lunedì 26 settembre 2022

BOUVARD E PÉCUCHET Gustave Flaubert

 


BOUVARD E PÉCUCHET 

Gustave Flaubert


Bouvard e Pécuchet si interrompe ad un certo punto del capitolo dieci per la morte improvvisa di Flaubert, la mattina dell'8 maggio 1880, emorragia cerebrale, hanno diagnosticato. Ma tra le sue tante carte rimaste, migliaia di pagine di abbozzi, riassunti, schemi argomenti, è delineato il resto non ancora scritto del capitolo con il finale, che qui è stato riportato in conclusione del romanzo, per far capire come la vicenda andava a finire. I due compari, contenti e d'accordo, si fanno fare una doppia scrivania e si metteranno a copiare. A fare i copisti come una volta in ufficio? Non esattamente. Secondo il progetto totale di Flaubert qui finiva il primo volume; doveva seguire il secondo sulla nuova impresa dei due copisti che copiano, che cioè con penna, carta e calamaio, giungono finalmente all'attività più consona alla loro natura. In tutto il romanzo fin qui raccontato cos'erano stati Bouvard e Pécuchet? Due incapaci che si erano applicati via via a tutte le scienze e alle connesse attività, in base solo a letture e teorie lette, con conseguenze all'atto pratico sempre fallimentari; la loro indomabile stupidità è data da questa loro scienza libresca che si scontra con le cose, perché ogni teoria astratta applicata alla lettera, cioè copiata ciecamente senza esperienza, come una ricetta, non funziona o funziona male. Anche se ciascuno dei due, per la diversa fisiologia e il conseguente diverso carattere, parteggia sempre per la posizione teorica contrapposta all'altro compare, è sempre e comunque su entrambi i lati un fallimento. Flaubert, riprendendo un bellissimo fraseologismo della lingua francese, li definisce due «onischi» (vivre comme un cloporte, vivere come un onisco), quegli animaletti che stanno nascosti sotto i vasi, detti anche porcellini di terra, che di fronte a qualunque disturbo o pericolo sanno solo raggomitolarsi, chiudersi in una pallottolina, un po' insignificanti come loro due, che si arrotolano dentro ogni teoria libresca, e il mondo esterno che è più forte e indifferente alla sfera scientifica, li smentisce e li schiaccia, come schiaccerebbe senza scrupoli e difficoltà gli onischi. Le teorie prese da altri e copiate rotolano sul mondo come corpi sferici ed estranei, in balia delle forze naturali impreviste.
Èdue idioti, ma anche le teorie non erano da meno; nella seconda avrebbero solo trascritto fedelmente la documentazione di questa più vasta idiozia umana; Flaubert nel corso degli anni aveva accumulato i documenti che avrebbero dovuto trascrivere e copiare, aveva messo insieme un materiale ingente di cose sparse, di varia origine, che tuttora si conservano nella Biblioteca municipale di Rouen; nell'insieme il materiale forma quel vasto sciocchezzaio (il Sottisier) fatto di citazioni che provano l'inclinazione incontenibile dell'umanità all'idiozia, estesa e onnipresente. Ma cosa più esattamente i due avrebbero fatto e copiato? e come si sarebbe sviluppato il seguito del romanzo? Copiare è salvare; giacché l'idiozia nel mondo è sottovalutata e tende ad andare persa. Nelle carte preparatorie di Flaubert c'è una specie di piano, appunti per una specie di piano odi indice, che gli studiosi hanno successivamente riportato in luce e a pezzi e bocconi stampato. Copiano prima di tutto quello che capita loro in mano, fogli stampati trovati per terra, scritte su pacchetti vuoti per il tabacco, giornali vecchi comprati a peso in una cartiera, lettere buttate via, manifesti e altre robe per loro importanti da conservare; le note ad esempio nei libri degli autori letti nella prima parte del romanzo; e su un grande registro fanno una specie di classificazione di ciò che val la pena e che dà piacere copiare, e si accumulano gli esempi: campioni di tutti gli stili linguistici, agricolo, medico, teologico, classico, stile rivoluzionario, romantico, perifrasi, con pagine e pagine di esempi illustri e oscuri; e poi crimini e buone azioni in parallelo, della chiesa e della monarchia; articoli ultra-radicali, articoli ultra-conservatori ad esempio sulla questione delle sepolture civili, articoli sulla vita chic di Parigi, pezzi poetici trovati nel pattume, giudizi contraddittori sulla storia contemporanea, critiche d'arte (che come stupidità spesso eccellono), amenità dei giornali sulle cose serie e seriosità sulle cose amene; indulgenza su quel che vale poco e severità per cose eccellenti; teorie su come avere successo; paragoni insulsi tra autori incomparabili. Poi perle di idiozia tale da lasciare ammirati, e che rientrano quindi nella classe delle pure bellezze.
I due trovano ogni tanto difficoltà nel classificare i brani, sono allora casi di coscienza che vengono discussi; però non demordono, e continua la copiatura. Intanto va avanti la vita di paese, Marescot ha lasciato Chavignolles per Le Havre, s'è messo a fare speculazioni ed è diventato notaio a Parigi; Mélie va a servizio da Beljambe, lo sposa, e quando lui muore sposa Gorgu e spadroneggia alla locanda, e così via.
Un bel giorno i due copisti trovano gettata tra le carte da macero la minuta di una lettera del dottor Vaucorbeil al prefetto; il prefetto aveva chiesto al dottore se Bouvard e Pécuchet non erano per caso dei pazzi pericolosi, e il dottore risponde in questa lunga lettera confidenziale che erano solo due imbecilli inoffensivi, cui seguiva il resoconto dettagliato del loro operato e delle loro fallimentari imprese scientifiche, che di fatto doveva essere il riassunto e il commento di tutta la prima parte del romanzo, ri-raccontato con diverso occhio critico; e così i due protagonisti avrebbero letto di se stessi e delle loro imprese, e preso atto della loro indefessa imbecillità. Potevano indignarsi. Cosa facciamo? si dicono i due di fronte a questa diagnosi demolitoria. Potevano stracciarla. No, niente ripensamenti, copiamo! Bisognava andare avanti a riempire le pagine e completare il grande monumento, la grande opera che per loro sarebbe stato lo Sciocchezzaio. Dove doveva valere l'uguaglianza di tutto, del bene e del male, del bello e del brutto, dell'insignificante e del rilevante, e il rilevante era quello statistico; solo i fenomeni che accadono sono manifestazioni della verità. Il resto è chiacchiera. Il secondo libro doveva finire con l'immagine dei due personaggi chini sullo scrittoio, a copiare.





STUPIDITÀ

" Dalla stupidità altrui non ci distraiamo mai, come se la nostra intelligenza non possa essere altro che censoria e come se, abbassando il nostro dito monitore, ammettessimo la nostra stupidità arrendendoci all’altrui."["L'epoca della prevalenza dello stupido
L'intelligenza artificiale genera mostri" Stefano Barrezzaghi]
 
Quindi stupidità come resa della nostra intelligenza alla stupidità altrui.  Stupidità come idiozia intellettuale, quindi. Quel gran genio di Gustave Flaubert ci aiuta a capire tutto questo in Bouvard e Pécucet, trattato di livello eccelso di quella che possiamo chiamare la suprema stupidità umana (bêtise) identificata nell'idiozia intellettuale, ossia l'idiozia al quadrato, perché si nutre proprio di quello che dovrebbe essere il suo naturale contravveleno: il sapere. Facebook, twitter, e ogni social network sono la "fiera della vanità" perchè come diceva Musil (Conferenza tenuta a Vienna l’11 marzo 1937) ricordando Il vecchio detto: “Stupidità e vanità crescono sulla stessa pianta”, si vuole significare solo che la vanità “abbaglia”. 
Continuava Musil: " Come è noto, il comportamento vanitoso non viene evitato, perché sarebbe stupido, ma perché non sta bene. “Chi si loda s’imbroda”, dice l’aforisma. Significa che le smargiassate, il parlare troppo di sé vantandosi, non è considerato solo poco intelligente ma anche maleducato. Se non erro, le richieste della buona educazione, così violate, rientrano nelle multiformi prescrizioni del ritegno e del distacco, allo scopo di non urtare l’albagia altrui, da presupporre non minore della nostra. Sono regole per mantenere le distanze. Sono dirette contro l’uso di parole troppo franche, regolano i modi di salutare e di rivolgere la parola, non permettono di contraddire qualcuno senza scusarsi o di cominciare una lettera con “io”. In breve, richiedono l’osservanza di certe regole per non “avvicinarsi troppo” reciprocamente. Hanno il compito di appianare e livellare i rapporti, attenuare l’amor proprio e del prossimo, mantenendo la temperatura del commercio umano a un livello intermedio. Tali prescrizioni si ritrovano in ogni società, nelle primitive addirittura più che in quelle altamente civilizzate, nonché in quelle animali senza parola, come si può facilmente desumere dai loro riti [prossemici]. Secondo le prescrizioni di distanza è interdetto non solo lodare se stessi ma anche gli altri con troppa insistenza. Dire in faccia a qualcuno che è un genio o un santo è altrettanto disdicevole che dirlo di sé. Per la sensibilità attuale imbrattarsi il volto o strapparsi i capelli non è meglio che insultare l’altro. Basti osservare che non siamo né più stupidi né meno bravi degli altri, come già detto."
(Musil, cit.)


BOUVARD E PÉCUCHET




















C’erano trentatré gradi, e con quella calura il viale Bourdon era completamente deserto. Più in basso il canale Saint-Martin, l’acqua color inchiostro, formava una linea retta tra le due chiuse. In mezzo c’era un battello carico di legname, e sull’argine due file di botti. Dall’altra parte del canale, tra le case separate dai cantieri, un cielo grande e terso si stagliava in riquadri azzurri, e le facciate bianche, i tetti d’ardesia, le alzaie di granito, tutto, nel riverbero del sole, era abbagliante. Un rumore confuso e lontano saliva nel tepore dell’aria; e ogni cosa sembrava intorpidirsi nell’indolenza domenicale, nella tristezza dei giorni estivi. Apparvero due uomini. Uno veniva dalla Bastiglia, l’altro dall’Orto botanico. Il più alto indossava un abito di cotone, camminava tenendo il cappello indietro, il panciotto sbottonato e la cravatta in mano. Il più piccolo, il cui corpo scompariva dentro la finanziera marrone, teneva la testa bassa sotto un berretto dalla visiera a punta. Arrivati a metà del viale, si sedettero nello stesso istante, sulla medesima panchina. Per asciugarsi la fronte si tolsero i cappelli, che ciascuno appoggiò accanto a sé; e mentre il piccoletto notava che nel cappello del vicino c’era scritto: Bouvard; l’altro poté facilmente distinguere nel berretto di quell’originale in finanziera la parola: Pécuchet. «To’!», disse, «abbiamo avuto la stessa idea, quella di scrivere il nome nel copricapo». «Si capisce! Potrebbero prendermelo in ufficio!». «Pure a me, anch’io sono un impiegato». Intanto si osservavano. L’aspetto affabile di Bouvard affascinò subito Pécuchet. Gli occhi celesti, sempre socchiusi, sorridevano nel bel colorito del volto. I pantaloni con la patta a ribaltina, che ricadevano sulle scarpe di castoro, gli stringevano la pancia, facendogli traboccare la camicia sulla cintura; i capelli biondi poi, ricci di natura, formavano lievi boccoli che gli davano un’aria infantile. Fischiettava sempre, in punta di labbra. Bouvard invece fu colpito dall’aspetto serio di Pécuchet. Si sarebbe detto che portasse una parrucca, tanto le ciocche che gli ornavano il cranio a punta erano nere e schiacciate. Il volto era solo profilo, a causa del naso che scendeva molto in basso. Le gambe erano chiuse dentro tubi di lasting ed erano sproporzionate rispetto al busto; la sua voce era forte e cavernosa. Gli sfuggì questa esclamazione: «Come si starebbe bene in campagna!». Ma secondo Bouvard i sobborghi erano insopportabili per via del fracasso delle trattorie popolari. Anche Pécuchet la pensava così. Ciò nonostante cominciava ad essere stanco della capitale, come Bouvard. E intanto il loro sguardo vagava sui mucchi di pietre da costruzione, sull’orribile acqua dove galleggiava un fascio di paglia, sul camino di una fabbrica che si ergeva all’orizzonte; esalavano miasmi di fogna. Si voltarono dall’altra parte. Ebbero allora in faccia i muri del Granaio pubblico. Decisamente (e Pécuchet se ne mostrò sorpreso), faceva più caldo per la strada che in casa propria! Bouvard lo esortò a togliersi la finanziera. Quanto a lui, se ne fregava di quello che poteva dire la gente! A un tratto un ubriaco attraversò a zig zag il marciapiede; fu così che intavolarono una discussione politica a proposito degli operai. Avevano le stesse opinioni, anche se Bouvard era forse un po’ più liberale. Sul selciato risuonò un rumore di ferraglia in una nuvola di polvere. Erano tre carrozze a nolo che andavano verso Bercy, trasportavano una sposa con il suo mazzolino di fiori, dei borghesi in cravatta bianca, alcune signore infagottate fino alle ascelle nei loro mantelli, due o tre bambine, un collegiale. La vista del corteo nuziale portò Bouvard e Pécuchet a parlare di donne, che definirono frivole, bisbetiche, cocciute. Malgrado ciò, esse erano sovente migliori degli uomini; altre volte erano peggiori. In poche parole, era meglio vivere senza di loro; perciò Pécuchet era rimasto celibe. «Io sono vedovo», disse Bouvard, «e senza figli!». «Non è un bene forse?». Ma alla lunga la solitudine era una cosa molto triste. Poi, lungo l’argine, apparve una prostituta con un soldato. Pallida, i capelli neri e segnata dal vaiolo, si appoggiava al braccio del militare, sciabattando e dondolandosi sulle anche. Quando si fu allontanata, Bouvard si permise un’osservazione oscena. Pécuchet diventò tutto rosso e, certo per evitare di rispondere, accennò con lo sguardo a un prete che si avvicinava. L’ecclesiastico scendeva lentamente il viale dove magri olmi delimitavano il marciapiede, e appena Bouvard non scorse più il tricorno, tirò un sospiro di sollievo, perché detestava i gesuiti. Pécuchet, senza volerli giustificare, mostrò un certo rispetto per la religione. Intanto scendeva la sera, e di fronte a loro qualcuno aveva spalancato le persiane. I passanti si fecero più numerosi. Suonarono le sette. Ormai era un fiume inarrestabile di parole, le osservazioni si aggiungevano agli aneddoti, le idee filosofiche ai commenti individuali. Denigrarono il Genio Civile, il monopolio dei tabacchi, il commercio, i teatri, la nostra marina e tutto il genere umano, come se avessero subito grandi delusioni. Ascoltando l’altro, ciascuno dei due ritrovava aspetti di se stesso dimenticati; e benché avessero passato l’età delle emozioni ingenue, provavano un piacere nuovo, una specie di estasi, l’incanto di ogni relazione al suo nascere. Cento volte si erano alzati, si erano riseduti e avevano percorso tutto il viale, dalla chiusa a monte fino alla chiusa a valle, sempre con l’intenzione di andarsene, ma senza averne il coraggio, come trattenuti da un incantesimo. Tuttavia dovevano lasciarsi, e mentre si stringevano la mano, all’improvviso, Bouvard disse: «E se cenassimo insieme?». «Pensavo la stessa cosa!», rispose Pécuchet, «ma non osavo proporlo!». E si lasciò condurre davanti al Municipio, in un piccolo ristorante dove si mangiava bene. Bouvard ordinò la lista. Pécuchet temeva che le spezie potessero mettergli il fuoco in corpo. Questo diede il via a una discussione medica. Quindi presero a esaltare i vantaggi delle scienze: quante cose da conoscere! Quante ricerche, solo ad averne il tempo! Ma il tempo, ahimè, se ne andava tutto per guadagnarsi il pane; e alzarono le braccia dallo stupore, si abbracciarono al di sopra della tavola, quando scoprirono che erano entrambi copisti, Bouvard in un’azienda commerciale, Pécuchet al ministero della marina, ma questo non gli impediva, ogni sera, di consacrare un po’ di tempo allo studio. Aveva trovato degli errori nell’opera di Thiers, e parlò con grandissimo rispetto di un certo professor Dumouchel. Bouvard primeggiava sotto altri aspetti. La catena dell’orologio fatta di capelli, e il modo in cui preparava la salsa di senape e maionese, rivelavano in lui l’uomo intraprendente e navigato; mangiava con un capo del tovagliolo sotto l’ascella, sciorinando cose che facevano ridere Pécuchet. Era un riso particolare, una sola nota molto bassa, sempre uguale, emessa a lunghi intervalli. Quello di Bouvard era continuo, sonoro, e gli scopriva i denti, scuotendogli le spalle, tanto che gli avventori, fin sulla porta, si voltavano a guardare. Terminato il pasto, andarono a prendere il caffè in un altro locale. Pécuchet, osservando i lampioni a gas, si lamentò dell’eccessivo lusso, poi con un gesto sdegnoso allontanò i giornali. Bouvard si mostrava più indulgente nei loro confronti. Gli piacevano tutti quelli che, in un modo o nell’altro, scrivevano, e in gioventù si era sentito portato per fare l’attore! Si cimentò in giochi di bravura con una stecca da bigliardo e due palle d’avorio, così come riuscivano al suo amico Barberou. Immancabilmente le palle cadevano e rotolavano sul pavimento tra le gambe delle persone, perdendosi lontano. Il cameriere, che ogni volta si alzava per andarle a cercare a gattoni sotto i tavoli, finì col lamentarsi. Pécuchet ebbe una discussione con lui; intervenne il proprietario, ma senza ascoltare le sue scuse si mise a recriminare anche sulla consumazione. Infine propose di terminare in pace la serata nel suo appartamento, che si trovava lì vicino, in via Saint-Martin. Appena entrato, indossò una specie di camiciotto di cotone colorato, e fece gli onori di casa. Bene in vista c’era uno scrittoio d’abete che con i suoi spigoli ingombrava la stanza; e tutto intorno, su alcune assicelle, sulle tre sedie, sopra la vecchia poltrona e perfino negli angoli, si trovavano ammucchiati numerosi volumi dell’Enciclopedia Roret, il Manuale dell’ipnotizzatore, un Fénelon, altri vecchi libri, insieme a pile di scartoffie, due noci di cocco, alcune medaglie, un berretto turco e delle conchiglie che Dumouchel aveva portato da Le Havre. Uno strato di polvere vellutava le pareti che un tempo erano state gialle. La spazzola delle scarpe pendeva dal bordo del letto, da cui uscivano le lenzuola. Sul soffitto c’era una grande macchia scura, prodotta dal fumo della lampada. Bouvard, certo a causa dell’odore, chiese il permesso di aprire la finestra. «I fogli di carta voleranno via!», esclamò Pécuchet che, oltre tutto, temeva le correnti d’aria. Tuttavia ansimava in quella cameretta che dal mattino si scaldava sotto il tetto d’ardesia. Bouvard gli disse: «Al suo posto mi toglierei la flanella!». «Come!», e Pécuchet abbassò il capo, spaventato all’idea di non aver più la sua canottiera. «Mi segua», continuò Bouvard, «l’aria aperta la rinfrescherà». Alla fine Pécuchet rispolverò le scarpe, borbottando: «Parola d’onore che lei è un demonio!», e malgrado la distanza, lo accompagnò a casa fino all’angolo della via Béthune, in faccia al ponte della Tournelle. La camera di Bouvard, tirata a cera, con tendine di percalle e mobili in mogano, godeva di un balcone che dava sul fiume. I due pezzi forti erano un portaliquori al centro del cassettone, e alcuni dagherrotipi lungo lo specchio che ritraevano degli amici; un dipinto a olio occupava l’alcova. «Mio zio!», disse Bouvard illuminandolo con il candeliere che teneva in mano. I favoriti rossi gli facevano più largo il volto, sormontato da un ciuffo arricciato in punta. Era come sepolto nell’alta cravatta, con il triplice collo della camicia, del panciotto di velluto, e dell’abito nero. Sulla gala portava diamanti disegnati. Aveva gli occhi allungati verso gli zigomi, e un sorrisetto malizioso. Pécuchet non si trattenne dal dire: «Avrei detto che fosse suo padre!». «È il mio padrino», replicò Bouvard in modo evasivo, aggiungendo che i suoi nomi di battesimo erano François, Denys, Bartholomée. Quelli di Pécuchet invece erano Juste, Romain, Cyrille; e avevano la stessa età: quarantasette anni! La coincidenza fece loro piacere ma li sorprese, perché ciascuno credeva che l’altro fosse meno giovane. Quindi lodarono la Provvidenza, le cui combinazioni a volte sono meravigliose. «Perché, in realtà, se poco fa non fossimo usciti per fare una passeggiata, avremmo potuto morire prima di conoscerci!». E dopo essersi scambiati l’indirizzo dei loro uffici, si augurarono la buona notte. «Lasci stare le donne!», gridò Bouvard sulle scale. Pécuchet scese i gradini senza rispondere alla battuta. Il giorno seguente, nel cortile dei fratelli Descambos, tessuti d’Alsazia, via Hautefeuille 92, qualcuno chiamò: «Bouvard! Signor Bouvard!». Questi si affacciò alla finestra e riconobbe Pécuchet, che gridò più forte, scandendo le parole: «Non mi sono ammalato! L’ho tolta!». «Ma cosa!». «Questa!», disse Pécuchet indicandosi il petto. Tutti i discorsi del giorno prima, con il caldo dell’appartamento e una digestione laboriosa, gli avevano impedito di dormire, finché, non potendone più, aveva gettato lontano da sé la canottiera. Al mattino si era ricordato di quel gesto fortunatamente senza conseguenze, e ora veniva ad informarne Bouvard che, proprio per questo, era salito a un’altezza prodigiosa nella sua stima. Pécuchet era figlio di un piccolo mercante, e non aveva conosciuto sua madre, che era morta giovanissima. A quindici anni l’avevano tolto dal pensionato per sistemarlo presso un ufficiale giudiziario. Fin quando arrivarono i gendarmi e il padrone fu spedito in galera; una storia truce che ancora gli metteva paura. In seguito aveva fatto molti lavori, istitutore, commesso di farmacia, contabile su un piroscafo dell’alta Senna. Alla fine un capo reparto, affascinato dalla sua scrittura, l’aveva assunto come addetto alla segreteria; ma la consapevolezza di un’istruzione insufficiente, accompagnata a quei bisogni spirituali che pure gl’ispirava, contribuivano a renderne irritabile l’umore; così viveva completamente solo, senza parenti, senza una donna. L’unica distrazione consisteva nel recarsi, la domenica, a ispezionare i lavori pubblici. I ricordi più vecchi di Bouvard lo riportavano sulle rive della Loira, nella corte di una fattoria. Un uomo, che poi era suo zio, l’aveva condotto a Parigi per introdurlo nel commercio. Quando era diventato maggiorenne, gli avevano versato alcune migliaia di franchi. Allora si era sposato e aveva aperto un negozio di confetteria. Sei mesi dopo la moglie spariva portandosi dietro la cassa. Gli amici, la buona tavola, e soprattutto la pigrizia, avevano accelerato la sua rovina. Finché gli era venuta l’idea di mettere a frutto la sua bella scrittura; e da dodici anni era impiegato allo stesso posto, i fratelli Descambos, tessuti, via Hautefeuille 92. Quanto a suo zio, che un tempo gli aveva inviato come ricordo il famoso ritratto, Bouvard ne ignorava anche l’indirizzo e non se ne aspettava più niente. Millecinquecento lire di rendita e il salario da copista gli permettevano di andare, tutte le sere, a schiacciare un sonnellino in un piccolo caffè. Così il loro incontro aveva avuto l’importanza di un’avventura. Si erano subito sentiti attratti dal più intimo delle loro fibre. Come spiegare altrimenti la simpatia? Per quale motivo un particolare, un difetto insignificante o odioso in una persona, c’incanta invece in un’altra? Il cosiddetto colpo di fulmine è vero per ogni genere di passione. Prima della fine della settimana si diedero del tu. Venivano spesso a cercarsi in ufficio. E appena uno dei due faceva la sua comparsa, l’altro chiudeva lo scrittoio e se ne andavano insieme per le strade. Bouvard camminava a grandi passi, così che Pécuchet doveva raddoppiare i suoi e la finanziera, battendogli sui tacchi, sembrava scivolare su rotelline. Anche i loro gusti personali s’integravano. Bouvard fumava la pipa, amava il formaggio, prendeva regolarmente la sua mezza tazza di caffè. Pécuchet fiutava il tabacco, finiva il pasto solo con la marmellata e intingeva una zolletta di zucchero nel caffè. Uno era fiducioso, sventato, generoso. L’altro discreto, meditabondo, economo. Per fargli piacere, Bouvard volle far conoscere a Pécuchet Barberou. Era un vecchio commesso viaggiatore, che attualmente lavorava in Borsa, un bravo ragazzo, patriota, donnaiolo, e che ostentava un linguaggio popolare. A Pécuchet non piacque e condusse Bouvard da Dumouchel. Lo scrittore (poiché aveva pubblicato un manualetto di memnotecnica) dava lezioni di letteratura in un pensionato per giovani, esprimeva opinioni ortodosse e teneva un contegno serioso. Annoiò Bouvard. Nessuno dei due aveva nascosto all’altro la sua opinione. E ciascuno dei due ne riconobbe la fondatezza. Cambiarono abitudini; abbandonarono la pensione famigliare, finendo per cenare insieme tutti i giorni. Chiacchieravano a proposito degli avvenimenti teatrali alla moda, del governo, del costo dei generi alimentari, delle frodi commerciali. Ogni tanto tornavano nei loro discorsi la faccenda della Collana o il processo Fualdès; e poi analizzavano le cause della Rivoluzione. Perdevano tempo nelle botteghe di cianfrusaglie. Visitarono il Conservatorio delle Arti e dei Mestieri, Saint-Denis, i Gobelins, gli Invalidi, e tutte le collezioni pubbliche. Quando chiedevano loro il documento d’identità, fingevano di averlo smarrito, facendosi passare per stranieri, per due inglesi. Nelle gallerie del Museo di Storia Naturale passarono con stupore davanti ai quadrupedi impagliati, si entusiasmarono per le farfalle, rimasero indifferenti ai minerali; i fossili li fecero sognare, la conchigliologia li annoiò. Guardarono dai vetri le serre, rabbrividendo al pensiero che tutto quel fogliame distillava veleni. Del cedro li colpì il fatto che fosse stato importato in un cappello. Al Louvre cercarono di entusiasmarsi per Raffaello. Alla Biblioteca Nazionale avrebbero voluto conoscere il numero esatto dei volumi. Una volta entrarono al Collegio di Francia durante il corso d’arabo; e il professore si stupì nel vedere due sconosciuti che tentavano di prendere appunti. Grazie a Barberou s’intrufolarono dietro le quinte di un piccolo teatro. Dumouchel procurò loro i biglietti per una seduta dell’Accademia. Si tenevano aggiornati sulle scoperte, leggevano i sommari, e tutta questa curiosità sviluppò loro l’intelligenza. In fondo a un orizzonte ogni giorno più lontano, intravedevano confuse meraviglie. Ammirando un vecchio mobile, rimpiangevano di non essere vissuti nell’epoca in cui era in uso, benché ignorassero totalmente di quale epoca si trattava. Inseguendo certi nomi, s’immaginavano paesi tanto più belli quanto più vaghi. Se il titolo di un’opera era incomprensibile, quell’opera conteneva per loro un che di misterioso. Coll’aumentare delle idee, crebbe anche la sofferenza. Quando per strada incrociavano una carrozza postale, avvertivano il bisogno di andarsene con lei. Il mercato dei fiori faceva loro sospirare la campagna. Una domenica mattina si misero in cammino; passarono per Meudon, Bellevue, Suresnes, Auteuil, vagabondarono tutto il giorno tra i vigneti, colsero papaveri ai bordi dei campi, dormirono sull’erba, bevvero latte, mangiarono sotto le acacie delle trattorie, e rientrarono molto tardi, impolverati, sfiniti, inebriati. Ripeterono spesso queste passeggiate. Ma il giorno dopo erano così tristi che alla fine vi rinunciarono. La monotonia dell’ufficio divenne insopportabile. Quegli eterni raschino e gomma, e lo stesso calamaio, le stesse penne e gli stessi colleghi! Erano degli stupidi, e finirono col rivolger loro sempre meno la parola; si attirarono dei dispetti. Arrivavano tutti i giorni in ritardo, e ricevettero dei rimproveri. Un tempo erano stati felici. Ma da quando era cresciuta la considerazione di se stessi, il lavoro era diventato un’umiliazione; si confortavano in quel disgusto, si esaltavano reciprocamente, si suggestionavano. Pécuchet assunse il contegno brusco di Bouvard, e Bouvard prese qualcosa dell’ombrosità di Pécuchet. «Mi piacerebbe fare il saltimbanco sulle pubbliche piazze!», diceva uno. «Perché no lo straccivendolo», esclamava l’altro. Che situazione spaventosa! E non c’era mezzo d’uscirne! Nessuna speranza! Un pomeriggio (era il 20 gennaio 1839), mentre Bouvard si trovava al suo scrittoio, ricevette una lettera, consegnata dal postino. Alzò le braccia, rovesciò lentamente la testa, e cadde svenuto sul pavimento. Gli impiegati si precipitarono; gli tolsero la cravatta, mandarono a chiamare un medico. Quando riaprì gli occhi, alle domande che gli facevano: «Ah!… è che… è che… un po’ d’aria mi farà bene. No! Lasciatemi! Permettetemi!», e malgrado la sua mole, corse tutto d’un fiato fino al ministero della marina, passandosi una mano sulla fronte, credendo d’impazzire, cercando di calmarsi. Fece chiamare Pécuchet. Pécuchet arrivò. «Mio zio è morto! Eredito!». «Non è possibile!». Bouvard gli mostrò la lettera: STUDIO DEL NOTAIO TARDIVEL Savigny-en-Septaine, 14 gennaio ‘39 «Signore, La prego di recarsi nel mio studio, per prendere conoscenza del testamento di François, Denys, Bartholomée Bouvard, suo padre naturale, ex negoziante nella città di Nantes, deceduto in questo comune il 10 del presente mese. Il testamento contiene disposizioni in suo favore molto importanti. Voglia gradire, Signore, i miei sinceri rispetti. Tardivel, notaio». Pécuchet dovette sedersi sopra un paracarro nel cortile. Poi, restituendo il foglio di carta, disse lentamente: «Non sarà per caso… uno scherzo?». «Pensi che sia uno scherzo!», disse Bouvard con voce soffocata, simile al rantolo di un moribondo. Ma il timbro della posta, la carta intestata dello studio, la firma del notaio, tutto confermava l’autenticità della notizia; si guardarono con un tremito all’angolo della bocca, mentre negli occhi spalancati scorreva una lacrima. Avevano bisogno di spazio. Andarono fino all’Arco di Trionfo, ritornarono costeggiando il fiume, superarono Notre-Dame. Bouvard era tutto rosso. Diede a Pécuchet dei pugni nella schiena, e per cinque minuti andò completamente fuori di testa. Ridacchiavano senza volerlo. Era un’eredità che certo ammontava… «Ah! Sarebbe troppo bello! Non parliamone più». E continuavano a parlarne. Non c’era niente che impedisse di chiedere subito delle informazioni. Bouvard scrisse al notaio per averne. Il notaio spedì una copia del testamento, che così terminava: «In conseguenza di ciò, lascio a François, Bartholomée Bouvard, che riconosco come figlio naturale, quella parte dei miei beni che è disponibile per legge». Il buon uomo aveva avuto quel figlio nella sua giovinezza, ma si era preoccupato di tenerlo in disparte, facendolo passare per un nipote; e il nipote l’aveva sempre chiamato zio, ben sapendo come stavano le cose. Verso la quarantina, il signor Bouvard si era sposato, poi era rimasto vedovo. Poiché i due figli legittimi lo avevano deluso, si era fatto prendere dal rimorso per l’abbandono in cui aveva lasciato, per tanti anni, l’altro suo figlio. E se non fosse stato per la domestica, l’avrebbe anche fatto venire in casa sua. Grazie alle manovre della famiglia la donna lo lasciò, e nella solitudine, ormai prossimo a morire, volle riparare ai torti intestando al frutto dei suoi primi amori quanto più poteva della sua fortuna. Questa ammontava a mezzo milione, e dunque per il copista rimanevano duecentocinquantamila franchi. Etienne, il maggiore dei fratelli, aveva fatto sapere che avrebbe rispettato il testamento. Bouvard cadde in una specie di ebetudine. Con il placido sorriso degli ubriachi, a voce bassa, continuava a ripetere: «Quindicimila lire di rendita!», e anche Pécuchet, che pure aveva i nervi più saldi, non se ne faceva una ragione. Una lettera di Tardivel li riportò bruscamente alla realtà. L’altro figlio, Alexandre, manifestava l’intenzione di portare tutto davanti al tribunale, anzi di attaccare il lascito, se avesse potuto, esigendo prima di tutto sigilli, un inventario, un atto di sequestro ecc.! A Bouvard venne un attacco di fegato. Appena si fu rimesso, s’imbarcò per Savigny, da dove tornò senza aver concluso nulla e lamentandosi per le spese del viaggio. Poi vennero le insonnie, un alternarsi di collera e di speranza, di euforia e di abbattimento. Finalmente, dopo sei mesi, il signor Alexandre si calmò e Bouvard entrò in possesso dell’eredità. La sua prima reazione era stata: «Ci ritiriamo in campagna!», e Pécuchet aveva trovato naturale questa espressione con cui veniva associato alla fortuna dell’amico. Tanto l’unione dei due uomini era assoluta e profonda. Ma poiché non intendeva vivere alle spese di Bouvard, non sarebbe partito prima della pensione. Ancora due anni; che importava! Si dimostrò inflessibile, e così fu deciso. Per sapere dove stabilirsi, passarono in rassegna tutte le province. Il Nord era fertile ma troppo freddo, il Sud aveva un clima incantevole ma c’erano le zanzare, quanto al Centro poi, non aveva niente d’interessante. La Bretagna sarebbe andata bene se gli abitanti non fossero stati così bigotti. Le regioni dell’Est neanche parlarne, a causa del loro dialetto germanico. Ma c’erano altri paesi. Cosa pensare, ad esempio, del Forez, del Bugey, del Roumois? Le carte geografiche non rivelavano niente. Del resto, avere casa in un posto piuttosto che in un altro, l’importante era averne una. E già si vedevano in maniche di camicia, sul bordo di un’aiuola a potare i roseti, zappando, sarchiando, aggiustando la terra, travasando tulipani. Si sarebbero svegliati al canto dell’allodola per star dietro agli aratri, raccogliendo mele nel paniere, guardando fare il burro, battere il grano, tosare le pecore, accudire gli alveari, e avrebbero goduto del muggire delle mucche e dell’odore del fieno tagliato. Basta scrivere! Basta capi! Basta con l’affitto! Perché avrebbero posseduto una casa propria! E avrebbero mangiato il pollame dell’aia, la verdura dell’orto, avrebbero cenato con gli zoccoli ai piedi! «Faremo tutto ciò che ci piacerà! Ci lasceremo crescere la barba!».

Acquistarono attrezzi da giardino, e un mucchio di cose che «potevano essere utili», come una cassetta degli arnesi (ce ne vuole sempre una in casa), bilance, un doppio decametro, una vasca da bagno in caso si ammalassero, un termometro, e anche un barometro «modello Gay-Lussac» per fare esperimenti di fisica, qualora ne avessero avuto voglia. Non sarebbe stato davvero male (perché non si può sempre lavorare all’aperto) possedere qualche buon libro di letteratura; e si misero a cercarne, molto incerti a volte se un libro «fosse davvero un libro da biblioteca». Bouvard dette un taglio alla questione.

«Eh! Non ci serviranno biblioteche!».

«E poi, io ho la mia», diceva Pécuchet.

Nella previsione, si organizzavano. Bouvard avrebbe portato i suoi mobili, Pécuchet il suo grande tavolo nero; avrebbero utilizzato le tendine, e con un po’ di batteria da cucina sarebbe stato sufficiente. Avevano giurato di non farne parola con nessuno; ma il loro volto era raggiante. I colleghi li trovavano

«strani». Bouvard, che scriveva disteso sullo scrittoio, con i gomiti in fuori per tornire meglio la sua scrittura all’inglese, emetteva quella specie di fischiettio strizzando le pesanti palpebre, con un’aria maliziosa. Pécuchet, appollaiato su un grande sgabello di paglia, si accaniva come sempre sulle gambe della sua scrittura allungata, ma gonfiando le narici stringeva le labbra, come se avesse paura di lasciarsi sfuggire un segreto.

Dopo diciotto mesi di ricerche non avevano ancora trovato nulla.

Viaggiarono per tutti i dintorni di Parigi, da Amiens fino a Evreux, da Fontainebleau a Le Havre. Volevano una campagna che fosse una vera campagna, non proprio un luogo pittoresco, ma un orizzonte limitato li rattristava. Pur fuggendo la vicinanza delle abitazioni, avevano paura della solitudine. A volte decidevano, poi, temendo di doversi pentire più tardi, cambiavano opinione, parendogli la località malsana, o esposta al vento del mare, o troppo vicina a una manifattura, o di difficile accesso.

Li salvò Barberou.

Essendo a conoscenza dei loro sogni, un bel giorno andò a riferire che gli avevano parlato di una proprietà a Chavignolles, tra Caen e Falaise. Si trattava di una fattoria di trentotto ettari, con una specie di palazzo e un giardino quanto mai redditizio.

Si recarono nel Calvados; ne furono entusiasti. Solo che, per la fattoria e per la casa (ed erano in vendita insieme), il prezzo era di centoquarantatremila franchi. Bouvard era disposto a darne centoventimila.

Pécuchet si oppose a quell’ostinatezza, pregandolo di cedere, alla fine dichiarò che avrebbe versato la differenza. Erano tutti i suoi averi, provenivano in parte dal patrimonio di sua madre, e in parte erano il frutto dei suoi risparmi. Non ne aveva mai fatto parola, riservando quel capitale a una grande occasione.

Fu tutto pagato per la fine del 1840, sei mesi prima del suo pensionamento.

Bouvard non faceva più il copista. All’inizio aveva continuato il suo lavoro non fidandosi del futuro, ma una volta certo dell’eredità, si era dimesso.

Tuttavia tornava volentieri dai Descambos, e alla vigilia della partenza offrì un punch a tutto l’ufficio.

Pécuchet, al contrario, si mostrò scostante con i colleghi, e l’ultimo giorno uscì sbattendo brutalmente la porta.

Doveva sorvegliare l’imballaggio, sbrigare un mucchio di commissioni, fare ancora delle spese, e prendere congedo da Dumouchel!

Il professore gli propose uno scambio epistolare, con il quale lo avrebbe tenuto al corrente della letteratura; e dopo nuove congratulazioni, gli augurò buona salute. Barberou, accomiatandosi da Bouvard, si rivelò più sensibile.

Interruppe per l’occasione una partita di domino, promise di andarlo a trovare, ordinò due anicini e l’abbracciò.

Bouvard, rientrato a casa, andò sul balcone e respirò una profonda boccata d’aria, dicendosi: «Finalmente». Le luci del lungofiume tremavano nell’acqua, il rumore degli omnibus si affievoliva lontano. Gli tornarono alla mente i giorni felici che aveva trascorsi in quella grande città, gli spuntini al ristorante, le sere a teatro, i pettegolezzi della portinaia, tutte le sue abitudini; e sentì come una fitta al cuore, una tristezza che non osava confessare.

Pécuchet camminò per la stanza fino alle due del mattino. Non ci sarebbe più tornato; tanto meglio! Ma poi, pur di lasciare qualcosa di sé, incise il suo nome nel gesso del camino.

Il grosso dei bagagli era già in viaggio dal giorno prima. Gli attrezzi da giardino, i lettini, i materassi, le tavole, le sedie, un fornello, la vasca da bagno e tre barili di Borgogna sarebbero andati via Senna fino a Le Havre, e di là sarebbero stati spediti a Caen, dove Bouvard, che li attendeva, li avrebbe fatti arrivare a Chavignolles. Ma il ritratto di suo padre, le poltrone, il mobile bar, i libri, la pendola, tutti gli oggetti preziosi furono messi in un carro per i traslochi che avrebbe seguito la strada di Nonancourt, Verneuil e Falaise. Pécuchet volle accompagnarlo.

Si sistemò accanto al conduttore, a cassetta, e al riparo nella sua finanziera più vecchia, con una sciarpa, i mezziguanti e il copripiedi dell’ufficio, all’alba del 20 marzo, una domenica, uscì dalla Capitale. Le prime ore il movimento e la novità del viaggio lo tennero occupato. Poi i cavalli rallentarono, e da questo nacquero discussioni con il conducente e il carrettiere. I due sceglievano infime locande, e benché fossero loro responsabili di tutto, per eccesso di prudenza Pécuchet dormiva negli stessi posti. Il giorno seguente all’alba ripartivano; e la strada, sempre uguale, si allungava salendo fino al limitare dell’orizzonte. Si succedevano i mucchi di pietre, i fossati erano pieni d’acqua, la campagna si stendeva in grandi superfici di un verde freddo e monotono, il cielo era percorso da nuvole, di tanto in tanto cadeva la pioggia. Il terzo giorno si levarono dei colpi di vento. Il telone del carro, mal fissato, sbatteva come la vela di una nave. Pécuchet abbassò il volto sotto il berretto, e ogni volta che apriva la tabacchiera, per proteggersi gli occhi doveva voltarsi completamente. Ad ogni scossa sentiva tutto il carico che si spostava, e moltiplicava le raccomandazioni. Accorgendosi che non servivano a nulla, cambiò tattica; diventò ragionevole, ebbe delle gentilezze; durante le salite difficili si mise a spingere le ruote con gli uomini; arrivò a offrire il caffè corretto dopo i pasti. Da allora andarono più in fretta, tanto che nei pressi di Gauburge si ruppe l’asse, e il carro rimase inclinato.

Subito Pécuchet volle guardare l’interno; le tazze di porcellana giacevano in pezzi. Gesticolò, digrignando i denti, inveendo contro quei due imbecilli; il giorno dopo andò perduto per colpa del carrettiere che si era ubriacato; ma, ormai al colmo dell’amarezza, non ebbe neppure la forza di lamentarsi.

Bouvard aveva lasciato Parigi solo due giorni più tardi, per cenare ancora una volta con Barberou. Arrivò nel cortile delle carrozze all’ultimo minuto e si risvegliò davanti alla cattedrale di Rouen; aveva sbagliato diligenza.

La sera tutti i posti per Caen erano prenotati; non sapendo cosa fare, si recò al Teatro delle Arti, e sorridendo ai vicini, diceva che si era ritirato dal commercio e che da poco aveva acquistato una proprietà nei dintorni. Quando il venerdì arrivò a Caen, i suoi bagagli non c’erano. Li ricevette la domenica e li spedì con una carretta, avvisando il fittavolo che li avrebbe seguiti dopo poche ore.

A Falaise, dopo nove giorni di viaggio, Pécuchet prese un cavallo di rinforzo, e fino al tramonto tutto andò bene. Dopo Bretteville, avendo lasciato la strada principale, si avventurò per una scorciatoia, credendo ad ogni istante di vedere il campanile di Chavignolles. Intanto la carreggiata si faceva incerta, poi scomparve e si trovarono in mezzo a campi coltivati. Scendeva la notte.

Cosa fare? Alla fine Pécuchet abbandonò il carro, e sguazzando nel fango si lanciò alla scoperta. Quando si avvicinava alle fattorie, i cani abbaiavano.

Gridava allora con tutte le sue forze per sapere la strada. Nessuno rispondeva.

Avendo paura, si teneva alla larga. A un certo punto brillò la luce di due lanterne. Vide un calesse e si affrettò a raggiungerlo. Dentro c’era Bouvard.

Ma dov’era finito il carro del trasloco? Per un’ora lo cercarono nelle tenebre, chiamando a gran voce. Finalmente lo trovarono e raggiunsero Chavignolles.

Nella sala ardeva un gran fuoco di rovi e di pigne. Era apparecchiato per due. Il mobilio arrivato con la carretta ingombrava l’ingresso. Non mancava nulla. Si misero a tavola.

Avevano preparato loro una zuppa di cipolle, un pollo, del lardo e uova sode. La vecchia che si occupava della cucina veniva ogni tanto a informarsi se tutto andava bene. «Oh, buono! Buonissimo!», rispondevano, e la grossa forma di pane difficile da tagliare, la panna, le noci, ogni cosa li mandava in estasi! Nel pavimento c’erano dei buchi, i muri trasudavano umidità. Tuttavia, mentre mangiavano sulla piccola tavola al lume di una candela, il loro sguardo si posava soddisfatto su ogni cosa. I volti erano rossi a causa dell’aria aperta.

Distesero le pance, appoggiandosi allo schienale della sedia che scricchiolò, dicendosi: «Eccoci qui, dunque! Che bellezza! Sembra un sogno!».

Verso mezzanotte, a Pécuchet venne voglia di fare un giro nel giardino.

Bouvard acconsentì. Presero la candela, e proteggendola con un vecchio giornale, passeggiarono tra le ortaglie.

Provavano piacere a indicare a voce alta i diversi tipi di ortaggi: «Ma guarda, delle carote! Ah! I cavoli».

Poi passarono in rassegna gli alberi da frutta. Pécuchet tentò di scoprire delle gemme. A volte si vedeva un ragno fuggire all’improvviso lungo il muro; le ombre dei loro corpi si stampavano ingigantite, ripetendone i gesti. In cima all’erba gocciolava la rugiada. La notte era completamente nera; tutto era immobile, immerso in un grande silenzio, una grande calma. In lontananza cantò un gallo.

Le loro camere avevano una porticina in comune, mascherata dalla tappezzeria. Urtandola con un cassettone, ne fecero saltare i chiodi. La trovarono aperta. Fu una sorpresa.

Dopo essersi spogliati, nei loro letti, chiacchierarono per un po’, quindi si addormentarono; Bouvard sulla schiena, la bocca aperta, a testa nuda, Pécuchet sul fianco destro, le ginocchia ripiegate, con un ridicolo berretto di cotone; e tutti e due russavano al chiaro di luna che entrava dalle finestre.

II

E che gioia il giorno seguente al risveglio! Bouvard si accese la pipa, Pécuchet fiutò una presa di tabacco, ed entrambi dissero che erano le migliori della loro vita. Poi si misero alla finestra per guardare il paesaggio.

Davanti a sé avevano i campi, a destra c’era un granaio e il campanile di una chiesa, a sinistra un filare di pioppi.

I due viali principali, intersecandosi, dividevano il giardino in quattro parti. Gli ortaggi stavano dentro certi campicelli dove, qua e là, si ergevano cipressi nani e alberi da frutta ben potati. Da una parte un viale di carpini che confinava con un poggio, dall’altra un muro che sosteneva gli alberi a spalliera, e sul fondo una cancellata che dava sulla campagna. Oltre il muro un frutteto, dopo il viale di carpini un boschetto, dietro il cancello un viottolo.

Stavano contemplando tutte queste cose, quando apparve lungo il sentiero un uomo dai capelli grigi, che indossava un cappotto nero e che, con il bastone da passeggio, batteva sulle sbarre del cancello. L’anziana domestica disse loro che si trattava del signor Vaucorbeil, un medico famoso nei dintorni.

Gli altri notabili erano il conte di Faverges, un tempo deputato, le cui stalle venivano portate ad esempio, il sindaco Foureau che vendeva legname, gesso, e ogni altro genere di cose, il notaio Marescot, l’abate Jeufroy, e la vedova Bordin, che viveva di rendita. Quanto a lei, la chiamavano Germaine, a causa del defunto Germain, suo marito. Lavorava «a giornata», ma le sarebbe piaciuto mettersi a servizio da lorsignori. Fu assunta, e s’incamminarono verso la fattoria, situata a un chilometro di distanza.

Quando entrarono nell’aia il fattore, padron Gouy, urlava contro un ragazzo, mentre la moglie, seduta su uno sgabello, stringeva tra le gambe una tacchina che ingozzava con bocconi di farina. L’uomo aveva la fronte stretta, il naso sottile, lo sguardo sornione e le spalle robuste. La donna era biondissima, con i pomelli pieni di lentiggini, e quell’aria semplice che hanno i contadini sulle vetrate delle chiese.

In cucina c’erano dei mazzi di canapa che pendevano dal soffitto. Sopra al camino stavano allineati tre vecchi fucili. A metà della parete troneggiava una credenza carica di ceramiche dipinte a fiori; e i riquadri in vetro di bottiglia lasciavano cadere sugli utensili di stagno e di rame una luce smorta.

L’intenzione dei due parigini era di fare un’ispezione alla proprietà, che avevano visto una volta sola e in modo sommario. Padron Gouy e sua moglie fecero loro da scorta; così ebbe inizio la sfilza delle lamentele.

Ogni edificio, dalla rimessa alla distilleria, aveva bisogno di riparazioni. Si sarebbe dovuta costruire una dispensa per i formaggi, mettere ferramenta nuove ai cancelli, rialzare il terrapieno, dare profondità al pozzo e ripiantare la maggior parte dei meli nei tre cortili.

Quindi visitarono le coltivazioni. Padron Gouy ne deprezzò il valore.

Mangiavano troppo concime; i carriaggi costavano in modo eccessivo, impossibile togliere le pietre, l’erbaccia infestava i campi; e questo continuo denigrare la sua terra attenuò in Bouvard il piacere che provava a camminarci sopra.

Tornarono per il sentiero, attraverso una fitta macchia di faggi. Da quel lato la casa mostrava il cortile principale e la facciata.

Era dipinta di bianco con profilature gialle. Le tettoie e la cantina, il forno e la legnaia formavano due ali d’angolo più basse. La cucina comunicava con uno stanzino. C’erano quindi l’ingresso, una seconda sala più grande e il salotto. Le quattro camere del primo piano si aprivano su un corridoio che dava sul cortile. Pécuchet ne occupò una per le sue collezioni; l’ultima fu utilizzata per la biblioteca; aprendo gli armadi vi trovarono altri libri, ma non provarono neppure a leggerne i titoli. La cosa più urgente rimaneva il giardino.

Passando lungo il viale di carpini, Bouvard scoprì tra i rami una scultura in gesso. Rappresentava una donna che con due dita scostava la gonna, le ginocchia piegate, la testa sulla spalla, come se temesse di venir sorpresa.

«Ah! Scusi! Non si preoccupi!», e questa battuta li divertì a tal punto che la ripeterono parecchie volte al giorno, e per più di tre settimane.

Intanto i benestanti di Chavignolles desideravano conoscerli, li spiavano dal cancello. Ostruirono con delle assi le aperture. La popolazione ne fu contrariata.

Per difendersi dal sole, Bouvard portava in testa un fazzoletto annodato come un turbante, Pécuchet il suo berretto, e aveva un gran grembiule con una tasca davanti, nella quale venivano sballottati un fazzoletto, le cesoie, la sua tabacchiera. Spalla a spalla, a braccia nude, essi lavoravano, sarchiando, potando, e s’imponevano compiti, mangiavano il più velocemente possibile; ma il caffè andavano a prenderlo sul poggio, per godersi la vista.

Se incontravano una lumaca, le si avvicinavano e la schiacciavano, con una smorfia sulla bocca, come se spezzassero una noce. Non si muovevano senza la vanga, e tagliavano in due le larve di maggiolino con un tale impeto da conficcare il ferro dell’attrezzo per tre pollici. Per liberarsi dei bruchi, scuotevano gli alberi con gran colpi di pertica, furiosamente.

Bouvard piantò una peonia in mezzo al prato, e dei pomodori che avrebbero dovuto ricadere come lampioncini sotto la volta del viale di carpini.

Pécuchet fece scavare davanti alla cucina una larga buca e la divise in tre scomparti, dove avrebbe creato dei concimi capaci di dar vita a una quantità di cose i cui residui avrebbero prodotto altri raccolti, generando così nuovo concime, e tutto questo in un processo interminabile; e sul bordo di quella fossa sognava, scorgendo il futuro, pieno di montagne di frutta, straripante di fiori, con valanghe di verdure. Ma gli mancava il letame di cavallo, tanto utile per i letti di fertilizzante. I coltivatori non ne vendevano; gli albergatori glielo rifiutarono. Alla fine, dopo un mucchio di ricerche, malgrado le riserve di Bouvard e mettendo da parte ogni vergogna, decise che sarebbe andato lui stesso «per sterco!».

Fu proprio mentre era intento a questa occupazione che la signora Bordin, un giorno, lo avvicinò sulla strada maestra. Dopo essersi complimentata con lui, s’informò del suo amico. Gli occhi neri della donna, piccoli ma luccicanti, il bel colorito, la sua sicurezza (aveva perfino un po’ di baffi), intimidirono Pécuchet. Rispose con poche parole e le voltò le spalle, una scortesia che Bouvard trovò riprovevole.

Poi arrivò il cattivo tempo, la neve, il gran freddo. S’installarono in cucina a fare graticci; oppure camminavano per le stanze chiacchierando accanto al fuoco, e guardavano la pioggia cadere.

A metà quaresima erano già in attesa della primavera, e ogni mattina ripetevano: «germoglia». Ma la stagione tardò; impazienti, si consolavano dicendo: «sta per germogliare».

Finalmente videro spuntare i piselli. Gli asparagi erano rigogliosi. La vigna prometteva bene.

Se erano abili nei lavori dell’orto, sarebbero riusciti anche nell’agricoltura; e furono presi dall’ambizione di coltivare la fattoria. Con un po’

di buon senso e di studio ce l’avrebbero fatta, era sicuro.

Prima di tutto bisognava vedere come facevano gli altri; e prepararono una lettera, dove chiedevano al signor De Faverges l’onore di visitare le sue coltivazioni. Il conte diede loro subito un appuntamento.

Dopo un’ora di cammino, arrivarono sul versante di un colle che domina la vallata dell’Orne. Il fiume scorreva nel fondovalle facendo delle anse. Qua e là si ergevano dei blocchi di arenaria rossa, rocce più grandi formavano, in lontananza, come una scogliera a strapiombo sulla campagna coperta di grano maturo. Di fronte, sull’altra collina, la verzura era così folta da nascondere le case. Gli alberi la tagliavano in quadrati diseguali, tracciando in mezzo all’erba delle righe più scure.

La proprietà apparve tutta quanta all’improvviso. Le tegole dei tetti indicavano la fattoria. A destra si trovava il castello con la facciata bianca, oltre c’era un bosco, e un prato scendeva sino al fiume, dove si specchiavano le ombre di una fila di platani.

I due amici entrarono in un campo di erba medica appena falciata.

Alcune donne, con in testa cappelli di paglia, o fazzoletti di tela indiana, o visiere di carta, sollevavano da terra il fieno con i rastrelli, mentre sul lato opposto del campo, vicino ai covoni, i fasci venivano gettati con slancio su un lungo carretto a cui erano attaccati tre cavalli. Si fece avanti il signor Conte seguito dal suo amministratore.

Indossava un abito di basino, impettito, i lunghi scopettoni, a metà tra il dandy e il magistrato. Anche quando parlava i tratti del volto rimanevano immobili.

Dopo i primi convenevoli, espose le sue teorie sui foraggi; il falciato andava rivoltato senza sparpagliarlo, i covoni dovevano essere a forma di cono, e i fasci dovevano essere legati sul posto, subito, poi ammucchiati dieci per volta. Quanto alla rastrellatrice inglese, il prato era troppo diseguale per un simile attrezzo.

Una ragazzina con i piedi nudi dentro le ciabatte, il corpo che usciva dagli strappi dell’abito, dava da bere alle donne, versando sidro da una brocca che teneva appoggiata al fianco. Il conte domandò da dove venisse la piccola; nessuno sapeva niente. Le contadine l’avevano presa per servirle durante la mietitura. Alzò le spalle e, allontanandosi, deplorò l’immoralità delle nostre campagne.

Bouvard si complimentò per l’erba medica. In effetti era venuta molto bene, malgrado i danni della cuscuta; alla parola cuscuta i due futuri agronomi aprirono tanto d’occhi. Poiché aveva molto bestiame, il conte si dedicava ai prati artificiali; era comunque un buon precedente per le altre colture, cosa che non capita di frequente con le radici dei foraggi: «Questo almeno mi sembra indiscutibile».

Bouvard e Pécuchet fecero eco insieme: «Oh! Indiscutibile».

Stavano sul bordo di un campo senza rilievi, ben dissodato. Un cavallo condotto a mano trascinava un ampio cassone su tre ruote. Sette coltri, disposte in basso, aprivano solchi sottili e paralleli, nei quali cadeva il grano che scendeva al suolo per mezzo di tubi.

«Qui», disse il conte, «semino dei cavoli rapa. Il cavolo rapa è la base della mia coltivazione quadriennale», e si lanciò a magnificare i vantaggi della seminatrice. Ma venne un domestico a cercarlo. Al castello avevano bisogno di lui.

Prese il suo posto l’amministratore, un uomo dal volto astuto e dai modi ossequiosi.

Accompagnò i «signori» in un altro campo, dove quattordici mietitori, a petto nudo e gambe larghe, falciavano la segala. Le lame sibilavano nel foraggio che ricadeva a destra. Ciascuno tracciava davanti a sé un ampio semicerchio, ed essi avanzavano insieme, sulla stessa linea. I due parigini erano in ammirazione di quelle braccia, e si sentivano come rapiti da una venerazione quasi religiosa per l’opulenza della terra.

Costeggiarono quindi diversi appezzamenti arati. Scendeva la sera; alcune cornacchie si avventavano sui solchi.

Poi incontrarono il gregge. Le pecore pascolavano qua e là, si udiva il loro incessante brucare. Il pastore, seduto su un tronco d’albero, con accanto il cane, sferruzzava una calza di lana.

L’amministratore aiutò Bouvard e Pécuchet a superare una staccionata, quindi attraversarono due casali dove c’erano alcune mucche che ruminavano sotto i meli.

Tutte le costruzioni della fattoria erano contigue e occupavano tre lati della corte. Il lavoro avveniva per mezzo di macchine, azionate da una turbina che sfruttava un ruscello appositamente deviato. Da un tetto all’altro correvano strisce di cuoio, e in mezzo al letame funzionava una pompa di ferro.

L’amministratore fece osservare come nell’ovile ci fossero delle piccole aperture rasoterra, e nel porcile delle porte ingegnose che si chiudevano da sé.

Il granaio era a volta come una cattedrale, con archi di mattoni che poggiavano su muri di pietra.

Per divertire i signori, una domestica gettò delle manciate d’avena alle galline. L’albero del torchio sembrò loro gigantesco, e salirono fin nella piccionaia. Ciò che più li colpì fu il caseificio. A ogni angolo c’erano rubinetti che fornivano l’acqua necessaria per inondare l’impiantito; entrando si veniva sorpresi da una sensazione di fresco. Allineati sui graticci c’erano degli orci scuri pieni di latte fino all’orlo. Recipienti meno profondi contenevano la panna.

I pani di burro si succedevano come sezioni di una colonna di rame, e dai secchi di stagno appena messi a terra traboccava la schiuma.

Ma il gioiello della fattoria era la stalla. Pali di legno fissati perpendicolarmente per tutta la sua lunghezza la dividevano in due settori, uno per il bestiame, l’altro per i servizi. Ci si vedeva appena, dal momento che tutte le feritoie erano chiuse. I buoi mangiavano attaccati alle catenelle, e dai loro corpi emanava un calore accresciuto dal soffitto basso. Qualcuno fece entrare la luce. A un tratto un filo d’acqua si mise a correre nello scolo che costeggiava le rastrelliere. Si levarono dei muggiti. Le corna diedero come un clicchettio di bastoni. Tutti i buoi sporsero il muso tra le sbarre e iniziarono a bere lentamente.

Grandi carri fecero il loro ingresso nella corte e qualche puledro nitrì. Due o tre lanterne si accesero al piano terra, poi scomparvero. Gli uomini di fatica passavano trascinando gli zoccoli sull’acciottolato, poi suonò la campana della cena.

I due visitatori se ne andarono.

Erano incantati da ciò che avevano visto. Presero una decisione. La sera stessa tolsero dalla loro biblioteca i quattro volumi della Casa rustica, si fecero spedire il corso di Gasparin, e si abbonarono a una pubblicazione di agricoltura.

Per recarsi più facilmente alle fiere, acquistarono un carretto condotto da Bouvard.

Vestiti di una blusa azzurra, con un cappello a larghe tese, i gambali fino al ginocchio e un bastone da sensale in mano, si aggiravano tra il bestiame, facevano domande ai contadini, e non perdevano un solo comizio agricolo.

In breve assillarono padron Gouy con i loro consigli, criticando soprattutto il suo modo di tenere i campi a maggese. Ma il fattore era attaccato alle sue abitudini. Con il pretesto della grandine chiese il rinvio di una scadenza. Quanto all’affitto, non lo pagò mai. Ad ogni reclamo, anche il più ragionevole, sua moglie strillava. Alla fine, Bouvard disse che non avrebbe rinnovato il contratto.

Da quel momento Gouy risparmiò sul concime, lasciò crescere le erbacce, mandò in rovina il fondo. Se ne andò con un’aria feroce, da cui trapelavano propositi di vendetta.

Bouvard aveva pensato che all’inizio sarebbero stati sufficienti ventimila franchi, vale a dire più di quattro volte il costo dell’affitto. Il suo notaio di Parigi glieli inviò.

Il loro possedimento comprendeva quindici ettari tra aie e prati, ventitré di terre coltivabili e cinque di terreno incolto, situati su una montagnola ricoperta di sassi che veniva chiamata il Poggio.

Si procurarono tutti gli attrezzi indispensabili, quattro cavalli, dodici mucche, sei maiali, centosessanta pecore, e come personale due carrettieri, due donne, un domestico, un pastore, e anche un grosso cane.

Per avere subito del denaro vendettero i foraggi; vennero a pagarli in casa; quei napoleoni d’oro contati sulla cassa dell’avena parvero brillare più degli altri, incomparabilmente migliori.

In novembre fecero il sidro. Bouvard frustava il cavallo e Pécuchet, salito nella vasca, rimestava il fondo con una pala. Ansimavano stringendo la vite, immergevano il cucchiaio nel tino, sorvegliavano il cocchiume, portavano zoccoli pesanti, si divertivano un mondo.

Partendo dal principio che il grano non è mai troppo, eliminarono circa la metà dei prati artificiali, e poiché non avevano concime si servirono dei panelli che misero nella terra senza frantumarli, così che la resa fu misera.

L’anno seguente seminarono molto fitto. Ci furono dei temporali. Le spighe si piegarono.

Tuttavia si accanivano col frumento; e incominciarono a togliere le pietre dal poggio; un carretto portava via le pietre. Per tutto l’anno, dalla mattina alla sera, con la pioggia, con il sole, era possibile vedere l’eterno carretto con lo stesso uomo e lo stesso cavallo, inerpicarsi, scendere e risalire per la piccola collina. A volte lo seguiva Bouvard, che camminava facendo delle soste a mezza salita per asciugarsi la fronte.

Non fidandosi di nessuno, governavano essi stessi gli animali, somministrando loro purghe e clisteri.

Si verificarono dei gravi inconvenienti. La servetta della fattoria rimase incinta. Assunsero persone sposate; fu un pullulare di bambini, cugini, cugine, zii, cognate. Una vera e propria orda che viveva a spese loro; decisero di dormire a turno nella fattoria.

Ma di sera diventavano tristi. Erano contrariati dalla sporcizia della camera; e Germaine, che portava loro i pasti, brontolava a ogni viaggio.

Venivano ingannati in tutti i modi. Quelli che battevano il grano ne riempivano la brocca che serviva per bere. Pécuchet ne sorprese uno, e si mise a gridare spingendolo fuori per le spalle:

«Miserabile! Tu sei la vergogna del villaggio che ti ha visto nascere!».

La sua persona non ispirava alcun rispetto. Inoltre, provava rimorsi per il giardino. Tutto il tempo che gli dedicava non era sufficiente per tenerlo in buono stato. Bouvard si sarebbe occupato della fattoria. Ne discussero e decisero in tal senso.

Prima di tutto bisognava avere delle buone serre. Pécuchet ne fece costruire una in mattoni. Pitturò lui stesso il telaio e, temendo i colpi di sole, imbrattò di gesso tutti i vetri. Per le piantine, usò la precauzione di togliere non solo le foglie, ma anche le cime. Si dedicò quindi alle margotte. Tentò diversi tipi d’innesto, innesti ad anello, a corona, a gemma, innesto erbaceo, innesto inglese. Quanta cura metteva nel far combaciare i due tessuti! Come stringeva le fasciature! Che quantità d’unguento per ricoprirle!

Due volte al giorno prendeva l’annaffiatoio e lo faceva dondolare sulle piante, come per dare l’incenso. Sotto quell’acqua che cadeva in una pioggia sottile, le piante rinverdivano, e a lui sembrava di togliersi la sete e di rinascere con loro. Poi, cedendo a un’improvvisa ebbrezza, strappava la bocchetta all’annaffiatoio e spargeva a fiotti, generosamente.

In fondo al viale di carpini, accanto alla donna di gesso, c’era una specie di capanno fatto con tronchi d’abete. Pécuchet vi rinchiudeva i suoi attrezzi; là trascorreva ore deliziose a mondare i semi, a scrivere etichette, a riordinare i suoi piccoli vasi. Quando voleva riposarsi, si sedeva davanti alla porta, su una cassa, e allora faceva progetti su ogni tipo di miglioramento.

Alla base della scalinata aveva creato due piccole aiuole di gerani; tra i cipressi e gli alberi potati piantò i girasoli; e poiché le aiuole erano piene di botton d’oro, e tutti i viali di sabbia nuova, il giardino dava un barbaglio di tutto quel giallo.

Ma la serra brulicava di larve; e malgrado gli strati di foglie secche, sotto i telai pitturati e i vetri imbrattati, crebbero solo culture rachitiche. Le piantine non attecchirono; gli innesti si staccarono; nelle margotte la linfa non salì, le radici degli alberi diventarono bianche; le pianticelle andarono male. Il vento si divertiva a buttar giù i paletti dei fagioli. L’abbondanza di fango non giovò alle fragole, la mancanza di cimatura ai pomodori.

Non gli vennero i broccoli, le melanzane, le rape, e il crescione acquatico che aveva voluto coltivare in un mastello. Dopo il disgelo, tutti i carciofi erano perduti.

Lo consolarono i cavoli. Uno, in modo particolare, gli diede buone speranze. Si apriva, cresceva, finì col diventare un prodigio assolutamente incommestibile. Che importa! A Pécuchet bastava possedere quel mostro.

Fu allora che tentò ciò che gli sembrava essere il vertice dell’arte: la coltivazione del melone.

Ne seminò le più diverse varietà dentro ciotole riempite di terriccio che sotterrò nella serra. Poi costruì un’altra serra; e quando le piantine buttarono, trapiantò le più belle, coprendole con i vetri. Eseguì i tagli seguendo i precetti del buon giardiniere, rispettò i fiori, lasciò che i frutti allegassero, scegliendone uno per ramo, soppresse gli altri; e quando furono grandi come una noce, infilò sotto la scorza un’assicella per impedire che marcissero a contatto col letame.

Li inumidiva, li areava, puliva con il fazzoletto i vetri appannati, e se comparivano le nuvole, portava in gran fretta delle stuoie. La notte ci perdeva il sonno. Si alzava anche più di una volta; a piedi nudi negli stivali, in camicia, tremando, attraversava tutto il giardino per andare a stendere sulle vetrate la coperta del suo letto.

I cantalupi maturarono.

Al primo, Bouvard fece una smorfia. Ma non andò meglio con il secondo, e tanto meno con il terzo; per ognuno Pécuchet trovava una scusa nuova, fino all’ultimo che gettò dalla finestra, ammettendo di non capirci nulla.

In effetti, dal momento che aveva coltivato le une accanto alle altre specie diverse, i meloni zuccherini si erano confusi con gli orticoli, il grosso Portogallo con il grande Mongolo; e la vicinanza dei pomodori completando quell’anarchia, ne erano venuti degli incroci abominevoli dal gusto di zucca.

Fu allora che Pécuchet si dedicò ai fiori. Scrisse a Dumouchel per avere arbusti e semi, acquistò una scorta di concime d’erica e si mise risolutamente al lavoro.

Ma le passiflore le piantò all’ombra, le viole del pensiero al sole, coprì di letame i giacinti, annaffiò i gigli dopo la fioritura, distrusse i rododendri per averli potati troppo, stimolò le fucsie con colla da falegname, e arrostì un melograno esponendolo al fuoco della cucina.

All’avvicinarsi del freddo, riparò le rose canine sotto volte di carta ben spalmate di cera; sembravano pani di zucchero sospesi nell’aria per mezzo di bastoni. I sostegni delle dalie erano giganteschi; e tra quelle forme diritte si scorgevano i rami contorti di una sophora japonica, che rimaneva immutabile, senza deperire né fiorire.

Dopo tutto, se gli alberi più rari prosperano nei giardini della capitale, perché non dovevano farcela a Chavignolles? Così Pécuchet si procurò il lillà delle Indie, la rosa della Cina e l’eucalipto, allora all’inizio della sua fama. Tutti questi esperimenti fallirono. E ogni volta ne rimaneva costernato.

Anche Bouvard, come lui, incontrava degli ostacoli. Si consultavano l’un l’altro, aprivano un libro, passavano a un altro, poi, davanti al contrasto delle opinioni, non sapevano cosa decidere.

La marna, ad esempio, è raccomandata dal Puvis, mentre il manuale Roret la combatte.

Quanto al gesso, malgrado l’esempio di Franklin, Rieffel e Rigaud non ne sembrano affatto entusiasti.

I maggesi, secondo Bouvard, erano un pregiudizio medievale. Eppure il Leclerc segnala casi dove sono pressoché indispensabili. Gasparin cita un tipo di Lione che per circa mezzo secolo ha coltivato a cereali lo stesso campo; questo ribalta la teoria delle rotazioni. Tull esalta l’aratura a scapito della concimatura; ed ecco il maggiore Beatson che scredita l’una e l’altra!

Per interpretare i cambiamenti meteorologici, studiarono le nuvole secondo la classificazione di Luke-Howard. Stavano in contemplazione di quelle che si allungano come criniere, di quelle che sembrano isole, di quelle che si potrebbero scambiare per montagne di neve, cercando di distinguere i nimbi dai cirri, gli strati dai cumuli; ma le forme cambiavano prima che ne avessero trovato i nomi.

Il barometro li tradì; il termometro non servì a nulla; così ricorsero all’espediente escogitato da un prete della Turenna sotto Luigi XV. Una sanguisuga in un boccale doveva salire in caso di pioggia, stare sul fondo per il bello stabile, agitarsi in prossimità di una tempesta. Ma il tempo smentì quasi sempre la sanguisuga. Ne misero allora altre tre. Ciascuna si comportò in modo differente.

Dopo grandi meditazioni, Bouvard riconobbe che si era sbagliato. Quel genere di proprietà esigeva una grande coltivazione, il sistema intensivo, e vi profuse ciò che restava del capitale disponibile: trentamila franchi.

Incitato da Pécuchet, si fece prendere dalla mania del concime. Ricoprì la fossa del letame con tutto quanto gli capitava: rami, sangue, frattaglie, piume.

Usò il liquore belga, il liquame svizzero, la liscivia Da-Olmi, aringhe affumicate, alghe, stracci, fece arrivare del guano, tentò di fabbricarne, e spingendo all’estremo i suoi principi, non tollerò che andasse perduta neppure l’urina, abolendo i gabinetti. Arrivavano nella corte le carogne degli animali con cui avrebbe concimato la terra. La campagna era cosparsa di quelle carogne fatte a pezzi. In mezzo a tutta quella putrefazione, Bouvard sorrideva. Una pompa sistemata su un carretto riversava colaticcio sui raccolti. A chi se ne mostrava disgustato, diceva: «Ma è oro! Oro!». E rimpiangeva solo di non averne di più.

Fortunati quei paesi dove ci sono grotte naturali piene d’escrementi di uccelli!

La colza fu scarsa, l’avena mediocre; il grano poi fu venduto molto male, per via dell’odore. La cosa strana fu che il poggio, finalmente senza sassi, produceva meno di una volta.

Pensò bene di rinnovare l’attrezzatura. Comperò uno scarificatore Guillaume, un estirpatore Valcourt, una seminatrice inglese e il grande aratro di Mathieu di Dombasle. Il carrettiere lo denigrò.

«Impara a usarlo!».

«Mi faccia vedere come si fa!».

Bouvard ci provava, sbagliava, e i contadini sghignazzavano.

Non gli riuscì mai di convincerli a obbedire al suono della campana. Li sgridava continuamente, correva da un posto all’altro, teneva un taccuino per le osservazioni, dava appuntamenti, se ne dimenticava, e mille idee ingegnose gli ribollivano in testa. Si riprometteva di coltivare il papavero in vista dell’oppio, e soprattutto l’astragalo, che avrebbe messo in vendita con il nome di «caffè per famiglie».

Per far ingrassare più velocemente i buoi, ogni quindici giorni cavava loro il sangue.

Non uccise mai un maiale, li ingozzava con avena salata. In breve tempo il porcile fu troppo stretto. I maiali si ammassavano nella corte, sfondavano le staccionate, mordevano la gente.

Nel periodo più caldo, venticinque montoni si misero a girare in tondo, e dopo poco morirono.

La settimana stessa, a causa delle flebotomie di Bouvard, spirarono tre buoi.

Per distruggere le larve dei maggiolini escogitò di rinchiudere alcune galline su una gabbia a ruote, che due uomini spingevano dietro l’aratro, cosa che, inevitabilmente, spezzò loro le zampe.

Fece della birra con foglie di querciolo, e la diede ai mietitori al posto del sidro. Accusarono dolori alle viscere. I bambini piangevano, le donne gemevano, gli uomini erano furiosi. Tutti minacciavano di andarsene; Bouvard cedette.

Tuttavia, per convincerli dell’innocuità della sua bevanda, ne trangugiò davanti a loro parecchie bottiglie, si sentì male, ma nascose i dolori sotto un’aria allegra. Fece anzi trasportare l’intruglio a casa. La sera, lui e Pécuchet lo bevvero sforzandosi di trovarlo buono. E comunque, non l’avrebbero certo buttato via.

Poiché le coliche di Bouvard si facevano troppo forti, Germaine andò a cercare il dottore.

Era un uomo serio, dalla fronte prominente, e che iniziò subito a spaventare il malato. La colerina del signore dipendeva certo da quella birra di cui si parlava in paese. Volle conoscerne la composizione, e la biasimò con termini scientifici, oltre che con alzate di spalle. Pécuchet, che aveva fornito la ricetta, ne fu mortificato.

L’anno dopo, a dispetto delle calcinature dannose, della scarsa sarchiatura e delle intempestive mondature, Bouvard si trovò a disposizione un bel raccolto di frumento. Decise di farlo seccare con la fermentazione di tipo olandese, metodo Clap-Mayer, cioè lo fece tagliare tutto insieme, ammucchiare in covoni che sarebbero stati abbattuti al primo gas che ne fosse uscito, e poi esposti all’aria aperta; quindi, Bouvard si ritirò senza la minima inquietudine.

Il giorno dopo, a cena, sentirono venire dal faggeto il rullo di un tamburo. Germaine uscì per vedere cosa stava accadendo; ma l’uomo era già lontano. Quasi nello stesso istante la campana della chiesa si mise a suonare con violenza.

Bouvard e Pécuchet furono presi dall’angoscia. Si alzarono, e impazienti di sapere, si avviarono a capo scoperto verso Chavignolles.

Passò una vecchia. Non sapeva nulla. Fermarono allora un ragazzino, che rispose: «Credo che sia un incendio», mentre il tamburo continuava a rullare e la campana suonava più forte. Finalmente raggiunsero le prime case del villaggio. Il droghiere, da lontano, gridò loro: «C’è un incendio da voi!».

Pécuchet prese il passo da marciatore; e a Bouvard, che gli correva a fianco, diceva: «Uno, due; uno, due; al tempo! Come i cacciatori di Vincennes».

La strada continuava a salire; il pendio nascondeva la visuale. Arrivarono in alto, sul poggio; di colpo apparve loro il disastro.

Tutti i covoni, qua e là, fiammeggiavano come vulcani, in mezzo alla pianura spoglia, nella calma della sera.

Intorno al più alto c’erano forse trecento persone; giovanotti con pertiche e rampini, agli ordini del sindaco Foureau, con la sciarpa tricolore, smuovevano la paglia dalla cima, per salvare il resto.

Nella fretta, Bouvard gettò a terra la signora Bordin, che si trovava sul posto. Poi, scorgendo uno dei suoi garzoni, lo coprì d’ingiurie per non averlo avvertito. In verità, il garzone, per eccesso di zelo, era corso subito a casa, in chiesa, poi dai padroni, e aveva fatto ritorno da un’altra strada.

Bouvard perse la testa. I suoi contadini lo attorniavano parlando tutti insieme; proibiva di abbattere i covoni, supplicava che gli venissero in aiuto, voleva acqua, invocava i pompieri!

«Come se li avessimo!», esclamò il sindaco.

«Colpa sua!», lo rimbeccò Bouvard. Montò in collera, disse cose sconvenienti; e tutti rimasero ammirati per la pazienza di Foureau, che era un uomo violento, come testimoniavano le labbra grosse e la mascella da bulldog.

Il calore che veniva dai covoni era così forte che non era più possibile avvicinarsi. Le fiamme divoravano la paglia, che si torceva crepitando, i chicchi di grano sferzavano i volti come pallini di piombo. Alla fine, il covone crollava a terra formando un largo braciere, da cui sprizzavano scintille; e quella massa ondeggiava, rossa e screziata, offrendo sfumature di colore, alcune rosa cinabro, altre scure come sangue raggrumato. Era scesa la notte, soffiava il vento; vortici di fumo avviluppavano la folla; ogni tanto contro il cielo nero passava una favilla.

Bouvard contemplava l’incendio, e piangeva sommessamente. Gli occhi erano scomparsi sotto le palpebre gonfie; il dolore gli aveva come disteso il volto. La signora Bordin, giocando con le frange del suo scialle verde, lo chiamava «povero signore», cercando di consolarlo. Poiché non c’era nulla da fare, doveva pure «farsene una ragione».

Pécuchet non piangeva. Pallidissimo, anzi livido, con la bocca aperta e i capelli incollati da un sudore freddo, stava in disparte, immerso nei suoi pensieri. Poi all’improvviso arrivò il curato, che mormorò con voce suadente:

«Ah! Una vera disgrazia; è proprio spiacevole! Contate sulla mia partecipazione!».

Gli altri non mostrarono alcun rincrescimento. Chiacchieravano, sorridendo, la mano tesa davanti alle fiamme. Un vecchio raccolse dei fuscelli che bruciavano per accendersi la pipa. Alcuni bambini si misero a ballare. Un monello gridò che era proprio divertente.

«Sì, davvero un bel divertimento!», gli fece eco Pécuchet che l’aveva sentito.

Il fuoco diminuì. I mucchi si abbassarono; e un’ora dopo non rimanevano che ceneri, cerchi neri sulla pianura. Allora tutti se ne andarono.

La signora Bordin e l’abate Jeufroy accompagnarono Bouvard e Pécuchet fino a casa.

Strada facendo, la vedova rivolse al vicino dei rimproveri affettuosi sulla sua poca socievolezza, e il sacerdote espresse tutta la sua costernazione per non aver conosciuto, fino a quel momento, un parrocchiano tanto illustre.

Quando furono soli, cercarono la causa dell’incendio, ma invece di ammettere come tutti che la paglia umida aveva preso fuoco da sola, sospettarono una vendetta. Si trattava certo di padron Gouy, o non piuttosto del cacciatore di talpe? Sei mesi prima Bouvard aveva rifiutato i suoi servizi, anzi aveva sostenuto, davanti a testimoni, che quell’attività era dannosa, e che il governo doveva proibirla. Da allora l’uomo si aggirava nei dintorni. Aveva una barba incolta, e sembrava loro minaccioso, soprattutto la sera, quando si presentava al limitare delle corti, agitando la sua lunga pertica guarnita di talpe appese.

Il danno era considerevole, e per venire a capo della situazione, per otto giorni Pécuchet lavorò sui registri di Bouvard, che gli parvero «un vero labirinto». Dopo aver confrontato il giornale, la corrispondenza e il libro mastro fitto di annotazioni a matita e di rimandi, scoprì la verità: niente da vendere, niente da ricevere, e quanto alla cassa, zero; il bilancio segnava un ammanco di trentatremila franchi.

Bouvard non volle credervi, così rifecero i conti più di venti volte.

Arrivavano sempre alla stessa conclusione. Ancora due anni di una simile attività, e si sarebbero mangiati tutto il patrimonio!

Non restava che vendere.

Bisognava almeno consultare un notaio. Il compito era troppo penoso, se ne incaricò Pécuchet.

Secondo il parere del signor Marescot, sarebbe stato meglio non fare manifesti. Avrebbe parlato lui della fattoria a clienti fidati, raccogliendo le loro offerte.

«Benissimo!», disse Bouvard, «abbiamo un po’ di tempo!». Avrebbe procurato un fattore, poi si sarebbe visto. «Non staremo peggio di prima!

Dobbiamo fare solo qualche economia!».

L’idea contrariò Pécuchet a causa dell’orto, e qualche giorno dopo disse:

«Dovremmo dedicarci esclusivamente alla frutticoltura, non per diletto, ma come speculazione! Una pera, che viene a costare tre soldi, nella capitale si vende a volte anche a cinque o sei franchi! Ci sono coltivatori che con le albicocche arrivano a venticinquemila lire di rendita! Durante l’inverno, a Pietroburgo, l’uva viene pagata fino a un napoleone al grappolo! È un buon affare, ne converrai! E cosa ci costerebbe? Un po’ di cura, concime, e l’affilatura di una roncola!».

Eccitò a tal punto l’immaginazione di Bouvard che, immediatamente, si misero a cercare nei libri un elenco di piante da comprare; e quando ebbero scelto quei nomi che sembravano loro meravigliosi, si rivolsero a un vivaista di Falaise, che si premurò di fornire trecento fusti di cui non sapeva cosa fare.

[continua]|

[II, 2]|

Avevano fatto venire un fabbro per i sostegni, un chincagliere per i cavi, un carpentiere per i supporti. Avevano disegnato in anticipo la forma degli alberi. Listelli di legno sul muro raffiguravano quelli a candelabro. Due pali a ogni angolo di terreno tenevano tesi orizzontalmente fili di ferro; e nel frutteto, alcuni cerchioni segnavano la forma dei vasi, fasci di bastoncelli quella delle piramidi. Tutto era così ben congegnato, che arrivando da loro si pensava di vedere i pezzi di qualche macchina sconosciuta, o l’allestimento per uno spettacolo di fuochi d’artificio.

Scavati i buchi, tagliarono l’estremità a tutte le radici, buone o guaste, e le interrarono nel concime. Sei mesi dopo le piante erano morte. Nuove ordinazioni al vivaista, e nuovo trapianto dentro buche ancora più profonde!

Ma la pioggia inzuppò il terreno, gli innesti sprofondarono da soli, e gli alberi attecchirono.

Venuta la primavera, Pécuchet si mise a potare i peri. Non toccò i rami più grandi, rispettò quelli fruttiferi; e ostinandosi a voler coricare a squadra i peri detti duchessa, che dovevano costituire i filari esterni, inesorabilmente li spezzava o strappava. Quanto ai peschi, fece confusione tra rami primari, secondari e polloni. C’erano sempre dei vuoti e dei pieni dove non avrebbero dovuto esserci; impossibile ottenere una spalliera perfettamente rettangolare, con sei rami a destra e sei a sinistra, senza contare i due principali, così da formare una bella lisca di pesce.

Bouvard cercò di modellare gli albicocchi. Si ribellarono. Piegò i tronchi raso terra, nessuno tornò a germogliare. I ciliegi, a cui aveva praticato dei tagli, produssero gomma.

All’inizio le loro potature, molto estese, sopprimevano le gemme alla base, poi, troppo corte, producevano polloni: e spesso esitavano, non sapendo distinguere le gemme da legno da quelle da fiore. Anzi, i fiori li avevano rallegrati: ma, riconosciuto l’errore, ne strapparono i tre quarti, per rafforzare il resto.

Non smettevano di parlare della linfa e del cambio, delle spalliere, di accecamento. Nella sala da pranzo, incorniciata, tenevano la lista di quei loro allievi, con un numero che aveva il corrispondente in giardino, su un pezzetto di legno, ai piedi dell’albero.

All’alba erano già in piedi e lavoravano fino a notte, con il porta-giunco alla cinghia. Nelle fredde mattine di primavera Bouvard si teneva il maglione sotto la blusa, Pécuchet la vecchia finanziera sotto il grembiule; e chi passava davanti al cancello li udiva tossire nella nebbia.

Ogni tanto Pécuchet prendeva dalla tasca il manuale e ne studiava un paragrafo, in piedi, accanto alla vanga, nell’identica posa del giardiniere che faceva bella mostra di sé sul frontespizio del libro. La somiglianza lo lusingò molto. La sua stima per l’autore crebbe.

Bouvard stava perennemente appollaiato su un’alta scala davanti agli alberi fatti a piramide. Un giorno fu preso da vertigini, e non avendo più il coraggio di scendere, gridò a Pécuchet di andare in suo soccorso.

Alla fine, apparvero le pere; e nel frutteto le prugne. Allora misero in atto contro gli uccelli ogni espediente raccomandato. Ma i pezzetti di specchio davano un luccichio abbagliante, il rumore da nacchera del mulino a vento li svegliava di notte, e i passeri si posavano sul manichino. Ne fecero un secondo, e anche un terzo, a cui cambiarono l’abito, ma inutilmente.

Comunque, potevano sperare in qualche risultato. Pécuchet aveva appena consegnato un promemoria a Bouvard, quando all’improvviso risuonò il tuono e cadde la pioggia, una pioggia fitta e violenta. A folate il vento scuoteva tutta la spalliera. I sostegni furono abbattuti uno dopo l’altro, e quei disgraziati stocchi, oscillando, urtavano le pere.

Pécuchet, sorpreso dall’acquazzone, si era rifugiato nel capanno. Bouvard stava chiuso in cucina. Vedevano turbinare davanti a sé pezzi di legno, rami, tegole d’ardesia; e le mogli dei marinai che, a dieci leghe da lì, guardavano il mare dalla costa, non avevano lo sguardo più teso e il cuore più stretto. Poi, ad un tratto, i supporti e le sbarre della controspalliera con tutto il graticolato si abbatterono sui campi.

Che spettacolo quando andarono a vedere cos’era successo! Tutte le prugne e le ciliege erano nell’erba, insieme alla grandine che si scioglieva. Le Colmar erano perdute, e così le Favorite dei veterani e i Trionfi di Jodoigne. Era già un miracolo se tra le mele restava qualche Buon-papà. Dodici Poppe di Venere e tutte le pesche galleggiavano nelle pozze d’acqua, accanto ai bossi sradicati.

Dopo la cena, durante la quale mangiarono pochissimo, Pécuchet disse in tono sommesso:

«Non sarebbe meglio se andassimo a vedere cosa è successo alla fattoria?».

«Bah! Per avere altri motivi di desolazione!».

«Già, non siamo certo fortunati!». E si lamentarono della provvidenza e della natura.

Bouvard, con i gomiti sul tavolo, continuava a mormorare, e poiché un dolore chiama l’altro, gli tornarono alla mente i vecchi progetti agricoli, soprattutto la produzione di fecola e un nuovo tipo di formaggio.

Pécuchet respirava rumorosamente; e senza smettere di ficcarsi nel naso prese di tabacco, pensava che, se il destino non si fosse opposto, ora farebbe parte di una società agricola, si metterebbe in mostra alle esposizioni, il suo nome andrebbe sui giornali.

Bouvard lasciava scorrere attorno uno sguardo pieno di dolore.

«Giuro che mi vien voglia di sbarazzarmi di tutto per andarci a stabilire da un’altra parte!».

«Come vuoi», disse Pécuchet; e dopo un istante aggiunse:

«Gli autori si raccomandano di sopprimere tutti i canali diretti. In questo modo la linfa si trova ostacolata, e l’albero necessariamente ne soffre. Per stare bene non dovrebbe avere frutti. Tuttavia, quelli che non vengono mai potati né concimati, ne producono; meno grandi, è vero, ma più saporiti. Mi si spieghi perché? E non solo ogni specie richiede cure particolari, ma ogni individuo, a seconda del clima, della temperatura, di un mucchio di cose! Qual è dunque la regola? E come possiamo sperare in qualche successo o risultato?».

Bouvard gli rispose:

«Nel Gasparin c’è scritto che l’utile non può superare un decimo del capitale. Per questo sarebbe meglio mettere il capitale in banca; in capo a quindici anni, calcolando gli interessi, si realizzerebbe il doppio senza dannarsi l’anima».

Pécuchet abbassò la testa.

«Che la frutticoltura sia un imbroglio?».

«Come l’agronomia!», replicò Bouvard.

Poi si accusarono di essere stati troppo ambiziosi, e decisero che d’ora in avanti avrebbero risparmiato preoccupazioni e denaro. Una potatura di quando in quando al frutteto.

Le controspalliere furono messe al bando, e gli alberi morti non vennero rimpiazzati; certo così c’erano dei vuoti molto brutti, a meno di non abbattere quelli che erano rimasti in piedi. Che fare?

Pécuchet fece parecchi schizzi, servendosi di righe e compassi. Bouvard lo consigliava. Non arrivarono a nessuna conclusione soddisfacente. Per fortuna trovarono nella loro biblioteca l’opera di Boitard, intitolata L’architetto dei giardini.

L’autore li divide in un’infinità di generi. Prima di tutto c’è il genere melanconico-romantico, che si distingue per i semprevivi, le rovine, le tombe, e «un ex-voto alla Madonna, proprio sul luogo dove un cavaliere è caduto sotto il ferro di un assassino»; per il genere orrido occorrono rocce a strapiombo, alberi spezzati, capanne incendiate; quello esotico si ottiene piantando ceri del Perù « in modo da suscitare ricordi nel colono o nel viaggiatore». Il genere serio deve offrire, come Ermenonville, un tempio dedicato alla filosofia.

Obelischi e archi di trionfo caratterizzano il genere maestoso, muschio e grotte quello misterioso, un lago il genere sognante. C’è anche il genere fantastico, di cui si poteva vedere, fino a poco tempo fa, un esempio bellissimo in un giardino del Würtemberg; infatti vi s’incontravano in successione: un cinghiale, un eremita, molti sepolcri e una barca che, staccandosi da sola dalla riva, vi conduceva in un salottino dove, quando ci si sedeva sul sofà, si veniva inondati da zampilli d’acqua.

Davanti alla prospettiva di simili meraviglie, Bouvard e Pécuchet rimasero come abbagliati. Il genere fantastico parve loro esclusivo dei principi. Il tempio filosofico sarebbe stato ingombrante. L’ex-voto alla Madonna non aveva senso, dal momento che non c’erano assassini, e per quanto riguardava coloni e viaggiatori, tanto peggio per loro, le piante americane costavano troppo care.

Ma rocce, alberi spezzati, semprevivi e muschio erano a portata di mano. E, in preda a un entusiasmo crescente, dopo molte incertezze, aiutati da un solo garzone e per una cifra modesta, si costruirono una residenza che non aveva eguali in tutto il dipartimento.

Il viale di carpini, qua e là aperto, dava sul boschetto, fitto di sentieri contorti, come un labirinto. Nel muro della spalliera avevano aperto un arco, perché si potesse godere la prospettiva. L’arco non aveva tenuto e ne era risultata una breccia enorme, a terra un mucchio di rovine.

Gli asparagi erano stati sacrificati per costruirvi una tomba etrusca, cioè un quadrilatero in gesso nero, alto sei piedi, che assomigliava alla cuccia di un cane. Quattro abeti canadesi fiancheggiavano il monumento, che sarebbe stato sormontato da un’urna e si sarebbe fregiato di un’iscrizione.

Dall’altra parte del frutteto c’era una specie di ponte del Rialto che attraversava un bacino dai bordi incrostati di conchiglie. Che importanza aveva se la terra assorbiva l’acqua! Si sarebbe pur formato uno strato d’argilla per trattenerla. Il capanno era stato trasformato in una capanna rustica, con la sola aggiunta di vetri colorati. In cima al poggio, sei alberi squadrati sostenevano una copertura di latta con gli angoli rialzati, nelle intenzioni si trattava di una pagoda cinese.

Si erano recati sulle rive dell’Orne per scegliere i blocchi di granito, li avevano spezzati, numerati, caricati loro stessi su una carretta, poi avevano unito i pezzi con il cemento, accumulandoli uno sull’altro; così, in mezzo al prato, si ergeva una roccia, simile a una gigantesca patata.

Ma al di là della roccia mancava ancora qualcosa per completare quel quadro armonioso. Abbatterono il tiglio più grande del viale (che del resto era già morto per tre quarti) e lo adagiarono per tutta la lunghezza del giardino, così da far credere che lo avesse portato il torrente, o scalzato il fulmine.

Terminato il lavoro, Bouvard, che stava sulla scalinata, gridò da lontano:

«Da qui si vede meglio!».

«Vede meglio», echeggiò nell’aria.

Pécuchet rispose:

«Arrivo!».

«Ivo!».

«To’, c’è l’eco!».

«Eco!».

Era stato il tiglio che fino ad allora aveva impedito all’eco di prodursi; l’eco inoltre veniva favorita dalla pagoda, proprio di fronte al granaio, la cui sommità sovrastava il viale.

Per sfidare l’eco, si divertirono a lanciarsi facezie. Bouvard urlò delle oscenità.

Più volte era stato a Falaise, con la scusa di riscuotere denaro, e ne tornava sempre con dei pacchettini che rinchiudeva nel suo cassettone. Un mattino Pécuchet partì per recarsi a Bretteville, e rientrò tardissimo, con un cesto che nascose sotto il letto.

Il giorno seguente, al risveglio, Bouvard trovò una sorpresa. I due tassi all’inizio del viale centrale (che ancora il giorno prima erano sferici) avevano forma di pavoni; al posto del becco e degli occhi avevano un cornetto e due bottoni di porcellana. Pécuchet si era alzato all’alba; e tremando per la paura di essere scoperto, aveva tagliato i due alberi secondo le istruzioni dettate da Dumouchel. Da sei mesi anche gli altri allineati dietro ai primi due erano diventati imitazioni, più o meno fedeli, di piramidi, cubi, cilindri, cervi o poltrone. Ma niente era paragonabile ai pavoni. Bouvard lo riconobbe, sprofondandosi in elogi.

Con la scusa di aver dimenticato la vanga, trascinò il compagno nel labirinto. Perché anche lui, approfittando dell’assenza di Pécuchet, aveva fatto qualcosa di sublime.

La porta che dava sui campi era ricoperta da uno strato di gesso, e sopra, bene allineati, facevano mostra di sé cinquecento fornelli di pipa, raffiguranti degli Abd-el-Kader, negri, turchi, donne nude, zoccoli di cavalli e teschi!

«Capisci ora la mia impazienza?».

«Credo bene!».

E si abbracciarono per la commozione.

Come ogni vero artista, provarono il bisogno di essere applauditi, e Bouvard pensò di organizzare una gran cena.

«Fai attenzione!», disse Pécuchet, «con i ricevimenti ci si rovina!».

Decisero tuttavia di farla.

Da quando abitavano in quel paese avevano vissuto in disparte. Pur di vederli, tutti accettarono il loro invito, tranne il conte di Faverges, richiesto nella capitale per via di certi affari. Si accontentarono del signor Hurel, il suo factotum.

In cucina, a preparare i piatti, fu chiamato Beljambe, l’albergatore, che era stato cuoco a Lisieux. Si portò un cameriere. Germaine arruolò la ragazza della fattoria. Sarebbe venuta anche Marianne, la domestica della signora Bordin. Fin dalle quattro il cancello era spalancato, e i due proprietari, impazienti, attendevano gli invitati. Hurel si fermò sotto il faggeto per rimettersi la finanziera. Poi arrivarono il curato, con una sottana nuova, e un istante dopo Foureau, con un panciotto di velluto. Il dottore dava il braccio alla moglie, che camminava a fatica, riparandosi sotto il parasole. Dietro di loro si vedeva un ondeggiare di nastri rosa; era la cuffia della signora Bordin, che indossava un bell’abito di seta cangiante. La catena d’oro dell’orologio le batteva sul petto, e gli anelli le brillavano sulle mani coperte da mezzi guanti neri. Comparve infine il notaio, panama alla testa e monocolo all’occhio; e questo perché il pubblico ufficiale non cancellava mai in lui l’uomo di mondo.

Nel salotto c’era tanta di quella cera che risultava difficile tenersi in piedi.

Lungo la parete stavano addossate le otto poltrone di Utrecht, sulla tavola rotonda al centro c’era il mobile bar, e sopra il camino era ben visibile il ritratto di Bouvard padre. I tratti screpolati della tela, in controluce, gli atteggiavano a smorfia la bocca, rendendo strabici gli occhi, mentre un po’ di muffa sugli zigomi accentuava l’effetto delle fedine. Gli invitati trovarono che assomigliava al figlio, e la signora Bordin, guardando Bouvard, aggiunse che doveva essere stato un gran bell’uomo.

Dopo un’ora di attesa, Pécuchet annunciò che ci si poteva accomodare nella sala da pranzo.

Le tendine di calicot bianco, con gli orli rossi, proprio come quelle del salotto, erano completamente tirate davanti alle finestre; e il sole, filtrando dalla stoffa, gettava una luce dorata sull’intonaco della parete che, come unico ornamento, aveva un barometro.

Bouvard fece sedere le due signore accanto a sé, Pécuchet si mise il sindaco a sinistra e il curato a destra; e attaccarono le ostriche. Sapevano di fango. Bouvard, desolato, si prodigò in scuse, mentre Pécuchet si alzò per andare in cucina a fare una scenata a Beljambe.

Durante le prime portate, composte da un rombo al vol-au-vent e da un pasticcio di piccione, la conversazione riguardò il modo di produrre sidro. Dopo di che si passò ai cibi digesti o indigesti. Naturalmente consultarono il dottore.

I suoi giudizi erano improntati a scetticismo, com’è giusto in un uomo che ha visto tutto quanto c’è nella scienza, ma ciò nonostante non tollerava la minima obiezione.

Con la lombata venne servito del borgogna. Era torbido. Bouvard lo attribuì al cattivo risciacquo della bottiglia, ne aprì altre tre, con lo stesso risultato, poi versò del Saint-Julien, chiaramente troppo giovane; gli ospiti non dissero nulla. Hurel non smetteva di sorridere; sulle piastrelle risuonavano i passi pesanti del cameriere.

La signora Vaucorbeil, tracagnotta e dall’aspetto di una brontolona (era verso la fine della gravidanza), non aveva mai aperto bocca. Bouvard, che non sapeva più cosa dire, le parlò degli spettacoli teatrali di Caen.

«Mia moglie», interloquì il dottore, «non va mai agli spettacoli».

Marescot disse che quando abitava a Parigi si recava solo agli Italiani.

«Io», disse Bouvard, «qualche volta mi concedevo un posto in platea al Vaudeville, quando c’era una farsa!».

Foureau domandò alla signora Bordin se le piaceva la farsa.

«Dipende dal genere», rispose.

Il sindaco la stuzzicava. Lei stava al gioco delle battute. Quindi svelò una ricetta per i cetrioli sottaceto. D’altra parte le sue doti di massaia non erano un mistero per nessuno, teneva la sua piccola fattoria in modo esemplare.

Foureau si rivolse a Bouvard: «Ha per caso intenzione di vendere la proprietà?».

«A dir la verità, finora…».

«Come! Neppure la parte delle Ecalles?», insistette il notaio, «andrebbe giusto bene per la signora Bordin».

La vedova, schermendosi, ribatté: «Scommetto che il signor Bouvard ha delle pretese troppo grandi!».

Lo si sarebbe potuto intenerire.

«Io no di certo!».

«Via, lo baci!».

«Su, proviamo!», disse Bouvard, e tra gli applausi di tutta la compagnia la baciò sulle guance.

Quasi nello stesso istante fu stappato lo spumante, gli scoppi raddoppiarono l’allegria. A un cenno di Pécuchet le tende si aprirono e apparve il giardino.

Al chiarore del crepuscolo l’effetto risultò formidabile. La roccia in mezzo al prato sembrava una montagna, la tomba tra gli spinaci formava un cubo, il ponte veneziano un accento circonflesso sopra i fagioli; e la capanna, in fondo, faceva una gran macchia nera, perché per renderla più poetica le avevano incendiato il tetto. I tassi a forma di cervo o di poltrona si susseguivano fino all’albero fulminato, che era messo di traverso tra il viale di carpini e il pergolato, da cui i pomodori pendevano come stalattiti. Qua e là un girasole mostrava il suo disco giallo. La pagoda cinese dipinta di rosso si ergeva come un faro sul poggio. I becchi dei pavoni, colpiti dal sole, si rinviavano luccichii, e oltre il cancello, liberato dalle assi, la campagna piatta si estendeva fino all’orizzonte.

Allo stupore degli ospiti Bouvard e Pécuchet provarono una gioia profonda.

Alla signora Bordin piacquero soprattutto i pavoni. Ma la tomba, la capanna incendiata e il muro in rovina non riscossero alcun successo. Poi tutti, uno alla volta, passarono sul ponte. Per riempire il laghetto artificiale, Bouvard e Pécuchet avevano trasportato acqua per tutta la mattina. Ma l’acqua se n’era andata tra la giunture sconnesse del fondo e le pietre erano ricoperte di melma.

Durante la passeggiata gli ospiti si concessero delle critiche: «Al vostro posto avrei fatto così… I piselli sono indietro… Questo angolo bisogna sistemarlo… Potando a questo modo non vi darà mai della frutta».

Bouvard si sentì in dovere di rispondere che a lui della frutta non interessava un bel niente.

Mentre costeggiavano il viale di carpini, disse con aria sorniona:

«Disturbiamo? Mille scuse».

La battuta cadde nel vuoto. Tutti conoscevano la dama di gesso!

Dopo giri e rigiri nel labirinto, giunsero davanti alla porta con le pipe. I convitati si scambiarono sguardi di stupore. Bouvard scrutava i loro volti, impaziente di conoscere il loro parere:

«Bene, che ne dite?».

La signora Bordin scoppiò a ridere. Tutti si unirono a lei. Il curato era scosso da una specie di risolino, Hurel tossiva, al dottore erano venute le lacrime, sua moglie fu presa dalle convulsioni, e Foureau, senza scrupoli, ruppe un Abd-el-Kader che si mise in tasca come ricordo.

Usciti dal viale, Bouvard, che voleva meravigliare il suo pubblico con l’eco, gridò a piena voce:

«Servo vostro, signore!».

Niente! Nessuna eco. Ciò dipendeva da certe riparazioni fatte al granaio, di cui erano stati demoliti il tetto e la facciata.

Il caffè venne servito sul poggio, e mentre gli uomini stavano iniziando una partita a bocce, videro un tipo che da dietro il cancello li osservava.

Era magro e abbronzato, portava pantaloni rossi e a brandelli, una giacca azzurra senza camicia, la barba nera tagliata a spazzola; spiccicò queste parole con voce rauca:

«Datemi un bicchiere di vino!».

Il sindaco e l’abate Jeufroy lo riconobbero subito. Aveva fatto il falegname a Chavignolles.

«Via Gorgu, si allontani!», disse Foureau. «Non si va in giro a chiedere la carità».

«La carità, io!», esclamò l’uomo esasperato. «Ho fatto sette anni di guerra in Africa. Esco dall’ospedale. Non ho lavoro! Devo uccidere qualcuno?

Per Dio!».

Poi la collera sbollì, e con le mani sui fianchi stette a guardare i possidenti con un’aria triste e beffarda. La fatica dei bivacchi, l’assenzio e le febbri, tutta una vita di stenti e di miserie affiorava in quegli occhi torbidi. Le labbra pallide tremavano, scoprendogli le gengive. Un gran cielo rossastro lo avvolgeva in un chiarore insanguinato, e restava lì, ostinato, incutendo una paura sottile.

Bouvard, per tagliare corto, si procurò una bottiglia quasi vuota. Il vagabondo la tracannò avidamente; poi scomparve nei campi d’avena, gesticolando.

Il comportamento di Bouvard fu criticato. Simili cedimenti favorivano il disordine. Ma Bouvard, indispettito per l’insuccesso del suo giardino, si mise a difendere il popolo. Parlavano tutti assieme.

Foureau esaltava il governo. Per Hurel al mondo non c’era altro che la proprietà fondiaria. L’abate Jeufroy si lamentava perché la religione non era protetta. Pécuchet se la prese con le imposte. La signora Bordin, di tanto in tanto, esclamava: «Prima di tutto, detesto la repubblica», mentre il dottore si dichiarò per il progresso: «Perché alla fine, signori, abbiamo bisogno di riforme».

«È possibile!», rispose Foureau, «ma tutte queste idee nuocciono al commercio».

«Me ne infischio del commercio!», replicò Pécuchet.

Vaucorbeil proseguì: «Concedete almeno la modifica della legge elettorale». Bouvard non si spingeva fino a quel punto.

«Dunque è così che la pensa?», continuò il dottore. «Ora ho capito!

Buonasera! E le auguro un bel diluvio, da poterci navigare nel suo laghetto!».

«Me ne vado anch’io», disse dopo un momento Foureau; e indicando la tasca dove teneva l’Abd-el-Kader: «Se me ne serve un altro, tornerò».

Prima di partire, il curato confessò timidamente a Pécuchet che trovava indecorosa quella specie di tomba tra gli ortaggi. Hurel, andandosene, salutò tutti con un filo di voce. Marescot si era dileguato fin dal dessert.

La signora Bordin ricominciò con i suoi cetrioli, promise un’altra ricetta per le prugne sotto spirito, e percorse ancora tre volte il viale principale; ma passando accanto al tiglio le s’impigliò l’orlo della gonna; e la sentirono mormorare: «Dio mio, che sciocchezza questo albero!».

I due anfitrioni, rimasti sotto la pergola fino a mezzanotte, diedero sfogo al loro risentimento.

Nel corso della cena due o tre cosette, qua e là, non erano andate per il verso giusto, d’accordo, ma gli ospiti si erano pure ingozzati come lupi, segno che non era poi così malvagia. Se si erano tanto accaniti a denigrare il giardino, questo dipendeva dalla più volgare delle invidie; e si accalorarono entrambi:

«Dunque manca l’acqua nel laghetto! Un po’ di pazienza e ci nuoteranno un cigno e dei pesci!».

«Si sono accorti appena della pagoda!».

«Pretendere che le rovine siano pulite, è da imbecilli!».

«Sconveniente la tomba! Perché poi? È forse proibito costruirsene una sulle proprie terre? Anzi, mi ci voglio far seppellire!».

«Non dire queste cose!», lo redarguì Pécuchet.

Quindi passarono in rivista gli ospiti.

«Il medico si dà delle arie!».

«Hai visto l’atteggiamento di scherno di Marescot davanti al ritratto?».

«Che cafone il sindaco! Quando si va a cena da qualcuno, che diamine, non ci si appropria delle rarità».

«E la Bordin», disse Bouvard.

«Lascia perdere, è un’intrigante».

Disgustati dalla società, decisero di non vedere più nessuno, di starsene esclusivamente a casa loro, per i fatti propri.

E trascorrevano le giornate in cantina a togliere le incrostazioni dalle bottiglie, riverniciarono tutto il mobilio, dettero la cera alle camere. Ogni sera, davanti al legno che ardeva, dissertavano sul miglior sistema di riscaldamento.

Per fare economia tentarono di affumicare i prosciutti, di fare da soli il bucato. Intralciavano Germaine, che alzava le spalle. All’epoca delle conserve, Germaine si arrabbiò, e così si stabilirono nella stanza del forno.

Anticamente era una lavanderia, e sotto le fascine c’era una grande botte in muratura, che sembrava fatta apposta per i loro progetti, poiché l’ambizione del momento era la produzione di conserve.

Riempirono quattordici vasi di vetro con pomodori e piselli; spalmarono i tappi di calce viva e formaggio, ai lati applicarono delle strisce di tela, poi li immersero nell’acqua bollente. Evaporava; ne versarono di fredda; la differenza di temperatura fece scoppiare i vasi. Se ne salvarono solo tre.

In seguito si procurarono vecchie scatole di sardine, vi misero delle cotolette di vitello che lasciarono a bagnomaria. Ne uscirono gonfie come palloni, raffreddandosi si sarebbero appiattite. Proseguirono i loro esperimenti mettendo in altre scatole uova, cicoria, gamberi, una zuppa di pesce, una minestra! E si rallegravano per avere, come Appert, «fermato le stagioni»; simili scoperte, secondo Pécuchet, erano più importanti delle imprese dei conquistatori.

Perfezionarono i sottaceti della signora Bordin, insaporendo l’aceto con il pepe; le loro prugne sotto spirito poi erano di gran lunga superiori! Con la macerazione ottennero del ratafià di lampone e di assenzio. Con miele e erba angelica in una botte di Bagnols, vollero fare del malaga; così pure si misero all’opera per ottenere dello spumante! Le bottiglie di chablis, tagliate con mosto, esplosero da sole. Ciò li convinse dell’inevitabile successo.

Quanto più approfondivano i loro studi, tanto più arrivavano a fiutare frodi in ogni tipo di derrata alimentare.

Con il fornaio cavillavano sul colore del pane. Si fecero un nemico nel droghiere, sostenendo che adulterava il cioccolato. Si recarono a Falaise per procurarsi della giuggiola; e sotto gli occhi del farmacista sottomisero la pasta alla prova dell’acqua. Prese la forma della cotica di lardo, segno evidente che c’era della gelatina.

Dopo questo trionfo, il loro orgoglio salì alle stelle. Acquistarono l’attrezzatura di un distillatore in fallimento; e in poco tempo la casa fu piena di setacci, barili, imbuti, schiumaiole, filtri e bilance, per non parlare di una bigoncia con la palla e di un alambicco testa di moro, che richiese un fornello a riverbero e un camino a cappa.

Impararono a raffinare lo zucchero, e i differenti tipi di cottura: il grande e il piccolo perlato, il filato, quello a palline, il biondo e quello caramellato. Non vedevano l’ora di usare l’alambicco; si misero all’opera con i liquori raffinati, iniziando con l’anisetta. Ma nel liquido restavano quasi sempre dei residui, o si depositavano sul fondo; altre volte sbagliavano le dosi. Attorno a loro luccicavano grandi bacinelle di rame, i matracci sporgevano i becchi a punta, i muri erano adorni di casseruole. Capitava che, mentre uno mondava le erbe sul tavolo, l’altro faceva oscillare la palla di cannone nella bigoncia sospesa.

Facevano andare i cucchiai; degustavano intrugli.

Bouvard era sempre sudato, indossava solo la camicia e i pantaloni, che le bretelle corte gli facevano salire fin sotto il petto; ma stordito come un uccello, dimenticava il diaframma della cucurbita, o esagerava con il fuoco.

Pécuchet borbottava calcoli, immobile nel suo lungo camice, una specie di grembiule con maniche come quello dei bambini; si ritenevano seriamente occupati in attività utilissime.

A un certo punto sognarono la crema che avrebbe fatto impallidire tutte le altre. Vi avrebbero messo del coriandolo come nel kummel, del kirsch come nel maraschino, dell’issopo come nella chartreuse, dell’ambretta come nel vespetro, del calamo aromatico come nel krambambuli; e l’avrebbero colorata di rosso con legno di sandalo. Ma che nome darle per metterla in commercio?

Ci voleva un nome facile da ricordare, ma anche originale. Dopo lunghe riflessioni, decisero che l’avrebbero chiamata «la Bouvarine»!

Verso la fine dell’autunno, nei tre vasi di conserve apparvero delle macchie. Pomodori e piselli erano andati a male. Dipendeva forse dalla chiusura? Questo problema diventò per loro un tormento. Non avevano soldi per tentare nuovi metodi. Se li mangiava tutti la fattoria.

Più volte si erano presentati dei fittavoli. Bouvard non aveva voluto sentirne parlare. L’uomo di fiducia coltivava seguendo le disposizioni, un risparmio pericoloso, tanto che i raccolti diminuivano, tutto andava a rotoli.

Stavano appunto discutendo dei loro problemi, quando entrò nel laboratorio padron Gouy, seguito timidamente dalla moglie.

Grazie alle cure che avevano ricevute, le terre erano migliorate, e veniva a riprendersi la fattoria. La deprezzò. Malgrado tutti i loro sforzi, i risultati erano aleatori, se la voleva era solo per amore dei luoghi e il rimpianto di padroni così buoni. Lo congedarono con freddezza. Tornò la sera stessa.

Pécuchet aveva rimproverato Bouvard; stavano per cedere; Gouy chiese una diminuzione dell’affitto; e alle loro recriminazioni iniziò a sbraitare piuttosto che parlare, chiamando a testimone il buon Dio, elencando i suoi problemi, vantando le benemerenze. Quando gli ingiunsero di proporre una cifra, si limitò ad abbassare la testa, senza rispondere. Allora fu la volta della moglie che, seduta vicino alla porta, con un gran cesto sulle ginocchia, ricominciò gli stessi lamenti, strillando come una gallina ferita.

Finalmente l’affitto fu fissato in tremila franchi all’anno, un terzo meno dell’altra volta.

Seduta stante, padron Gouy si offrì di rilevare il materiale; ricominciarono le trattative.

L’inventario durò quindici giorni. Bouvard era stanco morto. Cedette tutto per una somma così ridicola che Gouy, sgranando gli occhi, esclamò:

«D’accordo», e si scambiarono una manata.

Dopo di che i proprietari, secondo l’uso, offrirono da mangiare in casa; Pécuchet aprì una bottiglia del suo malaga, non tanto per generosità, quanto nella speranza di ricevere dei complimenti.

Il contadino, torcendo la bocca, disse: «Sembra sciroppo di liquerizia», e la moglie implorò un bicchiere di acquavite «per togliersi il sapore».

Ma c’erano cose ben più gravi a cui pensare! Tutto ciò che serviva per la

«Bouvarine» era pronto.

Misero ogni cosa nella cucurbita con l’alcool, accesero il fuoco e aspettarono. Intanto Pécuchet, angustiato dall’insuccesso del malaga, prese dall’armadio le scatole di latta, fece saltare il coperchio della prima, poi quello della seconda, della terza. Le gettò via infuriato, e chiamò Bouvard.

Bouvard chiuse il rubinetto della serpentina e si precipitò verso le conserve. Fu una delusione totale. Le fette di vitello sembravano suole bollite; al posto dei gamberi c’era un liquido melmoso; la zuppa di pesce era irriconoscibile. Sulla minestra erano cresciuti dei funghi, e un odore insopportabile appestava il laboratorio.

All’improvviso, con il rumore di un colpo di cannone, l’alambicco scoppiò in mille pezzi che schizzarono fino al soffitto, rompendo le marmitte, spiaccicando le schiumaiole, frantumando i bicchieri; il carbone si sparpagliò, il fornello fu demolito, e il giorno dopo Germaine trovò una spatola in cortile.

La forza del vapore aveva rotto lo strumento, tanto più che la cucurbita era saldata al capitello.

Pécuchet si era rannicchiato dietro la botte, Bouvard era come crollato su uno sgabello. Per dieci minuti rimasero così, senza avere il coraggio di muoversi, pallidi per la paura, in mezzo ai cocci. Quando ritrovarono la parola, si domandarono quale potesse essere la causa di tante disgrazie, e soprattutto dell’ultima. Non ci capivano niente, tranne che avevano rischiato di morire.

Pécuchet ne concluse che: «Forse non conosciamo la chimica!».

III

Per conoscere la chimica si procurarono il trattato di Regnault, e per prima cosa impararono che «i corpi semplici forse sono composti».

Si dividono in metalloidi e metalli, una differenza, come dice l’autore, che non è «per niente assoluta». Così per gli acidi e le basi, «potendo un corpo, a seconda delle circostanze, comportarsi come un acido o come una base».

I simboli della chimica parvero loro bizzarri. Le polivalenze turbarono Pécuchet.

«Dal momento che la molecola A si combina, suppongo, con diverse parti di B, mi sembra che questa molecola debba dividersi in altrettante parti; ma se si divide, non è più un’unità, la molecola primitiva. Dunque, non capisco».

«Neppure io!», diceva Bouvard.

Fecero ricorso a un’opera meno difficile, quella del Girardin, da cui ricavarono la certezza che dieci litri d’aria pesano cento grammi, che nelle matite non c’è piombo, che un diamante non è altro che carbone.

Ma ciò che li stupì maggiormente fu che la terra, come elemento, non esiste.

Impararono a usare la fiamma ossidrica, l’oro, l’argento, la liscivia del bucato, la stagnatura dei tegami; quindi, senza la minima esitazione, Bouvard e Pécuchet si lanciarono nella chimica organica.

Quale sorpresa nel ritrovare presso gli esseri viventi le medesime sostanze che compongono i minerali. E tuttavia avvertirono una specie di umiliazione all’idea che il loro corpo conteneva fosforo come i fiammiferi, albumina come il bianco dell’uovo, idrogeno come i lampioni a gas.

Dopo i coloranti e i corpi grassi, toccò alla fermentazione.

Questa li riportò agli acidi, e la legge delle polivalenze, ancora una volta, li mise in difficoltà. Tentarono di spiegarla con la teoria degli atomi, dove si persero definitivamente.

Per venire a capo di tutto ciò, secondo Bouvard, ci sarebbero voluti degli strumenti. Occorrevano molti soldi, e ne avevano spesi anche troppi.

Il dottor Vaucorbeil li avrebbe certo consigliati.

Si presentarono all’ora delle visite.

«Avanti signori, vi ascolto! Di cosa soffrite?».

Pécuchet rispose che non erano malati, e spiegò il motivo della loro visita:

«In primo luogo, noi vorremmo conoscere la teoria atomica superiore».

Dopo essere arrossito violentemente, il medico biasimò il loro desiderio di apprendere la chimica.

«Non nego certo la sua importanza, credetemi! Ma oggi la ficcano dovunque! Essa esercita sulla medicina un’azione deplorevole». La vista di tutto ciò che lo circondava sembrava accrescere l’autorità delle sue parole.

Dal camino pendevano bende e impiastri. In mezzo alla scrivania l’astuccio dei ferri. In un angolo una bacinella piena di sonde, e sul muro l’immagine di uno scorticato.

Pécuchet si complimentò con il dottore.

«L’anatomia deve essere un gran bello studio!».

Vaucorbeil si dilungò sul fascino che un tempo provava davanti alle dissezioni; Bouvard allora domandò che differenze ci fossero tra l’interno di una donna e quello di un uomo.

Per appagare la sua curiosità, il medico estrasse dalla biblioteca una raccolta di tavole anatomiche.

«Le porti via! Potrà guardarsele a casa con più calma!».

Lo scheletro li colpì per la prominenza della mascella, i buchi degli occhi, la spaventosa lunghezza delle mani. Sentivano la mancanza di un’opera esplicativa; tornarono da Vaucorbeil, e dal manuale di Alexandre Lauth impararono la suddivisione delle ossa, rimanendo stupiti nell’apprendere che la spina dorsale è sedici volte più forte che se il Creatore l’avesse fatta diritta. Ma perché proprio sedici volte?

Le ossa del metacarpo gettarono Bouvard nella desolazione; Pécuchet si accaniva sul cranio, ma si scoraggiò davanti allo sfenoide, per quanto assomigli a una «sella turca o turchesca».

Le articolazioni poi sono coperte da troppi legamenti, e così attaccarono i muscoli.

Ma le inserzioni non erano facili da scoprire, e arrivati ai solchi vertebrali, vi rinunciarono completamente.

Allora Pécuchet disse:

«E se ricominciassimo con la chimica? Almeno potremmo utilizzare il laboratorio!».

Bouvard protestò; e gli sembrò di ricordare che venivano fabbricati cadaveri artificiali, per i paesi caldi.

Barberou, al quale aveva scritto, gli seppe dare delle informazioni. Con dieci franchi al mese si potevano avere dei pupazzi di Auzoux; e la settimana dopo, il corriere di Falaise depose davanti al loro cancello una cassa oblunga.

La trasportarono nella stanza del forno, tutti emozionati. Dopo che ebbero schiodate le assi, ne uscì della paglia, la carta velina scivolò via e apparve il manichino.

Era color mattone, senza capelli, senza pelle, screziato da una quantità di fili azzurri, rossi e bianchi. Non assomigliava affatto a un cadavere, ma a una specie di giocattolo, orribile, pulitissimo e che odorava di vernice.

Scoperchiarono il torace; e videro i due polmoni simili a spugne, il cuore che, indietro e un po’ di fianco, sembrava un grosso uovo, il diaframma, le reni, tutta la massa dei visceri.

«Al lavoro!», disse Pécuchet.

Vi trascorsero il giorno e la serata.

Avevano messo dei camici bianchi, come fanno le matricole di medicina negli anfiteatri, ed erano ancora intenti a lavorare con i loro pezzi di cartone, alla luce di tre candele, quando bussarono un colpo alla porta.

«Aprite!».

Era Foureau, seguito dalla guardia campestre.

I padroni avevano voluto mostrare il manichino a Germaine. Lei era corsa subito dal droghiere per raccontare il fatto; così tutto il paese adesso era convinto che nascondessero in casa un morto vero. Foureau, cedendo all’opinione pubblica, veniva ad accertare la verità. In cortile c’erano dei curiosi in attesa.

Quando entrò, il manichino era steso sul fianco; i muscoli facciali erano stati sganciati, l’occhio sporgeva in modo impressionante, era davvero spaventoso.

«Cosa c’è?», disse Pécuchet.

Foureau balbettò: «Niente! Proprio niente!», e prendendo in mano uno dei pezzi che stavano sulla tavola: «Di cosa si tratta?».

«Il buccinatore!», rispose Bouvard.

Foureau tacque, ma aveva sul volto un sorriso sarcastico, indispettito da quel passatempo superiore alle sue conoscenze.

I due anatomisti fingevano di continuare le loro ricerche. I curiosi, che si erano annoiati di stare sulla soglia, erano entrati nel forno, e poiché un po’ si spingevano, il tavolo tremò.

«Ah! Questo è troppo!», esclamò Pécuchet. «Fate allontanare gli spettatori!».

La guardia campestre fece sloggiare i curiosi.

«Benissimo!», disse Bouvard, «non abbiamo bisogno di nessuno!».

Foureau capì l’allusione; e domandò se avessero il diritto, loro che non erano medici, di tenere un oggetto simile. Comunque, avrebbe informato il Prefetto. Che razza di paese! Non si poteva essere più stupidi, selvaggi e retrogadi! Quel paragone tra sé e gli altri li consolò. L’idea di soffrire per la scienza l’inorgogliva.

Anche il Dottore venne a vederli. Criticò il manichino come poco somigliante alla natura; ma approfittò della circostanza per tenere una lezione.

Bouvard e Pécuchet rimasero estasiati; e dietro loro richiesta, Vaucorbeil prestò molti volumi della sua biblioteca, insistendo però nel dire che non ce l’avrebbero fatta.

Dal Dizionario delle Scienze mediche si annotarono gli esempi più clamorosi di parti, obesità e costipazione. Si rammaricarono di non aver conosciuto il famoso canadese di Beaumont, i polifagi Tarare e Bijoux, la donna idropica del dipartimento dell’Eure, quel piemontese che andava al gabinetto solo ogni venti giorni, Simorre di Mirepoix che era morto ridotto a sole ossa, e quell’ex sindaco di Angoulême, che aveva un naso di tre libbre!

Il cervello suggerì loro riflessioni filosofiche. Sapevano distinguere benissimo al suo interno il septum lucidum, composto da due lamelle, e la ghiandola pineale, che sembra un piccolo pisello rosso. Ma c’erano anche peduncoli e ventricoli, archi, pilastri, ripiani, gangli e fibre di ogni genere, e inoltre il foramen di Pacchioni, e il corpo di Pacini, e in breve un tale, inestricabile ammasso, da rovinarsi l’esistenza.

A volte, presi dalla frenesia, smontavano completamente il cadavere, così che poi non riuscivano più a ricomporne i pezzi.

Era un lavoro pesante, soprattutto dopo colazione! In breve si addormentavano, Bouvard con il mento abbassato e la pancia in avanti, Pécuchet con la testa tra le mani e i gomiti sulla tavola.

Proprio in quel momento capitava che Vaucorbeil, il quale aveva terminato il primo giro di visite, s’affacciasse sulla porta.

«Ebbene, colleghi, come va l’anatomia?».

«Alla perfezione!», rispondevano.

Allora, per il puro gusto di metterli in imbarazzo, faceva delle domande.

Quando erano stanchi di un organo, passavano ad un altro; affrontarono e abbandonarono in questo modo il cuore, lo stomaco, l’orecchio, gli intestini.

Nonostante gli sforzi per appassionarsi, il pupazzo di cartone li annoiava. Fino a quando il dottore li sorprese mentre lo richiudevano nella sua cassa.

«Bravi! Me l’aspettavo». Non era possibile, alla loro età, intraprendere quegli studi. Ma il sorriso con cui accompagnò quelle parole li ferì profondamente.

Come si permetteva di giudicarli incapaci? Aveva forse la scienza in esclusiva? Fosse stato almeno un personaggio di rango superiore!

Raccolsero dunque la sfida e si recarono fino a Bayeux per acquistarvi dei libri. Sentivano la mancanza della fisiologia; e un venditore di libri usati procurò loro i trattati di Richerand e di Adelon, allora in voga.

Tutti i luoghi comuni sull’età, il sesso e il temperamento, sembrarono loro della massima importanza. Furono felici di apprendere che nel tartaro dei denti ci sono tre specie di animaletti, che la sede del gusto è la lingua, e quella dell’appetito nello stomaco.

Rimpiansero di non saper ruminare, come Montègre, Gosse, e il fratello di Bérard, così da capirne meglio le funzioni; e masticavano lentamente, trituravano, insalivavano, accompagnando con il pensiero il boccone fin negli intestini, e lo seguivano fino ai limiti estremi, con metodo scrupoloso, con un’attenzione quasi religiosa.

Vollero produrre una digestione artificiale, stiparono della carne in una boccetta dove avevano messo il succo gastrico di un’anatra. E per quindici giorni se la portarono sotto l’ascella, con l’unico risultato di puzzare entrambi.

Li videro correre sulla strada principale, con gli abiti bagnati, sotto un sole cocente. Volevano verificare se, tenendo la pelle inumidita, la sete si placa. Al ritorno erano trafelati, e tutti e due con un bel raffreddore.

Con l’udito, la voce e la vista se la sbrigarono rapidamente. Ma Bouvard si attardò sulla generazione.

Le remore di Pécuchet a tal proposito l’avevano sempre sorpreso. La sua ignoranza gli parve così totale che insistette perché si spiegasse; e Pécuchet, arrossendo, finì per confessare.

Una volta dei buontemponi l’avevano trascinato in una di quelle case, da cui però era fuggito, volendosi mantenere puro per la donna che più tardi avrebbe amato; circostanza questa che non si era mai verificata. Così, vuoi per falso pudore, vuoi per problemi finanziari, per timore delle malattie, testardaggine, abitudine, a cinquantadue anni e nonostante vivesse nella capitale, era ancora vergine.

Bouvard stentò a crederci, poi scoppiò a ridere, ma smise, vedendo le lacrime affiorare negli occhi di Pécuchet.

Non che non avesse avuto le sue passioni, di volta in volta s’era invaghito di una funambola, della cognata di un architetto, di una commessa, e infine di una giovane lavandaia; stava anzi per sposarla, quando aveva scoperto che era incinta di un altro.

Bouvard gli disse:

«C’è sempre modo di rimediare al tempo perduto! Bando alle tristezze, andiamo! Se vuoi ci penso io…».

Pécuchet rispose, con un sospiro, che non bisognava più pensarci. E

proseguirono i loro studi di fisiologia.

È poi vero che la superficie del nostro corpo emana in continuazione un vapore sottile? La prova sta nel fatto che il peso di un uomo diminuisce di minuto in minuto. Se ogni giorno si aggiunge ciò che manca e si toglie ciò che eccede, la salute si manterrà in perfetto equilibrio. Lo scopritore di questa legge, Santorio, per mezzo secolo aveva pesato quotidianamente il cibo e ogni tipo di escrezioni, interrompendosi solo per fare i suoi calcoli.

Tentarono d’imitare Santorio. Poiché sulla bilancia non potevano salirci in due, iniziò Pécuchet.

Si tolse gli abiti, per non ostacolare la traspirazione. Rimase sul piatto completamente nudo e, malgrado il pudore, lasciava vedere quel torso lungo lungo, come un cilindro, le gambe corte, i piedi piatti e la pelle scura. Di fianco, seduto su una sedia, l’amico leggeva il peso.

Alcuni studiosi ritengono che il calore animale si sviluppi a causa delle contrazioni muscolari, e che dunque sia possibile, agitando il torace e i muscoli del bacino, elevare la temperatura di un bagno tiepido.

Bouvard andò a prendere la loro vasca, e quando tutto fu pronto, vi s’immerse, munito di un termometro.

I resti della distilleria, che erano stati spazzati in fondo all’appartamento, disegnavano nell’ombra un vago monticello. A tratti si udiva il rosicchiare dei topi; c’era nell’aria il vecchio odore di piante aromatiche, e trovandosi perfettamente a loro agio, chiacchieravano serenamente.

Bouvard però avvertiva un po’ di freddo.

«Muovi le membra!», disse Pécuchet.

Le mosse, ma il termometro non cambiò; «fa decisamente freddo».

«Non credere che io abbia caldo», aggiunse Pécuchet, colto anche lui da un brivido, «piuttosto, agita i muscoli del bacino, su!».

Bouvard aprì le cosce, fece delle torsioni sui fianchi, dondolava il ventre, soffiava come un capodoglio; poi guardava il termometro che non smetteva di calare. «Non ci capisco niente! Eppure mi agito!».

«Non abbastanza!».

E riprendeva la sua ginnastica.

La faccenda durava da tre ore, quando impugnò ancora una volta lo strumento.

«Come! Dodici gradi! Ah, no! Adesso me ne vado!».

Entrò un cane, metà mastino metà bracco, il pelo giallo, scabbioso, la lingua a penzoloni.

Che fare? Non un campanello! La domestica poi era sorda. Tremavano dal freddo ma non osavano muoversi, nel timore di essere morsi.

Pécuchet credette opportuno lanciarsi in minacce, facendo roteare gli occhi.

Allora il cane abbaiò; e si mise a saltare attorno alla bilancia, dove Pécuchet si aggrappava alle corde e piegando le ginocchia cercava di sollevarsi più in alto possibile.

«Non sei capace», disse Bouvard; e si mise a fare dei sorrisini al cane, mormorando parole dolci.

Il cane certo le capì. Volle fargli delle carezze, gli si appiccicò con le zampe sulle spalle, graffiandolo con le unghie.

«Andiamo, adesso! Ecco che si è preso i miei pantaloni!».

Vi si accucciò sopra, e rimase tranquillo.

Finalmente, con le più grandi precauzioni, si azzardarono, uno a scendere dal piatto, l’altro a uscire dalla vasca; e quando Pécuchet si fu rivestito, gli sfuggì questa esclamazione:

«Tu, caro mio, servirai per i nostri esperimenti!».

Quali esperimenti?

Si sarebbe potuto iniettargli del fosforo, poi chiuderlo in una cantina per vedere se gli usciva il fuoco dalle narici. Ma come fare ad iniettarglielo? Inoltre nessuno avrebbe venduto loro del fosforo.

Pensarono anche di rinchiuderlo in una macchina pneumatica, e di fargli respirare dei gas, di dargli da bere dei veleni. Ma tutto questo forse non sarebbe stato divertente! Alla fine optarono per calamitare l’acciaio a contatto con il midollo spinale.

Bouvard, dissimulando l’emozione, porse gli aghi su un piatto a Pécuchet, che l’infilava nelle vertebre. Si spezzavano, scivolavano, cadevano per terra; ne prendeva degli altri che conficcava a forza, dove capitava. Il cane ruppe le corde, passò come una palla di cannone dai vetri, attraversò il cortile, l’ingresso e si presentò in cucina.

Germaine, vedendolo tutto insanguinato e con le corde attorno alle zampe, si mise a gridare.

In quel momento entrarono i padroni che lo stavano inseguendo. Il cane fece un balzo e scomparve.

La vecchia domestica li assalì:

«Ancora una delle vostre sciocchezze, ne sono certa! In una cucina così pulita! E questo forse lo farà diventare rabbioso! Si va in prigione per molto meno!».

Ritornarono nel laboratorio per verificare gli aghi. Non ce ne fu uno che attirasse almeno un po’ di limatura.

Oltretutto le parole di Germaine li avevano turbati. Poteva veramente avere la rabbia, tornare all’improvviso, precipitarsi su di loro.

Il giorno seguente si recarono dovunque potessero avere informazioni; e per molti anni, appena nella campagna compariva un cane che assomigliava a quello, cambiavano strada.

Anche gli altri esperimenti fallirono. Contrariamente a quanto era scritto nei libri, i piccioni che sgozzarono, avessero lo stomaco pieno o vuoto, morirono nello stesso lasso di tempo. I gattini immersi sott’acqua perirono in capo a cinque minuti, e un’oca, che avevano rimpinzito di robbia, rivelò la membrana che ricopre le ossa completamente bianca.

Il loro rovello era la nutrizione.

Com’era possibile che il medesimo succo producesse le ossa, il sangue, la linfa e i materiali escrementizi? Ma non si possono seguire le metamorfosi di un alimento. Chimicamente parlando, l’uomo che si cibasse di uno solo è uguale a colui che ne assorbe parecchi. Vauquelin, che aveva calcolato il calcio presente nell’avena da dare a una gallina, ne ritrovò di più nei gusci delle sue uova.

Dunque c’è creazione di materia. Ma come? Non se ne sa nulla.

Non si conosce neppure qual è la forza del cuore. Borelli la stima equivalente a quella che serve per sollevare un peso di centottantamila libbre, e Keill la valuta circa otto once. Da ciò conclusero che la Fisiologia, per usare una vecchia espressione, è il romanzo della medicina. Non avendola compresa, non ci credevano.

Trascorsero un mese nell’ozio. Poi pensarono al giardino.

L’albero morto, disteso nel mezzo, dava fastidio. Lo tagliarono a blocchi.

Il lavoro li stancò. Molto spesso Bouvard aveva bisogno di farsi accomodare gli arnesi dal fabbro.

Un giorno, mentre si stava recando da lui, fu avvicinato da un uomo che portava sulle spalle un sacco di tela, e che gli offrì almanacchi, pubblicazioni devote, medaglie benedette, e infine il Manuale della Salute di François Raspail.

L’opuscolo gli piacque a tal punto che scrisse a Barberou di spedirgli l’opera intera. Barberou gliela mandò, e nella sua lettera indicava una farmacia per le medicine.

Li sedusse la chiarezza della dottrina. Tutte le malattie provengono dai vermi. Essi guastano i denti, intaccano i polmoni, ingrossano il fegato, devastano gli intestini e sono pure causa dei loro rumori. Non c’è nulla di meglio per liberarsene della canfora. Bouvard e Pécuchet l’adottarono. La fiutavano, la sgranocchiavano e la distribuivano in sigarette, boccette d’acqua sedativa e pillole d’aloe. Si misero perfino a curare un gobbo.

Era un ragazzo che avevano incontrato un giorno alla fiera. La madre, una mendicante, lo conduceva tutte le mattine da loro. Gli frizionavano la gobba con grasso canforato, gli applicavano per una ventina di minuti un cataplasma di senape, poi la ricoprivano di impiastri, e per essere sicuri che sarebbe tornato, gli offrivano il pranzo.

Con l’idea fissa dei vermi in testa, Pécuchet notò sulla guancia della Bordin una strana macchia. Da tempo il dottore la curava con amari; all’inizio la macchia era rotonda come una moneta da venti soldi, in seguito si era ingrandita, formando un cerchio rosa. Vollero guarirla. Accettò, a condizione che la ungesse Bouvard. Si metteva in posa davanti alla finestra, slacciava la parte superiore del corpetto, e rimaneva con la guancia tesa, lanciandogli uno sguardo che, senza la presenza di Pécuchet, sarebbe stato pericoloso. A dosi consentite, e malgrado l’avversione per il mercurio, le somministrarono del calomelano. Un mese più tardi la signora Bordin era guarita.

Fece loro una gran propaganda; e l’esattore delle imposte, il segretario comunale, il sindaco in persona, tutti a Chavignolles succhiavano le cannucce di penna.

Ma il gobbo non si raddrizzava. L’esattore abbandonò la sigaretta di canfora che gli aumentava i suoi attacchi di soffocamento. Foureau si lamentava delle pillole di aloe che gli procuravano le emorroidi, Bouvard soffrì di mal di stomaco e Pécuchet di atroci emicranie. Persero la fiducia che avevano in Raspail, ma si guardarono bene dal dire qualcosa per timore che la loro reputazione diminuisse.

Si entusiasmarono allora per la vaccinazione, impararono a praticarla su foglie di cavolo, arrivarono ad acquistare un paio di bisturi.

Accompagnavano il medico dai poveri, poi consultavano i loro libri.

I sintomi descritti dagli autori non coincidevano mai con quelli appena costatati. Per non parlare dei nomi delle malattie, in latino, greco, francese, un miscuglio di lingue.

Ce ne sono migliaia, e anche se la classificazione di Linneo è comodissima, con i suoi generi e le sue specie, come si fa a riconoscere le specie? Si persero così nella filosofia della medicina.

Vagheggiavano l’ archeus di Van Helmont, il vitalismo, il Brownismo, l’organicismo, chiedevano al dottore da dove venisse il germe della scrofola, dove si manifesta il miasma contagioso, e il mezzo per distinguere in ogni caso morboso la causa dagli effetti.

«Causa ed effetto s’imbrogliano», rispondeva Vaucorbeil.

La sua mancanza di rigore li disgustava; presero a visitare i malati da soli, entrando nelle case con il pretesto della filantropia.

In fondo a quelle camere, sopra materassi sporchi, riposavano individui con il volto che pendeva da un lato, altri l’avevano gonfio e rosso scarlatto, oppure color limone, o viola, le narici incollate, la bocca tremante; e ancora rantoli, singulti, sudori, odore di cuoio e di formaggio vecchio.

Leggevano le prescrizioni dei medici, e rimanevano stupefatti nel vedere come i calmanti a volte eccitino, gli emetici purghino, come uno stesso rimedio serva per malattie diverse, e una malattia sia trattabile con cure opposte.

Tuttavia, davano consigli, sollevavano il morale, si spingevano a fare delle auscultazioni.

La loro fantasia lavorava. Scrissero al Re perché si aprisse nel Calvados un istituto per infermieri, a cui avrebbero fatto scuola.

Si recarono dal farmacista di Bayeux (quello di Falaise portava sempre rancore per la storia della giuggiola), e lo convinsero a produrre delle pila purgatoria come gli antichi, cioè medicine in pillole che, a forza di essere maneggiate, vengono assorbite dall’individuo.

In seguito al ragionamento che, diminuendo il calore si arresta la flemmasia, appesero alle travi del soffitto una carrozzella con una donna affetta da meningite, e mentre la facevano oscillare spingendola con le braccia, arrivò il marito e li buttò fuori.

Infine, con grande scandalo del curato, seguivano la nuova moda d’introdurre i termometri nel sedere.

Una febbre tifoidale si diffuse nei dintorni: Bouvard dichiarò che non se ne sarebbe immischiato. Ma venne a supplicarli la moglie di Gouy, il loro fattore. L’uomo era ammalato da quindici giorni; Vaucorbeil lo trascurava.

Pécuchet vi si buttò anima e corpo.

Macchie lenticolari sul petto, dolori alle articolazioni, ventre gonfio, lingua rossa, tutti sintomi della febbre tifoidea. Ricordando la massima di Raspail che abolendo la dieta si toglie la febbre, ordinò dei brodi, un po’ di carne. Quando arrivò il dottore.

Il malato si accingeva a mangiare, due cuscini dietro la schiena, tra la moglie e Pècuchet che lo invitavano a sforzarsi.

Il dottore si accostò al letto e gettò il piatto dalla finestra, gridando:

«È un vero assassinio!».

«Perché?».

«Dal momento che la febbre tifoidea è un’alterazione della membrana follicolare, gli perforate l’intestino».

«Non sempre!».

E nacque una disputa sulla natura delle febbri. Pécuchet credeva nella loro essenza. Vaucorbeil le faceva dipendere dagli organi. «Per questo allontano tutto ciò che può infiammarli!».

«Ma la dieta indebolisce il principio vitale!».

«Ma cosa viene a parlarmi di principio vitale! Com’è fatto? Chi l’ha visto?».

Pécuchet s’imbrogliò.

«E poi», diceva il medico, «Gouy non vuole cibo».

Il malato, da sotto il suo berretto di cotone, fece un cenno d’assenso.

«Non importa! Ne ha bisogno!».

«Mai più, con novantotto pulsazioni!».

«Cosa c’entrano le pulsazioni!». E Pécuchet citò i suoi autori.

«Lasciamo perdere la teoria!», disse il dottore.

Pécuchet incrociò le braccia.

«Allora lei è un empirico?».

«Per niente! Ma osservo».

«E se osserva male?».

Vaucorbeil prese la parola come un’allusione all’erpes della signora Bordin, la storia messa in giro dalla vedova e il cui ricordo lo tormentava ancora.

«Prima di tutto, bisogna aver fatto della pratica».

«Quelli che hanno rivoluzionato la scienza non se ne curavano! Van Helmont, Boerhaave, Broussais stesso».

Vaucorbeil, senza rispondere, si chinò su Gouy, e alzando la voce:

«Chi di noi scegliete per medico?».

Il malato scorse nel suo dormiveglia dei volti incolleriti, e si mise a piangere.

Neppure la moglie sapeva cosa rispondere; uno era bravo, ma l’altro forse nascondeva un segreto.

«Molto bene!», disse Vaucorbeil. «Dal momento che siete incerti tra un uomo fornito di diploma…», Pécuchet sogghignò. «Cosa c’è da ridere?».

«C’è che un diploma non sempre costituisce un argomento!».

Attaccato nell’onore professionale, nelle sue prerogative, nella posizione sociale, la collera del dottore esplose.

«Questo lo vedremo quando dovrà rispondere davanti al tribunale di esercizio illegale della medicina!».

Poi, rivolgendosi alla moglie del fattore: «Se preferisce, lo faccia pure uccidere da questo signore, e stia certa che piuttosto di tornare in questa casa mi faccio impiccare».

E agitando il bastone da passeggio s’infilò nel faggeto.

Al suo ritorno, Pécuchet trovò anche Bouvard in uno stato di grande agitazione.

Aveva appena ricevuto Foureau, esasperato per le sue emorroidi. Invano aveva sostenuto che esse preservano da ogni altra malattia, Foureau non voleva sentir ragione, e l’aveva minacciato di danni e interessi. C’era di che perdere la testa.

Pécuchet gli raccontò la sua storia, che gli sembrava molto più seria, e rimase un po’ indispettito dalla sua indifferenza.

Il giorno dopo Gouy sentì un dolore all’addome. Aveva a che fare con l’assunzione di cibo? Che Vaucorbeil avesse ragione? Dopo tutto era un medico! Pécuchet fu assalito dai rimorsi. Temeva di essere un omicida.

Per prudenza si liberarono del gobbo. Ma a causa del pranzo, la madre fece un gran chiasso. Bel guadagno essere venuti tutti i giorni da Barneval a Chavignolles!

Foureau si calmò, Gouy si riprese. La guarigione era certa; il successo inorgoglì Pécuchet.

«Se ci occupassimo del parto, con l’aiuto di uno di quei manichini…».

«Basta manichini!».

«Ci sono dei mezzi corpi in pelle, inventati per le levatrici. Sarei in grado di rivoltare il feto…».

Ma Bouvard era stanco della medicina.

I meccanismi vitali sono ignoti, le malattie troppo numerose, i rimedi incerti, e nei testi non c’è una sola definizione ragionevole della salute, della malattia, della diatesi, e nemmeno del pus!

Ma tutte quelle letture avevano scosso il loro cervello.

Un semplice raffreddore fece pensare Bouvard a una congestione polmonare. Poiché le sanguisughe non avevano attenuato il dolore pleurico, ricorse a un vescicante che influì sulle reni. Allora credette di avere i calcoli.

Nel potare i carpini, Pécuchet si prese una lombalgia, e dopo colazione vomitò. Si spaventò moltissimo. Poi, vedendo che era un po’ giallo, sospettò qualche malattia del fegato, e si chiese: «Sento dei dolori?», finendo così per sentirli.

Si guardavano la lingua, si tastavano il polso, cambiavano acqua minerale, si purgavano, si rattristavano l’un l’altro; e temevano il freddo, il caldo, il vento, la pioggia, le mosche, e soprattutto le correnti d’aria.

Pécuchet decise che fiutare tabacco era pericoloso. Inoltre capita che uno starnuto provochi la rottura di una vena, e così abbandonò la tabacchiera. Vi metteva ancora le dita, per abitudine, ma, di colpo, si ricordava di quale imprudenza fosse.

Bouvard rinunciò alla tazzina di caffè, perché scuote i nervi; ma dopo i pasti dormiva, e al risveglio aveva paura, perchè un sonnellino prolungato è segno d’apoplessia.

Il loro ideale era Cornaro, un gentiluomo veneziano che grazie alla dieta raggiunse l’estrema vecchiaia. Anche senza volerlo imitare in tutto, si possono usare le stesse precauzioni, e Pécuchet tirò fuori dalla biblioteca il Manuale d’igiene del dottor Morin.

Come avevano potuto vivere fino a quel momento? I piatti che preferivano erano proprio quelli vietati. Germaine era in difficoltà, non sapeva più cosa preparare.

Qualsiasi tipo di carne presenta inconvenienti. Il sanguinaccio e i salumi, l’aringa affumicata, i gamberi e la selvaggina sono “refrattari”. Più un pesce è grande, più contiene gelatina e dunque riesce pesante. I legumi sono causa di acidità, i maccheroni disturbano i sogni, i formaggi “in generale, danno una digestione difficile”. Un bicchiere d’acqua al mattino è “pericoloso”; ogni bevanda o commestibile era accompagnato da simili avvertenze, oppure dalle parole: «cattivo! Non abusatene! Non va bene per tutti». Perché cattivo? Quale abuso? E come sapere se una cosa fa per noi o no?

Fare colazione era diventato un bel problema! La cattiva reputazione fu sufficiente a far abbandonare il caffelatte; quindi il cioccolato, che è «un coacervo di sostanze indigeste»; non restava che il tè. Ma «è assolutamente proibito alle persone nervose». C’è da dire che Decker, nel XVII secolo, arrivava a prescriverne venti litri al giorno, per ripulire le paludi del pancreas.

Questa informazione fece vacillare la stima che avevano in Morin, anche perché egli condanna qualsiasi tipo di copricapo, cappelli, cuffie e berretti, una pretesa contro cui Pécuchet insorse. Acquistarono allora il trattato di Becquerel, dove lessero che il maiale in se stesso è un “buon alimento”, il tabacco del tutto innocuo, e il caffè “indispensabile ai militari”.

Fino ad allora avevano creduto che i luoghi umidi fossero poco sani.

Niente affatto! Casper afferma che sono meno pericolosi degli altri. Non ci si bagna nel mare senza prima essersi rinfrescati. Bégin vorrebbe che ci si gettasse in piena traspirazione. Il vino puro dopo la minestra sembra un toccasana per lo stomaco. Lévy lo accusa di guastare i denti. E infine la canottiera di flanella, questo baluardo, questo tutore della salute, questo palladio caro a Bouvard e inseparabile da Pécuchet, senza ambage né timore dell’opinione altrui, ci sono autori che la sconsigliano agli individui pletorici e sanguigni.

Che cos’è dunque l’igiene?

«Verità al di qua dei Pirenei, errore dall’altra parte», afferma Lévy; e Becquerel aggiunge che non si tratta di una scienza.

Ordinarono allora per il pranzo ostriche, un’anatra, maiale col cavolo, panna, un Pont-l’Evêque, e una bottiglia di Borgogna. Fu una liberazione, quasi una rivincita; e si presero gioco di Cornaro! Bisognava proprio essere imbecilli per tirannizzarsi come lui! E poi che meschinità non pensare ad altro che a prolungare la propria esistenza! La vita è bella solo a patto di poterla godere.

«Ancora un pezzo?». «Ma certo». «Anch’io!». «Alla tua salute!» «E

freghiamocene del resto!». Erano al settimo cielo.

Bouvard dichiarò che avrebbe preso tre tazze di caffè anche se non era un militare. Pécuchet, il berretto sulle orecchie, fiutava una presa dopo l’altra, starnutiva senza paura, e sentendo bisogno di un po’ di spumante, ordinarono a Germaine di andare subito all’osteria per comprarne una bottiglia. Il paese era troppo lontano. Si rifiutò. Pécuchet ne fu indignato.

«È un ordine, capisce? Le ordino di andarci, e di corsa!».

La donna obbedì, ma brontolando, decisa a lasciare al più presto quei padroni incomprensibili e bizzarri.

Poi, andarono a prendere il caffè corretto sul poggio, come una volta.

Era appena finita la mietitura, e in mezzo ai campi, sullo sfondo azzurrino della notte, si ergevano le masse nere dei covoni. Le fattorie erano tranquille.

Neppure un grillo si udiva. La campagna dormiva. Consumarono la digestione godendosi l’arietta fresca sul volto.

Il cielo, altissimo, era pieno di stelle; alcune brillavano a gruppi, altre in fila, oppure solitarie e ben distanziate tra loro. Sopra le loro teste c’era una striscia di polvere luminosa che si biforcava, da nord a sud. E tra queste luci c’erano grandi spazi vuoti; il firmamento sembrava un mare azzurro, con i suoi arcipelaghi e le sue isole.

«Quante sono!», esclamò Bouvard.

«E non le vediamo tutte!», aggiunse Pécuchet. «Dietro la Via lattea ci sono le nebulose; e oltre le nebulose altre stelle ancora! La più vicina dista da noi tremila bilioni di chilometri!». Spesso aveva guardato nel telescopio della piazza Vendôme, e si ricordava quei numeri. «Il sole è un milione di volte più grande della terra, Sirio è dodici volte il sole, e ci sono comete che misurano trentaquattro milioni di leghe!».

«C’è da impazzire», disse Bouvard. Fece ammenda della sua ignoranza, e arrivò a rimpiangere di non aver frequentato, da giovane, il politecnico.

Allora Pécuchet, indicandogli l’Orsa maggiore, gli mostrò la stella polare, poi Cassiopea, la cui costellazione disegna una Y, Vega della Lira, tutta scintillante, e, bassa sull’orizzonte, la rossa Aldebaran.

Bouvard, la testa all’indietro, faceva fatica a indovinare quei triangoli, quadrilateri e pentagoni che è necessario immaginare per orientarsi nel cielo.

Pécuchet proseguì:

«La velocità della luce è di ottantamila leghe al secondo. Un raggio della Via lattea impiega dieci secoli ad arrivare da noi, così la stella che osserviamo può essere già scomparsa. Molte sono intermittenti, altre non tornano mai; cambiano posizione; tutto si muove, tutto passa».

«Ma almeno il sole è immobile?».

«Così si pensava un tempo. Ma gli studiosi oggi ci dicono che precipita verso la costellazione d’Ercole!».

Ciò sconvolse le opinioni di Bouvard, e dopo un minuto di riflessione:

«In fondo la scienza è costruita sui dati che ricava da un punto appena dell’universo. Forse non è valida per tutto il resto, che ignoriamo, che è molto più grande, e che non possiamo scoprire».

Così parlavano, stando in piedi sul poggio, al chiarore degli astri, e ai discorsi succedevano lunghi silenzi.

Alla fine si domandarono se sulle stelle ci fossero degli uomini. E perché no? Per rispettare poi la simmetria della creazione, gli abitanti di Sirio dovevano essere enormi, quelli di Marte di una grandezza media, quelli di Venere piccolissimi. O forse dovunque erano gli stessi? Anche lassù commercianti, gendarmi; si commercia, ci si batte, i re vengono detronizzati…!

All’improvviso alcune stelle cadenti scivolarono sul cielo, disegnando come la parabola di un razzo smisurato.

«To’!», disse Bouvard, «ecco dei mondi che scompaiono».

Continuò Pécuchet:

«Se anche il nostro facesse un capitombolo, gli abitanti delle stelle non sarebbero più commossi di quanto lo siamo noi ora! Simili idee rintuzzano l’orgoglio».

«Che senso ha tutto ciò?».

«E se non ne avesse?».

«Eppure!», e Pécuchet ripeté due o tre volte: «Eppure!», senza aggiungere altro. «Che importa! Comunque mi piacerebbe sapere com’è fatto l’universo!».

«Dovrebbe esserci in Buffon!», rispose Bouvard, mentre gli si chiudevano gli occhi. «Non ce la faccio più! Vado a dormire!».

Impararono dalle Epoche della natura che una cometa, urtando il sole, ne aveva staccato un pezzo, che poi divenne la terra. I poli avevano iniziato a raffreddarsi. Il globo era avvolto dalle acque. Esse si erano ritirate nelle cavità; poi i continenti si divisero, apparvero gli animali e l’uomo.

La grandiosità della creazione produsse in loro uno stupore ugualmente sconfinato. Sentirono la mente allargarsi. Erano fieri di riflettere su cose tanto grandi.

I minerali li stancarono in fretta; e per distrarsi ricorsero alle Armonie di Bernardin de Saint-Pierre.

Armonie vegetali e terrestri, d’aria, d’acqua, umane, fraterne e persino coniugali, passarono in rivista tutto, senza dimenticare le invocazioni a Venere, agli Zefiri e agli Amori! Si stupivano che i pesci avessero le pinne, gli uccelli le ali, i semi una guaina. Erano pieni di quella filosofia che scopre nella natura intenzioni virtuose, considerandola come una specie di san Vincenzo de’ Paoli, sempre intento a prodigarsi in opere di carità!

In seguito ne ammirarono i prodigi, le trombe, i vulcani, le foreste vergini; e acquistarono l’opera di Depping sulle Meraviglie e bellezze della natura in Francia. Nel Cantal ce ne sono tre, nell’Hérault cinque, due in Borgogna, non di più, mentre il Delfinato da solo conta ben quindici meraviglie!

Ma tra poco non se ne troveranno più! Le grotte con le stalattiti si ostruiscono, i vulcani si spengono, i ghiacciai naturali si riscaldano; e i vecchi alberi dentro i quali si celebrava messa, cadono sotto la scure dei disboscatori, o stanno per morire.

La loro curiosità si rivolse poi verso gli animali.

Tornarono ad aprire il Buffon e andarono in estasi davanti alle bizzarrie di certe bestie.

Ma tutti i libri messi insieme non valgono l’osservazione personale, fu così che entrarono nelle corti per chiedere ai contadini se avessero visto dei tori congiungersi a giumente, o maiali che cercavano mucche, e i maschi delle pernici lasciarsi andare a turpitudini tra di loro.

«Mai in vita mia!». Per quanto trovassero quelle domande un po’ stupide da parte di uomini della loro età.

Vollero tentare degli accoppiamenti inconsueti.

Il più facile è quello del becco con la pecora. Il fattore non possedeva becchi. Una vicina prestò loro il suo; e quando arrivò la stagione degli amori, rinchiusero i due animali nel frantoio, e per non disturbare l’avvenimento, si nascosero dietro le botti.

All’inizio ciascuno dei due mangiò il suo mucchietto di fieno. Poi si misero a ruminare, la pecora si accovacciò senza smettere di belare, mentre il becco, con la gran barba e le orecchie penzoloni, ritto sulle sue gambe arcuate, puntava su loro le pupille, che brillavano nell’ombra.

Alla fine, la sera del terzo giorno, ritennero opportuno dare una mano alla natura. Ma il becco, rivoltandosi contro Pécuchet, gli mollò una cornata al basso ventre. La pecora, impaurita, si mise a correre in circolo per il frantoio come in un maneggio. Bouvard la rincorse, le si gettò addosso per fermarla, e cadde a terra stringendo nelle mani ciuffi di lana.

Ripeterono il tentativo con le galline e un’anatra, con un mastino e una scrofa, sempre nella speranza che ne venissero fuori dei mostri, e sempre senza capire nulla del problema della specie.

La parola sta ad indicare un gruppo di individui i cui discendenti si riproducono. Ma animali appartenenti a specie diverse possono riprodursi, mentre ce ne sono di appartenenti alla medesima che ne hanno perso la capacità.

Si illusero, studiando lo sviluppo dei germi, di ottenere a tal proposito delle idee precise; fu così che Pécuchet scrisse a Dumouchel per avere un microscopio.

Di volta in volta misero sulla piastrina di vetro dei capelli, tabacco, unghie, la zampa di una mosca. Ma si erano dimenticati dell’indispensabile goccia d’acqua. Altre volte toccò alla piccola lamella; e si spingevano, spostavano lo strumento; quindi, non vedendo che nebbia, accusavano l’ottico.

Arrivarono a dubitare del microscopio. Forse le scoperte che gli venivano attribuite non erano così certe.

Inviandogli la fattura, Dumouchel li pregava di raccogliere per lui dell’ammonite e dei ricci, curiosità frequenti nel loro paese, e di cui era collezionista da sempre. Per invogliarli alla geologia, inviò loro le Lettere di Bertrand e i Discorsi sui rivolgimenti del globo di Cuvier. | [continua]|

[III, 2]|

Dopo queste due letture, s’immaginarono che le cose andassero in questo modo.

All’inizio un’immensa distesa d’acqua, da cui emergevano promontori macchiati dai licheni; e non un essere vivente, non un grido; era un mondo silenzioso, immobile e nudo. Poi alte piante si dondolavano in una nebbiolina che assomigliava al vapore di una stanza da bagno. Un sole rosso intenso surriscaldava l’aria umida. Allora i vulcani incominciarono ad eruttare, rocce infuocate zampillavano dalle montagne; e il magma di porfido e basalto che colava si solidificò. Terzo quadro: sono sorte isole di madrepore dentro mari poco profondi; qua e là sormontate da boschetti di palme. Ci sono conchiglie simili a ruote di carro, tartarughe di tre metri, lucertole di sessanta piedi. Dalle canne si allunga il collo di anfibi che hanno il collo dello struzzo e la mascella del coccodrillo. Serpenti con le ali si alzano in volo. Infine, sui grandi continenti apparvero dei grandi mammiferi, le membra deformi come pezzi di legno mal squadrati, il cuoio più spesso di lastre di bronzo, ma ce n’erano anche di pelosi, labbruti, con criniere e zanne rivoltate. Branchi di mammùt brucano le pianure dove poi ci sarà l’Atlantico; il paleoterio, mezzo cavallo e mezzo tapiro, metteva sottosopra con il grugno i formicai di Montmartre, e il cervus giganteus tremava sotto i castagni sentendo la voce dell’orso delle caverne, che fa guaire nella sua tana il cane di Beaugency, alto tre volte un lupo.

I cataclismi separavano un’era dall’altra, l’ultimo fu il nostro diluvio. Era come uno spettacolo in più atti, di cui l’uomo costituiva l’apoteosi.

Rimasero colpiti quando appresero che sulle pietre erano rimaste impronte di libellule, zampe d’uccelli, e dopo aver sfogliato uno dei manuali Roret, iniziarono a cercare i fossili.

Un pomeriggio, mentre stavano rivoltando delle selci in mezzo alla strada maestra, passò il curato, che, avvicinatosi, disse con voce melliflua:

«I signori si occupano di geologia? Molto bene!».

Aveva stima di quella scienza. Essa, comprovando il Diluvio, conferma l’autorità delle Scritture.

Bouvard parlò dei coproliti, che sono escrementi pietrificati di animali.

Il fatto parve sorprendere l’abate Jeufroy; dopo tutto, se le cose stavano così, era un motivo in più per ammirare la Provvidenza.

Pécuchet confessò che le ricerche fino a quel momento non avevano portato ad alcun risultato, nonostante che i dintorni di Falaise, come tutti i terreni giurassici, dovessero abbondare in resti d’animali.

«Ho sentito dire», replicò l’abate Jeufroy, «che un tempo a Villers fu trovata la mandibola di un elefante». Ma poi, l’avvocato Larsonneur, un suo amico archeologo, del foro di Lisieux, forse avrebbe fornito loro delle informazioni! Aveva scritto una storia di Port-en-Bessin, in cui si segnalava la scoperta di un coccodrillo.

Bouvard e Pécuchet, a cui era venuta la stessa idea, si scambiarono un’occhiata; e malgrado il caldo, rimasero in piedi per molto tempo, a porre domande all’ecclesiastico, che si riparava sotto un ombrello di cotone blu.

Aveva la parte inferiore del volto un po’ grossa e il naso a punta, sorrideva continuamente, o chinava la testa chiudendo le palpebre.

La campana della chiesa suonò l’angelus.

«Bene, buonasera, signori! Permettete, vero?».

Forti di una sua raccomandazione, per tre settimane attesero la risposta di Larsonneur. Alla fine, arrivò.

L’uomo di Villers che aveva dissotterrato la zanna del mastodonte si chiamava Louis Bloche; non forniva dettagli. Quanto alla sua opera storica, essa occupava un volume dell’Accademia Lessoviana, e non era solito prestare il suo esemplare per paura di disperdere la raccolta. Per quanto riguardava l’alligatore, era stato scoperto nel novembre del 1825, sotto la scogliera delle Hachettes, a Sainte-Honorine, vicino a Port-en-Bassin, nella circoscrizione di Bayeux. Seguivano i convenevoli.

Il mistero che avvolgeva il mastodonte, stuzzicò la curiosità di Pécuchet.

Avrebbe voluto recarsi immediatamente a Villers.

Bouvard obiettò che per risparmiarsi un viaggio forse inutile, ma certo dispendioso, era meglio prendere informazioni. Scrissero così al sindaco del luogo una lettera, dove gli domandavano che n’era stato di un certo Louis Bloche. E nel caso fosse morto, i discendenti o i collaterali avrebbero saputo dare notizie sulla sua preziosa scoperta? Quando era stata fatta, in quale punto del comune si trovava quel reperto del mondo primitivo? C’erano possibilità di trovarne altri simili? Quanto costavano al giorno un uomo e un carretto?

Ebbero un bel rivolgersi al vicesindaco, e poi al primo consigliere municipale, da Villers non giunse alcuna risposta. Che gli abitanti fossero gelosi dei loro fossili? A meno che non li vendessero agli inglesi. Decisero di andare alle Hachettes.

Bouvard e Pécuchet presero la diligenza di Falaise per Caen. Quindi una carrozzella li portò da Caen a Bayeux; e da Bayeux andarono a piedi fino a Port-en-Bessin.

Non li avevano ingannati. La costa delle Hachettes offriva sassi bizzarri, e su indicazione dell’albergatore raggiunsero la spiaggia.

C’era la bassa marea, affioravano i ciottoli, una prateria di alghe brune arrivava fino alle prime onde.

Avvallamenti erbosi si alternavano alla scogliera, fatta di una terra molle e scura, che indurendosi, negli strati inferiori, diventava una muraglia di pietra grigia. Ne scendevano in continuazione rivoli d’acqua, mentre il mare brontolava lontano. A volte sembrava interrompere il suo battito; e allora non si udiva altro che il debole rumore delle sorgenti.

Esitavano su quelle erbe vischiose, o dovevano saltare le buche. Bouvard sedette sulla riva a contemplare le onde, senza pensare a nulla, rapito, immobile. Pécuchet lo ricondusse verso la costa per fargli vedere un’ammonite incastonata nella roccia come un diamante nella sua ganga. Si spezzarono le unghie, sarebbero occorsi degli strumenti, e intanto sopraggiungeva la notte. A ponente il cielo si era fatto rosso, e il posto era tutto in ombra. In mezzo alle alghe, quasi nere, si allargavano pozze d’acqua. Il mare saliva verso loro; era ora di tornare.

Il giorno dopo all’alba, con una zappa e un piccone, attaccarono il fossile, il cui involucro andò in pezzi. Era un “ammonite nodosus”, corroso alle estremità ma che pesava ben sedici libbre, e Pécuchet, per l’entusiasmo, gridò:

«Il minimo che possiamo fare è di regalarlo a Dumouchel!».

Quindi s’imbatterono in spugne, terebratule, orche, ma del coccodrillo neppure l’ombra! In mancanza di meglio, sperarono almeno in una vertebra d’ippopotamo o d’ittiosauro, un osso qualunque dell’era del Diluvio; quando scorsero contro la scogliera, ad altezza d’uomo, il rilievo di un pesce gigantesco.

Discussero sui mezzi per prenderlo.

Bouvard lo avrebbe staccato dall’alto, mentre Pécuchet, in basso, avrebbe demolito la roccia per farlo scendere adagio, senza rovinarlo.

Quando si furono ripresi, videro nella campagna, sopra le loro teste, un doganiere con il mantello, che faceva gesti imperiosi.

«Ma non seccarci!», e continuarono il loro lavoro, Bouvard in punta di piedi, che dava colpi con la zappa, Pécuchet, piegato in due, che scavava con il piccone.

Ma il doganiere riapparve, in un valloncello più in basso, e si sbracciava dando ordini: lo presero in giro!

Ormai il corpo ovale prendeva rilievo sotto l’esile coltre di terra, spenzolava, stava per sgusciar fuori.

All’improvviso comparve un altro individuo, con la sciabola.

«I passaporti!».

Era la guardia campestre in perlustrazione; e nello stesso istante era arrivato giù per una forra il doganiere.

«Li fermi, papà Morin! O la scogliera crollerà!».

«Si tratta di uno scopo scientifico», rispose Pécuchet.

In quell’istante franò un mucchio di terra, sfiorandoli tutti e quattro così da vicino, che ancora un poco e sarebbero morti.

Quando la polvere diradò, riconobbero l’albero di una nave, che si sbriciolò sotto la scarpa del doganiere.

Bouvard disse sospirando: «Che male facevamo?».

«È vietata qualsiasi cosa nei terreni amministrati dal Genio!», replicò la guardia campestre. «Prima di tutto, chi siete? Devo farvi verbale!».

Pécuchet si oppose, gridando all’ingiustizia.

«Non discutete, seguitemi!».

Da quando arrivarono al porto, un gruppo di ragazzini si mise alle calcagna. Bouvard, rosso come un papavero, cercava di darsi un contegno.

Pécuchet, pallidissimo, lanciava occhiate furibonde; certo i due sconosciuti, con i fazzoletti pieni di sassi, non avevano un bell’aspetto. Per il momento li portarono all’albergo, il cui proprietario, fermo sulla soglia, sbarrava l’entrata.

Poi venne il muratore a riprendersi gli attrezzi; dovettero pagare; spese, ancora spese! Ma perché la guardia campestre non tornava? Finalmente arrivò a liberarli un tale con la croce d’onore; e dopo aver dato i loro nomi, cognomi e indirizzo, se ne andarono, con l’impegno di essere più prudenti in futuro.

A parte il passaporto, mancavano parecchie cose! E prima d’intraprendere delle nuove esplorazioni, consultarono la Guida del viaggiatore geologo di Boné.

Prima di tutto bisogna avere un buono zaino da soldato, poi una catena da agrimensore, una lima, delle pinze, una bussola, e tre martelli, infilati in una cintura nascosta sotto la finanziera per «proteggervi da quell’aria strana che in viaggio bisogna evitare». Per bastone, Pécuchet adottò senza esitare un bastone da turista, alto sei piedi, dalla lunga punta di ferro. Bouvard preferì una canna-ombrello, o ombrello ramificato, il cui pomo si ritira per agganciare la seta, contenuta in un sacchetto a parte. Non dimenticarono scarpe robuste con le ghette, «due paia di bretelle ciascuno, per via della traspirazione», e benché non sia possibile «presentarsi dovunque con il berretto», si tirarono indietro davanti alla spesa di «uno di quei cappelli pieghevoli, che portano il nome del cappellaio Gibus, loro inventore». Sempre lo stesso libro suggerisce delle norme di condotta: «Conoscere la lingua del paese che si visita», e la sapevano. «Tenere un comportamento modesto», era il loro stile di vita. «Non portare soldi con sé», niente di più semplice. Infine, per evitare ogni tipo di seccatura, è meglio assumere «il titolo d’ingegnere!».

«Lo faremo!».

Così equipaggiati, iniziarono i loro giri, assentandosi a volte anche otto giorni, trascorrendo il tempo all’aria aperta.

Capitava che sulle rive dell’Orne scorgessero in un varco falde rocciose che drizzavano le loro lame oblique tra eriche e pioppi; o si dolevano di non incontrare lungo il cammino altro che strati d’argilla. Davanti a un paesaggio non ammiravano né le distese, né le profonde lontananze, né le ondeggianti verzure; ma ciò che non si vedeva, il sottosuolo, la terra; e non c’era collina che non fosse «un’altra prova del Diluvio».

Alla fissazione del Diluvio, subentrò quella dei massi erratici. La grandi pietre solitarie in mezzo ai campi dovevano provenire da ghiacciai scomparsi; cercavano morene e sabbia conchiglifera.

Molte volte, visto com’erano conciati, li prendevano per ambulanti, e mentre rispondevano che erano «ingegneri», provavano timore; l’abuso di un simile titolo poteva attirare loro dei guai.

Quando la giornata era finita, ansimavano sotto il peso dei campioni raccolti, ma intrepidi li riportavano a casa. Ce n’era lungo i gradini della scala, nelle camere, nel salone, in cucina; e Germaine si lamentava di tutta quella polvere.

Non era cosa da poco, prima d’incollare le etichette, conoscere i nomi delle rocce; la varietà dei colori e delle grane faceva loro confondere l’argilla con la marna, il granito col gneiss, il quarzo con il calcare.

E la nomenclatura li irritava. Perché poi devoniano, cambriano, giurassico, come se le terre chiamate con quei nomi esistessero solo nel Devonshire, vicino a Cambridge, e nel Giura! Impossibile venirne a capo!

Quello che per uno è sistema, per l’altro è uno stadio, per un terzo solo una falda. I fogli degli stadi si mescolano, s’intralciano; ma Omalius d’Halloy vi mette in guardia che non bisogna credere alle suddivisioni geologiche.

Questa affermazione li sollevò; e dopo aver visto calcari a polipai nella pianura di Caen, filladi a Balleroy, caolino a Saint-Blaise, oolite dovunque, e aver cercato carbon fossile a Cartigny, e mercurio a Chapelle-en-Juger vicino a Saint-Lô, decisero di spingersi più lontano, un viaggio a Le Havre per studiare il quarzo piromaco e l’argilla di Kimmeridge!

Appena scesi dal battello, domandarono la strada che porta sotto i fari.

L’ostruivano delle frane; era pericoloso avventurarvisi.

Si presentò uno che noleggiava vetture, propose delle passeggiate nei dintorni, Ingouville, Octeville, Fécamp, Lillebonne, «anche Roma, se avessero voluto».

Aveva prezzi irragionevoli; ma erano rimasti colpiti dal nome di Fécamp: allontanandosi un po’ dalla strada, era possibile vedere Étretat, e così presero la barca per Fécamp, per spingersi subito più lontano possibile.

In barca Bouvard e Pécuchet conversarono con tre contadini, due donnette, un seminarista, senza esitare nel farsi passare per ingegneri.

Si arrestarono davanti alla darsena. Raggiunsero la scogliera, e cinque minuti dopo la costeggiavano, per evitare una grande pozza d’acqua che faceva come un golfo in mezzo alla riva. Quindi videro un’arcata che dava su una grotta profonda. Rimbombava, molto luminosa, simile a una chiesa con colonne che dall’alto arrivavano in basso, e un tappeto di alghe su tutto il pavimento.

Quest’opera della natura li riempì di meraviglia, si lasciarono andare ad alte considerazioni sull’origine del mondo.

Bouvard inclinava verso il nettunismo. Pécuchet, al contrario, era plutoniano. Il fuoco centrale aveva spezzato la crosta del globo, sollevato le terre, aperto crepacci. È come un mare interno, con i suoi flussi e riflussi, le sue tempeste. Ce ne separa una sottile pellicola. Se pensassimo a tutto ciò che abbiamo sotto i piedi non potremmo dormire. Eppure il fuoco centrale scema, e il sole s’indebolisce, a tal punto che un giorno la terra morirà dal gran gelo.

Diventerà sterile; tutti i boschi e tutto il carbon fossile diventeranno acido carbonico, e nessuna creatura potrà vivere.

«Non siamo ancora a tanto!», disse Bouvard.

«Speriamo!», aggiunse Pécuchet.

Ma quella fine del mondo, per quanto lontana, li rattristò, e camminavano fianco a fianco sulla ghiaia, in silenzio.

La scogliera, a precipizio, tutta bianca e qua e là rigata di nero dalle strisce di selci, si allungava all’orizzonte come il profilo di un bastione lungo cinque leghe. Soffiava il vento dell’est, aspro e freddo. Il cielo era grigio, il mare verdastro e come gonfio. Dalla cima delle rocce volavano via gli uccelli, tracciavano cerchi, rientravano alla svelta nei loro buchi. A volte una pietra, staccatasi, rimbalzava qua e là prima di scendere fino a loro.

Pécuchet seguiva i suoi pensieri ad alta voce:

«E se la terra venisse distrutta da un cataclisma? Noi non sappiamo quanto durerà la nostra era. Basterebbe che il fuoco centrale debordasse».

«Ma non diminuisce?».

«Ciò non ha impedito alle sue esplosioni di aver prodotto l’Isola Giulia, il Monte Nuovo e altri ancora».

Bouvard ricordò di aver letto questi dettagli in Bertrand. «Anche in Europa accadono fatti simili?».

«Chiedo scusa, e il fatto di Lisbona? Quanto ai nostri paesi, vi sono numerose miniere di carbone e di pirite marziale, che decomponendosi potrebbero benissimo dar luogo a bocche di vulcani. I vulcani, poi, eruttano sempre vicino al mare».

Bouvard lasciò scorrere lo sguardo sulle onde, e credette di scorgere in lontananza del fumo che saliva al cielo.

«Dal momento che l’isola Giulia», continuò Pécuchet, «è scomparsa, non potrebbero terreni prodotti allo stesso modo subire la medesima sorte? Non c’è differenza tra un isolotto dell’arcipelago e la Normandia, o anche l’Europa».

Bouvard vide l’Europa inghiottita dall’abisso.

«Ammetti», disse Pécuchet, «che si verifichi un terremoto sotto la Manica. Le acque si riversano nell’Atlantico. Le coste francesi e inglesi, sbilanciandosi sulla loro base, s’inclinano, si congiungono, ed ecco, tutto quello che c’è in mezzo viene schiacciato».

Invece di rispondere, Bouvard si mise a camminare talmente in fretta, che in poco tempo mise tra sé e Pécuchet almeno cento passi. Quando fu solo, il pensiero di un cataclisma lo angosciò. All’improvviso gli sembrò che la terra tremasse, e che la sommità della scogliera sopra la sua testa s’inclinasse. In quel momento rotolò dall’alto una pioggia di sassi.

Pécuchet, che lo vide scappare come un forsennato, comprendendo il suo terrore, gli gridò da lontano: «La nostra era non è ancora terminata, fermati, fermati!».

E per raggiungerlo faceva salti enormi con il suo bastone da turista, sempre urlando: «L’era non è finita! Non è finita!».

Bouvard correva sempre come un matto. L’ombrello ramificato cadde, le falde della finanziera svolazzavano, lo zaino gli sobbalzava sulla schiena.

Sembrava una tartaruga con le ali, al galoppo tra gli scogli; uno più grande lo nascose alla vista.

Pécuchet arrivò senza fiato, e non vide nessuno; poi tornò indietro per riguadagnare i campi attraverso il valloncello che doveva aver preso Bouvard.

Questa ripida e stretta scorciatoia era scavata a gradinate nella roccia, larga come due uomini e luccicante come alabastro levigato. Giunto a cinquanta piedi d’altezza, Pécuchet volle scendere. C’era l’alta marea, e il mare rumoreggiava. Tornò ad arrampicarsi.

Alla seconda svolta, quando vide il vuoto, si sentì gelare dalla paura. Più si avvicinava alla terza, più sentiva le gambe farsi molli. L’aria vibrava intorno a lui, gli prese un crampo allo stomaco; si sedette per terra, con gli occhi chiusi, senza sentir altro che i battiti del cuore che lo soffocavano. Poi, dopo aver gettato il bastone da turista, riprese a salire con mani e ginocchia. Ma i tre martelli infilati nella cintura gli entravano nella pancia, le pietre di cui aveva imbottito le tasche gli flagellavano i fianchi; la visiera del berretto lo accecava, il vento aumentava d’intensità; finalmente raggiunse il pianoro, dove trovò Bouvard che era salito da un valloncello più facile, un po’ più lontano.

Li raccolse un carretto. Dimenticarono Étretat.

La sera seguente a Le Havre, mentre aspettavano il battello, videro in fondo a un giornale un articolo intitolato L’insegnamento della geologia.

Era un articolo molto documentato, che faceva il punto della situazione in quel momento.

Non c’era mai stato un cataclisma totale del globo; ma una specie non ha sempre la stessa durata, e in un luogo si estingue più facilmente che in un altro. Terreni di uguale datazione contengono fossili differenti, mentre giacimenti molto distanti ne racchiudono di simili. Le felci di un tempo sono identiche a quelle di adesso. Molti zoofiti di oggi vengono trovati in falde antichissime. Riassumendo, le modifiche attuali spiegano i vecchi rivolgimenti.

Ad agire sono sempre le stesse cause, la natura non fa salti, e le periodizzazioni, sostiene Brongniart, dopo tutto non sono che astrazioni.

Fino a quel momento Cuvier era apparso loro in uno splendore d’aureola, in cima a una scienza indiscutibile. Quella scienza era scossa. La Creazione non mostrava più lo stesso ordine; e il loro rispetto per il grand’uomo diminuì.

Da estratti e biografie, appresero qualcosa delle dottrine di Lamarck e Geoffroy Saint-Hilaire.

Tutto ciò andava contro l’opinione corrente, l’autorità della Chiesa.

Bouvard si sentì come alleggerito di un giogo che si fosse spezzato.

«Vorrei proprio vedere adesso cosa mi risponderebbe il cittadino Jeufroy a proposito del Diluvio!».

Lo trovarono nel suo piccolo giardino, mentre aspettava i fabbricieri, che dovevano riunirsi tra poco per decidere l’acquisto di una pianeta.

«I signori desiderano?…».

«Una delucidazione, se non le dispiace», e fu Bouvard a cominciare.

Cosa significavano nella Genesi, «l’abisso si ruppe» e «le cataratte del cielo»? Dal momento che un abisso non può rompersi, e il cielo non ha cataratte!

L’abate chiuse le palpebre, poi rispose che bisognava sempre distinguere tra il senso e la lettera. Ci sono cose che d’acchito ci sorprendono, ma appena le approfondiamo diventano ragionevoli.

«Benissimo! Ma come spiegare una pioggia che saliva oltre le montagne più alte, che misurano due leghe! Ma ci pensate, due leghe! Acqua alta due leghe!».

E il sindaco, che era appena arrivato, aggiunse: «Caspita, che bagno!».

«Deve convenire», disse Bouvard, «che Mosè esagera maledettamente».

Il curato, che aveva letto Bonald, replicò: «Non conosco certo i suoi motivi; sarà stato per spaventare a fin di bene i popoli che comandava!».

«E quella massa d’acqua, da dove veniva?».

«Che ne so? L’aria si era mutata in pioggia, come accade tutti i giorni».

Videro entrare dalla porta del giardino Girbal, direttore delle imposte, con il capitano Heurtaux, un possidente; e Beljambe, l’albergatore, dava il braccio a Langlois, lo speziale, che camminava a fatica, per via del catarro.

Senza curarsi di loro, Pécuchet prese la parola.

«Mi scusi, signor Jeufroy. Se il peso dell’atmosfera (come dimostra la scienza) è uguale a quello di una massa d’acqua che avvolgesse il globo per un’altezza di dieci metri, allora, anche se tutta l’aria, condensatasi, cadesse in forma liquida, la massa delle acque esistenti aumenterebbe ben poco».

I fabbricieri ascoltavano con gli occhi spalancati.

Il curato si spazientì.

«Neghereste forse che siano state trovate delle conchiglie sulle montagne? E chi le ha messe, se non il Diluvio? Non è nel loro costume, penso, di germogliare da sole nella terra come le carote!». E poiché con quelle parole aveva fatto ridere l’assemblea, aggiunse, stringendo le labbra: «O anche questa è una scoperta scientifica?».

Bouvard volle rispondere con la teoria del sollevamento delle montagne, di Élie de Beaumont.

«Non conosco!», rispose l’Abate.

Foureau si affrettò a dire: «È uno di Caen! L’ho visto una volta in Prefettura!».

«Ma se il vostro Diluvio», continuò Bouvard, «avesse trascinato le conchiglie, le troveremmo in superficie, spezzate, e non, come capita, a trecento metri di profondità».

Il prete si rifugiò nella veracità delle Scritture, la tradizione riguardo al genere umano, e gli animali nel ghiaccio, scoperti in Siberia.

Ciò non prova che l’uomo sia vissuto in quei tempi! La terra, secondo Pécuchet, era molto più vecchia. «Il delta del Mississippi risale a decine di migliaia d’anni. L’era attuale ne conta almeno centomila. Le liste di Manetone…».

Si fece avanti il conte di Faverges.

Al suo avvicinarsi, tutti fecero silenzio.

«Continuate, vi prego! Stavate dicendo?».

«I signori mi contestavano», rispose l’abate.

«A che proposito?».

«Riguardo alle Scritture Sacre, signor Conte!».

Subito Bouvard sostenne che, come geologi, essi avevano diritto di discutere la religione.

«Faccia attenzione», disse il Conte. «Lei conosce il detto, caro signore, poca scienza ci allontana, molta ci riconduce ad essa». E con un tono arrogante e paterno: «Credetemi! Tornerete all’ovile! Tornerete all’ovile!».

Forse! Ma cosa pensare di un libro dove si pretende che la luce sia stata creata prima del sole, come se l’unica causa della luce non fosse proprio il sole!

«Dimenticate quella boreale», disse l’ecclesiastico.

Senza rispondere all’obiezione, Bouvard negò decisamente che la luce potesse stare da una parte e le tenebre dall’altra, che ci fossero una sera e un mattino quando gli astri non esistevano, e che gli animali fossero comparsi all’improvviso invece che per cristallizzazione.

Poiché i vialetti erano troppo piccoli, camminavano gesticolando sulle aiuole. Langlois fu preso da un accesso di tosse. Il capitano gridava: «Siete dei rivoluzionari!». Girbal: «Pace, pace!». Il prete: «Che razza di materialismo!».

Foureau: «Perché non ci occupiamo della nostra pianeta?».

«Ah! Lasciatemi parlare!». E Bouvard, riscaldandosi, si spinse a dire che l’uomo discendeva dalla scimmia!

Tutti i fabbricieri si guardarono tra loro, molto stupiti, quasi volessero assicurarsi che non erano scimmie.

Bouvard continuò: «Confrontando il feto di una donna, di una cagna, di un uccello…».

«Basta!».

«Voglio spingermi oltre!», esclamò Pécuchet. «L’uomo discende dai pesci!». Scoppiarono a ridere. Ma senza scomporsi: «Il Telliamed! Un libro arabo!…».

«Andiamo, signori, la riunione!».

Entrarono nella sagrestia.

I due amici non avevano dato all’abate Jeufroy quella lezione che avrebbero voluto, e Pécuchet lo bollò di “gesuitismo”.

Tuttavia la luce boreale li inquietava; andarono a cercarla nel manuale del d’Orbigny.

L’ipotesi spiega come i vegetali fossili della baia di Baffin assomiglino alle piante equatoriali. Al posto del sole si suppone una grande fonte luminosa, ora scomparsa, di cui le aurore boreali non sono forse che i resti.

Poi vennero presi da dubbi sulle origini dell’uomo; nell’incertezza, pensarono di rivolgersi a Vaucorbeil.

Non aveva dato seguito alle minacce. Come sempre, egli passava ogni mattino davanti al loro cancello, facendo risuonare col bastone tutte le sbarre, una dopo l’altra.

Bouvard si appostò, e dopo averlo fermato, gli disse che voleva sottoporgli un interessante problema d’antropologia.

«Lei crede che il genere umano discenda dai pesci?».

«Che sciocchezza!».

«Allora dalle scimmie, non è vero?».

«In modo diretto, è impossibile!».

Chi aveva ragione? Perché il dottore non era certo cattolico!

Continuarono gli studi, ma senza passione, stanchi di quell’eocene e del miocene, del monte Jurillo, dell’isola Julia, dei mammùt siberiani e dei fossili, che tutti gli studiosi, invariabilmente, paragonavano alla «testimonianza autentica delle medaglie», al punto che un giorno Bouvard gettò lo zaino a terra, giurando che non si sarebbe più mosso.

La geologia è troppo lacunosa! Conosciamo appena qualche località europea. Tutto il resto, compresi i fondali degli Oceani, lo ignoreremo per sempre.

Quando Pécuchet tirò fuori il regno minerale:

«Non ci credo al regno minerale! Dal momento che selci, gesso e forse anche l’oro, si sono formati da materiali organici! Il diamante non è stato carbone? Il carbon fossile un composto di vegetali? Se lo si porta a non so quanti gradi, si ottiene segatura di legno, tutto passa, tutto scorre. La creazione è fluttuante ed effimera. Sarebbe meglio occuparsi di qualcos’altro!».

Si sdraiò e si appisolò, mentre Pécuchet, la testa china e un ginocchio tra le mani, si abbandonava alle sue riflessioni.

Era un sentiero incavato, con i bordi coperti di muschio, sotto l’ombra di querce le cui cime ondeggiavano lievi. Un profumo caldo e drogato di erba angelica, di menta, di lavanda; l’aria era pesante; e Pécuchet, in una specie di torpore, pensava alle innumerevoli esistenze sparse attorno a lui, agli insetti che ronzavano, alle sorgenti nascoste sotto il prato, ai pollini delle piante, agli uccelli nei loro nidi, al vento, alle nuvole, a tutta la Natura, senza sforzarsi di scoprirne i misteri, sedotto dalla sua forza, perso nella sua grandiosità.

«Ho sete!», disse Bouvard risvegliandosi.

«Anch’io! Berrei volentieri qualcosa!».

«È facile», s’intromise un uomo che passava di lì, in maniche di camicia, con un’asse sulla spalla.

Riconobbero il vagabondo a cui Bouvard una volta aveva offerto un bicchiere di vino. Sembrava ringiovanito di dieci anni, portava i capelli alla gagà, i baffi ben impomatati, e camminando si dondolava come un parigino.

A circa cento passi aprì lo steccato di una corte, appoggiò l’asse contro il muro, e li fece entrare in una cucina dal soffitto alto.

«Mélie! Sei qui, Mélie?».

Apparve una ragazza; le ordinò di «spillare qualcosa da bere», e la ragazza tornò al tavolo per servirli.

Da sotto la cuffia di tela grigia le uscivano i capelli color del grano. Le povere vesti scendevano per tutta la lunghezza del suo corpo senza una piega; il naso diritto, gli occhi azzurri, aveva qualcosa di delicato, campagnolo e ingenuo.

«È graziosa, vero?», disse il falegname mentre quella portava i bicchieri.

«Si direbbe una signorina vestita da contadina! Una gran lavoratrice, tuttavia!

Povero cuoricino, va! Quando sarò ricco ti sposerò!».

«Lei dice sempre sciocchezze, signor Gorgu», gli rispose con voce dolce e languida.

Uno stalliere venne a prendere dell’avena da un vecchio cassone, e lasciò cadere il coperchio con tanta forza che se ne staccò una scheggia.

Gorgu se la prese con la rozzezza di tutti «gli zotici di campagna», quindi, in ginocchio davanti al mobile cercò dov’era finito il pezzo. Pécuchet, che voleva aiutarlo, vide apparire sotto la polvere volti di personaggi.

Era una cassapanca d’epoca rinascimentale, con un tortiglione in basso, dei festoni in forma di vite agli angoli, e colonnine che dividevano il davanti in cinque scomparti. In mezzo era visibile una Venere Anadiomene in piedi su una conchiglia, poi Ercole e Onfale, Sansone e Dalila, Circe e i suoi maiali, le figlie di Loth in atto di ubriacare il padre; tutto rovinato, rosicchiato dalle tarme, e in più mancava il pannello di destra. Gorgu prese una candela per far vedere meglio a Pécuchet quello di sinistra, che raffigurava, sotto l’albero del Paradiso, Adamo e Eva in un atteggiamento davvero indecente.

Anche Bouvard ammirò la cassapanca.

«Se vi piace, ve la cederanno a poco prezzo».

Pensando al restauro, esitavano.

Se ne sarebbe occupato Gorgu, che era ebanista di professione. «Su, venga!», e trascinò Pécuchet verso la cascina, dove la signora Castillon, la padrona, stendeva la biancheria.

Mélie, dopo essersi lavata le mani, prese dal davanzale il suo lavoro di pizzo, si sedette alla luce e iniziò a lavorare.

Era come incorniciata dagli stipiti. Sbrogliava i rocchetti tra le dita con uno schiocco di nacchere. La sagoma china.

Bouvard le chiese dei genitori, del paese, quanto le davano di salario.

Era di Ouistreham, non aveva più famiglia, guadagnava una pistola al mese; gli piacque al punto che volle prenderla a servizio per aiutare la vecchia Germaine.

Tornarono Pécuchet e la fattoressa, e mentre mercanteggiavano, Bouvard domandò a bassa voce a Gorgu se la servetta avrebbe acconsentito a diventare sua domestica.

«Eccome!».

«Comunque», disse Bouvard, «devo consultare il mio amico».

«Bene! Ci penso io. Ma non ne parli, per via della padrona».

La contrattazione era terminata, si accordarono su trentacinque franchi.

Per il restauro si sarebbero intesi.

Appena furono nella corte, Bouvard confidò i suoi progetti su Mélie.

Pécuchet si fermò per riflettere meglio, aprì la tabacchiera, fiutò una presa, e dopo essersi soffiato il naso:

«In effetti è un’idea! Mio dio, sì! Perché no? E poi, sei tu il padrone!».

Dieci minuti dopo spuntò Gorgu dal ciglio di un fossato, domandando:

«Quando vi porto il mobile?».

«Domani!».

«Domani!».

«E riguardo all’altra questione, avete deciso?».

«D’accordo!», rispose Pécuchet.

IV

Sei mesi dopo erano diventati archeologi; la loro casa sembrava un museo.

Avevano sistemato nell’ingresso una vecchia trave di legno. La scala era ingombra di reperti geologici; e in terra, lungo tutto il corridoio, si allungava un’enorme catena.

Avevano tolto la porta tra le due camere dove non dormivano e bloccata l’entrata esterna della seconda, così da fare dei due locali un solo appartamento.

Appena passata la soglia si urtava contro una vasca di pietra (un sarcofago gallo-romano), poi lo sguardo veniva attirato da tutto un repertorio di chincaglierie.

Sul muro di fronte troneggiava uno scaldaletto sopra due alari e una pietra da camino, che raffigurava un monaco in atto di accarezzare una pastorella. Sulle assicelle tutto attorno, si vedevano candelieri, serrature, bulloni, dadi. Il pavimento scompariva sotto i cocci rossi delle tegole. In mezzo, su una tavola, c’era l’esposizione dei pezzi più rari: quanto restava di un copricapo di Caux, due urne d’argilla, alcune monete, una boccetta di vetro opalino. Sullo schienale di una poltrona damascata c’era un centrino merlettato. Sulla parete di sinistra faceva bella mostra un lembo d’usbergo; e sopra, dei chiodi mantenevano in posizione orizzontale un’alabarda, un pezzo unico.

L’altra stanza, a cui si accedeva per mezzo di due gradini, racchiudeva i libri antichi portati da Parigi, e quelli che, arrivando, avevano scoperto in un armadio. Gli avevano tolto le ante. Lo chiamavano “la biblioteca”.

L’albero genealogico della famiglia Croixmare occupava da solo il retro della porta. Sull’intonaco d’angolo, il ritratto a pastello di una dama in costume Luigi XV faceva il paio con quello di Bouvard padre. Sulla cornice dello specchio c’era, come ornamento, un sombrero di feltro nero e uno zoccolo enorme pieno di foglie, i resti di un nido.

Due noci di cocco (che appartenevano a Pécuchet fin dalla giovinezza) fiancheggiavano sul camino una piccola botte di maiolica, con un contadino a cavalcioni. Accanto, in una cesta di paglia, c’era una moneta da dieci centesimi tenuta nel becco da un’anatra.

Davanti alla biblioteca era sistemato un cassettone pieno di conchiglie, con decorazioni di felpa. Sul coperchio poggiava un gatto con un topo in bocca, un fossile di Saint-Allyre, e una scatola parimenti fatta di conchiglie; sulla scatola una caraffa d’acquavite con dentro una pera “buon cristiano”.

Ma il meglio era la statua di San Pietro nel vano della finestra! Nella mano destra inguantata stringeva la chiave del Paradiso, di color verde mela; la pianeta, con ricami di fiordalisi, era azzurro cielo, e la tiara giallissima, appuntita come una pagoda. Aveva le gote imbellettate, grandi occhi rotondi, la bocca spalancata, il naso storto e all’insù. Sopra pendeva un baldacchino fatto con un vecchio tappeto, dove si distinguevano due amorini dentro un serto di rose; e ai suoi piedi, a mo’ di colonna, si levava un vaso per il burro che recava, sul fondo color cioccolato, questa scritta in caratteri bianchi:

«Eseguito davanti a S.A.R. il duca d’Angoulême, a Noron, il 3 ottobre 1817».

Standosene a letto, Pécuchet poteva vedere tutto ciò con una sola occhiata, e a volte, per ampliare la prospettiva, andava fin nella camera di Bouvard.

Davanti all’ usbergo rimaneva un posto vuoto, quello per la cassapanca rinascimentale.

Non era terminata. Gorgu vi stava ancora lavorando; piallava i pannelli nello stanzino del forno, li metteva a posto, li smontava.

Alle undici pranzava; poi chiacchierava con Mélie, e spesso non si faceva più vedere per tutta la giornata.

Bouvard e Pécuchet si erano dati da fare per procurarsi oggetti in stile con il mobile. Non c’era niente che andasse bene. Ma si erano imbattuti in una quantità di cose interessanti. All’inizio si erano appassionati ai soprammobili, poi era venuto l’amore per il medioevo.

Cominciarono con il visitare le cattedrali; e le alte navate che si specchiano nelle acquasantiere, le vetrate splendenti come fossero tappezzate di gemme, le tombe in fondo alle cappelle, l’incerta luce delle cripte, e anche il fresco delle mura procurò loro un brivido di piacere, un’emozione religiosa.

In breve riuscirono a distinguere le varie epoche, e snobbando i sacrestani, dicevano: «Ah! Un’abside romana! Questo è del XII secolo! Qui si ricade nell’ultimo gotico!».

Cercavano di comprendere i simboli scolpiti sui capitelli, come i due grifoni di Marigny che becchettano un albero in fiore. Nei cantori dalle mascelle grottesche che stanno in cima agli archi di Feuguerolles, Pécuchet vide un intento satirico; e nell’esuberante oscenità dell’uomo che riempiva una delle finestre a crociera di Hérouville c’era, secondo Bouvard, la prova della licenziosità dei nostri antenati.

Arrivarono a non tollerare il minimo segno di decadenza. Tutto era decadenza, e deploravano il vandalismo, tuonavano contro l’intonaco.

Ma non sempre lo stile di un monumento si accorda con la presunta datazione. L’arco a tutto sesto, nel XIII secolo, impera ancora in Provenza.

L’ogiva probabilmente è antichissima! E vi sono studiosi che contestano la priorità del romanico sul gotico. Erano contrariati da queste incertezze.

Dopo le chiese studiarono le roccheforti, quelle di Domfront e di Falaise.

Ammiravano sotto la porta le scanalature della saracinesca, e giunti in cima vedevano la campagna, poi i tetti della città, l’intrico delle vie, i carri nella piazza, le donne al lavatoio. La muraglia scendeva a picco fino ai cespugli del fossato, e impallidivano pensando agli uomini che erano saliti fin lì, sospesi alle scale. Si sarebbero avventurati anche nei sotterranei, ma Bouvard non poteva a causa della pancia, Pécuchet per paura delle vipere.

Vollero conoscere i vecchi manieri, Curcy, Bully, Fontenay-le-Marmion, Argouges. A volte, all’angolo degli edifici, dietro il letame, si erge una torre carolingia. La cucina con il suo arredo di panche di pietra fa pensare alle gozzoviglie feudali. Altri hanno un aspetto davvero feroce, con la triplice fila di mura ancora visibili, le feritoie sotto la scala, le lunghe torri dai tetti a punta.

Poi si arriva negli appartamenti dove, da una finestra del tempo dei Valois, cesellata come fosse avorio, entra il sole a riscaldare sul pavimento i semi di colza, sparsi qua e là. Abbazie sono diventate granai. Le scritte sulle pietre tombali sono cancellate. Resta in piedi in mezzo ai campi un frontone, tutto ricoperto d’edera che trema al vento.

E quante cose eccitavano la loro ingordigia, una brocca di stagno, una borchia di strass, tele dai grandi arabeschi. Li tratteneva solo la mancanza di denaro.

Per un caso fortunato, scoprirono da uno stagnino, a Belleroy, una vetrata gotica, che era grande abbastanza per coprire il lato destro della finestra, vicino alla poltrona, fino al secondo riquadro. Il campanile di Chavignolles, in lontananza, faceva un effetto splendido.

Gorgu, che assecondava la loro mania, costruì con la base di un armadio, un inginocchiatoio da mettere sotto la vetrata. La loro passione era così forte che arrivarono a rimpiangere quei monumenti di cui non si sa assolutamente nulla, come la casa di campagna dei vescovi di Séez.

«A Bayeux», dice il de Caumont, «doveva esserci un teatro». Invano andarono alla ricerca del sito. Il paese di Montrecy ha un prato celebre, a causa delle monete imperiali che un tempo vi furono trovate. Contarono di realizzare un bel bottino. Il guardiano rifiutò loro l’ingresso.

Non furono più fortunati con il camminamento che collegava una cisterna di Falaise al sobborgo di Caen. Le anatre che vi avevano introdotto erano riapparse a Vaucelles, borbottando: «Can can can», da cui il nome della città.

Non c’era sacrificio, né tentativo che potesse fermarli.

Alla locanda di Mesnil-Villement, nel 1816, Galeron aveva pranzato con quattro soldi. Vi consumarono lo stesso pasto, constatando con sorpresa che le cose erano cambiate!

Chi ha fondato l’abbazia di Sant’Anna? C’è un rapporto di parentela tra il Marin-Onfroy, che nel XII secolo importò un nuovo tipo di mele, e l’Onfroy governatore di Hastings all’epoca della conquista? Come procurarsi La pitonessa astuta, commedia in versi di un certo Dutrésor, concepita a Bayeux, e ora quasi introvabile? Sotto Luigi XVI, Hérambert Dupaty, o Dupastis Hérambert, compose un’opera che non ha mai visto la luce, piena d’aneddoti su Argentan. Si trattava di trovare quegli aneddoti. Che ne è stato delle memorie autografe di Madame Dubois de la Pierre, consultate per la storia inedita di Laigle da Louis Dasprès, vicario di Saint-Martin? Tutti problemi, curiosità da chiarire.

Ma spesso un piccolo indizio mette sulla via di una scoperta inestimabile.

Indossarono dunque le loro camicie da operai, per non destare sospetti; e presentandosi come ambulanti, andarono di casa in casa, chiedendo di acquistare vecchie carte. Gliene vendettero a montagne. Quaderni di scuola, fatture, giornali vecchi, niente di utile.

Alla fine, Bouvard e Pécuchet si rivolsero a Larsonneur.

Egli era immerso nello studio dei Celti, rispose in modo sommario alle loro domande, e anzi ne pose a sua volta.

Se avevano notato attorno a loro tracce di quel culto del cane che si riscontra a Montargis; avevano particolari dettagliati sui fuochi di San Giovanni, i matrimoni, i proverbi popolari, ecc.? Li pregò anche di raccogliere per lui qualcuna di quelle scuri di selce, chiamate allora celtae, che venivano usate dai druidi per i loro «criminali olocausti».

Gorgu ne procurò una dozzina, gli spedirono la meno grande, le altre andarono ad arricchire il museo.

Vi si aggiravano amorevolmente, lo pulivano essi stessi, ne avevano parlato a tutti i loro conoscenti.

Un pomeriggio, la signora Bordin e Marescot si presentarono per vederlo.

Li ricevette Bouvard, e fin dall’ingresso iniziò le sue spiegazioni.

La trave era nientemeno che l’antica forca di Falaise, secondo il falegname che l’aveva venduta, e che l’aveva saputo dal nonno.

La grande catena nel corridoio proveniva dalle botole del torrione di Torteval. Secondo il notaio assomigliava a quelle catene che delimitano i cortili d’onore. Bouvard invece era convinto che un tempo servisse per legare i prigionieri. Poi aprì la porta della prima stanza.

«Come mai tante tegole?», esclamò la signora Bordin.

«Per scaldare le stufe! Ma andiamo con ordine, per favore! Questa è la tomba scoperta in una locanda dove veniva usata come abbeveratoio».

Quindi Bouvard prese le due urne piene di terra, che in realtà era cenere umana, e accostando il recipiente agli occhi, mostrava come facevano i Romani a versarvi le lacrime.

«Ma possibile che in casa sua ci siano solo oggetti lugubri?».

In effetti era un po’ troppo per una signora, e allora estrasse da una scatola diverse monete di rame e un denaro d’argento.

La Bordin chiese al notaio quanto potesse valere al giorno d’oggi.

Mentre esaminava l’usbergo, questo gli sfuggì di mano; qualche maglia si ruppe. Bouvard trattenne un moto d’ira.

Fu però così gentile da staccare l’alabarda, e chinandosi, alzando le braccia, battendo i talloni, fingeva di falciare i garretti di un cavallo, di caricare alla baionetta, di accoppare un nemico. La vedova, in cuor suo, lo trovava un gran bel pezzo d’uomo.

Si entusiasmò per il cassettone con le conchiglie. Si stupì molto del gatto di Saint-Allyre, un po’ meno della pera nella caraffa. Poi, arrivando davanti al camino:

«Ah! Questo cappello ha proprio bisogno di venire rammendato».

I bordi erano attraversati da tre buchi, segni lasciati dalle pallottole.

Era appartenuto al capo di una banda di briganti all’epoca del Direttorio, un certo David de La Bazoque, preso a tradimento e ucciso sul posto.

«Meglio così, ben fatto!», disse la Bordin.

Marescot sorrideva in modo sprezzante davanti a quegli oggetti. Non capiva il senso dello zoccolo, che era stata l’insegna di un commerciante di scarpe, né perché la botte di maiolica, un comune boccale di sidro; per non dire del San Pietro, veramente penoso, con quell’aria da ubriaco.

La Bordin osservò: «Le sarà costato un bel po’, eh?».

«Oh, non molto, non molto!».

Un conciatetti l’aveva ceduto per quindici franchi.

Poi la Bordin deprecò l’indecente scollatura della dama con la parrucca incipriata.

«Dove sta il male», domandò Bouvard, «quando si possiede qualcosa di bello?», e a voce più bassa: «Come nel suo caso, ne sono certo».

Il notaio voltava loro le spalle, intento a studiare i rami genealogici della famiglia Croixmare. La donna non rispose, ma si mise a giocare con la lunga catenella dell’orologio. Il seno le riempiva il taffetà nero della camicetta; e, le ciglia appena schiuse, teneva il mento basso, come una tortora che s’impettisce. Poi con aria ingenua:

«Come si chiamava questa dama?».

«Non si sa! Era un’amante del reggente, sapete, quello a cui piaceva correre la cavallina!».

«Lo credo bene! Le memorie del tempo!…», e il notaio, senza completare la frase, deplorò il cattivo esempio di un principe schiavo delle passioni.

«Siete tutti uguali!».

I due uomini protestarono; seguì una discussione sulle donne e l’amore.

Marescot affermò che esistono molte coppie felici. Capita a volte di avere vicino a sé proprio quello che ci vorrebbe per essere felici. L’allusione era diretta. Le guance della vedova arrossirono; ma riprendendosi quasi subito:

«Non abbiamo più l’età per fare follie! Vero signor Bouvard?».

«Eh, no! Non sono d’accordo!», e le offrì il braccio per tornare nell’altra stanza. «Stia attenta ai gradini. Molto bene! E ora, guardi la vetrata».

Era possibile vedere il mantello rosso e le due ali di un angelo, il resto si perdeva sotto le piombature che tenevano insieme le numerose crepe del vetro. La luce diminuiva; si allungavano le ombre; la signora Bordin si era fatta seria.

Bouvard si allontanò, riapparve bardato con una coperta di lana, quindi si mise sull’inginocchiatoio, i gomiti in fuori, il volto tra le mani, e la luce del sole che gli cadeva sulla calvizie; l’effetto era ben calcolato, perché disse: «Non sembro un monaco del medioevo?». Poi alzò la fronte un po’ di sbieco, lo sguardo smarrito, assumendo un’espressione mistica.

Dal corridoio arrivò la voce grave di Pécuchet:

«Non temere! Sono io!».

E fece il suo ingresso, la testa tutta coperta da un casco, un recipiente di ferro dai paraorecchie a punta.

Bouvard non si scostò dall’inginocchiatoio. Gli altri restarono in piedi. Ci fu un attimo di sbalordimento.

A Pécuchet la signora Bordin parve un po’ fredda. Tuttavia volle sapere se le avevano mostrato ogni cosa.

«E quello?», indicando la parete: «Ah! Scusate! Qui ci va un oggetto che in questo momento stanno restaurando».

La vedova e Marescot si accomiatarono.

I due amici giocavano a farsi concorrenza. Andavano a fare acquisti ciascuno per conto proprio, e chi arrivava per secondo faceva offerte superiori a quelle del primo. Così Pécuchet aveva ottenuto il casco.

Bouvard gli fece i complimenti, ricevendo elogi per la coperta.

Mélie, aggiungendo dei cordoncini, l’aveva fatta sembrare una tonaca.

Ora uno, ora l’altro, la indossavano quando ricevevano visite.

Vi furono quelle di Girbal, di Foureau, del capitano Heurtaux, poi di persone meno importanti, Langlois, Beljambe, i fattori, fino ai domestici dei vicini; e ogni volta ripetevano le spiegazioni, mostravano il posto dove sarebbe andata la cassapanca, affettavano un atteggiamento modesto, chiedevano scusa per tutto quell’ingombro.

In quelle occasioni, Pécuchet metteva il berretto da zuavo, che aveva dai tempi di Parigi, giudicandolo più consono a quell’atmosfera artistica. Al momento giusto s’infilava in testa il casco, spingendolo sulla nuca per tenere scoperto il volto. Bouvard non scordava la pantomima dell’alabarda; alla fine, si scambiavano uno sguardo d’intesa per decidere se il visitatore meritasse la scena del «monaco medioevale».

Che emozione quando davanti al cancello si arrestò il calesse di Faverges! Gli premeva solo una cosa. Ecco quale.

Hurel, il suo intermediario, gli aveva detto che, nella loro ricerca di documenti, essi avevano comperato alcune vecchie carte nella fattoria di Aubrye.

Niente di più vero.

Non vi avevano per caso rinvenuto le lettere del barone de Gonneval, vecchio aiutante di campo del duca di Angoulême, che aveva soggiornato a Aubrye? Certi interessi di famiglia richiedevano ora quella corrispondenza.

Non l’avevano. Ma erano in possesso di qualcosa che, se si fosse degnato di seguirli fino alla loro biblioteca, l’avrebbe interessato.

Mai in quel corridoio avevano scricchiolato simili scarpe di vernice. Che urtarono contro il sarcofago. Rischiò di spezzare più di una tegola, aggirò la poltrona, scese i due gradini, e quando giunse nella seconda stanza gli mostrarono, sotto il baldacchino, davanti al San Pietro, il vaso per il burro, fatto a Noron.

Bouvard e Pécuchet avevano pensato che la data potesse essere di qualche utilità.

Il gentiluomo, per educazione, visitò il loro museo. Diceva continuamente: «Delizioso, molto bene!», e con il pomo del bastone da passeggio si dava dei piccoli colpi sulla bocca; quanto a lui, non poteva che ringraziarli per avere salvato quei resti del medioevo, un’epoca religiosa e fedele ai principi cavallereschi. Egli amava il progresso, e anche lui si sarebbe dedicato a studi tanto interessanti. Ma la politica, il consiglio generale, l’agricoltura, un turbine d’affari lo distoglieva!

«E poi, con voi non resterebbero che le briciole; perché tra poco avrete preso tutte le rarità del dipartimento».

«A parte ogni modestia, è proprio così», disse Pécuchet.

Tuttavia c’erano ancora scoperte da fare, a Chavignolles per esempio, nella stradina del cimitero, contro il muro, c’era da tempo immemorabile un’acquasantiera, nascosta sotto l’erba.

Furono felici dell’informazione, poi si scambiarono quello sguardo che significava «ne vale la pena?», ma il conte ormai stava aprendo la porta.

Mélie, che era appostata dietro, fuggì alla svelta.

Mentre attraversava la corte, notò Gorgu che, a braccia conserte, fumava la pipa.

«Dunque vi tenete costui! Ma! In caso di torbidi non c’è da fidarsene». E

il conte de Faverges salì sul suo calesse.

Perché la loro domestica sembrava temerlo?

La interrogarono; raccontò che era stata a servizio nella sua fattoria. Era lei la ragazza che versava da bere ai mietitori mentre loro erano in visita. Due anni dopo l’avevano presa come serva al castello, e quindi cacciata «in seguito a falsi pettegolezzi».

Quanto a Gorgu, cosa rimproverargli? Era molto bravo, e portava loro un grande rispetto.

Il giorno dopo, all’alba, si recarono al cimitero.

Bouvard esplorò con il suo bastone il luogo indicato.

Risuonò un corpo duro. Strapparono delle ortiche, e scoprirono una vaschetta di graniglia, un fonte battesimale in cui crescevano piante.

Tuttavia non è normale interrare fonti battesimali fuori dalle chiese.

Pécuchet lo disegnò, Bouvard ne fece la descrizione; e spedirono tutto a Larsonneur.

Rispose immediatamente.

«Cari colleghi, vittoria! Non c’è dubbio, si tratta di una vaschetta druidica!».

Comunque, prudenza! L’accetta era dubbia. E sia a loro che a se stesso, indicava una serie di opere da consultare.

Nel post-scriptum Larsonneur confessava il suo desiderio di vedere la vaschetta, desiderio che avrebbe esaudito tra qualche giorno, in occasione di un suo viaggio in Bretagna.

Bouvard e Pécuchet si immersero nell’archeologia celtica. Secondo questa scienza, gli antichi Galli, nostri avi, adoravano Kirk e Kron, Taranis, Ésus, Nétalemnia, il Cielo e la Terra, il Vento, le Acque e, soprattutto, il grande Teutatès, che è il Saturno dei pagani. Perché Saturno, quando regnava in Fenicia, sposò una ninfa chiamata Anobret, da cui ebbe un figlio, Jeüd; Anobret assomiglia a Sara, e Jeüd fu sacrificato (o quasi) come Isacco. Dunque, Saturno è Abramo, da cui si deve concludere che la religione dei Galli aveva gli stessi fondamenti di quella degli Ebrei.

La loro società era organizzatissima. Vi era una prima classe sociale che comprendeva il popolo, la nobiltà e il re, una seconda i giureconsulti, e nella terza, la più importante, si trovavano, secondo Taillepied, «i diversi tipi di filosofi», cioè i Druidi o Saronidi, divisi poi in Eubagi, Bardi e Vati.

Gli uni profetizzavano, gli altri cantavano, altri ancora insegnavano Botanica, Medicina, Storia e Letteratura, in breve «tutte le arti del loro tempo». Pitagora e Platone furono loro allievi. Insegnarono la metafisica ai Greci, la stregoneria ai Persiani, l’aruspicina agli Etruschi, e ai Romani la stagnatura del rame e il commercio dei prosciutti.

Ma di questo popolo che dominò il mondo antico non restano che pietre, solitarie, o a gruppi di tre, disposte a galleria, o in forma di recinto.

Pieni d’ardore, Bouvard e Pécuchet studiarono in successione la pietra di Post a Ussy, la pietra appaiata a Guest, la pietra del Jarier, vicino a Laigle, e altre ancora!

Questi blocchi, tutti ugualmente insignificanti, presto li annoiarono; e un giorno, mentre tornavano dalla visita al menhir del Passais, la guida li condusse in un bosco di faggi, pieno di massi di granito simili a piedistalli o a gigantesche tartarughe.

Il più notevole è scavato come un bacino. Un bordo è più alto, e dal fondo si dipartono due scanalature che vanno sottoterra; servivano per far colare il sangue, come dubitarne! Non era certo opera del caso.

Le radici degli alberi s’intrecciavano a queste rocce scoscese. Cadeva un po’ di pioggia; falde di bruma salivano in lontananza, come grandi fantasmi.

Era facile immaginarsi sotto il fogliame sacerdoti con la tiara d’oro e la veste bianca, e vittime umane con le braccia legate dietro la schiena, e sul bordo del bacino la sacerdotessa druida che osservava il rosso ruscello, mentre attorno a lei la folla urlava, al frastuono dei cimbali e delle buccine fatte con il corno di uro.

Progettarono subito l’impresa.

E una notte, al chiaro di luna, s’incamminarono verso il cimitero, tenendosi all’ombra delle case, come ladri. Le persiane erano chiuse, le casupole tranquille; neppure un cane abbaiava. Li accompagnava Gorgu, si misero all’opera. Non si udiva che il rumore delle pietre urtate dal badile che scavava nel prato. Spiaceva loro la vicinanza dei morti; l’orologio della chiesa mandava un rantolo continuo, e il rosone del timpano sembrava un occhio che spiasse i sacrileghi. Finalmente riuscirono a portar via la vasca.

Il giorno seguente tornarono al cimitero per vedere se avevano lasciato tracce.

L’abate, che prendeva il fresco sulla porta di casa, chiese di avere l’onore di una visita; e dopo averli fatti accomodare nel salottino, li squadrò attentamente.

In mezzo alla credenza, tra i piatti, c’era una zuppiera con decorazioni di mazzolini di fiori gialli.

Non sapendo cosa dire, Pécuchet affermò che era notevole.

«È un vecchio Rouen», disse il curato, «un soprammobile di famiglia. Un pezzo da intenditori. Piaceva soprattutto a Marescot». Quanto a lui, grazie a Dio, non aveva inclinazione per queste cose; e poiché non capivano, rivelò che li aveva visti lui stesso mentre rubavano il fonte battesimale.

I due archeologi rimasero molto confusi, balbettarono qualcosa.

Niente! Dovevano renderlo.

Certo! Ma almeno si permettesse loro di far venire un pittore per disegnarlo.

«D’accordo, signori».

«Resterà tra noi, vero?», disse Bouvard. «Sotto il vincolo della confessione!».

Sorridendo, l’ecclesiastico fece un gesto per rassicurarli.

Non era lui che temevano, ma Larsonneur. Passando da Chavignolles avrebbe voluto vedere la vasca, e i suoi commenti sarebbero arrivati fino alle orecchie del governo. Per prudenza la nascosero nello stanzino del forno, poi sotto il pergolato, nel capanno, in un armadio. Gorgu era stanco di tirarsela dietro.

Possedere quel pezzo li spinse verso la civiltà celtica della Normandia.

Le sue origini sono egiziane. Séez, nel dipartimento dell’Orne, si scrive anche Saïs, come la città del Delta. I galli giuravano sul toro, che viene dal bue Api. Bellocastes, che è il nome latino degli abitanti di Bayeux, viene da Beli Casa, dimora e santuario di Belo. Belo e Osiride sono la stessa divinità. «Nulla vieta», dice il Mangon de la Lande, «che presso Bayeux ci siano stati monumenti druidici». «Questa regione», aggiunge Roussel, «assomiglia a quella dove gli egiziani costruirono il tempio di Giove Ammone». Dunque un tempio c’era, e racchiudeva ricchezze. Tutti i monumenti celtici ne contengono.

Nel 1715, riferisce l’abate Martin, nei pressi di Bayeux un tale Héribel riesumò parecchi vasi d’argilla, pieni di ossa, e ne arguì (fondandosi sulla tradizione e su testimonianze ora perse) che quel luogo, una necropoli, era il monte Faunus, dov’è stato sepolto il Vitello d’oro.

Ma il Vitello d’oro fu bruciato e mangiato! Possibile che la Bibbia si inganni?

Prima di tutto, dove si trova il monte Faunus? Gli studiosi non lo dicono.

Gli indigeni non ne sanno nulla. Sarebbe stato necessario intraprendere degli scavi; per questo scopo inviarono una richiesta al signor Prefetto, che non rispose.

Il monte Faunus, tumulo e non collina, non potrebbe essere scomparso?

Ma qual era il significato dei tumuli?

Molti contengono scheletri, in posizione fetale. Questo vuol dire che per loro la tomba era una seconda gestazione, il preparativo per un’altra vita.

Dunque, il tumulo simbolizza l’organo femminile, e la pietra eretta quello maschile.

In effetti dovunque ci sono dei menhir si sono perpetuati culti osceni. Ne è testimonianza ciò che si faceva a Guérande, a Chichebouche, al Croisic, a Livarot. Anticamente le torri, le piramidi, i ceri, i ceppi delle strade e persino gli alberi avevano un significato fallico; e da quel momento per Bouvard e Pécuchet tutto divenne fallo. Raccolsero bilancini di vetture, gambe di poltrone, catenacci di cantina, pestelli da farmacista. A chi andava a trovarli, chiedevano: «Secondo voi a cosa assomiglia?», poi, svelavano il mistero, e se qualcuno protestava, alzavano le spalle in un moto di compassione.

Una sera, mentre fantasticavano sui dogmi dei druidi, si presentò l’abate, con grande discrezione.

Per prima cosa, gli mostrarono il museo, incominciando dalla vetrata, ma non vedevano l’ora di arrivare nella nuova sezione, quella dei Falli.

L’ecclesiastico li interruppe, giudicando indecente quella esibizione. Era venuto per riavere il fonte battesimale.

Bouvard e Pécuchet implorarono ancora quindici giorni, il tempo di farne un calco.

«Prima è, meglio è», disse l’abate. Poi chiacchierò di altre cose.

Pécuchet, che si era assentato un istante, gli fece scivolare nella mano un napoleone.

Il prete si tirò indietro.

«Per i poveri!».

E Jeufroy, arrossendo, fece scivolare la moneta d’oro nella sottana.

Rendere la vasca, la vasca dei sacrifici? Questo poi mai! Volevano persino imparare l’ebraico, che è la lingua d’origine del celtico, a meno che non sia il contrario. E si preparavano per un viaggio in Bretagna, cominciando da Rennes, dove avevano un appuntamento con Larsonneur, per studiare l’urna menzionata nelle memorie dell’Accademia celtica, che pare abbia contenuto le ceneri della regina Artemisia, quando entrò il sindaco, con il cappello in testa, bruscamente, da quell’uomo grossolano che era.

«Così non va, vecchi miei! Bisogna renderlo!».

«Ma cosa?».

«Spiritosi! So bene che lo nascondete!».

Erano stati traditi.

Risposero che lo tenevano con il consenso del curato.

«Lo vedremo».

E Foureau si allontanò.

Tornò un’ora dopo.

«Il curato dice di no. Venite a spiegarvi».

S’impuntarono.

Prima di tutto quell’acquasantiera, che poi non era un’acquasantiera, non serviva a nessuno. E portarono come prova una quantità di ragioni scientifiche.

Poi si offrirono di riconoscere nel loro testamento che apparteneva al municipio.

Proposero anche di acquistarla.

«Quantunque mi appartenga!», ripeteva Pécuchet. I venti franchi che Jeufroy aveva accettato erano una prova del contratto, e se ci fosse stato bisogno di comparire davanti al giudice di pace, tanto peggio, avrebbe giurato il falso!

Durante queste trattative, aveva rivisto la zuppiera parecchie volte; e gli era cresciuto nell’anima il desiderio, la sete, il prurito di quella ceramica. Se gliela davano, avrebbe restituito la vasca. Altrimenti, no.

Per stanchezza o per paura dello scandalo, Jeufroy cedette.

Fu aggiunta alla collezione, vicino al berretto di Caux. La vasca andò a ornare l’atrio della chiesa; si consolarono di quella perdita addebitandola agli abitanti di Chavignolles, che ne ignoravano il valore.

Ma la zuppiera suscitò in loro la passione per le ceramiche, che divennero un nuovo oggetto di studi e di perlustrazioni nella campagna.

Era l’epoca in cui le persone raffinate cercavano i piatti vecchi di Rouen.

Il notaio ne possedeva qualcuno, e gliene veniva quasi una reputazione d’artista, nociva per la sua professione, ma che bilanciava con la sua serietà.

Quando seppe che Bouvard e Pécuchet avevano acquistato la zuppiera, propose loro uno scambio.

Pécuchet rifiutò.

«Non parliamone più!», e Marescot esaminò la loro ceramica.

Tutti i pezzi fissati lungo i muri erano azzurri su uno sfondo bianco sporco; alcuni mostravano una cornucopia dalle tonalità verdi e rossastre, servizi da barba, piatti e sottocoppe, oggetti inseguiti a lungo e tenuti, durante il trasporto, accanto al cuore, nelle pieghe della finanziera.

Marescot ne tessé l’elogio, parlò di altre ceramiche, ispano-arabiche, olandesi, inglesi, italiane; e dopo averli sbalorditi con la sua erudizione: «Posso rivedere la zuppiera?».

Le diede un colpetto col dito per farla risuonare, poi osservò le due S

dipinte sul coperchio.

«Il marchio di Rouen!», disse Pécuchet.

«Oh! Oh! Per la verità Rouen non aveva marchio. Quando non si conosceva Moustiers, tutte le ceramiche francesi erano di Nevers. Lo stesso, oggi, per Rouen! Comunque a Elbeuf lo si imita alla perfezione!».

«Impossibile!».

«È facile imitare le maioliche! Il vostro pezzo non ha alcun valore, stavo per fare una bella sciocchezza!».

Quando il notaio se ne fu andato, Pécuchet si accasciò sulla poltrona, prostrato!

«Non bisognava rendere la vasca», disse Bouvard, «ma tu ti esalti! Vai sempre su tutte le furie».

«Sì! Mi arrabbio», e Pécuchet afferrò la zuppiera, gettandola lontano da sé, contro il sarcofago.

Bouvard, più calmo, raccattò i cocci, uno a uno; e dopo qualche tempo, gli venne questa idea:

«Non potrebbe Marescot, per pura gelosia, essersi preso gioco di noi?».

«Come?».

«Chi mi dice che la zuppiera non sia autentica? Mentre magari gli altri pezzi, che ha finto di ammirare, sono falsi?».

Il giorno trascorse nelle incertezze e nel rammarico.

Non era comunque una ragione per abbandonare il viaggio in Bretagna.

Pensarono anche di portare con sé Gorgu, per aiutarli negli scavi.

[continua]|

[IV, 2]|

Da qualche tempo dormiva in casa, per sbrigare più velocemente il restauro del mobile. La prospettiva di un trasferimento lo contrariò, e mentre parlavano di menhir e di tumuli che intendevano vedere: «C’è di meglio», disse; «in Algeria del sud, presso le sorgenti di Bou-Mursoug, se ne trovano un’infinità». Descrisse anche una tomba, che per caso gli avevano aperto quando era lì; conteneva uno scheletro, rannicchiato come una scimmia, le braccia attorno alle gambe.

Larsonneur, quando lo informarono, non volle credervi.

Bouvard approfondì la materia, e rilanciò l’idea.

Come si spiega che i monumenti dei Galli siano informi, se quegli stessi Galli erano civilizzati già al tempo di Giulio Cesare? Non vengono, con ogni probabilità, da un popolo più antico?

Secondo Larsonneur l’ipotesi mancava di patriottismo.

Che importa! Nulla ci dice che quei monumenti siano opera dei Galli.

«Fuori un testo!».

L’accademico andò in collera, e non rispose più; ne furono contenti, perché i Druidi li annoiavano.

Ma se avevano le idee confuse sulla ceramica e sul celtismo, ciò dipendeva dal fatto che ignoravano la storia, e in modo particolare la storia francese.

Disponevano nella loro biblioteca dell’opera di Anquetil; ma la successione dei re fannulloni non li divertì molto, né li indignò la scelleratezza dei Prefetti di Palazzo; abbandonarono Anquetil, scoraggiati dalla superficialità delle sue riflessioni.

Chiesero allora a Dumouchel «la migliore storia della Francia».

Dumouchel prese a nome loro l’abbonamento a un gabinetto di lettura e spedì le lettere di Augustin Thierry, oltre ai due volumi di Genoude.

Secondo questo autore, la monarchia, la religione e le assemblee nazionali sono i «fondamenti» della nazione francese, e risalgono ai Merovingi.

I Carolingi hanno tralignato. I Capetingi, d’accordo con il popolo, si sforzarono di conservarli. Sotto Luigi XIII fu instaurato il potere assoluto per vincere il Protestantesimo, ultimo gesto della Feudalità, e l‘89 segna un ritorno alla costituzione dei nostri avi.

Pécuchet rimase ammirato da queste idee.

Bouvard, che prima aveva letto Augustin Thierry, le trovò pietose.

«Cosa sono queste ciance sulla nazione francese! Dal momento che non esistevano né Francia, né assemblee nazionali! I Carovingi poi non hanno usurpato un bel niente! E i re non hanno liberato i municipi! Leggi tu stesso!».

Pécuchet si arrese all’evidenza, e in poco tempo lo superò per rigore scientifico! Avrebbe ritenuto un disonore dire: Charlemagne e non Karl le Grand, Clovis invece di Clodowig.

Tuttavia Genoude lo seduceva, con quella trovata di ricongiungere i due estremi della storia francese, così che quanto sta in mezzo è un semplice riempitivo; per scrupolo si procurarono l’opera di Buchez e Roux.

Ma l’enfasi delle prefazioni, quell’amalgama di socialismo e cattolicesimo, li nauseò; l’eccesso di dettagli impediva una visione d’insieme.

Ricorsero al Thiers.

Era l’estate del 1845, in giardino, sotto il pergolato. Pécuchet, con una piccola panca sotto i piedi, leggeva a voce alta, con la sua voce cavernosa, senza stancarsi, fermandosi solo per affondare le dita nella tabacchiera.

Bouvard lo ascoltava, la pipa in bocca, le gambe larghe, la parte alta dei pantaloni sbottonata.

I vecchi avevano parlato loro del ‘93; così quei ricordi quasi personali ravvivavano le piatte descrizioni dell’autore. A quei tempi, le strade principali erano piene di soldati che cantavano la Marsigliese. Sulla soglia delle case, le donne sedute cucivano la tela per farne tende. Di quando in quando arrivava un’ondata di uomini col berretto rosso, che facevano oscillare in cima a una picca una testa esangue, da cui pendevano i capelli. L’alta tribuna della Convenzione dominava una nuvola di polvere, dove volti furiosi urlavano grida di morte. Quando, a metà giornata, si passava vicino alla vasca delle Tuileries, si udiva l’urto della ghigliottina, simile al cozzo dei montoni.

E un venticello smuoveva i pampini del pergolato, a tratti l’orzo maturo ondeggiava, un merlo fischiava. Guardandosi attorno, assaporavano quella tranquillità.

Purtroppo, fin dall’inizio, non si erano capiti; perché se i realisti avessero pensato come i patrioti, se la Corte fosse stata più sincera, e i suoi avversari meno violenti, non si sarebbe arrivati a tante disgrazie.

A forza di chiacchierare sull’argomento, si appassionarono. Bouvard, spirito liberale e cuore sensibile, fu costituzionale, girondino, termidoriano.

Pécuchet, bilioso e di tendenze autoritarie, si dichiarò sanculotto e persino robespierriano.

Approvava la condanna del re, i decreti più sanguinari, il culto dell’Essere Supremo. Bouvard gli preferiva quello della natura. Avrebbe visto con piacere l’immagine di un donnone nell’atto di versare ai suoi adoratori, con il seno, non acqua, ma Chambertin.

Per sostenere le loro argomentazioni con più fatti, si procurarono altre opere, Montgaillard, Prudhomme, Gallois, Lacretelle ecc.; né le contraddizioni di questi libri li turbavano minimamente. Vi prendevano tutto ciò che potesse servire alla propria causa.

Così Bouvard non dubitava che Danton avesse accettato centomila scudi per presentare mozioni che avrebbero rovinato la Repubblica; e secondo Pécuchet Vergniaud avrebbe chiesto seimila franchi al mese.

«Questo poi mai! Spiegami piuttosto, perché la sorella di Robespierre riceveva una pensione da Luigi XVIII?»

«Non è vero! La riceveva da Bonaparte; e dal momento che la pensi così, chi è quel personaggio che poco tempo prima della morte di Égalité ebbe con lui un colloquio segreto? Voglio che vengano reintegrati nelle memorie della Campan i paragrafi soppressi! Il decesso del Delfino mi sembra sospetto. La polveriera di Grenelle, esplodendo, uccise duemila persone! Per cause ignote, si dice, che stupidaggine!». Perché Pécuchet non era lontano dal conoscerle, e attribuiva tutti i crimini alle manovre degli aristocratici, all’oro degli stranieri.

Nella mente di Bouvard, il “salite al cielo figli di San Luigi”, le vergini di Verdun e i calzoncini in pelle umana, erano un fatto indiscutibile. Faceva suoi i calcoli di Prudhomme, un milione giusto giusto di vittime.

Ma la Loira rossa di sangue da Saumur fino a Nantes, per una lunghezza di diciotto leghe, gli diede da pensare. Anche a Pécuchet vennero dei dubbi, e iniziarono a non fidarsi più degli storici.

Per gli uni la Rivoluzione è un avvenimento diabolico. Altri la vedono come una sublime eccezione. I vinti poi di ciascuna delle due parti sono dei martiri.

Thierry dimostra, a proposito dei barbari, come sia stupido indagare se un tale principe fu cattivo o no. Perché allora non seguire questo metodo nell’esame delle epoche più recenti? La Storia deve vendicare la Morale; si deve della riconoscenza a Tacito per aver fatto scempio di Tiberio. Dopo tutto, che la Regina abbia avuto degli amanti, che Dumouriez si proponesse di tradire sin da Valmy, che a cominciare in pratile sia stata la Montagna o la Gironda, e in termidoro i Giacobini o la Pianura, che importanza può avere per lo sviluppo della Rivoluzione, le cui origini sono profonde e gli effetti incalcolabili! Dunque, doveva compiersi, essere ciò che fu; ma supponete che il Re fugga senza intoppi, che Robespierre si salvi o che Bonaparte venga assassinato, tutte circostanze che dipendono da un albergatore meno scrupoloso, da una porta aperta, da una sentinella addormentata, e la storia del mondo cambierebbe.

Cessarono d’avere una sola idea sicura sugli uomini e sui fatti di quell’epoca.

Per giudicarla in modo imparziale, bisognerebbe aver letto tutte le storie, tutte le memorie, tutti i giornali e tutti i documenti manoscritti, perché la minima omissione può generare l’errore da cui ne discenderanno infiniti altri. Vi rinunciarono.

Ma ormai si erano appassionati alla storia, avvertivano il bisogno della verità per se stessa.

Poteva essere più facile da scoprire nelle epoche antiche? Gli studiosi, che in questo caso sono lontani dai fatti, devono parlarne senza partigianeria.

Così iniziarono il buon Rollin.

«Che mucchio di sciocchezze!», esclamò Bouvard dopo il primo capitolo.

«Pazienta un attimo», disse Pécuchet, rovistando in fondo alla loro biblioteca, dove stavano ammucchiati i libri dell’ultimo proprietario, un vecchio giureconsulto, intelligente e bizzarro; e dopo aver spostato molti romanzi e commedie, oltre a un Montesquieu e alcune traduzioni di Orazio, trovò quello che cercava: il lavoro di Beaufort sulla storia romana.

Tito Livio attribuisce la fondazione di Roma a Romolo. Per Sallustio l’onore è dei Troiani di Enea. Secondo Fabio Pittore, Coriolano morì in esilio, mentre per Denys fu a causa delle astuzie di Azio Tullo; Seneca afferma che Orazio Coclite tornò vittorioso, Dione che fu ferito a una gamba. E La Mothe le Vayer suggerisce dubbi simili relativamente ad altri popoli.

Non c’è accordo sull’antichità dei Caldei, sul secolo di Omero, sull’esistenza di Zoroastro, e sui due imperi assiri. Quinto Curzio ci ha dato delle favole. Plutarco smentisce Erodoto. E se Vercingetorige avesse lasciato suoi commentari, avremmo un’idea diversa di Cesare.

La storia antica è oscura per mancanza di documenti. Che invece abbondano in quella moderna; e Bouvard e Pécuchet tornarono alla Francia, attaccando con Sismondi.

Il succedersi di tanti personaggi procurava in loro il desiderio di conoscerli più profondamente, di scendere tra essi. Vollero affrontare gli originali, Gregorio di Tours, Monstrelet, Commines, tutti quelli che avevano nomi curiosi o piacevoli.

Ma in mancanza di date gli avvenimenti si confusero.

Per fortuna possedevano la mnemotecnica di Dumouchel, un in-dodicesimo rilegato, con questa epigrafe: «Istruire divertendo».

Era una combinazione di tre sistemi: Allévy, Pâris e Feinaigle.

Allévy trasforma le cifre in figure, al posto del numero 1 c’è una torre, del 2 un uccello, del 3 un cammello, e così via. Pâris colpisce l’immaginazione per mezzo di rebus; una poltrona guarnita di viti ( clous à vis) darà: Clou-vis =

Clovis; il rumore di un fritto di naselli in padella, facendo «ric, ric», ci ricorda Chilperic. Fenaigle suddivide l’universo in case che contengono camere, ciascuna delle quali ha quattro pareti con nove pannelli, e ogni pannello reca un simbolo. Dunque, il primo re della prima dinastia occuperà il primo pannello della prima camera. Un faro sul monte vi dirà che si chiamava “Phar à mond”, secondo il metodo Pâris, e seguendo Allévy, sopra si mette uno specchio che significa 4, un uccello che significa 2, e un cerchio che significa 0, ottenendo così 420, data della sua salita al trono.

Per un eccesso di chiarezza essi presero come fondamento mnemotecnico la casa dove abitavano, collegando a ogni parte un fatto particolare; la corte, il giardino, i dintorni, tutto il paese non ebbero più altro senso che quello di facilitare la memoria. Gli steccati in campagna limitavano le epoche, i meli erano alberi genealogici, i cespugli battaglie, il mondo intero un simbolo. Cercavano sui muri una quantità di cose che non c’erano, e finivano per vederle, ma non si ricordavano le date a cui alludevano.

E poi le date non sempre sono autentiche. Impararono da un manuale per i collegi che la nascita di Gesù risale a cinque anni prima di quanto si pensa solitamente; che presso i Greci c’erano ben tre modi per contare le Olimpiadi, e otto ne avevano i Latini per far cominciare l’anno. Altrettante occasioni dunque per gli errori, senza contare quelli che derivano dagli zodiaci, dalle ere, e dai diversi calendari.

Dalla noncuranza delle date, passarono al disprezzo per i fatti.

L’unica cosa importante è la filosofia della storia!

Bouvard non riuscì a terminare la famosa orazione di Bossuet.

«L’aquila di Meaux è un buontempone! Dimentica la Cina, le Indie e l’America! Ma si preoccupa di farci sapere che Teodosio era “la gioia dell’universo”, e che Abramo “trattava alla pari con i re”, e che la filosofia dei Greci viene dagli Ebrei. Questo insistere con gli Ebrei mi irrita!».

Anche Pécuchet la pensava così, e gli volle far leggere Vico.

«Come si fa a sostenere», obiettava Bouvard, «che le favole sono più vere delle verità storiche?».

Pécuchet tentò di spiegare i miti, perdendosi nella Scienza Nuova.

«Negheresti il piano della Provvidenza?».

«Non lo conosco!», disse Bouvard.

E decisero di interpellare Dumouchel.

Il Professore confessò che in quel momento la storia lo sconcertava.

«Cambia tutti i giorni. Si contestano i re di Roma e i viaggi di Pitagora!

Attaccano Belisario, Guglielmo Tell, e anche il Cid che, grazie alle ultime scoperte, è diventato un semplice bandito. C’è da augurarsi che non scoprano più niente, l’Istituto stesso dovrebbe fissare una specie di canone, dicendo ciò in cui possiamo credere!».

Allegava al post-scriptum alcune norme critiche che aveva tratto dal corso del Daunou:

«Citare come prova la testimonianza delle folle, pessima prova; esse non sono là per rispondere.

- Respingere le cose impossibili. La pietra che Saturno aveva inghiottito, fatta vedere a Pausania.

- L’architettura può mentire, esempio: l’Arco del Foro, dove Tito viene chiamato primo vincitore di Gerusalemme, che Pompeo aveva conquistato prima di lui.

- Le monete, a volte, ingannano. Sotto Carlo IX ne vennero battute con il conio di Enrico II.

- Tenete conto della bravura dei falsari, dell’interesse degli apologeti e dei calunniatori».

Sono pochi gli storici che hanno lavorato seguendo queste regole, tutti piuttosto per una causa particolare, una religione, una nazione, un partito, un sistema, o per rimproverare i re, consigliare il popolo, offrire esempi morali.

Ma anche quelli che pretendono solo di raccontare, non valgono di più.

Non è possibile dire tutto. Bisogna scegliere. Ma nella scelta dei documenti prevale il singolo intendimento; e poiché varia a seconda delle circostanze in cui opera lo scrittore, non ci sarà mai una storia oggettiva.

«È triste», pensavano.

Tuttavia si potrebbe prendere un soggetto, compulsare le fonti, farne un’analisi precisa, poi condensarla in una narrazione, che diventerebbe un compendio dei fatti, rispecchiando integralmente la verità. A Pécuchet un tale lavoro sembrò realizzabile.

«Vuoi che ci mettiamo a scrivere una storia?».

«Non chiedo di meglio! Ma quale?».

«Eh sì, quale?».

Bouvard si era seduto. Pécuchet andava avanti e indietro per il museo; il vaso del burro attirò la sua attenzione, e fermandosi all’improvviso:

«Se scrivessimo la vita del duca d’Angoulême?».

«Ma era un imbecille!», replicò Bouvard.

«Che importa! A volte i personaggi di secondo piano hanno un’influenza enorme, e lui, forse, stava al centro dell’ingranaggio».

Dai libri avrebbero ricavato informazioni, e de Faverges, certamente, ne possedeva per conto proprio, o le poteva avere da quei vecchi gentiluomini amici suoi.

Meditarono sul progetto, discussero, e finalmente decisero di trascorrere quindici giorni presso la Biblioteca municipale di Caen, per farvi delle ricerche.

Il bibliotecario mise loro a disposizione repertori generali e volumi, oltre a una litografia a colori, che raffigurava di tre quarti Sua Altezza il Duca d’Angoulême.

Il drappo azzurro dell’uniforme spariva sotto le spalline, le decorazioni, e il gran cordone rosso della Legion d’onore. Il lungo collo era rinchiuso dentro un colletto altissimo. La testa, a forma di pera, era incorniciata dai riccioli dei capelli e dalle sottili fedine; le palpebre pesanti, un naso superbo e grosse labbra davano a quel volto un’espressione d’insignificante bontà.

Dopo aver preso appunti, formularono un programma.

Nascita e infanzia, poco interessanti. Uno dei suoi precettori è l’abate Guénée, il nemico di Voltaire. A Torino gli fondono un cannone, e studia le campagne di Carlo VIII. Malgrado la sua giovane età, viene nominato colonnello di un reggimento di guardie nobili.

1797. Si sposa.

1814. Gli inglesi s’impadroniscono di Bordeaux. Si accoda a loro e si mostra agli abitanti. Descrizione fisica del Principe.

1815. Bonaparte lo sorprende. Immediatamente invoca il re di Spagna, e Tolone, non fosse per Masséna, sarebbe stata abbandonata agli inglesi.

Manovre nel Mezzogiorno. Viene battuto, ma rilasciato con la promessa di restituire i diamanti della corona, trafugati al gran galoppo dal Re, suo zio.

Dopo i Cento giorni, torna in famiglia dove vive tranquillamente.

Trascorrono molti anni.

Guerra di Spagna. Da quando ha superato i Pirenei, la Vittoria segue dovunque il nipote di Enrico IV. Prende il Trocadéro, raggiunge le colonne d’Ercole, schiaccia la resistenza, abbraccia Ferdinando, fa ritorno.

Archi di trionfo, fanciulle che offrono fiori, pranzi nelle prefetture, Te Deum nelle cattedrali. I parigini sono al colmo dell’entusiasmo. La città dà un banchetto in suo onore. Nei teatri canti che alludono all’Eroe.

L’entusiasmo diminuisce. Infatti nel 1827, a Cherbourg fallisce la sottoscrizione per un ballo.

Grande ammiraglio di Francia, ispeziona la flotta in partenza per Algeri.

Luglio 1830. Marmont lo informa della situazione. Va talmente in collera che si ferisce la mano sulla spada del generale.

Il re gli affida il comando di tutte le forze armate.

Incontra al Bois de Boulogne dei distaccamenti di prima linea, e non trova una sola parola da dire.

Da Saint-Cloud vola al ponte di Sèvres. Freddezza della truppa. Ciò non lo scuote. La famiglia reale abbandona il Trianon. Si siede ai piedi di una quercia, dispiega una carta, medita, risale a cavallo, passa davanti a Saint-Cyr, e indirizza alle reclute parole di speranza.

A Rambouillet, le guardie del corpo si accomiatano.

S’imbarca, e sta male per tutta la traversata. Fine della carriera.

Sottolineare l’importanza che vi giocarono i ponti. All’inizio si espone inutilmente sul ponte dell’Inn, espugna il ponte Saint-Esprit e il ponte di Sèvres.

Elenco delle sue virtù. Inutile esaltare il suo coraggio, a cui aggiungeva un grande intuito politico. Infatti offrì sessanta franchi a ogni soldato perché abbandonasse l’Imperatore, e in Spagna tentò di corrompere con moneta sonante i costituzionali.

Il suo riserbo era tale che diede l’assenso al progetto di matrimonio tra suo padre e la regina d’Etruria, alla formazione di un nuovo gabinetto dopo le ordinanze, all’abdicazione in favore di Chambord, a tutto ciò che si voleva.

Tuttavia non mancava di fermezza. A Angers, degradò la fanteria della guardia nazionale che, in rivalità con la cavalleria, e per mezzo di uno stratagemma, era riuscita a scortarlo, ma in modo che Sua Altezza si trovò compresso tra i fanti, al punto da averne le ginocchia schiacciate. Finì poi col biasimare la cavalleria, causa dell’incidente, e perdonare la fanteria, con un giudizio veramente salomonico.

La sua religiosità si manifestò con numerosi atti di devozione, e la sua clemenza nell’ottenere la grazia del generale Debelle, che lo aveva combattuto.

Dettagli di vita privata, lineamenti del Principe:

Al castello di Beauregard, durante la sua infanzia, si divertì col fratello a scavare una pozza d’acqua che è ancora visibile. Una volta visitò la caserma dei cacciatori, chiese un bicchiere di vino, e lo bevve alla salute del re.

A passeggio, per segnare il passo, si ripeteva da solo: «Uno, due; uno, due; uno, due!».

Sono rimaste alcune delle sue battute:

A una deputazione di bordolesi: «Ciò che mi consola di non essere a Bordeaux è di trovarmi in mezzo a voi!».

Ai protestanti di Nîmes: «Sono un buon cattolico; ma non dimenticherò mai che il più illustre dei miei antenati fu protestante».

Alle reclute di Saint-Cyr, quando tutto è perduto:

«Bene, amici miei! Ci sono buone notizie! Va tutto bene! Benissimo».

Dopo l’abdicazione di Carlo X: «Se non mi vogliono, si arrangino!».

E nel 1814, a ogni istante, nel più piccolo villaggio: «Basta guerra, basta arruolamento, mai più poteri riuniti».

Lo stile era all’altezza dell’eloquio. I suoi proclami sono ineffabili.

Il primo del conte d’Artois iniziava così:

«Francesi, è arrivato il fratello del vostro re».

Quello del principe: «Eccomi! Sono figlio dei vostri re! Siete francesi».

Un ordine del giorno, datato da Bayonne: «Soldati, arrivo!».

Un altro, in piena defezione: «Continuate a sostenere con l’energia che si addice al soldato francese la lotta che avete iniziato. Questo la Francia si attende da voi!».

L’ultimo, a Rambouillet. «Il re è arrivato a un compromesso con il governo di Parigi; e tutto lascia credere che questo compromesso sia sul punto di essere realizzato». Quel tutto lascia credere era sublime.

«Una cosa mi contraria», disse Bouvard, «perché non si trovano accenni alle sue vicende sentimentali?».

E in margine annotarono: «Fare ricerche sugli amori del Principe!».

Al momento di partire, al bibliotecario venne in mente di far vedere loro un altro ritratto del duca d’Angoulême.

In questo era in tenuta da colonnello dei corazzieri, di profilo, l’occhio ancora più piccolo, la bocca aperta, i capelli lisci, svolazzanti.

Come conciliare i due ritratti? Aveva i capelli lisci o ricci, o era così vanitoso da farseli arricciare?

Secondo Pécuchet era un problema grave; perché il temperamento viene dai capelli, e dal temperamento l’individuo.

Bouvard era dell’idea che non si sa nulla di un uomo finché se ne ignorano le passioni; si presentarono al castello di Faverges per far luce su questi due punti. Il conte non c’era, ciò fece ritardare la loro opera.

Rientrarono a casa, offesi.

La porta di casa era spalancata. Nessuno in cucina. Salirono la scala; e chi videro in mezzo alla camera di Bouvard? La signora Bordin, che guardava a destra e a sinistra.

«Perdonatemi», disse sforzandosi di ridere. «È più di un’ora che cerco la cuoca, ne avrei bisogno per le mie conserve».

La trovarono nella legnaia, su una sedia, che dormiva profondamente. La scossero. Aprì gli occhi.

«Cosa c’è ancora? Sempre qui a seccarmi con le sue domande!».

Era chiaro che in loro assenza la Bordin ne faceva parecchie.

Germaine uscì dal suo torpore, accusando un’indigestione.

«Resto per occuparmi di lei», disse la vedova.

In quel momento videro agitarsi nella corte la cresta di una grande cuffia. Era la Castillon, la fattora. Gridava: «Gorgu! Gorgu!».

E dal granaio la servetta rispondeva a voce alta:

«Non c’è!».

Scese dopo cinque minuti con le guance rosse, agitata. Bouvard e Pécuchet la rimproverarono per la sua lentezza. Senza dire una parola slacciò loro le ghette.

Quindi andarono a vedere la cassapanca.

C’erano pezzi sparsi ovunque nello stanzino del forno; le sculture erano danneggiate, i battenti rotti.

Davanti a quello spettacolo, a quella nuova delusione, Bouvard trattenne le lacrime, Pécuchet fu colto da un tremito.

Quasi subito apparve Gorgu, che spiegò quello che era successo: aveva messo fuori la cassapanca per verniciarla, quando una mucca abbandonata l’aveva gettata per terra.

«Di chi è la mucca?», chiese Pécuchet.

«Non lo so».

«Eh! La colpa è sua, che lascia la porta aperta, come poco fa!».

Comunque vi rinunciavano: da troppo tempo li menava per il naso, non volevano più saperne né di lui, né del suo lavoro.

I signori avevano torto. Il danno non era poi così grande. Prima di tre settimane sarebbe stata completata; e Gorgu li accompagnò fino in cucina, dove, trascinandosi, stava arrivando anche Germaine, per preparare il pranzo.

Notarono sulla tavola una bottiglia di calvados svuotata per tre quarti.

«L’ha bevuta lei?», chiese Pécuchet a Gorgu.

«Io? Mai più».

Bouvard obiettò: «Lei è l’unico uomo della casa».

«E con ciò? Ci sono anche le donne», replicò l’operaio lanciando un’occhiata di traverso.

Germaine lo anticipò: «Dica allora che sono stata io!».

«Infatti!».

«E sono stata io a demolire anche l’armadio!».

Gorgu, girando sui tacchi: «Ma non vedete che è ubriaca!».

Allora si accapigliarono violentemente, lui pallido, sarcastico, lei rossa, che si strappava ciocche di capelli grigi da sotto il berretto di cotone. La signora Bordin teneva per Germaine, Mélie per Gorgu.

La vecchia esplose.

«Questo sì che è uno scandalo! Che voi due passiate le giornate insieme nel boschetto, per non dire della notte! Finto parigino, mangia borghesi! Qui, in casa dei miei padroni, per fargli bere delle fandonie!».

Bouvard sgranò gli occhi.

«Quali fandonie?».

«Io dico che si prendono gioco di voi!».

«Di me non ci si prende gioco!», gridò Pécuchet, e indignato per tanta insolenza, esasperato da simili bassezze, la cacciò; che sloggiasse. Bouvard non si oppose alla decisione, e si ritirarono, lasciando Germaine a singhiozzare sulle sue sventure, mentre la signora Bordin cercava di consolarla.

Verso sera, quando si furono calmati, riconsiderarono gli avvenimenti, domandandosi chi avesse bevuto il calvados, come avesse fatto il mobile a rompersi, cosa volesse la signora Castillon quando chiamava Gorgu, e se l’uomo non avesse davvero disonorato Mélie.

«Non sappiamo», disse Bouvard, «ciò che accade in casa nostra, e abbiamo la pretesa di scoprire com’erano i capelli e gli amori del duca d’Angoulême!».

Pécuchet aggiunse: «Quanti problemi, ben più importanti, e più complessi!».

Arrivarono alla conclusione che i fatti esteriori non sono tutto. Si deve completarli con la psicologia. La storia, senza l’immaginazione, è manchevole.

«Procuriamoci qualche romanzo storico!».

V

Iniziarono con Walter Scott.

Fu come la scoperta di un mondo nuovo.

Gli uomini del passato, che per loro erano solamente fantasmi o nomi, diventarono esseri viventi, re, principi, stregoni, servi, guardacaccia, monaci, zingari, mercanti e soldati, creature che deliberano, combattono, viaggiano, commerciano, mangiano e bevono, cantano e pregano, nelle sale d’armi dei castelli, sulle nere panche delle locande, per le vie tortuose delle città, sotto la tettoia delle botteghe, nel chiostro dei monasteri. Paesaggi disposti in modo artistico avvolgono le scene come le quinte di un teatro. Si accompagna con lo sguardo un cavaliere al galoppo lungo il greto di un fiume. In mezzo alle ginestre respiriamo la freschezza del vento, la luna rischiara laghi dove scivolano i battelli, il sole fa risplendere le armature, cade la pioggia su capanne di fogliame. Pur non conoscendo i modelli, trovarono somiglianti questi affreschi, l’illusione era completa. In queste letture trascorsero l’inverno.

Finita la colazione, si accomodavano nel salotto, ai due lati del camino; e uno di fronte all’altro, con un libro in mano, leggevano in silenzio. Quando il giorno finiva, andavano a passeggiare sulla strada principale, cenavano in fretta, continuando a leggere anche di notte. Per proteggersi dalla lampada, Bouvard teneva gli occhiali azzurri, Pécuchet portava la visiera del berretto inclinata sulla fronte.

Germaine non se n’era andata, e Gorgu, di quando in quando, zappava il giardino, perché non avevano dato seguito all’incidente, per indifferenza, superiorità rispetto alle cose materiali.

Dopo Walter Scott, si divertirono con Alexandre Dumas, come fosse una lanterna magica. I suoi personaggi, scatenati come scimmie, forti come buoi, allegri come fringuelli, vanno e vengono all’improvviso, saltano dai tetti sul selciato, ricevono ferite spaventose da cui guariscono, sono creduti morti e riappaiono. Botole sotto i pavimenti, antidoti per i veleni, travestimenti, e tutto si mescola, corre e si dipana, senza dar tempo di riflettere. L’amore è sempre casto, il fanatismo allegro, i massacri fanno sorridere.

Resi esigenti da questi due maestri, non riuscirono a tollerare la confusione di Belisario, la scempiaggine di Numa Pompilio, di Marchangy e di Arlincourt.

Il tocco di colore di Frédéric Soulié, come quello del bibliofilo Jacob, parve loro insufficiente, e il Villemain li scandalizzò mostrando a pagina 85 del suo Lascaris, uno spagnolo che fuma la pipa, «una lunga pipa araba», in pieno secolo XV.

Pécuchet consultava la biografia universale, e si mise in testa di revisionare Dumas dal punto di vista della scienza storica.

L’autore delle Due Diane sbaglia le date. Il matrimonio del delfino Francesco ebbe luogo il 14 ottobre 1548, e non il 20 marzo 1549. E poi, come fa a sapere (vedi il Paggio del Duca di Savoia) che Caterina dei Medici, dopo la morte del marito, intendeva ricominciare la guerra? Per quanto riguarda l’episodio che abbellisce la Dama di Montsoreau, è poco probabile che il Duca di Anjou sia stato incoronato di notte, in una chiesa. La Regina Margot in particolare brulica di errori. Non è vero che il duca di Nevers fosse assente.

Prese la parola al consiglio prima della notte di San Bartolomeo. Ed Enrico di Navarra non seguì la processione quattro giorni dopo. Non è vero che Enrico III tornò dalla Polonia così in fretta. E poi, quanti luoghi comuni, il miracolo del biancospino, il balcone di Carlo IX, i guanti avvelenati di Jeanne d’Albret.

Pécuchet perse la fiducia in Dumas.

Perse anche ogni rispetto per Walter Scott, a causa delle cantonate del suo Quentin Durward. L’assassinio del vescovo di Liegi è anticipato di quindici anni. La moglie di Robert de Lamarck era Jeanne d’Arschel e non Hameline de Croy. Lungi dall’essere stato ucciso da un soldato, fu messo a morte da Massimiliano, e il volto del Temerario, quando trovarono il suo cadavere, non poteva esprimere alcun tipo di minaccia, poiché i lupi l’avevano mezzo divorato.

Bouvard non smise di leggere Walter Scott, ma il ripetersi delle stesse situazioni finì per annoiarlo. Di solito l’eroina vive in campagna col padre, e l’innamorato, che da piccolo è stato rapito, viene ristabilito nei suoi diritti e trionfa sui rivali. C’è sempre un mendicante che filosofeggia, un castellano burbero, fanciulle pure, servi faceti, e interminabili dialoghi, un pudore sciocco, una completa mancanza di profondità.

Disgustato da questo ciarpame, Bouvard si procurò George Sand.

Si entusiasmò per quelle belle adultere e quei nobili amanti, come avrebbe voluto essere Jaques, Simon, Bénédict, Lélio, e abitare a Venezia!

Sospirava, non sapeva cosa aveva, lui stesso si trovava cambiato.

Pécuchet, immerso nella letteratura storica, studiava le opere teatrali.

Mandò giù due Pharamond, tre Clodovei, quattro Carlo Magno, parecchi Filippo Augusto, una folla di Giovanne d’Arco, e quante marchese di Pompadour, e cospirazioni di Cellamare!

Quasi tutte gli parvero ancora più stupide dei romanzi. Perché per il teatro esiste solo una storia convenzionale, assolutamente immodificabile.

Luigi XI non mancherà d’inginocchiarsi davanti alle figurine del suo cappello; Enrico IV sarà sempre gioviale; Maria Stuarda in lacrime, Richelieu crudele, e infine tutti i caratteri sono monolitici, per amore delle idee semplici e rispetto dell’ignoranza; così che il drammaturgo, invece di elevare abbassa, al posto di istruire abbrutisce.

Da quando Bouvard gli aveva magnificato George Sand, Pécuchet si mise a leggere ConsueloOrazioMauprat, e rimase sedotto dalla difesa degli oppressi, dal risvolto sociale e repubblicano, dalle idee sostenute.

Queste invece, secondo Bouvard, guastavano la fantasia, e domandò al gabinetto di lettura dei romanzi d’amore.

Ad alta voce, e uno di seguito all’altro, si sorbirono La Nuova EloisaDelfinaAdolfoUlrica. Ma gli sbadigli di chi ascoltava contagiavano il compagno che, dopo poco, lasciava cadere il libro per terra. Rimproveravano a tutti di non dire nulla dell’ambiente, dell’epoca, dei costumi dei personaggi.

L’unico argomento era il cuore; solo sentimenti! Come se non ci fosse altro al mondo!

Fecero delle escursioni nel romanzo umoristico; come Il Viaggio attorno alla mia camera, di Xavier de Maistre, Sotto i tigli, di Alphonse Karr. Tipico di questi libri è il fatto che la narrazione deve essere interrotta per parlare del proprio cane, delle proprie pantofole, o della propria amante. Tale noncuranza, prima li affascinò, poi parve loro stupida; perché l’onnipresenza dell’autore cancella l’opera.

Il bisogno di azione drammatica, li spinse verso i romanzi d’avventura, la trama li avvinceva quanto più era aggrovigliata, fuori dall’ordinario e impossibile. Si accanivano a prevedere le soluzioni, diventarono abilissimi, ma si stancarono di questi giochetti, indegni di spiriti seri.

L’opera di Balzac li meravigliò, come una Babilonia e al tempo stesso dei granelli di polvere sotto il microscopio. Le cose più banali rivelarono aspetti nuovi. Mai avrebbero sospettato che la vita moderna celasse simili profondità.

«Che osservatore!», esclamò Bouvard.

«Io lo trovo irreale», finì col dire Pécuchet. «Crede ancora alle scienze occulte, alla monarchia, alla nobiltà, ammira i furfanti, sposta i milioni come fossero centesimi, e i suoi, più che borghesi, sembrano giganti. Perché gonfiare ciò che è piatto, e descrivere tante minuzie? Ha scritto un romanzo sulla chimica, uno sulla Banca, un altro sulle tipografie. Come un tale sia stato

“cocchiere”, “acquaiolo”, “venditore di cocchi”. Andando avanti così ne avremo uno su ogni mestiere, e su ogni provincia, poi su tutte le città e i piani di ogni casa, e su ogni individuo, ma questa non sarà più letteratura, bensì statistica o etnografia».

A Bouvard non importava il modo. Egli voleva istruirsi, approfondire sempre di più la conoscenza dei costumi. Rilesse Paul de Kock, sfogliò i vecchi eremiti della Chaussée d’Antin.

«Come si fa a perdere il proprio tempo con simili inezie?», chiedeva Pécuchet.

«Un domani saranno documenti molto interessanti».

«Ma fammi il piacere, con i tuoi documenti! Io voglio qualcosa capace di eccitarmi, che mi strappi dalle miserie di questo mondo!»

Così Pécuchet, votato all’ideale, a poco a poco indirizzò Bouvard alla tragedia.

La lontananza in cui si svolge, le passioni che vi vengono rappresentate, le caratteristiche dei suoi personaggi, s’imponevano loro con un senso di grandezza.

Un giorno, Bouvard prese Atalia, e recitò il sogno tanto bene, che anche Pécuchet volle provarci. Fin dalla prima frase, la sua voce si perse in una specie di ronzio. Era monotona, e per quanto forte, indistinta.

Bouvard, dall’alto della sua esperienza, gli consigliò, per ammorbidirla, di utilizzarla dalle tonalità più basse a quelle più alte, ripiegandola sulle due scale, quella ascendente e quella discendente; lui stesso si dedicò a questo esercizio, al mattino, nel suo letto, supino, seguendo i precetti dei Greci.

Contemporaneamente, anche Pécuchet faceva la stessa cosa; la porta era chiusa, e sbraitavano ciascuno per conto proprio.

Ciò che amavano nella tragedia era l’enfasi, i discorsi sulla politica, le sentenze perverse.

Impararono a memoria i più famosi dialoghi di Racine e di Voltaire, e andavano a declamarli in corridoio. Bouvard, come si trovasse al Théâtre-Français, camminava tenendo la mano sulla spalla di Pécuchet, e ogni tanto si fermava, ruotava gli occhi, spalancava le braccia, insultava il destino.

C’erano delle belle grida di dolore nel Filottete di La Harpe, un grazioso singhiozzo nella Gabriella di Vergy, e quando faceva Dionigi, tiranno di Siracusa, aveva un modo di guardare il figlio, chiamandolo «Mostro, degno di me!», da far veramente paura. Pécuchet dimenticava la parte. Aveva buona volontà, ma gli mancavano i mezzi.

Una volta, nella Cleopatra di Marmontel, volle imitare il sibilo dell’aspide, come avrebbe dovuto farlo l’automa espressamente inventato da Vaucanson.

Non ci riuscì, e risero fino a sera. La tragedia scese nella loro stima.

Bouvard dimostrò per primo, con grande franchezza, come sia artificiosa e pesante: l’ingenuità dei suoi mezzi, l’assurdità dei confidenti.

Si accostarono alla commedia, che è la scuola delle sfumature. Qui è necessario disarticolare la frase, sottolineare le parole, accentuare le sillabe.

Pécuchet non ne venne a capo, e con Celimene fallì completamente.

Inoltre, gli amanti li trovava freddini, i ragionatori noiosi, i servi insopportabili, Clitandro e Sganarello falsi almeno quanto Egisto e Agamennone.

Rimaneva la commedia seria o dramma borghese, quella dove si vedono padri di famiglia disperati, domestici che salvano i padroni, ricconi che offrono il loro patrimonio, sartine innocenti e infami corruttori, un genere che si afferma da Diderot fino a Pixérécourt. Tutte queste commedie che predicano la virtù, li urtarono con la loro volgarità.

Il dramma del 1830 li affascinò con la sua azione, il colore, la freschezza.

Non facevano differenza tra Victor Hugo, Dumas, o Bouchardy; mentre la dizione cessava di essere altisonante o raffinata, per farsi lirica, scomposta.

Un giorno che Bouvard si sforzava di far capire a Pécuchet la recitazione di Frédéric Lemaître, comparve all’improvviso la signora Bordin, con il suo scialle verde, e un volume di Pigault-Lebrun da rendere, perché ogni tanto avevano la compiacenza di prestarle dei romanzi.

«Continuate pure!», era lì da un po’, e le piaceva ascoltarli.

Si scusarono. Insisteva.

«Dio mio!», disse Bouvard, «certo che niente ci impedisce…».

Pécuchet, per falso pudore, addusse come pretesto che non poteva recitare improvvisando, senza costume.

«Effettivamente, avremmo bisogno di cambiarci». E Bouvard cercò un oggetto qualsiasi, non trovò che il berretto frigio, e se lo mise.

Poiché il corridoio era stretto, scesero nel salotto.

Lungo i muri correvano i ragni, e il pavimento era pieno di reperti geologici, che avevano impolverato di bianco il velluto delle poltrone. Su quella mano sporca distesero uno strofinaccio per farvi sedere la signora Bordin.

Bisognava proporle qualcosa di valido. Bouvard smaniava per la Torre di Nesle. Ma Pécuchet temeva le parti che richiedevano troppa azione.

«Forse preferirebbe il genere classico! Fedra, ad esempio».

«Va bene».

Bouvard raccontò la trama. «È la storia di una regina il cui marito ha un figlio da un’altra donna, e lei si è invaghita del giovane, capito? Si parte!».

Sì, Principe, languo, brucio per Teseo

Io l’amo!

E rivolto a Pécuchet di profilo, ne ammirava il portamento, il volto, «la bella testa», si disperava per non averlo incontrato sulle navi dei Greci, e avrebbe voluto perdersi con lui nel labirinto.

La ciocca del berretto rosso s’inclinava dolcemente; e con voce tremante, il viso buono, scongiurava il crudele di aver pietà di tanto ardore. Pécuchet, voltandosi, respirava forte per esprimere l’emozione.

La signora Bordin, immobile, aveva gli occhi spalancati, come davanti agli acrobati. Mélie ascoltava da dietro la porta. Gorgu, in maniche di camicia, li guardava dalla finestra.

Bouvard attaccò la seconda tirata. Il suo modo di recitare dava voce al delirio dei sensi, al rimorso, alla disperazione, e si lanciò sulla spada immaginaria di Pécuchet con tanto impeto, che incespicando nei cocci, per poco non cadde a terra.

«Non ci badate! Poi arriva Teseo, e lei si avvelena!».

«Povera donna!», disse la Bordin.

Quindi la invitarono a scegliere un brano.

Quella scelta la mise in imbarazzo. Aveva assistito solo a tre recite: Roberto il Diavolo nella capitale, Il marito giovane a Rouen, e un’altra a Falaise, davvero divertente, che si chiamava La carretta del commerciante di aceto.

Alla fine Bouvard le propose la scena principale di Tartufo, nel terzo atto.

Pécuchet ritenne necessaria una spiegazione:

«Bisogna sapere che Tartufo…».

Fu interrotto dalla signora Bordin: «Si sa che cos’è un Tartufo!».

Bouvard avrebbe desiderato, per un certo passaggio, un abito da donna.

«Abbiamo solo l’abito da monaco», disse Pécuchet.

«Non importa, va bene quello!».

Riapparve con l’abito, e un Molière.

L’inizio fu mediocre. Ma, quando Tartufo deve accarezzare le ginocchia di Elmira, Pécuchet prese un tono da gendarme.

« Cosa fa la vostra mano? ».

Bouvard, con voce mielosa, replicò prontamente:

« Palpo il vostro abito, è una stoffa così morbida».

E lanciava sguardi infiammati, protendeva la bocca, arricciava il naso, aveva un aspetto libidinoso, finì col rivolgersi alla signora Bordin.

Le occhiate dell’uomo la imbarazzavano, e quando terminò, umile e fremente, la donna fu quasi sul punto di rispondere.

Pécuchet ricorse al libro: « Dichiarazione molto galante».

«Certo», esclamò, «che è un bel seduttore!».

«Vero?», disse Bouvard orgoglioso. «Ma eccone un’altra, di una raffinatezza più moderna», e aperta la finanziera, si accovacciò sui cocci e, con la testa rovesciata, declamò:

Dei tuoi occhi le fiamme le palpebre m’inondano.

Come un tempo cantami una canzone la sera,

Me ne cantavi, e piangevano gli occhi tuoi neri.

«Mi assomiglia», pensò lei.

Siamo felici! Beviamo! Perché la coppa è piena,

Perché il tempo è nostro, e il resto è follia.

«Com’è divertente!».

E aveva piccoli sussulti di riso, che le salivano dal petto, scoprendole i denti.

Non è forse dolce

Amare, e sapere che vi amano prostrati in ginocchio?

E s’inginocchiò.

La finisca, dunque!».

Oh! Lascia che io sogni e dorma sul tuo seno,

Doña Sol! Bellezza mia! Mio amor!

«A questo punto si odono le campane, un montanaro li disturba».

«Per fortuna! Altrimenti…». E la signora Bordin, invece di completare la frase, sorrise. La luce scemava. Si alzò.

Poco prima aveva piovuto, il sentiero nel faggeto non era consigliabile, era meglio far ritorno dai campi. Bouvard l’accompagnò in giardino, per aprirle la porta.

In principio camminarono lungo gli alberi senza parlare. Egli era ancora emozionato per la recita; e lei avvertiva in fondo all’anima come un senso di sorpresa, un fascino che le veniva dalla letteratura. L’arte, in certe occasioni, scuote gli animi mediocri; e gli interpreti più volgari possono dischiudere mondi interi.

Era riapparso il sole, faceva brillare le foglie, lasciando qua e là macchie di luce nel folto della vegetazione. Tre passeri saltellavano con piccoli trilli sul tronco abbattuto di un vecchio tiglio. Un pruno in fiore sfoggiava i suoi mazzi rosa, i lillà appesantiti si chinavano.

«Ah! Come fa bene!», disse Bouvard, respirando a pieni polmoni.

«Andando avanti così si ammalerà!».

«Il fatto è che non ho talento, ma quanto a fuoco, lo so io quanto ne possiedo!».

«Si vede», continuò la donna, esitando tra una parola e l’altra, «che un tempo… lei… deve aver amato».

«Crede che ciò riguardi solo il passato?».

La signora Bordin si fermò.

«Come posso sapere…».

«Cosa intende dire?», pensò Bouvard, sentendo il cuore che gli batteva forte.

Una pozzanghera in mezzo alla sabbia li costrinse a deviare, spingendoli sotto il pergolato.

Parlarono allora della rappresentazione.

«Come si chiama l’ultimo pezzo che ha recitato?».

«È tratto dall’ Ernani, un dramma».

«Ah!», poi lentamente, e come parlando a se stessa, «deve essere bello in realtà, un uomo che ti dice simili cose, bello davvero».

«Sono ai suoi piedi», disse Bouvard.

«Lei?».

«Sì! Io!».

«Sta scherzando!».

«Non scherzo affatto!».

E dopo aver dato un’occhiata attorno, la prese per la vita, da dietro, e la baciò sulla nuca, con trasporto.

Impallidì, come se stesse svenendo, e si appoggiò con la mano a un albero; poi, riaprì gli occhi, e scosse la testa.

«Non è niente».

Lui la guardava rapito.

Il cancello era aperto, la signora Bordin si portò sulla soglia della porticina. Scorreva un rigagnolo dall’altra parte. Raccolse le pieghe della gonna, esitando un istante.

«Posso aiutarla?».

«No!».

«Perché?».

«Lei è troppo pericoloso!».

E spiccando un salto, lasciò intravedere il bianco delle calze.

Bouvard si rimproverò di aver mancato l’occasione. Bah! Ce ne sarebbero state altre; e poi le donne non sono tutte uguali. Con alcune bisogna bruciare i tempi, l’audacia vi fa perdere le altre. Insomma, era contento di se stesso; e se non confessò i suoi progetti a Pécuchet, fu per timore delle critiche, non certo per discrezione.

Da quel giorno recitarono spesso davanti a Mélie e Gorgu, rammaricandosi di non avere un palcoscenico tutto per loro.

La servetta si divertiva anche senza capire niente, ammirata dal linguaggio, affascinata dal ritmo dei versi. Gorgu applaudiva le tirate filosofiche delle tragedie e tutto ciò che, nei melodrammi, stava dalla parte del popolo; a tal punto che, coinvolti dal suo entusiasmo, pensarono di dargli delle lezioni, per farne, più tardi, un attore. La prospettiva sconvolse l’operaio.

La fama di quelle recite si era allargata. Vaucorbeil ne parlò con loro in tono sarcastico. In genere raccoglievano disprezzo.

Se ne fecero un vanto. Si autoconsacrarono artisti. Pécuchet si fece crescere i baffi, mentre Bouvard, calvo e con la faccia rotonda, non trovò niente di meglio che farsi «una testa alla Béranger!».

Alla fine decisero di scrivere una commedia.

La cosa difficile era trovare il soggetto.

Lo cercavano facendo colazione, e bevevano caffè, liquido indispensabile al cervello, e due o tre bicchierini di liquore. Quindi si coricavano nei loro letti; dopo di che, scendevano nel frutteto, passeggiavano, e poi uscivano all’aperto per trovare l’ispirazione, camminando fianco a fianco, e ritornavano spossati.

Oppure si chiudevano a doppia mandata, Bouvard puliva la tavola, preparava la carta davanti a sé, intingeva la penna e rimaneva lì, con gli occhi fissi al soffitto, mentre Pécuchet, seduto in poltrona, meditava, a gambe distese e capo chino.

A volte avvertivano un brivido, come il soffio di un’idea; ma al momento di afferrarla, era già scomparsa.

Per trovare i soggetti ci sono dei metodi. Si sceglie un titolo, a caso, ed ecco ne esce un fatto; o si sviluppa un proverbio, di tante avventure se ne fa una sola. Ma neppure uno di questi metodi diede il risultato sperato. Invano scartabellarono le raccolte di aneddoti, i volumi contenenti le cause celebri, una quantità di racconti.

E intanto sognavano di venire rappresentati all’Odéon, andavano con la mente agli spettacoli, rimpiangevano Parigi.

«Io ero nato per essere autore, non per venire a seppellirmi in campagna!», diceva Bouvard.

«Anch’io», faceva eco Pécuchet.

Gli venne un’idea: se non ci riuscivano, era perché ignoravano le regole.

Si misero a studiarle nella Pratica teatrale di d’Aubignac, e in altri lavori più recenti.

Vi si affrontano problemi importanti: se si possa scrivere commedie in versi, se la tragedia non oltrepassi i propri limiti traendo le vicende dalla storia moderna, se gli eroi debbano essere virtuosi, che tipo di crimini sia adeguato e fino a che punto sia permessa la rappresentazione di atrocità. I dettagli devono concorrere al medesimo fine e l’interesse deve crescere, il finale deve accordarsi con l’inizio!

Voglio delle trovate che mi attirino, dice Boileau.

Ma in che modo inventarle?

Che in tutti i dialoghi una passione commovente

Vada dritta al cuore, lo renda caldo ed eccitato.

Come si fa a scaldare il cuore?

Le regole dunque non sono sufficienti. Ci vuole qualcos’altro, il genio.

Ma anche il genio non basta. Corneille, secondo l’Accademia Francese, non sa nulla di teatro. Geoffroy attacca Voltaire. Racine fu sbeffeggiato da Subligny. La Harpe al solo nome di Shakespeare arrossiva.

Stanchi della vecchia critica, vollero conoscere quella nuova, e si fecero arrivare i giornali con le recensioni degli spettacoli.

Che imperturbabilità! Che testardaggine! Quale disonestà! Si oltraggiavano i capolavori, ci s’inchinava davanti a delle insulsaggini, e l’asineria di quelli che passano per sapienti, la stupidità di chi viene ritenuto spiritoso!

È meglio forse dar credito al pubblico?

Ma capitava che venissero applaudite opere che a loro non piacevano, mentre in quelle fischiate trovavano qualcosa di buono.

Così, quelli che dovrebbero intendersene s’ingannano, e il giudizio della folla è inattendibile.

Bouvard espose il problema a Barberou. Pécuchet, da parte sua, a Dumouchel.

Il vecchio commesso viaggiatore si stupì che in provincia ci si rammollisse a tal punto, il caro Bouvard era rimbecillito, insomma «non era più lui».

Il teatro è un genere di consumo come un altro. Fa parte dell’articolo-Parigi. Si va a teatro per divertirsi. Tutto ciò che diverte va bene.

«Razza di sciocco», esclamò Pécuchet, «quello che diverte te, non è detto che diverta me, e tu stesso e gli altri un giorno ve ne stancherete. Se le commedie sono scritte solo per essere rappresentate, come mai le migliori vengono sempre lette?». E aspettò la risposta di Dumouchel.

Secondo il professore, l’accoglienza di un lavoro teatrale non provava niente. Il Misantropo e Atalia avevano fatto fiasco. Zaira non è più capita. E al giorno d’oggi chi conosce più Ducange e Picard? E passava in rassegna tutti i grandi successi contemporanei, da Fanchon la suonatrice di ghironda fino a Gaspardo il pescatore, per deplorare la decadenza del nostro teatro. La causa sta nel disprezzo della letteratura, o meglio dello stile.

Fu allora che si domandarono in cosa consiste con esattezza lo stile. E, grazie a studi che aveva loro suggerito Dumouchel, appresero il segreto di tutti i suoi generi.

Come si ottiene lo stile solenne, quello temperato, l’ingenuo, le frasi nobili, le parole basse. Cani sale di tono con voraciVomitare deve essere usato solo in senso figurato. Febbre è un attributo delle passioni. Valore sta bene in versi.

«E se componessimo dei versi?», disse Pécuchet.

«Dopo! Per il momento occupiamoci della prosa».

È formalmente raccomandato di scegliersi un classico che faccia da modello, ma tutti comportano dei pericoli, e non solo perché presentano difetti di stile, ma anche di lingua.

Questa affermazione sconcertò Bouvard e Pécuchet, che iniziarono a studiare la grammatica.

Nella nostra lingua ci sono, come in latino, articoli [ sic] definiti e indefiniti? Alcuni pensano di sì, altri di no. Non se la sentirono di decidere.

Il verbo deve sempre accordarsi col soggetto, salvo nei casi in cui non si accorda.

Un tempo non si distingueva tra gerundio e participio presente, ma per l’Accademia una differenza c’è, anche se non facile da capire.

Furono molto contenti di apprendere che il pronome loro è riferito sia alle persone che alle cose, mentre in cui e ne si riferiscono a cose e solo qualche volta alle persone.

È meglio dire «una donna di aspetto buono» o «buona di aspetto»? «un ceppo di legno secco» o «di legna secca»; «non lasciare di» o «che»;

«sopraggiunse una banda di ladri» o «sopraggiunsero»?

Altre difficoltà: «Intorno» e «all’intorno», di cui Racine e Boileau non vedevano la differenza; «imporre» o «inculcare», che Massillon e Voltaire usano come sinonimi; «gracchiare» e «gracidare», che La Fontaine confonde, pur sapendo distinguere un corvo da una rana.

I grammatici, è vero, sono in disaccordo; gli uni vedono un preziosismo dove gli altri scoprono un errore. Fissano principi di cui respingono le conseguenze, accettano conseguenze rifiutandone i principi, si appoggiano alla tradizione, respingono i maestri, e hanno delle strane sottigliezze. Ménage si fa sostenitore di lentiche e zuchero al posto di lenticchie e zucchero. Bouhours scrive ierarchia al posto di gerarchia, e Chapsal gli occhi della minestra.

Pécuchet rimase colpito soprattutto da Génin. Come! Magiuolini andrebbe meglio di magiolinifagiuoli di fagioli? E sotto Luigi XIV si pronunciava Ruma invece di Roma, e Signor de Liune invece di Lione!

Littré poi diede loro il colpo di grazia affermando che mai ci fu un’ortografia sicura, e mai ci sarebbe stata.

Ne conclusero che la sintassi è una chimera e la grammatica un’illusione.

Proprio allora si stava affermando una nuova moda retorica che sosteneva la necessità di scrivere come si parla, e che tutto va bene purché sia frutto di sentimento e osservazione.

Sentimenti ne avevano, e non mancava loro l’osservazione, perciò si giudicarono in grado di scrivere. È difficile scrivere commedie per la rigidità dell’impianto; nel romanzo c’è più libertà. Per farne uno ricorsero ai loro ricordi.

Pécuchet si ricordò di uno dei suoi capiufficio, un uomo spregevole, e pensò di vendicarsene con un libro.

Bouvard aveva conosciuto all’osteria un vecchio insegnante di calligrafia, ubriaco e ridotto in miseria. Un personaggio unico e divertente.

In capo a una settimana erano arrivati a fondere i due soggetti in uno solo; non andarono oltre, in compenso ne ipotizzarono altri: una donna che è causa delle disgrazie della famiglia; una donna, il marito e l’amante; una donna virtuosa per mancanza di fisico, un ambizioso, un prete malvagio.

Cercavano di mescolare queste idee confuse con fatti suggeriti dalla memoria, toglievano, aggiungevano. Pécuchet era tutto sentimento e ideali, Bouvard immagini e colori; iniziarono a non intendersi più, e ciascuno si stupiva che l’altro fosse così limitato.

Forse la scienza estetica avrebbe potuto dirimere le loro dispute. Un amico di Dumouchel, professore di filosofia, inviò loro un elenco di opere attinenti alla materia. Lavorarono separatamente, comunicandosi poi le impressioni.

Prima di tutto, cos’è il Bello?

Per Schelling è l’infinito che si manifesta nel finito, per Reid una qualità occulta, per Jouffroy qualcosa di non analizzabile, per De Maistre ciò che piace alla virtù, per padre André ciò che conviene alla ragione.

Esistono vari generi di bello: un bello scientifico, la geometria è bella; un bello morale, non si può negare che la morte di Socrate sia bella. Un bello nel regno animale. Nel cane la bellezza consiste nel suo odorato. Un maiale, invece, non potrebbe essere bello, viste le sue abitudini immonde; e neppure un serpente, perché suscita in noi idee di bassezza. Fiori, farfalle, uccelli possono essere belli. Ma la condizione prima del bello è l’unità nella varietà, ecco il vero principio.

«Tuttavia», disse Bouvard, «due occhi strabici sono più vari di due occhi normali, ma l’effetto è inferiore, di solito».

Affrontarono il problema del sublime.

Ci sono realtà di per sé sublimi, il frastuono di un torrente, le tenebre profonde, un albero abbattuto dalla tempesta. Il temperamento di un uomo è bello nel trionfo, sublime nella lotta.

«Ho capito», disse Bouvard, «il bello è bello, mentre il sublime è bellissimo».

Ma come distinguerli?

«È questione di sensibilità», rispose Pécuchet.

«E questa sensibilità da dove viene?».

«Dal gusto!».

«E il gusto cos’è?».

È una capacità particolare di discernimento, un giudizio rapido, la superiorità nel cogliere certi nessi.

«Insomma il gusto è il gusto, e comunque non si sa come fare ad averne».

Ci sono norme da osservare; ma le norme variano; e per quanto un’opera sia perfetta, non sarà mai irreprensibile. Eppure c’è un bello indistruttibile, di cui ignoriamo le leggi, perché la sua origine è misteriosa.

Dal momento che un’idea non può assumere qualsiasi forma, dobbiamo ammettere limiti tra un’arte e l’altra, e diversi generi all’interno di ognuna. Ma si danno circostanze in cui lo stile di una trapasserà nell’altra, se vuole raggiungere lo scopo, rimanere nella verità.

L’applicazione troppo puntigliosa del vero nuoce alla bellezza, e preoccuparsi del bello intralcia il vero. Comunque, senza ideale non c’è vero; ecco perché la realtà dei modelli ideali è più costante di un semplice ritratto.

L’arte si occupa solo della verosimiglianza, ma la verosimiglianza dipende dall’osservatore, e dunque è una cosa relativa, passeggera.

Si perdevano così nei ragionamenti. Bouvard credeva sempre meno nell’estetica.

«Se non è una sciocchezza, il suo rigore risulterà da esempi concreti.

Adesso, ascolta». E lesse un appunto, che gli era costato molte ricerche.

«Bouhours accusa Tacito di non possedere quella semplicità che richiederebbe la storia. Il professor Droz rimprovera Shakespeare per la sua mescolanza di serio e faceto; un altro professore, Nisard, trova che Andrea Chénier, come poeta, sia inferiore al XVII secolo; Blair, un inglese, deplora la scena delle arpie in Virgilio. Marmontel geme sulle licenze di Omero. Lamotte non ammette l’immoralità dei suoi eroi, Vida è indignato per i suoi paragoni.

Per concludere, tutti gli esperti di retorica, di poetica e di estetica mi sembrano degli imbecilli!».

«Stai esagerando!», disse Pécuchet.

Era in preda a dubbi, perché se i mediocri (come vuole Longino) sono incapaci di errori, e questi sono tipici dei maestri, dovremmo ammirarli?

Questo è troppo! Ma i maestri sono i maestri! Avrebbe voluto conciliare le teorie con le opere, i critici con i poeti, cogliere l’essenza del bello; s’impegnò a tal punto in questi problemi da rovinarsi il fegato. Ci guadagnò un’itterizia.

Era nella fase più acuta, quando Marianna, la cuoca della Bordin, venne a chiedere a Bouvard un appuntamento per la sua padrona.

La vedova non era più riapparsa dal giorno della rappresentazione drammatica. Che fosse un tentativo di approccio? Ma che bisogno c’era di Marianna? Bouvard trascorse la notte facendo mille supposizioni.

Il giorno dopo, verso le due, passeggiava nel corridoio, guardando ogni tanto dalla finestra, quando suonò il campanello. Era il notaio.

Attraversò la corte, salì le scale, si accomodò nella poltrona, e dopo i primi convenevoli disse che, stanco di aspettare la signora Bordin, l’aveva preceduta. Ella desiderava acquistare le Écalles.

Bouvard si sentì gelare, e si recò nella camera di Pécuchet.

Pécuchet non seppe cosa dire. Era preoccupato; da un momento all’altro sarebbe venuto Vaucorbeil.

Finalmente la Bordin arrivò. L’eleganza degli abiti giustificava il ritardo: uno scialle di cachemire, cappello, guanti di capretto, una pompa adatta per le occasioni importanti.

Dopo molto tergiversare, chiese se mille scudi potevano bastare.

«Un acro mille scudi? Mai!».

La donna sbatté le palpebre: «Lo faccia per me!».

E rimasero tutti e tre in silenzio. Entrò il signore de Faverges.

Teneva sotto il braccio una busta di marocchino, come gli avvocati, e dopo averla posata sul tavolo:

«Sono opuscoli! Riguardano la riforma elettorale, una faccenda scottante; ma ecco una cosa che certo le appartiene». E porse a Bouvard il secondo volume delle Memorie del Diavolo.

Mélie lo stava leggendo in cucina; e poiché bisogna vigilare sulla moralità di quella gente, si era sentito in dovere di confiscarle il libro.

Bouvard l’aveva prestato alla servetta. Parlarono dei romanzi.

Alla signora Bordin piacevano solo se non erano tristi.

«Gli scrittori», disse Faverges, «dipingono la vita con colori seducenti!».

«Ritrarre è una necessità!», obiettò Bouvard.

«Allora mettiamoci a seguire l’esempio!…».

«Cosa c’entra l’esempio!».

«Converrà almeno che possono cadere nelle mani di una ragazza. Lo so io, che ne ho una».

«Affascinante!», disse il notaio, assumendo l’espressione che aveva quando c’era da stipulare un contratto di matrimonio.

«Ebbene sì, proprio per lei, o piuttosto a causa delle persone che la circondano, io li ho proibiti in casa mia, perché il popolo, caro signore!…».

«Il popolo cosa?», disse Vaucorbeil, comparendo all’improvviso sulla soglia.

Pécuchet, che aveva riconosciuto la voce, si unì alla compagnia.

«Io sostengo», continuò il conte, «che bisogna tenerlo lontano da certe letture».

Vaucorbeil lo rimbeccò: «Dunque lei non è favorevole all’istruzione?».

«Ma sì! Permette?».

«Quando ogni giorno il governo viene attaccato!», disse Marescot.

«Che male c’è?».

Allora il conte e il medico si unirono nel denigrare Luigi Filippo, ricordando l’affare Pritchard, e le leggi di settembre contro la libertà di stampa.

«E quella del teatro!», aggiunse Pécuchet.

Marescot non ne poteva più. «Bel teatro il suo!».

«In questo sono d’accordo!», disse il conte, «commedie che esaltano il suicidio!».

«Il suicidio è bello! Pensi a Catone», replicò Pécuchet.

Faverges non rispose alla provocazione, ma stigmatizzò quelle opere che si prendono gioco delle cose più sacre, la famiglia, la proprietà, il matrimonio!

«E Molière, allora?», disse Bouvard.

Marescot, che se ne intendeva, rispose che Molière non era tollerabile, e d’altra parte era un po’ superato.

«E Victor Hugo», disse il conte, «non ha avuto pietà, nessuna pietà per Maria Antonietta, mostrandola in gabbia, nel personaggio di Maria Tudor!».

«Come sarebbe!», esclamò Bouvard, «io autore, non avrei il diritto…».

«Eh, no, signore, lei non ha il diritto di mostrarci il crimine senza accompagnarlo con un correttivo. Lei deve offrirci una lezione morale».

Anche Vaucorbeil pensava che l’arte dovesse avere uno scopo: mirare al miglioramento delle masse! «Cantate la scienza, le scoperte, il patriottismo», ed espresse ammirazione per Casimir Delavigne.

La signora Bordin esaltò il marchese di Foudras.

Il notaio continuò: «Ma, alla lingua ci pensate?».

«La lingua? Come?».

«Intende dire lo stile!», sbottò Pécuchet. «Le sue opere sono scritte bene?».

«Certo, certo, sono interessantissime!».

Pécuchet scosse la testa, e lei arrossì per l’impertinenza.

Più di una volta la signora Bordin aveva tentato di tornare al suo affare.

Si era fatto troppo tardi per concluderlo. Uscì al braccio di Marescot.

Il conte distribuì i suoi opuscoli, raccomandando di fare propaganda.

Vaucorbeil stava andandosene, quando Pécuchet lo fermò.

«Si sta dimenticando di me, dottore!».

Era giallo da far paura, con quei baffi, e quei capelli neri che scendevano sotto un fazzoletto di seta mal annodato.

«Prenda la purga», disse il medico, dandogli due buffetti, come a un bambino: «Troppi nervi, troppa arte!».

Quella confidenza gli fece piacere. Lo rincuorava. E quando fu solo con l’amico:

«Tu pensi che sia una cosa seria?».

«No di certo!».

Ricapitolarono le discussioni fatte. La moralità dell’arte consiste per ognuno in ciò che asseconda i suoi interessi. Nessuno ama la letteratura.

Poi sfogliarono gli opuscoli del conte. Erano tutti a favore del suffragio universale.

«Presto ci sarà un bel po’ di confusione», disse Pécuchet. Era propenso a vedere nero, forse a causa dell’itterizia.

VI

Il mattino del 25 febbraio 1848, un uomo proveniente da Falaise diffuse a Chavignolles la notizia che Parigi era tutta una barricata, e il giorno seguente venne affissa davanti al municipio la proclamazione della repubblica.

L’enormità del fatto allibì i borghesi.

Ma quando si venne a sapere che la Corte di Cassazione, la Corte d’Appello, la Corte dei Conti, il Tribunale di Commercio, il Collegio Notarile, l’Ordine degli Avvocati, il Consiglio di Stato, l’Università, i generali e il signor de la Rochejacquelein in persona, aderivano al governo provvisorio, tutti tirarono un sospiro di sollievo; e siccome a Parigi si piantavano gli alberi della libertà, il Consiglio municipale decise di fare lo stesso a Chavignolles.

Bouvard, che per spirito patriottico si era rallegrato del trionfo del popolo, offrì un albero; quanto a Pécuchet, la caduta della monarchia era una conferma delle sue previsioni, troppo bella perché non ne fosse contento.

Gorgu, ubbidendo volentieri, sradicò uno dei pioppi che fiancheggiavano il prato sotto il poggio, e lo trasportò fino al Pas de la Vaque, all’ingresso della città, nel luogo stabilito.

Già prima dell’ora della cerimonia, tutti e tre erano in attesa del corteo.

Un tamburo riecheggiò, apparve una croce d’argento; quindi si videro due candelabri tenuti dai cantori, e il curato in stola, cotta, piviale e berretta.

Era seguito da quattro chierichetti, un quinto portava il secchiello dell’acqua santa, per ultimo veniva il sagrestano.

Il prete salì sul bordo del fosso dove si alzava il pioppo, ornato di festoni tricolori. Di fronte a lui il sindaco e i due assessori, Beljambe e Marescot, poi i notabili, Faverges, Vaucorbeil, il giudice di pace Coulon, un buonuomo dal volto sonnacchioso; Heurtaux si era infilato il berretto della polizia, e Alexandre Petit, il nuovo maestro, aveva messo la finanziera, una povera finanziera verde, quella della domenica. I pompieri, comandati da Girbal, spada in pugno, formavano una sola fila; dall’altra parte le placche bianche dei vecchi caschi del tempo di La Fayette, cinque o sei, non di più, dal momento che la guardia nazionale a Chavignolles era caduta in disuso. Dietro si ammassavano contadini con le mogli, operai delle fabbriche vicine, ragazzi; e su tutti, dall’alto dei suoi cinque piedi e otto pollici, vigilava lo sguardo della guardia campestre, che camminava a braccia conserte.

Il discorso del curato fu uguale a quello degli altri preti nelle medesime circostanze. Dopo aver tuonato contro i re, magnificò la repubblica. Non si dice forse la repubblica delle lettere, la repubblica cristiana? Cosa c’è di più innocente di una, e di più bello dell’altra? Gesù Cristo ci dette la nostra sublime insegna; l’albero del popolo era l’albero della croce. La religione ha bisogno di frutti, dunque di carità, e nel nome della carità l’ecclesiastico scongiurò i fratelli di non abbandonarsi a disordini, di tornarsene tranquilli a casa.

Poi asperse la pianta, invocando la benedizione di Dio. «Che cresca, ricordandoci la liberazione da ogni schiavitù, e questa fratellanza più benefica dell’ombra dei suoi rami! Amen!».

Alcuni ripeterono Amen, e dopo un rullo di tamburo, il clero riprese il cammino verso la chiesa, intonando il Te Deum.

L’intervento produsse un’ottima impressione. I più semplici vi scorsero un auspicio di benessere, i patrioti un atto di deferenza, un omaggio reso ai loro principi.

Bouvard e Pécuchet trovavano che avrebbero dovuto ringraziarli per il dono, fare almeno una piccola allusione; e si sfogarono con Faverges e il dottore.

Che importanza potevano avere simili sciocchezze! Vaucorbeil era preso dal fascino della rivoluzione, e anche il conte. Detestava gli Orléans. Non si sarebbero più rivisti; buon viaggio! Tutto in nome del popolo ormai! E seguito da Hurel, il suo factotum, andò a raggiungere il curato.

Foureau camminava a testa bassa, tra il notaio e l’albergatore, avvilito dalla cerimonia, temeva una rivolta; istintivamente si voltava verso la guardia campestre, che si lamentava con il capitano della debolezza di Girbal e del cattivo comportamento dei suoi uomini.

Passarono degli operai sulla strada, cantando la Marsigliese. Gorgu, in mezzo a loro, brandiva un bastone; Petit li seguiva con lo sguardo esaltato.

«Non mi piace!», disse Marescot. «Si complotta, ci si scalda!».

«Eh, buon Dio!», disse Coulon, «la gioventù ha pure il diritto di divertirsi!».

Foureau sospirò: «Bel divertimento! E per finire la ghigliottina!». Vedeva i patiboli, si attendeva orrori.

Anche a Chavignolles giunse il contraccolpo delle sommosse parigine. I borghesi si abbonarono ai giornali. Al mattino, l’ufficio postale era affollato e senza il saltuario aiuto del capitano, la direttrice non ce l’avrebbe fatta. Poi si rimaneva sulla piazza a parlare.

La prima discussione violenta ebbe come oggetto la Polonia.

Heurtaux e Bouvard volevano che fosse liberata.

Faverges la pensava diversamente.

«Con quale diritto andremmo là? Vorrebbe dire tirarci addosso l’Europa.

Non commettiamo imprudenze!». Tutti furono d’accordo, solo i due polacchi tacquero.

Un’altra volta, Vaucorbeil difese le circolari di Ledru-Rollin.

Foureau replicò con i 45 centesimi.

Ma il governo, disse Pécuchet, aveva soppresso la schiavitù.

«Che me ne importa della schiavitù!».

«Stiamo allora alla politica, e l’abolizione della pena di morte?».

«Che diamine!», continuò Foureau, «qui vogliono abolire tutto. Eppure, chi lo sa? Gli affittuari hanno già certe esigenze!».

«Meglio così!», secondo Pécuchet i proprietari godevano di privilegi. «Chi possiede un immobile…».

Fu interrotto da Foureau e da Marescot, i quali gridavano che era un comunista.

«Comunista io?».

E stavano parlando tutti assieme, quando Pécuchet propose di fondare un club! Foureau ebbe l’impudenza di rispondere che a Chavignolles non se ne sarebbero mai visti.

In seguito Gorgu, acclamato da tutti istruttore, volle dei fucili per la guardia nazionale.

Ma gli unici fucili erano quelli dei pompieri, e Girbal non li mollava.

Foureau non faceva nulla per darglieli.

Gorgu lo guardò. «Dicono tuttavia che li so usare», e infatti tra i suoi traffici c’era anche il bracconaggio, e spesso il sindaco e l’albergatore acquistavano da lui una lepre o un coniglio.

«Ebbene, li prenda!».

La sera stessa iniziarono le esercitazioni.

Proprio sul prato davanti alla chiesa. Gorgu, in camiciotto azzurro, un nastro attorno alla vita, eseguiva i movimenti come un automa. Ordinava con fare brutale: «Dentro le pance!». E subito Bouvard, trattenendo il respiro, incavava l’addome, sporgendo il sedere. «Santo cielo, chi le dice di fare un arco!». Pécuchet confondeva le file coi ranghi, il fianco destro con il fianco sinistro; ma il più patetico era il maestro: debole e di bassa statura, con un giro di barba bionda, vacillava sotto il peso del fucile, e con la baionetta disturbava quelli che gli stavano vicini.

Tutti avevano pantaloni di colore diverso, cinturoni unti, vecchie uniformi troppo corte, con la camicia che usciva sui fianchi; e tutti asserivano «di non avere i mezzi per fare altrimenti». Si aprì una sottoscrizione per vestire i più poveri. Foureau fu spilorcio, mentre si segnalarono alcune donne. La signora Bordin offrì cinque franchi, nonostante odiasse la repubblica. Faverges equipaggiò dodici uomini; ed era assiduo alle esercitazioni. Poi andava dallo speziale e offriva un bicchierino al primo venuto.

Era il tempo in cui i potenti lisciavano il popolino. Prima di tutto c’erano gli operai. Si facevano carte false per poter dire di essere dei loro. Erano diventati nobili.

Nella regione la maggior parte faceva il tessitore. Altri lavoravano nelle manifatture di cotone, o in una fabbrica di carta, sorta da poco.

Gorgu li affascinava con la sua parlantina, insegnava il savate, ai più intimi offriva da bere in casa della Castillon.

Ma i contadini erano più numerosi; e nei giorni di mercato, Faverges passeggiava sulla piazza informandosi sui loro bisogni, tentando di convertirli alle sue idee. Ascoltavano senza rispondere, come papà Gouy, a cui andava bene qualsiasi governo, purché diminuisse le imposte.

A forza di chiacchiere, Gorgu si fece un nome. Poteva anche arrivare all’Assemblea.

Faverges condivideva le sue opinioni, pur senza compromettersi. I conservatori erano incerti tra Foureau e Marescot. Ma poiché il notaio era troppo impegnato, venne scelto Foureau, uno zotico, un cretino. Il dottore ne fu indignato.

Bocciato a tutti i concorsi, rimpiangeva Parigi, ed era proprio la coscienza del fallimento a dargli quell’espressione melanconica. Si apriva davanti a lui una carriera più prestigiosa, che rivincita! Compilò una dichiarazione d’intenti che lesse a Bouvard e Pécuchet.

Si congratularono; condividevano la stessa fede.

Ma loro scrivevano meglio, conoscevano la storia, potevano ben figurare quanto lui alla Camera. Perché no? Chi dei due però doveva candidarsi? Iniziò una guerra di cortesie. Pécuchet preferiva l’amico a se stesso. «No, no! Tocca a te! Tu sei più prestante!». «E se anche fosse», rispondeva Bouvard, «tu hai più faccia tosta!». E lasciando in sospeso la questione, apprestarono dei piani di condotta.

Altri erano stati presi da questa vertigine della deputazione. Ci pensava il capitano, da sotto il berretto di polizia, mentre fumava la sua grossa pipa; e anche il maestro, nelle ore di scuola, e il curato, tra una preghiera e l’altra, a tal punto che a volte, gli occhi rivolti al cielo, si sorprendeva a dire: «Mio Dio, fa che diventi deputato!».

Il dottore, incoraggiato, andò a casa di Heurtaux, per esporgli i suoi progetti.

Il capitano andò per le spicce. Certo Vaucorbeil era conosciuto; ma era poco gradito ai colleghi, specialmente ai farmacisti. Tutti ne avrebbero sparlato, il popolo non avrebbe gradito un signore come lui, i suoi migliori malati lo avrebbero lasciato; e dopo aver soppesato questi argomenti, il medico si pentì della sua debolezza.

Quando se ne fu andato, Heurtaux andò a trovare Placquevent. Tra vecchi soldati c’è solidarietà! Ma la guardia campestre, devota a Foureau, si rifiutò seccamente di aiutarlo.

Il curato dimostrò a Faverges che i tempi non erano ancora maturi.

Bisognava attendere che la repubblica si logorasse.

Bouvard e Pécuchet fecero presente a Gorgu che non ce l’avrebbe fatta contro borghesi e contadini coalizzati, e gli misero mille dubbi, fino a togliergli ogni fiducia.

Anche Petit, per orgoglio, aveva lasciato intravedere le sue mire.

Beljambe lo prevenne osservando che se falliva sarebbe stato certamente destituito.

Monsignore in persona ordinò al curato di starsene tranquillo.

Non rimaneva che Foureau.

Bouvard e Pécuchet gli mossero guerra, rimproverandogli la sua ostilità nella faccenda dei fucili, il rifiuto del club, le idee retrogade, l’avarizia; arrivarono a persuadere Gouy che egli voleva restaurare l’antico regime.

Anche se la cosa era piuttosto vaga per un contadino come lui, l’odio per quel regime si era talmente accumulato nell’anima dei suoi avi, per ben dieci secoli, che scagliò contro Foureau tutti i suoi parenti e quelli della moglie, cognati, cugini, pronipoti, un’orda intera.

Intanto Gorgu, Vaucorbeil e Petit proseguivano la loro opera di demolizione del sindaco; così il terreno era sgombro, e senza che nessuno se ne accorgesse, erano rimasti solo Bouvard e Pécuchet a poterne approfittare.

Tirarono a sorte la candidatura. Ma la sorte non decise nulla, e perciò si consultarono con il dottore.

Il medico comunicò loro l’ultima notizia. Flacardoux, redattore del Calvados, si era candidato. I due amici provarono una grande delusione; ciascuno dei due, oltre che per la propria, soffriva per quella dell’altro. Ma ormai si erano infiammati per la politica. Il giorno delle elezioni, sorvegliarono le urne. La spuntò Flacardoux.

Il conte aveva ripiegato sulla guardia nazionale, ma non ottenne le spalline da comandante. Gli abitanti di Chavignolles gli preferirono Beljambe.

Questi umori, bizzarri e imprevedibili, dell’opinione pubblica, gettarono Heurtaux nella costernazione. In effetti aveva trascurato i suoi doveri, limitandosi a sporadiche ispezioni delle esercitazioni, e a qualche osservazione.

Ma questo non voleva dire nulla! Era semplicemente incredibile che si preferisse un albergatore a un vecchio capitano dell’Impero, e dopo l’occupazione della Camera il 15 maggio, disse: «Se nella capitale si assegnano i gradi militari come qui, allora non mi stupisco di quello che accade!».

Ebbe inizio la reazione.

Si diede credito alle marmellate di ananas di Louis Blanc, al letto d’oro di Flocon, alle orge principesche di Ledru-Rollin, e poiché in provincia c’è la pretesa di conoscere tutto ciò che accade a Parigi, nessun borghese a Chavignolles dubitava di queste invenzioni, ed era pronto ad accettare le dicerie più assurde.

Una sera, Faverges si recò a trovare il curato per informarlo dell’arrivo in Normandia del conte di Chambord.

Secondo Foureau, Joinville si preparava con i suoi marinai a domare i socialisti. Heurtaux affermava che tra poco Luigi Bonaparte sarebbe diventato console.

Le fabbriche erano in sciopero. Numerose bande di poveri si aggiravano per le campagne.

Una domenica, erano i primi giorni di giugno, un gendarme partì all’improvviso per Falaise. Gli operai di Acqueville, Liffard, Pierre-Pont e Saint-Rémy marciavano su Chavignolles.

Le botteghe rimasero chiuse, si riunì il Consiglio municipale; per prevenire disgrazie, venne deciso di non opporre alcuna resistenza. Anzi, la gendarmeria fu consegnata, con l’ordine di non farsi vedere.

Dopo poco si udì come il brontolio di una tempesta. Poi il canto dei Girondini fece tremare i vetri; dalla strada di Caen sbucarono uomini che si tenevano sottobraccio, impolverati, sudati, con gli abiti a brandelli. Riempirono la piazza. Si levò un gran clamore.

Gorgu con due compagni entrò nella sala consiliare. Uno era magro, il volto astuto, un giubbetto di lana con le coccarde a penzoloni. L’altro era annerito dal carbone, certamente un meccanico, aveva i capelli a spazzola, grosse sopracciglia, ciabatte di tela. Gorgu portava la giacca sulla spalla, come un ussaro.

Rimasero tutti e tre in piedi, mentre i consiglieri, seduti attorno alla tavola coperta da un panno azzurro, li guardavano, pallidi e angosciati.

«Cittadini!», disse Gorgu, «abbiamo bisogno di lavoro!».

Il sindaco tremava; gli mancò la voce.

Al suo posto rispose Marescot, dicendo che il Consiglio avrebbe provveduto immediatamente; e dopo che i compagni furono usciti, vennero discusse molte ipotesi.

La prima fu di estrarre pietre.

Girbal propose di utilizzare le pietre tracciando una strada da Angleville a Tournebu.

Ma c’era già quella di Bayeux.

Non si poteva piuttosto ripulire il fosso? Come lavoro era un po’ poco! E

allora scavare un altro fosso! Ma dove?

Langlois pensava a un argine lungo i Mortins, per eventuali inondazioni; secondo Beljambe era meglio dissodare la brughiera. Non riuscivano ad accordarsi! Per calmare la folla, Coulon scese nel porticato, e annunciò che si preparavano degli opifici di carità.

«Carità? No, grazie!», gridò Gorgu. «Abbasso gli aristocratici! Vogliamo il diritto al lavoro!».

Era il problema all’ordine del giorno. Ne faceva una bandiera. Lo applaudirono.

Voltandosi, toccò col gomito Bouvard, che era stato trascinato fin lì da Pécuchet, e intavolarono una discussione. Non c’era fretta; il municipio era circondato. Il Consiglio non sarebbe scappato.

«Dove trovare i soldi?», diceva Bouvard.

«Dai ricchi! D’altro canto il governo ordinerà la messa in opera di lavori».

«E se non c’è bisogno di lavoro?».

«Se ne faranno in previsione del futuro!».

«I salari verranno diminuiti!», replicò Pécuchet. «Se manca il lavoro, è perché ci sono troppi prodotti! E voi vi battete per aumentarli!».

Gorgu si mordeva i baffi. «Tuttavia… con l’organizzazione del lavoro…».

«Allora il padrone sarà il governo?».

Alcuni che avevano fatto circolo, mormorarono: «No, no, basta padroni!».

Gorgu s’irritò. «Non importa! Dovranno procurare un capitale ai lavoratori, o istituire il credito!».

«In che modo?».

«Ah! Questo non lo so! Ma il credito va istituito!».

«Ne abbiamo abbastanza», disse il meccanico; «ci hanno seccato quei buffoni!».

E salì la scala, dichiarando che avrebbe sfondato la porta.

Ad attenderlo c’era Placquevent, chino sulla gamba destra, i pugni chiusi.

«Vieni un po’ avanti!».

Il meccanico indietreggiò.

Nella sala arrivò l’urlo della folla; tutti si alzarono in piedi, con l’unica idea di fuggire. I soccorsi da Falaise non arrivavano! Venne deplorata l’assenza del Conte. Marescot torceva una penna, Papà Coulon gemeva. Heurtaux s’infuriò perché i gendarmi erano stati consegnati.

«Li comandi lei!», disse Foureau.

«Non spetta a me».

Intanto il rumore raddoppiava. La piazza era piena di gente; e tutti guardavano al primo piano del municipio, quando, alla finestra di mezzo, sotto l’orologio, videro apparire Pécuchet.

Abilmente egli aveva preso la scala di servizio; e volendo imitare Lamartine, si mise ad arringare il popolo:

«Cittadini!».

Ma quel berretto, quel naso, la finanziera, tutta la sua persona mancava di prestigio.

L’uomo dal giubbetto di lana lo apostrofò:

«Lei è un operaio?».

«No».

«Allora un padrone?».

«Niente affatto!».

«E allora se ne vada!».

«Perché?», domandò con fierezza Pécuchet.

E in quel momento scomparve nel vano agguantato dal meccanico.

Gorgu corse in suo aiuto.

«Lascialo! È un brav’uomo!». Si presero per il bavero.

Si aprì la porta, e Marescot dalla soglia annunciò la decisione del municipio. Era stata suggerita da Hurel.

Avrebbero fatto una diramazione per Angleville sulla strada di Tournebu, in modo che passasse per il castello di Faverges.

Era un sacrificio che il comune si accollava nell’interesse dei lavoratori. Si dispersero.

Rientrando a casa, Bouvard e Pécuchet furono colpiti dal suono di voci femminili. Le grida venivano dalle domestiche e dalla Bordin, a urlare più forte era la vedova, che alla loro vista esclamò:

«Ah! Ben arrivati! Sono tre ore che vi aspetto! Il mio povero giardino!

Non c’è più un solo tulipano! Porcherie dovunque sul prato! Non c’è stato verso di allontanarlo».

«Chi?».

«Papà Gouy!».

Era arrivato con una carretta di letame, e l’aveva svuotata alla rinfusa in mezzo all’erba. «Ora sta lavorando la terra! Sbrigatevi, fatelo smettere!».

«L’accompagno!», disse Bouvard.

Fuori, in fondo alla gradinata, c’era un cavallo attaccato alle stanghe di un carretto, che mordeva un ciuffo di oleandri. Le ruote, sfiorando le aiuole, avevano piegato le siepi di bosso, spezzato un rododendro, abbattuto le dalie, e mucchi di letame nero, come quelli delle talpe, sbalzavano il prato. Gouy zappava con energia.

Un giorno, la signora Bordin aveva detto soprapensiero che lo voleva far rivoltare. Lui si era messo al lavoro, e malgrado le proteste continuava. I discorsi di Gorgu gli avevano dato al cervello, quello era il suo modo d’intendere il diritto al lavoro.

Se ne andò solo dopo le violente minacce di Bouvard.

Come risarcimento, la signora Bordin non pagò la mano d’opera e si tenne il letame. Era una donna accorta, e la moglie del medico, come quella del notaio, benché di un livello superiore, la stimavano.

Gli opifici di carità durarono una settimana. Non ci furono incidenti.

Gorgu aveva lasciato il paese.

Tuttavia la guardia nazionale era sempre all’erta; alla domenica la sfilata, qualche volta passeggiate militari, e ogni notte la ronda. Il paese era turbato.

Per burla tiravano i campanelli delle case, penetravano nelle camere dove gli sposi russavano sullo stesso cuscino; facevano battute pesanti, e il marito si doveva alzare per servire qualche bicchierino. Tornavano poi al corpo di guardia, per giocare a domino; bevevano sidro, mangiavano formaggio, mentre la sentinella, annoiata, si affacciava alla porta ad ogni istante.

Beljambe era fiacco, regnava l’indisciplina.

Quando scoppiarono le giornate di giugno, tutti furono d’accordo nel

«volare in soccorso di Parigi», ma Foureau non poteva lasciare il municipio, Marescot lo studio, il dottore la sua clientela, Girbal i pompieri. Faverges si trovava a Cherbourg. Beljambe si diede malato. Il capitano borbottava: «Non mi hanno voluto, tanto peggio per loro!», Bouvard ebbe il buon senso di trattenere Pécuchet.

Le ronde si spinsero più in là nella campagna.

L’ombra di un covone, la forma di certi rami, erano sufficienti a causare panico; una volta le guardie nazionali fuggirono tutte assieme. Avevano scorto sotto un melo, al chiaro di luna, un uomo che puntava su di loro il fucile.

Un’altra volta la pattuglia, fermandosi in una notte scura nel faggeto, udì qualcuno davanti a sé.

«Chi vive?».

Nessuna risposta!

Lasciarono che l’individuo continuasse per la sua strada, seguendolo a distanza, poiché poteva avere una pistola o una mazza; ma quando furono in paese, a portata di soccorso, tutti e dodici gli uomini del plotone gli si avventarono contro, gridando: «Fuori i documenti!». Lo malmenarono e lo ricoprirono d’insulti. Quelli del corpo di guardia erano usciti. Lo trascinarono dentro a forza; e al chiarore della candela che ardeva sulla stufa, riconobbero infine Gorgu.

Indossava un brutto cappotto di lasting, stretto sulle spalle. Dai buchi delle scarpe uscivano le dita dei piedi. Graffi e contusioni gli facevano sanguinare il volto. Era incredibilmente dimagrito, faceva ruotare gli occhi come un lupo.

Foureau, subito accorso, domandò cosa ci facesse nel faggeto, cosa era tornato a fare a Chavignolles, come avesse impiegato il tempo nelle ultime sei settimane.

Questo non li riguardava. Era un uomo libero.

Placquevent lo perquisì per vedere se aveva delle cartucce. Intanto lo misero al fresco.

Bouvard s’intromise.

«È inutile!», disse il sindaco, «sappiamo bene come la pensa lei».

«Sarebbe a dire?».

«Stia attento, io l’avverto! Stia attento».

Bouvard non insistette.

Gorgu allora si rivolse a Pécuchet: «E lei, padrone, non dice niente?».

Pécuchet chinò la testa, come se dubitasse della sua innocenza.

Il povero diavolo sorrise amaramente. «Eppure io l’ho difesa!».

All’alba, due guardie lo accompagnarono a Falaise.

Non fu portato davanti al consiglio di guerra, ma il tribunale correzionale lo condannò a tre mesi di prigione per incitamento alla sovversione.

Da Falaise scrisse ai suoi antichi padroni di inviargli un certificato di buona condotta, e poiché la loro firma doveva essere autenticata dal sindaco o dal suo vice, preferirono chiedere quel piccolo favore a Marescot.

Vennero fatti accomodare in una sala da pranzo abbellita da piatti di vecchia maiolica. Un orologio di Boulle occupava la parete più stretta. Sul tavolo di mogano, senza tovaglia, c’erano due tovaglioli, una teiera, delle tazze. La signora Marescot attraversò l’appartamento in una vestaglia di cachemire azzurro. Era una parigina che si annoiava a stare in campagna. Poi entrò il notaio, il tocco in una mano, un giornale nell’altra; e subito, con fare gentile, appose il timbro, anche se il loro protetto era un uomo pericoloso.

«Veramente», disse Bouvard, «per qualche parola!».

«Eh, no, caro signore, quando le parole istigano al crimine…».

«E come distinguere», riprese Pécuchet, «tra affermazioni innocenti e colpevoli? Una cosa proibita ora, sarà applaudita più tardi». E deprecò il modo feroce con cui si trattavano gli insorti.

Marescot si appellò naturalmente alla difesa della società e della salute pubblica, valore supremo.

«Scusi!», disse Pécuchet, « ma il diritto di uno solo è rispettabile quanto quello di tutti, e se vi ritorce contro l’assioma, la vostra unica obiezione è la forza».

Invece di rispondere, Marescot alzò sdegnato le sopracciglia. Pur di continuare a redigere atti, a vivere in mezzo ai suoi piatti, in quel piccolo interno confortevole, avrebbe lasciato passare tutte le ingiustizie di questo mondo senza scomporsi. Gli affari lo reclamavano. Si scusò.

La sua teoria sulla salute pubblica li aveva indignati. I conservatori adesso parlavano come Robespierre.

Ma un’altra cosa li meravigliò: il declino di Cavaignac. Si sospettava della guardia mobile. Ledru-Collin era tramontato anche nella considerazione di Vaucorbeil. Le discussioni sulla Costituzione non interessarono nessuno; e il 10

dicembre, tutti gli abitanti di Chavignolles votarono per Bonaparte.

Quei sei milioni di voti raffreddarono i sentimenti di Pécuchet nei confronti del popolo; lui e Bouvard studiarono il problema del suffragio universale.

Essendo espressione di tutti, non può avere intelligenza. Un ambizioso potrà sempre influenzarli, gli altri obbediranno come un gregge, dal momento che gli elettori non hanno nemmeno l’obbligo di saper leggere; per questo, secondo Pécuchet, c’erano stati tanti brogli nell’elezione presidenziale.

«Nessuno», replicò Bouvard, «io credo piuttosto alla stupidità del popolo.

Pensa a quanti acquistano la Revalescière, la pomata Dupuytren, l’acqua delle castellane, ecc.! La massa degli elettori è formata da questi sciocchi, e noi dobbiamo subire la loro volontà. Perché allevando conigli non è possibile ricavare tremila lire di rendita? Perché una eccessiva concentrazione causa la loro morte. Così, è l’esistenza stessa della folla a favorire i bacilli della stupidità che ha al proprio interno, con effetti incalcolabili».

«Il tuo scetticismo mi spaventa!», disse Pécuchet.

Più tardi, in primavera, incontrarono Faverges, che li informò della spedizione romana. Non ci sarebbe stata guerra con gli italiani. Ma ci volevano delle garanzie. In caso contrario ne sarebbe andato di mezzo il prestigio. Un intervento più che legittimo.

Bouvard spalancò gli occhi. «Ma lei non sosteneva il contrario a proposito della Polonia?».

«Non è più la stessa cosa!». Ora si trattava del Papa.

E quando Faverges diceva: «Noi vogliamo, noi faremo, noi contiamo», lo diceva a nome di un gruppo.

Pochi o tanti, avevano disgustato Bouvard e Pécuchet. La plebe, insomma, valeva l’aristocrazia.

Quel diritto d’intervento sembrò loro un affare losco. Ne ricercarono le motivazioni in Calvo, Martens, Vattel; la conclusione di Bouvard fu che:

«Si interviene per rimettere un principe sul trono, per liberare un popolo, oppure in modo preventivo, in vista di un pericolo. In entrambi i casi è un attentato al diritto altrui, un abuso di forza, una forma ipocrita di violenza!».

«Comunque», disse Pécuchet, «i popoli, come gli uomini, sono solidali».

«Può darsi!». E Bouvard si mise a meditare.

In breve fu allestita la spedizione romana.

In odio alle idee sovversive, il fior fiore della borghesia parigina saccheggiò due tipografie. Si stava costituendo il gran partito dell’ordine.

I suoi capi nella regione erano: il conte, Foureau, Marescot e il curato.

Ogni giorno, verso le quattro, passeggiavano da un angolo all’altro della piazza, discutendo degli avvenimenti. La preoccupazione principale consisteva nella distribuzione degli opuscoli. I titoli erano piuttosto gustosi: Dio lo vuoleI comunistiTiriamoci fuori dalla melmaDove stiamo andando? La cosa più bella erano i dialoghi in stile campagnolo, con imprecazioni ed errori di francese, per elevare il morale dei contadini. Una nuova legge stabiliva che la diffusione delle notizie dipendesse dai prefetti, e Proudhon era appena stato rinchiuso a Sainte-Pélagie, fatto da ritenersi una vittoria clamorosa.

In genere gli alberi della libertà vennero abbattuti. Chavignolles non fu da meno. Bouvard vide con i suoi occhi il pioppo fatto a pezzi su una carretta.

Sarebbe servito a riscaldare i gendarmi; per colmo d’ironia, il ceppo fu offerto al curato, proprio lui che l’aveva benedetto!

Il maestro non nascose le sue idee. Bouvard e Pécuchet, un giorno che passavano davanti alla sua porta, si congratularono con lui.

Il giorno dopo, il maestro si presentò a casa loro. Alla fine della settimana gli resero la visita.

Scendeva la sera; i ragazzi erano appena andati via, e il maestro, in maniche di camicia, spazzava il cortile. La moglie, che aveva in testa un fazzoletto annodato, allattava il bambino. Una bambina andò a nascondersi dietro alla sua gonna; un orribile marmocchio giocava per terra, ai suoi piedi; l’acqua del bucato che stava facendo in cucina colava fuori dalla casa.

«Ecco», disse il maestro, «come ci tratta il governo!». E subito se la prese con l’infame capitale. Bisognava introdurvi la democrazia, liberare la materia!

«Non chiedo di meglio!», disse Pécuchet.

Avrebbero dovuto riconoscere almeno il diritto all’assistenza.

«Ancora un diritto!», disse Bouvard.

Non importa! Il governo provvisorio si era dimostrato smidollato non imponendo la fratellanza.

«Prova a realizzarla!».

Poiché si era fatto più scuro, Petit ordinò in tono brutale a sua moglie di preparare un candeliere nello studio.

Sui muri di gesso, stavano appuntate con spilli le litografie di oratori della sinistra. Una libreria a riquadri dominava la scrivania in legno d’abete. Per sedersi c’erano a disposizione una sedia, uno sgabello e una vecchia cassa per il sapone; si sforzava di riderne. Ma aveva la miseria segnata in volto, e le sue tempie scavate indicavano la tenacia di un montone, un orgoglio irriducibile.

Mai avrebbe ceduto.

«Ecco cosa mi conforta!».

Erano pile di giornali, su un’asse; e con parole febbricitanti espose gli articoli della sua fede: disarmo dell’esercito, abolizione della magistratura, eguaglianza dei salari, parità; con questi mezzi si sarebbe ottenuta l’età dell’oro, sotto forma di repubblica, con a capo un dittatore, un duro che avrebbe raggiunto lo scopo in fretta!

Poi prese una bottiglia d’anice e tre bicchieri, per brindare all’eroe, alla vittima immortale, al grande Massimiliano!

Apparve sulla soglia la veste nera del curato.

Dopo aver salutato calorosamente la compagnia, si avvicinò al maestro, e quasi sottovoce gli disse:

«Allora come va il nostro San Giuseppe?».

«Non hanno dato niente!», rispose il maestro.

«Colpa sua!».

«Ho fatto quello che ho potuto!».

«Ah! Davvero?».

Per discrezione, Bouvard e Pécuchet si alzarono. Petit li fece sedere di nuovo; e rivolgendosi al curato:

«È tutto?».

L’abate Jeufroy esitò; poi, sorridendo per attenuare il rimprovero:

«Dicono che lei trascuri un po’ la storia sacra».

«Oh! La storia sacra!», s’intromise Bouvard.

«Ha qualcosa da rimproverarle, signore?».

«Io? Niente! Solo che forse ci sono cose più utili della leggenda di Giona e dei re d’Israele!».

«Libero di pensarla così!», replicò seccato il prete, e senza preoccuparsi degli estranei, o a causa loro:

«L’ora di catechismo è troppo corta!».

Petit alzò le spalle.

«Stia attento. Finirà col perdere i suoi collegiali!»

Questi allievi pagavano dieci franchi al mese, ed era la parte più cospicua del suo guadagno. Ma quella sottana lo esasperava.

«Tanto peggio, si vendichi pure!».

«Un uomo come me non si vendica!», disse il prete, senza scomporsi.

«Le ricordo solo che la legge del 15 marzo ci attribuisce la sorveglianza sull’istruzione primaria».

«Eh! Come non lo sapessi!», esclamò il maestro. «Ci sono di mezzo anche i colonnelli della gendarmeria! Manca solo la guardia campestre, e saremmo al completo!».

E si accasciò sullo sgabello, mordendosi una mano, trattenendo la collera, soffocato dalla sensazione della sua impotenza.

Il sacerdote lo toccò leggermente sulla spalla.

«Non volevo affliggerla, caro amico! Si calmi! Cerchi di ragionare! Tra poco sarà Pasqua; mi auguro che lei darà il buon esempio, comunicandosi con gli altri».

«Ah, è troppo! Io! Io! Sottomettermi a simili sciocchezze!».

A quella bestemmia il curato impallidì. Gli occhi mandavano fiamme. La mascella gli tremava. «Taccia, disgraziato! Taccia!».

«E pensare che è sua moglie ad aver cura dei panni sacri della chiesa!».

«E allora? Cos’ha fatto?».

«Non si vede mai alla messa! Come anche lei, d’altra parte!».

«Eh! Un maestro di scuola non perde il posto per questo!».

«Si può trasferirlo!».

Il prete non parlò più. Stava in fondo alla camera, nell’ombra. Petit rifletteva, la testa sul petto.

Sarebbero andati all’altro capo della Francia, mangiandosi nel viaggio anche l’ultimo soldo; ma là, sotto altri nomi, avrebbero trovato lo stesso curato, lo stesso direttore, lo stesso prefetto! Erano tutti, fino al ministro, come gli anelli della catena che l’opprimeva! Aveva già ricevuto un richiamo, ne sarebbero venuti altri. E poi? E come in un’allucinazione, si vide camminare su una grande strada, con una borsa sulle spalle, i famigliari accanto, la mano tesa verso una diligenza!

Proprio in quel momento la moglie, che era in cucina, fu presa da un accesso di tosse, e il neonato si mise a vagire; il marmocchio piangeva.

«Poveri bambini!», disse il prete con dolcezza.

Il padre allora scoppiò in singhiozzi. «Sì! Sì! Tutto ciò che vorrà!».

«Ci conto», disse il curato; e dopo aver fatto un inchino: «Buonasera, signori!».

Il maestro rimase con il volto tra le mani.

Respinse Bouvard.

«No! Mi lasci! Ho solo voglia di crepare! Sono un miserabile!».

I due amici tornarono a casa, confortandosi con la loro indipendenza. Il potere del clero li spaventava.

Ora veniva usato per consolidare l’ordine sociale. Tra poco la Repubblica sarebbe scomparsa.

Tre milioni di elettori si trovarono esclusi dal suffragio universale. Venne aumentata la cauzione per i giornali, e ristabilita la censura. I romanzi d’appendice erano visti con sospetto; la filosofia classica era reputata pericolosa; i borghesi predicavano il dogma degli interessi materiali, e il popolo sembrava contento.

I contadini tornavano ai loro antichi padroni.

Faverges, che aveva dei possedimenti nell’Eure, fu portato all’assemblea legislativa, e la sua rielezione al consiglio generale del Calvados era scontata.

Ritenne opportuno offrire un pranzo ai notabili del paese.

L’ingresso, dove tre domestici li attendevano per prendere i cappotti, il bigliardo e i due saloni uno di seguito all’altro, le piante nei vasi cinesi, i bronzi sui caminetti, le modanature d’oro sui cassettoni, gli spessi tendaggi, le comode poltrone, tutto quel lusso li lusingò come un riguardo nei loro confronti; ed entrando nella sala da pranzo, alla vista della tavola imbandita di carni su piatti d’argento, con i bicchieri schierati davanti a ciascun piatto, gli antipasti disseminati qua e là, e un salmone nel mezzo, i loro volti s’illuminarono.

Erano in diciassette, compresi due latifondisti, il sottoprefetto di Bayeux e un tipo di Cherbourg. Faverges pregò i suoi ospiti di voler scusare la contessa, trattenuta da un’emicrania; e dopo una serie di complimenti per le pere e l’uva che riempivano i cesti ai quattro angoli della tavola, si discusse del fatto del momento: il progetto Changarnier di uno sbarco in Inghilterra.

A Heurtaux, come soldato, la cosa piaceva, ma anche al curato, in odio ai protestanti, e a Foureau, nell’interesse del commercio.

«I vostri», disse Pécuchet, «sono sentimenti medioevali!».

«Il medioevo aveva del buono!», continuò Marescot. «Pensi alle nostre cattedrali!».

«Eppure, signore, gli abusi…!».

«Che importa, la rivoluzione non sarebbe mai scoppiata!…».

«Ah! La rivoluzione, ecco il male!», disse il prete sospirando.

«Tutti vi hanno contribuito! Anche i nobili (mi scusi signor conte), con la loro alleanza con i filosofi!».

«Cosa vuole! Luigi XVIII ha legalizzato la spoliazione! Da allora il regime parlamentare ci mina alla base!».

Venne servito il roastbeef, e per alcuni minuti non si udì che il rumore delle forchette e delle mascelle, i passi dei domestici sul parquet, e queste due parole ripetute: «Madera! Sauterne!».

A riprendere la conversazione fu il signore di Cherbourg. Come fermarsi sulla china dell’abisso?

«Presso gli Ateniesi», disse Marescot, «presso gli Ateniesi, con cui abbiamo molto in comune, Solone rintuzzò i democratici elevando il censo elettorale».

«Sarebbe meglio», disse Hurel, «sopprimere la camera; i disordini vengono sempre da Parigi».

«Decentralizziamo!», disse il notaio.

«Abbondantemente!», aggiunse il conte.

Secondo Foureau, il municipio doveva avere un’autorità assoluta, fino ad interdire le strade ai viaggiatori, qualora lo giudicasse opportuno.

E mentre si succedevano le portate, gallina al sugo, gamberi, funghi, verdure in insalata, allodole arrosto, parlarono di molti argomenti: il miglior sistema d’imposte, i vantaggi di vaste coltivazioni, l’abolizione della pena di morte; il sottoprefetto non dimenticò di citare la bella battuta di un uomo di spirito: «I signori assassini incomincino pure!».

Bouvard era sorpreso dal contrasto tra le cose che lo circondavano e quelle che si dicevano, perché si ha sempre l’impressione che le parole rispecchino gli ambienti, e che sotto gli alti soffitti debbano esserci pensieri alti.

Comunque, al dessert era tutto rosso, e intravedeva le fruttiere come attraverso una nebbia.

Erano stati serviti vini di Bordeaux, di Borgogna e di Malaga… Faverges, che conosceva i suoi polli, fece stappare dello spumante. Gli ospiti, lo scolarono, e brindarono al successo nelle elezioni, ed erano passate ormai più di tre ore, quando si trasferirono nella sala da fumo per prendere il caffè.

Su una mensola, tra i numeri dell’ Univers, c’era una caricatura del Charivari; raffigurava un cittadino, che tra le falde della finanziera lasciava vedere una coda, terminante con un occhio. Marescot spiegò il significato.

Risero molto.

Centellinarono i liquori, e la cenere dei sigari cadeva sulle imbottiture dei mobili. L’abate, per convincere Girbal, attaccò Voltaire. Coulon si addormentò.

Faverges dichiarò la sua devozione per Chambord. «Le api testimoniano a favore della monarchia».

«Ma i formicai a favore della repubblica!». Il medico non riusciva più a trattenersi.

«Ha ragione!», disse il sottoprefetto. «Le forme di governo hanno poca importanza!».

«Purché ci sia libertà!», obiettò Pécuchet.

«Un uomo onesto non ne ha bisogno», replicò Foureau. «Non faccio discorsi, io! Non sono un giornalista! Vi dico solo che la Francia deve essere governata con il pugno di ferro!».

Invocavano tutti un salvatore.

Uscendo, Bouvard e Pécuchet sentirono Faverges che diceva all’abate Jeufroy:

«Bisogna ripristinare l’obbedienza. Quando la si mette in discussione, l’autorità muore! Il diritto divino, non c’è che questo!».

«Sono perfettamente d’accordo, signor conte!».

Dietro i boschi il sole d’ottobre allungava i suoi pallidi raggi; soffiava un vento umido; e camminando sulle foglie morte, respirarono come si fossero liberati da qualcosa.

Dettero sfogo a tutto quello che non avevano potuto dire:

«Che idioti! Che miseria! Com’era possibile tanta ottusità? E poi, cosa significa diritto divino?».

Il professore, amico di Dumouchel, quello che li aveva informati sull’estetica, rispose alle loro domande con una lettera molto dotta.

«La teoria del diritto divino è stata formulata sotto Carlo II da un inglese, di nome Filmer.

Ecco di cosa si tratta:

Il Creatore dette al primo uomo la sovranità sul mondo. Essa venne trasmessa ai suoi discendenti; così il potere del re emana da Dio. “Egli è la sua immagine”, scrive Bossuet. La stessa patria potestà abitua al comando di uno solo. I re sono stati creati sul modello dei padri.

Locke respinse questa dottrina. Il potere paterno si distingue da quello monarchico, per il fatto che ciascun suddito esercita sui figli lo stesso diritto del monarca sui suoi. Il potere monarchico esiste solo per volontà del popolo, e il principio elettivo è rintracciabile perfino nella cerimonia della consacrazione, quando i due vescovi, indicando il re, chiedevano ai nobili e ai contadini se lo accettavano per tale.

“Dunque il potere viene dal popolo. Esso ha il diritto di fare tutto ciò che vuole”, dice Helvétius; “Di cambiare l’ordinamento”, dice Vattel; “di ribellarsi all’ingiustizia”, pretendono Glafey, Hotman, Mably ecc.! Lo stesso Tommaso d’Aquino lo autorizza a liberarsi del tiranno. Secondo Jurieu, non è neppure necessario che abbia ragione».

Sbalorditi da questo assioma, presero il Contratto sociale di Rousseau.

Pécuchet arrivò fino in fondo, poi, chiudendo gli occhi e gettando indietro la testa, ne fece una disanima.

«Si presuppone una convenzione, in forza della quale l’individuo alienò la sua libertà. Al tempo stesso il popolo s’impegnava a difendere l’individuo dalle ineguaglianze naturali, e lo rendeva proprietario dei suoi beni».

«Dov’è la prova del contratto?».

«Non esiste! E la collettività non offre alcuna garanzia. I cittadini si occuperanno esclusivamente di politica. Ma poiché qualcuno deve pur lavorare, Rousseau suggerisce la schiavitù. La rovina del genere umano sono le scienze.

Il teatro corrompe, il denaro è funesto; lo stato deve imporre una religione, sotto pena di morte».

Ecco, si dissero, il dio del ‘93, il pontefice della democrazia!

Tutti i riformatori si sono rifatti a lui; e si procurarono l’ Esame del socialismo di Morant.

Il primo capitolo espone la dottrina di Saint-Simon.

Sopra tutti il Padre, al tempo stesso papa e imperatore. Abolizione dell’eredità, un fondo sociale composto di beni mobili e immobili, che sarà sfruttato in modo gerarchico. Le ricchezze pubbliche saranno amministrate dagli industriali. Ma nessun pericolo! Sarà capo «chi ama di più».

Manca una cosa, la Donna. Dalla venuta della Donna dipende la salvezza del mondo.

«Non capisco».

«Neanchio!».

Passarono a Fourier.

Tutti i guai vengono dall’assoggettamento. Se ci fosse una libera attrazione, s’instaurerebbe l’armonia.

Nel nostro animo ci sono dodici passioni principali, cinque egoiste, quattro animiche, tre distributive. Le prime tendono all’individuo, le altre ai gruppi, le ultime all’insieme dei gruppi, o serie, la cui unità è la Falange, associazione di milleottocento persone che abitano un palazzo. Ogni mattino ci sono vetture che portano i lavoratori in campagna, per riportarli a casa la sera.

Si tengono stendardi, si danno feste, si mangiano dolci. Ogni donna, se vuole, può possedere tre uomini, il marito, l’amante e il genitore. Per i celibi si istituisce il baiaderismo.

«Questo mi piace!», disse Bouvard; e si perse nei sogni del mondo armonico.

Con la restaurazione del clima, la terrà diventerà più bella, e con l’incrocio delle razze la vita umana si allungherà. Si potranno spostare le nuvole come oggi si fa con la polvere, e pioverà di notte sulle città per pulirle. I mari polari senza più ghiaccio, per via delle aurore boreali, saranno attraversati da navi; e ciò dal momento che tutto si genera dalla congiunzione del liquido maschile con quello femminile, che sgorgano dai poli, e le aurore boreali sono appunto il sintomo dell’accoppiamento planetario, un’emissione seminale.

«Questo non lo capisco», disse Pécuchet.

Secondo Saint-Simon e Fourier, tutto è riconducibile a problemi di salario.

Louis Blanc, nell’interesse degli operai, vuole che venga abolito il commercio estero; La Farelle vuole che si tassino le macchine, un altro che si sgravino le bevande, o che si restaurino le corporazioni, o che vengano distribuite le minestre. Proudhon immagina un’imposta unica, e reclama per lo stato il monopolio dello zucchero.

«I tuoi socialisti», diceva Bouvard, «vogliono sempre la tirannia».

«Ma no!».

«Certo!».

«Non dire assurdità!».

«Mi irriti!».

Si procurarono quelle opere di cui conoscevano solo le tesi. Bouvard prese nota di parecchi passaggi, poi li mostrava:

«Leggi tu stesso! Ci propongono come esempi gli Esseni, i fratelli Moravi, i gesuiti del Paraguay, e anche il sistema carcerario.

«Presso gli icariani si pranza in venti minuti, le donne partoriscono in ospedale. Quanto ai libri, è proibito pubblicarne senza l’autorizzazione della repubblica».

«Ma Cabet è un idiota».

«Allora ecco Saint-Simon: i pubblicisti sottoporranno i loro lavori a un comitato di industriali.

«Senti Pierre Leroux: per legge i cittadini saranno costretti a sentire un certo oratore.

«E Auguste Comte: i preti educheranno la gioventù, amministreranno ogni opera dello spirito e convinceranno il potere a regolamentare le nascite».

Questi documenti afflissero Pécuchet. La sera, a cena, replicò.

«Sono d’accordo sul fatto che nel pensiero degli utopisti ci siano delle cose ridicole. Tuttavia meritano la nostra riconoscenza. Lo squallore del mondo li desolava, e hanno sofferto per renderlo più bello. Non dimenticarti di Moro, che fu decapitato, di Campanella, torturato per sette volte, Buonarroti con una catena al collo, Saint-Simon che faceva la fame, e tanti altri. Avrebbero potuto vivere tranquilli! E invece no! Hanno tirato diritto per la loro strada, a testa alta, da eroi».

«Sei davvero convinto», continuò Bouvard, «che il mondo cambierà a causa delle teorie di un uomo?».

«Che importa!», disse Pécuchet, «non è più tempo di marcire nell’egoismo! Dobbiamo cercare un sistema migliore!».

«Allora pensi di trovarlo?».

«Certo!».

«Tu?».

E Bouvard fu scosso dal gran ridere, con le spalle e il ventre che sussultavano insieme. Più rosso di un peperone, con il tovagliolo sotto l’ascella, ripeteva in modo irritante: «Ah! Ah! Ah!».

Pécuchet uscì dalla stanza sbattendo la porta.

Germaine lo chiamò a gran voce per tutta la casa; lo scovarono in fondo alla sua camera, sulla poltrona, senza fuoco, né candela, con il berretto sugli occhi. Non era certo malato, ma immerso nella riflessione.

Cessato il litigio, riconobbero che i loro studi mancavano di una solida base: l’economia politica.

Si informarono sulla domanda e l’offerta, sul capitale, sul salario, sulle importazioni e sui divieti.

Una notte, Pécuchet fu svegliato dallo scricchiolio di una scarpa nel corridoio. La sera prima, com’era sua abitudine, aveva tirato lui stesso tutti i catenacci; chiamò Bouvard che dormiva profondamente.

Rimasero immobili sotto le coperte. Ma il rumore non ricominciò.

Le domestiche, interrogate, non avevano sentito niente.

Ma passeggiando in giardino, notarono in mezzo a un’aiuola, vicino al cancello, l’impronta di una scarpa, e la staccionata rotta in due punti.

Evidentemente era stata scavalcata.

Bisognava avvertire la guardia campestre.

Poiché non era in municipio, Pécuchet si recò dallo speziale.

E chi vide, nel retrobottega, di fianco a Placquevent, tra i bevitori?

Gorgu! Gorgu azzimato come un borghese, che offriva alla compagnia.

Un incontro banale. In breve arrivarono a parlare del progresso.

Bouvard ne era sicuro sotto il profilo scientifico. Mentre in letteratura c’era da dubitarne, e poi se aumenta il benessere, scompare lo splendore della vita.

Per convincerlo, Pécuchet prese un pezzo di carta.

«Traccio una linea trasversale obliqua. Chi potesse percorrerla, ogni volta che si abbassa non vedrebbe più l’orizzonte. Tuttavia si risolleva, e malgrado le sue curve, raggiungerà la cima. Questo è il progresso».

Entrò la signora Bordin.

Era il 3 dicembre 1851. Portava con sé un giornale.

Lessero velocemente, insieme, l’appello al popolo, lo scioglimento della camera, l’arresto dei deputati.

Pécuchet impallidì. Bouvard osservava la vedova.

«Come, non dice niente?».

«Cosa vuole che ci faccia?». E dimenticarono di offrirle una sedia. «E io che sono venuta credendo di farvi piacere. Ah! Oggi non siete proprio gentili», e uscì, colpita dalla loro maleducazione.

La sorpresa li aveva ammutoliti. Poi si recarono in paese per diffondere la loro indignazione.

Marescot, che li ricevette in mezzo alle sue pratiche, la pensava diversamente. Grazie al cielo, tutte quelle chiacchiere alla Camera erano cessate. Ora finalmente ci sarebbe stata una politica di fatti.

Beljambe non era a conoscenza degli avvenimenti, e comunque se ne fregava.

Ai mercati fermarono Vaucorbeil.

Il medico si era ricreduto. «Sbagliate a tormentarvi».

Foureau passò loro accanto, e in tono sarcastico disse: «Trombati i democratici!». E il capitano, al braccio di Girbal, gridò da lontano: «Viva l’Imperatore!».

Solo Petit poteva capirli, e quando Bouvard bussò alla finestra, il maestro uscì dalla classe.

Trovava molto divertente il fatto che Thiers fosse in prigione. Il popolo era vendicato. «Ah! Ah! Tocca a voi signori deputati!».

Chavignolles approvò la sparatoria sui viali di Parigi. Nessuna grazia ai vinti, nessuna pietà per le vittime! Chi si ribella è un delinquente.

«Ringraziamo la Provvidenza!», diceva il curato, «e dopo di lei Luigi Bonaparte. Si circonda degli uomini più in vista. Il conte de Faverges diventerà senatore».

Il giorno dopo ricevettero la visita di Placquevent.

I signori avevano parlato anche troppo. Li invitava a tacere.

«Vuoi sapere cosa penso?», disse Pécuchet. «Dal momento che i borghesi sono feroci, gli operai invidiosi, i preti servili, e che il popolo infine accetta qualsiasi tiranno, purché lo si lasci col muso nella gavetta, Napoleone ha fatto bene! Che lo imbavagli, lo calpesti e lo distrugga! Non sarà mai troppo, per il suo odio del diritto, la sua viltà, la sua incapacità, la sua cecità!».

Bouvard soprapensiero: «Ma il progresso, che fandonia!». Poi aggiunse:

«E la politica, bella porcheria!».

«Non è una scienza», disse Pécuchet. «Meglio l’arte militare, almeno prevede quello che accadrà. Dovremmo affrontarla!».

«No, grazie!», rispose Bouvard. «Tutto mi disgusta. Vendiamo piuttosto la baracca, e andiamo alla ventura, tra i selvaggi!».

«Come vuoi!»

In cortile Mélie stava ritirando il secchio dell’acqua.

La pompa di legno aveva una lunga leva. Per farla scendere doveva curvare le reni, e allora mostrava le calze azzurre, fino al polpaccio. Poi, con un gesto rapido, alzava il braccio destro, voltando un po’ la testa, e Pécuchet, guardandola, sentiva qualcosa di nuovo, un incanto, un piacere infinito.

VII

Iniziarono giorni tristi.

Per il timore di altre delusioni avevano smesso di studiare; gli abitanti di Chavignolles li evitavano; dai giornali tollerati dalla censura non ricavavano informazioni; la loro solitudine era profonda, si trovavano completamente disoccupati.

Capitava che aprissero un libro, ma tornavano a richiuderlo; a che pro?

C’erano giorni in cui decidevano di ripulire il giardino, ma in capo a un quarto d’ora si sentivano stanchi. Oppure andavano a visitare la fattoria, e ne tornavano abbattuti; o si occupavano delle faccende di casa, ma Germaine si lamentava. Vi rinunciarono.

Bouvard volle redigere un catalogo degli oggetti del museo, ma li definì stupidi soprammobili. Pécuchet si fece imprestare da Langlois la spingarda per sparare alle allodole; al primo colpo l’arma gli scoppiò in mano, e ci mancò poco che lo uccidesse.

Conducevano dunque una noiosa vita di campagna, così pesante quando il cielo bianco opprime con la sua monotonia un cuore senza speranza. Si ascoltano i passi di un uomo con gli zoccoli che costeggia il muro, o le gocce di pioggia che dal tetto cadono a terra. Ogni tanto una foglia morta sfiora il vetro della finestra, poi volteggia e se ne va. Il vento porta il vago rintocco di una campana a morto. In fondo alla stalla, una mucca muggisce.

Sbadigliavano uno davanti all’altro, consultavano il calendario, guardavano il pendolo, aspettavano i pasti; e sempre lo stesso paesaggio! In faccia i campi, a destra la chiesa, a sinistra un filare di pioppi; le loro cime oscillavano nella nebbia, in continuazione, come se si lamentassero!

Vecchie abitudini li facevano soffrire. La mania che aveva Pécuchet di lasciare il fazzoletto sulla tovaglia diventò insopportabile. Bouvard non mollava più la pipa, e parlava dondolandosi. Sorsero delle dispute a proposito dei cibi, o sulla qualità del burro. Si fronteggiavano, ma pensando a cose diverse.

Pécuchet era rimasto sconvolto da un fatto.

Due giorni dopo la sommossa di Chavignolles, mentre smaltiva la sua delusione politica, arrivò su una strada fiancheggiata da folti olmi; sentì alle sue spalle una voce che gridava:

«Fermati!».

Era la signora Castillon. Non lo aveva visto, correva sull’altro lato. Un uomo che camminava davanti a lei si voltò. Era Gorgu; si fermarono a un passo da Pécuchet, separati da una fila di alberi.

«È vero», disse la donna, «che ti batterai?».

Pécuchet scese nel fosso, per udire meglio:

«Ma certo!», rispose Gorgu, «mi batterò! Che t’importa?».

«E me lo domandi?», esclamò lei, torcendosi le braccia. «E se ti uccidessero, amore mio? Ti supplico, resta!». Ma a supplicarlo, prima ancora delle parole, erano i suoi occhi azzurri.

«Lasciami in pace! Devo partire!».

La donna sogghignò incollerita. «L’altra era d’accordo, vero?».

«Non parliamone!». E alzò il pugno chiuso.

«No! Amico mio, no! Taccio, non dico nulla». E grosse lacrime le scendevano sulle guance, nelle pieghe del colletto.

Era mezzogiorno. Il sole brillava sulla campagna, ricoperta di grano giallo. In lontananza scivolava un carro coperto. L’aria era come intorpidita, non un grido d’uccello, nemmeno il brusio di un insetto. Gorgu si era tagliato una canna, e raschiava la scorza. La Castillon teneva la testa bassa.

La povera donna pensava all’inutilità dei suoi sacrifici, ai debiti che aveva saldato, alle promesse per il futuro, alla reputazione persa. Invece di lamentarsi, gli ricordò i primi tempi del loro amore, quando tutte le notti lo raggiungeva nel granaio; così che una volta il marito, credendo che ci fosse un ladro, aveva lasciato partire dalla finestra un colpo di pistola. La palla era ancora conficcata nel muro. «Fin dall’istante in cui ti ho conosciuto, mi sei sembrato bello come un principe. Mi piacciono i tuoi occhi, la tua voce, la tua andatura, il tuo odore!». E a voce più bassa: «Sono pazza di te!».

Egli sorrideva, lusingato nell’orgoglio.

Lei gli mise le mani sui fianchi, lo adorava, con la testa rovesciata.

«Cuore mio! Mio amore! Anima mia! Vita mia! Su, parla! Cosa vuoi?

Denaro? Ne troveremo. Ho sbagliato! Ti annoiavo! Scusami! Ordina abiti dal sarto, bevi spumante, divertiti! Ti permetto ogni cosa, tutto!». Poi, con uno sforzo supremo, mormorò: «Anche lei! Purché tu torni da me!».

Egli si chinò sulla sua bocca, un braccio attorno alla vita, per impedirle di cadere; la donna balbettava: «Cuore mio! Caro amore! Come sei bello! Dio mio, come sei bello!».

Pécuchet immobile, la terra del fossato all’altezza del mento, li guardava, ansimando.

«Basta svenevolezze!», disse Gorgu. «Ci mancherebbe che perdessi la diligenza! Si sta preparando un bel colpo mancino, e io sono della partita!

Dammi dieci soldi, che devo pagare un bicchierino al conducente».

Lei estrasse dalla borsa cinque franchi. «Me li renderai tra poco. Abbi solo un po’ di pazienza! Pensa da quanto è paralizzato! Se tu volessi, potremmo andare alla cappella della Croix-Janval, e là, amore mio, davanti alla Santa Vergine giurerei di sposarti appena muore!».

«Eh! Tuo marito non morirà mai!».

Gorgu fece per andarsene. Lei lo raggiunse; e afferrandolo per le spalle:

«Lascia che venga con te! Sarò la tua domestica! Tu hai bisogno di qualcuno. Ma non andartene! Non lasciarmi! Piuttosto la morte! Uccidimi!».

Si trascinava alle sue ginocchia, cercando di afferrare le mani per baciargliele; le cadde la cuffia, poi il pettine, e i suoi corti capelli si sciolsero.

Erano già bianchi sotto le orecchie, e mentre lo guardava dal basso in alto, scossa dai singhiozzi, le palpebre arrossate e le labbra gonfie, l’uomo fu preso da uno scatto d’ira, e la respinse.

«Spostati, vecchia! Buonasera!».

La donna si rialzò, si strappò la croce d’oro che le pendeva dal collo, e gettandola verso di lui:

«Prendi, canaglia!».

Gorgu si allontanava, picchiando con la canna le foglie degli alberi.

La Castillon aveva smesso di piangere. La bocca aperta, gli occhi spenti, rimaneva immobile, come pietrificata nella sua disperazione, e non era più una creatura vivente, ma una cosa in rovina.

Ciò a cui aveva appena assistito fu per Pécuchet come la scoperta di un mondo, un mondo intero! Che aveva bagliori accecanti, fioriture improvvise, oceani, tempeste, tesori, e abissi infinitamente profondi; incuteva spavento; ma che importa! Sognò l’amore, desiderò di provarlo come lei, di suscitarlo come lui.

Tuttavia biasimava Gorgu, e dire che al corpo di guardia si era fatto scrupolo di non tradirlo.

L’amante della Castillon lo indispettiva con la sua piccola statura, quei tirabaci tutti uguali, la barba bioccolosa, l’aria da conquistatore; mentre a lui i capelli stavano appiccicati sul cranio come una parrucca bagnata, e il torace stava dentro la palandra come un manico di scopa, gli mancavano due canini, e tutto il suo aspetto era severo. Trovò che il cielo era ingiusto, si sentiva diseredato, e anche l’amico non gli voleva più bene. Tutte le sere, Bouvard l’abbandonava.

Dopo la morte della moglie, niente gli avrebbe impedito di prenderne un’altra, che ora lo coccolerebbe, occupandosi della casa. Era troppo vecchio per pensarci!

Ma Bouvard si osservò allo specchio. Le guance avevano mantenuto il loro colore, i capelli erano ricci come una volta; i denti erano tutti al loro posto; e all’idea che poteva ancora piacere, ebbe un ritorno di giovinezza; si ricordò della signora Bordin. Era stata lei a fare degli approcci, la prima volta al tempo dell’incendio dei covoni, la seconda a cena, poi nel museo, durante la recita, e ultimamente era venuta per tre domeniche di seguito, senza serbar rancore.

Andò dunque a trovarla, e vi tornò, ripromettendosi di sedurla.

Da quando Pécuchet aveva visto la servetta mentre ritirava il secchio dell’acqua, le parlava più spesso; e sia che lei spazzasse il corridoio, stendesse la biancheria, o armeggiasse con le casseruole, il piacere di vederla non diminuiva, e lui stesso era sorpreso delle sue emozioni, come un adolescente.

Erano febbri, languori, e il ricordo della Castillon che stringeva Gorgu lo ossessionava.

Chiese a Bouvard quali arti usassero i dongiovanni per sedurre le donne.

«Si fanno dei regali! Si portano al ristorante».

«Benissimo! E poi?».

«Ce n’è che fingono di svenire per farsi portare sul divano, altre lasciano cadere per terra il fazzoletto. Le migliori sono quelle che danno un appuntamento, senza tante storie». E Bouvard si diffuse in dettagli che incendiarono l’immaginazione di Pécuchet, come disegni osceni. «La prima regola è di non credere a quello che dicono. Ne ho conosciute di quelle che, sotto l’aspetto di santarelle, erano delle autentiche Messaline! Prima di tutto bisogna osare!».

Ma al coraggio non si comanda. Giorno dopo giorno, Pécuchet rimandava la decisione, e poi la presenza di Germaine lo intimidiva.

Sperava che se ne andasse, così le aumentò il lavoro, annotò le volte che la trovava alticcia, la sgridò ad alta voce perché era sporca, e tanto fece che venne licenziata.

Finalmente Pécuchet si sentì libero!

Con quale impazienza attendeva l’uscita di Bouvard! E come gli batteva il cuore, quando sentiva la porta richiudersi!

Mélie lavorava a un tavolino, accanto alla finestra, illuminata da una candela. Di tanto in tanto, spezzava il filo con i denti, poi aguzzava gli occhi per farlo passare nella cruna dell’ago.

Iniziò col voler sapere quale tipo di uomini le piacessero. Quelli come Bouvard, ad esempio? Per niente; preferiva gli uomini magri. Si spinse a chiederle se avesse avuto degli amanti.

«Mai!».

Poi, avvicinandosi, ammirò il suo naso sottile, la piccola bocca, l’ovale del viso. Le fece dei complimenti, e l’esortò a fare giudizio.

Chinandosi su lei, scorse nella camicetta le forme bianche da cui veniva un tiepido profumo, che gli riscaldava la guancia. Una sera, le sfiorò con le labbra i capelli che le sfuggivano sulla nuca, e ne fu scosso fin nell’intimo.

Un’altra volta, la baciò sul mento, trattenendosi dal mordere quella carne, così invitante. Gli rese il bacio. La stanza si capovolse. Non ci vedeva più.

Le regalò un paio di scarpette, e spesso le offriva un bicchiere d’anice.

Per evitarle la fatica, si alzava presto, tagliava la legna, accendeva il fuoco, spingeva il suo scrupolo fino a pulire le scarpe di Bouvard.

Ma Mélie non sveniva, non lasciò cadere il fazzoletto, e Pécuchet non sapeva che fare, mentre la paura di soddisfarlo aumentava il desiderio.

Bouvard non smetteva un attimo di far la corte alla signora Bordin.

Lo riceveva quasi soffocata nel suo abito di seta cangiante, che scricchiolava come i finimenti di un cavallo, mentre lei, per darsi un contegno, torturava la lunga catena d’oro.

La conversazione verteva sulla gente di Chavignolles, o sul «defunto marito», un tempo usciere a Livarot.

Poi lei volle conoscere il passato di Bouvard, curiosa di sapere «come aveva corso la cavallina», e, per inciso, l’entità della sua fortuna, quali interessi lo legavano a Pécuchet.

Egli era ammirato da come teneva in ordine la casa, e quando cenava da lei ammirava la proprietà del servizio e l’eccellenza della tavola. Una serie di piatti molto saporiti, intramezzati, a intervalli regolari, da un vecchio Pommard, sfociavano nel dessert, dove si soffermavano a lungo nel rito del caffè; e la signora Bordin, dilatando le narici, bagnava nel piattino il suo labbro carnoso, ombreggiato da una leggera peluria nera.

Un giorno si presentò in abito scollato. Bouvard fu affascinato da quelle spalle. Si trovava su un seggiolino davanti a lei, e iniziò a passarle le mani sulle braccia. La vedova si arrabbiò. Smise, ma s’immaginava quelle curve ampie e meravigliosamente sode.

Una sera, disgustato dalla cucina di Mélie, provò un’intensa gioia entrando nel salotto della Bordin. Quello era il posto dove avrebbe dovuto vivere!

Dal globo della lampada, avvolto nella carta rosa, si diffondeva una luce tranquilla. Lei era seduta vicino al fuoco; e dall’orlo della gonna le spuntava un piede. Dopo le prime parole, la conversazione languì.

E tuttavia lei lo guardava, le palpebre socchiuse, con languida ostentazione.

Bouvard non si trattenne più! Inginocchiato sul parquet, farfugliò: «Io ti amo! Sposiamoci!».

La Bordin sospirò profondamente; poi, con aria ingenua, disse che certo scherzava, aveva intenzione di prenderla in giro, non era una cosa ragionevole.

Quella dichiarazione la stordiva.

Bouvard obiettò che non dovevano rendere conto di quello che facevano a nessuno. «Chi glielo impedisce? Forse il corredo? La cifra sulla biancheria è uguale, una B! Uniremo le nostre iniziali».

L’osservazione le piacque. Ma una faccenda più importante le impediva di prendere una decisione prima della fine del mese. Bouvard gemette.

Fu così gentile da riaccompagnarlo, scortata da Marianne, che reggeva una grossa lanterna.

I due amici avevano tenute nascoste le loro passioni.

Pécuchet pensava che avrebbe sempre celato la sua tresca con la domestica. Se poi Bouvard si fosse opposto, l’avrebbe portata in qualche altro luogo, magari in Algeria, dove la vita non è cara! Ma era difficile che si soffermasse su simili pensieri, pieno del suo amore, indifferente alle conseguenze.

Bouvard aveva in animo di trasformare il museo in camera matrimoniale, a meno che Pécuchet non la pensasse diversamente, in quel caso sarebbe andato ad abitare presso la sposa.

Un pomeriggio della settimana dopo, si trovava nel giardino di lei; cominciavano a schiudersi le gemme; e tra le nuvole si aprivano grandi spazi azzurri, lei si chinò per cogliere delle viole, e nel porgerle disse:

«Si complimenti con la signora Bouvard!».

«Dunque è vero!».

«Certo che è vero».

Volle stringerla tra le braccia, ma lei lo respinse.

«Che uomo!», poi, fattasi seria, lo avvertì che tra breve gli avrebbe chiesto un favore.

«Accordato!».

La firma del contratto fu fissata per il giovedì successivo.

Fino all’ultimo momento nessuno avrebbe dovuto saperne niente.

«Intesi!».

Ed egli uscì con gli occhi al cielo, leggero come un capriolo.

Il mattino di quello stesso giorno, Pécuchet aveva giurato a se stesso che se non avesse ottenuto i favori della domestica, sarebbe morto; e l’aveva accompagnata in cantina, nella speranza che le tenebre lo avrebbero aiutato ad essere audace.

Più di una volta lei aveva fatto l’atto di andarsene; ma lui la tratteneva per contare le bottiglie, scegliere le targhette, o guardare in fondo alle botti; questo durava da molto tempo.

La ragazza si trovava davanti a lui, nella luce che veniva da una fessura, ritta, le palpebre abbassate, l’angolo della bocca un po’ sollevato.

«Mi vuoi bene?», disse Pécuchet all’improvviso.

«Sì, le voglio bene».

«Allora provamelo!».

E mentre con il braccio sinistro la stringeva, con l’altra mano iniziò a slacciarle il corpetto.

«Mi farà male?».

«No! Angioletto mio! Non aver paura!».

«Se il signor Bouvard…».

«Non gli dirò nulla! Stai tranquilla!».

C’erano delle fascine ammucchiate dietro lei. Vi si lasciò cadere, i seni fuori dalla camicetta, la testa rovesciata; poi nascose il viso sotto un braccio, e un altro avrebbe compreso che non mancava d’esperienza.

Dopo poco arrivò Bouvard per pranzare.

Il pasto si svolse in silenzio, poiché ciascuno dei due aveva paura di tradirsi. Impassibile, Mélie li serviva come al solito. Pécuchet distoglieva gli occhi, per evitare quelli di lei, mentre Bouvard, osservando i muri, pensava alle migliorie da apportare.

Otto giorni dopo, giovedì, rientrò a casa furibondo.

«Maledetta sgualdrina!».

«Ma chi?».

«La Bordin».

E confessò di essere stato tanto stupido da chiederla in moglie. Ma da un quarto d’ora, tutto era finito, in casa Marescot.

Aveva preteso di ricevere in dote le Écalles, di cui lui non poteva disporre, poiché, come la fattoria, erano state acquistate in parte con i soldi di un altro.

«È così!», disse Pécuchet.

«E pensare che ero caduto nel tranello di prometterle qualsiasi favore volesse! Ecco di cosa si trattava! Mi sono impuntato, se mi amava avrebbe ceduto!». La vedova, al contrario, si era lasciata andare agli insulti, schernendolo nel fisico, per via della sua pancia. «La pancia! Dimmi tu».

Nel frattempo, Pécuchet era uscito più di una volta, camminando a passi larghi.

«Soffri per qualcosa?».

«Oh! Soffro sì!».

Chiusero la porta, e Pécuchet, dopo molte esitazioni, confessò che aveva appena scoperto di avere una di quelle malattie di cui non si può parlare.

«Tu?».

«Proprio io!».

«Ah! Ragazzo mio! E di chi è questo bel regalo?».

Diventò ancora più rosso, e a voce bassissima:

«Può essere stata solo Mélie!».

Bouvard rimase allibito.

Prima di tutto bisognava licenziare la ragazza.

Lei negò con aria ingenua.

Pur essendo la malattia di Pécuchet grave, egli si vergognava di un fatto così turpe, e non osava andare dal medico.

Bouvard pensò di ricorrere a Barberou.

Gli descrissero i dettagli del male, affinché li esponesse a un dottore che poi l’avrebbe curato per corrispondenza. Barberou, convinto che si trattasse di Bouvard, ci mise tutto il suo zelo, e definendolo vecchio libertino, si congratulò con lui.

«Alla mia età!», diceva Pécuchet, «è abbastanza triste! Ma perché si è comportata così?».

«Le piacevi».

«Avrebbe dovuto avvisarmi».

«Come se la passione ragionasse!». E Bouvard si lamentava della Bordin.

Spesso l’aveva sorpresa davanti alle Écalles, in compagnia di Marescot, mentre complottava con Germaine; tante manovre per un po’ di terra!

«È avara, ecco tutto!».

Rimuginavano così il loro malcontento, nel salottino, accanto al fuoco, Pécuchet inghiottendo le sue pillole, Bouvard fumando la pipa, e discettavano sulle donne.

Che curioso bisogno, se poi è un bisogno. Esse spingono al crimine, all’eroismo, alla rovina! L’inferno sotto una gonna, il paradiso in un bacio, il canto di una tortorella, le sinuosità del serpente, gli artigli di un gatto; elencarono tutti i luoghi comuni a cui hanno contribuito.

Quel desiderio aveva messo in crisi la loro amicizia. Vennero presi dal rimorso. Basta con le donne, d’accordo? Viviamo senza di loro! E si abbracciarono commossi.

Bisognava reagire! E Bouvard, dopo la guarigione di Pécuchet, ritenne che l’idroterapia avrebbe fatto loro bene.

Germaine, che dopo la partenza dell’altra era tornata, trasportava tutte le mattine la vasca nel corridoio.

I due, nudi come selvaggi, si lanciavano grandi secchi d’acqua; poi correvano a raggiungere le loro camere. Qualcuno li vide dal cancello, e ne rimase scandalizzato.

VIII

Soddisfatti di quelle norme igieniche, decisero di migliorare il fisico con la ginnastica.

Si procurarono il manuale di Amoros, e ne sfogliarono le tavole.

Tutti quei ragazzi giovani, accovacciati, capovolti, in piedi, che piegavano le gambe, con le braccia in fuori, a pugni chiusi, sollevando pesi, cavalcando travi, arrampicandosi su scale, facendo capriole sui trapezi, tutto quello spiegamento di forza e agilità, eccitò il loro desiderio.

Tuttavia, la meravigliosa palestra descritta nella prefazione li aveva rattristati. Perché non avrebbero mai potuto procurarsi uno spazio per gli attrezzi, un ippodromo per le corse, una piscina per il nuoto, né una

“montagna d’ardimento”, sorta di collina artificiale, alta trentadue metri.

Un cavallo da volteggio in legno, con l’imbottitura, sarebbe costato troppo e vi rinunciarono; il tiglio abbattuto in giardino servì loro da asse orizzontale; e quando furono in grado di percorrerlo da un capo all’altro, per avere una pertica, rimisero in piedi una trave delle controspalliere. Pécuchet salì fino in alto. Bouvard scivolava, cadeva ogni volta, e alla fine vi rinunciò.

Preferì i “bastoni ortosomatici”, cioè due manici di scopa attaccati a due corde, la prima delle quali passa sotto le ascelle, la seconda sui polsi, e per ore stava in quell’aggeggio, il mento alzato, il petto in avanti, i gomiti aderenti al corpo.

In mancanza di pesi, il carradore tornì quattro pezzi di frassino che avevano la forma di pani di zucchero, e che terminavano a collo di bottiglia.

Queste clave vanno spinte a destra, a sinistra, davanti, dietro; ma erano troppo pesanti, sfuggivano dalle dita, con il rischio di rompersi una gamba.

Incuranti, si accanirono alle “clave persiane”, e pur temendo che si spezzassero, tutte le sere le sfregavano con un pezzo di straccio e della cera.

Andarono poi alla ricerca di fossati. Quando ne trovavano uno che faceva al caso loro, vi puntavano in mezzo una lunga pertica, e dandosi la spinta col piede sinistro, raggiungevano l’altra sponda, poi ricominciavano. Da lontano li vedevano, nella campagna piatta; e i paesani si chiedevano cosa fossero quelle due strane cose che saltavano all’orizzonte.

Quando arrivò l’autunno, si diedero alla ginnastica da camera, che li annoiò. Almeno avessero avuto l’agitatorio, o poltrona da carrozza, ideato sotto Luigi XIV dall’abate di Saint-Pierre! Ma com’era fatto? Dove trovare informazioni? Dumouchel non si degnò neppure di rispondere!

Allora istallarono nello stanzino del forno un’altalena a braccia. Fecero passare una corda su due pulegge avvitate al soffitto, ai due capi venne fissata una sbarra. Appena l’avevano impugnata, uno si dava la spinta coi piedi, l’altro abbassava le braccia fino a terra; il primo, con il suo peso, attirava il secondo, il quale, lasciando andare un po’ la cordicella, saliva a sua volta; in meno di cinque minuti grondavano sudore da ogni membro.

Seguendo le prescrizioni del manuale, si sforzarono di diventare ambidestri, arrivando a non usare, temporaneamente, la mano destra. Fecero di più: Amoros suggerisce le sequenze di versi che bisogna cantare durante gli esercizi, e Bouvard e Pécuchet, quando camminavano, ripetevano l’inno n. 9,

« Un re, un re giusto è il sale della terra». E picchiandosi il petto: « Amici, la corona e la gloria» ecc. Quando invece andavano di corsa: A noi la preda timida!

Raggiungeremo il cervo rapido!

Sì! Noi vinceremo!

Corriamo! Corriamo! Corriamo!

E ansimando peggio dei cani, si esaltavano al suono delle loro voci.

C’era un aspetto della ginnastica che li esaltava: il suo impiego come mezzo di salvataggio.

Ma avrebbero avuto bisogno di bambini, per imparare a portarli dentro i sacchi; pregarono così il maestro di procurarne qualcuno. Petit obiettò che le famiglie si sarebbero arrabbiate. Ripiegarono allora sul soccorso ai feriti. Uno fingeva di essere svenuto; e l’altro lo trasportava su una carriola, con ogni precauzione.

Per quanto riguarda le scalate militari, l’autore suggerisce la scala di Bois-Rosé, così chiamata dal capitano che, salendo per la scogliera, un tempo sorprese Fécamp.

Seguendo l’illustrazione del libro, misero dei bastoncini su una gomena, e l’attaccarono sotto il capannone.

Inforcato il primo bastone, e afferrato il terzo, si gettano le gambe in fuori, così che il secondo che prima era contro il petto, si trovi ora sotto le cosce. Ci si raddrizza, s’impugna il quarto e si continua. Malgrado prodigiosi colpi d’anca, fu loro impossibile raggiungere il secondo scalino.

Forse è meno doloroso aggrapparsi alle pietre con le mani, come fecero i soldati di Bonaparte quando attaccarono Fort Chambray? E Amoros, per rendervi capaci di una simile impresa, possiede una torre apposita nel suo stabilimento.

Il muro in rovina poteva ben rimpiazzarla. Ne tentarono l’assalto.

Ma Bouvard, avendo ritirato troppo alla svelta il piede da un buco, si spaventò e fu preso dalle vertigini.

Pécuchet mise sotto accusa il loro metodo: avevano trascurato il fattore falangi, dovevano ricominciare dalle cose fondamentali.

Le sue esortazioni furono inutili, e per pura presunzione si dedicò ai trampoli.

Sembrava essere nato per quello; passò subito al modello più grande, con le staffe a quattro piedi dal suolo; e standosene tranquillo lassù, misurava a grandi passi il giardino, come una gigantesca cicogna a passeggio.

Bouvard, dalla finestra, lo vide vacillare, poi abbattersi tutto quanto sui fagioli, i cui rami, spezzandosi, attutirono la caduta. Lo raccolsero pieno di terriccio, il naso sanguinante, pallidissimo, convinto di essersi procurato una storta.

La ginnastica non era proprio adatta a uomini della loro età; l’abbandonarono, anzi non osavano più muoversi per paura di altri incidenti, e rimanevano tutto il giorno seduti nel museo, fantasticando su altre occupazioni.

Il cambiamento d’abitudini influì sulla salute di Bouvard. Si appesantì molto, sbuffava come un capodoglio dopo ogni pasto, poi decise di dimagrire, mangiò meno, e s’indebolì.

Anche Pécuchet si sentiva «minato», avvertiva prurito alla pelle, e aveva delle macchie sul petto. «Non va bene», dicevano, «non va bene».

Bouvard pensò di andare alla locanda per scegliersi qualche bottiglia di vino spagnolo, e oliare così un po’ la macchina.

Mentre ne usciva, l’apprendista di Marescot e tre uomini stavano portando a Beljambe una grande tavola in noce; «Il signore» lo ringraziava molto. Si era comportata benissimo.

Fu così che Bouvard apprese l’ultima moda dei tavoli che si muovono. Ne scherzò un po’ con l’apprendista.

Eppure in tutta Europa, in America, in Australia e nelle Indie, c’erano milioni d’individui che passavano la loro vita a far muovere i tavolini; e si era scoperto anche il modo di rendere profeti i merli, di dare concerti senza strumenti, di corrispondere per mezzo delle lumache. La serietà con cui la stampa offriva queste sciocchezze al pubblico, accresceva in questo la credulità.

Gli Spiriti-percotitori erano sbarcati al castello di Faverges, e da lì si erano diffusi in paese, dove il notaio in particolare li interrogava.

Irritato dallo scetticismo di Bouvard, invitò i due amici a una serata con i tavoli ballerini.

Si trattava forse di una trappola? Ci sarebbe stata la signora Bordin. Vi andò solo Pécuchet.

Ad assistere c’erano il sindaco, il maestro, il capitano, altri borghesi con le mogli, la signora Vaucorbeil, in effetti c’era anche la Bordin, e inoltre la signorina Laverrière, una vecchia governante della signora Marescot, un tipo un po’ guercio, con i capelli grigi che le cadevano a spirale sulle spalle, alla moda del 1830. Sprofondato in una poltrona, c’era un cugino di Parigi, che indossava un abito blu e aveva l’aria impertinente.

Le due lampade di bronzo, la mensola con gli oggetti rari, le romanze illustrate sul piano, i minuscoli acquarelli dentro le cornici eccessive, colpivano sempre l’immaginazione di Chavignolles. Ma quella sera tutti gli occhi erano puntati sul tavolo di mogano. Tra poco sarebbe stato messo alla prova, era importante come tutto quello che contiene un mistero.

Dodici invitati presero posto attorno al tavolo, aprirono le mani congiungendosi per i mignoli. Si udiva solo il battere del pendolo. Sui volti c’era un’estrema concentrazione.

In capo a dieci minuti, molti si lamentarono per il formicolio alle braccia.

Pécuchet si sentiva a disagio.

«Lei spinge!», disse il capitano a Foureau.

«Per niente!».

«Eppure!».

«Ma, signore!».

Il notaio riportò la calma.

A forza di tendere l’orecchio, credettero di udire il legno scricchiolare.

Illusione! Nulla si muoveva.

E pensare che il giorno prima, quando le famiglie Aubert e Lormeau erano venute da Lisieux, e si era preso in prestito il tavolo di Beljambe, era andato tutto così bene! Ma quello di oggi era così testardo! Perché poi?

Certamente il tappeto lo contrariava; e così passarono nella sala da pranzo.

Scelsero un largo tavolino, a cui si accomodarono Pécuchet, Girbal, la signora Marescot e il cugino Alfred.

Il tavolino, che aveva le rotelle, scivolò verso destra; gli operatori, senza staccare le dita, assecondarono il movimento, e quello, da solo, fece ancora due giri. Ci fu un grande stupore.

Fu Alfred a parlare, a voce alta:

«Spirito, come trovi mia cugina?».

Il tavolino, oscillando lentamente, batté nove colpi. Secondo un codice, che traduceva i colpi in lettere, ciò significava: «bella». Partirono dei «bravo».

Poi Marescot, che voleva stuzzicare la Bordin, ingiunse allo spirito di dire l’età esatta della donna.

Il piede del tavolino batté cinque volte.

«Come? cinque anni!», esclamò Girbal.

«Le decine non si contano», spiegò Foureau.

La vedova sorrise, pur sentendosi offesa.

Non ci furono risposte plausibili alle altre domande, per via della complicatezza dell’alfabeto. Era meglio la Tavoletta, un mezzo più veloce, di cui la signorina Laverrière si era servita per annotare su un album i suoi colloqui diretti con Luigi XII, Clemenza Isaurica, Franklin, Jean Jacques Rousseau ecc. Questi aggeggi erano in vendita in via d’Aumale; il signor Alfred promise di procurarne uno, poi, rivolgendosi alla governante:

«Facciamo una pausa, con un po’ di piano, una mazurca, d’accordo?».

Risuonarono un paio di accordi. Afferrò la cugina per la vita e scomparve con lei, poi tornò. La gonna vorticava, sfiorando le porte, e alzava folate d’aria fresca. Lei rovesciava la testa, lui inarcava il braccio. La grazia di una e la vivacità dell’altro riscuotevano ammirazione; Pécuchet si ritirò prima dei pasticcini, incantato dalla serata.

Aveva un bel ripetere: «L’ho visto con i miei occhi!», Bouvard negava i fatti, e tuttavia acconsentì a fare un esperimento lui stesso.

Per quindici giorni trascorsero i loro pomeriggi stando uno in faccia all’altro, con le mani sulla tavola, poi su un cappello, su un cesto, su dei piatti.

Non un oggetto si mosse.

Ma il fenomeno dei tavoli che si muovono non è per questo meno certo.

L’opinione corrente l’attribuisce agli Spiriti, Faraday a un’estensione dell’azione dei nervi, Chevreul a impulsi incoscienti, o forse, come ammette Ségouin, da un gruppo di persone unite si sprigiona un impulso, una corrente magnetica?

Quest’ipotesi fece sognare Pécuchet. Prese dalla biblioteca la Guida dell’Ipnotizzatore di Montacabère, la lesse e rilesse attentamente, e iniziò Bouvard alla teoria.

Ogni corpo animato riceve e trasmette l’influsso degli astri, una caratteristica simile a quella della calamita. Sfruttando questa forza si possono guarire i malati, questo è il principio. Dopo Mesmer la scienza ha progredito; ma la cosa fondamentale rimane la trasmissione del fluido, e, preventivamente, quanto serve ad addormentare.

«Ebbene, addormentami!», disse Bouvard.

«Impossibile», replicò Pécuchet, «per subire il flusso magnetico e per trasmetterlo, è necessario crederci». Poi, scrutando Bouvard:

«Ah! Che peccato!».

«Come?».

«Se solo tu volessi, con un po’ di pratica, saresti il primo degli ipnotizzatori!».

In effetti non gli mancava nulla: l’aspetto simpatico, una costituzione robusta, e un carattere solido.

Questa nuova qualità che gli veniva scoperta, lusingò Bouvard. Si tuffò di nascosto in Montacabère.

Poiché Germaine sentiva dei ronzii nelle orecchie, che l’assordavano, una sera lasciò cadere con noncuranza: «E se provassimo con il magnetismo?». La donna non si oppose. Si sedette davanti a lei, le prese i pollici tra le mani, e la guardò fisso, come se non avesse fatto altro in vita sua.

La brava donna, con lo scaldino sotto i piedi, cominciò a piegare il collo; gli occhi si chiusero, e adagio adagio si mise a russare. Rimasero a contemplarla per un’ora, quindi Pécuchet disse a bassa voce: «Cosa sente?».

Si svegliò.

Più tardi, certo, sarebbe arrivata anche la lucidità.

Il successo li rese arditi; e ripresero con disinvoltura l’esercizio della medicina, curando Chamberlan, lo scaccino, dai suoi dolori intercostali, Migraine, il muratore, dalla nevrosi allo stomaco, mamma Varin, che per nutrire l’encefaloide sotto la clavicola aveva bisogno di impacchi di carne, papà Lemoine, un gottoso che si trascinava per le osterie, un tisico, un emiplegico, e molti altri. Trattarono anche riniti e geloni.

Dopo aver analizzato la malattia, si scambiavano uno sguardo per decidere il tipo d’intervento, se i flussi dovevano essere grandi o piccoli, ascendenti o discendenti, longitudinali, trasversali, a due, tre o anche cinque dita. Quando uno era stanco, l’altro lo rimpiazzava. Poi, tornati a casa, prendevano nota dei casi, su un diario medico.

I loro modi discreti conquistarono tutti.

Il preferito fu Bouvard; e la sua reputazione arrivò fino a Falaise, dopo che ebbe guarito «la Barbée», la figlia di papà Barbey, un ex capitano di lungo corso.

Essa sentiva come un chiodo nell’occipite, parlava a voce rauca, spesso rimaneva molti giorni senza mangiare, poi inghiottiva gesso o carbone. Le sue crisi di nervi iniziavano con singhiozzi, e terminavano in un fiotto di lacrime; avevano tentato di tutto, dalle tisane ai vescicanti, così che per disperazione accettò anche l’offerta di Bouvard.

Dopo aver congedato la serva, e chiusi i chiavistelli, si mise a frizionarle l’addome, facendo pressione nella zona delle ovaie, e l’immediato benessere diede luogo a sospiri e sbadigli. Le passò un dito tra le sopracciglia, alla radice del naso, e di colpo la ragazza diventò insensibile. Se le alzava le braccia, esse ricadevano; il capo rimaneva dove lo metteva Bouvard, e dalle palpebre socchiuse, scosse da piccoli spasmi, si scorgevano le pupille, che ruotavano lentamente; quindi si bloccarono negli angoli, come dopo una convulsione.

Bouvard le chiese se soffriva; rispose di no; cosa provava in questo momento? Percepiva tutte le parti interne del suo corpo.

«Cosa vede?».

«Un verme!»

«Cosa si deve fare per ucciderlo?».

Contrasse la fronte: «Cerco, ma non posso, non posso».

Alla seconda seduta, fu lei a prescriversi un infuso di ortiche, alla terza dell’erba di gatto. Le crisi si attenuarono, e poi scomparvero. Era proprio un miracolo.

Con gli altri la digitazione nasale non riuscì, e per indurre l’ipnosi progettarono di costruire una botte mesmeriana. Pécuchet aveva già raccolto della limatura e pulito una ventina di bottiglie, quando fu preso da uno scrupolo. Tra i malati ci sarebbero state persone del gentil sesso. «E cosa faremo se vengono prese da accessi incontrollati d’erotismo?».

Questo non avrebbe certo fermato Bouvard; ma era meglio lasciar perdere, pensando ai pettegolezzi e magari anche ai ricatti. Si accontentarono di un’armonica, che portavano con sé nelle case, per la gioia dei bambini.

Un giorno che Migraine stava peggio, la utilizzarono. Quei suoni cristallini lo esasperarono; ma il Deleuze intima di non spaventarsi dei lamenti, e la musica continuò. «Basta! Basta!», gridava quello. «Un po’ di pazienza», ripeteva Bouvard. Pécuchet strimpellava più forte sui tasti di vetro, e lo strumento vibrava, e il poveretto urlava, quando apparve il medico, attirato da tutto quel fracasso.

«Come! Ancora voi!», esclamò, furioso di trovarli sempre dai suoi pazienti. Gli spiegarono il metodo magnetico. Si mise a tuonare contro il magnetismo, un mucchio di ciarlatanerie, i cui effetti vengono solo dall’immaginazione.

Eppure si magnetizzano gli animali. Montacabère lo sostiene, e Lafontaine è arrivato a magnetizzare un leone. Ma un leone non l’avevano. Il caso mise sulla loro strada un altro animale.

Il giorno seguente, alle sei, un contadinello andò da loro a dire che li volevano alla fattoria, per una mucca in fin di vita.

Si precipitarono.

I meli erano in fiore, e l’erba nella corte fumava ai primi raggi del sole.

Sul bordo della pozza, mezzo coperta da un panno, una mucca muggiva, tremando per i secchi d’acqua che le gettavano addosso; era incredibilmente gonfia, tanto da assomigliare a un ippopotamo.

Era chiaro che, pascolando nei campi di trifoglio, aveva mangiato un’erba velenosa. I coniugi Gouy erano disperati, perché il veterinario non poteva venire, e un contadino che conosceva le formule contro il gonfiore non voleva scomodarsi, ma certo i due padroni, con quella biblioteca ormai celebre, qualche segreto dovevano pur conoscerlo.

Si rimboccarono le maniche, uno si mise davanti alle corna, l’altro al deretano, e gesticolando in modo frenetico, allargarono le dita, così da riversare sull’animale ruscelli di fluido, mentre il fattore, la moglie, il garzone e alcuni vicini li osservavano quasi spaventati.

I gorgoglii che udivano nel ventre della mucca, ne provocarono di simili in fondo alle loro viscere. La mucca lasciò andare dell’aria. Allora Pécuchet disse:

«Questa è una porta che si apre alla speranza! Che si stia sturando?».

In effetti si sturò; la speranza zampillò sotto forma di un mucchio di materia gialla, che scoppiò con la forza di una cannonata. I loro cuori si schiusero, la mucca si sgonfiò. Un’ora dopo era tutto finito.

Quello dunque era l’effetto dell’immaginazione! Dunque il fluido contiene una virtù particolare. Essa si lascia rinchiudere in certi oggetti, dove è possibile andare a prenderla senza che si indebolisca. Un tale mezzo risparmia gli spostamenti. Lo adottarono; e inviarono ai loro clienti gettoni magnetizzati, fazzoletti magnetizzati, acqua magnetizzata, pane magnetizzato.

Poi, proseguendo gli studi, abbandonarono le imposizioni per il sistema di Puységur, che sostituisce il magnetizzatore con un vecchio albero, sul cui tronco c’è una corda arrotolata.

Nella cascina c’era un pero che sembrava fatto apposta. Lo prepararono abbracciandolo stretto, più volte. Sotto vi misero una panca, su cui si sedevano i clienti; e i risultati furono eccellenti al punto che per umiliare Vaucorbeil lo invitarono a una riunione insieme ai notabili del paese.

Vennero tutti.

Germaine li ricevette nel salottino, pregandoli di «voler scusare» i padroni del loro ritardo.

Di quando in quando si udiva il campanello. Erano i malati che venivano fatti accomodare. Gli invitati si toccavano col gomito indicando le finestre sporche, le macchie sull’intonaco, la vernice che si screpolava; per non parlare dell’abbandono in cui versava il giardino! Rami secchi dovunque! Due assi in una breccia nel muro sbarravano il frutteto.

Arrivò Pécuchet. «Ai vostri ordini, signori!», e in fondo, sotto il pero d’Édouïn, videro diverse persone sedute.

Chamberlan, sbarbato come un prete, in una tonaca di lasting, col berretto di cuoio, tremava in preda alle fitte dei suoi dolori intercostali; accanto a lui c’era Migraine, che soffriva sempre di stomaco, e faceva smorfie. Mamma Varin si era avvolta in più giri dello scialle, per nascondere il tumore. Papà Lemoine, a piedi nudi nelle ciabatte, teneva le stampelle sotto le gambe, e la Barbée, con il suo abito della festa, era straordinariamente pallida.

Dall’altra parte dell’albero, c’erano altri individui: una donna con il viso d’albina si spremeva pus dalle ghiandole del collo. Il volto di una ragazzina spariva a metà sotto le lenti azzurre. Un vecchio, a cui una contrattura deformava la schiena, urtava con i suoi movimenti involontari Marcel, una specie d’idiota, che aveva addosso un camiciotto a brandelli e pantaloni rattoppati. Il labbro leporino, mal ricucito, lasciava scoperti gli incisivi, e delle garze gli avvolgevano la guancia, gonfia per un enorme ascesso.

Tutti tenevano in mano una cordicella che scendeva dall’albero; gli uccelli cantavano, nell’aria c’era odore di prato che si scalda. Il sole filtrava dai rami.

Si camminava sul muschio.

Ma i pazienti, invece di dormire, tenevano gli occhi spalancati.

«Per il momento niente di strano», disse Foureau. «Cominciate pure, io mi allontano un istante». E quando tornò fumava una Abd-el-Kader, l’ultima che restava della porta delle pipe.

Allora Pécuchet ricorse a un mezzo eccezionale di magnetizzazione. Si mise in bocca i nasi dei malati, aspirando il loro fiato, per concentrare in sé l’elettricità, intanto Bouvard stringeva l’albero, per aumentare il fluido.

Il muratore interruppe i suoi singulti, lo scaccino si calmò, l’uomo con la contrattura non si mosse più. Ora ci si poteva avvicinare, esercitare su di loro ogni tipo di esperimento.

Il medico con il suo bisturi diede un colpetto sotto l’orecchio di Chamberlan, che trasalì un po’. Negli altri la sensibilità risultò più evidente. Il gottoso lanciò un grido. Quanto alla Barbée, sorrideva come in sogno, e un filo di sangue le scorreva sotto la mandibola. Foureau volle provare lui stesso, e tentò di prendere il bisturi, ma avendo il medico rifiutato di darglielo, allungò un gran pizzicotto alla malata. Il capitano le fece il solletico sul naso con una piuma, il maestro voleva metterle uno spillo sotto la pelle.

«Lasci perdere», disse Vaucorbeil, «non c’è niente di straordinario, dopo tutto! È un’isterica! Anche il diavolo ci perderebbe le corna!».

«Quella», disse Pécuchet indicando Vittoria, la scrofolosa, «sarà il medico! Essa riconosce le malattie e suggerisce i rimedi».

Langlois non stava più nella pelle di consultarla per il suo catarro; ma non osò; Coulon, invece, più audace, chiese qualcosa per i suoi reumatismi.

Pécuchet gli mise la mano destra nella sinistra di Vittoria, e la donna in trance, gli occhi chiusi, le guance leggermente arrossate, le labbra scosse da fremiti, dopo aver divagato, ordinò del “Valum Becum”.

Era stata a servizio da un farmacista. Vaucorbeil ne dedusse che voleva dire “album graecum”, parole che doveva aver intravisto nella farmacia.

Poi si avvicinò a papà Lemoine, che secondo Bouvard vedeva attraverso i corpi opachi.

Era un vecchio maestro di scuola che si era lasciato andare. I capelli bianchi gli scendevano sul volto; era appoggiato all’albero, le palme delle mani aperte, dormiva, con il sole in faccia, maestoso.

Il medico gli passò attorno agli occhi due giri di cravatta; e Bouvard, dopo avergli messo davanti un giornale, gli disse con tono di comando:

«Leggi».

Abbassò la fronte, mosse i muscoli della faccia, poi rovesciò la testa, e sillabò: «Consti-tutionnel».

Ma forse con un po’ di astuzia le bende erano state scostate!

L’ostinazione del medico mandò su tutte le furie Pécuchet. Si spinse fino a pretendere che la Barbée fosse in grado di descrivere ciò che accadeva in quel momento nella casa del medico.

«Bene», replicò il dottore; e dopo aver estratto l’orologio: «Cosa sta facendo mia moglie?».

Ci fu un lungo silenzio, poi la Barbée, quasi controvoglia: «Be’? Cosa?

Ah! Ci sono. Cuce dei nastri su un cappello di paglia».

Vaucorbeil strappò un foglio dalla sua agenda, e scrisse un biglietto che l’aiuto di Marescot si affrettò a recapitare.

La seduta era terminata. I malati se ne andarono.

A dire il vero, Bouvard e Pécuchet non avevano avuto un gran successo.

Dipendeva forse dalla temperatura, dall’odore di tabacco, o dall’ombrello dell’abate Jeufroy, che aveva una guarnizione di rame, metallo ostile all’emissione del fluido?

Vaucorbeil alzò le spalle.

Tuttavia non poteva mettere in dubbio la buona fede di Deleuze, Bertrand, Morin, Jules Cloquet. Ora, questi maestri sostengono che individui sotto ipnosi hanno predetto avvenimenti e subìto, senza provar dolore, gravi operazioni.

L’abate raccontò storie ancora più incredibili. Un missionario ha visto dei bramini camminare su una volta a testa in basso, e il Gran Lama del Tibet si apre gli intestini per vaticinare.

«Sta scherzando?», disse il medico.

«Per niente».

«Ma su, dunque! Che sciocchezza!».

La discussione si allargò, e ciascuno aveva aneddoti da raccontare.

«Io», disse lo speziale, «avevo un cane che si ammalava tutti i mesi che incominciavano di venerdì».

«Noi eravamo in quattordici fratelli», proseguì il giudice di pace. «Sono nato il 14, mi sono sposato il 14, e il giorno del mio onomastico cade il 14!

Spiegatemi voi perché».

Più di una volta, Beljambe aveva sognato il numero esatto dei clienti che il giorno dopo si sarebbero fermati alla sua locanda. E Petit raccontò la cena di Cazotte.

Allora il curato fece questa considerazione: «Perché non vedere in tutto questo, semplicemente…».

«L’opera del demonio, non è vero?», disse Vaucorbeil.

Invece di rispondere, l’abate annuì con la testa.

Marescot parlò della Pizia di Delfi.

«Certamente dei miasmi…».

«Ah! Adesso i miasmi!».

«Io credo in un fluido», commentò Bouvard.

«Neuro-siderale», aggiunse Pécuchet.

«Ma dateci una prova! Fatelo vedere! Il vostro fluido! E poi i fluidi sono passati di moda, date retta a me».

Vaucorbeil si allontanò, per mettersi all’ombra. Gli altri lo seguirono. «Se dite a un bambino: Io sono il lupo e ti mangio, egli crede che siate il lupo e ha paura; non è che un’immaginazione prodotta dalle parole. Così, chi è ipnotizzato, si lascerà suggestionare come si vuole. Non inventa, ricorda, crede di pensare e ha solo delle sensazioni. Ci sono delitti che sono stati istigati in questo modo, e anche persone virtuose potrebbero diventare belve feroci, trasformandosi in antropofagi».

Tutti guardarono Bouvard e Pécuchet. Dunque la loro scienza presentava dei pericoli per la società.

Fece la sua comparsa in giardino l’aiuto di Marescot, agitando una lettera della signora Vaucorbeil.

Il dottore l’aprì, impallidì, e alla fine lesse queste parole:

«Sto cucendo dei nastri su un cappello di paglia!».

Solo lo stupore impedì di ridere.

«Una coincidenza, che diamine! Questo non prova niente». E poiché i due ipnotizzatori avevano un’aria di trionfo, quando fu sulla porta, si voltò per dire:

«Smettetela! Sono giochi pericolosi!».

Mentre camminava con lo scaccino, il curato gli dette una bella strigliata.

«Ma è impazzito? Senza il mio permesso! Sono cose proibite dalla Chiesa!».

Stavano per andarsene tutti; Bouvard e Pécuchet chiacchieravano sul poggio con il maestro, quando Marcel sbucò dal frutteto, con le bende sciolte, e farfugliava:

«Guarito! Guarito! Buoni signori!».

«Va bene! Basta! Lasciaci in pace!».

«Ah, che buoni signori! Vi amo! Servo vostro!».

Petit, che credeva nel progresso, trovava che le spiegazioni del medico fossero terra a terra, borghesi. La scienza, d’altra parte, è un monopolio in mano dei ricchi. Essa esclude il popolo. Alle vecchie analisi medioevali, è tempo che subentri una sintesi spontanea! La verità va raggiunta col cuore, e dichiarandosi spiritista, elencò parecchie opere, certo insufficienti, ma che stavano a indicare una nuova aurora.

Se le fecero inviare.

Il dogma dello spiritismo consiste nel credere all’inevitabile miglioramento della nostra specie. Un giorno la terra sarà un paradiso; e questo era il motivo del fascino che la dottrina esercitava sul maestro. Senza essere cattolica, si rifà a Sant’Agostino e a San Luigi. Allan-Kardek cita perfino dei loro frammenti che sono assimilabili alle opinioni contemporanee. È una dottrina pratica, benefica, che, come il telescopio, ci rivela l’esistenza di mondi superiori.

Le anime, dopo la morte, vengono trasportate nell’estasi. Ma a volte scendono sulla terra, e fanno scricchiolare i mobili, si uniscono ai nostri divertimenti, assaporano le bellezze della natura e i piaceri delle arti.

Tuttavia, molti di noi hanno una tromba anomala, cioè un lungo tubo dietro il cranio che sale dai capelli agli astri, e che ci permette di conversare con le anime di Saturno; le cose che non si possono toccare, non per questo sono meno reali, e dalla terra agli astri, dagli astri alla terra, è tutto un vai e vieni, una trasmissione, uno scambio continuo.

A Pécuchet il cuore si gonfiò di aspirazioni disordinate, e sul far della notte, Bouvard lo sorprendeva alla finestra mentre guardava gli spazi luminosi, popolati di anime.

Swedenborg vi aveva viaggiato molto. Infatti, in meno di un anno egli ha esplorato Venere, Marte, Saturno e ventitré volte Giove. Per non dire che a Londra ha visto Gesù Cristo, San Paolo, San Giovanni, Mosè, e nel 1736 ha assistito perfino al Giudizio universale.

Ci dà anche alcune descrizioni del cielo.

Vi si trovano fiori, palazzi, mercati e chiese, esattamente come da noi.

Gli angeli, che un tempo furono uomini, mettono per iscritto i loro pensieri su foglietti, chiacchierano di faccende domestiche, o di problemi spirituali; le funzioni ecclesiastiche, invece, vengono svolte da coloro che, nella vita terrena, hanno coltivato lo studio della Sacra Scrittura.

Quanto all’inferno, è pieno di un odore nauseabondo, e vi sono catapecchie, mucchi d’immondizia, persone mal vestite.

Pécuchet si scervellava nell’intento di capire cosa vi fosse di bello in quelle rivelazioni. A Bouvard sembrarono il delirio di uno stupido. Tutto ciò va oltre i limiti naturali! Ma in fondo, chi li conosce? E si abbandonarono a queste riflessioni.

Semplici giocolieri possono suggestionare una folla; un uomo in preda a passioni violente ne genera altre; ma come può la pura volontà agire sulla materia inerte? C’è un bavarese, dicono, che è capace di far maturare l’uva; Gervais ha fatto rivivere un eliotropio; a Tolosa, uno più potente ancora allontana le nuvole.

Dobbiamo forse ammettere una sostanza intermediaria tra noi e il mondo? L’od, qualcosa d’imponderabile, una specie d’elettricità, di questo si tratta? Le sue emissioni spiegano quel chiarore che gli ipnotizzati credono di vedere, i fuochi fatui nei cimiteri, la forma dei fantasmi.

Quelle immagini non sarebbero dunque un’illusione, e non si potrebbe trovare una causa fisica nelle doti fuori del comune degli invasati, simili a quelle degli ipnotizzati?

Qualunque sia l’origine, c’è un’essenza, un agente occulto e universale.

Se riuscissimo a controllarlo, potremmo fare a meno della forza e del tempo.

Ciò che richiede secoli, si svilupperebbe in un minuto; ogni miracolo risulterebbe possibile, e l’universo sarebbe ai nostri piedi.

La magia proveniva da questo eterno desiderio dell’animo umano. Certo hanno esagerato la sua importanza; ma non è una menzogna. Ci sono orientali, pratici di magia, che fanno prodigi; tutti i viaggiatori lo affermano; e al Palais Royal, Dupotet disturba con la semplice presenza del suo dito l’ago magnetico.

Come si fa a diventare maghi? L’idea all’inizio sembrò loro folle, ma non cessò di tormentarli, e alla fine cedettero, pur fingendo di riderne.

È necessaria una fase preparatoria.

Per entrare meglio nella parte, vivevano di notte, digiunavano, e volendo fare di Germaine un medium più sensibile, le razionarono il cibo. La donna si rifaceva bevendo, e bevve tanto vino che finì con l’alcolizzarsi del tutto. Le loro passeggiate nel corridoio la svegliavano. Confondeva il rumore dei passi con il ronzio che sentiva nelle orecchie, e con le voci immaginarie che le sembrava uscissero dai muri. Un giorno, che al mattino aveva portato un pesce in cantina, si spaventò, vedendolo tutto coperto di fuoco; stava sempre più male, e arrivò a credere che erano stati loro a gettarle il malocchio.

Nella speranza di procurarsi delle visioni, si compressero reciprocamente la nuca, prepararono dei sacchetti di belladonna, e infine adottarono la scatola magica; una piccola scatola, da cui sporge una palla da rammendo irta di chiodi, e che si porta sul cuore per mezzo di un nastro fissato al petto. Fu un fallimento. Ma potevano ancora tentare con il cerchio di Dupotet.

Con un pezzo di carbone, Pécuchet scarabocchiò per terra una circonferenza nera, «per rinchiudervi gli spiriti animali che quelli dell’ambiente avrebbero aiutato», e felice di dominare Bouvard, gli disse in tono pontificale:

«Ti sfido a superarlo!».

Bouvard osservò il cerchio. Il cuore gli batteva forte, la vista gli si offuscava. «Ah! Facciamola finita!». E spiccò un balzo dentro, come per liberarsi da un malessere inesprimibile.

Pécuchet, che si esaltava sempre di più, volle evocare un morto.

Al tempo del Direttorio, c’era un uomo in via dello Scacchiere, che mostrava le vittime del terrore. Vi sono innumerevoli esempi di fantasmi.

Un’illusione? Che importa! Si tratta di crearla.

Più legami abbiamo con il defunto, meglio risponde al nostro richiamo; ma Pécuchet non conservava alcuna reliquia della sua famiglia, né un anello, né un ritratto, neppure un capello, mentre Bouvard avrebbe potuto evocare suo padre, ma dal momento che si mostrava restio, Pécuchet gli domandò: «Di cosa hai paura?».

«Io? Proprio di niente! Fai quello che ti pare!».

Assoldarono Chamberlan, che di nascosto fornì loro un vecchio teschio.

Un sarto tagliò due palandrane nere col cappuccio, come gli abiti dei monaci.

Con la vettura di Falaise arrivò un lungo rotolo impacchettato. Poi si misero al lavoro, uno smaniando di realizzarlo, l’altro in preda alla paura di credervi.

Avevano addobbato il museo come un catafalco. Tre ceri ardevano ai bordi della tavola, che era stata spinta contro il muro, sotto il ritratto del padre di Bouvard, sovrastato dal teschio. Avevano ficcato una candela persino dentro il cranio, così che dalle orbite uscivano raggi di luce.

In mezzo, su uno scaldino, fumava dell’incenso. Bouvard si teneva in disparte, Pécuchet gli voltava le spalle e gettava manciate di zolfo nell’ingresso.

Prima di evocare un morto bisogna ottenere il consenso dei demoni. Era un venerdì, giorno consacrato a Béchet, e dunque ci si doveva occupare prima di tutto di Béchet. Dopo essersi inchinato a destra e a sinistra, Bouvard chinò il mento e, alzate le braccia, cominciò.

«Per Etaniele, Anazin, Ischiros», ma aveva dimenticato il seguito.

Pécuchet, prontamente, gli suggerì le parole che aveva annotate su un cartoncino.

«Ischiros, Athanatos, Adonai, Sadai, Eloi, Messiaso», la litania era lunga,

«ti scongiuro, t’invoco, ti ordino, o Béchet», poi a voce più bassa: «Dove sei Béchet? Béchet! Béchet!».

Bouvard si lasciò andare sulla poltrona; era ben contento di non vedere Béchet, l’istinto gli diceva che quel tentativo era sacrilego. E poi, dov’era l’anima di suo padre? Lo poteva sentire? E se all’improvviso fosse apparsa?

Le tende si muovevano adagio all’aria che entrava da una crepa della finestra; e i ceri facevano oscillare le ombre sul teschio e sul dipinto.

Nell’oscurità avevano un colore terreo. La muffa consumava le guance del ritratto, gli occhi non brillavano più. Ma una fiamma scintillava sopra, dai fori della testa vuota. E questa a volte sembrava sostituirsi all’altra, scendere sul colletto della finanziera, mettere i basettoni; e la tela, mezzo schiodata, oscillava, palpitava.

A poco a poco, si sentirono sfiorati come da un respiro, da una creatura invisibile che si avvicinava. La fronte di Pécuchet s’imperlò di sudore, ed ecco che Bouvard incominciò a battere i denti, un crampo gli chiudeva lo stomaco, sentiva il pavimento mancargli sotto i piedi, come fosse un’onda, lo zolfo che bruciava nel camino fece delle grandi volute, mentre svolazzavano i pipistrelli, e si udì un grido; chi era?

I loro volti sotto i cappucci erano talmente contratti che lo spavento raddoppiò, non osavano fare un solo gesto, né parlare, quando udirono da dietro la porta dei gemiti, come quelli di un’anima in pena.

Finalmente si fecero coraggio.

Era la vecchia domestica che, avendoli spiati da una fessura della tramezza, aveva creduto di vedere il Diavolo; e in ginocchio nel corridoio, continuava a fare segni di croce.

Fu inutile cercare di indurla a ragionare. Se ne andò la sera stessa, rifiutandosi di servire simili persone.

Germaine chiacchierò. Chamberlan perse il posto; e contro di loro si formò una tacita coalizione, formata dall’abate Jeufroy, dalla signora Bordin e da Foureau.

Non piaceva quel loro modo di vivere, così diverso da quello degli altri.

Diventarono sospetti; e arrivarono a ispirare un vago terrore.

Ma ciò che più di tutto rovinò la loro reputazione, fu la scelta del nuovo domestico. In mancanza d’altro, avevano preso Marcel.

Il labbro leporino, la bruttezza, il suo modo di biascicare le parole, tutto lo rendeva sgradevole. Abbandonato da bambino, era cresciuto vagabondando per i campi, e da quella lunga vita di stenti gli era rimasta una fame insaziabile. Gli andava bene tutto, carogne di animali malati, lardo andato a male, un cane schiacciato, purché ci fosse un bel boccone; era mite come un agnello, e completamente stupido.

Si era offerto come servitore in casa di Bouvard e Pécuchet per riconoscenza; inoltre, credendoli stregoni, contava su guadagni straordinari.

Fin dai primi giorni, confidò loro un segreto. Nella brughiera di Poligny, una volta, un uomo aveva trovato un lingotto d’oro. L’aneddoto è conosciuto dagli storici di Falaise; ciò che essi ignorano è il seguito: erano stati dodici fratelli, sul punto di partire per un viaggio, a nascondere dodici lingotti uguali, lungo la strada che va da Chavignolles a Bretteville; Marcel supplicò i padroni di iniziare le ricerche. Quei lingotti, si dissero, forse erano stati nascosti al tempo dell’emigrazione.

Era l’occasione giusta per usare la bacchetta divinatoria. C’è chi dubita delle sue virtù. Tuttavia studiarono il problema; e appresero che un certo Pierre Garnier la difende con ragionamenti scientifici: sorgenti e metalli emanerebbero corpuscoli affini a quelli del legno.

È improbabile. Ma chi può dire? Proviamo!

Ricavarono da un nocciolo una forcella, e un mattino partirono alla scoperta del tesoro.

«Dovremo restituirlo», disse Bouvard.

«Questa poi! Ah no!».

Dopo tre ore di cammino, furono colti da un dubbio: «La strada da Chavignolles a Bretteville! Ma quella vecchia o quella nuova? Era forse quella vecchia?».

Tornarono sui loro passi, e batterono i dintorni, a casaccio, dal momento che il percorso della strada vecchia non era facilmente riconoscibile.

Marcel correva a destra e a sinistra, come uno spagnolo durante una battuta di caccia; ogni cinque minuti, Bouvard era costretto a richiamarlo; Pécuchet avanzava lentamente, impugnando la forcella per i due rami, la punta in alto. Spesso gli sembrava che una forza, come un rampone, la attirasse verso terra; allora Marcel faceva rapidamente una tacca sugli alberi vicini, per ritrovare, più tardi, il luogo.

Ma Pécuchet rallentava. Spalancò la bocca, strabuzzò gli occhi. Bouvard lo chiamò, lo scosse per le spalle; non si mosse, rimase inerte, proprio come la Barbée.

Dopo raccontò che si era sentito lacerare qualcosa attorno al cuore, una sensazione curiosa, che certo dipendeva dalla forcella; e non volle più toccarla.

[continua]|

[VIII, 2]|

Il giorno seguente, tornarono davanti ai segni fatti sugli alberi. Marcel, con una vanga, scavava dei buchi; ma i tentativi non portavano a niente; e ogni volta si sentivano avviliti. Pécuchet si sedette sul ciglio di un fossato; e mentre pensava, con la testa rivolta in alto, sforzandosi di udire la voce degli spiriti con la sua tromba aromale, ma chiedendosi anche se poi esisteva davvero, lo sguardo gli cadde sulla visiera del berretto, e fu preso nuovamente dall’estasi del giorno prima. Durò a lungo, e si fece angosciosa.

Da un sentiero, svettando sopra l’avena, apparve un cappello di feltro; era Vaucorbeil che trottava sulla sua giumenta. Bouvard e Marcel lo chiamarono da lontano.

Quando il medico arrivò, la crisi stava terminando. Per meglio esaminare Pécuchet, gli tolse il berretto, e vedendo la fronte coperta di macchie color rame:

«Ah! Ah! Fructus belli!, si tratta di sifilide, caro mio! Si curi! Che diamine!

Con l’amore non si scherza».

Pécuchet, vergognandosi, si rimise il berretto, gonfio in corrispondenza della visiera a mezza luna, un modello che aveva visto nelle tavole di Amoros.

Le parole del dottore lo stupirono. Vi stava ancora pensando, lo sguardo perso, quando, all’improvviso, fu ripreso dalla crisi.

Vaucorbeil lo osservava, poi, con un buffetto, gli fece cadere il berretto.

Pécuchet riacquistò le sue facoltà.

«Ero sicuro», disse il medico, «la visiera verniciata la ipnotizza come uno specchio; un fenomeno non raro in chi fissa con troppa attenzione un corpo che brilla».

Dopo aver suggerito di fare un esperimento con i polli, salì sul suo ronzino, e lentamente scomparve.

A mezza lega di distanza, notarono un oggetto a forma di piramide, che, dalla corte di una fattoria, si ergeva all’orizzonte, lo si sarebbe detto un gigantesco grappolo d’uva nera, picchettato qua e là di punti rossi. Era un lungo palo fornito di assi trasversali, secondo l’uso normanno, dove si appollaiano i tacchini gonfiando il petto al sole.

«Entriamo», e Pécuchet avvicinò il fattore che acconsentì alla loro richiesta.

Tracciarono una riga con la biacca in mezzo al frantoio, legarono un tacchino per le zampe, poi lo stesero a pancia in giù, con il becco sulla riga. In breve l’animale chiuse gli occhi e sembrò morto. Anche gli altri si comportarono allo stesso modo. Bouvard li passava eccitato a Pécuchet, che li sistemava, a mano a mano che erano intorpiditi, da una parte. Tra la gente della fattoria corse un mormorio di preoccupazione. La padrona gridò, una ragazzina piangeva.

Bouvard sciolse i volatili. Un po’ alla volta si rianimavano; ma c’erano forse delle conseguenze? A una reazione scortese di Pécuchet, il fattore impugnò il forcone.

«Andate via, per Dio! O vi sbudello!».

Tagliarono la corda.

Comunque, il problema era risolto; l’estasi dipende da una causa fisica.

Cos’è dunque la materia? Cos’è lo spirito? Da dove viene quel loro influenzarsi reciprocamente?

Vollero approfondire, e fecero delle ricerche leggendo Voltaire, Bossuet, Fénelon, e si abbonarono di nuovo a un gabinetto di lettura.

La lunghezza delle opere, la difficoltà del loro linguaggio rendevano inaccessibili i maestri più antichi, ma Jouffroy e Damiron li iniziarono alla filosofia moderna; altri autori a quella del secolo scorso.

Bouvard si ispirava a La Mettrie, Locke, Helvétius; Pécuchet a Cousin, Thomas Reid e Gérando. Uno faceva dipendere tutto dall’esperienza, l’altro dall’ideale. Nel primo c’era Aristotele, nel secondo Platone, e discutevano.

«L’anima è immateriale», diceva uno.

«Affatto!», rispondeva l’altro; «la follia, il cloroformio, un salasso la sconvolgono, e dal momento che non sempre pensa, essa non è una sostanza pensante».

«Tuttavia», obiettò Pécuchet, «io porto dentro di me qualcosa di superiore al corpo, qualcosa che a volte gli si oppone».

«Un essere nell’essere? L ‘Homo duplex! Ma via! Tendenze opposte rivelano solo motivi opposti. Ecco tutto».

«Ma questo qualcosa, rimane identico pur nei mutamenti esteriori.

Dunque è semplice, indivisibile, quindi spirituale!».

«Se l’anima fosse semplice», replicò Bouvard, «ogni neonato sarebbe in grado di ricordare, immaginare come un adulto! Il pensiero, al contrario, si sviluppa con il cervello. Quanto all’indivisibilità, il profumo di una rosa, o l’appetito di un lupo, non si tagliano in due più di quanto non facciano un atto della volontà o un’affermazione».

«Cosa vuol dire!», disse Pécuchet; «l’anima non possiede le qualità della materia!».

«Ammetti la pesantezza?», continuò Bouvard. «Ora, se la materia può cadere, può anche pensare. Avendo avuto un inizio, la nostra anima avrà una fine, dipendendo dagli organi deve sparire con essi».

«Per me è immortale! Dio non può volere…».

«E chi ha detto che esiste Dio?».

«Ma come?». E Pécuchet recitò le tre prove cartesiane; «primo, l’esistenza di Dio è compresa nell’idea che abbiamo di lui; secondo, la sua esistenza è possibile; terzo, se sono un essere finito, come posso avere l’idea dell’infinito? Ma dal momento che noi quest’idea l’abbiamo, essa ci viene da Dio, dunque Dio esiste!».

Passò poi alla testimonianza della coscienza, alla tradizione dei popoli, alla necessità di un creatore. «Quando vedo un orologio…».

«Sì, sì, lo sappiamo! Ma dov’è il padre dell’orologiaio?».

«Comunque ci vuole una causa!».

Bouvard diffidava delle cause. «Un fenomeno succede a un altro fenomeno. Bisogna provare che ne deriva!».

«Ma lo spettacolo dell’universo rivela un’intenzione, un progetto!».

«Perché? Il male è organizzato almeno quanto il bene. L’anatomia del verme che spunta nella testa della pecora, e la fa morire, equivale all’anatomia della pecora stessa. Le mostruosità superano le funzioni normali. Il corpo umano poteva essere costruito meglio. I tre quarti del globo sono sterili. La luna, questo lampadario, non sempre si mostra! Pensi forse che l’Oceano sia destinato alle navi, o il legno degli alberi a riscaldare le nostre case?».

Pécuchet rispose:

«Eppure lo stomaco è fatto per digerire, la gamba per camminare, l’occhio per vedere, anche se ci sono le dispepsie, le fratture e le cataratte.

Non c’è adattamento senza un fine! Prima o poi sopraggiungono gli effetti.

Tutto è retto da leggi. Dunque ci sono cause finali».

Bouvard pensò che forse Spinoza gli avrebbe fornito qualche argomento, e così scrisse a Dumouchel di inviargli la traduzione di Saisset.

Dumouchel gli mandò un esemplare che apparteneva al professor Varlot, un amico esiliato il 2 dicembre.

Con tutti quegli assiomi e quei corollari, l’ Etica li atterriva. Lessero solo i passaggi sottolineati a matita, e questo fu quello che compresero: La sostanza è ciò che è in sé, per sé, incausato, senza origine. La sostanza è Dio.

Egli è estensione, e l’estensione non ha limiti. Da cosa sarebbe limitata?

Ma benché sia infinita, essa non è l’infinito; perché non contiene che un genere di perfezione, mentre l’Assoluto li contiene tutti.

Spesso si fermavano, per riflettere meglio. Pécuchet annusava tabacco e Bouvard era rosso per lo sforzo di concentrarsi.

«Ti diverte tutto ciò?».

«Sì! Certo, vai avanti!».

Dio si manifesta in un’infinità di attributi che, ciascuno a modo suo, esprime l’infinità del suo essere. Noi ne conosciamo solo due: l’estensione e il pensiero.

Dal pensiero e dall’estensione discendono innumerevoli modi, ciascuno dei quali ne contiene altri.

Chi fosse in grado di cogliere insieme l’estensione e il pensiero non vi scorgerebbe nessuna contingenza, nessun accidente! Una catena geometrica di termini, legati tra loro da leggi necessarie.

«Ah! Come sarebbe bello!», disse Pécuchet.

Dunque non esiste libertà, né nell’uomo, né in Dio.

«Capisci!», esclamò Bouvard.

Se Dio avesse una volontà, uno scopo, se agisse per un motivo, vorrebbe dire che ha un bisogno, che gli manca una perfezione. Non sarebbe più Dio.

Così il nostro mondo non è che un punto nell’insieme delle cose, e l’universo, impenetrabile per la nostra conoscenza, una semplice parte di un’infinità di universi che modificano in modo infinito il nostro. L’estensione avvolge il nostro universo, ma è avvolta da Dio, che nel suo pensiero contiene tutti gli universi possibili, e il suo pensiero stesso è avvolto nella sostanza.

Sembrava loro di essere su un pallone, di notte, con un freddo glaciale, trascinati in una corsa senza fine, verso un abisso senza fondo, e con attorno nient’altro che l’inafferrabile, l’immobile, l’eterno. Era troppo. Vi rinunciarono.

Desiderando qualcosa di meno violento, acquistarono il Corso di filosofia per le scuole, di Guesnier.

L’autore si chiede quale sia la strada migliore da seguire: l’ontologia o la psicologia?

La prima è adatta all’infanzia delle società, quando l’uomo era attratto dal mondo esterno. Ma ora, che ci si ripiega su se stessi, «crediamo che la seconda sia più scientifica», e Bouvard e Pécuchet si decisero per quella.

Scopo della psicologia è lo studio dei fatti che accadono «nell’io»; per scoprirli non c’è che l’osservazione.

«Osserviamo!». E per quindici giorni, in genere dopo la colazione, indagavano nella loro coscienza, come capitava, sperando di fare delle grandi scoperte, ma non ne fecero nessuna, e questo li colpì molto.

Nell’io c’è un fenomeno, l’idea. Qual è la sua natura? Si suppone che gli oggetti si specchino nel cervello; e il cervello invia queste immagini alla mente, che ce ne fornisce la conoscenza.

Ma se l’idea è un fatto spirituale, come può rappresentare la materia?

Dunque lo scetticismo riguardo alle percezioni esterne è giustificato. Se poi invece è materiale, come può rappresentare le cose spirituali? Dunque si giustifica lo scetticismo riguardo alle percezioni interne. «Ma attenzione!

Questa ipotesi conduce dritta all’ateismo!», dal momento che all’immagine, essendo una cosa finita, sarebbe impossibile rappresentare l’infinito.

«Tuttavia», obiettò Bouvard, «quando penso una foresta, una persona, un cane, io vedo questa foresta, questa persona, questo cane. Dunque le idee li rappresentano».

Affrontarono il problema dell’origine delle idee.

Secondo Locke possono venire dalla sensazione o dalla riflessione; Condillac invece riduce tutto alla sensazione.

Ma in questo caso come spiegare la riflessione? Essa ha bisogno di un soggetto, di un essere senziente; essa è impotente a fornirci le grandi verità fondamentali: Dio, il merito e il demerito, il giusto, il bello, ecc., sono tutte nozioni che vengono definite innate, cioè anteriori all’esperienza e universali.

«Se fossero universali, le avremmo fin dalla nascita».

«Con questa espressione, si vuol dire la semplice disposizione ad averle, e Descartes…».

«Il tuo Descartes è un pasticcione! Infatti sostiene che ci sono nel feto, ma in un altro passaggio confessa che sono solo implicite».

Pécuchet si stupì.

«Dove l’hai letto?».

«In Gérando!». E Bouvard gli dette una manata sulla pancia.

«Finiscila, dunque!», disse Pécuchet. Poi passò a Condillac: «I nostri pensieri non sono semplici trasformazioni delle sensazioni! Esse li occasionano solamente, li mettono in moto. Per metterli in moto è necessario un motore. La materia in se stessa non produce alcun movimento; e questo l’ho trovato nel tuo Voltaire!», aggiunse Pécuchet facendo un profondo inchino.

Tornavano così sempre sugli stessi argomenti, disprezzando ciascuno dei due l’opinione dell’altro, senza riuscire a convincerlo della propria.

Ma la filosofia li innalzava nella loro stima. Si vergognavano ora di quando si erano occupati di agricoltura, letteratura, politica.

Il museo li disgustava. Non avrebbero chiesto di meglio che vendere tutte quelle cianfrusaglie; e passarono al secondo capitolo: le facoltà dell’anima.

Ve ne sono tre, non una di più! Sentire, conoscere, volere!

Nella sensazione distinguiamo la sensazione fisica dalla sensibilità morale.

Naturalmente dividiamo le sensazioni fisiche in cinque tipi, che corrispondono agli organi di senso.

Al contrario, i fatti che dipendono dalla sensibilità morale non devono niente al corpo. «Cosa può esserci di comune tra il piacere provato da Archimede quando scopre le proprietà del peso e l’immonda voluttà di Apicio che divora una testa di cinghiale?».

Quattro sono i generi di sensibilità morale; e il secondo, quello dei

«desideri morali» si divide in cinque specie, mentre i fenomeni del quarto, «le affezioni», si suddividono ulteriormente in due, tra cui l’amore di sé,

«inclinazione certamente legittima, ma che esagerando prende il nome di egoismo».

Nella conoscenza troviamo l’appercezione razionale, in cui distinguiamo due movimenti principali e quattro stadi.

L’astrazione può presentare difficoltà per le intelligenze estrose.

La memoria mette in contatto con il passato, così come la previsione col futuro.

L’immaginazione è piuttosto una facoltà individuale, sui generis.

Tante storie per dimostrare delle banalità, il tono pedante dell’autore, la monotonia del linguaggio «Siamo pronti a riconoscerlo; Lungi da noi pensare; Interroghiamo la nostra coscienza», l’immancabile elogio di Dugalt-Stewart, e infine tutta quella chiacchiera, li demoralizzò a tal punto, che, saltando a piè pari la volontà, s’immersero nella logica.

Impararono cos’è l’analisi, la sintesi, l’induzione, la deduzione e le principali cause dei nostri errori.

Vengono quasi tutti dal cattivo uso delle parole.

«Il sole tramonta, il tempo si oscura, si avvicina l’inverno», modi di dire difettosi, che suggeriscono l’esistenza di entità personali, là dove si tratta di fatti semplicissimi! «Mi ricordo di quell’oggetto, di quell’assioma, di quella verità», illusione! Si tratta di idee, non di cose, che restano in me, e per essere rigorosi, dovremmo dire: «Mi ricordo di quell’atto della mia mente per mezzo del quale ho percepito il tale oggetto, o ho dedotto il tale assioma, ho stabilito la tale verità».

Poiché il termine che indica una realtà non ne comprende ogni particolare, si sforzarono di usare solo termini astratti, così che invece di dire:

«Facciamo un giro; è ora di pranzare; devo andare di corpo», ricorrevano a queste circonlocuzioni: «Ci farebbe bene una passeggiata; ecco giunta l’ora di assorbire alimenti; provo il bisogno di evacuare».

Una volta padroni dello strumento logico, passarono in rassegna i diversi criteri, e prima di tutto quello del senso comune.

Se l’individuo non può conoscere nulla, come potrebbe la totalità degli individui saperne di più? Un errore, avesse anche centomila anni, non diventa certo una verità per il fatto di essere vecchio. La moltitudine si adegua costantemente; sono i pochi, al contrario, che favoriscono il progresso.

È meglio fidarsi dei sensi? A volte ingannano, e le loro informazioni riguardano sempre l’apparenza. Sfugge loro la sostanza.

Maggiori garanzie offre la ragione, che è immutabile e impersonale, ma per manifestarsi ha bisogno di prendere corpo. Solo allora la Ragione diventa ragione. Se è falsa, una regola in quanto tale non ha valore. Nulla prova che un’altra sia giusta.

Si raccomanda di verificare con i sensi; ma essi possono rendere più fitte le tenebre. Da una sensazione vaga, si dedurrà una norma difettosa, che più avanti ostacolerà una visione precisa delle cose.

Rimane la morale. Essa consiste nell’abbassare Dio a livello dell’utile, come se l’assoluto fosse misurabile con i nostri bisogni!

L’evidenza poi, uno la nega, l’altro l’afferma, e ha in se stessa il proprio criterio. Lo ha dimostrato Cousin.

«Non vedo altro che la Rivelazione», disse Bouvard. «Ma per credervi è necessario presupporre due concetti, quello del corpo che ha sentito, e quello dell’intelligenza che ha percepito, ammettere il senso e la ragione, testimoni umani, e dunque sospetti».

Pécuchet rifletté, a braccia incrociate. «Stiamo precipitando nell’abisso spaventoso dello scetticismo».

Secondo Bouvard, solo i cervelli più deboli potevano spaventarsi.

«Grazie del complimento!», replicò Pécuchet. «Eppure ci sono fatti indiscutibili. Entro certi limiti è possibile raggiungere la verità».

«Quale? Due più due fanno sempre quattro? Il contenuto è in qualche modo inferiore al contenente? Cosa significa una quasi verità, una frazione di Dio, una particella di qualcosa d’indivisibile?».

«Ah! Sei proprio un sofista!». E Pécuchet, offeso, tenne il broncio per tre giorni.

Li trascorsero a sfogliare gli indici di molti volumi. Di quando in quando, Bouvard sorrideva, e riannodava la conversazione:

«È difficile non dubitare! Se pensiamo alle prove dell’esistenza di Dio, non sono certo uguali in Descartes, Kant e Leibniz, che anzi si annullano reciprocamente. La creazione del mondo, che venga dagli atomi o dallo spirito, rimane inconcepibile.

«Mi sento al tempo stesso spirito e materia, e ignoro cosa siano l’uno e l’altra. L’impenetrabilità, la solidità, la pesantezza, mi sembrano misteri uguali a quello dell’anima, per non parlare dell’unione di anima e corpo».

Per tentare di spiegarla, Leibniz ha immaginato la sua armonia, Malebranche la premozione, Cudworth un mediatore, e Bonnet vi scorge un perenne miracolo «che è poi una sciocchezza, un miracolo perpetuo non è più un miracolo».

«Proprio così!», disse Pécuchet.

E dovettero confessare che erano stanchi dei filosofi. Tutti quei sistemi non fanno che confondere. La metafisica non serve a niente. Si può vivere anche senza di lei.

In compenso aumentavano le preoccupazioni finanziarie. Dovevano tre botti di vino a Beljambe, dodici chili di zucchero a Langlois, centoventi franchi al sarto, sessanta al calzolaio. Le uscite non si arrestavano, e padron Gouy non pagava mai.

Si recarono da Marescot perché procurasse loro dei soldi, vuoi con la vendita delle Écalles, vuoi con un’ipoteca sulla fattoria, o mettendo in vendita la casa, che avrebbe fruttato dei vitalizi di cui avrebbero tenuto l’usufrutto; un mezzo, disse Marescot, impraticabile, ma aveva in mente qualcosa di meglio, e li avrebbe tenuti al corrente.

Si preoccuparono quindi del loro povero giardino. Bouvard prese a ripulire il pergolato. Pécuchet a potare la spalliera; Marcel doveva zappare le aiuole.

In capo a un quarto d’ora si fermarono, uno chiuse la roncola, l’altro depose le cesoie, e si misero a camminare, adagio, Bouvard all’ombra dei tigli, senza panciotto, a petto in fuori, le braccia nude, Pécuchet rasentando il muro, con la testa bassa, le mani dietro la schiena, la visiera del berretto girata sul collo, per precauzione; e camminavano così, fianco a fianco, senza neppure vedere Marcel, che si riposava accanto al capanno, e mangiava un pezzo di pane.

In quello stato meditabondo, formulavano dei pensieri; se li scambiavano, temendo di perderli; e tornavano a discorrere di metafisica.

Lo facevano a proposito della pioggia, o del sole, di un sassolino nella scarpa, di un fiore nel prato, ogni occasione era buona.

Guardando ardere la candela, si chiedevano se la luce sia nell’oggetto o nell’occhio. E poiché ci arriva la luce di stelle che possono essere scomparse, noi forse ammiriamo cose che non esistono.

Avendo trovato in fondo a un panciotto una sigaretta Raspail, la sbriciolarono nell’acqua, e la canfora si mise a girare.

Ecco il movimento della materia! Un livello appena superiore di quello stesso movimento produrrebbe la vita.

Ma se fosse sufficiente il moto della materia a generare le creature, queste non sarebbero così diverse. Perché all’inizio non c’erano né terre, né acque, né uomini, né piante. Cos’è dunque questa materia primordiale, che nessuno ha visto, che non ha nulla a che fare con le cose del mondo, e che pure le ha prodotte tutte?

A volte sentivano la mancanza di un libro. Dumouchel, stanco di assecondarli, non dava più retta, e loro si accanivano sul problema, soprattutto Pécuchet.

Il suo bisogno di verità era diventato una sete che bruciava.

Scosso dai ragionamenti di Bouvard, abbandonò lo spiritualismo, ma poi vi tornava per lasciarlo nuovamente, e tenendosi la testa tra le mani, esclamava: «Oh, il dubbio! Il dubbio! Preferirei il nulla!».

Bouvard scorgeva l’insufficienza del materialismo, ma si sforzava di restarvi fedele, pur ammettendo che vi perdeva la testa.

Appena iniziavano a ragionare su una base solida, essa crollava. E

all’improvviso, le idee scomparivano, come fanno le mosche, quando si tenta di afferrarle.

Nelle sere d’inverno, parlavano stando nel museo, nell’angolo dove c’era il fuoco, e guardavano i carboni. Il vento nel corridoio fischiava, facendo tremare le finestre, le masse scure degli alberi oscillavano, e ai loro pensieri tanto gravi si aggiungeva la tristezza della notte.

Ogni tanto Bouvard si allontanava fino in fondo all’appartamento, poi tornava. Candelabri e bacinelle appese ai muri proiettavano sul pavimento ombre oblique; e il San Pietro, visto di profilo, stagliava sul soffitto il disegno del suo naso, come un gigantesco corno da caccia.

Facevano fatica a muoversi tra tutti quegli oggetti, e spesso Bouvard, che era distratto, urtava la statua. Con quegli occhi grossi, il labbro cascante e l’aspetto da ubriacone, essa infastidiva anche Pécuchet. Da molto tempo desideravano liberarsene; ma per indolenza rimandavano da un giorno all’altro.

Una sera, nel bel mezzo di una disputa sulla monade, Bouvard si ferì all’orecchio contro il pollice di San Pietro, e al colmo dell’irritazione lo investì:

«Questo mi fa andare in bestia, buttiamolo fuori!».

Dalla scala era difficile passare. Aprirono la finestra, e lo inclinarono adagio sul bordo. Pécuchet, in ginocchio, tentò di sollevarlo per i piedi, mentre Bouvard lo spingeva per le spalle. Il buonuomo di pietra non cedeva; usarono allora l’alabarda come leva, e arrivarono a stenderlo tutto quanto. Allora perse l’equilibrio, cadde nel vuoto, la tiara in avanti, ci fu un rumore sordo; il giorno dopo lo trovarono rotto in dodici pezzi, nella vecchia fossa dei concimi.

Un’ora dopo entrò il notaio, portando la buona notizia. Una persona del luogo anticipava mille scudi, dietro un’ipoteca sulla fattoria; ma alla loro gioia:

«Permettano! C’è una clausola! Dovete venderle le Écalles per millecinquecento franchi. La cifra sarà pagata oggi stesso. Ho il denaro con me, nello studio».

Tutti e due erano tentati di acconsentire. Rispose Bouvard: «Dio mio…e va bene!».

«D’accordo!», disse Marescot; e rivelò che quella persona era la signora Bordin.

«Non ne dubitavo!», esclamò Pécuchet.

Bouvard, umiliato, tacque.

Lei o un altro, che importanza aveva! Quello che contava era tirarsi fuori dalle difficoltà.

Intascato il denaro (quello delle Écalles sarebbe arrivato dopo), pagarono subito tutti i debiti, e stavano tornando a casa, quando all’angolo del mercato furono fermati da papà Gouy.

Si recava da loro per informarli di una disgrazia. La notte scorsa il vento aveva atterrato venti meli nella corte, abbattuto la distilleria e scoperchiato il tetto del granaio. Trascorsero il resto del pomeriggio a constatare i danni, e il giorno seguente con il carpentiere, il muratore e il conciatetti. Il costo delle riparazioni ammontava a milleottocento franchi almeno.

Poi, verso sera, tornò Gouy. Era stata Marianne in persona a raccontargli poco prima della vendita delle Écalles. Un terreno che rendeva in modo superbo, fatto apposta per lui, che non richiedeva quasi di essere coltivato, la parte migliore di tutta la fattoria! Chiedeva una diminuzione dell’affitto.

I due rifiutarono. La disputa fu sottoposta al giudice di pace, che dette un responso favorevole al fattore. La cessione delle Écalles, un acro da duemila franchi, gli causava una perdita di settanta franchi all’anno; e se avesse fatto causa, avrebbe sicuramente vinto.

I loro beni erano diminuiti. Cosa fare? Come avrebbero potuto vivere?

Si misero a tavola affranti. Marcel era incapace di cucinare; quella cena poi era peggiore delle altre. La minestra sembrava risciacquatura dei piatti, il coniglio puzzava, i fagioli erano mezzo crudi, i piatti unti, e al dessert Bouvard esplose, minacciando di rompergli tutto in testa.

«Prendiamola con filosofia», disse Pécuchet; «un po’ meno soldi, le beghe di una donna, un domestico maldestro, tutto qui? Sei troppo immerso nella materia!».

«Quanto mi infastidisce», rispose Bouvard.

«Io non lo permetto!», replicò Pécuchet. Aveva appena letto un’analisi di Berkeley, e aggiunse: «Nego l’estensione, il tempo, lo spazio, e anche la sostanza! Perché la vera sostanza è lo spirito che percepisce le qualità».

«Benissimo», disse Bouvard, «ma una volta soppresso il mondo, non ci sono più neppure le prove dell’esistenza di Dio».

Pécuchet protestò, e a lungo, benché avesse un raffreddore di testa, causato dallo ioduro di potassio; e la febbre persistente contribuì alla sua esaltazione. Bouvard, preoccupato, mandò a chiamare il medico.

Vaucorbeil gli prescrisse dello sciroppo d’arancia con lo ioduro, e più tardi dei bagni di cinabro.

«A cosa serve?», obiettò Pécuchet. «Un giorno o l’altro le spoglie si dissolveranno. Solo l’essenza non perisce!».

«La materia», disse il medico, «è certamente indistruttibile! Tuttavia…».

«Ma no! Ma no! Solo l’essere è indistruttibile. Il corpo che mi sta davanti, il suo corpo, dottore, mi impedisce di conoscere la sua persona, è per così dire un abito, o meglio una maschera».

Vaucorbeil pensò che fosse impazzito: «Buonasera! Abbia cura della sua maschera!».

Pécuchet non si conteneva più. Si procurò un’introduzione alla filosofia hegheliana, e volle spiegarla a Bouvard.

«Tutto ciò che è razionale è reale. L’unica cosa reale è l’idea. Le leggi dello Spirito sono le leggi dell’universo; la ragione umana è identica a quella di Dio».

Bouvard fingeva di capire.

«Dunque, l’Assoluto è insieme soggetto e oggetto, l’unità dove si ricompongono tutte le differenze. Così si risolvono le contraddizioni. La luce è resa possibile dall’ombra, il freddo e il caldo mescolati danno la temperatura, ciò che sostiene l’organismo è la corruzione dell’organismo stesso; un unico principio che tutto divide e tutto unisce».

Si trovavano sul poggio; passò il curato davanti al cancello, con il breviario in mano.

Pécuchet lo pregò di entrare, per poter terminare davanti a lui l’esposizione di Hegel e vedere cosa ne avrebbe detto.

L’uomo si sedette accanto a loro, accomodandosi la sottana; Pécuchet iniziò con il cristianesimo.

«Nessuna religione ha espresso così bene questa verità: la Natura è solo un momento dell’idea!».

«Un momento dell’idea?», mormorò stupito il prete.

«Ma sì! Dio, prendendo una forma visibile, ha mostrato la sua unione consustanziale con essa».

«Con la natura? Oh! Oh!».

«Con la sua morte ha reso testimonianza all’essenza della morte; la morte dunque era in lui, faceva, fa parte di Dio».

L’ecclesiastico si accigliò. «Niente bestemmie! Se ha sopportato la sofferenza è stato per la salvezza del genere umano…».

«Errore! Se si considera la morte nell’individuo essa è certo un male, ma nelle cose è diverso. Non separi lo spirito dalla materia!».

«Tuttavia, signore, prima della creazione…».

«Non c’è stata creazione. Tutto è sempre esistito. Altrimenti al pensiero divino si aggiungerebbe qualcosa di nuovo, il che è assurdo».

Il prete si alzò; c’erano degli impegni che lo reclamavano da un’altra parte.

«Modestamente, l’ho bastonato!», disse Pécuchet. «Ma ancora una parola! Dal momento che il mondo esiste come un continuo passaggio dalla vita alla morte, e dalla morte alla vita, lungi dal fatto che tutto sia, nulla è. Ma tutto diviene; mi capisci?».

«Ah, capisco sì, anzi no!». L’idealismo esasperava Bouvard. «Ne ho abbastanza! Anche il famoso cogito mi fa andare in bestia. Le idee delle cose vengono prese per le cose stesse. Quello che è pochissimo comprensibile, lo si spiega per mezzo di parole che sono del tutto incomprensibili! Sostanza, estensione, forza, materia e anima, tutte astrazioni, fantasie. Per quanto riguarda Dio poi, non si sa com’è, anzi neppure se esiste! Un tempo era la causa del vento, del fulmine e delle rivoluzioni. Oggi è in ribasso. Comunque non ne vedo l’utilità».

«E la morale che fine fa?».

«Tanto peggio per la morale!».

«In effetti manca di fondamento», disse tra sé Pécuchet.

E rimase in silenzio, schiacciato dalla difficoltà che veniva dalle sue premesse. Fu una sorpresa, una rovina.

Ma anche Bouvard non credeva più nella materia.

La certezza che nulla esiste, per quanto deplorevole, non per questo è meno certezza. Sono pochi quelli che riescono ad averla. Questa superiorità li inorgoglì; avrebbero voluto manifestarla. L’occasione si presentò.

Un mattino, andando a comprare il tabacco, videro un assembramento davanti alla porta di Langlois. Si era fatta calca attorno alla diligenza di Falaise, discutevano di Touache, un galeotto che si aggirava nella regione. Il conduttore l’aveva visto alla Croix Verte, tra due gendarmi, e i cittadini di Chavignolles tiravano un sospiro di sollievo.

Sulla piazza erano rimasti Girbal e il capitano; poi giunse il giudice di pace, ansioso di avere notizie, e Marescot, col tocco di velluto e le pantofole in pelle di pecora.

Langlois li invitò ad onorare con la loro presenza il suo negozio.

Sarebbero stati più comodi; e nonostante i clienti, e il suono del campanello, continuarono a discutere dei misfatti di Touache.

«Dio mio», disse Bouvard, «si tratta solo di istinti malvagi, ecco tutto!».

«Si può averne ragione solo con la virtù», replicò il notaio.

«E se la virtù non esiste?». E Bouvard negò decisamente il libero arbitrio.

«Eppure», disse il capitano, «io posso fare quello che voglio! Per esempio, sono libero… di muovere la gamba».

«Eh, no! Caro signore, lei la muove per un motivo!».

Il capitano cercò una risposta, non ne trovò, Girbal invece scoccò la frecciata:

«Questa è buffa, un repubblicano che parla contro la libertà!».

«Una storia tutta da ridere!», disse Langlois.

Allora Bouvard gli chiese:

«Come mai lei non regala i suoi beni ai poveri?».

Lo speziale, inquieto, si guardò attorno nella bottega.

«Ma pensa! Che sciocchezza, servono a me!».

«Ma se lei fosse san Vincenzo de’ Paoli, agirebbe in modo diverso, e questo perché avrebbe il suo carattere. Lei quindi obbedisce al suo. Dunque non è libero!».

«È un sofisma», commentarono in coro.

Bouvard non batté ciglio; e indicando la bilancia sul bancone:

«Finché uno dei piatti resterà vuoto, non si muoverà. Così la volontà; l’oscillazione della bilancia tra due pesi che sembrano uguali rappresenta il lavoro del nostro spirito quando deve deliberare sulle diverse motivazioni, fino a quando la più forte ha la meglio, e lo determina».

«Cos’ha a che vedere tutto ciò con Touache», disse Girbal, «quello è un bel farabutto e basta».

Prese la parola Pécuchet:

«I vizi sono affezioni della natura, come le inondazioni, le tempeste».

Il notaio lo fermò, e alzandosi a ogni parola sulla punta dei piedi:

«Trovo il suo modo di pensare assolutamente immorale. Apre la strada ad ogni eccesso, giustifica il crimine, scagiona i colpevoli».

«Esatto», disse Bouvard. «Il disgraziato che segue i suoi istinti è nel proprio diritto, come la persona onesta che dà ascolto alla ragione».

«Non difenda i mostri!».

«Perché mostri? Ogni volta che nasce un cieco, un idiota, un omicida, lo attribuiamo al disordine, come se conoscessimo l’ordine, come se la natura agisse per un fine!».

«Allora lei contesta la Provvidenza?».

«Sì! La contesto!».

«Pensi piuttosto alla storia!», esclamò Pécuchet, «non dimentichi gli assassinii dei re, i massacri dei popoli, le divisioni nelle famiglie, il dolore di ciascuno».

«E intanto», incalzò Bouvard, poiché si eccitavano l’un l’altro, «questa Provvidenza si preoccupa degli uccellini, e provvede a far rispuntare le zampe ai gamberi. Ah! A meno che per Provvidenza lei non intenda una legge che governa tutto, allora sì!».

«E poi, caro signore», disse il notaio, «ci sono i principi!»

«Ma di quali principi parla! Una scienza, secondo Condillac, è tanto più scienza in quanto non ne ha bisogno! Essi non fanno che riassumere le conoscenze già note, riportandoci verso quelle nozioni che sono appunto discutibili».

«Forse lei, come noi, ha scrutato, rovistato tra i misteri della metafisica?», proseguì Pécuchet.

«È vero, signori, è vero!».

E la compagnia si disperse.

Coulon li prese in disparte, dicendo loro con tono paterno che lui non era certo un bigotto, e per di più detestava i gesuiti. Ma non arrivava a spingersi tanto lontano come loro! Oh, no! Ci mancherebbe; all’estremità della piazza, passarono davanti al capitano, che mentre si accendeva la pipa, borbottò: «Ma io faccio quello che voglio, per Dio!».

Ci furono altre occasioni in cui Bouvard e Pécuchet si espressero con i loro abominevoli paradossi. Essi mettevano in dubbio l’onestà degli uomini, la castità delle donne, la perspicacia del governo, il buon senso popolare, insomma minavano le fondamenta.

Foureau si preoccupò, e minacciò di arrestarli se avessero continuato.

L’evidenza della loro superiorità feriva. Sostenendo tesi immorali, dovevano essere immorali; furono fatte circolare delle calunnie.

Fu allora che si sviluppò nel loro animo una sciagurata facoltà, non tolleravano più la stupidità.

Si rattristavano per cose insignificanti: la pubblicità sui giornali, il profilo di un borghese, un’osservazione sciocca che ascoltavano per caso.

Pensavano che quanto si diceva nel loro paese, e i Coulon, i Marescot, i Foureau, c’erano anche agli antipodi, ed era come se il mondo intero li opprimesse con il suo peso.

Non uscivano più, non ricevevano nessuno.

Un pomeriggio, udirono parlare nella corte, erano Marcel e un signore con un cappello a larghe tese e gli occhiali neri. Era Larsonneur, l’accademico.

Non gli sfuggirono le tendine accostate, le porte richiuse. Voleva tentare una riconciliazione, ma se ne andò furibondo, incaricando il domestico di riferire ai suoi padroni che erano dei cafoni.

Bouvard e Pécuchet non se ne preoccuparono. Il mondo per loro aveva perso importanza, lo vedevano come da una nuvola, che dal cervello fosse scesa sugli occhi.

Non si tratta forse di un’illusione, di un brutto sogno? Non è forse possibile che fortune e sventure si compensino? Ma ciò che è bene per la specie non basta a consolare l’individuo. «Cosa m’importa degli altri!», diceva Pécuchet.

La sua disperazione affliggeva Bouvard. Era stato lui a spingerlo fin lì; e la rovina della casa attizzava il loro dolore, con una serie d’inconvenienti quotidiani.

Per caricarsi, si facevano raccomandazioni, si costringevano a lavorare, per ricadere in un’inedia peggiore, uno scoraggiamento profondo.

Alla fine dei pasti, rimanevano coi gomiti sul tavolo, a lamentarsi con un’aria lugubre, Marcel sgranava gli occhi, poi tornava in cucina dove tutto solo si rimpinzava.

A metà dell’estate, ricevettero un biglietto di partecipazioni, che annunciava il matrimonio di Dumouchel con la vedova Olympe-Zulma Poulet.

Che Dio lo benedica! E ricordarono i tempi in cui erano felici. Perché non seguivano più i mietitori? E dov’erano finiti i giorni in cui entravano nelle fattorie cercando dovunque pezzi d’antiquariato? Ora più niente rinnovava quelle ore dolci che la distilleria o la letteratura bastavano a riempire. Un abisso li separava. Era sopraggiunto qualcosa d’irrevocabile.

Vollero fare una passeggiata per i campi, come una volta, e si spinsero molto lontano, fino a perdersi. Il cielo era increspato da una miriade di nuvolette, il vento faceva ondeggiare le campanelle delle avene, lungo un prato mormorava un ruscello, quando, d’un tratto, un odore fetido li fece fermare; e videro sui sassi, tra i giunchi, la carogna di un cane.

Le zampe erano ridotte all’osso. La bocca era un ghigno, e le labbra livide lasciavano scoperte le zanne d’avorio; al posto del ventre c’era un ammasso color terra, che sembrava vivo tanto brulicava d’insetti. Si agitavano sotto il sole che bruciava, nel ronzio delle mosche, con quell’odore intollerabile, un odore feroce e divorante.

Bouvard corrugò la fronte, e gli occhi si riempirono di lacrime. Pécuchet disse stoicamente: «Un giorno faremo la stessa fine!».

Furono presi dall’idea della morte. Tornando ne parlarono.

La morte, dopo tutto, non esiste. Ce ne andiamo in rugiada, brezza, stelle. Si diventa parte della linfa degli alberi, del luccichio delle pietre preziose, delle piume degli uccelli. Restituiamo alla natura quello che ci ha prestato, e il nulla che sta davanti non è più spaventoso di quello che ci siamo lasciati alle spalle.

Si sforzavano d’immaginarlo, come una notte profonda, un buco senza fine, un deliquio ininterrotto. Tutto era meglio di un’esistenza monotona, assurda e senza speranza.

Ricapitolarono i desideri insoddisfatti. Bouvard aveva sempre sognato cavalli, carrozze, i gran vini della Borgogna, e belle donne compiacenti in una splendida casa. L’ambizione di Pécuchet era di diventar filosofo. Ora, il problema più vasto, quello che contiene tutti gli altri, può essere risolto in un minuto. A quando quel minuto?

«Tanto vale farla finita subito».

«Come vuoi», disse Bouvard.

E presero in esame il problema del suicidio.

Dove sta il male nel voler allontanare un fardello che vi schiaccia? Nel commettere un’azione che non nuoce a nessuno? Se avesse il potere di offendere Dio, ci sarebbe concessa? Checché ne dicano non si tratta di viltà; e poi è una bella insolenza prendersi gioco, sia pure a proprie spese, di ciò che gli uomini stimano di più.

Discussero sul tipo di morte.

Il veleno fa soffrire. Per sgozzarsi ci vuole troppo coraggio. Con l’asfissia capita sovente di fallire.

Alla fine, Pécuchet portò nel granaio le due corde che erano servite per la ginnastica. Poi, avendole legate a una trave del tetto, lasciò spenzolare il nodo scorsoio, e sotto mise due sedie, per raggiungere le corde.

Decisero che quello era il mezzo.

Si chiedevano che impressione il fatto avrebbe provocato nel circondario, e che fine avrebbero fatto la biblioteca, le loro carte, le collezioni. Il pensiero della morte li commosse riguardo a loro stessi. Tuttavia, non abbandonarono il progetto, e a furia di parlarne vi si abituarono.

Era la sera del 25 dicembre [ sic], tra le dieci e le undici, stavano riflettendo, nel museo, vestiti in modo diverso. Bouvard indossava una blusa sopra il panciotto di maglia, mentre Pécuchet, per risparmiare, erano tre mesi che non si toglieva la veste da monaco.

Poiché avevano una gran fame (Marcel era uscito all’alba e non aveva fatto ritorno), Bouvard ritenne salutare bere una bella caraffa d’acquavite, e Pécuchet del tè.

Sollevando il bollitore, versò l’acqua sul parquet.

«Maldestro!», esclamò Bouvard.

Poi, trovando che l’infuso era mediocre, volle aggiungerne due cucchiaiate.

«Diventerà imbevibile», disse Pécuchet.

«Non è vero!».

Ciascuno tirava verso di sé la scatola, il vassoio cadde; una tazza si ruppe, l’ultima del bel servizio di porcellana.

Bouvard impallidì. «Continua! Rompi! Non ti fare problemi!».

«Una gran disgrazia!».

«Una disgrazia, sì! Era un ricordo di mio padre!».

«Naturale!», aggiunse Pécuchet ghignando.

«Ah! Tu m’insulti!».

«No, ma ti ho stancato! Confessalo!».

E una gran collera prese Pécuchet, un raptus di follia. Bouvard non fu da meno. Gridavano insieme, tutti e due, uno eccitato dalla fame, l’altro dall’alcool. Dal petto di Pécuchet non usciva più che un rantolo.

«Una vita simile è un inferno; preferisco la morte. Addio».

Prese una candela, girò sui tacchi, sbattendo la porta.

Bouvard, al buio, fece fatica ad aprirla, gli corse dietro, arrivò nel granaio.

La candela stava a terra, Pécuchet era in piedi su una delle sedie, con il cappio in mano.

Bouvard si lasciò trasportare dallo spirito d’emulazione: «Aspettami!». E

salì sull’altra sedia, quando, arrestandosi all’improvviso:

«Ma non abbiamo fatto testamento!».

«To’, è vero!».

Avevano il petto gonfio di singhiozzi. Si affacciarono all’abbaino per respirare.

L’aria era fredda; molte stelle brillavano nel cielo, nero come l’inchiostro.

Il candore della neve, che ricopriva la terra, si perdeva nelle brume dell’orizzonte.

Videro delle lucine in basso; avvicinandosi si ingrandivano, e andavano tutte verso la chiesa.

Vi furono spinti a loro volta dalla curiosità.

Era la messa di mezzanotte. Le luci provenivano dalle lanterne dei pastori. Alcuni, fermi sotto il portale, scuotevano i mantelli.

Il serpentone sbuffava, l’incenso fumava. Lumini di vetro, appesi per tutta la lunghezza della navata, disegnavano tre corone multicolori, e in fondo, sui due lati del tabernacolo, grandi ceri innalzavano le loro fiamme rosse.

Sopra la testa della gente e i cappellini delle signore, al di là dei cantori, si scorgeva il prete nella pianeta dorata; al suono acuto della sua voce rispondevano le voci forti degli uomini che riempivano il coro, facendo tremare la volta di legno sui suoi archi di pietra. Ai muri c’erano scene raffiguranti la via Crucis. In mezzo al coro, davanti all’altare, c’era accovacciato un agnello, le zampe sotto il ventre, le orecchie tese.

Il tepore li fece sentire bene, in modo singolare; e i pensieri, così tempestosi fino a poco fa, si addolcirono, come onde che si quietano.

Ascoltarono il Vangelo e il Credo, osservavano i movimenti del prete. E

tutti, vecchi, giovani, le povere ricoperte di stracci, le proprietarie con gli alti berretti, i giovanotti robusti dai baffi biondi, tutti pregavano, profondamente assorti nella medesima gioia; e sulla paglia di una mangiatoia vedevano il corpo del bambin Gesù, che brillava come un sole. La devozione degli altri commuoveva Bouvard, a dispetto della sua ragione, e Pécuchet, malgrado la sua durezza di cuore.

Calò il silenzio; tutti si inchinarono, e al suono della campanella, l’agnello belò.

Il prete mostrò l’ostia, alzando le braccia, più in alto possibile. Scoppiò allora un canto d’esultanza, che invitava tutti ai piedi del Re degli angeli. Senza volerlo, Bouvard e Pécuchet vi si unirono; e sentirono come un giorno nuovo che si levava nell’anima.

IX

Alle tre del giorno dopo Marcel riapparve, la faccia verde, gli occhi rossi, un bernoccolo sulla fronte, i pantaloni strappati, puzzava d’acquavite, era ripugnante.

Come ogni anno era stato da un amico che abitava a sei leghe da lì, vicino a Iqueuville, per il cenone di Natale; e balbettando più che mai, piangendo, facendo il gesto di battersi, chiedeva perdono come se avesse commesso un crimine. I padroni lo perdonarono. Una curiosa serenità li spingeva all’indulgenza.

La neve si era sciolta all’improvviso, e passeggiavano in giardino, respirando l’aria tiepida, felici di essere vivi.

Il caso soltanto li aveva distolti dalla morte? Bouvard si sentiva commosso. Pécuchet si ricordò della prima comunione; e pieni di riconoscenza per la Forza, la Causa da cui dipendevano, pensarono di dedicarsi alle letture devote.

Il Vangelo dilatò la loro anima, li abbagliò come un sole. Vedevano Gesù, ritto sulla montagna, un braccio alzato, e sotto la folla che lo ascoltava, oppure sulla riva del lago, in mezzo agli apostoli che tiravano le reti, poi sull’asina, al clamore degli alleluia, con i capelli al vento nel fruscio delle palme, e infine dall’alto della croce, la testa inclinata, quella testa da cui viene al mondo una rugiada eterna. Ma ciò che li convinse, che piacque loro, fu la sollecitudine per gli umili, la difesa dei poveri, l’esaltazione degli oppressi. E in questo libro dove il cielo stesso si dispiega, nessuna teologia; in mezzo a tanti precetti, neppure un dogma; non veniva richiesta altro che la purezza di cuore.

Per quanto riguarda i miracoli, la loro ragione non ne fu scandalizzata; li conoscevano fin dall’infanzia. La profondità di San Giovanni affascinò Pécuchet, e lo predispose a comprendere meglio l ‘Imitazione.

Qui non c’era più traccia di parabole, fiori, uccelli, ma solo lamenti, come un ripiegarsi dell’anima su se stessa. Bouvard si rattristò leggendo quelle pagine che sembrano scritte in giornate nebbiose, nell’angolo di un chiostro, tra un campanile e una tomba. La nostra esistenza terrena vi appare così penosa che diventa necessario dimenticarla e volgersi a Dio; e i due, dopo tutte le loro traversie, sentivano il bisogno di essere semplici, di amare, di riposare l’anima.

Lessero l’Ecclesiaste, Isaia, Geremia.

Ma la Bibbia li spaventava con i suoi profeti dalla voce leonina, il fragore del tuono nelle nubi, i singhiozzi della Geenna, e quel Dio che disperde i regni, come fa il vento con le nuvole.

Leggevano alla domenica, all’ora del vespro, mentre suonava la campana.

Un giorno si recarono a messa, poi vi fecero ritorno. Era una distrazione in cima alla settimana. Il conte e la contessa di Faverges li salutarono da lontano, e questo fu notato. Strizzando l’occhio, il giudice di pace disse:

«Perfetto! Sono con voi». Tutte le benpensanti adesso facevano aver loro il pane benedetto.

L’abate Jeufroy andò a visitarli; ricambiarono la visita, presero a frequentarsi; e il prete non parlava di religione.

Si stupirono della sua riservatezza; finché Pécuchet, con aria indifferente, chiese come era possibile ottenere la fede.

«Prima di tutto, siate praticanti».

E si dettero alle pratiche religiose, uno con speranza, l’altro scettico, poiché Bouvard era convinto che non sarebbe mai diventato un bigotto. Per un mese seguì assiduamente le funzioni, ma, al contrario di Pécuchet, non volle osservare il magro.

Si trattava di una misura d’igiene? Sapevano bene quello che valeva l’igiene! Un’abitudine? Abbasso le abitudini! Un segno di sottomissione nei confronti della Chiesa? Se ne infischiava! Insomma, denunciò quella regola come assurda, farisaica e contraria allo spirito del Vangelo.

Gli altri anni, il venerdì santo mangiavano ciò che serviva Germaine.

Ma questa volta Bouvard ordinò una bistecca. Si sedette, tagliò la carne; Marcel lo guardava scandalizzato, Pécuchet era assorto nel togliere la pelle al suo trancio di merluzzo.

Bouvard restò con la forchetta in una mano e il coltello nell’altra. Quindi si decise, portò il boccone alle labbra. Improvvisamente cominciarono a tremargli le mani, la sua grossa faccia impallidì, rovesciò la testa.

«Ti senti male?».

«No! Ma…», e confessò che in seguito all’educazione che aveva ricevuto (era più forte di lui), quel giorno non riusciva a mangiare di grasso, per paura di morire.

Pécuchet non abusò della sua vittoria, ne approfittò solo per vivere a modo suo.

Una sera, rientrò con il volto improntato a una gioia severa, e ammise di essersi appena confessato.

Discussero allora l’importanza della confessione.

Bouvard approvava quella dei primi cristiani che si svolgeva in pubblico: quella moderna era troppo facile. Tuttavia non negava che questa indagine su se stessi fosse un elemento di progresso, un lievito di moralità.

Pécuchet, bramoso di perfezione, volle indagare sui propri vizi. Da tempo erano sparite le folate d’orgoglio. Il suo amore per il lavoro gli risparmiava la pigrizia. Quanto alla gola, nessuno era più sobrio di lui. A volte si lasciava trascinare dalla collera. Giurò a se stesso che non sarebbe più accaduto.

Bisognerebbe inoltre diventare virtuosi, cominciando dall’umiltà; che significa credersi incapaci di ogni merito, indegni della minima ricompensa, immolare il proprio spirito, e mettersi così in basso da farsi calpestare come il fango sulla strada. Era ancora lontano da questa disponibilità.

Ma c’era un’altra virtù che gli mancava: la castità, perché interiormente rimpiangeva Mélie, e il dipinto della dama in abito Luigi XV, con quella sua scollatura, lo turbava.

Lo richiuse in un armadio, il suo pudore aumentò al punto che non osava guardare se stesso, e andava a letto tenendo le mutande.

Tanta circospezione riguardo la lussuria non fece che accenderla.

Soprattutto al mattino doveva sostenere grandi battaglie, come ne ebbero San Paolo, San Benedetto, San Gerolamo, in età avanzatissima. In conseguenza di ciò ricorrevano a feroci penitenze. Il dolore è un’espiazione, un rimedio e un mezzo, un omaggio a Gesù Cristo. Ogni amore richiede sacrifici, e quello del nostro corpo è il più penoso!

Per mortificarsi, Pécuchet abolì il bicchierino dopo i pasti, ridusse a quattro le prese di tabacco durante la giornata, anche con il freddo più intenso non metteva il berretto.

Un giorno Bouvard, mentre stava legando la vite, appoggiò la scala al muro della terrazza attigua alla casa, e senza volere si trovò a guardare nella camera di Pécuchet.

Vide l’amico, nudo fino al ventre, che si colpiva adagio sulle spalle con il battipanni, poi, animatosi, dopo aver slacciato i pantaloni, lo vide frustarsi le natiche e accasciarsi sulla sedia, senza fiato.

Bouvard fu sconvolto, come alla rivelazione di un mistero che non andrebbe svelato.

Da qualche tempo aveva notato una maggior pulizia sui vetri, meno buchi sulle tovaglie, un vitto migliore, tutti cambiamenti dovuti all’intervento di Reine, la domestica del curato.

Mescolando le faccende della chiesa a quelle della cucina, forte come un bracciante, devota e impertinente, si introduceva nelle case, dava consigli, diventava la padrona. Pécuchet si fidava ciecamente della sua esperienza.

Una volta gli portò un tipo grassottello, con gli occhi piccoli alla cinese, e un naso a becco d’avvoltoio. Si trattava di Goutman, un negoziante di articoli religiosi; egli ne estrasse qualcuno, togliendolo dalle scatole, nel fienile: croci, medaglie, rosari di tutte le dimensioni, candelabri per le cappelle, altari portatili, mazzi di lustrini, sacrocuori in cartoncino azzurro, san Giuseppe dalla barba rossa, calvari di porcellana. Pécuchet fu preso dal desiderio di averli.

Solo il prezzo lo fermò.

Goutman non chiedeva soldi. Preferiva scambi di merce, e, salito nel museo, offrì un campionario della sua mercanzia per tutti quei ferrivecchi e gli oggetti di piombo.

Bouvard la trovò orribile. Ma si lasciò convincere dallo sguardo di Pécuchet, dall’insistenza della Reine e dalla parlantina del rigattiere. Quando questi lo vide così arrendevole, volle anche l’alabarda; Bouvard, stanco delle sue esibizioni con l’arma, la cedette. Fatta una stima complessiva, i signori dovevano ancora cento franchi. Se la cavarono con quattro tratte a scadenza trimestrale, e si congratularono con se stessi dell’affare.

I nuovi acquisti furono distribuiti in tutte le stanze. Un presepio con il fieno e una cattedrale di sughero andarono ad ornare il museo. Sul caminetto di Pécuchet fu installato un san Giovanni Battista in cera, lungo il corridoio vennero messi ritratti di celebrità episcopali, e all’inizio della scalinata, sotto una lampada in ferro battuto, una santa Vergine con il mantello azzurro, coronata di stelle; Marcel puliva tutti questi splendori, pensando che in paradiso non ci potesse essere niente di più bello.

Che peccato che il san Pietro fosse a pezzi, e come sarebbe stato bene all’ingresso! A volte Pécuchet si soffermava davanti all’antica fossa dei concimi, e riconosceva la tiara, un sandalo, la punta di un orecchio, e si lasciava sfuggire dei sospiri, poi continuava nelle sue occupazioni in giardino; perché ora univa agli esercizi religiosi il lavoro manuale, e zappava la terra, con il suo abito da monaco, paragonandosi a san Bruno. Ma quel travestimento poteva essere sacrilego. Vi rinunciò.

Prese un atteggiamento pretesco, dovuto alla familiarità con il curato.

Aveva lo stesso sorriso, la stessa voce, quell’aria freddolosa con cui nascondeva le mani nelle maniche, fino ai polsi. Arrivò al punto che il canto del gallo lo infastidiva, le rose lo annoiavano; non usciva più, o gettava sguardi malevoli sulla campagna.

Bouvard si lasciò condurre al mese di Maria. I bambini che cantavano inni, i mazzi di lillà, i festoni d’erba, gli davano una sensazione di giovinezza imperitura. Dio si manifestava al suo cuore sotto forma di nidi, nella limpidezza delle sorgenti, con la benevolenza del sole; il fanatismo dell’amico gli sembrava bizzarro, irritante.

«Perché gemi durante i pasti?».

«Dobbiamo mangiare e gemere», rispose Pécuchet, «perché è attraverso questa via che l’uomo ha perduto la sua innocenza»; aveva letto la frase nel Manuale del seminarista, due volumi in dodicesimo che aveva ricevuto in prestito da Jeufroy. Beveva acqua della Salette, si chiudeva a recitare giaculatorie, ambiva ad entrare nella confraternita di san Francesco.

Per meritare il dono della perseveranza, decise di fare un pellegrinaggio alla santa Vergine.

La scelta del luogo lo mise in difficoltà. Sarebbe andato a Nostra Signora di Fourvières, di Chartres, d’Embrun, de Marseille o d’Auray? Ma anche quella della Délivrande, più vicina, andava bene. «Tu mi accompagnerai!».

«Sembrerò un babbeo», disse Bouvard.

Dopo tutto, avrebbe potuto tornare credente, cosa che non gli ripugnava, e così, per compiacerlo, cedette.

I pellegrinaggi si devono fare a piedi. Ma quarantatré chilometri sono un po’ troppi; scartate le gondole, poco adatte alla meditazione, noleggiarono un vecchio calesse che, dopo dodici ore di cammino, li sbarcò davanti alla locanda.

Presero una camera a due letti, con due comò su cui c’erano due brocche d’acqua dentro piccoli catini ovali, e l’albergatore li informò che si trattava della

«camera dei cappuccini». Al tempo del terrore vi avevano nascosto la vergine della Délivrande, con tante precauzioni che i bravi padri potevano celebrarvi di nascosto la messa.

Questo riempì di gioia Pécuchet, e si mise a leggere ad alta voce un opuscolo sulla cappella, che aveva preso giù in cucina.

Era stata edificata all’inizio del secondo secolo da san Régnobert, primo vescovo di Lisieux, o da san Ragnebert, che era vissuto nel settimo secolo, oppure da Roberto il Magnifico a metà dell’undicesimo.

Danesi, normanni e soprattutto protestanti l’hanno incendiata e saccheggiata in varie epoche.

Verso il 1112, la primitiva statua fu scoperta da un montone che, battendo la zampa nell’erba, indicò il luogo dove si trovava; in quel posto il conte Baudouin eresse un santuario.

I suoi miracoli sono innumerevoli: un commerciante di Bayeux, prigioniero dei Saraceni, la invoca, i ferri da cui è trattenuto cadono e può scappare. Un avaro scopre nel suo granaio uno stuolo di topi, la chiama in soccorso, e i topi si allontanano. A un vecchio materialista di Versailles era bastato sfiorare una medaglietta con il suo ritratto per convertirsi in punto di morte. Rese la parola a messer Adeline che l’aveva persa per aver bestemmiato; e grazie alla sua protezione, il signor e la signora de Becqueville trovarono la forza necessaria per vivere castamente pur essendo sposati.

Tra quelli che furono guariti tramite suo da malattie incurabili, si cita la signorina de Palfresne, Anne Lorieux, Marie Duchemin, François Dufai, e la signora de Jumillac, nata d’Osseville.

Si sono recati in visita da lei personaggi famosi: Luigi XI, Luigi XIII, due figlie di Gastone d’Orléans, il cardinale Wiseman, Samirrhi, patriarca d’Antiochia, il vescovo Véroles, vicario apostolico in Manciuria; mentre l’arcivescovo di Quélen venne a ringraziarla per la conversione del principe di Talleyrand.

«Saprà convertire anche te!», disse Pécuchet.

Bouvard, che si era già coricato, emise una specie di brontolio, e si addormentò del tutto.

Il giorno seguente, alle sei, entrarono nella cappella.

Ne stavano costruendo un’altra; la navata era ingombra di tele e di assi, e l’edificio, in stile rococò, non piacque a Bouvard, soprattutto l’altare in marmo rosso, con i suoi pilastri corinzi.

La statua miracolosa si trova in una nicchia a sinistra del coro, avvolta in un abito pieno di lustrini. Arrivò il sacrestano, portando due ceri per loro. Li fissò su una specie di candelabro che sovrastava la balaustra, chiese tre franchi, s’inchinò, e scomparve.

Poi passarono in rassegna gli ex voto.

Le scritte sulle targhe attestano la riconoscenza dei fedeli. Vi si ammirano due spade incrociate offerte da un ex allievo del Politecnico, mazzolini di spose, medaglie militari, cuori d’argento, e in un angolo, sul pavimento, una selva di stampelle.

Dalla sacrestia sbucò un prete che portava il santo ciborio.

Dopo essersi fermato alcuni istanti alla base dell’altare, salì i tre gradini, intonò l’ Oremus, l’ Introibo e il Kyrie, che il chierichetto in ginocchio recitò tutto d’un fiato.

C’era poca gente ad assistere, dodici o quindici vecchine. Si udivano i rosari sgranati, e il rumore di un martello che batteva sulla pietra. Pécuchet, chino sul suo inginocchiatoio, rispondeva agli amen. Durante l’elevazione, implorò la Beata Vergine di concedergli una fede costante e indistruttibile.

Bouvard, su una sedia accanto a lui, gli prese il libro delle preghiere, fermandosi alle litanie della Madonna.

«Purissima, castissima, venerabile, amabile, potente, misericordiosa, torre d’avorio, casa d’oro, porta del mattino», quelle espressioni di adorazione, quelle iperboli lo innalzarono verso l’oggetto di tanti omaggi.

Se la immaginò come viene rappresentata nei dipinti sacri, su cumuli di nubi, con ai piedi i cherubini, il bambin Gesù al petto; madre di consolazioni, invocata da tutti gli afflitti della terra, donna ideale assunta in cielo; perché l’Uomo uscito dalle sue viscere esalta il suo amore, e non aspira che a riposare sul suo cuore.

La messa era finita, costeggiarono i banchetti addossati al muro dalla parte della piazza. Vi si possono vedere immagini sacre, acquasantiere, urne filettate d’oro, Gesù Cristi in noce di cocco, rosari d’avorio; e il sole, colpendo i vetri dei quadri, abbagliava la vista, mettendo in risalto la grossolanità di quelle rappresentazioni, l’orrore dei disegni. Bouvard, che normalmente trovava quelle cose abominevoli, fu invece indulgente. Acquistò una piccola vergine in ceramica azzurra. Pécuchet come ricordo si accontentò di un rosario.

I venditori gridavano: «Forza! Forza! Per cinque franchi, per tre, per sessanta centesimi, per due soldi! Non dite di no alla Madonna!».

I due pellegrini si aggiravano tra i banchi senza prendere nulla. Si levarono delle osservazioni sgarbate.

«Cosa vogliono quei due uccellacci?».

«Che siano turchi?».

«Protestanti, forse!».

Una ragazzona tirò Pécuchet per la finanziera; un vecchio con gli occhiali gli mise la mano sulla spalla; sbraitavano tutti insieme; poi lasciarono i baracchini e li attorniarono, raddoppiando gli inviti e le ingiurie.

Bouvard non riuscì a trattenersi: «Lasciateci in pace, per dio!». La folla si scostò.

Ma una donna grassa che da un po’ di tempo li seguiva sulla piazza, gridò che se ne sarebbero pentiti.

Rientrati alla locanda, trovarono Goutman nel caffè. Era lì per affari, parlava con un individuo ed esaminava certe distinte che erano sul tavolo, proprio davanti a loro.

L’altro uomo indossava un berretto di pelle, pantaloni molto larghi, era di colorito sanguigno e di corporatura sottile, e malgrado i capelli bianchi aveva l’aspetto di un ufficiale in congedo, o anche di un guitto.

Ogni tanto si lasciava sfuggire un’imprecazione, ma bastava una parola sussurrata da Goutman che si calmava subito, e passava ad un altro foglio.

Bouvard, che lo stava osservando da circa un quarto d’ora, gli si avvicinò.

«Lei non è Barberou?».

«Bouvard!», esclamò l’uomo con il berretto, e si abbracciarono.

Da vent’anni Barberou era rotto ad ogni tipo di sorte. Gerente di giornale, impiegato alle assicurazioni, direttore di un allevamento di ostriche;

«le racconterò tutto»; alla fine, tornato alla sua prima attività, viaggiava per conto di una ditta di Bordeaux, e Goutman, «che giocava in casa», gli piazzava il vino presso i preti; «scusate un istante, sono subito da voi!».

Aveva ricominciato a fare dei conti, quando, sobbalzando sulla panca:

«Come sarebbe a dire duemila?».

«Proprio così!».

«Ah! Questa è buona!».

«Lei dice?».

«Dico che ho visto Hérambert di persona», replicò Barberou furibondo.

«La fattura riporta quattromila; poche storie!».

Il rigattiere rimase impassibile. «Bene, e allora? Ciò vi sdebita».

Barberou si alzò, e dal colore del volto, prima pallido, poi paonazzo, Bouvard e Pécuchet credettero che volesse strozzare Goutman.

Tornò a sedersi, incrociando le braccia. «Lei è una bella canaglia, lo ammetta!».

«Niente insulti, signor Barberou; stia attento, ci sono dei testimoni!».

«La porterò in tribunale!».

«Sì, sì!». Poi, dopo aver chiuso la borsa, Goutman si toccò l’orlo del cappello: «Favorisca!», e uscì.

Barberou raccontò i fatti: per via di un debito di mille franchi, che in seguito a raggiri da strozzino erano diventati il doppio, egli aveva dato a Goutman tremila franchi di vino; e con questo avrebbe saldato il debito con mille franchi d’avanzo; ma ora invece gliene doveva ancora tremila. I padroni lo avrebbero licenziato, e denunciato! «Canaglia! Furfante! Sporco ebreo! E

siede alle mense dei preti! Ma certo, questi sagrestani…». Si scagliò contro i preti, e picchiava con tanta violenza sul tavolo che la statuetta fu sul punto di cadere.

«Calma!», disse Bouvard.

«To’, e questa cos’è?», e Barberou, dopo aver scartato la piccola vergine:

«un ricordino del pellegrinaggio! Non mi dica che è suo!».

Invece di rispondere, Bouvard fece un mezzo sorriso.

«È mio!», disse Pécuchet.

«Mi date un dispiacere», proseguì Barberou, «ma vi farò cambiare idea, siatene certi!». E dal momento che bisogna prendere le cose con filosofia, e la tristezza non serve a niente, li invitò a pranzo.

Si misero a tavola.

Barberou fu simpatico, ricordò i vecchi tempi, afferrò per la vita la cameriera, volle misurare la pancia di Bouvard. Presto sarebbe andato a trovarli con un libro che faceva morire dal ridere.

La prospettiva di quella visita non li rallegrò molto. Ne parlarono in vettura per circa un’ora, mentre il cavallo trottava. Poi Pécuchet chiuse gli occhi. Anche Bouvard tacque. Interiormente si sentiva incline alla religione.

Il giorno prima si era presentato Marescot che aveva urgente bisogno di parlare. Marcel non sapeva altro.

Il notaio poté riceverli solo tre giorni dopo; e venne subito al dunque. La Bordin era disposta a comprare da Bouvard la fattoria, impegnandosi a versare una rendita di settemilacinquecento franchi.

Ci aveva messo gli occhi sopra fin da quando era giovane, la conosceva nei minimi particolari, difetti e vantaggi, e questo desiderio era come un cancro che la divorava. Perché, da brava donna di Normandia, amava i possedimenti meno per l’impiego sicuro di un capitale che per la felicità di calpestare un terreno che le apparteneva. Nella speranza di averlo, aveva svolto indagini, lo sorvegliava ogni giorno, risparmiava, e ora attendeva con impazienza la risposta di Bouvard.

Egli era incerto, non voleva che Pécuchet un giorno si trovasse senza beni; ma bisognava approfittare dell’occasione, una conseguenza certo del pellegrinaggio. Era la seconda volta che la provvidenza era loro favorevole.

La controproposta fu la seguente: una rendita di seimila franchi, al posto dei settemilacinquecento, che sarebbe andata all’ultimo che sopravviveva.

Marescot fece presente che uno di loro era debole di salute. La costituzione dell’altro lo predisponeva all’apoplessia, e così la signora Bordin, trasportata dalla passione, firmò il contratto.

Bouvard ne fu rattristato. Adesso qualcuno desiderava la sua morte; e questo pensiero gli suggerì delle idee severe, su Dio e sull’eternità.

Tre giorni dopo, Jeufroy li invitò al pranzo ufficiale che una volta all’anno offriva ai colleghi.

Iniziarono verso le due del pomeriggio, e finirono alle undici. Bevvero del sidro di pere, si divertirono con i giochi di parola. L’abate Pruneau dette spettacolo componendo un acrostico, Bougon fece dei giochi di carte, e il giovane vicario Cerpet cantò una breve romanza che sfiorava la galanteria. La compagnia divertì Bouvard. Il giorno dopo era meno accigliato.

Il curato si mise a frequentarli assiduamente. Dipinse la religione a colori attraenti. E poi, cosa si rischia? In breve Bouvard consentì ad accostarsi alla santa mensa. Pécuchet avrebbe partecipato al sacramento insieme a lui.

Venne il gran giorno.

A causa delle prime comunioni, la chiesa era piena di gente. I bravi borghesi con le mogli affollavano le panche, mentre il popolo minuto stava dietro, in piedi, o nella tribuna, sopra la porta.

Quello che stava per compiersi, pensava Bouvard, era inspiegabile; ma la ragione non è sufficiente per comprendere certe cose. Uomini eccezionali lo hanno ammesso. Perché non fare come loro? E come preso da una specie di torpore, contemplava l’altare, il turibolo, le candele, e sentiva la testa un po’

vuota, perché era a digiuno, e provava una singolare debolezza.

Pécuchet meditava sulla passione di Gesù Cristo, eccitandosi con slanci d’amore. Avrebbe voluto immolargli la sua anima, quella degli altri, e i rapimenti, i trasporti, le folgorazioni dei santi, tutte le creature, l’intero universo. Benché pregasse con fervore, trovava che le diverse parti della messa fossero un po’ lunghe.

Finalmente, i ragazzini si inginocchiarono sul primo gradino dell’altare, e con i loro abiti formavano un nastro nero, sormontato in modo irregolare dalle chiome bionde o scure. Poi presero il loro posto le bambine, che sotto le coroncine portavano veli lunghi fino a terra; da lontano, sembravano una striscia di nuvole bianche in fondo al coro.

Poi toccò agli adulti.

Il primo, dalla parte del vangelo, era Pécuchet; ma, certo troppo emozionato, agitava la testa a destra e sinistra. Il curato fece fatica a mettergli l’ostia in bocca, e quando la ricevette strabuzzò gli occhi.

Bouvard, al contrario, spalancò tanto la bocca che la lingua gli pendeva dalle labbra come una bandiera. Rialzandosi, toccò con il gomito la signora Bordin. I loro sguardi si incrociarono. La donna sorrideva; senza sapere perché, egli arrossì.

Dopo la Bordin, presero la comunione la signorina de Faverges, la contessa, la dama di compagnia, e un signore che non era di Chavignolles.

Gli ultimi due furono Placquevent, e Petit, il maestro; quando, all’improvviso, comparve Gorgu.

Non aveva più la barbetta; tornò al suo posto con le braccia in croce sul petto, dando uno spettacolo davvero edificante.

Il curato tenne un sermone per i bambini. Che stessero attenti, più tardi, a non fare come Giuda, che tradì il suo Dio, e conservassero sempre la veste dell’innocenza. Pécuchet rimpianse la sua. Si udì un rumore di sedie; le madri avevano fretta di abbracciare i figli.

All’uscita, i parrocchiani si complimentarono gli uni con gli altri. Alcuni piangevano. La signora de Faverges, mentre attendeva la vettura, si girò verso Bouvard e Pécuchet, per presentare loro il futuro genero: «Il signor barone di Mahurot, ingegnere». Il conte si lamentava di non vederli mai. Sarebbe tornato la settimana dopo. «Prendetene nota! Vi prego». Il calesse era arrivato; le signore del castello partirono. La folla si disperse.

Nella corte, in mezzo all’erba, trovarono un pacchetto. Il fattore, trovando la casa chiusa, l’aveva gettato dall’altra parte del muro. Era il libro promesso da Barberou, Esame del Cristianesimo, di Louis Hervieu, ex allievo della Scuola normale.

Pécuchet lo spinse via. Bouvard non voleva leggerlo.

Gli avevano ripetuto che il sacramento l’avrebbe trasformato: per molti giorni stette in attesa di veder fiorire la sua coscienza. Rimaneva sempre lo stesso; lo prese un doloroso stupore.

Come! La carne di Dio si unisce alla nostra, e non ci sono effetti! La ragione che governa i mondi non rischiara le nostre anime. La potestà suprema ci consegna all’impotenza.

Jeufroy lo rassicurò, prescrivendogli il Catechismo dell’abate Gaume.

Il fervore di Pécuchet, al contrario, era cresciuto. Avrebbe voluto prendere la comunione sotto la forma delle due specie, cantava i salmi passeggiando in corridoio, fermava i concittadini per discutere e per convertirli.

Vaucorbeil gli rise in faccia, Girbal alzò le spalle, e il capitano lo chiamò Tartufo. Adesso stavano esagerando, questo pensavano di loro.

È un’abitudine eccellente considerare le cose come simboli. Se il tuono brontola, immaginatevi il giudizio finale; davanti a un cielo senza nuvole, pensate alla condizione dei beati; mentre passeggiate, ricordatevi che ogni passo vi avvicina alla morte. Pécuchet si attenne a questo metodo. Quando indossava gli abiti, pensava all’involucro della carne di cui si è rivestita la seconda persona della Trinità. Il tic-tac dell’orologio gli ricordava i battiti del cuore, la puntura di uno spillo, i chiodi della croce. Ma aveva un bel rimanere in ginocchio per ore, e moltiplicare i digiuni, e spremersi l’immaginazione, non riusciva a distaccarsi da sé; era impossibile raggiungere uno stato di contemplazione perfetta!

Ricorse ai mistici: santa Teresa, Giovanni della Croce, Luigi di Granada, Scupoli, e quelli più moderni, monsignor Chaillot. Al posto delle cose sublimi che si aspettava, non trovò che banalità, uno stile fiacco, immagini fredde, e un mucchio di paragoni, come se ne trovano presso i costruttori di lapidi.

Imparò comunque che esistono una purificazione attiva e una passiva, una visione interna e una esterna, quattro specie di preghiere, nove perfezioni nell’amore, sei gradi d’umiltà, e che ferire l’anima non è molto diverso da una rapina spirituale.

C’erano passaggi che lo mettevano in difficoltà.

Se la carne è una maledizione, perché dobbiamo ringraziare Dio per il dono dell’esistenza? Come dobbiamo comportarci esattamente tra la paura, indispensabile per la salvezza, e la speranza, che non lo è di meno? Come riconoscere i segni della grazia? Ecc.!

Le risposte di Jeufroy erano semplici: «Non stia a tormentarsi! A voler approfondire tutto ci si mette su una china pericolosa».

Il Catechismo di perseveranza di Gaume aveva talmente disgustato Bouvard, che prese il volume di Louis Hervieu, un sommario di esegesi moderna proibito dal governo. Barberou, che era repubblicano, l’aveva acquistato.

Suscitò dubbi nella mente di Bouvard, e prima di tutto riguardo al peccato originale. «Se Dio ha creato l’uomo peccatore, non doveva punirlo; e poi il male è anteriore alla caduta, perché c’erano già vulcani e animali feroci!

Questo dogma, infine, sconvolge il mio concetto di giustizia!».

«Che vuole», diceva il curato, «è una di quelle verità su cui tutti concordano, senza che sia possibile fornire delle prove; e poi non facciamo ricadere anche noi sui figli i crimini dei padri? Costumi e leggi confermano questo decreto della provvidenza, che è riscontrabile in natura».

Bouvard scosse la testa. Dubitava anche dell’inferno. «Ogni punizione deve mirare al miglioramento del colpevole, ma con una pena eterna è impossibile! E quanti la devono sopportare! Ma pensi: tutti gli antichi, gli ebrei, i musulmani, gli idolatri, gli eretici e i bambini morti senza battesimo, quei bambini che Dio stesso ha creato! E perché? Per punirli di una colpa che non hanno commesso!».

«Così dice sant’Agostino», aggiunse il curato, «e san Fulgenzio si spinge a comprendere nella dannazione anche i feti. A dire il vero la Chiesa, a tal proposito, non si è espressa. Permetta un’osservazione: non è Dio che condanna il peccatore, ma il peccatore stesso; e poiché l’offesa è infinita, essendo Dio infinito, la punizione deve essere infinita. C’è dell’altro?».

«Mi spieghi la trinità», disse Bouvard.

«Con piacere! Facciamo un esempio: i tre lati di un triangolo, ma anche la nostra anima, che contiene: l’essere, la conoscenza e la volontà; ciò che nell’uomo si chiama facoltà, in Dio è persona. Tutto qui il mistero».

«Ma ciascun lato del triangolo non è il triangolo. E le tre facoltà dell’anima non sono tre anime. Mentre le sue persone della trinità sono tre Dei».

«Questa è una bestemmia!».

«Allora c’è una persona sola, un Dio, una sostanza che si esprime in tre modi diversi!».

«Adoriamo senza voler comprendere», disse il curato.

«E sia!», disse Bouvard.

Aveva paura di passare per empio, di essere mal visto al castello.

Adesso vi si recavano tre volte alla settimana, d’inverno verso le cinque, e si scaldavano con una tazza di tè. Per i suoi modi, il conte «ricordava l’eleganza della vecchia corte», la grassa e placida contessa rivelava un gran discernimento in ogni circostanza. La signorina Iolanda, era il «tipo ideale di giovane», l’angelo dei keepsakes, e la signora di Noaris, con il suo naso a punta, assomigliava a Pécuchet.

La prima volta che entrarono nel salotto, stava difendendo qualcuno.

«Vi assicuro che è cambiato! Lo prova il regalo».

Si trattava di Gorgu. Aveva fatto dono ai futuri sposi di un inginocchiatoio in stile gotico. Lo fecero portare. I blasoni delle due famiglie erano sbalzati e a colori. Mahurot parve soddisfatto; la signora de Noaris gli disse:

«Così si ricorderà del mio protetto!».

Poi introdusse due bambini, un ragazzino di circa dodici anni e la sorella, che non arrivava a dieci. Dai buchi dei loro stracci si intravedevano le membra rosse dal freddo. Una portava delle vecchie pantofole, all’altro restava solo uno zoccolo. La fronte spariva sotto i capelli, si guardavano attorno con occhi accesi, come lupacchiotti spaventati.

La signora de Noaris raccontò che li aveva incontrati al mattino sulla strada maestra. Placquevent non sapeva fornire alcuna informazione.

Chiesero loro come si chiamassero. «Victor. Victorine». Dove si trovava il padre? «In prigione». «E prima, cosa faceva?». «Niente». Da dove venivano?

«Da Saint-Pierre». «Quale Saint-Pierre?». Per tutta risposta i piccoli tiravano su col naso, e dicevano: «So mica, so mica». La madre era morta e loro chiedevano la carità.

La signora de Noaris spiegò come sarebbe stato pericoloso abbandonarli; impietosì la contessa, punse nell’orgoglio il conte, fu spalleggiata dalla signorina, si ostinò, ebbe partita vinta. Se ne sarebbe occupata la moglie del guardacaccia. Più tardi avrebbero procurato loro da lavorare; e poiché non sapevano né leggere né scrivere, la signora de Noaris in persona li avrebbe istruiti per il catechismo.

Quando Jeufroy veniva al castello, andavano a cercare i due mocciosi, il curato li interrogava, poi teneva un sermoncino che, dato l’uditorio, non era senza pretese.

Una volta, dopo che aveva parlato dei patriarchi, Bouvard, che tornava con lui e Pécuchet, si mise a denigrarli con passione.

Giacobbe si è distinto per le sue truffe, Davide per le uccisioni, Salomone per la dissolutezza.

L’abate rispose che bisognava guardare più lontano. Il sacrificio di Abramo prefigura la passione. Giacobbe è un’altra immagine del Messia, come Giuseppe, come il serpente di bronzo, come Mosè.

«Lei è sicuro che abbia composto il Pentateuco?».

«Sì! Senza dubbio!».

«Eppure vi si racconta la sua morte! E lo stesso vale per Giosuè, quanto ai Giudici, l’autore ci informa che all’epoca di cui narra la storia, Israele non aveva ancora Re. Dunque l’opera fu scritta sotto i Re. Ma anche i profeti mi stupiscono».

«Adesso vuol negare i profeti!».

«Per niente! Ma nella loro esaltazione, vedevano Iahvèh sotto forme diverse, fuoco, cespugli, un vecchio, una colomba; e non erano affatto certi della rivelazione, se chiedevano sempre un segno».

«Ah! E dove avrebbe fatto queste belle scoperte?».

«In Spinoza!». A quella parola, il curato sobbalzò.

«Lo ha letto?».

«Dio me ne guardi!».

«Tuttavia, signore, la scienza!».

«Caro mio, non c’è scienza se non si è cristiani».

La scienza gli ispirava battute sarcastiche. «La sua scienza è capace di far crescere una spiga di grano? Cosa ne sappiamo noi?», diceva.

Ma sapeva comunque che il mondo è stato creato per noi; sapeva che gli arcangeli sono superiori agli angeli; sapeva che il corpo degli uomini risusciterà nelle identiche condizioni di quando aveva trent’anni.

Tanta imperturbabilità pretesca irritava Bouvard, che, non fidandosi di Louis Hervieu, scrisse a Varlot. Mentre Pécuchet, meglio informato, chiese a Jeufroy delucidazioni sulla Scrittura.

I sei giorni della Genesi stanno a indicare sei grandi epoche. Il furto agli egiziani dei vasi preziosi da parte degli ebrei significa i beni intellettuali, le arti, di cui avevano rubato il segreto. Isaia non si spogliò completamente, nudus in latino vuol dire nudo fino alla cintola; così Virgilio consiglia di mettersi nudi per lavorare la terra, e certo un simile scrittore non avrebbe dato un consiglio contrario al pudore! Ezechiele che divora un libro non ha niente d’eccezionale; non si dice forse divorare un opuscolo, un giornale?

Ma se sono sempre metafore, cosa ne è dei fatti? Ciò nonostante l’abate sosteneva che erano reali. | [continua]|

[IX, 2]|

Questo modo di spiegarli parve scorretto a Pécuchet. Spinse oltre le sue ricerche, e presentò degli appunti sulle contraddizioni della Bibbia.

Dall’Esodo apprendiamo che, per quarant’anni, si fecero sacrifici nel deserto; secondo Amos e Geremia non ce ne furono. I Paralipomeni e il libro di Esdra non vanno d’accordo sul computo del popolo. Nel Deuteronomio, Mosè vede il Signore faccia a faccia; secondo l’Esodo non lo poté mai vedere. Chi dunque è ispirato?

«Motivo di più per credervi», replicava sorridendo Jeufroy. «Solo gli impostori hanno bisogno di concordanze, i sinceri non se ne curano. Nel dubbio rimettiamoci alla Chiesa. Essa è sempre infallibile».

Da chi dipende l’infallibilità?

I concili di Basilea e di Costanza l’attribuiscono al concilio. Ma spesso i concili esprimono idee diverse, lo prova ciò che accadde per Atanasio e Ario.

Quelli di Firenze e del Laterano la fanno dipendere dal papa. Ma Adriano VI afferma che il papa può sbagliarsi come un altro.

Sottigliezze! Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la validità del dogma.

L’opera di Louis Hervieu ne segnala le variazioni: un tempo il battesimo era riservato agli adulti. L’estrema unzione divenne un sacramento solo nel IX

secolo; la presenza reale è stata decretata nell’VIII, il purgatorio fu riconosciuto nel XV, l’immacolata concezione è cosa di ieri.

Ma Pécuchet non sapeva più cosa pensare neppure di Gesù. Tre vangeli ci descrivono un uomo. In un passo di san Giovanni egli sembra credersi uguale a Dio; in un altro, sempre di Giovanni, si riconosce inferiore.

L’abate replicava con la lettera del re Abgar, gli atti di Pilato e la testimonianza delle Sibille «la cui sostanza è veritiera». Ritrovava la Vergine nei Galli, l’annuncio di un Redentore in Cina, dovunque la Trinità, la Croce sul berretto del gran Lama, e in mano agli dèi in Egitto; e mostrò perfino un’incisione che raffigurava un nilometro, che però secondo Pécuchet era un fallo.

Jeufroy consultava di nascosto l’amico Pruneau, che gli suggeriva le prove traendole dagli autori. Ingaggiarono una lotta di erudizione; sferzato dall’amor proprio, Pécuchet si fece mistico e mitologo.

Paragonava la Vergine a Iside, l’eucarestia al Homa dei persiani, Bacco a Mosè, l’arca di Noè al vascello di Xisuthros, e queste somiglianze erano per lui la prova della coincidenza delle religioni.

Ma non ci possono essere più religioni, perché vi è un solo Dio, e quando era a corto di argomenti, l’uomo con la sottana esclamava:

«È un mistero!».

Ma cosa significa questa parola? Mancanza di conoscenza; molto bene.

Ma se invece indica qualcosa di contraddittorio, allora è una sciocchezza; e Pécuchet non mollava più Jeufroy. Lo sorprendeva mentre si trovava in giardino, lo aspettava al confessionale, lo importunava in sacrestia.

Il prete ricorreva a delle astuzie per sfuggirlo.

Un giorno che, dovendo somministrare i sacramenti a qualcuno, era partito per Sassetot, Pécuchet lo precedette sulla strada così da rendere inevitabile la conversazione.

Era una sera di fine agosto. Il cielo scarlatto imbruniva, una grande nuvola si andava gonfiando, compatta in basso, con volute in cima.

All’inizio Pécuchet parlò di cose indifferenti, poi scivolando sulla parola martire:

«Secondo lei quanti ce ne sono stati?».

«Almeno una ventina di milioni».

«Secondo Origene furono di meno».

«Ma, lei lo sa, Origene è sospetto!».

Ci fu una ventata piuttosto insistente che piegò l’erba dei fossati, e il doppio filare d’olmi fino all’orizzonte.

Pécuchet continuò: «Si mettono tra i martiri molti vescovi galli, uccisi perché si opponevano ai barbari, un fatto indiscutibile».

«Adesso difende gli imperatori!».

Secondo Pécuchet erano stati calunniati. «La storia della leggenda tebana è una favola. Contesto sia Sinforosa e i suoi sette figli, che Félicité e i suoi sette figli, e le sette vergini di Ancira, condannate allo stupro benché settuagenarie, e le undicimila vergini di santa Ursula, una compagna della quale si chiamava Undicimila, un nome che fu preso per una cifra, per non parlare dei dieci martiri di Alessandria!».

«Eppure! Eppure, li troviamo in autori degni di fiducia».

Caddero delle gocce d’acqua. Il curato aprì l’ombrello; e Pécuchet, una volta sotto, osò affermare che i cattolici avevano fatto più martiri presso gli ebrei, i musulmani, i protestanti e i liberi pensatori, di quanti non ne avessero fatti un tempo i romani.

Il sacerdote protestò: «Ma da Nerone a Cesare ci furono ben dieci persecuzioni!».

«E i massacri degli albigesi allora! E san Bartolomeo! E la revoca dell’editto di Nantes!».

«Eccessi sicuramente deplorevoli, ma non vorrà paragonarli a santo Stefano, san Lorenzo, Cipriano, Policarpo, e a una folla di missionari».

«Mi scusi! Vorrei ricordarle Ipazia, Gerolamo di Praga, Giovanni Huss, Bruno, Vanini, Anna Dubourg!».

La pioggia aumentava, e scendeva con tanta intensità che rimbalzava al suolo provocando come dei piccoli razzi bianchi. Pécuchet e Jeufroy camminavano lentamente, stretti uno all’altro, e il curato diceva:

«Dopo abominevoli supplizi, venivano gettati nelle caldaie!».

«Anche l’inquisizione usava la tortura, e sapeva bruciare altrettanto bene».

«Dame illustri venivano esposte nei lupanari!».

«Lei dunque pensa che i dragoni di Luigi XIV si comportassero correttamente?».

«Rifletta sulla circostanza che i cristiani non avevano fatto nulla contro lo stato!».

«Neppure gli ugonotti!».

Il vento sospingeva la pioggia, facendola turbinare. Essa batteva sulle foglie, formava ruscelli lungo il ciglio della strada, e il cielo, color fango, si confondeva con i campi spogli, perché la mietitura era finita. Non un tetto. In lontananza la capanna di un pastore.

Il cappottino di Pécuchet era completamente fradicio. L’acqua colava lungo la spina dorsale, gli entrava nelle scarpe, nelle orecchie, negli occhi, nonostante la visiera del berretto Amoros. Il curato sorreggeva con un braccio lo strascico della sottana, scoprendo le gambe, e dalle punte del tricorno l’acqua scrosciava sulle spalle come dai doccioni di una cattedrale.

Dovettero fermarsi, e dando la schiena all’acquazzone, rimasero faccia a faccia, ventre contro ventre, tenendo con le quattro mani l’ombrello che svolazzava.

Jeufroy non aveva smesso l’apologia del cattolicesimo.

«I suoi protestanti sono stati forse crocifissi come san Simeone, o hanno avuto un uomo divorato da due tigri come è accaduto a sant’Ignazio?».

«Per lei non significano niente le mogli separate dai mariti, i piccoli strappati alle madri? E i poveri in esilio, in mezzo alla neve, sull’orlo dei precipizi! Li ammucchiavano nelle prigioni; e appena morti venivano trascinati sul graticcio».

L’abate si risentì: «Se lei permette, non ci credo! I nostri invece sono martiri autentici. Santa Blandina venne abbandonata in una rete a una mucca infuriata. Santa Giulietta morì sotto una gragniuola di colpi. A san Taraco, san Probo e sant’Andronico, hanno spezzato i denti con un martello, straziati i fianchi con pettini di ferro, perforato le mani con chiodi roventi, tolta la pelle dal cranio!».

«Che esagerazione», disse Pécuchet. «La morte dei martiri obbediva in quel tempo a un’amplificazione retorica!».

«Cosa c’entra la retorica?».

«Ma certo! Quelli che le racconto io, signore, sono fatti storici. In Irlanda i cattolici sventrarono donne incinte per strappare loro i bambini!».

«Questo mai!».

«E li dettero ai maiali!».

«Ma via!».

«In Belgio, li sotterrarono vivi».

«Che facezia».

«Ci restano i nomi!».

«Ma se anche fosse», obiettò il prete, agitando l’ombrello in preda alla collera, «non possono essere definiti martiri. Perché fuori dalla Chiesa non ce n’è».

«Un momento. Se il valore del martirio dipende dalla dottrina professata, come può servire per dimostrarne l’eccellenza?».

La pioggia si calmava; non parlarono più fino al paese.

Ma sulla soglia del presbiterio, l’abate disse:

«La compiango! La compiango davvero!».

Pécuchet raccontò subito a Bouvard l’alterco. Gli era rimasta un’acredine antireligiosa; e un’ora dopo, seduto davanti a un fuoco di sterpaglia, leggeva il Parroco di Meslier.

Fu colpito dalla rozzezza di quelle negazioni; quindi, rimproverandosi di avere forse misconosciuto degli eroi, andò a scorrere nella Bibliografia la storia dei martiri più illustri.

Che urla gettava il popolo quando entravano nell’arena! E se leoni e giaguari erano troppo mansueti, venivano incitati ad avanzare con gesti e grida. Li vedevano allora, tutti coperti di sangue, sorridere stando in piedi, lo sguardo rivolto al cielo; santa Perpetua si riannodava i capelli per non sembrare afflitta. Pécuchet si mise a riflettere. La finestra era aperta, la notte tranquilla, un mucchio di stelle brillavano. Dunque in quelle anime c’erano cose di cui non abbiamo più idea, una gioia, uno spasmo divino? E Pécuchet a forza di pensarvi, si disse che lo afferrava, che avrebbe fatto come loro.

«Tu?».

«Certo!».

«Non scherzare! Credi o non credi?».

«Non so».

Accese una candela, poi gli cadde lo sguardo sul crocifisso che stava nell’alcova: «Quanti miserabili sono ricorsi a lui!», e dopo una pausa di silenzio: «Lo hanno snaturato! È colpa di Roma: la politica del Vaticano!».

Bouvard invece ammirava la Chiesa per la sua magnificenza, e non gli sarebbe dispiaciuto essere un cardinale del medioevo. «La porpora mi avrebbe donato, devi ammetterlo!».

Il berretto di Pécuchet, messo davanti al camino, non si era ancora asciugato. Mentre lo accomodava, sentì qualcosa nella fodera, e uscì fuori una medaglietta di san Giuseppe. Rimasero sconcertati, non riuscivano a spiegarsi il fatto.

La signora de Noaris volle sapere da Pécuchet se non avesse avvertito come un mutamento, un benessere, e le sue domande la tradirono. Una volta, mentre lui giocava al bigliardo, gli aveva cucito la medaglietta nel berretto.

Era chiaro che l’amava; avrebbero potuto sposarsi: era vedova; ed egli non sospettava quel sentimento, che forse avrebbe potuto rendere felice la sua vita.

Benché egli si mostrasse più religioso di Bouvard, lei lo aveva raccomandato a san Giuseppe, il cui aiuto è eccellente proprio per le conversioni.

Nessuno conosceva come lei tutti i rosari e le indulgenze che essi procurano, l’effetto delle reliquie, i benefici delle acque sante. La catenella del suo orologio aveva toccato i ceppi di san Pietro. Tra i suoi ciondoli luccicava una perla d’oro, imitazione di quella che, nella chiesa di Allouagne, contiene una lacrima di Nostro Signore. Portava al mignolo un anello che racchiudeva i capelli del curato d’Ars; e poiché raccoglieva erbe medicinali per i malati, la sua camera assomigliava a una sacrestia e, al tempo stesso, al laboratorio di un farmacista.

Passava il tempo a scrivere lettere, a visitare poveri, a perseguire il concubinato, a distribuire immagini del Sacro Cuore. Un signore doveva procurarle la “Pasta dei martiri”: un miscuglio di cera pasquale e di polvere umana presa dalle catacombe, che in casi disperati si assume in cialde o pillole. La promise a Pécuchet.

Egli parve colpito da un tale materialismo.

Verso sera, un domestico del castello gli portò un pacco di opuscoli, che riportavano espressioni pie del grande Napoleone, facezie da curato nelle locande, le morti spaventose capitate agli empi. La signora de Noaris conosceva tutto ciò a memoria, oltre a un’infinità di miracoli.

Ne raccontava di veramente stupidi, miracoli senza senso, come se Dio li avesse fatti per sbalordire il mondo. Sua nonna aveva chiuso in un armadio delle prugne secche avvolte nella biancheria, e quando, un anno più tardi, l’armadio venne aperto, se ne trovarono tredici, a forma di croce, su una tovaglia. «Mi spieghi lei». Era il suo modo di concludere i racconti, che difendeva con la testardaggine di un mulo, ma era peraltro una brava donna, di carattere gioviale.

Una volta, tuttavia, «uscì dai gangheri». Bouvard le contestava il miracolo di Pezilla: una compostiera dove avevano nascoste delle ostie, durante la rivoluzione, si era indorata da sola.

Non era possibile che, sul fondo, fosse rimasto un po’ di giallo provocato dall’umidità?

«No! Vi dico di no! Si è dorata a contatto con l’eucarestia», e come prova portò l’attestazione dei vescovi. «È, così dicono, uno scudo, un palladio posto sulla diocesi di Perpignan. Chieda piuttosto a Jeufroy!».

Bouvard non stava più nella pelle; dopo aver ripassato il suo Louis Hervieu, portò con sé Pécuchet.

L’ecclesiastico stava finendo di pranzare. Reine offrì le sedie, e a un cenno andò a prendere due bicchierini che riempì di rosolio.

Dopo di che, Bouvard espose il motivo della visita.

L’abate non rispose a tono. A Dio tutto è possibile, e i miracoli comprovano la religione.

«Eppure ci sono delle leggi».

«Questo non vuol dire. Egli le viola per ammaestrare, correggere».

«Come sa che le viola?», replicò Bouvard. «Finché la natura segue il suo corso normale, non ci si pensa; ma in un fatto straordinario, vediamo la mano di Dio».

«Può essere lei», disse il prete, «e quando un avvenimento ha dei testimoni…».

«I testimoni mandano giù tutto, non ci sono forse i falsi miracoli?».

Il prete arrossì. «Certo… qualche volta».

«E come si fa a distinguerli da quelli veri? E se quelli veri, dati come prove, hanno essi stessi bisogno di prove, perché farne?».

Intervenne Reine, e in atto di pregare come il suo padrone, disse che bisognava obbedire.

«La vita è un passaggio, ma la morte è eterna!»

«Insomma», aggiunse Bouvard tracannando il rosolio, «i miracoli di un tempo non sono meglio dimostrati di quelli odierni; quelli dei cristiani e quelli dei pagani sono sostenuti con analoghe motivazioni».

Il curato gettò la forchetta sul tavolo. «Lo ripeto, quelli erano falsi! Non ci sono miracoli fuori dalla Chiesa!».

«To’», si disse Pécuchet, «è lo stesso argomento che per i martiri: la dottrina si fonda sui fatti e i fatti sulla dottrina».

Jeufroy, dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua, continuò:

«Voi li negate, eppure ci credete. Non è già un bel miracolo il mondo convertito da dodici pescatori?».

«Per niente!», Pécuchet lo spiegava in un altro modo. «Il monoteismo viene dagli ebrei, la trinità dagli indiani. Il logos è di Platone, la vergine madre si trova in Asia».

Che importanza aveva! Jeufroy si teneva fermo al soprannaturale, non voleva che il cristianesimo avesse la minima spiegazione umana, benché presso tutti i popoli ne vedesse prodromi o deformazioni. Avrebbe sopportato l’empietà sarcastica del XVIII secolo; ma questa critica moderna, con tutto il suo garbo, l’esasperava.

«Preferisco l’ateo che bestemmia allo scettico che cavilla!».

Poi li guardò con aria di sfida, come per congedarli.

Pécuchet tornò afflitto. Aveva sperato in un accordo tra fede e ragione.

Bouvard gli fece leggere questo passo di Louis Hervieu:

«Per conoscere l’abisso che le separa, confrontate i loro assiomi:

«La ragione vi dice: il tutto racchiude la parte; e la fede vi risponde con la transustanziazione. Gesù, comunicandosi con gli apostoli, aveva il proprio corpo in mano, e la testa in bocca.

«La ragione vi dice: non si è responsabili dei crimini altrui; e la risposta della fede è il peccato originale.

«La ragione vi dice: tre è tre; la fede dichiara che tre è uno».

Smisero di frequentare l’abate.

Era l’epoca della guerra in Italia. La gente perbene tremava per il Papa.

Si tuonava contro Vittorio Emanuele. La signora de Noaris arrivò ad augurargli la morte.

Bouvard e Pécuchet protestarono molto timidamente. Quando la porta del salotto si apriva davanti a loro, e passando si vedevano riflessi nelle alte specchiere, mentre dalle finestre si scorgevano i viali, dove contro il fogliame spiccava il panciotto rosso di un domestico, essi provavano un senso di piacere; e il lusso di quel posto li rendeva indulgenti verso le parole che vi si dicevano.

Il conte prestò loro le opere di de Maistre. Ne sviluppava i principi davanti alla cerchia dei più intimi: Hurel, il curato, il giudice di pace, il notaio e il barone, suo futuro genero, che di quando in quando trascorreva una giornata al castello.

«Il vero abominio», diceva il conte, «è lo spirito dell‘89! Si comincia col contestare Dio, poi si critica il governo, e infine si arriva alla libertà; libertà d’ingiurie, di rivolta, di spassarsela o meglio di saccheggio. Al punto che la religione e il potere devono mettere al bando gli indipendenti, gli eretici. Si griderà allora alla persecuzione! Come se i boia perseguitassero i criminali.

Riassumendo. Non c’è Stato senza Dio! La legge non può essere rispettata se non viene dall’alto; oggi non sono in gioco gli italiani, ma se avrà la meglio la rivoluzione o il papa, satana o Gesù Cristo!».

Jeufroy approvava con dei monosillabi, Hurel sorridendo, il giudice di pace annuendo con la testa. Bouvard e Pécuchet guardavano il soffitto, la signora de Noaris, la contessa e Iolanda lavoravano per i poveri, Mahurot, vicino alla fidanzata, scorreva i giornali.

Si facevano delle pause di silenzio, dove ciascuno sembrava immerso nella soluzione di un problema. Napoleone III cessava di essere un salvatore, anzi, permettendo ai muratori di lavorare alle Tuileries anche la domenica, dava un esempio deplorevole.

«Non si dovrebbe permettere», era l’espressione più frequente del Conte.

Economia sociale, belle arti, letteratura, storia, teorie scientifiche, in qualità di cristiano e padre di famiglia, egli sentenziava su tutto; e volesse Dio che il governo, a tal proposito, mostrasse il medesimo rigore che egli esercitava in casa sua. Solo il potere giudica i pericoli della scienza; una sua diffusione eccessiva sollecita nel popolo ambizioni funeste. Era ben più felice, questo povero popolo, quando signori e vescovi temperavano l’assolutismo del re. Ora si fa sfruttare dagli industriali. Finirà schiavo!

E tutti rimpiangevano i vecchi tempi, Hurel per viltà, Coulon per ignoranza, Marescot come artista.

Una volta a casa, Bouvard si ritemprava con La Mettrie, d’Holbach, ecc.; Pécuchet si allontanò dalla religione, che era diventata uno strumento di potere. Mahurot aveva preso la comunione per meglio sedurre le signore, e se praticava era a causa della servitù.

Matematico e pianista dilettante, suonava i valzer, ammirava Toeppfer, eccelleva in uno scetticismo di buon gusto; ciò che si dice degli abusi feudali, dell’inquisizione o dei gesuiti, sono pregiudizi, e vantava il progresso, disprezzando però chi non era nobile o uscito dal Politecnico.

Anche Jeufroy non andava loro a genio. Credeva alle fatture, scherzava sugli dèi, affermava che tutte le lingue vengono dall’ebraico; la sua retorica era monotona; erano sempre gli stessi cervi presi al laccio, miele e assenzio, oro e piombo, profumi, urne, e l’anima del cristiano paragonata al soldato che, davanti al peccato, deve dire: «Non passerai!».

Per evitare i suoi sermoni, arrivavano al castello il più tardi possibile.

Un giorno, tuttavia, lo incrociarono.

Da un’ora aspettava i suoi due allievi. Quando entrò la signora de Noaris.

«La piccola è scomparsa. Ho con me Victor. Ah! Che disgraziato».

Gli aveva trovato in tasca un ditale d’argento, che aveva perso tre giorni prima; poi, soffocata dai singhiozzi: «Ma non è tutto! Non è tutto! Mentre lo rimproveravo, mi ha mostrato il sedere!». E prima che il conte e la contessa dicessero qualcosa: «D’altra parte è colpa mia, perdonatemi!».

Aveva tenuto nascosto che i due orfani erano i figli di Touache, ora detenuto ai bagni penali.

Cosa fare?

Se il conte li cacciava, essi erano perduti, e il suo atto caritativo sarebbe sembrato un capriccio.

Jeufroy non ne fu sorpreso. Poiché l’uomo è corrotto per natura, per migliorarlo non c’è che la punizione.

Bouvard protestò. È meglio la dolcezza.

Ma il conte, ancora una volta, si dilungò sulla necessità del pugno di ferro, indispensabile ai bambini, come ai popoli. Quei due erano pieni di vizi, la piccola era bugiarda, il ragazzino violento. Il furto, dopo tutto, era perdonabile, l’insolenza mai, perché l’educazione deve essere una scuola di rispetto.

Per questo Sorel, il guardacaccia, avrebbe immediatamente somministrato al giovanotto una bella sculacciata.

Mahurot, che doveva parlargli, s’incaricò di fare la commissione. Prese un fucile in anticamera, e chiamò Victor, che era rimasto in mezzo alla corte, a capo chino.

«Seguimi», disse il barone.

Poiché la strada che conduceva dalla guardia era poco distante da Chavignolles, Jeufroy, Bouvard e Pécuchet lo accompagnarono.

A cento passi dal castello, li pregò di non parlare finché costeggiavano il bosco.

Il terreno scendeva fin sulla sponda del fiume, dove si ergevano grandi massi di roccia. Il sole al tramonto riverberava sulle lastre dorate dell’acqua. Il verde delle colline di fronte si copriva d’ombra. Soffiava un’aria frizzante.

Alcuni conigli uscirono dalle tane per brucare l’erba.

Partì una fucilata, poi una seconda, e un’altra; i conigli saltavano, cadevano. Victor vi si gettava sopra per prenderli, e ansimava, zuppo di sudore. «Ti concerai i vestiti», disse il barone. La blusa era strappata e sporca di sangue.

La vista del sangue ripugnava a Bouvard. Non ammetteva che se ne potesse versare.

Jeufroy disse: «Qualche volta le circostanze lo esigono. Se non è quello del colpevole, ci vuole quello di un altro, come c’insegna la redenzione».

Secondo Bouvard non era servita, nonostante il sacrificio di Nostro Signore, quasi tutti gli uomini erano dannati.

«Si rinnova ogni giorno nell’eucarestia».

«E il miracolo», disse Pécuchet, «avviene per mezzo di parole, anche se il sacerdote ne è indegno!».

«Questo è il mistero, signore!».

Intanto Victor aveva messo gli occhi sul fucile, e cercava di toccarlo.

«Giù le zampe!». E Mahurot prese un sentiero nel bosco.

Il prete stava in mezzo tra Bouvard e Pécuchet, e gli disse: «Faccia attenzione, lei lo sa Debetur pueris».

Bouvard gli assicurò che si prosternava davanti al Creatore, ciò che lo indignava era che se ne facesse un uomo. Si teme la sua vendetta, si lavora per la sua gloria; possiede tutte le virtù, un braccio, un occhio, una politica, un’abitazione. «Padre nostro che sei nei cieli, cosa significa?».

E Pécuchet aggiunse:

«Il mondo si è allargato; la terra non è più al centro. Essa gira insieme a una moltitudine infinita di corpi simili. Molti la superano in grandezza, e questo rimpicciolimento del nostro globo contribuisce a un’immagine più sublime di Dio». Dunque la religione doveva cambiare. Il paradiso è qualcosa d’infantile, con quei suoi beati in perpetua adorazione, sempre intenti a cantare, e che dall’alto assistono alle torture dei dannati. Quando si pensa che a fondamento del cristianesimo c’è una mela!

Il curato si arrabbiò. «Neghi la rivelazione, sarebbe più semplice».

«Secondo lei come ha fatto Dio a parlare?», disse Bouvard.

«Spetta a lei provare che non ha parlato!», disse Jeufroy.

«Di nuovo, chi glielo dice?».

«La Chiesa!».

«Bel testimone!».

La discussione annoiava Mahurot; e mentre camminava:

«Date retta al curato! Ne sa più di voi!».

Bouvard e Pécuchet si fecero un cenno d’intesa per prendere un’altra strada, e arrivati alla Croce verde:

«Bene, buonasera».

«Servo vostro», disse il barone.

Avrebbero riferito tutto a Faverges? E ne sarebbe seguita una rottura?

Tanto peggio! Si sentivano disprezzati da quei nobili; non li invitavano mai a pranzo; erano stanchi della signora de Noaris, con i suoi continui lamenti.

Non potevano però tenersi il de Maistre; e una quindicina di giorni dopo tornarono al castello, pensando che non li avrebbero ricevuti.

Vennero ricevuti.

Tutta la famiglia si trovava nel salottino, compreso Hurel, e insolitamente anche Foureau.

La correzione non aveva corretto Victor. Si rifiutava di imparare il catechismo; Victorine diceva le parolacce. Dunque, il ragazzo sarebbe andato ai “Giovani detenuti”, la ragazza in convento. Foureau si era incaricato delle pratiche, e stava andandosene quando la contessa lo richiamò.

Aspettavano Jeufroy, per fissare insieme la data del matrimonio, quello civile si sarebbe celebrato molto prima di quello religioso, per mostrare il disprezzo in cui era tenuto il rito laico.

Foureau tentò d’impedirlo. Il conte e Hurel lo attaccarono. Cos’era una funzione municipale davanti a un atto sacramentale? Quanto al barone, non si sarebbe sentito sposato, se questo fosse accaduto solo davanti a una sciarpa tricolore.

«Bravo!», disse Jeufroy entrando. «Gesù ha voluto il matrimonio…».

Pécuchet lo fermò. «In quale vangelo? Al tempo degli apostoli veniva considerato così poco che Tertulliano lo paragona all’adulterio».

«Ah! Questa poi!».

«Ma certo! Non è un sacramento! Al sacramento è necessario un segno.

Qual è il segno del matrimonio?». Il curato ebbe un bel rispondere che rappresentava l’alleanza di Dio con la Chiesa. «Lei non comprende più il cristianesimo! E la legge…».

«Essa ne custodisce il carattere», disse Faverges. «Senza il cristianesimo, la legge autorizzerebbe la poligamia!».

Si udì una voce: «E dove sarebbe il male?».

Era Bouvard, mezzo nascosto dietro una tenda. «Si potrebbero avere più mogli, come i patriarchi, i mormoni, i musulmani, e con ciò rimanere onesti!».

«Mai!», esclamò il prete. «L’onestà consiste nel rendere ciò che è dovuto.

Noi dobbiamo onorare Dio. Dunque chi non è cristiano non è onesto!».

«Come gli altri!», disse Bouvard.

Il conte, ravvisando in questa battuta un attacco alla religione, si mise ad esaltarla. Solo lei aveva liberato gli schiavi.

Bouvard, per mezzo di citazioni, provò il contrario: «San Paolo raccomanda loro di obbedire ai padroni come a Gesù. Sant’Ambrogio chiama la schiavitù dono di Dio. Il Levitico, l’Esodo e i concili l’hanno giustificata. Bossuet la mette tra i diritti delle genti. E monsignor Bouvier l’approva».

Il conte obiettò che la civiltà si era sviluppata solo grazie al cristianesimo.

«E alla pigrizia, che ha fatto della povertà una virtù!».

«Mi scusi, signore, e la morale del vangelo?».

«Eh! Eh! Non così morale! Gli operai dell’ultima ora vengono pagati quanto quelli della prima. Si dà a chi possiede, si porta via a chi non ha.

Quanto al precetto di prendere schiaffi senza renderli, e di lasciarsi derubare, incoraggia gli audaci, i lavativi e i furfanti».

Lo scandalo raggiunse il culmine quando Pécuchet dichiarò che stimava altrettanto il Buddismo.

Il prete scoppiò a ridere. «Ah! Ah! Ah! Il Buddismo!».

La signora de Noaris alzò le braccia. «Il Buddismo!».

«Come, il Buddismo?», fece eco il conte.

«Lei lo conosce?», chiese Pécuchet a Jeufroy, che si confuse.

«E allora sappiatelo! Esso ha riconosciuto la vanità delle cose terrene meglio e prima del cristianesimo. Le sue pratiche sono austere, i suoi fedeli più numerosi di tutti i cristiani, e quanto ad incarnazione, Visnù ne ha provate non una sola, ma nove! Giudicate voi!».

«Chiacchiere di viaggiatori», disse la signora de Noaris.

«Spalleggiati dai massoni», aggiunse il curato.

Parlavano tutti assieme: «Su dunque. Continui! Molto grazioso! Lo trovo straordinario. Impossibile», al punto che Pécuchet, esasperato, annunciò che si sarebbe fatto buddista!

«Ci sono delle signore, lei le offende!», disse il barone. La signora de Noaris si accasciò in una poltrona. La contessa e Jolanda tacevano. Il conte aveva gli occhi fuori dalle orbite; Hurel era in attesa di ordini. L’abate, per darsi un contegno, leggeva il breviario.

Il suo comportamento calmò Faverges; e squadrando i due: «Prima di biasimare il vangelo, quando la propria vita è macchiata, ci sono delle riparazioni…».

«Riparazioni?».

«Macchie?».

«Basta, signori! Cercate di capire!». Poi, rivolto a Foureau: «Sorel è avvertito! Andate!». Bouvard e Pécuchet si ritirarono senza salutare.

In fondo alla strada, lasciarono libero sfogo al risentimento tutti e tre.

«Mi trattano come un domestico», brontolava Foureau; gli altri due annuivano, e malgrado la faccenda delle emorroidi, egli provava per loro una specie di simpatia.

C’erano dei cantonieri che lavoravano nella campagna. L’uomo che li comandava si avvicinò, era Gorgu. Si misero a parlare. Sorvegliava la messa in opera del selciato sulla strada votata nel 1848, e doveva il posto a Mahurot, l’ingegnere, «quello che deve sposare la signorina de Faverges! Voi venite certo da là!».

«Per l’ultima volta!», disse brutalmente Pécuchet.

Gorgu prese un’aria ingenua. «Una lite? To’, to’!».

E se, quando gli voltarono le spalle, avessero visto la sua espressione, avrebbero compreso che ne fiutava la causa.

Poco oltre, si arrestarono davanti a una staccionata che racchiudeva delle cucce per cani e una casetta dalle tegole rosse.

Sulla soglia c’era Victorine. Si udì abbaiare. Si fece avanti la moglie del guardacaccia.

Intuendo il motivo per cui veniva il sindaco, chiamò Victor.

Erano già pronti, i loro averi stavano in due fazzoletti chiusi con spille.

«Buon viaggio», disse la donna, «mi libero di questa feccia!».

Era colpa loro se erano figli di un forzato? Al contrario, sembravano molto dolci, non si preoccupavano neppure del posto dove li portavano.

Bouvard e Pécuchet li osservavano camminare davanti a sé.

Victorine canticchiava parole incomprensibili, il fazzoletto al braccio, come una modista che porta la sua cartella. Ogni tanto si voltava; e davanti a quei riccioli biondi e al bel figurino, rimpiangeva di non avere una figlia come lei. Allevata in altre circostanze, sarebbe diventata una creatura affascinante: che gioia vederla crescere, poterla abbracciare ogni giorno e udire il suo cinguettio; sentì salirgli dal cuore alle labbra una tenerezza che gli inumidiva gli occhi, e un po’ l’opprimeva.

Victor si era messo il suo fardello sulle spalle, come un soldato.

Fischiettava, prendeva a sassate le cornacchie che stavano sui solchi dei campi, correva sotto gli alberi per tagliarsi dei bastoni; Foureau lo richiamò; e Bouvard, tenendolo per mano, era contento di sentire quelle dita di ragazzo, robuste e vigorose, tra le sue. Quel diavoletto in fondo non chiedeva che di crescere in piena libertà, come un fiore nell’aria! E invece appassiva rinchiuso tra lezioni, punizioni, un mucchio di sciocchezze! Bouvard fu preso da un sussulto di pietà, dall’indignazione contro il destino, insomma una di quelle rabbie che porterebbero ad abbattere il governo.

«Corri!», disse. «Divertiti! Goditi la vita!».

Il ragazzo fuggì.

I due fratelli avrebbero dormito nella locanda, e all’alba del giorno dopo, un inviato da Falaise avrebbe preso Victor per consegnarlo al penitenziario di Beaubourg, mentre una religiosa dell’orfanotrofio di Grand-Camp avrebbe portato con sé Victorine.

Dopo aver spiegato le disposizioni, Foureau tornò ad immergersi nei suoi pensieri. Bouvard volle sapere quanto poteva costare il mantenimento dei due marmocchi.

«Vediamo… trecento franchi circa! Il conte me ne ha dati venticinque per le prime spese! Quel tirchio!».

E rimuginando dentro di sé il disprezzo manifestato per la sua sciarpa, Foureau affrettò il passo, in silenzio.

Bouvard mormorò: «Mi fanno pena. Me ne occuperei io volentieri!».

«Anch’io», disse Pécuchet, a cui era venuta la stessa idea.

C’erano degli impedimenti?

«Nessuno!», rispose Foureau. Inoltre, come sindaco, spettava a lui affidare a chi volesse i bambini abbandonati. E dopo aver esitato a lungo: «Va bene! Prendeteli! Questo li farà indispettire».

Bouvard e Pécuchet li portarono con sé.

Rientrando a casa, trovarono ai piedi della scala Marcel che, in ginocchio davanti alla Madonna, pregava con fervore. Il capo indietro, gli occhi socchiusi, con il labbro leporino cascante, sembrava un fachiro in estasi.

«Che selvaggio!», disse Bouvard.

«Perché? Può darsi veda cose che, se tu le conoscessi, ti farebbero invidia. Non ci sono forse due mondi, totalmente separati? Il contenuto di un ragionamento ha meno valore del modo in cui si ragiona. Una fede vale l’altra!

L’importante è credere».

Queste furono, all’esclamazione di Bouvard, le obiezioni di Pécuchet.

X

Si procurarono numerose opere che riguardavano l’educazione, il risultato fu un sistema. Bisognava mettere al bando ogni idea metafisica, e forti del metodo sperimentale assecondare lo sviluppo della natura. Non c’era fretta, tanto i due allievi dovevano dimenticare ciò che avevano appreso.

Benché fossero di costituzione robusta, Pécuchet, che si sentiva uno spartiata, voleva renderli ancora più resistenti, abituarli alla fame, alla sete, alle intemperie, e voleva perfino che portassero scarpe bucate, così da diventare insensibili ai raffreddori. Bouvard si oppose.

Lo sgabuzzino buio in fondo al corridoio divenne la loro camera da letto.

Il mobilio era costituito da due brande, due bacinelle, una brocca. Sopra la loro testa c’era una finestrella, e lungo il muro correvano ragni.

Ciò ricordava loro l’interno di una capanna dove sentivano litigare. Una notte il padre era rientrato con le mani insanguinate. Dopo qualche tempo erano arrivati i gendarmi. Poi avevano abitato in un bosco. Lì, uomini che fabbricavano zoccoli avevano abbracciato la madre. Era morta; erano stati portati via su un carretto; li picchiavano molto; si erano persi. Rivedevano quindi la guardia campestre, la signora de Noaris, Sorel, e quella casa incomprensibile, dove si trovavano bene. Fu dunque con doloroso stupore che, dopo otto mesi, capirono che ricominciavano le lezioni.

Bouvard s’incaricò della piccola. Pécuchet del ragazzo.

Victor riconosceva le singole lettere, ma non riusciva a sillabare.

Balbettava, si fermava all’improvviso, e assumeva un’espressione idiota.

Victorine faceva delle domande. Perché ch in orchestra e non in arcano? Perché a volte le vocali devono essere unite e altre volte staccate? Tutto ciò non è giusto. S’indignava.

I maestri davano lezione alla stessa ora, nelle rispettive camere, e la parete divisoria era così sottile che quelle quattro voci, una flautata, una profonda e due acute, producevano accordi terrificanti. Per venirne a capo, stimolando i marmocchi con l’emulazione, provarono a farli lavorare insieme nel museo; e affrontarono la scrittura.

I due allievi, ciascuno a un capo del tavolo, copiavano un esempio. Ma stavano seduti in modo scorretto. Bisognava raddrizzarli; i fogli cadevano, le penne si spezzavano, l’inchiostro si rovesciava.

C’erano giorni in cui Victorine si comportava bene per i primi cinque minuti, poi si metteva a scarabocchiare; e, scoraggiata, restava a fissare il soffitto. Victor si addormentava facilmente, stravaccato sul tavolo.

Soffrivano, forse? Una tensione eccessiva nuoce alle giovani menti.

«Smettiamola», disse Bouvard.

Non c’è nulla di così stupido come voler fare imparare a memoria; ma la memoria, se non si esercita, si atrofizza; e ripetevano loro le prime favole di La Fontaine. I ragazzi parteggiavano per la formica che economizza, il lupo che mangia l’agnello, il leone che prende tutto per sé.

Divenuti più audaci, devastarono il giardino. Ma cosa si poteva fare per divertirli?

Jean-Jacques, nell’ Emilio consiglia al precettore di lasciare che sia l’allievo stesso a costruire i suoi giocattoli, aiutandolo un po’, ma senza averne l’aria. Bouvard non riuscì a fabbricare un cerchio, Pécuchet a mettere insieme una palla.

Passarono ai giochi istruttivi, come ritagliare e la lente che brucia.

Pécuchet mostrò il suo microscopio; mentre, alla luce di una candela, Bouvard si serviva delle dita per disegnare sopra un muro le ombre di una lepre o di un maiale. Il pubblico si annoiò.

Ci sono autori che esaltano lo svago di una colazione in campagna, di una gara in barca; ma è realistico? Fénelon suggerisce, ogni tanto, «una conversazione innocente». Come si fa ad immaginarne anche una sola?

Tornarono alle lezioni; e avevano ormai esaurito le palline sfaccettate, i righelli, la scatola tipografica, quando pensarono a uno stratagemma.

Dal momento che Victor era un ghiottone, gli sottoponevano il nome di un piatto: in breve fu in grado di leggere scorrevolmente il Cuoco francese.

Victorine invece era vanitosa, e quindi le promettevano un abito a patto che scrivesse alla sarta: in meno di tre settimane il prodigio si avverò. Certo assecondare i loro difetti era un metodo pericoloso, eppure aveva avuto successo.

Ma ora che sapevano scrivere e leggere, cos’altro insegnare? Un nuovo problema. Le ragazze non hanno bisogno di cultura come i ragazzi. Di solito vengono cresciute, nella generale indifferenza, come autentici bruti, limitando le loro nozioni a un po’ di sciocchezze mistiche.

È giusto che imparino le lingue? «Lo spagnolo e l’italiano», sostiene il cigno di Cambrai, «non servono che a leggere opere pericolose». Una motivazione stupida. Tuttavia cosa ne avrebbe fatto Victorine di queste lingue, dal momento che l’inglese è di uso più comune? Pécuchet ne studiò le regole, e con grande serietà mostrava come si deve pronunciare il th «ecco, vedi: the, the, the!».

Ma prima di educare un giovane, bisognerebbe conoscerne le attitudini. È

possibile intuirle per mezzo della frenologia. Vi s’immersero. Poi desiderarono verificarne le affermazioni su se stessi. Le bozze di Bouvard rivelavano benevolenza, immaginazione, venerazione e vigore in amore; volgarmente: erotismo.

Dalle ossa temporali di Pécuchet si arguivano la filosofia e l’entusiasmo, uniti alla scaltrezza.

Erano proprio i loro caratteri.

Quello che più li sorprese, fu di riconoscere in entrambi la propensione all’amicizia, e, entusiasti della scoperta, si abbracciarono commossi.

In seguito l’indagine riguardò Marcel.

Sapevano bene che il suo difetto maggiore era uno spaventoso appetito.

Tuttavia, Bouvard e Pécuchet rimasero sconcertati costatando sopra il padiglione dell’orecchio, all’altezza dell’occhio, l’organo dell’alimentatività. Con gli anni il loro domestico sarebbe diventato probabilmente come la donna della Salpêtrière, che ogni giorno mangiava otto libbre di pane, e una volta inghiottì dodici minestre, un’altra sessanta tazze di caffè. Non avrebbero potuto mantenerlo.

Le teste dei loro allievi non offrivano niente di particolare. Ciò dipendeva certo dalla loro incapacità. Per aumentare l’esperienza, escogitarono un mezzo semplicissimo. Nei giorni di mercato si confondevano ai contadini che stavano sulla piazza, tra sacchi d’avena, ceste di formaggi, vitelli, cavalli e, insensibili alla calca, quando trovavano un ragazzo accompagnato dal padre, chiedevano a quest’ultimo di potergli toccare il cranio per motivi scientifici.

La maggior parte non rispondeva nemmeno. Altri, credendo che si trattasse di una pomata per la tigna, rifiutavano offesi; qualcuno, per inerzia, si lasciava condurre sotto il porticato della chiesa, dove non li avrebbero disturbati.

Un mattino, in cui Bouvard e Pécuchet stavano iniziando le loro visite, apparve all’improvviso il curato; e vedendo quello che facevano, incolpò la frenologia di spingere al materialismo e al fatalismo. Ladri, assassini, adulteri, non hanno che da addebitare i loro crimini alle deficienze delle loro bozze.

Bouvard obiettò che l’organo predispone solo all’azione, non costringe.

Dal fatto che un uomo porti con sé il germe di un vizio, non deriva che sarà vizioso. «Ammiro comunque la sua ortodossia; sostiene le idee innate, ma respinge le inclinazioni. Bella contraddizione».

La frenologia, secondo Jeufroy, negava l’onnipotenza divina, ed era indecente praticarla all’ombra di un luogo sacro, proprio in faccia all’altare.

«Andatevene! Via! Andatevene!».

Si accamparono da Ganot, il barbiere. Per vincere ogni resistenza, Bouvard e Pécuchet si spinsero ad offrire ai genitori una rasatura o una arricciatura.

Un pomeriggio arrivò il dottore per farsi tagliare i capelli. Sedutosi in poltrona, vide riflessi nello specchio i due frenologi, che esploravano con le dita le teste dei ragazzi.

«Credete a queste sciocchezze?». disse.

«Perché sciocchezze?».

Vaucorbeil ebbe un sorriso di disprezzo; poi affermò che nel cervello non esistono organi diversi. Un uomo digerisce un cibo che un altro non digerisce.

Bisogna per questo supporre che vi siano tanti stomaci quanti sono i gusti?

Tuttavia, un lavoro riposa di un altro, uno sforzo intellettuale non suppone tutte le facoltà. Dunque ognuna ha una sede distinta.

«Gli anatomisti non l’hanno trovata», disse Vaucorbeil.

«Perché hanno mal sezionato», replicò Pécuchet.

«Come sarebbe a dire?».

«Certo! Tagliano i pezzi senza badare alla connessione delle parti», era un’espressione che ricordava di aver trovato in un libro. «Che balordaggine!», esclamò il medico. «Il cranio non è modellato sul cervello, l’esterno sull’interno. Gall si sbaglia e vi sfido a provare la sua dottrina prendendo tre persone a caso nella bottega».

La prima era una contadina dai grandi occhi azzurri.

Pécuchet, osservandola, disse: «Questa ha molta memoria».

Il marito confermò il fatto, e si offrì anche lui per un esame.

«Oh! Caro mio, lei ha la testa dura, vero?».

Tutti dissero che era la persona più testarda che ci fosse al mondo.

Il terzo esperimento lo fecero su un ragazzo accompagnato dalla nonna.

Pécuchet dichiarò che gli piaceva la musica.

«Lo credo bene!», disse la brava donna,. «Fai vedere ai signori!».

Il ragazzo tirò fuori dalla blusa uno scacciapensieri, e si mise a soffiarvi dentro. Si udì un gran fracasso. Era il dottore, che se ne andava sbattendo violentemente la porta.

Non dubitarono più di se stessi, e chiamando i due allievi, ricominciarono l’analisi della scatola cranica.

Quella di Victorine era complessivamente unita, segno di ponderatezza; ma il cranio del fratello era deplorevole! Una sporgenza molto forte all’angolo mastoideo dei parietali indicava l’organo della distruttività, dell’assassinio; e una protuberanza più in basso indicava la cupidigia, il furto. Bouvard e Pécuchet ne rimasero rattristati per otto giorni.

Ma bisognerebbe intendersi sulle parole; ciò che si chiama aggressività implica il disprezzo della morte. Se genera degli omicidi, può ugualmente produrre atti di eroismo. La cupidigia comprende l’abilità dei borsaioli e la passione dei commercianti. L’irriverenza è simile allo spirito critico, la furbizia alla prudenza. Un istinto si sdoppia sempre in due parti, una cattiva e una buona; se si coltiva la seconda, si distruggerà la prima; e con questo sistema, un ragazzo scapestrato, ben lungi dall’essere un bandito, diventerà un generale. Il vile sarà un uomo prudente, l’avaro un economo, il prodigo un uomo generoso.

Una magnifica utopia occupò i loro pensieri; se l’educazione dei loro allievi fosse riuscita, avrebbero fondato un istituto con lo scopo di raddrizzare l’intelligenza, domare le intemperanze di carattere, elevare i cuori. Parlavano apertamente di sottoscrizioni ed edifici.

Il trionfo conseguito da Ganot li aveva resi celebri, e la gente andava a consultarli per conoscere le possibilità della propria sorte.

Ne sfilavano di ogni tipo: crani a palla, a pera, a pan di zucchero, quadrati, alti, stretti, schiacciati, con mascelle da bue, volti d’uccello, occhi porcini. Tutta quella gente intralciava il lavoro del parrucchiere. I gomiti sfioravano l’armadio a vetri che conteneva i profumi, i pettini venivano messi in disordine, ruppero il lavabo; allora cacciò fuori tutti quegli ammiratori, pregando Bouvard e Pécuchet di seguirli, un ordine che eseguirono senza reclamare, perché la cranioscopia li aveva un po’ stancati.

Il giorno dopo, mentre passavano davanti al giardinetto del capitano, videro che stava conversando con Girbal, Coulon, la guardia campestre, e suo figlio minore Zéphyrin, vestito da chierichetto. La veste era nuovissima, la sfoggiava prima di riporla in sagrestia, e tutti gli facevano i complimenti.

Placquevent pregò i signori di tastare il suo ragazzo, ansioso di sapere cosa ne pensassero.

La pelle della fronte sembrava tesa; il naso piccolo, con la punta cartilaginosa, cadeva storto sulle labbra sottili; aveva il mento a punta, lo sguardo obliquo, la spalla destra troppo alta. «Togliti lo zucchetto», gli disse il padre.

Bouvard mise le sue mani tra quei capelli color paglia; poi fu la volta di Pécuchet; e si scambiarono a bassa voce le loro impressioni:

« Biofilia manifesta. Ah! Ah! L’ approvativitàScrupolo assente! Amatività nulla!».

«Allora?», chiese la guardia campestre.

Pécuchet aprì la tabacchiera e fiutò una presa.

«Niente di buono, eh?».

«Non è un genio», rispose Bouvard, «parola mia».

Placquevent arrossì per l’umiliazione. «Farà comunque quello che voglio io».

«Oh! Oh!».

«Sono o non sono suo padre, per Dio! Ho bene il diritto…».

«Fino a un certo punto», proseguì Pécuchet.

S’intromise Girbal: «Non si può contestare l’autorità paterna».

«E se il padre è un idiota?».

«Non importa», disse il capitano, «il suo potere rimane assoluto».

«Nell’interesse dei figli», aggiunse Coulon.

Secondo Bouvard e Pécuchet, i figli non dovevano niente agli autori dei loro giorni, mentre i genitori, al contrario, devono loro il cibo, l’istruzione, cure, insomma tutto!

Queste idee immorali mossero a sdegno i borghesi. Placquevent si sentì ferito come da un insulto.

«Belle teorie, basta guardare quelli che raccattate per la strada!

Andranno lontano! Fate attenzione».

«Attenzione a cosa?», disse con acredine Pécuchet.

«Oh! Non mi fa certo paura!».

«E neanche lei».

Intervenne Coulon, che portò via la guardia campestre per calmarla.

Per qualche tempo restarono in silenzio. Poi parlarono delle dalie del capitano, che non mollò il suo uditorio finché non le ebbe mostrate tutte, una dopo l’altra.

Bouvard e Pécuchet tornavano a casa, quando cento passi davanti a loro videro Placquevent con a fianco Zéphyrin, che si riparava con i gomiti dagli schiaffi del padre.

Ciò che avevano udito, non erano che le idee del conte espresse in altro modo; ma i loro allievi avrebbero testimoniato con l’esempio come la libertà abbia la meglio sulla costrizione. Un po’ di disciplina era tuttavia indispensabile.

Pécuchet affisse nel museo una lavagna per le dimostrazioni; avrebbero tenuto un registro dove annotare la sera il comportamento dei ragazzi, e lo avrebbero riletto il giorno dopo. Tutto si sarebbe svolto al suono della campana. All’inizio si servirono di ordini espressi con tono paterno, come Dupont de Nemours, poi di quelli militari, e fu proibito dare del tu.

Bouvard si sforzò di insegnare a far di conto a Victorine. A volte si sbagliava lui stesso; ne ridevano insieme; poi lei lo baciava sul collo, dove non c’era la barba, e gli chiedeva di andarsene; la lasciava fare.

Quando era ora di lezione, Pécuchet aveva un bel suonare la campanella, e urlare comandi militari, il ragazzo non arrivava. Le calze gli pendevano sempre sulle caviglie; anche a tavola si metteva le dita nel naso, e non tratteneva le scoregge. A tal proposito Broussais proibisce le ramanzine; poiché «bisogna assecondare l’istinto di conservazione».

I due fratelli si esprimevano in modo spaventoso, dicevano anca io, al posto di «anch’io», bevere per «bere»,  invece di «lui», agua; ma dal momento che la grammatica non può venire assimilata dai bambini, che l’apprenderanno solo sentendo parlare correttamente, i due poveretti controllarono i propri discorsi fino a incepparsi.

Sulla geografia avevano opinioni diverse. Bouvard pensava che fosse meglio iniziare da quella del comune. Pécuchet da una visione d’insieme del mondo.

Con un annaffiatoio e della sabbia vollero mostrare come sono fatti un fiume, un’isola, un golfo; e sacrificarono anche tre aiuole per riprodurre i tre continenti; ma a Victor i punti cardinali non entravano in testa.

Una notte di gennaio, Pécuchet lo portò in aperta campagna.

Camminando cercava di entusiasmarlo per l’astronomia; i naviganti la utilizzano nei loro viaggi; senza di essa Cristoforo Colombo non avrebbe fatto la sua scoperta. Dobbiamo essere riconoscenti a Copernico, Galileo, Newton.

C’era una forte gelata e sul turchino scuro del cielo scintillavano infinite luci.

Pécuchet alzò lo sguardo. Ma come? Non c’era l’Orsa maggiore; l’ultima volta che l’aveva vista era girata in un altro modo; finalmente la riconobbe e indicò la stella polare, che è sempre rivolta al nord, e che serve per orientarsi.

Il giorno dopo mise una poltrona in mezzo al salotto e si mise a ballarle attorno.

«Immagina che la poltrona sia il sole, e che io sia la terra! Che si muove così!».

Victor lo guardava molto stupito.

Poi prese un’arancia, la trapassò con un bastoncino per mostrare i poli, quindi fece una linea con il carbone per segnare l’equatore. Dopo di che mosse l’arancia attorno a una candela, facendo osservare come non tutti i punti della sua superficie venissero illuminati contemporaneamente, e questo produce la differenza dei climi, mentre per le stagioni inclinò l’arancia, perché la terra non sta diritta, e ciò comporta gli equinozi e i solstizi.

Victor non aveva capito nulla. Immaginava che la terra girasse su un lungo ago, e che l’equatore fosse un anello che la stringeva sulla circonferenza.

Con l’aiuto di un atlante, Pécuchet gli mostrò l’Europa; ma confuso da tutti quei segni e quei colori, non trovava più i nomi. Laghi e montagne non andavano d’accordo con i regni, l’ordine politico intralciava quello fisico.

Tutto ciò forse si sarebbe chiarito studiando la storia.

È più pratico cominciare con il paese, poi passare al distretto, quindi al dipartimento e alla provincia. Ma a Chavignolles non c’erano annali, così era meglio restare nella storia universale.

La complessità delle vicende è tale che è necessario scegliere i fatti esemplari.

Per quella greca c’è: «Allora combatteremo all’ombra», l’invidioso che mette al bando Aristide e la fiducia di Alessandro nel suo medico; per quella romana: le oche del Campidoglio, il tripode di Scevola, la botte di Regolo. Per l’America è notevole il letto di rose di Guatimozin; quanto alla Francia, basta metterci il vaso di Soissons, la quercia di san Luigi, la morte di Giovanna d’Arco, la gallina in pentola di Béarnais, non c’è che l’imbarazzo della scelta.

Per non parlare del «A me l’Auvergne», e del naufragio del Vendicatore!

Victor confondeva uomini, secoli e paesi.

Eppure Pécuchet non si era perso in sottigliezze, ma la massa dei fatti è un vero labirinto.

Ripiegò sull’elenco dei re di Francia. In mancanza di date, Victor li dimenticava. Ma se la mnemotecnica di Dumouchel non era servita a loro, figuriamoci a lui! Conclusione: la storia si apprende solo leggendo molto. È

quanto avrebbero fatto.

In molte circostanze è utile saper disegnare; Pécuchet si sentì così audace da volerlo insegnare lui stesso, prima dal vero! Poi sarebbero passati al paesaggio. Un libraio di Bayeux gli inviò della carta, gomme, carboncini, gessi, e il fissativo per i loro lavori che, messi sotto vetro e incorniciati, avrebbero abbellito il museo.

All’alba erano già in piedi, si mettevano in cammino con un pezzo di pane in tasca; e gran parte del tempo se ne andava solo per scegliere il posto adatto. Pécuchet voleva ritrarre in un sol colpo ciò che aveva sotto i piedi, l’estremo orizzonte e le nuvole. Ma le cose lontane avevano sempre il sopravvento sui primi piani; il fiume precipitava dal cielo, il pastore camminava sul gregge, un cane addormentato sembrava che corresse. Per quanto lo riguardava vi rinunciò.

Ricordandosi di aver letto questa definizione: «Il disegno si compone di tre elementi: la linea, il chiaroscuro, l’ombreggiatura, e per finire il tratto di forza, ma il tratto di forza lo può dare solo il maestro», egli correggeva la linea, collaborava al chiaroscuro, sorvegliava l’ombreggiatura, e aspettava l’occasione di dare il tratto di forza. Ma l’occasione non arrivò mai, tanto il paesaggio dell’allievo era incomprensibile.

La sorella, pigra come lui, sbadigliava davanti alla tavola di Pitagora. La signorina Reine le insegnava a cucire, e quando metteva le cifre sulla biancheria, alzava le dita con tanta leggiadria, che Bouvard non se la sentiva di tormentarla con le sue lezioni di calcolo. Prima o poi avrebbero ricominciato.

È certo che nella conduzione di una casa sono indispensabili sia l’aritmetica che il cucito. Ma è una crudeltà, obiettò Pécuchet, educare le ragazze solo in vista del futuro marito. Non tutte sono destinate al matrimonio, e se si vuole che più tardi facciano a meno degli uomini, si devono insegnar loro parecchie cose.

Si può avviarle alle scienze, partendo dagli oggetti più comuni; dire ad esempio in cosa consiste il vino; e una volta spiegato, Victor e Victorine dovevano ripetere. Fu lo stesso per le spezie, i mobili e l’illuminazione; ma luce, per loro, significava lampada, e questa non aveva niente in comune con la scintilla di un sasso, la fiamma di una candela, il chiarore della luna.

Un giorno Victorine domandò come mai il legno brucia; i suoi maestri si guardarono imbarazzati, la teoria della combustione era troppo per loro.

Un’altra volta Bouvard, dalla minestra al formaggio, parlò delle sostanze alimentari, e stordì i piccoli a forza di fibrina, caseina, grasso e glutine.

In seguito Pécuchet volle spiegare come si rinnova il sangue, e si perse nella circolazione.

È un bel dilemma: se si parte dai fatti, il più semplice richiede spiegazioni troppo complicate, e se invece si discutono i principi, si deve cominciare dall’assoluto, dalla fede.

Che fare? Mescolare i due tipi d’insegnamento, quello razionalistico e quello empirico; ma due vie per il medesimo scopo, non è la negazione di un metodo? Ah! Tanto peggio!

Per iniziarli alla storia naturale, tentarono qualche passeggiata scientifica.

«Vedi», dicevano indicando un asino, un cavallo, un bue, «gli animali con quattro piedi sono dei quadrupedi. Gli uccelli hanno le piume, i rettili le scaglie, mentre le farfalle appartengono alla classe degli insetti». Avevano una reticella per prenderle, e Pécuchet, tenendo con delicatezza la bestiola, faceva osservare le quattro ali, le sei zampe, le due antenne e la proboscide dura che aspira il nettare dai fiori.

Raccoglieva erbe medicinali sui cigli dei fossati, ne diceva il nome o lo inventava, per non perdere la stima. E comunque la nomenclatura è l’aspetto meno importante della botanica.

Sulla lavagna scrisse il seguente assioma: «Ogni pianta ha delle foglie, un calice, e una corolla che racchiude l’ovario o pericarpo, che contiene il seme».

Poi ordinò agli allievi di raccogliere fiori a caso nella campagna.

Victor riportò dei botton d’oro, una specie di ranuncoli dal fiore giallo.

Victorine un ciuffo di graminacee; invano vi cercò il pericarpo.

Bouvard, che diffidava delle proprie conoscenze, scartabellò tutta la biblioteca, e nel Redouté per Signore scoprì il disegno di una rosa; nella corolla non c’era ovario, che si trovava invece sotto i petali.

«È un’eccezione», disse Pécuchet.

Trovarono X, una rubiacea priva di calice.

Dunque il principio di Pécuchet era falso.

In giardino c’erano delle tuberose, tutte senza calice. «Un errore! La maggior parte delle liliacee ne è priva».

Ma il caso volle che scorgessero una sherardia (descrizione della pianta), che aveva il calice.

Ma via! Se anche le eccezioni sono inattendibili, di cosa fidarsi?

Un giorno, durante una delle loro passeggiate, udirono gridare dei pavoni, dettero un’occhiata al di là del muro, e sulle prime non riconobbero la loro fattoria. Sul granaio c’era un tetto d’ardesia, il cancello era nuovo, i viali coperti di ghiaia. Arrivò papà Gouy: «Ma davvero? Siete voi?». Quante cose da raccontare, accadute in quei tre anni, tra le altre la morte di sua moglie.

Quanto a lui, era sempre una quercia.

«Entrate dunque un attimo».

Era l’inizio di aprile, i filari dei meli in fiore dentro le cascine erano tutti ciuffi bianchi e rosa; il cielo aveva il colore del raso azzurro, e non c’era una nuvola; dalle corde tese penzolavano le tovaglie, le lenzuola, gli asciugamani, attaccati con le mollette di legno. Papà Gouy doveva sollevarli per passare, quando all’improvviso incontrarono la signora Bordin, a capo scoperto, in camicia, con Marianne che le porgeva a piene braccia mucchi di biancheria.

«Per servirvi, signori! Fate come a casa vostra! Io vado a sedermi, sono a pezzi».

Il fittavolo propose a tutti un bel bicchiere di vino.

«Non adesso», disse la donna, «ho troppo caldo!».

Pécuchet accettò, e si allontanò verso la cantina con papà Gouy, Marianne e Victor.

Bouvard si sedette per terra, di fianco alla Bordin. Riceveva puntualmente la rendita, non poteva lamentarsi, non gliene voleva.

Una luce forte la illuminava di profilo, i capelli neri scendevano troppo da una parte, e i riccioli sulla nuca si appiccicavano alla pelle bruna, madida di sudore. Ad ogni respiro il seno si sollevava. Il profumo del prato si confondeva con il buon odore delle sue carni sode; e Bouvard si sentì rimescolare il sangue, cosa che lo colmò di felicità. Si congratulò con lei per la proprietà.

La donna rimase affascinata, e parlò dei suoi progetti. Per ingrandire le corti, avrebbe spianato il terrapieno.

In quel momento Victorine si arrampicava su per la scarpata a cogliere primavere, giacinti e violette, senza nessun timore di un vecchio cavallo che brucava l’erba in basso.

«Vero che è graziosa?», disse Bouvard.

«Sì! È una ragazza graziosa!», e la vedova sospirò, quasi a voler esprimere il lungo dolore di tutta una vita.

«Avrebbe potuto avere dei figli».

Chinò il capo.

«Dipendeva solo da lei!».

«Come?».

La guardò in modo tale che la donna arrossì, come se le avesse fatto una carezza audace, ma poi, facendosi aria con il fazzoletto:

«Lei ha perso l’occasione, mio caro!».

«Non capisco», e senza alzarsi, le si avvicinò.

Lo guardò dall’alto in basso, a lungo, poi, sorridendo e con gli occhi umidi: «È colpa sua!».

Le lenzuola attorno si richiusero su loro come le cortine di un letto.

Egli si sporse sul gomito, sfiorandole le ginocchia con il volto.

«Perché? Eh? Perché?», e dal momento che lei taceva, ed egli si trovava in uno stato in cui i giuramenti non costano nulla, cercò di giustificarsi, si accusò di essere pazzo, orgoglioso: «Mi scusi! Tornerà come un tempo!…

Vuole?», e le aveva preso la mano, che lei gli lasciò.

Un colpo improvviso di vento sollevò le lenzuola, videro così due pavoni, un maschio e una femmina. La femmina stava ferma, le zampe piegate, il sedere all’aria. Il maschio le girava attorno, faceva la ruota, gonfiava il petto, chiocciava, poi le saltò sopra, abbassando le penne, che la coprirono come un pergolato; e i due grandi uccelli si unirono fremendo, in un unico tremito.

Lo stesso tremito Bouvard lo sentì nel palmo della mano della signora Bordin. La donna si svincolò in fretta. Davanti a loro c’era il giovane Victor, che li guardava a bocca aperta, come pietrificato; poco oltre, Victorine, sdraiata sul dorso, al sole, respirava il profumo di tutti i fiori che aveva raccolto.

Il vecchio cavallo, spaventato dai pavoni, spezzò con un calcio una delle corde, vi s’impigliò le zampe, e galoppando per le tre corti si trascinava dietro il bucato.

Alle grida furiose della signora Bordin, accorse Marianne. Papà Gouy insultava il cavallo: «Pezzo di carogna! Ronzino! Ladro!», e gli dava pedate nel ventre, colpi sulle orecchie con il manico del frustino.

A veder battere l’animale, Bouvard s’indignò.

Il contadino gli rispose: «Ne ho ben diritto! Mi appartiene».

Non era una ragione.

Pécuchet, che arrivava in quel momento, aggiunse che anche gli animali avevano i loro diritti, dal momento che hanno un’anima come noi, ammesso che noi l’abbiamo.

«Lei è empio», esclamò la Bordin.

C’erano tre cose che l’esasperavano: il bucato da rifare, la fede oltraggiata, e il timore di essere stata intravista poco prima in un atteggiamento sospetto.

«La credevo più aperta», disse Bouvard.

«Non mi piacciono gli spiritosi», fu la magistrale risposta. E Gouy se la prese con loro per aver maltrattato il cavallo, che perdeva sangue dalle froge.

Borbottava sottovoce: «Maledetti iettatori! Lo stavo sgridando, quando sono arrivati».

I due si allontanarono con un’alzata di spalle.

Victor domandò perché si erano arrabbiati con Gouy.

«Perché approfitta del suo potere, e questo è male».

«Perché è male?».

Che i ragazzi non avessero alcuna nozione di ciò che è giusto? Forse.

E la sera Pécuchet, con a fianco Bouvard, tenendo davanti gli appunti, seduto di fronte ai due discepoli, iniziò un corso di morale.

Questa scienza ci insegna come comportarci.

Le nostre azioni hanno due motivazioni, il piacere, l’interesse, e una terza ancora più imperiosa: il dovere.

I doveri si dividono in due categorie: Primo, doveri verso noi stessi, che consistono nel prendersi cura del proprio corpo, nel proteggersi da ogni disgrazia. I due ragazzi erano perfettamente d’accordo. Secundo, doveri verso gli altri, essere cioè sempre leali, comprensivi, e anche fraterni, poiché il genere umano è un’unica famiglia. Spesso ci piace qualcosa che nuoce ai nostri simili; l’interesse non è il bene, perché il bene è irriducibile. I ragazzi non capivano. Rimandò alla prossima volta la sanzione dei doveri.

Con tutto ciò, secondo Bouvard, non aveva ancora definito il bene.

«Come si fa a definirlo? È qualcosa che si sente».

Allora solo alle persone già morali si poteva tenere lezioni di morale; e il corso di Pécuchet si arrestò.

Fecero leggere agli allievi fatterelli che tendevano a ispirare l’amore per la virtù. Victor ne fu seccato. | [continua]|

[X, 2]|

Per colpire la sua immaginazione, Pécuchet appese ai muri della sua camera delle immagini, che illustravano la vita del bravo ragazzo e quella del cattivo soggetto. Il primo, Adolphe, abbracciava la madre, studiava il tedesco, aiutava un cieco, e veniva ammesso al Politecnico. Il cattivo, Eugène, cominciava disobbedendo al padre, litigava in un caffè, picchiava la moglie, cadeva ubriaco fradicio, rompeva un armadio, e l’ultima raffigurazione lo ritraeva ai lavori forzati, dove un signore, accompagnato da un ragazzo, indicandolo, diceva: «Ecco, figlio mio, le conseguenze della cattiva condotta».

Ma per i giovani l’avvenire non esiste. Avevano un bel predicare, asfissiarli con questa massima: il lavoro è onorevole e a volte i ricchi sono infelici, essi avevano conosciuto dei lavoratori per niente onorati, e si ricordavano bene il castello, dove la vita appariva felice. I supplizi del rimorso venivano dipinti con tanta esagerazione che sospettarono una bugia, e non credevano neppure al resto.

Cercarono di convincerli ricorrendo al punto d’onore, al giudizio dell’opinione pubblica e al desiderio di gloria, esaltando ai loro occhi i grandi uomini, soprattutto i benefattori dell’umanità, come Belzunce, Franklin, Jacquard! Victor non mostrava alcuna propensione di assomigliare loro.

Un giorno che aveva fatto un’addizione senza errori, Bouvard gli cucì sull’abito un nastro che stava per la croce d’onore. Ne fu fiero. Ma, avendo dimenticato la morte di Enrico IV, Pécuchet gli mise in testa un berretto d’asino. Victor si mise a ragliare con tanta violenza e così a lungo, che dovettero togliergli le orecchie di cartone.

Anche la sorella si mostrò lusingata dagli elogi, ma indifferente al biasimo.

Per renderli maggiormente sensibili, donarono loro un gatto nero, di cui dovevano prendersi cura; e li fornirono di due o tre soldi affinché facessero l’elemosina. Trovarono questa pretesa assurda; quei soldi erano loro.

Conformandosi a un desiderio degli educatori, chiamavano Bouvard

«zietto», e Pécuchet «amicuccio», ma davano loro del tu, e metà delle lezioni, di solito, trascorreva in dispute.

Victorine approfittava di Marcel, gli saliva sulle spalle, lo tirava per i capelli; e per burlarsi del labbro leporino, parlava nel naso come lui; e il poveretto non osava lamentarsi, tanto voleva bene alla piccola. Una sera, lo udirono urlare con la sua voce rauca. Bouvard e Pécuchet scesero in cucina. I due allievi guardavano il caminetto, e Marcel, a mani giunte, si lamentava:

«Tiratelo fuori! Questo è troppo! Troppo!».

Il coperchio della marmitta saltò con lo scoppio di una granata. Una massa grigiastra saltò fino al soffitto, poi girò su se stessa in modo frenetico, lanciando grida abominevoli.

Riconobbero il gatto, ischeletrito, senza pelo, con la coda simile a un pezzo di corda. Due enormi occhi gli spuntavano dalla testa. Erano color latte e, pur svuotati, fissavano.

L’orribile animale continuava a urlare, si lanciò nell’atrio, scomparve, poi ricadde in mezzo alla cenere, esanime.

Era stato Victor a commettere quell’atrocità; e i due poveretti indietreggiarono, pallidi per la sorpresa e l’orrore. Ai rimproveri che gli rivolsero, rispose allo stesso modo della guardia campestre per il figlio, e del fattore per il cavallo: «E allora? È mio!», senza nessun imbarazzo, con naturalezza, con la tranquillità di chi ha soddisfatto un istinto.

Sparsa a terra c’era l’acqua bollente della marmitta, sul pavimento si trovavano anche le casseruole, le molle e i candelabri. Marcel dovette impiegare un po’ di tempo per pulire la cucina, mentre i padroni seppellivano il povero gatto in giardino, sotto la pagoda.

Dopo di che Bouvard e Pécuchet parlarono a lungo di Victor. Stava venendo fuori il sangue paterno. Che fare? Restituirlo a de Faverges o affidarlo ad altri sarebbe stata una confessione d’impotenza. Forse riuscirebbe a correggersi un po’.

Ma poi! La speranza era incerta, l’affetto era finito! Che bello avere accanto a sé un adolescente curioso delle vostre idee, di cui osserviamo i progressi, e che più tardi diventerà un fratello; ma a Victor mancava l’intelligenza, per non parlare del cuore! E Pécuchet sospirò, con il ginocchio piegato tra le mani intrecciate.

«La sorella non vale di più», disse Bouvard.

Sognava una ragazza di circa quindici anni, l’animo delicato, il carattere allegro, che arricchiva la casa con la sua elegante giovinezza; e il buon uomo pianse, come se fosse stato suo padre, e lei fosse morta.

Poi, cercando di giustificare Victor, addusse l’opinione di Rousseau: il bambino non è responsabile, non gli si deve chiedere di essere o non essere morale.

Ma questi, secondo Pécuchet, avevano l’età della ragione, e studiarono i mezzi per correggerli.

Perché una punizione sia giusta, dice Bentham, deve essere proporzionata alla colpa, la sua conseguenza naturale. Il ragazzo ha rotto un vetro, non lo si aggiusterà, facendogli patire il freddo. Se, pur senza avere fame, chiede un’altra portata, accontentatelo; una bella indigestione lo farà pentire in poco tempo. È pigro; che resti senza lavoro; vi tornerà spinto dalla noia.

Ma Victor non avrebbe sofferto il freddo, la sua costituzione poteva sopportare ogni eccesso, e far nulla gli sarebbe piaciuto.

Adottarono il metodo contrario, la punizione curativa. Gli dettero dei castighi; diventò più pigro. Lo privarono della marmellata; fu ancora più goloso.

Forse l’ironia avrebbe avuto più successo? Una volta che si era presentato a colazione con le mani sporche, Bouvard lo prese in giro, chiamandolo cicisbeo, moscardino, elegantone. Victor ascoltava a capo chino, all’improvviso impallidì, e gettò il suo piatto sulla testa di Bouvard poi, infuriato per non averlo colpito, gli si lanciò addosso. Ci sarebbero voluti non meno di tre uomini per trattenerlo. Si rotolava per terra, cercava di mordere. Pécuchet, da lontano, gli buttò l’acqua di una caraffa; si calmò subito; ma rimase rauco per tre giorni. Quel metodo non andava.

Ne adottarono un altro; lo trattarono come un malato, e al minimo segno di collera, lo mettevano a letto. Victor vi si trovava bene, e cantava.

Un giorno, scovò in biblioteca una vecchia noce di cocco, e stava per spaccarla quando arrivò Pécuchet.

«Il mio cocco!».

Era un ricordo di Dumouchel! L’aveva portato da Parigi a Chavignolles, alzò le braccia per l’indignazione. Victor si mise a ridere. «Amicuccio» non si trattenne più, gli mollò un gran ceffone che lo mandò a rotolare in fondo alla stanza; poi, schiumando dalla rabbia, andò a lamentarsi da Bouvard.

Bouvard lo rimproverò. «Sei ben stupido, per un cocco! Le percosse abbrutiscono, il terrore innervosisce. Ti degradi da solo!».

Pécuchet obiettò che qualche volta le punizioni corporali sono necessarie.

Pestalozzi le usava; e il famoso Mélanchthon confessa che senza di esse non avrebbe imparato nulla.

Ma punizioni crudeli hanno spinto i ragazzi al suicidio; se ne riportano degli esempi.

Victor si era barricato nella sua camera. Bouvard parlamentava da dietro la porta; e, per fargliela aprire, gli promise una torta di prugne. Da allora peggiorò.

Rimaneva un mezzo, auspicato da Dupanloup: «lo sguardo severo». Si sforzarono di conferire ai loro volti un’espressione spaventosa, ma non produssero alcun effetto.

«Non ci resta che la religione», disse Bouvard.

Pécuchet protestò. Era stata bandita dal loro programma.

Certo la ragione non era in grado di soddisfare tutti i bisogni. Cuore e fantasia desiderano altro. Il soprannaturale è indispensabile al bene delle anime, e decisero di mandare i ragazzi al catechismo.

Reine si offrì di condurveli. Era tornata in casa, e sapeva farsi voler bene con i suoi modi premurosi. Victorine cambiò da un giorno all’altro, si fece più riservata, melliflua, s’inginocchiava davanti alla Madonna, era presa d’ammirazione per il sacrificio di Abramo, ghignava sdegnata al solo parlare di protestanti.

Affermò che le avevano prescritto il digiuno. Si informarono, non era vero. Il giorno del Corpus Domini, da un’aiuola scomparvero le violette, che andarono ad ornare l’altare della processione; negò sfrontatamente di averle tagliate. Un’altra volta sottrasse a Bouvard venti soldi, che mise nel piattino del sagrestano.

Ne conclusero che la morale si distingue dalla religione; se non ha un altro fondamento, la sua importanza è trascurabile.

Una sera, mentre cenavano, entrò Marescot, Victor fuggì via.

Il notaio rifiutò di sedersi, e venne al motivo della visita. Il giovane Touache aveva picchiato e quasi ucciso suo figlio.

Conoscendo le origini di Victor, e ritenendolo sgradevole, gli altri ragazzi lo chiamavano «galeotto»; e poco prima aveva somministrato un sacco di botte a Arnold Marescot. Il caro Arnold ne portava i segni sulla faccia. «La madre è disperata, i vestiti a brandelli, la salute compromessa, ma dove andiamo a finire?».

Il notaio esigeva una punizione severa; e che Victor non frequentasse più il catechismo, per prevenire nuovi scontri.

Bouvard e Pécuchet, per quanto feriti dal tono arrogante, promisero tutto quello che voleva, cedettero.

Victor aveva obbedito al senso dell’onore o a quello della vendetta? In ogni caso, non era un vigliacco.

Ma la sua violenza li spaventava. Poiché la musica addolcisce il carattere, Pécuchet pensò di insegnargli il solfeggio.

Victor fece molta fatica a leggere speditamente le note, e a non confondere i termini adagioprestosforzando. Il maestro si ingegnò a spiegargli la scala, diatonica e cromatica, l’accordo perfetto, e le due specie d’intervalli, maggiore e minore.

Lo fece mettere diritto, il petto in avanti, la bocca spalancata, e per dargli l’esempio forzò l’intonazione con una voce male impostata; quella di Victor usciva dalla faringe in modo penoso, tanto la contraeva; quando con un soffio cominciava la battuta, partiva subito, o troppo tardi.

Tuttavia Pécuchet affrontò il canto a due voci. Al posto dell’arco prese una bacchetta, e muoveva il braccio con maestria, come se avesse dietro a sé un’orchestra; ma dovendo cantare e gesticolare, sbagliava tempo; i suoi errori ne inducevano altri nell’allievo, e gli occhi sul pentagramma, aggrottando le sopracciglia, tendendo i muscoli del collo, continuavano a casaccio, fino in fondo alla pagina.

Alla fine Pécuchet disse a Victor: «Alla società corale non brilleresti di certo», e abbandonò l’insegnamento della musica. «Forse Locke ha ragione: coinvolge in compagnie talmente dissolute che è meglio occuparsi d’altro».

Anche senza volerne fare uno scrittore, non sarebbe stato male per Victor sapere almeno sbrigarsela con una lettera. Li fermò un problema. Lo stile epistolare non è acquisibile; è infatti una prerogativa squisitamente femminile.

Pensarono quindi di ficcargli in testa qualche pezzo di letteratura; ma incerti sulle scelte, consultarono l’opera della Campan. La signora raccomanda il teatro di Éliacin, i cori dell’ Esther, e tutto Jean-Baptiste Rousseau.

Un po’ vecchiotto. Quanto ai romanzi, li proibisce, perché dipingono il mondo a tinte troppo favorevoli.

Tuttavia, permette Clarisse Harlowe, e Il padre di famiglia, di miss Opie.

E chi è miss Opie?

Non riuscirono a trovarne il nome nella Biografia Michaud. Restavano i racconti delle fate. «In questo modo sogneranno palazzi di diamanti», disse Pécuchet. La letteratura sviluppa la mente, ma accende le passioni.

Proprio per queste Victorine fu respinta al catechismo.

L’avevano sorpresa abbracciata al figlio del notaio; e Reine non scherzava! Da sotto la cuffia a grandi pieghe spuntava un volto severo. Dopo un simile scandalo, come si poteva aver cura di una ragazza così corrotta?

Bouvard e Pécuchet diedero del vecchio scemo al curato. La domestica lo difese. Le risposero, e lei se ne andò lanciando delle occhiatacce, e borbottando: «Come se non vi si conoscesse!».

Victorine si era davvero innamorata di Arnold, lo trovava così bello con quel colletto ricamato, l’abito di velluto, i capelli profumati; e gli portava dei mazzolini, almeno fino a quando fu denunciata da Zéphyrin.

Un’avventuretta senza importanza! I due ragazzi erano del tutto innocenti.

Bisognava insegnare loro il mistero della generazione? «Non ci vedo alcun male», disse Bouvard. Basedow ne parlava agli allievi, senza tuttavia andare oltre la gravidanza e la nascita.

Pécuchet la pensava in modo diverso, Victor cominciava a preoccuparlo.

Sospettava che avesse preso una cattiva abitudine. Ma cosa c’era di male? Ci sono uomini seri che la conservano per tutta la vita, e si dice che anche il duca d’Angoulême vi si dedicasse. Fece al discepolo delle domande in modo tale che quello capì, e in breve non ebbe alcun dubbio.

Gli dette del criminale, e come terapia voleva fargli leggere Tissot.

Secondo Bouvard quel capolavoro era più pericoloso che utile.

Sarebbe stato meglio infondergli un sentimento poetico. Aimé Martin riferisce che una madre, in un caso simile, aveva imprestato al figlio La nuova Eloisa: «e per rendersi degno dell’amore, il giovane si lanciò sulla via della virtù».

Ma Victor era incapace di sognare un angelo. «E se lo portassimo da quelle signore?».

Pécuchet espresse tutto il suo orrore per le prostitute.

Bouvard la giudicò una sciocchezza; propose anzi di fare un viaggio apposta a Le Havre.

«Ma cosa dici? Ci vedrebbero entrare!».

«Ebbene, compragli un profilattico!».

«Ma il negoziante potrebbe credere che sia per me», disse Pécuchet.

Avrebbe avuto bisogno di un’emozione piacevole, come la caccia; ciò comporterebbe la spesa per un fucile, per un cane. Preferirono stancarlo con il movimento, e si misero a correre per la campagna.

Il furfantello scappava. Benché si alternassero, arrivati a sera non ne potevano più, non ce la facevano neppure a tenere in mano il giornale.

Mentre aspettavano Victor, parlavano con i passanti, e per puro istinto pedagogico cercavano di insegnare loro l’igiene, deploravano la dispersione dell’acqua, lo spreco del letame.

Si spinsero a controllare le balie, indignandosi per l’alimentazione dei pupi. Alcune li mantengono a fior di farina, cosa che li fa morire di debolezza.

Altre li rimpinzano di carne prima dei sei mesi, e così crepano d’indigestione.

Molte li puliscono con la propria saliva; tutte li trattano in modo rude.

Quando vedevano un gufo crocifisso a una porta, entravano nella fattoria, e dicevano:

«Commettete uno sbaglio: questi animali vivono di ratti, di topi di campagna; hanno contato nello stomaco di una civetta fino a cinquanta larve di bruco».

I paesani ormai li conoscevano, li avevano visti prima come medici, poi alla ricerca di vecchi mobili, di pietre, e rispondevano:

«Che buontemponi! Volete farci vedere che ne sapete più di noi!».

Le loro convinzioni non erano più solide. I passeri salvano i frutteti, ma divorano le ciliegie. I gufi divorano gli insetti, ma anche i pipistrelli, che sono utili; e se è vero che le talpe mangiano i lumaconi, sconvolgono poi il terreno.

L’unica certezza era che la selvaggina va distrutta, perché è la rovina dell’agricoltura.

Una sera, mentre passavano per il bosco di Faverges, arrivarono alla casa del guardacaccia. Sorel era sul bordo della strada, e stava gesticolando con tre individui.

Il primo era un certo Dauphin, un calzolaio, piccolo, magro, dal volto sornione. Il secondo, papà Aubain, era un mediatore che girava per i villaggi, portava una vecchia finanziera gialla, con i pantaloni di traliccio azzurro.

Il terzo, Eugène, un domestico di Marescot, si faceva notare per la barba, tagliata come quella dei magistrati.

Sorel mostrava loro un cappio in filo di rame, attaccato a un filo di seta legato a un mattone, quello che chiamano collare; aveva sorpreso il calzolaio mentre lo preparava.

«Siete testimoni, vero?».

Eugène abbassò il mento in segno di assenso, e papà Aubain commentò:

«Se lo dice lei».

Ciò che mandava Sorel su tutte le furie era la sfrontatezza di avere messo una trappola nei dintorni di casa sua, poiché il furfante evidentemente pensava che lì l’avrebbe fatta franca.

Dauphin prese a piagnucolare. «Ci camminavo sopra, stavo perfino tentando di romperla». Gli davano sempre la colpa; era ben sfortunato!

Sorel, senza rispondergli, aveva estratto dalla tasca un taccuino, una penna e dell’inchiostro, per stendere il verbale.

«Ma no», disse Pécuchet.

Bouvard aggiunse: «Lo lasci andare, è un brav’uomo!».

«Ma se è un bracconiere!».

«E anche se fosse!». Difesero il bracconaggio. Prima di tutto è noto che i conigli rosicchiano i germogli; le lepri distruggono i cereali, solo la beccaccia forse…

«Lasciatemi fare». E la guardia scriveva, a denti stretti.

«Che testardaggine», mormorò Bouvard.

«Ancora una parola e faccio venire i gendarmi».

«Lei è proprio un tipo rozzo!», disse Pécuchet.

«E lei cosa crede di essere?», rispose Sorel.

Bouvard, fuori di sé, gli dette del cafone, dello sgherro! Mentre Eugène ripeteva: «Calma, calma», e papà Aubain, a tre passi da loro, gemeva su un mucchio di sassi.

Disturbati dalle voci, tutti i cani della muta uscirono dai capanni; dalle sbarre del cancello si vedevano i loro occhi accesi, i musi neri, e correndo qua e là abbaiavano in modo spaventoso.

«Se mi seccate ancora», gridò il loro padrone, «vi faccio strappare i pantaloni!».

I due amici si allontanarono, paghi di aver difeso il progresso, la civiltà.

Il giorno dopo, ricevettero una citazione a comparire davanti al tribunale delle contravvenzioni, per rispondere di ingiurie alla guardia, e vedersi condannare a cento franchi di danni e interessi «salvo ricorso del pubblico ministero, dopo aver preso atto delle infrazioni commesse. Costo, sei franchi e settantacinque centesimi. Usciere Tiercelin».

Un pubblico ministero? Sentirono girare la testa. Poi, calmatisi, prepararono la difesa.

Il giorno stabilito, Bouvard e Pécuchet si recarono in municipio, con un’ora di anticipo. Non c’era nessuno, alcune sedie e tre poltrone attorniavano una tavola, ricoperta da un panno; nel muro c’era una nicchia per la stufa, e da un piedistallo dominava su tutto il busto dell’Imperatore.

Bighellonarono fino alle soffitte, dove c’era una pompa per gli incendi, un mucchio di bandiere, e in un angolo, per terra, altri busti in gesso: Napoleone senza diadema, Luigi XVIII con frac e spalline, Carlo X, riconoscibile dal labbro cascante, Luigi Filippo, con le sopracciglia sollevate, i capelli a piramide. La pendenza del tetto gli sfiorava la nuca, ed erano tutti sporchi di polvere e mosche. Lo spettacolo risultò deprimente per Bouvard e Pécuchet. Al ritorno nel salone, provavano un senso di pietà per i governi.

Vi trovarono Sorel e la guardia campestre, uno con la targhetta sul braccio, l’altro in chepì.

C’era una dozzina di persone che parlavano, imputati per contravvenzione alle norme di pulizia, per i cani randagi, mancanza di lanterna o per aver tenuto aperto un locale durante la messa.

Finalmente arrivò Coulon, in veste di sargia nera e tocco rotondo, con del velluto in basso. Il cancelliere si mise alla sua sinistra. Il sindaco, con la sciarpa, a destra. E si iniziò subito con la querela di Sorel contro Bouvard e Pécuchet.

Louis-Martial-Eugène Lenepveur, cameriere a Chavignolles (Calvados), approfittando della sua posizione di testimone, si dilungò su una quantità di cose che non avevano nulla a che vedere con il processo.

Nicolas-Juste Aubain, mediatore, temeva di spiacere a Sorel, ma anche di nuocere a quei signori, aveva sì udito parole grosse, tuttavia non era proprio sicuro, e si giustificò dicendo che era sordo.

Il giudice di pace lo invitò a sedersi, poi, rivolgendosi alla guardia: «Lei conferma le sue dichiarazioni?».

«Certo».

Quindi Coulon domandò ai due imputati cosa avevano da dire.

Bouvard sosteneva di non aver ingiuriato Sorel ma, difendendo Dauphin, di aver difeso l’interesse delle nostre campagne. Ricordò gli abusi feudali, le partite di caccia vandaliche dei grandi signori.

«Che c’entra! La contravvenzione…».

«Un momento!», esclamò Pécuchet. «Termini come contravvenzione, crimine e delitto, non valgono niente. Partire dalla pena per classificare i reati, è un arbitrio. Sarebbe come dire ai cittadini: “Non preoccupatevi del valore delle vostre azioni. Esso viene stabilito dalle punizioni del potere”; d’altra parte, il Codice penale mi sembra un’opera irrazionale, senza principi».

«Può darsi», rispose Coulon. E si apprestava a pronunciare la sentenza:

«Visto…».

Ma si alzò Foureau, che era il pubblico ministero. La guardia era stata oltraggiata nell’esercizio delle sue funzioni. Se non si rispettano i ruoli, allora tutto è perduto. Per concludere, voglia il signor giudice comminare il massimo della pena.

Che risultò di dieci franchi, sotto forma di spese e interessi a favore di Sorel.

«Molto bene», disse Bouvard.

Ma Coulon non aveva finito: «Li condanno inoltre a cinque franchi d’ammenda come colpevoli della contravvenzione rilevata dal pubblico ministero».

Pécuchet si rivolse all’uditorio: «L’ammenda per il ricco è una sciocchezza, ma è un disastro per il povero. Quanto a me, non mi tocca!». E

aveva l’aria di sfidare il tribunale.

«Mi stupisco», disse Coulon, «che persone della vostra intelligenza…».

«Dall’intelligenza lei è dispensato per legge», replicò Pécuchet. «Il giudice di pace esercita le sue funzioni senza limiti di età, mentre un giudice della Corte suprema viene reputato idoneo fino a settantacinque anni, e quello di prima istanza non oltre i settanta».

A un cenno di Foureau, si fece avanti Placquevent. Protestarono.

«Ah! Se la sua nomina fosse dipesa da un concorso!».

«O dal consiglio generale».

«O da un comitato di probiviri!».

«In seguito a un titolo serio».

Placquevent li spingeva; e uscirono tra le urla degli altri imputati, che con quell’atto di viltà pensavano di procurarsi dei meriti.

La sera andarono da Beljambe per sfogare la loro indignazione.

Il caffè era vuoto, dal momento che i notabili avevano l’abitudine di andarsene verso le dieci. La lampada era già stata abbassata; muri e bancone affioravano appena in mezzo al fumo.

Arrivò una donna.

Era Mélie.

Non sembrò per nulla turbata, versò loro due boccali di birra, sorridendo.

Pécuchet era imbarazzato, e lasciò in fretta il locale.

Bouvard vi tornò da solo, divertì un po’ di gente con i suoi sarcasmi contro il sindaco, e da allora prese l’abitudine di frequentare la bettola.

Sei settimane dopo, Dauphin venne rilasciato per mancanza di prove.

Che smacco! Dunque quei medesimi testimoni a cui avevano creduto per la loro vicenda, ora venivano giudicati inattendibili.

La loro collera non ebbe più limiti quando l’ufficio del registro notificò che dovevano pagare l’ammenda. Bouvard se la prese con l’ufficio, colpevole di nuocere alla proprietà.

«Lei sbaglia!», disse l’esattore.

«Ma via! Essa fornisce da sola un terzo delle imposte! Vorrei un sistema d’imposte meno vessatorio, un catasto migliore, dei mutamenti al regolamento ipotecario, e la soppressione della Banca di Francia, che gode il privilegio di praticare l’usura».

Girbal non arrivava a tanto, scese nell’opinione pubblica, e non si fece più vedere.

Bouvard invece andava a genio al proprietario; attirava i clienti; e mentre attendeva quelli abituali, parlava famigliarmente con la domestica.

Espresse strane idee sull’istruzione primaria. Usciti da scuola, ci si dovrebbe occupare dei malati, apprendere le scoperte scientifiche, interessarsi all’arte! Il suo progetto era così ambizioso che si arrabbiò con Petit; ferì poi il capitano, sostenendo che i soldati, piuttosto di perdere tempo con le esercitazioni, avrebbero fatto meglio a coltivare i legumi.

Quando all’ordine del giorno ci fu il problema del libero scambio, portò con sé Pécuchet; e per tutto l’inverno, il caffè fu teatro di occhiate furibonde, di gesti di disprezzo, d’insulti e di grida, con gran manate sui tavoli, che facevano sobbalzare le bottiglie.

Langlois e gli altri negozianti difendevano il commercio nazionale; Voisin della filanda, Oudot gerente di un laminatoio e l’orafo Mathieu erano per l’industria nazionale, e ciascuno reclamava privilegi per sé, a scapito della collettività. I discorsi di Bouvard e Pécuchet suscitavano allarme.

Accusati di ignorare gli affari, di tendere al livellamento e all’immoralità, svilupparono questi tre ideali.

Mettere un numero di matricola al posto del cognome.

Gerarchizzare i francesi, ma per conservare il proprio grado, di tanto in tanto, sarebbe necessario sottoporsi a un esame.

Maggiori punizioni, maggiori ricompense, e in ogni villaggio una cronistoria individuale da trasmettere alla posterità.

Il loro sistema fu disprezzato.

Scrissero un articolo per il giornale di Bayeux, un appunto al prefetto, una petizione alle camere, una memoria all’Imperatore.

Il giornale non pubblicò l’articolo; il prefetto non si degnò di rispondere; le camere tacquero, e a lungo attesero un plico dal palazzo. Di cosa si occupava l’Imperatore? Ma di donne!

Foureau consigliò, a nome del sottoprefetto, una maggiore prudenza.

Se ne infischiavano del sottoprefetto, e dei consigli di prefettura, e anche del consiglio di stato, poiché la giustizia amministrativa era una mostruosità, l’amministrazione governa in modo ingiusto i suoi funzionari, con favoritismi e minacce. In poco tempo seccarono tutti; e i notabili ingiunsero a Beljambe di non fare più entrare quei due originali.

Bouvard e Pécuchet allora vollero distinguersi con qualcosa che, meritando il plauso, stupisse i loro concittadini, e pensarono a progetti di abbellimento di Chavignolles.

Bisognava abbattere i tre quarti delle case; in mezzo al paese ci sarebbe stata una piazza monumentale, un ospizio dalle parti di Falaise, mattatoi sulla strada per Caen, e al passo della Vaque una chiesa romanica e policroma.

Pécuchet fece un progetto con l’inchiostro di china, non dimenticando di tinteggiare in giallo i boschi, i prati in verde, gli edifici in rosso; le immagini di questa Chavignolles ideale lo perseguitavano anche nei sogni!

Si rigirava sul materasso. Una notte, Bouvard ne fu svegliato!

«Stai male?».

Pécuchet balbettò: «È Haussmann che m’impedisce di dormire».

Verso quell’epoca, ricevette una lettera da Dumouchel che voleva conoscere i prezzi degli stabilimenti balneari sulla costa normanda.

«Che se lo portino i suoi bagni! Abbiamo forse il tempo di scrivere?». E

dopo essersi procurati una catena da agrimensore, un grafometro, una livella a acqua e una bussola, intrapresero altri studi.

Invadevano le abitazioni; e spesso i borghesi rimanevano sorpresi nel vedere quei due uomini che piantavano picchetti nelle corti. Bouvard e Pécuchet spiegavano tranquillamente quello che avrebbero fatto. Infine l’opinione pubblica s’inquietò, e se l’autorità avesse dato loro ascolto?

A volte venivano respinti brutalmente. Victor scalava i muri, e si spingeva sui tetti per mettervi un segnale, dimostrando buona volontà e anche un certo entusiasmo.

Erano anche più contenti di Victorine.

Mentre stirava la biancheria, ripassando il ferro sull’asse, cantava dolcemente, s’interessava della casa, fece una berretta per Bouvard, e i suoi punti di piqué le procurarono i complimenti di Romiche.

Era uno di quei sarti che si recano nelle fattorie per aggiustare gli abiti.

Rimase in casa quindici giorni.

Gobbo, con gli occhi rossi, riscattava la deformità del corpo con un carattere spiritoso. Quando i padroni erano fuori, divertiva Marcel e Victorine raccontando barzellette, allungando la lingua fino al mento, imitando il cuculo, facendo il ventriloquo, e la sera, per risparmiare le spese dell’albergo, andava a dormire nello stanzino del forno.

Un mattino, molto presto, a Bouvard venne voglia di lavorare, e andò a prendere dei trucioli per accendere il fuoco.

Quello che vide lo impietrì.

Dietro i resti della cassapanca, c’erano Romiche e Victorine che dormivano insieme su un pagliericcio.

Romiche le aveva passato un braccio attorno alla vita, con l’altra mano, lunga come quella di una scimmia, le teneva un ginocchio, le palpebre socchiuse, il volto ancora contratto negli spasmi del piacere. Lei sorrideva, supina. Dalla scollatura della camicetta s’intravedeva il seno acerbo, macchiato di rosso, a causa delle carezze del gobbo. I capelli biondi erano sparsi, ed entrambi erano immersi nel livido chiarore dell’alba.

La prima impressione di Bouvard fu un colpo in pieno petto. Poi il pudore gli impedì di muovere un passo, qualsiasi gesto. Fu assalito da pensieri dolorosi.

«Così giovane! Perduta! Perduta!».

Quindi andò a svegliare Pécuchet, e in poche parole gli svelò tutto.

«Ah! Il miserabile!».

«Non ci possiamo fare nulla! Calmati!».

E a lungo rimasero a sospirare, uno davanti all’altro. Bouvard senza finanziera, le braccia incrociate, Pécuchet sulla sponda del letto, a piedi nudi, con la berretta di cotone.

Romiche doveva partire proprio quel giorno, avendo terminato il lavoro.

Lo pagarono in silenzio, con aria sprezzante.

Ma la provvidenza ce l’aveva con loro.

Marcel li condusse a passi felpati nella camera di Victor; e mostrò loro in fondo al cassettone una moneta da venti franchi. Il ragazzo lo aveva pregato di cambiargliela.

Da dove proveniva? Certamente da un furto! Commesso durante le loro escursioni da ingegneri.

Non potevano farsela dare, sarebbero stati complici.

In breve, tuttavia, l’avevano messo alle strette, e Marcel non era capace di mentire. La faccenda lo aveva scosso a tal punto che si era dimenticato della lettera che aveva in tasca fin dal mattino:

«Signore, nel timore che il signor Pécuchet sia malato, devo ricorrere alla sua gentilezza».

E di chi era la firma? Olympe Dumouchel, nata Charpeau.

I due coniugi chiedevano quale fosse la località balneare meno frequentata, Courseulles, Langrune o Ouistreham? E poi i mezzi di trasporto, i prezzi della lavanderia, e mille altre cose.

Questa seccatura li fece andare in collera verso Dumouchel, poi, spossati, caddero in uno scoraggiamento più profondo.

Fecero il punto di tutte le preoccupazioni, le lezioni, gli accorgimenti, i tormenti. «E pensare», dicevano, «che un tempo volevamo fare di lei una maestra aggiunta! E di lui, ultimamente, un sorvegliante dei lavori!».

«Se lei è poco virtuosa, non è certo colpa delle letture che ha fatto».

«Per renderlo onesto, gli avevo insegnato la vita di Cartouche».

«Forse è mancata loro una famiglia, le cure di una madre».

«Perché io cos’ero?», obiettò Bouvard.

«Ahimè», continuò Pécuchet. «Ci sono nature sprovviste di senso morale; con loro l’educazione non serve a nulla».

«Certo, certo! Bella cosa l’educazione».

Dal momento che i due orfani non sapevano fare niente, cercarono per loro due posti come domestici, e poi, a Dio piacendo, non se ne sarebbero più occupati! Da quel momento zietto e amicuccio li fecero mangiare in cucina.

In poco tempo si annoiarono, perché desideravano lavorare, e la loro esistenza aveva bisogno di uno scopo!

E poi, cosa prova un insuccesso? Forse quello che era fallito con dei ragazzi, poteva riuscire con persone più grandi. E pensarono di organizzare un corso per adulti.

Per esporre le loro idee, era necessaria una conferenza. A tal riguardo andava benissimo il salone dell’albergo.

Beljambe, come assessore, ebbe timore di compromettersi, prima rifiutò, poi cambiò idea, e lo fece sapere per mezzo della domestica. Bouvard, al colmo della gioia, la baciò sulle guance.

Il sindaco era assente, l’altro assessore, Marescot, era assorbito negli affari del suo studio, così la conferenza avrebbe avuto luogo, e il tamburo l’annunciò per la domenica seguente, alle tre.

Solo il giorno prima pensarono a come vestirsi.

Pécuchet, grazie a Dio, aveva conservato un vecchio abito da cerimonia con il colletto di velluto, due cravatte bianche, e i guanti neri. Bouvard mise la finanziera azzurra, un panciotto di nanchino, scarpe di castoro, e mentre attraversavano il paese si sentivano emozionati.