martedì 28 marzo 2017





RICORDI.'figlia dei fiori' 

di Paola Rossi 
Ero in una splendida e intrigante Londra degli anni '70, a 17 anni, per una vacanza studio (più vacanza che studio :-)), con la mia compagna di liceo più cara. Era la prima volta che ci allontanavamo da casa, senza genitori. Eravamo giovani, idealiste, piene di sogni e con tanta voglia di conoscere, fare esperienze ed affermare la nostra libertà ed autonomia. Abbiamo macinato tanta strada, per vedere il più possibile il primo anno e anche il secondo, conciliando il tutto, con la frequenza ad una scuola. Abitavamo presso una deliziosa e tipica famiglia inglese, a Richmond Park. Ci siamo da subito fatte una bella e numerosa compagnia di ragazzi di tutto il mondo, in nome di un multiculturalismo, che ci ha, da sempre, caratterizzate. Volevamo conquistare il mondo. Tempi indimenticabili. Beata gioventù! 

lunedì 27 marzo 2017

RICORDI. Mus
di Pietro Cazzaniga. 
La giornata era quasi finita e stavamo tornando da una lunga passeggiata mia nonna, il suo cane ed io. Avrò avuto tredici anni. Per prenderci una pausa ci fermammo  ad osservare alcuni laghetti artificiali vicino a un rifugio e io tenevo il cane al guinzaglio: si chiamava Mus, ed era un pinscher nano, il che significa in soldoni avere le fattezze di un dobermann e le dimensioni di una nutria. Ad un tratto lo sentimmo guaire: un gatto più grosso di lui gli stava piantato con le unghie conficcate sul dorso. Mollai il guinzaglio. Mus fece per allontanarsi, mentre il gatto, spaventato dalla nostra reazione se ne fuggì via. Quando lo tirammo in braccio l'occhio sanguinava. Ricordo il viaggio in auto verso il veterinario, la mia mano che gli tratteneva la zampa perché non si grattasse l'occhio infettandolo, e la paura che restasse cieco. Fu una delle prime volte in cui realizzai come gli incidenti dividano la vita in un prima e in un dopo. Fortunatamente la ferita era superficiale e il cane non riportò danni permanenti. Da lì in poi rimase a me una certa diffidenza nei confronti dei gatti e del loro carattere.
RICORDI. LA SIGNORA DOMENICA    
di Maria Grazia Nicolini
La signora Domenica sbatte i panni sull’asse, le maniche arrotolate sopra il gomito a scoprire le braccia tonde e robuste, la treccia bionda che si solleva e ricade sulla schiena ad ogni colpo. E’ giovane, quasi una ragazza, ma va chiamata signora Domenica, per volere della nonna.  Il  chiuso del cortile risuona di quel rumore ottuso e le pietre assorbono l’odore scivoloso. Anche il gatto Vercingetorige, detto Gige, si è fermato, la coda ritta, lo sguardo allertato.
Schizzi d’acqua saponosa attorno alla tinozza, lacrime che rotolano lungo le guance sode. La signora Domenica piange, e sbatte più forte le lenzuola sull’asse, le torce e le affonda nell’acqua schiumosa della tinozza. Le danza sulla nuca bianca e sulle spalle la grossa treccia e il sudore  si allarga a chiazze sulla camicia azzurra. Le lacrime sgorgano ininterrotte dai larghi occhi sbiaditi. Ogni tanto lei si passa una mano schiumosa sul viso e sotto il naso. Poi, d’improvviso, comincia a imprecare contro il marito violento, nel chiuso dialetto delle valli. Quando torna ubriaco, la notte e lei sta dormendo, le dice di voltarsi, perché vuole adoperarla.. Forse vorrebbe che si alzasse e gli preparasse da mangiare? Piange, singhiozza e continua a  lavare la biancheria la signora Domenica. << Diu, s’el ghè, gavria de fal murì->>, conclude sbattendo per l’ultima volta i panni ritorti, pronti per il risciacquo. Si rizza sulla schiena, asciuga le mani nella gonna e se le passa energicamente sul viso, tirando su col naso. Il mastello rovesciato nella fogna, un catino di panni strizzati sulla testa, la signora Domenica se ne va fiera verso il lago, la grossa treccia che batte a ogni passo sulla schiena sudata.
Nella casa, la nonna si muove leggera, con passi furtivi di gatto. L’estate si allarga pesante sul lago, in lente foschie, ma il salotto della nonna è scuro e fresco.
La cucina, invece, è chiara, spalancata sul lago. La ragazza venuta dall’Ossola trita le verdure dell’orto con la mezza-luna, la nonna decora la crostata con giri di frutta. Il rosso delle ciliegie, il giallo aranciato delle albicocche, il verde delle pere affiorano dal pallore della crema pasticciera. La gelatina fa sembrare la frutta sotto vetro. << E’ bellissimo! Come hai fatto?>>  La nonna ride: < <Non sai che sono una maga?>>.  L’ho sempre pensato. Soprattutto quando scivolo dietro di lei nella stanza-dispensa gelidamente azzurra. Ci sono vasi di vetro grandi e piccoli. E, dentro, le magie della nonna:  brillanti ortaggi sott’olio e sott’aceto, albicocche e pesche nel liquido sciroppo, marmellate di prugne e di fragole, gelatine di rose, ciliegie sotto spirito, miele dorato e denso, mammole e scorzette d’arancia candite. E poi erbe. Colte con la luna crescente e seccate al sole. Pronte per tisane e impiastri, che guariscono ogni male e danno sonni sereni e sogni colorati.
La sera  esplode il  temporale, con un vento che piega gli alberi   furioso, come a voler  cancellare l’estate. La nonna accende Il camino  e spegne la luce. Ad ogni scoppiettio del ciocco, le scintille scappano su, nella cappa nera, mentre la nonna racconta. Così serena e radiosa nel sole, le braccia sempre colme di fiori o di prodotti dell’orto, si  trasforma alla luce rossastra del fuoco. La voce si  fa bassa e arcana nel dipanarsi delle storie orrende di streghe e di stregati. Sto aggrappata al mio sgabello, tra la meraviglia e la paura, accanto a una sconosciuta che appartiene, ora ne sono certa, al mondo dei sortilegi.
Poi la nonna dice: < <E’ ora di andare a letto>>.  Accende la luce e torna ad essere la dolce vecchia signora, tutta vaporosi capelli bianchi e merletti, dal quieto rassicurante sorriso. Però io adesso so la sua vera natura.. Mi prende per mano e mi conduce, lungo il corridoio, verso la camera.<<Nonna- dico- se sai fare gli incantesimi, perché non fai morire il marito della signora Domenica?>>.  Lei si ferma di colpo. Ha gli occhi così severi che vorrei sparire. Invece continuo, cocciuta, sfidando il gelo di quello sguardo. << E’ cattivo. La sveglia di notte per adoperarla. La signora Domenica piange e dice che Dio dovrebbe farlo morire. Ma forse Dio non ha tempo. Potresti pensarci tu, no?>>.  La nonna riprende a camminare in silenzio tenendo stretta la mia mano. Il pigiama, le preghiere, il lenzuolo rimboccato, il bacio lieve sulla fronte. Rimango a lungo nel buio con gli occhi spalancati. Chiederò alla signora Domenica se il marito è morto per davvero, penso addormentandomi.
La Domenica da noi viene il lunedì, diceva sempre la zia Irma, ridendo ogni volta per la boutade. Ma nessun lunedì  vide più la signora Domenica, scivolata via, insieme alle sue lacrime, con l’acqua saponosa del ranno.



RICORDI: LA CONCHIGLIA 
Era il 7 Luglio 1958. Di li' ad un mese avrei compiuto 7 anni. Mi trovavo al mare ad Ostia, e quel giorno scendemmo in spiaggia con i nonni. Salimmo sul frangiflutti per stare piu' vicini al mare. Non ho mai visto i nonni in costume. La nonna indossava sempre degli eleganti abitini da spiaggia mentre il nonno, solo al mare, indossava pantaloni lunghi con camicia senza giacca. Negli anni '50 le attivita' commerciali erano sempre aperte. Non chiudevano per le ferie estive ed erano aperte anche la domenica mattina. Avendo la mia famiglia una attivita' commerciale, quando terminavano le scuole, la nonna ed io ci trasferivamo nella casa al mare a Ostia. Avevamo il posto con ombrellone, sdraio e cabina allo stabilimento balneare La Conchiglia. Proprio dinanzi allo stabilimento, poco lontano dalla riva, c'erano dei frangiflutti sui quali si poteva salire dallo stabilimento e passeggiare anche senza bagnarsi i piedi. I giorni trascorrevano sereni. Al mattino presto la nonna ed io scendevamo in spiaggia e passeggiavamo. La nonna sosteneva che l'aria marina del mattino sarebbe stata salutare per me che soffrivo spesso di tonsilliti e raffreddamenti. Poi giocavo con altri bambini vicini di ombrellone mentre le nonne parlottavano tra loro e ci controllavano amorevolmente. Il nonno e la zia ci raggiungevano con il trenino ogni venerdi' mentre mamma e papa' arrivavano in auto la domenica dopo la chiusura del negozio e ripartivano la sera riportando con loro il nonno e la zia. Quel mattino io correvo avanti, la nonna allungava il passo per starmi dietro mentre il nonno aveva un passo piu' lento, quasi a volersi godere ogni alito di quell'aria pulita e profumata ....di mare.
All'improvviso...un tonfo alle nostre spalle. Ci voltammo e...Il nonno era disteso sul frangiflutti. La nonna rimase immobile, io lo chiamai...sembrava dormire.
Il viso era sereno, quasi sorridente. La nonna mi porto' via ma prima mi consenti' di dargli un bacino. Mentre ci allontanavano mi voltai piu' volte nella speranza di vederlo rialzarsi. Ma rimase li' disteso con tanta gente intorno a lui. Il mare sembrava cullarlo mentre il sole lo scaldava.





RICORDI. Il Pavan. 
di Anonima Veneziana. 
Entrare in aula mi metteva una certa ansia. Ero nella classe dei ripetenti, in prima elementare. L'unica mista su tre classi in tutto. I maschi avuevano due anni più di me. Anche lui. Il Pavan. Era alto, magro, portava il vestito di 'cenci' come se fosse un modello. Non era bello, con quei capelli rosso-biondo e un naso secco che attirava l'occhio. Cercavo di non guardarlo, ne avevo un certo timore. Era spesso alla lavagna a scrivere il nome di chi non rispettava il silenzio. Io rispettavo il silenzio, sempre, ma lui scriveva il mio nome, in cima alla lista. Arrossivo e tacevo. Poi, mentre entrava l'insegnante, cancellava velocemente solo il mio nome, non quello dei compagni. Cercavo di sfuggire al suo sguardo, perchè il suo "doppio" messaggio mi confondeva: non capivo se veramente ce l'avesse con me. 
Un giorno la maestra chiese di metterci a coppie, un maschio e una femmina. Esercitazioni di aritmetica. Subito si sedette accanto a me. Il Pavan. Non sapeva quasi scrivere e con i numeri era un naufrago in mezzo al mare. Cominciai a contare con lui. Ero leggermente emozionata. Dovevo inventare le operazioni e sottoporgliele e lui avrebbe dovuto fare la stessa cosa. Contavamo... ma i numeri diventarono altro: un linguaggio comune, sorrisi di intesa. Lui era grande, io no. Lui sapeva spostarmi i capelli, sfiorandoli, per vedere bene la pagina, perchè i miei capelli coprivano il quaderno. Ascoltava come procedevo nell'esercitazione e mi guardava. 
Il giorno dopo per la prima volta mi sono guardata allo specchio. Mi piacevo. Grembiule nero, colletto bianco e poi quel fiocco blu. Ce l'avevo solo io in quella classe. Mi pettinai i capelli con più cura delle altre volte, mi controllai le scarpe che la mamma puliva sempre. E poi rubai un tocco di cipria,me lo misi solo vicino all'orecchio per sentirne il profumo.
L'insegnante, qualche giorno più tardi, rifece la prova del lavoro in coppia. Si doveva studiare a memoria una poesia. Il Pavan, in quell'anno, era riuscito a imparare a leggere bene, a contare e pure a scrivere quasi correttamente. Un giorno mi trovai un biglietto in tasca. Era per me. Non capivo bene cosa volesse dire. C'era scritto: mi piace quando leggi.  
E' durata un anno quasi. Finché, all'entrata dell'oratorio, mi confessò che avrebbe voluto stare con me... nel banco... nei giochi... nella strada.
"E poi, quando siamo grandi, ti sposo".  
Parlava male, ma i suoi occhi parlavano più delle parole. Mi è rimasto impresso il suo sguardo. Era smaliziato come quello di un adulto, ma era troppo innocente nell'anima. 
Sono sempre stata catturata da quelle finestre che ognuno tiene sulla parete del viso... e se ci guardi dentro ci vedi il paradiso.
In seconda mi hanno mandata nella classe delle bambine... era un privilegio, e, a dire degli insegnanti, una promozione.
Per me no. Non l'ho più visto il Pavan.

Foto: Archivio Storico Indire, Fondo Fotografico. ©Indire

giovedì 16 marzo 2017




AMO LA FIABA
Amo la fiaba come creazione di un mondo in cui il desiderio si puo' manifestare a dispetto della durezza o banalita' delle nostre vite. Un mondo dove una creatività la puoi condividere con altri, sapendo che troverai una sintonia immediata attraverso essa. Per tale ragione la fiaba risulta affascinante ed attraente. Sempre.Ma la fiaba mi dice anche che la fantasia puo' essere la strada per modificare la mia vita. Una fantasia che è tutt’altro che illusione, se, matenendo la consapevolezza della realtà, diventa rifiuto di divenirne prigionieri. E' solo con la fantasia che esiste il desiderio, che non e' "la voglia" intesa come avidità fuori misura e controllo che conduce un’insoddisfazione senza limiti di cui diventiamo schiavi. 
VIKTOR VASNETSOV (1848-1925)
Vasnetsov ha preso come base un'antica fiaba di un contadino Ivan che è sceso sotto Terra e vi ha trovato tre Regni, Il Regno d'Oro, il Regno delle Pietre preziose e Regno del carbon fossile. 

mercoledì 8 marzo 2017




SURREALISMO...SINDACALE 

Del programma dello sciopero dell'8 marzo 2017 i surrealisti ne farebbero il loro manifesto!. Facciamo un confronto. Breton (1924) « Automatismo psichico puro con il quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente che in ogni altro modo, il funzionamento reale del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale ». Questo il programma dello sciopero: “Non una di meno" .... “sarà uno sciopero dei generi e dai generi, uno sciopero produttivo e riproduttivo, uno sciopero dal lavoro di cura e dal consumo”.  Sono d'accordo con Giovanni su Facebook che commenta: "La disonestà intellettuale e la stupidità del politicamente corretto supera ormai le vette del sublime!"

La protesta nel giorno della festa della donna organizzata per dire no alla violenza di genere. Aderiscono le principali sigle sindacali, problemi nei trasporti pubblici, nella…
CORRIERE.IT

lunedì 6 marzo 2017




GIORNALISMO
"...Quell’orribile piacere cupo e solitario, gustato senza testimoni..."
Non solo assistiamo a carenze della politica. Possiamo sostenere che il giornalismo sia messo anche peggio? Ogni giorno siamo inondati, in una gara perversa tra giornali e tv, da mistificazioni, notizie date in modo parziale per distorcerne il significato, strumentalizzazioni conseguenti ecc. È pratica diffusa il dossieraggio e la delegittimazione della persona, per portare il lettore a disprezzarla e odiarla.
Ai tempi di Balzac era diverso?. Non sembra proprio.
Estratto da Honoré de Balzac. “Illusioni perdute.” Garzanti.
"...Quell’orribile piacere cupo e solitario, gustato senza testimoni..."
“Assaporò in quella mattinata uno dei piaceri segreti più vivi dei giornalisti, quello di affinare l’epigramma, di arrotare la lama fredda che trova il suo fodero nel cuore della vittima, e di scolpire il manico per i lettori. Il pubblico ammira il lavoro brillante del manico, non vi vede alcuna malizia, ignora che l’acciaio della spiritosaggine, avvelenato dalla vendetta, sguazza nell’amor proprio sapientemente frugato, ferito da mille colpi.
Quell’orribile piacere cupo e solitario, gustato senza testimoni, è come un duello con un assente, ucciso a distanza con la punta della penna, come se il giornalista possedesse il potere fantastico accordato ai desideri di coloro che, nei racconti arabi, possiedono un talismano. L’epigramma è lo spirito dell’odio, dell’odio che è l’erede di tutte le malvagie passioni dell’uomo, così come l’amore polarizza tutte le sue buone qualità. Perciò non c’è uomo che non sia spiritoso quando si vendica, per la ragione che non ve n’è uno al quale l’amore non dia delle gioie.”

domenica 5 marzo 2017



SPAZIO VUOTO
A poco serve esorcizzare "i populismi" se non si ragiona su come riempire lo "spazio vuoto" lasciato libero dalla autodistruzione delle vecchie identità politiche, dalla disgregazione dei partiti, dal degrado del rapporto fiduciario tra società e classe politica. Da questo vuoto politico nascono i leaders più o meno spregiudicati e demagogici. Finchè non si riuscirà a riempirlo, i movimenti populisti non potranno che crescere innalzando ogni volta la bandiera di un popolo inventato, e proponendosi come custodi dei suoi interessi traditi.

sabato 4 marzo 2017




"DISCORSO DEL CAPITALISTA"
Domanda: Perchè parole come "solidarietà", "giustizia", "eguaglianza" tendono ad evaporare, ad assumere la inconsistenza retorica delle buone intenzioni?. Jacques Lacan, nel "discorso del capitalista" ( Il termine compare per la prima volta in una conferenza tenuta da Lacan nel maggio del 1972 a Milano, a cui ho assistito) sostiene la tesi che il fondamento  ideologico e culturale del capitalismo sia nello "slegame", cioè nella proliferazione della frammentazione e della precarietà della condizione esistenziale e sociale. Diversamente da Max Weber - che trova la genesi spirituale del capitalismo nell’ascetismo protestante, nella rinuncia e nel sacrificio di sé - Lacan sottolinea che il capitalista esalta il godimento al posto di ogni forma di legame. Il sacrificio dei primi  capitalisti, del quale parla Weber, è sostituito dall’imperativo del consumismo. Lacan sostiene, cioè, che il capitalismo non è solo potente strumento di trasformazione della società, da feudale a industriale, da contadina a urbana, da nazionale a globale, ma è un fattore determinante di frantumazione delle relazioni affettive e solidali. Anche per questo parole come "solidarietà", "giustizia", "eguaglianza" tendono ad evaporare, ad assumere la inconsistenza retorica delle buone intenzioni. Nelle rapporti  diventa prioritario il tornaconto e le relazioni sociali tendono ad assumere un valore strumentale. I valori prevalenti diventano, da una parte l'utilità e dall'altra l'efficienza, intesa come  rapidità con cui si vuole ottenere il proprio vantaggio. Poichè l’individuo e i suoi desideri sono diventati la misura di tutte le cose e l’agire sociale è sistematicamente ricondotto a motivazioni individualistiche, sono  vissuti come disturbanti i ritardi, le difficoltà e tutto ciò che con la crisi si è inceppato. Da qui anche nasce  l'insoddisfazione diffusa e il conseguente vittimismo rivendicatorio, che diventa fenomeno sempre più prevalente nelle nostre società.

venerdì 3 marzo 2017




LIBERTÀ E DESIDERI
Domanda: Può esserci libertà senza capacità di attribuire significati alle cose?. Ci sentiamo dire ogni giorno che gli individui devono autodeterminarsi e realizzare i propri desideri. Ma cosa sono oggi i desideri in un mondo dove gli esseri umani tendono ad essere semplici scambiatori di informazione, e come tali sono indotti a pensare che sia possibile tutto e il contrario di tutto. In questo mondo i soggetti sociali vengono risucchiati in un unico processo dove l'accumulo di informazioni sono strumento principale nella ricerca individualistica del piacere nell’immediato, senza però che questo riesca a compensare un pensiero permanente di mancanza di senso. Per questo la soddisfazione dei bisogni, indotti da tale processo, porta a un continuo impegno a inventare "il nuovo", di ogni tipo, basta che riesca a muovere la soggettività e a far sentire il singolo libero e capace di provare sensazioni. Allora si cerca di accumulare esperienze, una dietro l'altra, senza fermarsi a pensare, per paura di dover riconoscere che il "pieno" cercato è solo una finzione. Questo perchè non può esserci libertà senza capacità di attribuire significati alle cose, interpretando la realtà e lavorando per renderla socialmente vivibile. (P.B.) 
 






SAGGEZZA
 "[...] credevano fermamente che la scienza, la saggezza e l'istinto di autoconservazione alla fine avrebbero costretto l'uomo ad unirsi in una società concorde e razionale, e perciò, nel frattempo, allo scopo di accelerare la cosa, i «saggi» si sforzavano di sterminare al più presto tutti i «non saggi» e coloro che non comprendevano la loro idea, affinché essi non fossero di impedimento al suo trionfo.[...]" Dostoevskij, Fëdor. “Il sogno di un uomo ridicolo.”

giovedì 2 marzo 2017



DEMOCRAZIA DELLA SORVEGLIANZA
Una democrazia in cui il ceto politico è costantemente sottoposto alla sorveglianza da parte dei cittadini e della stampa, in teoria dovrebbe portare i governanti ad essere responsabili dinanzi agli elettori, ma la sua esasperazione rischia di condurre alla inefficienza e alla paralisi, anche perchè i media e i movimenti che cavalcano l'onda populista, producono soprattutto cinismo e diffidenza. I media per vendere copie e spazi pubblicitari, e i populisti per guadagnare voti , non solo amplificano episodi insignificanti, dichiarazioni pubbliche di scarsa rilevanza, pettegolezzi, o pure invenzioni, ma consolidano anche la cultura dell'avversione nei confronti della politica e dei politici. Allora ne risulta la crescita del desiderio di soluzioni palingenetiche utili per vincere le campagne elettorali ma che sono solo l'anticamera della disillusione e del risentimento, minacce vere della democrazia.
"DIVISIVO"
Non sopporto "divisivo" usato per argomentare contro le idee altrui. Le posizioni prese sono sempre "divisive" se c'è chi la pensa diversamente. Ed è un bene che si possano esprimere e sostenere. Spesso chi usa il termine contro l'altro è solo intollerante. 
Sarebbero argomenti "divisivi", nel dibattito politico italiano, la messa in discussione degli equilibri di una società burocratica e catastale, sclerotizzata, paralizzata, nella quale i politici vivacchiano, dandosi addosso l'uno all'altro, rinviando ogni soluzione di ogni problema?




mercoledì 1 marzo 2017


RILEGGERE ORWELL

Giovanni Bernardini

ORWELL
Chi ha letto il capolavoro di Orwell “1984” di certo lo ricorda. Nel paese in cui si svolge la vicenda esistevano i "due minuti dell'odio". Tutti i giorni in tutti i luoghi di lavoro la gente si radunava in una grande sala ed assisteva ad un filmato dedicato al grande nemico del popolo: Goldstein (val la pena di ricordare che il vero nome di Trotzkij era Bronstein...).

La visione di questo filmato eccitava la folla che iniziava ad urlare contro il mostro. “A morte, a morte!” urlavano tutti in preda ad un violento, incontenibile odio.
Beh... sembra che i nostri media vogliano anche loro propinarci i quotidiani “due minuti dell'odio”. Tutti i giorni i TG dedicano al presidente Trump due, tre minuti in cui questo viene accusato delle più incredibili nefandezze. E mentre l'annunciatore elenca queste nefandezze sullo schermo appaiono immagini di manifestazioni contro il nemico del popolo: gente urlante, fantocci bruciati. 
Orwell docet.
Nel romanzo di Orwell i dissidenti o presunti tali venivano “vaporizzati”. Scomparivano da un giorno all'altro e da quel preciso momento cessavano di esistere. Non erano scomparsi, non erano MAI ESISTITI. Il solo parlarne era un crimine contro il partito, il popolo lavoratore, la pace, il bene, il progresso.
I media stanno facendo qualcosa di simile con i terroristi: li “vaporizzano”. Qualcuno spara sulla folla, sgozza un passante, lancia un'auto a tutta velocità su gente inerme? I solerti giornalisti ci dicono subito che NON si è trattato di un atto terroristico, dopo di che “vaporizzano” tutto. Non si parla più di ciò che è successo. Non ci viene detto chi è stato a sparare, lanciare l'auto sulla folla, accoltellare. Non si sa come si chiama, cosa dice, quale è la sua fede. IL terrorismo islamico NON esiste, quindi noi non ne parliamo, lo “vaporizziamo”, questa la consegna. E chi parla di terrorismo islamico è un razzista xenofobo, un mostro che alimenta “irrazionali paure”, un nemico della pace e del dialogo. 
Di nuovo, Orwell docet.

martedì 28 febbraio 2017






DISPREZZO
Ogni giorno il dibattito politico è "ricco"  di manifestazioni del disprezzo reciproco, come modo per affermare la propria diversità e superiorità. Manca sempre più il desiderio di argomentare per convincere. Meglio l'offesa, la battuta maligna, la manovretta per squalificare l'altro. E bisogna farlo ogni giorno con parole diverse, perchè "la notizia" non dura più di un giorno. Così, invece di dedicare tempo alla riflessione, alla elaborazione, si pensa a cosa dire il giorno dopo per ottenere il titolo di testa sui giornali, in Tv, e a diventare "virale" (odio questa parola, e il suo uso giornaliero) su Internet. Letture notturne...Scrive Leopardi: " ...Non rispettando gli altri, non si può essere rispettato"... “in Italia la principale e la più necessaria dote di chi vuole conversare, è il mostrar colle parole e coi modi ogni sorta di disprezzo verso altrui, l’offendere quanto più si possa il loro amor proprio, il lasciarli più che sia possibile mal soddisfatti di se stessi e per conseguenza di voi. Sono incalcolabili i danni che nascono ai costumi da questo abito di cinismo, benché per verità il più conveniente a uno spirito al tutto disingannato e intimamente e praticamente filosofo, e da tutte le sovraespresse condizioni e maniere del nostro modo di trattarci scambievolmente. Non rispettando gli altri, non si può essere rispettato.” Giacomo Leopardi. “Discorso Sopra Lo Stato Degli Italiani.”



PERSONAGGI LETTERARI
Ho una passione per i personaggi, letterari ma non immaginari, che tra le pagine di un libro hanno preso vita e ci hanno reso parte del loro destino nel tempo della lettura ed ogni volta che li ricordiamo.
Scrive W. Somerset Maugham in proposito “I personaggi letterari sono strane creature. Si affacciano, ti entrano nella mente. Crescono. Assumono talune, opportune, caratteristiche. Vivono in un certo ambiente. Di tanto in tanto ti accade di pensare a loro. A volte diventano un’ossessione, sicché non riesci a pensare ad altro. Allora li racconti, e per te cessano di esistere. È buffo che un essere il quale ha occupato un posto nei tuoi pensieri, spesso solo nello sfondo, ma non di rado proprio nel bel mezzo; e allora, magari, ha vissuto con te per mesi ogni ora del giorno, e anche nei tuoi sogni, ti svanisca dalla coscienza al punto che nemmeno ricordi come si chiamava, e che faccia aveva. Capita perfino che ti scordi che sia mai esistito. Ma a volte le cose vanno diversamente. Un personaggio che credevi di aver liquidato, un personaggio di cui ti eri curato non più di tanto, non si dilegua nell’oblio. Ti accade di ripensarci. Spesso è una cosa molto irritante. Ne hai fatto quel che volevi, non ti serve più. Perché insiste a importi la sua presenza? È un intruso, non ce lo vuoi alla tua festa. Mangia il cibo, beve il vino preparato per altri. Non hai posto per lui. Devi occuparti di gente che per te conta molto di più. Ma lui se ne infischia. Incurante del decoroso sepolcro che gli hai allestito, continua caparbiamente a vivere, e anzi ? sotto sotto attivissimo; e un giorno, con tua sorpresa, scopri che si ? spinto fin nella prima linea dei tuoi pensieri; e non c?? che fare, devi dargli retta.”
W. Somerset Maugham. “Acque morte.” Adelphi,

lunedì 27 febbraio 2017




SCHIZZO
Amo i racconti di Robert Walser: originali, brevi, e fulminanti. Un esempio? Ecco il racconto "Schizzo" "Arrivò come da nebulose lontananze. Già questo giocava a suo favore. Aveva un aspetto come nessun altro ha. Lei pensò: «Ha l’aspetto di uno su cui ancora incombono pericoli». Era povero, indossava vestiti laceri, ma si comportava con fierezza. Il suo contegno esprimeva grande calma e grande letizia interiore. Lei pensò: «Che gusto meraviglioso debbono avere i suoi baci». Inoltre dava l’impressione di un uomo che non poteva non aver già suscitato molto favore e destato già molto interesse, e che ovunque avesse provocato entrambe le reazioni, fosse poi andato avanti per la propria strada, senza gettare un solo fuggevole sguardo da una parte o dall’altra.
Lei pensò: «C’è qualcosa di ardimentoso e magnanimo in lui. Chissà se lo amerò. In ogni caso è degno d’essere amato».
“Costui inoltre pareva ben sapere, e d’altro canto non sapere affatto, quanto fosse attraente. Vi era nel suo comportamento un che di smarrito, un che di ambiguo. Lei si diceva: «Questo giovane sa di sicuro essere discreto. Immagino sia dolce confidare in lui. Ancor più dolce e bello dev’essere buttargli le braccia al collo e stringerlo a sé». Nonostante la sicurezza e la fermezza con cui sapeva presentarsi, recava su di sé l’ombra di un essere reietto e indifeso. Lei pensò: «Ha bisogno di protezione. Come sarei felice di poterlo proteggere». Era giovane e tuttavia, a quanto sembrava, già provato: era di ferro, l’immagine stessa dell’irremovibilità e della pertinacia, e tuttavia aveva l’aspetto di chi desideri una profusione di tenerezze e intimità.
Allora lei gli sfiorò il braccio, come per caso e inconsapevolmente. Arrossì e pensò: «Si accorge di quel che voglio». Anche lui arrossì. Allora lei pensò: «Che uomo straordinario! Mi tiene in considerazione. È un cavaliere». Da quel momento in poi, agli occhi di lei il contegno di lui fu sempre più bello; e sempre più forza, fierezza e delicatezza emanavano dall’intero suo essere. Lei pensò: «Io amo. È vero, non mi è lecito amare, perché sono sposata. Ma io amo». Glielo fece capire con gli occhi e lui ebbe sufficiente attenzione, gentilezza e intelligenza per capire ciò che lei intendeva, sentiva e desiderava. E a questo punto cominciò il romanzo. Se, anziché un autore, io fossi un’autrice, muovendo di qui scriverei difilato due volumi.”
Robert Walser. “Storie che danno da pensare (Piccola biblioteca Adelphi)

giovedì 23 febbraio 2017



TRUMP-MUNCHAUSEN

Chissà perchè ho avuto una irrefrenabile voglia di riprendere in mano quel libro. 
"...Perché le mie storie sono assolutamente-indiscutibilmente-inequivocabilmen­te “vere”. Capisci? Sono vere, autentiche...."
"Mi capita molto spesso di recarmi a cena da amici oppure di essere invitato - ma che dico “invitato”! “supplicato di intervenire” è l’espres­sione che dovrei usare - a serate conviviali con vecchi generali, ambasciatori in pensio­ne, nobili in vena di un pizzico di mondanità.
Ecco, in queste occasioni, dopo aver banchettato allegramente e riso a crepapelle della stupidità degli assenti, tutti pretendono che li faccia divertire con il racconto delle mie avventure. E perché? Perché le mie storie sono assolutamente-indiscutibilmente-inequivocabilmen­te “vere”. Capisci? Sono vere, autentiche.
Anzi! Per pudore, per non accrescere oltre misura la stima della quale già son circonda­to… mi sento moralmente in obbligo di sminu­ire le imprese che mi hanno visto - costantemente - protagonista.
Ah, ma protagonista non per volontà mia! Per carità del cielo! Mio malgrado, sappilo.
Recentemente un amico, uno scrittore di fama internazionale, mi ha chiesto di affidare alla sua penna le mie memorie.
Io mi sono schermito, ho rifiutato cento volte, e poi cento ancora, finché quell’indivi­duo senza scrupoli mi ha minacciato: o gli avrei dettato personalmente le mie avventure o      le avrebbe strappate di bocca alla combriccola che assiduamente mi aveva come ospite d’onore."
Eric Rudolph Raspe “Le avventure del Barone di Munchausen.” 



SOCIALISTI
«Chi vi ha detto che non sono socialista anch'io?»
«Come ogni persona di cuore, sì; e appunto di ciò si tratta: di dire al popolo fino a qual segno è giusto e santo parlargli dei suoi diritti, ma quanto è necessario e doveroso rammentargli anche i suoi doveri.»
(dal romanzo di Federico De Roberto "L'imperio"