domenica 19 luglio 2026

IL CACCIATORE CELESTE ORIONE Roberto Calasso

 



IL CACCIATORE CELESTE
ORIONE
Roberto Calasso

Nel libro di Calasso, il mito non è solo racconto: è una chiave per comprendere come l’umanità abbia costruito il «divino» attraverso la caccia, la metamorfosi e la colpa originaria della predazione.
Calasso legge Orione come il Cacciatore Celeste per eccellenza. La sua storia segna un punto di svolta:
Nell’epoca arcaica («al tempo del Grande Corvo»), tutto era fluido: animali, uomini, dèi e antenati si trasformavano. La caccia era imitazione e partecipazione mistica alla preda.
Con Orione, il cacciatore diventa «celeste»: la metamorfosi finisce. La sua morte fissa la forma nell’invisibile celeste. L’invisibile si allontana, diventando inafferrabile.
Apollo (dio dell’ordine, della misura, della luce razionale) interviene per separare ciò che era confuso: caccia, eros, divino. La freccia di Artemide (che era orsa, cerbiatta, ecc.) cristallizza Orione in stella.
Orione incarna il cacciatore totale: predatore supremo che ha interiorizzato la predazione. La sua catasterizzazione (trasformazione in astro) è insieme apoteosi e fine di un’era. Calasso collega questo al passaggio dal Paleolitico alla civiltà: la caccia diventa rito, sacrificio, e infine metafora della mente umana.


IL CACCIATORE CELESTE 
ORIONE
Orione era un cacciatore smodato. Viveva soltanto nella caccia, che poteva trasformarsi in bonifica o in mero sterminio. A Chio, l’isola dei serpenti e della vite, promise a Enopio di liberarlo di quegli animali nefasti. Allora agì da eroe civilizzatore. Ma in altre occasioni Orione pretendeva di sterminare gli animali e li uccideva «amenti corde», «con animo delirante». E così feriva un ordine che lo precedeva, lo includeva e non doveva essere violato. In ogni momento e qualsiasi cosa facesse, Orione oscillava fra il benefico e il malefico.

    Corinna, maestra e rivale di Pindaro, disse di Orione che era «il più devoto» fra gli uomini. Ben diversi i moderni. Nel Novecento, Fontenrose lo trovava piuttosto «ottuso»; e in età romantica K.O. Müller scrisse che, a quanto pareva, «per i popoli antichi era molto naturale considerare Orione come un gigante poderoso, però anche come un tipo insolente e stolto». Ma le vicende di Orione vanno misurate su tempi astrali. Senza battere ciglio, Lévi-Strauss puntualizzò: «Gli studiosi della preistoria ritengono che gli Indiani americani siano arrivati dal Vecchio Mondo durante il Paleolitico medio, [67] e noi potremmo ammettere che la mitologia di Orione risalga a un periodo altrettanto antico, e sia giunta con loro».
Orione non era un gigante ma era pelṓrios, parola che indica qualcosa di immane e portentoso. «Le potenze di un tempo», si dice in Eschilo, erano pelṓria. E anche Achille è pelṓrios, come tutto ciò che è soverchiante e incontenibile. Anche i flutti e le armature. Ma soprattutto Orione era bellissimo. Quando Odisseo, nell’Ade, vide Oto e Efialte, disse che mai sulla terra erano apparsi esseri «più alti e più belli, a parte il nobile Orione». Che Odisseo poco dopo sarebbe riuscito a vedere, mentre cacciava sul prato degli asfodeli le belve «che aveva ucciso egli stesso sui monti deserti». Sulla terra come nell’Ade, come in cielo, dove brillava ogni notte, Orione non poteva fare altro che questo: cacciare.

     Della nascita di Orione si davano due versioni, che non potevano essere più distanti e incompatibili. E lo stesso vale per ogni episodio della sua vita, di cui sussistono soltanto schegge aguzze e frantumi. Eppure si trattava di una vicenda molto antica e nota a tutti, se Calipso volle evocarla al primo posto fra gli amori funesti di dee e mortali.

    Ma già nel quinto secolo, «sebbene i Greci conoscessero la costellazione che portava il suo nome, l’eroe Orione si era confuso nello sfondo, eclissato da Eracle, Teseo, Perseo e altri eroi». I tragici lo ignorarono, salvo in un dramma satiresco di Sofocle, Kēdalíōn, di cui quasi nulla rimane.

    Le due versioni della nascita di Orione hanno un solo tratto in comune: il padre – o uno dei padri – Poseidone. Che avrebbe generato Orione con Euriale, figlia di Minosse. Della quale null’altro si può dire, se non che era sorella di Fedra e Arianna. Quelle due principesse audaci e votate alla sventura erano le sue zie.
[68] L’altra versione è un perenne scandalo. Non soltanto K.O. Müller ne parlava come della «ripugnante leggenda della procreazione di Orione, che si vorrebbe molto volentieri espellere da questo ciclo mitico altrimenti così bello». Persino Ovidio, certamente non schifiltoso, giunto al punto cruciale della storia si ritrasse: «pudor est ulteriora loqui», «il pudore impone di non aggiungere altro». Accennava a ciò che era accaduto un giorno, verso la fine del pomeriggio, vicino a Tanagra. Tre uomini camminavano nella pianura. Due erano maturi e possenti, il terzo un giovane dal profilo tagliente. Zeus, Poseidone e lo psicopompo Hermes, in rappresentanza del terzo fratello, Ade. Ma si sa che Ade evita di farsi vedere sulla terra.

    Un vecchio contadino stava seduto davanti a una casa angusta. Disse: «La strada è ancora lunga e la nostra porta è aperta per gli ospiti». Gli dèi lo seguirono, dissimulandosi. Pareti affumicate, fuoco quasi spento. Il vecchio provò a ravvivarlo. C’erano due pentole, con fave e cavoli. Cominciarono a bollire. Il vecchio versò un primo bicchiere di vino a Poseidone. La mano gli tremava. Poseidone disse: «E ora tocca a Zeus». Quando udì quel nome, il vecchio sbiancò.

    Appena si riprese, non ebbe dubbi. Volle immolare l’unico bue da lavoro che usava per il suo piccolo campo. Mentre le carni arrostivano, i tre dèi si erano allungati su bassi letti, dove il lino copriva strati di alghe. Cominciò a circolare un vino che il vecchio aveva travasato molti anni prima. Ora c’era calore. Zeus disse: «Se hai un desiderio, dillo. Avrai tutto». Il vecchio rispose che era solo. La sua cara sposa, un amore di giovinezza, non c’era più. Un giorno le aveva detto che sarebbe stata la sua unica donna. Voleva tenere la parola. Ma ora desiderava un figlio. I tre dèi annuirono. Poi si alzarono e si disposero attorno alla pelle del bue che Hermes aveva appena scuoiato e disteso come un tappeto sanguinolento. Schizzarono il loro seme sulla pelle del bue. Poi la seppellirono. Dieci mesi dopo vi nacque Orione.
[69] Della nascita di Orione si trova in Ovidio una versione che, secondo Gruppe, era una «parodia». Nell’episodio quale è raccontato nei Fasti, i tre dèi orinano sulla pelle del bue e così fanno nascere Orione. Ma i Greci e i Romani sapevano bene che nessun essere può nascere dall’urina. Mentre avevano accettato che Erittonio, supremo guardiano di Atene, fosse nato da un panno intriso dello sperma di Efesto che Atena, furiosa, aveva scagliato sulla terra. Efesto, in un momento di aberrazione, l’aveva assalita nella sua officina e il suo sperma aveva bagnato una coscia della dea. Inorridita, Atena si era solo preoccupata di detergersi e liberarsi di quel panno umido. Da cui un giorno Ge avrebbe partorito colui che per Atena sarebbe stato non meno caro di un figlio.

  Di là dal Mediterraneo e dal Khyber Pass, sotto un cielo remoto, altri dèi fecero nascere Vasiṣṭha, uno fra i Saptarṣi, i Sette Veggenti che poi presero dimora nell’Orsa Maggiore. Erano Mitra e Varuṇa, sovranità terrestre e celeste. A differenza di Zeus, di Poseidone e di Hermes, non conosciamo i loro volti. E di Varuṇa si può dire che era il più misterioso fra tutti gli dèi.

    Non si sa quando né perché – il Ṛgveda si astiene di regola dal precisare questi dettagli –, Mitra e Varuṇa evocarono un fantasma femminile, Urvaśī, suprema per bellezza fra le Apsaras, le Ninfe celesti. Come Zeus, Poseidone e Hermes avevano fatto schizzare il loro seme sulla pelle di un bue appena scuoiato, Mitra e Varuṇa lo lasciarono cadere in un orcio, kumbha, da cui sarebbe nato Vasiṣṭha, che poi fu detto kumbhayoni, «nato da un orcio come matrice». Quell’orcio, precisa il Ṛgveda, era la «mente di Urvaśī». Rispetto alla crudezza legalistica della nascita di Orione nella versione di Ovidio, scritta in stile da puro Quirite, siamo qui di fronte a una vicenda molto più articolata e sottile. Mitra e Varuṇa non fecero a meno dell’apporto femminile per far nascere un essere. Anzi, vollero lasciarsi soggiogare dal fantasma [70] rapinoso di una Apsaras perché schizzasse il loro seme «alla vista e nelle vicinanze di Urvaśī».

     Caccia e eros componevano il tutto della vita di Orione. Nessun’altra sua attività è testimoniata. E nessun’altra passione. Se non, a momenti, la tracotanza. «Sterminerò tutte le fiere» disse un giorno – e Artemis si offese. «So tirare con l’arco meglio di te» aveva detto un altro giorno alla sua compagna di caccia, che di nuovo si offese. E per Artemis nessuna offesa era parola vana. Una volta, Orione aveva osato sollevare un lembo del suo chitone, che già era corto. E un’altra volta aveva assalito Upi, sua seguace fra gli Iperborei, ed era come avesse assalito lei stessa. Eppure Artemis continuava a cacciare insieme a Orione.

    «Pallidus in Side silvis errabat Orion», «Pallido nella foresta errava Orione, cercando Side»: così Ovidio evoca Orione, amante bellissimo e talvolta infelice, alla ricerca di Side, la sua sposa-melagrana (questo significa il suo nome), inghiottita nell’Ade perché aveva osato rivaleggiare in bellezza con Hera. Ma questa apparizione di Orione doveva essere coperta e soppressa da quella del bruto sterminatore di fiere, così quel verso di Ovidio si corruppe, di copista in copista, e al posto di Side si lesse linces, come se si trattasse di una scena di caccia. C’era però una incongruenza. Perché il cacciatore Orione avrebbe dovuto ostentare il pallore che è proprio dell’amante («Palleat omnis amans» secondo il precetto di Ovidio)? E finalmente venne in soccorso Heinsius con la sua editio nova di Ovidio, Amsterdam, 1658. Fu lui a ripristinare il nome di Side. Salus ex philologis.