Derek Welcott
Recensione
Omeros è un capolavoro del Novecento. È un omaggio all’isola natale, una meditazione profonda sul colonialismo e, soprattutto, un atto d’amore verso la gente comune dei Caraibi. Lo stile di Walcott è sontuoso, musicale, ricco di immagini vivide. Le descrizioni del mare, dei pescatori al lavoro o dei mercati sono di una bellezza travolgente. Il verso è fluido, a volte narrativo, a volte lirico, con continui slittamenti tra realtà, mito e sogno. Si tratta di un poema epico moderno in sette libri, scritto prevalentemente in terzine libere (con echi danteschi), che reimmagina l’Iliade e l’Odissea nel contesto caraibico di Santa Lucia, l’isola natale dell’autore. Walcott non si limita a “trasportare” Omero: usa i miti classici come specchio per raccontare la vita quotidiana degli isolani, il turismo, la povertà, le tradizioni e le ferite della storia. Il poema esplora il trauma della schiavitù, la perdita della lingua e della cultura africana, ma anche la capacità di creare una nuova identità ibrida caraibica. Il paesaggio di Santa Lucia (il mare, le foreste, la luce) è protagonista e forza redentrice. La guarigione di Filottete attraverso rimedi naturali simboleggia la possibilità di riconciliazione con il passato. Walcott riflette su come la Storia (con la maiuscola) schiacci le storie individuali, ma anche su come l’arte possa riscattarle. Il poeta si interroga sul proprio ruolo: può un artista caraibico usare la forma epica europea senza tradire la propria cultura? La risposta è una magnifica ibridazione.
OMEROS
(Cap. 1-10)
CAPITOLO I
I
«Così, al sorgere del sole, abbiamo tagliato quelle canoe».
Filottete sorride per i turisti, che cercano di rubargli
l’anima con le loro canon. «Il vento portò la notizia ai laurier-cannelles, le loro foglie tremavano
quando la scure del sole colpì i cedri
che vedevano le lame riflesse nei nostri occhi.
Il vento scosse le felci. Suonavano come il mare che nutre
noi pescatori per tutta la vita, e le felci annuirono: “Sì,
gli alberi devono morire”. Così, coi pugni in tasca,
le cime erano fredde e il respiro si arricciava
in piume di nebbia, ci passiamo il rum. Chiuso
il giro, ci dà il coraggio di farci sterminatori.
Sollevo la scure e invoco la forza nelle mani
per ferire il primo cedro. Ho gli occhi pieni di rugiada,
e mi faccio un altro giro di rum. Poi avanziamo».
Per quattro soldi in più, sotto un mandorlo di mare,
mostra una cicatrice, marchio di un’ancora arrugginita,
arrotolandosi un calzone con il lento lamento
di una conchiglia. La cicatrice increspata come la corolla
di un riccio di mare. Filo non rivela la cura.
«Ci sono cose» sorride «che contano più d’un dollaro».
Filottete ha lasciato che una garrula cascata, a scrosci,
riversasse il suo segreto nella Sorcière,1 una volta abbattuti
gli alti allori, là dove il richiamo d’amore della tortora
consegna la sua nota alle azzurre, taciturne montagne,
i cui torrenti ciarlieri, portandola al mare,
mutano in pigre pozze dove chiara guizza la carpa
e una garzetta incede tra le canne con un grido ruggine
e con la zampa sospesa pugnala e pugnala il fango.
Una libellula sega in due il silenzio,
le anguille tracciano firme sulla chiara sabbia del fondo,
il primo sole accende la memoria del fiume,
e onde di felci giganti annuiscono al suono del mare.
Anche se il fumo dimentica la terra da cui sale,
e ortiche difendono i buchi dove vennero uccisi gli allori,
un’iguana ode le asce, e le si appannano gli occhi
per il suo nome perduto, quando l’isola gobba
si chiamava «Iounalao», «Dove vive l’iguana».
Ma, prendendosela comoda, l’iguana scalerà
il sartiame delle viti in un anno, la pappagorgia aperta
a ventaglio, i gomiti sui fianchi, la coda decisa
in armonia con l’isola. I baccelli fessurati degli occhi
maturarono in una pausa che durò secoli,
che sorse col fumo degli Aruachi,2 finché una nuova stirpe,
sconosciuta alla lucertola, si mise a misurare gli alberi.
Questi erano i pilastri che caddero, e lasciarono uno spazio
azzurro per un solo Dio dove prima ce n’erano molti.
Il dio delle origini era un gommier.3 Il motore
partì con un sibilo, e uno squalo, con mandibola obliqua,
fece volare schegge come sgombri sull’acqua
tra alghe tremule. Staccarono la sega,
ancora calda e vibrante, per esaminare la ferita che aveva
inferto. Grattarono via il muschio cancrenoso, pulirono
la ferita dalla rete di viti che ancora la legava
alla terra, e annuirono. Il motore tornò al lavoro,
e più svelte volavano le schegge al rosicchiare
uniforme dello squalo. Si protessero gli occhi
dal nido di schegge. Poi, sopra distese
di banani, l’isola drizzò i suoi corni.4 L’aurora
colava nelle valli, sangue schizzò sui cedri,
e il frutteto venne inondato dalla luce del sacrificio.
Un gommier scricchiolò. Le sue foglie un’enorme
incerata senza armatura. Lo scricchiolio
fece balzare indietro i pescatori, mentre il pennone
s’inclinava verso i solchi tra le felci; poi la terra
tremò in onde sotto i piedi, e le onde passarono.
II
Achille guardò il foro lasciato dall’alloro.
Vide il buco silenziosamente lenito dalla schiuma
di una nube-frangente. E poi vide la rondine di mare
attraversare la nube, una piccola cosa, lontana da casa,
confusa fra le onde di colline azzurre. Un viticcio spinoso gli prese
il tallone. Uno strappo e via. Intorno a lui, altre barche
prendevano forma dalla sega. Col machete fece
un rapido segno di croce, il pollice toccò le labbra
mentre la cima risuonava di asce. Alzò la lama,
e staccò le membra dal dio caduto, nodo dopo nodo,
strappando dal tronco le vene troncate mentre pregava:
«Albero! Fatti canoa! O non sarai niente!».
Gli anziani barbuti sopportarono la decimazione
della loro tribù, senza emettere una sillaba
della lingua che avevano parlato come una sola nazione,
la lingua insegnata ai loro virgulti: dal torreggiante
balbettio del cedro alle verdi vocali del bois-campêche.
Il bois-flot non disse parola al laurier-cannelle,
il campeccio dalla scorza rossa sopportò le spine
nella carne, mentre il patois degli Aruachi crepitava
nell’odore di un falò resinoso, che abbruniva le foglie
con lingue arricciate, poi cenere, e il loro idioma andò perduto.
Come barbari a cavalcioni delle colonne abbattute
urlarono i pescatori. Finalmente gli dèi erano caduti.
Come pigmei mutilarono i tronchi dei giganti rugosi
per farne remi e pagaie. Lavoravano con la medesima
concentrazione di un esercito di formiche rossofuoco.
Molestate dal fumo che recava affronto alla loro foresta,
zanzare dardeggiavano punzecchiando il busto di Achille,
che si frizionò gli avambracci col rum bianco: così, almeno,
quelle che appiattiva in asterischi morivano ubriache.
Puntarono ai suoi occhi. Roteavano e picchiavano
fino ad accecarlo di lacrime. Poi la schiera si ritirò
tra gli alti bambù come gli arcieri degli Aruachi
che fuggivano la fucileria dei tronchi scricchiolanti,
vinti dallo stendardo di fuoco e dalla scure impietosa
che mutilava i rami. Gli uomini legarono i grandi tronchi
con la canapa e, come formiche, li rotolarono fino alla scogliera
per tuffarli tra le ortiche. I tronchi riesumarono la sete
di mare con cui i loro corpi fasciati di viti erano nati.
Poi i tronchi, impazienti di diventare canoe,
ararono i frangenti di cespugli, scavando solchi
nei massi, non sentivano dentro la morte, ma lo scopo:
fare da tetto al mare, essere scafi. Poi, sulla spiaggia,
stesero le braci nelle cavità scalpellate con l’ascia.
Un camion col pianale portò quei corpi stretti da corde.
I tizzoni, consumandosi, per giorni svuotarono le piroghe
finché il caldo incavò il legno tanto da farne carene.
Sotto il suo picchiettante cesello Achille sentiva le loro cavità
fremere per toccare il mare, lanciando i rostri delle prue bipartite
verso la foschia di isolotti timbrati da impronte d’uccelli.
Poi l’armonia. Le piroghe a cuccia sulla sabbia
come cani con rami tra i denti. Il prete
le spruzzò con una campanella, poi fece il segno della rondine.
Quando sorrise per il nome della canoa, In God We Troust,
Achille disse: «Basta! È l’ortografia di Dio e la mia».5
Dopo la messa, all’alba, le piroghe scivolarono
nei solchi delle secche, e le prore annuenti vennero
a patti con le onde, per dimenticare le loro vite di alberi.
Una avrebbe servito Ettore, un’altra Achille.
III
Achille pisciò al buio, poi sprangò la porta.
Era arrugginita per le raffiche del mare. Issò la nassa
con l’artiglio di una sola mano; nel buco sotto la capanna
nascose lo scalino di scorie pressate. Andando al magazzino,
la brezza dell’alba gli salò la faccia; mentre risaliva la strada grigia
di case addormentate una sull’altra, sotto le sbarre di sodio
dei lampioni, l’asfalto screpolato sotto i piedi,
contò le piccole scintille azzurre di singole stelle.
Le fronde del banano annuivano all’incalzante
rabbia dei galli, le loro grida stridenti come gesso rosso
che traccia colline sulla lavagna. Come il suo maestro, nell’attesa,
la risacca si spazientiva per i suoi passi decisi.
Quando s’incontrarono al muro di cemento, la stella
del mattino aveva fatto un passo indietro, ché schifa
l’odore di reti e visceri di pesci; c’era una luce netta
e un orizzonte. Achille appoggiò la rete accanto
alla porta del magazzino, poi si lavò le mani nel bacile.
La risacca non alzò la voce, persino i cani pelleossa
se ne stavano zitti intorno alle canoe; una fiasca di assenzio
passò tra i pescatori che schioccarono le labbra,
scossi da un brivido per via dell’amara corteccia fermentata.
Era questa la luce in cui Achille si sentiva più felice. Quando,
prima di afferrare le falche, stava per farsi penetrare
dall’immensità del mare, sentendo il giorno all’inizio.
CAPITOLO II
I
Ecco Ettore. E Theophile. In questa luce conta
solo il nome di battesimo: Placide, Pancreas,
Chrysostom, Maljo, Filottete dalla testa bianca
come l’onda arricciata. Imbarcarono le lance dei remi,
disponendole parallele nella fossa degli scafi
come marito e moglie. Sgottarono la sentina,
sciolsero i nodi che stringevano le vele di tela di sacco,
mentre Ettore, al limite delle secche, rese un rapido grazie al mare,
suo fonte battesimale, prima di guadare, con le cosce immerse.
Gli altri percorsero la sabbia con la stessa lena
tranne Filottete dai capelli-di-schiuma. La piaga sullo stinco
non guariva, come un anemone splendente. Veniva
da una grattata, da un’ancora arrugginita. Il dente di ferro
gli aveva pelato la pelle nell’onda di risacca. Si era piegato sulla schiuma,
spruzzandosi in un sibilo salato. E subito dopo sarebbe corso,
zoppicando, verso l’inutile ombra di un mandorlo,
con i denti serrati, per poi allontanare tutti dalla vergogna
della sua puzza, e ancora una volta l’avrebbero lasciato solo
sotto quella luce a macchia di leopardo. Ora, nell’alba, la stessa
dannata faccenda si ripeteva. Sentiva la piaga tirare
i suoi fili fino all’inguine. Saltellando su un piede a fatica,
la mano aggrappata a un ginocchio, lasciò la spiaggia
per arrancare fino allo spaccio di Mamma Kilman.
Gli avrebbe aperto e messo il rum accanto.
I compagni lo guardavano, afferrarono gli scafi con mani
forti come ancore e li dondolarono; le chiglie raschiarono sabbia asciutta
finché la sabbia umida non fece resistenza, sbattendo i remi
che giacevano paralleli sul fondo delle barche; poi, al suono
d’imprecazioni e preghiere ai tronchi assiepati,
una dopo l’altra, mentre le sessole cominciavano a tintinnare,
le piroghe scivolarono fino al bordo rosicchiato delle secche,
verso il mare invitante. Sciolti, i tronchi turbinarono
sull’onda, a faccia in giù, come guerrieri tornati da una battaglia
perduta da qualche parte sull’altra sponda del mondo.
Venivano trascinati sotto gli ippòmani6
per giacere lì a faccia in su, con il sole in fronte,
con gli occhi sbarrati dei Mirmidoni trascinati per i calcagni
lontano dal segno della marea, dove il pallido granchio scava.
I pescatori si pulirono le mani. Ora tutte le canoe
cavalcavano l’onda rosea del mattino. Governavano le prue
con dolcezza, come gli scudieri fanno coi cavalli al sorgere del sole,
schioccando le corde come briglie, le tenevano per il naso –
Lode a Dio, Stella del Mattino, Santa Lucia Luce dei Miei Occhi,
gettarono dentro le sessole di latta, e piegarono i corpi sugli scafi
oscillanti, poi vogarono a bratto, con un solo remo, nella quiete
della poppa. Ettore sciolse le vele legate
per gareggiare coi gabbiani, sperando di tornare prima
che i pellicani incrociassero l’imbrunire color conchiglia.
II
Sette Mari si alzò nella semioscurità per fare il caffè.
L’alba scaldava l’anello dell’orizzonte
e nuvole sorgevano come pagnotte. Guidato dal calore
dell’ardente rosa di ferro, spinse la base
della pentola sull’anello e lì l’ancorò. La pentola traballava
per il peso dell’acqua che conteneva, poi si fermò.
Il bollitore perdeva. A tastoni raggiunse la sedia di latta
e si accomodò vicino alla pentola per sentirla borbottare.
Avrebbe bollito senza fischiare come un nostromo
per fargli sapere che era pronta. Sentì l’uggiolare
mattutino del cane sotto il tavolato della casa, colpi
di coda per chiedere d’entrare, ma invidiava le piroghe
già al largo. Poi sentì la prima brezza che investiva
il mandorlo di mare; la notte prima la luna
piena era bianca come il piatto. Vedeva con le orecchie.
Si scaldava con i tetti, mentre il sole cominciava a salire.
Da quando la malattia gli aveva cancellato la vista,
quando il tramonto diede per l’ultima volta la mano al mare –
e una tenebra gli crebbe dentro, là dove luna e sole
si alternavano, indistinti – si muoveva con un sesto senso,
come la luna, senza le lancette dell’ora o dei secondi,
lucida come il piatto che ora cominciava a sciacquare,
mentre la pentola borbottava; la cecità non era la fine.
Non era l’ombra di una palma sulla sabbia a mezzogiorno.
Poteva sentire la luce del sole scivolare sui polsi.
La luce che si muoveva come un gatto lungo le staccionate
di una strada sabbiosa; la sentiva aprire i pugni
dell’albero del pane nel cortile, scorrere sulle ringhiere
del breve ponte di ferro come un’arpa, il rapido pizzico
che increspa il fiume; vedeva la laguna
dietro la chiesa, e lì, ferma come in un catino,
l’immagine di smalto della luna piena che si fa ruggine.
Fece tramontare la fiamma sotto il tegame.
Il cane grattava la porta della cucina, lo lasciò aspettare.
Tamburellò con le dita sul tavolo della cucina.
C’erano due merli che bisticciavano a colazione.
Tranne che per quella mano, sedeva immobile come marmo,
gli occhi bianco-albume, le dita scandivano il passato
di un altro mare, misurato dai colpi dei remi.
Si cominci il giorno col lamento della conchiglia, Omeros,
come facevi quand’ero ragazzo, quand’ero un sostantivo
pronunciato con grazia dalla bocca dell’alba.
Sulla diga una lucertola scagliò la sua domanda
al mare che si svegliava, e una rete di muschio dorato
accese la barriera che le vele delle lontane canoe
evitarono. Soltanto in te, attraverso secoli
di pergamena che raffigura il mare, posso afferrare il suono
dei versi frangenti che vagano come il gregge di pecore
che pascola intorno al faro, Ciclope dall’occhio
accecato dal sole. Poi le canoe furono galee
su cui una fregata passò la lenta falce delle ali.
In te i semi dei grigi mandorli indovinarono una forma d’albero,
e le foglie della vite arrugginirono come isole frastagliate,
e il faro cieco, percependo l’orlo di un promontorio,
si soffermò come un gigante, una nuvola di marmo nelle mani,
per scagliare il suo macigno che sprofonda tra stelle
al fosforo; poi un pescatore negro, il rozzo mento ispido
come un riccio di mare, issò la vela di tela di sacco
sull’albero di bambù, e scandì il primo verso
del nostro epico orizzonte; ora posso guardare indietro
verso rocce che scoprono i piedi quando la rete di luce cattura
le onde, quando le piroghe prendono il largo con capitani d’ebano
giacché fu la tua luce che sorprese i nostri moli assolati
dove pigre dondolavano golette, ormeggiate agli argani freddi.
Un vento gira le pagine del porto fino alla voce
che mormorò nella concava gola di una ragazza: «Omeros».
III
«O-meros» rise la ragazza. «Così lo chiamiamo in greco»
disse accarezzando il piccolo busto dal naso rotto da pugile,
e pensai a Sette Mari che sedeva vicino al puzzo
delle reti che asciugavano, ad ascoltare il suono delle secche.
Dissi: «Omero e Virgilio sono contadini della Nuova Inghilterra,
e il cavallo alato fa la guardia alla loro pompa di benzina».
Sentivo la testa schiumante che mi guardava mentre accarezzavo
un braccio freddo come quel marmo, poi le spalle nella luce
invernale dell’attico. Dissi: «Omeros»,
e O era l’invocazione della concava conchiglia, mer era
sia madre che mare nel nostro patois delle Antille,
os un osso grigio, e il bianco frangente quando si frange
e sfarina il suo colletto sibilante sul merletto della riva.
Omeros era lo scricchiolio di foglie secche, e l’eco
degli sciabordii di una grotta quando la marea rifluiva.
Il nome mi si assestò in bocca. Vidi la grana della luce
sulle guance asiatiche di lei, che ne definiva gli occhi con un nero
contorno di mandorla, mentre Antigone si girava e disse:
«Sono stufa dell’America, è ora di tornare a casa,
in Grecia. Mi mancano le mie isole». Mentre scrivo la rivedo
che gira la testa e scrolla la raffica nera dei capelli.
Vidi come la risacca stampava il suo merletto
sulla riva del collo di lei, poi le secche di seta
turbinarono sulle sue caviglie, come onda senza suono,
e sentii che un altro freddo busto, non quello di lei, ma il tuo,
vide questo con mandorle di pietra per occhi, il naso rotto
che si gira, mentre la seta frusciante si adegua.
Ma se potesse leggere tra le righe del pavimento
fessurato come una tuga dalla canicola delle Antille,
fino alle ombre della stiva, le sue narici si dilaterebbero
per il tanfo di caviglie ammanettate, i piedi incatenati
che raspano come foglie, e forse il marmo innocente
avrebbe teso l’arco della bocca per quell’orrore sotto la tuga,
avrebbe distolto il suo sguardo bianco dalla lira della sedia
di Antigone, drappeggiata da un bianco chitone,
per fare quello che il passato sempre fa: soffrire, e guardare.
Lei giaceva calma come la rada, e una nuvola la coprì
con la mia ombra; poi una prua dagli occhi dipinti
lenta emerse dalla pioggia fragrante di neri capelli.
E udii un lamento soffuso uscire da un vaso,
ma non per dei re che annaspano tra lance di pioggia: era la prosa
di bruschi pescatori che maledicono le canoe.
CAPITOLO III
I
«Touchez-i, encore: N’ai fendre choux-ous-ou, salope!»
«Toccala ancora, e ti apro il culo in due, stronzo!»
«Moi j’a dire – ’ous pas prêter un rien. ’Ous ni shallope,
’ous ni seine, ’ous croire ’ous ni choeur campêche?»
«Te l’ho detto, non prendere niente di mio. Hai una canoa,
e una rete. Chi ti credi di essere? Logwood Heart?»
«’Ous croire ’ous c’est roi Gros Îlet? Voleur bomme!»
«Ti credi d’essere re di Gros Îlet, ladro di sessole?».
Poi, in inglese: «Ti faccio vedere io chi è il re!».
Ettore uscì dall’ombra. E Achille, appena
lo vide venire avanti con il machete, un homme
fou, un pazzo roso dall’invidia, rimise la sessola
che aveva preso dalla canoa di Ettore al suo posto, a prua
della barca. Poi Achille, che ne aveva abbastanza
di quel pazzo, pulì e soppesò la propria lama.
E adesso i paesani emergono dalla verde ombra
dei mandorli e degli ippomani dalle foglie lucide, per lo scontro
voluto da Ettore. Achille si allontanò e attese al margine caldo
della secca. A grandi passi Ettore si diresse verso di lui.
I paesani lo seguivano, mentre la risacca si acquietava,
rannicchiandosi per la paura sull’orlo della spiaggia.
Poi, al largo sul mare, frecce di pioggia inarcate
in uno sfavillante schizzare sul frangiflutti smeraldo
della barriera, i dardi sfrecciavano lucenti di forza
nel sole, e dietro di loro, schierati per la strage,
i paesani, che gridavano, col fragore dell’onda sulla secca,
e alzavano le braccia nella luce. Ettore correva verso Achille,
schizzando sulle secche confuso agli spruzzi,
col machete alzato. La risacca, rabbiosa, digrignava
come in una schiumante lotta di cani. Gli uomini possono uccidere
i fratelli in preda alla rabbia, ma il pazzo che dilaniò
la canottiera di Achille lungo la spalla dilaniò pure
il proprio cuore. La rabbia che Achille provò verso Ettore
era vergogna. Ammattire per una sessola di latta
incrostata di ruggine! Ma i due pescatori duellavano
per un’ombra, e il nome di quell’ombra era Elena.
II
Mamma Kilman aveva il bar più vecchio del villaggio.
Sul balcone intagliato si affacciavano timpani color senape
con i verdi intagli delle grondaie, la pittura corrugata dal tempo.
Nel cabaret dello scantinato c’erano tavoli di legno
per la mano di domino. Una tenda di perline
tintinnava ogni volta che lei l’attraversava. Un’insegna
al neon garantiva Coca-Cola e sopra IL CAFFÈ DEL NON DOLORE
VI DÀ IL BENVENUTO. Il NON DOLORE non era
stata una sua idea, ma del marito morto. «È una profezia»
Mamma Kilman diceva ridendo. Una strada calda portava alla spiaggia
passando davanti ai negozietti, ai club, e a una farmacia
nella cui ombra angolosa stava col cane cachi al guinzaglio
il cieco che sedeva sulla cassa dopo che le piroghe
erano salpate, bofonchiando nella buia lingua dei ciechi,
le mani nodose sul bastone, le orecchie affilate come quelle del cane
A volte cantava e il canto veniva portato via dal vento mentre
le perline della tenda snocciolavano il rosario. Vecchio St. Omere.
Sosteneva di aver navigato intorno al mondo. «Monsieur Sette Mari»
l’avevano battezzato, da un’etichetta d’olio di fegato di merluzzo
con il pescespada guizzante. Ma le sue parole non erano chiare.
Sembravano greco. O una vecchia parlata africana.
Lungo un reticolo di asfalto caldo il cantante cieco sembrava
contare le cose del mondo. Chissà se i suoi occhi vedevano
attraverso le ombre, mentre con un dito tamburellava sul bastone?
Lei l’aiutava a ritirare la pensione di veterano
ogni primo del mese dal piccolo Ufficio Postale.
Non ha mai protestato per la sua situazione
come gli altri. Sedeva in quell’angolo, e il calore
sulle mani gli faceva spostare la cassa all’ombra.
Mamma Kilman vide Filottete zoppicare su per la strada,
allora si alzò dalla finestra d’angolo, e gli porse
la solita medicina, una fiasca di bianco
acagiù, e una caraffa di vaselina gialla,
un catino smaltato pieno di ghiaccio. Si tratteneva
nel Caffè del Non Dolore tutto il giorno. Si piegava
di continuo per ungere le labbra della piaga sullo stinco.
III
«Mais qui ça qui rivait-’ous, Philoctete?».
«Moin blessé».
«Che c’hai, Filottete?».
«Benedetto me
con ’sta ferita, Mamma Kilman, qui pas ka guérir pièce.
Che non guarirà mai».
«Bene, prenditela comoda.
Va’ a casa e distenditi, dài al piede un po’ di riposo».
Filottete, il calzone arrotolato, fissa il mare aperto
dalla finestra tarlata della cantina. Il prurito nella piaga
pizzica come i filamenti dell’anemone,
e la pustola gonfia di una vela portoghese.7
Credeva che il gonfiore venisse dalle caviglie incatenate
dei suoi padri. Altrimenti perché non c’era cura?
La croce che portava non era solo quella dell’àncora
ma quella della sua razza, di un villaggio negro e povero
come i maiali che grufolavano tra l’immondizia fumante,
prima di finire appesi alle ancore del mattatoio.
Mamma Kilman cuciva. Alzò la testa e vide Filottete
strizzare gli occhi per il riverbero della strada. Aspettava
di svenire sul tavolo. Andava avanti così per giorni.
Mentre il ghiaccio si era fatto acqua tiepida, con un gesto
di autodisprezzo si serra la testa tra le mani. Lei ascoltava
i ragazzi che andavano a scuola con le uniformi blu,
che gli gridavano addosso: «Fiilo! Fiilosofoo!».
Una mummia imbalsamata in alcol e vaselina.
Nel silenzio egizio dolcemente lei mormorò:
«C’è un fiore da qualche parte, una medicina, e i modi
di mia nonna per cuocerlo. Guardavo le formiche
arrampicarsi sul suo vaso di fiori bianco. Ma, Dio, dove?».
Dov’era quella radice? Quale sena, quali tiepide tisane,
potevano curare il fiume diramato del suo sangue corrotto
la cui linfa era quella di un cedro ferito? Cosa voleva dire
quel nome sentito come una febbre? Mah – un colpo secco
del machete da giardino avrebbe tagliato quel nome maledetto
dalla sua pianta purulenta. Filottete disse: «Merci». Poi uscì.
CAPITOLO IV
I
A nord del villaggio c’è un boschetto di campeccio le cui spine
ricoprono la sua arida ombra. I ciottoli della strada franata,
e quarzo che brilla come pioggia. Gli alberi di campeccio un tempo
erano parte di una tenuta con il mulino a vento vecchio
quanto il villaggio lì sotto. La strada abbandonata gira intorno
a immensi calderoni arrugginiti, tini per bollire lo zucchero,
e pilastri anneriti. Queste sono le sole rovine
lasciate qui dalla storia, sempre che siano la storia.
I tronchi contorti del campeccio ambrati dalle raffiche del mare;
sopra di loro una sorprendente schiera di cactus.
Filottete zoppicò fino al suo orto di ignami. Passò
per la tenuta tremando, con il machete dondolante,
preso fra i latrati di pecore brune che ripetevano il suo nome.
«Beehbeeh, Filottete!». Qui, nel vento atlantico, i mandorli
si chinarono dolcemente, come una fiamma di candela.
Il pensiero delle candele gli fece balenare quello della sua morte.
Il vento girava le foglie dell’igname come mappe dell’Africa,
le loro vene sanguinavano bianco, mentre Filottete, zoppicando,
andava tra le aiuole d’igname come un paziente che s’indebolisce
in una corsia d’ospedale. La sua pelle era un’ortica,
la sua testa un mercato di formiche; udì i granchi gemere
con le chele artritiche, sentiva un grillotalpa trapanare
la piaga fino all’osso. Il ginocchio era ferro irradiante,
il petto una borsa di ghiaccio, e dietro le sbarre
dei denti ruggine, come una mangusta in gabbia,
un urlo premeva per uscire; la lingua stuzzicava i suoi artigli
sul tetto della bocca, sbattendo le sbarre con rabbia.
Vide il fumo azzurro dei moli, i pali di bambù
piegati dalle reti, l’ondeggiante piuma del prete.
Quando il machete taglia il fumo, quando i galli si sorprendono
del loro culo che caga uova, imprecò, i negri si prendono un po’
di riposo da Dio; a questo punto un feroce grappolo di frecce
colpì la piaga, e Filottete urlò tra le file degli ignami.
Allungò il piede. Sfiorò l’acciaio, affilato come un rasoio,
congiungendo indice e pollice. Le foglie dell’igname si ritirarono
in un bagno di sudore. Tagliò ogni pianta al tallone.
Le tagliava al tallone, notando come si torcevano,
a testa in giù, senza le radici. Maledisse gli ignami:
«Salope!
Vedete come si sta a questo mondo senza radici?».
Poi singhiozzò, la faccia bassa tra le foglie scannate.
La linfa colava insieme al suo dolore dagli steli aperti.
Una mosca si lavò subito le mani del massacro.
Filottete sentì una formica che gli zampettava sulla fronte.
Era la brezza. Alzò la testa verso il campo azzurro e scorse
un ramo dove, senza un grido, si posò una rondine di mare.
II
Sentiva il villaggio attraverso la schiena, udiva il rumore
scuro del mare sotto i cargo. La rondine di mare lo guardava,
poi garrì verso l’oceano, inghiottito dalla schiuma della nube.
Per tutto il tempo che serve a una goccia per seccarsi
sulla cera di una foglia di taro, Filottete giacque
al suolo, sul dorso nodoso, a guardare il cielo
che modificava i bianchi continenti della sua geografia.
Avrebbe chiesto il perdono di Dio. Nella baia calma
l’odore dell’erba era buono e le nuvole mutavano, belle.
Poi udì dei guerrieri affrettarsi verso la battaglia,
ma era il vento che alzava gli ignami caduti, il tintinnare
delle picche, scosse, di una palma. Mandriani al governo di mandrie
che partirono per non fondare città; erano loro i trovati,
non destinati a vittoria; erano loro i destinati,
niente spianarono sul proprio cammino; erano loro la terra.
Sarebbe lui l’anima della pazienza, come un vecchio cavallo
che preme lo zoccolo nella pastura, scuote la criniera e fa
frusciare la coda mentre le mosche volteggiano sulle sue piaghe;
se un cavallo può sopportare queste pene, così può l’uomo.
Si aggrappò a un ramo e calcò il suo zoccolo morto
contro la terra molle. Lo sentì senza peso come una spugna.
III
Sedevo sulla terrazza bianca ad aspettare il conto.
Il nostro cameriere, con un farfallino nero, calcava la sabbia
tra le sedie a sdraio occupate, saltellando con la discomusic
degli altoparlanti, un vassoio veleggiava su una sola mano.
I turisti si rigiravano, abbrustolendo le proprie schiene nel barbecue
di mezzogiorno. Il cameriere se la passava male
con le sue suole di cuoio che slittavano sulla duna,
ma il vassoio traballava senza versare il gin-and-lime
su una schiena scottata. Era deciso a essere all’altezza
della spiaggia, come un Lawrence di St. Lucia,
solo che lui arrancava verso un litro
di champagne arrogante. Come ogni perdente nato
presto mandò tutto all’aria. Appoggiò il vassoio,
raccolse i cubetti di ghiaccio dalla sabbia, poi gettò i cubetti
nel secchiello, con la bottiglia; fatto questo
sembrava pronto ad aiutare una moglie a strizzare le tette
nel reggiseno, mentre il marito bolliva di rabbia
come uno sceicco col turbante. Poi un miraggio turbò Lawrence.
Fu allora che mi girai insieme a lui verso il villaggio e vidi,
attraverso la gabbia di fili del cielo di mezzogiorno,
la spiaggia con una pantera sguazzante; quindi il miraggio
si dissolse in una donna con un fiocco di madràs in testa,
aveva la faccia orgogliosa, anche se stava cercando lavoro.
Ebbi voglia di mettermi sull’attenti, in omaggio a una bellezza
che lasciava, come una nave, occhi spalancati nella sua scia.
«Chi diavolo è?» chiese a una cameriera un turista vicino
al mio tavolo. La cameriera rispose: «Quella? Troppe arie quella!».
Mentre le palpebre scolpite dell’inimmaginabile
maschera d’ebano emergevano dalla loro nube d’ovatta,
la cameriera ghignò: «Elena». E tutto il resto seguì.
CAPITOLO V
I
Il Maggiore Plunkett posò la Guinness, piano, ripulì la brina
di schiuma d’oro, che gli picchiettava i baffi da pensionato,
con l’onda della lingua arricciata. Accanto, da buona moglie, Maud
sorseggiava una birra, lentamente. Sotto l’aguzzo tetto di paglia,
concepito come un kraal8 che guarda il villaggio eroso dalla pioggia,
gli arredi di rafia erano vuoti. Il Maggiore udì cigolare la mole
di Maud quando si spostò. Il solito miraggio
di nubi dirette a gonfie vele verso la Martinica.
Era questo il loro ritrovo abituale, questa la rigida consuetudine:
farsi il primo goccio sulle stesse sedie di rafia una volta
alla settimana all’una, tra la banca e la fattoria, appena Maud
aveva consegnato le sue orchidee, in tutti quegli anni
di silenzio introspettivo. Maud scuoteva le punte
dei riccioli umidi della nuca. Il Maggiore tamburellava il bordo
del banco con un sottobottiglia di paglia. Tra loro il silenzio
era un patto reciproco. Si erano stabiliti qui
dai tempi della guerra e della sua ferita. Maiali. Orchidee.
Il matrimonio un anniversario d’argento, acqua lucente
come Glen-da-Lough9 nella contea natale di Maud,
Wicklow; ma per Dennis, con quella casacca cachi
e gli ampi shorts con cui era stato agli ordini di Monty,
i turisti spellati erano cadaveri dell’Africa Korps
nel deserto. Pro Rommel, pro mori.
I liquori del reggimento erano stipati sugli scaffali
vicino ai cognac napoleonici. Tutta la storia stava
in un polveroso gin di Beefeater. Ci siamo serviti
di queste verdi isole come di olive in un piattino,
ne abbiamo sgranocchiato la polpa, e sputato gli ossi su un piatto,
come semini neri di un’anguria. Pro honoris causa,
ma per l’onore di chi si era laureata la sua testa ferita?
Era il loro ritrovo del sabato, non il pub all’angolo,
non il Victoria con le insegne di ferro battuto. Si era dimesso
da quel covo di vecchi scoreggioni, un circolo
con più somari pomposi di quanti può trovarne una pulce,
una replica del Raj,10 con gin and tonic servito
da camerieri negri in giacchetta bianca, incapaci
di distinguere l’accento di un venditore di auto
di seconda mano di Manchester da quello affettato
e falso degli espatriati. Non era un ufficiale,
ma si era sorpreso a dire cose come «Luverly»,
«Right-o», e, oh Cristo, «Ta!»,11 seduto su una sedia di vimini,
con gli altri scoreggioni che nella guerra di classe
si scambiavano scariche a sorpresa. Bugiardi
che mascheravano le proprie radici, l’irreprimibile cockney,
esagerando la loro impazienza. Cafoni del Lancashire,
sorpresi dai servi, pieni di sé, con le spose
dalle ginocchia rosse e un accento come posate
cadute da un cassetto. Con l’alcol scolato al Victoria
quei cafoni pensavano di preservare il mondo
dove Plunkett aveva mostrato il suo valore: la guerra
nel deserto sotto Monty e i fiori di lillà sotto le croci.
Anche lui si era avvalso del tono da ufficiale. Funzionava,
anche se lo faceva vergognare. Frasi abbaiate, la Rover,
insomma, quel genere di cose. Gli shorts cachi annunciavano
il soldato d’un tempo. Bene, tutto questo era finito,
ma non la guerra di classe, che denigrava i morti
con la faccia nella sabbia, nei pressi di Alessandria.
Le bandierine-spillo su una mappa. Le croci prone
dei turisti sparpagliate lontano dalla bandiera rossa dei bagnini,
come quelle dei suoi camerati con la sabbia che cuce loro gli occhi.
Perché tutto questo? Lo stridio di una cornamusa e una bandiera.
Be’, perché no? In guerra, la gloria era del contadino;
i ragazzi di strade piovigginose cadevano come quegli yankee
sotto un sole due volte più feroce, quello di Tobruk e di el-Alamein,
i loro cadaveri neri nell’ombra dei carri distrutti,
i loro corpi trascinati come asciugamani all’ombra di una palma.
Le righe di onde bianche correvano come le strade plaudenti
lungo i fianchi dell’Ottava Armata, quando Montgomery ruppe
la schiena all’Africa Korps. Quei tizi in lenzuoli bianchi
che lanciavano berretti come spruzzi, mentre entravamo a Tobruk,
e io mi piegavo sulla torretta del carro con le cornamuse che stridevano
davanti ai Tommies ghignanti. E io piangevo con orgoglio.
Le lacrime gli pungevano gli occhi. Maud allungò la mano sopra il piatto
e gli afferrò le dita. Lui sapeva che lei poteva vedere dentro
la ferita nella sua testa. La sua infermiera bianca. Il suo ufficiale.
II
Non soci dello stesso club. Compagni, amici. Commilitoni.
Si accucciarono, mani sugli elmetti, mentre il fuoco del Messerschmitt
cuciva, in crescendo staccato, le minuscole palme
sull’orlo della trincea. Si alzò di scatto. Tumbly
lo tirò giù di nuovo. «Tieni giù quella cazzo di testa!».
Scott correva verso di loro, ridendo, e il buffo
era che a uno dei suoi gomiti mancava
il resto del braccio. Diede uno strattone alla cosa
col moncherino, mimando il saluto di un crucco; poi,
mentre consumava la sorpresa, si abbassò sulle ginocchia
con un ghigno. Quando mi voltai verso Tumbly i suoi occhi
erano aperti ma fermi; e un rumore orribile
ci sollevò tutti dalla sabbia, e immagino
che venni colpito allora, ma non riuscii a ricordare niente
per mesi, nell’ospedale da campo. Ah già! l’incidente
agli occhi di Tumbly. Il cielo in loro. Scottie che rideva.
Racconta questo al Victoria, dove tintinnano i cubetti
di ghiaccio, e spumeggia la birra alla spina.
Questa ferita io l’ho cucita all’indole di Plunkett.
Deve essere ferito, l’afflizione è un tema del poema,
di questa finzione, giacché ogni «io» infine
è una finzione. Narratore fantasma, riassumi:
Tumbly. Buchi azzurri per occhi. E Scottie più saggio
quando lo shock passò. Uomini semplici. Né uno schianto né belli.
Attraverso le arcate moresche dell’ospedale,
con una nuvola avvolta alla testa come un arabo,
vide il Mediterraneo azzurro, poi Maud
distesa supina sulla scogliera e lo scarabeo
della nave portatruppe lontano sulla rada. Due giorni
di licenza prima di partire, e pensava che non l’avrebbe
più rivista, ma se si fosse sbagliato, una vita diversa
sarebbe dovuta incominciare una volta finita la guerra,
anche se durava dieci anni, se lei avesse aspettato,
non sulla scogliera erbosa, ma da qualche parte sull’altra
faccia del mondo, da qualche parte, nelle sue isole assolate,
dove quel che chiamavano storia non poteva accadere. Dove?
Dove poteva questo mondo ricreare l’innocenza
del Mediterraneo? Dopo questa guerra si meritava l’Eden.
Oltre quell’isolotto c’era stata la Battaglia dei Santi.12
La vecchia Maud era rossa come una rosa; i suoi capelli
erano stati d’oro come una birra alla luce del fuoco, ma ora
dalla camicia da notte sporgeva un braccio cartapecora.
«Una mappa delle Seychelles o qualcosa del genere». «Oh amore, no!».
«Tu sei la mia rosa, la mia corona, la mia ragion d’essere, il mio onore,
il mio giglio bianco del deserto, la regina per cui ho combattuto».
Talvolta la vecchia voglia di vedere l’Irlanda
s’impadroniva di lei. Lui appoggiò il bicchiere nell’anello
di un buon matrimonio. Mancava solo un figlio.
III
Tutto svanisce! pensava Maud; il cielo di smalto,
le palme dorate, i bar che sembravano altari di rafia,
perfino quella Madonna che lavava il bambino
col suo pisellino! Un giorno la Mafia
farà girare queste isole come una roulette. A che serve
la devozione di Dennis quando i nostri pastori
fanno soldi con i casinò sventolando la vecchia scusa
di più posti di lavoro? Il loro futuro appariva sinistro
quanto quello della ragazza d’ebano vestita di giallo.
«Eccolo il nostro guaio» borbottò Maud dentro il bicchiere.
In una raffica che inclinò le vele triangolari dei surfisti
Plunkett vide la fierezza di Elena che passava
con la stessa veste gialla che Maud le aveva adattato.
«Le sta molto meglio» sorrise Maud «ma la ragazza
dice tante bugie, e ruba. Che ne sarà della sua vita?».
«Lo sa Dio» disse Plunkett, che seguiva le gialle ali di panno
da farfalla che un tempo erano state di sua moglie,
la nera V della schiena di velluto lungo le secche.
Teneva la testa bassa; vagava come una trovatella,
non come la serva arrogante che governava la casa.
Fu in quel momento che lui si sentì in debito
verso la disperazione di lei, voleva risarcire13
(giocava senza tregua con le parole) la sua bellezza, desolata
quanto quella dell’isola. Scolò la Guinness schiumante.
Seychelles. Seashells. Ancora. Nel piattino delle olive
i noccioli si ammonticchiavano, la verde sostanza disseccata.
Abbiamo avuto quel che abbiamo preso, sissignore! In fretta,
ché l’Impero decadeva. Guardò la figura della moglie,
il suo profilo delicato incastonato in una ovale
nuvola d’avorio, come in un medaglione vittoriano,
come quando, sotto spade incrociate, alzò il velo di merletto.
Allora la bandiera veniva ammainata dagli avamposti
del Punjab del Nord, come una vela che cade;
un elefante piegava le ginocchia, le sue striature
si arricciavano come i padiglioni del tè dopo il Raj,
e la bassa marea alzava i litorali delle nazioni
di pizzo come la veste di Elena. Nel miraggio di mezzogiorno
le palme dorate scossero le nappe, l’Egitto di Eden14
sprofondò nella sabbia tinta. Le piramidi di Giza
si oscurarono con i Picchi affilati, mentre Achille imbarcava
i due remi come fucili. Nuvole di musulmani liberati
spumeggiavano nei sotterranei delle moschee, e l’onore e la gloria
sbiadirono come brandy a buon mercato. Poi inni lugubri
si levarono nell’abbazia rivestita di pietra. Memento mori
al rullo dei tamburi del Remembrance Day.15 I piccioni roteavano
sopra Trafalgar. Elena aveva bisogno di una storia,
per questo Plunkett provava pietà per lei.
Non la storia di lui, ma quella di lei. Non la loro guerra, ma quella di Elena.
Il nome, con la sua allucinazione storica,
schiariva la spiaggia; la farfalla, per la gioia di Plunkett,
luccicava di mirmidone in mirmidone, da un turista
spaparanzato all’altro. Troia era il suo villaggio,
il cui fumo oscurava i soldati caduti in battaglia.
Poi il suo viso senza nubi, i suoi seni erano i Picchi,
le lance arrugginite delle palme turbinavano nel rantolo
del gargarismo della secca; il Gallo e il Britanno
per lei scalarono il forte e la ridotta, le baracche crollate
con il loro tunnel di arbusti16 e il cannone penico;
per lei i cedri caddero nella verde aurora dell’ascia.
La mente di Plunkett vagava col fumo del suo fantasticare
fuori dal canale. Entrò Lawrence e disse: «Cambio della guardia,
Maggiore. Maggiore?». Maud gli toccò il ginocchio.
«Dennis, il conto». Ma il conto non era mai stato pagato.
Non a quella domestica che dondolava un sandalo di plastica
sul mare a mezzogiorno, in un vestito che dovette rubare. Guerre.
Guerre sguscianti come la bruma sul mare, ma i morti erano veri.
Egli sorrise all’allucinazione mitica che seguiva
l’ombra del nome; un tempo l’isola
era chiamata Elena; quest’associazione omerica
sorse come fumo da un assedio; la Battaglia dei Santi
cominciò con quel suono, da quella che fu la «Gibilterra
dei Caraibi», dopo tredici trattati
mentre lei spesso cambiava preghiere come ginocchia all’altare,
finché a Versailles si firmò la pace conclusiva
tra francesi e inglesi. Questo gli venne in mente
quando Lawrence avanzava barcollando per la terrazza
col conto, e quel trattato venne infine firmato;
il documento fu attraversato dall’ombra della faccia di lei
come fu a Versailles, due secoli prima,
dall’ombra della forza montante dell’Ammiraglio Rodney;
un’isola dalla testa di leone che ricordava la guerra,
i suoi fianchi ricurvi, fulvi per la siccità, e sui crinali l’erba
agitata come una criniera. Per un po’ osservò il cameriere
che si muoveva tra i bianchi scudi di ferro della bianca terrazza.
Nelle Olimpiadi del villaggio, nel giorno di San Pietro,
aveva dato il via alle gare con una pistola a razzi
imprestatagli dal sovrintendente della marina.
Non appartenevano all’Egeo. Non si erano arrampicati sul Partenone
per essere incoronati con l’alloro. Il magazzino era di fronte all’arena,
all’anfiteatro del mare. Quando si veniva incoronati
victor ludorum nessuno sapeva cosa significasse, né
gli importava di saperlo. Le sillabe latine affogavano
nel plaudente dialetto della folla. Ettore
avrebbe vinto, o Achille, per un pelo; ma tutti sapevano,
mentre gli ovali incrociati delle loro cosce svelti guadagnavano
a salti il passaggio tra gli evviva, o la loro maratona
sei volte girava intorno al villaggio, che il vero bottino era Elena,
non uno scudo, né il prosciutto conservato per Natale, quando
si scivolava sul palo ingrassato tra le grida del tifo.
CAPITOLO VI
I
Erano questi i riti del mattino davanti a un muretto
di cemento sotto le lance di rame delle palme, da quando
gli uomini cercavano la fama come centauri, o con i piedi,
o come lottatori che giostrano, le braccia tenaglie aperte,
o come profili oblunghi che gareggiano intorno a un vaso
di sabbia ammaccata, quando un ragazzo su un cavallo scalpitante
divideva i lottatori, simili a granchi dalle lunghe chele.
Così era ai tuoi come ai nostri giorni, Omeros,
stesse isole, stessi uomini, stessi giochi.
Un cavallo plana tra gli spruzzi, per redini ha una corda.
Solo i profili perdurano. Nessuno ricorda i nomi
di chi corre sulla spuma. Il tempo ferma la parabola di un giavellotto.
Tutto succedeva all’ombra del muro, dietro le spalle
di Elena, che chiacchierava con due donne per trovare
lavoro come cameriera, ma le due dicevano
che ai tavoli non c’era bisogno. Quel che intendeva il padrone
bianco era che lei era troppo brusca, non accettava merda
sul muso dai bianchi anche se erano turisti – uomini
sempre in caccia di ragazze – Elena
respingeva le loro mani dal suo culo così un giorno
ne aveva le tasche piene di quel modo di fare così dice
al cassiere che il suo cazzo di paga non paga questo,
si toglie la divisa e esce dall’hotel nuda,
come Dio m’ha fatta, quando passo vicino alla piscina
la gente quasi s’annega, ma non del tutto nuda, avevo
ancora mutande e reggiseno, e uno gridò: «Che sberla
di cocca!». Così gli mostro il culo e quelli a momenti ci restano.
Le due donne urlarono tra le risa, poi Elena si piegò
con la gonna pizzicata tra le cosce, e chiese, i gomiti
sulle ginocchia, se c’era lavoro al ristorante della spiaggia
coi cinesi. Quelli dissero: «No». Dietro di lei calciatori
colpivano il mondo di testa. Elena disse: «Sono incinta,
ma non so di chi». «Di chiii» sentì echeggiare nel richiamo
tra le iiiii fruscianti di una colomba nell’ippòmane.
Elena si rizzò, spazzolandosi la gonna. «Non c’è proprio motivo
di sprecare monete per il bus» disse allentando le cinghiette dei sandali.
II
Fuoco in fondo alla spiaggia. Deve decidere
se entrare nel fumo o evitarlo. In quella pausa
che divide il fumo con una spada, la bianca Elena morì;
in quello spazio tra le righe di due remi alzati,
la sua ombra lenta trascorre, puledra di Menelao,
mentre maialini neri grufolano nel letame di Gros Îlet,
ma il fumo non lascia firma sulla pagina di sabbia.
Canticchiava «Yesterday, all my troubles seem so far away»,17
dondolava i sandali di plastica trasparente che teneva in mano.
III
Distante, sulla spiaggia, dove il ragazzo lo aveva portato,
lo stallone scorrazzava. Elena sentì il tamburo degli zoccoli
con la pianta dei piedi scalzi, e si girò, il cavallo
senza briglie tuffò il collo-delfino, le ansimanti metà
del petto dilatate, le narici arricciate in un mugghio,
come la schiuma spruzzata sopra le onde piegate,
e il ragazzo con un grido indiano gli ficcò i talloni
nel barile della pancia, per condurlo nel fumo denso
dove l’immagine dello stallone ruotava, e il nitrito
le incendiò la testa di ricordi. Scoppiò una battaglia.
I dardi del sole si conficcarono nella sabbia, il cavallo
s’irrigidì in legno, Troia bruciò, e una silenziosa
lotta di guerrieri piumati dal fumo roteò
tra veli sospesi, mentre Elena dondolava i sandali
e nel sole attraversava quella porta di fumo nero.
E ieri queste secche erano lo Scamandro,
e ombre di armati saltarono giù dal cavallo, e le noci di cocco
erano elmi di bronzo, Agamennone era il comandante
di capitani dalle barbe incolte; ieri la flotta nera
gettò l’ancora là, sulla strada della rondine, negli ispidi nidi
oltre la schiuma dove il mare e il fiume s’incontrano;
ieri i buchi ciechi di un tronco lasciato dalla corrente
udirono le corde dell’arpa sul mare, il tuono bianco
oltre il Barrel of Beef,18 e Sette Mari sedeva
con il cane nell’ombra della cantina; una vela rossa passa
sotto l’albero mobile di un tornado, e la piroga sbiadita,
lenta come una lumaca che scioglie i nodi piani
dell’orizzonte, e lascia una bava d’argento
sulla scia; ieri, in quel mare senza tempo,
il muschio d’oro della scogliera fece da vello agli Argonauti.
Dopo quel giorno sulla spiaggia la vidi una sola volta
e il suo viso mi scosse il cuore, e quell’incredibile
sguardo mi paralizzò lasciandomi senza parole.
Tutti credevano ingovernabili i suoi estri,
e le sue risposte troppo taglienti per una cameriera,
così Elena aprì una bottega: perline, fermagli, un banchetto.
Intrecciava i biondi capelli dei turisti con perline
luccicanti, poi sedeva, discosta dai venditori, sulla cassa
delle bibite, mentre quelli bisticciavano come merli
per chi aveva rubato la vendita a chi, nelle ombre
del chiosco di paglia pieno di t-shirt e sarong a fiori.
La faccia scolpita di Elena rigata da guizzi di luce
tra le maschere di cocco; gli orecchini di corallo
rifrangevano la pazienza del mare. Una volta, mentre passavo,
la sua ombra si mescolò con le altre, scorsi la furia
dei suoi occhi indaganti, e di nuovo sentii il brivido
di una pantera nascosta nella tenebra della gabbia
che mi attrasse come accadeva ad Achille.
Mi fermai, ma mi servì tutta la forza del mondo
per avvicinarmi al suo chiosco, come a un cacciatore
che si avvicina al ramo dove una pantera acquattata
attende con luce-di-foglia sulla sua seta nera. Starle davanti
e fingere d’essere interessato all’acquisto
di una maschera o di una t-shirt? Il suo sguardo sembrava annoiato,
e proprio come una pantera smette di agitare la coda
per schizzare leggera nell’erba, Elena sbadigliò e penetrò
nel palmeto stampato su una tenda, mentre io restavo di sasso per la sua sveltezza felina, per il guizzo
del suo svanire, e dietro di lei l’aria tremava
divisa dall’eco che oscillava come un giunco.
CAPITOLO VII
I
Dove cominciò? Il ferroso ruggire del mercato,
con le sue lune crescenti di meloni maomettani,
con mani di banani sull’urna di un faraone,
limoni d’oro come le palle di leoni etruschi,
la morta luna di uno sgombro splendente; cresce
lo strazio sulle bancarelle, le ricce teste dei cavoli
stipate su un vassoio per compiacere implacabili Cesari,
schiavi appesi a un gancio per i piedi, carcasse sventrate
di ribelli crocifissi. Dalle ville con tegole arancioni,
da corone di crescione, lo strazio trapassa
i piccoli cuori dei peperoni, le capezzolute
sapotiglie delle vergini profferte ai Conquistadores.
Le bancarelle del mercato contengono la storia
delle Antille come quella di Roma, il frutto di un crimine,
le bilance di ottone oscillano e si fermano solo
sotto la lacrima di ferro del peso, ciascun piatto di ottone
in equilibrio sull’orizzonte, ma mai sullo stesso piano,
come il vecchio mondo e il nuovo, per quanto sembrino giuste le cose.
Uscirono dal mercato del ferro. Achille allungò
il cesto pieno a Elena. Elena disse: «Ba moin!»
«Dammelo!».
E Achille: «Senti! Non sono il tuo schiavo!
Devi sempre metterti in mostra?». Certo, Elena rise
la sua sguaiata, sonora risata, poi gli camminò
davanti. E lui, sentendosi come un cane che annusa
le orme di lei, all’improvviso udì la propria
voce tuonare sopra la strada. La gente
si voltò per il grido. Achille vide la veste gialla
spiegazzarsi nella folla che si chiudeva. Elena non si voltò,
reggeva il cesto con due mani. Quell’ostinazione
lo fece impazzire. La raggiunse. Poi provò
a riprendersi il cesto, ma lei glielo strappò di nuovo.
«Tu mica mio schiavo!» disse.
E Achille: «Ho mani stanche».
La seguì fino al margine del porto dove, al di là
dei venditori di carbonella, le corriere erano allineate
come carrozze, col naso smussato e abbagliante, nel mormorio
dei motori al minimo. Elena si fermò, e in balia della furia
gridò: «Lasciami, ragazzino!».
Achille la sbatté
contro un furgone. Aveva svegliato una pantera. Artigli
fulminei gli unghiarono la faccia; e quando l’afferrò per un braccio
i denti di lei gli segarono le nocche: gli fece a brani i vestiti,
così Achille, in preda alla collera, le lacerò la veste gialla.
Ettore, proprietario del furgone, la tirò dentro,
un domatore che sospinge una pantera nella gabbia.
Achille sentì il corpo prosciugato di tutto l’orgoglio
che conteneva, mentre la folla lo separava da Ettore.
Aveva le lacrime agli occhi. Non poteva nasconderlo.
Il gomito di Elena si scostò quando Ettore salì accanto a lei.
Il furgone corse per il porto. Achille raccolse la frutta.
II
Non era a casa. Ricordava il mattino in cui
perse la fede in lei, e quasi perse la ragione
in quel giorno luminoso. Non aveva detto a Elena
che avevano bisogno di soldi, e subito. Non era stagione
di aragoste o di coralli; né si potevano vendere conchiglie
ai turisti, ma si era già trovato in questo frangente senza
essere preso, sapeva di poter contare sulla fortuna.
Si tuffava per conchiglie sotto la ridotta inferiore
del forte, che orlava l’isolotto dalla testa di leone,
in quel mattino di brezza, intorno allo skiff all’àncora,
a bordo ammucchiava le conchiglie dalla gala viola
e talvolta una stella di mare simile a una foglia di pietra.
Con un gomito agganciò lo scafo oscillante della barca,
vide, sul muro a strapiombo, un vestito giallo sferzato
come una vela nel vento quando il vento gira,
poi un tizio sul bordo del parapetto. Achille piano
scivolò dallo scafo sciabordante. Elena e Ettore.
Si fermò sott’acqua, la chiglia gli colpiva la testa,
si spostò sul lato sottovento, usava un braccio come remo,
sapendo che da quell’altezza potevano sentire le conchiglie
tintinnare perché il suono viaggia per miglia sull’acqua quieta.
Tirò su la cima e sistemò l’ancora a bordo.
Pagaiò accanto allo scafo, sentiva le conchiglie
sbatacchiare sulle tavole, mentre batteva i denti.
Sciolse la cima di prua e la strinse tra i denti,
nuotava a rana, In God We Troust sopra la testa,
ghirlanda di svelti fiori di schiuma intorno alla testa,
e ora resta solo Dio in cui fidare, diceva la sua ombra,
perché ora era cornuto come l’isola;19 le conchiglie
con le rigide corna di lumaca erano diavoli, con il loro ghigno
rosso mentre rollavano nella canicola salata, erano creature
dell’inferno, e la sua ferita era lo stinco di Filottete.
Da molto aveva intuito che c’era qualcosa con Ettore,
ora doveva concentrarsi per portare le conchiglie
al sicuro. C’erano giorni in cui veniva l’ispettore
dell’Ufficio Turistico a controllare le barche, e se ti
pescano ti possono multare e togliere la licenza.
Quando sentì di essere abbastanza lontano
dal forte si tirò su con tutte e due le mani.
Poi sollevò, una ad una, le conchiglie bellissime,
le soppesava nel palmo, considerando il profondo dolore
del loro silenzio, i loro palati arcuati come il sorgere del sole,
delicati come vulve che aprono i petali,
e affogandole il pescatore chiudeva gli occhi,
perché affondavano nella sabbia senza gridare
con le bocche gorgoglianti. Non erano di sua
proprietà più di quanto lo fosse Elena, erano del mare.
Nobile pensiero. Ma non gli portò pace.
III
In questa barca eravamo compagni. Qualcosa aveva iniziato
a rodere, come la risacca che rosicchia una diga, le fondamenta
di un amore, le cui disinvolte promesse mi assicuravano
di continuo che nella vita non ero mai stato più felice.
Guarda oltre quel filo spinato: lì ci siamo dati la parola,
all’ombra dei mandorli fruscianti vicino all’aeroporto,
come se il rumore delle foglie venisse dai suoi capelli nel vento,
e la luce salata soffiasse, arricciando la cresta delle onde,
e tre insenature più in là, in una baia quieta, a mezzogiorno,
dondolammo insieme in quella metamorfosi
che impedisce di distinguere un corpo dall’altro, mentre
i cavalloni bianchi saltavano la barriera corallina
oltre il frangiflutti di pietra eretto da antichi schiavi.
Scivoloso accoppiarsi di delfini, poi il pomeriggio
zebrato di ombre su una bianca trapunta,
ascoltammo le fronde dell’albero del pane grattare il tetto,
i rumori della città sottostante, e le piccole grida di granchio
della conchiglia di lei che si apre, la fronte glassata dal sudore
del sonno della sposa che placò Adamo in paradiso,
prima che si aprisse in una ferita, come per Filottete,
e pallide limacce strisciavano sulla sabbia con occhi di neonato.
E a questo punto mi svegliavo, turbato e incerto,
dal sonno leggero, quando i sogni annunciano l’alba,
mentre la mente vaga con cautela e coglie
qualcos’altro, osserva la caduta e l’ascesa
del lino sospirante, come uno skiff all’àncora,
che annuisce nell’onda lunga dell’alba, e una rondine
di mare, stridendo, si stacca dalla prua.
E una lenta canoa viene piano tirata, con amore,
mentre ti sporgi e avvicini la forma avvolta
con una corda invisibile, e lei apre un occhio
e sorride, toccandoti le nocche, e la lasci lì
e resti nella luce del mattino, nella veranda,
e tra le larghe foglie scorgi la piccola città bianca
sottostante, e un transatlantico, e sul Morne20 le baracche
dai tetti ruggine, e auto che come insetti strisciano a valle.
CAPITOLO VIII
I
Nel museo dell’isola c’è una bottiglia di vino
contorta, incrostata d’oro falso, estratta dagli abissi
freddi come ferro sotto il forte. Gli esperti l’hanno
catalogata in diversi modi: primo, la stiva
di un galeone travolto da un uragano al largo
di Cartagena, dove sanguinò una scia
di barre d’oro e vino (parere sostenuto da più
di un palombaro); il secondo era insensato
e banale: la bottiglia incrostata d’oro
sarebbe stata su un’ammiraglia nella Battaglia dei Santi,
ma il vetro era così incrostato che non lo si poteva provare.
Pure, il mito allargava i suoi anelli secolo dopo secolo:
ché la Ville de Paris affondò qui, non un galeone
stipato di moneta imperiale, con una piovra-ciclope
per sentinella, e l’occhio simile alla luna.
Profonda come la fede di un palombaro ma mai scoperta,
la fede nella nave affondata convertì il villaggio
che giunse a credere nei volteggi circolari delle fregate
sopra il relitto, e nei gabbiani rabbiosi che le attaccavano.
Non persero la fede quando gli esperti finirono col dubitarne.
L’ombra del galeone scendeva sulla pagina ordinata
dove Achille, col maltempo alle porte, contava i debiti
sotto la lampada a cherosene; la nave nera
solcava i suoi sogni, mentre la luna-occhio-di-polipo
saliva dalle palme che agitavano la propria forma tentacolare.
Scintillante scellino. Una questione di soldi, come tutto.
I soldi la cambieranno, pensava. È questa vita di merda
che la fa cattiva. Achille aveva sbeffeggiato
la leggenda del relitto. Si tuffò dalla piccola
scialuppa oltre la linea della barriera corallina,
col fucile da sub e la cesta per aragoste. Doveva accertarsi
di non venire sorpreso da una vela, ripiegò le ali dei remi
senza bloccarli negli scalmi. Diede cima all’àncora.
Con un nodo scorsoio si legò a un piede
il blocco di calce per una rapida discesa,
aggiustò la borsa impermeabile a tracolla,
una sorta di portamonete. Ogni centesimo è per lei,
giurò; tuffandosi si fece il segno della croce. Incagliata
là sotto, tra le rocce, stava la salvezza. Il blocco legato
al tallone lo tirò giù come una carcassa gonfia di piombo
avvolta nella tela, il sasso del cuore dentro il petto
era un peso aggiunto. E se in lei l’amore era finito?
A che pro riversare monete d’argento
sul ventre che un tempo l’aveva riscaldato?
Il pensiero lo appesantì ancor più, così sprofondò
nei flutti verso il suo destino: moidori,21 dobloni,
mentre le lente dita delle alghe si arricciavano per chiamarlo;
sentì il freddo degli annegati entrargli nei lombi.
II
Cosa ci faceva laggiù? gli chiesero le testuggini dalla testa
di papa dai loro palazzi di corallo, agitando le pagaie
incrostate di anelli, spintonate dai curiosi delfini
dalla nera pelle lucente. Cosa? chiesero i vitrei cavalli marini,
arricciandosi come domande. Perché cavolo è venuto,
quando aveva una bella vita lassù? I muschi di mare
con rabbia scossero le barbe, come cedri sottomarini,
mentre procedeva nell’acqua buia. L’amore non contava più
delle monete di luce che sgorgavano dalle porte del galeone?
Nel regno d’osso dei coralli si calcifica la pelle.
In quel giardino oscillante immensi ventagli dondolavano
sui cardini, mentre le dita delle alghe intascavano
occhi-monete con i profili di re iberici;
qui il fondo era di fango, non di sabbia corrugata
che mostra le costole; qui i pesci mutanti
avevano occhi sgranati; in quel mondo senza suono
succhiavano il corallo bianco, svuotandolo come sanguisughe,
e da quel che sembrava un macigno spuntavano le chele di un granchio.
Non era un mondo fatto per i vivi, pensò.
Ai morti non servono i soldi, come a lui, ma forse
odiavano lasciarsi sfuggire le cose duramente sudate.
Il fondo del mare gli offriva cadaveri a brandelli,
morti nell’attraversarlo, i capelli come alghe,
le ossa lunghe dita di corallo, le bolle degli occhi
lo guardavano, un cervello-corallo gorgogliava parole,
e ogni bolla inglobava una biografia,
non meno della bocca della bottiglia, ma per Achille,
calpestando il pacciame del Mar dei Caraibi,
non c’erano monete per placare quel male profondo.
Tra le porte muschiose scintillava il tesoro di secoli
che il ciclope, cieco di luna, contava; ogni alga
rastrellava le ghinee saggiate con molli mascelle.
A ogni onda la luce lastricava d’argento il soffitto.
Poi vide il galeone. Le porte oscillanti delle cabine
sventagliavano volte di sgombri d’argento. Vide il luccichio
delle loro squame-monete, poi le ombre dei tentacoli,
con il moto dell’avaro che miete il suo oro.
Sciolse la zavorra e schizzò su. Il giorno seguente crebbe il silenzio
del galeone, i suoi tentacoli lo chiamavano, finché il relitto
scomparve con la speranza di avere Elena. Ancora una volta il mollusco
era la sua moneta, la sua banca la conchiglia. Ora, giorno dopo giorno,
si sentiva lucido come il mare, e strappava trine di ventagli
dalla scogliera proibita, o seguiva una razza
che nuota come un crocifisso quando intuisce l’arpione,
e raccoglieva le conchiglie che aveva affogato.
E anche se aveva perso la fede in una nave immaginaria,
un’ancora gli divideva ancora la fronte quando l’aggrottava,
perché la chiglia rigata, ora, era uno spettro
e non sapeva dov’era. Nessuno la ritroverà.
Pensò ai teschi bianchi che ruotano laggiù come dadi
gettati dalle dita della risacca, ne condivideva la sorte;
vide capitani portoghesi affogati, i loro occhi di corallo
fruscianti di sardine, mentre trascinava la sacca delle aragoste,
tutta barbe di muschio, sotto l’ombra fredda del forte.
III
Filottete provò a metter pace. Disse a Ettore
che erano uomini, che lui sopportava la propria ferita
con la pazienza che Dio gli dava, che tra loro il cattivo
sangue portava sciagura, che c’era un legame
a unirli: il mare. Il mare che aveva mutato i cedri
in canoe, dal giorno in cui avevano abbattuto gli alberi sulle alture. Qualsiasi cosa faccia una donna, disse,
sono fatti suoi, ma gli uomini sono legati dal lavoro.
Ma nessuno l’ascoltò. Così Ettore. Così Achille.
CAPITOLO IX
I
Nella stagione degli uragani, quando tutto è tempesta,
Achille restò senza soldi. Il suo compagno, Filottete,
gli trovò da lavorare la terra. Lasciò la canoa per una mangiatoia
nell’allevamento di porci di Plunkett. Il suo remo una scopa.
Camminava sull’umida erba fischiante, proteggendo la testa
con un sacco, risparmiava facendosi sei miglia fino alla tenuta.
La pioggia sibilava sotto foglie nere, una nebbia chiara
guizzava sui pascoli lacerati, i bambù sul pendio erano a pezzi
come lui. Nelle raffiche sozze gli mancava l’odore del mare.
Era felice che Plunkett in fondo l’aiutasse nonostante
Elena e la casa. Le mucche muggivano sotto gli alberi,
il tratturo ocra della fattoria zigzagava in rigagnoli
di creta melmosa che gli fasciava le dita dei piedi.
Non c’era il sole, ne era certo. Né falche scrostate
dove oziavano i caldi remi, né il mare con le vele strinate.
Con gli stivali risucchiati dalla melma spalava
il pastone delle mangiatoie fumanti nel fitto recinto, e con un salto
si allontanò dai maiali arruffati, una valanga
che gli investiva le ginocchia all’aprirsi del cancello di legno.
Poi con la scopa scrostò la crosta di sterco dal cemento
e la merda come un ragno si dileguò nello scolo
quando batte il secchio di ferro galvanizzato
contro il muro maleolente, e poi lo scagliò con la forza
di più colpi rabbiosi, come onde crestate contro
uno scoglio-fortezza, fluttuando. Malediceva le grida
dei condannati: panico di porci infeltriti di merda,
zoccoli scivolosi che sfondavano la porta dei sogni.
«Mi manca la pioggia leggera, mi mancano le stagioni»,
così Maud si lamentava di un clima senza sfumature.
Una brezza denunciò l’insulto, e la collera del monsone
scatenò la pioggia, finché tra il porcile e il portico
circondato dall’acqua crebbe una giungla fitta
di timpani e tamburi dal monotono rintocco,
le liane sfilacciate fruste sospese tra gli abbaini,
le grondaie galvanizzate ruggivano eruttando.
Poi, madide come carta, le colline si fecero cartiglio
e lei scorse una sfumatura dove non ce n’era alcuna. Bambù
frusciante. Nube rigonfia. Contadino con cappello di paglia
e bastone. Spruzzi di felci. Bianca foschia. Airone sulla cascata.
La mappa del cielo si frantumava in nazioni,
e un nembo circonfuse la luna ricurva quando
Achille vide le nubi sfilacciate, promessa
di un brontolio del cielo che sottolinea i presagi:
dai veli vedovili degli acquazzoni indaco
alle garzette, candele avvitate ai rami oscillanti,
poi la sequenza dei lampi; nei nodi di collera
che lentigginano il vetro caldo delle lanterne Coleman,
glassa di termiti dalle ali strinate che cadono come formiche.
E il giorno dopo, la quiete. E nella quiete aironi e gabbiani
che volano in cerchio sopra la terra. Poi, nella distanza,
la strana luce gialla. Achille andò a comprare il cherosene
nello spaccio affollato di Mamma Kilman, e stava tornando,
con gli occhi brucianti per via delle lampade a gas, quando un bagliore
azzurro accese i tetti e la strada si dilatò per lo schianto
di un fulmine che incendiò le garzette, spruzzando le palme
contro il cielo di gesso crepato. La bottiglia gli cadde di mano.
Pioggia sulla notte galvanizzata. Elena nelle sue braccia.
Il vento cambiò marcia, un camion a tutta manetta
come il mare. Achille raccolse la bottiglia. Corse, ma prima
di riuscire ad aprire il chiavistello arrugginito
battenti lance di pioggia l’inchiodarono alla porta,
che aprì con una spallata, e sentì il fragore
di diecimila chiodi di ferro rovesciati in un catino
di pioggia sul tetto di latta. I galeoni delle nubi guerreggiavano
con bordate di lampi azzurri. Achille, inzuppato fino alle ossa,
riempì la lampada e l’accese; regolò contro il vento la banda
di ottone e con un guizzo si sfilò la camicia nel letto.
Lo stoppino contorceva ombre, i banani del cortile
lottavano per condividere il piccolo tetto sulla sua testa.
Dopo un po’ si abituò al rumore assordante
della lamiera. Mangiò un luccio freddo e pregò
che la sua fredda canoa fosse in secca, al sicuro.
Immaginò il galeone, il suo spettro, fra le corde
sfilacciate dell’uragano mentre abbassava lo stoppino.
Ettore e Elena. Giaceva al buio, sveglio.
II
Ettore non era con Elena. Era con il mare,
cercava di salvare la sua canoa, la corda dell’ancora
si era allentata, ma scrosci di pioggia nera senza requie
facevano ruotare la prua nel cavo dell’onda mentre a tastoni
cercava l’ormeggio, e nelle onde coperte di noci di cocco
lo scafo imbarcava acqua, la sentina un gorgo intorno ai piedi;
ogni onda uno schianto. Spruzzi alti come case.
Poi il boato dalla voce di cannone che s’infrange,
la terra nascosta dalla pioggia, quasi fosse vicina
all’acqua stridente di sabbia, e poi ebbe paura
quando vide come puntavano oltre il faro
che girava nelle raffiche, l’ancora perduta, la barca
con la falca in acqua, così spostò il peso,
pagaiò forte col remo corto per raddrizzarla,
ma pagaiava l’aria, biancobrune le creste dell’onda,
ribollenti di palme strappate; si alzò con il remo,
oscillando sull’asse della chiglia, poi sedette, l’anima zuppa
e tremante. Strisciò fino alla prua e si tuffò verso la spiaggia,
ma la poppa che girava lo colpì, così stette sotto
i detriti per trovare un po’ di calma e profondità, ma più
s’immergeva, più la corrente lo faceva girare, e tra i tuoni
e i fulmini vide la canoa affondare senza alcun dolore;
per un po’ cavalcò il cavo dell’onda
nuotando sulla schiena, per misurare l’intervallo
tra cresta e cresta, poi come un surfista scivolò
sul muro d’acqua che lento si levava; prese il ritmo,
nuotava nell’onda che si sfaldava, senza opporsi al mare,
lasciandosi trattare come una trottola, come spazzatura
alla deriva; poi sentì il turbine della sabbia
fine, e barcollando si alzò in piedi sulla secca.
III
Il Ciclone, ululando perché una lancia scagliata
da una palma gli ha quasi scorticato l’unico occhio,
guada con le onde alle ginocchia. Mentre avanza alla cieca
il Fulmine, messaggero sui trampoli divaricati, zigzaga
qua e là per il cielo, o scoppietta sui frangenti, elettrica
forcella d’osso che si spezza. La moglie, Mamma Pioggia,
rovescia secchi dal terrazzo dell’ultimo piano di casa.
Scuote la zazzera fradicia delle palme e una volta di più
sposta i mobili, le rotelle brontolanti delle nuvole-sofà
non svegliano il Sole. Il Sole, dopo aver sgobbato tutto
il giorno, dorme come un sasso. Passato il trambusto,
sarà lui a far pulizia dopo quella maledetta festa.
Così, al primo accenno di pioggia, se n’era andato a letto.
E ora, come un vaso di carbone con promontori per maniglie,
il Mare cucina un temporale, gocce di pioggia sfrigolano
come lardo, le candele vanno a ruba nello spaccio
di Mamma Kilman. Candele, chiodi, preghiere
in aumento, e il rincaro dei fiammiferi e del pane.
Nella grigia foresta verticale della stagione degli uragani,
quando il mare fangoso restituisce le ghirlande dei morti,
quel che il villaggio poteva fare era ascoltare gli dèi in concilio
suonare qualsiasi strumento che capitasse a tiro:
il mare che sospira ora con voce di arpa, ora di cetra,
i ciottoli-nocche; nelle grotte Nettuno risponde al ritmo
dei bruschi tamburi shango22 Cominci la festa!
Erzulie fa tintinnare il suo rarà; Ogun, il fabbro, sente
il Non Dolore; Damballa23 si attorcigliava come una lucertola
mentre i loro immensi piedi rumoreggiavano sul soffitto,
e il dio del mare, ubriaco, barcollava da un muro all’altro, dicendo:
«Mamma, con questa musica così alta vado fuori di testa»
e vomitava sulla sua battuta. La gente pregava,
ma poi gli dèi, sfiniti, diedero una festa,
e la festa continuò per giorni, e la musica andava
dalle polche di pioggia alle onde che ballavano La Comète,
e la risacca batteva le mani quando cambiava il ritmo.
Che gli dèi non sono uomini, tra loro se la intendono,
danno una festa d’uragani nella loro dimora di nubi,
e quel che affratella gli dèi è il tempo burrascoso,
dove Ogun può scagliare una saetta con Zeus, suo pari.
Nella baracca Achille sentì lo sciac-sciac e il violino
nei fili del telefono, un suono simile ai gemiti
di Elena, o di Sette Mari, cieca vela nella pioggia.
Nelle valli devastate, accartocciando acqua bruna
davanti alle prue, veicoli di passeggeri, coi fari accesi,
lenti ondeggiavano su strade che erano fiumi, attraverso
il macello del raccolto di banane, e rigide vacche gonfie
di melma trangugiata, e le corna ramificate degli alberi scosse
lungo le rive come quelle di alci migranti. Era come se
i fiumi, invidiando il mare, stanchi di essere attraversati
con un salto, si fossero fusi in un potere così massiccio
da convertire villaggi in isole e i ponti in setacci
di una forza che spazzava via le fogne. La pioggia
passò, ma la gente guardava il bordo dell’altura
sfilacciato dal suo ritorno, e la piena, orgogliosa,
si riversò in mare; allora Achille udì i tunnel
di acqua bruna ruggire nelle mangrovie; la marea
nascose le chiglie delle canoe, e fino all’orlo le falche
trattenevano la pioggia, che le avrebbe marcite
se non venivano sgottate. Il fiume era soddisfatto.
Anche lui era un dio. Troppo era stato dimenticato.
Poi, come un topo dopo la festa, gli artigli arricciati come muschio,
avanzando nella rugiada mentre il faro apriva il suo occhio,
la luce del sole fece capolino, e la gente ispezionò i danni
compiuti dagli dèi, sotto un cielo che schiariva.
Le candele, già corte, morirono. I grandi trattori gialli
rimossero l’insalata degli alberi, uomini in giacche gialle
raddrizzarono i sostegni dei pali morti, i capi cantiere
con gli elmetti bianchi e con le cerate ascoltarono le nacchere
delle onde che risalivano le isole, avanzando da qui
fino a Guadalupe, i fili imperlati restavano immobili.
Videro il guazzabuglio fatto dagli dèi in una sola notte,
mentre il Fulmine alzava le grucce sopra l’ultimo colle.
Achille sgottò la canoa sotto un mandorlo tremante
di pioggia. Confidava in giorni scintillanti di sole prima
della tormenta successiva, e la frescura era meravigliosa.
CAPITOLO X
I
Plunkett si disperò per il tempo di merda,
gli indaffarati torrenti di metà luglio
misero la fattoria in ginocchio. Quest’anno
la pioggia era una boscaglia ferma, il cielo cresceva rami
all’ingiù come mangrovie, o un immenso baniano.
Le lampadine penzolavano fioche dal tetto del recinto,
i fili erano appiccicosi di mosche e lui, come tutti,
osservava le correnti, odiando lo strano silenzio
che s’impadroniva dei suoi uomini a lavoro finito.
Si accorse che l’avrebbero sempre visto come
un padrone; avevano il suo tetto sopra la testa,
quando sedevano sconsolati a guardare la pioggia
erodere e dissolvere gli argini delle aiuole di Maud,
con gli occhi vuoti rannuvolati da un dolore dimenticato
nel bianco tafferuglio dei gigli, le tavole gocciolanti
d’acqua torta come corda soffiata via dal recinto crepato,
mentre Maud sedeva a ricamare gli uccelli della sua trapunta
nella casa illuminata che ogni raffica orizzontale
sospingeva più lontano. Plunkett la vide nelle finestre
e sentì che andava alla deriva, proprio come lo spettro
del galeone affondato. Se la squagliò verso casa.
Restò a casa. Il gatto fulvo piantò le zampe
sulla finestra del ricamo. I porci correvano al macello
come fanteria stanca di vanghe e trincee,
e i gigli esasperati dalla pioggia scelsero una morte per acqua
come le vergini incinte nei romanzi vittoriani.
Maud ne salvò alcuni. Con un cappello e una cerata gialla
si piegò sulle aiuole sotto una pioggia leggera;
poi le aiuole scurirono, e la pioggia rinvigorì
in un acquazzone più violento del precedente.
Caddero alberi e pali della luce. In casa si accesero le lampade.
L’inverno li assediò con settimanali svampiti e tazze di tè.
Oltre le orchidee Maud fissava gli scialli grigi della pioggia
traversare il prato grigio, poi scendere verso il mare grigio.
Accanto alla lampada a lacrima-di-cristallo portata dall’Irlanda
canticchiava, smetteva, canticchiava. Trapiantava
bulbi di gigli sopravvissuti, con le sue mani venate come foglie.
Seychelles. Seashells. Lui la guardava, poi, con sorsi rumorosi
che la mandavano in bestia, succhiava il tè. Si sentiva rabbioso
come il monsone, quando Maud si metteva a strimpellare
«Bendemeer’s stream», e ogni accordo fasciava la casa
con nervi d’edera urticante; riempiva la pipa fino all’orlo,
la mordeva raddrizzandola, e in un raptus marciava
sul pianoforte e con furia sbatteva il coperchio
mancando le dita di lei. Maud aspettava. Richiudeva
Airs from Erin e, con cautela, le nascondeva
sotto il velluto dello sgabello del piano, lo sfiorava
con lo scialle, e lenta saliva le scale, facendo
crocchiare le dita. Nessuno è fesso come un vecchio fesso,
sbottava il Maggiore. La finestra era rigata di lacrime,
ma le lacrime non vennero. Era la vecchia ferita alla testa.
Cazzate. Facili scuse. Non aveva mai dato la colpa alla guerra.
Era come il peccato originale. Poi il Maggiore sentì
qualcuno bussare piano. La voce disse: «Maggiore?
Maggiore, noi andiamo», e se ne andò. Il gatto fulvo
si srotolò dal divano. Plunkett lo sollevò piano, lo sistemò
vicino alla finestra perché guardasse il mondo
come a lui non riusciva più. Poi, col cuore pesante, salì
le scale, socchiuse la porta: lei dormiva. Ma non dormiva mai
con un braccio sugli occhi. Sciolto nel dolore, il Maggiore
sedette sul letto, poi, insieme, piansero la pioggia
del perdono che piangono quelli che hanno davvero amato.
La pioggia sembrò durare una stagione, poi cessò.
II
Quando la pioggia passò, portarono la Land Rover verdeoliva
a fare un giro dell’isola scintillante, sugli alti prati con rosse
macchie di xeràntemo e vecchie cose da scoprire;
le mezzelune verdescuro ospitavano villaggi africani
che, nel corso dei secoli, avevano eretto baracche con tetti di latta,
e in pietra una chiesa quadrata, finché a poco a poco
le baracche non strisciavano giù dalle creste per farsi città.
La Storia le vedeva così. Plunkett studiava le vie
che la storia offriva: le strade rotte, i limpidi fiumi
che si coagulavano in lagune seppia, dove bambini
dal fegato già provato dall’anchilostoma talvolta
si buscavano la bilarzia.24 Belli, pericolosi torrenti.
Il loro passato era piatto come una cartolina, e il futuro
una cartolina più piatta e allegra, con i grafici
dei charter e le escursioni di miseria garantita.
Plunkett sentì il suo lentigginoso cuoio capelluto, con ciuffi
dei radi capelli nei frulli sfilacciati della tormenta svanita;
ma il sole eruppe tra i nebbiosi precipizi con un doppio
arcobaleno che fece da turbante alla Sorcière,
la montagna maga che porta un fazzoletto di madras
e occhiali lampeggianti. La chiamavano Mamma Kilman
perché il villaggio veniva oscurato dal loro crederla
una gardeuse, una sibilla, una sacerdotessa obeah;25
preso nella ragnatela di un sapere d’oltretomba
riflesso nelle sue lenti crepate. Qualche volta fece la comunione
con Maud, ma vacillava per un vecchio dubbio africano
un istante prima di prendere la bianca foglia della cialda.
La Rover uggiolava su per il Morne finché non videro,
sotto uno scaffale di asfalto assolato, il salto smisurato
della valle del Cul-de-Sac e la dentellatura dei picchi
impregnati d’indaco. Un cielo, greve come una spugna,
toccava con perline d’acqua, che poi asciugarono, i banani
spianati, con il loro puzzo di sterco fresco di melma;
ma i fossi d’irrigazione erano canali di luce
e le buche ovali piccoli specchi di nuvole
bluastre che i pneumatici frantumavano,
ma quasi all’istante tornavano specchi lucidi,
finché la verde rovina della tormenta non contava più,
e la strada luccicante donava solo affetto mentre
osservavano la luce del sole ridefinire il tetto del vecchio
zuccherificio di Roseau. La strada risaliva la baia,
e un vento fresco intrecciava i bambù come vimini,
orientandoli con lingue di luce giù verso Anse La Raye,26
chiacchierando speranzoso con i giovani germogli
che sarebbero spuntati dalla tempesta. La gioia era rafforzata
da ragazzi seminudi che inseguivano la Rover tra le grida,
offrendo banane, finché le curve, facendosi rettilineo,
li lasciarono boccheggianti, appoggiati agli alberi umidi,
e altri di loro non spuntarono dall’erba oltre la curva;
e il mare dispiegò il suo azzurro intorno alle Canarie,
e la strada, serpeggiando tra precipizi ocra,
era come una corda che li legava, più stretti
perfino dell’uragano, con i suoi silenzi celesti,
proprio come le liane che talvolta si annodano
intorno a due tronchi, o come un albero che cresce
foglie nel cuore della foresta, legando ogni loro vena
e radicandola all’isola per il resto della vita.
I corni dell’isola sono picchi separati
da un vulcano. Tra le felci, la Soufrière attende
sotto sorgenti il cui fumo segnala il tuono
dei morti. È un luogo dove un’antica paura
cresce mentre ti avvicini. Buchi di lava bollente
gorgogliano nelle Malebolge, dove teschi coperti di melma
s’affastellano, moltiplicando una sull’altra le teste,
e le fessure soffiano gas zircone sulle calve alture.
Era questa la porta di zolfo per cui doveva passare,
che gli strinava la memoria, anche se si tappò il naso
finché il puzzo non sbiadì in una pace verdeggiante,
come scoprire i teschi nelle fosse di calce di Auschwitz.
La ferita si chiuse in fumo, il vento l’avrebbe riaperta,
da una fenditura fuoriuscì il gas di un geyser come
il vapore che all’improvviso fischiò fuori dal coperchio
del radiatore malchiuso, che gli avrebbe scottato la faccia
se non fosse saltato indietro. Riempì il circuito di raffreddamento
con l’acqua tra le felci di un rigagnolo. Poi continuarono a salire
tra felci più grandi e più verdi, le loro ampie fronde grandi
come la cinghia di un ventilatore, oltrepassarono la vecchia
miniera di zolfo con la ruota arrugginita, i gherlini di liane,
dove Bennett & Ward, suoi compatrioti,
nel 1836 tornarono in Inghilterra quando la boscaglia
e il carotasse li costrinsero a chiudere l’insensata impresa.
Funebri corone di muschio drappeggiavano il loro sforzo.
I denti giganti della ruota bloccati nella ruggine. Come fallirono?
Una questione di soldi? O uno dei due si è beccato la febbre
e, giallo come quella foglia, nel delirio ha bofonchiato
di un’alchimia capace di mutare lo zolfo in oro,
mentre il socio gli asciugava il freddo sudore di quel sogno
dalla fronte? O hanno avuto un’altra offerta
da qualche parte sulle terre di confine della libertà
e della libera intrapresa che venne con l’impero?
Qual era la loro forza? Come avrebbero estratto
il minerale dalla miniera e come l’avrebbero trasportato? E dove?
O semplicemente finirono i soldi e questo è quanto,
finché la febbre del fieno e la boscaglia non fermarono il progetto
e il loro gruzzolo si fece erbaccia? Plunkett vide la ruota
dell’ingranaggio mostrare i denti allo zolfo che ancora restava.
III
Di fronte, sulle affilate cime azzurre, le orchidee
crescevano lungo i sentieri. Qualche volta, un boscaiolo
le spaventava con la sacca piena di teste di serpenti
da vendere a Der Guva’ment.27 Camminava senza far rumore,
un raggio di luce che si rifrange sul suolo della foresta
senza scuotere le felci, le suole calme come il muschio.
Attraverso ceppi-denti marroni indicò la cresta
del monte con spalancati precipizi, dove il fumo
saliva da una cava di carbone, e sotto il fumo, i versi
di un bianco, amnesico Atlantico, poi con un inchino,
e una benedizione patois dagli antichi gesti africani,
silenzioso come la luce sulla strada, i Plunkett lo guardarono partire.
L’Inghilterra gli sembrava soltanto il luogo dov’era nato.
Che strano preferire ai suoi paesaggi pastorali
– ragionevoli foglie che ombreggiano terra ragionevole –
queste sguaiate foreste che infestano vette ignoranti,
queste sorgenti che parlano un dialetto che gli rinfrescava
la mente più dei pascoli con i castelli! Preferire il silenzio
di un brumoso Atlantico corrucciato dal vento salato!
Altri l’avrebbero letto come «un ritorno alla foresta»,
ma furono i porti, uno dopo l’altro, a chiudere la sua ferita.
Erano molte le cose dell’isola che Maud detestava:
l’umidità che faceva marcire la biblioteca era la peggiore.
Filtrava attraverso la fodera del pianoforte e gettava
la rovina tra i martelletti, cosicché l’accordatore
costava una fortuna. Poi gli schiamazzi della luce
sugli scalini del mercato; insetti di ogni genere,
mosche-della-pioggia soprattutto; una piccola termite
riduceva le case a un guscio vuoto dalle finestre cieche;
americani che entrano in banca tranquillamente scalzi:
questi sono diventati un flagello peggiore degli insetti
che, almeno, sono indigeni. Integralisti col turbante
che con candele incitavano le suore alle gioie delle sette,
la velocità dei trasporti passeggeri sull’autostrada
senza bordi, comete che sfrecciavano fuorivista
portando un lampo al cuore; il monsone che rabbuia
il luglio spietato con chiazze di sole mercuriali
quanto Elena, l’obliqua bellezza d’ebano
dagli occhi a mandorla. E poi un’euforica
aurora inondava il giardino di Maud, versando luce
implacabile sui gigli angelici, nei calici gialli
dei fiori del mattino, e sulla trina serafica delle Queen Anne.28
Proprio allora Plunkett vide la farfalla attaccata a un filo d’erba
come uno stendardo nervoso. L’aveva seguito fin qui.
Le ali estensibili pulsavano fino al suo sangue tremulo,
le mani ripiegate come ali in una parodia di preghiera;
poi si aprirono, come gli occhi delle forbici di Maud
che seguono una cucitura. Era condannato a vedere Elena
ogni volta che una farfalla si alzava dal giardino di Maud?
Ma cosa voleva? Esorcizzare (per la Storia)
il furto del vestito giallo? Anelava al perdono di lui?
Dopo un po’ la felicità si fece opprimente,
solo i morti sanno sopportarla, in paradiso,
e così per molto tempo sembrò egoista. Sentiva
quelle ali limone come dipinte con gli occhi di lei.
C’è troppa povertà sotto di noi. Ogni foglia
definisce i suoi limiti. Tutte le radici hanno una storia.
«È così calmo. Un ritorno di Adamo ed Eva» bisbigliò
Maud. «Prima del serpente. Senza il peccato».
E la pace era così profonda, sedevano nella Rover ascoltando i bambù. Plunkett avviò il motore e scesero tra le scosse dei solchi della pioggia, sballottati su sospensioni gementi fino al monotono mondo reale.
