lunedì 22 settembre 2014




DISCUSSIONE ART. 18 (Settembre 17-18, 2014)

"La maggior parte delle aziende italiane hanno meno di 15 dipendenti, dunque lì non si applica l'articolo 18. Quelle aziende hanno aumentato l'occupazione in questi anni? Ma per piacere...Che cosa credono in Europa? Che gli italiani siano coglioni?"(Maurizio Landini)
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  • Gigi Bassanetti Proprio per questo non siamo credibili......
  • Antonella De Venere Landini è uno col pelo sullo stomaco, peccato che tra i sindacalisti sia forse l' unico che non scende a patti, avercene!
  • Gerry Uboldi anche se non abbiamo l'art 18 licenziare i lavativi e' comunque difficile ed oneroso,e ricordatevi che un imprenditore e' felice quando assume non quando licenzia ,a meno che la persona della quale si fa a meno e' un lavativo
  • Paolo Bolzani art. 18??? Ma che fanno sindacati e imprese? Poveri noi: scioperi inutili firmati Landini Camusso!! Il centro e' e resta la produttività e la remunerazione del lavoro legata alla produttivita' per avere salari migliori. Bisogna rivedere la contrattazione collettiva, in autonomia dalla politica, ridando spazio a quella aziendale per coordinare lavoro e sforzo sviluppistico di ogni singola impresa.
  • Gianfranco Giudice Il punto è che creare occupazione riducendo i diritti è pura illusione, senza politiche industriali serie, investimenti in ricerca e sviluppo non si va da nessuna parte. Anche la riduzione delle tasse sulle imprese, pur utile, non basta.L'articolo 18 è un totem e basta.
  • Paolo Bolzani Bisogna ragionare sul come e perche' si fanno o no investimenti. L'imprenditore decide sulla base delle attese di domanda, ma anche in base ai vincoli nella gestione dell'investimento. Troppe complicazioni legislative (ad es. per ottenere permessi ed autorizzazioni) e nel governo della forza lavoro. Il non poter licenziare se le cose vanno male, risarcendo, e' un fattore.
  • Gianfranco Giudice Appunto, al massimo è un fattore, poi ce ne sono molti altri...nei fatti è l'unico terreno sul quale si interviene da anni, riducendo i diritti e precarizzando il lavoro, senza ottenere alcun risultato in termini di crescita, forse non è la strada giusta. In ogni caso l'obiezione di Landini mi sembra giustissima, nelle imprese sotto i 15 dipendenti l'articolo 18 non si applica ma l'occupazione non cresce lo stesso, dunque quel fattore quantomeno non è decisivo, è solo, ripeto, una bandiera ideologica. In Germania, per esempio, dove pure le cose vanno molto meglio che in Italia, non è che licenzi un lavoratore come e quando vuoi.
  • Gerry Uboldi in germania certi comportamenti sono assai piu' limitati che da noi e comunque tutti i tecnici tedeschi che vengono da me in ditta dicono che in nessuna parte del mondo si lavora con l'abilita' e la costanza che riscontrano loro nelle tre province di como milano e varese ,gia' a prato o vicenza e' un altro mondo ,all'estero poi non parliamone ,parole loro,percio' la non competitivita' va cercata in gran parte al di fuori delle aziende
  • Umberto Imperiali Scusate, ma davvero qualcuno crede che il problema industriale-economico italiano abbia a che fare col licenziamento di qualche 'fannullone'... Accecati da decenni ormai di ideologia neoliberista (ideologia che col libero mercato c'entra come i cavoli a merenda)
  • Gigi Bassanetti Non riesco proprio a capire perché questo governo, alla spasmodica ricerca della competitività e flessibilità del lavoro, non inizia ad occuparsi dei milioni di propri dipendenti pubblici e solo i "privati" debbano essere i responsabili della mancata crescita del Paese .......
  • Paolo Bolzani Questo governo e nessun governo puo' creare lavoro. E' il mercato che crea lavoro. Il lavoro non e' un diritto, non una "proprieta' " del lavoratore. Occorre favorire le condizioni perche' l'impresa crei lavoro. Il sindacato, in una situazione in cui il capitale risparmia lavoro con la rivoluzione continua della innovazione tecnologica, non puo' solo arrocarsi a difendere posti lavoro, comunque, anche se improduttivi. In Germania il sindacato negozia, da noi no. I Landini e Camusso fanno spostare le fabbriche altrove. Siamo un paese manifatturiero, tra un po' ex manifatturiero, con un contributo non secondario di " questo" sindacato. Caro Gianfranco, la "precarizzazione" del lavoro non la creano le leggi, ma l'incertezza e le dinamiche di mercato. Quanti sono i lavoratori con i mini jobs da 450 euro al mese in Germania? 7 milioni?.
  • Gianfranco Giudice Il sindacato in Germania negozia, ed i Governi tedeschi fanno politiche industriali, cosa che in Italia non accade da qualche decennio. In questo modo lo Stato favorisce l'occupazione, che poi il mercato crea. Intervenendo solo dal lato del mercato del lavoro non si va da nessuna parte, in Germania lo hanno fatto ma non si sono limitati a questo. Se invece pensiamo che tutta la responsabilità sia del sindacato, credo che oltre a perpetuare un luogo comune, non faremo che continuare col declino.
  • Gerry Uboldi il sindacato di responsabilita' ne ha da vendere ma la verita' sta nel mezzo .di certo ci sono molti imprenditori che usano la propria azienda solo per fare cassa,sottocapitalizzandola prelevando per se stipenti altissimi anche se la ditta non e' florida .al minimo scossone il castello cade,e magari trascina con se altre realta' che di per se sono sanissime.bisogna intervenire da ambo le parti ma sopratutto ridurre drasticamente la tassazione indiretta che nulla ha a che vedere con la tassazione degli utili es accise sulla corrente
  • Paolo Bolzani Non ho detto che la responsabilita' e' "tutta" del sindacato. Ma anche. Ma io non sono per "ci vuole altro" quando si parla di lavoro ritengo che dobbiamo pensare a chi non ha alcuna protezione contrattuale che rappresenta quasi il 50% della forza lavoro. Questo non risolve il problema della produttività e della remunerazione del lavoro legata alla produttivita' per avere salari migliori. Come ho detto e scusate se mi ripeto bisogna che sindacato e impresa rivedano la contrattazione collettiva, in autonomia dalla politica, ridando spazio a quella aziendale per coordinare lavoro e sforzo sviluppistico di ogni singola impresa.
  • Gianfranco Giudice Ed io non sono per fare sempre le stesse cose, da vent'anni a questa parte...il risultato è che chi ha tutele se le vede erose progressivamente e chi non le ha continua a non averle e sta sempre peggio.
  • Paolo Bolzani Sempre su Germania...Il mercato del lavoro tedesco è stato ridisegnato dai pacchetti Hartz, dal nome dell’ex capo del personale Volkswagen che, nel 1999, vincendo su un sindacato all’inizio riottoso, cambiò dalle fondamenta le relazioni industriali. Propose uno schema per il quale si impiegavano disoccupati con un costo del lavoro inferiore sino al 30% dei loro colleghi ipertutelati, vincolati a un obiettivo quantitativo di auto da costruire anche a costo di sfondare fino a 42 ore settimanali e festivi compresi i limiti dell’orario contrattuale nazionale. L’esempio fu poi seguito da moltissime grandi e medie imprese germaniche.
  • Gianfranco Giudice Paolo io dissento dal concetto di "ipertutelati", si tratta di diritti acquisiti con dure lotte, certo corrispondevano ad una fase diversa nella divisione del reddito tra capitale e lavoro, oggi il patto va riscritto partendo dalla realtà attuale nella economia globale, ma questo in Germania lo hanno fatto anche con politiche industriali serie, non solo riducendo salari e diritti, in Italia si fa solo questo e non funziona, al di là dei giudizi politici e morali. L'Italia non potrà mai competere riducendo solo il costo del lavoro, se dobbiamo confrontarci con paesi come Cina, India ma anche Polonia, a meno che non portiamo la gente alla fame e deprimiamo per sempre la domanda interna, col che la stagnazione economica non finirà mai. Chi compera le auto se guadagni 500 euro al mese? Questo io penso.
  • Paolo Bolzani Il governo deve comunque prendere decisioni per i non tutelati. Vediamo cosa ne emerge. Con questi sindacati ce la meniamo da vent'anni e niente viene fuori se non:art. 18 non si tocca.
  • Paolo Bolzani Che piangere fa Cofferati che dice che con l'emendamento il Governo cancella reintegro anche nel caso di lic. discriminatorio. Fa finta di non conoscere art. 3 della legge 108/1990. Balle balle pur di colpire il nemico. E' arrivata anche la Magistratura sul padre. A quando lo stalliere?.
  • Gianfranco Giudice A me piace ragionare di fatti, certamente non conta nulla il colore di queste vicende, per me è sempre stato così, anche con Craxi e Berlusconi, l'unica cosa che conta è il merito politico.
  • Marco Short Arm Castelnuovo scusate,,,proprio stamattina sul radio 1 han detto che il famigerato articolo 18 sono 30 trenta pagine. Ma sanno che parte vogliono abolire o no?

venerdì 19 settembre 2014



RICORDATE RATISBONA? 


Ricordate Benedetto XVI a Ratisbona? Scrive George Weigel, intellettuale cattolico e biografo di Giovanni Paolo II, sulla rivista First Things" ... i suoi critici del 2006 dovrebbero farsi un esame di coscienza intorno all’obbrobrio che hanno perpetrato contro di lui otto anni fa”. "The results of that misunderstanding and that ignorance—and a lot of other misunderstanding and ignorance—are now on grisly display throughout the Middle East: in the decimation of ancient Christian communities; in barbarities that have shocked a seemingly-unshockable West, like the crucifixion and beheading of Christians; in tottering states; in the shattered hopes that the 21st century Middle East might recover from its various cultural and political illnesses and find a path to a more humane future." Per Weigel, il medio oriente passato a fil di spada dai tagliagole dello Stato islamico è la prima prova che la concezione adulterata del logos a cui faceva riferimento l’imperatore bizantino Manuele Paleologo nel dialogo con il suo interlocutore persiano non s’è magicamente rovesciata. “Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”, affermava l’imperatore nella sua serrata critica all’islam e alla sua concezione radicalmente trascendente del divino, non illuminata dalla ragione greca né da quella moderna.


SUPERARE IL CINISMO DI OGGI?


Il cinico oggi, secondo il filosofo P. Sloterdijk ( Critica della ragion cinica, trad. it. Garzanti, Milano 1992) è colui che riveste una posizione di potere: “Il cinismo diffuso ha ormai conquistato le posizioni chiave della società: presidenze, parlamenti, comitati di controllo, direzioni aziendali, lettorati, studi professionali, facoltà universitarie, segreterie di produzione e redazioni”. Cinico è colui che ammanta la propria azione (improntata al più duro, privo di scrupoli, calcolatore, realismo) con una giustificazione moralistica relativa al suo fine. Cinico sarebbe chi, in nome dell’Ideale, piega il proprio agire ai principi più bassi e brutali della realtà. Secondo il filosofo la salvezza e' tornare agli antichi, a quell’antico cinismo che dileggiava i potenti e irrideva il potere. Tornare al cinismo contro il moralismo dei fini: irriderli come ci suggerisce Ivan Illich (I. Illich, La convivialità, trad. it. Boroli, Milano 2005) raggiungere una nuova condizione di convivialità che si collega all'antico Convivio di Platone). Criticare e andare oltre agli strumenti della morale e del potere: lo sviluppo industriale selvaggio, un sistema scolastico ed educativo fallimentare, una crescita economica giunta ormai ai suoi limiti. Essere liberi, autonomi e creativi, dice IllichTornare allo spirito cinico del Dialoghi dei morti di Luciano di Samosata (II secolo d. C.) per far sopravvivere lo spirito cinico antico, incarnato nel personaggio del filosofo Menippo di Gadara. Nell’Ade, di fronte ai lamenti di coloro che erano, da vivi, ricchi e potenti, Menippo oppone la sua risata di feroce cinismo «Menippo [...] se hai deriso a sufficienza le cose della Terra [...] qui non cesserai sicuramente di ridere, come ora faccio io, e soprattutto quando vedrai che i ricchi, i satrapi, i tiranni sono tanto insignificanti e anonimi, distinguibili solo per i loro gemiti, e che sono deboli e vili quando ricordano le cose di lassù […]» (Dialoghi dei morti, I, 1).

domenica 14 settembre 2014




NON E' VERO CHE SIAMO A "ZERO RIFORME" IN ITALIA


Riforme strutturali, bisogna fare le riforme strutturali siamo in ritardo.... Ma e' proprio vero? Non mi sembra. Portare le pensioni d’un colpo a 67 anni l’età pensionabile non è riuscito a nessuno e la Germania sta tornando indietro. Quanto al mercato del lavoro, l’Italia fin dal 2002 con il governo Berlusconi, ha introdotto un sistema di contratti a tempo determinato che ha creato tre milioni di posti di lavoro. Precari? E allora che cosa sono i 7 (sette!) milioni di mini jobs a 450 euro al mese del modello tedesco che tanti decantano senza conoscerlo? Cassa integrazione? Secondo quanto dice il capo dell’Agenzia del lavoro Frank-Jurgen Weise Berlino ha adottato la cassa integrazione dopo la crisi del 2008, adattando il modello italiano; inoltre l’agenzia prende in carico i disoccupati e ne gestisce l’impiego. Bisogna pero' affrontare l’articolo 18 per togliere di mezzo un inutile ostacolo che crea solo immensi alibi,e una grande ingiustizia perche' proteggendo sette milioni di lavoratori ne esclude altrettanti, non copre i precari né le aziende sotto i 15 dipendenti cioè la stragrande maggioranza delle imprese italiane. Come dice Weise anche in Germania esiste la giusta (anzi "giustissima") causa per il licenziamento; la vera differenza è che i giudici non decidono il reintegro, come in Italia, bensì l’ammontare dell’indennizzo. Quest’ultima, del resto, è la strada imboccata da Elsa Fornero e dal Jobs act (ammesso che venga approvato). E nella pubblica amministrazione niente risparmi? Non e' proprio vero. I dipendenti pubblici, dal 2010 sono diminuiti di 300mila unità grazie al blocco del turnover e i loro stipendi sono bloccati ormai da 5 anni (considerando la decisione di estendere la misura al 2015). La spending review britannica è arrivata a tagliare 400mila statali, ma in un arco di tempo più lungo.
La spesa sanitaria in rapporto al prodotto lordo è già sotto la media Ocse. Certo bisogna agire su sprechi: però una riduzione della spesa significativa implicherebbe un ripensamento dell’intero sistema sanitario, che nessuno ci dice quale sia. Questo non vuol dire che non ci troviamo di fronte a una grande crisi fiscale dello Stato, che, del resto, è esplosa ovunque. Anche se in in Italia si manifesta con livelli piu' elevati rispetto agli altri paesi europei, siamo riusciti a difenderci grazie all'elevato livello di risparmio e di ricchezza. Le ultime indagini della Banca d’Italia dimostrano che i patrimoni degli italiani dall’introduzione dell’euro in poi sono saliti da seimila a ottomila 500 miliardi (quasi sei volte il prodotto lordo dello scorso anno) per lo più grazie agli immobili, ma anche agli impieghi finanziari (soprattutto buoni del tesoro). Quindi il problema dell’Italia non è il debito in sé, visto che ormai per il 75% sta nelle tasche degli italiani, ma la crescita. Questa dipende dalla competitività che dipende a sua volta dagli investimenti. E questi dipendono da tutti i soggetti non solo in Italia: serve una politica monetaria piu' aggressiva, una revisione della politica fiscale in Europa che crei espansione nei Paesi con i conti in ordine (Germania prima di tutto), eliminate la stretta creditizia e aumento degli investimenti (con capitali propri) nelle imprese manifatturiere e nei servizi.


giovedì 11 settembre 2014

SENZA UN POTERE COMUNE CHE LI TENGA TUTTI IN SOGGEZIONE

"Da ciò, appare chiaramente che quando gli uomini vivono senza un potere comune che li tenga tutti in soggezione, essi si trovano in quella condizione chiamata guerra: guerra che è quella di ogni uomo contro ogni altro uomo (…).
Da questa guerra di ogni uomo contro ogni altro uomo consegue anche che niente può essere ingiusto. Le nozioni di diritto e torto, di giustizia e di ingiustizia non vi hanno luogo. Laddove non esiste un potere comune, non esiste legge; dove non vi è legge non vi è ingiustizia (…).
Le passioni che inducono gli uomini alla pace sono la paura della morte, il desiderio di quelle cose che sono necessarie a una vita piacevole e la speranza di ottenerle con la propria operosità ingegnosa. E la ragione suggerisce opportune clausole di pace sulle quali si possono portare gli uomini a un accordo. Queste clausole sono quelle che vengono, in altri termini, chiamate le leggi di natura." 

T. Hobbes, Leviatano, a cura di A. Pacchi, Laterza, Roma-Bari 1989, pag. 104.


OBAMA: PRAGMATISMO SENZA VISIONE POLITICA

Io non sono d'accordo sulla demonizzazione dell’“imperium” americano.“Imperium” Usa non e' stato quasi mai missione di esportare la libertà nel mondo. Lo slogan di Woodrow Wilson,era solo uno slogan: la realtà era che gli Stati Uniti si proponevano ed erano elementi chiave di una stabilizzazione internazionale duratura, come contenimento e mediazione tra le spinte centrifughe sorgevano nei vari scacchieri mondiali. La politica internazionale di Barack Obama e' in contraddizione con la difesa tradizionale dei valori del mondo occidentale, che essa ha sempre rappresentato. Quello di Barack Obama è un pragmatismo senza una visione politica. E produce disastri.

mercoledì 10 settembre 2014

LE LACRIME DI MIO PADRE


" Ho visto piangere mio padre solo una volta. Fu alla stazione ferroviaria di Alton, quando ancora ci passavano i treni. Io stavo andando a Filadelfia: un viaggio di un'ora fino al terminal della Trentesima strada, per poi prendere, dalla stazione di Market Street, il treno che mi avrebbe riportato a Boston, all'università. Ero ansioso di partire, perché la mia casa e i miei genitori mi sembravano già in qualche modo irreali, mentre Harvard, con i suoi corsi pieni di speranze per il futuro e la ragazza con cui mi ero messo a partire dal secondo anno, diventava a ogni semestre più reale; rimasi sconvolto (uscii dai binari, per così dire) nel notare che mio padre, stringendomi la mano per salutarmi, aveva gli occhi lucidi di lacrime. “Diedi la colpa alla stretta di mano: in diciotto anni non ci era maicapitata l'occasione di scambiarci un gesto simile, di indulgere in quel genere di contatto virile, cui eravamo arrivati con un po' d'incertezza solo di recente. Papà era più alto di me, sebbene io non fossi basso di statura, e tenendo la sua mano calda nella mia, mentre lui si sforzava di sorridere, mi resi conto che vedeva le cose da una prospettiva diversa. Io ero quello che se ne andava; lui mi guardava andar via. Io crescevo nella mia idea di me stesso; e per lui diventavo più piccolo. Mi aveva voluto bene, mi fu chiaro come non mai. Prima di allora non c'era mai stato bisogno di dirlo, e ora me lo dicevano le sue lacrime. “In precedenza, in tutti gli anni e in tutte le modeste avventure che avevamo condiviso, dominava la sensazione, nata da lui, che la vita fosse un imbroglio, un imbroglio nel quale, per un certo periodo, ci eravamo trovati insieme” (Estratto da: Updike, John. “Le lacrime di mio padre.”)

domenica 31 agosto 2014

RICORDANDO RANIERO PANZIERI





RICORDANDO RANIERO PANZIERI

NOSTALGIE, NOSTALGIE. AVEVO VENT'ANNI nei primi anni sessanta.....A Raniero Panzieri, a cinquant'anni dalla scomparsa, Cesare Pianciola dedicò un breve libro: “Il marxismo militante di Raniero Panzieri” (Centro di Documentazione di Pistoia, 88 pp., 10 euro). Avevo vent'anni nei primi anni Sessanta, frequentavo l'Universita' a Bologna,la riscoperta di Marx, la classe operaia, la Fiat, l'operaio massa, le idee della “nuova sinistra” italiana prima del ’68. In cantina dentro qualche scatolone ci deve essere qualche copia ingiallita del giornalino universitario dove scrivevamo di tutto questo.... nostalgie...Per uno studente di Economia la critica dell’economia politica di Marx appariva come non un’ ‘economia’ nel senso di Smith e Ricardo, ma una ‘scienza filosofica’ nel senso di Ficthe e di Hegel, che forniva strumenti di analisi "scientifica" della societa' capitalistica nel suo insieme, con i suoi vari aspetti religioso, politico, sociologico, culturale, eccetera, organicamente interconnessi. Marx del Capitale, visto non come “contributo” di sinistra all’economia politica come critica complessiva della società capitalistica (di cui l’economia politica era la nuova religione globale di legittimazione). La critica dell’economia politica esplorata come teoria generale della società, e non semplicemente come "economia", perche' pone al centro la connessione organica tra il piano filosofico della teoria dell’alienazione ed il piano economico della teoria del valore. Panzieri mi stimolava a leggere Marx. Ma Panzieri e' stato importante perche' ha contribuito a modificare il pensiero di una sinistra che faticava ad uscire dalle rigidità dogmatiche dello stalinismo e della guerra fredda... Purtroppo rimase pensiero minoritario. Quando, nel 1956, a seguito della repressione sovietica della rivolta popolare ungherese, che rivelava  il volto dello stalinismo, Panzieri visse la crisi del comunismo stalinista come una grande opportunità: «l’affermazione del processo attuale come rottura costituisce il solo modo di affermare la continuità storica del movimento» R. Panzieri, L’alternativa socialista. Scritti scelti 1944-1956, Einaudi, Torino 1982.pag.183. La sinistra italiana, secondo Panzieri, doveva trarre una immediata lezione dagli eventi del 1956: ribaltare la concezione del partito-guida, superare le forme di organizzazione autoritaria e gerarchica delle masse, uscire dal sonno dogmatico e aprirsi ad una analisi concreta dei grandi mutamenti sociali. In direzione opposta andò invece la risposta di Togliatti. Egli tese a filtrare, attenuare, governare le conseguenze degli eventi che esplodevano nell’Est al fine di conservare intatto il «partito d’acciaio» di stampo stalinista. 

A seguito della rivolta de luglio 1960 Panzieri scriveva:" .... feticismo costituzionale, che esasperando il valore dell’attività a livello parlamentare, finisce proprio per aggravare lo svuotamento delle stesse istituzioni di democrazia borghese, mentre si estendono e si rafforzano i controlli di potere nelle strutture e nello Stato delle grandi concentrazioni industriali e finanziarie, e per questa via si tiene sempre il Paese sull’orlo dell’avventura reazionaria aperta." Pubblicato in "Per sconfiggere il fascismo alle radici. Sorga dalla Fabbrica la Democrazia per tutto il Paese", in “La Città”, periodico della Federazione torinese del PSI, 25 luglio 1960.




sabato 30 agosto 2014




ISLAM CONTRO ISLAM 

Sunniti contro sciiti, sunniti contro sunniti, Al-Nusra (Al Qaeda) che in Siria combatte contro l’ISIS (sempre Al Qaeda) ma che in nord Africa ci si allea. Autobombe e attentati a raffica dal Medio Oriente alla Nigeria. L’Arabia Saudita che rinnega i Fratelli Musulmani sostenuti dal Qatar (entrambe potenze sunnite), il Qatar che fa l’occhiolino all’Iran ma finanzia l’ISIS che sta radendo al suolo il regime sciita in Iraq. I Fratelli Musulmani, sunniti, che si alleano con l’Iran per sopravvivere.
L’islam contre l’islam- L'interminable guerre des chiites et des sunnites - Antoine Sfeir Editions Grasset 


JIDAISTI DI CASA NOSTRA 

Parla Roger Scruton: “I terroristi islamici vengono dal nostro vuoto che fa sbadigliare....e' come se l'occidente avesse nulla da offrire...."
Secondo il filosofo dietro a quella lama c’è “una politica che ha portato alla frammentazione sociale. E’ questo il multiculturalismo. L’islam non accetta il dominio laico della legge e per questo germoglia nell’Europa ultra secolarista. I killer di Iraq e Siria sono musulmani che credono che Dio li abbia autorizzati a uccidere e la loro religione non dà a nessuno l’autorità di fermarli. Tutto quello che il multiculturalismo ha ottenuto è distruggere una cultura pubblica condivisa, e al suo posto ci ha messo un vuoto che fa sbadigliare. Il più grande bisogno umano non è la libertà, come pensano i liberal, ma l’obbedienza, come hanno capito i musulmani. Giovani delle minoranze islamiche, come quelli che nell’estate del 2005 uccisero cinquanta persone innocenti a Londra, sono i prodotti della follia multiculturale. E’ come se il Vecchio continente non avesse nulla da offrire loro” 

Even if it may appear, to the skeptical modernist, as a medieval fossil, Islam has an unrivalled ability to compensate for what is lacking in modern experience. It rationalizes and validates the condition of exile: the condition in which we all find ourselves, severed by the hectic motion of mechanized life from the archaic need for membership.” ROGER SCRUTON, “The Political Problem of Islam.” THE INTERCOLLEGIATE REVIEW—Fall 2002

lunedì 11 agosto 2014



I DISASTRI DI OBAMA
E' ora che ci domandiamo quali danni abbia prodotto Obama, con i suoi illusori obbiettivi di creare un ordine mondiale fondato sull'armonia fra potenze rivali. In realta' quello che vediamo non e' una strategia coerente con l'obiettivo, ma solo un agitarsi opportunisticamente, che produce danni. Nel 2008, con la Russia, Obama ha azzerato lo schema sanzionatorio (peraltro molto limitato) messo in piedi da Bush dopo l’invasione della Georgia. Lo ha fatto nel nome del “reset” delle relazioni, per incoraggiare il perseguimento di obiettivi "comuni", che non ci sono mai stati, e che anzi hanno incoraggiato l’atteggiamento aggressivo di Putin. Ora gli Usa devono approvare ben piu' pesanti sanzioni, se vogliono recuperare qualche credibilita' a fronte della vicenda Ucraina. Obama cerca un intesa con la Turchia   assumendo, cinicamente e furbescamente una posizione critica verso la politica di Israele. Allenta i rapporti con Israele e di fatto da mano libera all'Iran di finanziare, fornire armi, e addestramento, in Siria, Libano e Palestina, in funzione di risultati nella trattativa con l'Iran sul nucleare;  questo fa seguito al mancato sostegno Usa della piazza in rivolta nel 2009. In Egitto molla l'alleato Mubarak per affidarsi al governo dei Fratelli musulmani e ora storce il naso verso al Sisi. Ogni scelta è stata dettata dalla convenienza del momento, anche spesso con la decisione di non fare niente, senza badare al fatto che nel tempo ci sarebbero stati disastri strategici e una generale perdita d’influenza.  E quando, come in Libia, decide di contraddire la sua politica di stare a vedere, sceglie la soluzione piu' facile e popolare:  la rimozione di Gheddafi manu militari, per poi disinteressarsi del seguito disastroso che porta al fallimento di ogni soluzione di stabilizzazione dello Stato. In Siria Obama ha oscillato per poi non intervenire in una guerra civile che finora ha fatto 170 mila morti oltre che aver prodotto  la proclamazione del Califfato a cavallo fra Iraq e Siria. Per non parlare del ritiro affrettato dall'Irak, di cui oggi vediamo le conseguenze. E questo e' il Presidente che avrebbe dovuto voltare pagina e riparare i disastri dell'interventismo di Bush. Mai dal dopoguerra cosi' tanti scenari di guerra e stragi etniche: Ucraina, Libia, Sahara e dintorni, Nigeria, Somalia e Kenya, Grandi Laghi e Zaire, Gaza, Siria e Iraq, Afghanistan. 

martedì 5 agosto 2014


Nel conflitto di Israele contro Hamas e in Ucraina l’occidente non riesce a schierarsi. E’ un problema di valori

di Leon Aron | 05 Agosto 2014 
Leon Aron è Direttore del dipartimento di Russian Studies all’American Enterprise Institute
Copyright American Enterprise Institute
Due guerre – una a Gaza e una nell’est dell’Ucraina – stanno avendo luogo simultaneamente. Le due guerre non hanno niente in comune eccetto una cosa: su entrambe non ci dovrebbero essere dubbi su quale parte è nel giusto e quale nel torto. In secondo luogo, entrambe probabilmente finiranno (sul lungo termine) con una sconfitta per la parte nel giusto a causa dell’attitudine che definisce l’atteggiamento dell’occidente nei confronti di entrambe. I fatti non sono in discussione. In Ucraina, il governo di Kiev sta cercando di ripristinare la sovranità ucraina sul suo territorio, di cui la Russia si è praticamente impadronita grazie a una guerra per procura fatta con truppe speciali professionali, funzionari di intelligence e mercenari (“kontraktniki”) che addestrano bande di guerriglieri definiti nel loro insieme “ribelli” o “separatisti”, armati e riforniti dalla Russia. A Gaza, Israele sta combattendo contro una organizzazione terroristica fondamentalista che ha come scopo quello di uccidere gli ebrei, i cristiani e i gay e opprimere le donne. Come in Ucraina, Hamas ha attaccato per prima, lanciando centinaia di razzi alle città e ai paesi di Israele.

Tuttavia in nessuno dei due casi la giustezza della guerra ha spinto l’occidente a sperare nella vittoria della parte “giusta”, piuttosto che per una “tregua” o per un “cessate il fuoco” che, come tutti sanno, la parte “sbagliata” violerà non appena sarà in grado di riprendersi, riorganizzarsi e rifornirsi. Per quale ragione? Due motivazioni nel canone postmoderno possono fornire una spiegazione. Primo, mentre la vittoria di qualcuno implica la sconfitta di qualcun altro, la “pace” – non importa quanto falsa o di breve durata – a livello superficiale non ha sconfitti, e per questa ragione è di gran lunga preferibile. Secondo, le nozioni di “giusto” e “sbagliato”, di “giustizia” e “ingiustizia”, di “bene e male” sono intrinsecamente sospetti perché i valori in sé sono diventati sospetti. Gli opinion maker occidentali sembrano aver imparato dalle élite universitarie che i “valori” sono “individuali” e “soggettivi”. Di conseguenza, devono essere tirati fuori dal discorso pubblico e dal processo decisionale. Anche la copertura dei grandi media occidentali mostra entrambe le guerre come “conflitti” in cui la parola “giusto” o suoi sinonimi non appaiono nemmeno una volta, in cui entrambe le parti condividono la stessa porzione di colpa, e pertanto la vittoria di una parte non è più auspicabile moralmente dell’altra. Questi imperativi ideologici sono così forti che nemmeno una tragedia può modificarli. Né l’abbattimento del volo Mh17, quasi sicuramente provocato da un missile terra-aria fornito ai separatisti dalla Russia, né l’assassinio di tre ragazzi israeliani né la ripugnanza del sacrificio deliberato di civili da parte di Hamas può introdurre un elemento di moralità in queste guerre e rendere la vittoria sul male preferibile alla pace.
La morte delle guerre giuste non è solo la conseguenza della mentalità prevalente in occidente. Quando una tragedia non è riconosciuta come un fenomeno morale, che attribuisce una colpa e che provoca la punizione del colpevole, seguono altre tragedie e altre morti. Nelle due guerre che ho menzionato, le conseguenze “operative” di questo spirito del tempo sono ovvie. Quando l’Ucraina riprenderà la sua offensiva vittoriosa contro i separatisti, che aveva sospeso unilateralmente dopo l’abbattimento dell’Mh17 per facilitare l’accesso al sito del disastro, e che ha sospeso ancora per un giorno la scorsa settimana per le stesse ragioni, il Cremlino – che per ragioni dipolitica interna non può permettersi una sconfitta in Ucraina – inizierà a gridare contro la “guerra civile fratricida”. A quel punto chiederà un cessate il fuoco immediato (che ovviamente lascia le forze sotto il suo controllo con quello che hanno conquistato finora) e potrebbe minacciare di muovere le sue truppe regolari oltre i confini per “proteggere le vite di civili innocenti”. Per evitare una aggressione diretta della Russia (e dunque la necessità di imporre nuove sanzioni che potrebbero essere politicamente difficili da affrontare per i paesi membri dell’Unione europea) l’occidente dovrà mettere pressione sull’Ucraina che, come è già avvenuto, annuncerà un cessate il fuoco unilaterale. Potrebbero perfino seguire negoziati diretti tra un governo eletto democraticamente di un grande paese europeo e bande di mercenari violenti. Questo fino a che i “ribelli” non attaccheranno di nuovo un obiettivo di alto valore simbolico – come hanno fatto con l’aeroporto di Donetsk – e il “ciclo della violenza” (un termine sterile, libero da accezioni di valore) inizierà di nuovo.

A Gerusalemme, come a Kiev, Israele sarà costretto dalla diplomazia statunitense ad accettare un cessate il fuoco, che di fatto mette sullo stesso piano una grande democrazia e una dittatura teocratica di terroristi fanatici. Hamas ricostruirà i tunnel, riempirà di nuovo gli arsenali di missili, e ricomincerà a rapire o assassinare altri civili e soldati israeliani e a sparare missili sui cittadini di Israele.

sabato 2 agosto 2014





Non c’è giudeo, né greco; non c’è schiavo o libero

Non c’è giudeo, né greco; non c’è schiavo o libero; non c’è più uomo o donna, poiché siete uno in Cristo Gesù”. Paolo afferma la novità assoluta del cristianesimo: il superamento delle divisioni,  che riguardano i popoli, le classi sociali e le famiglie, che determinano situazioni di violenza e di predominio gli uni sugli altri. Parlando di divisione tra Giudei e Greci, Paolo esprime cio' che esiste oggi come allora: le differenze religiose, culturali e sociali alimentano paura, rifiuto, odio, che producono violenze e guerre fratricide. Per la prima volta col cristianesimo viene affermato  che i diritti di ogni persona sono inalienabili e fondati sulla stessa natura umana.