giovedì 16 luglio 2026

OMEROS Derek Welcott

 

OMEROS

Derek Welcott

Recensione 

Omeros è un capolavoro del Novecento. È un omaggio all’isola natale, una meditazione profonda sul colonialismo e, soprattutto, un atto d’amore verso la gente comune dei Caraibi. Lo stile di Walcott è sontuoso, musicale, ricco di immagini vivide. Le descrizioni del mare, dei pescatori al lavoro o dei mercati sono di una bellezza travolgente. Il verso è fluido, a volte narrativo, a volte lirico, con continui slittamenti tra realtà, mito e sogno. Si tratta di un poema epico moderno in sette libri, scritto prevalentemente in terzine libere (con echi danteschi), che reimmagina l’Iliade e l’Odissea nel contesto caraibico di Santa Lucia, l’isola natale dell’autore. Walcott non si limita a “trasportare” Omero: usa i miti classici come specchio per raccontare la vita quotidiana degli isolani, il turismo, la povertà, le tradizioni e le ferite della storia. Il poema esplora il trauma della schiavitù, la perdita della lingua e della cultura africana, ma anche la capacità di creare una nuova identità ibrida caraibica. Il paesaggio di Santa Lucia (il mare, le foreste, la luce) è protagonista e forza redentrice. La guarigione di Filottete attraverso rimedi naturali simboleggia la possibilità di riconciliazione con il passato. Walcott riflette su come la Storia (con la maiuscola) schiacci le storie individuali, ma anche su come l’arte possa riscattarle. Il poeta si interroga sul proprio ruolo: può un artista caraibico usare la forma epica europea senza tradire la propria cultura? La risposta è una magnifica ibridazione.



OMEROS 

(Cap. 1-10)

CAPITOLO I

I

«Così, al sorgere del sole, abbiamo tagliato quelle canoe».

Filottete sorride per i turisti, che cercano di rubargli

l’anima con le loro canon. «Il vento portò la notizia ai laurier-cannelles, le loro foglie tremavano

quando la scure del sole colpì i cedri

che vedevano le lame riflesse nei nostri occhi.

Il vento scosse le felci. Suonavano come il mare che nutre

noi pescatori per tutta la vita, e le felci annuirono: “Sì,

gli alberi devono morire”. Così, coi pugni in tasca,

le cime erano fredde e il respiro si arricciava

in piume di nebbia, ci passiamo il rum. Chiuso

il giro, ci dà il coraggio di farci sterminatori.

Sollevo la scure e invoco la forza nelle mani

per ferire il primo cedro. Ho gli occhi pieni di rugiada,

e mi faccio un altro giro di rum. Poi avanziamo».

Per quattro soldi in più, sotto un mandorlo di mare,

mostra una cicatrice, marchio di un’ancora arrugginita,

arrotolandosi un calzone con il lento lamento

di una conchiglia. La cicatrice increspata come la corolla

di un riccio di mare. Filo non rivela la cura.

«Ci sono cose» sorride «che contano più d’un dollaro».

Filottete ha lasciato che una garrula cascata, a scrosci,

riversasse il suo segreto nella Sorcière,1 una volta abbattuti

gli alti allori, là dove il richiamo d’amore della tortora

consegna la sua nota alle azzurre, taciturne montagne,

i cui torrenti ciarlieri, portandola al mare,

mutano in pigre pozze dove chiara guizza la carpa

e una garzetta incede tra le canne con un grido ruggine

e con la zampa sospesa pugnala e pugnala il fango.

Una libellula sega in due il silenzio,


le anguille tracciano firme sulla chiara sabbia del fondo,

il primo sole accende la memoria del fiume,

e onde di felci giganti annuiscono al suono del mare.


Anche se il fumo dimentica la terra da cui sale,

e ortiche difendono i buchi dove vennero uccisi gli allori,

un’iguana ode le asce, e le si appannano gli occhi   


per il suo nome perduto, quando l’isola gobba

si chiamava «Iounalao», «Dove vive l’iguana».

Ma, prendendosela comoda, l’iguana scalerà


 


il sartiame delle viti in un anno, la pappagorgia aperta

a ventaglio, i gomiti sui fianchi, la coda decisa

in armonia con l’isola. I baccelli fessurati degli occhi


 


maturarono in una pausa che durò secoli,

che sorse col fumo degli Aruachi,2 finché una nuova stirpe,

sconosciuta alla lucertola, si mise a misurare gli alberi.


 


Questi erano i pilastri che caddero, e lasciarono uno spazio

azzurro per un solo Dio dove prima ce n’erano molti.

Il dio delle origini era un gommier.3 Il motore


 


partì con un sibilo, e uno squalo, con mandibola obliqua,

fece volare schegge come sgombri sull’acqua

tra alghe tremule. Staccarono la sega,


 


ancora calda e vibrante, per esaminare la ferita che aveva

inferto. Grattarono via il muschio cancrenoso, pulirono

la ferita dalla rete di viti che ancora la legava


 


alla terra, e annuirono. Il motore tornò al lavoro,

e più svelte volavano le schegge al rosicchiare

uniforme dello squalo. Si protessero gli occhi


 


dal nido di schegge. Poi, sopra distese

di banani, l’isola drizzò i suoi corni.4 L’aurora

colava nelle valli, sangue schizzò sui cedri,


 


e il frutteto venne inondato dalla luce del sacrificio.

Un gommier scricchiolò. Le sue foglie un’enorme

incerata senza armatura. Lo scricchiolio


 


fece balzare indietro i pescatori, mentre il pennone

s’inclinava verso i solchi tra le felci; poi la terra

tremò in onde sotto i piedi, e le onde passarono.


II

Achille guardò il foro lasciato dall’alloro.

Vide il buco silenziosamente lenito dalla schiuma

di una nube-frangente. E poi vide la rondine di mare


 


attraversare la nube, una piccola cosa, lontana da casa,

confusa fra le onde di colline azzurre. Un viticcio spinoso gli prese

il tallone. Uno strappo e via. Intorno a lui, altre barche


 


prendevano forma dalla sega. Col machete fece

un rapido segno di croce, il pollice toccò le labbra

mentre la cima risuonava di asce. Alzò la lama,


 


e staccò le membra dal dio caduto, nodo dopo nodo,

strappando dal tronco le vene troncate mentre pregava:

«Albero! Fatti canoa! O non sarai niente!».


 


Gli anziani barbuti sopportarono la decimazione

della loro tribù, senza emettere una sillaba

della lingua che avevano parlato come una sola nazione,


 


la lingua insegnata ai loro virgulti: dal torreggiante

balbettio del cedro alle verdi vocali del bois-campêche.

Il bois-flot non disse parola al laurier-cannelle,


 


il campeccio dalla scorza rossa sopportò le spine

nella carne, mentre il patois degli Aruachi crepitava

nell’odore di un falò resinoso, che abbruniva le foglie


 


con lingue arricciate, poi cenere, e il loro idioma andò perduto.

Come barbari a cavalcioni delle colonne abbattute

urlarono i pescatori. Finalmente gli dèi erano caduti.


 


Come pigmei mutilarono i tronchi dei giganti rugosi

per farne remi e pagaie. Lavoravano con la medesima

concentrazione di un esercito di formiche rossofuoco.


 


Molestate dal fumo che recava affronto alla loro foresta,

zanzare dardeggiavano punzecchiando il busto di Achille,

che si frizionò gli avambracci col rum bianco: così, almeno,


 


quelle che appiattiva in asterischi morivano ubriache.

Puntarono ai suoi occhi. Roteavano e picchiavano

fino ad accecarlo di lacrime. Poi la schiera si ritirò


 


tra gli alti bambù come gli arcieri degli Aruachi

che fuggivano la fucileria dei tronchi scricchiolanti,

vinti dallo stendardo di fuoco e dalla scure impietosa


 


che mutilava i rami. Gli uomini legarono i grandi tronchi

con la canapa e, come formiche, li rotolarono fino alla scogliera

per tuffarli tra le ortiche. I tronchi riesumarono la sete


 


di mare con cui i loro corpi fasciati di viti erano nati.

Poi i tronchi, impazienti di diventare canoe,

ararono i frangenti di cespugli, scavando solchi


 


nei massi, non sentivano dentro la morte, ma lo scopo:

fare da tetto al mare, essere scafi. Poi, sulla spiaggia,

stesero le braci nelle cavità scalpellate con l’ascia.


 


Un camion col pianale portò quei corpi stretti da corde.

I tizzoni, consumandosi, per giorni svuotarono le piroghe

finché il caldo incavò il legno tanto da farne carene.


 


Sotto il suo picchiettante cesello Achille sentiva le loro cavità

fremere per toccare il mare, lanciando i rostri delle prue bipartite

verso la foschia di isolotti timbrati da impronte d’uccelli.


 


Poi l’armonia. Le piroghe a cuccia sulla sabbia

come cani con rami tra i denti. Il prete

le spruzzò con una campanella, poi fece il segno della rondine.


 


Quando sorrise per il nome della canoa, In God We Troust,

Achille disse: «Basta! È l’ortografia di Dio e la mia».5

Dopo la messa, all’alba, le piroghe scivolarono


 


nei solchi delle secche, e le prore annuenti vennero

a patti con le onde, per dimenticare le loro vite di alberi.

Una avrebbe servito Ettore, un’altra Achille.


III

Achille pisciò al buio, poi sprangò la porta.

Era arrugginita per le raffiche del mare. Issò la nassa

con l’artiglio di una sola mano; nel buco sotto la capanna


 


nascose lo scalino di scorie pressate. Andando al magazzino,

la brezza dell’alba gli salò la faccia; mentre risaliva la strada grigia

di case addormentate una sull’altra, sotto le sbarre di sodio


 


dei lampioni, l’asfalto screpolato sotto i piedi,

contò le piccole scintille azzurre di singole stelle.

Le fronde del banano annuivano all’incalzante


 


rabbia dei galli, le loro grida stridenti come gesso rosso

che traccia colline sulla lavagna. Come il suo maestro, nell’attesa,

la risacca si spazientiva per i suoi passi decisi.


 


Quando s’incontrarono al muro di cemento, la stella

del mattino aveva fatto un passo indietro, ché schifa

l’odore di reti e visceri di pesci; c’era una luce netta


 


e un orizzonte. Achille appoggiò la rete accanto

alla porta del magazzino, poi si lavò le mani nel bacile.

La risacca non alzò la voce, persino i cani pelleossa


 


se ne stavano zitti intorno alle canoe; una fiasca di assenzio

passò tra i pescatori che schioccarono le labbra,

scossi da un brivido per via dell’amara corteccia fermentata.


 


Era questa la luce in cui Achille si sentiva più felice. Quando,

prima di afferrare le falche, stava per farsi penetrare

dall’immensità del mare, sentendo il giorno all’inizio.

CAPITOLO II

I

Ecco Ettore. E Theophile. In questa luce conta

solo il nome di battesimo: Placide, Pancreas,

Chrysostom, Maljo, Filottete dalla testa bianca


 


come l’onda arricciata. Imbarcarono le lance dei remi,

disponendole parallele nella fossa degli scafi

come marito e moglie. Sgottarono la sentina,


 


sciolsero i nodi che stringevano le vele di tela di sacco,

mentre Ettore, al limite delle secche, rese un rapido grazie al mare,

suo fonte battesimale, prima di guadare, con le cosce immerse.


 


Gli altri percorsero la sabbia con la stessa lena

tranne Filottete dai capelli-di-schiuma. La piaga sullo stinco

non guariva, come un anemone splendente. Veniva


 


da una grattata, da un’ancora arrugginita. Il dente di ferro

gli aveva pelato la pelle nell’onda di risacca. Si era piegato sulla schiuma,

spruzzandosi in un sibilo salato. E subito dopo sarebbe corso,


 


zoppicando, verso l’inutile ombra di un mandorlo,

con i denti serrati, per poi allontanare tutti dalla vergogna

della sua puzza, e ancora una volta l’avrebbero lasciato solo


 


sotto quella luce a macchia di leopardo. Ora, nell’alba, la stessa

dannata faccenda si ripeteva. Sentiva la piaga tirare

i suoi fili fino all’inguine. Saltellando su un piede a fatica,


 


la mano aggrappata a un ginocchio, lasciò la spiaggia

per arrancare fino allo spaccio di Mamma Kilman.

Gli avrebbe aperto e messo il rum accanto.


 


I compagni lo guardavano, afferrarono gli scafi con mani

forti come ancore e li dondolarono; le chiglie raschiarono sabbia asciutta

finché la sabbia umida non fece resistenza, sbattendo i remi


 


che giacevano paralleli sul fondo delle barche; poi, al suono

d’imprecazioni e preghiere ai tronchi assiepati,

una dopo l’altra, mentre le sessole cominciavano a tintinnare,


 


le piroghe scivolarono fino al bordo rosicchiato delle secche,

verso il mare invitante. Sciolti, i tronchi turbinarono

sull’onda, a faccia in giù, come guerrieri tornati da una battaglia


 


perduta da qualche parte sull’altra sponda del mondo.

Venivano trascinati sotto gli ippòmani6

per giacere lì a faccia in su, con il sole in fronte,


 


con gli occhi sbarrati dei Mirmidoni trascinati per i calcagni

lontano dal segno della marea, dove il pallido granchio scava.

I pescatori si pulirono le mani. Ora tutte le canoe


 


cavalcavano l’onda rosea del mattino. Governavano le prue

con dolcezza, come gli scudieri fanno coi cavalli al sorgere del sole,

schioccando le corde come briglie, le tenevano per il naso –


 


Lode a Dio, Stella del Mattino, Santa Lucia Luce dei Miei Occhi,

gettarono dentro le sessole di latta, e piegarono i corpi sugli scafi

oscillanti, poi vogarono a bratto, con un solo remo, nella quiete


 


della poppa. Ettore sciolse le vele legate

per gareggiare coi gabbiani, sperando di tornare prima

che i pellicani incrociassero l’imbrunire color conchiglia.


II

Sette Mari si alzò nella semioscurità per fare il caffè.

L’alba scaldava l’anello dell’orizzonte

e nuvole sorgevano come pagnotte. Guidato dal calore


 


dell’ardente rosa di ferro, spinse la base

della pentola sull’anello e lì l’ancorò. La pentola traballava

per il peso dell’acqua che conteneva, poi si fermò.


 


Il bollitore perdeva. A tastoni raggiunse la sedia di latta

e si accomodò vicino alla pentola per sentirla borbottare.

Avrebbe bollito senza fischiare come un nostromo


 


per fargli sapere che era pronta. Sentì l’uggiolare

mattutino del cane sotto il tavolato della casa, colpi

di coda per chiedere d’entrare, ma invidiava le piroghe


 


già al largo. Poi sentì la prima brezza che investiva

il mandorlo di mare; la notte prima la luna

piena era bianca come il piatto. Vedeva con le orecchie.


 


Si scaldava con i tetti, mentre il sole cominciava a salire.

Da quando la malattia gli aveva cancellato la vista,

quando il tramonto diede per l’ultima volta la mano al mare –


 


e una tenebra gli crebbe dentro, là dove luna e sole

si alternavano, indistinti – si muoveva con un sesto senso,

come la luna, senza le lancette dell’ora o dei secondi,


 


lucida come il piatto che ora cominciava a sciacquare,

mentre la pentola borbottava; la cecità non era la fine.

Non era l’ombra di una palma sulla sabbia a mezzogiorno.


 


Poteva sentire la luce del sole scivolare sui polsi.

La luce che si muoveva come un gatto lungo le staccionate

di una strada sabbiosa; la sentiva aprire i pugni


 


dell’albero del pane nel cortile, scorrere sulle ringhiere

del breve ponte di ferro come un’arpa, il rapido pizzico

che increspa il fiume; vedeva la laguna


 


dietro la chiesa, e lì, ferma come in un catino,

l’immagine di smalto della luna piena che si fa ruggine.

Fece tramontare la fiamma sotto il tegame.


 


Il cane grattava la porta della cucina, lo lasciò aspettare.

Tamburellò con le dita sul tavolo della cucina.

C’erano due merli che bisticciavano a colazione.


 


Tranne che per quella mano, sedeva immobile come marmo,

gli occhi bianco-albume, le dita scandivano il passato

di un altro mare, misurato dai colpi dei remi.


 


Si cominci il giorno col lamento della conchiglia, Omeros,

come facevi quand’ero ragazzo, quand’ero un sostantivo

pronunciato con grazia dalla bocca dell’alba.


 


Sulla diga una lucertola scagliò la sua domanda

al mare che si svegliava, e una rete di muschio dorato

accese la barriera che le vele delle lontane canoe


 


evitarono. Soltanto in te, attraverso secoli

di pergamena che raffigura il mare, posso afferrare il suono

dei versi frangenti che vagano come il gregge di pecore


 


che pascola intorno al faro, Ciclope dall’occhio

accecato dal sole. Poi le canoe furono galee

su cui una fregata passò la lenta falce delle ali.


 


In te i semi dei grigi mandorli indovinarono una forma d’albero,

e le foglie della vite arrugginirono come isole frastagliate,

e il faro cieco, percependo l’orlo di un promontorio,


 


si soffermò come un gigante, una nuvola di marmo nelle mani,

per scagliare il suo macigno che sprofonda tra stelle

al fosforo; poi un pescatore negro, il rozzo mento ispido


 


come un riccio di mare, issò la vela di tela di sacco

sull’albero di bambù, e scandì il primo verso

del nostro epico orizzonte; ora posso guardare indietro


 


verso rocce che scoprono i piedi quando la rete di luce cattura

le onde, quando le piroghe prendono il largo con capitani d’ebano

giacché fu la tua luce che sorprese i nostri moli assolati


 


dove pigre dondolavano golette, ormeggiate agli argani freddi.

Un vento gira le pagine del porto fino alla voce

che mormorò nella concava gola di una ragazza: «Omeros».


III

«O-meros» rise la ragazza. «Così lo chiamiamo in greco»

disse accarezzando il piccolo busto dal naso rotto da pugile,

e pensai a Sette Mari che sedeva vicino al puzzo


 


delle reti che asciugavano, ad ascoltare il suono delle secche.

Dissi: «Omero e Virgilio sono contadini della Nuova Inghilterra,

e il cavallo alato fa la guardia alla loro pompa di benzina».


 


Sentivo la testa schiumante che mi guardava mentre accarezzavo

un braccio freddo come quel marmo, poi le spalle nella luce

invernale dell’attico. Dissi: «Omeros»,


 


e O era l’invocazione della concava conchiglia, mer era

sia madre che mare nel nostro patois delle Antille,

os un osso grigio, e il bianco frangente quando si frange


 


e sfarina il suo colletto sibilante sul merletto della riva.

Omeros era lo scricchiolio di foglie secche, e l’eco

degli sciabordii di una grotta quando la marea rifluiva.


 


Il nome mi si assestò in bocca. Vidi la grana della luce

sulle guance asiatiche di lei, che ne definiva gli occhi con un nero

contorno di mandorla, mentre Antigone si girava e disse:


 


«Sono stufa dell’America, è ora di tornare a casa,

in Grecia. Mi mancano le mie isole». Mentre scrivo la rivedo

che gira la testa e scrolla la raffica nera dei capelli.


 


Vidi come la risacca stampava il suo merletto

sulla riva del collo di lei, poi le secche di seta

turbinarono sulle sue caviglie, come onda senza suono,


 


e sentii che un altro freddo busto, non quello di lei, ma il tuo,

vide questo con mandorle di pietra per occhi, il naso rotto

che si gira, mentre la seta frusciante si adegua.


 


Ma se potesse leggere tra le righe del pavimento

fessurato come una tuga dalla canicola delle Antille,

fino alle ombre della stiva, le sue narici si dilaterebbero


 


per il tanfo di caviglie ammanettate, i piedi incatenati

che raspano come foglie, e forse il marmo innocente

avrebbe teso l’arco della bocca per quell’orrore sotto la tuga,


 


avrebbe distolto il suo sguardo bianco dalla lira della sedia

di Antigone, drappeggiata da un bianco chitone,

per fare quello che il passato sempre fa: soffrire, e guardare.


 


Lei giaceva calma come la rada, e una nuvola la coprì

con la mia ombra; poi una prua dagli occhi dipinti

lenta emerse dalla pioggia fragrante di neri capelli.


 


E udii un lamento soffuso uscire da un vaso,

ma non per dei re che annaspano tra lance di pioggia: era la prosa

di bruschi pescatori che maledicono le canoe.

CAPITOLO III

I

«Touchez-i, encore: N’ai fendre choux-ous-ou, salope!»

«Toccala ancora, e ti apro il culo in due, stronzo!»

«Moi j’a dire – ’ous pas prêter un rien. ’Ous ni shallope,


 


’ous ni seine, ’ous croire ’ous ni choeur campêche?»

«Te l’ho detto, non prendere niente di mio. Hai una canoa,

e una rete. Chi ti credi di essere? Logwood Heart?»


 


«’Ous croire ’ous c’est roi Gros Îlet? Voleur bomme!»

«Ti credi d’essere re di Gros Îlet, ladro di sessole?».

Poi, in inglese: «Ti faccio vedere io chi è il re!».


 


Ettore uscì dall’ombra. E Achille, appena

lo vide venire avanti con il machete, un homme

fou, un pazzo roso dall’invidia, rimise la sessola


 


che aveva preso dalla canoa di Ettore al suo posto, a prua

della barca. Poi Achille, che ne aveva abbastanza

di quel pazzo, pulì e soppesò la propria lama.


 


E adesso i paesani emergono dalla verde ombra

dei mandorli e degli ippomani dalle foglie lucide, per lo scontro

voluto da Ettore. Achille si allontanò e attese al margine caldo


 


della secca. A grandi passi Ettore si diresse verso di lui.

I paesani lo seguivano, mentre la risacca si acquietava,

rannicchiandosi per la paura sull’orlo della spiaggia.


 


Poi, al largo sul mare, frecce di pioggia inarcate

in uno sfavillante schizzare sul frangiflutti smeraldo

della barriera, i dardi sfrecciavano lucenti di forza


 


nel sole, e dietro di loro, schierati per la strage,

i paesani, che gridavano, col fragore dell’onda sulla secca,

e alzavano le braccia nella luce. Ettore correva verso Achille,


 


schizzando sulle secche confuso agli spruzzi,

col machete alzato. La risacca, rabbiosa, digrignava

come in una schiumante lotta di cani. Gli uomini possono uccidere


 


i fratelli in preda alla rabbia, ma il pazzo che dilaniò

la canottiera di Achille lungo la spalla dilaniò pure

il proprio cuore. La rabbia che Achille provò verso Ettore


 


era vergogna. Ammattire per una sessola di latta

incrostata di ruggine! Ma i due pescatori duellavano

per un’ombra, e il nome di quell’ombra era Elena.


II

Mamma Kilman aveva il bar più vecchio del villaggio.

Sul balcone intagliato si affacciavano timpani color senape

con i verdi intagli delle grondaie, la pittura corrugata dal tempo.


 


Nel cabaret dello scantinato c’erano tavoli di legno

per la mano di domino. Una tenda di perline

tintinnava ogni volta che lei l’attraversava. Un’insegna


 


al neon garantiva Coca-Cola e sopra IL CAFFÈ DEL NON DOLORE

VI DÀ IL BENVENUTO. Il NON DOLORE non era

stata una sua idea, ma del marito morto. «È una profezia»


 


Mamma Kilman diceva ridendo. Una strada calda portava alla spiaggia

passando davanti ai negozietti, ai club, e a una farmacia

nella cui ombra angolosa stava col cane cachi al guinzaglio


 


il cieco che sedeva sulla cassa dopo che le piroghe

erano salpate, bofonchiando nella buia lingua dei ciechi,

le mani nodose sul bastone, le orecchie affilate come quelle del cane


 


A volte cantava e il canto veniva portato via dal vento mentre

le perline della tenda snocciolavano il rosario. Vecchio St. Omere.

Sosteneva di aver navigato intorno al mondo. «Monsieur Sette Mari»


 


l’avevano battezzato, da un’etichetta d’olio di fegato di merluzzo

con il pescespada guizzante. Ma le sue parole non erano chiare.

Sembravano greco. O una vecchia parlata africana.


 


Lungo un reticolo di asfalto caldo il cantante cieco sembrava

contare le cose del mondo. Chissà se i suoi occhi vedevano

attraverso le ombre, mentre con un dito tamburellava sul bastone?


 


Lei l’aiutava a ritirare la pensione di veterano

ogni primo del mese dal piccolo Ufficio Postale.

Non ha mai protestato per la sua situazione


 


come gli altri. Sedeva in quell’angolo, e il calore

sulle mani gli faceva spostare la cassa all’ombra.

Mamma Kilman vide Filottete zoppicare su per la strada,


 


allora si alzò dalla finestra d’angolo, e gli porse

la solita medicina, una fiasca di bianco

acagiù, e una caraffa di vaselina gialla,


 


un catino smaltato pieno di ghiaccio. Si tratteneva

nel Caffè del Non Dolore tutto il giorno. Si piegava

di continuo per ungere le labbra della piaga sullo stinco.


III

«Mais qui ça qui rivait-’ous, Philoctete?».

                                                 «Moin blessé».

«Che c’hai, Filottete?».

                        «Benedetto me

con ’sta ferita, Mamma Kilman, qui pas ka guérir pièce.


 


Che non guarirà mai».

                     «Bene, prenditela comoda.

Va’ a casa e distenditi, dài al piede un po’ di riposo».

Filottete, il calzone arrotolato, fissa il mare aperto


 


dalla finestra tarlata della cantina. Il prurito nella piaga

pizzica come i filamenti dell’anemone,

e la pustola gonfia di una vela portoghese.7


 


Credeva che il gonfiore venisse dalle caviglie incatenate

dei suoi padri. Altrimenti perché non c’era cura?

La croce che portava non era solo quella dell’àncora


 


ma quella della sua razza, di un villaggio negro e povero

come i maiali che grufolavano tra l’immondizia fumante,

prima di finire appesi alle ancore del mattatoio.


 


Mamma Kilman cuciva. Alzò la testa e vide Filottete

strizzare gli occhi per il riverbero della strada. Aspettava

di svenire sul tavolo. Andava avanti così per giorni.


 


Mentre il ghiaccio si era fatto acqua tiepida, con un gesto

di autodisprezzo si serra la testa tra le mani. Lei ascoltava

i ragazzi che andavano a scuola con le uniformi blu,


 


che gli gridavano addosso: «Fiilo! Fiilosofoo!».

Una mummia imbalsamata in alcol e vaselina.

Nel silenzio egizio dolcemente lei mormorò:


 


«C’è un fiore da qualche parte, una medicina, e i modi

di mia nonna per cuocerlo. Guardavo le formiche

arrampicarsi sul suo vaso di fiori bianco. Ma, Dio, dove?».


 


Dov’era quella radice? Quale sena, quali tiepide tisane,

potevano curare il fiume diramato del suo sangue corrotto

la cui linfa era quella di un cedro ferito? Cosa voleva dire


 


quel nome sentito come una febbre? Mah – un colpo secco

del machete da giardino avrebbe tagliato quel nome maledetto

dalla sua pianta purulenta. Filottete disse: «Merci». Poi uscì.

CAPITOLO IV

I

A nord del villaggio c’è un boschetto di campeccio le cui spine

ricoprono la sua arida ombra. I ciottoli della strada franata,

e quarzo che brilla come pioggia. Gli alberi di campeccio un tempo


 


erano parte di una tenuta con il mulino a vento vecchio

quanto il villaggio lì sotto. La strada abbandonata gira intorno

a immensi calderoni arrugginiti, tini per bollire lo zucchero,


 


e pilastri anneriti. Queste sono le sole rovine

lasciate qui dalla storia, sempre che siano la storia.

I tronchi contorti del campeccio ambrati dalle raffiche del mare;


 


sopra di loro una sorprendente schiera di cactus.

Filottete zoppicò fino al suo orto di ignami. Passò

per la tenuta tremando, con il machete dondolante,


 


preso fra i latrati di pecore brune che ripetevano il suo nome.

«Beehbeeh, Filottete!». Qui, nel vento atlantico, i mandorli

si chinarono dolcemente, come una fiamma di candela.


 


Il pensiero delle candele gli fece balenare quello della sua morte.

Il vento girava le foglie dell’igname come mappe dell’Africa,

le loro vene sanguinavano bianco, mentre Filottete, zoppicando,


 


andava tra le aiuole d’igname come un paziente che s’indebolisce

in una corsia d’ospedale. La sua pelle era un’ortica,

la sua testa un mercato di formiche; udì i granchi gemere


 


con le chele artritiche, sentiva un grillotalpa trapanare

la piaga fino all’osso. Il ginocchio era ferro irradiante,

il petto una borsa di ghiaccio, e dietro le sbarre


 


dei denti ruggine, come una mangusta in gabbia,

un urlo premeva per uscire; la lingua stuzzicava i suoi artigli

sul tetto della bocca, sbattendo le sbarre con rabbia.


 


Vide il fumo azzurro dei moli, i pali di bambù

piegati dalle reti, l’ondeggiante piuma del prete.

Quando il machete taglia il fumo, quando i galli si sorprendono


 


del loro culo che caga uova, imprecò, i negri si prendono un po’

di riposo da Dio; a questo punto un feroce grappolo di frecce

colpì la piaga, e Filottete urlò tra le file degli ignami.


 


Allungò il piede. Sfiorò l’acciaio, affilato come un rasoio,

congiungendo indice e pollice. Le foglie dell’igname si ritirarono

in un bagno di sudore. Tagliò ogni pianta al tallone.


 


Le tagliava al tallone, notando come si torcevano,

a testa in giù, senza le radici. Maledisse gli ignami:

                                                «Salope!

Vedete come si sta a questo mondo senza radici?».


 


Poi singhiozzò, la faccia bassa tra le foglie scannate.

La linfa colava insieme al suo dolore dagli steli aperti.

Una mosca si lavò subito le mani del massacro.


 


Filottete sentì una formica che gli zampettava sulla fronte.

Era la brezza. Alzò la testa verso il campo azzurro e scorse

un ramo dove, senza un grido, si posò una rondine di mare.


II

Sentiva il villaggio attraverso la schiena, udiva il rumore

scuro del mare sotto i cargo. La rondine di mare lo guardava,

poi garrì verso l’oceano, inghiottito dalla schiuma della nube.


 


Per tutto il tempo che serve a una goccia per seccarsi

sulla cera di una foglia di taro, Filottete giacque

al suolo, sul dorso nodoso, a guardare il cielo


 


che modificava i bianchi continenti della sua geografia.

Avrebbe chiesto il perdono di Dio. Nella baia calma

l’odore dell’erba era buono e le nuvole mutavano, belle.


 


Poi udì dei guerrieri affrettarsi verso la battaglia,

ma era il vento che alzava gli ignami caduti, il tintinnare

delle picche, scosse, di una palma. Mandriani al governo di mandrie


 


che partirono per non fondare città; erano loro i trovati,

non destinati a vittoria; erano loro i destinati,

niente spianarono sul proprio cammino; erano loro la terra.


 


Sarebbe lui l’anima della pazienza, come un vecchio cavallo

che preme lo zoccolo nella pastura, scuote la criniera e fa

frusciare la coda mentre le mosche volteggiano sulle sue piaghe;


 


se un cavallo può sopportare queste pene, così può l’uomo.

Si aggrappò a un ramo e calcò il suo zoccolo morto

contro la terra molle. Lo sentì senza peso come una spugna.


III

Sedevo sulla terrazza bianca ad aspettare il conto.

Il nostro cameriere, con un farfallino nero, calcava la sabbia

tra le sedie a sdraio occupate, saltellando con la discomusic


 


degli altoparlanti, un vassoio veleggiava su una sola mano.

I turisti si rigiravano, abbrustolendo le proprie schiene nel barbecue

di mezzogiorno. Il cameriere se la passava male


 


con le sue suole di cuoio che slittavano sulla duna,

ma il vassoio traballava senza versare il gin-and-lime

su una schiena scottata. Era deciso a essere all’altezza


 


della spiaggia, come un Lawrence di St. Lucia,

solo che lui arrancava verso un litro

di champagne arrogante. Come ogni perdente nato


 


presto mandò tutto all’aria. Appoggiò il vassoio,

raccolse i cubetti di ghiaccio dalla sabbia, poi gettò i cubetti

nel secchiello, con la bottiglia; fatto questo


 


sembrava pronto ad aiutare una moglie a strizzare le tette

nel reggiseno, mentre il marito bolliva di rabbia

come uno sceicco col turbante. Poi un miraggio turbò Lawrence.


 


Fu allora che mi girai insieme a lui verso il villaggio e vidi,

attraverso la gabbia di fili del cielo di mezzogiorno,

la spiaggia con una pantera sguazzante; quindi il miraggio


 


si dissolse in una donna con un fiocco di madràs in testa,

aveva la faccia orgogliosa, anche se stava cercando lavoro.

Ebbi voglia di mettermi sull’attenti, in omaggio a una bellezza


 


che lasciava, come una nave, occhi spalancati nella sua scia.

«Chi diavolo è?» chiese a una cameriera un turista vicino

al mio tavolo. La cameriera rispose: «Quella? Troppe arie quella!».


 


Mentre le palpebre scolpite dell’inimmaginabile

maschera d’ebano emergevano dalla loro nube d’ovatta,

la cameriera ghignò: «Elena». E tutto il resto seguì.

CAPITOLO V

I

Il Maggiore Plunkett posò la Guinness, piano, ripulì la brina

di schiuma d’oro, che gli picchiettava i baffi da pensionato,

con l’onda della lingua arricciata. Accanto, da buona moglie, Maud


 


sorseggiava una birra, lentamente. Sotto l’aguzzo tetto di paglia,

concepito come un kraal8 che guarda il villaggio eroso dalla pioggia,

gli arredi di rafia erano vuoti. Il Maggiore udì cigolare la mole


 


di Maud quando si spostò. Il solito miraggio

di nubi dirette a gonfie vele verso la Martinica.

Era questo il loro ritrovo abituale, questa la rigida consuetudine:


 


farsi il primo goccio sulle stesse sedie di rafia una volta

alla settimana all’una, tra la banca e la fattoria, appena Maud

aveva consegnato le sue orchidee, in tutti quegli anni


 


di silenzio introspettivo. Maud scuoteva le punte

dei riccioli umidi della nuca. Il Maggiore tamburellava il bordo

del banco con un sottobottiglia di paglia. Tra loro il silenzio


 


era un patto reciproco. Si erano stabiliti qui

dai tempi della guerra e della sua ferita. Maiali. Orchidee.

Il matrimonio un anniversario d’argento, acqua lucente


 


come Glen-da-Lough9 nella contea natale di Maud,

Wicklow; ma per Dennis, con quella casacca cachi

e gli ampi shorts con cui era stato agli ordini di Monty,


 


i turisti spellati erano cadaveri dell’Africa Korps

nel deserto. Pro Rommel, pro mori.

I liquori del reggimento erano stipati sugli scaffali


 


vicino ai cognac napoleonici. Tutta la storia stava

in un polveroso gin di Beefeater. Ci siamo serviti

di queste verdi isole come di olive in un piattino,


 


ne abbiamo sgranocchiato la polpa, e sputato gli ossi su un piatto,

come semini neri di un’anguria. Pro honoris causa,

ma per l’onore di chi si era laureata la sua testa ferita?


 


Era il loro ritrovo del sabato, non il pub all’angolo,

non il Victoria con le insegne di ferro battuto. Si era dimesso

da quel covo di vecchi scoreggioni, un circolo


 


con più somari pomposi di quanti può trovarne una pulce,

una replica del Raj,10 con gin and tonic servito

da camerieri negri in giacchetta bianca, incapaci


 


di distinguere l’accento di un venditore di auto

di seconda mano di Manchester da quello affettato

e falso degli espatriati. Non era un ufficiale,


 


ma si era sorpreso a dire cose come «Luverly»,

«Right-o», e, oh Cristo, «Ta!»,11 seduto su una sedia di vimini,

con gli altri scoreggioni che nella guerra di classe


 


si scambiavano scariche a sorpresa. Bugiardi

che mascheravano le proprie radici, l’irreprimibile cockney,

esagerando la loro impazienza. Cafoni del Lancashire,


 


sorpresi dai servi, pieni di sé, con le spose

dalle ginocchia rosse e un accento come posate

cadute da un cassetto. Con l’alcol scolato al Victoria


 


quei cafoni pensavano di preservare il mondo

dove Plunkett aveva mostrato il suo valore: la guerra

nel deserto sotto Monty e i fiori di lillà sotto le croci.


 


Anche lui si era avvalso del tono da ufficiale. Funzionava,

anche se lo faceva vergognare. Frasi abbaiate, la Rover,

insomma, quel genere di cose. Gli shorts cachi annunciavano


 


il soldato d’un tempo. Bene, tutto questo era finito,

ma non la guerra di classe, che denigrava i morti

con la faccia nella sabbia, nei pressi di Alessandria.


 


Le bandierine-spillo su una mappa. Le croci prone

dei turisti sparpagliate lontano dalla bandiera rossa dei bagnini,

come quelle dei suoi camerati con la sabbia che cuce loro gli occhi.


 


Perché tutto questo? Lo stridio di una cornamusa e una bandiera.

Be’, perché no? In guerra, la gloria era del contadino;

i ragazzi di strade piovigginose cadevano come quegli yankee


 


sotto un sole due volte più feroce, quello di Tobruk e di el-Alamein,

i loro cadaveri neri nell’ombra dei carri distrutti,

i loro corpi trascinati come asciugamani all’ombra di una palma.


 


Le righe di onde bianche correvano come le strade plaudenti

lungo i fianchi dell’Ottava Armata, quando Montgomery ruppe

la schiena all’Africa Korps. Quei tizi in lenzuoli bianchi


 


che lanciavano berretti come spruzzi, mentre entravamo a Tobruk,

e io mi piegavo sulla torretta del carro con le cornamuse che stridevano

davanti ai Tommies ghignanti. E io piangevo con orgoglio.


 


Le lacrime gli pungevano gli occhi. Maud allungò la mano sopra il piatto

e gli afferrò le dita. Lui sapeva che lei poteva vedere dentro

la ferita nella sua testa. La sua infermiera bianca. Il suo ufficiale.


II

Non soci dello stesso club. Compagni, amici. Commilitoni.

Si accucciarono, mani sugli elmetti, mentre il fuoco del Messerschmitt

cuciva, in crescendo staccato, le minuscole palme


 


sull’orlo della trincea. Si alzò di scatto. Tumbly

lo tirò giù di nuovo. «Tieni giù quella cazzo di testa!».

Scott correva verso di loro, ridendo, e il buffo


 


era che a uno dei suoi gomiti mancava

il resto del braccio. Diede uno strattone alla cosa

col moncherino, mimando il saluto di un crucco; poi,


 


mentre consumava la sorpresa, si abbassò sulle ginocchia

con un ghigno. Quando mi voltai verso Tumbly i suoi occhi

erano aperti ma fermi; e un rumore orribile


 


ci sollevò tutti dalla sabbia, e immagino

che venni colpito allora, ma non riuscii a ricordare niente

per mesi, nell’ospedale da campo. Ah già! l’incidente


 


agli occhi di Tumbly. Il cielo in loro. Scottie che rideva.

Racconta questo al Victoria, dove tintinnano i cubetti

di ghiaccio, e spumeggia la birra alla spina.


 


Questa ferita io l’ho cucita all’indole di Plunkett.

Deve essere ferito, l’afflizione è un tema del poema,

di questa finzione, giacché ogni «io» infine


 


è una finzione. Narratore fantasma, riassumi:

Tumbly. Buchi azzurri per occhi. E Scottie più saggio

quando lo shock passò. Uomini semplici. Né uno schianto né belli.


 


Attraverso le arcate moresche dell’ospedale,

con una nuvola avvolta alla testa come un arabo,

vide il Mediterraneo azzurro, poi Maud


 


distesa supina sulla scogliera e lo scarabeo

della nave portatruppe lontano sulla rada. Due giorni

di licenza prima di partire, e pensava che non l’avrebbe


 


più rivista, ma se si fosse sbagliato, una vita diversa

sarebbe dovuta incominciare una volta finita la guerra,

anche se durava dieci anni, se lei avesse aspettato,


 


non sulla scogliera erbosa, ma da qualche parte sull’altra

faccia del mondo, da qualche parte, nelle sue isole assolate,

dove quel che chiamavano storia non poteva accadere. Dove?


 


Dove poteva questo mondo ricreare l’innocenza

del Mediterraneo? Dopo questa guerra si meritava l’Eden.

Oltre quell’isolotto c’era stata la Battaglia dei Santi.12


 


La vecchia Maud era rossa come una rosa; i suoi capelli

erano stati d’oro come una birra alla luce del fuoco, ma ora

dalla camicia da notte sporgeva un braccio cartapecora.


 


«Una mappa delle Seychelles o qualcosa del genere». «Oh amore, no!».

«Tu sei la mia rosa, la mia corona, la mia ragion d’essere, il mio onore,

il mio giglio bianco del deserto, la regina per cui ho combattuto».


 


Talvolta la vecchia voglia di vedere l’Irlanda

s’impadroniva di lei. Lui appoggiò il bicchiere nell’anello

di un buon matrimonio. Mancava solo un figlio.


III

Tutto svanisce! pensava Maud; il cielo di smalto,

le palme dorate, i bar che sembravano altari di rafia,

perfino quella Madonna che lavava il bambino


 


col suo pisellino! Un giorno la Mafia

farà girare queste isole come una roulette. A che serve

la devozione di Dennis quando i nostri pastori


 


fanno soldi con i casinò sventolando la vecchia scusa

di più posti di lavoro? Il loro futuro appariva sinistro

quanto quello della ragazza d’ebano vestita di giallo.


 


«Eccolo il nostro guaio» borbottò Maud dentro il bicchiere.

In una raffica che inclinò le vele triangolari dei surfisti

Plunkett vide la fierezza di Elena che passava


 


con la stessa veste gialla che Maud le aveva adattato.

«Le sta molto meglio» sorrise Maud «ma la ragazza

dice tante bugie, e ruba. Che ne sarà della sua vita?».


 


«Lo sa Dio» disse Plunkett, che seguiva le gialle ali di panno

da farfalla che un tempo erano state di sua moglie,

la nera V della schiena di velluto lungo le secche.


 


Teneva la testa bassa; vagava come una trovatella,

non come la serva arrogante che governava la casa.

Fu in quel momento che lui si sentì in debito


 


verso la disperazione di lei, voleva risarcire13

(giocava senza tregua con le parole) la sua bellezza, desolata

quanto quella dell’isola. Scolò la Guinness schiumante.


 


Seychelles. Seashells. Ancora. Nel piattino delle olive

i noccioli si ammonticchiavano, la verde sostanza disseccata.

Abbiamo avuto quel che abbiamo preso, sissignore! In fretta,


 


ché l’Impero decadeva. Guardò la figura della moglie,

il suo profilo delicato incastonato in una ovale

nuvola d’avorio, come in un medaglione vittoriano,


 


come quando, sotto spade incrociate, alzò il velo di merletto.

Allora la bandiera veniva ammainata dagli avamposti

del Punjab del Nord, come una vela che cade;


 


un elefante piegava le ginocchia, le sue striature

si arricciavano come i padiglioni del tè dopo il Raj,

e la bassa marea alzava i litorali delle nazioni


 


di pizzo come la veste di Elena. Nel miraggio di mezzogiorno

le palme dorate scossero le nappe, l’Egitto di Eden14

sprofondò nella sabbia tinta. Le piramidi di Giza


 


si oscurarono con i Picchi affilati, mentre Achille imbarcava

i due remi come fucili. Nuvole di musulmani liberati

spumeggiavano nei sotterranei delle moschee, e l’onore e la gloria


 


sbiadirono come brandy a buon mercato. Poi inni lugubri

si levarono nell’abbazia rivestita di pietra. Memento mori

al rullo dei tamburi del Remembrance Day.15 I piccioni roteavano


 


sopra Trafalgar. Elena aveva bisogno di una storia,

per questo Plunkett provava pietà per lei.

Non la storia di lui, ma quella di lei. Non la loro guerra, ma quella di Elena.


 


Il nome, con la sua allucinazione storica,

schiariva la spiaggia; la farfalla, per la gioia di Plunkett,

luccicava di mirmidone in mirmidone, da un turista


 


spaparanzato all’altro. Troia era il suo villaggio,

il cui fumo oscurava i soldati caduti in battaglia.

Poi il suo viso senza nubi, i suoi seni erano i Picchi,


 


le lance arrugginite delle palme turbinavano nel rantolo

del gargarismo della secca; il Gallo e il Britanno

per lei scalarono il forte e la ridotta, le baracche crollate


 


con il loro tunnel di arbusti16 e il cannone penico;

per lei i cedri caddero nella verde aurora dell’ascia.

La mente di Plunkett vagava col fumo del suo fantasticare


 


fuori dal canale. Entrò Lawrence e disse: «Cambio della guardia,

Maggiore. Maggiore?». Maud gli toccò il ginocchio.

«Dennis, il conto». Ma il conto non era mai stato pagato.


 


Non a quella domestica che dondolava un sandalo di plastica

sul mare a mezzogiorno, in un vestito che dovette rubare. Guerre.

Guerre sguscianti come la bruma sul mare, ma i morti erano veri.


 


Egli sorrise all’allucinazione mitica che seguiva

l’ombra del nome; un tempo l’isola

era chiamata Elena; quest’associazione omerica


 


sorse come fumo da un assedio; la Battaglia dei Santi

cominciò con quel suono, da quella che fu la «Gibilterra

dei Caraibi», dopo tredici trattati


 


mentre lei spesso cambiava preghiere come ginocchia all’altare,

finché a Versailles si firmò la pace conclusiva

tra francesi e inglesi. Questo gli venne in mente


 


quando Lawrence avanzava barcollando per la terrazza

col conto, e quel trattato venne infine firmato;

il documento fu attraversato dall’ombra della faccia di lei


 


come fu a Versailles, due secoli prima,

dall’ombra della forza montante dell’Ammiraglio Rodney;

un’isola dalla testa di leone che ricordava la guerra,


 


i suoi fianchi ricurvi, fulvi per la siccità, e sui crinali l’erba

agitata come una criniera. Per un po’ osservò il cameriere

che si muoveva tra i bianchi scudi di ferro della bianca terrazza.


 


Nelle Olimpiadi del villaggio, nel giorno di San Pietro,

aveva dato il via alle gare con una pistola a razzi

imprestatagli dal sovrintendente della marina.


 


Non appartenevano all’Egeo. Non si erano arrampicati sul Partenone

per essere incoronati con l’alloro. Il magazzino era di fronte all’arena,

all’anfiteatro del mare. Quando si veniva incoronati


 


victor ludorum nessuno sapeva cosa significasse, né

gli importava di saperlo. Le sillabe latine affogavano

nel plaudente dialetto della folla. Ettore


 


avrebbe vinto, o Achille, per un pelo; ma tutti sapevano,

mentre gli ovali incrociati delle loro cosce svelti guadagnavano

a salti il passaggio tra gli evviva, o la loro maratona


 


sei volte girava intorno al villaggio, che il vero bottino era Elena,

non uno scudo, né il prosciutto conservato per Natale, quando

si scivolava sul palo ingrassato tra le grida del tifo.

CAPITOLO VI

I

Erano questi i riti del mattino davanti a un muretto

di cemento sotto le lance di rame delle palme, da quando

gli uomini cercavano la fama come centauri, o con i piedi,


 


o come lottatori che giostrano, le braccia tenaglie aperte,

o come profili oblunghi che gareggiano intorno a un vaso

di sabbia ammaccata, quando un ragazzo su un cavallo scalpitante


 


divideva i lottatori, simili a granchi dalle lunghe chele.

Così era ai tuoi come ai nostri giorni, Omeros,

stesse isole, stessi uomini, stessi giochi.


 


Un cavallo plana tra gli spruzzi, per redini ha una corda.

Solo i profili perdurano. Nessuno ricorda i nomi

di chi corre sulla spuma. Il tempo ferma la parabola di un giavellotto.


 


Tutto succedeva all’ombra del muro, dietro le spalle

di Elena, che chiacchierava con due donne per trovare

lavoro come cameriera, ma le due dicevano


 


che ai tavoli non c’era bisogno. Quel che intendeva il padrone

bianco era che lei era troppo brusca, non accettava merda

sul muso dai bianchi anche se erano turisti – uomini


 


sempre in caccia di ragazze – Elena

respingeva le loro mani dal suo culo così un giorno

ne aveva le tasche piene di quel modo di fare così dice


 


al cassiere che il suo cazzo di paga non paga questo,

si toglie la divisa e esce dall’hotel nuda,

come Dio m’ha fatta, quando passo vicino alla piscina


 


la gente quasi s’annega, ma non del tutto nuda, avevo

ancora mutande e reggiseno, e uno gridò: «Che sberla

di cocca!». Così gli mostro il culo e quelli a momenti ci restano.


 


Le due donne urlarono tra le risa, poi Elena si piegò

con la gonna pizzicata tra le cosce, e chiese, i gomiti

sulle ginocchia, se c’era lavoro al ristorante della spiaggia


 


coi cinesi. Quelli dissero: «No». Dietro di lei calciatori

colpivano il mondo di testa. Elena disse: «Sono incinta,

ma non so di chi». «Di chiii» sentì echeggiare nel richiamo


 


tra le iiiii fruscianti di una colomba nell’ippòmane.

Elena si rizzò, spazzolandosi la gonna. «Non c’è proprio motivo

di sprecare monete per il bus» disse allentando le cinghiette dei sandali.


II

Fuoco in fondo alla spiaggia. Deve decidere

se entrare nel fumo o evitarlo. In quella pausa

che divide il fumo con una spada, la bianca Elena morì;


 


in quello spazio tra le righe di due remi alzati,

la sua ombra lenta trascorre, puledra di Menelao,

mentre maialini neri grufolano nel letame di Gros Îlet,


 


ma il fumo non lascia firma sulla pagina di sabbia.

Canticchiava «Yesterday, all my troubles seem so far away»,17

dondolava i sandali di plastica trasparente che teneva in mano.


III

Distante, sulla spiaggia, dove il ragazzo lo aveva portato,

lo stallone scorrazzava. Elena sentì il tamburo degli zoccoli

con la pianta dei piedi scalzi, e si girò, il cavallo


 


senza briglie tuffò il collo-delfino, le ansimanti metà

del petto dilatate, le narici arricciate in un mugghio,

come la schiuma spruzzata sopra le onde piegate,


 


e il ragazzo con un grido indiano gli ficcò i talloni

nel barile della pancia, per condurlo nel fumo denso

dove l’immagine dello stallone ruotava, e il nitrito


 


le incendiò la testa di ricordi. Scoppiò una battaglia.

I dardi del sole si conficcarono nella sabbia, il cavallo

s’irrigidì in legno, Troia bruciò, e una silenziosa


 


lotta di guerrieri piumati dal fumo roteò

tra veli sospesi, mentre Elena dondolava i sandali

e nel sole attraversava quella porta di fumo nero.


 


E ieri queste secche erano lo Scamandro,

e ombre di armati saltarono giù dal cavallo, e le noci di cocco

erano elmi di bronzo, Agamennone era il comandante


 


di capitani dalle barbe incolte; ieri la flotta nera

gettò l’ancora là, sulla strada della rondine, negli ispidi nidi

oltre la schiuma dove il mare e il fiume s’incontrano;


 


ieri i buchi ciechi di un tronco lasciato dalla corrente

udirono le corde dell’arpa sul mare, il tuono bianco

oltre il Barrel of Beef,18 e Sette Mari sedeva


 


con il cane nell’ombra della cantina; una vela rossa passa

sotto l’albero mobile di un tornado, e la piroga sbiadita,

lenta come una lumaca che scioglie i nodi piani


 


dell’orizzonte, e lascia una bava d’argento

sulla scia; ieri, in quel mare senza tempo,

il muschio d’oro della scogliera fece da vello agli Argonauti.


 


Dopo quel giorno sulla spiaggia la vidi una sola volta

e il suo viso mi scosse il cuore, e quell’incredibile

sguardo mi paralizzò lasciandomi senza parole.


 


Tutti credevano ingovernabili i suoi estri,

e le sue risposte troppo taglienti per una cameriera,

così Elena aprì una bottega: perline, fermagli, un banchetto.


 


Intrecciava i biondi capelli dei turisti con perline

luccicanti, poi sedeva, discosta dai venditori, sulla cassa

delle bibite, mentre quelli bisticciavano come merli


 


per chi aveva rubato la vendita a chi, nelle ombre

del chiosco di paglia pieno di t-shirt e sarong a fiori.

La faccia scolpita di Elena rigata da guizzi di luce


 


tra le maschere di cocco; gli orecchini di corallo

rifrangevano la pazienza del mare. Una volta, mentre passavo,

la sua ombra si mescolò con le altre, scorsi la furia


 


dei suoi occhi indaganti, e di nuovo sentii il brivido

di una pantera nascosta nella tenebra della gabbia

che mi attrasse come accadeva ad Achille.


 


Mi fermai, ma mi servì tutta la forza del mondo

per avvicinarmi al suo chiosco, come a un cacciatore

che si avvicina al ramo dove una pantera acquattata


 


attende con luce-di-foglia sulla sua seta nera. Starle davanti

e fingere d’essere interessato all’acquisto

di una maschera o di una t-shirt? Il suo sguardo sembrava annoiato,


 


e proprio come una pantera smette di agitare la coda

per schizzare leggera nell’erba, Elena sbadigliò e penetrò

nel palmeto stampato su una tenda, mentre io restavo di sasso per la sua sveltezza felina, per il guizzo

del suo svanire, e dietro di lei l’aria tremava

divisa dall’eco che oscillava come un giunco.

CAPITOLO VII

I

Dove cominciò? Il ferroso ruggire del mercato,

con le sue lune crescenti di meloni maomettani,

con mani di banani sull’urna di un faraone,


 


limoni d’oro come le palle di leoni etruschi,

la morta luna di uno sgombro splendente; cresce

lo strazio sulle bancarelle, le ricce teste dei cavoli


 


stipate su un vassoio per compiacere implacabili Cesari,

schiavi appesi a un gancio per i piedi, carcasse sventrate

di ribelli crocifissi. Dalle ville con tegole arancioni,


 


da corone di crescione, lo strazio trapassa

i piccoli cuori dei peperoni, le capezzolute

sapotiglie delle vergini profferte ai Conquistadores.


 


Le bancarelle del mercato contengono la storia

delle Antille come quella di Roma, il frutto di un crimine,

le bilance di ottone oscillano e si fermano solo


 


sotto la lacrima di ferro del peso, ciascun piatto di ottone

in equilibrio sull’orizzonte, ma mai sullo stesso piano,

come il vecchio mondo e il nuovo, per quanto sembrino giuste le cose.


 


Uscirono dal mercato del ferro. Achille allungò

il cesto pieno a Elena. Elena disse: «Ba moin!»

«Dammelo!».

           E Achille: «Senti! Non sono il tuo schiavo!


 


Devi sempre metterti in mostra?». Certo, Elena rise

la sua sguaiata, sonora risata, poi gli camminò

davanti. E lui, sentendosi come un cane che annusa


 


le orme di lei, all’improvviso udì la propria

voce tuonare sopra la strada. La gente

si voltò per il grido. Achille vide la veste gialla


 


spiegazzarsi nella folla che si chiudeva. Elena non si voltò,

reggeva il cesto con due mani. Quell’ostinazione

lo fece impazzire. La raggiunse. Poi provò


 


a riprendersi il cesto, ma lei glielo strappò di nuovo.

«Tu mica mio schiavo!» disse.

                             E Achille: «Ho mani stanche».

La seguì fino al margine del porto dove, al di là


 


dei venditori di carbonella, le corriere erano allineate

come carrozze, col naso smussato e abbagliante, nel mormorio

dei motori al minimo. Elena si fermò, e in balia della furia


 


gridò: «Lasciami, ragazzino!».

                              Achille la sbatté

contro un furgone. Aveva svegliato una pantera. Artigli

fulminei gli unghiarono la faccia; e quando l’afferrò per un braccio


 


i denti di lei gli segarono le nocche: gli fece a brani i vestiti,

così Achille, in preda alla collera, le lacerò la veste gialla.

Ettore, proprietario del furgone, la tirò dentro,


 


un domatore che sospinge una pantera nella gabbia.

Achille sentì il corpo prosciugato di tutto l’orgoglio

che conteneva, mentre la folla lo separava da Ettore.


 


Aveva le lacrime agli occhi. Non poteva nasconderlo.

Il gomito di Elena si scostò quando Ettore salì accanto a lei.

Il furgone corse per il porto. Achille raccolse la frutta.


II

Non era a casa. Ricordava il mattino in cui

perse la fede in lei, e quasi perse la ragione

in quel giorno luminoso. Non aveva detto a Elena


 


che avevano bisogno di soldi, e subito. Non era stagione

di aragoste o di coralli; né si potevano vendere conchiglie

ai turisti, ma si era già trovato in questo frangente senza


 


essere preso, sapeva di poter contare sulla fortuna.

Si tuffava per conchiglie sotto la ridotta inferiore

del forte, che orlava l’isolotto dalla testa di leone,


 


in quel mattino di brezza, intorno allo skiff all’àncora,

a bordo ammucchiava le conchiglie dalla gala viola

e talvolta una stella di mare simile a una foglia di pietra.


 


Con un gomito agganciò lo scafo oscillante della barca,

vide, sul muro a strapiombo, un vestito giallo sferzato

come una vela nel vento quando il vento gira,


 


poi un tizio sul bordo del parapetto. Achille piano

scivolò dallo scafo sciabordante. Elena e Ettore.

Si fermò sott’acqua, la chiglia gli colpiva la testa,


 


si spostò sul lato sottovento, usava un braccio come remo,

sapendo che da quell’altezza potevano sentire le conchiglie

tintinnare perché il suono viaggia per miglia sull’acqua quieta.


 


Tirò su la cima e sistemò l’ancora a bordo.

Pagaiò accanto allo scafo, sentiva le conchiglie

sbatacchiare sulle tavole, mentre batteva i denti.


 


Sciolse la cima di prua e la strinse tra i denti,

nuotava a rana, In God We Troust sopra la testa,

ghirlanda di svelti fiori di schiuma intorno alla testa,


 


e ora resta solo Dio in cui fidare, diceva la sua ombra,

perché ora era cornuto come l’isola;19 le conchiglie

con le rigide corna di lumaca erano diavoli, con il loro ghigno


 


rosso mentre rollavano nella canicola salata, erano creature

dell’inferno, e la sua ferita era lo stinco di Filottete.

Da molto aveva intuito che c’era qualcosa con Ettore,


 


ora doveva concentrarsi per portare le conchiglie

al sicuro. C’erano giorni in cui veniva l’ispettore

dell’Ufficio Turistico a controllare le barche, e se ti


 


pescano ti possono multare e togliere la licenza.

Quando sentì di essere abbastanza lontano

dal forte si tirò su con tutte e due le mani.


 


Poi sollevò, una ad una, le conchiglie bellissime,

le soppesava nel palmo, considerando il profondo dolore

del loro silenzio, i loro palati arcuati come il sorgere del sole,


 


delicati come vulve che aprono i petali,

e affogandole il pescatore chiudeva gli occhi,

perché affondavano nella sabbia senza gridare


 


con le bocche gorgoglianti. Non erano di sua

proprietà più di quanto lo fosse Elena, erano del mare.

Nobile pensiero. Ma non gli portò pace.


III

In questa barca eravamo compagni. Qualcosa aveva iniziato

a rodere, come la risacca che rosicchia una diga, le fondamenta

di un amore, le cui disinvolte promesse mi assicuravano


 


di continuo che nella vita non ero mai stato più felice.

Guarda oltre quel filo spinato: lì ci siamo dati la parola,

all’ombra dei mandorli fruscianti vicino all’aeroporto,


 


come se il rumore delle foglie venisse dai suoi capelli nel vento,

e la luce salata soffiasse, arricciando la cresta delle onde,

e tre insenature più in là, in una baia quieta, a mezzogiorno,


 


dondolammo insieme in quella metamorfosi

che impedisce di distinguere un corpo dall’altro, mentre

i cavalloni bianchi saltavano la barriera corallina


 


oltre il frangiflutti di pietra eretto da antichi schiavi.

Scivoloso accoppiarsi di delfini, poi il pomeriggio

zebrato di ombre su una bianca trapunta,


 


ascoltammo le fronde dell’albero del pane grattare il tetto,

i rumori della città sottostante, e le piccole grida di granchio

della conchiglia di lei che si apre, la fronte glassata dal sudore


 


del sonno della sposa che placò Adamo in paradiso,

prima che si aprisse in una ferita, come per Filottete,

e pallide limacce strisciavano sulla sabbia con occhi di neonato.


 


E a questo punto mi svegliavo, turbato e incerto,

dal sonno leggero, quando i sogni annunciano l’alba,

mentre la mente vaga con cautela e coglie


 


qualcos’altro, osserva la caduta e l’ascesa

del lino sospirante, come uno skiff all’àncora,

che annuisce nell’onda lunga dell’alba, e una rondine


 


di mare, stridendo, si stacca dalla prua.

E una lenta canoa viene piano tirata, con amore,

mentre ti sporgi e avvicini la forma avvolta


 


con una corda invisibile, e lei apre un occhio

e sorride, toccandoti le nocche, e la lasci lì

e resti nella luce del mattino, nella veranda,

e tra le larghe foglie scorgi la piccola città bianca

sottostante, e un transatlantico, e sul Morne20 le baracche

dai tetti ruggine, e auto che come insetti strisciano a valle.

CAPITOLO VIII

I

Nel museo dell’isola c’è una bottiglia di vino

contorta, incrostata d’oro falso, estratta dagli abissi

freddi come ferro sotto il forte. Gli esperti l’hanno


 


catalogata in diversi modi: primo, la stiva

di un galeone travolto da un uragano al largo

di Cartagena, dove sanguinò una scia


 


di barre d’oro e vino (parere sostenuto da più

di un palombaro); il secondo era insensato

e banale: la bottiglia incrostata d’oro


 


sarebbe stata su un’ammiraglia nella Battaglia dei Santi,

ma il vetro era così incrostato che non lo si poteva provare.

Pure, il mito allargava i suoi anelli secolo dopo secolo:


 


ché la Ville de Paris affondò qui, non un galeone

stipato di moneta imperiale, con una piovra-ciclope

per sentinella, e l’occhio simile alla luna.


 


Profonda come la fede di un palombaro ma mai scoperta,

la fede nella nave affondata convertì il villaggio

che giunse a credere nei volteggi circolari delle fregate


 


sopra il relitto, e nei gabbiani rabbiosi che le attaccavano.

Non persero la fede quando gli esperti finirono col dubitarne.

L’ombra del galeone scendeva sulla pagina ordinata


 


dove Achille, col maltempo alle porte, contava i debiti

sotto la lampada a cherosene; la nave nera

solcava i suoi sogni, mentre la luna-occhio-di-polipo


 


saliva dalle palme che agitavano la propria forma tentacolare.

Scintillante scellino. Una questione di soldi, come tutto.

I soldi la cambieranno, pensava. È questa vita di merda


 


che la fa cattiva. Achille aveva sbeffeggiato

la leggenda del relitto. Si tuffò dalla piccola

scialuppa oltre la linea della barriera corallina,


 


col fucile da sub e la cesta per aragoste. Doveva accertarsi

di non venire sorpreso da una vela, ripiegò le ali dei remi

senza bloccarli negli scalmi. Diede cima all’àncora.


 


Con un nodo scorsoio si legò a un piede

il blocco di calce per una rapida discesa,

aggiustò la borsa impermeabile a tracolla,


 


una sorta di portamonete. Ogni centesimo è per lei,

giurò; tuffandosi si fece il segno della croce. Incagliata

là sotto, tra le rocce, stava la salvezza. Il blocco legato


 


al tallone lo tirò giù come una carcassa gonfia di piombo

avvolta nella tela, il sasso del cuore dentro il petto

era un peso aggiunto. E se in lei l’amore era finito?


 


A che pro riversare monete d’argento

sul ventre che un tempo l’aveva riscaldato?

Il pensiero lo appesantì ancor più, così sprofondò


 


nei flutti verso il suo destino: moidori,21 dobloni,

mentre le lente dita delle alghe si arricciavano per chiamarlo;

sentì il freddo degli annegati entrargli nei lombi.


II

Cosa ci faceva laggiù? gli chiesero le testuggini dalla testa

di papa dai loro palazzi di corallo, agitando le pagaie

incrostate di anelli, spintonate dai curiosi delfini


 


dalla nera pelle lucente. Cosa? chiesero i vitrei cavalli marini,

arricciandosi come domande. Perché cavolo è venuto,

quando aveva una bella vita lassù? I muschi di mare


 


con rabbia scossero le barbe, come cedri sottomarini,

mentre procedeva nell’acqua buia. L’amore non contava più

delle monete di luce che sgorgavano dalle porte del galeone?


 


Nel regno d’osso dei coralli si calcifica la pelle.

In quel giardino oscillante immensi ventagli dondolavano

sui cardini, mentre le dita delle alghe intascavano


 


occhi-monete con i profili di re iberici;

qui il fondo era di fango, non di sabbia corrugata

che mostra le costole; qui i pesci mutanti


 


avevano occhi sgranati; in quel mondo senza suono

succhiavano il corallo bianco, svuotandolo come sanguisughe,

e da quel che sembrava un macigno spuntavano le chele di un granchio.


 


Non era un mondo fatto per i vivi, pensò.

Ai morti non servono i soldi, come a lui, ma forse

odiavano lasciarsi sfuggire le cose duramente sudate.


 


Il fondo del mare gli offriva cadaveri a brandelli,

morti nell’attraversarlo, i capelli come alghe,

le ossa lunghe dita di corallo, le bolle degli occhi


 


lo guardavano, un cervello-corallo gorgogliava parole,

e ogni bolla inglobava una biografia,

non meno della bocca della bottiglia, ma per Achille,


 


calpestando il pacciame del Mar dei Caraibi,

non c’erano monete per placare quel male profondo.

Tra le porte muschiose scintillava il tesoro di secoli


 


che il ciclope, cieco di luna, contava; ogni alga

rastrellava le ghinee saggiate con molli mascelle.

A ogni onda la luce lastricava d’argento il soffitto.


 


Poi vide il galeone. Le porte oscillanti delle cabine

sventagliavano volte di sgombri d’argento. Vide il luccichio

delle loro squame-monete, poi le ombre dei tentacoli,


 


con il moto dell’avaro che miete il suo oro.

Sciolse la zavorra e schizzò su. Il giorno seguente crebbe il silenzio

del galeone, i suoi tentacoli lo chiamavano, finché il relitto


 


scomparve con la speranza di avere Elena. Ancora una volta il mollusco

era la sua moneta, la sua banca la conchiglia. Ora, giorno dopo giorno,

si sentiva lucido come il mare, e strappava trine di ventagli


 


dalla scogliera proibita, o seguiva una razza

che nuota come un crocifisso quando intuisce l’arpione,

e raccoglieva le conchiglie che aveva affogato.


 


E anche se aveva perso la fede in una nave immaginaria,

un’ancora gli divideva ancora la fronte quando l’aggrottava,

perché la chiglia rigata, ora, era uno spettro


 


e non sapeva dov’era. Nessuno la ritroverà.

Pensò ai teschi bianchi che ruotano laggiù come dadi

gettati dalle dita della risacca, ne condivideva la sorte;


 


vide capitani portoghesi affogati, i loro occhi di corallo

fruscianti di sardine, mentre trascinava la sacca delle aragoste,

tutta barbe di muschio, sotto l’ombra fredda del forte.


III

Filottete provò a metter pace. Disse a Ettore

che erano uomini, che lui sopportava la propria ferita

con la pazienza che Dio gli dava, che tra loro il cattivo


 


sangue portava sciagura, che c’era un legame

a unirli: il mare. Il mare che aveva mutato i cedri

in canoe, dal giorno in cui avevano abbattuto gli alberi sulle alture. Qualsiasi cosa faccia una donna, disse,

sono fatti suoi, ma gli uomini sono legati dal lavoro.

Ma nessuno l’ascoltò. Così Ettore. Così Achille.

CAPITOLO IX

I

Nella stagione degli uragani, quando tutto è tempesta,

Achille restò senza soldi. Il suo compagno, Filottete,

gli trovò da lavorare la terra. Lasciò la canoa per una mangiatoia


 


nell’allevamento di porci di Plunkett. Il suo remo una scopa.

Camminava sull’umida erba fischiante, proteggendo la testa

con un sacco, risparmiava facendosi sei miglia fino alla tenuta.


 


La pioggia sibilava sotto foglie nere, una nebbia chiara

guizzava sui pascoli lacerati, i bambù sul pendio erano a pezzi

come lui. Nelle raffiche sozze gli mancava l’odore del mare.


 


Era felice che Plunkett in fondo l’aiutasse nonostante

Elena e la casa. Le mucche muggivano sotto gli alberi,

il tratturo ocra della fattoria zigzagava in rigagnoli


 


di creta melmosa che gli fasciava le dita dei piedi.

Non c’era il sole, ne era certo. Né falche scrostate

dove oziavano i caldi remi, né il mare con le vele strinate.


 


Con gli stivali risucchiati dalla melma spalava

il pastone delle mangiatoie fumanti nel fitto recinto, e con un salto

si allontanò dai maiali arruffati, una valanga


 


che gli investiva le ginocchia all’aprirsi del cancello di legno.

Poi con la scopa scrostò la crosta di sterco dal cemento

e la merda come un ragno si dileguò nello scolo


 


quando batte il secchio di ferro galvanizzato

contro il muro maleolente, e poi lo scagliò con la forza

di più colpi rabbiosi, come onde crestate contro


 


uno scoglio-fortezza, fluttuando. Malediceva le grida

dei condannati: panico di porci infeltriti di merda,

zoccoli scivolosi che sfondavano la porta dei sogni.


 


«Mi manca la pioggia leggera, mi mancano le stagioni»,

così Maud si lamentava di un clima senza sfumature.

Una brezza denunciò l’insulto, e la collera del monsone


 


scatenò la pioggia, finché tra il porcile e il portico

circondato dall’acqua crebbe una giungla fitta

di timpani e tamburi dal monotono rintocco,


 


le liane sfilacciate fruste sospese tra gli abbaini,

le grondaie galvanizzate ruggivano eruttando.

Poi, madide come carta, le colline si fecero cartiglio


 


e lei scorse una sfumatura dove non ce n’era alcuna. Bambù

frusciante. Nube rigonfia. Contadino con cappello di paglia

e bastone. Spruzzi di felci. Bianca foschia. Airone sulla cascata.


 


La mappa del cielo si frantumava in nazioni,

e un nembo circonfuse la luna ricurva quando

Achille vide le nubi sfilacciate, promessa


 


di un brontolio del cielo che sottolinea i presagi:

dai veli vedovili degli acquazzoni indaco

alle garzette, candele avvitate ai rami oscillanti,


 


poi la sequenza dei lampi; nei nodi di collera

che lentigginano il vetro caldo delle lanterne Coleman,

glassa di termiti dalle ali strinate che cadono come formiche.


 


E il giorno dopo, la quiete. E nella quiete aironi e gabbiani

che volano in cerchio sopra la terra. Poi, nella distanza,

la strana luce gialla. Achille andò a comprare il cherosene


 


nello spaccio affollato di Mamma Kilman, e stava tornando,

con gli occhi brucianti per via delle lampade a gas, quando un bagliore

azzurro accese i tetti e la strada si dilatò per lo schianto


 


di un fulmine che incendiò le garzette, spruzzando le palme

contro il cielo di gesso crepato. La bottiglia gli cadde di mano.

Pioggia sulla notte galvanizzata. Elena nelle sue braccia.


 


Il vento cambiò marcia, un camion a tutta manetta

come il mare. Achille raccolse la bottiglia. Corse, ma prima

di riuscire ad aprire il chiavistello arrugginito


 


battenti lance di pioggia l’inchiodarono alla porta,

che aprì con una spallata, e sentì il fragore

di diecimila chiodi di ferro rovesciati in un catino


 


di pioggia sul tetto di latta. I galeoni delle nubi guerreggiavano

con bordate di lampi azzurri. Achille, inzuppato fino alle ossa,

riempì la lampada e l’accese; regolò contro il vento la banda


 


di ottone e con un guizzo si sfilò la camicia nel letto.

Lo stoppino contorceva ombre, i banani del cortile

lottavano per condividere il piccolo tetto sulla sua testa.


 


Dopo un po’ si abituò al rumore assordante

della lamiera. Mangiò un luccio freddo e pregò

che la sua fredda canoa fosse in secca, al sicuro.


 


Immaginò il galeone, il suo spettro, fra le corde

sfilacciate dell’uragano mentre abbassava lo stoppino.

Ettore e Elena. Giaceva al buio, sveglio.


II

Ettore non era con Elena. Era con il mare,

cercava di salvare la sua canoa, la corda dell’ancora

si era allentata, ma scrosci di pioggia nera senza requie


 


facevano ruotare la prua nel cavo dell’onda mentre a tastoni

cercava l’ormeggio, e nelle onde coperte di noci di cocco

lo scafo imbarcava acqua, la sentina un gorgo intorno ai piedi;


 


ogni onda uno schianto. Spruzzi alti come case.

Poi il boato dalla voce di cannone che s’infrange,

la terra nascosta dalla pioggia, quasi fosse vicina


 


all’acqua stridente di sabbia, e poi ebbe paura

quando vide come puntavano oltre il faro

che girava nelle raffiche, l’ancora perduta, la barca


 


con la falca in acqua, così spostò il peso,

pagaiò forte col remo corto per raddrizzarla,

ma pagaiava l’aria, biancobrune le creste dell’onda,


 


ribollenti di palme strappate; si alzò con il remo,

oscillando sull’asse della chiglia, poi sedette, l’anima zuppa

e tremante. Strisciò fino alla prua e si tuffò verso la spiaggia,


 


ma la poppa che girava lo colpì, così stette sotto

i detriti per trovare un po’ di calma e profondità, ma più

s’immergeva, più la corrente lo faceva girare, e tra i tuoni


 


e i fulmini vide la canoa affondare senza alcun dolore;

per un po’ cavalcò il cavo dell’onda

nuotando sulla schiena, per misurare l’intervallo


 


tra cresta e cresta, poi come un surfista scivolò

sul muro d’acqua che lento si levava; prese il ritmo,

nuotava nell’onda che si sfaldava, senza opporsi al mare,


 


lasciandosi trattare come una trottola, come spazzatura

alla deriva; poi sentì il turbine della sabbia

fine, e barcollando si alzò in piedi sulla secca.


III

Il Ciclone, ululando perché una lancia scagliata

da una palma gli ha quasi scorticato l’unico occhio,

guada con le onde alle ginocchia. Mentre avanza alla cieca


 


il Fulmine, messaggero sui trampoli divaricati, zigzaga

qua e là per il cielo, o scoppietta sui frangenti, elettrica

forcella d’osso che si spezza. La moglie, Mamma Pioggia,


 


rovescia secchi dal terrazzo dell’ultimo piano di casa.

Scuote la zazzera fradicia delle palme e una volta di più

sposta i mobili, le rotelle brontolanti delle nuvole-sofà


 


non svegliano il Sole. Il Sole, dopo aver sgobbato tutto

il giorno, dorme come un sasso. Passato il trambusto,

sarà lui a far pulizia dopo quella maledetta festa.


 


Così, al primo accenno di pioggia, se n’era andato a letto.

E ora, come un vaso di carbone con promontori per maniglie,

il Mare cucina un temporale, gocce di pioggia sfrigolano


 


come lardo, le candele vanno a ruba nello spaccio

di Mamma Kilman. Candele, chiodi, preghiere

in aumento, e il rincaro dei fiammiferi e del pane.


 


Nella grigia foresta verticale della stagione degli uragani,

quando il mare fangoso restituisce le ghirlande dei morti,

quel che il villaggio poteva fare era ascoltare gli dèi in concilio


 


suonare qualsiasi strumento che capitasse a tiro:

il mare che sospira ora con voce di arpa, ora di cetra,

i ciottoli-nocche; nelle grotte Nettuno risponde al ritmo


 


dei bruschi tamburi shango22 Cominci la festa!

Erzulie fa tintinnare il suo rarà; Ogun, il fabbro, sente

il Non Dolore; Damballa23 si attorcigliava come una lucertola


 


mentre i loro immensi piedi rumoreggiavano sul soffitto,

e il dio del mare, ubriaco, barcollava da un muro all’altro, dicendo:

«Mamma, con questa musica così alta vado fuori di testa»


 


e vomitava sulla sua battuta. La gente pregava,

ma poi gli dèi, sfiniti, diedero una festa,

e la festa continuò per giorni, e la musica andava


 


dalle polche di pioggia alle onde che ballavano La Comète,

e la risacca batteva le mani quando cambiava il ritmo.

Che gli dèi non sono uomini, tra loro se la intendono,


 


danno una festa d’uragani nella loro dimora di nubi,

e quel che affratella gli dèi è il tempo burrascoso,

dove Ogun può scagliare una saetta con Zeus, suo pari.


 


Nella baracca Achille sentì lo sciac-sciac e il violino

nei fili del telefono, un suono simile ai gemiti

di Elena, o di Sette Mari, cieca vela nella pioggia.


 


Nelle valli devastate, accartocciando acqua bruna

davanti alle prue, veicoli di passeggeri, coi fari accesi,

lenti ondeggiavano su strade che erano fiumi, attraverso


 


il macello del raccolto di banane, e rigide vacche gonfie

di melma trangugiata, e le corna ramificate degli alberi scosse

lungo le rive come quelle di alci migranti. Era come se


 


i fiumi, invidiando il mare, stanchi di essere attraversati

con un salto, si fossero fusi in un potere così massiccio

da convertire villaggi in isole e i ponti in setacci


 


di una forza che spazzava via le fogne. La pioggia

passò, ma la gente guardava il bordo dell’altura

sfilacciato dal suo ritorno, e la piena, orgogliosa,


 


si riversò in mare; allora Achille udì i tunnel

di acqua bruna ruggire nelle mangrovie; la marea

nascose le chiglie delle canoe, e fino all’orlo le falche


 


trattenevano la pioggia, che le avrebbe marcite

se non venivano sgottate. Il fiume era soddisfatto.

Anche lui era un dio. Troppo era stato dimenticato.


 


Poi, come un topo dopo la festa, gli artigli arricciati come muschio,

avanzando nella rugiada mentre il faro apriva il suo occhio,

la luce del sole fece capolino, e la gente ispezionò i danni


 


compiuti dagli dèi, sotto un cielo che schiariva.

Le candele, già corte, morirono. I grandi trattori gialli

rimossero l’insalata degli alberi, uomini in giacche gialle


 


raddrizzarono i sostegni dei pali morti, i capi cantiere

con gli elmetti bianchi e con le cerate ascoltarono le nacchere

delle onde che risalivano le isole, avanzando da qui


 


fino a Guadalupe, i fili imperlati restavano immobili.

Videro il guazzabuglio fatto dagli dèi in una sola notte,

mentre il Fulmine alzava le grucce sopra l’ultimo colle.

Achille sgottò la canoa sotto un mandorlo tremante

di pioggia. Confidava in giorni scintillanti di sole prima

della tormenta successiva, e la frescura era meravigliosa.

CAPITOLO X

I

Plunkett si disperò per il tempo di merda,

gli indaffarati torrenti di metà luglio

misero la fattoria in ginocchio. Quest’anno


 


la pioggia era una boscaglia ferma, il cielo cresceva rami

all’ingiù come mangrovie, o un immenso baniano.

Le lampadine penzolavano fioche dal tetto del recinto,


 


i fili erano appiccicosi di mosche e lui, come tutti,

osservava le correnti, odiando lo strano silenzio

che s’impadroniva dei suoi uomini a lavoro finito.


 


Si accorse che l’avrebbero sempre visto come

un padrone; avevano il suo tetto sopra la testa,

quando sedevano sconsolati a guardare la pioggia


 


erodere e dissolvere gli argini delle aiuole di Maud,

con gli occhi vuoti rannuvolati da un dolore dimenticato

nel bianco tafferuglio dei gigli, le tavole gocciolanti


 


d’acqua torta come corda soffiata via dal recinto crepato,

mentre Maud sedeva a ricamare gli uccelli della sua trapunta

nella casa illuminata che ogni raffica orizzontale


 


sospingeva più lontano. Plunkett la vide nelle finestre

e sentì che andava alla deriva, proprio come lo spettro

del galeone affondato. Se la squagliò verso casa.


 


Restò a casa. Il gatto fulvo piantò le zampe

sulla finestra del ricamo. I porci correvano al macello

come fanteria stanca di vanghe e trincee,


 


e i gigli esasperati dalla pioggia scelsero una morte per acqua

come le vergini incinte nei romanzi vittoriani.

Maud ne salvò alcuni. Con un cappello e una cerata gialla


 


si piegò sulle aiuole sotto una pioggia leggera;

poi le aiuole scurirono, e la pioggia rinvigorì

in un acquazzone più violento del precedente.


 


Caddero alberi e pali della luce. In casa si accesero le lampade.

L’inverno li assediò con settimanali svampiti e tazze di tè.

Oltre le orchidee Maud fissava gli scialli grigi della pioggia


 


traversare il prato grigio, poi scendere verso il mare grigio.

Accanto alla lampada a lacrima-di-cristallo portata dall’Irlanda

canticchiava, smetteva, canticchiava. Trapiantava


 


bulbi di gigli sopravvissuti, con le sue mani venate come foglie.

Seychelles. Seashells. Lui la guardava, poi, con sorsi rumorosi

che la mandavano in bestia, succhiava il tè. Si sentiva rabbioso


 


come il monsone, quando Maud si metteva a strimpellare

«Bendemeer’s stream», e ogni accordo fasciava la casa

con nervi d’edera urticante; riempiva la pipa fino all’orlo,


 


la mordeva raddrizzandola, e in un raptus marciava

sul pianoforte e con furia sbatteva il coperchio

mancando le dita di lei. Maud aspettava. Richiudeva


 


Airs from Erin e, con cautela, le nascondeva

sotto il velluto dello sgabello del piano, lo sfiorava

con lo scialle, e lenta saliva le scale, facendo


 


crocchiare le dita. Nessuno è fesso come un vecchio fesso,

sbottava il Maggiore. La finestra era rigata di lacrime,

ma le lacrime non vennero. Era la vecchia ferita alla testa.


 


Cazzate. Facili scuse. Non aveva mai dato la colpa alla guerra.

Era come il peccato originale. Poi il Maggiore sentì

qualcuno bussare piano. La voce disse: «Maggiore?


 


Maggiore, noi andiamo», e se ne andò. Il gatto fulvo

si srotolò dal divano. Plunkett lo sollevò piano, lo sistemò

vicino alla finestra perché guardasse il mondo


 


come a lui non riusciva più. Poi, col cuore pesante, salì

le scale, socchiuse la porta: lei dormiva. Ma non dormiva mai

con un braccio sugli occhi. Sciolto nel dolore, il Maggiore


 


sedette sul letto, poi, insieme, piansero la pioggia

del perdono che piangono quelli che hanno davvero amato.

La pioggia sembrò durare una stagione, poi cessò.


II

Quando la pioggia passò, portarono la Land Rover verdeoliva

a fare un giro dell’isola scintillante, sugli alti prati con rosse

macchie di xeràntemo e vecchie cose da scoprire;


 


le mezzelune verdescuro ospitavano villaggi africani

che, nel corso dei secoli, avevano eretto baracche con tetti di latta,

e in pietra una chiesa quadrata, finché a poco a poco


 


le baracche non strisciavano giù dalle creste per farsi città.

La Storia le vedeva così. Plunkett studiava le vie

che la storia offriva: le strade rotte, i limpidi fiumi


 


che si coagulavano in lagune seppia, dove bambini

dal fegato già provato dall’anchilostoma talvolta

si buscavano la bilarzia.24 Belli, pericolosi torrenti.


 


Il loro passato era piatto come una cartolina, e il futuro

una cartolina più piatta e allegra, con i grafici

dei charter e le escursioni di miseria garantita.


 


Plunkett sentì il suo lentigginoso cuoio capelluto, con ciuffi

dei radi capelli nei frulli sfilacciati della tormenta svanita;

ma il sole eruppe tra i nebbiosi precipizi con un doppio


 


arcobaleno che fece da turbante alla Sorcière,

la montagna maga che porta un fazzoletto di madras

e occhiali lampeggianti. La chiamavano Mamma Kilman


 


perché il villaggio veniva oscurato dal loro crederla

una gardeuse, una sibilla, una sacerdotessa obeah;25

preso nella ragnatela di un sapere d’oltretomba


 


riflesso nelle sue lenti crepate. Qualche volta fece la comunione

con Maud, ma vacillava per un vecchio dubbio africano

un istante prima di prendere la bianca foglia della cialda.


 


La Rover uggiolava su per il Morne finché non videro,

sotto uno scaffale di asfalto assolato, il salto smisurato

della valle del Cul-de-Sac e la dentellatura dei picchi


 


impregnati d’indaco. Un cielo, greve come una spugna,

toccava con perline d’acqua, che poi asciugarono, i banani

spianati, con il loro puzzo di sterco fresco di melma;


 


ma i fossi d’irrigazione erano canali di luce

e le buche ovali piccoli specchi di nuvole

bluastre che i pneumatici frantumavano,


 


ma quasi all’istante tornavano specchi lucidi,

finché la verde rovina della tormenta non contava più,

e la strada luccicante donava solo affetto mentre


 


osservavano la luce del sole ridefinire il tetto del vecchio

zuccherificio di Roseau. La strada risaliva la baia,

e un vento fresco intrecciava i bambù come vimini,


 


orientandoli con lingue di luce giù verso Anse La Raye,26

chiacchierando speranzoso con i giovani germogli

che sarebbero spuntati dalla tempesta. La gioia era rafforzata


 


da ragazzi seminudi che inseguivano la Rover tra le grida,

offrendo banane, finché le curve, facendosi rettilineo,

li lasciarono boccheggianti, appoggiati agli alberi umidi,


 


e altri di loro non spuntarono dall’erba oltre la curva;

e il mare dispiegò il suo azzurro intorno alle Canarie,

e la strada, serpeggiando tra precipizi ocra,


 


era come una corda che li legava, più stretti

perfino dell’uragano, con i suoi silenzi celesti,

proprio come le liane che talvolta si annodano


 


intorno a due tronchi, o come un albero che cresce

foglie nel cuore della foresta, legando ogni loro vena

e radicandola all’isola per il resto della vita.


 


I corni dell’isola sono picchi separati

da un vulcano. Tra le felci, la Soufrière attende

sotto sorgenti il cui fumo segnala il tuono


 


dei morti. È un luogo dove un’antica paura

cresce mentre ti avvicini. Buchi di lava bollente

gorgogliano nelle Malebolge, dove teschi coperti di melma


 


s’affastellano, moltiplicando una sull’altra le teste,

e le fessure soffiano gas zircone sulle calve alture.

Era questa la porta di zolfo per cui doveva passare,


 


che gli strinava la memoria, anche se si tappò il naso

finché il puzzo non sbiadì in una pace verdeggiante,

come scoprire i teschi nelle fosse di calce di Auschwitz.


 


La ferita si chiuse in fumo, il vento l’avrebbe riaperta,

da una fenditura fuoriuscì il gas di un geyser come

il vapore che all’improvviso fischiò fuori dal coperchio


 


del radiatore malchiuso, che gli avrebbe scottato la faccia

se non fosse saltato indietro. Riempì il circuito di raffreddamento

con l’acqua tra le felci di un rigagnolo. Poi continuarono a salire


 


tra felci più grandi e più verdi, le loro ampie fronde grandi

come la cinghia di un ventilatore, oltrepassarono la vecchia

miniera di zolfo con la ruota arrugginita, i gherlini di liane,


 


dove Bennett & Ward, suoi compatrioti,

nel 1836 tornarono in Inghilterra quando la boscaglia

e il carotasse li costrinsero a chiudere l’insensata impresa.


 


Funebri corone di muschio drappeggiavano il loro sforzo.

I denti giganti della ruota bloccati nella ruggine. Come fallirono?

Una questione di soldi? O uno dei due si è beccato la febbre


 


e, giallo come quella foglia, nel delirio ha bofonchiato

di un’alchimia capace di mutare lo zolfo in oro,

mentre il socio gli asciugava il freddo sudore di quel sogno


 


dalla fronte? O hanno avuto un’altra offerta

da qualche parte sulle terre di confine della libertà

e della libera intrapresa che venne con l’impero?


 


Qual era la loro forza? Come avrebbero estratto

il minerale dalla miniera e come l’avrebbero trasportato? E dove?

O semplicemente finirono i soldi e questo è quanto,


 


finché la febbre del fieno e la boscaglia non fermarono il progetto

e il loro gruzzolo si fece erbaccia? Plunkett vide la ruota

dell’ingranaggio mostrare i denti allo zolfo che ancora restava.


III

Di fronte, sulle affilate cime azzurre, le orchidee

crescevano lungo i sentieri. Qualche volta, un boscaiolo

le spaventava con la sacca piena di teste di serpenti


 


da vendere a Der Guva’ment.27 Camminava senza far rumore,

un raggio di luce che si rifrange sul suolo della foresta

senza scuotere le felci, le suole calme come il muschio.


 


Attraverso ceppi-denti marroni indicò la cresta

del monte con spalancati precipizi, dove il fumo

saliva da una cava di carbone, e sotto il fumo, i versi


 


di un bianco, amnesico Atlantico, poi con un inchino,

e una benedizione patois dagli antichi gesti africani,

silenzioso come la luce sulla strada, i Plunkett lo guardarono partire.


 


L’Inghilterra gli sembrava soltanto il luogo dov’era nato.

Che strano preferire ai suoi paesaggi pastorali

– ragionevoli foglie che ombreggiano terra ragionevole –


 


queste sguaiate foreste che infestano vette ignoranti,

queste sorgenti che parlano un dialetto che gli rinfrescava

la mente più dei pascoli con i castelli! Preferire il silenzio


 


di un brumoso Atlantico corrucciato dal vento salato!

Altri l’avrebbero letto come «un ritorno alla foresta»,

ma furono i porti, uno dopo l’altro, a chiudere la sua ferita.


 


Erano molte le cose dell’isola che Maud detestava:

l’umidità che faceva marcire la biblioteca era la peggiore.

Filtrava attraverso la fodera del pianoforte e gettava


 


la rovina tra i martelletti, cosicché l’accordatore

costava una fortuna. Poi gli schiamazzi della luce

sugli scalini del mercato; insetti di ogni genere,


 


mosche-della-pioggia soprattutto; una piccola termite

riduceva le case a un guscio vuoto dalle finestre cieche;

americani che entrano in banca tranquillamente scalzi:


 


questi sono diventati un flagello peggiore degli insetti

che, almeno, sono indigeni. Integralisti col turbante

che con candele incitavano le suore alle gioie delle sette,


 


la velocità dei trasporti passeggeri sull’autostrada

senza bordi, comete che sfrecciavano fuorivista

portando un lampo al cuore; il monsone che rabbuia


 


il luglio spietato con chiazze di sole mercuriali

quanto Elena, l’obliqua bellezza d’ebano

dagli occhi a mandorla. E poi un’euforica


 


aurora inondava il giardino di Maud, versando luce

implacabile sui gigli angelici, nei calici gialli

dei fiori del mattino, e sulla trina serafica delle Queen Anne.28


 


Proprio allora Plunkett vide la farfalla attaccata a un filo d’erba

come uno stendardo nervoso. L’aveva seguito fin qui.

Le ali estensibili pulsavano fino al suo sangue tremulo,


 


le mani ripiegate come ali in una parodia di preghiera;

poi si aprirono, come gli occhi delle forbici di Maud

che seguono una cucitura. Era condannato a vedere Elena


 


ogni volta che una farfalla si alzava dal giardino di Maud?

Ma cosa voleva? Esorcizzare (per la Storia)

il furto del vestito giallo? Anelava al perdono di lui?


 


Dopo un po’ la felicità si fece opprimente,

solo i morti sanno sopportarla, in paradiso,

e così per molto tempo sembrò egoista. Sentiva


 


quelle ali limone come dipinte con gli occhi di lei.

C’è troppa povertà sotto di noi. Ogni foglia

definisce i suoi limiti. Tutte le radici hanno una storia.

«È così calmo. Un ritorno di Adamo ed Eva» bisbigliò

Maud. «Prima del serpente. Senza il peccato».

E la pace era così profonda, sedevano nella Rover ascoltando i bambù. Plunkett avviò il motore e scesero tra le scosse dei solchi della pioggia, sballottati su sospensioni gementi fino al monotono mondo reale.