lunedì 25 maggio 2020

ALL'OMBRA DELLE FANCIULLE IN FIORE Marcel Proust



ALL'OMBRA DELLE FANCIULLE IN FIORE 
Marcel Proust
 Quando si trattò di invitare a pranzo per la prima volta il signor di Norpois, poiché mia madre si rammaricava che il professor Cottard fosse in viaggio e che Swann non facesse più parte dell’ambiente che lei frequentava, convinta com’era che l’uno e l’altro sarebbero parsi interessanti all’ex ambasciatore, mio padre replicò che un commensale eminente, uno scienziato illustre come Cottard non poteva mai sfigurare a un pranzo, ma che Swann, con il suo esibizionismo, con la sua abitudine di gridare ai quattro venti anche la più trascurabile delle sue relazioni, era un volgare sbruffone che il marchese di Norpois avrebbe certamente giudicato, secondo il suo modo di esprimersi, “pestilenziale”. Questa affermazione di mio padre richiede qualche parola di spiegazione, dal momento che qualcuno ricorderà forse un Cottard decisamente mediocre e uno Swann capace di portare sino al massimo della delicatezza, in fatto di mondanità, discrezione e modestia. Ma, per quanto riguarda il secondo, era successo che allo “Swann figlio”, e anche allo Swann del Jockey, il vecchio amico dei miei genitori aveva aggiunto una personalità nuova (e destinata a non essere l’ultima), quella di marito di Odette. Adeguando alle umili ambizioni di costei l’istinto, il desiderio, l’alacrità di cui era sempre stato provvisto, s’era ingegnosamente costruito, ben al di sotto dell’antica, una situazione nuova, appropriata alla compagna che l’avrebbe condivisa con lui. E, in essa, egli appariva come un altro uomo. Poiché (pur continuando a frequentare da solo i suoi amici personali, ai quali non voleva imporre Odette se non erano loro a chiedergli spontaneamente di conoscerla) aveva cominciato una seconda vita, in comune con la moglie, in mezzo ad altra gente, sarebbe stato ancora comprensibile che per misurarne il rango, e quindi la soddisfazione che il suo amor proprio poteva ricavare dal frequentarla, avesse usato come pietra di paragone non le persone più brillanti che formavano il suo “giro” prima del matrimonio, ma le precedenti relazioni di Odette. Invece, pur sapendo che erano goffi funzionari, donne tarate, ornamento di balli ministeriali, coloro con cui desiderava stringere legami, si restava sbalorditi sentendolo annunciare solennemente, lui che un tempo e ancora oggi dissimulava con tanta grazia un invito a Twickenham o a Buckingham Palace, che la moglie di un vice capogabinetto aveva fatto visita a Madame Swann. Si dirà, forse, che questo dipendeva dal fatto che la semplicità dello Swann elegante era stata, in lui, soltanto una forma più raffinata della vanità e che, come certi israeliti, il vecchio amico dei miei genitori aveva incarnato via via gli stadi successivi attraverso i quali erano passati gli uomini della sua razza, dallo snobismo più ingenuo e dalla cafonaggine più smaccata fino alla più squisita finezza. Ma la ragione principale, e applicabile, fra l’altro, all’umanità in genere, era che le nostre stesse virtù non sono qualcosa di libero e fluttuante, di cui conserviamo in permanenza la disponibilità; al contrario, esse finiscono con l’associarsi così strettamente, nel nostro intimo, alle azioni per le quali ci siamo sentiti in dovere di esercitarle, che qualsiasi attività d’altro tipo ci prende alla sprovvista, neppure sfiorati dall’idea che anche questa possa implicare la messa in opera delle medesime virtù. Swann, nel suo darsi da fare con queste nuove relazioni e nel citarle con fierezza, era come quei grandi artisti modesti o generosi che, avendo cominciato negli ultimi anni di vita a occuparsi di cucina o di giardinaggio, manifestano un’ingenua soddisfazione per le lodi tributate ai loro piatti o alle loro aiole, e non ammettono in questo campo le critiche che sono prontissimi ad accettare sui loro capolavori; o come altri che, disposti a dare via per niente un loro quadro, non riescono in compenso a perdere quaranta soldi a domino senza arrabbiarsi.
Quanto al professor Cottard, lo rivedremo a lungo, molto più avanti, ospite della Padrona nel castello della Raspelière. Basti per ora, al suo riguardo, far osservare quanto segue: per Swann, a rigore, il cambiamento può sorprendere perché si era già compiuto, senza ch’io ne avessi il sospetto, quando incontravo il padre di Gilberte ai Champs-Élysées, dove del resto, non rivolgendomi la parola, non poteva esibire davanti a me le sue relazioni politiche (ma è anche vero che, se l’avesse fatto, probabilmente non mi sarei subito reso conto della sua vanità, perché il concetto che abbiamo da tempo di una persona ci tappa occhi e orecchi; per tre anni mia madre non si accorse del rossetto che una sua nipote si metteva sulle labbra, come se questo si fosse invisibilmente dissolto per effetto di un liquido; finché, un giorno, una particella supplementare o qualche altra causa provocò il fenomeno chiamato soprassaturazione; tutto il rossetto non visto cristallizzò, e di fronte a quella repentina orgia di colori mia madre dichiarò, come si sarebbe fatto a Combray, che era una vergogna, e interruppe quasi completamente i rapporti con la nipote). Riguardo a Cottard, invece, l’epoca in cui l’abbiamo visto assistere all’ingresso di Swann in casa Verdurin era già abbastanza lontana; e i riconoscimenti, i titoli ufficiali arrivano con gli anni. In secondo luogo, si può essere illetterati, fare degli insulsi calembours, e possedere un talento particolare al quale non c’è cultura generale che possa supplire, come il talento del grande stratega o quello del grande clinico. Non era solo alla stregua di un oscuro professionista divenuto, col tempo, una celebrità europea, che i colleghi consideravano Cottard. Fra i giovani medici, i più intelligenti dichiararono – almeno per qualche anno, perché le mode cambiano, esse stesse nate da un’esigenza di cambiamento – che, qualora si fossero ammalati, Cottard era il solo luminare cui avrebbero affidato la propria pelle. Preferivano, è vero, frequentare certi primari più letterati, più artisti, con i quali potevano parlare di Nietzsche, di Wagner. Quando si faceva musica in casa Cottard, durante le serate in cui Madame Cottard, nella speranza che il marito divenisse un giorno preside della Facoltà, riceveva i suoi colleghi e i suoi allievi, lui, invece di ascoltare, preferiva giocare a carte nel salotto attiguo. Ma esaltavano la prontezza, la profondità, l’infallibilità del suo colpo d’occhio, delle sue diagnosi. In terzo luogo, per quanto concerne l’insieme dei comportamenti che il professor Cottard offriva agli occhi di un uomo come mio padre, va detto che il modo d’essere di cui diamo prova nella seconda parte della vita non è sempre (ammesso che lo sia di frequente) il nostro primitivo modo d’essere sviluppato o appassito, accresciuto o attenuato, ma, a volte, un modo d’essere opposto, un vero e proprio abito rivoltato. Tranne che in casa dei Verdurin, che stravedevano per lui, l’aria esitante di Cottard, la sua timidezza e la sua cordialità eccessive gli avevano attirato, in gioventù, continue frecciate. Quale amico caritatevole gli consigliò un contegno glaciale? L’importanza della sua posizione gli rese più facile assumerlo. Ovunque, esclusa casa Verdurin dove, istintivamente, ridiventava se stesso, si trasformò in un uomo freddo, perlopiù silenzioso, perentorio quando occorreva parlare, attento a non perdere l’occasione di dire qualcosa di sgradevole. Sperimentò il suo nuovo atteggiamento con quei pazienti che, non avendolo mai visto prima, non erano in grado di fare confronti e si sarebbero assai meravigliati se fossero venuti a sapere che la ruvidezza non gli era connaturata. Ciò che principalmente si sforzava di raggiungere era l’impassibilità, e persino durante i turni all’ospedale, quando smerciava qualcuno di quei suoi giochi di parole che facevano ridere tutti, dal primario all’ultimo dei praticanti, lo faceva sempre senza che un solo muscolo si muovesse nel suo volto, d’altronde irriconoscibile da quando s’era fatto radere barba e baffi.
Diciamo, per concludere, chi era il marchese di Norpois. Ministro plenipotenziario prima della guerra, e ambasciatore al tempo del 16 maggio, malgrado ciò era stato spesso incaricato in seguito, con grande stupore dei più, di rappresentare la Francia in missioni speciali – e addirittura come controllore del Debito in Egitto, dove, grazie alle sue vaste competenze finanziarie, aveva reso importanti servigi – da governi radicali con i quali un semplice borghese reazionario si sarebbe rifiutato di collaborare e ai cui occhi il passato del signor di Norpois, le sue relazioni, le sue idee avrebbero dovuto renderlo sospetto. Ma quei ministri progressisti sembravano consci del fatto che, con una designazione come quella, davano a vedere quale fosse la loro larghezza di vedute quando erano in gioco i superiori interessi della Francia, si mettevano al di sopra degli uomini politici, conquistando il diritto d’esser qualificati statisti dallo stesso «Journal des Débats», e traevano infine beneficio dal prestigio connesso a un nome aristocratico e dall’interesse che una scelta inattesa risveglia, né più né meno d’un colpo di scena a teatro. E sapevano anche che, ricorrendo al signor di Norpois, potevano cogliere questi vantaggi senza dover temere, da parte sua, alcuna mancanza di lealtà politica, mancanza contro la quale la nascita del marchese doveva garantirli e non già metterli in guardia. E, in questo, il governo repubblicano non s’ingannava. In primo luogo, infatti, una certa aristocrazia, educata sin dall’infanzia a considerare il proprio nome come un privilegio interiore che niente le può sottrarre (e di cui i suoi pari, o le persone di nascita ancora più elevata, conoscono con sufficiente esattezza il valore), sa di potersi risparmiare – dal momento che non le procurerebbe ulteriori vantaggi – gli sforzi che tanti borghesi compiono, senza risultati apprezzabili, per professare soltanto opinioni “ben portate” e frequentare soltanto benpensanti. In compenso, ansiosa di innalzarsi agli occhi delle famiglie principesche o ducali immediatamente al di sotto delle quali si situa, questa aristocrazia sa di poterlo fare solo aggiungendo al proprio nome qualcosa che non conteneva già, qualcosa che, a parità di nome, farà sì ch’essa prevalga: un’influenza politica, una fama letteraria o artistica, una grande fortuna economica. E le attenzioni dalle quali si esime nei confronti sia dell’inutile signorotto di campagna corteggiato dai borghesi, sia della sterile amicizia di cui un principe non le sarebbe certo grato, le prodigherà agli uomini politici, fossero anche massoni, che possono far accedere alle ambasciate o patrocinare candidature in vista delle elezioni, agli artisti o agli studiosi il cui appoggio aiuta a “sfondare” nel campo in cui primeggiano, insomma a tutti coloro che siano in grado di conferire nuovo lustro o di favorire un ricco matrimonio.
Ma, per il signor di Norpois, bisogna soprattutto tener conto del fatto che, in una lunga pratica della diplomazia, egli s’era imbevuto di quella mentalità negativa, abitudinaria, conservatrice, di quella “mentalità di governo” la quale, in effetti, caratterizza tutti i governi e in particolare, sotto qualsiasi governo, le cancellerie. Dalla Carriera aveva attinto l’avversione, il timore e il disprezzo per quei metodi più o meno rivoluzionari, e quanto meno scorretti, che sono i metodi dell’opposizione. Eccettuato qualche analfabeta, sia del popolo che delle classi elevate, per cui la differenza dei generi è lettera morta, quel che avvicina non è la comunanza delle opinioni, ma la consanguineità delle intelligenze. Un accademico del genere di Legouvé, e che fosse fautore dei classici, avrebbe plaudito più volentieri all’elogio di Victor Hugo fatto da Maxime Du Camp o da Mézières, che a quello di Boileau fatto da Claudel. Un identico nazionalismo basta ad avvicinare Barrès ai suoi elettori, che non devono fare molta differenza fra lui e Georges Berry, ma non a quei suoi colleghi dell’Académie che, avendo le sue stesse idee politiche ma un altro genere di intelligenza, gli preferiranno persino degli avversari come Ribot e Deschanel, ai quali, a loro volta, dei fedeli monarchici si sentono assai più vicini che a Maurras e a Léon Daudet, che pure auspicano anch’essi il ritorno del Re. Parco di parole, non solo per abitudine professionale alla prudenza e al riserbo, ma anche perché esse valgono di più, offrono un maggior numero di sfumature ad uomini i cui sforzi decennali per riavvicinare due paesi si riassumono, si traducono – nell’ambito di un discorso o di un protocollo – in un semplice aggettivo, apparentemente banale, ma che per loro racchiude tutto un mondo, il signor di Norpois era reputato un collega molto freddo dai membri della Commissione dove sedeva accanto a mio padre, con il quale tutti si rallegravano per l’amicizia dimostratagli dall’ex ambasciatore. Il primo a stupirsene era proprio mio padre. Generalmente poco espansivo, era abituato a non vedersi cercato da nessuno all’infuori della cerchia degli intimi, e lo confessava con semplicità. Si rendeva conto che le profferte del diplomatico erano un effetto di quel punto di vista squisitamente individuale in cui ciascuno si situa per decidere le proprie simpatie, e dal quale tutte le doti intellettuali o la sensibilità di qualcuno non appariranno, per quello fra noi ch’egli annoia o infastidisce, una raccomandazione tanto efficace quanto la schiettezza e l’allegria di qualcun altro, che agli occhi di molti passerebbe per vacuo, frivolo e insignificante. «Norpois m’ha invitato di nuovo a pranzo; è incredibile; alla Commissione, dove non ha rapporti privati con nessuno, ne sono tutti sbalorditi. Scommetto che mi racconterà qualcos’altro di emozionante sulla guerra del ’70.» Mio padre sapeva che Norpois era stato il solo, forse, ad avvertire l’Imperatore della crescente potenza e delle intenzioni bellicose della Prussia, e che Bismarck aveva per la sua intelligenza una stima particolare. Ancora ultimamente, all’Opéra, durante il gala offerto a re Teodosio, i giornali avevano notato il lungo colloquio concesso dal sovrano al signor di Norpois. «Devo scoprire se questa visita del re è davvero importante, ci disse mio padre, che si interessava molto di politica estera. So che il vecchio Norpois è parecchio abbottonato, ma con me è così gentile, così aperto.»
Quanto a mia madre, l’Ambasciatore non aveva, forse, il genere d’intelligenza dal quale lei si sentiva più attratta. E devo dire che la conversazione del signor di Norpois era un così completo repertorio delle formule antiquate proprie di una carriera, di una classe e di un periodo – periodo che, per quella carriera e quella classe, potrebbe anche non essere del tutto superato – che a volte mi dispiace di non aver tenuto a mente tali e quali i discorsi che gli ho sentito fare. Avrei ottenuto, così, un effetto démodé allo stesso modo, e altrettanto a buon mercato, di quell’attore del Palais-Royal il quale, a chi gli chiedeva dove mai riuscisse a trovare i suoi sorprendenti cappelli, rispondeva: «Io non trovo i miei cappelli. Li conservo». In una parola, credo che mia madre giudicasse il signor di Norpois un po’ “fuori moda”, cosa che, lungi dall’apparirle sgradevole dal punto di vista delle maniere, le piaceva meno nel campo, non delle idee – quelle di Norpois erano modernissime – ma piuttosto delle espressioni. Solo, capiva che parlare con ammirazione al marito del diplomatico che gli manifestava una così rara predilezione, voleva dire lusingarlo delicatamente. Consolidando in mio padre la buona opinione ch’egli aveva di Norpois, e inducendolo in tal modo a farsene una buona anche di se stesso, mia madre assolveva coscientemente uno dei suoi doveri, quello consistente nel rendere la vita piacevole al suo sposo, così come faceva quando badava che la cucina fosse curata e il servizio silenzioso. E, incapace di mentire a mio padre, si costringeva ad ammirare a sua volta l’Ambasciatore per poterlo elogiare con sincerità. Era tuttavia spontanea nell’apprezzare i suoi modi bonari, la sua cortesia un po’ desueta (e a tal punto cerimoniosa che quando, camminando eretto in tutta la sua alta statura, vedeva mia madre passare in carrozza, prima di togliersi il cappello gettava via un sigaro appena cominciato), la sua conversazione così misurata, nel corso della quale parlava il meno possibile di se stesso e teneva sempre conto di quel che poteva riuscire gradevole all’interlocutore, la sua puntualità nel rispondere alle lettere, talmente prodigiosa che quando, avendogli appena scritto, mio padre riconosceva su una busta la grafia di Norpois, la sua prima reazione era di pensare che, malauguratamente, la loro corrispondenza si fosse incrociata; si sarebbe detto che esistessero per lui, alla posta, delle levate supplementari e di lusso. Mia madre si meravigliava che fosse così preciso benché tanto occupato, così gentile benché frequentasse tanta gente, senza riflettere che i “benché” sono sempre dei “perché” misconosciuti e che (esattamente come i vecchi sono sbalorditivi per la loro età, i re pieni di semplicità, e i provinciali informati su tutto) proprio le sue abitudini consentivano al signor di Norpois di far fronte a tutte quelle occupazioni ed essere così ordinato nel rispondere, di piacere in società e mostrarsi gentile con noi. Inoltre, l’errore di mia madre, comune a tutte le persone troppo modeste, derivava dal mettere ciò che la concerneva al di sotto, e quindi al di fuori, di ogni altra cosa. La lettera di risposta che, a suo giudizio, l’amico di mio padre aveva avuto un particolare merito a inviarci con sollecitudine, dal momento che ogni giorno scriveva tante lettere, lei non la includeva in quel gran numero di missive di cui, semplicemente, faceva parte; allo stesso modo, non le veniva in mente che un pranzo a casa nostra fosse per il signor di Norpois uno degli innumerevoli atti della sua vita sociale: non pensava che, un tempo, l’Ambasciatore era stato abituato in diplomazia a considerare gli inviti a pranzo come parte integrante delle sue funzioni, e a fare sfoggio di un garbo inveterato al quale sarebbe stato troppo chiedergli di rinunciare, in via eccezionale, quando veniva da noi.
Freccia che punta in alto a destra Il primo pranzo del signor di Norpois a casa nostra, un anno in cui andavo ancora a giocare ai Champs-Élysées, mi è rimasto impresso nella memoria perché, il pomeriggio di quello stesso giorno, andai finalmente, in matinée, a sentire la Berma, in Phèdre, e anche perché parlando con il signor di Norpois mi accorsi all’improvviso, e in modo nuovo, come i sentimenti destati in me da tutto ciò che riguardava Gilberte Swann e i suoi genitori differissero da quelli che la medesima famiglia ispirava a qualsiasi altra persona.
Fu probabilmente perché aveva notato la prostrazione in cui mi gettava l’approssimarsi delle vacanze di capodanno, durante le quali, come lei stessa mi aveva annunciato, non avrei visto Gilberte, che un giorno, per distrarmi, mia madre mi disse: «Se hai ancora quella gran voglia di sentire la Berma, credo che tuo padre, forse, ti permetterebbe d’andarci: ti ci potrebbe portare la nonna».
Ma era perché il signor di Norpois gli aveva detto che bisognava lasciarmi andare a sentire la Berma, trattandosi per un giovane di un ricordo indimenticabile, che mio padre – fino a quel momento ostile all’idea che andassi a perdere del tempo, rischiando anche d’ammalarmi, per quelle ch’egli definiva, con grande scandalo della nonna, delle stupidaggini – non era più alieno dal ritenere la prescrizione dell’Ambasciatore vagamente compresa in un sistema di ricette preziose ai fini di una brillante carriera. La nonna, la quale aveva fatto un grosso sacrificio nell’interesse della mia salute rinunciando al profitto che, secondo lei, avrei ricavato dal sentire la Berma, si stupiva che il problema diventasse trascurabile soltanto per una parola di Norpois. Concentrando le sue invincibili speranze di razionalista nel regime – aria aperta e a letto di buonora – che mi era stato prescritto, deplorava in termini catastrofici l’infrazione che stavo per consumare, e commentava in tono desolato: «Come siete leggero» rivolta a mio padre, il quale, infuriato, replicava: «Come, adesso siete voi a non volere che ci vada! questa è bella, voi che non vi stancavate di ripeterci che poteva tornargli utile».
Ma c’era un altro punto, ben più importante per me, sul quale il signor di Norpois aveva modificato le intenzioni di mio padre. Questi aveva sempre desiderato che io diventassi un diplomatico, e io non potevo sopportare l’idea che, pur dovendo restare per un po’ di tempo presso il ministero, avrei rischiato un giorno d’essere inviato come ambasciatore in qualche capitale non abitata da Gilberte. Avrei preferito tornare ai progetti letterari formulati in altri tempi, e abbandonati nel corso delle mie passeggiate dalla parte di Guermantes. Ma mio padre si era sempre opposto ai miei propositi di intraprendere la carriera letteraria, che valutava nettamente inferiore alla diplomazia rifiutandole persino il nome di carriera, finché il signor di Norpois, al quale non piacevano molto i diplomatici delle nuove leve, gli assicurò che era possibile, come scrittori, guadagnarsi altrettanta considerazione, essere altrettanto attivi e conservare maggiore indipendenza che dentro un’ambasciata.
«Ebbene, non l’avrei mai creduto, il vecchio Norpois non è affatto contrario all’idea che tu faccia il letterato», mi aveva detto mio padre. E poiché, essendo lui stesso abbastanza influente, pensava che a niente fosse impossibile trovare una soluzione, dare uno sbocco favorevole parlando con le persone importanti: «Lo porterò a pranzare qui, una di queste sere, uscendo dalla Commissione. Converserai un po’ con lui, perché possa apprezzarti. Scrivi qualcosa di buono da mostrargli; è molto amico del direttore della “Revue des Deux Mondes”, ti ci farà entrare, troverà lui il modo, è un volpone, il vecchio! e, parola mia, sembra convinto che la diplomazia, al giorno d’oggi...».
La gioia che avrei provata vedendo scongiurato il distacco da Gilberte mi ispirava il desiderio, ma non mi dava la capacità di scrivere qualcosa di bello da mostrare al signor di Norpois. Dopo alcune pagine preliminari, la noia mi faceva cadere la penna dalla mano, e piangevo di rabbia pensando che non avrei mai avuto talento, che non ero dotato, e non avrei nemmeno potuto approfittare dell’occasione, offertami dall’imminente venuta di Norpois, di restare per sempre a Parigi. Solo l’idea che mi avrebbero lasciato andare a sentire la Berma mi distraeva dalla mia pena. Ma come ambientavo le tempeste a cui desideravo assistere soltanto sulle coste dov’erano più violente, così non avrei voluto sentire la grande attrice se non in uno di quei ruoli classici nei quali, a detta di Swann, raggiungeva il sublime. Infatti, quando il nostro desiderio di ricevere certe impressioni di natura o d’arte ha come sfondo la speranza di una scoperta preziosa, ci facciamo qualche scrupolo a lasciare che l’animo accolga, al loro posto, impressioni minori, che potrebbero trarci in inganno circa l’esatto valore del Bello. La Berma in Andromaque, nei Caprices de Marianne, in Phèdre, era una di quelle cose famose che la mia immaginazione aveva tanto desiderate. Se mai avessi sentito la Berma recitare i versi:
On dit qu’un prompt départ vous éloigne de nous,
Seigneur, ecc.
avrei provato la stessa estasi del giorno in cui una gondola mi avesse condotto ai piedi del Tiziano dei Frari o dei Carpaccio di San Giorgio degli Schiavoni. Li conoscevo, quei versi, attraverso la semplice riproduzione in bianco e nero delle edizioni a stampa; ma mi batteva il cuore se pensavo – così come si pensa alla realizzazione d’un viaggio – che li avrei visti, finalmente, immersi nella reale atmosfera e nella luminosità solare di quella voce dorata. Un Carpaccio a Venezia, la Berma in Phèdre,capolavori d’arte pittorica o drammatica che il prestigio di cui godevano rendeva dentro di me così vivi, vale a dire così indivisibili, che se fossi andato a vedere dei Carpaccio in una sala del Louvre, o la Berma in qualche pièce a me ignota, non avrei più sperimentato la stessa deliziosa stupefazione di poter infine aprire gli occhi all’unico e inconcepibile oggetto di migliaia e migliaia dei miei sogni. Inoltre, poiché dalla recitazione della Berma m’aspettavo rivelazioni su certi aspetti della nobiltà, del dolore, mi sembrava che quel che in tale recitazione c’era di grande e reale, dovesse esserlo ancor più se l’attrice l’avesse applicato a un’opera d’autentico valore anziché ricamare, in sostanza, qualcosa di vero e di bello su una trama mediocre e volgare.
Infine, se fossi andato a sentire la Berma in una pièce nuova, non mi sarebbe stato facile giudicare la sua arte, la sua dizione, nell’impossibilità di distinguere fra un testo non conosciuto in anticipo e quel che vi aggiungessero intonazioni e gesti che, per me, avrebbero fatto corpo con esso; mentre le opere antiche, che conoscevo a memoria, mi apparivano come vasti spazi riservati e predisposti dove apprezzare in piena libertà le invenzioni con cui la Berma li avrebbe ricoperti, quasi affrescandoli, delle inesauribili trovate della sua ispirazione. Sfortunatamente, erano anni – da quando aveva lasciato le grandi ribalte e faceva la fortuna di un teatro di boulevard di cui era la stella – che non interpretava più testi classici, e per quanto mi ostinassi a consultare i manifesti non vi trovavo mai altro che annunci di pièces affatto recenti, scritte su misura per lei da autori alla moda; quando, un mattino, scorrendo sulla colonna dei teatri le matinées della settimana di capodanno, vidi per la prima volta – in chiusura di spettacolo, dopo un atto unico probabilmente insignificante, il cui titolo mi parve opaco perché racchiudeva tutte le particolarità di una trama a me ignota – due atti di Phèdre con Madame Berma, e nelle matinées successive Le Demi-Monde e Les Caprices de Marianne, nomi che, come quello di Phèdre, erano per me trasparenti, ricolmi solo di chiarezza, tanto le opere mi erano note, illuminate fino in fondo dal sorriso dell’arte. Mi parve che aggiungessero nobiltà alla stessa Madame Berma quando lessi nei giornali, dopo il programma di quegli spettacoli, che era stata lei a decidere di ripresentarsi al pubblico in alcune delle sue vecchie interpretazioni. Sapeva dunque, l’artista, che determinati ruoli rivestono un interesse che sopravvive alla novità della prima o al successo delle repliche; li riteneva, interpretati da lei, capolavori da museo, che poteva essere istruttivo riproporre alla generazione che l’aveva già ammirata o all’altra che in quelle parti non l’aveva ancora vista. Facendo inserire nei manifesti – in mezzo a pièces destinate soltanto a far passare il tempo d’una serata – Phèdre, il cui titolo non era più lungo dei loro né stampato in caratteri diversi, la Berma vi aggiungeva una sorta di sottinteso, come quello della padrona di casa che, presentandoci ai commensali al momento di andare a tavola, fra nomi di invitati che sono semplici invitati, e con lo stesso tono usato per gli altri, ci annuncia: il signor Anatole France.
Il medico che mi aveva in cura – lo stesso che mi aveva proibito qualsiasi viaggio – sconsigliò ai miei genitori di lasciarmi andare a teatro; mi ci sarei ammalato, forse per parecchio tempo, e in definitiva ne avrei tratto più sofferenza che piacere. Questo timore avrebbe potuto scoraggiarmi se da quella rappresentazione mi fossi atteso semplicemente un piacere che, tutto sommato, un’ulteriore sofferenza può compensare annullandolo. Ma – non diversamente che al viaggio a Balbec, al viaggio a Venezia che avevo tanto agognati – a quella matinée chiedevo tutt’altro che un piacere: verità che appartenevano a un mondo più reale del mondo in cui vivevo e che, una volta acquisite, nessun insignificante accidente della mia oziosa esistenza, nemmeno il più doloroso per il mio corpo, avrebbe potuto sottrarmi. Tutt’al più, il piacere che avrei provato durante lo spettacolo mi appariva come la forma forse necessaria della percezione di quelle verità; e ciò bastava a farmi auspicare che i pronosticati malesseri non iniziassero che a rappresentazione conclusa, perché quel piacere non ne venisse compromesso e falsato. Supplicavo i miei genitori, che dopo la visita del medico non volevano più consentirmi di assistere a Phèdre.Continuavo a recitarmi la tirata:
On dit qu’un prompt départ vous éloigne de nous...
cercando tutte le possibili intonazioni, allo scopo di poter meglio misurare l’imprevedibilità di quella che la Berma avrebbe escogitata. Nascosta come il Santissimo sotto il sipario che me la rapiva e dietro il quale le prestavo ogni momento un volto nuovo, secondo quelle fra le parole di Bergotte – nella plaquette scovata da Gilberte – che mi tornavano alla mente: “nobiltà plastica, cilicio cristiano, pallore giansenista, principessa di Trezene e di Clèves, dramma miceneo, simbolo delfico, mito solare”, la divina Bellezza che la recitazione della Berma doveva rivelarmi troneggiava notte e giorno, su un altare perpetuamente illuminato, in fondo al mio intelletto, quell’intelletto a proposito del quale i miei severi e leggeri genitori stavano per decidere se avrebbe o non avrebbe racchiuso, e per sempre, le perfezioni della Dea rivelata là dove ora s’innalzava la sua forma invisibile. E, lo sguardo fisso sull’immagine inconcepibile, lottavo da mattina a sera contro gli ostacoli frapposti dalla mia famiglia. Ma quando questi furono caduti, quando mia madre – benché lo spettacolo avesse luogo proprio il giorno di quella seduta della Commissione dopo la quale mio padre doveva portare a pranzo a casa nostra il signor di Norpois – mi ebbe detto: «Va bene, non vogliamo darti un dispiacere, se pensi che per te sarà proprio una grande gioia, devi andarci», quando quella giornata di teatro, fin lì vietata, non dipese più che da me, allora, per la prima volta, non dovendo più adoperarmi perché cessasse d’essere impossibile, mi domandai se fosse auspicabile, se non ci fossero ragioni diverse dalla proibizione dei miei, ragioni per le quali avrei dovuto rinunciarvi. Anzitutto, dopo aver detestato la loro crudeltà, il loro consenso me li rendeva così cari che l’idea di addolorarli mi addolorava a mia volta, e attraverso quel dolore mi sembrava che la vita non avesse più come scopo la verità, ma la tenerezza, e non potesse più essere buona o cattiva altrimenti che in funzione della felicità o dell’infelicità dei miei genitori. «Preferirei non andarci, se deve dispiacervi», dissi a mia madre che, inversamente, si sforzava di togliermi dalla testa il pensiero sottinteso che lei potesse rattristarsene, pensiero dal quale, a suo dire, rischiava d’esser guastato il piacere che avrei tratto da Phèdre e in considerazione del quale lei e mio padre avevano revocato il divieto. Ma, ormai, questa specie d’obbligo di provar piacere mi pesava. E poi, se mi fossi ammalato, sarei guarito in tempo per andare ai Champs-Élysées, finite le vacanze, non appena Gilberte vi fosse tornata? Tutte queste ragioni le confrontavo, per decidere che cosa dovesse prevalere, con l’idea, invisibile dietro il suo velo, della perfezione della Berma. Su un piatto della bilancia mettevo: “sentire che la mamma è triste, rischiare di non poter andare ai Champs-Élysées”, sull’altro: “pallore giansenista, mito solare”; ma persino queste parole finivano con l’oscurarsi agli occhi della mia mente, non mi dicevano più nulla, perdevano ogni consistenza; a poco a poco le mie esitazioni diventavano così dolorose che, adesso, se avessi optato per il teatro, sarebbe stato solo per farle cessare e liberarmene una volta per tutte. Per abbreviare la mia sofferenza, e non più nella speranza di un beneficio intellettuale o attratto dal fascino della perfezione, mi sarei lasciato condurre, non verso la Saggia Dea, ma verso l’implacabile Divinità senza volto e senza nome che furtivamente, dietro il velo, ne aveva preso il posto. Ma, all’improvviso, tutto mutò, il mio desiderio di andare a sentire la Berma subì una nuova sferzata che mi permise di attendere quella matinée nell’impazienza e nella gioia: recatomi per la mia sosta quotidiana, ultimamente così crudele, da stilita, davanti alla colonna dei teatri, avevo visto, tutto umido ancora, il manifesto dettagliato di Phèdre, appena incollato per la prima volta (e dove, in verità, l’elenco degli altri interpreti non offriva nuove attrattive che potessero farmi decidere). Esso, tuttavia, dava a uno degli estremi fra i quali oscillava la mia indecisione una forma più concreta e – poiché non portava la data del giorno in cui stavo leggendolo, ma di quello in cui si sarebbe svolta la rappresentazione, e addirittura l’ora in cui si sarebbe alzato il sipario – quasi imminente, già in via d’attuazione, tanto che mi misi, lì davanti alla colonna, a saltare di gioia pensando che quel giorno, esattamente a quell’ora, sarei stato pronto, seduto al mio posto, ad ascoltare la Berma; e temendo che i miei genitori non facessero più in tempo a trovare due buoni posti per la nonna e per me, corsi d’un fiato fino a casa, messo alla frusta da quelle parole magiche che avevano sostituito, nel mio pensiero, il “pallore giansenista” e il “mito solare”: “Le signore non saranno ammesse in platea con il cappello, le porte verranno chiuse alle due”.
Ahimè! Quel primo pomeriggio teatrale fu una grande delusione. Mio padre ci propose di sbarcarci al teatro, la nonna e me, sulla strada per raggiungere la Commissione. Prima di uscire di casa, disse a mia madre: «Fa’ in modo che ci sia un buon pranzo; devo portare Norpois, ricordi?». Mia madre non l’aveva dimenticato. E fin dal giorno prima Françoise, felice dell’opportunità di dedicarsi a quell’arte della cucina per la quale aveva un sicuro talento, stimolata, perdipiù, dall’annuncio di un nuovo invitato, e sapendo di dover comporre, secondo metodi a lei sola noti, del manzo in gelatina, viveva nell’effervescenza della creazione; poiché attribuiva estrema importanza alla qualità intrinseca delle materie prime che dovevano confluire nella fabbricazione dell’opera, andava di persona alle Halles a farsi dare i più bei pezzi di girello, di stinco di bue e di piedino di vitello, come Michelangelo che passa otto mesi tra le montagne di Carrara a scegliere i più perfetti blocchi di marmo per il monumento a Giulio II. In questi andirivieni Françoise prodigava un tale ardore che la mamma, vedendo la sua faccia congestionata, temeva che la nostra vecchia domestica si ammalasse per il surmenage, come l’autore delle Tombe medicee nelle cave di Pietrasanta. E, ancora il giorno precedente, Françoise aveva mandato a cuocere nel forno del panettiere, protetto dalla mollica di pane e simile a marmo rosa, un pezzo di quello che lei chiamava “prosciutto di Nev’York”. Probabilmente, credendo la lingua meno ricca di quanto non sia, e fidandosi poco delle proprie orecchie, la prima volta che aveva sentito parlare del prosciutto di York aveva pensato – sembrandole un’inverosimile prodigalità che nel vocabolario potessero coesistere sia York che New York – di aver capito male, e che il nome che avevano voluto pronunciare fosse quello che lei già conosceva. Così, da allora, la parola “York” si faceva precedere nelle sue orecchie o, se leggeva qualche annuncio, davanti ai suoi occhi, da “New”, che lei pronunciava “Nev”. Ed era con assoluta buona fede che ordinava alla sguattera: «Andate a prendermi del prosciutto da Olida. La signora mi ha tanto raccomandato che sia del vero Nev’York». Quel giorno, se Françoise era pervasa dall’ardente certezza dei grandi creatori, a me era toccata in sorte la crudele inquietudine del ricercatore. Certo, finché non ebbi sentito la Berma, fu piacere quello che provai. Ne provai nel giardinetto antistante il teatro, dove, due ore dopo, gli spogli ippocastani avrebbero brillato con riflessi metallici non appena i lampioni a gas, accendendosi, avessero illuminato nei dettagli l’intrico dei rami; davanti agli addetti al controllo, la cui scelta, la cui carriera, il cui destino dipendevano dalla grande artista – unica detentrice del potere in quell’amministrazione al vertice della quale si succedevano oscuramente direttori effimeri e puramente nominali – e che presero i nostri biglietti senza guardarci, preoccupati com’erano di verificare se tutte le prescrizioni di Madame Berma fossero state correttamente trasmesse al nuovo personale, se fosse ben chiaro che la claque non doveva mai applaudire per lei, che le finestre dovevano rimanere aperte finché lei non fosse stata in scena e ogni minima fessura essere chiusa subito dopo, e un vaso d’acqua calda nascosto vicino a lei perché vi ricadesse la polvere del palcoscenico: e, in effetti, tra un attimo la carrozza, con una pariglia di cavalli dalla lunga criniera, si sarebbe fermata davanti al teatro, lei ne sarebbe scesa, avvolta in pellicce, e rispondendo ai saluti con un gesto altezzoso avrebbe mandato una delle sue accompagnatrici a informarsi sulla barcaccia riservata agli amici, sulla temperatura in sala, sulla composizione dei palchi, sull’uniforme delle “maschere”, teatro e pubblico non essendo per lei che un secondo abito, più esterno, di cui doveva rivestirsi, il “conduttore” più o meno buono attraverso il quale il suo talento doveva propagarsi. Anche dentro la sala fui felice; da quando sapevo che – contrariamente a quanto m’avevano a lungo figurato le mie fantasie infantili – c’era un’unica scena per tutti, ero convinto che gli altri spettatori dovessero impedirci di vedere bene, come succede in mezzo a una folla; ora mi resi conto che, al contrario, grazie a una disposizione che è come il simbolo di ogni percezione, ciascuno si sente il centro del teatro; compresi quindi come mai Françoise, una volta che l’avevano mandata a vedere un melodramma in terza galleria, era tornata assicurando che il suo posto era il migliore che si potesse avere, e anziché sentirsi troppo lontana era rimasta intimidita dalla vicinanza misteriosa e vivente del sipario. Il mio piacere si fece ancor più intenso quando cominciai ad avvertire, dietro il sipario abbassato, rumori confusi come quelli che si percepiscono sotto il guscio d’un uovo quando sta per uscire il pulcino, e che rapidamente aumentarono per poi, all’improvviso, da quel mondo impenetrabile al nostro sguardo, ma che ci vedeva con il suo, rivolgersi indubbiamente a noi sotto la forma imperiosa di tre colpi non meno emozionanti di segnali giunti dal pianeta Marte. E – alzatosi il sipario – quando, sulla scena, uno scrittoio e un caminetto, d’altronde piuttosto comuni, lasciarono intendere che i personaggi in procinto di fare il loro ingresso non sarebbero stati attori venuti a recitare, come ne avevo visti una volta a una serata, ma esseri umani intenti a vivere in casa loro un giorno di una vita nella quale io penetravo furtivo e non visto, il mio piacere continuò a fluire; una breve inquietudine lo interruppe: proprio mentre tendevo l’orecchio in attesa che iniziasse la pièce, entrarono in scena due uomini, molto arrabbiati visto che parlavano abbastanza forte perché in quella sala, gremita da più di mille persone, si potessero distinguere tutte le loro parole, mentre in un angusto caffè si è costretti a chiedere al cameriere cosa dicono due tizi che stanno litigando; ma nello stesso istante, accorgendomi con stupore che il pubblico stava a sentirli senza protestare, immerso in un unanime silenzio sul quale vennero presto a zampillare qua una risata, là un’altra, capii che quegli insolenti erano gli attori e che aveva avuto inizio la piccola rappresentazione chiamata lever de rideau. Fu seguita da un intervallo così lungo che gli spettatori, tornati ai loro posti, si spazientivano, battevano i piedi. Io ne ero atterrito: come nel resoconto di un processo, quando leggevo che una persona di nobili sentimenti si sarebbe presentata a testimoniare, contro il proprio interesse, a favore di un innocente, avevo sempre paura che non fossero abbastanza gentili con lui, non gli dimostrassero sufficiente riconoscenza, non lo ricompensassero adeguatamente, e che lui, disgustato, passasse dalla parte dell’ingiustizia; così, assimilando in questo il genio alla virtù, temevo che la Berma, indispettita dalle intemperanze di un pubblico così poco educato – nel quale, invece, avrei voluto che riconoscesse con soddisfazione qualche celebrità del cui giudizio facesse gran conto –, potesse esprimere il proprio scontento e il proprio sdegno recitando male. E fissavo con aria supplichevole quei bruti scalpitanti che nel loro furore rischiavano di dissolvere l’impressione fragile e preziosa che ero venuto a cercare. Infine, gli ultimi guizzi di piacere coincisero con le prime scene di Phèdre. Il personaggio di Fedra non compare all’inizio del secondo atto; e tuttavia, quando il sipario si fu alzato e un secondo sipario – di velluto rosso, questo, e destinato a dimezzare la profondità della scena in tutte le pièces in cui recitava la primadonna – fu fatto scorrere di lato, entrò dal fondo un’attrice con il volto e la voce che mi avevano detto esser quelli della Berma. Evidentemente avevano scambiato le parti, tutta l’applicazione con la quale avevo studiato la parte della moglie di Teseo diventava inutile. Ma un’altra attrice replicò alla prima. Mi ero certo sbagliato prendendo questa per la Berma, giacché la seconda le assomigliava ancora di più, e più dell’altra ne aveva la dizione. Entrambe, comunque, corredavano la recitazione di nobili gesti – che distinguevo con chiarezza, e di cui coglievo il rapporto con il testo, mentre le due sollevavano i bei pepli – e anche d’intonazioni ingegnose, ora appassionate ora ironiche, che mi facevano cogliere il senso di versi letti a casa, senza porre sufficiente attenzione al loro significato. Ma all’improvviso, fra un lembo e l’altro del sipario rosso del sancta sanctorum, come dentro una cornice, apparve una donna, e subito, dallo sgomento che mi prese, ben più ansioso di quello che la Berma poteva provare al pensiero che la si disturbasse aprendo una finestra, si alterasse il suono d’una sua parola sfogliando un programma, la si irritasse applaudendo i suoi compagni o non applaudendo lei a sufficienza – dal mio modo, più assoluto ancora di quello della Berma, di non considerare più, da quell’istante, sala e pubblico, attori e testo, e il mio stesso corpo, che come un mezzo acustico, importante solo nella misura in cui assecondava le inflessioni di quella voce, capii come le due attrici che stavo ammirando da qualche minuto non avessero alcuna somiglianza con quella che ero venuto a sentire. Ma, in pari tempo, tutto il mio piacere era svanito; pur sforzandomi di tendere verso la Berma gli occhi, le orecchie, la mente, per non lasciarmi sfuggire una sola briciola delle ragioni d’ammirarla che lei mi avrebbe suggerite, non riuscivo a raccoglierne nemmeno una. Mi era impossibile, anche, individuare nella sua dizione, nel modo di recitare suo e delle sue comprimarie, intonazioni intelligenti, gesti leggiadri. L’ascoltavo come avrei letto Phèdre, o come se la stessa Fedra pronunciasse in quel momento le frasi che sentivo, senza che il talento della Berma desse l’impressione di aggiungere loro alcunché. Avrei voluto – per poterle approfondire, per cercare di scoprire quel che di bello c’era in esse – arrestare, immobilizzare a lungo davanti a me ogni intonazione dell’artista, ogni espressione della sua fisionomia; tentavo almeno, a forza d’agilità mentale, predisponendo e mettendo a punto tutta la mia attenzione prima d’un determinato verso, di non disperdere in preparativi un solo frammento della durata di ogni parola, di ogni gesto, e di penetrarvi, grazie all’intensità dell’attenzione, così profondamente come se avessi avuto ore e ore a disposizione. Ma com’era breve questa durata! Un suono era stato appena recepito dal mio orecchio e già un altro gli subentrava. In una scena in cui la Berma rimane per un istante immobile, il braccio alzato all’altezza del viso, immersa grazie a un artificio d’illuminazione in un chiarore verdastro, davanti allo scenario che raffigura il mare, la sala scoppiò in un applauso, ma già l’attrice si era spostata e il quadro che avrei voluto studiare non esisteva più. Dissi alla nonna che non vedevo bene, lei mi passò il binocolo. Ma quando si crede alla realtà delle cose, usare un mezzo artificiale che ce le mostri non equivale affatto a sentirsi vicini ad esse. Pensavo che non era più la Berma quella che vedevo, ma la sua immagine nella lente che l’ingrandiva. Posai il binocolo; ma, forse, non era più esatta neanche l’immagine che il mio occhio percepiva, rimpicciolita dalla distanza; quale, fra le due Berma, era la vera? Quanto alla dichiarazione a Ippolito, avevo fatto molto assegnamento su quel brano nel quale, a giudicare dal significato ingegnoso che i suoi compagni mi svelavano di continuo in ruoli meno belli, lei avrebbe espresso accenti certo più strabilianti di quelli che a casa, leggendo, avevo cercato di immaginare; invece non raggiunse nemmeno i toni di cui sarebbero state capaci Enone o Aricia, passò sull’intera tirata la pialla d’una melopea uniforme in cui si mescolarono, confondendosi, contrasti così netti che un’attrice tragica appena intelligente, e persino delle studentesse di liceo, non ne avrebbero trascurato l’effetto; d’altronde, la recitò così in fretta che solo quando fu arrivata all’ultimo verso mi resi conto della voluta monotonia da lei imposta ai precedenti.
Alla fine, il mio primo sentimento d’ammirazione esplose: a provocarlo furono gli applausi frenetici degli spettatori. Vi mischiai i miei, cercando di prolungarli perché la Berma, per riconoscenza, si superasse, dandomi la certezza di averla ascoltata in una delle sue giornate migliori. È singolare, del resto, che il momento in cui si scatenò l’entusiasmo del pubblico fu, come ho poi saputo, quello in cui la Berma ha una delle sue più belle trovate. A quanto pare, certe realtà trascendentali emettono tutt’intorno delle radiazioni alle quali la folla è sensibile. Così, per esempio, quando si verifica un evento, quando al fronte un esercito è in pericolo, o sconfitto, o vittorioso, le notizie alquanto oscure che ne provengono, e da cui l’uomo colto non ricava granché, suscitano nella folla un’emozione che lo raggiunge di sorpresa e nella quale, dopo che gli esperti l’avranno messo al corrente dell’effettiva situazione militare, riscontrerà la percezione da parte del popolo di quell’“aura” che circonda i grandi avvenimenti e che può risultare visibile a centinaia di chilometri di distanza. Si apprende della vittoria o a cose fatte, quando la guerra è finita, o immediatamente, dalla gioia del portinaio. Si scopre un tratto geniale della recitazione della Berma o una settimana dopo averla sentita, dalla critica, o sul momento, dalle acclamazioni della platea. Ma poiché questa conoscenza subitanea della folla è mescolata ad altre cento, tutte erronee, gli applausi scrosciavano il più delle volte a sproposito, senza contare che erano provocati meccanicamente dalla forza degli applausi precedenti, così come durante una tempesta il mare, una volta che sia stato agitato a sufficienza, continua a ingrossare anche se il vento non rinforza. Sta di fatto che più applaudivo e più mi sembrava che la Berma avesse recitato bene. «Almeno, diceva al mio fianco una donna piuttosto ordinaria, questa qui non si risparmia, si dà dei colpi da farsi male, corre: c’è poco da dire, questo sì che è recitare.» E io, felice di trovare simili argomenti alla superiorità della Berma, pur dubitando che non la spiegassero più di quanto spieghi quella della Gioconda o del Perseo di Benvenuto Cellini il contadino che esclama: «Com’è fatto bene, però! è tutto d’oro, e che bello! che lavoro!», condividevo inebriato il vino grossolano dell’entusiasmo popolare. Il che non mi impedì di avvertire, calato il sipario, la delusione che quel piacere tanto desiderato non fosse stato maggiore, ma anche, contemporaneamente, il bisogno di protrarlo, di non lasciare per sempre, uscendo dalla sala, la vita del teatro, quella vita che per qualche ora era stata mia e dalla quale, tornando direttamente a casa, mi sarei strappato come uno che partisse per l’esilio, se non avessi sperato di acquisire, là, molte informazioni sulla Berma dal suo ammiratore, da colui che mi aveva fatto ottenere il permesso di assistere a Phèdre: il signor di Norpois. Freccia che punta in alto a destra Gli fui presentato prima di pranzo da mio padre, che a questo scopo mi chiamò nel suo studio. Al mio ingresso, l’Ambasciatore si alzò, mi tese la mano, inclinò la sua imponente figura e mi fissò attentamente con i suoi occhi azzurri. Poiché gli stranieri di passaggio che gli venivano presentati, ai tempi in cui rappresentava la Francia, erano tutti, chi più chi meno – sino ai cantanti celebri –, persone di spicco, e poiché sapeva che in seguito, sentendone pronunciare il nome a Parigi o a Pietroburgo, avrebbe potuto dire di ricordare perfettamente la serata trascorsa con loro a Monaco o a Sofia, aveva l’abitudine di sottolineare, con l’affabilità, la soddisfazione datagli dall’incontro: ma, per di più, convinto che nella vita delle capitali, a contatto sia con le personalità interessanti che le attraversano, sia con gli usi della popolazione che le abita, si acquista una conoscenza approfondita, che nessun libro può trasmettere, della storia, della geografia, dei costumi delle diverse nazioni e dei movimenti intellettuali in Europa, esercitava su ogni nuovo venuto le sue doti di penetrante osservatore per capire subito con che specie di uomo avesse a che fare. Da parecchio tempo il governo non gli affidava più incarichi all’estero, ma non appena gli presentavano qualcuno i suoi occhi, come se a loro la sua disponibilità non fosse stata notificata, cominciavano a osservare con profitto, mentre con tutto il suo atteggiamento egli cercava di dimostrare che il nome dello straniero non gli era sconosciuto. Così, parlandomi con bonomia e con l’aria d’importanza di chi conosce la vastità della propria esperienza, continuava a esaminarmi con sagace curiosità e per propri fini, come se vedesse in me un’usanza esotica, un monumento istruttivo, o una diva in tournée. E, in tal modo, manifestava nei miei confronti la maestosa amabilità del saggio Mentore e, al tempo stesso, la curiosità studiosa del giovane Anacarsi.
Non mi fece la minima proposta per la «Revue des Deux Mondes», ma mi rivolse un certo numero di domande sulla mia vita e i miei studi, sulle mie inclinazioni, di cui sentivo parlare per la prima volta come se potesse essere ragionevole assecondarle mentre, fino a quel momento, avevo creduto mio dovere contrastarle. Poiché mi spingevano verso la letteratura, non cercò di dissuadermene; al contrario, me ne parlò con deferenza, come di una persona venerabile e affascinante della cui eletta cerchia, a Roma o a Dresda, si è conservato il migliore dei ricordi, e che ci si rammarica di rivedere così raramente a causa delle necessità della vita. Pareva che m’invidiasse, accennando un sorriso quasi licenzioso, i bei momenti che, più fortunato di lui e più libero, mi avrebbe fatto passare la Letteratura. Ma i termini stessi di cui si serviva me la mostravano troppo diversa dall’immagine che me n’ero fatta a Combray, e capii che avevo avuto doppiamente ragione a rinunciarvi. Fino allora mi ero reso conto solo di non possedere il dono di scrivere; adesso il signor di Norpois me ne aveva tolto anche il desiderio. Volli spiegargli quel che avevo sognato; tremavo d’emozione, e mi rifiutavo di ricorrere a una sola parola che non fosse l’equivalente, il più sincero possibile, di ciò che avevo sentito e mai avevo tentato di formulare a me stesso; è quanto dire che alle mie parole mancò qualsiasi lucidità. Forse per abitudine professionale, forse in virtù della calma propria di ogni uomo importante dal quale si sollecita un consiglio e che, sapendo di poter condurre la conversazione a proprio piacimento, lascia che l’interlocutore si agiti, si sforzi, si danni quanto vuole, fors’anche per mettere in risalto le caratteristiche della sua testa (secondo lui greca, a dispetto dei grandi favoriti), il signor di Norpois, quando gli si esponeva qualcosa, improntava il volto a un’immobilità così assoluta che sembrava di parlare davanti a un busto antico – e sordo – in una gliptoteca. Tutt’a un tratto, piombando come il martello del venditore all’incanto, o come un oracolo delfico, la voce dell’Ambasciatore emetteva la risposta, tanto più impressionante in quanto nulla, nella sua faccia, aveva lasciato supporre il genere d’impressione prodotto in lui dall’interlocutore, né il tenore del verdetto.
«Per l’appunto», mi disse all’improvviso, come se la causa fosse ormai giudicata, dopo avermi lasciato farfugliare di fronte ai suoi occhi immobili che non mi lasciavano un istante, «c’è un mio amico il cui figlio, mutatis mutandis, è come voi» (e per parlare delle nostre comuni tendenze assunse un tono rassicurante, quasi che anziché alla letteratura fossero tendenze ai reumatismi, e lui volesse dimostrarmi che non si muore per questo). «Così ha preferito abbandonare il quai d’Orsay, dove pure suo padre gli aveva tracciato per intero il cammino, e, senza preoccuparsi di quello che se ne sarebbe detto, si è messo a produrre. Non ha davvero di che pentirsene. Due anni fa – è molto più anziano di voi, naturalmente – ha pubblicato un’opera dedicata al sentimento dell’Infinito sulla riva occidentale del lago Victoria-Nyanza, e quest’anno uno scritto meno cospicuo, ma redatto con penna alacre e a tratti persino mordace, sul fucile a ripetizione nell’esercito bulgaro, che gli hanno dato un risalto davvero eccezionale. Ha già fatto un bel po’ di strada, non è uomo da fermarsi a metà, e mi risulta che, pur non essendosi ancora profilata una candidatura, il suo nome è stato fatto scivolare due o tre volte nella conversazione, e in modo nient’affatto sfavorevole, all’Accademia delle Scienze morali. Insomma, anche se non si può dire che sia giunto in su la cima, si è conquistato a viva forza una gran bella posizione, e il successo, che non va sempre soltanto agli esagitati e agli arruffoni, ai venditori di tutto che sono perlopiù venditori di fumo, il successo ha premiato la sua fatica.»
Mio padre, che mi vedeva già accademico nel giro di qualche anno, spirava una soddisfazione che il signor di Norpois portò al culmine quando, dopo un attimo d’esitazione durante il quale parve calcolare le conseguenze del suo gesto, mi disse, porgendomi il suo biglietto da visita: «Andate dunque a trovarlo da parte mia, potrà darvi degli utili consigli», causandomi con queste parole un’agitazione altrettanto penosa che se m’avesse annunciato il mio imbarco su un veliero, come mozzo, l’indomani mattina.
La zia Léonie, insieme a una quantità di oggetti e di mobili decisamente imbarazzanti, mi aveva lasciato in eredità gran parte del suo patrimonio in denaro – rivelando così, dopo la morte, un affetto per me che in lei, viva, non avevo quasi mai supposto. Mio padre, che doveva amministrare questo patrimonio sino alla mia maggiore età, chiese consiglio al signor di Norpois su un certo numero di investimenti. L’Ambasciatore si espresse a favore di alcuni titoli a basso reddito che giudicava particolarmente solidi, soprattutto i Consolidati Inglesi e il Russo 4%. «Con questi valori di primissimo ordine, osservò il signor di Norpois, se la rendita non è molto elevata, siete almeno sicuro di non veder mai diminuire il capitale.» Per il resto, mio padre gli disse a grandi linee che cosa aveva comprato. Il signor di Norpois abbozzò un impercettibile sorriso di congratulazioni: come tutti i capitalisti, stimava invidiabile un buon patrimonio, ma riteneva più delicato non complimentarsi, se non con un segno d’intelligenza appena accennato, per quello che uno possedeva; d’altronde, lui stesso essendo smisuratamente ricco, gli sembrava indice di buon gusto mostrare che trovava notevole ogni minima rendita altrui, non senza, tuttavia, un contraccolpo di gioiosa soddisfazione al pensiero della superiorità delle sue. In compenso, non esitò a rallegrarsi con mio padre per la “composizione” del suo portafoglio, “d’un gusto così sicuro, così delicato, così fine”. Si sarebbe detto che attribuisse ai rapporti reciproci dei valori di Borsa, e persino ai valori di Borsa in se stessi, una sorta di pregio estetico. A proposito di un titolo, abbastanza nuovo e sconosciuto, di cui gli aveva parlato mio padre, Norpois, simile a chi abbia letto un libro che credevate d’essere i soli a conoscere, commentò: «Ma sì, per qualche tempo mi sono divertito a tenerlo d’occhio nel listino, era interessante», con il sorriso di retrospettiva ammirazione d’un abbonato che ha seguito l’ultimo feuilleton, a puntate, su una rivista. «Non vi sconsiglierei di sottoscrivere l’emissione che verrà lanciata prossimamente. È attraente, vi offre i titoli a prezzi che fanno gola.» Per certi vecchi valori, invece, mio padre, che non ne ricordava più con esattezza i nomi, facilmente confondibili con quelli di azioni similari, aprì un cassetto e li mostrò materialmente all’Ambasciatore. La loro vista mi affascinò; erano impreziositi da guglie di cattedrali e figure allegoriche, come certe vecchie pubblicazioni romantiche che mi era capitato di sfogliare. Tutto ciò che appartiene a una data epoca si assomiglia; gli artisti che, in un certo periodo, illustrano i poemi sono gli stessi ai quali si rivolgono le società finanziarie. E non c’è niente che mi evochi certe dispense di Notre-Dame de Paris, o di opere di Gérard de Nerval, che vedevo appese nella vetrina della drogheria di Combray, come, nella sua cornice rettangolare e fiorita cui fa da supporto qualche divinità fluviale, un’azione nominativa della Compagnia delle Acque.
Per il mio genere d’intelligenza mio padre nutriva un disprezzo sufficientemente corretto dalla tenerezza perché, nel complesso, il suo sentimento fosse, riguardo a tutto ciò che facevo, di cieca indulgenza. Non esitò dunque a mandarmi a prendere un poemetto in prosa che avevo composto tempo prima, a Combray, di ritorno da una passeggiata. L’avevo scritto in uno stato d’esaltazione che, a mio avviso, avrebbe dovuto trasmettersi a chiunque lo leggesse. Ma il signor di Norpois, evidentemente, non vi soggiacque, perché non disse una parola mentre mi restituiva il poemetto.
Mia madre, piena di rispetto per le occupazioni del marito, venne timidamente a informarsi se poteva far servire il pranzo. Temeva di interrompere una conversazione nella quale non avrebbe dovuto ingerirsi. E, in effetti, mio padre rammentava di continuo al marchese qualche utile provvedimento che avevano deciso di sostenere alla prossima seduta della Commissione, e lo faceva con il tono particolare che associa in un ambiente diverso due colleghi – simili in questo a due collegiali – ai quali le abitudini professionali offrono ricordi comuni da cui gli altri sono esclusi e cui essi si scusano di riferirsi davanti a loro.
Ma la perfetta indipendenza dei muscoli facciali raggiunta dal signor di Norpois gli consentiva di ascoltare senza aver l’aria di udire. Mio padre finiva col confondersi: «Avevo pensato di sollecitare il parere della Commissione...», gli diceva dopo lunghi preamboli. Dal volto di quell’aristocratico virtuoso, che aveva mantenuto l’inerzia di un solista per il quale non sia ancora giunto il momento d’eseguire la sua parte, scaturiva allora, in tono acuto e monotono, come se si limitasse a concludere, ma affidandosi stavolta a un altro timbro, la frase iniziata: «Che voi, s’intende, non esiterete a riunire, tanto più che ne conoscete personalmente i singoli membri e nessuno ha difficoltà a muoversi». Non era certo, in sé, una conclusione particolarmente notevole. Ma l’immobilità che l’aveva preceduta faceva sì che si staccasse con la nitidezza cristallina, l’imprevedibilità quasi maliziosa delle frasi con le quali, in un concerto di Mozart, il pianoforte, prima silenzioso, al momento opportuno replica al violoncello, offertosi fin lì all’ascolto.
«Allora, sei soddisfatto della tua matinée?» mi chiese mio padre mentre passavamo in sala da pranzo, per farmi brillare e pensando che il mio entusiasmo mi avrebbe messo in buona luce presso il signor di Norpois. «È andato a sentire la Berma questo pomeriggio, ricorderete che se n’era parlato», aggiunse rivolto al diplomatico, nello stesso tono di allusione retrospettiva, tecnica e misteriosa con cui si sarebbe riferito a una seduta della Commissione.
«Ne sarete rimasto affascinato, soprattutto se era la prima volta che la sentivate. Il vostro signor padre si preoccupava del contraccolpo che questa scappatella poteva avere sul vostro stato di salute, giacché, per quanto ne so, siete un po’ delicato, un po’ fragile. Ma io l’ho rassicurato. Oggi i teatri non sono più com’erano anche soltanto una ventina d’anni fa. Le poltrone sono quasi comode, l’aria viene cambiata, benché ci sia ancora parecchio da fare per raggiungere la Germania e l’Inghilterra, che per questo aspetto, come per molti altri, sono incredibilmente in anticipo su di noi. Non ho visto Madame Berma in Phèdre, ma ho sentito dire che è mirabile. Vi avrà estasiato, naturalmente?»
Il signor di Norpois, mille volte più intelligente di me, doveva essere il depositario di quella verità ch’io non avevo saputo estrarre dalla recitazione della Berma, e me l’avrebbe rivelata; rispondendo alla sua domanda, l’avrei pregato di dirmi in che cosa consistesse; e in tal modo egli avrebbe legittimato il desiderio che avevo avuto di vedere l’attrice. Disponevo di un solo istante, bisognava approfittarne e orientare il mio interrogatorio sui punti essenziali. Ma quali erano? Concentrando l’attenzione su impressioni così confuse, e non preoccupandomi assolutamente di farmi ammirare dal signor di Norpois, ma solo di strappargli l’agognata verità, non tentai di sopperire con frasi fatte alle parole che mi mancavano, balbettai, e alla fine, volendo provocarlo a dichiarare cosa avesse di mirabile la Berma, gli confessai che ero rimasto deluso.
«Ma come», esclamò mio padre, seccato per l’impressione incresciosa che la mia confessione poteva fare a Norpois, «come fai a dire che non ti è piaciuta? La nonna ci ha raccontato che non perdevi una sillaba di quel che diceva la Berma, avevi gli occhi fuori della testa, e in tutta la sala non c’era nessuno nel tuo stato.
– Ma sì, ascoltavo come meglio potevo per capire cosa ci fosse di tanto straordinario. Certo, è molto brava...
– Se è molto brava, cosa vuoi di più?
– Qualcosa che indubbiamente contribuisce al successo di Madame Berma», intervenne il signor di Norpois rivolgendosi con impegno a mia madre per non escluderla dalla conversazione e al fine di assolvere coscienziosamente i propri obblighi di cortesia verso una padrona di casa, «è il gusto impeccabile che dimostra nella scelta dei ruoli e che le vale sempre un successo schietto e di buona lega. Raramente interpreta testi mediocri. Vedete, per esempio, come ha affrontato la parte di Fedra. D’altronde, dello stesso gusto dà prova nelle toilettes, nella recitazione. Nonostante le sue frequenti e fruttuose tournées in Inghilterra e in America, la volgarità, non dirò di John Bull, che sarebbe ingiusto, almeno per l’Inghilterra dell’età vittoriana, ma dello zio Sam, non ha lasciato traccia in lei. Mai un colore troppo vistoso, un tono enfatico. E poi, quella voce mirabile, che la serve così bene e di cui si vale a meraviglia, sarei quasi tentato di dire da musicista!»
Il mio interesse per la recitazione della Berma non aveva mai smesso di crescere dalla fine dello spettacolo, perché non subiva più la compressione e i limiti della realtà; ma sentivo il bisogno di trovargli delle spiegazioni; inoltre, si era distribuito con pari intensità su tutto ciò che la Berma, mentre recitava, offriva nell’indivisibilità della vita ai miei occhi, alle mie orecchie; non c’era nulla che avesse separato o distinto; fu dunque ben lieto di scoprirsi una causa ragionevole in quegli elogi della semplicità, del buon gusto dell’artista, e traendoli a sé col proprio potere assorbente se ne impadroniva, come l’ottimismo di un ubriaco s’impadronisce delle azioni del vicino, nelle quali trova una ragione per commuoversi. «È vero, mi dicevo, che bella voce, che moderazione di toni, che semplicità di costumi, che intelligenza nella scelta di Phèdre! No, non mi ha deluso.»
Il manzo freddo alle carote fece la sua comparsa, adagiato dal Michelangelo della nostra cucina su enormi cristalli di gelatina, simili a blocchi di quarzo trasparente.
«Avete uno chef di primissimo ordine, signora, disse Norpois. E non è cosa di poco conto. Io che, all’estero, dovevo mantenere in casa mia un certo tenore, so quanto è difficile, spesso, trovare un capocuoco irreprensibile. È un autentico banchetto, quello che ci avete imbandito.»
E, in effetti, sovreccitata dall’ambizione di realizzare per un ospite di riguardo un pranzo finalmente disseminato di difficoltà degne di lei, Françoise si era impegnata come non faceva più quando eravamo soli, e aveva ritrovato il suo incomparabile stile di Combray.
«Ecco qualcosa che non si può avere al ristorante, intendo nei migliori: uno stufato di manzo in cui la gelatina non sappia di colla e il manzo abbia assorbito il profumo delle carote, mirabile! Permettetemi di fare il bis, aggiunse indicando che voleva ancora gelatina. Sarei curioso di giudicare il vostro Vatel, adesso, da un piatto completamente diverso: vorrei vederlo, per esempio, alle prese con il manzo Stroganof.»
Il signor di Norpois, per contribuire a sua volta alla riuscita del pasto, ci ammannì diversi racconti che offriva di frequente ai colleghi di carriera, citando ora delle proposizioni ridicole pronunciate da un uomo politico incline a un periodare prolisso e gremito di immagini incoerenti, ora la formula lapidaria d’un diplomatico imbevuto di atticismo. Ma, in realtà, il criterio secondo il quale distingueva questi due ordini di frasi non somigliava per nulla a quello che io applicavo alla letteratura. Parecchie sfumature mi sfuggivano; le parole ch’egli riferiva scoppiando a ridere non mi sembravano molto diverse da quelle che trovava degne di nota. Norpois apparteneva alla categoria di quelle persone che, a proposito delle opere che amavo, avrebbero detto: «Voi ci capite qualcosa? Io confesso di non capirci niente, non sono iniziato, io»; ma avrei potuto rendergli la pariglia, non afferravo né lo spirito né la scempiaggine, né l’eloquenza né l’ampollosità che lui ravvisava in una replica o in un discorso, e l’assenza di qualsiasi ragione percettibile in base alla quale una certa cosa era giusta e un’altra sbagliata faceva sì che quella specie di letteratura mi riuscisse più misteriosa, mi apparisse più oscura di ogni altra. Riuscivo appena a dedurne che, in politica, ripetere ciò che pensavano tutti non era segno di inferiorità, ma di superiorità. Quando il signor di Norpois si avvaleva di espressioni ricorrenti nei giornali e le pronunciava con vigore, si sentiva che queste si trasformavano in un gesto per il fatto stesso ch’egli le aveva usate, e un gesto destinato a suscitare commenti.
Mia madre faceva grande affidamento sull’insalata di ananas e tartufi. Ma l’Ambasciatore, dopo avere per un attimo esercitato su di essa la penetrazione del suo sguardo d’osservatore, la mangiò restando avvolto in un diplomatico riserbo e non ci svelò il suo pensiero. Alle insistenze di mia madre perché ne prendesse ancora un po’, lo fece ma, in luogo dell’auspicato complimento, si limitò a dire: «Obbedisco, signora, giacché vedo che si tratta, da parte vostra, di un autentico ukase.
– Abbiamo appreso dalle “gazzette” che vi siete intrattenuto a lungo con re Teodosio, gli disse mio padre.
– In effetti il re, che ha una rara memoria per le fisionomie, scorgendomi in platea, ha avuto la bontà di ricordarsi che avevo avuto l’onore di vederlo per diversi giorni alla corte di Baviera, quando lui non pensava affatto al suo trono orientale (sapete che vi è stato chiamato da un congresso europeo, e che anzi ha esitato molto ad accettare, giudicando quella sovranità non del tutto confacente alla sua stirpe, la più nobile, araldicamente parlando, dell’Europa intera). Un aiutante di campo è venuto a dirmi di andare a salutare Sua Maestà, al cui ordine mi sono naturalmente affrettato a uniformarmi.
– Siete soddisfatto dei risultati del suo soggiorno?
– Entusiasta! Era legittimo concepire qualche apprensione circa il modo in cui un monarca ancora così giovane si sarebbe districato da questo difficile frangente, soprattutto in una congiuntura tanto delicata. Personalmente, nutrivo piena fiducia nel senso politico del sovrano. Ma devo confessare che le mie speranze sono state addirittura superate. Il suo brindisi all’Eliseo, ch’egli stesso, secondo informazioni che mi vengono da fonte del tutto autorizzata, ha composto dalla prima all’ultima parola, era quanto mai degno dell’interesse unanimemente accordatogli. Si tratta, né più né meno, di un colpo da maestro; un po’ audace, d’accordo, ma di un’audacia che, insomma, la portata dell’avvenimento giustificava in pieno. Le tradizioni diplomatiche hanno certamente qualcosa di buono, ma nella fattispecie avevano finito col rinchiudere il suo paese e il nostro in un’atmosfera ormai irrespirabile. Ebbene! uno dei modi per rinnovare l’aria, un modo che evidentemente non si può raccomandare, ma che re Teodosio poteva permettersi, consisteva nel rompere i vetri. E l’ha fatto con una buona grazia che ha incantato tutti, e anche con una proprietà di linguaggio nella quale si è riconosciuta d’acchito la razza di principi letterati cui appartiene attraverso la madre. Certo è che quando ha parlato delle “affinità” che uniscono il suo paese alla Francia, l’espressione, per quanto inusitata nel vocabolario delle cancellerie, suonava singolarmente felice. Vedete che la letteratura non nuoce, nemmeno in diplomazia, nemmeno su un trono, aggiunse Norpois rivolgendosi a me. La cosa constava da tempo, si capisce, e i rapporti tra le due potenze erano divenuti eccellenti. Ma ancora bisognava che la si dicesse. La parola era attesa, è stata scelta a meraviglia, avete visto come è andata a bersaglio. Per parte mia, l’applaudo a piene mani.
– Il vostro amico, il signor di Vaugoubert, che preparava da anni il riavvicinamento, sarà stato contento.
– Tanto più che Sua Maestà, secondo una caratteristica abitudine, ha tenuto a fargliene una sorpresa. Sorpresa che, del resto, è stata completa per tutti, a cominciare dal ministro degli Affari esteri, che, a quanto mi dicono, non l’ha trovata di suo gusto. A qualcuno che gliene parlava, avrebbe risposto molto seccamente, a voce abbastanza alta per essere inteso dai vicini: «Non sono stato né consultato, né avvertito», indicando così con chiarezza che declinava ogni responsabilità in merito all’avvenimento. Bisogna ammettere che ha fatto scalpore, e non oserei affermare, aggiunse Norpois con un sorriso malizioso, che la quiete di certi miei colleghi, per i quali la legge suprema sembra essere quella del minimo sforzo, non ne sia stata turbata. Quanto a Vaugoubert, sapete che ha subìto molti attacchi per la sua politica di riavvicinamento alla Francia, e tanto più deve averne sofferto in quanto è una persona sensibile, un’anima squisita. Posso testimoniarlo di persona perché, pur essendo più giovane di me e non di poco, l’ho molto frequentato, siamo amici di vecchia data, e lo conosco bene. D’altronde, come si fa a non conoscerlo? è talmente cristallino. È anzi il solo difetto che si potrebbe rimproverargli, non è affatto necessario che il cuore d’un diplomatico sia trasparente come il suo. Nonostante ciò si parla di mandarlo a Roma, che sarebbe una notevole promozione, ma anche una bella gatta da pelare. Detto fra noi, credo che Vaugoubert, per poco ambizioso che sia, se ne rallegrerebbe, e non chieda certo che gli si allontani quel calice. Può darsi che faccia faville, laggiù; è il candidato della Consulta, e personalmente lo vedo molto bene, lui così artista, nella cornice di palazzo Farnese e della galleria dei Carracci. Si direbbe che nessuno, almeno, possa odiarlo; ma intorno a re Teodosio c’è tutta una camarilla più o meno infeudata alla Wilhelmstrasse, di cui segue docilmente le ispirazioni, che ha cercato in tutti i modi di mettergli i bastoni tra le ruote. Vaugoubert non ha dovuto fronteggiare soltanto gli intrighi di corridoio, ma le ingiurie di imbrattacarte prezzolati che più tardi, vigliacchi come tutti i giornalisti mercenari, sono stati i primi a fare atto di contrizione, ma nel frattempo non si sono peritati di diffondere, in odio al nostro rappresentante, accuse insensate di gente senza scrupoli. Per più di un mese i nemici di Vaugoubert si sono scatenati intorno a lui nella danza dello scalpo, disse Norpois sottolineando con forza l’ultima parola. Ma uomo avvisato, mezzo salvato; quelle ingiurie, lui, le ha scansate col piede», aggiunse in tono ancora più energico, e con uno sguardo così feroce che per un istante smettemmo di mangiare. «Come dice un bel proverbio arabo: “I cani abbaiano, la carovana passa”.» Buttata lì questa citazione, il signor di Norpois tacque per guardarci e calcolare che impressione avesse prodotto su di noi. Considerevole; il proverbio ci era noto: quell’anno, presso gli uomini eminenti, ne aveva soppiantato un altro, “Chi semina vento raccoglie tempesta”, che aveva bisogno di riposo, sprovvisto com’era della vivacità infaticabile di “Lavorare per il re di Prussia”. La cultura di queste persone era, infatti, una cultura a fasi alterne, generalmente triennali. Beninteso, simili citazioni, di cui Norpois infiorava magistralmente i suoi articoli sulla «Revue», non erano indispensabili perché questi apparissero solidi e ben informati. Anche privandoli di tale decoro, era sufficiente che Norpois scrivesse al momento giusto – cosa che non mancava di fare –: “Il Gabinetto di Saint-James non è stato l’ultimo a fiutare il pericolo” oppure “L’emozione fu grande al Pontaux-Chantres, dove l’egoistica ma abile politica della monarchia bicipite era seguita con inquietudine”, o “Un grido d’allarme è partito da Montecitorio”, o ancora “Questo eterno doppiogioco, che è tipico dello stile di Ballplatz”. Subito, da queste espressioni, il lettore profano aveva riconosciuto e reso omaggio al diplomatico di carriera. Ma a far dire che egli era qualcosa di più, che possedeva una cultura superiore, era stato l’impiego ragionato di citazioni, il cui miglior modello restava per il momento: “Datemi una buona politica e vi darò una buona finanza, come soleva dire il barone Louis”. (Non era stato ancora importato dall’Oriente: “Fra due avversari, la Vittoria premia chi sa soffrire un quarto d’ora più dell’altro, come dicono i Giapponesi”.) Questa reputazione di grande letterato, unita a un autentico genio dell’intrigo celato sotto la maschera dell’indifferenza, aveva fruttato a Norpois l’ingresso all’Accademia delle Scienze morali. E ci fu persino chi lo giudicò non indegno dell’Académie Française il giorno in cui, per suggerire che rinsaldando l’alleanza con la Russia avremmo potuto giungere a un’intesa con l’Inghilterra, non esitò a scrivere: “Lo si sappia bene al quai d’Orsay, lo si introduca in ogni manuale di geografia che risulti lacunoso in proposito, si respinga inesorabilmente il candidato alla maturità che non ne sia edotto: Se tutte le strade portano a Roma, la strada da Parigi a Londra non può che passare per Pietroburgo”.
«Tutto considerato, riprese Norpois rivolgendosi a mio padre, Vaugoubert ne ha cavato fuori un bel successo, superiore persino a quello che aveva messo in preventivo. S’aspettava, in effetti, un brindisi corretto (e, dopo le nubi degli ultimi anni, sarebbe già stata una gran bella cosa), ma niente di più. Parecchi tra i presenti mi hanno assicurato che leggendone il testo non ci si può rendere conto dell’impressione suscitata dal brindisi, pronunciato e articolato a meraviglia dal re, che è maestro nell’arte del porgere e che sottolineava via via tutti i sottintesi, tutte le finezze. Mi sono fatto raccontare, a questo proposito, un dettaglio abbastanza gustoso, che mette in luce una volta di più, in re Teodosio, quel garbo giovanile che gli accattiva tanti cuori. Stando al mio informatore, appunto alla parola “affinità” che era, in fin dei conti, la grossa novità del discorso, e che, vedrete, alimenterà ancora a lungo i commenti delle cancellerie, Sua Maestà, prevedendo la gioia del nostro ambasciatore, il quale stava per trovarvi il giusto coronamento dei suoi sforzi, per non dire del suo sogno, e, alla fin fine, il suo bastone di maresciallo, si volse a mezzo verso Vaugoubert e, fissandolo con lo sguardo affascinante degli Oettingen, staccò dalle altre quella parola così ben scelta, “affinità”, quella parola che costituiva un’autentica trovata, in un tono destinato a comunicare a tutti ch’egli la usava scientemente e con piena cognizione di causa. Sembra che Vaugoubert abbia dominato a stento l’emozione e, in qualche misura, devo dire che lo capisco. Una persona in tutto degna di fede mi ha addirittura confidato che dopo il pranzo, quando Sua Maestà ha tenuto circolo, il re si sarebbe avvicinato a Vaugoubert e gli avrebbe sussurrato: «Siete contento del vostro allievo, caro marchese?». Certo è, concluse il signor di Norpois, che un tale brindisi ha contribuito più di vent’anni di negoziati a rinsaldare ulteriormente, fra i due paesi, le “affinità”, secondo la pittoresca espressione di Teodosio II. Non è che una parola, certo, ma vedete quanto successo ha riscosso, come è stata ripresa da tutta la stampa d’Europa, l’interesse che suscita, come è suonata nuova. D’altronde, rientra proprio nello stile del sovrano. Non potrei dire che trovi tutti i giorni diamanti altrettanto puri. Ma è davvero raro che nei discorsi preparati, e più ancora nella spontaneità della conversazione, egli non lasci la propria impronta – stavo per dire: non apponga la propria firma – con qualche battuta incisiva. Non mi si può sospettare di parzialità, in materia, dal momento che sono ostile a qualsiasi innovazione in questo campo. Diciannove volte su venti, si rivelano dannose.
– Sì, ho pensato che il recente telegramma dell’imperatore di Germania non fosse di vostro gradimento», osservò mio padre.
Il signor di Norpois alzò gli occhi al cielo come per dire: Ah! quello là! «In primo luogo, è un atto d’ingratitudine. È qualcosa di peggio d’un delitto, è un errore, e di una stupidità che definirei piramidale! Del resto, se nessuno gli dà l’alt, l’uomo che ha cacciato via Bismarck è capacissimo di ripudiare a poco a poco tutta la politica bismarckiana – e, allora, siamo al salto nel buio.
– Mio marito mi ha detto, signore, che forse una di queste estati lo trascinerete con voi in Spagna, ne sono felice per lui.
– Ma certo, è un progetto davvero allettante, una prospettiva che mi rallegra. Mi piacerebbe molto fare con voi questo viaggio, caro amico. E voi, signora, avete già pensato come trascorrere le vacanze?
– Non so, può darsi che vada a Balbec con mio figlio.
– Ah! Balbec è un posto simpatico, ci sono passato qualche anno fa. Cominciano a costruirci delle ville proprio graziose: credo che vi piacerà. Ma posso chiedervi per quale motivo avete scelto Balbec?
– Mio figlio tiene molto a vedere certe chiese della regione, soprattutto quella di Balbec. Mi davano qualche apprensione, per la sua salute, le fatiche del viaggio, e più ancora del soggiorno. Ma ho saputo che hanno appena costruito un ottimo albergo, che gli consentirà di vivere con il confort richiesto dal suo stato.
– Ah! bisogna che ne informi una certa persona che non è donna da non valersene.
– La chiesa di Balbec è stupenda, non è vero, signore? gli chiesi, reagendo alla tristezza suscitata dalla notizia che una delle attrattive di Balbec era costituita dalle sue graziose ville.
– No, non è male, ma in ultima analisi non può reggere il confronto con quegli autentici gioielli cesellati che sono le cattedrali di Reims, di Chartres e – perla fra le perle, a mio avviso – la Sainte-Chapelle di Parigi.
– Ma la chiesa di Balbec non è in parte romanica?
– Infatti, è in stile romanico, che è già di per se stesso estremamente freddo e non lascia presagire in nulla l’eleganza, la fantasia degli architetti gotici, capaci di trattare la pietra come un merletto. La chiesa di Balbec merita una visita se si è nei paraggi, è piuttosto curiosa; se, in un giorno di pioggia, non saprete che fare, potrete farci una capatina, vedrete il sepolcro di Tourville.
– C’eravate, ieri, al banchetto degli Esteri? io non ho potuto andarci, intervenne mio padre.
– No, rispose il signor di Norpois con un sorriso, confesso di averlo disertato per una serata alquanto diversa. Ho pranzato da una signora di cui forse avete sentito parlare, la bella Madame Swann.»
Mia madre represse un fremito giacché, avendo una sensibilità più pronta rispetto a mio padre, s’allarmava in sua vece per ciò che l’avrebbe contrariato solo un istante dopo. Era lei ad avvertire in anticipo i disappunti destinati a colpirlo, così come le cattive notizie concernenti la Francia si diffondono all’estero prima che da noi. Tuttavia, curiosa di sapere che genere di persone potessero ricevere gli Swann, s’informò presso Norpois sugli ospiti che vi aveva incontrato.
«Mio Dio... mi sembra che sia una casa frequentata soprattutto da... signori. C’erano alcuni uomini sposati, ma le mogli, quella sera, non si sentivano bene e non erano venute», rispose l’Ambasciatore con un’arguzia velata di bonomia, e lanciando d’intorno occhiate la cui malizia era in apparenza mitigata, ma in realtà abilmente accentuata, dalla dolcezza e dalla discrezione.
«Devo dire, aggiunse, per essere giusto fino in fondo, che c’era comunque qualche donna, ma... appartenente piuttosto..., come esprimermi?, al mondo repubblicano che non alla società di Swann (Norpois pronunciava “Svann”). Chi lo sa? Un giorno, forse, sarà un salotto politico o letterario. Del resto, sembra che siano contenti così. Swann, a mio parere, lo dà fin troppo a vedere. Nominava le persone dalle quali lui e sua moglie sono invitati la prossima settimana, e della cui amicizia non c’è davvero di che vantarsi, con una mancanza di riserbo e di gusto, quasi di tatto, che mi ha stupito in un uomo tanto fine. Ripeteva: «Non abbiamo neanche una sera libera», come se fosse un titolo di merito, e da autentico parvenu, mentre non lo è affatto. Eh sì, Swann aveva molti amici, e anche amiche, e senza spingermi troppo in là, senza voler essere indiscreto, credo di poter sostenere che no, non tutte, e nemmeno la maggioranza, ma perlomeno una di loro, e una che è una grandissima dama, non si sarebbe forse mostrata del tutto restia ad entrare in contatto con Madame Swann, nel qual caso, verosimilmente, diverse l’avrebbero seguita, come le pecore di Panurgo. Ma, a quanto sembra, da parte di Swann non vi è stato il minimo approccio in questo senso. Ma come? anche un pudding alla Nesselrode! Non ci vorrà meno d’una cura a Carlsbad per rimettermi da questo banchetto luculliano. Forse Swann ha capito che avrebbe dovuto vincere troppe resistenze. Sta di fatto che il matrimonio non è piaciuto. Si è parlato delle sostanze di lei, e questo non sta né in cielo né in terra. Ma, insomma, l’intera faccenda è parsa poco simpatica. E poi Swann ha una zia straordinariamente ricca e con una posizione invidiabile, moglie d’un uomo che, finanziariamente parlando, è una potenza. E questa signora non solo s’è rifiutata di ricevere Madame Swann, ma ha condotto una campagna in piena regola perché le sue amiche e conoscenti facessero lo stesso. Non voglio dire, con questo, che ci sia stato qualcuno, a Parigi, nel giro giusto, che abbia mancato di rispetto a Madame Swann... No! assolutamente no! Il marito, d’altronde, era uomo da raccogliere la sfida. C’è qualcosa di curioso, comunque, e cioè vedere come Swann, che conosce tanta gente e della più scelta, si mostri così sollecito, così premuroso con un ambiente di cui il meno che si possa dire è che è misto, molto misto. Confesso che io, che lo conosco da tempo, ero sorpreso e insieme divertito vedendo un uomo così raffinato, così alla moda nei circoli più esclusivi, ringraziare con effusione il capo-gabinetto del ministro delle Poste d’essere venuto a casa sua, e chiedergli se Madame Swann poteva permettersi di andare a trovare sua moglie. In ogni caso, deve sentirsi spaesato; è chiaro che non è più lo stesso ambiente. Ma, ciononostante, non credo che Swann sia infelice. Ci sono state, è vero, negli anni precedenti il matrimonio, manovre ricattatorie alquanto spregevoli da parte di lei; impediva a Swann di vedere la figlia ogni volta che lui le negava qualcosa. Il povero Swann, ingenuo quanto raffinato, credeva ogni volta che l’allontanamento della figlia fosse una coincidenza, e si rifiutava di guardare in faccia la realtà. E poi, lei gli faceva continuamente delle scenate, tanto che si pensava che, il giorno in cui fosse riuscita nel suo intento facendosi sposare, più nulla l’avrebbe trattenuta e la loro vita sarebbe stata un inferno. E invece è accaduto esattamente il contrario. Si scherza molto sul modo in cui Swann parla di sua moglie, ci si fa persino beffe di lui. Non si pretendeva certo che, più o meno conscio d’essere... (conoscete la parola di Molière), andasse a proclamarlo urbi et orbi; ma ciò non toglie che lo si trovi esagerato quando parla di lei come di una moglie esemplare. Ora, la cosa non è falsa quanto si crede. A modo suo, che non è quello che ogni marito preferirebbe, – ma insomma, sia detto fra noi, mi sembra difficile che Swann, conoscendola da parecchio tempo e ben lungi dall’essere un completo imbecille, non sapesse cosa lo aspettava, – è innegabile che gli si mostri affezionata. Non dico che non sia volubile, e lo stesso Swann, del resto, non è da meno, a dar retta alle buone lingue che, potete immaginarlo, ci vanno a nozze. Ma gli è riconoscente di aver fatto tanto per lei, e, contrariamente a ciò che tutti temevano, sembra diventata d’una dolcezza angelica.» Quel cambiamento non era forse così straordinario come pareva al signor di Norpois. Odette non credeva che Swann, alla fine, l’avrebbe sposata; ogni volta che, tendenziosamente, gli annunciava che un uomo in vista aveva sposato la propria amante, incontrava da parte sua un silenzio glaciale e al massimo, se lo interpellava direttamente chiedendogli: «Non trovi che sia molto giusto, che sia molto bello quello che ha fatto per una donna che gli ha consacrato la propria giovinezza?», si sentiva rispondere seccamente: «Ma non dico che sia sbagliato, ciascuno si regola come gli pare». Non era neppure lontana dal credere che, come le diceva nei momenti di collera, l’avrebbe completamente abbandonata, poiché di recente, da una scultrice, aveva sentito dire: «Dagli uomini ci si può aspettare di tutto, sono dei tali bruti» e, colpita dalla profondità di quella massima pessimistica, se l’era appropriata e la ripeteva a ogni piè sospinto con un’aria sfiduciata che sembrava sottintendere: «In fondo, tutto è possibile, sono talmente fortunata!». Di conseguenza, aveva perso ogni attendibilità la massima ottimistica che fino a quel momento aveva guidato Odette nella vita: «Si può far fare qualsiasi cosa agli uomini innamorati di voi, sono così stupidi», e che si esprimeva nel suo viso con la stessa strizzatina d’occhio con cui avrebbe accompagnato una frase del tipo: «Nessuna paura, non romperà niente». Nell’attesa, Odette soffriva di come una certa amica sua, sposata da un uomo che era stato con lei per un periodo più breve della relazione di Swann con Odette e – lei – senza figli, titolare adesso di una reputazione relativamente buona e invitata ai balli dell’Eliseo, doveva giudicare la condotta di Swann. Un diagnostico più profondo di Norpois avrebbe potuto senz’altro concludere che era stato quel senso di umiliazione e di vergogna a inacidire Odette, che il carattere infernale da lei manifestato non apparteneva alla sua natura, non era un male senza rimedio, e avrebbe facilmente previsto quello che poi era successo, vale a dire che un nuovo regime, il regime matrimoniale, avrebbe posto fine con quasi magica rapidità a quegli incidenti penosi, quotidiani, ma nient’affatto organici. Quasi tutti si sorpresero del loro matrimonio, e anche questo è sorprendente. Pochi, certo, capiscono il carattere puramente soggettivo del fenomeno amoroso, e la sorta di creazione, cui esso dà luogo, d’una persona supplementare, distinta da quella che nel mondo porta lo stesso nome, e i cui elementi derivano per la maggior parte da noi stessi. Pochi, così, possono trovare naturali le proporzioni enormi che finisce con l’assumere per noi un essere non identificabile con quello che vedono loro. Eppure, relativamente a Odette, non sarebbe stato difficile rendersi conto che se, certo, non aveva mai capito del tutto l’intelligenza di Swann, almeno conosceva i titoli e ogni particolare dei suoi lavori, al punto che il nome di Vermeer non le era meno familiare di quello del suo sarto; conosceva a fondo, di Swann, quei tratti caratteriali che tutti gli altri ignorano o mettono in ridicolo e di cui solo un’amante, una sorella possiedono l’immagine amata e veritiera; e ci premono talmente, anche quelli che più vorremmo correggere, che se le relazioni di vecchia data hanno un po’ della dolcezza e della forza degli affetti familiari è perché una donna finisce col prenderne un’abitudine indulgente e amichevolmente canzonatrice, simile a quella che ne abbiamo noi stessi e i nostri parenti. I legami che ci uniscono a una persona si trovano ad essere santificati quando, per giudicare qualche nostro difetto, essa si pone dal nostro stesso punto di vista. E, fra questi tratti particolari, ce n’erano alcuni che appartenevano sia all’intelligenza di Swann sia al suo carattere, e che comunque, a causa delle radici che affondavano, malgrado tutto, in quest’ultimo, Odette aveva individuato con maggiore facilità. Era per lei motivo di rammarico che quando Swann scriveva, quando pubblicava qualche studio, tali tratti non fossero riconoscibili come nelle sue lettere o nella sua conversazione, dove abbondavano. Gli consigliava di dare loro il maggior spazio possibile. Le sarebbe piaciuto perché erano quelli che preferiva in lui, ma, dal momento che li preferiva perché erano più suoi, non aveva forse torto quando se ne augurava la presenza in ciò che egli scriveva. Forse pensava anche che opere più vive, procurandogli finalmente il successo, le avrebbero permesso di realizzare per sé quello che dai Verdurin aveva imparato a porre al di sopra di ogni cosa: un salotto.
Fra le persone che trovavano ridicolo un matrimonio di quel genere, persone che, per quanto le concerneva, si domandavano: «Cosa penserà il signor di Guermantes, cosa dirà Bréauté quando sposerò Mademoiselle de Montmorency?», fra le persone il cui ideale sociale era di tal fatta, ci sarebbe stato, vent’anni prima, lo stesso Swann, Swann che s’era tanto affannato per essere ammesso al Jockey e aveva accarezzato, allora, il progetto di un matrimonio clamoroso che consolidasse la sua posizione e facesse definitivamente di lui uno degli uomini più in vista di Parigi. Ma, per non affievolirsi e scomparire del tutto, le immagini che un simile matrimonio propone all’interessato hanno bisogno, come tutte le immagini, di essere alimentate dal di fuori. Il vostro sogno più ardente è umiliare l’uomo che vi ha offesi. Ma se, cambiato il luogo di residenza, non sentite più parlare di lui, il vostro nemico finirà col non avere più alcuna importanza ai vostri occhi. Se uno ha perso di vista per vent’anni tutte le persone a causa delle quali avrebbe voluto accedere al Jockey o all’Institut, la prospettiva di diventare membro dell’uno o dell’altro di questi sodalizi non gli sembrerà per nulla allettante. Ora, né più né meno di un ritiro in pensione, di una malattia, di una conversione religiosa, un legame prolungato sostituisce altre immagini a quelle preesistenti. Quando Swann sposò Odette non ci fu, da parte sua, alcuna rinuncia alle ambizioni mondane, perché da quelle ambizioni Odette l’aveva ormai, nel senso spirituale del termine, distaccato. D’altronde, senza questo distacco, Swann avrebbe avuto anche più merito. In genere, proprio perché implicano il sacrificio d’una situazione più o meno lusinghiera a una dolcezza puramente intima, i matrimoni infamanti sono i più stimabili di tutti (non si può considerare infamante, in effetti, un matrimonio d’interesse, dal momento che non si dà esempio di coppie in cui la moglie o il marito si siano venduti e che, alla fine, non siano state accolte in società, non fosse che per tradizione e sulla scorta di numerosi precedenti, e per non usare due pesi e due misure). D’altra parte, forse, da artista se non da corrotto, Swann avrebbe provato in ogni caso una certa voluttà accoppiandosi – con uno di quegli incroci di specie che praticano i mendelistio che ci narra la mitologia – a un essere di razza diversa, arciduchessa o cocotte, contraendo nozze regali o abbassandosi a una mésalliance.Di una sola persona, fra tutte quelle che frequentava, si era preoccupato, ogni volta che aveva contemplato la possibilità di sposare Odette: questa persona era, e non per snobismo, la duchessa di Guermantes. Odette, al contrario, se ne dava poca cura, giacché pensava soltanto alle persone situate immediatamente al di sopra di lei piuttosto che in un così vago empireo. Ma quando Swann, durante le sue fantasticherie, si vedeva sposato con Odette, si figurava invariabilmente il momento in cui l’avrebbe portata, lei e soprattutto sua figlia, dalla principessa des Laumes, divenuta presto duchessa di Guermantes in seguito alla morte del suocero. Non desiderava introdurla in nessun’altra casa, ma si commuoveva quando inventava, formulando persino le singole parole, tutto quello che la duchessa avrebbe detto di lui a Odette, e Odette a Madame de Guermantes, la tenerezza che questa avrebbe dimostrato a Gilberte, viziandola, rendendolo fiero di sua figlia. Inscenava per se stesso il momento della presentazione, con la stessa meticolosità nei particolari immaginari di uno che consideri come investirebbe, se lo vincesse, un premio di cui fissa arbitrariamente l’entità. Nella misura in cui un’immagine che accompagna una nostra decisione la motiva, si può dire che se Swann sposò Odette fu per presentarla, lei e Gilberte, senza che nessun altro fosse presente, magari senza che nessuno ne fosse mai informato, alla duchessa di Guermantes. Vedremo come quest’unica ambizione mondana ch’egli aveva nutrito per la moglie e la figlia sia stata proprio quella di cui gli fu preclusa la realizzazione, e con un veto così categorico che Swann morì senza alcun presentimento che la duchessa potesse un giorno conoscerle. Vedremo anche che, invece, la duchessa di Guermantes si legò a Odette e Gilberte dopo la morte di Swann. E forse – per grande che fosse l’importanza da lui attribuita a così piccola cosa – sarebbe stato saggio, da parte sua, non farsi a questo riguardo un’idea tanto cupa del futuro, e non escludere che l’incontro sperato potesse aver luogo quando lui non fosse più là a rallegrarsene. Il lavoro di causalità che finisce col produrre all’incirca tutti gli effetti possibili e, di conseguenza, anche quelli che meno avevamo creduto tali, questo lavoro è talvolta lento, reso un poco più lento ancora dal nostro desiderio – il quale, cercando di accelerarlo, lo intralcia –, dalla nostra stessa esistenza, e non giunge a compimento che quando abbiamo cessato di desiderare e, qualche volta, di vivere. Swann non lo sapeva forse per esperienza propria, non era forse già, nella sua vita – sorta di prefigurazione di quanto sarebbe avvenuto dopo la sua scomparsa –, una felicità post mortem il matrimonio con l’Odette che aveva appassionatamente amata – anche se non gli era piaciuta di primo acchito – e che aveva sposata quando non l’amava più, quando l’essere che, in Swann, aveva tanto sognato e tanto disperato di vivere tutta la vita accanto a Odette, quell’essere, ormai, era morto?
Mi misi a parlare del conte di Parigi, chiedendo se fosse amico di Swann, perché temevo che la conversazione abbandonasse quel soggetto. «Sì, in effetti», rispose il signor di Norpois, girandosi verso di me e fissando sulla mia modesta persona lo sguardo azzurro dove galleggiavano, come nel loro elemento vitale, le sue grandi capacità lavorative e il suo spirito d’assimilazione. «E, mio Dio, aggiunse rivolgendosi di nuovo a mio padre, non credo di oltrepassare i confini del rispetto di cui faccio professione nei confronti del Principe (senza per altro intrattenere con lui rapporti personali che la mia posizione, per poco ufficiale che sia, renderebbe difficili) menzionandovi una circostanza alquanto piccante: non più di quattro anni or sono, in una stazioncina ferroviaria di un paese dell’Europa Centrale, il Principe ebbe occasione di vedere Madame Swann. Certo, nessuno dei suoi familiari si è permesso di chiedere a Monsignore come l’abbia trovata. Sarebbe stato disdicevole. Ma quando, per puro caso, la conversazione faceva affiorare quel nome, da certi indizi, impercettibili se volete, ma tali da non dare adito a dubbi, il Principe sembrava propenso a lasciar intendere che la sua impressione, a conti fatti, era stata tutt’altro che sfavorevole.
– Ma non sarebbe stato possibile presentarla al conte di Parigi? si informò mio padre.
– Ma! chissà; con i principi non si può mai sapere, rispose il signor di Norpois; i più gloriosi, quelli che meglio sanno farsi attribuire quanto è loro dovuto, sono anche, a volte, quelli che meno si preoccupano dei decreti dell’opinione pubblica, persino dei più motivati, non appena si tratti di premiare certi affetti. Ora, è un fatto che il conte di Parigi ha sempre accettato con grande benevolenza la devozione di Swann, il quale, per altro, è un ragazzo di spirito se mai ve ne furono.
– E voi, qual è stata la vostra impressione, signor Ambasciatore?» chiese mia madre per cortesia e per curiosità.
Con un’energia da vecchio intenditore, che contrastava con l’abituale moderazione dei suoi discorsi:
«Davvero eccellente!» rispose il signor di Norpois.
E, ben sapendo che confessare una forte sensazione suscitata da una donna rientra, purché lo si faccia con brio, in una certa forma particolarmente apprezzata di conversazione brillante, scoppiò in una risatina che si prolungò per qualche istante, umettando gli occhi azzurri del vecchio diplomatico e facendogli vibrare le pinne del naso, innervate di fibrille rosse.
«È davvero incantevole!
– C’era a quel pranzo, signore, uno scrittore di nome Bergotte?» chiesi timidamente, tentando di ottenere che la conversazione indugiasse sugli Swann.
«Sì, Bergotte era presente», rispose il signor di Norpois chinando cortesemente il capo verso di me, come se, nel suo desiderio d’essere amabile con mio padre, attribuisse un autentico rilievo a tutto ciò che lo riguardava, comprese le domande di un ragazzo della mia età, poco abituato a essere oggetto di tanta gentilezza da parte di persone della sua. «Lo conoscete?» aggiunse, fissandomi con quello sguardo chiaro la cui penetrazione era ammirata da Bismarck.
«Mio figlio non lo conosce, ma è un suo grande ammiratore, intervenne mia madre.
– Mio Dio, disse il signor di Norpois (ispirandomi sul conto della mia intelligenza dubbi più seri di quelli dai quali ero normalmente straziato, nel momento in cui mi mostrava che qualcosa ch’io ponevo mille e mille volte al di sopra di me, che consideravo quanto di più nobile vi fosse al mondo, occupava per lui un infimo gradino nella scala dei valori da ammirare), non posso condividere questo punto di vista. Bergotte è quello che io definirei un virtuoso del flauto; bisogna riconoscere, del resto, che lo suona piacevolmente, sia pure con una buona dose di manierismo, di affettazione. Ma, in definitiva, non è altro che questo, e questo non è gran cosa. Mai, in quelle sue opere senza muscoli, si riesce a trovare una sorta di armatura. Niente azione – o pochissima – ma, soprattutto, nessuna gittata. I suoi libri difettano di base, o piuttosto non c’è base del tutto. In un’epoca come la nostra, in cui la crescente complessità della vita lascia appena il tempo di leggere, in cui la carta d’Europa ha subìto rimaneggiamenti profondi e sta per subirne di forse ancora più grandi, in cui tanti problemi nuovi e minacciosi s’affacciano da ogni parte, converrete con me che si ha il diritto di chiedere a uno scrittore d’esser qualcosa di diverso da un bell’ingegno capace di farci dimenticare, con disquisizioni oziose e bizantine intorno a meriti puramente formali, che da un momento all’altro possiamo essere invasi da una doppia marea di barbari, quelli di fuori e quelli di dentro. Lo so bene, sto bestemmiando contro la Sacrosanta Scuola di quella che codesti signori chiamano l’Arte per l’Arte, ma al giorno d’oggi vi sono compiti più urgenti che non congegnare parole in modo armonioso. Quello di Bergotte è, a volte, un modo abbastanza seducente, non lo nego, ma alla resa dei conti è molto lezioso, molto esile, e molto poco virile. Inquadro meglio, ora, riferendole alla vostra ammirazione invero esagerata per Bergotte, le poche righe che m’avete mostrate poco fa e sulle quali sarebbe ingeneroso, da parte mia, non passare la spugna, dal momento che voi stesso m’avete detto, in tutta semplicità, di considerarle solo uno scarabocchio infantile (lo avevo detto, infatti, ma non pensandolo affatto). Per ogni peccato c’è remissione, soprattutto per i peccati di gioventù. Ben altri che voi, in fin dei conti, ne hanno di simili sulla coscienza, e non siete il solo ad essersi creduto poeta a suo tempo. Ma si vede, in quel che m’avete mostrato, la cattiva influenza di Bergotte. Non vi stupirò, evidentemente, dicendovi che non c’è traccia delle sue qualità, poiché Bergotte è maestro nell’arte, d’altronde assai superficiale, d’un certo stile di cui, alla vostra età, non potete possedere nemmeno i rudimenti. Ma compare già lo stesso difetto, l’assurdità d’allineare parole che suonino bene senza preoccuparsi della sostanza se non a cose fatte. Questo vuol dire mettere il carro davanti ai buoi. Nei libri stessi di Bergotte, tutte quelle cineserie formali, tutte quelle sottigliezze da mandarino smidollato mi sembrano assolutamente vane. Per qualche fuoco d’artificio lanciato con grazia da uno scrittore, subito si grida al capolavoro. I capolavori non sono così numerosi! Bergotte non ha al suo attivo, nel suo bagaglio se così posso esprimermi, un romanzo che voli un po’ alto, uno di quei libri che si collocano nello scaffale buono della biblioteca. Non ne vedo neanche uno nella sua produzione. Ciò non toglie che, in lui, l’opera sia infinitamente superiore all’autore. Ah! ecco un caso che conferma l’opinione di quell’uomo d’ingegno secondo il quale dobbiamo conoscere gli scrittori solo attraverso i loro libri. Impossibile trovare un individuo che corrisponda meno ai propri scritti, un uomo più presuntuoso, più pomposo, di compagnia più sgradevole. A tratti volgare, uno che parla agli altri come un libro stampato, e neppure come un libro suo, ma come un libro noioso (e questo difetto, almeno, i suoi libri non l’hanno), tale è Bergotte. È un intelletto dei più confusi, lambiccato, quello che i nostri padri chiamavano un farcitor di parole, e rende ancora più spiacevoli, col suo modo di enunciarle, le cose che dice. Non so se sia Loménie o Sainte-Beuve a raccontare che Vigny disgustava per lo stesso difetto. Ma Bergotte non ha mai scritto né Cinq-Mars, né Le Cachet rouge, dove certe pagine sono autentici brani d’antologia.»
Distrutto dal giudizio di Norpois sul frammento che gli avevo sottoposto, pensando d’altronde alle difficoltà nelle quali m’imbattevo quando volevo scrivere una pagina o dedicarmi semplicemente a qualche seria riflessione, ebbi una volta di più la sensazione della mia nullità intellettuale e della mia inettitudine alla letteratura. Un tempo, a Combray, certe impressioni assai modeste, o una lettura di Bergotte, mi avevano indubbiamente immerso in un fantasticare che mi era parso di grande valore. Ma erano proprio quelle fantasticherie che il mio poema in prosa rifletteva: e Norpois, certo, ne aveva còlto e messo in luce ciò che a me sembrava bello solo per effetto di un ingannevole miraggio del quale lui, l’Ambasciatore, non era vittima. Anzi, mi aveva rivelato quale infima collocazione fosse la mia (quando a giudicarmi dall’esterno, obiettivamente, fosse il meglio disposto e il più intelligente degli intenditori). Mi sentivo costernato, rimpicciolito; e il mio intelletto, simile a un fluido le cui uniche dimensioni sono quelle del recipiente messogli a disposizione, come prima si era dilatato sino a colmare le immense capacità del genio, così adesso, contrattosi, rientrava per intero nell’angusta mediocrità in cui il signor di Norpois l’aveva repentinamente rinchiuso e confinato.
«Il nostro trovarci faccia a faccia, Bergotte e io, aggiunse Norpois volgendosi verso mio padre, non mancava di presentare aspetti alquanto spinosi (il che, dopotutto, è anche un modo d’essere piccante). Bergotte, alcuni anni or sono, fece un viaggio a Vienna quando io vi ero ambasciatore; mi fu presentato dalla principessa di Metternich, lasciò il suo nome all’Ambasciata e desiderava ch’io l’invitassi. Ora, come rappresentante all’estero di quella Francia alla quale egli fa pur sempre onore con i suoi scritti, in una certa misura – diciamo, per essere esatti, in minima misura –, avrei anche sorvolato sulla malinconica opinione che ho della sua vita privata. Ma non viaggiava solo e, quel ch’è peggio, pretendeva di non essere invitato senza la sua compagna. Credo di non essere più pudibondo di altri e, come scapolo, potevo forse aprire le porte dell’Ambasciata con un po’ più di larghezza che se fossi stato sposato e padre di famiglia. Tuttavia, confesso che c’è un grado di ignominia cui non riuscirei mai a conformarmi, reso ancor più disgustoso dal tono, più che morale, diciamolo pure: moralizzatore, di cui Bergotte fa sfoggio nei suoi libri, dove non troviamo che analisi interminabili e d’altronde, resti fra noi, un tantino morbose, di scrupoli dolorosi, di rimorsi malsani e, a proposito di peccatucci da nulla, vere e proprie prediche (da che pulpito, poi!), mentre nella vita privata fa mostra di tanta incoscienza e cinismo. Per farla breve, evitai di rispondere, la principessa tornò alla carica ma senza maggior successo. Suppongo dunque di non essere proprio in odore di santità presso il nostro uomo, e non so fino a che punto egli abbia apprezzato da parte di Swann il riguardo di invitarlo insieme a me. A meno che sia stato lui a sollecitarlo. Non si può mai sapere, dato che, in fondo, è un caso patologico. È questa, anzi, la sua unica scusante.
– C’era anche la figlia di Madame Swann a quel pranzo?» chiesi al signor di Norpois, approfittando, per piazzare la domanda, di un momento in cui, poiché stavamo trasferendoci in salotto, dissimulare la mia emozione mi era più facile di quanto non mi sarebbe riuscito a tavola, immobile e in piena luce.
Per un attimo Norpois parve sforzarsi di ricordare:
«Sì, una giovane sui quattordici, quindici anni, vero? In effetti, ricordo che mi è stata presentata, prima di sedersi a tavola, come la figlia del nostro anfitrione. Vi dirò che l’ho vista poco, è andata a dormire di buonora. Oppure andava da certe amiche, non ricordo bene. Ma vedo che siete bene informato sul conto della famiglia Swann.
– Gioco con Mademoiselle Swann ai Champs-Élysées, è deliziosa.
– Ah, ecco! ecco! Ma anche a me, in effetti, è parsa affascinante. Vi confesso, tuttavia, che a mio avviso non eguaglierà mai sua madre, se mi è lecito dirlo senza ferirvi in un sentimento troppo vivo.
– Preferisco la bellezza di Mademoiselle Swann, ma ammiro immensamente anche sua madre, vado a passeggiare al Bois solo perché spero di vederla passare.
– Ah! ma glielo dirò, ne saranno lusingate.»
Mentre proferiva queste parole, il signor di Norpois venne a trovarsi, per qualche attimo ancora, nella situazione comune a tutti coloro che, sentendomi parlare di Swann come di un uomo intelligente, della sua come d’una famiglia di rispettabili agenti di cambio, di casa sua come di una bella casa, pensavano che avrei parlato non meno volentieri d’un altro uomo altrettanto intelligente, d’altri agenti di cambio altrettanto rispettabili, d’un’altra casa altrettanto bella; è il momento in cui un uomo sano di mente parla con un pazzo e non si è ancora accorto della sua pazzia. Norpois sapeva che non c’è niente di innaturale nel piacere di guardare le belle donne, che è indice di affabilità, se qualcuno ci parla con calore di una di loro, far finta di crederlo innamorato, scherzarci sopra e promettergli di assecondare i suoi piani. Ma dicendo che avrebbe parlato di me a Gilberte e a sua madre (il che mi avrebbe permesso, analogamente a una divinità dell’Olimpo che abbia assunto la fluidità d’un respiro o, meglio, l’aspetto del vegliardo di cui Minerva riproduce le sembianze, di penetrare io stesso, invisibile, nel salotto di Madame Swann, attirando la sua attenzione, occupando il suo pensiero, suscitando la sua gratitudine per la mia ammirazione, apparendole in veste d’amico di un uomo importante, sembrandole degno in futuro d’essere invitato da lei e di divenire intimo della sua famiglia), quell’uomo importante, che avrebbe speso a mio favore il grande prestigio di cui doveva godere agli occhi di Madame Swann, mi ispirò di colpo una così profonda tenerezza che mi trattenni a stento dal baciare le sue dolci mani bianche e grinzose, che davano l’impressione di essere rimaste troppo a lungo nell’acqua. Ne abbozzai quasi il gesto, e pensai che nessun altro se ne fosse accorto. È difficile, in effetti, per ciascuno di noi, calcolare con esattezza in quale misura le nostre parole o i nostri movimenti si manifestino ad altri; temendo di esagerare di fronte a noi stessi la nostra importanza, e dilatando a proporzioni enormi il campo sul quale i ricordi degli altri sono costretti a distendersi nel corso della loro vita, ci figuriamo che le parti accessorie dei nostri discorsi, dei nostri atteggiamenti, penetrino a malapena nella coscienza e, a maggior ragione, non permangano nella memoria di coloro con i quali parliamo. D’altronde, è a una supposizione di questo genere che si uniformano i criminali quando ritoccano in un secondo tempo una frase che hanno pronunciata, pensando che nessuno potrà confrontare tale variante con un’altra versione. Ma è possibilissimo che, persino in quel che concerne la vita millenaria del genere umano, la filosofia da romanzo d’appendice secondo la quale tutto è votato all’oblìo sia meno vera d’una filosofia opposta, che preveda la conservazione di tutte le cose. Nello stesso giornale in cui il moralista dell’articolo di fondo, a proposito di un avvenimento, di un capolavoro, a maggior ragione di una cantante che ha avuto “il suo quarto d’ora di celebrità”, si chiede: “Chi si ricorderà di tutto questo fra dieci anni?”, in terza pagina il resoconto dell’Accademia delle Iscrizioni non ci parla forse, parecchie volte, di un fatto di per sé meno importante, di un poema di scarso valore, risalente all’epoca dei Faraoni e tramandato ancora integralmente? Può darsi che non sia affatto così nell’ambito della breve vita umana. Quando, tuttavia, alcuni anni dopo, in una casa dove il signor di Norpois, che vi si trovava in visita, mi appariva come il più saldo appoggio ch’io potessi incontrarvi, in quanto amico di mio padre e persona indulgente, portata a voler bene a tutti, avvezza d’altronde alla discrezione per origini e per abito professionale, qualcuno, dopo che l’Ambasciatore se ne fu andato, mi raccontò ch’egli aveva alluso a una serata lontana durante la quale “aveva notato, a un certo punto, che stavo per baciargli le mani”, non mi limitai ad arrossire fino alle orecchie, rimasi sbalordito dalla rivelazione del fatto che non solo il modo in cui Norpois parlava di me, ma anche la composizione dei suoi ricordi erano così diversi da come li avevo supposti. Quel pettegolezzo mi aprì gli occhi sulle inaspettate proporzioni di distrazione e presenza di spirito, memoria ed oblìo da cui risulta la mente umana; e la mia sorpresa non fu meno straordinaria di quando, un giorno, lessi per la prima volta in un libro di Maspéro che si conosceva ancora perfettamente l’elenco dei cacciatori invitati da Assurbanipal alle sue battute, dieci secoli prima di Cristo.
«Oh, signore!» dissi a Norpois quando mi promise che avrebbe messo a parte Gilberte e sua madre dell’ammirazione che nutrivo per loro, «se voi lo faceste, se parlaste di me a Madame Swann, la vita non mi basterebbe per testimoniarvi la mia gratitudine, questa vita, anzi, vi apparterrebbe per intero! Ma tengo a farvi osservare che non conosco Madame Swann, e mai le sono stato presentato.»
Queste ultime parole le avevo aggiunte per scrupolo, e per non avere l’aria d’essermi vantato d’una relazione che non avevo. Ma già mentre le pronunciavo sentivo che erano diventate inutili, perché sin dall’inizio di quel mio ringraziamento, di un raggelante ardore, avevo visto passare sul volto del diplomatico un’espressione di incertezza e di scontento, e nei suoi occhi lo sguardo verticale, stretto e obliquo (come, nel disegno in prospettiva di un solido, la linea di fuga d’una delle sue facce) che rivolgiamo all’interlocutore invisibile che abbiamo in noi stessi, nel momento in cui gli diciamo qualcosa che l’altro interlocutore, il signore con cui stavamo parlando finora – nella fattispecie, io –, non deve sentire. Subito mi resi conto che le frasi che avevo pronunciate e che, ancora fievoli rispetto all’effusione riconoscente di cui ero pervaso, mi erano parse atte a commuovere Norpois coronando lo sforzo di indurlo a un intervento che a lui sarebbe costato così poco e a me avrebbe dato tanta gioia, erano forse (fra tutte quelle che avrebbe potuto escogitare diabolicamente qualcuno deciso a farmi del male) le sole capaci di farlo desistere. All’udire quelle frasi, infatti, come quando uno sconosciuto con cui abbiamo scambiato piacevolmente, credendole simili, alcune impressioni su certi passanti che concordavamo nel trovare volgari, ci mostra tutt’a un tratto l’abisso patologico che lo separa da noi aggiungendo con noncuranza, mentre si palpa la tasca: «Peccato che non abbia con me il mio revolver, non se ne sarebbe salvato neanche uno», il signor di Norpois, ben sapendo che non v’era nulla di meno prezioso e di più facile che venire raccomandati a Madame Swann e introdotti in casa sua, e vedendo che la cosa presentava invece per me un così alto pregio e, come sicura conseguenza, un’elevata difficoltà, pensò che, in apparenza normale, il desiderio da me espresso dovesse dissimulare qualche diversa intenzione, qualche mira sospetta, qualche colpa passata, a causa della quale, nella certezza di irritare Madame Swann, nessuno avesse voluto sinora prendersi la briga di trasmetterle un messaggio da parte mia. E capii che non l’avrebbe mai fatto, che, se anche avesse visto ogni giorno per anni e anni Madame Swann, non le avrebbe parlato una sola volta di me. Le chiese, sì, alcuni giorni dopo, una informazione che desideravo, e incaricò mio padre di trasmettermela. Ma non aveva ritenuto di doverle dire per conto di chi gliela chiedeva. Lei, dunque, non avrebbe saputo che conoscevo il signor di Norpois e che ci tenevo tanto ad andare a casa sua; e fu, forse, una sventura meno grande di quanto non credessi. Perché la seconda notizia non avrebbe molto contribuito, probabilmente, all’efficacia della prima – efficacia, del resto, tutt’altro che sicura: per Odette, l’idea della propria vita e della propria dimora non suscitava alcun misterioso turbamento, e qualcuno che la conoscesse, che frequentasse la sua casa non le sembrava certo una creatura di fiaba come sembrava a me, che avrei gettato una pietra attraverso le finestre degli Swann se avessi potuto scriverci sopra che conoscevo il signor di Norpois, convinto com’ero che un simile messaggio, pur trasmesso in modo così brutale, più che indisporre la padrona di casa mi avrebbe conferito prestigio ai suoi occhi. Ma, anche se fossi riuscito a percepire che la missione non compiuta da Norpois sarebbe stata vana, o addirittura che avrebbe potuto nuocermi presso gli Swann, non avrei avuto comunque il coraggio, qualora l’Ambasciatore avesse acconsentito, di scioglierlo dall’impegno rinunciando alla voluttà – per quanto funeste potessero esserne le conseguenze – di trovarmi così per un istante, con il mio nome e la mia persona, accanto a Gilberte, nel mistero della sua casa e della sua vita.
Freccia che punta in alto a destra Quando Norpois se ne fu andato, mio padre diede un’occhiata al giornale della sera; io tornai a pensare alla Berma. L’esigenza di completare il piacere provato nel sentirla era acuita dal fatto che tale piacere non era stato certo pari alle mie aspettative; esso fagocitava dunque, immediatamente, tutto quanto fosse suscettibile di alimentarlo, per esempio i meriti che Norpois aveva riconosciuti alla Berma e di cui la mia mente s’era abbeverata in un sorso, come un prato troppo secco su cui si versi dell’acqua. Ora, mio padre mi passò il giornale indicandomi un trafiletto così concepito: “La rappresentazione di Phèdre, svoltasi alla presenza di un pubblico entusiasta, in una sala dove si notavano le più eminenti personalità del mondo delle arti e della critica, è stata per Madame Berma, che interpretava la parte di Fedra, l’occasione d’un trionfo tra i più clamorosi mai registratisi nel corso della sua prestigiosa carriera. Torneremo più a lungo su questa rappresentazione, che costituisce un autentico avvenimento teatrale; diciamo soltanto che i giudici più qualificati erano concordi nel dichiarare che una simile interpretazione ha completamente rinnovato il personaggio di Fedra, uno dei più belli e sfruttati del teatro di Racine, e costituisce la più alta e pura manifestazione d’arte alla quale sia stato dato d’assistere ai nostri tempi”. Non appena abbracciai col pensiero questo nuovo concetto della “più alta e pura manifestazione d’arte”, esso s’affiancò al piacere imperfetto che avevo provato a teatro, gli aggiunse un poco di quel che gli mancava, e la loro unione formò qualcosa di tanto esaltante da farmi esclamare: «Che grande artista!». Certo, si può supporre che non fossi del tutto sincero. Ma si pensi, piuttosto, a tanti scrittori i quali, scontenti del brano che hanno appena scritto, se leggono un elogio del genio di Chateaubriand o evocano un grande artista che avrebbero voluto eguagliare, per esempio canticchiando mentalmente una frase di Beethoven e confrontandone la carica di tristezza con quella che si sono sforzati di imprimere alla propria prosa, si riempiono a tal punto di quest’idea di genio che l’applicano, ripensandoci, alle proprie creazioni, non le vedono più quali erano loro apparse a prima vista, e azzardando un atto di fede nel valore della propria opera si dicono: «Dopotutto!», senza rendersi conto che la somma dalla quale scaturisce la loro soddisfazione finale include il ricordo delle stupende pagine di Chateaubriand che hanno assimilate alle proprie ma che, in definitiva, non sono stati certo loro a scrivere; si ricordi quanti uomini credono nell’amore di un’amante della quale non conoscono che i tradimenti; quanti, ancora, sperano alternativamente ora in un’incomprensibile sopravvivenza se pensano, mariti inconsolabili, a una donna che hanno perduta e che continuano ad amare o, artisti, alla gloria futura di cui potranno godere, ora in un rassicurante nulla quando, al contrario, la loro mente si ricollega alle colpe che altrimenti dovrebbero espiare dopo la morte; si pensi, infine, ai turisti che s’entusiasmano per la complessiva bellezza d’un viaggio durante il quale, giorno per giorno, non hanno provato altro che noia, e si dica se nella vita comune vissuta dalle idee nell’ambito del nostro intelletto ve ne sia una sola, fra quelle che più ci rendono felici, che inizialmente non sia andata, da autentico parassita, a chiedere il meglio della forza di cui mancava a un’idea vicina ed estranea.
Mia madre non parve molto contenta che mio padre non pensasse più, per me, alla “carriera”. Credo che, ansiosa soprattutto di vedere i capricci dei miei nervi disciplinati da una regola di vita, più della rinuncia alla diplomazia le dispiacesse l’adesione alla letteratura. «Ma lascia perdere, esclamò mio padre, prima di tutto bisogna appassionarsi a ciò che si fa. Non è più un bambino. Ormai sa bene quello che gli piace, è poco probabile che cambi, ed è in grado di capire cosa può renderlo felice nella vita.» In attesa d’essere o non essere felice nella vita grazie alla libertà che mi accordavano, le parole di mio padre, quella sera, mi straziarono. Da sempre le sue impreviste gentilezze mi avevano dato, quando si verificavano, una tale voglia di baciare al di sopra della barba le sue guance colorite, che se non mi ci abbandonavo era solo per non irritarlo. Quel giorno, simile a un autore che s’intimorisce vedendo come le sue fantasticherie, per lui prive di grande valore perché non le separa da se stesso, costringano un editore a scegliere una carta, a impiegare caratteri per esse forse troppo belli, mi chiedevo se il mio desiderio di scrivere fosse una cosa abbastanza importante per meritare tanta bontà prodigata da mio padre. Ma, soprattutto, parlando dei miei gusti che non sarebbero più cambiati, di ciò che era destinato a rendere felice la mia esistenza, egli insinuava in me due sospetti terribilmente dolorosi. Il primo era che (mentre ogni giorno mi consideravo come sulla soglia della mia vita, ancora intatta e pronta a debuttare soltanto l’indomani mattina) la mia esistenza fosse già cominciata – di più: che ciò che ne sarebbe seguito non sarebbe stato molto diverso da ciò che era trascorso. Il secondo sospetto, che in realtà costituiva una semplice variante del primo, era ch’io non mi trovassi al di fuori del Tempo, bensì sottoposto alle sue leggi, esattamente come quei personaggi letterari che, proprio per questo, mi rattristavano talmente quando, a Combray, in fondo alla mia poltrona di vimini, leggevo la loro vita. Teoricamente uno sa che la terra gira, ma di fatto non se ne accorge, il suolo sul quale cammina sembra che non si muova, e si vive tranquilli. Lo stesso avviene col Tempo nella vita. E, per renderne percettibile la fuga, i romanzieri sono costretti ad accelerare follemente gli scatti della lancetta, facendo varcare al lettore dieci, venti, trent’anni in due minuti. All’inizio d’una pagina si è lasciato un amante pieno di speranza, alla fine della successiva lo si ritrova ottuagenario, mentre nel cortile di un ospizio compie faticosamente la sua passeggiata quotidiana, a stento in grado di rispondere a chi gli rivolge la parola, dimentico del passato. Dicendo di me: «Non è più un bambino, i suoi gusti non cambieranno più, ecc.», mio padre aveva fatto apparire di colpo ai miei occhi l’immagine di me stesso dentro il Tempo, e mi causava un particolare genere di tristezza, come se fossi stato, non ancora il vecchio illanguidito dell’ospizio, ma uno di quegli eroi dei quali l’autore, in un tono che l’indifferenza rende particolarmente crudele, ci dice alla fine d’un libro: “Lascia sempre più di rado la campagna. Ha finito per stabilirvisi definitivamente, ecc.”.
Mio padre, intanto, per prevenire le critiche che avremmo potuto muovergli sul conto del nostro ospite, disse alla mamma:
«Ammetto che il vecchio Norpois è stato un po’ “prevedibile”, come dite voi. Quando ha detto che sarebbe stato “disdicevole fare una domanda al conte di Parigi, ho temuto che vi metteste a ridere.
– Ma niente affatto, replicò mia madre, è molto bello che un uomo del suo valore e della sua età abbia conservato questa specie di ingenuità, che, semplicemente, dimostra un fondo d’onestà e di buona educazione.
– Lo credo bene! Questo non gli impedisce di essere sottile e intelligente, lasciatelo dire a me che in Commissione lo vedo ben diverso da come è qui», esclamò mio padre, felice che la mamma apprezzasse Norpois, e desideroso di convincerla che era anche migliore di quanto lei credesse, perché, nel sopravvalutare, la cordialità prova lo stesso piacere che la malignità nello svilire. «Come ha detto, esattamente?... “Con i principi non si può mai sapere...”
– Ma sì, proprio così. L’avevo notato, è molto sottile. Si vede che ha una profonda esperienza della vita.
– È straordinario che abbia pranzato dagli Swann e ci abbia trovato, in fondo, delle persone normali, dei funzionari. Dove sarà andata a pescarla, Madame Swann, tutta quella gente?
– Hai notato con quanta malizia ha buttato là quella riflessione: “È una casa frequentata soprattutto da uomini”?»
E tutt’e due si sforzavano di riprodurre il modo in cui Norpois aveva pronunciato questa frase, come avrebbero fatto per qualche intonazione di Bressant o di Thiron nell’Aventurière o nel Gendre de M. Poirier. Ma, fra tutte le sue battute, nessuna fu più apprezzata di quella al cui ricordo, ancora parecchi anni dopo, Françoise non riusciva a “restare seria”: l’Ambasciatore l’aveva trattata da “chef di prim’ordine”, e la mamma era andata a riferirglielo, come un ministro della Guerra che trasmette le felicitazioni di un sovrano di passaggio dopo la “rivista”. Io, per altro, l’avevo preceduta in cucina. Avevo infatti strappato a Françoise, pacifista ma crudele, la promessa di non far troppo soffrire il coniglio che doveva uccidere, e poi non avevo più avuto notizie di tale decesso; Françoise mi assicurò che se l’era sbrigata nel migliore dei modi e con grande rapidità: «Non ho mai visto una bestia come quella; è morta senza dire neanche una parola, si sarebbe detto che era muta». Poco esperto del linguaggio degli animali, avanzai l’ipotesi che un coniglio non gridasse come un pollo. «Aspettate a dirlo, replicò Françoise indignata della mia ignoranza, che i conigli non gridano come i polli. Anzi, hanno la voce molto più forte.» Françoise accettò i complimenti del signor di Norpois con la fiera semplicità, lo sguardo gioioso e – sia pure per un attimo – intelligente di un artista al quale si parli della sua arte. In passato mia madre l’aveva mandata presso alcuni grandi ristoranti, a vedere come lavoravano in cucina. Quella sera, sentendola parlare dei più celebri come di bettole, provai lo stesso piacere di quando avevo scoperto, riguardo agli artisti drammatici, che la graduatoria dei loro meriti non equivaleva a quella delle loro reputazioni. «L’Ambasciatore, le disse mia madre, garantisce che da nessuna parte si mangia del manzo in gelatina e dei soufflés come i vostri.» Françoise, con tono di modestia e come rendendo omaggio alla verità, si dichiarò d’accordo, senza tuttavia lasciarsi impressionare dal titolo d’ambasciatore; del signor di Norpois diceva, con l’amabilità dovuta a chi l’aveva presa per uno chef: «È un buon vecchio come me». Aveva pur cercato di dargli un’occhiata quando era arrivato, ma sapendo che la mamma non sopportava che si stesse dietro le porte o le finestre, e pensando che se avesse spiato gli altri domestici o il portinaio sarebbero andati a riferirglielo (Françoise vedeva dappertutto “gelosie “ e “ chiacchiere “, che svolgevano nella sua fantasia lo stesso ruolo permanente e funesto svolto per altre persone dagli intrighi dei gesuiti o degli ebrei), si era accontentata di sbirciare dalla vetrata della cucina “per non avere storie con la signora” e, quanto all’aspetto complessivo del signor di Norpois, le era parso “tale e quale il signor Legrandin”, a causa della sua snillezza, e benché tra i due non ci fosse alcun tratto in comune. «Ma insomma, le chiese mia madre, come lo spiegate che nessuno faccia la gelatina bene come voi (quando ne avete voglia)? – Non so da dove divenga», rispose Françoise (che non stabiliva confini troppo netti tra il verbo “venire”, almeno in certe sue accezioni, e il verbo “divenire”). In parte, del resto, diceva qualcosa di vero, e la sua capacità – o intenzione – di svelare il mistero della supremazia delle proprie gelatine o creme non superava di molto quella di una dama elegante circa le sue toilettes o di una grande cantante circa il suo canto. Le spiegazioni di costoro non ci spiegano granché; lo stesso si verificava con le ricette della nostra cuoca. «Fanno cuocere troppo alla svelta, riprese alludendo ai cuochi dei grandi ristoranti, e poi non tutto in una volta. Il manzo, bisogna che divenga come una spugna, così si beve tutto il sugo fino in fondo. Però, in uno di quei Caffè mi sembra che un po’ di cucina la sapessero fare. Non dico che fosse proprio la mia gelatina, ma era fatta abbastanza adagio, e i soufflés avevano la loro bella crema. – Era Henry?» chiese mio padre, che ci aveva raggiunti e che apprezzava molto il ristorante di place Gaillon, dove a scadenze fisse pranzava con i colleghi. «Oh no! rispose Françoise con una dolcezza che celava un profondo disprezzo, io parlavo di un piccolo ristorante. Da questo Henry, si starà bene senz’altro, ma non è un ristorante, è piuttosto... una trattoria! – Weber? – Ah! no, signore, io dicevo un buon ristorante. Weber è in rue Royale, non è un ristorante, è una brasserie. Se ordinate qualcosa, non so se ve la servono. Credo che non hanno neanche la tovaglia, posano la roba sul tavolo così, come viene viene. – Cirro?» Françoise sorrise: «Oh! lì, credo che come cucina ci sono soprattutto delle signore del mondo. (“Mondo”, per Françoise, significava demi-monde.) Diamine, è quel che ci vuole per la gioventù». Ci rendevamo conto che, con la sua apparente semplicità, Françoise era, per i cuochi celebri, una “collega” più terribile della più invidiosa e infatuata delle attrici. Capimmo tuttavia come fossero giusti, in lei, il senso della propria arte e il rispetto delle tradizioni, quando aggiunse: «No, io voglio dire un ristorante che aveva l’aria d’avere una piccola cucina borghese proprio come si deve. È una casa ancora abbastanza seria. Lavoravano molto. Ah! ne facevano di soldi, là dentro (Françoise, economa, contava a soldi, non a luigi come gli spiantati). La signora lo sa, è laggiù a destra, sui grandi boulevards, un po’ arretrato...». Il ristorante di cui Françoise parlava con questa equità mista d’orgoglio e bonomia era... il Café Anglais.
Freccia che punta in alto a destra Quando arrivò il 1° gennaio, feci innanzitutto una serie di visite di famiglia con la mamma, che, per non affaticarmi, le aveva preventivamente suddivise (sulla base d’un itinerario tracciato da mio padre) più per quartieri che secondo l’esatto grado di parentela. Ma eravamo appena entrati nel salotto di una lontana cugina, che aveva la precedenza perché la sua casa non lo era rispetto alla nostra, e già mia madre si spaventava vedendo, con in mano il suo pacchetto di marrons glacés o di cioccolatini ripieni, il miglior amico del più suscettibile dei miei zii, il quale avrebbe così scoperto che non avevamo cominciato da lui il nostro giro. Lo zio si sarebbe sicuramente offeso; ai suoi occhi sarebbe stato più che naturale che andassimo dalla Madeleine al Jardin des Plantes, dove abitava, prima di far tappa a Saint-Augustin e rimetterci poi in cammino per rue de l’École-de-Médecine.
Terminate le visite (la nonna ci esonerava dal farne una a casa sua dato che, quel giorno, pranzavamo da lei), corsi fino ai Champs-Élysées a portare alla nostra venditrice ambulante, perché la consegnasse alla persona di casa Swann che veniva diverse volte la settimana a comprare il pan pepato, la lettera che, sin dal giorno in cui avevo tanto sofferto per causa sua, avevo deciso di mandare alla mia amica a capodanno, per dirle che la nostra vecchia amicizia finiva con la fine del vecchio anno, che dimenticavo ogni mia recriminazione e delusione e che, a partire dal 1° gennaio, dovevamo costruire una nuova amicizia, tanto solida che niente l’avrebbe distrutta, tanto meravigliosa da farmi sperare che Gilberte avrebbe dedicato un po’ della sua grazia a conservarne tutta la bellezza e ad avvertirmi in tempo, come le promettevo di fare a mia volta, non appena sopravvenisse il minimo rischio capace di pregiudicarne la stabilità. Mentre tornavamo a casa, Françoise mi fece sostare, all’angolo di rue Royale, davanti a una bancarella all’aperto dove scelse, per le sue strenne personali, alcune fotografie di Pio IX e di Raspail e dove, per conto mio, ne comprai una della Berma. Le innumerevoli ammirazioni suscitate dall’artista riducevano a qualcosa d’un po’ povero quell’unico viso che lei aveva per rispondere ad esse, immutabile e precario come l’abito di chi non ne possiede altri di ricambio, un viso sul quale non aveva mai da esibire che la piccola piega sopra il labbro superiore, il profilo rilevato delle sopracciglia, pochi altri dettagli fisici, sempre gli stessi, che in fin dei conti erano esposti al pericolo di un colpo o di una bruciatura. Di per sé, d’altronde, quel viso non mi sarebbe parso bello, ma suggeriva l’idea, e dunque la voglia, di baciarlo a motivo di tutti i baci che aveva dovuto sopportare e che, dal fondo della cartolina “da collezione”, sembrava ancora sollecitare con il suo sguardo teneramente civettuolo e il suo sorriso artificiosamente ingenuo. La Berma, infatti, doveva realmente provare per molti giovani uomini i desideri che confessava sotto le spoglie del personaggio di Fedra e di cui tutto, anche il prestigio di un nome che la faceva più bella e prolungava la sua giovinezza, doveva renderle così facile l’appagamento. Scendeva la sera, mi fermai davanti a una colonna di manifesti teatrali dov’era annunciata la rappresentazione che la Berma avrebbe data per il 1° gennaio. Soffiava un vento umido e dolce. Era un tempo che conoscevo; ebbi la sensazione e il presentimento che il giorno di capodanno non fosse un giorno diverso dagli altri, che non fosse il primo d’un mondo nuovo nel quale avrei potuto, con possibilità ancora intatte, rifare la conoscenza di Gilberte come ai tempi della Creazione, come se ancora non esistesse alcun passato, come se fossero state abolite, con i relativi presagi per il futuro, le delusioni che di tanto in tanto mi aveva inflitte: un nuovo mondo nel quale niente del vecchio sarebbe sopravvissuto... niente, tranne una cosa: il mio desiderio che Gilberte mi amasse. Capii che se il mio cuore voleva che, tutt’intorno, si rinnovasse quell’universo che non lo aveva soddisfatto, era perché lui, il mio cuore, non era mutato, e mi dissi che non c’era ragione perché fosse mutato, piuttosto, quello di Gilberte; sentii che la nuova amicizia sarebbe stata identica alla vecchia, così come nessun fossato separa dagli altri i nuovi anni che il nostro desiderio, nell’impossibilità di raggiungerli e modificarli, ricopre a loro insaputa d’un nome diverso. Avevo un bel dedicare questo nuovo anno a Gilberte, cercando di imprimere al suo primo giorno, così come si sovrappone una religione alle leggi cieche della natura, l’idea particolare che me n’ero costruita: era tutto inutile; sentivo che esso ignorava d’esser chiamato capodanno, e che svaniva nel crepuscolo in un modo che non mi era nuovo: nel vento dolce che soffiava intorno alla colonna dei manifesti avevo riconosciuto, avevo sentito riaffiorare la materia eterna e comune, la familiare umidità, la fluidità inconsapevole dei vecchi giorni.
Tornai a casa. Avevo vissuto il 1° gennaio dei vecchi, che in quel giorno differiscono dai giovani non perché non ricevono più nessun regalo, ma perché non credono più all’anno nuovo. Io di regali ne avevo ricevuti, ma non quelli – i soli – che mi avrebbero fatto piacere: un messaggio di Gilberte. E, tuttavia, ero pur sempre giovane, se avevo potuto scrivergliene io uno con il quale speravo, esprimendole i sogni solitari della mia tenerezza, di suscitarne di simili nel suo cuore. La tristezza degli uomini che sono invecchiati è di non pensare nemmeno a scrivere lettere di questo tipo, avendone constatato l’inutilità.
Quando andai a letto, i rumori della strada, che perduravano più del solito in quella sera di festa, mi tennero sveglio. Pensavo a tutta la gente che avrebbe concluso la notte tra i piaceri, all’amante, alla compagnia di debosciati forse, che dovevano aver raggiunto la Berma al termine della rappresentazione di cui avevo visto l’annuncio per quella sera. Non potevo nemmeno dirmi, per calmare l’agitazione che quell’idea faceva nascere in me durante la notte insonne, che forse la Berma non pensava all’amore, perché i versi che recitava, che aveva a lungo studiati, le ricordavano ad ogni istante le sue delizie, da lei talmente conosciute, d’altronde, che ne faceva apparire le ben note emozioni – ma dotate d’una violenza nuova e d’una dolcezza insospettata – a spettatori meravigliati che pure, ciascuno per conto proprio, le avevano già sperimentate dentro di sé. Riaccesi il lume, che avevo spento, per guardare ancora una volta il suo viso. Al pensiero che certo, in quel momento, lo stava accarezzando qualcuno cui non potevo impedire di darle, e di ricevere da lei, gioie sovrumane e imprecisate, provai un turbamento più crudele di quanto non fosse voluttuoso, una nostalgia che fu aggravata dal suono del corno, come accade d’udirlo nelle notti di mezza quaresima, e spesso delle altre feste, e che, privo com’è allora di poesia, è più triste quando esce da una bettola che non “la sera nel folto dei boschi”. In quel momento, un messaggio di Gilberte non sarebbe stato, forse, ciò di cui avevo bisogno. I nostri desideri interferiscono via via l’uno con l’altro e, nella confusione dell’esistenza, è raro che una felicità giunga a posarsi proprio sul desiderio che l’aveva invocata.
Continuai ad andare ai Champs-Élysées nei giorni di bel tempo, percorrendo strade le cui case eleganti e rosate sfumavano – erano allora in auge le mostre di acquarellisti – in un cielo mobile e lieve. Mentirei se dicessi che, in quel periodo, gli edifici di Gabriel mi sembravano di una bellezza superiore, o di un’epoca diversa, rispetto ai palazzi contigui. Mi pareva che avesse più stile, se non il Palais de l’Industrie, perlomeno il palazzo del Trocadéro, e l’avrei creduto più antico. Immersa in un sonno agitato, la mia adolescenza stendeva un unico sogno su tutto il quartiere in cui lo faceva passeggiare, e non mi era mai venuto in mente che in rue Royale potesse esserci un edificio del XVIII secolo, così come sarei rimasto sorpreso se mi avessero detto che la Porte Saint-Martin e la Porte Saint-Denis, capolavori dell’epoca di Luigi XIV, non erano coeve dei fabbricati più recenti di quei sordidi arrondissements. Una sola volta un palazzo di Gabriel mi indusse a una sosta prolungata; s’era fatto buio, le sue colonne, smaterializzate dal chiaro di luna, sembravano ritagliate nel cartone e, rammentandomi una scena dell’operetta Orfeo agl’Inferi, mi davano per la prima volta un’impressione di bellezza.
Gilberte, intanto, continuava a non venire ai Champs-Élysées. E io avrei avuto bisogno di vederla, perché non ricordavo neanche più la sua faccia. Il modo indagatore, ansioso, esigente in cui guardiamo la persona che ci è cara, la nostra attesa della parola che ci darà o ci toglierà la speranza di un appuntamento per l’indomani, e – finché tale parola non venga detta – l’alternarsi, se non la simultaneità, nella nostra fantasia, di gioia e disperazione, tutto questo rende la nostra attenzione nei confronti dell’essere amato troppo tremante per poterne ottenere un’immagine davvero precisa. Forse, questa attività di tutti i sensi in una sola volta, questo sforzo di conoscere semplicemente con gli sguardi qualcosa che li trascende, è anche troppo indulgente verso le mille forme, verso tutti i sapori, verso il muoversi della persona viva che di solito, quando non amiamo, vediamo immobile. Il modello prediletto, invece, non sta mai fermo; non si hanno, di lui, che fotografie mancate. Io non sapevo più, veramente, come fossero i lineamenti di Gilberte, tranne che nei momenti divini in cui li esibiva per me: mi ricordavo solo il suo sorriso. E non potendo rivedere, per quanto mi sforzassi di richiamarlo alla mente, quel volto adorato, mi irritava trovare disegnato nella mia memoria con esattezza definitiva, inutile e parlante, il volto dell’uomo dei cavalli di legno o della venditrice di zucchero d’orzo: allo stesso modo, chi ha perduto un essere amato e, dormendo, non lo rivede mai, si esaspera incontrando di continuo nei suoi sogni tanta gente insopportabile che è già troppo aver conosciuta da sveglio. Impotente a rappresentarsi l’oggetto del suo dolore, giunge quasi ad accusarsi di non provare dolore. E, quanto a me, non ero lontano dal credere che, non riuscendo a ricordarmi i lineamenti di Gilberte, fosse lei stessa che avevo dimenticata, che non amavo più. Finalmente, tornò a giocare quasi tutti i giorni, proponendomi nuove cose da desiderare, da chiederle per l’indomani, facendo davvero ogni giorno, in questo senso, della mia tenerezza una tenerezza nuova. Ma qualcosa modificò una volta di più, e bruscamente, i termini in cui ogni pomeriggio verso le due si poneva il problema del mio amore. Swann aveva forse scoperto la mia lettera a sua figlia, oppure Gilberte non faceva altro che confessarmi con molto ritardo, perché fossi più prudente, uno stato di cose già radicato? Una volta che le stavo dicendo quanto ammirassi suo padre e sua madre, lei assunse quell’espressione vaga, piena di reticenze e di mistero, che opponeva a qualunque domanda sulle sue occupazioni, sulle sue commissioni e visite, e tutt’a un tratto finì col dirmi: «Sapete, non è che gli siate simpatico!», e sgusciante come un’ondina – era fatta così – scoppiò in una risata. Spesso il suo ridere era in disaccordo con le parole e, come fa la musica, sembrava descrivere su un piano diverso una superficie invisibile. Gli Swann non chiedevano a Gilberte di non giocare più con me, ma, a suo dire, avrebbero di gran lunga preferito che la cosa non fosse mai cominciata. Non vedevano di buon occhio i miei rapporti con lei, non mi accreditavano di una grande moralità e si figuravano che sulla figlia potessi influire solo negativamente. Ragazzi di pochi scrupoli come quelli cui Swann era convinto ch’io assomigliassi dovevano, secondo la mia fantasia, detestare i genitori della fanciulla amata, adularli trovandosi in loro presenza ma beffarsene con la figlia, spingere quest’ultima alla disubbidienza e, una volta perfezionata la conquista, privarli della gioia di vederla. A simili tratti (che non sono mai quelli nei quali il peggior mascalzone riconosce se stesso) con quanta energia il mio cuore contrapponeva i sentimenti di cui era animato nei confronti di Swann, così appassionati, invece, che non avevo il minimo dubbio che, qualora ne avesse avuto sentore, si sarebbe pentito di avermi giudicato in quel modo come di un errore giudiziario! Di tutto ciò che provavo per lui osai scrivergli in una lunga lettera, che affidai a Gilberte con la preghiera di recapitargliela. Lei acconsentì. Ahimè! Swann, evidentemente, mi considerava, più ancora di quanto non pensassi, un impostore; dei sentimenti che m’era parso di dipingere, in sedici pagine, con tanta verità, egli aveva potuto dubitare: la mia lettera, non meno ardente e sincera delle parole rivolte al signor di Norpois, non ebbe maggior successo. Il giorno dopo, condottomi in disparte al riparo d’un boschetto di lauri, in un vialetto dove ci sedemmo ciascuno su una sedia, Gilberte, nel restituirmi la lettera, mi raccontò che, mentre la leggeva, suo padre aveva detto alzando le spalle: «Tutto questo non significa nulla, dimostra solo quanto ho ragione». Conoscendo la purezza delle mie intenzioni, la bontà del mio animo, ero indignato che le mie parole non avessero nemmeno scalfito l’assurdo errore di Swann. Che di errore si trattasse, infatti, non avevo allora il minimo dubbio. Sentivo di aver descritto con tanta esattezza certe irrecusabili caratteristiche dei miei sentimenti generosi che se, su quella traccia, Swann non li aveva prontamente ricostruiti, se non era venuto a chiedermi scusa e a confessare il proprio sbaglio, bisognava che lui stesso non avesse mai provato sentimenti così nobili, il che doveva renderlo incapace di capirli negli altri.
Ora, poteva semplicemente darsi che Swann sapesse come la generosità, spesso, non sia che l’aspetto interiore assunto dai nostri sentimenti egoistici quando non li abbiamo ancora nominati e classificati. Poteva darsi che nella simpatia che gli manifestavo avesse riconosciuto un mero effetto – e un’entusiastica conferma – del mio amore per Gilberte, amore dal quale – e non dalla mia secondaria venerazione per lui – sarebbero stati fatalmente guidati, in futuro, i miei atti. Non potevo condividere le sue previsioni, non essendo riuscito ad astrarre da me stesso il mio amore, a farlo rientrare nella generalità degli altri amori e a calcolarne sperimentalmente le conseguenze; ero disperato. Dovetti lasciare Gilberte per un istante, perché Françoise mi aveva chiamato. Mi toccò accompagnarla a un piccolo chiosco ingabbiato in un traliccio vegetale, abbastanza simile agli ex caselli del dazio della vecchia Parigi, e dove di recente era stato installato quello che in Inghilterra chiamano lavabo e in Francia, per un’anglomania male informata, water-closet. Dai muri umidi e antichi dell’ingresso, dove rimasi ad aspettare Françoise, esalava un fresco odore di chiuso che, alleggerendomi di colpo delle ansie connesse alle parole di Swann riferite da Gilberte, mi inondò di un piacere che non era della stessa specie degli altri, i quali ci lasciano più instabili, incapaci di trattenerli, di possederli, ma era, al contrario, un piacere consistente cui potevo appoggiarmi, delizioso, calmo, ricco d’una verità duratura, certa e inesplicata. Come un tempo durante le passeggiate dalla parte di Guermantes, avrei voluto cercare di penetrare il fascino dell’impressione che s’era impadronita di me, restare immobile a interrogare quella stagionata emanazione da cui mi giungeva la proposta, più che di assaporare il piacere che mi dava solo in sovrappiù, di addentrarmi nella realtà che non mi aveva svelata. Ma la custode del chiosco, una vecchia signora dalle guance incipriate e dalla parrucca rossa, si mise a parlarmi. Françoise era convinta che fosse “di una famiglia proprio come si deve”. La signorina sua figlia aveva sposato quello che Françoise chiamava “un figlio di papà”, dunque qualcuno che era per lei più diverso da un operaio che non per Saint-Simon un duca da un uomo “uscito dalla feccia del popolo”. Probabilmente la custode, prima di diventare tale, aveva avuto dei rovesci. Ma Françoise assicurava che era una marchesa e apparteneva alla famiglia dei Saint-Ferréol. La marchesa in questione mi consigliò di non restare al fresco e giunse ad aprirmi la porta di un gabinetto dicendomi: «Non volete entrare? eccone uno bello pulito, per voi sarà gratis». Lo faceva, forse, con la stessa semplicità con cui le commesse di Gouache, quando andavamo a fare un’ordinazione, mi offrivano certe caramelle che tenevano sul banco, protette da campane di vetro, e che la mamma, ahimè!, mi proibiva d’accettare; fors’anche, meno innocentemente, come la vecchia fiorista alla quale si rivolgeva la mamma perché riempisse le sue “giardiniere” e che mi dava una rosa facendo gli occhi dolci. In ogni caso, se la “marchesa” tradiva un debole per i ragazzi, schiudendo loro la porta ipogea di quei cubi di pietra dove gli uomini stanno accovacciati come sfingi, doveva perseguire in questi suoi atti di generosità non tanto la speranza di corromperli, quanto il piacere che si prova nel mostrarsi vanamente prodighi verso chi si ama, dal momento che accanto a lei, tranne una vecchia guardia forestale addetta al giardino, non ho mai visto nessun altro visitatore.
Un istante dopo mi accomiatavo dalla “marchesa” in compagnia di Françoise, che poi lasciai per tornare da Gilberte. La scorsi subito, su una sedia, dietro il boschetto di lauri. Stava lì per non farsi vedere dalle amiche: giocavano a nascondino. Andai a sedermi al suo fianco. Aveva una toque piatta che le scendeva fin quasi sugli occhi, ai quali imprimeva lo stesso sguardo “di sotto in su”, sognante e furbo, che le avevo visto la prima volta a Combray. Le chiesi se non c’era per me la possibilità di una spiegazione verbale con suo padre. Gilberte rispose che gliel’aveva proposta, ma che lui la riteneva inutile. «Prendete la vostra lettera, aggiunse, non lasciatela a me, devo raggiungere le altre visto che non mi hanno trovata.»
Se Swann fosse sopraggiunto allora, prima che la riprendessi, quella lettera della cui sincerità io trovavo insensato da parte sua non essere persuaso, avrebbe forse constatato che era lui ad avere ragione. Infatti, avvicinandomi a Gilberte che, abbandonata sulla sedia, mi diceva di prendere la lettera e non me la porgeva, mi sentii così attratto dal suo corpo che le dissi:
«Su, impeditemi di prenderla, vedremo chi è il più forte.»
Se la nascose dietro la schiena, io le passai le mani dietro il collo, sollevando le trecce che portava sulle spalle, sia che ne avesse ancora l’età, sia che sua madre volesse farla sembrare più a lungo bambina per ringiovanire a sua volta; lottavamo inarcando i nostri corpi. Io cercavo di attirarla, lei resisteva; i suoi pomelli infiammati dallo sforzo erano rossi e tondi come ciliegie: rideva come se le facessi il solletico; la tenevo stretta fra le gambe come un arbusto sul quale volessi arrampicarmi; e nel mezzo di questa ginnastica, senza che ne venisse accresciuto l’affanno provocatomi dall’esercizio muscolare e dall’ardore del gioco, sparsi, come poche gocce di sudore spremute dalla fatica, il mio piacere, sul quale non potei indugiare nemmeno il tempo necessario ad assaporarlo; immediatamente mi impadronii della lettera. Allora, Gilberte mi disse con bontà:
«Sapete, se volete possiamo lottare ancora un po’.»
Forse aveva oscuramente avvertito che il mio gioco mirava a uno scopo diverso da quello confessato, ma non s’era resa conto che l’avevo raggiunto. E io, temendo che se ne fosse accorta (e un certo moto retrattile e contenuto di pudore offeso, che aveva avuto un attimo dopo, mi fece pensare di non averlo temuto a torto), accettai di lottare ancora, per paura che potesse credere che non mi fossi proposto altro scopo all’infuori di quello dopo il quale avevo solo voglia di starmene tranquillo accanto a lei.
Tornando a casa, mi colpì, mi si delineò d’improvviso l’immagine, fino a quel momento nascosta, cui m’aveva avvicinato, senza permettermi di scorgerla né di riconoscerla, il fresco, dal sentore quasi di fuliggine, del chiosco avvolto nel verde. Era l’immagine dello studiolo di mio zio Adolphe a Combray, dal quale emanava, in effetti, lo stesso profumo di umidità. Ma non riuscii a capire, e ne rimandai a più tardi la ricerca, perché il ritorno di un’immagine così insignificante m’avesse donato una tale felicità. Nel frattempo, mi parve di meritare davvero il disprezzo del signor di Norpois: a ogni altro scrittore avevo finora preferito quello ch’egli chiamava un semplice “suonatore di flauto”, e una vera e propria esaltazione mi era stata comunicata, anziché da qualche idea importante, da un odore di muffa.
Freccia che punta in alto a destra Da un po’ di tempo, in certe famiglie, il nome dei Champs-Élysées, se qualche visitatore lo pronunciava, era accolto dalle madri con l’ostilità riservata di solito a un medico rinomato cui addebitano troppe diagnosi sbagliate per potersene ancora fidare; assicuravano che quel giardino non giovava ai ragazzi, che erano da imputargli più d’un mal di gola, più d’un morbillo e parecchie febbri. Senza mettere apertamente in discussione l’affetto di mia madre che continuava a mandarmi là, certe sue amiche deploravano quanto meno la sua imprevidenza.
I nevropatici sono forse, malgrado l’espressione consacrata, coloro che meno “si ascoltano”: sentono, in sé, una tale quantità di cose di cui poi si rendono conto d’essersi a torto allarmati, che finiscono col non prenderne più in considerazione nessuna. Il loro sistema nervoso ha così spesso gridato: «Aiuto!», come per una grave malattia, quando molto semplicemente stava per nevicare o si trattava di cambiare appartamento, che si abituano a tener conto di questi avvertimenti non più di quanto faccia un soldato, il quale, nell’ardore dell’azione, se ne accorge tanto poco da riuscire, morente, a condurre per qualche giorno ancora la vita d’un uomo in buona salute. Un mattino, portando coordinati in me i miei disturbi abituali, dalla cui intima e costante circolazione tenevo la mente sempre distolta come da quella del mio sangue, correvo allegramente verso la sala da pranzo dove i miei genitori erano già a tavola, e – dopo essermi detto, come al solito, che avere freddo può significare, non che bisogna scaldarsi ma, per esempio, che si è stati sgridati, e non avere fame che sta per piovere, non che è opportuno non mangiare – mi sedevo a tavola a mia volta quando, al momento di inghiottire il primo boccone di un’appetitosa costoletta, una nausea, uno stordimento mi bloccarono, risposta febbrile d’una malattia già cominciata di cui il cristallo della mia indifferenza aveva mascherato, ritardato i sintomi, ma che rifiutava ostinatamente il cibo ch’io non ero in grado di ingerire. Allora, nel medesimo istante, l’idea che m’avrebbero impedito di uscire se si fossero accorti che ero malato mi diede, come l’istinto di conservazione a un ferito, la forza di trascinarmi fino in camera mia, dove vidi che avevo quaranta di febbre, e poi di prepararmi per andare ai Champs-Élysées. Attraverso il corpo languido e permeabile che l’avvolgeva, il mio pensiero sorridente raggiungeva, esigeva il dolcissimo piacere d’una partita a bandiera con Gilberte, e un’ora più tardi, reggendomi a stento, ma felice accanto a lei, avevo ancora la forza d’assaporarlo.
Al ritorno, Françoise dichiarò che mi ero “sentito poco bene”, che certo avevo preso “un colpo d’aria”, e il dottore, chiamato d’urgenza, dichiarò a sua volta di “preferire” la “severità”, la “virulenza” dell’attacco febbrile che accompagnava la mia congestione polmonare e non sarebbe stato altro che “un fuoco di paglia”, a forme più “insidiose” e “larvate”. Da molto tempo ero soggetto a soffocazioni, e il nostro medico, nonostante la disapprovazione della nonna, che mi vedeva già morire alcolizzato, m’aveva prescritto, oltre alla caffeina che doveva aiutarmi a respirare, di bere della birra, dello champagne o del cognac quando sentissi arrivare una crisi. Le crisi, diceva, sarebbero abortite nell’“euforia” provocata dall’alcol. Spesso, perché la nonna acconsentisse a farmene dare un po’, ero costretto a non dissimulare, a fare quasi ostentazione del mio affanno. D’altronde, non appena lo sentivo avvicinarsi, non sapendo mai quali proporzioni avrebbe assunte, mi angosciava il pensiero della tristezza della nonna, che temevo ben più della mia sofferenza. Ma nello stesso tempo il mio corpo, sia che fosse troppo debole per riservarne a sé solo il segreto, sia nel timore che, ignorando l’imminenza del male, gli altri esigessero da me qualche sforzo per lui impossibile o rischioso, mi ispirava il bisogno d’avvertire la nonna dei miei disturbi con un’esattezza nella quale finivo col mettere una sorta di scrupolo fisiologico. Se avvertivo in me qualche sintomo spiacevole non ancora scoperto, il mio corpo non si dava pace finché non l’avevo comunicato alla nonna. E se lei fingeva di non prestarvi attenzione, il corpo mi chiedeva d’insistere. A volte mi spingevo troppo in là; e il volto amato, che non sempre era padrone delle proprie emozioni come un tempo, lasciava trasparire un’espressione di pietà, una contrazione dolorosa. Il mio cuore, allora, era torturato dalla vista del suo dolore: come se i miei baci potessero cancellarlo, come se la mia tenerezza potesse dare alla nonna la stessa gioia che le avrebbe dato la mia felicità, mi gettavo fra le sue braccia. E poiché, d’altra parte, gli scrupoli erano placati dalla certezza di averla informata del malessere, il mio corpo non s’opponeva a che la rassicurassi. Protestavo che quel disturbo non mi faceva minimamente soffrire, che non ero per nulla da compiangere, di stare pur sicura che ero felice; il mio corpo aveva ottenuto esattamente quel tanto di pietà che gli spettava e, a condizione che si sapesse che aveva un dolore al fianco destro, non vedeva inconvenienti nel fatto ch’io dichiarassi che quel dolore non era un male, né costituiva per me un ostacolo alla felicità, dato che lui, il mio corpo, non si piccava d’esser filosofo; non era cosa di sua competenza. Ebbi crisi di soffocazione quasi ogni giorno durante la convalescenza. Una sera la nonna m’aveva lasciato che stavo abbastanza bene; tornando in camera mia molto tardi, e accorgendosi che mi mancava il respiro: «Oh! Dio mio, come soffri», esclamò, il viso sconvolto. Improvvisamente mi lasciò, sentii aprirsi e chiudersi il portone, e poco dopo tornò con del cognac che era andata a comprare perché in casa non ce n’era. Presto cominciai a star bene. La nonna, un po’ rossa, sembrava a disagio, e i suoi occhi avevano un’espressione stanca e scoraggiata.
«Preferisco lasciarti e che tu metta un poco a profitto questo miglioramento», mi disse, andandosene bruscamente. Pure l’abbracciai, e sulle sue gote fresche sentii un che di bagnato, senza capire se fosse l’umidità dell’aria notturna appena attraversata. Il giorno dopo venne in camera mia solo alla sera, perché, mi dissero, aveva dovuto uscire. Mi parve che fosse un segno d’indifferenza nei miei confronti, e dovetti trattenermi per non rimproverarglielo.
Poiché le soffocazioni perduravano e la congestione, da tempo finita, non le spiegava più, i miei genitori chiamarono per un consulto il professor Cottard. In casi del genere, non basta che un medico sia preparato. Messo di fronte a sintomi che possono essere quelli di tre o quattro malattie diverse, in ultima analisi sono il suo fiuto, il suo colpo d’occhio a stabilire di quale, nonostante le apparenze press’a poco simili, sia più probabile che si tratti. Questo dono misterioso non implica alcuna superiorità nelle altre zone dell’intelligenza, e un individuo estremamente volgare, che ama la peggiore pittura e la peggiore musica e non ha la minima curiosità intellettuale, può benissimo esserne dotato. Nel mio caso, ciò che era materialmente osservabile poteva dipendere da spasmi nervosi non meno che da un inizio di tubercolosi, dall’asma, da una dispnea tossico-alimentare con insufficienza renale, da una bronchite cronica, da una situazione complessa in cui confluissero diversi di questi fattori. Ora, come rimedio, gli spasmi nervosi richiedevano di non essere presi sul serio, la tubercolosi grandi cure e un tipo di sovralimentazione nocivo per uno stato artritico come l’asma e potenzialmente pericoloso per un’eventuale dispnea tossico-alimentare, che dal canto suo esige un regime nefasto per un tubercoloso. Ma le esitazioni di Cottard furono brevi, le sue prescrizioni imperiose: «Purganti violenti e drastici, per parecchi giorni latte, nient’altro che latte. Niente carne, niente alcol». Mia madre mormorò che, tuttavia, avevo bisogno d’una cura ricostituente, che ero già abbastanza nervoso, che quelle purghe da cavallo e quel regime mi avrebbero buttato a terra. Dagli occhi di Cottard, inquieti come se temesse di perdere il treno, vidi che si stava chiedendo se non avesse ceduto alla sua naturale dolcezza. Si sforzava di ricordare se aveva provveduto ad assumere una maschera di ghiaccio, così come si cerca uno specchio per controllare di non aver dimenticato d’annodarsi la cravatta. Nel dubbio, e per equilibrare, ad ogni buon conto, la situazione, rispose villanamente: «Non sono abituato a ripetere due volte le mie prescrizioni. Datemi una penna. E, soprattutto, a latte. In seguito, quando avremo debellato le crisi e l’agripnia, prenderete senz’altro qualche potage, poi dei purè, ma sempre al latte, al latte. Vi piacerà, visto che la Spagna è di moda, au-lait! olé! (I suoi allievi conoscevano bene questo gioco di parole, in cui Cottard si produceva, all’ospedale, ogni volta che metteva un malato di cuore o di fegato a dieta lattea.) Poi, a poco a poco, tornerete alla vita normale. Ma ogni volta che ricominceranno la tosse e le soffocazioni, purghe, lavaggi intestinali, letto, latte». Ascoltò con aria glaciale, senza rispondere, le ultime obiezioni di mia madre e, dal momento che se ne andò senza degnarsi di spiegare i motivi di quel regime, i miei genitori lo giudicarono inapplicabile al mio caso e inutilmente debilitante, e si guardarono bene dal farmelo provare. Naturalmente, cercarono di tener nascosta al professore la loro disubbidienza e, per avere maggiori garanzie di riuscirvi, evitarono tutte le case dove avrebbero potuto incontrarlo. Poi, vedendo che il mio stato si aggravava, si decisero a farmi seguire alla lettera le prescrizioni di Cottard; in capo a tre giorni non avevo più né rantoli né tosse, e respiravo bene. Allora capimmo che Cottard, pur trovandomi, come rivelò in seguito, abbastanza asmatico e soprattutto “fissato”, aveva intuito che, in quel momento, a prevalere in me era l’intossicazione, e che depurando il fegato e lavando i reni avrebbe decongestionato i bronchi e mi avrebbe restituito il respiro, il sonno, le forze. E capimmo che quell’imbecille era un grande clinico. Finalmente, fui in grado di alzarmi. Ma si parlava di non mandarmi più ai Champs-Élysées. A causa, dicevano, dell’aria cattiva; io pensavo che si trattasse di un pretesto per impedirmi di vedere Mademoiselle Swann, e mi costringevo a ripetere di continuo il nome di Gilberte, come l’idioma nativo cui i vinti si sforzano di restare fedeli per non dimenticare la patria che non rivedranno mai più. Qualche volta mia madre mi passava la mano sulla fronte dicendomi:
«Allora, i bambini non raccontano più alla mamma i loro dispiaceri?»
Ogni giorno, Françoise mi veniva vicino e mi diceva: «Il signore ha una faccia! Non vi siete visto? sembrate un morto!». È vero che, se avessi avuto un semplice raffreddore, Françoise avrebbe assunto la stessa maschera funebre. Le sue lamentazioni avevano a che fare più con la sua “classe” che con la mia salute. Non riuscivo a distinguere, allora, se il pessimismo di Françoise fosse dolente o soddisfatto. Conclusi, provvisoriamente, che era sociale e professionale.
Un giorno, all’ora della posta, mia madre mi posò sul letto una lettera. L’aprii distrattamente, dato che non poteva recare l’unica firma che m’avrebbe reso felice, quella di Gilberte, con cui non avevo rapporti fuori dei Champs-Élysées. Ora, in fondo al foglio, il cui sigillo d’argento rappresentava un cavaliere con elmo contornato dal motto Per viam rectam, sotto una lettera vergata con una grafia grande, nella quale quasi tutte le frasi sembravano sottolineate semplicemente perché il taglio delle t, tracciato non attraverso, ma sopra, formava una linea sotto la corrispondente parola della riga superiore, quella che vidi fu appunto la firma di Gilberte. Ma poiché la sapevo impossibile in una lettera indirizzata a me, quella vista, non accompagnata dalla fede, non mi diede alcuna gioia. Per un istante, non fece che rendere violentemente irreale tutto ciò che mi stava intorno. Con velocità vertiginosa, quella firma inverosimile giocava ai quattro cantoni col mio letto, il mio camino, le pareti della mia stanza. Vedevo ogni cosa vacillare, come uno che cade da cavallo, e mi chiedevo se non ci fosse un’esistenza completamente diversa da quella che conoscevo, che contrastasse con essa ma, fra le due, fosse la vera, un’esistenza che apparendomi all’improvviso mi riempiva dell’esitazione che gli scultori, nel raffigurare il Giudizio universale, hanno attribuito ai morti risuscitati che si affacciano alle soglie dell’altro Mondo. “Mio caro amico, diceva la lettera, ho saputo che siete stato molto male e che non venite più ai Champs-Élysées. Anch’io non ci vado quasi mai, perché c’è una quantità di malati. Ma i miei amici vengono qui per la merenda tutti i lunedì e venerdì. La mamma mi incarica di dirvi che ci fareste molto piacere venendo anche voi, non appena vi sarete ristabilito, così potremmo riprendere a casa le nostre belle chiacchierate dei Champs-Élysées. Addio, caro amico, spero che i vostri genitori vi permetteranno di venire molto spesso alle nostre merende, e vi mando tanti saluti amichevoli. Gilberte.”
Mentre leggevo queste parole, il mio sistema nervoso accoglieva con mirabile diligenza la notizia che una grande felicità stava per raggiungermi. Ma il mio animo, cioè io stesso, insomma il principale interessato, ne era ancora all’oscuro. La felicità, la felicità grazie a Gilberte, era una cosa di cui avevo sempre fantasticato, una cosa tutta di pensieri, era, come diceva Leonardo della pittura, “cosa mentale”. Un foglio di carta coperto di caratteri non è qualcosa che il pensiero possa assimilare immediatamente. Ma, non appena ebbi finito di leggerla, pensai alla lettera, la lettera divenne oggetto di riflessione fantastica, divenne anch’essa “cosa mentale”, e già l’amavo tanto che ogni cinque minuti dovevo rileggerla, baciarla. Allora, ebbi cognizione della mia felicità.
La vita è disseminata di questi miracoli, in cui le persone che amano possono sempre sperare. È possibile che il prodigio in questione fosse stato provocato artificiosamente da mia madre, la quale, vedendo che da un po’ di tempo non avevo più nessuna voglia di vivere, aveva forse fatto chiedere a Gilberte di scrivermi, così come, ai tempi dei miei primi bagni di mare, per rendermi piacevoli le immersioni, che detestavo perché mi mozzavano il respiro, consegnava di nascosto al mio istruttore di nuoto meravigliose scatole di conchiglie e rami di corallo che credevo d’essere io a trovare sott’acqua. D’altra parte, di fronte a tutti gli avvenimenti che nella vita e nelle sue contrastate situazioni si riferiscono all’amore, la cosa migliore è non cercare di capire, dal momento che – in ciò che hanno di inesorabile come di insperato – sembrano governati da leggi più magiche che razionali. Quando un multimilionario, un uomo malgrado ciò affascinante, viene liquidato da una donna povera e priva di fascino con la quale convive, e fa appello, nella sua disperazione, a tutte le potenze dell’oro, mette in gioco tutte le influenze della terra, senza riuscire a farsi riprendere, conviene, davanti all’invincibile ostinazione della sua amante, supporre che il Destino voglia abbatterlo e farlo morire di crepacuore, piuttosto che cercare una spiegazione logica. Gli ostacoli contro i quali l’amante deve lottare, e che la sua immaginazione eccitata dalla sofferenza tenta invano d’indovinare, risiedono a volte in qualche singolarità del carattere della donna ch’egli non riesce a riconquistare, nella sua stupidità, nell’influsso che esercitano su di lei e nei timori che le suggeriscono persone a lui sconosciute, nel genere di piaceri che lei chiede momentaneamente alla vita e che né l’amante, né il suo denaro possono offrirle. In ogni caso, l’amante è nella posizione peggiore per conoscere la natura degli ostacoli che l’astuzia della donna gli nasconde e che il suo stesso buonsenso, ingannato dall’amore, gli impedisce di valutare esattamente. Essi somigliano a tumori che il medico finisce col ridurre senza averne identificato l’origine. Come quei tumori, anche questi ostacoli rimangono misteriosi e, tuttavia, sono temporanei. Solo che, in genere, durano più a lungo dell’amore. E poiché l’amore non è una passione disinteressata, l’innamorato che ha smesso di amare non cerca più di sapere perché la donna povera e frivola ch’egli amava si è ostinatamente rifiutata, per anni, di continuare a farsi mantenere da lui.
Ora, lo stesso mistero che spesso sottrae alla vista la causa delle catastrofi, nel campo dell’amore avvolge con non minore frequenza la repentinità di certe soluzioni felici (come quella offertami dalla lettera di Gilberte). Soluzioni felici o che, almeno, sembrano esserlo, giacché quasi mai ve ne sono di realmente felici quando si tratti d’un sentimento di tale sorta che ogni soddisfazione che gli si dia non fa, in genere, che spostare il dolore. A volte, tuttavia, si ottiene una tregua, e si ha per qualche tempo l’illusione d’essere guariti.
Per quel che riguarda la lettera in calce alla quale Françoise si rifiutò di riconoscere il nome di Gilberte, perché la G istoriata e addossata a una isenza puntino sembrava una A, mentre l’ultima sillaba era indefinitamente prolungata grazie a un frastagliato ghirigoro, volendo proprio cercare una spiegazione razionale al brusco e per me così gioioso mutamento che esprimeva, si potrebbe forse pensare che io ne fossi, in parte, debitore a un incidente la cui natura avevo invece creduta tale da perdermi per sempre agli occhi degli Swann. Poco tempo prima, era venuto a trovarmi Bloch, mentre nella mia stanza c’era il professor Cottard che, da quando seguivo il suo regime, i miei genitori avevano fatto ritornare. Dato che la visita era finita e Cottard, invitato a pranzo dai miei genitori, si tratteneva come semplice amico, Bloch fu ammesso nella stanza. Stavamo conversando tutti insieme, e quando Bloch raccontò di aver sentito dire che Madame Swann mi voleva molto bene da una persona con la quale aveva pranzato il giorno prima e che era a sua volta molto legata a Madame Swann, fui tentato di replicargli che certamente si sbagliava, e di mettere in chiaro, per lo stesso scrupolo che me l’aveva fatto dichiarare a Norpois e per paura che Madame Swann mi giudicasse un bugiardo, che non la conoscevo e non le avevo mai rivolto la parola. Ma non ebbi il coraggio di rettificare l’errore di Bloch, perché mi resi conto che era volontario e che, se inventava qualcosa che Madame Swann, in effetti, non poteva aver detto, era per farci sapere, cosa ch’egli stimava lusinghiera e che non rispondeva a verità, d’aver pranzato a fianco di un’amica di quella dama. Ora accadde che mentre il signor di Norpois, apprendendo che io non conoscevo e avrei voluto conoscere Madame Swann, s’era ben guardato dal parlarle di me, Cottard, che era il suo medico curante, avendo desunto dalle parole di Bloch che lei mi conosceva bene e mi apprezzava, pensò che dicendole, quando l’avesse vista, che ero un ragazzo delizioso e suo buon amico, avrebbe compiuto un gesto del tutto inutile per me e vantaggioso per lui, due ragioni che lo spinsero a parlare di me a Odette non appena gliene capitò l’occasione.
Conobbi allora quell’appartamento dal quale traboccava fin sulle scale il profumo di Madame Swann, ma che ancor più profondamente permeava il fascino particolare e doloroso emanato dalla vita di Gilberte. L’implacabile portiere, mutato in benevola Eumenide, prese l’abitudine, quando gli chiedevo se potevo salire, di indicarmi, sollevando il berretto con mano propizia, che la mia preghiera era esaudita. Le finestre che, da fuori, interponevano fra me e i tesori che non mi erano destinati uno sguardo brillante, distaccato e superficiale che mi era parso lo sguardo stesso degli Swann, mi accadde, dopo aver passato durante la bella stagione un pomeriggio intero con Gilberte nella sua stanza, di aprirle io stesso per far entrare un po’ d’aria, e persino di affacciarmici al fianco di lei, se era il giorno in cui sua madre riceveva, per vedere l’arrivo delle visitatrici che spesso, alzando la testa nell’atto di scendere dalla carrozza, mi salutavano con la mano, prendendomi per qualche nipote della padrona di casa. Le trecce di Gilberte, in quei momenti, mi sfioravano la guancia. Nella loro graminacea finezza, al tempo stesso naturale e sovrannaturale, nella forza dei loro cesellati arabeschi vegetali, mi sembravano un’opera d’arte unica, per la quale fosse stata utilizzata l’erba stessa del Paradiso. A un loro sia pur minimo segmento, quale erbario celeste non avrei dato come reliquiario? Ma, disperando di ottenere un frammento autentico di quelle trecce, avessi potuto almeno possederne la fotografia, quanto più preziosa di quella di un disegno floreale eseguito da Leonardo! Per averne una, mi resi colpevole, con amici degli Swann e persino con certi fotografi, di bassezze che non valsero a procurarmi ciò che desideravo, ma mi legarono per sempre a persone noiosissime.
I genitori di Gilberte, che così a lungo m’avevano impedito di vederla, adesso – quando entravo nella buia anticamera dove aleggiava in eterno, più formidabile e agognata che non un tempo a Versailles l’apparizione del Re, la possibilità di incontrarli, e dove d’abitudine, dopo aver urtato contro un enorme attaccapanni a sette bracci come il Candelabro della Scrittura, mi profondevo in saluti davanti a un domestico seduto, nel suo lungo grembiule grigio, sulla cassapanca della legna e che, nell’oscurità, avevo scambiato per Madame Swann – adesso, se uno dei due passava per caso di lì al momento del mio arrivo, lungi dal sembrare irritati mi stringevano la mano sorridendo e mi chiedevano:
«Come va? (che tutt’e due pronunciavano “come va” senza alcuna inflessione interrogativa, inflessione che, s’intende, una volta tornato a casa mi sforzavo con incessante e voluttuoso esercizio di sopprimere). Gilberte sa che siete arrivato? allora vi lascio.»
Di più: le stesse merende che Gilberte offriva alle amiche, e che così a lungo mi erano parse la più invalicabile delle separazioni accumulate fra lei e me, diventavano ora un’occasione di incontro di cui mi avvertiva con un rigo, scritto (poiché la nostra amicizia era ancora abbastanza recente) su una carta da lettere sempre diversa. Una volta, a ornarla era un barboncino azzurro in rilievo, sotto il quale correva una didascalia umoristica in inglese seguita da un punto esclamativo; un’altra volta il contrassegno di un’àncora, o le iniziali G.S.smisuratamente allungate in un rettangolo che occupava tutta l’altezza del foglio; o, magari, il nome “Gilberte” tracciato in un angolo, per traverso, a caratteri dorati che imitavano la firma della mia amica e terminavano con uno svolazzo al di sopra di un ombrello aperto stampato in nero, oppure racchiuso in un monogramma a forma di cappello cinese che ne conteneva tutte le lettere in maiuscolo senza che si riuscisse a distinguerne neanche una. Alla fine, poiché la serie di carte da lettera che Gilberte possedeva, per quanto copiosa, non era illimitata, dopo un certo numero di settimane vedevo ricomparire quella che recava, come la prima volta che mi aveva scritto, il motto Per viam rectam sovrastato da un cavaliere con elmo dentro un medaglione d’argento brunito. E la scelta, in un determinato giorno, di questa o quella carta dipendeva, pensavo allora, da certi riti, o piuttosto, come credo ora, dal fatto che Gilberte cercava di ricordare quali avesse impiegato le volte precedenti, in modo da non mandare mai la stessa ai singoli destinatari – almeno a quelli per i quali pensava che ne valesse la pena – se non a intervalli quanto più possibile lunghi. Siccome, a causa della differenza d’orario delle lezioni, alcune delle amiche invitate da Gilberte alle sue merende erano costrette ad andarsene quando arrivavano le altre, già sulle scale sentivo trapelare dall’anticamera un mormorio di voci che, nell’emozione causatami dall’imponente cerimonia cui stavo per assistere, spezzava bruscamente, assai prima che raggiungessi il pianerottolo, i legami che ancora mi raccordavano alla vita anteriore, e mi faceva persino dimenticare che, una volta al caldo, avrei dovuto togliermi la sciarpa e tenere d’occhio l’ora per non tornare a casa in ritardo. Le scale stesse, d’altronde, tutte in legno, come usava allora in certe case per adeguarsi a quello stile Enrico II che per tanto tempo aveva rappresentato l’ideale di Odette prima di venirle, di lì a poco, a noia, e provviste d’un cartello, senza equivalenti nella nostra casa, con la scritta “Vietato servirsi dell’ascensore per la discesa”, mi sembravano talmente prestigiose che le descrissi ai miei genitori come scale di antica fattura acquistate da Swann in qualche luogo molto lontano. Così grande era il mio amore della verità che non avrei esitato a fornire loro questo ragguaglio nemmeno se l’avessi saputo falso, essendo il solo che potesse metterli in grado di avere per la dignità delle scale di casa Swann lo stesso rispetto che avevo io. Allo stesso modo, trovandosi davanti a un ignorante incapace di capire in che cosa consista il genio di un grande medico, parrebbe opportuno fare a meno di ammettere che questi non sa guarire un raffreddore di testa. Ma poiché non possedevo il minimo spirito d’osservazione e, in generale, non conoscevo né il nome né la specie delle cose che avevo sotto gli occhi, e capivo solo che, se erano vicine agli Swann, dovevano essere straordinarie, non mi sembrò affatto sicuro che, informando i miei genitori del valore artistico e della remota provenienza di quelle scale, incorressi in una menzogna. Non mi sembrò sicuro; dovette sembrarmi, tuttavia, probabile, perché mi sorpresi ad arrossire violentemente quando mio padre m’interruppe dicendo: «Conosco quelle case; ne ho vista una, sono tutte uguali, solo che Swann occupa diversi piani; le ha costruite Berlier». Aggiunse che aveva pensato di prenderne una in affitto, ma aveva scartato il progetto perché gli erano parse scomode e con l’ingresso poco luminoso; disse questo; ma io sentii per istinto che la mia intelligenza doveva offrire al prestigio degli Swann e alla mia felicità i sacrifici necessari, e con uno scatto d’autorità interiore, malgrado ciò che avevo udito, allontanai da me per sempre, come un devoto la Vie de Jésus di Renan, l’idea corruttrice che il loro fosse un appartamento qualsiasi nel quale avremmo potuto abitare anche noi.
Intanto, in quei giorni di merende, innalzandomi di gradino in gradino su per le scale, già spogliato del mio pensiero e della mia memoria, ridotto a semplice zimbello dei più vili riflessi, giungevo nella zona dove si faceva sentire il profumo di Madame Swann. Già mi sembrava di vedere la maestà della torta al cioccolato, cinta da una corona di piattini per dolci e di piccoli tovaglioli damascati a disegni grigi, imposti dall’etichetta e peculiari agli Swann. Ma quell’insieme immutabile e regolato sembrava, come l’universo necessario di Kant, sospeso a un atto supremo di libertà. Infatti, eravamo tutti seduti nel salottino di Gilberte quando lei, guardando a un tratto l’ora, diceva:
«Sentite, la mia colazione comincia a essere lontana, pranzerò solo alle otto, mi andrebbe proprio di mangiare qualcosa. Voi che ne dite?»
E ci faceva entrare nella sala da pranzo, buia come l’interno di un tempio asiatico dipinto da Rembrandt, dove una torta architettonica, tanto bonaria e familiare quanto imponente, sembrava troneggiare come in un giorno qualsiasi e per ogni evenienza, caso mai a Gilberte fosse saltato in testa di sfrondarla dei suoi merli di cioccolato e d’abbattere i suoi ripidi, fieri bastioni, cotti al forno come i bastioni del palazzo di Dario. Anzi, per procedere alla distruzione di quella pasticceria ninivita, Gilberte non si basava soltanto sul proprio appetito; s’informava anche del mio, mentre dalle rovine del monumento estraeva per me un bel pezzo orientaleggiante e smaltato, cloisonné di frutti scarlatti. Mi chiedeva persino a che ora pranzavano i miei genitori, come se potessi ancora saperlo, come se attraverso il turbamento che mi dominava potessero persistere le sensazioni dell’inappetenza o della fame, la nozione del pranzo o l’immagine della famiglia, nella mia memoria vuota e nel mio stomaco paralizzato. Sfortunatamente, era una paralisi affatto momentanea. I dolci che prendevo senza accorgermene, sarebbe venuto il momento in cui avrei dovuto digerirli. Era ancora lontano, però. Nel frattempo, Gilberte mi faceva “il mio tè”. Ne bevevo indefinitamente, benché una sola tazza mi impedisse di dormire per ventiquattro ore. Mia madre, così, soleva dire: «È seccante, questo ragazzo non può andare dagli Swann senza tornare a casa malato». Ma lo sapevo, almeno, quando ero dagli Swann, che quello che bevevo era tè? L’avessi anche saputo, l’avrei bevuto lo stesso, giacché, ammesso che per un istante avessi riacquistato il discernimento del presente, non avrei per questo recuperato la memoria del passato e la previsione del futuro. La mia immaginazione non era in grado di spingersi sino al tempo lontano in cui avrebbero potuto sfiorarmi l’idea di andare a letto e il bisogno del sonno.
Non tutte le amiche di Gilberte erano immerse in quello stato di ebbrezza che preclude ogni decisione. Alcune rifiutavano il tè! Gilberte, allora, diceva (espressione molto diffusa a quei tempi): «Decisamente, non ho successo col mio tè!». E per dissipare ancor meglio qualsiasi sensazione di cerimonia, scompigliando l’ordine delle sedie intorno al tavolo: «Sembra di essere a un matrimonio; Dio mio, quant’è stupida la servitù».
Mangiucchiava, appollaiata sull’orlo di un seggiolino a forma di x messo per traverso. Sembrava persino che potesse disporre di tutti quei pasticcini senza averne chiesto il permesso a sua madre, perché quando Madame Swann – il cui giorno di ricevimento coincideva in genere con le merende di Gilberte – entrava un attimo, di volata, dopo aver riaccompagnato qualche visitatrice, vestita a volte di velluto azzurro, spesso indossando un abito di raso nero guarnito di pizzi bianchi, diceva con aria stupita:
«Ma guarda, ha un aspetto proprio invitante quello che state mangiando, mi mette appetito vedervi mangiare quel cake.
 E noi, mamma, vi invitiamo, ribatteva Gilberte.
– Ma no, tesoro, cosa direbbero le mie ospiti, ci sono ancora Madame Trombert, Madame Cottard e Madame Bontemps, sai bene che la deliziosa Madame Bontemps non fa mai visite molto brevi, ed è appena arrivata. Cosa direbbero, tutte quelle care persone, se non mi vedessero tornare? Se non arriva più nessuno, verrò a chiacchierare con voi (sarebbe molto più divertente) quando se ne saranno andate. Penso di essermelo meritato un po’ di riposo, ho avuto quarantacinque visite, e su quarantacinque quarantadue hanno parlato del quadro di Gérôme! Ma venite dunque, uno di questi giorni, mi interpellava, venite a prendere il vostro tè con Gilberte, ve lo farà come piace a voi, come lo bevete nel vostro piccolo “rifugio”» (e già, parlando, volava verso le sue visite), quasi che in quel mondo misterioso fossi venuto a cercare qualcosa di familiare come le mie abitudini – magari quella di prendere il tè, se pure mai l’avevo avuta; quanto al “rifugio”, non ero ben certo di possederne uno. «Quando verrete? Domani? Vi faremo dei toasts buoni come quelli di Colombin. No? Siete un infame», mi diceva, perché, da quando aveva un salotto, tendeva ad assumere i modi di Madame Verdurin, il suo tono di lezioso dispotismo. Poiché, d’altronde, i toasts non mi erano meno sconosciuti di Colombin, quest’ultima promessa non era tale da accrescere la mia tentazione. Più strano potrà sembrare, visto che tutti parlano così (adesso, forse, persino a Combray), che sul momento non avessi capito a chi si riferisse Madame Swann quando la sentii tessermi l’elogio della nostra vecchia “nurse. Non conoscevo l’inglese, ma ben presto mi resi conto che il termine designava Françoise. Io che, ai Champs-Élysées, avevo tanto temuto che facesse un’impressione penosa, venni a sapere da Madame Swann che erano stati i racconti di Gilberte sulla mia “nurse” a suscitare, in lei e nel marito, simpatia nei miei confronti. «Si capisce che vi è tanto devota, che è tanto per bene.» (Subito la mia opinione su Françoise mutò radicalmente. Per converso, avere una istitutrice munita di impermeabile e pennacchio non mi parve più così necessario.) Alla fine, da qualche parola che Madame Swann si lasciò sfuggire su Madame Blatin, della quale riconosceva la bontà d’animo ma paventava le visite, compresi che delle relazioni personali con questa signora non mi sarebbero riuscite così preziose come avevo creduto, e non avrebbero in alcun modo migliorato la mia posizione in casa Swann.
Se avevo già cominciato ad esplorare con tanti soprassalti di rispetto e di gioia il dominio fiabesco che, contro ogni aspettativa, mi aveva schiuso i suoi viali prima d’allora sbarrati, non lo dovevo però soltanto alla mia amicizia per Gilberte. Il regno cui ero ammesso rientrava, a sua volta, in uno ancora più misterioso, dove Swann e sua moglie conducevano la loro vita sovrannaturale e dove si dirigevano dopo avermi stretto la mano quando – contemporaneamente a me, sebbene in senso inverso – attraversavano l’anticamera. Ma non tardai a penetrare anche nel cuore del Santuario. Per esempio, Gilberte non c’era, in casa si trovava uno dei due Swann. Aveva chiesto chi avesse suonato e, saputo che ero io, aveva mandato qualcuno a pregarmi di entrare un istante perché desiderava che usassi in questo o quel senso, per questo o quello scopo, il mio ascendente sulla figlia. Non avevo dimenticato la lettera così esauriente, così persuasiva, che poco tempo prima avevo scritta a Swann e alla quale lui non s’era degnato di rispondere. Ammiravo l’impotenza dell’intelletto, del raziocinio e del cuore a operare la sia pur minima conversione, a risolvere una sola delle difficoltà che poi la vita, senza che nemmeno si capisca come ha fatto, appiana così facilmente. La mia nuova posizione di amico di Gilberte, dotato di grande ascendente su di lei, mi faceva beneficiare adesso dello stesso favore di uno che avendo per compagno, in una scuola in cui abbia sempre primeggiato, il figlio di un re, debba a tale fortuita circostanza il suo libero accesso a Palazzo e qualche udienza nella sala del Trono; Swann, con una benevolenza infinita e come se non fosse sovraccarico di occupazioni gloriose, mi faceva entrare nella sua biblioteca e lasciava che rispondessi per un’ora, con balbettamenti e timidi silenzi interrotti da brevi e inconsulti slanci di coraggio, a discorsi di cui l’emozione mi impediva d’afferrare anche una sola parola; mi mostrava opere d’arte e libri che riteneva suscettibili del mio interesse e che io, pur giudicandoli a priori e senza alcun dubbio infinitamente più belli di tutti i tesori custoditi al Louvre e alla Bibliothèque Nationale, non riuscivo a guardare. In quei momenti il maggiordomo di Swann mi avrebbe fatto un favore chiedendomi di regalargli il mio orologio, la mia spilla da cravatta, i miei stivaletti, e di sottoscrivere un atto che lo designasse mio erede: secondo la bella espressione popolare di cui, come per le più celebri epopee, non si conosce l’autore, ma che analogamente, e contro la teoria di Wolf, ne ha certamente uno (uno di quegli spiriti inventivi e modesti, come se ne incontrano ogni anno, che escogitano trovate del tipo “dare un nome a una faccia”, ma che il loro nome, invece, non ce lo fanno conoscere), non sapevo più quel che facessi. Al massimo, consideravo attonito, quando la visita andava per le lunghe, a che niente di realizzazione, a che assenza di lieto fine conducessero quelle ore vissute nella dimora incantata. Ma la mia delusione non aveva a che vedere né con l’insufficienza dei capolavori esibiti, né con l’impossibilità di fissare su di essi uno sguardo distratto. Giacché non era la bellezza intrinseca delle cose a rendermi miracoloso il fatto di trovarmi nello studio di Swann, ma l’aderenza a quelle cose – fossero anche le più brutte del mondo – del sentimento particolare, triste e voluttuoso, che da tanti anni localizzavo in esso e che ancora l’impregnava; allo stesso modo, la moltitudine degli specchi, delle spazzole d’argento, degli altarini a sant’Antonio da Padova scolpiti e dipinti dai più grandi artisti, amici suoi, non avevano alcun rapporto col sentimento della mia indegnità e della sua regale benevolenza ispiratomi da Madame Swann quando mi riceveva un istante nella sua camera, dove tre creature imponenti e leggiadre – la prima, la seconda e la terza cameriera – preparavano sorridendo toilettesmeravigliose, e verso la quale, trasmessomi dal domestico in polpe l’ordine secondo cui la signora desiderava dirmi una parola, mi dirigevo lungo il sentiero sinuoso di un corridoio tutto profumato a distanza dalle essenze preziose di cui continuavano a giungere dallo spogliatoio gli effluvi odoriferi.
Dopo che Madame Swann era ritornata alle sue visite, la sentivamo ancora parlare e ridere, perché anche con due persone, neppure dovesse tener testa a tutta la “compagnia”, elevava il tono di voce, lanciava battute, come tante volte aveva visto fare, nel “piccolo clan”, alla “padrona”, nei momenti in cui “dirigeva la conversazione”. Sono le espressioni prese di recente in prestito dagli altri quelle di cui, almeno per un po’ di tempo, preferiamo servirci, e così Madame Swann alternava modi di dire imparati da persone distinte che suo marito non aveva potuto fare a meno di presentarle (derivava da loro il manierismo consistente nel sopprimere l’articolo o il pronome dimostrativo davanti a un aggettivo che qualifica una persona) ad altri assai volgari (per esempio: «È una bazzecola!», espressione favorita di una sua amica), cercando di piazzarli in tutte le storie che, secondo un’abitudine contratta nel “piccolo clan”, amava raccontare. Dopo di che, diceva volentieri: «Mi piace molto questa storia», o: «Dovete ammettere che è davvero una bella storia!», frasario mutuato, tramite il marito, dai Guermantes, che lei non conosceva.
Madame Swann aveva ormai lasciato la sala da pranzo, ma il marito, appena tornato a casa, faceva a sua volta un’apparizione in mezzo a noi. «Sai se tua madre è sola, Gilberte? – No, papà, ha ancora gente. – Come, ancora? Alle sette! È spaventoso. Dev’essere a pezzi, poverina. È una cosa odiosa. (In famiglia avevo sempre sentito pronunciare odioso con la prima o aperta, mentre gli Swann dicevano odioso con la o chiusa.) Pensate, dalle due del pomeriggio! riprendeva girandosi verso di me. E mi ha detto Camille che fra le quattro e le cinque saranno venute dodici persone. Ma cosa dico dodici, deve avermi detto quattordici. Oppure no, dodici; insomma, non ricordo più. M’era sfuggito di mente che era il suo giorno, e quando sono tornato, vedendo tutte quelle carrozze davanti al portone, ho pensato che ci fosse qualche matrimonio. Poi, appena mi sono ritirato in biblioteca, il campanello non ha smesso un istante di suonare; parola mia, m’è venuto il mal di testa. E c’è ancora molta gente, da lei? – No, soltanto due visite. – Sai chi? – Madame Cottard e Madame Bontemps. – Ah! La moglie del capo di gabinetto del ministro dei Lavori pubblici. – So che il marito è impiegato in un ministero, ma non so bene che ci faccia, diceva Gilberte bamboleggiando.
– Ma come, sciocchina, parli come se avessi due anni. Impiegato in un ministero, dici? È appena appena capo di gabinetto, capo di tutta la baracca, anzi, cosa sto dicendo? parola mia, sono distratto quanto te, non è capo di gabinetto, è direttore generale del ministero.
– Che ne so io; è molto essere direttore generale?» replicava Gilberte, che non mancava mai di manifestare indifferenza verso tutto ciò che stimolava la vanità dei genitori (d’altra parte poteva pensare che, mostrando di non attribuirle eccessiva importanza, non faceva che mettere in risalto una relazione così strepitosa).
«Come, se è molto?» esclamava Swann, che a simile modestia, tale da potermi lasciare nel dubbio, preferiva un linguaggio più esplicito. «Ma è semplicemente il numero uno dopo il ministro! È addirittura più del ministro, è lui che fa tutto. Sembra, del resto, che sia un’intelligenza, un uomo di prim’ordine, una persona assolutamente notevole. È ufficiale della Legion d’onore. Una persona deliziosa, bel ragazzo per giunta.»
La moglie, anzi, l’aveva sposato mettendosi contro tutti perché era un uomo «di grande fascino». Aveva – ed è quanto basta a costituire un insieme raro e delicato – una barba bionda e morbida come seta, bei lineamenti, una voce nasale, l’alito cattivo e un occhio di vetro.
«Vi dirò, aggiungeva Swann rivolgendosi a me, che mi diverte molto vedere gente simile nell’attuale governo, perché si tratta dei Bontemps, della famiglia Bontemps-Chenut, tipica borghesia reazionaria, clericale, dalla mentalità ristretta. Il vostro povero nonno ha certamente conosciuto, almeno di fama e di vista, il vecchio Chenut, che dava appena un soldo di mancia ai vetturini pur essendo ricco per quei tempi, e il barone Bréau-Chenut. Tutto il patrimonio è andato perduto nel crac dell’Union Générale – voi siete troppo giovane per saperne qualcosa – e, perbacco!, si sono rifatti come hanno potuto.
– Ha una nipote che veniva alla mia scuola, in una classe molto più indietro della mia, la famosa “Albertine”. Diventerà sicuramente molto “fast”, ma per il momento ha un’aria buffa.
– È incredibile mia figlia, conosce tutti.
– Non è che la conosca. La vedevo solo passare, gridavano Albertine di qua, Albertine di là. Però conosco Madame Bontemps, e neanche lei mi piace.
– Hai assolutamente torto, è incantevole, graziosa, intelligente. E persino spiritosa. Andrò a salutarla, a chiederle se suo marito pensa che scoppierà la guerra, e se possiamo contare su re Teodosio. Deve pur saperlo, no, lui che è addentro alle segrete cose dei divini?»
Non è così che Swann parlava, una volta; ma chi non ha visto qualche principessa reale molto semplice – se una decina d’anni dopo, essendosi fatta rapire da un cameriere, cerca di riprendere un po’ di contatti con la gente e si accorge che nessuno viene più volentieri a casa sua – assumere spontaneamente il linguaggio delle vecchie scocciatrici; chi non le ha sentito dire, quando si cita una duchessa alla moda: «Era da me ieri», e: «Faccio una vita molto ritirata»? Insomma, è inutile osservare i costumi, dal momento che li si può dedurre dalle leggi psicologiche.
Gli Swann non erano esenti da questa debolezza delle persone che pochi frequentano; la visita, l’invito, una semplice parola gentile di qualcuno un po’ in vista erano per loro un avvenimento cui desideravano dare pubblicità. Se la malasorte faceva sì che i Verdurin fossero a Londra quando Odette aveva un pranzo un po’ brillante, ci si dava da fare perché qualche amico comune trasmettesse loro la notizia via cavo al di là della Manica. Nemmeno le lettere, i telegrammi lusinghieri ricevuti da Odette, erano capaci di tenerseli per sé. Ne parlavano agli amici, li facevano passare di mano in mano. Il salotto degli Swann assomigliava, così, a quegli alberghi di città termali dove si affiggono i messaggi.
Del resto, chi aveva conosciuto lo Swann di una volta non semplicemente al di fuori, come nel mio caso, ma all’interno della società mondana, in quella cerchia dei Guermantes dove, fatta eccezione per Altezze e Duchesse, si era infinitamente esigenti in fatto d’intelligenza e di charme, dove si decretava l’ostracismo a uomini eminenti giudicandoli noiosi o volgari, avrebbe avuto di che meravigliarsi constatando che Swann aveva cessato d’essere non soltanto discreto quando parlava delle proprie relazioni, ma anche difficile quando si trattava di sceglierle. Com’era possibile che Madame Bontemps, così ordinaria, così maligna, non lo esasperasse? Come faceva a proclamarla gradevole? Apparentemente, il ricordo della cerchia dei Guermantes avrebbe dovuto impedirglielo; in realtà, gli era di aiuto. Dai Guermantes, certo, a differenza che nei tre quarti degli ambienti mondani, c’era gusto, un gusto addirittura raffinato, ma anche snobismo: di qui la possibilità di un’interruzione momentanea nell’esercizio del gusto. Se si trattava di qualcuno che non era indispensabile al clan, di un ministro degli Esteri, repubblicano un po’ enfatico, di un accademico verboso, il gusto si esercitava a fondo contro di lui, Swann compiangeva Madame de Guermantes d’aver pranzato accanto a simili commensali in qualche ambasciata e si preferiva loro, mille volte, un uomo elegante, cioè un uomo della cerchia dei Guermantes, buono a nulla, ma in possesso dello spirito Guermantes, qualcuno della stessa parrocchia. Ma se una granduchessa, una principessa di sangue reale pranzava spesso da Madame de Guermantes, si trovava a far parte anch’essa della parrocchia senza averne alcun diritto, senza possederne affatto lo spirito. E, con l’ingenuità delle persone di mondo, dal momento che la si ammetteva ci si sforzava di trovarla simpatica, nell’impossibilità di dire che la si ammetteva perché la si trovava simpatica. Swann, venendo in aiuto di Madame de Guermantes, quando l’Altezza se n’era andata osservava: «In fondo è una buona donna, ha persino un certo senso del comico. Mio Dio, non credo che abbia approfondito la Critica della ragion pura, ma non è affatto sgradevole.
– Condivido pienamente il vostro parere, ribadiva la duchessa. E poi è ancora intimidita, ma vedrete che sa essere incantevole. – È molto meno noiosa di Madame XY (moglie dell’accademico verboso, e donna notevole), che è capace di citarvi venti volumi. – Ma proprio non c’è confronto!» La facoltà di dire cose del genere, di dirle sinceramente, Swann l’aveva acquisita in casa della duchessa, e l’aveva conservata. Adesso l’applicava nei riguardi delle persone che venivano a casa sua. Si sforzava di individuare, di amare in loro le qualità che ogni essere umano rivela se lo si esamina con prevenzione favorevole e non con il disgusto degli schifiltosi; metteva in risalto i meriti di Madame Bontemps come aveva fatto un tempo con quelli della principessa di Parma, la quale avrebbe dovuto essere esclusa dalla cerchia dei Guermantes se per un certo numero di Altezze non vi fosse stato ingresso di favore e se, anche per loro, si fosse davvero guardato soltanto all’intelligenza e al fascino. Abbiamo già visto, d’altronde, che Swann aveva la tendenza (cui, ora, dava semplicemente uno sfogo più durevole) a scambiare la propria situazione mondana con un’altra che, in determinate circostanze, gli risultava più conveniente. Solo chi è incapace di scomporre, nella percezione, ciò che a prima vista sembra indivisibile, crede che la situazione faccia corpo con la persona. Uno stesso individuo, considerato in momenti successivi della sua vita, si situa a vari livelli della scala sociale in ambienti che non necessariamente sono via via più elevati; e ogni volta che, in un diverso periodo dell’esistenza, annodiamo o riannodiamo legami con un determinato ambiente e sentiamo di esservi accolti amorevolmente, cominciamo con assoluta naturalezza ad aderirvi, e ad affondarvi le nostre umane radici.
Per quanto concerne Madame Bontemps, credo anche che Swann, parlando di lei con tanta insistenza, non si rammaricasse affatto al pensiero che i miei genitori venissero a conoscenza della sua visita a Odette. Per la verità, i nomi delle persone che a poco a poco Madame Swann riusciva a conoscere suscitavano, in casa nostra, più curiosità che ammirazione. Al nome di Madame Trombert, mia madre osservava:
«Ah! ecco una nuova recluta, e una che gliene procurerà altre.»
E, come paragonando il modo un po’ sommario, rapido e violento in cui Madame Swann conquistava le sue relazioni a una guerra coloniale, aggiungeva:
«Adesso che i Trombert sono sottomessi, le tribù limitrofe non tarderanno ad arrendersi.»
Se, per strada, incrociava Madame Swann, di ritorno a casa riferiva:
«Ho visto Madame Swann sul piede di guerra, stava certo partendo per qualche fruttuosa offensiva tra i Massechutos, i Singalesi o i Trombert.»
E di tutti i neofiti che le dicevo d’aver visto in quell’ambiente un po’ artificioso e composito dove, spesso, erano stati introdotti con notevole difficoltà e da mondi alquanto diversi, indovinava subito la provenienza, e ne parlava come di trofei acquistati a caro prezzo, dicendo:
«Frutto di una spedizione in casa Tal dei Tali.»
A proposito di Madame Cottard, mio padre si stupiva che Madame Swann scorgesse qualche vantaggio nell’accattivarsi quella borghese poco elegante, e commentava: «Malgrado la posizione del professore, confesso di non capire». Mia madre, invece, capiva benissimo; sapeva che gran parte dei piaceri che una donna prova nel penetrare in un ambiente diverso da quello in cui viveva prima le verrebbe meno se non potesse informare le sue antiche amicizie di quelle, relativamente più brillanti, con cui le ha sostituite. Occorre, per questo, un testimone, che si lascia penetrare in quel mondo nuovo e pieno di delizie come in un fiore un insetto ronzante e volubile, qualcuno che poi, seguendo il filo fortuito delle sue visite, diffonderà (o almeno lo si spera) la notizia, il germe trafugato dell’ammirazione e dell’invidia. Madame Cottard, fatta apposta per una parte simile, rientrava nella speciale categoria di invitati che la mamma, erede di certe sfumature dell’umorismo di suo padre, definiva “Straniero, va’ e riferisci a Sparta!”. D’altronde – eccettuata un’altra ragione che emerse solo parecchi anni dopo – Madame Swann, invitando ai suoi “pomeriggi” quell’amica benevola, riservata e modesta, non doveva temere d’introdursi in casa una traditrice o una concorrente. Sapeva quale enorme numero di calici borghesi quell’attiva operaia, una volta munitasi di aigrette e portabiglietti, poteva visitare in un solo pomeriggio. Conosceva la sua capacità di disseminazione e, basandosi sul calcolo delle probabilità, aveva motivo di credere che, molto verosimilmente, un certo habitué dei Verdurin già nel giro di un paio di giorni avrebbe appreso che il governatore di Parigi aveva lasciato da lei il suo biglietto da visita; oppure il signor Verdurin in persona si sarebbe sentito raccontare che Le Hault de Pressagny, presidente del Concorso ippico, li aveva portati, lei e Swann, al gala per re Teodosio; secondo lei, i Verdurin non sarebbero stati informati d’altro che di questi due avvenimenti per lei lusinghieri, giacché le particolari materializzazioni sotto le quali noi ci raffiguriamo e perseguiamo la gloria sono poco numerose per una nostra carenza mentale, incapaci come siamo d’immaginare ad un tempo tutte le forme che, sia pure in modo approssimativo, speriamo tuttavia ch’essa non mancherà di rivestire, simultaneamente, per noi.
D’altra parte, Madame Swann aveva ottenuto dei risultati solo nel cosiddetto “mondo ufficiale”. A casa sua, le donne eleganti non ci andavano. Non era stata la presenza di notabili repubblicani a farle fuggire. All’epoca della mia prima infanzia, tutto ciò che apparteneva alla società conservatrice era mondano, e in un salotto a modo non si sarebbe mai potuto ricevere un repubblicano. Le persone che vivevano in un ambiente del genere immaginavano che l’impossibilità di invitare un “opportunista”, e a maggior ragione un orrendo “radicale”, sarebbe durata per sempre, come le lampade a olio e gli omnibus a cavalli. Ma la società, simile ai caleidoscopi che di tanto in tanto girano, dispone in modo di volta in volta diverso elementi che s’erano creduti immutabili, e compone altre figure. Quando non avevo ancora fatto la prima comunione, certe dame benpensanti restavano stupefatte incontrando in qualche salotto un’elegante ebrea. Queste nuove disposizioni del caleidoscopio sono prodotte da quello che un filosofo definirebbe “mutamento di criterio”. Ne introdusse uno nuovo l’affare Dreyfus, in un periodo di poco posteriore a quello in cui cominciavo a frequentare casa Swann, e ancora una volta il caleidoscopio rimescolò le sue piccole losanghe colorate. Tutto ciò che era ebreo scivolò in basso, compresa la signora elegante, e ne occuparono il posto oscuri nazionalisti. Il salotto di un principe austriaco e ultracattolico diventò il più brillante di Parigi. Se, invece dell’affare Dreyfus, fosse sopraggiunta una guerra con la Germania, il caleidoscopio sarebbe girato in un altro senso. Gli ebrei, dimostrando fra la stupefazione generale il proprio patriottismo, avrebbero mantenuto le posizioni raggiunte, e nessuno avrebbe più voluto andare, e nemmeno confessare d’essere mai andato, in casa del principe austriaco. Eppure, ogni volta che la società rimane momentaneamente immobile, chi ci vive si figura che non interverrà più nessun cambiamento, così come, avendo assistito all’avvento del telefono, si rifiuta di credere all’aeroplano. Nel frattempo, i filosofi del giornalismo stigmatizzano il periodo precedente: non solo il genere di divertimenti allora in voga, che adesso appaiono loro come il non plus ultra della corruzione, ma anche le opere degli artisti e dei filosofi, ormai prive ai loro occhi di qualsiasi valore, come se fossero indissolubilmente legate ai vari modi in cui via via si atteggia la frivolezza mondana. La sola cosa che non cambia è che, ogni volta, sembra che ci sia “qualcosa di cambiato in Francia”. Al tempo in cui frequentavo la casa di Madame Swann, non era ancora scoppiato l’affare Dreyfus, e certi grandi ebrei erano molto potenti. Nessuno lo era più di sir Rufus Israels, la cui consorte, lady Israels, era zia di Swann. Personalmente, questa signora non aveva amicizie eleganti come quelle di suo nipote, il quale, d’altra parte, non essendole affezionato, non l’aveva mai molto coltivata, benché verosimilmente dovesse ereditarne le sostanze. Ma, fra le parenti di Swann, lei era la sola consapevole della posizione mondana di lui, riguardo alla quale le altre erano rimaste sempre immerse nella stessa ignoranza che era stata a lungo la nostra. Quando uno dei componenti d’una famiglia emigra nell’alta società – e si crede protagonista d’un fenomeno unico, mentre a distanza di dieci anni scoprirà che ci è riuscito, in altro modo e per ragioni diverse, più d’un giovanotto insieme al quale è cresciuto – descrive intorno a sé una zona d’ombra, una terra incognita che, ben visibile in ogni minima sfumatura per chi vi abita, non è che notte, puro nulla per chi non vi ha accesso e la costeggia senza sospettarne, vicinissima a sé, l’esistenza. Poiché nessuna Agenzia Havas aveva ragguagliato le cugine di Swann circa le persone da lui frequentate, erano sorrisi di condiscendenza (prima, si capisce, del suo orribile matrimonio) quelli con cui, durante i pranzi di famiglia, ci si raccontava d’avere “virtuosamente” impiegato la domenica in una visita al “cugino Charles”, al quale, credendolo un po’ invidioso e parente povero, si affibbiava spiritosamente, giocando sul titolo del romanzo di Balzac, il nomignolo di “Cousin Bête. Lady Rufus Israels, invece, sapeva perfettamente chi fossero le persone che prodigavano a Swann un’amicizia di cui lei era gelosa. La famiglia di suo marito, che era press’a poco sullo stesso piano dei Rothschild, curava da parecchie generazioni gli affari dei principi d’Orléans. Lady Israels, ricchissima, vantava una grande influenza, e l’aveva esercitata per far sì che nessuna persona di sua conoscenza ricevesse Odette. Una sola, di nascosto, aveva disobbedito: la contessa di Marsantes. Ora, la sfortuna aveva voluto che, un giorno in cui Odette era andata a far visita a Madame de Marsantes, quasi contemporaneamente fosse arrivata lady Israels. Madame de Marsantes era sulle spine. Con la vigliaccheria della gente che pure potrebbe permettersi tutto, non una sola volta rivolse la parola a Odette, la quale non ne fu certo incoraggiata a spingere oltre la propria incursione in un mondo che, del resto, non era assolutamente quello in cui le sarebbe piaciuto essere accolta. In questo totale disinteresse per il faubourg Saint-Germain, Odette continuava a comportarsi da cocotte illetterata, ben diversa dalle borghesi che padroneggiano ogni minima questione di genealogia e ingannano con la lettura degli antichi memoriali la sete di relazioni aristocratiche di cui la vita reale non le rifornisce. E, d’altro canto, Swann continuava indubbiamente a comportarsi da amante cui tutte le particolarità della donna un tempo amata sembrano piacevoli o inoffensive, poiché spesso sentii sua moglie proferire autentiche eresie mondane senza che lui (per residua tenerezza, mancanza di stima, o pigrizia nel perfezionarla) cercasse di correggerle. Giocava in questo, forse, anche una forma di quella semplicità che per tanto tempo, a Combray, ci aveva tratti in inganno, e in forza della quale adesso, pur mantenendosi in rapporto, almeno per conto suo, con persone assai brillanti, non aveva piacere che nel salotto della moglie, durante la conversazione, si mostrasse di attribuire loro una qualche importanza. Per Swann, d’altronde, ne avevano meno che mai, ora che il baricentro della sua vita si era spostato. In ogni caso, l’ignoranza mondana di Odette era tale che se, conversando, si faceva il nome della principessa di Guermantes dopo quello della duchessa sua cugina: «To’, osservava Odette, sono principi, allora sono saliti di grado». Se qualcuno, parlando del duca di Chartres, lo indicava come “il principe”, lei rettificava: «Il duca, è duca di Chartres, non principe». Riguardo al duca d’Orléans, figlio del conte di Parigi: «Che buffo, il figlio è più del padre», non mancando di aggiungere, da brava anglomane: «Si fa una gran confusione con queste “Royalties”»; e a una persona che le chiedeva di quale provincia fossero i Guermantes, rispose: «Dell’Aisne».
La cecità di Swann di fronte a Odette, del resto, non si arrestava a queste lacune della sua educazione, ma si estendeva anche alla mediocrità della sua intelligenza. Di più: ogni volta che Odette raccontava una storia insulsa, Swann l’ascoltava con un compiacimento, un’allegria, quasi un’ammirazione in cui doveva insinuarsi qualche residuo di voluttà; mentre tutto ciò che lui stesso, nella medesima conversazione, poteva dire di acuto, addirittura di profondo, Odette l’ascoltava in genere senza interesse, ben presto con impazienza, e talvolta contraddicendolo con asprezza. E se ne concluderà che questo asservimento della finezza alla volgarità rappresenta la regola in molte unioni, solo che si pensi, inversamente, a quante donne superiori si lasciano sedurre da un cafone, censore spietato dei loro motti più squisiti, mentre loro vanno in estasi, con l’infinita indulgenza della tenerezza, per le sue più triviali facezie. Tornando alle ragioni che, a quel tempo, impedirono a Odette di penetrare nel faubourg Saint-Germain, bisogna dire che il più recente sovvertimento del caleidoscopio mondano era stato provocato da una serie di scandali. Si era scoperto che alcune donne dalle quali ci si recava con assoluta fiducia erano delle prostitute, delle spie inglesi. Per un po’ di tempo si sarebbe chiesto alle persone – così almeno si pensava – d’essere innanzitutto molto a posto, molto per bene... Odette incarnava esattamente tutto ciò con cui si erano appena tagliati e, d’altronde, immediatamente ripristinati i ponti (giacché gli uomini, che non cambiano dall’oggi al domani, cercano in un nuovo regime la continuazione dell’antico), ma cercandolo sotto una forma diversa, grazie alla quale si potesse soccombere all’inganno e credere di non trovarsi più nella società di prima della crisi. Ora, Odette assomigliava troppo alle signore “bruciate” di quella società. Le persone di mondo sono fortemente miopi: nel momento in cui troncano ogni rapporto con le signore israelite che frequentavano, mentre si chiedono come faranno a riempire quel vuoto, ecco che scorgono, spuntata all’improvviso, si direbbe quasi col favore di una notte tempestosa, una nuova signora, israelita anch’essa ma, grazie alla novità, non associata nel loro cervello, come le precedenti, a ciò che credono di dover detestare. Questa non pretende che si rispetti il suo Dio. Viene adottata. Non era questione, nel periodo in cui cominciai a frequentare casa Swann, di antisemitismo. Ma Odette assomigliava a ciò che, per qualche tempo, si voleva fuggire.
Swann, dal canto suo, andava spesso a far visita alle vecchie conoscenze, tutte appartenenti alla più alta società. Tuttavia, quando ce ne parlava, notai come la scelta ch’egli operava tra le relazioni d’un tempo fosse guidata da quello stesso genere di gusto, per metà artistico, per metà storico, che ispirava il suo collezionismo. E osservando che, spesso, era questa o quella gran dama declassata a interessarlo perché era stata l’amante di Liszt o perché Balzac aveva dedicato un romanzo a sua nonna (così come acquistava un disegno se l’aveva descritto Chateaubriand), mi venne il sospetto che, a Combray, all’errore di considerare Swann un borghese che non andava in società avessimo sostituito un altro errore, quello di considerarlo uno degli uomini più eleganti di Parigi. Essere amico del conte di Parigi non significa nulla. Quanti ce ne sono, di questi “amici dei principi”, che in un salotto un po’ chiuso non sarebbero ammessi? I principi sanno di essere principi, non sono snob, e poi si credono talmente superiori a chi non è del loro sangue da vedere gran signori e borghesi, sotto di sé, press’a poco allo stesso livello.
Del resto, Swann non s’accontentava di cercare nella società quale di fatto si presenta, e applicandosi ai nomi che il passato vi ha iscritti e che ancora vi si possono leggere, un semplice piacere di letterato e d’artista, ma trovava un divertimento abbastanza volgare nel comporre delle specie di bouquets sociali raggruppando elementi eterogenei, riunendo persone prelevate qua e là. Queste esperienze di sociologia divertente (o che a Swann sembrava tale) non avevano su tutte le amiche di sua moglie – o, almeno, non in modo costante – la stessa ripercussione. «Vorrei invitare insieme i Cottard e la duchessa di Vendôme», diceva ridendo a Madame Bontemps, col tono ghiotto di un gourmet che ha concepito, e si propone di compiere, il tentativo di sostituire, in una salsa, i chiodi di garofano con il pepe di Caienna. Ora, questo progetto che in effetti sarebbe parso faceto, nel senso antico del termine, ai Cottard, aveva la proprietà di esasperare Madame Bontemps, che di recente era stata presentata dagli Swann alla duchessa di Vendôme e aveva trovato la cosa non meno gradevole che naturale. Vantarsene con i Cottard, mettendoli al corrente, non era stata la parte meno gustosa del suo piacere. Ma come i neodecorati che, appena lo diventano, vorrebbero veder subito chiuso il rubinetto delle croci, Madame Bontemps si augurava che, dopo di lei, nessun altro componente del suo mondo venisse presentato alla principessa. Malediceva, dentro di sé, il gusto depravato che, per realizzare una miserabile bizzarria estetica, spingeva Swann a dissipare in un sol colpo tutta la polvere che lei aveva gettato negli occhi dei Cottard parlando loro della duchessa di Vendôme. Avrebbe trovato il coraggio di annunciare al marito che il professore e sua moglie stavano per partecipare a loro volta d’un piacere di cui gli aveva vantato l’unicità? Se, almeno, i Cottard avessero potuto sapere che non li si invitava sul serio, ma per divertirsi! È vero che anche i Bontemps li si era invitati allo stesso scopo, ma poiché Swann aveva contratto dall’aristocrazia quell’eterno dongiovannismo che, fra due donne da nulla, fa credere a ciascuna che è lei ad essere amata davvero, aveva parlato a Madame Bontemps della duchessa di Vendôme come di una persona con la quale era perfettamente indicato che lei pranzasse. «Sì, pensiamo di invitare la principessa con i Cottard, disse qualche settimana più tardi Madame Swann, mio marito crede che da questa combinazione possa nascere qualcosa di divertente», giacché, se del “piccolo clan” aveva conservato alcune abitudini care a Madame Verdurin, come quella di parlare a voce molto alta per farsi sentire da tutti i fedeli, usava in compenso certe espressioni – come “combinazione” – care al giro dei Guermantes, del quale subiva così a distanza e a sua insaputa l’attrazione, come il mare con la luna, senza tuttavia avvicinarglisi in modo sensibile. «Sì, i Cottard e la duchessa di Vendôme, non vi sembra che sarà buffo?», domandò Swann. «Secondo me andrà malissimo e non vi procurerà altro che fastidi, non bisogna scherzare col fuoco», replicò, furente, Madame Bontemps. Lei e suo marito, per altro, e il principe d’Agrigento, furono invitati a quel pranzo, che Madame Bontemps e Cottard raccontarono poi in due diversi modi a seconda delle persone cui si rivolgevano. Ad alcuni, sia Madame Bontemps che Cottard, ciascuno individualmente, richiesti di riferire chi altro ci fosse a pranzo, rispondevano con noncuranza: «C’era solo il principe d’Agrigento, è stato un pranzo rigorosamente intimo». Ma altri rischiavano d’essere meglio informati (una volta, un tale aveva persino chiesto a Cottard: «Ma non c’erano anche i Bontemps? – Me n’ero scordato», aveva risposto Cottard, arrossendo, a quell’importuno, che aveva classificato per sempre tra le malelingue). Per costoro, tanto i Bontemps quanto i Cottard adottarono, senza consultarsi, una versione dove, entro un’identica cornice, variavano soltanto i loro rispettivi nomi. Diceva Cottard: «Ebbene, c’erano solo i padroni di casa, il duca e la duchessa di Vendôme – (sorridendo con sussiego) il professor Cottard e signora e, in fede mia, sa il diavolo perché, visto che c’entravano come i cavoli a merenda, i due Bontemps». Madame Bontemps recitava esattamente lo stesso brano, solo che erano il signore e la signora Bontemps a venir nominati, con enfasi soddisfatta, fra la duchessa di Vendôme e il principe d’Agrigento, mentre i poveracci che, alla fine, accusava d’essersi invitati da soli, e che stonavano, erano i Cottard.
Spesso, Swann tornava dalle sue visite poco prima di pranzo. Era il momento, le sei di sera, in cui un tempo si sentiva tanto infelice; ma adesso non si chiedeva più cosa stesse facendo Odette, e poco gli interessava se avesse ospiti o fosse uscita. A volte ricordava che un giorno, molti anni prima, aveva tentato di leggere attraverso la busta una lettera di Odette a Forcheville. Ma quel ricordo non gli dava nessun piacere e, anziché approfondire la vergogna che ne provava, preferiva indulgere a una piccola smorfia con l’angolo della bocca, completata all’occorrenza da un cenno del capo, che significava: «Cosa me ne importa?». Certo, egli pensava adesso che l’ipotesi a quei tempi spesso contemplata, secondo la quale erano solo le immaginazioni della sua gelosia a contaminare la vita, in realtà innocente, di Odette, che tale ipotesi (in fin dei conti benefica, giacché, fin tanto ch’era durata la sua malattia amorosa, aveva attenuato le sue sofferenze facendogliele apparire immaginarie) non era esatta, che era stata la sua gelosia a vedere giusto, e che se Odette l’aveva amato più di quanto egli avesse creduto, l’aveva anche ingannato di più. Allora, mentre soffriva tanto, aveva giurato a se stesso che, non appena avesse finito di amarla e non avesse più temuto di irritarla o di farle credere che l’amava troppo, si sarebbe concesso la soddisfazione di appurare con Odette, per semplice amore della verità e quasi per uno scrupolo storico, se Forcheville era o non era a letto con lei il giorno nel quale lui, Swann, aveva suonato e bussato alla finestra senza che gli venisse aperto e Odette, poi, aveva scritto a Forcheville che a bussare era stato un suo zio. Ma questo problema così interessante, per il cui chiarimento Swann aspettava solo la fine della propria gelosia, aveva perso ai suoi occhi qualsiasi interesse proprio quando egli aveva smesso d’essere geloso. Non immediatamente, però. Già non provava più alcuna gelosia nei confronti di Odette, e ancora il giorno di quel suo vano bussare, nel pomeriggio, alla porta della palazzina di rue La Pérouse, la smuoveva dentro di lui. Era come se la gelosia, un po’ simile, in questo, a quelle malattie che sembrano avere la loro sede, la loro fonte di contagio non tanto in certe persone quanto in certi luoghi, in certe case, avesse per oggetto, più che la stessa Odette, quel giorno, quell’ora d’un passato perduto in cui Swann aveva bussato a tutti gli ingressi della palazzina. Si sarebbe detto che quel giorno, quell’ora, ed essi soltanto, avessero fissato le poche residue particelle dell’antica personalità amorosa di Swann, e che solo là, ormai, gli avvenisse di ritrovarle. Da molto tempo non gli importava nulla che Odette l’avesse tradito, e lo tradisse ancora. Eppure, per anni, aveva continuato a cercare i vecchi domestici di Odette, tanto aveva resistito in lui la curiosità dolorosa di sapere se quel giorno così remoto, alle sei, Odette era a letto con Forcheville. Poi, la curiosità stessa era scomparsa, senza per altro far cessare le sue indagini. Continuava a sforzarsi di scoprire qualcosa che non lo interessava più, perché il suo io di una volta, giunto all’estrema decrepitezza, agiva ancora meccanicamente, sulla base di preoccupazioni a tal punto abolite che Swann non riusciva neanche più a raffigurarsi quell’angoscia, pure un tempo così forte da non lasciargli immaginare, allora, che se ne sarebbe mai liberato, e da fargli credere che solo la morte di colei che amava (quella morte che – come dimostrerà più avanti, in questo libro, una crudele controprova – non diminuisce affatto le sofferenze della gelosia) fosse capace di spianargli la strada, completamente sbarrata, della vita.
Ma quello di chiarire, un giorno, i fatti della vita di Odette che gli avevano causato tante sofferenze, non era stato l’unico desiderio di Swann; aveva messo in serbo anche quello di vendicarsene quando di Odette, non amandola più, non avesse avuto più paura; ora si presentava appunto l’occasione di esaudire questo secondo desiderio, perché Swann amava un’altra donna che non gli dava motivi di gelosia e della quale, nondimeno, era geloso, dal momento che non riusciva più a rinnovare il proprio modo d’amare ed era ancora di quello applicato con Odette che si serviva con un’altra. Perché la gelosia di Swann rinascesse non era indispensabile che questa donna gli fosse infedele, bastava che per una qualunque ragione si fosse trovata lontana da lui, a un ricevimento per esempio, e mostrasse d’essersi divertita. Bastava questo a risvegliare in lui l’antica angoscia, lamentevole e contraddittoria escrescenza del suo amore, che allontanava Swann da ciò che lei era come un bisogno di raggiungere qualcosa (il sentimento reale che la giovane donna nutriva per lui, il desiderio nascosto delle sue giornate, il segreto del suo cuore), perché fra Swann e colei ch’egli amava quell’angoscia frapponeva un ammasso refrattario di sospetti antecedenti, che avevano la loro causa in Odette o, forse, in un’altra ancora, venuta prima di Odette, e non permettevano più all’amante invecchiato di conoscere la sua attuale amante se non attraverso il fantasma remoto e collettivo della “donna che suscitava la sua gelosia”, fantasma in cui aveva arbitrariamente incarnato il suo nuovo amore. Spesso, tuttavia, Swann accusava questa gelosia di evocargli tradimenti immaginari; ma ricordava, allora, di aver fatto beneficiare Odette dello stesso ragionamento, e a torto. Così, tutto ciò che faceva la giovane donna amata durante le ore che non passava con lui perdeva ai suoi occhi la propria innocenza. Ma mentre, in passato, egli aveva fatto il giuramento, se mai avesse smesso d’amare colei che non immaginava sarebbe diventata un giorno sua moglie, di manifestarle implacabilmente un’indifferenza finalmente sincera per vendicare il proprio orgoglio a lungo umiliato, tali rappresaglie, che gli erano ormai consentite senza alcun rischio (che importanza poteva avere l’esser preso in parola e privato da Odette di quegli incontri di cui un tempo non avrebbe saputo fare a meno?), tali rappresaglie, adesso, non significavano più nulla; insieme con l’amore, era scomparso il desiderio di mostrare che in lui non c’era più amore. E lo stesso uomo che, quando soffriva per Odette, avrebbe tanto voluto farle vedere, un giorno, d’essere innamorato di un’altra, ora che ne aveva la possibilità prendeva mille precauzioni perché la moglie non sospettasse il suo nuovo amore.
Non solo ero stato ormai ammesso alle merende per le quali, un tempo, avevo assaporato la tristezza di vedere Gilberte allontanarsi da me e rincasare più presto, ma anche le sortite che faceva con la madre per andare a passeggio o a una matinée – e che, impedendole di venire ai Champs-Élysées, privandomi di lei, mi lasciavano solo lungo il prato o davanti ai cavalli di legno – anche a quelle, adesso, gli Swann mi facevano partecipare, avevo un posto nel loro landò ed era a me, persino, che chiedevano se preferissi andare a teatro, a una lezione di danza in casa d’una compagna di Gilberte, a una riunione mondana in casa di amici degli Swann (lei la definiva “un piccolo meeting”) o a visitare le tombe di Saint-Denis.
Freccia che punta in alto a destra Quando dovevo uscire con gli Swann, andavo da loro per la colazione, che Madame Swann chiamava «lunch»; siccome l’invito era per mezzogiorno e mezzo, mentre a quei tempi i miei genitori facevano colazione alle undici e un quarto, loro s’erano già alzati da tavola nel momento in cui io m’incamminavo verso quel quartiere lussuoso, abbastanza solitario durante tutto il giorno, ma particolarmente a quell’ora in cui tutti erano a casa. Anche d’inverno e col gelo, se il tempo era bello, rinsaldando di tanto in tanto il nodo d’una magnifica cravatta di Charvet e controllando che i miei stivaletti di vernice non si fossero sporcati, passeggiavo in lungo e in largo nelle avenues aspettando le dodici e ventisette. Vedevo da lontano, nel giardinetto degli Swann, gli alberi spogli scintillare al sole come fossero coperti di brina. È pur vero che di alberi, in quel giardinetto, ce n’erano solo due. L’irregolarità dell’ora rendeva nuovo lo spettacolo. A questi piaceri naturali (ravvivati dalla soppressione dell’abitudine, e dalla stessa fame) si mischiava la prospettiva emozionante della colazione da Madame Swann, prospettiva che, senza diminuirli, li dominava, asservendoli, facendone degli accessori mondani; e così, se a quell’ora in cui di solito non li percepivo mi sembrava di scoprire il bel tempo, il freddo, la luce invernale, era come una sorta di prefazione per le uova alla crema, come una patina, una rosea, fresca pellicola aggiunta al rivestimento di quella misteriosa cappella ch’era la dimora di Madame Swann, nel cui cuore c’erano invece tanto calore, tanti profumi e tanti fiori.
A mezzogiorno e mezzo, finalmente, mi decidevo a entrare in quella casa che, come una grossa scarpa di Natale, sembrava promettermi piaceri sovrannaturali. (Il termine “Natale”, per altro, era sconosciuto a Madame Swann e a Gilberte, che l’avevano sostituito con “Christmas”e non parlavano che del pudding di Christmas, dei regali ricevuti per Christmas, di quando sarebbero partite – annuncio che mi rendeva pazzo di dolore – per Christmas. Anche a casa, mi sarei sentito disonorato parlando di Natale, e non dicevo più che Christmas, cosa che mio padre trovava estremamente ridicola.)
Dapprima incontravo solo un domestico, il quale, dopo avermi fatto attraversare parecchi grandi salotti, m’introduceva in uno piccolo, vuoto, che già l’azzurro pomeriggio delle sue finestre cominciava a render sognante; restavo solo in compagnia di orchidee, rose e violette che – simili a persone sconosciute sedute, in attesa, accanto a noi – mantenevano un silenzio reso più impressionante dalla loro individualità di cose viventi, e assorbivano freddolose il calore d’un fuoco incandescente di carbone, preziosamente protetto da una vetrina di cristallo dentro una piccola vasca di marmo bianco dove, di tanto in tanto, faceva crollare i suoi minacciosi rubini.
Mi ero seduto, ma mi alzavo precipitosamente sentendo aprirsi la porta; era solo un secondo domestico, poi un terzo, e il magro risultato cui approdava il loro andare e venire invano emozionante era l’aggiunta d’un po’ di carbone nel focolare o d’acqua nei vasi. Se ne andavano, mi ritrovavo solo, una volta richiusa quella porta che Madame Swann avrebbe pur finito con l’aprire. E, certo, nell’antro d’un mago avrei provato un turbamento minore che in quel salottino d’attesa, dove mi sembrava che il fuoco procedesse a qualche trasmutazione come nel laboratorio di Klingsor. Un nuovo rumore di passi risuonava, non mi alzavo, doveva essere un altro domestico, era Swann. «Come? Siete solo? Che volete, mia moglie, poverina, non ha mai avuto il senso del tempo. L’una meno dieci. Ogni giorno più tardi. E vedrete che arriverà senza affannarsi, convinta d’essere in anticipo.» E poiché Swann era ancora, come prima, neuro-artritico, ed era diventato un po’ ridicolo, avere una moglie così poco puntuale, che rincasava tanto tardi dal Bois, perdeva ore e ore dalla sarta e non era mai in orario per la colazione, gli dava qualche preoccupazione per il suo stomaco, ma lusingava il suo amor proprio.
Mi mostrava qualche acquisto recente e me ne spiegava l’interesse, ma l’emozione, unita alla mancanza d’abitudine nel ritrovarmi ancora digiuno a quell’ora, mettendomi la testa in subbuglio vi creava il vuoto, di modo che, se ero in grado di parlare, non lo ero di capire. A me, d’altronde, le opere d’arte possedute da Swann bastava che fossero situate in casa sua, che facessero parte dell’ora deliziosa che precedeva la colazione. Ci fosse anche stata la Gioconda, non ne avrei ricavato maggior piacere che da una vestaglia di Madame Swann, o dai suoi flaconi di sali.
Prolungavo l’attesa, da solo o con Swann, e spesso con Gilberte, venuta a tenerci compagnia. Mi sembrava che l’arrivo di Madame Swann, preparato da tante maestose comparse, dovesse essere qualcosa d’immenso. Spiavo ogni scricchiolìo. Ma quando mai una cattedrale, un’onda del mare in tempesta, il salto d’un ballerino ci appaiono alti come li avevamo sperati? Dopo quei domestici in livrea, simili ai figuranti il cui corteo, a teatro, prepara, e per ciò stesso attenua, l’apparizione finale della regina, Madame Swann, entrando furtivamente in paltoncino di lontra, la veletta abbassata sul naso rosso per il gelo, non manteneva le promesse prodigate durante l’attesa alla mia fantasia.
Quando, invece, era rimasta in casa tutta la mattina, faceva il suo ingresso in salotto con una veste da camera di crêpe de Chine chiaro che mi sembrava più elegante di qualsiasi abito.
Qualche volta gli Swann decidevano di non uscire per tutto il pomeriggio. E allora, dato che s’era mangiato così tardi, ben presto vedevo declinare sul muro del giardinetto il sole di quel giorno che avevo immaginato così diverso dagli altri, e i domestici avevano un bel portare lampade di tutte le dimensioni e di tutte le forme, ciascuna destinata a bruciare sull’altare consacrato di una mensola, di un guéridon, di una “angoliera”, di un tavolino, come per la celebrazione di un culto sconosciuto: dalla conversazione non scaturiva niente di straordinario, e me ne andavo deluso, come spesso, da bambini, dopo la messa di mezzanotte.
Ma il mio non era che un disappunto mentale. Irradiavo gioia in quella casa dove Gilberte, se non era ancora con noi, lo sarebbe stata un istante dopo, e m’avrebbe donato per ore la sua parola, il suo sguardo attento e sorridente, così come l’avevo còlto per la prima volta a Combray. Tutt’al più ero un po’ geloso vedendola spesso scomparire in grandi stanze cui s’accedeva da una scala interna. Costretto a restare in salotto, come lo spasimante di un’attrice che dispone solo di una poltrona in platea e fantastica inquieto su quel che succede fra le quinte, nel foyer degli attori, rivolsi a Swann, a proposito di quest’altra parte della casa, alcune domande sapientemente velate, ma in un tono dal quale non mi riuscì d’escludere una certa ansietà. Swann mi spiegò che la stanza dove si recava Gilberte era il guardaroba, s’offerse di mostrarmela e mi promise che quando a Gilberte fosse capitato di andarci le avrebbe detto di portarmi con sé. Con queste ultime parole, e la distensione che mi procurarono, Swann eliminò di colpo dentro di me una di quelle angosciose distanze interiori al di là delle quali una donna di cui siamo innamorati ci appare così lontana. In quel momento provai nei suoi confronti una tenerezza che credetti più profonda della mia tenerezza per Gilberte. Infatti, padrone di sua figlia, non esitava a darmela, mentre lei a volte si rifiutava; su lei direttamente non avevo quel dominio che esercitavo indirettamente tramite Swann. E poi lei l’amavo, e non potevo dunque vederla senza quel turbamento, quel desiderio di qualcosa di più che ci toglie, quando siamo accanto all’essere amato, la sensazione d’amare.
Perlopiù, d’altronde, non restavamo a casa, andavamo a passeggio. A volte, prima d’andare a vestirsi, Madame Swann si metteva al pianoforte. Le sue belle mani, sbucando dalle maniche rosa, o bianche, spesso dai colori vivacissimi, della vestaglia di crêpe de Chine, stendevano sul piano le falangi con la stessa malinconia che era nei suoi occhi ma non nel suo cuore. Uno di quei giorni capitò che eseguisse per me la parte della Sonata di Vinteuil con la piccola frase che Swann aveva tanto amata. Ma spesso, quando si tratta d’una musica un po’ complicata che si ascolta per la prima volta, non si sente niente. E tuttavia, più tardi, dopo che la Sonata mi fu riproposta due o tre volte, mi sorpresi a conoscerla perfettamente. Non si sbaglia, dunque, quando si dice “sentire per la prima volta”. Se veramente, come ci è parso, al primo ascolto non avessimo afferrato nulla, la seconda, la terza sarebbero ancora delle prime volte, e non ci sarebbe nessuna ragione per cui alla decima se ne debba capire qualcosa di più. Probabilmente, ciò che la prima volta fa difetto non è la comprensione, ma la memoria. Infatti, rispetto alla complessità delle impressioni cui deve far fronte mentre ascoltiamo, la nostra memoria è infima, corta come quella d’un uomo che, dormendo, pensa mille cose di cui subito si dimentica, o d’un uomo per metà regredito all’infanzia che dopo un minuto non ricorda quello che gli si è appena detto. Non è in grado, la memoria, di fornirci immediatamente il ricordo di queste impressioni multiple. Esso, piuttosto, si forma a poco a poco dentro di lei, e nei confronti di opere che abbiamo ascoltate due o tre volte noi ci troviamo nella situazione di uno studente che, ripassata diverse volte una lezione prima di addormentarsi, è convinto di non saperla, mentre la mattina dopo la recita a memoria. Semplicemente, fino a quel giorno non avevo ancora sentito una sola nota di quella Sonata, e là dove Swann e sua moglie scorgevano una frase distinta, questa era tanto lontana dalla chiarezza della mia percezione quanto un nome che ci si sforza di ricordare e al cui posto non si trova che un nulla, un nulla dal quale, un’ora più tardi, mentre non ci pensiamo, salteranno fuori da sole, in un unico balzo, le sillabe dapprima vanamente sollecitate. E non solo non ci si impadronisce subito delle opere davvero rare, ma all’interno di ciascuna di esse, ed è quanto mi accadde con la Sonata di Vinteuil, le parti che si colgono per prime sono proprio le meno pregiate. E così, il mio errore non era solo di pensare che l’opera non mi riservasse più niente (il che mi indusse a lasciar passare molto tempo senza cercare di ascoltarla) dal momento che Madame Swann me ne aveva proposto la frase più famosa (in questo non ero meno sciocco di chi non spera più di provare stupore davanti a San Marco di Venezia perché qualche fotografia gli ha rivelato la forma delle sue cupole). C’era ben altro: anche quando l’ebbi ascoltata da cima a fondo, la Sonata mi restò quasi del tutto invisibile, come un monumento del quale la distanza o la bruma non lasciano trasparire che esigue porzioni. Di qui la malinconia che accompagna la conoscenza di simili opere, come di tutto ciò che si realizza nel tempo. Quando l’essenza più nascosta della Sonata di Vinteuil mi si manifestò, quel che avevo còlto, preferito a tutta prima, cominciava già, strappato dall’abitudine al controllo della mia sensibilità, a sfuggirmi, ad allontanarsi da me. Non avendo potuto amare che in tempi successivi tutto ciò che la Sonata mi offriva, non la possedetti mai per intero: somigliava alla vita. Ma, meno deludenti di questa, i grandi capolavori non cominciano mai col darci il meglio di sé. Nella Sonata di Vinteuil, le bellezze che si scoprono per prime sono anche quelle di cui ci si stanca più in fretta, e indubbiamente per la stessa ragione, cioè perché sono quelle che meno differiscono da quanto già conoscevamo. Ma quando queste si sono allontanate, ci resta da amare quella certa frase il cui ordine, troppo nuovo per offrire al nostro intelletto altro che confusione, ce l’aveva resa impercettibile e serbata intatta; allora, lei davanti alla quale passavamo ogni giorno senza saperlo e che s’era tenuta in disparte, lei che per il solo potere della sua bellezza era divenuta invisibile e rimasta ignota, viene per ultima a noi. Ma sarà anche l’ultima che noi lasceremo. E l’ameremo più a lungo delle altre, perché ci sarà voluto più tempo per amarla. Del resto, il tempo che occorre a un individuo – come occorse a me con quella Sonata – per penetrare un’opera un po’ profonda è il semplice compendio e come il simbolo degli anni, dei secoli a volte, che trascorrono prima che il pubblico possa amare un capolavoro veramente nuovo. E così, per risparmiarsi le incomprensioni della folla, l’uomo di genio si dice che forse, dal momento che i contemporanei mancano del necessario distacco, le opere scritte per la posterità dovrebbero esser lette solo da quest’ultima, come certi dipinti non si possono giudicare bene osservandoli troppo da vicino. Ma, in realtà, ogni vile precauzione per evitare i falsi giudizi è inutile, essi non sono evitabili. A far sì che difficilmente un’opera geniale sia ammirata con sollecitudine, è la circostanza che chi l’ha scritta è straordinario, che pochi gli assomigliano. Ed è proprio la sua opera che, fecondando i rari spiriti capaci di comprenderla, li farà crescere e moltiplicarsi. Sono stati i quartetti di Beethoven (i quartetti n° 12, 13, 14 e 15) a far nascere, a infoltire, in cinquant’anni, il pubblico dei quartetti di Beethoven, realizzando in tal modo, come ogni capolavoro, un progresso, se non nel valore degli artisti, almeno nella società degli spiriti, largamente composta oggi di qualcosa ch’era introvabile quando il capolavoro apparve, vale a dire di esseri capaci di amarlo. Quella che noi chiamiamo posterità è la posterità dell’opera. Bisogna che l’opera (non tenendo conto, per semplificare, dei geni che nello stesso periodo, parallelamente, possono preparare per il futuro un pubblico migliore, di cui non loro ma altri geni godranno il beneficio) si crei da se stessa la propria posterità. Se, dunque, l’opera si tenesse in disparte, non si facesse conoscere che dalla posterità, quest’ultima non sarebbe, nei suoi confronti, la posterità, ma un’assemblea di contemporanei vissuti, semplicemente, cinquant’anni dopo. Bisogna insomma che l’artista – ed è quello che aveva fatto Vinteuil – lanci la propria opera, se vuole che possa percorrere la sua strada, là dove vi sia sufficiente profondità, in pieno e lontano futuro. E, tuttavia, se il non tener conto di quel futuro, che è l’autentica prospettiva dei capolavori, rappresenta l’errore dei cattivi giudici, il tenerne conto costituisce a volte il pericoloso scrupolo dei buoni. Certo, è facile immaginare, per un’illusione analoga a quella che all’orizzonte rende tutte le cose uniformi, che ogni rivoluzione avvenuta sinora nella pittura o nella musica abbia comunque rispettato certe regole mentre quello che ci sta immediatamente davanti, impressionismo, ricerca della dissonanza, impiego esclusivo della gamma cinese, cubismo, futurismo, differirebbe in modo oltraggioso da ciò che è venuto prima. Il fatto è che ciò che è venuto prima lo si considera senza tener presente che una lunga assimilazione l’ha trasformato per noi in una materia indubbiamente varia, ma in fin dei conti omogenea, dove Hugo si trova fianco a fianco con Molière. Basti pensare agli sconvolgenti contrasti che presenterebbe ai nostri occhi, se non tenessimo conto del futuro e dei mutamenti ch’esso comporta, un oroscopo della nostra stessa maturità annunciatoci durante la nostra adolescenza. Solo che non tutti gli oroscopi sono veri, ed essere costretti, per un’opera d’arte, a includere nella somma della sua bellezza il fattore del tempo mescola al nostro giudizio qualcosa d’altrettanto aleatorio, e per ciò stesso d’altrettanto destituito di autentico interesse, quanto qualsiasi profezia, il cui mancato avveramento non implicherà in alcun modo la mediocrità intellettuale del profeta, giacché quel che chiama all’esistenza i possibili o da essa li esclude non è necessariamente di competenza del genio; si può essere stati dei geni e non aver creduto all’avvento delle ferrovie o degli aeroplani, o anche, pur essendo grandi psicologi, non aver supposto la doppiezza di un’amante o di un amico di cui persone più mediocri avrebbero previsto i tradimenti.
Se non capii la Sonata, mi incantò sentir suonare Madame Swann. Il suo tocco mi sembrava far parte, come la sua vestaglia, come il profumo delle sue scale, come i suoi mantelli, come i suoi crisantemi, di un tutto individuale e misterioso, in un mondo infinitamente superiore a quello nel quale la ragione può analizzare il talento. «Vero che è bella, questa Sonata di Vinteuil? mi disse Swann. Il momento in cui annotta sotto gli alberi, in cui gli arpeggi del violino fanno scendere il fresco. Davvero grazioso, dovete ammetterlo; c’è dentro tutto l’aspetto statico del chiaro di luna, che è l’aspetto essenziale. Non c’è da stupirsi che una cura di luce come quella che fa mia moglie agisca sui muscoli, visto che il chiaro di luna impedisce alle foglie di muoversi. È questo che quella piccola frase dipinge tanto bene: il Bois de Boulogne caduto in catalessi. In riva al mare colpisce ancora di più, per le fievoli risposte delle onde che, naturalmente, si sentono molto bene perché nient’altro si muove. A Parigi accade il contrario; è già tanto se si notano quei barlumi insoliti sui monumenti, quel cielo rischiarato come da un incendio senza colori e senza pericolo, quella specie d’immenso presagio d’un fatto di cronaca. Ma nella piccola frase di Vinteuil – e, del resto, in tutta la Sonata – non si tratta di questo, siamo al Bois e nel gruppetto si distingue nettamente la voce di qualcuno che dice: “Si potrebbe quasi leggere il giornale”.» Queste parole di Swann avrebbero potuto falsare, in seguito, la mia comprensione della Sonata, giacché la musica è troppo poco esclusiva per consentirci di scartare in modo categorico qualcosa che altri ci suggerisca di trovarvi. Ma mi resi conto, da altri discorsi di Swann, che quei fogliami notturni erano, molto semplicemente, quelli sotto il cui spessore, in vari ristoranti dei dintorni di Parigi, egli aveva ascoltato, per molte sere, la piccola frase. Invece del senso profondo che tante volte le aveva richiesto, a Swann essa consegnava quelle foglie sistemate, avvolte, dipinte intorno a lei (e gli ispirava il desiderio di rivederle, sembrandogli interna ad esse come un’anima), tutta una primavera di cui, a quel tempo, non aveva potuto godere, non sentendosi allora, febbricitante e triste com’era, abbastanza bene per questo, e che la piccola frase (come si fa con un malato rispetto alle cose buone che non ha potuto mangiare) aveva conservata per lui. Delle delizie che certe notti nel Bois gli avevano fatto assaporare, e sul conto delle quali la Sonata di Vinteuil poteva fornirgli ogni ragguaglio, Swann non avrebbe potuto chiedere nulla a Odette, che pure, come la piccola frase, gli era stata compagna. Ma Odette, allora, era solo al suo fianco (non dentro di lui come il motivo di Vinteuil), nell’impossibilità dunque di vedere – foss’anche stata mille volte più comprensiva – quello che per nessuno di noi (ho lungamente creduto, almeno, che questa regola non tollerasse eccezioni) si può esteriorizzare. «In fondo, è abbastanza simpatico, non vi pare?, riprese Swann, che il suono possa riflettere, come l’acqua, come uno specchio. E notate che la frase di Vinteuil mi richiama solo tutto ciò cui, a quel tempo, non prestavo attenzione. Delle mie pene, dei miei amori d’allora, non mi ricorda più niente, li ha scaricati. – Charles, mi sembra ben poco carino per me quello che state dicendo. – Poco carino! Le donne sono straordinarie! Volevo semplicemente suggerire a questo giovanotto che quel che la musica fa vedere – almeno a me – non è certo la “Volontà in sé” e la “Sintesi dell’infinito” ma, per esempio, il vecchio Verdurin in redingote nella Serra delle palme al Giardino zoologico. Mille volte, senza ch’io uscissi da questo salotto, la nostra piccola frase mi ha portato a pranzo con sé ad Armenonville. Mio Dio, è pur sempre meno seccante che andarci con Madame de Cambremer.» Madame Swann scoppiò in una risata: «È una signora di cui si dice che sia stata molto innamorata di Charles», mi spiegò con lo stesso tono con il quale, poco prima, parlando di Vermeer di Delft, al mio stupirmi che lo conoscesse aveva replicato: «Vi dirò, il fatto è che questo signore se ne occupava parecchio all’epoca in cui mi faceva la corte. Non è vero, mio piccolo Charles? – Non parlate a vanvera di Madame de Cambremer, disse Swann, in realtà lusingato. – Ma io mi limito a ripetere quello che ho sentito dire. D’altronde, pare che sia molto intelligente, io non so, non la conosco. Suppongo che sia molto “pushing”, cosa che mi sorprende in una donna intelligente. Ma tutti quanti dicono che è stata pazza di voi, e non ci trovo niente di offensivo». Swann osservò un mutismo da sordo, che era una specie di conferma e un indizio di fatuità. «Visto che quello che suono vi ricorda il Giardino zoologico», riprese Madame Swann fingendosi scherzosamente piccata, «potremmo prenderlo come meta di una passeggiata questo pomeriggio, se può divertire il ragazzo. Il tempo è stupendo, e voi ritrovereste le vostre care impressioni. A proposito del Giardino zoologico, sapete, questo giovanotto ci credeva molto affezionati a una persona che io, al contrario, evito ogni volta che posso, Madame Blatin! Trovo molto umiliante per noi che passi per nostra amica. Figuratevi che il buon Cottard, che non parla mai male di nessuno, dichiara, persino lui!, che è pestifera. – Che orrore! Il suo unico merito è di assomigliare tanto a Savonarola. È tale e quale il ritratto di Savonarola dipinto da Fra Bartolomeo.» La mania, cui Swann indulgeva, di rintracciare somiglianze nella pittura era difendibile, dal momento che anche la cosiddetta espressione individuale è – come si scopre con tanta tristezza quando si ama e si vorrebbe credere alla realtà unica dell’individuo – qualcosa di generale, riscontrabile in varie epoche. Ma, a dar retta a Swann, i cortei dei re magi, già così anacronistici quando Benozzo Gozzoli vi introduceva i Medici, lo sarebbero stati ancora di più, perché avrebbero ospitato i ritratti di una moltitudine d’uomini contemporanei non di Gozzoli, ma di Swann, cioè posteriori non soltanto di quindici secoli alla Natività, ma di quattro allo stesso pittore. Non mancava in quei cortei, secondo Swann, un solo parigino eminente, come in quell’atto di una pièce di Sardou dove, per amicizia verso l’autore e la principale interprete, e anche per un vezzo di moda, tutti i notabili di Parigi, medici famosi, uomini politici, avvocati, si dilettarono, una sera ciascuno, a comparire in scena. «Ma cosa c’entra, lei, col Giardino zoologico? – C’entra, e come! Perché, pensate che abbia il sedere blu come le scimmie? – Ma Charles, siete così sfacciato! No, pensavo a quella battuta del Singalese. Raccontategliela, è davvero bella. – È una sciocchezza. Saprete che Madame Blatin ama rivolgersi a tutti in un modo che lei ritiene gentile e che è soprattutto protettivo. – Quello che i nostri simpatici vicini del Tamigi chiamano «patronizing», interruppe Odette. – Di recente è andata al Giardino zoologico, dove ci sono dei neri, dei Singalesi credo, così dice mia moglie che è molto più ferrata di me in etnografia. – Via, Charles, non prendetemi in giro. – Ma me ne guardo bene. Dunque, Madame Blatin si rivolge a uno di questi neri: “Buongiorno, negro!”. – Una cosa da niente! – Comunque sia, l’appellativo non piacque al nero: “Io negro, rispose con rabbia a Madame Blatin, ma tu cammello!”. – Trovo il tutto talmente buffo! Adoro questa storia. Non è vero che è bella? Sembra di vederla, la vecchia Blatin: “Io negro, ma tu cammello!”.»
Manifestai un irresistibile desiderio d’andare a vedere quei Singalesi, uno dei quali aveva chiamato “cammello” Madame Blatin. Non mi interessavano affatto. Ma pensavo che per andare al Giardino zoologico e per tornarne avremmo attraversato quel viale delle Acacie dove avevo tanto ammirato Madame Swann e che, forse, l’amico di Coquelin, il mulatto, dal quale non ero mai riuscito a farmi vedere mentre salutavo Madame Swann, mi avrebbe visto seduto accanto a lei in fondo a una victoria.
Durante i minuti in cui Gilberte, uscita per andare a prepararsi, non si trovava in salotto con noi, gli Swann si compiacevano di svelarmi le rare virtù della figlia. E tutto ciò che i miei occhi vedevano sembrava provare che dicevano il vero; constatavo che, come m’aveva raccontato la madre, Gilberte aveva non solo per le amiche, ma anche per i domestici, per i poveri, attenzioni delicate, lungamente meditate, un desiderio di dar soddisfazione, un timore di scontentare, che si traducevano in piccole cose per le quali, spesso, affrontava grossi sacrifici. Aveva fatto un lavoretto per la nostra venditrice dei Champs-Élysées e uscì con la neve per consegnarglielo personalmente e senza un giorno di ritardo. «Non avete idea di quanto cuore abbia, perché lo nasconde», diceva il padre. Così giovane, sembrava molto più ragionevole dei suoi genitori. Quando Swann parlava delle prestigiose relazioni della moglie, Gilberte guardava da un’altra parte e taceva, ma senza nessuna espressione di biasimo, convinta com’era che suo padre non potesse essere oggetto della minima critica. Un giorno che le avevo parlato di Mademoiselle Vinteuil, mi disse:
«Non la vorrò mai conoscere per una ragione: non era buona con suo padre, dicono, gli dava dei dispiaceri. Per voi è inconcepibile come per me, non è vero?, voi che, ne sono sicura, non potreste sopravvivere a vostro padre più di quanto io potrei sopravvivere al mio, una cosa assolutamente naturale, del resto. È mai possibile dimenticare qualcuno che si ama da sempre?»
E una volta che era stata ancora più teneramente affettuosa con Swann, quando, essendosi lui allontanato, glielo feci notare:
«Sì, povero papà, uno di questi giorni è l’anniversario della morte di suo padre. Potete comprendere quel che deve provare, sì, voi potete, le sentiamo allo stesso modo, noi, queste cose. E così, cerco d’essere meno cattiva del solito. – Ma non vi trova cattiva, vi trova perfetta. – Povero papà, è troppo buono.»
I coniugi Swann non si limitarono a tessermi gli elogi delle virtù di Gilberte – quella stessa Gilberte che, prima ancora ch’io l’avessi mai vista, m’appariva sullo sfondo di una chiesa, di un paesaggio dell’Île-de-France, e che in seguito, evocandomi non più i miei sogni, ma i miei ricordi, era sempre davanti alla siepe di spini rosa, sul ripido sentiero che percorrevo per andare dalla parte di Méséglise. Una volta che, sforzandomi di assumere il tono indifferente di un amico di famiglia curioso delle predilezioni di una fanciulla, avevo chiesto a Madame Swann quali fossero, fra i compagni, quelli preferiti da Gilberte, lei mi rispose:
«Ma siete certo più addentro voi di me nelle sue confidenze, voi che siete il grande favorito, il grande crack, come dicono gli Inglesi.»
Non c’è dubbio: nel caso di coincidenze così perfette, la realtà, ripiegandosi, aderendo a ciò che abbiamo a lungo sognato, lo nasconde interamente ai nostri occhi, vi si confonde, come due figure uguali e sovrapposte che non ne formano più che una sola, mentre, al contrario, per dare pieno significato alla nostra gioia, vorremmo conservare a ogni punto del nostro desiderio, nel momento stesso in cui lo realizziamo – e per essere più sicuri che si tratti di quello e non di un altro –, il prestigio dell’intangibilità. Né il pensiero può più ricostruire l’antica situazione per confrontarla con la nuova, giacché non ha più campo libero: la conoscenza che abbiamo acquisita, il ricordo dei primi, insperati minuti, le parole che abbiamo udite, sono là a ostruire l’ingresso della nostra coscienza, controllando gli sbocchi della nostra memoria assai più di quelli della nostra fantasia, retroagendo sul nostro passato – che non siamo più padroni di vedere senza tener conto di loro – più che sulla forma, rimasta libera, del nostro avvenire. Per anni avevo potuto credere che frequentare la casa di Madame Swann fosse una vaga, inattingibile chimera; dopo averci passato un quarto d’ora, era il tempo in cui non conoscevo la padrona di casa ad essersi fatto chimerico e vago, come un possibile annientato dal realizzarsi di un altro possibile. Come avrei potuto fantasticare ancora sulla sala da pranzo quasi fosse un luogo inconcepibile, se non potevo compiere il minimo movimento dentro di me senza imbattermi negli infrangibili raggi emessi infinitamente all’indietro, fin nel mio passato più remoto, dall’homard à l’américaine che avevo appena mangiato? Anche Swann, per quanto lo concerneva, doveva aver assistito al prodursi di qualcosa d’analogo: l’appartamento nel quale mi riceveva poteva essere considerato, infatti, come il luogo nel quale avevano finito col confondersi, e coincidere, non solo l’appartamento ideale generato dalla mia fantasia, ma un altro ancora, quello che l’amore geloso di Swann, non meno inventivo dei miei sogni, gli aveva tante volte descritto, l’appartamento comune a Odette e a lui che gli era parso così irraggiungibile la sera in cui Odette l’aveva portato, con Forcheville, a prendere un’aranciata a casa sua; e quello che, per lui, era venuto a sciogliersi nel disegno della sala da pranzo dove consumavamo la nostra colazione era l’insperato paradiso nel quale, un tempo, non poteva immaginare senza turbamento di rivolgere al loro maggiordomo quelle stesse parole: «La signora è pronta?» che adesso gli sentivo pronunciare con una lieve impazienza cui si mescolava un po’ d’amor proprio soddisfatto. Certo non più che a Swann, anche a me riusciva impossibile conoscere la mia felicità, e quando la stessa Gilberte esclamava: «Chi avrebbe detto, allora, che la ragazzina che guardavate, senza parlarle, mentre giocava a bandiera, sarebbe diventata la vostra grande amica, e che sareste andato a casa sua ogni volta che vi facesse piacere?», si riferiva a un mutamento che, dall’esterno, non potevo fare a meno di constatare, ma che intimamente non possedevo, composto com’era di due stati che non riuscivo, senza che cessassero d’esser distinti l’uno dall’altro, a pensare in modo simultaneo.

  E tuttavia, proprio perché era stato così appassionatamente desiderato dalla sua volontà, quell’appartamento doveva conservare per Swann una qualche dolcezza, a giudicare almeno dal fatto che, per me, esso non aveva del tutto perso il suo mistero. Il fascino singolare nel quale la vita degli Swann era stata ai miei occhi così lungamente immersa non l’avevo completamente rimosso, una volta che v’ero entrato, dalla loro casa; l’avevo costretto a indietreggiare, domato da quello straniero, da quel paria ch’io ero stato e al quale, adesso, Mademoiselle Swann offriva graziosamente, perché vi prendesse posto, una poltrona deliziosa, ostile e scandalizzata; ma tutt’intorno a me, nel ricordo, quel fascino lo avverto ancora. Forse perché, i giorni in cui gli Swann mi invitavano a colazione per poi uscire assieme a loro e a Gilberte, stampavo col mio sguardo – mentre, solo, li aspettavo – sul tappeto, sulle bergères, sulle mensole, sui paraventi, sui quadri, l’idea, incisa dentro di me, che da un momento all’altro Madame Swann, o suo marito, o Gilberte sarebbero entrati? O perché, in seguito, quegli oggetti sono vissuti nella mia memoria accanto agli Swann e hanno finito con l’assorbirne qualcosa? Oppure, sapendo che gli Swann passavano la loro vita in mezzo ad essi, io ne facevo come gli emblemi della loro vita privata, delle loro abitudini dalle quali ero stato troppo a lungo escluso perché non continuassero a sembrarmi estranee anche quando mi si concesse il favore di parteciparvi? Comunque sia, ogni volta che penso a quel salotto che Swann (senza che tale critica implicasse da parte sua l’intenzione di contrariare in alcun modo i gusti della moglie) trovava così eterogeneo – infatti, pur avendolo concepito ancora secondo il gusto per metà serra, per metà atelier che aveva contrassegnato l’appartamento dove Swann l’aveva conosciuta, Odette aveva cominciato a rimpiazzare, in quell’accozzaglia, diversi oggetti cinesi che le sembravano ora un po’ “robaccia”, parecchio “andati”, con una quantità di mobiletti tappezzati di vecchie sete Luigi XVI (senza contare i capolavori che Swann aveva portati lì dal palazzetto di quai d’Orléans) –, esso possiede invece nel mio ricordo, quel composito salotto, una coesione, un’unità, un fascino peculiare sconosciuti sia agli arredamenti più intatti che il passato ci abbia trasmessi, sia ai più vivi nei quali si rifletta l’impronta di una personalità; perché soltanto noi, col credere che abbiano una loro propria esistenza, attribuiamo a determinate cose che vediamo un’anima ch’esse poi conservano e sviluppano dentro di noi. Tutte le idee che mi ero fatte intorno alle ore, diverse da quelle esistenti per gli altri uomini, trascorse dagli Swann in quell’appartamento che era per il tempo quotidiano della loro vita quello che il corpo è per l’anima, e ne doveva esprimere la singolarità, tutte queste idee erano diffuse, amalgamate – in ogni punto ugualmente conturbanti e indefinibili – nella collocazione dei mobili, nello spessore dei tappeti, nell’orientamento delle finestre, nel servizio dei domestici. Quando, dopo colazione, andavamo a prendere il caffè, alla luce del sole, nella grande baia del salotto, e Madame Swann mi chiedeva quante zollette di zucchero volessi nella mia tazza, non era solo il poggiapiedi di seta ch’ella spingeva verso di me a esalare, con il fascino doloroso che avevo còlto in passato – sotto lo spino rosa, poi accanto al cespuglio d’alloro – nel nome di Gilberte, l’ostilità dimostratami allora dai suoi genitori, ostilità che quel mobiletto sembrava aver così bene conosciuta e condivisa da farmi sentire indegno di imporre i miei piedi alla sua indifesa imbottitura, e un poco vile nel compiere quest’atto; un’anima personale lo collegava segretamente alla luce delle due del pomeriggio, diversa da ciò ch’essa era in ogni altro punto del golfo dove faceva scherzare ai nostri piedi i suoi flutti dorati in mezzo ai quali i divani azzurrognoli e le vaporose tappezzerie emergevano come isole incantate; e non c’era nulla, compreso il quadro di Rubens appeso sopra il camino, che non possedesse lo stesso genere e quasi la stessa intensità di fascino degli stivaletti con le stringhe di Swann e di quella sua pellegrina di cui avevo tanto desiderato d’indossare la copia, mentre Odette, adesso, chiedeva al marito di sostituirla con un cappotto più elegante quando facevo loro l’onore di accompagnarli. Anche Odette andava a vestirsi, benché io avessi protestato che nessun vestito “da città” avrebbe mai lontanamente uguagliato la meravigliosa veste da camera di crêpe de Chine o di seta, rosa antico, ciliegia, rosa Tiepolo, bianca, mauve, verde, rossa, gialla a tinta unita o a disegni, con la quale Madame Swann era venuta a colazione e che ora avrebbe tolta. Quando le dicevo che sarebbe dovuta uscire così, lei rideva, burlandosi della mia ignoranza o lusingata dal mio complimento. Si scusava di possedere tante vestaglie, sostenendo che solo con quelle si sentiva a proprio agio, e ci lasciava per andare a mettersi una di quelle sue toilettes supreme che si imponevano a tutti e fra le quali, per altro, qualche volta venivo chiamato io a indicare quale preferivo che indossasse.

  Al Giardino zoologico, una volta scesi di carrozza, con quanta fierezza camminavo al fianco di Madame Swann! Lei, col suo passo indolente, faceva ondeggiare il mantello, e io le lanciavo sguardi d’ammirazione ai quali rispondeva con un lungo sorriso civettuolo. Adesso, se incontravamo un compagno di Gilberte, o una sua compagna, che ci salutava da lontano, era il mio turno d’esserne guardato come uno di quegli esseri che avevo tanto invidiati, di quegli amici di Gilberte che conoscevano la sua famiglia ed erano ammessi all’altra parte della sua vita, la parte che non si svolgeva ai Champs-Élysées.

  Spesso, nei viali del Bois o del Giardino zoologico, incrociavamo, eravamo salutati da questa o quella gran dama amica di Swann, che lui magari non vedeva e gli veniva segnalata dalla moglie. «Charles, non vedete Madame de Montmorency?» E Swann le rivolgeva il sorriso amichevole che nasce da una lunga familiarità, ma lo accompagnava con un’ampia scappellata, d’un’eleganza ch’era sua soltanto. Qualche volta la dama si fermava, felice di poter fare a Madame Swann una cortesia che sarebbe rimasta senza conseguenze e della quale era noto che lei non avrebbe poi cercato d’approfittare, tanto Swann l’aveva abituata a starsene in disparte. Ciò non toglie che avesse assimilato tutte le maniere dell’alta società: per quanto elegante e di nobile portamento potesse essere la dama, lei, in questo, non le risultava mai inferiore; ferma per un istante accanto all’amica incontrata dal marito, ci presentava, Gilberte e me, con tanta disinvoltura, si manteneva, nella sua gentilezza, così libera e calma, che sarebbe stato difficile dire quale, fra la moglie di Swann e l’aristocratica passante, fosse la gran dama. Il giorno che eravamo andati a vedere i Singalesi, sulla via del ritorno scorgemmo, mentre ci veniva incontro seguita da altre due che sembrava la scortassero, una signora anziana, ma ancora bella, avvolta in un mantello scuro e con in testa un cappellino allacciato sotto il collo da due nastri. «Ah! Ecco una persona che vi interesserà», mi disse Swann. La vecchia signora, ormai a pochi passi, ci sorrideva con carezzevole dolcezza. Swann si tolse il cappello, Madame Swann si chinò in una riverenza e volle baciare la mano della signora, che somigliava a un ritratto di Winterhalter, ma questa la invitò a rialzarsi e la baciò. «Su, rimettetevi il cappello, voi», disse a Swann, col fare di un’amica di famiglia e una grossa voce un po’ burbera. «Venite, vi presento a Sua Altezza Imperiale», mi disse Madame Swann. Swann mi prese un attimo in disparte mentre Madame Swann parlava con Sua Altezza del bel tempo e dei recenti arrivi di animali al Giardino zoologico. «È la principessa Mathilde, mi disse, sapete, l’amica di Flaubert, di Sainte-Beuve, di Dumas. Pensate, è la nipote di Napoleone I! È stata chiesta in moglie da Napoleone III e dall’imperatore di Russia. Non è interessante? Parlate un po’ con lei. Ma non vorrei che ci tenesse qui in piedi per un’ora.» «Ho incontrato Taine e mi ha detto che la Principessa era arrabbiata con lui, soggiunse Swann. – Si è comportato da vero cochon», spiegò lei con voce rude, pronunciando la parola come si trattasse di Cauchon, il vescovo contemporaneo di Giovanna d’Arco. Dopo l’articolo che ha scritto sull’Imperatore, gli ho lasciato un biglietto da visita con la sigla P.P.C.» La mia sorpresa era la stessa che si prova aprendo la corrispondenza della duchessa d’Orléans, nata principessa Palatina. E, in effetti, la principessa Mathilde, animata da sentimenti così francesi, li viveva con un’onesta rudezza, da Germania d’altri tempi, una rudezza certo ereditata dalla madre wurtemberghese. Ma, quando sorrideva, la sua franchezza un po’ ruvida e quasi mascolina s’addolciva di languore italiano. E il tutto era avviluppato in una toilette talmente Secondo Impero che, quantunque senza dubbio indossata per mero attaccamento alle mode che aveva amate, faceva pensare che l’intento della principessa fosse stato di non commettere errori di ricostruzione storica e di corrispondere all’attesa di quanti s’aspettavano da lei l’evocazione di un’altra epoca. Suggerii a Swann di chiederle se avesse conosciuto Musset. «Ben poco, signore», rispose la principessa fingendosi contrariata; in effetti, data l’intimità che aveva con Swann, era solo per scherzo che lo chiamava “signore”. «Venne una volta a pranzo da me. L’avevo invitato per le sette. Alle sette e mezzo, poiché non si faceva ancora vedere, ci mettemmo a tavola. Arriva alle otto, mi saluta, si siede, non apre bocca, se ne va dopo mangiato senza aver fatto sentire il suono della sua voce. Era ubriaco fradicio. La cosa non mi ha certo incoraggiato a riprovarci.» Ci tenevamo, Swann e io, un po’ in disparte. «Spero che questo siparietto non vada per le lunghe, mi confidò. Mi fa male la pianta dei piedi. Non capisco perché mia moglie alimenti la conversazione. E poi sarà lei a lamentarsi d’essere stanca; non posso sopportare queste soste in piedi.» Madame Swann, che di questa notizia era debitrice a Madame Bontemps, stava riferendo alla principessa come il governo, rendendosi finalmente conto della propria villania, avesse deciso di mandarle un invito per assistere in tribuna alla visita che lo zar Nicola doveva compiere, due giorni dopo, a Les Invalides. Ma la principessa che, malgrado le apparenze, malgrado i personaggi di cui si circondava, quasi tutti artisti e letterati, era rimasta nel fondo, e ogni volta che si trattava di agire, nipote di Napoleone: «Sì, signora, mi è arrivato stamattina e l’ho rispedito al ministro, che a quest’ora l’avrà ricevuto. Gli ho scritto che non ho bisogno d’invito per andare a Les Invalides. Se il governo desidera che ci vada, non sarà certo in una tribuna, ma nella nostra tomba di famiglia, dov’è sepolto l’Imperatore. Non ho bisogno di biglietti per questo. Ho le mie chiavi. Entro come mi pare e piace. Il governo deve solo farmi sapere se vuole che ci vada oppure no. Ma se ci vado, o là o niente». A questo punto fummo salutati, Madame Swann e io, da un giovanotto che le disse buongiorno senza fermarsi e che non sapevo che lei conoscesse: Bloch. A una mia domanda in proposito, Madame Swann rispose che gliel’aveva presentato Madame Bontemps e che era addetto al Gabinetto del ministro, cosa che ignoravo. Del resto, non doveva averlo visto spesso – oppure non aveva voluto, forse ritenendolo poco chic, citare il nome di Bloch – giacché affermò che si chiamava Moreul. Le assicurai che stava confondendosi, che si chiamava Bloch. La principessa sollevò uno strascico che le si dipanava dietro e che Madame Swann guardava con ammirazione. «È per l’appunto una pelliccia che m’aveva mandata l’imperatore di Russia, disse la principessa, e siccome sono andata a trovarlo questo pomeriggio, me la sono messa per fargli vedere che se n’era potuto ricavare un mantello. – Dicono che il principe Luigi si sia arruolato nell’armata russa, la principessa sarà desolata di non averlo più vicino, disse Madame Swann che non si accorgeva dei segni d’impazienza del marito. – Già, ci mancava anche questo! Gliel’ho detto: Non è una buona ragione, la tua, solo perché hai avuto un militare in famiglia», rispose la principessa alludendo, con brusca semplicità, a Napoleone I. Swann non ne poteva più. «Signora, sarò io a fare la parte dell’Altezza e a chiedervi il permesso di prendere congedo, ma mia moglie è stata molto poco bene e non voglio che stia ancora ferma in piedi.» Madame Swann replicò la riverenza e a noi tutti la principessa offrì un divino sorriso che sembrò recuperare dal passato, dalle grazie della sua giovinezza, dalle serate di Compiègne, e che le fluì dolce e intatto sul viso fino a un attimo prima imbronciato, dopo di che s’allontanò seguita dalle due dame d’onore le quali si erano limitate, come delle interpreti, delle bambinaie o delle infermiere, a punteggiare la nostra conversazione di frasi insignificanti e spiegazioni superflue. «Dovreste andare a scrivere il vostro nome a casa sua, uno di questi giorni, mi disse Madame Swann; non è il caso di lasciare dei bristols a tutte queste royautés, come dicono gli Inglesi, ma lei vi inviterà se vi farete registrare.»

  A volte, in quegli ultimi giorni d’inverno, prima della passeggiata entravamo a visitare qualcuna delle piccole mostre che s’inauguravano allora e dove Swann, collezionista di rango, veniva salutato con particolare deferenza dai mercanti di quadri che le avevano organizzate. E, in quella stagione ancora fredda, i miei antichi desideri di raggiungere il Mezzogiorno e Venezia erano risvegliati dalle sale in cui una primavera già avanzata e un sole ardente accendevano di riflessi violacei le vette rosee delle Alpilles e conferivano la trasparenza cupa dello smeraldo al Canal Grande. Se il tempo era brutto, andavamo al concerto o a teatro e, dopo, a fare merenda in una sala da tè. Quando voleva comunicarmi qualcosa che desiderava non venisse captata dalle persone dei tavoli vicini o dagli stessi camerieri, Madame Swann me la diceva in inglese, quasi fosse un linguaggio comune a noi due soltanto. Ora, tutti sapevano l’inglese, io solo non l’avevo ancora imparato ed ero costretto a ricordarlo a Madame Swann perché smettesse di fare sulle persone che prendevano il tè o su quelle che lo servivano degli apprezzamenti che immaginavo poco gentili e di cui io non capivo, né gli interessati perdevano, una sola parola.

  Una volta Gilberte destò in me profondo stupore a proposito di una matinée teatrale. Era proprio il giorno, me ne aveva parlato in anticipo, in cui ricorreva l’anniversario della morte di suo nonno. Dovevamo andare a sentire, lei e io, assieme alla sua istitutrice, i frammenti di un’opera, e Gilberte si era vestita con l’intenzione di assistere a quell’avvenimento musicale, mantenendo l’atteggiamento d’indifferenza che le era abituale verso tutto ciò che dovevamo fare, sostenendo che per lei qualsiasi cosa andava bene purché piacesse a me e incontrasse il favore dei genitori. Prima di colazione, Madame Swann ci prese da parte per dire alla figlia che a suo padre sarebbe dispiaciuto vederci andare al concerto quel giorno. Mi parve sin troppo naturale. Gilberte rimase impassibile, ma non riuscì a dissimulare una collera che la fece impallidire, e non aprì più bocca. Quando Swann tornò, la moglie lo condusse all’altro capo del salotto e gli parlò all’orecchio. Swann chiamò Gilberte e la prese in disparte nella stanza accanto. Sentimmo voci concitate. No, non potevo credere che Gilberte, così sottomessa, così affettuosa, così assennata, resistesse alla richiesta di suo padre, in un giorno come quello e per una causa così insignificante. Alla fine, Swann uscì dicendo:

  «Quello che ti ho detto lo sai. Adesso, fa’ pure come vuoi.»

  Il volto di Gilberte rimase contratto per tutto il tempo della colazione, al termine della quale noi due andammo nella sua stanza. Poi, all’improvviso, senza esitazione e come se non ne avesse mai avuta nessuna: «Le due! esclamò, ma lo sapete che il concerto comincia alle due e mezzo?». E disse all’istitutrice di spicciarsi.

  «Ma a vostro padre, le chiesi, non dispiacerà?

  – Neanche per sogno.

  – Eppure, temeva che l’idea sembrasse strana per via dell’anniversario.

  – Cosa volete che me ne importi di quel che pensano gli altri? Mi sembra grottesco occuparsi degli altri quando si tratta di sentimenti. Si sente per se stessi, non per il pubblico. Mademoiselle, che ha poche distrazioni, è felice di andare al concerto, non la priverò certo di una gioia per accontentare il pubblico.»

  E prese il cappello.

  «Ma Gilberte, insistetti prendendola per il braccio, non è per accontentare il pubblico, è per far piacere a vostro padre.

  – Non vorrete farmi osservazione, spero», gridò lei con voce dura, svincolandosi energicamente.

   Un favore ancora più prezioso del portarmi con loro al Giardino zoologico o al concerto, gli Swann me lo facevano non escludendomi neppure dalla loro amicizia con Bergotte, quell’amicizia che aveva originato il fascino di cui mi erano parsi dotati quando, prima ancora di conoscere Gilberte, ero convinto che la sua intimità con il divino vegliardo avrebbe fatto di lei, per me, la più appassionante delle amiche, se il disprezzo che certo le ispiravo non mi avesse precluso la speranza d’essere portato da lei, in compagnia di Bergotte, a visitare le città ch’egli amava. Ora, un giorno, Madame Swann m’invitò a una colazione importante. Non sapevo chi sarebbero stati i commensali. Nell’anticamera, arrivando, fui sconvolto da un incidente che mi intimidì. Raramente Madame Swann tralasciava d’adottare gli usi che vengono ritenuti eleganti per la durata d’una stagione e che poi, non riuscendo a consolidarsi, vengono rapidamente abbandonati (così, molti anni prima, aveva avuto il suo hansom cab, o aveva fatto stampare su certi inviti che la colazione era to meet un certo personaggio più o meno in vista). Spesso, tali usi non avevano nulla di misterioso e non richiedevano alcuna iniziazione. Per esempio, piccola innovazione importata in quegli anni dall’Inghilterra, Odette aveva fatto fare a suo marito dei biglietti da visita dove il nome di Charles Swann era preceduto da “Mr”. Dopo la mia prima visita, Madame Swann aveva lasciato a casa mia uno di questi “cartons”, come li chiamava lei. Mai nessuno aveva lasciato per me dei biglietti da visita; ne provai tanta fierezza, emozione, riconoscenza, che misi insieme tutto il denaro che possedevo e, ordinata una superba corbeille di camelie, la inviai a Madame Swann. Supplicai mio padre d’andare a lasciarle un biglietto da visita, ma non prima d’essersene fatti stampare alcuni con il nome preceduto da “Mr”. Mio padre non esaudì né l’una né l’altra delle mie preghiere, per qualche giorno io ne fui disperato, e in seguito mi chiesi se non avesse avuto ragione. Ma l’uso del “Mr”, pur nella sua inutilità, era chiaro. Lo stesso non si può dire d’un altro uso che mi fu rivelato, ma senza indicarmene il senso, il giorno di quella colazione. Nel momento in cui stavo per passare dall’anticamera al salotto, il maggiordomo mi consegnò una busta stretta e lunga sulla quale era scritto il mio nome. Preso alla sprovvista, lo ringraziai; intanto guardavo la busta. Non avevo nessuna idea su quel che dovevo farne, come uno straniero alle prese con uno di quei minuscoli strumenti che si danno ai convitati nei pranzi cinesi. Vidi che era chiusa, temetti d’essere indiscreto aprendola subito e la infilai in tasca con l’aria di chi la sa lunga. Madame Swann mi aveva scritto, qualche giorno prima, che l’invito era per una colazione “tra intimi”. Malgrado ciò erano presenti sedici persone, fra le quali ignoravo nel modo più assoluto che si trovasse Bergotte. Madame Swann, che mi aveva “nominato”, come diceva lei, a parecchi degli astanti, tutt’a un tratto, dopo il mio nome, e nello stesso tono di voce (come se fossimo due semplici invitati e ciascuno di noi dovesse essere ugualmente contento di conoscere l’altro), pronunciò il nome del dolce Cantore dai candidi capelli. Il nome di Bergotte mi fece sussultare come se qualcuno mi avesse scaricato addosso un revolver, ma istintivamente, per darmi un contegno, salutai; di fronte a me, come un prestigiatore che ci appaia intatto, e in redingote, fra la polvere d’uno sparo da cui s’involi una colomba, rispondeva al mio saluto un uomo giovane, rude, piccolo, tarchiato e miope, con un naso rosso a forma di guscio di chiocciola e una barbetta nera. Mi sentivo mortalmente triste, perché ciò che s’era sgretolato non era solo il languido vegliardo, di cui non restava più nulla, ma anche la bellezza di un’opera immensa ch’ero riuscito a situare nell’organismo sacro e vacillante costruito espressamente per essa, come un tempio, ma per la quale non v’era alcuno spazio nel corpo tozzo, gremito di vasi sanguigni, di ossa, di gangli, dell’ometto dal naso camuso e dalla barbetta nera che mi stava davanti. Tutto il Bergotte che m’ero venuto lentamente e delicatamente elaborando, goccia a goccia, come una stalattite, con la trasparente bellezza dei suoi libri, quel Bergotte era diventato di colpo completamente inservibile, dal momento che bisognava conservare il naso a chiocciola e utilizzare la barbetta nera – così come non serve più a niente la soluzione che abbiamo trovata per un problema i cui dati avevamo letto in modo incompleto e senza tener conto che il risultato finale doveva coincidere con una determinata cifra. Naso e barbetta erano elementi non meno ineluttabili, e tanto più imbarazzanti in quanto, costringendomi a riedificare per intero il personaggio di Bergotte, sembravano inoltre implicare, produrre, secernere senza posa una certa intelligenza attiva e soddisfatta di sé, e questo non quadrava, perché una simile intelligenza non aveva nulla a che vedere con quella sparsa nei suoi libri, che io conoscevo così bene, soffusi d’una dolce e divina saggezza. Partendo dai libri, non sarei mai arrivato al naso a chiocciola; ma partendo dal naso, che non aveva l’aria di angustiarsene, che se ne infischiava di tutto e faceva di testa sua, sorta di decorazione “fantasia”, prendevo una direzione che non era certo quella dell’opera di Bergotte e sarei arrivato, così pareva, a una mentalità d’ingegnere sbrigativo, di quelli che quando li salutate credono signorile rispondere: «Grazie, e voi?» senza che gli abbiate affatto chiesto come stanno e, se vi dichiarate lieti di conoscerli, replicano con un’abbreviazione che suppongono intelligente, moderna e “di classe” perché evita di sprecare in vane formule un tempo prezioso: «Altrettanto». Non c’è dubbio che i nomi siano disegnatori pieni di fantasia, che di persone e paesi ci danno schizzi così poco somiglianti da farci provare, spesso, una sorta di stupore quando, al posto del mondo immaginato, ci troviamo davanti il mondo visibile (il quale, per altro, non è il mondo vero, perché i nostri sensi sono privi del dono della somiglianza quasi come la fantasia, tant’è vero che i disegni tutto sommato approssimativi che è possibile ottenere dalla realtà differiscono dal mondo percepito almeno quanto quest’ultimo differiva dal mondo immaginato). Ma, nel caso di Bergotte, l’imbarazzo del nome preventivamente noto non era niente in confronto a quello procuratomi dalla conoscenza dell’opera, cui ero costretto ad appendere, come a un pallone, l’uomo dalla barbetta, senza sapere se, così, avrebbe avuto ancora la forza di sollevarsi. Sembrava, comunque, che fosse stato proprio lui a scrivere i libri da me tanto amati, perché quando Madame Swann pensò bene di manifestargli la mia preferenza per uno di quei libri, non si mostrò affatto stupito che ne avesse parlato a lui piuttosto che a un altro commensale, né parve vedere in ciò l’effetto di un equivoco; ma, intento com’era a riempire la redingote – che s’era messa in onore di tanti invitati – d’un corpo avido dell’imminente colazione, e tutto assorbito da altre importanti realtà, fu solo come a un episodio concluso della sua vita anteriore, o come se qualcuno avesse alluso a un costume da duca di Guisa da lui indossato un cert’anno a un ballo mascherato, che egli sorrise riconnettendosi all’idea dei suoi libri, i quali per me declinarono subito (trascinando nella loro caduta tutto il valore del Bello, dell’universo, della vita) sino al livello di mediocri divertimenti da uomo con barbetta. Mi dicevo che, certo, egli vi si era applicato, ma che se fosse vissuto in un’isola circondata da banchi d’ostriche perlifere, si sarebbe invece dedicato con successo al commercio delle perle. Non mi sembrava più, la sua opera, così inevitabile. E allora mi chiedevo se l’originalità costituisca davvero la prova che i grandi scrittori sono degli dei, regnanti ciascuno su un reame che appartiene a lui solo, o se non vi sia in tutto questo un po’ di finzione, se le differenze fra un’opera e l’altra non siano il risultato del lavoro più che l’espressione di una radicale diversità di sostanza fra le varie personalità.

  Intanto, ci eravamo messi a tavola. Accanto al mio piatto trovai un garofano con il gambo avvolto in carta argentata. Non mi mise in imbarazzo quanto la busta ricevuta in anticamera e ormai completamente dimenticata. L’uso, per altro non meno nuovo per me, mi parve più intelligibile quando vidi tutti i commensali di sesso maschile impadronirsi d’un analogo garofano che corredava il loro coperto e introdurlo nell’occhiello della redingote. Feci come loro, con l’atteggiamento naturale di un libero pensatore che in chiesa, pur non conoscendo la messa, si alza quando tutti si alzano e si inginocchia un attimo dopo che tutti si sono inginocchiati. Un altro uso ignoto e non così effimero mi piacque meno. Accanto al piatto, dall’altra parte, ce n’era uno più piccolo, pieno d’una materia nerastra che non sapevo essere caviale. Ignoravo quel che si dovesse farne, ma ero ben deciso a non mangiarla.

  Bergotte s’era seduto non lontano da me, sentivo perfettamente le sue parole. Capii allora l’impressione del signor di Norpois. Aveva, in effetti, un bizzarro timbro vocale; niente altera le qualità materiali della voce quanto il fatto di contenere un pensiero: la sonorità dei dittonghi, l’energia delle labiali ne sono influenzate. Così anche la dizione. La sua mi sembrava completamente diversa dal suo modo di scrivere, e persino le cose che diceva differivano da quelle che riempiono le sue opere. Ma la voce, uscendo da sotto una maschera, non basta a farci riconoscere di primo acchito un volto che abbiamo visto allo scoperto nello stile. In certi passaggi della conversazione di Bergotte, quando egli si metteva a parlare in un modo che non soltanto a Norpois sembrava affettato e spiacevole, ho tardato a scoprire un’esatta corrispondenza con quelle parti dei suoi libri in cui la forma si faceva così poetica e musicale. Bergotte scorgeva allora nelle proprie parole una bellezza plastica indipendente dal significato delle frasi, e poiché la parola umana si pone in rapporto con l’anima, ma non è in grado di esprimerla come lo stile, egli dava l’impressione di parlare quasi controsenso, salmodiando certe parole e, se al di sotto di esse inseguiva una sola immagine, filandole senza intervallo come un unico suono, con snervante monotonia. Un eloquio pretenzioso, enfatico e monotono era, così, il segno della qualità estetica dei suoi discorsi e l’effetto, nella conversazione, dello stesso potere che produceva nei suoi libri la successione delle immagini e l’armonia. Facevo tanta più fatica ad accorgermene, inizialmente, in quanto le cose ch’egli diceva in quei momenti, proprio perché erano davvero di Bergotte, non sembravano affatto bergottiane. Era un brulicare di idee precise, non comprese in quel “genere Bergotte” di cui molti cronisti s’erano impadroniti; e questa dissomiglianza rappresentava probabilmente – visto in modo confuso attraverso la conversazione, come un’immagine dietro un vetro affumicato – un altro aspetto del fenomeno per cui, quando si leggeva una pagina di Bergotte, essa non era mai quel che avrebbe scritto l’uno o l’altro dei suoi piatti imitatori, i quali per altro, in libri e giornali, ornavano la propria prosa con tante immagini e riflessioni “alla Bergotte”. Questa differenza stilistica derivava dal fatto che “il Bergotte” era in primo luogo un qualche elemento vero e prezioso, nascosto nel cuore di ogni cosa e di lì estratto da quel grande scrittore grazie al suo genio, e che scopo del dolce Cantore era questa estrazione e non già “fare il Bergotte”. Per la verità, lo faceva suo malgrado, semplicemente perché era Bergotte e, in questo senso, ogni nuova bellezza della sua opera era costituita dalla piccola quantità di Bergotte ch’egli aveva saputo enucleare dall’oggetto in cui stava sepolta. Ma se, grazie a ciò, ciascuna di tali bellezze risultava imparentata con le altre e riconoscibile, restava tuttavia singolare, come la scoperta che l’aveva portata alla luce; nuova e, dunque, diversa dal cosiddetto “genere Bergotte”, quella vaga sintesi dei Bergotte già da lui trovati e formalizzati, sulla base dei quali un uomo privo di genio non poteva in alcun modo presagire che cosa egli avrebbe scoperto altrove. Così accade per tutti i grandi scrittori, la bellezza delle loro frasi è imprevedibile come quella di una donna che ancora non conosciamo; è creazione nella misura in cui si applica a un oggetto esterno al quale (non già a se stessi) volgono il loro pensiero e che ancora non hanno espresso. Un memorialista dei nostri giorni che voglia, senza dar troppo nell’occhio, “fare il Saint-Simon”, potrà a rigore scrivere la prima riga del ritratto di Villars: “Era un uomo bruno, abbastanza alto... di fisionomia viva, aperta, spiccata”, ma quale determinismo potrà fargli azzeccare la seconda riga, che comincia: “e, sinceramente, un po’ folle”? La vera varietà risiede in questa pienezza di elementi reali e inattesi, nel ramo carico di fiori azzurri che si slancia, contro ogni previsione, dalla siepe primaverile che sembrava già gremita, mentre l’imitazione puramente formale della varietà (e analoghi argomenti si potrebbero addurre per tutte le altre qualità dello stile) non è che vuoto e uniformità, vale a dire l’antitesi stessa della varietà, e non può, da parte degli imitatori, crearne l’illusione ed evocarne il ricordo se non agli occhi di chi non l’ha capita nei maestri.

  E dunque – così come la dizione di Bergotte sarebbe stata certamente incantevole se a ricorrervi fosse stato un dilettante impegnato a recitare dello pseudo-Bergotte, mentre in bocca a lui era legata all’esplicarsi, all’attuarsi del pensiero di Bergotte da rapporti vitali che l’orecchio non riusciva subito a individuare –, proprio perché quel pensiero Bergotte lo applicava con precisione alla realtà che gli stava a cuore, il suo linguaggio aveva un che di positivo, di troppo nutriente, tale da deludere chi s’aspettava di sentirlo parlare soltanto dell’“eterno torrente delle apparenze” e dei “brividi misteriosi della bellezza”. Infine, la qualità sempre rara e nuova di quello che scriveva si traduceva, nella sua conversazione, in un modo così sottile di abbordare un argomento, tralasciandone ogni aspetto già conosciuto, da dare l’impressione che ne privilegiasse il risvolto più trascurabile, che cadesse nella falsità, nel paradosso, e da far apparire le sue idee, il più delle volte, confuse, dato che ciascuno considera chiare le idee che hanno lo stesso grado di confusione delle proprie. D’altronde, poiché ogni novità implica la preventiva eliminazione del luogo comune cui eravamo assuefatti e che ci sembrava la realtà stessa, qualsiasi nuovo genere di conversazione, non meno di qualsiasi pittura, di qualsiasi musica originale, ci apparirà sempre lambiccato e faticoso. Si basa infatti su figure alle quali non siamo abituati, e chi lo pratica non parla, apparentemente, che per metafore, cosa che stanca e produce un’impressione di mancanza di verità. (In fondo, le antiche forme di linguaggio erano anch’esse, una volta, immagini difficili da seguire, quando il destinatario non conosceva ancora l’universo che quelle immagini rappresentavano. Ma da molto tempo ci figuriamo che si trattasse dell’universo reale, e su questo ci basiamo.) Così, quando Bergotte diceva qualcosa che oggi ci sembrerebbe affatto semplice, per esempio che Cottard era un diavoletto di Cartesio alla ricerca del proprio equilibrio, o che Brichot era “più angosciato ancora di Madame Swann dal problema dell’acconciatura, perché, doppiamente sollecito del proprio profilo e della propria fama, doveva sempre ottenere che la piega dei capelli gli desse insieme l’aspetto d’un leone e d’un filosofo”, si avvertiva ben presto un senso di stanchezza e si sarebbe voluto rimetter piede su qualcosa di più concreto, in altri termini di più abituale. Le parole irriconoscibili uscite dalla maschera che mi si offriva allo sguardo erano da ricondurre, senza alcun dubbio, allo scrittore che ammiravo, ma non avrebbero potuto inserirsi nei suoi libri come frammenti di un puzzle fra gli altri che li circondano, si situavano su un diverso piano e richiedevano una trasposizione mediante la quale, un giorno che mi ripetevo alcune frasi udite da Bergotte, vi ritrovai completa la struttura del suo stile scritto, e potei riconoscere e nominare le varie parti di quest’ultimo in quel discorso parlato che mi era parso tanto differente.

  Da un punto di vista più accessorio, la dizione speciale, un po’ troppo minuziosa e intensa, caratteristica di Bergotte nel pronunciare certe parole, certi aggettivi che ricorrevano spesso nella sua conversazione e ch’egli non diceva mai senza una qualche enfasi, facendone risaltare ogni sillaba e cantare l’ultima (per esempio la parola “viso”, ch’egli sostituiva sempre alla parola “ faccia” e cui aggiungeva un gran numero di v e di s che sembravano esplodere tutte dalla sua mano, in quei momenti spalancata), corrispondeva esattamente alla posizione privilegiata con la quale metteva in luce, nella sua prosa, le parole predilette, precedute da una sorta di margine e collocate in modo tale, nella struttura complessiva della frase, che si era costretti, pena un errore di misura, a farne pesare tutta la “quantità”. Nel linguaggio orale di Bergotte, per altro, non si ritrovava una certa luce che nei suoi libri, come in quelli di alcuni altri autori, modifica spesso nella frase scritta l’apparenza delle parole. Perché, senza dubbio, questa luce proviene da grandi profondità e non raggiunge con i suoi raggi le nostre parole nelle ore in cui, aperti agli altri per il tramite della conversazione, siamo in qualche misura chiusi a noi stessi. Sotto questo profilo, c’era più intonazione, più accento nei suoi libri che nei suoi discorsi: accento indipendente dalla bellezza dello stile, e sicuramente sfuggito allo stesso autore, in quanto inseparabile dalla sua personalità più intima. Era questo accento, nei momenti in cui Bergotte si manifestava, attraverso i suoi libri, con totale naturalezza, a ritmare le parole – spesso, per la verità, assai insignificanti – ch’egli scriveva. Un accento che non è indicato nel testo, dove niente ne segnala la presenza, e che tuttavia s’imprime da solo alle frasi, altrimenti impronunciabili, un accento che rappresenta quanto di più effimero e tuttavia di più profondo vi fosse nello scrittore, rendendoci testimonianza sulla sua natura, dicendoci se, malgrado tutte le asprezze cui ha dato espressione, era dolce o, malgrado tutte le sensualità, sentimentale.

  Certe caratteristiche d’eloquio, presenti nella conversazione di Bergotte come deboli tracce, non gli appartenevano in forma esclusiva: più tardi, quando conobbi i suoi fratelli e le sue sorelle, le ritrovai, e molto più accentuate, in loro. Era un non so che di brusco e di rauco nelle ultime parole di una frase gaia, di fievole e languente alla fine di una frase triste. Swann, che aveva conosciuto il Maestro da bambino, mi disse che si sentivano allora in lui, esattamente come nei fratelli e nelle sorelle, queste inflessioni in certo modo familiari, volta a volta grida di violenta allegrezza e mormorii d’una lenta malinconia, e che nella stanza dove giocavano tutti insieme lui faceva la sua parte meglio di chiunque altro, in quei loro concerti alternativamente assordanti e languidi. Per quanto particolare possa essere, ogni rumore prodotto dagli esseri è fuggevole e non sopravvive loro. Ma la pronuncia della famiglia Bergotte fece eccezione. Anche se è difficile arrivare a comprendere, persino nei Maestri cantori, come un artista possa inventare la musica ascoltando il cinguettio degli uccelli, è un fatto che nella sua prosa Bergotte aveva trasposto e fissato quel modo di strascicare alcune parole, riecheggiandole in clamori gioiosi o diluendole in tristi sospiri. Ci sono, nei suoi libri, terminazioni di frasi in cui l’accumulo delle sonorità si prolunga come negli ultimi accordi di un’ouverture d’opera, che non può finire e ridice più volte la sua cadenza suprema prima che il direttore d’orchestra posi la bacchetta; in esse ritrovai, in seguito, un equivalente musicale degli ottoni fonetici della famiglia Bergotte. Lui, però, appena li ebbe trasferiti nei suoi libri, smise inconsciamente di usarli nel discorso. Dal giorno in cui aveva cominciato a scrivere e, a maggior ragione, più tardi, quando lo conobbi, la sua voce se n’era definitivamente disorchestrata.

  I giovani Bergotte – il futuro scrittore, i fratelli e le sorelle – non erano affatto superiori, tutt’altro, ad alcuni giovani più fini, più spiritosi, che trovavano i Bergotte piuttosto chiassosi, addirittura un po’ volgari, un po’ irritanti con quei loro scherzi che caratterizzavano il “genere” per metà pretenzioso e per metà imbecille della casa. Ma il genio, e anche il grande talento, emerge, più che da elementi intellettuali e d’affinamento sociale superiori a quelli degli altri, dalla facoltà di trasformarli, di trasporli. Per riscaldare un liquido con una lampada elettrica, il problema non è di avere una lampada che sia la più forte possibile, ma una la cui corrente possa, smettendo d’illuminare, venir derivata e dare, anziché luce, calore. Per passeggiare nell’aria, non occorre avere la più potente delle automobili, ma un’automobile che, interrompendo la corsa a terra e tagliando con una verticale la linea che stava percorrendo, sia capace di convertire in forza ascensionale la sua velocità orizzontale. Analogamente, gli uomini che producono opere geniali non sono quelli che vivono nell’ambiente più squisito, che hanno la conversazione più brillante, la cultura più vasta, ma quelli che, cessando bruscamente di vivere per se stessi, hanno il potere di rendere la loro personalità simile a uno specchio, in modo che la loro vita, per quanto potesse essere mondanamente e persino, in un certo senso, intellettualmente mediocre, vi si rifletta, giacché il genio consiste nel potere riflettente e non nella qualità intrinseca dello spettacolo riflesso. Il giorno in cui il giovane Bergotte poté illustrare al mondo dei suoi lettori il salotto di cattivo gusto dove aveva trascorso l’infanzia e i discorsi non proprio eccitanti che vi faceva con i fratelli, quel giorno egli salì più in alto dei suoi amici di famiglia più spiritosi e più distinti: questi, nelle loro belle Rolls-Royce, potevano tornarsene a casa testimoniando un po’ di disprezzo per la volgarità dei Bergotte; ma lui, col suo modesto apparecchio che era infine “decollato”, lui volava sopra le loro teste.

  Altri tratti del suo eloquio Bergotte li aveva in comune, non più con i membri della sua famiglia, ma con certi scrittori contemporanei. Alcuni, più giovani, mentre cominciavano a rinnegarlo e pretendevano di non avere con lui nessuna parentela intellettuale, la manifestavano involontariamente usando gli stessi avverbi, le stesse preposizioni ch’egli ripeteva di continuo, costruendo le frasi secondo la stessa maniera, parlando nello stesso tono smorzato, rallentato, per reazione al linguaggio eloquente e corrivo della generazione precedente. Forse questi giovani scrittori – ne vedremo qualcuno – non avevano conosciuto Bergotte. Ma, inoculato in loro, il suo modo di pensare vi aveva sviluppato quelle alterazioni della sintassi e dell’accento che un rapporto necessario collega con l’originalità intellettuale. Un rapporto, d’altronde, che richiede d’essere interpretato. Dal canto suo Bergotte, se non doveva niente a nessuno quanto al modo di scrivere, aveva mutuato il modo di parlare da un suo vecchio compagno, meraviglioso parlatore di cui aveva subìto l’ascendente e al quale, senza volerlo, si rifaceva nella conversazione, ma che, di lui meno dotato, non aveva mai scritto libri veramente superiori. Così, se ci si fosse basati sull’originalità dell’eloquio, Bergotte sarebbe stato classificato come un discepolo, uno scrittore di seconda mano, mentre, pur influenzato dall’amico nel campo della conversazione, era stato originale e creativo come scrittore. Quando Bergotte voleva dir bene di un libro, quello che citava, quello che tendeva a valorizzare – ancora, sicuramente, per distinguersi dalla precedente generazione, troppo amante delle astrazioni, dei grandi luoghi comuni – era sempre qualche scena che faceva immagine, qualche quadro privo di significati razionali. «Ma sì! diceva, è bello! c’è una bambina con uno scialle arancione, ah! bello», oppure: «Oh! sì, c’è quel passo col reggimento che attraversa una città, ah sì! bello!». Stilisticamente, non apparteneva certo al suo tempo (e restava, del resto, esclusivamente legato al suo paese, detestando Tolstoj, George Eliot, Ibsen e Dostoevskij), perché la parola che gli ritornava sempre alla bocca quando voleva fare l’elogio di uno stile era “dolce”. «È vero, ma preferisco pur sempre il Chateaubriand di Atala a quello di Rancé, mi sembra più dolce.» Usava questa parola come un medico al quale un malato obietti che il latte gli fa male allo stomaco, e che lo rassicuri dicendogli: «Eppure è così dolce». E c’era, di fatto, nello stile di Bergotte, una sorta d’armonia simile a quella per cui gli antichi rivolgevano a certi loro oratori delle lodi di cui noi stentiamo a concepire la natura, abituati come siamo alle nostre lingue moderne dove non si ricerca quel genere d’effetti.

  Diceva anche, con un sorriso timido, di pagine sue per le quali qualcuno gli professasse la propria ammirazione: «Credo che sia abbastanza vero, abbastanza esatto, che possa essere utile», ma per semplice modestia, come una donna, se le si dice che il suo vestito, o sua figlia, è incantevole, per il primo risponde: «È comodo», per la seconda: «Ha un buon carattere». Ma l’istinto del costruttore era, in Bergotte, troppo profondo perché egli ignorasse che l’unica prova dell’utilità e della veridicità del suo edificare risiedeva nella gioia che la sua opera aveva comunicata, a lui per primo, e poi agli altri. Molti anni dopo, tuttavia, quando il talento era scomparso, ogni volta che scriveva qualcosa di cui non era soddisfatto, per non distruggerla come avrebbe dovuto, per pubblicarla, ripeteva, questa volta a se stesso: «Malgrado tutto, è abbastanza esatto, non è inutile per il mio paese». Così, la frase mormorata un tempo di fronte agli ammiratori da un’astuzia della modestia fu ripresa, alla fine, nel segreto del suo cuore, dalle inquietudini dell’orgoglio. E le stesse parole che erano servite da superflua scusa per il valore delle prime opere, divennero come un’inefficace consolazione per la mediocrità delle ultime.

  Quella sorta di severità di gusto, di volontà di non scrivere mai se non cose delle quali potesse dire: «È dolce», che per tanti anni l’aveva fatto giudicare un artista sterile, sofisticato, cesellatore di minuzie, era invece il segreto della sua forza, perché l’abitudine plasma lo stile dello scrittore non meno che il carattere dell’uomo, e l’autore che più volte s’è accontentato di giungere, nell’espressione del pensiero, a un certo grado di piacevolezza segna per sempre, in tal modo, i limiti del proprio talento, così come, cedendo sovente alla voluttà, alla pigrizia, alla paura di soffrire, tracciamo noi stessi, su un carattere dove alla fine ogni ritocco sarà impossibile, il contorno dei nostri vizi e i confini della nostra virtù.

  Se in un primo momento, malgrado tante corrispondenze – di cui m’avvidi in seguito – fra lo scrittore e l’uomo, avevo stentato a credere, in casa di Madame Swann, che a starmi davanti fosse davvero Bergotte, l’autore di tanti libri divini, può darsi che non avessi poi tutti i torti, visto che non ci “credeva” (nel senso autentico del termine) nemmeno lui. Se ci avesse creduto, non avrebbe mostrato tanto interesse, tanta premura per esponenti del bel mondo (eppure non era snob), per letterati, per giornalisti che gli erano talmente inferiori. Certo, dal suffragio degli altri aveva ormai appreso di avere del genio, cosa rispetto alla quale il prestigio mondano e le posizioni ufficiali non contano nulla. Aveva appreso di avere del genio, ma non ci credeva, dal momento che continuava a simulare deferenza verso scrittori mediocri per poter diventare, un giorno non lontano, accademico, mentre l’Académie o il faubourg Saint-Germain non hanno a che fare con la parte dello Spirito eterno, da cui sono stati scritti i libri di Bergotte, più che con il principio di causalità o con l’idea di Dio. Questo lo sapeva anche lui, ma come un cleptomane sa che è male rubare. E l’uomo dalla barbetta e dal naso a chiocciola ricorreva a espedienti da gentleman ladro di forchette per avvicinarsi all’agognata poltrona accademica, a una certa duchessa che disponeva di parecchi voti nell’elezione, facendo in modo che nessuno, fra coloro che avrebbero giudicato un vizio perseguire un simile scopo, potesse accorgersi del suo maneggio. Non vi riusciva che in parte, ai discorsi del vero Bergotte si alternavano quelli del Bergotte egoista, ambizioso, intento solo, per darsi importanza, a parlare di questo o quel personaggio, potente, nobile o ricco, lui che nei suoi libri, quando era veramente se stesso, aveva descritto così bene, puro come quello di una sorgente, l’incanto della povertà.

  Quanto agli altri suoi vizi cui aveva alluso il signor di Norpois, a quell’amore semi-incestuoso complicato perdipiù, si diceva, da una certa mancanza di scrupoli in fatto di denaro, è vero che contraddicevano in modo assai spiacevole la tendenza dei suoi ultimi romanzi, pieni d’una ricerca del bene così scrupolosa, così dolorosa, che ogni minima gioia dei loro personaggi ne era avvelenata, e per lo stesso lettore ne emanava un senso d’angoscia attraverso il quale anche l’esistenza più dolce sembrava difficile da sopportare; e tuttavia tali vizi, ammesso che Bergotte ne fosse giustamente imputato, non provavano che la sua letteratura costituisse un cumulo di menzogne, né tanta sensibilità una commedia. Come, in patologia, certi stati apparentemente simili sono dovuti, gli uni a un eccesso, gli altri a un’insufficienza di tensione, di secrezione ecc., così possono esistere vizi da mancanza di sensibilità e vizi da ipersensibilità. Forse, è solo in vite realmente viziose che il problema morale può porsi con tutta la sua forza d’ansia. E a questo problema l’artista dà una soluzione non sul piano della sua vita individuale, ma di quella che è per lui la sua vera vita: una soluzione generale, letteraria. Come i grandi dottori della Chiesa, pur essendo buoni, cominciarono spesso col conoscere i peccati di tutti gli uomini, e ne trassero la loro personale santità, così i grandi artisti, pur essendo cattivi, si servono spesso dei loro vizi per giungere a concepire la regola morale che è di tutti. E proprio i vizi (o più semplicemente le debolezze e le ridicolaggini) dell’ambiente in cui vivevano, i discorsi sconclusionati, la vita frivola e scabrosa della figlia, i tradimenti della moglie o i loro propri errori, sono stati il più delle volte oggetto del biasimo degli scrittori nelle loro diatribe, senza che per questo mutassero il loro ménage familiare o le cattive abitudini regnanti nella loro casa. Ma una volta tale contrasto colpiva meno che ai tempi di Bergotte, da un lato perché, man mano che la società si corrompeva, le nozioni di moralità s’andavano depurando, dall’altro perché il pubblico aveva cominciato a informarsi, più di quanto avesse mai fatto in precedenza, sulla vita privata degli scrittori; e certe sere, a teatro, l’autore che avevo tanto ammirato a Combray veniva segnato a dito, in fondo a un palco la cui sola composizione appariva come un commento singolarmente risibile o straziante, un’impudente smentita della tesi ch’egli aveva appena sostenuta nel suo ultimo volume. Non furono certo gli accenni fatti da questo o da quello a darmi importanti ragguagli circa la bontà o la malvagità di Bergotte. Una persona a lui vicina forniva prove della sua durezza, uno sconosciuto citava un tratto (commovente perché destinato, secondo ogni evidenza, a rimanere nascosto) della sua profonda sensibilità. Si era comportato crudelmente con sua moglie. Ma, in una locanda di paese dove s’era fermato per la notte, era rimasto a vegliare una poveretta che aveva tentato di annegarsi e, costretto a ripartire, aveva lasciato una cospicua somma di denaro al locandiere perché non scacciasse quell’infelice e le usasse delle attenzioni. Forse, via via che in Bergotte il grande scrittore si sviluppava a spese dell’uomo con la barbetta, la sua vita individuale si dissolveva nella fiumana di tutte le vite da lui immaginate, ed egli non se ne sentì più vincolato a effettivi doveri, avendoli sostituiti col dovere d’immaginare queste altre vite. Ma, al tempo stesso, poiché i sentimenti degli altri li immaginava come se fossero i suoi, quando l’occasione esigeva che si occupasse, almeno in modo passeggero, di un infelice, lo faceva non ponendosi dal suo punto di vista personale, ma condividendo quello dell’essere che soffriva, un punto di vista dal quale il linguaggio di chi, davanti all’altrui dolore, continua a pensare ai propri piccoli interessi gli avrebbe fatto orrore. Ed è per questo ch’egli ha suscitato, intorno a sé, rancori giustificati e indelebili gratitudini.

  Nella sostanza, era soprattutto un uomo che amava veramente solo certe immagini, che amava comporle e dipingerle al di sotto delle parole, come una miniatura sul fondo d’un cofanetto. Per un nonnulla che gli avessero mandato, purché gli offrisse l’occasione d’intrecciare qualcuna di quelle immagini, esprimeva con prodigalità la sua riconoscenza, mentre non ne testimoniava affatto per un dono fastoso. E se gli fosse toccato di difendersi davanti a un tribunale, sarebbe arrivato al punto di scegliere le parole, non già secondo l’effetto che potessero produrre sul giudice, ma in vista di determinate immagini che al giudice sarebbero certamente sfuggite.

  Quella prima volta che l’incontrai in casa dei genitori di Gilberte, raccontai a Bergotte di aver sentito, di recente, la Berma in Phèdre; mi disse che nella scena in cui resta col braccio alzato all’altezza della spalla – una delle scene, appunto, in cui era stata tanto applaudita – l’attrice aveva saputo evocare con grande nobiltà d’arte certi capolavori che, per altro, non aveva forse mai visti, un’Esperide che compie quel gesto su una metopa di Olimpia e, anche, le belle vergini dell’antico Eretteo.

  «Si tratta forse di una divinazione, per quanto, mi figuro, la Berma frequenterà i musei. Sarebbe interessante “reperirlo” (reperire era una delle consuete espressioni di Bergotte che alcuni giovani avevano assunto da lui senza averlo mai incontrato, ricalcando il suo lessico per una sorta di suggestione a distanza).

  – Pensate alle Cariatidi? gli chiese Swann.

  – No, no, disse Bergotte, a parte la scena in cui confessa la sua passione a Enone e compie con la mano il gesto di Egeso nella stele del Ceramico, è un’arte molto più antica quella cui la Berma ridà vita. Mi riferivo alle Korai dell’antico Eretteo; ammetto che non c’è forse niente di più lontano dall’arte di Racine, ma in Phèdre ci sono già tante cose... una più, una meno... Oh! e poi, è ben graziosa la piccola Fedra del VI secolo, la verticalità del braccio, i riccioli dei capelli che “fanno marmo”, ma sì, tutto sommato è una trovata straordinaria. C’è dentro molto più senso dell’antichità che in tanti libri che, quest’anno, passano per “antichi”.»

  Poiché Bergotte, in uno dei suoi libri, aveva rivolto una celebre invocazione alle statue arcaiche, le parole appena pronunciate mi risultavano chiarissime e mi suggerivano una nuova ragione per interessarmi alla tecnica della Berma. Cercavo di rivederla, nella memoria, quale era stata in quella scena in cui, ricordavo, aveva alzato il braccio all’altezza della spalla. E mi dicevo: «Ecco l’Esperide di Olimpia; ecco la sorella delle mirabili supplici dell’Acropoli; ecco cosa vuol dire nobiltà d’arte». Ma perché tali pensieri potessero abbellire, nella mia mente, il gesto della Berma, Bergotte avrebbe dovuto espormeli prima della rappresentazione. Allora, mentre l’atteggiamento dell’attrice esisteva effettivamente davanti a me, nel momento in cui la cosa che accade ha ancora la pienezza della realtà, avrei potuto cercare di estrarne un’idea di scultura arcaica. Ma quel che della scena, e in essa della Berma, m’era rimasto, era un ricordo non più modificabile, sottile come un’immagine priva degli spessi sostrati del presente in cui si può scavare per trarne davvero qualcosa di nuovo, un’immagine che non si lascia imporre retroattivamente un’interpretazione non più suscettibile ormai di verifica, di sanzione obiettiva. Per inserirsi nella conversazione, Madame Swann mi chiese se Gilberte s’era ricordata di darmi le pagine di Bergotte su Phèdre. «Mia figlia è così distratta», aggiunse. Bergotte sorrise con modestia e protestò che erano pagine senza importanza. «Ma come, è incantevole quel piccolo opuscolo, quel piccolo tract», replicò Madame Swann per atteggiarsi a buona padrona di casa, per far credere che aveva letto il saggio e anche perché non le piaceva soltanto fare complimenti a Bergotte, ma scegliere fra le diverse cose che lui scriveva, dirigerlo. E lo ispirò, infatti, sebbene in modo diverso da come lei credesse. Ma, sostanzialmente, fra quella che fu l’eleganza del salotto di Madame Swann e tutto un aspetto dell’opera di Bergotte intercorrono rapporti tali che ciascuna delle due realtà può fungere, per chi oggi è anziano, da commento dell’altra.

  Mi lasciavo trasportare, raccontando, dalle mie impressioni. Spesso Bergotte non le trovava giuste, ma mi lasciava parlare. Gli dissi che mi era molto piaciuta quella luce verde nel momento in cui Fedra alza il braccio. «Ah! fareste felice lo scenografo che è un grande artista, glielo riferirò perché è molto fiero di quella luce. A me, confesso, non piace molto, è come se tutto nuotasse in una gran macchina glauca, e la povera Fedra, là dentro, sembra un po’ troppo un ramo di corallo in fondo a un acquario. Mi direte che serve a mettere in risalto l’aspetto cosmico del dramma. È vero. Ma andrebbe meglio per un dramma ambientato nel regno di Nettuno. So bene che c’è sotto la vendetta di Nettuno. Mio Dio, non pretendo che si pensi solo a Port-Royal, ma insomma, alla fin fine, Racine non ci ha certo raccontato gli amori dei ricci di mare. Però, tutto sommato, è quello che il mio amico voleva ed è comunque geniale e, in fondo, abbastanza bello. Sì, a voi è piaciuto, insomma avete capito: in fondo la pensiamo allo stesso modo, vero?, è un po’ insensato quel che ha fatto, no?, ma in fin dei conti è molto intelligente.» Anche quando, come in questo caso, era opposto al mio, il parere di Bergotte non mi riduceva affatto al silenzio, a quell’impossibilità di rispondere in cui mi avrebbe invece confinato il parere del signor di Norpois. Il che non prova che le opinioni di Bergotte valessero meno di quelle dell’Ambasciatore, anzi. Un’idea forte comunica un po’ della sua forza al contraddittore. Partecipando del valore universale degli spiriti, essa s’insinua, s’innesta nella mente di colui che ha confutato, in mezzo a idee adiacenti con il cui aiuto questi, riprendendo un po’ il sopravvento, la completa, la rettifica; così che la sentenza finale risulta in qualche modo opera delle due persone che discutevano. È alle idee che non sono, propriamente parlando, tali, alle idee che, non riferendosi a niente, non trovano nessun punto d’appoggio, nessuna fraterna ramificazione nella mente dell’avversario, che questi, alle prese col puro vuoto, non trova niente da rispondere. Gli argomenti del signor di Norpois (nel campo dell’arte) non ammettevano replica perché non avevano realtà.

  Poiché Bergotte non scartava le mie obiezioni, gli confessai che il signor di Norpois le aveva disprezzate. «Ma è un vecchio merlo, rispose Bergotte, vi ha dato qualche beccata perché pensa sempre che il suo interlocutore sia una ciambella o un osso di seppia. – Come! conoscete Norpois? mi chiese Swann. – Oh! è noioso come la pioggia», lo interruppe sua moglie che riponeva molta fiducia nel giudizio di Bergotte e probabilmente temeva che Norpois ci avesse parlato male di lei. «Ho cercato di conversare con lui dopo pranzo, non so se fosse l’età o la digestione, ma l’ho trovato talmente moscio! Sembrava che avesse bisogno di qualche droga. – Sì, disse Bergotte, è costretto a tacere spesso per non esaurire prima di sera la scorta di scemenze che gli garantisce l’inamidatura dello sparato e il candore del gilet. – Bergotte e mia moglie mi sembrano troppo severi», disse Swann che si era assunto il “ruolo” della persona di buonsenso. «Ammetto che per voi Norpois non possa essere molto interessante, ma da un altro punto di vista» (Swann amava collezionare le bellezze della “vita”), «è un tipo abbastanza curioso, abbastanza curioso come “amante”. Quando era segretario a Roma», continuò, dopo essersi accertato che Gilberte non potesse sentirci, «aveva a Parigi un’amante di cui era perdutamente innamorato, e per incontrarsi un paio d’ore con lei trovava il modo di fare il viaggio due volte alla settimana. A quei tempi, del resto, era una donna molto intelligente e affascinante, adesso è una vecchia damazza. E lui ne ha avute molte altre, nel frattempo. Io sarei impazzito se avessi dovuto vivere a Roma mentre la donna che amavo era a Parigi. Gli uomini nervosi dovrebbero sempre innamorarsi, come dice la gente del popolo, “più in basso di loro”, in modo che, per interesse, la donna amata sia sempre a disposizione.» A questo punto Swann si rese conto che avrei potuto applicare quella massima a lui e a Odette. E siccome anche negli esseri superiori, proprio quando sembrano librarsi con voi al di sopra della vita, l’amor proprio resta meschino, egli fu preso da un accesso di malumore nei miei confronti. Ma non ne manifestò alcun segno, tranne l’inquietudine dello sguardo. Lì per lì non mi disse niente. Non c’è da stupirsene. Quando, secondo un racconto per altro immaginario, ma la cui sostanza si ripete ogni giorno nella vita di Parigi, Racine alluse a Scarron davanti a Luigi XIV, il sovrano più potente del mondo non disse nulla, per quella sera, al poeta. E solo il giorno dopo questi cadde in disgrazia.

  Ma poiché una teoria esige d’essere espressa per intero, Swann, superato quell’attimo di irritazione, e ripulito il vetro del monocolo, completò il suo pensiero con le seguenti parole, che avrebbero poi assunto, nel mio ricordo, il valore d’un profetico avvertimento del quale non seppi tener conto: «Il rischio di amori simili, tuttavia, è che la soggezione della donna plachi per un momento la gelosia dell’uomo, ma la renda anche più esigente. Si spingerà sino a far vivere l’amante come quei prigionieri cui si tiene la luce accesa giorno e notte per sorvegliarli meglio. E, il più delle volte, finisce con un dramma».

  Riportai il discorso sul signor di Norpois. «Diffidatene, è una gran malalingua, invece», disse Madame Swann in un tono che mi parve confermare che Norpois aveva parlato male di lei, tanto più che Swann la guardò con aria di rimprovero e come per impedirle di aggiungere altro.

  Intanto Gilberte, che già due volte era stata pregata di andare a prepararsi per uscire, indugiava ad ascoltarci, fra la madre e il padre, teneramente appoggiata alla spalla di lui. Niente, a prima vista, faceva più contrasto con Madame Swann, che era bruna, di quella ragazzina dai capelli rossi, dalla pelle dorata. Ma bastava un istante per scoprire in Gilberte numerosi tratti – per esempio il naso, definito con brusca e infallibile decisione dallo scultore invisibile che lavora di scalpello per generazioni e generazioni –, l’espressione, le movenze della madre; prendendo un termine di paragone da un’altra arte, la si sarebbe detta un ritratto ancora poco somigliante di Madame Swann che il pittore, con capriccio da colorista, avesse fatta posare mezzo travestita, pronta a recarsi a un ballo in maschera, da Veneziana. E poiché non solo aveva una parrucca bionda, ma ogni atomo scuro era stato espulso dalla sua carne che, svestita dei suoi veli bruni, sembrava più nuda, appena ricoperta dei raggi sprigionati da un sole interiore, il trucco non era semplicemente superficiale, ma incarnato; era come se Gilberte raffigurasse qualche animale favoloso, o indossasse un travestimento mitologico. La pelle da rossa era quella del padre, tanto da suggerire che la natura, quando aveva creato Gilberte, avesse dovuto risolvere il problema di rifare a poco a poco Madame Swann non avendo a disposizione, come materia, che la pelle del marito. E la natura l’aveva utilizzata alla perfezione, come un falegname che tenga a lasciare in vista la grana, i nodi del legno. Nel volto di Gilberte, accanto al naso di Odette perfettamente riprodotto, la pelle si sollevava per esibire intatti i due nei di Swann. Una nuova varietà di Madame Swann era stata ottenuta e si trovava lì al suo fianco, come un lillà bianco vicino a un lillà viola. Non bisogna però figurarsi che il confine fra le due somiglianze fosse netto, assoluto. A tratti, quando Gilberte rideva, si scorgeva l’ovale della gota del padre dentro il volto della madre, come se qualcuno li avesse messi insieme per vedere l’esito del miscuglio; l’ovale si precisava nel modo in cui si forma un embrione: s’allungava obliquamente, si gonfiava, un istante dopo era scomparso. Negli occhi di Gilberte c’era lo sguardo franco e buono del padre; lo stesso con cui mi aveva fissato dandomi la biglia d’agata e dicendomi: «Tenetela in ricordo della nostra amicizia». Ma appena s’interrogava Gilberte su quel che avesse fatto, subito, in quegli stessi occhi, apparivano l’imbarazzo, l’incertezza, la dissimulazione, la tristezza di Odette quando, un tempo, Swann le chiedeva dove fosse stata e lei gli dava una di quelle risposte menzognere che costernavano l’amante e che ora, al marito prudente e non curioso, facevano cambiare bruscamente discorso. Spesso, ai Champs-Élysées, cogliere quello sguardo in Gilberte mi aveva turbato. Ma, il più delle volte, non ce n’era motivo. In lei, sopravvivenza puramente fisica della madre, quello sguardo – almeno quello – non corrispondeva più a niente. Quando era andata a scuola, quando doveva tornare a casa per una lezione, le pupille di Gilberte eseguivano il movimento che, in passato, nasceva negli occhi di Odette dalla paura di rivelare che durante la giornata aveva ricevuto uno dei suoi amanti, o che aveva fretta di recarsi a un appuntamento. Così si vedevano quelle due nature – di Swann e di sua moglie – ondeggiare, rifluire, sconfinare alternativamente l’una sull’altra nel corpo di quella Melusina