venerdì 19 ottobre 2018




POST-VERITÀ
PERCHÉ QUESTA DEFINIZIONE È INFONDATA
Di Alessandro Baricco
La Repubblica
30 aprile 2017
Avrei una notizia da dare: questa storia della post-verità è una bufala. Vorrei essere più preciso: sarebbe bello se la smettessimo, tutti, di usare l'espressione " adesso che viviamo nell'epoca della post-verità" perché è infondata e fuorviante. Non aiuta a capire. In compenso aiuta spesso a sdoganare compor-tamenti discutibili e idee sciocche. Fine.
Cioè, fine per quelli che hanno fretta. Per gli altri, provo ad argomentare.
Come si sa, il 5 febbraio 2003, Colin Powell, allora segretario di Stato americano, esibì davanti alle Nazioni Unite le prove che in Iraq il regime di Saddam possedeva e stava sviluppando armi di distruzione di massa. Fece anche un bel numero teatrale, con una fialetta di antrace: fu molto convincente. Un mese e mezzo dopo, gli Usa, forti delle prove che inchiodavano Saddam, invadevano l'Iraq: iniziava una guerra che avrebbe avuto incalcolabili conseguenze nello scenario geopolitico del Medio Oriente: per essere più chiari, avrebbe avuto immani conseguenze sulla vita e la morte di moltissimi umani. Purtroppo oggi sappiamo con certezza che le prove esibite quel giorno da Colin Powell erano false, e lo erano in modo piuttosto ridicolo. Soli due anni dopo quella bella recita all'Onu, lo stesso Colin Powell ammise che quel discorso sarebbe rimasto come una macchia sulla sua carriera politica. Sostenne che lui era in buona fede, e accusò la Cia di aver costruito deliberatamente quella bufala. Quelli della Cia lo presero come un complimento.
Se vogliamo passare ad argomenti più frivoli, un ciclista di nome Lance Armstrong vinse, tra il 1999 e il 2005, sette edizioni del Tour de France, impresa mai riuscita a nessuno nella storia del ciclismo. In precedenza Armstrong era stato colpito da un cancro, e il fatto che dopo averlo sconfitto fosse tornato alle corse diventando il più grande ciclista di tutti i tempi rappresentò per molti anni una favola irresistibile: insegnava una forza e una fede nella vita che sicuramente aiutarono innumerevoli umani a svegliarsi al mattino, qualunque fosse la generosità della loro sorte. Va aggiunto che Armstrong stesso si impegnò a fondo per diventare testimonial della lotta contro il cancro, e in un certo senso, in termini più generali, un eroe che aveva schiacciato, a nome di tutti, il male e la paura del male. Malauguratamente oggi sappiamo con certezza che Armstrong vinse i suoi sette Tour perché si dopava, si dopava da matti, e lo faceva con determinata e abilissima ostinazione. Naturalmente in quegli anni gli accadde innumerevoli volte di negare, pur conoscendo la verità, qualsiasi accusa. Con una faccia di tolla che desta perfino ammirazione, non smise un attimo di portare avanti la sua carriera di eroe. Confessò poi tutto, quando le prove divennero schiaccianti, nel salotto televisivo di Oprah Winfrey.
Immagino non sia necessario continuare.
La cosa interessante è che di fronte a due enormità come quelle appena ricordate non ci è venuto in mente di parlare di post- verità. L'espressione esisteva, qualcuno l'aveva già coniata, ma evidentemente ai più non era sembrata utile per capire le cose. Era lì, a disposizione, ma non sapevamo cosa farcene. Quelle di Bush e di Armstrong le chiamavamo menzogne, e non c'erano sembrate poi così differenti da ciò che succedeva da secoli. Quindi l'espressione post- verità è rimasta in qualche piega nascosta del linguaggio collettivo fino a quando, anni dopo, è letteralmente esplosa, spinta in superficie da due eventi imprevisti: la Brexit e l'elezione di Trump. In entrambi i casi, l'opinione pubblica più allineata alla narrazione dominante, e l'élite che aveva forgiato quella narrazione e grazie a essa governava, divennero improvvisamente sensibili alla quantità di palle che giravano intorno a quelle due consultazioni politiche e alla difficoltà enorme che avevano incontrato a riportare l'attenzione della gente sui fatti, o almeno su quelli che loro ritenevano essere fatti: non riuscivano a credere che la gente avesse votato in quel modo ed erano così convinti di aver ragione che molto velocemente annunciarono l'avvento di un mondo in cui i fatti contavano ormai poco e le leggende stavano prendendo il sopravvento: risultò molto comodo raccontarlo come un passaggio epocale, la fine di una certa civiltà. "Adesso che viviamo nell'epoca della post-verità…".
Riassunto: quando credevamo alle menzogne di Bush e Armstrong era tutto più o meno regolare; quando qualcuno ha iniziato a credere che Obama era nato in Kenya e non negli Usa, siamo scivolati nell'era del disprezzo dei fatti e delle scelte fatte con la pancia.
Mah.
A essere brutali, la si potrebbe liquidare così: post- verità è il nome che noi élite diamo alle menzogne quando a raccontarle non siamo noi ma gli altri. In altri tempi le chiamavamo eresie.
La si potrebbe liquidare così, ma tuttavia non credo che sia tutto lì. C'è sotto qualcosa di più articolato e affascinante. Come un piccolo cambiamento, tardivo, nel nostro rapporto con la parola verità. *** Per quello che capisco io, la prima ovvia obbiezione al termine post- verità è che non è mai esistita un'epoca della verità; anzi, se dovessi proprio dire quel che penso, confrontata ad altre epoche la nostra mi sembra decisamente poco incline a farsi prendere per il culo dalle menzogne. Senza tornare indietro a quando il sole girava intorno alla terra anche se il cannocchiale e i calcoli dimostravano il contrario, basterebbe ricordare che mio nonno ha combattuto due guerre in nome di narrazioni che oggi non riuscirebbero a portare suo nipote non dico in una trincea, ma neanche a fare una rissa al bar. In ogni caso, nessuna bufala usata per sostenere Trump o il fronte della Brexit è nemmeno lontanamente comparabile alle menzogne di Bush, e forse nemmeno di Armstrong: attribuire loro un valore epocale, leggendovi un cambiamento di paradigma, è quanto meno curioso. Come siamo arrivati fin lì? Perché gente avveduta e informata finisce a parlare di post-verità senza rendersi conto che sta farneticando? Cosa è successo al nostro pacato rapporto con la verità e le menzogne?
Mi piacerebbe tanto saperlo, e un poco forse lo so. Come tutte le bufale, quella della post- verità esegue un'acrobazia molto interessante: prendere una convinzione molto radicata ma anche un po' indefinita e darle un packaging più efficace, un design più chiaro, un nome più memorizzabile. Esempio: sento con grande chiarezza che un tiranno come Saddam c'entra in qualche modo con l' 11 settembre, è un despota che odia la mia civiltà, è un pazzo capace di qualsiasi gesto ed è un uomo i cui principi e valori non c'entrano niente coi miei: tutto abbastanza chiaro ma un po' confuso, no? Sentite come suona molto più rotondo dopo una piccola operazione di design: Saddam possiede armi di distruzione di massa. Ammetterete che risulta tutto più convincente, tanto a mio figlio di dieci anni, quanto ai delegati all'Onu. La tecnica, qui, è collaudata: forgiare delle convinzioni nella chiarezza di un fatto. E se non si trova un fatto abbastanza nitido, inventare un fatto che pronunci la verità molto più chiaramente dei fatti veri. Ditemi se non è astuto. Un fatto falso che pronuncia una verità vera. È uno dei grimaldelli più usati, da secoli, per scassinare le coscienze.
Se lo mettete in mano al Pentagono ne escono cose molto raffinate. Se lasciate fare a degli amateur vi ritrovate con la notizia che Obama è nato in Kenya: fatto falso che però, indubbiamente, dà un design molto funzionale alla sensazione, per molti nettissima, che quell'uomo, nero, liberal, pacifista e mite fosse la negazione di tutti i principi e valori degli Stati Uniti e pertanto non avesse diritto a diventare Presidente. Chi usa la parola post-verità tende a sottolineare come nel mondo del web simili operazioni abbiano assunto una velocità, una forza e un coefficiente di penetrazione senza precedenti e che questo segnali appunto il passaggio a una nuova epoca. Anche qui, la cecità è spettacolare: chiunque capirebbe che una bufala al telegiornale quando il web non c'era e quando c'era
il telegiornale era immensamente più efficace e veloce di una bufala lanciata oggi in rete: oltre tutto era molto più macchinoso smentirla o contrastarla. Eppure non lo si vuole capire, e allora arriviamo alla domanda più importante: se la post-verità è una bufala, qual è la cosa
a cui sta dando voce, sta offrendo un design, sta consegnando un packaging efficace? *** Per quel che ne capisco io, il termine di post-verità registra, un po' in ritardo, e sintetizza, in modo piuttosto efficace, alcune cose che abbiamo scoperto recentemente sul nostro rapporto con la verità. A costo di schematizzare provo a isolarne quattro.
La prima viene dalla riflessione filosofica, quindi non è facile da capire bene, ma in fondo è sufficiente annusarla. Riassumerei così: la verità non è una foto, un'istantanea, ma una sequenza di fotogrammi in cui qualsiasi fotogramma, preso di per sé, non è né vero né falso. È dunque una struttura piuttosto complessa, che reagisce malamente a qualsiasi tentativo di ridurla a una figura sintetica, facilmente trasmettibile. Per questo, da un po', la verità ci sembra ancora più lontana, poco adatta al nostro tempo.
La seconda fa a pugni con la prima e qui iniziano i casini: è più vera una cosa inesatta, ma capace di circolare velocemente nel sistema sanguigno del mondo, di una cosa esatta che però si muove con lentezza. È più vera una definizione imprecisa ma comprensibile che una precisa ma difficile da capire. È più vera una notizia inesatta raccontata bene che una notizia esatta raccontata male. Quando dico che vera. La prendiamo come la verità,
e quella genera delle conseguenze molto reali: vita e morte delle persone, per dire. Per questo, da un po', la verità tende a sembrarci un prodotto piuttosto pop, e sempre meno un segreto esoterico, privilegio di una setta di competenti.
La terza sembra facile, ma è piuttosto sottile e va capita bene. Si possono forse distinguere i fatti dallo storytelling — cioè il modo in cui li si presenta e rappresenta — ma è da stupidi credere che da una parte ci sia la verità e
dall'altra
lo storytelling. Quel che abbiamo capito è che tutto ciò che è reale — potremmo dire vero — è composto di fatti e narrazione, che sono inscindibili, non esistono praticamente gli uni senza l'altra. Per questo, da un po', la verità ci sembra scivolare nelle mani di quelli che la sanno raccontare, non di quelli che la sanno e basta.
La quarta è l'ultima arrivata, regalino della rivoluzione digitale. Bene o male siamo stati abituati per secoli al fatto che una certa élite decidesse cos'era vero. Può piacere o meno, ma se non altro è una situazione piuttosto chiara, stabile, leggibile. La rivoluzione digitale (una cosa che non ha più di vent'anni) ha mescolato un po' i ruoli, e ora di fatto una vera separazione tra chi dà le carte e chi le prende sta venendo a mancare. Tutti hanno il loro mazzo e giocano. Risultato: una sovrapproduzione di verità, quindi un'impennata dell'offerta, forse un calo della richiesta, sicuramente un crollo del valore. Per questo, da un po', la verità sembra valere meno, una merce svalutata.
Se provate a immaginare questi quattro movimenti rotolare uno nell'altro, mettersi in azione contemporaneamente, capite che tutto si è fatto dannatamente difficile. Naturalmente la relazione con la verità non è mai stata una passeggiata, ma è indubbio che da un po' siamo finiti comunque fuori dalla comfort zone
in cui ci eravamo rifugiati, e ci tocca pattinare su un terreno molto scivoloso, fragile e soprattutto sconosciuto. Il fatto importante — da capire assolutamente
— è che a patire
sono soprattutto le élite,
cioè quei gruppi di umani che per mestiere, ceto e vocazione hanno controllato per secoli il monopolio della verità. Paradossalmente, il nuovo statuto della verità rende piuttosto inessenziale quella skill particolare che era conoscere la verità:
ignorarla almeno in parte sembra produrre risultati migliori. Sicuramente non è questa un'epoca per specialisti, per eruditi, per gente che sa. Non pensate a Pico de Paperis, pensate anche solo ai giornalisti. In teoria sarebbero quelli più prossimi alla verità, se si parla di notizie: ma da un po' succede che quello che poi si sedimenta come notizia non viene da loro, o non viene sempre da loro, o non viene da loro quando è importante. Passando da Facebook o da Twitter, milioni di umani che non hanno mai fatto un corso di giornalismo ( e, incredibile, non sono nemmeno figli di giornalisti) fanno informazione, senza che sia il loro mestiere farlo, senza saperlo fare: ma la fanno, e questa circostanza produce notizie, e genera verità. Facendo una media, sono verità più false di quelle che per un secolo il giornalismo professionale ha prodotto quotidianamente? Difficile dirlo. Ma il solo fatto che sia difficile dirlo è una campana a morte per il giornalismo, per i competenti, per quelli che hanno studiato, per le élite del sapere. È effettivamente la fine di un'epoca.
Così, a un certo punto,
proprio le élite hanno coniato l'espressione post- verità. Stavano cercando di dire che qualcosa era cambiato, e che il tavolo da gioco non era più quello di una volta, e che loro questa partita non erano mica tanto sicuri di saperla giocare: nel frattempo la stavano perdendo. Di per sé l'istinto era giusto: nominare i cambiamenti. Solo che se scegli come nome post- verità
stai già scivolando nell'alibi: non stai riconoscendo che la verità ha assunto un nuovo statuto che non controlli più tanto bene, stai dicendo che la verità è morta nell'istante in cui tu non sei più stato in grado di controllarla: che presunzione, che cecità, che malafede, che menzogna, che bufala, che post-verità.
La cosa ha definitivamente virato nel grottesco quando è arrivata l'espressione " adesso che viviamo nell'epoca della post- verità". Santo cielo. Adesso che viviamo nell'epoca della post-verità anche un campione di baseball può fare lezione all'università, le etichette dei salami possono dire quello che vogliono, solo l'arte può difendere la verità, e chiunque può decidere se Bobbio era un fesso o no. Insomma: adesso che viviamo nell'epoca della post-verità, liberi tutti. Vorrei essere più chiaro possibile: è l'ennesimo " dopo di me il diluvio", non è nient'altro. Sono le élite che strillano di paura. Stanno dicendo che il sistema-verità, così come se lo trovano in mano, non lo sanno gestire, e senza il loro controllo sarà il caos.
In questo senso, e poi la finisco di scocciare, tutta la vicenda della post- verità non è che una sfumatura di un grande evento che sta ridisegnando il mondo, uno dei tre o quattro macro- eventi che spiegano il pianeta in cui stiamo vivendo. Lo potete intravedere partendo da una bellissima frase pronunciata recentemente dal grande Hawking: il problema degli umani è che hanno sviluppato una tecnologia in grado di distruggere il pianeta terra, ma non una tecnologia in grado di portarli via da quel pianeta. Qualcosa di simile sta accadendo a livello culturale: l'intelligenza collettiva ha costruito una navicella con cui abbandonare il vecchio mondo e volare nel nuovo: ma gli intellettuali non riescono a salirci, maledizione! Altri ci salgono, e smanettano sul quadro comandi. Hanno già acceso i motori. Ma le élite intellettuali, appesantite da libri, microscopi e macchine varie continuano per lo più a restare a terra; solo alcuni, quelli che hanno accettato di mollare una parte di quel che avevano, sono riusciti a salire a bordo. È obbiettivamente una situazione difficile: il mondo vecchio è ormai minato, sta per esplodere, e quello nuovo sembrerebbe raggiungibile solo da una navicella con al comando dei dilettanti. Così la gran parte di noi si sveglia la mattina indecisa se imbarcarsi di corsa sulla quella navicella o tornare indietro e provare a sminare il vecchio mondo.
Alcuni — più saggi o confusi degli altri, non è chiaro — comprano su Amazon dischi in vinile.
È il paesaggio in cui viviamo. Potete giudicarlo come vi pare, ma vi prego di una cosa sola: non chiamatelo "epoca della post-verità". Non lo è.