mercoledì 6 maggio 2020


IL RE DELLA PIOGGIA 
Saul Bellow
Estratto da  Saul Bellow “Il re della pioggia.”

"Ma quando le cose si mettevano molto male, in segreto andavo a cercare nei libri, sperando di trovarvi una parola utile, e un giorno lessi: 'C'è sempre remissione per i peccati, e non occorre la virtù prima.' Mi fecero un'impressione così profonda, quelle parole, che le andavo ripetendo a me stesso. Ma poi ho dimenticato in che libro fossero. Era uno dei mille lasciatimi da mio padre: alcuni li aveva scritti lui. Sfogliai decine di volumi, ma non ci trovai dentro altro che soldi; infatti mio padre usava biglietti di banca per segnalibro, quelli che si trovava fra le mani, da cinque, da dieci, da venti. Trovai anche moneta fuori corso di trent'anni fa, quei biglietti grossi,..."

IL RE DELLA PIOGGIA

CAPITOLO PRIMO 
Perché ho fatto questo viaggio in Africa? La spiegazione non è semplice. Le mie cose andavano sempre peggio, sempre peggio, e a un certo punto erano diventate un viluppo inestricabile. 
Se ripenso alla mia situazione all'età di cinquantacinque anni, quando comprai il biglietto, vedo solo dolore. I fatti mi si affollano addosso, sì che ne avverto l'oppressione sul petto. Irrompono in frotta disordinata: i miei genitori, le mie mogli, le mie ragazze, la mia fattoria, i miei animali, le mie abitudini, i miei soldi, le mie lezioni di musica, le mie sbornie, i miei pregiudizi, la mia violenza, i miei denti, la mia faccia, l'anima mia! 
Ed io urlo: «No, no, via, maledetti, lasciatemi stare!» Ma non possono lasciarmi stare. 
Fanno parte di me. Son cose mie. E mi si ammucchiano addosso da ogni parte. E ne viene il caos. Eppure, il mondo, che mi appariva tremendo, oppressivo, ha distolto da me la sua ira. Ma se voglio darne conto a voi, e spiegare perché andai in Africa, devo guardare in viso i fatti. Magari cominciando dal danaro. Io sono ricco. Dal vecchio ereditai tre milioni di dollari, detratte le tasse, ma mi son sempre considerato un barbone, e con motivo. Soprattutto questo: mi comportavo come un barbone. Ma quando le cose si mettevano molto male, in segreto andavo a cercare nei libri, sperando di trovarvi una parola utile, e un giorno lessi: "C'è sempre remissione per i peccati, e non occorre la virtù prima." Mi fecero un'impressione così profonda, quelle parole, che le andavo ripetendo a me stesso. Ma poi ho dimenticato in che libro fossero. Era uno dei mille lasciatimi da mio padre: alcuni li aveva scritti lui. Sfogliai decine di volumi, ma non ci trovai dentro altro che soldi; infatti mio padre usava biglietti di banca per segnalibro, quelli che si trovava fra le mani, da cinque, da dieci, da venti. Trovai anche moneta fuori corso di trent'anni fa, quei biglietti grossi, gialli. Mi faceva piacere rivederli, erano un ricordo dei vecchi tempi; serravo la porta della biblioteca perché non entrassero i bambini, e passavo il pomeriggio sulla scaletta a scuotere le pagine dei libri, e i soldi si sparpagliavano sul pavimento. Però non ho mai più trovato quella frase sul perdono. 
Passiamo ad altro: mi son laureato in un’università, di quelle consociate sotto il segno dell'edera. Non credo che sia il caso di mettere in imbarazzo la mia alma mater, nominandola. Se non fossi stato un Henderson, se non fossi stato figlio di mio padre, mi avrebbero buttato fuori. Quando nacqui pesavo più di sei chili, e fu un parto laborioso. Poi crebbi. Altezza uno e novanta. Peso centocinque chili. Testa enorme, scarruffata, una chioma che sembra il vello d'una pecora persiana. Occhi sospettosi, quasi sempre contratti. Modi truculenti. 
Naso grosso. Eravamo tre fratelli, gli altri due son morti. Solo un uomo pio come mio padre poteva perdonarmi, e non credo che mi abbia mai perdonato tutto. Quando fu tempo di sposarmi, cercai di farlo contento e scelsi una ragazza del nostro rango sociale. Tipo notevole, ben fatta, alta, elegante, robusta con braccia lunghe e capelli biondi sensuale, fertile e tranquilla. I suoi familiari non me ne vorranno se aggiungo che era schizofrenica; difatti lo era, certamente. Anch'io ho fama di squinternato, ed a ragione: incostante, brutale, tirannico e forse matto. Stando all'età dei figli, il nostro matrimonio durò circa venti anni. I figli son Edward, Ricey, Alice, e altri due. Cristo, quanti figli ho messo al mondo, e che Dio li benedica tutti. A mio modo ho lavorato molto. Il dolore fisico è fatica, e spesso ero ubriaco prima di desinare. Appena tornato dalla guerra (ero troppo anziano per la zona d'operazioni, ma non ce la fecero a tenermene lontano; andai giù a Washington e insistei fino a che non mi mandarono al fronte), Frances ed io divorziammo. Fu proprio il giorno della vittoria. O dopo? No, ora che ci penso, dev'essere successo nel 1948. Comunque sia, ora Frances è in Svizzera, con uno dei bambini. Cosa ne faccia del bambino non lo so. Ce l'ha, ecco tutto. Ed io le auguro buona fortuna. 
Fui contentissimo del divorzio; per me significava ricominciare daccapo. Mi ero già scelta una seconda moglie, e ci sposammo subito. Si chiamava Lily (cognome da ragazza: Simmons). Ci nacquero due gemelli. A questo punto comincia la confusione: Lily con me se la passò malissimo, peggio che Frances. Frances sapeva star sulle sue, e questa era una sorta di difesa, Lily invece no. O forse il mutamento in meglio mi fece male, ero ormai abituato a fare una brutta vita. Ogni volta che a Frances non piaceva quel che facevo, ed accadeva spesso, mi voltava le spalle. Era come la luna di Shelley, che vaga tutta sola. Lily invece no. In pubblico la maltrattavo, in privato la insultavo. Attaccavo briga nelle osterie di campagna, presso la mia fattoria, e le guardie mi misero dentro. Io minacciai il diavolo a quattro, e loro mi avrebbero pestato, se non fossi stato un notabile, lì nella zona. Venne Lily e pagò la cauzione. Poi ci fu la rissa con un veterinario, per via di uno dei miei porci; dopo, con l'autista di uno spazzaneve, sulla statale numero 7: aveva cercato di buttarmi fuori strada. Infine, un paio d'anni or sono, ubriaco com'ero, caddi da un trattore, che mi passò addosso e mi ruppe una gamba. Per mesi andai in giro con le grucce, e picchiavo chiunque, uomo o bestia, incontrassi sul mio cammino. Lily fece una vita d'inferno. Massiccio come un giocatore di calcio, scuro in viso come uno zingaro, bestemmiavo, urlavo, mostravo i denti, scuotevo il capo: ecco perché la gente si teneva a distanza. Ma c'è dell'altro. 
Per esempio: Lily riceve certe signore, ed entro io con l'ingessatura sporca, scalzo e sudato; addosso ho una vestaglia di velluto rosso, comprata da Sulka, a Parigi, per celebrare il divorzio da Frances. Non solo: in testa porto un berretto da cacciatore di lana rossa. Mi strofino le dita sul naso e sui baffi, poi dò la mano alle signore e dico: «Sono il signor Henderson, piacere.» 
Poi dò la mano anche a Lily quasi che fosse anche lei in visita, un'estranea, come le altre. E dico: «Piacere.» Immagino che le signore dicano fra sé: «Non la conosce. Crede d'essere ancora sposato alla prima. Terribile, vero?» Le eccita questa immaginaria fedeltà. 
Invece si sbagliano. Lily lo sa, che io lo faccio apposta, e quando siamo soli scoppia a piangere: «Gene. 
Cos’hai in mente? Cosa vuoi combinare?» 
Tutto imbracato di cinghie rosse, la sovrasto, nella mia vestaglia di velluto, raspo il pavimento con l'ingessatura, che ha la forma di un piede, agito il capo e dico: «Ciu-ciu-ciu.» 
Infatti quando dall'ospedale mi riportarono a casa con quella maledetta ingessatura, la sentii che diceva al telefono: «Solo un altro incidente. Gliene càpitano di continuo, ma lui, oh, lui è forte. Non muore mai.» Non muore mai! Voi che ne pensate?Quelle parole mi riempirono d'amarezza. 
Ora, può anche darsi che Lily lo dicesse per scherzo. Le piace scherzare, al telefono. E' una donna grande e grossa, piena di vita. Il viso dolce, e il carattere che si accorda con il viso. E abbiamo anche avuto giorni felici. Ed ora che ci penso, giorni felici furono soprattutto quelli della gravidanza, gli ultimi. Prima di addormentarci io le massaggiavo la pancia con l'olio speciale perché non si smagliasse la pelle. I capezzoli, da rosa, s'eran fatti d'un marrone scuro, ed il bambino si moveva, dentro la pancia,che cambiava di forma. La massaggiavo leggermente, con enorme attenzione, per timore che i miei ditoni potessero farle del male. E prima di spegnere la luce strofinavo le dita nei capelli, poi c'era il bacio della buonanotte, e ci addormentavamo con l'aroma di quell'olio. 
Ma poi ricominciò la guerra, e quando la sentii dire che io non morivo mai, diedi a quella frase 
un'interpretazione polemica. No, dinanzi alle signore la trattavo come un'estranea perché non mi piaceva che si comportasse da padrona di casa; perché io, l'unico erede di questo nome famoso e di queste ricchezze, io sono un barbone, e lei non è una signora, ma soltanto mia moglie, soltanto mia moglie. 
Poiché d'inverno stavo peggio, ella stabilì di trasferirci sul golfo, in un grande albergo; avrei potuto andare a pesca. Un amico premuroso aveva regalato ai gemelli una fionda ciascuno, di compensato. E una di queste fionde io la trovai nel mio baule, quando lo disfeci all'arrivo, e cominciai a giocarci. Lasciai perdere la pesca: me ne stavo sulla spiaggia a tirar sassi alle bottiglie. 
E allora la gente diceva: «Vedi quell'omone con il naso enorme ed i baffi? Bene, il suo bisnonno era ministro, e i suoi prozii ambasciatori in Inghilterra e in Francia, e suo padre era il famoso studioso Willard Henderson, che scrisse quel libro sugli Albigesi, amico di William James e di Henry Adams.» Non dicevano forse così? C'era da scommetterlo, lo dicevano. Ed eccomi lì alla pensione, con quella mia seconda moglie dal viso dolce e preoccupato, anche lei di poco sotto il metro e ottanta, e i due gemelli. In sala da pranzo versavo cognac nel caffè del mattino (ne avevo una gran bottiglia) e alla spiaggia spaccavo bottiglie vuote. Gli altri ospiti si lamentarono col direttore, per via di tutti quei cocci di vetro, e il direttore se la prese con Lily; non aveva il coraggio di affrontare me. Locale elegante, gli ebrei non sono ammessi, e poi ero arrivato io, E. H. Henderson. Gli altri bambini smisero di giocare con i nostri, e le mogli tutte evitarono Lily. Lily cercò di discuterne con me. Eravamo nel nostro appartamento, io coi calzoncini da bagno, e lei aprì la discussione sul problema della fionda e dei vetri rotti, e sul mio modo di fare verso gli altri ospiti. Ora va detto che Lily è donna assai intelligente. Non rimprovera, edifica; per questo è ben dotata e quando occorre si sbianca in viso e parla col fiato mozzo. Non perché ha paura di me, ma perché dentro di lei sta accadendo una crisi. 
E poiché non arrivava a nulla con quella discussione si mise a piangere, e quando io vidi le lacrime uscii dai gangheri e mi misi a urlare: «Mi faccio saltare le cervella! Mi sparo. Non ho scordato a casa la pistola. Me la porto sempre dietro.» 
«Oh, Gene, » gridò. Si coprì il viso con le mani e fuggì. Ora vi dico il perché. 
CAPITOLO SECONDO 
Perché suo padre si era suicidato proprio in quel modo, con un colpo di pistola. 
Uno dei motivi che mi legano a Lily è il fatto che ambedue soffriamo per via dei denti. Lei ha venti anni meno di me, ma come me ha i denti finti. Io dalle parti, lei davanti. Le mancano gli incisivi superiori. Li perse quand'era alle scuole medie, e giocava a golf col suo adorato papà. Il povero vecchio era un ciccione, e troppo ubriaco, quel giorno, per uscire a giocare a golf. 
Senza guardarsi dietro e senza avvisare, fece un tiro dal primo mucchietto di sabbia, e nel prendere lo slancio la colpì. Mi fa male ripensare a quella maledetta partita di golf, un giorno afoso di luglio, e questo commerciante di tubi, ubriaco, e la figlioletta quindicenne col viso insanguinato. Maledetti siano gli ubriaconi! E maledetti questi individui senza fermezza! Non li sopporto, questi pagliacci che, appena qualcosa va male, si mostrano in pubblico per far vedere che hanno il cuore spezzato. Ma Lily non sopportava che si dicesse una parola sola contro il padre, e scoppiava a piangere ripensando a lui. Ha sempre la fotografia del padre nel portafoglio. 
Il vecchio non l'ho mai conosciuto di persona. Quando ci incontrammo, io e Lily, lui era già morto da dieci o dodici anni. 
Subito dopo la morte del padre lei sposò un tale di Baltimora,piuttosto ricco, mi han detto... Anzi, ora che ci penso, fu Lily a dirmelo. 
Però non andavano d'accordo e durante la guerra lei ottenne il divorzio. (Io ero al fronte, in Italia, a quell'epoca.) Comunque sia, quando la conobbi era tornata a casa, e viveva con la madre. La famiglia veniva da Danbury, capitale del commercio dei cappelli. 
Una sera d'inverno successe che Frances ed io andammo a una festa, a Danbury, ma lei venne un po' controvoglia, perché si scriveva con un intellettuale, non so bene chi, in Europa. 
Frances legge molto, scrive molto (lettere) e fuma molto, e quando le prendeva uno dei suoi pallini - filosofici credo - quasi non la vedevo più. Sapevo solo che era su nella sua stanza, a fumare Sobraine, a tossire, a prendere appunti, a elaborare. Bene, quando andammo a quella festa, Frances stava appunto attraversando una di tali crisi. 
Proprio nel bel mezzo del ricevimento si ricordò che aveva una cosa da fare, salì in macchina e se ne andò, dimenticandosi completamente di me. Io feci un po' di confusione, anche quella sera. Forse ero l'unico, là in mezzo, con la cravatta nera. 
Blu a mezzanotte. Forse ero il primo, nella zona, a presentarmi in giacca blu. La sensazione mia era d'avere addosso un ettaro intero di quella stoffa blu. Lily, invece, me l'avevano presentata da dieci minuti, indossava un abito a strisce rosse e verdi. Parlavamo. 
Visto l'accaduto, Lily mi offrì un passaggio, e io dissi: «Va bene.» Per la neve ci avviammo alla macchina. 
Era una notte scintillante e la neve crepitava sotto le scarpe. La macchina era ferma su di una collinetta, 
lunga trecento passi e liscia come il ferro. 
Appena si fu mossa, la macchina slittò e Lily perse la testa e si mise a gridare: «Eugene!» Mi buttò le braccia al collo. Non c'era anima viva su quella collina, né sui sentieri donde avevano spalato la neve. Non vedevo un cane, da nessuna parte. La macchina fece un giro completo su se stessa. Le braccia di lei, nude, venivan fuori dalle maniche di pelliccia e mi stringevano al collo, mentre con gli occhi sbarrati guardava dal parabrezza e la macchina slittava sulla neve e sul gelo. La marcia non era ingranata; io afferrai la chiave e spensi l'accensione. 
Finimmo dentro una buca coperta di neve, non lontana però, ed io mi misi al volante. La luna splendeva chiarissima. 
«Come fa a sapere il mio nome?» dissi e lei fece: 
«Be', tutti sanno che lei si chiama Eugene Henderson.» 
Parlammo ancora un po', poi lei mi disse: «Lei dovrebbe divorziare.» 
Io risposi: «Ma cosa dice? Son discorsi da farsi questi? E poi io son vecchio, potrei essere suo padre.» Non la rividi più, fino all'estate. Questa volta era in giro per certe compere: aveva il cappello, un vestito di piqué bianco e le scarpe bianche. Pareva che volesse piovere e lei non intendeva farsi cogliere dall'acqua vestita così (l'abito, notai, era già inzaccherato); così mi chiese un passaggio. 
Ero stato a Danbury a comprar legname per il granaio, e ne avevo la giardinetta carica. 
Lily mi spiegava la strada di casa sua, ma per il nervosismo si smarrì; era molto bella, ma nervosissima. 
C'era afa, poi cominciò a piovere. 
Mi disse di voltare a destra e così ci trovammo dinanzi a una buca piena d'acqua, chiusa da una rete metallica grigia: era una via senza sbocco. L'aria s'era fatta così scura che le maglie della rete parevano bianche. Lily cominciò a gridare: «Oh, volti, la prego! Presto, volti! Non ricordo più la strada e debbo tornare a casa.» Finalmente ci arrivammo, una casetta che odorava di stanze chiuse, quando fa caldo. Ci arrivammo proprio mentre cominciava il temporale. 
«Mia madre gioca a bridge,» disse Lily. «Debbo telefonarle, dirle che torni a casa. C'è un telefono in camera mia.» Salimmo di sopra. 
Non c'era nulla di equivoco, in quella ragazza, ve lo assicuro. Mentre si spogliava cominciò a parlare con voce tremante: 
«Ti amo! Ti amo!» Ed abbracciandola dicevo a me stesso: "Come può amare te, te, te!" Ci fu un enorme groppo di tuono, poi uno scroscio d'acqua sulle strade, sui tetti, sugli alberi, sui vetri, e anche fulmini. La tempesta colmava, accecava ogni cosa. Ma da lei mi veniva un odore caldo, come di pane fresco. Giacevamo nel suo letto scurito dalla calda oscurità della tempesta. Dal principio alla fine non smise mai di dirmi: «Ti amo!» Giacemmo così, tranquilli, e le prime ore della sera ci giunsero col tornare del sole. 
Sua madre attendeva nel soggiorno. Non me ne preoccupai molto. Lily infatti le aveva telefonato: «Per un po' resta dove sei,» e quindi sua madre aveva subito lasciato la partita di bridge, affrontando la peggiore tempesta che si ricordasse da anni. No, non mi piaceva. Non che la vecchia mi facesse paura, ma capii l'antifona. Lily aveva fatto in modo che la mamma la scoprisse. Venni giù per primo, e scorsi un lume acceso accanto al divano. E quando fui in fondo alla scala, faccia a faccia con la vecchia, dissi: «Mi chiamo Henderson.» La madre era una bella donnina, un viso di porcellana, il tipo che gioca a bridge. Aveva il cappello, e quando si fu messa a sedere, scorsi un libretto legato in pelle, sulle ginocchia robuste. Capii che mentalmente contava i punti a carico di Lily. 
"In casa mia. Con un uomo sposato." E così via. Io me ne restavo lì in quel salotto, indifferente, seduto, la giardinetta, fuori, piena di legname. Si doveva certo avvertire, su di me, l'odore di Lily, l'odore del pane. E Lily, bellissima, venne giù per la scala, per mostrare a mamma la sua bella impresa. Facendo finta di nulla, tenevo le gambe larghe, gli scarponi sul tappeto, e ogni tanto mi lisciavo un baffo. Avvertivo, fra madre e figlia, la presenza di Simmons, il papà di Lily, venditore all'ingrosso di tubi, che si era suicidato. Anzi, si era ucciso nella camera accanto a quella di Lily, che era la più grande. Lily dava alla madre la colpa del suicidio 
paterno. Cos'ero io, dunque, lo strumento della sua ira? "Oh, no, amico," dissi fra di me, "tu non c'entri. Tu non sei nel gioco." 
Pareva che la madre avesse deciso di comportarsi a dovere, essere all'altezza della situazione, battere Lily nel suo terreno. Naturale, forse. Comunque sia, con me si contenne da vera signora, ma a un certo momento non riuscì più a controllarsi, e fece: «Ho conosciuto suo figlio.» 
«Oh, sì. Un tipo magro vero? Edward? Ha una M G. A volte si fa vedere dalle parti di Danbury.» 
Poi me ne andai, dicendo a Lily: «Sei una bella ragazzona, ma non avresti dovuto fare un torto simile a tua madre.» 
La vecchia robusta stava seduta sul sofà con le dita intrecciate e gli occhi che sotto le ciglia formavano una linea ininterrotta: per via delle lacrime o dell'irritazione. 
«Ciao, Eugene,» disse Lily. 
«Arrivederci, signorina Simmons,» dissi io. 
Non fu un congedo amichevole. 
Però ci incontrammo ancora, ma a New York City, perché Lily si era divisa dalla madre, aveva piantato Danbury, aveva preso un appartamento a Hudson Street: quando pioveva, nella scala andavano a ripararsi gli ubriachi. 
Arrivai io, pesante, ombra enorme su quelle scale, con sul viso i colori della campagna e dell'alcool, i guanti gialli di cinghiale in mano, ed una voce in cuore che di continuo mi ripeteva: Voglio, voglio, voglio, oh, voglio, sì, avanti. 
Questo dicevo fra di me: Bussa, bussa, bussa. E andavo su per la scala, con il mio cappotto bene imbottito, i guanti di cinghiale in tasca, acceso dal desiderio e dall'impaccio, e mi accorgevo che i miei occhi fissavano luccicanti la ringhiera, su in cima, dove Lily aveva aperto la porta e aspettava. 
Il suo viso era tondo, bianco, gli occhi chiari e contratti. 
«Accidenti! Ma come puoi vivere in questa tana puzzolente? Puzza» dissi. 
Infatti l'edificio aveva gabinetti comuni, la catena dello sciacquone verde di muffa e alle porte lastre di vetro color prugna. 
Era amica di quei poveracci, soprattutto dei vecchi e delle madri. Comprendeva - così mi disse - perché essi avevano l'apparecchio della televisione, per distrarsi, e consentiva loro di riporre burro e latte nel frigorifero suo, e si prendeva la briga di riempire i moduli dell'ufficio assistenziale. Secondo me ella pensava di far del bene a questa gente, e mostrava agli immigrati, agli italiani, che l'America in fondo è un bel paese. Ma cercava davvero di aiutarli, ed era sempre in giro, con quegli sguardi solleciti, e diceva un sacco di cose sconnesse. 
Gli odori di quella casa ti prendevano alla gola, ed io salivo su per la scala e dissi: «Eh, son proprio a terra!» Entrammo nel suo appartamento, all'ultimo piano. Era anche sporco, ma per lo meno c'era la luce. Ci sedemmo a parlare e Lily mi disse: «Ti sei deciso a buttar via il resto della tua vita?» 
La situazione con Frances era disperata. Da quando ero tornato dalla guerra una volta sola ci fu qualcosa di intimo fra noi due, ma poi basta, e così la lasciai perdere, più o meno. Poi una mattina ci fu un colloquio fra noi due che ci separò, per sempre. 
Poche parole appena. Andò così: «E ora cosa intendi fare?» (Infatti non m'importava più della fattoria.) 
«Forse,» dissi, «son sempre in tempo a diventar medico. Potrei iscrivermi alla facoltà di medicina.» Frances aprì la bocca, una bocca di solito morigerata, per non dire triste, e si mise a ridere; e mentre lei rideva io non vedevo altro che quella bocca aperta, buia, nemmeno i denti: un fatto strano perché lei ha i denti, e bianchi. Ma cosa era successo ai denti? 
«Va bene, va bene, va bene» dissi. 
Così compresi che Lily aveva perfettamente ragione, a proposito di Frances. E tuttavia non seguì il resto. 
«Voglio avere un bambino. Non posso attendere ancora,» disse Lily. «Presto avrò trent'anni.» «Cosa c'entro io?» chiesi. «Che ti succede?» «Tu ed io dobbiamo vivere insieme,» fece. 
«Chi lo dice?» 
«Se non lo facciamo, è la fine per tutti e due,» disse. 
Passarono un paio d'anni, e lei non riusciva a convincermi. Io non credevo che la cosa potesse essere tanto semplice. 
Così si sposò all'improvviso con uno del New Jersey, un agente di cambio, di nome Hazard. A ripensarci lei mi aveva parlato di quell'uomo, ma allora credetti che fosse uno di quelli a cui scriveva le sue lettere ricattatorie. Comunque sia lo sposò. Questo fu il suo secondo matrimonio. Poi con Frances e le due bambine andai in Europa, in Francia, per un anno. 
Ho trascorso diversi anni della mia fanciullezza nel sud della Francia, presso la città di Albi, dove il mio vecchio faceva certe ricerche. Cinquanta anni fa sfottevo un tale dall'altra parte della strada: «François, oh François, ta soeur est constipée.» 
Mio padre era un omaccione robusto e schietto. Portava le mutande lunghe di tela irlandese. I cappelli gli arrivavano in scatole orlate di velluto rosse. Le scarpe le ordinava in Inghilterra e i guanti da Vitale, MilanoRoma. Suonava il violino, e piuttosto bene. 
Mia madre andava a scrivere poesie nella chiesa di mattoni, ad Albi. Raccontava sempre la storia di una signora francese, molto affettata nei modi. Si incontravano al portone della chiesa, assai stretto, e la signora diceva: «Voulez-vous que je passasse?» E mia madre rispondeva: «Passassassez, madame.» Questa storia buffa la raccontava a tutti, e per anni e anni continuò a ridere ed a ripetere a bassa voce: «Passassassez.» Tempi passati ormai. Chiusi, sigillati. Passati. 
Invece Frances ed io non andammo ad Albi con le bambine. Si era iscritta al Collège de France, dove sono tutti i filosofi. Era difficile trovar casa, ma io presi in affitto un buon appartamento da un principe russo. De Vogilé ricorda suo nonno, ministro sotto Nicola I. Era un uomo alto, cortese; sua moglie era spagnola e la suocera, anch'essa spagnola, Señora Guirlandes, gli stava sempre addosso, e lui ne soffriva. La moglie ed i figli stavano con la vecchia, e lui fu relegato nell'attico, nella stanza della serva. Quasi tre milioni di dollari, possiedo io. Forse avrei potuto far qualcosa per aiutarlo. Ma a quell'epoca mi divorava il cuore quella cosa che ho detto: Voglio, Voglio! Povero principe, lassù! I suoi bambini erano ammalati, e lui mi spiegò che se la situazione non migliorava, voleva buttarsi dalla finestra. 
Io dissi: «Non faccia il matto, principe.» 
Mi sentivo colpevole, ad abitare in casa sua, dormire nel suo letto, fare il bagno nella sua vasca due volte al giorno. Invece di farmi bene, quei due bagni caldi aggravavano la mia malinconia. 
Dopo che Frances si mise a ridere dei miei sogni nel campo della medicina, smisi di discutere con lei. Ogni giorno andavo in giro per Parigi: a piedi dalle fabbriche Gobelin al cimitero di Père Lachaise e a Saint Cloud. L'unica persona che si occupava della mia vita era Lily, ormai Lily Hazard. All'American Express ricevetti un suo biglietto, scritto su una partecipazione di nozze, molto tempo dopo il suo matrimonio. Ero carico di guai, e son parecchie le puttane che incrociano nei paraggi della Madeleine, e su qualcuna posavo l'occhio, ma quella tremenda iterazione, 
Voglio, voglio, non c'era viso di donna che bastasse a fermarla. 
"Magari arrivasse Lily," pensavo. E arrivò. Girò la città in tassì, cercandomi, e finalmente mi scorse, presso il Métro Vavin. Mi chiamò ad alta voce, dalla macchina grande e lucida. Aprì la portiera e cercò di alzarsi sul predellino. Tendeva il collo, grande e ben tornito, da dentro il tassì. Il labbro superiore le tremava di gioia. Ma per quanto agitata, non dimenticava i suoi incisivi e li teneva al coperto. "Cosa me ne importava a me, dei denti di porcellana? Sia ringraziato il Signore per le grazie che di continuo mi manda!" 
«Lily! Come stai, cara? Da dove vieni?» 
Ero contento, terribilmente. Mi stimava un ciccione, certo, ma ancora abbastanza efficiente. Pensava che io dovessi vivere, non morire (un altro anno così a Parigi e dentro mi si faceva la ruggine, per sempre). Pensava che forse l'avvenire mi riserbava qualcosa di buono. Mi amava. 
«Che ne hai fatto di tuo marito?» 
Tornando al suo albergo, in fondo al boulevard Raspail, mi disse: «Volevo un bambino, sentivo d'invecchiare.» (Lily aveva ventisette anni, allora.) «Ma al momento del matrimonio compresi che era uno sbaglio. Cercai di saltar giù dalla macchina, a un semaforo, vestita da sposa, ma lui mi afferrò e mi tirò indietro. Mi dette anche un pugno in un occhio,» disse «e fu una fortuna che avessi il velo, perché l'occhio mi diventò nero, e per tutta la cerimonia non feci altro che piangere. Poi è morta mia madre.» «Cosa? Ti ha preso a sberle,» feci io furibondo. 
«Se l’incontro, lo faccio a pezzi. Oh, mi dispiace per tua madre.» 
La baciai sugli occhi, poi giungemmo al suo albergo in quai Voltaire, e l'uno nelle braccia dell'altro fummo al colmo della felicità. Seguì una settimana di gioia; andavamo dappertutto, seguiti dal detective privato di Hazard. Poi io presi in affitto un'auto e cominciammo il giro delle chiese parigine. E Lily, in quel suo modo meraviglioso - sempre meraviglioso – cominciò a farmi soffrire. 
«Tu credi di poter vivere senza di me, invece non puoi,» diceva, «come io non posso vivere senza di te. Io affogo nella tristezza. Perché credi che io abbia lasciato Hazard? Per via della tristezza. E più triste che mai mi sentivo quando lui mi baciava. Mi sentivo sola. E quando lui...» «Basta. Non me lo dire,» feci. 
«Fu meglio quando mi diede il pugno nell'occhio. Perché c'era la verità in quell'atto. Non mi sembrava di affogare.» 
Ed io cominciai a bere, peggio di prima, e fui ubriaco in tutte quelle chiese, Amiens, Chartres, Vézelay e così via. Spesso doveva guidare lei. La macchina era piccola (una "deux-cent-deux" decapottabile, cioè convertibile) e noi due, grandi e grossi, torreggiavamo sui sedili, biondi, scuri, belli e ubriachi. 
Per me era venuta via dall'America, ed io non le permettevo di compiere la sua missione. Così continuammo il viaggio fino al Belgio, e poi di ritorno, al Massif, e sarebbe stato bello, per chi ama la Francia, ma io non l'amavo, la Francia. Dal principio alla fine Lily non cambiò registro. Sempre prediche: non si può vivere per questo, bisogna vivere per quest'altro; non il male, ma il bene; non la vita ma la morte; non l'illusione ma la realtà. 
Lily non si esprime con chiarezza; forse a scuola le hanno insegnato che una vera signora parla a bassa voce, e quindi lei farfuglia, e io sono duro d'orecchio, a destra, e poi c'era il rumore del vento, delle gomme e del motore, piccolo. Ma capivo, dalla gioia frenetica del suo viso grande, bianco e puro, che non aveva cambiato registro. 
Mi perseguitava, con quel viso pieno di luce e con quegli occhi pieni di gioia. Cominciai a capire che era trascurata, nelle sue abitudini, e persino sporca. Trascurava di lavarsi, sotto, fino a che una volta,che ero ubriaco, glielo dissi. Forse per questo era una moralista, una pensatrice, perché quando io le dicevo: «Lavati le robe tue,» lei si metteva a discutere. «I miei maiali, alla fattoria, sono più puliti di te,» le dicevo; e cominciava il dibattito. 
«Un individuo non può percorrere da solo tutto il processo dell'azoto,» le dicevo, e lei rispondeva sì, ma io sapevo quel che può fare l'amore. 
Io urlavo: «Zitta.» E lei non si arrabbiava. Le dispiaceva soltanto, per me. 
Il giro continuava ed io ero doppiamente prigioniero: uno,della religione e della bellezza delle chiese, quando la sbornia non era tale da impedirmi di vederle, e, due, di Lily, del suo splendore, dei suoi discorsi a bassa voce, dei suoi amplessi. 
Cento volte mi ripetè: «Torna con me in America. Io sono venuta a prenderti.» 
«No,» feci alla fine. «Se tu avessi cuore non mi tortureresti, Lily. Accidenti, non dimenticare che sono un reduce, un veterano, un decorato. Ho servito il mio paese. Ho passato i cinquanta, e di tanti guai ho la pancia piena.» 
«Ragione di più per far qualcosa,» rispondeva. 
A Chartres le dissi: «Se non la smetti mi faccio saltare le cervella.» 
Fui crudele, perché sapevo del suicidio di suo padre. Ubriaco com'ero, quella crudeltà faceva male anche a me. Il vecchio si era sparato dopo una lite in famiglia. Era un uomo affascinante: debole, col cuore a pezzi, buono, sentimentale. Tornava a casa gonfio di whisky e cantava a Lily e alla cuoca vecchie canzoni, ballava il tip-tap e faceva il pagliaccio, in cucina, raccontava barzellette col doppio senso, una cosa sporca, che non si fa a una bambina. Lily mi raccontava tutto, al punto che la figura del padre l'avevo chiara e reale dinanzi agli occhi, ed io amavo e odiavo insieme quel vecchio bastardo. 
Dicevo al fantasma: "Eccoti, vecchio pestapiedi, vecchio rompicuori, coi tuoi poveri scherzi. Eccoti, sacco di granoturco; perché hai fatto questo a tua figlia, lasciandola poi nelle mie mani?" 
E quando minacciai di suicidarmi, alla cattedrale di Chartres, dentro quel prodigio di santità e di bellezza, Lily trattenne il fiato. La luce del suo volto si fece perlacea. Pur senza dirmelo, mi perdonò. 
«A me non me ne importa del tuo perdono,» le dissi. 
A Vézelay ci fu lo scontro. Fin dal primo momento era stata alquanto strana la nostra visita alla cittadina. Uscendo dall'albergo, al mattino, trovammo la convertibile deux-cent-deux con una 
gomma a terra. Poiché era una bella giornata di giugno, non avevo voluto riporre la macchina in garage e secondo me fu la direzione dell'albergo a ordinare che sgonfiassero. Io mi misi a urlare fino a che quelli dell'albergo serrarono il cancelletto di ferro. Feci presto a cambiare la gomma; nemmeno presi il cricco, ma furibondo com'ero sollevai la vetturetta e ci misi un gran sasso sotto. Poi litigai con il direttore dell'albergo (dicevamo tutti e due "pneu, pneu,") e mi sentii meglio, e facemmo un giro attorno alla cattedrale, comprammo un chilo di fragole, in un imbuto di carta, e ce ne andammo sui bastioni a prendere il sole. Dai tigli cadeva una polvere gialla, e sui tronchi dei meli crescevano rose selvatiche. Rosso pallido, rosso sgargiante, acceso, pungente, aspro come l'ira, dolce come una droga. 
Lily si tolse la camicetta per prendere il sole alle spalle. Dopo un poco si tolse anche le mutandine, e quindi il reggipetto, e mi si mise a sedere in grembo. 
Seccato, le dissi: «Come fai a sapere quello che voglio?» 
E poi, più cortese, per via delle rose sui tronchi degli alberi, acute, avvinghiate,fiammeggianti, dissi: «Non ti piace questo bel camposanto?» 
«Non è un camposanto» mi rispose, «è un frutteto.» 
Io dissi: «Ieri ti sono venute le tue cose. Allora cosa cerchi?» 
Mi rispose che prima d'allora non mi ero mai opposto, e questo era vero. 
«Ora invece non voglio,» dissi e cominciammo a litigare e fu una lite così violenta che io le dissi di tornarsene a Parigi col prossimo treno. 
Non diceva nulla. L'avevo in pugno, pensavo. Invece no, tutto pareva dimostrare quanto l'amavo. Il suo viso folle si abbuiava di amore e di gioia intensa. 
«Tu non mi ucciderai mai, sono un osso duro!» le gridai. Poi mi misi a piangere, per tutte quelle insopportabili contraddizioni che avevo in cuore. Piangevo e singhiozzavo. 
«Sali, cagna matta,» le dissi piangendo. E arrotolai il tetto della convertibile. Aveva le aste di sostegno sporgenti. Bastava rinterzare la tela. 
Col fiato mozzo, pallida di terrore, ma anche rosa da quella sua maledetta esaltazione, mormorava qualcosa, mentre io, al volante, singhiozzavo d'orgoglio e di forza, e d'anima e d'amore, tutto quanto. 
Le dissi: «Accidenti, sei pazza!» 
«Senza di te forse è vero. Forse non ci son tutta e non capisco. Ma quando siamo insieme, io so.» 
«Sai un corno. E perché io non so nulla? Stai lontana da me, perdio. Tu mi rovini.» 
Scaricai sul marciapiede la sua valigia piena di roba sporca. E sempre singhiozzando, voltai le spalle alla stazione, che era a venti chilometri da Vézelay, e mi diressi verso il meridione della Francia. 
Giunsi in una località della Costa Vermiglia, chiamata Banyules. Da quelle parti c'è una stazione marittima, e nell'acquario ebbi una stranissima esperienza. Era il crepuscolo. Stavo a guardare la piovra, e pareva che anche l'animale mi guardasse, premendo la testa molle contro il vetro piatto, la pelle si faceva bianca e granulosa, stinta, variegata. Gli occhi freddi mi fissavano. Ma anche più parlante, anche più fredda era la testa morbida e immacolata e il moto browniano di quelle macchie, una freddezza cosmica in cui sentii che stavo morendo. I tentacoli si muovevano pulsando sui vetri, le bolle d'aria salivano alla superficie, ed io pensai: "Questo è il mio ultimo giorno. La morte mi ha mandato l'avviso." E tanto basti circa la minaccia di suicidio che feci a Lily. 
CAPITOLO TERZO 
Ed ora qualche parola sui motivi che mi spinsero al viaggio in Africa. 
Quando tornai dalla guerra meditavo di farmi allevatore di porci; e questo forse basta a dimostrare quel che pensavo della vita in generale. 
Non avrebbero mai dovuto bombardare Montecassino; certi ne danno la colpa alla ottusità dei generali. Ma dopo quel sanguinoso massacro, in cui furon fatti fuori tanti giovani del Texas - e una parte toccò anche alla mia squadra - restammo solo Nicky Goldstein ed io del vecchio gruppo, e questo era strano, essendo noi i due uomini più grossi del reparto, e cioè un ottimo bersaglio. In seguito fui ferito anch'io, dall'esplosione di una mina. Intanto però Goldstein ed io eravamo distesi sotto gli ulivi - nelle piante a volte c'era un nodo da cui filtrava la luce - ed io gli chiesi cosa pensava di fare dopo la guerra. Mi disse: «Be', mio fratello ed io, se tutto va bene, mettiamo un allevamento di visoni sui Catskills.» Ed io, o forse parlò il demone dentro di me, dissi: «Voglio metter su un allevamento di maiali.» E dopo che ebbi detto queste parole mi accorsi che se Goldstein non fosse stato un ebreo, avrei parlato di bestiame e non di porci. Ma ormai era tardi per rimangiarsi la parola. Per quanto ne so, Goldstein e suo fratello hanno un allevamento di visoni mentre io... io faccio un'altra cosa. Presi tutte le belle case di campagna, la scuderia con gli stalli di legno - a quei tempi i cavalli dei ricchi venivano trattati come cantanti d'opera - e il bel granaio vecchio col belvedere sopra e il ripostiglio del fieno, un bell'esemplare architettonico. Riempii ogni cosa di maiali, era un regno di maiali, e i castri li trovai anche sul prato e in giardino. 
Anche la sera: voglio che scavino i vecchi bulbi. Si tirarono giù le statue di Firenze e Salisburgo. C'era un gran puzzo di maiali e di beveroni al fuoco e di sterco. I vicini indignati mi aizzarono contro l'ufficiale sanitario. Lo sfidai a portarmi in tribunale: «Gli Henderson sono su questa terra da oltre duecento anni,» dissi a quest'uomo, certo dottor Bullock. 
Frances, la mia allora moglie, disse solo: «Ti prego di non farli entrare sul vialetto d'ingresso.» 
«E tu stai attenta a non far loro del male,» le dissi. «Quegli animali sono parte di me.» 
E a questo dottor Bullock dissi: «Son stati questi civili a dirle di fare così, vero? Questi puzzoni. Ma non mangiano mai carne di maiale, loro?» 
Venendo dal New Jersey a New York, avete mai visto quei porcili col tetto spiovente, e i sentieri, che paiono il modellino di un villaggio tedesco nella Foresta Nera? Ne avete sentito l'odore (prima che il treno entri in galleria per passare sotto il fiume Hudson?) Ebbene, quelle sono stazioni di ingrassamento dei maiali. Magri e ossuti dopo il lungo viaggio dall'Iowa e dal Nebraska, i maiali vengono qui a ingrassare. Comunque sia, ero io l'uomo dei maiali. E come il profeta Daniele avvisò re Nabucodonosor, "ti cacceranno di tra gli uomini, e la tua casa sarà fra le bestie del campo." Le scrofe mangiano i piccoli, perché han bisogno di fosforo. Vanno soggette al gozzo, come le donne. Oh, ho fatto i miei studi su questi intelligenti, giudiziosi animali. Tutti gli allevatori di porci sanno quanto siano intelligenti. La scoperta di tale intelligenza mi diede una sorta di trauma. Ma è strano come io persi ogni interesse per loro, a meno che avessi mentito a Frances, che quegli animali erano diventati parte di me. 
Ora mi accorgo che non ho ancora cominciato a dire i motivi della mia partenza per l'Africa: sarà meglio attaccare da un altro punto. 
Devo cominciare da mio padre? E' un uomo notissimo. Aveva la barba, suonava il violino, e... 
No, questo no. 
E allora diciamo: i miei avi rubarono la terra agli indiani. Altra ne ebbero dal governo e imbrogliarono i vecchi coloni, così io ereditai una grossa proprietà. 
No, non va nemmeno così. Che c'entra questo col mio discorso? 
Eppure ci vuole una spiegazione, perché io ho visto la prova vivente di qualcosa d'importantissimo, ed è mio dovere parlarne. Ma ci son tante difficoltà: non ultima il fatto che è successo in sogno. Bene: deve essere stato otto anni dopo la fine della guerra. 
Avevo divorziato da Frances e sposato Lily, e sentivo che bisognava fare qualcosa. Andai in Africa con un mio amico, Charlie Albert. Anche lui è miliardario. 
Per temperamento son sempre stato borghese, più che militare. 
Quand'ero nell'esercito e presi le piattole, andai a cercare la polvere. Ma quando ebbi detto quello che avevo, quattro medici mi afferrarono, alla vista di tutti, in mezzo alla strada, mi strapparono di dosso i panni, mi insaponarono ben bene, mi tagliarono tutti i peli del corpo, davanti e didietro, ascelle, pube, baffi, sopracciglia,tutto. Successe non lontano dal porto di Salerno. Passavano autocarri pieni di soldati, e pescatori e paisà, e ragazzi e ragazze e donne stavano a guardare. I soldati ridevano e acclamavano e ridevano i paisà, tutta la costa rideva e ridevo anch'io, mentre cercavo di ammazzare i quattro medici. Fuggirono e mi lasciarono pelato e tremante, nudo, col prurito fra le gambe e sotto le braccia: ridevo, urlavo, bestemmiavo di rabbia. Son cose che un uomo difficilmente dimentica, ed alle quali in seguito dà il giusto valore. Il cielo meraviglioso e il prurito e i rasoi; e il Mediterraneo, culla dell'umanità; l'incombente dolcezza dell'aria. La morbidezza dell'acqua, in cui sprofondi, dove si sperse Ulisse, nudo anche lui al canto delle sirene. Tra parentesi: le piattole andarono a ripararsi in una certa fessura; pensai dopo a sistemare questi animaletti astuti. 
A me della guerra importava poco. Restai ferito mettendo un piede su una mina ed ebbi la medaglia, e per un poco mi tennero all'ospedale di Napoli. Credetemi, fui contento di scampare la vita: un'esperienza che destò nel mio cuore un sentimento grande e vero. Ne ho bisogno, sempre. 
L'inverno scorso, sulla porta della cantina, spaccavo la legna da ardere - mi era rimasto qualche tronco di pino - e una scheggia di legno schizzò dal ceppo e mi colse al naso. A causa del freddo estremo non capii quello che era successo, fino a che non vidi sangue sul giaccone. Lily urlò: «Ti sei rotto il naso.» No, non era rotto. Sul naso ho un mucchio di carne, a protezione, ma per parecchio me lo tenni pesto. Comunque appena sentii il colpo pensai solo alla verità. Forse la verità viene in seguito a un urto? 
Questo è il concetto, seppur esiste, militare. Cercai di parlare a Lily; perché anche lei aveva sentito la forza della verità, quando il suo secondo marito Hazard, la colpì all'occhio. 
Insomma ero sempre stato così, forte e sano, rozzo, aggressivo, e magari prepotente, da ragazzo; all'università portavo gli orecchini d'oro, a scopo provocatorio, e mentre prendevo la laurea, giusto per far contento mio padre, continuavo a comportarmi come un ignorante, come un barbone. Quando mi fidanzai con Frances andammo a Coney Island, ed io mi feci tatuare il suo nome in rosso sulle costole, a lettere purpuree. Ma non che questo bastasse a sciogliere il ghiaccio, dentro di lei. Già sui quarantasei-quarantasette al mio ritorno dall'Europa l'indomani del giorno della vittoria (martedì 8 maggio), mi dedicai ai porci, e poi confidai a Frances il mio interesse per la medicina; e lei rise di me; ricordava il mio entusiasmo, a diciott'anni, per Sir Wilfred Grenfell e poi per Albert Schweitzer. 
Cosa può fare uno quando ha un temperamento simile? Uno studioso dell'anima umana mi spiegò un giorno che scatenando la propria ira sulle cose inanimate, non solo si risparmiano quelle vive - e questo è il dovere di una persona civile - ma anche ci si libera della robaccia che è in noi. A me questo discorso parve giusto, e cercai di mettere in pratica il consiglio. Mi ci ero messo d'impegno: spaccavo la legna, alzavo pesi, aravo, piazzavo blocchi di cemento, impastavo il calcestruzzo, preparavo il beverone ai maiali. Nella mia fattoria, nudo fino alla cintola come un forzato, spaccavo pietre con la mazza. Mi giovava, ma non quanto occorreva a me. La violenza genera violenza, da colpo nasce colpo; così almeno fu nel mio caso; nasceva e cresceva. La rabbia cresceva sulla rabbia. E allora che fare? Più di tre milioni di dollari. Detratte le tasse, detratte le elemosine e tutte le altre spese. A che servono, per un temperamento soldatesco qual è il mio! 
Persino i porci, saggi, mi rendevano. Insomma non riuscivo a sprecare i soldi. Ma i porci furono uccisi e mangiati. Si trasformarono in prosciutti e guanti e strutto e fertilizzante. E io che feci? Una specie di trofeo, direi. Un uomo come me può diventare una sorta di trofeo, direi. Pulito, netto, vestito d'abiti costosi. 
L'isolante sotto il tetto, vetri termostatici alle finestre; tappeti per terra; e sui tappeti mobili, sui mobili ancora tappeti, e sui tappeti fodere di plastica; e carta di Francia alle pareti e arazzi: tutti spolverati e guarniti. E in mezzo a tutta questa roba, chi? Chi seduto lì al centro? L'uomo! Ecco chi c'è, l'uomo! 
Ma poi viene il giorno, viene sempre il giorno delle lacrime e della pazzia. 
Ora, mi pare di aver già detto che c'era un guasto nel mio cuore, una voce che mi parlava dentro e diceva: VOGLIO, VOGLIO, VOLGIO! Succedeva tutte le sere, e quando io cercavo di soffocarla, diventava anche più forte. Diceva solo quella cosa. VOGLIO! VOGLIO! 
E io chiedevo: «Ma cosa vuoi?» 
Ma non mi diceva altro, mai. Non diceva altro che VOGLIO, VOGLIO ! 
A volte quella voce la trattavo come un bambino a cui si offre una caramella, o una filastrocca. La facevo camminare. La facevo trotterellare. Le leggevo una poesia, gliela cantavo. Niente. Indossavo la tuta e montavo sulla scala per riparare le crepe del tetto; spaccavo legna, uscivo a bordo del trattore, lavoravo nel granaio in mezzo ai porci. No, no! Risse, sbornie, fatica, la voce continuava, in campagna, in città. Non c'era oggetto, per quanto costoso, che la placasse. Allora io facevo: «Avanti, dimmi. Cos'hai da lagnarti? Lily forse? Vuoi qualche sudicia puttana? Vuoi qualche sfogo?» 
Ma nemmeno questo serviva. La voce continuava: voglio,voglio, voglio, voglio, voglio! Finché io scoppiavo a piangere ed imploravo: «Dimmi, dunque. Dimmi quello che vuoi!» 
E alla fine dicevo: «Va bene allora. Uno di questi giorni, stupida. Aspetta!» 
Ecco perché mi comportavo in quel modo. Alle tre del pomeriggio cominciava la disperazione e solo verso il tramonto la voce smetteva. E a volte pensavo che forse quella era la mia occupazione, perché alle cinque spariva da sé. 
L'America è tanto grande e tutti lavorano, fanno, scavano, raspano, trasportano, caricano e così via e io immagino che i sofferenti soffrano tutti allo stesso titolo. Tutti vogliono tirare assieme a tutti gli altri. Provai ogni cura pensabile. Certo, in un'epoca di pazzia, immaginare d'essere immuni dalla pazzia è una forma di pazzia. Ma anche la ricerca della salute mentale può essere una forma di pazzia. 
Fra gli altri rimedi provai anche il violino. Un giorno che rovistavo nel ripostiglio trovai la custodia impolverata e l'aprii: c'era lo strumento che suonava mio padre, dentro quel minuscolo sarcofago, col suo esiguo collo contorto e la vita scavata e il crine disfatto e cadente attorno al legno. Girai la vite dell'arco e lo strofinai sulle corde. Ne vennero aspri gemiti. Era come una creatura sensibile per troppo tempo trascurata. 
Allora mi venne in mente il mio vecchio. Magari lui l'avrebbe negato, con ira, ma eravamo molto simili. Nemmeno lui poteva rassegnarsi a una vita tranquilla. A volte era molto duro con la mamma; ricordo che la lasciò distesa in camicia da notte sulla soglia della camera, prima di perdonarle certe stupide parole: quasi come quando Lily al telefono aveva detto che io non morivo mai. Anche lui era fortissimo, ma la forza cominciò a venirgli meno specie dopo la morte di mio fratello Dick (grazie alla quale divenni io l'erede), e si chiuse in camera e cominciò a suonare il violino. Così mi tornò alla mente la schiena di lui curva e le anche piatte, come storpie,e la sua barba che pareva una protesta, erompente dall'anima sua imbiancato dal sangue tremulo, debole, della vecchiaia. Una volta possenti, i basettoni non si arricciavano più e si schiacciavano sullo zigomo, per la pressione dello strumento, mentre lui, con l'occhio sinistro, guardava la tastiera e il suo grande gomito cavo andava e veniva e il violino tremava e piangeva. 
Così decisi: "Voglio provare anch'io." Abbassai di colpo il coperchio della custodia, richiusi le cerniere, corsi a New York da un liutaio della 57.ma Strada perché lo riparasse. Appena fu pronto presi lezione da un vecchio ungherese, di nome Haponyi, il quale abitava presso Barbizon-Plaza. 
A quell'epoca ero solo in campagna, divorziato. Una vecchia signora, la signora, anzi, Lenox, che abitava di fronte a me, veniva a prepararmi la colazione, l'unica cosa di cui avevo bisogno a quell'epoca. Frances era rimasta in Europa. E un giorno che correvo a lezione, nella 57.ma Strada, con la custodia sottobraccio incontrai Lily. «Bene!» dissi. Non la vedevo da più di un anno, cioè da quando l'avevo messa sul treno di Parigi, ma subito ritrovammo la vecchia dimestichezza d'un tempo. Il suo viso grande e puro era il medesimo. Un viso bello, anche se mai avrebbe potuto essere fermo, sicuro. Solo, si era tinti i capelli. Color dell'arancio, il che non era necessario, e divisi al centro della fronte, come le due metà di una tenda. Purtroppo queste donne belle mancano di buon gusto. E poi si era truccati gli occhi col rimmel, e non erano più di egual lunghezza. Cosa deve fare uno se una donna simile è rimasta "la stessa di sempre"? E cosa deve pensare uno, se una donna, alta quasi un metro e ottanta, con indosso un abito di velluto verde come la tappezzeria di prima classe, e i tacchi alti, ancheggia; con le gambe robuste e le ginocchia grandi, ancheggia; e di colpo spazza via tutti i criteri del buon comportamento che vigono nella 57.ma Strada, proprio come se buttasse via il vestito di velluto, e il cappello e la camicetta e le calze e la cintura, via, al vento, e grida: 
«Gene! Che tristezza la vita senza di te»? 
Invece la prima cosa che disse fu: «Sono fidanzata.» 
«Come, un'altra volta?» dissi io. 
«Ecco, ho seguito il tuo consiglio. Noi siamo amici. Tu sei mio amico, ecco. Credo che dobbiamo essere soltanto amici, dopo tutto. Cosa fai, studi musica?» 
«Certo: o io studio musica, o sono entrato in una gang,» risposi. «Perché in questa custodia o c'è un violino o un mitra.» 
Forse provavo un certo impaccio. Poi lei, farfugliando a bassa voce, cominciò a raccontarmi del nuovo fidanzato. «Non parlare in quel modo,» le dissi. «Che ti succede? Soffiati il naso. Perché quell'accento da università di lusso? Questa voce bassa, per darsi tono con il volgo e costringere il prossimo a tendere l'orecchio, se vuol sentire quello che dici. E poi io sono un poco sordo, lo sai,» feci. «Alza la voce. Non fare la snob. Dunque, il tuo fidanzato ha studiato a Choate o a St. Paul? L'ultimo tuo marito veniva dalla scuola del presidente Roosevelt?» 
Allora Lily si fece capire e disse: «Mia madre è morta.» 
«Morta?» feci. «Oh, è terribile. Ma aspetta un momento. Non mi avevi già detto in Francia che tua madre era morta?» 
«Sì,» disse. 
«Insomma, quando è morta?» 
«Due mesi fa. In Francia non era vero.» 
«E allora perché me lo dicesti? Che sistemi! Indegni di te. Inventare il funerale di tua madre! Volevi mettermi in mezzo.» 
«Oh, sì, ho fatto male, Gene. Ma in buona fede. Questa volta però è vero.» E nei suoi occhi vidi l'ombra calda delle lacrime. 
«Ora è morta. Ho dovuto affittare un aereo per spargere le sue ceneri sul lago George, secondo le sue ultime volontà.» 
«Davvero? Signore, mi dispiace,» dissi. 
«Le ho dato troppi guai,» fece Lily. «Come quella volta che ti portai a casa nostra. Ma lei era donna da cercar guai, come me. Sì, hai detto giusto, del mio fidanzato. Ha studiato a Groton.» 
«Ah, ah, ho colto nel segno, vero?» 
«E' un uomo in gamba. Non come pensi tu! E' molto per bene, e dà da vivere ai genitori. Ma quando mi chiedo se potrei vivere senza di lui, la risposta è sì. Sto imparando a cavarmela da sola. 
L'universo esiste. Non è indispensabile che una donna si sposi, e ci sono ottimi motivi per restarsene soli.» Come voi sapete, la compassione è un sentimento insolito in me, ma a volte ne provo. Dura il tempo necessario per metterti in crisi. In cuor mio soffrivo per Lily, e allora lei cercò di mettermi in mezzo. 
«Bene, ragazza mia, cosa intendi fare?» 
«Ho venduto la casa di Danbury. Abito in un appartamento d'affitto. Ma una cosa volevo che tu avessi e te l'ho mandata.» 
«Non ho bisogno di niente.» 
«E' un tappeto,» disse. «Non ti è arrivato?» 
«Cristo, che me ne faccio di tappeti! Era nella stanza tua?» 
«No.» 
«Sei una bugiarda. E' il tappeto della tua camera.» 
Lei negava, e quando il tappeto arrivò alla fattoria, lo presi dalle mani dell'uomo che doveva consegnarlo: sentivo che bisognava far così. Era logoro e sbiadito, color senape, un tappeto di Bagdad, con l'ordito che ormai cedeva al tempo, e disegnati sopra ramoscelli verdi. Tanto brutto che mi misi a ridere. Quello straccio di tappeto! Mi divertiva. Così lo misi sul pavimento della stanza dove suonavo il violino, nello scantinato. Il suolo di cemento l'avevo steso da me, ma non abbastanza, infatti l'umido passava. E poi pensavo che il tappeto migliorasse l'acustica. 
Dunque ero venuto in città per le lezioni di musica da quel grasso ungherese Haponyi, e avevo visto Lily. Per circa diciotto mesi ci facemmo la corte, poi ci sposammo e nacquero i figli. In quanto al violino, pur non essendo un Heifez, me lo tenni. Dopo poco la solita voce, voglio, voglio ricominciò a farsi sentire. La vita quotidiana con Lily non era quella che l'ottimismo avrebbe potuto far prevedere; tuttavia son certo che quella donna ebbe più di quanto non si attendesse. Una delle prime decisioni che prese, dopo aver dato un'occhiata al posto da padrona di casa, fu di farsi fare il ritratto e di appenderlo al muro accanto agli altri personaggi della famiglia. Questa storia del ritratto era molto importante per lei e durò circa sei mesi, prima della mia partenza per l'Africa. 
Guardiamo dunque com'era una mattina normale della mia vita di sposo, con Lily. Guardiamo l'esterno della casa, non l'interno, perché l'interno è sporco. Diciamo che è uno di quei giorni vellutati di primo autunno, quando il sole scintilla sui pini e nell'aria c'è un sentore di fresco che ti riempie piacevolmente i polmoni. Vedo un grande pino nella mia fattoria, e nella verde oscurità sottostante, dove - non so perché - i porci non entrano mai, crescono le begonie rosse, e c'è una lapide rotta, messa lì da mia madre, che dice: "Tu rosa felice..." Non dice altro. Sotto gli aghi dei pini ci deve essere qualche altro frammento. Il sole è come un enorme rullo e ingrassa l'erba. Sotto quest'erba forse la terra è piena di carogne, ma questo fatto non toglie nulla ad una giornata simile, perché le carogne son diventate humus e l'erba prospera. Quando spira il vento si muovono i fiori splendidi nel verde, scuro, sotto gli alberi. Accarezzano il mio spirito aperto, perché là in mezzo ci sono io, con indosso la vestaglia di velluto rosso che comprai a Rue de Rivoli il giorno che Frances pronunciò la parola divorzio. Sono lì a cerca di guai. Le begonie scarlatte e il verde scuro e il verde brillante e l'aroma acuto e l'oro dolce e la morte trasformata in vita, la carezza dei fiori sotto la pelle per me sono soltanto tristezza. Mi fanno impazzire di tristezza. Queste cose spettavano a qualcuno, ma quel qualcuno non sono io con la vestaglia di velluto rosso. Dunque io che ci sto a fare? 
Poi viene Lily coi due bambini, i nostri gemelli, di ventisei mesi, dolcissimi, coi calzoni corti e la maglietta verde pulita, i capelli scuri pettinati sulla fronte. Ed ecco Lily col suo viso puro che va a posare per il ritratto. Ed io me ne sto su un piede solo e la vestaglia di velluto rosso, pesante, con gli scarponi da campagna forti, che io preferisco perché è facile metterli e sfilarli. 
Lei fa per entrare nella giardinetta e io le dico: «Prendi l'altra, la trasformabile. Più tardi vorrei andare a Danbury per certa roba, e mi serve.» Ho il viso scuro e adirato. Mi fanno male le gengive. Ho le articolazioni fuori posto, ma lei se ne va, e i bambini giocheranno nello studio mentre lei si fa fare il ritratto. Così lei li monta nei sedili posteriori della trasformabile e parte. 
Poi io vado giù nello scantinato e prendo il violino e comincio a riscaldarmi con gli esercizi del metodo Sewcik. Ottokar Sewcik ha inventato il metodo per passare rapidamente ed esattamente da una posizione all'altra sulla tastiera del violino. Lo studente impàra a far scivolare le dita sulle corde dalla prima alla terza posizione, e dalla terza alla quinta, e dalla quinta alla seconda, avanti e indietro, finché orecchio e dita si sono impratichiti e trovano esattamente la nota giusta. Non c'è bisogno di cominciare con le scale, ma con una frase musicale; ma Haponyi dice che è l'unica maniera, questo ciccione ungherese. Conosce circa cinquanta parole di inglese e la più importante è "caro." Dice: «Caro, prendere arco così, non così. Così, così, così. Non ammazzare con arco. Fare bene, non bastone. Bene!» 
Dopotutto io sono truppa d'assalto, lo sapete. E con queste mani ho governato i porci, ho abbattuto cinghiali, li ho inchiodati, li ho castrati. E queste medesime dita tiran fuori musica da un violino, ne stringono il collo e lavorano su e giù col metodo Sewcik. Un rumore come di chi schiaccia gusci d'uovo. Eppure, pensavo, se so disciplinarmi, può venir fuori la voce degli angeli. Ma comunque non speravo di arrivare alla perfezione dell'artista. Lo scopo mio principale era il raggiungere mio padre suonando il suo violino. 
Lavoravo sodo, nel seminterrato di casa mia, come del resto faccio per tutte le cose. Sentivo di star perseguendo lo spirito di mio padre, e sussurravo: «Oh, padre, papà. Riconosci il suono? 
Sono io, Gene, sul tuo violino, che cerco di raggiungerti.» Perché questo è il fatto, io non son mai riuscito a convincermi che i morti son morti definitivamente. Ammiro la gente razionale, invidio loro la chiarezza che hanno in testa, ma perché scherzare? Suonavo, nello scantinato, a mio padre ed a mia madre, e quando ebbi imparato qualche pezzo sussurravo: 
«Mamma, questo è l'Humoresque, per te.» Oppure: «Papà, è la Meditazione dalla Thaÿs.» Suonavo con zelo, con sentimento, con desiderio, con amore - suonavo fino al limite del collasso dei sentimenti. E nel mio studio, laggiù, cantavo anche suonando: «Rispondi, anima bella» (Mozart). «Spezzato e reietto, un uomo di pena e amico del dolore» (Handel). Brandivo il manico del piccolo strumento, come se nel mio cuore ci fosse la voglia di strangolare, fino ad averne i crampi nel collo e nelle spalle. 
Con gli anni sistemai per mio uso lo scantinato, rivestii le pareti di castagno e ci misi un apparecchio per assorbire l'umidità. Ci tenevo la piccola cassaforte e l'archivio e i ricordi di guerra; ci misi anche il bersaglio per il tiro alla pistola. Sotto i piedi il tappeto di Lily. Poiché insisteva, mi sbarazzai di quasi tutti i maiali. Ma lei, come sempre, non era molto pulita, e per una ragione o per l'altra non riuscivamo a trovare qualcuno, nel vicinato, che venisse a fare la pulizia. Sì, ogni tanto spazzava, ma fino alla porta e non mai oltre, sì che il sudiciume si ammucchiava sulla soglia. Poi andava a posare per il ritratto, scappava da casa mentre io studiavo il metodo Sewcik e suonavo pezzi d'opere e di oratori, seguendo la musica col canto. 
CAPITOLO QUARTO 
C'è dunque da meravigliarsi se andai in Africa? 
Ma vi ho già detto che viene sempre il giorno delle lacrime e della pazzia. 
Mi cacciai in certe risse, ebbi noie con le guardie, minacciai di suicidarmi, poi per Natale mia figlia Ricey venne a casa dal collegio. Talune difficoltà della famiglia ricadono su di lei. Sarò franco: non voglio che questa figlia mi vada persa nello spazio esterno, e dissi a Lily: «Ti dispiace tenerla d'occhio?» 
Lily era pallidissima. Fece: «Oh, anch'io voglio aiutarla. E lo farò. Ma prima debbo conquistarmi la sua fiducia.» 
Lasciata a lei la questione, scesi giù per la scaletta, dalla cucina, fin nel mio studio, presi il violino, imbiancato dalla polvere di resina, e ricominciai col mio Sewcik, sotto la luce fluorescente del leggio. Stavo curvo nella vestaglia e aggrottavo le sopracciglia al gemito e al raspio di quelle tremende appoggiature. Oh Signore, giudice di vita e di morte! I polpastrelli miei eran feriti, segnati specialmente dalla corda del mi, e mi doleva la mascella e sotto il mento mi spuntava una chiazza rossastra, come un eczema. Ma la voce dentro di me continuava: "Voglio, voglio!" 
Ma certo ci fu un'altra nella casa. Può darsi che sia stata la musica a far saltar fuori Ricey. Lily e Sior, il pittore, lavoravano sodo per finire il ritratto nel giorno del mio compleanno. Lei era via e Ricey, sola, partì per Danbury, per andare da una compagna di scuola, ma non le riuscì di trovare la strada. E così, mentre vagava per le straduzze di Danbury, passò accanto a un'auto ferma e sentì il vagito di un neonato nel sedile posteriore di quella vecchia Buick. Era una giornata freddissima; perciò ella prese il trovatello e lo nascose nel cassettone della sua stanza. Il ventuno dicembre, a desinare, io stavo dicendo: «Bambine, è il solstizio d'inverno» e proprio allora dalle tubazioni del riscaldamento (il radiatore era sotto il buffet) giunse il vagito del neonato. Io abbassai la testa del mio berretto da caccia, di lana pesante, che portavo sempre a tavola, e per nascondere lo stupore mi misi a discorrere d'altro. Infatti Lily rideva, guardandomi con aria saputa, il labbro di sopra abbassato a coprire i denti, e in viso un caldo pallore. Guardai Ricey e vidi nei suoi occhi una tacita felicità. A quindici anni, questa ragazza è piuttosto bella, anche se in un suo modo trascurato. Non ora però; era tutta presa dal pensiero del neonato. Poiché non sapevo chi fosse o come fosse capitato in casa nostra, quel vagito mi colse di sorpresa, e dissi ai gemelli: «Dunque c'è un gattino là sopra, vero?» Ma loro non si fecero prendere in castagna. Provateci, se vi riesce! Ricey e Lily avevano messo sulla stufa, a sterilizzare, i poppatoi. Vidi il paiolo pieno di poppatoi, tornando giù in cantina a suonare, ma non dissi nulla. 
Per tutto il pomeriggio dai tubi del riscaldamento sentii i vagiti del piccolo, e me ne andai a passeggio, ma non sopportavo lo squallore decembrino della mia terra gelata, che era stata regno dei porci. Restavano pochi esemplari pregiati, che non avevo venduto. Ancora non me la sentivo di disfarmene. 
Intendevo suonare Le Premier Noel per la vigilia di Natale, e perciò lo stavo provando, quando venne giù Lily, a parlarmi. 
«Non voglio sentir nulla,» dissi. 
«Ma Gene,» fece Lily. 
«E' affar tuo,» gridai, «è affar tuo. Sbrigatela da te.» 
«Gene, quando tu soffri, soffri più d'ogni altro.» Sorrideva, non del mio soffrire, ma del modo in cui soffrivo. 
«Nessuno te lo chiede. Meno che mai Iddio» mi disse. 
«Visto che parli in nome di Dio,» feci, «cosa pensa, Lui, del fatto che pianti la casa ogni giorno per andartene a farti fare il ritratto?» 
«Oh, non penso mica che tu debba vergognarti di me,» disse Lily. 
Su c'era il bambino, ogni respiro uno squillo, ma non parlavamo di lui. Lily pensava che io avessi qualche pregiudizio circa la sua origine sociale, circa la sua discendenza, tedesca e irlandese. Invece perdio io non avevo di questi pregiudizi. Era ben altro che mi dava fastidio. 
In verità nessuno occupa più un suo posto nella vita. La maggior parte della gente pensa di occupare il posto che appartiene di diritto ad altri. Ci sono spostati dappertutto. 
«Ma chi attenderà il giorno della venuta di Lui (il giusto)?» 
«E chi si leverà quando comparirà Lui (il giusto)?» 
Quando comparirà il giusto, noi tutti ci leveremo in piedi e ci metteremo in fila, lieti in cuor nostro e sgravati d'un peso e diremo: «Benvenuto, amico. Ogni cosa è tua. Tuoi i granai e le case. La bellezza dell'autunno è tua. Prendila, prendila!» 
Ma forse Lily si dibatteva su quest'ordine di idee ed il ritratto doveva essere la prova che lei ed io eravamo i giusti. Ma c'è già un mio ritratto in mezzo agli altri. Hanno tutti colletti duri e basettoni, mentre io sono in fondo alla fila, con la divisa della Guardia Nazionale e la baionetta in mano. E che bene mi ha fatto mai questo quadro? Ecco perché non potevo prendere sul serio la soluzione che Lily proponeva al nostro problema. 
Ora voglio dirvi che amavo Dick, il mio fratello maggiore. Era il migliore di noi, e si era portato benissimo nella prima guerra mondiale, un leone, veramente. Ma per un momento somigliò a me, suo fratello minore, e questo per lui fu la fine. Era in vacanza, seduto al banco di un ristorante greco, il Ristorante Acropoli, presso Plattsburg, New York, e beveva una tazza di caffè assieme a un amico, e intanto scriveva una cartolina a casa, ma la stilografica non funzionava, ed egli si mise a bestemmiare, e disse all'amico: «Ecco, reggi questa penna.» L'amico obbedì e Dick tirò fuori la pistola e sparò alla penna che l'amico teneva in mano. Si vide poi che la pallottola aveva fracassato la penna ed anche bucato la macchina degli espressi, trasformandola in una fontana, che buttava per la sala un torrente caldo, fino alla finestra sul muro di fronte. Il greco telefonò alla polizia e nell'inseguimento Dick sfasciò la sua macchina contro un argine. Allora lui e il suo amico cercarono di traversare il fiume a nuoto, e l'amico ebbe la presenza di spirito di levarsi i vestiti, mentre Dick aveva ai piedi gli scarponi della cavalleria, che gli si riempirono d'acqua tirandolo a fondo. Così mio padre restava soltanto con me, al mondo, essendo mia sorella morta nel 1901. Quell'estate lavoravo per Wilbur, un nostro vicino, a spaccare vecchie automobili. 
Ma ora è la settimana di Natale. Lily sta in piedi sulla scala che porta allo scantinato. Parigi, Chartres, Vézelay e la 57.ma Strada sono ormai alle nostre spalle, lontane. Ho in mano il violino, e sotto i piedi il fatale tappeto di Danbury. Ho sulle spalle la vestaglia rossa. E il berretto da caccia. A volte penso che sia quello a tenermi assieme la testa. Il vento grigio di dicembre spazza la sporgenza del tetto, e suona il fagotto sui tubi della gronda. Ma nonostante quel suono io sento il piccolo che piange. 
E Lily dice: «Lo senti?» 
«No, non sento nulla, tu sai che sono un poco sordo,» dissi io, il che è vero. 
«E allora come fai a sentire il violino?» 
«Be', ci sto proprio addosso, come posso non sentirlo?» risposi. «Se sbaglio dimmelo,» continuai, «ma mi sembra di ricordare che una volta tu mi hai detto che ero io l'unico amico che tu avessi al mondo.» «Ma...» fece Lily. 
«Non ti capisco,» dissi. «Vattene.» 
Alle due ci furono certe visite, e sentirono gli strilli, da sopra, ma era gente troppo ben educata per rimarcarlo. Ci contavo. Per rompere la tensione, tuttavia, feci: «Qualcuno vuol vedere dove sparo al bersaglio con la pistola, giù sotto?» Nessuno accettò ed io me ne andai giù da solo e sparai qualche caricatore. Le pallottole facevano un fracasso tremendo nei tubi del riscaldamento. E subito dopo sentii gli ospiti che si congedavano. 
Più tardi, quando il piccolo si fu addormentato, Lily parlava con Ricey di andare a pattinare sul laghetto. 
Avevo comprato pattini a tutti, e Ricey, che è giovane, puoi ancora fartela amica con una proposta simile. Quando se ne furono andate, profittando della buona occasione che Lily mi concedeva, posai il violino e di soppiatto salii in camera di Ricey. Senza far chiasso aprii il cassetto del canterano e vidi il piccolo addormentato sulle camicie e sulle calze, nella valigia di Ricey, perché la ragazza non aveva ancora finito di disfarla. Era un bambino negro e mi fece un'im-pressione solenne. Teneva i pugnetti alti sulla testa larga. Ed io mi chinai su di lui, così com'ero, con la vestaglia rossa e gli stivali, il viso in fiamme e la testa che mi prudeva sotto il berretto di lana. 
Dovevo forse chiudere la valigia e consegnare il piccolo alle autorità? Mentre lo esaminavo, questo figlio del colore, mi pareva d'essere Faraone dinanzi al piccolo Mosé. Poi mi voltai e me ne andai a passeggio nel bosco. Al laghetto le slitte tinnivano sul ghiaccio. Era da poco cominciato il tramonto ed io pensai: "Bene, comunque. Dio vi benedica, bambini." 
Quella notte, a letto, dissi a Lily: «Avanti, sono pronto a discutere.» 
Lily fece: «Oh, Gene, ne son felice.» Voleva premiarmi per quelle parole e mi disse: «Mi fa piacere che tu sia meglio disposto ad accettare la realtà com'è.» 
«Cosa?» feci. «Quel che so io della realtà tu non lo saprai mai. Perdio, sono in ottimi rapporti con la realtà, non scordartelo.» 
Dopo un poco cominciai a gridare e Ricey, sentendo che non la piantavo, e forse vedendomi dalla porta, che minacciavo agitando i pugni, ritto sul letto in mutande, forse temè per il bambino. Il ventisette di dicembre fuggì di casa col piccolo. Non volevo che in questa storia ficcasse il naso la polizia, perciò telefonai a Bronzini, un poliziotto privato che aveva già fatto qualche lavoretto per me, ma prima ancora che lui potesse occuparsene, la direttrice telefonò dal collegio e disse che Ricey era arrivata e che teneva un bimbo nascosto nel dormitorio. 
«Vacci subito,» dissi a Lily. 
«Gene, ma come faccio?» 
«Che ne so io come fai?» 
«Non posso lasciare i gemelli,» fece. 
«Hai paura che pregiudichi il tuo ritratto, eh? Ebbene, sappi che son prontissimo a dar fuoco alla casa e a tutti i quadri che ci sono dentro.» 
«Non è questo,» fece Lily, a bassa voce, sbiancata in viso. «Ho fatto abitudine alla tua incomprensione. Ho sempre desiderato che qualcuno mi comprendesse, ma forse bisogna cercar di vivere così, senza che nessuno ti capisca. Forse è peccato desiderare d'essere compresi.» 
Così toccò a me andare e la direttrice disse che Ricey doveva lasciare l'istituto, perché c'era stata un'altra marachella, prima, e la tenevano solo per prova. Disse: «Non possiamo ignorare il benessere psicologico delle altre alunne.» 
«Ebbene, che dice mai? Dalla mia Ricey le altre non possono imparare che sentimenti nobili,» dissi, «e questo è meglio della psicologia.» Quel giorno ero piuttosto alticcio. «Ricey è di natura impulsiva. E un tipo frenetico,» dissi ancora. «Proprio perché non parla molto...» 
«Da dove viene il bambino?» 
«Ha detto a mia moglie d'averlo trovato a Danbury, in una macchina ferma al parcheggio.» 
«Ma a me ha detto un'altra cosa. Cioè d'esser lei la madre.» 
«Ma come, lei mi stupisce,» risposi. «Lei dovrebbe saperne qualcosa. Solo l'anno scorso le son spuntati i 
seni. La ragazza è vergine. E' cinquanta milioni di volte più pura di lei, o di me...» Dovetti levare mia figlia dalla scuola. 
Le dissi: «Ricey, devi restituire il piccolo. Non è ancora venuto il tempo, per te, d'avere un bimbo tuo. Mamma vuole che tu lo restituisca. Ha cambiato idea, cara.» Ora io so d'aver fatto male a 
togliere il bambino a mia figlia. Dopo che lo ebbero preso in consegna le autorità di Danbury, Ricey faceva l'indifferente. «Tu sai di non essere la madre del bambino, vero?» le chiedevo. La ragazza non apriva mai bocca e non mi rispondeva. 
Quando partimmo per Providence, Rhode Island, dove Ricey si sarebbe stabilita presso una zia, sorella di Frances, io dissi: 
«Tesoro, il tuo papà ha fatto quel che farebbe qualsiasi papà.» 
Nemmeno questa volta rispose, ed era inutile tentare, perché la tacita felicità del ventuno dicembre era sparita dai suoi occhi. 
Così tornàndomene da Providence, solo, gemevo in cuor mio,sul treno, e nella vettura-salotto presi un mazzo di carte e mi misi a fare un solitario. Parecchia gente aspettava di mettersi a sedere, ma io mi tenni il tavolo tutto per me, e mi ubriacai, ma nessuno che avesse senno avrebbe osato infastidirmi. A Danbury il capotreno e un altro tipo dovettero darmi una mano a scendere, ed io mi stesi su di una panca, alla stazione, bestemmiando. «C'è una maledizione su questa terra. C'e qualcosa che va storto. Qualcosa che non funziona. 
C'è una maledizione su questa terra.» 
Conoscevo il capostazione da parecchio tempo; è un bravo uomo, e quella volta fece in modo che i poliziotti non mi mettessero le mani addosso. Telefonò a Lily che venisse a prendermi e lei arrivò con la giardinetta. Ma in quanto al giorno della pazzia e delle lacrime, andò così: è una mattina d'inverno ed io litigo con mia moglie, a colazione, per via degli inquilini. Ha rifatto un rustico sulla nostra proprietà, uno dei pochi che non avevo destinato ai maiali, perché era vecchio e sbandato. Le dissi che facesse pure, ma poi mi tirai indietro per via dei soldi. Invece di legno buono, ci misero tavole qualunque, ed altre economie, all'osso. Lei fece rifare il gabinetto, e lo fece imbiancare, dentro e fuori. Venne novembre e gli inquilini cominciarono ad avere freddo. E questo perché era gente sedentaria, intellettuali; non se ne andavano in giro a far moto, per scaldarsi. Si lamentarono diverse volte ed alla fine dissero a Lily che se ne volevano andare. «Va bene, vadano pure.» dissi. Naturalmente non intendevo restituire il deposito. Dissi loro di levarsi di torno. Così il rustico riattato era vuoto, e i soldi spesi per la masonite e il gabinetto nuovo e la fogna, tutti sprecati. Gli inquilini partendo si lasciarono dietro anche un gatto. E io stavo male ed urlavo a colazione e picchiavo sul tavolo col pugno, fino a che si rovesciò la caffettiera. 
Poi all'improvviso Lily, spaventata, tacque, e ascoltava, ed io ascoltavo con lei. Disse: «Hai visto la signorina 
Lenox, quest'ultimo quarto d'ora? Doveva portare le uova.» 
La signorina Lenox era la vecchia che abitava dall'altra parte della strada. Una zitella stramba, piccola, sgusciante, con in capo un berretto scozzese, e le guance rosse ed il viso scontroso. Rovistava ai cantoni come un sorcio e si portava a casa bottiglie e scatole e roba del genere. 
Andai in cucina e scorsi la vecchia stesa sul pavimento, morta. 
Proprio durante il mio attacco di bile il suo cuore s'era arrestato. 
Le uova ancora bollivano, sbattevano contro i fianchi della pentola, come fanno appunto le uova quando manca l'acqua. Spensi il gas. Morta! Il suo viso piccolo, sdentato, su cui posai le nocche, si faceva freddo. L'anima, come una corrente d'aria, come una sorsata, come una bolla di sapone, risucchiata fuor di finestra. La fissavo. E' dunque questa la fine, l'addio? E per tutto quel tempo, quei giorni, quelle settimane, il giardino invernale mi aveva parlato di quel fatto e di nient'altro; e fino a questo momento non avevo compreso quel che mi dicevano questo grigio e bianco e marrone, la scorza, la neve, i rami. Non dissi nulla a Lily. Non sapendo che altro fare, scrissi su un pezzo di carta NON DISTURBARE e lo appuntai sulla gonna della vecchia, traversai il giardino gelato e la strada fin nella casetta di lei. 
Nel suo orto c'era una vecchia pianta di catalpa, coi tronchi e i rami più bassi dipinti di celeste. La donna ci aveva messo certi specchietti, e vecchi fanali di bicicletta che luccicavano al buio, ed in estate le piaceva arrampicarsi lassù e starsene lì seduta coi gatti, a bersi una latta di birra. Ed ora uno di questi gatti mi guardava dall'albero, e passando lì sotto negai la colpa che lo sguardo della bestia pareva cercar riversare su di me. Come poteva esser mia la colpa, perché la mia voce era troppo forte e troppo grande la mia ira? Nella casetta dovetti saltare, da stanza in stanza, sulle scatole e sulle carrozzelle da bambino e sulle ceste di cui la vecchia faceva collezione. Le carrozzelle risalivano al secolo scorso, così avrebbe potuto esserci anche la mia fra le altre, perché lei andava a raccattare quelle porcherie per tutta la campagna. Bottiglie, lampade, piatti rotti, lampadari, ogni cosa sul pavimento, borse per la spesa piene di corde e di stracci, e quegli arnesi che danno nei negozi per aprire le bottiglie di latte, e cesti grandi come uno staio pieni di bottoni e di maniglie di porta di porcellana. E ai muri calendari e gagliardetti e vecchie fotografie. 
Ed io pensavo: "Oh vergogna, vergogna! O infame vergogna! Possibile? Perché ci consentiamo tanto? Cosa facciamo? L'ultima stanzetta piena di queste porcherie attende. Senza finestre. Così per l'amor di Dio muoviti, Henderson, forza. Anche tu morirai di questa infezione. La morte ti annienterà e nulla resterà e non avanzerà altro che robaccia. Perché nulla sarà stato e nulla rimarrà. Mentre qualcosa ancora è... Adesso! Per carità, fuori." 
Lily piangeva sul corpo della povera vecchia. 
«Così nessuno deve toccarla finché non arriva il giudice istruttore,» dissi. «Così dice la legge.» Poi offrii da bere a Lily, ma lei rifiutò, ed io riempii il bicchiere di bourbon e bevvi. Ma non mi fece altro che male al cuore. Non bastava il whisky a mascherare quel fatto terribile. La vecchia era caduta sotto la mia violenza, come accade alla gente di accasciarsi sotto il gran caldo, o mentre salgono la scala della metropolitana. Lily se ne rendeva conto e cominciò a borbottare qualcosa in proposito. Era assai pensosa, e tacque, e il suo incarnato bianco, puro, cominciò a scurirsi attorno agli occhi. 
L'impresario di pompe funebri della nostra città ha comprato la casa dove prendevo lezioni di danza. Quarant'anni or sono ci andavo con le mie scarpe di vernice. Quando il carro funebre si accostò alla porta io dissi: «Sai, Lily, quel viaggio in Africa che vuol fare Charlie Albert? Parte fra un paio di settimane, e penso di andare anch'io, con lui e con sua moglie. Mettiamo in deposito la Buick. Non ti serviranno due macchine.» Una volta tanto non si oppose a una mia idea. «Forse è bene che tu vada,» disse soltanto. Così la signorina Lenox andò al cimitero, io andai a Idlewild e presi l'aeroplano. 
CAPITOLO QUINTO 
Credo che non avrei azzardato un passo, come un bambino, quando c'era Charlie, persona che sotto molti aspetti mi somigliava. Nel 1915 andavamo insieme alla scuola di ballo (nella casa che ospitò il cadavere della signorina Lenox) e queste son cose che legano. D'età è solo un mese più giovane di me, e in quanto a ricchezza se la passa un poco meglio di me: infatti alla morte di sua madre erediterà un'altra fortuna. Fu con Charlie che io partii per l'Africa, sperando di trovar rimedio alla mia situazione. Forse è stato uno sbaglio partire con lui, ma da solo non avrei saputo come si fa ad andare in Africa, dritto dritto. Ci vuole un lavoro preciso. 
La scusa fu che Charlie e sua moglie andavano a filmare gli africani e le bestie di quella terra; infatti durante la guerra Charlie era operatore nell'armata di Patton, e poi neanche lui aveva voglia di restarsene in patria, e così aveva imparato quel mestiere. Fra i miei interessi la fotografia non c'è. 
Comunque l'anno scorso chiesi a Charlie di venire a fotografare alcuni dei miei maiali. E a lui fece piacere, perché fu un'occasione per dimostrarmi quanto era bravo, e mi presentò un lavoro di prim'ordine. 
Poi, mentre uscivamo dal granaio gli dissi: 
«Charlie, tu ti intendi di puttane, penso, ma di ragazze cosa ne sai?» 
«Oh,» fece, «è vero che non ne so molto, ma questo so, che lei è una ragazza unica.» 
«Sì, sì, la conosco questa storia della ragazza unica,» dissi io. (Me ne aveva parlato Lily, ma ormai non era nemmeno più in casa.) 
Comunque scendemmo nel mio studio a bere qualcosa per celebrare il fidanzamento e lui mi chiese d'essere il suo miglior amico. 
Amici infatti quasi non ne ha. 
Bevemmo, scherzammo, ricordammo i tempi delle lezioni di ballo, fino a che negli occhi ci comparvero lacrime di nostalgia. 
E quando fummo tutti e due commossi ben bene allora mi invitò ad andare con lui in Africa, dove intendeva trascorrere con la moglie la luna di miele. 
Fui alle nozze, anzi feci da testimone. Ma poiché scordai di baciare la sposa subito dopo la cerimonia, lei cominciò a comportarsi freddamente con me, e finimmo per diventare nemici. 
La spedizione organizzata da Charlie aveva un'attrezzatura nuovissima, ed era moderna sotto ogni aspetto. 
Avevamo un generatore da campo, la doccia, l'acqua calda, ed io fin dagli inizi non approvai. Dicevo: «Charlie, non così abbiamo fatto la guerra. Diavolo, siamo due veterani. Che roba è questa?» Mi faceva male l'idea di viaggiar per l'Africa in quel modo. 
Ma nel continente io avevo intenzione di restare. Mentre compravo il biglietto a New York, negli uffici della società di navigazione aerea, ci fu in me una sorda lotta: dovevo o non dovevo fare il biglietto di andata e ritorno? E per dare a me stesso una prova di risolutezza, presi solo andata. Così facemmo il volo da Idlewild al Cairo. 
Con l'autobus andai in visita alla Sfinge ed alle piramidi, e poi ripartimmo per l'interno. 
L'Africa mi toccò l'animo già durante il volo; di lassù pareva un antico letto d'umanità. E a 4000 metri di altezza, seduto sulle nubi, mi pareva d'essere un seme portato dal vento. 
Dai crepacci della terra i fiumi riverberavano il sole. Scintillavano come rivoli d'acciaio in fonderia, poi si formava la crosta e restavano coperti. In quanto al regno vegetale,dall'aria quasi sembrava non esistere; avresti detto che era alto pochi centimetri. Ed io guardavo le nubi, trasognato, e pensai che da ragazzo, trasognato, le avevo guardate da terra. Così, quando un uomo ha sognato guardando le nubi da sopra e da sotto, come non è accaduto ad alcuna altra generazione di uomini, dovrebbe poter accettare molto facilmente l'idea della propria morte. Comunque atterrammo sempre senza alcun rischio. Ma essendo giunto in quel luogo nelle circostanze di cui ho parlato, era naturale che con una certa emozione salutassi ciascun atterraggio. 
Sì, c'era in me una notevole carica e continuavo a pensare: "Com'è buona la vita! Oh, come è buona la vita!" Sentivo che qui avrei trovato la mia occasione. 
Tanto per cominciare, il caldo era proprio quello che desideravo, molto più che al Golfo del Messico, e poi quei colori mi facevano tanto bene. Non sentivo l'oppressione sul petto, non sentivo più alcuna voce dentro di me. In quel momento taceva. 
Charlie e sua moglie ed io, insieme agli indigeni e agli autocarri e alle attrezzature, eravamo sempre accampati in riva a qualche lago. 
L'acqua era molto dolce, con liane e radici marcite e c'erano granchi nella sabbia. I coccodrilli galleggiavano qua e là in mezzo ai gigli, e quando aprivano la bocca io pensavo quanto può essere calda, dentro, una creatura umida. In bocca a loro entravano gli uccelli, a ripulire i denti. 
Però la gente della zona era molto triste, smorta. Sugli alberi crescevan fiori piumosi e le canne di papiro cominciavano a ricordarmi i pennacchi dei funerali, e dopo aver collaborato per tre settimane con Charlie - lo aiutavo a maneggiare gli attrezzi fotografici, e cercavo di interessarmi ai problemi della fotografia - ricominciò lo scontento e un pomeriggio risentii la vecchia voce, a me tanto ben nota, che diceva ancora: 
VOGLIO, VOGLIO, VOGLIO ! 
Dissi a Charlie: «Non voglio rattristarti, ora; ma non credo che andiamo bene, noi tre assieme in Africa.» Sbalordito mi fissava da dietro gli occhiali da sole. Avevamo superato un corso d'acqua. Era questo dunque il ragazzo che avevo conosciuto al tempo delle lezioni di ballo? Il tempo ci aveva cambiati, tutti e due. Ma come allora, avevamo tutti e due i calzoni corti. Charlie è cresciuto in larghezza, gli si è ampliato il torace. E poiché io son molto più alto di lui, mi guardava dal basso. Era arrabbiato, ma non aveva paura. 
La carne attorno alla bocca gli si increspò, deliberatamente, e poi egli disse: «No? Perché?» 
«Be',» feci, «io ho colto l'occasione per venire fin qua, Charlie, e te ne son molto grato, perché ho sempre avuto il pallino dell'Africa, ma ora mi accorgo che non volevo venire qua a scattare fotografie. Vendimi una delle jeep e me ne vado via.» 
«Dove vuoi andare?» 
«So dirti solo che qui non è posto per me,» risposi. 
«Bene, se vuoi, vattene pure. Io non ti fermo, Gene.» 
E tutto perché avevo scordato di baciare sua moglie dopo la cerimonia, e lei non me lo aveva perdonato. Ma perché voleva che la baciassi? Certe persone non si accorgono di quando le cose vanno bene. Io non so dire perché non la baciai; forse pensavo a qualcos'altro. Ma credo che lei mi abbia creduto geloso di Charlie, o comunque pensava che guastavo la loro luna di miele africana. 
«Così niente rancore, vero Charlie? Ma credimi, non mi fa bene girare l'Africa in questo modo.» 
«Va bene. Non voglio fermarti. Fai pure.» 
E così feci. Organizzai una spedizione a parte più confacente al mio carattere militaresco. Assunsi due degli indigeni di Charlie e quando fummo partiti sulla jeep mi sentii subito meglio. 
Dopo pochi giorni, desideroso com'ero di semplificare anche di più le mie cose, mandai via uno degli uomini ed ebbi una lunga conversazione con l'altro africano, di nome Romilayu. 
Ci capimmo. 
Mi disse che se volevo vedere certi posti fuor delle piste battute,mi ci avrebbe guidato. 
«Bene,» dissi. «Ora mi hai capito. Non sono venuto qui a litigare con una stupida per via di un bacio.» «Io portare lontano lontano,» disse. 
«Bravo! Più lontano si va meglio è. Via, andiamo, andiamo,»dissi. 
Avevo trovato l'uomo che mi ci voleva, l'uomo adatto. 
Buttammo via altro bagaglio, e sapendo quanto gli piaceva la jeep, gli dissi che gliela avrei regalata se mi portava lontano. Rispose che il posto in cui intendeva guidarmi era così remoto che ci potevamo arrivare soltanto a piedi. 
«E allora?» dissi. «Andiamo a piedi. La jeep la lasciamo da qualche parte, e quando torniamo è tua.» Questo discorso gli fece molto piacere, e giunti che fummo in una città chiamata Talusi, lasciammo la macchina in deposito in una capanna d'erba. 
Da lì prendemmo un aereo per Baventai; era un vecchio apparecchio Bellanca e le ali parevano che dovessero cadere da un momento all'altro, e il pilota era un arabo che guidava scalzo. 
Fu un volo eccezionale, che terminò in uno spiazzo d'argilla secca, dietro la montagna. 
Ci vennero incontro alti mandriani negri, con i capelli imburrati e le labbra spesse. 
Non avevo mai visto uomini di aspetto così selvaggio, e così dissi a Romilayu, la mia guida: «Non è questo il posto dove hai promesso di condurmi, vero?» «Oh, no, signore» disse. 
Dovevamo viaggiare un'altra settimana, a piedi, sempre a piedi. 
Geograficamente parlando non sapevo minimamente dove fossimo, e non me ne importava molto. Né stava a me chiederlo, perché venendo in quei luoghi il mio scopo era di lasciarmi dietro tante cose. Comunque avevo gran fiducia in Romilayu, vecchio amico. 
E così per giorni e giorni mi guidò per villaggi, per sentieri di montagna, per deserti, lontano, sempre più lontano. 
Del resto nemmeno lui poteva dirmi molto circa la nostra destinazione, perché il suo inglese era molto limitato. 
Disse solo che andavamo a trovare una tribù chiamata Arnewi. 
«Conosci questa gente?» gli chiesi. 
Molto tempo prima, prima ancora di diventare adulto, Romilayu era stato dagli Arnewi insieme a suo padre, o a suo zio – me l'ha raccontata tante volte, ma non ho mai capito se si trattava dello zio o del padre. 
«In ogni modo, tu vuoi tornare a vedere i posti della tua giovinezza,» dissi. «Ho capito.» 
Me la passavo benissimo là nel deserto fra le pietre, e di continuo mi complimentavo con me stesso per aver piantato Charlie e sua moglie, e per essermi tenuto l'indigeno che faceva al caso mio. 
Aver trovato un uomo come Romilayu, il quale capiva a volo quel che io cercavo, era una bella fortuna. Mi disse d'aver meno di quarant'anni, ma pareva assai più vecchio, perché prima del tempo gli erano spuntate le rughe. Non aveva la pelle compatta. Questo succede spesso ai negri di certe razze e dicono che dipende dalla distribuzione del grasso sul corpo. In testa aveva un gran cespuglio di capelli polverosi che a volte, ma invano, cercava di mettere in ordine. Ma non c'era niente da fare: i capelli se ne stavano ritti da ogni parte del capo, e facevano pensare a un pino nano. Sulle guance aveva vecchie cicatrici tribali e gli avevano mutilate le orecchie, da sembrare penne, con la punta ficcata in mezzo ai capelli. Aveva il naso ben fatto, abissino, non schiacciato. Ferite e mutilazioni mostravano che egli era nato pagano, ma strada facendo, non so come, si era convertito, ed ogni sera diceva le preghiere. In ginocchio, giungeva le palme paonazze sotto il mento, che teneva contratto, e con le labbra sporte ed i muscoli, possenti seppur corti, che balzavano sotto la pelle del braccio, pregava. 
Dal petto gli uscivano suoni profondi, come gemiti della sua anima in confessione. 
Questo succedeva quando ci fermavamo al campo, al crepuscolo, con le rondini che volavano su e giù. Io mi mettevo seduto per terra e lo incoraggiavo. Dicevo: «Avanti. Dille. E mettici una parola buona anche per me.» 
Mi tenevo lontano da tutto, e giungemmo in una zona, una specie di spiazzo circondato da montagne. L'aria era calda, chiara, arida e per diversi giorni non vedemmo orme umane. Né c'erano molte piante; anzi non c'era quasi niente di niente; tutto semplice e splendido, ed io sentivo che stavo entrando nel passato, il passato vero, niente storia o roba del genere. Il passato preumano. Ed io credevo che ci fosse qualcosa fra me e le pietre. Le montagne erano nude, e di forme spesso che ricordavano i serpi, senza alberi, e dalle pendici si vedevano nascere le nubi. 
Da quella roccia nasceva vapore, ma non era vapore ordinario: faceva un'ombra brillante. Tuttavia per quei primi lunghi giorni mi sentii benissimo, con tutto quel caldo. 
A notte, dopo le preghiere di Romilayu, ci stendevamo al suolo, il volto dell'aria ci soffiava in faccia, fiato per fiato. E poi c'erano le stelle tranquille, che giravano e cantavano, e gli uccelli della notte dal corpo pesante, che sventagliavano attorno. Non potevo desiderare di meglio. Quan-do mettevo l'orecchio a terra, mi sembrava di sentire zoccoli. Era come star disteso sulla pelle di un tamburo. Questi forse erano somari selvatici, o zebre che correvano a branchi. 
Ed era così che viaggiava Romilayu, e persi il conto dei giorni. E così forse il mondo era contento di aver perso ogni traccia di me, per un po' di tempo. 
La stagione delle piogge era stata brevissima; i corsi d'acqua erano tutti secchi e gli sterpi prendevano fuoco solo ad avvicinarci il fiammifero. A sera appiccavo il fuoco col mio accendino che era del tipo d'uso comune in Austria, con lo stoppino lungo: li compri a quattordici cents il pezzo. Un ottimo affare. 
Bene, ci trovavamo ora su di un altopiano che Romilayu chiamava Hinchagara, e questo territorio non è mai stato segnato sulla carta. 
Traversando quell'altopiano infuocato e (così a me parve) leggermente concavo, si formava una sorta di caligine calda, del color dell'oliva, come fumo, sotto gli alberi che erano corti e ispidi, simili all'aloe o al ginepro (ma io non m'intendo di botanica) e Romilayu che mi veniva dietro con la sua strana ombra, mi faceva pensare alla lunga pala di legno del fornaio quando entra nella bocca del forno. E un caldo di forno c'è davvero in quel luogo. 
Finalmente una mattina ci trovammo nel letto di un fiume piuttosto grande, chiamato Arnewi, ed avanzammo a valle: era secco. Il fango s'era mutato in argilla, e i sassi parevano pepite d'oro scintillanti nella polvere. Poi avvistammo il villaggio Arnewi e vedemmo i tetti circolari, conici. Sapevo che eran fatti di stoppia e che quindi erano fragili, porosi e leggeri; parevano piume, eppure pesanti, piume pesanti, ecco. Da quei tetti il fumo si alzava in quel tacito splendore. Anche dalla vecchia stoppia si levava uno scintillio inanimato. 
«Romilayu,» dissi, fermandolo, «che te ne pare? Dove siamo? In ogni modo, quanti anni avrà questo posto?» 
Sorpreso dalla mia domanda fece: «Non sapere, signore.» 
«Che sensazione buffa. Diavolo, è questa la culla del mondo. Deve essere più vecchio della città di Ur.» Anche la polvere aveva sapore di grande antichità, pensai, e dissi: «Ho l'impressione che questo posto andrà benissimo per me.» 
Gli Arnewi erano allevatori di bestiame. Noi spaventammo alcuni di quei loro strani animali, ed essi sgropparono e presero il galoppo, e subito dopo ci trovammo in mezzo a una banda di giovani negri, ragazzi e ragazze nudi, che urlavano alla nostra vista. 
Anche i più piccoli, col ventre gonfio, facevano la grinta e strillavano insieme agli altri, da vincere il muggito delle bestie, e stormi di uccelli, che se ne stavano posati sugli alberi, si levarono a volo fra le foglie appassite. Il rumore, prima ch'io potessi alzare gli occhi, pareva di sassi scagliati contro di noi ed io pensai a un attacco dei negri. Con quell'impressione, sbagliata, che ci prendessero a sassate, mi misi a ridere ed a bestemmiare. Mi divertiva l'idea che quelli ci tirassero pietre e feci: «Cristo, è questa la maniera di accogliere i viaggiatori?» 
Ma poi vidi gli uccelli e capii la ragione. 
Romilayu mi spiegò che gli Arnewi si davano molta premura per le condizioni delle loro bestie, e che le consideravano come loro simili, loro parenti, e non come animali domestici. Non si mangiava carne di manzo, da quelle parti. E anziché mandare un ragazzo fuori a guardare la mandria, ogni vacca aveva due o tre bambini per compagnia; e quando gli animali s'imbizzarrivano i bambini correvano loro dietro per calmarli. Gli adulti erano anche più premurosi verso le bestie, e a me occorse un po' di tempo per capire questa cosa. 
Ricordo che mi sarebbe piaciuto aver qualche regaluccio per i bambini. Durante la campagna d'Italia compravo sempre cioccolata e noccioline allo spaccio, per darle ai bambini. 
Così ora, mentre scendevamo lungo il fiume avvicinandoci alle mura della città, che eran fatte di sterpi, misti a letame e tenuti insieme dal fango, vedemmo alcuni dei bambini che ci aspettavano; gli altri erano andati a spargere la notizia del nostro arrivo. 
«Non sono forse straordinari?» dissi a Romilayu. «Cristo, guarda le anfore che hanno in testa, e quei capelli crespi e ricciuti. Parecchi non hanno ancora fatto la seconda dentizione.» 
Saltavano su e giù, strillando, ed io dissi: «Mi piacerebbe aver qualche regaletto per loro, invece non ho nulla. Credi che sarebbero contenti sedessi fuoco a un cespuglio con questo accendino?» 
E senza aspettare i consigli di Romilayu, tirai fuori l'accendino austriaco con lo stoppino lungo, diedi un colpo di pollice alla rotella, e subito il cespuglio prese fuoco, quasi invisibile alla forte luce del sole. 
Avvampava con un forte crepitio; il fuoco s'allargò fino ai limiti del cespuglio, e poi si spense nella sabbia. 
Io rimasi con l'accendino in mano, e il lucignolo che mi usciva dal pugno, come un esile baffo bianco. I bambini tacevano tutti, guardavano soltanto,ed io guardavo loro. E' questo ciò che chiamiamo oscuro sogno della realtà? Poi all'improvviso fuggirono all'intorno, e le vacche presero il galoppo. 
Le ceneri del cespuglio eran cadute ai miei piedi. 
«Cosa pensi che sia successo?» chiesi a Romilayu «Le mie intenzioni erano buone.» 
Ma non potemmo metterci a discuterne, perché ci venne incontro un gruppo di individui nudi. Dinanzi a tutti c'era una giovane donna, una ragazza non molto più anziana di mia figlia Ricey. Appena mi ebbe visto scoppiò in lacrime. 
Non avrei mai creduto che quel gesto mi potesse far tanto male. 
Sarebbe stato segno di poco realismo andar per il mondo senza essere preparato ad accogliere prove, dure sofferenze, eppure la vista di quella donna mi fece molto male. 
E' vero che le lacrime delle donne mi han sempre profondamente commosso, ma non molto tempo prima, quando Lily si era messa a piangere, nel nostro appartamento d'albergo sul Golfo, io le feci la peggiore delle minacce. Ed essendo un'estranea quella ragazza, è meno facile spiegare perché il suo pianto scatenasse in me una così terribile commozione. 
Pensai, immediatamente: "Ma cosa ho fatto?" 
"Dovrò dunque fuggire nel deserto," pensavo, "e restarci fino a che il diavolo non mi sia uscito di corpo, ed io sia in grado di accostarmi a un essere umano senza indurlo alla disperazione, al primo sguardo? Forse non ne ho avuto abbastanza, di deserto. Voglio gettar via il fucile ed il casco e l'accendino e tutta questa roba, e magari gettar via anche la mia violenza, e campare nel deserto, di vermi. Di locuste. Fino a che dentro di me non sia riarso tutto il male che c' è. Oh, il male! Oh l'ingiustizia, l'ingiustizia! Che posso farci io? Come posso riparare a tutto quel guasto? Il mio carattere! Dio mi aiuti, ho fatto strame di ogni cosa, e non c'è via d'uscita dalle conseguenze del male che ho fatto. Basta uno sguardo per capire tutta la mia storia." 
Vedete, cominciavo a convincermi che quei pochi giorni a cuor leggero, su per l'altopiano assieme a Romilayu avevano già provocato un grande mutamento in me. Ma a quanto pare non ero ancora pronto ad affrontare la società. E' la società che mi mette a terra. Da solo posso anche essere buono, ma appena vado in mezzo alla gente, si scatena l'inferno. 
Davanti a questa ragazza piangente stavo per scoppiare in pianto anch'io, pensando a Lily e a mio padre ed al violino e al trovatello, ed a tutti i dolori della vita mia. Sentivo che il naso mi si gonfiava, mi si arrossava. 
Dietro la ragazza anche altri indigeni piangevano in sordina. 
Dissi a Romilayu: «Che diavolo succede?» «Vergogna,» disse Romilayu, serissimo, con il cespuglio di capelli ritto sul capo. 
Così questa ragazza, robusta, virginale, piangeva, piangeva soltanto, senza un gesto; le braccia abbandonate lungo il corpo, ed ogni cosa (fisicamente parlando) che la riguardasse, esposta al mondo. 
Le lacrime dai larghi zigomi le cadevano sui seni. 
Io dissi: «Cos'ha in corpo questa fanciulla? Cosa vuol dire vergogna? Se vuoi saperlo, quel che succede è molto male, Romilayu. Penso che ci siamo messi in una brutta situazione e non mi piace la piega che han preso le cose. Perché non ci teniamo al largo da questa città e non torniamo nel deserto? Perdio, mi sentivo molto meglio là in mezzo.» 
A quanto pare Romilayu credette di capire che mi aveva scosso la vista di questa delegazione piangente e disse: «No, no, signore. Non colpa tua.» 
«Forse ho sbagliato a dar fuoco al cespuglio?» 
«No, no, signore. Non tu fatto piangere.» 
Allora io mi battei la testa col palmo della mano e dissi: «Ma certo. Dovevo.» (Cioè, dovevo averci pensato prima.) «Quella povera anima è nei guai. C'è qualcosa che io possa fare per lei? Ella viene da me a chiedere aiuto. Lo sento. Forse un leone le ha mangiato i familiari? Ci son molte belve che mangiano uomini, da queste parti? Chiediglielo, Romilayu. Dille che io son venuto per aiutarla, e che se ci son bestie crudeli nei paraggi io le ucciderò.» 
Sollevai il mio Magnum H&H, con il mirino a cannocchiale e lo mostrai alla folla. Con grandissimo mio sollievo cominciavo a capire che il pianto non dipendeva da qualche mia colpa, e che si poteva fare qualcosa, che non dovevo star lì a sopportare la vista di quelle lacrime sgorganti. «Ehi, voi tutti! Lasciate fare a me,» dissi. «Guardate! Guardate!» 
E mi misi a spiegar loro la manovra dell'arma, dicendo: «Hop, hop, hop» come faceva sempre il sergente istruttore. 
E invece tutti continuavano a piangere. Solo i bambini più piccoli, con quei visini da folletti, parevano rallegrarsi a guardare il mio spettacolo. Gli altri non cessavano il lamento, si coprirono il viso con le mani, scuotendo intanto i corpi nudi. 
«Ebbene, Romilayu,» dissi, «qui non si viene a capo di nulla, e la nostra presenza li disturba molto, questo è certo.» 
«Piangono per vacca morta,» disse. E mi spiegò, con grande chiarezza, che piangevano il bestiame che era morto per via della siccità, e che davano a se stessi la colpa della siccità; gli dèi erano offesi, o roba del genere; parlavano anche di maledizione. 
Comunque, essendo noi stranieri, era loro obbligo presentarsi e confessarsi tutti, e chiederci se sapevamo la ragione del loro affanno. 
«Come posso saperlo, a parte la siccità? La siccità è la siccità,» dissi, «ma il mio cuore va loro incontro, perché so cosa vuol dire perdere un animale amato.» E cominciai a dire, quasi a gridare: «Va bene, va bene, va bene. Va bene, signore, va bene, giovanotti, piantatela. Basta così, prego. Ho capito.» 
E questo discorso ebbe un qualche effetto su di loro. Immagino che dal tono della mia voce essi capirono che in qualche misura ero addolorato anch'io, e dissi a Romilayu: «Chiedi loro cosa vogliono che io faccia. Voglio far qualcosa, dico davvero.» «Cosa fare, signore?» 
«Non ci pensare. Dev'esserci qualcosa che possa fare soltanto io. Voglio che intanto tu cominci a chiedere.» Così egli parlò, mentre le bestie gibbute e lisce di pelle brontolavano con la loro sommessa voce di basso (le vacche africane non muggiscono come le nostre). E il pianto si estinse. 
Ed io cominciavo ad osservare che il colore di quella gente era originalissimo, che lo scuro della pelle era più profondo, più bruciato attorno agli occhi, mentre le palme delle mani eran del colore del granito ben netto. 
Sapete, come se avessero giocato ad acchiapparello con la luce e ne avessero colta un po'. 
Queste caratteristiche di colore per me erano del tutto nuove. Romilayu si era fatto in disparte per discutere con qualcuno e mi aveva lasciato solo in mezzo agli indigeni, che avevano ormai quasi cessato i singhiozzi. Proprio allora avvertii le mie contraddizioni fisiche. Il mio viso è una specie di capolinea, come Grand Central, ecco: il gran naso cavallino e la bocca ampia che si apre sulle narici, e gli occhi come gallerie. Così me ne stavo lì ad attendere, circondato da questa umanità nera, nella polvere odorosa, con quello splendore inanimato che veniva dai tetti nelle capanne vicine. 
Poi venne l'uomo con cui aveva parlato Romilayu e mi si rivolse in inglese, cosa che mi stupì, perché non avrei mai creduto che una persona che parli inglese potesse esser capace di sentimenti simili. Però lui non era di quelli che avevano pianto. 
Solo dalla statura capii che doveva essere un personaggio importante: aveva una corporatura assai massiccia e mi superava in altezza di un pollice o due. Ma non era pesante, come son io; era muscoloso; e non nudo come gli altri ma portava un pezzo di stoffa legato alle cosce, anziché alle anche, e attorno alla pancia portava una sciarpa di seta verde, ed aveva un blusotto corto, alla marinara, che teneva sciolto, per dar agio alle braccia; e ne avevano bisogno, con quei muscoli così grossi. 
Da principio ebbe un'aria molto dura, ed io pensai che forse cercava guai, e mi misurava come se io fossi una specie di fungo umano, di notevole grandezza, ma non difficile da abbattersi. 
Ero assai contrariato, ma non per la sua espressione che ben presto mutò in meglio; era, fra l'altro, il fatto che mi aveva parlato in inglese. Non so perché ero tanto sorpreso, anzi contrariato. L'inglese è la grande lingua dei nostri giorni, la lingua imperiale, che ha preso il posto che ebbero un tempo il greco, e poi il latino e così via. 
I romani non si sorprendevano, credo, quando un Parto o un Numìda si metteva a parlare in latino; per loro questo era un fatto scontato. E invece quando questo tipo, col fisico d'un campione, il cencio bianco penzoloni e la sciarpa e il blusotto, mi si rivolse in inglese, per me fu un colpo e un dolore. 
Si apparecchiò a parlare, mettendo in posizione le sue labbra pallide, un po' lentigginose, lentamente e disse: «Io sono Itelo. Sono qui per presentare. Benvenuto. Come stai?» «Come? Come?» feci io portando la mano all'orecchio. «Itelo.» Si inchinò. 
Subito mi inchinai anch'io, coi miei pantaloni corti e il casco bianco di sughero e il viso accaldato e il gran naso. Il mio viso può far l'effetto di un rintocco di campana e poiché son duro d'orecchio, a destra, ho un mio modo di portare il sinistro in posizione, ed ascolto stando di profilo, con gli occhi fissi su qualcosa per meglio concentrarmi. E così feci. 
Aspettavo che dicesse qualcos'altro, sudando ferocemente, perché ero a terra, imbarazzatissimo. Non potevo crederci; ero sicurissimo di non essere più in questo mondo. E chi poteva darmi torto, dopo quel viaggio sull'altopiano dove non scorgi orma d'uomo, le stelle fiammanti come arance, milioni e milioni di tonnellate di gas esplosivo, che parevano così dolci e fresche nella oscurità del cielo; e insieme, sapete, quella freschezza, come la freschezza dell'autunno, quando si esce di casa al mattino e si scopre che i fiori si son destati dal gelo con la loro acutissima vita. Quando provai questo, nel deserto, notte e giorno - ed ogni cosa mi appariva semplice – fui certissimo d'essermi sbarazzato del mondo, poiché il mondo, come tutti sanno, è complicato. E poi l'antichità del luogo mi aveva colpito, al punto che io ero certo d'essere entrato in un mondo nuovo. E la delegazione in lacrime. Ma c'era qualcuno che evidentemente aveva girato, che parlava inglese, ed io che urlavo, spaccone: «Mostratemi i vostri nemici ed io li ucciderò. Dov'è la belva che mangia gli uomini, portatemici.» E l'incendio del cespuglio, e la lezione sulle armi, e quel mio comportamento da buffone. Mi sentivo quanto mai ridicolo, e lanciai su Romilayu un'occhiata scura, irata, come se fosse sua colpa non avermi avvertito a dovere. 
Ma questo indigeno, Itelo, non intendeva affatto maltrattarmi per il contegno da me tenuto arrivando. Non pareva neppure che gli fosse passato per la mente. Mi prese la mano e se la mise, aperta, sul petto dicendo: 
«Itelo.» 
Io feci lo stesso e dissi: «Henderson.» Non volevo fare il merdoso, vedete, ma non son capace di nascondere i miei sentimenti. In folla i miei sentimenti, specie quelli cattivi, dilagano per il mondo dalle gallerie della mia faccia. Non posso trattenerli. 
«Come stai?» dissi. «E dimmi, cosa succede qua, perché tutti piangono a dirotto? Il mio uomo dice che è per via delle vacche. Non è un momento buono per le visite, vero? Forse è meglio che me ne vada e che ritorni un'altra volta.» 
«No, tu essere ospite,» fece Itelo e mi diede il benvenuto. Ma si era accorto del mio disappunto, capiva che quell'offerta di andarmene non era cortesia e generosità al cento per cento, e disse: «Tu credevi essere primo mettere piede? Cercavi nuovo? Dispiace molto. Già stati scoperti.» 
«Se pensavo così,» risposi, «allora la colpa è tutta mia. So che il mondo è già stato scoperto. Diavolo, dovevo esser fuori di senno. Non sono esploratore, e in ogni modo non son venuto per questo.» 
Così, tornandomi in mente la ragione per cui ero venuto, cominciai a guardar meglio quel tipo, per vedere che cosa sapesse dei fatti più grandi, più profondi della vita. E prima di tutto mi accorsi che quella sua gravità di espressione era ingannevole e che in sostanza egli era un uomo di spirito. Solo c'era in lui molto decoro. Due grandi curve, partendo dalle narici, gli scendevano agli angoli della bocca, e gli davano quell'espressione che io avevo inteso male. Teneva il busto eretto, e questo faceva anche di più risaltare la grande forza delle gambe e delle ginocchia, e agli angoli degli occhi, che avevano lo stesso alone oscuro degli altri membri della tribù, c'era uno scintillio che mi faceva pensare alla sfoglia d'oro. 
«Bene,» dissi, «vedo che hai girato il mondo, in ogni modo. Oppure qui tutti parlano anche l'inglese?» «Signore,» rispose, «oh, no, solo io.» 
Forse per via dell'ampiezza del naso aveva un tono di voce lievemente nasale. 
«Scuola Malindi. Andai, e anche il mio povero fratello. Poi scuola Beirut. Ho viaggiato dappertutto. Così io 
solo parlo. E per miglia e miglia attorno nessun altro, ma solo re Wariri, Dahfu.» Mi ero completamente scordato di chiederglielo, ed ora dissi: 
«Oh, scusami, forse anche tu sei un re?» 
«Regina è mia zia,» disse, «Willatale. E tu starai con altra zia, Mtalba. Signore, lei ti presta sua casa.» 
«Oh, benissimo,» feci. «Molto ospitale. E così tu sei principe?» 
«Oh, sì.» 
Le cose andavano meglio. Per la sua corporatura e il suo aspetto fin dal principio avevo pensato che doveva essere un notabile. 
E poi per consolarmi disse che da oltre trent'anni ero io il primo viaggiatore bianco. Almeno così sapeva lui. «Ebbene, Altezza,» dissi, «voi vivete fuori del mondo, quanto basta per non attrarre troppi estranei. Penso che avete fatto una buona cosa, qui. Non so nulla di questo luogo, ma ho visitato alcune fra le più antiche rovine, in Europa, e non mi pare che abbiano la metà degli anni del vostro villaggio. Se per caso vi preoccupate che io possa correre a telegrafare la vostra posizione, o che voglia prendere fotografie, ebbene, scordatevene. Non è nel mio carattere.» 
Di questo mi ringraziò, ma disse che non c'erano cose di valore, in questo posto, da attrarre viaggiatori. Ed ancora non son convinto che egli non si intendesse di geografia. Non che mi importi molto della geografia; è una di quelle idee sussiegose, secondo la quale, una volta individuato un posto, non c'è motivo di occuparsene più. 
«Signor Henderson, signore. Prego entra nella città,» disse. 
E io dissi: «Immagino che tu voglia farmi conoscere tutti.» 
Era un tempo splendido, secco come a me piace, col riverbero da ogni parte, e la polvere stessa era odorosa, eccitante. 
Al nostro servizio c'era una squadra di donne, le mogli di Itelo, nude e con il colore scuro, ben profondo, attorno agli occhi, come per un'azione speciale del sole. La pelle più chiara delle mani mi faceva pensare di continuo alla pietra rosata. Per quel colore, mani e dita parevano più grandi del comune. In seguito vidi alcune di queste giovani starsene per ore con un pezzo di funicella a giocare a ripiglino, e per ogni coppia di giocatrici c'erano diverse ragazze che stavano a guardare e gridavano «Oho!» quando una ripigliava una figura più complessa. 
Le donne presenti ora accostarono i polsi e agitarono le mani, che è la loro maniera di applaudire. 
Gli uomini si ficcarono le dita in bocca e fischiarono, persino in coro. 
Ora che il pianto era del tutto cessato, io ridevo sotto il grande casco sporco, la bocca spalancata. 
«Bene,» disse Itelo, «andremo a vedere regina, mia zia Willatale e dopo, ma forse anche stesso tempo, altra, Mtalba.» 
Erano venuti un paio di ombrelli, portati da due donne, alti circa due metri e mezzo, foggiati a forma di fiore di zucca: da quell'altezza davano pochissima ombra. Tutti avevano un aspetto bellissimo; alcuni avrebbero potuto far da modello a Michelangelo. Così andammo avanti, a coppie, con non poca cerimonia, in testa Itelo. 
Io ridacchiavo, ma facevo finta che causa di quella mia smorfia fosse il sole. Così avanzammo verso il quartiere della regina. 
Ed ora io cominciavo a capire qual era il cruccio di questa gente, quale il motivo di tutte quelle lacrime. Giunti presso un recinto del bestiame, vedemmo un tipo che con un grosso e goffo pettine di legno stava in groppa a una vacca, una vacca gibbuta, come tutte, ma non è questo il punto; il fatto è che quel tipo pettinava e carezzava la bestia in una maniera che non avevo mai vista prima. Col pettine arricciava sul muso il pelo, che era fitto all'attaccatura delle corna. La stringeva e la batteva leggermente, e la bestia non stava bene; non c'era nemmeno bisogno d'esser cresciuto in campagna - come me - per capire subito che in quell'animale qualcosa non funzionava. Nemmeno gli dette un colpetto col capo, come fanno le vacche quando provano 
amicizia, e il tipo che le stava in groppa era immerso anche lui nella tristezza, e pettinava la bestia con aria cupa. Attorno a loro c'era una atmosfera di disperazione. 
Mi ci volle un po' per mettere assieme tutti gli elementi. Dovete capire che questa gente ama le bestie come se fossero sorelle e fratelli, come se fossero figli; essi hanno più di cinquanta parole per descrivere la forma delle corna, ed Itelo mi spiegò che c'erano centinaia di parole per descrivere le espressioni del muso delle bestie, e tutta una lingua per raccontare il comportamento delle vacche. 
Entro certi limiti questo riuscivo ad intenderlo, perché io stesso ho grande affetto per i maiali. Ma un maiale, sostanzialmente, è una bestia utilitaria; egli reagisce con molta sensibilità alle ambizioni e alle tendenze dell'uomo e perciò non occorre, con lui, una lingua apposta. 
Fermandoci noi due, Itelo ed io, si arrestò tutto il corteo, ed anche altri guardavano l'uomo e la vacca. Ma accorgendomi di quanto quello spettacolo fosse doloroso, ripresi a camminare; e subito un altro spettacolo scorsi, anche più triste. 
Un uomo di circa cinquant'anni, coi capelli bianchi, stava in ginocchio, piangeva, tremava, si gettava polvere in capo, perché la sua vacca stava morendo. Tutti lo guardavano con pena, ed il vecchio teneva la bestia per le corna, che erano a foggia di lira, e la implorava di non abbandonarlo. Ma l'animale era di già in stato di incoscienza e la pelle sugli occhi tremava, come se il vecchio fosse lì solo per tenerla sveglia. 
Anch'io provai agitazione di fronte alla scena, e impietosito dissi: «Principe, per l'amor di Dio, non si può far nulla?» 
Sotto il blusotto corto e largo il petto di Itelo si sollevò, trasse un grande respiro, quasi che non volesse guastarmi la visita con tutta quella pena e quel pianto. 
«Non credo,» disse Itelo. 
Proprio allora successe la cosa che meno c'era da aspettarsi: cioè io scorsi acqua ed in grande quantità; dapprima mi parve scintillio di metallo, che andasse e venisse dinanzi ai miei occhi. 
Ma l'acqua vicina ha qualcosa di indubbio. Ne sentivo anche l'odore, così fermai il principe e dissi: «Dimmi tu se sbaglio, vuoi, principe? Questo individuo si ammazza a furia di lacrime e se non mi sbaglio vedo dell'acqua che luccica là a sinistra. Non è così?» 
Ammise che si trattava d'acqua. 
«E le vacche muoiono di sete?» chiesi. «Cos'ha dunque quell'acqua? E' infetta? Ma guarda,» dissi, «resta pur qualcosa da fare di quell'acqua, filtrarla, per esempio, o roba del genere. Potete fare grandi recipienti, tinozze. Potete purgarla delle impurità, bollendola. Senti, può sembrare assurdo, ma vedresti che risultati, se tutti si mobilitassero e andassero ad attingere! Capisco che una situazione simile può paralizzare la gente.» Mentre così parlavo, il principe, pur muovendo su e giù la testa, quasi a darmi ragione, in realtà non era d'accordo con me. 
Teneva le braccia pesanti conserte sul suo blusotto, mentre dal parasole a foggia di fiore di zucche, tenuto da quattro mani di donne nude come se potesse portarlo via il vento, veniva un'ombra frastagliata. Ma il vento non c'era. L'aria era ferma, come fissata e inchiodata allo zenit, secca e azzurra, un capolavoro di bellezza meridiana. 
«Oh... grazie» disse, «per buona intenzione.» 
«Ma potrei anche pensare ai fatti miei, vero? Forse hai ragione. Non voglio ficcare il naso nei vostri costumi. Ma fa male vedere succedere queste cose e non azzardare nemmeno un consiglio. Posso almeno dare una occhiata alla riserva dell'acqua?» 
Con qualche riluttanza disse: «Va bene, credo di sì.» 
E Itelo ed io, quasi eguali di altezza, ci lasciammo dietro le mogli e la gente del villaggio ed andammo a vedere l'acqua. 
La esaminai, ed a parte certa melma e certe erbacce mi parve a posto, di certo era abbondante. Uno spesso muro di pietra verde scura la tratteneva; cisterna e insieme argine. Immaginai che doveva esserci sotto una sorgente; un corso d'acqua, in secca, che scendeva dalla montagna, mostrava qual era la fonte normale di approvvigionamento dell'acqua. Per impedire l'evaporazione sulla cisterna era disteso un tetto di stoppia, non meno di quindici metri. Dopo la lunga fatica mi sarebbe piaciuto levarmi i panni di dosso e tuffarmi in quell'acqua ombrosa, tepida, anche se un po' melmosa, e nuotarci e starci a mollo. Nulla mi sarebbe piaciuto di più che lasciarmi andare sul pelo dell'acqua sotto quel tetto di tenera stoppia. 
«Ebbene, principe, cosa c'è che non va? Perché non potete usare quest'acqua?» chiesi. 
Solo il principe mi aveva seguito fino alla cisterna; gli altri se ne stavano a una ventina di passi, e si capiva che erano agitati, a disagio, ed io dissi: «Cos'è che divora la tua gente? C'è qualcosa in quell'acqua?» Poi mi chinai a guardare e capii da me che sotto la superficie ferveva una vita intensa. Oltre la membrana della superficie vidi dapprima girini con grosse teste, nei vari stadi di sviluppo, e le code che parevano giganteschi spermatozoi, ad alcuni già spuntavano le zampe. E poi vidi grandi e possenti ranocchi, maculati, che nuotavano con le teste senza collo, e le lunghe zampe bianche: quelle davanti parevano esprimere stupore. E di tutte le creature lì intorno, parve a me che queste se la passassero meglio di tutte, e provai invidia per loro. «Non me lo dire, dunque! Sono i ranocchi?» chiesi a Itelo. «Per via di loro non abbeverate il bestiame?» Scosse la testa tristemente. Sì, era per via dei ranocchi. 
«Come han fatto ad entrare lì? Da dove vengono?» 
A queste domande Itelo non poteva rispondere. Era tutto un mistero. Poteva dirmi solo che queste creature, mai viste prima, erano comparse nella cisterna circa un mese prima e che avevano impedito di abbeverare il bestiame. Questa la maledizione a cui s'era accennato prima. 
«E questa tu la chiami maledizione?» dissi. «Eppure tu hai girato il mondo. A scuola non ti han mai fatto veder un ranocchio, e per lo meno il disegno di un ranocchio? Son bestie innocue». 
«Oh, sì, certo,» disse il principe. 
«Quindi sai anche che non devi lasciar morire le tue bestie a causa di questi animaletti che son nell'acqua.» Ma il principe non poteva farci nulla. Alzò le sue manone e disse: «Non deve essere animale in acqua da bere.» 
«E allora perché non li mandi via?» 
«Oh, no, no. Mai toccare animale in acqua da bere.» 
«Via, principe, ohibò,» feci. «Si potrebbe filtrare l'acqua, e buttar fuori i ranocchi. Si potrebbe avvelenarli. Ci sono cento soluzioni almeno.» 
Si strinse le labbra fra i denti e chiuse gli occhi, e intanto sospirava profondamente, quasi a dire che i miei consigli erano impossibili. Soffiò l'aria dalle narici e scosse il capo. 
«Principe,» dissi, «noi due dobbiamo parlarne.» Mi accaloravo «Se questa storia continua, assai presto in città sarà un continuo funerale di vacche. E' improbabile che piova. La stagione è finita. Avete bisogno di acqua. Per questo c'è la cisterna.» 
Abbassai la voce. «Guarda, anch'io sono un individuo poco razionale, ma quando si tratta di sopravvivere...» 
«Oh, signore,» disse il principe, «la gente è spaventata. Nessuno mai visto animale così.» 
«Bene,» dissi, «l'ultima piaga dei ranocchi, di cui abbia sentito parlare, fu in Egitto.» Così si accresceva il sentimento d'antipatia che il posto mi aveva ispirato arrivando. Comunque dipendeva dalla maledizione il fatto che la gente, con alla testa quella fanciulla, mi aveva salutato in lacrime alle porte della città. Proprio straordinario. Ed ora che ogni cosa trovava il suo posto, l'acqua della cisterna si fece nera ai miei occhi, come un lago di oscurità. C'era veramente gran numero di quelle creature che brulicavano là dentro, con l'acqua che scivolava sui loro corpi maculati: quasi che fossero loro i padroni di quell'elemento. E giungevano anche a strisciare fin sulla pietra umida, con quelle gole congestionate, come commosse, e ammiccavano con gli occhi marmati, rossi verdi e bianchi, ed io scossi il capo, per me medesimo più che per loro, pensando che un essere strano par mio, quando si mette in giro per il mondo, ne vede per forza di fenomeni strani. Comunque a quelle creature dissi solo aspettate, figli di puttana, che vi sistemo io. 
CAPITOLO SESTO 
Volavano i moscerini avanti e indietro sulla cisterna calda di sole, che volta a volta era verde, gialla, scura. Dissi a Itelo: «Tu non puoi molestare questi animali, ma cosa succede se uno straniero - io per esempio - viene e li tira fuori?» 
Sentivo che non sarei stato bene fino a che non avessi sistemati i ranocchi e levato dal paese quella piaga. Dal suo comportamento capii che, a motivo di una qualche legge non scritta, egli non poteva incoraggiarmi in quel proposito, ma che d'altronde sia lui che la sua gente mi avrebbero considerato, se lo avessi fatto, come il più grande dei benefattori. 
Infatti Itelo non mi rispose direttamente, ma continuò a sospirare ed a ripetere: «Oh, tempo triste! Oh, tempo cattivo!». 
Io gli diedi un'occhiata profonda e feci: «Itelo, lascia fare a me,» tirai una gran boccata d'aria di tra i denti. 
Sentivo che toccava a me essere la condanna di questi ranocchi. 
Voi capite, gli Arnewi bevono solo latte e le vacche quindi sono la loro unica risorsa; non mangiano mai carne, tranne che per cerimonia, quando una vacca muore di morte naturale, ed anche questa per loro è una forma di cannibalismo, e mangiano piangendo. 
Così la morte di un animale per loro è sciagura, e le famiglie delle bestie morte compivano ogni giorno i riti funebri e piangevano e mangiavano carne: non c'è quindi da stupirsi se erano in quelle condizioni. Sulla via del ritorno mi sembrava che quella cisterna d'acqua, con le erbacce e con i ranocchi fosse un problema ormai entrato in me, che occupava un posto preciso dentro il mio corpo, e sbatteva qua e là seguendo i miei passi. 
Andammo alla mia capanna (cioè la capanna di Itelo e di Mtalba), perché volevo ripulirmi un poco prima della presentazione alla regina. Intanto feci al principe una breve conferenza. 
Gli dissi: «Sai tu perché gli ebrei furono sconfitti dai romani? Perché non volevano combattere di sabato. E la stessa cosa succede a voi con l'acqua. Volete conservare l'usanza, o volete conservare le vostre vacche e quindi le vostre vite? Se stesse a me, direi le vite. Createvi un'altra usanza. Perché farvi mandare in rovina dai ranocchi?» 
Il principe ascoltava e disse solo «Hm, molto interessante. Straordinario.» 
Giungemmo alla casa che avrebbe ospitato me e Romilayu; l'ingresso era su di un cortile, e come tutte le altre case anche questa era rotonda, fatta d'argilla, con il tetto a cono. Dentro, tutto pareva assai fragile, leggero, vuoto. A intervalli di un metro l'uno dall'altro eran tesi sul soffitto pali anneriti dal fumo, e più in alto le lunghe coste delle foglie di palma parevano stecche di balena. 
Mi misi a sedere ed Itelo, che era entrato con me, lasciando il suo seguito fuori, al sole, mi si pose di fronte, mentre Romilayu cominciava a disfare il bagaglio. 
Il calore della giornata adesso era al colmo e l'aria assolutamente immobile: solo di tra la stoppia sopra di noi - quel leggero cono d'ombra da cui calava un secco odore vegetale - sentivo qualche piccola creatura, scarafaggi o forse uccelli e topi, che si agitavano frusciando. 
In quel momento ero così stanco che non avevo neppure voglia di bere (portavamo con noi qualche borraccia piena di bourbon) e pensavo soltanto alla situazione, a come distruggere i ranocchi della cisterna. Ma il principe voleva parlare; da principio interpretai quel desiderio come segno di cordialità, poi vidi che egli mirava a qualcosa d'altro e mi feci più attento. 
«Io andare scuola a Malindi,» disse. «Meravigliosa, bellissima città.» In seguito volli controllare cosa fosse questa città di Malindi; era un vecchio porto sulla costa orientale, dove facevano scalo le navi arabe del commercio degli schiavi. 
Itelo parlava dei suoi viaggi. Insieme al suo amico Dahfu, che adesso era re dei Wariri, avevano girato molto, partendo da sud. Avevano traversato il Mar Rosso su qualche vecchia carretta e lavorato alla ferrovia di Al Medinah, costruita dai turchi prima della Grande Guerra. Di questo io sapevo qualcosa, perché mia madre aveva avuto a che fare con la causa armena, e dalle mie letture di Lawrence d'Arabia avevo capito quanta cultura americana ci sia, sparsa per il Medio Oriente. I Giovani Turchi, e anche Enver Pascià, se non sbaglio, studiarono in scuole americane. (Vero è che sarebbe interessante spiegarsi perché dal «Fabbro del villaggio» e dalla «Dolce Alice allegroridente» eran passati alle guerre, ai complotti, ai massacri.) 
Ma questo principe Itelo, con la sua oscura tribù di allevatori sull'altopiano di Hinchagara, aveva frequentato una scuola missionaria in Siria, e altrettanto aveva fatto il suo amico Wariri. Tutti e due erano tornati alle loro lontane dimore. 
«E dunque,» dissi, «credo che sia stato bene per voi andare in giro per il mondo a vedere tante cose.» Il principe sorrideva, ma al tempo stesso il suo corpo s'era fatto rigido; teneva le ginocchia spalancate e premeva il terreno col pollice e con le nocche di una mano. Pure continuava a sorridere ed io capii che stava per succeder qualcosa. Eravamo seduti faccia a faccia su certi bassi sgabelli, dentro la capanna dal tetto di stoppia, che faceva pensare a un enorme canestro; e tutto ciò che mi era accaduto - il lungo viaggio, il rumore degli zoccoli delle zebre a notte, il sole in movimento su e giù nel cielo come una nota musicale, il colore dell'Africa, e il bestiame e la gente in pianto, e la cisterna gialla e i ranocchi - tutto questo aveva agìto in tal modo sulla mia mente e sui miei sensi, che ogni cosa dentro di me stava in un equilibrio perfetto. Cioè precario. 
«Principe,» dissi, «cosa succede ora?» 
«Quando viene ospite straniero noi sempre facciamo conoscenza con lotta. Invariabile.» 
«A quanto pare è una regola,» dissi esitando. «Ecco, mi chiedo, una volta tanto non potreste rinunciarvi, o aspettare un po', perché son proprio stanco?» 
«Oh, no,» disse. «Nuovo arrivato, deve lottare. Sempre.» 
«Capisco,» feci. «E capisco anche che devi essere tu il campione.» 
Era una domanda a cui potevo rispondere da me. Ovviamente era lui il campione, ed ecco perché era venuto a incontrarmi, ecco perché era entrato nella capanna. Ciò spiegava anche l'agitazione dei ragazzi, nel letto del fiume: essi sapevano che ci sarebbe stato un incontro di lotta. 
«Bene, principe» dissi, «preferirei dichiararmi vinto senza nemmeno lottare. Dopotutto, tu hai una forza terribile e, come vedi, io sono più vecchio di te.» 
Ma egli non rispose, mi poggiò la mano sulla nuca e cominciò a tirarmi verso terra. Sbalordito, ma senza mancargli di rispetto,feci: «No, principe. Non farlo. Credo di avere su di te il vantaggio del peso.» 
In verità non sapevo che pesci prendere. Romilayu era lì accanto, ma non rispose allo sguardo che gli lanciai. Il casco bianco, col passaporto, i soldi, le carte che ci tenevo dentro, mi cadde a terra e la lunga capigliatura incolta mi si sparse sulla nuca, mentre Itelo mi trascinava con sé a terra. E intanto io cercavo - cercavo - cercavo - di qualificare questo incidente. 
Itelo era fortissimo, e mi piombò addosso, coi vasti pantaloni bianchi e il blusotto corto, e mi teneva fermo al suolo della capanna. Io tenevo le braccia rigide, come se fossero legate ai fianchi e lasciavo che mi scrollasse a volontà. 
Ora ero disteso sulla pancia, col viso nella polvere e le gambe che annaspavano per terra. 
«Avanti, avanti,» continuava a dire, «tu devi batterti, signore.» 
«Principe,» dissi, «con tutto il rispetto, io sto lottando.» 
Non c'era da dargli torto se non mi credeva, e mi stava addosso coi suoi pantaloni bianchi ricascanti e le gambe enormi e i piedi nudi, dello stesso colore delle mani; poi lasciandosi andare sul fianco mi ficcò una gamba sotto il corpo e facendo leva su quella mi prese alla gola. Col respiro grosso (troppo vicino alla mia faccia) continuava a dirmi: «Combatti, combatti, Henderson. Che ti succede?» 
«Altezza,» dissi, «io sono una specie di ardito di guerra. Ho combattuto e a Campo Blanding l'addestramento era terribile. Ci hanno insegnato a uccidere, non a lottare. E così non so lottare. Nel corpo a corpo sono un avversario difficile. So ogni genere di trucchi: so far saltare la mascella a una persona infilandogli un dito in bocca, so slogare un osso e cacciare un occhio. Naturalmente non voglio un incontro di lotta di questo genere, e per questo cerco di star lontano dalla violenza. Ti basti sapere che l'ultima volta che ho alzato la voce successe una cosa orrenda. Tu capisci,» ansimavo perché la polvere m'entrava nel naso, «ci hanno insegnato ogni sorta di trucchi mortali, e ti dico che è meglio evitarli. Perciò non combattiamo. Noi due occupiamo un posto troppo alto nella scala della civiltà, e dovremmo dedicare tutta la nostra energia al problema dei ranocchi.» 
E poiché continuava a stringermi alla gola col braccio, gli feci capire che avevo da dirgli qualcosa di veramente serio. 
E feci: «Altezza, davvero, chiedo la parola.» 
Mi lasciò andare. Forse non fui così impulsivo e vivo - reattivo insomma - come lui avrebbe voluto. Lo capivo dalla sua espressione, mentre mi toglievo la polvere dal viso con un panno appartenente alla padrona di casa. Lo avevo preso da una trave. 
Per quanto mi riguardava, ormai la conoscenza era fatta. Poiché aveva visto un po' di mondo, per lo meno da Malindi in Africa fino all'Asia Minore, doveva sapere che cosa significa gaglioffo ed ora, a giudicare dal suo sguardo, per lui io appartenevo a quella categoria. Certo, è vero che io ero stato molto giù di corda, con quella voce dentro di me che diceva voglio e tutto il resto. 
Ormai io consideravo i fenomeni della vita come altrettante medicine che avrebbero o curato o aggravato la mia condizione. Ma la condizione! Oh, la mia condizione! Prima e ultima, quella mia condizione! Mi 
costringeva a girare il mondo con una mano sul petto, come il vecchio di Montcalm che traversa la pianura di Abramo. E vi dico un'altra cosa: la tristezza eccessiva mi aveva appesantito il fisico, mentre un tempo ero stato agile e svelto, per il mio peso. Fin verso i cinquanta giocai a tennis, e una stagione stabilii il record di cinquemila partite: in pratica mangiavo e dormivo sempre fuori casa. Tenevo il campo come un centauro e non c'era palla che non cogliessi, da far buche nel terreno e sfasciare le racchette ed abbattere le reti con le mie bordate. 
Dico questo per dimostrare che non sempre son stato fiacco e lento. 
«Immagino che qui tu sia il campione invitto?» dissi. 
E lui rispose: «Proprio così. Vinco sempre.» 
«Non mi sorprende affatto.» 
Mi rispose con poca cortesia, con un lampo all'angolo degli occhi, perché, essendomi io lasciato abbattere nella polvere col viso in giù, egli pensava che la conoscenza fra noi era già fatta, ed era giunto alla conclusione che io ero grosso ma incapace, formidabile all'aspetto, ma tutto d'un pezzo come un totem, o come una specie di tartaruga delle Galapagos. Perciò capii che, se volevo riacquistare il suo rispetto, dovevo mettermi in moto, e conclusi che, dopotutto, potevo accettare la lotta. Perciò posai il casco, mi tolsi la camicia e dissi: «Ora proviamo sul serio, Altezza.» 
Romilayu non si mostrò contento, come non si era mostrato contento al momento della sfida lanciatami da Itelo, ma non era tipo da mettersi di mezzo, e si limitò a guardare col suo naso abissino e con la chioma che gli ombreggiava la faccia. 
In quanto al principe, che se ne stava seduto con la sua aria indifferente, parve ridestarsi e quando io mi tolsi la camicia scoppiò a ridere. 
Si alzò in piedi, si mise in guardia e accennò un colpo con la mano; io feci lo stesso. Compimmo un giro per la capanna. Poi cominciammo a tentare una presa, e sulle spalle di lui vidi guizzare i muscoli. Allora io stabilii di giovarmi, e subito, del vantaggio che mi dava il peso, prima che mi si scatenasse la rabbia, perché se lui mi batteva, e non era impossibile, con quei muscoli, io potevo anche perdere la testa e ricorrere a quei trucchi che mi avevano insegnato sotto le armi. Perciò feci una cosa semplicissima: gli diedi un urtone con la pancia (su cui il nome di Frances, tatuato molto tempo prima, si era espanso) e intanto gli misi una gamba dietro e lo colpii in faccia. Un trucco elementare che bastò a travolgere questo uomo. 
Io stesso rimasi stupito a vedere che questo trucco funzionava così facilmente. E' vero che lo avevo colpito piuttosto brutalmente, sia con le mani che con l'addome ma pensai che forse si era lasciato andare a terra solo per giocarmi a sua volta qualche scherzetto. Perciò non stetti ad aspettare, ma insistei con tutto il mio peso, e gli misi in faccia le mani, da bloccargli vista e respiro, e gli feci sbattere la testa a terra. Grosso come era, rimase senza fiato, e dopo quel gran crollo sul suolo mi buttai con le ginocchia sulle sue braccia e lo inchiodai. 
Ringraziando il cielo che non fosse necessario ricorrere alla mia tecnica omicida, lo lasciai subito andare. Debbo ammettere che l'elemento sorpresa (o fortuna) era tutto dalla parte mia, e che la lotta non fu ad armi pari. Che era adirato lo capivo dal cambiamento di colore, anche se l'alone scuro attorno ai suoi occhi restava lo stesso, e non disse una parola, ma si tolse il blusotto e il fazzoletto verde, e tirò un profondo respiro, sì che i muscoli del ventre gli si ritrassero indietro, verso la spina dorsale. Ricominciammo a girarci attorno, e per varie volte facemmo il giro della capanna. Stavo attentissimo al gioco dei piedi, perché proprio lì son più debole, e tendo a spingere in avanti, come un cavallo da aratro, con tutta la forza nel collo, nel petto e nella pancia e, sì, anche nella faccia. Pareva aver compreso che la cosa migliore da parte sua era tirarmi al tappeto, là dove non avrei potuto usare contro di lui la mia mole. E mentre gli andavo incontro, cauto, coi gomiti larghi, alla maniera dei granchi, egli partì rapidissimo, a fondo, e mi colse sotto il mento, subito uncinandomi il capo. E cominciò a stringere. Non era una vera e propria cravatta; somigliava di più a quello che i nostri vecchi chiamano cancelletto. Aveva un braccio libero ed avrebbe potuto profittarne per colpirmi in faccia, ma questo non mi sembrava che fosse nelle regole. Mi tirò invece verso terra e cercò di farmi cadere all'indietro; invece io caddi in avanti, e fu anche una caduta dolorosa, come uno squarcio, dall'ombelico in su. Ebbi anche un brutto colpo sul naso, e temei d'essermelo rotto alla radice; quasi sentivo l'aria che entrava dalle canne rotte. Ma invece riuscii, non so come, a serbare una zona nitida nel cervello, ed il cervello mi consigliò moderazione: era già risultato non piccolo. 
Dal giorno che, col termometro a zero, mentre spaccavo la legna, una scheggia mi colpì al naso ed io avevo pensato "la verità viene coi colpi," da allora evidentemente io avevo scoperto come profittare di tali esperienze, e questa infatti mi fu utile, solo che mi si presentò in forma diversa. Non "la verità viene coi colpi," ma altre parole, e queste parole assai difficilmente avrebbero potuto essere più strane. 
Dicevano così: "Non ricordo bene l'ora che ruppe il sonno del mio spirito." 
Il principe Itelo ora mi avvinghiò il petto con le gambe; per via della cintura non avrebbe potuto stringermi più in basso. Man mano che rafforzava la stretta io sentivo il sangue fermarmisi, le labbra e la lingua gonfiarsi, e gli occhi cominciavano a stravedere. Ma le mani non restavano immobili, e premendo con ambo i pollici sulla coscia, vicino al ginocchio, affondandoli nel muscolo (che si chiama, credo, adduttore) riuscii a fargli stendere la gamba e a rompere così la sua stretta. Tirandomi su, lo agguantai per la testa; i suoi capelli erano cortissimi, ma mi consentirono la presa che mi occorreva. Tenendolo per i capelli riuscii a prenderlo alla schiena e a farlo girare. Lo tenevo ora alla cintura di quei suoi vasti pantaloni, le dita dentro, e quindi lo tirai su, non con tutta la forza, altrimenti avrei fatto saltare il tetto della capanna; lo ributtai invece a terra, e poi addosso, da mozzargli il respiro, fra l'urto e il mio peso. 
Forse Itelo, si sentiva sicuro del fatto suo, vedendomi grosso e vecchio, straripante di ciccia e sudato, pesante e fiacco. Comprensibile che si considerasse più in gamba di me. Ed ora, ripensandoci, quasi vorrei che lui avesse vinto, perché mentre crollava a terra, a testa sotto, io vidi (come accade a volte di scorgere un oggetto buttato via, una bottiglia per esempio, che crolla giù per le cascate del Niagara) io vidi quanta amarezza c'era nel suo volto. Non poteva credere che un fusto umano vecchio e grave come son io gli stesse togliendo il titolo di campione. E quando gli fui addosso per la seconda volta, gli occhi gli ruotarono verso l'alto, ed il motivo non era soltanto il peso che gli era crollato addosso. 
Non era certo bello che io mi dessi delle arie e comunque mi comportassi come quello che ha vinto e ne è orgoglioso. Questo è certo. 
Mi sentivo mal ridotto, quasi quanto lui. Quando il principe cadde con la schiena a terra, tutta quella baracca di paglia era quasi crollata. Romilayu si teneva a distanza, contro la parete. Aver vinto mi faceva male al petto, e il cuore mi balzò in gola, tuttavia mi inginocchiai su di lui, per accertarmi che stesse fermo, perché se lo avessi lasciato stare, senza inchiodarlo a terra a dovere, egli ne sarebbe rimasto profondamente offeso. Se lo scontro di lotta si fosse svolto coi soli mezzi che la natura metteva a nostra disposizione, avrebbe vinto lui, son pronto a scommetterlo, ma questa volta egli non aveva di fronte a sé soltanto ossa e muscoli. C'entra anche lo spirito, perché quando nella lotta interviene anche lo spirito, io sono un lottatore di prim'ordine. 
Da quando mi ricordo, sempre io ho lottato instancabilmente. 
Ma ora dissi: «Altezza, non te ne fare un cruccio troppo grave.» 
Si era coperto il viso con le mani, del colore della pietra polita, e nemmeno tentava di alzarsi da terra. Mentre cercavo di consolarlo, non riuscivo a pensare altro che alle cose che avrebbe detto Lily. 
Sapevo benissimo, accidenti, che lei sarebbe sbiancata in viso, con gli occhi fissi, ed avrebbe cominciato a parlare a bassa voce, frasi incoerenti. Avrebbe detto che l'uomo non è solo carne ed ossa, e che coloro i quali traggono orgoglio dalla propria forza saranno umiliati, e così via. Potrei dirvi per filo e per segno quali sarebbero state le parole di Lily, ed io sentivo solo compassione per lui. 
Le sofferenze della siccità, la piaga dei ranocchi, no, non bastava, oltretutto ero comparso io dal deserto - ero comparso nel letto secco del fiume Arnewi col mio accendino austriaco - ero venuto in città e lo avevo abbattuto due volte di seguito. 
Ora il principe si era tirato in ginocchio, spargendosi polvere sul capo, e poi mi prese il piede, chiuso nello stivaletto da deserto, con la suola di gomma, e se lo mise sul capo. Così stando egli piangeva con più dolore delle ragazze e della delegazione che ci aveva accolti presso le mura di fango e sterpi della città. Ma debbo dirvi che non era solo la sconfitta a farlo piangere così. 
Egli stava traversando un’enorme complessa esperienza sentimentale. 
Cercai di levare il piede dalla sua testa ma egli ce lo tenne, ostinato, dicendo: «Oh, signor Henderson! 
Henderson, ora ti conosco. Oh, signore, ora ti conosco.» 
Non riuscivo a dire quel che provavo, e cioè: "No, non mi conosci, non mi conoscerai mai. Il dolore mi ha tenuto in forma, ecco perché il mio corpo è così saldo. Sollevar pietre e versare cemento e spaccar legna e faticare coi maiali - la mia forza non è una forza felice. Non è stato un incontro leale. Làsciatelo dire, tu sei il migliore." 
Non so perché, ma io non riesco mai a perdere una gara. 
Anche quando giocavo a scacchi coi miei figli, per quanto manovrassi in modo da farli vincere, e perfino quando le loro labbra tremavano di disappunto (oh, piccoli miei, certamente mi avrete odiato), la mano mi balzava sulla scacchiera e io dicevo bruscamente: «Al Re!» Anche se in cuor mio continuavo a ripetermi: 
"Oh, sciocco, sciocco!" 
Ma non capii veramente quel che provasse il Principe, fino a quando egli si sollevò e mi strinse fra le braccia e mi pose la testa impolverata sulla spalla dicendo che ora eravamo amici. Questo mi colpì là dove ero vivo, giusto nei centri vitali, di dolore ed insieme di consolazione. 
Dissi: «Altezza, sono orgoglioso. Sono contento.» Egli mi prese la testa, con un gesto goffo ma insieme commovente. Mi sentii pervaso dal rossore che è il riverbero che giustamente prova dopo una simile vittoria il contendente più anziano. Ma io cercai di stornare tutto questo e gli dissi: «Io ho l'esperienza dalla mia parte. Tu non saprai mai quanta e che genere di esperienza.» 
Egli rispose: «Ora ti conosco, signore. Ti conosco.» 
CAPITOLO SETTIMO 
Quando uscimmo dalla capanna, a dare la notizia della mia vittoria bastò la polvere sul capo di Itelo e il suo modo di camminare dietro di me; così la gente applaudiva quando io fui alla luce del sole, e mi misi la camicia e piazzai il casco al posto suo. Le donne agitavano le mani unite ai polsi e intanto aprivano la bocca, tutte nella stessa misura. Gli uomini fischiavano con le dita in bocca, spalancando le labbra. Lungi dall'apparire abbattuto o indignato, anche il principe partecipò alla ovazione, indicandomi e sorridendomi, e io dissi a Romilayu: «Vuoi sapere una cosa? Mi piace molto questo branco di africani. Gli voglio bene.» 
La regina Willatale e sua sorella Mtalba mi aspettavano sotto la tettoia di stoppia nella corte della regina. Ella era seduta su una panca fatta di rami d'albero, con una coperta rossa posta a mo' di bandiera dietro di lei; mentre ci avvicinavamo, Romilayu col sacco dei regali sulla schiena aprì le labbra e mi sorrise. Per me quella donna era il tipo esatto di una certa categoria di vecchie signore. Capirete quel che intendo, forse, se vi dico che la carne del braccio le ricadeva sul gomito. Per quanto ne so io questo è il sigillo che garantisce il carattere. Con non molti denti ella sorrideva, un sorriso caldo, e tese la mano, una mano relativamente piccola. Da lei emanava un senso di bontà; pareva di sentirlo nel suo respiro, mentre se ne stava lì seduta, sorridente, con tanti piccoli fremiti di benevolenza, di congratulazione, di benvenuto. 
Itelo mi fe' cenno di dare alla vecchia la mano e fui stupito quando ella la prese e se la affondò in mezzo ai seni. 
Questo è un gesto ordinario di saluto - anche Itelo si era messo la mia mano sul petto - ma io non me l'aspettavo da una donna. 
Al di sopra di ogni altra cosa - voglio dire al di sopra del calore e del peso monumentale che sentii sulla mano - c'era la pulsazione tranquilla del suo cuore che partecipava al nostro primo incontro. Era regolare, come la rotazione della terra; ne fui sorpreso, restai a bocca aperta con gli occhi fissi, come se stessi toccando il segreto della vita. Ma non potevo tenere in eterno la mano là in mezzo e tornai in me e la ritrassi. Poi ricambiai la cortesia, cioè tenni la mano di lei sul mio petto e dissi: «Io Henderson. Henderson.» Tutta la corte applaudì vedendo che avevo subito imparato le loro maniere. 
Così pensai "Urrah per me!" e trassi un interminabile respiro. 
Il corpo della Regina esprimeva fermezza in ogni sua parte. La testa era bianca, il viso largo e robusto, e il corpo avvolto in una pelle di leone. Se avessi saputo allora quello che so oggi dei leoni, avrei capito molte più cose circa la regina. 
Era la pelle di un leone maschio, con la criniera, con la parte larga non davanti, dove sarebbe stato logico aspettarsela, ma sul dorso della vecchia. La coda le ricadeva sulla spalla, mentre le zampe le passavano sotto il braccio e le due estremità eran legate a nodo sulla pancia di lei. Non so dirvi quanto questo mi piacesse. La criniera col suo pelo lungo le faceva da bavero, e su quel pelo ispido e forse pungente ella posava il mento. Ma c'era una luce di felicità sul suo volto. E poi osservai che aveva un occhio difettoso, con la cateratta, di un bianco azzurrastro. 
Feci alla vecchia un profondo inchino ed ella cominciò a ridere ed il ventre legato dalla pelle di leone sobbalzava ed ella girava la testa coi secchi capelli bianchi guardando la figura che facevo io, inchinato, con quei pantaloni corti e il viso infiammato, perché nell'atto il sangue mi affluiva alla testa. 
Espressi il mio dispiacere per i loro guai, la siccità e il bestiame ed i ranocchi e dissi che comprendevo cosa significava soffrire di una simile piaga, e che partecipavo al loro dolore. 
Capivo che essi dovevano nutrirsi del pane delle lacrime e speravo di non dar loro troppo fastidio. Questo discorso me lo tradusse Itelo e credo che la vecchia lo abbia accolto di buon grado, ma quando feci parola dei loro guai ella sorrise, tranquilla come la luna in fondo a un pozzo d'acqua. Intanto sentivo in cuore agitazione e giuravo a me stesso che avrei fatto qualcosa, che avrei portato il mio aiuto a quella gente. "Che io muoia, " dicevo a me stesso, "se non riesco a buttar fuori, sterminare, schiacciare questi ranocchi." Poi dissi a Romilayu di cominciare con i regali. E per prima cosa egli tirò fuori l'impermeabile di plastica chiuso in una busta, anch'essa di plastica. Lo rimproverai, vergognandomi di offrire quell'oggetto da pochi soldi alla vecchia regina. Ma in realtà avevo le mie buone scuse, e cioè il fatto che viaggiavamo col minor possibile carico. E poi intendevo render loro un servizio di fronte al quale sarebbe stato un nulla il più grande dei regali. Ma la regina unì le mani ai polsi e le agitò verso di me, con aria più decisa delle altre signore e mi sorrise con una meravigliosa festosità, sincera. Alcune delle donne che formavano il suo seguito fecero lo stesso, e quelle che avevano bambini in braccio li sollevarono in alto, quasi a imprimere nel loro ricordo l'immagine di quell'ospite straordinario. 
Gli uomini spalancarono la bocca fischiando in maniera armoniosa. 
Anni prima il figlio dell'autista, Vince, aveva cercato di insegnarmi quel modo di fischiare ed io tenni le dita in bocca fino ad arricciarmi la pelle, senza però mai riuscire a tirar fuori quei suoni laceranti. Perciò stabilii che, come compenso della liberazione dai ranocchi, avrei chiesto loro di insegnarmi a fischiare. Pensavo che sarebbe stato eccitante saper suonare le mie dita in quel modo. 
Dissi a Itelo: «Principe, ti prego di perdonarmi per questo dono meschino. Odio quanto mai portare l'impermeabile in periodo di siccità. Mi sembra una beffa; capisci quello che voglio dire?» 
Tuttavia egli disse che il regalo rendeva felice la regina e questo evidentemente era vero. Io avevo raccolto ogni genere di cianfrusaglie, come quelle che si trovano nell'ultima pagina del supplemento sportivo domenicale del Times e nelle bottegucce della Terza Avenue. Al principe detti una bussola con unito un minuscolo binocolo, buono nemmeno per guardare gli uccelli. 
Per la grassa sorella della regina, Mtalba, avendo notato che fumava, tirai fuori uno di quegli accendini austriaci dal lungo stoppino bianco. In certe parti del corpo, e soprattutto nel busto, Mtalba era così pesante che per la tensione la pelle si faceva rosea. 
Le donne si nutrono così in certe parti dell'Africa, dove bisogna essere obesi perché gli altri ti considerino una vera bellezza. 
Era tutta imbustata perché, con un peso simile, una donna non può fare a meno del sostegno delle vesti. Aveva le mani tinte di henna e i capelli induriti con l'indigo. Pareva una persona molto felice e ben nutrita, forse la cocca di casa, e luccicava di grasso e di sudore, e la sua carne era increspata, anzi ricamata, come un pezzo di broccato. Alle anche, sotto la gonna fluente, era larga come un sofà. Mi prese la mano e se la mise sul seno dicendo: «Mtalba. Mtalba ohonto.» Io sono Mtalba. Mtalba ti ammira. 
«Anch'io ammiro lei, » dissi al principe. 
Cercai di fargli spiegare alla regina che l'abito che aveva indosso era impermeabile, e poiché egli pareva non riuscisse a trovare la traduzione di impermeabile, io ne presi la manica e la leccai. 
Ma la Regina capì male, infatti mi afferrò e mi leccò. Io lanciai un grido. 
«No, no, signore,» fece Romilayu preoccupato. Allora la lasciai fare ed ella mi leccò l'orecchio e la guancia ispida e poi mi trasse il capo verso la sua vita. 
«Ebbene, e questo che significa?» dissi, e Romilayu annuì scuotendo il cespuglio dei suoi capelli e fece: 
«Bene, signore. Bene.» Insomma quello era un segno speciale della simpatia della regina. 
Itelo sporse le labbra a significare che io dovevo baciarla sulla pancia. Per asciugarmi la bocca inghiottii. Infatti cadendo durante la lotta, mi ero spaccato il labbro inferiore. Poi baciai, con un brivido per il calore che avvertivo. Il mio viso, sprofondando là in mezzo, spinse da parte il nodo di pelle di leone. Avvertii l'ombelico della vecchia e gli organi interni che mandavano un rumore di cosa sommersa. Mi sembrava di navigare su un pallone al di sopra delle Isole delle Spezie dentro un banco di nubi calde, con odori esotici che sorgevano dal basso. I peli della barba mi pungevano il labbro. 
Ritraendomi da questa formidabile esperienza (avevo preso contatto con una forza - indubbia! - che emanava dalla vita della donna), anche Mtalba mi prese il capo, e voleva far la stessa cosa, come mostrava coi suoi gesti cortesi, ma io feci finta di non aver capito e dissi a Itelo: «Come accade che mentre tutti gli altri piangono le tue zie sono così festose?» 
Disse: «Due donne bittah.» 
«Bitter? Non voglio far da giudice di quel che è dolce e di quel che è amaro, » dissi, «ma se questa non è una coppia di sorelle felici, vuol dire che io son proprio fuori di senno. Ma come, se la spassano che è un piacere!» 
«Oh, felici! Sì, felici - bittah - molto bittah, » disse Itelo, e cominciò a spiegarmi. Bittah è una persona di vero rango: non c'è altra più elevata o migliore. Una bittah non è soltanto donna, ma donna e uomo insieme. In quanto più anziana, Willatale era maggiore anche come bittah. Alcuni di quelli presenti lì nel cortile erano suoi mariti, alcune sue mogli. Ella aveva molti mariti e molte mogli. Le mogli la chiamavano marito e i figli, la chiamavano sia padre che madre. Ella si era levata al di sopra dei consueti limiti umani e faceva quel che voleva, avendo dimostrato la sua superiorità in ogni campo. Anche Mtalba era bittah, e si andava sempre più affermando come tale. «Tu piaci alle mie zie. E' molto bene per te. Henderson.» Disse Itelo. 
«Hanno buona opinione di me, Itelo? E' questo che vuoi dirmi?» dissi. 
«Ottima. Prima categoria. Ammirano il tuo aspetto, e sanno anche che tu mi hai battuto.» 
«Allora son contento che la mia forza fisica sia servita a qualcosa,» dissi, «anziché essere un impaccio, come quasi sempre è accaduto nella mia vita. Solo, dimmi questo: le donne bittah non possono far nulla contro i ranocchi?» 
Questa volta, solennemente, rispose di no. 
Poi toccò alla regina far domande, e prima di tutto disse che era lieta della mia venuta. Non riusciva a star ferma mentre parlava, ma scuoteva il capo in un continuo tremolio di benevolenza, mentre soffiava con le labbra e muoveva la mano aperta dinanzi al viso. Poi si fermò e sorrise, ma senza aprire la bocca, mentre gli occhi vividi si sbarravano fissandomi e i secchi capelli bianchi andavano su e giù per via del movimento flessuoso della fronte. 
Io avevo due interpreti, perché non si poteva tenere Romilayu all'oscuro delle cose. Aveva gran senso della sua dignità e della sua posizione, e, in maniera africana, era un modello di correttezza, come allevato alla vita di corte, e parlava con una cantilena modulata sui toni alti, col mento ritratto, mentre cerimoniosamente puntava verso l'alto un dito solo. 
La regina, dopo che mi ebbe salutato, volle sapere chi ero e da dove venivo. Ed appena ebbi udito questa domanda un'ombra calò sul piacere e sul buonumore del momento e cominciai a soffrire. 
Vorrei poter spiegare perché mi opprimeva dover parlare di me, ma così ostava le cose, ed io non sapevo che dire. 
Dovevo forse raccontarle che io ero un ricco americano giunto lì dall'America? Magari lei non sapeva neppure dove fosse l'America, perché nemmeno le donne colte son molto pratiche di geografia, e preferiscono vivere in un mondo tutto loro. Lily, per esempio, avrebbe potuto dirti un gran mucchio di cose circa le mete dell'esistenza, su quel che una persona deve e non deve attendersi, o fare, ma non credo che sappia in che senso scorre il Nilo, se verso nord o verso sud. Così ero certo che una donna come Willatale non aveva fatto quella domanda per sentirsi rispondere solo col nome di un continente. Perciò io stavo lì pensoso, e riflettevo su quel che era opportuno dire, col ventre in fuori (graffiato, sotto la cintura, per la zuffa con Itelo), gli occhi contratti, quasi chiusi. 
Ed il mio volto, debbo ripeterlo, non è di tipo comune, ma sembra piuttosto una chiesa incompiuta. Capivo che le donne staccavano i poppanti dal seno per tenerli alti e mostrar loro questo oggetto degno d'esser ricordato. Poiché per la loro natura gli africani amano le cose esasperate, credo che essi apprezzassero sinceramente quelle mie singolarità. E così i piccoli, persa la poppa, piangevano, e mi facevano pensare al trovatello di Danbury che portò a casa la mia povera figlia Ricey. E questo mi colpì duramente nell'anima, e pensando alla mia condizione sentii rinascere tutte le vecchie difficoltà. I fatti mi si affollarono addosso, insieme a quel senso di oppressione sul petto. 
Chi, chi ero dunque io? Un miliardario vagabondo, un viandante. Un uomo brutale, un violento, trascinato a giro per il mondo. Un uomo che aveva abbandonato il suo paese, dove si erano stabiliti i suoi antenati. Un tipo cui il cuore diceva Voglio, voglio. Che per disperazione suonava il violino, cercando la voce degli angeli. Che doveva rompere il sonno dello spirito. Così, cosa potevo dire a questa vecchia regina con la pelle di leone e l'impermeabile (infatti ci si era chiusa dentro)? Che avevo rovinato la parte dei beni affidatami, e che viaggiavo per trovare una riparazione? Oppure che da qualche parte avevo letto che la remissione dei peccati è eterna; ma poi, con la mia caratteristica incuria, avevo perduto il libro? 
Così dissi a me stesso: "Tu devi rispondere a questa donna, Henderson. Ella aspetta. Ma come?" 
E ricominciava il solito processo. Ancora una volta "Chi sei tu?" E dovevo confessare di non sapere da che parte rifarmi. 
Ma lei vide la mia oppressione, vide che, a parte il mio aspetto d'uomo pratico e i miei modi bruschi, non riuscivo a parlare, e cambiò argomento. 
Ora aveva capito che quell'indumento era impermeabile, così chiamò una delle mogli dal collo lungo, e le ordinò di sputarci sopra e di strofinare sullo sputo, e poi di toccare dentro. Era sbalordita e lo diceva a tutti, bagnandosi il dito e mettendoselo contro il braccio, e di nuovo cominciarono a cantilenare: «Oho,» e a fischiare con le dita in bocca e ad agitare le mani, e Willatale mi abbracciò ancora una volta. 
Ancora una volta affondai il viso nella pancia di lei. quel gran rigonfio color zafferano, col nodo di pelle di leone che affondava anch'esso, e di nuovo sentii la forza che emanava da lì. Non mi ero sbagliato. E una cosa ripresi a pensare, come prima, cioè l'ora che rompe il sonno dello spirito. Intanto quegli uomini dal corpo atletico continuavano a fischiare melodicamente, con la bocca spalancata, come tanti satiri (ma per il resto non facevano pensare ai satiri). 
E continuava l'agitazione delle mani, proprio come quando le signore giocano alla palla, e infatti piegavano anche le ginocchia come accade quando la palla entra in gioco. Appena ebbi vista la città sentii che vivere in mezzo a quella gente poteva farmi cambiare, in meglio. Mi aveva già fatto del bene, direi. Ed io volevo far qualcosa per loro, lo desideravo intensamente. "Almeno," pensavo, "se fossi un medico potrei operare l'occhio di Willatale." Oh, sì, so come si operano le cateratte, ma non intendevo affatto far la prova su di lei. Eppure, stranamente, mi vergognavo di non essere un medico - o forse era la vergogna d'esser venuto da tanto lontano e di non aver nulla da offrir loro. Quanto ingegno e capacità e raziocinio occorrono per portare un uomo, così in fretta, così a fondo, nel cuore dell'Africa! E poi... Non è l'uomo adatto! Così ancora una volta mi accorgevo d'aver occupato un posto nella vita che qualcun altro avrebbe potuto occupare più degnamente di me. 
Penso che fosse ridicolo preoccuparmi tanto del fatto che non ero medico, perché dopo tutto certi medici son dei poveracci, e non pochi che ho conosciuto addirittura mascalzoni, ma il fatto è che io pensavo soprattutto a un idolo della mia infanzia, Sir Wilfred Grenfell del Labrador. Quarant'anni or sono, quando leggevo i suoi libri nella veranda posteriore di casa mia, avevo giurato di farmi medico missionario. Era una strada difficile, ma la sofferenza è forse l'unico buon mezzo per rompere il sonno dello spirito. Dicono, e lo ripetono da chissà quanto tempo, che anche l'amore può far questo. Comunque sia, io pensavo che avrebbe potuto giungere in mezzo agli Arnewi un uomo più utile a quella gente, perché la situazione, a parte il fascino delle due donne bittah, era veramente grave. Ricordavo una conversazione con Lily. 
Io le chiedevo: «Cara, pensi che è troppo tardi, per me, per studiare medicina?» (Non che lei fosse la donna ideale per rispondere a una domanda d'ordine pratico, come era questa.) Ma lei disse: «Ma no, caro. Non è mai troppo tardi. Tu puoi vivere fino ai cento anni.» E questo era un corollario della sua convinzione che io fossi immortale. 
Così le dissi: «Bisognerebbe proprio che campassi cent'anni, altrimenti non varrebbe la pena d'aver nemmeno cominciato. Farmi studente a sessantatré anni, l'età della pensione per gli altri. Ma io non sono come gli altri, sotto questo aspetto, perché non ho nulla da cui andare in pensione. Tuttavia non posso sperare di vivere cinque o sei vite, Lily. Guarda, più della metà della gente che ho conosciuta da giovane è scomparsa ed io... eccomi qui, ancora a far progetti per l'avvenire. E le bestie che ho avuto, anche. Voglio dire che un uomo in vita sua possiede sei o sette cani, poi anche per lui è tempo di andarsene. 
Perciò come posso pensare ai libri di testo, e agli strumenti, ad iscrivermi a un corso universitario, a studiare un cadavere? Dove troverei la pazienza di studiare anatomia, ora, e chimica e ostetricia?» Ma per lo meno Lily non rise di me, come aveva fatto Frances. "Se conoscessi la scienza," pensavo ora, "forse troverei una maniera spiccia per eliminare quei ranocchi." 
Ma tuttavia mi sentivo abbastanza bene, ed era giunta la mia volta di ricevere doni. Dalle sorelle ebbi un cuscino coperto di pelle di leopardo, e portarono un canestro di tuberi cotti, coperti da un pezzo di stuoia di paglia. Si fecero più grandi gli occhi di Mtalba, mentre ella ruotava le ciglia in alto, e pareva che soffrisse col naso: tutti segni che era presa di me. Mi leccò la mano con la lingua piccola, ma io la ritrassi e me l'asciugai sui calzoncini. 
Mi consideravo però molto felice. Era un luogo bellissimo,strano, speciale, che mi commuoveva. Pensavo che la regina, volendo, avrebbe potuto chiarirmi ogni cosa; come se, da un minuto all'altro, potesse aprire la mano e mostrarmi la cosa, la fonte, il germe, la cifra. Il mistero, ecco. Ero assolutamente convinto che lei lo possedeva. La terra è una sfera enorme, che nulla sostiene nello spazio, tranne il suo stesso moto e il magnetismo, e noi, esseri consapevoli che la occupiamo, siamo convinti di doverci muovere anche noi, nel nostro spazio. Non possiamo lasciarci andare, siamo convinti di dover fare la parte nostra, imitando la più grande entità. Capite, questo è il nostro atteggiamento. E guardate invece Willatale, la donna bittah; ella aveva allontanato da sé queste idee, non c'era ansia né preoccupazione in lei. Ebbene, non le era successo nulla di male! Al contrario, tutto sembrava perfetto! Guardate quanto era felice, sorridente con il naso piatto, sdentata, l'occhio di madreperla, e guardate la sua testa bianca! Mi faceva bene solo vederla; forse avrei potuto imparare da lei, seguire il suo esempio. Ed insomma sentivo che si avvicinava per me l'ora della liberazione, quando può rompersi il sonno dello spirito. 
C'era in me questa lieta agitazione, che mi faceva serrare i denti. Certi sentimenti, appunto, mi fanno stringere i denti. 
Soprattutto la commozione estetica. Sì, quando ammiro la bellezza provo quel dolore ai denti, quella pressione alle gengive. 
Come quella mattina di autunno, quando i fiori di tuberosa erano così rossi, ed io con la mia vestaglia di velluto me ne stavo sotto la verde oscurità del pino, ed il sole pareva la pelliccia della volpe e gli animali latravano ed i corvi si disegnavano netti contro l'aureo disfacimento delle stoppie; le gengive mi facevano male, ed ora era lo stesso; ed insieme tutta la mia arroganza, così difficile, contorta, minacciosa, pareva svanire da me, ed anche la durezza del ventre si allentava, spariva. 
Dissi al principe Itelo: «Senti, Altezza, puoi farmi avere un colloquio vero con la regina?» 
«Non hai parlato?» chiese, alquanto sorpreso. «Parla dunque, signor Henderson.» 
«Oh, una conversazione vera, voglio dire. Non queste cerimonie di società. Un colloquio serio,» dissi. «Sulla saggezza della vita. Perché so che ella la possiede e non vorrei andarmene senza prima averne avuto un saggio. Sarei uno sciocco.» 
«Oh, sì. Molto bene, molto bene,» disse. «Poiché tu vinto, io non rifiuto interpretare. Difficile.» «Allora sai quel che voglio dire?» feci. «Questo è meraviglioso. Te ne sarò grato sino alla fine dei miei giorni, principe. Tu non hai idea dell'appagamento che me ne viene.» Intanto la giovane sorella bittah, 
Mtalba, mi teneva la mano e io chiesi: «Cosa vuole?» 
«Oh, nutre per te un affetto profondo. Non vedi che lei è la donna più bella e tu l'uomo più forte? L'hai conquistata, il suo cuore è tuo.» 
«Al diavolo il suo cuore,» dissi. Poi cominciai a chiedermi come avviare il colloquio con Willatale. Su quale argomento dovevo concentrarmi? Il matrimonio e la felicità? I figli e la famiglia? Il dovere? La morte? La voce che diceva voglio? (ma come sarei riuscito a spiegare questo a lei e ad Itelo?) Dovevo trovare i punti più semplici, più essenziali, e invece disgrazia vuole che tutti i miei pensieri siano complessi. Ho voluto dare un campione di quei pensieri, che sono appunto quelli che avevo in mente mentre me ne stavo nel cortile riarso, alla dolce ombra della tettoia di stoppia; Lily, la mia cara moglie dopo tutto, la donna insostituibile, voleva che noi due ponessimo fine alla nostra solitudine. Ora lei non era più sola, ma io sì. Questo, intanto, cosa significava? E poi: a noi può venire aiuto o dagli altri esseri umani, oppure da una diversa zona del mondo. E fra gli esseri umani non c'è altra scelta, che fra la fratellanza e il delitto. E cos'è che rende i buoni tanto bugiardi? Perché essi mentono. Evidentemente essi credono che debba esistere il delitto, e la menzogna è il più utile fra i delitti, purché sia a scopo di bene. Ebbene, quando si viene al dunque, io sono per il bene, ma ho molti motivi per sospettare dei buoni. Insomma, qual è la migliore maniera di vita? 
Tuttavia, con una donna bittah, non potevo cominciare da questo stadio dei miei pensieri. Avrei dovuto procedere lentamente,in modo da essere certo di posare il piede sul terreno solido. 
Perciò dissi a Itelo: «Ti prego di dire alla regina, per mio conto, amico mio, che mi fa tanto bene il vederla soltanto. Non so se ciò dipenda dal suo aspetto in generale o dalla pelle di leone o da qualcosa che emana da lei: comunque sia, la mia anima trova riposo.» 
Itelo tradusse, e la regina si inchinò con un lieve vacillamento del corpo robusto, sorridendo, e parlò. 
«Dice che è contenta di vederti.» 
«Oh, davvero.» Ero raggiante. E' davvero una cosa grande. E' un grande momento per me. I cieli si aprono. E' un grandissimo privilegio trovarmi qui. Ritrassi la mano da Mtalba, abbracciai il principe e scossi il capo, per la grande commozione: il cuore stava per traboccarmi. «Sai, tu sei veramente più forte di me,» dissi, «io sono forte, è vero, ma la mia non è la forza giusta; è forza rossa, perché io sono disperato. Tu invece sei veramente forte, della forza giusta.» Questo discorso fece impressione al principe, e cominciò a negare, ma io dissi: «Lasciamelo dire. Se cercassi di spiegartelo nei particolari, ci vorrebbero mesi e mesi prima che tu potessi intuire quel che ho in mente. L'anima mia è come un monte di pietà. Voglio dire che è piena di oggetti non riscattati, di vecchi clarinetti, di macchine fotografiche, di pellicce rosicchiate dalle tarme. Ma,» aggiunsi, «di questo non discutiamo. Cerco solo di dirti cosa provo a stare qui con te, in mezzo alla tribù. Tu sei grande, Itelo. Io ti voglio bene, e voglio bene anche alla vecchia. Insomma, siete proprio in gamba, accidenti, ed io vi libererò di quei ranocchi, a costo di rimetterci la vita.» 
Tutti capirono che ero commosso, e gli uomini ricominciarono a fischiare con le dita e a spalancare la bocca come satiri, eppure il suono era dolce, morbido. «Mia zia ti chiede che cosa vuoi, signore.» 
«Oh, davvero? Ebbene, è meraviglioso. Per intanto chiedile che cosa vede in me perchè mi è tanto difficile dirle chi io sia.» 
Itelo tradusse la domanda e Willatale aggrottò il sopracciglio in quella maniera flessuosa che è caratteristica degli Arnewi, tutti quanti, sì da lasciar vedere metà del globo oculare, puro, scintillante di affetto umano; mentre l'altro occhio, quello bianco, per quanto cieco, parlava anch'esso, allusivo, eterno. Ma quella bianca persiana chiusa stava a significare l'intimità sua verso di me. 
Parlò lentamente, senza muovere lo sguardo, e le dita si mossero sulla vecchia coscia, fatte più brevi dall'imponenza del suo corpo, come se leggesse una pagina scritta in carattere Braille. Itelo tradusse le sue parole: «Tu, signore, hai una grande personalità. Forte. (Aggiungo di mio che son d'accordo.) La tua mente è piena di pensieri. Possiede certi fondamenti bittah, anche» (Bene, bene!) «Tu ami...» (gli ci vollero diversi secondi per trovare la parola, ed io me ne stavo lì in quel cortile pieno di colori, sulla terra dorata, e intorno scarlatto, e nero e i ramoscelli dei cespugli marrone, e odorosi di cinnamomo - consumato dal desiderio di sentire il giudizio della sua saggezza, su di me). 
«Sensazioni.» Feci cenno di sì e Willatale continuò. «Dice...,» 
Itelo tradusse, «che sei molto ammalato, signore, signor Henderson. Il tuo cuore latra.» «Giusto,» dissi, «con tutte e tre le teste, come Cerbero, il cane da guardia. Ma perchè latra?» Itelo lo stava ad ascoltare, oscillando sulla pianta dei piedi, come per paura di sentire che genere d'uomo aveva incontrato nella cerimonia della presentazione. «Frenesia,» disse. «Sì, sì,» feci, «è vero. Questa donna comprende tutto.» E la incoraggiai. 
«Dimmi, dimmi regina Willatale. Voglio la verità. Non voglio che tu mi risparmi.» 
«Soffri,» fece Itelo, e Mtalba mi prese la mano, quasi a mostrarmi la sua comprensione. «Si, certo che soffro.» «E ora dice, signor Henderson, che tu grande capacità, indicata da grandezza di tuo corpo, e specialmente di tuo naso.» I miei occhi erano grandi e tristi, quando mi toccai il volto. Certamente la bellezza svanisce. «Un tempo avevo un bell'aspetto,» feci, «ma con questo naso posso odorare il mondo intero. Mi viene dal fondatore della mia famiglia. Era un salsicciaio olandese e divenne, fra i capitalisti americani, quello con minori scrupoli.» 
«Tu scusa regina, ti vuole bene e non vuole darti crucci.» 
«Perché ne ho già abbastanza. Ma guarda, Altezza, io non son venuto qui per fare cerimonie, così non dire nulla che la inibisca. Voglio che parli schietto.» 
La donna bittah ricominciò a parlare, fissandomi con il suo sguardo monocolo e trasognato. 
«Cosa dice? Cosa dice?» 
«Dice che vuol tu racconti, signore, perché sei venuto. Sa che tu venuto dalla montagna e camminato molto. Tu non giovane, signor Henderson. Tu pesi forse centocinquanta chili; tua faccia ha molti colori. Tu fatto come una vecchia locomotiva. Molto forte, lo so, signore. Lo ammetto. Ma tanta carne, come grosso monumento...» 
Lo ascoltavo e soffrivo delle sue parole, gli occhi contratti nelle rughe che li circondano. 
E poi sospirai e dissi: «Grazie della tua franchezza. So che è strano che io sia venuto da così lontano,con la 
mia guida, oltre il deserto. Ti prego di dire alla regina che l'ho fatto per la mia salute.» Questo discorso sorprese Itelo, che scoppiò a ridere. 
«Lo so» dissi, «così a prima vista non sembro ammalato. E può suonar mostruoso che un uomo del mio aspetto si preoccupi ancora di sé, della sua salute, o roba del genere. Ma le cose stanno così. Oh, che brutta cosa essere uomo. Che strane malattie si prendono. Solo perché sei uomo, e per nessun'altra ragione. Prima che tu te ne accorga, col passare degli anni, tu sei come gli altri esseri che hai veduto con tutte quelle strane malattie umane. Un altro veicolo alla rabbia, alla vanità, alla brutalità e a tutto il resto. Chi lo vuole? Chi ne ha bisogno? Queste cose occupano il posto dove dovrebbe stare l'anima umana. Ma visto che la regina ha cominciato, vorrei che mi leggesse tutta quanta l'accusa. Di molte cose mi può accusare. Pare che sappia. 
Lussuria, rabbia, e il resto. Un mucchio di deformità morali, vere e proprie...» 
Itelo esitava, poi tradusse alla regina quanto poteva. Ella fece cenno di sì, zelante e comprensiva, aprendo e richiudendo lentamente la mano sul nodo di pelle di leone, e fissando la tettoia, i tubi di bambù colore dell'ambra e le immobili, simmetriche foglie di palma. I suoi capelli parevano mille e mille fili di ragno, mentre il grasso delle braccia le ricadeva sui gomiti. 
«Dice,» tradusse con cura Itelo, «che mondo è strano per bambini. Tu non sei bambino, signore?» 
«Oh, quant'è meravigliosa,» dissi. «Vero, è tutto vero, è tutto vero. In vita mia non mi son mai trovato a mio agio. Tutto il mio sfacelo è caduto sopra un bambino.» 
Stringevo le mani e fissando a terra cominciai a riflettere su questa ispirazione. E quando ci penso, m'accorgo d'essere come il terzo uomo d'una staffetta. Mi è difficile attendere d'avere in mano il testimonio, e quando l'ho impugnato di rado parto nella direzione giusta. 
Così pensavo pressappoco questo: forse il mondo è strano per un bambino, ma egli non lo teme allo stesso modo in cui lo teme un uomo. Egli se ne stupisce, mentre l'uomo adulto soprattutto lo teme. E perché? Per via della morte. Così egli fa in modo d'essere portato via, come un bambino. E in questo modo quello che succede non sarà sua colpa. E chi è questo rapitore, questo zingaro? E' la stranezza della vita, una cosa che rende la morte più remota, come in fanciullezza. Ero piuttosto orgoglioso di me medesimo,posso dirvelo. E ad Itelo dissi: «Ti prego di dire alla vecchia signora che quasi tutti odiano trovarsi di fronte ai crucci dell'uomo. I crucci fan male. Così non dimenticherò la vostra generosità. Ed ora ascolta, ascoltate,» dissi a Willatale e a Mtalba e a Itelo e a tutti i membri della corte. Cominciai a cantare un brano del Messia di 
Handel: «Egli fu sprezzato e respinto, uomo di pena aduso al dolore, chi resisterà quando egli compaia?» Così io cantavo mentre Willatale, la donna bittah, regina degli Arnewi, scuoteva dolcemente la testa, forse in segno di ammirazione. Il volto di Mtalba riluceva di una espressione simile, e la sua fronte cominciò a incresparsi lievemente verso l'alto, verso i capelli rigidi per l'indigo, mentre le signore agitavano le mani e gli uomini fischiavano in coro. «Oh, che bello, signore. Amico mio,» disse Itelo. 
Solo Romilayu, tozzo, muscoloso, basso, grinzoso, pareva non approvasse, ma per via di quelle rughe aveva un'espressione radicata, fissa, e forse non è n’eppur vero che disapprovasse. «Grun-tu-molani,» disse la vecchia regina. 
«Come? Cosa dice?» 
«Dice tu vuoi vivere. Grun-tu-molani. L'uomo vuole vivere.» 
«Sì, sì sì! Molani. Io molani. Se n'è accorta? Dio la ricompenserà, diglielo, per avermelo detto. La compenserò io stesso. Annienterò quei ranocchi, li sbatterò fuori dalla cisterna, su, fino al cielo. Quelle bestie desidereranno di non essere mai scese dalle montagne per darvi fastidio. Io molani non solo per me stesso, ma per tutti. Io non sopportavo tutte le tristezze di questo mondo, e perciò mi son messo in moto, per questo 
molani. Grun-tu-molani, vecchia signora, vecchia regina. Grun-tu-molani voi tutti!» Alzai l'elmo in segno di saluto a tutta la famiglia e ai membri della corte. 
«Grun-tu-molani. Dio non gioca a dadi con l'anima vostra, e quindi grun-tu-molani.» 
E loro, sorridendomi, mormorarono in risposta: «Tu-molani.» Mtalba, con le labbra chiuse, ma col resto del viso gonfio di felicità, e le manine tinte di henna, coi polsi carnosi abbandonati in grembo, mi guardava negli occhi, teneramente. 
CAPITOLO OTTAVO 
Ora, io vengo da una stirpe per oltre cento anni dannata e derisa, e quando me ne stavo in riva al mare eterno a fracassare bottiglie, la gente non rammentava solo i grandi fra i miei antenati, gli ambasciatori, gli statisti, ma anche i mattacchioni. 
Uno di essi, per esempio, che si reputava orientale, andò a ficcarsi nella rivolta dei Boxers; un altro si fece portar via 300000 dollari da un'attrice italiana; un terzo salì in pallone per fare la pubblicità al movimento suffragista e si perse. 
Nella mia famiglia non sono mancati certo gli impulsivi e gli imbecilli. (Ma ditelo in francese, che suona più forte, embesìl.) Una generazione fa, uno degli Henderson ebbe un'alta onorificenza italiana per l'opera di soccorso prestata durante il terremoto di Messina, in Sicilia. Era stanco di marcire nell'ozio romano. Era stufo, e avrebbe voluto uscire a cavallo di camera sua, nel palazzo, e scendere così in sala. Dopo il terremoto egli giunse a Messina col primo treno e dicono che per due settimane non dormì, che rimosse le rovine di centinaia di edifici e salvò innumerevoli famiglie. 
Ciò dimostra che nella nostra famiglia esiste questo ideale di utilità verso il prossimo, anche se a volte esso si manifesta in modo folle. Uno dei vecchi Henderson, pur essendo tutt'altro che un sacerdote, predicava ai suoi vicini e li chiamava battendo un ferro contro la campana del suo cortile. E dovevano correre tutti. 
Dicono che io gli somiglio. Abbiamo la stessa misura di colletto, il ventidue. Potrei a questo proposito citare il fatto che in Italia tenni un ponte minato, e feci in modo che non crollasse prima dell'arrivo del genio. Ma questo riguarda il dovere militare; meglio dunque che vi racconti il mio comportamento all'ospedale, quando mi ruppi la gamba. 
Stavo sempre nel reparto dei bambini, e li divertivo e li facevo ridere. Giravo sulle grucce in lungo e in largo, con indosso la vestaglia dell'ospedale; non mi preoccupavo di legarla, di dietro, e la vestaglia restava aperta, 
e le vecchie infermiere correvano a coprirmi, ma io non volevo star fermo. 
Ed ora eccomi qua nelle lontanissime montagne dell'Africa - accidenti, più lontane di così non avrebbero davvero potuto essere! - ed era una vergogna che questa brava gente dovesse soffrire tanto per via dei ranocchi. Naturale quindi che io volessi aiutarli. E per l'appunto questa era cosa che io potevo ben fare, il minimo anzi che potessi accollarmi in quelle circostanze. 
Guardate cosa aveva fatto per me questa regina Willatale – aveva letto il mio carattere, mi aveva rivelato il grun-tu-molani. Immaginavo che questi Arnewi - non vi è eccezione alla regola – si fossero evoluti in modo disuguale; magari possedevano la saggezza della vita, ma in quanto ai ranocchi non potevano far nulla. Questo già lo avevo spiegato, con mia soddisfazione. Gli ebrei avevano Geova, ma di sabato non potevano combattere. E gli eschimesi son capaci di morir di fame, con caribù disponibili, e in abbondanza, perché è proibito mangiare caribù nella stagione del pesce, e pesce nella stagione del caribù. Tutto dipende dai valori - i valori. E dov'è la realtà? Lo chiedo a voi, dov'è? Ed io, che morivo di noia e di tristezza, io avevo la felicità, e felicità obbiettiva, tutt'intorno a me, abbondante come l'acqua in quella cisterna dove le bestie non potevano bere. E perciò, pensavo, questo sarà appunto un caso di mutuo soccorso; dove gli Arnewi sono irrazionali li aiuterò io, e dove irrazionale son io, mi aiuteranno gli Arnewi. 
La luna era già uscita, con il suo viso lungo rivolto a oriente, e dietro un gregge di nubi. Per me era un termine su cui misurare la ripidezza delle montagne, e credo che si avvicinassero al limite dei tremila metri. 
L'aria della sera si era fatta verdissima, e pure i raggi della luna conservavano intatto il proprio biancore. 
La stoppia somigliava sempre più a un ammasso di penne scure, pesanti e piumose. 
Dissi al principe Itelo, mentre ce ne stavamo accanto a uno di quei mucchi iridescenti - la sua compagnia di mogli e parenti erano ancora al nostro seguito coi loro parasoli a forma di fiore di zucca: «Principe, voglio dare un'occhiata a quegli animali della cisterna. Son certo di poterli sistemare. Tu non c'entri per nulla, e non occorre nemmeno che io ti spieghi il mio parere, in un senso o nell'altro. Faccio ogni cosa sotto la mia responsabilità.» 
«Oh, signor Henderson, tu uomo straordinario. Ma, signore, non ti mettere nei rischi.» 
«Ah, ah, principe, scusami, ma proprio qui ti sbagli. Se non corro qualche rischio non combino nulla di buono. Comunque va bene,» dissi. «Tu non ci pensare.» 
Così quando ci ebbe lasciato alla capanna, Romilayu ed io facemmo cena, che consisteva soprattutto di tuberi freddi e biscotto, a cui io aggiunsi, come supplemento, pillole vitaminiche, e poi un sorso di whisky, quindi dissi: «Avanti, Romilayu, andiamo a quella cisterna, per darle un'occhiata col chiaro di luna.» Mi portai dietro una lampada elettrica, che ci sarebbe servita, sotto la tettoia che avevo notata prima. Questi ranocchi veramente se la passavano meglio di chiunque altro. In quel luogo, a causa dell'umidità, crescevano le sole erbe che ci fossero al villaggio, e quella gran massa svariatissima di ranocchi di montagna, screziati di verde e di bianco, saltavano, nuotavano, si tuffavano in acqua. 
Dicono che l'aria è l'ultima dimora dell'anima, ma io dico che per ciò che riguarda i sensi non esiste mezzo più dolce dell'acqua. Perciò la vita di questi ranocchi doveva essere felicissima, ed essi realizzavano il loro ideale, pensavo io mentre essi ci sfioravano i piedi con la pelle lucida, umida, e le zampe bianche e la gola commossa, e gli occhi sporgenti. Mentre il resto del mondo, cioè Romilayu ed io, eravamo accaldati e sudati, roventi. Nell'ombra della sera che la tettoia faceva più fitta, mi pareva di avere il viso a fuoco, come se fosse la bocca di un vulcano. Avevo le mascelle gonfie e quasi credevo che, anche spegnendo la lampada elettrica, avremmo tuttavia scorto i ranocchi, al chiarore che emanava dal mio viso. 
«Se la passano bene, queste creature,» dissi a Romilayu. «Finché dura.» E feci oscillare la grossa lampada elettrica avanti e indietro, sull'acqua, dove si ammassavano le bestiole. In altre circostanze avrei avuto per loro un atteggiamento più dolce e più tollerante. 
«Di cosa ridere, signore?» 
«Rido? Non me n'ero accorto,» dissi. «Di solito queste bestie sanno cantare. Nel Connecticut hanno voci stridule, questi invece han voci di basso. Ascolta,» aggiunsi, «nel loro canto distingui quello che vuoi. Ta dam-dam-dam. Agnus Dèi... Agnus Dèî qui tollis peccata mundi, miserere no-o-bis! E' Mozart. Mozart, giuro! Hanno ben ragione di cantare il miserere, poveri bastardelli, perché il destino sta per abbattersi su di loro.» 
"Poveri bastardelli," avevo detto, ma in realtà ero pieno di gioia. Il mio cuore già pregustava la loro morte. Noi odiamo la morte, la temiamo, ma quando si viene al dunque, non c'è niente di meglio. Mi dispiaceva per le vacche, è vero, e da un punto di vista umano ero nel giusto. A posto, al cento per cento. Eppure c'era in me la brama di scatenare su queste creature tutta la mia violenza. 
Al tempo stesso non potevo evitare d'accorgermi della contraddizione latente fra me e loro. Da un lato questi poveri mezzipesci, sostanzialmente innocui, che non avevano colpa della paura che provocavano fra gli Arnewi. Dall'altro lato un miliardario, alto un metro e novanta, centoventi chili di peso, in ottima posizione sociale, ex ufficiale combattente con parecchie decorazioni al valore. Ma di questo io non ero responsabile, no? Resta comunque da dire che una volta ancora io mi trovavo coinvolto, e facilmente, con gli animali, secondo la profezia di Daniele, che non mi era mai riuscito di stornare: "Ti cacceranno di fra gli uomini, e la tua dimora sarà con le bestie dei campi." A parte i maiali, coi quali avevo un rapporto legittimo, in quanto allevatore, c'era un rapporto con un animale e assai recente, che mi gravava molto sulla mente e sulla coscienza. 
Mentre mi apprestavo ad aggredire i ranocchi pensavo a questa creatura, un gatto. Ma è meglio che vi spieghi il perché. 
Ho già raccontato di quando Lily volle riattare il rustico sulla nostra proprietà. L'affittò a un professore di matematica con la moglie. Nella casa non c'era riscaldamento e gli inquilini se ne lamentarono ed io diedi loro lo sfratto. Lily ed io ce la stavamo prendendo proprio col loro gatto, quando la signorina Lenox cadde morta. Questo gatto era un maschio, giovane, col pelo marrone e grigio fumo. 
Due volte questi inquilini vennero a casa nostra a discutere l'affare del riscaldamento. Fingendo di non saper nulla, io seguii l'incontro con interesse, spiandoli da cima alle scale quando arrivarono. Ascoltavo le loro voci in salotto e capii che Lily cercava di tenerli buoni. Stavo in agguato nel corridoio del secondo piano con indosso la vestaglia rossa e gli stivaletti con cui ero venuto dal granaio. In seguito, quando Lily cercò di discutere la cosa con me, le dissi: «Questa è una rogna tua. Io non volevo estranei fra i piedi.» Io credevo che lei li avesse fatti venire per farci amicizia, per questo ero contrario. «Cos'è che gli dà fastidio? I maiali?» «No,» rispose Lily, «non hanno mai detto una parola a proposito dei maiali.» «Ah, li ho guardati in faccia mentre cocevo il beverone,» dissi, «e poi non capisco perché tu debba metter su una seconda casa quando non sei capace neppure di aver cura della prima.» 
La seconda (e ultima) volta, vennero assai più decisi con le loro lamentele ed io li stavo a sentire dalla mia camera lisciandomi i capelli con due spazzole; dietro di loro vidi il gatto color fumo, che saltava fra gli sterpi dell'orto gelato. I broccoli sono spettacolosi quando li prende il gelo. Sotto era cominciato il colloquio ed io non ce la feci più e cominciai a battere i piedi sul pavimento, sopra il salotto. Poi urlai giù per le scale: 
«Andate all'inferno, levatevi di qui, fuori dalla mia proprietà.» 
L'inquilino disse: «Ce ne andremo, ma vogliamo indietro il deposito, e lei pagherà anche le spese di trasloco.» 
«Bene,» dissi, «venite su che vi dò i soldi,» e pestai gli scalini con i miei stivaletti urlando: «Fuori!» Infatti se ne andarono, ma il guaio è che abbandonarono il gatto e io non volevo un gatto randagio sulla mia proprietà. 
Quando inselvatichiscono i gatti sono un brutto affare, e questo qui era una bestia potentissima. Lo avevo visto cacciare e giocare con uno scoiattolo. Una volta un gatto simile, che abitava nella tana di un picchio presso il laghetto, ci aveva dato da fare, perché affrontava tutti i gatti del granaio e li graffiava con le zampe infette e gli cavava gli occhi. Io cercai di ucciderlo con il pesce avvelenato e con le bombe fumogene, e passai giorni e giorni nel bosco inginocchiato presso la sua tana, aspettandolo. Poi dissi a Lily: «Se questa bestia inselvatichisce come quell'altra, te ne pentirai.» «I padroni tornano a prenderlo,» disse. 
«Non ci credo per niente. Lo hanno piantato qui. E tu non sai cosa può diventare un gatto selvatico. Senti, preferirei avere una lince fra i piedi.» 
Avevamo un uomo a nostro servizio, di nome Hannock, e io andai al granaio e gli dissi: «Dov'è il gatto che han lasciato quei disgraziati?» 
A quel tempo - era autunno inoltrato - noi riponevamo le mele, mettendo da parte gli scarti che potevano servire ai maiali rimastici. Questo Hannock era contrarissimo ai maiali, perché avevano rovinato l'erba e il giardino. 
«Non dà noia, signor Henderson. E' un buon micetto,» disse Hannock. 
«Ti hanno pagato per badare a lui?» chiesi, ed egli aveva paura di rispondere di sì e mi disse una bugia. In verità gli avevano dato due bottiglie di whisky e una cassetta di latte in polvere (Starlac). 
Lui disse: «No, non mi hanno pagato, ma io ci bado per conto mio. Non mi dà fastidio.» 
«Nella mia proprietà non ci deve essere un animale randagio,» dissi, e andai alla fattoria gridando: «Minnie, Minnie.» Finalmente il gatto mi venne fra le mani e non si ribellò quando lo alzai per la collottola e lo portai in una stanza delle soffitte e ce lo chiusi. Ai proprietari mandai una raccomandata espresso, dando loro tempo fino alle quattro del giorno dopo per riprenderselo. Altrimenti, così li minacciavo, l'avrei fatto fuori. A Lily feci vedere la ricevuta della raccomandata e le dissi che il gatto era in mani mie. Lei cercò di sopraffarmi e addirittura si presentò a cena tutta vestita, con la cipria in faccia. La sentivo tremare, e sapevo che da un momento all'altro si sarebbe messa a discutere. «Che succede? Non mangi?» feci, perché di solito lei mangia parecchio, e i padroni dei ristoranti mi dicono che non hanno mai visto una donna far fuori una simile quantità di cibarie. Quando è in forma per lei non sono troppo due bistecche e sei bottiglie di birra. E a dire la verità io sono orgoglioso di questa capacità che ha Lily. 
«Nemmeno tu mangi,» rispose Lily. 
«E questo perché ho qualcosa in mente. Sto malissimo,» dissi. «Sono in una condizione...» «Tesoro, non fare così,» fece. 
Ma quel sentimento, qualunque fosse, mi riempiva il corpo, sì che la carne non andava più d'accordo con le ossa. Una sensazione terribile. 
Non dissi nulla a Lily dei miei progetti, ma il giorno dopo, alle 3,59, non essendo venuta alcuna risposta dagli ex inquilini, andai su in soffitta a tradurre in atto la mia minaccia. Avevo con me una sporta comprata al mercato di Grusan e dentro la pistola. C'era tanta luce nella stanzetta della soffitta con le mura tappezzate di carta. Al gatto dissi: «Ti hanno buttato via, micio.» Lui si appiattì contro il muro, con la schiena inarcata e soffiava. Cercai di prendere la mira dall'alto e infine mi toccò sedermi sul pavimento, puntando di tra le gambe di un tavolo che era là sopra. Con uno spazio così ristretto un colpo doveva bastare. Dalla lettura dei libri su Pancho Villa avevo imparato il metodo messicano di tiro al bersaglio, che consiste nel puntare con l'indice sulla canna premendo il grilletto col medio, perché l'indice è lo strumento di punteria più preciso di cui disponga il corpo umano. Così mi misi il centro del suo capo sotto l'indice e sparai. ma la mia volontà non desiderava la morte della bestia, e per questo non lo colsi. 
Non c'è altra spiegazione per un errore di tiro a due metri di distanza. Aprii la porta e quello saltò via. Sulla scala col bel collo teso e il viso bianco di paura, c'era Lily. Per lei un colpo di pistola dentro casa significava una cosa soltanto; le ricordava la morte di suo padre. Io ero ancora sotto l'emozione del colpo, con la sporta vuota al fianco. 
«Cosa hai fatto?» chiese Lily. 
«Diavolo! Ho cercato di fare quel che volevo.» 
Cominciò a squillare il telefono e io precedetti e risposi. Era la moglie dell'inquilino, io dissi: 
«Perché ha aspettato tanto? Quasi era troppo tardi.» 
Ella scoppiò in lacrime ed anch'io mi sentivo malissimo. E gridai: «Venga a prendere il suo maledetto sporco gattaccio. Voi di città non avete cura degli animali. Ma come, un gatto si abbandona così?» 
Quel che più mi lascia perplesso è il fatto che io ho sempre qualche motivo buono, e perciò non capisco perché a volte faccia errori di questo genere. 
E così, sull'orlo della cisterna, il problema di come eliminare i ranocchi mi faceva tornare alla mente quest'altro. 
"Ma ora è diverso," pensavo. "Questa volta è chiaro, e inoltre mostrerà cosa avevo in mente, quando volevo uccidere il gatto." Così speravo, perché il mio cuore era oppresso dal ricordo, e provavo una pena tremenda. 
Era stata una questione molto intima - quasi un peccato mortale. 
Dovendo risolvere il problema pratico, presi in considerazione diverse possibilità, una polvere, per esempio, un veleno ma nessuno di questi mezzi mi pareva consigliabile. 
Dissi a Romilayu: «L'unico sistema che funzioni è una bomba. Un’esplosione può uccidere questi furfanti, e quando galleggeranno morti in superficie, non mi resterà da fare altro che venire a portarli via, e poi gli 
Arnewi potranno abbeverare di nuovo le loro bestie. E' semplice.» 
Quando ebbe afferrato l'idea, finalmente, disse: «Oh, no, signore, no.» 
«Come sarebbe: "no signore"? Non fare lo stupido. Io sono un vecchio soldato e so quel che mi dico.» Ma non serviva a nulla discutere con lui; l'idea dell'esplosione lo terrorizzava ed io feci: 
«Va bene Romilayu, torniamo alla nostra tana e dormiamo un poco. E' stata una gran giornata e domani c'è molto da fare.» 
Così tornammo alla capanna e lui cominciò a recitare le sue preghiere; credo che mi volesse bene, ma cominciava a capire che io ero un impulsivo, e che agivo con poca considerazione e non avevo fortuna. Così si mise in ginocchio, e le cosce gli premevano sui polpacci, e glieli slargavano; gli si vedevano i grossi talloni. Giunse le mani, palma contro palma, con le dita sotto il mento. Spesso gli dicevo, magari a bassa voce: «Mettici una buona parola anche per me,» e in qualche misura lo pensavo davvero. 
Quando Romilayu ebbe finito le preghiere si stese sul fianco, ficcò una mano tra le ginocchia che teneva rettratte. L'altra mano la insinuò sotto il mento. Dormiva sempre in quella posizione. 
Anch'io mi distesi sulla coperta nella capanna oscura, dove non arrivavano i raggi della luna. Non mi càpita spesso di soffrire d'insonnia, ma quella sera avevo un sacco di cose in mente, la profezia di Daniele, i gatti, i ranocchi, quel posto dall'aria così antica, la delegazione piangente, l'incontro di lotta con Itelo e la regina che mi aveva letto nel cuore e mi aveva parlato del grun-tu-molani. Tutte queste cose mi si mischiavano in testa e mi davano grande agitazione, ed io continuavo a pensare alla maniera migliore per far saltare quei ranocchi. Naturalmente mi intendevo un poco di esplosivi, e pensavo di togliere le due pile e di fabbricare una discreta bomba con il guscio della lampada elettrica, riempiendola con la polvere delle cartucce del mio Magnum H&H 375. 
La carica non è trascurabile, pensavo, tanto vero che quelle cartucce andavan bene anche per gli elefanti. Avevo comprato le 375 apposta per il mio viaggio africano, dopo aver letto qualcosa in proposito su Life o su Look. Un tale del Michigan era andato in vacanza in Alaska, con quelle cartucce. Giunto là prese una guida ed andò a caccia dell'orso kodiak; trovarono l'orso e lo cacciarono per rocce e paludi e lo colpirono da quattrocento passi. Io ho sempre avuto un certo interesse per la caccia, ma invecchiando quello mi parve sempre più uno strano modo di mettermi in contatto con la natura. Voglio dire questo: un uomo che si metta in contatto col mondo esterno, non deve saper far altro che sparare? E' assurdo. 
Così in ottobre, quando comincia la stagione, e la boscaglia odora di polvere da sparo, e le bestie corrono terrorizzate avanti e indietro, io esco e pizzico i cacciatori che entrano nella mia proprietà, dove la caccia è riservata. Li consegno poi al giudice di pace e ci pensa lui a multarli. 
Così, avendo deciso nella capanna di prendere le cartucce e di usarle per la mia bomba, sogghignavo fra di me per la sorpresa che attendeva i ranocchi, e mi crogiolavo pensando alla gratitudine di Willatale e di Mtalba e di Itelo, e di tutti; e giunsi persino a immaginare che la regina mi avrebbe elevato addirittura fino al suo rango. Ma io avrei detto: "No, no. Io non son venuto qua per conseguire potenza e gloria, e il piccolo favore che vi ho fatto è gratuito." 
Con tutte queste cose che mi passavano per la testa, non riuscivo a dormire, e se il giorno dopo dovevo preparare la bomba, mi occorreva molto il sonno. 
Per quanto riguarda il sonno io sono un po' strano: se invece di otto ore ne dormo sette e un quarto, il giorno dopo mi sento giù e a fatica sto in piedi, pur senza aver un male preciso. E' un'altra idea. Così fanno le mie idee; diventano più forti quando io son più debole. 
Mentre me ne stavo lì sveglio ebbi una visita di Mtalba. Entrando oscurò il chiaro di luna sulla porta, e poi si sedette accanto a me, per terra, e sospirava, mi prese la mano, e parlava a bassa voce e mi fece toccare la sua pelle, che certamente era liscia; a buon diritto poteva andarne orgogliosa. La toccavo, ma come trasognato, e non rispondevo alle sue smancerie, e la mia mole giaceva distesa sulla coperta e io tenevo lo sguardo fisso al tetto, mentre cercavo di fissare la mente sul problema della bomba. 
Svitai la lampada elettrica (nell'immaginazione), tolsi le batterie; tagliai le cartucce e lasciai cadere la polvere nel guscio della lampada. Ma come avrei fatto per l'accensione? Cosa avrei usato per miccia, e come impedire che si bagnasse? Avrei potuto prendere qualche filo dello stoppino dell'accendino austriaco, e lasciarlo a lungo impregnare nel liquido. Oppure un laccio da scarpa, uno di quelli cerati, sarebbe andato benissimo. Tali erano i miei ragionamenti, e intanto la principessa Mtalba mi sedeva accanto leccandomi e lisciandomi le dita. Questo mi faceva sentire molto colpevole: se avesse saputo quali delitti io avevo compiuto con quelle stesse mani, ci avrebbe pensato due volte prima di portarsele alle labbra. Ora toccava proprio il dito con cui avevo puntato la pistola sul gatto e da quel dito un improvviso dolore mi salì al braccio e poi mi si diffuse per il sistema nervoso. Se avesse potuto intendermi le avrei detto: «Bella signora,» (infatti la consideravo una grande bellezza e capivo il perché) «bella signora, io non sono l'uomo che tu credi. Sulla coscienza ho cose incredibili. Anche i porci avevano paura di me.» 
Eppure non sempre è facile impaurire una donna. Le donne scelgono certi tipi d'uomini, ubriaconi, pazzi criminali. L'amore, ecco cosa dà loro la forza di far questo, immagino, cancellando tutte quelle cose terribili. Io sono muto e cieco, ed ho osservato un nesso fra l'amore delle donne e i grandi princìpî della vita. Se non l'avessi capito da me, di certo Lily me lo avrebbe fatto notare. 
Romilayu non si svegliò; dormiva con la mano sotto la guancia sfregiata e i capelli gli stavano gonfi da un lato della testa. I raggi iridescenti della luna passavano dalla porta e fuori c'eran dei falò di sterco e di rami spinosi. Gli Arnewi vegliavano con le loro bestie morenti. Mentre Mtalba continuava a sospirare ed a carezzare ed a lisciarmi e a guidare la punta delle mie dita sulla sua pelle fra le labbra, capii che ella era venuta con uno scopo, questa montagna di donna coi capelli conciati d'indigo, e allora sollevai il braccio e lo lasciai ricadere sul viso di Romilayu. Aprì gli occhi ma non mosse la mano da sotto la guancia, né mutò posizione. 
«Romilayu.» 
«Cosa vuoi, signore?» disse, senza muoversi. 
«Tìrati su, tìrati su. Abbiamo visite.» Non ne fu sorpreso e si tirò su. Entrava il chiaro di luna dall'intreccio dei rovi e dalla porta, una luna chiara e pura, che sembrava profumare l'aria, oltre che illuminarla. Mtalba stava seduta con le mani appoggiate alle pendici del suo corpo. 
«Fatti dire qual è lo scopo della visita,» dissi. 
E così Romilayu cominciò a parlare, e le rivolse con tutta cerimonia, perché il mio uomo era perfetto in questo, nelle cerimonie di stile africano, ed anche nel cuore della notte sapeva comportarsi da perfetto gentiluomo. Poi cominciò a parlare Mtalba. 
Aveva una voce dolce, a tratti rapida a tratti strascicata in gola. 
Dalla conversazione venne fuori questo fatto; ella voleva che io la comprassi, e avendo inteso che io non avevo i soldi necessari, era venuta a portarmeli. «Bisogna pagare, signore, per donne.» 
«Lo so, giovanotto.» 
«Se tu non paghi, donna non ci rispetta, signore.» 
Allora io cominciai a dire che ero ricco e che potevo permettermi di pagare qualsiasi prezzo, ma poi capii che il danaro non c'entrava per nulla e dissi: «Ah, molto bello da parte sua. E' potente come il monte Everest, eppure delicatissima. Dille che la ringrazio e rimandala a casa. Chissà che ore sono? Cristo, se non dormo, domani non sarò in condizioni di provvedere a quei ranocchi. Non vedi, Romilayu, che la situazione è sulle spalle mie?» 
Ma egli disse che tutta la roba da lei portata stava là fuori, e che voleva mostrarmela, e così io mi alzai, di controvoglia, ed uscimmo dalla capanna. Ella era venuta con una scorta, e quando mi videro al chiaro della luna, con in testa il casco, cominciarono ad acclamare, quasi che io fossi di già sposo - ma acclamavano a bassa voce, essendo l'ora tarda. I regali erano stesi su di una grande stuoia, e facevano un bel mucchio: vesti, ornamenti, tamburi, colori, tinte: ella dette a Romilayu un inventario e lui me lo stava traducendo. 
«E' una grande persona. Un grande essere umano,» dissi. «Non ha ancora trovato marito dunque?» A questa domanda non c'era risposta precisa, perché Mtalba era una donna bittah, e per lei non importava quante volte si sposasse. Non sarebbe servito a niente, pensai, dirle che io già avevo moglie. Questo discorso non era valso a bloccare Lily, e quindi non poteva servire nemmeno per Mtalba. 
Per mostrare meglio l'eccellenza della sua dote, Mtalba cominciò a mettersi addosso alcune delle vesti, con l'accompagnamento di uno xilofono fatto d'osso: lo suonava uno del seguito, un tipo, con un grosso anello nodoso al dito. Sorrideva, come se fosse lui a regalarmi la donna bittah, ed intanto le andava mostrando vesti e fasce, se le adunava attorno alle spalle, le agitava sulle anche, con un movimento staccato, più lento. A tratti si metteva sul naso un mezzo velo, alla maniera araba, il che faceva risaltare i suoi occhi dolcissimi, ed a tratti, mentre faceva tinnire le mani tinte di henna, mi lanciava uno sguardo da dietro la spalla, grave ma lieta insieme: e attorno al naso e alle labbra aveva i segni di quella sofferenza che dà soltanto l'amore. Il passo di danza era più lento o più svelto a seconda del ritmo imposto dal piccolo xilofono fatto di ossa cave, forse zampe di rinoceronte svuotate dalle formiche. E tutto questo avveniva sotto un lume di luna bluastro, mentre grandi macchie bianche di fuoco ardevano all'orizzonte, sparse irregolarmente. 
«Voglio che tu le dica, Romilayu,» feci, «che lei è una donna bellissima, perdio, e che ha un corredo meraviglioso.» 
Son certo che la mia frase, tradotta da Romilayu, suonò come un complimento africano convenzionale. «Tuttavia,» aggiunsi, «debbo prima sistemare quella storia dei ranocchi. Ho appuntamento con loro domani e non posso prendere in considerazione un fatto così importante prima di aver sistemato, una volta per sempre, quelle bestiacce.» 
Pensavo che questo bastasse a farla andar via, invece continuò a drappeggiarsi le vesti attorno al corpo e a danzare, pesante, ma bellissima - quelle cosce, quelle anche colossali - continuò ad ammiccare con le sopracciglia e a lanciarmi occhiate. Così, mentre terminavano insieme la notte e la danza, compresi che questo era fascino. Questa era poesia, che io avrei dovuto lasciar libera di raggiungermi, di penetrarmi, occupando il posto tenuto dal pratico proposito di scacciare i ranocchi dalla cisterna. E ciò che avevo sentito posando per la prima volta gli occhi sui tetti di stoppia, mentre scendevo lungo il letto del fiume, e cioè l'antichità di quelle cose, ora tutto stava per me a significare una cosa sola: poesia, fascino. Non so come, io sono avido di bellezza, e solo di essa ho fiducia, ma la bellezza io di solito la traverso e poi ne son fuori. Non è mai durata abbastanza. Sento quando è vicina perché mi fanno male le gengive; mi confondo, qualcosa mi si scioglie in petto, e poi bang, tutto sparito, ed io mi trovo ancora dalla parte sbagliata. E invece questa gente, questa tribù degli Arnewi, pareva possederne in abbondanza. Ed io pensavo che, una volta compiuta la mia grande impresa contro i ranocchi, allora sarei entrato nei cuori degli Arnewi. Già mi ero guadagnato il cuore di Itelo, e la regina nutriva grande affetto per me, e Mtalba voleva sposarmi, e così restava solo da dimostrare (e l'occasione cadeva a puntino; non avrebbe potuto essercene una migliore per dar prova delle mie capacità) che ne ero degno. 
E così, dopo che Mtalba mi ebbe felicemente toccate le mani, per l'ultima volta, con la lingua, donandomi se stessa e tutti i suoi beni - dopo tutto un partito ottimo - io dissi: «Grazie, e buona notte, buona notte a tutti.» Essi dissero: «Oho.» 
«Oho. Oho. Grun-tu-molani.» 
Risposero: «Tu-molani.» 
Il mio cuore era gonfio di dolce commozione ed ora, anziché desiderare il sonno, io temevo che, andandosene loro, chiudendo gli occhi, quella notte, sarebbe scomparso il senso del fascino. 
Perciò, quando Romilayu, dopo un'altra breve preghiera - ancora in ginocchio, e le mani giunte e strette, come uno che sta per tuffarsi nell'eternità - quando Romilayu si addormentò, io rimasi ad occhi aperti, immerso in quegli alti sentimenti. 
CAPITOLO NONO 
E li avevo ancora in me quando all'alba mi alzai. Era un'alba fortissima, che faceva sembrare l'interno della nostra capanna oscuro come una cantina. Presi dal cesto un tubero cotto e me lo sbucciai come una banana, per colazione. Seduto a terra mangiavo nell'aria fresca e oltre la porta vedevo Romilayu, grinzoso, addormentato, disteso sul fianco, come un'effige. 
Pensavo: "Questo sarà uno dei miei giorni più grandiosi." Perché non solo restava dentro di me l'alto sentimento di quella notte, ma ero convinto (e ne sono convinto ancora) che le cose, il mondo oggettivo in sé, mi davano il segno di via libera. Pensavo che lei potesse aprire la mano e mostrarmi il germe, la vera cifra (forse ve ne ricordate, in ogni modo ve lo ripeto). No, quello che succedeva non era cosa che prima d'allora io avessi concepita; semplicemente, prendeva la forma della luce dell'alba contro l'argilla bianca del muro accanto a me. E l'effetto ne era straordinario, perché io cominciavo ad avvertire la sensazione nelle gengive che mi avvisava della presenza di qualcosa di incantevole, e con essa un peso, un dolore al petto. Chi è allergico alle piume o al polline sa cosa voglio dire; delle piume e del polline ci si avvede con sottilissima gradualità. 
Nel caso mio, quella mattina, il motivo di tutto fu il colore del muro sotto l'alba, e quando si fece più profondo dovetti posare il tubero cotto che stavo masticando e appoggiarmi con le mani a terra, perché sentivo che il mondo vacillava sotto di me, e se fossi stato a cavallo avrei afferrato il pomo della sella. Pareva che sotto di me ci fosse una possente magnificenza, non umana, per spiegarci. E la causa era lo stesso dolce color di rosa, come l'acqua di un cocomero. Subito riconobbi quanto ciò fosse importante, perché in vita mia avevo conosciuto quegli attimi in cui il muto comincia a parlare, quando sento le voci degli oggetti e dei colori. Allora l'universo fisico comincia a raggrinzirsi, e muta, e grava e leva, e si fa liscio, sì che pare che anche i cani debbano appoggiarsi agli alberi, tremando. Così su questo muro bianco scabroso - la pelle d'oca della materia - era la luce rosata, e pareva di volare sopra i puntini bianchi del mare, a tremila metri di altezza, quando il sole comincia a levarsi. 
Dovevano essere passati almeno quindici anni dall'ultima volta in cui m'incontrai con un colore simile, e credetti di ricordare d'essermi sbagliato, ragazzetto, solo nel letto a due piazze, un letto nero, fissando il soffitto dov'era un grande ovale di gesso, vecchio stile, con pere, violini, mazzi di grano e visi d'angelo; e fuori l'imposta bianca, lunga tre metri e mezzo e coperta dallo stesso colore rosa. 
Ho detto ragazzetto? Non sono mai stato piccolo, a cinque anni ne dimostravo dodici, ed ero di già molto robusto. In quella città sugli Adirondacks dove andavamo a trascorrere l'estate, nel posto dove morì affogato mio fratello Dick, c'era un mulino, ed io ci andavo sempre di corsa con in mano un bastone, e picchiavo sui sacchi di farina, e fuggivo nel polverone ed il mugnaio bestemmiava. Il vecchio portava Dick e me alla gora e stava con noi, tenendoci per braccio, sotto la cascata. Con quella barba pareva un tritone; con quei muscoli netti e quella barba. Nell'acqua verde fredda vedevo il pesce lungo indugiare a pochi passi. Nero, con macchie di fuoco, con braci d'acqua. Quei pesci parevano gente in ozio sul marciapiede. Ebbene, questo voglio dirvi, era di sera, ed io correvo al mulino col mio bastone e pestavo i sacchi di farina, mezzo soffocato dalla polvere bianca. Il mugnaio cominciava ad urlare: «Mattarello, figlio di puttana. Ti rompo le ossa, come a una gallina.» Io fuggivo ridendo, fuor del mulino in quello stesso color di rosa, ben diverso dal colore normale della sera. Lo vedevo sul fianco infarinato del mulino, mentre l'acqua cadeva nella ruota. Un rosso rosato, chiaro, sottile, nel cielo. 
Giuro che non mi sarei mai aspettato di ritrovare quel colore in Africa. E mi preoccupava l'idea che passasse prima ch'io potessi trarne tutto quel che dovevo. Così poggiai il viso, il naso, sulla superficie del mare. 
Premetti il naso contro il muro, come se quel rosa fosse prezioso, e mi inginocchiai sui miei vecchi ginocchi, segnati e doloranti; come carote; e aspirai, tirai su con il naso e carezzai il muro con la guancia. L'anima mia era proprio in forma, ma non esasperata; era in una condizione tenue, come quel colore. Dissi a me stesso: "Sapevo che questo luogo era antico." Cioè, avevo sentito subito che avrei potuto trovare qui cose antiche, cose che avevo visto quando ero ancora innocente, e che da allora avevo sempre bramate, per tutta la mia vita, senza le quali non avrei potuto fare. Il mio spirito non dormiva allora, posso dirlo, mi diceva: Oh, oh, oh, oh, oh, oh, oh! 
A poco a poco la luce cambiò, come era inevitabile, ma almeno l'avevo rivista, come l'orlo del Nirvana, e la lasciai andare con sforzo, sperando che ritornasse prima che fossero trascorsi altri cinquant'anni. Altrimenti io sarei condannato a morire come un vecchio cialtrone, come un pezzente che possieda tre milioni di dollari, schiavo di basse paure e di basse violenze. 
Così, quando volsi i miei pensieri alla consolazione che mi davano gli Arnewi, io ero una persona diversa, o almeno pensavo d'esserlo. Avevo traversato qualcosa di importante, un'esperienza vitale. Era esattamente l'opposto, rispetto a Banyules-sur-Mer, con la piovra nella cisterna. Quella mi aveva parlato di morte ed io non avrei mai affrontato alcuna grande impresa, dopo aver visto quella testa fredda pressata contro il vetro, che diventava sempre più pallida. Dopo il buon auspicio della luce, io mi apprestai a costruire la bomba con fiducia, per quanto non pochi fossero i problemi che mi si presentavano. 
Occorreva tutta la mia competenza. Specialmente la miccia, e l'intera questione del tempo. Avrei dovuto, per quanto possibile, aspettare fino all'ultimo momento, prima di gettare nell'acqua il mio apparecchio. Ora, io avevo seguito sui giornali la storia del lanciatore di bombe newyorckese, il quale, avendo litigato con la società elettrica, intendeva vendicarsi. Sul News o sul Mirror erano comparsi diagrammi di bombe, trovate in un armadietto a Grand Central Station, ed io ero così assorto a esaminarli che non mi accorsi della fermata della metropolitana (avevo fra le ginocchia la custodia del violino). Infatti io ho sempre avuto idee abbastanza precise, per ciò che riguarda lo schizzo di una bomba, ed ho sempre trovato assai interessanti queste cose. Quell'uomo si era servito di tubi a gas, credo. Io pensai che sarei riuscito, coi mezzi casalinghi, a fare una bomba anche migliore, ma naturalmente io avevo dalla mia l'addestramento alla scuola ufficiali di fanteria, dove mi avevano insegnato l'arte della guerriglia. Però anche una bomba uscita di fabbrica avrebbe potuto non servire a nulla in quella cisterna, e l'intera questione presentava i suoi rischi. 
Seduto a terra, col materiale fra le gambe ed il casco tirato sulla nuca, ero tutto assorto nel mio lavoro, aprivo le cartucce e versavo la polvere nel guscio della lampada elettrica. Io ho un'attitudine spiccatissima al lavoro manuale. Dio sa che al paese mio, dove ho litigato con tanta gente, mi è sempre più difficile trovare qualcuno disposto a farmi un lavoretto, e di necessità quindi io ho dovuto imparar a far da me. Soprattutto mi riescono i lavori di falegnameria, di imbiancatura; sono anche un buon conciatetti, non altrettanto bravo invece come elettricista o come idraulico. 
Forse non è esatto dire che io ho un'attitudine spiccatissima al lavoro manuale. Piuttosto questo: nasce in me una tensione quasi dolorosa, e questo accade anche quando faccio un solitario a carte. 
Tolsi la lente della lampada elettrica, insieme al piccolo globo della lampadina, poi richiusi bene bene con una rondella di legno foggiata di precisione. Nel legno feci un foro per la miccia. 
Ora veniva il difficile, perché il buon esito dell'operazione dipendeva dalla velocità con cui avrebbe bruciato la miccia. Stavo appunto sperimentando questo, e non guardavo sovente Romilayu; le poche volte che lo feci vidi che scuoteva il capo dubbiosamente. Non ci badai, ma alla fine dissi: «Diavolo, non portare scalogna. 
Non vedi che so il fatto mio?» 
Mi accorsi tuttavia che non si fidava di me, e perciò in cuor mio lo maledissi e continuai con l'accendino, dando fuoco a fili di roba diversa, per vedere come si comportavano. Ma se Romilayu non m'era di alcun aiuto, restava tuttavia Mtalba, che era tornata di buon mattino. 
Indossava un paio di pantaloni violetti, trasparenti, ed uno di quei veli sul naso. Mi prese la mano e se la portò alacremente al seno, come se la notte scorsa noi due avessimo raggiunto un'intesa. Era piena di brio. Con la serenata dello xilofono fatto col piede del rinoceronte, e di tanto in tanto col coro dei fischi, ella cominciò a camminare a passi lunghi (quasi che guadasse un corso d'acqua), a danzare, scuotendo la sua carne ricca, e il viso adorno d'un sorriso di civetteria e d'amore. Ella rappresentava dinanzi alla sua corte quel che stava facendo e quel che stavo facendo io (Romilayu traduceva): «La donna bittah che ama il grande lottatore, l'uomo che vale due uomini cresciuti insieme; nella notte è andata a lui.» «E' andata a lui,» ripetevano gli altri. «Ella gli ha portato il prezzo della sposa,» e a questo punto ci fu l'inventario, che comprendeva venti capi di bestiame, di cui si davano nomi e genealogie, «e il prezzo della sposa fu assai nobile. Perché ella è bittah e molto bella. E la faccia dello sposo ha molti colori.» 
«Colori, colori.» «E c'è pelo sulla sua faccia, e le guance pendono, ed egli è più forte di molti tori. Il cuore della sposa è pronto, le sue porte spalancate. Lo sposo fa una cosa.» «Una cosa.» «Col fuoco.» E di tanto in tanto Mtalba si baciava la mano, come pegno della mia e me la tendeva, ed il suo volto, nelle pieghe attorno al naso, mostrava i segni di quella pena d'amore. Intanto io bruciavo un laccio da scarpe bagnato nel liquido dell'accendino, e stavo ben attento, la testa china fra le ginocchia, per vedere come prendeva la scintilla. Non male, pensai. Prometteva. Il filo s'inceneriva. In quanto a Mtalba, era tempo che io reagissi in altro modo all'amore che mi offriva. Che prendessi sul serio la questione. Ma ahimè! Rughe profonde han cominciato a scavarsi dietro le mie orecchie, e di tanto in tanto, quando alzo il capo davanti allo specchio, scorgo un pelo bianco sul naso, e quindi dissi a me stesso che c'era un Henderson immaginario, un Henderson da lei inventato e di cui s'era innamorata. Pensando questo chiusi le palpebre e scossi la testa. Ma intanto continuavo a bruciare pezzi di stoppino e di lacci da scarpe, e anche striscioline di carta. Conclusi che un pezzo di laccio da scarpe, tenuto nel liquido per circa due minuti, funzionava meglio d'ogni altro materiale. Perciò preparai un segmento di stringa tolta a uno dei miei stivaletti da deserto, e lo ficcai nel foro praticato nella rondella di legno e poi dissi a Romilayu: «Credo che sia pronta a funzionare.» 
Per esser rimasto tanto tempo chino sul mio lavoro sentivo alla nuca una torpida durezza, ma per il resto andava tutto bene. Per aver visto la luce rosa io ero fermo nel mio proposito e credevo in me stesso, e non potevo permettere che Romilayu mostrasse così scopertamente i suoi dubbi e i suoi presagi. 
Dissi: «Avanti, è tempo che tu la smetta Romilayu. Ho diritto che tu mi creda, questa volta. Ti assicuro che funzionerà.» 
«Sì, signore,» disse. 
«Non voglio che tu mi creda incapace di fare un buon lavoro.» 
Disse ancora: «Sì, signore.» 
«C'è una poesia di un usignolo il quale canta che l'uomo non può sopportare troppa realtà. Ma quanta realtà può sopportare l'uomo? Mi segui? Mi capisci?» 
«Io capire, signore.» 
«La stessa domanda io faccio all'usignolo. Cosa importa se la realtà a volte è terribile? E' sempre meglio di quello che abbiamo.» «Bene, signore, bene.» 
«Giusto. E' sempre meglio di quel che abbiamo. Ma ogni uomo sente nel profondo dell'anima sua, che deve approfondire la sua vita. Ebbene, io debbo andare avanti, perché non ho ancora quella profondità. Mi capisci?» 
«Sì, signore.» 
«Ah! Magari la vita pensa di avermi già liquidato, registrato. Henderson: tipo così e così, assieme all'alce e all'ornitorinco, a dimostrare il principio eccetera. Da parte. Ma può darsi che la vita abbia una sorpresa, perché dopo tutto noi siamo uomini. Io sono Uomo, proprio io, per quanto possa sembrare strano. Uomo. E l'uomo spesso ha giocato la vita proprio quando la vita pensava di averlo messo a posto.» «Bene.» Si staccò da me, presentandomi le grosse mani nere, quasi in segno di resa. 
Tutti questi discorsi mi avevano stancato, ed io me ne stavo lì stringendo in mano la bomba nel suo astuccio di alluminio, pronto a compiere la promessa che avevo fatto a Itelo e alle sue due zie. La gente del villaggio sapeva che era un fatto enorme, e venivano numerosi, chiacchierando, battendo le mani, cantando. Mtalba, che se n'era andata, tornò con un abito nuovo di stoffa rossa, che pareva lana grezza, e i capelli trattati con l'indigo imburrati di fresco, grandi orecchini di ottone e una collana pure d'ottone. La sua gente correva all'intorno con indosso stracci colorati, e c'erano anche le vacche con cavezze e briglie colorate; le bestie erano fiacche e la gente veniva a baciarle e a chiedere come stavano; insomma, come se fossero tutti cugini. Certe fanciulle tenevano una gallina in braccio, oppure appollaiata sulla spalla. Il caldo era infernale, e il cielo erto e vuoto. 
«Ecco Itelo» dissi. Pensai che anch'egli appariva preoccupato. 
"Né lui né Romilayu hanno fiducia in me," dissi a me stesso, ed anche se riuscivo a capire perché non ispiravo fiducia, i miei sentimenti erano feriti. 
«Ehi, principe,» dissi. Aveva un'aria solenne e mi prese la mano alla moda del posto, e se la portò al petto, sì che attraverso il giubbotto bianco, io sentii il calore del suo corpo; infatti era vestito come il giorno prima, coi larghi calzoni bianchi e la sciarpa di seta verde. 
«Ebbene, questo il giorno,» dissi, «questa l'ora.» Mostrai l'astuccio di alluminio con la miccia ricavata dalla stringa a Sua Altezza e dissi a Romilayu: «Bisogna disporre ogni cosa per raccogliere i ranocchi morti e seppellirli. Bisogna approntare a dovere il cimitero. Principe, i tuoi compagni di tribù come la pensano a proposito di questi animali, dopo che saran morti? Ancora tabù?» 
«Signor Henderson. Signore. Cosa...» Itelo non riusciva a trovare le parole per spiegare quanto era prezioso questo elemento, e strofinava col pollice le altre dita, come uno che tasta il velluto. 
«Io so? So esattamente qual è la situazione. Ma c'è una cosa che posso dirti, proprio come ti ho detto ieri: questa gente mi piace. Debbo far qualcosa per dimostrare la mia amicizia. E so benissimo che, venendo io dal grande mondo esterno, è giusto che tocchi a me assumermi la faccenda.» 
Sotto la greve conchiglia bianca del casco le mosche cominciavano a pungere; le avevan portate le bestie, come succede sempre, e così io dissi: «E' tempo di cominciare.» Ci avviammo alla cisterna, io in testa con la bomba in mano. Controllai se avevo ancora l'accendino nella tasca dei calzoni. Una scarpa mi ciabattava, perché avevo tolto la stringa, però avanzavo di buon passo verso la cisterna, e intanto tenevo la lampada elettrica ben alta, sul capo, come la fiaccola della libertà, a New York, e dicevo a me stesso: 
"Bene, Henderson. Così. Tu devi mantenere la tua promessa. Non traccheggiare," e così via. Immaginerete i miei sentimenti! 
Nel colmo della calura raggiungemmo la cisterna ed io avanzai solo verso le erbe della riva. Tutti gli altri restarono indietro, e nemmeno Romilayu rimase al mio fianco. Anche questo era giusto. Nei momenti critici l'uomo dev'essere preparato a restar solo, e restar solo è proprio la cosa in cui riesco meglio. 
Pensavo: "Per Giuda, ci dovrei riuscire, se penso a quanto son pratico nell'affrontare le cose da solo." E con la bomba nella mano sinistra e l'accendino dal lungo stoppino penzolante nella destra - quello stoppino così patriarcale - guardai nell'acqua. Là, nel mezzo loro naturale, eran le bestie, i girini con la testa grossa e la coda esile, e gli animali adulti con gli occhi che parevan frutti di ribes maturi, immersi nella melma. Intanto io, Henderson, come un grande pino le cui radici si sono intrecciate soffocandosi... Ma ora lasciamo perdere Henderson. Simbolo della condanna, incombevo sopra di loro e i ranocchi non sapevano - naturale, come avrebbero potuto? - non sapevano cosa preparavo loro. Ed intanto avveniva in me la reazione che conosco e che detesto: la luce che mi vacillava davanti agli occhi, la bocca secca, le parti del mio corpo rettratte, e le corde del collo indurite. Sentivo il chiacchiericcio degli Arnewi in attesa, che tenevano le vacche per le briglie multicolori, allo stesso modo in cui chi affoga sente i bagnanti sulla riva, e vidi Mtalba, che stava fra me e loro con indosso la sua lana rossa, come un papavero, il punto nero in mezzo al rosso fiammante. Poi soffiai sullo stoppino del mio ordigno, per pulirlo della polvere (o forse per scaramanzia), e diedi un colpo alla rotella dell'accendino, e quando ne scaturì la fiamma, accesi la miccia, che era stata la stringa. Cominciò a bruciare e ne cadde la punta rivestita di metallo. La scintilla correva veloce verso l'astuccio. Non potevo far altro che stringere quella cosa, con gli occhi fissi sopra; avevo le gambe, pur esposte al gran calore, gelate. L'accensione portò via un bel po' di tempo, ed anche quando la scintilla superò il foro nel legno, io seppi resistere, perché c'era il rischio di spegnerla. Dopo di che, dovevo fidarmi dell'intuizione e della buona sorte, e poiché ormai non c'era nulla del mondo esterno che desiderassi vedere, chiusi gli occhi ed aspettai che fosse lo spirito a mettermi in movimento. 
Non era ancora tempo, ed io stringevo l'astuccio e mi sembrava di sentire la scintilla che, mangiata la stringa, si avventava sulla polvere. All'ultimo momento presi un pezzo di cerotto che avevo preparato apposta e coprii il foro. Poi lanciai la bomba, dal basso in alto. Sfiorò la tettoia e fece solo un giro su se stessa prima di ricadere nell'acqua gialla; i cerchi navigarono verso il bordo della cisterna e fu tutto. Ma poi ci fu sommovimento; l'acqua si rigonfiò al centro ed allora capii che funzionava. Vorrei morire se non è vero che anche l'anima mia si sollevò insieme all'acqua, ancor prima dello spruzzo, seguendo quel moto, ed io gridai a me stesso: «Alleluia! Henderson, bestia ignobile, questa volta ce l'hai fatta!» 
Poi l'acqua si proiettò verso l'alto. Forse Hiroshima fu, al paragone, una cosa più importante, ma a me bastava così, e cominciò una pioggia di ranocchi morti. Con l'esplosione saltavano verso la tettoia, insieme a palle di fango e pietre e girini. 
Non avrei creduto che una decina di cartucce del 375 avessero una carica simile, e dalla periferia del mio intelletto i pensieri più labili, che sono anche i più leggeri e i più veloci, irruppero verso il centro, mentre io mi congratulavo con me medesimo. E il primo pensiero fu: "Saranno orgogliosi del vecchio Henderson, a scuola." (La scuola elementare. Non avevo mai buoni voti.) La colonna d'acqua era piena di zampe lunghe e di pance bianche e di forme più tozze, quelle dei ranocchi appena nati. Ero anch'io tutto sporco di fango, ma cominciai a gridare: «Ehi, Itelo, Romilayu! Che ne pensate? Bum! E non mi volevate credere!» 
Il risultato era maggiore di quel che non sembrasse a prima vista, ed invece di un solo urlo, sentii gli strilli degli indigeni, e volgendomi a guardare che cosa fosse, scoprii che i ranocchi morti precipitavano fuor della cisterna insieme all'acqua. 
L'esplosione aveva fatto saltare il muro di sostegno, sul davanti. 
I grandi blocchi di pietra erano crollati, e la cisterna di acqua giallastra si andava vuotando rapidamente. 
«Oh, accidenti!» Mi afferrai il capo, vertiginoso per la nausea dell'insuccesso, vedendo l'acqua andarsene come in un mulino, insieme ai resti dei ranocchi. «Presto, presto!» cominciai a gridare. «Romilayu! Itelo! Oh, per Giuda, che succede! Datemi una mano. Aiuto ragazzi, aiuto!» Mi gettai contro l'acqua che fuggiva e cercai di arginarla, e di rimettere al loro posto le pietre. I ranocchi mi irruppero addosso come tante prugne secche e mi caddero nei pantaloni e nella scarpa aperta, perché mancava la stringa. Le bestie comin-ciarono a scalpitare, tirando le briglie e puntando verso l'acqua. 
Ma l'acqua era immonda e nessuno la voleva lasciar bere. Fu un momento spaventoso, con le vacche che naturalmente seguivano l'istinto naturale e gli indigeni che imploravano e piangevano, e tutta la riserva d'acqua che si sperdeva per terra. La bevve tutta la sabbia. Romilayu traversò la corrente e mi si mise al fianco, e fece del suo meglio, ma non ce la facemmo a sollevare quei blocchi di pietra, e poiché l'acqua era arginata nella cisterna, noi ci trovammo sotto corrente, e comunque diavolo fosse. Insomma l'acqua era 
56 perduta, perduta! In pochi minuti vidi (terribile!) il fango giallo del fondo ingombro di ranocchi morti. Per loro la morte era stata istantanea, con l'esplosione: finito. Ma gli indigeni, le vacche che protestavano e chiedevano l'acqua con quel lamento! E subito se ne andarono tutti, tranne Itelo e Mtalba. 
«Oh, Dio, cosa è successo?» dissi loro. «Questa è una rovina. Ho fatto un disastro.» E tirai su la camicia inzuppata e ci nascosi il viso dentro. Così stando, da dietro la stoffa dissi: «Itelo, uccidimi! Non posso far altro che offrirti la mia vita. Prendila. Avanti, io aspetto.» 
Mi attendevo che si avvicinasse, ma invece dei suoi passi udii i gemiti laceranti di Mtalba. Protési il ventre e attendevo l'urto del coltello. 
«Signor Henderson. Signore. Cosa è successo?» 
«Accoltellami,» dissi, «non mi chiedere nulla. Accoltellami, dico. Prendi il coltello mio, se tu non l'hai. Fa lo stesso,» dissi «non mi perdonare. Preferirei essere morto.» 
Questo discorso era verità, come è vero Iddio; come se insieme alla cisterna io avessi fatto saltare ogni altra cosa. Così a me sembrava. Perciò trattenni il viso nella camicia gonfia, inzuppata, con il cuore che non reggeva più al viluppo dei sentimenti. 
Aspettavo che Itelo mi aprisse la pancia, la vita nuda, con tutte le sue febbri e le sue sofferenze, pronta all'esecuzione. Sotto di me l'acqua della cisterna si andava trasformando in vapore caldo e il sole già cominciava a decomporre i corpi dei ranocchi morti. 
CAPITOLO DECIMO 

Sentii Mtalba, che gridava: «Ei, yelli, yelli.» «Cosa dice?» chiesi a Romilayu.
«Dice addio, per sempre.»
Ed Itelo con voce tremante mi disse: «Prego, signor Henderson, scopriti la faccia.»
Chiesi: «Come? Non prendi la mia vita?»
«No, no. Tu mi hai vinto. Se vuoi morire, muori da te. Tu sei amico.» «E che amico,» dissi.
Sentii che parlava con qualcosa che gli premeva in gola; doveva averci un groppo enorme. «Ho votato la mia vita al vostro soccorso,» dissi. «Tu hai visto per quanto tempo ho trattenuto quella bomba. Vorrei che mi fosse esplosa in mano, squarciandomi a pezzi. Sempre così mi succede; appena càpito in mezzo alla gente, combino sempre qualcosa che non va, e faccio la parte del cretino. Avevano ragione di piangere quando comparvi in mezzo a loro. Avevano annusato i guai che stavo portando loro, sapevano il disastro che avrei provocato.»
Coperto dalla camicia, mi abbandonai ai miei sentimenti, compreso quello della gratitudine. Chiedevo: «Perché, almeno una volta, una volta sola, non son riuscito a realizzare quanto desidera il mio cuore? Perché son condannato a rovinar tutto?» E pensavo che la trama della mia vita era ormai svelata, e dopo tale rivelazione tanto valeva che sopravvenisse la morte.
Ma poiché Itelo non voleva accoltellarmi, tirai giù la camicia sporca di cisterna e dissi: «Va bene, principe, se non vuoi sangue mio sulle tue mani.» «No, no,» disse lui.
E io dissi: «Allora grazie, Itelo. Ora non mi resta che cercar di andarmene da qui.»
Allora Romilayu a bassa voce: «Che facciamo, signore?»
«Ce ne andiamo, Romilayu. E' il meglio che possiamo fare per il bene dei nostri amici. Addio, principe, addio, cara signora, e saluta per me la regina. Speravo di apprendere la saggezza da lei, ma penso d'essere troppo rozzo. Non sono adatto a tali compagnie. Ma voglio bene a quella vecchia. Voglio bene a tutti voi. Dio vi benedica tutti. Mi piacerebbe restare,» aggiunsi, «e riparare almeno la vostra cisterna...» «Meglio no, signore,» disse Itelo.
Capii che aveva ragione; dopo tutto, nessuno meglio di lui sapeva come stavano le cose. E poi ero troppo giù di morale per mettermi a discutere con lui. Romilayu andò alla capanna a riprendere la nostra roba, mentre io mi avviavo fuori della città deserta. Non c'era un'anima per le strade ed anche le bestie le avevano tirate al chiuso, quasi per impedire che mi vedessero ancora. Attesi presso le mura della città e quando comparve Romilayu tutti e due prendemmo la strada del deserto. Così me ne andai, afflitto e umiliato, avendo distrutto la cisterna dell'acqua e insieme le mie speranze. Non potevo imparare più nulla del grun-tu-molani. Naturalmente Romilayu desiderava ritornare a Baventai e io gli dissi che a questo punto era assolto il suo impegno. La jeep era sua, quando la volesse.
«Però,» aggiunsi, «come faccio ora a ritornare negli Stati Uniti? Itelo non ha voluto uccidermi. E' un uomo nobile ed amicizia significa qualcosa, per lui. Ma ormai per me tanto vale prendere il 375 e farmi saltare le cervella.»
«Che vuoi dire, signore?» fece Romilayu preoccupatissimo.
«Voglio dire, Romilayu, che io sono uscito nel mondo un'ultima volta per condurre a compimento certi miei propositi, e tu hai visto coi tuoi occhi quel che è successo. Così se mollo tutto a questo punto, divento un fantasma. Il viso mi si farà bianco come la cera, e me ne starò disteso sul letto fino a morire. E forse questo è il minimo che mi merito. Così a te la scelta. Io non posso più darti ordini, e lascio fare a te. Se vuoi andare a Baventai, vacci da solo.»
«Tu vai solo, signore?» mi chiese, sorpreso.
«Se è necessario, sì, ragazzo,» gli dissi. «Perché non posso ormai tornare indietro. Ma va benissimo, ho ancora qualche razione e quattro biglietti da mille dollari entro il casco, e spero di trovare cibo e acqua strada facendo. Posso mangiare locuste. Se vuoi anche il mio fucile, prendilo pure.»
«No,» disse Romilayu, dopo averci pensato un poco. «Tu non vai solo, signore.»
«Sei proprio un bravo ragazzo. Sei un brav'uomo, Romilayu. Io forse non son altro che un vecchio catorcio ed ho sempre guastato ogni cosa su cui ho posate le mani; quasi che avessi il tocco di Mida, ma a rovescio, così la mia opinione conta assai poco, ma comunque questo penso. Così,» conclusi, «cosa ci attende? Dove andremo?»
«Io non so» fece Romilayu. «Forse Wariri?» disse.
«Oh, i Wariri. Il principe Itelo è stato a scuola col loro re. Come si chiama?»
«Dahfu.»
«Giusto, Dahfu. Andiamo dunque in quella direzione?»
Di mala voglia Romilayu disse: «Va bene, signore.» Pareva che nutrisse qualche dubbio circa la mia proposta.
Mi presi la parte maggiore del carico e dissi: «Andiamo. Forse decideremo di non entrare nella loro città. Vedremo dopo che cosa concludere. Ma intanto andiamo. Non ho molte speranze, so soltanto che a casa mia mi sentirei un uomo morto.»
Così partimmo verso il territorio dei Wariri, e intanto io pensavo alla sepoltura di Edipo a Colono. Ma lui almeno aveva portato fortuna al suo popolo, dopo morto. Ormai anch'io avrei accettato quella sorte. Viaggiammo per altri otto o dieci giorni, in una zona assai simile all'altopiano di Hinchagara. Ma dopo il quinto o sesto giorno il terreno cominciò a cambiare. Sui monti c'erano boschi, pur restando nude le pendici. Mesas e graniti e torri ed acropoli si tenevano aggrappati al suolo; voglio dire che lo tenevano avvinghiato e non volevano staccarsi con le nubi, che parevano volerli assorbire. O forse, nel mio stato d'animo, ogni cosa mi appariva per il peggio. A Romilayu non dava fastidio quella marcia su terreno difficile; per lui quei viaggi erano come il ponte della nave per un mozzo. Qualità del carico o destinazione per lui significavano ben poco. Avanzava sul terreno coi suoi piedi ossuti, e tanta fatica per lui era giustificazione e fine a se stessa. Era molto abile a trovare acqua, e sapeva dove affondando uno sterpo nel terreno c'era da trovar da bere, e raccoglieva zucche ed altre cose che io non avrei nemmeno notato; roba che masticavamo perché dissetante e nutriente. A notte talvolta si parlava. Romilayu pensava che gli Arnewi, con la cisterna vuota, avrebbero probabilmente intrapreso un viaggio in cerca d'acqua. E ripensando ai ranocchi e a molte altre cose, me ne stavo seduto davanti al fuoco, fissando le braci, pensando alla mia vergogna e al mio sfacelo. Ma un uomo continua a vivere e vivendo le cose o vanno meglio o vanno peggio. Non si fermano, ecco, e chi è sopravvissuto a un disastro lo sa benissimo. E quando non muori di dolore, in una maniera o nell'altra riesci a cambiarlo, il dolore, a utilizzarlo cioè.
Vedemmo ragni giganti, e ragnatele tese fra i cactus come stazioni radar. C'erano formiche da queste parti col corpo foggiato a forma di diabolo, e i loro nidi formavano grossi mucchi grigi all'orizzonte. Non son mai riuscito a comprendere come riuscissero gli struzzi a correre tanto svelti con quel caldo. Mi avvicinai ad uno quanto bastava per osservargli gli occhi rotondi, e poi quello battè il terreno coi piedi e corse via con un vento caldo nelle piume e dietro una scia bianco-sporca.
A volte, dopo che Romilayu aveva pregato e s'era disteso per il sonno, io lo tenevo sveglio raccontandogli la storia della mia vita, per vedere se quello strano ambiente, il deserto, gli struzzi e le formiche, e gli uccelli notturni ed a tratti il ruggito dei leoni bastassero a toglier via la maledizione, ma ogni volta dal racconto io uscivo fuori più stravagante e fantastico di qualsiasi formica, struzzo, montagna. E io dicevo: «Cosa direbbero i Wariri se sapessero che sto viaggiando verso di loro?»
«Non so, signore. Loro non gente buona come Arnewi.»
«No? Ma tu non dirai nulla dei ranocchi e della cisterna, vero, Romilayu?»
«No, no, signore.»
«Grazie, amico,» dicevo. «Non che io meriti molto, ma tutto considerato le mie intenzioni erano buone. Mi fa male, veramente, che le bestie debbano soffrire, laggiù, senz'acqua. Ma supponiamo che mi fosse riuscito di soddisfare la mia più grande ambizione, che fossi diventato un medico, come il dottor Grenfell o il dottor Schweitzer, oppure un chirurgo? Esiste forse un chirurgo a cui non muoia un paziente, ogni tanto? Anzi, certi si rimorchiano all'altro mondo un’intera squadra di anime.»
Romilayu stava disteso, con la mano ficcata sotto la guancia. Il suo naso diritto, abissino, esprimeva grande sopportazione.
«Il re dei Wariri, Dahfu, era compagno di scuola di Itelo. Ma tu dici che non sono brava gente, i Wariri. Cos'hanno che non va?»
«Loro figli di tenebre.»
«Ecco, Romilayu, tu sei proprio un buon cristiano,» dissi.
«Vuoi dire che sono più accorti per ciò che riguarda la procreazione ed il resto. Ma fra me e loro, chi credi abbia maggior motivo di preoccuparsi?»
Senza mutar posizione con un lampo di buonumore nei suoi grandi occhi morbidi, egli disse: «Oh, loro forse, signore.»
Come avrete capito, io avevo cambiato idea, e non intendevo più evitare il territorio dei Wariri, e questo in parte proprio per quel che di loro mi aveva detto Romilayu. Infatti io sentivo che probabilmente non avrei fatto alcun danno in mezzo a loro, se erano veramente questi selvaggi duri e scaltri.
Così per nove o dieci giorni marciammo, e verso la fine di questo periodo l'aspetto delle montagne era assai mutato. C'erano rocce bianche a cupola che qua e là si aggruppavano a mucchi enormi, ed in mezzo cerchi di pietre bianche. Poi, il decimo giorno mi pare, incontrammo finalmente una persona. Successe mentre avanzavamo su per un monte, nel tardo pomeriggio, sotto un sole rossastro. Dietro di noi le alte montagne da cui eravamo usciti mostravano i picchi corrugati e i dossi preistorici. Dinanzi a noi, fra le cupole di roccia, crescevano arbusti, e le rocce erano bianche come la porcellana. Poi scorsi di fronte a noi questo mandriano con un grembiale di pelle, un bastone contorto in mano; non faceva nulla, eppure ci parve pericoloso. C'era qualcosa nella sua figura che mi colpì, qualcosa di biblico e soprattutto mi fece pensare all'uomo che incontrò Giuseppe mentre cercava i suoi fratelli, e che lo indirizzò verso Dothan. Secondo me quest'uomo della Bibbia doveva essere un angelo, ed egli certamente sapeva che i fratelli avrebbero gettato Giuseppe nella fossa. Eppure lo lasciò andare egualmente. Il nostro uomo nero non solo portava il grembiale di pelle, ma sembrava fatto di pelle, e se avesse avuto le ali, di pelle anche quelle sarebbero state. Aveva i lineamenti scavati nel viso, un viso piccolo, segreto e, per quanto esposto ai raggi del sole rosso, nerissimo.
Parlammo con lui. Io dissi: «Salve, salve,» a voce alta, quasi che ritenessi il suo udito sprofondato nella testa al pari degli occhi. Romilayu gli chiese indicazioni, e con il bastone quest'uomo ci mostrò la strada da prendere. Gli feci un cenno di saluto, ma lui parve non badarci, e il suo viso di pelle non rispose niente. Così ci avviammo su per le rocce, lungo la direzione che egli ci aveva mostrata.
«Lontano?» chiesi a Romilayu.
«No, signore. Lui detto non lontano.»
Ora io pensavo che mi sarebbe piaciuto passare la notte in una città, e dopo dieci giorni di marcia faticosa cominciavo a desiderare un letto e cibo caldo e qualcosa da vedere, e magari un tetto di frasche sul capo. La strada diventava sempre più sassosa, ed io cominciavo a sospettare. Se ci stavamo davvero avvicinando a una città, avremmo dovuto incontrare un sentiero. Invece c'erano tutte quelle pietre sparse, che sembravano buttate là da una mano ignorante, e scelte fra gli elementi più assurdi. Anche in cielo ci debbono essere zone di stupidità; ebbene, queste pietre erano cadute di certo proprio da lì. Io non sono un geologo, ma la parola calcareo mi pare che vada bene. Erano composte di calcare, infatti, ed io pensai che dovevano essersi formate
da un elemento liquido. Ormai erano secchissime, ma piene di pertugi, dai quali esalava aria più fresca: un luogo ideale per la siesta meridiana, purché non vengano fuori serpenti. Ma ormai il sole era al tramonto e precipitava squillante giù verso l'orizzonte. Le bocche dei pertugi erano aperte e c'erano queste pietre bianche, rozze, goffe, nodose.
Avevamo appena aggirato un grosso macigno per continuare l'ascesa, quando Romilayu mi stupì. Aveva piazzato il piede per allungare il passo, poi invece, con mia meraviglia, cominciò a strisciare in avanti sulle mani, ed invece di salire, giacque sulle pietre del pendio.
Quando l'ebbi visto così, dissi: «Che diavolo ti succede? Cosa fai? E' questo il momento di stendersi a terra? àlzati.»
Invece il suo corpo lungo, col carico e tutto, si teneva al pendio, e i suoi capelli arricciati restavano immoti fra i sassi. Non rispose, e la risposta non era necessaria, perché alzando gli occhi vidi dinanzi a noi, venti passi appena, e su in alto, un gruppo armato. Tre uomini stavano in ginocchio col fucile puntato contro di noi, mentre altri otto o dieci dietro di loro, in piedi, affollavano le canne delle carabine. Avrebbero potuto spazzarci dal fianco della collina; avevano la potenza di fuoco necessaria. Brutt'affare trovarsi contro una dozzina di fucili, e quindi io lasciai cadere il 375 ed alzai le mani. Eppure ero contento, per via del mio temperamento soldatesco. Mi dava soddisfazione anche il pensiero dell'uomo di pelle, che ci aveva spediti in un'imboscata; mi dava soddisfazione quella sua elementare astuzia. Ci son cose nell'animo umano che non occorre dominare. Ah! Sapete, ero contento e feci quel che stava facendo Romilayu. Mi buttai a terra e misi la faccia fra i ciottoli ed attesi sorridendo. Romilayu stava disteso, come privo di volontà, alla maniera africana. Finalmente venne giù uno degli uomini e senza parole, ma insieme solenne, come fanno sempre i soldati, prese il 375 e le munizioni e i coltelli e le altre armi, e ci ordinò di alzarci. Noi ubbidimmo e lui ci fece ricadere con uno sgambetto.
La squadra armata sopra di noi abbassò i fucili, che erano vecchie armi, o di tipo berbero con la canna lunga e il calcio intarsiato, o vecchi catenacci europei, magari presi al generale Gordon, a Kartum, e poi sparsi per tutta l'Africa. Sì, pensai, il vecchio Gordon di Cina, poveretto, coi suoi studi biblici. Ma dopo tutto meglio morto così che nella vecchia fetente Inghilterra. Io non ho grande affetto per l'età del ferro della tecnologia, ma provo simpatia per uomini come Gordon, che era coraggioso e confuso.
Nei primissimi minuti mi divertiva l'idea che mi avessero disarmato in un'imboscata, ma quando ci dissero di raccogliere il nostro carico e di muoverci, cominciai a cambiare idea. Questi uomini erano più piccoli, più scuri e più corti degli Arnewi, ma molto robusti. Attorno alle reni portavano un cencio colorato e marciavano con molta baldanza, e dopo aver camminato per oltre un'ora io mi sentii molto meno allegro di prima. Cominciai ad odiare questi tipi, e sarebbe bastato un nonnulla per indurmi a farne una brancata, tutti e dieci o più che fossero e buttarli giù per un dirupo. Ci volle il ricordo dei ranocchi a reggermi. Trattenni le brutte intenzioni e decisi per una politica di attesa e di pazienza. Romilayu mi parve molto giù di corda, ed io gli misi un braccio attorno alle spalle. Sul viso, per via della polvere della nostra resa, si vedevano ancor meglio le rughe, ed i capelli eran tutti infarinati, ed anche l'orecchio mozzo era bianco come una frittella.
Gli parlai, ma lui era tanto preoccupato che parve non sentirmi.
Io dissi: «Uomo, non aver tanta paura. Dopo tutto, cosa possono farci? Metterci in prigione? Deportarci?
Trattenerci per riscuotere il riscatto? Crocifiggerci?» Ma non riuscivo a infondergli fiducia. Allora gli dissi:
«Perché non chiedi se ci portano dal re? Egli è amico di Itelo. Son certo che parla inglese.» Con voce contrita Romilayu cercò di interrogare uno dei soldati, ma quello disse solo: «Harrff!» E nei muscoli delle sue guance vidi la ben nota durezza che è dei soldati. La riconobbi a prima vista.
Dopo due o tre miglia di rapida marcia in salita - inciampando, strisciando, trottando - giungemmo in vista della città. A differenza del villaggio Arnewi, gli edifici erano più grandi, alcuni di legno, e distesi assai sotto la luce rossa dell'ora, che era fra il tramonto e il buio. Da una parte la notte era già scesa e la stella della sera palpitava. Le pietre bianche della zona avevano tendenza a cadere dalle cime dei monti, ed erano di foggia rotonda, come tazze e queste tazze le ritrovammo in città, dove le usavano a scopo ornamentale. Ci crescevano dentro fiori, davanti al palazzo, la maggiore delle costruzioni rosse. Davanti c'erano siepi di rovi e queste pietre, grandi quasi quanto le enormi ostriche del Pacifico, che mangiano uomini, recavano fiori vivissimi, di colore rosso acceso. Al nostro passaggio due sentinelle incrociarono le armi, ma non dovemmo passare in mezzo a loro. Con mia sorpresa continuammo, e ci condussero per il centro della città, e poi fuori, fra le capanne. La gente lasciava il pasto della sera per venirci a guardare, ridendo ed esclamando con voce acuta. Le capanne erano del tipo ordinario, ad alveare e ricoperte di frasche. C'era del bestiame, e sotto la luce morente del giorno io intravidi giardini, perciò immaginai che qui fossero meglio forniti di acqua, e da questo lato quindi potevano star tranquilli, non avrei provocato nessun guasto. Non me la presi a male del fatto che ridevano di me, anzi, assunsi un'aria di buonumore e li salutai con la mano e battevo le dita sul casco. Di tutto questo però non m'importava nulla. Mi seccava solo che non mi avessero subito fatto ricevere dal re Dahfu.
Ci condussero in un cortile e ci ordinarono di sederci a terra accanto al muro di una casa alquanto più larga delle altre. Sulla porta era dipinta una striscia bianca, ad indicare che si trattava di un edificio pubblico. Qui la pattuglia che ci aveva catturati se ne andò, lasciando un uomo solo a guardia. Avrei potuto strappargli di mano il fucile e ridurglielo un rottame metallico, ma a che serviva? Me lo lasciai alle spalle ed attesi. Cinque o sei galline nel cortile chiuso continuavano a becchettare, a un'ora in cui avrebbero dovuto già essere a pollaio, e pochi bambini nudi, facevano un gioco che somigliava al salto della corda e cantilenavano con lingua spessa. A differenza dei bambini Arnewi, non vennero accanto a noi. Il cielo era come terracotta e poi come gomma rosa, un odore insolito per le mie nari. Poi buio completo. Galline e piccoli scomparvero, e così restammo, noi soli, ai piedi dell'uomo armato.
Aspettavamo, e l'attesa, per un uomo violento, spesso è un letto di dolore. Pensai che l'uomo il quale ci faceva attendere, il magistrato Wariri, o il giudice di pace, quello addetto agli interrogatori insomma, volesse farci raffreddare il sedere. Forse ci aveva già dato un'occhiata dal graticcio della porta, finché c'era luce abbastanza per vedermi in faccia. Forse proprio la mia faccia lo aveva sbalordito, e quindi ci stava riflettendo sopra, cercando di immaginare l'atteggiamento più adatto da tenere con me. O forse se ne stava lì, come una formica, in attesa che io perdessi la pazienza.
Ed io infatti ero tutt'altro che placido; anzi, ero quasi fuori di me. Al mondo forse non c'è individuo meno fatto per le attese.
Non so com'è, ma non mi riesce, mi fa male allo spirito. Così me ne stavo seduto, stanco e seccato, a terra, e nei miei pensieri c'era soprattutto paura. Intanto continuava a strisciare la notte bella, come un'onda ininterrotta di oscurità e di calore, trascinandosi dietro la stella più grande; e poi venne anche la luna, mozza e maculata. L'ignoto individuo che doveva interrogarci era seduto là dentro, godendosi forse la vergogna del grande viaggiatore bianco a cui aveva tolto le armi, e che doveva star lì ad attendere, senza nemmeno aver cenato.
Ed ora accadde una di quelle cose che la vita non ha mai voluto risparmiarmi. Mentre sedevo in attesa, in quella notte esotica, addentai un biscotto durissimo e mi ruppi uno dei ponti. Mi ero sempre preoccupato di questa possibilità: cosa avrei fatto se nel cuore dell'Africa la mia protesi dentaria avesse subìto qualche guasto? Questo timore mi aveva spesso trattenuto dall'attaccar briga, e quando lottai con Itelo e lui mi sbattè pesantemente al suolo, la faccia giù, io avevo subito pensato alle conseguenze che la caduta poteva avere sui denti. In America, quando masticavo sopra pensiero una caramella dentro un cinema, o al ristorante, quando azzannavo un osso di pollo, non so quante volte ho sentito un urto o un raschio, e subito ho verificato con la punta della lingua, e il cuore quasi fermo. Questa volta era veramente accaduto il peggio, e insieme al biscotto stavo masticando i denti rotti.
Sentii il sostegno aguzzo del ponte. Ero arrabbiato, disgustato, impaurito; accidenti, che disperazione. Avevo gli occhi pieni di lacrime.
«Che succede?» chiese Romilayu.
Tirai fuori l'accendino, feci lume e gli mostrai sul palmo della mano i frammenti dei miei denti, e aprii la bocca tirando il labbro, e alzando la fiamma, in modo che potesse guardare dentro.
«Mi son rotto i denti,» dissi.
«Oh, male. Sentito dolore, signore?»
«No, non dolore. Ma l'angoscia dello spirito sì,» risposi. «Non poteva succedere in un momento peggiore.» Poi capii che gli faceva orrore vedere i molari sul palmo della mia mano e spensi il lume.
A questo punto son costretto a ricordare la storia della mia protesi dentaria.
Il primo lavoro grosso fu intrapreso dopo la guerra, a Parigi, da M.lle Montecuccoli. Fu lei a mettere il ponte originario. Vedete, c'era una ragazza di nome Berthe, che assumemmo perché badasse alle nostre due figlie, e questa Berthe ci raccomandò la Montecuccoli. Un generale Montecuccoli fu l'ultimo avversario del grande Maresciallo Turenne. Ai vecchi tempi i nemici solevano partecipare l'uno ai funerali dell'altro, così il Montecuccoli andò a quello di Turenne e si batteva il petto e singhiozzava. A me piaceva questo nesso. Però c'erano molte cose che non andavano. M.lle Montecuccoli aveva il petto grande ed a volte, tutta presa dal suo lavoro, mi premeva sul viso e mi soffocava ed io avevo in bocca tanti di quei tubicini e tamponi e pezzi di legno che non potevo neppure gemere. Intanto M.lle Montecuccoli, con tremendi occhi neri, mi guardava dentro la bocca. Aveva il gabinetto in Rue de Colisée. C'era un cortile di pietra, tutto giallo e grigio dove si raccoglieva l'immondizia e i gatti ci andavano a rovistare, e poi scope, secchi e una latrina alla turca coi tasselli per ficcarci i piedi. L'ascensore sembrava una portantina e andava così piano che avresti potuto chiedere l'ora alla gente che saliva per la scala attorno. Mentre ero lì ad aspettare, nel cortile davanti alla capanna con la striscia sulla porta, Romilayu accanto a me e la guardia in piedi sopra di noi, non potevo non ricordare tutte queste cose... Su con l'ascensore. Il cuore mi batte fitto fitto, ed ecco M.lle Montecuccoli con la faccia cinquantenne a forma di cuore, e il sorriso lungo, tenue, d'un pathos francese, italiano e romeno (per parte di madre), e il petto largo. E io mi seggo, impaurito, e lei comincia a tirarmi fuori il nervo da un dente, per ancorarci il ponte. E mentre mette in sesto il suddetto, mi ficca un legno in bocca e dice: «Grincez! Grincez les dents! Fachez vous.» E quindi io con tutte le mie forze grinzo e fascio e mangio il legno. Lei stringe i denti per farmi vedere come si fa. Questa signorina pensava che, artisticamente parlando, l'odontoiatria americana non valeva un fico, e s'era messa in mente di piazzarmi sulla facciata una corona nuova di zecca, come quella che aveva dato a Berthe, la governante delle bambine. Quando a Berthe tolsero l'appendicite solo io andavo a trovarla all'ospedale. Mia moglie aveva troppo da fare col Collège de France. Perciò andavo io, in bombetta e guanti. Poi questa Berthe finse d'essere in delirio e di smaniare per la febbre. Mi prese la mano e la morse e così io seppi che i denti che le aveva messo M.lle Montecuccoli erano buoni e forti. Berthe aveva le narici larghe e ben foggiate, e un paio di gambe che tiravano calci. Per via di questa stessa Berthe ebbi due settimane difficili.
Ma torniamo all'argomento. Il ponte che mi mise M.lle Montecuccoli era tremendo. Mi pareva d'avere in bocca un rubinetto dell'acqua e avevo la lingua bloccata da un lato. Mi faceva male persino la gola e mi avviai all'ascensore gemendo. Sì, ammise che era un po' troppo grosso, ma disse che mi ci sarei abituato presto e mi incitò a far mostra della mia sopportazione di soldato. Così feci, ma quando fui tornato a New York, bisognò buttare tutto per aria.
Tutti questi particolari sono indispensabili. Il secondo ponte, quello che appunto mi si era rotto col biscotto, fu fabbricato a New York da un certo dottor Spohr, il quale era primo cugino di Klaus Spohr, il pittore che stava facendo il ritratto a Lily. Mentre io stavo sulla sedia del dentista, Lily posava in campagna. Il dentista e le lezioni di violino mi portavano in città due volte alla settimana, ed arrivavo nel gabinetto del dottor Spohr anelante, carico della custodia del violino, dopo due tratti di metropolitana e qualche sostarella nei bar strada facendo, con la guerra nell'animo e il cuore che diceva la stessa vecchia storia. Voltando l'angolo a volte desideravo di poter afferrare in bocca tutto l'edificio e spaccarlo in due con un morso, come faceva Moby Dick delle barche. Correvo giù nello scantinato dove il dottor Spohr aveva il gabinetto e un tecnico portoricano faceva stampi e limava placche metalliche con la rotellina.
Frugando dietro certi grembiali appesi, trovavo l'interruttore, accendevo la luce del gabinetto, e dopo aver tirato lo sciacquone mi facevo le smorfie nello specchio e dicevo: «Ebbene?» «E quando?» «E wo bist du, soldato?» «Sdentato! Mon capitaine. Anche la tua anima ti uccide.» E poi: «Sei tu che fai il mondo così com'è. La realtà sei tu.»
L'infermiera diceva: «E' stato a lezione di violino, signor Henderson?» «Sì.»
Mentre aspettavo il dentista, così come aspettavo ora con in mano i frammenti del suo capolavoro, rimuginavo in mente i figli e il passato e Lily e le cose che progettavo con lei. Sapevo che in questo momento, col viso luminoso, quasi incapace di tener fermo il mento per l'intensità delle sue sensazioni, ella era nello studio di Spohr. Quel suo ritratto fu motivo di disaccordo tra me e Edward, mio figlio maggiore.
Quello con la M G rossa. Somiglia tutto a sua madre e crede di essere migliore di me. Ebbene, si sbaglia. Grandi cose han fatto gli americani, ma non quelli che somigliano a lui o a me. Quelle cose le fanno uomini, come quel Slocum che costruisce le grandi dighe. Giorno e notte, migliaia di tonnellate di cemento, macchine che rimuovono la terra, spianano montagne e riempiono di calcestruzzo la valle del Punjab. Questi sono i tipi che concludono qualcosa. Invece la classe mia, la classe di Edward, la classe che Lily aveva tanta smania di sposare, ottiene zero. Edward ha sempre seguito la massa. La cosa più originale che ha fatto fu vestire da cowboy uno scimpanzé e portarselo in giro per New York nella sua macchina scoperta.
Dopo che l'animale fu morto di raffreddore, lui si mise a suonare il clarinetto in un'orchestrina jazz e abitava a Bleecker Street.
Aveva un reddito di 20000 dollari al mese ed abitava uscio a uscio col dormitorio del Mills Hotel, dove s'accatastano gli ubriachi.
Ma dopotutto un padre è sempre un padre ed io ero andato fin nella California per cercar di parlare con Edward. Lo trovai che abitava in una cabina balneare sul Pacifico, a Malibu, e così eccoci là sulla sabbia a cercar di mettere insieme un discorso. L'acqua era spettrale, pigra, lenta, incantata, con un enorme ottuso scintillio. Di rame. Un grembo bianco. Pallore; fumo; vuoto; oro ottuso; ampiezza; oscurità; fulgore; luccichio spettrale. «Edward, dove siamo?» dissi. «Siamo sull'orlo della terra. E perché?» Poi gli dissi: «Che diavolo è questo posto per incontrarci? Non ha fondamenta, solo fumo. Ragazzo, ti devo parlare di certe cose. Io sono un uomo rozzo, è vero. Forse è anche vero che sono matto, ma c'è un motivo. "Il bene che vorrei non fare."»
«Be', non capisco, papà.»
«Tu dovresti diventare medico. Perché non ti iscrivi alla facoltà di medicina? Te ne prego, iscriviti alla facoltà di medicina, Edward.» «E perché dovrei?»
«Ci sono tante buone ragioni. Per caso ho saputo che tu sei preoccupato della tua salute. So che prendi la pappa reale. E so che...»
«E tu hai fatto tutta questa strada per dirmi... Questo dovevi dirmi?»
«Forse tu credi che tuo padre non sia un essere pensante, solo tua madre. Ebbene, stai pur tranquillo, io ho fatte alcune osservazioni precise. Prima di tutto poche persone sono sane di mente.
Ciò forse ti sorprenderà, Edward, ma è davvero così. Poi, la schiavitù non è mai stata veramente abolita. C'è più gente schiava di varie cose di quel che tu non creda. Ma non serve cercar di riassumerti il mio pensiero.
E' vero che spesso io sono confuso, ma al tempo stesso sono un lottatore. Oh, se lo sono!» «E per cosa lotti, papà?» disse Edward.
«Ma come,» risposi, «per cosa lotto? Diavolo, per la verità. Sì, proprio per questo, per la verità. Contro la falsità, ma gran parte della lotta è contro me medesimo.»
Io capivo benissimo che Edward voleva che io gli dicessi per quale ragione avrebbe dovuto vivere lui, e proprio questo era il male. Proprio questo mi dava dolore. Perché ogni padre desidera dare ed ogni figlio desidera ricevere dei princìpî chiari. E inoltre un uomo vuol proteggere i suoi figli dall'amarezza delle cose, se può.
Una piccola foca piangeva sulla spiaggia ed io ero assai commosso dalla sua condizione, immaginando che il branco l'avesse abbandonata, e mandai Edward al magazzino a prendere una latta di tonno, mentre io stavo a guardia dei cani, ma uno degli uomini che puliscono la spiaggia venne a dirmi che questa foca piangeva sempre miseria, e che se io le davo da mangiare l'avrei incoraggiata a diventare un parassita della spiaggia. Poi l'uomo la bastonò sulla schiena e la povera creatura, senza mostrar rancore, se ne tornò nell'acqua barcollando sull'acqua, mentre le pattuglie dei pellicani volavano lentamente avanti e indietro. Infine entrò nella schiuma bianca. «Non hai freddo, di notte sulla spiaggia, Eddy?» dissi.
«Non ci bado.»
Volevo bene a mio figlio e non sopportavo di vederlo così.
«Vai a studiare medicina, Eddy,» dissi. «Se il sangue non ti piace, specialìzzati in malattie interne; se non ti piacciono i grandi, fai il pediatra, e se non ti piacciono nemmeno i bambini, specialìzzati in malattie femminili. Avresti dovuto leggere quei libri del dottor Grenfell che ti regalavo per Natale. So bene che invece non hai nemmeno disfatto il pacco. Cristo, dovremmo comunicare col prossimo.»
Me ne ritornai nel Connecticut solo, e poco dopo arrivò il ragazzo con una fanciulla di qualche parte dell'America centrale, e disse che la voleva sposare, una india col sangue scuro, il viso stretto e gli occhi vicini.
«Papà, sono innamorato,» mi dice.
«Che è successo? L'hai messa nei guai?»
«No. Ti dico che l'amo.»
«Edward, non me lo dire,» faccio. «Non posso crederlo.»
«Se è il suo ambiente familiare che ti preoccupa, allora come la mettiamo con Lily?» dice.
«Non voglio sentire una parola sola contro la tua matrigna. Lily è una bella donna. E chi è questa india?
Chiederò informazioni su di lei,» dico.
«Allora non capisco,» fa lui, «perché non consenti a Lily di appendere il suo ritratto in mezzo agli altri.
Lascia in pace Maria Felucca.» (Si chiamava così.) «Io l'amo,» dice, col viso infiammato.
Io guardo Edward, questo figlio importante, coi capelli alla marinara, il tronco senza anche, il colletto basso e la cravatta di Princeton, le scarpe bianche, la faccia senza faccia, in pratica. "Numi!" penso "può essere questo il figlio dei miei lombi? Che diavolo succede da queste parti? Se lo lascio con questa ragazza, lei se lo mangia in tre morsi."
Ma anche allora, fatto alquanto strano, provai un empito d'amore per questo ragazzo. Figlio mio! Così mi ha ridotto la fatica, così mi ha ridotto il dolore. Ma non importa. Sauve qui peut! Sposati anche dieci di queste Marie Felucche, e se ti giova, mandala anche a farsi il ritratto.
Così Edward tornò a New York con la sua Maria Felucca delle Honduras.
M'ero fatto fare il ritratto con l'uniforme della Guardia Nazionale, ma né Lily, né io volevamo appenderli nel salotto principale.
Né era solo questo che dovevo ricordare aspettando insieme a Romilayu nel villaggio Wariri. Infatti parecchie volte avevo detto a Lily: «Ogni mattina tu vai a farti ritrarre, ma sei rimasta la stessa sudiciona di sempre. Trovo pannolini sotto il letto e nella scatola dei sigari. L'acquario è pieno di unto e di immondizia e sembra che in questa casa abiti il Poltergeist. Tu mi sfuggi. Perdio, so che viaggi a cento chilometri all'ora sulla Buick, con le bambine sul sedile di dietro. Non ti spazientire quando ti parlo di queste cose. Forse esse appartengono a quello che tu consideri il mondo inferiore, ma quaggiù io debbo passare la maggior parte del mio tempo.»
A questo discorso ella impallidì, volse la faccia e sorrise, quasi che ci volesse molto tempo prima che io riuscissi a capire che gran bene le procurava facendosi dipingere il ritratto.
«Lo so,» dissi, «le signore del vicinato ti han dato da fare al tempo della sottoscrizione per il latte. Non hanno voluto che tu entrassi nel comitato. So tutto io di quest'affare.»
Ma principalmente ricordavo, quella sera sulle montagne africane coi denti rotti in mano, il guaio che combinai con la moglie del pittore e cugina del dentista, signora Spohr. Prima della grande guerra (lei adesso ha sessant'anni) pare che sia stata una gran bellezza, e non si è mai riavuta dal crollo, ma si veste ancora come una ragazzina, con fiori e volantini. Magari sarà stata davvero una gran caldona, come sostiene, anche se questo succede di rado fra le donne belle. Comunque il tempo e la natura avevano infuriato su di lei ed era proprio mal ridotta. Ma la forza sessuale c'era ancora, nascosta negli occhi, come un bandito siciliano, come un Giuliano. Ha i capelli rossi come il peperone ed un po' di quel rosso lo ha anche spruzzato in faccia, sotto forma di lentiggini.
Un pomeriggio d'inverno incontrai Clara Spohr a Grand Central Station. Io avevo avuto le due sedute, con Spohr il dentista e con Haponyi il maestro di violino, ed ero scontento, e correvo per il marciapiede basso così in fretta che scarpe e pantaloni quasi non riuscivano a starmi dietro: mi affrettavo per il corridoio marrone scuro e basso, e le luci in deliquio e il suolo pestato da miliardi di scarpe, con pezzi di gomma spiaccicata che parevano tanti disegni di ameba. E vidi Clara Spohr che veniva da Oyster Bar, senza più l'albero maestro, aggrappata all'anima sua nel naufragio della propria bellezza. Ma pareva che andasse a fondo.
Quando le passai accanto mi afferrò per il braccio, quello non impegnato con il violino, ed insieme andammo nel vagone-salotto e cominciammo, anzi continuammo a bere. Proprio a quella medesima ora invernale Lily posava per suo marito, così ella disse:
«Perché non viene con me, a riprendere sua moglie?» Ma intendeva dirmi: «Bimbo, perché tornare nel
Connecticut? Saltiamo giù dal treno e tingiamo la città di rosso?» Ma il treno partì e subito fu in corsa per Long Island Sound, con la neve, col tramonto, e l'atmosfera che guastava la forma del sole calante, e le barche nere che dicevano: "Fuuu!" e spargevano il fumo sulle onde. E Clara bruciava e parlava e parlava e mi lavorava con gli occhi e col naso all'insù. Si vedeva il vecchio male all'opera, la sete di vivere che non voleva mollare. Mi raccontava di aver visitato, in gioventù, Samoa e Tonga e di aver fatto esperienza di amori appassionati sulle spiagge, sulle zattere, in mezzo ai fiori. Era come il sangue, il sudore, le lacrime di Churchill, quando blaterava che si combattesse sulle spiagge e così via. In qualche misura non potevo fare a meno di comprenderla. Ma io penso che se uno si vuol sfasciare dinanzi a te, non sta a te rimetterlo in piedi. Devi lasciare che sia lui a rimettere assieme i propri pezzi. Vi ho già raccontato quello che provo quando le donne piangono. Ero anche furibondo. Uscimmo con la neve, ed io la sostenni, e trovammo un tassì. Quando entrammo in casa sua, io cercai di toglierle le galosce, ma con un grido lei si alzò fino all'altezza del mio viso e cominciò a baciarmi. E a questo punto, come uno sciocco, anziché respingerla, le restituivo i baci. Con in bocca il ponte nuovo, allora. Certo, era un momento singolarissimo. Con le galosce le eran venute via anche le scarpe. Ci abbracciammo nell'ingresso surriscaldato e illuminato, pieno di ricordi di Samoa e dei Mari del Sud, e ci baciammo come se un attimo dopo dovesse dividerci l'urto della morte. Non ho mai capito questa sciocca situazione, perché non restai passivo. Vi dico, le restituivo i baci.
Oh, oh, signor Henderson. Cosa? Dolore? Lussuria? Baciare una ex-bellezza? Sbornia? In lacrime? Pazzo come una mosca cavallina sul vetro della finestra?
Non solo: Lily e Klaus Spohr videro tutto. La porta dello studio era aperta. C'era fuoco di carbone nel caminetto.
«Perché vi baciate in quel modo?» chiese Lily.
Klaus Spohr invece non disse una parola. Qualunque cosa decidesse di fare Clara, per lui andava bene.



CAPITOLO UNDICESIMO
Ed ora vi ho detto la storia di quei denti, che eran fatti di un materiale che si chiama acrylic, che dovrebbe essere infrangibile, fort comme la mort. Ma era stato consumato ormai dalla mia forza.
Mi han detto (Lily, forse, o Frances o Berthe? Non ricordo) che dormendo io serro le mascelle, e senza dubbio fu questo a rovinare i denti. O forse io ho baciato la vita con troppa forza, indebolendo tutto l'apparecchio. Comunque sia, tutto il corpo mi tremava quando sputai quei molari, e pensai: "Forse tu hai vissuto troppo, Henderson." E dalla borraccia tirai un sorso di bourbon, che mi bruciò il taglio sulla lingua. Poi sciacquai nel whisky i frammenti e li riposi in tasca, nella speranza che anche quaggiù si potesse trovare qualcuno capace di rimetterli a posto.
«Perché ci fanno aspettare in questo modo, Romilayu?» chiesi. Poi, a voce più bassa: «Non avranno saputo dei ranocchi, eh?»
«Oh, no, non credo, signore.»
Dalla parte del palazzo ci giunse un profondo ruggito, ed io dissi: «Che sia un leone?» Romilayu rispose che credeva di sì.
«Sì, lo pensavo anch'io,» dissi. «Ma l'animale dev'essere dentro la città. Tengono un leone dentro il palazzo?»
Rispose dubbioso: «Si vede, sì.»
La puzza d'animale era asfissiante, in città.
Alla fine il tipo che ci stava a guardia ebbe un segnale dal buio, che io non vidi, perché ci disse di alzarci ed entrammo nella capanna. Dentro ci disse di sederci, e noi ci mettemmo a sedere su di un paio di sgabelli. Due donne, ambedue rase, tenevano alta su di noi la luce delle torce. Si vedeva bene la forma della testa, ben fatta anche se grande. Tenevano aperte le labbra spesse, ed in quel sorriso c'era per me qualche consolazione. Dopo che fummo seduti - le donne ridacchiavano, sì che le torce vacillavano e la luce era fumosa e sobbalzante - entrò un uomo da dietro la casa,e svanì il mio breve sollievo. Scomparve quando egli mi guardò, ed io pensai: "Certo ha sentito qualcosa sul mio conto, forse di quei maledetti ranocchi o di qualcos'altro." La stretta della consapevolezza mi si avvinghiò alle ossa. Contro ragione, assolutamente. Era una parrucca quella che aveva in testa? Una specie di acconciatura ufficiale, un affare che pareva di canapa. Si accomodò su di una panca liscia, in mezzo alle torce. Sulle ginocchia teneva un bastone, una bacchetta d'avorio, anche quella molto ufficiale; ai polsi lunghi ciuffi di pelo di leopardo.
Dissi a Romilayu: «Non mi piace il modo che ha quest'uomo di guardarci. Ci ha fatto aspettare tanto, ed io son seccato. Tu cosa ne pensi?» «Non so,» disse.
Aprii lo zaino e ne tirai fuori qualche oggetto: i soliti accendisigari e una lente di ingrandimento che per caso avevo lì dentro.
Questa roba deposta a terra non lo interessò. Portarono un gran librone, un sintomo di cultura che mi sorprese e mi preoccupò.
Cos'era, un registro degli ospiti, forse, o che cos'altro? Strane ipotesi mi balzavano in mente, ormai del tutto abbandonata alle fantasie. Poi scoprii che il grosso libro era un atlante, ed egli me lo aprì davanti al naso, voltandone abilmente le pagine, e si bagnava due dita con la lingua. Romilayu mi disse: «Dice che tu mostri casa.»
«Domanda ragionevole,» dissi, e mi inginocchiai e con l'accendino e la lente d'ingrandimento, scrutando il Nordamerica, trovai Danbury, Connecticut. Poi mostrai il passaporto; le donne con quelle strane dolci teste calve ridevano della mia goffaggine, inginocchiato e in piedi, della mia grassezza, e dei contorcimenti o ammiccamenti, che dir si voglia, nervosi, duri, eppur tranquillanti, del mio viso. Il viso, che a volte mi pare grande come il corpo intero di un bambino, sempre si muta: attivo, strano, mutevole come una creatura dei mari tropicali distesa sotto uno scoglio, ora il colore dei garofani e ora della patata dolce. Accusa, agisce, ascolta, pensa, con tutte le passioni umane di fronte al dubbio; voglio dire l'umanità delle passioni immerse nel dubbio. Grande varietà di espressioni dunque mi si assiepavano sul naso, da occhio a occhio, e mi arricciavano le sopracciglia.
Avevo i miei buoni motivi per dominare il mio carattere e comportarmi con moderazione; fino ad allora infatti non avevo combinato gran che di buono, in Africa.
«Dov'è il re?» chiesi. «Questo signore non è il re, vero? Potrei parlargli. Il re sa l'inglese. Che significa questa storia? Digli che voglio andare subito da sua maestà.»
«Oh, no, signore,» disse Romilayu. «No, non dire. Lui polizia.»
«Ah, ah, tu scherzi.»
Ma invece quel tipo mi interrogò proprio da funzionario della polizia, e se ben ricordate la mia rissa con le guardie (erano venute a prendermi alla taverna di Kowinskyi, presso la Statale 7, e Lily dovette pagarmi la cauzione) capirete che a me, uomo facoltoso e aristocratico, e impaziente come sono, mi irritano gli interrogatori della polizia. Specialmente come cittadino americano. In un luogo così primitivo. Mi faceva arruffare le penne. Però avevo tante cose nell'animo e nella mente, e quindi cercai d'esser accorto e politico meglio che potevo. E sopportai l'interrogatorio di questo tipetto. Un tipetto sinistro, che pareva conoscere il suo mestiere. Quando eravamo partiti da Baventai? Quanto tempo eravamo rimasti con gli Arnewi, e cosa avevamo fatto? Tenevo l'orecchio buono teso a cogliere parole come cisterna, acqua, o ranocchi, anche se ormai capivo che potevo fidarmi di Romilayu, e che lui sarebbe stato dalla parte mia. Succede così, che uno inciampa in un individuo, per caso, durante una spedizione cinematografica, presso un lago dei tropici abitato da coccodrilli, e poi scopre che c'è del buono, in misura illimitata. Però Romilayu dovette parlare della grave siccità abbattutasi sul fiume Arnewi; infatti l'uomo, il funzionario, affermò in tutta serietà che i
Wariri avrebbero fatto una cerimonia, per aver tutta la pioggia che occorreva. «Wak-ta!»
Disse e raffigurò l'acquazzone, volgendo verso terra le dita d'ambo le mani. Mi si disegnò sulle labbra un'espressione scettica, ma ebbi la presenza di spirito di nasconderla. Ma in tutto il colloquio fui in posizione di inferiorità, perché gli eventi dell'ultima settimana mi avevano messo a terra. A terra, veramente.
«Chiedigli, » feci, «perché ci hanno preso i fucili e quando li riavremo.»
Rispose che i Wariri non consentivano agli stranieri di portar armi nel loro territorio. «Ottima regola, perdio,» feci. «Non hanno torto questi ragazzi. Son molto in gamba. Tutto sommato sarebbe stato meglio che non avessi mai posato l'occhio sulle armi da fuoco. Chiedigli comunque di stare attento coi mirini a
cannocchiale. Non credo che questi signori siano molto pratici di armi ad alto livello.» Il funzionario ci mostrò una fila di denti insolitamente mozzi.
Stava forse ridendo? Poi parlò e Romilayu traduceva. Qual era lo scopo del mio viaggio e perché viaggiavo in quel modo?
Di nuovo la domanda! Ancora! Era come la domanda che fece Tennyson al fiore nella crepa del muro. Cioè rispondere avrebbe implicato la storia dell'universo intero. Non sapevo cosa rispondere, come non lo sapevo quando me lo chiese Willatale. Cosa avrei detto a questo signore? Che l'esistenza mi s'era fatta odiosa? Non era il tipo di risposta da dare in quella situazione. Potevo forse dirgli che il mondo, il mondo intero, il mondo nel suo complesso, si era posto contro la vita, ostile ad essa, ma che tuttavia io ero vivo e che mi era impossibile tirare avanti in quel modo?
Che qualcosa si opponeva, in me, il mio grun-tu-molani e che mi rendeva impossibile l'accordo? No, non potevo dire neppure questo.
E nemmeno potevo dire: «Vede, signor Funzionario, ogni cosa si è fatta così terribile e complicata, ecco, e noi non siamo altro che strumenti di quel che succede in questo mondo.»
E neppure: «Io son fatto così, star fermo mi fa male, e mi debbo muovere.» E neanche: «Sto cercando di imparare qualcosa, prima che mi sfugga.» Come voi stessi capirete, erano tutte risposte impossibili.
Dopo averle passate in rassegna, conclusi che la cosa migliore era cercar di adularlo un poco, e gli dissi di aver sentito grandi cose a proposito dei Wariri. E poiché non ero in grado di citargli nulla in particolare, fui ben lieto che non me ne chiedesse.
«Potremmo vedere il re? Conosco un suo amico e muoio dalla voglia di incontrarlo,» dissi.
«Be', almeno lascia che gli mandi un messaggio. Io sono amico del suo amico Itelo.»
Nemmeno a questa domanda rispose. Le donne con le torce in mano ridacchiavano alle spalle di Romilayu e mie.
Poi ci condussero a una capanna e ci lasciarono soli. Non ci misero guardie, ma non ci dettero nemmeno nulla da mangiare.
Non c'era né carne né latte né frutta né fuoco. Bella ospitalità. Ci avevano presi al tramonto, ed ora immaginavo che fossero le dieci e mezzo o le undici. Ma poi, cosa aveva a che fare con gli orologi questa notte di velluto? Mi capite. D'altra parte il mio stomaco grugniva, e quel tipo con le armi, dopo averci condotto alla capanna, se ne andò lasciandoci soli. Il villaggio dormiva. C'era solo qualche lieve movimento di creature nella notte. Eravamo in quella sporca tana di erba vecchia, pelosa, ammuffita, ed io son molto sensibile all'ambiente in cui mi tocca di dormire, e poi sentivo il bisogno della cena. Il mio stomaco, più che fame, provava ansia.
Con la lingua toccai il sostegno del ponte rotto, e decisi che non dovevo toccare razioni a secco. Mi ribellavo all'idea. Così dissi a Romilayu: «Faremo un po' di fuoco.» Non accolse la mia proposta ma, per quanto fosse scuro, vide o sentì lo stato d'animo che andava insorgendo dentro di me, e cercò di mettermi in guardia contro i rischi che c'erano a dar troppo fastidio. Ma io gli feci:
«Raccogli un po' di sterpi, ti dico, e fai alla svelta.»
Così, pur con timore, se ne andò fuori a raccogliere qualche sterpo e un po' di letame secco. Forse pensava che per vendicarmi dell'offesa io volessi mettere a fuoco la città. A gran manciate strappai fastelli di paglia dal tetto, dopodiché aprii il pacchetto del brodo di gallina disidratato con pasta, lo mischiai con un po' d'acqua e ci aggiunsi un po' di bourbon che mi facesse dormire. Versai ogni cosa nella gavetta d'alluminio e Romilayu accese il fornello presso la porta. Per via degli odori non osavamo avventurarci troppo nell'interno. La capanna sembrava un ripostiglio della roba più svariata, stuoie consunte e canestri sfondati, corni e ossa vecchie, coltelli, reti, funi e simili. Bevemmo la minestra tiepida, perché pareva non voler bollire, data la scarsità del fuoco. La pasta andò giù di controvoglia. Poi Romilayu accovacciato disse le solite preghiere. Ed aveva tutta la mia simpatia, perché questo non pareva un luogo buono, da reclinare il capo e dormirci. Egli premeva le dita giunte sotto il mento, con un gemito che gli veniva dal petto, e teneva curva la testa bigotta, con le guance sfregiate. Era molto preoccupato, ed io dissi: «Oggi vuoi far le cose proprio a modo, Romilayu.» Ma in larga misura quelle parole erano rivolte a me stesso.
Poi tutto a un tratto dissi: «Ah!» E il lato destro del mio corpo si irrigidì, come paralizzato, ed io non riuscivo nemmeno a richiudere le labbra. Come se una strana medicina di paura si fosse versata di nascosto nel mio naso. Cominciai a tossire ed a sentirmi soffocare. Infatti un pezzo di legno acceso, spostandosi, mi mostrò un grande corpo nero liscio, steso dietro di me, nella capanna, contro il muro.
«Romilayu!»
Smise di pregare.
«C'è qualcuno nella capanna.»
«No,» disse, «nessuno qui. Solo io, tu.»
«Ti dico che c'è qualcuno là dentro. Dorme. Forse la casa è di qualcuno. Ci avrebbero dovuto dire che ci toccava dividerla con qualcun altro.»
La paura ed altre emozioni simili mi si appressano dalla parte del naso. Come quando ti fanno un’iniezione di novocaina e tu senti il liquido freddo nelle membrane e negli ossicini della parte.
«Aspetta che cerco l'accendino» dissi. E diedi un gran colpo di pollice alla rotella dell'accendino austriaco. Ci fu un bagliore, e avanzando dentro la capanna, con la fiamma alta per spargere il chiaro sul terreno, vidi il corpo di un uomo. Allora ebbi paura che il naso mi scoppiasse nell'empito del terrore. Testa, gola, spalle, ogni cosa era coinvolta nel tremore che si impadronì di me, e sotto le gambe mi cedevano, e le sentivo debolissime.
«Dorme?» chiesi.
«No. Morto,» disse Romilayu.
Lo sapevo benissimo; avrei voluto non saperlo così bene.
«Ci hanno messi qui con un cadavere. Che senso ha? Dove vogliono arrivare?»
«Oh! signore, signore!»
Aprii le braccia di fronte a Romilayu, cercando di comunicargli fermezza e gli dissi: «Uomo, stai su.» Ma io stesso provavo un tremolio dentro la pancia che mi faceva sentir debole, sul punto di svenire. Non che i morti mi siano sconosciuti. Ne ho visti la mia parte ed anche più. Tuttavia ci vollero diversi attimi prima che io mi riavessi da quell'onda di paura e pensai, dentro di me: "che può significare tutto questo? Perché di recente mi s'erano mostrati cadaveri, prima la vecchia sul pavimento di cucina e appena un paio di mesi dopo questo tipo disteso nella polvere?" Stava pigiato contro le canne e la rafia di cui era fatta la vecchia capanna.
Ordinai a Romilayu di voltarlo.
Lui non volle; non poteva obbedirmi e così io riposi l'accendino, che si andava arroventando, e feci da me. Era un individuo alto, non più giovane, ma ancora possente. Qualcosa nella sua espressione faceva pensare che ci fosse stato un odore che egli non volesse fiutare. Così aveva volto il capo, ma il poveraccio alla fine aveva dovuto annusare. Devono andare proprio così le cose, fino al momento in cui non sappiamo più nulla. Ma quell'uomo aveva un'espressione torva e una ruga sulla fronte, come il segno dell'alta marea, quasi a mostrare che la vita aveva raggiunto il suo culmine per poi ricalare. Impossibile dire la causa della morte. «Non è morto da parecchio tempo,» dissi. «Il poveretto non è ancora rigido. Guardalo bene, Romilayu. Sai dirmi qualcosa di lui?»
Romilayu non poteva, perché il corpo era nudo e diceva assai poco. Cercai di decidere sul da farsi, ma non riuscivo a raccapezzare nulla, per il fatto che in me cresceva l'ira e l'indignazione.
«Lo hanno fatto di proposito, Romilayu,» dissi. «Ecco perché ci hanno tenuto per tanto tempo in attesa, ecco perché quelle troie con le torce ridevano. Fin dall'inizio ci apparecchiavano questo bello scherzo. Se quello sciaguratello col bastone storto è riuscito a ficcarci in un'imboscata, non c'è da meravigliarsi che gli altri abbiano organizzato un affare simile. Giovanotto, essi sono i figli delle tenebre, va bene, proprio come hai detto tu. Forse questo per loro è uno scherzo esilarante. All'alba noi, secondo loro, ci dovremmo svegliare ed accorgerci di aver trascorso la notte in compagnia di un cadavere. Sentimi, vai a dirgli, Romilayu, che io mi rifiuto di dormire all'obitorio. Mi è già capitato di svegliarmi accanto a un morto, ma sul campo di battaglia.» «A chi dire?» fece Romilayu.
Io cominciavo a maltrattarlo: «Avanti,» dissi. «Ti ho dato un ordine. Vai, sveglia qualcuno. Perdio! Questa si chiama faccia tosta.»
Romilayu piangeva: «Signor Henderson, signore, cosa faccio?»
«Fai quel che ti dico,» urlai, ormai pieno dello schifo del morto e dell'ira che può provare un uomo stanco quando gli si rompe il ponte.
E così, controvoglia, Romilayu uscì e forse si mise a sedere da qualche parte su una pietra e pregò e rimpianse d'esser venuto con me e di aver desiderato la jeep, e magari, di non essere tornato da solo a Baventai, dopo l'esplosione dei ranocchi. Certo, aveva paura di svegliar gente per riferire le mie parole. E forse gli era venuto il pensiero - stava venendo anche a me - che ci potevano accusare di assassinio. Corsi alla porta, mi sporsi nella notte buia, che ora mi pareva maleodorante e dissi, osando alzare la voce: «Torna indietro, Romilayu, dove sei? Ho cambiato idea. Torna indietro, vecchio mio.» Infatti pensavo che non era bene staccarlo da me: all'indomani forse ci sarebbe toccato difendere le nostre vite. Quando fu tornato ci acquattammo tutti e due accanto al morto per discutere ed io non sentivo tanto la paura adesso, quanto la tristezza, una pena normale, crescente, di tristezza. Sentivo la bocca allargarmisi per il dolore e tutti e due, guardando il corpo esanime, soffrimmo in silenzio per un poco ed il morto, nel suo silenzio, mi inviava un messaggio, che diceva:
"Ecco, uomo, il tuo essere, che tu pensi così tremendo." E in silenzio io rispondevo: "Oh, stai calmo, uomo morto, per amor di Dio."
Poi di una cosa mi convinsi, che la presenza di questo cadavere era una sfida a cui bisognava reagire, e dissi a Romilayu:
«A me non fanno una cosa simile.» E gli spiegai cosa ritenevo necessario.
«No, signore,» disse con voce tesa.
«Ho deciso.»
«No, no, dormire fuori.»
«Mai,» dissi. «Farei la figura del debole. Ci hanno scaricato addosso questo cadavere e l'unica cosa che ci tocchi fare è restituirglielo.»
Romilayu ricominciava a gemere: «Oh, oh! Cosa fare, signore?»
«Faremo quel che ho detto. Ora stai bene attento. Ti dico che ho già capito come vanno le cose. Son capaci di dar la colpa a noi. Te la senti di affrontare un processo?»
Con un colpo di pollice riaccesi l'accendino e Romilayu ed io ci guardammo in faccia sotto la fiammella puntuta, arancione, che io tenevo alta. Egli pativa il terrore della morte, mentre io sentivo soprattutto l'offesa, la sfida. Mi pareva assolutamente necessario muovermi, perché c'era in me un'agitazione orrenda. Ed avevo deciso; avevo deciso di trascinarlo fuor della capanna.
«Bene, tiriamolo fuori,» dissi.
E Romilayu insisteva: «No, no. Noi fuori. Io faccio letto su terreno.»
«Tu non farai proprio niente. Io voglio prenderlo e piazzarlo davanti al palazzo. Non riesco a credere che il
re, amico di Itelo, possa aver avuto parte in un imbroglio simile contro un ospite.»
Romilayu ricominciò a piangere: «Oh, no, no, no! Loro ti prendono.»
«Be', scaricarlo davanti al palazzo forse è un po' troppo arrischiato,» concessi. «Lo metteremo da qualche altra parte. Ma non intendo lasciar correre senza far nulla.»
«Perché devi?»
«Proprio perché devo. Fa parte della mia costituzione. Non posso lasciar passare una cosa del genere. A me non faranno uno scherzo simile,» dissi. Ero troppo offeso per poter ragionare. Romilayu si portò le mani, che con quelle ombre parevano aragoste, al viso grinzoso.
«Oh, loro male.»
Questo cadavere per me era una provocazione diretta; la sua presenza mi faceva impazzire. L'accendino
scottava di nuovo ed io lo spensi e dissi a Romilayu: «Questo corpo sparisce, e subito.» Questa volta uscii io in esplorazione.
Su in cielo era come una foresta azzurra, così tranquilla! Che tappezzeria! La luna era gialla, una luna africana nella sua placida foresta azzurra, non solo bella, ma desiderosa, smaniosa di farsi anche più bella. Nuovi suggerimenti alla sua bellezza venivano di continuo dalle cime bianche delle montagne. Mi parve ancora di sentire i leoni, ma come se i ruggiti fossero smorzati dalle pareti di una cantina. Pareva comunque che tutti dormissero. Scivolai dinanzi alle porte addormentate, ed a circa cento passi dalla capanna il sentiero si interrompeva bruscamente e guardando giù scorsi un burrone. «Bene,» pensai, «lo butterò quaggiù. E vengano poi a dar la colpa a me della morte.» Giù in fondo al burrone scintillava il fuoco di un mandriano; per il resto tutto vuoto. Certamente laggiù andavano e venivano ratti e altre bestie che divorano cadaveri; succede sempre così, ma non potevo neppur tentare di seppellire il morto. Non stava a me preoccuparmi di quel che poteva succedergli nel buio di quel precipizio.
La luna era già un bel guaio, ma il pericolo maggiore eran senza dubbio i cani. Uno mi fiutò mentre tornavo alla capanna. Io mi fermai e quello se ne andò. Sono strani, i cani, coi morti. E' una questione che andrebbe studiata. Darwin dimostrò che i cani posson ragionare. Egli ne aveva uno che stava a guardare un parasole sospeso sul prato, e rifletteva. Ma questi segugi dei villaggi africani non hanno dimenticato le iene. Si può ragionare con un cane inglese, specialmente con un domestico, di famiglia, ma cosa avrei fatto io se mi fosse corso addosso uno di questi cani quasi selvaggi, mentre trasportavo il cadavere? Come me la sarei cavata? Mi venne in mente il dottor Wilfred Grenfell, quando andava alla deriva su una lastra di ghiaccio con la sua muta di esquimesi: dovette ucciderne alcuni e avvolgersi nelle loro pelli, per scampare la vita. Con le zampe gelate si costruì una specie di albero. Ma questo serviva a poco. E poi, pensai, che succedeva, se per caso compariva anche il cane dell'uomo morto? E c'era anche la possibilità che qualcuno ci stesse sorvegliando. Non a caso ci avevano accasermato con il cadavere, e forse tutta la tribù partecipava al bello scherzo; forse proprio in quello stesso momento ci stavano spiando, stringendo la bocca e sbellicandosi dalle risate represse. E intanto Romilayu piangeva e gemeva e io bollivo di sdegno.
Mi misi a sedere sulla porta della capanna ed attesi che le nubi biancazzurre coprissero gradatamente la luna, e che il sonno degli abitanti, seppur dormivano, si approfondisse.
Alla fine, non perché fosse tempo, ma perché non potevo più sopportare l'attesa, mi alzai, mi legai una coperta sotto il mento, precauzione contro le macchie. Avevo deciso di portarmi il cadavere sulle spalle, nel caso che ci fosse toccato darcela a gambe.
Romilayu non aveva la forza di accollarsi il maggior peso. Per prima cosa scostai il corpo dal muro. Poi lo presi per i polsi, e con un rapido giro, piegandomi, me lo caricai sulle spalle. Temevo che le sue braccia mi si aggrappassero al collo, da dietro.
Lacrime di disgusto e d'ira cominciarono a comparirmi sugli occhi. Mi sforzai di ricacciare in petto questi sentimenti. E, pensavo, se quest'uomo fosse un altro Lazzaro? Io credo in Lazzaro.
Io credo nella resurrezione dei morti. Io son certo che, per alcuni almeno, c'è la resurrezione. E mai mi resi conto della mia fede quanto allora, mentre avanzavo con la pancia greve, il viso in avanti e le lacrime di paura e di dolore che mi sgorgavano dagli occhi.
Ma questo morto sulla mia schiena non era Lazzaro. Era freddo, e morta la sua pelle nelle mie mani. Deciso come può essere solo l'uomo che vuol salvarsi la vita, indurii i muscoli della mascella e serrai i denti per tirare indietro le viscere, che sembravano invece voler sporgere troppo. Pensavo che, se la tribù era desta a guardare e mi coglieva col morto addosso a mezza via dalla capanna al burrone, si sarebbero tutti messi a gridare: «Ladro di cadaveri. Sciacallo! Rendici il morto!» e mi avrebbero colpito alla testa e mi avrebbero offerto in sacrificio. Così sarei finito, io, Henderson, con tutto il mio impegno e il mio zelo.
«Maledetto cretino,» dissi a Romilayu, che se ne stava in disparte, mezzo nascosto. «Prendi i piedi del morto e aiutami. Così se qualcuno ti vede, tu lasci andare e te la batti. Al resto penso io.»
Mi obbedì, ed io, come se quel morto fosse per me un vestito, gemendo, con la testa piena di lampi e di rumori densi, mi avviai per il sentiero. Ed una voce sorse dentro di me e disse: "Ami dunque tanto la morte?
Ebbene, eccotela."
«Non l'amo,» feci. «Chi te lo ha detto? E' uno sbaglio.»
Presso di me sentii allora il latrato di un cane; ma ero più pericoloso io per lui di quanto non fosse lui per me. Giurai che se mi dava fastidio io avrei mollato il cadavere ed avrei fatto a pezzi l'animale con le mani mie. Quando si mostrò, col pelo irto, e al lume della luna lo scorsi, con la gola gli feci un verso minaccioso, e la bestia sparì. Con un lungo gemito se l'era battuta. Un gemito così innaturale che poteva anche svegliare qualcuno, invece no, tutti continuarono a dormire. Le capanne avevan la bocca aperta come pagliai scavati. Ma pur somigliando a pagliai ciascuna era ben costruita e dentro giacevano respirando le famiglie dei dormienti. L'aria sembrava ancor più una foresta azzurra, con la luna che emetteva dolci fiumi di giallo. Poiché correvo, le montagne mi si stravolgevano alla vista, massicce, ed il cadavere sobbalzava, e Romilayu con il capo distorto, volto da un lato, pur tuttavia mi obbediva e reggeva i piedi. Il burrone era vicino, ma il peso del cadavere mi faceva inciampare sul terreno molle e sulla sabbia che mi entrava negli stivaletti. Portavo il tipo di calzatura che adottò la fanteria inglese per il Nord Africa, e mi ero improvvisato le stringhe con una striscia di juta, che non reggeva bene. Mi affannavo sul breve pendio che menava all'orlo del burrone, e dissi a Romilayu: «Avanti. Non sei capace di reggere un po' più di peso?» E lui invece di alzare, tirava in giù, così io crollai sotto il peso del cadavere. Fu una brutta caduta e io restai ad annaspare nella rena polverosa. Con gli occhi umidi, le stelle mi apparivano più lunghe, ciascuna un bastoncino.
Poi Romilayu fece con voce dura: «Arrivano, arrivano.»
Mi tirai su di sotto il morto, e dopo che ebbi le mani libere, lo spinsi nella voragine. Qualcosa dentro di me chiedeva perdono al morto. Qualcosa del genere: "Oh, straniero, non esser triste. Ci siamo conosciuti e subito divisi. Non ti ho fatto del male. Ora va' per la tua strada e non mettere sul mio conto quel che è successo." Chiusi gli occhi e lo lasciai andare ed egli cadde sul dorso, o così mi parve dal tonfo che sentii.
Poi, sempre in ginocchio, mi volsi a guardare quel che era successo. Presso la nostra capanna c'erano diverse torce e sembrava che qualcuno cercasse o noi o il morto. Dovevamo buttarci anche noi giù per il burrone? In questo modo saremmo diventati degli evasi, e per mia buona fortuna non ebbi forza per tentare il salto. Non ero libero nei movimenti, e sentivo gran dolore alle glandole della bocca. Così restammo fermi lì, fino a che non ci scoprì il chiaro della luna e un tipo col fucile ci venne incontro correndo.
Ma non aveva atteggiamento ostile: se la fantasia non mi ingannava, addirittura ci rispettava. Disse a Romilayu che il funzionario voleva rivederci e nemmeno guardò oltre l'orlo del burrone, e non fece parola del cadavere.
Ci fecero ritornare al cortile, e senza indugio ci portarono dinanzi al funzionario. Cercai le donne e le scoprii addormentate su certe pelli ai due capi del letto maritale. Gli uomini che aveva mandato a prenderci entrarono con le torce.
Se avevano intenzione di accusarmi di sacrilegio io ero senz'altro colpevole, poiché avevo disturbato il riposo del loro morto.
Avevo qualche punto a mio favore, pur non intendendo affatto difendermi. Così aspettavo, un occhio mezzo chiuso, per sentire cosa aveva da dirmi questo tipo magro con la parrucca e coi polsini di pelo di leopardo. Mi disse di sedermi ed io obbedii, lasciandomi andare su di un basso sgabello con le mani sulle ginocchia e il viso teso con molta attenzione.
Ora, il funzionario non fece parola del cadavere, ma mi fece, all'opposto, una serie di domande curiose, l'età per esempio, e lo stato di salute e se ero sposato e se avevo figli. A tutte le mie domande, tradotte da Romilayu, nella cui voce si avvertiva la paura, il funzionario rispondeva con profondi inchini e aggrottava le sopracciglia, ma in segno di simpatia, come se approvasse quel che sentiva dire. Giacché non faceva parola del morto, io gli ero grato e obbligato, se non vi dispiace, e pensai, con una certa dose di soddisfazione, e fors'anche di giubilo, che ormai era superata la prova che essi mi avevano apparecchiato. Era stata dura, dolorosa, ma alla fine la mia fermezza aveva reso.
Volevo tracciare la mia firma? Per confrontarla con quella del passaporto, pensai. E con gran buona volontà firmai con le mie dita libere e leggère, dicendo fra me: "Ah, ah! Oh, ah, ah, ah, ah, ah, ah! Benone. Eccovi il mio autografo." Dov'erano le signore?
Dormivano con quelle loro grandi soddisfatte bocche orizzontali e con le teste tonde, rasate, ben fatte. E le portatrici di torcia? Reggevano la luce sfrigolante da cui si levava un futuro peloso.
«Be', tutto a posto ora? Credo che vada tutto bene.» Ero proprio compiaciuto, e mi sembrava di aver concluso chissà cosa.
Ora il funzionario fece una strana richiesta. Volevo, prego, togliermi la camicia? A questa domanda io indugiai un poco e chiesi perché. Romilayu non poteva dirmelo. Ero alquanto turbato ed a bassa voce gli feci: «Ascolta, che affare e questo?»
«Non so.»
«Allora domandaglielo.»
Romilayu obbedì, ma per tutta risposta quello ripetè l'ordine.
«Chiedigli,» dissi, «se poi ci lascia andare a dormire in pace.»
Come se avesse capito, il funzionario accennò di sì, ed io mi sfilai la camicia, che aveva gran bisogno d'essere lavata. Il funzionario allora mi si avvicinò, mi guardò da vicino, cosa che mi fece sentire a disagio. Mi domandavo se per caso mi avrebbero costretto a lottare, fra i Wariri, come era successo con Itelo; pensai che forse ero capitato in una zona dell'Africa dove era di moda la lotta, come forma consueta di presentazione. Ma invece non pareva che questo fosse il caso, ora.
«Ebbene, Romilayu,» dissi, «può darsi che ci vogliano vendere come schiavi. Dicono che la schiavitù esista ancora nell'Arabia Saudita. Dio! Che schiavo sarei! Ah, ah!» Ero ancora agitato nel cervello, ecco. «Oppure vogliono mettermi in una fossa, coprirmi di braci, e arrostirmi? Lo fanno i pigmei con gli elefanti. Ci vuole una settimana circa.»
E mentre io scherzavo in questo modo, il funzionario continuava a misurarmi. Gli indicai il nome Frances, tatuato a Coney Island tanti anni prima, e gli spiegai che quello era il nome della mia prima moglie. Non parve che la cosa lo interessasse molto.
Mi rimisi la camicia e dissi: «Chiedigli se possiamo vedere il re.» Questa volta il funzionario era disposto a rispondermi. Il re, tradusse Romilayu, voleva vedermi l'indomani e parlare con me nella mia lingua.
«Benissimo,» feci, «ho un paio di cose da chiedergli.»
Domani, ripetè Romilayu, il re voleva vedermi. Sì, sì. La mattina, prima che cominciassero le cerimonie per porre fine alla siccità; le cerimonie sarebbero durate un giorno intero. «Oh, è così?» dissi. «In tal caso abbiamo bisogno di un po' di riposo.»
Così finalmente ci concessero di riposarci, per quel po' di notte che restava. Ma presto cantarono i galli ed io mi svegliai e mi resi conto prima delle nubi rosse, spumose, poi del gran fascio di luce dell'alba vicina. Allora mi tirai su, ricordando che il re voleva vederci di buon'ora. Proprio accanto alla porta, contro la parete, seduto in posizione identica alla mia, c'era l'uomo morto. Qualcuno era andato a riprenderlo in fondo al burrone.



CAPITOLO DODICESIMO
Imprecai: «Questo è lavaggio dei cervelli.» Ma decisi che non sarebbero riusciti a farmi impazzire. Avevo visto uomini morti, prima di quello, tanti. Durante l'ultima guerra divisi il continente europeo con quindici milioni di morti, anche se è vero che proprio il caso singolo è il peggiore. Il cadavere era tutto coperto della polvere in cui l'avevo gettato, ed ora che me lo avevano riportato, era segno che i miei rapporti con lui non costituivano più un segreto. Decisi di starmene lì ad aspettare gli eventi. Non c'era altro da fare. Romilayu dormiva ancora, con la mano fra le ginocchia e l'altra sotto il mento grinzoso. Non vidi motivo per svegliarlo. E lasciandolo nella capanna con il morto, uscii all'aria aperta. Mi rendevo conto di una grande singolarità, o in me, o nel cadavere, o in ambedue. Forse mi stava venendo la febbre di cui soffrivo da qualche tempo. Era accompagnata da una sensazione di prurito al petto, come un'ansia, un desiderio.
Spiccatissimo nei nervi fra una costola e l'altra. Era una di quelle sensazioni miste, come quella che si prova fiutando vapori di benzina. L'aria era calda e languida attorno al mio viso; i colori vivissimi. Quei colori erano straordinari. Certamente tutte le mie impressioni erano una conseguenza della tensione e dello scarso sonno.
Poiché quello era giorno di festa, la città già cominciava a levarsi, la gente correva in giro, e non riuscii a capire se sapeva chi altro c'era nella capanna assieme a me e a Romilayu. Dalle pareti di paglia si levava un odore dolce, drogato. Evidentemente in questo posto cominciavano a bere all'alba; c'era anche una certa dose di quel che pareva fracasso di ubriachi. Azzardai qualche passo intorno e nessuno mi dimostrò particolare attenzione, e questo io lo interpretai come un buon segno. Pareva che ci fosse qualche lite in famiglia, e certi vecchi erano particolarmente noiosi e seccanti. Di questo mi meravigliai. Un sassolino mi colpì sul casco, ma io ritenni che non fosse diretto a me, perché i ragazzini facevano la sassaiola e si rotolavano nella polvere. Da una capanna corse una donna e li scacciò urlando e tirandoli per il braccio. Non parve molto stupita di trovarsi faccia a faccia con me; si volse e rientrò in casa. Io feci capolino e vidi un vecchio disteso su una stuoia di paglia. Lei gli montò sulla schiena coi piedi nudi e gli fece una sorta di massaggio inteso a raddrizzargli la spina dorsale, dopodiché gli versò addosso grasso liquido e gli strofinò sapientemente costole e pancia. Il vecchio raggrinzava la fronte e la sua barba grigia si aprì. Mostrando i grandi vecchi denti mi sorrise, e roteò gli occhi verso l'ingresso su cui io stavo.
"Che succede qua dentro?" pensavo e me ne andai per i vicoli stretti e corti a guardare nei cortili e oltre le staccionate, con cautela, naturalmente, e senza scordare Romilayu addormentato e il morto seduto contro la parete. Diverse giovani donne indoravano le corna del bestiame, e si dipingevano e si ornavano l'un l'altra con penne di struzzo, penne di avvoltoio e altre cose. Certi uomini, a mo' di collana, portavano sotto il mento mandibole umane.
In attesa dei sacrifici innalzavano e imbiancavano idoli e feticci.
Una vecchia coi capelli in tante treccioline rigide aveva versato farina gialla su una di quelle immagini e ci agitava sopra una gallina da poco uccisa. Intanto cresceva il rumore e ad ogni istante se ne aggiungeva uno nuovo, un crepitio, un tamburello, un tamburo più robusto, uno squillo di corno, un colpo di fucile.
Vidi Romilayu uscire dalla porta della nostra capanna e non occorreva essere buon osservatore per vedere in che stato fosse.
Gli andai incontro e quando egli mi scorse sopra la folla adunata, forse avvistando la bianca conchiglia che avevo in capo, il casco, prima d'ogni altra cosa, si portò la mano alla guancia, all'improvviso.
«Sì, sì, sì,» dissi, «ma che possiamo farci? Dobbiamo solo aspettare. Può darsi che non sia niente. Comunque il re... come si chiama, l'amico di Itelo, dobbiamo incontrarlo stamani. Da un momento all'altro mi manda a chiamare, e io discuterò con lui. Non ti affliggere, Romilayu. Saprò presto come si mettono le cose. Non ti abbattere. Porta la nostra roba fuori dalla capanna e tienila d'occhio.»
Poi, a passo rapido di marcia sul ritmo dei tamburi, grandi tamburi trasportati da donne di statura insolita, soldatesse o amazzoni del re, Dahfu, venne per strada una banda di gente che recavano grandi ombrelli. Sotto uno di essi, un affare enorme color fucsia, di seta, avanzava un uomo corpulento. Sotto un altro ombrello non c'era nessuno ed io pensai, giustamente, che lo avevano mandato per me. «Vedi,» dissi a Romilayu, «non manderebbero quell'articolo di lusso a un uomo che avessero intenzione di liquidare. Questa è una deduzione fulminea. Un'intuizione, ma credo che non ci sia motivo di preoccuparci, Romilayu».
I tamburini marciavano a passo svelto e gli ombrelli ruotavano e danzavano in tondo, pesanti, a tempo. Man mano che avanzavano questi baldacchini di seta orlati e frangiati, i Wariri si facevano da parte. L'uomo corpulento, con un sorriso sulle labbra, mi aveva già visto e mi tendeva il braccione, col capo alto e col sorriso pareva volermi mostrare che mi dava il benvenuto di tutto cuore. Era Horko, che poi seppi essere zio del re. Il vestito che indossava, di stoffa scarlatta, era avvolto tutt'intorno al corpo, dalle caviglie al petto e alle ascelle, così stretto che il grasso traboccava sotto il mento e sulle spalle. Due rubini (o forse granati) gli tiravano la carne morbida delle orecchie. Aveva un viso possente, grave. Quando uscì dall'ombra del parasole, la luce gli si specchiò negli occhi, che parvero più rossi che neri.
Quando alzò il ciglio, tutto lo scalpo si spostò all'insù, e una decina di rughe gli si scavarono sul capo, fino all'occipite. Aveva i capelli fitti e corti, come grani di pepe, a ricciolini minutissimi.
Cordiale mi tese la mano, alla maniera civile e si mise a ridere. Così mostrò una bella lingua larga e grassa, tutta rossa come se stesse succhiando una caramella. Cercando di adattare il mio stato d'animo al suo, io, cadavere o non cadavere, mi misi a ridere e toccai Romilayu alle costole e dissi: «Vedi? Vedi? Cosa ti avevo detto?» Ma Romilayu, timoroso, non accettava di convincersi sulla base di quella prova così fragile. La gente del villaggio ci venne attorno, ridendo insieme a noi, con più fragore di Horko, scuotendo le spalle ed intrecciando una pantomima dinanzi a me. Parecchi erano ubriachi di pombo, la birra locale. Le amazzoni, vestite di tuniche di pelle senza maniche, li spinsero via. Non dovevano avvicinarsi troppo a Horko e a me. La tunica a corsetto era l'unico indumento che avessero indosso queste grandi donne, di struttura pesante, corpulenta, e larghe oltremodo nel didietro.
«La mano, la mano,» dissi a Horko, ed egli mi invitò a prender posto sotto l'ombrello vuoto. Era davvero un articolo di lusso, un ombrello da mille dollari, semmai ne avevo visto uno.
«Il sole è caldo,» dissi, «anche se sono appena le otto del mattino. Ti ringrazio della cortesia.» Mi asciugai la faccia, feci qualche gesto di amicizia, sfruttando insomma la situazione al massimo, e cercando di mettere la maggior distanza possibile fra me ed il cadavere.
«Io Horko» disse, «zio Dahfu.»
«Oh, tu parli la mia lingua,» dissi, «be', son fortunato. E re Dahfu è tuo nipote, vero? Ehi, ma senti? E andiamo a trovarlo, ora? I signori che ci hanno interrogato ieri sera dicevano così.»
«Mio zio, sì,» disse. E diede un ordine alle amazzoni, le quali fecero un fronte-a-destra che sarebbe certo stato rumoroso, se ai piedi quelle donne avessero avuto le scarpe, e cominciarono a pestare il passo di marcia sul ritmo dei tamburi. Ricominciarono gli ombrelli a oscillare fiammanti e la luce giocava mirabilmente sulla seta umida, secondo il giro. Pareva che il sole si posasse di buon grado su di loro. «Andare palazzo,» disse Horko.
«Andiamo,» risposi «ne ho gran voglia. Ci siamo passati dinanzi ieri, venendo in città.»
Magari non lo ammettevo, ma ero preoccupato. Itelo aveva grande opinione del suo vecchio compagno di scuola, Dahfu, ed aveva parlato di lui come se fosse chissà qual uomo eccezionale, ma sulla base dell'esperienza sinora avuta con i Wariri c'erano poche ragioni per sentirmi a mio agio.
Dissi, alzando la voce sopra il rullio dei tamburi: «Romilayu, dov'è Romilayu, il mio uomo?» Mi preoccupava, vedete, il pensiero che dessero a lui la colpa di quanto era successo col cadavere. Gli consentirono di mettersi dietro di me, in corteo, portando tutto il carico. Stanco e spazientito, s'incurvava sotto il doppio fardello. Nemmeno da pensare che io potessi portare qualcosa.
Avanzammo a passo di marcia. Se si considera la grandezza degli ombrelli e dei tamburi, era eccezionale la nostra velocità. Correvamo innanzi, con le amazzoni davanti e di dietro che battevano i tamburi. Ai lati della strada si allineavano gli spettatori, ed alcuni si piegavano per guardarmi in viso sotto la doppia tettoia dell'ombrello e del casco. Migliaia di mani e di piedi instancabili io vidi, e visi scintillanti di calore e di curiosità o di tensione o di senso della festa. Galline e porci ci tagliavano la strada. Strilli acuti, urli e strida di scimmie si intrecciavano al tonfo dei tamburi.
«Che contrasto,» dissi, «con ieri, che tutto era così tranquillo! Perché, signor Horko?»
«Ieri giorno triste. Tutto popolo digiuno.»
«Condanne a morte?» chiesi all'improvviso. Da una forca a sinistra del palazzo un po' distante io vidi, o credetti di vedere, corpi penzolanti a capo all'ingiù. Per uno strano effetto di luce erano piccoli, come bambole. A volte l'atmosfera agisce come una lente che, anziché ingrandire, rimpiccolisca. «Spero che siano fantocci,» dissi. Ma il cuore mi diceva altrimenti. Non c'era da meravigliarsi che non si fossero preoccupati del cadavere. Cos'era un cadavere per loro? A quanto pare li maneggiavano senza alcun ritegno. Con la febbre che mi cresceva dentro, aggiunta al prurito sul petto, in viso mi nacque una strana sensazione di pienezza. Paura. Non esito ad ammetterlo. Voltai gli occhi verso Romilayu, ma egli strascicava i piedi sotto il peso dei nostri bagagli, e poi c'era una fila di amazzoni che ci separava.
Così dissi a Horko, e fui costretto a urlare per via dei tamburi: «Sembra un branco di gente morta.» Avevamo abbandonato i vicoli stretti ed eravamo in uno slargo che conduceva al palazzo.
Scosse il testone, sorridendo con la lingua rossa, e si toccò un orecchio, dal lobo del quale pendeva un gioiello rosso. Non mi sentiva.
«Morti!» dissi. E poi fra di me: "Non si chiedono informazioni con questa voce disperata." Infatti avevo il viso accaldato e gonfio e ansioso.
Egli rideva: non poteva ammettere di avermi capito nemmeno quando gli recitai la pantomima di un corpo appeso a capo di una fune. Avrei pagato quattromila dollari in contanti per avere in cambio Lily, lì, un attimo soltanto, e vedere come sarebbe riuscita a far quadrare quelle cose con la sua idea di bontà. E di realtà.
Avevamo avuto una tremenda discussione sulla realtà, in conseguenza della quale Ricey era fuggita e tornata a scuola col bambino di Danbury. Io ho sempre sostenuto che Lily né conosce né ama la realtà. Io? Io amo la vecchia troia così com'è e mi piace pensare d'esser pronto ad accogliere anche il peggio che essa abbia da offrirmi. Io veramente adoro la vita, e se non posso raggiungerla in faccia, lascio andare il mio bacio un poco più in basso. Per chi mi capisce non c'è bisogno di altre spiegazioni.
Era una consolazione, in mezzo a tante paure, immaginare che Lily non sarebbe stata capace di rispondermi. Anche se ora non riesco a credere, nemmeno per un istante, che ci sia qualcosa capace di scuoterla. Certo, avrebbe avuto la sua risposta pronta. Ma intanto avevamo traversato la piazza d'armi e le sentinelle ci avevano aperto il cancello rosso. Qui erano le cave tazze di pietra del giorno prima, con quei fiori ardenti che sembravano gerani. Era il cortile interno al palazzo, un palazzo di tre piani, con scale esterne e balconate, quadrangolare, come una fattoria di campagna. Al piano terreno le stanze non avevano porta, come tante piccole stalle aperte e nude. E a questo punto non c'era da sbagliarsi: da sotto sentivi giungere il ruggito d'una bestia selvaggia. Solo un leone poteva aver fatto quel rumore. Per il resto, rispetto alle strade della città, il palazzo era silenzioso. Nel cortile c'erano due capannucce, come case di bambole, ciascuna con dentro un idolo cornuto, e imbiancate di fresco la mattina medesima. Fra le due capannucce una striscia di calcina. Sulla torretta sventolava una bandiera stinta dal troppo sole, con una striscia diagonale serpeggiante.
«Da che parte sta il re?» chiesi.
Ma le regole dell'etichetta obbligavano Horko a intrattenermi e a farmi vedere le cose prima di essere ricevuto da Dahfu. Il suo alloggio era al piano terreno. Con grande solennità piantarono a terra gli ombrelli e le amazzoni portarono fuori un vecchio tavolo da gioco. Sopra c'era un panno del tipo di quelli che vendono gli ambulanti siriani, rosso e giallo con complicati arabeschi a ricamo. Poi recarono un servizio d'argento, teiera, piattini, vassoi, eccetera. C'era acqua calda e una bevanda fatta di latte misto a sangue fresco di vaccina, che io rifiutai, datteri e ananassi, pombo, tuberi dolci, e altre piante, zampe di topo che si servono in una specie di sciroppo, ma anche di questo io feci a meno. Mi limitai a mangiare qualche tubero dolce ed a bere il pombo, una bevanda forte che agì quasi subito sulle mie gambe e sulle mie ginocchia. Eccitato e febbricitante com'ero ne ingoiai diverse coppe. Poiché non c'era nulla di fuori a darmi sostegno (il tavolo era quanto mai instabile) mi ci voleva almeno qualcosa di dentro. Pensavo che fra poco mi sarei sentito male, e quasi quasi lo speravo. Non riesco a sopportare un'agitazione come quella. Feci del mio meglio per recitare la mia parte di ospite con Horko.
Egli mi invitò ad ammirare il suo tavolo, e per tenermelo buono io gli feci parecchi complimenti al riguardo, e gli dissi che a casa mia ne avevo uno proprio uguale. E infatti ce l'ho, in soffitta. Mi ci ficcai sotto quando volevo ammazzare il gatto. Gli dissi anche che il mio non era bello come il suo. Ah, peccato che non potessimo, come due signori di pari età, sederci a godere quella bella pacifica mattinata africana. Ma io ero un evaso, un malfattore multiplo, e soffrivo quanto mai per gli avvenimenti della notte prima. Pregustavo la spiegazione che avrei avuto con il re, e diverse volte pensai che fosse tempo di alzarci, e scossi la mia gran mole di corpo, e feci per avviarmi, ma il protocollo non lo consentiva ancora. Cercavo di essere paziente e maledicevo quella mia paura sprecata. Horko, soffiando, si piegò sul fragile tavolo, con quelle nocche che parevano di legno, e afferrò il manico della teiera d'argento. Mi versò della roba calda che aveva il gusto del fieno fermentato. Ma c'erano mille vincoli che mi tenevano stretto, così alzai la coppa e la sorseggiai con grande cortesia.
Finalmente terminò il ricevimento di Horko ed egli mi fe’cenno che potevo alzarmi. Le amazzoni, a tempo di record, portarono via il tavolo e le altre cose, e si schierarono per scortarci fino dal re. Avevano il di dietro bucherellato come un colatore.
Raddrizzai il casco, tirai su i pantaloni, strofinai le mani sulla camicia, perché le avevo umide ed al re volevo dare una stretta di mano calda e secca. Vuol dire molto. Ci avviammo a passo di marcia verso una delle scale. Dov'era Romilayu? chiesi a Horko.
Egli sorrise e rispose: «Oh, bene. Oh, oh, bene.» Salivamo su per la scala e vidi Romilayu là sotto, in attesa, per terra, le mani sulle ginocchia e la spina dorsale curva che sporgeva dalla pelle.
Poveretto! pensai. Devo far qualcosa per lui. Appena avrò chiarito le cose lo farò. Assolutamente lo farò.
Dopo la tragedia in cui l'ho trascinato gli debbo veramente un compenso.
La scala esterna, larga, comoda, girava attorno all'edificio: ci trovammo dall'altro lato. C'era un albero, che oscillava e scricchiolava perché diversi uomini erano occupati in una strana faccenda: sollevavano grandi massi fin sui rami con corde e rozze pulegge di legno. Urlavano a quelli di sotto che tiravano su i massi ed i volti scintillavano dalla luce del duro lavoro. Horko mi disse - ma io non compresi se lo credeva davvero - che c'era un rapporto fra pietre e nubi, per la pioggia che essi volevano far cadere per mezzo della cerimonia ventura. Parevano tutti fiduciosi che oggi sarebbe caduta la pioggia. La sera prima il funzionario, con quella sua parola, «wak-ta,» e le dita, aveva espresso l'acquazzone. Ma in cielo non c'era nulla. C'erano soltanto, e lontani, quei massi rotondi sui rami, che a quanto pare dovevano rappresentare le nubi cariche di pioggia. Giungemmo al terzo piano, dove aveva il suo alloggio il re Dahfu. Horko mi guidò per stanze larghe, ma basse di soffitto, che parevano sostenute chissà come dal disotto. Le travi io non le avrei garantite. C'erano tende e drappi appesi. Ma le finestre erano strette, e poco si vedeva, se non quando irrompeva un raggio di sole a mostrare una fila di lance, un basso sedile, o la pelle di un animale. Alla porta dell'appartamento regale, Horko se ne andò. Io non me l'aspettavo e dissi: «Ehi, ma dove va?» Ma una delle amazzoni mi prese per il braccio nudo e mi spinse oltre la porta. Prima di scorgere Dahfu avvertii numerose donne – venti o trenta mi parvero a prima vista - avvertii la densità delle donne nude, la loro volupté (in questo caso serve solo la parola francese), che mi gravava addosso d'ogni parte. Il calore era grande e l'odore predominante era femminile. L'unica cosa paragonabile a tutto questo, in quanto a temperatura e strettezza, era un'incubatrice:
anche il soffitto basso suggeriva questa associazione. Seduta presso la porta su di un alto sgabello, che somigliava a quelli che un tempo usavano i contabili, c'era una vecchia grigia, pesante, con la tunica da amazzone ed un berretto militare del tipo che portavano i soldati italiani alla fine del secolo. Mi strinse la mano a nome del re.
«Piacere,» dissi.
Il re! Le donne mi fecero strada, aprendosi lentamente ed io lo vidi dall'altra parte della sala, disteso su di un sofà verde, lungo circa tre metri, a mezzaluna, rivestito di stoffa greve, profondo e rigonfio. Su questo arnese di lusso il re riposava perfettamente, ed il suo corpo ben fatto, atletico nelle brache di crespo di seta al ginocchio, pareva galleggiarvi. Attorno al collo aveva una sciarpa bianca ricamata d'oro. Ai piedi un paio di babbucce intonate, cioè di satin bianco. Nonostante la febbre e la preoccupazione ammirai il re, mentre lo consideravo. Come me era un uomo grosso, un metro e ottanta e anche più stimai, e veramente regale in quella posizione di riposo. Le donne provvedevano ad ogni suo bisogno. Di tanto in tanto una gli asciugava il viso con un pezzo di flanella, un'altra gli strofinava il petto, un'altra ancora gli riempiva la pipa, e tirava qualche boccata perché non si spegnesse.
Mi avvicinai incespicando. Ma prima che mi fossi avvicinato troppo una mano mi diresse, ed a un metro e mezzo dal sofà verde fu posto un sedile per me. Fra me e lui, in una grande ciotola di legno, c'erano due teschi umani, avvicinati guancia a guancia. Le fronti scintillavano con quella luce gialla che hanno i teschi, ed io mi vedevo dinanzi le orbite degli occhi e i fori del naso e le due doppie file di denti.
Il re osservò il mio sguardo incerto, e parve sorridere. Aveva le labbra grandi e tumide, i tratti del viso quanto mai negroidi, e disse: «Non ti preoccupare. Servono per la cerimonia di questo pomeriggio.» Certe voci, quando le hai udite, non cessano mai di risuonarti in testa, e proprio una voce siffatta mi parve la sua, appena ebbi udite le prime parole. Mi sporsi in avanti per guardare meglio. Il re si divertiva moltissimo a vedermi allargare le mani sul petto e sulla pancia, come a trattenere qualcosa, e si alzò per esaminarmi. Una donna gli fece scivolare un cuscino dietro la testa, ma lui lo sbattè a terra e si rimise disteso. Io pensavo: "Ancora la mia buona fortuna non è finita." Perché capivo che l'imboscata e la cattura e l'interrogatorio, e tutta la storia del nostro alloggio assieme al morto non avevano come causa il re. Non era un uomo di questo tipo ed io, pur non avendo ancora capito di che tipo fosse, già cominciavo a sentirmi contento di averlo incontrato.
«Ieri pomeriggio ho avuto notizia del vostro arrivo. Ero eccitatissimo. Stanotte quasi non ho dormito, pensando al nostro incontro. Oh, ah, ah. Proprio non mi ha fatto bene,» disse.
«Strano, nemmeno io ho dormito molto» dissi. «Ho dovuto contentarmi di qualche ora appena. Ma sono lieto di conoscerti, re.»
«Oh, son molto contento anch'io. Veramente. Mi dispiace che tu non abbia dormito. Ma sono contento. Per me questa è una grande occasione. Interessantissima. Sii il benvenuto.» «Ti porto i saluti del tuo amico Itelo,» dissi.
«Oh, hai incontrato gli Arnewi? Vedo che tu intendi visitare i luoghi più remoti. Come sta il mio carissimo amico? Mi manca. Avete fatto la lotta?»
«Certamente.»
«E chi ha vinto?»
«Quasi alla pari.»
«Be',» disse, «mi sembri persona interessantissima. Specialmente dal punto di vista fisico. Eccezionale,» disse. «Non mi pare di aver mai incontrato gente del tuo stampo. Ebbene, Itelo è molto forte. Non son riuscito a batterlo, e questo gli ha fatto molto piacere. Sempre così.» «Ormai comincio a sentire gli anni,» dissi.
E il re: «Ma no, sciocchezze. Tu mi sembri un monumento. Credimi, non ho mai visto un uomo ben dotato come te.»
«Spero, maestà, che tu ed io non dovremmo mai scendere sul tappeto.»
«Oh, no, no. Non abbiamo questa consuetudine. Non è un uso nostro. Ti debbo chiedere perdono, se non mi alzo a stringerti la mano. Chiedo alla mia generalessa, Tatu, di farlo in vece mia, perché mi ripugna alzarmi. E' una questione di principio.» «Davvero? Davvero?» chiesi.
«Quanto meno mi muovo, quanto più mi riposo, tanto meglio posso badare ai miei uffici. A tutti i miei uffici. Compresa la prerogativa di un così vasto numero di mogli. Forse a prima vista non pare, ma la mia è un'esistenza quanto mai complessa, che mi impone di controllarmi. Signore, dimmi in tutta franchezza...» «Mi chiamo Henderson,» feci. Dal suo modo di agitarsi, e dalla maniera in cui prese la pipa, capii che mi stava sottoponendo a una prova.
«Signor Henderson. Sì, avrei dovuto chiedertelo. Scusami se trascuro le norme della cortesia. Ma non so dirti cosa provo ad averti qui... un'ottima occasione per parlare in inglese. Molte cose mi son mancate da quando son tornato. Non lo avrei creduto, negli anni della scuola. Tu sei il mio primo ospite civile.»
«Non viene molta gente dalle vostre parti?»
«Preferiamo così. Abbiamo deciso per l'isolamento ormai da parecchie generazioni, e fra queste montagne siamo nascosti meravigliosamente bene. Ti sorprende il fatto che io parlo inglese? Direi di no. Te lo deve aver già detto il nostro amico Itelo. Mi piace tanto il carattere di quell'uomo. Abbiamo vissuto insieme tante esperienze. Mi dispiace proprio di non essere per te una sorpresa maggiore.»
«Non te ne preoccupare. Sono molto sorpreso. Il principe Itelo mi ha detto tutto di quella scuola che frequentavate insieme a Malindi.» Come ho già detto, io mi trovavo in uno stato di ansia febbrile ed ero confuso dagli eventi di quella notte. Ma c'era qualcosa in questo uomo a convincermi che noi avremmo potuto accostarci insieme a certe cose fondamentali. Mi basavo solo sul suo aspetto e sulla sua voce, perché fino a questo momento m'era parso che ci fosse nel suo atteggiamento una punta di frivolezza, e che egli intendesse mettermi alla prova. In quanto alla lontananza del territorio dei Wariri, stamani, date le mie particolari condizioni di spirito, il mondo non era più lo stesso; assumeva l'aspetto di un organismo, di una cosa mentale, fra le cui cellule io mi fossi trovato a vagare. Dallo spirito era venuta la spinta, attraverso lo spirito s'era stabilito il mio corso d'azione, e perciò nulla, sulla faccia della terra, poteva più sorprendermi. «Signor Henderson, ti sarei grato se tu volessi darmi una risposta sincera a una domanda che sto per farti. Di queste donne nessuna può capire, perciò non occorre che tu esiti. Mi invidi?» Non era momento di dire bugie.
«Vuoi dire se mi piacerebbe cambiarmi con te? Ebbene, diavolo, maestà - senza mancarti di rispetto - mi pare che tu sia in una situazione invidiabile. Ma d'altro canto, non potresti trovare peggior termine di confronto. Chiunque la vincerebbe paragonato a me.»
Sul suo viso nero il naso era schiacciato, ma non privo di fronte. Gli occhi scuri e insieme rossi dovevano essere una caratteristica di famiglia, perché li avevo osservati anche nello zio Horko. Ma nel re c'era una qualità, un grado più alto di luce. Ed ora voleva sapere, lo stesso tipo di domande: «E' per via di tutte queste donne?»
«Be', anche se io ne ho conosciuto alcune, maestà,» dissi «anche se non tutte contemporaneamente. E questo mi par essere il caso tuo. Al momento mi trovo sposato bene. Mia moglie è una persona eccezionale, e la nostra è un'unione molto spirituale. Non ignoro i suoi difetti; a volte le dico che ella è l'altare del mio ego. E' una brava donna, anche se un poco ricattatoria. E poi ha nel sangue una certa dose di acrimonia verso il prossimo. Ah,ah.» Vi ho già detto che mi sentivo un po' sfasato, dentro. E poi dissi: «Perché ti invidio? Tu sei nel cuore del tuo popolo. Essi han bisogno di te. Guarda come ti stanno attorno e provvedono ad ogni tuo bisogno. E' chiaro che ti stimano moltissimo.»
«Finché conservo la mia giovinezza e la mia forza originaria,» fece, «ma hai idea di quello che mi succederà appena le avrò perse?» «Cosa ti...?»
«Proprio queste signore, di cui pare non valga la pena di occuparsi, mi si presenteranno e poi il Bunam, che da noi sarebbe il gran sacerdote, con gli altri sacerdoti della congrega, mi porteranno nella macchia e lì mi strangoleranno.»
«Oh, no, perdio!» feci.
«Proprio così. Ti sto dicendo, e con la massima sincerità, cosa deve attendersi il re dei Wariri. Il sacerdote attenderà fino a che non compaia un baco sul mio corpo, lo avvolgerà in un pezzo di seta e lo porterà al popolo. Lo mostrerà pubblicamente, dichiarando che è l'anima del re, la mia anima. Poi ritornerà nella macchia e, trascorso un certo tempo, porterà a casa un cucciolo di leone spiegando che il baco si è trasformato in leone. E dopo un altro periodo di tempo, annunceranno al popolo che il leone si è convertito nel nuovo re. E costui sarà il mio successore.»
«Strangolato? Tu? E' atroce. Che razza di sistema è questo?»
«Mi invidi ancora?» disse il re, pronunciando le parole a bassa voce, con quella sua bocca grande, calda, che pareva gonfia.
Esitavo e lui fece: «Dopo averti osservato un poco ecco quel che deduco: forse tu sei vittima di una passione simile.»
«Che passione? Vuoi dire l'invidia?» dissi impermalito e dimentico. Udendo quella nota d'ira, le amazzoni della guardia, schierate dietro le mogli e lungo i muri della stanza, cominciarono ad agitarsi, allarmate. Bastò una sillaba dalle labbra del re a placarle. Poi lui si schiarì la gola, tirandosi su dal divano, e una delle bellezze nude gli porse un vassoio perché ci sputasse. Tirò un po' di sugo di tabacco dalla pipa, ma non gli piacque e la buttò via. Un'altra signora la raccolse e ne pulì la cannuccia con uno straccio.
Sorrisi, ma son certo che il mio sorriso parve una smorfia di dolore. Il pelo intorno alla bocca mi si torse. Mi sentivo tuttavia di non poter far domande circa quell'osservazione. Così dissi:
«Maestà, ieri sera è successa una cosa quanto mai fuori del normale. Lasciamo perdere che mi han fatto cadere in trappola e che mi han portato via le armi, ma nella mia capanna, ieri sera, c'era un cadavere. Non che voglia fare rimostranze, perché coi cadaveri so cavarmela. Ho pensato comunque che bisognava avvertirti.»
A queste parole il re parve veramente seccato: non c'era la minima nota insincera nella sua voce quando disse: «Cosa? Son certo che c'è stato un malinteso. Se lo avessero fatto apposta, mi seccherebbe molto. E' una questione di cui voglio occuparmi.»
«Debbo confessare, maestà, che mi son sentito trattato male in quanto ospite, e che la cosa mi ha seccato. Il mio uomo ha avuto un attacco di isteria. Non volevo impicciarmi del vostro morto, tuttavia ho provveduto da me a rimuovere il cadavere. Vorrei solo sapere che cosa significa.»
«Cosa significa?» disse. «Per quanto ne so io non significa nulla.»
«Oh, allora mi sento meglio,» feci io. «Abbiamo passato un paio d'ore terribili, il mio uomo ed io. E durante la notte ce l'hanno riportato.»
«Le mie scuse,» disse il re. «Le mie scuse più sincere. Vere. Capisco che è stato orribile ed anche seccante.» Non mi chiese alcun particolare. Non disse: «Chi era? Che aspetto aveva il morto?» Anzi, nemmeno si occupò di sapere se era un uomo, una donna o un bambino. Io ero così lieto di sfuggire all'ansietà causatami da quella storia, che lì per lì non feci caso alla strana sua mancanza di interesse.
«Ci devono essere parecchi morti fra il tuo popolo, in questo momento,» dissi. «Venendo al palazzo giurerei di aver visto certa gente impiccata.»
Non mi diede una risposta diretta, disse solo: «Bisogna farti uscire da quell'alloggio poco desiderabile. Ti prego d'essere mio ospite al palazzo.»
«Grazie.»
«Manderemo a prendere le tue cose.»
«Le ha già portate il mio uomo, Romilayu, ma non ha ancora fatto colazione.»
«Stai tranquillo, avremo cura di lui.»
«E il mio fucile...»
«Quando ci sarà occasione di sparare lo avrai.»
«Sento un leone,» dissi. «Ha nulla a che fare con quello che mi hai detto circa la morte di...» ma non finii la domanda.
Avevo voglia di confidarmi - così mi faceva sentire: fiducioso - ma poiché evitò la domanda, profittando del ruggito dei leoni, che si sentiva chiaramente da sotto, io non potevo parlare scopertamente e dissi: «Io sono soltanto un viaggiatore.» Seduto com'ero su quello sgabello a tre zampe, potevo dar l'impressione che mi volessi accucciare per evitar domande. La situazione richiedeva un certo contegno, o quiete spirituale che io non avevo. E continuavo ad asciugarmi o strofinarmi anzi il naso con il fazzolettone. Cercai di capire quale delle donne fosse la regina.
Poi, giacché poteva sembrar scortese fissare le varie donne che componevano l'harem, parecchie delle quali morbide, dolci e nere, volsi gli occhi al pavimento, e sentivo su di me lo sguardo del re. Lui pareva a suo agio perfetto, io invece bloccato da una serie di complessi. Lui disteso, galleggiante, io retratto dai crampi. Mi sudavano le gambe, dietro il ginocchio. Sì, lui ascendeva come uno spirito, mentre io affondavo come una pietra, e con i miei occhi così stanchi non potevo evitare di fissare accigliato (e in questo modo sentivo effettivamente la colpa della passione di cui egli si era accorto) tutti i suoi colori, attorno ai quali si esercitava tanta premurosa attenzione. E se davvero ci fosse, in definitiva, da pagare quel prezzo? Pareva a me che egli lo stesse riscuotendo in pieno.
«Ti dispiace se faccio un'altra domanda, signor Henderson? Che tipo di viaggiatore sei tu?»
«Oh... dipende. Ancora non so. Resta da vedere. Sai,» dissi «bisogna essere molto ricco per fare un viaggio così.» Avrei potuto aggiungere, e me ne venne la voglia, che certuni son soddisfatti di essere (Walt
Whitman: "Basta solo essere! Basta respirare! Gioia! Gioia! Ovunque!"). Essere. Altri han voluto divenire. A quelli che sono tocca il meglio. Quelli che divengono debbono sempre presentare spiegazioni e giustificazioni a quelli che sono.
Quelli che sono invece provocano tali spiegazioni. Io sento sinceramente che questa è una cosa che tutti dovrebbero comprendere, per ciò che mi riguarda. Ora Willatale, la regina degli Arnewi, e massima fra le donne bittah, apparteneva a coloro che sono, quant'altri mai. E anche re Dahfu. E se io avessi avuto la prontezza di coscienza necessaria, avrei confessato che il divenire cominciava a sortirmi dalle orecchie. Basta! Basta! Basta col divenire. Tempo di essere! Rompere il sonno dello spirito. Sveglia, America. Morte agli esperti. E invece dissi a questo re selvaggio:
«Credo di essere una specie di turista.»
«O un vagabondo,» disse. «Mi piace quel tuo modo diffidente che sembri ostentare.»
Cercai di fare un inchino, quando egli disse questo, ma ciò fu impedito da una combinazione di fattori, primo fra tutti la mia posizione accucciata, con la pancia contro le ginocchia nude (tra parentesi, avevo gran bisogno di fare un bagno, e stando seduto in quella posizione me ne rendevo ben conto). «Mi fai troppo onore,» dissi. «C'è tanta gente al mio paese che mi stima un barbone, e basta.»
A questo punto della nostra conversazione cercai di tirar le somme, cercai di sentire, con le dita quasi, quali fossero i punti salienti della situazione. Le cose parevano andare lisce, ma quanto erano lisce in realtà? Secondo Itelo questo re, Dahfu, era un grand'uomo. Aveva avuto il nastro azzurro. Prima categoria, avrebbe detto Itelo. E in verità mi aveva fatto un'ottima impressione, ma bisognava anche tenere a mente quel che avevo visto il mattino, bisognava ricordare che mi trovavo in mezzo a selvaggi e che mi avevano alloggiato con un cadavere e che avevo visto quei tipi a testa in giù, impiccati per i piedi, e che il re aveva fatto almeno un'insinuazione ambigua. E poi mi cresceva la febbre, e dovevo fare un grande sforzo per restare vigile. Fissavo duramente ogni cosa attorno a me, comprese quelle donne che invece avrebbero dovuto provocare ben altro atteggiamento. E questo mi causava gran dolore alla nuca e agli occhi. E il mio scopo era di cogliere le cose essenziali, solo le cose essenziali, nient'altro che le cose essenziali, e stare in guardia contro le allucinazioni. Le cose non erano così come sembravano, comunque.
In quanto al re, pareva che crescesse continuamente l'interesse che aveva nei miei riguardi. Con un mezzo sorriso mi studiava sempre più da vicino. Come potevo indovinare i fini, i propositi, che aveva nascosti in cuore? Dio non mi ha dato nemmeno una metà dell'intuizione di cui ho sempre bisogno. Giacché non mi fidavo di lui dovevo almeno cercar di comprenderlo. Comprenderlo? Come avrei potuto comprenderlo?
Diavolo! Era come tirar fuori un'anguilla da uno stufato di pesce, dopo averla fatta a pezzi e cucinata. Questo pianeta reca miliardi di passeggeri, e prima di loro ce ne son stati miliardi, e ancor più miliardi ne verranno, e nessuno, no, nessuno, io posso sperare che comprenda.
Mai. E quando penso a tutta la fiducia che avevo nella comprensione... sapete?... ce n'è abbastanza per piangere. Naturalmente mi chiederete che cosa c'entrano i numeri? E anche quelli ci deprimono: dovremmo essere più aperti, nei riguardi delle moltitudini. Giacché siamo, in quanto a grandezza, a mezza via fra i soli e gli atomi, e viviamo su dimensioni astronomiche, ed ogni cosa, ogni impronta di dito è un mistero, ci dovremmo abituare a vivere sui numeri grandi. Nella storia del mondo molte anime sono state, sono e saranno, ed a rifletterci un poco questo è meraviglioso, non deprimente. A molti questo fa paura, perché temono di restar sepolti vivi sotto la quantità. Sciocchezze. I numeri son molto pericolosi, ma soprattutto umiliano il tuo orgoglio. E questo è bene. Ma io avevo gran fiducia nella comprensione. Ora prendete la frase: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno." Si può interpretarla come una promessa che un giorno saremo liberati dalla cecità, e comprenderemo. Ma d'altro canto può anche significare che con il tempo comprenderemo anche i nostri delitti, e questo a me suona minaccia.
Così me ne stavo seduto con quella mia espressione penosa. O forse sarebbe più esatto e più efficace dire che ascoltavo il brontolio della mia mente. Poi, con mia sorpresa, il re osservò: «Non sembri molto stanco del tuo viaggio. Credo che tu sia molto forte. Oh, parecchio. Lo vedo a colpo d'occhio. Mi hai detto che sei riuscito a farcela con Itelo, alla pari? Forse hai detto così per cortesia. Eppure a prima vista non mi sembri molto cerimonioso. Ma non voglio nasconderti che tu sei un esemplare che sinora non avevo mai visto.»
Prima il funzionario, nel cuore della notte, evitando la domanda del cadavere, mi aveva chiesto di togliermi la camicia in modo di poter studiar meglio il mio fisico, ed ora il re, che esprimeva un interesse analogo. Avrei potuto vantarmi: "Io ho forza abbastanza per correre su per un monte con sulle spalle, per cento passi, il corpo di uno di voi." Infatti ho un certo orgoglio della mia forza (meccanismo compensato rio). Ma c'era stato un notevole vacillamento nei miei sentimenti. Prima mi aveva rassicurato la persona e l'atteggiamento del re ed il tono della sua voce. Mi ero rallegrato. Il mio cuore aveva dichiarato vacanza. Poi era di nuovo sopravvenuto il sospetto, ed ora quella singolare domanda sul mio fisico mi faceva sudare d'ansietà. Se intendevano servirsi di me per il sacrificio, ricordai che un sacrificio ideale deve essere immondo. E dissi che in effetti non ero in ottima salute e che anzi oggi avevo la febbre.
«Non puoi avere la febbre, perché sudi visibilmente,» disse
Dahfu. «Questa è un'altra delle mie caratteristiche,» dissi. «Posso aver la temperatura alta e insieme sudare.» Lui lasciò correre. «E una cosa terribile mi è successa proprio ieri sera, mentre mangiavo un pezzo di biscotto,» aggiunsi. «Una vera sciagura. Mi si è rotto il ponte.» Allargai la bocca con le dita e tirai indietro la testa, per fargli vedere il vuoto. Poi mi sbottonai la tasca e gli mostrai i denti, che ci avevo riposto al sicuro. Il re abbassò gli occhi su quella fossa enorme, la mia bocca. Non sarei capace di descrivere quale fosse la sua impressione, fatto sta che disse: «Mi sembra proprio seccante. E dove è successo?»
«Oh, poco prima che quel tipo mi interrogasse,» dissi. «Come lo chiamate?»
«Il Bunam,» rispose. «Non ti sembra distinto? E' il più alto grado fra tutti i sacerdoti. Non è difficile immaginarsi quale seccatura sia stata per te romperti i denti.»
«Me lo son meritato,» feci. «Mi sarei preso a calci in testa per la mia stupidaggine. Naturalmente con le gengive non posso masticare. Ma se venisse via anche il sostegno? Non so che competenza tu possa avere in fatto di odontoiatria, maestà, ma ti dico che sotto han limato ogni cosa fino alla polpa dentaria, ed io sento una tensione, su quelle gengive, che non c'è tormento paragonabile. Ho avuto assai poca fortuna coi denti, come mia moglie. Naturalmente non pretendo che i denti durino in eterno. Si consumano. Ma non è tutto...» «Ci sono forse altre cose che ti fanno male?» chiese. «Tu hai aspetto di persona fisicamente quanto mai robusta e solida.»
Arrossii e risposi: «Soffro alquanto di emorroidi, maestà. E poi vado soggetto a svenimenti.»
Mostrandomi comprensione chiese ancora: «Non l'epilessia, per caso. Petit mal o grand mal?»
«No,» dissi, «quel che ho io non si può classificare. Sono stato dal più grande specialista di New York, e mi ha detto che non è epilessia. Ma qualche anno fa cominciai a svenire all'improvviso, mentre meno me l'aspettavo. Mi può succedere mentre leggo il giornale, e mentre sto in cima ad una scala a sistemare un'imposta. Un giorno son crollato mentre suonavo il violino. Poi circa un anno fa, mentre salivo sul Chrysler Building, con l'ascensore rapido. Deve essere stata la velocità. Accanto a me c'era una signora con la pelliccia di visone. Le poggiai una mano sulla spalla e lei lanciò un grande urlo e cadde all'indietro.» Dato il mio pluriennale stoicismo, non son capace di raccontare le mie malattie in modo convincente. E poi, dalle mie vaste letture di medicina, so fino a che punto c'è l'anima, proprio l'anima, non dico il bere o roba del genere, alla radice dei miei acciacchi. La cattiveria del mio carattere, ecco cosa mi faceva svenire. E poi il mio cuore ripeteva tanto spesso Voglio, mi sentivo in diritto di una breve dilazione, e mi pareva molto riposante svenire ogni tanto. Comunque cominciavo a comprendere che il re mi avrebbe certamente utilizzato, potendo, perché per quanto fosse cortese, si trovava anche in una condizione particolare rispetto alle mogli. E se si pensa qual era il suo destino, non c'era motivo per cui dovesse dimostrare nei miei riguardi considerazione particolare.
Dissi ad alta voce: «Vostra maestà, è stata una visita meravigliosa e interessante. Chi lo avrebbe mai detto. Nel cuore dell'Africa! Itelo mi ha fatto gli elogi di Vostra maestà. Mi disse che tu sei terribile, e vedo che è vero. Non c'è cosa più degna di ricordo, ma non voglio profittare troppo della tua ospitalità. So che ti stai apparecchiando a far cadere la pioggia, oggi. Così, grazie per l'ospitalità qui al palazzo, e ti auguro buona fortuna per la cerimonia, ma credo che dopo desinare sarà meglio andarcene, il mio uomo ed io.» Appena ebbe sentito la mia intenzione, e mentre io continuavo a parlare, cominciò a scuotere il capo, ed a questo suo gesto le donne mi guardarono con un'espressione che non era affatto amichevole, come se io mettessi a prova la pazienza del re, o lo facessi adirare, causandogli una fatica che sarebbe stato meglio evitargli.
«Oh, no, signor Henderson,» disse. «E' inconcepibile che tu debba andartene subito dopo il tuo arrivo. Tu sei un ospite carissimo e incantevole. Credi pure che per me sarebbe una grave privazione dover perdere la tua amicizia. In ogni modo credo che il destino ci voglia amici intimi. Ti ho già detto quanto mi abbia eccitato la notizia del tuo arrivo. E così, poiché è venuto il momento di iniziare le cerimonie, ti invito ad essere mio ospite.»
Si mise in capo un vasto cappello dalla tesa larga, dello stesso colore purpureo delle brache, ma di velluto. Nella cupola eran cuciti denti umani, per difenderlo dal malocchio. Si alzò dal sofà verde, ma solo per distendersi di nuovo in un'amaca. La portavano le amazzoni con le loro brevi tuniche di pelle. Quattro per lato, misero la spalla ai pali, e queste spalle eran morbide, per quanto esse fossero amazzoni.
La forza fisica mi commuove sempre, specialmente nella donna. Mi piace andare a Times Square ad assistere ai documentari sui Giochi Olimpici, e soprattutto mi piacciono quelle Atalante novelle che corrono e lanciano il giavellotto. Dico sempre:
«Guarda quella! Signori e signore, guardate di cosa è capace una donna!» E' uno spettacolo che ridesta in me il soldato, e insieme l'amante della bellezza. Cercai di sostituire quelle otto amazzoni con otto donne di mia conoscenza - Frances, M.lle Montecuccoli, Berthe, Lily, Clara Spohr e altre - ma fra tutte queste solo Lily aveva la statura giusta. Non riuscivo a mettere insieme una squadra equivalente. Berthe, sebbene forte, era troppo larga e M.lle Montecuccoli aveva il busto largo, ma mancava di spalle.
Queste donne, amiche, conoscenze, amanti, non sarebbero riuscite a portare il re.
A richiesta di sua maestà, mi avviai accanto a lui giù per le scale fino al cortile. Non se ne stava disteso pigramente nell'amaca: la sua figura era davvero elegante, e mostrava la razza. E né razza né eleganza avrei scorto in lui se invece lo avessi conosciuto assieme a Itelo, quando erano studenti a Beirut. Tutti noi abbiamo incontrato studenti africani, e di solito portano vestiti che paiono sacchi ed hanno il colletto grinzoso, perché annodarsi la cravatta non fa parte delle loro abitudini.
Nel cortile Horko si unì al corteo, con ombrelli, amazzoni, mogli, figli che recavano lunghe reste di granoturco, guerrieri con idoli e feticci in braccio, di fresco tinti d'ocra e di calcina, brutti come solo può pensarli la mente dell'uomo. Alcuni erano tutti denti, altri tutti narici, certi avevano affari più grossi del corpo. All'improvviso il cortile fu assai affollato. Il sole picchiava, marcava. Questo sole spelava le porte del mio cuore, come fa l'acetilene sulla vernice. Scioccamente, pensai che stavo per svenire (mi pareva sciocco, per via della mia mole e della mia forza).E pensai anche che era come un giorno d'estate a New York. Avevo sbagliato linea della metropolitana ed invece di arrivare in fondo a Broadway, ero capitato all'angolo fra Lenox Avenue e la 125.ma, e scarpinavo su per il marciapiede.
Il re mi disse: «Anche gli Arnewi hanno difficoltà per l'acqua, signor Henderson?»
Io pensai: «Addio. Questo tipo ha saputo della cisterna.» Ma poi seppi che le cose non stavano così. Nel suo atteggiamento non c'era accenno alcuno a quel fatto; guardava, soltanto, dalla sua amaca il cielo senza nubi e senza vento.
«Ebbene, ti dirò, re,» feci. «Non hanno molta fortuna in quella zona.»
«Oh?» rispose sopra pensiero. «La sfortuna è una loro caratteristica, lo sai? C'è una leggenda secondo la quale un tempo noi eravamo tutt'uno, una sola tribù, ma distinti per ciò che riguarda la fortuna. Nella nostra lingua, li chiamiamo nibai, che si potrebbe tradurre "sfortunati." Sicuro, è questo l'equivalente nella lingua nostra.»
«E' così? I Wariri si reputano fortunati, eh?»
«Oh, sì. In parecchi casi. Noi affermiamo appunto di essere l'opposto, rispetto agli Arnewi. Diciamo infatti Wariri ibai. In altre parole, fortunati Wariri.»
«Davvero? Bene, bene. E tu personalmente che cosa ne pensi? giusto quel modo di dire?»
«I Wariri sono fortunati?» fece a sua volta. Ne ero certo: mi voleva mettere a posto perché io lo avevo diffidato con la mia domanda. Fu un'esperienza per me, vi dico! Fu una lezione. Ma riuscii ad impormi il suo peso in modo così garbato che quasi non me ne accorsi. «Noi abbiamo fortuna,» disse. «E' un fatto, incontrovertibile. Tu non immagini nemmeno quanto sia vero.»
«Perciò tu credi che oggi avremo pioggia?» gli dissi con un sogghigno.
Ma lui rispose quietamente: «Ho visto piovere in giorni cominciati così.» E poi aggiunse: «Credo di comprendere il tuo atteggiamento. Deriva dalla cortesia degli Arnewi. Ti han fatto l'impressione che di solito destano nella gente. Non dimenticare che il re era un mio caro compagno e mi è stato al fianco in certe situazioni che immancabilmente creano fra due persone grande intimità. Ah, sì, conosco le loro doti. Generosi. Dolci. Buoni. Su questo punto sono completamente d'accordo con te, signor Henderson.» Strinsi il pugno sul viso ed alzai gli occhi al cielo, con una breve risata, pensando: Cristo! che persona ho incontrato così lontano da casa. Sì, è consigliabile viaggiare. E credetemi, il mondo è una mente. I viaggi son sempre viaggi mentali. Lo avevo sempre sospettato. Ciò che noi chiamiamo realtà non è altro che pignoleria. Non c'era bisogno di quella lite con Lily, ritto in piedi sul letto matrimoniale, urlante, fino a che Ricey s'impaurì e scappò via col bambino. Sostenevo appunto di conoscere meglio di lei la realtà. Sì, sì, sì. Il mondo dei fatti è reale, è giusto, e non si cambia. Il reparto fisico è tutto lì, e appartiene alla scienza. Ma poi c'è il reparto noumenico, e qui noi creiamo e creiamo e creiamo.
Noi battiamo, presi dall'ansia, le nostre solite strade e crediamo di sapere che cos'è realtà. Così quel che dicevo a Lily era vero.
La conoscevo meglio, giusto, ma perché era mia, piena, dilagante, recando seco le mie somiglianze; mentre la sua recava con sé le somiglianze di lei. Oh, che rivelazione! La verità mi aveva parlato. Aveva parlato a me, Henderson!
Gli occhi del re fissavano i miei con un tale potere di comprensione che io sentii che, volendo, egli avrebbe potuto penetrarmi nell'anima. Investirla. Lo sentivo. Ma giacché io sono ignorante ed incapace per ciò che riguarda le cose superiori – un rozzo principiante, in queste cose, per via della mia natura maltrattata - non sapevo cosa attendermi. Comunque, sotto la luce che brillava negli occhi di re Dahfu io comprendevo che il bombardamento della cisterna non significava la fine di ogni mia speranza. No, signori. Niente affatto. Horko lo zio del re, badava al corteo. Dal palazzo mi giungevano rumori e suoni che soverchiavano ogni altra cosa ch'io avessi sentito da gole e da polmoni mortali. Ma appena ci fu un po' di quiete, il re mi disse:
«Signor Viaggiatore, mi è facile intendere che tu vuoi compiere qualcosa di importante.»
«Giusto, Vostra maestà. Giusto al cento per cento,» dissi e mi inchinai. «Altrimenti avrei potuto starmene a letto a guardare le riproduzioni dei quadri o le diapositive. Ne ho una scatola piena, a colori.»
«Diavolo. Proprio questo volevo dire,» fece. «E il tuo cuore è rimasto in mezzo ai nostri amici Arnewi. D'accordo, sono persone eccellenti. Mi son chiesto spesso se dipende dalla natura o dall'ambiente, e spesso son stato indotto a credere che la causa fosse quel che c'è in loro di innato. A volte vorrei rivedere il mio amico Itelo. Non so cosa pagherei per risentire la sua voce. Purtroppo non posso. I miei doveri... Il bene ti fa impressione, eh, signor Henderson?»
Nel riverbero del sole - minuscole laminette d'oro negli occhi che mi accecavano - feci cenno di sì. Dissi:
«Sì, maestà, è vero. Il vero bene. Il bene vero di fronte a Dio.»
«Sì, capisco quello che pensi,» disse, e mi parlava con una morbidezza misteriosa, piena di desiderio. Non avrei mai creduto di poter ricavare questo da nessuno, meno che mai dall'uomo disteso nell'amaca reale, col cappello scarlatto dalla tesa larga, i denti umani cuciti sopra, gli occhi enormi, morbidi, eccentrici, appena segnati di rosso e la bocca gonfia, rosea. «Dicono,» continuò, «che spesso il male è spettacolare, pieno di ostentazione, e colpisce la fantasia molto più presto del bene. Secondo me questo è uno sbaglio. Forse è vero del bene comune. Tanta, tanta brava gente. Oh, sì. La volontà dice loro di compiere il bene ed essi lo compiono. Che roba ordinaria! Pura e semplice aritmetica. "Ho lasciato incompiuti gli... eccetera che avrei dovuto compiere, ed ho compiuto gli... eccetera che non avrei dovuto." Questo nemmeno possiamo chiamarlo vita. Oh, quanto è sordida la contabilità. Io la penso proprio in maniera opposta, ossia contraria, cioè penso che il bene non può essere fatica o conflitto. Quando è alto e grande, allora è troppo superiore. Oh, signor Henderson, allora è di gran lunga più spettacolare. Deriva dalla ispirazione, non dal conflitto, perché quando un uomo entra in conflitto cadrà e se prende la spada anche di spada perirà. Una volontà mediocre genera un bene mediocrissimo, di nessun interesse. Là dove un uomo traccia la linea di combattimento, ivi è facile che lo troviamo, morto, a testimonianza di un grande unico sforzo.»
Mi affrettai a dire: «Oh re Dahfu... Oh, Vostra maestà!» Mi aveva tanto commosso. Con quelle poche parole pronunciate stando disteso sull'amaca. «Conosci quella regina, quella donna bittah, Willatale? E' zia di Itelo, lo sai? Voleva insegnarmi il grun-tu-molani, ma per un motivo o per l'altro...»
Ma le amazzoni avevano poste le spalle ai pali e l'amaca si alzò e andò avanti. E le grida, l'agitazione. I ruggiti, il rullio profondo dei tamburi, come se gli animali parlassero di nuovo per mezzo delle pelli che un tempo avevano coperto i loro corpi!
Era una valanga di rumore come a Coney Island, o ad Atlantic City o a Times Square la notte di capodanno; all'uscita del re dal cancello la grande cacofonia si lasciava di gran lunga alle spalle tutti i frastuoni che io avessi mai ascoltato.
Urlando chiesi al re: «Dove...?»
Mi piegai verso di lui per udire la risposta: «...possiede uno speciale... un posto... arena,» disse.
Non sentii altro. Il tumulto era grandioso, metropolitano. C'era un tale turbine di uomini e donne e feticci e guaìti come di cani percossi e stridere come di falci arrotate, e corni squillanti e scintillanti nell'aria. Stavano per andare infranti i limiti del suono.
Cercai di difendere il mio orecchio buono ficcandoci il pollice, ma anche quello difettoso aveva una parte di chiasso maggiore di quel che potesse sopportare. Almeno mille abitanti del villaggio dovevano essere nella calca, quasi tutti nudi, molti pitturati e sgargianti, e tutti strillavano, e tutti avevano in mano qualcosa per far rumore. Il tempo era pesante, greve, e il corpo mi faceva male. Era un caldo noioso, impolverato ed a tratti mi sembrava di avere la faccia avvolta nella saia. Ma non ebbi tempo di accorgermi del mio malessere, perché la calca mi spinse avanti, assieme al re. Il corteo entrò in uno stadio - è un termine approssimativo - in un grande spiazzo cintato di legno. Dentro c'era una quadruplice fila di seggi intagliati nella bianca pietra calcarea di cui abbiamo già parlato. Per sua maestà c'era un palco reale, e qui mi sedetti anch'io, sotto un baldacchino con nastri svolazzanti, assieme a mogli, funzionari, e altra gente della casa del re. Le amazzoni con le loro brevi tuniche ed i grandi corpi lisci e le teste ben modellate, rase, immense, tonde come cocomeri, ovali come meloni, lunghe come zucche, stavano di guardia all'intorno. Accompagnato dal suo seguito e dai suoi ombrelli, Horko si inchinò e fece il salamelecco al re. La somiglianza fra questi due uomini ti avrebbe fatto credere che essi potessero trasmettersi i pensieri con un semplice sguardo; a volte succede. Lo stesso naso, gli stessi occhi, lo stesso messaggio latente della razza. Così, in silenzio, a me sembrava che Horko invitasse il suo regale nipote a far qualcosa di cui già prima avevano discusso. Ma dallo sguardo pareva anche che il re non promettesse nulla. Qui egli comandava; su questo non poteva esserci discussione. Trasportato da quattro amazzoni, una per zampa, venne il tavolo. Sopra c'era una ciotola contenente due teschi, che avevo visto poco prima nell'alloggio del re. Ma ora c'erano nastri lega- ti alle orbite, molto lunghi e scintillanti, di colore blu. Li deposero dinanzi al re, che li degnò di un'occhiata e poi non li guardò più. Intanto l'enorme Horko, così fasciato da dover stare a talloni uniti dentro la sua guaina scarlatta, il grasso ammucchiato su verso il mento e le spalle, si prese la libertà di farmi il verso. O almeno mi parve di riconoscere la mia espressione sul viso di lui.
Non me n'ebbi a male, anzi feci un breve inchino, quasi ad ammettere che era stato bravo. Ed egli, da quel politico che era mi fece un cenno di mano festoso e impudente. L'ombrello colorato roteava sopra di lui, ed egli andò a sedersi nel suo palco, alla sinistra del re, assieme al funzionario che mi aveva fatto aspettare la sera prima, al personaggio che Dahfu aveva chiamato il Bunam, e al vecchio grinzoso nero, come di cuoio, che ci aveva spinti nell'imboscata. Quello che era uscito fuori dalle rocce bianche come l'uomo che incontrò Giuseppe. Che mandò Giuseppe a Dothan.
Allora i fratelli videro Giuseppe e dissero: «Attenti, viene il sognatore.» Dovrebbero studiare tutti la Bibbia.
Credetemi, mi sembrava d'essere il sognatore, è la verità.
«Chi è quell'uomo tutto grinzoso come un'oliva greca?» chiesi.
«Scusami?» fece il re.
«Col Bunam e con tuo zio.»
«Oh, sì. Un sacerdote anziano. Un indovino.»
«Ieri lo abbiamo incontrato con un bastone contorto,» avevo cominciato a dire, quando diverse squadre di amazzoni si disposero in fila coi moschetti e li puntarono verso il cielo. Non riuscivo a scorgere il mio 375. Queste grandi donne cominciarono a sparare a salve, prima in onore del re e del defunto padre del re, Gmilo, e per vari altri. Poi, così mi disse il re, ci fu una salva per me.
«Per me? Tu scherzi, maestà,» dissi. Invece non scherzava ed io gli chiesi: «Devo alzarmi?» «Credo che lo apprezzerebbero tutti,» disse.
Ed io mi alzai in piedi e ci furono grandi urla e grida. Pensai: "Si è diffusa la voce di quel che ho fatto al cadavere. Ora sanno che io non sono una pecora, ma un uomo di forza e di coraggio. Benissimo."
Cominciavo a sentire lo spirito della cerimonia - tutta pervasa di sentimenti barbarici - e il prurito sul petto si faceva più grave. Non avevo parole da dire, né un mortaio o un bazooka da sparare, in risposta ai fucili delle amazzoni. Ma ero obbligato a fare qualche rumore, e perciò lanciai un ruggito come quello del grande toro assiro. Sapete, mi commuove e mi disturba essere al centro dell'attenzione di una folla. Così m'era successo quando gli Arnewi piangevano, e quando si raccolsero vicino alla cisterna. E anche quella volta che mi facevano la barba in Italia, presso il castello dell'antico Guiscardo, a Salerno. Anche mio padre in mezzo a una grande folla si eccitava. Una volta afferrò il palchetto dell'oratore e lo rovesciò nel golfo mistico. Comunque ruggii. E l'ovazione fu meravigliosa. Perché mi sentirono. Mi videro con le mani strette al petto mentre ruggivo.
La folla ne fu pazza e le sue grida, devo ammetterlo, erano nutrimento per l'anima mia. Riflettei: allora è questo che i cosiddetti uomini pubblici traggono dalla folla? Bene, bene. Non mi meravigliava più il fatto che questo Dahfu avesse abbandonato la civiltà per tornare ad essere re della sua tribù. Diavolo, a chi non piacerebbe essere re, anche un re piccolo? E' un privilegio che non bisogna lasciarsi sfuggire. (Lontana per lui l'ora della resa dei conti nelle mani di un giovane forte; e le mogli non avrebbero potuto dedicargli maggiori attenzioni ed espressioni di gratitudine; egli era l'eletto del loro cuore.)
Restai in piedi quanto più potei a godermi l'applauso, e mi rimisi a sedere solo quando fu indispensabile. Ma ora, inorridito, vidi una faccia ghignante, con una bocca che pareva una cavità enorme e una fronte tutta piena di rughe. E' un'immagine che può accadervi di incontrare in una vetrina della Quinta Avenue: poi, ti volti a guardare quell'apparizione fantastica che New York ti ha lanciato dietro, e non vedi più niente. Questa faccia, invece, stava lì, ferma, e sorrideva alla gente del palco reale. Sul petto che apparteneva a questa faccia, intanto, facevano profondi tagli sanguinanti. Un vecchio coltello verde, una tortura crudele.
Oh, pugnalano, fanno a pezzi quell'uomo.
Basta, basta! Santo Iddio! Ma qui si sta per commettere un assassinio. Nel profondo, come in una galleria, sentii un colpo, simile a quelli che i grandi edifici ricevono dai treni della metropolitana che passano sotto. Ma i tagli non erano profondi, solo di sbieco e superficiali e nonostante la velocità con cui il prete dipinto maneggiava il coltello, tutto accadeva secondo un piano, e con abilità. Sulle ferite strofinavano dell'ocra, che certamente doveva far male, ma l'uomo continuava a sorridere ed il re disse: «Quest'operazione è quasi normale, signor Henderson, non c'è da preoccuparsi. Quell'uomo occupa un grado alto nella gerarchia sacerdotale e perciò ne è soddisfatto. In quanto al sangue, esso dovrebbe indurre il cielo a traboccare, o ad avviare le pompe del firmamento.»
«Ah ah!» gridai ridendo. «Dimmi, re, com'è? Oh Cristo, ridillo. Le pompe del firmamento. Non è bello?» Però il re non aveva tempo da dedicarmi. A un segno di Horko ci fu una grande salve di fucili e insieme il rombo profondo e liquido dei tamburi. Il re si alzò. Altissimi osanna! Fontane di elogio! Volti che urlavano di orgoglio, agitati dai più diversi sentimenti. Dalla basilare nerezza della carne della tribù eruppe un'onda di colore rosso e la gente tutta si alzò dalle pietre bianche degli scaloni agitando oggetti rossi. Lo scarlatto per i Wariri significa vacanza. Le amazzoni salutarono con bandiere purpuree, che è il colore del Re. Fu sollevato l'ombrello purpureo ed oscillò rigido nell'aria.
Il re non era più al mio fianco. Era sceso dal palco per prender posto nell'arena. All'altro lato del cerchio, che non era più grande di un campo da gioco, si levò in piedi una donna alta. Era nuda fino alla cintura ed in capo aveva solo i suoi riccioli lanosi. Quando fu più vicina vidi che il suo viso era coperto da un bell'ordito di cicatrici che facevano pensare a una scrittura Braille. Quel disegno di cicatrici raggiungeva le orecchie ed il naso. Fino alla pancia era tinta di un colore rosso bruno come certo oro. Giovane, perché i seni erano piccoli e non tremavano al passo, come succede alle femmine adulte, e le braccia lunghe e sottili. Si scorgevano i tre ossi maggiori; voglio dire l'òmero puntuto e il radio e l'ulna. Il suo viso era piccolo e sfuggente, e appena la scorsi dall'altra parte del campo non potei distinguerne i lineamenti; da lontano il suo volto era come una mela dorata. Indossava un paio di calzoni purpurei come quelli del re, e doveva accompagnarlo in un gioco che subito ebbe inizio. Allora per la prima volta mi accorsi che al centro dell'arena - all'ingrosso direi dove sta il segno del ricevitore nel gioco del baseball - c'era un gruppo di immagini nascoste. Immaginai che fossero gli dèi, ed era proprio così. Attorno a loro, sopra di loro, il re e la donna dorata cominciarono a giocare una partita coi due teschi facendoli oscillare a capo dei lunghi nastri; prendevano una breve rincorsa e li scagliavano in aria, sopra le figure di legno che erano sotto la coperta - il più grosso di questi idoli era alto quanto un vecchio Steinway verticale. I due teschi volavano alti e poi il re e la ragazza li afferravano. Era molto bello. Il chiasso era cessato. Sparito come le grinze di una stoffa sotto il ferro caldo. Un silenzio perfettamente liscio seguì ai primi lanci, sì che avresti sentito persino il tonfo delle mani sui teschi cavi. E presto il mio orecchio buono riuscì a cogliere persino il sibilo che facevano i teschi agitati in aria. La donna scagliò il suo. I nastri purpurei e azzurri lo fecero sembrare come un fiore aereo. Un fiore di genziana sembrava, lo giuro davanti a Dio. A mezz'aria s'incrociò con il teschio lanciato dalla mano del re. Tornarono verso terra con la scia dei nastri di seta azzurra. Come se fossero due polipi dell'oceano. E presto compresi che non era soltanto un gioco ma anche una gara e naturalmente mi schierai dalla parte del re. Non so come, pensai che per quello che lasciasse cadere un teschio la punizione doveva essere la morte. Ora, la morte mi è familiarissima, non solo per via della mia età, ma anche per un mucchio di ragioni che è inutile citare. Io e la morte siamo come buoni cugini. Eppure il pensiero che al re potesse succedere qualcosa mi era orribile. Anche se grande pareva la sua fiducia, e i suoi lanci e le sue rapide giravolte e la sua sicurezza facevano un bello spettacolo, man mano che si scaldava al gioco come un gran tennista o un fantino; e lui... be', lui era virile in una misura che rendeva inutile ogni preoccupazione; un uomo simile si assume il peso di tutto quel che fa; ebbene, nonostante tutto io tremavo per lui. E mi preoccupavo anche della ragazza. Se uno di loro fosse inciampato, o avesse lasciato cadere i nastri, o i teschi sbattere l'un contro l'altro, avrebbero poi dovuto pagare il grande prezzo, come quel poveretto che avevo trovato nella capanna. Certo non era morto per causa naturale. Non mi si inganna: io sarei stato un giudice perfetto. E il re e la donna erano in gran forma, e da questo io capii che egli non era stato sempre a giacere, vezzeggiato da quelle sue bambole, perché infatti correva e saltava come un leone, pieno di forza, e magnifico d'aspetto. Non si era nemmeno tolto il cappello di velluto rosso, ornato di denti umani. Ed era pari alla donna, perché lei io consideravo la sfidante. Si conteneva come una sacerdotessa, badando a che lui giungesse al segno. Per via della tinta dorata e della scrittura Braille che aveva in faccia, mi pareva in certo senso disumana. Ad ogni salto di danza i suoi seni restavano fermi, come se fossero veramente d'oro, e c'era qualcosa di soprannaturale in lei, così lunga e sottile, come una cavalletta gigantesca.
Poi l'ultimo paio di lanci, e la gara fu finita. Si ficcarono il teschio sotto braccio, come la maschera d'uno schermitore; si inchinarono. Seguì un chiasso tremendo, e di nuovo balzaron fuori bandiere e stracci scarlatti.
Il re, tornando, aveva il fiato grosso, con quel cappello alla Francesco PRIMO, come lo avrebbe dipinto Tiziano. Si mise a sedere, e le mogli lo avvolsero in un lenzuolo, in modo che non lo si vedesse bere in pubblico, un gesto tabù. Poi gli asciugarono il sudore e gli massaggiarono i muscoli delle grandi gambe e il ventre ansimante, allentando i legacci dei suoi pantaloni purpurei. Volevo dirgli quant'era stato grande. Morivo dalla voglia di dire quel che pensavo.
Per esempio: "Oh, re, che spettacolo regale. Da vero artista. Perdio che artista! Re, io amo la nobiltà e il bel contegno." Ma non riuscivo a dir nulla. Ho di queste reticenze rozze, nel mio carattere. E' la schiavitù dei tempi nostri: bisogna essere diacci in bocca. Lo dissi anche a mio figlio Edward: schiavitù! E lui mi giudicava nel giusto quando dissi che amavo la verità. Oh, fa male! Comunque quando voglio dire una cosa, spesso l'ho in mente. Perciò quella cosa non esiste davvero; non puoi tenerla in conto, finché non esce. Con quell'accenno al firmamento, il re mi aveva mostrato il modo, ed io avrei potuto dirgli un sacco di cose subito. Cosa? Be', per esempio che il caos non è tutto. Che la nostra non è una corsa febbrile e frettolosa, disperata, attraverso il sogno, fino all'oblio. Nossignore!
C'è qualcosa che può arrestarla. L'arte, per esempio. Regola la velocità, ridivide il tempo. Misura! Quel grande pensiero. Mistero! Le voci degli angeli! Perché mai, sennò, diavolo, mi sarei messo a suonare il violino? E perché mai mi si ammorbidivano le ossa in quelle grandi cattedrali francesi, sì che non resistevo più, e dovevo esplodere ed insultare Lily? E pensavo che se ne avessi parlato al re e gli avessi detto quel che avevo in cuore, egli sarebbe diventato amico mio. Ma c'eran di mezzo le mogli con le cosce nude, e il didietro rivolto a me, gesto sommamente scortese, ma quelle eran selvagge. Così non ebbi modo di parlare al re in quello stato d'animo ispirato. Pochi minuti dopo, quando mi fu possibile parlargli, dissi: «Re, ho avuto la sensazione che se uno dei due avesse sbagliato, le conseguenze non sarebbero state piacevoli.»
Prima di rispondermi si bagnò le labbra, e l'ansimo gli gonfiò il petto. «Ti spiego subito, signor Henderson, per quale motivo il fattore sbaglio si può trascurare.» I denti scintillavano, e l'ansimo pareva trasformarsi in sorriso, anche se non c'era proprio nulla da ridere. «Un giorno i nastri passeranno di qui.» E con due dita mi indicò gli occhi suoi. «Il mio cranio balzerà in aria.» Fece un gesto verso l'alto, e aggiunse: «Volerà.» Io dissi: «Quelli erano crani di re? Parenti tuoi?» Non avevo il coraggio di fargli una domanda diretta circa la sua parentela con quelle teste. Al pensiero di una gara simile, sentii prudermi e dolermi la carne delle mani. Ma non c'era tempo per discorsi simili. Succedevano troppe cose. Si facevano i sacrifici del bestiame, quasi senza cerimonia.
Un sacerdote con penne di struzzo stese in ogni direzione pose il braccio sul collo di una vacca, l'afferrò per il muso, gliel'alzò, e le tagliò la gola, col gesto di chi si strofina un fiammifero sul fondo dei calzoni. La bestia cadde a terra e morì. E nessuno ci fece troppa attenzione.



CAPITOLO TREDICESIMO
Poi ci furono danze e pratiche tribali, che facevano pensare al vaudeville. Una vecchia lottò con un nano, solo che il nano a un certo punto perse la pazienza e cercò di farle male, e allora la donna si arrestò rimproverandolo. Nel campo entrò una delle amazzoni e prese l'ometto. A passi lunghi se lo portò via sottobraccio.
Dalle gradinate giunsero applausi e battimani. Poi ci fu un numero di carattere serio. Due tipi cercavano di colpirsi alle gambe con una frusta, e saltavano in aria. Ma non mi rassicurava affatto, questo baccano da vacanza romana. Ero assai nervoso. Prevedevo cose esecrande, a venire. Naturalmente non potevo chiedere a Dahfu che mi anticipasse quel che doveva succedere. Respirava profondamente e stava a guardare con calma composta.
Finalmente dissi: «Nonostante tutte queste faccende, il sole continua a brillare e non ci sono nubi. Non credo nemmeno che sia aumentata l'umidità, che pure sembra molto vicina.»
Il re mi rispose: «La tua osservazione è giusta, stando a quel che sembra. Non lo metto in dubbio, signor Henderson. Tuttavia, in giorni come questo, ho visto sempre smentite le previsioni come le tue, ed è venuta la pioggia. Sì, precisamente.»
Gli lanciai uno sguardo obliquo, intenso, pieno di significati compressi, ed io non mi proverò neppure a spiegarveli.
Forse c'era anche un po' di presunzione nel mio sguardo. Ma in sostanza esso voleva dire: "Noi stiamo qui a canzonarci, maestà. Credi che sia tanto facile ottenere dalla Natura quello che desideri? Ah, ah! Io non sono mai riuscito ad avere quello che richiedevo." Ma invece dissi: «Mi piacerebbe far con te una scommessa, re.» Non credevo che il re mi rispondesse subito. «Davvero? Bene. Vuoi propormi una qualche posta, signor Henderson?»
Mi accorsi che c'era rabbia in fondo al mio cuore, provocato su quel punto. Ero impegnato. Una cosa tremenda. E naturalmente irrazionale. E dissi: «Ma certo, se tu sei disposto, io scommetto.» «D'accordo,» concluse il re con un sorriso deciso.
«Ecco, re Dahfu, il principe Itelo mi disse che tu ti interessi di scienze.»
«Davvero?» fece lui con palese soddisfazione, «e ti ha anche detto che ho frequentato la facoltà di medicina?»
«No.»
«Proprio così. L'ho frequentata per due anni.»
«Davvero! Tu non sai che importanza abbia per me questa notizia. Ma in questo caso, che genere di scommessa vogliamo fare? Tu mi stai prendendo in giro. Vedi, maestà, mia moglie Lily è abbonata allo Scientific American, e quindi io ho qualche cognizione circa il problema della pioggia. La tecnica dell'inseminazione delle nubi con ghiaccio secco non ha funzionato bene. Le teorie moderne sostengono, anzitutto, che la pioggia dipende da tempeste di polvere proveniente dalla stratosfera. Quando questa polvere colpisce l'atmosfera, allora succede qualcosa. Un'altra teoria che a me sembra più suggestiva, sostiene che il sale dell'oceano, in altre parole la schiuma del mare, è uno dei principali ingredienti della pioggia. L'umidore resta catturato e si condensa su questi cristalli, trasportati in aria. Infatti deve pur esservi qualcosa su cui l'umidità possa condensarsi. Hai capito il trucco, maestà? Se non ci fosse schiuma del mare, non ci sarebbe nemmeno pioggia, e se non ci fosse pioggia non ci sarebbe vita. Chissà cosa ne pensano i sapienti? Se l'oceano non avesse quella sua particolare bellezza, la terra sarebbe un deserto.» Con sempre maggior confidenza, mi misi a ridere e dissi: «Vostra maestà, tu non sai quanto mi eccita quest'affare. La vita che viene dalla crema del mare. A scuola ci avevano insegnato una canzone: "O Mariannina, vieni, vieni, a trasformarci in schiuma."» Gliela cantai sottovoce. Gli piaceva, ne ero certo.
«Tu hai una voce non comune,» mi disse, allegro e sorridente.
Cominciavo a capire che gli andavo a genio. «E la notizia che mi hai dato è affascinante, davvero.» «Son contento che tu la pensi così. Ragazzi! Che roba, vero? Ma credo che in questo modo non ci sia più motivo per fare la scommessa.»
«Niente affatto. Scommettiamo lo stesso.»
«Bene, re Dahfu, io ho spalancato la bocca. Consentimi di ritirare quel che ho detto della pioggia. Son pronto a rimangiarmi qualunque cosa. Naturalmente, in quanto re, tu devi continuare la cerimonia per la pioggia. Ti chiedo scusa. Anzi, perché non mi dici matto e te ne scordi?»
«Oh, niente affatto. Non c'è motivo. Scommetteremo, e perché no?» Parlava con tanta decisione che non mi restò più via d'uscita.
«Va bene, maestà, fa' come vuoi.»
«Va bene. Scegli tu.»
«Ma non è giusto, sei tu che devi decidere,» dissi. Agitò la mano su cui spiccava un grande gioiello rosso. Si era abbandonato di nuovo sull'amaca: a tratti disteso, a tratti seduto. Capivo che gli piaceva il gioco; era proprio il tipo d'uomo che adora far scommesse. Comunque avevo gli occhi sul suo anello, un grosso granato in un castone d'oro massiccio, con intorno pietre più piccole.
Disse: «Ti piace l'anello?»
«E' bello,» feci, ma non volevo precisare che fosse quello l'oggetto prescelto per la scommessa.
«E tu cosa scommetti?»
«Ho con me denaro in contanti, ma non credo che ti interessi. Nello zaino ho una buona Rolleiflex. Non che abbia fatto molte fotografie; così, di tanto in tanto. Ho avuto troppo da fare in Africa. E poi avrei il Magnum H&H 375, con mirino a telescopio.»
«Non vedo come lo si potrebbe usare, una volta vinto.»
«A casa mia ho diverse cose che scommetterei volentieri,» dissi. «Mi son rimasti anche alcuni bei porci Tamwort.»
«Oh, davvero?»
«Vedo che non ti interessa.»
«Sarebbe meglio puntare qualcosa di personale,» disse.
«Oh, sì. Infatti l'anello è un oggetto personale, lo capisco. Se potessi tirar fuori i miei crucci, punterei quelli. Son personali.Oh, oh. Solo che non li augurerei al mio peggior nemico. Be',vediamo, cosa ho con me che potrebbe servire? Cosa ho che andrebbe bene per un re? Tappeti? Ne ho uno bello nel mio studio. Poi una vestaglia di velluto che ti starebbe bene. Ci sarebbe anche un violino, un Guarnieri. Ah, ecco, ho dei quadri.
Ce n'è uno che rappresenta me e mia moglie. A olio.»
A questo punto non fui certo che mi avesse udito, e invece disse: «Non devi credere di aver già vinto la scommessa.»
Allora io dissi: «E allora? Se perdo?» «Sarebbe interessante.» Cominciavo a preoccuparmi.
«Bene, è stabilito. Scommettiamo l'anello contro i ritratti. Oppure facciamo così: se vinco io, tu resterai qui da me, mio ospite, per un certo tempo.»
«Va bene, ma quanto tempo?»
«Oh, è un discorso teorico,» disse, volgendo gli occhi altrove.
«Per il momento questo lo lasciamo in sospeso.»
Accordatici su queste cose, alzammo ambedue gli occhi al cielo.
Il cielo era di un azzurro chiaro e posava sulle montagne, senza un filo di vento. Pensai che il re era persona di squisita cortesia. Voleva ripagarmi per la questione del cadavere la sera prima, ed al tempo stesso significarmi che sarebbe stato lieto della mia presenza in casa sua, per qualche tempo. La discussione terminò con un gran gesto africano del re, come di chi si toglie un guanto; come se stesse mimando la perdita dell'anello scommesso. Io continuavo a sudar molto, ma il mio corpo non s'era raffrescato. Per placare il calore tenevo la bocca aperta.
Poi dissi: «Ah, ah! maestà, che scommessa assurda è la tua.»
In quel momento udii grida infuriate, litigiose, e pensai: «Ah, è finita la parte scherzosa della cerimonia.» Diversi uomini in penne nere - come uomini uccelli, ma straccioni al tempo stesso, le penne stinte attaccate alle spalle - cominciarono a sollevare le coperte sotto le quali stavano gli dèi. Senza rispetto alcuno, le tirarono via. Quell'irriverenza non era casuale, capite quel che voglio dire? Era fatta apposta per destare il riso, e proprio questo successe. Questi personaggi uccelli, piumati, incoraggiati dalle risa, cominciarono a recitare una pantomima burlesca; saltavano sui piedi delle statue, ne facevano rotolare certe più piccole, con gesti e sberleffi, e così via. Sulle ginocchia di una dea misero il nano, ed egli fece sbellicare dal ridere la folla tirandosi giù le palpebre inferiori e cacciandosi fuori la lingua, come un folle. La famiglia degli dèi, quasi tutti corti di gambe e lunghi di busto, sopportarono con gran pazienza tutti questi oltraggi. Quasi tutti avevano volti piccoli, sproporzionati sul collo lungo. Tutto sommato non mi parevano gente troppo severa. Ma dignitosa, questo sì, e misteriosa. Governavano l'aria, i monti, il fuoco, le piante, il bestiame, la buona sorte, le malattie, le nubi, la nascita, la morte.
Accidenti, anche il più grosso, con le gambe piegate sulla pancia, governava qualcosa. L'atteggiamento della gente pareva voler dire che bisognava accostarsi agli dèi con tutti i propri vizi bene in mostra, giacché nulla ad essi poteva nascondere una creatura effimera qual è l'uomo. Afferrai l'idea, ma pensando che in sostanza era un grosso sbaglio. Avrei voluto dire al re: "Insomma, tu credi che sia necessario tutto questo cattivo sangue?" E non mi spiegavo nemmeno come un uomo simile potesse essere re di una banda siffatta. Invece egli prendeva ogni cosa con calma.
A poco a poco cominciarono a mettere in movimento tutto il panteon. Cominciarono dagli dèi più piccoli, che trattavano piuttosto duramente, e con malignità. Li facevano cadere, oppure li rotolavano per terra, rimbrottandoli per la loro goffaggine. Diavolo! Pensai. Non mi sembrava un modo degno di comportarsi anche se vedevo, a voler essere obbiettivo, sufficienti motivi di risentimento contro gli dèi. Ma in ogni modo non me ne importava nulla. Me ne stavo seduto, borbottando, sotto la conchiglia del casco e cercavo di mostrare che non era affar mio.
Quando quella ciurma di scatenati fu giunta ai piedi delle statue maggiori, tirarono e spinsero ma non ce la potevano fare, e dovettero chiedere aiuto alla folla. Gli uomini più robusti, l'uno dopo l'altro, saltarono nell'arena per afferrare un idolo e spostarlo verso - diciamo così - il centro del campo di baseball, mentre dalle gradinate venivano applausi e grugniti. Dall'altezza e dalla struttura muscolare dei campioni attorno agli idoli più grandi, capii che questa dimostrazione di forza faceva tradizionalmente parte della cerimonia. Alcuni si accostarono alle grandi statue da dietro, avvinghiandole alla vita, altri se le caricavano in groppa come facchini che scaricano la farina dal cassone di un camion, e le portavano a spalla. Uno diede uno strattone alle braccia di una statua, come avevo fatto io la sera prima con il cadavere. Vedendo che qualcuno applicava la mia tecnica trattenni il respiro.
«Che succede, signor Henderson?» chiese il re.
«Niente, niente, niente,» dissi.
Era piccolo ormai il gruppo degli dèi che restavano. Gli uomini forti li avevan portati via quasi tutti. Gli ultimi erano esemplari superbi, ed io ho buon occhio, quando si tratta di riconoscere la forza di un uomo. In un certo periodo della mia vita mi son occupato di sollevamento pesi ed ho anche fatto un po' di pratica ai manubri. Come tutti sanno, conta moltissimo la struttura delle cosce. Cercai di interessare a questo sport anche mio figlio Edward; forse non ci sarebbe stata quella Maria Felucca, se fossi riuscito a convincerlo a curare i suoi muscoli. Comunque per farvela breve, io ho il torace prominente e tutte quelle strane deformazioni che caratterizzano gli individui più grossi di ciascuna specie. (Per esempio le fragole mammuth dell'Alaska.) Oh, il mio corpo, il mio corpo! Perché non siamo mai andati d'accordo da buoni amici? L'ho caricato dei miei vizi, come una zattera, come una scialuppa. Oh, chi mi libererà dal corpo di questa morte? O almeno dalle deformità che dipendono dalla mia mole e dal lavoro compiuto dalla mia psiche. Ed a volte una
voce pazza mi ha consigliato: "Brucia la terra. Perché dovrebbe essere un uomo buono a morire? Che sia qualche maledetto imbecille a finire nella fossa." Che cattiveria! Che crudeltà! Ahimè, quali cose succedono dentro un uomo!
Tuttavia (cresceva, sempre più intensa, la mia attenzione di spettatore) quando furono rimasti solo due idoli, i due più grandi (Hummat, dio dei monti e Mummah, dea delle nubi) altri uomini forti vennero fuori, ma non riuscirono. Sì, non furono capaci di smuovere questo Hummat, che aveva le basettone come un pesce gatto e spine sulla fronte, oltre a un paio di spalle che parevano macigni. Dopo che altri ebbero fallito la prova, fra i fischi e le grida di scherno, si fece avanti un tipo con in testa un fez rosso e una specie di sospensorio di tela cerata. Camminava in fretta, dondolando le palme aperte - quest'uomo che voleva spostare Hummat - e si prostrò dinanzi al dio: il primo atteggiamento devoto - che mi fosse dato di vedere. Poi girò dietro alla statua e ficcò la testa sotto un braccio di essa. Una barbetta rigida gli scintillava attorno al viso rotondo. Allargò le gambe, cercando la posizione coi piedi sensibili, pestando la polvere. Poi si strofinò le mani sulle ginocchia e afferrò Hummat per il braccio, e da sotto, fra le gambe. Con gli occhi grossi, sporgenti, inumiditi dallo sforzo statico, cominciò a sollevare il grande Hummat. Dalla bocca, tesa nello sforzo al punto che la mandibola faceva tutto uno con le ossa della spalla, i nervi si tendevano come i raggi sottili d'una bicicletta, ed i muscoli dell'anca un gran nodo, all'inguine, sporgendo fuori del perizoma di tela cerata. Era un uomo in gamba, ed io lo apprezzavo. Era del tipo mio. Gli avevano messo dinanzi un carico, e lui l'afferrava, l'abbrancava al petto, lo alzava, ci metteva tutta la sua forza. «Bene così,» dissi. «Forza coi muscoli della schiena.» Poiché tutti applaudivano, tranne Dahfu, mi alzai anch'io gridando: «Bravo, bravo. Ce la fai. Ce la fai. Sei forte. Forza, così! Su ora! Sì, ce la fa. Lo smuove. Oh, che Dio benedica quell'uomo. Che bravo! Ecco un uomo vero, un uomo come piace a me. Avanti. Tira. Ecco! Ce la fa. Ci è riuscito. Ah, sia ringraziato Iddio!» Poi mi resi conto che stavo gridando e mi rimisi a sedere al fianco del re, meravigliato del mio entusiasmo. Il campione si mise in groppa Hummat e trasportò per venti passi quella montagna di idolo. Lo rimise in piedi in mezzo agli altri. Ansimante, l'uomo si volse a guardare Mummah, sola in mezzo al campo. Era anche più grande di Hummat. Fra gli applausi del pubblico il campione la guardava. Ed ella lo aspettava. Era obesa, quasi mostruosa, questa potenza femminea. L'avevano costruita pesantissima, e l'uomo forte dinanzi a lei pareva già destinato alla sconfitta. Non che ella ti impedisse di tentare. No, a parte quella sua apparenza mostruosa, sembrava assai tollerante, buontempona anzi, come quasi tutti gli dèi. Ma insieme pareva voler esprimere la certezza della propria inamovibilità. Tutti in piedi, gli spettatori lo incitavano; anche Horko e i suoi amici, nel loro palco, si erano alzati in piedi. L'ombrello dava ora un'ombra di rosa vecchio, e nella veste attillata egli tendeva il braccio robusto, con il pollice puntato su Mummah - la grande, lignea, felice Mummah, coi ginocchi che cedevano un poco sotto il peso dei seni e della pancia, al punto che ella doveva tener le dita sui ginocchi per sostenersi. E come spesso accade delle donne corpulente, aveva mani eleganti, graziose. Attendeva l'uomo che doveva smuoverla.
«Ce la puoi fare, amico,» gridai anch'io. Chiesi al re: «Come si chiama quell'uomo?»
«L'uomo forte? Oh, si chiama Turombo.»
«Che succede, non crede di riuscire a smuoverla?»
«Pare che non abbia fiducia nelle sue forze. Tutti gli anni riesce a smuovere Hummat, ma non Mummah.» «Oh, deve riuscirci.»
«Al contrario, temo,» disse il re, nel suo curioso, cantante, nasale inglese di africano. Le sue labbra grandi, gonfie, eran più rosse del resto della tribù. Di conseguenza la sua bocca era più appariscente di quel che di solito è una bocca. «Questo uomo, come tu vedi, è forte, un uomo in gamba, e mi pare di avertelo sentito gridare. Ma quando ha smosso Hummat, non ce la fa più. Succede tutti gli anni. Vedi, bisogna smuovere Hummat per primo, altrimenti egli non permetterebbe il passaggio delle nubi sulle montagne.» Il viso benevolo di Mummah, grasso, splendeva al sole. Le sue trecce di legno erano come un nido di cicogna, e si allargavano verso l'alto: un viso ordinario, felice, sciocco, paziente, che invitava Turombo o un altro campione a dar prova della sua forza.
«Sai che cos'è?» dissi al re. «E' il ricordo delle sconfitte passate. Le sconfitte passate, puoi chiedere a me circa il problema delle sconfitte passate. Fratello, potrei davvero parlartene. Ecco quel che succede a quell'uomo. Io lo so.»
Turombo, uomo cortissimo per la sua corpulenza e la sua forza, pareva veramente sul punto di affrontare un mucchio di guai.
Quei suoi occhi, prima ingranditi e fatti umidi dalla fatica, quando aveva afferrato Hummat, avevano ora una luce più spenta. Era disposto alla sconfitta e il moto degli occhi, vaganti su di noi e sulla folla, lo mostrava. Questo, ve lo dico subito, non avrei voluto vedere. Comunque si toccò il fez in direzione del re, con un gesto di dedica in cui già egli pareva riconoscere la propria sconfitta. Non si faceva illusione circa Mummah. E tuttavia si apparecchiava a tentare. Si strofinò la barbetta con le nocche, avanzando lentamente verso l'immagine ed afferrandola con l'aria di chi fa sul serio.
L'ambizione deve aver avuto una parte assai esigua nella vita di Turombo. Invece nel mio petto ci fu un'onda - no, è troppo poco - si aprì un estuario, una vasta baia di speranza e di ambizione.
Perché questa era la mia occasione. O numi! Tremavo, avevo freddo. Sapevo che avrei potuto sollevare Mummah, e fremevo, bruciavo dal desiderio di andare, come quel cespuglio che avevo messo a fuoco con il mio accendino austriaco, per i bambini Arnewi.
Più forte di Turombo lo ero di certo. E se nel tentativo mi si dovesse troncare il cuore, il vecchio sacco sbranarsi, va bene, morissi pure. Non me ne importava più. Avevo desiderato tanto far qualcosa di buono per gli Arnewi, quando, arrivando in mezzo ad essi, avevo visto la loro desolazione. Ed invece di compiere il bene, avevo sbattuto l'intero peso della mia volontà cieca e della mia ambizione su quei ranocchi. Ero giunto fra di loro vestito di luce - o così credevo - me ne ero andato con indosso ombra e buio, umiliato, sì che forse sarebbe stato meglio obbedire al primo impulso, all'arrivo, quando la giovane donna era scoppiata in lacrime ed io dissi a me stesso che era meglio buttar via il fucile e la violenza e andare nella foresta fino a quando non fossi in grado di incontrarmi ancora col genere umano. Il mio desiderio di far del bene in quella terra, proprio per il mio affetto verso gli Arnewi e soprattutto verso la vecchia Willatale, col suo occhio cieco, era sincero e intenso, ma era nulla in confronto alla voglia che sentivo ora, nel palco reale, accanto a quel re semibarbaro coi pantaloni e il cappello di velluto rosso. Così accesa era la mia volontà di fare qualcosa. Perché io vedevo qualcosa che potevo fare. Questi Wariri di cui non m'importava (coi cadaveri di notte e tutto il resto) potevano anche esser peggiori dei figli di Sodoma e Gomorra messi insieme, ma io non potevo lasciar correre quella occasione per fare, per distinguermi. Mettere il segno giusto nel quadro del mio destino, prima che fosse troppo tardi. Perciò ero lieto della debolezza di Turombo. Pensavo che era meglio così. Anche prima di toccare Mummah egli aveva confessato implicitamente che non sarebbe riuscito a smuoverla. E proprio questo io volevo.
Ella era mia! Ed avrei voluto dire al re: "Io posso riuscirci. Lasciami tentare." Invece queste parole non furon dette, perché Turombo aveva già affrontato la dea, da dietro. Prese posizione per il sollevamento; accucciato, con le braccia robuste attorno alla pancia della dea. E poi da dietro le anche di lei comparve il suo viso, colmo di sforzo, di disposizione alla prova faticosa, di paura, di sofferenza, come se Mummah, crollando, potesse schiacciarlo col suo peso. E tuttavia cominciò a muoversi fra le sue braccia. Il nido di cicogna, le trecce lignee, vacillavano come l'orizzonte sul mare col tempo brutto, che tu guardi dalla prua della nave. Dico così perché quel moto lo sentii nello stomaco. Turombo tirava su alla base, come un uomo che cerchi di sradicare un albero vecchio. Così faticava Turombo. Ma per quanto scrollasse la vecchia non riusciva a sollevare la base dal suolo.
La folla lo schernì, quando egli lasciò intendere che la prova era superiore alle sue forze. Non ce la faceva, ecco. Ed a me fece piacere la sua sconfitta. E mi costa doverlo ammettere, ma era così. "Brav'uomo," pensai fra di me. "Tu sei forte ma il caso vuole che io sia anche più forte. Non è una questione personale, no. E' solo il destino, così ha voluto. Come nel caso di Itelo. Questo è lavoro mio. Molla, molla, lascia andare! Perché ora viene Henderson! Fa' che metta le mani su quella Mummah e perdio..."
Dissi a Dahfu: «Mi dispiace proprio che non ci sia riuscito. Deve esser duro per lui.»
«Oh, era previsto che non ci riusciva,» disse re Dahfu. «Io ne ero certo.»
E allora io cominciai con quello zelo profondo e truculento di cui io sono il solo capace: «Vostra maestà...» Ero agitato, da scoppiare. Mi sentivo gonfio, malato e il sangue mi circolava in corpo in una maniera strana, torbido e statico insieme. Mi pungeva in faccia, soprattutto nel naso, come se da un momento all'altro si dovesse scaricare di lì. E soffrivo come se un alone di gas stesse per uscirmi dalla testa e infuocarsi. E dissi:
«Signore,
sire, voglio... lasciami! Devo.»
Se il re avesse risposto io non lo avrei sentito, perché vedevo solo un volto nell'aria calda e secca, alla mia sinistra, sordo alle grida irose della folla contro Turombo. Un viso concentrato solo
su di me, staccato dal resto del mondo. Era la faccia del funzionario, il tipo che mi aveva interrogato la sera prima, l'uomo che Dahfu chiamava il Bunam. Quella faccia! C'erano segnate sopra, per sempre, le rughe di un'esperienza umana. Sentivo io stesso quanto dovevano esser cariche quelle sue vene. Oh, santo Iddio! Mi stava parlando, inesorabile. Con le rughe del collo e la pressione delle sopracciglia e la pienezza delle vene egli mi mandava un messaggio. Ed io sapevo quel che egli mi diceva. Lo sentivo. Il discorso tacito del mondo che la mia anima segreta stava ad ascoltare di continuo ora mi giungeva con spettacolosa chiarezza. Dentro, dentro, io sentivo. Oh, quel che sentivo! La prima parola dura fu Fantoccio! Una parola che mi scosse fortemente.
E c'era qualcosa. Era vera. Ed io ero costretto. Era mio obbligo ascoltare. E tuttavia tu sei un uomo. Ascolta, dài ascolto a me, girifalco! Tu sei cieco. Le tracce erano casuali eppure il destino non poteva essere diverso. Perciò ora non ti ammollire, oh, no, fratello, intensifica anzi ciò che tu sei. Questo è l'unico e solo programma: intensifica. Se tu dovessi essere vinto, tu grassone, se tu dovessi giacere inanimato nel tuo sangue grasso, inconscio della natura di cui ha tradito il dono, allora il mondo riprenderebbe ciò che ha dato senza costrutto. Ogni fenomeno è solo un impulso di una serie che viene dal cuore delle cose, il vecchio cuore delle cose. Il proposito comparirà alla fine anche se forse non a te. La voce non si affievolì. Si arrestò.
Così: era finito quel che aveva da dire.
Ma io capivo ora perché il cadavere era stato alloggiato con me.
C'era dietro il Bunam. Sapeva quel che faceva. Aveva voluto vedere se io ero forte abbastanza da smuovere l'idolo. E io avevo affrontato la prova. Accidenti! L'avevo affrontata a tutti i costi. Quando afferrai l'uomo morto, il suo peso mi era parso uguale al peso delle mie membra medesime addormentate e grevi, ma io avevo lottato contro il ribrezzo e l'avevo vinto, avevo sollevato l'uomo. Ed ecco il sorriso del funzionario, il volto acceso, pieno di vene e di nodi, silenzioso, che proclamava il risultato. Ero promosso. Col massimo dei voti. Al cento per cento.
E ad alta voce dissi: «Questo debbo provare.» «Che cos'è?» disse Dahfu.
«Vostra maestà,» dissi «se a voi tutti non sembrerà un'intrusione da parte di un estraneo, credo di poter smuovere la statua, la dea Mummah. Desidero davvero rendermi utile giacché possiedo certe qualità che potrebbero impiegarsi in un modo preciso. Voglio dire che con gli Arnewi non ho fatto buona riuscita, e il mio sentimento fu simile con loro. Re, io provavo grande desiderio di fare una cosa disinteressata e pure, di esprimere la mia fede in qualcosa di alto. Invece sono inciampato in un mucchio di guai. E' quindi giusto che mi confessi pienamente.»
Non riuscivo a controllarmi, e perciò non ero certo che le mie parole suonassero chiare anche se molto semplice era il mio proposito di farmi intendere. Sul viso del re vidi disegnarsi un'espressione mista di curiosità e di simpatia.
«Non affrontare il mondo con tanta furia, signor Henderson.»
«Oh, sì, re, sono molto impaziente. Ma il fatto è che non potevo andare avanti così com'ero, dov'ero.
Bisognava fare qualcosa. Se non fossi venuto in Africa, non avrei avuto altra scelta che starmene in letto.
Idealmente...»
«Sì, in quanto all'ideale, la cosa mi affascina. Cosa sarebbe accaduto?»
«Bene, re, non saprei dirlo. E' tutto un enigma. E' una specie di motivo che mi spinge a questo. Io ho sempre ammirato il dottor Wilfred Grenfell. Tu sai che io andavo pazzo per quell'uomo. Mi sarebbe piaciuto andare a chiedere la carità. Non necessariamente con una muta di cani. Ma questo è solo un particolare.»
«Oh, avevo sentito,» disse, «o per meglio dire avevo intuito una tendenza siffatta.»
«Be', sarò lieto di parlartene dopo,» dissi. «Per ora ti chiedo qual è la situazione. Non posso provare la mia
forza contro Mummah? Non so perché, ma ho il presentimento che riuscirei a smuoverla.»
Fece: «Ho l'obbligo di dirti, signor Henderson, che possono esserci delle conseguenze.»
Avrei dovuto chiedergli subito cosa intendeva dire, ma mi fidai, e non potevo prevedere alcuna conseguenza veramente grave. Ma tuttavia quell'ardore, quel desiderio, quell'estuario - capite cosa voglio dire? - un'ambizione possente s'era impadronita di me, e non c'era più nulla da fare. E poi il re sorrideva e in questo modo il suo avvertimento era come ritirato per metà.
«Sei davvero convinto di potercela fare?» chiese.
«Posso dirti soltanto, re, di lasciarmi provare. Voglio solo abbracciarla.»
Non ero in grado di cogliere le sottigliezze dell'atteggiamento del re. Egli era a posto con la coscienza, ed io ero nel gioco. Un uomo non può far meglio, vero? Ma io ero preso nel gioco che si legava al lavoro incompiuto di anni - voglio, voglio - e a Lily, e al grun-tu-molani e al piccolo negro che mia figlia portò a casa da Danbury e al gatto che avevo tentato di uccidere ed al destino della signorina Lenox e ai denti e al violino e ai ranocchi della cisterna e a tutto il resto.
Però il re non aveva ancora dato il suo consenso.
Col suo manto di leopardo, i piedi tesi nel passo breve, scese dal palco il Bunam, che era stato seduto accanto a Horko. Lo seguivano le due mogli con le teste grandi, rase, ben fatte e i denti brevi. Erano più grosse del marito e gli venivano dietro a passo lento, prendendosela comoda.
Il funzionario, o Bunam, si fermò dinanzi al re e fece un inchino. Anche le donne si inchinarono. Qualche ammicco passò fra loro e le mogli e le concubine del re, o comunque si classificassero, mentre il funzionario parlava a Dahfu. Egli alzò l'indice vicino all'orecchio, come la pistola di chi dà il via, piegandosi spesso in un inchino rigido. Parlava rapido ma regolare, e sembrava aver ben chiaro in testa quel che c'era da dire, e quando ebbe finito chinò di nuovo il capo e volse gli occhi su di me, come prima, con uno sguardo severo e allusivo. Le vene sulla sua fronte erano pesanti.
Dahfu si volse a me dalla sua amaca. Teneva ancora fra le dita i nastri legati al teschio.
«Secondo il Bunam tu eri atteso. Inoltre sei venuto in tempo...»
«Vostra maestà, in quanto a ciò... chi può dire? Se tu credi che i presagi siano buoni, ti seguo. Ascolta, maestà, io ho l'aspetto di un pugilatore, ed ho certe strane doti, soprattutto fisiche; ma sono anche molto sensibile. Poco fa tu mi hai detto qualcosa circa l'invidia e debbo ammettere che in qualche modo ciò fece male ai miei sentimenti. E' come una poesia che lessi un giorno, intitolata: Scritta in prigione. Non la ricordo tutta ma dice: "Invidio anche alla mosca i suoi sprazzi di gioia, nei boschi verdi" e finisce: "La mosca invidio che si posa nel sole, sulla verde foglia e desidero raggiunta la mia meta." Ora, re, tu sai quanto me di che meta sto parlando. Ora, maestà, veramente io non voglio vivere su di una legge di rovina. Dimmi solo questo, per quanto tempo ancora deve il mondo continuare così? Perché non deve esserci più speranza per chi soffre? Ora accade che io creda che qualcosa possa farsi e per questo ho affrontato il mondo, come tu hai compreso. Ci sono motivi d'ogni genere. C'è mia moglie, Lily, e poi ci sono i bambini - devi averne diversi anche tu, e perciò forse capisci quello che provo...»
Scorsi simpatia nel suo volto e mi asciugai col fazzolettone.
Sentivo un dolore staccato nel naso e pareva che non ci fosse nulla da fare.
«Veramente mi dispiace di averti ferito,» disse.
«Oh, non importa. Io sono buon giudice degli uomini e tu sei bravo. E da te posso accettarlo. E poi la verità è la verità. In confidenza, io ho invidiato le mosche, anche. Ragione di più per fuggire di prigione. Giusto? Se avessi la struttura mentale di vivere dentro il guscio e credermi insieme re dello spazio infinito, andrebbe benissimo. Ma non sono così. Re, io sono uomo del divenire. E la tua situazione, vedi, è diversa. Tu sei uomo dell'essere.
E io debbo por fine al divenire. Gesù Cristo, quando riuscirò ad essere? Ho aspettato fin troppo. Forse dovrei aver più pazienza, ma tu, maestà, per l'amor di Dio, devi comprendere quello che provo. Perciò ti chiedo.
Devi lasciarmi provare. Perché, non so, ma mi sento chiamato a questo, e può darsi che sia la mia gran- de occasione.» E parlai al funzionario, che se ne stava in piedi col suo mantello e i polsini di leopardo, reggendo lo scettro d'osso e dissi: «Scusami, signore.» Tesi le dita verso di lui e feci: «Vengo subito a te.» Nel calore del corpo e nella febbre dello spirito non riuscivo più a parlare con qualche ritegno e dissi: «Re, sto per parlarti chiaro della mia persona, più chiaro che posso. Ogni uomo nato di donna deve condurre la sua vita a una certa profondità, altrimenti... ! Ebbene, re, io comincio a vedere la mia profondità. Non vorrai dunque che io mi tiri indietro allora, vero?»
Disse: «No, signor Henderson. Sinceramente, non lo voglio.» «Ebbene, questo è proprio uno di quei momenti,» dissi.
Restava lì disteso, dopo avermi ascoltato con una sorta di dolce ed anche ironica comprensione. «Ebbene, qualunque cosa ce ne possa venire, dò il permesso. Per ciò che mi riguarda non vedo nulla in contrario.» «Grazie, maestà, grazie.»
«Tutti ti aspettano.»
Mi alzai subito in piedi, tirai la camicia sul capo allargando il petto, mi ci passai sopra le mani, e sul viso, e coi pantaloni corti che mi ingoffavano il tronco, e mi sentivo alto e grande, marcato dal sole in cima alla testa, e così entrai nell'arena. Mi inginocchiai dinanzi alla dea - un ginocchio. E levai gli occhi a misurarla, mentre mi asciugavo le mani sudate con la polvere, strofinandomele poi sui calzoni. Le urla dei Wariri, ed anche il rullio dei tamburi grandi, mi giungevano all'orecchio smorzati. Quei rumori esistevano, su piccola scala, infinitamente ridotta, oltre la circonferenza di un grande cerchio. La selvaggia asprezza di questi africani che malmenavano gli dèi e appendevano i morti per i piedi, non aveva nulla a che fare con i sentimenti del mio cuore.
Il mio cuore mirava a un solo grande scopo, distinto, staccato, una cosa a sé. Dovevo abbracciare questa enorme Mummah e sollevarla.
Avvicinandomi avevo visto quanto fosse grande, traboccante, informe. L'avevano unta e scintillava dinanzi ai miei occhi. Sulla superficie del suo corpo si muovevano le mosche. Una di queste minuscole sfingi dell'aria si era posata sulle sue labbra e si stava lavando. Come fa presto a fuggire una mosca quando è minacciata. Appena ebbi cominciato, le mosche tutte volarono via con un suono lacerante nel caldo. Senza esitare, circondai Mummah con le braccia. Non intendevo rinunziare in partenza. Pressai la pancia contro di lei, piegando un poco le ginocchia. Aveva un odore di vecchia donna viva. E in verità per me ella era una personalità viva, non un idolo. Ci incontravamo come due che si sfidano, ma anche come due che si conoscono. E con quell'intimo piacere che si prova in sogno, o in una di quelle giornate calde, benefiche, fluttuanti, oziose quando ogni desiderio è soddisfatto: posi la guancia contro il suo seno ligneo. Piegai le ginocchia e dissi: «Su, cara. Non serve che tu ti faccia più pesante; anche se tu pesassi il doppio, ti solleverei lo stesso.» Il legno cedette sotto la mia pressione e la buona Mummah con il suo sorriso immobile mi si abbandonò; la sollevai da terra e la portai per venti passi al posto nuovo, in mezzo agli altri dèi. I Wariri saltavano su e giù nella pietra bianca dei loro sedili, urlando, cantando, urtandosi l'un l'altro e gridando le mie lodi.
Rimasi immobile. Lì, accanto a Mummah nel suo nuovo posto anch'io ero pieno di felicità. Tanto lieto della mia impresa che tutto il mio corpo era ricolmo di un morbido calore, di una luce morbida e santa. Tutte le sensazioni di malessere che avevo provato sin dal mattino si erano convertite nelle sensazioni opposte. Anche il mio stato d'animo d'infelicità si era mutato in un godimento caldo, personale. Sapete, una cosa del genere mi era successa anche prima. Mi è capitato che un brutto mal di testa si mutasse in un dolore alle gengive, che per me è il segno della bellezza, quando si avvicina. Ho sentito poi questo dolore passare dalle gengive al petto, come una pulsazione gradevole. Ho provato anche un mal di stomaco fondersi nella mia pancia e dar luogo a un calore delizioso, calato nei genitali. Io sono fatto così. E quindi anche la febbre si trasformava in giubilo. Il mio spirito era desto ed io salutai la vita rinnovellata. Accidenti! Di nuovo la vita!
Ero di nuovo vivo e vegeto ed avevo il vecchio grun-tu-molani.
Raggiante, sorridevo a me stesso, sissignore, brillavo di gioia, tornai a sedermi presso l'amaca di Dahfu e mi asciugai il viso col fazzoletto, perché ero unto di sudore.
«Signor Henderson,» disse il re con la sua voce anglo-africana, «tu sei veramente persona di forza straordinaria. Non potrei ammirarti di più.»
«Grazie a te,» dissi, «per avermi dato una così meravigliosa occasione. Non di sollevare la vecchia, ma di aver raggiunto la mia profondità. La profondità vera. Voglio dire la profondità che sempre è stata mia.» Gliene ero grato. Dunque ero suo amico. La verità è che in quell'attimo lo amavo.





CAPITOLO QUATTORDICESIMO
Dopo questo fatto di forza, quando il cielo cominciò a riempirsi di nubi, non ne fui sorpreso quanto avrei creduto. Da sotto le ciglia mi accorsi del loro arrivo. E c' era in me la disposizione ad accogliere il fenomeno come qualcosa che mi spettasse di diritto.
«Ah, quest'ombra, » dissi al re, «proprio quel che ordinerebbe il dottore.» E intanto passavano le prime ombre. Il suo baldacchino infatti era composto solo di nastri, azzurri e rossi, e c'erano naturalmente anche gli ombrelli, che però non impedivano il riverbero. Comunque le grandi nubi che giungevano da oriente non solo ci davano ombra, ma anche sollievo dai colori troppo accesi. Dopo quel grande sforzo stavo seduto immobile. Le sensazioni violente parevano essere scomparse, o almeno trasformate. I Wariri invece continuavano ad acclamarmi, agitando le bandiere battendo bacchette e scuotendo campanelli, mentre montavano l'uno addosso all'altro per la gran gioia. Tutto assai bene. Io non volevo alcun riconoscimento speciale per quanto avevo fatto, specie se si pensa quanto ci guadagnavo io personalmente. Così rimanevo seduto e sudavo, fingendo di non accorgermi di quel che faceva la tribù.
«Guarda chi si rivede» dissi. Era il Bunam. Stava in piedi dinanzi al palco ed aveva le braccia piene di foglie e ghirlande ed erbe e pigne. Dietro di lui, fiera del suo strano berretto da soldato italiano, c'era la donna robusta a cui Dahfu mi aveva fatto stringere la mano presentandomela, la generalessa, come diceva lui, la comandante delle amazzoni. Al suo seguito c'erano altre di queste soldatesse, con i giubbotti di pelle. E la donna alta che aveva fatto col re il gioco dei teschi comparve anche essa sullo sfondo, dorata e scintillante. Non era delle amazzoni, no; ma era un personaggio di altissimo rango, immancabile nelle grandi occasioni. Non mi faceva gran piacere rivedere il Bunam, o funzionario, sorridente, e mi chiesi se fosse venuto a esprimermi la sua gratitudine o se voleva qualcosa d'altro, come mi inducevano a pensare le foglie e le ghirlande e tutta la verdura. E poi le donne avevano con sé strana roba. Due di loro recavano teschi su lunghe picche di ferro rugginose, mentre altre avevano strani scacciamosche fatti di tante striscioline di pelle. Ma dalla maniera con cui brandivano quegli arnesi io sospettai che non dovevano servire a cacciar mosche. Erano piccole fruste. Al gruppo, dinanzi al palco reale, si unirono i tamburini ed io immaginai che cominciassero l'antifona ed aspettassero il segnale del re.
«Cosa vogliono?» chiesi a Dahfu, perché il suo sguardo era su di me, e non sul Bunam e sulle grosse donne nude e sulla generalessa col suo strano berretto antiquato. Anche gli altri guardavano me. Non erano venuti a vedere Dahfu, erano venuti per me.
L'angelo di pelle nera, l'uomo che si era levato da terra con il suo bastone contorto ed aveva spedito Romilayu e me in un'imboscata, anche lui era presente, accanto al Bunam. E questa gente aveva rivolto su di me tutta l'oscurità, tutta l'attesa, tutta la ferocia, tutta la forza dei loro occhi. Io ero rimasto senza camicia, seminudo, a rinfrescarmi della fatica, ed ancora col fiato grosso.
E sotto quegli occhi indagatori cominciai a sentirmi a disagio. Il re aveva cercato di avvertirmi delle possibili conseguenze, dopo la lotta con Mummah. Ma io ero riuscito. Ero in gamba, io, avevo vinto.
«Cosa vogliono da me?» chiesi a Dahfu.
Tutto considerato era un selvaggio anche lui. Ancora faceva oscillare un teschio (suo padre forse) coi lunghi nastri lisci e portava denti umani cuciti nel cappello a larghe falde. Come potevo attendermi pietà da lui, quando egli stesso era condannato, nell'istante in cui perdeva la forza? Voglio dire, se non ci fossero buoni motivi ad ispirarlo, perché pensare che egli intendesse evitare il male a un estraneo, a un intruso? No, poteva benissimo mandarmi al diavolo. Invece, sotto l'ombra vellutata del suo cappello a morbide pieghe, che pareva una corona, aprì le labbra grandi e gonfie e disse: «Ecco, signor Henderson. Ho una notizia da darti. L'uomo che riesce a smuovere Mummah acquista, per i Wariri, rango di re della pioggia. Il nome del tuo rango è Sungo.
Ora tu sei Sungo, signor Henderson, e per questo motivo essi son qui.»
Ed io dissi, ancora sospettoso, incredulo: «Ripetimelo bene. Cosa significa?» E tra di me cominciavo a dire: "Bella maniera di ripagarmi, per aver smosso la loro dea."
«Oggi tu sei il Sungo.»
«Forse va bene, forse, non so. A dirti la verità c'è qualcosa che non mi fa sentire a mio agio. Quei tipi pare che facciano sul serio. Che intenzioni hanno? E sentimi, maestà, non mi spedire giù al fiume. Capisci quello che voglio dire? Credevo che tu mi volessi bene.»
Si spostò un poco sull'amaca, avvicinandosi, toccò il terreno con la mano e disse: «Ti voglio bene. E i fatti hanno accresciuto il sentimento che provo per te. Perché ti preoccupi? Per loro tu sei il Sungo. Vogliono che tu li segua.»
Non so per quale ragione, ma non riuscivo per il momento ad aver fiducia in lui. «Promettimi solo una cosa,» dissi, «se deve succedere del male, vorrei poter mandare un messaggio a mia moglie. Poche righe soltanto, per dirle addio e ti amo, e che in sostanza con me è stata brava. E non fate male a Romilayu. Non ha fatto nulla, lui.» Mi pareva di sentire la gente, in America, a un ricevimento, per esempio, che diceva: "Quel ciccione di Henderson alla fine ha avuto il fatto suo. Come, non lo sai? E' andato in Africa, ed è scomparso nell'interno del paese. Forse ha pestato i piedi a qualche indigeno e quelli lo hanno accoltellato.
Ci siamo sbarazzati di lui. Robaccia. Pare che la proprietà valga tre milioni di dollari. Secondo me lui sapeva d'esser pazzo, e disprezzava la gente perché passava sopra ai suoi misfatti. Insomma era marcio, dentro." "Marci siete voi, bastardi." "Pieno di eccessi." "Sentite voialtri: l'unico mio grande eccesso era che volevo vivere. Forse ho considerato tutte le cose del mondo come se fossero una medicina. E allora? Cosa avete in corpo, voialtri? Non capite nulla? Non credete nella rigenerazione? Pensate che un uomo debba andarsene via giù per la fogna?"
«Oh, Henderson,» disse il re. «Perché tanto sospettoso? Cosa ti ha fatto pensare che ci sia un pericolo imminente per te o per il tuo uomo?»
«E allora perché mi guardano in quel modo?»
Il Bunam e il mandriano che pareva di pelle e le barbare donne negre.
«Tu non hai motivo alcuno per temere» disse Dahfu. «Nessuno vuol farti del male. No, no,» disse questo strano principe africano, «essi vogliono che tu sia presente alla purificazione dei pozzi e delle acque. Dicono che tu sei venuto per questo. Ah, ah, signor Henderson, tu hai detto poco fa che è invidiabile colui che sta nel cuore del suo popolo. E nel cuore del popolo tu stai, ora.»
«Sì, ma di questo non so nulla. Tu invece sei nato così.»
«Via, non essere ingrato, Henderson. E' chiaro che anche tu devi essere nato per qualcosa.»
Ebbene, eccomi lì. Sotto i piedi quella strana, multiforme, bianca pietra calcarea. Anche quella pietra era in sé una parola, o forse più di una parola sola, parola dentro parola, come in un sogno di scatole cinesi. Scesi in mezzo al ronzio e all'urlo che si sente nell'intervallo di una trasmissione di baseball. Da dietro si fece innanzi il funzionario e mi sollevò il casco, mentre la rigida, robusta vecchia generalessa cominciò a spogliarmi, fino all'ultima buccia di cotone. «No, no,» dicevo io, ma ormai avevo le mutande già calate sulle ginocchia. Era successo il peggio ed io ero nudo. Come unico abbigliamento ormai avevo l'aria. Cercai di coprirmi con le foglie. Ero asciutto, ero intorpidito, bruciavo, e mi si muoveva la bocca, pur senza dire una parola; cercavo di riparare la mia nudità con le mani e con le foglie, ma Tatu, la generalessa amazzone, mi tirò via le dita e mi mise in mano una di quelle fruste multiple. Toltimi i vestiti, credevo che sarei crollato urlando e morto di vergogna. Ma mi sosteneva la mano della vecchia amazzone, da dietro, e mi spingeva innanzi. Tutti cominciarono a gridare: «Sungo, Sungo Sungolay.» Sì, ero io, Henderson, il Sungo. Corremmo. Ci lasciammo dietro il Bunam e il re, ed anche l'arena ed entrammo nei vicoli contorti della città. Coi piedi dilaniati dai sassi, stordito, a corsa col terrore nelle budella, un sacerdote della pioggia. No, il re, il re della pioggia. Le amazzoni urlavano, cantavano a brevi, forti sillabe spiccate. Le teste grandi, calve, sensibili e le bocche aperte e la potenza di quelle parole, queste donne con la breve tunica di pelle abbottonata e la figura ridondante! Correvano. Ed io, in mezzo a quella società nuda, e nudo io stesso, nudo davanti e dietro fra i festini di foglie e d'erba, danzavo sulle pietre roventi, coi piedi feriti e brucianti. Anch'io dovevo gridare. Mi insegnò la generalessa, col viso vicino al mio e la bocca aperta, urlante, ed anch'io gridavo:
«Ya-na-bu-ni-ho-no-mum-mah!» Qualche raro uomo che incontravamo per via fu bastonato dalle donne e scappò di corsa, ed io stesso, che saltellavo nudo dietro le foglie leggère parevo seminare lo sgomento fra quei dispersi. I teschi sulle picche di ferro ci accompagnavano nella corsa. Facemmo il giro della città fino alle forche. C'erano appesi uomini morti, e ciascuno aveva attorno un branco di avvoltoi. Passai sotto le teste vacillanti e non ebbi tempo di guardare perché correvamo forte, ora; avevo il fiato grosso e il singhiozzo e dicevo fra me: dove diavolo si va? C'era una meta: una grande pozza di abbeverata; le donne mi trascinarono fin là, saltando e cantando, e poi una diecina di loro si buttarono su di me. Mi afferrarono e mi fecero fare un salto mandandomi a ricadere sull'acqua ferma, caldissima, dove stavano alcune vaccine di corna lunghe.
Quest'acqua era alta solo circa quindici centimetri; la fanghiglia morbida era più profonda e ci affondai. Pensai che forse intendevano che io restassi lì affondato nella pozza, ma invece quelle che portavano i teschi mi offrirono le picche di ferro ed io mi aggrappai ad una e mi tirarono fuori. Quasi avrei preferito restare nel fango, tanto era disfatta la mia volontà. Inutile adirarsi. E nemmeno avevano intenzione di scherzare. Ogni cosa facevano col massimo zelo. Tutto inzaccherato di fango uscii dalla pozza. Speravo almeno che in questo modo fosse coperta la mia vergogna, perché il lieve schermo di erbe, svolazzando, lasciava ogni cosa scoperta. Non che queste grandi terribili donne mi scrutassero. No, no, non se ne occupavano. Ma insieme alle fruste ed ai teschi e ai fucili io vorticavo con loro, io, re della pioggia, e urlavo frenetico e sozzo: «Yana- bu-ni-ho-no-mum-mah!» e poi come prima. Sì, eccolo, lo smuovitore di Mummah, il campione, il Sungo. Sì, ecco Henderson, USA, il capitano Henderson decorato al valore, veterano del Nord Africa, di Sicilia, di Montecassino eccetera, l'ombra gigante, un uomo di carne e sangue, instancabile cercatore, pio e rozzo, ostinato vecchio barbone col ponte rotto, minacciatore di morte e di suicidio. Oh, voi, governanti del cielo! Oh, potenze fatali! Oh, per me è finita! Sprofonderò nella morte, ed esse mi getteranno sul mucchio di letame, e gli avvoltoi faranno casa nel mio ventre.
E con tutto il mio cuore gridai: «Pietà, abbiate pietà!» e poi ancora gridai: «No, giustizia!» Ma poi cambiai parere e gridai: «No, no, verità, verità!» E infine: «Sia fatta la Tua. Non la mia volontà, ma la Tua!» Questo povero rozzo uomo, questo povero fanfarone, che leva al cielo il suo grido di verità. Lo sentite?
Urli e salti, un ciclone eravamo per vicoli terrorizzati, piedi trepestanti, sul ritmo dei tamburi e dei teschi. E intanto il cielo si riempiva di calde, grigie, lunghe ombre, nubi di pioggia, ai miei occhi di forma anormale, ammucchiate assieme come canne d'organo o come gli ammoniti oceanici del paleozoico. A gola piena le amazzoni gridavano, latravano ed io, confuso in mezzo a loro, mi chiedevo chi fossi. Io. Con le foglie intrise di fango che mi seccavano sulla pelle. Il re della pioggia. Pensai che questo doveva pur darmi qualche distinzione, ma di che genere non sapevo dire.
Sotto lo strato spesso delle nubi piene di pioggia si levò una brezza calda, scura. Aveva odore di fumo. Era una cosa opprimente, insinuante, soffocante, afosa. Piena di desiderio l'aria, e la sentivi gonfia, pesante. Era pesantissima. Ardeva di scaricarsi, come un essere vivo. Coperta di sudore la generalessa mi spingeva col braccio, e roteava i grandi occhi e ansimava. Il fango si era seccato formando su di me una specie d'abito terreo. Dentro, mi pareva d'essere il Vesuvio, la parte alta in fiamme ed il sangue che pulsava verso il cratere, come magma. Fischiavano le fruste con un suono secco, ed io mi chiesi che diavolo facessero. Dopo il soffio della brezza venne buio più profondo, come il caldo pungente dei treni quando passano nella galleria di Grand Central in un giorno disfatto d'agosto, che è come la tenebra eterna. E' quando io sempre chiudo gli occhi.
Ma ora non potevo chiuderli. Tornammo di corsa all'arena, dove ci attendevano i Wariri. Come la pioggia non era ancora avvenuta, così le loro voci non erano ancor giunte al mio orecchio, trattenute come da un sottilissimo argine. Sentii Dahfu che mi diceva: «Dopo tutto, signor Henderson, puoi anche perdere la posta.» Eravamo di nuovo dinanzi al suo palco. Egli diede un ordine a Tatu, la generalessa, e tutti ci volgemmo a corsa per l'arena, io con gli altri, e correvo all'intorno estatico, nonostante la mia mole, nonostante le ferite ai piedi. Il cuore in tumulto, la testa stordita, e pieno di qualcosa che somigliava allo splendore di un deserto panorama sul Pacifico, dove ero passato con Edward. Null'altro che bianco, e grandi nubi intorno. Sulle multiformi pietre bianche vidi gente in piedi, che saltava, frenetica, oppressa dalle grandi nuvole di Mummah, quelle gigantesche tuberose che stavano per rompersi. Era una sorta di delirio totale. Strillavano, strillavano. E di tutte quelle grida la mia testa, la testa del re della pioggia, era l'arnia. Tutte volavano attorno a me, e mi entravano nel cervello. E sopra il frastuono io udivo il ruggito dei leoni, mentre la polvere mi vibrava sotto i piedi.
Le donne intorno a me danzavano, se così si può dire. Pestavano, urlavano, sbattevano i corpi contro di me. Tutti insieme ci avvicinavamo agli dèi, fitti in gruppo, con Hummat e Mummahche guardavano da sopra gli altri. Ed ora io desideravo cadere al suolo, evitare d'aver parte in una cosa che mi pareva terribile, perché queste donne, le amazzoni, correvano verso le immagini degli dèi con le loro corte fruste per batterli.
«Ferme!» gridai.
«Basta! Che vi succede? Siete pazze?» Diverso sarebbe stato, forse, se si fosse trattato d'una fustigazione simbolica, e gli dèi appena sfiorati dalle strisce di pelle. Invece grande violenza si scatenò su quelle figure, sì che le più piccole crollarono sotto i colpi, mentre le grandi li ricevettero inermi ma senza mutar volto. I figli della tenebra, la tribù, si levarono urlando come gabbiani sull'acqua in tempesta. Ed allora io caddi a terra. Nudo, mi buttai giù ruggendo: «No, no, no!» Ma Tatu mi afferrò per un braccio e con forza mi tirò su in ginocchio. E così, ancora in ginocchio, fui trascinato, strisciando a terra, nella mischia. La mano, che ancora impugnava la frusta, fu sollevata una volta o due e riabbassata e contro la mia volontà fui costretto a compiere il mio dovere di re della pioggia. «Oh, non posso farlo. Mi ci costringerete,» dicevo. «Oh, pestatemi, uccidetemi. Infilzatemi allo spiedo, cocetemi al fuoco.» Cercai di nascondermi contro terra, ed in tal posizione ebbi un colpo di frusta alla nuca e poi anche in faccia, poiché le donne si agitavano da tutte le parti, e si colpivano l'un l'altra, e colpivano me e gli dèi. Preso in mezzo a quella follia, mi paravo i colpi, restando in ginocchio, e mi sembrava di lottare per salvarmi la vita, e strillavo. Finalmente si udì un rombo di tuono.
E poi, dopo un grande, stridulo, freddo soffio di vento, le nubi si aprirono e cominciò a cadere la pioggia. Rovesci d'acqua come bombe a mano scoppiavano tutt'intorno e addosso a me. Il viso di Mummah, che era stato battuto dalle fruste, era ormai coperto di bollicine argentee, e sul terreno cominciava a formarsi la schiuma.
Le amazzoni coi loro corpi bagnati mi abbracciavano. Ero troppo sbigottito per scacciarle. Non ho mai visto una pioggia simile. Era come l'inondazione d'Olanda che travolse gli uomini di Alva quando si ruppero le dighe del mare. Nel torrente si erano nascosti tutti gli altri. Cercavo il palco di Dahfu, invisibile dietro la tempesta, e cercavo di ritrovar la strada attorno all'arena seguendo con la mano la pietra bianca. Poi incontrai Romilayu, che si ritrasse come se io gli fossi pericoloso. Aveva i capelli ammassati ed appiattiti dalla tempesta, e disegnata sul volto una grande paura.
«Romilayu,» gli dissi, «te ne prego, amico, devi aiutarmi. Guarda come sono ridotto. Trova i miei panni.
Dov'è il re? Dove sono tutti? Trovami i panni, il casco,» dissi. «Devo ritrovare il casco.»
Nudo mi tenni a lui e mi ci appoggiai, coi piedi che mi scivolavano, mentre egli mi guidava al palco del re.
Quattro donne tenevano una coperta sul capo di Dahfu, per parargli la pioggia, ed avevano sollevato l'amaca. Lo portavano via.
«Re, re,» gridai.
Tirò da parte un lembo della coperta che gli avevano buttato addosso. Ce lo vidi sotto, con il suo cappello dalle larghe falde.
Gli gridai: «Cosa si è abbattuto su di noi?»
Disse soltanto: «E' la pioggia.»
«La pioggia? Che pioggia? Questo è il diluvio: sembra la fine...»
«Signor Henderson,» disse «tu hai fatto per noi una cosa grande, e dopo il dolore dobbiamo darti qualche piacere.» E visto lo sguardo che avevo, aggiunse: «Vedi, signor Henderson, gli dèi ci conoscono.» E mentre
si allontanava sull'amaca, con otto donne a reggere i pali, disse: «Hai perduto la posta.» Mi lasciarono lì con la mia veste di terra, come una rapa gigante.




CAPITOLO QUINDICESIMO
Ecco come divenni re della pioggia. Credo che me lo meritai, per essermi immischiato in questioni che, accidenti, non erano affar mio. Ma non si poteva resistere al re: uno di quegli impulsi contro i quali non si combatte. E in che pasticcio mi ero cacciato?
Quali le conseguenze? Giacevo in una stanzetta, al piano terreno del palazzo, sporco, nudo, ferito. La pioggia cadeva, sommergendo la città, gocciolando dai tetti a grandi festoni, tetra, spettrale. Tutto tremante, m'ero coperto di pelli e tenevo gli occhi sbarrati, avvolto fino al mento nella buccia di qualche animale sconosciuto, e continuavo a dire: «Oh, Romilayu, non mi odiare.
Come potevo prevedere in che guai mi sarei ficcato?»
Avevo lungo il labbro di sopra; e il naso storto; mi facevano male i segni delle frustate, e sentivo che gli occhi erano neri, gonfi. «Oh, come mi son ridotto. Ho perduto la scommessa e sono alla mercé di quel tipo.» Ma Romilayu mi venne in soccorso. Cercò di rinfrancarmi un poco e disse che secondo lui non dovevamo attenderci il peggio; non era il caso che già mi considerassi in trappola. Poi disse: «Tu dormi, signore. Pensa domani.»
Ed io dissi: «Romilayu, sempre più mi accorgo di quanto c'è di buono in te. Hai ragione, devo aspettare. Non ho la minima idea di quale sia la nostra situazione vera.»
Poi anche lui si apparecchiò al sonno, accoccolato sulle tibie, stringendo le mani coi muscoli che cominciavano a guizzare sotto la pelle, ed il mormorio della preghiera che gli si levava dal petto. Devo ammettere che ciò mi diede un po' di consolazione.
Gli dissi: «Prega, prega. Oh, prega, amico, prega tanto. Prega per la nostra situazione.»
Così, quando ebbe finito, si avvolse nella coperta, tirò su i ginocchi, ficcando la mano sotto la guancia, come faceva sempre.
Ma prima di chiudere gli occhi disse: «Perché fatto questo, signore?»
«Oh, Romilayu,» risposi, «se lo sapessi non mi troverei dove mi trovo oggi. Perché far saltare quei poveri ranocchi, senza prima guardare né a destra né a sinistra? Non so perché mi abbandono a queste estreme violenze. E' una cosa così strana che anche la spiegazione deve essere strana. Le supposizioni non mi servono a niente, perciò meglio aspettare qualcosa che mi illumini.» E pensando al gran buio che mi circondava e alla mancanza di una qualsiasi illuminazione, ancora sospiravo e gemevo.
Invece di preoccuparsi perché io non ero riuscito a dargli una risposta soddisfacente, Romilayu si addormentò, e dopo poco dormivo anch'io, mentre la pioggia imperversava e il leone – o forse i leoni - ruggivano sotto il palazzo. Mente e corpo si abbandonarono al riposo. Ero come in deliquio. Avevo in volto una barba di dieci giorni. Mi venivano sogni e visioni ma non occorre che ne parli; basti solo dire che la natura era buona con me, ed io debbo aver dormito dodici ore filate, dolorante com'ero nel corpo, coi piedi feriti e il volto pesto.
Quando mi svegliai il cielo era chiaro e caldo, e Romilayu s'era destato. Due donne, amazzoni, erano con me nella stanzetta. Mi lavai, mi rasi, feci i miei bisogni in un gran bacile messo in un angolo a quello scopo, credo. Poi le donne, alle quali avevo ordinato di uscire, tornarono portando alcuni capi di vestiario che, disse Romilayu, erano la divisa del Sungo, cioè del re della pioggia. Insistè che era meglio indossarli, perché ci avrebbe provocato altri guai disobbedire. Infatti ora io ero il Sungo. Esaminai perciò quegli indumenti. Erano verdi e di seta, e tagliati in modo simile a quelli del re Dahfu: le brache erano così, voglio dire.
«Appartiene Sungo,» disse Romilayu. «Tu ora Sungo.»
«Ehi, ma queste maledette brache son trasparenti,» dissi, «ma è meglio che le indossi.» Mi stavo infilando i calzoncini tutti sporchi di cui ho già parlato, e sopra misi le brache verdi. Nonostante il riposo non ero in ottima forma. Avevo ancora la febbre.
Credo che per un uomo bianco sia naturale sentirsi male in Africa. Sir Richard Burton era un uomo di ferro - per quanto può la carne somigliare al ferro - e si prese una brutta febbre. Anche peggio andò a Speke. Si ammalò Mungo Park, da non reggersi in piedi. Il dottor Livingstone era malato un giorno sì e l'altro pure. E dunque! Chi credevo d'essere, per non ammalarmi? Una delle amazzoni, Tamba, che aveva il mento adorno di pelo, mi si avvicinò alle spalle, mi tolse il casco e mi pettinò la testa con uno strumento ligneo, primitivo. Queste donne erano dunque adibite al mio servizio.
Mi disse: «joxi, joxi.»
«Cosa vuole? Cos'è questo joxi? Colazione? Non ho appetito. Son troppo agitato per mandare giù qualcosa.» Bevvi invece un po' di whisky da una delle borracce, giusto per tenere aperto il tubo della digestione; pensavo anche che mi potesse far bene contro la febbre.
«Loro mostrano joxi,» fece Romilayu.
Faccia in giù, Tamba si distese per terra e l'altra donna, di nome Bebu, si sdraiò sulla schiena di lei, e coi piedi la pestava e la massaggiava, assestandole le vertebre. Dopo che l'ebbe lavorata con quei suoi piedoni - ed a giudicare dalla faccia di Tamba, l'operazione era gradevolissima - si scambiarono di posto. Poi cercarono di dimostrarmi quanto fosse benefico quel lavoro, e quanto giovava loro. Insieme si batterono il petto con le nocche.
«Di' loro grazie per le buone intenzioni,» feci. «Magari è un'ottima terapia, ma credo che per oggi ne farò a meno.»
Dopo di ciò Tamba e Bebu si distesero a terra e cominciarono a farmi il saluto con tutte le cerimonie. Mi presero un piede e se lo misero sul capo, come aveva fatto Itelo per riconoscere la mia supremazia. Le donne si inumidirono le labbra, in modo che vi si appigliasse la polvere. Quando ebbero finito, venne Tatu la generalessa per condurmi da re Dahfu, e si sottopose alla medesima umiliazione, con il berretto militare in testa. Poi le due donne mi portarono un ananasso su di un vassoio di legno e mi costrinsero a mandarne giù una fetta.
Poi insieme a Tatu mi avviai su per le scale, e la generalessa mi permise di salire per primo. Sorrisi, grida, benedizioni, applausi e canti mi salutavano; più ansiosi di parlarmi sembravano i vecchi. Non ero ancora abituato al vestito verde; me lo sentivo largo e troppo comodo sulle gambe. Dal ballatoio alto guardai fuori e vidi le montagne. L'aria era eccezionalmente chiara e le montagne si ammucchiavano l'una accanto all'altra come il manto del toro di Brahma. Anche il verde pareva bello, oggi, vellutato. Gli alberi erano chiari e verdi e i fiori freschi e rossi nei vasi di pietra bianca. Vidi passare sotto di noi le donne del Bunam coi loro dentini corti, le grandi teste rase volte all'insù. Credo di averle fatte sorridere, con le mie brache verdi, enormi, gonfie, ed il casco e gli stivaletti da deserto, con la suola di gomma.
Traversammo le anticamere ed entrammo nell'alloggio del re.
Il suo grande sofà rigonfio era vuoto, ma le mogli giacevano sui cuscini e sulle stuoie: chiacchieravano pettinandosi le chiome e rifacendosi le unghie delle mani e dei piedi. Un'atmosfera quanto mai cordiale e discorsiva. Quasi tutte le donne giacevano in riposo, ma un riposo di tipo particolare: le gambe incrociate, come noi faremmo con le braccia, e distese, come disossate. Sorprendenti. Io le fissavo. La stanza aveva un odore tropicale, come certe zone del giardino botanico, come fumo di carbone misto a miele, come il granturco caldo. Nessuna mi guardava, quasi che nemmeno esistessi. E a me sembrava impossibile: come fingere di non vedere il Titanic. E poi, io ero la novità del giorno, il Sungo bianco che aveva sollevato Mummah. Immaginai che fosse una sconvenienza, da parte mia, entrare nei loro alloggi, e che per questo fingessero di non vedermi.
Uscimmo di lì per una porticina bassa e mi trovai nella camera del re. Era seduto su una bassa sedia senza spalliera, un riquadro di pelle rossa teso su di una cornice larga di legno. Portarono un sedile identico per me, e poi Tatu si ritrasse o si mise in qualche angolo oscuro. Ancora una volta eravamo faccia a faccia.
Non c'era il suo cappello ornato di denti umani, non c'erano più teschi. Indossava un paio di calzoni attillati e pantofole ricamate.
Accanto a lui, sul pavimento, c'era una pila di libri; leggeva quando entrai, e ripiegò l'angolo della pagina, premendoci sopra le nocche, e ripose il volume in cima alla pila. Che tipo di lettura poteva interessare un uomo come lui? Non sapevo rispondere.
«Oh» disse «ora che ti sei riposato e fatto la barba hai un aspetto proprio ottimo.»
«Mi par d'essere un oggetto sacro, ecco cosa mi par d'essere, re. Ma capisco che tu vuoi ch'io porti questa bardatura, e non voglio venir meno ai patti. Dico solo che se tu mi lasci uscirne fuori te ne sarò quanto mai grato.»
«Capisco,» rispose, «e piacerebbe anche a me poterlo fare, ma il vestito del Sungo è indispensabile. Tranne il casco.»
«Son sempre stato attento ai colpi di sole,» dissi. «Insomma, ho sempre portato qualcosa in testa. In Italia, durante la guerra, dormivo con l'elmetto. Ed era un elmetto di metallo.» «Eppure in casa non è indispensabile ripararsi la testa,» disse.
Però io non accolsi il suggerimento. Mi sedetti dinanzi a lui con il casco bianco.
Naturalmente il re mi pareva strano, fiabesco, per l’estrema nerezza del suo viso. Era nero come... come la salute. E per contrasto aveva le labbra rosse, gonfie; e sul capo gli vivevano (dire crescevano sarebbe poco) i capelli. Come quelli di Horko, i suoi occhi avevano una punta di rosso. Ed anche seduto sulla sedia di pelle senza schienale era immobile, come sul sofà o sull'amaca, in una posizione di lussuoso riposo.
«Re,» dissi.
Dalla decisione con cui avevo attaccato egli mi comprese e disse: «Signor Henderson, tu hai diritto a tutte le spiegazioni che io sia in grado di darti. Vedi, il Bunam era certo che tu avevi la forza necessaria a spostare la nostra Mummah. Ed io, quando vidi la tua struttura fisica, gli diedi ragione. Subito.»
«Bene,» feci, «va bene, sono forte. Ma il resto come è successo? Mi pare che tu fossi certo che sarebbe successo. Hai voluto persino scommettere.»
«No, l'ho fatto solo perché a me piace scommettere» disse. «Per il resto ne sapevo quanto te.»
«Succede sempre così?»
«Non sempre, tutt'altro. Anzi, assai di rado.»
Con le sopracciglia levate, cercavo di mostrarmi quanto più possibile scaltro, perché volevo fargli capire che non ero soddisfatto della spiegazione che mi aveva data del fenomeno. Intanto cercavo di capire quel che aveva in mente. E non c'era nulla di ostentato in quest'uomo. Pensava le sue risposte, ma senza far la faccia di quello che pensa. E quando parlava di sé, le cose che mi diceva si combinavano con quanto avevo udito dal principe Itelo.
All'età di tredici anni lo avevano mandato alla città di Lamu e poi a Malindi. «Tutti i re che mi hanno preceduto, per generazioni, dovevano conoscere il mondo e frequentare la scuola, a quella stessa età. Vieni fuori dal nulla, vai a scuola, poi torni. Un bambino, ad ogni generazione, viene inviato a Lamu. Assieme a lui va uno zio, e gli fa da servitore.» «Tuo zio Horko?»
«Sì, Horko. Per nove anni mi ha servito a Lamu. Ero partito con Itelo. Ma non mi piaceva quella vita giù al sud. I compagni di scuola eran viziati. Kohl negli occhi. Rossetto. Volevo ben altro, io.»
«Be', tu sei una persona seria,» feci. «Questo è evidente. Fin dal primo momento ti ho giudicato così.» «Dopo Malindi, Zanzibar. Qui insieme a Itelo mi imbarcai come marinaio. Andammo in India e a Giava. Poi il Mar Rosso, Suez. Cinque anni in Siria alla scuola della chiesa. Ci trattavano con grande generosità. Dal mio punto di vista l'istruzione scientifica era quanto mai degna. Dovevo prendere la laurea in medicina, e ci sarei riuscito, se non fosse morto mio padre.»
«Interessantissimo,» feci, «solo non vedo come si colleghi a quanto è successo ieri. I teschi, e quel tipo, il Bunam, e le amazzoni, e il resto.»
«Interessante, lo ammetto. Ma d'altra parte non sta a me, Henderson, Henderson-Sungo, far sì che il mondo abbia una logica.»
«Non ti è venuta la tentazione di non tornare quaggiù?»
Sedevamo vicinissimi e, come già ho detto, la sua nerezza me lo faceva sembrare strano, favoloso. Come tutte le persone di forte vitalità, gettava un'ombra più densa: lo giuro. Era una sorta di carica, qualcosa di fumoso. Lo avevo già notato, a volte, in Lily, e me ne resi conto soprattutto il giorno del temporale a Danbury, quando mi sviò nel vicolo allagato e poi da letto telefonò alla madre. Aveva quell'ombra, nettissima. E qualcosa di lucente, ma insieme annuvolata; è fumosa, azzurrastra, tremante, lucente come l'acqua dei gioielli. Somigliava anche a quel che avevo sentito levarsi da Willatale, quando le baciai la pancia. Ma questo re Dahfu ne era fornito più d'ogni altra persona che mai io abbia conosciuto.
In risposta alla mia ultima domanda disse: «C'era più d'un motivo per cui desiderare che mio padre campasse ancora.»
Come avevo pensato, il vecchio era morto strangolato.
Forse mi mostrai dispiaciuto d'avergli ricordato suo padre, perché egli scoppiò a ridere per rimettermi a mio agio e disse:
«Non ti crucciare, signor Henderson... debbo chiamarti Sungo perché ora tu sei il Sungo. Non ti crucciare, dico. E' un argomento che non si poteva evitare. E non sei stato tu ad affrontarlo. Venne la sua ora, morì, ed io fui re. Dovevo riprendere il leone.» «Di che leone stai parlando?» chiesi.
«Ma come, te l'ho detto ieri. Forse l'hai scordato, il corpo del re, il baco che ci cresce dentro, l'anima del re, il cucciolo di leone?» Ora ricordavo. Certo, me lo aveva detto. «Ebbene dunque,» continuò, «questo giovane animale, liberato dal Bunam, tocca al successore del re catturarlo, entro un anno o due, quando è cresciuto.» «Cosa? Devi cacciarlo?»
Sorrise. «Cacciarlo? Io ho un'altra funzione. Catturarlo vivo e tenerlo con me.»
«Allora è quello l'animale che sento ruggire là sotto. Avrei giurato di aver sentito un leone laggiù. Per Zeus, ma allora è così,» dissi.
«No, no, no,» disse con quel suo modo dolce. «Non è quello, Henderson-Sungo. Tu hai sentito un altro animale. Non ho ancora catturato Gmilo. E perciò non sono ancora confermato nella carica di re. Sono a mezza strada. Per dirla alla maniera tua, anch'io debbo por termine al Divenire.»
Nonostante le disavventure del giorno prima, cominciavo a comprendere perché mi rassicurava tanto la vista del re. Mi faceva bene sedergli vicino; mi faceva straordinariamente bene. Teneva le grosse gambe stese, la schiena incurvata, le braccia conserte al petto, e sul viso aveva un'espressione pensosa e compiaciuta. Dalle labbra gonfie veniva a tratti un mormorio. Mi faceva pensare al rumore che a volte si ode in una stazione dell'alta tensione a New York, in una notte d'estate; le porte sono aperte; c'è tutta quella roba di acciaio e ottone in movimento, luccicante sotto un lumino, e qualche vecchio in tuta e pantofole che fuma la pipa, con tutta quella mole di elettricità alle spalle. Forse non c'è al mondo persona più di me disponibile al fascino di queste cose. Nonostante le apparenze in contrario, io sono una specie di diapason, di medium. "Henderson," dissi fra me, e non era la prima volta, "è una di quelle faccende luth suspendu, sitôt qu'on le touche résonne. E ieri tu hai visto cosa significa selvaggio, se per caso tu non lo avessi capito prima. Il teschio del padre, ed ora i leoni. Leoni! E quell'uomo, quasi laureato in medicina. E' una cosa da pazzi, tutta quanta. Così riflettevo. Ma allora dovetti tener conto del fatto che c'è una voce dentro di me che ripete Voglio, insistente, devastatrice, che genera un caos, che desidera, che desidera, e di continuo disillusa, che mi spingeva avanti, come i battitori spingono avanti la caccia. Perciò non potevo scendere a patti con la vita, ma dovevo accettare le condizioni che la vita mi concedeva. Ma a momenti sarei stato contento di scoprire che solo la mia febbre era la causa di tutto quel che m'era successo da quando lasciai Charlie e sua moglie per mettermi da solo: gli Arnewi, i ranocchi, Mtalba e il cadavere e la corsa con solo le foglie addosso, e quelle donne gigantesche. Ed ora quel possente personaggio nero che mi faceva sentire bene, ma c'era da fidarsi di lui? C'era da fidarsi di lui? Ed io, io, ingoffato da quelle brache di seta verde, segno del mio rango di re della pioggia. Tendevo, aguzzavo le orecchie e gli occhi sospettosi. Oh, al diavolo! Come è possibile distruggere un uomo per il quale la realtà non ha una dimora fissa! Come si può distruggerlo! Così stavo a sedere nel palazzo con le rozze pareti rosse e le pietre bianche dentro le quali crescevano i fiori. Presso la porta le amazzoni e soprattutto la fiera vecchia Tatu con le grandi sue narici. Stava seduta a terra, sognante, col suo berretto militare.
Eppure, seduti come eravamo lì a parlare, mi pareva che fossimo due uomini di dimensioni fuor del normale.
Credere o non credere in lui, fidarsi o non fidarsi, questa era un'altra questione.
A questo punto cominciò una conversazione di cui non avrebbe potuto darsi l'eguale, in nessuna parte del mondo. Mi tirai su un poco i calzoni verdi. Mi vacillava il capo per la febbre, ma chiesi fermezza a me stesso e con voce decisa dissi: «Vostra maestà, non intendo tirarmi indietro sulla scommessa. Ho dei princìpî, io.
Ma ancora non capisco che cosa significhi, esser vestito da re della pioggia.»
«Non si tratta solo di vestito,» fece Dahfu. «Tu sei il Sungo. Proprio così, signor Henderson. Non avrei potuto farti Sungo se tu non avessi avuto la forza di smuovere Mummah.»
«Bene, d'accordo allora; ma il resto, gli dèi? Mi sentivo molto male, maestà, posso dirtelo. Non ho mai menato una vita molto buona. Son certo che sul mio conto è già tutto scritto...» Il re annuiva. «Ho fatto un mucchio di brutte cose, e da soldato e da civile. Lo dico chiaro, non merito un pezzo di cronaca nemmeno sulla carta igienica. Ma quando li ho visti cominciare a battere Mummah e Hummat e tutti gli altri, son caduto a terra. Era abbastanza buio, là fuori, e non so se tu hai visto o no.»
«Ho visto. Non è stata idea mia, Henderson.» Il re parlava a bassa voce. «Ho idee ben diverse, io. Vedrai. Ma vogliamo parlare solo fra noi?»
«Voglio che tu mi faccia un favore, maestà, un grosso favore. Il più grande possibile dei favori.» «Ma certo. Stai pur sicuro.»
«Bene, dunque, ed ecco di cosa si tratta: vuoi sentir da me la verità pura? E' la mia sola speranza. Senza di che, il resto può anche andare al diavolo.»
Cominciava a sorridere: «Certo, come potrei rifiutarti questo? Ne sono lieto, Henderson-Sungo, ma devi permettere a me di chiedere la stessa cosa. Non servirebbe a nulla l'accordo se non fosse reciproco. Ma hai qualche idea della forma che assumerà la verità? Sei pronto, nel caso che venga sotto un'altra forma, inattesa?»
«Vostra maestà, siamo d'accordo. E' un patto fra noi due. Oh, tu non puoi capire il grande favore che mi fai. Quando son partito dal territorio degli Arnewi (ed a te posso dire che ho fallito, laggiù - forse già lo sai) pensavo di aver perso la mia ultima occasione. Stavo già per scoprire qualcosa del grun-tu-molani quando successe quella cosa terribile, ed io me ne andai con una nube sopra di me. Perdio, ero umiliato. Vedi, maestà, io continuo a pensare al sonno dello spirito, e a quando diavolo scoppierà.
Così ieri, quando son diventato re della pioggia - oh, che esperienza! Come potrò comunicarla a Lily (mia moglie)?»
«Te ne ringrazio, signor Henderson-Sungo. Io avevo intenzione di trattenerti con me per un poco, nella speranza che accadessero mutamenti importanti. Perché a me non è facile esprimermi al mio popolo. Solo Horko ha visto il mondo, e nemmeno con lui riesco a comunicare liberamente. Qui sono contro di me...» Questo lo disse quasi in segreto, e dopo che ebbe parlato le sue grandi labbra si richiusero e nella stanza ci fu silenzio. Le amazzoni giacevano al suolo, come addormentate - Tatu col suo berretto e le altre nude, tranne qualche finimento di pelle che avevano indosso. Tenevano gli occhi neri appena aperti, ma vigili. Sentivo le mogli, oltre la porta della nostra stanza interna, che si agitavano.
«Hai ragione,» dissi. «Non è questione di aspettare la verità. La questione è anche un'altra, di solitudine. Come se uno fosse nella tomba. Quando ritorna dal proprio funerale, non distingue il bene dal male. Così, per esempio, io ho pensato per qualche tempo che deve esistere un rapporto fra verità e colpi.»
«Ancora. Cos'è che hai pensato?»
«Be', sarebbe questo. Lo scorso inverno stavo spaccando legna quando una scheggia si staccò dal ceppo e mi colpì al naso. E allora la prima cosa che pensai fu verità.»
«Ah,» disse il re, e poi cominciò a parlare, a voce bassa, riservata, di una varietà di cose che non avevo mai sentito prima, ed io lo fissavo con gli occhi sbarrati. «Stando così le cose,» disse, «può sembrare che il caso nostro sia simile. Invece, io credo che veramente non è come sembra. Sento tuttavia che esiste una legge della natura umana nella quale entra la forza. L'uomo è una creatura che non può restare ferma sotto i colpi. Prendiamo ora un cavallo: non ha mai bisogno di vendette. E nemmeno un bue. Invece l'uomo è creatura vendicativa. Sotto una punizione, cercherà di liberarsene. Quando non gli riesce, quella punizione tende a guastargli il cuore. Forse è così... non credi, Henderson-Sungo? Il fratello leva la mano contro il fratello, e il figlio contro il padre (terribile!) e anche il padre contro il figlio. E' poi una questione di continuità, perché se il padre non battesse il figlio, non sarebbero più così. Accade per perpetuare la somiglianza. Oh, Henderson, l'uomo non può restar fermo sotto i colpi. Se per qualche tempo deve farlo, terrà gli occhi bassi e penserà in silenzio ai modi per liberarsene. Ognuno sente ancora su di sé quei colpi primevi. Pare che il primo lo abbia inferto Caino, ma come potè essere? Nel principio dei tempi dovette esserci una mano levata a colpire. Così l'uomo ancora si fa schermo e vuol ripararsi i colpi e liberarsi, e colpire gli altri. E questo a mio avviso è la potenza terrena. In quanto poi al contenuto di verità che è nella forza, la questione è un'altra.» La stanza era tutta in ombra, ma il caldo, col suo odore di combustione vegetale, permeava la stanza. «Attendi un attimo, ora, sire,» dissi, con la fronte aggrottata e mordendomi le labbra. «Vediamo se ti ho capito bene. Vuoi dire che l'anima morirà se non fa soffrire a qualcuno ciò che essa soffre?»
«Per qualche tempo, purtroppo, poi sente solo pace e gioia.»
Io levai le sopracciglia, con difficoltà perché mi facevano male le frustate sulle parti non protette del mio viso. Gli lanciai uno dei miei sguardi alti, da un occhio solo: «Dici purtroppo, maestà? E' per questo che fu necessario battere me e gli dèi?»
«Ebbene, Henderson, avrei fatto meglio ad avvertirti, quando tu volesti smuovere Mummah. Entro certi limiti hai ragione.»
«Ma tu pensavi che io fossi il tipo adatto a compiere l'impresa, e lo pensavi prima ancora che io mettessi l'occhio sugli dèi.»
Poi tagliai corto con i rimproveri. Gli dissi: «Vuoi sapere una cosa, maestà? Ci son dei tipi che rendono bene per male. Ma capisco anch'io. Pazzo come sono.» Cominciai a tremare con tutto il corpo, quando mi accorsi della parte da cui stavo, e da cui ero stato fin dal principio.
Strano a dirsi, vidi che mi dava ragione. Era contento che lo avessi detto. «Gli uomini in gamba ragionano in quel modo,» mi disse. «Non vogliono spendere la propria vita trascorrendo d'ira in ira. A colpisce B? B colpisce C? Non ci basta l'alfabeto per descrivere la progressione. Un uomo in gamba vorrà che il male finisca con lui. Si terrà il colpo. Nessun altro lo avrà da lui, e questa è un'ambizione sublime. Così qualcuno si tuffa in un mare di colpi dicendo di non credere che sia infinito. In tal modo son morti molti uomini di coraggio. Ed anche più son morti, per impazienza, piuttosto che per coraggio. Quelli che hanno detto: "Basta col fardello dell'ira. Non sopporto più che le mie spalle non ne siano libere. Non voglio mangiar più di questa minestra intrisa di paura."»
Debbo dire a questo punto che la bellezza della persona del re Dahfu agiva su di me quanto le sue parole, se non di più. La sua pelle nera brillava come dell'umidità che si raccoglie nelle piante quando sono in succhio. La schiena era lunga, muscolosa. Le labbra sporgenti erano d'un rosso acceso. La perfezione nell'uomo dura poco, e noi l'amiamo forse più di quanto sia giusto. Ma io non potevo farci nulla. Era una cosa involontaria. Avvertivo dolore alle gengive, proprio dove si manifestano queste cose, senza mia volontà, ed allora capii l'influenza che egli aveva su di me.
«Eppure in prospettiva tu hai ragione, ed il bene in cambio di male è davvero la risposta giusta. L'accetto anche per tutta la specie umana, anche se ciò mi sembra assai lontano. Forse non sono uomo da far profezie, Sungo, ma penso che la nobiltà d'animo prevarrà in questo mondo.» C'era in me grande agitazione quando sentii queste parole.
Cristo! Avrei dato tutto quello che avevo, pur di sentirlo ripetere da un altro uomo. Il mio cuore era commosso a tal punto che sentii il viso tendermisi, fino a che fu lungo, credo, quanto un isolato di città. Bruciavo di febbre e di agitazione mentale, per l'elevatezza del nostro colloquio e vedevo le cose non solo doppie, triple, ma addirittura sotto innumerevoli profili di colore cangiante, oro, rosso, verde, ombra, e così via, che fluivano tutti attorno ad ogni oggetto. A volte mi sembrava che Dahfu fosse alto tre volte la sua statura, e con intorno un alone. Mi afferrai le gambe sotto le brache di seta verde del Sungo, e son certo che in quel momento ero fuor di senno. Un poco. Ero partito. Dico sul serio. Il re mi trattava con la classica dignità africana, che per me è uno dei vertici del comportamento umano. Non so proprio in quale altro posto gli uomini abbiano quella dignità. Qui, nell'oscurità, in una stanzetta nascosta in un cantuccio all'equatore, nella città medesima dove avevo corso col cadavere in groppa sotto la luna e le foreste azzurre del cielo. Oh, se un ragno potesse ricevere un colpo ed all'improvviso mettersi a scrivere un trattato di botanica, o roba del genere - un insetto trasfigurato, mi seguite? Così io ricevevo le parole del re circa la nobiltà destinata a prevalere nel mondo.
«Re Dahfu,» dissi, «spero che tu mi consideri amico. Mi ha profondamente impressionato quel che mi hai detto. Però sono un poco stordito da questa grande novità, della sua stranezza. E comunque mi sento felice qui. Ieri mi hanno battuto. Va bene. Giacché io sono il tipo dell'uomo che soffre, son contento che almeno ciò sia servito a provocare un mutamento. Ma permetti che ti chieda: quando prevale la nobiltà, ebbene, in che modo accade?»
«Tu vuoi sapere che cosa mi dà tanta fiducia nell'avvento di ciò che ti ho predetto?»
«Ma certo,» risposi, «naturalmente. Son curioso di sapere come accadrà. Voglio dire, che cosa proponi in pratica?»
«Non ti nascondo, signor Henderson-Sungo, di avere un'idea al riguardo. E non desidero neppure che questa idea resti un mio segreto. Sono ansioso, anzi, di potertela esporre. E son contento che tu voglia considerarmi un amico. Senza alcuna riserva, sta nascendo in me uno stato d'animo eguale, nei tuoi riguardi. La tua venuta mi ha riempito di gioia. E mi dispiace molto per l'affare del Sungo. Non abbiamo potuto fare a meno di servirci di te. Furono le circostanze. Mi perdonerai.» In pratica era un ordine, ma io fui contentissimo di obbedirgli, e lo perdonai senz'altro.
Non ero corrotto né sbattuto dalla vita al punto di non riconoscere lo straordinario. Vedevo che egli era a suo modo un genio. Molto di più. Capii che egli era un genio del mio stesso tipo mentale.
«Ma certo, maestà. Nemmeno da discutere. Io volevo che tu ti servissi di me ieri. Così dissi a me stesso.» «Ebbene, grazie, signor Henderson-Sungo. Così è finito. Sai che dal punto di vista della carne tu sei davvero
un personaggio? Monumentale direi. Sto parlando dal punto di vista somatico.»
A queste parole io mi irrigidii un poco, perché avevano un suono ambiguo, e dissi: «E' così?»
Il re esclamò: «Non ritiriamoci dal nostro accordo circa la verità, signor Henderson.»
Volli darmi delle arie: «Oh, no, maestà. L'accordo resta,» dissi. «Sia quel che sia. Non erano chiacchiere. Io intendevo sul serio ogni parola, e voglio che tu mi ritenga impegnato.»
Questo gli piacque, e disse: «Osservavo poco fa, discorrendo della verità, che un uomo può essere pronto ad accogliere solo ciò che egli aveva previsto come vero. Comunque, alludevo al tuo aspetto esteriore, che per molti versi parla da solo.»
Con gli occhi accennò alla pila di libri accanto al sedile, quasi che avessero un rapporto con il nostro discorso. Volsi il capo per leggerne i titoli, ma la stanza era troppo al buio.
Egli disse: «Tu hai un aspetto molto fiero.»
Questo non suona mai nuovo nelle mie orecchie; ma detto da lui mi feriva. «Ebbene, cosa vuoi?» dissi. «Io sono il tipo d'uomo che non può sopravvivere senza qualche sfregio. La vita mi ha tartassato. Non solo la guerra... tu sai che ebbi una ferita grave. Ma i colpi della vita...» Mi diedi un colpo sul petto. «Proprio qui! Tu capisci quel che voglio dire, re? Ma naturalmente non voglio che questa vita sia gettata via, anche se è vero che a volte ho minacciato il suicidio. Se non posso dare alcun contributo attivo, almeno che serva da dimostrazione. Neanche di questo so nulla. Pare che io non dimostri proprio niente.»
«Oh, in questo sbagli. Tu dimostri un mucchio di cose,» disse. «Per me tu sei un tesoro di dimostrazioni. E non condanno il tuo aspetto fisico. Solo, vedo in lui il mondo. Durante gli studi di medicina quello fu di gran lunga il più affascinante, e per mio conto ho fatto uno studio completo di vari tipi, dal quale ho tratto tutto un sistema di classificazione, così: Il lottatore. L'avido. L'ostinato. L'elefante immune. Il porco astuto. L'isterico fatale. Il rassegnato alla morte. L'esaltato fallico, ossia cavogenitale. Il presto-dormiente. L'ubriaco di narciso. I ridanciani pazzi. I pedanti. I Lazzari pugnaci. Oh, Henderson-Sungo, quante forme e modi! Innumerevoli !
«Vedo bene. E' tutta una materia.»
«Oh, sì, veramente. Ci ho dedicato anni di studio e continue osservazioni, da Lamu a Istanbul ad Atene.»
«Un bel pezzo di mondo,» dissi. «E dunque, quale tipo posso illustrare io?»
«Ebbene,» disse, «tutto in te, Henderson-Sungo, grida: "Salvezza, salvezza! Cosa farò? Cosa fare? Subito!
Che sarà di me?" E così via. Questo è male.»
In quel momento non potevo nascondere il mio stupore, anche se ormai ero professore di infingimenti, e feci, pensoso: «Sì. Proprio questo stava per dirmi Willatale, credo. Grun-tu-molani era appena l'avvio.» «Conosco quel modo di dire arnewi,» disse il re. «Sì, sono stato anche là, con Itelo. So cosa implica questo grun-tu-molani. Veramente. E conosco anche la signora meravigliosa, una gemma umana, un trionfo del suo tipo - alludo al mio sistema di classificazione. Ammetto che grun-tu-molani è molto, ma da solo non basta. Signor Henderson, occorre di più. Voglio mostrarti qualcosa ora - qualcosa senza la quale tu non comprenderai appieno il mio fine speciale e nemmeno il mio punto di vista. Vuoi venire con me?» «Dove?»
«Non so dirtelo. Devi fidarti.»
«Va bene. Certo. Immagino...»
Voleva solo il mio consenso. Si alzò e Tatu, che era rimasta seduta contro il muro con il berretto militare sugli occhi, si alzò anch'essa.





CAPITOLO SEDICESIMO
Dalla stanzetta la porta menava su di un lungo ballatoio coperto da una tettoia. Tatu, l'amazzone, ci fece uscire e poi ci seguì. Il re era già ben innanzi a me, in quel suo ballatoio personale. Io cercavo di stargli alla pari, e la necessità di camminare in fretta mi fece sentire quanto soffrivano i miei piedi delle ferite del giorno prima. Così avanzavo incespicando e zoppicando, mentre Tatu mi veniva dietro con il suo grave passo militare. Dal di fuori aveva chiuso la porta della stanzetta, in modo che nessun altro potesse uscirne, e dopo che avemmo traversato il ballatoio che era lungo circa quindici metri, sollevò un altro pesante chiavistello di legno, in fondo. Doveva pesare come il ferro, perché le si piegavano le ginocchia, ma la vecchia era ben robusta e sapeva il fatto suo. Passò il re, ed io vidi una rampa di scale che scendevano.
C'era spazio abbastanza, ma buio pesto dinanzi a noi. Dal buio veniva sentore di chiuso, di marcio, che mi prese alla gola. Ma il re si avviò nel buio ed io pensai: "Ci vorrebbe una lampada da minatore o una gabbia di canarini, " perché cercavo di farmi uscire la paura dal cuore. "Non importa" pensai ancora, "se bisogna andare, andiamo. Un due tre, avanti capitano Henderson." Vedete, in momenti simili io faccio appello alla mia natura di soldato.
Così controllai quella sensazione di angoscia, soprattutto facendo marciare le gambe, ed entrai in quelle tenebre. «Re?» dissi, quando fui dentro. Ma non udii risposta. La mia voce tremava, me ne accorsi da me, e poi sentii rapido trapestio, sotto. Tesi ambo le braccia, ma non trovai né muro né ringhiera. Comunque, muovendo i piedi con cautela, mi accorsi che gli scalini erano larghi e uguali. Da sopra non veniva più luce, dopo che Tatu aveva sbattuto la porta. Un attimo dopo sentii il colpo del chiavistello che tornava nel suo alloggio. Ora non avevo altra scelta: o proseguire verso il fondo o mettermi a sedere ed attendere che tornasse il re. In quest'ultimo caso rischiavo di perdere e la reputazione e tutto il resto che m'ero guadagnato il giorno prima vincendo Mummah. Perciò continuai, e intanto dicevo fra di me che doveva essere un grande uomo, questo re, nulla meno che un genio, e bello nella persona, e quel suo mormorio mi faceva pensare alla centrale elettrica della 16.ma Strada di New York in una notte d'estate, e noi eravamo amici e impegnati da un patto a dirci la verità; pensavo infine alla sua profezia, circa il grande futuro che spettava alla nobiltà. Di tutti gli elementi sopra elencati quest'ultimo mi aveva fatto il maggior effetto. Così avanzavo dietro di lui con i piedi doloranti e continuavo a ripetermi: "Abbi fede, Henderson, è tempo ormai che tu abbia un po' di fede." Dopo un poco ci fu luce e scorsi il termine della scala. La larghezza della rampa dipendeva dalla ricca architettura del palazzo. Ora mi trovavo sotto l'edificio. Il chiarore veniva da una stretta apertura sul mio capo; una luce gialla, all'origine, ma che diventava grigia a contatto con la pietra. Nell'apertura c'erano due picche di ferro per impedire ai bambini di ficcarcisi dentro. Mi scrutai intorno e trovai uno stretto passaggio, tagliato nel granito: portava a un'altra rampa di scalini anch'essi di pietra. Erano più stretti e raggiungevano una profondità maggiore, e presto mi accorsi che erano rotti, con erbe e terriccio nelle fessure. «Re,» gridai,
«re, ehi, sei costaggiù, maestà?»
Ma da sotto non venne nulla, se non tanfate di aria calda che sollevavano le ragnatele. "Perché ha tanta fretta?" pensai, e mi si tesero le guance e continuai a scendere. Invece di rinfrescarsi, l'aria pareva anche più calda, la luce riempiva lo spazio fra le pietre come un fluido grigio e giallo, agendo la superficie del muro come un filtro, perché l’atmosfera era eguale, come l’acqua. Arrivai in fondo: gli ultimi scalini erano di terra e anche la base dei muri mista di terriccio. E a me venne in mente la visione maculata del crepuscolo a Banyules-sur-Mer in quell'acquario, dove vidi la creatura, il polipo, che premeva la testa contro il vetro. Ma mentre là avevo sentito freddo, qui sentii molto caldo. Andai avanti e la bardatura - il casco, naturalmente, ma anche le brache di seta verde del re della pioggia che erano leggère e sottili – mi parve eccessiva, impicciosa. A poco a poco i muri si allargavano, in una specie di caverna. Alla sinistra la galleria sprofondava nel buio. Naturalmente non avevo intenzione di entrare là. Dall'altra parte c'era un muro semicircolare, con una grande porta sbarrata di legno. Era semiaperta e dal pertugio scorsi la mano di Dahfu. Per circa venti secondi non vidi altro di lui, ma ora non occorreva chiedergli dove mi avesse condotto. Un raspio da oltre la porta bastava a spiegare ogni cosa. Era la tana del leone. E poiché la porta era aperta stimai opportuno non muovermi. Raggelavo, perché c'era solo il re fra me e l'animale, che cominciavo a intravedere. Non era quella la bestia che egli doveva catturare. Non capivo ancora esattamente quali fossero i suoi rapporti con l'animale, ma compresi che non aveva alcun timore di lui; doveva semmai prepararlo a ricevermi. Avrei dovuto entrare nella tana insieme a lui. Nemmeno da discuterlo, questo. E quando ebbi sentito il raspio sordo e minaccioso della bestia, mi sembrava d'essere a cavalcioni su una corda, che mi passasse fra le ginocchia. Mi ero dato l'ordine reciso d'aver fede, ma da buon soldato dovevo anche prepararmi una via di ritirata, e da questo punto di vista me la passavo male. Tornando su per le scale, in cima avrei incontrato la porta chiusa. Non sarebbe servito a nulla bussare o gridare. Tatu non avrebbe aperto, e non era improbabile che la bestia mi rincorresse fin su, per poi bagnare il muso nel mio sangue. Prevedevo che prima di tutto sarebbe partito il fegato, in quanto le bestie da preda si comportano così, mangiano immediatamente l'organo più nutriente e prezioso. Avrei potuto fuggire per la galleria buia ma prevedevo che anche questa conducesse a una porta chiusa. Così me ne stavo immobile nei miei tristi calzoni di seta verde, con sotto i calzoncini sporchi, cercando di tener duro. Intanto il raspio calava e cresceva e avvertii anche la voce del re; parlava all'animale, a volte in Wariri, a volte in inglese, forse per me, per rassicurarmi. «Buono, buono, tesoro. Ferma, ferma, cara.»
Dunque era una femmina, ed egli le parlava con voce calma e ferma, per tranquillizzarla. Senza alzare il tono fece, rivolto a me:
«Henderson-Sungo, ora lei sa che tu ci sei. A poco a poco avvicinati pure, a poco a poco.»
«Devo davvero, maestà?»
Dalla porta alzò la mano verso di me e mosse le dita. Avanzai di un passo e non posso negare che sulla mia coscienza gravava l'ombra del gatto che tentai di uccidere sotto il tavolo. Poco riuscivo a vedere, oltre il braccio del re. Continuava a farmi cenno ed io avanzavo a passetti brevissimi, con le scarpe dalla suola di gomma. Ora i ruggiti della bestia mi ferivano come spine, e dinanzi ai miei occhi andavano e venivano chiazze opache, grandi come un dollaro d'argento. Durante questi intervalli nel buio scorgevo il corpo dell'animale che si muoveva avanti e indietro sulla porta aperta - il muso calmo, omicida, e gli occhi chiari e i piedi pesanti. Il re fece un passo indietro e mi toccò; mi strinse il braccio con le dita e mi trasse vicino a sé. Mi reggeva per il braccio:
«Re, a che servo io qui?» dissi bisbigliando. La leonessa volgendosi mi urtò e a quel contatto io singhiozzai.
Il re disse: «Stai fermo» e ricominciò a parlare alla leonessa dicendole: «Oh, tesoro, bambola mia, questo è Henderson.» La bestia gli si strofinava contro, sì che io avvertii il peso di lei addosso al re. Di altezza superava largamente le nostre anche.
Quando egli la toccò, la bocca baffuta trasalì, sì che si scorse il nero alla radice del pelo. Poi si spostò, girò dietro di noi, tornò indietro, e questa volta cominciava a scrutarmi. Avvertii il tocco del suo muso, prima alle ascelle, poi fra le gambe, e naturalmente il membro si ritrasse al riparo del ventre. Il re, sostenendomi con la mano, parlava a voce bassa e suadente ed il fiato della bestia investiva la seta verde delle brache del Sungo. Coi denti trattenevo la pelle interna delle guance, compreso il ponte rotto, e lentamente mi si chiusero gli occhi, ed il mio viso - me ne resi conto benissimo - era un solo groppo di remissione nelle mani del fato. Dolore. (Ecco quanto resta di un certo tipo di vita... prenditela! questo significava la mia espressione.) Ma la leonessa ritrasse il capo dal mio inguine e ricominciò a camminare avanti e indietro ed il re mi diceva, per consolarmi: «Henderson-Sungo, stai tranquillo. Ti accoglierà volentieri.» «Come lo sai?» feci, con la gola secca.
«Come lo so!» Parlava con quel suo singolare tono di fiducia.
«Come lo so, io?» E fece una breve risata dicendo: «Perché la conosco. Si chiama Atti.»
«Va bene. A te può sembrare così facile.» dissi, «ma io...» E smisi di parlare, perché la bestia tornava indietro e colsi uno sguardo nei suoi occhi. Erano grandi, chiari, come cerchi d'ira.
Ma passò oltre, strofinandosi contro il fianco di Dahfu; il ventre le vibrò leggermente, ed ella si volse, e ficcò il muso sotto la mano del re, per prenderne la carezza. Avanzò ancora fino al limite estremo della tana, questa grande stanza dalle mura di pietra che filtrava la luce gialla e grigia. Tornò indietro lungo il muro, e quando ruggiva i puntolini alla base dei baffi erano scuri, vellutati. Il re, con voce giocosa, nasale, africana, estatica, cantilenante, le diceva: «Atti, Atti.» E poi: «Non è bellissima?» Quindi mi avvertì: «Tu resta fermo, signor Henderson-Sungo.»
Io dissi, con un concitato bisbiglio: «No, no, non ti muovere,» ma lui non mi dette ascolto. «Re, perdio,» dissi. Cercò di farmi capire che non dovevo angustiarmi, ma era tanto preso dalla leonessa, così voglioso di mostrarmi in che buoni rapporti era con la bestia, che staccandosi dal mio fianco, il suo passo faceva pensare ai balzi nell'arena del giorno prima, quando lanciava i teschi.
Sì, proprio come il giorno prima egli danzava e saltava con le sue pantofole bianche ricamate d'oro, con le sue gambe possenti.
C'era qualcosa di nobile, ed evidentemente di fortunato in quelle sue gambe strette nei calzoni attillati. Anche se la mia paura era al sommo pensavo che un uomo con quelle gambe non poteva non essere fortunato. Speravo però che non spingesse troppo oltre la sua fortuna, per dimostrarmi in quel modo i suoi rapporti con la bestia, perché un’eccessiva confidenza può essere preludio a una rovina; altrimenti la mia esperienza non vale un soldo. Ancora la leonessa gli trotterellava al fianco, tenendo il capo sotto le sue dita. La guidò all'altro estremo della tana, dove era una piattaforma, o panca, di legno, appoggiata a robusti sostegni. Qui si mise a sedere, prendendole il capo sul ginocchio, e la carezzava, mentre la bestia fingeva di colpirlo. Stava accucciata sulle zampe di dietro, e tendeva quelle davanti. Vidi l'azione delle sue spalle, quando il re la prese per le orecchie che erano piccole e rotonde. Io non mi mossi d'un centimetro dalla posizione in cui mi aveva lasciato, neppure per riassestarmi il casco che, corrugando la fronte, mi era scivolato sulle sopracciglia: segno di quanto intensa fosse la mia concentrazione. No, me ne stavo lì mezzo cieco, mezzo sordo, con la gola contratta e tutti gli sfinteri chiusi. Intanto il re si era accomodato e giaceva sul gomito.
Emanava da lui un tal senso di riposo e quell'ombra più densa che accompagnava ogni momento della sua vita terrena, segno di un più ricco dono dell'essere. La leonessa teneva le zampe davanti sull'orlo della piattaforma, e gli leccava lo sterno; la sua lingua rasposa si fletteva contro la pelle del re, il quale sollevò una gamba e con un gesto scherzoso gliela poggiò sul dorso. A veder ciò quasi perdetti i sensi, e non so se per paura o per qualcos'altro. Non saprei cosa, forse estasi. Ammirazione. Si stese completamente sulla piattaforma, un gesto di cui sarebbe impossibile parlare, se non fosse per il modo in cui lo faceva il re. Per lui era un'arte, e forse non aveva scherzato, dicendomi che si manteneva forte proprio giacendo in quel modo. Veramente pareva che ne guadagnasse la sua vitalità. L'animale, con un raspio dolce e profondo, si accomodò sulle zampe enormi, che nascondevano gli artigli, e lo scavalcò. Camminava avanti e indietro sulla piattaforma, fissandomi di tanto in tanto, come se fosse lì a guardia del padrone. Quando mi guardava, gli occhi erano rotondi, chiari, su quel vasto sfondo di naturale imponenza. E non vi era in ciò una minaccia diretta, non c'era nulla di personale; tuttavia i capelli, pur compressi dal casco, mi si rizzarono in capo. Continuavo a covare l'oscura angoscia che il mio tentato delitto contro il mondo felino dovesse in qualche modo essere noto là dentro. E mi preoccupava anche l'ora che rompe il sonno dello spirito.
Avrei potuto anche non intenderne affatto la natura. Come potevo sapere che non fosse quella la mia ora del giudizio?
E tuttavia non c'erano in pratica alternative a portata di mano.
Non potevo far altro che starmene fermo. E così feci. Finalmente il re tese la mano da dietro la leonessa, che in quel momento camminava avanti e indietro scavalcandolo. Indicò la porta e disse:
«Per favore, chiudila, signor Henderson.» E poi aggiunse: «Le porte aperte mi danno fastidio.» Così io gli chiesi: «Posso muovermi, dunque?» La gola mi suonava molto arrochita.
«Lentamente,» rispose, «molto lentamente, ma non ti preoccupare, perché lei fa quello che le dico.» Camminando all'indietro raggiunsi furtivamente la porta, e quando vi fui giunto avrei voluto pian piano continuare e sedermi fuori, ad attendere. Ma in nessun caso, a rischio del peggio, volevo indebolire il mio rapporto col re. Quindi mi appoggiai alla porta e la richiusi con il peso del mio corpo, con un sospiro trattenuto. Ero disfatto. Non ce la facevo più a reggere, una crisi dopo l'altra, una crisi dopo l'altra, a quel modo.
«Ora vieni avanti, Henderson-Sungo,» disse. «Finora è andata benissimo. Un po' più svelto, ma senza scatti improvvisi. E' meglio che tu ti avvicini. Il leone ha la vista lunga. Ha gli occhi fatti apposta per vedere da lontano. Avvicinati.»
Mi feci avanti, maledicendo in cuor mio lui e il suo leone, e tremavo e fissavo la punta della coda che oscillava come un metronomo. In mezzo alla tana non avevo altro sostegno che una pietra. «Ancora, ancora. Più vicino,» disse e mi fece cenno con due dita «Si abituerà alla tua presenza.» «Se prima non muoio,» feci.
«Oh, no, Henderson, avrà su di te un'influenza, come l'ha avuta su di me.»
Quando gli fui a portata di mano, mi tirò a sé, allontanando intanto il muso dell'animale con la sinistra. Con grande sforzo mi tirai al suo fianco. Poi mi asciugai il viso. Non ce n'era bisogno, perché, a motivo della febbre, lo avevo asciutto. Atti si accostò all'orlo della piattaforma e ci balzò sopra. Il re la tenne lontana dalla mia nuca, che al suo avvicinarsi mi si arruffò come un riccio di mare. Mi annusò la schiena. Il re sorrideva, considerando i progressi dei nostri rapporti. Io piansi un poco. Poi la bestia se ne andò e il re disse: «Non te la prendere troppo, Henderson-Sungo.»
«Oh, maestà, non ci posso far nulla. Così mi sento. Non solo ho paura di lei ed ho paura sul serio, ma c'è dell'altro. E' la mescolanza delle sensazioni. Questo c'è. La mescolanza delle sensazioni. E non posso capire perché, dopo che la paura mi ha preso e lambìto tante volte, non riesca ancora a resisterle.» E continuai a singhiozzare, ma non troppo forte, perché non volevo provocare altri guai.
«Cerca invece di apprezzare la bellezza di quest'animale,» disse. «Non credere che io voglia sottoporti a una prova fine a se stessa. Credi forse che sia un esperimento sui tuoi nervi? Sul tuo cervello? Sul mio onore, non è così. Se non fossi più che sicuro del mio controllo, non ti avrei messo in una tale situazione. Sarebbe davvero scandaloso.» Teneva la mano con l'anello di granato sul collo della bestia, e aggiunse: «Se tu rimani al tuo posto, ti darò piena fiducia.»
Balzò giù dalla piattaforma e quell'atto improvviso fu un brutto colpo per me. Sentii un'esplosione di terrore in petto. Insieme a lui saltò la leonessa e tutti e due avanzarono fino al centro della tana. Egli si fermò e le diede un ordine. La bestia si mise seduta.
Parlò ancora e quella si distese sul dorso, aprendo la bocca, ed egli si accucciò per ficcarle il braccio fra le mascelle, premendo sulle labbra contratte, mentre la coda disegnava un grande arco sulla pietra, e la spazzava con forza incredibile. Il re ritrasse il braccio e fece ancora accucciare l'animale, poi si ficcò sotto, stringendole il dorso con le gambe; i suoi piedi, nelle pantofole bianche, si intrecciarono sui fianchi della bestia, e le braccia attorno al collo. Faccia a faccia, la leonessa lo portava avanti e indietro, e intanto lui le parlava. La bestia ruggì; ma non mi parve che lo facesse a lui. Insieme fecero il giro della tana e tornarono alla piattaforma, dove la bestia ristette, emettendo quel lieve raspio ed arricciando le labbra. Lui restava aggrappato, con quei suoi pantaloni rossi, e mi guardava. Fino ad allora credevo di aver visto tutta la stranezza che c'è nel mondo. E invece mi accorgevo di non aver ancora visto nulla! A guardarlo lì appeso, con il viso rovesciato che mi sorrideva, le grandi labbra gonfie, capii che sinora non avevo inteso niente. Fratelli, ecco quel che si dice maestria, genio, diciamolo pure. Se ne rendeva conto persino l'animale. Al suo livello animalesco era chiaro, senza ombra di dubbio, che ella amava quell'uomo. Lo amava! D'amore animalesco. E anch'io lo amavo. Come avrei potuto non amarlo?
Feci: «Non ho mai visto una cosa del genere.»
Si lasciò andare e spinse via l'animale col ginocchio, poi risalì sulla piattaforma. In quel medesimo istante anche Atti rimise le zampe sul legno e cominciò a scuoterlo.
«Ora hai cambiato idea, signor Henderson?»
«Re, ho cambiato idea. Completamente.»
«Però mi accorgo che hai ancora paura.»
Cercai di negare, ma il viso cominciò a muovermisi e non riuscivo a parlare. Poi cominciai a tossire, con il pugno piazzato davanti alla bocca, pollice dentro, e gli occhi umidi. Finalmente dissi: «E' un riflesso.» L'animale ci passava accanto e il re, irresistibilmente, mi prese per il polso e mi premette la mano sul suo fianco. Lentamente sentii passare la pelliccia sotto le dita, e le unghie diventarono come cinque candelette accese. Le ossa della mano erano incandescenti. E poi un urto terribile mi passò, dal braccio, fin nel petto.
«Ora che l'hai toccata, cosa pensi?»
«Cosa penso?» Cercai di controllare coi denti il labbro di sotto. «Oh, maestà, te ne prego. Non tutto in un giorno. Sto facendo del mio meglio.»
Ammise: «E' vero che sto andando troppo svelto. Ma vorrei farti superare in fretta le difficoltà preliminari.» Mi annusai le dita, che dalla leonessa avevano preso un odore strano. «Ascolta,» dissi, «anch'io soffro molto per l'impazienza. Ma debbo dirti che c'è tanto, e non di più, che posso prendere in una volta sola. Ho ancora in viso le ferite di ieri, ed ho paura che lei senta l'odore del sangue fresco. E so che nulla più trattiene questi animali una volta che l'abbiano fiutato.»
Quell'uomo meraviglioso si mise a ridere e disse: «Oh, Henderson-Sungo, sei straordinario.» (Questo non l'avevo mai sospettato.) «Tu sei veramente prezioso e, sai,» disse, «non molte persone hanno toccato i leoni.» "Ne avrei anche fatto a meno." Questa la risposta che mi venne alle labbra. Ma poiché egli aveva così grande opinione dei leoni, trattenni quelle parole. Mi limitai a borbottare qualcosa.
«E quanta paura hai! Veramente! In sommo grado! Mi fa tanto piacere. Non ho mai visto una simile manifestazione di paura. Mi fa pensare al piacere quando si combina con l'angoscia. Sai che molti uomini forti hanno questo miscuglio di paura e di compiacimento? Credo che tu debba essere di questi. Inoltre mi piace vederti muovere le sopracciglia. Sono veramente straordinarie. E il tuo mento diventa come un nòcciolo di pesca, e il tuo viso si gonfia e si colora come da uno strangolamento e ti spalanca la bocca. E quando piangevi! Mi piaceva tanto vederti piangere.»
Sapevo che quel discorso non era personale, ma derivava dal suo interesse scientifico o medico per questi sintomi. «Che ti succede al labium inferius?» disse, giacché ancora gli interessava il mio mento. «Perché hai tante grinze nella carne?» (Questa per me era un'osservazione quanto mai rivelatrice.) Egli era tanto superiore a me, mi superava con la sua presenza, con la sua ombra densa, con la sua radiazione fumosa, con la familiarità che dimostrava alla leonessa, che gli lasciai dire ogni cosa senza oppormi. Dopo che il re ebbe fatto alcune altre stupefacenti osservazioni circa il mio naso e la mia pancia e le pieghe dei miei ginocchi, mi disse: «Atti ed io esercitiamo un'influenza reciproca. Voglio che anche tu vi partecipi.» «Io?» Non sapevo di cosa parlasse.
«Se faccio tante osservazioni sulla tua struttura fisica, non credere che non apprezzi quanto tu sei interessante sotto altri aspetti.»
«Devo dunque credere, maestà, che tu hai un progetto riguardante me e quest'animale?» «Sì, e te lo spiegherò.»
«Ebbene, credo che sia meglio procedere con precauzione,» dissi. «Non so fino a che punto può resistere il mio cuore. Non voglio esagerare: bàstino a dimostrarlo i miei deliqui. E poi come credi che si comporterebbe la bestia se mi prendesse uno di quegli attacchi?»
Allora lui disse: «Forse per il primo giorno ne hai avuto abbastanza, di questo animale.» Scese dalla piattaforma e Atti gli andò dietro. C'era un pesante cancello tenuto su da una fune che passava sopra una ruota scanalata a circa cinque metri da terra: così il re fece uscire la leonessa dalla tana e la chiuse in quel recinto. Non ho mai visto alcun membro della specie felina superare una porta se non di propria volontà, e Atti non faceva eccezione alla regola. Infatti esitò per un poco mentre il re tendeva la fune a cui era sospeso il cancello. Mentre stava per uscire, volevo proporre al re di darle un colpo nella coda per aiutarla a decidersi, perché evidentemente era lui il padrone, ma in quelle condizioni chi poteva esserne certo? Alla fine, con quel passo morbido, breve, facile, deciso, vigile, ella entrò nel suo recinto.
Mollando il cavo il re fece scivolare il cancello, che colpì la pietra con un gran tonfo. Poi mi raggiunse sulla piattaforma, e aveva l'aria molto soddisfatta. Pacata. Appoggiò la schiena e le palpebre, traversate da grosse vene, si abbassarono un po', ed egli respirò calmo, riposato. Seduto vicino a lui coi miei pantaloni barbarici e i calzoncini che trasparivano da sotto, mi pareva che qualcosa di più che non le tavole sotto di noi lo sostenessero.
Perché anch'io ci stavo sopra, ma non mi sentivo sostenuto quanto lui. Comunque, restai a sedere aspettando che egli ultimasse il suo riposo. Ancora una volta mi venne alla mente la vecchia profezia che Daniele fece a Nabucodonosor: "li cacceranno di fra gli uomini e la tua dimora sarà fra le bestie dei campi." Sulle mie dita era ancora forte l'odore del leone. Lo annusai diverse volte ed allora mi tornarono alla mente i ranocchi degli Arnewi, il bestiame che essi veneravano, il gatto degli inquilini che avevo cercato di assassinare, per non dir nulla dei maiali che avevo allevato. Certo, questa profezia era assai importante per me e significava forse che io non ero del tutto idoneo alla compagnia degli uomini.
Il re, ultimato il suo riposo, era pronto a parlare.
«E allora, signor Henderson?» cominciò a dire, alla sua maniera esotica e con il suo accento strano. «Ebbene, re, mi stavi spiegando perché fosse desiderabile il rapporto con l'animale. Ma finora non ho capito bene. Scusami, sono alquanto confuso!»
«Voglio chiarire le cose» disse «e perciò prima di tutto sarà bene che ti parli dei leoni. Più di un anno fa catturai Atti. C'è una maniera tradizionale, presso i Wariri, per prendere un leone, quando ti occorre. Vanno avanti i battitori e spingono l'animale in quello che noi chiamiamo hopo, che è una cosa molto grande, comprendente diverse miglia di macchia. Il chiasso dei tamburi e dei corni mette in moto gli animali, i quali vengono inseguiti e dalla parte larga dello hopo finiscono in quella stretta. In fondo c'è una trappola e tocca a me, in quanto sovrano, eseguire la cattura. In questo modo prendemmo Atti. Debbo dirti che tutti i leoni, eccettuato Gmilo, mio padre, sono proibiti e illeciti. Atti perciò fu portata qua fra la disapprovazione e la contrarietà di tutti, e questo provocò ansie ed inimicizie. Specialmente il Bunam.»
«Senti, che hanno in corpo questi tipi?» dissi. «Non meritano un re come te. Con una personalità come la tua potresti governare un grande paese.»
Credo che il re fosse contento di sentirmi dire queste cose.
«Comunque,» fece «c'è notevole attrito con il Bunam e con mio zio Horko e con gli altri, per non parlare della regina madre e di alcune mogli. Perché, signor Henderson, un leone solo si tollera, che sarebbe l'ex re. Credono che tutti gli altri siano capaci solo di far male. Capisci? La ragione principale per cui bisogna ricatturare l'ex re è che non si può lasciarlo in compagnia delle altre bestie, dei malfattori. Dicono che le streghe dei Wariri abbiano rapporti illeciti coi leoni cattivi. E anche i bambini che si credono nati da questi rapporti sono pericolosi. E se un uomo riesce a dimostrare che la moglie lo ha tradito con un leone, può chiedere la massima pena.» «Molto strano,» dissi.
«Riepilogando,» continuò il re, «mi si muovono due critiche. In primo luogo non sono ancora riuscito a catturare Gmilo il mio padre-leone. In secondo luogo dicono che, tenendo Atti, non posso far niente di buono. Ma, nonostante l'opposizione, io son deciso a tenerla.»
«Ma cosa vogliono?» dissi. «Perché non abdichi, come il duca di Windsor?»
Mi rispose con una breve risata e poi, nella profonda quiete della stanza, - con luce giallo-grigia pesante su di noi, sempre più profonda, sempre più scura - «Non ho tale intenzione.» «Bene,» dissi, «se hai deciso così, ti capisco benissimo.»
«Henderson-Sungo,» disse. «vedo che debbo parlartene ancora. Sin da giovanissima età il re porta qui il suo successore. Così io andavo a far visita al mio leone-nonno. Si chiamava Suffo. Perciò fin dall'infanzia ho avuto dimestichezza, anzi intimità coi leoni, e il mondo non mi offriva niente in cambio. E mi mancava a tal punto il nesso col leone che quando morì Gmilo, mio padre, ed a scuola mi avvisarono del tragico evento, nonostante l'amore che avevo per gli studi di medicina, non opposi resistenza, neanche un po'. Dirò di più, la prolungata mancanza di quel rapporto mi sminuiva, tanto che io tornai a casa per rinvigorirmi. Naturalmente sarebbe stato il sommo della fortuna catturare subito Gmilo. Ma poiché invece presi Atti, non potevo abbandonarla.»
Tirai su un lembo dei miei immensi pantaloni per strofinarmi il viso che, a causa della febbre, era terribilmente secco. E invece avrei dovuto sudare copiosamente.
«Eppure,» disse, «bisogna prendere Gmilo. Lo prenderò io.» «Ti auguro tanta fortuna.»
Allora egli mi prese per il polso, strettamente, e disse: «Non ti biasimerei, signor Henderson, se tu desiderassi che tutto questo fosse solo un'allucinazione. Ma come tu mi hai invitato a un patto di reciproca verità, così ora io ti chiedo di essere paziente e fermo.»
Una manciata di sulfamidici mi avrebbero fatto bene, pensai.
«Oh, signor Henderson-Sungo,» disse, dopo un lungo attimo di riflessione, stringendomi sempre il polso, (quasi mai agiva d'impulso). «Sì, mi è facile immaginarlo - sogno, fantasia, allucinazione. Però questo non è né sonno, né sogno, ma veglia. Ah, ah! Uomini di potentissimo appetito son sempre stati quelli che più dubitano della realtà. Quelli che non sopportano di vedere le speranze volte in delusione e gli amori in odio e in morte ed in silenzio e così via. La mente ha diritto ai suoi dubbi ragionevoli, e per ogni vita breve essa veglia e vede e comprende ciò che tante altre menti di vita parimente breve hanno lasciato dietro di sé. Naturale non voler credere che tante vite brevi abbiano potuto fare una cosa sola così grande e gloriosa. Che le creature umane siano nel giusto quando pensano. Ecco quel che ti mozza il fiato. Si, Sungo, questa medesima creatura è maestra d'immaginazione. E proprio ora questo stesso prezioso possedimento sembra farlo morire e non vivere. Perché? E' un fatto che sbigottisce. Oh, che quadro desolato, Henderson!» disse. «Ma concludiamo: non dubitare di me, Dahfu, amico di Itelo, tuo amico. Perché tu ed io siamo ormai uniti come amici, ed io voglio avere la tua fiducia.»
«Da parte mia va molto bene, Vostra maestà,» dissi, «va perfettamente bene. Ancora non ti comprendo, ma voglio sospendere il mio giudizio e continuare. E non ti preoccupi troppo l'ipotesi dell'allucinazione. Tutto considerato non sono molti quelli che hanno preso di petto la vita, come l'ho presa io. Questa è la mia virtù basilare, la mia realtà. Di tanto in tanto ho perso la testa, ma son sempre riuscito a tirarmene fuori e non è stato nemmeno facile. Ma la cosa mi piace. Grun-tu-molani!»
«Sì,» disse, «proprio così. Questo è un atteggiamento che approvo. Grun-tu-molani. Ma in che modo, in che forma? Vedi, signor Henderson, io son convinto che tu sei un uomo di immaginazione vasta e grande, e che anche hai bisogno... soprattutto bisogno.»
«Bisogno, sì, siamo sulla strada giusta,» dissi. «E prende la forma di un Voglio, voglio.»
Subito mi chiese: «Cosa? Cosa vuoi dire?»
«C'è qualcosa in me che continua a dire in quel modo,» feci. «Ci sono stati periodi in cui non mi lasciava mai in pace.»
Questo fu per lui, per così dire, un colpo in pieno petto, e rimase assolutamente immobile, con le mani poggiate sulle grandi cosce, e il viso con la bocca sporgente ed il naso grande, dalle narici aperte, che mi guardava.
«E tu senti questo?»
«In pratica l'ho sentito di continuo,» dissi.
A bassa voce fece: «Che cos'è? Chiede forse il diritto di primogenitura? Che cosa strana! Che fenomeno impressionante. Non ricordo di averlo mai sentito prima. E ti ha mai detto che cosa vuole?»
«No,» dissi, «mai. Non son mai riuscito a fargli pronunciare un nome.»
«Straordinario,» disse, «e terribilmente penoso, vero? Ma continuerà, fino a che tu non abbia risposto, immagino. Son commosso a sentirtelo dire. Qualunque cosa sia, dev'essere famelica. Somiglia anche a una rigida condanna al carcere. Ma dici tu che non proclamerà mai che cosa vuole? Che non darà nemmeno un'indicazione precisa, verso la vita o verso la morte?»
«Be', spesso ho minacciato il suicidio, maestà. Di tanto in tanto qualcosa mi entra in corpo e io mi agito e minaccio a mia moglie di farmi saltare le cervella. No, non sono mai riuscito a farle dire cosa vuole, e finora ho fatto soltanto ciò che essa non vuole.»
«Oh, la morte da parte di ciò che non vogliamo è la più comune fra tutte le cause. Ebbene, è un fenomeno rilevantissimo, vero, Henderson? Ora sì che capisco meglio la ragione per cui hai vinto Mummah. Solo sulla base di quel bisogno imprigionato.»
Gridai: «Oh, ora comprendi, maestà reale? Davvero? Te ne sono tanto grato, non sai quanto.» Proprio così. Un sentimento di amore e di gratitudine premeva e stringeva insopportabilmente dentro di me.
«Tu vuoi sapere che cosa significhi per me questa esperienza? Perché si parla di stranezza, di illusione? So che non è illusione, perché posso parlare direttamente e dirti che cosa ha significato sentire Voglio ,Voglio sempre, di continuo. Con questo punto di appoggio non ho da preoccuparmi di allucinazioni.
Sento nel mio intimo che quel che mi muove è giusto. Prima di partire dall'America lessi in una rivista che ci sono fiori nel deserto (il grande deserto americano) i quali fioriscono solo una volta in quaranta o cinquant'anni. Dipende dalla qualità delle piogge. Ora, stando all'articolo, tu puoi prendere i semi e metterli in un secchio d'acqua, ma non germogliano. Nossignore, maestà, non giova inzupparli d'acqua. Deve essere pioggia che filtra nel terreno, che li dilava per un certo numero di giorni. E poi, per la prima volta dopo cinquanta o sessant'anni, tu vedi gigli e nasturzi e così via. Rose. Fiori di pesco selvatico.» Alla fine della tirata avevo un nodo in gola e feci con voce rauca: «la rivista era lo Scientific American. Mi pare di avertelo detto, maestà, ci è abbonata mia moglie, Lily. Molto attiva e curiosa la sua me...» Mente, volevo dire. Anche parlare di Lily mi aveva commosso.
«Ti capisco, Henderson,» disse con voce grave. «Insomma fra noi due c'è una certa comprensione, una certa intesa reciproca.»
«Grazie, re,» dissi. «Molto bene, cominciamo a muoverci in una qualche direzione.»
«Per un poco ti prego di tenere in serbo il tuo ringraziamento. Debbo chiederti in primo luogo fiducia e pazienza. Inoltre, e questo conta soprattutto, ti prego di credere che non ho lasciato il mondo e non sono ritornato fra i miei Wariri con l'animo di colui che batte in ritirata.»
Direi a questo punto che egli pensava ai leoni; alla mente umana; all'immaginazione, all'intelligenza, al futuro della razza umana. Perché - vedete - ora l'intelligenza è libera (diceva), e può avviarsi in ogni direzione, andare dovunque. E non è impossibile che egli avesse perduto la testa, che fosse trasportato dalle sue idee. E questo perché egli non era un semplice sognatore, ma uno di quelli che realizzano i sogni, insomma un uomo con un programma. E quando dico che egli aveva perso la testa non intendo che la ragione lo avesse abbandonato, ma che entusiasmo e visione lo trasportavano lontano.





CAPITOLO DICIASSETTESIMO
Il re aveva detto che gradiva la mia visita per l'occasione che gli dava di conversare, e non mentiva.
Parlammo, parlammo, parlammo, e sinceramente non posso dire d'averlo capito del tutto.
Dico solo che sospesi il mio giudizio, che lo ascoltavo attentamente e che ricordavo come egli mi avesse avvertito che la verità può sopraggiungere in forme inattese.
Perciò voglio darvi un rozzo riassunto del suo punto di vista.
Egli aveva una sorta di teoria circa i rapporti fra dentro e fuori, specie per ciò che riguardava gli esseri umani. E poiché era stato studente coscienzioso e grande lettore, aveva accettato il posto di portiere alla biblioteca scolastica in Siria, e restava lì dopo la chiusura a riempirsi la testa di libri, non del suo ramo, per esempio diceva: «La Psicologia del James, un'opera molto interessante.» Aveva scorso un mucchio di libri del genere. E gli urgeva dentro l'idea della trasformazione della materia umana, trasformazione che avveniva in due modi, dalla corteccia al nòcciolo e dal nòcciolo alla corteccia: la carne che influenza l'anima, l'anima che influenza la carne, poi ancora l'anima e di nuovo la carne.
Un processo, a suo avviso, estremamente dinamico. Se pensavo alla mia idea dell'anima e della carne, mi veniva fatto di dire:
"Ne sei proprio e sinceramente sicuro, maestà?"
Sicuro? Egli era più che sicuro. La sua era una sicurezza trionfante. Mi ricordava Lily con le sue idee. Tutti e due si esaltavano nel credere in qualcosa. A Dahfu piaceva anche parlare di suo padre. Mi diceva per esempio che il suo defunto padre Gmilo era stato un tipo leonino in tutto tranne la barba e la criniera. Lui era troppo modesto per affermare di somigliare ai leoni, ma io lo vedevo. L'avevo già visto, quando, nell'arena, saltava e scagliava in aria i teschi riafferrandoli poi per i nastri. Egli partiva da un'osservazione elementare, che già molti avevan fatto prima di lui: la gente di montagna somigliava alla montagna, la gente di pianura alla pianura, la gente d'acqua all'acqua, la gente di bestiame ("sì, i tuoi amici Arnewi, Sungo") simili al bestiame. «In un certo senso è un'idea di Montesquieu,» e proseguì nella sua interminabile dimostrazione. «Son cose che milioni di persone hanno osservato nella propria esperienza quotidiana: gli uomini cavalli hanno la frangia in fronte e i denti grandi, le vene grandi, la risata rauca; cani e padroni giungono ad assomigliarsi e lo stesso accade fra mariti e mogli.» Accovacciato nelle mie brache di seta verde, pensavo: "E i maiali...?" ma il re diceva: «La natura è imitatrice profonda. E poiché l'uomo è il principe fra gli organismi, egli è anche dominatore degli adattamenti. Egli è artista delle suggestioni. Egli medesimo è il capolavoro di sé, nel proprio corpo.
Che miracolo! Che trionfo! Ma anche, che sciagura. Quante lacrime da versare!» «Sì, se tu hai ragione, c'è motivo di rattristarsi,» dissi.
«Le macerie della sconfitta riempiono le tombe» disse, «la polvere mangia se stessa, eppure continua a fluire una corrente di vita. C'è un'evoluzione. Dobbiamo tenerne conto.»
Insomma egli aveva una vera e propria spiegazione scientifica del mondo in cui si foggiano gli uomini. A lui non basta ritenere che esistono malattie del corpo aventi la loro origine nel cervello. Ogni cosa nasceva lì. «Anche se non voglio abbassare il livello della nostra discussione,» disse, «pure sappi, a mo' di esempio, che il foruncolo sul naso di una signora può essere nient'altro che una sua idea, realizzata grazie a una conversione, dietro solenne ordine della sua psiche; di più, il naso stesso, seppur in parte ereditario, appartiene anch'esso alla sua idea.»
Avevo una testa leggera come un cesto di vimini e dissi: «Un foruncolo?»
«Voglio dire che esso è indice di profondi desideri che come fiamme escono fuori,» disse. «Ma se tu intendi biasimo... no! Il biasimo non giova. Siamo troppo lontani dalla libertà per essere davvero padroni. Pure la cosa avviene dal di dentro. Una malattia è un discorso della psiche. E' una metafora ammessa. Noi diciamo che i fiori parlano la lingua dell'amore. I gigli la purezza. Le rose la passione. Le margherite rispondono sì o no. Ah! L’ho letto una volta sul ricamo di un cuscino. Ma, e questo soprattutto mi prese, la psiche è poliglotta, perché, se trasforma la paura in sintomi esteriori, ciò fa anche per la speranza. Vi sono guance e volti interi di speranza, piedi di rispetto, mani di giustizia, fronti di serenità e così via.» Era compiaciuto della reazione che mi vedeva in volto, il mio volto, che doveva essere a soqquadro.
«Oh?» disse. «Ti sorprendo?» E ciò gli piaceva.
Nel corso di altre conversazioni gli dissi: «Ammetto che questa tua idea mi colpisce davvero nel vivo. Sono dunque così responsabile del mio aspetto esteriore? Il mio aspetto esteriore, lo ammetto, che mi ha dato tanto da fare. Dal punto di vista fisico sono un enigma a me stesso.»
Egli disse: «Lo spirito della persona è in un certo senso autore del corpo. Io non ho mai visto una faccia, un naso, come il tuo.
Per me, dal punto di vista della conversione, questo tratto soltanto è una scoperta assoluta.»
«Ebbene, re,» dissi, «questa è la peggior notizia che abbia mai avuta, a parte una morte in famiglia. Ma perché devo essere responsabile, più di quanto lo è un albero? Se io fossi un salice tu non mi diresti certe cose.»
«Oh,» rispose, «tu te la prendi troppo.» E continuò a spiegarmi, citando ogni genere di attestazioni mediche, e di ricerche sul cervello. E ripetè più volte che la corteccia cerebrale non solo riceve impressioni dalla periferia e dai sensi, ma anche invia ordini e direttive. E mi spiegò come veramente questo avviene, e quali ventricoli sovrintendono a ciascuna funzione, per esempio la temperatura o gli ormoni e così via. E io non riuscivo a veder le cose chiaramente. Continuava a parlarmi di funzioni vegetali, o qualcosa del genere, e io perdevo una frase su due.
Infine mi consegnò un mucchio di libri ed io dovetti portarli nel mio alloggio e promettere di studiarli. Libri e giornali che si era portato a casa dalla scuola. «E come?» dissi. Ed egli mi spiegò che era tornato attraverso il territorio dei Malindi dove aveva comprato un asino. Non aveva con sé nient'altro, non abiti, (e a che gli sarebbero serviti?) né altri oggetti personali, tranne uno stetoscopio e un apparecchio per misurare la pressione del sangue. Infatti era studente del terzo anno di medicina, quando ritornò alla sua tribù. «Ecco dove sarei tornato dopo la guerra, alla facoltà di medicina» disse. «Anziché perder tempo in giro. Credi che sarei diventato un buon medico?» E si rispose da sé, perché no? Agli inizi mostrava un certo riserbo. Ma dopo che l'ebbi convinto della mia sincerità parve vedere un buon avvenire per me.
Diceva che, è vero, avrei dovuto fare i miei studi proprio quando altri vanno in pensione, ma qui si trattava non di altri, ma di me.
E. H. Henderson. Io avevo smosso Mummah. Non ce ne dimentichiamo. Certo, poteva crollarmi addosso un campanile e spiaccicarmi a terra, ma a parte un simile accidente imprevedibile, io ero fatto per durare novant'anni. Così finalmente il re cominciò a prendere sul serio la mia ambizione, e di solito diceva, con somma gravità: «Sì, questa è una prospettiva ammirevolissima.»
C'era un'altra questione che egli trattava con pari gravità, e cioè i miei compiti di re della pioggia. Se io cercavo di scherzarci sopra lui mi interrompeva per dire: «E' meglio che non te lo scordi, Henderson, tu sei il Sungo.»
Ed ecco dunque qual era il mio programma: ogni mattina le due amazzoni, Tamba e Bebu, mi servivano e mi offrivano uno joxi, cioè un massaggio coi piedi. Ogni volta erano sorprese e seccate del mio rifiuto, e si facevano quel massaggio l'un l'altra. Ogni mattina avevo inoltre un colloquio con Romilayu e cercavo di rassicurarlo circa la mia condotta. Credo che lo preoccupasse e lo rendesse perplesso il fatto che io ero così intimo frère et cochon col re. Ma io gli dicevo ogni volta: «Romilayu, devi capirmi. Questo è un re specialissimo.» Ma dal mio stato egli comprendeva che tra me e Dahfu non c'erano soltanto parole, ma anche un esperimento in corso, del quale però intendo parlarvi in seguito.
Prima di pranzo le amazzoni facevano l'assemblea. Queste donne con la tunica corta si prostravano dinanzi a me nella polvere. Ognuna si inumidiva le labbra in modo che vi si appigliasse lo sporco e mi prendevano il piede per metterselo sul capo.
C'era aria di fiera, caldo, tensione, solennità, rullio di tamburi e squillar di trombe dappertutto. Ed io avevo ancora la febbre. Accesi dentro di me focherelli di malessere e di ansia. Il mio naso era straordinariamente secco, pur essendo io re dell'umidità.
Puzzavo di leoni, anche, ma non saprei dire quanto. Comunque, comparivo con le mie brache verdi, il casco e le scarpe suolate di gomma dinanzi alla banda delle amazzoni. Poi esse portavano gli ombrelli di rito con le pieghe che sembravano pesanti ciglia.
Sotto i gomiti le donne strizzavano il sacco della cornamusa. In mezzo alla confusione ed al frastuono i servi aprivano le sedie pieghevoli e tutti sedevamo a pranzo.
C'erano tutti, il Bunam, Horko, l'aiutante del Bunam. Per fortuna questo Bunam non aveva bisogno di molto spazio. Perché Horko gliene lasciava pochissimo. Sottile e diritto, il Bunam mi fissava con quello sguardo carico di esperienza umana, uno sguardo radicato in mezzo agli occhi. Le sue due mogli, con le teste calve e i dentini corti, erano ambedue molto allegre. Parevano insomma una coppia di ragazze decise a divertirsi. Di tanto in tanto Horko si lisciava la veste sulla pancia o toccava le due pesanti pietre rosse che gli tiravano i lobi delle orecchie. Davanti a me mettevano una palla di pasta, sembrava farinata, ma più rozza e più salata; per lo meno non avrebbe fatto altro danno al mio ponte.
Certo sarei morto di dolore prima di aver raggiunto il mondo civile, se si fossero staccate le parti metalliche ancorate sui mozziconi dei denti, messe lì da M.lle Montecuccoli e dal dentista Spohr.
La colpa era mia, perché io ho il pezzo di ricambio e non avrei dovuto dimenticarlo. Stava, insieme ai calchi di gesso, in una scatola, e quella scatola era nel bagagliaio della mia Buick. C'era una molla che teneva il cricco contro la ruota di scorta, e per sicurezza io avevo messo lì anche la scatola col ponte di ricambio. Mi sembrava di vederla. La vedevo come se fossi dentro il bagagliaio.
Era una scatola di cartone grigio, guarnita dentro di carta rossa, con l'etichetta: "Buffalo Dental
Manifacturing Company." Nel timore di perdere quanto restava del ponte, masticavo con estrema cautela persino quella specie di farinata. Il Bunam, con quella sua grinta fanatica di profondo pensatore, mangiava, come tutti gli altri. Lui e il tipo che pareva fatto di pelle nera avevano un'aria assai occulta; quest'ultimo sembrava sul punto di spiegare un paio d'ali e volar via. Anche lui masticava, e a dire la verità nel cortile del palazzo c'era in notevole misura un'atmosfera da Alice-nel-paese-delle-meraviglie. Anche parecchi bambini, tutti testa e pancia, come pagnottelle nere, che giocavano coi ciottoli nella polvere.
Quando Atti ruggiva sotto il palazzo, nessuno diceva niente.
Fra tutti solo Horko dava un'occhiata di traverso, per poi reimmergersi subito in quel sorriso lieve. Era sempre raggiante, sembrava che al posto del sangue avesse lucido per mobili. Come il re, era fisicamente dotatissimo, e aveva gli occhi, pur se sporgenti, dello stesso colore. E io pensavo che negli anni trascorsi a Lamu, mentre suo nipote era a scuola nel nord, egli doveva aver fatto la parte sua. Di certo non era uomo da passar le giornate in chiesa: io so giudicare il mio prossimo.
Insomma era lo stesso tutti i giorni. Dopo le cerimonie del pranzo io, seguito dalle amazzoni, andavo da Mummah. L'avevano riportata al santuario sei uomini, distesa sopra tre pali pesanti. L'avevo visto di persona. La sua stanza, che ella divideva con Hummat, era in un cortile distinto del palazzo, con colonne di legno e una cisterna piena d'acqua putrida. Era la nostra riserva speciale del Sungo. Mi faceva bene la visita quotidiana a Mummah. In primo luogo perché segnava la fine della parte peggiore della mia giornata (questo lo spiegherò a tempo debito); in secondo luogo io mi sentivo personalmente attaccatissimo a lei, e non solo per il mio successo, ma anche per una sua qualità, sia come opera d'arte, sia come dea. Brutta com'era, con le trecce a nido di cicogna e le gambe deboli che cedevano sotto la massa del corpo, io le attribuivo sentimenti benevoli. Le dicevo: «Come va, vecchia? Complimenti di stagione. E come sta il tuo vecchio?»
Infatti io davo per scontato che Hummat fosse suo marito, quel gobbo vecchio dio montagnolo che Turombo, il campione col fez rosso, aveva sollevato. Sembrava un matrimonio riuscito, ed essi se ne stavano, soddisfatti l'uno dell'altro, presso la vasca di pietra dell'acqua putrida. E mentre dedicavo a Mummah quelle ore, Tamba e Bebu riempivano un paio di zucche e tutti insieme andavamo per un altro corridoio dove ci attendeva un bel gruppo di amazzoni con ombrello ed amaca. Ombrello e amaca erano verdi, il colore del Sungo. Mi aiutavano a montare sull'amaca ed io giacevo sul fondo - un peso ridondante - fissando il cielo lucido, immobile nel calore meridiano e l'ombrello che ruotava, ora in senso contrario, ora in quello opposto, nella sua frangia pigra e sonnolenta. Di rado uscivamo dal cancello del palazzo senza che ci salutasse un ruggito di Atti, da sotto, e le amazzoni sudate ed affaticate si irrigidivano. Quella che portava l'ombrello talvolta vacillava, ed io coglievo un raggio di sole, uno di quegli schiaffi di fuoco violento che mi fanno saltare il sangue al cervello come il caffè nella macchina degli espressi.
Con questo, che mi faceva ricordare gli esperimenti in corso fra me e il re, esperimenti diretti a uno scopo speciale, entravamo in città, seguiti da un tamburo. La gente si avvicinava a Tamba e Bebu con certe tazzine a prendere un po' di acqua; le donne specialmente, perché il Sungo sovrintende anche alla fertilità, vedete, la fertilità va di pari passo con l'umidore. Questa processione avveniva ogni pomeriggio, accompagnata dal rullio pigro e irregolare di un unico tamburo. Era un suono debole, ma teso e pungente, che teneva un ritmo approssimativo. Dalle capanne uscivano nel sole le donne con le coppe di argilla per ricevere la goccia d'acqua di cisterna. Io giacevo all'ombra e ascoltavo il sonnolento rullo del tamburo, con le dita gravate sulla pancia. Giunti al centro della città scendevo dall'amaca. Era la piazza del mercato. Ed anche il tribunale. Con indosso una vestaglia rossa il magistrato sedeva in cima a un mucchio di letame. Era un tipo dai lineamenti rozzi, ma di lui non mi importava nulla. C'era sempre una causa in corso e l'accusato stava legato a un palo, con in bocca un legno a forcella, che gli premeva sul palato e gli teneva giù la lingua. Al mio arrivo si sospendeva il processo. Gli avvocati cessavano l'arringa e la folla gridava: «Sungo! Aki-Sungo» (cioè Grande Sungo Bianco). Io scendevo dall'amaca e facevo un inchino. Tamba e Bebu mi porgevano una zucca forata, come l'aspersorio delle lavandaie d'un tempo. No, un momento, come l’asperges che adoprano i cattolici nelle loro chiese. Io aspergevo la folla e loro mi si accostavano ridendo e inchinandosi e offrendo la schiena all'acqua: vecchi sdentati col pelo grigiastro fra le natiche e ragazze coi seni puntati verso terra, e giovani forti dal dorso possente. Non mi sfuggiva il fatto che al rispetto per la mia forza e per il mio ufficio si mischiava un po' di burla. In ogni modo badavo a che il prigioniero legato al palo avesse la sua parte, sì che al sudore, sulla pelle del poveretto, si aggiungevano le gocce d'acqua.
Così, o pressappoco, erano i miei doveri di re della pioggia.
Ma ora debbo parlarvi dello scopo speciale che aveva in mente il re e dei libri che mi aveva dato. Queste cose non mi convincevano troppo; dopo i primi colloqui, pensai che non ne potevano nascere che guai. C'erano due libri, all'aspetto alquanto logori, e poi ristampe scientifiche, brossure, con le copertine logore. Ne scorsi alcune. La stampa era fitta e scura, e i pochi spazi liberi erano occupati da diagrammi di molecole. A parte quelle, il testo era denso, greve come una lapide e mi scoraggiava. Era come prendere l'autobus per l'aeroporto La Guardia e passare dinanzi ai cimiteri del Queens. Pensate. Come se i morti, uno per uno, fossero stati spediti per posta, e quelle pietre come tanti francobolli leccati dalla morte.
Comunque era un pomeriggio caldo e io me ne stavo seduto dinanzi ai libri, per vedere se venivo a capo di qualcosa. Indossavo la mia divisa, i calzoni di seta verde ed il casco con in cima il capezzolo, e le suole di gomma consunte e sformate ed arricciate come labbra ghignanti. Così era. La febbre ed il malessere mi davano sonnolenza. Il sole era tremendo, assoluto. Le strisce di ombra parevano cose solide. L'aria trasognata di calore e le montagne come di caramella, gialle, fragili, cellulari, scavate, riarse.
Farebbero male ai denti. Ed io ho questi libri. Dahfu e Horko li avevan caricati sull'asino, venendo dalla costa oltre le montagne.
Poi la bestia fu macellata e data in pasto alla leonessa.
Ma perché dovevo leggere quella roba? pensavo. Facevo resistenza, molta resistenza, all'idea. In primo luogo avevo paura di scoprire che il re era pazzo. Mi sembrava ingiusto, dopo aver fatto tanta strada per rompere il sonno dello spirito, dopo aver smosso Mummah, dopo essere diventato re della pioggia, scoprire che Dahfu altro non era che un eccentrico. Per questo esitavo.
Giocai un poco, un solitario. E poi mi sentii un gran sonno e guardavo i colori, verde e marrone, fissati dal sole.
Io sono lettore nervoso ed emotivo. Mi avvicino un libro agli occhi e basta una frase buona per trasformarmi il cervello in un vulcano; comincio a pensare a tutte le cose insieme e una vera e propria lava di pensieri mi fluisce giù per i fianchi. Lily sostiene che io ho troppa energia mentale. Secondo Frances, all'opposto, io non avevo alcuna forza di cervello. In tutta verità posso dire solamente che quando lessi nel libro di mio padre «la remissione dei peccati è perpetua,» fu come esser colpito alla testa da una pietra. Mi pare di aver già detto che mio padre usava come segnalibri delle banconote e mi pare anche d'avere intascato i danari che trovai dentro quel libro, e poi di averne dimenticato persino il titolo. Forse sul peccato non volevo saperne di più. Così, era perfetto, e forse io temevo che l'autore continuando, guastasse tutto. Comunque, io sono del tipo ispirato, non del tipo sistematico. E poi, se mi bastava quella frase soltanto, a che pro leggere tutto il libro? No, leggendo io non ho mai avuto calma e ci fu un tempo in cui avrei anche buttato ai maiali i libri di mio padre, se mi fosse parso che ciò facesse bene a queste bestie. Ora, una simile abbondanza di libri mi confondeva. Cominciavo a leggere qualcosa sulla Francia, e subito mi accorgevo di non saper nulla su Roma, che era venuta prima, e poi sulla Grecia, e poi sull'Egitto, sempre all'indietro verso l'abisso primevo.
Insomma non ne sapevo quanto bastasse per leggere un libro solo. Finalmente mi accorsi che le sole cose che mi piacessero erano roba come Il romanzo della chirurgia, Il trionfo sul dolore, oppure biografie di medici - per esempio Osler, Cushing, Semmelweis e Metchnikov. E data la mia simpatia per Wilfred Grenfell cominciai ad interessarmi del Labrador, di Terranova, del circolo artico e infine degli esquimesi. Magari voi penserete che Lily mi seguisse sugli esquimesi, invece no, ed io ci rimasi male. Gli esquimesi sono individui che si tengono all'essenziale, ed io pensavo che a lei dovessero piacere proprio perché anch'ella è un tipo essenziale.
Ebbene, Lily è così, ma anche non è così. Non è veritiera per natura. Pensate per esempio alle bugie che mi disse circa i suoi fidanzati. E non son nemmeno certo che Hazard le abbia dato quel pugno nell'occhio mentre andavano a sposarsi. Come posso esserne sicuro, se lei mi aveva detto che sua madre era morta mentre invece la vecchia campava ancora? Mi aveva mentito anche riguardo al tappeto, perché proprio su quel tappeto si era ucciso suo padre. Quasi oserei dire che son le idee a far bugiarda la gente. Sì, spesso le idee inducono a mentire.
Lily è anche il tipo che ricatta. Voi sapete quanto mi piacciano le donne grandi, e a volte per mio divertimento comincio a pensarla pezzo per pezzo. Comincio con una mano o con un piede o anche con un alluce e vado avanti seguendo membra e giunture.
E questo mi dà una soddisfazione meravigliosa. Un seno è più piccolo dell'altro, come due fratelli di diversa età. Le ossa del bacino non sono ben coperte, in quella parte ella è un po' magra.
Ma il suo corpo ha un aspetto dolce e grazioso. E poi il viso le si sbianca, il che mi commuove più di ogni altra cosa. Però è frenetica e spendacciona e non tiene la casa in ordine ed ha il pallino dell'arte e mi sfrutta. Prima del matrimonio le scrissi una ventina di lettere, in ogni parte del mondo, al dipartimento di stato e a una diecina di missioni. Lei si serviva di me come personaggio.
Partiva per la Birmania o per il Brasile, con la sottintesa minaccia che non l'avrei più riveduta. E io mi trovavo sul posto, perché non potevo abbandonarla a tutta quella gente. Ma quando ci sposammo e io volevo passare la luna di miele accampati presso una tribù esquimese lei non ne volle sapere. Comunque sia (e torniamo al discorso dei libri) io leggevo Freuchen e Gontran de Poncins e d'inverno facevo vita all'aria aperta. Con un coltello mi costruii un igloo, e quando il termometro scese sotto zero litigai con Lily perché non voleva portare fuori i ragazzi e dormire con me sotto le pelli, come fanno gli esquimesi. Io volevo provare.
Scorsi tutti i libri che mi aveva dato Dahfu. Sapevo che quelle pagine dovevano avere qualche rapporto con i leoni e invece, per quanto leggessi, accenni ai leoni non ne trovai. Avevo voglia di piangere, avevo voglia di dormire, avevo voglia di tutto, fuor che di affrontare quella roba difficile in una calda giornata africana con un cielo così azzurro come è bianco l'alcol di cereali. Il primo articolo, che presi perché la frase iniziale sembrava facile, portava la firma Scheminsky, e non era per niente facile. Ma io insistei, fin quando mi trovai davanti il termine allochiria di Obersteiner, e a questo punto non ce la feci più. Pensavo: "Diavolo! Ma di che si tratta? E' vero che ho detto al re di voler diventare medico, ma non deve per questo credere che io abbia preparazione in medicina. Sarà meglio che glielo chiarisca subito." Era roba troppo difficile. Però ci dedicai la migliore mia attenzione. Lasciai perdere l'allochiria di Obersteiner e alla fine riuscii a capire una frase qua e là. Quasi tutti gli scritti riguardavano il rapporto fra corpo e cervello, e soprattutto insistevano sulla posizione, sulle confusioni fra destra e sinistra, e sulle varie esagerazioni e difformità delle sensazioni. Così un uomo con una gamba normale si convince di avere una gamba d'elefante. Questo era molto interessante in sé, e certe descrizioni davvero eccellenti. Io continuavo a pensare:
"Meglio pulire, lustrare, rinfrescare la vecchia intelligenza, e comprendere a che mira l'uomo, perché da questo forse dipende la mia vita." Era proprio una fortuna per me aver trovate le condizioni della vita semplificate, in modo da poterle affrontare - finalmente! - e poi finire in un palazzo pericolante, a leggere queste pubblicazioni mediche avanzatissime. Credo che ormai rèstino pochi princìpi indigeni i quali non siano colti, e tutte le scuole politecniche accolgono gens de couleur da ogni parte del mondo, ed alcuni di essi hanno già fatto scoperte prodigiose.
Però non avevo mai sentito parlare di qualcuno che fosse sulla pista del re Dahfu. E questo mi faceva pensare che forse fra noi due c'era tensione: quando un individuo fa classe a sé, non potete pretendere che egli sia razionale. Lo so per esperienza razionale, giacché io sono l'unico rappresentante di una certa classe. Mi riposavo un poco, dopo aver letto l'articolo a firma Scheminsky, e facevo un solitario, col fiato grosso, chino sopra le carte, quando Horko, lo zio del re, proprio in quella giornata di eccezionale calura, entrò nella mia stanza al primo piano del palazzo. Dietro di lui era il Bunam, e col Bunam c'era il suo assistente, o socio, l'uomo di pelle nera. Questi tre diedero il passo a una quarta persona, una donna anziana che aveva l'aria d'esser vedova. Di rado ci si sbaglia, a proposito di vedove. L'avevano condotta a vedermi, e dal loro modo di tenersi in disparte appariva chiaro che era lei l'ospite d'onore. Vacillai, apparecchiandomi ad alzarmi - nella mia stanza c'era poco spazio e quel poco già abbastanza occupato da Tamba e Bebu, distese a terra e da Romilayu, che era in un cantuccio. In otto in una stanza, che bastava appena a contenere me. Il letto era fisso, e non potevo metterlo fuori. Era coperto di pelli e di tappeti indigeni, e le carte su cui stavo chino eran distese in quattro file ineguali - avevo spinto da un lato i libri del re Dahfu. Ed ora mi portavano questa donna anziana, con la veste frangiata che le pendeva dalle spalle fin quasi a mezza coscia. Entravano dalla calura selvaggia di quel pomeriggio africano, e poiché i miei occhi ciechi ma veggenti (gli occhi del giocatore di carte) eran rimasti a lungo fissati sui neri e sui rossi – le carte sporche, bisunte - a prima vista non riuscii a mettere a fuoco la donna. Ma poi quella mi si avvicinò, ed io vidi che aveva il viso rotondo, ma non perfettamente rotondo. Da una parte era asimmetrico. Alla mascella. Il naso era rincagnato e le labbra grandi, e quel volto dolcemente protéso in avanti faceva pensare che la donna ti offrisse le labbra. Alla bocca mancavano non pochi denti, ma io compresi subito. "Certo" pensai "è parente di Dahfu. Deve essere sua madre." Avevo ravvisato la parentela nel viso sfuggente, nelle labbra, nel tono rosso degli occhi. «Yasra. Regina» disse Horko. «Mamma Dahfu.» «Signora, onoratissimo,» feci io.
Mi prese la mano e se la mise sul capo, rasato naturalmente.
Perché tutte le donne sposate si radono la testa. Il suo gesto riusciva più facile, data la differenza fra la mia e la sua statura, più di mezzo metro. Horko ed io sovrastavamo tutti gli altri. Egli era avvolto nella sua veste rossa, e quando si chinava a parlare, le pietre rosse agli orecchi pendevano come i bargigli di un gallo. Mi tolsi il casco, mettendo a nudo le ferite e le contusioni sul naso e sulle guance, lasciate lì dalla cerimonia della pioggia. Ci doveva essere nei miei occhi un certo senso di solennità, perché l'uomo di pelle nera se ne avvide, e mi fissò e disse qualcosa al Bunam. Ma io mi posi rispettosamente sul capo la mano della regina e dissi: «Signora, Henderson, al tuo servizio. E dico sul serio.» Di sopra la spalla feci a Romilayu: «Diglielo.» Il cespuglio dei suoi capelli mi era vicino, alle spalle, e sotto i capelli vidi che la fronte era insolitamente grinzosa. Notai che il Bunam guardava le carte e la roba stampata sul letto, e nascosi ogni cosa dietro di me, perché non volevo che oggetti di proprietà del re restassero esposti alla sua curiosità. Poi dissi a Romilayu: «Di' alla regina che ha un bel figlio. Il re è mio amico ed altrettanto amico suo son io. Dille che sono orgoglioso di conoscerlo.»
Intanto pensavo. "E' in pessima compagnia, vero?" perché sapevo che era compito del Bunam togliere la vita al re, quando non avesse più forze: me lo aveva detto Dahfu. Insomma il Bunam era il giustiziere di suo marito - ed ora la regina veniva assieme a lui, nel tardo pomeriggio, a fare una visita di cortesia? C'era qualcosa che non andava.
Forse la vecchia regina avvertì i miei pensieri, perché era triste e preoccupata. Il Bunam mi fissava, con la palese intenzione di attaccar discorso, in qualche modo, mentre Horko, con il viso greve e carnoso, aveva all'inizio un'aria cupa. Lo scopo di questa visita era duplice: saper da me qualcosa circa la leonessa ed anche sfruttare l'influenza che io potevo avere sopra il re. La bestia, Atti, dava fastidio, e non poco.
Parlò soprattutto Horko, mischiando diverse lingue che aveva pizzicato durante la sua residenza a Lamu. Era una specie di francese, con molte parole inglesi ed alcune portoghesi. Il sangue gli scintillava nella faccia lucidissima, e gli orecchini gli tiravano giù i lobi, fin quasi sulle spalle carnose. Entrò in argomento parlando un poco della sua residenza a Lamu - una città modernissima, a sentir lui. Automobili, caffè e musica, e tante lingue diverse.
«Tout le monde très distingué, très chic,» diceva. Con una mano mi chiusi l'orecchio sordo, e gli offrii l'altro, annuendo, ed egli, quando vide che intendevo il suo anglo-francese di Lamu cominciò a ravvivarsi. Si vedeva benissimo che il suo cuore era legato a quella città, e per lui gli anni ivi trascorsi erano i più belli della sua vita. Insomma la sua Parigi. Non ci voleva molto a immaginare ch'egli s'era concesso una casa, dei servi, ragazze, e che aveva passato i suoi giorni al caffè, con indosso una giacchetta leggera, di lino, magari con la boutonnière: era il tipo capace di farlo, lui. Era contrariato dal fatto che suo nipote se n'era andato lasciandolo lì per otto o nove anni. «Andato via scuola Lamu,» diceva. «Pas assez bon. Male, dico. Non andare via Lamu. Noi andare. Egli andare. Papa re Gmilo morto. Moi aller chercher Dahfu. Un anno.» Alzò il dito robusto sopra la testa della regina Yasra, e dal suo sdegno capii che dovevano aver dato a lui la colpa della scomparsa di Dahfu. Era suo compito riportare a casa l'erede.
Poi si accorse che a me non piaceva il suo tono e chiese: «Tu amico di Dahfu?»
«Certo che lo sono.»
«Oh, io anche. Roi neveu. Aime neveu. Sans blague. Pericoloso.» «Avanti, di che si tratta?» chiesi.
Visto il mio scontento, il Bunam si rivolse a Horko, con voce dura e la regina Yasra gridò: «Sasi ai. Ai, sasi, Sungo.» Alzando gli occhi su di me, forse la donna vedeva la parte del mio mento, le narici aperte, ma non gli occhi, perciò non poteva sapere com'era accolta la sua implorazione, perché proprio di implorazione si trattava. Cominciò quindi a baciarmi e ribaciarmi le nocche, un po' come aveva fatto Mtalba la notte prima della sciagurata spedizione contro i ranocchi. E anche questa volta avvertii la sensibilità che c'era in quel contatto. Queste mani han perso forma, e non poco, in seguito alle violenze a cui furon sottoposte.
Per esempio il dito indice, con cui avevo mirato, a imitazione di Pancho Villa, contro il gatto, sotto il tavolo. «Oh, signora, non lo fare» dissi. «Romilayu... Romilayu... dille di smetterla,» feci.
«Se avessi tante dita per quanti sono i martelletti di un pianoforte,» gli dissi, «sarebbero tutte al suo servizio. Cosa vuole la vecchia regina? Questi tipi la stanno spremendo, mi pare.» «Difende figlio, signore,» disse Romilayu, da dietro. «Da che cosa?» chiesi.
«Leone strega, signore. Oh, leone molto cattivo.»
«Hanno impaurito la vecchia madre» dissi fissando il Bunam ed il suo assistente. «Ecco il turpe scarafaggio. Non è contento senza cadaveri, senza gente da sotterrare. Lo capisco dall'odore. E guarda quest'altra blatta con le ali di pelle, il suo tirapiedi. Potrebbe far la parte del fantasma, all'opera. Ha la faccia del mangiatore di formiche, del mangiatore d'anime. Digli subito che secondo me il re è uomo nobile ed eccellente. Diglielo con parole forti,» feci rivolto a Romilayu, «per il bene della vecchia regina.»
Ma per quanto lodassi il re, non potevo mutare l'oggetto di quella visita. Eran venuti ad avvertirmi circa i leoni. I leoni, fatta eccezione per uno soltanto, contenevano anime di stregoni. Il re aveva catturato Atti e se l'era portata a casa, in luogo di Gmilo, suo padre, ancora in libertà. E questo per loro era grave ed il Bunam era venuto ad avvertirmi che Dahfu mi faceva partecipe di questa stregoneria. «Macché,» dissi a quegli uomini, «io non posso essere stregone. Il mio carattere è tutto il contrario.» Horko e Romilayu finalmente riuscirono a farmi sentire l'importanza e la solennità – la gravità - della situazione. Cercai di evitarla, ma eccola lì: me la gettavano addosso come una lastra di pietra. La gente era infuriata.
La leonessa faceva danno. Certe donne, che erano state sue nemiche in precedenti incarnazioni, abortivano. E poi c'era la siccità, terminata quando io riuscii a smuovere Mummah. Di conseguenza ero assai benvoluto. (Avvertii il rossore sulle guance.) «Oh, nulla,» feci. Ma subito Horko mi disse che era male, da parte mia, andare nella tana. Mi ricordò che Dahfu non poteva dirsi completamente padrone del trono fino a che non catturasse Gmilo. Così il vecchio re era costretto a restar fuori, nella macchia, in cattiva compagnia (gli altri leoni, tutti e ciascuno provati malfattori). Sostenevano che la leonessa seduceva Dahfu, e lo rendeva incapace di compiere il suo dovere, ed era lei che lasciava Gmilo alla macchia.
Cercai di insegnar loro che altri popoli la pensano diversamente, sui leoni. Dissi che forse non era giusto condannare tutti i leoni, eccetto uno, e che forse c'era uno sbaglio. Poi mi rivolsi al Bunam, che pareva evidentemente il capo delle forze antileonine. Secondo me lo sguardo accigliato, la vena severa sulla fronte, i complicati campi di pelle attorno agli occhi dovevano significare (anche qui, dove l'Africa bruciava come un oceano di petrolio verde sotto il cielo assoluto e immenso) dovevano significare quel che significherebbero a New York, e cioè pensieri profondi. «Ebbene, io credo che dovreste andar d'accordo col re. Egli è uomo eccezionale e compie azioni eccezionali. A volte questi grandi uomini debbono andare oltre se medesimi. Come Cesare o Napoleone o Chaka, lo zulù. Nel caso del re, il suo interesse è per la scienza. Ed io, che pure non sono un esperto, credo che egli pensi all'umanità come a un tutto unico, stanca di sé e bisognosa di un urto da parte della natura animale. Dovreste esser contento, che lui non sia come Chaka, e non vi sbatta fuori. Fortuna vostra che non è di quel tipo.» Pensavo che valesse la pena di tentare la minaccia. Ma purtroppo parve che non servisse a nulla. La vecchia sbadigliava ancora, tenendomi le dita, mentre il Bunam, quando Romilayu gli si rivolgeva, cercando alla meglio di tradurre le mie parole, restava immobile in una selvaggia rigidezza, sì che soltanto gli occhi muoveva, e appena appena. Più che altro, gli scintillavano. Poi, quando Romilayu ebbe finito, il Bunam fece un cenno al suo assistente e l'uomo di pelle nera trasse dal suo straccio di mantello un oggetto che a prima vista io scambiai per un tubero grinzoso. Lo teneva per il picciolo e me l'avvicinò al viso. Due occhi secchi ora mi guardavano, e denti in una bocca senza fiato. Dagli occhi veniva uno sguardo immobile e finito. Mi vedeva da lontano. Una delle narici del pupazzo era appiattita, l'altra rigonfia, e tutto il viso pareva abbaiare, questa mummietta nera, secca, infantile, anzi nanesca, tenuta per il collo. Il fiato mi bruciava, come di senape, e quella voce di comunicazione interiore che avevo udito quando afferrai il cadavere cercò ancora di parlare, ma non riuscì a levarsi oltre il bisbiglio. Ritengo che certi uomini sian più di altri ripieni di morte. Pare che io abbia un grande potenziale di morte. Comunque io comincio a chiedermi (ma più che una domanda, forse, era un'implorazione) "perché l'ho sempre vicina... perché! Perché non posso staccarmene per un poco! Perché! Perché!" «Ebbene, cos'è quella roba?» chiesi.
Era la testa d'una delle donne-leonesse, una strega. Era uscita ed aveva avuto appuntamento con un leone. Aveva avvelenato e stregato certa gente. L'assistente del Bunam s'era fatto pescare con lei: ci fu il processo, il giudizio di dio e la condanna a morte, per strangolamento. Ma la donna era tornata. La gente non aveva scrupoli al riguardo, ma dicevano che questa era proprio la leonessa catturata da Dahfu. Era Atti. Una vera e propria identificazione.
«âme de lion,» disse Horko. «En bas.»
«Non capisco come fate ad esserne tanto sicuri,» feci. Non riuscivo a staccare gli occhi da quella testa grinzosa, con quello sguardo immobile e finito. Mi parlava, come aveva fatto quell'altra creatura a Banyules, all'acquario, dopo che ebbi fatto salire Lily sul treno. Pensai, come avevo fatto allora in quella stanza acquosa, pietrosa, oscura: "Ecco! E' la fine!"




CAPITOLO DICIOTTESIMO
Quella notte le preghiere di Romilayu furono più ferventi del solito. Sporgeva le labbra e i muscoli balzavano sotto la pelle mentre si faceva profonda la sua voce gemente. «Va bene, Romilayu, » dissi, «prega. Butta fuori. Prega, forza. Tira fuori tutto quello che hai in corpo. Avanti, Romilayu, prega, prega, te lo dico io.» Non mi pareva che ce la mettesse tutta ed allora lo spronai scendendo dal letto con le brache di seta verde ed inginocchiandomi accanto a lui nella preghiera. Se volete sapere una cosa, non era la prima volta, negli ultimi anni, che io rivolgevo la parola a Dio. Romilayu guardava da sotto quella nube di capelli lanosi che gli ricadevano sulla fronte bassa, poi ebbe un sospiro e un brivido, ma io non capivo se per la soddisfazione di scoprire un po' di religione in me, o se invece per il terrore di udire la mia voce inserita nel suo canale, o di scorgere il mio aspetto. Oh, il mio trasporto! Quella testa appassita e la vista della povera regina Yasra mi avevano indotto ai sentimenti più profondi. Ed io pregavo e pregavo: «Oh, tu... quel che tu sei,» dicevo, «tu, qualcuno, grazie al quale non c'è il Nulla. Aiutami a compiere la Tua volontà. Liberami dai miei stupidi peccati. Svincolami. Padre celeste, apri il mio cuore muto e per l'amor di Cristo preservami dalle cose irreali. Oh, Tu che mi hai tolto ai maiali, non lasciare ch'io muoia per i leoni. E perdonami i miei delitti e le assurdità e lascia che io torni a Lily e ai figli.» E poi in silenzio, sui ginocchi grevi e le palme congiunte, continuai a pregare, incurvato sotto il mio peso.
Ero sconvolto, mi capite, perché capivo chiaramente d'essere incastrato fra il re e la fazione del Bunam. Il re intendeva compiere, col mio aiuto, il suo esperimento. Riteneva che non fosse mai troppo tardi per cambiare, anche a un uomo pienamente formato. E mi prendeva ad esempio, ed era deciso che io assorbissi da un leone le qualità leonine.
Quando gli chiesi un'udienza, la mattina dopo la visita di Yasra, il Bunam e Horko, mi guidarono al suo padiglione privato. Era un giardino, che in qualche misura sembrava disposto secondo un disegno. Ai quattro angoli altrettanti aranci nani. Il muro del palazzo era coperto da un rampicante, simile alla bougainvillea, e qui era seduto il re, sotto uno dei suoi ombrelli aperti. Portava l'ampio cappello di velluto rosso ornato di denti umani, e sedeva su di una sedia imbottita, circondato dalle mogli che di tanto in tanto gli asciugavano il sudore con quadratini di seta colorata. Gli accendevano la pipa, gli porgevano da bere, badando che fosse ben riparato dalla stoffa adorna, ogni volta che ne prendeva un sorso. Accanto a un arancio un vecchio suonava uno strumento a corda. Lunghissimo, appena più corto di un contrabbasso, tondo a un'estremità, poggiava su un alto puntale, e si suonava con un arco di crine di cavallo. Mandava note gravi, raspose. Il vecchio suonatore era tutt'ossa, con le ginocchia divaricate e la testa lunga, lucida, tutta solcata di rughe.
Dietro di lui l'aria portava qualche filo bianco, sottile come tela di ragno.
«Oh, Henderson-Sungo, son contento di rivederti. Ci divertiremo.»
«Ascoltami, debbo parlarti, maestà,» dissi. E continuavo ad asciugarmi la faccia.
«Certo. Ma prima ci saranno le danze.»
«Ma io ho da dirti qualcosa, maestà.»
«Sì, certo, ma prima le danze. Le mie signore offrono un trattenimento.»
Le sue signore! pensai, e volsi l'occhio attorno, su quell'assembramento di donne nude. Dopo che mi aveva detto che lo avrebbero strangolato, quando non si fosse più dimostrato capace di contentarle, io guardavo attentamente quelle donne. Ce n'erano alcune di figura splendida, che si muovevano con un'eleganza di giraffa, i visi piccoli ornati da un disegno di cicatrici.
Sui loro corpi le anche ed i seni stavano meglio di qualsiasi abito.
I lineamenti grossi, ma non rozzi, al contrario, le narici sottili, belle e gli occhi dolcissimi. Erano dipinte ed adorne e profumate di muschio, che mandava un odore come di petrolio raffinato.
Alcune avevano collane fatte come di noci d'oro, cave, girate due o tre volte attorno al corpo e pendenti fino alle gambe. Altre avevano coralli e gemme e piume, e le danzatrici sciarpe colorate che ondeggiavano leggère dalle spalle, ogni volta che balzavano sulle lunghe gambe eleganti per il cortile, e il sottofondo rasposo della musica continuava, perché il vecchio menava il suo arco: raspa, raspa, raspa.
«Ma c'è una cosa che debbo dirti.»
«Sì, l'avevo capito, Henderson-Sungo. Però debbo guardare la danza. Quella è Mupi, bravissima.» Lo strumento singhiozzava, e gemeva, e gracchiava, mentre il vecchio ci strusciava sopra il suo arco barbarico. Mupi, quasi a tentare il motivo, ondeggiò due o tre volte, poi levò la gamba - ginocchio rigido - e quando il piede tornò a terra parve cercare qualcosa. E poi cominciò ad oscillare e continuò a tentare, ora con un piede ora con l'altro, gli occhi chiusi. I sottili gusci d'oro battuto, come noci vuote, frusciavano sul corpo di Mupi. Prese la pipa dalla mano del re e se la battè sulla coscia per farne uscire le ceneri, premendo con la mano, e bruciandosi; i suoi occhi, sempre umidi di dolore, non cessarono un momento di fissarlo.
Il re mi sussurrò: «E' un'ottima ragazza, un'ottima ragazza.»
«Certo è pazza di te,» dissi. La danza continuava sul gracchiare dello strumento a due corde. «Vostra maestà, ti debbo parlare...» Si sentirono sbattere i denti, quando egli volse il capo nel morbido cappello dalle tese larghe. All'ombra del cappello il suo viso era più che mai vivace, specialmente il naso arcuato e le labbra rigonfie.
«Vostra maestà.»
«Oh, ma sei proprio insistente. Benissimo. Visto che è tanto urgente, andiamo in qualche posto dove si possa parlare.» Si tirò su e quel gesto parve infastidire moltissimo le donne. Infatti cominciarono a saltare qua e là sotto il piccolo padiglione, urlando e facendo tinnire i loro ornamenti; alcune piangevano per la contrarietà, perché il re se ne andava, e certe mi aggredirono con voci stridule perché portavo via Dahfu e alcune urlarono: «Sdudu lebah!» Lebah - avevo già afferrato quella parola - significa leone in Wariri. Volevano avvertirlo per Atti; lo accusavano di diserzione. Il re fece un largo gesto di saluto, ridendo. Pareva molto affettuoso, e forse diceva loro che le aveva tutte a cuore. Io aspettavo in piedi, enorme, col viso aggrottato, ancora rigido per le ferite.
Le donne avevano ragione, infatti Dahfu non mi ricondusse al suo appartamento, ma mi guidò alla tana, sotto. Quando capii dove era diretto, mi affrettai dietro di lui, dicendo: «Aspetta, aspetta. Parliamo di quella cosa. Un minuto soltanto.»
«Mi dispiace, Henderson-Sungo, ma dobbiamo andare da Atti. Laggiù son disposto ad ascoltarti.»
«Ebbene, perdonami se te lo dico, re, ma tu sei proprio ostinato. Se per caso tu non lo sapessi ti dirò che sei in una posizione terribile.»
«Oh, diavolo,» disse. «So bene di cosa sono capaci.»
«Son venuti e mi hanno mostrato la testa di una persona, che a sentir loro, era Atti come si incarnò in una precedente esistenza.»
Il re si fermò. Tatu ci aveva appena aperta la porta e sostava tenendo nelle braccia il pesante chiavistello.
Attendeva sul ballatoio.
«E' la vecchia storia della paura. Ma noi la fronteggeremo. Vecchio, a volte le cose, in situazioni simili, non possono andare tanto lisce. Ti tormentano? Accade perché ti ho mostrato la mia simpatia.» Mi prese per la spalla.
Forse per via del tocco della sua mano, quasi inciampai sulla soglia della scalinata. «Ecco,» dissi, «son pronto a fare qualunque cosa tu dica. Ho avuto molto dalla vita, ma in sostanza essa non mi ha neppure scalfito, re. Io sono un soldato. Tutti i miei sono stati soldati. Hanno protetto i contadini, sono andati alle Crociate, han combattuto i maomettani. E ho avuto un antenato da parte materna... ebbene il generale americano Grant non si sarebbe mai impegnato in combattimento senza di lui. Diceva: "Billy Waters c'è?" "Agli ordini, signore." "Benissimo. Si attacchi la battaglia." Diavolo, c'è del sangue marziale in me. Ma con questa storia del leone tu mi metti a terra, maestà. E tua madre.»
«Oh, al diavolo mia madre, Sungo,» disse. «Credi dunque che il mondo sia come un uovo e che noi siamo qui a tenerlo in piedi? Per prima cosa vengono i fenomeni. Prima del resto, decisamente. Io ti parlo di una grande scoperta e tu tiri fuori le madri. So bene che quelli cercano di farle paura. Mia madre è sopravvissuta a padre Gmilo già di cinque anni. Vieni con me oltre la porta e fa che Tatu la chiuda. Avanti, avanti.» Io stavo fermo. Egli gridò:
«Avanti, dico!» E io oltrepassai la soglia. Vidi Tatu che faticava a rimettere a posto la grande sbarra di legno che serviva da chiavistello. Cadde, la porta sbattè, e noi fummo al buio. Il re correva giù per le scale.
Dove la luce filtrava attraverso la grata nel soffitto, quella luce gialla, acquosa, pietrosa, io lo raggiunsi.
Egli disse: «Perché mi incalzi con quel viso? Hai un'espressione procellosa.»
Io dissi: «Re, così mi sento. Ti ho già detto che ho qualità di medium. E ora sento guai in arrivo.» «Certo, perché guai ci sono. Ma io catturerò Gmilo e i guai finiranno. Allora nessuno mi sarà contro. Ogni giorno vanno in cerca di Gmilo. Anzi, ne abbiamo già avuto notizia. Posso assicurarti che assai presto ci sarà la cattura.»
Dissi con fervore che speravo che egli lo prendesse, e che la cosa fosse sistemata, e così non avremmo avuto più motivo di preoccuparci di quei due tipi, il Bunam e l'uomo di pelle nera.
Avrebbero smesso di perseguitare sua madre. Parve adirarsi quando per la seconda volta gli nominai la madre. Non era mai successo prima. Mi fece una predica di rimprovero. Poi si avviò di nuovo giù per le scale. Io lo seguii assai preoccupato. Ebbene, pensavo, questo re nero era un genio. Come Pascal a dodici anni quando da solo scoprì la trentaduesima proposizione di Euclide.
Ma perché i leoni?
Perché, signor Henderson, risposi a me stesso, tu non conosci il vero significato dell'amore, se credi che lo si possa scegliere deliberatamente. Tu ami, ecco tutto. Una forza naturale. Irresistibile. Egli si è innamorato della sua leonessa a prima vista; coup de foudre. Continuavo a percorrere la scala muscosa e intanto portavo avanti il dialogo con me medesimo. E insieme trattenevo il respiro, man mano che ci si avvicinava alla tana. Attorno a me la nube di paura era più soffocante che mai; pareva che facesse resistenza contro il mio viso e il respiro mi veniva grosso, goffo, il sudore fitto. Udendoci la bestia cominciò a ruggire nella stanza interna.
Dahfu guardò oltre la grata e disse: «Bene, possiamo entrare.»
«Ora? Credi che sia a posto? A me sembra agitata. Non potrei aspettare qui? Fino a che tu non hai visto che vento tira?»
«No, devi venire,» disse il re. «Non capisci dunque che sto cercando di far qualcosa a tuo vantaggio? Secondo me non c'è persona che più di te ne abbia bisogno. E poi il pericolo di vita è trascurabile. L'animale è domestico.»
«Domestico per te. Ma in realtà non mi conosce ancora. Io son pronto a correre un certo rischio, ma ho paura, non posso farci nulla.»
Tacque e durante la pausa pensai che stavo scadendo molto nella sua stima, e nulla più di questo mi faceva male. «Oh,» disse, e parve immergersi nei suoi pensieri. Taceva e pensava. In quel momento mi parve più grande della vita stessa. «Mi par di ricordare che, quando parlavamo dei colpi, dicemmo che c'era scarsezza di uomini coraggiosi.» Poi sospirò e fece, con la sua bocca ansiosa che anche all'ombra del cappello era d'un rosso acceso:
«La paura governa il genere umano. Il suo è il più vasto dei domini. Ti fa sbiancare come una candela. Ti spacca gli occhi in due. Non c'è nulla nel creato più abbondante della paura,» disse. «Come forza modellatrice è seconda solo alla natura stessa.»
«E questo discorso non vale anche per te?»
Fece un gesto, come per dire che era d'accordo. «Oh, certo. Vale anche per me. Vale per tutti. Anche se nulla si vede, pure si sente, come la radio. Ed è quasi su tutte le frequenze. E tutto trema, e tutto vacilla, in misura maggiore o minore.»
«E tu credi che ci sia un rimedio?» chiesi.
«Ma certo che lo credo. Altrimenti bisognerebbe rinunciare a tutte le migliori fantasie. Comunque, non ti obbligo ad entrare con me, a fare quel che ho fatto io. Quel che ha fatto mio padre Gmilo. Quel che abbiamo fatto tutti noi. No. Se è una cosa al di sopra delle tue forze, possiamo anche dirci addio e andare ognuno per la sua strada.»
«Aspetta un minuto, re, non aver furia,» dissi. Ero mortificato e impaurito; nulla poteva farmi più male che rompere i rapporti con lui. Qualcosa mi si era strappata di petto, avevo gli occhi gonfi e dissi, con voce soffocata: «Non vuoi cacciarmi in questo modo, re, vero? Tu sai quello che provo.» Egli comprese quanto me la prendevo a cuore, però, ripetè che forse era meglio che io me ne andassi. Infatti anche se per temperamento potevamo essere amici, anche se egli nutriva per me affetto profondo, ed era contento della sorte che gli aveva permesso di conoscermi, e del servizio che avevo reso ai Wariri spostando Mummah, pure, se io non comprendevo i leoni, era impossibile che si approfondisse la nostra amicizia. Di questo dovevo rendermi conto. «Aspetta un momento, re,» dissi. «Mi sento tanto vicino a te che son pronto a credere quello che mi dici.»
«Sungo, grazie,» disse. «Anch'io sono vicino a te. E' un sentimento reciproco. Ma io ti chiedo più che un rapporto profondo. Desidero essere compreso. Noi dobbiamo creare una sotterranea somiglianza che si basi sul rapporto fra te e i leoni. Altrimenti come manterremo il patto di verità che abbiamo fatto?»
Quanto mai commosso io feci: «Oh, oh, quanto è duro, re, essere minacciato di perdere un'amicizia.» La minaccia era dolorosissima anche per lui. Si vedeva che egli soffriva quasi quanto me, Quasi. Perché chi può soffrire quanto me? Io sto alla sofferenza come Gary sta al fumo. Una delle più grandi operazioni del mondo.
«Questo non lo capisco,» feci.
Mi guidò alla porta e dalla grata mi fece guardare Atti, la leonessa, e con quel tono dolce, personale, caratteristico in lui quando doveva affrontare un discorso, disse: «Quello che un cristiano prova nella chiesa di Santa Sofia, che io visitai in Turchia da studente, io lo provo dinanzi al leone. Quando la bestia flette la coda, mi colpisce al cuore. Tu chiederai, ma cosa può fare questa bestia per te? Tante cose. Prima di tutto è inevitabile. Provala, e vedrai che è inevitabile. E proprio questo occorre a te, che sei uomo che evita. Oh, tu hai evitato cose di enorme importanza. Ma lei ti cambierà. Lei farà scintillare la coscienza. Ti darà splendore. Forzerà su di te questo momento. In secondo luogo, i leoni sono creature di esperienza. Ma non in fretta. Essi fanno esperienza con agio deliberato. Il poeta dice: "Le tigri dell'ira son più sagge dei cavalli della sapienza." La stessa cosa vale anche per i leoni. Oltre tutto, osserva bene Atti. Contemplala. Il suo passo, il suo modo di scartare, di stendersi, di guardare, di riposare, di respirare. Insisto sulla respirazione,» continuò. «Non ha un respiro stento. Questa libertà dei muscoli intercostali e la flessibilità dell'addome» (il basso ventre, esposto al nostro sguardo, era d'un bianco purissimo) «consente continuità vitale fra le parti del suo corpo. Dà calore a quelle gemme brune che sono i suoi occhi. E poi ci sono le altre cose, più sottili, come quando sollecita una carezza, e fa intendere qualcosa. Ma non pretendo che tu capisca tutto a prima vista. Ha molto da insegnarti.»
«Insegnarmi? Davvero credi che sia in grado di cambiarmi?»
«Benissimo. Precisamente. Cambiarti. Tu sei fuggito da te medesimo. Non pensavi di dover morire. Una volta ancora, l'ultima, tu hai tentato il mondo. Con la speranza di un mutamento. Oh, non ti sorprendere se me ne sono accorto,» aggiunse, vedendo quanto mi colpiva lo scoprire che egli aveva inteso la mia posizione. «Tu mi hai detto molto. Tu sei franco. Per questo sei irresistibile, come non molti. Tu hai le basi di un nobile carattere. Tu puoi essere nobile. Alcune parti di te son sepolte da tanto tempo che potremmo considerarle morte. Ma c'è la possibilità che risuscitino? A questo punto interviene il cambiamento.» «Credi che ci sia una possibilità?» chiesi.
«Non è impossibile, se tu segui le mie indicazioni.»
La leonessa si strusciò contro la porta ed io udii quel basso, lieve, continuo raspio.
Dahfu fece per entrare. Quella parte di me che non voleva si raffreddò. I ginocchi miei parevano due sassi in un freddo torrente alpino. I baffi mi si irrigidirono, fitti nelle labbra, e così capii che la paura mi disegnava una smorfia sulla bocca, e sapevo che gli occhi miei dovevano esser pieni di una tenebra fatale. Come aveva fatto prima, mi prese la mano ed entrammo nella tana, mentre io dicevo dentro di me: "Aiutami, Signore! Oh, aiutami!"
L'odore accecava; accanto alla porta dove l'aria era ferma, pareva fatto sostanza, radiazione. Da quel buio venne il muso della leonessa, aggrottato, coi baffi che parevano sottilissimi aghi ricavati col diamante da una superficie di vetro. Lasciò che il re la carezzasse, ma da lui passò subito a studiare me, avvolgendomi con quei chiari cerchi d'ira disumana, convessi, bruni, e dentro puri anelli di luce nera. Fra la bocca e le narici c'era una linea che staccava le sue labbra, come la strozzatura della clessidra, allungata però su tutto il muso. Mi annusò i piedi, avanzando ancora una volta fino all'inguine, per cui le mie cose cercarono di nascondersi dentro la pancia. Poi mi ficcò il muso sotto l'ascella, e fece le fusa, ma con una vibrazione così tremenda che la testa mi ronzava come una pentola al fuoco.
Dahfu bisbigliò: «Le piaci. Oh, ne son contento. Ne sono entusiasta. Sono orgoglioso, di tutti e due. Hai paura?»
Stavo per scoppiare. Riuscii solo ad accennare di sì col capo.
«Un giorno riderai di te medesimo. Ora è naturale che tu abbia paura.» «Non riesco neppure a giungere le mani e stringerle,» dissi.
«Una specie di paralisi?» chiese.
La leonessa andò via, facendo il giro della tana lungo le pareti sulle zampe spesse.
«Vedi?» chiese.
«Appena. Appena riesco a scorgere qualcosa.»
«Cominciamo a camminare.»
«Da dietro le spalle mi piacerebbe molto. Sarebbe bellissimo.»
«Ancora una volta tu eviti, Henderson-Sungo.» I suoi occhi mi guardavano da sotto la piega del cappello di velluto. «Il cambiamento non può avvenire in quel modo. Devi crearti nuove abitudini.»
«Oh, re, che posso fare? Le mie aperture sono tutte serrate davanti e di dietro. Da un momento all'altro posso giungere all'estremo opposto. Ho la bocca tutta secca, lo scalpo raggrinzito, e sento un peso denso alla nuca.
Ma forse mi passa.»
Ricordo che mi guardò con acuta curiosità, quasi che pensasse a quei sintomi da un punto di vista medico. «Si stanno scatenando al massimo tutte le resistenze,» commentò. Mi parve impossibile che ci fosse un nero più nero della sua faccia, eppure i capelli, visibili sotto gli orli del cappello, erano più neri. «Ebbene,» disse, «lasciamole scatenare. Ho piena fiducia in te.»
Io azzardai. «Son contento che la pensi così. Purché non mi faccia a pezzi. Purché non mi tocchi di restar qui mezzo mangiato.»
«Fìdati di quel che ti dico. E' un'eventualità impossibile. E ora guarda come cammina! L'hai detto tu: bella, vero? E inoltre questa è una bellezza allo stato naturale. Credo che quando sarà scomparsa la paura tu potrai ammirare la sua bellezza. Io credo che le emozioni che dà il bello risultino in parte dal superamento della paura. Questo vale anche, se ben ricordo, per l'amore perfetto, quando scompare l'accento egoistico. Oh, Henderson, guarda che ritmo nel suo portamento. Hai studiato il gatto? Nella prima sezione dell'anatomia?
Guarda come flette bene la coda. Mi par quasi di partecipare. Ora seguiamola.» Mi guidò dietro la leonessa. Stavo incurvato, con le gambe dure e vacillanti. Le brache di seta verde non oscillavano più, ma si eran caricate di elettricità e aderivano alle mie cosce. Il re non cessava di parlare, e di questo ero lieto, perché le parole erano l'unico appoggio che avessi. Non riuscivo a seguire nei particolari i suoi ragionamenti: non ne ero in grado, ma a poco a poco compresi che egli voleva farmi imitare, mimare, il portamento dei leoni. Che forse, pensai questo fosse il metodo Stanislawski? Il teatro d'arte di Mosca?
Mia madre fece un giro in Russia, nel 1905. Alla vigilia della guerra giapponese vide l'amante dello zar esibirsi in un balletto.
Io dissi al re: «Che cosa c'entra con tutto questo l'allochiria di Obersteiner e tutta quella roba di medicina che mi hai dato da leggere?»
In tono paziente disse: «Tutti i pezzi si compongono. Presto lo capirai. Ma in primo luogo, per mezzo del leone, cerca di distinguere gli stati che son dati dagli stati che son fatti. Osserva che Atti è tutta leone. E' al cento per cento dentro il dato, ma non ha nulla a che fare con ciò che è inerente.»
Io feci con voce rotta: «Se lei non cerca di essere umana perché devo io cercare di essere leone? Non lo farò mai. Se debbo copiare qualcuno, perché non copiare te?»
«Oh, basta con queste obiezioni, Henderson-Sungo. Io ho copiato lei. Il passaggio dal leone all'uomo è possibile, lo so per esperienza.» E poi gridò: «Sakta,» che era l'avviso alla leonessa di cominciare a correre. La bestia partì al trotto e il re cominciò a saltarle dietro ed anch'io correvo cercando di stargli al fianco. «Sakta, sakta,» gridava, e la bestia prendeva velocità. Ora correva contro il muro opposto. Tra pochi minuti mi sarebbe stata alle spalle.
Io cominciai a chiamarlo: «Re, re, aspetta, fammi stare davanti a te, per l'amor di Dio.»
«Passa avanti,» mi rispose. Ma io trepestavo e inciampavo dietro di lui cercando di superarlo e singhiozzavo. Con gli occhi della mente vedevo sangue e gocce enormi sprizzare dalla mia pelle, come la bestia mi affondava in corpo gli artigli. Infatti ritenevo che, finché mi muovessi, ero per lei una caccia facile e mi avrebbe artigliato appena le fossi stato a tiro. O forse m'avrebbe rotto l'osso del collo. Pensai che forse questo era preferibile. Un colpo solo, un momento terribile, poi il cervello pieno di buio. Oh, signore! Una notte senza stelle. Senza nulla.
Non riuscivo a raggiungere il re e perciò finsi di inciampare e mi buttai pesantemente a terra con un urlo pazzo. Il re, quando mi vide prono sulla pancia alzò la mano per fermare Atti gridando:
«Tana, tana, Atti.» La bestia balzò di lato e si avviò a passo verso la piattaforma di legno. Disteso nella polvere la guardavo. Si raccolse sulle zampe di dietro e balzò leggera sul legno, dove le piaceva giacere. Allungò una zampa e cominciò a lambirsela con la lingua. Il re si accoccolò accanto a lei e disse: «Ti sei fatto male, signor Henderson?»
«No, son solo inciampato,» dissi.
Poi cominciò a spiegarmi. «Io voglio scioglierti, Sungo, perché sei contratto. Per questo ti ho fatto correre. La tendenza del tuo conscio è all'isolamento. Per questo tu sei contratto, in posizione di difesa, così come secondo passo dovremmo...»
«Secondo?» feci io. «Che secondo? Ne ho abbastanza. Son già umiliato nella polvere. Che altro dovrei fare, re, per l'amore di Dio? Per prima cosa mi è toccato il morto, poi mi han buttato nella pozza dell'abbeverata, e mi hanno pestato le amazzoni. Va bene. Era per la pioggia. Anche le brache del Sungo e tutto il resto. Va bene. Ma ora che altro volete?»
Egli mi rispose con molta pazienza e comprensione tirando su un lembo del suo cappello di velluto, color del vino denso.
«Calma, Sungo,» disse. «Le cose che hai menzionato erano per noi, per i Wariri. Non credere che non te ne sia grato. Ma quest'ultima era per te.»
«Lo dici sempre. Ma può davvero questo sistema del leone curare la mia malattia?»
Il viso sfuggente del re faceva pensare, come quello della madre, a un'offerta. «Oh,» disse, «condotta nobile, condotta nobile. Non vi sarà altro che sciagura senza una nobile condotta. Sapevo che avevi abbandonato la tua terra, l'America, proprio per una carenza di nobile condotta. Hai affrontato bene la tua prima occasione, Henderson-Sungo, ma devi continuare. Profitta degli studi che ho fatto, che per buona fortuna sono accessibili anche a te.»
Mi leccavo la mano, perché me l'ero ferita cadendo, e poi mi tirai su a sedere, ansando. Si accovacciò di fronte a me, abbracciandosi le ginocchia. Mi fissava di tra le braccia conserte, e intanto cercava di incontrare il mio sguardo.
«Cosa vuoi che faccia?»
«Quel che ho fatto io. Quel che hanno fatto Gmilo, Suffo e tutti gli antenati. Tutti essi hanno agito da leoni.
Ciascuno di loro ha assorbito il leone. Se tu fai come io desidero, anche tu agirai da leone.»
Se questo mio corpo, se questa mia carne fossero soltanto un sogno, allora poteva esserci speranza d'un risveglio. Questo pensavo giacendo lì, sofferente. Giacevo, per così dire, al fondo delle cose. Infine sospirai e feci per alzarmi, con uno degli sforzi maggiori mai sostenuti in vita mia. Al che lui disse: «Perché ti alzi,
Sungo, visto che stavi in posizione prona?»
«Che vorresti dire, con posizione prona? Vuoi forse che strisci per terra?»
«No, naturalmente no, strisciare si addice a un diverso ordine di creature. Ma stai a quattro zampe. Voglio che tu assuma la posizione del leone.» E si mise anche lui a quattro zampe ed io dovevo ammettere che sembrava proprio un leone. Atti, con le zampe incrociate, solo di tanto in tanto ci degnava di un'occhiata.
«Vedi?» disse.
Ed io risposi: «Certo, tu devi esser capace di farlo. Tu sei stato allevato così. E poi, l'idea è tua. Ma io non posso.» Mi lasciai ricadere a terra.
«Oh,» disse. «Signor Henderson, signor Henderson! E' questo l'uomo che parlava di levarsi dalla tomba della solitudine? Quello che mi ha recitato la poesia della piccola mosca sulla foglia verde al tramonto del sole? Quello che voleva por fine al divenire? E' questo l'Henderson che ha girato mezzo mondo perché una voce dentro di lui continuava a dire Voglio? Ed ora che il suo amico Dahfu gli offre un rimedio, si lascia cadere.
Rinunci alla mia amicizia?»
«Via, re, questo non è vero. Proprio non è vero, e tu lo sai. Farei qualunque cosa per te.»
Per provarglielo mi drizzai sulle mani e sui piedi e stetti sulle ginocchia vacillanti, cercando di guardare innanzi a me e d'avere, per quanto possibile, la faccia del leone.
«Oh, benissimo,» disse. «Ne sono felice. Ero certo che tu avessi flessibilità bastevole. Ora assestati sulle ginocchia. Oh, così va meglio, molto meglio.» La pancia mi sporgeva di tra le braccia.
«Hai una struttura tutt'altro che ordinaria,» disse «Ma abbiti le mie più sincere congratulazioni, per aver abbandonato l'immobilità di poc'anzi. E ora, signore, cerca d'essere un poco più sciolto, Sembri tutto d'un pezzo. E' importante il diaframma. Sai muovere le diverse porzioni? Lascia andare un po' quella tua gravità, quella tua riluttanza. Perché così triste? Perché così legato alla terra? Ora tu sei un leone. Cerca di concepire il tuo ambiente. Il cielo, e la terra e le creature della macchia. Tu sei in rapporto col tutto. Persino gli insetti sono la tua sicurezza, e non hai bisogno d'altro. Per tutta la notte non s'interrompe il discorso delle stelle. Mi segui? Voglio dire, signor Henderson, in vita tu hai consumato dosi eccessive di alcol? Dalla faccia si direbbe, e specialmente dal naso. Non c'è nulla di personale in questo. Si può cambiare molto. Non tutto, no, ma molto, moltissimo. Tu puoi darti un nuovo equilibrio, che sarà l'equilibrio tuo. Come la voce di Caruso, che ho sentito in disco, mai stanca perché la sua funzione è naturale, come per gli uccelli. Però,» aggiunse,
«tu mi fai pensare a un altro animale. Ma a quale?»
Non volevo dirgli nulla, anche perché le mie corde vocali parevano appiccicate insieme come una matassa di spaghetti stracotti.
«Oh, veramente! Quanto sei grande.» disse, e continuò su quel tono.
Alla fine ritrovai la voce e gli chiesi: «Per quanto tempo mi vuoi tenere in questa posizione?»
«Ti stavo osservando,» disse. «E' molto importante che tu ti senta leone in questo momento. Cominciamo col ruggito.»
«Ma non si ecciterà la bestia?»
«No, no. Ora guarda, signor Henderson, voglio che tu ti figuri d'essere un leone. Un leone vero.»
Feci una specie di gemito.
«Nossignore, te ne prego. Un ruggito vero. Debbo sentire la tua voce. Mi pare che sia un po' soffocata. Ti ho già detto che il conscio tende ad isolarsi. Come se tu volessi mettere sull'avviso un intruso. Tanto per cominciare prova a fare il grugnito.»
Poiché ero giunto a tanto con quell'uomo, non c'era modo di tirarsi indietro. Non restava altra alternativa. Dovevo farlo. Perciò cominciai a rumoreggiare con la gola. Ero disperato.
«Di più, di più,» disse impaziente.«Atti non se n'è avveduta, perciò è segno che sei molto lontano.» Feci un suono più forte.
«Intanto guarda fisso. Ruggisci, ruggisci, ruggisci, Henderson-Sungo. Non aver paura. Làsciati andare. Ruggisci. Sèntiti leone. Làsciati andare sulle zampe davanti. Su coi quarti posteriori. Minacciami. Spalanca quegli occhi meravigliosi. Oh, voglio più rumore. Meglio così, meglio così,» continuò, «anche se c'è ancora troppo pathos. Voglio più rumore. E ora, con la mano... con la zampa... attacca! Colpisci! Indietro! Ancora... colpisci, colpisci, colpisci, colpisci! Sèntiti leone. Sii la bestia! Più tardi riacquisterai la tua umanità, ma per il momento sii bestia fino in fondo.»
E così fui bestia. Mi ci abbandonai, e tutta la mia pena venne fuori nel ruggito. Erano i polmoni a fornire l'aria, ma la nota mi veniva dall'anima. Il ruggito mi raschiava la gola e mi feriva gli angoli della bocca, e dopo un poco la tana era piena di un suono grave come l'organo. A questo mi aveva spinto il mio cuore, con la sua voce imperiosa. A questo ero giunto. Oh, Nabucodonosor! Come comprendevo bene la profezia di Daniele. Perché io avevo artigli, e pelo, e denti, e scoppiavo di quel frastuono caldo, ma una volta espresso tutto questo, c'era ancora un residuo. In fondo a tutto restava il mio desiderio di uomo.
In quanto al re, era in uno stato di entusiasmo, mi lodava, si fregava le mani, mi fissava in volto. «Oh, bene, signor Henderson. Bene, bene. Tu sei proprio l'uomo che io avevo creduto,» lo sentii dire quando mi fermai per tirare il fiato. Potevo arrivare fino in fondo, pensai, accucciato nella polvere e nei rifiuti del leone, giacché ero arrivato fin lì; perciò ce la misi tutta e ruggii a piena testa. Ogni volta che aprivo gli occhi sporgenti vedevo il re col suo cappello che si rallegrava al mio fianco e la leonessa sulla piattaforma di legno che mi fissava: una creatura tutta d'oro.
Quando non ne potei più mi lasciai andare, il viso a terra. Il re pensò che avessi perduto i sensi e mi sentì il polso e mi battè sulle guance dicendo: «Avanti, avanti, caro amico.» Io aprii gli occhi e lui disse: «Ah, stai bene? Ero preoccupato per te. Eri diventato scarlatto, quasi nero, a cominciare dallo sterno e su fino al volto.»
«No, sto benissimo. Come vado?»
«Meravigliosamente, fratello mio. Henderson. Credimi, ti farà bene. In questo modo Atti se ne andrà e potrai riposare. Per la prima volta abbiamo fatto abbastanza.»
Eravamo seduti assieme sulla piattaforma a parlare, dopo che il re ebbe chiusa Atti nella stanza interna.
Pareva sicuro che il leone Gmilo assai presto sarebbe comparso. Lo avevano avvistato nelle vicinanze. Avrebbe liberato la leonessa, mi disse, e posto termine alla polemica col Bunam. Poi ricominciò a parlare del rapporto fra corpo e cervello. Disse: «Tutto sta nell'avere un buon modello nella corteccia. Infatti un nobile concetto di sé è tutto. Quale il concetto, tale l'uomo. In altre parole, tu sei nella carne quel che è la tua anima. E, al modo che si è detto, un uomo è davvero l'artista di se medesimo. Corpo e faccia sono dipinti, in segreto, dallo spirito dell'uomo, che opera attraverso la corteccia e i ventricoli cerebrali tre e quattro, i quali dirigono il flusso dell'energia vitale, in ogni parte. E questo ti spieghi il motivo della mia eccitazione, Henderson- Sungo.» Infatti era eccitatissimo, ora. Librato in aria. Innalzato dall'entusiasmo. E cercar di tenermi alla pari, nel suo volo, mi dava le vertigini. E poi mi amareggiavano certe conclusioni che si potevano trarre dalla sua teoria, e che cominciavo a intendere. Infatti, se ero io il pittore del mio naso e della mia fronte e di quella corpulenza, e di quelle braccia e di quelle dita, ebbene, era un oltraggio vero e proprio che avevo recato a me medesimo. Un goffo grumo di umanità! Oh, oh, oh, oh! La morte, prego la morte, a dilavarmi e a dissolvere questa gigantesca raccolta di errori.
"Sono i maiali," capii all'improvviso, "i maiali! Leoni per lui, maiali per me. Vorrei esser morto."
«Sei malinconico, Henderson-Sungo.»
Mi avvicinai al re, con rancore in quel momento. Avrei dovuto capire che la sua lucentezza non era una dote attendibile, ma riposava, come quel palazzo sbandato, su fondamenta dubbie.
Ed egli cominciò a farmi un nuovo tipo di conferenza. Disse che forse la natura è una sorta di stato mentale. Non ero sicuro di quel che volesse dire con quelle parole. Si chiedeva se anche gli oggetti inanimati hanno un'esistenza mentale. Diceva che Madame Curie aveva scritto qualcosa circa le particelle beta che emanano come stormi di uccelli. «Ricordi?» disse. «Il grande Keplero credeva che tutto il pianeta dormisse, e si destasse, e respirasse. Che voleva dire? Perché in tal caso la mente degli umani può associarsi all'Onnisciente per compiere una certa opera. Mediante l'immaginazione.» E poi cominciò a passare in rassegna la sfilata di mostri che l'uomo invece aveva creato. «Alcuni di essi li ho riassunti nei tipi già ricordati,» disse, «come l'avido, il lottatore, l'isterico fatale, i Lazzari pugnaci, gli elefanti immuni, i pazzi che ridono, i cavi genitali e così via. Pensa invece che cosa potremmo avere con una diversa immaginazione. Che tipi lieti, brillanti, che beltà, che bontà, che dolci guance, che nobili portamenti. Ah, ah, ah, come potremmo essere! L'occasione ci invita a levarci ai fastigi. E tu potresti essere uno di questi fastigi, signor Henderson-Sungo.»
«Io?» feci, ancora perplesso dei miei ruggiti. Il mio orizzonte mentale era tutt'altro che chiaro, anche se le nubi non erano basse e nere.
«Vedi dunque,» disse Dahfu, «tu mi parli del grun-tu-molani. Che grun-tu-molani vuoi che ci sia, su di uno sfondo di vacche?»
Porci! Questo avrebbe potuto dirmi.
Era inutile dar la colpa a Nicky Goldstein, di questo. Non era colpa sua se egli era ebreo, se mi aveva detto di voler allevare visoni nei Catskills, e se io gli avevo detto che avrei allevato maiali. Il destino è una cosa molto più complicata. Io ero destinato ai porci, certamente, molto tempo prima di conoscere Goldstein. Due scrofe: Ester e Valentina. mi venivano dietro con le pance semolose e le setole rosse, ispide, rugginose, lustre come la seta, dure come aghi al tatto. «Non le far stare all'ingresso» disse Frances. Fu allora che l'avvisai: «Stai attenta a non fargli del male. Questi animali son diventati parte di me.»
Ebbene, queste creature erano diventate parte di me? Esitavo a chiarir le cose con Dahfu e chiedergli francamente se egli vedeva su di me la loro influenza. In segreto mi studiavo, mi toccavo gli zigomi. Sporgevano come i funghi che crescono sui tronchi degli alberi, quei funghi che appaiono bianchi come il lardo, quando li spacchi. Sotto il casco, le dita mie cercarono le ciglia.
Le ciglia dei maiali crescono sulla palpebra superiore. Io ne avevo anche su quella inferiore, ma scarse e sparse. Da ragazzo avevo cercato di diventare come Houdini e di raccogliere aghi dal pavimento con le ciglia, mentre stavo a testa in giù, appoggiato alla spalliera del letto. Lui ci era riuscito. Io non ne fui mai capace, ma non perché le mie ciglia fossero troppo corte. Oh, ero cambiato, certo. Tutti cambiano. Il cambiamento è inevitabile. Il cambiamento deve avvenire. Ma come? Il re avrebbe detto che avviene sotto la direzione dell'immagine maestra. Ed ora mi toccavo la mascella, il grugno; non osavo volgere la mia attenzione a quanto era accaduto. I prosciutti. La trippa, un pentolone pieno di trippa. Il tronco, un cilindro di grasso. Mi pareva persino che non avrei potuto tirare il fiato senza ruggire. Fratelli! Mi misi la mano sul naso e sulla bocca e guardai il re con occhi affranti. Ma egli udì la vibrazione gutturale delle corde vocali e disse: «Cos'è quel rumore strano che stai facendo, Henderson-Sungo?»
«A cosa ti par che assomigli, re?»
«Non so. Una sillaba animale? Strano a dirsi, dopo la fatica sembra che tu stia bene.» «Non sto tanto bene. Non sono uno dei tuoi fastigi. Lo sai bene quanto me.» «Tu testimoni l'opera di un'immaginazione possente ed originale, anche se bloccata.» «E' questo che vedi?» chiesi.
E lui disse: «Quello che vedo è assai confuso. Elementi fantastici sono emersi dal tuo corpo. Escrescenze. Tu sei un amalgama eccezionale di forze veementi.» Sospirò e sorrise tranquillo; era in uno stato d'animo assai pacifico, allora. Disse: «Non facciamoci rimproveri. Ci sono tanti fattori che mediano. E fomentano. E promulgano. Ciascuno diverso. Un miliardo di piccole cose, non percepìte dall'oggetto della loro influenza. L'intelligenza vera, pura, fa del suo meglio, ma chi può giudicare? Gli elementi positivi e negativi lottano, e noi possiamo solo starli a guardare, trasognati, o forse piangere. A volte scorgi con chiarezza il caso dell'angelo e dell'avvoltoio che cozzano. L'occhio è del cielo, il naso dà qualche barlume. Ma la faccia e il corpo sono il libro dell'anima, aperti al lettore di scienza e di comprensione.» Lo guardavo grugnendo. «Sungo,» disse, «ascoltami attentamente, e ti dirò una cosa di cui sono profondamente convinto.» Io obbedii, perché pensavo di poter dire anch'io una parola di speranza. «Il corso compiuto dalla nostra specie,» disse, «è prova che una fantasia cresce sull'altra, alla lettera. Non sogni. Non solo sogni. Dico non solo sogni perché essi hanno un modo di diventare realtà. A scuola, a Malindi, ho letto tutto di Bulfinch. E dico non solo sogni. No. Uccelli volarono, arpie volarono, angeli volarono. Volarono Dedalo e suo figlio. E tu vedi, non è più sogno, non è più leggenda, perché c'è il volo, letteralmente. Tu sei volato qui, in Africa. Ogni realizzazione dell'uomo ha questa medesima origine, identica. La fantasia è una forza della natura. Non basta questo a riempire un uomo di estasi? Fantasia, fantasia, fantasia. Si trasforma in realtà. Essa sorregge, essa àltera, essa redìme! Vedi,» continuò, «io son qui seduto in Africa e mi dedico a queste cose in maniera personale, meglio che posso, direi. L'Homo sapiens può lentamente trasformarsi in ciò che egli immagina. Oh, Henderson, come sono contento che tu sia qui! Ho sempre desiderato qualcuno con cui discutere. Una mente mia compagna. Tu per me sei un dono di Dio.»






CAPITOLO DICIANNOVESIMO
Attorno al palazzo c'era un caos vegetale e minerale. Gli alberi crescevano stenti, nodosi e forcelluti. C'erano i fiori, che anche ricadono sotto la competenza del Sungo. Le mie ragazze li innaffiavano e curavano quelli nelle pietre bianche cave. Il sole rendeva quelli rossi quanto mai lisci e tesi. Ogni giorno uscivo dalla tana, tutto sconvolto per via del gran ruggire, con la gola raschiata, la testa febbricitante, e gli occhi umidi, le gambe deboli, malcerte e tremanti soprattutto al ginocchio. Mi ci voleva il peso del sole per farmi sentire come convalescente. Voi sapete cosa succede a quelli che escono da una malattia devastatrice. Diventano stranamente sensibili; vanno in giro e meditano; il più piccolo spettacolo li trafigge, diventano sentimentali; vedono bellezza in ogni angolo. Così, sotto gli occhi di tutti, andavo a chinarmi su quei fiori, sostavo disperato con gli occhi umidi sui vasi di minerale pietrificato, pieni di humus bagnato, e odoravo i fiori e grugnivo e sospiravo con una sorta di infelicità pesante, granulosa, le brache del Sungo appigliate alle gambe ed i capelli lussureggianti sul capo, e specialmente sulla nuca. Mi crescevano riccioli neri, più folti del solito, come una pecora merinos, nerissimi e mi sloggiavano il casco. Forse la mia mente, che cominciava a cambiare il suo custode, stimolava la nascita di un uomo nuovo.
Tutti sapevano da dove venissi, e penso anche che avevano sentito ruggire. Se io sentivo Atti anche loro potevano sentire me.
Guardato da tutti, e minacciosamente dai nemici, miei e del re, oziavo nel cortile e cercavo di annusare i fiori. Non che avessero odore. Avevano soltanto colore. Ma bastava; mi cadeva sull'anima, squillante, mentre Romilayu mi si accostava alle spalle per offrire sostegno, se necessario. («Romilayu, cosa ne pensi di questi fiori? Son rumorosi, accidenti, » dicevo.) In quell'epoca, in cui io dovevo parere infetto e pericoloso per via del contatto con il leone, non mi evitava, non cercava sicurezza tenendosi in disparte. Non mi lasciava andare. E poiché sopra ogni cosa io amo la fedeltà, cercavo di dimostrargli che non lo ritenevo legato da alcun obbligo verso di me.
«Tu sei un vero amico, » gli dicevo. «Tu meriti da me molto più che una jeep. Voglio aggiungerci qualcosa.» Lo carezzavo sulla testa irsuta - la mia mano sembrava grossa, ciascun dito come un tubero - e poi tornavo al mio alloggio grugnendo e mi abbandonavo al riposo. Ero sfiatato a forza di ruggire. Persino il midollo m'era partito dalle ossa, e me le sentivo vuote. Giacevo sul fianco, gemevo, col fiato grosso, e quel guscio enorme. La mia pancia. A volte immaginavo che, dalle scarpe al casco, un metro e novanta, ero il ritratto spiccicato di quell'animale domestico, semoloso sulla pancia, con le zanne rotte e gli zigomi larghi. Certo, dentro il cuore aveva sentimenti umani, ma di fuori, nella buccia se preferite, apparivano tutte le violenze e tutte le malformazioni di una vita intera.
A dire la verità io non avevo piena fiducia nella scienza del re.
Giù nella tana, mentre passavo per quell'inferno, lui oziava, calmo, tranquillo, quasi languido. Mi diceva che la leonessa lo faceva sentire in pace. A volte, standocene sulla piattaforma, dopo i miei esercizi, tutti e tre insieme, lui diceva:
«E' molto riposante qui. Insomma, mi pare di galleggiare nell'aria. Devi cogliere l'occasione. Devi tentare...» Ma io ero quasi completamente svanito, e non mi sentivo disposto a galleggiare.
Giù nella tana tutto era nero e ambra. I muri di pietra erano anch'essi giallastri. Poi paglia. Poi sterco. La polvere era color dello zolfo. La pelle della leonessa si schiariva a poco a poco dallo scuro della spina dorsale, verso il petto un'ombra color dello zenzero, e sulla pancia pepe bianco, mentre sotto le zampe diventava bianca come l'Artico. Ma i piedi piccoli erano neri. I suoi occhi avevano un anello assolutamente nero. A volte nel fiato le si avvertiva un odore di carne.
«Devi cercare di farti più leone», insisteva Dahfu, e io veramente cercavo. Considerando le mie remore, il re affermava che io facevo progressi. «Il tuo ruggito è ancora soffocato, e questo è naturale perché tu hai ancora molto da purgarti, » diceva. E questa non era menzogna, come tutti sanno. Avrei avuto vergogna se mi fosse toccato di assistere alle mie stranezze, di udire la mia stessa voce. Romilayu ammetteva di avermi sentito ruggire, e io non potevo far colpa agli altri indigeni, se ritenevano che io fossi d'accordo con Dahfu in quegli studi di magia nera, o d'ogni altra cosa che l'accusassero di praticare. Ma quello che il re chiamava pathos (non potevo farne a meno) era in effetti un grido che riassumeva tutta la mia vita su questa terra, dalla nascita all'Africa: e certe parole entravano nei miei ruggiti, per esempio "Dio," "Aiuto," "Signore abbi pietà," solo che venivano fuori in questo modo:
"Aiuuuto!" "Piuuutà!" Uscivano fuori anche parole strane. "Ausecours," che diventava "Secuuur," e anche "De profuuundis," e anche qualche brano del Messia. (Sprezzato e respinto, uomo di dolore, ecc.) Senza volere, a volte mi torna a mente il francese, la lingua in cui canzonavo il mio piccolo amico François a proposito di sua sorella.
Così io ruggivo e il re sedeva abbracciando la leonessa, come se assistessero a uno spettacolo dell'Opera, e la bestia pareva proprio vestita di gala. Dopo una decina di quegli sforzi angosciosi, mi sentivo buio dentro il cervello e le braccia e le gambe cedevano.
Dopo avermi concesso un po' di riposo, mi faceva provare ancora. Poi si mostrava molto comprensivo. Diceva: «Immagino che ora tu ti senta meglio, signor Henderson.»
«Sì, meglio.»
«Più leggero?»
«Sì, più leggero, Vostro Onore.»
«Più calmo?»
Poi io cominciavo a sbuffare. Dentro mi sentivo tutto scosso.
Avevo il viso in ebollizione; ero disteso nella polvere e mi tiravo su a sedere per guardarli tutti e due.
«Come sono i tuoi sentimenti?»
«Come una caldaia, maestà, una vera e propria caldaia.»
«Capisco, tu stai faticando contro un cumulo messo assieme per tutta una vita.» Poi continuava, in tono quasi compassionevole: «Hai ancora paura di Atti?»
«Accidenti se ho paura. Preferirei buttarmi da un aereo. Non avrei nemmeno la metà della paura che ho. Durante la guerra feci domanda per i paracadutisti. Pensaci, maestà, potrei buttarmi da quattro chilometri e mezzo con queste brache e forse mi salverei.»
«Il tuo spirito è delizioso, Sungo.»
A quest'uomo mancava completamente quello che noi chiamiamo carattere civile.
«Son certo che presto comincerai a sentire un poco cosa significa essere leone. Sono convinto della tua capacità. Il vecchio io fa resistenza?»
«Oh, sì, sento il vecchio io più che mai,» dissi. «Lo sento di continuo. Mi tiene bloccato in una stretta tremenda.» Cominciai a tossire ed a grugnire, ed ero disperato. «Come se portassi un peso di trecento chili, una tartaruga delle Galapagos. Sulla schiena.»
«A volte succede che la condizione peggiora prima di migliorare,» disse, e cominciò a parlarmi delle malattie che aveva conosciuto quand'era di guardia, da studente, e io cercavo di figurarmelo, studente in medicina col camice bianco e le scarpe bianche, invece che col copricapo di velluto adorno di denti umani e le pantofole di satin. Teneva la leonessa per un capo, la bestia mi fissava e i baffi mi facevano pensare a schegge di diamanti e parevano così duri che persino la pelle alla base se ne ritraeva. Aveva natura irosa. E che si può fare contro una natura irosa?
Ecco perché, uscendo dalla tana, mi sentivo a quel modo nella luce torrida del cortile, con le pietre ed i fiori rossi. Il tavolo di Horko veniva apparecchiato per il pranzo sotto l'ombrello, ma prima io andavo a riposare ed a riprendere il fiato, e pensavo: "Be', forse ognuno ha la sua Africa. Oppure, se va per mare, il suo oceano." Con questo volevo dire che, essendo un individuo turbolento, mi toccava un'Africa turbolenta. Ma questo non equivale a dire, però, che io creda esistere il mondo per il bene suo.
No, io credo veramente nella realtà. Questo è un fatto noto.
Ogni giorno mi rendevo meglio conto che tutti sapevano dove io avevo trascorso la mattinata, e per questo mi temevano: ero arrivato come un dragone; forse il re mi aveva mandato a chiamare perché lo aiutassi a sconfiggere il Bunam e a rovesciare la religione dell'intera tribù. Ed io cercavo di spiegare a Romilayu, almeno, che Dahfu ed io non facevamo nulla di male. «Guarda, Romilayu,» gli dissi, «il re ha una natura ricchissima. Nessuno lo obbligava a tornare ed a mettersi alla mercé delle mogli. Lo ha fatto perché spera di beneficare il mondo intero. Un uomo può fare molte cose strane, ma fin quando non ha una teoria in proposito, noi lo perdoniamo. Se invece dietro le sue azioni c'è una teoria, tutti gli danno addosso. Così stanno le cose col re. Ma non mi fa del male, vecchio mio. E' vero, può sembrare così, ma tu non crederci. Io faccio quel rumore di mia spontanea volontà. Se non ho un buon aspetto questo accade perché non mi sono sentito bene; ho la febbre ed il naso e la gola infiammati, dentro. (Rinite?) Credo che il re mi darebbe qualcosa, se gliela chiedessi, ma non mi sento di chiedergliela.»
«Io non rimprovero, signore.»
«Non mi far torto. La razza umana ha sempre più bisogno di tipi come questo re. Il cambiamento deve essere possibile! Altrimenti tutto va male.» «Sì, signore.»
«In genere gli americani vengono considerati degli sciocchi, ma hanno voglia di affrontare queste cose. Ora guarda me. Pensa al protestantesimo bianco e alla costituzione ed alla guerra civile ed al capitalismo e alla conquista del West. Tutte le grandi opere e le grandi conquiste furono compiute prima che io nascessi. Restava il più grande dei problemi, affrontare la morte. Tocca a noi fare qualcosa al proposito. Guarda me.
Milioni di americani, dopo la guerra, si sono dedicati a redimere il presente ed a scoprire il futuro. Ti giuro, Romilayu, che ci sono tipi esattamente come me in India e in Cina e in Sud America e in ogni parte del mondo. Poco prima di partire ho letto su un giornale un'intervista con un maestro di piano, che veniva da Muncie e si fece monaco buddista in Birmania. Vedi cosa voglio dire. Io sono un tipo di alti spiriti. Ed è il destino della mia generazione di americani uscire per il mondo e cercar di trovare la saggezza della vita. Proprio così. E perché diavolo credi che io mi trovi qua, poi?»
«Non so, signore.»
«Io non accetterei la morte della mia anima.»
«Io metodista, signore.»
«Lo so, ma a me non gioverebbe, Romilayu. E ti prego, non cercare di convertirmi, ho già abbastanza guai.» «Io non seccare.»
«Lo so. Tu stai al mio fianco nell'ora della prova e per questo Dio ti benedica. Ed io sto al fianco di re Dahfu fino a quando non catturi suo padre Gmilo. Quando divento amico, Romilayu, sono un amico devoto. So cosa significhi giacere sepolto in se stesso. Una cosa ho imparato, per quanto sia duro ad apprendere. E ti dico che il re ha una natura ricchissima. Vorrei poter imparare il suo segreto.»
Quindi Romilayu, con le cicatrici che scintillavano nel suo viso grinzoso, (segno del suo passato di selvaggio) ma con gli occhi dolci e comprensivi i quali avevano in sé una luce che non veniva dall'aria, (non avrebbe mai potuto rompere la tettoia che, come un pino a ombrello, gli cresceva sulla fronte bassa) voleva sapere quale segreto io cercassi di ottenere da Dahfu.
«Ecco,» dissi, «c'è qualcosa circa il pericolo che non preoccupa quell'uomo. Guarda tutte le cose che egli dovrebbe temere e guarda il suo modo di giacere su quel sofà. Questo tu non l'hai mai veduto. Di sopra ha un vecchio sofà verde che devono aver portato qui gli elefanti cento anni or sono. E il suo modo di giacervi sopra, Romilayu! E le donne che lo servono. Ma sul tavolo, accanto a lui, ci sono quei due teschi, che usò alla cerimonia della pioggia, uno di suo padre e l'altro di suo nonno. Tu sei sposato, Romilayu?»
«Sì, signore, due volte. Ma ora una moglie.»
«Ehi, proprio come me. E io ho cinque figli, compresi due gemelli di circa quattro anni. Mia moglie è molto grossa.»
«Io, sei figli.»
«Sei in pensiero per loro? Questo è ancora un continente selvaggio, certamente. Io sono sempre in pensiero che i due piccoli vadano a giro nei boschi. Dovremmo prendere un cane, un grosso cane. Ma da ora in poi abiteremo in città. Io voglio andare a scuola. Romilayu, voglio mandare una lettera a mia moglie e tu la porterai a Baventai per impostarla. Ti ho promesso la mancia, vecchio, ed ecco qui le carte della jeep, che ti ho ceduta. Vorrei poterti portare negli Stati Uniti con me, ma visto che hai famiglia non c'è niente da fare.» Il suo viso espresse assai poco piacere per il dono. Si fece più grinzoso del solito, e poiché ormai lo conoscevo dissi: «Diavolo, amico mio, lascia andare le lacrime una volta tanto. Cosa c'è da piangere?» «Tu pensieri, signore,» disse.
«Sì, lo so. Ma poiché io sono un tipo riluttante, la vita ha deciso di ricorrere con me ai mezzi forti. Io evito le cose difficili, Romilayu, e perciò questo mi sta bene. Che ti succede, vecchio mio? Ho un brutto aspetto?» «Sì, signore.»
«I sentimenti mi si riversano sempre sul volto,» dissi. «Questo è il tipo di costituzione che ho io. Ti preoccupi per la testa di donna che ci hanno mostrato?» «Loro ti uccideranno,» disse Romilayu.
«Certo, quel Bunam è un pessimo attore. Anzi, è uno scorpione. Ma non dimenticare che io sono il Sungo. Non mi protegge forse Mummah? Credo addirittura che la mia persona sia sacra. E poi, con ventidue di collo, ci vorranno due uomini per strangolarmi. Una volta sistemato quest'affare col re, una volta che col mio aiuto sarà riuscito a catturare il suo papà, ti raggiungo a Baventai.» «Prego Dio, fai presto,» disse Romilayu.
Quando al re parlai del Bunam, egli si mise a ridere. «Una volta catturato Gmilo, sarò padrone assoluto,» disse.
«Ma quell'animale preda e uccide nella savana,» dissi, «e tu ti comporti come se già lo avessi nel carniere.» «Quasi mai i leoni abbandonano un determinato ambiente,» disse. «Gmilo è qui vicino. Lo incontrerò da un giorno all'altro. Vai a scrivere la lettera alla tua signora,» aggiunse ridendo appena, sul suo sofà verde, in mezzo alla schiera nera delle donne nude.
«Le scrivo oggi» dissi.
Così scesi a pranzare col Bunam e con Horko; il Bunam e l'uomo del Bunam, quello fatto di pelle nera, mi aspettavano già al tavolo sotto l'ombrello. «Signori...» «Asi Sungo,» dissero tutti.
Mi rendevo sempre conto che questi individui mi avevano sentito ruggire e forse avvertivano su di me
l'odore della tana. Ma io non ci facevo caso. Il Bunam, quando volgeva l'occhio dalla mia parte (e questo succedeva di rado) era assai tetro. Io pensai:
"Forse arrivo prima di te. Nessuno può dirlo e tu faresti meglio a non spingermi in quel modo." Il comportamento di Horko invece era cordiale, come sempre, ed egli tirava fuori la lingua rossa e si appoggiava con le nocche al tavolino, quelle nocche che parevano tronchi d'albero, fino a che esso cedette sotto il suo peso.
Sotto la seta trasparente dell'ombrello c'era aria di intrigo, mentre le ballerine saltavano al sole ed i piedi uscivano e rientravano nelle vesti: le donne di Horko danzavano per divertirci e il vecchio musicista suonava il suo contrabbasso e altri il tamburo e altri ancora soffiavano negli strumenti a fiato, in quel cortile di palazzo col suo cervello pietrificato di sasso bianco e i fiori rossi che crescevano nell'humus.
Dopo pranzo c'era il solito ufficio dell'acqua. Le donne di fatica, coi segni profondi sulla pelle delle spalle, per via dei pali, mi portavano nei vicoli della città, dove la polvere della carraia era sottilissima. Dietro di me rullava il tamburo solitario; pareva che avvertisse la gente di tenersi lontana da questo Henderson, il Sungo contaminato dal leone. Veniva ancora qualcuno a vedermi, per curiosità, ma non mai come prima, né sembrava desiderassero troppo d'essere aspersi da quel pazzo re della pioggia. Così quando giungemmo al letamaio al centro della città, dove era situato il tribunale, io volli scendere dall'amaca e spruzzar acqua a destra e a sinistra. La gente la ricevette senza batter ciglio. Il magistrato con la sua vestaglia scarlatta pareva volermi arrestare, se ne avesse avuto il potere. Invece non successe nulla. Il prigioniero col legno forcuto in bocca appoggiò il viso al palo a cui era legato.
«Spero che tu vinca amico» gli dissi, e tornai all'amaca.
Quel pomeriggio scrissi a Lily quanto segue:
"Tesoro, forse sei in pensiero per me, ma credo che tu abbia saputo che sono ancora vivo."
Lily sostiene sempre di sapere come sto. Ha una sorta di privilegiata intuizione che le viene dall'amore. "Il viaggio è stato spettacoloso."
Come se vibrasse dentro una gemma.
"Noi siamo la prima generazione che vede le nubi da sopra e da sotto. Che privilegio! Prima la gente sognava all'insù. Ora sogna all'insù e all'ingiù. E questo deve per forza cambiare qualcosa, da qualche parte. Per me è stata un'esperienza simile a un sogno. L'Egitto mi è piaciuto. Tutti in abito bianco, essenziali. Dall'aria la foce del Nilo sembrava una fune sfilacciata. In certi punti la valle era verde ed era gialla. Le cateratte fanno pensare all'acqua di seltz. Quando sbarcammo in Africa e Charlie ed io ci mettemmo per via, non è stato esattamente quello che io speravo partendo."
Come avevo scoperto la peste entrando in casa della vecchia signora e capii che dovevo mettercela tutta, oppure farmi travolgere dalla vergogna.
"In Africa Charlie non si riposava. Io leggevo Primi passi in Africa orientale di R. F. Burton e il Giornale dello Speke, e non ci trovavamo d'accordo su nessun argomento. Così ci siamo divisi. Burton aveva grande opinione di sé. Molto bravo con l'épée e parlava tutte le lingue. Immagino che nel carattere somigli al generale Douglas McArthur, quanto mai consapevole di avere un posto nella storia, e col pensiero volto a Roma e alla Grecia. Personalmente ho dovuto decidere di prendere un'altra strada, perché secondo tutti i criteri civili son fatto così. Tuttavia i geni amano moltissimo la vita ordinaria."
Tornato in Inghilterra, Speke si fece saltare le cervella. Risparmiai a Lily questo particolare biografico. Per genio intendo uno come Platone o come Einstein. A Einstein occorreva solo la luce.
Che cosa c'è di più comune?
"C'era un tipo da queste parti di nome Romilayu, e siamo diventati amici, anche se da principio aveva paura di me. Gli ho chiesto di mostrarmi le parti dell'Africa non ancora raggiunte dalla civiltà. Ce ne sono rimaste pochissime. Sorgono governi moderni e classi colte. Ho conosciuto questa regalità africana colta e sono ospite, proprio ora, di un re che è quasi medico. Tuttavia ho lasciato la strada battuta, senza discussioni, e di questo devo ringraziare Romilayu (è un tipo meraviglioso) e indirettamente anche Charlie. In qualche misura è stato terribile, e continua ad esserlo. In certi casi avrei potuto sputare l'anima come un pesce sputa una bolla d'aria. Come tu sai, in fondo Charlie non è un cattivo soggetto. Ma io non avrei dovuto partecipare a questo viaggio di nozze. Facevo la parte della ruota di scorta. Lei è una di quelle bambole di Madison Avenue che si fanno levare i molari per avere la faccia alla moda (le guance incavate)."
Ma a ripensarci capisco che la sposa non poteva mai perdonarmi per il comportamento che tenni al matrimonio. Era una cerimonia, e poi non solo dimenticai di baciarla, ma anche rimasi solo con lei in tassì, al posto di Charlie, mentre andavamo a mangiare da Gemignano, dopo le nozze. Nella tasca interna, arrotolato, avevo un foglio di musica - il Rondò turco di Mozart per due violini. Ero ubriaco; cosa avrò combinato alla lezione di violino? Da Gemignano fui proprio pestifero. Dissi: Questo è formaggio parmigiano o sapone? Lo sputai sulla tovaglia e poi mi soffiai il naso col foulard. Accidenti che memoria precisa!
"Hai mandato un regalo di nozze per mio conto o no? Devi mandare un regalo. Compra qualche coltello da carne, per l'amor di Dio. Voglio dirti che sono assai indebitato con Charlie. Senza di lui forse sarei finito al Polo, fra gli esquimesi. Questa esperienza africana è stata terribile. E' stata dura, è stata perigliosa, non ti dico cosa è stata! Ma in venti giorni sono cresciuto di venti chili."
Lily non voleva dormire con me nell'igloo ma io continuai da solo i miei esperimenti polari. Presi al laccio qualche coniglio.
Feci pratica di lancio del giavellotto. Mi costruii una slitta secondo le descrizioni dei libri. Quattro o cinque mani di orina gelata sugli scivoli, e andavano via come acciaio. Avrei potuto senz'altro arrivare al Polo. Ma non credo che ci avrei trovato quello che cercavo. In questo caso avrei travolto il mondo dal nord col mio trepestio. Se non riuscivo a trovare la mia anima, il mondo me l'avrebbe pagata, con una catastrofe. "Qui non sanno cosa siano i turisti, e perciò io non sono un turista. C'è una donna la quale disse a un'amica: 'L'anno scorso siamo andate in giro per il mondo. Quest'anno credo che andremo in qualche altro posto.' Ah ah! Qui le montagne a volte sembrano molto porose; gialle e marrone, e mi fanno pensare a quelle vecchie caramelle spugnose. Ho la mia stanza nel palazzo. Questa è una parte di mondo assai primitiva. Anche le rocce sembrano primitive. Di tanto in tanto mi viene una gran febbre. Mi sento come una vecchia miniera di carbone che è stata chiusa per il pericolo di combustione. Per il resto mi sembra di aver guadagnato, nel fisico. Però grugnisco di continuo. Mi chiedo se questo per te è nuovo o se te n'eri mai accorta prima. "Come stanno i gemelli e Ricey e Edward? Mi piacerebbe fermarmi in Svizzera, al ritorno, per vedere la piccola Alice. A Ginevra potrei farmi guardare i denti. Di' pure al dottor Spohr da parte mia che una mattina a colazione mi si è rotto il ponte. Mandami quello di ricambio all'ambasciata americana del Cairo. E' nel bagagliaio della trasformabile, sotto la molla che fissa il cricco alla ruota di scorta. Ce l'ho messo per sicurezza. Ho promesso a Romilayu un compenso se mi conduceva fuori della strada battuta. Abbiamo fatto due soste. Il genere umano dove muoversi più decisamente verso la bellezza. Ho conosciuto una persona che viene chiamata la donna Bittah. Pareva solo una vecchia cicciona, ma invece ha una saggezza terribile, e quando mi guardò credette che io fossi una specie di palla dispersa, ma ciò nonostante mi disse un paio di cose meravigliose. Per prima cosa mi disse che il mondo è strano verso di me. E' strano verso i bambini. Ma io non sono un bambino. Queste parole mi dettero insieme piacere e dolore."
Il Regno dei Cieli è per i bambini dello spirito. Ma chi è questo nasuto, goffo fantasma?
"Naturalmente c'è stranezza. Un tipo di stranezza può essere un dono, un altro una punizione. Volevo dire alla vecchia signora che tutti comprendono la vita, eccetto me: come lo spiegava? A quanto pare io sono una persona vana e sciocca e rozza. Perché mi son perduto così? E non importa di chi sia la colpa: come posso tornare indietro?"
E' all'inizio della vita, ed io sono fuori nell'erba. Il sole fiammeggia e gonfia: e il calore che emette è anche il suo amore. Ho questa autentica vivezza in cuore. Ci sono denti di leone. Cerco di raccogliere questo verde.
Oppongo le guance gonfie d'amore al giallo dei denti di leone. Cerco di entrare in questo verde.
"Poi mi disse che io ho il grun-tu-molani, un termine indigeno difficile da spiegare, ma all'ingrosso significa che tu vuoi vivere, non morire. Volevo che me ne parlasse ancora. I suoi capelli eran come la lana, e la sua pancia odorava di zafferano; aveva la cateratta a un occhio. Temo che non potrò mai più rivederla, perché feci uno sbaglio e dovemmo andarcene. Non scendo nei particolari. Ma senza l'amicizia di Itelo, il principe, avrei passato guai seri. Pensavo di aver perso l'occasione di studiare la mia vita con l'aiuto di una persona veramente saggia, e per questo ero assai abbattuto. Ma io amo Dahfu, re della seconda tribù presso la quale ci siamo fermati. Ora sto con lui, ed ho anche avuto un titolo onorifico, Re della Pioggia, che è un modo di dire, credo, come ricevere la chiave della città da Jimmy Walker. Il titolo si accompagna a un'usanza. Ma ora non posso dirtene di più, se non in termini generali. Sto prendendo parte ad un esperimento (quasi dottore in medicina come ti ho detto) e questa è una prova quotidiana."
Il volto dell'animale è per me fuoco puro. Ogni giorno. Debbo chiudere gli occhi.
"Lily, forse non te l'ho ancora detto, ma penso sinceramente a te, bambina mia, ed a volte la tenerezza mi prende il cuore. Di' pure che è amore. Anche se personalmente quella parola mi pare un inganno." Specialmente per uno come me, chiamato dalla non esistenza all'esistenza. Cosa c'entro io con l'amore dei mariti o con l'amore delle mogli? Io son troppo eccentrico per questa roba.
"Quando Napoleone era a Sant'Elena parlava molto di morale. Era un poco in ritardo. Se ne preoccupava molto. Perciò non voglio discutere d'amore con te. Se credi di veder chiaro, va' avanti a parlarne. Tu dicevi di non poter vivere per il sole, la luna e le stelle soltanto. Tu dicesti che tua madre era morta, quando morta non era, che da parte tua fu un fatto assai neurotico. Ti sei fidanzata cento volte, ed ogni volta a perdifiato. Agisce così l'amore? Se è così, bene. Ma io mi attendevo il tuo aiuto. Il re qui è una delle persone più intelligenti del mondo, ed io ho grande fede in lui ed egli dice che io dovrei trarmi dagli stati che io stesso faccio e mettermi negli stati che sono di per sé. Come se, smettendola di far di continuo questo rumore, potessi sentire qualcosa di bello. Sentire un uccello. Gli scriccioli fanno ancora il nido nel cornicione? Io vedevo sporgere la paglia e mi chiedevo come potessero entrare."
Non potevo star dietro agli uccelli. Rompevo tutti i rami. Avrei spaventato gli pterodattili del cielo. "Rinuncio al violino. Capisco che col violino non raggiungerei mai il mio scopo," sollevare il mio spirito dalla terra, liberare il corpo da questa morte. Ero assai ostinato. Volevo sollevarmi in un altro mondo. La mia vita e le mie azioni erano una prigione.
"Ebbene, Lily, da oggi in poi ogni cosa sarà diversa. Quando torno a casa intendo studiare medicina. L'età direbbe di no, ma cosa m'importa, voglio tentare lo stesso. Tu non immagini quanto sono ansioso di rientrare nel laboratorio. Ricordo ancora l'odore di quei posti. Formidabile. Sarò insieme a un branco di giovani, immagino, a studiare chimica e zoologia e fisiologia e fisica e matematica e anatomia. Immagino che sarà una prova, specialmente sezionare un cadavere." "Ancora una volta, Morte, tu ed io." "Del resto ho avuto già a che fare coi morti e non ci ho guadagnato un dollaro. Tanto per cambiare potrei fare qualcosa nell'interesse della vita."
Che cosa è, ora, questo grande strumento? Suonato male, perché soffre tanto? Giusto, come posso realizzare tutto questo, raggiungere persino Dio?
"Ossa, muscoli, glandole, organi. Osmosi. Voglio che tu mi iscriva al Centro Medico, dando il nome di Leo E. Henderson. La ragione di questo te la dirò tornando a casa. Non sei eccitata? Carissima ragazza, come moglie di un dottore dovrai essere più pulita, fare il bagno più spesso e lavare le tue cose. Dovrai abituarti ai sonni interrotti, alle chiamate notturne, a tutto il resto. Non ho ancora deciso dove esercitare la professione. Immagino che se cercassi di farlo in America spaventerei i vicini, da ucciderli. Se mettessi l'orecchio contro i loro petti, come dottore in medicina, quelli salterebbero fuor dalla pelle.
"Perciò posso far domanda di un lavoro come missionario, come il dottor Wilfred Grenfell o Albert Schweitzer. Eh! Axel Munthe... Che ne è di lui? Naturalmente ora la Cina è fuor di discussione. Potrebbero prenderci e sottoporci al lavaggio del cervello. Ah ah! Ma potremmo tentare in India. Voglio metter le mani sui malati. Voglio curarli. I guaritori sono sacri."
Son stato così cattivo che credo debba esserci una virtù in me, finalmente.
"Lily, voglio smetterla di sprecare la mia vita."
Non credo che le lotte del desiderio possano mai essere vinte.
Età di desiderio e di volere, di volere e di desiderio, e come possono essere terminate? Nella polvere, nella polvere.
"Se il Centro Medico non mi ammette, fai domanda prima alla John Hopkins, e poi a tutti gli altri istituti che figurano sul libro. Un'altra ragione per cui voglio fermarmi in Svizzera è dare un'occhiata alla situazione delle scuole di medicina. Potrei parlare con certa gente là, spiegare le cose, e forse mi ammetterebbero. "Così datti da fare, mia cara, con quelle lettere, e un'altra cosa: vendi i maiali. Voglio che tu venda Kenneth, la scrofa Tamworth e Dilly e Minnie. Lìberati di loro.
"Noi siamo buffe creature. Noi non vediamo le stelle come sono, e quindi perché le amiamo? Non sono piccoli oggetti d'oro, ma fuoco infinito."
Strano? Perché non dovrebbe esser strano? E' strano. E' tutto strano.
"Non ho bevuto affatto, tranne qualche sorsata mentre ti scrivevo questa lettera. A pranzo mi servono una birra indigena che chiamano pombo, che è abbastanza buona. Fermentano l'ananasso. Qui tutti son pieni di vita. Gente con penne, gente con nastri, con sciarpe colorate, anelli, braccialetti, perle, conchiglie, noci d'oro. Alcune fra le donne dell'harem camminano come giraffe. Hanno i visi sfuggenti in avanti. La faccia del re è quanto mai sfuggente. E' uomo assai brillante e sicuro di sé.
"A volte mi par d'avere un reparto intero di pigmei in corpo, che saltano su e giù, dentro di me, e urlano e fan baccano. Questo non è strano? Altre volte invece sono assai calmo, più calmo di quanto non sia mai stato in vita mia.
"Il re crede che bisognerebbe avere un'adatta immagine di sé medesimi..."
Forse cercai anche di spiegare a Lily quali fossero le idee di Dahfu, ma Romilayu perse le ultime pagine della lettera, e io credo che sia stato bene così, perché quando le scrissi avevo bevuto molto. In una pagina mi sembra di aver detto, o forse solo pensato:
"Avevo una voce che diceva Voglio, io voglio. Io voglio? Avrebbe dovuto dire ella vuole egli vuole, essi vogliono. Non solo, ma è l'amore che ci fa reale la realtà. E' l'opposto che fa l'opposto."






CAPITOLO VENTESIMO
La mattina Romilayu ed io ci dicemmo addio e quando final mente egli fu partito con la lettera per Lily, provai un grave senso di disagio. Mi pareva addirittura che mi cascasse lo stomaco, quando scorsi il suo viso grinzoso di tra le sbarre del cancello.
Forse egli si aspettava, all'ultimo minuto, d'essere richiamato dal suo mutevole ed irrazionale padrone. Invece io restavo lì con un casco a forma di guscio di tartaruga e quelle brache che mi facevano assomigliare a uno zuavo che si è sperduto. Il cancello si richiuse sul viso sfregiato e chiuso di Romilayu, ed io mi sentii, irragionevolmente, a terra. Ma Tamba e Bebu mi distrassero da quella tristezza. Come al solito mi salutarono stendendosi nella polvere, e mettendosi il mio piede sul capo, e poi Tamba si stese bocconi, in modo che Bebu potesse farle il joxi con i piedi. Le pestò la spina dorsale, il dorso, il collo, le natiche, e questo pareva dare a Tamba un piacere paradisiaco. Teneva gli occhi chiusi, gemendo di soddisfazione. Pensai che potevo provare anch'io; doveva far piacere, se ne erano così soddisfatte; ma non era quella la giornata adatta, perché mi sentivo troppo triste.
L'aria si riscaldava in fretta, ma c'erano ancora i residui del rigido freddo notturno, lo sentivo attraverso la stoffa verde che avevo indosso. La montagna, quella che aveva il nome di Hummat, era gialla; le nubi bianche e pesanti. Si stendevano, pressappoco, all'altezza della gola di Hummat, e delle spalle, come un collare. Dentro, io sedevo, aspettando che la mattina crescesse di calore, le mani intrecciate e mi preparavo mentalmente alla mia razione quotidiana di Atti, ed intanto cercavo ad ogni costo di ragionare: io debbo cambiare. Non debbo vivere sul passato, che mi distruggerà. I morti sono i miei padroni di casa, ed a poco a poco mi sbattono fuori. I porci eran la mia provocazione. Io dicevo al mondo sei un maiale. Debbo ricominciare a pensare come vivere.
Devo fare in modo che Lily rompa con il ricatto e mettere l'amore sulla strada giusta. Perché dopo tutto Lily ed io eravamo molto fortunati. Ma allora cosa poteva fare per me un animale? In ultima analisi? Veramente? Una bestia da preda? Anche supponendo che un animale goda di un dono naturale? Avevamo anche noi la nostra parte di questo dono, fino a quando non terminò l'infanzia.
Ma ora non dobbiamo forse essere qualcosa di assolutamente diverso - il dono numero due - il progetto numero due? Non potevo dire queste cose al re, che era fissato con i leoni. Ma non potevo rifiutarmi di fare quel che lui voleva, per via del sentimento che nutrivo. Sotto certi aspetti quell'uomo era spiccatamente simile a un leone, ma questo non bastava a dimostrare che i leoni lo avevano fatto così. Ma questo era Lamarck. All'università avevamo riso di Lamarck, appena usciti dall'aula. Ricordavo quel che disse il professore, che questa era l'idea borghese dell'autonomia della mente individuale. Tutti figli di ricchi eravamo, o quasi tutti, eppure ridemmo delle idee borghesi fin quasi a creparci le budella. Ebbene, pensavo, aggrottando al massimo la fronte – e Romilayu mi mancava moltissimo - questo è lo scotto di una vita senza pensiero. Se dovevo sparare al gatto, se dovevo far saltare i ranocchi, se dovevo smuovere Mummah, senza comprendere dove andavo a ficcarmi, che c'era di strano se ora mi mettevo a quattro zampe a ruggire ed a fare il verso al leone? Avrei potuto invece apprendere il grun-tu-molani sotto la guida di Willatale.
Ma non rimpiangerò mai quel che sento per quest'uomo, Dahfu, voglio dire: molto più importante conservare la sua amicizia.
Così io meditavo nella stanza del palazzo quando entrò Tatu, con il suo vecchio berretto militare italiano. Pensando che quello fosse l'avviso di raggiungere il re nella tana, mi tirai su pesantemente, ma lei mi fece capire con le parole e coi gesti che dovevo restar dov'ero e attendere il re. Stava per arrivare.
«Che succede?» dissi. Però nessuno sapeva spiegarmelo, ed io mi rassettai un poco, preparandomi alla visita del re; ero sporco e avevo la barba lunga, perché non aveva senso ripulirsi per poi doversi mettere a quattro zampe, e ruggire, e raspare la terra.
Oggi invece andai alla cisterna di Mummah e mi lavai la faccia, il collo e le orecchie e lasciai che il sole mi asciugasse sulla soglia del mio alloggio. E presto fui asciutto. Intanto mi dispiaceva di aver mandato via Romilayu troppo presto, perché la mattina mi faceva venire in mente altre cose che avrei dovuto dire a Lily. Non era quello tutto ciò che avevo da raccontarle, pensavo. Io l'amo, perdio! Avevo sbagliato di nuovo. Ma non avevo troppo tempo da sprecare in rammarichi, perché Tatu veniva verso di me attraverso il cortile del palazzo facendo gesti con tutte e due le braccia e dicendo: «Dahfu. Dahfu ala-mele.» Mi alzai ed ella mi guidò per i corridoi del pianterreno fino al cortile esterno del re. Era già sull'amaca, sotto l'ombra purpurea del suo gigantesco ombrello di seta. Teneva in pugno il cappello di velluto e con quello mi fece un cenno, e quando mi vide sopra di lui aprì le labbra gonfie. Appoggiò il cappello sul ginocchio levato e sorridendo disse: «Forse tu sai che giorno è questo.»
«Immagino...»
«Sì, è il giorno. Il giorno del leone per me.»
«Ci siamo, eh?»
«Un giovane maschio ha azzannato l'esca. Dalla descrizione mi pare che sia Gmilo.»
«Be', dev'essere bello, » dissi, «pensare che tu stai per riunirti al tuo caro genitore. Vorrei solo che la stessa cosa accadesse a me.»
«E allora, Henderson,» disse (questa mattina gli piaceva moltissimo la mia compagnia e la conversazione), «tu credi nell'immortalità?»
«Molte anime ti direbbero che l'immortalità non resiste allo scontro con la vita.»
«Lo pensi davvero? Ma tu conosci più mondo di me. Comunque, Henderson, mio buon amico, questa è per me una grande occasione.»
«C'è la probabilità che sia tuo padre, il defunto re? Vorrei averlo saputo. Non avrei mandato via Romilayu. E' partito stamani, maestà. Potremmo mandare un corriere a chiamarlo?»
Il re non badò a questo discorso ed io immaginai che la sua agitazione fosse troppo forte per permettergli di prendere in considerazione le mie cose pratiche. Cosa significa Romilayu per lui in un giorno simile? «Dividerai l’hopo con me, » disse ed io, pur non sapendo cosa significasse, naturalmente accettai. Si avvicinò il mio ombrello, questa specie di guscio, con fibre traverse nella trasparenza della seta, le quali giovavano a convincermi che non era una visione ma un oggetto. Infatti una visione come avrebbe potuto avere quelle linee traverse, no? Grandi mani femminili tenevano il manico. Le portatrici recavano la mia amaca.
«Seguiamo il leone in amaca?» chiesi.
«Quando saremo nella macchia continueremo a piedi,» rispose.
Così salii sull'amaca del Sungo, con uno dei miei profondi brontolii, affondandovi dentro. A me pareva che noi due andassimo inermi a catturare l'animale, questo leone che aveva mangiato il vecchio bufalo e dormiva profondamente da qualche parte nell'erba alta.
Intorno a noi si disposero le donne dalle teste rase, stridule e nervose, e si era raccolta una folla variopinta, proprio come nel giorno della cerimonia per la pioggia - tamburini, uomini dipinti, piumati, adorni di conchiglie e trombettieri che tentarono per prova qualche squillo. Le trombe eran lunghe una trentina di centimetri e avevano grandi bocchini di metallo verde, ossidato. Quegli strumenti facevano un chiasso del diavolo, quasi a schernire la paura. Così, con le trombe ed i tamburi e i sonagli e gli intonarumori, si raccoglieva intorno a noi la banda dei battitori, e ci portavano oltre i cancelli del palazzo. Le braccia delle amazzoni vibravano per lo sforzo nel sostenermi. Si accostò diversa gente a guardarmi, quando entrammo in città; spingevano l'occhio giù nell'amaca. Fra di loro erano il Bunam e Horko; quest'ultimo si aspettava, credo, che gli dicessi qualcosa. Invece io non dissi una parola.
Li guardavo con il mio viso grosso ed arrossato. La barba aveva cominciato a crescere come una scopa e la febbre, che era tornata, mi dava noia agli occhi e alle orecchie. Mi sorprese un improvviso tremore alle guance; non potevo farci nulla, e così mi accorsi che sotto l'influenza del leone i nervi della mascella e del naso e del mento subivano un mutamento che mi dava disagio. Il Bunam era venuto a dirmi qualcosa, o forse ad avvertirmi; lo capivo. Io volevo chiedergli il mio Magnum H&H, con il mirino telescopico, ma naturalmente non sapevo dire nella sua lingua "dare" e "fucile." Le donne faticavano molto con il mio peso e l'amaca aveva un gran rigonfio, sul fondo, e quasi toccava terra.
I pali erano troppo per le loro spalle, che portavano il brutale re della pioggia col viso scuro e arrossato e il casco sporco e le brache colorate e la pelle grossa, pelosa. La gente urlava, batteva le mani, saltava, vestiva di stracci e di pelli, agitando a mo' di stendardo pennacchi di crine colorato, le donne coi bambini appesi ai lunghi seni spugnosi e tipi coi denti rotti o mancanti. Per quanto ne capivo io, l'entusiasmo non era per il re; volevano che prendesse Gmilo, il leone giusto, e che li liberasse di Atti, la strega.
Senza far cenno egli passava in mezzo a loro nella sua amaca.
Sapevo che il suo volto si bagnava all'ombra dell'ombrello rosso, legato a quello come il volto mio era legato al casco. Cappello, pelo e faccia erano strettamente uniti nella luce colorata dell'arco di seta, ed egli giaceva in riposo, con lo stesso lussuoso agio che io ammirai fin dall'inizio. Sopra di lui, come sopra di me, strane mani brandivano il manico adorno dell'ombrello. Il sole brillava ora possente e copriva le montagne e le pietre vicine di uno strato vibrante. Vicino al suolo stava per materializzarsi in una sfoglia d'oro. Le campane erano buchi e sui tetti di paglia c'era un riverbero rotto, estenuato.
Fino a che non fummo ai margini della città io continuai a ripetermi: "Realtà! Oh, realtà! All'inferno la realtà!"
Quando fummo alla macchia le donne mi tirarono giù ed io scesi dall'amaca sul suolo abbacinante. Era la roccia bianca, compatta, solare. Anche il re era in piedi. Guardava la folla, che era rimasta presso le mura della città. Con i battitori c'era il Bunam e, subito dietro di lui, una creatura bianca, un uomo tinto, incalcinato da capo a piedi. Sotto lo strato di gesso lo riconobbi.
Era l'uomo del Bunam, il giustiziere. Lo identificai per le pieghe sul viso stretto, in quella metamorfosi bianca.
«Che idea è questa?» chiesi, raggiungendo Dahfu sulla pietra compatta e il groviglio delle erbe. «Niente idea,» disse il re.
«E' sempre così alla caccia del leone?»
«No. A seconda dei giorni cambia il colore. Dipende dalla lettura dei presagi. Il bianco non è il miglior presagio.»
«Ma dove vogliono arrivare? Ti danno il malaugurio.»
Il re si conteneva come se non volesse esser seccato. Qualunque uomo-leone avrebbe fatto come lui. Eppure l'atteggiamento del suo popolo lo irritava, forse anche feriva. Feci un rapido mezzo giro per fissare questo personaggio malaugurante che era venuto a menomare la sicurezza del re alla vigilia dell'evento, la riunione con l'anima del padre. «Ma questa imbiancatura è una cosa seria?» dissi al re.
I suoi occhi distanti, avevano ciascuno uno sguardo a sé; ma quando gli parlai si fusero di nuovo in uno sguardo solo.
«Loro fanno sul serio.»
«Sire,» dissi, «vuoi che faccia qualcosa?»
«Che cosa?»
«Dillo tu. In un giorno simile è pericoloso se qualcuno ti intralcia la strada, vero? Dovrebbe essere pericoloso anche per loro.»
«Oh, no, ma cosa dici?» fece. «Essi vivono nel vecchio universo. Perché no? Fa parte del mio accordo con loro, no?» La tinta aurea delle pietre gli entrava nel sorriso brillante.
«Ma oggi è il mio grande giorno, signor Henderson. Posso affrontare qualsiasi presagio. Quando avrò catturato Gmilo non potranno dire più nulla.»
«Bastoni e pietre mi romperanno le ossa, ma questa è stupida superstizione, e così via. Bene, maestà, se la prendi in questo modo, giusto, va bene.» Guardavo il calore crescente, che prendeva colore dalle pietre e dalle piante. Prevedevo che il re parlasse duramente al Bunam e all'uomo che lo seguiva, dipinto coi colori del malaugurio, invece si limitò a fare un'osservazione. Il viso gli appariva pieno sotto il cappello di velluto cangiante. Gli ombrelli erano rimasti dietro. Le donne, le mogli del re, stavano accanto al basso muro della città, a varia altezza; guardavano gridando certe cose (forse un addio). Le pietre diventavano sempre più pallide sotto la violenza del calore. Le donne mandavano strane grida di amore, di incoraggiamento, di avviso, di addio. Salutavano, cantavano, facevano segno con i due ombrelli, che andavano su e giù. I battitori, silenziosi, non si erano fermati con noi; ma avevano continuato con le trombe, i tamburi, i sonagli, in massa compatta. Erano sessanta o settanta, e partirono in gruppo, ma a poco a poco si sparpagliarono nella macchia. Come formiche cominciarono a spandersi nelle erbe color dell'oro e per i macigni del pendio. Questi macigni, come già detto prima, erano simili a grossi oggetti abbattuti dal cielo da una forza ignara. Partiti i battitori, restavano il Bunam, lo stregone del Bunam, il re, ed io, il Sungo, più tre servitori con le lance, a una trentina di metri dalla città.
«Cosa gli hai detto?» chiesi al re.
«Ho detto al Bunam che compirò il mio proposito, comunque.»
«Dovresti prendere tutti quanti a calci nel sedere,» feci, accennando quei due tipi.
«Avanti, Henderson, amico mio,» disse Dahfu, e cominciammo a camminare. I tre uomini con le lance ci seguirono.
«Che ci stanno a fare questi tipi?»
«Ci serviranno per la manovra nello hopo,» disse. «Lo vedrai quando saremo arrivati alla parte stretta dello hopo. E' meglio vedere di qualsiasi spiegazione.»
Quando fummo entrati nell'erba alta della macchia egli sollevò il viso sfuggente col naso schiacciato e fiutò l'aria. La fiutai anch'io. Secca e buona, con un odore di zucchero fermentato.
Cominciai ad avvertire il tremolio degli insetti che suonavano i loro strumenti alla base degli steli, alla base stessa del calore.
Il re cominciò ad affrettarsi; non camminava, ma balzava piuttosto, e lo seguivamo, io e gli uomini con la lancia. Io pensavo che l'erba era alta abbastanza da nascondere qualsiasi animale, eccetto l'elefante, e per difendermi non avevo nemmeno un sasso appuntito.
«Re,» dissi. «Ehi. Aspetta un momento.» Non potevo alzare la voce; capivo che non era quello il momento di far chiasso. E probabilmente a lui non piacque che io parlassi, perché non si fermò, ma io continuai a chiamarlo a bassa voce e finalmente lui mi attese. Assai affaticato, lo guardai per qualche attimo negli occhi, da vicino, ripresi fiato e poi dissi: «Nemmeno un'arma? Così dunque? Questo animale devi prenderlo per la coda?»
Decise d'esser paziente con me. Lo vidi, che prendeva questa decisione. Posso giurarlo. «L'animale, ed io spero che si tratti di Gmilo, probabilmente è nella zona dello hopo. Guardami, Henderson, io non debbo essere armato. Che succederebbe se ferissi Gmilo?» Di questa possibilità parlava con orrore. Prima non mi ero accorto (che mi succedeva, dunque?) di quanto egli era agitato. Non l'avevo visto, al di là del suo tratto cordiale. «Ebbene?»
«Pagherei con la vita, come se avessi fatto del male a un re vivente.»
«Ed io?... Nemmeno io ho diritto a difendermi?»
Per un attimo non rispose. Poi disse: «Tu sei con me.»
Non potevo dir nulla dopo queste parole. Stabilii che avrei fatto alla meglio, con il casco; potevo sbatterlo sul muso all'animale, e confonderlo. Borbottai che se la sarebbe passata meglio in Siria, o nel Libano, da studente, e pur non parlando in modo chiaro, egli mi capì e disse: «Oh, no, Henderson-Sungo. Io son fortunato, e tu lo sai.» Con quelle sue brache attillate, si avviò di nuovo. Mi davano fastidio i calzoni, mentre pestavo il terreno dietro di lui. In quanto ai tre uomini con la lancia, davano pochissimo affidamento. Da un momento all'altro mi aspettavo che il leone mi balzasse contro come un’eruzione di fuoco, per sbattermi giù e sbranarmi in tante fiamme di sangue. Il re montò sopra un macigno, e mi tirò su accanto a lui. Disse: «Siamo vicini alla parete settentrionale dello hopo.» E mi indicò. Era fatta di sterpi e di piante secche d'ogni genere, ammucchiate e pressate a fare uno spessore di circa mezzo metro. Vi crescevano fiori rozzi, selvatici, rossi e arancione al centro macchiati di nero, e solo a guardarli mi veniva il mal di gola. Questo hopo era una specie di gigantesco imbuto o triangolo. Alla base era aperto, mentre al vertice, o beccuccio, c'era la trappola. Solo una delle due pareti era stata costruita da mani umane. L'altra era una formazione rocciosa naturale, il letto di un vecchio fiume forse, che si levava a strapiombo. Accanto alla parete di rovi e spine c'era un sentiero che i piedi del re ritrovarono sotto l'erba gialla, aguzza. Continuammo fino alla parte stretta dello hopo, pestando rami secchi e viluppi di liane. Dalle anche, che erano strette, la sua figura si allargava, per farsi imponente alle spalle. Camminava con gambe possenti e natiche piccole.
«Certamente tu ardi dal desiderio di venire alle prese con questo animale» dissi.
A volte io penso che il piacere viene soltanto dal poter fare a proprio modo, e non potevo fare a meno di sentire che questo il re lo avesse assimilato dal leone. Seguire la propria volontà, ecco cos'è il piacere, a dispetto di quanto pensano gli altri. Ed egli mi trascinava seco con la potenza della sua personale grandezza, perché era splendido ed aveva forte il dono della vita, manifesto in quel tremore fumoso, bluastro, della sua superombra. E quindi io lo seguivo, senza un'arma per difendermi, a meno che non vogliate tener conto del casco o a meno che non potessi cavarmi quelle brache verdi e insaccarci dentro l'animale - del resto eran grandi abbastanza.
Poi si fermò e si volse a me, e disse: «Anche tu ardevi dal desiderio, quando si trattò di sollevare Mummah.» «E' giusto, maestà,» dissi. «Ma sapevo forse quel che stavo facendo? No, non lo sapevo.» «Io invece sì.»
«Va bene, va bene, re,» feci io. «Non sta a me farti domande. Farò tutto quello che mi dici. Ma tu dicevi che il Bunam e l'altro, il tipo pitturato di bianco, appartengono al vecchio universo ed io pensavo quindi che tu ne fossi fuori.»
«No, no. Tu sai come si possa sostituire ogni cosa? Non si può. Anche se nei momenti supremi non c'è né vecchio né nuovo, ma solo un'essenza che sorride del nostro almanaccare, che sorride persino dell'umanità. E' così piena di sé,» continuò. «Eppure bisogna consentire un gioco alla vita.» A questo punto il suo pensiero era troppo elevato per me, quindi non intervenni, ed egli disse: «Per Gmilo il leone Suffo era padre. Per me, nonno. Gmilo, mio padre. Così dev'essere, se debbo diventare re dei Wariri. Altrimenti come posso esser re?»
«Va bene, ho capito,» dissi. «Re,» feci, e parlavo con tanto ardore che le mie parole sembravano forse una filza di minacce «tu vedi queste mani? Sono il secondo paio di mani tue. Vedi questo tronco?» e mi misi le mani sul petto. «E' la tua riserva, capisci quello che voglio dire?» Il mio cuore era agitatissimo.
Cominciava a dolermi il viso. Consapevole della nobiltà dell'amico, mi sforzai di risparmiargli la rozzezza dei miei sentimenti.
Questo accadeva all'ombra della parete dello hopo, sotto il ricamo di sterpi rigidi. Lo stretto sentiero lungo l’hopo era nero e d'oro, come quando brucia l'erba in piena luce e tu ne vedi il calore.
«Grazie, signor Henderson. Ho capito quello che tu vuoi dire.» E dopo un attimo di silenziosa esitazione, disse: «Hai in mente la morte? Ho indovinato?»
«L'ho in mente, è vero.»
«Oh, sì, proprio così. Tu sei dedicato alla morte, eccezionalmente.»
«Nel corso degli anni l'ho affrontata spesso.»
«Eccezionalmente, eccezionalmente,» fece come se stesse discutendo con me uno dei miei problemi. «A volte penso che giova pensare a un seppellimento, in rapporto con la crosta terrestre. Quant'è il raggio? Quattromilaquattrocento miglia, più o meno, fino al nòcciolo della terra. No, le tombe non sono profonde, sono insignificanti, pochi piedi dalla superficie, non lontane dalla paura e dal desiderio. Più o meno la stessa paura e lo stesso desiderio da migliaia di generazioni. Figlio, padre, padre, figlio. La stessa paura. Lo stesso desiderio. Sulla crosta, sotto la crosta, ancora e ancora. Ebbene, Henderson, che ci stanno a fare le generazioni? Questo ti prego di spiegarmi. Solo per ripetere paura e desiderio, senza alcun cambiamento?
Non può essere per questo soltanto, sempre, sempre, sempre. L'uomo buono cercherà di spezzare il cerchio.
Non c'è via d'uscita da quel cerchio per chi non prende le cose nelle sue mani.»
«Oh, re, aspetta un minuto. Una volta fuor della luce, basta. Occorrono proprio quattromilaquattrocento miglia perché sia la tomba? Come puoi parlare così?» Ma lo avevo capito egualmente. Dalla gente non sentite altro che desiderio, desiderio, desiderio, prendere ogni cosa di petto, e paura, e colpire, colpire. Ormai basta! E' tempo di una parola di verità. E' tempo di qualcosa di interessante da sentire. Altrimenti, con l'accelerazione di una pietra, si precipita dalla vita nella morte. Proprio come una pietra, dritta nel silenzio, e fino all'ultimo ripetere Voglio Voglio Voglio, e poi battere la testa ed entrarci per sempre! In realtà pensavo lì sotto quel sole africano da cui temporaneamente mi riparava la parete ricurva di sterpi, è un piacere quando un oggetto scabro, per esempio, le spine, ti giovano a qualcosa. Sotto le barbe nere che, sopra di noi, i cespugli parevano aver lavorato all'uncinetto, pensavo a questo e convenivo: sì, la tomba era relativamente superficiale. Non occorre andare molte miglia all'ingiù prima di trovare la parte molle della terra. Soprattutto nichel, io credo, nichel, cobalto, pecblenda, oppure quello che chiamano magma.
Proprio come l'ha modellato il sole.
«Andiamo,» disse. Lo seguii più volentieri dopo quel breve discorso. Ormai poteva convincermi di qualunque cosa, o quasi.
Per amor suo avevo accettato la disciplina d'esser un leone. Sì, pensavo, forse potevo cambiare; volevo superare il mio vecchio io; sì, per questo un uomo deve adottare qualche nuovo modulo; deve anche forzarsi ad assumere una parte; forse anche ingannarsi per un po', finché non è avviato; la sua mano medesima mette colore su quel velo già coloratissimo. Io non avrei mai fatto il leone, lo sapevo; ma potevo guadagnare qualcosa, qua e là nel mio tentativo.
Non sono certo di aver riferito con precisione tutte le cose che mi disse il re. Forse le ho guastate un poco, in modo da poterle assimilare.
Comunque lo seguii disarmato verso l'estremità dello hopo.
Probabilmente il leone si era già svegliato, perché i battitori, a tre miglia di distanza avevano cominciato a far chiasso. Sonava lontanissimo, giù nelle strisce dorate della macchia. Un calore aereo, azzurro, sonnolento vacillava dinanzi a noi e mentre mi riparavo dai raggi delle fiamme del sole, vidi all'improvviso qualcosa rilevato sulla parete dello hopo. Era una tettoia di paglia posata su una piattaforma, a otto o nove metri di altezza. Di lì pendeva una scala di liane, e il re ci si aggrappò àlacre, sulla scala rozza, dall'aspetto così fragile. Cominciò a salire alla maniera di un marinaio, cioè di lato, issandosi potente e sicuro sulla piattaforma.
Dall'erba secca e dalle fibre scure dell'ingresso fece: «Aggrappati, signor Henderson.» Si era accucciato per porgermi la scala, e io gli vidi la testa, su cui stava il cappello placcato, adorno di denti, poco sopra i ginocchi possenti. Disagio, stranezza, pericolo, tutte queste cose insieme mi piombavano addosso. Invece di una risposta feci un singhiozzo. Doveva essere ben radicato nella vita, perché fu stupendo e si levò da me come una grande bolla di mare dal piano dell'Atlantico.
«Che ti succede, signor Henderson?» disse Dahfu.
«Lo sa Dio.»
«Qualcosa non va?»
Tenevo la testa bassa per la scossa. Il suono che avevo emesso allentò, io credo, tutta la mia struttura e liberò certe cose che mi stavano al fondo. Ma non era il momento di infastidire il re, nel suo grande giorno di letizia.
«Vengo, maestà,» dissi.
«Riprendi un po' di fiato, se ne hai bisogno.»
Fece qualche passo sulla piattaforma, sotto la tettoia aerea, poi ritornò sul margine. Guardava in giù da quella fragile cupola di paglia. «E allora?» disse.

«Reggerà il nostro peso, lassù?» «Vieni, vieni,» disse.
Afferrai la scala e cominciai a salire, mettendo tutti e due i piedi su ogni piolo. Gli uomini con le lance rimasero ad attendere, fino a che io (il Sungo) ebbi raggiunto il re. Poi passarono sotto la scala e si appostarono all'angolo dello hopo. L'apparecchio era primitivo, ma sembrava adatto. Un cancello di sbarre sarebbe calato per chiudere in trappola il leone, dopo che ci fosse passata l'esca, e gli uomini avrebbero spinto l'animale nella posizione giusta con le lance, in modo che il re potesse effettuare la cattura.
Sulla fragile scala, che ondeggiava sotto il mio peso, raggiunsi la piattaforma e mi misi a sedere sul piano di pali legati insieme. Era come una zattera su un mare di calore. Cominciai a comprendere la situazione. In confronto al volume di un leone adulto, tutto l'apparecchio non era più profondo di un ditale. «Tutto qui?» dissi al re dopo averlo studiato.
«Lo vedi,» disse.
Insomma, sulla piattaforma c'era questo guscio di paglia e da un'apertura del lato interno dello hopo vidi sospesa una gabbia di liane zavorrata di sassi in fondo. Era a forma di campana e fatta di liane semirigide, ma però robuste come cavi. Una corda vegetale passava per una carrucola sospesa a un palo legato da una parte al tetto della capanna e dall'altra al costone della roccia, un'ampiezza di tre o quattro metri. Sotto c'era un altro palo che raggiungeva il pavimento della capanna, anche quello fissato alla roccia dall'altro lato... Su questo palo, non più grosso del mio polso, o forse meno, il re avrebbe dovuto tenersi in equilibrio con la corda e la gabbia a forma di campana, e una volta entrato il leone, Dahfu avrebbe dovuto centrare la gabbia e farla cadere.
Egli doveva, mollando la corda, catturare il leone.
«Questo... ?»
«Cosa pensi?» chiese.
Non osavo dire molto, ma per quanto cercassi di nascondere i miei sentimenti, non potei sommergerli, non in quel giorno. Era palese la lotta che sostenevo contro di essi.
Egli disse: «Qui ho catturato Atti.»
«Sì, e con questo sistema?» «E Gmilo catturò Suffo.»
Io dissi: «Fatti consigliare da un... so di non essere molto... ma ho grande opinione di te, maestà. Non...» «Ebbene, cosa ti succede al mento, signor Henderson? Ti si muove su e giù.» Mi strinsi le labbra coi denti di sopra. E poi a fatica dissi:
«Maestà, scusami. Preferirei tagliarmi la gola piuttosto che demoralizzarti un giorno così. Ma devi proprio farlo qui?» «Sì.»
«Non si può tentare qualche innovazione? Io farei qualunque cosa, drogherei l'animale... gli darei la polpetta...»
«Grazie, Henderson,» disse, forse la sua gentilezza nei miei riguardi era più di quanto meritassi. Non volle ricordarmi che era lui il re dei Wariri. Ma il fatto mi venne a mente lo stesso. Egli consentiva di assistere, di accompagnarlo, e io non dovevo interferire.
«Oh, maestà» dissi.
«Sì, Henderson, lo so. Tu sei uomo di molte qualità. L'ho osservato,» disse.
«Io pensavo di ricadere in una delle tue categorie negative,» feci.
A queste parole si mise a ridere. Stava seduto a gambe incrociate sull'apertura della capanna di fronte allo hopo e alla roccia, e cominciò a enumerarmele quasi per scherzo:
«L'agonia, l'appetito, l'immune, il cavo e tutto il resto. No, ti assicuro, Henderson, non ti ho mai classificato in un gruppo negativo. Tu sei un tipo composto. Forse buona dose di agonia. Forse una punta di Lazzaro. Ma non riesco a inquadrarti perfettamente. Non c'è chi ti definisca in pieno. Forse perché siamo amici. Troppe cose si vedono in un amico. Le classificazioni con gli amici non servono.»
«Ho già abbastanza da fare per conto mio con un certo tipo di creatura,» feci. «Se mi toccasse di rifarlo, sarebbe diverso.»
Ci sedemmo sulla piattaforma traballante sotto la tettoia di paglia dorata. La luce arrivava sul pavimento staccata, come da una grata finissima. C'eravamo accoccolati sotto la paglia e le fibre. A ondate ci giungeva l'odore delle piante insieme al caldo aereo e dorato, e per via della febbre avevo la sensazione di aver trovato, a mezz'aria, il punto di trapasso dalla materia alla luce.
Quella sensazione me la vedevo nascere dal di dentro e forse di fuori piangevo e tremavo. Non più capace di sostenerla mi alzai avvicinandomi al palo su cui il re doveva tenersi in equilibrio.
«Cosa fai?»
Stavo provando il palo per lui. Dissi: «Controllo il Bunam.»
«Tu non devi star lì, Henderson.»
Il peso incurvava il legno, ma non ci furono scricchiolii, perché era un legno molto duro, e fui soddisfatto della prova. Tornai sulla piattaforma e sedemmo (anzi ci accucciammo) insieme, fuor della parete d'erba del nostro riparo, su una stretta sporgenza del pavimento, a portata di mano della trappola a contrappesi che pendeva lì fuori, in attesa. Dinanzi a noi c'era lo strapiombo di roccia sabbiosa, e seguendo quella linea oltre il termine dello hopo, sopra la testa degli uomini armati in attesa, vidi una specie di piccola costruzione di pietra sprofondata nel burrone. Non l'avevo notata prima perché in questo burrone c'era un boschetto di cactus che facevano una bacca rossa, o forse una mora, o un fiore, e tutto ciò mi impediva in parte la vista. «Abita qualcuno là sotto?»
«No.»
«E' abbandonata? Sbandata? Dalle nostre parti, dove l'agricoltura è andata al diavolo, trovi dappertutto vecchie case. Ma è un posto strano per abitarci,» dissi.
La corda che tendeva la gabbia (o rete) era legata allo stipite della porta, e la testa del re riposava contro il nodo. «Non è per abitarci,» mi disse senza guardare la costruzione.
Una tomba? pensai. Ma tomba di chi?
«Penso che arriveranno presto. Ah! Non ti pare di vederli? Ora il chiasso è forte.» Si alzò in piedi e mi alzai anch'io e mi feci ombra corrugando la fronte.
«No, non vedo.»
«Nemmeno io, Henderson. Questa è la parte più difficile. Ho aspettato tutta la vita e siamo all'ultima ora.» «Bene, maestà,» dissi, «per te dovrebbe essere facile. In vita tua hai sempre conosciuto questi animali. Sei fatto per questo, sei un professionista. Non c'è cosa che io ami vedere quanto un uomo che sa fare il suo lavoro, si tratti di un fantino, di un meccanico, di un lavoratore di finestre, di chiunque insomma abbia nervi saldi e corpo abile... Tu mi preoccupasti quando cominciò la danza del teschio, ma dopo un attimo avrei scommesso su di te fino all'ultimo centesimo.» Tirai fuori il portafoglio, che tenevo fissato all'interno del casco e, per rendergli più facili quei movimenti, mentre cresceva lo squillo dei corni e continuava il rullio dei tamburi (e noi sedevamo, quasi in ozio nell'aria piena di luce), dissi: «Maestà, ti ho mai mostrato le fotografie di mia moglie e dei miei figli?» E cominciai a cercarle nel grosso portafogli.
C'era il passaporto, quattro biglietti da mille dollari, perché in Africa non c'è da fidarsi di assegni di viaggio. «Ecco mia moglie. Abbiamo speso un sacco di soldi per un ritratto e abbiamo avuto un sacco di difficoltà. Io l'avevo pregata di non appenderlo e quasi m'era venuto l'esaurimento nervoso. Ma questa sua fotografia è una bellezza.» Lily indossava un vestito scollato a pallini e aveva un'aria molto divertita. Sorrideva a me, perché guardava l'obiettivo. Mi diceva teneramente che io ero matto, e che forse ero andato in giro a fare il buffone. Per via del sorriso le guance erano piene e rilevate, ma in fotografia non si vedeva quant'era puro e pallido il suo colore. Il re me la prese e io gliela porsi perché, in un momento simile, potesse contemplare l'immagine di Lily.
«E' una persona seria,» disse.
«Credi che somigli alla moglie di un dottore?»
«Secondo me somiglia alla moglie di una persona seria.»
«Ma forse non accetterebbe la tua idea circa le specie, maestà. Infatti secondo lei io ero l'unico al mondo che potesse sposare. Un dio, un marito, immagino. Be', ecco i bambini...»
Senza dir nulla guardò Ricey e Edward, la piccola Alice in Svizzera, i gemelli. «Non sono identici, maestà, ma hanno messo il primo dente lo stesso giorno.» Nell'altra bustina di celluloide c'era un'istantanea mia; indossavo la vestaglia rossa e il berretto da caccia, tenevo il violino sotto il mento e avevo un'espressione mai notata prima. Tirai fuori in fretta la motivazione della mia ricompensa al valore.
«Ah, è così? Tu sei il capitano Henderson?»
«Non ho conservato il grado. Forse ti piacerebbe vedere le mie ferite, maestà. Fu una mina. Non andò poi tanto male. Mi sbattè per sei metri. Qui alla coscia non la vedi bene perché è richiusa e sopra c'è il pelo e l'ha nascosta. La ferita alla pancia fu la peggiore. Cominciavano a uscirmi le interiora. Mi rimisi dentro le budella e piegato in due raggiunsi il posto di medicazione.»
«Tu sei molto soddisfatto dei tuoi guai, vero, Henderson?»
Sempre diceva di queste cose, presentandomi una prospettiva imprevista. Alcune ne ho dimenticate. Una volta mi chiese il mio parere su Descartes. «Tu accetti la affermazione di quel tipo, secondo la quale l'animale è una macchina senz'anima?» Oppure:
«Credi che Gesù Cristo sia ancora una fonte di tipi umani, Henderson, come una forza modello? Spesso ho pensato che i miei tipi fisici, come l'agonia, l'appetito, eccetera, siano forme degenerate dei grandi originali, come Socrate, Alessandro, Mosé, Isaia, Gesù...» Questi, e altri simili, erano i suoi imprevedibili modi di conversazione.
Egli osservò che io ero singolare per ciò che riguarda gli affanni, le sofferenze. E, sì, io sapevo quel che mi diceva mentre eravamo seduti su quei pali, sotto la tettoia, ampia e setolosa, uno scheletro vegetale grottesco, secco e peloso, pungente. Mentre attendeva di compiere il desiderio del suo cuore, mi diceva che la sofferenza era la cosa più degna di venerazione di cui io sapessi. Credetemi, io conoscevo quell'uomo e per strano che possa sembrare lo comprendevo. Io ero mostruosamente orgoglioso delle mie sofferenze. Pensavo che nessuno al mondo sapesse soffrire come me.
Ma non potevamo parlarci più tranquillamente, perché il chiasso era troppo vicino. Il suono delle cicale cresceva a spirali, all'insù, come colonne del più sottile filo lucente. Ma ora non sentivamo i rumori più bassi. Gli uomini con le lance, al termine dello hopo, sollevarono il cancello di sbarre, per lasciar passare le creature spinte dai battitori. Infatti le erbe della macchia cominciavano a vibrare, come fa l'acqua quando una rete colma di pesci si avvicina alla superficie.
«Guarda,» disse Dahfu e mi indicò la roccia che faceva parete allo hopo, dove correvano animali dalle corna ricurve; non saprei dire se fossero gazzelle o antilopi. In testa c'era un maschio. Aveva corna alte, ricurve come vetro affumicato, e balzava terrorizzato col fiato grosso e gli occhi di fuori. Un ginocchio a terra, Dahfu cercava un segno nell'erba, ficcando lo sguardo fra l'avambraccio e la gamba, sì che il naso era quasi nascosto. I piccoli animali sollevavano una corrente nell'erba. Stormi di uccelli si levavano a volo, come masse di note; volavano in su verso la roccia e giù per il burrone. Sotto di noi si udiva il frastuono delle gazzelle, o delle antilopi che fossero. Guardai di sotto: in fondo c'erano delle tavole. Non me n'ero accorto prima. Erano sollevate una ventina di centimetri dal suolo, e il re disse: «Sì, Henderson. Dopo la cattura ci mettono le ruote, in modo di poter trasportare la bestia.» Si chinò in avanti per urlare certe istruzioni agli uomini armati di lance. Io avrei voluto trattenerlo, ma non ho mai toccato la sua persona. Non sapevo se era lecito.
Dopo il maschio ed altre tre bestie, che si ficcarono nella stretta apertura dello hopo con uno spavento lacerante, veniva una folla di bestiole più piccole; irrompevano nell'apertura come immigranti. Più cauta, comparve una iena e, a differenza delle altre creature, le quali non sapevano della nostra presenza, questa ci lanciò uno sguardo, su alla piattaforma, ed emise il suo latrato sottile, da pipistrello. Cercai qualcosa da gettarle addosso. Ma non c'era nulla accanto a noi sulla piattaforma da buttar giù e allora sputai.
«Il leone è là... il leone, il leone!» Il re s'alzò in piedi accennando e a cento passi vidi una lenta agitazione nell'erba, non il sussulto degli animali piccoli, ma un movimento circolare, pesante, provocato da un corpo possente.
«Non credi che possa essere Gmilo? Ehi, ehi, ehi, non è lui? Questa volta lo prendi, re, so che lo prendi.» Si era levato sulla stretta sporgenza, oltre il muro di erba e parlando mi stringeva il braccio e lo tirava su e giù.
«Henderson... no,» disse.
E invece io feci un passo verso di lui ed egli lanciò un grido; aveva l'ira in volto. Così io mi accucciai di nuovo e chiusi la bocca. Il sangue mio era pieno di febbre, come se scorresse aperto al calore del sole. Il re mise il piede sul palo sottile e si avvolse due giri di fune al braccio e cominciò a sciogliere il nodo contro il quale aveva tenuto la testa durante l'attesa. La gabbia con le sue grandi maglie irregolari di liana, e le pietre della zavorra, oscillò perché aveva sul fondo la parte più rigida. Se non fosse stato per le rocce, tutto poteva sembrare privo di sostanza, ogni cosa fatta d'aria. Il re aveva buttato il cappello, che lo avrebbe impacciato, e sui suoi capelli foltissimi, che crescevano di pochi millimetri sullo scalpo, pareva condensarsi l'azzurro dell'atmosfera, come quando in un bosco accendi qualche sterpo e sopra comincia a tremolare l'azzurro.
La tensione mi deformava il viso, perché ero esposto alla luce del sole intento in quel modo sopra l'estremità dello hopo, come una gronda. La luce era così forte da ferire. Eppure, nonostante il fracasso dei battitori, le cicale frinivano ancora, lanciando in alto le loro spirali. La roccia che chiudeva lo hopo mostrava il suo carattere. Affermava che non avrebbe lasciato passare nulla. Ogni cosa doveva attendere. I piccoli fiori dei cactus nel burrone (purché fossero fiori e non more) facevano una spuma rossa, le spine mi ferivano. Pareva che le cose mi parlassero. Domandai in silenzio della sorte del re; il quale aveva l'idea pazza di dover catturare i leoni. Ma non ebbi risposta. Non era questo l'oggetto dei loro discorsi. Le piante dichiaravano soltanto la propria natura, ciascuna secondo la sua legge, senza alcun rapporto col re. Così io me ne stavo accucciato, disfatto dal caldo e dalla paura. Quel che sentivo per lui aveva spinto da parte ogni altra cosa, dentro di me, e ciò premeva sugli organi vicini.
Con tonfi e squilli di corno e urli e strilli arrivarono i battitori, quelli di dietro balzando su dall'erba, che giungeva alla spalla, e levando note strazianti da quei corni di metallo verde e rossastro.
Sparavano colpi in aria, forse col mio Magnum H&H. E davanti le lance si squassavano in gran disordine. «Hai visto, signor Henderson? Una criniera.» Dahfu si chinava sul palo, stringendo la fune, e le pietre della zavorra cozzavano l'una contro l'altra sul suo capo. Non sopportavo di vederlo lì in equilibrio su quello stecco, con le pietre roteanti a pochi centimetri da lui. Potevano colpirlo.
«Re, non ne posso più. Sta' attento, per l'amor di Dio. Non è cosa con cui scherzare.» Era già abbastanza, dissi fra me, che quest'uomo nobile dovesse rischiare la sua vita con quella primitiva invenzione; e non c'era bisogno che rendesse la cosa più pericolosa di quello che era. Ma forse non c'era un modo sicuro per farla. E mi sembrava molto esperto, lì, in equilibrio su quel palo stretto. Le pietre della zavorra roteavano con forza spasmodica ad ogni strattone del re. Quel goffo arnese complicato girava e girava come una giostra e in terra io vedevo vorticare l'ombra della rete.
Per il conto di circa venti battiti del cuore quasi non seppi dov'ero o cosa accadeva. Soprattutto tenevo lo sguardo fisso sul re, pronto a buttarmi giù se fosse caduto. Poi, sulla porta della coscienza, ci fu un latrato ed io abbassai lo sguardo a quel poggiolo di paglia - ero inginocchiato - e scorsi il muso grosso, irato, barbuto del leone. Era tutto contratto, raggrinzito, e fra le grinze c'era la tenebra dell'assassinio. Le labbra scoprivano le gengive ed il respiro dell'animale mi giungeva, caldo come l'oblio, aspro come il sangue. Cominciai a parlare ad alta voce. Dicendo: «O mio Dio, qualunque cosa tu pensi di me, non mi lasciar cadere in questo scannatoio. Abbi cura del re. Mostragli la Tua misericordia.» Ed in groppa a questo un altro pensiero sorse, che ciò era quanto occorreva all'umanità, essere condizionata all'immagine di un animale feroce, come quello là sotto. Io allora cercai, per la chiarezza di quegli occhi adirati, di dire a me stesso che solo le visioni possono giungere a quel grado di iper-realtà. Ma questa non era una visione. Il ruggito dell'animale era proprio la voce della morte. Ed io ricordai come m'ero vantato, con la mia cara Lily, di amare la realtà: «L'amo più di te,» avevo detto. Ma oh, l'irrealtà! L'irrealtà, l'irrealtà! Questo è stato il mio programma per una vita angustiata, ma eterna. Ed ora la gola del leone mi staccava da quel programma. La sua voce era come un colpo alla nuca.
Era caduto il cancello. Gli animali piccoli ancora fuggivano dai pertugi, strisce di pelliccia, saltavano, vibravano un turbine frenetico. Il leone irruppe contro di noi e si buttò con tutto il suo peso contro le sbarre. Era Gmilo? Mi avevano detto che da cucciolo a Gmilo avevano marcato le orecchie, prima che il Bunam lo liberasse. Poteva ben essere Gmilo. Ma naturalmente bisognava prenderlo, per guardargli le orecchie. Da dietro la barriera gli uomini lo punzecchiavano con le lance ed egli cercava di aggrinfiarne la punta, ma non ci riusciva; gli uomini eran troppo svelti.
In prima fila quaranta o cinquanta punte di lance lo minacciavano, mentre da dietro scagliavano pietre, e l'animale scuoteva il muso enorme, col pelo giallo, che faceva parere tanto grandi i quarti anteriori. Il suo ventre piccolo era frangiato, ed anche le zampe davanti, come la casacca di pelle dei nostri contadini. In confronto a questa creatura, Atti era piccola come una lince.
Tenendosi in equilibrio sul palo - le pantofole ai piedi – Dahfu liberò un giro di fune che aveva attorno al braccio; la rete sobbalzò e il movimento e il chiasso delle pietre attrassero l'attenzione della bestia. I battitori urlavano a Dahfu: «Yenitu lebah!»
Senza badare a loro, il re si tenne saldo e fece ruotare l'orlo della rete, che si trovava ora all'altezza dei suoi occhi. Con il giro del contrappeso le pietre sbattevano l'una contro l'altra; il leone si rizzò sulle zampe di dietro e vibrò un colpo alla zavorra. In prima fila fra i battitori c'era l'uomo del Bunam, dipinto di bianco, che irruppe avanti e colpì l'animale al muso con il calcio della lancia.
Da capo a piedi quest'uomo era coperto di bianco sporco, anche i capelli intrisi di gesso. Ora io sentivo il peso del leone contro i pali che sostenevano la piattaforma. Non erano grossi: poco più che trampoli e ad ogni sua botta vibravano. Pensavo che da un momento all'altro poteva crollare ogni cosa, e mi aggrappai al pavimento, perché temevo d'essere sbattuto giù, come una torre dell'acqua quando un treno merci deraglia e sfascia l'armatura, e una tonnellata d'acqua precipita. Sotto i piedi di Dahfu il palo oscillava, ma lui sapeva bilanciare l'urto con la fune e la rete.
"Re, per l'amore di Dio!" volevo gridare. "Dove ti sei cacciato?"
Volò di nuovo una gragniuola di sassi. Certi colpivano la parete dello hopo, ma altri colsero l'animale, e lo spinsero sotto la zavorra rotante di quella maledetta gabbia di liane. Dio maledica le liane e tutti i rampicanti!
Il re si spenzolava, spingendo e manovrando questa campana di nodi e di pietre.
Uscii per un attimo dal mio mutismo. M'era tornata la voce e dissi al re: «Re, vacci piano. Bada a quello che fai.» Poi mi sorse un globo in gola, quasi della grandezza d'un uovo da rammendo.
Il fatto che ancora vedessi era l'unica prova che in me la vita continuava. Per qualche momento il resto fu bloccato.
Il leone, alzandosi sulle zampe posteriori, colpì di nuovo la rete penzolante. Ora l'aveva a tiro, e gli artigli gli si impigliarono nelle liane. Ma prima che se ne liberasse, il re lasciò cadere la trappola. La fune precipitò sulla carrucola, la zavorra rintronò sulle tavole come un branco di cavalli, ed il cono ricadde sul capo del leone. Io stavo disteso sulla pancia, con il braccio teso verso il re, ma lui tornò fino all'orlo della piattaforma senza alcun aiuto e mi gridò: «Che cosa ne pensi! Henderson, che cosa ne pensi!»
I battitori urlarono. Il leone avrebbe dovuto abbattersi al suolo sotto il peso delle pietre, invece stava ancora su dritto. Era rimasto preso per la testa ma le zampe davanti sporgevano oltre le liane, agitandosi. Nella fossa dello hopo l'aria parve scurirsi del suo ruggito. Io tendevo ancora la mano al re, ma lui non la prese. Guardava giù, il muso del leone nella rete, il ventre peloso e le ascelle, che mi fecero ripensare alla strada a nord di Salerno, quando i medici mi reggevano e mi pelavano da capo a piedi per via delle piattole. «Credi che sia Gmilo? Maestà, cosa ne pensi?» dissi. Non capivo un accidente della situazione.
«Oh, non va,» disse il re.
«Cosa non va?»
Improvvisamente capii una cosa che fino a quel momento m'era sfuggita. Mi rintronavano i ruggiti e gli strilli della bestia caduta in trappola, e guardavo il tremendo lavorio delle zampe, e gli artigli neri e gialli che spuntavano come spine dai grandi piedi del leone.
«Lo hai preso. Che diavolo! Cos'altro vuoi?»
Ma ormai capivo cosa non andava. Infatti nessuno poteva accostarsi all'animale per guardargli gli orecchi; sotto la rete egli riusciva ancora a voltarsi, ed avendo liberi i quarti posteriori, nessuno poteva avvicinarsi.
«Legategli le zampe, ehi, qualcuno,» gridai.
Il Bunam era sotto e fece un cenno con il suo bastone d'avorio. Il re si protése dall'orlo della piattaforma ed afferrò la corda che un nodo aveva bloccato sulla carrucola. Quando egli ebbe in mano la coda sfrangiata della corda, il palo dinanzi a lui cominciò a sobbalzare e a danzare. Il leone non era catturato in pieno, ed il re voleva tentare di mettere la rete sui quarti posteriori della bestia.
Io gli gridai: «Re, pensaci bene. Non puoi farcela. Pesa mezza tonnellata, ed ha afferrato bene la rete.» Non capivo che solo il re poteva raddrizzare la situazione e che nessuno poteva intromettersi fra lui e il leone, perché il leone forse era il defunto re Gmilo. Perciò spettava unicamente al re condurre a termine la cattura. Era cessato il rullio dei tamburi, e lo squillo delle trombe ed il lancio delle pietre, e dalla folla si levava soltanto un grido, udibile quando il leone non ruggiva. Qualche voce singola avvertiva il re della situazione, che era brutta.
Mi alzai e dissi: «Re, vado giù io a guardargli l'orecchio, dimmi solo cosa devo guardare. Reggilo, re, reggilo.» Ma non so se egli mi udì. Teneva le gambe aperte, al centro del palo che si incurvava fortemente ed oscillava sotto il movimento energico delle sue gambe, e la corda e la carrucola e il blocco stridevano, come se intrisi di resina, e le pietre della zavorra sbattevano sulle tavole. Il leone si dibatteva sul dorso e tutta la macchina vacillava.
Ancora una volta pensai che la torre dello hopo stesse per crollare e mi aggrappai alla paglia, dietro di me. Poi vidi fumo, o polvere, sopra il re, e capii che veniva dai legacci di pelle che univano il blocco della carrucola al legno. Il peso del re e la forza del leone eran troppo per quei legacci. Uno s'era rotto, ed appunto era quella la causa del fumo che io avevo visto. Ed ora saltò anche l'altro.
«Re Dahfu,» gridai.
Cadeva. Blocco e carrucola si infransero sulla pietra, dinanzi ai battitori che fuggirono. Il re era piombato addosso al leone.
Vidi il moto convulso dei quarti posteriori dell'animale. Gli artigli sbranavano. Un attimo dopo sgorgò il sangue, prima ancora che il re potesse saltar via. Io ora stavo aggrappato con le dita agli orli della piattaforma, poi caddi lanciando un urlo. Vorrei che quella fosse stata la fossa dell'eternità. Dalle vesti strappate sprizzava il sangue.
«Oh, re, amico mio!» e mi coprii il viso con le mani.
Il re disse: «Wo, Sungo.» Era strana la superficie dei suoi occhi. Si era fatta più spessa.
Mi tolsi le brache verdi per legargli la ferita. Non avevo altro a portata di mano, ma non servì a nulla; le brache furon subito zuppe.
«Aiutatelo! Aiuto!» dissi alla folla.
«Non ce l'ho fatta, Henderson,» mi disse il re.
«Ma come, re, di cosa parli? Ti porteremo al palazzo. Metteremo sulfamidici nella ferita e guarirai. Tu mi dirai cosa fare, maestà, perché fra noi due sei tu il dottore.»
«No, no, non mi riporteranno indietro. E' Gmilo?»
Corsi a prendere la corda e la carrucola e gettai il blocco di legno contro le zampe che ancora annaspavano; ci girai attorno la fune, una decina di giri quasi strappandone la pelle e gridavo:
«Maledetto! Maledizione a te, figlio di cane!» Da oltre la rete la bestia rispondeva alla mia rabbia. Poi venne il Bunam e guardò le orecchie. Tornò indietro e in tono autoritario chiese qualcosa.
L'uomo dipinto di bianco sporco gli porse un moschetto ed egli ne appoggiò la bocca contro la tempia del leone. Quando sparò, l'esplosione fece saltare via una parte della testa.
«Non era Gmilo,» disse il re.
Era lieto che il suo sangue non ricadesse sul capo di suo padre.
«Henderson,» disse, «fa' che non facciano del male a Atti.»
«Diavolo, maestà, tu sei ancora il re, avrai cura tu stesso di lei.» E cominciai a piangere.
«No, no, Henderson,» disse, «non posso tornare... fra le mogli. Dovrei essere ucciso.» Era commosso per via di quelle donne.
Alcune di esse doveva averle amate. Oltre le vesti lacere la sua pancia era come una grata accesa ed alcuni battitori già cominciavano i lamenti funebri. Il Bunam stava in disparte, si tenne lontano da noi.
«Avvicìnati,» disse Dahfu.
Mi accucciai accanto a lui e gli porsi l'orecchio buono, e intanto le lacrime mi scorrevano fra le dita, e dissi: «Oh, re, re, io sono uomo di malasorte. Sono un menagramo, e la morte mi gravita attorno. Il mondo ti ha mandato l'uomo sbagliato. Sono contagioso, come il tifo. Senza di me tutto sarebbe andato bene. Tu sei l'uomo più nobile che abbia mai incontrato.»
«E' andata a rovescio. La scarpa sta sull'altro piede... La sera del tuo arrivo,» spiegava a fatica, come già sentisse arrivare il torpore, «quel cadavere era il tuo predecessore, il Sungo prima di te. Non era riuscito a sollevare Mummah...» Aveva la mano insanguinata; si portò pollice ed indice alla gola, debolmente. «Lo avevano strangolato? Dio mio! E cosa ne è stato di quell'uomo grosso, Turombo, quello che non è riuscito a sollevarla? Ah, non voleva diventare il Sungo, è troppo pericoloso. Per questo avevano scelto me.» «Sungo è anche il mio successore,» disse, toccandomi la mano. «Io prendere il tuo posto? Ma di che parli, maestà!»
Socchiudendo gli occhi fece un gesto lento col capo: «Nessun figlio adulto, il Sungo è re.»
«Maestà,» dissi, ed alzai la voce con dentro il pianto, «che cosa mi hai accollato? Avresti dovuto dirmi in che pasticcio stavo per ficcarmi. Son cose queste da fare a un amico?»
Senza riaprire gli occhi, ma sorridendo nella sua sempre più marcata debolezza il re disse: «L'hanno fatto a me...»
Allora io dissi: «Vostra Maestà, fa' un cenno e morirò accanto a te. Oppure sii me, e vivi, del resto non ho mai saputo che farmene della vita, e preferisco morire.» Cominciai a rasparmi e a battermi il viso con le nocche, accucciandomi nella polvere fra il leone morto e il re morente. «Il sonno dello spirito si è rotto troppo tardi per me. Ho atteso troppo, e mi sono guastato con i maiali. Sono un uomo distrutto. E non ce la farò mai con quelle mogli. Come posso? Presto ti seguirò. Questi uomini mi uccideranno, re! Re!»
Ma nel re restava appena un filo di vita, e ci divisero. Lo raccolsero i battitori, aprirono il fondo dello hopo e ci avviammo giù per il burrone, fra i cactus, verso la costruzione di pietra che avevo già visto dalla piattaforma, in cima alla parete. Per via morì di emorragia.
Questa casetta, costruita coi lastroni, aveva due porte a palizzata che si aprivano su due stanze. In una deposero il suo corpo.
Nell'altra misero me. Ma io quasi non mi rendevo più conto di quanto accadeva e mi lasciai condurre là dentro e chiusero la porta.
CAPITOLO VENTUNESIMO
Ci fu un periodo della mia vita, molto tempo prima, in cui la sofferenza aveva un aroma particolare. Più tardi cominciò a perderlo; restò una cosa sporca, soltanto, e, come ebbi a dire a mio figlio Edward in California, non lo sopportavo più. Accidenti!
Ero stanco d'essere un simile mostro di dolore. Ma ora, con la morte del re, il dolore, oltre a non avere più alcun aroma, non era nemmeno cosa da potersi cogliere, individuare. Solo tremendo, era. Il vecchio Bunam e il suo assistente pitturato di bianco mi misero in quella stanza di pietra, ed io piangevo e gemevo. Le parole mi venivano rotte alle labbra, ma io continuavo a ripetere una cosa: «Sprecata coi buffoni» (la vita). «La danno agli sciocchi e ai buffoni.» (Noi siamo dove dovrebbero essere gli uomini.)
Così mi lasciarono dentro, ed io piangevo a crepacuore. Era troppo il mio lutto per far domande. Sobbalzai a un tratto vedendo qualcuno levarsi in piedi. «Che diavolo è?» chiesi. Due mani aperte, grinzose, si alzarono per avvertirmi di star cauto. «Chi sei?» chiesi ancora, ma poi riconobbi una testa a forma di pino e grossi piedi impolverati e deformi come radici.
«Romilayu!»
«Anche io qui, signore.»
Non lo avevano lasciato partire con la lettera per Lily, lo avevano preso mentre stava per lasciare la città. Così, prima ancora che cominciasse la caccia, avevano stabilito che non si sapesse dove io mi trovavo. «Romilayu, il re è morto,» dissi.
Cercò di consolarmi.
«Quell'uomo meraviglioso. Morto!»
«Uomo bravo, signore.»
«Pensava di potermi cambiare. Ma l'ho conosciuto troppo tardi, Romilayu. Ero troppo grezzo. Troppo rovinato.»
In quanto a vestiario, mi restavano solo le scarpe e il casco, la camicia e i calzoncini, e me ne stavo a sedere per terra, curvo su me stesso, a piangere senza ritegno. Romilayu non poteva aiutarmi, per ora. Ma forse il tempo è stato inventato per porre fine alla disperazione. Perché non duri in eterno. Forse, è proprio così. E la felicità, il suo opposto, è forse eterna? Non c'è tempo nella felicità.
In cielo hanno buttato via tutti gli orologi.
Non c'è stata mai sorte che mi addolorasse tanto. Poiché avevo tentato di bloccargli l'emorragia, ero tutto coperto di sangue, che presto fu secco. Cercai di levarmelo di dosso. Forse, pensai, questo significa che io debbo continuare la sua esistenza. Ma come? Col meglio delle mie capacità. Ma che capacità ho io? Non ci sono tre cose in vita mia che abbia fatto bene. Ed anche questo mi spezzava il cuore. Così il giorno passò e passò la notte ed al mattino mi sentivo leggero, secco e vuoto. Come un vecchio arnese abbandonato alla deriva. Tutto l'umidore era di fuori. Di dentro ero vuoto, scuro e secco; asciutto e vuoto. Ed il cielo era rosa. Lo vedevo di tra le sbarre della porta. L'uomo del Bunam, l'uomo di pelle nera, con addosso ancora la sua patina di bianco, era il nostro custode e ci portò tuberi cotti e frutti. Il suo seguito era formato da due amazzoni, ma non Tamba e Bebu, e tutti mi trattavano con singolare rispetto.
Durante il giorno dissi a Romilayu: «Dahfu ha detto che alla sua morte debbo essere re.»
«Loro chiamano Yassi, signore.»
«Significa re?» Proprio questo significava. «Che re,» dissi, in tono canzonatorio. «Che fallimento!» Romilayu non disse nulla.
«Dovrei far da marito a tutte quelle mogli.»
«Non piace, signore?»
«Ma sei pazzo, amico?» feci. «Come puoi pensare che io mi prenda quel branco di donne? Di mogli ne ho già abbastanza. Lily è una donna meravigliosa. In ogni modo la morte del re mi ha fatto troppo male. Sono a terra, non lo vedi, Romilayu? Sono a terra e non funziono più. Quella morte mi ha distrutto.»
«Non sembri tanto male, signore.»
«Ah, tu credi di tirarmi su. Ma dovresti vedermi il cuore, Romilayu. Ho il cuore pesto. Ha avuto troppi colpi, e non li regge. Lo hanno preso a calci fin troppo. Non ti tragga in inganno questa mia vecchia carcassa. Io sono troppo sensibile. Tuttavia, Romilayu, è vero che non avrei dovuto scommettere contro la pioggia, quel giorno. Non è parsa cosa buona, da parte mia. Ma il re, Dio lo benedica, lasciarmi entrare in trappola! In verità io non ero più forte di quel tipo, Turombo. Sarebbe riuscito a sollevare Mummah. Il fatto è che non voleva diventare Sungo. E per questo se n'è tirato fuori. E' una posizione troppo pericolosa. Ecco quel che mi ha combinato il re.» «Ma anche lui pericolo,» disse Romilayu.
«Sì, è vero. Perché dovrebbe toccarmi una sorte migliore della sua? Hai ragione, vecchio. Grazie per avermi rimesso sulla via giusta.» Pensai un poco, e poi gli chiesi, come a uomo di provato buon senso: «Non credi che farei paura a quelle ragazze?» e feci una smorfia per fargli capire cosa intendevo. «Il mio viso è alto quanto mezzo corpo d'uomo.» «Non credo, signore.»
«No?» mi toccai la faccia. «Ma comunque non possiamo restare. E' vero che non mi capiterà più un'altra occasione d'essere re, immagino.» E ripensando profondamente a quel grand'uomo, appena morto, appena scomparso nel nulla, nella notte buia, capii che mi aveva scelto per prendere il suo posto. Stava a me ora, se volevo voltar le spalle alla mia terra, dove non ero mai stato nessuno. Egli pensava che io avessi la stoffa del re, e che avrei potuto utilizzare una possibilità buona di ricominciare daccapo tutta la mia vita. E così gli mandai il mio grazie, oltre il muro di pietra.
Ma a Romilayu dissi: «No, mi spezzerei il cuore, qua, cercando di ricoprire il suo ufficio. E poi debbo tornare a casa. E poi non sono il tipo. Non scherziamo, io ho cinquantasette anni, o quasi. Ci penserebbero le mogli a sistemarmi. E dovrei vivere all'ombra del Bunam e di Horko e di questa gente, senza mai il coraggio di guardare in viso la regina Yasra, madre del re. Le ho fatto una promessa. Oh, Romilayu, come se avessi la capacità di promettere qualcosa. Andiamocene. Mi par d'essere un meschino impostore. L'unica cosa pulita, in vita mia, è che ho amato certe persone. Oh, quel poveretto è morto. Oh, oh, oh, oh, oh! Da morire. Sarebbe tempo ormai d'essere spazzato via da questa terra. Se solo non avessimo cuore, non sapremmo tutta la tristezza che c'è. Invece noi ci portiamo dietro questo cuore, questo maledetto mango nel petto, che è la nostra perdizione. E non solo c'è la paura di tutte quelle mogli ma anche il fatto che non potrei parlare più con nessuno. Son giunto ormai a un'età in cui occorrono voci e comprensione umana. E' tutto quello che resta. Gentilezza e amore.» Ricominciai il mio lamento, che era durato senza interruzione da quando avevano chiuso il re nella tomba. E il mio lamento continuò per un altro po' di tempo, se ben mi ricordo. Poi all'improvviso dissi a Romilayu: «Amico, la morte del re non è stata accidentale.»
«Cosa vuoi dire, signore?»
«Non è stata accidentale. Era nei piani, comincio a convincermene. Ora diranno che ha avuto la sua punizione perché teneva Atti, perché l'aveva nel palazzo. Tu sai che non avrebbero esitato a ucciderlo. E pensano che io sarei più duttile del re. Credi che non ne siano capaci?»
«Nossignore.»
Ci puoi scommettere, nossignore. Se metto le mani addosso a uno di quei tipi, lo schiaccio, come una latta di birra vuota.» E mi avvicinai le mani per mostrargli quel che avrei fatto, e scoprii i denti, e ruggii. Forse, dopo tutto, avevo imparato dai leoni, e non la grazia e la potenza dei movimenti che Dahfu aveva assimilato dalla dimestichezza che aveva con quelle bestie, ma l'aspetto più crudele del leone, perché la mia esperienza era stata più breve e più superficiale. A ben guardare si può capire quale tipo di influenza si eserciterà su di un uomo. Credo che Romilayu fosse alquanto sorpreso da questo balzo improvviso, dal compianto alla vendetta, ma parve comprendere che io non ero in me, affatto; ed era disposto a perdonarmi, perché veramente Romilayu era un tipo molto generoso e comprensivo, e un buon cristiano. Io dissi:
«Dobbiamo pensare alla fuga. Vediamo la situazione. Dove ci troviamo? E cosa possiamo fare? E cosa abbiamo in mano?»
«Abbiamo coltello, signore,» disse Romilayu, e me lo mostrò.
Era il suo coltello da caccia, se lo era ficcato tra i capelli quando lo presero gli uomini del Bunam, ai margini della città.
«Oh, bravo,» dissi, e brandii il coltello che mi porgeva, come per colpire.
«Scavare, meglio,» fece.
«Sì, è giusto. Hai ragione. Mi piacerebbe mettere le mani sul Bunam,» dissi, «ma sarebbe troppo lusso. La vendetta è un lusso. Debbo essere più accorto. Tu trattienimi, Romilayu. Sta a te contenermi. Capisci che son fuori di me, vero? Vediamo la porta.» Ci arrampicammo sul muro e dopo breve esame trovammo, in alto, una crepa fra due lastroni e cominciammo a scavare dandoci il turno col coltello. A volte sostenevo Romilayu con le braccia, a volte me lo facevo salire sulla schiena, tenendomi a quattro zampe. Non poteva salirmi sulle spalle, perché il soffitto era basso.
«Sì, qualcuno deve aver guastato il blocco e la carrucola, allo hopo,» continuavo a dire.
«Forse, signore.»
«Non c'è forse. E perché il Bunam ti avrebbe catturato? Perché era tutto un complotto contro Dahfu e me.
Naturalmente, il re mi ha dato dei guai anche lui, consentendomi di smuovere Mummah. E guai ne ho avuti.» Romilayu scavava, girando il coltello nella calce e con l'indice spazzava via la polvere, che mi cadeva addosso.
«Ma anche il re viveva sotto una minaccia di morte, ed anch'io posso vivere come viveva lui. Era mio amico.»
«Tuo amico, signore?»
«Certo, l'amore può anche esser fatto così, vecchio mio,» gli spiegai. «Immagino che mio padre desiderasse, anzi lo so, che fossi affogato io, al posto di mio fratello Dick, là presso Plattsburg. E questo significa forse che non mi volesse bene? Niente affatto. Del resto anch'io, suo figlio, ho tormentato il mio vecchio fino a fargli desiderare quella cosa. Certo, se fosse toccato a me, avrebbe pianto egualmente. Ci amava tutti e due. Ma Dick avrebbe dovuto campare. Solo quella volta fece il matto, come il bambino che azzarda una tirata dal sigaro. L'ha pagata cara quella boccata di fumo. Oh, non ne faccio una colpa al vecchio. Così è la vita. E a che cosa serve lagnarsene?»
«Sì, signore,» disse. Scavava alacremente e certo non mi seguiva.
«A che serve lagnarsene? La vita è degna del nostro rispetto. Fa il suo lavoro, ecco tutto. Raccontavo a quell'uomo, là dietro il muro, che c'era in me una voce la quale diceva Voglio. Ma cosa voleva?» «Sì, signore,» e mi spazzava addosso altra calcina.
«Voleva la realtà. Ma quanta irrealtà poteva sopportare?»
Scavava, scavava. Io stavo a quattro zampe e rivolgevo alla terra le mie parole. «Noi dovremmo pensare che la nobiltà è irreale. Ed è così. L'illusione è diversa. Ci vogliono far credere che noi desideriamo sempre illusioni, sempre illusioni. Ebbene, io non desidero illusioni, affatto. Dicono: pensa grandi cose. Be', ma queste naturalmente son balle, un altro slogan d'affari. Ma la grandezza! Quella è completamente una cosa diversa. Oh, la grandezza! O Dio, Romilayu, io non intendo la grandezza enfia, gonfia, falsa. Non intendo l'orgoglio, oppure il darsi delle arie. Ma quando l'universo intero è entrato in noi, allora vuole uno scopo per la nostra esistenza. L'eterno è legato a noi e vuole la sua parte. Ecco perché gli uomini non sopportano d'essere gente dappoco. Ed io dovevo far qualcosa, in questo senso. Forse avrei dovuto restarmene a casa. Forse avrei dovuto imparare a baciare la terra.» (Proprio quello che stavo facendo ora.) «Ma là a casa mia mi sembrava di scoppiare da un momento all'altro. Oh, Romilayu, come vorrei aver potuto aprire completamente il mio cuore a quel poveretto. La sua morte mi ha lacerato dentro. Non son mai stato tanto male. Ma gliela farò vedere, a quei maneggioni, se ne càpita l'occasione,» conclusi.
In silenzio Romilayu scavava, poi mise l'occhio al pertugio e disse: «Si vede, signore.» «E cosa vedi?»
In silenzio mi scese dalla schiena. Mi alzai in piedi, strofinandomi dal dorso la sporcizia, e misi l'occhio al buco. Vidi la sagoma del re morto. Era avvolto in una pelle e non si distinguevano i tratti del viso, perché un lembo gli ricadeva in faccia. Alle anche e ai piedi il corpo era legato con certe cinghie. L'assistente del Bunam stava di guardia al morto, e sedeva su uno sgabello presso la porta, addormentato. Faceva molto caldo nelle due stanze.
Vicino a lui c'erano due canestri di tuberi cotti, freddi. E al manico di uno dei canestri era legato un cucciolo di leone, ancora maculato come sono i cuccioli molto giovani. Giudicai che non poteva avere più di due o tre settimane. Il sonno dell'uomo era greve, pur essendo egli seduto sopra uno sgabello senza schienale. Teneva le braccia inerti, pressate fra il petto e le cosce, le mani, con le vene sporgenti, abbandonate fin quasi a toccar terra.
Con il cuore pieno d'odio dissi a me stesso: "Attento, furfante. Ti sistemo io." Per una singolarità della luce, sembrava bianco come il satin; solo le narici e le pieghe delle guance apparivano nere. "A te ci penso io," ripetei in silenzio.
«Ebbene, Romilayu,» dissi. «E' venuto il momento di adoperare il cervello. Non dobbiamo fare come la notte del nostro arrivo con il corpo di quell'altro tipo, il Sungo mio predecessore. Organizziamoci. In primo luogo io son destinato al trono. Non vorranno farmi del male, perché io sono un personaggio per la tribù, ed essi staranno al gioco, per compiacere il popolo. Hanno il cucciolo di leone, che rappresenta il mio amico morto, segno che agiscono in fretta, ed anche noi quindi dobbiamo muoverci. Amico, dobbiamo anzi essere più svelti di loro.»
«Cosa fai, signore?» chiese, preoccupato dal tono della mia voce.
«Voglio fuggire, naturalmente. Credi che ce la faremo, fino a Baventai, nelle nostre condizioni?» Non poteva, o non voleva, dire il suo pensiero al proposito, così io gli chiesi: «E' brutta, vero?» «Tu malato,» fece Romilayu.
«Ah. Posso farcela, se ce la fai tu. Tu sai come son fatto, quando mi metto in moto. Ma scherzi? Sarei capace di attraversare la Siberia camminando con le mani. E poi, amico mio, non c'è scelta. Veramente, quanto c'è di meglio in me vien fuori proprio in momenti del genere. Resisterò, certo. Ci porteremo dietro quei tuberi. Ci serviranno. Tu non vuoi restar qui, vero?»
«Oh, no, signore. Loro uccidono.»
«E allora deciditi,» dissi. «Non credo che quelle amazzoni staran su tutta la notte. E poi siamo nel ventesimo secolo e non possono farmi re se io non lo permetto. Non voglio che mi canzonino per via di quell'harem. Ma senti, Romilayu, forse è meglio che ci comportiamo come se io fossi disposto ad accettare il titolo. E poi, certamente pensano che noi non siamo tanto sciocchi da tentare un viaggio di due o trecento miglia senza cibo e senz'armi.»
Poiché aveva inteso il mio stato d'animo, Romilayu aveva una gran paura. «Dobbiamo stare insieme,» aggiunsi. «Se mi strangolassero dopo qualche settimana - e non è improbabile, io non sono in condizione di far grandi promesse - che ne sarebbe di te? Ti ammazzerebbero, per salvare il loro segreto. E tu quanto gruntu-
molani hai? Tu, amico, vuoi vivere?»
Non ebbe tempo di rispondermi, perché arrivò Horko a farci visita. Sorrideva, ma il suo atteggiamento era alquanto più formale di prima. Mi chiamò Yassi e mi mostrò la lingua grassa, rossa, forse per rinfrescarsi un poco dopo la lunga camminata nel calore della macchia; ma pensai che forse quel gesto era segno di rispetto.
«Come stai, signor Horko?»
Soddisfattissimo, fece un profondo inchino, tenendo il dito indice sul capo. La parte superiore del suo corpo, era, come sempre, stretta nell'abito da cerimonia, rosso, ed aveva il volto congestionato. I gioielli rossi gli tiravano le orecchie in giù, e sorrideva. Io lo guardai, ma non scopertamente. Con odio. Ma poiché non c'era niente da fare, mutai l'odio in cortesia. Quando lui disse: «Tu ora re. Roi Henderson. Yassi Henderson,» io risposi:
«Sì, Horko. Molto triste la fine di Dahfu, vero?»
«Oh, molto triste. Dommage,» disse, perché gli piaceva usare le frasi che aveva imparato a Lamu.
Ancora l'umanità si prende in giro con l'ipocrisia, pensai. Non capiscono che anche per questo ormai è troppo tardi.
«Non più Sungo. Tu Yassi.»
«Sì, davvero,» dissi. Avvisai Romilayu: «Di' al signore che son contento di essere Yassi, e che è un grande onore. Quando cominciamo?»
Dovevamo attendere, fece Romilayu, che traduceva, fino a che non uscisse il verme dalla bocca del re. E poi il verme sarebbe diventato un leoncino e il cucciolo a sua volta sarebbe diventato Yassi.
«Se si trattasse di maiali, diventerei imperatore, altro che re di questa lega della foresta.» dissi, e in quelle parole trovai un amaro sollievo. Avrei voluto che Dahfu fosse libero, per udirmi. «Ma di' al signor Horko» (egli chinò il suo viso pesante, sorridente, e le pietre degli orecchini pendevano come i pesi che tengono a fondo l'esca; mi sarebbe piaciuto molto torcergli la testa, e staccargliela), «è un onore grandissimo. Anche se il defunto re era un uomo più grande e migliore di me, io farò del mio meglio. Sono fuggito dal mio paese in primo luogo perché là non avevo abbastanza da fare, e questa è proprio l'occasione che avevo sempre sperato.» Così parlavo, accigliato, ma facendo in modo che il cipiglio paresse sincero. «Quanto dobbiamo restare in questa casa della morte?»
«Dice solo tre quattro giorni, signore.»
«Va bene?» fece Horko. «Non molto. Tu sposi toutes le signore.» Cominciò a smanacciare per indicarmi, dieci alla volta, quante erano. Sessantasette.
«Non ti preoccupare di nulla,» gli dissi.
E quando se ne fu andato, con grande cerimonia - gli pareva evidentemente di avermi messo nel sacco - io dissi a Romilayu:
«Ce ne andremo stanotte.»
Romilayu mi guardò in silenzio, col labbro superiore allungato dalla disperazione.
«Stanotte,» ripetei. «Abbiamo la luna. La notte scorsa era così chiara che si sarebbe potuto leggere l'elenco del telefono. In questa città siamo stati un mese intero.»
«Sì, signore... cosa facciamo?»
«Di notte cominceremo a urlare. Tu dirai che mi ha morso un serpe, o qualcosa del genere. Quel tipo di pelle verrà con le due amazzoni a veder cosa succede. Se non apre la porta inventeremo un'altra cosa. Ma supponiamo che la porta sia aperta. Allora prendi questa pietra - mi capisci? - e ficcala contro il ganghero, in modo che non si richiuda più. Questo ci basta. Ora, dov'è il tuo coltello?»
«Io tengo coltello, signore.»
«Non ne ho bisogno. Sì, il coltello lo tieni tu. Benissimo, mi segui? Tu griderai che il Sungo Yassi, o comunque sia per questi assassini, è stato morso da un serpe. La gamba mi si gonfia a vista d'occhio. E tu devi stare accanto alla porta con la pietra.» E gli mostrai con precisione quel che doveva fare. Così quando cominciò la notte mi misi a pensare; concentravo le mie idee e cercavo di proteggerne la chiarezza dalla febbre che nel pomeriggio cresceva e di notte diventava altissima. Dovevo lottare contro l'accesso di delirio, perché le mie condizioni erano aggravate dal soffocamento della tomba e dalle ore di veglia passate al pertugio del muro fissando con un occhio solo la figura del re morto. A tratti mi pareva di scorgere il suo viso sotto il lembo della pelle. Ma era un altro inganno della mente. Un sogno. Avevo la testa in disordine, me ne rendevo conto. Soprattutto me ne avvedevo di notte, sotto l'influenza della febbre, quando montagne di idoli e bestie e leoni e enormi donne nere, le amazzoni, e la faccia del re e la tettoia dello hopo mi si affacciavano alla mente. Andavano e venivano improvvise. Però tenni duro e aspettai il levarsi della luna, l'ora che avevo scelto per entrare in azione. Romilayu non dormiva. Dall'angolo dove si era disteso continuava a fissarmi. L'avrei trovato seguendo solo i suoi occhi, che erano sempre lì.
«Tu non cambiato idea, signore?» mi chiese un paio di volte.
«No, no. Cambiato niente.»
E quando giudicai che fosse l'ora, trassi un respiro profondo e brusco, sì che mi scricchiolò lo sterno. Mi dolevano le costole.
«Via!» dissi a Romilayu. Certamente l'uomo vicino alla porta dormiva, perché non l'avevo più sentito muoversi, dopo il tramonto. Presi Romilayu fra le braccia e lo sollevai fino al pertugio che avevamo scavato. E mentre lo reggevo sentivo i tremiti che gli percorrevano il corpo, e poi cominciò a urlare e ad agitarsi. Ci aggiunsi di mio qualche lamento, come un sottofondo sonoro, e allora si svegliò l'uomo del Bunam. Sentii i suoi passi. Poi forse si fermò ad ascoltare e Romilayu ripetè: «Yassi k'muti!» K'muti l'avevo sentito dire dai battitori quando riportavano Dahfu verso la tomba. K'muti - sta morendo. Deve essere stata quella l'ultima parola che colpì le sue orecchie. «Wunnutu, zazai k'muti. Yassi k'muti.» Non è una lingua difficile; la stavo imparando presto.
Poi la porta della tomba del re si aprì e l'uomo del Bunam cominciò a gridare.
«Oh,» mi disse Romilayu, «sta chiamando due donne, signore.»
Lo posai a terra e mi distesi. «La pietra è pronta,» dissi. «Vai alla porta e fa' quello che devi fare. Se non usciamo di qui non ci resta un mese di vita.»
Oltre la porta vidi luce di torce, e questo significava che erano venute le amazzoni; ma la cosa più curiosa è che ciò che mi dava più calma era proprio l'assassinio che avevo in cuore. Mi dava fiducia. Era come un balsamo per me il pensiero che se avessi rimesso le mani sull'uomo del Bunam col suo visino stretto, per lui sarebbe finita. "Almeno lui lo faccio fuori," continuavo a pensare. E così, mentre progettavo il da farsi, gridavo di paura e di debolezza, e non era tutto finito, perché avvertivo che le mie forze erano poche, per ora, ma che mi sarebbero tornate appena avessi toccato l'uomo del Bunam. Dalla porta fu staccata una tavola. Al chiarore l'uomo del Bunam mi vide mentre con le mani tremanti mi stringevo la gamba. Levarono il catenaccio e una delle amazzoni cominciò ad aprire la porta. «La pietra,» urlai, come di dolore, e al chiarore vidi che Romilayu aveva ficcato la pietra oblunga sotto il ganghero, proprio come gli avevo detto, pur avendo sotto il mento la punta di una lancia impugnata da una delle amazzoni.
Si ritrasse accanto a me. Questo io vidi alla luce grande, oscillante, rotta, fumosa, del fuoco. L'amazzone urlò quando la feci cadere a terra. La punta della lancia graffiò il muro ed io mi augurai che non avesse toccato Romilayu. Sbattei la testa della donna contro le pietre. Date le circostanze non potevo riservare un trattamento speciale alla sua femminilità. Spensero il fuoco e richiusero la porta, ma questa fu bloccata dalla pietra quanto bastava perché io ficcassi le dita sull'orlo. L'altra amazzone e l'uomo del Bunam premevano dalla parte opposta. Ma io riuscii ad aprire.
Lavoravo in silenzio. Ora ero coperto dall'aria notturna, che mi fece subito bene. Per prima colpii l'altra amazzone con la mano, di taglio, come mi avevano insegnato alla scuola degli arditi. Bastò. Storpiata cadde a terra. Anche questo accadde in silenzio, perché nemmeno loro facevano chiasso. Poi mi occupai dell'uomo, che fuggiva dall'altra parte del mausoleo. Tre salti e lo afferrai per i capelli. Lo sollevai in alto a braccia tese, in modo che mi potesse vedere in faccia al chiaro della luna appena sorta. Ringhiai. La pelle del suo viso era contratta, per la forza della mia presa, e gli occhi gli erano torti. Quando lo afferrai per la gola e cominciai a soffocarlo, Romilayu corse da me gridando: «No, no, signore.»
«Lo strangolo.»
«Non uccidere, signore.»
«Lèvati di mezzo,» urlai, e intanto scrollavo per i capelli l'uomo del Bunam.
«Lui è un assassino. L'uomo là dentro è morto per colpa sua.» Ma avevo smesso di soffocare il tirapiedi del Bunam.
Continuavo a scuotere il suo corpo imbiancato. Non fece un grido. «Tu non uccidere,» disse Romilayu ansioso, «Bunam non caccia noi.» «C'è l'assassinio nel mio cuore, Romilayu,» dissi.
«Tu sei mio amico signore?»
«E allora lascia che gli rompa qualche osso. Voglio fare un patto con te. Tu hai diritto di chiedermi una cosa. Sì, tu sei mio amico. Ma Dahfu, allora? Non era mio amico anche lui? Va bene, non gli rompo le ossa. Lo picchio soltanto.»
Ma nemmeno lo picchiai. Lo scaraventai nella stanza dove eravamo stati chiusi, e con lui le due amazzoni. Romilayu portò via le lance e sprangammo la porta. Poi andammo nell'altra stanza. La luna si era levata e si vedeva ogni cosa. Romilayu raccolse il canestro di tuberi ed io m'accostai al re.
«Ora andiamo, signore?»
Guardai sotto la pelle. Il viso era gonfio e bitorzoluto. Quanto mai sfigurato. Gli volevo molto bene, ma gli effetti del calore erano stati tali che dovetti voltarmi. «Addio, re,» dissi. Lo lasciai.
Ma mentre mi allontanavo provai un impulso. Il cucciolo legato ci fissava soffiando, ed io lo raccolsi.
«Cosa fai?»
«Quest'animale viene con noi,» dissi.




CAPITOLO VENTIDUESIMO
Romilayu cominciò a protestare, ma io, sentendo il suo lieve raspio e i graffi degli artigli sul petto, mi tenni l'animale. «Al re piacerebbe che io lo portassi via,» dissi. «Guarda, in un modo o nell'altro è destinato a sopravvivere. Non lo vedi?» L'orizzonte illuminato dalla luna era chiarissimo, e mi fece uno strano effetto, mi ridette la ragione. La luce ci veniva dalla cima delle montagne. Trenta miglia di pianura si aprivano dinanzi a noi, era la strada della fuga. Forse Romilayu aveva voglia di farmi notare che quest'animale era figlio del mio nemico, quello che mi aveva tolto Dahfu. «Ebbene, guarda» dissi, «non ho ucciso l'uomo del Bunam. Se l'ho risparmiato... Romilayu, non stiamo qui a perdere tempo in chiacchiere. Non posso lasciare l'animale e non voglio. Guarda,» dissi, «posso portarlo dentro il casco. Di notte non mi serve.» E infatti la brezza notturna mi faceva bene alla testa.
Romilayu si arrese e cominciò la nostra fuga, a salti, fra le ombre della luna, lungo il burrone. Lasciammo lo hopo fra noi e la città e ci dirigemmo verso le montagne, la via più breve per Baventai. Io correvo dietro di lui con il cucciolo, e quella notte facemmo una tappa doppia, sì che al mattino c'erano venti miglia fra noi e la città.
Senza Romilayu non avrei resistito due giorni, e ce ne vollero dieci per raggiungere Baventai. Egli sapeva dove era l'acqua e quali erano le radici e gli insetti commestibili. Finiti i tuberi – ciò che avvenne al quarto giorno - dovemmo nutrirci di larve e di vermi. «Tu avresti potuto insegnare queste cose agli uomini dell'aviazione,» gli dissi. «Saresti stato prezioso per loro,» aggiunsi. Così alla fine campo di locuste, come San Giovanni. "La voce di uno che grida nel deserto." Ma c'era anche il leone, che bisognava nutrire e governare. Non credo che prima di allora ci fosse mai stato un simile fardello. Dovevo sminuzzare larve e vermi col coltello sulla mano, e farne una poltiglia per nutrire la creaturina. Durante il giorno, quando il casco dovevo portarlo in testa, tenevo il cucciolo sotto braccio e qualche volta lo guidavo al guinzaglio. Nel casco dormiva anche, col portafoglio e il passaporto, azzannando la pelle e alla fine la mangiò tutta. Poi misi i documenti e i quattro biglietti da mille dollari dentro i calzoncini.
La barba mi cresceva lunga e chiazzata e per quasi tutta la durata del viaggio fui in delirio. Mi mettevo a sedere, giocavo col cucciolo - gli misi nome Dahfu - mentre Romilayu cercava da mangiare. Ero troppo dissennato per potergli dare una mano.
Però, in parecchi casi essenziali, il mio cervello fu chiarissimo ed anche sottile. Mentre mangiavo bozzoli e larve di formiche, accucciato coi pantaloncini, col leoncino sotto di me per fargli ombra, recitavo oracoli e cantavo... sì, ricordavo molte canzoni della bàlia e della scuola, per esempio "Fais dodo" poi "Pierrot," poi "Malbrouck s'en va-t-en guerre," e "Chitarra spagnola," mentre cullavo l'animale che si trovava benissimo con me. Mi si rotolava fra i piedi, mi graffiava le gambe. Con quella dieta di vermi e larve non poteva essere in ottima salute. Io temevo - e Romilayu sperava - che l'animale morisse. Ma fummo fortunati. Con le lance Romilayu uccise qualche uccello. Anzi, uccidemmo un uccello da preda che si era avvicinato troppo e ci banchettammo.
Il decimo giorno (me lo disse poi Romilayu, perché io avevo perso il conto) giungemmo a Baventai, appollaiata e secca sulle rocce, ma non secca quanto noi. Le mura erano bianche come uova e gli arabi, scuri nelle vesti e nelle sciarpe, ci guardavano emergere dalla strada deserta. Io salutavo tutti alzando due dita, che significava vittoria, come Churchill, e ridevo, una risata gracchiante, piangente, scura, per la gioia d'averla scampata e mostravo il cucciolo Dahfu, che tenevo per la collottola, a tutti quegli uomini silenziosi con la testa fasciata, e alle donne che mostravano solo gli occhi, e ai mandriani negri col grasso che gli colava dai capelli.
«Dov'è la banda? Dov'è la musica?» dicevo a tutti quanti.
Dopo un poco cedetti, ma prima mi feci promettere da Romilayu di badare alla bestiola. «Per me lui è Dahfu,» dissi, «che non gli succeda nulla, te ne prego, Romilayu. Per me sarebbe una rovina. Non ti posso minacciare, vecchio mio, son troppo debole, posso solo pregarti.» Romilayu disse di non preoccuparmi.
«Posso solo pregare,» gli dissi. «Non sono quello che credevo d'essere.»
«Una cosa, Romilayu...» Ero in una casa indigena, disteso sul letto, mentre lui, accovacciato al mio fianco, mi prendeva l'animale di braccio. «E' promesso? Fra l'inizio e la fine, è promesso?»
«Che promesso, signore?»
«Ecco, voglio dire una cosa chiara. Non è promesso? Romilayu, voglio dire la ragione, la ragione. Si può rimandarlo fino all'ultimo respiro. Ma c'è giustizia. Io credo che ci sia giustizia, e questo è promesso. Anche se non sono quello che credevo d'essere.»
Romilayu voleva consolarmi, ma io gli dissi: «Tu non devi darmi consolazione. Perché il sonno è rotto, ed io son tornato in me. Non è stato il canto dei ragazzi. Mi piacerebbe sapere perché tutti debbono impegnarsi in questa lotta, perché non c'è cosa contro cui si lotti in maniera più dura. Abbiamo queste ferite. Ferite cocenti, ferite fertili.» Tenevo il leone sul petto, figlio del mio nemico assassinato. Per via della stanchezza o della debolezza, non potevo far altro che sorridere a Romilayu. "Non mi abbandonare, vecchio," cercavo di dirgli. Poi gli lasciai prendere l'animale e per un po' dormii ed ebbi sogni; o meglio non dormivo, giacevo piuttosto su un lettuccio, in casa di qualcuno, e quelli non erano sogni, ma allucinazioni. Una cosa peraltro continuavo a dire a me stesso e a Romilayu, e cioè che dovevo tornare da Lily e dai miei figli; non potevo star bene, finché non li avessi rivisti, specialmente Lily. Insomma mi stava prendendo forte la nostalgia. Dicevo infatti: che cosa è l'universo? Grande. E cosa siamo noi? Piccoli. Perciò potrei anche starmene a casa, dove mia moglie mi ama. Ed anche se lei sembrava soltanto amarmi, questo era pur meglio che niente. E poi io nutrivo tenerezza per quella donna. La ricordavo sotto molti aspetti; mi tornavano alla mente certi suoi modi di dire, per esempio che uno dovrebbe vivere per questo e non per quello; non il male, ma il bene, non la morte ma la vita, e tutte le altre sue teorie. Ma penso che contasse poco quel che diceva Lily, nemmeno le prediche sue potevano impedirmi di amarla. Spesso veniva Romilayu, e nel colmo del delirio il suo viso nero mi sembrava di vetro infrangibile, sottoposto a ogni prova che il vetro sopporti.
«Oh, non puoi liberarti dal ritmo, Romilayu,» ricordo di avergli detto chissà quante volte. «Non puoi liberartene. La mano sinistra si muove con la destra, alla inspirazione segue l'espirazione, alla sistole la diastole, le mani impastano assieme e i piedi danzano assieme. E le stagioni. E le stelle ed ogni cosa. E le maree ed il resto. Dobbiamo fare i conti col ritmo, perché altrimenti c'è da perderci.
Non puoi vincere contro il ritmo. Continua sempre, sempre, sempre. Diavolo, non possiamo staccarcene, Romilayu. Vorrei che i miei giorni morti la finissero di seccarmi e mi lasciassero stare. Quella robaccia mi ritorna, e si porta dietro il ritmo peggiore. La ripetizione dell'io cattivo, questa è la peggior sofTerenza che si sia mai conosciuta. Ma non puoi fare a meno della regolarità. E il re diceva che io dovrei cambiare. Non dovrei essere il tipo dell'agonia. E del Lazzaro. Dovrei essere cugino delle erbe. Non poteva permettersi un censo. Ma questi morti dovrebbero andare. Essi ci fanno pensare a loro. Questa è la loro immortalità. In noi. Ma la schiena mi si rompe. Sono stracarico. Non è giusto. E il grun-tu-molani?» Mi mostrava la creaturina. Aveva resistito a tutte le privazioni e cresceva benissimo.
Così, dopo diverse settimane a Baventai, cominciando a star meglio, dissi alla mia guida: «Bene, amico, forse è meglio muoversi finché il cucciolo è piccolo. Non posso aspettare che diventi leone adulto, no? Sarà già un lavorone portarlo in America grande com'è.»
«No, no. Tu troppo ammalato, signore.»
E io dissi: «Sì, la carne non è in gran forma. Ma io ce la farò. Dopo tutto è solo una malattia. Per il resto, sto bene.»
Romilayu era contrarissimo, ma alla fine lo convinsi a riportarmi a Baktale. Qui comprai un paio di calzoni, ed il missionario mi diede dei sulfamidici, e intanto mi curai la dissenteria. Ci vollero alcuni giorni. In seguito dormii sui sedili posteriori della jeep con il cucciolo sotto la coperta kaki, mentre Romilayu ci portava ad Harrar, in Etiopia. Ci vollero sei giorni. E a Harrar feci dei regali a Romilayu, per qualche centinaio di dollari. Riempii la jeep di roba d'ogni genere.
«Volevo fermarmi in Svizzera a trovare la mia figlioletta Alice,» dissi. «La mia figliola più giovane. Ma penso di non avere un bell'aspetto, e non è il caso di farle paura. Meglio un'altra volta. E poi, c'è il cucciolo.» «Tu porti casa?»
«Dove vado io viene lui,» dissi. «E Romilayu, tu ed io un giorno torneremo insieme. Il mondo non è più staccato, ormai. Si può rintracciare un uomo, purché sia vivo. Prenditi il mio indirizzo. Scrivimi. E non te ne fare un cruccio. La prossima volta che ci incontreremo forse avrò un vestito bianco. Sarai orgoglioso di me.» «Oh, tu troppo debole per andare,» fece Romilayu. «Io paura lasciarti andare.» Me ne crucciavo quanto lui. «Ascoltami, Romilayu, io sono immortale, non mi si può uccidere. La natura ci ha provato in tutti i modi. Mi ha dato addosso. Ed eccomi qua.»
Ma si accorgeva di quanto fossi debole. Da legare con un filo di nebbia.
E dopo l'addio definitivo mi accorsi che lui ancora controllava i miei passi, e mi teneva d'occhio a distanza, mentre io giravo per Harrar con il cucciolo. Le gambe mi cedevano, la barba cresceva ispida e rossastra, e guardavo il panorama davanti al palazzo del vecchio re Menelicche, accompagnato dal leone, mentre Romilayu, l'uomo della macchia, con l'ansia e la paura dipinta in viso, mi sorvegliava da dietro l'angolo, nel caso che cadessi. Io non gli badai: lo feci per il suo bene. Quando presi posto sull'aereo era ancora lì ad osservarmi. Era l'aereo di Kartum, ed il leone stava in un cesto di vimini. La jeep era accanto alla pista e dentro sedeva Romilayu, al volante, e pregava. Teneva le mani congiunte come un gigantesco gambero ed io ero certo che faceva il possibile per ottenere salvezza e benessere per me. Io gridai:
«Romilayu!» e mi alzai in piedi. Certi passeggeri parvero pensare che stesse per rovesciarsi il piccolo aereo.
«Questo negro mi ha salvato la vita,» dissi loro.
Comunque eravamo in aria, in volo sopra le ombre del calore.
Mi rimisi a sedere e tirai fuori il leone, tenendolo in grembo.
A Kartum litigai con la gente del consolato, specialmente per via del leone. Dicevano che c'erano commercianti di belve per gli zoo degli Stati Uniti, e che se non mi comportavo a dovere, per il leone c'era la quarantena. Io risposi che era mia intenzione presentarmi da qualche veterinario, per l'occorrente, e aggiunsi: «Purtroppo ho fretta di tornarmene a casa. Son stato malato e non posso consentirmi alcun indugio.» Quelli dissero che lo vedevano anche loro, che dovevo essermela passata male. Cercarono di cavarmi qualcosa circa il mio viaggio, e mi chiesero come avevo fatto a perdere tutta la roba. «Non è affar vostro, perdio,» feci. «Il passaporto è in regola, no? I soldi ce l'ho. Ricordatevi che il mio bisnonno vi avrebbe messi tutti sull'attenti, e non era un piedighiacci snob smidollato come voialtri funzionari. Voi pensate che i cittadini degli Stati Uniti siano tutti pagliacci buffoni. Sentitemi bene, io voglio che facciate presto. Sì, ho visto qualcosa nell'interno del paese. Certo. Ho dato un'occhiata a certe cose fondamentali, ma non vi aspettate che io voglia sollecitare la vostra melensa curiosità. Non parlerei nemmeno con un ambasciatore, se me lo chiedesse.» Questo discorso non piacque a loro. Mi dava le vertigini quell'ufficio. Il leone stava su una scrivania e rovesciò la macchina per cucire la carta e si mise ad annusare i vestiti di quella gente. Si sbarazzarono di me più presto che poterono e la sera stessa ero in volo per il Cairo. Di lì chiamai Lily con il telefono transatlantico. «Sono io, bambina.» gridavo. «Arrivo domenica.» Sentivo che lei era pallida e sempre di più impallidiva, per la grande agitazione, e che le sue labbra si dovevano essere mosse cinque o sei volte, prima di pronunciare una parola. «Bambina, vengo a casa,» dissi. «Parla chiaro, non fare quel mugolio, almeno ora.» «Gene!» sentii, e poi intervennero fra noi due le onde di mezzo mondo; l'aria, l'acqua, il sistema vascolare della terra. «Tesoro, voglio far meglio, mi senti? Ora ci sono.» Di quel che disse lei riuscii a comprendere solo due o tre parole. C'era in mezzo lo spazio, con le sue voci magiche. Sapevo che mi parlava d'amore; la sua voce tremava, e pensai che forse faceva la predica, e che mi richiamava a casa. «Sei una donna grossa, ma al telefono la tua voce è sottile.» continuavo a dire. Mi sentiva benissimo. «Domenica. Idlewild? Porta Donovan,» dissi. Questo Donovan è un vecchio avvocato, che curava la proprietà di mio padre. Doveva avere un'ottantina d'anni. Pensavo che ci potesse servire, come legale, per la questione del leone.
Era mercoledì. Giovedì partimmo per Atene. Avevo intenzione di vedere l'Acropoli. Così presi in affitto un'auto, ma stavo troppo male ed ero troppo agitato per capirci qualcosa. C'era il leone con noi, al guinzaglio, e tranne i pantaloni comprati a Baktale ero vestito come in Africa, lo stesso casco, le stesse scarpe di gomma. La barba m'era cresciuta molto; da una parte veniva su mezza bianca, ma striata di biondo, di rosso, di nero, di violaceo.
Quelli dell'ambasciata mi dissero che sarebbe stato meglio radermela, per facilitare il riconoscimento sulla fotografia del passaporto. Ma io non seguii il loro consiglio. Su all'Acropoli vidi qualcosa, gialla, rosa, ossea. Capivo che era molto bella, ma non potevo scendere dall'auto, e la guida nemmeno me lo propose. In complesso parlò poco, quasi per niente; capivo dagli occhi quel che pensava. «Ogni cosa ha il suo motivo,» gli dissi.
Venerdì giungemmo a Roma. Mi comprai un abito di velluto a coste color borgogna, e un cappello alpino con le penne da bersagliere, oltre a una camicia e a un paio di mutande. Tranne che per comprare questa roba, non uscii dalla mia stanza. Non avevo voglia di far la comparsa in via Veneto con il leone al guinzaglio.
Il sabato ripartimmo via Parigi e Londra; non riuscii a trovare un altro aereo. Non avevo voglia di rivedere quelle due città.
Nessuna città, anzi. Per me la parte migliore del viaggio fu quella sull'oceano. Non mi pareva d'averne mai abbastanza d'acqua, come se fossi disidratato: l'acqua, in moto continuo, interminato, l'Atlantico, profondo.
Ma la profondità mi rendeva felice.
Sedevo al finestrino, nelle nubi. Il mare si spessiva nell'ultimo sole tremando, accecato d'aria, sbiancato dalle acque. Eravamo portati sul calmo brulichio dell'acqua, l'acqua serrata ma espansa, il cuore dell'acqua.
Gli altri passeggeri leggevano. Personalmente non lo capisco.
Come può uno sedere in aereo e mostrare tanta indifferenza?
Certo, non venivano come me dal centro dell'Africa; i loro rapporti con la civiltà non erano, come i miei, interrotti. Loro, da Parigi e da Londra, si levavano in cielo coi libri. Ma io, Henderson, con la mia faccia cupa, con il velluto a coste e le penne da bersagliere - il casco era dentro il cesto di vimini con il cucciolo, perché io immaginavo che gli occorresse un oggetto familiare per tenerlo calmo in questo viaggio per lui nuovo, eccitante - non ne avevo mai abbastanza di acqua, e di quelle stravolte sierre di nubi. Come le corti eterne del cielo. (Solo che non sono eterne, questo è il fatto; si vedono una volta e poi non si vedono più, immagini e non realtà vere: Dahfu non lo rivedrò più, e fra non molto nemmeno gli altri vedranno più me; ma a ciascuno è dato di vedere le componenti: l'acqua, il sole, l'aria, la terra.)
La ragazza mi offrì una rivista per tenermi calmo, vedendo quanto ero agitato. Sapeva che nel bagagliaio c'era il cucciolo di leone, Dahfu, infatti avevo ordinato latte e cotolette per lui, e dava un certo fastidio quel mio andare avanti e indietro a ficcare il naso nel retro dell'apparecchio. Era una ragazza comprensiva, e finalmente le dissi di cosa si trattava, che per me era importante il cucciolo di leone, e che lo portavo a casa, a mia moglie ed ai miei figli. «E' un ricordo di un carissimo amico,» dissi. Anzi, era l'amico stesso, in forma enigmatica, avrei voluto aggiungere. Era di Rockford, nell'Illinois. Ogni vent'anni circa la terra si rinnova, sotto forma di giovani fanciulle. Capite quello che voglio dire? Le sue guance avevano la forma perfetta che è dei giovani; i suoi capelli erano d'oro attorto. I suoi denti erano bianchi, ben disposti. Era tutta latte e grano, dolcissima. Benedette le sue anche. Benedette le sue cosce. Benedette le morbide piccole dita, in parte coperte dalle maniche dell'uniforme. Benedetto quell'oro grezzo. Una cosina meravigliosa, e si comportava da amica, da compagna di giochi, come succede spesso alle donne giovani del Midwest. Le dissi: «Lei mi fa pensare a mia moglie. Non la vedo da mesi.» «Oh? Quanti mesi?» domandò.
Non sapevo dirglielo, perché non ricordavo la data: «Che, siamo di settembre?» le chiesi.
Stupita, fece: «Veramente? Non lo sa? La settimana prossima è il Giorno del Ringraziamento.»
«Già così tardi! Ho perso l'iscrizione. Dovrò aspettare fino al prossimo semestre. Vede, in Africa mi sono ammalato, ho avuto il delirio ed ho perso il conto del tempo. Quando si scende in profondità, c'è questo rischio. Lo sa lei, lo sa, bimba?»
La divertiva che la chiamassi bimba.
«Lei va a scuola?»
«Invece di cercare noi stessi,» feci, «noi sviluppiamo ogni sorta di deformità, di enormità. Almeno potremmo far qualcosa,in tal senso. Lo sa? In attesa del giorno.» «Che giorno, signor Henderson?» mi chiese ridendo.
«Non ha sentito la canzone?» feci. «Ascolti, e gliela canterò.»
Eravamo nel retro dell'aereo, ed io davo da mangiare all'animale, a Dahfu. Cantai: «E chi eviterà il giorno della Sua venuta (il giorno della Sua venuta)? E chi resisterà quando Egli compare (quando egli compare)?»
«Questo è Handel, vero?» disse lei. «Del Rockford College.»
«Giusto,» feci. «Lei è una giovane intelligente. Ora, io ho un figlio, Edward, che pensa solo al jazz freddo... Io ho passato la gioventù dormendo,» e continuavo, mentre porgevo al leone la carne cotta. «Ho dormito, dormito come il nostro passeggero di prima classe.» Nota: debbo spiegare che eravamo su uno di quegli stratocruiser, con tanto di salone, ed avevo visto la ragazza entrarci con bistecche e champagne. Il passeggero non usciva mai. Mi disse che era un famoso diplomatico. «Forse deve dormire, un uomo così prezioso» osservai. «L'insonnia è un grosso inconveniente, nella sua posizione. Sa perché sono impaziente di rivedere mia moglie, signorina? Sono ansioso di vedere come andranno le cose, una volta rotto il sonno. E anche i figli. Li amo moltissimo, credo.» «Perché dice credo?»
«Sì, credo. Vedremo. Sa che noi siamo una famiglia un po' strana, per sceglierci la compagnia? Mio figlio Edward aveva uno scimpanzé e lo vestiva da cowboy. Poi, in California, tutti e due, io e lui, avemmo una piccola foca, che era entrata nella nostra villa. Poi mia figlia portò a casa un bambino. Naturalmente glielo dovemmo levare. Spero che consideri il leone come un rimpiazzo. Spero di poterla convincere.» «C'è un bambino sull'aereo,» disse la ragazza. «Forse il leoncino gli piacerebbe tanto. Mi sembra tanto triste.»
E io dissi: «Chi è?»
«Be', i suoi genitori erano americani. Ha una lettera al collo, con tutto spiegato. Questo bambino non parla inglese, affatto. Solo il persiano.»
«Continui,» le dissi.
«Suo padre lavorava in una società petrolifera, in Persia. Il bambino lo hanno cresciuto certi servi persiani. Ora è orfano e va ad abitare con i nonni a Carson City, nel Nevada. A Idlewild devo consegnarlo a qualcuno.»
«Povero bastardello,» feci. «Perché non lo va a prendere, così gli facciamo vedere il leone?»
Portò il ragazzetto. Era bianchissimo, coi pantaloni corti e le bretelline ed un maglioncino verde scuro. Era un bimbo coi capelli neri, come il mio. Lo presi subito a cuore. Sapevo come succede quando c'entra il cuore. Come una mela sbattuta dal freddo in una mattina d'autunno. «Vieni qui, bambino,» dissi, e gli presi la mano.
«Brutt'affare,» dissi alla ragazza, «mandare questo piccolo in giro per il mondo, solo.» Presi il cucciolo
Dahfu e glielo detti. «Non credo che sappia cos'è: forse immagina che sia un gattino.» «Ma gli piace.»
E infatti la bestia sgravò la malinconia del piccolo, e noi li lasciammo giocare. E quando fummo tornati ai nostri sedili, me lo tenni con me e cercai di mostrargli le figure della rivista. Gli diedi il pranzo, ed a notte mi si addormentò in grembo, ed io dovetti chiedere alla ragazza di tener d'occhio il leone; ora non potevo muovermi. Mi disse che anche Dahfu si era addormentato.
E durante questo tratto di volo la memoria mi fece un grande favore. Sì, ebbi la gioia di certi ricordi, che mi fecero bene, molto. Dopo tutto non era poi tanto male aver avuto una vita lunga.
Nel passato c'era da trovare qualcosa di buono. Prima di tutto, pensavo, prendi le patate. Appartengono di fatto alla famiglia notturna, dei morti. E poi pensai: dopo tutto i maiali non hanno mica il monopolio dei grugniti.
Questo ricordo mi fece pensare che dopo la morte di mio fratello Dick io me ne ero andato da casa, essendo già un ragazzone di circa sedici anni, coi baffi, una matricola. Il motivo per cui me ne andavo fu che non sopportavo più le lagne del vecchio. Abbiamo una bella casa, una vera e propria opera d'arte. Le fondamenta sono di pietra, larghe un metro; i soffitti sono di sei metri.
Le finestre tre e mezzo, e cominciano da terra, sì che la luce entra dappertutto dal vetro opaco, all'antica. C'è una pace che nemmeno io son riuscito a distinguere, in quelle vecchie stanze. Solo una cosa non va: non è moderna, non somiglia al resto della vita, e quindi inganna. E per quanto stava in me, per la morte di Dick, pazienza. Invece il vecchio, con la faccia piena di barba bianca, mi faceva sentire come se la discendenza della nostra famiglia si fosse arrestata in Dick, su negli Adirondacks, quando sparò contro la penna e bucò la macchina da caffè del greco. Anche Dick aveva i capelli ricciuti e spalle larghe, come tutti noi. Affogò là in mezzo alle montagne selvagge, ed ora mio padre mi guardava,disperato.
A volte il vecchio, angosciato, allo stremo delle forze, cerca di darsi vigore per mezzo dell'ira. Ora io lo capisco. Ma non lo capivo a sedici anni, quando ci fu la disgrazia. Quell'estate lavo- ravo a sfasciare vecchie auto, le facevo a pezzi per ricavarne ferraccio. Io ero signore e padrone delle auto sfasciate, in un posto a circa tre miglia da casa. Mi faceva bene lavorare in quel campo di rottami. Per quell'estate non feci altro che smontare auto. Ero tutto coperto di grasso e di ruggine, scottato, abbacinato dalla fiamma ossidrica, e facevo montagne di parafanghi, e di assali, e di pezzi. Andai a lavorare anche il giorno dei funerali di Dick. E la sera, mentre mi lavavo dietro casa sotto la cannella del giardino, col fiato grosso perché l'acqua gelida mi scorreva sul capo, uscì il vecchio sulla veranda posteriore, nel verde scuro del pergolato. Lì accanto c'era un frutteto in disuso, che poi tagliai.
L'acqua mi irrompeva addosso. Era fredda, come l'aria esterna.
Come un forsennato il vecchio cominciò a urlare. Sopra di me gorgogliava la cannella, e dentro ero più caldo della fiamma ossidrica che adoperavo su tutte quelle auto morte. Mio padre, nel suo dolore, mi maledisse. So che lo fece apposta, perché aveva messo da parte il suo modo di parlare usuale, assai elegante.
Malediva, credo, perché io non lo consolavo.
Così me ne andai. Con l'autostop raggiunsi le cascate del Niagara. Arrivai là e mi misi a guardare. Mi incantava lo scroscio delle acque. L'acqua può far bene, molto bene. Andai alla Maid of the Mists, quella vecchia, che poi bruciò, traversai la Caverna dei Venti e tutto il resto. Poi raggiunsi l'Ontario e trovai lavoro in un Luna Park. Soprattutto questo ricordavo sull'aereo, con la testa del bambino persiano-americano in grembo, mentre continuava sotto di noi la vita scura del Nord-Atlantico e le quattro eliche ci trainavano a casa.
L'Ontario, appunto, ma non ricordo con precisione quale parte della zona. Nel parco si facevano anche le fiere e Hanson, il padrone, mi faceva dormire nelle stalle. Di notte i sorci mi saltavano fra i piedi, e mangiavano l'avena e l'abbeverata dei cavalli cominciava all'alba, nella luce azzurra che, nelle alte latitudini, si scorge alla fine dell'oscurità. I negri venivano alle stalle quando il cielo era azzurro di quella luce, e l'umidità più greve. Io lavoravo con Smolak. Quasi m'ero scordato questo animale, Smolak, un vecchio orso bruno: l'allevatore (Smolak anche lui; per questo si chiamava in quel modo) l'aveva lasciato, col resto della troupe, nelle mani di Hanson. Non c'era bisogno di allenatore. Smolak era troppo vecchio e il padrone lo aveva mandato via. Questa povera vecchia creatura era quasi diventata verde per la vecchiaia, e le restavano gli ultimi denti. Hanson aveva trovato un modo di utilizzare questo rudere di animale. Gli aveva insegnato ad andare in bicicletta, ma ormai era troppo vecchio. Al massimo riusciva a mangiare nel piatto, insieme a un coniglio; poi, con il berretto e bavaglino, beveva al poppatoio tenendosi ritto sulle zampe di dietro. Mancava ancora un mese alla fine della stagione, ed ogni giorno di questo mese Smolak ed io salivamo sull'otto volante, la prima vettura, con dietro gran folla. Questa povera creatura rovinata, ed io, noi due soli, due volte al giorno, facevamo quella corsa sull'otto volante. Su in impennata, poi giù a capofitto, di nuovo in alto, più alto della gran ruota, e poi giù a precipizio, e ci tenevamo aggrappati l'uno all'altro. C'era un legame di disperazione comune che ci teneva abbracciati, guancia a guancia, perché sembrava mancare ogni altro appoggio, quando si affondava in perpendicolare. Mi premevo contro il suo manto sofferente, logorato dagli anni, tragico e scolorato e lui grugniva e piangeva. A volte l'animale se la faceva addosso. Ma pareva comprendere che io ero suo amico e non mi uncinava con gli artigli. Io portavo una pistola a salve, nel caso che mi aggredisse, ma non ce ne fu mai bisogno. Io dissi a Hanson - me lo ricordo - «Siamo della stessa specie. Smolak è un reietto ed anche io sono un Ismaele.» Nella stalla pensavo alla morte di Dick e a mio padre. Ma quasi sempre stavo non con i cavalli, ma con Smolak, e insomma ero affezionatissimo a questa povera creatura. Perciò, prima ancora che spuntassero sull'orizzonte i maiali, avevo ricevuto un'impressione profonda dall'orso.
Quindi, se le cose corporee sono un'immagine dello spirituale e gli oggetti visibili una traduzione degli invisibili, e se Smolak ed io eravamo assieme due reietti, due umoristi dinanzi alla folla ma fratelli nell'anima - io inorsato per via di lui e lui forse umanizzato grazie a me - questo è segno che di fronte ai maiali io non ero tabula rasa. A rigor di logica già qualcosa era inscritta in me. In fin dei conti mi chiedo se sarebbe riuscito a scoprirlo, Dahfu, da solo.
Un'altra cosa. Tutto ciò che ho acquistato, fu sempre per amore e non per altro. E sull'otto volante insieme a Smolak (muschioso come un olmo di foresta), e lui piangeva al sommo della corsa, prima d'iniziare la caduta senza fondo su quei malcerti sostegni gialli, e poi ancora su verso l'eterno azzurro (oh, la roba che sta dentro questo guscio di colore, il sottile sacco di gas vitali!) mentre sotto, coi visi arrossati, si divertivano quei canadesi, quei cafoni dalle dita nodose, noi ci tenevamo stretti l'uno all'altro, l'orso ed io, con un sentimento che era più che terrore, e volavamo in quelle vetture dorate. Io chiudevo gli occhi contro quella pelliccia disfatta, logora dal tempo. Lui mi teneva fra le braccia e mi dava conforto. E la cosa più grande è che non mi rimproverava per questo. Aveva visto anche troppo della vita ed in qualche cantuccio del suo testone aveva pensato: non c'è nulla, mai, che proceda liscio.
Lily starà su a sentirmi, anche se ci vorrà tutta la notte, pensavo; voglio raccontarle tutto.
In quanto al bambino addormentato contro di me, diretto al Nevada senz'altro che un lessico persiano, ebbene, quel bambino inseguiva ancora la sua nube di splendore. Dio sa se m'ero tirato dietro il mio, per trovarmi fra le mani qualche sporco straccio di nebbia grigia. Ma avevo saputo come stavano le cose. «Guardali, tutt'e due,» fece la ragazza, e intendeva dire che anche il bimbo era sveglio. Mi fissarono due occhi lisci, grigi, larghi, nel bianco, completamente nuovi alla vita. Avevano una luce nuova, e insieme una potenza antica. Nessuno mi farà mai credere che questo era per la prima volta.
«Tra poco atterriamo,» disse la giovane.
«Accidenti. Così presto siamo arrivati a New York? Avevo detto a mia moglie di venirmi a prendere nel pomeriggio.»
«No, è Terranova. Atterriamo per il rifornimento,» disse. «Si avvicina l'alba. Lo vede, no?»
«Oh, muoio dalla voglia di respirare un po' di quella roba fresca su cui abbiamo volato,» dissi. «Dopo tanti mesi di zona torrida. Capisce quel che voglio dire?» «Questa è l'occasione,» fece la ragazza.
«Bene, mi faccia dare una coperta per questo bambino. Prenderà anche lui una boccata d'aria fresca.» Cominciammo a planare, e allora ci fu un rosso pungente dalla parte del sole che penetrava nelle nubi, sulla superficie del mare.
Ma fu solo un lampo, poi tornò la luce grigia e i dirupi di ghiaccio s'incontrarono con il moto verde del mare, e noi entrammo nell'aria più bassa, che stava bianca e secca sotto il grigio del cielo.
«Vado a fare una passeggiata. Tu vieni con me?» dissi al bambino. Mi rispose in persiano. «Benissimo,» tesi la coperta, lui si alzò in piedi sul sedile e ci entrò dentro. La ragazza entrava dall'invisibile passeggero di prima classe, con il caffè.
«Tutto a posto? Ma dov'è il suo cappotto?» mi chiese.
«Il leone è tutto il bagaglio che mi porto dietro,» dissi. «Ma va bene così. Son cresciuto in campagna. Sono scozzonato.»
Così uscimmo, il bambino ed io, ed io lo portai giù dall'aereo e sul terreno gelato di quell'inverno quasi eterno, respirando così profondo che ne fui scosso. Felicità pura. Il freddo mi carezzava da tutte le parti, sotto il duro velluto italiano a coste larghe, e i peli della barba diventavano ghiaccioli, perché l'umidore del fiato gelava immediatamente. Scivolando corsi sul ghiaccio, con quelle medesime scarpe di gomma. Le calze mi erano marcite ai piedi, perché non m'ero mai curato di cambiarle. Dissi al bambino:
«Respira. Hai il viso bianco, per i tuoi crucci di orfano. Respira quest'aria, e prendi colore.»
Me lo tenevo stretto al petto. Non sembrava che avesse paura di cadere insieme a me. E per me lui era come una medicina, e così era l'aria; anche quella un farmaco. E poi la felicità che mi attendeva a Idlewild, l'incontro con Lily. E il leone? Anche lui c'entrava. Galoppavo a gran passi attorno al corpo lucido e imbullonato dell'aereo, dietro i camion del combustibile. Da dentro mi fissavano visi scuri. Le grandi belle eliche stavano ferme, tutte e quattro. Forse sentii che era venuto il momento mio, di muovermi, e per questo correvo, saltavo, saltavo, pestavo tremante sul bianco puro lenzuolo del grigio silenzio artico. FINE.