DOMENICA
Georges Simenon
Recensione
Un romanzo breve e potente, tra i migliori romans durs di Simenon. In una soleggiata domenica di maggio sulla Costa Azzurra, alla locanda Bastide, il cuoco Émile vive una giornata decisiva: anni di matrimonio oppressivo, umiliazioni e una passione viscerale con la giovane domestica Ada stanno per esplodere.
Simenon scava con la sua solita maestria nella psiche dei personaggi, mostrando la crudeltà silenziosa dietro la rispettabilità borghese. Prosa essenziale, tensione crescente e un finale spiazzante.
Perfetto per chi cerca un noir esistenziale intenso e senza fronzoli. Un piccolo capolavoro di crudeltà quotidiana.
DOMENICA
1
Non aveva mai avuto bisogno della sveglia e già da un po’, senza aprire gli occhi, era cosciente del sole che si infilava tra le due sottili fessure delle persiane quando finalmente sentì un trillo soffocato provenire dalla stanza di sopra.
Era un’angusta mansarda, proprio sulla sua testa. Ne conosceva ogni angolo, il letto di ferro con la coperta rosso scuro, la bacinella su un treppiede di legno tornito e la brocca di smalto per terra, il lembo di tappeto marrone che non stava mai a posto, e avrebbe potuto tracciare il contorno delle macchie sulle pareti imbiancate a calce, la stretta cornice nera tutta sbilenca che racchiudeva una Vergine vestita di azzurro cielo.
Conosceva anche l’odore un po’ selvatico, speziato, di Ada, che ci metteva sempre parecchio per strapparsi al sonno, e ancora non si muoveva. La sveglia continuava a suonare ed Émile iniziava a spazientirsi. Doveva sentirla anche sua moglie, immobile accanto a lui nel grande letto di noce, ma non avrebbe detto niente, non avrebbe alzato un dito, faceva parte della sua strategia.
Ormai non aveva più importanza. Il giorno era arrivato, sapeva anche quello prima di aprire gli occhi, perfino prima di accorgersi che era sorto il sole, di sentire gli uccelli che pigolavano e i due colombi che tubavano.
Al piano di sopra Ada si girò di scatto, allungò un braccio abbronzato, con la camicia aperta fino a metà del petto, la mano che tastava il marmo del comodino.
A volte era così addormentata da rovesciare la sveglia, che continuava a suonare sul pavimento, ma non oggi. Il trillo si spense. Ci fu ancora un attimo di silenzio, di immobilità. Alla fine i suoi piedi nudi si misero a cercare le pantofole per terra.
Se avessero domandato a Émile cosa provava quella mattina non avrebbe saputo rispondere. Se l’era chiesto prima che suonasse la sveglia. In realtà non si era sentito diverso dagli altri giorni, dalle altre domeniche. Non aveva paura. Non aveva nemmeno voglia di tornare sui suoi passi. Non era né impaziente né agitato. Udiva, alle sue spalle, il respiro regolare della moglie, ne sentiva il calore e anche l’odore, quell’odore a cui non si era mai abituato, così diverso da quello di Ada, un odore al tempo stesso dolciastro e acre come quello del latte cagliato che, verso il mattino, impregnava la stanza.
Ada, nella mansarda, non si lavava. Solo più tardi, una volta sbrigato il grosso del lavoro, risaliva per darsi una ripulita. Non metteva le calze né le mutande, si accontentava di infilare sulla corta sottoveste un vestito di cotone rossastro.
Si era pettinata alla bell’e meglio i capelli neri e folti prima di aprire la porta e scendere le scale, dove a volte risaliva un gradino perché aveva perso una ciabatta.
Passando sfiorò la porta, raggiunse il pianterreno, ed Émile la sentiva ancora; se non l’avesse sentita avrebbe potuto seguirla con il pensiero, tanto conosceva i riti della casa.
Eccola che entrava nella cucina dal pavimento di cotto, girava la grossa chiave della porta a vetri per aprire le persiane, scoprendo il cielo azzurro, i due ulivi ritorti, i pini, al di là della terrazza, e, in un avvallamento tra le colline, uno squarcio del golfo scintillante della Napoule.
I due colombi becchettavano in mezzo alla ghiaia, come galline. Ada rimaneva un momento immobile, a svegliarsi poco per volta, a impregnarsi della freschezza del mattino, e la signora Lavaud doveva già essere uscita dalla sua casetta di Saint-Symphorien, vicino a Pégomas, e aver imboccato la salita che portava alla casa.
Émile non aveva fretta. A Pégomas o a Mouans-Sartoux suonavano le campane. Da qualche parte passò una macchina. Ada accese la stufa a butano e macinò il caffè.
Era l’ultimo giorno, la domenica che aveva stabilito da tempo, ma nulla gli impediva di tornare sulla sua decisione, di lasciare che le cose andassero com’erano andate nell’ultimo anno.
Non ebbe la tentazione di farlo. Non lo sfiorò l’idea che poteva rimettere in discussione tutto.
Il suo cuore batteva normalmente. Non aveva paura. Non era turbato. Quando infine si alzò, nel momento in cui, di sotto, Ada stava versando l’acqua sul caffè e si sentivano i passi della signora Lavaud, gettò un’occhiata verso la moglie, di cui non intravedeva altro che la forma del corpo sotto le coperte, i capelli tinti di biondo, un orecchio rosa, un occhio chiuso.
Era stata lei a esigere che in apparenza non cambiasse niente, che loro due continuassero a dormire nella stessa stanza, nello stesso letto, che era stato il letto dei suoi genitori, sicché, certe notti, capitava che si trovassero senza volere l’uno addosso all’altro.
In punta di piedi, più per abitudine che per non svegliarla, Émile andò direttamente in bagno e si rasò come faceva sempre la domenica e nei giorni di mercato. Gli altri giorni, come Ada, risaliva a lavarsi in un secondo momento.
In cucina le due donne, sedute a tavola per la colazione, parlavano a bassa voce.
Era la fine di maggio. In aprile c’erano state piogge abbondanti, seguite da settimane di freddo, con il maestrale che imperversava tre giorni su quattro. Da una settimana era iniziata l’estate; la brezza, al mattino, veniva da est, poi piano piano girava fino a soffiare verso il mare e calava di sera lasciando la notte alla sua calma assoluta.
Non seppe mai se Ada lo guardava in modo diverso dal solito, perché evitò di osservarla. Gli servì la solita tazza di caffè, spinse verso di lui il piatto di focaccia con cipolle e acciughe ed Émile se ne tagliò una bella fetta che mangiò in piedi, piantato sulla soglia, guardando fuori.
Lei sapeva. Émile non le aveva fornito dettagli. Non avevano mai fatto grandi discorsi.
Un giorno della settimana precedente, il martedì, se non si sbagliava, si era limitato a dirle:
«Domenica prossima».
Lei non sapeva perché avesse scelto proprio la domenica, e perché avesse aspettato così tanto, quasi un anno. Chissà se aveva pensato che avesse paura o che Berthe gli facesse pena.
«Le ceste sono in macchina?».
La signora Lavaud non aveva aperto bocca se non per salutare fra i denti e si sarebbe potuto pensare che non fosse di casa. Era una donnetta grassottella eppure dura, che aveva sessantadue anni e, da qualche parte in Francia, tre o quattro figli sposati. Poiché si rifiutava di farsi mantenere da loro, aveva lavorato a lungo come domestica per un medico di Cannes e poi per un dentista.
Due anni prima si era risposata con un uomo che Émile non aveva mai visto, che nessuno, alla Bastide, conosceva. Per quanto si sapeva lo aveva incontrato andando a spasso per Cannes nel suo giorno libero, mentre anche lui, ospite di una casa di riposo, faceva la passeggiata del giovedì.
Aveva settantadue anni. Per mesi lei era andata a trovarlo, a portargli dei dolci. Una mattina avevano scoperto con stupore il nome di Julia sul giornale, fra le pubblicazioni di matrimonio.
Da allora suo marito continuava a vivere nella casa di riposo. Lei continuava a lavorare alla Bastide.
Perché si erano sposati? La donna non ne aveva mai parlato. Forse lui possedeva un po’ di denaro che lei sperava di ereditare, o forse era stata mossa dalla pietà.
Émile non se ne dava pensiero, perché non era di quelli che riflettono senza motivo e si ostinano a inventare problemi dove non ce ne sono.
Non aveva fatto niente per arrivare al punto in cui erano. Non era stato lui a scatenare il dramma e, in fondo, non avrebbe nemmeno saputo dire com’era cominciato.
La cosa più difficile, quando uno cerca di ricordare, è distinguere i dettagli importanti da quelli che non lo sono. Ti trovi davanti a un’accozzaglia di fatterelli, alcuni in apparenza fondamentali, altri irrilevanti, e ti accorgi subito che stai sbagliando, ti sforzi di risalire ad altre cause perché capisci che quelle che avevi individuato non spiegano un bel niente.
Oppure, se ti accontenti di spiegazioni troppo semplici, finisci per ragionare come i giornali, che scrivono:
«Guardiano di chiusa ubriaco uccide la moglie a coltellate».
Ma perché era ubriaco? E perché a coltellate? Perché la moglie? Soprattutto, perché nessuno si chiede se lei non aveva la vocazione della vittima?
Se ammettiamo infatti che esista la vocazione di assassino, possiamo supporre che esista anche la vocazione di assassinato, e ne deriva che, in un delitto, chi viene ucciso ha qualcosa di cui rendere conto al pari di chi uccide.
È una questione complicata, e a Émile non piaceva pensare alle questioni complicate. Del resto, mentre mangiava la sua focaccia e osservava una striscia di Mediterraneo ai piedi dell’Esterel, non pensava sul serio, o comunque non in modo drammatico.
Quelli che gli affioravano alla mente erano solo brandelli di idee. Non c’erano problemi da risolvere. Non aveva la pretesa di spiegare.
Si era trovato in una situazione ben precisa, da cui in un modo o nell’altro bisognava uscire. Gli si era imposta un’unica soluzione, che gli era parsa evidente.
Tutti i suoi sforzi si erano concentrati sul mettere a punto quella soluzione, e c’era voluto del tempo, per la precisione undici mesi.
Ora che il giorno era arrivato, non sarebbe servito a nulla rimettere tutto in discussione, e del resto non era tentato di farlo. Al massimo, gli faceva uno strano effetto pensare, mentre in casa la vita iniziava identica alle altre domeniche:
«Stasera sarà finita».
Era impaziente di essere più vecchio di qualche ora. Quando, sempre in piedi, finì di fare colazione e si accese la prima sigaretta, gli tremava leggermente la mano. Soltanto allora il suo sguardo incontrò quello di Ada, che gli stava versando la seconda tazza di caffè, e gli parve di leggervi una domanda che lo irritò.
Le aveva detto:
«Domenica prossima».
Era domenica. Lei non doveva preoccuparsi di niente. E avrebbe fatto male a sentirsi in colpa perché, se anche aveva un piccolo ruolo in quello che sarebbe successo di lì a poco, non era lei la ragione principale.
In definitiva, lei era l’imprevisto. Sarebbe potuto cominciare tutto in un altro modo, con chiunque, o senza nessuno.
«Le ho preparato una lista, signor Émile. Non si dimentichi il parmigiano».
La signora Lavaud, che aveva indossato il suo grembiule azzurro di tela grezza, stava riempiendo un secchio d’acqua per andare a lavare il pavimento della sala da pranzo e del bar.
La Bastide sembrava quasi una scenografia di teatro, una locanda provenzale in tutto e per tutto come gli abitanti di Parigi e del Nord della Francia si immaginano debba essere una locanda del Midi, con il pavimento di cotto, mattoni a vista attorno alle finestre, pareti color ocra e grandi vasi di maiolica. Il bancone del bar era montato su vecchie viti da torchio e naturalmente i tavoli della sala da pranzo erano coperti da tovaglie a quadretti.
Le due pensionanti, la signorina Baes e la signora Delcour, che si erano appena alzate, presto sarebbero scese, con vestiti a fiori o a pois, in testa ampi cappelli di paglia, per fare colazione in terrazza.
Erano entrambe belghe, sulla sessantina, e ogni anno venivano a passare due mesi in Costa Azzurra.
Émile si mise al volante della 2CV trasformata in furgoncino e avviò il motore. Voltandosi, prima della discesa, scorse Ada sulla soglia e non provò alcuna emozione.
La strada era impervia, stretta com’era tra una parete di roccia a destra e uno strapiombo a sinistra. Lui non ci faceva più caso. Poco dopo eccolo procedere tra due siepi, passare davanti a una villa, poi a una piccola fattoria, per sbucare infine, all’altezza delle Baraques, sulla Route Napoléon.
C’erano delle motociclette che salivano verso Grasse, e quasi tutte avevano a bordo una coppia. Alcuni conducenti erano già a torso nudo. Nella discesa lo superavano altre macchine, targate Parigi, Svizzera o Belgio.
A Rocheville girò a destra, costeggiò il muro del cimitero, dell’ospedale, imboccò rue Louis-Blanc e attraversò il ponte della ferrovia. Faceva la stessa strada tre volte a settimana: cercava sempre di parcheggiare di fronte alla macelleria, poi, se lì non c’era posto, nella stretta rue Tony-Allard, accanto alla latteria dipinta di azzurro dove si riforniva.
Il mercato Forville era in pieno fermento e, a riprova che la stagione era cominciata, si vedeva qualche donna in pantaloncini e perfino in costume da bagno, con gli occhi nascosti da occhiali scuri e il capo coperto da una specie di cappello cinese.
Era un bene che avesse da fare e che gli passassero sotto gli occhi quelle immagini familiari. E poi non si doveva dimenticare la sua lista.
«Allora, signor Émile? Avete ospiti?».
Odore di formaggi. Venditrici dalla pelle chiara, dal grembiule bianchissimo.
«Due pensionanti, sempre le stesse».
«Arriveranno. Ieri per strada ci sono stati i primi ingorghi».
Cercò la lista in tasca, ordinò quel che gli serviva, decifrando non senza difficoltà la scrittura della signora Lavaud.
In fondo non gli piaceva quella donna. Alla Bastide era un elemento estraneo, ed Émile si stava rendendo conto di non sapere niente di lei, che non partecipava alla vita domestica, che faceva il suo lavoro e basta, per guadagnarsi lo stipendio.
Anche gli altri, forse. Ma non allo stesso modo. Per esempio, se Maubi, il giardiniere, lo imbrogliava, Émile sapeva come e perché, e non era nemmeno un segreto tra loro. Avrebbe potuto dirgli di punto in bianco:
«Maubi, sei un ladro!».
Maubi probabilmente gli avrebbe fatto l’occhiolino con un sorriso.
L’aria si stava scaldando. Émile passava dall’ombra al sole, dalla confusione del mercato al silenzio dei vicoli. Di fronte alla latteria si vedeva un negozio di articoli per la pesca. Era da un mese che non andava a pesca. Ci sarebbe andato una volta che tutto fosse finito. Gli venne in mente che doveva assicurarsi che la barca del dottor Guérini non fosse più in porto.
Sì, perché aveva previsto tutto. Mica per niente gli ci erano voluti undici mesi per preparare quel che sarebbe successo di lì a poco.
Tutto quel tempo gli era servito non per tergiversare, ma per riflettere e calcolare minuziosamente ogni cosa.
A ripensarci gli sembrava che fosse volato. Di colpo si stupiva di essere così vicino alla meta, e se pure non era tentato di tornare sui suoi passi provava nondimeno una sorta di vertigine.
Si diresse, con una cesta in mano, verso il porto, non quello degli yacht, in cui si vedeva spiegarsi qualche candida vela, ma quello dei pescatori, dove le barche che erano uscite di notte attraccavano le une accanto alle altre.
Procedendo tra le reti messe ad asciugare, sentiva che lo chiamavano per salutarlo, perché ormai non era più uno straniero.
Chiese:
«È tornato Polyte?».
«Mezz’ora fa. Mi sa che ha qualcosa per te...».
Passò su un altro pontile e trovò Polyte sulla sua barca, che faceva la cernita del pesce.
«Calamari ne hai?».
«Tre chili».
Formavano in fondo alla cesta una massa viscida di un bianco come di porcellana, e qualcuno di loro aveva sputato l’inchiostro.
«Vuoi anche la bouillabaisse?».
«A quanto?».
«Lascia perdere. Ci metteremo d’accordo».
Ne prese un po’ perché, col bel tempo, c’era caso di fare una trentina di coperti e la maggior parte dei turisti pretendeva la bouillabaisse.
La barca del dottor Guérini non era ancorata al solito posto.
«È molto che è uscita la Sainte-Thérèse?».
«L’ho vista fra le isole mentre rientravo. Dev’essere partita col buio».
Il formaggio, il pesce, la carne. Gli rimaneva solo la drogheria. Poi entrò da Justin, che gestiva uno dei baretti del mercato.
«Salve, Émile...».
Gli uomini bevevano vino bianco, le donne caffè, e si sarebbe detto che stessero parlando tutti insieme. Erano ambulanti, oppure commercianti del posto, in piedi dalle tre o dalle quattro del mattino. Ogni tanto qualcuno di loro si dirigeva all’orinatoio.
«Bella giornata!».
«Bella giornata».
Era solo un uomo come gli altri, un uomo come loro. Nessuno sospettava niente. Soltanto Ada sapeva, e forse Ada si era fatta un’idea sbagliata delle sue motivazioni.
Ben prima che trovasse lavoro alla Bastide si diceva, nella zona, che non era come le altre. Se non arrivavano a dichiararla matta, era considerata quantomeno un po’ tocca.
Che fosse perché parlava poco e sembrava aver paura della gente?
In ogni caso non era del tutto normale. Non si comportava come le ragazze della sua età e non le frequentava più di quanto frequentasse i ragazzi.
«È una selvaggia!».
Anche i suoi genitori vivevano come selvaggi, tenendosi alla larga dalla gente del paese.
Quando suo padre, Pascali, si era trasferito al limitare di Mouans-Sartoux aveva già i capelli grigi, il viso rugoso e cotto dal sole, e parlava soltanto un miscuglio incomprensibile di italiano e francese.
Essendo un bravo muratore aveva trovato da lavorare a destra e a manca, soprattutto riparazioni, perché lavorava da solo.
Ogni tanto spariva per diverse settimane, poi tornava e si rimetteva all’opera.
In uno di quei ritorni era accompagnato da una donna sulla quarantina che sembrava una zingara e da una bambina di dodici anni che quando le rivolgevano la parola non rispondeva.
Émile all’epoca aveva solo venticinque anni ed era appena arrivato a casa degli Harnaud, che gestivano La Bastide e sarebbero diventati i suoi suoceri.
Si ricordava di una bambina magra che, in quella regione solatia, era tra le poche sempre vestite di nero, e per di più con uno strano incrocio tra un abito e un grembiule, che le pendeva informe sul corpo.
La si vedeva su una curva del sentiero, o nel bosco, sul ciglio della strada principale. La gente diceva:
«È la figlia di Pascali e della zingara».
Ma non c’erano prove che la donna che si era portato dietro Pascali fosse davvero una zingara. In realtà nessuno sapeva niente, e Pascali non dava spiegazioni. Chissà se i gendarmi erano più informati. Probabilmente no, o prima o poi avrebbero detto qualcosa.
Francesca non frequentava le altre donne, quasi non usciva dalla casa che Pascali aveva finito per costruire tra un lavoro e l’altro e che non assomigliava a nessun’altra.
Si sarebbe detto che avesse voluto mettere insieme dei campioni di tutto quel che sapeva fare, e anche dei campioni di tutte le pietre, di tutti i materiali.
Sostenevano che non lasciasse uscire la moglie, che a volte la chiudesse in casa e arrivasse a picchiarla.
Il viso di Francesca era deturpato da due cicatrici che le attraversavano le guance e che venivano attribuite alla gelosia dell’italiano. Secondo alcuni l’aveva sfigurata apposta, per scoraggiare i corteggiatori.
Era stato lui, però, ad accompagnare la figlia, Ada, alla Bastide. Émile era sposato da un po’. Il suocero era morto. La suocera era tornata in Vandea, dove aveva dei parenti.
Nel suo dialetto che nemmeno gli italiani capivano, Pascali aveva discusso del compenso di Ada, delle condizioni di lavoro, e per come si erano messe le cose sembrava quasi che fosse andato lì per venderla.
Non aveva reclamato, per lei, né un giorno libero né ferie annuali. Non ne faceva. Era raro che andasse in visita dai genitori, che pure vivevano ad appena due chilometri, e Pascali si limitava a comparire di tanto in tanto, coperto di calce, e a sedersi in cucina per bere un bicchiere di vino guardando la figlia.
Era così che era iniziata, o bisognava risalire più indietro?
Sulla spiaggia, di fronte al Carlton, al Majestic, al Miramar, c’era già qualcuno che faceva il bagno, delle donne, alcune circondate da bambini, che si sistemavano sotto l’ombrellone e si cospargevano di olio prima di esporsi al sole.
Al mercato coperto Émile incontrò alcuni colleghi che gestivano ristoranti in città o nei dintorni. Dall’Esterel sbucavano delle macchine, mentre altre arrivavano dall’Italia passando per Nizza.
Si stava allestendo la rappresentazione di una bella domenica, proprio come si allestisce la sala di un ristorante, quando si apparecchiano i tavoli e si dispone al centro di ognuno un vaso di fiori. Anche il mercato dei fiori era in pieno fermento. Émile doveva comprarli. A poco a poco il furgoncino si stava riempiendo e le lancette dell’orologio lentamente avanzavano, avvicinando l’ora in cui avrebbe dovuto agire.
Non c’era stato un solo inizio, ma diversi. E uno era stato di certo l’episodio accaduto un pomeriggio nella mansarda.
Ada lavorava alla Bastide da quasi due anni, quindi doveva averne diciotto. Lui non ne aveva ancora trenta. Non si era mai interessato a lei, se non, a volte, per guardarla con la fronte aggrottata chiedendosi a che cosa stesse pensando.
Potevano assegnarle qualsiasi compito senza che lei protestasse. Non era svelta e nemmeno precisa, ma non avevano alcuna presa su di lei perché quando le facevano un appunto o quando Berthe si arrabbiava rimaneva impassibile come un muro.
Émile si ricordava di certe scenate, di Berthe, esasperata, che finiva per urlare, come un’isterica:
«Guardami quando ti parlo».
Ada la guardava con i suoi occhi scuri e vacui.
«Mi stai ascoltando?».
Lei non batteva ciglio.
«Di’ “Sì, signora”».
Lei ripeteva indifferente:
«Sì, signora».
«Non potresti comportarti come si deve?».
Émile sospettava quasi che se la moglie si infuriava così facilmente era perché non riusciva a far piangere Ada.
«E se ti mandassi via?».
Sempre impassibile come un muro.
«Lo dirò a tuo padre...».
Émile invece si era abituato a lei, ma un po’ come si sarebbe abituato alla presenza di un cane in casa. Anche un cane non parla, né fa sempre quello che vorremmo noi.
Poi, un pomeriggio che Berthe non c’era, era salito in mansarda, senza secondi fini, perché cercava Ada e lei non rispondeva, e quando era tornato di sotto non sapeva se doveva essere felice di quello che era appena successo o averne paura.
In ogni caso, non la conosceva meglio di prima e forse la capiva meno che mai.
Si ricordava soprattutto di uno sguardo che non aveva ancora mai visto in una donna, uno sguardo che faceva pensare a quello di una bestia all’avvicinarsi dell’uomo.
Erano passati tre anni. Poteva forse sostenere di conoscerla meglio di prima e che quel che c’era tra loro fosse amore?
Se ci vuole per forza un inizio, quello era stato uno fra i tanti.
Ma, per quanto riguardava Berthe, l’inizio risaliva solo a due anni dopo, al 15 giugno al momento della siesta, si ricordava la data, l’ora, ogni minimo particolare.
Aveva ancora importanza? Non era storia vecchia ormai? In undici mesi aveva avuto il tempo di pensarci, eppure non se ne era minimamente preoccupato.
Perfino oggi non se ne dava troppo pensiero. Non era emozionato. Non rimpiangeva niente. Non era nemmeno nel panico.
Una certa impazienza, quello sì, che nel bar di Justin gli faceva bere il caffè troppo in fretta. Un fremito delle dita, come al mattino in cucina, e un senso di vuoto nel petto. Ma si sentiva così anche quando andava a pesca e un bell’esemplare abboccava all’amo.
E quella sensazione di irrealtà non gli era nuova. In mare, la mattina presto, a bordo di una barca, quando si è soli sull’acqua che scintilla e respira secondo un ritmo monotono, non ci si sente più del tutto in sé e può capitare che tutto quel blu, quella pace disumana, quel silenzio assoluto, trasmettano una certa angoscia.
Il mercato Forville era lo stesso delle altre domeniche, con i suoi visi familiari, i suoi rumori, i suoi odori. Ma non era un po’ come se vedesse quello scenario attraverso un vetro?
Per qualche ora lui non faceva parte del resto del mondo. Quella sera, l’indomani, sarebbe stato di nuovo un uomo come gli altri. Quasi.
Non doveva pensare. Non bisogna mai tornare sulle decisioni prese una volta per tutte.
Aveva detto a Ada, senza entrare nei dettagli:
«Domenica prossima...».
Quella domenica era arrivata. Era tutto pronto. Era troppo tardi per fermare il corso degli eventi.
«Dammi un pacchetto di Gauloises».
Se ne accese una, soffiò via lentamente il fumo. Gli rimaneva solo da ritirare il pacco dal macellaio, a cui aveva passato l’ordinazione poco prima.
A quell’ora Berthe si stava lavando, nella camera di cui aveva aperto le persiane. Le due pensionanti, la signorina Baes e la signora Delcour, entrambe bionde e pingui, con grosse braccia rosee, camminavano l’una dietro l’altra lungo un sentiero, raccogliendo fiori di campo di cui, di lì a poco, gli avrebbero chiesto il nome.
A volte le si sentiva ridere come scolarette. La signorina Baes aveva ereditato una fabbrica di biscotti e la sua amica era la vedova di un salumiere.
Sulla Costa Azzurra si sarebbe detto che tornassero bambine e, quando il tempo non permetteva loro di andare a passeggio, trascorrevano ore a scrivere cartoline.
Émile lanciò il pacchetto del macellaio nel furgoncino, richiuse la portiera posteriore, si mise al volante, guardò dietro di sé per accertarsi di avere abbastanza spazio per fare marcia indietro.
Ancora tre ore prima che tutto diventasse definitivo.
2
Aveva poco più di quindici anni, perché era l’anno in cui aveva preso il diploma, quando la nozione di Costa Azzurra si era profilata al suo orizzonte, in forma ancora schematica, ma già più vivida del cartellone pubblicitario che vedeva in stazione quando andava a La Roche-sur-Yon.
Quel giorno non poteva minimamente sospettare che, in modo più o meno diretto, fosse in gioco il suo stesso destino.
Non riusciva a ricordare come mai avesse accompagnato il padre a Luçon. In ogni caso doveva essere un giovedì, perché gli altri giorni, quando c’era scuola, andava sì in città, ma in bicicletta.
Forse gli era venuta voglia di vedere un amico e aveva chiesto un passaggio sul carretto? Era possibile, perché pioveva a dirotto e un forte vento che proveniva dal mare aperto faceva sbattere la cappotta. Rivedeva i larghi rivoli d’acqua sulle cosce della giumenta, di cui avevano ricoperto la groppa con un pezzo di telo impermeabile.
Non parlavano mai molto, lui e suo padre. Probabilmente erano stati in silenzio per tutti gli otto chilometri che separavano Champagné da Luçon, una strada piatta, come il resto degli stagni, lungo cui c’era ogni tanto una casa bassa, un capanno, come dicevano da quelle parti, in mezzo ai prati lambiti dal mare.
Il vero paesaggio, lì, era il cielo, più vasto che altrove, a malapena intaccato all’orizzonte dal profilo di un campanile, un cielo così esteso che le case, i sentieri, le macchine e, a maggior ragione, gli uomini sembravano minuscoli.
Era il cielo a vivere, a riempirsi di pesanti nuvole nere che scoppiavano o, al contrario, di grosse nuvole bianche, luminose, immobili, oppure ancora di fiocchi leggeri che al tramonto si riunivano in strie rossastre.
Doveva aver piovuto per tutto il giorno, come capita spessissimo. Quando a Champagné o nei comuni limitrofi non c’erano fiere o mercati la locanda, tranne che nella bella stagione, era praticamente vuota.
Era stato il suo bisnonno, di professione macellaio, ad aprirla e a darle quel nome, Le Bœuf Couronné, che si leggeva sull’insegna a lettere dorate vecchia di un secolo. Il soffitto era basso, giallastro, quasi marrone, così come le pareti, le boiserie e i tavoli a cui quelli del posto si sedevano, la domenica, a bere quartini di muscadet mentre giocavano a carte e a domino.
Portavano gli abiti neri che avevano indossato per la messa. Anche durante la settimana erano quasi sempre vestiti di nero, perché finivano di consumare i vecchi abiti della domenica.
E in tutta la locanda aleggiava un odore di vino scadente, di alcolici, di tabacco freddo, mentre nelle camere c’era un sentore di muffa non sgradevole che restava, per Émile, l’odore della vera campagna. Di sicuro proveniva dai letti, sempre umidi, con i materassi imbottiti di crine vegetale. O forse dalla macina che stava dietro, nel prato, perché suo padre aveva un pezzetto di terra e due vacche.
Non si era mai spinto più in là di La Roche-sur-Yon e di Les Sables-d’Olonne a nord, di La Rochelle a sud, di Niort a est.
Vedeva solo gente del posto, qualche commesso viaggiatore, ambulanti, ogni tanto un uomo di legge che si fermava a mangiare alla locanda e, d’estate, turisti di passaggio.
Non si ricordava di vere e proprie conversazioni con suo padre. Quanto alla madre, sembrava avercela con lui per essere nato sei anni dopo gli altri due figli, quando non pensava più di averne.
Fin da piccolo non aveva il coraggio di dirle che aveva mal di pancia, per esempio, perché lei lo fissava con lo sguardo di chi sa, di chi non si fa fregare.
«Dici che hai mal di pancia perché non hai studiato e hai paura di andare a scuola».
Émile era rimasto colpito. Lei ragionava così per ogni cosa. E, visto che c’era del vero, visto che, in effetti, lui non aveva studiato, ne era stato turbato a lungo.
Alla fine aveva scoperto di avere davvero mal di pancia – non faceva finta – perché non aveva studiato, e quindi perché aveva paura.
Suo padre, invece, di quelle cose non si curava. Viveva nel mondo dei grandi, degli uomini che discutono di prati, di fieno, di bestiame o di politica locale bevendo quartini di vino o bicchierini di acquavite.
Forse quel giorno Émile lo aveva accompagnato soltanto perché pioveva fin dal mattino e a casa, dove non c’era mai stato un posto tutto per lui, si annoiava. Sua sorella Odile, di ventidue anni, aveva la sua stanza. Lui dormiva in quella di suo fratello Henri, una mansarda come quella di Ada, e non aveva niente in comune con lui, che a vent’anni era già la fotocopia del padre.
Henri lavorava per un mercante di bestiame e sarebbe diventato a sua volta mercante di bestiame, cosa che non gli avrebbe impedito di mandare avanti Le Bœuf Couronné. Una cosa non escludeva l’altra.
Odile di lì a poco si sarebbe sposata con uno spilungone biondo che lavorava a Luçon.
Quanto a Émile, in un modo o nell’altro se la sarebbe cavata.
Ecco, le cose allora stavano grossomodo così. Era più basso del resto della famiglia e, mentre gli altri erano secchi, nodosi, lui si vergognava del suo corpo quasi paffuto.
Il carretto si era fermato dapprima alla stazione dei treni a scartamento ridotto, dove il padre aveva caricato dei sacchi, probabilmente concime. Poi, non lontano dalla cattedrale, mentre continuava a piovere a catinelle, avevano fatto tappa alle Trois Cloches.
«Scendi» gli aveva detto il padre.
Les Trois Cloches meritava il nome di albergo per via della grande facciata bianca, delle due sale da pranzo, della presenza di un bagno per piano e degli stemmi che campeggiavano ai due lati del portone, ma era anch’esso una locanda che, nei giorni di fiera, si riempiva di cavalli nella scuderia, di carretti nel cortile, di contadini più o meno ubriachi nelle sale e in cucina.
Louis Harnaud, che chiamavano Gros-Louis, era un amico del padre e passava per essere un uomo ricco. Aveva un colorito rubizzo, quasi violaceo, perché da mattina a sera, con la divisa bianca e il cappello da chef in testa, beveva insieme ai clienti che, se necessario, andava ad agganciare in strada.
«Sono contento di vederti, Honoré... Hai portato il ragazzo?... Siediti, che vado a prendere una bottiglia...».
Nel corridoio c’era anche una cassa dietro la quale, se c’era gente, sedeva la rispettabile signora Harnaud, con la stessa solennità che se si fosse trattato di un trono.
La loro figlia, Berthe, era andata a scuola con Émile, ma essendo più grande di due anni aveva già preso il diploma. Quel giorno non l’aveva vista. Magari aveva lezione di pianoforte.
Si erano seduti tutti e tre in un angolo della stanza dove c’era il tavolo per gli ospiti fissi, da cui, attraverso le tende di merletto, Émile vedeva cadere la pioggia e la gente passare tenendo l’ombrello a mo’ di scudo.
«Proprio ieri dicevo a mia moglie che volevo parlarti...».
Émile era abituato a quelle conversazioni, che partivano lentamente, come se i due interlocutori diffidassero l’uno dell’altro, e sembrava sempre che ci fosse un prato o una vacca da vendere.
«Ci stai bene, a Champagné?».
Suo padre, che non sapeva dove volesse andare a parare l’altro, taceva per prudenza.
«E il tuo primogenito?».
«Non c’è male...».
«Tua figlia si sposa, dicono».
Nella zona lo sapevano tutti. Quelle erano solo manovre di avvicinamento, in cui però ogni parola, malgrado la sua apparente futilità, contava eccome.
«Se ho subito pensato a te, è perché ho l’impressione – ma magari mi sbaglio – che tu abbia delle ambizioni per i tuoi ragazzi...».
E dicendo così guardava Émile come per farne il proprio complice.
«Non hai mai pensato di trasferirti in un posto più grande di Champagné?».
«Se andava bene per i miei genitori e per i miei nonni, immagino che andrà bene anche per i miei figli».
«Senti, Honoré...».
Erano andati a scuola insieme ed erano entrambi figli di locandieri.
«Alla tua, tanto per cominciare!».
In quel momento la signora Harnaud aveva aperto la porta e, vedendo che gli uomini stavano parlando, l’aveva richiusa senza far rumore.
«Non voglio influenzarti, bada bene. Sto per dirti queste cose perché mi piaci e so che genere di uomo sei...».
Per arrivare al punto seguiva una strada lunga e tortuosa.
«Saprai di certo che io e la signora Harnaud ci siamo finalmente concessi una vacanza...».
Non era il solo a chiamare la moglie per cognome. La maggior parte dei commercianti della regione faceva lo stesso.
«Erano anni che voleva vedere la Costa Azzurra, così siamo andati a passare tre settimane a Nizza...».
Si appoggiò allo schienale, con il bicchiere in mano e una luce più maliziosa negli occhi.
«Tu non ci sei mai stato, vero?».
«Mai».
«Mi sa che è meglio se non ci vai».
Gli veniva da ridere.
«Sai che laggiù a novembre la gente se ne va in giro senza cappotto e ci sono ancora abbastanza turisti da riempire la metà degli alberghi?».
Quando finalmente arrivò al dunque la bottiglia era vuota, sicché andò a prenderne un’altra.
«Io ho cinquantotto anni, sette mesi meno di te, vedi che me lo ricordo. Da qualche tempo mi ero messo a pensare alla pensione, perché ho il fegato e i reni che mi danno il tormento e il dottore sostiene che questo lavoro non mi fa bene. Aspetta un attimo...».
Uscì per tornare con qualche cartolina e qualche foto.
«Prima guarda un po’ qui...».
C’era una veduta di Nizza, con la baia degli Angeli di un blu cupo, altri scorci di Antibes, di Cannes, donne in abiti pittoreschi con le braccia cariche di fiori, un porticciolo, forse Golfe-Juan, con una fila di reti stese ad asciugare sul molo.
«Sai cos’è che si vede più spesso, a Nizza e dintorni? Gente come noi, come te e come me, che ha sgobbato tutta la vita per mettere da parte qualcosa e che ha finalmente deciso di spassarsela un po’. Ecco che c’è! Ammetto che all’inizio anch’io sono stato tentato di fare come loro, comprare un appartamento o una casetta per ritirarmici con mia moglie e mia figlia.
«Poi mi sono messo a guardare le vetrine. È pieno di agenzie che affittano e vendono ville e attività commerciali.
«Guarda qua...».
Sciorinò sul tavolo una serie di fotografie che raffiguravano tanto cascine tipiche della Provenza quanto palazzi a cinque piani sulla Promenade des Anglais.
«Ma solo quando sono capitato per caso a pranzo in un ristorantino che mi era stato suggerito ho capito come funzionano le cose. Il proprietario ha la nostra età. Mi sono accorto dall’accento che non era di lì e mi ha confessato che veniva dalla zona di Dunkerque. Uno come noi, insomma! Un bel giorno si è stufato di lavorare in un posto dove piove per metà dell’anno, e siccome non era abbastanza ricco per vivere di rendita ha comprato il ristorantino in questione. Se ne sta lì bello tranquillo. Per metà dell’anno di fatto è in vacanza e al mattino va a pesca...».
Gros-Louis si stava entusiasmando e finalmente buttò giù la sua carta vincente, la foto di una vecchia fattoria, piuttosto malridotta, fiancheggiata da due grandi ulivi e circondata da una pineta. Tra le colline, all’orizzonte, si indovinava lo scintillio del mare.
«È mia, Honoré! Forse ho fatto una stupidaggine, ma pazienza: l’ho comprata e la trasformerò in qualcosa di bello. C’è già un tizio, che non è architetto ma ne sa più che se lo fosse, che sta preparando i progetti. Ci saranno un ristorante, un bar, cinque camere per i turisti e potrò perfino allevare polli e conigli, senza contare che ho abbastanza vigna da mettermi a fare il vino.
«Vendo Les Trois Cloches. Non c’è bisogno di aggiungere che, se ti va, la mia prima scelta sei tu e ti lascio tutto il tempo che ti serve per pagare...
«Con due figli maschi...».
Honoré Fayolle si era limitato a scuotere la testa, senza dire né sì né no. Alla fine, dopo alcuni colloqui a bassa voce nella locanda di Champagné, era stato no.
Gros-Louis aveva venduto Les Trois Cloches a uno che aveva fatto abbastanza soldi in un bar tabacchi di Parigi e sognava di finire i suoi giorni in una cittadina di provincia.
Gli Harnaud, padre, madre e figlia, avevano lasciato la regione per trasferirsi alla Bastide, tra Mouans-Sartoux e Pégomas.
In fondo era stato quello il vero inizio, sempre ammesso che un inizio ci fosse stato.
Per quattro anni Émile non aveva più sentito parlare degli Harnaud né della Costa Azzurra.
Dopo il diploma, il padre gli aveva chiesto:
«Adesso cosa conti di fare?».
Lui non ne aveva idea, sapeva solo che era deciso ad andarsene da Champagné.
«Il proprietario dell’Hôtel des Flots, a Les Sables-d’Olonne, cerca un apprendista cuoco per la stagione».
A lui piacevano la grande spiaggia di Les Sables-d’Olonne e il brulichio di gente che arrivava dai quattro angoli della Francia. Quell’estate se li era goduti pochissimo, confinato com’era per lo più in una cucina nel seminterrato.
In ottobre il proprietario lo aveva raccomandato a un amico di Parigi che aveva un piccolo ristorante nei pressi delle Halles, e per due anni aveva lavorato lì. Aveva anche seguito, benché non con regolarità, i corsi di una scuola alberghiera.
A diciannove anni stava facendo una stagione a Vichy quando aveva ricevuto una lettera dal padre, evento raro. Era scritta con un pastello viola su fogli di carta che la drogheria di Champagné vendeva in confezioni da sei insieme a sei buste.
«Tua madre sta bene. Non soffre quasi più di reumatismi. Tuo fratello in primavera sposerà la figlia di Gillou e verranno a vivere qui. Se ti scrivo è per dirti che Gros-Louis, l’ex proprietario delle Trois Cloches, a Luçon, senz’altro te ne ricorderai, ha avuto un ictus e ha metà del corpo paralizzata. Ha messo in piedi una bella attività nei pressi di Cannes e sua moglie mi fa sapere che sarebbe contento se tu volessi andare a lavorare da loro. La figlia, Berthe, non è sposata. Non hanno figli maschi e sono in difficoltà...».
Un altro anello della catena. Aveva letto la lettera nell’ampia cucina di un grand hôtel di Vichy dove erano in una quindicina ad affaccendarsi ai fornelli, con un canovaccio intorno al collo e il cappello da chef in testa.
Forse era stato il cambiamento a tentarlo. Lo chef non gli piaceva e lui non piaceva allo chef. Se n’era andato il giorno stesso e l’indomani aveva scoperto La Bastide, che somigliava solo in parte a com’era adesso.
Gros-Louis, che non era più grosso, ma flaccido, con le guance che pendevano come quelle di un vecchio cane, era seduto fuori, su una sedia a rotelle, e si limitava a emettere suoni indistinti.
Sua moglie, a cui erano venuti i capelli bianchi, si sforzava di mostrarsi allegra, ma non appena si trovava fuori dalla portata del marito si metteva a piangere.
«Sono contenta che tu sia venuto, Émile! Se sapessi come sono infelice qui! Quando penso che è stato il mio sogno per tutta la vita e che sono stata io a spingere Louis a venire in vacanza a Nizza...».
Quanto a Berthe, lei era uguale a ora, altrettanto tranquilla, altrettanto misteriosa, altrettanto poco cedevole, e dire che era una bella ragazza bionda dalle forme piene.
Fin dai primi mesi per gli Harnaud alla Bastide era andato tutto storto. Intanto il famigerato Van Camp, che aveva venduto loro la proprietà e sosteneva di saperne più di un architetto, aveva fatto dei progetti che, una volta che muratori e carpentieri avevano cercato di realizzarli, si erano rivelati inattuabili.
Non aveva tenuto conto né della pendenza del terreno, né della distanza del pozzo, né dello spessore dei muri esistenti, di modo che avevano dovuto disfare in parte il lavoro già ultimato, scavare un nuovo pozzo e spostare la fossa settica.
Con la scusa che erano nel Midi, Van Camp non aveva previsto il riscaldamento e fin dal primo inverno erano morti di freddo, nonostante i radiatori elettrici che facevano saltare la corrente.
Per finire, Gros-Louis aveva scoperto, a Mouans-Sartoux, un bistrot dove, a ogni ora del giorno, poteva trovare compagnia, e aveva sostituito il vino bianco con il pastis.
A quel tempo Ada doveva avere nove anni e, se viveva già da quelle parti, Émile non le aveva prestato più attenzione che agli altri bambini che incontrava lungo i sentieri. Non aveva nemmeno mai sentito parlare di Pascali, che pure, a un certo punto, aveva preso parte al cantiere.
Che nonostante tutto la locanda fosse stata ultimata aveva del miracoloso, e con Gros-Louis divenuto invalido a mandarla avanti restavano soltanto le due donne.
Gros-Louis era vissuto per altri due anni, trascorrendo una parte del tempo a letto e una parte nella sala al pianterreno o sulla terrazza, e come la signora Harnaud e Berthe anche Émile aveva finito per capire i suoni che emetteva.
All’epoca era Émile a occupare la mansarda che era poi diventata la stanza di Ada, e c’erano già lo stesso letto di ferro e alcune delle macchie sul muro, ma non la stampa che raffigurava la Vergine Maria.
I clienti, all’inizio, erano rari. Avevano messo un cartello sulla Route Napoléon, con una freccia che indicava la strada della locanda. Si facevano anche pubblicità sul giornale di Nizza e nei dépliant distribuiti dall’ufficio turistico di Cannes.
Certi giorni, però, non si vedeva anima viva. Il sabato sera Émile andava in bicicletta a Cannes o a Grasse, dove non gli era difficile trovare una ragazza con cui ballare.
Caso strano, circa un mese prima della morte di Gros-Louis, senza motivo, gli affari avevano iniziato ad andare bene. C’era gente di Cannes, medici, avvocati, commercianti, che aveva preso l’abitudine di andare a pranzo o a cena alla Bastide in compagnia. La voce si era sparsa, ed erano arrivati a fare, la domenica, fino a trenta e poi quaranta coperti.
Émile, col suo cappello bianco da chef, si dava da fare in cucina, dove una certa Paola, un’anziana donna della zona che aveva preceduto la signora Lavaud, pelava le verdure, puliva il pesce e lavava i piatti mentre Berthe sovrintendeva al servizio.
Gros-Louis era morto nel pieno dell’alta stagione e a malapena avevano avuto il tempo di seppellirlo. Dopo aver parlato di trasportare la salma a Luçon, la signora Harnaud alla fine aveva deciso, per non complicare le cose, di inumarlo al cimitero di Mouans-Sartoux.
Avevano tre pensionanti, tra cui una svizzera che prometteva di tornare per diversi mesi ogni anno, e non potevano infliggere loro lo spettacolo di un lungo lutto.
Senza accorgersene, Émile era diventato più o meno il padrone di casa e aveva sostituito la bicicletta con un motorino, nell’attesa che potessero permettersi di comprare un furgone.
Non aveva mai fatto la corte a Berthe. Non gli era mai venuto in mente. La vedeva un po’ come una sorella maggiore, forse perché la conosceva dai tempi della scuola e aveva due anni meno di lei. E a sua sorella Odile, che con lui era stata ancor più severa della madre, non aveva mai voluto molto bene.
Un giorno, aprendo la porta del bagno, aveva sorpreso Berthe che usciva dalla vasca, con il corpo roseo imperlato di goccioline, e aveva provato lo stesso imbarazzo delle due o tre volte che aveva visto la sorella nuda.
In definitiva lui non aveva desiderato niente, voluto niente, né la Costa Azzurra né Berthe. La sorte lo aveva messo in quella casa, che era diventata la sua quasi senza che lo sapesse. Lui apparteneva a una generazione diversa da quella di Gros-Louis, si era adattato meglio e aveva scoperto il mercato di Cannes, i pescatori, le partite a bocce; aveva perfino preso un leggero accento del posto.
Aveva anche cambiato impercettibilmente i menu e l’arredamento.
Ed ecco che, il primo inverno dopo la morte del marito, la signora Harnaud aveva cominciato a buttar lì allusioni via via più esplicite.
Aveva iniziato con:
«Non mi abituerò mai a questo posto...».
Pioveva meno che in Vandea, certo, ma la pioggia di qui la opprimeva più di quella di casa sua e, seduta davanti alla finestra, fissava il cielo con sguardo duro.
Anche il freddo le pareva più subdolo e si lamentava dei dolori alla schiena, alla nuca, alle gambe.
Maubi si occupava già della vigna, dell’orto e dell’aia, perché Gros-Louis, assieme alla casa, aveva comprato anche un appezzamento di terra piuttosto grande.
«Quell’uomo è un ladro. Ogni frutto ci costa il doppio che al mercato. Vedi, Émile, noi per questi qui non saremo mai nient’altro che stranieri da spennare...».
Scriveva spesso a una delle sorelle, a Luçon, che era vedova e viveva con la figlia, ancora nubile a quarant’anni. In fondo sognava di raggiungerle. Non ne parlava ancora, ma stava preparando il terreno.
«Se solo potessi vendere La Bastide!».
Era troppo presto per pensarci. Ci avevano speso troppi soldi e l’attività non era ancora abbastanza avviata per attrarre i compratori. E passando per un’agenzia non ne avrebbero ricavato quasi nulla.
Émile cominciava a capire l’antifona. Gros-Louis non era il solo a essersi lasciato sedurre. Come lui ce n’erano a centinaia, a migliaia che, dopo una vita attiva, spesso dura, aspiravano a una sorta di mezzo servizio, avevano ceduto alle lusinghe della Costa Azzurra e investito tutti i loro risparmi in una locanda, in un ristorante o in un’attività qualsiasi.
La maggior parte di loro ostentava spavalderia e si fingeva soddisfatta, ma li si vedeva vagare, la sera, sulla Croisette o nei pressi del porto, come eterni stranieri.
Non erano del posto e non erano nemmeno turisti.
«Se almeno» sospirava la signora Harnaud «Berthe potesse sposarsi con qualcuno del mestiere!».
Berthe sembrava estranea ai tormenti delle altre ragazze e non aveva nessun filarino. Appena aveva un momento libero si metteva a leggere, sola in un angolo, sorda a ciò che accadeva intorno a lei.
C’era voluto un bel po’. Solo quando, in pieno mese di gennaio, con il maestrale che soffiava da mane a sera, si era presa la bronchite, la signora Harnaud si era decisa a spiegarsi meglio.
«Se non ritorno al paese,» gemette allora «sento che farò la fine del mio povero Louis e fra non molto lo raggiungerò al cimitero. Quando penso che è sepolto in un posto che non è casa sua!».
Dimenticava che era stata lei a volere così.
«Mia sorella insiste perché mi trasferisca da lei. Non potrò farlo finché non sarò rassicurata sulla sorte di Berthe e della Bastide...».
Émile, che aveva capito, non ne era entusiasta. Aveva fatto orecchie da mercante ancora per qualche settimana, guardando di tanto in tanto la ragazza di sottecchi e chiedendosi se a conti fatti il gioco valeva la candela.
«Bisognerà pure che ti sposi prima o poi, Émile...».
La verità è che aveva iniziato ad amare La Bastide, nonostante quell’aria da scenografia teatrale, e che non gli dispiaceva nemmeno la vita che faceva. Sarebbe ancora stato capace di passare tutto il giorno nell’atmosfera soffocante della cucina di un ristorante di lusso o di un grand hôtel?
Qui era lui il padrone. I clienti erano un po’ degli amici. Gli piaceva andare a far la spesa a Cannes due o tre volte a settimana, gironzolare attorno ai pescatori che rientravano, bere un caffè o un bianchino con gli agricoltori.
Cominciava a chiamare per nome qualcuno degli abitanti di Mouans-Sartoux e Les Baraques e spesso, nei mesi morti, il pomeriggio andava a giocare a bocce con loro.
Sentiva confusamente che si stava lasciando invadere da una specie di vigliaccheria, e non avrebbe già più avuto il fegato di vivere in un posto duro e cupo come Champagné, dove la terra non regalava nulla e bisognava strapparle quel che aveva da dare.
Una sera che la signora Harnaud era andata di sopra e lui era rimasto da solo al pianterreno con Berthe le si era seduto di fronte, e lei per un po’ aveva continuato a leggere, o a far finta.
«Tua madre ha parlato anche con te?».
Si davano del tu fin dai tempi della scuola, senza che però questo creasse fra loro la minima intimità.
«Non badare a quello che dice mia madre. Pensa solo a se stessa. È fatta così».
La conosceva poco, in fondo, anche dopo aver passato tre anni nella stessa casa, e cercava di capire le sue reazioni.
«Credo che dovremmo parlarne».
«Di cosa?».
Continuava a tenere il libro in mano ed Émile ebbe l’impressione che fosse turbata.
«Di tua madre. Sai meglio di me che non resterà qui a lungo. Non desidera altro che andarsene a Luçon. Adesso scrive alla sorella tre volte a settimana. Hai letto le lettere?».
«No».
«Nemmeno io».
Era una conversazione difficile, e a quel punto Berthe aveva fatto per alzarsi.
«C’è un modo perché se ne vada senza però rimetterci».
L’espressione di Berthe si era indurita, ed Émile aveva temuto che fraintendesse.
«Non parlo per me, ma per lei. Forse anche per te».
«So badare a me stessa».
«Non ti piaccio?».
Berthe aveva distolto lo sguardo e soltanto allora a Émile era balenato il sospetto che lei lo amasse da tempo, o comunque che avesse deciso che un giorno lui sarebbe stato suo.
Sul momento ne era stato commosso. Berthe gli aveva fatto pena. Era orgogliosa, Émile lo sapeva, e si trovava in una situazione scomoda.
Non le aveva mai fatto la corte. Di fronte a lei non aveva mai nemmeno provato il minimo turbamento, come invece gli accadeva con altre donne. Quella volta che l’aveva vista nuda se n’era andato senza aprir bocca e non era più tornato sull’argomento.
«Senti, Berthe...».
Tese la mano al di sopra del tavolo. Sarebbe stato più facile parlare se Berthe vi avesse messo dentro la sua, ma lei se ne rimaneva seduta rigida, sulla difensiva.
«Io non lo so se sarò un buon marito...».
«Corri dietro a tutte le ragazze».
«Come tutti quelli della mia età».
Adesso il sospetto era diventato una certezza, e ne era un po’ seccato; si domandò se non avrebbe preferito un rifiuto.
«Potremmo fare un tentativo, no?».
«Che tentativo?».
«Io provo affetto per te».
«Affetto?».
Émile si era alzato, perché sentiva che era necessario, e lo faceva per lei, per non umiliarla. Quando fu in piedi le cinse le spalle con un braccio.
«Senti, Berthe...».
Non trovando niente da dire, si era chinato per baciarla e si era accorto che aveva le guance bagnate di lacrime.
Era il loro primo bacio, il loro primo vero contatto. Quando le loro labbra si erano staccate lei aveva mormorato:
«Non dire niente...».
Ed era andata a chiudersi nella sua stanza.
Così era iniziata un’altra fase della vita di Émile. Il giorno seguente lei era più pallida del solito e, poiché sembrava che si vergognasse, lui le aveva lanciato delle occhiatine complici, cercando di infondere al suo sguardo una qualche tenerezza.
Incontrandola nel corridoio l’aveva baciata senza che lei protestasse, e un’ora dopo si era stupito nel sentirla cantare come una donna felice.
La signora Harnaud doveva aver capito, perché prese l’abitudine di salire nella sua stanza molto presto, lasciandoli soli. Berthe leggeva in sala da pranzo, mentre lui finiva di lavorare in cucina. Poi, dopo un attimo di esitazione, si metteva alle sue spalle e l’abbracciava.
Rimase spiazzato nello scoprire una donna che provava turbamento e che sembrava aspettarsi da lui ben più di semplici baci. Fu lei a prendere per la prima volta la mano di Émile per mettersela sul seno, e nel giro di qualche giorno quella ragazza che lui aveva creduto impassibile si comportava come una donna passionale.
La cosa più imbarazzante era la tacita complicità della madre, che non poteva ignorare ciò che stava succedendo. Émile ne era convinto: aspettava solo che si compisse l’irreparabile per sentirsi finalmente rassicurata sul proprio futuro.
L’irreparabile, però, non poteva compiersi al pianterreno, dove tutte le stanze erano comuni. Émile non aveva motivo di entrare in camera di Berthe e lei non sarebbe salita nella sua mansarda.
In quel periodo stavano risistemando una vecchia scuderia, separata dal corpo dell’edificio principale, con l’idea di ospitarvi, in estate, due o tre clienti in più.
Si trattava, così come per il resto della casa, di un ambiente tipicamente provenzale, pure troppo, che era già stato ribattezzato il Casolare.
Si scendeva un gradino e il pavimento era lastricato come nelle vecchie chiese. Pascali, il muratore, aveva costruito un caminetto alla buona, le finestre erano fatte a piccoli riquadri come quelle di una volta e il soffitto aveva le travi a vista.
Una scalinata di legno, che sembrava più una scala a pioli, portava al piano superiore, diviso in due stanzette dal soffitto spiovente.
Ai turisti piacciono i posti così, diversi da ogni altro, dove hanno l’impressione di essere separati dal resto del mondo. Vi si sarebbe potuta sistemare una famiglia con bambini, o magari una coppia di sposini in viaggio di nozze. Al pianterreno invece del letto c’era un grande divano rivestito di cretonne a fiori.
Fu lì dentro che successe. I lavori non erano ancora finiti che già Émile, dopo pranzo, aveva preso l’abitudine di andarci a fare la siesta.
Si coricava per un’ora, completamente vestito, come la maggior parte della gente del posto, senza sentire altro che il chiocciare delle galline che proveniva dal capanno di Maubi e, più vicino, il tubare dei due colombi.
Un pomeriggio, quando si era appena sdraiato e non si era ancora del tutto assopito, di colpo si era reso conto che il sole entrava dalla porta aperta. Poi nella stanza era tornata a regnare la penombra. A occhi chiusi, aveva percepito una presenza.
Alla fine la voce di Berthe aveva balbettato:
«Émile...».
Era marzo, se lo ricordava. Stavano cercando di accelerare i lavori perché tutto fosse pronto per la settimana di Pasqua, che segna all’incirca l’inizio della stagione.
Sapeva perché era venuta e, dopotutto, la cosa non gli dispiaceva.
Si era seduto sul bordo del divano, mentre Berthe continuava:
«Volevo dirti che la mamma...».
Émile preferiva ignorare la storiella che si era preparata e risparmiarle un momento penoso.
«Vieni qui».
«Ma...».
L’aveva attratta a sé e l’aveva costretta a stenderglisi accanto, senza che lei opponesse grande resistenza.
«Shhh!».
«Émile...».
«Shhh!... Più tardi dirò a tua madre che la risposta è sì...».
Dopo, aveva preferito restarsene per un po’ da solo nel Casolare, perché non voleva far vedere la propria espressione cupa. Berthe non doveva pensare che fosse deluso.
Ma lo era poi così tanto? A dire il vero non aveva sentito nessuna emozione, a malapena il piacere che provava con qualunque ragazza, ed era stato accompagnato da un imbarazzo che rovinava tutto.
Non che Berthe lo intimidisse nel vero senso della parola. Ai tempi non la trovava nemmeno brutta e non aveva ancora motivo per avercela con lei.
Era difficile da spiegare, e sì che da allora aveva avuto tutto il tempo di pensarci.
Lei gli era estranea. Ma non era andato a letto un mucchio di volte, spesso con una certa eccitazione, con ragazze che fino a un’ora prima non conosceva?
Con loro entrava subito in confidenza. Quello che facevano insieme lo facevano per il piacere comune. Si creava fra loro un’allegra complicità.
Dopo, potevano scherzarci su.
«Di’, certo che morivi proprio dalla voglia!».
Oppure:
«Sei un bel tipo, però!».
E lui trovava sempre qualcosa da rispondere.
Era un gioco, un gioco senza conseguenze. Se una prendeva un’aria da innamorata e sospirava malinconica, lui non era tentato di rassicurarla o di blandirla.
«Sei soddisfatto, no? Ti stai dicendo: avanti la prossima!».
Perché no? Faceva il suo mestiere di giovane maschio. Suo padre prima di lui aveva agito allo stesso modo, come pure tutti gli altri, che talvolta ne parlavano con un sorriso ingordo vuotando quartini di bianco nella sala piena di fumo della locanda.
Con Berthe, che ci aveva messo un ardore feroce, l’atto aveva avuto un che di mistico, come se stessero compiendo un sacrificio rituale.
Quello che avevano recitato insieme era quasi un dramma; e quando lei all’improvviso gli aveva morsicato il labbro Émile vi aveva percepito una minaccia.
Era troppo tardi. Alla Bastide non la rivide subito. La vecchia Paola, che pelava le verdure nella penombra della cucina, di cui chiudeva sempre le imposte, lo guardò con aria ironica.
Si sarebbe detto che tutti lo sapessero già, che tutti si aspettassero quello che era appena successo, che tutti, in definitiva, vi avessero più o meno preso parte.
Appena si imbatté nella signora Harnaud lei, senza lasciargli il tempo di aprir bocca, lo guardò con un’espressione riconoscente, ed Émile si chiese se lo avrebbe abbracciato.
«Volevo dirle...».
Sentì sulla propria testa i passi di Berthe e tanto bastò a rendergli il compito più difficile.
«Penso che presto, se è sempre dell’idea, potrà andare a vivere a Luçon...».
Lei fingeva di non capire, ma era raggiante.
«Io e Berthe abbiamo deciso...».
«Davvero?» non poté impedirsi di esclamare la donna.
«Se lei è d’accordo, ci sposeremo...».
«Dammi un bacio, Émile. Se sapessi come... come...».
Non riuscì a proseguire, perché si mise a singhiozzare. Solo dopo un bel pezzo mormorò:
«Se il mio povero Louis potesse saperlo...».
Anche quello era stato un inizio.
3
Sarebbe cambiato qualcosa se avessero avuto dei figli? O se Émile fosse stato meno giovane? Il tempo era passato così in fretta da quando aveva finito la scuola che gli capitava ancora di sognarla e di credere di trovarsi nel cortile durante la ricreazione.
Forse, come la maggior parte dei suoi compagni, da ragazzo interpretava, più o meno coscienziosamente, una parte, si sforzava di mostrarsi agli altri come avrebbe voluto essere. E il ruolo che aveva scelto per sé era quello del poco di buono, del delinquentello cinico a cui non la si fa.
Ma ecco che appena entrato nell’età adulta era sposato, aveva una suocera, delle responsabilità, un’attività piuttosto importante da mandare avanti.
Non era tipo da analizzarsi per piacere o da guardarsi allo specchio. Capitava però che si sentisse confuso, a disagio, come se avesse addosso dei vestiti troppo grandi per lui.
Allora gli sembrava di essere uno di quei ragazzini di tredici o quattordici anni che cominciano a cambiare voce e che, alla recita di fine anno, si incollano una barba posticcia per interpretare il cavaliere, il re o il vecchio mendicante.
Il mondo non era reale. La sua vita non sembrava definitiva. Una mattina, svegliandosi, avrebbe potuto essere di nuovo un bambino che non pensava ad altro che ai compiti e alle biglie, o un giovane apprendista che mentre lo chef gli dava le spalle rubava una fetta di prosciutto.
C’era di peggio. Ma era qualcosa che non voleva ammettere, nemmeno nel profondo del suo intimo, perché era troppo imbarazzante: a volte, quando Berthe gli stava davanti, gli sembrava di avere davanti sua madre.
Non si trattava di una somiglianza fisica. Non avrebbe saputo dire che cosa avessero in comune le due donne. E del resto ci pensava il meno possibile. Era una sensazione fugace, di cui subito cercava di liberarsi.
Il modo che avevano entrambe di guardarlo, per esempio, come se volessero leggergli dentro, come se fosse un loro diritto, un loro dovere entrare nella sua testa.
«Mi dirai sempre la verità, giusto?».
Così gli aveva detto Berthe, ponendo, naturalmente in modo unilaterale, un fondamento ai loro rapporti.
«Non sopporterei che mi mentissi» aveva aggiunto.
Sua madre invece gli diceva:
«Non si può mentire alla propria madre».
E aggiungeva, sicura del fatto suo:
«Del resto, se anche ci provassi, non ci riusciresti».
Con Berthe era sottinteso. Lei lo osservava. Da mattina a sera lo teneva come legato a un filo e di colpo, quando Émile credeva di essere solo, ecco che gli chiedeva:
«A cosa pensi?».
Perché lui arrossiva, perfino quando non aveva ancora niente da nasconderle? Si sentiva colpevole prima di esserlo, reagiva come davanti ai suoi genitori o a scuola, lo trovava umiliante, gli veniva da stringere i pugni.
Era soprattutto in quei momenti che si metteva in testa che Berthe lo aveva comprato. Non era un’idea del tutto campata in aria. C’era stata una breve scenata, con poche parole, che però lo aveva segnato per la vita.
Avevano appena scelto la data del matrimonio: la settimana dopo Pasqua. Attendere oltre, infatti, avrebbe significato rimandare la cerimonia all’autunno, per via della stagione estiva. E poi più in là i genitori di Émile, che erano occupati con la locanda, non avrebbero potuto assistere alle nozze, e la signora Harnaud ci teneva che ci fossero anche loro e che tutto si svolgesse secondo le regole.
Per lei era già una delusione che il matrimonio non fosse celebrato a Luçon, alla presenza di tutti quelli che conosceva. Le due donne, sospettava Émile, avevano una ragione più forte per voler fare in fretta. La madre sapeva quanto la figlia cos’era successo nel Casolare ed entrambe temevano che il giorno delle nozze la gravidanza di Berthe fosse troppo evidente. Non sapevano ancora che non c’era alcun pericolo. Ecco un’altra questione che ben presto avrebbe umiliato Émile.
E per finire non erano poi così sicure di lui e si chiedevano se un bel mattino non sarebbe sparito nel nulla.
Sta di fatto che un venerdì, due settimane prima della data prevista, la signora Harnaud non era salita in camera come al solito ma era rimasta dabbasso con loro. Una volta terminato il suo lavoro in cucina, Émile aveva raggiunto madre e figlia in sala da pranzo, dove si trattenevano quando non c’erano clienti e dove avevano acceso due o tre ceppi di vite, dato che faceva fresco.
Gli piaceva quell’odore. Qualcosa dell’atteggiamento della signora Harnaud, che, in apparenza, sferruzzava tranquilla come al solito, lo aveva stupito.
«Si sieda un momento con noi, Émile».
In Vandea, e quando era un semplice dipendente della Bastide, gli dava del tu, ma da che era diventato il solo uomo di casa istintivamente era passata al lei.
«Mi chiedevo se ha pensato al contratto».
Lui non aveva capito subito.
«Che contratto?».
«Il contratto matrimoniale. Se non si firma nessun contratto è perché ci si sposa in regime di comunione dei beni. Io non so come la pensate voi due, ma...».
Non finì la frase, quel «ma» bastava a rivelare la sua idea.
Era stato allora che Émile aveva notato, sul tavolo, un certo numero di lettere piegate in quattro, scritte in una calligrafia che non era quella della sorella della signora Harnaud. Sul retro, in effetti, aveva intravisto un’intestazione stampata: Gérard Palud.
Il nome non gli era nuovo, l’aveva sentito menzionare dai suoi genitori, che si erano rivolti a più riprese all’uomo di legge, come veniva definito sebbene svolgesse una professione imprecisata. Gestiva, a Luçon, non lontano dalle Trois Cloches, una drogheria dalle vetrine verdognole davanti a cui la gente di campagna, nei giorni di mercato, faceva la fila.
Palud era stato per un po’ praticante in uno studio di notaio, quindi si era messo in proprio e consigliava i clienti nelle transazioni, che si trattasse di compravendita di beni, di testamenti, di investimenti o di eredità. Si occupava anche, a titolo ufficioso, dei processi, e stava un po’ ai veri avvocati, ai veri procuratori e ai veri notai come un conciaossa o un guaritore sta ai medici.
«Suppongo» riprese la signora Harnaud dopo una pausa «che voi vogliate stipulare un contratto matrimoniale, no?».
Allora Berthe aveva alzato la testa e aveva guardato Émile con uno sguardo che lui non avrebbe mai dimenticato, prima di lasciar cadere, con voce un po’ tremante:
«No».
La madre aveva frainteso, aveva creduto che la figlia facesse mostra di generosità o che fosse accecata dall’amore. Prova ne era che aveva replicato, non senza un certo imbarazzo:
«Lo so quel che si pensa quando si è giovani, ma bisogna comunque essere lungimiranti, perché nessuno può prevedere il futuro».
Berthe aveva ripetuto con fermezza:
«Non ci serve un contratto».
Émile non avrebbe saputo dire esattamente per quale meccanismo quelle parole rappresentavano una sorta di presa di possesso della sua persona. Berthe non l’aveva forse comprato, meglio e in modo più efficace che se avessero stipulato un contratto in piena regola?
Se lei rifiutava un vero contratto era perché era sicura del fatto suo e faceva affidamento unicamente su se stessa per tenersi stretto il marito.
«Non voglio insistere. Sono affari vostri. Credo però che se il tuo povero padre fosse ancora vivo...».
«Voi ce l’avevate, un contratto matrimoniale?».
«Non era la stessa cosa».
Era peggio, perché la signora Harnaud, nata in un capanno degli stagni, prima del matrimonio faceva la cameriera all’Hôtel des Trois Cloches, e Gros-Louis, per sposarla, aveva aspettato che fosse incinta di quattro mesi. Émile lo sapeva bene, tanto più che aveva avuto in mano i documenti.
«Quanto alla Bastide e alla mia parte...».
La donna stava ripiegando a malincuore sulle posizioni preparate da lei e Palud, con cui, come ormai era chiaro, nelle ultime settimane aveva scambiato un discreto numero di lettere.
«Immagino che desidererai entrare subito in possesso della parte che hai ereditato da tuo padre».
Berthe, con un’espressione impenetrabile, attenta, ascoltava, evitando di rispondere troppo in fretta.
«Per quanto riguarda La Bastide, mi fido di voi. Émile è intelligente, coraggioso, e ho visto in che modo manda avanti l’attività. Non c’è ragione perché io ritiri la mia quota...».
Aveva in mente qualcosa, forse era stato Palud a suggerirglielo.
«Siccome io vado a vivere a Luçon e, ora che il mio povero marito è morto, non ne avrò per molto...».
L’aveva presa larga, ma si vedeva dove voleva andare a parare.
«Per voi è spiacevole dovermi rendere conto ogni anno. E io, alla mia età...».
Non diceva che si fidava del genero solo fino a un certo punto.
«La cosa più semplice, per evitare discussioni, è che mi versiate un vitalizio. In questo modo voi sarete padroni a casa vostra e io non avrò più niente a che fare con La Bastide...».
Non era vero, in realtà. Tra i documenti piegati in quattro davanti a lei c’era un accordo preliminare stilato da Palud. Prevedeva un vitalizio ampiamente superiore alla metà del fatturato attuale e riservava inoltre alla signora Harnaud, a titolo di garanzia, un’ipoteca sulla casa, sulle terre e sull’attività commerciale.
«Mi hanno dato l’indirizzo di un notaio di Cannes, basta che andiamo a firmare davanti a lui...».
In apparenza, Berthe non si era occupata della transazione. Di certo non era stata messa al corrente della corrispondenza tra la madre e l’uomo di legge di Luçon. Per quanto la riguardava bastava il matrimonio, senza bisogno di altri documenti.
Forse, in parte, il suo era amore. Da allora a Émile era capitato spesso di pensarci, di chiederselo. Si faceva degli scrupoli a dipingerla peggiore di quel che era. Riconosceva senza problemi che Berthe provava per lui una specie di amore. Si domandava perfino se non lo provasse già prima della sua partenza da Luçon, quando era solo una bambinetta.
Ci sono ragazze così, che uscite sì e no dall’infanzia decidono che si sposeranno con un certo ragazzo. Era un dato di fatto che lei non si era concessa a nessun altro, che non aveva frequentato altri giovani e che, quando lo aveva raggiunto nel Casolare, era vergine.
Ma anche la madre di Émile, a modo suo, amava il figlio, no?
Quando si era parlato di un contratto matrimoniale volto a difenderla, in definitiva, dal marito, a preservare la sua fortuna, Berthe aveva detto di no, con semplicità, con fermezza.
Magari, chissà, sperava che lui le sarebbe stato riconoscente e avrebbe visto in quel gesto un atto dettato dalla generosità o dall’amore cieco.
Era successo esattamente il contrario. Émile non aveva né protestato né discusso. Aveva accettato. Soprattutto perché non aveva voce in capitolo, perché in realtà fino a quel momento era stato solo un dipendente, prima di Gros-Louis e poi delle due donne.
I ruoli, nelle due coppie, si erano invertiti. Gros-Louis aveva sposato la serva dopo averla messa incinta.
Sua figlia sposava il domestico dopo essersi concessa a lui.
Pazienza se Émile si sbagliava. In ogni caso era sincero: per lui tra le due situazioni non c’era differenza.
E se per un istante l’aveva sfiorato l’idea di andarsene piantando lì madre e figlia, non vi si soffermò. Forse sospettava già da tempo che quello che stava accadendo era l’unica conclusione logica.
La Bastide era diventata cosa sua. L’aveva trovata ancora informe, incompiuta, allorché si sarebbe potuto pensare che fosse sull’orlo del fallimento. Con ogni probabilità, anche se non si fosse ammalato, Gros-Louis da solo avrebbe gettato la spugna, perché, contrariamente alle sue aspettative e alle sue speranze, non si era adattato.
Era un uomo in esilio, un uomo che aveva giocato la carta sbagliata, e forse in fondo per lui era stato un sollievo che l’emiplegia lo alleggerisse delle sue responsabilità.
Ormai era fuori gioco. Che Émile e le due donne se la sbrogliassero senza di lui.
Se n’era andato, dopo una brevissima agonia, e il suo ultimo sguardo non era stato né per la moglie né per la figlia, ma per il suo dipendente.
Sa il cielo che cosa significava quello sguardo. Meglio non pensarci, non cercare di indovinare il messaggio che forse conteneva.
Così avevano firmato i documenti predisposti da Palud, e il notaio di rue des États-Unis era parso sorpreso.
«Siete tutti e tre d’accordo?».
Quel contratto rappresentava già una sorta di matrimonio, un matrimonio a tre però, con la signora Harnaud che rispondeva di sì per prima e quindi si chinava per firmare con la penna che le veniva porta.
Dopodiché, alla vigilia delle nozze, da Champagné erano giunti il padre e la madre di Émile, lui nel suo abito nero, lei con un vestito nuovo, a fiori bianchi su fondo viola.
Odile non era riuscita ad andare, doveva partorire da un giorno all’altro. Quanto al fratello, Henri, gli era toccato rimanere a gestire la locanda.
Erano arrivate anche la sorella e la nipote della signora Harnaud, ma tre giorni prima, in modo da approfittarne per visitare la Costa Azzurra, e le tre donne erano andate a Grasse, a Nizza e a Monte Carlo in corriera.
Il matrimonio si era tenuto nel municipio e nella chiesa di Mouans-Sartoux. Vi aveva assistito molta gente del posto, che sembrava lì più per curiosare che per prendere parte alla cerimonia.
Se Émile ormai era più o meno di casa, le altre, Berthe compresa, rimanevano delle straniere.
Per via del lavoro non andarono in viaggio di nozze. Semplicemente, dopo la cena, che era proseguita fino a tarda notte, Émile e Berthe erano saliti nella stanza che un tempo era stata di Gros-Louis e della moglie.
«Per le ultime due notti che passerò qui prenderò la tua stanza» aveva detto la signora Harnaud alla figlia.
Faceva una certa impressione, come un passaggio di poteri. Ormai Émile e Berthe occupavano la stanza dei grandi, dei genitori, con il letto di noce, l’armadio a specchio, il comò.
Émile, che aveva bevuto troppo – avevano tutti bevuto troppo, tranne Berthe –, aveva cercato, al momento di spogliarsi, di fare un breve discorso alla moglie. Non sarebbe stato utile stabilire le rispettive posizioni una volta per tutte?
Nel corso della serata aveva messo a punto, aiutato dal vino e dagli alcolici, una sorta di dichiarazione d’intenti.
«Hai avuto quel che volevi. Eccoci sposati. A partire da stasera...».
Si era costruito nella testa intere frasi, che lì per lì gli erano sembrate magnifiche, ma se le era già dimenticate.
C’era ancora una cosa che voleva dirle, una dichiarazione per cui gli mancava il coraggio.
«Dal momento che siamo sposati, farò l’amore con te. Però è meglio che ti confessi che...».
Non si può dire una cosa del genere a una donna, nemmeno all’avventura di una sera. Eppure era la verità. Non aveva voglia di lei. Era costretto a sforzarsi. Era colpa sua se, benché non si assomigliassero minimamente, lei lo faceva pensare a sua madre?
Per fortuna dopo quella giornata Berthe era stanca. Era tesa, esasperata. Era stata lei a mormorare:
«Non stasera».
Anche quella era un’indicazione: sarebbe stata lei a decidere in quali sere concederglisi e in quali invece non avrebbero fatto niente.
A lui non dispiaceva. Prova ne è che l’indomani mattina, quando scese per primo e aprì le imposte della cucina, provò la stessa gioia degli altri giorni nel guardare il paesaggio, il verde pallido dei due ulivi e il verde più scuro dei pini nel sole, lo sfavillio dorato del golfo della Napoule e i due colombi che tubavano accanto alla porta.
Non erano gli stessi colombi di adesso. Le coppie si erano succedute, generazione dopo generazione. Di tanto in tanto, anziché mangiare i giovani, mangiavano i vecchi. L’importante era che ci fosse sempre una coppia che tubava intorno alla casa, perché ai clienti piaceva vederli accarezzarsi con il becco gonfiando il gozzo.
La signora Harnaud aveva deciso che sarebbe andata a passare un mese in Costa Azzurra ogni anno, preferibilmente in inverno, quando non c’erano clienti e a Luçon il clima era meno gradevole. Era scritto nell’accordo che avevano firmato, e se a lei questa precauzione non era venuta in mente ci aveva pensato Palud.
Il suo sguardo, in novembre, era subito andato alla pancia della figlia. Poco dopo, sola con lei, aveva mormorato, non senza un muto rimprovero:
«Speravo di trovarti in stato interessante».
Sarebbe diventato un ritornello, un’ossessione. In tutte le sue lettere si ritrovava la stessa frase:
«... Mi raccomando, scrivimi non appena avrai qualche speranza su quel fronte...».
Il secondo inverno c’era come un velo di sospetto nello sguardo che faceva pesare, non più sulla figlia, ma sul genero. E, verso la fine del soggiorno, non era riuscita a trattenersi dal parlarne.
Stavano mangiando. Era ancora la vecchia Paola a servirli. La guerra tra lei e Berthe era già cominciata, una guerra silenziosa, latente, quotidiana, che ben presto avrebbe avuto una vincitrice.
Berthe, naturalmente! Ed era vero che Paola era sporca, che non si era mai fatta un bagno in vita sua e che puzzava di vecchie sottane.
Ma era vero anche che Paola si era affezionata profondamente a Émile, che, ai suoi occhi, era lui l’uomo di casa, e quindi non c’era da discutere quel che faceva e diceva e Berthe non aveva nessuna voce in capitolo.
Se Berthe le dava un ordine, Paola non rispondeva né sì né no, manteneva un’espressione ermetica, come scolpita in un vecchio ceppo di ulivo, e poco dopo andava a chiedere conferma a Émile.
In seguito ci sarebbero state altre guerricciole del genere. Émile era rassegnato in partenza.
Così come sentiva in partenza, solo dal fremito delle labbra della suocera, che lei lo avrebbe aggredito.
Con Berthe accadeva lo stesso. Quando stava per fare un’osservazione sgradevole il suo viso perdeva ogni espressione, forse perché si controllava, ma non poteva impedire al labbro superiore di tremare.
«Sapete, ragazzi miei, di recente ho letto sul giornale un articolo che vi interesserà. Ve l’ho ritagliato. È nella mia borsa. Più tardi ve lo do...».
L’articolo non era uscito su un giornale, ma su un settimanale popolare che riservava due pagine all’oroscopo, altre due alle cure più o meno nuove e il resto alle stelle del cinema.
«Un tempo, quando una coppia non riusciva ad avere figli, si pensava che fosse sempre colpa della donna. Sembra che non sia così, che addirittura il più delle volte sia a causa dell’uomo...».
Il labbro fremeva a più non posso, gli occhi fissavano il bicchiere di vino sul tavolo mentre la voce si faceva soave.
«Forse dovrebbe consultare un dottore, Émile...».
Lui non aveva detto niente, si era limitato a impallidire, a contrarre le narici.
Aveva una risposta sulla punta della lingua, ma si era ripromesso di tenerla per sé:
«Preferirei mettere incinta la prima che passa per dimostrarle che ne sono in grado...».
Vero è che Berthe aveva risposto per lui:
«Sono io che non voglio avere figli, mamma».
«Tu? Ma che dici?».
«La verità. Sto benissimo così».
Lo pensava davvero, era evidente. Aveva ottenuto tutto quello che desiderava. Non solo Émile le apparteneva, ma pure La Bastide, e anche se qualche cliente credeva il contrario la vera padrona era lei.
Del resto, era così che la chiamavano quelli del posto: la padrona. Non era una scelta casuale. Avevano l’abitudine di osservare la gente, soprattutto gli stranieri, e conoscevano bene Émile, che nei pomeriggi d’inverno giocava a bocce con loro.
Il secondo anno Émile aveva comprato un furgoncino. Poi Berthe lo aveva costretto a mettere alla porta Paola, perché ci teneva che fosse lui a parlarle, che la decisione sembrasse sua.
«Se rimane qui, io non esco più dalla mia camera».
Quando Émile aveva preso Paola in disparte, lei aveva già capito tutto.
«Non si dia pena per me, povero caro. Me lo aspettavo da tempo e sono pronta a sloggiare».
Berthe, che aveva messo un annuncio sul giornale, fra le candidate aveva scelto la signora Lavaud. Finalmente una persona pulita, con un certo contegno.
Chissà se sperava che la nuova arrivata si sarebbe schierata dalla sua parte anziché da quella di Émile.
Sì, perché erano arrivati a quel punto. Non lo si notava. Non c’era una lotta aperta, né fazioni dichiarate.
C’era che nessuno, né a casa né in paese, l’aveva adottata. Rimaneva una straniera. Erano gentili con lei, pure troppo; le dimostravano volentieri un rispetto esagerato e lei era abbastanza sveglia da capire.
Alla mattina, quando entrava dopo aver lasciato fuori la bicicletta, il postino andava subito a piazzarsi al bancone.
«Allora, Émile? Ci facciamo una partitina, stasera?».
Se avvistava Berthe si toglieva il kepi e sembrava in imbarazzo a bere il bicchiere di rosé che Émile gli aveva versato.
Di per sé questo non significava nulla, ma era così per tutti.
«C’è Émile?».
«No. È andato a Cannes».
«Fa niente. Ripasserò».
«Posso riferirgli qualcosa?».
«Non serve».
La gente conosceva le sue abitudini, sapeva dove trovarlo. Si stava creando, attorno a Berthe, contro di lei, una sorta di società segreta con cui lei si scontrava a ogni piè sospinto.
«Per caso ha visto mio marito?».
Anziché rispondere la guardavano con un’aria di finta innocenza, come se non volessero tradirlo.
Per vendicarsi dell’allontanamento di Paola, Émile si era comprato una piccola barca da pesca d’occasione. Era da tempo che ne voleva una. Per lui era parte della vita nel Midi, era complementare alla Bastide, alle partite a bocce davanti all’ufficio postale di Mouans-Sartoux, al mercato Forville e al baretto dove si fermava per un caffè o un bicchiere di bianco.
Al momento dell’acquisto, però, la barca era apparsa come una sfida. Non ne aveva parlato prima con la moglie, si era limitato ad annunciare, una sera:
«Mi sono comprato una barca».
Sapeva che nel suo intimo lei stava assorbendo il colpo, anche se aveva abbastanza sangue freddo da non darlo a vedere.
«Nuova?».
«D’occasione. È in perfette condizioni. Sono riuscito ad avere anche tutta l’attrezzatura da pesca, compresi cinque nasse, due palamiti per i gronghi e un guadino».
Berthe non gli chiese quanto aveva pagato. E non gli chiese nemmeno quando contava di andare a pesca.
In piena stagione era fuori discussione, perché appena sveglio aveva del lavoro da sbrigare. Nei mesi invernali solo di rado il mare era abbastanza calmo, e comunque si prendeva meno pesce.
Febbraio, marzo, aprile, a volte maggio erano mesi vuoti, dove capitava di avere sì e no due pensionanti alla volta, come adesso le due belghe, e qualche cliente di passaggio a pranzo e a cena.
Stesso discorso o quasi per ottobre e novembre, fino alle grandi piogge che segnavano l’inizio dell’inverno.
Allora Émile si alzava alle quattro del mattino, si vestiva al buio e mai gli sarebbe venuto in mente di deporre un bacio sulla fronte di Berthe, che faceva finta di dormire. Non appena si metteva al volante del furgoncino diventava un uomo libero e scendeva verso il porto fischiettando, ritrovava sul pontile altri appassionati di pesca, quasi tutti più vecchi di lui, che preparavano l’attrezzatura e avviavano i motori.
«Ciao, Émile!».
«Ciao, vecchio sporcaccione!».
Si era messo a scherzare come loro, a esprimere talvolta, mascherate da battute, verità crudeli.
«Come sta la tua padrona? Si è dimenticata di chiuderti in casa stanotte?».
Gli rendevano la pariglia, naturalmente. Del resto erano stati loro a cominciare.
Émile amava il ronzio del motore, il quieto sciabordio dell’acqua contro lo scafo, la vista della scia biancastra che si allargava man mano, ed era un piacere, poi, lasciar cadere la grossa pietra che fungeva da ancora, rompere i gusci dei paguri che usava per la pesca a bolentino.
Aveva acquisito dimestichezza con il colore dei pesci, così diversi da quelli che gli era accaduto di prendere a L’Aiguillon, in Vandea, quando era piccolo. Aveva imparato a staccare gli scorfani spinosi dall’amo o dalla rete e a tranciare la testa alle murene dal morso pericoloso con un colpo del coltello affilato.
Il cielo si schiariva, la barca ondeggiava in un universo che appariva ogni volta nuovo e l’aria a poco a poco si scaldava, il sole saliva all’orizzonte, Émile si toglieva la giacca, talvolta anche la camicia.
Tutto questo non valeva forse il prezzo che pagava? Gli capitava di chiederselo, in modo meno brutale. Perché gli rimaneva la sensazione di essere stato ingannato?
Subodorava, alla base della loro vita, chissà quale imbroglio. Berthe invece aveva ottenuto ciò che voleva, aveva fatto esattamente quello che aveva deciso di fare, e lui sospettava che la vecchia Harnaud fosse stata sua complice, proprio come Palud lo era stato di quest’ultima.
Perfino il povero Gros-Louis, che non c’era più, al momento di scrivergli doveva aver avuto un’ideuzza in mente.
«Sei proprio un pivello, Émile!».
Non se l’era sentito dire riguardo a Berthe, ma durante una partita di bocce, nei primi tempi. Lui che non aveva mai preso in mano una boccia si era messo in testa di diventare bravo quanto gli altri. All’inizio, quando doveva lanciare o prendere la mira, gli veniva l’espressione di uno scolaro che deve rispondere a una domanda difficile e lo canzonavano perché metteva la lingua tra i denti.
Allora a volte si esercitava da solo sulla terrazza, in modo da far vedere agli altri, un giorno, che valeva quanto loro.
Era stato il dottor Chouard a esclamare, sorprendendolo a quel modo:
«Sei proprio un pivello, Émile!».
In fatto di bocce, in ogni caso, aveva dimostrato che non era vero, perché a Mouans-Sartoux adesso era tra quelli con la mira migliore.
Capitava che anche il dottor Chouard venisse a fare una partita. Abitava a Pégomas, in una casa diroccata dove aveva trovato rifugio Paola quando era stata costretta a lasciare La Bastide.
Il dottore era trasandato quanto la sua serva, con la camicia tutt’altro che candida, la cravatta, quando la portava, male annodata, la giacca e perfino i pantaloni a cui mancava sempre qualche bottone.
Come Émile, anche lui era arrivato un bel giorno da un altro paese, nei dintorni di Nancy, e può darsi che all’epoca avesse qualche ambizione. Aveva avuto una moglie e una casa ben tenuta, la stessa che ora, da fuori, sembrava abbandonata.
Si raccontava che la moglie se ne fosse andata con un turista inglese. Ma lui non aveva aspettato che se ne andasse per mettersi a bere e a trascurare la clientela.
Per vari anni era stato, a bocce, il miglior tiratore, e aveva fatto parte della quadretta che aveva vinto i campionati di Provenza per due anni di fila.
Ogni tanto la destrezza gli ritornava come per miracolo, perché era da un pezzo che nessuno avrebbe più saputo dire quando era ubriaco e quando no.
Anche Paola alzava il gomito. Émile l’aveva sorpresa più di una volta a bere direttamente dalla bottiglia. Non le aveva detto niente. Si era guardato bene dal farne parola con Berthe.
Per ragioni precise, Émile aveva riservato al dottor Chouard un ruolo importante in quello che sarebbe accaduto. Si poteva perfino dire che, senza di lui, il piano che aveva pazientemente escogitato negli ultimi mesi non stava in piedi.
Non era un caso che avesse scelto una domenica, né che si fosse appena assicurato che il dottor Guérini era effettivamente in mare con la sua barca.
Quanto a Ada, anche se ora sembrava svolgere un ruolo di primo piano nella sua vita, in realtà non era che un accessorio, una causa secondaria. Ma non ci avrebbe creduto nessuno.
La prima volta che si era accorto di lei doveva avere quattordici anni e portava già un vestito di cotone nero che poteva passare per un grembiule da scolara.
Émile stava scendendo per il tortuoso sterrato a bordo del furgoncino quando l’aveva vista sbucare dalla pineta. Si era chiesto cosa ci facesse lì. Non sapeva ancora che era la figlia del vecchio muratore Pascali, e che quindi abitava al di là degli alberi.
Gli era rimasta l’immagine di una ragazza magra, scura, con le gambe lunghe, i capelli ispidi, lo sguardo ferino.
L’aveva rivista diverse altre volte e aveva scoperto, a Mouans-Sartoux, qualche particolare sul padre. Pascali non era nato in Francia, ci era venuto da giovanissimo, e all’inizio aveva lavorato in montagna, dove all’epoca stavano costruendo una nuova strada.
Da una prima moglie, che era morta, aveva avuto due figli, un maschio e una femmina, che erano ormai sulla quarantina. Il maschio, diventato ingegnere, viveva a Clermont-Ferrand. La femmina sostenevano che avesse preso una brutta strada e, anche se mancavano informazioni più precise, alcuni affermavano di averla incontrata a Parigi, dove batteva dalle parti di place de la Bastille.
Un bel giorno Pascali, solo e già in là con gli anni, si era trasferito in una casupola abbandonata non lontano da Mouans-Sartoux e aveva iniziato a offrire i suoi servizi a chi capitava.
Poi, tra lo stupore generale, si era comprato un pezzo di terra sulla collina e, a tempo perso, si era messo a costruirci una casa.
Non lo si vedeva mai al caffè. Non giocava a bocce, non frequentava nessuno. Andava da solo a comprarsi da mangiare e la sua bottiglia di vino quotidiana e tutti lo consideravano una specie di selvaggio, alcuni si chiedevano se non fosse mezzo matto.
Una volta terminata la casa, era sparito per diversi giorni ed era tornato con una donna più giovane di lui di venticinque anni accompagnata da una bambina.
Da allora era sempre lui a fare la spesa, la donna non metteva praticamente mai piede in paese. Un giorno il postino doveva consegnare un avviso di pagamento e aveva cercato invano di aprire la porta. Dato che dall’interno provenivano dei rumori aveva chiamato:
«Francesca!».
Alla fine lei aveva risposto con un grugnito.
«Francesca, apri, ho una lettera per tuo marito».
«La infili sotto la porta».
«Non puoi aprire?».
«Non ho la chiave».
Così avevano scoperto che Pascali ogni tanto chiudeva in casa la moglie. Più difficile era sapere chi avesse messo in giro la voce che l’aveva sfigurata di proposito, per renderla più brutta ed evitare che gli altri uomini la guardassero.
In ogni caso, prima che lo stesso Pascali andasse alla Bastide a offrire la figlia come domestica c’era già stata una storia di donne che era più o meno servita da prova di forza tra Émile e Berthe.
In quel periodo in casa c’erano otto pensionanti, tra cui due bambini dei dintorni di Parigi con la madre, che era sposata con un imprenditore edile.
Forse i clienti non si erano nemmeno resi conto della partita che si stava giocando.
Dall’autobus in fondo alla strada era scesa un’inglese, che si era portata da sola le valigie lungo la salita. Poteva avere venticinque come trenta o perfino trentacinque anni. Avvicinandosi, tutta sudata, al bancone sorretto dalle viti da torchio, aveva ordinato, con una voce un po’ roca:
«Uno scotch, doppio».
Erano le quattro del pomeriggio e dietro al bancone c’era Émile, in giacca bianca. Si ricordava che faceva molto caldo e che non aveva in testa il cappello da chef. Si ricordava anche dei grandi aloni di sudore sotto le ascelle della viaggiatrice.
«Avete una stanza libera?».
Aveva preso un cucchiaio per togliere il ghiaccio che Émile, per abitudine, aveva messo nel whisky.
«Per quanto tempo?».
«Finché mi va».
C’era da credere che Berthe avesse le antenne. Era impegnata a fare i conti su un tavolino accanto alla finestra. Da lì scandì comunque a voce alta:
«Non ti dimenticare, Émile, che l’ultima camera è prenotata per sabato».
Non era proprio così. La verità era che ogni tanto un avvocato di Nizza, sposato, veniva a passare la notte del sabato con la segretaria. Non lo sapevano mai in anticipo. E, quando alla Bastide non c’era una camera libera, la coppia ne trovava una senza fatica in qualunque locanda dell’Esterel.
«Non è certo che sia prenotata» aveva ribattuto Émile.
E, rivolto alla nuova arrivata:
«Se vuole le faccio vedere la stanza».
Precedendola sulle scale, aveva aperto una porta. L’inglese aveva a malapena gettato un’occhiata all’interno. In compenso gli aveva chiesto, come se avesse indovinato tutto:
«È sua moglie?».
