KOLCHOZ
Emmanuel Carrère
Recensione
vale flip
in Leggo Letteratura
Un grande arazzo, pazientemente intessuto, a questo mi fa pensare Kolchoz. Non una storia. ma tante, per collocare la"famiglia" all'interno della Storia.
Ogni famiglia ha un suo modo di essere, questa è quella di Carrère.
Una madre sempre presente nella vita e nelle pagine del libro; una donna rigorosa, tutta presa dai suoi importanti impegni che si rivela tuttavia una madre amorosa, capace di stabilire un legame affettivo forte, che dura nel tempo. Lo dice lui stesso che non ha amato e non amerà nessuna altra donna come ha amato sua madre.
Un padre spesso assente, presentato con tratt leggeri, sfumati. Eppure è anche grazie all'opera paziente del padre che possiamo leggere questa storia, grazie al suo certosino lavoro di ricerca ed al suo amore imperturbabile. È il padre in che ha raccolto con/per amore notizie e testimonianze sul complesso albero genealogico della famiglia d sua moglie. Tutta una vita, tante vite immerse nella storia d'Europa.
Arriviamo alla parte finale, dolorosamente scandita, quasi in tempo reale: la morte della madre. Senso di rispetto. dolore, amore che traspare da ogni frase pronunciata o pensata. E poi l'addio al padre in un fermo immagine difficile da dimenticare
KOLCHOZ
Cap. 1-10
I
L’OMAGGIO NAZIONALE
I rappresentanti delle istituzioni
Il 3 ottobre 2023, cinquantanove giorni dopo la sua morte, nel cortile d’onore degli Invalides viene reso a nostra madre un omaggio nazionale. Bandiere, uniformi, controspalline, decorazioni. L’orchestra della Guardia repubblicana suona, molto bene, l’andante della sinfonia Jupiter e, per la parte russa, la Serenata di Čajkovskij. Siamo circa duecento, e aspettiamo pazientemente, seduti su sedie di plastica bianca all’interno di un recinto quadrato delimitato da cordoni rossi, in fondo all’immenso cortile lastricato: famiglia, ospiti della famiglia, accademici di Francia, ministri, rappresentanti delle tre forze armate – terra, cielo, mare – e delle istituzioni – cioè le più alte cariche dello Stato. Per un’ora il sole ci scalda gradevolmente. Poi scompare dietro il tetto e all’improvviso fa freddissimo. Ci pentiamo di non esserci coperti meglio. Nostro padre, seduto sulla sedia a rotelle, è avvolto in un plaid. Non so cosa capisca di preciso di ciò che sta avvenendo. In certi momenti sembra dimenticare che è vedovo. In altri, se ne ricorda e piange in silenzio, per poi ridiventare assente. Questo pomeriggio è costretto a una lunga fase di lucidità, ma con nostra madre ha acquisito da tempo l’abitudine al protocollo, alle cerimonie solenni, alle parate del 14 luglio dalla tribuna presidenziale: non è poi troppo disorientato. Sorride, smarrito ma cortese, a chi viene a salutarlo. Rullo di tamburi. Un reparto di dodici guardie repubblicane fa il suo ingresso da sinistra. Le prime due portano una foto, il doppio della grandezza naturale, della defunta in divisa da accademica. Le ultime tre, su cuscini rossi, la sua spada, la sua feluca e le sue insegne di Gran croce della Legion d’onore. La foto gigante viene collocata su un cavalletto, al centro del cortile. Mi chiedo cosa ne faranno dopo. Mi chiedo cosa ne abbiano fatto. Aspettiamo ancora. Infine arriva Emmanuel Macron. Solo, da destra, in un cappottino avvitato, nel quale credo avrei molto freddo, ma lui non ha mai né freddo né caldo: ne ho potuto osservare la termoregolazione, molto particolare, in occasione di un suo ritratto che ho scritto per il «Guardian», all’inizio del suo primo mandato. Lo avevo seguito a Saint-Martin, territorio d’oltremare appena devastato da un uragano. Il caldo e l’umidità erano tali che appena scesi dall’aereo grondavamo tutti di sudore, con aloni fino alla vita. Tutti, tranne Macron. Per otto ore non lo abbiamo perso di vista, non ha avuto un solo momento per eclissarsi e cambiarsi la camicia e, a fine giornata, noi eravamo fradici, mentre lui era fresco come all’inizio. La prima frase del mio reportage era: «Quest’uomo non suda», e mia madre, quando gliel’ho raccontato, lo ha ascritto a suo merito: un uomo ammodo non suda. Naturalmente, il discorso di Macron è opera di qualcun altro – un ghostwriter, come si dice, ma è un bravo ghostwriter, ed è probabile che Macron vi abbia aggiunto qualcosa di suo. Dice che nel sangue di nostra madre scorrevano tutti i fiumi d’Europa, tra il Volga e il Reno, che tra i suoi antenati c’erano principi russi e baroni baltici, un generale prussiano, la traduttrice di George Sand in georgiano, una damigella d’onore dell’ultima imperatrice e almeno un regicida. Che alcuni vivevano in Toscana in una residenza estiva dei Medici, che altri portavano dei lupi al guinzaglio nei salotti di San Pietroburgo e che, dopo avere posseduto tanto, queste persone avevano perso tutto nella bufera del 1917. Descrive il mondo miserabile e splendido degli esuli russi, i granduchi diventati tassisti, le principesse che si mantenevano lavorando come stiratrici a domicilio, e la bambina talmente orgogliosa da vergognarsi ogni anno quando, il primo giorno di scuola, doveva scandire il suo cognome: Zourabichvili. «Ma è uno scioglilingua» sospiravano i professori. Con una certa audacia, non omette né il padre collaborazionista, scomparso alla liberazione di Bordeaux quando lei aveva quindici anni, né il figlio – io – che ha rivelato questa vecchia storia in un libro che l’ha fatta soffrire. Legenda aurea: nostra madre era apolide, e il giorno in cui è diventata francese avrebbe voluto, in municipio, cantare La Marsigliese, recitare la Costituzione, giurare sulla bandiera, ed è rimasta delusa quando non le è stato chiesto nulla di tutto ciò. Saltiamo venti, trent’anni. La ragazza diventa un’esperta dell’Unione Sovietica, «questo colosso di cui lei è stata fra i primi a mostrare i piedi d’argilla», e arrivano i riconoscimenti, la gloria, l’elezione all’Académie française. Con voce dolce, suadente, con pause sapientemente distribuite, Macron la descrive mentre incede sotto la cupola dell’Institut de France, salutando i presenti intorno a lei, «e all’improvviso, un istante, rallenta, per una frazione di secondo, lo spazio di una vertigine. Quel giorno, sedendo sullo scranno di Corneille e di Victor Hugo, la figlia di poveri esuli che aveva imparato il francese a cinque anni è divenuta l’incarnazione della Repubblica francese e della sua lingua, che ha servito sino all’ultimo istante». Per concludere, un aneddoto che non so chi abbia raccontato al ghostwriter, ma è difficile immaginare una chiusa migliore. Negli ultimi mesi di vita nostra madre lavorava a spron battuto per portare a termine la nona edizione del vocabolario dell’Académie. Il 6 luglio, un mese esatto prima della morte, ha presieduto la sessione in cui è stata definita l’ultima parola della lingua francese: zygomatique. «Dopo zygomatique» conclude Macron «si può morire serenamente. E ora è a lei, Hélène, nipote delle steppe e madre dell’Académie, apolide e matriarca, orfana e zarina, che la Francia in lutto rende un’ultima volta omaggio. Viva la Repubblica! Viva la Francia!».
Nello studio di mia madre
Il giorno prima della cerimonia agli Invalides io e le mie sorelle abbiamo restituito le chiavi dell’immenso appartamento di rappresentanza in quai Conti dove i nostri genitori abitavano da quando nostra madre, fino allora semplice membro dell’Académie, ne era divenuta la segretaria perpetua. Una parte dei mobili ha trovato posto nell’appartamento, di dimensioni più ragionevoli, che i nostri genitori avevano acquistato in previsione del giorno in cui avrebbero lasciato l’Académie e in cui in definitiva nostro padre vivrà da solo. Il mio contributo a questo ragguardevole trasloco è consistito soprattutto nel fare una cernita dei libri e degli archivi contenuti negli studi dei nostri genitori. Con le sue librerie – i cui scaffali più alti si potevano raggiungere grazie a una scala di legno verniciato –, i suoi fermacarte di bronzo, i suoi sottomani di pelle rossiccia, le sue foto incorniciate nelle quali lei compare accanto ai papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, a Chirac, a Sarkozy, a Simone Veil, a Claude Lévi-Strauss e a Vladimir Putin, quello di mia madre è così solenne che mi ci vedrei male a lavorarci, ma lei lo faceva tutti i giorni, sia dedicandosi ai numerosi impegni legati alle sue funzioni, sia scrivendo, di buon mattino, per tre ore filate, libri che trovo ammirevole abbia continuato a scrivere fino all’ultimo – anche se nulla la obbligava e non aggiungevano molto alla sua gloria. Era una disciplina a cui teneva, come farsi la doccia fredda (diceva di farsi anche bagni freddi, come Ernst Jünger) o imparare il tedesco a novant’anni. Conservavo, scartavo, impilavo – le pile più alte erano, come sempre quando si riordina, quelle per cui rinviavo il momento della decisione. Dopo che le mie sorelle se n’erano andate, rimanevo fino a tardi nell’appartamento ormai deserto. Dalle alte finestre guardavo scorrere la Senna sotto il pont des Arts e il flusso delle automobili sul quai. Arrivata l’ora, accendevo la televisione per seguire il programma quotidiano che la rete all news LCI dedicava alla guerra in Ucraina. Mai mi ero interessato così da vicino a un avvenimento di attualità, mai avevo guardato tanti video in loop, ascoltato tanti esperti. Di questi esperti mia madre era stata la più famosa. Il che non le aveva impedito, fino al giorno prima dell’invasione, di ripetere che Putin era un uomo brutale ma razionale, attento al proprio interesse, e che mai e poi mai avrebbe compiuto una tale follia. Era stata derisa. Alcuni giornalisti avevano stigmatizzato la sua indulgenza verso la Russia. Ne era rimasta ferita. Ma, trascorsi i pochi giorni in cui aveva vacillato come un pugile suonato, era risalita sul ring, e con un surplus di competenza derivatole dall’ammissione del proprio errore: se non lo aveva previsto lei, chi avrebbe potuto? Dopo la sua morte la guerra continuava ancora più furiosa, e io non avevo smesso di interessarmene, ma sembrava ormai lontanissimo il tempo in cui – con l’intera Ucraina che si era sollevata contro l’invasore, aveva ricevuto il sostegno incondizionato dell’Europa e il suo esercito di volontari aveva riconquistato Charkiv e Cherson – alcuni, me compreso, scommettevano su qualcosa di tanto enorme e inverosimile come la sconfitta della Russia. Purtroppo, in quell’autunno del 2023 in cui passavo al vaglio le carte di mia madre, le sanzioni non avevano affatto messo l’economia russa in ginocchio, la guerra si stava impantanando in trincee fangose e sanguinose che ricordavano Verdun e il capo dell’esercito ucraino riconosceva freddamente che la controffensiva era fallita e che i russi stavano prendendo il sopravvento. Anziché sgretolarsi, l’Impero si rafforzava. Dal canto suo, Vladimir Putin non sembrava proprio un uomo che si sveglia di notte in un lago di sudore, chiedendosi perché, perché mai ha fatto una tale pazzia, ma piuttosto un uomo che aspetta tranquillamente, con un sorriso sornione, in quanto sa che il tempo è dalla sua parte.
Nello studio di mio padre
Usciti dallo studio di mia madre, si attraversava un salotto così grande che per ventitré anni i miei figli, i miei nipoti e il figlio di mio figlio – che è stato chiamato Louis come il suo bisnonno – ci hanno giocato a calcio sulla moquette, poi una sala da pranzo decorata con una quarantina di ritratti, tutti di forma quadrata, di accademici del XVII e XVIII secolo: i fratelli Pierre e Thomas Corneille, Racine, Buffon, dei quali mio padre era ancora in grado di ricordare i nomi mentre dimenticava, per esempio, che mezz’ora prima gli avevo presentato Charline dicendogli che ci saremmo sposati. Ogni volta che andavo a trovarlo, per stimolarlo gli chiedevo: «E quello, chi è?». Non aveva mai un istante di esitazione: «Fontenelle! Champfleury!». Da questa sala da pranzo, un corridoio lunghissimo conduceva alla stanza scura, tappezzata di tela di iuta verde bottiglia, che chiamavamo il suo studio senza sapere molto bene cosa ci facesse. Dall’inizio del lockdown e del suo stesso declino, se ne stava lì dalla mattina alla sera, davanti a un televisore che trasmetteva in continuazione documentari geografici e concerti di musica classica, e anche a questi tentavo di farlo reagire, perché aveva amato e amava ancora la musica. Cercavamo di riconoscere insieme i compositori e gli interpreti, e qualche volta gli facevo ascoltare sul mio cellulare uno dei pezzi che un tempo suonava al pianoforte. Lo studio di mio padre si è rivelato molto più difficile da riordinare di quello di mia madre, il suo contenuto molto più eterogeneo, perché lui era, in tutte le accezioni del termine, straordinariamente conservatore. Archiviava tutto: i nostri compiti scolastici, le candeline delle nostre torte di compleanno, le cartoline spedite durante le settimane bianche con la scuola, i programmi dei concerti, i cartoncini con la disposizione dei posti a tavola, i biglietti del cinema, le tessere fedeltà di negozi chiusi da quarant’anni e, in un cofanetto di legno intagliato a cui teneva molto perché gli era stato regalato dall’ultimo forzato ancora vivo della colonia penale della Caienna, una busta contenente una foglia di felce essiccata, «raccolta a Hergas l’11 aprile 1976». Accovacciato sulla moquette, sono rimasto un minuto assorto a chiedermi dove fosse Hergas – ho controllato, nei Pirenei – e cosa mai potesse fare lì l’11 aprile 1976, poi ho continuato a svuotare i cassetti apparentemente senza fondo di un secrétaire che era stato di sua madre, uno dei mobili più massicci e più brutti che mi sia mai capitato di vedere. Ciò che più mi interessava in quel caos erano le scatole di lettere e gli album di foto, soprattutto quelle degli anni Cinquanta e Sessanta, che raccontano la nostra infanzia e la loro giovinezza. Queste foto di piccolo formato, con i bordi dentellati, sono invecchiate meglio di quelle dei decenni successivi, dai colori sbiaditi e sbavati, in cui è strano fino a che punto tutti, genitori e figli, siamo brutti e infagottati, mentre le più vecchie hanno tutte una certa eleganza; mio padre ad esempio indossa una maglietta a righe e delle espadrillas che gli conferiscono un fascino paradossalmente moderno, nobilitato dal bianco e nero. Negli ultimi tempi avevo sfogliato questi album con lui, chiedendogli di dirmi chi fossero alcune persone che non conoscevo. In quel campo era infallibile, come con i volti degli accademici del Grand siècle o con il rubato dei nostri pianisti preferiti, e avevo l’acuta consapevolezza che, dopo la sua morte, più nessuno al mondo sarebbe stato in grado di dirmi che l’uomo accanto a lui, in quella foto scattata a Cazères-sur-Garonne nel luglio 1962, era il droghiere Robert Anet, suo amico d’infanzia, o quell’altro, Lécussan, il proprietario della Maison de la Presse, la cartolibreria dove mia madre mi ha comprato i primissimi libri. In quell’estate lei mi ha insegnato a leggere e ho imparato a nuotare, nella piscina comunale in cui Lécussan era anche istruttore di nuoto. Tenendomi una mano sotto la pancia, mi faceva attraversare per tutta la sua lunghezza la vasca che scintillava sotto il sole, fino ai gradini di ceramica azzurra da cui mia madre mi guardava avvicinarmi. Vedevo quanto fosse orgogliosa del suo bambino, e anch’io ero orgoglioso, incredibilmente orgoglioso e felice. Questo momento di felicità e pienezza senza eguali l’ho descritto quarantacinque anni dopo nelle ultime pagine del libro a cui Emmanuel Macron ha fatto allusione agli Invalides. Quel libro si intitola Un romanzo russo, ed è vero che ha fatto soffrire mia madre. Dopo la sua pubblicazione non ci siamo visti per diversi anni. Il fascicolo a mio carico era pesante, ero stato violento. Oscar Wilde ha scritto questa frase, così bella, così azzeccata: «Da piccoli, i figli amano i genitori; diventati adulti, li giudicano; e qualche volta li perdonano». E non è meno vero l’opposto: anche i genitori se la cavano degnamente se prima di morire hanno la possibilità di perdonare i figli.
Genealogia
Negli archivi di nostro padre l’unica cosa in ordine – o comunque organizzata secondo un ordine accessibile ad altri – erano i faldoni contenenti le sue ricerche genealogiche. La genealogia è stata il pallino di tutta la sua vita. Per tutta la vita ha intrattenuto rapporti epistolari con parroci dell’Ariège, araldisti bavaresi o un lontano cugino peruviano che viveva a Lima commerciando in funghi allucinogeni – ed erano entrambi entusiasti di potersi scambiare informazioni sulla loro avventurosa nonna e prozia, Gabrielle Carrère, che nel 1912, a venticinque anni, aveva lasciato Pau per attraversare l’Atlantico, da sola, a bordo del piroscafo Gascogne. Sul ponte si era trovata accanto a un giovane inglese che si chiamava Robert Duncan – le cui tracce si perdono qui. Naturalmente sapevo che mio padre si dedicava a queste ricerche, ma non immaginavo che da quando era in pensione tutti quei documenti sparsi, disordinati, accumulati nel corso di settant’anni, li avesse accuratamente catalogati e riassunti, sicché stanno in cinque corposi faldoni, uno riguardante la sua famiglia, gli altri quattro quella della moglie – questa sproporzione si spiega sia con il fatto che si è sempre interessato più a lei che a se stesso, sia con il fatto che oggettivamente si sa di più sulle famiglie aristocratiche che su quelle contadine. Questi faldoni sembrano vere e proprie monografie, rilegate, divise in capitoli, illustrate da alberi genealogici ma anche da mappe, incisioni o foto, tutto nella sua bella grafia elegante, verticale e inclinata, difficilmente leggibile – non ne ho mai vista una simile. Ho passato a farne lo spoglio i cinque mesi che nostro padre è sopravvissuto a nostra madre. Ho cercato di interrogarlo, ma era troppo tardi. Dopo che lei è morta ciò che tanto lo aveva interessato non lo interessava più, e quando è morto anche lui non mi è rimasto altro che il rimpianto di avere così tenacemente perso l’occasione, che pure sognavo, di riavvicinarmi a lui, di ascoltarlo, di andare sul suo terreno, invece di considerare con così scarso interesse le sue ricerche, quasi collezionasse francobolli – e forse, del resto, anche se avesse collezionato francobolli avrebbe meritato che me ne interessassi, che vedessi in questo hobby una via di accesso alla sua vita interiore. Certo è comunque che se mi fosse venuto, come accade spesso nell’ultima parte della vita, il desiderio di conoscere la storia della mia famiglia – e, poiché sono scrittore, di scriverla –, mi ci sarebbero voluti anni per raccogliere un quarto del materiale che ha raccolto mio padre, e che mi lascia in eredità. È tutto pronto, catalogato, ordinato, i personaggi identificati, le loro biografie riassunte, i loro ritratti accompagnati da didascalie. Come se, da dove si trova, mio padre mi stesse dicendo: ora tocca a te.
L’orizzontale e il verticale
I libri, i film, i racconti che più mi coinvolgono sono quelli che presentano contemporaneamente la dimensione orizzontale della vita e quella verticale. Orizzontale: l’amore, l’amicizia, i legami che si formano quando si compie la traversata nelle stesse acque, nello stesso tempo. Verticale: i rapporti fra le generazioni. Genitori e figli, antenati e discendenti, che hanno abitato mondi diversi, condiviso altri racconti collettivi, altri valori, altri assiomi – dal momento che ciò che era ovvio, diciamo, per i nostri nonni, a noi risulta non solo estraneo ma spesso scandaloso. Mi piace avere la possibilità di accedere contemporaneamente all’una e all’altra dimensione dell’esperienza umana, credo sia questo il segreto dei grandi libri (Guerra e pace, I Buddenbrook, Kristin Lavransdatter...), ma in realtà, via via che invecchio, quel che più mi interessa è la dimensione verticale. Non tanto i miei amici e i miei amori, quanto i miei genitori, i miei figli, il bambino che sono stato. È di questo che ho voglia di scrivere oggi. Allo stesso tempo...
Allo stesso tempo...
... Allo stesso tempo, sono fra quelli, sempre più numerosi, convinti che stiamo andando incontro a una catastrofe storica senza precedenti, il tracollo della nostra civiltà, se si è ottimisti, e, se si è pessimisti, l’estinzione della nostra specie. Se è vero, se davvero sta accadendo questo, che senso ha scrivere di altro? Davanti al fatto che siamo otto miliardi sulla terra, al disastro ecologico irreversibile, alla crisi migratoria, davanti all’intelligenza artificiale che ci inghiottirà senza lasciarci il tempo di accorgercene, davanti, per inciso, alla fine della democrazia e di tutti i nostri valori, nostri in quanto occidentali (dico «per inciso» perché tranne noi nessuno sembra ritenerla una grave perdita), davanti a tutto ciò non è forse completamente fuori luogo scrivere della propria piccola vita che sta finendo, della propria piccola famiglia, della giovinezza dei propri genitori? A mia discolpa, io non faccio solo questo e so, iniziando questo libro, che si parlerà molto dell’Ucraina e della feroce guerra che vi sta conducendo la Russia, perché nel bene e nel male la Russia è per me una questione di famiglia: il nostro asse verticale. Ma gli ultimi mesi dei miei genitori, ma l’abisso di tempo che mi separa dal bambino che sono stato negli anni Sessanta, pazzo di gioia quando sua madre gli sorrideva dai gradini di ceramica azzurra della piscina di Cazères-sur-Garonne, per quanto minuscoli siano, non sono insignificanti. Ciò che avremo conosciuto nel nostro piccolo fazzoletto di terra e in nessun altro, nella nostra piccola finestra di tempo e in nessun’altra, nel piccolo essere che ci è stato dato di abitare e in nessun altro, il mondo può anche crollare – e con ogni evidenza sta crollando –, ma resta comunque il mestiere di persone come me renderne conto. Allora, poiché loro sono morti, e fintanto che sono vivo, lo faccio io.
II
GEORGES
«Curioso ammiccamento della Storia a una coppia del XX secolo...»
Il faldone che mio padre ha dedicato al ramo paterno, georgiano, della famiglia della moglie si apre con un paragrafo strano, parecchio strano, che dà un’idea del suo stile. Il nonno di Hélène Zourabichvili, scrive mio padre, è nato a Poti, e Poti, «battezzata dai Greci Phasis nel V secolo a.C., era un porto all’estremità del Mar Nero, dal quale passava una delle più grandi vie commerciali dell’antichità: quella che collegava l’India alla Turchia, dopo avere attraversato la Persia, costeggiato il Mar Caspio e seguito il corso tortuoso del Kura». Fin qui, tutto bene: lezione di storia e geografia antiche, che hanno sempre appassionato mio padre. Ma ecco il seguito: «Curioso ammiccamento della Storia a una coppia del XX secolo della nostra èra, proveniente da queste regioni tanto lontane fra loro: nel corso della sua spedizione in Oriente, Pompeo conquistò Phasis, poco tempo dopo avere fatto tappa a Encausse, le cui acque avevano guarito i suoi soldati e i loro cavalli dalla malaria contratta in Spagna». Davanti a queste cinque righe, che hanno tutto per passare inosservate, ho sobbalzato. Una breccia, all’improvviso. Uno spiraglio, che si apre direttamente sull’anima di mio padre. Si chiamava Carrère d’Encausse, cognome in parte usurpato come vedremo, ma al quale mia madre ha dato grande lustro. Encausse, di cui era originaria la famiglia materna di mio padre, è una minuscola stazione termale dei Pirenei, un tempo rinomata per la cura della renella – cioè dei calcoli renali. Certamente non esisteva nell’antichità, almeno non con questo nome. Ma mio padre era scrupoloso, non amava i voli di fantasia, e non penso che si sia inventato questa improbabile migrazione del generale romano Pompeo dalla culla della propria famiglia a quella, in effetti tanto lontana, della famiglia di sua moglie. Ho controllato. Pompeo ha riportato la pace in Spagna nel 72 a.C. (un capo britanno, citato da Tacito: «I romani ... fanno il deserto e lo chiamano pace»). Poi, nel 65 a.C., ha conquistato il Caucaso, e in particolare Phasis. Per andare da una colonia all’altra, da poco inglobate nell’Impero, le sue legioni sono senz’altro passate per i Pirenei – e allora perché non per Encausse? Per quanto traballante, l’ipotesi regge. Ma per concepirla era necessario un poderoso interesse psichico, e mi commuove l’immagine di mio padre, nello studio tappezzato di verde bottiglia in cui verso la fine della sua vita trascorreva da solo la maggior parte del tempo, che passa in rassegna questo materiale raccolto nel corso di tanti anni, questi appunti quasi illeggibili per chiunque se non per lui, scritti sul retro di moduli assicurativi o su carta intestata d’albergo durante quei viaggi in provincia che sono stati la parte migliore della sua carriera professionale, e inizia a mettere tutto in bella, come si mette in ordine la propria vita, e con la sua calligrafia elegante aggiunge in esergo a tale lavoro immenso e segreto questa dichiarazione d’amore alla moglie, che certamente non l’ha mai letta: «Curioso ammiccamento della Storia a una coppia del XX secolo...».
Le tre componenti di un volto
Dopo questo preludio, mio padre si lancia in una lezione di storia della Georgia, dai tempi di Pompeo, quando questo piccolo paese montuoso del Caucaso si chiamava Colchide, al 1783, quando, per sottrarsi all’Impero ottomano, si mette sotto la protezione della Russia – che, nel 1801, procede a un’annessione pura e semplice. Evoca brevemente le lotte e le scaramucce fra l’esercito coloniale russo e i guerriglieri caucasici che, rintanati sulle loro montagne, resistono metro per metro all’invasione. Ma a mio padre interessano poco i guerriglieri caucasici. Quel che gli interessa sono i conquistatori russi, gli aristocratici russi, le teste calde del Romanticismo russo. Chi, come Lermontov, aveva scritto poesie contro lo zar o ucciso qualcuno in duello veniva spedito laggiù a farsi impallinare, ma anche a vivere intensamente. Il Caucaso è stato il Far West dei russi, il loro territorio apache, e mio padre era di un’epoca – e di un’indole – nella quale nei film western ci si identificava con i cow-boy, non con gli indiani. Così infila nella storia i nomi del conte Panin, una sorta di generale Custer «inviato da Caterina II con la missione di liberare i cristiani catturati dalle popolazioni di montagna», e del conte Grabbe, capo del corpo di spedizione russo, noto per la sua brutalità. I due, Panin e Grabbe, sono avi di mia madre. Da giovani i miei genitori hanno frequentato una contessa Grabbe che aveva fatto la mannequin per Schiaparelli e che io ho conosciuto quand’era ormai molto anziana – nelle foto aveva la stessa aria da vampiro sardonico di Karen Blixen, e pare fosse molto divertente. Quanto al conte Panin, nel 1801 ha preso parte all’assassinio dello zar Paolo I: a lui alludeva Macron quando parlava dei regicidi nella nostra famiglia. Tutto questo, sento che mio padre muore dalla voglia di raccontarlo, ma non è ancora arrivato il momento e, nell’attesa, all’ordine del giorno c’è l’oscura famiglia Zourabichvili. Famiglia di sacerdoti (siamo tra gli ortodossi, i sacerdoti possono sposarsi) originaria della Cachezia, regione di pascoli e vigneti ricca di paesaggi meravigliosi e di occasioni per sbronzarsi. Poiché mio padre era mio padre, si è ingegnato a trovare dei collegamenti fra questi contadini e qualche principe, ma così poco fondati che non vi si sofferma. Il primo Zourabichvili a emergere da queste brume genealogiche, in cui la geografia colma le lacune della storia, è il mio bisnonno Ivan, soprannominato Vano, che secondo mio padre avrà una vita «triste all’inizio, triste alla fine, ma nel mezzo molto appassionante». Il padre muore infatti quando lui ha solo tre anni. Lo seguono nella tomba gli altri due figli, portati via lo stesso giorno dalla difterite, e poi la vedova, stroncata dal dolore, e così il piccolo Vano si ritrova a sei anni con la sorella maggiore come unica famiglia e, anche se lei lo cresce con amore, mio padre ha ragione di dire che questo è un triste modo di iniziare la vita. Vano doveva essere dotato e intraprendente se nonostante tutto ha condotto brillanti studi di diritto a Kiev e poi a Mosca, prima di stabilirsi nel 1895 a Tiflis – che era il nome russo, quindi ufficiale, della capitale georgiana chiamata oggi Tbilisi. Qui si avvia a una carriera di giurista, giornalista, letterato, una combinazione che ne fa ciò che all’epoca veniva definito «pubblicista». Il volto con il pizzetto che si vede nelle foto è un volto di quell’epoca, ma non soltanto. Ciò che non è di quell’epoca sono gli occhi neri, infossati, dallo sguardo brillante e profondo. Ne incontro molti, in quest’autunno 2023, di sguardi che si sono spenti un secolo fa. Sfogliando gli album di foto recuperati in quai Conti, che evocano un tempo anteriore alla mia nascita e alla nascita dei miei genitori, scruto l’uno dopo l’altro i volti, alcuni familiari, altri sconosciuti, e mi sembra che su tutti si possano leggere tre cose, in proporzioni variabili: l’epoca, che imprime il suo marchio, inevitabile; la classe sociale, idem; e poi la personalità individuale, che più o meno affiora da sotto questa duplice vernice. Su certi volti si vedono solo l’epoca e la classe sociale. Volti insignificanti, conformisti: la norma, e nulla più. Ma ci sono volti che si staccano dalla norma. Sono più rari. La vita li ha scolpiti e personalizzati. Sono diventati proprio loro, impossibili da confondere con altri. È il caso di Vano, è il caso di sua moglie, Nino (in Georgia, Nino è un nome femminile), e può darsi che io stia proiettando sui loro volti ciò che di entrambi ho saputo per altre vie, ma trovo che esprimano intelligenza e bontà – e questo non è che l’inizio: l’età, a dispetto o a causa delle sofferenze, li renderà ancora più belli.
Gli anni felici di Vano e Nino
Scrittore, economista, avvocato, importatore della prima doccia nel suo paese, costruttore della prima ferrovia, amico di Marx, in rotta con Herzen, traduttore di Shakespeare in francese (sì, in francese), Niko Nikoladze (1843-1928) era soprannominato nella nostra famiglia ma anche in tutta la Georgia «il grande Niko» e «il Victor Hugo georgiano» – cosa che incute rispetto, anche se naturalmente nessuno chiama Victor Hugo «il Niko Nikoladze francese». Nel 1895 il giovane Vano Zourabichvili sposa la figlia di questo augusto personaggio, Nino. Fino al 1921 la coppia formata da Nino e Vano sembra essere stata non solo affiatata – come sarà fino alla fine –, ma anche felice e straordinariamente attiva. Entrambi sono al centro della vita intellettuale e politica di Tiflis, e lo sono, fatto eccezionale per l’epoca, su un piano di parità. Mia madre non ha mai perso occasione per ricordare la personalità forte, lo spirito indipendente e il femminismo attivo di sua nonna. Versatili quasi quanto il grande Niko, Nino e Vano discutono, ospitano in casa loro un circolo di intellettuali, pubblicano articoli su riviste letterarie e una quantità di traduzioni. Nel loro paese colonizzato il russo è obbligatorio. I dipendenti pubblici devono, pena una multa, rivolgersi all’utente in russo – anche se né il dipendente né l’utente parlano russo. Nelle librerie si trova soltanto letteratura russa, letteratura straniera tradotta in russo, e si presume che persino la loro stessa letteratura i georgiani la leggano in russo. È quindi un atto politico tradurre in georgiano, come fa Nino, i romanzi di George Sand e, come fa Vano, Gli dèi hanno sete di Anatole France – un quadro a tinte straordinariamente fosche della Rivoluzione francese e dei fiumi di sangue che fanno scorrere gli incorruttibili ideologi quando si mettono in testa di fare il bene dei loro simili. Avvocato, iscritto all’albo di Tiflis, Vano è diventato consulente legale della Compagnia ferroviaria transcaucasica, il che gli ha procurato il privilegio di viaggiare moltissimo e nel più grande lusso. Aveva a sua disposizione un vagone speciale, fornito di ogni comfort – pelle, ottone, mogano, porcellana, argenteria, e persino una vasca da bagno –, che faceva agganciare ai convogli prescelti, su tutta la rete russa e anche al di fuori, poiché si è recato, spesso con la famiglia, in Polonia, Austria, Germania, Italia, Francia, Spagna, insomma in tutta Europa. Amava l’Europa. Considerava la Georgia una delle culle, anzi la culla, della civiltà europea – in generale, i georgiani tendono a considerarsi i primi in tutto, e scherzano solo a metà quando dicono che erano cristiani prima che nascesse Gesù. Sognava di liberare il suo piccolo paese dal giogo dell’Impero russo. Questi sogni erano rigorosamente inquadrati: l’imperatore era lo «zar della Georgia», e il generale russo che portava il titolo di «luogotenente di Sua Maestà» a Tiflis era un vero e proprio proconsole del Caucaso. Il che non ha impedito a Vano di partecipare alla fondazione di un partito nazional-democratico di cui è diventato presidente.
Soso
Di certo non si sono mai conosciuti, perché la leggenda familiare lo avrebbe tramandato e mio padre lo saprebbe, ma mi chiedo quante probabilità abbiano avuto di incrociarsi in un paese così piccolo. Di condividere un frammento di spazio e di tempo: nella stessa stanza, sullo stesso treno, nello stesso ascensore. Pur senza conoscersi, erano nemici. Ivan Ivanovič Zourabichvili, intellettuale borghese, democratico, amante della discussione, rispettoso della proprietà, dell’opinione e della libertà altrui, era nemico del suo perfettamente contemporaneo, Iosif Vissarionovič Džugašvili, che non portava ancora il suo nome di battaglia da rivoluzionario, Stalin, ma il suo soprannome di teppista georgiano, Soso. Perché prima di diventare un rivoluzionario Soso era un teppista, un uomo brutale e scaltro, uscito dai bassifondi e, se lo avesse conosciuto, Vano lo avrebbe guardato con paura mista a disgusto. L’odio, tuttavia, era più forte da una parte che dall’altra. Quello di Vano si limitava a evitare l’insozzante contatto con manigoldi come Soso – quindi non si tratta di vero odio. Soso, invece, voleva la morte di persone come Vano. Ragion per cui, da piccolo teppista che era, è diventato un vero malvivente al servizio dell’oscuro Partito bolscevico, a capo del quale, in seguito, farà uccidere venti milioni di suoi connazionali, fra i quali i borghesi liberali come Vano saranno le sue vittime predilette. Gli anni giovanili di Soso sono stati raccontati, sulla base di archivi resi accessibili dopo la fine dell’Unione Sovietica, dallo storico inglese Simon Sebag Montefiore, con cui ricordo una cena parecchio alcolica al ristorante Petrovič, uno dei miei posti preferiti nella Mosca dei primi anni Duemila. Con l’appetito stuzzicato da qualche spinello fumato a casa del mio amico Jean-Michel, quella sera mangiavo un piatto dopo l’altro di selëdka pod šuboj, una specie di lasagna che alterna strati di barbabietole e di aringhe, e questo faceva sbellicare dalle risate Montefiore, un gentiluomo anglo-italo-ebreo di beffarda ricercatezza che mi ha soprannominato, e nel piccolo giro di espatriati che frequentavo all’epoca il soprannome mi è rimasto, the unstoppable herring eater, l’inarrestabile divoratore di aringhe. Montefiore aveva da poco pubblicato una monumentale biografia di Potëmkin, il favorito di Caterina II. Proprio nello stesso periodo mia madre stava scrivendo quella di Caterina – e non immaginavo l’avidità con cui vent’anni dopo avrei condotto una lettura incrociata di quei due libri sullo sfondo della guerra in Ucraina. Al tempo del nostro unico incontro, da Petrovič, Montefiore era totalmente immerso nelle ricerche preparatorie per uno dei suoi libri successivi, quel Giovane Stalin che sarebbe uscito nel 2007, e ha passato gran parte di quella memorabile cena a raccontarci con impassibile verve gli anni della formazione del suo protagonista come una ininterrotta sequenza di rapine a mano armata in banca (che i bolscevichi chiamavano «espropri»), detenzioni, spettacolari evasioni, pestaggi, imboscate e omicidi – omicidi di cui Soso incaricava il fedele scagnozzo, Kamo, un gigante sadico e leggermente ritardato che avrebbe potuto essere una parte formidabile da attore non protagonista nel kolossal di cui quella sera abbiamo abbozzato il casting. Ricordo anche, nonostante l’ubriachezza, una discussione sui termini menscevico e bolscevico – inventati entrambi dai bolscevichi. Mentre non erano che un gruppuscolo furiosamente ostile alla democrazia, i fedeli di Lenin si sono autoproclamati bolscevichi, che significa «maggioritari». E i socialdemocratici come Vano, grazie ai quali la Russia avrebbe potuto imboccare la strada di una società accettabile, li hanno chiamati menscevichi, minoritari, anche se erano molto più numerosi. È una costante del pensiero sovietico, mi spiegava Montefiore – forse è addirittura il cuore del software sovietico fin dalla nascita –, dare alle cose un nome che è l’esatto opposto della loro realtà e far vivere le persone in un universo di menzogne senza limiti né punti di riferimento, dove regna l’inversione generalizzata. Il più diventa meno, il meno diventa più, la miseria opulenza, il gulag libertà. Uno dei primi compagni di Lenin, Pjatakov, lo riassumeva in questa formula stupefacente – e, secondo Montefiore, per niente ironica: «Se il Partito gli dice che il bianco è nero e il nero è bianco, un bolscevico non deve credere a ciò che vede, ma a ciò che il Partito gli dice di vedere».
I tre anni di indipendenza
Nella prima guerra mondiale i georgiani hanno dovuto, volenti o nolenti, combattere per lo zar contro l’Impero ottomano. Le ferrovie erano uno dei settori nevralgici di quella guerra, a cui Vano, il mio bisnonno, ha preso parte come amministratore della Ferrovia transcaucasica. I suoi primi due figli, Arčil e Georges, erano al fronte, il primo nell’artiglieria, il secondo nella fanteria. Il più giovane, Levan, era ancora al liceo. A diciotto anni Georges, mio nonno, è stato catturato dai turchi nelle malsane paludi della Colchide ed è marcito per alcuni mesi a Trebisonda, sul Mar Nero, vittima di febbri di cui avrebbe sofferto le conseguenze per tutta la vita. Al ritorno dalla prigionia, la sua giubba era talmente incrostata di sudiciume e parassiti da stare in piedi da sola. Nel 1917 scoppia la rivoluzione di Ottobre, che i georgiani accolgono inizialmente come una notizia meravigliosa. Una volta detronizzato lo zar, che con la sua cocciuta stupidità impediva qualsiasi tipo di riforma (mia madre ha cercato di riabilitarlo in uno dei suoi ultimi libri, non molto convincente), sembra arrivato per loro il momento della libertà in versione occidentale. Si apre allora, fra il colonialismo zarista e la cappa di piombo sovietica, una parentesi di tre anni, parentesi benedetta durante la quale i georgiani si affrettano a redigere una Costituzione – la prima a concedere il diritto di voto alle donne – e a eleggere un Parlamento in cui Vano entrerà come senatore. In quel periodo in cui tutto sembra possibile, Vano è anche presidente delle Miniere di carbone della Georgia, presidente della Banca agricola, presidente della Banca della nobiltà, presidente della Camera di commercio franco-georgiana, presidente del comitato delle Miniere di Tkibuli. Tutti questi incarichi, prestigiosi ma a malapena retribuiti, non evitano agli Zourabichvili, privi di riscaldamento, di battere i denti nell’interminabile inverno del 1920, quando il termometro scende fino a dieci gradi sottozero e ci si sposta in slitta. La famiglia abita in un modesto appartamento al quarto piano di un palazzo nel cuore di Tbilisi, dove oggi al pianterreno c’è un pub irlandese. Mia cugina Salomé mi ha portato a vederlo durante il mio primo soggiorno in Georgia, nell’autunno del 2022, poi mi ha mostrato il liceo in cui i tre fratelli hanno fatto gli studi superiori e la chiesa che frequentava la loro madre – la mia bisnonna Nino, dunque. Lì era diventata amica della madre di un certo Lavrentij Berija – l’altro grande georgiano del Gotha bolscevico, dopo Stalin. Capo della terribile polizia politica nel corso degli anni denominata Čeka, GPU, NKVD, KGB e oggi FSB, questo ometto calvo con gli occhiali dalla montatura dorata ha fatto sterminare alcuni milioni di suoi simili prima di andare incontro alla stessa fine, nel 1953. Come tutte le chiese, quella frequentata da Nino è stata chiusa dopo la rivoluzione, ma di notte veniva riaperta di nascosto – dice Salomé – per consentire alla madre di Berija di andare a implorare Dio di perdonare i delitti del figlio. Tornato dal fronte con i galloni di ufficiale, Arčil, il maggiore dei tre fratelli, aspira a compiere studi scientifici all’estero: è ammesso alla facoltà di Ingegneria a Grenoble, da dove seguirà i drammatici eventi che si preannunciano. Georges invece, promosso al grado di tenente, diventa, poiché parla francese e inglese, ufficiale di collegamento incaricato delle relazioni con i capimissione dei paesi alleati. Una foto lo ritrae un po’ di sbieco, un po’ obliquo, al margine della cornice e quasi sul punto di uscirne, damerino elegante e slanciato nella sua uniforme guarnita di un cinturone che, precisa mio padre nella didascalia, veniva dalle Galeries Lafayette – dove avrà pescato Georges quel cinturone? Dove avrà pescato mio padre quell’informazione? Poco dopo Georges abbandonerà l’uniforme per abiti di taglio inglese; così vestito, farà da cicerone a vari visitatori stranieri desiderosi di conoscere quel piccolo paese esotico che è appena spuntato sulla carta d’identità diplomatica. In una lettera in cui dà notizie ad Arčil, Vano scrive: «Tuo fratello è diventato un vero diplomatico, flirta, si atteggia a dandy, non riusciamo a fargli sentire ragioni». E mio padre, avvalendosi della sua conoscenza del seguito della storia: «In quel periodo Georges è felice. Il 1920 volge al termine. Ancora poche settimane e sarà tutto finito. A ventitré anni è esattamente a metà di una vita che crede ricca di promesse e che di lì in poi sarà soltanto grigiore, umiliazioni, disagio, infine tragedia, morte a quarantasei anni».
La valigia, 1
Il 27 gennaio 1921 le potenze alleate riunite a Versailles riconoscono ufficialmente la Repubblica democratica di Georgia. Gli Zourabichvili esultano. «Finalmente! Finalmente!» scrive Ivan. «Siamo diventati cittadini di un paese civile!». La loro gioia stringe il cuore, perché durerà esattamente un mese, al termine del quale la Russia dei Soviet lancerà l’XI armata all’attacco della Georgia. Il 25 febbraio sul Parlamento di Tbilisi viene issata la bandiera rossa. Anche se non immaginano che vi resterà per settant’anni, Vano e Nino capiscono cosa ciò significa nell’immediato e, il 19 marzo, si imbarcano con Georges e il piccolo Levan sulla nave Anatolie che li condurrà da Batumi, il grande porto del paese sul Mar Nero, a Costantinopoli. Abbandonano tutto, a parte gli effetti che possono stare in una grossa valigia marrone che li accompagnerà in tutte le loro tribolazioni. Vogliono credere che torneranno. Nessuno di loro è tornato. La prima a rimettere piede, ottant’anni dopo, sulla terra dei suoi avi sarà Salomé, la nipote di Vano e Nino, la figlia di Levan, prima come ambasciatrice di Francia, poi come ministra degli Esteri, infine come presidente della Repubblica di Georgia.
Il pugnale di zio Louis Coquet
Leggo le loro lettere da Costantinopoli, quasi tutte indirizzate ad Arčil, che prosegue i suoi studi a Grenoble. Nino: «A quale tragica fine è andato incontro il meraviglioso sogno della nostra esistenza statuale e della nostra indipendenza». L’adolescente Levan, con una robusta dose di chiaroveggenza: «Tutto questo perché i bolscevichi si sono stancati di distruggere il loro paese e hanno deciso di prendersela con un altro...». A Costantinopoli, senza risorse, gli Zourabichvili sono così disperati che Nino medita, «molto seriamente», di gettarsi nel Bosforo. Un feuilleton che occupa parecchie lettere riguarda un grande tappeto, pezzo forte dell’appartamento di Tbilisi, che hanno lasciato laggiù ma che cercano di vendere a distanza. Sembra che ne abbiano sovrastimato di molto il valore – errore che compie anche il povero Levan con la sua collezione di francobolli, su cui faceva affidamento per aiutare i genitori. Il tappeto non sarà venduto, i francobolli lo saranno per una cifra irrisoria. Le condizioni migliorano un po’ quando Vano trova un posto da consulente legale presso la Banca turco-persiana, cosa che rassicura Georges quanto basta perché si senta libero di lasciare i genitori e il fratellino e andare a studiare Economia a Berlino. Questa tregua dura poco: il 29 ottobre 1923 il generale Mustafa Kemal Atatürk – il Padre dei turchi – proclama la Repubblica. Effetto collaterale: la Banca turco-persiana fallisce. La situazione degli Zourabichvili torna critica. Nino è in corrispondenza con la sorellastra, nata da un secondo matrimonio del grande Niko e che viene chiamata zia Teliko. Zia Teliko è fuggita in Francia, dove ha sposato un ufficiale di nome Louis Coquet che è diventato una figura, seppur minore, della mitologia familiare perché è tornato dall’Africa, dove ha prestato servizio, con un pugnale conosciuto come «il pugnale di zio Louis Coquet» (l’unico oggetto della nostra eredità rivendicato da mio figlio Jean, al quale nessuno lo contende) e alcuni aneddoti improntati al più ingenuo razzismo coloniale che divertivano enormemente me e le mie sorelle da piccoli. Per esempio, nel banchetto di benvenuto offerto da una tribù di pigmei, zio Louis Coquet si sarebbe visto servire un piatto delizioso che poi scopriva essere un missionario – epilogo che nostra madre, quando ci raccontava la storia, preparava e ritardava ad arte. Dato che il matrimonio con zio Louis Coquet le ha procurato un riparo sicuro, zia Teliko insiste perché la sorellastra e la sua famiglia la raggiungano a Parigi, dove Vano, Nino e Levan arrivano nel settembre 1924 e alloggiano inizialmente tutti e tre in una stanza di rue des Saints-Pères. Quelle di zia Teliko non sono vane promesse: grazie a zio Louis Coquet, Levan viene ammesso come convittore al collegio Sainte-Barbe, e Vano, che solo tre anni prima era senatore, membro del Consiglio dei ministri, consulente legale della Ferrovia transcaucasica, presidente delle Miniere di carbone della Georgia, della Banca agricola, della Banca della nobiltà, della Camera di commercio franco-georgiana, ecc., considera una fortuna ottenere un posto da magazziniere nei sotterranei del Bon Marché. In seguito sarà promosso a impiegato addetto ai registri presso La Samaritaine, ed è un avanzamento perché sale di piano, intravede uno spicchio di cielo e non sta più sempre in piedi, ma seduto, a ricopiare elenchi di indirizzi e smistare gli ordinativi che arrivano sulla sua scrivania per posta pneumatica. Questa vita decaduta, Vano cerca di illuminarla scrivendo articoli su piccole riviste di esuli e traducendo Cosino in georgiano (le mie sorelle e io siamo stati appassionati lettori di Cosino, e finché avrò vita affermerò che Alphonse Daudet è un autore incredibilmente sottovalutato). Ciò che li sostiene, Nino e lui, è il fatto che si amano. Questo amore salta agli occhi nelle foto che ho di loro, lui sempre con il pizzetto ma ormai incanutito, lei pure con i capelli bianchi, raccolti in uno chignon un po’ allentato, ed entrambi con due belle facce da brave persone: umane, affettuose, indulgenti. Arčil è il loro degno figlio, a breve ingegnere diplomato, a breve marito, padre di famiglia e, forte di questo successo, impegnato a fare tutto il possibile per aiutare i genitori e i fratelli. Il giovane Levan ne seguirà le orme, e nel 1930 entrerà alla facoltà di Ingegneria mineraria da cui uscirà «ben piazzato», come si diceva, cioè con un voto fra i più alti. Questi diplomi tecnici e monetizzabili permetteranno a entrambi di farsi in circa quindici anni una posizione di assoluto rispetto nella società francese. Resta Georges. E Georges è un’altra faccenda.
Georges a Berlino
Il problema, con mio nonno materno, è che ne ho già parlato, e a lungo. Un romanzo russo ruota attorno alla sua figura tenebrosa e sfuggente. Ma non posso raccontare questa storia senza di lui; cercherò dunque di raccontare le stesse cose in modo diverso e, per cominciare, di correggere un errore. Io ho scritto quello che diceva mia madre, quello che Macron ha ripetuto nel suo discorso agli Invalides: che Georges Zourabichvili era un «filosofo», che ha seguito in Germania le lezioni di Husserl – o, secondo una formula ancora più lusinghiera, è stato «allievo di Husserl», come Hannah Arendt è stata «allieva» di Heidegger. Avrebbe potuto essere vero, perché le idee astratte lo appassionavano ed era un accanito lettore di saggi filosofici, ma non è vero. Mia madre ne aveva abbellito il curriculum vitae. In Germania, Georges ha studiato Economia e Computisteria, che lui e i genitori speravano potessero fargli trovare un lavoro sicuro in un mondo caotico in cui un uomo di grandi capacità come suo padre era riuscito a stento, e grazie a raccomandazioni, a ottenere un posto nei sotterranei di un grande magazzino. Ma mentre i suoi fratelli si dedicavano allo studio con serietà, senza ritenersi superiori a quanto si chiedeva loro, lui faceva tutto con una sorta di distacco, di ironia che arrivava allo scherno. Non si sapeva mai come prenderlo, cambiava continuamente idea e umore – ne so qualcosa anch’io, anzi, pure troppo. Le lettere che sua madre gli invia da Parigi sono piene di affetto ma anche di preoccupazione e perfino di esasperazione. «Non voglio offenderti, Goglik mio, bambino mio adorato, ho paura anche a muoverti il più piccolo rimprovero, ho anche paura a darti consigli, ma come non dirti, mio caro, che dedichi venti pagine dell’unica lettera che ci hai spedito in tante settimane a considerazioni di carattere puramente astratto sul tema della lotta per la vita, degli scopi dell’esistenza, ecc., e, dopo tante considerazioni e spiegazioni, non una parola su come ti sono andati gli esami, se hai avuto i risultati, se hai speranze di conseguire la laurea, perché bisogna rifarti il visto su un nuovo passaporto – insomma, mille questioni che ci interessano e su cui ci lasci a scervellarci...». Ho potuto leggere alcune lettere, scritte in russo, di Georges ai genitori: sono esattamente come le descrive la madre. Georges ha una sorta di talento per dire in venti righe quel che si potrebbe riassumere in due e che, riletto, in realtà non significa proprio niente: un susseguirsi contorto di perifrasi, avvertenze, «in qualche modo», «al massimo grado», «se dobbiamo dire le cose come stanno veramente», che cerca di spiegare quanto il mondo gli sia ostile, mentre è lui, soprattutto, il nemico di se stesso. Tra richieste di aiuti economici e considerazioni filosofiche, non resta nessuno spazio per una descrizione un po’ vivace della sua vita da studente a Berlino. Ha frequentato, anche solo marginalmente, il piccolo mondo degli esuli russi? Quel mondo di cui, esattamente un secolo dopo, si è costituito un equivalente in seguito all’invasione dell’Ucraina, e che Nabokov ha descritto, in modo indimenticabile, nel suo ultimo romanzo in russo, Il dono?
L’incantatore
Il parallelismo è crudele: nati nello stesso anno, il 1899, mio nonno e Vladimir Nabokov sono perfettamente contemporanei. All’inizio degli anni Venti hanno percorso le stesse strade di Berlino, camminato sotto gli stessi tigli, d’estate fatto il bagno negli stessi laghi. I Nabokov hanno preso la via dell’esilio tutti insieme, e credo che sia giunto il momento di dire qualche parola su Vladimir Nabokov padre, che era un personaggio notevole. Immensamente ricco e di buona famiglia, dotato di ogni talento, si è nondimeno opposto con decisione all’ottusa autocrazia di Nicola II. Incarcerato perché durante un banchetto ufficiale si era rifiutato di brindare alla salute dello zar, ha anche denunciato, con la veemenza di uno Zola, lo scandaloso processo a un ebreo accusato in Ucraina di avere torturato e ucciso a scopo rituale un ragazzino cristiano. Ripugnanti caricature raffiguravano Nabokov padre nell’atto di consegnare su un vassoio d’argento la Santa Russia ai nasi adunchi del Giudaismo internazionale, e per tali magnifici attestati di servizio a favore della giustizia e della libertà nel 1922, durante il suo esilio berlinese, è stato assassinato da due monarchici russi. Questa tragedia non ha impedito a Nabokov figlio di vivere a Berlino, con la moglie Vera e il loro bambino, anni incantati – ma l’incanto era il suo modo di essere. Nabokov era una sorta di extraterrestre; leggendolo si pensa talvolta che stesse all’Homo sapiens come quest’ultimo sta all’australopiteco: un essere più evoluto, dotato al più alto grado di facoltà rimaste nella maggior parte dei suoi simili a uno stadio grezzo e balbettante. Pari all’acutezza dei suoi sensi è soltanto la sua capacità di descrivere e denominare. Insetti, funghi, erbe, nulla nel suo mondo scintillante è generico. «Una farfalla» è una cosa che non esiste – o esiste solo nella mente astratta e arida di intellettuali come mio nonno. Ciò che esiste è l’argo azzurro, il rodilegno, la tortrice verde delle querce, la ligea, l’odontosia di Sievens, la falena smeraldo e, se preferiamo i nomi solenni, in latino, il Cyllopsis pyracmon nabokovi (nabokovi, sì: è lui che ha identificato e dato il nome a questo raro esemplare di ninfa dei boschi). Nabokov distingueva, a orecchio, lo stormire nell’aria delle foglie del pioppo tremulo, del carpine, del caprifoglio, del pioppo nero, e mentre faceva colazione scriveva con disinvoltura paragrafi come: «Un senso di sicurezza, di benessere, di tepore estivo pervade la mia memoria. Quella realtà vigorosa riduce il presente a un fantasma. Lo specchio trabocca di luce; un calabrone è entrato nella stanza e va a sbattere contro il soffitto. Tutto è come deve essere, niente cambierà mai, nessuno mai morirà». Così si vede la vita «quando si è ben desti, nei momenti di gioia intensa ... quando ci si trova sul più alto terrazzo della coscienza». Nabokov ha passato la vita su quel terrazzo. Vi ha goduto una felicità estatica, inespugnabile, indipendente da ogni avversità, e dall’alto della sua felicità – è questo il suo limite – guardava senza alcuna indulgenza le piccole e grandi miserie in cui si dibattevano gli uomini meno dotati di lui. Se si sono incontrati, il mio povero nonno deve averlo odiato.
Distruzione creatrice
«Con pochissime eccezioni,» ricorda Nabokov «tutte le energie creative di orientamento liberale ... avevano lasciato la Russia di Lenin e di Stalin». Da qui l’elevatissimo livello delle colonie russe, a Berlino o Parigi, e la loro capacità di «condurre un’esistenza strana ma niente affatto sgradevole, in condizioni di indigenza materiale e di lusso intellettuale, in mezzo a ... tedeschi e francesi spettrali, sorta di aborigeni con cui non sentivamo il bisogno di allacciare alcun rapporto». Con chi sentiva il bisogno di allacciare rapporti Georges Zourabichvili? Con chi ne ha allacciati a Berlino? Penso che non abbia avuto il coraggio di farlo, che si sia tenuto in disparte. Era di una timidezza pari all’arroganza. Non saliva sul palco se non aveva la parte del protagonista. L’unica nostra certezza è che, nonostante tutti i suoi impedimenti e le sue procrastinazioni, nel 1923 – due anni prima che Nabokov portasse a termine il suo romanzo d’esordio, Mašen’ka – ha finalmente conseguito la laurea con una tesi sulla Teoria dello sviluppo economico di Joseph Schumpeter. Cosa interessante, questa. Il cuore della teoria di Schumpeter è la nozione di «distruzione creatrice». Per riassumere: ogni volta che un’innovazione arriva sui mercati fa fuori le imprese meno produttive – e peggio per loro. A sopravvivere sono le più forti, il che non significa che non saranno a loro volta fatte fuori quando arriverà l’innovazione successiva. Schumpeter descrive tale processo come una «burrasca perpetua». La sua teoria, ispirata a Darwin e Nietzsche, esprime un’ovvia verità dell’esperienza, ed era fatta apposta per sedurre la mente speculativa di Georges, ma anche per confermarlo nel suo disfattismo. Il trionfo del comunismo faceva di lui e della sua famiglia vestigia del passato, fuscelli travolti dalla burrasca perpetua. Nella distruzione creatrice, lui era uno dei distrutti.
L’Hôtel des Alliés
Con la laurea in tasca, Georges raggiunge la famiglia a Parigi. Siamo nel 1924. Vano e Nino hanno lasciato rue des Saints-Pères e si sono trasferiti all’Hôtel des Alliés, vicino al Panthéon – una stella, esiste ancora oggi. Occupano una camera angusta, con un divano su cui dorme Levan. La strada fino al Bon Marché è molto più lunga di quando abitavano in rue des Saints-Pères, e Vano, benché abbia solo un’ora di pausa per il pranzo, fa avanti e indietro ogni giorno per mandare giù in gran fretta le quasi immancabili kotletki – polpette di carne macinata, la meno costosa possibile ma insaporita con erbe o spezie deliziose – o la purea di fagioli chiamata lobio che Nino cucina su un fornello. La domenica Nino ne prepara in abbondanza perché lei e Vano tengono tavola imbandita nella stanzetta in cui gli ospiti si accomodano dove possono, sul letto, sul divano di Levan, sull’unica sedia e sul davanzale della finestra. Ricevono alcuni esuli georgiani e, tra i fedelissimi, zia Teliko e zio Louis Coquet, che delizia i presenti con le sue storie di cannibali e, per amore della moglie, si è georgianizzato al punto da iniziare a scrivere una monografia sulla storia di questo paese esotico in cui «papà» si dice «mama» e la leggendaria regina Tamara viene chiamata «il re Tamara» perché era una regina talmente brava che avrebbe meritato di essere un re. Georges è il meno assiduo alle riunioni di famiglia – già solo il nome Hôtel des Alliés è per lui motivo di sarcasmo, perché la loro piccola Georgia l’hanno scaricata, gli Alleati. Ma alla fine – dev’essere il destino – si trova dai genitori una domenica in cui la madre invita una ragazza russa che vive anche lei nell’albergo, sullo stesso piano, proprio in fondo al corridoio.
III
NATHALIE
Il Gotha
La ragazza russa era slanciata, graziosa, con gli zigomi alti, un ovale perfetto, e si chiamava Nathalie von Pelken, un nome che non suona molto russo. Dolcezza, sorridente riserbo, educazione impeccabile: si vedeva che proveniva da una buona famiglia, ma nessuno degli Zourabichvili avrebbe potuto immaginare quanto. La famiglia materna della moglie è stata la grande passione di mio padre, e il piatto forte delle sue ricerche genealogiche. Qui è nel suo elemento: siamo nel Gotha, la cui caratteristica è quella di essere cosmopolita. Una famiglia georgiana come gli Zourabichvili e una famiglia francese come i Carrère – entrambe di origine contadina – sono al cento per cento, o quasi, georgiana o francese. Il padre della giovane Nathalie, Victor von Pelken, discende invece da un albero fittamente ramificato di piccoli sovrani del Sacro romano impero germanico, sul quale si innestano i polloni svedese, boemo e italiano. Quanto alla madre, Ol’ga, contessa Komarovskij, i suoi avi sono russi, principalmente, ma anche baltici, polacchi, svedesi e prussiani. In entrambe le famiglie è un affollarsi di titoli, blasoni, cariche onorifiche, stemmi, reggimenti, tenute di cui mio padre ha incollato con passione le foto nei suoi dossier. Alcune le ha visitate di persona, durante le trasferte di lavoro che nell’ultima fase della sua carriera lo hanno portato in tutta Europa. Gli è capitato di presentarsi come il parente acquisito che realmente era, e di essere ricevuto con molta cordialità – cosa che lo riempiva di gioia e orgoglio e che, se aveva la sventurata idea di vantarsene, esasperava mia madre.
Ritratti di famiglia: i Komarovskij
Nel trasloco da quai Conti all’appartamento in cui nostro padre doveva verosimilmente finire i suoi giorni, mia sorella Nathalie si è premurata di ricostituire intorno a lui l’ambiente da cui era stato circondato per ventitré anni e, per quanto possibile, la disposizione dei quadri e delle foto di famiglia alle pareti – «come in Good Bye, Lenin!» scherzavamo. Tutti questi ritratti ci sono familiari. Alla maggior parte dei volti possiamo dare un nome. Conosciamo da sempre il dagherrotipo che raffigura il piccolo Victor von Pelken, il nostro bisnonno, in abito da paggio nel castello di suo zio Auguste, principe regnante di Wied, e il ritratto di sua cugina, Elisabetta di Wied, futura regina di Romania che, con lo pseudonimo Carmen Sylva, avrebbe pubblicato poesie, traduzioni di Pierre Loti e una raccolta di aforismi, I pensieri di una Regina, premiata dall’Académie française. E questa famiglia prussiana, che ha diritto a un faldone, è niente in confronto alla famiglia russa, che ne occupa due, uno dedicato al ramo Komarovskij, l’altro al ramo Panin. Uno dei Komarovskij più notevoli della nostra galleria di ritratti è Evgraf, imparruccato dignitario dallo sguardo severo, che a diciassette anni ha scortato Caterina II in Crimea prima di diventare, a trenta, aiutante di campo di Alessandro I, accompagnarlo al Congresso di Vienna e poi presiedere nel 1826 la Corte penale suprema che processerà i cospiratori decabristi. Avrei preferito che il mio antenato, invece di processarli e farli impiccare, fosse stato uno di quei generosi aristocratici che insorsero contro lo zar per ottenere una costituzione e l’abolizione della servitù della gleba, ma, come vedremo, nella mia famiglia sembra una costante schierarsi sempre con la parte politica meno simpatica. Suo figlio Egor, invece, è stato assessore di collegio, poi consigliere titolare, consigliere di corte, infine consigliere di Stato – titoli che sembrano piuttosto oscuri e ininfluenti ma che nella labirintica gerarchia dei funzionari creata da Pietro il Grande non erano indegni di un nobile di alto lignaggio. Per dare un’idea di questa Tabella dei ranghi, in ordine crescente di importanza: chi era cancelliere di collegio, segretario di governatorato, segretario di collegio o consigliere titolare aveva diritto a essere chiamato «Sua Nobiltà». Chi veniva promosso assessore di collegio o consigliere di collegio diventava «Sua Alta Nobiltà». Consigliere di Stato: «Sua Alta Discendenza». Consigliere di Stato effettivo o consigliere segreto: «Sua Eccellenza». Consigliere segreto effettivo o consigliere segreto effettivo di prima classe: «Sua Alta Eccellenza». Con il triplice nome proprio – Egor Evgrafovič Komarovskij, per esempio – questa gerarchia è una delle peculiarità culturali che per uno straniero rendono ardua la lettura delle opere teatrali e dei romanzi russi. Mio padre ha sempre tenuto il ritratto di Egor in camera sua, forse perché gli sembrava che avesse una faccia simpatica, e di fatto è una delle più cordiali in questa galleria nell’insieme compassata, in cui i volti esprimono molto spesso l’epoca e la provenienza sociale più che la personalità – al contrario di quelli dei georgiani. L’estrazione elevata, la casta, tendono a disindividualizzare. Quando si è principi, non è facile essere anche qualcos’altro. Non è facile essere se stessi. Al termine della sua vita, Egor si è ritirato nella tenuta di famiglia di Gorodnja – nome che, con una scelta toccante, i miei genitori daranno alla modestissima casa acquistata sulla costa basca a metà degli anni Sessanta. Lì ha coltivato i suoi giardini, trattato bene i suoi servi, sembra, e scritto delle memorie, che «l’autore di queste righe» (così mio padre indica se stesso) dice di avere tradotto dal russo, parola per parola, con l’aiuto del dizionario. Per quanto abbia cercato, purtroppo non sono riuscito a trovarle.
Ritratti di famiglia: i Panin
Se io e le mie sorelle ci disputeremo le reliquie di famiglia lo faremo, visto che siamo in tre, per due grandi ritratti ovali, il primo dei quali rappresenta il figlio di Egor, Vladimir conte Komarovskij, e il secondo la moglie Leonilla, nata contessa Panin. Vladimir posa in abiti civili anche se è partito, come praticamente tutti nel suo mondo, dalla carriera militare, e nella guerra contro i turchi ha conseguito i gradi di generale. Il suo volto con le fedine è rispettabile, un po’ flaccido, non sembra un’aquila ma nemmeno una cattiva persona. Da giovane era stato aiutante di campo di Alessandro II, con cui giocava a scacchi. «Il 27 dicembre 1863» scrive lo zar «il mio amico Komarovskij è venuto a chiedermi il permesso di sposare la giovane Panin». Questa giovane Panin, Leonilla, è il bel modello dell’altro ritratto, dipinto in tonalità prugna e rosa antico dalla sorella maggiore, che dal canto suo sposerà un principe Vjazemskij. Da questo ramo discenderà Anne Wiazemsky, attrice, per alcuni anni moglie di Jean-Luc Godard, poi romanziera sensibile, autrice di due bei libri sulla sua famiglia di esuli. È morta pochi anni fa, ci stavamo molto simpatici e ci divertivamo a chiamarci cugino e cugina. Con i Vjazemskij e i Panin tocchiamo le vette del prestigio nobiliare. Mio padre liquida rapidamente un giovane Panin che è stato paggio alla corte di Ivan il Terribile (paggio alla corte di Ivan il Terribile mi sembra incongruo come, per dire, capo di gabinetto di Vercingetorige) e una carriolata di boiardi, barin, voivodi, per arrivare al grande Nikita Panin, che è stato maestro di cerimonie a corte, governatore di Omsk, ambasciatore a Berlino, ma il cui vero titolo di gloria, come ha ricordato Macron, è aver partecipato, nel 1801, all’assassinio dello zar Paolo I – e il suo delitto, come vedremo, sarà decisivo per il percorso professionale di mia madre. All’apice della sua carriera Nikita possedeva 14.381 anime (così venivano chiamati i servi della gleba), 115.450 desjatiny di terra, ovvero un po’ più di 120.000 ettari, un palazzo a Mosca, un altro a San Pietroburgo. Ha una parte di secondo piano nella biografia di Potëmkin scritta da Simon Sebag Montefiore, lo storico inglese che durante una cena parecchio alcolica da Petrovič mi ha raccontato la giovinezza di Stalin. Con un autentico dono per l’aggettivazione assassina, Montefiore descrive il mio avo come «algido e grassoccio» (viene voglia di conoscerlo).
Bosco Bello
Leggere i due paragrafi precedenti è servito ad avere un quadro generale. Non serve a nulla ricordarli nel prosieguo. Ora il campo si restringe, i volti si precisano. Siamo nel 1895. La famiglia Komarovskij è solita passare l’inverno a Mosca, l’estate sotto il cielo infinito della tenuta di Gorodnja, l’autunno e la primavera in varie località di villeggiatura europee: Interlaken, Biarritz, Baden-Baden... A Baden-Baden la figlia nata dall’unione dei due ritratti ovali, la giovane contessa Ol’ga Komarovskij, incontrerà il futuro marito. In quali circostanze? Le immagino, forse a torto, mondane e banali: un’escursione, una partita a whist, una serata danzante al casinò. Abbiamo intravisto Victor von Pelken bambino, nella sua livrea da paggio a casa di suo zio, il principe di Wied. Nel frattempo ha prestato servizio per una decina d’anni nell’esercito prussiano, nel 1887 come vessillifero, nel 1893 come sottotenente del Quarto reggimento della Guardia, poi come tenente in un altro reggimento, e in seguito si è tranquillamente accasermato a Coblenza, dove conduce la vita piacevole e vacua di un ufficiale nobile in tempo di pace – gioca a carte, beve punch e strapazza il suo attendente. Doveva comunque avere un certo fascino, visto che affascina questa giovane contessa russa che è più ricca e anche più bella di lui. Ho una loro foto risalente al tempo in cui si sono conosciuti, lui nell’uniforme che non porterà ancora per molto, lei con cappello, parasole, manicotto di pelliccia, in effetti piuttosto bella, ma con un’aria cattiva, trovo – probabilmente perché lo diceva mia madre, sua nipote. Ol’ga e Victor non hanno voglia di vivere in Germania e nemmeno in Russia, dove risiede tutta la famiglia di Ol’ga, quindi comprano – o, meglio, lei compra – a San Domenico, vicino a Firenze, una villa del XVI secolo, circondata da un parco di dodici ettari. Questa imponente dimora, un tempo appartenuta ai Medici, si chiamava Bosco Bello, e quando un secolo dopo, a metà degli anni Novanta, i miei genitori hanno venduto la casa, ribattezzata Gorodnja, che avevano acquistato sulla costa basca, diventata troppo piccola per una famiglia ingrandita da molti nipoti, e – avendo ora maggiori risorse – hanno acquistato nell’Île de Ré una casa non più bella ma più adeguata al loro nuovo status sociale, con la stessa combinazione di snobismo e candore le hanno subito messo nome Bosco Bello. Per acquistare e mantenere il primo Bosco Bello, che ho provato a visitare due volte senza che mai mi venisse aperto il portone, bisognava essere veramente molto ricchi, e quando Ol’ga e Victor ne prendono possesso lui pensa in grande. Non ho nessuna informazione su come, per quali suggestioni, sia nato nella testa di un soldato da parata prussiano un simile progetto, fatto sta che ordina di costruire cinquemila metri quadrati di serre e assume una mezza dozzina di giardinieri per coltivare orchidee, sperando di farne sia un’occupazione per sé sia una fonte di entrate che integrino quelle provenienti dai possedimenti di Ol’ga. Il progetto sarà un fiasco totale, come tutti quelli intrapresi da queste persone prive di senso pratico e di pazienza. Le serre diventeranno una voragine finanziaria, ma finché affluiscono le entrate delle terre russe nessuno se ne preoccupa troppo. La coppia conduce una brillante vita mondana: riceve molto, aristocrazia italiana ed europea. Cosima Wagner, figlia di Liszt, vedova del Mago di Bayreuth e futura groupie di Hitler, è di casa. Un giorno viene inseguita e messa con le spalle contro un albero da uno dei mastini di Victor, che si rassegna ad abbatterlo a colpi di revolver.
La piccola Nathalie
L’infanzia di Nathalie, mia nonna, aveva tutto per essere meravigliosa. Residenza principesca, vasta tenuta, animali da compagnia – che lei amerà per tutta la vita –, istruzione raffinata. Quando scrivo «istruzione raffinata», non mi riferisco solo all’insegnamento in casa, ma alle sei governanti di diversa nazionalità che si alternavano per parlare con i bambini in tedesco il lunedì, in russo il martedì, in italiano il mercoledì, in inglese il giovedì, in francese il venerdì, in spagnolo il sabato – la domenica era libera. L’infanzia di Nathalie, però, non è felice. Se il padre la ama, non lo manifesta, e le capacità di amare della madre, che non dovevano essere enormi, si concentrano interamente sul fratello Woldemar, nato cinque anni dopo Nathalie. Una foto eloquente li mostra tutti e tre nel parco di Bosco Bello. Ol’ga, con un corpetto plissettato, il colletto chiuso da un cammeo, una treccia a corona, il viso duro, potrebbe essere uno di quei personaggi di matrigna pronti a dare staffilate immaginati da Dickens, Daudet o Madame de Ségur. Tiene in braccio e cova con gli occhi il bimbo dai capelli ricci e nerissimi, e dà le spalle alla bambina che rimane in secondo piano, con il viso grazioso e straordinariamente triste – una graziosa tristezza che l’ha accompagnata per tutta la vita. I genitori non vanno d’accordo e, anche se lo tengono nascosto a Nathalie, non è un mistero per nessuno che Woldemar sia figlio del capogiardiniere napoletano assunto da Victor per le sue faraoniche serre. Da gran signore, Victor riconosce il bambino. Resta a Firenze ancora un anno, per salvare le apparenze, poi chiede il divorzio, cosa rara a quell’epoca e nel loro ambiente, e torna a Berlino, dove morirà nel 1937, ventisette anni dopo avere lasciato l’Italia, senza aver mai rivisto la figlia. Nathalie non conoscerà nessun membro della famiglia paterna, e non ne conosce nessuno nemmeno della famiglia materna finché Ol’ga, la cui vita mondana dopo il divorzio è molto meno vivace, non sente nostalgia del suo paese e nel 1913 decide di riallacciare i rapporti con la Russia trascorrendovi le vacanze estive con i figli.
Zio Fëdor a Kotel’nič
Una foto, ingiallita, di quell’estate del 1913 a Gorodnja mostra quattro persone su poltrone di vimini, sotto un grande ombrellone. Un po’ in disparte, una ragazza che dev’essere una damigella di compagnia si dedica modestamente a un lavoro di cucito. Gli altri tre conversano, in un’atmosfera di ozio e discorsi sfilacciati che fa chiaramente pensare a Čechov. Sono cliché, ma penso che i cliché sulla Russia siano sempre veri, e pure che un giudizio sulla Russia che non sia un cliché abbia molte probabilità di essere falso. Una delle tre persone che conversano è Ol’ga, che si riconosce dalla sua aria sgradevole, le altre due sono i suoi fratelli Fëdor e Jurij. Sul primo – che porta pince-nez, cappello di paglia, abito bianco o color crema – sono ben informato, e per una ragione singolare. Tra il 2000 e il 2003 ho soggiornato a più riprese in una cittadina russa chiamata Kotel’nič, uno di quei villaggi tipici, lugubremente tipici, della Russia profonda, che dai tempi delle desolanti descrizioni di Čechov sono a malapena cambiati: «La nostra città esiste già da duecento anni, ha diecimila abitanti e non uno che non sia uguale a tutti gli altri, non un eroe né nel passato né nel presente, non un uomo notevole in un ambito qualsiasi o degno di emulazione. Non si fa che bere, mangiare, dormire, e poi morire. Ne nascono altri, anche loro mangiano, bevono, dormono e per non morire di noia si abbrutiscono con le carte, squallidi pettegolezzi e la vodka...». Racconterò più avanti, se arriverò fino a quel punto, cosa facessi in realtà a Kotel’nič. Per il momento basti dire che giravo un documentario. Eravamo una piccola troupe, quattro persone, e riprendevamo quel che c’era da riprendere, cioè non molto – ad esempio, per giorni e giorni, il passaggio dei treni sotto il ponte che scavalca la ferrovia. La mia troupe non capiva più di me che cosa fossimo andati a fare lì, e ancora meno gli abitanti, che accoglievano con diffidenza la nostra proposta di parlare e di farsi intervistare. «Cosa siete venuti a riprendere a Kotel’nič? Abbiamo una vita di merda, è questo che volete mostrare alla tv francese?». Tornato dal mio primo soggiorno, l’ho raccontato a mio padre, che ha drizzato le antenne, con gli occhi che brillavano come quelli di un cane da tartufo: «Senti, ma la tua Kotel’nič non è nel distretto di Vjatka?». Io, stupito: «Be’, sì...». Mio padre: «Molto interessante, perché il fratello della tua bisnonna è stato governatore del distretto di Vjatka – devo controllare, mi pare intorno al 1910...». Mio padre ha controllato, e tirato fuori dai suoi archivi la foto čechoviana che ho appena descritto, in cui Fëdor Komarovskij chiacchiera sotto l’ombrellone con la sorella e il fratello. Prima che ripartissi per Kotel’nič mi ha preparato una cinquantina di fotocopie, ben ordinate in una cartelletta, e questo mi ha commosso anche se non pensavo che mi sarebbero state utili. Ma laggiù ne ho distribuite alcune, tanto per provare, e queste grigie copie di una foto ingiallita si sono rivelate, con mia grande sorpresa, degli apriti sesamo. A Kotel’nič faceva grande impressione che il fratello della mia bisnonna fosse stato governatore del distretto al tempo degli zar, e più ancora che fosse conte. Me ne parlavano addirittura con deferenza, come se fossi io il barin locale. La mia presenza sospetta si spiegava meglio. Comunque, la čechoviana indolenza della foto è ingannevole: il governatore era irascibile, tanto da essere sollevato dall’incarico perché, in un momento di collera, aveva buttato dalla finestra un postulante la cui faccia non gli andava a genio.
L’avventuriero
Se si eccettua questa prodezza, sembra che zio Fëdor sia stato un alto funzionario gonfio di orgoglio di classe, abbastanza poco simpatico, a differenza del fratello minore, Jurij, che a mio parere era il più amabile dei Komarovskij, in ogni caso quello che Nathalie ha più amato. Fino alla sua morte, e pur avendolo frequentato una sola estate, parlava di lui con una sorta di adorazione. Entrato nel prestigioso reggimento delle guardie a cavallo, Jurij non si è accontentato di condurre nelle varie guarnigioni e nei vari stati maggiori la vita tranquilla di un ufficiale della nobiltà. Ha partecipato, in prima linea, fianco a fianco con i soldati ai suoi ordini, a tutte le guerre a cui si poteva partecipare al suo tempo, e in tre continenti: nel 1900 la guerra dei Boxer in Cina; nel 1901 la guerra del Transvaal in Sudafrica; nel 1904 la guerra russo-giapponese; nel 1912 la guerra balcanica, nella quale la Russia sosteneva la Bulgaria contro i turchi; e poi la prima guerra mondiale e infine la guerra civile – di cui parleremo presto. Presente su ogni fronte, Jurij si vedeva raramente a corte, ma talvolta andava a riposarsi a Gorodnja, dove la corporatura gigantesca, i racconti di agguati, il disprezzo per l’etichetta e lo humour feroce lo avevano reso l’idolo dei bambini. Li spingeva a compiere marachelle, a giocare brutti scherzi alle governanti, a cacciare di frodo. È cosa certa che nei suoi impegni bellici zio Jurij non si è mai schierato con i ribelli, ma sempre con le potenze coloniali – il contrario sarebbe stato completamente estraneo alla sua mentalità. Ma era un avventuriero, una testa calda che, in una foto scattata a Gorodnja, non indossa come tutti i militari l’uniforme coperta di decorazioni con alamari, controspalline e stemmi di famiglia, ma una lisa giubba di pelle che lo fa somigliare a un vecchio guardiacaccia beffardo e anche, un po’, a Indiana Jones. Spinge una specie di carretto con dentro una perfetta brava bambina. La perfetta brava bambina è mia nonna, e credo che lei, che è stata così poco felice, felice lo sia stata in quel carretto spinto dall’avventuroso zio Jurij.
«Vivevamo così bene»
D’estate, durante i pranzi in cui raramente erano a tavola in meno di dieci, capitava che il maggiordomo si chinasse verso il barin e gli dicesse sottovoce che fuori c’era un gruppo di abitanti del villaggio che desideravano vederlo. Il barin spiegazzava il tovagliolo, pregava di scusarlo e usciva a incontrarli. Erano venuti a chiedergli di dirimere una certa disputa contadina o a rivendicare un qualche diritto: quello di far pascolare il loro bestiame sui prati del barin, di raccogliere funghi nei suoi boschi, di tagliare alberi. Se, come accadeva il più delle volte, la richiesta veniva accolta, allora una ventina di braccia robuste sollevava il barin, che in segno di festosa riconoscenza veniva lanciato in aria come una crêpe. La famiglia e gli ospiti continuavano a mangiare, gli sguardi rivolti verso le finestre socchiuse dietro le quali avveniva quel fenomeno di levitazione. «Là, per un istante, la figura di mio padre, con il bianco vestito estivo che ondeggiava al vento, mi appariva splendidamente e scompostamente distesa a mezz’aria, gli arti in una strana posa involontaria, i bei lineamenti imperturbabili fissi al cielo. Tre volte, agli oh-issa dei suoi invisibili sballottatori, volava verso l’alto in quel modo, la seconda più in su della prima, e poi eccolo di nuovo là, nell’ultimo volo, l’estremo, adagiato, come fosse per sempre, nel blu cobalto del pomeriggio estivo». Non ho mai sentito parlare altrove di questo rituale che Nabokov così descrive nei suoi ricordi d’infanzia, e mi chiedo se lo abbia inventato, se sia accaduto una sola volta, in via del tutto eccezionale, e sia poi entrato nella leggenda, o se, come lascia intendere l’uso dell’imperfetto, fosse una cosa relativamente comune tra i Nabokov, e solo tra loro. Quel che è certo è che nell’estate del 1913, quando Ol’ga ha passato in rassegna le proprietà di famiglia insieme ai suoi due figli, i membri di questa famiglia potevano ancora, con una dose di cecità che sembra non sia mai mancata loro, essere incantati da tali evocazioni e rappresentarsi la Russia, secondo il detto di Nicola II, come «una tenuta ben ordinata il cui proprietario è lo zar, gli amministratori sono i nobili e i lavoratori sono i contadini». Come potevano immaginare che quattro anni dopo quei bravi Vanja che, con l’occhio umido di gratitudine, scagliavano il barin in un cielo di cobalto, quei bravi Vanja di cui volevano soltanto il bene purché se ne stessero, tranquilli e rispettosi, nelle loro isbe piene di icone e scarafaggi, avrebbero fatto irruzione con forche, falci, asce, pale nelle loro confortevoli dimore e le avrebbero saccheggiate prima di trucidare i barin e i loro intendenti, di impiccarli ai rami dei meravigliosi frutteti, di castrarli come cinquant’anni prima i servi avevano non solo assassinato ma anche castrato quel crudele alcolista che era il padre di Dostoevskij, o di costringerli a scavare la propria fossa, come ha dovuto fare un certo conte Grégoire Lamsdorff che poi è stato fucilato sotto gli occhi della sorella minore, Nathalie? Quest’altra Nathalie, cugina della mia bisnonna Ol’ga, era allora giovanissima; io l’ho conosciuta cinquant’anni dopo, molto vecchia, molto povera, molto grassa, con il nome di zia Nataša, e nel suo minuscolo e tetro appartamento di Issy-les-Moulineaux, seduta accanto alla finestra quasi attaccata a un muro di mattoni, zia Nataša continuava a ripetere, con candido stupore: «Ma perché l’hanno fatto? Vivevamo tutti così bene. Facevamo loro tanto di quel bene...». La zia Nataša era tutta bontà e dolce stoltezza, al contrario di un’altra esule, Nina Berberova, che ha vissuto tutto ciò con gli occhi spalancati, asciutti e crudeli, e a mio parere riassume bene la faccenda dicendo che Tolstoj si è sbagliato di grosso quando, in un celebre passo di Guerra e pace, ci ha descritto la serva che guarda con tenerezza Nataša Rostov e i suoi amori. La serva avrebbe dovuto odiarla, quella ragazza meravigliosa ricolma di tutti i doni del cielo, la verità è che sicuramente la odiava, ed è questo che Tolstoj avrebbe dovuto scrivere se fosse stato lucido e non solo perdutamente innamorato della sua protagonista.
Nella bufera
Alla fine dell’estate del 1913 Ol’ga torna in Italia con i due figli. Nessuno di loro rivedrà la Russia. Poco dopo scoppia la guerra. E dopo la guerra le due rivoluzioni del 1917. Quella di febbraio, che viene spesso dimenticata, è una rivoluzione borghese, guidata da persone come Vladimir Nabokov padre, il quale, quando non levitava nel cielo di cobalto, era un rappresentante di primo piano del Partito dei cadetti – dalle iniziali KD, costituzionale-democratico – e, nella sua veste di giurista, ha stilato l’atto di abdicazione dello zar. È un annoso dibattito fra gli storici: i rivoluzionari di febbraio, così rispettabili, sono stati l’occasione perduta dalla Russia per diventare un paese normale? Se sì, lo sono stati perché per indecisione, titubanza e assenza di senso politico hanno lasciato ai bolscevichi tutto lo spazio per prendere il potere in ottobre. (Lenin: «Per avere successo, una rivoluzione non ha bisogno di rivoluzionari: basta lasciar fare ai dirigenti»). I Nabokov hanno preso la via dell’esilio, facendo tappa in Crimea, un paradiso di palme e cipressi dove Vladimir Vladimirovič, il figlio – bello, saccente, irresistibile –, inventerà con la sua prima fidanzata un gioco che consiste nel commentare le proprie gesta come se, dopo la morte, qualcuno stesse scrivendo la sua biografia di illustre scrittore. Tutto è significativo, tutto è premonitore: «Nelle calde serate estive accadeva che Vladimir Vladimirovič dicesse con aria pensosa: fa caldo». «Lo ricordo come fosse ieri: spesso, dopo avere tirato fuori l’accendino, Vladimir Vladimirovič lo usava per accendersi la sigaretta». Ridevano a crepapelle. Dal canto suo, zio Fëdor Komarovskij, quello che era stato governatore di Vjatka e buttava i suoi amministrati dalla finestra quando la loro faccia non gli andava a genio, in un primo momento ha trascorso alcuni mesi relativamente tranquilli nascosto a Gorodnja, nella speranza che la situazione si calmasse. Non si è calmata. Il suo vicino e cugino, il principe Boris Vjazemskij, bisnonno della mia amica Anne, è stato letteralmente fatto a pezzi dai suoi bravi Vanja, ubriachi di un odio di classe che Lenin attizzava ripetendo ogni giorno il suo mantra: «Fucilare! Fucilare! Fucilare! Terrorizzare! Terrorizzare! Terrorizzare! Gassare! Gassare! Gassare!». «A un uomo» diceva ancora Lenin «non dovete chiedere se ha fatto qualcosa di buono o di cattivo, ma a quale classe sociale appartiene. Solo da questo deve dipendere il suo destino». «Ma allora,» gli ha chiesto, un po’ turbato, il suo commissario del popolo per la Giustizia, Steinberg «perché un commissariato per la Giustizia? Perché non piuttosto un commissariato per lo Sterminio sociale? Sarebbe più chiaro». Lenin, con la sua faccia da calmucco e il suo sorriso astuto: «Perfettamente chiaro. Solo che non possiamo dirlo». Camuffato da proletario, cioè mal rasato, con un berretto in testa e senza pince-nez, zio Fëdor ha lasciato in gran segreto Gorodnja e raggiunto in treno Mosca e poi Pietroburgo – che durante la guerra era stata ribattezzata Pietrogrado perché suonava meno tedesco. Si è ritrovato in una città immersa nel buio, ridotta a un quarto della sua popolazione, e nella quale, in una prova generale del terribile assedio del 1941, vagavano figure emaciate, congelate, costrette per sfamarsi a contendere ai topi i cavalli morti che venivano abbandonati per strada. Ne tagliavano grossi pezzi direttamente dai fianchi. Il gelo aveva fatto scoppiare le condutture; prima era mancata l’acqua calda, poi semplicemente l’acqua, si era avvolti da un soffocante fetore di piscio e merda, e soprattutto si aveva paura – erano appena iniziati i bei giorni in cui chiunque poteva aspettarsi che prima dell’alba due uomini della Čeka venissero a bussare alla sua porta e, senza che lui sapesse perché, lo facessero salire su un’auto nera, e non lo si rivedesse mai più. Fëdor si è arrischiato fino all’ingresso del suo palazzo. Il vecchio custode, che i bambini adoravano perché regalava loro le caramelle, gli ha spiegato che i suoi due piani erano ora occupati da diverse famiglie di proletari. Fëdor ha prima tratto un sospiro, pensando di essere accomunato al vecchio da uno scoramento che oltrepassava la barriera di classe, poi gli è venuto il sospetto che il vecchio potesse essere, come tanti altri, una spia, e ha subito preso il largo. Tutti quelli che potevano fuggire fuggivano, a piedi, a cavallo, in treno. Fëdor si è ritrovato in Finlandia, a Turku – una città di cui personalmente conservo un ricordo commosso perché il mio editore finlandese, per festeggiare l’uscita di uno dei miei libri, ha organizzato per i critici, i librai, il piccolo mondo dell’editoria, un cocktail che si è svolto in una sauna, dove abbiamo bevuto e parlato di letteratura, tutti nudi come vermi. A Turku, dunque, Fëdor ha avuto la fortuna di conoscere e sposare una contessa, ricca come lui, ma che, al contrario di lui, aveva potuto portare con sé le proprie ricchezze: una bella collezione di antichi maestri – Frans Hals, Van Eyck, Cranach – che i due venderanno un poco alla volta e che renderà il loro esilio più che confortevole. Zio Fëdor insomma se l’è cavata bene, cosa che non si può dire del fratello Jurij. Ol’ga ha avuto per l’ultima volta sue notizie da una cartolina sul cui retro Jurij aveva scritto: «Si sta combattendo una guerra, andrò a vedere, sarebbe un peccato perderla». La guerra in questione era la guerra civile, che stava infuriando nel Sud della Russia fra l’Armata Rossa e l’Armata Bianca. Inutile dire che Jurij si è schierato con l’Armata Bianca, ma nella circostanza non è facile dire quale fosse la parte giusta, anzitutto perché violenze e crudeltà hanno avuto libero corso in entrambi i campi, e poi perché solo per pregiudizio ideologico si può stabilire se fossero peggiori le forze della reazione – particolarmente reazionarie e poco promettenti sul piano politico – o quelle del bolscevismo, di cui Orwell così riassumeva gli obiettivi: «Non si instaura una dittatura per salvare la rivoluzione, si fa la rivoluzione per instaurare una dittatura». Nel caso di zio Jurij, però, le cose si facevano ancora più confuse, poiché lui ha preso parte alla guerra civile nelle prime file della Divisione Selvaggia – un corpo militare celebre per la sua ferocia e composto da musulmani del Caucaso che si battevano contro i bolscevichi per conto dell’Impero ottomano. A maggior gloria della Chiesa ortodossa e dello zar di tutte le Russie, il vecchio avventuriero ha combattuto quindi al fianco di guerrieri maomettani che prima della rivoluzione erano suoi nemici naturali – immaginate Buffalo Bill compagno d’armi di Toro Seduto. A giudicare da una foto che lo ritrae in mezzo a soldati che sembrano giannizzeri, in uniforme zarista, più alto lui da seduto che il suo cavallo sulle quattro zampe, e con quell’aria beffarda che aveva quando spingeva la nipotina in un carretto a Gorodnja, si direbbe che questo paradossale arruolamento non gli abbia posto il minimo problema. Secondo zia Nataša, quella che ha visto il fratello scavare la propria fossa ed esservi sepolto vivo, zio Jurij sarebbe stato catturato dai Rossi e gettato in un pozzo, anche lui da vivo. Potrebbero anche avergli strappato gli occhi, mozzato le orecchie, averlo buttato in un altoforno, lasciato nudo a trenta gradi sottozero fino a farlo diventare una statua di ghiaccio o avergli inflitto il «trattamento del guanto», ideato dal capo della Čeka di Char’kov, che consisteva nel tuffare le braccia del prigioniero in acqua bollente finché si formavano delle vesciche che permettevano di spellarle ben bene. Quando l’eco di queste notizie arrivava a Firenze ci si rallegrava di essere lontani dal teatro delle operazioni, ma in mancanza delle entrate provenienti dai possedimenti russi la vita si è fatta ben presto difficile. Ol’ga e Victor hanno cominciato a ridurre le spese licenziando i giardinieri – non so fino a quando il padre di Woldemar sia rimasto nei paraggi, né fino a quando sia stato l’amante di Ol’ga, immagino che le date coincidano. Poi hanno licenziato gli altri domestici, poi hanno messo in affitto Bosco Bello e si sono trasferiti in una dépendance lasciata libera dagli stessi domestici. Poi hanno venduto Bosco Bello. Visto il suo considerevole valore, e anche ammettendo che sia stata raggirata clamorosamente, mi stupisce la rapidità con cui Ol’ga è diventata povera, e quando dico povera intendo povera per davvero. In cinque o sei anni ha perso tutto. Nel 1923 non ha letteralmente più nulla.
Il sole sul vetro
Per chiudere questo prologo: nei suoi ultimi anni in Italia la giovane Nathalie von Pelken, mia futura nonna, scopre la montagna. Si appassiona alle camminate sulle Dolomiti, dove dipinge dal vivo alcuni begli acquerelli. Oggi ne ho tre davanti alla mia scrivania; raffigurano un sentiero su un alpeggio, delle mucche, un maso, delle cime innevate in lontananza. Mi fa piacere vederli quando alzo gli occhi dal computer. In queste escursioni, che faceva in scarponi e abito a pois, Nathalie accompagnava un montanaro esperto che si chiamava Guido Rey. Questo industriale torinese era soprattutto un alpinista che ha compiuto ascensioni spettacolari – la Punta Bianca, sul crinale del Dent d’Hérens, la prima scalata del Cervino lungo la cresta di Furggen – e pubblicato libri considerati dei classici – Il Monte Cervino, Alpinismo acrobatico. Un rifugio sulle Alpi italiane porta il suo nome. Era anche un fotografo, e le sue stampe, esposte nelle collezioni del Musée d’Orsay o del Getty Museum, sono ancor oggi molto ricercate. In un numero della rivista del Club Alpino Italiano interamente dedicato a lui un suo amico racconta che, quando i visitatori lasciavano la sua baita di fronte all’amato Cervino, Guido Rey diceva loro di girarsi una volta raggiunta la cresta e di guardare verso di lui, che, spostando il battente della finestra, giocava con i riflessi del sole sul vetro. Era il suo modo di salutare, di augurare buon viaggio. Come molti pionieri dell’alpinismo, lo preoccupava vederlo diventare popolare, profano, e temeva quello strumento di degradazione che promettevano di essere le funivie. Sperava di non essere più al mondo quando ne avrebbero installata una sui fianchi del Cervino ed è stato esaudito: è morto nel 1935, un anno prima di questo disastro. Ebbene, come spiegare che quest’uomo di sessant’anni, che chiamavano «il poeta della montagna» e che mi immagino come una sorta di Erri De Luca dei suoi tempi, portasse con sé sulle Dolomiti una bella aristocratica russo-tedesca di vent’anni? Quali erano i loro rapporti? Erano soli? Dormivano nei rifugi? Nella sua baita? Com’è possibile che Ol’ga abbia permesso alla figlia simili sortite? Io credevo che Nathalie si limitasse alle camminate: faceva anche scalate? Non era solo un’escursionista, ma un’alpinista? Con piccozza e ramponi? Comunque sia, queste gite in montagna sono proseguite fino al 1923, anno nel quale si disperde ciò che rimane della famiglia von Pelken. Avrebbero potuto restare insieme, cercare di cavarsela insieme, come fanno gli Zourabichvili. Dovevano proprio non amarsi neanche un po’ per non provarci nemmeno. Probabilmente si sono seduti tutti e tre insieme, com’è abitudine dei russi quando si separano per un viaggio e, dopo qualche istante in silenzio, si sono alzati facendosi il segno della croce, fine. Ol’ga va con Woldemar a Sanremo, poi a Nizza, dove è riparata una folta comunità di esuli russi. Nathalie va a cercare fortuna a Parigi. Tutti i suoi averi, come quelli degli Zourabichvili quando hanno lasciato la Georgia, stanno in una valigia. Ha ventidue anni, non ha un soldo, è completamente sola al mondo.
IV
GLI ESULI
La società di coloro che un tempo passeggiavano nel Giardino d’estate
La mia teoria secondo cui tutti i cliché sulla Russia sono veri vale in particolare per l’emigrazione bianca degli anni Venti, ma non credo che Nathalie, mia nonna, ne abbia conosciuto i lati più pittoreschi. Non ha danzato al suono delle balalaiche nei cabaret tzigani di Montmartre, né brindato con vodka insieme a Joseph Kessel, gettandosi i bicchieri l’uno dopo l’altro dietro la spalla mentre lui con la sua faccia leonina lasciava tutti a bocca aperta triturando i suoi con i denti. Devota, timida, povera, senza nessuna conoscenza a Parigi, il suo approdo naturale era la cattedrale ortodossa di rue Daru, nell’VIII arrondissement, dove mia madre avrebbe abitato trent’anni dopo – voglio dire: non solo nell’VIII arrondissement, non solo in rue Daru ma, come vedremo, proprio nella cattedrale. Nathalie ci andava ogni giorno per assistere alle funzioni, per sentir parlare russo. Anche se si sovrapponevano parzialmente, l’emigrazione di rue Daru aveva un tono più sostenuto rispetto a quella dei cabaret di Montmartre, con le sue figure di nobili decaduti – che in Unione Sovietica venivano chiamate byvšie ljudi, le «ex persone», le persone di una volta –, di ufficiali dell’Armata Bianca in rotta – l’Armata Bianca era composta praticamente solo da ufficiali, è una delle cause della sua disfatta –, di damigelle d’onore dell’imperatrice come la gentile zia Nataša, quella che non capiva come si fosse potuto rovesciare un regime in cui tutti vivevano così bene. Queste persone coperte di decorazioni, molto distinte nella loro miseria, non hanno visto arrivare nulla, non hanno capito nulla di ciò che stava accadendo loro. Avevano un unico programma: restaurare in tutto e per tutto una società che, tranne loro, nessuno più voleva. Si sforzavano di credere che il bolscevismo non sarebbe durato e che avrebbero ritrovato il loro paese, i loro possedimenti. Ma ai margini c’erano anche intellettuali meno sprovveduti, che animavano riviste di esuli a bassa tiratura alle quali collaboravano Nabokov – che, tra Berlino e l’America, ha vissuto a Parigi –, Nina Berberova o il suo primo marito, Vladislav Chodasevič, poeta sarcastico e geniale che ogni giorno fondava una nuova associazione: «la società di coloro che un tempo passeggiavano nel Giardino d’estate», quella «degli appassionati di Anna Karenina anziché di Guerra e pace», «il club di coloro che nella versificazione russa sanno distinguere i giambi dai trochei» e quello «di coloro che recitano a memoria tutte le insegne della prospettiva Nevskij prima del 1917»: i cinema Parisiana e Piccadilly, il circo Ciniselli, famoso per i suoi combattimenti di lotta greco-romana e, all’angolo di via Karavannaja, il più bel negozio di giocattoli che sia mai esistito... Sempre secondo Berberova, la famiglia di esuli russi tipo era composta dal padre che guida un taxi, la madre che guadagna sessanta centesimi all’ora come ricamatrice a domicilio per grandi sarti, il figlio assunto come fattorino nella drogheria di rue Daru (cetrioli sottaceto malossol, pane ai semi di papavero, trenta marche di vodka), e la figlia, una bellezza come la contessa Grabbe da giovane, che fa la mannequin per Schiaparelli.
Figli di Lenin
All’inizio, per pagarsi la camera all’Hôtel des Alliés, dove c’era un solo bagno per pianerottolo e si cucinava di nascosto sui radiatori, Nathalie ha lavorato come bambinaia in famiglie russe non troppo squattrinate. Veniva pagata a ore, avrebbe preferito un impiego da governante a tempo pieno ma non l’ha trovato, e ha cominciato a studiare stenografia – cosa che la sua futura suocera, Nino Zourabichvili, femminista intransigente, disapprovava senza mezzi termini: una donna non deve mai farsi rinchiudere in un mestiere considerato femminile e, per definizione, subalterno. A furia di imbattersi nel corridoio dell’albergo in quella giovane donna così bella, così riservata, Nino l’ha invitata a prendere il tè nella camera che lei e Vano dividevano con il figlio Levan, ancora al liceo. Anche Georges, arrivato da poco da Berlino, occupava una stanza sullo stesso pianerottolo, il che avrebbe dovuto permettere di realizzare il toccante ideale della madre: «Ognuno metterà la sua parte sulla tavola comune, e i tre piccoli stipendi creeranno uno stato di benessere generale» – sennonché Georges incontrava ancora più difficoltà degli altri a trovare a Parigi un lavoro che almeno all’inizio avrebbe voluto all’altezza dei suoi titoli di studio, ed era la persona meno indicata al mondo per creare uno stato di benessere generale. Ma la giovane russa lo ha stregato. Le ha fatto la corte. I due avevano in comune la conoscenza di parecchie lingue, lui parlava russo, inglese, tedesco, francese – georgiano, pochissimo –, lei le stesse, meno il georgiano, ma con in più l’italiano perché era cresciuta in Italia. Una ragazza russa dal cognome tedesco cresciuta in Italia era intrigante, seducente. È diventato un gioco tra loro parlare passando da una lingua all’altra, scherzando in una lingua e poi in un’altra, come i trapezisti si lanciano dal loro attrezzo verso le braccia tese dei partner. Quelle acrobazie poliglotte erano un buon modo per innamorarsi. Un giorno Nathalie ha rivelato a Georges la storia delle governanti che si alternavano in modo che in casa si parlasse ogni giorno una lingua diversa. «Vuole dire che avevate sette governanti?» ha chiesto Georges. «Solo sei, la domenica avevamo il diritto di restare in silenzio». Per come m’immagino mio nonno, deve avere finto di trovarlo del tutto naturale, allo stesso modo in cui fingeva di non essere sbalordito da quello che Nathalie gli raccontava, il più modestamente possibile, della residenza ducale in Toscana e dei vasti possedimenti in Russia, dove lei però aveva trascorso una sola estate. Si sono sposati il 29 marzo 1925, e il pranzo di nozze, un’abbuffata di kotletki e lobio, si è tenuto nella stanzetta piena come un uovo di georgiani e quasi solo di georgiani, dato che nessuno dei due conosceva francesi, e Nathalie non aveva parenti se non zia Nataša. Oltre a essere notoriamente generosi e ospitali, i georgiani hanno questa caratteristica peculiare, sorprendente in un popolo allo stesso tempo povero e colonizzato: non hanno nessun complesso d’inferiorità. Al contrario, trovano che non c’è niente di più invidiabile dell’essere georgiani. In ogni occasione brindano per rallegrarsene. Non credo che il pranzo di nozze sia potuto finire senza che Vano, nella sua veste di pater familias, abbia raccontato alzando il bicchiere la storiella preferita dai georgiani. Dopo avere creato il mondo, Dio assegna una terra a ogni popolo. Occupati a bere e far baldoria come il loro solito, i georgiani non sentono l’appello. Quando arrivano è troppo tardi: non è rimasto più niente. Si lamentano. Giurano a Dio che se non sono venuti è perché erano troppo occupati a pregarlo. Dio non ci casca, ma ha un debole per i georgiani. Aveva riservato per sé un angolino di terra benedetto, nascosto dietro alti monti le cui cime innevate scintillano al sole e proteggono fertili vallate, frutteti e vigneti, vini inebrianti, donne sorridenti e sensuali, uomini virilmente baffuti che passano le giornate a discorrere al caffè, giocando a domino e pizzicando indolenti le corde della loro chitarra: il paradiso in terra. «Via, georgiani,» dice Dio «ve lo regalo. Io verrò da voi in vacanza». Nathalie ha riso, naturalmente, ascoltando questo brindisi che il suocero ha distillato con tanto spirito e una così profonda gentilezza. L’ha comunque infastidita che si congratulassero così rumorosamente con lei per l’onore che le veniva concesso di essere accolta in una famiglia georgiana. Nathalie non era affatto snob, ma, insomma: come facevano quelle persone cordiali, buone come il pane e molto intelligenti, a non rendersi conto che nella loro vita precedente, la vita da byvšie ljudi, quel matrimonio tra un plebeo georgiano e un’aristocratica russo-tedesca imparentata con tutto il Gotha europeo sarebbe stato, dal punto di vista di lei, una mésalliance quasi inconcepibile, e che non sarebbe mai potuto accadere poiché le loro strade non si sarebbero mai incrociate? È quello che mio zio Nicolas ha sintetizzato dicendo un giorno a mia madre (lei non l’ha trovato divertente) che erano entrambi figli di Lenin. È vero: senza la rivoluzione di Ottobre i loro genitori non si sarebbero mai incontrati. Mio zio e mia madre non sarebbero esistiti – e io nemmeno.
Il demone di Georges
A differenza degli altri Zourabichvili, Georges aveva l’acuta consapevolezza dell’abisso che separava la sua famiglia da quella della moglie – nel mondo di prima, s’intende, perché nel nuovo mondo, dove entrambi erano passati sotto il rullo compressore della distruzione creatrice, erano esattamente nella stessa situazione. Penso lo affascinasse ciò che intuiva del mondo da cui lei proveniva e che anche di questo si sia innamorato – anche di questo si innamorerà mio padre quando, venticinque anni dopo, incontrerà mia madre. Ciò non toglie che l’indomani delle nozze Georges, cupo e agitato, abbia detto a Nathalie che quel matrimonio era stato un errore e che lui l’avrebbe inevitabilmente resa infelice perché era lui stesso infelice. Era infelice indipendentemente dalle circostanze esterne. Era infelice «costituzionalmente» – così diceva lui. In quelle condizioni, era sleale da parte sua legare al proprio destino quello di una ragazza che meritava di essere felice. Come ha reagito Nathalie? Ha pensato, immagino, che avrebbe potuto dirglielo prima. A lei, d’altra parte, non era mancato il tempo di rendersene conto, visto che si conoscevano da tre anni, e a Parigi facevano entrambi quella vita da esuli poveri che inquinava ogni gioia. Lei aveva trovato lavoro come segretaria multilingue, lui si era fatto assumere come tassista – professione in cui, come si sa, gli esuli russi e, secondariamente, georgiani erano sovrarappresentati. Per semplificare venivano chiamati tutti principi. A differenza di Nathalie, Georges non aveva uno stipendio vero e proprio, dato che veniva pagato a corsa e per non interrompere le sue vaste letture filosofiche ne rifiutava due su tre. Nonostante le loro magre entrate, i novelli sposi sono riusciti a trasferirsi in un appartamentino a Vanves: ventisei metri quadrati, due camere, perché Georges ci teneva assolutamente ad avere la propria. Non era l’Eldorado, ma era meglio dell’Hôtel des Alliés: almeno avevano una casa loro. Tuttavia, poche settimane dopo il matrimonio Georges è tornato dal lavoro ancora più cupo e agitato e ha dichiarato che non sopportava più la vita in comune, o meglio che la sua infelicità costituzionale avrebbe reso la vita in comune insopportabile per Nathalie e che sarebbe stato meglio per entrambi se lui fosse andato ad abitare altrove. Con quale denaro? Avrebbero trovato una soluzione. Georges ha preso una stanza in rue de Malte, vicino a place de la République, e ha iniziato ad attraversare Parigi, due o tre volte alla settimana, per andare a trovare la moglie, poi la moglie e la figlia Hélène, mia madre, nata il 6 luglio 1929. Lui e Nathalie non litigavano – non litigavano almeno finché Nathalie assecondava la finzione secondo cui quella sistemazione che la rattristava profondamente era il risultato di una decisione comune, presa per il bene comune, e non impostale senza preavviso, in modo brutale e incomprensibile. A questa condizione, Georges si comportava da ospite cordiale seppure stancante, perché appena appeso il cappotto, e mentre Nathalie preparava il pranzo o allattava la piccola Hélène, tirava fuori il pacchetto di sigarette e cominciava a fumare e a parlare, entrambe le cose a un ritmo frenetico, senza aspettarsi da lei altro che vaghe sollecitazioni. Georges amava le dispute intellettuali accese, ma in mancanza di avversari, gli bastava il monologo. Affrontava ogni possibile argomento: i libri, Dio, i suoi problemi di lavoro. Fra gli autori per cui mandava al diavolo i potenziali clienti del suo taxi, quelli che ha chiosato con maggiore attenzione sono Bergson e Jacques Maritain, filosofo cristiano che, con la moglie Raïssa, si è impegnato a convertire tutta la banda della NRF, Gide in testa – ma Gide, che come me era dell’opinione di chi ha parlato per ultimo, si convertiva facilmente a qualsiasi cosa, e altrettanto facilmente abiurava. Un’annotazione di mio nonno in un libro di Maritain mi ha fatto ridere. Accanto al nome di Auguste Comte ha scritto con la sua minuscola grafia: «cialtrone». Nathalie si interessava poco a Maritain, ancor meno a Auguste Comte, perché il suo nutrimento spirituale era la teologia ortodossa, le cui figure maggiori erano, tra gli scomparsi, Vladimir Solov’ëv, e tra i vivi Nikolaj Berdjaev, come loro esule a Parigi, il quale pubblicava i suoi libri presso piccole case editrici russe e li faceva tradurre dai suoi discepoli. Mia nonna ha tradotto in italiano alcuni articoli di Berdjaev e frequentava il gruppo che si riuniva informalmente attorno a lui nel suo villino di Clamart. Quando Nathalie evocava quella grande figura davanti al marito, questi faceva spallucce come se gli avesse nominato un autore di romanzetti rosa, ma quel disprezzo era niente paragonato all’autentico odio che provava per un altro dei suoi idoli: Tolstoj. La demolizione di Tolstoj era il pezzo forte di Georges Zourabichvili; stuzzicandolo su quell’argomento si poteva essere sicuri di animare una serata. Tolstoj: un proprietario terriero ricco sfondato che non si è mai accorto di possedere migliaia di servi della gleba destinati a marcire nelle loro isbe malsane soffocati dal fumo della stufa, con nugoli di zanzare sugli occhi scrofolosi dei figli, e all’improvviso, in una illuminazione, capisce che la sua vita di barin è vacua e immorale, mentre quella dei suoi servi è l’unica conforme al Vangelo, e decide di imparare da loro, cioè – esclamava mio nonno con un ampio gesto, facendo cadere la cenere della sigaretta sull’unica tovaglia in casa – cioè di fare loro la lezione! Ed ecco che Tolstoj smette gli abiti da nobile per la casacca del mugicco, finge umiltà con tutto il suo mostruoso orgoglio, miete e scrive interminabili pagine per spiegare quanto è bello mietere, quanto piace a Dio che l’uomo mieta. Ma non era Tolstoj il peggiore. Peggio di lui erano i tolstoiani, i pellegrini che arrivavano da ogni dove a Jasnaja Poljana, la tenuta del grand’uomo, per ascoltare la sua parola: «Ci dica come dobbiamo vivere, Lev Nikolaevič. Ci salvi dal peccato, Lev Nikolaevič. È Cristo a parlare per bocca sua, Lev Nikolaevič». Setta di vegetariani fanatici, con i sandali ai piedi, amici del popolo e dell’Umanità in generale, ma di nessun uomo in particolare... Travolta da questo torrenziale sarcasmo, mia nonna protestava timidamente. Se ne infischiava dei tolstoiani, ma amava come suoi cari amici Nataša Rostova, il principe Andrej, Pierre Bezuchov... Per lei leggere e rileggere Guerra e pace era come stare distesa in un campo, d’estate, e guardare passare le nuvole sopra di sé, e sentirsi pienamente viva. Mio nonno scuoteva la testa. Non parlavano la stessa lingua. Lui aveva la passione per le idee e un talento per l’acredine. Il suo idolo era Dostoevskij, che inizia il suo primo grande racconto, Ricordi dal sottosuolo, con queste parole: «Sono un malato. Sono un cattivo». E continua sullo stesso tono. Uomo del sottosuolo, sì, uomo malato e cattivo, uomo nascosto in cantina, uomo del risentimento, uomo delle frasi ripetitive, contorte, bituminose, raziocinanti, a cui molto somigliano le frasi di mio nonno nelle sue lettere. In passato ne ho lette una trentina prestatemi da mio zio Nicolas, e me ne sono servito per schizzarne in Un romanzo russo quel ritratto che ha profondamente ferito mia madre, come vedremo. Queste lettere interminabili, in cui i suoi fallimenti professionali sono invariabilmente dovuti a «gente che ce l’ha con lui», quando non esplicitamente a complotti contro di lui, questa alternanza fra accessi di esaltazione e di disperazione mostrano con chiarezza che Georges soffriva di disturbo bipolare. Quando ho scritto quel libro non sapevo cosa fosse; nel frattempo mi è stata formulata questa diagnosi, che collima così perfettamente con quanto per tutta la vita ha tormentato me, e tormentato altri, da essere quasi rassicurante: ora si sa cos’è e, in una certa misura, si può curare. Nel mio caso il litio funziona abbastanza bene. Riduce l’ampiezza degli sbalzi d’umore che hanno tutti, anche le persone più normali, ma che nei bipolari sono molto più accentuati. Tutti hanno alti e bassi, momenti di esaltazione e momenti di abbattimento, ma nei bipolari – che un tempo venivano chiamati maniaco-depressivi – gli alti sono più alti e i bassi più bassi. Ho pagato un caro prezzo ma mi sembra, a posteriori, di essere riuscito a usare questo male come uno strumento di conoscenza. Imparare a individuare, e almeno in parte a prevedere, queste pericolose oscillazioni dell’umore significa conoscere meglio se stessi e conoscere meglio anche qualcosa a cui nessuno sfugge e che appartiene alla condizione umana. Ma perché ciò sia utile occorre esserne consapevoli, magari anche poterne fare qualcosa. Impantanato nelle difficoltà materiali, senza accesso alla psichiatria né alla psicoanalisi, dotato di un’intelligenza acuminata ma non di talento creativo, mio nonno non ha avuto questa fortuna. Si sentiva governato da un demone di cui non sapeva il nome, che non è mai stato in grado di addomesticare e contro cui la sua passione per la filosofia più astratta e speculativa non lo ha protetto, anzi.
La chioma che brucia
Le fotografie della prima infanzia di mia madre, all’inizio degli anni Trenta, mostrano una bambina allegra e determinata accanto a una madre graziosa, slanciata, snella fino alla magrezza, che sembra portare sempre abiti estivi, e a un padre con cappotto e cappello, la fronte solcata da rughe profonde, le sopracciglia aggrottate, che invece sembra sempre appena arrivato o sul punto di andarsene in gran fretta. Un uomo costantemente di passaggio, sospeso tra due vite, mai fermo in nessun luogo. La maggior parte di queste foto è stata scattata nel bel parco di Meudon, perché Meudon, dove si erano trasferite Nathalie e la figlia, ancora una volta in un appartamento minuscolo, era uno dei centri della colonia russa di Parigi – tanto che veniva pronunciato Miedonsk. Kliemar era Clamart, dove abitavano zia Nataša e il circolo Berdjaev, e Biyanncur Billancourt, dove tanti russi avevano trovato lavoro come operai alla catena di montaggio nelle fabbriche Renault. Dei suoi primi anni mia madre riferiva tre ricordi, uno triste, l’altro strano, il terzo incantato. Il primo, quello triste, è che a Nathalie, amante degli animali, avevano regalato un gattino per il quale madre e figlia andavano pazze. Un visitatore l’ha schiacciato inavvertitamente – quel visitatore era mio nonno? Se sì, capisco che mia madre abbia preferito dimenticarlo. La piccola Hélène ne è stata talmente addolorata che non ci sono mai più stati animali in casa e inutilmente, molto tempo dopo, io e le mie sorelle ne abbiamo chiesto uno. Il secondo ricordo, quello strano, è ambientato nella chiesa ortodossa, durante la messa di Pasqua. In generale, le messe ortodosse sono molto lunghe, e quella di Pasqua ancor più delle altre. Si resta in piedi per ore, reggendo una candela la cui base è circondata da una coroncina di carta per non scottarsi le dita quando cola la cera. La piccola Hélène si annoia. La madre è in piedi accanto a lei, seria, in raccoglimento. La compatta assemblea dei fedeli recita gli infiniti Gospodi pomiluj gospodi pomiluj gospodi pomiluj, signore-pietà-signore-pietà-signore-pietà, mentre il celebrante barbuto, tutto d’oro vestito, dondola l’ostensorio. Davanti alla piccola Hélène c’è una bambina più grande di lei, otto o dieci anni, con una folta chioma rossa. La piccola Hélène è affascinata da quella chioma rossa. Si chiede cosa succederebbe se ci avvicinasse la candela. Se la chioma prenderebbe fuoco o no. Avvicina la candela. Sa benissimo che è una sventatezza. La fiamma lambisce la folta chioma rossa. La folta chioma rossa prende fuoco. Mia madre non si faceva mai pregare per raccontare questa storia, e noi eravamo entusiasti che ce la raccontasse. Immaginavamo la bambina dai capelli rossi trasformata in torcia umana. Per fortuna non è successo. La bambina se l’è cavata con qualche punta annerita, una ciocca da tagliare. Fatto sta che i capelli hanno veramente preso fuoco. Per alcuni istanti la bambina ha avuto una gran paura, e i suoi genitori anche. Passato lo spavento, e poiché i genitori erano caritatevoli ortodossi, anziché farne un dramma si sono adoperati per consolare la piccina responsabile dell’incidente: non era stata colpa sua, ovviamente. Quello che rende strana la storia è che, tornando a Meudon, la piccola Hélène ha confessato alla madre che no, non era stato affatto un incidente. Aveva dato fuoco di proposito alla bambina davanti a lei. Invece di rimproverarla, la madre le ha detto che era una buona cosa voler fare degli esperimenti: sintomo di una mente curiosa e persino scientifica (credo solo per metà all’ultima parte del racconto; ma chiaramente mi intriga che lei, mia madre, ci abbia creduto).
Una questione di lingua
Mia madre non soltanto chiama Meudon Miedonsk e Clamart Kliemar: è convinta di vivere in Russia. Fino a cinque anni, quando comincia le elementari, parla esclusivamente russo. Questa faccenda della lingua è complicata. I due fratelli di Georges, Arčil e Levan Zourabichvili, sono pilastri della comunità georgiana. Levan, il minore, sposerà presto una georgiana, Zeinab. I loro figli, Otar e Salomé, parleranno francese a scuola, ma georgiano a casa, e in seguito insegneranno il georgiano ai loro figli – il che non impedirà a nessuno di loro di integrarsi a meraviglia nella società francese. A casa di Georges e Nathalie, invece, si parla solo russo. Georges – che sa il cielo se poteva essere tirannico – non ha mai parlato altro che la lingua della moglie, non ha mai spinto né lei né i figli a imparare una parola della sua. Lui stesso finge di parlarla malissimo e giudica con malcelato disprezzo tutto ciò che riguarda la Georgia. Le maratone di brindisi, il vino nero e robusto che trabocca da corni di ariete, i nomi esotici, Melchisedec, Agrippina, Eracle, i canti di montagna a cappella, la regina Tamara che viene chiamata re Tamara, lui trova tutto questo... come dire? Provinciale? Chi conosce un grande scrittore georgiano? Almeno uno. Niko Nikoladze? Il grande Niko? Siamo seri. Sposando Nathalie, Georges si rallegra – per quanto si sia mai rallegrato di qualcosa – di essersi strappato a una cultura puramente locale per accedere a una cultura di primo piano, i cui grandi nomi – Puškin, Lermontov, Dostoevskij, lasciamo perdere Tolstoj – sono venerati in tutto il mondo. In termini contemporanei: ha abbandonato la lingua del colonizzato per quella del colonizzatore. Mia madre è stata sua degna figlia, lei che ha passato tutta la vita a osservare la Russia, a scrivere della Russia, ad amare la Russia, disinteressandosi completamente del piccolo popolo, ai suoi occhi arcaico, folkloristico e sciovinista, di cui era per metà originaria. E io sono degno figlio di mia madre, sotto questo aspetto come sotto tanti altri che cerco di chiarire in questo libro.
Keremma
Un giorno – è il terzo ricordo – mia madre ha cinque anni, è l’inizio dell’estate del 1934, i genitori le annunciano che trascorrerà le vacanze da una gentile signora francese che non conosce. Anche lei dovrà essere gentile, educata e soprattutto non lamentarsi. Mia madre non ha mai viaggiato prima, la madre le prepara una piccola valigia e il padre la porta alla gare Montparnasse, dove li aspetta la gentile signora francese. Georges scambia qualche parola in francese con la donna, sulla banchina da cui sta per partire il treno per Brest, poi bacia la figlia e se ne va. La gentile signora francese non parla una parola di russo, la bambina russa non parla una parola di francese. La gentile signora sorride alla bambina, la bambina le restituisce il sorriso. L’incanto ha inizio. Non so quante volte mia madre ci abbia raccontato questo episodio della sua vita, e sempre con la stessa allegria e la stessa gratitudine per questa donna che si chiamava Pauline Rumeaux. Senza veramente tradire Nathalie – o almeno è quello che dice mia madre –, Georges aveva dei «flirt», delle amicizie amorose con donne accomunate dall’appartenenza alla buona borghesia francese, e Pauline Rumeaux era il più significativo di questi «flirt». Parigina, protestante, madre di una numerosissima famiglia, era anche uno dei pilastri di una sorta di falansterio fondato oltre un secolo prima da un industriale socialista di fede saint-simoniana, Louis Rousseau. Questi aveva acquistato dei terreni paludosi vicino a un villaggio del Finistère, Tréflez, e aveva chiamato il luogo Keremma; vi aveva costruito delle abitazioni dove d’estate si ritrovava una decina di famiglie amiche che ne avevano l’usufrutto e se le tramandavano di generazione in generazione a condizione che non cercassero di venderle. Si disputavano regate, si scendeva in pantaloncini corti a pescare gamberetti su una spiaggia che con la bassa marea si estendeva all’infinito. Mia madre ha passato tutta l’estate a Keremma insieme a un gruppo di bambini che da mane a sera venivano lasciati completamente liberi, scalzi, in costume da bagno, con un maglioncino a righe sotto il letto e un impermeabile in caso di acquazzoni. Uno di questi bambini è rimasto suo grande amico – il nipote di Pauline, Étienne, che vent’anni dopo mia madre sarà a un passo dallo sposare. In capo a un mese la piccola Hélène parlava perfettamente francese – al suo ritorno il suo problema è stato piuttosto quello di dovere reimparare il russo. Ha imparato a leggere, e ha cominciato a divorare i libri per bambini già consumati da varie generazioni di lettori. Stravedeva per Madame de Ségur – nata Rostopčina, com’era precisato sulla copertina –, e si è immedesimata prima nella sfrontata Sophie di Quella peste di Sophie – proprio il tipo di ragazza capace di dare fuoco, per curiosità, alla sua vicina in chiesa –, poi nei bambini francesi avventuratisi alla scoperta della Russia nel Generale Durakin. La sera tardi, dopo che un adulto era venuto per la terza volta a spegnere le luci, teneva il suo circolo di bambini con il fiato sospeso raccontando che era nata in Russia, che i suoi genitori vivevano lì, che presto li avrebbe raggiunti, e che i Rossi avevano gettato sotto i suoi occhi suo zio in un pozzo. Non ha sentito affatto la mancanza dei genitori, che pure amava. Ha trascorso lontano da loro tre mesi di felicità senza ombre. È tornata a Keremma l’estate successiva ma non quella dopo – per un motivo mai precisato, ma che lei intuisce essere stata una lite fra suo padre e Pauline Rumeaux. L’hanno mandata invece in una colonia estiva di figli di esuli russi, a Morges, sul lago Lemano. Altri, cacciati da un paradiso come Keremma, si sarebbero immalinconiti. Non lei, che conserva un ottimo ricordo anche di quel soggiorno. Bambina intrepida, sempre ben disposta, sempre contenta, refrattaria all’autocommiserazione e al malumore. Questo ottimismo e questa capacità di adattamento, che saranno caratteristiche costanti di tutta la sua vita, mia madre li attribuisce all’educazione ricevuta dalla sua, di madre, il cui motto era quello di Disraeli: Never complain, never explain. Mai lamentarsi, mai dare spiegazioni – cosa che suo padre, invece, faceva di continuo, e io, poi, non ne parliamo.
Nina Berberova va al cinema
Nina Berberova conoscerà la gloria letteraria al crepuscolo della sua lunga esistenza. Negli anni Trenta, quando conduce a Parigi una vita da esule povera, è già una memorialista di talento, asciutta, immune da illusioni e da piagnistei, ferocemente indipendente. «Odiavo sopra ogni cosa» scrive «tutto ciò che aveva a che fare con il “nido”, il senso della famiglia ... Scaldarsi accanto a un altro, trovarvi accoglienza e rifugio: tutto ciò non solo mi ripugnava, ma mi sembrava anche umiliante ... Per me la gioia è vivere liberamente e coltivare la mia autonomia interiore, quali che siano le traversie che m’impone il destino». Con una curiosità poco comune fra gli esuli, Berberova frequenta di tanto in tanto una saletta in cui una cellula del Partito comunista francese organizza proiezioni di film sovietici. Non riferisce il titolo del film che ha visto quel giorno, dice solo che si svolge nel 1918, e questo mi ha dato l’idea di rivedere Ottobre, lo pseudodocumentario che Ejzenštejn ha girato per il decimo anniversario della rivoluzione. È istruttivo: un capolavoro del cinema – Ejzenštejn era un genio –, ma anche della più spudorata propaganda. Di fronte ai radiosi proletari e ai carismatici commissari del popolo, i controrivoluzionari (menscevichi con il monocolo, generali dell’Armata Bianca, panciuti kulaki, capitalisti che succhiano il sangue del popolo...) sono non solo abietti ma anche orgogliosi della loro abiezione, in cui si crogiolano con ghignante compiacimento, autentica feccia dell’umanità. A un certo punto del film una canaglia di banchiere boicotta gli sforzi di Lenin per risollevare l’economia del paese. La Banca centrale, in cui si è rifugiato, è assediata dai proletari che urlano – e urlano anche i buoni comunisti francesi presenti in sala: «Bastonatelo! Fategli ingoiare i denti! Morte ai nemici della classe operaia!». Lo catturano, la cinepresa gli si avvicina, Berberova, stupefatta, riconosce allora il nemico del popolo, con il suo bel cappotto dai risvolti di pelliccia, il colletto inamidato, il monocolo, l’aspetto da ebreo.
È suo padre.
La segreta
«All’ingresso della Banca di Stato» scrive Berberova «gli danno un minuto per fermarsi, guardare il canale di Caterina, il cielo di Pietroburgo, oscurato dalla pioggia, e me che siedo in un cinema di Parigi. I nostri occhi si incontrano. Lo conducono via sotto scorta. Poi non lo vedo più.... Dopo quindici anni di separazione che incontro fu quello!». Molto tempo dopo ha scoperto che il padre, un economista ebreo rimasto in Unione Sovietica dove si arrangiava per tirare avanti, era stato ingaggiato sulla prospettiva Nevskij dal regista Kozincev, che cercava un attore per la parte del nemico del popolo. Aveva la faccia giusta. Ha poi avuto una modesta carriera nel cinema, abbonato a parti del genere che a volte gli hanno procurato qualche insulto sul tram, prima che se ne perdessero le tracce nel caos delle grandi purghe staliniane. Oltre a dare i brividi, questa storia dice qualcosa di cui non sempre si ha chiara consapevolezza. Emigrare, fuggire dall’Unione Sovietica, significava rassegnarsi non soltanto a non farvi ritorno e a non rivedere chi si lasciava, ma anche a non averne mai più notizie. Era vivo o morto? Nessuna lettera, nessuna telefonata: era già la cortina di ferro. Per Nathalie non aveva grande importanza, lei conosceva troppo poco la famiglia materna per chiedersi chi fosse rimasto in quell’immensa segreta che era diventata la Russia – a parte il caro zio Jurij, gettato dai Rossi in fondo a un pozzo. Quanto agli Zourabichvili, invece, correva voce che una cugina fosse stata rapita e torturata da Lavrentij Berija in persona, l’altro grande georgiano del Partito – quello la cui madre, ricordate?, era amica di Nino e di notte si faceva aprire la chiesa per pregare Dio di perdonare i delitti del figlio. Berija non solo era responsabile, in quanto capo dell’NKVD, della morte di milioni di uomini. Era pure un sadico in proprio, che a tarda sera si faceva portare dal suo autista nel centro di Tbilisi e percorreva lentamente i larghi viali finché non vedeva una donna che gli piaceva. Allora l’autista e la guardia del corpo scendevano dall’auto e la rapivano affinché l’ometto calvo con gli occhiali dalla sottile montatura dorata potesse stuprarla, picchiarla, sfigurarla e, alla fine, di solito, ucciderla. Se una delle nostre parenti ha davvero subìto questa sorte, probabilmente nessuno lo saprà mai.
La casa degli Invalidi
L’Unione Sovietica era opaca. Di ciò che vi accadeva non si sapeva nulla, o soltanto menzogne. La Germania nazista era l’opposto. Vi accadevano cose terribili, ma alla luce del sole. Soltanto la soluzione finale sarebbe stata attuata in segreto. Invece a Norimberga le leggi antisemite erano state emanate urbi et orbi, tutti erano invitati a venire a constatarne personalmente i benefici effetti. Vista questa facilità negli spostamenti è ancora più sorprendente che Nathalie non abbia mai rivisto il padre, Victor von Pelken, fra la sua partenza da Bosco Bello nel 1910 e la sua morte nel 1937. Ma erano in corrispondenza. Mio zio Nicolas, che farà presto il suo ingresso in questo racconto, possiede alcune lettere di suo nonno scritte in una bella grafia gotica, grazie alle quali sappiamo che a Berlino Victor risiedeva nella casa degli Invalidi. Non sappiamo, però, se vi ricoprisse qualche incarico o se disponesse di un appartamento in virtù del suo stato di servizio militare – non molto brillante, comunque, dato che aveva lasciato l’esercito per vivere nel lusso in Toscana con il grado di capitano, non aveva preso parte a nessuna guerra e non era invalido. In una lettera degli anni Venti – epoca di folle inflazione in cui, come si apprende dai manuali di storia, un giorno serviva una carriola di banconote per comprare una pagnotta, e il giorno dopo due carriole – lamenta di essere a corto di denaro e di sfiancarsi a salire in uniforme una rampa di scale dopo l’altra di palazzi borghesi per piazzare opuscoli patriottici e religiosi e guadagnare così i pochi milioni di marchi necessari per presentarsi con decoro nella residenza estiva dei Bismarck, a Karlsbad, dove veniva invitato ogni anno in qualità di lontano parente. Il suo impoverimento non comportava decadenza. Nonostante il crollo della Germania, Victor conservava la propria posizione nell’universo aristocratico, collettivamente decaduto, in cui era nato. Nelle sue lettere non parla mai di qualcuno che non sia von qualcosa, titolo spesso accompagnato da un grado militare. Quando si risposa, prende in moglie una baronessina baltica di trent’anni più giovane, ma di salute così fragile che morirà prima di lui e nell’intervallo passerà la maggior parte del tempo in sanatori sparsi un po’ dovunque in Europa. Tra una visita e l’altra a cugini o amici ritiratisi nei loro castelli in Boemia o in Baviera, Victor l’accompagnerà nelle varie case di cura, e nell’unica foto di loro che conosco – a Davos, sulla neve, lui in abiti da città, lei così imbacuccata che se ne vede a malapena il volto, e dietro di loro una slitta che sembra l’attrezzo di scena di un fotografo – rassomigliano entrambi a personaggi di contorno della Montagna incantata – a cui Thomas Mann stava lavorando in quegli anni. Nel faldone dedicato al ramo tedesco della famiglia della moglie mio padre scrive una cosa che suona enigmatica: «Il grande silenzio in cui è avvolta la morte di Victor von Pelken, nel dicembre 1937, induce Nathalie a ritenere che il padre sia stato eliminato nella prima epurazione organizzata da Hitler contro l’aristocrazia tedesca e i vecchi quadri dell’esercito imperiale, a lui ostili. Nulla tuttavia lo attesta». Da dove le è venuta quell’idea, a Nathalie? Piuttosto, sono costretto a chiedermi che cosa fossero quei famosi «opuscoli patriottici e religiosi» che suo padre vendeva porta a porta per guadagnare qualche soldo. In una lettera alla figlia datata aprile 1927 Victor dice di essere molto attivo in un movimento religioso, la Nuova Chiesa tedesca, secondo la quale il messaggio di Cristo è stato snaturato dal pensiero ebraico. Ragion per cui bisogna «degiudaizzare» il Nuovo Testamento e rifiutare in blocco l’Antico... Un’altra lettera, del 1931, esprime l’auspicio allora comune che il nazionalsocialismo prevalga sul bolscevismo, e poiché la corrispondenza, o almeno ciò che ne è rimasto, si interrompe nel 1932, nulla permette di sapere se Victor von Pelken sia morto, come voleva credere Nathalie, da vecchio soldato che i valori militari e aristocratici tradizionali avevano trascinato in una cospirazione contro Hitler, o da sostenitore del Partito nazionalsocialista, o da niente di tutto questo: un pensionato povero, vedovo, che si lamentava del costo della vita e frequentava raduni di veterani – il che forse è solo una variante della seconda possibilità.
L’Hôtel Ric et Rac
Non so chi abbia dato a Nathalie la notizia della morte del padre, ma penso che ne sia stata profondamente addolorata. Non lo vedeva da ventisette anni, non era andato al suo matrimonio, ma lei gli voleva bene. Quel senso di occasione sprecata, quell’amarezza del «troppo tardi» l’hanno spinta a riprendere contatto con la madre, a cui invece non voleva bene. Si erano separate nel 1923, a Nizza, dove Ol’ga, spiantata, si era provvisoriamente stabilita con Woldemar. Quindici anni dopo era ancora lì, senza Woldemar che da tempo volava con le proprie ali, e Nathalie ha portato Hélène, che aveva nove anni, a conoscere, finché era in tempo, la nonna. Nei dintorni dei casinò, sul lungomare, ci sono grandi alberghi di lusso, luccicanti, con facciate bianche, porte girevoli, bar dall’atmosfera ovattata con poltrone di pelle, uno stuolo di fattorini, vetturini, inservienti a cui uomini in smoking, sottobraccio a donne in abito da sera, danno mance regali. In questi ambienti si incontrano persone ricchissime, principi russi falsi o autentici, avventurieri, truffatori, magnaccia spendaccioni, personaggi degni di Lubitsch che al bar ordinano «la luna in una coppa di champagne» (questa battuta si trova in un film meraviglioso intitolato Trouble in Paradise in inglese, e in francese Haute pègre,1 non so quale dei due titoli preferisco). Il dietro le quinte è meno affascinante. Nelle viuzze alle spalle del casinò ci sono alberghi miserabili come l’Hôtel Ric et Rac in cui Nathalie ha avuto la penosa sorpresa di ritrovare la madre. La clientela degli alberghi di questo tipo è costituita da piccoli giocatori assidui, squattrinati, che puntano poco e vincono poco. Ossessionati dalle martingale, il loro sogno non è tanto che il croupier, con il suo rastrello, spinga verso di loro una montagna di fiche destinate a essere subito perse, quanto trovare, a forza di calcoli, una formula, un sistema per vivere di roulette, senza lussi ma senza rischi. I «sistemisti», come vengono chiamati, invidiano e detestano i giocatori spendaccioni, che scommettono per il gusto e l’ebbrezza di scommettere. I giocatori spendaccioni invece ignorano i sistemisti. I croupier e il personale dei casinò li disprezzano. In realtà, nulla indica che la mia bisnonna fosse una sistemista e nemmeno una giocatrice. Lo deduco solo dal fatto che ha vissuto per più di dieci anni in un albergo frequentato quasi esclusivamente da giocatori. Me la immagino lì a condurre una vita grama e cupa, senza amici, mangiando da sola in un piccolo caffè. La sua bellezza priva di affabilità si era trasformata in una secchezza grinzosa, inacidita, e non pare sia stata felice di rivedere la figlia o di conoscere la nipote: nella sua vita senza eventi ogni imprevisto era un disturbo. Nathalie e Hélène rimangono una sola notte a Nizza, da dove tornano indietro tristi – e non andrà meglio quando, dodici anni dopo, ritroveranno le tracce di Woldemar. Anticipiamo: all’inizio della guerra, che scoppierà nel prossimo capitolo, Ol’ga lascia Nizza diretta prima in Germania e poi in Austria, dove riprende contatto con il fratello Fëdor, l’unico dei suoi parenti a essere uscito bene dalla rovina generale delle grandi famiglie russe bianche dopo la rivoluzione. Poiché lei vive nell’assoluta indigenza e Fëdor lo sa, Ol’ga si aspetta che il fratello, seduto sui Cranach e i Van Eyck della moglie, la aiuti – e lui la aiuta, sì, ma in misura minima, una sola volta, facendole gentilmente capire che nelle presenti circostanze le ricchezze non sono inesauribili e che non dovrà contare su nuovi sussidi. Sempre più povera, sempre più solitaria e misantropa, Ol’ga, che ora parla da sola per strada, continua la sua erratica corsa attraverso l’Europa, fino a Lainz, nei pressi di Vienna, dove nel 1943 finisce in un ospizio i cui residenti al termine della guerra saranno tutti morti di inedia. Lascia soltanto un orologio di nichel, che non basta nemmeno a coprire le spese del funerale. «Questo percorso iniziato fra gli ori di Pietroburgo si chiude a Lainz con un pezzo di nichel, come a illustrare l’adagio Sic transit gloria mundi» conclude «l’autore di queste righe», cioè mio padre, che nel 1990, approfittando di un convegno di assicuratori a Vienna, ha cercato per ore nel cimitero di Lainz la tomba dell’altera Ol’ga von Pelken, nata contessa Komarovskij. Invano. Dev’essere stata sepolta nella fossa comune.
Il sanatorio di Brévannes
I genitori di Nathalie erano persone rigide, piene di pregiudizi di classe, che la perdita delle ricchezze e dei privilegi ha infranto. La loro storia è intessuta di separazioni, vanità mortificata, solitudine. I genitori di Georges, Vano e Nino, sono tutto il contrario. Anche loro, che non erano aristocratici ma membri di spicco dell’intelligencija del proprio paese, hanno subìto un declassamento vertiginoso ritrovandosi lui magazziniere al Bon Marché e lei a sfamare la famiglia con kotletki impastate con la carne più economica, a volte quella destinata ai cani, su un fornellino a gas, in un albergo che non era meglio del Ric et Rac di Nizza. Se lo hanno sopportato meglio è stato perché, a differenza degli sprezzanti genitori della nuora, erano una famiglia unita, affettuosa, che offriva un caldo rifugio contro le avversità e non si è mai disgregata. E al di là di questa famiglia, c’era il clan dei georgiani di Parigi, strenuamente solidali, di cui Levan, il figlio più giovane, sarebbe stato, dopo la guerra e fino alla sua morte, il capo indiscusso. Nell’ultima foto che abbiamo di loro, Vano e Nino sono seduti su una panchina, lei vestita con un grosso cardigan di lana sopra un abito nero, i capelli bianchi raccolti in un morbido chignon, le mani posate sulle ginocchia una sopra l’altra, e queste mani sono belle, e nobile il loro abbandono. Lo sguardo è dritto, buono, fermo: donna forte, intelligente, non ridotta alla condizione femminile comune della sua epoca. Lui, con il braccio sinistro che avvolge la schiena della moglie, le stringe teneramente la spalla sinistra, mentre la mano destra, ben aperta, è appoggiata sulla spalla destra di lei. Porta un berretto e un completo informe di velluto a coste. L’ex consulente legale della Ferrovia transcaucasica sembra un vecchio operaio che si arrotola le sigarette da solo. Il suo volto rugoso è sorridente, indulgente, e ciò che dice l’espressione di entrambi è: finché noi due, Vano e Nino, saremo insieme, andrà tutto bene, nulla potrà farci davvero del male – anzi sì: una disgrazia che colpisca i ragazzi, i nostri tre ragazzi, il nostro meraviglioso Arčitun, e Levančik, e quello che più li preoccupa, Goglik. Nel Quaderno di Anna Magdalena Bach c’è una melodia molto semplice che si chiama Bist du bei mir, se tu sei con me: Bach si rivolge alla moglie e le dice che se lei è accanto a lui la morte non gli sarà amara. La foto dei miei bisnonni georgiani ormai anziani mi ricorda questa melodia. Vano e Nino sarebbero dovuti restare insieme, così come sono sulla loro panchina, sereni, poveri e commoventi, l’immagine più semplice e giusta che ho dell’amore umano, finché uno dei due non fosse morto e l’altro non gli avesse chiuso gli occhi. Non è andata così. Vano tossiva; gli hanno trovato un principio di tubercolosi e lo hanno mandato in un sanatorio, a Brévannes, nei dintorni di Parigi. In quel momento è scoppiata la guerra. Nel caos dell’esodo, Nino voleva a ogni costo raggiungere il marito, ma i figli l’hanno convinta, in assoluta buona fede, che lo avrebbe ritrovato presto, e sono fuggiti tutti verso Bordeaux. Soltanto alla fine della guerra Nino ha saputo che Vano era morto da solo nel sanatorio di Brévannes il 14 giugno 1940, giorno in cui l’esercito tedesco è entrato a Parigi.
V
LA GUERRA A BORDEAUX
Le memorie di Nicolas
Mio zio Nicolas, che fa qui il suo ingresso in questa storia, è stato e rimane una delle persone più importanti della mia vita. A partire dalla mia adolescenza ha esercitato su di me un’influenza pari a, e in competizione con, quella di mia madre – il che è stato per lei fino all’ultimo giorno motivo di un rancore tenace, inconfessato, irredimibile. Va detto però che non hanno aspettato me per avere un rapporto difficile. Qualche settimana fa – scrivo queste righe nel novembre 2023, tre mesi dopo la morte di mia madre – sono andato a trovarlo, come faccio spesso, nella casa in cui vive con la moglie Catherine, vicino a Mantes-la-Jolie. Nicolas, che ha ottantasette anni, è affaticato, gli tremano le mani, cammina con passo malfermo, ma il suo viso, il suo sguardo, la sua voce calda, avvolgente, conservano qualcosa di giovanile. Rimane per me, se non il ragazzo che non ho conosciuto, il giovane uomo che mi ha accompagnato durante gli anni di formazione e oltre, e ancora oggi mi accompagna. Dopo pranzo ci siamo accomodati nella grande stanza che serve da salotto, studio, sala da musica. Se Nicolas seguisse il suo impulso sarebbe anche una camera da letto, perché ha, come me – o meglio, io ho ereditato da lui – un ideale che viene da Jules Verne, quello di un bozzolo da cui non c’è bisogno di uscire, in cui si ha tutto, ingegnosamente disposto e organizzato, a portata di mano: il Nautilus, il sottomarino di Ventimila leghe sotto i mari. Era così che, per necessità, viveva da giovane, in stanzette nei sottotetti o in minuscoli monolocali. Altri, con l’età e maggiori possibilità economiche, avrebbero abbandonato quel modo di vivere, lui no. La grande stanza di Mantes ricrea tutte le stanze che Nicolas ha occupato nel corso del tempo. Conosco da cinquant’anni le librerie lungo le pareti – le prime se le è costruite lui, e ne ha aggiunte altre a mano a mano che i libri si accumulavano e lo spazio aumentava. So dove sono gli scaffali degli spartiti, i libri in tedesco, quelli in italiano, quelli in russo, molti dei quali hanno l’odore immediatamente riconoscibile delle edizioni sovietiche – la colla puzza di pesce. Conosco il grande tavolo rustico, accanto alla porta-finestra che dà sul giardino, le foto di famiglia appese alle pareti – molte sono uguali a quelle di mio padre – e il grande ritratto di Johann Sebastian Bach, così severo, così buono, sotto il cui sguardo si vorrebbe vivere e morire. È inteso che dopo la morte di Nicolas questo ritratto passerà a me, è forse l’unica eredità a cui tengo davvero – come mio figlio Jean tiene al pugnale di zio Louis Coquet: siamo poco legati alle cose. Conosco il samovar, il divano su cui lui rimane semisdraiato perché fin da quando era giovane soffre di mal di schiena, la poltrona su cui mi siedo io, di fronte a lui, e così sistemati parliamo per ore, rilassati, in un’atmosfera assolutamente russa – una versione suburbana e dolce di Gorodnja. È la prima volta che ci rivediamo dopo la morte di sua sorella, che lo riempie di tristezza allo stesso tempo perché è morta, perché sulla terra non rimane più nessun testimone della loro infanzia e perché alla fine tra loro non c’è stato nessun chiarimento. Gli chiedo alcuni particolari della loro giovinezza – come ho fatto spesso, soprattutto per scrivere Un romanzo russo, con le conseguenze disastrose che racconterò. A un certo punto, non ricordo più quale fosse la domanda, mi dice: «Questo non me lo ricordo. Ma penso che sia nelle mie memorie». Cado dalle nuvole: «Le tue memorie? Cos’è questa storia? Hai scritto le tue memorie?». «Ma sì. Perché tanta sorpresa? Le hai anche lette». «Come, le ho lette? Me lo ricorderei se avessi letto le tue memorie». «A quanto pare no. È stato quindici o vent’anni fa. Ti sei pure fermato a dormire, hai passato la notte a leggerle e la mattina mi hai detto che però ero duro con tua madre». Va bene. So che Nicolas dice la verità, sono io che non ricordo – ed è più che sorprendente, ma non mi resta che ammetterlo. È vero che la mia memoria ha dei buchi a causa di quella che oggi viene chiamata TEC, e che una volta si chiamava elettroshock. Nicolas mi spiega che ha scritto queste memorie vent’anni fa, senza ambizioni letterarie né desiderio di pubblicarle, e non per se stesso ma per i suoi discendenti. Perché lui, quando guarda le foto di famiglia, soprattutto quelle di parenti lontani, ama scrutare i volti di quelle persone che sono vissute prima di lui e di cui ignora tutto o quasi. Gli piacerebbe sapere chi erano, conoscere la loro vita, le loro vicissitudini, i loro amori, le loro opinioni, le loro morti. Le cose per cui ciascuno era proprio quella persona e non un’altra. E così ha scritto le sue memorie. Non ha coperto tutta la sua vita, il racconto si ferma al 1971 – poco prima di eventi che gli costava troppa sofferenza raccontare. Poi ne ha fatto un’edizione rilegata, molto curata, di cui gli è rimasta, in uno scatolone, una ventina di copie. «Me ne dai una?». «Certo». Così me ne vado con questo libro di cinquecento pagine in cui mio zio racconta con la massima onestà possibile, con semplicità, senza raffinatezze stilistiche ma con chiarezza e con perfetta proprietà di linguaggio, chi è stato, ciò che ha vissuto – cosa che mi interesserebbe in ogni caso, ma che per giunta capita nel preciso momento in cui mi avvio a intraprendere un’impresa simile alla sua. Sono felice di leggerlo – o rileggerlo – finché Nicolas c’è ancora. La sua morte si avvicina, è inevitabile. Non mi piace pensare che dovrò vivere il resto della mia vita senza di lui.
Padre Olympe
Nicolas ha quattro anni quando i suoi genitori, con lui e la figlia maggiore, fuggono da Parigi e si ritrovano a Bordeaux. Pensa che i suoi ricordi dell’esodo siano di seconda mano. Quelle lunghe file di auto e di carretti pieni di mobili, fermi per ore sulle strade, mentre gli aerei tedeschi li sorvolano e sganciano bombe nel cielo azzurrissimo, per forza di cose li ha visti veramente, era lì, ma per lui sono solo immagini di repertorio o di film. Del loro arrivo a Bordeaux conserva un ricordo più personale. Lo scenario è un locale molto grande, come il cortile coperto di una scuola nel quale siano stati eretti in fretta e furia dei tramezzi o appese delle tende per dividere lo spazio in stanze di fortuna. Intere famiglie di rifugiati russi si accampano lì sulle loro valigie – quel locale infatti dipende dalla Chiesa ortodossa di Bordeaux. Questa chiesa, che non somiglia affatto a quella di rue Daru con le sue cupole azzurre e dorate, occupa il seminterrato di un edificio anonimo. Il suo rettore si chiama padre Olympe Palmin. È un siberiano con un fisico da taglialegna, nato a Krasnojarsk in una famiglia contadina in cui per tradizione il primogenito diventava sacerdote. Lui non era il primogenito, quindi la cosa non lo riguardava. Mobilitato nel 1914, è stato prigioniero in Germania e, liberato alla fine della guerra, non ha fatto ritorno in Russia, che nel frattempo era diventata Unione Sovietica. Si è ritrovato a Parigi, senza famiglia, senza altra esperienza professionale che essere sopravvissuto alla giornata in un campo di prigionia, parlando male il francese – che non avrebbe mai parlato bene. Si è mantenuto con lavoretti manuali – principalmente di falegnameria – fino a quando ha saputo, non so attraverso quali canali, che il fratello maggiore, rimasto in Siberia, era morto. Ora era lui il primogenito: toccava a lui. Senza esitare, è andato a iscriversi ai corsi di teologia dell’Istituto ortodosso Saint-Serge. Nicolas: «Davanti a una simile assenza di vocazione, si potrebbe pensare che fossero riunite tutte le condizioni per fare di lui il peggiore dei preti. Pochi furono migliori». Quando è arrivato a Bordeaux, i suoi parrocchiani hanno organizzato un pranzo per dargli il benvenuto e vedere quanto reggesse la vodka. Non si sfida un siberiano su questo terreno. Al termine della serata, erano finiti tutti sotto il tavolo, tranne lui che se n’è andato dicendo: «Bene. Vi aspetto tutti alle otto per la messa». Alle otto non mancava nessuno. Nathalie e i suoi figli hanno voluto subito bene a padre Olympe, senza immaginare il ruolo che avrebbe svolto nelle loro vite. Per alcune settimane hanno vissuto nel cortile, dove approdavano centinaia di russi che l’esodo aveva disperso, poi in un quartiere borghese, vicino alla Garonna, Georges ha trovato un appartamento molto più grande e molto meno caro di tutti quelli in cui avevano abitato a Parigi. Non si capacitavano di quella fortuna, di cui hanno avuto ben presto la spiegazione. L’edificio era a duecento metri dal molo, e proprio lì sotto si trovava una base sottomarina tedesca, che l’aviazione alleata bombardava tutti i giorni. Ogni notte suonava l’allarme, scendevano e ritrovavano i vicini nelle cantine basse dal soffitto a volta, delle quali Nicolas conserva un ricordo in cui l’eccitazione prevale sul terrore. Il mattino andava in fondo alla via, chiusa da uno sbarramento di filo spinato oltre il quale iniziava la base sottomarina. Si nascondeva per guardare i soldati tedeschi che tappavano con cemento fresco, trasportato su carriole, le buche provocate dai bombardamenti della notte. Le bombe alleate hanno distrutto uno dopo l’altro gli edifici del quartiere – le cui macerie, dopo la guerra, sono state rase al suolo, sicché, tornandoci in seguito, Nicolas non ha riconosciuto niente. Fino ai cinquant’anni ha conservato un ricordo molto preciso di quell’appartamento che sua madre, in una lettera, chiama «l’appartamento meraviglioso». Poteva disegnarne la pianta esatta che poi, stranamente e, per lui, tristemente, è svanita dalla sua memoria.
La ragazza ideale e il bambino prodigio
Nel corso del trasloco da quai Conti ho ritrovato alcuni compiti di francese di mia madre e un disegno realizzato coscienziosamente nel quale sono raffigurati Louis Pasteur e Charles de Foucauld. Uno dei compiti ha per titolo: «Fate il ritratto della ragazza ideale». Mia madre, alunna di terza media, ha sull’argomento un parere netto. «La ragazza ideale» scrive «ha molti amici, gioca a tennis e a bridge, segue la moda, e grazie a tutte queste qualità diventerà sicuramente una buona moglie e una buona madre di famiglia». Ma tutto ciò, agli occhi della piccola Hélène, non è sufficiente. «È impeccabile dal punto di vista mondano, ma dove sono la sostanza, l’anima, l’intelligenza?». Questo tema è l’unica traccia che ho di mia madre da scolara. Poiché non ha scritto le sue memorie, su di lei in quel periodo ne so molto meno che su Nicolas. Fino ai sei anni mio zio ha parlato soltanto russo. Quando la madre lo portava ai giardinetti non capiva quel che dicevano gli altri bambini e se ne stava in disparte. Anche quando ha cominciato la scuola e imparato, non senza difficoltà, il francese, a casa continuava a parlare russo – tranne con Hélène, che si faceva un punto d’onore a imporgli di parlare, e a parlare lei stessa, la lingua del paese in cui vivevano, e di cui lei stava scoprendo con entusiasmo la letteratura. Victor Hugo, Balzac, Dumas, Corneille: leggeva di tutto. Nonostante l’influenza della sorella, il percorso scolastico di Nicolas ha preso presto una piega peculiare, in gran parte a causa della Chiesa. Per l’intero periodo trascorso a Bordeaux la parrocchia retta da padre Olympe è stata il centro della loro vita sociale. Nathalie e i figli ci andavano il sabato sera per i vespri, la domenica mattina per la liturgia e almeno due volte alla settimana per partecipare al coro. Nathalie, che aveva una bella voce da mezzosoprano, ne era un elemento così attivo che ben presto le prove del mercoledì si sono tenute nel minuscolo appartamento di rue Montgolfier per il quale avevano, a malincuore, lasciato l’appartamento meraviglioso ma davvero troppo pericoloso: il palazzo vicino era stato polverizzato. Nel salotto, che serviva anche da camera da letto di Nicolas, si accalcava una decina di russi, che parlavano per lo più solo russo. Quell’invasione metteva in fuga Georges, che non amava la musica e le era perfino ostile. In questo caso come in molti altri Hélène condivideva i pregiudizi del padre e se ne vantava, e appena iniziavano i canti se ne andava con ostentazione in camera sua a fare i compiti. Nicolas la guardava allontanarsi con tristezza, perché viveva nell’adorazione della sorella maggiore, la imitava in tutto e avrebbe voluto che lei amasse ciò che lui stesso cominciava ad amare. Restava immobile, per ore, carponi sotto la tavola o fra i piedi dei coristi. Poiché in famiglia mancavano radio, grammofono e i mezzi per assistere ai concerti, questi canti di chiesa sono stati il suo primo contatto con la musica. Dice che è da lì, dalla liturgia russa, che proviene la sua conoscenza istintiva, sorprendentemente sicura, dei princìpi dell’armonia. Il precoce amore del suo bambino per la musica ha spinto Nathalie a portarlo da un maestro di pianoforte del quartiere, secondo il quale Nicolas aveva talento. Sono iniziate le lezioni, una volta alla settimana e poi due. Il destino di Nicolas era deciso: sarebbe diventato un pianista, anzi un virtuoso del piano.
Stalin o Hitler?
Quando è cominciata l’Occupazione della Francia gli esuli come mio nonno si sono trovati di fronte a un dilemma: schierarsi dalla parte del paese che li aveva accolti e contro l’invasore, o dalla parte dell’invasore e contro un nemico comune? Dovevano, in quanto francesi, considerare nemica la Germania? O considerare la Germania il baluardo della civiltà contro il bolscevismo? Nella famiglia Zourabichvili si sono accapigliati a lungo sulla questione. In una lettera che Nicolas conserva, Levan sostiene che la Francia ha dato loro asilo, che le devono riconoscenza, che sarebbe una vergogna allearsi con i suoi nemici. Allora Georges risponde che non ritiene di dovere alcuna riconoscenza a un paese che lo ha sempre trattato come un cane. «Nessuno ti tratta come un cane,» rispondeva Levan, spazientito «sei tu che ti comporti da arrogante e non hai mai fatto il minimo sforzo per integrarti». La discussione si inaspriva. Si è ulteriormente complicata nel giugno del 1941, con la rottura del patto russo-tedesco e l’improvviso attacco nazista sul fronte orientale, noto come Operazione Barbarossa. Il paese che la Germania attaccava, e che le opponeva un’eroica resistenza, era l’Unione Sovietica o la Russia? Il nostro nemico ideologico o la nostra patria eterna? Un soldato dell’Armata Rossa era da considerare un sovietico – nemico – o un compatriota – amico? Mio nonno difendeva la prima posizione, contro i fratelli. Tutto piuttosto che il bolscevismo, e nel nazionalsocialismo c’era del buono, diceva, perché restituiva l’orgoglio alla Germania ed esaltava, contro il rammollimento democratico, valori nobili e disinteressati. Al colmo dell’esaltazione, dichiarava di voler raggiungere i soldati russi dell’Armata Vlasov, che combattevano sul fronte orientale a fianco dei tedeschi. Non ha fatto niente del genere perché aveva una famiglia sulle spalle, e in ogni caso il suo temperamento puramente intellettuale rendeva quell’impegno bellico una chimera. Ha lavorato per due anni come interprete in un garage che riforniva la Wehrmacht. E poi, nel 1943, è stato assunto, sempre come interprete, sempre contro il parere dei suoi, ma questa volta direttamente, dai tedeschi.
«Ho buone ragioni di credere che l’autunno non mi troverà vivo»
Dai tedeschi – cioè? Si distingue sempre, e a ragione, fra la Wehrmacht – esercito regolare, composto da soldati che servono il loro paese, e il fatto che il loro paese sia criminale non li rende necessariamente dei criminali – e le Waffen SS o la Gestapo: i veri cattivi, imperdonabili. Secondo la versione che circola in famiglia, mio nonno ha lavorato per il dipartimento economico della Kommandantur, il che fa di lui un collaborazionista, certo, ma un collaborazionista di piccolissimo calibro, senza responsabilità né potere di nuocere. Uno che si è guadagnato da vivere in quel modo perché aveva la sfortuna di parlare bene il tedesco, e che è stato sfortunato anche alla Liberazione, quando avrebbe potuto farla franca – come tanti altri, alcuni molto più compromessi di lui. «Ma questa» scrive Nicolas «è la versione ufficiale, vale a dire quella di Hélène, e io sono ben lontano dal ritenerla veritiera. I fatti, di per sé, sono molto verosimili, ma non si conciliano con l’atmosfera di mistero, paura, colpevole silenzio che tuttora li avvolge, né con le allusioni orecchiate qua e là, con le informazioni frammentarie che li contraddicono palesemente. Come per esempio lo strano comportamento di mio padre nei mesi che ne precedono la scomparsa. Pare che nel 1943 i tedeschi, la cui situazione militare diventava sempre più critica, gli abbiano offerto la cittadinanza tedesca per ricompensarlo del suo lavoro e della sua perfetta conoscenza della lingua, e gli abbiano organizzato un viaggio d’informazione in Germania per permettergli di apprezzare tutti i risultati conseguiti dal Terzo Reich. Mio padre avrebbe così visto molte cose, compreso un campo di concentramento. Al suo ritorno a Bordeaux, non sarebbe stato ormai che l’ombra di se stesso. Avrebbe anche avvertito, ogni volta che poteva, le persone che stavano per essere arrestate, e spesso sarebbe intervenuto per far liberare dei prigionieri. All’epoca Levan aveva costituito un dossier con parecchie lettere di persone, per la maggior parte ebrei, che testimoniavano di dovergli la vita. Simili poteri vanno oltre quelli di un semplice interprete – ed è ancora meno verosimile che un semplice interprete venga inviato a visitare dei campi di concentramento. Non so cosa sia accaduto in quel viaggio in Germania, ma l’immagine di mio padre, già confusa nella mia memoria, lo diventa ancora di più verso la fine della guerra e della sua vita: a un tratto lo avverto silenzioso, assente, è un’immagine di morte prima della morte». A sostegno di tale ipotesi, questa cartolina spedita a Pauline Rumeaux il 15 giugno 1944, vale a dire nove giorni dopo lo sbarco degli Alleati in Normandia: «Ho buone ragioni di credere che l’autunno non mi troverà vivo».
L’ultimo volto di Georges
L’autunno è ormai arrivato. Nei primi giorni di settembre del 1944, quando era imminente la liberazione di Bordeaux, Georges è stato arrestato dal Deuxième Bureau e interrogato a lungo sulle sue attività. È stato liberato con un lasciapassare in cui si diceva che, pur avendo lavorato per i tedeschi, non si era reso colpevole di atti esecrabili e non doveva più essere infastidito – questo prezioso documento figura nel dossier di Levan. Ma tutti sapevano che stava per iniziare l’epurazione, un’ondata di regolamenti di conti e di esecuzioni sommarie, al di fuori di ogni legalità, e alcuni amici gli hanno consigliato di nascondersi in campagna per qualche settimana o qualche mese. Lui si è rifiutato perché, diceva, non aveva niente da rimproverarsi – e forse, è così che poi mia madre si è raccontata la storia, perché sapeva cosa sarebbe accaduto e accettava il suo destino. Preoccupato per lui, padre Olympe ha insistito perché si rifugiasse nel seminterrato che fungeva ancora da canonica, quello in cui la famiglia aveva trovato ospitalità al suo arrivo a Bordeaux cinque anni prima. Mio nonno ha rifiutato anche stavolta. Allora quel prete russo che parlava appena il francese e se ne sbatteva alla grande dei tedeschi ha dichiarato che, se le cose stavano così, sarebbe andato lui a stare da Georges, in rue Montgolfier. Nathalie e i due bambini non erano a Bordeaux, ma sul bacino di Arcachon, dove avevano affittato per l’ultima settimana delle vacanze una casetta chiamata L’Oustaou, «la casa» in occitano. Non si rendevano ben conto, sembra, di ciò che stava avvenendo. Georges è andato a trovarli in giornata. Hanno mangiato le cozze. Mia madre aveva quindici anni. Di quelle poche ore, le ultime che hanno passato tutti e quattro insieme, ricorda un particolare che mi ha rivelato molto tempo dopo, quasi inavvertitamente. Era andata ad aspettarlo a La Teste-de-Buch, il capolinea dell’autobus. Quando è sceso, non lo ha riconosciuto. Quello che le si avvicinava e le dava un bacio era un estraneo. Solo dopo qualche istante ha capito cos’era successo. Suo padre si era tagliato i baffi. Lei lo aveva sempre visto con i baffi, che portava da quando aveva vent’anni. Quei baffi facevano parte di Georges Zourabichvili come il suo sguardo e la sua voce, ed erano spariti: al loro posto, un rettangolo di pelle bianca. Durante il pranzo lo ha guardato di soppiatto: era davvero suo padre, quello? Quale sia stata la reazione di Nathalie e di Nicolas lei non lo dice, e Nicolas non ricorda quasi nulla di quella giornata, perché aveva una sola cosa in testa, raggiungere sulla spiaggia un’amichetta che si chiamava Bernadette – sarà il nome della sua prima moglie. Nel tardo pomeriggio hanno accompagnato Georges a prendere l’ultima corriera per Bordeaux. Per qualche giorno lui ha abitato in rue Montgolfier insieme a padre Olympe. Questi, purtroppo – o per sua fortuna –, non era in casa il 10 settembre, quando tre uomini armati di mitra sono andati a prelevare Georges con una Traction Avant nera. Secondo le ricerche di Levan, corroborate dalle testimonianze dei vicini, erano degli FTP (Franchi tiratori e partigiani), molto radicati nel Sudovest e a maggioranza comunista, più temuti delle FFI (Forze francesi dell’interno). Mio nonno non è stato più rivisto. Nessuno sa né quando né come sia morto.
VI
NICOLAS
«Non bisogna dire niente»
Nathalie e Hélène sono tornate a Bordeaux in fretta e furia dopo avere affidato Nicolas a una villeggiante loro vicina ad Arcachon, dove, per qualche giorno, lui ha partecipato con assoluta innocenza all’euforia generale. La sera sulla spiaggia si tenevano fiaccolate e lui e gli altri bambini urlavano a perdifiato «Viva de Gaulle! Abbasso i crucchi!». Raccoglievano dalla sabbia proiettili di mitragliatrice, a volte interi caricatori, che si scambiavano come biglie. Al suo ritorno a Bordeaux, quella vita spensierata si è trasformata in un incubo. Sua madre restava giornate intere seduta sul divano a piangere e, quando lui le chiedeva cosa stesse succedendo, il mento cominciava a tremarle e lei gli diceva con voce particolarmente preoccupante di non preoccuparsi. Oppure uscivano all’improvviso, lei se lo portava dietro in uffici pubblici di ogni tipo, e passavano ore nei corridoi, sulle panche, in attesa di essere ricevuti e di scoprire che ne era stato di Georges. Non lo sapeva nessuno, a nessuno fregava niente, e poi che razza di nome era quello, Zourabichvili? La madre e la sorella avevano deciso che Nicolas era troppo piccolo per capire e, pensando di proteggerlo, gli dicevano che il padre era in viaggio, che sarebbe tornato presto e che sarebbe andato tutto bene. Nicolas faceva fatica a crederci, tanto più che a scuola avevano cominciato a chiamarlo «figlio di collaborazionista», e qualche volta, dato che era russo, «sporco comunista» – insulto che oggi lo diverte per la sua incoerenza, poiché l’emigrazione russa in Francia era per definizione non comunista, mentre lo era la maggior parte della Resistenza a Bordeaux. Più di una volta gli hanno spaccato il muso o sputato in faccia. Tornava a casa in lacrime, ma sua madre rifiutava di andare a lamentarsi. Lo prendeva per le spalle, lo guardava con dolorosa intensità e gli diceva sottovoce, come se temesse di essere sentita da un qualche nemico, che non bisognava dire niente. «Non bisogna dire niente»: questa frase ha ossessionato Nicolas per tutta la vita. È uno di quegli elementi che lo fanno dubitare della versione ufficiale, relativamente benevola, riguardante le attività del padre durante la guerra. Ha cominciato a vivere in una totale schizofrenia. Al giardino pubblico i bambini giocavano ai partigiani e ai collaborazionisti come ai cow-boy e agli indiani – le parti venivano estratte a sorte, perché nessuno voleva fare il collaborazionista. Era una verità unanimemente accettata che i collaborazionisti erano delle carogne e i partigiani eroi che avevano salvato la Francia. Ma a casa sua, in rue Montgolfier, circolava una verità diametralmente opposta: il regime di Vichy aveva avuto il coraggio di proteggere la Francia dall’arbitrio tedesco – sarà la famosa tesi dello «scudo»; Georges, che era stato collaborazionista, era un uomo irreprensibile, e i partigiani che lo avevano assassinato erano ignobili canaglie. A casa Nicolas accettava docilmente questa verità, ma fuori doveva tacerla. Fuori doveva fingere di credere a quella che a casa gli dicevano essere una mostruosa menzogna collettiva. Ne andava della loro vita. Ben presto, per aggiungere un altro strato a questo millefoglie di menzogne, ha cominciato a dubitare anche della verità che circolava in casa. Quel dubbio non poteva confidarlo a nessuno – né a un amico a scuola, sarebbe stato troppo pericoloso e comunque non lo aveva, né alla madre e alla sorella, sarebbe stato come distruggere il patto su cui ormai si fondava la loro vita. Non bisognava dire niente, né fuori, né in casa, nemmeno a se stesso, nel suo intimo. Così è diventato un bambino taciturno, chiuso, «subdolo», secondo la madre e la sorella che faceva disperare – in realtà, ritiene Nicolas col senno di poi, profondamente depresso.
L’uomo di casa
A quindici anni Hélène era molto precoce e Nathalie così smarrita, così fragile, che la figlia, ancora liceale, ha assunto il ruolo di capofamiglia o, come si diceva allora, dell’«uomo di casa». Da un giorno all’altro l’adorata sorella maggiore si è trasformata per Nicolas in una seconda madre, più autoritaria e dura della prima, che prendeva decisioni su tutto, in particolare sulla sua istruzione – cosa che lui sopportava a malapena. La sua istruzione si basava su un paradosso. Se studiava musica non era perché lo avesse chiesto lui o perché gli piacesse, ma perché avevano detto a sua madre che era portato e lei si era convinta che sarebbe diventato un pianista professionista, un virtuoso per il quale sognava sale da concerto gremite e applausi scroscianti. È sorprendente che con simili premesse la musica sia comunque diventata il centro della vita di Nicolas. Per conciliare l’impegnativo studio del pianoforte con un percorso scolastico «normale», Nathalie aveva raggiunto con la scuola un compromesso aberrante, che consisteva nella frequenza part time, a volte di mattina, a volte di pomeriggio – con il risultato che Nicolas non capiva mai di cosa si stesse parlando in classe perché aveva perso la lezione precedente. Quel che era peggio, non stringeva amicizie. Sempre ai margini, sempre fuori dai giochi, girava timidamente, senza osare avvicinarsi, intorno a gruppi a cui nessuno lo invitava a unirsi. Passava la maggior parte della giornata in rue Montgolfier, solo, in teoria a esercitarsi al pianoforte ma in realtà a immalinconirsi. I progressi erano modesti, gli insegnanti si lamentavano di lui, senza dire chiaramente se a mancargli fosse la buona volontà o il talento. Delusa, sua madre si intristiva ancora di più. La posizione di Hélène era ambigua. Da un lato formava con Nathalie un blocco repressivo che nulla scalfiva, dall’altro non amava la musica, lo diceva forte e chiaro – mi sembra evidente che fosse, come l’ostilità verso Tolstoj, un modo per restare fedele a suo padre – e non approvava gli studi ai quali veniva costretto Nicolas. Soltanto su questo punto, senza mai dirlo esplicitamente, coltivava con il fratello una sorta di complicità alle spalle dei suoi maestri di musica e anche dei grandi compositori di cui lui studiava i brani – Bach e Mozart venivano assimilati a barbosi insegnanti, veri e propri inviti a marinare la scuola.
Frugare
Intrappolato in questa fitta rete di messaggi minacciosi e contraddittori, Nicolas ricorda di avere sviluppato due sintomi. Il primo è la mania di frugare. Appena Nathalie e Hélène uscivano lasciandolo solo davanti alla tastiera, Nicolas apriva febbrilmente i cassetti, gli armadi, ispezionava le tasche di ogni vestito, le cose della madre e della sorella. Non ci voleva molto: l’appartamento era così piccolo e possedevano così poco! Ma, terminata la perquisizione, ricominciava subito daccapo, temendo di avere tralasciato un possibile nascondiglio. Cosa cercava? Non è difficile dirlo: informazioni sul padre. Quando ha cominciato a partecipare ai campi scout, ogni giorno spediva a Nathalie una cartolina che terminava puntualmente con questo ritornello ossessivo, sia per compiacere la madre sia per alimentare in sé una speranza cui credeva sempre meno: «Un giorno, presto, sentiremo bussare alla porta: toc toc toc, e diremo: chi è? E sentiremo: sono papà». Non è accaduto. È accaduto invece che un giorno Nicolas ha trovato nella borsa della madre un certificato del Comune di Bordeaux che compare, ingiallito, sfilacciato, nel dossier di Levan, con il quale si informava la signora Zourabichvili che il marito, prima dichiarato disperso, veniva ora dichiarato deceduto sulla base di numerose testimonianze concordanti. Dopo quel giorno Nicolas non ha più frugato, non ha più aspettato di sentire toc toc toc alla porta.
Mentire
Non mostrando a Nicolas quel certificato, Nathalie e Hélène pensavano ovviamente di proteggerlo. E ovviamente si sbagliavano: nella sua infelice condizione, venirne a conoscenza sarebbe stata la cosa migliore che potesse accadergli. E gli è accaduta, ma in segreto. Ha dovuto nascondere che sapeva. Ha dovuto mentire. Era l’altro suo sintomo: mentire. Mentiva in ogni circostanza, a volte per interesse – per nascondere un brutto voto o perché aveva comprato una rivista illustrata, proibita in casa in quanto volgare –, ma per lo più del tutto gratuitamente. Se gli chiedevano che cosa aveva fatto quel pomeriggio, dov’era stato, con chi aveva parlato, mentiva. Diceva qualcosa che avrebbe potuto essere vero, proprio come la verità, ma che era falso. Mentiva per mentire. «Questa mania» scrive nelle sue memorie «è stata la piaga della mia infanzia e della mia adolescenza, e mi ha accompagnato fino alla maggiore età. Immagino che servisse a proteggere quella che credevo fosse la mia libertà. Dico “credevo”, perché evidentemente era l’opposto: una prigione che nessuno intorno a me ha mai capito quanto mi facesse soffrire. Mi rinchiudeva ancora più ermeticamente nella mia solitudine». E ora chiedo un supplemento di attenzione. Ancora Nicolas: «Molto tempo dopo ho provato a parlarne con Hélène. E ho avuto la sorpresa di sentirla rispondermi, con uno stupore forse non simulato – perché conosco la sua straordinaria capacità di credere lei stessa alle finzioni che crea per fare in modo che il mondo corrisponda ai suoi desideri: “Ma cosa dici? Tu non sei mai stato un bugiardo!”».
Una storica sovietica
Cento volte, quand’era piccolo, ricorda Nicolas, sua sorella lo ha colto in flagrante reato di menzogna. Cento volte gli ha fatto la ramanzina. Era un fatto appurato, sconfortante, incomprensibile: Nicolas era un incorreggibile bugiardo. E, a quanto pare, oggi non è cambiato niente, poiché lei gli assicura che, nel ricordare che mentiva, lui mente, o comunque si sbaglia: «Ma cosa dici? Tu non sei mai stato un bugiardo!». Oggi questo disaccordo non ha gravi conseguenze: Nicolas pensa che il sintomo fosse di Hélène, non suo. Quand’era piccolo, invece, lo esponeva a quella che in psicologia si chiama dissonanza cognitiva: bisogna credere a qualcosa a cui in realtà non si crede, ritenere vero qualcosa che si sa falso, e questo adattamento ha un costo psichico molto pesante. La dissonanza cognitiva era una delle caratteristiche principali della vita in Unione Sovietica, dove tutta la società sottostava a un credo che la realtà contraddiceva in ogni momento, e dove per sopravvivere bisognava credere al credo, non alla realtà. In questo universo distopico tutto era capovolto: la scarsità si chiamava prosperità, il terrore fiducia, la delazione cameratismo e la menzogna verità. Il bolscevico Pjatakov lo ha riassunto in questa formula di orwelliana purezza citata, ricordate?, dal biografo di Stalin, Simon Sebag Montefiore, durante la nostra memorabile cena al ristorante Petrovič: «Se il Partito gli dice che il bianco è nero e il nero è bianco, un bolscevico non deve credere a ciò che vede, ma a ciò che il Partito gli dice di vedere». A volte ho sentito Nicolas chiamare la versione che ancora oggi Hélène dà della morte del padre «la linea del Partito». Un giorno è andato oltre: «Hélène non è solo una storica dell’Unione Sovietica: è una storica sovietica». La battuta è crudele. Mi ha fatto ridere, e non solo ridere, perché ne vedevo la verità, ma è questo genere di affermazioni che mi ha fatto dire, dopo avere letto le memorie di Nicolas: «Però sei molto duro con tua sorella». «Credi? Ma dico solo la verità». «Dici la tua verità. Anche tua sorella è sinceramente convinta di dire la verità, e che sei tu a dimenticare, o a deformare, o proprio a mentire». Nei rapporti con la sorella Nicolas è stato per tutta la vita combattuto fra la gratitudine perché lo ha cresciuto e il risentimento perché lo ha cresciuto nella menzogna, in quell’atmosfera di mistero e minaccia che ha descritto nelle sue memorie e di cui nella mia infanzia ho avvertito l’eco attutita. Per quanto mi riguarda, infatti, la mia visione del mondo si è interamente formata in questo conflitto tra la versione di mia madre e quella di mio zio. Da piccolo ho amato mia madre come non ho amato e non amerò mai nessuno in vita mia. Con candore entusiasta e assoluto, ho fatto mia la sua versione della storia della nostra famiglia e, più in generale, della vita. Ma nella mia adolescenza Nicolas è diventato il mio modello, il mio fratello maggiore, forse il mio amico più caro non meno che mio zio, e mi ha trasmesso la sua ossessione per la verità – ossessione che, diventato scrittore, ho sempre rivendicato con una insistenza che può sembrare sospetta. Cercare la verità, per me come per lui, significava opporsi, lui a sua sorella, io a mia madre. E mi ci è voluto molto tempo per capire che se ciascuno contesta e persino nega la versione dell’altro, non per questo le due versioni sono in contraddizione. Nicolas dice che tutta la sua vita psichica è stata deviata perché la madre e la sorella gli hanno mentito. Hélène dice che ha dato tutta se stessa e tutto il suo amore per proteggere Nicolas. Hanno ragione entrambi, naturalmente. Ognuno, come sempre nella vita, ha fatto quello che ha potuto.
Pietà filiale
Dal giorno in cui gliene ho parlato, il mio amico Hervé mi incoraggia a scrivere questo libro. Lo trova ricco di prospettive umane e storiche. Quando, dopo la morte di mia madre, l’ho raggiunto nel paesino del Vallese che è da quasi quarant’anni il luogo della nostra amicizia, mi ha ricordato le lunghe conversazioni della nostra giovinezza sui pensatori della Cina antica. Da una parte Lao-tzu e Zhuang-zi, i maestri paradossali e selvaggi del taoismo, dall’altra Confucio, la cui saggezza più convenzionale ispira da duemilacinquecento anni la vita sociale della Cina. Il taoismo è un torrente di montagna, il confucianesimo un fiume di pianura, propizio alla navigazione. Allora preferivo il taoismo al confucianesimo, che trovavo borghese, con i suoi sempiterni elogi della moderazione, del distacco, delle istituzioni, del culto degli avi e della pietà filiale. «Una volta,» mi dice Hervé «al tempo in cui in montagna facevamo camminate di sette o otto ore, il concetto di pietà filiale ti irritava. Non ci capivi niente, e non volevi capirci niente. Adesso siamo diventati vecchi, le nostre madri sono morte e tu scrivi un libro di pietà filiale. Se non perderai di vista questa pietà, se sarà questa la tua bussola, sarà il tuo libro migliore». Vorrei che fosse vero. Vorrei scrivere questo libro all’insegna della pietà filiale. Non sono sicuro di esserne in grado. A questo punto del racconto mia madre ha solo quindici anni, la dipingo già autoritaria e dura, e fingo di essere turbato perché Nicolas dice: «Hélène non è solo una storica dell’Unione Sovietica: è una storica sovietica», ma a me è capitato di dire: «Mia madre ti mente anche quando le chiedi l’ora». Se assecondo la mia inclinazione, parto dunque con il piede sbagliato per fare di questo racconto il monumento di pietà filiale che vorrei fosse. Ci provo comunque, nella speranza che mi sorprenderà, che rompendo la crosta di rancore e di malintesi formatasi strato dopo strato in più di cinquant’anni arriverò a quella che dev’essere la sorgente di questo libro: lo sconfinato amore che ci ha uniti nella mia infanzia. Ma tale affermazione implica anche la pretesa di sapere cosa mi aspetto, mentre quello che mi aspetto è l’inaspettato, quello che spero è l’insperato. Si vedrà.
Družok
Passati i giorni dell’esodo, quando tante famiglie russe si erano ammassate da padre Olympe, la maggior parte di loro aveva trovato un alloggio, ma lui ha continuato ad accogliere ogni ortodosso che avesse bisogno di un tetto, e non solo ogni ortodosso: bastava avere il suo indirizzo per vedersi assegnare una camera o almeno un letto, per qualche giorno o qualche mese, perché non è mai accaduto che padre Olympe abbia respinto qualcuno – e tanto meno preteso un affitto. Nicolas non ricorda quante stanze ci fossero da lui, quel che è certo è che erano sempre occupate, spesso da due persone, e che, per non dover condividere la propria, padre Olympe aveva tenuto per sé la più piccola. Ma anche quella, un bel giorno, l’ha data a un russo in difficoltà, così ha fatto la valigia ed è arrivato in rue Montgolfier chiedendo a sua volta ospitalità per qualche giorno che è diventato qualche settimana e poi qualche mese. Alla fine è rimasto più di un anno, finché è stato assegnato alla cattedrale Saint-Alexandre-Nevsky di Parigi, in rue Daru. Gli hanno dato la camera di Georges, che da quando era scomparso nessuno aveva più occupato. In linea di principio non volevano destinarla a nuovo uso, perché significava ammettere che Georges non sarebbe tornato. Ma la presenza di padre Olympe era provvisoria, quindi... Tale presenza ha reso molto più distesa l’atmosfera in rue Montgolfier. Quell’uomo buono era anche un uomo allegro. Parlando di teologia con Nathalie, trovava il modo di farla ridere – in realtà, era soprattutto lei che parlava di teologia, perché lui si annoiava con tutto ciò che era intellettuale e astratto. A piacergli erano le persone, e aiutarle. Nicolas pensa che padre Olympe gli abbia salvato la vita. Non era più solo di fronte all’autorità della madre e della sorella, c’era un altro uomo, che è stato per lui il migliore dei padri sostitutivi. Lo chiamava družok, amico mio, e di lui non ha che ricordi luminosi e gioiosi. In quei tempi vigevano ancora il razionamento e le tessere annonarie, Nicolas andava con lui a procurarsi burro e uova in una fattoria lontana da Bordeaux, e quel viaggio era un’avventura: dovevano attraversare la città in tram, poi prendere un altro tram fino a Léognan, e poi camminare a lungo, per quasi un’ora, e Nicolas trascinava i piedi, si lamentava, chiedeva di continuo: «Manca ancora tanto?». Avrebbe potuto benissimo risparmiarsi quella fatica, ma non lo avrebbe fatto per nulla al mondo, perché era una festa avere tutto per sé padre Olympe – il quale, per spronarlo, trasformava quella pesante scarpinata in una caccia al tesoro. All’andata sotterrava ai piedi dei cippi chilometrici delle scatole di fiammiferi che al ritorno bisognava ritrovare e dissotterrare. Quarant’anni dopo, quando sono diventato a mia volta un amante delle lunghe camminate in montagna, Nicolas, che lo era fin dall’adolescenza, mi ha insegnato una variante del gioco di Družok: si porta una bottiglia di vino, di fendant se si è in Svizzera; all’inizio della giornata, a circa un quarto della salita, la si infila fra due pietre di un torrente e si prosegue l’ascensione. Al ritorno si ritrova il torrente, si tira fuori la bottiglia ghiacciata, la si stappa e ci si siede tranquilli sull’erba per berla. Ciò che rende meraviglioso quel momento è sapere che si è quasi arrivati, che restano mezz’ora o tre quarti d’ora di discesa facile, che si può affrontare senza pericoli anche se si è un po’ brilli. Niente supera questa leggera e frizzante ebbrezza. I piedi viaggiano da soli. Nicolas ricorda anche i bagni al mare di Družok: non si toglieva la tonaca, ma se la sollevava, tendendo le braccia, a mano a mano che si immergeva, sicché dalla spiaggia si vedeva soltanto una strana forma nera che oscillava sopra le onde, impossibile da identificare per chi si fosse perso l’inizio della scena. Ricorda i tentativi di Družok di andare in bicicletta sui sentieri di campagna: non soltanto era intralciato dalla tonaca, ma le auto lo spaventavano a tal punto che si gettava nel fosso appena sentiva arrivarne una in lontananza. Il cameratismo con padre Olympe ha salvato Nicolas dalla depressione in cui, senza conoscere il termine, era sprofondato. Un altro sintomo: come a tanti bambini, non gli piaceva alzarsi dal letto. Ogni scusa era buona per rimanere raggomitolato sotto le coperte, al caldo, al riparo. Allora poteva raccontare a se stesso che quello che stava vivendo era soltanto un brutto sogno. Al suo risveglio, il padre sarebbe tornato, e la sua vita sarebbe ridiventata normale e semplice, come prima dei sette anni – l’età della ragione che era stata per lui quella della discesa agli inferi. Questo sogno a occhi aperti si è protratto ben oltre l’infanzia, dice. Lo ha accompagnato per tutta la vita, e più la sua vita si allungava, più anche il sogno diventava lungo, ramificato, ricco di episodi di cui alcuni erano in apparenza allegri, ma in realtà minacciosi. Ancora oggi Nicolas aspetta di svegliarsi da questo sogno, di non essere più l’uomo di ottantasette anni che ne è il protagonista illusorio, ma il bambino di sette anni, ben reale, che fa il sogno e vive nella realtà felice in cui suo padre c’è ancora, in cui sua madre non piange di continuo, in cui sua sorella non è diventata la sua seconda madre e allo stesso tempo la sua nemica.
Anche lei
Pochi giorni prima di morire, a novantaquattro anni, mia madre mi ha detto che le capitava ancora, spesso, di sognare che suo padre tornava.
VII
LA GIOVANE HÉLÈNE
«Scegliere fra la stupida felicità delle pietre e il letto melmoso dove noi la attendiamo»
Sette foto minuscole, quattro centimetri per otto, in bianco e nero, con i bordi dentellati, mostrano una stanza vuota, poi occupata da due donne, poi dalle due donne e da un uomo. A destra, una scala conduce a un mezzanino. A sinistra: un tavolino, tre sedie, una porta. Anche se non si vedono le tende che lo incorniciano, è evidente che questo salotto non è un vero salotto, ma una scena teatrale, e che le tre persone sono attori. Una di loro è mia madre. Sulla cartellina mio padre ha scritto Il malinteso – senza altre indicazioni, purtroppo, e senza data. Il malinteso è un dramma di Albert Camus, messo in scena per la prima volta nel 1944. La rappresentazione in cui recitava mia madre si è tenuta a Bordeaux, quindi prima del 1948, data del suo trasferimento a Parigi: aveva meno di vent’anni. La trama del Malinteso, che vuole essere una tragedia moderna, è la seguente: una madre e la figlia gestiscono una locanda in una periferia avulsa e desolata. Sognano di andare a vivere in un luogo più accogliente, in riva al mare. Per mettere insieme il denaro che permetterebbe loro di realizzare questo sogno, assassinano i rari clienti che si presentano, li derubano e ne fanno sparire i corpi nel canale. All’inizio del dramma veniamo a sapere che la madre aveva un figlio, che se n’è andato quindici anni prima e del quale non si hanno più notizie. Arriva un uomo con la giovane donna che ha appena sposato. Come si può immaginare, è il figlio. Ma la sorella e la madre non lo riconoscono e lo uccidono prima che lui abbia il tempo di rivelare la propria identità. I dialoghi sono cupi, tranne, alla fine, un monologo incantatorio della sorella, che ha appena capito di avere ucciso il fratello e impazzisce. Scritta per mettere in luce Maria Casarès, che era allora il grande amore di Camus, la parte della sorella è di gran lunga la più gratificante del dramma – doveva essere la più ambita –, e immagino mia madre, ancora liceale, che prova nella sua stanza di rue Montgolfier questa tirata: «Noi siamo state derubate, glielo dico io. A che serve quel grande appello dell’essere, l’avvertimento delle anime? Perché gridare verso il mare o verso l’amore? ... Mi creda: il suo dolore non sarà mai paragonabile all’ingiustizia recata all’uomo. E, per finire, ascolti un mio consiglio. Le sono debitrice almeno di un consiglio, poiché le ho ucciso il marito. Preghi il suo Dio che la renda simile alla pietra ... Faccia come lui, rimanga sorda a ogni grido, raggiunga la pietra finché è in tempo. Ma se si sente troppo vile per entrare in quella pace muta, si unisca a noi nella nostra casa comune. Addio, sorella mia! È tutto facile, vede? Deve solo scegliere fra la stupida felicità delle pietre e il letto melmoso dove noi la attendiamo». In che occasione sia stato messo in scena lo spettacolo, chi recitasse insieme a mia madre, chi vi abbia assistito, tutto questo è ormai impossibile saperlo – le mie uniche fonti sono queste foto quasi indecifrabili e il ricordo molto vago di Nicolas. Certo è che a quell’epoca mia madre sognava di diventare un’attrice e che preparava la sua parte come se un giorno dovesse interpretarla davanti a migliaia di spettatori. Non ha mai fatto nulla da dilettante. Voleva eccellere in tutto, e ciò in cui non eccelleva non lo faceva. Preferiva dire che non le interessava, e se non le interessava è perché non era interessante.
I cognati
Nell’immediato dopoguerra, per una piccola compagnia teatrale mettere in scena Il malinteso era una scelta banale, una scelta dell’epoca. L’altra opzione sarebbe stata Porta chiusa di Sartre, rappresentato anch’esso per la prima volta nel 1944. I due drammi affrontano gli stessi temi filosofici: l’assurdità della condizione umana, la disperazione, «l’inferno sono gli altri». Ma penso che mia madre, a diciassette anni, avrebbe preferito non recitare piuttosto che recitare in una pièce di Sartre – mentre Camus sì, era possibile. Entrambi avevano preso parte alla Resistenza – Camus attivamente, Sartre meno. Entrambi erano usciti dalla guerra dalla parte dei vincitori, ma Camus era indulgente verso i vinti perché erano uomini, Sartre spietato perché preferiva le idee. Per Camus l’epurazione era inevitabile, ma per non degenerare in guerra civile doveva essere breve e coinvolgere soltanto i grandi collaborazionisti, gli autentici criminali. E gli scrittori? Quelli che avevano messo la loro penna al servizio del nemico? Non erano forse ancora più colpevoli se quella penna era brillante? Questo dibattito vedeva contrapposti i fautori intransigenti della pena capitale – Sartre, Aragon, Éluard, i comunisti – e i favorevoli alla clemenza – Paulhan, nella sua Lettre aux directeurs de la Résistance, Mauriac, tanto cristianamente sollecito nel sostenere i colleghi in cattive acque da essere soprannominato san Francesco delle Assise. Camus è passato dal primo schieramento al secondo ed è stato fra coloro – Claudel, Marcel Aymé, Cocteau, Anouilh, Colette – che hanno chiesto a de Gaulle la grazia per Robert Brasillach. Brasillach... Impossibile qui schivare il capitolo su Brasillach. In occasione del trasloco da quai Conti ho ritrovato la copia consunta, che ho sempre visto nella libreria dei miei genitori, del suo libro di ricordi, Il nostro anteguerra. Reca la data del 1941, ho una lettera in cui mia madre scrive alla suocera quanto sia stata felice di trovarlo sulla bancarella di un bouquiniste poco dopo il suo arrivo a Parigi, nel 1948. Ha portato con sé come un tesoro quel libro, allora maledetto, oggi completamente dimenticato. E come un tesoro lo ha custodito. Avrà sempre una preghiera in serbo per coloro che difendevano Brasillach, avevano chiesto la grazia per lui, ne tramandavano il ricordo, perché così facendo era come se difendessero suo padre, come se chiedessero la grazia per suo padre, ne tramandassero il ricordo. Ho appena riletto Il nostro anteguerra. Brasillach è nato nel 1909, scrive questi ricordi nel 1940; quello che ripercorre il proprio passato è quindi un uomo di trentun anni, che a trentacinque sarà morto. Dice noi, molto raramente io, perché gli piace stare in compagnia e con gli amici. Non c’è un solo ricordo d’infanzia, è come se fosse nato normalista. Traduce Plutarco dal greco in latino, organizza goliardate, va in vacanza a Saint-Tropez con quattro soldi (nel 1932, doveva essere davvero bello), si diverte a tirar fuori frasi assurde («Lei mi sembra un autobus», è in Les Copains di Jules Romains, la bibbia di questo umorismo datato) imitando la dizione brusca e beffarda di Louis Jouvet. Insieme al suo migliore amico, Maurice Bardèche, esplora una Parigi popolare che è ancora quella dei film di René Clair, con i suoi poetici balletti di lattaie e gendarmi, e già quella, più misteriosa, dei surrealisti. Inseparabili e di lì a poco cognati (Maurice sposa Suzanne, la sorella di Robert), si appassionano entrambi alla pittura, elogiano in Jean Fouquet «il dolce e attento rispetto del volto umano» e ammirano al Louvre «alcuni Le Nain grigi e coraggiosi» («grigi e coraggiosi»: bisogna essere un vero scrittore per abbinare questi due aggettivi). Leggono con entusiasmo Péguy, e vanno in pellegrinaggio a Chartres recitando:
«Quando ci avranno messi in una stretta fossa,
«quando ci avranno cantato l’assoluzione e la messa,
«ti preghiamo di ricordare, regina della promessa,
«il lungo cammino che abbiamo fatto fino in Beauce».
Si appassionano soprattutto al cinema. Alle comiche, le torte in faccia, i poliziotti della Keystone, le meravigliose immagini grigie, saltellanti, medianiche, del cinema muto, e alla Corazzata Potëmkin, vista cento volte nelle salette del Quartiere Latino, dove viene proiettata soltanto a posti esauriti e con metà degli spettatori in piedi. Sentendosi sicurissimi del fatto loro, i due cognati accettano di scrivere una Histoire du cinéma, nientemeno, che sarà pubblicata nel 1935. Hanno poco più di venticinque anni, il libro è composto da due grossi volumi, è ottimo. Una storia concorrente sarà scritta qualche anno dopo da un loro coetaneo, ma comunista, Georges Sadoul. Quella di Sadoul è stata a lungo il testo di riferimento di professori e animatori di cineclub, finché non è stata spodestata dai ragazzi della Nouvelle Vague che, non va dimenticato, all’inizio erano tutti, compreso Godard, abbastanza di destra e perfino di estrema destra. La coppia Bardèche-Brasillach è meno attendibile di Sadoul in fatto di date e filmografie, ma incomparabilmente più sensibile e piacevole da leggere. A casa avevamo i due volumi, e dalla loro lettura è nato il mio amore per il cinema. Finora i nostri due amici sono giovani estremamente simpatici, con cui ci vedremmo bene a discutere fino a notte fonda di Pabst, Sjöström, von Stroheim. Poi, sebbene nel 1935 Brasillach ritenga il Mein Kampf «l’apice del cretinismo, scritto da una specie di maestro elementare idrofobo», le cose si guastano. Da un reportage di dieci giorni i cognati ricavano, a caldo, con la loro consueta velocità, una Histoire de la guerre d’Espagne in due volumi – dal punto di vista non dei repubblicani, ma, ovviamente, dei franchisti. Caporedattore di «Je suis partout», che in origine doveva essere una rivista culturale e un pretesto per ritrovare gli amici – il cameratismo è il suo valore fondamentale –, il garbato Brasillach, paffuto, con gli occhiali tondi di tartaruga, sempre pronto a una buona battuta o a un cinema a mezzanotte, si ritrova a poco a poco a scrivere cose come: «Senza rendercene conto, incoraggiamo la menzogna, incoraggiamo il Giudeo. Riusciremo a farla finita con il fetore di putrefazione profumata che ancora esala la vecchia puttana moribonda, la baldracca sifilitica, che odora di patchouli e perdite bianche, la Repubblica sempre in attesa sul suo marciapiedi? È sempre lì, screpolata, ulcerata, attorniata dai suoi ruffiani e dai suoi giovincelli, accaniti quanto i vecchi. Li ha serviti tanto bene, portando loro tante banconote nelle sue giarrettiere; dove troverebbero la forza di abbandonarla, nonostante la blenorragia e le piaghe? Ne sono stati infettati fino al midollo». Non meno sconvolgente della bassezza del pensiero, in questo normalista elegiaco, è la trivialità del linguaggio. Due anni dopo, ecco la guerra, la terribile fotografia del viaggio degli scrittori francesi a Berlino («In quegli anni, più o meno tutti sono andati a letto con la Germania... e ne conserveranno un dolce ricordo»), gli appelli, in «Je suis partout», «a separarci in blocco dagli ebrei, e a non tenere i bambini». Poi la Liberazione, il suicidio per Drieu La Rochelle, la fuga per Céline – fuga erratica, epica, che lo trascina sulle vette del suo genio furibondo – e, per Brasillach, la condanna a morte. È stato l’unico fra gli scrittori, si può dire che abbia pagato per gli altri. Grande dignità durante il processo: come se avesse smaltito la sbornia. Davanti al plotone di esecuzione, il 6 febbraio 1945, rifiuta la benda sugli occhi. Fra l’uno e l’altra, durante la detenzione a Fresnes scrive poesie che forse non sono belle come dicono quelli che lo paragonano a André Chénier, ma sono davvero belle. Mia madre ne conosceva diverse a memoria.
«La vita è diventata più allegra»
All’inizio dell’estate del 1946 una notizia ha portato lo scompiglio nella piccola comunità dei russi bianchi. Stalin aveva decretato l’amnistia generale per tutti quelli che avevano lasciato il paese. Offriva loro la cittadinanza sovietica, riapriva loro quelle frontiere che pensavano di avere attraversato senza poter tornare, li invitava a costruire, anch’essi, una società più giusta, più prospera, più allegra – poiché, come aveva proclamato al culmine del Grande Terrore: «La vita è diventata più allegra». Faceva generosamente tabula rasa. Si sono tenute riunioni informative all’ambasciata sovietica a Parigi e, in provincia, nei consolati e nelle sezioni del Partito comunista. Nathalie ha partecipato a una di queste riunioni e ne è tornata turbata. La domanda era sempre la stessa. Cosa prevaleva? L’anticomunismo o il patriottismo? L’orrore per il regime o la nostalgia della patria? Padre Olympe scuoteva la testa, alzava le spalle: attenzione! Ma gli amici del circolo Berdjaev, a Clamart, pensavano che se Stalin tendeva la mano si poteva prenderla. Osservavano che durante la guerra aveva fatto riaprire le chiese e si era continuamente richiamato al passato russo, alla millenaria tradizione ortodossa. Che aveva commissionato a Ejzenštejn Aleksandr Nevskij, e poi Ivan il Terribile, grandiosa celebrazione dello zarismo. In un paese che ritrovava con tanto fervore le sue radici, si poteva tornare – diceva Berdjaev, che ha avuto la saggezza di non farlo. Inoltre, nelle riunioni organizzate dai consolati russi, si lasciava intendere che le terre avrebbero potuto essere restituite ai vecchi proprietari del regime zarista. I byvšie ljudi hanno iniziato a cercare gli atti di proprietà. La povera Nathalie non aveva nulla del genere su Gorodnja, ma insisteva con zia Nataša e il marito perché cercassero nel loro appartamentino a Issy-les-Moulineaux qualcosa, un pezzo di carta, da cui risultasse che avevano posseduto un immenso latifondo in Ucraina. Anche loro non avevano nulla. Era come avere perso il biglietto vincente della lotteria. Ma ciò che faceva sognare, in fondo, non erano le terre, era la terra. Non era il denaro – si erano abituati a non averne –, era la lingua. Nathalie era esausta, avrebbe accettato tutto pur di lasciare quel paese così duro dove suo marito era morto da reietto, di parlare nuovamente la sua lingua, di essere sepolta in quella terra dove aveva vissuto una sola estate ma che lei considerava comunque la sua terra. Avrebbe accettato tutto pur di riposare lì. «Riposare» è ciò che ripete Sonja, come una litania, alla fine di Zio Vanja – il finale di Zio Vanja, le ultime frasi di Zio Vanja che come tanti russi Nathalie amava più di tutto, più di Tolstoj, più di Dostoevskij, le ultime frasi che non si possono leggere, né pronunciare, né, come faccio io qui, trascrivere senza piangere: «E noi vivremo, zio Vanja. Vivremo una lunga, lunga sequela di giorni e di interminabili sere; affronteremo con pazienza le prove che il destino ci manderà; lavoreremo per gli altri, adesso e in vecchiaia, senza conoscere riposo. E quando verrà la nostra ora, moriremo in pace e là, nell’oltretomba, diremo che abbiamo sofferto, che abbiamo pianto, che per noi è stata dura, e Dio avrà pietà di noi, e tu e io, zio, caro zio, vedremo una vita luminosa, meravigliosa, splendente; ci rallegreremo e, commossi, ci volteremo a guardare le sciagure di oggi, con un sorriso, e riposeremo. Io ci credo, zio, ci credo ardentemente, appassionatamente... Riposeremo! Riposeremo! Sentiremo gli angeli, vedremo il cielo cosparso di diamanti, vedremo tutto il male della terra, tutte le nostre sofferenze annegare nella misericordia che colmerà di sé il mondo, e la nostra vita diverrà tranquilla, serena, dolce, come una carezza. Io ci credo, ci credo... Povero, povero zio Vanja, tu piangi... Non hai conosciuto gioie nella tua vita, ma aspetta, zio Vanja, aspetta... Riposeremo... Riposeremo! Riposeremo!».
Vozvraščency
I numeri non sono certi. Sembra che siano stati fra cinque e diecimila i cosiddetti vozvraščency – «quelli che ritornano». Le loro testimonianze, rarissime, sono affiorate quarant’anni dopo, in seguito alla caduta del Muro. Appena posato il piede sul suolo natio, tutti hanno capito di avere commesso un tragico errore. Alcuni erano partiti da Marsiglia a bordo di una nave chiamata Rossija, che inizialmente si era chiamata Deutschland ma aveva cambiato nome dopo essere stata confiscata ai tedeschi a titolo di riparazione di guerra. La crociera verso il radioso avvenire era colma di promesse: i passeggeri a bordo ballavano, sorridevano, brindavano. Solo l’equipaggio era strano, sfuggente. Poco prima dell’arrivo le sorridenti e civettuole ragazze sovietiche che accompagnavano il gruppo hanno di colpo cambiato espressione. Si sono tolte il trucco, si sono annodate dei fazzoletti in testa, i loro lineamenti si sono induriti. Sulla banchina, a Odessa, li aspettava l’NKVD di Berija: camion coperti, altoparlanti, filo spinato, torrette di guardia. Altri sono partiti da Strasburgo in treno, scompartimenti di prima classe, buon umore, balalaiche, vodka e brindisi anche lì. Al confine polacco sono stati trasferiti in carri bestiame senza riscaldamento. Vicino a Grodno il treno si ferma in una radura e anche qui uomini dell’NKVD, con mitra e cani lupo. Ispezionano tutto, gettano il contenuto della valigia di un anziano, se piange lo picchiano. Alcuni sono stati fucilati sul posto, altri incarcerati per «rapporti con la borghesia occidentale», la maggior parte spediti in un campo di transito. Dopo la confisca dei passaporti, sono stati arbitrariamente disseminati ai quattro angoli dell’Impero. Si sono ritrovati al confino in una città del Kazakistan, una stanza per tre in una casa gelida, circondati da persone ostili o che li consideravano pazzi: per andare lì di propria iniziativa, bisognava essere pazzi. Quelli che se la passavano peggio erano i genitori che avevano scelto di portare con sé i figli: non osavano più guardarli negli occhi, per la vergogna e la disperazione di aver distrutto le loro vite. Le lettere delle famiglie arrivavano con il contagocce, mentre erano certi che quelle che inviavano loro non sarebbero mai arrivate o sarebbero state censurate. In effetti, chi era rimasto in Francia si stupiva di ricevere solo lettere evasive, dal tono stranamente impersonale, quasi fossero state dettate o scritte da qualcuno che si spacciava per l’autore. Come se lanciassero una bottiglia in mare, i vozvraščency infilavano frasi in codice, sperando che laggiù, in Francia, capissero che bisognava leggere il contrario di quel che c’era scritto – per esempio «Speriamo di rivedervi presto. Magari per il matrimonio di Maša» (Maša aveva due anni). Altri, più previdenti, più diffidenti, avevano concordato il codice prima di partire. Se sulla foto che vi spediremo saremo in piedi, significa che va tutto bene. Seduti: attenzione! Seduti, sidet’, in russo, significa essere in prigione. Nella foto i tre membri della famiglia erano seduti. Ma anche ammesso di riuscire a decifrare simili richieste di aiuto, come intervenire? Con chi protestare? Il film Est-Ovest - Amore-Libertà di Régis Wargnier si basa sulla testimonianza di una donna che ha compiuto un lungo e pericoloso viaggio fino a Mosca per cercare aiuto presso l’ambasciata di Francia. È cascata male: i rapporti franco-sovietici non erano mai stati migliori, i vozvraščency erano venuti di loro spontanea volontà, la Francia non avrebbe creato un incidente diplomatico per loro. Il console le ha promesso che si sarebbero interessati al suo caso in alto loco, e le ha consigliato nel frattempo di tornare a casa, a Samara, dove non ha più avuto notizie. L’hanno ritrovata lì nel 2000, sulla scorta dei dati registrati al consolato mezzo secolo prima. Come tutti quelli che non erano stati uccisi, che non erano morti a fuoco lento nei gulag, che non erano impazziti come il disgraziato soldato ungherese di cui – lo vedremo più avanti – ho seguito le tracce a Kotel’nič, si era rassegnata, abituata alla vita nella segreta. Non avendo nessuno con cui parlarlo, a poco a poco aveva dimenticato il francese, e imparato a non parlare della vita di prima, del mondo in cui c’era libertà di movimento e di espressione. Aveva smesso di bere perché l’alcol scioglie la lingua: troppo pericoloso. Questa storia che quasi nessuno conosce è un enigma: come spiegare una simile politica? Perché far cadere in quella trappola qualche migliaio di russi bianchi che non costituivano nessun pericolo, che non avevano nessuna influenza? Pura crudeltà? Godimento nel far scomparire le persone? Questa vicenda è anche un potente motore di ucronia – la disciplina, a cui mi sono appassionato, che consiste nell’immaginare la storia se fosse andata diversamente. Se mia madre a vent’anni non avesse voluto fare l’attrice, se fosse stata bocciata alla maturità o avesse sofferto per un amore infelice, forse avrebbe accettato quell’esperienza da cui era tentata Nathalie. Sarebbero partiti tutti e tre, pensando che se non si fossero trovati bene sarebbero potuti tornare indietro. Sarebbero finiti anche loro nella segreta. Come sarebbe stata la vita di Hélène Zourabichvili in Kazakistan o a Noril’sk? Avrebbe trovato il modo di fare una carriera brillante nell’URSS degli anni Cinquanta? Quale sarebbe stata una carriera brillante per una ragazza francese nell’URSS degli anni Cinquanta? Che uomo avrebbe incontrato e amato? Che ingegnere di Vologda, che militante del Partito? Che kolchoziano uzbeco invece di Louis Carrère d’Encausse, mio padre?
VIII
LOUIS
La signora Carrère-Dencausse
Benché Nicolas non fosse ancora, secondo le sue stesse parole, «il più vecchio e il peggiore dei bambini prodigio», cominciava ad apparire chiaro che non era quel pianista così talentuoso che la madre era stata indotta a credere. Ma Nathalie aveva sentito parlare di una nuova insegnante, severa e molto brava, e una mattina del 1948 lo ha portato da lei – Nicolas aveva dodici anni. La signora Carrère-Dencausse era una donna piuttosto robusta, i capelli neri intrecciati a corona, un profilo da medaglia romana, con una sua bellezza contadina e austera, per lo più vestita di nero. Nicolas ha imparato a conoscerne la profonda bontà, ma dice che, come pedagoga, era effettivamente severa, troppo severa: gli faceva studiare pezzi troppo difficili per lui, che lo demoralizzavano. Insegnava a casa sua, in rue Lachassaigne, nel salottino al pianterreno di una di quelle abitazioni a un piano caratteristiche di Bordeaux che vengono chiamate échoppes, botteghe. Viveva con il marito, anche lui musicista, e come lei una figura di rilievo della vita musicale di Bordeaux, ma Nicolas lo vedeva, tutt’al più, di sfuggita, perché entrava dalla porta come un fulmine, saliva o scendeva le scale a due a due, seguito da un cocker nero che abbaiava, gli saltava fra le gambe e gli faceva ogni volta le feste come se impazzisse dalla gioia di ritrovarlo dopo una lunga assenza, mentre non si allontanava mai da lui più di qualche centimetro. Sempre brusco, sempre di corsa, il signor Carrère non rivolgeva mai la parola alla moglie, né agli allievi o ai rari ospiti di lei. Si comportava come un inquilino villano, né buongiorno né buonasera, e quando lo si sentiva passare, con un baccano tale che sembrava facesse apposta, dietro la porta di quel salotto riservato alla musica che era il suo unico rifugio in casa la signora Carrère-Dencausse alzava gli occhi al cielo, scuoteva la testa, sospirava. Non era difficile capire la verità: il signor Carrère e la signora Carrère, nata Dencausse, non andavano d’accordo. Il signor Carrère, pappa e ciccia con il cane, trattava la moglie in maniera orribile.
Il parroco di Régades
Dire che il faldone dedicato da mio padre alle ricerche sulla sua famiglia è meno esaustivo di quelli riservati ai von Pelken, ai Komarovskij, ai Panin e perfino agli Zourabichvili è dir poco. Contiene nel più grande disordine estratti di atti di nascita, atti di proprietà e lettere come quella del parroco di Régades (Bassi Pirenei) che si scusa di non potergli inviare documenti riguardanti la famiglia Dencausse anteriori al 1810, anno in cui gli archivi di Régades sono andati distrutti in un incendio. L’unica soluzione, aggiunge, sarebbe cercare negli archivi dipartimentali di Pamiers, nell’Ariège, dove i comuni della riva destra della Garonna inviavano i duplicati dei documenti ufficiali – mentre i comuni della riva sinistra li inviavano a Auch. «Ricerche di questo tipo» scrive il servizievole parroco «richiedono tempo e molta pazienza, ma quante soddisfazioni per coloro che coltivano l’amore per il passato!». L’amore per il passato e la pazienza non sono mai mancati a mio padre, e immergendomi nei suoi faldoni mi rendo conto che nel suo angolino ha svolto ricerche simili a quelle che più o meno nello stesso periodo svolgevano gli storici della scuola delle Annales, appassionati del catasto, dei contratti di locazione e della rotazione triennale. «21 aprile 1897: Gabrielle Mourlan, domiciliata a Carcassonne, Grande Rue, 29 bis, riduce da 55.000 a 31.000 il capitale garantito dal contratto n. 2592 firmato il 9 maggio 1892 presso la società La Paternelle». Non è il tipo di annotazioni che si trovavano nello stesso periodo nei dossier di storici come Georges Duby o Emmanuel Le Roy Ladurie? E – pensiero blasfemo: la passione di mio padre per il dettaglio minimo, per gli archivi e i parroci di campagna non era, a suo modo e senza che lui ne avesse la minima consapevolezza, più moderna di quella di mia madre per le sintesi perentorie e le figure storiche maestose?
I Dencausse e i d’Encausse
La pazienza, però, non è l’unica virtù dello storico: esistono anche l’audacia e l’immaginazione, che mio padre prodigava instancabilmente quando si trattava di stabilire discendenze lusinghiere. Se mia nonna ha scelto di conservare il cognome da nubile, Dencausse, unito con un trattino a quello del marito, lo ha fatto – suppongo – sia per attaccamento alla sua famiglia, sia perché il cognome doppio suonava meglio di Carrère da solo. E se si chiamava Dencausse era perché la sua famiglia proveniva da quel villaggio dei Pirenei, Encausse che, secondo mio padre, Pompeo diretto verso il Caucaso aveva attraversato, come forse ricorderete, con le sue legioni. Era consuetudine per i contadini portare a mo’ di cognome il nome del loro villaggio, senza che ciò significasse che ne erano i signori, ma la grande operazione di mio padre è stata stabilire che quegli oscuri Dencausse da cui discendeva erano in realtà dei d’Encausse. Vi è riuscito con acrobazie simili a quelle di uno dei miei insegnanti di latino al liceo Janson-de-Sailly, il professor Réfaud, che aveva il pallino non della genealogia ma dell’etimologia, e sosteneva di poter dimostrare, per esempio, che la parola cheval derivava dal latino equus. Diceva equuss, equus, equuus, equuche equuche equuche... sempre più veloce, così veloce che a un certo punto si formava un magma sonoro da cui alla fine usciva, espulso come una pallottola di sterco: cheval! E il professor Réfaud diceva, imperioso: «Visto?». L’equivalente di questa trasformazione di equus in cheval è l’atto del matrimonio celebrato a Régades nel 1812 fra Pierre Dencausse, di anni quarantadue, contadino, e Quitterie Tapie, di anni venticinque, senza occupazione. Dei quattro testimoni, tre sono contadini come lo sposo, il quarto è un sarto, ma il padre dello sposo si chiama Gérard d’Encausse, ed è interessante notare che sul retro della fotocopia dell’atto compaiono alcuni appunti tratti dal codice Dalloz sulla procedura di cambio o modifica del cognome. Sembra che mio padre abbia valutato la possibilità di formalizzare davanti al Consiglio di Stato la decisione che aveva preso intorno ai vent’anni di farsi chiamare, senza tante cerimonie, Louis Carrère d’Encausse. Da adolescente, per qualche anno ho rimpianto che non lo avesse fatto, e di non potere avvalermi di quella particella – cosa che mai avrei osato fare se non fosse comparsa sui miei documenti d’identità. Questa selvaggia usurpazione, comunque, è rimasta perfettamente impunita. E quando, nel 1978, Esplosione di un impero? ha d’un tratto reso famoso il nome di Hélène Carrère d’Encausse, dal fondo dei suoi Pirenei si è fatto vivo un barone d’Encausse, non per protestare, come i miei genitori hanno in un primo momento temuto, ma per rallegrarsi che un po’ della recente gloria di mia madre ricadesse su di lui.
La pietra miliare
«Curioso ammiccamento della Storia a una coppia del XX secolo della nostra èra, proveniente da queste regioni tanto lontane fra loro...». Quando ho cominciato a esaminare i faldoni di mio padre mi sono chiesto l’origine di quella strana frase posta in epigrafe alla sua grande indagine genealogica. La risposta mi aspettava nella sua corrispondenza con il parroco di Régades. «Tutti gli storici» scrive il parroco in una lettera del 1976 «sanno che, fra la conquista della Spagna e quella del Caucaso, il generale romano Pompeo ha attraversato i Pirenei. Pochissimi invece sanno» prosegue con orgoglio «che Pompeo ha fatto una sosta a Encausse e che le acque di Encausse hanno guarito i suoi legionari dalla malaria che avevano contratto in Spagna». È vero: pochissimi lo sanno. Con l’immenso piacere dell’erudito locale che ha trovato qualcuno interessato alle sue ricerche, il parroco di Régades indica a mio padre anche una prova di questo passaggio: proprio vicino a Encausse, uno di quei cippi che segnalavano le distanze lungo le strade romane e che sono chiamati pietre miliari. A stretto giro di posta, mio padre promette di andare a far loro visita, sia alla pietra miliare che al parroco, approfittando di un imminente viaggio di lavoro nel Sudovest. Non so se l’abbia fatto.
I posti 126 e 127 sul «Gascogne»
Sui Carrère abbiamo ancora meno che sui Dencausse e i d’Encausse – il che rispecchia probabilmente la scarsa simpatia di mio padre per il suo cognome. Una ventina di pagine di appunti a penna o a matita, spesso sovrapposti, poco leggibili, passano in rassegna contadini o zoccolai vissuti fra Pau, Bordeaux e Bayonne nel XVIII e XIX secolo, ed è senza alcuna convinzione che mio padre estrae dal cilindro i nomi di Isabeau de Carrère (1677-1712) e di Jeanne de la Carrère (1720-1748)... Come pezze d’appoggio, plichi scompagnati di atti di nascita, fatture, lettere a genitori («Mamma vi porge i suoi più cari saluti») danno l’idea di vite consumate fra Mont-de-Marsan e Bagnères-de-Bigorre. Si nasce, si muore, in mezzo c’è «la vita umile dai lavori noiosi e facili», tanto desiderabile agli occhi di Paul Verlaine. In tutta questa sedentarietà, sorprende ancor più leggere che il 15 aprile 1912 una signorina di nome Gabrielle Carrère, nata a Pau il 12 maggio 1887, si imbarca a Le Havre sul Gascogne e sbarca il 27 aprile a Ellis Island, da dove partirà per Panama. Per saperne di più su questa avventurosa prozia, nel 2009 mio padre ha contattato un certo William Narvarte, che vive in Perù e trova «incredibile, interessante ed emozionante» ricevere all’improvviso notizie di un lontano parente francese di sua nonna. Mio padre deve avere informato William sulla prima vita, francese, di Gabrielle, e William a sua volta lo ha informato sulla vita inizialmente statunitense (Gabrielle si è sposata a Springfield, Massachusetts, nel 1918 – «dopo avere raccontato tutto al suo fidanzato» aggiunge sibillino William), poi peruviana, poiché nel 1924 è arrivata a Lima, dove è morta nel 1967. In una lettera del 1924 alla sua madrina Gabrielle le promette il racconto, purtroppo mancante, «dei suoi guai», cioè «dell’avventura di suo marito con la tedesca, segretaria del vicepresidente della compagnia». Ha avuto quattro figli e diversi nipoti, tra cui William, «che si occupa, a Lima, di funghi allucinogeni». Sono sorpreso e deluso che mio padre abbia lasciato nel suo faldone soltanto una sintesi delle sue ricerche su Gabrielle, e nessuno dei documenti a supporto. Mi sarebbe piaciuto avere le lettere di William, sapere come ha avuto inizio la loro corrispondenza, in quale lingua, in quale forma. Nel 2009, quindi probabilmente per mail? Quando si trattava di genealogia, mio padre, così refrattario a tutto ciò che era moderno, era piuttosto sveglio. Grazie a suo nipote Hugo aveva imparato a usare e adorava Google Earth. Era il suo unico modo per viaggiare, da quando, con la pensione, non aveva più il pretesto delle trasferte di lavoro che erano la sua unica libertà. A parte una foto, ritagliata dal «Point», del centro di smistamento di Ellis Island, su cui Georges Perec ha scritto un mirabile racconto, il faldone contiene un solo documento, ma prezioso: la copia del biglietto del Gascogne di Gabrielle. Gabrielle aveva il posto 126 in seconda classe, e William sa che il suo vicino del 127 era un inglese di ventisei anni che si chiamava Robert Duncan. Da dove ha ricavato questa informazione? Forse quel nome era talmente caro a sua nonna che lei, prima di morire a ottant’anni, ne ha trasmesso il ricordo ai nipoti? E come mai né William né mio padre hanno notato questa coincidenza, pur impressionante: l’oscuro Gascogne, a bordo del quale si sono conosciuti quei due giovani emigranti, ha compiuto la traversata dell’Atlantico una settimana prima, e sulla stessa rotta, dell’infinitamente più lussuoso e, per sua disgrazia, universalmente celebre Titanic?
Una famiglia di musicisti
Violinista e direttore d’orchestra, mio nonno Georges Carrère, il terrore di rue Lachassaigne, era, a dire di tutti, un musicista molto dotato, che avrebbe potuto avere una carriera più brillante. Uno dei più grandi violinisti del suo tempo, Jacques Thibaud, si rammaricava che quel talento eccezionale andasse sprecato, in parte per pigrizia, in parte perché mio nonno aveva perso l’udito da un orecchio dopo essere rimasto sepolto in una trincea nel 1916, ma soprattutto perché preferiva andare a caccia, pescare e andare a letto con qualunque donna gli capitasse a tiro. Se non ha avuto una carriera nazionale, o addirittura internazionale, è diventato però un buon musicista a livello regionale, e anche un personaggio importante, visto che è stato direttore dell’orchestra filarmonica di Bordeaux dal 1944 al 1963, poi del conservatorio fino al 1968, e per molto tempo ancora giurato del prestigioso concorso Marguerite Long-Jacques Thibaud. Quando l’ho conosciuto io, piuttosto tardi – per molto tempo, infatti, l’unico membro della famiglia di mio padre che conoscevo era mia nonna –, veniva a Parigi appunto in qualità di giurato, e a casa dopo cena immancabilmente tirava fuori il violino per suonare la Ciaccona di Bach, pezzo grave e sublime cui in genere seguiva un brano di grande virtuosismo: un Capriccio di Paganini o Sarasate, che suonava con stile saltellante e vivace – il famoso cocker, Plum, era stato addestrato a gettarglisi fra le gambe in modo che lui potesse, mentre suonava, allontanarlo con un calcio agile e affettuoso, in una gag quasi chapliniana (in cinquant’anni il cocker ha avuto diverse incarnazioni ma era sempre nero e si chiamava sempre Plum). Anche mia nonna, Paule Dencausse, era musicista. Doveva essere dotata e diligente se, arrivata da un paesino dei Pirenei, quel Cazères-sur-Garonne di cui parleremo presto, ha studiato pianoforte al conservatorio di Bordeaux, dove avrebbe insegnato solfeggio e pianoforte dal 1920 al 1963. Maestra di pianoforte non è la stessa cosa che pianista, come professore di filosofia non è la stessa cosa che filosofo. Mia nonna avrebbe potuto diventare una pianista, una concertista. Alcune foto con dediche calorose testimoniano la stima che avevano di lei compositori dimenticati come Francis Planté, Roger-Ducasse, Louis Beydts o Henri Barraud, ma anche Gabriel Fauré, di cui ha eseguito per la prima volta un’opera – minore, certo, ma Fauré... Avrei molto da raccontare sulla impressionante tradizione di liti nella famiglia di mio padre; per ora limitiamoci a spiegare un matrimonio così mal assortito. Puttaniere incallito, Georges Carrère ha deciso di avere la giovane Paule Dencausse e, poiché lei era virtuosa, è ricorso alle misure estreme: l’ha sposata. Ma si è disinteressato di lei all’indomani della prima notte di nozze – che è difficile immaginare, tanto lei era pudica. La loro luna di miele è consistita in una settimana di caccia con un gruppo di amici dello sposo; la novella sposa li seguiva con l’incarico di eviscerare la selvaggina e preparare terrine su terrine, conserve su conserve. Non ci ha messo molto a capire in che penosa situazione si era cacciata, e per tutta la vita. È diventata, poverina, una di quelle donne di cui allora si diceva: «È una santa». Nato nel 1928, mio padre è cresciuto nella casa di rue Lachassaigne in cui i genitori erano arrivati a convivere senza rivolgersi la parola, comunicando tramite la domestica, basca e alcolizzata, e fogliettini piegati in quattro, come Simone Signoret e Jean Gabin in Le Chat. Era un bambino malaticcio, tormentato da epistassi che sulle prime hanno fatto temere fosse emofiliaco, come lo zarevič di Russia con cui, da piccolo, si identificava. Quella fragilità gli procurava attenzioni di cui non godeva la sorella minore Micheline, detta Mimi, che suo padre scuoteva, sembra, a testa in giù, tenendola per i piedi. Dei due piccoli Carrère, soltanto Mimi è stata spinta verso la musica, cioè il pianoforte, cioè, come la madre, l’insegnamento del pianoforte. Mio padre ne è stato distolto perché, essendo maschio, i genitori aspiravano per lui a qualcosa di meglio. Non volevano che diventasse un saltimbanco – preoccupazione che mi sorprende dato che suo padre non offriva affatto l’esempio di un artista maledetto o morto di fame ma, al contrario, di un’ascesa sociale pienamente riuscita grazie alla musica. Benché a quindici anni abbia avuto l’onore di far visitare Bordeaux a Prokof’ev, venuto in Francia per una serie di concerti, mio padre ha studiato solo un po’ di pianoforte, quasi di nascosto. Non chiedeva che di studiarlo meglio, a giudicare dal piacere con cui si sedeva al piano, quando ne vedeva uno, per suonare un certo preludio di Bach – o, più precisamente, un grave e bell’arrangiamento di quel preludio realizzato dal compositore russo Aleksandr Siloti che sua madre amava suonare, come bis, alla fine dei concerti che qualche volta dava al conservatorio e che a me sembra di conoscere a memoria da sempre. Ma questo piacere gli è stato proibito dalla sua futura moglie, mia madre, che aveva con la musica un rapporto estremamente bizzarro. A dire il vero, non ne aveva nessuno. Sull’esempio di suo padre, semplicemente non amava la musica, ma non si accontentava di non amarla: le era ostile – un po’ come una certa signora che ho conosciuto e che, non amando nemmeno lei la musica, ce l’aveva in particolare con Mozart: «Ah quello, poi,» sbottava come se parlasse di una banda di delinquenti «quello è il peggiore di tutti!». Ciò non ha impedito a mia madre, diventata famosa, di accettare un giorno l’invito dell’emittente Radio Classique a passare un’ora a disquisire dei suoi gusti musicali (non solo fittizi, ma di una banalità da far cadere le braccia) e di dire a un certo punto, con un tono pensoso, intriso di mistero, che era davvero stupefacente questo suo amore così profondo e innato per la musica quando nella sua famiglia non c’era nessun musicista – suo fratello, sua cognata e i suoi suoceri erano tutti e quattro, ricordiamolo, musicisti professionisti.
Spade di legno
Nonostante la severità della signora Carrère-Dencausse, a Nicolas piaceva andare, due volte alla settimana, in rue Lachassaigne, sia perché c’era un giradischi su cui poteva ascoltare il Concerto per pianoforte di Grieg, la sua prima passione musicale, sia perché, non avendo altri amici, si era molto affezionato a Louis, il figlio dei padroni di casa, il quale, anche se stava studiando per la maturità, non disdegnava di giocare con lui. Duellavano con spade di legno, si arrampicavano sul fico nodoso le cui radici spaccavano il muretto che separava il giardino dei Carrère da quello dei vicini. Delle rarissime volte in cui sono stato a casa dei miei nonni non ricordo molto più di quel giardinetto incolto sul retro e della sala da pranzo con gli scuri sempre accostati, occupata per intero da un grande tavolo ovale coperto di casse di bordeaux, scatole di munizioni, cartucciere, carnieri, conserve, pernici e fagiani appena abbattuti, tutto un ciarpame che apparteneva a Georges Carrère e a lui solo, poiché non ricevevano mai ospiti – se lui li riceveva, lo faceva dalle sue amanti. A diciotto anni Louis è molto magro e presto sarà calvo – come suo padre, che ci scherza volentieri, dice che gli uomini calvi sono i più gagliardi sul piano sessuale e, colpendosi il cranio con la mano, si presenta come «l’uomo che ce l’ha così nudo» – battuta oggi incomprensibile poiché allude a un romanzo dello scrittore di mare Claude Farrère, L’uomo che assassinò. Quella calvizie era più o meno l’unico tratto che avevano in comune padre e figlio. Mio nonno era un uomo carnale e gioviale, senza tante remore, allo stesso tempo attentissimo alla rispettabilità e del tutto privo di Super-io – che nel figlio, probabilmente per reazione, è diventato ipertrofico. Nella guerriglia domestica di rue Lachassaigne mio padre ha preso ben presto, e per sempre, le parti della madre, e non appena è uscito di casa ha troncato ogni rapporto con il padre e la sorella. Si sono un po’ rappacificati in tarda età, poi di nuovo persi di vista, tanto che un giorno, quando gli ho chiesto, più per chiacchierare che per reale curiosità, se avesse notizie della sorella, mio padre, che aveva novant’anni, ha risposto: «Notizie? No, nessuna notizia». E, dopo aver riflettuto un momento: «Non so se sia ancora viva» (era pur sempre sua sorella...). Nel momento in cui facciamo la sua conoscenza, questo ragazzo fragile e compassato frequenta una ragazza che si chiama Josette Saugeon. Non so come fosse Josette Saugeon, né cosa significasse «frequentare» nel 1947 nel caso di diciottenni appartenenti a rispettabili famiglie bordolesi: certamente non che andavano a letto insieme. Pur non essendo ancora fidanzato, mio padre era quindi promesso a questa giovane borghese di Bordeaux e, se si fossero sposati, probabilmente avrebbe vissuto una vita borghese a Bordeaux. Non so che lavoro avrebbe fatto. L’ambito assicurativo, in cui si è svolto tutto il suo percorso professionale, non era una vocazione, ma qualcosa di contingente; avrebbe potuto benissimo fare altro. Dopo il matrimonio con Josette Saugeon sarebbe potuto entrare nell’azienda dei suoceri, se ne avevano una – li vedo bene come commercianti di vini, questi Saugeon –, oppure studiare Diritto e diventare avvocato. Forse sarebbe stato felice con Josette Saugeon. Lei si sarebbe occupata dell’organizzazione domestica, lui sarebbe stato padrone in casa propria. Non è andata così. La sua vita ha imboccato un’altra strada, del tutto inattesa, perché un giorno a prendere Nicolas dopo la lezione non è venuta la madre, ma la sorella maggiore.
Life-changing
Domenica 30 luglio 2023, sei giorni prima della sua morte, ho avuto con mia madre, nell’hospice Jeanne-Garnier, una conversazione lunga e distesa. Quel giorno ho registrato la storia, raccontata centinaia di volte e che non mi sono mai stancato di ascoltare, del pilota afghano che aveva cercato di rapirla durante il suo viaggio in Asia Centrale con alcuni specialisti dell’afta epizootica – un po’ di pazienza, non manca molto. Ma abbiamo parlato anche di Étienne, a cui, quando avevano entrambi vent’anni, lei era più o meno promessa. Non so nulla di Josette Saugeon, ma da piccolo ho conosciuto Étienne, il che mi permette di immaginare vagamente come sarebbe stata la vita di mia madre se avesse scelto lui. Nipote di Pauline Rumeaux, Étienne era stato compagno di giochi di mia madre a Keremma, ed era la massima incarnazione di quello che si dice un buon partito: ricco, bello, intelligente, colto, latinista, grecista, aveva tutto dalla sua. Josette apparteneva alla borghesia di Bordeaux, non so se media o piccola; Étienne all’alta borghesia protestante parigina, ed è degno di nota che nessuno in quella famiglia altolocata sembri aver sollevato obiezioni sul fatto che lui frequentasse, e poi progettasse di sposare, una ragazza povera, con un cognome, come ha ricordato il ghostwriter di Macron, che pareva uno scioglilingua, e una macchia sul suo passato: quel padre che lei amava, di cui non si era nemmeno sicuri che fosse morto e di cui era meglio non parlare. È possibile che quei gravi handicap sul mercato matrimoniale fossero compensati dall’ascendenza aristocratica? Oppure, molto semplicemente, lei era irresistibile? Certo è che la famiglia di Étienne, a cominciare da Pauline Rumeaux, non solo approvava quell’unione improbabile, ma ha appreso con dispiacere che, contro ogni previsione, non sarebbe andata in porto. Quando le ho chiesto cosa l’abbia spinta a scegliere mio padre anziché Étienne, mia madre ha esitato, come se la domanda non le si fosse mai presentata, e poi ha risposto che, in fondo, non lo sapeva bene. Avrebbe potuto essere uno, come avrebbe potuto essere l’altro. Un ruolo l’ha avuto anche il caso. Étienne viveva a Parigi, lei a Bordeaux. Louis ha approfittato della vicinanza. Mia madre dà solo queste risposte vaghe, non dice: «È di Louis che mi sono innamorata». Non dice: «Obiettivamente Étienne era più bello, più ricco, più tutto, però Louis mi piaceva di più». Ma in seguito, quando d’estate vedevamo Étienne a Biarritz, era diventata una battuta ricorrente, un po’ triste, e in realtà niente affatto una battuta da parte sua, dire che era stato lo spasimante di Hélène – era la parola che usava lui, «spasimante» – e che, se l’avesse sposata, la sua vita, a conti fatti deludente, sarebbe stata molto diversa. Per lui, come per Louis, era un’ovvietà che incontrare Hélène Zourabichvili, conquistarla, fosse ciò che in inglese si chiama life-changing, qualcosa che cambia completamente la vita, nel bene e nel male, ed è stato Louis che, nel bene e nel male, aveva vinto il primo premio alla lotteria. Cosa che lui affermava con un certo orgoglio, senza aggiungere che quel premio era duro da sopportare e, credo, senza immaginare che in tarda età sarebbe arrivato a dire con un sospiro: «Il più è fatto». Intanto, un giorno, dopo la lezione di pianoforte, Louis dice a Nicolas che devono «parlare seriamente», e lo porta in giardino per comunicargli che non si arrampicheranno più insieme sul fico, né giocheranno con le spade di legno, perché presto sarà non più suo amico, ma suo cognato. Questa nuova situazione comporta l’abbandono del tu, troppo familiare, e da quel giorno mio padre darà del lei al suo cognatino di appena dodici anni – come, sessant’anni dopo, darà del lei al figlio di mia moglie, che ne aveva sei. Posso contare sulle dita, diciamo delle due mani, le persone a cui i miei genitori davano del tu: i figli e i nipoti, i parenti stretti, qualche amico di gioventù – tra cui Étienne –, e basta. Secondo Nicolas, è stata mia madre a imporre da subito a mio padre il lei. Lo hanno mantenuto per tutta la vita, e io vi ero talmente abituato che non mi sembrava strano, mentre, evidentemente, lo era. Quindi, da fidanzati e dandosi del lei, nel 1948 Hélène e Louis, a diciannove e vent’anni e accompagnati da Nathalie e dal piccolo Nicolas, lasciano Bordeaux per stabilirsi a Parigi.
IX
FIDANZATI
Luigi Secondamano
I miei genitori avanzano ad ampie falcate su boulevard Saint-Michel – che gli studenti, all’epoca, chiamano boul’-Mich. Guardano sorridenti l’ignoto fotografo che li precede, probabilmente camminando all’indietro. I cappotti troppo grandi, le scarpe con le suole spesse, i pantaloni larghi di mio padre e il suo riporto da non-ancora-completamente-calvo li fanno sembrare due provinciali «saliti» a Parigi, e al tempo stesso due di quelli che all’epoca venivano chiamati yé-yé. Hanno vent’anni, frequentano Sciences Po, dove più tardi mia madre insegnerà, e che anch’io frequenterò. Ovviamente, in quanto fidanzati ma non sposati, non potevano vivere sotto lo stesso tetto, quindi mio padre ha trovato una minuscola mansarda in rue Lecourbe, nel XV arrondissement, e Nathalie, Hélène e Nicolas un appartamentino al primo piano di un edificio di mattoni in rue Claude-Matrat, a Issy-les-Moulineaux. Più che un appartamento, erano due stanze subaffittate in un appartamento. Hélène e la madre dividevano la più grande, Nicolas stava da solo nella più piccola, un corridoio senza finestre che bisognava attraversare per raggiungere l’altra ed era occupato quasi interamente dal letto. Tutta la sua difficile adolescenza, Nicolas l’avrebbe passata in camere che non erano camere, su divani dove avrebbe avuto il diritto di dormire solo dopo che gli altri fossero andati a letto, e che avrebbe dovuto rifare appena alzato. Cucina, servizi igienici e bagno erano in comune con i proprietari, come negli appartamenti comunitari sovietici. Con le loro magre risorse – Nathalie aveva trovato un posto da interprete alla Camera di commercio –, quelle due stanze tristi e buie erano comunque una manna. La dovevano alla raccomandazione di certi parenti di Nathalie che abitavano al quinto piano: il conte Paul Lamsdorff-Galagane, che veniva chiamato djadja Pacha, zio Paul, e la moglie, che si chiamava anche lei Nathalie, e veniva chiamata tëtja Nataša, zia Nataša. Abbiamo già incontrato zia Nataša, che aveva iniziato una tranquilla carriera da giovane aristocratica come damigella d’onore dell’ultima imperatrice prima di vedere il fratello, durante la guerra civile, scavare la propria fossa, e di passare in seguito il resto della vita a ripetere con candido stupore: «Ma perché l’hanno fatta, questa rivoluzione? Vivevamo così bene...». C’era anche tëtja Liza, zia Lise. Lei non era la zia di nessuno, ma una devota domestica che li aveva seguiti nelle loro vicissitudini di esuli. Le loro condizioni materiali erano ormai uguali – povertà al limite della miseria – e l’universo sociale nel quale l’una serviva gli altri era scomparso con annessi e connessi, eppure zia Lise continuava a servire zio Paul e zia Nataša. Più precisamente, svolgeva tutte le faccende domestiche insieme a zia Nataša ma, prima di sedersi con i padroni a una tavola apparecchiata con una tovaglia cerata e piatti spaiati e scheggiati, annunciava solenne: «La signora contessa è servita!». Occupava una stanzetta subito sopra, nel sottotetto. Veniva pagata? E con che cosa? Zia Nataša e zia Lise guadagnavano qualche soldo cucendo orli e ricamando a punto croce lunghe strisce di tessuti vaporosi per un grande sarto – lavoro che dovevano a Elizabeth Grabbe, anche lei incontrata all’inizio di questo libro, mannequin per Schiaparelli e pronipote del brutale conte Grabbe, che nel XIX secolo era stato uno dei conquistatori del Caucaso. Sopravviveva così, sulla microscopica scala di tre persone, un universo di padroni e servi di cui la serva aveva tanta nostalgia quanto i padroni. Mio padre li adorava tutti e tre. In qualità di fidanzato, andava ogni sera a cena in rue Claude-Matrat. Faceva la spesa. Arrivava in anticipo per salire al quinto piano e passare un po’ di tempo con zio Paul, zia Nataša e zia Lise. Grazie a loro è entrato nel magico mondo dell’aristocrazia russa decaduta che sarebbe stato una delle passioni della sua vita. Il conte e la contessa Lamsdorff-Galagane: ne parlava in continuazione. Faceva il baciamano alla contessa. Andava a prendere Nicolas a merende per bambini dove, in appartamenti angusti, dei ragazzini in pantaloncini corti venivano presentati e si presentavano gli uni agli altri come «principe Naryškin, barone Čerkasov, principe Vjazemskij, conte Tolstoj». Un giorno Nicolas era tornato dalla casa di un amico pieno di ammirazione perché il mobilio era «Luigi XV», e zio Paul, mostrando i bauli e le vecchie cassette della frutta che la famiglia usava come armadi, aveva detto: «Il nostro è Luigi Secondamano». Questa battuta aveva incantato mio padre. Io ero piccolo, e ancora non si era stancato di ripeterla. Quando lo ha conosciuto mio padre, zio Paul aveva il morbo di Parkinson. Restava seduto su una poltrona, con le mani tremanti protese, e aveva grosse difficoltà di parola. Mio padre lo sosteneva saldamente per il braccio nella sua passeggiata quotidiana, che consisteva nel fare più volte il giro del tavolo, e ogni giro prendeva dieci minuti abbondanti. Lo accompagnava in bagno, dove zio Paul non era in grado di arrangiarsi da solo. E lo interrogava sulla sua vita, senza spazientirsi se non capiva metà di quel che lo zio diceva, perché l’altra metà bastava ad appagarlo: tenenti colonnelli della Guardia imperiale, conti e granduchi, gran ciambellani, decorazioni e vasti possedimenti – che il padre di zio Paul aveva amministrato da proprietario filantropo di osservanza tolstoiana. La nobile semplicità di quel gran signore, che sopportava la decadenza fisica con lo stesso stoicismo con cui sopportava la decadenza sociale, è stata per mio padre una lezione, e lo ha introdotto a quella dimensione verticale della vita in cui si acquista consapevolezza di ciò che unisce le generazioni – perché l’uomo è sempre più o meno lo stesso –, e di ciò che le separa – perché vivere a pochi decenni di distanza significa vivere in due mondi diversi, con valori diversi, con assiomi diversi, quasi incomprensibili l’uno all’altro. Quell’uomo anziano a cui mio padre stringeva la mano tremante aveva stretto, da giovane, quella di qualcuno che aveva stretto quella di Napoleone: mio padre ne era abbagliato e non se n’è mai riavuto.
«Riù Ghieniegò»
Il penultimo anno della sua vita, una volta alla settimana portavo mio padre a pranzo al bistrot Le Mazarin, a circa trecento metri dall’Institut de France. Non eravamo ancora arrivati al punto di fare come passeggiata il giro del tavolo, come zio Paul. A piedi, prendendo rue de Seine, ci mettevamo un quarto d’ora. Dal piccolo dehors, dove ci sedevamo quando il tempo lo permetteva, si vedeva rue Guénégaud, il che, nelle nostre ripetitive conversazioni, era immancabilmente l’occasione per evocare i fantasmi degli Helmir. Georges Helmir era un uomo taciturno, con il pizzetto, alcolista, e aveva sposato una principessa Bogoslovskaja, detta Lëlja, amica d’infanzia di mia nonna Nathalie, madrina di mia madre, e anche lei alcolista. Era, come quella dei miei nonni materni, una di quelle unioni inconcepibili nel mondo anteriore alla rivoluzione, tanto più nel loro caso, perché oltre a essere alcolista Georges Helmir era ebreo. Lëlja e lui non si limitavano a bere e a smaltire la sbornia insieme. Erano restauratori di quadri di fama internazionale, e godevano della fiducia assoluta dei più grandi mercanti e galleristi – cosa che si stentava a credere quando si vedeva il loro laboratorio. Da fuori aveva l’aspetto del magazzino di uno straccivendolo e, una volta varcata la soglia, di un lungo budello cieco che sbucava in un cortiletto dove non batteva mai il sole. Fra ingresso e cortiletto ci si faceva strada in mezzo a cumuli pericolanti di quadri senza telaio, cornici, pezzi di legno, scatoloni, lastre di vetro, seghe radiali – il tutto saliva fino al soffitto. Poco prima del cortile quella specie di canyon si allargava per accogliere un grande tavolo formato da una porta posata su cavalletti, circondato da sedie e sgabelli, tutti più o meno rotti. Una scala assai ripida, quasi una scala da lavoro, portava al mezzanino dove dormivano gli Helmir. A parte loro, non ci saliva mai nessuno e, a giudicare dalla facciata, il mezzanino doveva avere il soffitto troppo basso per poterci stare in piedi. Quando ci si muoveva nel laboratorio bisognava fare molta attenzione a non calpestare un Picasso o un Matisse e, una volta raggiunta quella che chiamavano sala da pranzo, a non tagliarsi, perché tutto, pavimento, tavolo, sedie, era disseminato di schegge di vetro, tanto più pericolose in quanto minuscole. Prima di invitarvi a sedere, Georges o Lëlja le spazzavano via con lo stesso straccio sporco e malandato con cui asciugavano i bicchieri e le cornici appena incollate. La colla, che bolliva perennemente su un fornellino come il formaggio di una fonduta, sprigionava un atroce odore di pesce. Appena arrivavi, ti offrivano un bicchiere da mensa in Pyrex pieno fino all’orlo di vino dei Rochers, quel vino da tavola a buon mercato che un’ardita pubblicità definiva «il velluto dello stomaco». Mio padre ha sempre bevuto pochissimo ma, da buon bordolese, vino buono – al contrario di me, e dei russi in generale, che bevono quello che capita per ubriacarsi. Ma in «riù Ghieniegò», dagli Helmir, mandava giù senza farsi pregare il suo bicchiere di vino dei Rochers, felice di ascoltare per la decima volta la storia della cagnetta Assia che aveva pisciato su un Dufy – il quale non ne aveva sofferto; felice di porgere la battuta a Bogoslovskaja madre, che era stata anche lei damigella d’onore dell’imperatrice – non so quante damigelle d’onore avesse l’imperatrice, a quanto pare molte; felice, sebbene intimidito, di trovarsi fianco a fianco con il principe Feliks Jusupov – che, nel 1916, aveva assassinato Rasputin. Il principe era un grande vecchio di una bellezza ancora impressionante, estremamente gentile; era accompagnato da una fama sulfurea, anzitutto perché aveva ucciso un uomo – delitto che gli veniva perdonato, dato il carattere della vittima, e considerato anzi una buona azione –, e poi perché era omosessuale – il che, per i miei genitori, era quasi più esotico che essere un assassino. Vedendo lo sguardo di mio padre, ormai molto anziano, vagare sull’edificio dove gli Helmir vivevano ancora sessant’anni prima – da ragazzino ero stato da loro –, pensavo che aveva avuto una vita difficile perché aveva pagato cara la sua scelta di amare mia madre, ma che mai l’avrebbe scambiata per una vita senza il principe Jusupov, senza il vino dei Rochers, senza il Dufy imbrattato dal piscio della cagnetta Assia, senza le damigelle d’onore dell’imperatrice, senza la contessa mannequin per Schiaparelli, senza quella maestosa povertà che aveva amato più di ogni altra cosa. Grazie a essa, e all’amore che le portava e che non si distingueva da quello per mia madre, non è mai stato veramente un borghese.
Il Tugurio
In che modo mia madre ha conosciuto Maurice Bardèche? Molto probabilmente, andando al cimitero di Charonne il 6 febbraio 1949. Il cimitero di Charonne è il più piccolo dei cimiteri parigini, un giardinetto intorno alla chiesa di Saint-Germain de Charonne, che con i suoi muri pericolanti rabberciati col cemento e il suo gallo di ferro arrugginito in cima al campanile somiglia a una chiesa di campagna. Il tipo di indirizzo ben nascosto che si scambiano gli amanti della Parigi dei tempi andati – a cui appartenevano i cognati, Maurice Bardèche e Robert Brasillach, che hanno scritto, ricordate?, una bellissima Histoire du cinéma. Nel Nostro anteguerra Brasillach ha cantato il cimitero di Charonne e il recinto al cui interno, fra l’erba incolta, si innalza la statua di un omino con la feluca, François Bègue, detto Magloire, «imbianchino, patriota, poeta, filosofo e segretario di Monsieur de Robespierre». Quando ne scriveva, non immaginava che cinque anni dopo anche lui sarebbe stato sepolto a pochi passi da Bègue, detto Magloire, segretario di Monsieur de Robespierre, né che ancor oggi, ogni 6 febbraio, giorno della sua esecuzione al forte di Montrouge, la sua tomba sarebbe stata coperta di fiori da tutti i nostalgici di Pétain, i negazionisti e più in generale i simpatizzanti dell’estrema destra che annovera Parigi. Nell’immediato dopoguerra era già divenuta un punto di ritrovo dei collaborazionisti che non erano stati giustiziati o incarcerati, e non mi entusiasma dire che a vent’anni mia madre frequentava questa compagnia di reprobi, ma aveva le sue ragioni, e comunque è la verità. Maurice Bardèche era una delle star di questa piccola cerchia. Fumava la pipa e aveva l’aria di un professore: era un professore. La sua vita, segnata dall’incontro con Brasillach quanto quella di mio padre lo è stata dall’incontro con mia madre, dopo la guerra ha subìto una bizzarra virata. Bardèche scriveva su «Je suis partout», ma solo recensioni di libri e di film. Durante l’Occupazione ha lavorato sodo per ricavare un libro dalla sua enorme tesi su Balzac. Insomma, ha rigato dritto, e se alla Liberazione lo hanno arrestato perché era cognato di Brasillach lo hanno subito rilasciato perché non c’era molto altro a suo carico. Avrebbe dovuto tornare senza un fiato ai suoi studi, e dopo il grosso tomo su Balzac scriverne uno ancora più grosso su Stendhal, e invece no: dopo la guerra, diventa fascista. Fascista puro, fascista integrale. Si possono rimproverare molte cose a Maurice Bardèche, ma non l’opportunismo: fra tanti partigiani dell’ultima ora, chi scopre di essere fascista dopo il crollo del fascismo merita una paradossale forma di rispetto. Mia madre si è avvicinata ai Bardèche, il 6 febbraio 1949, e i Bardèche hanno adottato quella ragazza russa brillante e determinata, che è diventata un’ospite abituale delle loro varie abitazioni. La ragazza era capace di tenere testa a Maurice in agguerrite discussioni intellettuali, di capire le battute da normalisti che giravano nella loro piccola cerchia, di far addormentare i bambini recitando loro la Giovanna d’Arco di Péguy:
«Addio, dormiente e dolce Mosa dell’età passata,
«che rimani nei prati dove scorri silente.
«Mosa, addio: la mia partenza è già iniziata
«verso nuovi paesi da cui tu sei assente...».
Tempo dopo Maurice Bardèche ha scritto una cronaca di quegli anni del dopoguerra, Suzanne et le taudis, Suzanne e il tugurio, che mia madre amava quanto Il nostro anteguerra – con la differenza che di quanto viene raccontato in Suzanne et le taudis lei è stata testimone. Quasi tutte le persone che vi sono descritte, lei le ha, se non conosciute, incrociate. Nel trasloco non l’ho ritrovato, Suzanne et le taudis, è esaurito da molto tempo – è uno di quei casi in cui si è ben contenti che esista Amazon. Prendo qualche appunto, cercando di immaginarmi mia madre in veste di comparsa sullo sfondo di questi paragrafi briosi. «Suzanne era allegra,» scrive Bardèche della moglie «aveva grandi occhi che ha trasmesso ai nostri tre figli ed era una madre chioccia; stravedeva per quegli esserini ingombranti che si spostano a quattro zampe sui tappeti degli appartamenti. Fino allora avevamo vissuto con suo fratello [Brasillach, dunque], che era stato mio compagno all’École normale ed era uno scrittore. Lui e Suzanne avevano in comune l’allegria, l’amore per la felicità, un meraviglioso senso dei placidi e semplici piaceri che portano gioia». (Suzanne, per esempio, comprava continuamente lacci per far piacere al venditore di lacci. Mia madre la adorava). Segue la cronaca spassosa («spassoso» è uno degli aggettivi preferiti di Bardèche, insieme a «buffo» e «stravagante») della vita in quell’alloggio insalubre che chiamano affettuosamente «il Tugurio» e che hanno trovato grazie a «un lottatore da fiera conosciuto in prigione da uno dei nostri amici. Solo pochi anni prima avremmo accolto con prudenza una simile raccomandazione, ma quell’anno molti avevano allargato la cerchia delle loro amicizie. Sul fatto di aver conosciuto qualcuno in prigione non c’era più niente da obiettare, anzi, era una sorta di garanzia». Gli habitué del Tugurio formano un corteo di epurati poetici, fascisti bonaccioni, pittoreschi condannati a morte in contumacia. Ne prendo uno a caso, quell’Henri Poulain «che allora era in clandestinità, e lo metteva bene in mostra girando sempre con enormi occhiali scuri e un cappello calcato fin sul naso. Viaggiava soltanto nell’ultimo vagone del métro, e nella parte posteriore di quel vagone. Convinto che il Tugurio fosse circondato da spie, mi dava appuntamento nelle salette interne di certi oscuri bistrot, in genere introvabili». (Questo Henri Poulain così divertente era una delle peggiori canaglie di «Je suis partout»). Alcuni poliziotti venuti ad arrestare Bardèche per un libro contro il processo di Norimberga lo trovano sdraiato sul logoro tappeto del salotto, mentre gioca con tre bambini tutti nudi che si schizzano l’acqua addosso, appena usciti dalla tinozza in cui Suzanne li ha energicamente strigliati con il sapone, e a loro volta i poliziotti sono usciti dritti da un film di René Clair. Quando si ritrova nel penitenziario di Fresnes, tutti i buoni comunisti del quartiere danno prova di una calorosa solidarietà. Il venditore di lacci regala i suoi lacci a un ritmo frenetico, la fruttivendola porri lunghi come gladioli. Il clima è poco meno spensierato in carcere, dove Bardèche ha un compagno di cella ebreo, sinceramente interessato a ciò che gli hanno detto del suo antisemitismo. Bardèche, dapprima esitante, gli regala il suo Nuremberg ou les faux-monnayeurs, Norimberga o i falsari. «Il mio nuovo amico trovò molto ragionevole la maggior parte delle mie opinioni. Mi pregò tuttavia di voler considerare che gli ebrei dell’Alsazia, di cui lui faceva parte, erano da molto tempo francesi autentici. Mi citò Maurras. In uno spirito di conciliazione, gli promisi di riconsiderare le mie opinioni sugli ebrei dell’Alsazia, ai quali aggiungemmo per magnanimità quelli di Bayonne e Avignone, che avevano goduto della protezione papale. Raggiunto così l’accordo, la nostra vita divenne un idillio». A questo idillio pone fine la liberazione di Maurice, che a casa trova una nuova brigata di struggenti buffoni, autoproclamatisi rappresentanti del «fascismo internazionale». Ultima citazione: «Ho conosciuto molti di questi fascisti. Gli uni calzavano stivali e nelle notti di solstizio si accampavano per cantare sotto le stelle i bei canti gravi dei loro antenati. Gli altri non calzavano stivali e con aria severa tenevano alte le loro facce smunte, portavano occhiali, collezionavano schede segnaletiche e pronunciavano discorsi pieni di furore. Tutti erano poveri. Avevano una fede, combattevano, odiavano la menzogna e l’ingiustizia. I loro giornali erano effimeri, le loro riviste non avevano lettori, i loro raduni non spostavano folle, ma tutto ciò non era ridicolo: non esiste un partito che non sarebbe stato orgoglioso di tali uomini e non li avrebbe ritenuti una ricchezza. Perché devono avere tutti, nel profondo di sé, un così grande desiderio di tagliare teste, a cominciare proprio da quelle dei loro sostenitori?».
La ragazza con le trecce arrotolate
Mia madre trovava incantevole Suzanne et le taudis. È vero, sotto certi aspetti è incantevole. Pieno di vivacità, humour, simpatia. O meglio, lo sarebbe se non ci fosse il punto cieco: ciò a cui hanno collaborato questi collaborazionisti così estrosi. Si capisce che, per poterli descrivere in quel modo, per rimanere lui stesso vivace, divertente e simpatico, Bardèche abbia scelto di negare questo punto cieco e di diventare uno dei primi negazionisti. Non ho mai sentito mia madre pronunciare una parola che potesse essere interpretata come antisemita e ho ereditato da lei una insaziabile curiosità per la letteratura concentrazionaria, sia sul versante nazista che su quello sovietico. Tuttavia, e anche se i rapporti si sono allentati come accade spesso con le amicizie di gioventù, lei ha mantenuto a lungo un sincero affetto per Maurice. Verso il 1973-1974 mi ha mandato da lui nell’appartamentino di rue Rataud, dietro al Panthéon, per farmi dare qualche consiglio per una ricerca su Balzac che dovevo presentare in classe. Bardèche si è rivelato affabile, erudito, malizioso, parlava dei personaggi della Commedia umana come di amici comuni che si prendono in giro alle loro spalle perché gli si vuol bene davvero. Quel Lucien de Rubempré, che babbeo! Solo molto tempo dopo ho letto Nuremberg ou les faux-monnayeurs, in cui Bardèche spiega con distacco scientifico che tutti i deportati erano morti di tifo e che il termine, evidentemente inopportuno, di «sterminio» si riferiva ai pidocchi, e certo non agli esseri umani. Non posso non chiedermi: quando l’amabile Maurice partiva davanti a lei con questo suo cavallo di battaglia, cosa diceva mia madre? Fino a che punto arrivava la sua indulgenza? Avrei potuto chiederglielo, ma non l’ho fatto. Per concludere: nel 1993 Maurice Bardèche ha pubblicato le sue memorie presso un piccolo editore, ovviamente di estrema destra. Pochissime persone hanno letto queste memorie di un vecchio fascista dimenticato, ma mia madre, che era da poco stata eletta all’Académie française, si è molto arrabbiata, non perché lui ne avesse parlato male ma, al contrario, perché le aveva riservato parole estremamente gentili. La descrive, a vent’anni, con le trecce arrotolate sulle orecchie – un’acconciatura fuori moda, bambinesca, a corni d’ariete, che per contrasto ne mette in risalto il viso dai lineamenti fermi e decisi. Si rallegra che la ragazza con le trecce arrotolate sulle orecchie che si presentava al Tugurio a ogni ora del giorno come fosse a casa sua e recitava a memoria la Giovanna d’Arco di Péguy abbia fatto tanta strada. Mia madre ha pensato, credo a torto, che dipingendo di lei questo ritratto affettuoso Bardèche volesse nuocerle, trascinarla nel suo eterno purgatorio. Quando è morto, cinque anni dopo, non è andata al suo funerale. Non gliene farò certo una colpa.
Raymond Assayas si imbarca sul «Capitaine»
La sera del 29 dicembre 2023, a Gaggioleto, una decina d’ore prima che mia sorella Nathalie mi chiamasse all’alba per dirmi che nostro padre era morto, Olivier ci ha raccontato con evidente piacere la storia del suo. Per quanto ne sapevo, era un vecchio sceneggiatore televisivo che adattava i Maigret nella sua catapecchia di Boullay-les-Troux, il loro paese, nella valle di Chevreuse. Ma questo soltanto alla fine. Nato a Salonicco in una famiglia di banchieri ebrei, negli anni Trenta Raymond Assayas è diventato, in Italia, un militante antifascista. Cercava anche di affermarsi nel cinema e gli è stato offerto un posto da secondo assistente alla regia, a Roma, in un film di Max Ophüls, La signora di tutti. A quel tempo la trafila prevedeva di essere terzo, poi secondo, poi primo assistente, dopodiché, se avevi fatto il bravo, ti «affidavano» un film, come in seguito Raymond avrebbe detto al figlio Olivier, la cui idea di cinema non era sicuramente che gli «affidassero» un film. Nel 1936 Raymond ha lasciato Roma per Parigi, dove è stato ospitato da un’amica di famiglia, Françoise Gourdji, che sarebbe diventata una nota giornalista con il nome di Françoise Giroud. Lui invece ha lavorato, con il nome di Jacques Rémy, per Ophüls, Marcel L’Herbier, Léonide Moguy, Claude Autant-Lara. Questa carriera è stata interrotta sul nascere dalla guerra. Smobilitato a Clermont-Ferrand, nell’estate del ’40 ha raggiunto a piedi Marsiglia, dove si è imbarcato per la Guadalupa sul cargo Capitaine Paul Lemerle, con tutta una banda formata da reietti di Vichy, repubblicani spagnoli, ebrei apolidi, scrittori surrealisti. Il cast includeva André Breton, Claude Lévi-Strauss, Anna Seghers, Victor Serge, Wifredo Lam e la fotografa tedesca Germaine Krull, con cui avrebbe proseguito il viaggio fino a Saint-Laurent-du-Maroni, in Guyana. In seguito si ritrova a dirigere la comunicazione della France Libre in America del Sud e, non si sa bene come, a girare due film in Cile, uno dei quali, basato su una sceneggiatura di Jules Supervielle, sulla Cordigliera delle Ande. Quando torna in Francia, i suoi amici si chiamano André Malraux, Romain Gary, Luis Buñuel, Diego Giacometti e Raoul Lévy, il produttore. Sulle comode poltrone in pelle sfondate della sua casa di campagna si è seduta la crema del cinema francese degli anni Cinquanta. Ho frequentato quella casa, Olivier e io ci conosciamo fin da giovani. A me interessano i suoi film, a lui i miei libri, ma i nostri incontri sono sempre stati sporadici, almeno finché il nostro comune agente, François Samuelson, non ci ha messo a lavorare insieme all’adattamento del Mago del Cremlino, lo straordinario romanzo di Giuliano da Empoli sull’eminenza grigia di Vladimir Putin. Quando per diversi mesi si passa tutta la giornata a parlare a tu per tu in una stanza, si comincia a conoscersi davvero e, per quanto ci riguarda, abbiamo stretto un’amicizia tardiva e forte. Abbiamo quasi la stessa età, percorsi simili. Siamo incuriositi l’uno dall’altro perché molto ci unisce, ma anche ci divide: le nostre inclinazioni – lui il rock e l’arte contemporanea, io le storie di fantasmi e la musica classica – e soprattutto le nostre storie familiari. Olivier e suo fratello Michka sono cresciuti in un ambiente di artisti, gente di cinema poliglotta e cosmopolita, giornalisti, diplomatici e avventurieri provenienti dalla France Libre. Una comunità brillante perché comunità di vincitori. Si erano incontrati nella Resistenza, a Londra, a New York, in America del Sud. Avevano fatto le scelte giuste, conoscevano tutti, e ascoltandolo mi è parso chiaro che, proprio perché viene da lì, anche Olivier conosce tutti, in Francia e all’estero. Questo modo di socializzare spigliato, facile, naturale, questa disinvoltura mi sono sempre mancati e li ho sempre invidiati. La notorietà non ha cambiato affatto la mia solitudine, che sembra invece peggiorare. Quando Olivier è nella giuria del Festival di Cannes, al momento di ripartire è amico degli altri nove giurati, si scambia email, chiede notizie, lancia proposte. L’anno prima, giurato a mia volta, non ho fatto amicizia con nessuno, non ho lasciato alcun ricordo a nessuno: uno scrittore francese musone, goffo, che forse scrive dei buoni libri, non si sa, ma non buca lo schermo. Se si arrischia a parlare, lo fa nello stesso esatto istante di un giurato a cui si presta maggiore ascolto, quello che stava per dire si perde, e dopo è troppo tardi, il momento è passato, nessuno si gira verso di lui per chiedergli: «Volevi dire qualcosa, Emmanuel?». Non ho il coraggio delle mie opinioni, e per giunta parlo male l’inglese. C’entra il carattere, certo, e ciò che facciamo di ciò che è stato fatto di noi – l’unica cosa che conta, diceva Sartre. Ma anche ciò che è stato fatto di noi è importante. È importante il luogo da cui veniamo, e ciò che ha formato coloro che ci hanno formato. Sono importanti le scelte, più o meno libere, dei nostri genitori. Quelli che hanno fatto le scelte giuste hanno il mondo in mano e lo lasciano in eredità ai figli. Agli altri restano la vergogna, il risentimento, la sfiducia in se stessi o la triste risorsa di rappresentare come poetici stravaganti coloro che sono stati oggettivamente complici dell’orrore. In breve: non è la stessa cosa, non genera lo stesso rapporto con il mondo aver avuto come amico di famiglia Romain Gary o Maurice Bardèche. Mezzo secolo dopo nessuno sa meglio di me che la differenza si sente ancora.
«Mandorlato! Sformato!»
Pur studiando a Sciences Po, mia madre continuava a sognare il teatro. Era più di un hobby: aspirava davvero a diventare un’attrice. Con chi poteva identificarsi, a quei tempi? Arletty? Danielle Darrieux? Esiste un film dell’epoca in cui potrei immaginarmela? Inserire il suo volto? Quale attrice potrei farle sostituire all’ultimo momento? In quale parte? Una domestica che apre una porta o un’amante appassionata? Per un anno ha seguito i corsi di una scuola di teatro, alcuni allievi della quale avrebbero fatto parte, all’inizio degli anni Cinquanta, del leggendario gruppo del Conservatoire: Jean-Paul Belmondo, Jean-Pierre Marielle, Jean Rochefort, Annie Girardot, Claude Rich, Bruno Cremer, Françoise Fabian e, sorprendente in questa parata di stelle, Paul Préboist, un ex fantino con una faccia da batrace che si sarebbe specializzato in ruoli da gendarme imbecille e che era soprannominato Prépaul – anni dopo mia madre me lo raccontava come fosse un vero spasso, e avevo una tale fiducia nel suo spirito che anch’io trovavo un vero spasso quel soprannome di Prépaul. Non ricordo più di preciso cosa mi raccontava, chi aveva frequentato in quel corso di preparazione al Conservatoire, il grado di confidenza che aveva con queste future star. Nessuna di loro, comunque, ha avuto il minimo posto nella nostra vita. Né Annie Girardot né Jean-Pierre Marielle sono mai venuti a cena da noi. Mi chiedo oggi perché mia madre non si sia presentata all’esame di ammissione al Conservatoire. Forse aveva capito, con lucidità, di non avere abbastanza talento per arrivare ai vertici? Non credo, mia madre era del tipo: volere è potere. Oppure aveva capito che un mestiere in cui si dipende così tanto dagli altri, dove si va a caccia di casting e si aspetta lo squillo del telefono, non sarebbe stato adatto al suo orgoglio? Più plausibile, ma Nicolas propone una terza spiegazione: Louis non voleva che facesse l’attrice. Perché non era decoroso, perché lei avrebbe rischiato di sfuggirgli. Non gli piaceva andare a prenderla al corso di teatro, non gli piaceva la complicità che lei aveva con i compagni. Si sentiva di troppo. Nicolas ritiene che glielo abbia imposto come condizione del matrimonio: avrebbe chiuso con il teatro. Mi sembra un’enormità, e così poco da lui come da lei. Se fosse anche solo un po’ vero, sarebbe il primo dei due sacrifici che mia madre ha accettato di fare per lui. Vedremo più avanti quale sarà il secondo. La carriera teatrale di mia madre è terminata alla Comédie-Française come comparsa, nelle parti di piccola pasticciera della rosticceria Ragueneau, nel secondo atto del Cyrano de Bergerac. Una volta diceva: «Mandorlato!», un’altra: «Sformato!».
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«DUE ESSERI PROIETTATI VERSO LA VITA»
Il cofanetto dell’ultimo forzato
Fra gli oggetti riemersi nel corso del trasloco da quai Conti c’è un cofanetto di legno di cui mio padre amava raccontarci che era stato intagliato e inciso dall’ultimo forzato della colonia penale della Caienna. Oltre al suo solito piccolo caos di biglietti da visita, scontrini di ristoranti, biglietti del treno e alla busta contenente una felce essiccata «raccolta a Hergas l’11 aprile 1976», ho catturato due prede più grosse. La prima è una cartolina spedita da Mosca il 13 marzo 1958. La seconda, una foto di mia madre a vent’anni, sul retro della quale lei ha scritto:
«29 maggio 1949, h 11.55
«La volontà di due esseri proiettati verso la vita...
«Di questa vita stessa. La stessa certezza luminosa e ineffabile, quella di non essere più soli, e per sempre.
«La amo.
«Ho fiducia in noi.
Hélène».
La prima notte
La sessualità dei genitori è un argomento inquietante per chiunque. Tendo a pensare che ciò valga per i miei in particolare, ma più o meno chiunque pensa che il suo caso sia più particolare degli altri. Quando si sono conosciuti, nel 1948, i miei avevano diciannove e vent’anni, ed erano certamente entrambi vergini. Quando si sono sposati, nel 1952, non lo erano certamente più. Nicolas ricorda di aver sorpreso, a Cazères, la sorella uscire all’alba, furtiva e gioiosa, dalla camera di Louis. Ricorda anche, tra di loro, una tenerezza e una complicità che si sono rapidamente logorate. Quando me l’ha detto mi sono ricordato di una storia che mi ha raccontato la mia lontana cugina Anne Wiazemsky. Aveva diciott’anni, andava ancora al liceo, ed era la protagonista del film di Robert Bresson Au hasard Balthazar – la protagonista umana, dato che il vero protagonista del film è un asino. Proprio durante le riprese di questo film ha fatto l’amore per la prima volta. La mattina è arrivata sul set, raggiante di gioia e allo stesso tempo terrorizzata all’idea che si vedesse. Che tutti lo vedessero. Ha fatto del suo meglio per spegnere il suo viso. Forse qualcuno ha visto qualcosa, e capito, forse no. Ma lei, nella scena girata quel giorno, lo vede. Non vede altro: il suo viso che irradiava gioia. Quarant’anni dopo, le bastava inserire nel lettore il DVD di Au hasard Balthazar per rivivere, intatta, impressa sul suo volto, nei suoi occhi, sulla sua pelle, quella prima notte d’amore. Com’è stata la prima notte d’amore dei miei genitori? Chi provava più desiderio? È successo in modo naturale, armonioso, con ogni gesto che ne chiamava un altro, con la naturalezza del sesso felice? Io in quella stanza non entro. Rimango con Nicolas, che si ferma davanti alla porta e vede mia madre uscire, all’alba.
«Non scrivo queste cose per essere sgradevole, ma per guardare in faccia la realtà»
Più delle Memorie di Adriano e dell’Opera al nero, mi piacciono i tre volumi che alla fine della sua vita Marguerite Yourcenar ha scritto sulla sua famiglia. La sua indagine si dipana su secoli di storia, decine di generazioni, migliaia di esseri umani di cui non sappiamo quasi nulla se non che sono nati, che hanno vissuto, che i più fortunati hanno conosciuto l’amore, che tutti sono morti e che il loro succedersi, le loro intersezioni, l’intreccio delle loro discendenze conducono a questo: una creaturina in fasce che all’inizio del XX secolo vagisce sulla collina del Mont Noir, nelle Fiandre; e, dopo, una bambina che impara a vivere nei paraggi della Grande Guerra; e dopo ancora, sul finire di quello stesso secolo, un’anziana sull’isola di Mount Desert, al largo del New England, che impiega le sue ultime forze per esplorare fino alla vertigine la dimensione verticale della vita. Ho letto questi libri molto tempo fa, li rileggo con immutata ammirazione e una curiosità in un certo senso professionale, perché mi sto dedicando anch’io a un’impresa del genere. La mia è meno ambiziosa. Marguerite Yourcenar risale fino alle ere geologiche in cui, come dice lei, non ingombravamo ancora la terra. Io mi limito, invece, allo spazio di un secolo e di quattro generazioni. Ma imparo molto da lei: la visione dall’alto, il senso della prospettiva storica, le maestose carrellate che, partendo dalle stelle morte, restringono il campo fino al primo uomo che ha pronunciato più o meno come noi la parola «duna», la parola «mola», la parola «mula», ma anche la tranquilla audacia con cui, in Care memorie, parla della passione del padre per «i seni leggermente cascanti di Fernande [la madre di Marguerite], un po’ troppo voluminosi per la sua vita sottile». Questa Marguerite che passa per bacchettona, la trovo più disinibita di me quando si tratta di descrivere il corpo desiderato, forse desiderante, della madre, e poi il padre, Michel, che «soffriva, come tanti uomini del suo tempo, per le proprie ambivalenze nei confronti del piacere femminile, preferendo credere che una donna casta si dia solo per soddisfare l’uomo che ama, e infastidito sia dalla freddezza che dall’eccitazione della sua compagna». Poiché Fernande è morta nel darla alla luce, la figlia può porsi quest’altra domanda, scandalosa: se l’avessi conosciuta, l’avrei amata? La sua risposta: «Tutto mi fa pensare che all’inizio l’avrei amata di un amore egoista e distratto, come la maggior parte dei bambini, poi di un affetto che è più che altro abitudine, attraversato da litigi, sempre più attenuato dall’indifferenza, come succede a tanti adulti che amano la propria madre. Non scrivo queste cose per essere sgradevole, ma per guardare in faccia la realtà».
Estate a Cazères verso il 1950
Quando Nicolas descrive Hélène che esce all’alba, furtiva e gioiosa, dalla camera di Louis a Cazères, mi chiedo: dov’era la stanza di lui? Quella di lei? Quella di Nicolas? Quella di mia nonna? La casa, che ho visitato da piccolo, era talmente sbilenca... Si entrava da una porta bassa con la vernice scrostata, dipinta di quel color ruggine caratteristico delle imposte e delle scandole nel Sudovest, con un batacchio di rame a forma di mano. La stanza principale, interamente occupata da un tavolo di legno scuro, sei sedie durissime con lo schienale alto, un pianoforte verticale e una credenza con stoviglie e vasellame, riceveva luce da una porta-finestra che dava sulla terrazza. Questa terrazza, con la balaustra fatta di tegole sovrapposte, si affacciava a strapiombo sulla Garonna – più precisamente su un suo minuscolo immissario, l’Ouride, che si gettava nella Garonna duecento metri più avanti. L’Ouride era sporchissimo perché vi venivano svuotati i pitali, motivo per cui i nostri genitori ci dicevano, senza convinzione e senza essere ascoltati, di non giocare sulle sue rive coperte di ortiche, sassi e stronzi. Alla fine degli anni Sessanta è stata costruita una diga qualche chilometro a monte della Garonna che, così contenuta, ha perso il suo fascino ancora bucolico, lo scrosciare ininterrotto delle acque vive che cullava il nostro sonno di bambini. È diventata un lago artificiale, mentre l’Ouride è stato coperto dal cemento, poi da una strada. Per tornare alla planimetria: il salotto, a cui si accedeva direttamente dalla strada, era, partendo dall’Ouride, il terzo piano, e sopra ne era stato costruito un quarto di forati di calcestruzzo, non molto riuscito. La casa si sviluppava dunque tutta in altezza, strettissima e, a quanto ricordo, aveva una sola stanza per piano, collegata alle altre da una scala incredibilmente stretta, ripida, pericolosa, alla quale ci dicevano di fare attenzione ogni volta che la salivamo, e sulla quale mi chiedo, soprattutto, come abbia fatto nostra nonna, artritica e con le gambe gonfie, a non ammazzarsi cento volte. Non mi ricordo bene come ci distribuivamo nelle stanzette incolonnate di questa casa delle bambole, e ancora meno so come si distribuivano quando i miei genitori ci venivano, da fidanzati, a trascorrervi l’estate, a volte in compagnia di Nicolas – a cui mio padre, dandogli del lei, ha insegnato a nuotare a rana nella Garonna –, di Nathalie e anche, come testimoniano alcune foto, di padre Olympe. La casa di Cazères apparteneva a mia nonna Carrère-Dencausse, era una sua proprietà e il suo rifugio, il luogo in cui evadeva dall’aria pesante di rue Lachassaigne. In rue Lachassaigne si sentiva talmente poco a casa sua che non riceveva mai lì le visite del figlio e della nuora, e noi, i suoi nipoti, prima che morisse non ci siamo mai andati. A Cazères, invece, era la padrona di casa, e amava quella casetta, e tutti noi l’abbiamo amata. Tutti noi abbiamo amato Cazères, di cui per parte mia ho solo ricordi bellissimi. Quando gli ho mostrato la foto delle nozze dei miei genitori, Hervé mi ha scritto: «Che bell’uomo, tuo padre. Con quell’aria così perfettamente francese. Forse tua madre ha pensato: “Sposo la Francia” (quella buona)». Mi sembra esatto. Lei ha aperto a mio padre le porte di un grande sogno, la Santa Russia, la nobiltà gallonata, i protagonisti della grande storia. Ma anche mio padre ha aperto una porta a lei. Per questa ragazza apolide con un cognome impossibile non era certo una cosa da niente entrare a far parte, grazie al suo futuro marito, di una Francia antica, profonda, immutabile, essere accolta con tanta naturalezza in un paesino di mille abitanti, fra Tolosa e Saint-Gaudens, nel quale tutti si conoscono e si salutano. Quando eravamo piccoli mio padre era orgoglioso di farci vedere che a Cazères lo salutavano tutti, spesso chiamandolo Doudou – perché il suo vero nome era Louis-Édouard: non Louis virgola Édouard, no: Louis trattino Édouard. Nessuno al di fuori di Cazères lo chiamava Doudou – nessuno al di fuori delle mie sorelle chiama me Manu –, e a Cazères vivevano anche le uniche persone a cui dava del tu, come il droghiere Robert Anet. Uno dei ricordi più teneri della nostra infanzia è nostro padre che ci porta tutti e tre non so più dove, in piscina o dalla proverbialmente avara cugina Vidiane, e ci dice, nel suo sabir franco-russo riservato agli a parte: «Skažite bonjour potomu čto ça se fait» – dite buongiorno perché si fa così. Infilare in una sola frase la prosa di Cazères e la poesia della Russia, rivolgersi ai figli davanti al suo amico d’infanzia Robert Anet lasciando cadere distrattamente qualche termine russo: penso che fosse questa la sua idea di paradiso. E nostra madre, che pure dall’alto delle sue origini aristocratiche disprezzava molte cose e molte persone, non ha mai disprezzato Cazères, e tanto meno sua suocera – come testimoniano le lettere che le inviava, che mio padre ha recuperato dopo la sua morte e di cui ora sto facendo lo spoglio.
«Una bellezza odorosa e conturbante, che giustifica tutto...»
Nelle lettere scritte fra il 1949 e il 1952 mia madre chiama la signora Carrère-Dencausse «cara signora». Sapendo che è «triste e sola» a Bordeaux con il detestabile marito, cerca di distrarla inviandole ogni settimana una cronaca spesso umoristica della loro vita da studenti squattrinati ma allegri. Un giorno le racconta una simulazione d’esame «alle Sciences Po» – per tutta la vita mia madre dirà «alle Sciences Po», non «a Sciences Po», come dicono tutti, esattamente allo stesso modo in cui dirà la Covid. Argomento: «Il principio di sovranità nazionale e la sua applicazione nei regimi francesi a partire dal 1789». «Quattro ore a sgobbare; nel bel mezzo è saltata la corrente e per fare luce non ci sono rimaste che le lampade a petrolio. È stato molto divertente». Ancora più divertente: al guasto della corrente segue uno sciopero del métro, indetto dalla CGT, il sindacato comunista che mia madre giudica con disprezzo, ma il lato positivo è che, dopo cena, «siamo stati costretti a tenere Louis a casa». Un altro giorno i miei futuri genitori fanno gli scrutatori in un seggio elettorale: «Suo figlio ha coscienziosamente tracciato dei bastoncini su vari fogli mentre io leggevo ad alta voce il contenuto delle buste. Ero particolarmente contenta di comunicare i voti per la Federazione degli scontenti». Una lettera dopo l’altra, mia madre fornisce alla futura suocera notizie di Louis, che a quanto pare non scrive a sua madre direttamente. «Non riconoscerebbe suo figlio in questo ragazzo che studia dieci ore al giorno. Chi l’ha detto che era pigro?». Per lo più volge le cose in scherzo, con quella propensione per il sarcasmo che sarà sempre la sua forma di umorismo. Si prende gioco delle turiste inglesi «che invadono Parigi con i loro dentoni, i loro enormi piedi e i loro capelli spenti». Ma a volte è seria: «Ho avuto un attacco di malinconia, perché anche alla mia età si percepisce la fuga del tempo e si inizia a guardare al passato. A volte rimpiango i miei sedici anni, e la tranquilla sicurezza con cui quell’età dirime i problemi più gravi e complicati. Tuttavia, ogni giorno ringrazio il destino per avermi permesso di vivere questa meravigliosa vita universitaria a Parigi. Poveri provinciali che non conosceranno mai il Quartiere Latino, i bouquiniste da cui si torna a casa con tesori da Mille e una notte, le discussioni politiche in cui si va a chiedere l’arbitrato di Boutang. Brasillach dice che chi non ha cenato con un caffellatte per andare a vedere un film in una saletta buia, chi non ha vissuto in un quartiere dove la gente seria e imborghesita ha sempre torto, non sa cosa sia una giovinezza da studenti». Se mia madre poteva parlare con tale familiarità alla futura suocera, maestra di pianoforte a Bordeaux, non solo di Brasillach, ma anche del filosofo dell’Action française Pierre Boutang, significa che doveva avergliene riempito le orecchie, e immagino mia nonna nominare ai suoi allievi questi misteriosi personaggi con il tono di naturalezza e lo zelo commovente delle persone che vivono per procura. Così mia nonna parlerà in seguito dei miei professori e compagni di classe, in particolare di un certo Fourni, un somaro maestosamente consapevole della propria somaraggine su cui, alle elementari, ero talmente prodigo di aneddoti che ha continuato a chiedermi sue notizie anche quando ormai andavo al liceo e l’avevo perso di vista da anni. Un altro passo mi sorprende, e mi turba. Mia madre resta meravigliata della luce estiva su Parigi, «questo sole in fuga che sbiadisce e ricopre di una patina rosa tutte le aiuole in fiore delle Tuileries», e inaspettatamente racconta che era in auto con un amico. «Stavamo andando da amici comuni e siamo arrivati in ritardo senza il minimo rimorso: la bellezza di quella sera, una bellezza odorosa e conturbante, che giustifica tutto...». Chi era quell’amico? Non è strano descrivere alla futura suocera questa intimità inebriante con uno che non era suo figlio? Quella bellezza odorosa e conturbante, che giustifica tutto e fa arrivare in ritardo senza il minimo rimorso?
