LA FINE DEL MONDO E IL PAESE DELLE MERAVIGLIE
di Haruki Murakami.
Recensione
[...] Eppure, se avessi potuto ricominciare da capo, ero sicuro che avrei rifatto le stesse identiche cose. Perché quello ero io: quella vita in cui continuavo a perdere tutto.
Non avrei potuto fare altro che diventare me stesso. nient'altro che me stesso, con tutte le persone che mi avrebbero lasciato, o che io avrei lasciato, con tutti i bei sentimenti e le magnifiche qualità e i sogni che sarebbero andati distrutti. o perlomeno che avrei dovuto ridimensionare.
Un tempo, quando ero più giovane, mi ero illuso di poter diventare qualcos'altro. Però finivo sempre per tornare allo stesso posto, come una barca da timone bloccato. Ouello ero io. Non potevo andare da nessun'altra parte. Ero lìi, e aspettavo di tornare.[...]
È uno dei passaggi più intensi del protagonista in "La fine del mondo”, la città murata senza ombre e senza sentimenti.
La fine del mondo e il paese delle meraviglie è uno dei romanzi più ambiziosi e riusciti del primo Murakami. È un’opera bifronte, divisa in due narrazioni parallele che procedono a capitoli alternati:
Il “Paese delle Meraviglie” (o Hard-Boiled Wonderland): un Tokyo cyberpunk, noir, surreale, con scienziati pazzi, gang semi-mitologiche, una ragazza con una voce speciale e un protagonista (un “Calcolatore”) che ha il cervello modificato per svolgere lavori segreti.
La Fine del Mondo: una città chiusa da alte mura, abitata da persone senza ombra e senza cuore, dove tutto è calmo, ordinato e privo di desiderio. Un luogo che sembra un paradiso ma è in realtà una prigione dell’anima.
Le due storie, apparentemente lontanissime, si avvicinano lentamente fino a convergere in un finale di grande potenza emotiva e filosofica.
Murakami riesce a rendere credibile e inquietante sia il mondo iper-tecnologico e caotico sia quello ultra-minimalista e metafisico.
Identità, coscienza, memoria, perdita dell’io, accettazione di sé, il confine tra umano e non-umano. Il brano citato è emblematico: la resa al proprio destino interiore.
La scrittura è fluida, ipnotica, con quel mix tipico di Murakami tra realismo magico, noir e introspezione.
Nel 1985 era (ed è ancora) un romanzo coraggioso, che mescola fantascienza, letteratura sperimentale e dramma esistenziale.
Il ritmo non è sempre uniforme: alcune parti del mondo “hard-boiled” sono più divertenti e veloci, mentre quelle della Fine del Mondo sono lente, meditative e a tratti opprimenti.
Alcuni elementi fantascientifici oggi possono sembrare un po’ datati, ma lo stile compensa ampiamente.
È uno dei migliori libri di Murakami, insieme a Norwegian Wood, Kafka sulla spiaggia e 1Q84. Per me è un capolavoro degli anni ’80, quello in cui la sua visione del mondo è più pura e ambiziosa.
LA FINE DEL MONDO E IL PAESE DELLE MERAVIGLIE
1. Il paese delle meraviglie
Un ascensore - Silenzio - Donne grasse.
L'ascensore saliva con estrema lentezza. Presumo che salisse, cioè. Ma non ne sono affatto sicuro. Era tanto lento da farmi perdere il senso della direzione. Chissà, forse scendeva, o non si muoveva neanche. Nelle circostanze in cui mi trovavo era logico immaginare che stesse salendo. Era solo una supposizione, però. Del tutto priva di fondamento. Magari ero salito di tredici piani e poi sceso di tre, o avevo fatto il giro del mondo ed ero tornato al punto di partenza. Chi poteva dirlo?
Quell'ascensore non aveva nulla in comune col rudimentale arnese installato nel mio condominio, una semplice variante di un secchio da pozzo. I due congegni erano talmente diversi che mi era difficile pensare che fossero stati concepiti per lo stesso fine, che avessero la stessa funzione e venissero chiamati con lo stesso nome. Nella loro categoria, erano praticamente agli antipodi.
Prima di tutto per la grandezza. L'ascensore in cui mi trovavo avrebbe potuto fungere da ufficio, tanto era ampio. C'era posto per una scrivania, degli schedari, un armadio, magari un angolo cottura, e sarebbe ancora avanzato dello spazio. Volendo ci si potevano far entrare pure tre cammelli e una palma di media grandezza. Per non parlare della pulizia! Era lustro come una cassa da morto nuova. Sulle pareti e sul soffitto, in lucente acciaio inossidabile, non una macchia, non un'ombra, e il pavimento era coperto da una folta moquette verde muschio. Inoltre era incredibilmente silenzioso. Quando vi ero entrato le porte si erano richiuse adagio senza far rumore - alla lettera, senza il minimo fruscio - dopodiché non avevo udito più nulla. Al punto che non capivo nemmeno se la cabina si stesse muovendo o no. I fiumi profondi sono lenti e placidi.
Altra cosa, mancava la maggior parte dei dispositivi di cui normalmente sono provvisti gli ascensori. Tanto per cominciare, non vedevo il pannello dei comandi.
Introvabili i pulsanti per scegliere il piano, aprire e chiudere le porte, azionare l'arresto d'emergenza. Insomma non c'era niente. Il che mi metteva estremamente a disagio. Perché oltre ai pulsanti mancavano anche gli indicatori di posizione, la targa con il limite di carico, le norme di sicurezza e il nome del fabbricante. L'uscita d'emergenza non si capiva dove fosse. Un vero e proprio sarcofago. Assurdo che un ascensore del genere avesse ottenuto il certificato di conformità dai vigili del fuoco.
Anche gli ascensori, come ogni cosa, devono sottostare a dei precisi criteri.
Osservando quelle mute pareti in acciaio inossidabile, mi tornarono in mente le leggendarie imprese del mago Houdini, che avevo visto da bambino in un film.
Legato con parecchi giri di corda, si faceva mettere in un grosso baule stretto da altri giri di robusta catena e buttare giù dalle cascate del Niagara. Oppure calare con tutto l'armamentario nei ghiacci del Mare Artico. Feci un profondo sospiro, e paragonai con calma la situazione in cui mi trovavo a quella di Houdini. Non ero legato, e questo era un punto a mio favore, però ero svantaggiato dal fatto di non conoscere il trucco.
E poi altro che trucco, non sapevo nemmeno se l'ascensore si muovesse o no!
Provai a schiarirmi la gola. Ne venne fuori uno strano rumore, molto diverso da quello solito. Un suono attutito, come quando si tira una zolla di terra contro un muro di cemento. Non riuscivo a credere di averlo prodotto io. Per scrupolo riprovai: stesso risultato. Rinunciai a fare altri tentativi.
Rimasi per parecchio tempo in attesa, fermo nella posizione in cui mi trovavo.
Niente, le porte non si aprivano. Silenzio e immobilità, la scena sembrava una natura morta dal titolo L'uomo e l'ascensore. Cominciavo ad avere paura.
Poteva darsi che l'ascensore fosse guasto, oppure che il manovratore - supponendo che una persona con un tale incarico esistesse - si fosse completamente dimenticato che in quella cabina c'ero io. Mi era già successo altre volte che qualcuno si dimenticasse della mia esistenza. In entrambi i casi il risultato era uguale, ero chiuso in quella prigione di acciaio inossidabile. Mi concentrai e tesi l'udito: non il minimo suono. Appoggiai l'orecchio a piatto sulla parete ma non sentii nulla, tutto quel che ottenni fu di lasciare un alone bianco sul metallo. Probabilmente quella scatola era stata costruita in una lega speciale in grado di assorbire ogni suono. Allora provai a fischiettare Danny Boy, ma riuscii a emettere soltanto un rantolo che pareva quello di un cane consunto dall'asma.
Rassegnato, mi appoggiai alla parete, e tanto per ammazzare il tempo presi a contare gli spiccioli che avevo in tasca. Per una persona che esercita la mia professione, allenarsi a far passare il tempo è importante quanto per un pugile tenere in esercizio le mani stringendo delle palle di gomma. Non si tratta di un diversivo nel puro senso del termine. Le attività ripetitive sono il solo modo di riequilibrare le tendenze maldistribuite.
Comunque sia, cerco di avere sempre parecchie monete nelle tasche dei pantaloni.
Nella destra metto quelle da 100 e da 500, nella sinistra quelle da 50 e da 10. Le monete da 5 e da 1 yen le lascio invece nel taschino posteriore, perché di regola non le uso. Infilai le mani in tasca e con la destra presi a contare le monete da 100 e da 500, mentre con la sinistra contavo quelle da 50 e da 10.
Chi non ha mai provato a fare quest'operazione non può nemmeno immaginare che razza di fatica sia. L'emisfero cerebrale destro e il sinistro fanno due lavori distinti, che bisogna poi mettere insieme come le due parti di un'anguria spaccata. Impossibile riuscirci senza il dovuto allenamento.
A essere sincero, non sono del tutto sicuro che i due emisferi cerebrali funzionino separatamente. Forse uno specialista in neurofisiologia darebbe un'altra spiegazione.
Ma io non ho tale qualifica, e quando mi cimento in questo tipo di calcolo ho la netta impressione di usare in maniera disgiunta le due parti del mio cervello. Anche il senso di spossatezza che mi prende alla fine di questi allenamenti è qualitativamente molto diverso dalla normale stanchezza che provo dopo aver fatto dei calcoli. Così ne traggo la ragionevole conclusione che l'emisfero destro si occupa della tasca destra, quello sinistro della tasca sinistra.
Non è facile pronunciare un giudizio su se stessi, ma credo di essere propenso a dare ai fenomeni, agli eventi e agli esseri esistenti al mondo il significato che più mi conviene. Non perché sia un opportunista - d'accordo, ammetto di avere in una certa misura anche questo difetto - ma perché al mondo si verificano spesso circostanze in cui, più che trovare una soluzione giusta, interpretare le cose nella maniera più conveniente aiuta a capire la loro natura.
Supponiamo per un momento che la Terra non sia una sfera ma un gigantesco tavolino da tè: a livello di vita quotidiana quali svantaggi ne deriverebbero?
Evidentemente l'esempio è paradossale, non è che si possa prendere una cosa qualunque e ricostruirla come pare e piace. Se però adottassimo la teoria del tavolino da tè, tanti problemi triviali derivanti dal fatto che la Terra è una sfera - la gravità dei corpi, il meridiano che segna il cambiamento di data, la linea dell'equatore e altre cose che non saranno mai utili a nessuno - sparirebbero, spazzati via per incanto.
Quante volte le persone che hanno un'esistenza normale hanno a che fare con la linea dell'orizzonte, in vita loro?
Di conseguenza mi sforzo, nella misura del possibile, di considerare le cose dal punto di vista della convenienza. Sono persuaso che il mondo contenga moltissime possibilità. Anzi, possibilità illimitate. E la scelta fra l'una o l'altra in una certa misura spetta alle singole persone. Il mondo è un tavolino da tè formatosi per condensazione di una possibilità fra mille.
Ma torniamo al discorso di prima. Fare contemporaneamente due calcoli diversi a destra e a sinistra è un'impresa tutt'altro che semplice. Mi ci è voluto un sacco di tempo per padroneggiare la tecnica. Ma una volta che si è presa la mano - che si è capito il sistema, cioè - non la si perde più. È come andare in bicicletta, o nuotare.
Però è anche necessario allenarsi. Più ci si allena, più si migliora e ci si perfeziona. È per questo che ho sempre molte monete in tasca e appena ho un po' di tempo libero mi esercito a farne la somma.
Quella volta avevo in tasca tre monete da 500 yen, diciotto da 100, sette da 50 e sedici da 10. Totale: 3810 yen. Non ebbi nessuna difficoltà a calcolarlo. Come contare le dita delle mani. Soddisfatto, mi appoggiai alla parete in acciaio inossidabile e guardai di nuovo le porte. Non accennavano ad aprirsi.
Non capivo per quale motivo restassero chiuse per tanto tempo. Dopo averci riflettuto su, ne conclusi che potevo scartare le spiegazioni banali - un guasto o una dimenticanza da parte del manovratore. Non erano realistiche. Non perché tali incidenti non possano accadere nella realtà. Al contrario, succedono in continuazione.
Ma in quella realtà particolare, cioè in quello stupido e liscio ascensore, paradossalmente conveniva considerare la mancanza di contrassegni come una caratteristica. Un ascensore tanto eccentrico e perfezionato poteva dipendere da una persona distratta al punto di trascurare la manutenzione del meccanismo o far salire i visitatori e dimenticarseli dentro?
La risposta ovviamente era no.
Una tale possibilità non esisteva.
Fino a un momento prima «loro» erano stati estremamente scrupolosi e attenti, addirittura pignoli. Avevano curato i minimi dettagli, procedendo tappa dopo tappa e valutando la progressione. Quando ero entrato nel palazzo, due uomini di guardia mi avevano fermato, mi avevano chiesto da chi mi stessi recando, avevano controllato la lista delle visite in programma e la mia patente, verificato la mia identità sul computer centrale, poi mi avevano perquisito con un rivelatore elettronico e infine spinto dentro a quell'ascensore. Nemmeno alla Zecca di Stato mi avrebbero sottoposto a controlli tanto minuziosi. Era inconcepibile che a quel punto le precauzioni venissero improvvisamente meno.
Restava solo una possibilità: la situazione in cui mi trovano era voluta. Non desideravano che io mi rendessi conto dei movimenti dell'ascensore. Lo manovravano così lentamente perché io non capissi se stavo salendo o scendendo. Da qualche parte doveva essere installata una telecamera a circuito chiuso. Nella portineria, all'ingresso, avevo visto una fila di schermi televisivi, molto probabilmente uno di quelli mostrava l'interno della cabina.
Per vincere la noia, pensai di scoprire dove fosse l'occhio della telecamera, poi mi dissi che non mi sarebbe stato di alcun vantaggio. Li avrei solo messi in allarme, il che forse li avrebbe indotti a manovrare l'ascensore ancora più adagio. Ne facevo volentieri a meno. Sarei solo arrivato tardi al mio appuntamento.
In conclusione decisi di restarmene tranquillo dov'ero e aspettare. Non avevo nulla da temere, né avevo ragione di sentirmi teso.
Appoggiato alla parete, le mani in tasca, ripresi a contare le monete. 3750 yen.
Elementare. Ci avevo messo meno di niente.
Come, tremilasettecentocinquanta yen?
No, mi sbagliavo.
A un certo punto dovevo aver commesso un errore.
Sentii i palmi delle mani imperlarsi di sudore. Negli ultimi tre anni non mi era mai successo di sbagliarmi a contare le monete che avevo in tasca. Nemmeno una volta.
Brutto segno, mi piacesse o no. Dovevo recuperare subito il terreno perduto, prima che quell'infausto presagio si concretizzasse in un palese disastro.
Chiusi gli occhi e feci il vuoto nei miei due emisferi cerebrali, come se pulissi le lenti degli occhiali. Poi estrassi le mani dalle tasche, le aprii e mi asciugai i palmi sudati. Gesti ben misurati, come Henry Fonda in Ultima notte a Warlock, quando si prepara alla sparatoria. Non c'entra niente, lo so, ma vado pazzo per quel film.
Dopo essermi assicurato che le mie mani fossero ben asciutte, le infilai di nuovo in tasca. Iniziai a calcolare per la terza volta. Se la somma fosse stata uguale a una delle due precedenti tutto era a posto. Chiunque può fare uno sbaglio. La situazione particolare in cui mi trovavo mi rendeva nervoso, inoltre - devo ammetterlo - forse avevo sopravvalutato la mia memoria. E questo era stato il mio primo errore. Bastava che rifacessi il calcolo esatto e avrei risolto tutto. Ma non ne ebbi il tempo, le porte dell'ascensore si aprirono. Di colpo scivolarono ai due lati, senza preavviso, senza rumore.
Concentrato com'ero sulle monete che avevo in tasca, non me ne accorsi subito. O per la precisione, vidi che le porte si aprivano, ma per qualche secondo non afferrai il significato concreto dell'evento. Cioè che grazie all'apertura di quelle porte due spazi fino ad allora separati diventavano comunicanti. E al tempo stesso che l'ascensore su cui mi trovavo era arrivato a destinazione.
Smisi di muovere le dita dentro le tasche e guardai al di là della soglia. Vidi un corridoio, e nel corridoio una donna. Era giovane, piuttosto grassa, indossava un tailleur rosa e calzava delle scarpe rosa con il tacco alto. Il tailleur era di buona fattura, in un tessuto serico, e altrettanto serico era il viso di lei. La donna mi guardò in faccia per assicurarsi che fossi io, poi fece un cenno di assenso. Sembrava volermi dire «da questa parte». Lasciai perdere la faccenda delle monete, tirai fuori le mani di tasca e uscii dall'ascensore. Immediatamente, come se non avessero atteso altro, le porte si richiusero alle mie spalle.
Una volta nel corridoio, gettai un'occhiata in giro, ma non vidi assolutamente nulla che potesse in qualche modo indicarmi dove fossi, non il minimo indizio. Tutto quello che sapevo era che mi trovavo in una sorta di passaggio interno del palazzo, l'avrebbe capito anche un bambino.
L'edificio era incredibilmente silenzioso e ben rifinito. Come l'ascensore, era stato costruito con materiali della migliore qualità, ma nell'insieme era del tutto anonimo.
Il pavimento in marmo, tirato a lucido, splendeva, e le pareti color crema avevano la stessa sfumatura delle brioche che mangio ogni mattina a colazione. Sui due lati del corridoio si susseguivano solide porte in legno, ognuna con la sua targa in metallo recante il numero della stanza, ma senza alcun ordine logico: dopo il 936 veniva il 1213, seguito dal 26. Inconcepibile, numerare le cose in quel modo assurdo. C'era qualcosa che non quadrava.
La giovane donna non parlò, si voltò verso di me per dirmi «prego, da questa parte», ma senza emettere alcun suono, soltanto le sue labbra formarono le parole. La capii perché prima di iniziare quel lavoro avevo seguito per due mesi un corso di lettura sulle labbra. Per un attimo mi domandai se non fossero le mie orecchie a farmi degli scherzi. L'ascensore non l'avevo sentito muoversi, quando mi ero schiarito la gola e avevo provato a fischiare avevo emesso suoni strani, la mia capacità di percepire i rumori doveva essersi indebolita.
Per togliermi il dubbio mi schiarii di nuovo la gola. Ne venne fuori un suono sempre attutito, ma più forte di prima, quando mi trovavo nell'ascensore. Con un senso di sollievo ritrovai fiducia nelle mie facoltà uditive. Potevo stare tranquillo, le mie orecchie non avevano nulla che non andasse. Era la ragazza che aveva qualche problema con la voce.
Avanzai dietro di lei. Il ticchettio dei suoi tacchi a spillo riecheggiava nel corridoio vuoto, come in una cava di pietra nel primo pomeriggio. I suoi polpacci inguainati nelle calze di nylon si riflettevano nel marmo.
Aveva parecchi chili di troppo. Era giovane e bella, ma grassa. Non so perché, il fatto che quella bella ragazza fosse grassa mi turbava. Camminando dietro di lei osservavo il suo collo, le sue braccia, le sue gambe. La carne le stava attaccata al corpo come neve caduta abbondante e silenziosa durante la notte.
Quando sono in compagnia di una donna giovane, bella e grassa, mi trovo sempre in uno stato confusionale. Per quale motivo non lo so neanch'io. O forse è perché ogni volta mi viene naturale figurarmi le sue abitudini alimentari. Guardandola, automaticamente me la immagino mentre mastica le foglie d'insalata messe a guarnire il piatto o raccoglie col pane la salsa alla panna, fino all'ultima goccia. Non posso impedirmelo. E quando incomincio, è come un acido che corrode il metallo: scene di lei che mangia invadono la mia testa mettendo fuori uso tutte le altre funzioni mentali.
Nel caso di una qualunque donna grassa, non ho problemi. Una cicciona ordinaria è come una nuvola che vaga nel cielo. La sua presenza non mi tocca in alcun modo.
Ma se la donna oltre a essere grassa è anche giovane e bella, è tutto un altro paio di maniche. Mi sento obbligato ad assumere un atteggiamento nei suoi confronti. Perché potremmo anche finire a letto insieme, non si sa mai. Credo sia questo che crea confusione nella mia testa. E fare l'amore con una donna quando la mente non è lucida non è una cosa semplice.
Il che non vuol dire che abbia qualcosa contro le donne grasse. Provare un senso di confusione non significa detestare. Fino a oggi sono andato a letto con un certo numero di donne giovani, belle e grasse, e nel complesso non posso certo dire che siano state esperienze sgradevoli. Se uno riesce a convogliare la confusione nella direzione giusta, può arrivare a risultati magnifici, molto più brillanti del solito. È ovvio che può accadere anche il contrario: il sesso è qualcosa di estremamente delicato, non è come andare ai grandi magazzini la domenica per comprare un thermos. Inoltre due donne ugualmente belle, giovani e grasse hanno la ciccia distribuita in modo diverso; c'è un tipo di adiposità che mi spedisce nella direzione giusta, un altro che mi getta in un temporaneo smarrimento.
In questo senso, per me fare l'amore con una donna grassa è sempre una sorta di sfida. Perché ci sono tanti modi di essere grassi, come ci sono tanti modi di morire.
Questi erano i miei pensieri mentre percorrevo il corridoio dietro quella bella cicciottella. Sotto il colletto del suo elegante tailleur rosa all'ultima moda portava una sciarpa bianca. Ai lobi paffuti e graziosi delle orecchie le pendevano degli orecchini d'oro, che a ogni suo passo dondolavano in cadenza e brillavano come segnali luminosi. Considerata la sua mole, nel complesso la ragazza aveva un'andatura piuttosto leggera. E una vita relativamente sottile, graziosa, che mi piaceva molto, pur mettendo in conto la possibilità che per fare bella figura si fosse stretta in un busto o in qualche indumento del genere. Insomma, era proprio il mio tipo di grassa.
Non è per giustificarmi, ma non sono molte le donne che mi attirano. Anzi, sono piuttosto il genere d'uomo che non si lascia sedurre facilmente. Così, quando sono attratto da una donna, mi viene da chiedermi il perché. Cerco di capire se mi piaccia veramente, e in tal caso come funzioni questa attrazione, da cosa nasca e così via.
Ad ogni modo mi portai accanto a lei e mi scusai per essere otto o nove minuti in ritardo all'appuntamento.
-Non sapevo che le formalità all'ingresso sarebbero state tanto lunghe, - mi giustificai. - E poi l'ascensore era così lento... per la verità ero arrivato con dieci minuti di anticipo.
Lei annuì leggermente come per dire che capiva. Dalla sua nuca mi arrivò un sentore di acqua di colonia. Un odore che mi dava l'illusione di trovarmi in un campo di meloni in una mattina d'estate. E mi procurava una sensazione strana. Una sorta di bizzarra, assurda nostalgia, come se due ricordi diversi si sovrapponessero, in un luogo a me ignoto. A volte mi succede di provare stati d'animo di questo genere. Ma non riesco a spiegarmi il perché.
-Davvero lungo, questo corridoio, - dissi alla ragazza per avviare la conversazione.
Senza smettere di camminare, lei si voltò a guardarmi. Doveva avere una ventina d'anni. Tratti regolari, la fronte ampia, una bella pelle, -Proust, - fece fissandomi in viso. O meglio, non lo disse veramente, semplicemente le sue labbra mi dettero l'impressione di formare quella parola. Ma come prima non udii alcun suono. Neanche il rumore del suo respiro. Sembrava che mi parlasse dall'altra parte di una vetrata.
Proust?
-Marcel Proust? - le chiesi.
Lei mi guardò con espressione stupita. Poi ripeté: - Proust -. Rassegnato, tornai a mettermi dietro di lei e ripresi a seguirla, mentre cercavo tutte le parole che potevano adattarsi al movimento delle sue labbra. «Fusto», provai a dire sottovoce, «posto», «mosto» e altri vocaboli privi di nesso, l'uno dopo l'altro, senza trovarne uno convincente. Pareva che lei avesse detto proprio «Proust». Ma che nesso poteva mai esserci tra Marcel Proust e quel lungo corridoio?
Che avesse tirato fuori Proust come metafora della lunghezza? In tal caso, che modo singolare e irriverente di esprimersi! Avrei ancora capito se avesse portato a esempio il corridoio per rappresentare la lunghezza dell'opera di Proust. Fare il contrario, però, era davvero strano.
Un corridoio lungo come Marcel Proust?
Ad ogni buon conto, la seguii docilmente per quell'interminabile labirinto. Che non finiva mai, formava svolte, saliva e scendeva con brevi scale di pochi gradini.
Percorremmo cinque o sei volte la lunghezza di un normale palazzo. Mi chiesi se non stessimo girando in tondo, come in un quadro di Escher. Potevamo camminare quanto volevamo, tanto la scenografia non variava. Pavimento di marmo, pareti color uovo sbattuto, porte di legno numerate a casaccio, pomi d'acciaio. Nessuna finestra. I tacchi a spillo della ragazza ticchettavano nel corridoio con lo stesso ritmo regolare, io la seguivo con le mie scarpe da ginnastica che facevano uno schiocco molle di gomma fusa. Molto più forte del solito, tanto che mi venne il dubbio che la suola stesse davvero fondendo. Era la prima volta in vita mia che camminavo sul marmo con delle scarpe da ginnastica, come potevo sapere se era il rumore normale o meno?
Forse lo era per metà e per l'altra metà no, mi dissi. Perché a quel punto avevo l'impressione che ogni cosa mi venisse propinata in quella proporzione.
Quando la ragazza improvvisamente si fermò, ero talmente concentrato sul rumore delle mie scarpe che non vi feci caso e andai a sbattere col petto contro la sua schiena. Una schiena gradevolmente morbida, come una nuvola carica di pioggia.
Dalla sua nuca mi arrivò l'odore d'acqua di colonia al melone di prima. A causa dell'urto lei stava per cadere in avanti, ma io fui svelto a trattenerla per le spalle.
- Mi scusi, - dissi. - Ero immerso nei miei pensieri.
La ragazza arrossi leggermente e mi guardò. Non ci avrei messo la mano sul fuoco, ma non mi parve in collera. - Tasselli, - rispose con un accenno di sorriso. Poi si raddrizzò e aggiunse: - Sela -. È chiaro che non pronunciò davvero quelle parole, le formò soltanto con le labbra.
-Tasselu? - provai a dire sottovoce fra me e me. - Sela?
-Sela, - ripeté allora lei con aria più convinta.
Poteva essere turco. Peccato che io il turco non l'avessi mai sentito in vita mia. Di conseguenza forse era un'altra cosa. A poco a poco nella mia testa la confusione cresceva, così decisi di lasciar perdere. Fine della conversazione. La mia capacità di leggere sulle labbra era ancora insufficiente. È un'operazione delicata leggere sulle labbra, mica una tecnica che si riesce a padroneggiare perfettamente in due mesi di lezioni al Centro Comunale.
La ragazza tirò fuori dalla tasca della giacca una chiave elettronica ovale e la introdusse per metà nel pomo della porta numero 728. Si sentì uno scatto e la serratura si aprì. Mirabile congegno. Ferma sulla soglia lei spinse il battente con la mano. Poi rivolta a me fece: - Somuto, sela.
Ovviamente annuii ed entrai.
2. La fine del mondo
Bestie color oro.
Con l'arrivo dell'autunno, le bestie si coprirono di un lungo mantello color oro. Oro nel puro senso della parola. Senza la minima traccia di altre tinte o sfumature, venuto al mondo in quanto tale, e in quanto tale esistente. Oro purissimo di cui, nell'intervallo fra cielo e terra, le bestie si erano ammantate.
Quando ero arrivato nella città - in primavera - il loro pelo era corto, di tanti colori.
Nero, marrone, bianco, bruno-rossastro. A volte a chiazze variopinte. Rivestite di quei mantelli tutti diversi l'uno dall'altro, le bestie vagavano quietamente, come spinte dal vento, sulla terra dov'era cresciuta l'erba nuova. Erano animali tranquilli, si potrebbe quasi dire meditabondi. Perfino il loro fiato era lieve come nebbia mattutina.
Mangiavano in silenzio l'erba dei prati, poi, una volta sazie, piegavano le reni, si sdraiavano a terra e facevano un breve sonno.
Passata la primavera, finita l'estate, quando la luce aveva preso una sfumatura trasparente e il primo vento autunnale increspava di piccole onde la superficie del fiume, il loro aspetto cominciò a mutare. All'inizio nel pelo spuntarono qua e là fili dorati, come germogli nati fuori stagione per qualche caso fortuito, poi i fili divennero tentacoli innumerevoli che invasero il mantello corto, fino a trasformarlo in oro splendente. La muta durò una settimana. Quasi tutte insieme, in sette giorni, le bestie divennero tutte dorate, dalla prima all'ultima. Quando il sole si alzò, il mondo si era tinto d'oro nuovo, e sulla Terra era arrivato l'autunno.
Soltanto il corno che spuntava loro in mezzo alla fronte, lungo e flessibile, era bianco. La sua pericolosa sottigliezza faceva pensare, più che a un corno, a un frammento d'osso che avesse lacerato la pelle e si fosse solidificato all'esterno. A parte il bianco del corno e l'azzurro degli occhi, le bestie erano completamente dorate.
Come per provare quell'abito nuovo, scuotevano su e giù la testa, spingendo la punta del corno verso l'alto cielo autunnale. Poi entravano con le zampe nell'acqua del fiume già più fredda e allungavano il collo per mangiare le bacche rosse degli alberi.
Quando calò la notte tingendo di blu la città, salii sulla torre di guardia occidentale del muro di cinta e osservai il Guardiano dare fiato al corno per chiamare a raccolta le bestie. Una nota lunga e tre corte. Un segnale invariabile. Ogni volta che sentivo quel suono chiudevo gli occhi e lasciavo che la sua dolcezza mi pervadesse. Perché non era paragonabile a nessun altro. Come un pallido pesce trasparente, attraversava quietamente la città immersa nel buio. La sua risonanza si propagava sotto gli archi delle strade lastricate, fra i muri di pietra delle case, lungo gli argini edificati del fiume, si diffondeva in tutta la città, da un capo all'altro, come se scivolasse in una faglia di tempo invisibile contenuta nell'atmosfera.
Quando il suono del corno riecheggiava, le bestie alzavano la testa, rivolte verso memorie di tempi primordiali. Erano più di mille, e guardavano tutte nella direzione da cui proveniva il suono, prendendo la stessa posa. Alcune cessavano riverentemente di masticare le foglie di ginestra; altre, accovacciate sul selciato delle strade collegate da archi, smettevano di raspare per terra con gli zoccoli; altre ancora si svegliavano dal loro sonno nella luce del tramonto, e ognuna protendeva il capo nell'aria.
In quell'istante tutto si fermava. Solo il pelo delle bestie si muoveva, sollevato dal vento serale. Chissà a cosa pensavano in quel momento, chissà cosa vedevano. Si immobilizzavano con il collo inclinato allo stesso angolo, nella stessa direzione, lo sguardo perso nel vuoto. E tendevano le orecchie verso il suono del corno. Poi, quando infine l'ultima eco si dissolveva nella lieve oscurità, si alzavano e si mettevano in marcia verso una stessa meta, come se all'improvviso si fossero ricordate di qualcosa. L'incantesimo di un momento si rompeva, e la città risuonava del rumore di innumerevoli zoccoli. Un rumore che faceva sempre nascere nella mia mente l'immagine di infinite gocce di schiuma che salissero dal suolo e invadessero le strade, scavalcando i recinti delle case e coprendo perfino la Torre dell'Orologio.
Ma si trattava di un'illusione ottica dovuta all'oscurità. Se aprivo gli occhi la schiuma svaniva di colpo. Restava solo il rumore degli zoccoli delle bestie, la città non era cambiata. La processione scorreva come un fiume lungo le tortuose strade di pietra. Non esisteva un capobranco, un animale che guidasse gli altri. Le bestie si limitavano a seguire quel flusso silenzioso tremando un poco con le spalle, lo sguardo basso. Eppure fra una bestia e l'altra si intuiva il forte legame di una memoria segreta e indelebile, benché non si riflettesse negli occhi.
Arrivavano da nord, attraversavano il Ponte Vecchio, si univano al branco proveniente da est e procedevano insieme lungo la sponda meridionale del fiume. Poi attraversavano il quartiere industriale seguendo un canale, giravano a destra e, infilandosi in un passaggio sotto la fonderia, arrivavano ai piedi della collina occidentale. Lì, ad aspettarle sui declivi, c'erano le bestie anziane e i piccoli, che non potevano allontanarsi troppo dal cancello. A quel punto tutte insieme cambiavano direzione, proseguivano verso nord, attraversavano il ponte a ovest della città e raggiungevano il cancello.
Il Guardiano lo apriva appena vedeva arrivare le bestie. Le ante, rinforzate da spesse sbarre di ferro orizzontali, sembravano pesantissime e quasi impossibili da spostare. Alte dai quattro ai cinque metri, sul bordo superiore erano irte di innumerevoli chiodi acuminati, in modo che nessuno le scavalcasse. Una delle due restava sempre chiusa: il Guardiano apriva soltanto quella di destra. La spingeva in avanti con facilità, poi faceva uscire le bestie a gruppi. Quando l'ultima era passata, chiudeva e metteva il chiavistello.
Per quel che ne sapevo, quel cancello a ovest era l'unica uscita della città, sigillata dal muro di cinta: una lunga muraglia alta sette o otto metri che nessuno, tranne gli uccelli, poteva superare.
Sul far del giorno, di nuovo il Guardiano apriva il cancello e suonava il corno, e le bestie entravano. Quando erano tutte dentro, il cancello veniva richiuso.
-In realtà non ci sarebbe bisogno di mettere il chiavistello, - mi spiegò l'uomo. Chiavistello o meno, nessuno oltre a me è in grado di spingere quelle ante. Nemmeno unendo le forze di parecchie persone. Lo metto solo perché questa è la regola.
Pronunciate quelle parole, il Guardiano si tirò il berretto sugli occhi e non disse più nulla. Era un uomo grande e grosso, più di chiunque avessi mai visto in vita mia. Era così ben in carne che la camicia e la giacca parevano sul punto di strapparsi ogni volta che muoveva un muscolo. Ogni tanto, all'improvviso, chiudeva gli occhi e sprofondava in un silenzio sconfinato. Non riuscivo a capire se lo cogliesse una sorta di malinconia o se gli si bloccasse qualche funzione interna. In ogni caso, quando cadeva nel silenzio non potevo fare altro che aspettare che riprendesse consapevolezza. Quando la sua coscienza si risvegliava, apriva lentamente gli occhi, mi fissava con uno sguardo che tornava da lontano e si strofinava parecchie volte le dita sulle ginocchia, come se si sforzasse di capire la ragione della mia presenza lì.
-Perché il mattino fa uscire le bestie e la sera le fa rientrare? - gli chiesi vedendo che si rianimava.
Lui mi osservò per qualche secondo con occhi del tutto privi di emozione.
-Perché così è stato deciso, - rispose poi. - Seguo semplicemente la regola. Come il sole sorge a est e tramonta a ovest.
Il tempo che non dedicava all'apertura e alla chiusura del cancello, il Guardiano sembrava passarlo ad affilare lame. Lame di ogni sorta. Nella sua baracca aveva ammassato accette, roncole e coltelli di varie misure, e appena aveva un momento libero si metteva con impegno a strofinarli sull'apposita pietra.
Una volta affilate, le lame prendevano un innaturale bagliore bianco, come di ghiaccio, e più che riflettere la luce che ricevevano, davano l'impressione di nascondere un qualche corpo luminoso interno.
Ogni volta che guardavo la collezione dei suoi attrezzi, sulle labbra del Guardiano, che mi seguiva attentamente con lo sguardo, affiorava un sorriso soddisfatto.
-Stia attento. Basta sfiorarli per tagliarsi seriamente, - disse indicando quell'arsenale con le dita spesse come paletti di legno. - Attrezzi così mica si trovano dappertutto. Li ho fabbricati e affilati io uno per uno, con le mie mani. È il mio mestiere, un tempo facevo il fabbro. Sono tenuti con cura e ben bilanciati. Non è facile adattare il manico al peso della lama. Provi a prenderne uno in mano facendo attenzione a non tagliarsi.
Scelsi fra gli attrezzi posati sul tavolo l'ascia più piccola e provai a manovrarla due o tre volte con prudenza. Benché avessi messo poca forza nel polso, o perlomeno questa era la mia intenzione, l'ascia rispose con la prontezza di un cane ben addestrato e tagliò l'aria con un sibilo asciutto.
-Anche quella l'ho fabbricata io. Ho usato del legno di frassino vecchio di dieci anni. Ognuno ha i suoi metodi nel fabbricare le asce, io preferisco il frassino di dieci anni. Quello più giovane non va bene, e nemmeno quello troppo vecchio e spesso.
Dieci anni sono il tempo giusto. È legno forte, umido, flessibile. Se ne trova di ottimo nei boschi a oriente.
-Ma cosa se ne fa di tutti questi attrezzi da taglio?
-Servono a tante cose, - disse il Guardiano. - Quando viene l'inverno, ce n'è gran bisogno. Aspetti e vedrà anche lei. Qui dura a lungo l'inverno.
Fuori dal cancello della città c'era uno spazio dove le bestie passavano la notte.
Potevano bere l'acqua di un torrentello che vi scorreva. Al di là si vedevano meli a perdita d'occhio, ovunque. Frutteti che si estendevano all'infinito.
Sul lato occidentale della muraglia si trovavano tre torri di guardia alle quali si accedeva per mezzo di una scala a pioli. In cima, una semplice tettoia per ripararsi dalla pioggia e una finestra provvista di sbarre di ferro da cui si potevano vedere in basso le bestie.
- Non viene nessuno a guardarle, a parte lei, - disse il Guardiano. - Ma è normale, è appena arrivato: quando avrà vissuto qui per un po', vedrà che non le interesseranno più. Fanno tutti così. Tranne che nella prima settimana all'inizio della primavera.
In quella settimana, la gente saliva sulle torri per guardare i combattimenti fra i maschi, mi spiegò il Guardiano. Era l'epoca dell'anno in cui diventavano aggressivi, la muta del mantello invernale era appena avvenuta e le femmine ben presto avrebbero partorito. Quegli animali solitamente tanto placidi si ferivano l'uno con l'altro, a vederli in tempi normali non lo si sarebbe mai immaginato. E da tutto quel sangue che scorreva sul terreno sarebbero nate nuove vite e un nuovo ordine.
Ora era l'autunno, e le bestie se ne stavano tranquillamente accovacciate qua e là, il lungo pelo dorato splendente nella luce del tramonto. Perfettamente immobili, come statue saldamente avvitate al terreno, attendevano quiete con la testa alzata che gli ultimi raggi di sole sprofondassero nei boschi di meli. Quando alla fine il sole tramontava e la luce azzurrata della sera le copriva, abbassavano il capo, posavano il corno bianco sulla terra e chiudevano gli occhi.
Così finiva la giornata nella città.
3. Il paese delle meraviglie
Una mantellina per la pioggia - Gli Invisibili - Un tipo di lavaggio.
Fui introdotto in una vasta stanza vuota. Le pareti e il soffitto erano bianchi, la moquette color caffè: due tinte belle e di buon gusto. Si fa presto a dire bianco, c'è quello raffinato e quello dozzinale, ogni sfumatura ha un suo carattere proprio. I vetri delle finestre non erano trasparenti e non lasciavano vedere il paesaggio al di là, ma la luce tranquilla che ne veniva era senza possibilità d'errore quella del sole. Quindi non eravamo nei sotterranei, l'ascensore era davvero salito. A questa constatazione provai un certo sollievo, i miei sensi non mi avevano ingannato. Poiché la ragazza mi faceva cenno di sedermi, mi accomodai sul divano di pelle che si trovava in mezzo alla stanza e incrociai le gambe. Subito dopo lei uscì da una porta diversa da quella da cui eravamo entrati.
Nella stanza non c'era quasi mobilia. Sul tavolino davanti al divano erano posati un accendisigari di ceramica, un portacenere e un portasigarette. Provai ad aprire quest'ultimo, ma era vuoto. Alle pareti non erano appesi quadri, calendari o fotografie. Non c'era un solo oggetto superfluo.
Di fianco alla finestra si trovava un'ampia scrivania. Per guardare cosa c'era sopra mi alzai e andai a mettermi davanti alla finestra. Il ripiano, solido e spesso, era stato ricavato da un solo pezzo di legno, e da entrambi i lati c'erano grandi cassetti. Sul ripiano erano posate una lampada, tre penne biro e un'agenda. Un pugno di fermagli sparpagliati. Gettando un'occhiata all'agenda, vidi che era aperta alla data del giorno.
In un angolo della stanza c'erano tre contenitori in acciaio, che stonavano completamente con l'atmosfera generale. Dozzinale mobilia d'ufficio, troppo arida. Se fosse dipeso da me, avrei messo degli armadietti in legno, più eleganti, ma quella non era casa mia. Ero venuto lì solo per ragioni di lavoro, e che ci fossero dei contenitori grigi o dei jukebox rosa pesca non era cosa che mi riguardasse.
Sulla parete sinistra era incassato un armadio con una porta a soffietto lunga e stretta. Non c'erano altri oggetti. Nemmeno un orologio, un telefono, un temperino, una brocca d'acqua. O uno scaffale, un contenitore per lettere. Non riuscivo a immaginare a cosa servisse quella stanza, per cosa venisse usata. Tornai a sedermi sul divano, incrociai di nuovo le gambe e sbadigliai.
Passati dieci minuti, la ragazza ricomparve. Senza degnarmi di uno sguardo aprì lo sportello di uno dei due contenitori, ne tirò fuori un involucro nero e reggendolo con entrambe le braccia lo portò sulla scrivania. Si trattava di una mantellina per la pioggia e di un paio di stivali di gomma. Sul tutto erano posati degli occhiali come quelli che portavano i piloti durante la prima guerra mondiale. Cosa stava per succedere? Non ne avevo la minima idea.
La ragazza si voltò verso di me e disse qualcosa, ma mosse le labbra troppo in fretta e non capii nulla.
-Potrebbe parlare un po' più adagio, per favore? - chiesi. - Non sono molto bravo a leggere sulle labbra.
Lei ripeté le stesse parole lentamente, muovendo in modo chiaro la bocca. - Indossi questa roba sopra i vestiti -. A dir la verità non ne avevo alcuna voglia; ma mettermi a discutere era ancora più seccante, così seguii senza protestare le sue indicazioni. Mi tolsi le scarpe da ginnastica e infilai gli stivali di gomma, quindi indossai la mantellina sopra i pantaloni e la camicia. La mantellina era pesantissima e gli stivali un paio di numeri troppo grandi, ma di nuovo preferii non fare obiezioni. La ragazza venne a mettersi davanti a me e mi abbottonò la mantellina fino ai malleoli, poi mi tirò bene il cappuccio sulla testa. Nel farlo mi sfiorò la punta del naso con la fronte liscia.
-Che buon profumo, - dissi, un complimento per la sua acqua di colonia.
Lei formò un «grazie» con le labbra e mi strinse i lacci del cappuccio fin sotto le narici. Poi mi mise gli occhiali da pilota. Ero diventato una specie di mummia equipaggiata per la pioggia.
A quel punto la ragazza aprì la porta dell'armadio, mi prese per mano e mi spinse dentro. Quindi accese la luce e chiuse la porta dietro di sé. Si trattava di un normalissimo armadio-guardaroba, ma di vestiti non ce n'erano: appesi alla sbarra vidi soltanto delle grucce e alcuni sacchetti di naftalina. Probabilmente, mi dissi, non era quello che sembrava, bensì una sorta di passaggio segreto camuffato. Altrimenti che senso aveva farmi indossare una mantellina da pioggia e chiudermi lì dentro?
La ragazza armeggiò con una maniglia metallica in un angolo, finché un pannello della parete di fronte, grande come il portellone posteriore di un'utilitaria, non si aprì in avanti. Al di là era tutto buio, ma sentii nettamente il soffio di una corrente d'aria umida e fredda. Molto sgradevole. Si udiva anche un fragore continuo d'acqua.
-Laggiù scorre un torrente, - disse lei. Il suo silenzioso modo di parlare ora sembrava più reale. Come se stesse davvero pronunciando le parole ma la sua voce fosse coperta dal rumore dell'acqua. Avevo anche l'impressione di capirla meglio.
Molto, molto strano.
-Risalendo il corso del torrente, arriverà a una grande cascata. Ci passi sotto, per favore. Dall'altra parte c'è lo studio del nonno. Una volta lì, il resto le sarà chiaro.
-Dall'altra parte ci sarà suo nonno ad aspettarmi?
-Esatto, - rispose la ragazza dandomi una grossa pila elettrica a prova d'acqua cui era attaccata una cinghia. L'idea di inoltrarmi in quell'oscurità non mi sorrideva affatto, ma a quel punto protestare non aveva senso: trattenni il fiato e infilai un piede in quel buco nero spalancato. Poi mi piegai e misi dentro la testa, le spalle, per ultima la gamba rimasta fuori. Tutto avviluppato com'ero nella mantellina, non fu impresa da poco, ma in qualche modo riuscii a portarmi oltre la parete dell'armadio. Mi voltai a guardare la ragazza rimasta dall'altra parte. Osservandola dal buio, attraverso gli occhiali da pilota, la trovai terribilmente carina.
-Faccia attenzione. Non deve assolutamente allontanarsi dal fiume o prendere qualche sentiero laterale, - disse chinandosi a guardarmi.
-Sempre diritto fino alla cascata.
-Sempre diritto fino alla cascata.
Tanto per provare, mossi le labbra a formare la parola «sela», senza suono.
-Sela, - ripeté lei ridendo, poi chiuse con decisione la porta.
Mi ritrovai nel buio totale. Tenebre compatte, non il più fioco barlume di luce. Non vedevo assolutamente nulla. Neanche la mia mano se me la portavo davanti alla faccia. Rimasi qualche momento fermo e imbambolato dove mi trovavo, frastornato come se avessi ricevuto un colpo. Un freddo senso di impotenza mi pervase, mi sembrava di essere un pesce buttato nel congelatore e lasciato lì, avvolto nella pellicola. La sorpresa di ritrovarmi di colpo nelle tenebre mi tolse per qualche secondo le forze. Se doveva proprio chiudere la porta, quella ragazza avrebbe almeno dovuto avvisarmi.
Schiacciai a tentoni l'interruttore della lampada e subito un gradito raggio di luce gialla tracciò una linea diritta attraverso il buio. Prima di tutto illuminai il terreno ai miei piedi e osservai attentamente lo spazio intorno. Mi trovavo su una piattaforma quadrata di cemento, di tre metri di lato, oltre la quale si apriva un baratro di cui non si vedeva il fondo. Nessuna barriera, nessuna recinzione. Anche di questo avrebbe dovuto avvisarmi, mi dissi un po' arrabbiato.
Su un lato della piattaforma c'era una scala a pioli di alluminio per calarsi giù. Mi attaccai la lampada al petto con la cinghia e cominciai a scendere uno alla volta i gradini sdrucciolevoli, facendo ben attenzione a dove mettevo i piedi. Man mano che scendevo il rumore dell'acqua diventava più forte e chiaro. Al di là di un armadio, in un palazzo, si apriva un baratro in fondo al quale scorreva un fiume. Inaudito! E nel bel mezzo di Tokyo, per giunta. Solo a pensarci mi veniva il mal di testa. Prima quell'assurdo ascensore, poi la ragazza grassa che parlava senza emettere suoni, e ora questa roba. Forse facevo meglio a rinunciare all'incarico e tornarmene a casa. I pericoli erano troppi, non c'era nulla che avesse il minimo senso. Ciononostante mi rassegnai a scendere in quel baratro buio. Da una parte per orgoglio professionale, dall'altra a causa della ragazza dal tailleur rosa. Per qualche misterioso motivo mi piaceva, e non avevo alcuna intenzione di mollare tutto e ritirarmi in buon ordine.
Dopo essere sceso per venti gradini, mi fermai ed emisi un profondo sospiro. Altri diciotto gradini. E finalmente toccai col piede il terreno. Fermo accanto alla scala, perlustrai scrupolosamente con la lampada lo spazio intorno. Mi trovavo su una roccia piatta e dura, oltre la quale, un paio di metri più in là, scorreva il fiume. Nel fascio di luce vidi la superficie dell'acqua ondeggiare come una bandiera. La corrente era piuttosto rapida, ma non riuscivo a valutarne la profondità né a distinguerne il colore. L'unica cosa che capii era che andava da sinistra a destra.
Facendo luce ai miei piedi, mi incamminai lungo la riva in senso contrario alla corrente. Ogni tanto vicino a me sentivo muoversi qualcosa che cercavo di illuminare svelto con la lampada, ma non vedevo mai niente. Solo il fiume e le ripide pareti rocciose sui due lati. Probabilmente avevo i nervi a fior di pelle a causa dell'oscurità.
Passati cinque o sei minuti, dalla mutata risonanza dell'acqua capii che il soffitto ora era più basso. Diressi verso l'alto il raggio luminoso, ma si perse nell'oscurità. Vidi che sulle pareti laterali si aprivano dei sentieri, come mi aveva detto la ragazza. Anzi, più che sentieri erano delle fenditure nella roccia, dalle quali fuoriuscivano rivoli che andavano a unirsi al fiume in torrentelli. Provai a far luce in uno di quegli anfratti ma non vidi nulla, mi parve soltanto che al fondo diventasse molto più largo che all'ingresso. Infilarmi lì dentro? No grazie, un'altra volta.
Tenendo la pila ben salda nella mano destra, continuai a risalire lungo la riva, nello stato d'animo di un pesce in fase di mutazione. La roccia era bagnata e scivolosa, dovevo avanzare adagio, facendo ben attenzione a dove mettevo i piedi. Nel buio totale in cui mi trovavo, se facevo un passo falso e finivo in acqua o lasciavo cadere la lampada, ero spacciato.
Avendo concentrato tutta l'attenzione sui miei piedi, non mi accorsi subito del fievole lumino che oscillava un po' più in su. Alzando gli occhi me lo trovai di fronte, a sette o otto metri di distanza. Per riflesso spensi la lampada, infilai la mano nell'apertura della mantellina e tirai fuori il coltello dalla tasca dei pantaloni. Feci scattare la lama. L'oscurità e il rumore dell'acqua mi coprirono.
A quel punto la debole luce gialla iniziò a muoversi, disegnando due ampi cerchi nell'aria. In qualche modo mi sembrò che volesse tranquillizzarmi, andava tutto bene.
Ciononostante rimasi sulla difensiva, in attesa che «loro» venissero allo scoperto. La luce ricominciò a spostarsi. Per quel che ne sapevo poteva appartenere a un insetto gigantesco, fornito di un cervello altamente sviluppato, che veniva verso di me oscillando. Rimasi fermo a guardare, il coltello ben stretto nella mano destra, la pila elettrica spenta nella sinistra.
A tre metri da me la luce smise di avanzare, si spostò di colpo verso l'alto, di nuovo si fermò. Era così fioca che all'inizio non riuscii a capire cosa cercasse di illuminare, ma aguzzando lo sguardo mi resi conto che si trattava della faccia di un uomo. Un uomo che portava come me degli occhiali da pilota e un cappuccio nero in testa.
Teneva in mano una piccola lanterna, di quelle che si comprano nei negozi di sport.
Mentre si illuminava il viso stava disperatamente cercando di dirmi qualcosa, ma a causa del fragore dell'acqua non si sentiva nulla, ed era troppo buio per leggergli sulle labbra.
-... perché... questa è la causa... Lei cosa... mi dispiace, inoltre... - mi parve che dicesse, ma trarre un senso da quelle parole era impossibile. Ad ogni modo l'uomo non sembrava pericoloso, così riaccesi la pila elettrica e mi illuminai la faccia di lato, mentre con le dita mi indicavo le orecchie per fargli capire che non sentivo nulla.
L'uomo parve convincersi perché dopo aver annuito più volte posò la lanterna a terra, mise le mani nelle tasche della mantellina e così rimase con aria impacciata, finché il rombo dell'acqua che riempiva la spazio non incominciò a diminuire, come una marea che improvvisamente si ritiri. Stavo per svenire, ne ero certo. La mia coscienza si stava offuscando, era per questo che il rumore si allontanava dalla mia testa. Tesi i muscoli - chissà poi perché dovevo svenire? - per prepararmi alla caduta.
Passati alcuni secondi, ero sempre in piedi e perfettamente lucido. Soltanto il rumore continuava a diminuire.
-Le sono venuto incontro, - disse l'uomo. Questa volta udii benissimo la sua voce.
Scossi la testa, mi misi la pila elettrica sotto l'ascella, chiusi il coltello e lo rinfilai in tasca. Avevo il presentimento che avrei passato una giornata assurda.
-Dov'è finito quel rumore tremendo? - chiesi.
-Il rumore dell'acqua?... Già, era troppo forte, mi scusi, l'ho abbassato. Ora è tutto a posto, - rispose l'uomo annuendo più volte. Il fragore del fiume si era trasformato nel mormorio di un ruscello. - Allora, andiamo? - aggiunse voltandomi la schiena, e si incamminò con passo sicuro in senso contrario alla corrente. Io lo seguii, illuminando con la lampada il suolo ai miei piedi.
-Cosa significa che ha abbassato il rumore? Che è prodotto artificialmente? chiesi, parlando in direzione della sua schiena.
-No, è un suono del tutto naturale.
-Se è naturale, come ha fatto ad abbassarlo?
-Per essere precisi, non l'ho abbassato: l'ho soppresso.
La risposta mi lasciò interdetto, ma decisi di non insistere.
Non ero nella posizione di porre domande. Ero venuto per ragioni di lavoro, e i miei clienti potevano abbassare il suono, sopprimerlo o frullarlo come champagne, non erano affari miei. Di conseguenza stetti zitto e proseguii.
C'era una gran quiete, ora che il rumore era cessato, al punto che sentivo cigolare i miei stivali di gomma. Sopra la mia testa sentii due o tre volte uno strano scricchiolio, come se qualcuno sbriciolasse dei sassolini, ma anche quello cessò.
-Ho trovato dei segni che gli Invisibili si sono intrufolati qui dentro, - disse l'uomo, - così le sono venuto incontro, ero preoccupato. Di solito non riescono ad arrivare fin qui, ma a volte succede. È un bel problema.
-Gli Invisibili?
-Dica la verità, non si sarebbe mai immaginato che si spingessero fin qua sotto, vero? - disse l'uomo con una sonora risata.
-No, certo... - risposi, fingendo di capire. Invisibili o cosa diavolo fossero, non avevo alcuna voglia di imbattermi in qualche strana creatura in quella caverna buia.
-Per questo le sono venuto incontro, - ripeté l'uomo. - Pericolosissimi, gli Invisibili.
-Grazie, molto gentile da parte sua.
Procedemmo per qualche minuto, finché non ci arrivò un rumore d'acqua scrosciante, come se ci fosse un rubinetto aperto da qualche parte. Era la cascata. Con la lampada feci subito luce in quella direzione, e la vidi. Non riuscivo a distinguerla bene, ma pareva piuttosto grande: se il suono non fosse stato abbassato avrebbe prodotto un rombo assordante. Quando ci fermammo davanti, gli spruzzi mi bagnarono completamente gli occhiali.
-Dobbiamo passare qua sotto, vero? - chiesi.
-Esatto, - rispose l'uomo, poi senza aggiungere altro avanzò in direzione della cascata e sparì sotto le sue acque. Non potei far altro che affrettarmi a seguirlo.
Passammo dalla parte dove la portata d'acqua era minore, per fortuna, eppure il getto aveva una forza tale da inchiodarmi al suolo. Era una cosa a dir poco stupida che uno, per quanto protetto da un impermeabile, dovesse prendersi tutta quell'acqua addosso ogni volta che entrava nel proprio studio. Probabile che si trattasse di una misura di sicurezza e che esistesse anche un ingresso più agevole. All'interno della cascata caddi e andai a sbattere violentemente contro la roccia. L'assenza di suono mi aveva fatto perdere il senso della proporzione con la realtà che avrebbe dovuto produrlo, il che mi aveva messo in uno stato confusionale. Una cascata dovrebbe fare il rumore di una cascata.
Sul fondo si apriva un cunicolo abbastanza largo da far passare una persona, chiuso all'altra estremità da una porta di ferro. L'uomo estrasse dalla tasca della mantellina una sorta di microcalcolatrice, la infilò nella serratura e armeggiò per qualche secondo, finché la porta non si aprì silenziosamente verso l'interno.
-Be', eccoci arrivati. Prego, si accomodi, - disse cedendomi il passo, poi entrò anche lui e richiuse la porta alle sue spalle.
-È stata una bella impresa, eh? - fece.
-Non posso negarlo, ma...
Tutto bardato com'era, con cappuccio, occhiali e lanterna appesa al collo, l'uomo rise. Una risata strana, come dei colpi di tosse.
La stanza dove eravamo entrati sembrava lo spogliatoio di una piscina, un vasto locale disadorno provvisto di scaffali sui quali erano allineati una mezza dozzina di equipaggiamenti simili a quelli che indossavamo noi: mantelline, stivali, occhiali di gomma. Mi tolsi gli occhiali e la mantellina e li appesi a un attaccapanni, posai gli stivali su uno scaffale, infine agganciai la pila elettrica a un uncino nel muro.
-Spiacente di averle procurato tutti questi fastidi, - disse l'uomo. - Ma sulle misure di sicurezza non si transige. Stanno in agguato, quelli lì, se non faccio più che attenzione sono pronti a cogliermi in fallo.
-Gli Invisibili? - chiesi, tirando a indovinare.
-Esatto. Proprio loro, tanto per cominciare, - rispose l'uomo annuendo tra sé.
Poi mi guidò in una sala oltre lo spogliatoio. Senza l'impermeabile nero, era un vecchio signore normalissimo, molto cortese. Non si poteva dire che fosse grasso, ma aveva una corporatura robusta e sembrava piuttosto forte. Aveva un colorito sano, e quando estrasse dalla tasca gli occhiali senza montatura e se li mise, assunse l'aria di un ministro d'anteguerra.
Mi invitò a sedermi sul divano mentre lui prendeva posto dietro la scrivania. La stanza era la copia esatta della prima dove mi avevano fatto entrare. Il colore della moquette, le lampade, la carta alle pareti, tutto era identico. Sul tavolino davanti al divano erano posati gli stessi oggetti. Sulla scrivania, un'agenda e dei fermagli. Come se avessi girato in tondo e fossi tornato nella stessa stanza. Forse era proprio così, non ricordavo esattamente in che modo fossero sparpagliati i fermagli.
Il vecchio passò alcuni secondi a osservarmi. Poi prese un fermaglio, lo raddrizzò e cominciò a raschiarsi la pellicina di un'unghia. Quella dell'indice della mano sinistra.
Quando ebbe finito, gettò il fermaglio ormai inservibile nel portacenere. Se fossi nato una seconda volta, mi dissi, tutto volevo essere tranne un fermaglio da carta. Ti raddrizzano per raschiare le pellicine delle unghie di un vecchio assurdo e poi ti gettano via. No grazie.
-Stando alle informazioni che ho, gli Invisibili si sono alleati con i Semiotici, disse il vecchio. - Questo non significa che abbiano stretto un vero e proprio patto, ovviamente. Gli Invisibili sono molti prudenti, e i Semiotici pieni di impegni. La loro alleanza dev'essere solo ai preliminari. Pessimo segno, comunque. Non dovrebbero bazzicare da queste parti, gli Invisibili, e invece ogni tanto fanno capolino. Brutta faccenda. Di questo passo, prima o poi ce ne sarà un'invasione anche qui. E in tal caso per me sarebbe un bel guaio.
-In effetti... - dissi. Non riuscivo nemmeno a immaginare che razza di roba fossero, questi Invisibili, ma se avevano stretto alleanza con i Semiotici per qualche obiettivo comune, anche per me le cose si mettevano male. Noi e i Semiotici, cioè, eravamo in forte competizione, sul filo di un equilibrio delicatissimo, e bastava un nonnulla perché tutto andasse a rotoli. Tanto per cominciare, io non conoscevo gli Invisibili mentre loro conoscevano me, e già questo alterava il rapporto di forze. Inoltre, se ignoravo la loro esistenza, era solo perché svolgevo un ruolo secondario in maniera autonoma, ma i capi dovevano esserne informati già da un bel pezzo.
-Comunque sia, se lei è d'accordo le chiederei di mettersi subito al lavoro, - disse il vecchio.
-Per me va bene, - risposi.
-Ho domandato all'Agenzia di mandarmi il Cibermatico più in gamba che ci fosse.
Lei ha un'ottima reputazione, sa? Dicono tutti un sacco di bene di lei. Che è bravo, coraggioso, preciso. Nessuna critica, a parte il fatto che ha poco spirito di gruppo.
-Molto obbligato, - dissi. Sono un tipo modesto.
Di nuovo il vecchio scoppiò nella sua forte risata a colpi di tosse.
-Non so che farmene dello spirito di gruppo. L'importante è il coraggio. Se uno non ha coraggio, non diventerà mai un Cibermatico di prima classe. D'altronde è proprio per questo che il suo onorario è così alto.
Non avendo nulla da dire, rimasi in silenzio. Il vecchio rise di nuovo, poi mi guidò nel laboratorio attiguo.
-Sono un biologo. Ma il mio campo di ricerca è estremamente vasto, non si può riassumere in una parola. Neurofisiologia, acustica, linguistica, teologia comparata...
Studi importanti e originali, mi scusi se mi faccio i complimenti da solo. In questo momento sto svolgendo una ricerca sul palato dei mammiferi.
-Il palato dei mammiferi?
-Sì, la bocca. La struttura della bocca. Come si muove, in che modo emette la voce, sto studiando questo genere di cose. Guardi qui, per favore.
Il vecchio premette un interruttore e accese le luci nel laboratorio. La parete di fondo era completamente coperta da scaffali sui quali erano allineati i teschi di ogni possibile mammifero esistente al mondo. Dalla giraffa al cavallo, al panda, al topo, c'erano tutti quelli di cui mi ricordassi. In totale dovevano essere tre o quattrocento.
Ovviamente c'erano anche dei teschi umani, appartenenti a persone di ogni razza bianchi, neri, asiatici, indios - sempre a due a due, un maschio e una femmina.
-Le balene e gli elefanti sono conservati nel magazzino sotterraneo. Come si può immaginare, prendono parecchio posto.
-Non lo metto in dubbio, — dissi. Aveva ragione, un paio di teschi di balena avrebbero riempito la stanza.
Gli animali avevano tutti la bocca spalancata, come se si fossero messi d'accordo, e fissavano la parete di fronte con le orbite vuote. Erano solo degli esemplari da laboratorio, ma esserne circondati non era esattamente una cosa allegra. Sugli altri scaffali erano disposti in ordine dei vasi - in. numero inferiore ai teschi - contenenti diversi tipi di organi in formalina: lingue, orecchie, labbra ed esofagi.
-Be', cosa ne pensa? Bella collezione, no? - fece il vecchio in tono soddisfatto. - Al mondo c'è chi colleziona francobolli, dischi, chi accumula bottiglie di vino in cantina, ci sono persino dei riccastri che tengono file di carri armati in giardino, per puro divertimento. Io invece colleziono teschi. Il mondo è bello perché è vario. Non crede?
-Sì, certo.
-Ho cominciato a interessarmi ai teschi dei mammiferi quando ero relativamente giovane, e a poco a poco ne ho messi insieme un bel numero. Ormai sono quasi quarant'anni. Ci vuole più tempo di quanto uno si immagini per capire uno scheletro.
In un certo senso, è più facile capire la gente in carne e ossa. Ne sono fermamente convinto. Ma a un giovane della sua età di sicuro interessa di più la carne, oh, oh, oh!
- Di nuovo il vecchio scoppiò in una risata. - Quanto a me, mi ci sono voluti trent'anni per percepire il suono che emettono le ossa. Trent'anni. Un sacco di tempo, non crede?
-Il suono delle ossa? - chiesi interdetto. - Le ossa emettono un suono?
-È evidente. Ogni osso ha il suo suono specifico, caratteristico. Diciamo che lo si può paragonare a un segnale nascosto. Le ossa parlano, alla lettera, non è un'allegoria. L'obiettivo della mia ricerca attuale è decodificare quel segnale. E quando ci sarò riuscito, lo si potrà manipolare artificialmente.
-Oh... - feci. Non afferravo bene tutte le implicazioni della scoperta, ma se le cose stavano davvero come diceva il vecchio, si trattava di una ricerca importantissima, non c'era dubbio. - Sembrano proprio studi di grande interesse, - commentai.
-Infatti, - rispose lui annuendo. - È per questo che quelli lì vorrebbero metterci le mani sopra. Hanno l'udito fine, sa? E vorrebbero usare i miei studi per fini nefandi.
Metta che dalle ossa si possa risalire alla memoria, ad esempio, non ci sarebbe neanche più bisogno della tortura. Basterebbe uccidere la persona in questione, scarnificarla e pulire bene lo scheletro.
-Che orrore!
-Ad ogni modo, che sia un bene o un male, la ricerca non è ancora arrivata fin lì.
Per il momento si può risalire più facilmente alla memoria estraendo il cervello.
-Pazzesco, - dissi. Che si trattasse delle ossa o del cervello, una volta separati dal corpo, non era la stessa cosa?
-È proprio per questo che ho chiesto il suo aiuto. Perché i dati dei miei esperimenti non vengano rubati dai Semiotici, - disse il vecchio con espressione seria. - La civilizzazione si trova in grave pericolo perché la scienza viene usata per diversi scopi, sia buoni sia cattivi. Io sono convinto che la scienza debba esistere solo ed esclusivamente per se stessa.
-Le convinzioni non sono il mio forte, - intervenni, - ma c'è una cosa che vorrei mettere in chiaro. Una questione pratica. La richiesta di svolgere questo lavoro non mi è pervenuta dalla direzione del Sistema, e nemmeno dall'Agenzia Ufficiale, ma direttamente da lei. È una cosa del tutto anomala. Parliamoci chiaro, è possibile che sia contrario alle regole. E in tal caso io verrei penalizzato, e perderei la mia licenza.
Questo lo sa, vero?
-Lo so benissimo, - rispose il vecchio. - E capisco la sua inquietudine. La richiesta però è regolare, stia tranquillo, è stata autorizzata dal Sistema. Soltanto che per mantenere il segreto ho preso contatto direttamente con lei, senza passare dell'amministrazione. Ma non corre alcun pericolo di sanzioni.
-Me lo garantisce?
Il vecchio aprì uno dei cassetti della scrivania, ne estrasse una cartellina e me la porse. La aprii. Era vero, conteneva una richiesta ufficiale alla direzione del Sistema.
C'era tutto, formulari e firme.
-D'accordo, - dissi restituendo la cartellina al vecchio. - La mia categoria è doppiovalore, per lei va bene? Doppio-valore significa...
-Che si fa pagare il doppio del normale. Mi va benissimo. Anzi, aggiungiamoci un extra e facciamo triplo-valore.
-Molto generoso da parte sua.
-Sono calcoli della massima importanza, e in più l'ho fatta passare sotto una cascata, oh, oh, oh!
-Vorrei vedere i dati numerici. Dopo potremo stabilire la procedura. Chi di noi eseguirà i calcoli al computer?
-Io, se non ha nulla in contrario. Userò il mio. Lei dovrebbe occuparsi di tutto quello che viene prima e dopo.
-D'accordo. Mi semplifica il lavoro.
Il vecchio si alzò dalla sedia e toccò un punto nella parete alle sue spalle. Uno sportello si aprì con uno scatto in quello che sembrava un banale muro. Quel posto era una galleria di marchingegni. Il vecchio prese dalla cassetta di sicurezza un altro fascicolo, poi richiuse lo sportello. La parete era di nuovo intatta, una normalissima superficie bianca. Presi il fascicolo e lessi i dati riportati su sette pagine: semplici valori numerici che non presentavano alcun problema.
-Se è tutto qui, basta un lavaggio, - dissi. - Con una categoria di frequenza di questo livello, non c'è pericolo che venga creato un ponte temporaneo. Ovviamente a rigor di logica non è escluso, ma non sarebbe possibile provarne la legittimità. E se non la si può provare, si deve ammettere la possibilità di errore. Sarebbe come attraversare un deserto senza compasso. L'ha fatto solo Mosè.
-Mosè ha attraversato anche il mare.
-Storia antica. Per quel che ne so io, a questo livello non si è mai verificato un caso di intrusione da parte dei Semiotici.
-Vuol dire che una conversione singola è sufficiente?
-Una conversione doppia sarebbe troppo pericolosa. È vero che ridurrebbe a zero la possibilità di creare un ponte temporaneo, ma a questo stadio sarebbe un'operazione acrobatica. Il processo di conversione non è ancora definito con sufficiente chiarezza.
Diciamo che è a metà strada.
-Non intendo una doppia conversione, - disse il vecchio, ricominciando a raschiarsi le pellicine delle unghie con un fermaglio. Questa volta era il dito medio della mano destra.
-Cosa vuol dire?
-Sto parlando di shuffling. Dissimulare i dati. Vorrei che lei facesse un lavaggio e dissimulasse i dati. È per questo che l'ho chiamata. Se si trattava soltanto di un lavaggio, non c'era bisogno di lei.
-Non capisco, - dissi incrociando le gambe nell'altro senso. - Come fa a essere al corrente dello shuffling? Sono informazioni ultrasegrete che nessuna persona esterna dovrebbe conoscere.
-Invece le conosco. Ho un canale diretto di comunicazione con i gradi alti del Sistema.
-Allora se ne serva per verificare. Mi ascolti bene, in questo momento ogni operazione di shuffling è congelata. Il perché non lo so. Probabilmente è insorto qualche problema. Ad ogni modo è vietato farlo. Se venissi scoperto, non me la caverei con una sanzione.
Il vecchio mi porse di nuovo la cartellina con i dati.
-Legga bene l'ultima pagina. Dovrebbe trovarci il permesso di effettuare uno shuffling.
Feci come mi diceva, aprii il fascicolo all'ultima pagina e la percorsi con gli occhi.
Aveva ragione lui, si dava proprio il permesso di fare operazioni di shuffling. Un permesso ufficiale, lo lessi e rilessi più volte. Cosa diavolo avevano in testa, i gradi alti del Sistema? Prima ti davano l'ordine di scavare una fossa, poi ti dicevano di riempirla, e la volta seguente dovevi scavarla di nuovo. E a finire nei pasticci erano sempre quelli come me, quelli che operavano sul campo.
-Potrebbe farmi una copia a colori completa di questa richiesta, per favore? Senza una copia, in caso di emergenza potrei trovarmi in una posizione molto pericolosa.
-Certamente, - disse il vecchio. - Certamente gliene darò una copia. Può stare tranquillo. La pratica è stata effettuata in maniera del tutto regolare, non ci sono punti oscuri. Quanto al suo compenso, oggi ne avrà la metà, il resto quando mi consegnerà il lavoro finito. Se non ha obiezioni.
-Per me va bene. Il lavaggio lo faccio qui, adesso. Dopodiché, i dati lavati me li porto a casa e lì procederò allo shuffling. È un'operazione che richiede un'estrema cautela. Quando avrò finito, le riporterò i dati.
-Ho assolutamente bisogno di averli fra tre giorni, a mezzogiorno.
-C'è tutto il tempo.
-Mi raccomando, niente ritardi, - insistette il vecchio. - Se non ce la facesse, sarebbe un vero disastro.
-Cascherebbe il mondo? - chiesi.
-In un certo senso, - rispose il vecchio in tono molto serio.
-Non si preoccupi. Non è mai successo che abbia consegnato un lavoro in ritardo, lo rassicurai. - Mi scusi, potrei avere un bricco di caffè caldo e dell'acqua ghiacciata, per favore? E qualcosa da mangiare. Ho l'impressione che sarà un lavoro lungo.
Le mie previsioni erano esatte, il lavoro richiese molto tempo. I valori numerici in sé erano relativamente semplici, ma la graduatoria dei fattori determinanti i casi era vastissima, e il calcolo molto più complicato di quanto avessi giudicato a prima vista.
Inserii i dati ricevuti nella parte destra del cervello, poi, dopo averli convertiti in segnali del tutto diversi, li spostai nella parte sinistra e li riportai su un foglio di carta, trasformati in numeri differenti da quelli originali. Questo è il lavaggio, in parole semplici è a questo che si riduce. I codici di conversione variano da un Cibermatico all'altro. Questo codice si differenzia dalle tabulazioni numeriche disordinate per la sua natura di diagramma. Insomma, la chiave si nasconde nel modo in cui l'emisfero cerebrale destro e quello sinistro vengono separati. Ovviamente è una convenzione di comodo, non è che il cervello sia davvero diviso in due parti. Se dovessi farne una rappresentazione grafica, disegnerei qualcosa del genere:
immagini1
In ultima analisi, il fatto che i due bordi della spaccatura non combacino esattamente potrebbe significare che, una volta emessi, i dati non possono più tornare indietro. I Semiotici cercano però di decodificarli ugualmente, applicando un ponte provvisorio ai dati rubati a un computer. Analizzandone i valori numerici riproducono olograficamente le due linee a zigzag. A volte ci riescono, a volte no. Più noi Cibermatici affiniamo la nostra tecnologia, più loro affinano la controffensiva. Noi proteggiamo i nostri dati, loro li rubano. Il solito vecchio gioco di guardie e ladri, insomma.
Procuratisi illegalmente le informazioni, i Semiotici le immettono sul mercato nero, traendone profitti enormi. E quel che è peggio, le più importanti le tengono per sé, per usarle a proprio vantaggio.
La nostra organizzazione si chiama il Sistema, quella dei Semiotici la Fabbrica. In origine il Sistema era un gruppo privato, ma crescendo in importanza ha assunto una funzione quasi governativa. La sua struttura può essere paragonata a quella dell'agenzia statunitense Ma Bell, fornitrice di sistemi informatici. Noi Cibermatici siamo liberi professionisti, come i commercialisti e gli avvocati dobbiamo ottenere una licenza concessa dal governo, e possiamo accettare soltanto incarichi commissionati dal Sistema o dalla sua Agenzia Ufficiale. È una misura di sicurezza destinata a evitare un uso improprio della tecnologia da parte della Fabbrica, se non la rispettiamo veniamo penalizzati e perdiamo la licenza. Personalmente ho dei dubbi che si tratti di una misura adeguata. Perché i Cibermatici spogliati della loro qualifica spesso vengono assorbiti dalla Fabbrica e finiscono nel sommerso, diventando in definitiva dei Semiotici.
Riguardo alla struttura della Fabbrica, non ne so assolutamente nulla. All'inizio era un piccolo gruppo, ma in breve tempo ha conosciuto un'espansione straordinaria. C'è chi la chiama «mafia informatica», e in effetti assomiglia davvero alla mafia per il fatto di avere radici in diverse organizzazioni segrete. Però si occupa soltanto di informazioni. Le informazioni sono pulite, e diventano soldi. I Semiotici si introducono nei computer sui quali hanno messo gli occhi e ne rubano i dati.
Eseguii l'operazione di lavaggio, e intanto bevvi tutto il bricco di caffè. Lavoravo un'ora e mi riposavo trenta minuti, questa è la mia regola. Altrimenti la parte destra del cervello e la parte sinistra non si associano in maniera chiara, e i valori numerici che ne escono sono tutti sbagliati.
Durante la mezz'ora di riposo chiacchieravo di varie cose con il vecchio. Parlare, di qualunque argomento, è il metodo migliore per ripristinare le funzioni di un cervello esausto.
-A cosa si riferiscono questi dati? - chiesi a un certo punto.
-Ai risultati dei miei esperimenti, - rispose il vecchio. - I risultati di un anno di ricerche. Ci sono le conversioni numeriche delle proiezioni tridimensionali della capacità della cavità orale del cranio degli animali, insieme a una decodificazione in tre elementi della loro voce. Prima le ho detto che mi ci sono voluti trent'anni per percepire il suono caratteristico delle ossa, ricorda? Quando questi calcoli saranno terminati, saremo in grado di estrapolare quel suono. Non in pratica, è ovvio, in teoria.
-Così potremo manipolarlo artificialmente?
-Proprio così.
-E cosa succederà, una volta che lo manipoleremo artificialmente?
Il vecchio rimase qualche secondo in silenzio, leccandosi il labbro superiore con la punta della lingua.
-Tante belle cose, - disse dopo un po'. - Succederanno tante belle cose. Ora non gliene posso parlare, ma succederanno cose che lei non si immagina nemmeno.
-Una di queste è togliere il suono, vero?
Il vecchio rise con aria divertita. - Già, proprio così. Sintonizzandosi con il segnale caratteristico del cranio delle persone, si potrà diminuire o aumentare il suono al suo interno. Non eliminarlo del tutto perché ogni persona ha una forma cranica diversa, ma lo si potrà abbassare di molto. In parole povere, si tratta di sommare le oscillazioni del suono e del suo contrario ed emetterle contemporaneamente. Ma l'eliminazione del suono, tra i risultati dei miei esperimenti, è il meno nocivo.
Se quello era il meno nocivo, mi dissi, figurarsi il resto! Mi immaginai, con un senso di sgomento, la gente che aumentava o diminuiva il suono delle cose a proprio capriccio.
-È possibile sopprimere il suono sia in ciò che lo produce che in chi ascolta, continuò il vecchio. - Cioè rimuovere il rumore dell'acqua dal nostro udito, come ho fatto poco fa, o eliminare il suono della nostra voce. Nel caso della voce, trattandosi di un fattore individuale la si può abolire al cento per cento.
-E ha intenzione di presentare al mondo le sue scoperte? - chiesi.
-Neanche per idea! - rispose lui scuotendo una mano. - Divulgare delle informazioni tanto interessanti? Non ci penso nemmeno! Sono cose che faccio solo per divertimento.
Di nuovo fece udire la sua strana risata. Risi anch'io.
-Rivelerò le mie scoperte soltanto a livello specialistico, - continuò. - Ma chi è che si interessa all'acustica? Gli scienziati sono una massa di cretini, non ci capiscono un'acca delle mie teorie. Non c'è nessuno, in tutto il mondo della scienza, che mi prenda sul serio.
-I Semiotici, però, non sono dei cretini. Anzi, sono dei geni nella decodificazione.
Sono in grado di decifrare perfettamente la sua ricerca dalla A alla Zeta.
-Lo so, e ci sto attento. Per questo ho nascosto sia i dati sia il processo intero, ed enuncerò la teoria solo parzialmente. Così non dovrò temere che riescano a leggere i miei risultati. Me ne infischio, io, che il mondo della scienza non mi prenda sul serio!
Fra cento anni la mia teoria sarà comprovata, e a me basta.
- Già...
-È per questo che voglio che lei effettui lavaggio e shuffling su tutto.
-Mi rendo conto.
Nell'ora seguente mi concentrai nell'operazione di lavaggio. Poi feci un'altra pausa.
-Posso farle una domanda? - chiesi al vecchio.
-Dica pure, - rispose lui.
-Riguardo alla giovane donna che mi ha accolto all'ingresso. Quella ragazza bella pienotta, con il tailleur rosa...
-È mia nipote, - disse il vecchio. - In gamba, la ragazza, straordinariamente in gamba! È giovane, ma mi è di valido aiuto nelle ricerche.
-Sì, ma quello che volevo domandarle... è muta dalla nascita, oppure le ha soppresso lei il suono della voce?
-Accidenti! - fece il vecchio battendosi una mano sulla fronte. - Me n'ero del tutto dimenticato! Le ho tolto il suono durante l'ultimo esperimento e poi l'ho lasciata così.
Porca miseria, devo andare di corsa a rimetterglielo!
-Sì, sarà meglio, - dissi.
4. La fine del mondo
La biblioteca.
Il centro della città era una piazza semicircolare che si apriva a nord del Ponte Vecchio. L'altra metà del cerchio si trovava sul lato sud. I due semicerchi venivano chiamati la piazza settentrionale e la piazza meridionale, tanto diverse l'una dall'altra da apparire specularmente opposte a chi le osservasse insieme. Nella parte nord regnava una strana pesantezza, come se dai quattro angoli della città vi confluisse un cupo silenzio. In confronto, la parte sud non procurava quasi sensazioni. Era soltanto impregnata di un vago senso di mancanza. C'erano meno edifici che nella parte nord, le aiuole e la pavimentazione non erano molto curate.
Nel centro della piazza settentrionale si ergeva la Torre dell'Orologio, che puntava verso il cielo come se volesse trafiggerlo. Non meritava il suo nome, sarebbe stato più esatto definirla un monumento a forma di Torre dell'Orologio. Le lancette sempre ferme nella stessa posizione, non svolgeva la funzione per cui era stata creata: misurare il tempo. Era costruita, in pietre quadrate - ogni facciata orientata verso i punti cardinali - e andava assottigliandosi verso l'alto. In cima, sui quattro lati, erano attaccati altrettanti orologi, che segnavano sempre le dieci e trentacinque. Un poco al di sotto dei quadranti c'erano delle feritoie dalle quali si intravedeva l'interno della Torre, uno spazio apparentemente vuoto, dove però non si poteva accedere per mancanza di una scala o qualcosa che permettesse di salire fin lì. La Torre era tanto alta e diritta che per leggere l'ora sarebbe stato necessario attraversare il ponte e andare nella parte meridionale della città.
Dalla piazza settentrionale si irraggiavano a ventaglio file di case in pietra e mattoni. Considerate singolarmente, le costruzioni non avevano alcuna particolarità, alcun segno o cartello che le distinguesse, le porte erano tutte ermeticamente chiuse, non si vedeva entrare o uscire nessuno. Chissà, forse erano edifici in disuso, un ufficio postale dove non arrivava più la posta, una società mineraria che aveva perso le miniere, una camera ardente senza cadaveri... Ad ogni modo le case, silenziose e tranquille, stranamente non davano l'impressione di essere state abbandonate. Ogni volta che attraversavo il quartiere, mi sembrava di percepire all'interno di esse la presenza di persone che non conoscevo, intente a svolgere, trattenendo il respiro, attività a me ignote.
Anche la biblioteca si trovava in un isolato di quel quartiere. In realtà non differiva dalle altre costruzioni, era un semplicissimo edificio in pietra. Nulla indicava a cosa fosse adibito, né un cartello né alcuna caratteristica visibile dall'esterno. Con i suoi vecchi muri scoloriti dall'aria malinconica, i cornicioni stretti, le sbarre di ferro alle finestre e la solida porta in legno, lo si sarebbe potuto prendere per un magazzino per cereali. Se il Guardiano non me l'avesse indicato su una pianta dettagliata, non avrei mai pensato che si trattava di una biblioteca.
-Appena si sarà un po' sistemato, ci vada subito, - mi aveva detto l'uomo il giorno stesso del mio arrivo. - Troverà di guardia una ragazza, le dica che la città le ha assegnato il compito di leggere i vecchi sogni. La ragazza le insegnerà tante cose utili.
-Vecchi sogni? - avevo chiesto interdetto. - E cosa mai sarebbero, questi vecchi sogni?
Il Guardiano stava intagliando un pezzo di legno con un piccolo coltello per ricavarne un piolo o una sorta di chiodo, e fermandosi aveva raccolto i trucioli che coprivano il tavolo e li aveva gettati nel cestino della spazzatura.
-I vecchi sogni sono vecchi sogni. Nella biblioteca ce ne sono fino alla nausea. Ne prenda quanti ne vuole e li legga dall'inizio alla fine.
Dopo aver osservato attentamente il pezzo di legno appuntito e rotondo che aveva fabbricato, il Guardiano, trovandolo di suo piacimento, lo aveva posato accanto a una decina d'altri del tutto simili, ben allineati sullo scaffale dietro di sé.
-Può chiedermi tutto quello che vuole, - aveva proseguito incrociando le mani dietro la testa, - ma non è detto che io abbia voglia di risponderle. Può anche darsi che non possa farlo, dipende dalle sue domande. Comunque d'ora in poi si rechi ogni giorno alla biblioteca a leggere quei vecchi sogni. È questo il suo compito. Ci vada verso le sei di sera e ci resti fino alle dieci o alle undici. La cena gliela preparerà la ragazza. Per il resto del tempo è libero, può fare quello che vuole. Mi sono spiegato?
-Sì, certo. E fino a quando dovrò fare questo lavoro?
-Mah, non saprei... fino a quando verrà il momento di smettere -. Dette queste parole, il Guardiano aveva preso un altro pezzo di legno dalla catasta e si era messo a intagliarlo col coltello. - La città è piccola e piuttosto povera, non c'è posto per gente che perde tempo a bighellonare. Ognuno deve svolgere il compito che gli è stato assegnato. Il suo consiste nel leggere i vecchi sogni alla biblioteca. Non credo che sia venuto qui con l'idea di spassarsela e oziare tutto il giorno, vero?
-Lavorare non è un peso, per me. Anzi, preferisco fare qualcosa che starmene con le mani in mano.
-Bravo, - aveva detto il Guardiano annuendo, le dita sulla lama del coltello. - Allora si metta all'opera il più presto possibile. D'ora in poi lei sarà il Lettore di Sogni. Si dimentichi il suo vero nome, ormai si chiama così. Come io mi chiamo il Guardiano.
È tutto chiaro?
-Chiarissimo.
-E come c'è un solo Guardiano, in questa città, così c'è un solo Lettore di Sogni.
Perché per diventarlo bisogna averne le qualità. Qualità che adesso io le conferirò.
Così dicendo l'uomo aveva tirato fuori dalla credenza un piattino bianco e lo aveva posato sul tavolo. Vi aveva versato dell'olio, poi con un fiammifero vi aveva dato fuoco. Quindi dallo scaffale dov'erano allineati gli attrezzi aveva preso uno strano coltello dalla forma piatta, come quelli che si usano per spalmare il burro, e ne aveva scaldato la punta sulla fiamma per una decina di minuti. Dopodiché aveva spento il fuoco e lasciato raffreddare il coltello.
-Questo è solo per conferirle una peculiarità, non le farò assolutamente male, non deve avere paura. In un attimo sarà tutto finito.
Detto ciò, il Guardiano aveva tenuta aperta la palpebra del mio occhio destro, e con la punta del coltello mi aveva trafitto il globo oculare. Però, come mi era stato assicurato, non avevo provato alcun dolore, e stranamente nemmeno paura. Il coltello era penetrato nel mio occhio con facilità, in silenzio, come se sprofondasse nella gelatina. Dopodiché il Guardiano aveva sottoposto allo stesso trattamento il mio occhio sinistro.
-Quando avrà portato a termine il suo lavoro, la cicatrice sparirà da sola, - aveva detto riponendo il piattino e il coltello. - È solo il segno che lei è il Lettore di Sogni.
Finché ne sarà marchiato, però, dovrà evitare la luce. Mi ascolti bene, guai se dovesse guardare la luce del sole. Sarebbe severamente punito. Quindi può uscire soltanto la sera o col cattivo tempo. Nelle belle giornate mantenga la sua stanza più buia che può, e ci si chiuda dentro.
Il Guardiano mi aveva poi dato un paio di occhiali dalle lenti scure dicendomi di portarli sempre, tranne quando dormivo. Ed era stato così che avevo perso la luce del sole.
Alcuni giorni dopo, la sera, spinsi la porta della biblioteca.
Il pesante battente di legno si aprì con un cigolio, lasciando intravedere un lungo corridoio diritto. L'aria sapeva di chiuso, di polvere e di umidità, come se ristagnasse da anni. Le assi del pavimento erano consumate dai passi delle persone, l'illuminazione elettrica aveva ingiallito i muri di stucco.
Lungo il corridoio si aprivano diverse porte chiuse da catenacci, le maniglie bianche di polvere. L'unica priva di lucchetto si trovava in fondo, un battente leggero, provvisto di vetri smerigliati oltre i quali brillava la luce di una lampada. Vi bussai più volte, ma non ottenni risposta. Allora posai la mano sulla maniglia di ottone ossidato e provai a girarla piano piano: la porta si aprì silenziosamente verso l'interno.
Nella stanza non c'era nessuno. Un locale disadorno e quasi vuoto, grande come la sala d'aspetto di una stazione, senza finestre, senza la minima decorazione. Vidi soltanto un tavolo piuttosto rozzo, tre sedie, una stufa a carbone di quelle che si usavano una volta, un grande orologio a muro e un bancone. Sulla stufa era posato un bricco di smalto nero, scrostato qua e là, da cui usciva del vapore bianco. Dietro il bancone c'era un'altra porta con i vetri smerigliati, identica alla prima, oltre la quale brillava un'altra lampada. Per qualche secondo mi chiesi se dovessi bussare anche a quella, ma decisi di restare dove mi trovavo e aspettare che qualcuno si facesse vivo.
Sul bancone erano sparpagliati dei fermagli per la carta. Ne presi in mano uno e ci giocherellai un po', poi mi sedetti al tavolo.
La ragazza apparve sulla porta dietro il bancone dieci o quindici minuti più tardi.
Teneva in mano un fascio di fogli. Quando mi vide sembrò un po' stupita e le guance le si arrossarono leggermente.
-Mi scusi, - disse, - non sapevo che ci fosse qualcuno. Perché non ha bussato? Ero occupata nella stanza in fondo a fare un po' d'ordine, è tutto sottosopra.
Osservai a lungo il suo viso, senza parlare. Mi ricordava qualcosa. Smuoveva quietamente qualche morbido sedimento in fondo alla mia coscienza. Però non sapevo spiegarmi quella sensazione, le parole restavano impastoiate in una lontana oscurità.
-Come saprà, qui non viene più nessuno. Qui ormai ci sono soltanto dei vecchi sogni, nient'altro, - disse la ragazza.
Io annuii leggermente, senza distogliere lo sguardo dal suo viso. Cercavo di leggere qualcosa nei suoi occhi, nelle labbra, nell'ampia fronte, nei capelli neri legati sulla nuca, ma più osservavo i dettagli più sentivo allontanarsi e svanire l'immagine globale. Rinunciai e chiusi gli occhi.
-Mi perdoni, ma non si sarà mica sbagliato con un altro edificio? Le case in questo quartiere si assomigliano tutte, - disse la ragazza posando il fascio di fogli sul bancone, di fianco ai fermagli. - Soltanto il Lettore di Sogni può venire qui a leggere i vecchi sogni, nessun altro può entrare.
-È proprio quello che sono venuto a fare, - risposi, - ho ricevuto l'incarico dalla città.
-Mi scusi, potrebbe togliersi gli occhiali?
Obbedii e voltai gli occhi nella sua direzione. Lei osservò a lungo le mie pupille sbiadite, che erano il marchio del Lettore di Sogni. Ebbi l'impressione che il suo sguardo mi penetrasse fino al midollo.
-Va bene, si rimetta pure gli occhiali, - disse. - Gradisce un caffè?
-Volentieri, - risposi.
La ragazza andò a prendere due tazze nella stanza accanto, vi versò il caffè che era nel bricco e si sedette dall'altra parte del tavolo.
-Oggi non ho preparato niente, cominciamo domani. Come sala di lettura questa le va bene? O preferisce che gliene apra un'altra?
Dissi che quella andava benissimo. - Lei mi aiuterà? - chiesi.
-Sì, certo. Il mio lavoro consiste nel custodire i vecchi sogni e aiutare il Lettore.
-Non è che ci siamo già incontrati da qualche altra parte, per caso?
La ragazza alzò gli occhi e mi guardò fisso in volto. Sembrò frugare nella sua memoria, alla ricerca di qualcosa da associare a me, ma alla fine rinunciò e scosse la testa.
-In questa città, credo che lo sappia anche lei, la memoria è qualcosa di molto instabile e confuso. Alcune cose le ricordo, altre no. Purtroppo lei si trova fra queste ultime. Mi scusi.
-Non fa niente. Non è grave.
-Ad ogni modo non è escluso che ci siamo già visti. Ho sempre vissuto in questo posto, che non è certo una metropoli.
-Io invece ci sono arrivato solo qualche giorno fa.
-Solo qualche giorno fa? - chiese lei sorpresa. - Allora mi scambia certamente con un'altra persona, perché in tutta la mia vita non sono mai uscita dalla città. Dev'essere qualcuno che mi assomiglia.
-Probabilmente, - risposi, e bevvi un sorso di caffè. - Però, sa, qualche volta penso che noi tutti in tempi precedenti siamo vissuti in un altro posto e abbiamo avuto un'altra esistenza. Poi per qualche ragione ce la siamo dimenticata, e viviamo ignari di quel che è stato, senza dubitare di nulla. Non le capita mai di pensare così?
-No, mai. Ma forse a lei vengono di queste idee perché è il Lettore di Sogni. Un Lettore di Sogni pensa e sente in maniera molto diversa dalla gente comune.
-Mah, chissà... - dissi.
-Allora lei ricorda dove si trovava prima e cosa faceva?
-No, non me lo ricordo, - risposi. Poi andai al bancone, presi uno dei fermagli sparpagliati sul ripiano e lo guardai per qualche secondo. - Però qualcosa c'è stato, ne sono sicuro. E ho l'impressione di avere incontrato lei, là dove mi trovavo.
Il soffitto della biblioteca era alto, e la stanza silenziosa come il fondo del mare.
Con il fermaglio in mano, senza pensare a nulla, mi guardai distrattamente intorno.
La ragazza si sedette al tavolo e continuò a bere il suo caffè senza parlare.
-Non so nemmeno io perché sono venuto qui, - proseguii. Alzai gli occhi a guardare il soffitto, particelle di luce gialla provenienti dal lampadario sembravano contrarsi ed espandersi. Probabilmente un'illusione delle mie pupille ferite. I miei occhi erano stati trasformati dal Guardiano in maniera da poter vedere cose straordinarie. Il vecchio e grande orologio attaccato al muro scandiva in silenzio il tempo. - Forse una ragione c'è, ma me la sono scordata.
-Questo è un posto molto tranquillo, - disse la ragazza. - Se è venuto qui in cerca di pace, si troverà bene.
-Sì, lo credo anch'io, - risposi. - Allora oggi cosa devo fare?
Lei scosse la testa, si alzò lentamente e prese le due tazze ormai vuote.
-Per oggi nulla. Inizierà domani. Ora torni a casa e si riposi.
Di nuovo alzai gli occhi al soffitto, poi guardai la ragazza.
Non c'era dubbio, il suo viso era strettamente legato a qualcosa che conservavo nel cuore. Qualcosa che mi turbava. Chiusi le palpebre e scandagliai il fondo del mio animo offuscato. Sentii il silenzio ricoprirmi come pulviscolo impalpabile.
-Allora vengo domani sera alle sei, - dissi.
-Arrivederci, - rispose la ragazza.
Quando uscii dalla biblioteca mi appoggiai alla ringhiera del Ponte Vecchio, e ascoltando il mormorio dell'acqua contemplai la città, dalla quale le bestie si erano ritirate. Osservai la muraglia che la circondava, la Torre dell'Orologio, le case lungo le sponde del fiume e la catena di montagne a nord, con il bordo dentellato come una sega. Cominciava a calare l'oscurità azzurrata della sera. L'unico rumore che arrivasse alle mie orecchie era quello dell'acqua. Anche gli uccelli se n'erano andati chissà dove.
Forse ero arrivato fin lì in cerca di pace, aveva detto la ragazza. Ma non avevo alcun modo di verificarlo.
Quando si fece buio e i lampioni che si susseguivano lungo il fiume si accesero, mi incamminai per le strade deserte verso la collina occidentale.
