lunedì 27 marzo 2017





RICORDI. Il Pavan. 
di Anonima Veneziana. 
Entrare in aula mi metteva una certa ansia. Ero nella classe dei ripetenti, in prima elementare. L'unica mista su tre classi in tutto. I maschi avuevano due anni più di me. Anche lui. Il Pavan. Era alto, magro, portava il vestito di 'cenci' come se fosse un modello. Non era bello, con quei capelli rosso-biondo e un naso secco che attirava l'occhio. Cercavo di non guardarlo, ne avevo un certo timore. Era spesso alla lavagna a scrivere il nome di chi non rispettava il silenzio. Io rispettavo il silenzio, sempre, ma lui scriveva il mio nome, in cima alla lista. Arrossivo e tacevo. Poi, mentre entrava l'insegnante, cancellava velocemente solo il mio nome, non quello dei compagni. Cercavo di sfuggire al suo sguardo, perchè il suo "doppio" messaggio mi confondeva: non capivo se veramente ce l'avesse con me. 
Un giorno la maestra chiese di metterci a coppie, un maschio e una femmina. Esercitazioni di aritmetica. Subito si sedette accanto a me. Il Pavan. Non sapeva quasi scrivere e con i numeri era un naufrago in mezzo al mare. Cominciai a contare con lui. Ero leggermente emozionata. Dovevo inventare le operazioni e sottoporgliele e lui avrebbe dovuto fare la stessa cosa. Contavamo... ma i numeri diventarono altro: un linguaggio comune, sorrisi di intesa. Lui era grande, io no. Lui sapeva spostarmi i capelli, sfiorandoli, per vedere bene la pagina, perchè i miei capelli coprivano il quaderno. Ascoltava come procedevo nell'esercitazione e mi guardava. 
Il giorno dopo per la prima volta mi sono guardata allo specchio. Mi piacevo. Grembiule nero, colletto bianco e poi quel fiocco blu. Ce l'avevo solo io in quella classe. Mi pettinai i capelli con più cura delle altre volte, mi controllai le scarpe che la mamma puliva sempre. E poi rubai un tocco di cipria,me lo misi solo vicino all'orecchio per sentirne il profumo.
L'insegnante, qualche giorno più tardi, rifece la prova del lavoro in coppia. Si doveva studiare a memoria una poesia. Il Pavan, in quell'anno, era riuscito a imparare a leggere bene, a contare e pure a scrivere quasi correttamente. Un giorno mi trovai un biglietto in tasca. Era per me. Non capivo bene cosa volesse dire. C'era scritto: mi piace quando leggi.  
E' durata un anno quasi. Finché, all'entrata dell'oratorio, mi confessò che avrebbe voluto stare con me... nel banco... nei giochi... nella strada.
"E poi, quando siamo grandi, ti sposo".  
Parlava male, ma i suoi occhi parlavano più delle parole. Mi è rimasto impresso il suo sguardo. Era smaliziato come quello di un adulto, ma era troppo innocente nell'anima. 
Sono sempre stata catturata da quelle finestre che ognuno tiene sulla parete del viso... e se ci guardi dentro ci vedi il paradiso.
In seconda mi hanno mandata nella classe delle bambine... era un privilegio, e, a dire degli insegnanti, una promozione.
Per me no. Non l'ho più visto il Pavan.

Foto: Archivio Storico Indire, Fondo Fotografico. ©Indire