sabato 11 luglio 2026

Il Campo largo e la piazza vuota: il Nulla organizzato che può vincere le elezioni Giulio Massa


Il Campo largo e la piazza vuota: il Nulla organizzato che può vincere le elezioni

 Giulio Massa  

La piazza semivuota di Napoli ha mostrato tutti i limiti del Campo Largo: nessun popolo comune, nessun leader riconosciuto e divisioni insanabili sui principali nodi politici, a partire dal riarmo. Eppure, tra la scissione vannacciana e le difficoltà della destra, questa alleanza potrebbe persino vincere. Resta una domanda: chi governerebbe, dopo la vittoria del Nulla?

Non svenga nessuno dei nostri lettori, ma per una volta ci sentiremmo di consigliare ai leader del Campo Largo di dare retta al burattinaio che cerca di eterodirigerne buona parte. Ma sì, ha ragione, per una volta, Marco Travaglio, a oggi ancora direttore del filoputiniano Fatto Quotidiano e domani magari — Dio non voglia! — addetto alle cucine di qualche lussuosissima residenza targata Cipriani.

La fallimentare “piazza” di Napoli è un format irriformabile. Inutile alambiccarsi — con i consueti, pensosi autoflagellamenti da collettivo studentesco giunto alle porte del potere — su «cosa è andato storto».

«Si spera — ammonisce Travaglio — che la prima “piazza unitaria” della cosiddetta coalizione progressista a Napoli, fra spazi vuoti e strilli di Potere al Popolo, sia anche l’ultima».

La ragione principale, per Travaglio, è che, nel sedicente Campo Largo, «non c’è mediazione possibile» su quello che è oggi il cruciale discrimine della politica: riarmo sì, riarmo no. Tertium non datur, sostiene Travaglio, e quindi niente più piazze unitarie con relative, imbarazzanti foto di gruppo — e con esclusi di turno.

Concordiamo, in fondo, con Travaglio, pur collocandoci agli antipodi della sua posizione, notoriamente contraria al riarmo. Solo a quello europeo, chiaro, per essere certi di finire come erbivori in un mondo di carnivori.

La manifestazione di Napoli, tuttavia, ha palesato anche altri, strutturali limiti dell’alleanza progressista.

L’assenza di pubblico, il fatto che sia stata compensata dalla rumorosa partecipazione contestataria di Potere al Popolo e lo sfacciato ricalco delle posizioni del Cremlino da parte di Conte sono tutti indicatori di una realtà resa ancor più drammatica dai consensi accreditati al Campo Largo: quell’alleanza non esiste.

Il che, beninteso, potrebbe non impedirle, in questo alienato Paese immerso in un’eterna primavera del ’45, di vincere le elezioni.

È un’alleanza senza popolo, quella che neppure in una terra governata da cacicchi, veri professionisti delle truppe cammellate, riesce a riempire una piazza alla prima strombazzata uscita dei suoi sedicenti leader.

Peggio: è un’alleanza in cui i due popoli principali, quello piddino e quello pentastellato, si guardano in cagnesco. Come è inevitabile, se si considera che il secondo è nato in odio al primo, denunciandone la putrefazione e la collusione con l’establishment.

Tanta acqua è passata sotto i ponti e il collante del potere ha già consentito spregiudicate convergenze. Ma resta il fatto che, ogniqualvolta l’elettorato Cinque Stelle è chiamato a convergere su un candidato piddino, tende a scoprire tutto il fascino del voto in libera uscita.

È un’alleanza senza popolo e, quel che è peggio, senza un leader.

Il flop napoletano denuncia, tra le altre cose, l’assenza di un frontman — o di una frontwoman, sia detto prima che si scatenino le Erinni woke — capace di richiamare gli elettori.


Un’alleanza senza un leader vero e naturale — uno o una, cioè, che la leadership se la sia presa da un pezzo — e che neppure riesce ad accordarsi su come scegliere un’imitazione di leader.


Le primarie? No, sono divisive, e noi siamo testardamente unitari. E poi chissà chi si presenta.


La scelta del leader a valle di un’intesa programmatica? Siamo seri: di un “programma unitario” meno si parla, meglio è.


Un “caminetto” in perfetto stile Prima Repubblica, dove si gioca la dura partita del potere e si esce con organigrammi complessivi e consolidati? È un gioco che, là dentro, sanno giocare solo pochissimi sopravvissuti. E poi come lo raccontano, dopo anni di retorica ruffiana su trasparenza, streaming e simili boiate antipolitiche?


La frustrazione per questa impasse ha indotto qualcuno persino a escogitare il metodo della bomba per forgiare una nuova leadership, ma si sono messi di traverso quegli ingrati dei magistrati e siamo di nuovo al punto di partenza.


Battute a parte, la sciagurata giornata napoletana ha altresì dimostrato che il vuoto programmatico è, se possibile, più profondo del difetto di leadership.


Lo ha dimostrato la contestazione inscenata da Potere al Popolo, che ha riempito i vuoti di pubblico per interrompere sistematicamente i discorsi del Quartetto e denunciare un centrosinistra ritenuto tuttora subalterno alle politiche liberiste e distante dai bisogni sociali.


Come dire: l’operazione radicalizzazione, lo spostamento verso la sinistra-sinistra, sono falliti.


Ma, soprattutto, le contraddizioni programmatiche della sedicente alleanza sono esplose con l’intervento di Giuseppe Conte.


L’ex premier, come noto, è riuscito, grazie al grossolano e truffaldino stravolgimento delle parole consegnate al Financial Times dal generale americano Grynkewich, a sfornare tesi sull’inesistenza di quel pericolo russo di cui parlano tutte le cancellerie europee, degne delle più orwelliane veline moscovite.


Non sono uscite che sorprendono, beninteso, in bocca a Conte. Ma sono tesi poste per la prima volta al centro di un comizio del Campo Largo, avallate con entusiasmo dalla coppia Bonelli-Fratoianni, rimosse da Schlein, accolte dai riformisti piddini con quel corale e consueto sconcerto che fa però ormai tutt’uno con lo sconcerto di chi li vede permanere in quello schieramento.


Un’alleanza senza leader, senza popolo, senza un programma condiviso su alcuno dei nodi fondamentali.


Un’alleanza nella quale ora va di moda teorizzare che la situazione migliorerebbe molto con la creazione di una quarta gamba centrista.


Peccato che siano divisi anche su quale debba essere questa quarta gamba e su chi debba guidarla: Bettini e Conte vorrebbero affidarla a Onorato, Schlein a Renzi, mentre Ruffini manifesta nervosismo, giacché in origine la creazione della gamba — quarta, quinta, sesta? — fu affidata a lui.


Una commedia che svela tutta l’assurdità di un’operazione verticistica ed eterodiretta, nella quale uno schieramento a vocazione maggioritaria, autodichiarandosi inadeguato a parlare a un segmento di elettorato, crea in laboratorio un contenitore per quell’elettorato. Aggiungendo, in teoria, ulteriori divaricazioni programmatiche.


Fin qui, tutto quanto precede potrebbe sembrare l’impietosa analisi a posteriori delle cause di una Caporetto elettorale.


Macché.


Un’alleanza così disastrata pare avere ottime possibilità, grazie in particolare alla scissione vannacciana e ad altre problematiche della destra, di vincere le elezioni.


La campagna elettorale dei campolarghisti, quella sì, è già pronta.


Scordatevi che si parli delle sfide dell’intelligenza artificiale, della difesa militare nell’età post-americana della NATO, della crescita economica castrata da burocrazia e fisco, dei costi della transizione ecologica.


Di questo si parla là fuori, nel mondo reale.


Da noi, l’agenda dettata dall’Alleanza senza leader e senza programmi sarà quella di sempre: tutti immersi nelle sabbie mobili del Novecento, a discettare grottescamente del pericolo fascista, della difesa della Costituzione più bella del mondo, dell’incubo che la destra si “prenda” la presidenza della Repubblica — che non ha mai avuto nella Seconda Repubblica — sottraendola al monopolio degli “ottimati” cattolici, comunisti e azionisti.


Ma se vince il Nulla, poi chi governerà?


La coperta di Linus dell’antifascismo, dalla quale i nostri eroi campolarghisti non si separano mai?