martedì 5 maggio 2020



KAFKA SULLA SPIAGGIA
Haruki Murakami

Il ragazzo chiamato Corvo – E cosí il denaro sei riuscito a trovarlo? – chiede il ragazzo chiamato Corvo. Il modo di parlare è il solito, un po’ strascicato. Come di uno che si è appena svegliato dopo una lunga dormita e ha i muscoli della bocca ancora intorpiditi. Ma il suo è solo un atteggiamento: in realtà è perfettamente sveglio. Come sempre. Io annuisco. – Quanto? Rifaccio un’altra volta il calcolo a mente, quindi rispondo: – Circa quattrocentomila yen in contanti. Poi c’è ancora qualcosa che posso prelevare con la carta. Naturalmente non credo che basti, ma almeno per ora dovrei farcela. – Non è male, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – Almeno per ora. Io annuisco. – Però questi soldi non li hai certo ricevuti da Babbo Natale, o sbaglio? – dice. – No, – rispondo. Il ragazzo chiamato Corvo si guarda intorno, storcendo leggermente le labbra in una smorfia ironica. – Non sarà che provengono dal cassetto di qualcuno, qualcuno molto vicino? Non rispondo. Lui sa benissimo di chi è quel denaro, è ovvio. Non sta cercando di strapparmi una confessione. Mi sta semplicemente prendendo in giro. – Beh, pazienza, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – Quei soldi ti servono. Ti servono davvero. Devi averli. Qualsiasi mezzo è lecito: chiederli, prenderli in prestito di nascosto, rubarli… In ogni caso sono soldi di tuo padre. Con quelli, almeno per ora, ce la farai. Ma quando avrai finito quei quattrocentomila yen, come hai intenzione di muoverti? I soldi non crescono spontaneamente nel portafogli come funghi di montagna. Avrai bisogno di mangiare, e di un posto per dormire. A un certo punto i soldi finiranno. – Ci penserò quando sarà il momento, – dico. – Ci penserò quando sarà il momento, – ripete il ragazzo, come soppesando le mie parole sul palmo della mano. Io annuisco. – Vuoi dire che cercherai un lavoro o qualcosa del genere? – Forse, – dico. Il ragazzo chiamato Corvo scuote la testa. – Ma quando imparerai qualcosa sulla vita? Come pensi che un ragazzo di quindici anni, in un posto lontano e sconosciuto, possa trovare un lavoro? Se non hai neanche finito la scuola! Chi ti darebbe un impiego? Arrossisco leggermente. Sono uno che arrossisce subito. – Mah, lasciamo perdere, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – Non è il caso di fare un elenco dei problemi, prima ancora di cominciare. Ormai hai fatto la tua scelta. Adesso si tratta solo di metterla in pratica. E comunque sia, è la tua vita. Alla fine, sei solo tu a dover decidere. Sí, comunque sia, questa è la mia vita. – Ma d’ora in avanti, se non diventi piú tosto non ce la farai. – Faccio del mio meglio, – dico. – Certo, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – In questi ultimi anni ti sei rafforzato molto, non si può negare. Annuisco. Il ragazzo chiamato Corvo continua: – Resta però il fatto che hai solo quindici anni. La tua vita è appena cominciata. Il mondo è pieno di cose di cui non sai niente. Cose che tu nemmeno ti immagini. Siamo seduti come al solito l’uno accanto all’altro sul vecchio divano di pelle nello studio di mio padre. Al ragazzo chiamato Corvo questa stanza piace. Gli piacciono molto tutti i piccoli oggetti che ci sono. Adesso gioca con un fermacarte di vetro a forma di ape che ha tra le mani. Naturalmente, quando mio padre è in casa si tiene alla larga. – Però, qualsiasi cosa succeda, – dico, – devo andarmene di qui. Su questo non si discute. – Lo credo anch’io, – conviene il ragazzo chiamato Corvo. Posa il fermacarte sul tavolo, e incrocia le mani sulla nuca. – Però non pensare che questo risolverà tutto. Non per raffreddare il tuo entusiasmo, ma anche se vai piú lontano che puoi, non è detto che riuscirai davvero a fuggire da qui. Secondo me è meglio non fare troppo affidamento sulla lontananza. Ci rifletto per qualche istante. Il ragazzo chiamato Corvo tira un sospiro, chiude gli occhi e si preme le palpebre con le dita. – Facciamo il solito gioco, – dice, parlando nel buio. – Va bene, – rispondo. Chiudo anch’io gli occhi e tiro un lungo respiro profondo. – Sei pronto? Immagina una terribile tempesta di sabbia, – dice. – Dimentica completamente tutto il resto. Seguendo le istruzioni, immagino una terribile tempesta di sabbia. Dimentico completamente tutto il resto. Dimentico perfino chi sono. Divento uno spazio bianco. Subito alcune visioni mi affiorano alla mente. Come sempre io e il ragazzo, sul vecchio divano di pelle nello studio di mio padre, dividiamo quelle visioni. – Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso, – comincia. Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarlo cambi l’andatura. E il vento cambia andatura, per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo, e subito di nuovo il vento cambia per adattarsi al tuo passo. Questo si ripete infinite volte, come una danza sinistra col dio della morte prima dell’alba. Perché quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te. È qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu. Perciò l’unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto, e chiudendo forte gli occhi per non far entrare la sabbia. Attraversarlo, un passo dopo l’altro. Non troverai sole né luna, nessuna direzione, e forse nemmeno il tempo. Soltanto una sabbia bianca, finissima, come fosse fatta di ossa polverizzate, che danza in alto nel cielo. Devi immaginare questa tempesta di sabbia. Immagino questa tempesta di sabbia. Un vortice bianco che sale dritto verso il cielo come una grossa fune. Usando tutt’e due le mani mi tappo con forza occhi e bocca per impedire che quella sabbia finissima mi entri nel corpo. La tempesta si avvicina sempre di piú, punta verso di me. Non mi ha ancora raggiunto, ma già sento sulla pelle la forza del vento. Da un momento all’altro potrebbe inghiottirmi. Poi il ragazzo chiamato Corvo posa piano una mano sulla mia spalla. All’istante la tempesta di sabbia si dilegua. Ma io resto a occhi chiusi. – D’ora in avanti tu devi diventare il quindicenne piú tosto del mondo. In qualunque situazione. Non puoi fare altro, se vuoi sopravvivere. E per farlo, bisogna che tu capisca che cosa significa diventare veramente un duro. Intesi? Resto in silenzio. Vorrei addormentarmi cosí, dolcemente, con la sua mano sulla spalla. Un lieve sbattere d’ali mi arriva all’orecchio. Mentre scivolo nel sonno, il ragazzo chiamato Corvo continua a sussurrarmi: – Stai per diventare il quindicenne piú tosto del mondo –. Come se mi imprimesse nel cuore un tatuaggio con inchiostro blu scuro. E naturalmente dovrai attraversarla, quella violenta tempesta di sabbia. È una tempesta metafisica e simbolica. Ma per quanto metafisica e simbolica, lacera la carne come mille rasoi. Molte persone verseranno il loro sangue, e anche tu forse verserai il tuo. Sangue caldo e rosso. Che ti macchierà le mani. È il tuo sangue, e anche il sangue di altri. Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi era entrato. Sí, questo è il significato di quella tempesta di sabbia. Quando verrà il giorno del mio quindicesimo compleanno, scapperò di casa e andrò in una città lontana e sconosciuta, a vivere in un angolo di una piccola biblioteca. Naturalmente, a raccontare tutto per filo e per segno, ci metterei almeno una settimana. Ma a voler sintetizzare al massimo, l’intera vicenda si può riassumere cosí: Quando è venuto il giorno del mio compleanno, sono scappato di casa e sono andato in una città lontana e sconosciuta, a vivere in un angolo di una piccola biblioteca. Forse potrà sembrare una specie di fiaba. Ma non si tratta di una fiaba. Da nessun punto di vista. Capitolo primo I soldi non sono l’unica cosa che, andandomene, ho portato via di nascosto dallo studio di mio padre. Ho preso anche un vecchio accendino d’oro (mi piacciono la forma e il peso) e un coltello pieghevole dalla lama affilata. È un coltello per tagliare la pelle di daino: se lo metto sul palmo della mano è piuttosto pesante, e la lama ha una lunghezza di dodici centimetri. Probabilmente è il souvenir di un viaggio all’estero. Ho deciso di portarmi anche una torcia tascabile dalla luce potente che ho trovato nel cassetto della scrivania. E infine gli occhiali da sole, che mi serviranno a nascondere la mia età. Occhiali Revo dalle lenti Sky-blue. Avevo pensato di portarmi il Rolex Oyster a cui mio padre tiene tanto, ma dopo averci riflettuto su, ho lasciato perdere. La bellezza del meccanismo di quell’orologio mi affascinava molto ma non volevo attirare l’attenzione piú del necessario indossando oggetti costosi. Inoltre, dal punto di vista della praticità, un orologio da polso Casio con cronometro e sveglia mi è sufficiente. E sarà anche piú facile da usare. Cosí mio malgrado ho rimesso il Rolex nel cassetto della scrivania. Oltre a queste cose, ho preso la foto di me e mia sorella da piccoli, che stava nel fondo di un cassetto. Nella foto siamo su una spiaggia, non so dove, e sorridiamo contenti. Mia sorella è girata da una parte, cosí metà della faccia è in ombra. Per questa ragione, il suo viso sorridente sembra diviso in due. Come in una maschera del teatro greco che ho visto su un libro di scuola, sembra rappresentare due concetti opposti. Luce e ombra. Speranza e disperazione. Riso e tristezza. Fiducia e solitudine. Invece io guardo dritto nell’obiettivo, senza alcun imbarazzo. Sulla spiaggia oltre a noi non c’è anima viva. Io e mia sorella siamo in costume da bagno. Il suo è un costume intero, a fiori rossi; io porto dei buffi pantaloncini blu troppo larghi. Ho in mano qualcosa. Sembrerebbe un bastone di plastica. La schiuma bianca delle onde ci bagna i piedi. Dove e quando, e da chi sarà stata scattata questa foto? Come mai abbiamo un’espressione cosí gioiosa? Perché nostro padre si è tenuto soltanto questa foto? Tutte domande senza risposta. Io dovrei avere tre anni, mia sorella circa nove. Noi due eravamo davvero cosí uniti? Io non ricordo di essere mai andato su una spiaggia con la famiglia. Non ricordo di essere mai andato da nessuna parte. Comunque, non volevo andarmene lasciando quella vecchia foto nelle mani di mio padre, cosí l’ho infilata nel portafogli. Di mia madre non ce n’era nemmeno una. Probabilmente lui le aveva gettate via tutte. Dopo averci riflettuto un po’, ho deciso di portarmi il telefono cellulare. Forse, dopo essersi accorto della mia scomparsa, mio padre chiamerà la compagnia telefonica e annullerà il contratto. In quel caso non mi servirà piú a niente. Ma l’ho infilato lo stesso nel mio zaino. Ci ho messo pure il caricabatterie. Tanto pesa poco. Se mi accorgerò che non c’è piú linea, lo butterò via. Nello zaino ho deciso di mettere solo lo stretto necessario. Scegliere i vestiti è la parte piú difficile. Di quanti cambi di biancheria avrò bisogno? Di quanti pullover? E come regolarmi con le camicie, i pantaloni, i guanti, le sciarpe, i pantaloni corti, il cappotto? Se comincio a pensarci, la lista è interminabile. Ma di una cosa sono certo. Non ho nessuna intenzione di andare in giro in un paese che non conosco con un grosso bagaglio: equivarrebbe a presentarmi ufficialmente come «ragazzo scappato di casa». In questo modo attirerei subito l’attenzione di qualcuno. La polizia mi prenderebbe in custodia, e sarei rispedito a casa all’istante. Oppure potrei suscitare l’interesse di qualche banda di balordi del luogo. La cosa giusta è andare in un posto dove non fa freddo. È questa la conclusione a cui arrivo. In fondo non è difficile. Sceglierò un luogo dal clima mite. Cosí non avrò bisogno del cappotto. E nemmeno di guanti. Se non c’è il problema del freddo, la quantità dei vestiti da portare si riduce di almeno la metà. Scelgo abiti leggeri, quelli piú facili da lavare e asciugare, e che occupano meno spazio, li piego e li infilo nello zaino. Poi ci metto un sacco a pelo tre stagioni, arrotolato stretto in modo da ridurre il volume, pochi accessori da toilette, un mini-impermeabile, penna e taccuino, e un minidisc walkman della Sony che è anche registratore, una decina di dischetti (la musica mi è assolutamente necessaria), e una batteria ricaricabile di riserva. Questo è tutto. Decido di fare a meno di attrezzi per cucinare. Sono troppo pesanti e ingombranti. Comprerò da mangiare nei minimarket. Ci è voluto del tempo, ma alla fine sono riuscito a ridurre la lista delle cose da portare. Dopo averne aggiunte e cancellate, riaggiunte e ricancellate non so quante volte. Il mio quindicesimo compleanno mi sembrava il momento piú adatto per scappare di casa. Prima sarebbe stato prematuro, ma aspettare oltre poteva essere rischioso. Nei due anni successivi al mio ingresso nella scuola media, mi sono concentrato e ho allenato il mio fisico in previsione di quel giorno. Fin dai primi anni delle elementari avevo frequentato i corsi di judō, e anche alle medie avevo proseguito piú o meno allo stesso ritmo. Ma non mi ero iscritto al club sportivo degli studenti. Quando avevo tempo, correvo da solo nel campo della scuola, nuotavo in piscina, e andavo alla palestra comunale ad allenarmi con gli attrezzi. Lí, dei giovani istruttori mi insegnavano gratis il modo corretto di fare stretching e l’uso degli attrezzi. Cosa dovevo fare per rafforzare i muscoli di tutto il corpo nel modo piú efficace. Quali muscoli vengono normalmente utilizzati nella vita quotidiana, quali invece possono essere rafforzati solo con l’uso degli attrezzi, il modo corretto di adoperare la bench press eccetera. Io che ho la fortuna di essere alto, grazie a un allenamento costante ho sviluppato spalle larghe e un torace robusto. Agli occhi di chi non mi conosce, potrei passare tranquillamente per diciassettenne. Se dimostrassi la mia vera età, avrei problemi a non finire. A parte le conversazioni con gli istruttori del centro sportivo e le poche parole scambiate con la domestica che viene a casa a giorni alterni, e a parte quel minimo di conversazione a cui sono costretto a scuola, non scambio quasi parola con nessuno. Quanto a mio padre, già da tempo evito ogni rapporto con lui. Anche se viviamo nella stessa casa, i nostri orari sono completamente diversi, e lui se ne sta chiuso quasi tutto il giorno nel suo atelier, che si trova in un altro posto. E poi, inutile dire che io sto attento a incontrarlo il meno possibile. La scuola dove vado è un istituto privato, frequentato soprattutto da ragazzi dell’alta borghesia, o semplicemente con soldi. A meno di non fare dei veri disastri, si ha la garanzia di passare automaticamente al liceo. Tutti hanno i denti ben allineati, portano abiti puliti e fanno discorsi noiosi. Naturalmente nella mia classe non piaccio a nessuno. Ho costruito intorno a me un muro altissimo, che non permetto a nessuno di valicare, e io stesso sto bene attento a non uscirne mai. È escluso che un individuo cosí possa piacere a qualcuno. Gli altri mi tengono a distanza, e diffidano di me. Forse mi considerano sgradevole, e a volte persino mi temono. Ma io sono grato del fatto che mi lascino in pace. Ho una montagna di cose da fare, e devo farle da solo. Quando ho dei momenti liberi, vado alla biblioteca della scuola e leggo avidamente. Però ho sempre seguito con attenzione le lezioni. Me l’aveva raccomandato con insistenza il ragazzo chiamato Corvo. Le conoscenze e le tecniche che vengono insegnate nelle lezioni della scuola media, difficilmente potranno esserti utili nella vita reale: su questo non c’è dubbio. Gli insegnanti sono quasi tutti degli incapaci. Lo so bene. Però, ascolta, tu stai per scappare di casa. E può darsi che non avrai mai piú occasione di frequentare una scuola, perciò ti conviene assorbire fino in fondo tutte le nozioni che ti vengono impartite in classe, che ti piacciano o meno. Devi diventare una carta assorbente. In seguito, farai sempre in tempo a decidere cosa mantenere e cosa buttare. Ho seguito il suo consiglio (avevo stabilito in linea di principio di seguire tutti i consigli del Corvo). Concentrandomi al massimo, trasformando il cervello in una spugna, ascoltavo con attenzione tutto ciò che veniva detto in classe, e me ne riempivo la testa. Senza sprecare tempo, capivo e memorizzavo. Grazie a ciò, nonostante al di fuori delle lezioni studiassi poco o niente, i miei voti agli esami sono sempre stati fra i piú alti della classe. Man mano che i miei muscoli si rafforzavano diventando duri come acciaio, parlavo sempre meno. Tentavo il piú possibile di evitare che il mio viso tradisse le emozioni, e mi allenavo affinché i miei insegnanti e i compagni di classe non capissero quello che pensavo. Stavo per entrare nel mondo spietato degli adulti, e lí dovevo sopravvivere da solo. Dovevo diventare piú duro di chiunque altro. Guardandomi allo specchio, mi accorgevo che nei miei occhi c’era una luce fredda simile allo sguardo di una lucertola, e che la mia espressione si faceva sempre piú impenetrabile. A pensarci bene, non rido da cosí tanto tempo che ne ho quasi perso la memoria. Non sorrido neanche piú. Né agli altri, né a me stesso. Ma non è che sia riuscito sempre a mantenere questo atteggiamento calmo e imperturbabile. È capitato a volte che il muro altissimo che avevo costruito intorno a me sia andato in frantumi. Non di frequente, ma è accaduto. Senza che me ne accorgessi, il muro si è dissolto e io mi sono ritrovato nudo di fronte al mondo. In quei momenti ero assalito da una grande confusione. Una confusione terribile. E in mezzo a quella confusione, c’era la profezia. La profezia era sempre lí, torbida come acqua stagnante. La profezia è sempre lí, torbida come acqua che ristagna nel buio. Di solito si nasconde in qualche luogo sconosciuto. Ma arriva un momento in cui cresce silenziosamente e trabocca, invadendo con il suo freddo ogni tua cellula, e in questa crudele inondazione annaspi e affoghi. Ti attacchi al portello per la ventilazione che è vicino al soffitto, e cerchi disperatamente l’aria fresca di fuori. Ma l’aria che puoi aspirare da lí si consuma in fretta e la gola comincia a bruciare. Elementi normalmente in contrasto come acqua e sete, freddo e febbre, uniscono le loro forze per attaccarti. Con tutto lo spazio immenso che esiste al mondo, non riesci a vederne nessuno – e ne basterebbe anche pochissimo – che possa accoglierti. Quando cerchi una voce, trovi solo un silenzio profondo. Ma quando cerchi silenzio, ecco la voce incessante di una profezia, una voce che a volte preme quella specie di interruttore segreto nascosto da qualche parte nella tua mente. Il tuo cuore assomiglia a un grande fiume ingrossato da lunghe piogge. Tutti i segnali stradali sono stati sommersi dalla corrente e trascinati in qualche luogo oscuro. Mentre la pioggia continua a cadere violenta sul fiume. Ogni volta che vedi ai notiziari immagini di inondazioni come questa, pensi: Ecco, dentro di me è esattamente cosí. Prima di andar via di casa, lavo le mani e la faccia con il sapone. Taglio le unghie, pulisco le orecchie, mi lavo i denti. Cerco di essere il piú pulito possibile, e pazienza se ci metto del tempo. In alcuni casi la pulizia è la cosa piú importante. Poi osservo attentamente la mia faccia nello specchio sul lavandino. Vedo la faccia i cui tratti ho ricevuto in eredità da mio padre e da mia madre (sebbene del viso di mia madre non serbi alcun ricordo). Anche se sono riuscito a eliminare ogni espressione, anche se ho reso opaco il mio sguardo, anche se ho sviluppato i miei muscoli, questa faccia non posso cambiarla. Per quanto lo desideri, non posso eliminare le lunghe e folte sopracciglia, con al centro un solco profondo, che con ogni evidenza ho ereditato da mio padre. Se lo volessi, potrei ucciderlo (con la forza che ho oggi non sarebbe un’impresa impossibile). Potrei anche estirpare dalla memoria ogni traccia di mia madre. Ma non potrei eliminare i geni che loro mi hanno trasmesso e che porto in me. Se volessi cancellarli, dovrei eliminare me stesso. E lí c’è la profezia, come un ingranaggio sepolto dentro di me. È lí, come un ingranaggio sepolto dentro di te. Spengo la luce ed esco dal bagno. In casa incombe un silenzio pesante, umido. È carico dei sussurri di abitanti che non esistono, del respiro di persone che non sono in vita. Mi guardo intorno, mi fermo, inspiro profondamente. Le lancette dell’orologio segnano le tre del pomeriggio. Le due lancette appaiono terribilmente indifferenti. Fingono di essere neutrali, ma so che non sono dalla mia parte. È ora di lasciare questo posto. Prendo il mio piccolo zaino e me lo carico sulle spalle. E anche se l’ho fatto per prova tante volte, oggi lo sento molto piú pesante. Ho deciso che la mia destinazione sarà lo Shikoku. Non c’erano particolari ragioni per questa scelta. Però guardando la mappa ho avuto la sensazione che lo Shikoku fosse la meta verso la quale dovevo dirigermi. E ogni volta che la guardavo, mi attirava sempre di piú. È molto piú a sud di Tōkyō, separato dall’isola principale dal mare, e il clima è mite. È una regione dove non sono mai stato, e dove non ho amici né parenti. Perciò se qualcuno da qui dovesse mettersi alla mia ricerca (ma non vedo chi potrebbe essere), difficilmente penserebbe allo Shikoku. Allo sportello ritiro il biglietto che ho già prenotato, e salgo sul pullman notturno. È il mezzo di trasporto piú economico per raggiungere Takamatsu. Poco piú di diecimila yen. Nessuno mi nota. Nessuno mi chiede quanti anni ho. Nessuno mi guarda in faccia. Anche il conducente si limita a controllare il biglietto. A bordo, solo un terzo dei posti è occupato. I passeggeri, per la maggior parte, sono persone che, come me, viaggiano sole, e c’è una calma quasi innaturale. La strada fino a Takamatsu è piuttosto lunga. Secondo l’orario, dovremmo impiegare circa dieci ore: l’arrivo è previsto per domattina presto. Ma non mi preoccupo per la lunghezza del viaggio. Se c’è una cosa che adesso non mi manca, è il tempo. Appena il pullman lascia il terminal, poco dopo le otto di sera, mi abbandono sullo schienale e mi addormento. Non faccio in tempo a sprofondare nel sedile che la mia coscienza si spegne come una batteria scarica. Un po’ prima di mezzanotte, tutt’a un tratto comincia a piovere forte. Ogni tanto mi sveglio e attraverso le tendine da poco prezzo guardo il paesaggio dell’autostrada di notte. Le gocce di pioggia colpiscono con violenza, rumorosamente, i finestrini, e stingono la luce dei lampioni che costeggiano la strada. I lampioni si susseguono a intervalli regolari, all’infinito, come se dovessero misurare l’intera superficie della terra. Ogni nuova luce che appare, dopo un istante è già vecchia, e indietreggia svanendo alle nostre spalle. A un certo punto, guardando l’orologio mi accorgo che è passata la mezzanotte. E cosí il mio quindicesimo compleanno mi si para davanti di colpo, come se qualcuno l’avesse spinto in scena con forza. – Buon compleanno, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – Grazie, – rispondo. Ma la profezia ormai è un’ombra che non si stacca piú dal mio fianco. Controllo che il muro attorno a me non sia caduto a pezzi. Chiudo la tendina, e mi riaddormento. Capitolo secondo Il presente testo, classificato e archiviato come «Documento segreto» dal ministero della Difesa degli Stati Uniti, è divenuto accessibile nel 1986 in base alla legge sulla libertà d’informazione. Attualmente è possibile consultarlo presso gli Archivi nazionali (Nara) di Washington. L’inchiesta qui riportata è stata effettuata nei mesi di marzo e aprile del 1946 sotto la direzione del maggiore James P. Warren, dei Servizi di Informazione dell’Esercito degli Stati Uniti. Il sottotenente Robert O’Connell e il sergente maggiore Harold Katayama si occuparono in prima persona dell’inchiesta presso ***, prefettura di Yamanashi. Tutti gli interrogatori furono condotti dal sottotenente O’Connell. Il sergente maggiore Katayama provvide a fare da interprete in giapponese e il soldato di prima classe William Corn fu incaricato della stesura dei verbali. Le interviste durarono dodici giorni, e si svolsero nello studio del municipio di ***, prefettura di Yamanashi. A rispondere alle domande del sottotenente O’Connell furono: un’insegnante della scuola municipale di ***, un medico residente nella suddetta località, due ufficiali di polizia assegnati alla locale stazione di polizia, e sei bambini. Le mappe geografiche della regione, in scala 1:10 000 e 1:2000, sono state realizzate dal ministero degli Interni, sezione topografica. Rapporto dei Servizi di Informazione dell’Esercito degli Stati Uniti (Mis) Data: 12 maggio 1946 Oggetto: RICE BOWL HILL INCIDENT, 1944: REPORT Numero di repertorio: PTYX-722-8936745-42216-WWN Il documento che segue è l’intervista con Okamochi Setsuko (anni 26), al momento dell’incidente insegnante responsabile del gruppo di scolari del IV anno della scuola elementare municipale di ***. I materiali relativi all’intervista sono reperibili consultando il numero di repertorio PTYX-722-SQ (da 118 a 122). Impressioni dell’interrogante, il sottotenente Robert O’Connell: Okamochi Setsuko è una donna piccola di statura e dal viso grazioso. Intelligente, con un forte senso di responsabilità, risponde alle domande con precisione e sincerità. Tuttavia si ha la sensazione che le conseguenze del notevole trauma da lei riportato in seguito all’incidente perdurino tuttora. Mentre si sforza di ricordare, si avverte ogni tanto in lei la tensione emotiva farsi piú forte. In quei momenti, il ritmo della sua esposizione rallenta. Credo che fossero passate da poco le dieci del mattino quando nella parte alta del cielo è apparsa una luce argentata. Una specie di bagliore color argento, molto vivido. Sí, sono sicura che fosse il riflesso di una superficie metallica. Quella luce ha cominciato poi a spostarsi lentamente nel cielo, impiegando un tempo piuttosto lungo, da est a ovest. Abbiamo pensato che potesse trattarsi di un B29. Era esattamente sopra di noi. Perciò dovevamo guardare dritto sopra le nostre teste. Il cielo era senza una nuvola, e la luce era cosí abbagliante che non si riusciva a vedere altro che quel bagliore argentato, simile a duralluminio. Ma si trovava a un’altezza tale che era impossibile distinguerne la forma. Quindi anche da lí probabilmente non riuscivano a vedere noi. Non c’era, dunque, da temere un attacco, né da preoccuparsi che all’improvviso dal cielo cominciassero a piovere bombe. Anche perché sganciare bombe in una zona sperduta tra i monti non avrebbe avuto alcun senso. Ho pensato che forse quell’aereo si stava recando a bombardare qualche grande città, o lo aveva già fatto ed era sulla via del ritorno: non vedevo altre possibilità. Quindi noi, pur vedendo l’aereo, abbiamo continuato a camminare senza allarmarci. Semmai, eravamo colpiti dalla strana bellezza di quella luce. Secondo i rapporti dell’esercito, in quel momento, cioè intorno alle 10 del mattino del 7 novembre 1944, nessun bombardiere o aeroplano dell’esercito statunitense era in volo in quella regione. Eppure io e i sedici bambini che erano con me lo abbiamo visto chiaramente, e tutti abbiamo pensato che si trattasse di un B29. Tutti noi avevamo avuto occasione di vedere piú volte formazioni di B29, e non vi sono altri aerei che possano volare cosí in alto. Nella prefettura c’era una piccola base aerea, e a volte avevo visto anche aerei giapponesi, ma erano tutti di dimensioni ridotte e non potevano spingersi a quell’altezza. Inoltre il riflesso del duralluminio è diverso da quello di altri metalli, e per quanto ne so io gli unici aerei costruiti in duralluminio sono i B29. La cosa strana però era che quell’aereo sembrava volare da solo, e non in una grande formazione come al solito. Lei è originaria di queste parti? No, sono nata nella prefettura di Hiroshima. Nel 1941 mi sono sposata e sono venuta a vivere qui. Mio marito era insegnante di musica nella scuola media, poi nel 1943 è stato arruolato, e due anni dopo, nel giugno del 1945, ha preso parte alla battaglia di Luzon, ed è morto in combattimento. A quanto ho saputo, era stato assegnato alla guardia di un deposito di munizioni alla periferia di Manila. Bombardato dall’esercito americano, il deposito ha preso fuoco e mio marito è rimasto ucciso. Non avevamo figli. Quel giorno, quanti erano in tutto i bambini del gruppo che lei conduceva? Sedici tra bambini e bambine. A parte due che non erano venuti perché a casa malati, era la classe al completo. Otto maschi e otto femmine. Tra questi, cinque erano sfollati da Tōkyō. Avendo in programma di fare un’esercitazione all’aperto, eravamo usciti dalla scuola alle nove del mattino, portandoci borracce e colazioni al sacco. «Esercitazione all’aperto» non vuol dire che la spedizione avesse finalità di studio. Lo scopo era quello di arrivare in montagna e cercare funghi e piante commestibili. Vivendo in una regione agricola, da noi i problemi di approvvigionamento alimentare non erano gravi come in altre zone, ma il cibo era tutt’altro che sufficiente. La quota obbligatoria di prodotti da consegnare al governo era elevata, e a parte una ristretta cerchia di persone, tutti soffrivamo cronicamente la fame. Perciò anche i bambini venivano incoraggiati a trovare prodotti che potessero essere commestibili. A causa dei tempi, non sembrava il caso di preoccuparsi troppo dello studio. In quel periodo le cosiddette «esercitazioni all’aperto» erano piuttosto diffuse. Poiché la scuola era in mezzo alla natura, di luoghi adatti a tali esercitazioni ce n’erano un’infinità. Da questo punto di vista eravamo fortunati. Gli abitanti delle città erano tutti ridotti alla fame. Ormai i canali di approvvigionamento con Taiwan e il continente erano stati tutti tagliati, e nelle città la penuria di cibi e carburante si era fatta drammatica. Nella sua classe c’erano quindi cinque bambini sfollati da Tōkyō. Andavano d’accordo con i bambini del luogo? Almeno per quanto riguarda la mia classe, direi che in generale andavano d’accordo. Naturalmente erano cresciuti in ambienti del tutto diversi, dato che i nostri erano nati in questa remota provincia, e gli altri al centro di Tōkyō. Parlavano e vestivano in modo differente. La maggior parte dei bambini di qua veniva da famiglie di contadini poveri, mentre quelli di Tōkyō erano quasi tutti figli di impiegati o funzionari pubblici. Quindi non si può dire che tra di loro si intendessero alla perfezione. In particolare i primi tempi, tra i due gruppi si avvertiva una certa tensione. Non che ci siano stati litigi o episodi di prepotenza: semplicemente gli uni non riuscivano a capire che cosa pensassero gli altri. Quindi i bambini del posto facevano gruppo solo con quelli del posto, e i bambini di Tōkyō con quelli di Tōkyō. Ma due mesi piú tardi avevano già familiarizzato. Una volta che i bambini si appassionano a qualcosa e incominciano a giocare insieme, le barriere culturali e ambientali si superano con relativa facilità. Le chiederei di parlarci nel modo piú dettagliato possibile del luogo in cui quel giorno lei ha portato i bambini della sua classe. È una montagna che è stata spesso meta delle nostre spedizioni. Ha una forma tondeggiante, come una scodella di riso capovolta, e per questo è chiamata «Owanyama»1. Non è ripida, e chiunque può scalarla facilmente. Si trova un po’ a ovest rispetto alla scuola, ed è raggiungibile a piedi. Per arrivare fino in cima, con l’andatura dei bambini ci vogliono circa due ore. Lungo la strada ci fermavamo a cercare i funghi nei boschi, e a mangiare la nostra frugale colazione al sacco. I bambini gradivano queste «esercitazioni all’aperto» molto piú che stare in classe a seguire la lezione. Il bagliore di quell’oggetto simile a un aeroplano che era apparso in alto nel cielo, per un momento ci fece ricordare la guerra, ma durò solo pochi istanti, senza turbare l’atmosfera che era allegra e gioiosa. Il tempo era bellissimo, senza una nuvola, non c’era vento e nella montagna regnava la pace: gli unici rumori che si udivano erano le voci degli uccelli. Mentre camminavamo, la guerra sembrava riguardare qualche paese lontano: con noi non aveva niente a che fare. Salivamo per quei sentieri cantando in coro delle canzoni. A volte imitavamo i versi degli uccelli. Se non ci fosse stata la guerra, sarebbe stata una mattinata magnifica, perfetta. È stato poco dopo aver avvistato quell’oggetto simile a un aeroplano che siete entrati nella foresta? Sí, esatto. Quando siamo entrati nella foresta, credo non fossero passati nemmeno cinque minuti dall’apparizione dell’aereo. Piú o meno a metà strada, abbiamo lasciato il sentiero principale che conduce alla vetta, e preso un viottolo che nel tempo si è formato tra la vegetazione e che si inerpica nella foresta. È l’unico tratto abbastanza ripido. Dopo essere saliti per una decina di minuti, si arriva in una radura. È una radura piuttosto vasta, dove il terreno è cosí piatto che sembra una tavola. Appena ci siamo addentrati nella foresta regnava il silenzio, gli alberi bloccavano la luce del sole e l’aria era piú fredda, ma solo in quel punto lo spazio sopra le nostre teste era aperto e luminoso: sembrava quasi di stare nella piazza di un paesino. Era un posto in cui, quando salivamo sulla Owanyama, andavamo spesso. Stare lí dava chissà perché una sensazione di pace e intimità. Arrivati nella «piazza» ci siamo fermati per riposare un po’, abbiamo poggiato i bagagli a terra, quindi i bambini si sono divisi in gruppi di tre o quattro e hanno cominciato a cercare i funghi. Avevo stabilito che nessuno si dovesse mai spostare in un punto dove gli altri non potessero vederlo. Li radunai e ricordai loro ancora una volta questa regola. Per quanto sia un luogo che conoscono bene, è pur sempre una foresta, e se qualcuno dovesse perdersi lí dentro, sarebbero guai seri. Ma si sa come sono i bambini. Una volta presi dall’entusiasmo del cercare i funghi, tendono pian piano a dimenticarsi di questa regola. Perciò, mentre cercavo anch’io i funghi insieme a loro, continuavo costantemente a contarli, per verificare che ci fossero tutti. È stato circa dieci minuti dopo aver cominciato a cercare i funghi nella «piazza» che i bambini hanno cominciato a cadere. Quando ho visto i primi tre cadere insieme, ho subito pensato che potessero aver mangiato dei funghi velenosi. In questa zona crescono molti funghi contenenti un veleno abbastanza potente da uccidere. I bambini della zona sanno riconoscerli, ma vi sono anche dei funghi che possono trarre in inganno. Per questo spiego sempre con insistenza che non devono assolutamente mettersi in bocca nulla prima di essere tornati alla scuola e aver mostrato i funghi a un esperto. Ma non si può mai avere la certezza che ti stiano a sentire. Quindi corsi subito dai bambini che erano caduti a terra, e provai a sollevarli. I loro corpi erano molli come gomma ammorbidita dal sole. Erano completamente privi di forza, e avevo la sensazione di stringere degli involucri vuoti. Però respiravano normalmente. Provai a sentirgli il polso, e anche il battito sembrava abbastanza regolare. Non avevano la febbre. L’espressione del viso era tranquilla, e non mostravano nessun visibile segno di sofferenza. Non sembravano nemmeno essere stati punti da api o morsi da serpenti. Erano solo privi di coscienza. Però la cosa piú strana erano gli occhi. Il loro stato di inerzia era simile a quello di qualcuno che è in coma, ma gli occhi non erano chiusi. Gli occhi erano aperti normalmente, e sembrava che stessero vedendo qualcosa. Ogni tanto battevano anche le palpebre. Perciò non è possibile che dormissero. Inoltre, le pupille si muovevano lentamente. Si spostavano senza fretta da destra a sinistra come se stessero osservando un paesaggio lontano, seguendolo con lo sguardo in tutta la sua estensione. Nelle loro pupille c’era coscienza. Però in realtà non guardavano nulla. O perlomeno non guardavano nulla che fosse lí, davanti a loro. Provai a stendere la mano davanti ai loro occhi, a muoverla, ma le pupille non mostravano la minima reazione. Quindi sollevai i tre bambini uno dopo l’altro, ma tutti e tre erano nella stessa identica condizione. Tutti e tre erano privi di coscienza, avevano gli occhi aperti, e muovevano lentamente le pupille da un lato all’altro. Era una scena davvero straordinaria. Com’era formato questo gruppo di bambini caduti per primi? Erano tutt’e tre bambine. Un gruppetto di bambine affiatate tra loro. Le ho chiamate per nome strillando forte, e le ho colpite sulla guancia, una dopo l’altra. Con una certa forza. Ma non c’è stata nessuna reazione. Non sentivano nulla. Io ho avuto la sensazione che il palmo della mia mano avesse urtato contro il vuoto. Una sensazione davvero strana. Ho pensato di far correre qualcuno alla scuola a chiedere aiuto. Era impossibile per me tornare indietro portando da sola quelle tre bambine prive di sensi. Quindi ho cercato con lo sguardo un bambino, il piú veloce di tutti. Ma quando mi sono alzata e mi sono guardata intorno, mi sono accorta che anche tutti gli altri giacevano riversi sul terreno. Tutti e sedici i bambini, nessuno escluso, erano a terra privi di sensi. L’unica a non essere caduta e ad aver conservato la coscienza ero io. Era come… come un campo di battaglia. In quel momento, lei non ha notato niente di insolito in quel posto? Qualche odore, o rumore, o luce? (Riflette per qualche istante) No, come ho detto prima la radura era immersa nel silenzio, e la pace assoluta. Non vi era niente di anormale, né rumori, né luci, né odori. Ma i bambini della mia classe erano lí, dal primo all’ultimo, riversi a terra e privi di coscienza. Ho avuto la sensazione di essere al mondo l’unica sopravvissuta. Una sensazione di grande solitudine, impossibile da paragonare a qualsiasi cosa avessi mai provato. Avrei voluto sciogliermi nell’aria e sparire all’istante, senza dover pensare piú a nulla. Ma naturalmente ero responsabile di quei bambini, ero la loro insegnante. Mi ripresi subito, e cominciai a scendere di corsa la montagna per tornare alla scuola a chiedere aiuto. 1 La montagna «Scodella di riso» (Rice Bowl Hill) [N. d. T.]. Capitolo terzo Mi sveglio che è quasi l’alba. Tiro la tendina e guardo fuori dal finestrino. Ormai non piove piú, ma non dev’essere molto che ha smesso, perché il paesaggio è nero, zuppo d’acqua e gocciolante. Nel cielo a oriente galleggiano alcune nuvole dai contorni ben definiti, ognuna circondata da un bordo luminoso. Il colore della luce mi appare ora tetro ora sereno. L’impressione cambia a seconda dell’angolazione da cui lo guardo. Il pullman continua a correre sull’autostrada mantenendo una velocità regolare. Il rumore degli pneumatici è costante, senza bassi né acuti. Monotono come il suono del motore, una macina di pietra che frantuma inesorabilmente il tempo e la coscienza delle persone. Gli altri passeggeri intorno a me hanno le tendine perfettamente chiuse e, sprofondati nei sedili, sono immersi nel sonno. Mi sembra che gli unici ad avere gli occhi aperti siamo io e il conducente. Il pullman ci trasporta, efficace e discreto, verso la nostra destinazione. Ho sete, tiro fuori dalla tasca del mio zaino la bottiglietta d’acqua minerale e ne bevo un po’: è tiepida. Dalla stessa tasca tiro fuori anche una scatola di cracker e ne mangio alcuni. Il loro gusto secco, familiare, si spande nella mia bocca. Il mio orologio segna le 4:32. Per sicurezza controllo la data e il giorno della settimana. Il display mi dice che sono passate circa tredici ore da quando sono scappato di casa. Il tempo non è avanzato troppo in fretta, né ha fatto marcia indietro. Sono ancora nel giorno del mio compleanno. Il primo della mia nuova vita. Chiudo gli occhi, li riapro, controllo di nuovo ora e data. Quindi accendo la lucetta sopra di me e comincio a leggere un tascabile. Sono le cinque passate quando, senza nessun preavviso, il pullman esce dall’autostrada per fermarsi nel grande parcheggio di un’area di servizio. Si sente un rumore di aria compressa, e la porta automatica sul davanti si apre. Si accendono le luci e il conducente fa un breve annuncio. «Signori buongiorno. Come previsto, fra un’ora arriveremo alla stazione di Takamatsu. Adesso faremo una sosta di circa venti minuti in quest’area di servizio. Ripartiremo alle cinque e trenta. Per quell’ora tutti sono pregati di essere di nuovo ai loro posti». Quasi tutti i passeggeri all’annuncio si svegliano e si alzano. Sbadigliando, l’aria infastidita, scendono dal pullman. Molti approfittano di questa sosta per darsi una rinfrescata prima di arrivare a Takamatsu. Scendo anch’io, faccio alcuni respiri profondi, distendo i muscoli della schiena, eseguo qualche semplice movimento di stretching nell’aria fresca del mattino. Vado nei bagni e mi lavo la faccia. Mi chiedo in che posto siamo. Torno fuori e provo a guardare il paesaggio. È lo scenario anonimo di una zona ai bordi dell’autostrada, senza alcuna caratteristica distintiva. Però, sarà una mia impressione ma la forma delle montagne e il colore degli alberi hanno qualcosa di diverso da Tōkyō. Entro nella caffetteria, e mentre sto bevendo un tè verde bollente gratuitamente a disposizione dei clienti, una ragazza viene a sedersi sulla sedia di plastica accanto a me. Ha nella mano destra un bicchiere di carta con il caffè fumante appena comprato da un distributore automatico. Nella sinistra ha una piccola scatola con dei sandwich, anche questa probabilmente presa al distributore automatico. I lineamenti del viso a essere sinceri sono piuttosto strani. Il minimo che si possa dire è che sono tutt’altro che regolari. La fronte molto ampia, il naso piccolo e rotondo, le guance lentigginose. Per non parlare delle orecchie appuntite. Insomma, un viso che non passa inosservato. Ma nonostante l’irregolarità dei tratti, l’impressione generale non è affatto spiacevole. E lei stessa, non dico che penserà di essere una bellezza, ma sembra rilassata e a suo agio col proprio aspetto, il che penso sia positivo. Vi è qualcosa di infantile in lei che ha un effetto rassicurante. O perlomeno ha un effetto rassicurante su di me. Non è alta, ma ha una figura slanciata, e un seno piuttosto grande. Anche le gambe sono belle. Ai lobi delle orecchie porta dei sottili orecchini di metallo, che a tratti mandano dei bagliori tipo duralluminio. I capelli, tinti di un castano intenso (quasi rosso), le arrivano alle spalle, e indossa una camicia a maniche lunghe con collo a barca. Ha sulle spalle un piccolo zaino di pelle, e un leggero pullover estivo annodato al collo. Ha una minigonna di cotone color crema, e non porta calze. Dev’essersi da poco lavata la faccia, perché alcuni capelli le sono rimasti attaccati alla fronte, come le radici sottili di una pianta, e questo chissà perché mi fa tenerezza. – Tu eri sul pullman, vero? – mi chiede. Ha una voce leggermente roca. – Sí. Beve un sorso di caffè arricciando un po’ le sopracciglia. – Quanti anni hai? – Diciassette, – mento. – Studi al liceo, allora. Annuisco. – Dove vai? – A Takamatsu. – Come me, – dice lei. – Sei in viaggio, o torni a casa? – In viaggio. – Idem. Lí ho un’amica. Un’amica molto cara. E tu? – Ho dei parenti. Lei fa un’espressione come a dire «Capisco», e non mi fa altre domande. – Io ho un fratello piú o meno della tua età, – dice, come se le fosse venuto in mente tutt’a un tratto. – Per ragioni varie, è un sacco di tempo che non ci vediamo… Ah, a proposito, sai che assomigli molto a quel tipo? Non te l’hanno mai detto? – A quel tipo? – Il tipo che canta in quella band. È da quando ti ho visto sul pullman che ci penso. Ma non mi viene il nome. Mi sto sforzando cosí tanto che mi si è aperto un buco nella testa, ma proprio non mi viene. Succede a volte, no? Che hai un nome sulla punta della lingua, però non riesci a ricordarlo. Finora non ti hanno mai detto che assomigli a qualcuno? Scuoto la testa. Nessuno mi dice cose del genere. Lei mi osserva socchiudendo gli occhi. – A chi assomiglio? – chiedo. – A uno della tivú. – Uno che si vede in televisione? – Sí, uno che si vede in televisione –. Prende in mano un sandwich al prosciutto, mastica un po’ senza entusiasmo, quindi beve di nuovo il caffè. – È uno che canta in una band. Niente, non mi viene nemmeno il nome della band. Quel tipo alto, che parla il dialetto del Kansai. Non ti dice nulla? – Non ne ho idea. Io non guardo la televisione. Lei corruga la fronte. Poi mi osserva. – Non la guardi? Vuoi dire mai? Scuoto la testa in silenzio. O dovrei annuire? Annuisco. – Tu parli poco, dici le cose col contagocce. Sei sempre cosí? Arrossisco. Se non parlo, in parte è perché sono di poche parole. Ma c’è pure un’altra ragione, e cioè che ancora non ho cambiato del tutto la voce. Di solito parlo con un tono di voce basso, da uomo, ma ogni tanto mi scappa qualche falsetto. Perciò cerco di non parlare troppo a lungo. – Comunque, non importa, – continua lei. – Tu come tipo somigli un sacco a uno che canta in questa band, è uno che parla nel dialetto del Kansai. Non che tu abbia l’accento del Kansai. È solo che… non so come spiegarlo, siete simili come tipi, tutto qui. È un ragazzo simpatico. Lei lascia libero il suo sorriso appena un istante. Il sorriso si allontana, ritorna al suo posto. Nel frattempo però il mio rossore è rimasto dov’era. – Io dico che se tu cambiassi pettinatura gli assomiglieresti ancora di piú. Dovresti farti crescere un po’ i capelli, e dargli un movimento in su col gel. Se si potesse, te li farei qui io, adesso. Ti starebbero bene. Devi sapere che io faccio la parrucchiera. Annuisco. Poi bevo del tè. L’interno della caffetteria è molto silenzioso. Non c’è nessuna musica di sottofondo. Non si sentono neanche voci di persone. – Non ti piace parlare? – mi chiede con espressione seria, appoggiando il mento sulla mano. Scuoto la testa. – No, non direi. – Non è che ti metto in imbarazzo? Scuoto di nuovo la testa. Prende in mano un altro sandwich. È alla marmellata di fragole. Aggrotta le sopracciglia come se non credesse ai suoi occhi. – Senti, non lo mangeresti? I sandwich alla marmellata di fragole sono una delle cose che piú odio al mondo. Sin da quando ero piccola. Lo accetto. Anche se i sandwich alla marmellata di fragole non piacciono per niente nemmeno a me. Ma lo mangio senza dire nulla. Dall’altro lato del tavolo mi osserva, controllando che lo mangi tutto. – Vorrei chiederti una cosa, – dice. – Cosa? – Fino a Takamatsu, posso sedermi accanto a te? A stare da sola non mi sento tranquilla. Non sono riuscita a dormire bene, perché avevo sempre paura che qualche tipo strano venisse a sedersi accanto a me. Quando ho comprato il biglietto mi hanno detto che erano tutti posti isolati, ma una volta salita ho visto che invece erano tutti posti a due. Fino a quando arriviamo a Takamatsu vorrei cercare di dormire un po’. E di te mi fido. Sempre che non ti dia fastidio. – No, non mi dà fastidio. – Grazie, – dice la ragazza. – In viaggio si cerca compagnia, no? Annuisco. Mi sembra di non fare altro che annuire. Ma che cosa potrei dire? – Dopo come continuava? – Dopo cosa? – Il proverbio. Dopo come continuava? Non riesco a ricordarlo. In giapponese sono sempre andata male. – E nella vita simpatia. – In viaggio si cerca compagnia, e nella vita simpatia, – ripete lei, come a verificare che sia giusto. Se avesse carta e penna, sono sicuro che se lo scriverebbe. – Secondo te che vuol dire, in parole povere? Provo a riflettere. Per farlo ho bisogno di un po’ di tempo. Ma lei aspetta paziente. – Penso voglia dire che gli incontri casuali sono importanti per la vita di ognuno. In parole povere. Dopo averci meditato un po’ su, con un gesto lento e lieve congiunge le mani sul tavolo. – Sí, è verissimo. Gli incontri casuali sono veramente importanti per la vita delle persone. Lo credo anch’io. Guardo il mio orologio. Sono le cinque e mezzo. – Forse sarebbe ora di tornare. – Sí, hai ragione. Andiamo, – dice lei. Ma non accenna ad alzarsi. – A proposito, ma qui dove siamo? – chiedo. – Boh! Non ne ho idea, – dice lei. Allunga il collo, guardandosi intorno. I suoi orecchini oscillano pericolosamente, come frutti maturi pronti a cadere. – Ne so quanto te. Considerando l’ora, dovremmo essere dalle parti di Kurashiki, ma non ci tengo molto a saperlo. Le aree di servizio sono solo un luogo di transito. Da qui a lí, – dice sollevando l’indice della mano destra e quello della sinistra a mezz’aria, formando un segmento di circa trenta centimetri. – Il nome qui non conta niente. Un posto per mangiare e andare in bagno. Con luci al neon, sedie di plastica e sandwich alla marmellata di fragole. Tutta roba senza significato. Semmai, l’unica cosa che ha un significato è da dove veniamo e dove andiamo. Non credi? Io annuisco. Annuisco. Annuisco. Quando arriviamo al pullman, gli altri passeggeri sono già tutti seduti e sembra aspettino solo noi per partire. Il conducente è un uomo giovane, dallo sguardo severo. Piú che un autista, sembra il custode di una diga. Ci rivolge un’occhiata di rimprovero per essere arrivati in ritardo, ma non dice nulla. Lei gli lancia un sorriso innocente, che vuol dire «Ci scusi». Il conducente abbassa una leva, si sente di nuovo quel rumore di aria compressa e la porta si chiude. La ragazza prende una valigia piccola e si sposta per venire a sedersi accanto a me. È una valigia anonima, forse acquistata in un grande magazzino. Pesante, per essere cosí piccola. La sollevo mettendola nel portabagagli in alto. Lei mi ringrazia. Poi reclina il sedile e si addormenta all’istante. Il pullman riparte con uno scatto, come se non ne potesse piú di aspettare. Io tiro fuori il mio libro dalla tasca e riprendo la lettura. La ragazza accanto a me dorme profondamente e, seguendo il movimento del pullman che prende una curva, appoggia la testa sulla mia spalla. Poi rimane cosí. Non pesa in modo particolare. Ha la bocca chiusa e respira silenziosamente dal naso, a intervalli regolari. Abbasso lo sguardo e intravedo la spallina del reggiseno che fa capolino dall’orlo del collo a barca. È una spallina sottile, color crema. Immagino il tessuto delicato del reggiseno nascosto dalla camicia. Immagino il seno morbido che c’è lí sotto. Immagino i capezzoli rosa che si induriscono sotto le mie dita. Non è che lo faccia apposta, a immaginare tutto questo. È solo che non posso farne a meno. E quindi ovviamente ho un’erezione incredibile. Mi viene da chiedermi com’è possibile che una parte del corpo possa diventare cosí dura. E nello stesso momento sorge in me il pensiero che questa ragazza possa essere mia sorella. L’età è piú o meno la stessa. I suoi lineamenti cosí particolari sono piuttosto diversi da quelli di mia sorella nella fotografia. Ma non ci si può basare troppo su una foto. A seconda di come vengono scattate, le persone possono apparire completamente diverse dalla realtà. Lei ha un fratello che ha circa la mia età, e che non vede da tanto tempo. Non è impensabile che quel fratello possa essere io. Guardo il suo seno. La parte tonda, in rilievo, in accordo col ritmo del suo respiro, si solleva e si abbassa dolcemente, simile al movimento delle onde. Mi fa pensare a una vasta distesa di mare su cui scende una pioggia silenziosa e incessante. Io sono il navigatore solitario in piedi sul ponte della nave, e lei è il mare. Il cielo è un’uniforme distesa grigia che in lontananza si confonde con il mare, che ha la stessa tinta cinerea. In momenti come questo è molto difficile distinguere dove cominci uno e abbia fine l’altro. È difficile persino distinguere il navigatore dal mare. E anche i confini tra la realtà e il cuore. Lei ha due anelli alle dita, nessuno dei quali è una fede o un anello di fidanzamento. Sono anelli di poco prezzo, come se ne vendono in quei negozi frequentati dalle ragazze giovani. Le sue dita sono sottili ma lunghe e dritte, e danno una sensazione di forza. Le unghie sono corte e curate. Porta uno smalto rosa pallido. Le mani sono appoggiate leggermente sulle ginocchia che sporgono dalla minigonna. Vorrei toccarle le dita. Però naturalmente non lo faccio. Addormentata, sembra una bambina piccola. Le sue orecchie appuntite spuntano tra i capelli come funghi. Danno una sensazione di inaspettata fragilità. Chiudo il libro, e per un po’ guardo il paesaggio fuori dal finestrino. Poi senza accorgermene scivolo nel sonno. Capitolo quarto Rapporto dei Servizi di Informazione dell’Esercito degli Stati Uniti (Mis) Data: 12 maggio 1946 Oggetto: RICE BOWL HILL INCIDENT, 1944: REPORT Numero di repertorio: PTYX-722-8936745-42216-WWN Il documento che segue è l’intervista con Nakazawa Jūichi (anni 53), al momento dell’incidente titolare di uno studio medico presso ***. I materiali relativi all’intervista sono reperibili consultando il numero di repertorio PTYX-722-SQ (da 162 a 183). Impressioni dell’interrogante, il sottotenente Robert O’Connell: Il dottor Nakazawa, per la stazza fisica e il viso abbronzato, piú che a un medico fa pensare al capo di un’impresa agricola. Ha modi affabili ma nel parlare è conciso e diretto. Esprime il suo pensiero con franchezza. Dietro gli occhiali, lo sguardo è vivo, penetrante. Appare dotato di un’eccellente memoria. Sí, il 7 novembre 1944 alle 11 del mattino ricevetti una telefonata dal vicedirettore della scuola municipale. Sono stato chiamato per primo, in quanto medico responsabile della scuola, mansione che ricoprivo già da tempo. Il vicedirettore sembrava in preda a una grande agitazione. Mi disse che gli allievi di una classe erano andati in montagna a raccogliere i funghi, e lí erano tutti svenuti e non avevano piú ripreso conoscenza. L’unica a non aver perso i sensi era la maestra che li accompagnava, e che era scesa dalla montagna in cerca di aiuto e poco prima era arrivata alla scuola. Ma era in uno stato confusionale e dal suo racconto non si riusciva a capire esattamente che cosa fosse accaduto. L’unica cosa certa era che sedici bambini giacevano ancora inerti in mezzo alla montagna. La prima cosa che pensai fu che, visto lo scopo della spedizione, potessero aver mangiato dei funghi velenosi, che avevano paralizzato il loro sistema nervoso. In questo caso, sarebbe stato un problema serio. Ci sono tanti tipi di veleno, e ognuno richiede un trattamento diverso. Quello che potevamo fare in una situazione del genere era tentare una lavanda gastrica. Ma quando il veleno è potente, viene assimilato molto in fretta e in quel caso avremmo potuto fare ben poco. Nella nostra regione ogni anno diverse persone muoiono per avvelenamento da funghi. In tutta fretta riempii la borsa di tutte le medicine in mio possesso che potevano servire per un primo intervento, montai in bicicletta e mi precipitai alla scuola. Lí trovai due poliziotti che erano stati avvisati. Se i bambini erano privi di coscienza, bisognava trasportarli, e quindi c’era bisogno di braccia. Ma siccome eravamo in guerra, la maggior parte degli uomini giovani era stata arruolata nell’esercito. Io, i poliziotti, un anziano insegnante, il direttore e il vicedirettore, un impiegato e la giovane maestra responsabile dei bambini, ci dirigemmo verso la montagna. Raccogliemmo tutte le biciclette che riuscimmo a trovare, ma siccome non erano sufficienti, alcuni salirono in due su una bicicletta. A che ora arrivaste sul luogo dell’incidente? Me lo ricordo bene perché appena arrivammo guardai l’orologio. Erano le 11 e 55. Procedemmo in bicicletta fin dove era possibile, piú o meno dove ha inizio la montagna, quindi proseguimmo a piedi, salendo di corsa. Quando arrivai nella radura, alcuni dei bambini avevano recuperato la conoscenza, almeno in parte, e si erano alzati. Quanti? Tre, forse quattro. Alzati per modo di dire, perché non erano ancora del tutto svegli, avevano difficoltà a tenersi in piedi e stavano carponi, le mani appoggiate sul terreno. Gli altri bambini giacevano ancora al suolo inerti. Però alcuni sembrava stessero riacquistando i sensi, perché cominciavano lentamente a muoversi, strisciando, come dei grossi insetti. Era una scena davvero straordinaria. Il posto dove i bambini erano svenuti era uno spazio piuttosto pianeggiante e vuoto per essere in una foresta, come se fosse stato creato artificialmente, ed era illuminato dalla luce del sole d’autunno. E lí, in mezzo o ai bordi di quello spazio, vi erano sedici bambini stesi a terra, ognuno in una posizione differente: alcuni che cominciavano a muoversi, altri ancora immobili. Sembrava una scena di teatro d’avanguardia. Dimenticando i miei compiti di medico, rimasi per qualche istante attonito, senza fiato, a guardare. Ma non ero solo. Sembrava che ognuno di noi arrivati là a portare soccorso fosse caduto in una sorta di momentanea paralisi. Forse è una cosa strana da dire, ma ebbi come la sensazione che ci fossimo trovati, per non so quale errore, ad assistere a una scena che non era destinata a occhi umani. In tempo di guerra noi medici, anche in una provincia remota come quella, eravamo preparati ad affrontare qualsiasi evenienza. Eppure quella visione mi aveva letteralmente pietrificato. Ma subito ritornai in me, e corsi a sollevare uno dei bambini svenuti. Era una bambina. Il corpo era completamente privo di forza, inerte: sembrava una bambola di pezza. Il respiro era regolare, ma non aveva conoscenza. Gli occhi però erano aperti normalmente, e guardava qualcosa, spostando le pupille da destra a sinistra. Tirai fuori dalla borsa una piccola torcia e le puntai la luce negli occhi. Non ebbe nessuna reazione. Nonostante le sue pupille continuassero a muoversi, e fossero quindi apparentemente funzionanti, non reagivano alla luce. Era una cosa davvero strana. Provai a tirare su anche altri bambini, e a ripetere l’operazione con loro, ma il risultato fu identico. Allora misurai i battiti e la temperatura. Ricordo che il battito era in media tra i 50 e i 55, e la temperatura non raggiungeva i 36 gradi. Mi pare che fosse di 35 e mezzo. Sí, per bambini di quell’età il battito era piuttosto lento, e la temperatura di un grado al di sotto della norma. Provai ad annusare il respiro, ma non vi era nessun odore particolare. Anche la gola e la lingua non presentavano nulla di insolito. Al primo rapido esame esclusi subito che potesse trattarsi di un avvelenamento da funghi. Nessuno aveva conati di vomito. Nessuno era paralizzato. Nessuno soffriva. Quando si è ingerito qualcosa di tossico, ed è passato del tempo, si manifesta almeno uno di questi tre sintomi. Capito che non era un avvelenamento da funghi, tirai un respiro di sollievo. Ma una volta esclusa questa possibilità, restava da accertare che cosa fosse accaduto, e io non sapevo a che altro pensare. I sintomi erano abbastanza simili a quelli di un colpo di sole. D’estate accade spesso che i bambini svengano per un’insolazione. Può succedere che uno perda conoscenza, e dietro di lui a ruota, a uno a uno, gli altri crollino svenuti come per contagio. Però eravamo in novembre. E per giunta in un luogo fresco come l’interno di una foresta. Se si fosse trattato di uno o due bambini, sarebbe stata una possibilità da considerare, ma era impensabile che tutti e sedici avessero avuto un’insolazione in un posto simile. Un’altra ipotesi era che si fosse trattato di gas. Un gas velenoso, come ad esempio il gas nervino. Un gas presente in natura, o artificiale… Naturalmente non avevo la minima idea della ragione per cui qualcuno potesse spargere del gas in un posto cosí solitario, in mezzo alla foresta. Però l’ipotesi di un gas tossico avrebbe potuto fornire una spiegazione abbastanza logica a quel fenomeno. Tutti avevano respirato la stessa aria, e per questo avevano perso i sensi cadendo a terra. Il fatto che solo la maestra non avesse subíto alcuna conseguenza, poteva indurre a pensare che il gas fosse piuttosto rarefatto e che un fisico adulto lo sopportasse meglio. Ma se questa ipotesi fosse stata giusta, che terapia avrei dovuto applicare? Non ne avevo la piú pallida idea. Io sono un semplice medico di campagna e non possiedo nessuna conoscenza specifica sui gas tossici. Brancolavo nel buio piú totale. Dato che ci trovavamo in mezzo alla montagna, telefonare a qualche specialista era fuori questione. Però in effetti alcuni dei bambini mostravano segni evidenti di un progressivo ritorno alla normalità, e quindi poteva anche darsi che nel giro di poco tempo tutti avrebbero riacquistato naturalmente conoscenza. Era una previsione piuttosto ottimistica, ma a essere sinceri non mi veniva in mente nessun’altra idea. Decisi quindi di lasciarli riposare tranquilli, e di osservare il loro aspetto. Non notò nulla di insolito nell’aria? Anch’io mi ero posto questo problema, infatti inspirai diverse volte profondamente, per capire se ci fosse qualche odore insolito. Tuttavia c’era la normale aria che si respira in un bosco di montagna. Si sentiva il profumo degli alberi. Era un’aria fresca, piacevole. Non vi era niente di anomalo nemmeno nella vegetazione lí intorno, niente che avesse cambiato forma o colore. Osservai con attenzione i funghi che i bambini avevano raccolto prima di cadere privi di sensi. Erano appena una manciata. Si capiva che dovevano essere svenuti poco dopo aver iniziato la raccolta. Erano tutti funghi comuni, commestibili. Io faccio il medico in quella zona già da tempo, e ne conosco bene le varietà. Naturalmente la prudenza non è mai troppa, quindi presi quei funghi per portarli ad analizzare da uno specialista. Ma anche lui confermò, come avevo detto io, che erano dei piú comuni, completamente innocui. Tornando ai bambini che avevano perso conoscenza: a parte il fatto che le loro pupille si spostavano da destra a sinistra, non ha notato nessun altro sintomo o reazione che potesse sembrarle anormale? Una dilatazione eccessiva della pupilla? Alterazioni nel bianco degli occhi, o nella frequenza del battere di ciglia? No, a parte le pupille che si spostavano da un lato all’altro come un riflettore, non vi era nient’altro di strano. Le altre funzioni erano regolari. I bambini guardavano qualcosa. Per essere piú preciso, direi che era come se i bambini non vedessero quello che noi vedevamo, ma qualcosa che a noi era invisibile. Anzi, per dare meglio l’idea dell’impressione che avevo, piú che «vedere qualcosa» sarebbe piú esatto dire che stavano assistendo a qualcosa. Le facce erano prive di espressione, ma il corpo trasmetteva un’impressione di calma, e non vi era nessun segno di dolore o paura. Se ho pensato di lasciarli per il momento lí dove si trovavano e di osservare le loro condizioni, è stato anche per questo. Visto che non soffrivano, lasciarli temporaneamente cosí mi era sembrata la cosa migliore da farsi. Comunicò a qualcuno dei presenti i suoi sospetti su una possibile presenza di gas? Sí, lo feci. Ma come me, anche tutti gli altri non conoscevano casi di questo tipo. Nessuno aveva mai sentito parlare di persone che, inoltrandosi in una montagna, avessero inalato del gas venefico. Qualcuno, credo il vicedirettore, disse che potevano essere stati i militari americani a spargerlo. Che forse avevano sganciato una bomba con del gas tossico. Allora la maestra disse che in effetti poco prima che entrassero nella foresta era apparsa in cielo la sagoma di un aereo che sembrava un B29. Disse che l’avevano visto volare proprio sopra la montagna. Abbiamo detto tutti all’unisono che doveva essere stato quello. Che sí, probabilmente era un nuovo tipo di bomba a gas inventata dall’esercito americano. Anche dalle nostre parti era giunta voce che gli americani avevano messo a punto un nuovo tipo di bomba. Ovviamente nessuno capiva perché avrebbero dovuto buttare una bomba simile proprio in questo posto sperduto fra le montagne. Però al mondo esistono anche gli errori. E non sempre è dato capire ciò che accade. Poi a poco a poco i bambini sono tornati in modo naturale alla normalità, vero? Sí, esatto. Non so descrivere il sollievo che provai. I bambini cominciarono prima a strisciare per terra, poi a sollevarsi anche se un po’ barcollanti, e un po’ alla volta riacquistarono coscienza. Durante questo processo nessuno lamentò alcun dolore. Ritornavano in sé molto dolcemente, come se si stessero svegliando naturalmente da un lungo sonno. Man mano che riprendevano i sensi, anche il movimento degli occhi ritornava progressivamente alla normalità. Quando provai di nuovo a illuminargli le pupille con la torcia elettrica, le reazioni questa volta furono del tutto normali. Ma ci volle un po’ di tempo prima che riprendessero a parlare. Si comportavano proprio come chi è ancora intontito dal sonno. Provammo a chiedere ai bambini, uno per uno, che cosa fosse successo. Ma loro ci guardavano stupiti, come se li stessimo interrogando su qualcosa di cui non sapevano nulla. I bambini riuscivano a ricordare fino a quando erano entrati nella foresta e avevano cominciato a raccogliere i funghi in quella radura. Ma di cosa era accaduto dopo non avevano nessuna memoria. Sembrava non avessero nessuna cognizione neanche del tempo che era passato. Avevano appena cominciato a raccogliere i funghi che di colpo un sipario era calato, e l’attimo dopo si erano trovati stesi a terra, circondati da noi adulti. I bambini non capivano perché stessimo lí, agitati e scuri in volto, anzi sembrava che avessero quasi paura di noi. Ma fra loro c’era un bambino che purtroppo non riprese conoscenza. Era sfollato da Tōkyō, e si chiamava Nakata Satoru. Sono abbastanza sicuro che il nome fosse questo. Era piccolo di statura, e di carnagione chiara. Fu l’unico a non svegliarsi. Restò steso lí a terra all’infinito, continuando a muovere le pupille. Ce lo caricammo sulle spalle e scendemmo con lui la montagna. Gli altri bambini vennero giú camminando con le loro gambe come se niente fosse accaduto. A parte Nakata, in seguito gli altri bambini mostrarono qualche sintomo? Non ho mai riscontrato nessuna visibile anomalia. Nessuno ha mai lamentato dolori o malesseri. Dopo essere tornati alla scuola, ho fatto venire tutti i bambini uno dopo l’altro nell’infermeria, ho misurato loro la temperatura, verificato il battito cardiaco con lo stetoscopio, controllato la vista, insomma ho eseguito tutti gli accertamenti che la situazione permetteva. Ho fatto fare loro anche alcuni semplici calcoli, e li ho fatti stare su un piede solo a occhi chiusi. Ma tutte le funzioni fisiche erano a posto. Non sembravano nemmeno accusare stanchezza. Anzi, avevano persino appetito. Non avendo mangiato niente a mezzogiorno, tutti dissero che avevano fame. Demmo loro delle polpette di riso, che mangiarono dalla prima all’ultima. Ma poiché non ero ancora del tutto tranquillo, alcuni giorni dopo passai dalla scuola per verificare le condizioni dei bambini che erano stati coinvolti nell’incidente. Ne chiamai alcuni nell’infermeria e rivolsi loro alcune semplici domande. Ma anche questa volta non riscontrai nulla di anomalo. Della strana esperienza da loro vissuta, quella di restare per due ore privi di sensi in mezzo alla montagna, non avevano nessuna traccia né nella mente né nel fisico. Anzi, sembrava non si ricordassero nemmeno che fosse mai accaduta. Avevano ripreso la loro vita di tutti i giorni, e si comportavano normalmente, senza mostrare alcun senso di disagio. Seguivano le lezioni, cantavano, e nei momenti di ricreazione facevano il giro del giardino della scuola correndo pieni di energia. In contrasto con loro, l’unica che dopo l’incidente sembrava soffrire ancora le conseguenze dello shock era la maestra responsabile della classe. Solo il bambino di nome Nakata persisteva in quello stato di incoscienza, perciò il mattino seguente fu trasportato all’Ospedale universitario di Kōfu. Da lí fu subito trasferito nell’Ospedale militare, ma comunque sia qui nel nostro paese non tornò mai piú. Non abbiamo mai saputo cosa ne sia stato di lui. La notizia dell’incidente non fu mai pubblicata sui giornali. Probabilmente le autorità non diedero il permesso di divulgarla, ritenendo che avrebbe potuto causare allarme. Eravamo in tempo di guerra, e l’esercito voleva evitare a tutti i costi il diffondersi di notizie prive di fondamento. La guerra stava prendendo una brutta piega, e anche a sud si susseguivano ritirate e perdite, mentre i bombardamenti americani sulle città si facevano sempre piú massicci e violenti. In questa situazione, le autorità temevano il diffondersi di sentimenti antibellici e disfattisti tra la popolazione. Alcuni giorni dopo anche noi ricevemmo una visita della polizia che ci raccomandò con forza di astenerci dal parlare di quanto era successo. In ogni caso, questo incidente rimane per me un mistero, un ricordo spiacevole di cui, a dire il vero, sento ancora il peso. Capitolo quinto Quando il pullman ha attraversato il gigantesco ponte sul Mare Interno ero addormentato, quindi me lo sono lasciato sfuggire. Peccato, desideravo vedere questo ponte che conoscevo solo dalle mappe. Qualcuno mi sveglia battendomi leggermente la spalla. – Ehi, siamo arrivati, – dice la ragazza. Mi stiro sul sedile, mi stropiccio gli occhi col dorso delle mani, poi guardo dal finestrino. Effettivamente il pullman si è fermato in una specie di piazza davanti alla stazione. La luce nuova del mattino inonda la scena. Una luce abbagliante eppure stranamente dolce, che trovo un po’ diversa da quella di Tōkyō. Guardo l’orologio. Le sei e trentadue. La ragazza mi dice, con voce piena di stanchezza: – Ah, questo viaggio non finiva mai. Non mi sento piú la schiena. Mi fa male pure il collo. Questa è l’ultima volta che prendo un pullman notturno. Anche se è un po’ piú caro, decisamente meglio viaggiare in aereo. Non mi importa delle turbolenze, dei dirottamenti, d’ora in poi solo in aereo. Dal portabagagli sopra di noi tiro giú la sua valigia e il mio zaino. – Come ti chiami? – chiedo. – Io? – Sí. – Sakura, – risponde. – E tu? – Tamura Kafka, – dico. – Tamura Kafka, – ripete Sakura. – Che strano nome. Però facile da ricordare. Annuisco. Non è semplice diventare un’altra persona. Ma cambiare nome è un gioco da ragazzi. Quando scendiamo dal pullman, posa la valigia a terra e ci si siede sopra, poi dalla tasca dello zainetto che ha in spalla tira fuori un taccuino e scrive in fretta qualcosa. Strappa la pagina e me la porge. Sembrerebbe un numero di telefono. – È il numero del mio cellulare, – dice, arricciando le sopracciglia. – Per il momento starò a casa di un’amica, ma se hai voglia di incontrare qualcuno, chiamami. Magari andiamo a mangiare qualcosa insieme. Non farti problemi. Com’è quell’altro proverbio? Anche gli incontri casuali… – Seguono le vie del destino, – completo io. – Ecco ecco, – dice lei. – Che vuol dire? – Si riferisce all’influenza del karma di esistenze precedenti… nella vita ogni cosa, anche la piú piccola, non è mai casuale. Seduta sulla sua valigia gialla, con il taccuino ancora in mano, riflette su quanto ho detto. – Hmm, è una filosofia in piena regola. E forse nemmeno sbagliata. Anche se mi sa un po’ di new age… Però senti, Tamura Kafka. Vorrei che ti ricordassi una cosa. Io non sono una che dà il suo numero di cellulare a chiunque. Il concetto ti è chiaro? Grazie, dico. Infilo il foglietto con il suo numero di cellulare, piegato, nella tasca del mio k-way. Poi ci ripenso e lo metto nel portafogli. – Fino a quando sarai a Takamatsu? – mi chiede Sakura. – Ancora non lo so, – rispondo. – Dipende da varie cose. Mi guarda dritto in faccia. Inclinando leggermente la testa. Come a dire: Meglio non insistere. Poi sale su un taxi, mi saluta agitando leggermente la mano e si allontana verso la sua destinazione. Sono di nuovo solo. Il suo nome, Sakura, non è lo stesso di mia sorella. Ma i nomi si possono cambiare facilmente. Soprattutto quando ci si vuole nascondere da qualcuno. Prima di partire ho prenotato una stanza in un business hotel di Takamatsu, segnalato dall’Ymca di Tōkyō a cui avevo telefonato. Passando attraverso di loro potevo ottenere una tariffa ridotta. Però questa tariffa speciale è applicabile solo per tre giorni. A cominciare dal quarto, dovrei pagare tariffa piena. Volendo risparmiare, avrei potuto dormire su una panchina davanti alla stazione, oppure nel mio sacco a pelo in un parco, visto che non fa freddo. Ma se mi avesse notato qualche poliziotto mi avrebbe chiesto di fargli vedere i documenti, proprio la cosa che piú volevo evitare. Quindi per il momento ho prenotato l’albergo per i primi tre giorni. A cosa fare dopo, penserò a suo tempo. Entro in un ristorante di udon vicino alla stazione, il primo che mi capita a tiro, per rifocillarmi. Essendo nato e cresciuto a Tōkyō, ho mangiato rarissime volte gli udon. In ogni caso questi sono tutt’altra cosa rispetto a quelli che avevo provato finora. La consistenza è molto piú spessa, sono freschi, e l’odore del brodo piú appetitoso. E per giunta costano incredibilmente poco. Sono talmente buoni che faccio il bis. Mi sento sazio come non mi capitava da tempo, e questo mi dà una sensazione di felicità. Poi mi siedo su una panchina davanti alla stazione e guardo il cielo sereno. Sono libero, penso. Eccomi qui, libero e solo come una nuvola che fluttua nel cielo. Decido di ingannare il tempo, in attesa che faccia sera, in biblioteca. Mi sono informato in anticipo su quali biblioteche ci sono nella zona di Takamatsu. È da quando ero piccolo che ho questa abitudine di ammazzare il tempo in biblioteca. Per un bambino che non vuole tornare a casa, non ci sono molti posti dove recarsi. Da solo non può andare nei caffè e neanche al cinema. Restano soltanto le biblioteche. Non si paga il biglietto d’ingresso, e nessuno ha niente da dire se ci entra un bambino non accompagnato. Puoi sederti e leggere tutti i libri che ti pare. Quando tornavo da scuola, andavo sempre in bicicletta fino alla biblioteca del quartiere. Anche nei giorni di vacanza trascorrevo lí da solo molto tempo. Leggevo tutto quello che mi capitava sottomano, romanzi, biografie, storia. Una volta letti tutti i libri per bambini, cambiai di scaffale e passai a quelli per adulti. Leggevo anche quelli che non capivo bene, dalla prima all’ultima pagina. Quando mi stancavo di leggere, mi sedevo in una cabina fornita di cuffie e ascoltavo i dischi. Non avendo nessuna conoscenza di musica, ascoltavo metodicamente, partendo da destra, tutto quello che trovavo. È stato cosí che ho scoperto Duke Ellington, i Beatles e i Led Zeppelin. La biblioteca era per me come una seconda casa. O forse sarebbe meglio dire che la biblioteca era la mia vera casa. A forza di frequentarla ogni giorno, conoscevo di vista le impiegate. Loro avevano imparato il mio nome, e quando mi vedevano mi salutavano e mi rivolgevano parole gentili (alle quali non sapevo rispondere, essendo di una timidezza patologica). Alla periferia di Takamatsu c’è una biblioteca che un ricco signore, appartenente a un’antica famiglia, ha fondato a partire dalla propria collezione personale di libri. Pare che già la sede, una villa con giardino, valga la visita, e il catalogo comprende anche edizioni rare. Avevo visto alcune foto della biblioteca sulla rivista «Taiyō». Era una grande e antica costruzione in stile giapponese, con un’elegante sala di lettura, simile a un salone per gli ospiti, e vi erano persone che leggevano sedute su enormi divani. Vedendo quelle foto, ne ero stato misteriosamente attratto. E avevo pensato che se ne avessi avuto l’occasione, un giorno avrei voluto visitare quella biblioteca. Si chiamava Biblioteca Kōmura. Vado all’ufficio informazioni turistiche della stazione e chiedo come arrivarci. Una gentile signora di mezza età mi dà una pianta della città, traccia una X nel punto in cui si trova la biblioteca e mi dice quale treno prendere. Mi spiega che fino alla stazione d’arrivo ci vorranno una ventina di minuti. Ringrazio e controllo il tabellone degli orari nella stazione. C’è un treno piú o meno ogni venti minuti. Siccome c’è ancora un po’ di tempo fino alla prossima partenza, in un chiosco della stazione compro un cestino con il pranzo. È un piccolo treno, formato solo da due vagoni. I binari passano attraverso una strada commerciale, costeggiata da grandi edifici, proseguono attraverso un quartiere fitto di negozietti e abitazioni, e poi per una zona con diverse fabbriche e depositi. Vedo un parco, un palazzo in costruzione. La faccia incollata al finestrino, guardo incantato il paesaggio di questa terra sconosciuta. Tutto mi appare fresco e nuovo. Prima d’ora non avevo mai visto un paesaggio urbano che non fosse quello di Tōkyō. Il treno che va verso la periferia, a quest’ora di mattina è vuoto, ma il binario opposto, dove passano i treni che vanno in città, è affollatissimo di studenti delle medie e del liceo con gli zainetti sulle spalle e le uniformi estive. Vanno tutti a scuola. Solo io no. Solo io viaggio in direzione opposta. Solo io sono su questo binario. Di colpo provo un senso di oppressione al petto, come se l’aria intorno a me fosse troppo rarefatta. Sto facendo davvero la cosa giusta? Questo dubbio mi fa sentire a un tratto terribilmente insicuro. Cerco di non guardare piú tutti quei ragazzi. La ferrovia per un po’ costeggia il mare, quindi si sposta nell’interno. C’è un campo fitto di pannocchie di granturco che crescono altissime, vigneti, campi di mandarini coltivati a terrazze. Qua e là si vedono laghetti per l’irrigazione, la cui superficie riflette il sole del mattino. L’acqua di un fiume che scorre serpeggiando in un campo pianeggiante dà una sensazione di freschezza; vi sono terreni incolti ricoperti di erbe estive. Un cane fermo accanto alle rotaie guarda passare il treno. Nel vedere questo paesaggio, il gelo che avevo provato si scioglie e mi sento un po’ piú sereno. Tiro un respiro profondo e mi dico: È tutto a posto. Ormai devi solo andare avanti cosí. Uscito dalla stazione, seguendo le indicazioni mi avvio per una vecchia strada diretta a nord. Su entrambi i lati, si susseguono senza interruzione ville circondate da recinzioni. Non ne avevo mai viste tante, e cosí diverse. Palizzate di legno nero, muri bianchi, muri formati da lastre di granito, muri di pietra sormontati da siepi. La zona è silenziosa; non si vede nessuno per strada. Anche le auto sono rarissime. Respirando a fondo, si avverte un lievissimo odore di mare. Probabilmente siamo vicini alla costa. Tendo l’orecchio, ma non sento il rumore delle onde. Da qualche parte deve esserci qualche costruzione in corso, perché da lontano arriva fioco il rumore di una motosega, simile a un ronzio di api. Dalla stazione ci sono spesso dei cartelli che indicano la biblioteca, quindi non corro il rischio di perdermi. Davanti all’imponente cancello della Biblioteca Kōmura ci sono due pruni, potati con cura. Superato il cancello, vi è un viottolo lastricato di ciottoli che si snoda sinuoso, e diversi alberi tenuti in modo ammirevole; non si vede una sola foglia a terra. Ci sono pini, magnolie, kerrie, azalee. Tra i cespugli intravedo alcune grandi, antiche lanterne di pietra e, un po’ piú distante, un laghetto. Finalmente giungo all’ingresso, costruito in modo assai ricercato. Mi fermo davanti alla porta aperta e resto lí per qualche istante, indeciso se entrare. Questa biblioteca non assomiglia a nessuna di quelle che conosco. Ma dal momento che sono arrivato fin qui, sarebbe assurdo tornare indietro. Subito accanto all’entrata c’è un giovane, seduto a un tavolo, che ritira i miei bagagli. Metto giú lo zaino e tolgo gli occhiali da sole e il berretto. – È la prima volta che vieni? – mi chiede. Ha una voce tranquilla, rilassata. Il tono è un po’ acuto, ma l’impressione è armoniosa e piacevole. Annuisco. Non riesco a rispondere. Sono teso. Non mi aspettavo quella domanda. Tenendo in mano una matita dalla punta affilata, mi osserva per qualche istante con interesse. È una matita gialla, con la gomma a una delle estremità. Lui è un giovane dal viso minuto, dai lineamenti regolari. Di una bellezza delicata, insolita in un uomo. Porta una camicia button-down bianca di cotone, e pantaloni chino verdi. Niente di ciò che indossa ha la minima piega. Ha i capelli piuttosto lunghi, che gli ricadono sulla fronte quando abbassa la testa, e ogni tanto se li tira indietro con la mano. Le maniche della camicia, rimboccate fino al gomito, lasciano intravedere i polsi, bianchi ed esili. Ha occhiali dalla montatura sottile che si adattano bene alla forma del suo viso. Al petto porta un piccolo badge di plastica con su scritto il suo nome: Ōshima. È diverso da qualunque impiegato di biblioteca che io abbia mai visto. – Puoi circolare a tuo piacere tra gli scaffali. Se ci sono libri che ti interessano, puoi prenderli e portarli alle sale di lettura. Solo per i libri rari, quelli su cui è apposto un sigillo rosso, è necessario compilare ogni volta un modulo per richiederli. Lí a destra c’è la sala di consultazione con gli indici a schede e il computer. Se ne hai bisogno, puoi utilizzarlo liberamente per le tue ricerche. I libri non vengono dati in prestito. Non abbiamo riviste né quotidiani. È proibito scattare fotografie, o fare fotocopie. Cibi e bevande possono essere consumati solo sulle panchine del giardino. La biblioteca chiude alle cinque. Quindi posa la matita sul tavolo e mi chiede: – Sei uno studente di liceo? Faccio un lungo respiro e rispondo di sí. – Questa è un po’ diversa dalle altre biblioteche, – dice. – Perché è specializzata in alcuni settori in particolare. Come ad esempio vecchie edizioni di tanka e haiku di autori classici. Naturalmente abbiamo anche opere rivolte a un pubblico piú vasto, ma la maggior parte delle persone che prendono apposta il treno per venire fin qui da lontano, sono studiosi che fanno ricerche su quei materiali. Nessuno viene fin qui per leggere i libri di Stephen King. E i visitatori giovani come te sono rarissimi. Anche se a volte abbiamo studenti di corsi di dottorato. Tu ti occupi di tanka e haiku? – No, – rispondo. – Infatti non sembrerebbe. – Ma posso venire lo stesso? – chiedo timidamente, attento a mantenere il controllo sul tono della mia voce. – Naturalmente, – dice con un sorriso. Poi, appoggiando le dita di entrambe le mani sul tavolo: – Questa è una biblioteca, perciò chiunque abbia voglia di leggere libri è il benvenuto. E poi, resti fra noi, io sono il primo a non avere un interesse particolare per tanka e haiku. – È davvero un bellissimo edificio, – dico. Il giovane annuisce. – I Kōmura sono una famiglia di grandi produttori di sakè, attivi dall’epoca Edo, e il precedente capofamiglia era un bibliofilo, conosciuto in tutto il Giappone per essere un grande collezionista di libri. Il padre, cioè il padre del padre degli attuali Kōmura, era lui stesso poeta, autore di tanka, e per questa ragione molti letterati, quando venivano nello Shikoku, passavano a trovarlo. Gente come Wakayama Bokusui, Ishikawa Takuboku, Shiga Naoya. L’atmosfera doveva essere accogliente, perché alcuni di loro si fermarono a lungo. Era una famiglia tradizionale che amava spendere senza risparmio i propri soldi per la letteratura e le arti. Di solito le famiglie di questo tipo, giunte a una certa generazione, perdono i loro patrimoni, ma fortunatamente nel caso dei Kōmura ciò non è avvenuto. Hanno coltivato le proprie passioni, ma senza mai trascurare gli affari. – Erano ricchi, quindi, – dico. – Sí, molto, – risponde lui. Poi fa una leggera smorfia con le labbra. – Forse non ai livelli di prima della guerra, ma sono piuttosto ricchi anche ora. Perciò possono permettersi di gestire una biblioteca cosí importante. Naturalmente, creare una fondazione serve anche a diminuire le tasse di successione, e ciò avrà avuto il suo peso, ma questo è un altro discorso. Se fossi interessato all’edificio, oggi alle due ci sarà una breve visita guidata, e se lo desideri puoi partecipare. Si tiene una volta alla settimana, il martedí, che guarda caso è oggi. Al primo piano c’è una collezione di calligrafie e dipinti rari, e siccome l’edificio è interessante anche dal punto di vista architettonico, potrebbe valerne la pena. Grazie, dico. Mi sorride come per dire «prego». Poi riprende in mano la matita e batte leggermente sul tavolo l’estremità con la gomma, ton ton ton. Lo fa con molta dolcezza, quasi come per incoraggiarmi. – È lei a fare da guida? – chiedo. Il signor Ōshima sorride. – Io sono un semplice collaboratore. La responsabile è la signora Saeki, che è il mio capo. È lei, che fra l’altro è parente della famiglia Kōmura, a guidare la visita. È una persona splendida. Sono sicuro che ti piacerà molto. Entro in una delle sale della biblioteca, e giro tra gli scaffali cercando un libro che possa interessarmi. Alcune travi grosse e maestose sostengono il soffitto. Dalle finestre penetrano i raggi del sole d’inizio estate. I vetri sono aperti verso l’esterno, e dal giardino giungono le voci degli uccellini. Negli scaffali che ho di fronte, come mi aveva detto Ōshima, ci sono molti testi che riguardano poeti di tanka o haiku. Antologie, saggi critici, biografie. Vi sono anche numerosi volumi di storia locale. Gli scaffali in fondo contengono libri di carattere piú generale. Raccolte antologiche di letteratura giapponese e mondiale, le opere complete di singoli autori, letteratura classica, filosofia, testi teatrali, arte, sociologia, storia, biografie, geografia… Quando prendo in mano qualche libro e lo apro, dalle pagine emana un odore di antico. È un odore particolare, sprigionato dalla conoscenza profonda e dalle intense emozioni che hanno dormito a lungo, tranquille, al riparo della copertina. Aspiro quell’odore, scorro con gli occhi alcune pagine, e ripongo il libro negli scaffali. Poi finalmente mi fermo sull’edizione delle Mille e una notte nella traduzione di Burton. Scelgo uno di quei volumi dalle belle copertine e lo porto nella sala di lettura. È un libro che volevo leggere da tempo. La biblioteca ha aperto da poco e lí dentro ci sono solo io. Posso avere questa elegante sala tutta per me. È come nelle foto di quella rivista. Il soffitto alto, gli ambienti ampi, e ciononostante un’atmosfera accogliente. Dalla finestra aperta ogni tanto entra un soffio di vento. Le tende bianche ondeggiano lievemente, senza rumore. Il vento profuma di mare. Il divano è tra i piú comodi che abbia mai provato. In un angolo della sala c’è persino un pianoforte verticale: è come essere a casa di un amico. Mentre sono seduto sul divano e mi guardo intorno, mi accorgo che la sala è il posto che stavo cercando da tempo. Sí, stavo cercando esattamente un posto cosí, nascosto in una nicchia del mondo. Fino ad ora però, era stato per me solo un luogo fantasticato e segreto. Non riesco ancora a credere che esistesse davvero da qualche parte. Chiudo gli occhi, inspiro a fondo, e l’aria rimane sospesa in me come una nuvola dolcissima. È una sensazione meravigliosa. Accarezzo lentamente col palmo della mano il divano ricoperto da un rivestimento color crema. Mi alzo, vado davanti al pianoforte, sollevo il coperchio e provo a posare delicatamente le dieci dita sulla tastiera ingiallita. Abbasso il coperchio e faccio qualche passo sul vecchio tappeto dal disegno di grappoli d’uva. Provo a girare una vecchia maniglia che serve ad aprire e chiudere la finestra. Accendo e spengo una lampada da terra. Guardo a uno a uno i quadri appesi alle pareti. Poi torno a sedermi sul divano e ricomincio a leggere dal punto in cui avevo lasciato. Mi concentro sul libro. Verso mezzogiorno, tiro fuori dallo zaino l’acqua minerale e il cestino con il pranzo, e mi siedo a mangiare sulla veranda che dà sul giardino. Si avvicinano degli uccelli: volano da un albero all’altro, e scendono sull’orlo del laghetto a bere o a darsi una rinfrescata. Ci sono anche uccelli che non ho mai visto prima. Quando appare un grosso gatto bruno gli uccelli volano via in fretta, ma il gatto non presta loro nessuna attenzione. Tutto quello che gli interessa è stendersi pigramente su una delle pietre del viottolo a godersi i raggi del sole. – Oggi a scuola è vacanza? – mi chiede Ōshima quando ripasso a posare lo zaino prima di tornare nella sala di lettura. – No, non è vacanza, sono io che ho deciso di prendermi un po’ di riposo, – rispondo, attento a scegliere le parole con cura. – Un rifiuto per la scuola? – fa lui. – Può darsi. Ōshima mi scruta incuriosito. – Può darsi? – chiede. – Non è un rifiuto, è solo che ho deciso di non andarci, – spiego. – Hai semplicemente smesso, in base a una tua scelta volontaria e serena, di andarci? Annuisco. Non mi viene in mente cos’altro rispondere. – Secondo quanto dice Aristofane nel Simposio di Platone, nell’era degli antichi miti c’erano tre tipi di esseri, – dice Ōshima. – Ne hai sentito parlare? – No. – Il mondo antico era composto di uomini-uomini, donne-donne e uomini-donne. E tutti vivevano soddisfatti, senza nessun problema. Poi un giorno un dio prese la spada e tagliò ognuno di loro in due parti. Due metà precise. Il risultato fu che il mondo divenne popolato solo da uomini e donne, e tutti presero a vivere correndo da una parte all’altra nella ricerca continua della propria metà perduta, che doveva tuttora esistere da qualche parte. – Perché quel dio fece una cosa del genere? – Perché divise gli esseri in due? Mah, perché lo fece non saprei. È sempre difficile capire le azioni degli dèi. Si sa che sono irascibili, e poi tendono, come dire, a un eccessivo idealismo. Si può immaginare che gli esseri si fossero macchiati di qualche colpa. Un po’ come la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. – Il peccato originale, – dico. – Sí. Il peccato originale, – dice Ōshima. Poi fa dondolare leggermente la lunga matita tra l’indice e il medio come per trovare il giusto punto di equilibrio. – Comunque quello che vorrei dire è che è difficile per ogni essere umano vivere solo. Torno alla sala di lettura e mi metto a leggere il seguito della «Storia di Abu ’l-Hasan il burlone». Ma non riesco piú a concentrarmi sul libro. Uomini-uomini, donne-donne, uomini-donne? Quando l’orologio segna le due, interrompo la lettura del mio libro e mi alzo per andare a prendere parte alla visita dell’edificio. La signora Saeki, che farà da guida, è una donna magra sui quarantacinque anni. Piuttosto alta, mi sembra, per una donna della sua generazione. Indossa un vestito blu a mezze maniche, con sopra un sottile cardigan color crema. Ha un bel portamento. I capelli, lunghi, sono raccolti con leggerezza sulla nuca. Il viso è intelligente e raffinato. Gli occhi sono belli. E ha sempre un sorriso che le aleggia sulle labbra, simile a un’ombra. Non so bene come spiegarlo, ma quel sorriso ha qualcosa di perfetto e di unico. Mi fa venire in mente un angolo illuminato dal sole. Un angolo soleggiato che non somiglia a nessun altro e può esistere solo in un luogo nascosto e lontano. Anche nel giardino della casa di Nogata dove abitavo, ce n’era uno cosí. Sin da quando ero bambino, ho sempre amato quel piccolo angolo segreto. La signora Saeki mi fa una forte impressione, e suscita in me una specie di nostalgia. Ah, se fosse lei mia madre, penso. È il pensiero che mi viene in mente ogni volta che mi capita di vedere una donna di mezza età dall’aspetto attraente (o simpatico). Inutile dire che le possibilità che la signora Saeki sia mia madre sono quasi inesistenti. Però, almeno in teoria, un minimo di possibilità esiste, considerato che io non conosco né il viso né il nome di mia madre. Insomma, non vi è nulla che escluda a priori l’ipotesi che lei possa essere mia madre. A prendere parte alla visita, oltre a me, c’è solo una coppia sulla cinquantina venuta da Ōsaka. La moglie è una signora bene in carne che porta un paio di lenti spesse. Il marito è magro, dalla capigliatura ispida che avrà bisogno di una spazzola di ferro per tenere a bada. Ha gli occhi sottili e la fronte spaziosa, e mi ricorda una di quelle statue, nelle isole del Sud, che fissano in eterno l’orizzonte. È soprattutto la moglie a mantenere la conversazione: il marito fa giusto qualche esclamazione d’assenso ogni tanto. A parte questo, si limita ad approvare col capo e a mostrarsi ammirato, e solo di rado farfuglia qualche parola smozzicata e indecifrabile. Dai vestiti si direbbe che il loro obiettivo, piú che la biblioteca, sia una passeggiata in montagna. Indossano entrambi panciotti impermeabili e scarponi con l’allacciatura alta e cappellini per scalatori. È probabilmente il loro abbigliamento abituale da viaggio. Sembrano brave persone, anche se non arrivo a fantasticare che li vorrei come genitori. In ogni caso, quando ho saputo che non ero l’unico a partecipare alla visita, ho provato un certo sollievo. Per prima cosa la signora Saeki racconta la storia della Biblioteca Kōmura. Sono piú o meno le stesse cose che mi ha già detto Ōshima. Che la biblioteca è stata fondata con lo scopo di contribuire allo sviluppo della cultura locale, mettendo a disposizione del pubblico tutti i libri, i documenti, le calligrafie e le pitture che i Kōmura hanno raccolto nel corso di generazioni. La famiglia ha creato, utilizzando il proprio patrimonio, una fondazione che gestisce la biblioteca, e occasionalmente organizza convegni o concerti di musica da camera. L’edificio era stato in origine costruito all’inizio dell’era Meiji come dépendance adibita a biblioteca e alloggio per i visitatori, ma durante l’era Taishō fu radicalmente ristrutturato e trasformato in una villa a due piani, e le stanze per ospitare i letterati e gli artisti divennero ancora piú belle. Negli anni dall’era Taishō al primo periodo Shōwa, molti illustri personaggi si recarono in visita dai Kōmura, e ognuno lasciò una traccia del proprio passaggio. Come segno di riconoscenza per l’ospitalità ricevuta, i poeti offrirono tanka e haiku, i letterati i loro scritti, e gli artisti pitture. – Nella sala espositiva al piano superiore potrete ammirare una selezione di questo prezioso patrimonio culturale, – dice la signora Saeki. – Prima della seconda guerra mondiale, in questa regione si formò cosí una ricca cultura, non grazie alle amministrazioni locali, ma per opera di famiglie facoltose animate dalla passione per le arti, come i Kōmura. In pratica svolgevano il ruolo di mecenati, promuovendo lo sviluppo della cultura. Nella prefettura di Kagawa vennero fuori moltissimi poeti di grande ingegno nel campo del tanka e dello haiku, una fioritura a cui contribuirono sicuramente le energie profuse dai Kōmura a partire dall’era Meiji, per diverse generazioni, nel creare e mantenere un circolo artistico di elevata qualità in questa zona. Sulla nascita e lo sviluppo di questo circolo culturale sono stati pubblicati numerosi studi, saggi e memorie, tutti presenti nella nostra biblioteca. Se lo desiderate, potrete consultarli. Gli uomini della famiglia Kōmura si sono distinti nel corso di diverse generazioni per la loro profonda conoscenza della letteratura e dell’arte, dimostrando di avere l’occhio dei veri intenditori. Sembrava che se lo trasmettessero di padre in figlio. Sapevano distinguere ciò che valeva davvero dalle imposture: si dedicavano solo a quegli autori che reputavano eccellenti, e si prodigavano soltanto per progetti elevati. Ma come tutti sappiamo, non esiste al mondo nessuno il cui giudizio sia davvero infallibile. Sfortunatamente, nonostante il loro gusto raffinato, vi sono stati casi di validissimi scrittori che non hanno da loro ricevuto il trattamento appropriato. Ad esempio le opere del poeta di haiku Taneda Santōka furono da loro ahimè quasi tutte respinte. Dai libri con le firme degli ospiti sappiamo che Santōka fu spesso ospite qui e ogni volta, prima di andar via, lasciava degli haiku o qualche opera di calligrafia, ma il capofamiglia di allora lo disprezzava chiamandolo «fanfarone e pezzente», evitava ogni rapporto con lui, e buttò via quasi tutte le opere ricevute in omaggio. – Che peccato! – dice la signora venuta da Ōsaka, con palese rammarico. – Oggi le opere di Santōka varrebbero un patrimonio. – Ha perfettamente ragione. Però all’epoca era del tutto sconosciuto, quindi forse era inevitabile. Ci sono tante cose che si capiscono solo quando è tardi, – dice la signora Saeki con un sorriso. – Proprio vero, proprio vero, – fa eco il marito. Quindi la signora Saeki ci guida al piano superiore. Gli scaffali, la sala di lettura, la sala dei libri rari. – Quando il capo della famiglia Kōmura fece costruire la biblioteca, volle allontanarsi dallo stile di Kyōto, sobrio e raffinato, caro ai letterati, e la fece realizzare nello stile delle grandi dimore di campagna. Tuttavia, come potrete notare, in contrasto con la struttura di audace semplicità dell’edificio, arredi, decorazioni e cornici appaiono ricercati e preziosi. Ad esempio la bellezza e fluidità di questi pannelli di legno traforato non ha paragoni. Per costruire questa casa furono chiamati a raccolta tutti i piú grandi artigiani dello Shikoku. Saliamo poi al piano di sopra. La scalinata è imponente, con un soffitto alto. Il corrimano di ebano è lucidato con tanta cura che avrei paura, toccandolo, di lasciarvi le impronte. Giunti sul pianerottolo, troviamo una finestra in vetro colorato raffigurante un cerbiatto che allunga il collo per mangiare dell’uva. Su questo piano vi sono due sale e un grande salone per ricevimenti. Probabilmente in passato questo salone era ricoperto di tatami, e veniva utilizzato per incontri e banchetti. Adesso vi è un parquet, e alle pareti sono appese calligrafie, dipinti su rotolo e quadri di stile tradizionale. Al centro vi è una grande vetrina contenente cimeli e altri oggetti di valore storico. Le due sale piú piccole sono una in stile occidentale, l’altra in stile giapponese. In quella occidentale vi sono una grande scrivania e una sedia girevole, che danno l’impressione di essere tuttora usate. Dalla finestra alle spalle della scrivania si vedono file di pini, tra i quali si scorge la linea dell’orizzonte. I due coniugi di Ōsaka girano per la sala guardando nell’ordine gli oggetti esposti, e leggendo le note sul dépliant. Ogni volta che la moglie fa un commento ad alta voce, il marito risponde con delle esclamazioni di consenso. Tra i due non sembrano esservi divergenze di opinione su niente. Non essendo interessato a quegli oggetti, giro per la sala osservando alcuni particolari dell’edificio. Sto esplorando la sala occidentale, quando la signora Saeki mi raggiunge. – Se vuole, può provare a sedersi, – mi dice. – Shiga Naoya e Tanizaki Jun’ichirō si sono seduti a quella scrivania. La sedia non è la stessa di allora, naturalmente. Mi accomodo sulla sedia girevole. Poi appoggio delicatamente le mani sulla scrivania. – Che gliene pare, ha la sensazione che potrebbe scrivere qualcosa anche lei? Arrossendo un po’, faccio di no con la testa. La signora Saeki ride e torna dalla coppia nell’altra sala. Rimanendo sulla sedia, guardo la sua figura di spalle mentre si allontana. Il corpo, le gambe, il portamento. I suoi gesti hanno una naturalezza e un’eleganza incomparabili. Vi è in essi qualcosa di veramente unico che non saprei spiegare razionalmente. È come se attraverso la sua figura di spalle mi comunicasse qualcosa. Qualcosa che non si può tradurre in parole. E che la sua immagine di fronte non può comunicarmi. Ma che cosa sia non lo capisco. Le cose che non capisco sono tante. Seduto sulla sedia girevole, mi guardo intorno. Su una parete vi è un dipinto a olio che raffigura una veduta costiera, probabilmente di questa regione. È un quadro vecchio stile, ma i colori hanno una loro freschezza. Sulla scrivania vi è un grande portacenere, e una lampada dal paralume verde. Premo l’interruttore: si accende. Sulla parete di fronte c’è un vecchio orologio nero. Sembra un pezzo d’antiquariato, ma le lancette segnano l’ora esatta. Il parquet in alcuni punti è consumato, e camminando scricchiola un po’. Finita la visita, i coniugi di Ōsaka hanno ringraziato la signora Saeki e se ne sono andati. Erano soci di un circolo di poeti di tanka del Kansai. Passi per la moglie, ma che poesie potrà mai comporre il marito? Non si possono mica fare poesie a forza di esclamazioni e cenni di consenso. O forse solo quando compone, attingerà a qualche sua misteriosa fonte di ispirazione? Torno alla sala di lettura e riprendo il mio libro. È ormai pomeriggio e nel frattempo sono arrivate altre persone. La maggior parte di loro porta gli occhiali da presbite, che a me sembra rendano tutte le facce un po’ uguali. Il tempo passa molto lentamente. Tutti sono immersi nella lettura. Nessuno parla. C’è qualcuno che, seduto alla scrivania, prende degli appunti, ma gli altri sono completamente immersi nel loro libro, ognuno al proprio posto, senza dire una parola e senza nemmeno cambiare ogni tanto posizione. Come me, del resto. Alle cinque smetto di leggere, ripongo il libro nello scaffale e mi avvio verso l’uscita. – A che ora aprite la mattina? – chiedo. – Alle undici. Il lunedí siamo chiusi, – risponde Ōshima. – Verrai anche domani? – Sí, se non disturbo. Ōshima mi guarda con dolcezza, gli occhi un po’ socchiusi. – Ci mancherebbe, nessun disturbo. Le biblioteche sono fatte per chi ha voglia di leggere. Ci farà piacere se verrai ancora. Ma giri sempre con un bagaglio cosí pesante? Chissà che cosa ci tieni lí dentro… una collezione di monete d’oro? Arrossisco. – Scherzavo, scherzavo. Non lo voglio sapere davvero, – dice Ōshima. Poi, premendosi la punta di gomma della matita contro la tempia, dice: – Allora, a domani. – Arrivederci, – dico. Invece di agitare la mano, mi saluta sollevando la matita in aria. Torno a Takamatsu con lo stesso treno che ho preso all’andata. Mi fermo a mangiare in un ristorante a buon mercato vicino alla stazione, e ordino una cotoletta di pollo con riso e insalata. Prendo doppia razione di riso e, finito di mangiare, bevo del latte. Nel caso mi venga fame in piena notte, a un minimarket compro due polpette di riso e una nuova bottiglia di acqua minerale. Poi vado a piedi fino all’albergo dove ho prenotato la stanza. Mi sforzo di non camminare né troppo veloce né troppo piano, e di mantenere l’andatura piú normale: non voglio attirare l’attenzione di nessuno. L’albergo è grande, ma è un tipico business hotel di seconda categoria. Alla reception compilo un modulo scrivendo nome, indirizzo ed età, e pago in anticipo la prima notte. Sono un po’ teso. Tuttavia non sembro suscitare in loro alcun sospetto. Nessuno mi grida: «Non raccontare bugie cosí facili da scoprire. L’abbiamo capito. Avanti, dillo che sei un ragazzo di quindici anni fuggito di casa». Tutto si svolge in modo asettico ed efficiente. Un ascensore dal rantolo sinistro mi porta fino al quinto piano. La stanza è stretta e angusta, il letto scomodo, i cuscini duri, la scrivania minuscola, la televisione anche, e la tenda è ingiallita dal sole. La stanza da bagno è grande non piú di un armadio. Niente shampoo né balsamo. Dalla finestra si vede il muro dell’edificio accanto. Però devo essere grato: dopotutto ho un tetto, e dal rubinetto esce acqua calda. Poso lo zaino a terra, mi siedo su una sedia e cerco di abituarmi alla stanza. Sono libero, mi dico. Chiudo gli occhi e per un po’ penso a questa mia nuova libertà. Ma non riesco a capire bene che cosa significhi il fatto che sono libero. Quello che capisco adesso è semplicemente che sono solo. Solo e in un paese che non conosco. Come un esploratore solitario che ha perso bussola e mappa. È questo che significa essere liberi? Non lo so, e allora rinuncio a pensarci. Faccio un lungo bagno, mi lavo con cura i denti al lavandino. Mi stendo sul letto e leggo ancora un po’. Quando sono stanco, accendo la televisione per vedere il telegiornale. Però, paragonate a tutte le cose che mi sono accadute oggi, le notizie mi sembrano insulse e noiose. Spengo subito la televisione e mi infilo nelle coperte. L’orologio segna già le dieci. Ma non riesco a dormire. Un giorno nuovo in un posto nuovo. Ed è anche il giorno del mio compleanno, trascorso in una biblioteca decisamente affascinante. Ho incontrato diverse persone nuove. Sakura. E poi il signor Ōshima e la signora Saeki. Per fortuna nessuno di loro rappresentava una minaccia per me. Forse potrebbe essere un buon segno. Quindi penso alla mia casa a Nogata e a mio padre che a quest’ora dovrebbe essere lí. Che cosa prova per il fatto che io sono improvvisamente sparito? Non vedermi piú, sarà per lui un sollievo? O invece si sentirà disorientato? O forse non prova nessuna emozione? Ma è possibile perfino che non si sia nemmeno accorto della mia assenza. All’improvviso mi viene in mente il suo cellulare, e lo tiro fuori dallo zaino. Lo accendo e provo a chiamare il numero di casa. Si sente subito il segnale di libero. Anche se sono lontano oltre settecento chilometri, il suono è chiaro e distinto come se stessi telefonando alla stanza accanto. Quel suono squillante, inatteso, mi coglie di sorpresa. Lascio suonare due volte e chiudo. Il battito del cuore si è fatto piú rapido, e non vuole piú calmarsi. Il telefono è ancora attivo. Mio padre non ha reciso il contratto. O forse semplicemente non si è accorto che il telefono è scomparso dal cassetto della scrivania. Rimetto il cellulare nella tasca dello zaino, spengo la luce del comodino e chiudo gli occhi. Non sogno. Anzi, ora che ci penso è tanto tempo che non faccio sogni. Capitolo sesto – Buongiorno, – disse il vecchio. Il gatto sollevò appena la testa, e a voce bassa, di malavoglia ricambiò il saluto. Era un grosso gatto maschio nero, anziano. – È una bella giornata, non è vero? – Hmm, – fece il gatto. – Non si vede nemmeno una nuvola. – Per ora. – Pensa che questo tempo non durerà? – Verso sera si dovrebbe guastare. Si sente nell’aria, – disse il gatto nero, allungando lentamente una zampa. Poi socchiuse gli occhi e osservò di nuovo l’uomo in viso. L’uomo guardava il gatto sorridendo amabile. Il gatto esitò qualche istante, indeciso su come comportarsi. Poi, rassegnato, disse: – Hmm… si direbbe che sai parlare. – Sí, – rispose il vecchio timidamente, e in segno di rispetto si tolse il suo logoro berretto di cotone da montagna. – Non è che possa parlare sempre e con tutti i gatti, ma quando le cose vanno bene ci riesco, come adesso. – Hmm, – commentò laconico il gatto. – Mi potrei sedere un po’ lí sopra, se non sono di disturbo? Nakata ha camminato molto e adesso è stanco. Il gatto nero si sollevò pigramente, fece vibrare alcune volte i lunghi baffi, e si produsse in uno sbadiglio cosí grande da slogarsi quasi la mascella. – Nessun disturbo. O meglio, se mi disturbi o no, poco importa. Siediti pure dove ti pare, nessuno te lo può impedire. – Grazie, grazie, – disse l’uomo, e si sedette accanto al gatto. – Sa, è dalle sei di stamattina che cammino. – Di’ un po’… hai detto che ti chiami Nakata? – Sissignore. Mi chiamo Nakata. E lei? – Non mi ricordo, – rispose il gatto. – Avevo un nome, una volta, ma a un certo punto non mi è servito piú, e cosí alla fine l’ho dimenticato. – Sí. Le cose che non servono si dimenticano. Anche per Nakata è cosí, – disse l’uomo, grattandosi la testa. – Quindi lei non vive con qualche famiglia. – Sono stato allevato in una famiglia, ma si tratta di molto tempo fa. Adesso non piú. Ci sono diverse famiglie che ogni tanto mi danno da mangiare… ma non vivo con nessuno. Nakata annuí, restò per un po’ in silenzio, quindi riprese: – Senta, le dispiacerebbe se la chiamassi signor Ōtsuka? – Ōtsuka? – disse il gatto un po’ stupito, guardando in faccia il suo interlocutore. – Eh, come sarebbe? Perché dovrei farmi chiamare Ōtsuka? – No, per nessuna ragione in particolare. A Nakata è venuto in mente cosí, all’improvviso. Poiché senza un nome ho difficoltà a ricordare, ho provato a dargliene uno a caso. Può essere di grande aiuto. Sapendo il nome, anche uno stupido come Nakata può riordinare meglio le idee. Ad esempio, posso dire: il pomeriggio del tale giorno del tale mese, in un terreno incolto nel quartiere di ***, secondo chō, ho incontrato il gatto nero signor Ōtsuka. È molto piú facile da ricordare. – Hmm, – fece il gatto. – Non capisco bene. A noi gatti tutto questo non serve. Ci bastano alcuni elementi come l’odore, la forma, e ce la caviamo benissimo. – Sí, anche Nakata lo capisce. Ma vede, signor Ōtsuka, gli esseri umani sono fatti diversamente. Per ricordare le cose, abbiamo assolutamente bisogno di date, nomi e cose del genere. Il gatto soffiò col naso. – Mi sembra molto scomodo. – Ha ragione. Il fatto di dover ricordare tante cose è terribilmente scomodo. Ad esempio dobbiamo imparare il nome del governatore, i numeri degli autobus. Ma a parte questo, non le dispiace se la chiamo Ōtsuka? Non vorrei che le desse fastidio. – Darmi fastidio… non è che faccio i salti di gioia, ma non direi che mi dia particolarmente fastidio. Perciò, se ci tieni, puoi anche chiamarmi Ōtsuka. È solo che non mi sembra il mio nome. – Non sa quanto mi rendono felice queste sue parole. La ringrazio infinitamente, signor Ōtsuka. – Certo che tu, anche considerando che fai parte degli uomini, hai un modo di parlare ben strano, – disse Ōtsuka. – Sí, me lo dicono tutti. Ma Nakata sa parlare solo cosí. È il mio modo di parlare normale. È perché non sono intelligente. Non sono stato sempre cosí, è che da bambino ho avuto un incidente, e da allora sono diventato stupido. Non so nemmeno scrivere, e non so leggere i libri e i giornali. – Se è per questo anch’io, non è che me ne faccio un vanto, ma non so scrivere, – disse il gatto, e si leccò il cuscinetto sotto la zampa destra. – Eppure ho un’intelligenza normale, e non ho mai avuto problemi per questo. – Certo, nel mondo dei gatti è senz’altro cosí, – disse Nakata. – Ma nel mondo degli uomini non saper scrivere, o non saper leggere i libri e i giornali, equivale a essere stupidi. È cosí e basta. Il padre di Nakata, che è morto tanto tempo fa, era un importante professore universitario, specializzato in una cosa che si chiama «Teoria della finanza». Poi Nakata ha due fratelli piú piccoli che sono tutti e due molto intelligenti. Uno è capoufficio in una grande società. L’altro lavora in un posto che si chiama «Ministero». Vivono in case molto grandi dove si mangia spesso l’anguilla. Nakata è l’unico stupido nella famiglia. – Però sai parlare con i gatti. – Sissignore, – disse Nakata. – Ma nessuno sa parlare con i gatti, no? – Nossignore. – Quindi non si può dire che sei stupido. – Sí, no, cioè, su questo punto Nakata non sa che dire. Però Nakata sin da quando era bambino si è sempre sentito ripetere che era stupido, quindi ha pensato che doveva davvero essere stupido. Non riesco nemmeno a leggere i nomi delle stazioni, quindi non posso comprare i biglietti e prendere la metropolitana. Però sugli autobus municipali, se faccio vedere la mia tessera di invalido posso salire. – Hmm, – fece Ōtsuka, senza troppo calore. – Per chi non sa né leggere né scrivere, trovare lavoro è impossibile. – E allora come fai per vivere? – Ho il sussidio. – Sussidio? – È il governatore che mi dà i soldi. Io abito in un piccolo appartamento a Nogata. E mangio tre volte al giorno. – È una vita niente male… o almeno, cosí mi sembra. – Sí, come lei dice, non è niente male, – disse Nakata. – Ho un riparo dalla pioggia, e posso vivere comodamente. Poi a volte, come adesso, qualcuno mi chiede di cercare dei gatti. Allora ricevo un piccolo compenso. Ma questo lo tengo nascosto al governatore. Quindi per favore non lo dica a nessuno. Se lui sapesse che ricevo del denaro in piú, forse mi toglierebbe il sussidio. Come ho detto, è solo un piccolo compenso, non è molto, ma mi permette di mangiare qualche volta l’anguilla. A Nakata l’anguilla piace tanto. – Anche a me piace parecchio. Ma l’ho mangiata solo una volta, molti anni fa, e non ricordo piú che sapore aveva. – Ah, l’anguilla è veramente un cibo buonissimo, unico. Non assomiglia a nient’altro. Nel mondo ci sono tante cose da mangiare, e in genere al posto di una se ne può prendere una simile, ma l’anguilla, almeno per quanto ne sa Nakata, non può essere sostituita con niente. Nella strada davanti a quel terreno incolto, passò un giovane con un grosso labrador. Il cane, che portava al collo un fazzoletto rosso, lanciò uno sguardo di sbieco a Ōtsuka senza fermarsi. I due restarono seduti dov’erano in silenzio, aspettando che il cane e il giovane si fossero allontanati. – Hai detto che cerchi i gatti? – chiese Ōtsuka. – Sí. Cerco i gatti scomparsi. Visto che posso parlare un po’ la vostra lingua, andando in giro e raccogliendo informazioni, di solito riesco a scoprire dove sono andati a finire. E siccome si è sparsa la voce che sono bravo, mi viene chiesto spesso di trovare i gatti smarriti. Tanto che ormai quasi ogni giorno sono occupato a cercarne qualcuno. Però, poiché non mi piace allontanarmi troppo, ho deciso di cercare i gatti solo nel quartiere di Nakano. Altrimenti va a finire che mi perdo io. – Anche adesso stai cercando un gatto scomparso? – Sissignore, sto cercando un gatto color tartaruga di un anno che si chiama Goma. Ecco la foto –. Nakata tirò fuori dalla borsa di tela che portava a tracolla una fotocopia a colori e la mostrò a Ōtsuka. – È lui. Porta un collarino antipulci marrone. Ōtsuka allungò il collo e guardò la foto. Quindi scosse la testa. – No, questo tizio non l’ho mai visto. I gatti che bazzicano da queste parti li conosco piú o meno tutti, ma questo no. Non l’ho mai visto né sentito. – Ho capito. – Ma è molto tempo che lo cerchi? – Allora, vediamo… uno, due… con oggi fanno tre giorni. Ōtsuka restò per qualche istante a riflettere intensamente. Poi disse: – Penso che lo saprai anche tu, ma i gatti sono animali abitudinari. Di solito hanno vite piuttosto regolari, e a meno che non si trovino in particolari circostanze, non amano i grossi cambiamenti. Per particolari circostanze intendo il sesso o gli incidenti. – Sí, anche Nakata pensa che sia cosí. – Se si tratta del sesso, dopo un po’ si calmano e tornano a casa. Tu sai che significa desiderio sessuale? – Sí. Non ne ho un’esperienza personale, ma piú o meno so a che cosa si riferisce. Si tratta del pisellino, vero? – Esatto, si tratta del pisellino, – rispose calmo Ōtsuka. – Ma se capita un incidente, è difficile che tornino a casa. – Sí, è proprio vero. – E può anche succedere che spinti dal desiderio si ritrovino a vagare in qualche posto lontano, e a un certo punto smarriscano completamente la strada. – Sicuramente, se uscissi da Nakano avrei difficoltà a ritrovare la casa. – Anche a me è successo diverse volte. Naturalmente parlo di quando ero molto piú giovane, – disse Ōtsuka, socchiudendo gli occhi come se ricordasse qualcosa. – Quando ci si accorge di aver perso la strada di casa, si entra nel panico. Il desiderio sessuale è un bel guaio. Ma in quel momento non si riesce proprio a pensare a nient’altro. Non ci si preoccupa del dopo. Il desiderio sessuale è questo. Perciò, tornando a quel gatto… come hai detto che si chiama? – Parla di Goma? – Sí. Anch’io vorrei fare quello che posso per aiutarti a ritrovarlo. Un gatto tartaruga di un anno, cresciuto in una casa tra mille attenzioni, non sa niente del mondo. È incapace di sostenere un litigio, e non sa procurarsi il cibo da solo. Mi fa pena. Ma purtroppo questo gatto non l’ho mai visto. Penso che farai meglio a cercare da qualche altra parte. – Ho capito. Allora farò come lei mi suggerisce, e proverò a cercare in un altro posto. Sono veramente spiacente di averla disturbata durante il suo riposino. Comunque, siccome penso che ripasserò presto di qui, se nel frattempo le capitasse di vederlo, la prego di dirlo a Nakata. Spero di non essere inopportuno, ma mi permetta di offrirle un piccolo pensiero in segno di gratitudine. – No, lascia stare. Mi ha fatto piacere parlare con te. Quando ripassi, fatti vedere. Se il tempo è buono, a quest’ora in genere sono qui in questo spiazzo. Quando piove, mi trovi in quel santuario alla fine della scalinata. – Ho capito. Allora la ringrazio molto. Il piacere è stato mio, signor Ōtsuka. Anche se Nakata sa parlare con i gatti, non succede mica con tutti di poter chiacchierare cosí piacevolmente. Quando io attacco discorso, a volte mi guardano con un’aria terribilmente sospettosa, poi senza dir niente prendono e se ne vanno da un’altra parte. Eppure io sono andato lí solo per salutarli. – Sí, posso immaginarlo. Tra i gatti è come con gli esseri umani, se ne trovano di tutti i tipi. – Ha ragione. Anche Nakata la pensa cosí. Nel mondo ci sono tanti tipi di persone, e tanti tipi di gatti. Ōtsuka stirò la schiena e alzò lo sguardo verso il cielo. Il sole diffondeva su quel terreno incolto la luce dorata del pomeriggio. Ma nell’aria c’era un vago presagio di pioggia. Ōtsuka lo percepiva con chiarezza. – Quindi tu hai avuto questo incidente da bambino, e da allora sei diventato un po’ tonto… È cosí che hai detto, no? – Sissignore, esattamente. È proprio quello che ho detto. Nakata ha avuto un incidente quando aveva nove anni. – Ma che razza di incidente hai avuto? – È una cosa che non riesco in nessun modo a ricordare. A quanto mi hanno detto, Nakata è stato colpito da una febbre di origine sconosciuta e per tre settimane è rimasto senza conoscenza. Per quel periodo sono stato in un letto d’ospedale, con un ago attaccato al braccio. Poi quando finalmente mi sono svegliato, avevo dimenticato tutto quello che era successo fino ad allora. La faccia di mio padre, la faccia di mia madre, come si scrive, come si fanno i calcoli, la casa dove abitavamo, persino il mio nome: tutto dimenticato. La mia testa si era completamente svuotata, come quando si toglie il tappo dalla vasca da bagno. Mi hanno detto che prima dell’incidente Nakata era un ragazzo intelligente, con ottimi voti a scuola. Ma un giorno è caduto di colpo svenuto e quando si è svegliato era diventato stupido. Mia madre ormai è morta da tanto tempo, ma per questa ragione ha pianto molto. Non si rassegnava che fossi diventato stupido. Mio padre non piangeva, ma era sempre arrabbiato.