DANTE REINVENTA ULISSE
P.b.
Per me questi sono tra i versi più belli dell’intera letteratura italiana. Sono le parole di Ulisse nel XXVI canto della Divina Commedia
«né dolcezza di figlio, né la pietà
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,
potero vincer dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore»
Dante è straordinario. In poche parole descrive il senso di avventura che anima Ulisse, lo rende forse egoista e crudele, ma meravigliosamente moderno. Parla della disperata e inarrestabile ricerca di capire che anima, in modo certo diverso, ognuno di noi.
E la parola chiave è "valore", perchè è quella parola che ci rende esseri umani.
La cosa straordinaria è che Dante, che non conosceva l’Ulisse omerico ma quello filtrato da Ovidio, ribalta completamente il personaggio. In Omero Ulisse cerca disperatamente di tornare a casa, mentre Dante ne conserva il tema di ribellione agli dei e lo trasforma.
In pratica, Dante ha "inventato" l’Ulisse moderno (quello che poi ispirerà tra gli altri Tennyson, Pascoli e Primo Levi) proprio perché non conosceva quello antico. Ha preso la sete di conoscenza di cui parlava Ovidio nelle Metamorfosi e l'ha proiettata nella mentalità cristiana del medioevo, trasformando l’eroe del ritorno in un esploratore dell'assoluto, condannato non da un dio capriccioso come Poseidone, ma dall'ordine morale dell’universo.
Ovidio, nelle Metamorfosi, presenta già un Ulisse più inquieto e intellettuale rispetto all’eroe omerico tenacemente attaccato al nostos. Non è più solo l’uomo che vuole tornare a Itaca, ma una figura segnata da una curiosità più mobile, quasi erratica. Dante prende questa traccia e la radicalizza in modo straordinario. Il “folle volo” oltre le Colonne d’Ercole non è solo un’avventura geografica: è un atto di superbia conoscitiva. Ulisse incita i compagni con parole che suonano illuministiche (“considerate la vostra semenza… fatti non foste a viver come bruti”), ma viola il confine tra umano e divino. Nella mentalità cristiana medievale, la conoscenza non è neutra: deve restare subordinata alla fede e al rispetto dell’ordine creato.
Dante compie così un’operazione culturale potentissima: cristianizza l’eroe pagano trasformandolo in un tragico precursore dell’uomo moderno. Prende la curiositas ovidiana e la proietta in un orizzonte teologico, rendendola al tempo stesso sublime e colpevole.
