lunedì 26 settembre 2022

L’ISOLA DEI SENZA MEMORIA Yoko Ogawa



L’ISOLA DEI SENZA MEMORIA

 Yoko Ogawa

1

A volte mi chiedevo quale fosse stata la prima cosa a scomparire dall’isola.

«Molto tempo fa, quando non eri ancora nata, questo posto era pieno di tante cose diverse: trasparenti, profumate, svolazzanti, brillanti… cose belle, comunque, che tu non puoi nemmeno immaginare.»

Quando ero piccola, mamma mi raccontava spesso queste storie.

«Peccato, però, che la gente dell’isola non sappia custodire per sempre nel proprio cuore le cose belle: finché vivono qui, sono destinati a perderle tutte, una dopo l’altra. È probabile che arrivi presto anche per te il momento di perdere qualcosa per la prima volta.»

«E… fa paura?» le chiesi preoccupata una volta.

«No, stai tranquilla: non è né doloroso né penoso. Ti sveglierai nel letto un giorno e sarà tutto finito, prima che te ne accorga. Prova a restare in ascolto con gli occhi chiusi e a sentire il flusso dell’aria mattutina: avvertirai qualcosa di diverso dal giorno precedente. Così anche tu capirai che cosa hai perso, che cosa è scomparso dall’isola.»

Mamma faceva questi discorsi solo quando eravamo nel suo atelier nel sotterraneo. Era una grande stanza di trenta metri quadri abbondanti, con il pavimento ruvido e tutto ricoperto di polvere. Il lato nord dava sul greto del fiume e si sentiva lo scorrere dell’acqua. Io me ne stavo seduta sul mio sgabello personale, mentre mamma – che era una scultrice – affilava la lama del bulino o levigava la pietra con la carta vetrata, parlandomi con voce tranquilla.

«A ogni sparizione, per un po’ l’isola entra in subbuglio: tutti si raccolgono in capannelli a ogni angolo della strada e si raccontano ricordi sulle cose scomparse; le rimpiangono, si rattristano, si consolano gli uni con gli altri. Se si tratta di cose materiali, ognuno le porta con sé e poi le brucia o le sotterra o le lascia andare nella corrente del fiume. Ma anche questa eccitazione si spegne in due o tre giorni. Tutti tornano presto alla quotidianità di sempre. Non si ricordano nemmeno più cosa abbiano perso.»

Poi mamma interrompeva il suo lavoro e mi accompagnava sotto la scala, dove c’era un vecchio mobile con tanti piccoli cassetti.

«Su, prova ad aprirne uno, quello che vuoi.»

Riflettevo a lungo su quale scegliere, osservando una a una le maniglie ovali coperte di ruggine.

Esitavo perché sapevo bene quali oggetti misteriosi e intriganti vi fossero conservati. Mamma nascondeva in quel posto segreto le cose scomparse fino ad allora dall’isola.

Finalmente, presa la mia decisione, tiravo una delle maniglie e mamma posava sul palmo della mia mano quanto vi era contenuto.

«Questo è un tessuto chiamato “nastro”, scomparso quando la tua mamma aveva sette anni. Ci si ornavano i capelli, oppure lo si cuciva sui vestiti.»

«Questa è una “campanella”. Prova a farla rotolare sulla mano. Così! Senti che bel suono?»

«Ah, oggi hai proprio scelto un buon cassetto. È uno “smeraldo”: il mio preferito. È un ricordo della nonna. Era la gemma più ammirata di tutta l’isola, bella, preziosa e raffinata; tutti, però, hanno ormai dimenticato la sua bellezza.»

«Questa cosa è piccola e sottile, ma era importante. Quando volevi far sapere qualcosa a qualcuno, la scrivevi su un foglio di carta e ci attaccavi un “francobollo” come questo. Così lo consegnavano dovunque. Capitava molto tempo fa.»

Nastro, campanella, smeraldo, francobollo… Le parole pronunciate da mamma mi eccitavano, come se fossero i nomi di bambine straniere o di nuove varietà di piante. Era divertente fantasticare sul tempo in cui quelle cose esistevano normalmente sull’isola.

Però era anche difficile immaginarselo. Gli oggetti restavano immobili nel palmo della mia mano, raggomitolati come animaletti in letargo, senza darmi nessun tipo di segnale. Spesso provavo una sensazione di inconsistenza, come se avessi afferrato una nuvola fluttuante nel cielo e ne stessi facendo statuine d’argilla. Di fronte ai cassetti segreti, dovevo concentrare tutto il mio spirito su ciascuna delle parole di mamma.

Il racconto che preferivo riguardava il «profumo». Si trattava di un liquido trasparente contenuto in una piccola bottiglia di vetro. La prima volta che mamma me lo posò sulla mano, lo scambiai per acqua zuccherata e fui sul punto di portarlo alla bocca.

«Ah, non è una cosa da bere!» si affrettò a dire mamma, ridendo. «Si mette sul collo, solo una goccia, così.»

Si accostò la boccetta dietro l’orecchio e lentamente fece cadere una goccia del liquido, con grande attenzione.

«Perché fai così?»

Non capivo.

«Il profumo, in realtà, è qualcosa che non si vede. Ma anche se è invisibile, lo si può rinchiudere in una bottiglia.»

Scrutai il contenuto della bottiglia.

«Se ti metti il profumo sul corpo, saprai di buono. Sarai più attraente. Quando ero ragazza, tutte se ne mettevano qualche goccia prima di un appuntamento galante. Scegliere un profumo che potesse piacere al ragazzo che ti interessava era importante quanto scegliere il vestito. Questo era il profumo che mettevo sempre quando uscivo con tuo padre. Ci incontravamo spesso nel roseto che si trova sul pendio della collina a sud. Non è stato facile trovare un profumo che tenesse testa a quello delle rose! Quando il vento faceva ondeggiare i miei capelli, lanciavo uno sguardo di sfuggita a papà, chiedendomi se lo avesse sentito.»

Mamma si animava quando mi parlava del profumo.

«A quel tempo tutti sapevano riconoscere un buon profumo, riuscivano a capirne il fascino. Ma ora non è più così. Non se ne vendono più, da nessuna parte. Nessuno ne vuole. I profumi scomparvero nell’autunno dell’anno in cui ho sposato tuo padre. Tutti si raccolsero sulla riva del fiume, portando ciascuno il proprio: aprirono le boccette e ne versarono il contenuto nell’acqua. Quando tutto finì, più di uno si portò la bottiglia al naso, dispiaciuto di doversene separare. Ma ormai nessuno era più in grado di sentirne la fragranza. Anche i ricordi legati ai profumi erano tutti scomparsi. Quelle essenze erano ridotte a inutile acqua, e non servivano più a nulla. Per i due o tre giorni seguenti, il fiume odorava così forte che si soffocava. Morirono anche molti pesci. Ma nessuno ci fece caso. D’altra parte, se ci pensi, avevano cancellato il profumo dal proprio cuore!»

Alla fine mamma assunse un’espressione malinconica. Poi mi prese sulle ginocchia e mi fece annusare il profumo sul suo collo.

«Allora?» mi chiese.

Non sapevo nemmeno come rispondere. Ero certa che in quel punto si sentisse un qualche odore. Fluttuava un’aria diversa da quella che si diffondeva dal pane tostato o dal disinfettante nella vasca, all’ingresso della piscina. Però, per quanto mi sforzassi, non mi veniva in mente niente più di quello.

Io continuavo a tacere e mamma rinunciò, con un piccolo sospiro.

«Pazienza. Per te è solo un po’ d’acqua. Non possiamo farci niente! È proprio difficile qui nell’isola riuscire a ricordare le cose perdute.»

Detto questo, mia madre rimise il flacone nel suo cassetto.

Quando la pendola alla parete suonava le nove, io dovevo tornare in camera mia a dormire. Mamma si metteva al lavoro con martello e scalpello. Una falce di luna crescente galleggiava nel vetro dell’alta finestra.

Al momento di darle il bacio della buonanotte, finalmente riuscii a farmi uscire dalla bocca la domanda che volevo porle da tanto tempo: «Come mai tu ricordi così bene le cose scomparse, mamma? Come mai riesci ancora a sentire il profumo che tutti hanno invece dimenticato?».

Lei lanciò un breve sguardo allo spicchio di luna al di là del vetro, e poi tolse con la punta delle dita la polvere di pietra sparsa sul grembiule.

«Me lo domando sempre anche io!»

La sua voce era leggermente rauca.

«Ma non ne ho idea. Perché sono la sola a non perdere niente? Ricorderò tutto per sempre?…»

Abbassò gli occhi, come se quella fosse una vera sciagura. Per consolarla, le diedi un altro bacio della buonanotte.

2

Era morta mamma, poi era morto anche papà, e da allora avevo vissuto sempre sola in questa casa. Anche la balia che si era occupata di me fin dalla mia nascita era morta due anni prima per un attacco di cuore.

Sapevo che diversi cugini abitavano in un villaggio vicino alle sorgenti, oltre le montagne a nord, ma non li avevo mai conosciuti. Quasi nessuno si azzardava ad addentrarsi tra quei monti dalle cime sempre avvolte nella nebbia e coperti da alberi pieni di spine. E poi, su tutta l’isola, le carte geografiche erano introvabili – dovevano essere scomparse da molto tempo – e nessuno sapeva cosa ci fosse al di là delle montagne, né che forma avesse davvero l’isola.

Mio padre era un ornitologo. Lavorava nell’osservatorio di uccelli selvatici in cima alla collina a sud. Si fermava a dormire lì per circa un terzo dell’anno per raccogliere dati, scattare fotografie o far schiudere uova.

Andavo spesso a passarci un po’ di tempo, con il pretesto di portargli il pranzo. Tutti i ricercatori più giovani mi coccolavano e mi offrivano biscotti e cioccolata.

Seduta sulle ginocchia di mio padre, scrutavo in giro con il binocolo. A papà non sfuggiva il minimo dettaglio: la forma del becco, il colore del bordo degli occhi o la maniera di distendere le penne. Riusciva sempre a individuare il nome di ogni specie. Il binocolo era troppo pesante per me, che ero ancora piccola, e le mie braccia iniziavano subito a intorpidirsi. Allora papà me lo reggeva con la mano sinistra, senza sforzo.

Mentre stavamo così, guancia a guancia a osservare gli uccelli, capitava che all’improvviso mi venisse voglia di porgli quella domanda: «Sai cos’è nascosto nei cassetti del vecchio mobile dell’atelier di mamma?». Ma nel momento esatto in cui stavo per farla, mi tornava alla mente il profilo di mamma che guardava la falce di luna alla finestra.

«Mangia subito, o non sarà più buono!»

Al posto della domanda, mi limitavo a riferire trascurabili messaggi da parte di mamma.

Al ritorno papà mi accompagnava fino alla strada dove passava l’autobus. Sbriciolavo un biscotto di quelli che mi avevano regalato e lo spargevo nella mangiatoia per gli uccelli che si trovava lungo il cammino.

«Quando potrai tornare a casa la prossima volta?» gli chiedevo.

«Sabato sera, forse…» rispondeva papà, sbrigativo. «Ciao. Salutami mamma.»

Mi salutava agitando la mano con tanta energia che la matita rossa, la bussola, l’evidenziatore e le pinzette che riempivano il taschino sul petto del suo camice sembrava potessero cadere da un momento all’altro.

Pensavo fosse stato davvero un bene che gli uccelli fossero scomparsi solo dopo la morte di mio padre. Quando perdevano il lavoro in seguito alla scomparsa di qualcosa, nella maggior parte dei casi gli abitanti dell’isola non sembravano avere problemi a trovarne subito uno nuovo, ma per mio padre non sarebbe stato così facile. Lui non sapeva far altro che dare un nome agli uccelli.

Il mio dirimpettaio, da cappellaio, era diventato costruttore di ombrelli. Il marito della balia, da meccanico di traghetti, custode di magazzini. Una mia compagna di classe, un po’ più grande di me, da parrucchiera era diventata ostetrica. Nessuno aveva niente da ridire. Anche nei casi in cui guadagnavano di meno, non si rammaricavano di aver perso il vecchio lavoro né lo rimpiangevano. D’altronde, se avessero fatto troppe storie avrebbero rischiato di attirare l’attenzione della polizia segreta.

Tutti, me compresa, riuscivamo a dimenticare un sacco di cose con grande facilità. Era come se quest’isola non potesse stare a galla che su un mare di vuoto dilagante.

La scomparsa degli uccelli, come negli altri casi, avvenne una mattina, all’improvviso.

Aprendo gli occhi nel mio letto, percepii una leggera increspatura nella tensione dell’aria. Era il segnale di una scomparsa. Restando avvolta nelle coperte, guardai la stanza intorno a me con attenzione. I cosmetici sulla toilette, le graffette e i fogli degli appunti sparsi sulla scrivania, il pizzo delle tende, lo scaffale dei dischi… Poteva trattarsi di qualsiasi cosa, anche la più insignificante. Per trovare ciò che era scomparso, era necessario concentrarsi con pazienza.

Scesi dal letto, mi misi un cardigan sulle spalle e provai a uscire in giardino. Anche i vicini erano tutti fuori, a guardarsi intorno con espressioni ansiose. Il cane della casa a fianco guaiva debolmente.

In quel momento, vidi un piccolo uccello marrone volare in alto nel cielo. Aveva un profilo tondeggiante e, mi pareva, un piumaggio bianco sul petto.

«Sarà uno degli uccelli che vedevo con papà all’osservatorio?» pensai. E in quello stesso istante mi accorsi che dal mio cuore era scomparso tutto ciò che aveva a che fare con gli uccelli: il significato della parola «uccello», i miei sentimenti verso di loro, i ricordi che li riguardavano, insomma, tutto.

«È toccato agli uccelli, questa volta…» borbottò l’ex cappellaio. «Mah, finché si tratta degli uccelli, poco male. Nessuno ne soffrirà troppo. Continueranno a volare dove e come vogliono!»

Si risistemò la sciarpa al collo e fece un piccolo starnuto. Forse, nell’incontrare il mio sguardo, si era ricordato che mio padre studiava gli uccelli, perché fece un sorriso imbarazzato e si avviò frettolosamente al lavoro.

Anche gli altri sembrarono tranquillizzati dopo aver capito cosa fosse scomparso, e si avviarono ai loro impegni mattutini. Solo io rimasi a fissare il cielo.

L’uccellino marrone descrisse un ampio cerchio e poi si allontanò verso nord. Non riuscii a ricordarmi quale fosse il nome di quella specie. Mi pentii di non essermi applicata di più a imparare i nomi degli uccelli, quando li guardavo con il cannocchiale insieme a papà, nell’osservatorio.

Cercai di trattenere in me almeno il frullio delle sue ali, il suo cinguettio, i suoi colori, ma fu inutile: gli uccelli, che avrebbero dovuto essere colmi dei ricordi di papà, ormai non suscitavano più in me alcun sentimento; erano semplici esseri viventi che fluttuavano nell’aria muovendo le ali su e giù.

Il pomeriggio, andando al mercato per la spesa, incontrai diverse persone che si raccoglievano in vari angoli della strada, portando con sé delle gabbiette per uccelli. Parrocchetti, passeri delle risaie e canarini sbattevano le ali nelle gabbie, come se presagissero qualcosa. I proprietari restavano tutti in silenzio, con espressioni assenti. Non sembravano ancora assuefatti a quella scomparsa.

Davano un ultimo saluto ai propri uccelli, ciascuno a modo suo. C’era chi li chiamava per nome, chi li accarezzava con la guancia e chi passava loro il cibo con le labbra. Finite tutte quelle cerimonie, ognuno spalancò la porta della propria gabbietta verso il cielo. All’inizio, gli uccelli si limitarono a volteggiare intorno ai proprietari, quasi fossero disorientati, ma alla fine scomparvero, risucchiati lontano nel cielo.

Quando tutti gli uccellini volarono via, ritornò la calma, come se l’aria si fosse zittita, trattenendo il respiro. I proprietari tornarono tutti a casa, portando con sé le gabbie vuote.

Fu così che la scomparsa degli uccelli venne portata a termine.

Il giorno successivo si verificò un evento inatteso. Stavo facendo colazione davanti alla televisione, quando suonarono alla porta. Dalla violenza della scampanellata capii che non dovevo aspettarmi niente di buono.

«Ci mostri lo studio di suo padre.»

Alla porta mi trovai la polizia segreta. Erano cinque in tutto: giacca e pantaloni verde scuro, grossi cinturoni e stivali neri, guanti di pelle, e poi armi, che facevano capolino all’altezza dei fianchi. Tutti uguali. Solo le combinazioni dei vari distintivi appuntati sul bavero dovevano essere diverse per ognuno, ma non ebbi modo di controllarlo.

«Ci mostri lo studio di suo padre» ripeté con lo stesso tono l’uomo che li guidava. Sul petto campeggiavano un distintivo romboidale, uno a forma di fava e uno trapezoidale.

«Papà è morto cinque anni fa» dissi lentamente, cercando di calmarmi.

«Ne siamo a conoscenza.»

Quando l’uomo con i distintivi cuneiforme, esagonale e a forma di T pronunciò quelle parole, quasi fosse un segnale, i cinque entrarono in casa tutti insieme, senza togliersi gli stivali. Il rumore di cinque paia di calzature sul pavimento e il suono metallico delle armi che battevano sulle fibbie si sovrapponevano rimbombando cupi nel corridoio.

«Ho appena fatto pulire i tappeti, toglietevi gli stivali, per cortesia.»

Sapevo bene che avrei dovuto chiedere cose ben più importanti, eppure mi uscirono solo quelle parole idiote. A ogni modo, mi ignorarono e salirono le scale che portavano al primo piano.

Sembravano aver memorizzato alla perfezione la pianta della casa. Raggiunto direttamente lo studio di mio padre, nell’angolo a est, si misero subito al lavoro con notevole disinvoltura.

In primo luogo, uno di loro spalancò tutte le finestre, rimaste chiuse dalla morte di papà, e un altro ruppe le serrature dei cassetti dello schedario e della scrivania con un attrezzo stretto e lungo simile a un bisturi, mentre gli altri tastavano la parete da un angolo all’altro, forse in cerca di una possibile cassaforte nascosta.

Dopo di che, si misero tutti a passare al vaglio i manoscritti, i fogli di appunti, gli album di ritagli, i libri e i vari tipi di fotografie lasciati da mio padre. Ciò che veniva considerato pericoloso – ovvero qualsiasi cosa in cui avessero trovato anche un solo riferimento ai volatili – finiva subito sul pavimento. Appoggiata allo stipite della porta, spingevo e rilasciavo il pulsante del pomello, mentre osservavo il loro operato.

Come si diceva in giro, erano davvero addestrati straordinariamente bene. Applicavano in modo impeccabile la distribuzione dei compiti più efficace per lavorare in cinque. In silenzio, con sguardo tagliente, senza alcun movimento inutile. Nell’aria si sentiva solo il fruscio dei fogli di carta, simile a quello di ali d’uccello.

In un attimo, sul pavimento si formò un mucchio di documenti. In quella stanza non doveva esserci molto che non avesse a che fare con gli uccelli. Dalle loro mani cadevano uno dopo l’altro, danzando nell’aria, fogli ricoperti dalla cara grafia di mio padre, con quei suoi caratteri che tendevano a salire verso destra, e foto che aveva scattato durante notti di faticosi appostamenti all’osservatorio.

Certo, stavano compiendo uno scempio, ma operavano in modo talmente raffinato che ebbi l’illusione di ricevere un trattamento in qualche modo giusto. Pensavo che avrei dovuto al più presto muovere un’obiezione, ma avevo il cuore che continuava a battermi forte, e non sapevo come fare.

«Fate più attenzione!» provai a dire, senza però ottenere nessun effetto. «Sono tutti ricordi di mio padre.»

Nessuno si voltò a guardarmi. La mia voce fu semplicemente risucchiata tra i ricordi di papà che continuavano ad accumularsi sul pavimento.

Uno di loro allungò la mano verso il cassetto più basso della scrivania.

«Lì dentro non c’è nulla che abbia a che fare con gli uccelli!» mi affrettai a dire.

Papà chiudeva sempre in quel cassetto la corrispondenza e le foto di famiglia. L’uomo con i distintivi a cerchi concentrici, a forma di rettangolo e a forma di goccia lo aprì, ignorandomi, e continuò il suo lavoro. Scelse solo una foto che papà aveva scattato con noi, in famiglia, insieme a uno strano uccello dai colori vivaci – non me ne ricordo il nome – che aveva fatto nascere con l’incubatrice. L’uomo raccolse con cura sulla scrivania le altre foto e le lettere, e le rimise nel cassetto. In tutto l’operato della polizia segreta di quel giorno fu l’unico momento di normalità.

Terminata la selezione, passarono a infilare tutte le cose sul pavimento in sacchi di plastica nera che tenevano riposti nelle tasche delle giacche. Dal modo in cui buttavano dentro tutto alla rinfusa, capii che avrebbero distrutto ogni cosa. Non stavano cercando qualcosa in particolare per un motivo preciso: volevano solo disfarsi dei resti di quanto aveva a che fare con gli uccelli. Perché il primo compito della polizia segreta era assicurarsi che la scomparsa fosse totale.

Pensai che questo intervento sarebbe stato molto più semplice rispetto alle circostanze in cui mamma era stata portata via dalla polizia segreta. Una volta che avessero ficcato tutto quello che volevano nelle buste, non sarebbero tornati mai più a casa mia. Mio padre era morto, e quindi i ricordi relativi agli uccelli rimasti in casa avrebbero continuato ad affievolirsi.

L’operazione durò circa un’ora e, al suo termine, ne risultarono dieci grandi sacchi pieni di materiale. Invasa dai raggi del sole mattutino, la stanza era quasi calda, e i distintivi, ben lucidati, luccicavano sui baveri. Eppure nessuno di loro appariva minimamente sudato.

Si caricarono equamente due sacchi a testa sulle spalle, e se ne andarono con il camion che avevano posteggiato sotto casa.

In un’ora soltanto, l’aspetto della camera era cambiato: i segni della presenza di mio padre, che vi avevo gelosamente custodito, erano del tutto scomparsi, sostituiti da un vuoto incolmabile. Rimasi in piedi al centro della stanza: mi sembrava ora una cavità abissale che stava per essere risucchiata da un punto sul fondo.

3

Allora vivevo scrivendo romanzi. Ne avevo pubblicati tre, fino a quel momento. Il primo è la storia di un accordatore che vaga tra negozi di strumenti musicali e sale da concerto in cerca del suo amore scomparso, una pianista, facendo affidamento solo sui suoni che le sue orecchie ricordano. Il secondo la storia di una ballerina che ha perso la gamba destra in un incidente e vive in una serra con il suo uomo, un botanico. Il terzo la storia di una ragazza che accudisce il fratello minore, colpito da una malattia che scioglie implacabilmente i suoi cromosomi.

Sono tutti romanzi in cui si perde qualcosa. A tutti piaceva questo tipo di storie.

Ma sull’isola scrivere romanzi era uno dei lavori più oscuri e ignorati. Non si poteva proprio dire che l’isola traboccasse di libri. La biblioteca accanto al roseto era un misero edificio in legno di un solo piano e, in qualunque momento ci si andasse, non si trovavano più di due o tre persone. Senza che nessuno vi prestasse attenzione, negli angoli degli scaffali riposavano volumi talmente rovinati che avrebbero rischiato di sbriciolarsi al solo aprirne la copertina.

Questi vecchi libri prima o poi sarebbero finiti al macero senza mai essere aggiustati. Per questo la collezione della biblioteca non cresceva mai. Ma non c’era nessuno che se ne lamentasse.

Anche la libreria era più o meno nelle stesse condizioni. Non esisteva un posto altrettanto silenzioso in tutta la zona dei negozi. Il proprietario era scontroso e svogliato e i dorsi dei libri rimasti invenduti iniziarono inesorabilmente a scolorirsi.

Erano pochissimi, qui, quelli che sentivano il bisogno dei libri.

In genere mi mettevo davanti al manoscritto dalle due del pomeriggio fino quasi a mezzanotte. Eppure non riuscivo a scrivere più di cinque pagine al giorno circa. Mi piaceva riempire i quadretti lentamente. Non avevo nessun motivo per fare le cose di fretta. Mi prendevo tutto il tempo per scegliere il carattere giusto da inserire in ciascun quadretto.

Lavoravo nell’ex studio di mio padre. Ora era molto più sgombro rispetto a quando lo usava lui. Perché ai miei romanzi non servivano documenti o appunti. Sulla scrivania c’erano solo una risma di fogli, una matita, un temperino e una gomma da cancellare. Non c’era modo per me di riempire il vuoto lasciato dalla polizia segreta.

Verso sera, uscivo per una passeggiata di un’oretta. Camminavo sul lungomare fino all’attracco del traghetto e, al ritorno, prendevo un sentiero che costeggia la collina e rientravo a casa passando per l’osservatorio ornitologico.

Il traghetto era ormeggiato in porto da tanto tempo ed era tutto arrugginito. Ormai nessuno poteva salirci per andare da qualche parte: era anch’esso una delle cose scomparse dall’isola.

Il nome della barca avrebbe dovuto essere scritto a vernice sullo scafo, ma ormai era illeggibile, scrostato dalla brezza marina. Gli oblò erano tutti impolverati, e la carena, la catena dell’ancora e le eliche erano coperte di alghe e molluschi. Proprio come se la carogna di un’enorme creatura marina stesse aspettando di diventare un fossile.

Un tempo, il marito della balia faceva il meccanico sul traghetto. Dopo la scomparsa dei traghetti, aveva lavorato come guardiano dei magazzini del porto, ma ormai era andato in pensione e viveva da solo nella barca. Durante la mia passeggiata facevo tappa lì a chiacchierare del più e del meno con lui.

«Come prosegue la stesura del romanzo?» disse il vecchio, invitandomi a sedere. Sulla nave avevamo a disposizione tutti gli spazi possibili, e ci accomodavamo sulle panchine del ponte o ci rilassavamo sulle poltrone della saletta di prima classe, a seconda del tempo e dell’umore.

«Mah, cosa posso dirti? Così e così…» risposi io.

«Mi raccomando, non si trascuri!»

Il nonno non dimenticava mai di ripetermelo.

«Non è da tutti un lavoro come il suo: giornate intere seduti alla scrivania a immaginare sempre solo cose difficili. Se il signore e la signora fossero ancora vivi ne sarebbero sicuramente orgogliosi» disse, annuendo da solo alle proprie parole.

«I romanzi non sono nulla di così straordinario! Trovo che smembrare il motore di un traghetto, cambiarne i pezzi e rimontarlo com’era prima sia un lavoro ben più misterioso e difficile.»

«No, no! Il traghetto è scomparso, non c’è più niente da fare.»

Al che calò un breve silenzio.

«Ah, oggi ho trovato delle pesche di prima scelta: ne taglio un paio.»

Entrò nella piccola cucina accanto al locale caldaie, dispose le pesche su un piatto coperto di ghiaccio, lo decorò con foglie di menta e preparò una teiera colma. Il nonno ci sapeva proprio fare, sia con le macchine, sia con il cibo e le piante.

Fino ad allora avevo sempre regalato a lui prima che a chiunque altro tutti i romanzi che avevo scritto.

«Oh, questo è un romanzo scritto da lei, signorina?»

Pronunciava la parola «romanzo» con cautela e riguardo. Poi chinava profondamente il capo e prendeva il libro con entrambe le mani, come se stesse ricevendo un’offerta sacra.

«Grazie! Grazie!»

Mi metteva in imbarazzo la sua voce velata di lacrime nel ripetere quelle parole.

Tuttavia, non aveva mai letto neanche una pagina dei romanzi. Quando gli dicevo: «Vorrei un tuo parere».

«Per carità, è impossibile! Un romanzo, se lo leggo fino in fondo poi termina, no? Non posso, sarebbe un vero peccato! Preferisco conservarlo così, con cura, per sempre.»

Dopo avermi risposto in questo modo, offriva il libro sull’altare del dio del mare, nella camera del capitano, e riuniva in preghiera le mani piene di rughe.

Spizzicando la merenda, parlavamo di varie cose. Si trattava quasi sempre di ricordi: di papà, di mamma, della balia, dell’osservatorio ornitologico, delle sculture, di un lontano passato, quando era possibile recarsi in terre straniere con il traghetto… I nostri ricordi, però, diminuivano giorno dopo giorno. Perché ogni scomparsa portava via con sé anche i ricordi. Dividendoci i pochi resti della merenda, ripetevamo più volte gli stessi racconti, come se li facessimo sciogliere in bocca molto lentamente.

Quando il sole della sera iniziò a immergersi nel mare, scesi dal traghetto. Il nonno mi porgeva sempre la mano per aiutarmi quando arrivavo alla scaletta, anche se non era poi così ripida. Mi trattava come una bambina piccola.

«Buon rientro! Arrivederci!»

«Sì. A domani!»

Restò lì a seguirmi con gli occhi, finché la mia figura sparì all’orizzonte.

Dopo la sosta al porto, passai per l’osservatorio ornitologico sulla cima della collina. Lì, però, non mi fermai molto. Spaziavo con lo sguardo sul mare, feci un paio di grandi respiri e poi scesi in fretta.

Come la stanza di papà, anche quel posto era stato perquisito dalla polizia ed era ridotto a una baracca abbandonata: non era rimasto più nulla a ricordare che si trattava di un osservatorio ornitologico. I ricercatori si erano dispersi.

In piedi vicino alla finestra da cui, insieme a papà, avevo scrutato il paesaggio con il cannocchiale, a volte vedevo avvicinarsi qualche piccolo uccello, ma serviva solo a rammentarmi che per me non aveva più nessun significato.

Mentre scendevo dalla collina e attraversavo il quartiere, il sole tramontava rapidamente. A sera l’isola era ancora più silenziosa. La gente che tornava dal lavoro camminava a testa bassa, i bambini si precipitavano verso casa a passo svelto, i camion del mercato, esaurita la merce, mi superavano traballanti, lasciando dietro di loro il rumore dei motori malandati.

Il silenzio che riempiva l’aria faceva sembrare che l’intera isola fosse intenta a prepararsi spiritualmente alla sparizione che avrebbe potuto verificarsi l’indomani.

Così l’isola accoglieva la notte.

4

Nel pomeriggio di un mercoledì, sul tragitto verso la casa editrice a cui stavo portando un manoscritto, mi imbattei in una caccia ai ricordi. Era già la terza volta dall’inizio del mese.

Ogni giorno che passava quelle operazioni si facevano sempre più prepotenti e violente. A pensarci con il senno di poi, il sequestro di mia madre da parte della polizia segreta, quindici anni prima, era stato l’inizio delle cacce ai ricordi. Era sempre più evidente che esistevano persone speciali, come mamma, in grado di non dimenticare, e la polizia segreta sembrava intenzionata a farle sparire tutte, senza eccezioni. Nessuno, però, aveva idea di dove venissero portate.

Ero scesa dall’autobus e stavo per attraversare al semaforo, quando tre camion del solito colore verde scuro impegnarono l’incrocio, uno dietro l’altro. Gli altri mezzi rallentarono prontamente e accostarono per aprire loro la strada. I camion si fermarono davanti a un edificio nel quale avevano sede uno studio dentistico, una società di assicurazioni e una scuola di danza: una decina di poliziotti vi si infilò rapida.

Nei dintorni tutti trattenevano il fiato. Ci fu anche chi si nascose nelle traverse. Tutti sembravano augurarsi che lo spettacolo a cui stavano assistendo finisse al più presto, timorosi che accadesse qualcosa anche a loro. Intorno ai camion, l’aria era immobile e silenziosa, come se fosse stata risucchiata nel vortice del tempo.

Con la busta del manoscritto stretta al petto, me ne stavo immobile all’ombra di un lampione. Il semaforo cambiò più volte dal verde al giallo, divenendo poi rosso e tornando ancora verde. Nessuno attraversava le strisce pedonali. Dai finestrini del tram i passeggeri guardavano nella nostra direzione. A un certo punto mi accorsi che la busta si era tutta spiegazzata.

Dopo un po’ si udì un gran trambusto di passi. Al suono minaccioso e regolare degli stivali della polizia segreta se ne mescolava un altro più debole e sopraffatto. Uscirono uno alla volta dal portone dell’edificio.

Due signori poco oltre la mezza età, una trentenne con i capelli tinti di castano, una ragazzina magrolina. Eravamo nella stagione in cui non soffia ancora il vento che preannuncia l’inverno, eppure i quattro indossavano tutti diversi strati di camicie, avevano dei soprabiti sulle spalle e delle sciarpe o dei foulard al collo. E in più, portavano borsoni da viaggio gonfi e valigie piene. Sembrava si fossero sforzati di prendere con sé la maggior quantità possibile di cose che avrebbero potuto essere utili.

Nel vedere i bottoni slacciati, i lembi di abiti che facevano capolino dalle borse, i lacci delle scarpe slegati, immaginai che fossero stati costretti a fare i bagagli in fretta e furia, senza nemmeno il tempo di prepararsi mentalmente. Avevano i fucili puntati alla schiena. Ma le loro espressioni non tradivano turbamento. Semplicemente, guardavano lontano con pupille quiete come pozze d’acqua nei recessi di un bosco: in quelle pupille si celavano tanti ricordi a noi ignoti.

Come al solito, la polizia segreta, con i distintivi splendenti sui baveri, continuava le operazioni secondo un ordine ben calcolato, senza sbavature. I quattro mi passarono davanti. Mi sembrò di sentire un lieve odore di disinfettante. Forse avevano arrestato qualcuno dello studio dentistico.

Furono spinti uno dopo l’altro sul pianale del camion, ricoperto da un telone. In quel frangente i fucili non si allontanarono nemmeno un istante dalle loro schiene. La ragazzina, rimasta per ultima, lanciò sotto il telone una borsa arancione con una toppa a forma di orsetto e poi fece per salire, ma il gradino del pianale era chiaramente troppo alto per lei: cadde seduta a terra.

D’istinto mi feci sfuggire un piccolo grido e lasciai cadere la busta. I fogli del manoscritto si sparsero sulle strisce pedonali. Le persone intorno a me si girarono all’unisono con una brutta espressione sul viso: tutti temevano che dare alla polizia segreta un qualsiasi inutile pretesto avrebbe potuto portare guai.

Il ragazzo accanto a me mi aiutò a raccogliere i fogli. Alcuni, finiti nelle pozzanghere, si erano bagnati, altri si erano sporcati, calpestati dalla gente. Comunque, continuammo a raccoglierli in fretta.

«Ci sono tutti?» mi sussurrò il giovane all’orecchio. Annuii e lo ringraziai con gli occhi.

In ogni caso, il piccolo subbuglio che avevo provocato non ebbe nessun effetto sulle loro azioni: nessuno di loro si girò verso di noi.

Uno dei poliziotti che era salito prima sull’autocarro porse la mano alla bambina e la tirò su. Sotto la gonna si intravidero le sue ginocchia, piccole, dure, ancora infantili. Poi il telo si abbassò e il motore si accese.

Anche dopo la loro partenza, il tempo riprese a fatica a scorrere come prima. Il rumore del motore si allontanò, l’autocarro scomparve alla vista e il tram ricominciò a muoversi, prima che potessi finalmente essere sicura che la caccia ai ricordi di cui ero stata testimone fosse finita e che non mi fosse stato fatto alcun male. Le persone ricominciarono a camminare ognuna per la propria strada. Il ragazzo attraversò le strisce.

Guardando il portone chiuso del palazzo, mi chiesi cosa fosse rimasto alla fanciulla del tocco della mano di quel poliziotto.

«Venendo qui ho assistito a una cosa spaventosa!» dissi a R, il curatore del romanzo, nell’atrio della casa editrice.

«Una caccia ai ricordi?…»

R si accese una sigaretta.

«Esatto. Ultimamente sembra stiano peggiorando.»

«Concordo. È una situazione assurda.»

Emise una lunga boccata di fumo.

«Ma la caccia che ho visto oggi era un po’ diversa dalle solite. L’hanno fatta in pieno giorno, in un palazzo del centro, e per di più ne hanno portati via quattro in un colpo. Quelle che avevo visto finora erano sempre di notte, in quartieri residenziali, e puntavano a una sola persona.»

«Forse quei quattro si nascondevano in un alloggio segreto.»

«Alloggio segreto?»

Dopo aver ripetuto quelle parole inusuali, mi coprii la bocca con la mano. Sapevo che era più sicuro non affrontare temi tanto delicati in pubblico. Da qualche parte si potevano sempre nascondere dei poliziotti in incognito. Sull’isola circolavano un sacco di voci sulle cacce ai ricordi.

L’atrio era quasi deserto. A parte tre uomini in completo, impegnati in un’accalorata discussione intorno a un voluminoso pacco di documenti dietro una pianta di ficus benjamina, c’era solo la signorina della reception, seduta con aria annoiata.

«Penso che utilizzassero un appartamento dell’edificio come alloggio segreto. Possono solo nascondersi ormai. Si dice che esista un’organizzazione clandestina piuttosto ramificata che li aiuta e dà loro rifugio. Utilizzano tutti gli appoggi di cui dispongono per garantire loro posti sicuri, beni e denaro. Però, se la polizia ha fatto irruzione persino in uno di questi covi, vuol dire che non esistono posti che si possano ritenere davvero sicuri…»

R sembrava sul punto di aggiungere qualcos’altro, ma poi allungò le dita verso la tazza di caffè, rivolse lo sguardo al cortile interno e non parlò più.

Nel cortile si vedeva una piccola fontana circondata da mattoni. Era una semplicissima fontana, senza alcun congegno particolare. Quando la nostra conversazione si interrompeva, attraverso i vetri ci arrivava lo scroscio dell’acqua. Quel suono mi faceva pensare che qualcuno stesse pizzicando le morbide corde di uno strumento musicale in un luogo lontano.

«È da tempo che mi domando una cosa…» dissi osservando il suo profilo. «Come fa la polizia segreta a capire che si tratta di persone speciali? Persone, cioè, che non subiscono l’influenza delle scomparse. Non sembra che abbiano caratteristiche comuni, all’apparenza: sono tutti diversi per sesso, età, lavoro, estrazione. Potrebbero mimetizzarsi senza problemi, mescolandosi agli altri con un po’ di attenzione, no? Non dovrebbe essere così difficile fingere che le scomparse abbiano avuto effetto anche sulle loro coscienze.»

«Mah, non lo so…» rispose dopo averci pensato un po’. «Temo non sia facile come pensi tu. La coscienza di ognuno è inglobata in un subconscio decine di volte più grande. Quindi penso che non sia tanto semplice da manipolare. Non possiamo neanche immaginare che tipo di situazione generi una scomparsa per loro. Se non fosse così, non andrebbero a rintanarsi in un alloggio segreto.»

«Sì, certo.»

«Sono solo voci che girano, ma pare che individuino le persone in possesso di una coscienza particolare attraverso la decodificazione del Dna.»

«Decodificazione del Dna?»

«Sì. Anche se apparentemente le persone non hanno niente in comune, esaminandole in maniera approfondita, scavando fino a livello genetico, probabilmente è possibile trovare qualche caratteristica condivisa. A giudicare dall’alacrità delle ultime cacce ai ricordi, c’è da supporre che quelle ricerche abbiano fatto progressi.»

«Ma come fanno a entrare in possesso del loro Dna?» chiesi.

«Ora hai bevuto il caffè in questa tazza, no?»

Spense la sigaretta nel posacenere e sollevò la tazza davanti ai miei occhi. Le sue dita erano abbastanza vicine perché il mio respiro le raggiungesse. Annuii senza aprire bocca. «Per la polizia segreta è un giochetto da ragazzi portarla via, isolare la tua saliva e decodificare il tuo Dna. Si nascondono ovunque: ovviamente anche nell’angolo cucina dove si preparano le bevande, nell’atrio di una casa editrice. Tutti gli abitanti dell’isola saranno analizzati, trasformati in dati e schedati a loro insaputa. Anche se non riesco neanche a immaginare a che punto dell’operazione siano. Possiamo prendere tutte le precauzioni che vogliamo, ma lasceremo sempre qualcosa di noi in giro, e quindi del Dna. Capelli, sudore, unghie, grasso, lacrime: perdiamo tante di quelle cose che non c’è modo di sfuggire.»

Riportò lentamente la tazza sul piattino e abbassò lo sguardo sul caffè, di cui rimaneva ancora la metà. Gli uomini al di là del ficus dovevano aver finito chissà da quanto la loro riunione, ed erano spariti. Erano rimaste solo le loro tre tazze di caffè. La ragazza della reception, con un volto inespressivo, le stava raccogliendo su un vassoio.

«Però, comunque…» iniziai, dopo aver atteso che la donna se ne fosse andata. «Perché li devono portare via? Se non danno nessun fastidio…»

«Per chi esercita il controllo, in quest’isola in cui tutte le cose scompaiono una dopo l’altra, il fatto stesso che qualcosa non scompaia rappresenta un disturbo, un’incongruenza, credo. Perciò la cancellano con le proprie mani, con la forza.»

«Anche mia madre, quindi, sarà stata uccisa?»

Capivo bene quanto fosse irragionevole chiedere una cosa simile a R, ma quella considerazione su mamma mi era sfuggita dalla bocca senza che lo volessi.

«Di sicuro sarà stata fatta oggetto di ricerca, di studio» rispose, calibrando le parole.

Dopo di che, calò il silenzio per qualche attimo. Sentivo solo lo scroscio della fontana. Tra noi due, giaceva inerte la busta spiegazzata. R l’attirò a sé, ed estrasse il manoscritto.

«È strano che si possa creare qualcosa così, con le parole, in un’isola che sta semplicemente scomparendo» disse. Poi ripulì i fogli granulosi di polvere e terra, come se stesse accarezzando una cosa cara.

In quel momento ci accorgemmo che stavamo pensando la stessa cosa: guardandoci negli occhi, percepimmo un’inquietudine annidata già da molto tempo in un angolo del cuore di ciascuno di noi. La luce frantumata dagli spruzzi della fontana illuminava il suo profilo.

Con l’impressione che, una volta espressa a parole, quell’inquietudine sarebbe potuta divenire realtà, lo sussurrai dentro di me, piano affinché lui non se ne accorgesse: se le parole scomparissero, cosa accadrebbe?

5