domenica 14 novembre 2021

GLI ADDII Juan Carlos Onetti

 


GLI ADDII

Juan Carlos Onetti 

PREFAZIONE
Le strategie dell’addio
di Antonio Muñoz Molina

Capita spesso che una buona storia abbia origini di per sé triviali. La perversa e magnifica trama di Giro di vite fu suggerita a Henry James dal ricordo di un episodio che l’arcivescovo di Canterbury gli aveva raccontato molti anni prima, in una casa di campagna. All’origine degli Addii, considerato da molti il capolavoro di Onetti – l’autore stesso ha dichiarato varie volte che era, tra i suoi, il romanzo che preferiva – vi sono due ricordi in sé non molto promettenti a livello letterario, o almeno non paragonabili all’intensità della storia alla quale hanno dato vita: un campione di pallacanestro che Onetti aveva ammirato quando era solo un adolescente, e del quale venne poi a sapere che morì di tubercolosi; e il paesaggio della sierra dove aveva trascorso, nel 1945, il viaggio di nozze con la sua terza moglie.

Così nasce una storia, a volte, nell’incrocio tra una figura e un luogo, nell’improvvisa combinazione di esperienze o immagini che non hanno nulla a che vedere le une con le altre, ma che, mischiandosi nell’immaginazione – dopo aver trascorso molti anni nei meandri della memoria ed essendo lì mutate, di nascosto, come la materia organica sottoterra – danno luogo a una sorta di inaspettata reazione chimica, qualcosa di simile a ciò che in tempi più ingenui si chiamava ispirazione. L’atleta malato e ricordato fin dall’adolescenza si è trasformato per diventare un parziale autoritratto dello stesso Onetti: le mani affilate e lente, il vestito scuro, troppo formale, l’aria sconsolata e indolente, lo schivo raccoglimento, «con quella faccia di legno duro», dice un testimone, uno dei narratori parziali della storia, «gli occhi da pesce addormentato»; un personaggio che è anche una sorta di autoritratto morale dell’autore, «esattamente incredulo, di un’incredulità che lui stesso era andato secernendo, in seguito all’atroce decisione di non mentirsi».

Qualche ricordo lontano, un paesaggio preciso e astratto allo stesso tempo, un battito da autobiografia intima, questo il fulcro degli Addii: un intreccio molto onettiano, un uomo in bilico tra due donne che rappresentano i diversi modelli di femminilità onnipresenti nell’opera di Onetti. Da una parte la donna adulta e matura, e dall’altra la ragazza; la prima segnata dalla maternità e da un principio di decadenza, la seconda appena affacciatasi al mondo, che inizia ad avviarsi nella pubertà, ancora lontana dal futuro di maturità fisica e tedio coniugale e materno al quale sarà probabilmente destinata. Nell’universo di Onetti, infatti, tempo ed esperienza non portano mai alla maturità, bensì a degrado e corruzione. Incurabile, non per la gravità della sua tubercolosi, ma per la sua indifferenza verso ogni possibile terapia, l’uomo riceve le lettere della donna e della ragazza e lascia che le due gli facciano compagnia, prima una alla volta, e poi con una svogliatezza o una sfacciataggine tale da azzardare la presenza simultanea di entrambe. Il finale è prevedibile, ed è già anticipato nelle prime righe, in quell’incipit che è uno dei migliori e più sinuosi di Onetti, e forse della letteratura latinoamericana contemporanea: le mani, viste in primo piano come al cinema, a suggerire non solo una presenza ma anche un atteggiamento nei confronti della vita, della malattia, del dolore.

Il significato ultimo di ciò che accade negliAddii resta velato, come in Giro di vite. Il romanzo non ci offre una storia, ma piuttosto una serie di approssimazioni a questa, rette dalla voce narrante, un testimone che osserva da una certa distanza, uno di quei testimoni curiosi e disinteressati allo stesso tempo che appaiono con frequenza in Onetti, e che hanno molto in comune con i narratori parziali di Faulkner. Il narratore guarda e racconta, ascolta i resoconti degli altri testimoni, ognuno dei quali ha avuto accesso alla sua parte della storia, personaggi secondari della trama che in essa si muovono svolgendo compiti di poca importanza, osservando, portando da una parte all’altra ciò che sanno come i messaggeri del teatro antico: l’infermiere, la cameriera dell’albergo, l’uomo dell’agenzia immobiliare. Ognuno di loro guarda, spia, immagina, racconta, e chi riceve, man mano, ognuno degli insufficienti capi della narrazione è colui che a sua volta li racconta a noi: il proprietario del negozio dove gli altri personaggi vanno a bere qualcosa, chiacchierare un po’, aspettare una lettera, compiere la loro funzione di testimoni.

Tuttavia, ciò che sappiamo è sempre insufficiente e dubbio, e vi sono dettagli ai quali a volte non facciamo caso se non leggiamo con sufficiente attenzione: il suggerimento di una somiglianza fisica, per esempio, l’ambigua distinzione tra la passione amorosa e l’amore filiale, la possibile complicità tra le due donne che un tempo si erano contese un uomo e alla fine si alleano per accompagnarlo nel suo graduale avvicinarsi alla morte. Non sappiamo dove la storia sia ambientata. Non sappiamo nemmeno come si chiamino i personaggi principali – sono in pochi ad avere un nome: il piccolo Levy, il dottor Gunz, Andrade, dell’agenzia immobiliare, Reina, la cameriera – e questa conoscenza parziale sottolinea il fatto che si tratta di presenze intraviste, di esseri le cui vere vite non saranno mai rivelate. Ascoltiamo frammenti, intravediamo scene, cogliamo qualche parola, vediamo buste scritte a macchina e scritte a mano, ma non ci è quasi mai permesso leggere le lettere che contengono.

In questo gioco in equilibrio tra suggestione ed ermetismo, nel quale si dispiega la maestria di Juan Carlos Onetti, entra anche il lettore, occupando il proprio posto nella catena di voci e testimonianze, si impegna attivamente, quasi spettegolando, nell’interpretazione di ciò che ha visto o creduto di vedere, di ciò che gli hanno raccontato. Ho citato all’inizio Giro di vite e non è stato un caso: nei due libri scorriamo le pagine riunendo dettagli illuminanti per la comprensione di un enigma che finisce per sfuggirci sempre, che diventa più attraente, e altrettanto sfuggente, a ogni lettura. Non è casuale neanche il fatto che Gli addii, come Giro di vite, sia un romanzo breve: il romanzo breve, se scritto bene, riunisce le virtù supreme del romanzo e del racconto, ed elude i limiti di entrambi. Il romanzo breve esige il rigore costruttivo del racconto e allo stesso tempo permette il volo di immaginazione proprio del romanzo. Ho letto Gli addii molte volte, da quando avevo vent’anni, e sono convinto che si tratti di uno dei due o tre migliori romanzi brevi scritti in lingua spagnola.


GLI ADDII

Avrei voluto non avere visto dell’uomo, la prima volta che entrò nel negozio, nient’altro che le mani; lente, intimidite e goffe, con movimenti senza fiducia, affilate e ancora non scurite dal sole, quasi a voler chiedere scusa per il loro gestire disinteressato. Mi fece alcune domande e prese una bottiglia di birra, in piedi all’estremità più in ombra del bancone, con il viso – sullo sfondo del calendario, dei sandali e dei salami imbiancati dagli anni – rivolto verso l’esterno, verso il sole dell’imbrunire e il viola sfumato delle montagne, mentre aspettava l’autobus che lo avrebbe lasciato davanti ai cancelli dell’albergo vecchio.

Avrei voluto non avergli visto altro che le mani, mi sarebbe bastato vederle quando gli diedi il resto dei cento pesos e le sue dita strinsero i biglietti, cercarono di ordinarli e, subito, per improvvisa decisione, li appallottolarono e li nascosero con pudore in una tasca della giacca; mi sarebbero bastati quei movimenti sopra il legno pieno di fessure riempite di unto e di sudiciume per capire che non si sarebbe curato, che non aveva nessuna idea da cui trarre la volontà di curarsi.

In genere mi basta vederli, e non ricordo di essermi mai sbagliato; ho sempre formulato i miei pronostici prima di sapere l’opinione di Castro o di Gunz, i medici che abitano in paese, senza altri dati, senza avere bisogno di altro che di vederli arrivare al negozio con le loro valigie e le loro quote diverse di vergogna e di speranza, d’ipocrisia e di sfida.

L’infermiere sa che non mi sbaglio; quando viene a mangiare o a giocare a carte mi fa sempre domande sui visi nuovi, si burla con me di Castro e di Gunz. Può darsi che voglia solo adularmi, può darsi anche che mi rispetti perché da quindici anni vivo qui e da dodici mi arrangio con tre quarti di polmone; non saprei dire perché c’indovino, ma so che non è per questo. Li guardo, nient’altro, a volte li ascolto; l’infermiere non lo capirebbe, e forse neppure io lo capisco del tutto; intuisco l’importanza che ha per loro quello che hanno lasciato, l’importanza che ha quello che sono venuti a cercare, e confronto una cosa con l’altra.

Quando questo tipo arrivò con l’autobus dalla città, l’infermiere stava mangiando a un tavolo accanto alla grata della finestra; sentii che mi cercava con gli occhi per scoprire la mia diagnosi. L’uomo entrò con una valigia e un impermeabile; alto, le spalle larghe e contratte, salutò senza sorridere perché il suo sorriso non sarebbe stato credibile ed era diventato inutile o controproducente già da molto tempo, anni prima che si ammalasse. Lo guardai ancora mentre beveva la birra, rivolto verso la strada e i monti; e osservai le sue mani quando maneggiò i biglietti sul bancone, sotto il mio sguardo. Non pagò al momento di andarsene, ma s’interruppe e venne dal suo angolo, lento, nemico senza orgoglio della pietà, incredulo, per pagarmi e riporre i suoi biglietti con quelle dita giovani intorpidite dall’impossibilità di dominare le cose. Tornò alla sua birra e alla studiata posizione orientata verso la strada, per non vedere nulla, desiderando solo di non stare con noi, come se noi, i due uomini in maniche di camicia quasi immobili nella penombra del declinante giorno di primavera, rappresentassimo un simbolo più chiaro, meno eludibile della montagna che cominciava a confondersi con il colore del cielo.

«Incredulo», avrei detto all’infermiere se l’infermiere fosse stato capace di comprendere. «Incredulo», mi trovai a ripetere quella sera, da solo. Proprio così; esattamente incredulo, di una incredulità che lui stesso era andato secernendo, in seguito all’atroce decisione di non mentirsi. E dentro l’incredulità una disperazione domata senza sforzo, limitata spontaneamente, con purezza d’animo, alla causa che l’aveva fatta nascere e che ora l’alimenta, una disperazione a cui si è già abituato, che conosce a memoria. Non è che ritenga impossibile curarsi, ma non crede nel valore, nell’importanza di curarsi.

Doveva avere all’incirca quarant’anni, e i suoi gesti, alcuni tratti d’abbandono, ne denunciavano l’immaturità. Quando uscì dal negozio per prendere l’autobus, l’infermiere smise di guardarmi, sollevò il bicchiere di vino e si girò verso la finestra.

«E questo? Tornerà a casa con le sue gambe o in posizione orizzontale? Se è malato e va all’albergo se ne occuperà Gunz. Glielo voglio domandare».

Lo diceva per scherzo, o forse pensava di assicurarsi le eventuali iniezioni. Mi sarebbe piaciuto sedermi per farmi un goccio di vino con lui e dirgli qualcosa di quanto avevo visto e intuito. Ma c’era tempo; l’autobus non aveva portato nessun passeggero, ed era l’ora in cui si cominciava a preparare da mangiare nelle casette sulla montagna. Avevo voglia di chiacchierare e l’infermiere mi stava invitando, con un sorriso al di sopra del bicchiere e del piatto. Ma non mi staccai da dietro il bancone; cominciai a togliere un po’ di polvere dallo scatolame e parlai appena.

«Sì, che sia malmesso non c’è dubbio. Ma non è molto grave, non è perduto. Eppure, non si farà curare».

«Perché non dovrebbe farsi curare, se può? Perché Gunz lo ammazzerà?»

Anch’io mi misi a ridere; sarebbe stato semplice dire che non si sarebbe curato perché non gli importava curarsi; io e l’infermiere avevamo conosciuto parecchia gente fatta così.

Alzai le spalle e continuai con le scatole di latta.

«È così», dissi.

Più tardi cominciai a vederlo venire dall’albergo in autobus e aspettare di fronte al negozio l’altro autobus, quello per la città; non entrava quasi mai, continuava a indossare i vestiti che si era portato, sempre con la cravatta e il cappello, distinto, inconfondibile, senza i calzoni a campana dei gauchos, senza sandali, senza le camicie e i fazzoletti colorati che usavano gli altri. Arrivava dopo pranzo, con il vestito che usava nella capitale, ostinato, conservando la sua aria di solitudine, ignorando i vortici di polvere, il caldo e il freddo, indifferente al benessere del suo corpo: riparandosi, dietro i vestiti, il cappello e le scarpe impolverate, dall’accettazione del fatto di essere malato e separato dagli altri.

Seppi dall’infermiere che andava in città per spedire due lettere nei giorni in cui partiva il treno per la capitale, e, uscito dall’ufficio postale, si sedeva vicino alla vetrina di un caffè, di fronte alla cattedrale, e là beveva la sua birra. Me lo immaginavo, solitario e pigro, guardare la chiesa così come guardava le montagne dal mio negozio, senza attribuirvi un significato, anzi per eliminarle, intento a deformare pietre e colonne, e la scalinata annerita. Impegnato con una dolce e vecchia protervia a convincere e corrompere quello che stava guardando, perché tutto interpretasse il senso della sottile disperazione che mi aveva rivelato nel negozio, lo sconforto che manifestava senza saperlo o senza la possibilità di nasconderlo nel caso l’avesse saputo.

Faceva il viaggio di circa un’ora verso la città pur di non spedire le sue lettere dal negozio, anche se questo funziona da ricevitoria postale; e lo faceva per colpa o per merito della stessa aspra, ossessiva volontà di non ammettere, per lealtà verso il gioco ingenuo di non essere qui ma laggiù, il gioco le cui regole stabiliscono che gli effetti sono infinitamente più importanti delle cause, e che queste possono essere sostituite, perfezionate, dimenticate.

Non restava in albergo, non viveva in paese. Gunz non gli aveva consigliato di ricoverarsi in sanatorio; tutto questo si poteva cancellare purché non entrasse mai nel negozio per spedire le sue lettere, purché le facesse scivolare sul tappetino di gomma dello sportello nell’ufficio postale della città. L’interruzione veniva annullata se invece di consegnarmi le sue lettere come tutti quelli che abitavano in paese, assisteva alla caduta del timbro postale con la data, impugnato da una mano monotona e anonima che scompariva nella manica abbottonata di un grembiule, una mano variabile che non corrispondeva a un volto, a un paio di occhi che insinuassero il loro controllare e dedurre. Poteva eludere il presente se vedeva il timbro che colpiva le buste, imprimendovi, accanto alle due o tre parole di un nome, le sette lettere di quest’altro nome, quello di una capitale di provincia, di una città che si può visitare per affari.

Tuttavia, qualche volta, di ritorno dalla città entrava in negozio per bere un’altra birra. Questo avveniva nei pomeriggi di insuccesso, quando il nome di donna che lui aveva tracciato sulla busta diventava incomprensibile, d’un tratto, nell’attimo definitivo in cui il timbro si alzava e cadeva con il suo rumore di lusinga e di molla. Allora il nome non designava più nessuno e lo affrontava, intricato e maligno dal tappetino di gomma, per suggerirgli che forse erano verità la separazione e le linee di febbre. Lo vedevo riempire il bicchiere e vuotarlo in silenzio, di profilo, con i gomiti sul bancone, mentre combatteva con l’idea che neppure le cose passate si possono conservare immutabili, che le orecchie più torpide devono ascoltare il rumore della sabbiolina che i fatti del passato scavano per scendere, allontanarsi, mutare, rimanere vivi. Se ne andava prima di ubriacarsi e si dirigeva a piedi verso l’albergo.

Ma le lettere che gli mandavano dalla capitale le ricevevo io nel negozio e gliele recapitavo per mezzo del ragazzo dei Levy, che fungeva da postino sebbene non ricevesse un salario dalle poste ma solo qualche pesos che gli pagavamo io, l’albergo e il sanatorio. Forse l’uomo mi credeva abbastanza interessato alle persone e alle situazioni da scollare le buste e curiosare nei diversi modi che ha la gente per riuscire a non dire sempre le stesse cose. Forse anche per questo andava a spedire le sue lettere in città, e forse non sarà stato solo per impazienza che dopo qualche settimana cominciò a venire in negozio verso mezzogiorno, pochi minuti dopo che l’autista dell’autobus mi gettava il sacco, magro e ruvido, della corrispondenza.

Dovette presentarsi, preferì uscire dall’angolo dei salami e del calendario e costringermi a conversare, senza cercare di convincermi, senza nascondere il proprio disinteresse per le varianti ortografiche dei vari cognomi, rivelandomi cortesemente che voleva solo farmi rammentare il suo nome, per evitare di chiedermi ogni volta se era arrivata qualche lettera per lui. Riceveva, all’inizio, quattro o cinque lettere ogni settimana; ma ben presto potei mettere da parte le buste che contenevano lettere di amicizia e d’affari e interessarmi solo a quelle che arrivavano regolarmente, scritte dalle stesse mani. Erano due tipi di buste, alcune scritte con inchiostro blu, altre a macchina; lui cercava di riconoscerle con un colpo d’occhio preciso e veloce, prima di riporle nella tasca, prima di tornare nel suo angolo in penombra, recuperare il suo profilo contro la stampa folcloristica del calendario, macchiata dalle mosche e dal fumo, e continuare a bere la sua birra con la stessa calma dei giorni in cui non gli consegnavo nulla.

Il dottor Gunz gli aveva proibito le lunghe camminate; ma lui prendeva l’autobus solamente per tornare all’albergo quando aveva in tasca una delle buste scritte a macchina. E non per l’urgenza di leggere la lettera, ma per il bisogno di chiudersi nella sua stanza, buttato sul letto con gli occhi abbagliati contro il soffitto, o in un andirivieni ininterrotto dalla finestra alla porta, tutto solo con la sua veemenza, con la sua ossessione, con la sua paura concreta e con l’intermittente paura della speranza, con la lettera nella tasca, o con la lettera stretta nell’altra mano, o con la lettera sopra la carta assorbente verde del tavolo, accanto ai tre libri e alla caraffa dell’acqua mai usata.

Erano due i tipi di buste che gli importavano. Uno era scritto con una grafia di donna, blu, larga, tondeggiante, con le maiuscole simili a un segno musicale e le zeta accoppiate come due numeri tre. Anche le altre buste che lo facevano ubbidire a Gunz e salire sull’autobus erano, visibilmente, di donna, allungate e color legno, quasi sempre con un’accentuata piegatura nel mezzo, battute con una macchina per scrivere vecchia, dai caratteri sudici e non bene allineati.

Eravamo a metà della primavera, sconcertati da un sole furtivo e privo di violenza, da nottate fresche, da piogge inutili. L’infermiere saliva ogni giorno in albergo, con il suo perfezionato sorriso baldanzoso, i suoi scherzi e la valigetta carica di fiale; le cameriere scendevano spesso in negozio per ordinare provviste destinate alla dispensa dell’albergo o per comprarsi nastri o profumi, qualunque cosa che non potesse essere rimandata fino al giretto settimanale in città. Parlavano dell’uomo, dato che per diverse settimane, anche se arrivarono altri clienti, continuò a essere «il nuovo»; parlava anche l’infermiere, perché aveva bisogno di adularmi e aveva capito che quel tipo mi interessava. L’infermiere abitava nel garage del negozio, non faceva altro che praticare iniezioni e depositare il denaro in una banca in città; era solo, e quando la solitudine ci pesa siamo capaci di compiere tutte le vigliaccherie atte a procurarci compagnia, occhi e orecchi disposti ad ascoltarci. Parlo di loro, degli altri, non di me.

Venivano e chiacchieravano; e a poco a poco cominciai a vederlo, alto, contratto, con l’ossatura delle spalle sorprendentemente ampia, lento ma senza cautela, oscillante fra modalità particolari della timidezza e dell’orgoglio, mentre mangiava isolato nel salone dell’albergo, sempre vicino a una finestra, sempre con la testa rivolta verso l’indifferenza delle montagne e delle ore, sfuggendo alla propria condizione, ai volti e ai discorsi rievocativi.

Cominciai a vederlo nella hall con i tavoli del bar coperti di centrini, mentre guardava un libro o un giornale, annoiato e paziente, ammettendo, superstizioso, che bastava mostrarsi svuotato e senza memoria ai clienti dell’albergo per due o quattro ore al giorno, per restarsene appartato, svincolato e libero da loro e dal motivo che li apparentava. Così, indolente sulla poltrona di paglia, con le gambe allungate, forzando le labbra a mantenere un accenno di sorriso cordiale e nostalgico, si disinteressava dell’anormale velocità o lunghezza dei passi degli altri, delle voci artefatte, dei profumi aggressivi nei quali parevano immergersi, convinti che la frenesia degli odori fosse in grado di conservare, per ciascuno di loro, il segreto che lo univa a tutti gli altri, che li raggruppava come una tribù.

Fra loro e in disparte, per due o quattro ore al giorno, fingendo di credere, lui, di aver trasformato l’incredulità in abitudine e in alleata equivoca, e che una scrupolosa commedia di abbandono bastasse a tenerlo legato a tutto ciò che era esistito prima della data di una certa diagnosi.

Non seppi mai se ero arrivato a provare affetto per lui; a volte, in un gioco tutto mio, mi lasciavo attrarre dal pensiero che non mi sarebbe mai stato possibile comprenderlo. Stava là ignorato, nel bar dell’albergo, dando le spalle alla bilancia pudicamente appartata contro la scala, sicuro che non avrebbe dovuto usarla mai, indifferente ai rumori metallici e ai commenti degli altri quando vi salivano per consultare la posizione della lancetta. Stava là, nelle vicinanze dell’albergo prima e dopo il pranzo – immediatamente prima e dopo essere venuto al negozio per chiedermi senza parole la lettera che attendeva – camminava fino ad arrivare al fiume, fino ad avvicinarsi alle arrotondate pietre bianche del letto e al miserabile nastro d’acqua che fra quelle pietre s’insinuava, luminoso, tenace; guardava e delineava i cinque pilastri del ponte; scendeva fra cespugli e terre rossicce per calpestare la discarica dell’albergo, rimuovere con le scarpe scatole di cartone, boccette, avanzi di verdure, batuffoli di ovatta, carte ingiallite.

Continuavo a vederlo entrare ogni mezzogiorno nel negozio, con il suo vestito grigio di città, il cappello calato sulla nuca, e farmi una breve, sorda finzione di saluto. E quando si appartava a bere la sua birra, con o senza lettere in tasca, io indugiavo a esaminargli gli occhi, a valutare la qualità e la potenza del rancore che si poteva scoprire nel loro fondo: un rancore addomesticato, avvezzo alla pazienza, definitivamente aggiunto. Voltava la testa per cancellarmi, guardava le stoppie e i sentieri della montagna, la bianchezza eccessiva delle casette sotto il sole a picco.

Agli inizi di novembre l’infermiere giunse una sera tardi al negozio e si sedette a sfidarmi con il suo sorriso. Gli servii il vino e i piatti di formaggio e salame; ammazzai alcune mosche insonnolite, dandogli le spalle e fischiando.

«Come, non lo sa?», cominciò finalmente l’infermiere. «Cose da non credere. Si ricorda del tipo, no? Ebbene, pare che se ne vada dall’albergo, pare che si sia stancato di tanto conversare, o che ormai non gli resti altro da dire, perché un pomeriggio ha incontrato sulla terrazza le bionde di Gomeza e ha dovuto salutarle, sbagliando i nomi, naturalmente, perché s’impegna a non azzeccarci mai e a scambiare la sera per il mattino o la notte per la sera. Fa in modo che tutti si accorgano che è distratto, e neppure si corregge, lo fa apposta, così che si sappia che non pensa a quelli che saluta né sa in che momento vive».

A volte si interrompeva per masticare il vistoso impasto di salame e formaggio, e a volte masticava parlando; e mi resi conto che l’odio dell’infermiere, appena tiepido e poco ostinato, non poteva essere nato dal rifiuto dell’altro di sottoporsi alle iniezioni raccomandate da Gunz; e che alla sua origine c’era un’incomprensibile umiliazione, un’offesa segreta.

«Lascia l’albergo. Deve essere rimasto senza saliva perché una volta ha parlato della pioggia con il cameriere della sala da pranzo, o ha chiesto alla cameriera fino a che ora c’era l’acqua calda. Ma ancora non ha detto che se ne va, non ha raccolto le forze per chiedere il conto o per dare spiegazioni, sempre che a qualcuno interessi ascoltarle. E ormai nessuno gli parla, o se gli parlano è per scherzo, per indovinare se dirà di sì o di no con la testa, con quella faccia di legno duro e quegli occhi da pesce addormentato».

Risi un po’, per accontentarlo, per dimostrare che lo stavo ascoltando, ma continuai a dare colpi con l’ammazzamosche e non feci domande.

«Questo degli occhi da pesce addormentato lo ha detto Reina, la cameriera dei piani», ammise l’infermiere. «Il tipo ancora non ha fatto sapere che se ne va. Ma un pomeriggio, invece di andare a frugare tra l’immondizia, è salito su in montagna per parlare con Andrade e ha affittato il villino delle portoghesi. Non deve sapere nulla di quello che è successo in quel villino. Se non parla con nessuno, chi dovrebbe avvisarlo?»

«Non ha importanza», dissi. «Visto che è già malato».

«Non c’è bisogno di dirlo a me. Non lo dico per il contagio. Però, in tutti i modi una casa dove sono morte tre sorelle, quattro donne con la cugina... E tutte a venticinque anni. È curioso».

«Non era la cugina delle Ferreyra», dissi sbadigliando. «E poi lui non compirà un’altra volta venticinque anni».

L’infermiere si mise a ridere come se io mi fossi burlato di qualcuno. Mentre appendevo ai loro posti le persiane, immaginai l’uomo che saliva su in montagna per interrompere la siesta di Andrade, facendo entrare il suo corpo lungo e indolente – come un controsenso, quasi come una profanazione – nell’ombra dell’agenzia immobiliare di affitto e compravendita, per interessarsi a occasioni, prezzi e dettagli di costruzione con la sua voce bassa e inflessibile, per lasciarsi abbindolare, trascinando lo sguardo sulla grande mappa capricciosa della montagna appesa a una parete e attraversata, in un goffo e assurdo tentativo di mettere ordine, da grosse linee bianche corrispondenti a strade e viali che non erano mai stati aperti, da sinuose strisce azzurre e rosse intrecciate che profetizzavano i percorsi di autobus che mai avrebbero consumato le loro gomme per salire e scendere lungo quella nomenclatura fantastica. L’uomo guardava le capocchie colorate degli spilli con cui Andrade segnava sulla mappa l’ubicazione approssimativa delle case che gli avevano affidato da vendere o da affittare, cercando di scoprire uno sprazzo di notizia, di promessa, filtrato attraverso la polvere che le offuscava.

E Andrade, sudato, sorridente, gli offriva, con cautela all’inizio, entusiasta e quasi incalzante poi, le quattro stanze della casetta delle portoghesi, con i loro mobili avvolti in cretonne chiari, i loro tocchi di grazia appassita, concepiti da signorine che volevano tenersi compagnia, realizzati da paia di mani che si alternavano.

Era strano che l’uomo si fosse deciso per la casa delle Ferreyra, e la stranezza non stava solo nel fatto che gli avanzavano tre stanze da letto, e neppure che dalla veranda sarebbe stato costretto a contemplare quasi lo stesso paesaggio che percorreva durante i suoi pomeriggi: il ponte sopra i sassi del letto asciutto del fiume, la discarica dell’albergo.

«L’avrebbe detto che il tipo avesse tanti soldi da poter affittare quella casa?», domandò l’infermiere prima di andarsene a dormire. «Senza contare che Andrade sicuramente se ne sarà approfittato».

Ma ben presto l’uomo ci convinse che poteva spendere ancora più soldi; infatti passarono le settimane e continuò a stare in albergo, e ogni pomeriggio, dal pranzo alla sera, andava a rinchiudersi nella casetta in montagna o a riposare sulla veranda, la testa rivolta verso la zona tagliata quasi in linea retta dal fiume, e delimitata dal ponte e dal pendio.

«E chi ci dice che non è stato innamorato di una delle portoghesi?», chiese l’infermiere. «Magari della seconda, che era chiacchierona proprio come lui. L’altro giorno ha comprato mezza dozzina di bottiglie in albergo e se le è fatte portare al villino. Adesso sappiamo perché si chiude lassù. E poi, avrebbe potuto comprarle da voi».

Finché una volta, a mezzogiorno, arrivò al negozio prima dell’autobus che portava la posta e non si avvicinò al calendario né chiese la solita birra. Si appoggiò all’albero, fuori, con le mani nelle tasche dei calzoni, a gambe divaricate, per la prima volta senza cravatta e senza cappello.

La donna scese dall’autobus, di spalle, lenta, bene in carne ma senza essere grassa, allungando una gamba forte e flemmatica che alla fine posò per terra; si abbracciarono e lui si allontanò per andare ad aiutare l’autista che tirava giù le valigie dal tettuccio dell’autobus. Si sorrisero e si baciarono un’altra volta; entrarono nel negozio e siccome lei non volle sedersi presero delle bibite fresche nella parte più in luce del bancone, cercandosi con gli occhi. L’uomo parlava con vertiginosa perseveranza e nelle brevi pause accarezzava il braccio della donna, apriva e chiudeva lunghe frasi, convinto che la gran quantità di parole potesse modificare la visione del suo volto scarno, che qualcosa d’importante potesse essere salvato finché lei non avesse fatto le domande prevedibili.

Sotto gli occhiali da sole, la bocca della donna si apriva con facilità, quasi a ogni frase dell’uomo, replicando sempre la medesima forma di allegria. Mi sorrise due volte mentre li servivo, ringraziandomi di favori inesistenti, esagerando il valore della mia amicizia o della mia simpatia.

«No», disse lui, «non è una cosa indispensabile, non ne traggo vantaggi. Non è per quel denaro, anche se preferisco non usarlo. In albergo ho anche il medico, tutto quello che mi serve».

Lei insistette per un po’, sussurrando senza convinzione; doveva essere sicura di poter smontare qualsiasi progetto dell’uomo, e che le era invece impossibile vincere i suoi rifiuti remoti, la sua indifferenza. Lui si allontanò dal bancone e se ne andò fino all’ombra dell’albero per convincere Leiva a portarli in albergo con la sua auto; Leiva stava aspettando l’autobus del sanatorio per raccogliere due donne che andavano in città. Finì per acconsentire; forse l’uomo gli aveva offerto più soldi di quanto valesse la corsa, o forse pensava che le donne erano comunque costrette a non muoversi dal negozio finché lui non fosse stato di ritorno.

La donna dagli occhiali scuri mi diresse i suoi brevi, esatti sorrisi.

«Come lo trova?», chiese; pensai che lui le aveva parlato di me nelle sue lettere, e doveva aver mentito sui nostri discorsi e sulla nostra amicizia.

Ebbe tempo di dirmi, con una voce nuova ed esultante, come se l’informazione migliorasse qualcosa: «Lei deve aver visto il suo nome sui giornali, forse se lo ricorda. Era il miglior giocatore, lo dicono tutti, della pallacanestro mondiale. Ha giocato contro gli americani, è andato in Cile con la nostra nazionale, l’ultimo anno».

L’ultimo anno doveva essere stato quello in cui si erano resi conto che la cosa era cominciata. Senza molta gioia, ma con eccitazione, potei così spiegarmi l’ampiezza delle sue spalle e l’eccesso di umiliazione con cui adesso le curvava, quel placato rancore che aveva negli occhi e che doveva essere sorto non solo dalla perdita della salute, di un genere di vita, di una donna, ma anche e soprattutto dalla perdita di una convinzione, del diritto all’orgoglio.

Aveva vissuto confidando nel suo corpo, era stato, in un certo senso, il suo corpo.

Accettai una nuova forma della pietà, lo immaginai più debole, più disarmato, più giovane. Cominciai a raffigurarmelo nelle foto allungate di El gráfico, in calzoncini e maglietta bianca con le sue iniziali, circondato da altri abbigliati come lui, sorridente, o mentre distoglieva lo sguardo con fastidio e insieme con modestia, come si conviene ai divi e agli eroi. Giovane in mezzo ai giovani, la chioma brillante e appena pettinata, rivelava anche nel reticolo grossolano delle seste edizioni lo splendore sano della pelle, il fulgore dolcemente untuoso dell’energia, virile, inesauribile. Lo vedevo accucciato, con la testa di lato per offrire i tre quarti del profilo al lampo del magnesio, le cinque dita di una mano a simulare il gesto di appoggiarsi sul pallone o di proteggerlo; e anche in una stanza in penombra, a esaminare da solo, senza capire, la lastra della prima radiografia, circondato da trofei e ricordi, coppe, gagliardetti, fotografie di banchetti con tavole imbandite. Potevo vederlo correre, saltare e chinarsi, tutto sudato, fiducioso e felice, in mezzo a stadi imbiancati da fari violenti, sicuro di essere quel corpo lungo e seminudo, convinto dell’eternità di ogni tempo di venti minuti e del fatto che il nome urlato dalla folla, con gratitudine e molte pretese, era destinato a esprimerlo e a rappresentarlo, menzionava qualcosa di reale e persistente.

Per tutto il tempo che la donna con gli occhiali da sole si fermò, non arrivarono le buste scritte a mano né quelle di carta color legno. Abitavano in albergo, e l’uomo non tornò mai alla discarica né alla casetta delle portoghesi; passeggiavano sottobraccio, noleggiavano cavalli e calessini, salivano e scendevano dalla montagna, sorridevano alternativamente, irrigiditi, su sfondi pittoreschi, per fotografarsi con la Leica che lei portava a tracolla.

«È come una luna di miele», diceva l’infermiere, rappacificato. «Quello che mancava al nostro tipo era la donna, si vede che non resiste a vivere separato da lei. Adesso è un altro uomo; mi hanno invitato a bere con loro all’albergo e lui mi ha fatto mille domande su cose del paese. La malattia non li preoccupa; non possono stare senza toccarsi le mani, si baciano anche davanti alla gente. Se la donna potesse rimanere (se ne va alla fine della settimana), allora sì che ci scommetterei qualunque cosa che il tipo si curerebbe. Non lo vede quando scendono a mezzogiorno a prendersi l’aperitivo?»

L’infermiere aveva ragione e non potevo dire niente in contrario; ciò nonostante, non riuscivo a credere, e neppure sapevo che razza di convinzione fosse in gioco, quale artificio io aggiungevo a tutto quello che vedevo, quale assurda, sgradevole speranza m’impedisse di commuovermi, di accettare la felicità che i due costruivano ogni giorno davanti ai miei occhi, con l’insistenza delle loro mani tra i bicchieri, con il suono delle voci che suggerivano e commentavano progetti.

Quando lei partì, l’uomo riprese ad andare nella casa che aveva affittato, a volte fin dal mattino, con un involto di cibo per il pranzo, e non riappariva che la sera tardi, rincantucciato al suo tavolino dell’albergo, distratto e laconico, affrettandosi a ricostruire i muri di separazione che aveva abbattuto quattordici giorni prima, sterminando ogni embrione d’intimità con il suo sguardo grigio, discretamente sconsolato.

E ricominciarono ad apparire le lettere, due giorni dopo la partenza della donna, accoppiate insieme le buste con i larghi caratteri sinceri e quelle scritte con una macchina dal nastro consumato.

Così rimanemmo, io e l’uomo, virtualmente sconosciuti l’uno all’altro, come all’inizio; molto di rado, qualche pomeriggio, si sistemava nell’angolo del bancone per ripetere il suo profilo sopra la bottiglia di birra – di nuovo con il suo rigoroso abito da città, cravatta e cappello – per battersi con me nel consueto duello mai dichiarato: lui che lottava per farmi sparire, per cancellare la testimonianza di fallimento e disgrazia che io mi ostinavo a presentargli; e io che lottavo per la dubbia vittoria di convincerlo del fatto che era tutto vero, malattia, separazione, disfacimento. Entrava e mi guardava negli occhi, con l’accenno di un sorriso che gli risparmiava il saluto, e smetteva di guardarmi subito dopo aver ricevuto le lettere; le riponeva nella tasca della giacca, cercando di non affrettarsi e di non inciampare, la testa e il corpo immobili, fingendo che nulla avessero a che fare con le cinque dita che armeggiavano sopra le buste. A volte chiedeva una birra; a volte ringraziava e se ne andava; e allora sì che arrivava a sorridere davvero, e con questo sorriso e con la voce della gratitudine tentava solo di tranquillizzarmi, di dirmi che io non ero responsabile di quello che gli avrebbero detto le lettere.

«Secondo Gunz è peggiorato», raccontava l’infermiere. «Insomma, non migliora. È stazionario. Come lei sa, a volte ci rallegriamo se otteniamo una situazione stazionaria. Ma in altri casi è tutto il contrario: l’organismo s’indebolisce. E com’è possibile che migliori? Le assicuro che quell’uomo ha affittato la casa solo per ubriacarsi senza che nessuno lo veda. Dovrebbe ricoverarsi in sanatorio; se io avessi la responsabilità di Gunz, quel tipo già starebbe a pancia all’aria ventiquattro ore al giorno. Gunz dovrebbe mettergli un bello spavento».

«Spaventarlo», pensavo io; si sarebbe dovuto inventare un altro mondo, altri esseri, altri pericoli. La morte non era sufficiente, il genere di paura che lui rivelava con gli occhi e i movimenti delle mani non poteva essere accresciuto dall’idea della morte, né addormentato con progetti di cura.

Così stavamo, come all’inizio, quando il paese cominciò ad affollarsi e decine di uomini e donne, con ponchos colorati e berretti, pantaloni da cavallerizzi e occhiali scuri, si sparsero per le montagne, le strade, gli alberghi, i bar con piste da ballo e persino nel mio negozio. Era un’annata buona, era la stessa ondata che avevo visto arrivare quindici volte, ogni volta più grande, più rumorosa e più eccitata; e l’uomo vi sprofondò; le infermiere e le cameriere dell’albergo non mi portarono più informazioni, lo persero di vista, e anch’io, occupato dalla mole di lavoro nel negozio, gli consegnavo le lettere alla cieca, distratto, disinteressato. Ma non del tutto; perché l’immaginario duello continuava e verso sera tardi, quando il negozio si svuotava e restava soltanto un gruppo di uomini e donne che si erano rifugiati lì per bere il bicchiere della staffa – perché erano in vacanza, perché lo stanzone del negozio era sordido e sudicio, perché il vino del barile li spaventava in quanto aspro e cattivo, perché mai si sarebbero azzardati a entrare in un posto così a Buenos Aires – io mi mettevo a pensare a lui, gli attribuivo l’assurda volontà di approfittare dell’invasione dei turisti per nascondersi da me, mi sentivo responsabile del compimento del suo destino, costretto alla crudeltà necessaria per evitare che la profezia si modificasse, sicuro che mi bastasse ricordarlo, e ricordare la mia spontanea maledizione, perché lui continuasse ad avvicinarsi alla catastrofe.

Poco prima della fine dell’anno smise di prendere l’autobus per portare le sue lettere in città; andava a piedi dall’albergo, e a volte lo vedevo passare, con i suoi abiti che non facevano concessioni né al luogo né al tempo, oppresso e distratto, lontano da noi come se mai fosse arrivato in paese, con un braccio rigido, indipendente dal ritmo del suo passo, la mano sprofondata nella tasca della giacca in cui io sapevo che c’era la lettera scritta da poco, che lui stringeva con apprensione e necessità di fiducia, come se fosse un’arma e come se non potesse prevedere la forma, il dolore e le conseguenze delle sue ferite.

L’idea fu dell’infermiere, anche se non del tutto sua; penso, inoltre, che lui non ci credesse e che la propose per prendersi gioco, non di me o del mio negozio, ma dell’idea stessa. Guardavamo passare le auto, le vedevamo entrare e uscire, lustre e superbe, dalle nuvole di polvere che alzavano sul loro cammino, quando la cameriera scoppiò a ridere e posò sul bancone il bicchierino di anisetta. Era Reina e dicevano che aveva intenzione di sposarsi con l’infermiere.

«Se quest’auto nera si dirige verso l’albergo», disse Reina, «la vedremo tornare presto. Avete visto se svoltava? Da lunedì non abbiamo più un posticino libero. E abbiamo messo letti ovunque. Fino a febbraio siamo al completo».

Adesso era seria e orgogliosa; finì di bere il suo bicchierino con la bocca a beccuccio, guardandomi negli occhi e chiedendomi ammirazione e invidia.

«Lo stesso succede al Royal», disse l’infermiere. «Non so proprio dove si ficcherà tutta questa gente. E continuano ad arrivare. Basta dire che al Royal hanno tutti i tavoli prenotati per la notte di Natale e per Capodanno. Se io fossi in lei pulirei il locale con la creolina, piazzerei qui una radio e darei un gran ballo». La cameriera, Reina, ricominciò a ridere; ma solo per l’eccitazione, una risatina breve al di sopra del fazzoletto con cui si asciugava il sudore e l’anisetta.

«E perché no?», disse allora l’infermiere, atteggiando il viso a persona sensata e perbene. «Dico sul serio. Quelle due notti avremo molta gente che non saprà dove trovare un posto, dove ballare e ubriacarsi per festeggiare. E lei sa bene come diventano».

Lui lo sapeva perché glielo avevo detto io. Tutti, quelli sani e gli altri, quelli che erano di passaggio in paese e quelli che ancora potevano illudersi di essere solo di passaggio, tutti quelli che si lasciavano sorprendere dalle feste come da un acquazzone all’aria aperta, quelli che abitavano negli alberghi e nelle monotone casette bianche e rosse, tutti assumevano, a cominciare dal tramonto di entrambe le vigilie, una forma di follia speciale e tollerabile. E sempre quelle date gli piombavano addosso come una sorpresa; sebbene facessero piani e calcoli, sebbene contassero i giorni, sebbene prevedessero quello che avrebbero sentito e lottassero per evitare tale sensazione, o si abbandonassero al desiderio di anticiparla e rafforzarla per garantirle un maggior potere di crudeltà. Avevano allora qualcosa di animalesco, da cani o da cavalli, mescolavano una docile accettazione del proprio destino e delle proprie condizioni con ribellioni e terrori, con ingannevoli e selvaggi tentativi di evasione. Sapevo che in quelle due notti avrebbero mostrato ai camerieri e ai compagni di tavolata, a tutti quelli che li avessero visti, al remoto cielo estivo sui monti, agli specchi appannati delle stanze da bagno – come se li credessero testimoni imperituri – i loro occhi infervorati e pieni di aspettativa, coperti di censura e di una luce indurita. Sapevo che si sarebbero lamentati senza produrre suoni fra la musica, le grida e i botti, con le orecchie tese a captare ipotetici richiami, di maschi o femmine, di ipotetiche anime affini che sarebbero sorte all’altra estremità della selva, a Buenos Aires o a Rosario, dietro qualsiasi nome e distanza.

Continuai a muovere la testa e a stringermi nelle spalle tra l’infermiere e la cameriera, fingendo di sforzarmi di ricordare, senza trovare nella memoria un appiglio sufficiente per convincermi.

«Lei sa bene che finiscono per perdere la testa», precisò l’infermiere voltandosi verso la cameriera per trasformarla in sua alleata. «Vogliono un posto dove ballare e bersi un po’ di bottiglie. Qualunque buco va benone purché non sia quello dove vivono».

In quel momento sentii che non avevo più bisogno dell’infermiere; avevo preso una decisione e avevo chiari quasi tutti i dettagli della questione.

«Proprio così», disse Reina, mentre apriva la borsetta per dipingersi le labbra. «Se lei mette altri tavoli e li sistema in modo che si possa ballare... Quanto alla musica, basta quella della radio».

Io ero già molto più avanti; pensavo all’albero, dove me lo sarei procurato e come lo avrei addobbato. Così guardai l’infermiere con amicizia, dimenticando di avere sospettato che avesse proposto il ballo per burlarsi di me e del mio negozio; riuscii a guardarlo con un sorriso, ricordando che aveva detto «qualunque posto purché non sia quello dove vivono» e sentendomi capace di tollerare che avesse più intelligenza di quella necessaria per segare fiale, infilare aghi e portare i suoi soldi ogni sabato in banca.

Reina rise ancora e parlò con entusiasmo delle due notti di ballo nel mio negozio; l’infermiere le mormorò per scherzo una frase che conteneva una proposta non compromettente. E di nuovo grave e umile, ripeté: «Glielo dico sul serio. Può fare un mucchio di quattrini».

Fu così che comparvero altri tavolini, che si accatastarono via via nel salone del negozio, alcuni presi in prestito, altri costruiti con casse, assi e cavalletti, e tutti ricoperti via via di carta colorata. E il 24, anche se piovve per tutto il pomeriggio e alla sera arrivò qualche acquazzone, il salone cominciò a riempirsi e ogni donna pronunciò una frase simpatica o fece un gesto di giovinezza ritrovata quando scorse l’abete carico di lucine sopra il bancone. Nonostante la pioggia, la radio funzionò per tutta la sera e la notte; ballarono un po’ stretti, scomodi, dimostrando che gli piaceva, come gli piaceva bere in tazze dai bordi sbeccati e rassegnarsi alle bevande ordinarie e all’aglio dell’arrosto. Ballarono, risero, cantarono e cominciarono a sfollare sotto l’acquazzone, amici miei per tutta la vita.

La notte del 31 andò quasi meglio, venne più gente e montai dei tavolini anche all’aperto. A metà della serata però cominciai a sentirmi stanco, sebbene mi aiutasse il piccolo dei Levy. Tanto che, quando l’infermiere udì il clacson e uscì sulla strada e venne a dirmi sorridente, quasi avventurandosi a darmi una pacca sulla spalla, che era arrivato l’autobus dalla città con alcuni passeggeri e pieno di gruppi che venivano a ballare nel mio locale, atteggiai il viso alla sorpresa e alla gioia, ma cominciai a desiderare con tutte le mie forze che passasse la notte.

Forse erano già tutti ubriachi; o perlomeno io avevo venduto bottiglie a sufficienza. Cantavano e si domandavano l’ora; dal tavolino degli inglesi del Brighton, in un angolo, una donna si mise a lanciare stelle filanti, prima verso gli altri tavolini, poi verso il soffitto in modo che pendessero dalla ghirlanda di fil di ferro e fiori di carta che attraversava il salone, dalla punta dell’alberello di Natale fino a una sbarra della finestra. Era magra, bionda, triste, vestita di nero, con una gran scollatura, una collana di perle, un fermaglio d’oro all’altezza del cuore e una smorfia nervosa che le lasciava scoperte le gengive superiori, una contrazione allegra, nauseata e feroce che le sollevava istantaneamente il labbro e si spegneva con lentezza; era una smorfia che si ripeteva, semplicemente, sul suo viso, con regolarità, prima e dopo aver bevuto un sorso della miscela d’acquavite di canna e vino bianco inventata dall’uomo grasso e paonazzo a capotavola.

La donna si gettava all’indietro sulla panca da cucina, con il rotolino delle stelle filanti sopra la testa, osservando con cura la posizione della ghirlanda, già molto ricurva, i cui fiori parevano appassire; poi piegava di colpo il busto verso il tavolino e il vestito le pendeva davanti quasi scoprendole il petto, le rotondità brevi e melanconiche, e la stella filante sibilava nello srotolarsi. Non sbagliava mai, benché fosse lontana; cosicché io e il piccolo Levy dovevamo spingere, con i vassoi, la cortina di stelle filanti, e i ballerini le toccavano con i visi, vi roteavano intorno per avvolgervisi cercando di non romperle, e facevano giri lentissimi sbagliando il ritmo musicale. Attraversammo il putiferio della mezzanotte e ora posso soltanto ricordare il mio mal di testa, la sua palpitazione irregolare e costante e, tutto intorno, la gente in piedi che sollevava bicchieri e tazze, brindava e si abbracciava, confusa con i botti che qualcuno cominciò a far scoppiare sui monti e che scivolarono giù fino al Royal, fino alle case che fiancheggiavano la strada, mescolandosi con i latrati, con la voce perentoria dell’annunciatore radiofonico che qualcuno alzò fino all’urlo. L’inglese magra, arrampicata sulla sua panca, sostenuta da due uomini, mangiava uva bianca da un grappolo che io non le avevo venduto.

Non posso dire se l’avevo vista prima o se la scoprii in quel momento, appoggiata allo stipite della porta: una parte della sottana, una scarpa, un lato della valigia che entravano nel fascio di luce delle lampade. Può darsi che io non l’abbia vista neppure allora, nel momento in cui cominciò l’anno, e che abbia solo immaginato, non ricordo, la sua presenza immobile situata con esattezza fra la baldoria e la notte. Ma la ricordo con sicurezza poco dopo, quando qualche gruppo decise di andarsene e gli altri si resero conto che non potevano restare lì, nel mio negozio, mentre fuori risuonavano grida e risate, i tonfi delle portiere delle auto; i motori che arrancavano per la salita in seconda, fino all’albergo vecchio o verso il caseggiato di Los Pinos. In quel momento sì, la ricordo, non proprio lei, non la sua gamba e la sua valigia, ma piuttosto gli uomini barcollanti che uscivano e si voltavano, uno dopo l’altro, come se si fossero passati la parola, come se fosse svanito il sesso delle donne che li accompagnavano, per fare domande e inviti insinceri a quella cosa che stava più in là della gonna, della valigia e della scarpa investite dalla luce.

Subito dopo c’è il momento in cui mi fermai, dietro il bancone, per guardarla. In sala rimanevano solo gli inglesi del Brighton, i due uomini che fumavano la pipa e le tre donne che cantavano in coro, senza alcun brio, canzoni dolci e incomprensibili, la più magra con in mano l’ultimo pacchetto di stelle filanti. Adesso lei era nel negozio, seduta vicino alla porta, la valigia fra le scarpe, un cappellino in grembo, la testa sollevata per parlare con il piccolo Levy, morto di sonno. Aveva indosso un tailleur grigio, guanti bianchi alle mani, una borsa scura appesa alla spalla; lo dico per chiarire subito quello che le apparteneva e che non era il suo viso tondo, lucente per il caldo, fluttuante dietro le stelle filanti che pendevano dalla ghirlanda e cominciavano a oscillare alla brezza dell’alba.

Il piccolo Levy la lasciò per servire gli inglesi e venne a dirmi che chiedevano il conto; feci la somma e passai davanti a lei senza guardarla, evitando di metterla in allarme per poter continuare a osservarla da dietro il bancone. Ma quando ebbi finito di accompagnare gli inglesi alla macchina, di ringraziarli, di schermirmi per gli elogi alla mia festa, e di discutere con il più vecchio se il tempo nel pomeriggio sarebbe stato favorevole o no alla pesca nella diga, vidi che l’infermiere si era seduto accanto a lei. Capii che aveva approfittato della posizione della ragazza, protesa a incrociare gli occhi del piccolo Levy per chiedergli qualcosa; così l’infermiere dovette accontentarsi, per tutto il tempo, di una espressione che non era per lui, che era diretta a un altro, in realtà a chiunque. Ma questo non lo scoraggiò: continuava a fare domande, assentiva con entusiasmo ogni volta che lei mormorava qualcosa, comprendendo quello e tutto il resto, ciò che la ragazza diceva e ciò che rimaneva sotto le parole, con il suo passato e il suo futuro.

Dissi al piccolo Levy di prepararsi a chiudere e di fare un po’ d’ordine.

«Ti ha chiesto qualcosa la signorina?»

«No», rispose sbattendo le palpebre e lasciandosi invadere dal sonno e dalla stanchezza, mentre la faccia gli si riempiva di lentiggini. «Dice che dovevano aspettarla qui, che ha spedito un telegramma, che il treno è arrivato in ritardo».

«Chi doveva aspettarla?», chiesi. Pensavo che era troppo giovane, che non era malata, che c’erano tre o quattro aggettivi per definirla, tutti contraddittori.

«Devo chiederglielo?», disse il piccolo Levy.

«Lascia perdere. Ormai verranno a prenderla, oppure la sistemeremo al Royal o in qualunque altro posto. Domandale invece se ha fame o se vuole bere qualcosa».

Mentre io non guardavo, il ragazzo andò lentamente verso il tavolino e tornò indietro.

«Vuole una birra, non c’è ghiaccio, non ha fame».

Restai un po’ a muovere la bottiglia nella ghiacciaia perché si rinfrescasse. «È troppo giovane», pensai di nuovo, senza capire il senso di quel «troppo», o quale cosa ingrata stava coinvolgendo lei, e non solo lei, la sua giovinezza. Quando mi raddrizzai, l’infermiere, appoggiato con i gomiti al bancone, sorrideva alle proprie mani, reticente, modesto e trionfale.

«Lo sa?», cominciò, mentre io asciugavo la bottiglia ed esaminavo il suo bicchiere.

«Aspetti», gli dissi, sicuro che fosse importante non ascoltarlo subito. Andai fino al tavolino e stappai la bottiglia, lei mi ringraziò con lo stesso viso che aveva sollevato verso il piccolo Levy e che aveva tenuto accanto all’infermiere. Ma il viso conservava parecchio di quello che lei era quando stava nell’ombra, presso la porta del negozio, e forse qualche traccia del viaggio in treno e in autobus, e, se non mi spingevo troppo in là con l’immaginazione, di quello che era in solitudine e nell’amore.

Lo capii appena l’infermiere mi domandò: «Lo sa?»; oppure lo avevo capito ancora prima e mi ero lasciato fuorviare dal fatto che lei era troppo giovane... Ma non avevo ragioni per vantarmi di fronte all’infermiere, così, quando tornai al bancone giocando con il tappo della bottiglia, tollerai che ripetesse la domanda e si attardasse a bilanciare il suo sorriso introduttivo. Quando il piccolo Levy fallì per la terza volta nell’appendere una persiana gli dissi di andarsene a letto, a chiudere tutto ci pensavo io, e lui poteva venire a mezzogiorno per aiutarmi a fare pulizia e per riscuotere. Tutto questo al di sopra delle spalle dell’infermiere, delle sue braccia conserte sul bancone, della sua cravatta dei giorni festivi e del garofano bianco all’occhiello; attraverso il sorriso indelicatamente grossolano che continuava a sprigionare.

«Lo sa?», finalmente lo ascoltai. «È cosa da non credere. La ragazza ha mandato un telegramma per avvisare che arrivava e che l’aspettassero qui alla fermata dell’autobus, nel negozio. Il treno è arrivato in ritardo, più di due ore, e lei pensava che l’avrebbero aspettata, ma se ne sono andati. Non sono rimasti ad aspettarla. Ma se l’immagina di chi si tratta? Uno dell’albergo vecchio, uno che abita in montagna. Non l’indovina? Proprio lui, il nostro tipo. Così stanno le cose: una donna per la primavera e questa ragazza per l’estate. E magari il tipo ha il telegramma in albergo e celebra le feste nel villino delle portoghesi, ubriacandosi solo soletto. Infatti questa sera sono andato due volte nell’albergo vecchio, per la zitellona con il cagnolino e per il contabile, e il tipo non si è visto da nessuna parte. Ubriaco nel villino, ci scommetto. La ragazza vorrebbe che qualcuno l’accompagnasse all’albergo. Siccome il telefono sta là dietro, non le è venuto in mente che potrebbe telefonare da qui. Ma attenzione: e se il tipo non c’è? Può darsi pure che ha ricevuto il telegramma e non vuole venire: quello è capace di tutto».

«Non è arrivato nessun telegramma; arrivano sempre due giorni dopo».

«Bene», insistette l’infermiere, «non è passato di qui, non glielo hanno portato. Ma se era urgente, lei lo sa, a volte approfittano del viaggio e lo consegnano direttamente».

«Ma perché doveva essere urgente?», chiesi quasi infuriato. «Per avvisare che arrivava? Le ha forse detto che l’ha spedito urgente? E perché lei non le ha offerto di telefonare?»

«Sì», disse l’infermiere, impaziente e con aria di scusa. «Ma aspetti».

«Le dica pure di entrare e di chiamare l’albergo», dissi, curioso, calmandomi. «Il telegramma non arriverà prima di tre giorni. Oppure, meglio, telefoniamo noi».

«Aspetti, per favore», alzò una mano e sorrise di nuovo. «Telefoniamo subito naturalmente, e io posso trovare un’auto al Royal per accompagnarla dove vuole, e se il tipo non è in albergo la porto fino al villino. Ma adesso mi dica, sul serio: è malata? Viene a curarsi? Ha qualcosa ai polmoni?» Era ubriaco e teneva testa alla propria eccitazione, dilatando gli occhi in una espressione intensa, intelligente. «O lei crede che venga soltanto, dopo l’altra con gli occhiali scuri, per stare con lui perché non si annoi? Mi dica un po’. Allora viene fuori che il villino lo ha affittato per questa ragazza. Non le sembra troppo giovane?» Era più ubriaco di quanto pensassi, con una gran voglia di prendersi gioco di tutto, insolente; ma io sentivo che la sua inquietudine e la sua confusione erano più forti, e che mi aveva scelto per odiare in me una gran quantità di cose.

«Andiamo a telefonare», gli dissi toccandogli un braccio.

Adesso lei si era piazzata in piedi di fronte alla porta del negozio e guardava fuori, con le gambe ben piantate per terra e le mani sempre inguantate, bianche, unite sopra il fianco, come se fosse tanto stupida da mettersi ad attendere che il telegramma arrivasse da un momento all’altro all’albergo vecchio e costringesse l’uomo a scendere a prenderla. Andai fino alla porta e le parlai, e lei rispose evitando di guardarmi, con il viso rivolto verso l’oscurità, verso le scarse lucine sulla montagna. Non le sembrava opportuno telefonare all’albergo a quell’ora; desiderava che la portassero in auto fin là, o l’accompagnassero a piedi, o le indicassero la strada. Chiusi a metà il negozio mentre l’infermiere si dirigeva verso il Royal. Quando l’infermiere si fermò davanti a noi con una macchina sportiva scarlatta con la targa di Oncativo e il telefono suonò e lui andò a rispondere, presi la decisione di non pensare, timoroso di trovare gli aggettivi che corrispondevano alla ragazza e di farli cadere, insieme a lei, sulle spalle dell’uomo che dormiva nell’albergo o nel villino. Quando l’infermiere si avvicinò a noi e mi disse – «Non mi aspetti, andate pure» – che doveva tornare al Royal per fare un’iniezione alla bionda di Lamas, che era peggiorata e aveva perso conoscenza, seppi d’improvviso che le buste marroni scritte a macchina erano sue, della ragazza, e che la mansueta allegria del suo viso mi era stata anticipata varie volte, con minuziose depressioni corrispondenti, dalla dolcezza incredula del profilo dell’ex giocatore di pallacanestro.

Sapevo questo, e molte altre cose, e pure il finale inevitabile della storia, quando le posai la valigia sul grembo e avviai l’auto sulla strada dell’albergo. Non tentai di guardarla durante il viaggio; con gli occhi fissi sulla luce che oscillava elastica sulla strada sterrata, non ebbi bisogno di guardarla per vederle il viso, per convincermi che quel viso avrebbe affrontato, fino alla morte, in giorni luminosi e concitati, in notti simili a quella che stavamo attraversando, la sicura, fatua, illusoria vicinanza degli uomini: con il nasino che esponeva quasi a ogni posizione della testa, le narici sinuose e innocenti; con il labbro inferiore troppo grosso, con gli occhi piatti, privi di convessità, quasi semplici disegni di occhi tracciati con una matita bruna su una carta di un bruno più tenue. Ma non avrebbe affrontato solo gli uomini, certo, quelli che sarebbero venuti dopo questo al quale ci stavamo avvicinando, e quelli che lei avrebbe reso sicuramente felici, senza ingannarli, senza dover forzare la sua bontà o la sua comprensione, e che si sarebbero separati da lei già condannati a confondere sempre l’amore con il ricordo del viso sereno, delle punte di sorriso che erano lì senza un motivo nato nel suo pensiero o nel suo cuore, il sorriso che si formava solo per esprimere la placidità organica di essere viva, di andare d’accordo con la vita. Non solo avrebbe affrontato gli uomini, il viso tondo e senza profumi che non cercava di resistere alle scosse della macchina e si lasciava dondolare annuendo, con una candida, oscena consuetudine ad annuire; perché gli uomini potevano servirle solo come simboli, pietre miliari, punti di riferimento per un eventuale ordinamento della vita, artificioso e docile. Ma il fatto è che quel viso era stato creato per affrontare ciò che gli uomini rappresentavano e distinguevano; interminabilmente ansioso, incapace di vere sorprese, in grado di trasformare tutto immediatamente in memoria, in remota esperienza. Pensai a quel viso, eccitato, vigile, affamato, in un solo complesso pensiero, nel momento in cui lei separava le ginocchia per ogni amore definitivo e per partorire; pensai all’espressione recondita dei suoi occhi piatti di fronte alla vecchiaia e all’agonia.

«Lei lo conosce?», mi chiese; aveva i gomiti sopra la valigia e faceva girare il cappellino.

«Viene in negozio».

«Lo so. Come sta?»

«Sarebbe meglio domandarlo al medico. Ma starà bene, tra pochi minuti. Lei lo sa».

«Lo so», ripeté.

Voltai a destra ed entrammo nel giardino dell’albergo vecchio. Non mi lasciò prendere la valigia; camminò, un po’ indietro, allungando il passo, il viso rivolto in alto verso le stelle che cominciavano a sfumare. Parlai con il portiere di notte e aspettammo nella hall, in piedi e isolati, in silenzio; il portiere premeva il pulsante del telefono e lei faceva girare la testa paziente e ansiosa, memorizzando per il resto della sua vita le distanze, il pavimento, le pareti, i mobili di un luogo che l’uomo aveva attraversato quotidianamente.

Quando lui apparve in cima alla scala, magro, insonne, in maniche di camicia, con una pericolosa inclinazione allo scherzo, anticipando, un gradino dopo l’altro, prima di vedere la ragazza, prima di cercarla, il suo scoramento, i suoi rapidi adattamenti, accennai un saluto con la mano e mi ritirai fino alla porta. Lei sorrideva con la testa sollevata verso l’eccessiva lentezza dell’uomo e non si voltò quando mi disse grazie due volte, a voce alta. Da fuori, attraverso la tenda della porta a vetri, vidi che l’uomo si fermava, appoggiandosi al passamano, contratto, con la sua vecchia e protetta incredulità che, per un secondo, divenne grottesca e infantile. Rimasi lì finché li vidi sulla scala, abbracciati e immobili.

«Non farà bene a nessuno, né a loro né a me, pensare», decisi mentre tornavo con l’auto; il gestore del Royal stava spostando alcuni tavoli aiutato da un garzone; mi sedetti per chiacchierare e bere qualcosa.

«Se fosse l’ultimo dell’anno tutto l’anno, con solo un anno di attività io non dovrei più lavorare», disse il gestore con rapidità, rivelando di avere detto la frase parecchie volte; è un uomo grasso, calvo, roseo, triste, giovane. «Sembra che la bionda di Lamas non supererà la notte; l’infermiere è lì con lei e i due medici. Proprio all’inizio dell’anno».

Qualcuno teneva la finestra aperta al primo piano dell’albergo; stavano ancora ballando, ridevano, e le voci si abbassavano bruscamente fino ad assumere un tono di addii, di confidenze conclusive; passavano ballando di fronte alla finestra, e il disco era La vie en rose, con accompagnamento di fisarmonica.

«Abbiamo bisogno di un po’ di propaganda in più e di un po’ meno controlli», disse il gestore. Non gli importava l’argomento, spiava, come sempre, il mio viso e i miei movimenti, nervoso e grato. «Un’altra birra, per favore? L’industria alberghiera è molto particolare, non può essere trattata come le altre imprese. Per noi, lei lo sa bene, il fattore personale è decisivo».

La notte si era già fatta bianca e i galli cantavano a turno sulla montagna; sopra smisero di ballare e una donna cantò con voce soave, in francese, La vie en rose, che qualcuno aveva rimesso sul giradischi.

«Lei può ancora organizzare una bella festa per il giorno dell’Epifania», dissi al gestore; la donna del primo piano cantava marcando molto il ritmo perché qualcun altro potesse imparare. «E se il tempo ci aiuta, può stare sicuro che l’albergo si riempirà tutti i fine settimana».

«Lo credo anch’io», rispose il gestore; stapparono un’altra bottiglia e io sollevai il mio bicchiere.

«Sarà una buona annata, ne stia certo».

«Tutti gli anni dispari sono buoni», assentì lui.

Fin dalle prime ore dell’anno dispari l’uomo se ne andò dall’albergo vecchio; lo seppero il giorno dopo, a metà mattina, quando apparve per portare via alcuni abiti – non tutti, non liberò la camera anche se non andò a dormire là per tutto il tempo che la ragazza rimase in paese – e per accordarsi che ogni giorno gli portassero da mangiare alla casa delle portoghesi.

Cosicché se ne andarono verso la montagna poco dopo che io smisi di vederli abbracciati sulla scala, quando il corpo della ragazza correggeva la furia iniziale per offrire solamente cose che non esigevano reciprocità: protezione, pazienza, varianti della preoccupazione. Dovevano essere saliti fino alla camera dell’albergo, ma solo per un momento, solo perché lui doveva vestirsi e lei voleva guardare i mobili che lui usava. Se ne andarono camminando nella notte e salirono in montagna, lui con la valigia della ragazza e tenendola per mano per farle strada, mezzo passo avanti, orgoglioso e insistente, dissolta la sua impazienza fino ad approdare a quella sensazione di dominio, di autorità benevola, godendo di lei come se la rubasse, sapendo che appena avessero chiuso la porta della casetta sarebbe rimasto di nuovo spossessato, senza nulla di durevole da offrire, senza altra cosa autentica tranne la sua antica e ammansita disperazione.

La ragazza restò meno di una settimana e in nessuno di quei giorni li rividi, e nessuno mi disse di averli visti; in realtà i due esistettero per noi solo durante il viaggio giornaliero, a mezzogiorno, del garzone dell’albergo che risaliva la montagna con il cibo e un giornale sotto il braccio. Ed esistettero anche per me, nelle due lettere che arrivarono, due buste con gli indirizzi scritti a caratteri blu vigorosi che conservai in fondo al cassetto della corrispondenza, separate dalle altre. E tutto quello che potevo pensare di loro – oltre che per loro, con il desiderio vago e superstizioso di aiutarli – era il laborioso viaggio nell’oscurità, mano nella mano, silenziosi, lui un po’ avanti, per avvertirla dei pericoli con una pressione delle dita, le larghe spalle ricurve come per simulare lo sforzo di trascinarla, le teste chine sul suolo irregolare e invisibile, il rumore dei primi uccelli sopra le loro schiene, un passo dopo l’altro, regolari e senza fretta sull’umidità della terra e dei prati, come se la casa fosse a un’altezza infinita, come se il tempo si fosse fermato nella prima aurora dell’anno.

Non li rividi fino alla vigilia dell’Epifania; e non potei vederli altro che così, mentre camminavano a testa bassa, uniti da due dita, risalendo attraverso una notte come in sospeso, finché un pomeriggio l’infermiere capitò da me proveniente dal Royal, appoggiò un gomito sul bancone e mormorò senza guardarmi, con la pronuncia e l’intonazione di un inglese del Brighton:

«Una birra gelata, per favore». Si mise a ridere e mi diede una pacca sulla spalla. «Così stanno le cose. Finalmente ha abbandonato il suo covo e hanno pranzato in albergo; lei se ne va oggi. Può darsi che ormai non ce la facessero più a stare rinchiusi insieme. Ad ogni modo, sembra proprio un suicidio. L’ho detto a Gunz e ha dovuto darmi ragione. Il tipo ha tenuto aperto il conto dell’albergo, pensione completa, per tutta la settimana. E, per dirla tutta, si è comportato male anche nei riguardi di lei; non è onesto né bello averla portata in albergo, dove tutti l’hanno visto con l’altra. Tutti sanno che hanno dormito insieme nel villino da quando lei è arrivata. E la ragazza, può immaginarselo, per tutto il pranzo a guardare il piatto nascondendo gli occhi. In ogni caso lui non doveva esporla in quel modo, non doveva provocare la gente mettendola in mostra. Io non lo avrei fatto, e nemmeno lei».

Fu allora che li vidi arrivare sottobraccio lungo la strada, l’uomo con la valigia e vestito come se dovesse prendere il treno per la capitale; parlarono per un po’ fermi sotto il sole e poi svoltarono verso il mio negozio. Mi chinai ad aprire il cassetto della corrispondenza e subito lo richiusi senza neppure introdurvi la mano. Li guardai come se non li avessi mai visti, convinto che avrei potuto comprenderli benissimo se li avessi affrontati per la prima volta. Era il commiato, ma lui era allegro, intimidito, imbarazzato, e guardò me e l’infermiere con un rapido sorriso.

Si sedettero vicino alla grata, al tavolino dell’infermiere, il tavolino di fine anno degli inglesi. Chiesero caffè e cognac, fu lei a ordinarli, la ragazza, senza staccare gli occhi da lui. Sussurravano alcune frasi ma non stavano conversando; io rimanevo dietro il bancone e l’infermiere davanti, voltandomi la schiena e mostrando alla porta l’espressione consapevole e beffarda che avrebbe voluto rivolgere al tavolino. Io e l’infermiere parlavamo della grandine, di qualcosa di misterioso che si poteva intuire nella vita del padrone del Pedregal, dell’invecchiare e della sua fatalità; parlavamo di prezzi, di trasporti, dell’aspetto che hanno i cadaveri, dei miglioramenti ingannevoli, delle consolazioni che apporta il denaro, dell’insicurezza considerata come inseparabile dalla condizione umana, dei calcoli che avevano fatto i Barroso un pomeriggio, seduti davanti a un campo di grano.

I due non facevano che mormorare frasi staccate, e solo all’inizio; ma non conversavano: ognuno nominava una cosa, un momento, costruiva un terzetto di parole. Alternativamente, rispettando i turni, venivano dicendo qualcosa, senza sforzarsi, scoprendolo sul viso dell’altro, abbagliati e senza muovere le palpebre, con un breve sussurro, giocando a chi ricordava di più o a chi ricordava la cosa più importante, indifferenti all’idea di vincere. Continuai a tenerli d’occhio, ma né io né l’infermiere potevamo udirli. E quando noi eravamo passati ai reumatismi del padrone del Pedregal e all’amore esagerato che nutriva per i cavalli, loro smisero di parlare, continuando a fissarsi. L’infermiere non si rese conto di quel silenzio, o credette che fosse solo una pausa tra le frasi con cui tentavano la sorte. Accostato con il fianco al bancone, girando un po’ verso di me la testa rivolta alla porta, disse:

«Leiva è stato una specie di fattore del Pedregal. Una specie, dico. E m’immagino che per il gringo non doveva essere altro che un servitore. Il resto non contava; ma quando la puledra si azzoppò, il gringo la uccise con un colpo di rivoltella e quel giorno non mangiarono alla fattoria perché il gringo non volle. Né da nessun’altra parte».

Si guardavano in silenzio, lei a bocca aperta; il tipo non le accarezzava più la mano: si era posato la sua su una spalla e lì la teneva, quieta, rigida, mostrandomela. Continuai a parlare perché l’infermiere non si voltasse a guardarli; parlai del corpo gigantesco del gringo, ricurvo, appoggiato a un bastone; parlai della sua ostinazione, parlai dell’uomo e della puledra, della voce straniera che rivolgeva, dura, persuasiva, sicura dell’inutilità del colpo di grazia, alla testa nervosa dell’animale, al suo occhio sconcertato.

E loro se ne stavano muti a guardarsi, attraverso il tempo che non può essere misurato né separato, il tempo che sentiamo scorrere insieme con il nostro sangue. Erano immobili etranquilli. A volte lei alzava il labbro senza sapere che cosa faceva; poteva essere un sorriso, o la nuova forma del ricordo che le sarebbe venuto dalla vittoria, o la confessione totale, istantanea, di chi era lei.

Alcune persone entrarono a comprare e a portarmi storie; un camionista si fermò per chiedermi un po’ d’acqua e un’indicazione sulla strada; l’ultimo autobus per Los Pinos passò sobbalzando, svogliato, mentre il sole cominciava ad allungare l’ombra delle montagne. Indovinai l’ora e guardai la sveglia posata su uno scaffale. Loro se ne stavano quieti al tavolino, la ragazza, con le braccia incrociate sul petto, spingeva indietro la spalliera della sedia per guadagnare distanza e vedere meglio; lui, di spalle, largo e debole, la mano sulla spalla, il cappello che gli nascondeva la nuca. «Senza altro scopo che quello di guardare, senza fatica, senza volontà», pensai via via che giravo intorno a loro, senza decidermi a dirgli che l’autobus per la città era sul punto di arrivare. In quel momento potei vedere il viso dell’uomo, scarno, triste, immorale. L’infermiere mi guardava con un sorriso carico di pazienza.

«L’autobus», dissi ai due. «Arriverà tra poco». Mossero la testa per annuire; tornai al mio posto dietro il bancone e parlai con l’infermiere del fatto che è inutile affannarsi per sfuggire al destino. L’infermiere ricordò vari casi ed esempi.

L’autobus si fermò di fronte al negozio e l’autista entrò a bere una birra; rimase a guardare la valigia accanto alla ragazza.

«Non so», disse l’infermiere abbozzando un sorriso macchinalmente avvilito. «Possiamo domandare». Sembrava infuriato quando batté le mani: «Ultimo autobus!»

I due non si mossero; l’infermiere si strinse nelle spalle e appoggiò di nuovo il fianco al bancone; io sorrisi all’autista faccia a faccia. Già l’autobus se n’era andato e cominciava la sera quando pensai che non bastava che loro stessero fuori da tutto, perché questo tutto continuava a esistere e ad aspettare il momento in cui avrebbero smesso di guardarsi e tacere, in cui la mano dell’uomo si sarebbe separata dalla tela grigia del vestito per toccare la ragazza. Sempre ci sarebbero state case e strade, auto e distributori di benzina, altra gente che vive e respira, fa supposizioni, fantastica, consuma pasti, si osserva tediosa e riflessiva, finge e fa i suoi calcoli.

In piedi sullo sfondo della luce violacea della porta – lui aveva preso la valigia e mi sorrideva muovendo le palpebre, autorizzandomi a vivere – la ragazza alzò una mano e la posò sulla guancia dell’uomo.

«Andrai a piedi?», chiese.

Lui continuava a guardarmi.

«A piedi. Perché no? Certe volte cammino anche molto di più. Non abbiamo bisogno di affrettarci per prendere il treno».

Tentava, per me, per gli altri, gli altri che io rappresentavo, affacciandomi dietro la deliberata grossolanità dell’infermiere, docile e quasi in posa per una fotografia, un sorriso di cui non lo avrei creduto capace e che, nondimeno, lei contemplava senza stupore; un sorriso con il quale lui proclamava la propria volontà di proteggere la ragazza, di risparmiarle preoccupazioni transitorie, di addolcire la confessata impossibilità di tenerla lontano da quello che simboleggiavamo io e l’infermiere, il negozio, l’altitudine della montagna.

Mossero le mani per accomiatarsi da noi e uscirono in strada. Dovevano percorrere due tratti di un centinaio di metri, ora costeggiando il campo da tennis del Royal ora il muro che circondava i cortili della stalla; poi avrebbero voltato a destra per procedere tra due pareti di terra rossiccia, lungo un sentiero serpeggiante in discesa, fino a sfociare di fronte alla luce e alla bandiera del posto di polizia. Avrebbero camminato sottobraccio, molto meno in fretta della notte, ascoltando distratti lo strepito d’allegria e di disciplina che li avrebbe investiti da sinistra, proveniente dagli edifici nuovi fiammanti del campo d’aviazione. Forse avrebbero rammentato la camminata della prima notte, quando la ragazza era arrivata ed erano saliti in montagna fino alla casetta; forse avrebbero portato con loro, segreto e attivo ma non ancora disponibile come ricordo, il viaggio precedente, gli ovvi significati che potevano aggiungervi e sottrarvi.

Le lettere ripresero ad arrivare, stavolta con armonia: una scritta con l’ampia grafia blu insieme a un’altra battuta a macchina. Non provavo pena per l’uomo ma per quello che evocava quando veniva a bere la sua birra e a chiedere, senza parole, le sue lettere. Nulla nei suoi movimenti, nella sua voce lenta, nella sua pazienza denunciava un mutamento, la traccia dei fatti innegabili, le visite e gli addii. Questa ignoranza profonda o discrezione, ovvero questo sintomo di mancanza di fiducia che io avevo intuito in lui, può essere ricordato con certezza e creduto. Perché, inoltre, è vero che io continuai a cercare modificazioni, incrinature e legami, ed è vero che finii per inventarli.

Proprio a questo punto ci trovavamo quando stava crescendo l’estate, in gennaio e febbraio, e le mandrie di turisti riempivano gli alberghi e le pensioni della montagna. Stavamo giocando, io e lui – sebbene lui non lo sapesse o credesse di sapere altra cosa – durante quell’estate torrida il gioco della pietà e della protezione. Pensare a lui, e ammetterlo, significava aumentare la mia pena e la sua disgrazia. Mi abituai a non vederlo e non sentirlo, a dargli la sua birra e le sue lettere come se le porgessi a qualsiasi altra persona di quelle che entravano nel negozio con le più diverse tenute estive.

«Non creda che non me ne sia accorto», diceva l’infermiere. «Lei non vuole più parlare del tipo. E perché? Ha stregato anche lei? È cosa da non credere quello che succede all’albergo vecchio. Quello non saluta nessuno, ma nessuno vuole parlare male di lui. Della ragazza, sì. Neppure Gunz; non si può parlare con Gunz della morte del tipo. Come se lui non lo sapesse, come se non avesse visto morire cento altre persone migliori di quell’uomo».

Ogni mezzogiorno l’uomo ritirava le sue lettere, prendeva una bottiglia di birra e usciva in strada accennando un saluto, poi si infilava senza fretta nell’insopportabile calura, affascinandomi per un secondo con la rovina incessante delle sue spalle, con quanto c’era di annoiato, eroico e bonario nel suo corpo visto da dietro mentre se ne andava.

Era da poco finito il carnevale quando la donna scese dall’autobus dandomi le spalle e si attardò ad aiutare il bambino a scendere. Non si trattenne sotto l’albero né cercò la figura alta e contratta dell’uomo; non le importava che fosse lì ad aspettarla oppure no. Non ne aveva bisogno perché lui non era più un uomo ma un’astrazione, qualcosa di più sfuggente e tuttavia più vulnerabile. E forse era contenta di non doverlo affrontare subito, magari aveva organizzato le cose in modo da assicurarsi questa iniziale solitudine, i minuti di tregua per ricapitolare e acclimatarsi. Il bambino doveva avere cinque anni e non somigliava né a lei né a lui; guardava indifferente, senza timori e senza sorrisi, ben eretta la testa bionda, con i capelli tagliati di recente.

Non era possibile sapere che cosa nascondesse lei dietro le lenti scure; ma lì c’era il bambino, con le gambe che pendevano dalla sedia, e c’era lei che gli accostava la bibita fresca, gli accomodava il nodo della cravatta scozzese e con la saliva gli schiacciava il ciuffo sulla fronte. Non volle riconoscermi perché temeva qualsiasi rischio imprevisto, delazioni e passi falsi; mi salutò, al momento di andarsene, muovendo la bocca quanto era indispensabile, come se le labbra, gli occhiali, il pallore, l’umidità sotto le narici, tutto il suo corpo robusto e sereno non fossero altro che un delegato di se stessa, del proposito in cui lei si era tramutata, e come se considerasse necessario mantenere tale proposito libero da contatti e logoramenti, senza perdere quello che aveva via via raccolto e rafforzato per dare battaglia a sorpresa nell’albergo vecchio. E forse neppure questo; forse non mi vedeva né mi ricordava e, in un mondo spopolato, un mondo nel quale rimaneva soltanto una cosa da conquistare o da perdere, lei persisteva, senza un vero programma, con semplicità animale, nella conservazione appena esaltata della frangia di tempo che andava dal suo incontro in una sala da ballo, durante l’assegnazione di medaglie e coppe, con il pivot di una squadra internazionale di pallacanestro, fino a quella sera nel mio negozio, fino a pochi momenti prima di infilarsi in una stanza d’albergo, spingendo con le ginocchia il bambino impavido per fare appello, successivamente e alternativamente, alla pietà, alla memoria, al decoro, al sacro, senza un vero motivo.

Eravamo noi tre nel negozio deserto, ad aspettare che risuonasse il clacson dell’autobus per Los Pinos. Guardai le sue spalle tonde, la lentezza protettiva, quasi ironica, dei movimenti con cui badava al bambino e vuotava il bicchiere d’aranciata. Misi a confronto quello che potevano offrire lei e la ragazza, incerto sui vantaggi e gli svantaggi, senza prendere partito per nessuna delle due. Comunque mi era più facile identificarmi con la donna dagli occhiali scuri, immaginarla mentre entrava nella stanza dell’albergo, prevedere il moto di ritegno e d’impulso con cui avrebbe cercato di persuadere il bambino a lanciarsi subito verso il lungo corpo indolente steso nel letto, verso il viso indifeso e colto di sorpresa dell’uomo che si alzava dalla fiacchezza della siesta e rivendicava la sua inveterata espressione di integrità diffidente.

Tra le due avrei scommesso, contro ogni ragionevolezza, sulla donna e il bambino, per via degli anni, della consuetudine, della lunga convivenza. Una bella scommessa per l’infermiere. E in effetti il giorno dopo, in un paesaggio uguale, con identica luce rispetto al precedente, vidi la piccola valigia che oscillava di fronte alla portiera dell’autobus, lo stesso vestito grigio, il cappellino sgualcito dalla mano inguantata, bianca.

Entrò con la testa anche troppo alta, seppure con quell’inclinazione che l’attenuava e pareva suggerire, ingannevolmente, la capacità di separarsi, senza una vera e propria lotta, da tutto ciò che potesse vedere o pensare. Mi salutò come per sfidarmi e si piazzò di fronte al bancone, la valigia fra le scarpe, tre dita di una mano infilate a metà nella tasca della giacchetta.

«Si ricorda di me?», disse, ma non era una domanda. «A che ora c’è un mezzo per l’albergo vecchio?»

«Ha una mezz’ora di attesa. Se preferisce, possiamo cercare un’auto».

«Come l’altra volta», commentò lei senza sorridere.

Ma io non l’avrei portata, in ogni caso. Forse avevo pensato all’impossibilità di ripetere il primo viaggio e la sorpresa, o alla malinconia di tentarlo. Lei disse che preferiva aspettare e si sedette al tavolino che già conosceva; mangiò le stesse cose che mangiava l’infermiere, formaggio, pane e salame, sardine, tutto quello che potevo darle. Con un braccio posato sulla grata mi guardava andare e venire, esibiva con me l’espressione tollerante e aperta che aveva immaginato durante il viaggio.

«Quando arriverò avranno già pranzato», spiegò, sforzandosi di credere che un servizio di cucina fuori orario sarebbe stato lo scompiglio più grave che lei potesse provocare all’albergo.

Gli scarsi clienti entravano nell’ombra, venivano verso di me al bancone con le teste immobili, gli occhi fissi sul mio viso; chiedevano qualcosa a voce bassa, indifferenti al fatto che io li sentissi o no, come se fossero venuti soltanto per interrompere la mia sorveglianza, e si giravano subito per guardarla, curiosando nei piatti posati davanti alla ragazza. Poi mi cercavano gli occhi con clamorosa sorpresa, con burla e malizia; e tutti, uomini e donne, soprattutto quelle mai contente, donne affaticate che scendevano dalla montagna all’ora della siesta, volevano trovare in me qualche genere di complicità, concordare su una vaga condanna. Era come se tutti conoscessero la storia, come se avessero scommesso sulla stessa donna su cui io avevo scommesso e temessero di vederla fallire. La ragazza continuava a mangiare, senza nascondere il viso né ostentarlo. Poi si accese una sigaretta e mi chiese di sedermi a prendere un caffè con lei.

Così potei giocare con calma ai pronostici e alle congetture, e occuparmi seriamente dei suoi difetti, calcolare i suoi anni, la sua bontà. «Mi sentirei più a mio agio se la odiassi», pensavo. Lei mi sorrise mentre si accendeva un’altra sigaretta; continuò a sorridere dietro il fumo e d’improvviso, o come se io d’un tratto mi fossi reso conto, tutto cambiò. Io ero il più debole dei due, quello che era in errore; stavo scoprendo l’invariata sventura dei miei quindici anni trascorsi in paese, il rammarico di avere pagato come prezzo la solitudine, il negozio, questa condizione di non essere nulla. Io ero minuscolo, senza significato, morto. Lei andava e veniva, era da poco arrivata per soffrire e fallire, per incamminarsi verso un’altra forma di sofferenza e fallimento che non le importava intuire. E dovette rendersi conto che io avrei respirato meglio se avessi potuto odiarla; infatti volle aiutarmi e continuò a sorridermi tra le frasi inutili, dietro le dita rigide che muovevano la sigaretta, graduando secondo le mie necessità il sostenuto sorriso cinico, emozionante, e lo sfavillio ostile degli occhi.

E forse, come pensai più tardi, stava facendo tutto questo – il sorriso, l’indolenza, la sfacciataggine – solamente per facilitare il mio odio, la mia comodità, il mio ritorno alla rassegnazione; forse cercava anche di paralizzare la mia compassione nell’imminente futuro, nell’ora della sconfitta che avevo profetizzato o nell’altra ora, definitiva, lontana, al di là dell’orgoglio, e che lei stava attribuendo, come una fatalità, alla propria vita.

«Vivere qui è come se il tempo non passasse, come se passasse senza potermi toccare, come se mi toccasse senza cambiarmi», stavo mentendo in questo modo nel momento in cui arrivò l’autobus.

La ragazza lisciò un biglietto da dieci pesos sopra il foglio di giornale che fungeva da tovaglia, si rimise i guanti e andò fino al bancone con la valigia leggera.

«Non viene per restare», pensai mentre contavo il resto. «Ha portato solo i vestiti per una notte che non avrà neppure. Sa di aver viaggiato per sentire un rifiuto, per essere ragionevole e accettare, per rimanere nel tempo che resta all’uomo come un mito di incerta consolazione». Mormorò appena un saluto sorridendo al pavimento.

Continuai a vederla e ancora la ricordo così: superba e supplicante, china dalla parte del braccio che reggeva la valigia, non paziente, ma priva della comprensione della pazienza, con gli occhi bassi, capace di generare con il suo sorriso l’appetito sufficiente per continuare a vivere, per raccontare a qualcuno, con un moto delle palpebre, con un atteggiarsi della testa, che questa disgrazia non aveva importanza, che le disgrazie servivano solo a segnare delle date, a separare e rendere intelligibili il principio e la fine delle numerose vite che percorriamo e viviamo. Tutto ciò davanti a me, dall’altra parte del bancone, tutto questo insieme di invenzioni gratuite avvolto, come in una campana, nella penombra e nell’odore tiepido, umido, confuso, del negozio. Dietro l’autista dell’autobus la ragazza aveva camminato imitando l’inclinazione delle spalle dell’ex giocatore di pallacanestro.

Allora, quella stessa sera o qualche settimana dopo, tanto la precisione non importa più, perché da quel momento io non vidi di loro altro che le differenti maniere di fallire, l’infermiere e la cameriera, Reina, cominciarono a raccontarmi la storia dell’epilogo all’albergo e al villino. «Un epilogo», pensavo io, difendendomi, «un finale per la discutibile vicenda, come sono capaci d’immaginarlo questi due».

Si incontravano nel negozio, lui e la cameriera, ogni pomeriggio, dopo pranzo. Si poteva vederli dappertutto, e a nessuno nel paese o nel mondo sarebbe importato nulla di vederli insieme, nessuno avrebbe pensato che non erano fatti per incontrarsi. Ma mi viene da pensare che l’infermiere, o lei stessa, Reina, grossa, con la bocca socchiusa, con quegli occhi freddi, non convincenti, delle donne che hanno atteso troppo tempo, uno dei due immaginò di aggiungere qualcosa se si davano appuntamento durante la siesta nel mio negozio, se fingevano – davanti a me, davanti agli scaffali, davanti alle pareti intonacate con le loro bolle indurite – di non conoscersi, se si salutavano con brevi cenni del capo e se fabbricavano miserabili pretesti per riunirsi a un tavolino e bisbigliare.

Dovevano sentirsi molto miseri, senza veri e propri ostacoli, senza persecuzioni credibili; finivano sempre per girare verso di me le tonde facce sorridenti, attenti a non sfiorarsi; sospettavano che io avessi scommesso sulla donna robusta dagli occhiali scuri e si impegnavano nella sua difesa, nell’accurata, solidale enumerazione delle virtù che lei possedeva o rappresentava, dei valori eterni che la più matura delle due donne aveva rivendicato, per quarantotto ore, nell’albergo e nella casetta.

«Bisognerebbe ammazzarlo», diceva la cameriera. «Ammazzare lui. A quella puttanella, mi perdoni, non so che farei. La morte è poco, se si pensa che c’è di mezzo un figlio».

«Un figlio di mezzo», confermava l’infermiere; ma mi sorrideva lieto, vendicativo, sicuro della mia impossibilità di dissentire. «Lei l’ha accompagnata all’albergo quella notte di fine anno. Certo non poteva immaginarselo».

«Come poteva saperlo!», strillava lei strepitando, mentre cercava i miei occhi per assolvermi.

Io li ascoltavo raccontare e ricostruire l’epilogo; pensavo al pezzo di terra, alto, accidentato, dove vivevamo, alle storie degli uomini che l’avevano abitato prima di noi; pensavo a quei tre e al bambino, che erano venuti in questo paese per rinchiudersi e odiare, discutere e risolvere un passato comune che nulla aveva a che vedere con la terra che stavano calpestando. Pensavo a queste cose e ad altre, servivo al bancone, lavavo i bicchieri, pesavo le merci, davo e ricevevo denaro; era sempre pieno pomeriggio, con l’infermiere e Reina in un angolo, e li sentivo mormorare, sapendo che si stringevano le mani.

Quando la ragazza giunse all’albergo, l’uomo, la donna e il bambino erano ancora in sala da pranzo, silenziosi, alle prese con le tazze di caffè. Lei, la donna, alzò la testa e la vide. L’altra si era fermata a due tavoli di distanza, con la valigia che non aveva voluto lasciare in portineria, e proclamava con il suo sorriso alto e appena arrogante, con la calma dei suoi occhi piatti, che non voleva ferire né essere ferita, che non le importava perdere o vincere, e che tutto quello – la riunione del triumvirato in montagna, le prevedibili discussioni, le offerte di sacrificio – era, lo aveva scoperto da poco, era grottesco, vano, senza senso, così come sarebbe stato ingiusto qualsiasi accordo a cui fossero giunti. Ciò nonostante, malgrado la calma freddezza con cui guardava i tavolini vuoti, i bicchieri sporchi e i tovaglioli in disordine, fingeva – e questo per Reina era ripugnante e inesplicabile – di non avere scorto il gruppo macilento che si attardava sulle tazze di caffè tiepido.

«Guadagnava tempo, persino lei si vergognava nel vedere la creatura».

La donna la vide fermarsi, avanzare svogliatamente, e la riconobbe subito. Non aveva mai visto una fotografia sua, non era mai riuscita a strappare all’uomo aggettivi sufficienti per potersi costruire un’immagine di ciò che doveva temere e odiare. Comunque aveva manipolato visi, età, stature; e i labili insiemi che era riuscita a erigere, i mutevoli bersagli per il suo rancore – che erano, simultaneamente, fonti di autocommiserazione, di un risuscitato, stravolto orgoglio di fidanzamento e luna di miele – non potevano essere messi in rapporto con la ragazza che avvicinava al tavolino il suo sorriso diagonale e intimidito. L’uomo si alzò, le spalle più tristi e sminuite, i polpastrelli delle dieci dita sopra la tovaglia, mentre gli pendeva dalle labbra la lenta sigaretta che si concedeva dopo i pasti e che non riuscì a staccare. Mormorò un nome, nient’altro, non disse parole di benvenuto o di presentazione; e non si sedette più perché la ragazza non lo fece: rimase in piedi, alta sopra le lenti scure e la bocca scura dell’altra, sopra gli incuriositi battiti di palpebre del bambino, senza avere più bisogno del proprio sorriso, pensierosa, liberata da promesse davanti al bordo della tovaglia a quadretti dei pranzi, come un’ora prima di fronte a me e al bancone, con uno spigolo della valigia appoggiato su una sedia per sopportare la brusca invasione della stanchezza.

La donna dimenticò le anticipazioni che aveva costruito, ricordò di aver immaginato la ragazza esattamente com’era, riconobbe l’età, l’effimera bellezza, il potere e la falsità dell’espressione onesta e ingenua. Si applicò, di nuovo, a odiarla, senza sforzarsi, guidata da una lunga consuetudine, assistita dall’immediata certezza di averla odiata per tutta la vita.

La donna lasciò cadere nel caffè quello che rimaneva della sua sigaretta e abbassò adagio la testa; si guardò la mano con gli anelli, accarezzò il bambino e gli sorrise muovendo le labbra con suoni che non cercavano di formare parole, come se fosse da sola con lui. Allora l’uomo, lungo, ricurvo, si decise a staccare le mani dalla tovaglia, a togliersi di bocca la sigaretta e a offrire una sedia alla ragazza. Ma lei, prestando in quel momento il viso a un sorriso che non aveva nulla a che fare con l’arroganza, né con lo sdegno e neppure con l’amore, senza guardare l’uomo negli occhi, allontanò la valigia dalla sedia e rifece al contrario il percorso che aveva fatto prima tra i tavolini.

«Non le ho detto di venire qui», spiegò l’uomo, senza emozione. «Non qui all’albergo».

«Grazie», disse la donna; accarezzava i capelli del bambino e gli stringeva una guancia con le nocche. «È lo stesso, qui o da un’altra parte. Non è lo stesso? E poi, non avevamo già deciso? A volte dimentichiamo di chi è il denaro. Avresti dovuto invitarla a mangiare». Lo guardò, dimostrando che poteva sorridere. Con la bocca aperta, insonnolito, il bambino singhiozzò con un sussulto; la donna gli asciugò il sudore sotto il naso e sulla fronte.

La ragazza aveva attraversato la penombra del bar, di fronte al mobile con le chiavi della portineria, lenta, dando definitivamente la schiena alla sala da pranzo. Si fermò sulla terrazza per cambiare di mano la valigia e cominciò a scendere la scalinata. Non era capace di piangere in quel momento, non manifestava né la sconfitta né il trionfo mentre scendeva, un passo dopo l’altro, agile e senza fretta. L’autobus di Junquillo si fermò davanti all’albergo e l’autista chiamò con il clacson; un uomo scese per sgranchirsi le gambe e si trattenne a passeggiare, su e giù, piccolo, distratto, con un poncho color ruggine su una spalla. Forse lei guardava i ragazzini scuri, straccioni, che correvano nel campo di calcio.

«E lui è rimasto un momento senza sapere che fare, bisogna dirlo, non si è gettato di corsa come un pazzo dietro di lei», raccontarono la cameriera e l’infermiere. «Si è fermato a guardare nella sala da pranzo deserta la donna e il bimbo che sembrava malato. Finché l’altra è stata più forte della vergogna e del decoro e lui ha detto una cosa qualsiasi e le è andato dietro, lento come sempre, stanco. Può darsi che le abbia chiesto di perdonarlo. L’ha raggiunta davanti all’autobus, l’ha afferrata per un braccio e lei non ha neppure girato la testa per sapere chi fosse».

Discussero sotto il sole, fermi, mentre il garzone dell’albergo correva verso l’autobus, carico di pacchi. E quando la vettura mollò i freni e si avviò in discesa verso il mio negozio, lei cominciò a ridere e si lasciò prendere la valigia. Tenendosi per mano, flemmatici, risalirono la strada della montagna, costeggiarono il campo di calcio che cominciava a essere circondato di gente, svoltarono lassù in alto, all’angolo del dentista, e continuarono a procedere a zigzag fino alla casetta delle portoghesi. L’uomo indugiò sulla veranda, si fermò a guardare di là il letto asciutto del fiume, le rocce, la discarica dell’albergo; ma non entrò; videro che l’abbracciava e scendeva le scale della veranda. Lei chiuse la porta e la riaprì quando l’uomo era già lontano; poté vederlo finché lui si perse dietro gli uffici della cava, lo scoprì di nuovo, piccolo, impreciso, ai lati del campo di calcio e sulla strada.

Me lo immaginai mentre scendeva trotterellando verso l’albergo, dopo l’abbraccio; cosciente della propria statura, della propria stanchezza, del fatto che l’esistenza del passato dipende dalla quantità di presente che gli affidiamo, e che è possibile dargliene poca o non dargliene affatto. Scendeva dal monte, dopo l’abbraccio, giovane, sano, costretto a correre tutti i rischi, quasi a provocarli.

«Non c’erano più. Quando lui è tornato, la signora si era ritirata con il bambino, e il bambino si era fermato a sgambettare sulle scale. La porta della stanza era chiusa da dentro; tanto che l’uomo ha dovuto bussare e aspettare, con un finto sorriso per ogni persona che passava nel corridoio; finché lei si è svegliata o le è venuta voglia di aprire», raccontarono. «E il dottor Gunz ha insistito nel dire che non aveva visto nulla, anche se era in sala da pranzo quando lei è arrivata con la valigia; ma non ha potuto fare a meno di dire, parola per parola, che il tipo si sarebbe dovuto ricoverare in sanatorio fin dal primo giorno. Forse così avremmo potuto avere qualche speranza».

E lui bussò, lungo e sinuoso contro la porta, vergognoso nel chiarore stretto del corridoio percorso da cameriere e anziane signorine di ritorno dalla passeggiata digestiva in giardino; e rimase lìmentre aspettava, a evocare nomi antichi, di stinta oscenità, nomi che aveva inventato molto tempo prima per una donna che non esisteva più. Finché lei venne e girò la chiave, seminuda, esagerando il pudore e il sonno, senza occhiali, e si allontanò per buttarsi di nuovo sul letto. Lui poté vedere la forma delle cosce, i piedi scalzi trascinati sul pavimento, la bocca aperta del bambino addormentato. Prima di farsi avanti pensò, scoprì ancora una volta, che il passato non vale più di un sogno altrui.

«Sì, è meglio smetterla subito», disse sedendosi sul letto, senza altra sofferenza che quella di verificare che tutto è così semplice. «Avevo ragione, è assurdo, è malsano».

Poi incrociò le braccia e restò ad ascoltare stupito il pianto della donna, rattristandosi, come se si pentisse vagamente non di un atto, ma di un cattivo pensiero, avvertendo che il pianto vi alludeva ingiustamente. Stava contratto, sorridente, e si lasciava invadere dalla bontà finché gli fosse risultata insopportabile. Batté con entusiasmo la mano sul fianco della donna.

«Morirò presto», spiegò.

L’ultima parte del pomeriggio è andata persa; è probabile che lui abbia tentato di possedere la donna, pensando di poterle trasmettere le gioie che avrebbe riscattato con la lussuria. Quando arrivò la sera, l’uomo scese dalla stanza e si mise a scherzare con il portiere e il barista.

«È sceso vestito come sempre, con quell’abito grigio che non è né estivo né invernale, con colletto e cravatta e le scarpe lucide. Non ha altri vestiti; ma sembrava che avesse appena comprato tutto quello che aveva indosso. Ed era come se non fosse accaduto niente durante il pranzo, come se la ragazza non fosse arrivata e nessuno sapesse che cosa stava succedendo. Perché, come mai aveva fatto prima, è sceso allegro e ciarliero, ha scherzato con il portiere e ha costretto il barista a bere qualcosa con lui. Cosa da non credersi. E salutava con un gran sorriso chiunque arrivasse per la cena. C’è stato persino qualcuno che ha chiesto a Gunz se lo avesse dimesso».

Era stato sistemato un tavolo sulla terrazza per la cena e si erano appena seduti quando la ragazza salì la scalinata e si avvicinò, pigra, cortese. Diede la mano alla donna e mangiò con loro. Li sentirono ridere e chiedere vino. La donna robusta si era disinteressata del bambino ed era l’altra, la ragazza, a muovere regolarmente una mano per accarezzargli i capelli sulla fronte.

Ma c’è quel paio d’ore trascorse dal momento in cui l’uomo scese dalla stanza fino al momento in cui il cameriere venne a dirgli che il tavolo era apparecchiato sulla terrazza, e lui lasciò il bancone del bar per offrire il braccio alla donna con gli occhiali. E c’è quello che lui fece in quel paio d’ore per riconquistare il tempo vissuto nell’albergo, per caricarlo, nel ricordo degli altri, con le espressioni d’interesse e le semplici cortesie che lo avrebbero reso sopportabile, comune, indistinguibile dai tempi vissuti dagli altri. Tutto quello che l’uomo fece e sperperò in due ore, in armonia con loro e perché loro potessero distribuirlo nei mesi precedenti: i sorrisi, gli inviti e i saluti stentorei; le domande inquiete, di giustificabile audacia, sulla febbre e le diete, le manate sulle spalle degli uomini, gli sguardi rispettosi e anelanti alle donne. Ci fece entrare, anche, la breve commedia, le piroette a beneficio di quelli che bevvero con lui al bar, l’improvvisa serietà, la mano sollevata per supplicare complicità e silenzio, l’occhiata allarmata e riverente al dottor Gunz – che entrava in quel momento nella hall e chiedeva i giornali della sera mentre si sbottonava il panciotto – i passi rapidi e riservati verso la bilancia, il lungo corpo totalmente eretto, ringiovanito, immobile sopra la pedana. «Settantacinque»annunciò con sollievo riprendendo posto al bancone del bar. Di sicuro mentiva. «Posso berne un altro».

Tutti ridevano e lui si mostrava compiaciuto; conservò il suo sorriso mentre gli restituivano parte delle manate che aveva seminato via via sulle spalle degli altri, mentre pensava stupito alla facilità con cui la gente si spaventava per la morte, la odiava, credeva nelle scappatoie, di poter vivere senza di lei. Tanto valeva disperarsi o fare il pagliaccio, parlare di politica o ripetere mentalmente le parole straniere delle etichette delle bottiglie allineate sullo scaffale. E siccome stava pagando generosamente, con fretta e ostinazione, i debiti accumulati via via dal giorno del suo arrivo, si scusò con i busti che si chinavano sugli annunci turistici posti sotto il vetro del bancone, e si avvicinò, con un bicchiere pieno in mano, al tavolino di vimini dove il dottor Gunz leggeva le notizie di calcio e l’infermiere annotava su un taccuino le iniezioni che si era assicurato per il suo giro notturno.

«Mi sarebbe piaciuto che lei l’avesse visto. Io ho avuto difficoltà a convincermi che era la stessa persona».

L’uomo esibiva, mentre reggeva il bicchiere con le sue dita goffe, lo scintillio della cravatta e della camicia di seta – «come se quella fosse la serata più felice della sua vita, come se stesse festeggiando qualcosa» – sorrideva con vigile docilità ai baffi biondi di Gunz, al luccichio dorato dei suoi occhiali, alle parole rapide, nasali, che il medico gli stava dicendo.

«E io andavo e venivo, portando tovaglie e tovaglioli e piatti in sala da pranzo, perché, guarda caso, l’altra cameriera è malata, o così dice. Venivo carica dall’amministrazione e passavo tra il bancone e il tavolino dove erano seduti loro, prima che scendesse la signora con il bambino, che mi aveva appena chiesto acqua minerale e aspirine. E lo vedevo di spalle, ben pettinato, dondolarsi sulla poltrona, ridere ogni tanto alzando il bicchiere che teneva sempre in mano. Ed era come se chiacchierassero di cose qualsiasi, della pioggia o del pozzo nel campo da tennis».

Dalla medesima ondata incontenibile di gioia e amicizia che aveva sollevato fino ad allora per tutti, consultò il medico a proposito di speranze ragionevoli, a proposito di mesi di vita. E in quel momento dovette diventare più visibile, più ostentata – non per Gunz, né per l’infermiere, né per gli affaccendati viaggi della cameriera – l’ironia senza destinazione contenuta nella sua rapida campagna di recupero del tempo, nel suo tentativo di modificare il ricordo appariscente, sgradevole, che aveva imposto alla gente dell’albergo e del paese. Nel sorriso con cui ascoltava Gunz doveva esserci, esibita, quasi aggressiva, l’incredulità essenziale che io avevo intuito in lui a prima vista, la sonnolenta inettitudine per la fiducia che ebbe modo di scoprire alla prima fitta alla schiena e che aveva deciso di accettare totalmente nella giornata che ora rievocavano la cameriera e l’infermiere.

«Ma nessuno può prendere Gunz alla sprovvista. Gli ha parlato di cura radicale, come al solito; gli ha ricordato che fin dall’inizio gli aveva consigliato di ricoverarsi in sanatorio per una cura radicale. E il tipo, che doveva già essere ubriaco ma non smarriva la sua linea di condotta, rideva dicendo di non poter sopportare la vita in un sanatorio. E quando la donna è comparsa sulla scala con il bambino in braccio, lui ha cominciato a parlare di una partita con gli americani, che secondo qualcuno era stata persa per colpa sua, e di come era riuscito a malapena a non piangere quando gli avevano avvicinato il microfono alla fine della partita. Si è accomiatato ed è tornato al bancone del bar; ha lasciato che la donna passasse con il bambino dietro le sue spalle e uscisse sulla terrazza. Sono andata a chiedere al barista se aveva qualche chiamata per me, e lui stava raccontando la stessa storia della partita di pallacanestro con gli americani, questa volta dalla a alla zeta, cesto per cesto.

«Quando sono salita al 40 a portare le aspirine e l’acqua minerale lei mi ha trattato con molta gentilezza. Il bambino sedeva immobile su una sedia, vicino alla finestra, guardava fuori e chiamava un gatto. Lei mi ha aiutato a posare il vassoio sul tavolo e ha detto, mi ricordo, che era un’ottima idea usare scarpe di gomma. Ho risposto che erano molto riposanti ma mi facevano molto bassa. Era in sottoveste, senza lenti, e aveva gli occhi molto grandi e verdi, con le occhiaie. Sentivo che mi guardava mentre stappavo la bottiglia, appoggiata alla parete, le braccia incrociate, quasi afferrandosi le spalle. Come se fossimo amiche, come se io fossi salita al 40 a raccontarle una cosa e non trovassi il coraggio e lei aspettasse. E quando stavo per andarmene mi ha chiamata muovendo un braccio e ha detto, in tono serio: “Se lei mi vedesse, così, come adesso, senza sapere niente di me... Insomma, le sembra che io sia una donna cattiva?” “Per favore, signora”, ho risposto. “In ogni caso, la donna cattiva non è lei”».

Perché l’uomo aveva scelto, fra tutte le cose che non gli importavano, la storia della partita di pallacanestro? Lo vedevo dritto sullo sgabello del bar, mentre spargeva qua e là l’insignificante racconto di colpa, sconfitta e giovinezza. Lo vedevo scegliere, come la cosa migliore da esibire, come il simbolo più comprensibile e completo, la memoria di quella sera al Luna Park, il ricordo infedele, tante volte deformato, delle battute sui vestiti, dei biglietti d’ingresso rivenduti a cento pesos, della lotta, il sudore, il coraggio, i trucchi, la solitudine nella delusione, le luci abbaglianti, al centro del rumore della folla che se ne va, senza più grida.

Forse non aveva scelto un ricordo ma una colpa, vergognosa, pubblica, sopportabile, un danno di cui si riconosceva responsabile, che ormai non danneggiava più nessuno e che lui poteva rivivere, attribuirsi, esagerare fino a trasformarlo in catastrofe, fino a renderlo capace di sovrastare ogni altro rimorso.

«Hanno mangiato in terrazza come grandi amici, come se formassero, tutti e quattro, una famiglia unita, una cosa che si vede di rado. E quando la cena è finita il tipo ha accompagnato la ragazza al villino, e la donna ha sceso la scalinata, con il bambino in spalla, per accompagnarli fino ai cancelli dell’albergo. Dopo aver messo a letto la creatura è tornata in sala da pranzo e ha chiesto un bicchierino di liquore. È rimasta ad aspettare finché gli altri hanno lasciato solo Gunz; allora lo ha fatto chiamare e hanno conversato per una mezz’ora, il tempo che il tipo ha impiegato per andare e venire».

Lei non era né triste né allegra, sembrava più giovane e insieme più matura quando l’uomo li scorse dalla porta della sala da pranzo e si avvicinò piano, eretto, smorto, con aria beffarda e vigile. Gunz parlò ancora per qualche minuto, lento, assorto, mentre si puliva gli occhiali. La mano della donna sfregava quella dell’uomo, sollecita, non necessaria. Al di sotto della menzogna, della reazione pietosa, c’erano in lei lo stupore e la curiosità. Osservava l’uomo come se Gunz glielo avesse presentato da poco, dopo averle riferito una breve biografia che oltrepassava il presente, una storia profetica e credibile che riusciva a coprire alcuni mesi al di là di quel minuto, di quella circostanza. Non aveva mai dormito con lui, ignorava le sue abitudini, le sue antipatie, il senso della sua tristezza.

Gunz se ne andò e loro bevvero ancora un po’, silenziosi, separati per sempre, ormai d’accordo. E quando salirono le scale per andare a coricarsi, lei si sentì in obbligo di camminare appoggiata all’accertata forza dell’uomo, immaginando e correggendo l’impressione che potevano dare i loro due corpi, passo dopo passo, al portiere di notte e a quelli che restavano a sbadigliare nel bar, scoprendo – con un timido entusiasmo che non avrebbe mai dovuto accettare – che niente dura né si ripete.

«Certo, i fatti di quella sera», insisteva l’infermiere, «erano già abbastanza strani: le due donne come amiche di tutta la vita, il bacio che si sono date per salutarsi, ma quello che è successo il giorno dopo è da non credersi. Perché dopo il pranzo è stata lei a fare, da sola, la strada fino al villino, con un pacchetto che doveva contenere del cibo. Il tipo è rimasto con il bambino e l’ha portato a passeggiare nel luogo più bello che ha scoperto in tutto questo tempo: la discarica. Si è sdraiato al sole in maniche di camicia, con il cappello sul viso, strappando senza guardare fili d’erba secchi che masticava mentre il bambino si arrampicava fra le pietre. Poteva scivolare e rompersi l’osso del collo. E il tipo, guarda un po’, sdraiato al sole con la giacca come cuscino, il cappello sugli occhi, a pochi passi dal mucchio di cartacce, boccette rotte, batuffoli di ovatta sporchi, come un maiale nel porcile, senza preoccuparsi assolutamente di nulla, del bambino, di quanto potevano dirsi le due donne lassù. E quando ha cominciato a fare fresco, il bambino, affamato o annoiato, è andato a scuoterlo finché il tipo si è alzato e lo ha preso sulle spalle per riportarlo in albergo. Verso le cinque è arrivata lei; sembrava più magra, più vecchia, ed è rimasta da sola nel bar per bere qualcosa, con il viso appoggiato a una mano, senza muoversi, senza vedere. Poi è salita in camera e c’è stata la grande discussione».

«Non è stata una discussione», lo corresse Reina con dolcezza. «Io stavo riordinando la stanza di fronte e non ho potuto fare a meno di ascoltarli. Ma non sentivo bene. Lei ha detto che l’unica cosa che desiderava era vederlo felice. Neppure lui gridava, a volte rideva, ma era una risata falsa, rabbiosa. “Gunz ti ha detto che morirò. È per questo. Il sacrificio, la rinuncia”. A quel punto lei si è messa a piangere, e subito dopo anche il bambino. “Sì”, diceva lui, solo per torturarla, “sono morto, Gunz te lo ha detto. Tutto qui, un morto di un metro e ottanta, è quello che le stai regalando. Lei farebbe lo stesso, e anche tu accetteresti”».

«Non per difenderlo», intervenne l’infermiere, «ma bisogna tenere conto che era disperato. Non si può negare che c’è stato un accordo fra le due, e anche se era proprio quello che lui andava cercando, quando la cosa si è realizzata ha visto in faccia la verità. È chiaro che già lui la sapeva, la verità. Ma succede sempre così. Ebbene, lei l’ha vista venire qui con il bambino e prendere l’autobus; ed è sicuro che questa volta se ne andava per sempre. Loro vivono nel villino; gli portano da mangiare dall’albergo e non escono mai. Li si vede solo qualche volta, la sera tardi, fumare sulla veranda. E Gunz mi ha detto che la cosa sarà rapida, che ormai non servirebbe neppure ricoverarlo in sanatorio».

Lei era passata, è vero, davanti al negozio, con il bambino in braccio, senza entrare, preferendo l’ombra dell’albero per attendere l’autobus. Dal bancone, mentre asciugavo un bicchiere, l’avevo guardata come se la spiassi. Le avrei offerto qualsiasi cosa, tutto quello che avesse voluto da me. Le avrei detto che eravamo d’accordo, che io credevo insieme a lei che quello che stava lasciando all’altra non era il cadavere dell’uomo, ma il privilegio di aiutarlo a morire, la totalità e la chiave della vita del tipo.

Gli altri due continuarono a starsene chiusi nella casetta fino agli inizi dell’inverno, fino a qualche giorno dopo la prima nevicata dell’anno. Non arrivarono più lettere; solo un pacco con la dicitura «biancheria usata».

Andrade, dell’agenzia immobiliare, andò quattro volte a visitarli e ad aprirgli fu sempre la ragazza; cortese e taciturna, ignorando la sua curiosità e vanificando i pretesti per trattenersi che Andrade si era costruito durante il viaggio in bicicletta. Era il primo giorno del mese, i colpi alla porta potevano essere solo quelli di Andrade. Lei arrivava subito, come se fosse stata lì ad aspettare, con il suo golf scuro, i pantaloni sgualciti, con i veloci, esatti movimenti del suo corpo da ragazzo; salutava, eseguiva in silenzio lo scambio del denaro con la ricevuta e ripeteva il saluto. Andrade rimontava in bicicletta e tornava serpeggiando fino al suo ufficio, o continuava a visitare le case della montagna che amministrava, pensando a quello che aveva visto, a quello che era possibile dedurre, a quello che poteva inventarsi e raccontare.

Lo stesso giorno della partenza della donna con il bambino, l’uomo pagò il conto dell’albergo e se ne andò. Cosicché non era più, per i clienti, uno di loro; le cortesie, i racconti che aveva prodigato nell’ultima notte, cominciarono a essere dimenticati dal momento in cui scese la scalinata mettendosi in tasca la ricevuta, l’impermeabile sulla spalla, distribuendo con entusiasmo finale saluti silenziosi, rivolgendo qua e là il suo sorriso. I pazienti di Gunz e Castro ripresero a individuare subito, con maggiore esasperazione di prima, ogni cosa che li separava dall’uomo; e soprattutto ricominciarono a sentire la sua insopportabile ostinazione a non accettare la malattia che doveva affratellarli.

Non potevano dare un nome all’offesa, vaga e imperdonabile, che lui aveva incarnato nel periodo in cui era vissuto fra loro. Concentravano la loro furia sulla casetta delle portoghesi, che potevano vedere quando riposavano sulla terrazza o quando passeggiavano in giardino e sulla riva del torrente. E due volte al giorno, finché le giornate si accorciarono e del secondo viaggio riuscivano ormai a scorgere solo il prologo, potevano celebrare la persistenza del loro odio, che vedevano rinnovarsi con i tragitti del garzone dell’albergo carico di vivande, un giornale sotto il braccio, fino alla casetta bianca e rossa che fingevano di supporre chiusa per la vergogna. Controllavano gli ordini delle bottiglie che il garzone passava all’amministratore e occupavano il tempo immaginando scene della vita dell’uomo e della ragazza rifugiati lassù in alto, provocatoriamente e offensivamente liberi dal mondo.

L’infermiere aveva parlato di scandalo e affronto pubblico; era quasi sera quando accesi le lampade e incaricai il piccolo Levy di badare al negozio mentre io me ne andavo a bere un goccio e a chiacchierare di morti, cure e tariffe con il gestore del Royal. Uscii nel freddo azzurro e grigio, nel vento che sembrava non scendere dalle montagne, ma formarsi tra le fronde degli alberi della strada e da lì attaccarmi, più volte, quasi a ogni passo, esasperato e allegro. Procedevo a testa bassa, sentivo il rumore di un motore che s’interrompeva sopra la fabbrica degli aerei, e pronosticavo che il gestore del Royal mi avrebbe annunciato, con falsa apprensione, con infantile speranza, un inverno di neve e di strade bloccate, quando scorsi gli intermittenti cerchi di luce sulla strada sterrata. Mi fermai, la luce gialla della torcia elettrica si allargò sulla mia faccia e udii una risata; era un suono secco, intenzionale, prodotto per sfida. L’uomo puntò di nuovo la torcia verso il suolo, guardò le nuvole, e la spense.

«L’ho portata per il ritorno», disse. «L’ho trovata nel garage. Il nostro è un incontro casuale, perché lei se ne sta andando. Ma io venivo a cercarla. Voglio dire, devo parlarle e trattare con lei».

Stava immobile, altissimo, di spalle all’ultima striscia di chiarore delle montagne, nero e spettinato. Il vento gli scuoteva il cappotto e lo faceva schioccare con un suono che si poteva confondere con quello della tosse, molto distanziata, che l’uomo nascondeva alzando la mano e la torcia.

«Non l’avevo riconosciuta», dissi, senza sapere se dovevo offrirgli la mano, pensando velocemente alla sua storia. «Andiamo in negozio, va bene? Perlomeno là non c’è vento».

Mi seguiva senza parlare, calpestando la strada come se cercasse di schiacciare qualcosa. «È la prima volta che parla», pensai entrando nel negozio. Tutto in precedenza erano monosillabi, grugniti, gesti, una sola parola. «È ubriaco, ma non di alcol, e ha bisogno di continuare a parlare, come se stesse precipitando e volesse farla finita al più presto».

Entrai sfregandomi le mani e mi liberai dei vestiti, sebbene il freddo e un po’ di vento fossero pure dentro il negozio. Non volli girarmi a guardarlo. Battei sulla spalla del piccolo Levy che stava a bocca aperta, estatico, con il berretto calato sugli occhi, dietro il bancone. Restammo soli e riempii due bicchieri di vermut. L’uomo tolse la mano dalla grata della finestra e venne verso di me sorridendo, con le braccia staccate dal corpo e facendo oscillare la lunga torcia nichelata. Si chinò per dominare la tosse e sorrise di nuovo, arrossato, lacrimoso.

«Scusi», mormorò. «Se non le dispiace, preferisco l’acquavite».

Gli servii quello che mi chiedeva e dissi «salute» prima di bere, senza averlo ancora guardato. Cominciai a esaminare il cappotto, nero, vecchio, troppo largo, con i bottoni molto grossi e un colletto di velluto, quasi nuovo.

«Lei stava uscendo», disse. «Non voglio che per me... È cosa di un minuto». Si fermò e si guardò intorno, serio, sorpreso, inquisitivo. Girò un’altra volta la testa, più tranquillo, alzò il bicchiere e lo vuotò. Mi guardava come se non gli importasse di vedermi, il labbro sollevato e fermo. Toccava il bancone con la punta delle dita per tenersi dritto, dentro il cappotto nero, odoroso, anacronistico; esibiva le ossa pelose dei polsi e chinava la testa per guardarli, alternativamente, compassionevole e con affetto; a parte questo non era altro che zigomi, la durezza del sorriso, lo sfavillio degli occhi, attivo e infantile. Mi era difficile credere che si potesse fare un volto con così pochi elementi: gli aggiunsi una fronte spaziosa e gialla, occhiaie, linee azzurre ai lati del naso, sopracciglia unite, castano scure.

«Mi versi un altro bicchiere», disse. «È semplicissimo, ci hanno tagliato i viveri. Sono riusciti a sopportare solo qualche mese; ma io mi sono attardato, non sono stato capace di crepare in tempo, dentro i limiti della decenza, come loro speravano. Eccomi ancora qui, con la tosse e in piedi. Sono fatto così, faccio progetti, ci credo, arrivo fino a giurarci sopra, e poi non li realizzo. Non voglio annoiarla, mi scusi. Allora, proprio oggi all’albergo hanno esaurito la pazienza. A mezzogiorno il garzone ci ha portato il pasto e ha detto che non sarebbe più tornato. Si sentiva pieno di vergogna, si è fermato a raschiare il pavimento con il piede, è persino possibile che abbia avuto pietà di noi. Lo abbiamo pagato e gli abbiamo dato la mancia. E lei, di nascosto, è uscita sulla veranda perché io non la vedessi piangere. Sta male, certo; si era resa responsabile della mia guarigione, della mia felicità. Ha ereditato un po’ di denaro dalla madre e le è venuto il capriccio di spenderlo in questo modo, per curarmi. Infine, siamo rimasti d’accordo sul fatto che dobbiamo continuare a mangiare finché io non creperò. Così sono venuto a trovarla, a chiederle se può farci arrivare il cibo, una o due volte al giorno, e per poco tempo. Non penso di morire, ma può darsi che presto ce ne andremo».

Gli dissi di sì, mentendo, perché non sapevo come procurargli i suoi due pasti giornalieri, domandandomi perché ricorrevano a me e non a qualsiasi altro albergo o pensione. Lui stava contro il bancone, affilato e goffo, e giocava con la luce della torcia perché non gli veniva in mente una frase per accomiatarsi. Servii un altro giro d’acquavite, e immaginai che la ragazza lassù nella casetta avrebbe approfittato della sua assenza per piangere ancora un po’.

Una vecchia delle montagne aveva raccontato che una domenica si era avvicinata alla casetta per chiedere un fiammifero, che una finestra era aperta e l’uomo, solo, in piedi, nudo, si guardava allo specchio di un armadio; muoveva le braccia, accennava un sorriso curioso, di lieve stupore. E non era, ricostruivo io, che avevano finito in quel momento di agitarsi nel letto e l’uomo era stato sorpreso mentre passava davanti allo specchio. Si era denudato lentamente di fronte all’armadio per riconoscersi, scheletrico, con macchie di peli che erano aggiunte convenzionali e non intenzionalmente sarcastiche, con il ricordo insistente di quello che era stato il suo corpo, incredulo del fatto che i femori potessero sostenerlo e del sesso che pendeva tra le ossa. Non solamente magro allo specchio, ma in fase di dimagrimento, per poco che si animasse a guardare e a valutare.

Frugò con una mano nella tasca del cappotto, ma io parlai prima che la estraesse.

«Non è niente. Offro io. Allora siamo d’accordo, pasti per due, due volte al giorno».

Colpì la parete con la luce della torcia e sorrise, con lento orgoglio, come se fosse appena riuscito nel suo intento.

«Grazie. Tutto quello che ci manderà andrà bene. Non arrivano più lettere. La verità è che io le ho chiesto di non scrivermi».

Si mosse per mettersi di fronte a me, mi mostrò il viso, conservò ancora più largo il suo sorriso negativo. Era invecchiato e smorto, distrutto, svuotato; eppure era più giovane di tutte le altre volte, riproducendo la testa che aveva rizzato sul cuscino, nell’adolescenza, subito dopo la prima crisi. Cambiò in un rumore il suo sorriso e mi tese la mano; lo vidi attraversare la porta, audace, marziale, spingendo controvento il cappotto fluttuante che un tempo gli era stretto sul petto: lo vidi trascinare, in salita, la luce della torcia.

Non lo rividi per quindici o venti giorni; gli portavano le vivande dal Royal e adesso era lui che riceveva il garzone – il piccolo Levy – e lo pagava ogni giorno.

La ragazza saltò fuori di nuovo nei pettegolezzi dell’infermiere quando scese dalla montagna al crepuscolo per cercare Gunz in albergo e fermarsi sulla terrazza ad aspettarlo, sorridente e silenziosa con i camerieri e i clienti che potevano riconoscerla. Nella versione dell’infermiere, Gunz alzò le spalle e disse di no; poi rimase a bisbigliare, con la testa china verso di lei e il tavolo; al di sopra del corpo del medico la ragazza guardava lontano come se fosse sola. Alla fine lo ringraziò e si offrì di pagare le tazze di caffè; Gunz l’accompagnò fino ai cancelli dell’albergo e si fermò per un momento, con le mani nelle tasche dei pantaloni, mentre la vedeva allontanarsi e salire, con la giacca gonfia che avanzava nelle prime ombre della sera.

Nel racconto della cameriera – non si sarebbe più sposata con l’infermiere, arrivava al negozio da sola e nelle ore in cui non poteva incontrarlo – la ragazza era scesa una sera per tirare giù dal letto Gunz e aveva mostrato a quelli che chiacchieravano sonnolenti nel bar un viso dove c’era più spavento che tristezza. Gunz, senza entusiasmo, alla fine aveva accettato di salire fino al villino stringendo per un braccio la ragazza.

Li rividi, di sorpresa, prima che la cameriera o l’infermiere potessero informarmi che i due se ne andavano. Scelsero la mattina, tra le sei e le sette, per arrivare insieme al mio negozio, solitari nel freddo, ciascuno con la sua valigia.

«Eccoci di nuovo», disse l’uomo rizzandosi.

Si sedettero vicino alla finestra e mi chiesero due caffè. Lei, assonnata, mi seguì per un po’ con un sorriso con cui cercava di dare spiegazioni e di trovare pace. Osservai i loro occhi insonni, le espressioni indurite, sazie, volenterose. Mi era facile figurarmi la notte che avevano alle spalle, mi tentava, nell’eccitazione mattiniera, ricomporre i dettagli delle ore di veglia e abbracci definitivi, studiati.

Avvolta nel cappotto di lana, con un berretto azzurro da sciatore, la ragazza batteva le palpebre guardando fuori; il suo viso era tondo, infantile, indagatore. Con un enorme orologio che gli ballava al polso, l’uomo aprì una mano più grande del solito per reggersi la mascella, solo e confuso di fronte alla sua tazza vuota. Il vapore annuvolava il mattino dietro i vetri e le grate; il sole si mostrava a intervalli, il freddo si stava facendo palpabile al centro del pavimento di terra battuta del negozio.

«Andiamo in sanatorio», disse l’uomo quando mi avvicinai a riscuotere perché aveva agitato un biglietto in aria; la ragazza arricciò il naso e la bocca per dire qualcosa, ma continuò a guardare il mattino fra le grate. «Ieri l’ho detto al ragazzo; ma ad ogni modo volevo avvisarla che il servizio è finito. E ringraziarla».

Mi appoggiai al tavolino e recitai una bella farsa, chiedendogli di perdonarmi la qualità del cibo, come se l’avessi cucinato io. Qualcuno, Mirabelli vista l’ora, passò tirandosi dietro una vacca col campanaccio; la ragazza teneva la nuca sul braccio dell’uomo, ascoltava gli uccelli, i primi motori, la fine della sua nottata.

«Il dottor Gunz dice che è sicuro», mi raccontava l’uomo dal cavo della mano, con un sorriso accidioso e allarmato, con una voce che non sarebbe riuscita a svegliare la ragazza se fosse stata addormentata. «Tre mesi di sanatorio, un regime da caserma».

«Gunz è un ottimo medico. E ha molta esperienza».

«Molta esperienza», ripeté lentamente, divertito; guar-

dava verso il centro della sala, esattamente nel punto dove io sentivo che si ammucchiava il freddo; adesso il viso gli stava in mano, le punte delle dita toccavano sulla tempia i capelli lunghi e dal taglio irregolare. «E poi, cominciare daccapo. Si rende conto? Solo tre mesi; ma anche se fossero sei».

Mi parve che non avesse alzato la voce, ma lei smise di guardare la nuvola acquosa della finestra e posò gli occhi, come l’uomo, al centro del pavimento del negozio. Il primo cliente vero fece entrare un saluto rauco e indiretto, lo struscio triste dei sandali; aveva un basco in testa, baffi lunghi, un fazzoletto da lutto. La mano della ragazza percorse il petto dell’uomo e risalì fino a stringere le dita gigantesche che sostenevano la testa.

Freddoloso, arrochito, l’uomo dal fazzoletto nero lisciò un biglietto sopra il bancone e mi chiese un bicchierino di gin. Mentre glielo riempivo vidi avvicinarsi la camionetta del sanatorio, da poco ridipinta, che ballonzolava dolcemente. La ragazza e l’uomo intuirono e si accinsero con fatica ad alzarsi, intorpiditi; non mi salutarono nell’andarsene; lui reggeva le due valigie, lei si mise a scherzare con l’autista che era sceso dalla vettura e stringeva contro il ventre il berretto con visiera e distintivo.

Tre mesi, aveva mentito Gunz, sei mesi, aveva ammesso l’uomo. Li immaginavo immobili, su letti bianchi di ferro, lassù, sistemati provvisoriamente in una stanza del sanatorio, naso e mento puntati con decisione verso un soffitto intonacato a calce, mentre giocavano ancora al malinteso, d’accordo fra loro di aspettare senza protestare, senza fare commenti oziosi, l’ora in cui gli altri avrebbero riconosciuto il proprio errore per decidere, con piccole scuse, con frasi negatrici del tempo, con pacche cordiali, di rimandarli indietro nel mondo, nell’abbandono, nella discordia, nella dilazione. Immaginavo la lussuria furtiva, le richieste dell’uomo, i rifiuti, i compromessi e i furori spietati della ragazza, i suoi modi tenaci, mascolini.

Erano passati pochi giorni dei sei o dei tre mesi quando, con l’aiuto del più piccolo dei Levy, mi misi a pulire il negozio a fondo e a stendere l’inventario. Allora rividi, in fondo al cassetto della corrispondenza, sotto il libretto nero delle lettere raccomandate, le due buste dalla grafia ampia e blu che non avevo voluto consegnare all’uomo quando erano arrivate, d’estate. Non ci pensai molto; me le misi in tasca e quella notte lessi le lettere, solo, dopo aver fissato le persiane. Una, la prima, non aveva importanza, parlava dell’amore, della separazione, del significato intravisto o attribuito a frasi o gesti del passato. Parlava di intuizioni e di scoperte, di sorprese, di attese durate a lungo. La seconda era diversa; il paragrafo che conta diceva: «E che posso fare io, adesso meno che mai, considerando che in fin dei conti lei è sangue tuo e vuole spendere generosamente il suo denaro per restituirti la salute. Non avrei il coraggio di dire che è un’intrusa perché, a guardare bene, sono io quella che s’intromette fra di voi. E non posso pretendere che tu dica sinceramente che tua figlia è l’intrusa, visto che io ti ho dato poco e sono stata più che altro d’impiccio».

Sentii vergogna e rabbia, per parecchi minuti la mia pelle fu vergogna, e dentro mi crescevano la rabbia, l’umiliazione, il serpeggiare di un piccolo orgoglio tormentato. Pensai di fare un sacco di cose, salire fino all’albergo e raccontare tutto a tutti, burlarmi della gente di lassù come se io avessi saputo da sempre ogni cosa e mi fosse bastato guardare una gota o gli occhi della ragazza durante la festa di fine anno – e neppure questo: i guanti, la valigia, la sua pazienza, la sua tranquillità – per non condividere l’errore degli altri, per non aiutare con il mio desiderio, incosciente, la sconfitta e l’angoscia della donna, che non le meritava; pensai di salire fino all’albergo e passeggiare in mezzo alla gente senza dire una parola della storia, tenendo la lettera in mano o in tasca. Pensai di passare in sanatorio, di portargli un sacchetto di frutta e sedermi vicino al letto per veder crescere la barba dell’uomo con un sorriso amichevole, per sospirare in segreto, alleviato, ogni volta che lei lo avesse accarezzato timidamente in mia presenza.

Ma tutta la mia eccitazione era assurda, più degna dell’infermiere che di me. Perché, supponendo che avessi interpretato nel modo giusto la lettera, non aveva importanza, rispetto all’essenziale, il vincolo che univa la ragazza con l’uomo. Era una donna, in ogni caso; un’altra.

L’unica cosa che feci fu bruciare le lettere e cercare di dimenticare; e alla fine potei riabilitarmi ampiamente dal fallimento, solo di fronte a me stesso, scartando la possibilità di essere udito dall’infermiere, da Gunz, dal maresciallo e da Andrade, mentre scoprivo e ricoprivo il viso dell’uomo, alzavo le spalle, mi allontanavo dal corpo steso sul letto per andare verso la veranda della casetta delle portoghesi, verso la mordente notte gelida, e dicevo a voce bassa, con forzata pietà, con flebile disprezzo, che all’uomo non restava altro che la morte e non aveva voluto condividerla.

«Allora?», mi domandò l’infermiere, rispettoso, trattenendo l’eccitazione.

Uscii sulla veranda e mi appoggiai alla balaustra, tremando di freddo, a guardare le luci dell’albergo. Mi bastava anteporre la mia recente scoperta all’inizio della storia perché tutto diventasse semplice e prevedibile. Mi sentivo investito di un grande potere, come se l’uomo e la ragazza, e anche la donna matura e il bambino, fossero nati dalla mia volontà per vivere ciò che io avevo deciso. Continuai a sorridere mentre mi rimettevo a pensare a questo, mentre accettavo di perdonare l’avidità finale del campione di pallacanestro. L’aria aveva odore di freddo e di secco, di assenza di piante.

Entrai nella stanza e m’imbattei, pieno di bontà, nel bisbiglio dei quattro uomini. Visitai con lentezza la casetta, osservai e sfiorai con la punta delle dita ritratti, centrini, tende, cuscini, fodere, fiori secchi, quello che avevano fatto via via e poi lasciato lì le quattro donne morte, i lavoretti che erano cresciuti nelle loro mani, fra meccanici e stupidi cicalecci, presentimenti e ribellioni, consigli e ricette di cucina. Contai le agonie sotto il soffitto listato da travi nere, nuove, inutili, usando le dita per capriccio. Pensai, distratto e irriverente, alla verginità delle tre sorelle e a quella della loro amica, una donna molto giovane, bionda, grassa. Nella stanza in fondo scoprii un mucchio di giornali che non erano mai stati sfogliati, quelli che si faceva portare dal garzone dell’albergo; in cucina una fila di bottiglie di vino, nove, mai stappate.

Tornai, un passo dopo l’altro, nella stanza dove si trovavano il cadavere e gli altri.

«Non ha avuto pazienza, signora», spiegava Gunz a una donna magra, con la testa coperta da uno scialletto, che annuiva.

«Proprio così», disse Andrade, adulatore e triste. L’infermiere parlava con il maresciallo di procedure e rimozioni; sorrise nel vedermi entrare e voleva chiedermi qualcosa, ma io mi voltai verso le scarpe e quello che si vedeva dei pantaloni del morto, verso la forma incomprensibile sotto il lenzuolo.

«Poco sangue, signora», informò l’infermiere, con un tono interrogativo diretto a Gunz.

«Quello che gli restava», scherzò il medico sbadigliando.

Io fissavo il letto con tutte le mie forze, convinto di poter scoprire perché avesse chiesto i giornali per non leggerli, perché avesse comprato le bottiglie per non aprirle, convinto che m’importasse saperlo.

«Che ne dice se le lascio il certificato?», domandò Gunz.

«Come vuole, dottore», recitò il maresciallo. «Ma se può aspettare un pochino...»

E lì, sul pavimento, c’era la pistola scura, corta, adatta, che lui si era portato con sé confusa con il bianco delle magliette e dei fazzoletti e che aveva sempre tenuto in tasca, o alla cintura, nascondendola con astuzia e impudenza, sapendo che la nascondeva a se stesso, placido e rinfrancato perché poteva nasconderla come un oggetto dell’una e dell’altra, dell’infondatezza di se stesso.

Il maresciallo e Gunz erano usciti sulla veranda ad aspettare il commissario; mi arrivava soltanto il rumore lento delle loro parole, l’immagine dei fili di vapore che gli uscivano di bocca. Alle mie spalle, riscuotendosi dallo sconcerto, dalla curiosità, dalla paura, la donna magra cominciò a fare domande.

«Non lo ha visto?», disse felice l’infermiere. «Ha un aspetto naturale. Più magro, magari; più tranquillo». S’interruppe, e io so che mi stava guardando angosciato; ripeté la sua storia a voce bassa perché io non la sentissi ancora.

«Era spacciato, anche se, naturalmente, non glielo hanno mai detto. Lei sa com’è. Stavano in sanatorio da venti giorni e lo tenevamo a riposo con le iniezioni. Un regime molto severo. Non stava né meglio né peggio. E sempre contento, un vero signore. Con lui c’era la ragazza. Non so, la signora, che badava a lui. E questa mattina, quando lei si è svegliata e il paziente non era in camera, siamo andati a cercarlo per tutto il sanatorio; poi abbiamo saputo che era sceso con la camionetta. L’autista è abituato, persone che ce la fanno appena a camminare e a cui viene voglia di fare un giro. Non si può impedirlo, signora; così è nel sanatorio, piena libertà. Ma non riappariva, l’autista si è stancato di aspettarlo e noi non sapevamo cosa pensare finché Andrade ci ha telefonato».

«Proprio così, signora», confermò Andrade; in quel momento io li stavo a guardare, divertito, dondolando per cominciare a scaldarmi. «Mi hanno detto di averlo visto entrare a mezzogiorno, anche se lui mi aveva restituito le chiavi, e non ho voluto crederci. Io non ero venuto neppure per pulire. Ma c’era una finestra illuminata al calare del sole e sono andato a bussare. S’immagini quando ho aperto la porta e sono entrato. Forse si era tenuto una chiave della porta della cucina».

«Era ancora così giovane, poveretto», disse la donna; e cercò di mettersi a piangere.

Io, l’infermiere e Andrade ci stringemmo nelle spalle e subito dopo sentimmo il rumore del motore dell’auto che si fermava. Il maresciallo e Gunz camminarono lungo la veranda, colpendo a ogni passo, come di proposito, il silenzio luminoso e freddo, la durezza della notte imparziale.

«Il commissario», annunciò con solennità l’infermiere, e la donna disse un’altra volta di sì con la testa.

Mi sedetti sul divano, tremando e in pace con me stesso; preferii non muovermi quando entrò la ragazza, che andò dritta verso il letto e ripeté con incredibile lentezza il mio gesto di scoprire e ricoprire.

Il maresciallo e Gunz occupavano la soglia della porta, la vecchia e l’infermiere si stringevano contro la parete, Andrade indietreggiò con il basco in mano. Quasi senza respirare, guardai la ragazza che chinava il viso sull’insieme inopportuno, furiosamente orizzontale, di scarpe, pantaloni e lenzuola. Rimase immobile, senza lacrime, accigliata, tardando a comprendere quello che io avevo scoperto vari mesi prima, la prima volta che l’uomo era entrato nel mio negozio – non aveva altro che questo e non volle condividerlo – decorosa, eterna, invincibile, mentre si preparava già, senza saperlo, a qualsiasi altra notte futura e violenta.

APPENDICE
Juan Carlos Onetti e l’avventura dell’uomo
di Mario Benedetti

L’atmosfera dei romanzi e dei racconti di Juan Carlos Onetti, pervasi e giustificati dalla loro carica soggettiva, era già stata preannunciata in una delle confessioni finali di El pozo (il suo primo libro, pubblicato nel 1939): «Sono un uomo solitario che fuma in un posto qualunque della città; la notte mi avvolge, si compie come un rito, gradualmente, e io non ho nulla a che fare con lei». Né Aránzuru (in Tierra de nadie, 1941), né Ossorio (in Per questa notte, 1943), né Brausen (nella Vita breve, 1950), né Larsen (nel Cantiere, 1961) smisero di essere quell’uomo solitario, la cui ossessione è contemplare in che modo la vita lo avvolga e si compia come un rito con cui lui non ha nulla a che fare.

Ogni romanzo di Onetti è un tentativo di impegnarsi, di introdursi a fondo e per sempre nella vita, e la drammaticità delle sue narrazioni deriva precisamente da una costante riprova dell’estraneità, della forzata incomunicabilità sofferta dal protagonista e, pertanto, dall’autore. Il messaggio su cui quest’ultimo insiste, con diverse storie e in vari gradi di realismo indiretto, è l’essenziale fallimento di ogni legame, il malinteso generale alla base dell’esistenza, il mancato incontro dell’individuo con il suo destino.

L’uomo di Onetti si propone sempre un faccia a faccia con la fatalità. Ossorio, in Per questa notte, non riesce a convincersi di poter fuggire, e a questa mancanza di convinzione si deve la sua occasionale tenerezza per la figlia di Barcala. È capace solo di una modesta – ed equivoca – euforia sentimentale, a tempo determinato, quando amare fino alla morte equivale ad amare fino a sera. Nella Vita breve la convinzione di Brausen che ogni via di scampo gli sia preclusa arriva al punto che, quando si rende conto che un altro, un estraneo, ha commesso il crimine che lui si era riservato per sé, protegge pericolosamente l’omicida a ogni costo, meglio di quanto è solito proteggere se stesso. Per lui, Ernesto non è che un esecutore, il crimine resta inesorabilmente suo, è il crimine di Brausen. L’unica spiegazione dell’aiuto offerto a Ernesto è l’ostinato desiderio che il crimine appartenga a lui. Lo protegge perché in questo modo difende il proprio destino. La vita breve è, per molti aspetti, una sorta di dichiarazione di intenti di Onetti. In Per questa notte e Tierra de nadie l’autore aveva organizzato la propria ossessione; nella Vita breve, invece, cerca di raggiungerla. Emir Rodríguez Monegal ha segnalato che La vita breve chiude, in un certo senso, il ciclo documentaristico inaugurato dieci anni prima con El pozo. In effetti il ciclo si chiude, ma con una mezza confessione di impotenza, o piuttosto di impossibilità: l’individuo non può confondersi con il mondo, non riesce a mischiarsi con la vita. Da questo difetto sorge, paradossalmente, un altro percorso, un’altra possibilità: il protagonista del romanzo finisce per ideare un essere immaginario che si confonde con la sua stessa esistenza e nella vita del quale può a sua volta confondersi. Questa soluzione irreale, già nel campo del fantastico, equivale ad ammettere l’insufficienza di quel realismo che sembrava la scelta prediletta dall’autore, e rivela la convinzione che tale realismo, in fin dei conti, era un vicolo cieco.

Tuttavia, non è nella Vita breve che Onetti ricorre per la prima volta a questo espediente. Parallelamente ai romanzi, l’autore ha infatti costruito un altro ciclo, forse meno ambizioso, ma altrettanto emblematico del suo universo, degli interrogativi che da sempre lo tormentano. In due volumi di racconti, Un sueño realizado y otros cuentos (1951) e El infierno tan temido(1962),[1] ha sviluppato tematiche minori nell’ambito di una struttura e di uno spazio adatti. A differenza di altri narratori uruguayani, ha scritto racconti con tematiche da racconto, e romanzi con tematiche da romanzo.

È in «Un sogno realizzato», il racconto più importante del primo volume, che Onetti ricorre esplicitamente a una soluzione di indole fantastica e si spinge, in questo campo, più in là di Coleridge, Wells e Borges. Non si tratta più dell’intrusione del sogno nella veglia, né del solito incubo premonitore, ma piuttosto di forzare la realtà a seguire i passi del sogno. La ricostruzione, in una scena artificiosamente reale, di tutti gli elementi onirici provoca anche una ripetizione geometrica della soluzione finale. L’autore evita di raccontare la fine del sogno, che resta un’incognita insoluta, ma è possibile far luce parallelamente sulla conclusione della scena. In un certo senso, il lettore resta un po’ sconcertato, soprattutto davanti all’ultimo paragrafo, che disorienta sempre alla prima lettura. Fin dall’inizio la donna fornisce una serie di dettagli che permettano a Blanes e al narratore di ricostruire il sogno con la maggiore fedeltà possibile. Fa quindi riferimento al tavolo verde, alla bottega con le cassette di pomodori, all’uomo seduto su una panca da cucina, all’automobile, alla donna con il boccale di birra, alla carezza finale. Tuttavia, nel momento in cui la scena viene effettivamente allestita a teatro, si aggiunge a queste circostanze un ultimo fatto, decisivo: la morte della donna, che non figurava nel copione iniziale. Il disorientamento del lettore deriva dal fatto che fino a quel momento la realtà ricalcava il sogno, vale a dire che i dettagli onirici permettevano di costruire la realtà, mentre ora è l’ultimo particolare della scena che permette di ricostruire la conclusione del sogno. Ed è proprio questa conclusione – solo implicita – a trasformare la morte in suicidio. Il lettore, che ha seguito un ritmo obbligato di associazioni, di colpo si rende conto che il sogno si trasforma in qualcos’altro, diametralmente opposto a quello annunciato dalla donna.

Questa inevitabile fuga dal realismo non è però l’unico, né il principale, merito di «Un sogno realizzato». Quando il narratore presenta la donna, confessa di non aver indovinato, al primo sguardo, cosa vi fosse di particolare in lei, «né quella cosa come un nastro bianchiccio e molle di pazzia, che aveva dipanato, tirato con blandi strattoni, come se fosse una benda appiccicata a una ferita, dei suoi anni trascorsi, solitari, per venire a fasciare con quella, come una mummia, me e alcuni dei giorni passati in quel posto noioso, così zeppo di gente grassa e mal vestita»,[2] e aggiunge: «La donna doveva essere sulla cinquantina e quel che non si poteva dimenticare di lei, quel che sento ora mentre la ricordo camminare fino a me nella sala da pranzo dell’albergo, era quell’aria da giovanetta del secolo scorso che fosse rimasta addormentata e si risvegliasse ora un po’ spettinata, appena appena più vecchia ma sul punto di raggiungere la sua età in qualsiasi momento, di colpo, e spezzarsi lì in silenzio, sgretolarsi corrosa dal lavorio silenzioso dei giorni».[3] Anche lei quindi è un’emarginata, qualcuno che non ha saputo introdurre la propria solitudine nella vita degli altri, ma questa condizione non la lascia affatto indifferente, anzi è per lei di un’importanza terribile, sconvolgente.

Quando la donna spiega a Blanes come dovrà essere la scena, e conclude dicendo: «Intanto io sono adagiata sul marciapiede come se fossi una bambina. E lei si china un po’ per accarezzarmi la testa»,[4] sa in effetti che raggiungerà la sua età (quella della ragazza che dovette essere) in quel momento e potrà così spezzarsi in silenzio, sgretolarsi, corrosa dal lavorio segreto dei giorni. Il deliberato abbandono alla carezza dell’uomo, la volontà di scegliere la morte come se scegliesse un ideale, fissano in modo inimitabile la sua tenerezza anacronistica, prosciugata, per quanto ostinatamente disponibile. Per lei, Blanes non è nessuno; è solo una mano che accarezza, la metafora del passato che viene a riscattarsi dal proprio egoismo, dal proprio rifiuto goffo, sostenuto. La carezza di Blanes è per lei l’ultima possibilità di perdonare il mondo. In «Un sogno realizzato», Onetti isola crudelmente l’individuo solitario e indesiderabile, superiore alla tediosa realtà che costruisce, superiore ai propri scrupoli e alla propria vigliaccheria, ma irrimediabilmente inferiore al proprio mondo immaginario.

Rispetto ai romanzi, i racconti di Onetti presentano due differenze evidenti: un campo d’azione obbligatoriamente ristretto, che semplifica, rafforzandola, la propria drammaticità, nonché il relativo abbandono – o l’incosciente trasposizione – del peso soggettivo sopportato dal protagonista nei romanzi, che costituisce in genere un limite, un’insistenza a volte monotona del narratore. La simmetria presente nei romanzi, evidente nella Vita breve(l’omicidio della Queca coincide con il culmine della narrazione) e più dissimulata nel Cantiere (il colloquio di Larsen con il vecchio Petrus, che per certi versi è la chiave dell’opera, ha luogo proprio nella parte centrale del romanzo), costituisce nei racconti una vera e propria tecnica narrativa. Vi è sempre, nei racconti, un movimento di andata e ritorno, una metà preparatoria e una conclusiva. Nella prima parte di «Un sogno realizzato» la donna racconta il suo sogno; nella seconda, questo viene messo in scena. Anche in «Benvenuto, Bob» la voce narrante differenzia abilmente l’adolescente dell’inizio, «quasi sempre solo, ad ascoltare jazz, con la faccia insonnolita, felice, pallida»,[5] dal Roberto del finale, «l’uomo dalle dita sporche di nicotina»,[6] «che fa una vita grottesca, che lavora in un qualsiasi ufficio fetido, sposato con una grassa donna che definisce “la mia signora”».[7] In «Esbjerg, sulla costa» l’inganno delinea due fasi ben distinte nella relazione di Kirsten e Montes. In «La casa sulla sabbia» l’arrivo di Molly trasforma il clima e provoca le reazioni sinistre, faulkneriane, del Colorado.

Tale ribaltamento deliberato, che rappresenta in Onetti una sorta di teoria del racconto, non toglie aspettativa alle sue narrazioni. La metà preparatoria di solito enuncia i percorsi possibili; quella finale narra nei dettagli il percorso scelto.

Nei racconti di Onetti – e, di fatto, anche nei suoi romanzi – succedono poche cose. La trama si costruisce intorno a un’azione grave, fondamentale, che giustifica la tensione creata fino a quell’istante e provoca la diluita testimonianza che segue. Fatta eccezione per «Un sogno realizzato» – la cui soluzione rimette a un semplice ritorno alla sua conclusione – negli altri racconti del primo volume la conclusione è del tutto assente. Vi è, piuttosto, una decisa insistenza ad approfondire il contesto (con tanto di dettagli, elementi precisi e inutili formalità) nel quale il racconto resta sospeso. Vi è, inoltre, l’evidente proposito di stabilire le nuove circostanze che, a partire dal momento finale, tormenteranno il personaggio.

Non esiste un momento culminante in «Benvenuto, Bob», se non l’incredibile rivincita, anzi, nell’ultimo paragrafo si stabilisce la cronicità di un presente che continuerà a girare intorno a Roberto fino a esaurire la sua volontà di tornare, la sua capacità di recupero: «vado costruendo per lui progetti, credenze e domani diversi che hanno la luce e il sapore del paese della giovinezza da dove lui è giunto qualche tempo fa. E lui accetta; protesta sempre affinché io raddoppi le mie promesse, ma termina dicendo di sì, finisce per stortare un sorriso credendo che un giorno potrà tornare al mondo e alle ore di Bob e se ne resta in pace in mezzo ai suoi trent’anni, muovendosi senza disgusto né intoppi fra i cadaveri spaventosi delle antiche ambizioni, le forme ripugnanti dei sogni che si sono andati logorando sotto la pressione distratta e costante di tante migliaia di piedi inevitabili».[8] Nemmeno in «Esbjerg, sulla costa» c’è un momento culminante, ma Montes finisce «per convincersi che ha il dovere di accompagnarla [Kirsten], che così paga a rate il debito che ha con lei, come sta pagando quello che ha con me; e adesso, questo sabato pomeriggio, come tante altre notti e mezzogiorni […], se ne vanno insieme oltre Retiro, camminano per il molo finché la nave non se ne va […], e quando la nave comincia a muoversi, dopo il fischio, si fanno duri e guardano, guardano fino a non poterne più, ognuno pensando a cose tanto diverse e nascoste, ma d’accordo, senza saperlo, sullo scoramento e sulla sensazione che ognuno è solo, che sempre si rivela spaventosa quando ci mettiamo a pensarci».[9] Quindi, il sabato pomeriggio è anche in questo caso un presente cronico, un immutabile motivo di separazione che fin da subito corrode il tempo e invalida ogni via di fuga.

Da quanto emerge dai suoi racconti, si può dedurre che il messaggio di Onetti non include, né pretende farlo, alcun suggerimento costruttivo. Al contrario, si percepisce chiaramente che l’uomo di questi racconti si afferra a una possibilità che lentamente fugge dal suo futuro immediato. Roberto si sforza, senza speranza, di recuperare la giovinezza di Bob; Kirsten non riesce a dimenticare la sua Danimarca, e Montes non riesce a dimenticare la Danimarca di Kirsten; solo la donna di «Un sogno realizzato» ottiene la sua carezza, a costo di morirne.

La peculiarità di tutto ciò è che l’atteggiamento di Onetti – come dice Orwell di Dickens – «non è nemmeno distruttivo. Non c’è alcun indizio che voglia sovvertire l’ordine costituito, né sembra convinto che in tal caso le cose sarebbero molto diverse». Onetti offre passivamente la propria testimonianza, la propria versione crudele, amaramente rassegnata, del mondo con cui entra in collisione; ma trascina con sé la chiara convinzione che non spetti necessariamente alla letteratura modificare le condizioni – per quanto deplorevoli – della realtà, ma piuttosto esprimerle con elaborato rigore, con una fedeltà non troppo servile. È chiaro che questi racconti non riescono a trasmettere il clima opprimente di Onetti nella sua interezza, né tutte le sfumature del suo mondo immaginario. I romanzi risultano sempre più asfissianti. Eladio Linacero[10] soffre di una solitudine più impercettibile e crudele di quella dell’ultimo Bob; Brausen fa sogni più grandi della donna accarezzata da Blanes; il Díaz Grey della Vita breve è, per certi aspetti, più canaglia del suo omonimo della «Casa sulla spiaggia»; il Larsen del Cantiere, nella sua autoflagellazione, è più sicuro del Montes di «Esbjerg, sulla costa». Ciononostante, questi racconti brevi sono imprescindibili per apprezzare certe sfumature dell’approccio di Onetti, della sua visione agonica dell’esistenza, che i romanzi non sempre accolgono. I racconti inoltre (fatta eccezione per «L’inferno tanto temuto») sembrano meno crudeli, meno cupi. Attraverso qualche fenditura penetra a volte una sorta di discolpa davanti al destino, un breve barlume di speranza che i Brausen, gli Ossorio, gli Aránzuru, i Linacero non sono soliti irradiare né percepire. Speranza che, d’altra parte, non è mai estranea alla «sensazione che ognuno è solo, che sempre si rivela spaventosa quando ci mettiamo a pensarci».[11]

Tra la prima e la seconda raccolta Onetti scrisse un altro racconto, intitolato «Jacob e l’altro», che ottenne il primo premio nel concorso letterario indetto nel 1960 dalla rivista statunitense Life in spagnolo. Ambientato, come la maggior parte delle sue narrazioni, nell’immaginaria e niente affatto speciale Santa María, «Jacob e l’altro» narra un episodio indipendente, basato su due personaggi (il lottatore Jacob van Oppen e il suo impresario, il Commendatore Orsini) di passaggio in città. Santa María li accoglie in occasione di un’esibizione di lotta e di un’eventuale sfida nella quale saranno in gioco 500 pesos. Lo sfidante è un bottegaio turco, giovane e gigantesco, ma la vera promotrice è la sua fidanzata («piccola, intrepida e giovane, molto bruna e col corto naso a uncino, gli occhi chiari e freddi»[12]) che ha bisogno di quei 500 pesos come il pane, perché è incinta e il denaro servirà per il matrimonio, obbligatorio.

Con queste premesse e l’apprensione di Orsini per le misere condizioni fisiche del suo pupillo, Onetti costruisce un racconto acre e compatto, nel quale si succedono tre diversi punti di vista: del medico, del narratore e dello stesso Orsini. Con grande abilità lo scrittore fa intuire al lettore che a tirare i fili della vicenda sono la ragazza del turco e Orsini, mentre Jacob e lo sfidante sono semplici strumenti; ma nel finale uno di questi si ribella e inizia ad agire autonomamente. Sebbene Onetti cominci a raccontare la storia dalla fine (nella versione del medico che opera il gigante malconcio), in realtà il lettore ignora di quale lottatore si tratti; immagina solo il nome, e in genere sbaglia. Quello che è successo veramente si saprà solo leggendo le ultime pagine. Si tratta di un racconto crudele, spietato, nel quale i personaggi danno sfogo ai loro peggiori istinti; quindi non invita all’adesione da parte del lettore. Tuttavia, con personaggi sgradevoli e dissoluti è possibile fare buona letteratura, e il racconto di Onetti è un’eccezionale conferma di questa antica legge.

Il volume intitolato El infierno tan temidoinclude tre racconti oltre a quello che dà il titolo alla raccolta: «Storia del cavaliere della rosa e della vergine incinta venuta da Lilliput», «L’album» e «Mascarada». Quest’ultimo, fra tutti i racconti finora pubblicati da Onetti,[13] è senz’altro il meno efficace. La vicenda è appena abbozzata, ma porta con sé un carico di simboli e mezzi simboli che la sopraffanno fino a frustrarne l’effetto. Tuttavia, può essere di un certo interesse per la storia della nostra narrativa. Si tratta di un racconto pubblicato separatamente diversi anni fa, quando il romanzo oggettivo non era ancora in voga. Se lo si legge con attenzione, si vedrà che il personaggio di María Esperanza è visto (senz’altro in modo piuttosto primitivo) come un oggetto, e come tale è descritto, senza approfondirne l’intimità. «L’album» racconta, come quasi tutti gli scritti di Onetti, un’avventura sessuale. Ma – come in quasi tutti – aleggia sull’avventura un piccolo mistero, un arcano d’occasione, che funge da pretesto, da giustificazione per l’elemento sordido. Il ragazzo di Santa María che si lega a una sconosciuta, una forestiera che «veniva dal porto o dalla città con la valigia leggera da aereo, avvolta in una pelliccia che doveva soffocarla»,[14] gioca con lei il gioco della menzogna, dei viaggi immaginari, della finzione costruita lentamente, palmo a palmo. Quando però la donna se ne va e di lei non resta che la sua valigia, l’illuso si trova fra le mani un album le cui innumerevoli fotografie testimoniano che i viaggi da lei narrati non erano frutto dell’abbagliante impulso della sua immaginazione, ma qualcosa di molto più banale: la semplice verità. Onetti, inesorabilmente caustico, maneggia con destrezza questa sfiducia nella verità, ma su tale inevitabilità fonda una sorta di tensione, di improbo patetismo.

«Storia del cavaliere della rosa» è senz’altro meno riuscito. L’idea è buona e l’aspettativa ben dosata, sia nella grottesca relazione della ricca donna Mina con un partner caricaturale, sia nel processo che porta alla stesura del testamento. Tuttavia, l’aspettativa conduce a ben poca cosa, e il convulso finale sembra solo un fiacco tentativo di creare un effetto. Vi sono brani di ottima prosa, più o meno umoristica, ma se si ricorda l’eccezionale maestria che Onetti ha messo altre volte al servizio dei suoi racconti, questo passa decisamente in secondo piano. In compenso, «L’inferno tanto temuto» è il miglior racconto pubblicato finora da Onetti. Nel suo senso più ovvio è la semplice storia di una vendetta, ma a un livello più profondo è certamente qualcosa di più. Risso, il protagonista, si è separato dalla moglie in seguito a una strana infedeltà (lei è andata a letto con un altro, ma solo come un modo per aggiungere qualcosa al proprio amore per Risso). La donna scompare e poco tempo dopo inizia a spedire (a lui, e a persone a lui vicine) foto oscene che, incredibilmente, documentano via via il suo progressivo degrado. Risso arriva a interpretare quell’aggressiva propaganda, quella calcolata esibizione d’indecenza, come un’insolita e disperata prova d’amore. E forse (nonostante la testimonianza di qualcuno che narra in terza persona rivolgendo violenti epiteti contro la donna) non ha tutti i torti. Sta di fatto che l’ultima foto centra «il punto veramente vulnerabile di Risso»;[15] lo colpisce proprio nell’istante in cui l’uomo si era deciso a tornare con la moglie. Lucien Mercier ha scritto che questo racconto è «un’introduzione al suicidio». Io toglierei la parola introduzione: è suicidio puro e semplice. La perseveranza con cui Risso costruisce la propria interpretazione, l’abiezione che lui trasfigura in prova d’amore, dimostrano una sorta di incosciente volontà di autodistruzione, quasi una profonda vocazione a essere ingannato. In realtà, è lui stesso a chiudere le porte, a precludersi ogni via di fuga, creando un simulacro di credulità affinché il colpo lo centri in pieno. Mansueta qual è, tanto ingannevole o inesperta, la sua bontà diventa impura, forse anche più impura della metodica e studiata vendetta di cui è oggetto. Per affrontare un tema così vischioso, ci vuole coraggio letterario. Come solo Céline aveva saputo fare, Onetti infonde a questo racconto la più ardua qualità di un’opera d’arte: quella di elevarsi a partire da ciò che è sgradevole, abietto. Si tratta di quel tipo di letteratura che, se non si impone come capolavoro, diventa subito immondizia. L’impresa di Onetti consiste nell’aver salvato la sua tematica da quest’ultimo inferno, tanto temuto.

«Non voglio raccontare che l’avventura dell’uomo». Questa dichiarazione di intenti, apparentemente minimi, appartiene a Juan Carlos Onetti ed è tratta da un reportage di Carlos María Gutiérrez. Sebbene l’esperienza consigli di non dare troppo credito all’arte poetica degli scrittori, è bene riconoscere che questo proposito di Onetti, così cauto, è allo stesso tempo sufficientemente ampio da comprendere non solo la sua opera, ma quasi tutta la letteratura contemporanea. Da Marcel Proust a Michel Butor, da Italo Svevo a Cesare Pavese, da James Joyce a Lawrence Durrell, sono numerosi i narratori del ventesimo secolo che potrebbero aver sottoscritto l’intenzione di non rappresentare che l’avventura dell’uomo. Tutto è relativo però, perfino l’avventura.

Per Proust l’avventura consiste nel risalire nel tempo fino a vedere come il passato proietta «quell’ombra di se stesso che chiamiamo futuro»; per Pavese, invece, l’avventura è un bagliore istantaneo («la poesia non nasce da our life’s work, dalla normalità delle nostre occupazioni, ma dagli istanti in cui alziamo la testa e scopriamo con stupore la vita»); per Butor, infine, l’avventura consiste nel circondare la vicenda di innumerevoli cerchi concentrici, tutti fatti di tempo. E così via. Ora, quale sarà per Onetti l’avventura dell’uomo? Giacché la sua arte poeticanon getta molta luce sul suo creatore, proviamo a far sì che questa volta sia la creazione stessa a illuminare l’arte poetica.

Con dodici libri pubblicati in poco meno di trent’anni, Onetti rappresenta nel nostro paese uno dei casi più chiari di vocazione, dedizione e professione letteraria. Da El pozo a Raccattacadaveri (1964), questo autore ha saputo creare un mondo narrativo che contiene solo alcuni elementi (e, allo stesso tempo, la parodia di questi) della maltrattata realtà; il resto è invenzione, concentrazione, delimitazione. Malgrado i suoi personaggi non sfuggano alla banalità quotidiana, né alle frasi fatte dei colloqui dialettali, in genere si muovono (a volte si potrebbe dire che fluttuano) su un piano che ha qualcosa di irreale, di allucinato, nel quale i dettagli verosimili sono poco più che deboli imbastiture.

Emerge evidentemente, come è già stato segnalato da altri critici, una formulazione onirica dell’esistenza, anche se forse è più corretto definirla insonne piuttosto che onirica. Nei romanzi di Onetti è difficile trovare albe luminose o soli splendenti: i personaggi trascinano la loro stanchezza da una notte all’altra, da un’alba all’altra. Il mondo sembra sfilare sotto lo sguardo (sconfortato, minuzioso, infermo) di chi non può chiudere gli occhi e, in questa tensione spossante, vede le immagini un po’ sfocate, confonde le dimensioni, giustappone volti e cose che si trovano, per legge, naturalmente lontani gli uni dagli altri. Come per altri narratori della fatalità (Kafka, Faulkner, Beckett), la lettura di un libro di Onetti è, il più delle volte, esasperante. Il lettore acquista subito coscienza, ed esperienza, del fatto che i personaggi sono sempre condannati; resta solo la possibilità – non troppo affascinante – di fare congetture sui possibili termini dell’inevitabile condanna.

Senza dubbio, da un punto di vista narrativo, tale compito è destinato a portare con sé un’insopportabile dose di monotonia. Onetti è il primo a esserne consapevole. Per poter proporre un mondo immaginario, non basta essere sicuri, come è Onetti, dell’insensatezza della vita umana. Non basta padroneggiare le tecniche e le risorse del mestiere letterario. Il più grande merito dell’autore è proprio l’aver riconosciuto, in modo penetrante e fin dall’inizio, quella limitazione tematica che nel corso di ventinove anni sarebbe diventata una caratteristica personale.

A partire da El pozo, Onetti aveva ben chiaro che la sua opera sarebbe stata un rinnovato, costante percorso di frasi sulla stessa trappola, lo stesso circolo vizioso nel quale l’uomo è stato inesorabilmente inscritto. In quel primo testo compariva una dichiarazione rivelatrice: «L’amore è meraviglioso e assurdo, e incomprensibilmente visita ogni categoria di anime. Tuttavia, le persone assurde e meravigliose non abbondano, e quelle che lo sono, lo sono per poco tempo, nella prima giovinezza. Poi cominciano ad accettare e si perdono». Virtualmente, tutti i romanzi che hanno seguito El pozo sono storie di individui che iniziano ad accettare e si perdono, come se l’autore credesse che l’inevitabilità dell’autodistruzione, del crollo, si annidi nella radice stessa dell’essere umano.

Poco dopo questo inizio, Onetti deve avere intuito (o valutato, non importa) che c’erano due modi per trasformare indiscutibilmente la sua visione del mondo in letteratura. Il primo: la creazione di un pezzo di geografia immaginaria che, sebbene saldamente basata su elementi reali, potesse fornire nomi, episodi e personaggi a tutto il suo universo romanzesco, al fine di creare un ceppo comune e uno scambio di riferimenti (surrogati di una sostanza narrativa più diretta) atti a stimolare il fiacco nucleo originale delle sue storie. Una compilazione codificata di tutti i romanzi di Onetti rivelerebbe che qua e là si ripetono nomi, si rinnovano gesti, si sottintendono episodi passati. Nessun lettore di questa graduale saga potrà averne una mappatura completa né portare a termine uno studio decisivo, illuminante, senza ripercorrerne tutte le declinazioni temporali e spaziali, poiché nessuna di queste storie è un compartimento stagno; vi è sempre un nome che si infiltra, un passato che gocciola senza fretta facendo marcire il presente, rendendo viscida anche la probabile innocenza. Grazie a tali corrispondenze, Onetti costruisce una sorta di enigma al contrario, un mistero sfasato, nel quale l’incognita – come nel suo maestro Faulkner – non è la soluzione ma l’antecedente, non è la conclusione della storia bensì il suo stato embrionale. Questo aspetto è più importante di quanto possa sembrare a prima vista, perché non solo rivela uno dei processi creativi di Onetti, ma in ultima istanza serve anche a distinguerlo da Faulkner, suo celebre e obbligato precursore.

È vero che lo scrittore statunitense (per esempio in Assalonne, Assalonne!) penetra il tempo a partire da una vicenda che ci viene presentata fin dal principio; è vero inoltre che questo romanzo consiste in un’immersione nel passato, grazie alla quale la trama si illumina, acquista significato, registra la sua stessa ineluttabilità. È anche vero, però, che ogni personaggio faulkneriano possiede una fatalità distinta, particolare, personale, mentre in Onetti la fatalità è generica: conduce sempre alla stessa condanna. Tutti i personaggi di Faulkner – come ha sottolineato Claude-Edmonde Magny – sono stati stregati dal destino, che è però differente per ognuno di loro. Perciò in Onetti risulta ancora più efficace che in Faulkner (e allo stesso tempo più funzionale o inevitabile) l’espediente di ripercorrere il passato, di cercarvi l’apparente motivazione, poiché se la conclusione prestabilita è la condanna (non per capriccio, ma per legittima convinzione dell’autore), allora sembra piuttosto sensato che a Onetti non interessi sapere dove va il suo personaggio (sebbene ovviamente lo sappia, come lo sa il lettore), bensì da dove viene, perché è nel passato che risiedono le sue uniche, misteriose radici.

L’altro modo intravisto fin dal principio da Onetti per trasformare la sua ossessione in letteratura è l’impalcatura tecnica, il risvolto stilistico. Man mano che si avvicinava a quel romanzo-chiave che, fino all’apparizione delCantiere, fu considerato il suo capolavoro (mi riferisco a La vita breve), la sua perizia letteraria si andò affinando, concentrandosi sui dettagli, in una vivisezione del lessico che lo avvicinò provvisoriamente a una delle più influenti e ricorrenti manie di Jorge Luis Borges. Se le parole di Jean Genet («l’oscurità è la cortesia dell’autore nei confronti del lettore») fossero vere, Onetti diventerebbe subito il più cortese dei nostri letterati.

Paradossalmente, quel manierismo della frase, dell’immagine, dell’aggettivazione, non è servito a occultare i trucchi della scrittura, ma a rivelarli. La vita breve non è importante solo come romanzo di grande respiro, come opera ambiziosa in parte riuscita, ma anche, e principalmente, come segnale di un’indubitabile svolta dell’autore, una sorta di punto e a capo nella sua traiettoria. Dopo questo romanzo, e a partire dagli Addii (1954), Onetti riuscì a liberarsi della complessità verbale, del puntinismo stilistico. Non smise di colpo, ovvio, ci sono voluti anni per realizzare il cambiamento. Né Gli addii, né Per una tomba senza nome (1959), né La cara de la desgracia (1960) bastano a mostrare uno scrittore capace di padroneggiare la semplicità stilistica con la stessa sicurezza con cui prima maneggiava la complessità. Nel Cantiere, però, Onetti sfiora un equilibrio pressoché perfetto, un’economia artistica che risulta quasi miracolosa se si considera l’ingrata materia umana che tratta, l’esercizio dello squallore in cui sceglie di inscrivere la sua matura e dolorosa maestria.

In apparenza Il cantiere segue un ordine cronologico, una linea dal tracciato sinuoso ma dalla direzione certa; il manierismo è scomparso quasi del tutto dall’aggettivazione, e la dimensione metaforica, provocando la conseguenza imprevista di generare un effetto di contrasto, le poche volte in cui si manifesta («Attraverso i listoni mal piallati, grossolanamente dipinti di blu, Larsen contemplò frammenti romboidali della decadenza dell’ora e del luogo, vide l’ombra che avanzava come inseguita, le erbe che si piegavano senza vento. Un odore umido, raffreddato e profondo, un odore notturno o per occhi serrati, arrivava dallo stagno»[16]), crea un insieme di brillanti immagini che indugia sul bordo dell’abiezione e momentaneamente la rivendica. Nel CantiereOnetti ha riservato la profondità e la complessità al senso ultimo della storia che, come nelle sue opere precedenti, è la forzata accettazione dell’incomunicabilità umana. Solo nel Pozo Onetti aveva utilizzato un linguaggio altrettanto aderente all’interesse narrativo e non abbagliato dalla singola sfumatura verbale.

Molti dei più riusciti gambetti letterari di Onetti derivano dalla sua abilità nel copiare (trasformandolo) un procedimento ereditato da altri, dall’applicazione di una tecnica di seconda mano alla propria creazione personale, da lui stesso inaugurata. Così come ha trasformato il fatalismo sudista di Faulkner mediante il semplice espediente di renderlo statico, immutabile; così come ha trapiantato il gusto di Céline per il degrado mediante il semplice escamotage di privarlo del dinamismo e di instillarvi un avvilimento tanguero; così è riuscito anche a rinnovare altri procedimenti e tecniche, utilizzati fino alla noia nel corso di svariati lustri di reciproche influenze. Per esempio: Onetti crea un’atmosfera fantasmagorica, irreale, senza ricorrere a nessuno degli stratagemmi della letteratura fantastica, ma semplicemente avvalendosi di convenzioni realiste, di dialoghi credibili, di individui sconfitti, di monologhi interiori che soffrono solo dell’improbabilità di essere troppo ben scritti. Il fatto che con questo gusto per il volgare, la mediocrità quotidiana, l’impostazione probabilista, Onetti sia riuscito a costruire un lercio, umido, nebbioso ma anche allucinato universo, nel quale ci si potrebbe aspettare da un momento all’altro il passaggio della Corsa Fantasma, è senz’altro da attribuire alla sua abilità combinatoria, alla sua capacità evocativa, che va al di là del semplice linguaggio letterario.

Tuttavia, c’è un calco ancora più sottile. NelCantiere Onetti utilizza una tecnica che fino a quel momento era stata monopolio assoluto dei poeti. Un poeta solitamente parte dai sottintesi, dà per scontati certi episodi che solo lui stesso e la sua ombra (in alcuni casi, solo la sua ombra) conoscono, e fa riferimento, tra le righe, a quella proprietà privata come se fosse vox populi e non vox Dei. Altri scrittori hanno preceduto Onetti nell’adozione di questo trucco, ma – da Max Frisch a Lawrence Durrell – tutti sono stati vittime del pregiudizio di doversi giustificare, finendo sempre per svelare gli espedienti che all’inizio avevano tentato di occultare. Onetti, invece, realizzando anche nella sua opera quella vocazione alla solitudine (e, a volte, all’indifferenza) che l’ha sempre tenuto ostinatamente al margine di gruppi e riviste, dell’impegno civile e dei manifesti, ha sempre qualche asso nella manica, quel mazzo di carte che, in definitiva, non cederà a nessuno, e che sicuramente farà a pezzi, in estrema solitudine, senza nemmeno uno specchio davanti a sé. Dietro i sottintesi, il lettore percepisce la presenza di un creatore che non vuole mai concedersi interamente, che crede in quell’ultima e inutile riserva come se lì potesse concentrarsi, e trovare giustificazione, una magra rivincita sull’insensatezza della vita che è l’ossessione costante dell’autore, il suo panico più sereno e stupefacente.

Nelle sue linee generali, nella sfumata superficie, Il cantiere è incredibilmente semplice: solo la fantasmagorica impresa di Petrus, solo un cantiere nei pressi dell’ormai nota Santa María, che Brausen aveva definito nella Vita breve come «una piccola città situata tra un fiume e una colonia di agricoltori svizzeri»;[17] un cantiere in rovina che non ha né lavoro, né operai, né clienti, solo un Direttore Tecnico e un Direttore Amministrativo, che però tengono la contabilità e improvvisano l’incasso extra dei propri stipendi grazie alla svendita di vecchi materiali. In quella frazione di Santa María giunge Raccatta Larsen (lo stesso Larsen che era apparso nelle prime pagine di Tierra de nadie; lo stesso Raccatta del penultimo capitolo della Vita breve), Larsen il proscritto, il grasso, cinico cinquantenne che, insieme alle sue amare configurazioni dei luoghi, nonostante tutto, ha ancora un’ultima possibilità di redenzione, una dose inedita di entusiasmo, una dolciastra, miope ingenuità.

È condannato, certo, in quanto creazione di Onetti; ammettiamolo una buona volta, onde evitare che la questione continui a esasperarci. Ma prima di scontare la pena, prima di inghiottirla come un’ostia, come un indigesto spirito santo, Larsen dovrà portare a termine il suo percorso, dovrà sorprendersi di fronte a Kunz e Gálvez (i responsabili dell’inventario), baciare la fronte perduta di Petrus, rinunciare alla comprensione della moglie di Gálvez, provare a sedurre quella mentecatta di Angélica Inés, ma dovrà anche andare a letto con Josefina, la serva, vale a dire la donna generica, universale, usata.

Con l’abbandono del manierismo, con la cosciente sobrietà di quell’avventura di quell’uomochiamato Larsen, si delinea un Onetti che fino a quel momento si era solo intuito, indovinato attraverso promesse, simboli, fessure. In Per questa notte Onetti scrisse parole introduttive che definivano il romanzo come un «cinico tentativo di liberazione». Il cantiere sarà forse qualcosa del genere? Secondo Díaz Grey (quel jolly di Onetti che a volte è lui stesso, altre volte è solo Díaz Grey, e altre ancora è un personaggio tanto impersonale da risultare Nessuno), Larsen può essere definito così: «Quest’uomo che ha vissuto negli ultimi trent’anni del danaro sporco che gli davano con piacere donne sporche, che è riuscito a difendersi dalla vita sostituendola con una diserzione, senza origine, fatta di durezza e ardimento; che ha creduto in un modo ed ora continua a credere in un altro modo, che non è nato per morire ma per vincere ed imporsi, che in questo stesso momento si sta figurando la vita come un territorio infinito e senza tempo nel quale è inevitabile avanzare e trarre vantaggi».[18] Prima, nella Vita breve, Raccatta Larsen aveva «il naso sottile e curvo ed era come se la sua gioventù si fosse conservata in quella protuberanza, nella sua audacia, nell’espressione imperiosa che il naso aggiungeva alla faccia».[19]E ancora più in là, in Tierra de nadie, avanzava, «basso e rotondo, le mani nel soprabito oscuro», o rimaneva ad aspettare, «grasso e cinico». Larsen è sempre stato, fin dalle sue origini letterarie, un cinico, ma quando arriva al Cantiere è ormai logoro, malmesso, povero, talmente debole e sconfitto da rassegnarsi alla fede, una fede crepuscolare, sfilacciata («Allora, con lentezza e prudenza, Larsen cominciò ad ammettere la possibilità di far convivere l’illusoria gerenza di Petrus, Società Anonima, con altre illusioni, con altre forme della menzogna che egli si era ripromesso di non tornare a frequentare»[20]); è un Larsen che ha perso dinamismo e menefreghismo, che ha perso soprattutto la monolitica perfezione dello squallore, che si è lasciato sedurre da un’ultima, timida speranza – non importa poi che ad alimentare tale speranza sia qualcosa di losco e corrotto come l’impossibile futuro prospero del Cantiere – proprio come quegli atei inverecondi che nell’aprire gli occhi per l’ultima volta invocano Dio, Larsen (che certo non si affida a Dio) nel suo ultimo slancio ha la debolezza di concedersi una speranza.

Per questo, se anche Il cantiere è, come Per questa notte, un tentativo di liberazione, non si può certo definire un cinico tentativo. Larsen è stato toccato da qualcosa che somiglia alla pietà, poiché l’autore questa volta non può nascondere una vecchia comprensione, un’affettuosa solidarietà nei confronti di quell’individuo, un vinto per definizione, e della sua incorreggibile vocazione al fallimento. Passando sopra a tutti i cinici, tutti i rompiscatole, tutti i miserabili che popolano il mondo dell’Onetti romanziere, il personaggio Larsen tende una mano al suo collega Eladio Linacero, che nel Pozo aveva formulato una profezia che sembrava un desiderio: «Vorrei scrivere la storia di un’anima, di questa soltanto, senza gli avvenimenti nei quali dovette mischiarsi, volente o nolente». Onetti ora ha realizzato quel desiderio di una delle sue creature: Il cantiere racconta la storia dell’anima di Larsen; ed è scritta addirittura senza narrare alcun avvenimento (semplicemente perché non vi sono avvenimenti).

Appare inoltre con maggior chiarezza (forse perché, una volta abbandonato il manierismo, tutto diventa più chiaro) che Larsen, in modo più definito rispetto a Linacero, o all’Aránzuru di Tierra de nadie, o all’Ossorio di Per questa notte, o al Blanes di «Un sogno realizzato», non è una figura isolata, un individuo, ma L’Uomo. In un articolo sul Cantiere, Ángel Rama già segnalava tale aspetto simbolico, ma si può ampliare questa scoperta. Onetti va dal particolare (Larsen) al generale (L’Uomo), ma poi torna al particolare, e L’Uomo diventa inoltre tutti gli uomini, ogni uomo, compreso Onetti. Nel castigo che, da sempre, Onetti infligge ai suoi personaggi, c’è senz’altro un po’ di sadismo. Tuttavia, nel chiudere il cerchio Larsen-L’Uomo-Onetti, il vento cambia la direzione di tale condanna trasformandola piuttosto in autoflagellazione. Un’autoflagellazione che trova spazio anche nell’ossessivo trattamento della verginità, dell’adolescenza.

Proprio in questo risiede, per molti personaggi di Onetti, l’unica possibilità di purezza, di ultima verità. Nel Cantiere Larsen viene castigato ben tre volte dall’autore: la vergine (Angélica Inés) che a quindici anni «era svenuta durante il pranzo dopo che aveva scoperto un verme in una pera»,[21] ha qualche problema mentale («È pazza», dice Díaz Grey, «ma è assai probabile che non arrivi mai ad essere più pazza di quanto lo è ora»[22]); la moglie di Gálvez, che rappresenta per Larsen l’unica possibilità di comunicare, appare ai suoi occhi corrotta, prima per la gravidanza, poi per il parto, diventando quindi irraggiungibile; solo Josefina è accessibile, ma Josefina incarna la donna di sempre, uguale a lui, fatta su misura non per comunicare con lui, ma perché lui si renda conto di trovarsi al «centro della perfetta solitudine».[23] Per questo il castigo è triplice: la verginità (Angélica Inés) è sciupata dalla pazzia, la comprensione (moglie di Gálvez) è sconfitta dal parto, la possessione (Josefina) è rovinata dall’incomunicabilità.

Allora ci si rende conto che questa sorta di odio (ma forse sarebbe più corretto parlare di dissenso) dell’autore verso se stesso è stato in realtà una costante nel corso di dodici libri e ventinove anni; solo che era ben camuffato da una verbosità opprimente, da una visione attraverso una lente d’ingrandimento che mostrava al lettore anche i pori, ma gli nascondeva il viso. È stato necessario arrivare fino al Cantiere per trovare un Onetti che impugna per la prima volta una nuova sincerità (brutale? chimicamente pura?), un Onetti che per la prima volta supera, comprendendolo, trasformandolo in arte, quel sentimento di autodistruzione e condanna, un Onetti che alla fine si china su quel Larsen che (per lui) è tutti noi, ed è anche lui stesso, per sentirlo «respirare lacrimando».[24]

Avventura dell’uomo? Certo che sì. Ma soprattutto l’avventura dell’uomo Onetti, che nel corso degli anni e dei libri ha affinato artisticamente il suo atteggiamento solitario, corroso, malinconico, annientato, fino a trasformarlo in quella sobria diagnosi di sconfitta totale che è Il cantiere, fino a rivendicarlo in una depurata e cosciente pietà verso l’essere umano, che per Onetti è sempre lo sconfitto. Il Cantiere abbandonato non serve più a riparare nessuna nave, né l’individuo abbandonato serve più a riparare nessuna delle vecchie credenze. Tuttavia, sulla mia copia del Cantiere ho sottolineato questo indizio di via d’uscita, questo surrogato della speranza: «L’unica cosa che rimane da fare è esattamente quello: qualsiasi cosa, fare una cosa dopo l’altra, senza interesse, senza scopo, come se un altro (o meglio altri, un padrone per ogni azione) pagasse qualcuno per farle e questo qualcuno si limitasse ad eseguirle nel miglior modo possibile, senza preoccuparsi del risultato finale di ciò che si fa. Una cosa e un’altra e un’altra ancora, estranee, senza che importi che riescano bene o male, senza che importi cosa vogliono dire. È sempre stato così; meglio questo che toccare ferro o farsi benedire; quando la disgrazia capisce di essere inutile, comincia a seccarsi, si stacca e cade».[25] Ora che Onetti, con Il cantiere, ha eseguito il suo compito nel miglior modo possibile, speriamo che il suo annuncio abbia forza di legge; speriamo che nelle tenebre del suo vasto mondo narrativo la disgrazia si renda conto di essere inutile, e cominci a seccarsi, si stacchi e cada.

Dopo aver letto e riletto i dodici libri di Onetti, si ha l’impressione che in passato, un bel giorno (o anno incompleto, o semplice periodo), l’autore abbia concepito non solo l’idea di una Santa María niente affatto speciale e semi-inventata, ma anche l’intera storia di quel mondo incistato, con i suoi abitanti e il corrispondente flusso di aneddoti. Si ha l’impressione che solo dopo aver creato, distribuito, messo in relazione e schedato quell’universo personale, Onetti abbia potuto iniziare con calma a scrivere la sua saga. Solo a partire da un’organizzazione e un ordine quasi maniacali, è possibile ammettere l’incredibile capacità del narratore nel far sì che i suoi romanzi si intreccino, si integrino e perfino si giustifichino reciprocamente. Solo a partire da quella trama generale, concertata e precisa fino al limite dell’esasperazione, è possibile intuire che la storia narrata in Raccattacadaveri era già stata abbozzata in un romanzo del 1959, Per una tomba senza nome; che nel Cantiere la storia sviluppata in seguito in Raccattacadaveri era soltanto un semplice episodio nel passato del protagonista; che il racconto «L’album», incluso nella raccolta El infierno tan temido, era attraversato da vari personaggi che riappaiono nel romanzo più recente; e, soprattutto, che nel penultimo capitolo della Vita breve compariva già, come un misterioso dialogo marginale, la stessa conversazione che quindici anni dopo sarebbe servita da chiusa a Raccattacadaveri. Raccomando al lettore un accurato confronto di questi due dialoghi. Si vedrà che alcune frasi sono riprodotte testualmente; altre, invece, riappaiono con una lieve variante, come se l’autore avesse voluto lasciare una testimonianza dell’inevitabile erosione che, di ricordo in ricordo, le parole subiscono.

Prima ho segnalato, in riferimento al racconto «Mascarada», una certa anticipazione del romanzo oggettivo che potrebbe essere rivendicata da Onetti. Ora, tuttavia, vedo più chiaramente un’altra caratteristica affine. Si pensi che una delle novità introdotte da Robbe-Grillet (Il voyeur) o da Michel Butor (L’impiego del tempo) fu l’omissione di un dettaglio fondamentale all’interno della minuziosa costruzione del romanzo. Bene, Onetti ha effettivamente omessodettagli importanti, ma invece di affidarli per sempre alla vocazione per il rammendo del lettore complice, con tali elusioni ha scritto altri romanzi, in cui ovviamente vengono a loro volta omesse certe parti (alcune già sviluppate in romanzi precedenti, altre da sviluppare probabilmente in romanzi futuri). Presumo che, per qualche erudito del 1990, rappresenterà una sfida affascinante la compilazione di un indice analitico che includa tutti i personaggi onettiani, il groviglio delle loro relazioni, e gli aneddoti di ciascun romanzo che appaiono incastonati nei successivi.

Nonostante tutte le premesse (mondo unico, trappola in cui è rinchiuso l’uomo, sconfitta totale) che il lettore di Onetti è disposto ad ammettere e a riconoscere nella sua opera, Raccattacadaveri rappresenta una svolta anche se, da una prima e frettolosa lettura, si può dedurre una conferma di quelle premesse. Se Il cantiere era una storia virtualmente spoglia di avvenimenti, Raccattacadaveri invece è una storia con avvenimenti. Larsen (il personaggio che fece, credo, la sua prima apparizione in Tierra de nadie) ora apre e gestisce un postribolo a Santa María, ma la fruttuosa impresa è solo un pretesto per seminare zizzania tra il farmacista e assessore comunale Barthé e l’istrionico prete Bergner. Come conseguenza della spietata battaglia, l’unico sconfitto è Larsen, il cui soprannome Raccattacadaveri deve la sua origine alla sua dimostrata capacità di fare in modo che «grassone cinquantenni e vecchie ossute»[26]lavorino per lui. Questa storia, del tutto sordida, si intreccia tuttavia con un’altra: quella di Jorge Malabia (già apparso nel mondo onettiano in Per una tomba senza nome e nel racconto «L’album»), stranamente attratto da Julita, la vedova di suo fratello, che ogni giorno inventa una messinscena diversa per la propria ossessione principale. La relazione, un po’ tenera e un po’ mostruosa, che il lucido adolescente intrattiene con la folle cognata, diventa (non so se per volontà dell’autore o nonostante quella) il fulcro narrativo del romanzo. Il problema del postribolo, la conseguente lotta fra il prete e il farmacista, l’irruzione di tossici anonimi che minacciano la pace delle coppie della città, l’ambiguo intervento di Marcos (fratello di Julita) contro e a favore di Larsen, l’immancabile presenza del testimone Díaz Grey, la relazione di quest’ultimo con il fedelissimo Vázquez (un altro personaggio comparso in racconti precedenti); tutto ciò passa in secondo piano sebbene, questo sì, sia descritto con grande abilità formale e ricchezza di linguaggio.

La passeggiata per la città delle prostitute Nelly e Irene nei loro lunedì di riposo; le meditazioni di Díaz Grey sulla tentazione del suicidio e la teoria della paura; la descrizione del demagogico silenzio del prete; il testo stesso dei biglietti anonimi (vale la pena trascrivere questo piccolo capolavoro di malignità: «Il tuo fidanzato, Juan Carlos Pintos, è andato sabato sera nella casa della costa. Impuro e assai probabilmente già infetto è venuto a visitarti di domenica, ha pranzato a casa tua e ha portato te e tua madre al cinema. Ti avrà baciato? Avrà toccato la mano di tua madre, il pane della tua tavola? Partorirai figli rachitici, ciechi e coperti di piaghe e tu stessa non potrai sfuggire al contagio di quelle orribili malattie. Ma altre disgrazie, assai prima, colpiranno i tuoi genitori, privi di colpa. Pensa a tutto ciò e cerca l’ispirazione salvatrice nella preghiera»[27]), sono esempi di uno stupefacente dominio del mestiere, compresi gli effetti puri e impuri. Tuttavia, per quanto giustificato da tale perizia, il tema del bordello non può competere con l’episodio dell’adolescente e della pazza, forse come prova decisiva del fatto che i cadaveri metaforici raccattati dal veterano Larsen non sono paragonabili al cadavere di carne, follia e ossa compreso e amato da Jorge Malabia, questo neofita del destino che nell’ultima pagina pronuncia un’oscenità, come assurda (e tuttavia pertinente) maniera di incontrare di nuovo la dolcezza, la pietà, l’allegria, e anche come unico modo di difendersi dal mondo normale e astuto che lo sta aspettando oltre il finale. Nell’opera di Onetti, Julita può essere considerata una delle portatrici di purezza (un concetto che, in questo e in altri casi, l’autore non esita ad assimilare alla follia) estinte, o forse salvaguardate, in ultima istanza dalla morte. Ma questa è forse la prima volta in cui un simile riscatto mediante una distorsione non ha come conseguenza l’atteggiamento fatalista «dell’uomo senza fede né interesse per il proprio destino». In questo libro Onetti mette in bocca a Jorge Malabia la stessa imprecazione che Eladio Linacero aveva pronunciato nel primo dei suoi romanzi. Tuttavia, e nonostante la persistente influenza di Pierre Cambronne, c’è un’evidente differenza fra i due atteggiamenti. Il vecchio protagonista, dopo l’esclamazione, continuava dicendo: «e ora siamo ciechi nella notte, attenti e senza comprendere». Jorge Malabia, invece, immediatamente dopo averla pronunciata, abbandona l’insulto cosmoclasta per accedere alla comprensione, alla cifra di un mondo finalmente conosciuto.

La verità è che, in un modo o nell’altro, per il lettore e il critico di Onetti, Raccattacadavericompie la funzione di depistare. Prima di tutto oserei dire che questo romanzo è molto più godibile dei precedenti. Presumo che il lettore si starà chiedendo se il mio sia un elogio o una critica. La verità è che di frequente si confonde la fluidità narrativa con la frivolezza, e viceversa; non manca chi considera il tedio stilistico quasi sinonimo di profondità. Raccattacadaveri è divertente e non mi sembra giusto rimproverargli questa qualità. Ovviamente, non siamo davanti alla magistrale spoliazione, all’impeccabile concezione del Cantiere; sicuramente Raccattacadaveri non arriva al livello di questo capolavoro. Vale la pena ricordare, comunque, che Il cantiere è il culmine di un lungo percorso, vale a dire che Onetti ha potuto riversare in questo libro la sua prosa più depurata, la sua più incorruttibile incredulità, la sua sapienza più corrosa e corrosiva. Ma Raccattacadaveri è un’altra cosa, un altro percorso, forse un altro atteggiamento.

Ángel Rama ha segnalato, con ragione, che «non è casuale che le opere di Onetti siano ambientate perlopiù in luoghi chiusi e in ore notturne, né è strano che siano scarsi i riferimenti al paesaggio naturale, che tende a manifestarsi surrealisticamente, in uno stato di decomposizione allucinatoria». Qualcuno si è però soffermato sul paesaggio, sulle scene all’aria aperta di questo nuovo romanzo? Si confronti l’allucinato, sporco e nebbioso ambiente del Cantiere con questa descrizione insolitamente arieggiata, inclusa nell’ultimo romanzo: «Il profumo dei gelsomini invase Santa María col suo eccitamento senza scopo, con le sue evocazioni apocrife; giunse quotidianamente, come un’onda bianca e lunga…»,[28] e ancora: «Il novembre si riempì di stupori triviali a causa dell’eccesso dei gelsomini e verso la sua metà fu un novembre normale, riconoscibile, con prezzi e cifre dei raccolti, con reiterate discussioni su ponti, strade e tariffe dei mezzi di trasporto, con novità di sposalizi e decessi».[29] Ho l’impressione che sia la caratteristica della gradevolezza sia l’arricchimento dell’ambientazione derivino da un cambiamento sostanziale nell’atteggiamento di Onetti. La trasformazione non è tanto evidente perché la tematica scelta (l’apertura di un bordello, di fronte al plumbeo puritanesimo e all’ipocrisia provinciale) ha connotazioni implicite talmente sordide che il lettore affronta il romanzo aspettandosi la solita esausta visione del mondo. Non la trova, perlomeno non come gesto totalizzante, e la delusione può trasformarsi automaticamente in diffidenza, come se la (ancora timida) vitalità che si respira nel romanzo fosse una sorta di tradimento dell’ormai consolidata complicità del lettore, della sua comprovata abilità a districarsi nei meandri del mondo onettiano. Riconosco che Raccattacadaveri è un romanzo disuguale, che lascia qua e là personaggi ed episodi irrisolti e presenta diverse cadute di livello letterario; tuttavia non posso concordare con i pareri negativi espressi da altri critici. Dopo Il cantiere e il suo filone felicemente esaurito, l’ultimo romanzo mi sembra una nuova apertura che può riservare incredibili sorprese. Fino al Cantierecompreso, ho avuto l’impressione di assistere, come lettore, a un processo (pregevolmente descritto) di deterioramento. Ora, davanti a Raccattacadaveri, mi sembra di riconoscere un Onetti rinnovato. Come se dopo la maturità non fossero inevitabili il logorio e la corrosione. Qualsiasi pronostico mi sembra ancora prematuro, ma Raccattacadaveri, con la sua immaturità temprata e promettente, potrebbe essere anche un punto di partenza, l’inizio di una buona disposizione creativa. Senza abbandonare le tematiche e le ambientazioni che da sempre lo ossessionano, senza riconciliarsi con quell’assurdità chiamata destino, senza abbandonare i suoi vecchi timori, Onetti sembra aver tracciato due righe sobrie e definitive in calce alla somma dei suoi motivi di costernazione, per inaugurare immediatamente un nuovo calcolo, una disposizione d’animo rivista. In Raccattacadaveri vi sono, come sempre, individui esausti, prostituiti, a pezzi; ma l’elemento nuovo è una certa tensione vitale, una certa capacità di recupero, un certo impulso ad andare avanti, a rialzarsi. Non è molto, ma Raccattacadaveri potrebbe essere il primo distacco dalla sventura. C’è un motivo se nei dialoghi tornano i temi politici e le nomenclature sociali che non apparivano più dai romanzi del primo periodo.

La passeggiata curiosa, innocente, benintenzionata, di Nelly e Irene, la solida capacità di comunicazione di María Bonita, il duro apprendimento dell’amore da parte di Jorge Malabia, la plebea lucidità di Rita, servono a verificare che Onetti è sfuggito, o sta sfuggendo, alla tentazione del circolare e ossessivo gusto per la fatalità. «Risentì», dice l’autore riferendosi a Díaz Grey, «con la stessa intensità di cinque anni prima, ma con una tenera curiosità che non aveva conosciuto prima, la tentazione del suicidio».[30]Questo potrebbe essere anche l’atteggiamento attuale di Onetti, non di fronte al suicidio, ma di fronte al fatalismo: un’affettuosa curiosità. La curiosità e la tenerezza, tuttavia, non fanno parte della morte, ma della vita. E questo si nota. Santa María e le sue vicissitudini non sono cambiati nel loro aspetto esteriore. Ciononostante è opportuno ricordare, come fu detto nel Pozo(quasi trent’anni fa), che «i fatti sono sempre vuoti, sono recipienti che prenderanno la forma del sentimento che li riempirà». Ecco cos’è cambiato: il sentimento. E c’è da sperare che il cambiamento aiuti Onetti a trasformare la sua vecchia sconfitta metafisica in una nuova vittoria della sua arte.

[1] Le due raccolte non sono state tradotte integralmente in italiano. Si farà pertanto riferimento al volume Triste come lei, Einaudi, Torino 1981, che corrisponde a un’antologia pubblicata successivamente, nel 1976, e che comprende quasi tutti i racconti citati da Benedetti. [n.d.t.]

[2] Juan Carlos Onetti, «Un sogno realizzato», in Triste come lei, cit., trad. it. di Angelo Morino, p. 23.

[3] Ivi, p. 24.

[4] Ivi, p. 28.

[5] Juan Carlos Onetti, «Benvenuto, Bob», in Triste come lei, cit., p. 36.

[6] Ivi, p. 43.

[7] Ibidem.

[8] Ivi, pp. 43-44.

[9] Juan Carlos Onetti, «Esbjerg, sulla costa», in Triste come lei, cit., p. 69.

[10] Il protagonista di El pozo[n.d.t.]

[11] Juan Carlos Onetti, «Esbjerg, sulla costa», cit., p. 69.

[12] Juan Carlos Onetti, «Jacob e l’altro», in Triste come lei, cit., p. 183.

[13] Il saggio è del 1969 e fa quindi riferimento alle opere di Onetti pubblicate fino a quella data. [n.d.t.]

[14] Juan Carlos Onetti, «L’album», in Triste come lei, cit., p. 83.

[15] Juan Carlos Onetti, «L’inferno tanto temuto», in Triste come lei, cit., p. 140.

[16] Juan Carlos Onetti, Il cantiere, Feltrinelli, Milano 1972, trad. it. di Enrico Cicogna, pp. 23-24.

[17] Juan Carlos Onetti, La vita breve, Einaudi, Torino 2010, trad. it. di Enrico Cicogna, p. 14.

[18] Juan Carlos Onetti, Il cantiere, cit., pp. 95-96.

[19] Juan Carlos Onetti, La vita breve, cit., p. 333.

[20] Juan Carlos Onetti, Il cantiere, cit., p. 53.

[21] Ivi, p. 127.

[22] Ivi, p. 102.

[23] Ivi, p. 207.

[24] Ivi, p. 208.

[25] Ivi, pp. 72-73.

[26] Juan Carlos Onetti, Raccattacadaveri, Feltrinelli, Milano 1969, trad. it. di Enrico Cicogna, p. 194.

[27] Ivi, p. 135.

[28] Ivi, p. 85.

[29] Ibidem.

[30] Ivi, p. 51.