mercoledì 29 marzo 2017




RICORDI. Pasqua di guerra
di Maria Grazia Nicolini
Il campanone che annuncia Messa Grande invade la tarda  mattina. Dalla cucina l’odore domenicale dell’arrosto al rosmarino. Fuori la pioggia, un’acqua sottile che riga le camelie in fiore.
La nonna leva dalla cassapanca la tovaglia in lino di fiandra, con mani leggere la stende sul tavolo grande, odoroso di cera d’api, gli occhi assorti in ricordi lontani. I piatti filettati d’oro, le posate d’argento, i calici di cristallo di Boemia. La nonna passa nei bicchieri un panno sottile di lino. << Li comperammo durante il viaggio di nozze, a Praga-dice- Erano tempi di regine, quelli..Tempi di balli, di serate all’Opera>>. Gli occhi, vaghi, forse inseguono immagini di abiti fruscianti al suono di valzer viennesi, di gioielli sui décolletés di belle signore nella penombra dei palchi.
La mamma non sopporta i ricordi della nonna. Scende in giardino, sotto la pioggia, a cogliere rametti di edera e camelie rosa pallido per il centro-tavola.
In questa casa la guerra è condensata nelle quattro fotografie sulla credenza. Quattro giovani uomini, in divisa, quattro figli lontani.
Dalla cucina l’odore della torta. In fondo al giardino, fra l’oleandro e l’olea fragrans, c’è il pollaio. Così non mancano mai le uova per i bambini e per la torta delle feste. Quando la farina bianca scomparirà dal mercato, si farà uso di quelle meno pregiate e, quando lo zucchero non si troverà più, andrà bene anche il miele. La torta, che, via via perderà gli ingredienti, alla fine si chiamerà “ torta senza”, ma verrà acclamata ugualmente.
La guerra, dalla nonna, ha il sapore invernale delle verze e delle rape che crescono nella zona del giardino diventata orto, delle frittate di patate, della polenta e delle castagne secche nel latte e quello estivo delle frittelle di salvia e di borragine, dei pomodori cresciuti tra le dalie e le zinnie, dei minestroni di verdura profumati al basilico, delle pesche piccole e succose.
Ma oggi c’è il risotto. E l’arrosto con le patate al forno. E la torta, naturalmente.
Il campanello suona e, contemporaneamente, entrano le prozie, le ziette, come vuole che si dica la nonna. Nell’andito, voci trillanti, odore di pioggia e di vento, guance gelate nei baci, sapore di talco, ombrelli grondanti nel porta-ombrelli, soprabiti e cappelli a ingombrare il porte-manteaux. Solita allegra confusione dei loro arrivi.
Le ziette sono sempre indaffarate. Scrivono, dipingono, si tagliano e cuciono gli abiti, lavorano al tombolo, ricamano, cantano, suonano. Parlano continuamente fra loro, ridono, litigano. Entrano e escono di casa, sempre con le calze, i guanti, il cappello, anche in piena estate. E ogni volta si salutano e si baciano. Adorano la nonna, l’unica di loro cinque che si sia sposata e abbia avuto figli, quei quattro figli maschi, soldati della patria, che loro continuano a chiamare “i bimbi”.
A tavola, la luce del lampadario piove sulle bambine dai grandi fiocchi in testa, sull’unico maschietto. Parole, sospiri, rumore di posate sui piatti. Fuori continua a piovere, il lago quasi non si vede. La nonna, a capotavola, dirige il pranzo con piccoli cenni alla ragazza venuta dai monti dell’Ossola. Le voci delle ziette si sovrappongono, contrastandosi fra loro. Vivaci, cantanti. Le mamme aiutano i figli piccoli a mangiare, esortano le più grandi a stare composte. Io guardo la nonna con sconfinata ammirazione.
Dopo pranzo, tutti incitano la mamma a cantare. E’ così bella, penso. Gli occhi scuri nel viso pallido, le mani lunghe e nervose, i capelli che non vogliono stare raccolti e sfuggono allo chignon, ondeggiando intorno al viso. Così bella e così remota. E’ come se, andando in guerra, papà si fosse portato via anche la sua gioia di vivere. E’ la nonna, adesso, che colma di tenerezza il mio cuore. 
La mamma canta. Ed è Mimì, la tenera Butterfly, la piccola Liù. Voce non educata, ma garbata, seducente. Papà l’ascoltava incantato, ricordo. <<Soprano leggero!- decreta la zia Piera.- L’Augusta, invece, è un vero soprano lirico! >>. Tocca alla zia Augusta cantare. Voce alta, piena. Torna caro ideal. Tutte le feste al tempio. Caro nome che al mio cuor.
Nell’andito il fratellino e le cuginette si rincorrono. Dalla cucina l’acciottolio dei piatti nell’acquaio. Sto seduta sul divanetto di velluto rosso, tra la nonna che batte il tempo e la zia Maria che si è appisolata, la testa grigia che ciondola ritmicamente sull’ampio seno.
Nelle tazze di porcellana splende, ora, rosso, il karkadè. La nonna fa girare il vassoio con i biscotti di meliga. Già, fuori, l’ombra preme sui vetri che si appannano di freddo. La ragazza ossolana tira le tende blu dell’oscuramento, fa il giro della casa per accertarsi che non filtri la luce.
Le ziette si alzano in fretta, perché si avvicina l’ora del coprifuoco. Indossano soprabiti e cappelli, ritirano gli ombrelli ancora umidi dal porta-ombrelli. Baci, voci squillanti negli addii.
In cucina, i calici scintillano capovolti sul telo di lino steso sul tavolo, le posate d’argento pronte per essere riposte nella custodia. La nonna toglie dalla tovaglia di fiandra qualche piccola macchia con una sua segreta mistura, valuta i risultati. Sì, può essere usata anche la prossima domenica. La ragazza che fa il bucato viene ogni quindici giorni.
Foto: La nonna e la mamma