lunedì 28 ottobre 2019


LA STORIA.
Elsa Morante
Volume primo.
Copyright 1974 Elsa Morante and Giulio Einaudi editore.

Indice.
19**.
1941.
1942.
1943.
1944.
Note.
..........
"Non c'è parola, in nessun linguaggio umano, capace di consolare le cavie che non sanno il perché della loro morte". Un sopravvissuto di Hiroscima).
"... hai nascosto queste cose ai dotti e ai savi e le hai rivelate ai piccoli... ... perché così a te piacque". Luca X - 21.
"Por el analfabeto a quien escribo" (1).

                    
...19**.


«... di procurarmi un catalogo, un opuscolo, perché quaggiù, madre mia, non arrivano le novità del gran mondo...» (dalle "Lettere Siberiane").

... 1900-1905.
Le ultime scoperte scientifiche sulla struttura della materia segnano l'inizio del secolo atomico.
1906-1913.
Non troppe novità, nel gran mondo. Come già tutti i secoli e millenni che l'hanno preceduto sulla terra, anche il nuovo secolo si regola sul noto principio immobile della dinamica storica: "agli uni il potere, e agli altri la servitù". E su questo si fondano, conformi, sia l'ordine interno delle società (dominate attualmente dai «Poteri» detti "capitalistici") sia quello esterno internazionale (detto "imperialismo") dominato da alcuni Stati detti «Potenze», le quali praticamente si dividono l'intera superficie terrestre in rispettive proprietà, o Imperi. Fra loro, ultima arrivata è l'Italia, che aspira al rango di Grande Potenza, e per meritarselo s'è già impadronita con le armi di alcuni paesi stranieri - di lei meno potenti - costituendosi una piccola proprietà coloniale, ma non ancora un Impero.
Pur sempre fra loro in concorrenza minacciosa e armata, le Potenze volta a volta si associano in "blocchi", per comune difesa dei loro propri interessi (che vanno intesi, all'interno, per gli interessi dei «poteri». Agli altri, i soggetti alla servitù, che non partecipano agli utili ma che tuttavia servono, tali interessi vengono presentati in termini di astrazioni ideali, varianti col variare della pratica pubblicitaria. In questi primi decenni del secolo, il termine preferito è "patria").
Attualmente, il massimo potere, in Europa, è conteso fra due blocchi: la
"Triplice Intesa", di Francia, Inghilterra, e Russia degli Zar; e la "Triplice
Alleanza", di Germania, Austria-Ungheria, e Italia. (L'Italia passerà poi all'Intesa).
Al centro di tutti i movimenti sociali e politici stanno le grandi industrie, promosse, ormai da tempo, col loro enorme e crescente sviluppo, ai sistemi delle
"industrie di massa" (che riducono l'operaio «a un semplice accessorio della macchina»). Per le loro funzioni e i loro consumi, le industrie hanno bisogno di masse, e viceversa. E siccome il lavoro dell'industria è sempre al servizio di Poteri e Potenze, fra i suoi prodotti il primo posto, necessariamente, spetta alle armi ("corsa agli armamenti") le quali, in base all'economia dei consumi di massa, trovano il loro sbocco nella guerra di massa.
1914.
Scoppio della Prima Guerra Mondiale, fra i due blocchi contrapposti di Potenze, a cui si aggregano successivamente altri alleati o satelliti. Entrano in azione i prodotti nuovi (o perfezionati) dell'industria degli armamenti, fra i quali i carri armati e i gas.
1915-1917.
Contro le maggioranze del paese che si oppongono alla guerra (e vengono perciò dette "disfattiste") prevalgono il re, i nazionalisti e i vari poteri interessati con l'entrata in guerra dell'Italia - a fianco dell'Intesa. Fra gli altri si schiera poi con l'Intesa anche la Super-Potenza degli Stati Uniti. In Russia, cessazione della guerra con le Potenze, in séguito alla grande rivoluzione marxista per il social-comunismo internazionale, diretta da Lenin e da Trotsky («Gli operai non hanno patria» «Muovere guerra alla guerra» «Trasformare la guerra imperialistica in guerra civile»).
1918.
La Prima Guerra Mondiale si conclude con la vittoria dell'Intesa e dei suoi presenti alleati (27 nazioni vincitrici, fra cui l'Impero Giapponese). Dieci milioni di morti.
1919-1920.
In rappresentanza delle Potenze vincitrici e dei loro alleati, al tavolo della pace siedono settanta personaggi, i quali stabiliscono fra loro la nuova spartizione del mondo, e tracciano la nuova carta d'Europa. Con la fine e lo smembramento degli Imperi Centrali vinti, si determina il passaggio di proprietà delle loro colonie alle Potenze vittoriose, e la definizione, in base al principio di nazionalità, di nuovi Stati europei indipendenti (Albania, Jugoslavia, Cecoslovacchia e Polonia). Alla Germania, fra l'altro, viene imposta la cessione del "corridoio di Danzica" (valevole come accesso al mare per la
Polonia) che taglia in due il suo territorio nazionale.
I termini della pace vengono contestati, quali insoddisfacenti e provvisori, da alcuni dei contraenti, fra cui l'Italia ("pace mutilata") e risultano insostenibili per le popolazioni dei paesi vinti, condannate alla fame e alla disperazione ("pace punitiva").
Al tavolo della pace è assente la Russia, attualmente accerchiata e ridotta a un campo di battaglia internazionale per l'intervento militare delle massime Potenze (Francia, Inghilterra, Giappone e Stati Uniti) nella guerra civile contro l'Armata Rossa. Attraverso questa prova cruciale, e sotto l'assedio delle stragi, delle epidemie e della miseria, a Mosca si fonda il "Comintern" (Internazionale Comunista) che chiama tutti i proletari del mondo, senza distinzione di razza, né di lingua, né di nazionalità, all'impegno comune di unità rivoluzionaria, verso la Repubblica Internazionale del proletariato.
1922.
Dopo anni di guerra civile, finita con la vittoria dei rivoluzionari, in Russia è sorto il nuovo Stato URSS. Il quale rappresenterà il segno della speranza per tutti i «dannati della terra» che dalla guerra - vinta o persa - non hanno ottenuto che un aggravamento dei loro mali; mentre invece rappresenterà il famoso "spettro" del comunismo, incombente ormai sull'Europa, per le Potenze e per i padroni della terra e dell'industria, a cui la guerra è servita, in massima, come una grandiosa speculazione.
Costoro, in Italia (sede di una delle loro filiali più sordide) si uniscono ai loro servitori, e ai generici rivendicatori della "pace mutilata", per una riscossa a oltranza dei propri interessi. E non tardano a trovare un loro campione e strumento adatto in Benito Mussolini arrivista mediocre, e «impasto di tutti i detriti» della peggiore Italia: il quale, dopo aver tentato il proprio lancio sotto l'insegna del socialismo, ha trovato più vantaggioso di
passare a quella contraria dei poteri in sede (i padroni, il re, e successivamente anche il papa). Sulla sola base programmatica di un
anticomunismo garantito, minatorio e dozzinale, egli ha fondato i suoi "fasci" (d'onde "fascismo"), consorzio di vassalli e sicari della "rivoluzione" borghese. E in simile compagnia provvede agli interessi dei suoi mandanti con la violenza terroristica di povere "squadre d'azione" prezzolate e confuse. A lui il re d'Italia (uomo sprovvisto di qualsiasi titolo di menzione fuori di quello ereditato di re) volentieri consegna il governo della nazione.
1924-1925.
In Russia, morte di Lenin. Sotto il suo successore, che si è dato il nome di Stalin (Acciaio), le esigenze interne nazionali (collettivizzazione, industrializzazione, autodifesa contro le Potenze coalizzate nell'anticomunismo, eccetera) faranno accantonare fatalmente gli ideali del Comintern e di Trotsky ("rivoluzione permanente") a favore della tesi staliniana ("socialismo in un solo paese"). Finché la "dittatura del proletariato", prevista da Marx, dopo essersi ridotta a dittatura gerarchica di un partito, si degraderà a dittatura personale del solo Stalin.
In Italia, dittatura totalitaria del fascista Mussolini, il quale frattanto ha ideato una formula demagogica per il rafforzamento del proprio potere di base. Essa agisce specialmente sui ceti medii, che ricercano nei falsi ideali (per la loro dolorosa incapacità dei veri) una rivincita della propria mediocrità: e consiste nel richiamo alla stirpe "gloriosa" degli Italiani, eredi legittimi della Massima Potenza storica, la Roma Imperiale dei Cesari. Per merito di questa, e altre simili direttive nazionali, Mussolini verrà inalzato a «idolo di massa» e assumerà il titolo di "Duce".
1927-1929.
In Cina, ha inizio la guerriglia dei rivoluzionari comunisti, guidati da Mao Tse
Tung, contro il potere centrale nazionalista.
In URSS, disfatta dell'opposizione. Trotsky viene espulso dal Partito, e poi dall'Unione Sovietica.
A Roma, "patti lateranensi" del papato col fascismo.
1933.
In situazione analoga a quella italiana, in Germania i poteri costituiti consegnano il governo del paese al fondatore del fascismo tedesco ("nazismo") Adolfo Hitler, un ossesso sventurato, e invaso dal vizio della morte («Lo scopo è l'eliminazione delle forze viventi») il quale a sua volta assurge a idolo di massa, col titolo di Führer, adottando come formula di strapotere la superiorità della razza germanica su tutte le razze umane. In conseguenza, il programma già previsto del grande Reich esige l'asservimento totale e lo sterminio di tutte le razze inferiori, a cominciare dagli Ebrei. Ha inizio in Germania la persecuzione sistematica degli Ebrei.
1934-1936.
"Lunga marcia" di Mao Tse Tung attraverso la Cina (12000 chilometri) per aggirare le forze preponderanti del Governo nazionalista (Kuomintang) Di 130 mila uomini dell'Armata Rossa, ne arrivano vivi 30 mila.
Nell'URSS Stalin (assunto ormai, lui pure, a «idolo di massa») dà inizio alla
«Grande Purga», con la progressiva eliminazione fisica dei vecchi rivoluzionari del Partito e dell'Esercito.
Secondo la formula imperiale del Duce, l'Italia con la violenza armata si appropria dell'Abissinia (Stato africano indipendente) e si promuove a Impero.
Guerra civile in Spagna, provocata dal cattolico-fascista Franco (detto il
"Generalissimo" e il "Caudillo") per conto dei soliti poteri sotto la minaccia dello «spettro». Dopo tre anni di devastazioni e di massacri (fra l'altro, si instaura in Europa la distruzione dall'alto di intere città abitate) prevarranno i fascisti ("falangisti") grazie al solido aiuto del Duce e del Führer e alla connivenza di tutte le Potenze del mondo.
Il Führer e il Duce si associano nell'Asse "Roma-Berlino", consolidato in séguito nel patto militare detto "d'acciaio".
1937.
Stretto un patto "anti-comintern" coi paesi dell'Asse, il Giappone Imperiale invade la Cina, dove la guerra civile viene interrotta temporaneamente per opporre un fronte comune contro l'invasore.
Nell'URSS (politicamente isolata in un mondo di interessi ostili al comunismo)
Stalin, mentre all'interno intensifica il sistema del terrore, nei rapporti esterni con le Potenze sempre più si applica alla strategia obiettiva di una "real-politik".
1938.
Nell'URSS, il sistema staliniano del terrore dai vertici della burocrazia si estende alle masse popolari (milioni e milioni di arresti e di deportazioni nei campi di lavoro, condanne a morte indiscriminate e arbitrarie in una moltiplicazione parossistica, eccetera). Tuttavia, le moltitudini terrestri degli oppressi - del resto disinformate e mantenute nell'inganno - guardano sempre all'URSS come alla sola patria della loro speranza (difficile rinunciare a una speranza, quando non ce ne sono altre).
Accordi di Monaco fra i capi dell'Asse e le Democrazie Occidentali.
In Germania, con la notte sanguinosa detta "dei cristalli", i cittadini tedeschi sono autorizzati in pratica al libero genocidio degli Ebrei.
Seguendo i dettami dell'alleata Germania, anche l'Italia proclama le proprie leggi razziali.
1939.
Nonostante gli impegni concilianti presi a Monaco di recente con le Potenze
Occidentali, Hitler intende dar fondo al proprio programma, che esige in primo luogo la rivendicazione dei diritti imperiali tedeschi contro la "pace punitiva" di venti anni prima. Per cui, dopo l'annessione dell'Austria, il Führer procede all'invasione della Cecoslovacchia (sùbito imitato dal Duce che si annette l'Albania) e inizia quindi trattative diplomatiche con la Potenza staliniana. Il risultato delle trattative è un patto di non-aggressione fra la Germania nazista e l'Unione Sovietica - il quale permette ai due contraenti la doppia aggressione e mutua spartizione della Polonia. All'azione immediata delle truppe hitleriane contro la Polonia d'occidente, risponde, da parte della Francia e dell'Inghilterra, la dichiarazione di guerra alla Germania, che dà inizio alla
Seconda Guerra Mondiale.
A questa, provvederà l'attività indefessa e senza turni di riposo delle industrie belliche, le quali, applicando alla macchina milioni di organismi umani, già forniscono nuovi prodotti (fra i primi, i carri superarmati e supercorazzati detti "panzer", gli aerei "caccia" e bombardieri di vasta autonomia, eccetera).
Frattanto, in attuazione dei propri piani strategici (che già prevedono un urto inevitabile con la Germania Imperiale) Stalin, dopo la concordata invasione da oriente della Polonia, ha proceduto alla sottomissione forzata degli Stati baltici, contro l'impossibile renitenza della Finlandia, che verrà infine piegata dalle armi sovietiche. Anche le industrie sovietiche, in un impegno totalitario, lavorano alla produzione bellica di massa, applicandosi in ispecie alla tecnica di moderni lanciarazzi di superiore potere dirompente, eccetera.
Primavera-Estate 1940.
La prima fase della Seconda Guerra Mondiale segna l'avanzata rapidissima del
Führer, che dopo avere occupato Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio e
Lussemburgo, travolge la Francia fino alle porte di Parigi. Rimasto fin qui semineutrale, ma fatto ormai sicuro della vittoria imminente, il Duce decide allora di tener fede in extremis al Patto d'acciaio («qualche migliaio di morti varrà la spesa, per sedermi al tavolo della pace» e fa la sua dichiarazione di guerra a Gran Bretagna e Francia, quattro giorni prima dell'entrata dei Tedeschi a Parigi. Né i successi trionfali di Hitler, né le sue proposte di pace, non ottengono, però, il ritiro della Gran Bretagna, che s'impegna anzi a una disperata resistenza, mentre d'altra parte l'intervento italiano determina l'apertura di un nuovo fronte nel Mediterraneo e in Africa. La blitz-krieg o guerra-lampo dell'Asse si allarga e si prolunga al di là del prevedibile. Battaglia aerea di Hitler contro l'Inghilterra, col bombardamento ininterrotto e la distruzione totale di vie, porti, installazioni e intere città abitate. Entra nel vocabolario il verbo "coventrizzare", dalla città inglese di Coventry, polverizzata dalle incursioni tedesche. La battaglia terroristica, perseguita senza soste per settimane e mesi nell'intento di disarmare la resistenza britannica (in vista di un possibile sbarco risolutivo) non ottiene, tuttavia l'effetto richiesto.
L'azione in corso a occidente non distoglie frattanto il Führer da altri suoi piani segreti per una prossima azione a oriente contro l'Unione Sovietica
(prevista nel disegno storico del Grande Reich, che esige insieme lo sterminio della razza inferiore slava e la scancellazione dalla terra dello spettro bolscevico). Ma anche qui il Führer sottovaluta le risorse dell'avversario, oltre che i rischi dell'operazione.
"Patto Tripartito" Germania-Italia-Giappone col disegno di stabilire un «nuovo ordine» (imperial-fascista) nell'Eurasia. Al patto aderiscono Ungheria, Romania, Bulgaria, Slovacchia e Jugoslavia.
Autunno-Inverno 1940.
Improvvisa aggressione dell'Italia alla Grecia, annunciata dai responsabili come «una facile passeggiata». L'impresa malcalcolata si rivela invece disastrosa per gli Italiani che, ricacciati dai Greci, in una rotta disordinata e senza mezzi vengono sorpresi dall'inverno fra le montagne dell'Epiro. La flotta italiana subisce gravissime perdite nel Mediterraneo.
In Africa Settentrionale, difficile difesa dei presidii italiani minacciati dall'Armata Britannica del Deserto.....
Un giorno di gennaio dell'anno
1941
un soldato tedesco camminava nel quartiere di San Lorenzo a Roma. Sapeva 4 parole in tutto d'italiano e del mondo sapeva poco o niente.
Di nome si chiamava Gunther.
Il cognome rimane sconosciuto.
1.
Un giorno di gennaio dell'anno 1941, un soldato tedesco di passaggio, godendo di un pomeriggio di libertà, si trovava, solo, a girovagare nel quartiere di San Lorenzo, a Roma. Erano circa le due del dopopranzo, e a quell'ora, come d'uso, poca gente girovagava per le strade. Nessuno dei passanti, poi, guardava il soldato, perché i Tedeschi, pure se camerati degli Italiani nella corrente guerra mondiale, non erano popolari in certe periferie proletarie. Né il soldato si distingueva dagli altri della sua serie: alto, biondino, col solito portamento di fanatismo disciplinare, e, specie nella posizione del berretto, una conforme dichiarazione provocatoria.
Naturalmente, per chi si mettesse a osservarlo, non gli mancava qualche nota caratteristica. Per esempio, in contrasto con la sua andatura marziale, aveva uno sguardo disperato. La sua faccia si denunciava incredibilmente immatura, mentre la sua statura doveva misurare metri 1,85, più o meno. E l'uniforme, cosa davvero buffa per un militare del Reich, specie in quei primi tempi della guerra - benché nuova di fattura e bene attillata sul suo corpo magro, gli stava corta di vita e di maniche, lasciandogli nudi i polsi rozzi, grossi e ingenui, da contadinello o da plebeo.
Gli era capitato, invero, di crescere intempestivamente, tutto durante l'ultima estate e autunno; e frattanto, in quella smania di crescere, la faccia, per difetto di tempo, gli era rimasta ancora uguale a prima, tale che pareva accusarlo di non avere neanche la minima anzianità richiesta per l'infimo suo grado. Era una semplice recluta dell'ultima leva di guerra. E fino al tempo della chiamata ai suoi doveri militari, aveva sempre abitato coi fratelli e la madre vedova nella sua casa nativa in Baviera, nei dintorni di Monaco. La sua residenza, precisamente, era il villaggio campestre di Dachau, che più tardi, alla consumazione della guerra, doveva rendersi famoso per il suo limitrofo campo di «lavoro e di esperienze biologiche». Ma, ai tempi che il ragazzo cresceva nel villaggio, quella macchina delirante di massacro era ancora alle sue prove iniziali e clandestine. Nelle adiacenze, e fino all'estero, essa veniva addirittura lodata come una sorta di sanatorio modello per i devianti... A quei tempi, il numero dei suoi soggetti era di cinque o seimila forse; ma il campo doveva farsi di anno in anno più popoloso. Da ultimo, nel 1945, la cifra totale dei suoi cadaveri fu di 66428.
Però le esplorazioni personali del soldato, come non potevano spingersi (ovviamente) fino all'inaudito avvenire, così pure nei confronti del passato, e dentro lo stesso presente, erano rimaste finora assai confuse, poche e ristrette. Per lui, quel villaggetto materno in Baviera significava l'unico punto chiaro e domestico nel ballo imbrogliato della sorte. Fuori di là, finché non s'era fatto guerriero, aveva frequentato soltanto la prossima città di Monaco, dove andava per qualche lavoro di elettricista e dove, da non molto, aveva imparato a fare l'amore, con una prostituta anziana.
La giornata d'inverno, a Roma, era coperta e sciroccale. Era finita ieri l'Epifania «che tutte le feste si porta via», e appena da pochi giorni il soldato aveva concluso la sua licenza natalizia, passata a casa con la famiglia.
Di nome si chiamava Gunther. Il cognome rimane sconosciuto.
Lo avevano scaricato a Roma quella mattina stessa, per una brevissima tappa preparatoria lungo il viaggio verso una destinazione finale, la quale era di conoscenza riservata allo Stato Maggiore, però ignota alle truppe. Fra i camerati del suo reparto, si congetturava in confidenza che la mèta misteriosa fosse l'Africa, dove s'intendeva, pare, predisporre dei presidii, in difesa dei
possedimenti coloniali dell'Italia alleata. Questa notizia lo aveva elettrizzato, in partenza, con la prospettiva di un'autentica avventura esotica. AFRICA! Per uno appena cresciuto, che i suoi viaggi li faceva in bicicletta o sull'autobus che porta a Monaco, questo è un nome!
AFRICA! AFRICA!!
... Più di mille soli e diecimila tamburi zanz tamtam baobab ibar! Mille tamburi e diecimila soli sugli alberi del pane e del cacao! Rossi arancioni verdi rossi
le scimmie giocano al calcio con le noci di cocco Ecco il Capo Stregone Mbunumnu Rubumbu sotto un ombrello di penne di pappagallo!!! Ecco il predone bianco a cavallo d'un bufalo che batte i monti del Drago e dell'Atlante zanz tamtam baobab ibar
nelle gallerie delle foreste fluviali dove i formichieri ci saltano a stormi! Ho una capanna aurifera e diamantifera e sul mio tetto uno struzzo ci ha fatto il nido vado a ballare coi cacciatori di teste
Ho incantato un serpente a sonagli. Rossi arancioni verdi rossi dormo su un'amaca nel Ruwenzori Nella zona delle mille colline acchiappo i leoni e le tigri come lepri Vado in canoa sul fiume degli ippopotami mille tamburi e diecimila soli! Acchiappo i coccodrilli come lucertole nel Lago Ngami e nel Limpopo.
... Questo, qua in Italia, era il suo primo sbarco all'estero; e poteva già servirgli come anticipo per la curiosità e l'eccitamento. Ma anche prima di arrivare, all'uscita dai confini di Germania, lo aveva sorpreso un'orrenda e solitaria malinconia, che denunciava la sua indole non formata piena di contrasti. Un po', difatti, il ragazzo era impaziente di avventura; ma un altro po' rimaneva, a sua stessa insaputa, un mammarolo. Un po', si prometteva di compiere azioni ultraeroiche, da fare onore al suo Führer; e, un altro po', sospettava che la guerra fosse un'algebra sconclusionata, combinata dagli Stati Maggiori, ma che a lui non lo riguardava per niente. Un po', si sentiva pronto a qualsiasi brutalità sanguinosa; e un altro po', durante il viaggio, ruminava continuamente un'amara compassione della sua prostituta di Monaco, al pensare che ormai quella troverebbe pochi clienti, perché era vecchia.
Via via che il viaggio procedeva verso il sud, l'umore triste, in lui, prevalse su ogni altro istinto, fino a renderlo cieco ai paesaggi, alla gente e a qualsiasi spettacolo o novità: «Eccomi portato di peso», si disse, «come un gatto dentro un sacco, verso il Continente Nero!» Non "Africa" pensò, stavolta, ma proprio "Schwarzer Erdteil", "Continente Nero": vedendo l'immagine d'un tendone nero che già fin d'ora gli si stendeva sopra all'infinito, isolandolo dai suoi stessi compagni presenti. E sua madre, i suoi fratelli, i rampicanti sul muretto di casa, la stufa dell'ingresso, erano una vertigine che si allontanava al di là di quel tendone nero, come una galassia in fuga per gli universi.
In questo stato, giunto alla città di Roma, usò del suo permesso pomeridiano per buttarsi solo, a caso, nelle strade prossime alla caserma dove avevano sistemato il suo convoglio per la sosta. E capitò nel quartiere di San Lorenzo senza nessuna scelta, come un imputato accerchiato dalle guardie che, oramai, della sua ultima libertà irrisoria non sa più che farsene, meno che d'uno straccio.
Sapeva esattamente numero 4 parole in tutto d'italiano, e di Roma sapeva soltanto quelle poche notizie che s'imparano alla scuola preparatoria. Per cui gli fu facile supporre che i casamenti vecchi e malridotti del quartiere San Lorenzo rappresentassero senz'altro le antiche architetture monumentali della
Città Eterna! e all'intravvedere, oltre la muraglia che chiude l'enorme cimitero del Verano, le brutte fabbriche tombali dell'interno, si figurò che fossero magari i sepolcri storici dei cesari e dei papi. Non per questo, tuttavia, si fermò a contemplarli. A quest'ora, per lui Campidogli e Colossei erano mucchi d'immondezza. La Storia era una maledizione. E anche la geografia. Per dire il vero, l'unica cosa che in quel momento lui andasse cercando, d'istinto, per le vie di Roma, era un bordello. Non tanto per una voglia urgente e irresistibile, quanto, piuttosto, perché si sentiva troppo solo; e gli pareva che unicamente dentro un corpo di donna, affondato in quel nido caldo e amico, si sentirebbe meno solo. Ma per uno straniero nella sua condizione, e in quell'umore torvo e forastico che l'opprimeva, c'era poca speranza di scoprire un simile rifugio là in giro, a quell'ora e senza nessuna guida. Né per lui si poteva contare sulla fortuna d'un incontro di strada occasionale: giacché, pur essendosi sviluppato, senza quasi saperlo, in un bel ragazzetto, il soldato
Gunther era tuttora piuttosto inesperto, e in fondo anche timido.
Ogni tanto, si sfogava a calci contro i selci che gli capitavano fra i piedi, forse distraendosi, per un attimo, nella fantasia, con la finzione d'essere il famoso Andreas Kupfer, o qualche altro suo proprio idolo calcistico; ma immediatamente si ricordava della propria uniforme di combattente del Reich. E riprendeva il suo contegno, con una scrollata che gli spostava un poco il berretto.
L'unica tana che gli si offerse, in quella sua misera caccia, fu un seminterrato, giù da pochi gradini, che portava l'insegna: "Vino e cucina - Da Remo"; e rammentando che quel giorno, per mancanza di appetito, aveva regalato il proprio rancio a un camerata, subito avvertì un bisogno di cibo, e si calò in quell'interno, accarezzato da una promessa di consolazione, sia pure minima.
Sapeva di trovarsi in un paese alleato: e si aspettava, dentro quella cantina accogliente, non certo le cerimonie dovute a un generale, ma senz'altro una familiarità cordiale, e simpatica. Invece, sia l'oste che il garzone lo accolsero con una freddezza svogliata e diffidente e con certe occhiate storte che gli fecero passare la fame subito. E allora, invece di sedersi per mangiare, rimasto in piedi al banco ordinò minacciosamente del vino; e lo ottenne, dopo qualche resistenza dei due, e qualche loro confabulazione privata nel retrobottega.
Non era per niente un bevitore; e, in ogni caso, al sapore del vino preferiva quello della birra, a lui più familiare fin da quando era piccolo. Ma per dimostrazione contestataria al garzone e all'oste, in arie sempre più minacciose si fece servire, una dopo l'altra, cinque misure da un quarto, e le vuotò tracannandole a gran colpi, come un bandito della Sardegna. Quindi, buttò violentemente sul banco quasi tutti i pochissimi soldi che aveva in tasca; mentre una rabbia lo tentava a buttare all'aria il banco e i tavoli, e a comportarsi non più da alleato, ma da invasore e da assassino. Però una leggera nausea, che gli saliva dallo stomaco, lo trattenne da ogni azione. E con passo ancora abbastanza marziale risortì all'aria aperta.
Il vino gli era sceso alle gambe, e salito alla testa. E nel putrido scirocco della strada, che gli gonfiava il cuore a ogni respiro, lo prese una voglia impossibile d'essere a casa, rannicchiato nel suo letto troppo corto, fra l'odore freddo e paludoso della campagna e quello tiepido del cavolo cappuccio che sua madre ribolliva in cucina. Però, grazie al vino, questa enorme nostalgia, invece di straziarlo, lo rese allegro. Per chi va in giro mezzo ubriaco, tutti i miracoli, almeno per qualche minuto, sono possibili. Può posarglisi davanti un elicottero di ritorno immediato per la Baviera, o arrivargli per l'aria un radiomessaggio, che gli annuncia un prolungamento della sua licenza fino a Pasqua.
Fece ancora qualche passo sui marciapiedi, poi svoltò a caso, e al primo portone che trovò si fermò sulla soglia, con la intenzione spensierata di accucciarsi là dentro, e dormire, magari su un gradino o in un sottoscala, come s'usa di carnevale alle feste in costume, quando si fa quel che ci pare senza che nessuno ci badi. S'era scordato dell'uniforme; per un buffo interregno sopravvenuto nel mondo, l'estremo arbitrio dei bambini adesso usurpava la legge militare del
Reich! Questa legge è una commedia, e Gunther se ne infischia. In quel momento, qualsiasi creatura femminile capitata per prima su quel portone (non diciamo una comune ragazza o puttanella di quartiere, ma qualsiasi animale femmina: una cavalla, una mucca, un'asina!) che lo avesse guardato con occhio appena umano, lui sarebbe stato capace di abbracciarla di prepotenza, magari buttato ai piedi come un innamorato, chiamandola: meine mutter! E allorché di lì a un istante vide arrivare dall'angolo un'inquilina del caseggiato, donnetta d'apparenza dimessa ma civile, che in quel punto rincasava, carica di borse e di sporte, non esitò a gridarle: «Signorina! Signorina!» (era una delle 4 parole italiane che conosceva). E con un salto le si parò davanti risoluto, benché non sapesse, nemmeno lui, che cosa pretendere.
Colei però, al vedersi affrontata da lui, lo fissò con occhio assolutamente disumano, come davanti all'apparizione propria e riconoscibile dell'orrore.
2.
La donna, di professione maestra elementare, si chiamava Ida Ramundo vedova
Mancuso. Veramente, secondo l'intenzione dei suoi genitori, il suo primo nome doveva essere Aida. Ma, per un errore dell'impiegato, era stata iscritta all'anagrafe come Ida, detta Iduzza dal padre calabrese.
Di età, aveva trentasette anni compiuti, e davvero non cercava di sembrare meno anziana. Il suo corpo piuttosto denutrito, e informe nella struttura, dal petto sfiorito e dalla parte inferiore malamente ingrossata, era coperto alla meglio di un cappottino marrone da vecchia, con un collettino di pelliccia assai consunto, e una fodera grigiastra che mostrava gli orli stracciati fuori dalle maniche. Portava anche un cappello, fissato con un paio di spilloncini da merceria, e provvisto di un piccolo velo nero di antica vedovanza; e, oltre che dal velo, il suo stato civile di "signora" era comprovato dalla fede nuziale (d'acciaio, al posto di quella d'oro già offerta alla patria per l'impresa abissina) sulla sua mano sinistra. I suoi ricci crespi e nerissimi
incominciavano a incanutire; ma l'età aveva lasciato stranamente incolume la sua faccia tonda, dalle labbra sporgenti, che pareva la faccia di una bambina sciupatella.
E difatti, Ida era rimasta, nel fondo, una bambina, perché la sua precipua relazione col mondo era sempre stata e rimaneva (consapevole o no) una soggezione spaurita. I soli a non farle paura, in realtà, erano stati suo padre, suo marito, e più tardi, forse, i suoi scolaretti. Tutto il resto del mondo era un'insicurezza minatoria per lei, che senza saperlo era fissa con la sua radice in chi sa quale preistoria tribale. E nei suoi grandi occhi a mandorla scuri c'era una dolcezza passiva, di una barbarie profondissima e incurabile, che somigliava a una precognizione.
"Precognizione", invero, non è la parola più adatta, perché la conoscenza ne era esclusa. Piuttosto, la stranezza di quegli occhi ricordava l'idiozia misteriosa degli animali, i quali non con la mente, ma con un senso dei loro corpi vulnerabili, «sanno» il passato e il futuro di ogni destino. Chiamerei quel senso - che in loro è comune, e confuso negli altri sensi corporei - il "senso del sacro": intendendosi, da loro, per "sacro", il potere universale che può mangiarli e annientarli, per la loro colpa di essere nati.
Ida era nata nel 1903, sotto il segno del Capricorno, che inclina all'industria,
alle arti e alla profezia, ma anche, in certi casi, alla follia e alla stoltezza. D'intelligenza, era mediocre; ma fu una scolara docile, e diligente nello studio, e non ripeté mai una classe. Non aveva fratelli né sorelle; e i suoi genitori insegnavano tutti e due nella stessa scuola elementare di Cosenza, dove s'erano incontrati la prima volta. Il padre, Giuseppe Ramundo, era di famiglia contadina, dell'estremo sud calabrese. E la madre, di nome Nora
Almagià, una padovana di famiglia piccolo-borghese bottegaia, era approdata a
Cosenza, ragazza di trent'anni e sola, in séguito a un concorso magistrale. Agli occhi di Giuseppe, essa rappresentava, nei modi, nell'intelletto e nella forma, qualcosa di superiore e di delicato.
Giuseppe, di otto anni più giovane della moglie, era un uomo alto e corpulento, con le mani rosse e tozze, e la faccia grande, colorita e piena di simpatia. Da bambino, per disgrazia, un colpo di zappa lo aveva ferito a una caviglia, lasciandolo leggermente storpiato per tutta la vita. E la sua andatura zoppicante aumentava il senso di ingenuità fiduciosa che lui trasudava per natura. Appunto perché invalido a certi lavori della campagna, la sua famiglia di poveri dipendenti s'era arrangiata a farlo studiare, mandandolo dapprincipio a istruirsi dai preti, con qualche soccorso del padrone terriero; e la sua esperienza pretesca e padronale non aveva smorzato, anzi aveva attizzato, a quanto sembra, un suo bollore riposto. Non saprei come né dove, aveva scovato certi testi di Proudhon, Bakunin, Malatesta, e altri anarchici. E su questi aveva fondato una sua fede ostinata, però sprovveduta, e obbligata a rimanere una sua propria eresia personale. Difatti, professarla gli era negato, perfino fra le mura di casa sua.
Nora Almagià maritata Ramundo, come lascia capire il suo cognome di ragazza, era ebrea (anzi, i suoi parenti vivevano tuttora, da parecchie generazioni, nel piccolo ghetto di Padova); però lei non voleva farlo sapere a nessuno, e se n'era confidata solo con lo sposo e con la figlia, sotto pegno severissimo di segreto. Nei casi ufficiosi e pratici, usava anche di camuffare il proprio cognome di ragazza, convertendolo da "Almagià" in "Almagìa": persuasa, con tale spostamento d'accento, di fabbricarsi un'impunità! In ogni modo, a quei tempi, invero, le occulte discendenze "razziali" non venivano ancora esplorate, né sindacate. Quel povero "Almagià" (o "Almagìa" che fosse) laggiù era passato per tutti, io credo, come un qualsiasi cognome veneziano, innocuo e insignificante; e oramai, del resto, la gente nemmeno se ne ricordava. Nora per tutti quanti era la Signora Ramundo, ritenuta ovviamente della stessa religione cattolica di suo marito.
Nora non aveva qualità speciali, né della mente né del corpo. Tuttavia, senza essere bella, era di certo graziosa. Dal suo zitellaggio prolungato, le rimaneva un riserbo casto e puritano (perfino nell'intimità col marito manteneva certi pudori da ragazzetta) che era tenuto in grande onore in quella regione del sud. E la grazia veneziana delle sue maniere la faceva amare dalle sue alunne. Era di abitudini modeste, e di carattere timido, specie fra gli estranei. Però la sua natura introversa covava alcune vampe tormentose, che si vedevano bruciare nel buio dei suoi occhi di zingara. Erano, per esempio, degli eccessi inconfessati di sentimentalismo giovanile... Ma erano, soprattutto, delle inquietudini sotterranee, capaci di assediarla giorno e notte con vari pretesti, che le diventavano addirittura fissazioni. Fino a che, rodendole i nervi, le si sfogavano, fra le mura di casa, in forme inconsulte e vessatorie.
L'oggetto naturale di questi suoi sfoghi era uno solo, quello a lei più vicino:
ossia Giuseppe suo marito. Le succedeva di voltarglisi contro peggio d'una strega, rinfacciandogli la nascita, il paese, i parenti, calunniandolo orrendamente con delle menzogne lampanti, e perfino urlandogli: «Segnà da Dio, tre passi indrio!» per via del suo piede zoppo. D'un tratto poi s'esauriva, rimanendo là svuotata, come una pupazza di cenci. E si metteva a balbettare:
«... che ho detto?!... non volevo dire questo... non era questo che volevo dire, povera me... oh Dio oh Dio...», con poca voce, livida in faccia, portandosi le mani alla testa ricciutella e dolorante. Allora Giuseppe impietosito si faceva a consolarla: «eh, che fa?» dicendole, «non fa niente, già è passato. Mattuzza sei, babbarella, sei...» mentre lei se lo riguardava intontita, con occhi parlanti d'infinito amore.
Di lì a poco, essa rammentava queste sue scenate come un sogno spaventoso di sdoppiamento. Non era lei, ma una sorta di bestiaccia sanguisuga, sua nemica, che le si aggrappava all'interno, forzandola a una recitazione pazza e incomprensibile. Le veniva voglia di morire. Ma per non far vedere il suo rimorso, era capace di mantenere, per il resto della giornata, un mutismo acido e tetro, quasi accusatorio.
Un'altra sua caratteristica erano certe enfasi esagerate e solenni del suo linguaggio, discese forse fino a lei dagli antichi patriarchi. Però fra queste sue voci bibliche s'intromettevano le solite frasi e cadenze che aveva succhiate dal terreno veneziano, le quali in quel mezzo producevano un effetto di canzoncina piuttosto buffo.
Nei riguardi del suo segreto ebraico, essa aveva spiegato alla figlia, fino da piccolina, che gli ebrei sono un popolo predestinato dall'eternità all'odio vendicativo di tutti gli altri popoli; e che la persecuzione si accanirà sempre su di loro, pure attraverso tregue apparenti, riproducendosi sempre in eterno, secondo il loro destino prescritto. Per tali motivi, era stata lei stessa a volere Iduzza battezzata cattolica, come il padre. Il quale, per il bene di
Iduzza, aveva acconsentito, benché recalcitrante: piegandosi perfino, durante la cerimonia, per gli occhi del mondo, a farsi in fretta e furia un gran segnaccio di croce. Però in privato, invero, sul conto di Dio, lui soleva citare il detto:
«"L'ipotesi DIO è inutile"» aggiungendoci in accento solenne la firma dell'Autore: «FAURE!» come faceva di regola alle sue citazioni.
Oltre al segreto principale di Nora, in famiglia esistevano altri segreti: e uno era che Giuseppe aveva il vizio di bere.
Fu, ch'io sappia, l'unica colpa di quell'ateo senza malizia. Il quale, nei suoi affetti fu così tenace, che per tutta la vita, come già da ragazzo, seguitò a spedire una gran parte del suo stipendio ai genitori e ai fratelli più poveri di lui. Non fosse stato per le ragioni politiche, l'istinto suo, credo, era di abbracciarsi col mondo intero. Ma più di tutti al mondo amava Iduzza e Noruzza, per le quali era capace perfino di comporre madrigali. A Nora, da fidanzati, diceva: «Mia stella d'Oriente!» e alla Iduzza (già voluta "Aida") cantava spesso (N. B. sia lui che Nora erano stati assidui agli spettacoli del "carrozzone" lirico di passaggio):
«Celeste Aida forma divina»...
Delle sue bevute, però (croce di Nora), lui non sapeva fare a meno, anche se, per obbligo al proprio posto di maestro, rinunciava a frequentare le osterie, dedicandosi al suo vino in casa, la sera, e specie il sabato. E siccome era ancora un giovane sotto i trent'anni, gli capitava, in simili circostanze, di sfogare spensierato i propri ideali clandestini.
Il primo segnale della sua libertà di parola era una certa inquietudine delle sue manone, che si davano a smuovere o spostare il bicchiere, mentre i suoi occhi castagno scuro si facevano crucciati e pensosi. Quindi principiava a dondolare il capo, col dire: "tradimento! tradimento!", intendendo che lui medesimo, da quando s'era messo al servizio dello Stato, si comportava da traditore dei suoi compagni e fratelli. Un insegnante, se era onesto, a quei poveri piccirilli della scuola avrebbe dovuto predicare l'anarchia, il rifiuto
globale della società costituita, che li cresceva per farne carne da sfruttamento o da cannone... A questo punto, Nora preoccupata correva a chiudere le finestre e le porte, per soffocare agli orecchi dei vicini o dei passanti simili proposizioni eversive. E lui da parte sua, levàtosi in piedi nel centro della stanza, si dava a citare con voce piena e crescente, alzando il dito: ... «Lo Stato è l'autorità, il dominio e la forza organizzata delle classi proprietarie e sedicenti illuminate sulle masse. Esso garantisce sempre ciò che trova: agli uni, la libertà fondata sulla proprietà, agli altri, la schiavitù, conseguenza fatale della loro miseria. BAKUNIN!»
... «Anarchia, al giorno d'oggi, è l'attacco, è la guerra ad ogni autorità, ad ogni potere, ad ogni Stato. Nella società futura l'anarchia sarà la difesa, l'impedimento opposto al ristabilimento di qualsiasi autorità, di qualsiasi potere, di qualsiasi Stato. CAFIERO!»
Qua Nora prendeva a scongiurare: «Ssss... sss...» errando da un muro all'altro, col fare d'una ossessa. Anche a porte e finestre chiuse, era convinta che certe parole e certi nomi, proferiti nella casa di due maestri di scuola, scatenassero uno scandalo universale: come se intorno alle loro stanzucce sbarrate ci fosse una enorme folla di testimoni in ascolto. In realtà, per quanto atea non meno dello sposo, essa viveva come soggetta a un dio vendicativo e carcerario, che la spiava.
... «Le libertà non vengono date. Si prendono. KROPOTKIN!»...
«Ah, che "disgrassia"! Tase, te digo! Tu vuoi precipitar questa casa nel baratro dell'ignominia e del disonor! Tu vuoi strascinar questa famiglia nel fango!»
«Ma quale fango, Noruzza mia?! Lu fangu sta sulle mani bianche del proprietario e del banchiere! Lu fangu è la putrida società! Anarchia non è fango!! Anarchia è onore de lu mundu, nome santo, vero suli della nuova storia, rivoluzione immensa, "implacabbile"!!»
«Ah! Sia maledetto il giorno, l'ora e il momento che m'hanno fatto vincere quel concorso! Sia maledetto quel destino infame, che m'ha fatto cascar in mezzo a questi meridionali, tutti briganti di strada, infima genìa della terra, esseri indegni, che si dovrebbero tutti picà!!»
«Impiccàti, ci vulissi, Norù?! Impiccàti, gioia mia?!»
Giuseppe, dallo stupore, si ributtava giù a sedere. Ma lì, mezzo stravaccato, irresistibilmente gli tornava da cantare, con gli occhi al soffitto come un carrettiere che canta alla luna:
«Dinamite alle chiese e ai palagi trucidiamo l'odiato borghese!»...
...«Aaaaha! tase, assassin! tase, malfator! tase, o me buto!!»
Per non farsi udire dal vicinato, Nora badava a tener bassa la voce, ma a questo sforzo le si gonfiavano le vene, come si strozzasse. Infine soffocata e stremata si abbatteva sul divanetto, e allora Giuseppe premuroso andava lì a scusarsi, baciandole, come a una nobildonna, le piccole mani magre, già invecchiate, e screpolate dalle fatiche di casa e dai geloni. E lei di lì a poco gli sorrideva, consolata, e medicata per il momento delle proprie angosce ancestrali. Dalla sua sediolina colorata (comperàtale dal padre apposta sulla sua misura)
Iduzza spalancando gli occhi seguiva questi alterchi, logicamente senza capirne nulla. Lei, certo, da quando nacque, non fu mai d'indole atta alla sovversione; però, se allora avesse potuto dare un parere, avrebbe detto che fra i due contendenti la più sovversiva era la madre! A ogni modo, tutto quanto ne capiva era che i genitori si trovavano in disaccordo su certe questioni; né, per fortuna, si spaventava troppo alle loro scene, tanto c'era abituata. Faceva, tuttavia, un piccolo sorriso di contentezza, appena vedeva tornare fra loro la pace.
Per lei, quelle sere di sbornia erano pure delle sere di festa, perché nel vino il padre, dopo avere sventolato le sue bandiere di rivolta, scioglieva in pieno il suo buon umore naturale e la sua cultura di contadino, parente antico degli animali e delle piante. Le rifaceva le voci di tutti quanti gli animali: dagli "ucedduzzi" ai "leuni". E a sua richiesta le ripeteva fino a dieci volte canzoni e fiabe calabresi, volgendogliele al comico quand'erano tragiche, perché lei, come tutti i bambini, rideva volentieri, e le sue risate pazzarielle erano una musica in famiglia. A un certo momento, pure Nora, vinta, si univa a quel
teatro, producendosi, con la sua voce ingenua e un poco stonata, in un suo repertorio ristretto, il quale invero si riduceva, ch'io sappia, a due pezzi in tutto. Uno era la famosa romanza: "Ideale":
«Io ti seguia com'iride di pace lungo le vie del cielo...»
eccetera eccetera.
E l'altra, era una canzone in dialetto veneziano, che diceva:
«Vardé che bel seren con quante stele che bela note da rubar putele chi ruba le putele no i xe ladri se i ciama giovanini inamoradi...»
Poi, verso le dieci, Nora finiva di rassettare in cucina, e Giuseppe conduceva a letto Iduzza, accompagnandola, come una madre, con certe ninnenanne di suono quasi orientale, che sua madre e sua nonna avevano cantato a lui:
«O veni sunnu di la muntanella lu lupu si mangiau la pecorella o nnì o nnà oh la ninna vo' fa' vo' fa' vo' fa'
vo' fa'... vo' fa'... vo'...»
Un'altra ninna-nanna, che assai piaceva a Iduzza, e che è poi stata tramandata alla nuova generazione, era in lingua italiana, né so dove Giuseppe l'avesse scovata:
«Dormite occhiuzzi dormite occhiuzzi che domani andiamo a Reggio a comprare uno specchio d'oro tutto pittato di rose e fiori. Dormite manuzze dormite manuzze che domani andiamo a Reggio a comprare un telarino con la navetta d'argento fino. Dormite pieduzzi dormite pieduzzi che domani andiamo a Reggio a comprare le scarpettelle per ballare a Sant'Idarella»...
Iduzza perdeva ogni paura accanto a suo padre, il quale per lei rappresentava una specie di carrozzella calda, luminosa e zoppicante, più inespugnabile d'un carro armato, che la portava gaiamente a spasso, al sicuro fra i terrori del mondo: dovunque accompagnandola, e mai permettendo che la si mandasse sola per le vie, dove ogni uscio, finestra o incontro estraneo la minacciavano d'offesa. D'inverno, forse per economia, usava certi mantelli da pastore, ampi e piuttosto lunghi, e nelle giornate di maltempo, la riparava dalla pioggia tenendosela vicino accostata sotto il proprio mantello.
Io non conosco abbastanza la Calabria. E della Cosenza di Iduzza non posso che ritrarne una figura imprecisa, attraverso le poche memorie dei morti. Credo che
già fin da allora, intorno alla città medievale che cinge la collina, s'andassero estendendo le costruzioni moderne. In una di queste, infatti, di un genere modesto e ordinario, si trovava l'angusto appartamentino dei maestri
Ramundo. So che la città è corsa da un fiume, e il mare è di là dalla montagna.
L'avvento dell'era atomica, che segnò l'inizio del secolo, certo non si faceva sentire in quelle regioni; e nemmeno lo sviluppo industriale delle Grandi
Potenze, se non per i racconti degli emigrati. L'economia del paese si fondava sull'agricoltura, in successivo decadimento per via del suolo impoverito. Le caste dominanti erano il clero e gli agrari; e per le caste infime, suppongo che lì, come altrove, il companatico quotidiano più diffuso fosse la cipolla... Mi risulta di sicuro, a ogni modo, che lo studente Giuseppe, nel corso dei suoi studi superiori da maestro, per anni non conobbe cibi caldi, nutrendosi precipuamente di pane e fichi secchi.
Verso il quinto anno di età, Iduzza fu soggetta per tutta una estate agli insulti di un male innominato, che angosciò i suoi genitori come una menomazione. Nel mezzo dei suoi giochi e delle sue chiacchiere infantili, le capitava all'improvviso di ammutolire impallidendo, con l'impressione che il mondo le si dissolvesse intorno in una vertigine. Alle domande dei suoi genitori, dava a malapena, in risposta, un lamento di bestiola, ma era evidente che già cessava di percepire le loro voci; e di lì a poco si portava le mani al capo e alla gola in atto di difesa, mentre la bocca le tremava in un mormorio incomprensibile, quasi dialogasse, spaventata, con un'ombra. Il suo respiro si faceva alto e febbrile, e qui, d'impeto, essa si buttava in terra, torcendosi e squassandosi in un tumulto scomposto, con gli occhi aperti, ma vuoti in una totale cecità. Pareva che da una qualche sorgente sottoterra un brutale flusso elettrico investisse la sua piccola persona, che al tempo stesso si rendeva invulnerabile, non riportando mai né urti né ferite. Questo le durava un paio di minuti al massimo, finché i suoi moti si attenuavano e diradavano, e il corpo le si riadagiava in un riposo dolce e composto. I suoi occhi navigavano in un risveglio trasognato, e le labbra si rilasciavano con dolcezza, accostate senza aprirsi e un poco piegate in su agli angoli. Pareva che la creatura sorridesse di gratitudine per esser tornata a casa, fra la doppia guardia dei suoi perenni angeli custodi che si piegavano, ai suoi lati, sopra di lei: uno di qua, col suo testone tondo e arruffato di cane pastore; e l'altra di là, con la sua testolina cresputa di capretta.
Ma quel piccolo sorriso, in realtà, era solo una parvenza fisica illusoria, prodotta dal naturale distendersi dei muscoli dopo la tensione amara. Passava ancora qualche istante prima che Iduzza riconoscesse davvero la sua patria casalinga; e, in quel punto stesso, del suo pauroso espatrio e ritorno già non le restava più nessuna notizia, come di eventi esiliati dalla sua memoria. Essa poteva riferire, soltanto, di aver sofferto un grande capogiro, e poi di avere avvertito come dei rumori d'acqua, e dei passi e brusii confusi, che sembravano arrivare dalla lontananza. E nelle ore successive appariva affaticata, ma più sciolta e spensierata del solito, come se, a sua propria insaputa, si fosse liberata di un carico troppo al di sopra delle sue forze. Da parte sua, pure in seguito, essa riteneva di aver sofferto un comune svenimento, senza rendersi conto dei fenomeni teatrali che lo avevano accompagnato. E i genitori preferirono lasciarla in questa ignoranza, però avvisandola di non dire a nessuno mai che andava soggetta a certi insulti, per non compromettere il suo avvenire di ragazza. Così, in famiglia s'era aggiunto ancora un altro scandalo da tener nascosto al mondo.
L'antica cultura popolare, tuttora radicata nel territorio calabrese e specie fra i contadini, segnava di uno stigma religioso certi mali indecifrabili, attribuendone le crisi ricorrenti all'invasione di spiriti sacri, oppure inferiori, che in questo caso si potevano esorcizzare solo con recitazioni rituali nelle chiese. Lo spirito invasore, che sceglieva più spesso le donne, poteva trasmettere anche poteri insoliti, come il dono di curare i mali o quello profetico. Ma l'invasione in fondo veniva avvertita come una prova immane e senza colpa, la scelta inconsapevole d'una creatura isolata che raccogliesse la tragedia collettiva.
Naturalmente, il maestro Ramundo col suo avanzamento sociale era uscito dal cerchio magico della cultura contadina; e in più, secondo le sue idee filosofico-politiche era positivista. Per lui, certi fenomeni morbosi non potevano derivare che da disfunzioni o infermità del corpo; e in proposito lo sgomentava il sospetto malcelato di avere lui stesso, forse, guastato, ancora nel seme, il sangue della figliolina, col proprio abuso dell'alcool. Però Nora, che non appena lo vedeva preoccupato si dava subito da fare per tranquillarlo, gli diceva, rassicurante: «Ma no, non starti a tormentar con certe idee balorde.
Guarda i Palmieri, allora, che han sempre bevuto tutti, il pare, il nono e il bisnono! E i Mascaro, che ai putei ghe danno il vin al posto del late! E dunque non lo vedi?! che scopian tuti de salute!!!»
Gli anni precedenti, nei mesi più caldi, la famiglia soleva trasferirsi verso la punta della Calabria, nella casa paterna di Giuseppe; ma quell'estate, non si mossero dal loro quartierino affocato di Cosenza, per paura che Iduzza fosse sorpresa dal suo male segreto in campagna, in presenza dei nonni e zii e cugini. E forse la canicola cittadina, alla quale Iduzza non era ancora abituata, accelerò la frequenza dei suoi attacchi.
Le vacanze in campagna, poi, da allora cessarono del tutto, perché in seguito al terremoto di quell'inverno, che distrusse Reggio e devastò le pianure, i nonni
si ritirarono presso un altro figlio, in una casupola sulle montagne d'Aspromonte, dove, per il poco spazio, non si poteva ospitare nessuno. Delle vacanze passate, Ida ricordava soprattutto certe bambole di pane che la nonna le cuoceva nel forno e che lei cullava come fossero dei figli rifiutandosi disperatamente di mangiarle. Essa le voleva vicino a sé anche nel letto, da dove le venivano sottratte furtivamente la notte mentre dormiva.
Le restava pure nella memoria un grido altissimo ripetuto dai pescatori di pescespada di sopra le rocce e che nel suo ricordo suonava così: «FA-ALEUU!» Verso la fine di quell'estate, dopo un ultimo accesso di Iduzza, Giuseppe si decise e, caricata con sé la bambina su un somarello avuto in prestito, la portò fino a un ospedale fuori Cosenza, dove esercitava un medico già suo compare, il quale attualmente di casa risiedeva a Montalto, ma aveva studiato al nord la scienza moderna. Sotto le dita del medico che la visitava, Ida, sebbene si vergognasse, rideva per il solletico, facendo il suono di chi scuote una campanuccia. E quando, finita la visita, fu esortata a ringraziare il dottore, arrossì tutta nel dire: grazie, e subito si nascose dietro suo padre. Il medico la dichiarò sana. E avendo già saputo, a parte, da Giuseppe, che in quei suoi attacchi essa non si feriva, né urlava, né si mordeva la lingua, né dava altri simili segni inquietanti, assicurò che non c'era motivo di preoccuparsi per lei. Quei suoi attacchi, spiegò, erano quasi di certo dei fenomeni temporanei d'isteria precoce, i quali le sarebbero scomparsi spontaneamente con lo sviluppo. Frattanto, per evitarli, specie in vista della prossima riapertura delle scuole (fino dai suoi primi anni Ida usava seguire alle lezioni sua madre, che altrimenti non sapeva dove lasciarla), le prescrisse un calmante, da prendersi ogni mattina allo svegliarsi.
Ida e Giuseppe rifecero il viaggio di ritorno allegri e vispi, cantando le solite canzoncine del repertorio paterno, che Ida accompagnava ogni tanto con la sua vocetta stonata.
E da quel giorno i fatti, nel loro corso successivo, confermarono le previsioni del medico. La semplice cura calmante, seguita docilmente da Iduzza, dimostrò la sua efficacia quotidiana, senza nessun effetto negativo, se non una lieve sonnolenza e ottundimento dei sensi, che la bambina sormontava con la buona volontà. E da allora, dopo l'unica invasione di quell'estate, lo strano male non tornò a visitarla più, almeno nella sua cruda forma originaria. Succedeva, a volte, che in qualche modo si riaffacciasse, però ridotto a quello che un tempo era stato appena il suo segnale primitivo, una sorta di arresto vertiginoso delle sensazioni, che si accusava sul viso della bambina con un velo di pallore simile a una nebbia. Erano passaggi, invero, così rapidi, da sfuggire a tutti i presenti, e alla stessa coscienza di Iduzza; però, a differenza dei malori tumultuosi di prima, questi accenni impercettibili le lasciavano un'ombra d'inquietudine triste, quasi il sentimento oscuro d'una trasgressione. Tali segni superstiti del suo male si andarono poi diradando e indebolendo col tempo. La riassalirono, con una frequenza notevole, verso gli undici anni; e in seguito, attraversato il punto della pubertà, sparirono quasi del tutto, come aveva già promesso il dottore. Infine Ida poté sospendere l'uso della medicina calmante, e tornare al suo umore naturale di ragazzetta.
Forse, fu anche l'interruzione della cura a provocare una simultanea trasformazione nella chimica del suo sonno. Difatti, è incominciata da allora la crescita rigogliosa dei suoi sogni notturni, che doveva accoppiarsi alla sua vita diurna, fra interruzioni e riprese, fino alla fine, attorcigliandosi alle sue giornate più da parassita o da sbirra che da compagna. Ancora mischiati coi sapori dell'infanzia, quei primi sogni già le attaccavano la radice del dolore, pure se in se stessi non si mostravano troppo dolorosi. In uno, che con diverse variazioni le tornava a intervalli, essa si vedeva correre in un luogo fosco di caligine o di fumo (fabbrica, o città, o periferia) stringendosi al petto una bambolina nuda, e tutta di un colore vermiglio, come fosse stata intinta in una vernice rossa.
La guerra mondiale del 1915 risparmiò Giuseppe, a motivo della sua gamba difettosa; ma i pericoli del suo disfattismo svolazzavano come spauracchi d'intorno a Nora, così che pure Iduzza aveva imparato a temere certi argomenti del padre (sia pure appena accennati in famiglia, in tono basso di complotto! ) Difatti, già dal tempo della guerra di Libia, nella stessa città di Cosenza si contavano arresti e condanne di disfattisti pari a lui! E rieccolo, adesso, che si levava, alzando il dito:
...«Il rifiuto di obbedienza diventerà sempre più frequente; e allora non rimarrà che il ricordo della guerra e dell'esercito come attualmente si configurano. E questi tempi sono vicini. TOLSTOI!»
... «Il popolo è sempre il mostro che ha bisogno della museruola, che va curato con la colonizzazione e la guerra e ricacciato fuori del diritto. PROUDHON!»... Iduzza, da parte sua, non osava nemmeno giudicare i decreti dei Poteri Pubblici, i quali a lei si mostravano come Enti arcani, al di là della sua ragione, e che però avevano la facoltà di portarle via suo padre, con le guardie... Al primo accenno di certi discorsi, che impaurivano sua madre, essa si aggrappava a
Giuseppe, tremando. E Giuseppe, per non inquietarla, s'indusse a evitare tali soggetti rischiosi, anche in famiglia. Da allora in poi, trascorreva le serate a ripassare le lezioni all'amata figlietta, per quanto un poco sbronzo al solito. Il dopoguerra fu un'epoca di fame e di epidemie. Però, come succede, la guerra, che per i più era stata un disastro totale, per altri era stata un affare di successo finanziario (e non per niente l'avevano favorita). Fu appunto adesso che costoro incominciarono ad assoldare le squadre "nere" a difesa dei propri interessi pericolanti.
Nei paesi industriali, questo pericolo veniva soprattutto dagli operai; ma in
Calabria (come altrove nel sud) i più minacciati nelle loro fortune erano i possidenti agrari, i quali, fra l'altro, erano in gran parte usurpatori, essendosi appropriati in passato, con vari sistemi, di terreni del demanio. Erano campi e foreste da loro spesso lasciati incolti e in abbandono. E questo fu il periodo delle «occupazioni di terre» da parte di contadini e braccianti. Occupazioni illusorie: perché dopo averli fertilizzati e coltivati, gli occupanti, a norma di legge, ne venivano cacciati via.
Parecchi ci restavano ammazzati. E in quanto ai soggetti, che lavoravano a uso dei proprietari, la loro paga (secondo gli ultimi "patti di lavoro" conquistati con lunghe battaglie sociali) era per esempio questa:
"per una giornata lavorativa di sedici ore, tre quarti di litro d'olio (alle donne la metà)".
I parenti di Giuseppe (giù in provincia di Reggio) erano coloni, che lavoravano pure a giornata come braccianti. Nell'agosto 1919 una sua sorella, col marito e due nipoti, morirono di febbre spagnola. L'epidemia, in certi paesi, ha lasciato un ricordo pauroso. Mancavano i dottori, i medicinali e il cibo. Si era nel pieno della canicola. Le morti superavano quelle della guerra. E i cadaveri restavano vari giorni insepolti, non bastando le tavole per le bare.
In questo periodo, Giuseppe mandava alla parentela tutto il suo stipendio (che nelle attuali difficoltà pubbliche non sempre gli veniva regolarmente pagato).
E, nel carovita dell'epoca, i tre dovevano arrangiarsi col solo guadagno di
Nora. Però Nora, che in certe contingenze familiari era brava come una leonessa e provvida come una formica, riusciva a mantenere la famiglia senza troppe angustie.
Meno di due anni dopo la fine della guerra, puntualmente Ida prese il diploma magistrale. E nel corso stesso di quelle vacanze estive, benché sprovvista di dote, si trovò fidanzata.
Il fidanzato, Alfio Mancuso, era un messinese, che aveva perduto tutti i parenti nel terremoto del 1908. Lui stesso, che aveva allora circa dieci anni, se n'era salvato per un miracolo di fortuna. E nonostante il suo affetto viscerale per la famiglia, e specie per sua madre, in séguito non tanto si lagnava per quella antica catastrofe, quanto, piuttosto, si vantava della fortuna che in quell'occasione lo aveva assistito, e che abitualmente lo distingueva. Il miracolo (che nei resoconti di Alfio si arricchiva ogni volta di nuovi particolari e variazioni) in breve era stato il seguente:
Nell'inverno del 1908, il bambino Alfio lavorava da apprendista in un piccolo cantiere, presso un vecchio che riparava le barche. L'uno e l'altro solevano anche pernottare nel cantiere stesso, dove il mastro disponeva di una branda, e il garzoncello si coricava, invece, in terra, su un mucchio di trucioli, avvolto in una vecchia gualdrappa di lana.
Ora, in quella serata, mentre il vecchio, secondo abitudine, si attardava nei propri lavori (in compagnia di qualche bicchiere), l'apprendista, da parte sua, già si andava sistemando per la notte dentro alla gualdrappa; quando, a una sua distrazione fortuita, il vecchio gli aveva strillato, come usava sempre in casi consimili:
«Eeeeehi! rapa babba!!» (che vorrebbe dire: "scemo come una rapa!")
Di solito, l'apprendista si teneva un tale insulto senza rispondere; ma stavolta, ammattito gli aveva risposto:
«Babba sarete voi!»
E subito, con appresso (estrema previdenza) la sua gualdrappa, era scappato all'esterno, per paura del principale, il quale difatti gli era corso dietro, pronto a picchiarlo, e già armato di una fune piegata doppia.
Ora sul terreno, dove si svolgeva quella gara di corsa, Si presentavano, piantati a uguale distanza, una palma e un palo. Dopo un attimo di esitazione fra i due (si noti!) Alfio scelse la palma, onde nell'attimo successivo già ne occupava la cima, deciso a stabilirsi per sempre là, come una scimmia, piuttosto che consegnarsi al vecchio, il quale infine, stufo di aspettare sotto la palma, rientrò nel cantiere.
In breve, passarono le ore e le ore, fin verso l'alba! e Alfio ingualdrappato dimorava tuttora su quella palma, allorquando arrivò il terremoto, che rase al suolo Messina e il cantiere, e abbatté il palo; mentre la palma, dopo avere scosso in una grande folata il proprio ciuffo, con Alfio Mancuso abbarbicato dentro, rimase salva in piedi.
Fosse anche qualche virtù portentosa di quella gualdrappa (già proprietà di un cavallaro di nome Cicciuzzo Belladonna)? A ogni modo, fino da allora Alfio aveva stabilito di chiamare il primo figlio maschio Antonio di primo nome (come già suo padre) e Cicciuzzo (ossia Francesco) di secondo nome; e la figlia femmina Maria (come già sua madre) di primo nome, e di secondo nome, Palma. (Per lui, fino da ragazzino, farsi una famiglia era stata sempre l'aspirazione principale).
Fra le altre sue fortune poi si contava la fine della guerra, in coincidenza di date con la sua leva. Certe pratiche per il congedo militare lo avevano condotto a Roma, dove aveva trovato un impiego di rappresentante presso una ditta. E nel suo conseguente giro d'affari era passato da Cosenza, dove incontrò il suo primo amore.
Fra Alfio e il futuro suocero era nata subito grande amicizia. E Ida si affezionò presto al suo pretendente, che per vari tratti le tornava somigliante a suo padre, con la differenza che non si interessava di politica e non era ubriacone. Tutti e due, nell'aspetto e nei modi, erano simili a grossi cani di campagna, e pronti a far festa a qualsiasi favore della vita: fosse anche solo un filo di vento nella canicola. Tutti e due possedevano qualità materne, oltre che paterne: assai meglio di Nora, che sempre aveva impaurito un po' Iduzza, col suo carattere orgoglioso, nervoso e introverso. Tutti e due le facevano da guardiani contro le violenze esterne; e col loro buon umore istintivo, e il gusto ingenuo di pazziare, sostituivano per lei, poco socievole per natura, la compagnia dei suoi coetanei e degli amici.
Il matrimonio si celebrò in chiesa, per il solito rispetto della gente e anche dello sposo: il quale, indifferente per suo conto alle religioni, non doveva però, nemmeno lui, mai conoscere il segreto di Nora Almagìa. A causa della comune povertà, la sposina, invece del vestito bianco, aveva un abito di lanetta turchino scuro, con gonna appena ripresa sul busto e giacchetta avvitata. Aveva però le scarpine di pelle bianca, una camicetta bianca dai risvolti ricamati sotto la giacca, e, in testa, un piccolo velo di tarlatana con coroncina di fiori d'arancio. La borsetta, regalo di Nora (che ogni mese, a qualsiasi costo, metteva sempre da parte qualche lira per simili eventi eccezionali), era di maglia d'argento. In tutta la sua vita, prima e dopo, Iduzza non fu mai così elegante e tutta a nuovo come quel giorno: e ne risentiva una enorme responsabilità, preoccupandosi in chiesa, e anche nel viaggio successivo in ferrovia, di non macchiarsi le scarpette o sgualcirsi la sottana. Il viaggio di nozze (salvo una sosta a Napoli di un paio d'ore) consisté nell'andata a Roma, nuova residenza degli sposi, dove già Alfio da solo aveva preparato il loro alloggio economico di due stanze nel quartiere di San Lorenzo. Iduzza era vergine non soltanto nel corpo, ma anche nei pensieri. Non aveva mai veduto nessun adulto nudo, perché i suoi genitori non si spogliavano mai in presenza sua; e perfino del proprio corpo sentiva un pudore estremo, anche sola con se stessa. Nora l'aveva avvertita soltanto che per generare bambini l'uomo deve entrare nel corpo della donna. E' un'operazione necessaria, a cui bisogna sottomettersi docilmente, e che non fa troppo male. E Ida desiderava ardentemente d'avere un bambino.
La sera, dopo l'arrivo a Roma, mentre lo sposo si spogliava in camera, Iduzza si spogliò nel salotto adiacente. E all'entrare in camera, timida e vergognosa, nella sua camicia da notte nuova, ruppe lì per lì in una risata irresistibile al vedere Alfio, lui pure, in una lunga camicia da notte, che gli infagottava la figura virile e corpulenta fino ai piedi, facendolo somigliare (con la sua faccia ingenua e florida) alle creature nella veste del battesimo. Lui si fece tutto rosso in faccia e balbettò incerto:
«Perché ridi?»
La grande ilarità le impediva di parlare, nel mentre stesso che lei pure si copriva di rossore. Finalmente riuscì a sillabare:
«Per... la... camicia...» e sbottò a ridere un'altra volta. Il motivo della sua ilarità, invero, non era l'aspetto comico (e anche patetico) di Alfio, ma proprio l'idea della camicia. Suo padre, infatti, all'uso dei parenti contadini, soleva coricarsi coi propri indumenti di sotto (maglietta, calzini e mutande lunghe). Essa non avrebbe mai pensato che i maschi si mettessero la camicia da notte, convinta che un tale indumento, come le sottane, appartenesse alle donne, o ai sacerdoti.
Poco dopo, spensero la luce: e nel buio, sotto le lenzuola, lei sospese il fiato, sbigottita, al sentire lo sposo che le rialzava la lunga sua camicia fin oltre le cosce, e cercava la sua carne denudata con un'altra carne umida e ardente. Per quanto se lo aspettasse, le pareva terribile che uno, da lei paragonato inconsciamente a suo padre Giuseppe, le usasse uno strazio così atroce. Ma rimase quieta, e lo lasciò fare, vincendo il terrore che la minacciava, tale era la sua fiducia in lui. E così da allora ogni sera gli si lasciava, dolce e disposta, come un bambino selvatico che si lascia docilmente imboccare dalla madre. Poi, col tempo, si avvezzò a quel grande rito serale, nutrimento necessario delle loro nozze. E lui, del resto, nonostante la sua naturale febbre giovanile, rispettava tanto sua moglie che non si videro mai nudi, e si amarono sempre al buio.
Ida non comprendeva il godimento sessuale, che le rimase per sempre un mistero.
Talora, provava solo una specie di commozione indulgente per lo sposo, nel sentirselo sopra che affannava, travolto e inferocito da quel mistero delirante.
E all'ultimo grido che lui levava, altissimo, come a una esecuzione invocata, spietata e ineluttabile, gli accarezzava, impietosita, i capelli ricci e folti, ancora di ragazzo, tutti madidi di sudore.
Passarono, tuttavia, quattro anni dal matrimonio, prima che il promesso bambino le arrivasse. E fu in quel periodo che Alfio, anche per non lasciarla troppo sola e disoccupata durante i propri giri di rappresentante, la incoraggiò a concorrere per un posto di maestra a Roma. Lui stesso, possedendo una certa semplice inclinazione agli intrallazzi, la aiutò a vincere il concorso, attraverso un suo conoscente del Ministero che lui ricambiò con qualche favore commerciale. E questo fu, forse, l'unico successo importante di Alfio: difatti, per quanto scorrazzasse attraverso città e province (partendo sempre col piglio avventuroso e ardito del celebre «sartino pieno di valore» della fiaba), Alfio
Mancuso fu sempre un affarista di poco conto, povero e zingarello.
E così, Ida iniziò la sua carriera di maestra, che doveva concludersi dopo quasi venticinque anni. Dove Alfio non riuscì a favorirla, d'altra parte, fu nella scelta di una sede comoda. Ida trovò posto in una scuola non del suo quartiere San Lorenzo, ma assai distante, verso la Garbatella (da dove poi, col passare degli anni, in séguito a demolizioni, la sua scuola venne spostata al rione
Testaccio). Per tutta la strada, il cuore le sbatteva di spavento, fra la folla estranea dei tram, che la schiacciava e la spingeva, in una lotta dove lei sempre cedeva e restava indietro. Ma all'entrare in classe, già sùbito quel puzzo speciale di bambini sporchi, di moccio e di pidocchi, la racconsolava con la sua dolcezza fraterna, inerme, e riparata dalle violenze adulte. Prima dell'inizio di questa sua carriera, un pomeriggio piovoso d'autunno,
Iduzza, sposata appena da pochi mesi, era stata scossa su al suo ultimo piano da un fragore di canti, urla e sparatorie per le vie sottostanti del quartiere.
Difatti, erano le giornate della «rivoluzione» fascista, e in quel giorno (30 ottobre 1922) si andava svolgendo la famosa «marcia su Roma». Una delle colonne nere in marcia, entrata in città per la porta di San Lorenzo, aveva trovato una aperta ostilità in quel rione rosso e popolare. E prontamente s'era data alla vendetta, devastando le abitazioni lungo la strada, malmenando gli abitanti e ammazzando alcuni ribelli sul posto. I morti di San Lorenzo furono tredici. Ma si trattò, invero di un episodio fortuito nel corso di quella facile marcia romana, con la quale il fascismo segnava la sua presa ufficiale del potere.
A quell'ora Iduzza era sola in casa, e come altre sue vicine corse a chiudere le finestre, atterrita al pensiero di Alfio che si trovava in giro col suo campionario di vernici, colori e lucidi da scarpe. Essa supponeva che fosse scoppiata la famosa rivoluzione universale sempre annunciata da suo padre... Però Alfio rincasò alla sera puntuale, sano e salvo, fortunatamente, e gaio secondo il solito. E a cena, accennando agli eventi con Iduzza, le disse che certo i discorsi di don Giuseppe, suo padre, erano giusti e santi; ma nella pratica, intanto, fra scioperi, incidenti e ritardi, da ultimo lavorare sul serio era diventato un problema, per gli uomini d'affari e di commercio come lui! Da oggi, finalmente, in Italia, s'era stabilito un governo forte, che riporterebbe l'ordine e la pace fra il popolo.
Più di questo non seppe dire lo sposo-ragazzo sull'argomento, e la sposabambina, vedendo lui placido e soddisfatto, non si preoccupò di saperne di più. I morti fucilati nel pomeriggio sulla strada erano già stati sotterrati in fretta nell'attiguo cimitero del Verano.
Di lì a due o tre anni, con l'abolizione della libertà di stampa, di opposizione e del diritto di sciopero, l'istituzione dei "Tribunali Speciali", il ritorno della pena di morte, eccetera eccetera il fascismo era diventato una dittatura definitiva.
Nel 1925, Ida rimase incinta, e partorì nel maggio del '26. Il parto, faticoso e rischioso, la torturò ferocemente per tutto un giorno e una notte, lasciandola quasi dissanguata. Però le uscì un bel maschiettino, moretto e gagliardo, del quale Alfio si vantava, annunciando a tutti:
«M'è nato un picciotto fuoriclasse, del peso di quattro chili, con una faccetta di salute che pare una mela annurca!»
Dopo questo primo figlio, dal suo matrimonio non gliene nacquero altri. Come già inteso, di primo nome gli avevano dato quello del nonno paterno, Antonio; ma fin da principio lo nominarono usualmente Nino, o, ancora più spesso, Ninnuzzu e Ninnarieddu. Ogni estate, Ida tornava per un poco a Cosenza col pupo, al quale il nonno cantava le ninnenanne a lei già note, e in particolare quella «domani andiamo a Reggio», con la variante:
... a comprare le scarpettuzze per ballare a Santo Ninnuzzu.
Le visite estive di Iduzza e Ninnarieddu restituivano a Giuseppe Ramundo quel suo brio di cane allegro, che in lui pareva eterno e che invece, negli ultimi anni, sempre più s'era avvilito. La sua buona volontà gli aveva fatto sopportare con rassegnazione l'assenza di Iduzza che in fondo, specie da principio, gli pareva un furto. Ma a questa sua crisi repressa s'era aggiunto l'avvento della «rivoluzione» fascista, che lo faceva invecchiare, peggio d'una malattia. Vedere questa parodia cupa trionfare al posto dell'altra RIVOLUZIONE da lui sognata (e che, da ultimo, pareva già quasi alle porte) per lui era come masticare ogni giorno una poltiglia disgustosa, che gli voltava lo stomaco. Le terre occupate, che ancora resistevano nel 1922, erano state ritolte ai contadini con brutalità definitiva, e restituite ai possidenti soddisfatti. E nelle squadre che rivendicavano i diritti di costoro, c'erano (ecco il peggio) tanti figli di mamma poveri e zingarelli non meno degli altri, e imbestialiti con la propaganda o con le paghe per aggredire dei poveri loro uguali. A Giuseppe sembrava di recitare una commedia in sogno. I personaggi a lui più odiosi della città (ai quali, in anni recenti, la paura aveva fatto riabbassare un poco il capo) adesso andavano in giro provocanti a pancia in fuori, come sovrani reintegrati nel dominio, ossequiati da tutti, fra le mura tappezzate dei loro manifesti...
A scuola, a casa, e fra le conoscenze cittadine, il maestro Ramundo tuttavia si forzava a un conformismo di maniera, anche per non peggiorare con troppe ansie la salute di Nora, che s'andava deteriorando. Però in compenso aveva preso a frequentare un piccolo ambiente appartato, dove finalmente poteva dare qualche sfogo ai suoi pensieri. Era un'osteriola d'ultima classe, fornita di tre o quattro tavoli e di una botte di vino rosso di stagione. L'oste, già conoscente di Giuseppe, era un anarchico. E divideva, con Giuseppe, dei ricordi di gioventù.
Non ho potuto controllare l'ubicazione precisa di quell'osteria. Però qualcuno, in passato, m'accennava che per arrivarci bisognava prendere una tramvia suburbana, se non forse la cremagliera, su per il fianco della montagna. E io mi sono sempre immaginata che nel suo interno scuro e fresco all'odore del vino nuovo si mescolasse quello campestre dei bergamotti e del legname, e forse anche l'odore del mare, di là dalla catena costiera. Purtroppo, finora io non conosco quei luoghi che sulla carta e forse l'osteria del nonno Ramundo adesso non esiste più. I suoi pochi frequentatori, a quanto ne so, erano braccianti della campagna, pastori erranti e ogni tanto qualche pescatore della costa. Essi conversavano nei loro dialetti antichi, mischiati di suoni greci e arabi. E nella intimità con questi amici bevitori, che lui pieno di commozione chiamava
"compagni defraudati o fratelli miei", Giuseppe tornava alla sua allegria turbolenta, e celebrava i suoi ideali fanciulleschi, tanto più entusiasmanti perché, adesso, erano davvero dei segreti pericolosi. Finalmente poteva sfogarsi a declamare certi versi da lui stimati insuperabili, e che mai gli fu dato d'insegnare a scuola ai ragazzini:
«... E noi cadrem in un fulgor di gloria schiudendo all'avvenir novella via dal sangue spunterà la nova istoria de l'Anarchia!»...
..........
«... Noi siamo dei paria le innumeri schiere le pallide genti dannate a servir ma erette le fronti spieghiam le bandiere movendo al conquisto d'un equo avvenir!»
Ma il culmine di quelle riunioni era quando, assicurandosi che nessuno di fuori poteva udirli, i convenuti cantavano in un coro basso:
«Rivoluzione si farà bandiera nera si canterà per l'a-anarchia! !»
Si trattava invero di poveri anarchici della domenica, e la loro attività sovversiva si fermava qui. Andò a finire tuttavia, che a Cosenza arrivarono delle denunce. L'oste un giorno fu spedito al confino; l'osteria dovette chiudere; e Giuseppe, senza spiegazioni dirette, anzi con certi pretesti di riguardo, fu messo a riposo, in età di 54 anni.
A casa, con sua moglie, lui fece mostra di credere a quei pretesti, illudendola con le proprie ragioni, come i bambini s'illudono con le favole. Nè mai, s'intende, venne a parlarle della sua osteria segreta, né della sorte del suo compagno oste, della quale s'angustiava di continuo, tanto più che addirittura, almeno in parte, se ne risentiva colpevole. Ma siccome, in verità, non aveva altri confidenti che Nora, non poteva parlare di queste cose con nessuno.
Nella sua disgrazia personale, la sua peggiore amarezza non era il danno avuto, e nemmeno l'inattività forzata (per lui, l'insegnamento era stato un piacere grande). Difatti, questi disastri, e magari anche la minaccia del confino e della galera, gli venivano dai fascisti, suoi naturali nemici. Ma che fra gli amici della sua piccola tavolata, da lui chiamati fratelli, potesse nascondersi una spia e un traditore, fu questo sospetto, più di tutto, a gettarlo nella malinconia. Certe ore, si distraeva col fabbricare dei giochi di legno, da regalare al nipotino Ninnuzzu quando verrebbe l'estate. Inoltre, soprattutto per confortare Nora, aveva fatto acquisto di una radio, così che alla sera potevano ascoltare assieme le Opere, delle quali erano entrambi appassionati, fino dal tempo che andavano agli spettacoli del carrozzone. La obbligava, però, addirittura con malagrazia, a spegnere l'apparecchio non appena si udivano le voci dei notiziari, che lo rendevano quasi furente.
Da parte sua, Nora, nell'estremo logoramento dei suoi nervi, s'era fatta più che mai stizzosa e tormentosa e perfino persecutoria. In certi suoi momenti esasperati, arrivò addirittura a urlargli che lo avevano cacciato via dal posto per incapacità professionale! Ma a simili contumelie lui si contentava di canzonarla (per poi rivederla sorridere) senza darci troppo peso. Spesso, nella pietà di mirarla così logora e intristita, le proponeva di andarsene insieme a ritrovare i parenti suoi, giù in Aspromonte. E annunciava questo progetto come un viaggio fantastico, nel tono di un marito ricco che promettesse una grande crociera. Ma in realtà s'era troppo infiacchito, e non aveva più la forza fisica di partire. Da ultimo, s'era fatto di un colorito paonazzo, d'una grossezza obesa e malsana.
Non frequentava nessuna taverna, e anche a casa evitava di bere eccessivamente, per riguardo a Nora; ma in qualche suo nascondiglio doveva ancora saziare la sua sete di alcool, diventata morbosa. Capitava tutti i giorni, a qualche cittadino di Cosenza, d'incontrarlo per le vie che andava zoppicando nel suo mantellaccio, sempre solo, con l'occhio dell'ubriaco, e ogni tanto barcollava e s'appoggiava al muro. Fu ucciso da una cirrosi del fegato, nel 1936.
Non molto dopo, a Roma, l'ancora giovane Alfio seguì il suo amico anziano nel destino della morte. Era partito per l'Etiopia - assoggettata recentemente dall'Italia - con certi suoi piani affaristici così grandiosi che contava di spandere le sue merci per tutto l'Impero. Ma venti giorni dopo lo si vide ritornare a Roma, ridotto irriconoscibile dalla magrezza, per colpa di una nausea continua e lacerante che gli impediva di mangiare e gli dava la febbre.
Si credette da principio a un qualche morbo africano, e invece agli esami risultò un cancro, che forse già da tempo si andava sviluppando a sua insaputa dentro di lui, per aggredirlo poi d'un tratto con virulenza precipitosa, come usa a volte nei corpi robusti e giovani.
Lui non venne informato della sua condanna: gli fecero credere che era stato operato d'ulcera, e che s'avviava verso la guarigione. In realtà, lo avevano aperto in un tentativo d'operarlo, ma subito lo avevano richiuso, perché non c'era niente da fare. Da ultimo, s'era scheletrito, e quando per poco s'alzava dal suo letto d'ospedale, così lungo e magro pareva assai più giovane, quasi adolescente.
Una volta, Ida lo trovò che singhiozzava, gridando: «No! Nooo! Non voglio morire!» con una violenza enorme, incredibile in quel suo stato di debolezza.
Sembra che una suora, per prepararlo alla buona morte, gli avesse lasciato intendere la verità. Ma non fu difficile ingannarlo di nuovo con bugie rassicuranti, tale era il suo desiderio di vita.
Un'altra volta (si era verso la fine, difatti già gli somministravano l'ossigeno con la cannula), mentre giaceva trasognato sotto l'effetto dei narcotici, Ida lo udì che andava dicendo, come parlasse da solo:
«Mammuzza mia, troppo stretta, questa morte, è. Come faccio, io, a passarci? troppo grosso, sono».
Da ultimo, una mattina parve un poco riprendersi, e con una piccola voce musicale, fra di nostalgia e di capriccio, fece sapere che voleva essere seppellito a Messina. Così, i pochissimi soldi che lasciava in eredità furono tutti spesi per esaudire quel suo ultimo desiderio.
La sua agonia era durata meno di due mesi, e la morfina gliela addolcì. Dalla sua spedizione africana, aveva portato a Nino qualche campione di tallero, e per trofeo una maschera etiope nera, che Ida non aveva nemmeno volontà di guardare, e che Nino si applicava in faccia per fare effetto sulle bande avversarie del rione, cantando nell'assalto:
«Faccetta nera bell'abissina
maramba burumba bambuti mbù!»
finché ne fece cambio con una pistola a acqua.
Ida non osava mai pronunciare la parola "cancro", che a lei evocava una forma fantastica, sacrale e innominabile, come ai selvaggi le presenze di certi demonii. Al suo posto usava la definizione "malattia del secolo", imparata nel quartiere. A chi le domandava di che fosse morto suo marito rispondeva: «della malattia del secolo», con voce assottigliata e tremante, non bastandole quel suo piccolo esorcismo a scacciare gli spaventi della sua memoria.
Dopo la sparizione successiva di Giuseppe e di Alfio, essa si trovava esposta definitivamente alla paura, perché il suo era il caso di una rimasta sempre bambina, senza più nessun padre. Tuttavia si impegnava con puntualità coscienziosa nei suoi còmpiti di insegnante e di madre di famiglia; e l'unico segno della violenza che costavano, a lei bambina, certe pratiche quotidiane della maturità, era un tremito impercettibile ma continuo delle sue mani, che erano tozze e corte, e mai lavate proprio come si deve.
L'invasione italiana dell'Abissinia che promuoveva l'Italia da Regno a Impero, era rimasta, per la nostra maestrina in lutto, un evento remoto quanto le guerre cartaginesi. "Abissinia", per lei, significava un territorio sul quale Alfio, se avesse avuto maggior fortuna, avrebbe potuto, a quel che sembra, farsi ricco smerciando olii speciali, vernici e perfino lucidi da scarpe (anche se a lei risultava, dalle sue letture di scuola, che gli Africani, per via del clima, vanno a piedi nudi). Nell'aula dove essa insegnava, proprio al di sopra della sua cattedra in centro alla parete, stavano appese, vicino al Crocifisso, le fotografie ingrandite e incorniciate del Fondatore dell'Impero e del Re Imperatore. Il primo portava in testa un fez dalla ricca frangia ricadente con in fronte lo stemma dell'aquila. E sotto un tale copricapo, la sua faccia, in una esibizione perfino ingenua tanto era procace, voleva ricalcare la maschera classica del Condottiero. Ma in realtà, con l'esagerata protrusione del mento, la tensione forzosa delle mandibole, e il meccanismo dilatatorio delle orbite e delle pupille, essa imitava piuttosto un buffo del varietà nella parte di un sergente o caporale che mette paura alle reclute. E in quanto poi al re imperatore, i suoi tratti insignificanti non esprimevano altro che la ristrettezza mentale di un borghese di provincia, nato vecchio e con rendite accumulate. Però, agli occhi di Iduzza, le immagini dei due personaggi (non meno, si può dire, del Crocifisso, che a lei significava soltanto il potere della Chiesa) rappresentavano esclusivamente il simbolo dell'Autorità, ossia dell'astrazione occulta che fa la legge e incute la soggezione. In quei giorni, secondo le direttive superiori, essa vergava a grandi caratteri sulla lavagna, quale esercizio di scrittura per i suoi scolaretti di terza: «Copiare tre volte sul quaderno di bella le seguenti parole del Duce:
"Levate in alto, o legionari, le insegne, il ferro e i cuori, a salutare, dopo quindici secoli, la riapparizione dell'Impero sui colli fatali di Roma! Mussolini"».
Da parte sua, frattanto, il recente Fondatore dell'Impero, proprio con questo gran passo della sua carriera aveva, in realtà, messo il piede nella trappola che doveva consegnarlo all'ultimo scandalo del crollo e della morte. Proprio a questo passo lo aspettava, difatti, l'altro Fondatore del Grande Reich, suo complice presente e suo padrone predestinato.
Fra i due sventurati falsari, diversi per natura, c'erano pure delle somiglianze inevitabili. Ma di queste, la più interna e dolorosa era un punto di debolezza fondamentale: l'uno e l'altro, interiormente, erano dei falliti e dei servi, e malati di un sentimento vendicativo d'inferiorità.
E' noto che un tale sentimento lavora dentro le sue vittime con la ferocia di un roditore incessante, e spesso le ricompensa coi sogni. Mussolini e Hitler, a loro modo, erano due sognatori; ma qui si manifesta la loro diversità nativa. La visione onirica del «duce» italiano (rispondente a una sua voglia materiale di vita) era un festival da commedia, dove fra labari e trionfi lui, vassalluccio d'intrallazzo recitava la parte di certi antichi vassalli beatificati (i cesari, gli augusti...) sopra una folla vivente umiliata a rango di fantoccio. Mentre invece l'altro (impestato da un vizio monotono di necrofilia e laidi terrori) era succube semi-conscio di un sogno tuttora informe, dove ogni creatura vivente (incluso lui stesso) era oggetto di strazio e degradata fino alla putrefazione.
E dove all'ultimo - nel Grande Finale - tutte le popolazioni terrestri (compresa quella germanica) si sfacevano in ammassi scomposti di cadaveri.
Si sa che la fabbrica dei sogni spesso interra le sue fondamenta fra i tritumi della veglia o del passato. Ma nel caso di Mussolini, questo materiale era abbastanza scoperto, nella sua superficialità, mentre che nel caso di Hitler esso era un brulichio d'infezioni, agglutinato in chi sa quali radici della sua memoria stravolta. A frugare nella sua biografia di filisteuccio invidioso, non sarebbe difficile dissotterrare in parte queste radici... Ma qui basta. Forse, il fascista Mussolini non si rendeva conto di avere, all'atto dell'impresa di Etiopia protetta da Hitler il nazista (e seguìta poi subito dall'altra impresa comune di Spagna), aggiogato oramai per sempre il proprio carro carnevalesco al carro mortuario dell'altro. Uno dei primi effetti della sua servitù fu che di lì a poco, alla targa nazionale, e di suo proprio conio, della "romanità", dovette sostituire quella estranea, e di conio altrui, della "razza". E fu così che sui primi mesi del 1938, anche in Italia, attraverso i giornali, nei circoli locali e alla radio ebbe inizio una campagna preparatoria contro gli Ebrei.
Giuseppe Ramundo, alla sua morte, aveva 58 anni; e Nora, che ne aveva 66, era già entrata in pensione quando rimase vedova. Essa non visitava mai la tomba del marito, impedita da una sorta di terrore sacro delle sepolture; ma pure è certo che il legame più tenace, che la teneva fissa alla città di Cosenza, era la vicinanza di lui, che dimorava tuttavia là, in quel camposanto.
Essa non volle mai più lasciare la vecchia casa, che era diventata la sua tana.
Ne usciva quasi soltanto la mattina presto per farsi la spesa, o i giorni che doveva ritirare la pensione o spedire il vaglia solito ai vecchissimi genitori di Giuseppe. A loro, come pure a Ida, scriveva delle lunghe lettere, che i due vecchi, essendo analfabeti, dovevano farsi leggere da altri. Ma nelle sue lettere essa si guardava bene dall'accennare, sia pure in modo indiretto e reticente ai propri incalzanti terrori per il futuro: giacché oramai sospettava censure e spie dappertutto. E in quei suoi messaggi frequenti e sterminati non faceva che ripetere in tutti i modi sempre il medesimo concetto:
«Ecco il destino com'è strano e contronatura. Avevo sposato un uomo più giovane di me di otto anni, e secondo la legge naturale avrei dovuto, io, morire prima, assistita da Lui. Invece, è toccato a me, di assistere alla Sua morte». Parlando di Giuseppe, scriveva sempre Lui, con la maiuscola. Il suo stile era prolisso, ripetitivo, ma di una certa nobiltà magistrale; e la calligrafia era allungata, sottile, addirittura elegante. (Però verso l'ultimo declino le sue lettere diventarono sempre più brevi. Il suo stile s'era fatto monco e sconnesso; e i caratteri della scrittura, tutti tremolanti e storti, brancolavano sul foglio, malcerti della direzione).
Oltre a questa corrispondenza, che la occupava come una grafomania, i suoi soli passatempi erano la lettura di riviste illustrate o romanzi d'amore, e l'ascolto della radio. Già da tempo, gli indizi della persecuzione razziale in Germania l'avevano messa in allarme, come un segnale preciso che confermava i suoi antichi presagi. Ma quando, verso la primavera del 1938, l'Italia intonò, a sua volta, il coro ufficiale della propaganda antisemita, essa vide la mole fragorosa del destino avanzare verso la sua porta, ingrossandosi di giorno in giorno. I notiziari radiofonici, con le loro voci roboanti e minatorie, già sembravano invadere fisicamente le sue stanzette, spargendovi il panico; ma tanto più lei si sentiva costretta, per non trovarsi impreparata, a seguire quei notiziari. E passava le giornate e le sere all'erta, dietro agli orari dei radiogiornali, come una piccola volpe sanguinante che si tiene rintanata e attenta fra l'abbaiare di una muta.
Certi gerarchetti fascisti arrivati da Catanzaro diffusero un giorno la notizia ufficiosa di un prossimo censimento di tutti gli ebrei d'Italia, con obbligo della denuncia personale. E allora da quel momento Nora non accese più la radio, nel terrore di ascoltare l'annuncio ufficiale dell'ordine governativo, coi termini di tempo per la denuncia.
Era il principio dell'estate. Già dall'inverno precedente, Nora, che adesso aveva 68 anni, soffriva di un aggravamento dei suoi disturbi, dovuti all'arteriosclerosi che la minava da tempo. Anche con la gente, i suoi modi (che prima, sebbene schivi, erano sempre mischiati di una dolcezza interna) s'erano fatti rabbiosi e aspri. A chi la salutava non rispondeva più, nemmeno a certe sue antiche scolarette, ora cresciute, e che finora le erano rimaste care. Certe notti, la prendevano delle smanie, per cui si lacerava la camicia con le unghie. Una notte, le accadde pure di cadere dal letto nel sonno, e si ritrovò distesa in terra, con la testa dolente che le ronzava. Spesso le succedeva di rivoltarsi arcigna e furibonda alla minima occasione, avvertendo degli sgarbi misteriosi anche in gesti o parole innocenti.
Di tutti i possibili provvedimenti minacciati contro gli Ebrei, quello che più immediatamente la spaventava, era l'obbligo previsto di denunciarsi per il censimento! Tutte le forme intraviste di persecuzioni prossime e future, anche le più turpi e disastrose, le si confondevano nella mente come spettri vacillanti, fra i quali il faro terribile di quell'unico decreto la agghiacciava col suo bagliore! Al pensiero di dover dichiarare lei stessa, pubblicamente, il proprio segreto fatale, sempre da lei nascosto come un'infamia, senz'altro si disse: è impossibile. Siccome non vedeva i giornali, né più ascoltava la radio, sospettava che il famoso decreto fosse ormai promulgato e già in atto (mentre in realtà nessun decreto razziale era stato emanato ancora) e anzi arrivò a persuadersi, nel suo isolamento, che i termini di tempo per la denuncia erano già scaduti. Si guardò tuttavia, lo stesso, dall'informarsi, o, tanto peggio, dal presentarsi al Comune. A ogni nuovo giorno che sorgeva, si ripeteva: è impossibile, trascorrendo poi la giornata in questo logorio, fino all'orario di chiusura degli uffici pubblici, per trovarsi di nuovo l'indomani con lo stesso problema fisso. Nella sua convinzione radicata di trovarsi già in ritardo, e soggetta a chi sa quali sanzioni ignote, cominciò a paventare il calendario, le date, e la levata quotidiana del sole. E mentre le giornate trascorrevano senza nessun indizio sospetto, pure da allora lei visse ogni attimo nell'attesa di un qualche prossimo evento terribile. Si aspettava di venir chiamata agli uffici comunali a render conto della sua trasgressione; e sbugiardata pubblicamente, con l'accusa di falso. Oppure che un inviato del Comune o della questura venisse a cercarla, o addirittura d'essere arrestata.
Non uscì più di casa, nemmeno per la spesa giornaliera, incaricandone la portinaia; però una mattina, quando la donna le si presentò all'uscio per le sue consegne, essa la scacciò con urla bestiali, scaraventandole addosso una tazza che aveva in mano. Ma la gente, che non sospettava di nulla e l'aveva sempre rispettata, la scusava per tali umori bisbetici, attribuendoli al suo dolore per il marito.
Incominciò a soffrire di sensazioni false. Il sangue, montandole faticosamente al cervello, batteva rombando nelle sue arterie indurite, e lei credeva di udire dalla strada dei colpi violenti contro il portone, o dei passi o fiati pesanti su per le scale. Di sera, se accendeva d'improvviso la luce elettrica, la sua vista indebolita le trasformava i mobili e le loro ombre in figure immote di delatori o sbirri armati venuti a sorprenderla per arrestarla. E una notte che le avvenne, per la seconda volta, di cadere dal letto nel sonno, s'immaginò che a buttarla in terra fosse stato uno di coloro, entrato di soppiatto, e che tuttora si aggirava per la casa.
Le veniva idea di lasciare Cosenza, di trasferirsi altrove. Ma dove, e da chi? A Padova, dai suoi scarsi parenti ebrei, non era possibile. A Roma, da sua figlia, o dai suoceri, nelle campagne di Reggio, la sua presenza estranea sarebbe più che mai notata, registrata, e comprometterebbe anche gli altri. E poi, come imporre l'intrusione di una vecchia, nevrastenica e invasata, a chi aveva già tante preoccupazioni e tormenti propri? Lei non aveva mai chiesto niente a nessuno, era sempre stata indipendente, fino da ragazza. Sempre aveva ricordato due versi uditi nel Ghetto, da un rabbino anziano:
Infelice l'uomo che ha bisogno degli altri uomini! Beato l'uomo che ha bisogno solo di Dio.
Partire allora per qualche altra città o paese anonimo, in cui nessuno la conoscesse? ma dovunque bisognava denunciarsi, presentare documenti. Meditò di fuggire in una nazione straniera, dove non esistessero leggi razziali. Ma lei non era mai stata all'estero, non aveva passaporto; e fornirsi di un passaporto voleva dire, anche qui inchieste dell'anagrafe, della polizia, delle frontiere: tutti luoghi e stanze che a lei si negavano minacciosi, come a un bandito.
Essa non era povera, come forse la credevano tutti. In quegli anni (appunto per garantirsi la propria indipendenza futura, in caso di malattie o altri imprevisti) aveva messo da parte a poco a poco, secondo la sua usanza, dei risparmi, che presentemente ammontavano a tremila lire. Questa somma, in tre biglietti da mille, cucita dentro un fazzoletto, essa la teneva, la notte, sotto al cuscino, e il resto del tempo sempre addosso, appuntata con degli spilli sotto una calza.
Nella mente inesperta, che già le si offuscava, presumeva, con tale somma, di potersi pagare qualsiasi itinerario estero, e magari esotico! In certi momenti, come una ragazzetta, si metteva a fantasticare su talune metropoli che, da zitella, nei suoi sogni bovaristici, aveva vagheggiato come traguardi sublimi: Londra, Parigi! Ma d'un tratto si ricordava che adesso era sola, e come poteva orientarsi una donna vecchia e sola fra quelle folle cosmopolite e tumultuose? ! Ci fosse, insieme a lei, Giuseppe, allora sì che viaggiare sarebbe ancora bello! Però Giuseppe non esisteva più, era introvabile qua come in qualsiasi luogo.
Forse anche il suo corpo, così grande e grosso, oramai s'era già sciolto nella terra. Non c'era più nessuno sulla terra a rassicurarla nei suoi terrori come
una volta faceva lui, col dirle: «Babba, sei! pazzarella, sei!» Per quanto lei seguitasse a farsi proposte diverse, esaminando tutti i continenti e i paesi, per lei, nell'intero globo, non c'era nessun posto. Eppure, via via che passavano i giorni, la necessità e l'urgenza della fuga s'imponevano al suo cervello febbricitante.
Nel corso degli ultimi mesi, aveva udito parlare, forse alla radio, di emigrazioni ebraiche da tutta Europa in Palestina. Del sionismo non sapeva assolutamente nulla, seppure ne conosceva la parola. E della Palestina, altro non sapeva se non che era la patria biblica degli Ebrei, e che la sua capitale era Gerusalemme. Ma pure, venne a concludere che l'unico luogo dove poteva essere accolta, come ebrea fuggita fra un popolo d'ebrei, era la Palestina. E mentre già s'avanzava la calura estiva, una sera all'improvviso decise di fuggire in quel medesimo istante, anche senza passaporto. Sarebbe passata di là dalle frontiere clandestinamente, oppure si sarebbe nascosta nella stiva di un bastimento, come aveva udito in certi racconti di emigranti illegali.
Non portò con sé nessun bagaglio, nemmeno il cambio della biancheria. Aveva già addosso, come sempre, le sue tremila lire nascoste sotto una calza. E all'ultimo momento, scorgendo ancora appeso all'attaccapanni dell'entrata uno di quei vecchi mantelli calabresi che Giuseppe usava negli inverni, se lo portò via piegato sul braccio, con l'idea di premunirsi se forse andava verso climi freddi.
E' certo che già delirava. Ma frattanto deve aver calcolato che andare da Cosenza a Gerusalemme per via di terra non conveniva, giacché prese la direzione del mare, scegliendo l'alternativa d'imbarcarsi come unica soluzione. Qualcuno ricorda vagamente di averla vista, nel suo vestituccio estivo di seta artificiale nera a disegni cilestrini, sull'ultima cremagliera serale diretta al lido di Paola. E difatti è là in quei dintorni che è stata ritrovata. Forse, sarà andata girovagando per un pezzo lungo quella spiaggia senza porti, in cerca di qualche mercantile di bandiera asiatica, più spersa e sbandata d'un ragazzino di cinque anni che scappa a arruolarsi come mozzo alla ventura. A ogni modo, per quanto una tale resistenza sembri incredibile nelle sue condizioni, bisogna credere che, dalla stazione di arrivo, essa percorse un lungo cammino a piedi. Difatti, il punto preciso della spiaggia dove l'hanno ritrovata, è a vari chilometri di distanza dal lido di Paola, in direzione di Fuscaldo. Lungo quel tratto della fascia costiera, di là dalla ferrovia, si stendono dei campi collinosi di granturco, che ai suoi occhi vaneggianti nel buio con la loro distesa ondulante potevano dare l'effetto d'un'altra apertura marina.
Era una bellissima notte illune, quieta e stellata. Forse, a lei venne alla mente quell'unica e sola canzoncina delle sue parti che sapeva cantare
"che bela notte da rubar putele".
Ma anche in quell'aria serena e tiepida, a un certo punto del suo percorso ebbe freddo. E si coprì con quel mantello da uomo che portava con sé, avendo cura di allacciarselo al collo con la fibbia. Era un vecchio mantellaccio di lana rustica marrone scuro, che per Giuseppe era stato di giusta lunghezza, ma per lei era troppo lungo, arrivandole fino sui piedi. Uno di quelle parti che l'avesse vista passare da lontano, così ammantellata, forse l'avrebbe presa per il "monacheddu", il piccolo brigante domestico travestito da frate, che si dice vada peregrinando la notte e pratichi le case calandosi per dentro i camini. Però non risulta che qualcuno l'avesse incontrata; né il fatto pare strano, su quella costa isolata e pochissimo frequentata, specie la notte.
I primi che la trovarono furono dei barcaioli che tornavano all'alba dalla pesca notturna; e da principio la credettero una suicida, portata a riva dalle correnti marine. Ma invero la posizione dell'annegata, e le condizioni del suo corpo, non s'accordavano con quella conclusione frettolosa.
Essa giaceva dentro il limite della battigia, ancora bagnato della marea recente, in una posa rilasciata e naturale, come chi viene sorpreso dalla morte in uno stato d'incoscienza o di sonno. La testa le poggiava sulla sabbia, che il lieve deflusso aveva lasciato liscia e nitida, senza alghe né detriti, e il resto della persona le stava adagiato per intero sul grande mantello da uomo che, fermato al collo dalla fibbia, si stendeva spalancato ai suoi lati, tutto intriso d'acqua. Il vestituccio di seta artificiale, madido e lisciato dall'acqua, aderiva compostamente al suo corpo sottile, che appariva incolume, non gonfio né maltrattato come si mostrano di solito i corpi restituiti dalle correnti. E i minuscoli garofani cilestrini stampati sulla seta risaltavano come nuovi, ravvivati dall'acqua, contro il fondo bruno del mantello. L'unica violenza del mare, era stata di toglierle via le scarpette e di scioglierle i capelli che, nonostante l'età, le rimanevano lunghi e abbondanti, e solo in parte incanutiti: così che adesso, zuppi d'acqua, parevano tornati neri, e le si erano disposti tutti su un lato, quasi con grazia. Il movimento della corrente non le aveva nemmeno sfilato via dalla mano smagrita il cerchietto d'oro nuziale, che spiccava col suo minimo chiarore prezioso alla luce avanzante del giorno.
Era questo tutto l'oro da lei posseduto. E lei (diversamente dalla sua timida figlia Ida) nonostante il suo conformismo patriottico non aveva voluto separarsene neppure quando il governo aveva invitato la popolazione a «dare oro alla patria» per aiutare l'impresa abissina.
Al polso le rimaneva, non ancora macchiato dalla ruggine, l'orologetto di metallo ordinario, fermo alle 4.
L'esame del corpo confermò senza alcun dubbio la sua morte per annegamento; ma essa non aveva lasciato nessun indizio o messaggio d'addio che dimostrasse una intenzione suicida. Addosso le ritrovarono, occultato nel posto abituale sotto la calza, il suo tesoro segreto in biglietti di banca ancora riconoscibili benché ridotti dall'acqua a una poltiglia senza valore. Sapendo il carattere di
Nora, si può star certi che, se avesse inteso darsi la morte, essa avrebbe provveduto prima a mettere in salvo dalla distruzione, dovunque fosse, quel capitale per lei così ingente, accumulato con tanta pertinacia.
Inoltre, se davvero, cercando una fine volontaria, lei si fosse lasciata alla grande massa del mare, è da supporre che il carico del mantello appesantito dall'acqua l'avrebbe sospinta verso il fondo.
Il caso fu archiviato sotto il titolo: "morte accidentale per annegamento". E questa, secondo me, è la spiegazione più giusta. Io credo che la morte l'abbia sorpresa inconsapevole, forse già caduta per uno di quei malori che la coglievano da qualche tempo.
Su quei luoghi della costa, e in quella stagione, le maree sono leggere, specie nei novilunii. Attraverso il suo viaggio inconcludente, allucinata e quasi cieca nel buio della notte, essa deve aver perso ogni direzione e anche l'avviso dei sensi. E inavvertitamente si sarà troppo avanzata sulla striscia battuta dalla marea, forse in una sua confusione fra l'oceano di granturco e l'acqua senza vento, o forse per qualche sua manovra delirante verso la sagoma fantomatica di una nave. Là è caduta, e la marea già prossima al deflusso l'ha ricoperta, appena quanto bastava a farla morire, però senza aggredirla né percuoterla, e senz'altro rumore che il proprio succhio impercettibile nell'aria calma. Intanto il mantello pieno d'acqua, seppellito agli orli sotto strati di sabbia, frenava il suo corpo nella discesa umida, trattenendola morta sulla battigia fino alla prima ora del giorno.
Conosco Nora solo da una sua fotografia, del tempo che era fidanzata. Sta in piedi contro lo sfondo di un paesaggio di carta, nell'atto di spiegare un ventaglio che le copre il davanti della camicetta, e la sua posa raccolta ma atteggiata accusa il suo carattere serio, e tuttavia piuttosto sentimentale. E' minuta e snella, con una gonna di lana quasi diritta, ripresa e aderente sul busto, e una camicetta di mussola bianca, dai polsini stirati, e abbottonata fino alla gola. Col braccio libero dal ventaglio si appoggia, in un abbandono quasi da attrice, su una mensoletta da fotografo borghese fine di secolo. La sua pettinatura è tesa sulla fronte e rilasciata sopra la testa in una cerchia molle, alla maniera delle geishe. Gli occhi sono di un fervore estremo, sotto una velatura di malinconia. E il resto del volto è di fattura delicata ma comune.
Sul margine inferiore bianco e ingiallito della foto, che è fatta di cartoncino spesso come allora si usavano, oltre alle adorne indicazioni a stampa allora d'obbligo ("Formato" eccetera), è ancora leggibile la dedica, nella sua scritturina delicata, diligente e sottile:
"A Te, amato Giuseppe!
La tua Eleonora".
In basso a sinistra, c'è la data: "20 maggio 1902"; e un poco più in basso a destra, nella medesima scritturina, segue i1 motto:
"Con Te per sempre finch'io viva e più in là".
3.
ART. 1. IL MATRIMONIO DEL CITTADINO ITALIANO DI RAZZA ARIANA CON PERSONA APPARTENENTE AD ALTRA RAZZA E' PROIBITO.
..........
ART. 8. AGLI EFFETTI DI LEGGE:
A) E' DI RAZZA EBRAICA COLUI CHE E' NATO DA GENITORI ENTRAMBI DI RAZZA EBRAICA, ANCHE SE APPARTENGA A RELIGIONE DIVERSA DA QUELLA EBRAICA;.....
.......... D)
..........
NON E' CONSIDERATO DI RAZZA EBRAICA COLUI CHE E' NATO DA GENITORI DI NAZIONALITA' ITALIANA, DI CUI UNO SOLO DI RAZZA EBRAICA, CHE, ALLA DATA DEL PRIMO OTTOBRE 1938-XVI, APPARTENEVA A RELIGIONE DIVERSA DA QUELLA EBRAICA.
..........
ART. 9. L'APPARTENENZA ALLA RAZZA EBRAICA DEVE ESSERE DENUNCIATA ED ANNOTATA NEI
REGISTRI DELLO STATO CIVILE E DELLA POPOLAZIONE. ..........
ART. 19. AI FINI DELL'APPLICAZIONE DELL'ART. 9, TUTTI COLORO CHE SI TROVANO
NELLE CONDIZIONI DI CUI ALL'ART. 8, DEVONO FARNE DENUNCIA ALL'UFFICIO DI STATO CIVILE DEL COMUNE DI RESIDENZA.....
Così diceva la legge razziale italiana, emessa nell'autunno del 1938. Con essa poi tutti i cittadini detti «di razza ebraica» venivano esclusi dalla gestione di aziende, possedimenti, proprietà, frequentazione delle scuole di ogni grado, e da tutti gli impieghi e professioni in generale, a cominciare, si capisce, dall'insegnamento.
Questi decreti portavano la data 17 novembre 1938. Pochi giorni avanti, in tutto il Reich, dopo gli anni della discriminazione e della persecuzione, s'era dato inizio al progetto di genocidio degli ebrei. Contro di loro, a tutti i tedeschi era stata data licenza di devastazione e di assassinio. Nel corso di varie notti, molti ne furono massacrati, a migliaia deportati nei lager, le loro case, magazzini e sinagoghe bruciati e distrutti.
Nora, con la sua morte, aveva preceduto di alcuni mesi i decreti razziali italiani, che a quest'ora la bollavano fra gli ebrei senza rimedio. Però, la sua previdenza di trentacinque anni prima, consigliandole di battezzare Iduzza cattolica, salvava adesso costei dalla perdita del posto di maestra e dagli altri provvedimenti punitivi, secondo il punto "d") dell'"Art. 8". E in proposito, l'"Art. 19" decretava le pratiche d'obbligo per gli interessati. Fu così che Iduzza, vergognosa e tramortita come un'imputata al Palazzo di Giustizia, si presentò agli uffici del Comune di Roma.
S'era debitamente provveduta di tutti i documenti richiesti: sia quelli della sua parte ebraica materna che quelli della sua parte ariana paterna,
comprendenti gli attestati di battesimo suo proprio, di Giuseppe e dei nonni di
Calabria (anch'essi, ora, sepolti). Non ci mancava proprio nulla. E in più
(vergognandosi fino d'aprir bocca) insieme con questo incartamento essa presentò all'impiegato un foglio di quaderno, sul quale per una identificazione immediata e muta aveva trascritto di sua mano i propri dati anagrafici personali. Ma una specie di ripugnanza, che valeva quale un piccolo omaggio estremo, le aveva fatto tralasciare ogni segno di accentuazione sul cognome della madre. «Almàgia o ALMAGIA'?» s'informò l'impiegato, scrutandola con occhio inquisitorio, autorevole e minaccioso.
Essa avvampò, peggio d'una scolara sorpresa a copiare il tema. «Almagià», mormorò affrettatamente, «mia madre era ebrea!»
L'impiegato non chiese altre informazioni. E così, per il momento, la pratica era sistemata.
A ogni modo, l'Autorità, nei suoi forzieri occulti, da oggi teneva la conoscenza che Ida Ramundo vedova Mancuso, insegnante, era una mezzosangue, sebbene per tutti quanti, ancora, fosse una comune ariana... In Italia, "ariana!" però, dopo un certo tempo, attraverso sue fonti private, Ida imparò che nel Reich le leggi erano altre... E incominciò a sospettare, di giorno in giorno, che una possibile modifica dei decreti nazionali intervenisse a coinvolgere non lei sola, ma forse anche suo figlio Nino! Come già Alfio suo marito, pure Ninnuzzu aveva sempre ignorato, né s'immaginava manco in sogno, di annoverare degli Ebrei fra i propri parenti. E cresceva spensierato, ignaro di tutto, e fanatico della camicia nera. Frattanto, la lega Mussolini-Hitler si faceva sempre più stretta, finché, nella seguente primavera del 1939, i due si allearono militarmente col loro "patto d'acciaio". E senz'altro, al modo che Benito aveva colonizzato gli Etiopi,
Adolfo partì alla colonizzazione dei popoli europei, sotto l'impero della razza tedesca suprema, come aveva promesso. Allo scoppio, tuttavia, del conflitto mondiale, seguìto di lì a poco, il socio italiano, malgrado il patto, preferì tenersi da parte, malsicuro, temporeggiando. E solo di fronte alla vincita sensazionale del suo consocio (che nel giro di una luna, divorata l'Europa intera, già toccava il traguardo di Parigi) per garantirsi la propria porzione di gloria entrò in guerra al suo fianco. Era il mese di giugno del 1940; e Ninnuzzu, che aveva allora quattordici anni, accolse la notizia con piacere, sebbene contrariato per il ritardo. S'era stufato, difatti, d'aspettare che il suo Duce si decidesse a questa nuova azione grandiosa.
Di tutta l'incalzante vicenda mondiale, Iduzza non seguiva il corso, se non per gli annunci di strepitose vittorie hitleriane che le riecheggiavano in casa attraverso la voce di Nino.
Nei giorni dell'entrata in guerra dell'Italia, le capitò di ascoltare diverse opinioni sull'evento. Chiamata al pomeriggio dal Preside del Ginnasio, per via di certe assenze ingiustificate di suo figlio Nino, trovò il personaggio in uno stato raggiante d'euforia per la tempestiva decisione del Duce: «Noi siamo», le dichiarò il personaggio con grande enfasi, «per la pace nella vittoria, al minor costo possibile! E oggi, che la guerra-lampo dell'Asse sta per toccare la mèta della pace, plaudiamo alla lungimiranza del Capo, che assicura alla nostra
Patria i vantaggi del successo col massimo risparmio. In una sola tappa, e senza rimetterci nemmeno il consumo delle gomme, eccoci già in volata al finale, giusto a ruota con la Maglia Gialla!!» Simile discorso autorevole s'impose a
Ida, senza replica.
Per quanto lei ne capiva, anche i suoi colleghi della scuola elementare, dei quali essa orecchiava i discorsi nei corridoi, la pensavano, più o meno, come il preside del ginnasio. Solo una custode anziana (chiamata dai bambini Barbetta per una poca lanugine senile che le cresceva sul mento) era stata da lei sorpresa, mentre, a fini di scongiuro, andava toccando le porte e via via borbottando in sordina che questa azione italiana contro i francesi era una «pugnalata alle spalle», e che certe azioni "fortunate" prima o poi portano sempre iella.
Per contro, la mattina stessa, al suo ingresso nella scuola, il portiere, marciando per l'androne come un conquistatore, l'aveva salutata con questa frase: «Signora Mancuso, quando entriamo a Parigi?» E d'altra parte, più tardi, rincasando, essa aveva udito il garzone del panettiere che sulla soglia dell'osteria, tutto aggrondato, confidava all'oste: «A senso mio, l'Asse RomaBerlino è storto. Anvedi che robba! Quelli là, i Berlinesi, fanno le carognate e noi, qua de Roma, je damo pure 'na mano!! »... Fra tali opinioni discordi, la povera Iduzza, per conto suo, non osava formulare giudizi.
Ai tanti misteri dell'Autorità che la intimorivano, s'era aggiunta, adesso, la parola "ariani", che lei, prima, aveva sempre ignorato. Nel caso, in realtà, quella parola non aveva nessun significato logico; e le Autorità avrebbero potuto sostituirla, a loro piacere, e agli stessi effetti pubblici, con "pachidermi", o "ruminanti", o altra qualsiasi parola. Ma alla mente di Iduzza essa tanto più si faceva autorevole, perché arcana.
Nemmeno da sua madre, essa non aveva udito mai questo titolo «ariani», anzi lo stesso titolo di "ebrei" per la piccola Iduzza, laggiù nella casa di Cosenza, era rimasto un oggetto di grande mistero. Se non dalla stessa Nora nei suoi concilii segreti, esso addirittura non veniva mai pronunciato invano, in casa Ramundo! Ho saputo che una volta, in una delle sue grandi perorazioni anarchiche, Giuseppe uscì a proclamare, con voce tonante: «Verrà giorno che signori e proletari, bianchi e neri, femmine e maschi, "ebrei" e cristiani, saranno tutti uguali, nell'unico onore dell'uomo!!»Ma su quella parola gridata "ebrei", Nora dette una voce di spavento, e impallidì come a un malore grave; per cui Giuseppe tutto pentito le si fece vicino a ripetere, stavolta a voce bassissima: «... dicevo, "ebrei e cristiani"...» Quasi che col sussurrare la parola piano piano, dopo averla strillata forte forte, lui rimediasse al guaio! A ogni modo, adesso, Ida imparava che gli ebrei erano diversi non solo perché ebrei, ma anche perché "non ariani". E chi erano gli "Ariani"? A Iduzza questo termine delle Autorità suggeriva qualcosa di antico e d'alto rango, sul tipo di
"barone" o "conte". E nel suo concetto gli ebrei vennero a contrapporsi agli
"arianí", più o meno, come i plebei ai patrizi (essa aveva studiato la storia!) Però, evidentemente, i non ariani, per l'Autorità, erano i plebei dei plebei!
Per esempio, il garzone del panettiere, plebeo di classe, di fronte a un ebreo valeva un patrizio, in quanto ariano! E se già i plebei nell'ordine sociale erano una rogna, i plebei dei plebei dovevano essere una lebbra!
Fu come se le ossessioni di Nora, sciamando in tumulto alla sua morte, fossero venute a nidificare dentro la figlia. Dopo la sua denuncia all'anagrafe, Ida aveva ripreso la stessa vita di prima. Campava proprio come un'ariana fra gli ariani, nessuno pareva dubitare della sua arianità completa, e le rare volte che dovette esibire i suoi documenti (per esempio alla Cassa Stipendi), sebbene il cuore le ballasse in petto, il cognome di sua madre passò del tutto inosservato.
I1 suo segreto razziale pareva sepolto, una volta per tutte, negli archivi dell'Anagrafe; però lei, sapendolo registrato in quei loculi misteriosi, tremava sempre che una qualche notizia ne trapelasse all'esterno, segnando lei stessa, ma Nino soprattutto!, col marchio dei reprobi e degli impuri. Inoltre, specie a scuola, nell'esercitare, lei, mezza ebrea clandestina, i diritti e le funzioni dovuti agli "Ariani", si sentiva in colpa, come un'abusiva e una falsaria.
Anche nel giro delle sue spese quotidiane, essa aveva il sentimento di andare mendicando, come un cucciolo orfano e randagio, nel territorio altrui. Finché da un giorno all'altro, lei che prima delle leggi razziali non aveva incontrato mai nessun ebreo fuori di Nora, seguendo una sua pista incongrua s'orientò a preferenza nella cerchia del Ghetto romano, verso le bancarelle e le botteghe di certi ebreucci ai quali ancora a quel tempo era permesso di seguitare nei loro poveri traffici di prima.
Da principio, la sua timidezza la portò a trattare solo con certi tipi di vecchi, dagli occhi mezzi spenti e dalla bocca sigillata. Però il caso, via via, le procurò qualche conoscenza meno taciturna, in genere qualche donna del posto, che, forse incoraggiata dai suoi occhi semiti, chiacchierava con lei di passaggio.
Di qui essa ricavava il suo principale notiziario storico-politico, giacché, con gli ariani, evitava certi argomenti, e anche dei comuni mezzi d'informazione, per un motivo o per l'altro, se ne serviva poco. L'apparecchio radio di famiglia, già posseduto quando Alfio era in vita, da più di un anno aveva smesso di funzionare, tanto che Ninnarieddu, un bel giorno, lo aveva sfasciato definitivamente, smontandone i pezzi a uso di svariate costruzioni sue proprie (né essa aveva i soldi per comperarne un altro). E in quanto ai giornali, essa non usava leggerne, e a casa sua capitavano solo le gazzette sportive o i rotocalchi cinematografici, per uso esclusivo di Nino. Da sempre, i giornali a lei suscitavano, solo al vederli, un senso innato di straniamento e di avversione; e da ultimo, essa addirittura sbigottiva già a scorgerne appena i titoli in prima pagina, così grossi e neri. Di passaggio alle edicole, o sul tram, ogni giorno le succedeva di occhieggiarli diffidando, se per caso non denunciassero a caratteri cubitali, fra i molti abusi degli Ebrei, pure i suoi propri, col famigerato cognome: ALMAGIA'...
Non troppo distante dalla sua scuola, il Ghetto era un piccolo quartiere antico, segregato - fino al secolo scorso - con alte muraglie e cancelli che venivano chiusi alla sera; e soggetto - di quei tempi - alle febbri, per via dei vapori e della melma del Tevere vicino, che ancora non aveva argini. Da quando il vecchio quartiere era stato risanato e le muraglie abbattute, il suo popolo non aveva fatto che moltiplicarsi; e adesso, in quelle solite quattro straducce e due piazzette, ci si arrangiavano a stare a migliaia. C'erano molte centinaia di pupetti e ragazzini, per lo più riccetti, con gli occhi vispi; e ancora al principio della guerra, avanti che incominciasse la grande fame, ci giravano diversi gatti, domiciliati fra le rovine del Teatro di Marcello, a un passo di là. Gli abitanti, per la maggior parte, facevano i venditori ambulanti o gli stracciaiuoli, che erano i soli mestieri permessi dalla legge agli ebrei nei passati secoli, e che poi fra poco, nel corso della guerra, gli sarebbero stati proibiti, anche questi, dalle nuove leggi fasciste. Pochi di loro disponevano, al massimo, di qualche locale a pianterreno per uso di rivendita o deposito della roba. E queste, più o meno, erano tutte le risorse del piccolo villaggio: dove i decreti razziali del 1938, tuttora invariati, non avevano potuto mutare di molto le sorti.
In certe famiglie del quartiere, si aveva appena notizia di quei decreti, come di questioni riguardanti i pochi ebrei signori, che abitavano sparsi nei quartieri borghesi della città. E in quanto a varie altre minacce, che circolavano oscure, i notiziari, che Ida ne raccattava laggiù erano monchi e confusi, come le radio-carcere. In generale, fra le sue conoscenti delle bottegucce, regnava una incredulità ingenua e fiduciosa. Ai suoi piccoli accenni peritosi da ariana, quelle povere donnette indaffarate opponevano, per lo più, una spensieratezza evasiva, oppure una rassegnazione reticente. Tante notizie erano invenzioni della propaganda. E poi, in Italia certe cose non potrebbero mai succedere. Esse confidavano nelle amicizie importanti (o anche nelle benemerenze fasciste) dei Capi della Comunità o del Rabbino nella benevolenza di
Mussolini verso gli Ebrei; e addirittura nella protezione del Papa (mentre i papi, in realtà, nel corso dei secoli, erano stati fra i loro peggio persecutori). A chi, fra loro, si mostrava più scettico, esse non volevano credere... Ma invero, nel loro stato, non avevano altra difesa.
Fra costoro, ci si incontrava, ogni tanto, una ragazza invecchiata di nome
Vilma, trattata, là in giro, per una mentecatta. I muscoli del suo corpo e del suo volto erano sempre inquieti, e lo sguardo, invece, estatico, troppo luminoso.
Era rimasta orfana assai presto, e, per incapacità d'altro, si adattava a servizi pesanti, come un facchino. Scavallava tutto il giorno, infaticabile, in Trastevere e Campo dei Fiori, dove andava pure mendicando avanzi, non per sé, ma per i gatti del Teatro di Marcello. Forse la sola festa della sua vita era quando, verso sera, si sedeva là su un rudere, in mezzo ai gatti, a spargere in terra per loro delle testine di pesce mezze marce e dei rimasugli sanguinolenti. Allora il suo volto sempre febbrile si faceva radioso e calmo, come in Paradiso.
(Però, col progredire della guerra, questi suoi beati convegni dovevano ridursi a un ricordo).
Da qualche tempo Vilma, attraverso i suoi giri quotidiani di faticante, riportava nel Ghetto delle informazioni strane e inaudite, che le altre donne rifiutavano come fantasie del suo cervello. E difatti, la fantasia lavorava sempre, come una forzata, nella mente di Vilma; però, in seguito, certe sue
"fantasie" dovevano dimostrarsi molto al di sotto della verità. Lei pretendeva che, a tenerla così informata, fosse una monaca (andava a faticare, fra l'altro, in un convento...); oppure una signora che, di nascosto, ascoltava certe radio proibite, ma della quale non si doveva dire il nome. A ogni modo, s'affannava a garantire che le sue informazioni erano certe; e tutti i giorni le ripeteva in giro con voce rauca, urgente, come si raccomandasse. Ma nell'accorgersi che non la si ascoltava o non le si credeva, rompeva in risate angosciose, simili a tosse convulsa. La sola, forse, che la stava a sentire con terribile serietà, era Iduzza, perché ai suoi occhi Vilma, nell'aspetto e nelle maniere, rassomigliava a una sorta di profetessa.
Attualmente, nei suoi messaggi ossessivi quanto inutili, costei di continuo insisteva con l'avviso di "mettere in salvo, almeno, le creature", affermando di aver saputo in confidenza dalla sua monaca che nella storia prossima era segnata una nuova strage peggio di quella di Erode. Non appena occupavano un paese, per prima cosa i tedeschi ammassavano da una parte tutti gli ebrei senza eccezione, e di là li trascinavano via, fuori dei confini, non si sapeva dove «nella notte e nella nebbia». I più morivano in cammino, o cadevano prostrati. E tutti costoro, morti e vivi, venivano buttati uno sull'altro in fosse enormi, che i loro parenti o compagni erano costretti a scavare in loro presenza. I soli lasciati sopravvivere, erano gli adulti più robusti, condannati a lavorare come schiavi per la guerra. E i bambini venivano massacrati tutti, dal primo all'ultimo, e buttati nelle fosse comuni lungo la strada.
Un giorno, a questi discorsi di Vilma, ci si trovava, oltre a Iduzza, pure una donnetta anziana, dimessa nel vestito ma col cappellino in testa. Essa, a differenza della bottegaia, assentì con gravità alle lamentazioni insane e roche
di Vilma. Anzi (parlando a bassa voce per paura delle spie) intervenne affermando di aver udito lei stessa, da un sottufficiale dei carabinieri, che secondo la legge dei tedeschi gli ebrei erano pidocchi, e andavano tutti sterminati. Alla vittoria, certa e ormai vicina, dell'Asse, pure l'Italia sarebbe diventata territorio del Reich, e soggetta alla medesima legge definitiva. Su San Pietro, al posto della croce cristiana, avrebbero messo la croce uncinata; e pure gli stessi cristiani battezzati, per non venire scritti nella lista nera, dovevano provare i loro sangui ariani, FINO ALLA QUARTA
GENERAZIONE!
E non per niente, aggiunse, tutta la gioventù ebrea di buona famiglia, che aveva i mezzi, s'era emigrata dall'Europa, chi in America e chi in Australia, finché s'era stati in tempo. Ma oramai, coi mezzi o senza mezzi, tutte le frontiere erano chiuse, non s'era più in tempo.
«Chi sta drento, sta drento. E chi sta fora, sta fora».
A questo punto, con la sua voce malsicura di latitante che teme di fornire indizi, Iduzza si fece a chiederle che cosa esattamente significasse FINO ALLA QUARTA GENERAZIONE. E la donnetta, con un sussiego da scienziata-matematica, e non senza precisare e ribadire dove le pareva il caso, spiegò:
«che nella legge germanica i sangui si calcolavano a capi, quote e dozzine.
"Quarta generazione" sta per dire: i "bisnonni". E per calcolare i capi, basta contare i bisnonni e i nonni, che in totale fanno: «8 bisnonni + 4 nonni = 12 capi
«ossia una dozzina.
«Ora, in questa dozzina di capi, ogni capo, se è ariano, vale per una quota ariana: un punto a favore. Se invece è giudio, vale per una quota giudia: un punto contro. E nel calcolo finale, il risultato dev'essere come minimo: due terzi più uno! Un terzo di dozzina = 4; due terzi = 8 + 1 = 9. Chi va a giudizio deve presentare come minimo 9 quote ariane. Se ne ha di meno, foss'anche per una mezza quota, risulta di sangue giudio».
A casa, da sola, Ida si internò in un calcolo complicato. Per se stessa, invero, la soluzione era semplice: di padre ariano, e di madre ebrea pura da lontane generazioni, lei non possedeva che sei quote su dodici, e dunque risultato negativo. Ma il caso per lei principale, cioè Nino, le riusciva più astruso, e qua il conto, nel farlo e rifarlo, le si imbrogliava nel cervello. Si indusse allora a tracciare per iscritto su un foglio un albero genealogico di Nino, dove una E distingueva i nonni e bisavi ebrei, e una A gli ariani (un segno X sostituiva i nomi che qui al momento le sfuggivano dalla memoria):
[nel testo in nero, disegno dell'albero genealogico].
E il conto qui le risultò propizio. Nino, sia pure di minimo, rientrava nel punteggio dovuto; nove quote su dodici capi. Ariano!
Questo risultato, però, non poteva bastare a darle pace, neanche sul conto del figlio. Troppo variabili e oscuri le rimanevano, nel futuro e nello stesso presente, i termini reali della legge. Essa ricordò, per esempio, di avere udito in Calabria da un emigrante americano che il sangue scuro vince sempre sul sangue pallido. Basta una goccia di sangue nero in un cristiano per riconoscergli che non è bianco, ma è negro incrociato.
4.
E così, alla fine è chiaro perché la disgraziata, in un giorno del gennaio 1941, accogliesse l'incontro di quel soldatuccio a San Lorenzo come la visione di un incubo. Le paure che la stringevano d'assedio non le lasciavano scorgere in colui nient'altro che una uniforme militare tedesca. E allo scontrarsi, proprio sul portone di casa sua, in quella uniforme che pareva appostata là in sua attesa, lei credette di trovarsi oggi all'appuntamento terribile che le era predestinato fino dal principio del mondo.
Colui doveva essere un emissario dei Comitati Razziali, forse un Caporale, o un
Capitano, delle S.S. venuto a identificarla. Per lei, esso non aveva nessuna fisionomia propria. Era una copia delle migliaia di figure conformi che moltiplicavano all'infinito l'unica figura incomprensibile della sua persecuzione.
Il soldato risentì come una ingiustizia quel ribrezzo evidente e straordinario della sconosciuta signora. Non era abituato a suscitare ribrezzo nelle donne, e d'altra parte sapeva (a dispetto delle sue piccole delusioni precedenti) di trovarsi in un paese alleato, non nemico. Però, mortificato, invece di desistere si accanì. Quando il gatto di casa, per un suo assurdo malumore, si acquatta nei propri nascondigli, i ragazzini si accaniscono a dargli la caccia.
Essa, del resto, non fece nemmeno l'atto di scansarsi. L'unico suo movimento fu di nascondere dentro una delle sporte - quali documenti minacciosi della propria colpa - dei quaderni di scuola che aveva nelle mani. Più che vedere lui, essa, sdoppiandosi, vedeva davanti a lui se stessa: come ormai denudata di ogni travestimento, fino al suo cuore geloso di mezza ebrea.
Se avesse potuto vederlo, invero, si sarebbe forse accorta che lui, davanti a lei, stava nell'atteggiamento di un mendicante piuttosto che vi uno sgherro. Con l'aria di recitare, apposta per impietosirla, la parte del pellegrino, aveva posato su una palma la guancia reclinata. E in una preghiera ilare benché proterva, nella sua voce di basso già timbrata ma fresca e nuova, con dentro ancora qualche acidezza della crescita, ripeté due volte:
«...schlafen... schlafen...»
A lei, che ignorava del tutto la lingua germanica, l'incomprensibile parola, con la sua mimica misteriosa, suonò per una qualche formula gergale d'inchiesta o d'imputazione. E tentò in italiano una risposta indistinta, che si ridusse a una smorfia quasi di lagrime. Ma per il soldato, grazie al vino, la babele terrestre s'era trasformata tutta in un circo. Risolutamente, in uno slancio da bandito cavalleresco, le prese dalle mani i fagotti e le sporte; e in un volo da trapezista la precedette senz'altro su per la scala. A ogni pianerottolo, si arrestava per aspettarla, uguale a un figlio che, rincasando insieme, fa da staffetta impaziente alla madre tarda. E lei lo seguiva, inciampando a ogni passo, come un ladroncello che si trascina dietro ai portatori della sua croce.
Il suo peggiore affanno, in quella salita, era il sospetto che Nino proprio oggi, per un caso raro, si trovasse a casa di dopopranzo. Per la prima volta, da quando era madre, si augurava che il suo piccolo teppista stradaiolo le restasse in giro tutto il giorno e tutta la notte. E si giurava disperatamente, se il tedesco le avesse domandato di suo figlio, di negarne non solo la presenza, ma l'esistenza perfino.
Al sesto pianerottolo, erano arrivati. E siccome lei, coperta d'un sudore ghiacciato, si perdeva nel manovrare la serratura, il tedesco posò in terra le sporte, e prestamente le venne in aiuto, con l'aria di uno che rientra in casa propria. Per la prima volta da quando era madre, essa provò sollievo al trovare che Ninnarieddu non era in casa.
L'interno consisteva in tutto di due camere, cesso e cucina; e presentava, oltre al disordine, la doppia desolazione della povertà e del genere piccolo-borghese.
Ma sul giovane soldato l'effetto subitaneo di quell'ambiente fu di rimpianto selvaggio e di malinconia, per causa di certe minime affinità con la sua casa materna in Baviera. La sua voglia di giocare dileguò come il fumo di un bengala; e la sbronza non ancora consumata gli diventò l'amarezza di una febbre in corpo.
Caduto in un mutismo totale, incominciò a marciare fra i molti ingombri della stanza con la grinta di un lupo sperso e digiuno che cerca in un covo estraneo qualche materia da sfamarsi.
Agli occhi di Ida, ciò corrispondeva esattamente al suo compito poliziesco.
Preparandosi a una perquisizione generale, essa ripensava al foglio con l'albero
genealogico di Nino, da lei riposto in un cassetto fra altri documenti importanti; e si domandava se forse quei segni enigmatici non sarebbero indicazioni lampanti per colui.
Egli arrestò la sua marcia davanti a un ingrandimento fotografico, che campeggiava al posto d'onore sulla parete, incorniciato come un quadro d'autore di grande importanza. Ritraeva (a grandezza circa metà del naturale) un bulletto sui quindici-sedici anni, avvolto in un sontuoso cappotto di lana di cammello che lui portava come fosse una bandiera. Fra le dita della sua destra si riusciva a scorgere vagamente il bianco di una sigaretta; e il suo piede sinistro poggiava sul parafango di una spider fuoriserie (lasciata per caso là in sosta da qualche proprietario ignoto) col gesto padronale che usano, nelle grandi foreste, i cacciatori di tigri.
Sullo sfondo, si intravvedevano i casamenti di una via cittadina, con le loro insegne. Ma per l'ingrandimento eccessivo operato su quello che era stato, all'origine, il volgare prodotto di un fotografo ambulante, l'intera scena risultava piuttosto pallida e sfocata.
Il militare, scrutato il quadro nel suo insieme, lo collegò, di sua propria supposizione, col culto familiare dei defunti. E puntando il dito sul soggetto fotografato, domandò a Ida, con la serietà di una indagine:
«Tot?» (morto?)
La domanda, naturalmente, a lei suonò incomprensibile. Però l'unica difesa che oggi il terrore le consigliava era di rispondere sempre "no" a qualsiasi inchiesta, come gli analfabeti nelle istruttorie. E non sapeva di fornire così, stavolta, contro ogni intenzione, una informazione al nemico.
«No! no!» rispose, con la vocina di una bambola, gli occhi sbalorditi e feroci.
E di fatto, secondo verità, quella non era il ricordo di un morto, ma una foto recente di suo figlio Ninnuzzu, che lui stesso aveva fatto ingrandire e incorniciare di propria iniziativa. Anzi, lei tuttora, fra liti amare, andava pagando le rate di quel cappotto di cammello che Nino, fino dall'autunno, s'era ordinato abusivamente.
Del resto, poi, la casa medesima denunciava senza rimedio, e a voce altissima, quell'inquilino latitante che lei pretendeva di occultare! La stanza, che dall'ingresso il tedesco aveva invaso risolutamente, era una sorta di salottinostudio che poi di notte serviva anche per dormirci, come si capiva da un divanoletto ancora disfatto e in realtà composto, in modo sommario, di una rete senza gambe e di un materasso malandato. Intorno a questo divanoletto somigliante a una cuccia (col guanciale sporco e unto di brillantina messo per traverso, e lenzuola e coperte tutte arruffate e in disordine) giacevano, scaraventati in terra dalla sera prima, una sopracoperta di seta artificiale e certi cuscini duri (che di giorno servivano a travestire il letto); frammezzo ai quali poi si ritrovavano un giornaletto sportivo, una giacchetta di pigiama, celeste, di misura ancora abbastanza piccola; e un calzettino di media misura, bucato e sporco, di un vivace disegno scozzese...
Sulla parete del letto, nel posto delle immagini sacre, erano fissate con puntine diverse fotografie, ritagliate dalle riviste, di dive del cinema in costume da bagno o in abito da sera: delle quali le più formidabili erano contrassegnate con grandi fregi a matita rossa, così perentorii da parere degli squilli d'arrembaggio, o delle proteste di gatto uscito a battere. Sulla medesima parete, ma di lato, e fissata anch'essa con puntine, c'era pure una copia di manifesto, raffigurante un'aquila romana che stringeva le Isole
Britanniche fra gli artigli.
Su una sedia, c'era un pallone da football! E sul tavolino, fra quinterni di libri scolastici (maltrattati e mortificati orrendamente, da sembrare rimasugli dei topi) si ammucchiavano altri giornaletti sportivi, rotocalchi e fumetti d'avventure; un romanzo del brivido, recante in copertina una signora seminuda, urlante e minacciata da una manona scimmiesca; e un album con figure di pellirosse. Inoltre: un fez d'avanguardista; un fonografo a manovella con qualche disco alla rinfusa; e un meccanismo di struttura complicata e imprecisa, in cui si riconoscevano, fra l'altro, i pezzi di un motorino.
A fianco del divano, su una sgangherata poltrona addossata al muro, al di sotto di una veduta a stampa con la scritta "Grand Hotel des îles Borromées", c'erano ammucchiati alcuni pezzi o rottami di veicoli, fra i quali spiccavano un pneumatico sgonfio, un contachilometri e un manubrio. Sul bracciolo della poltrona era posata una maglietta coi colori d'una squadra. E sull'angolo del muro, appoggiato in piedi, c'era un moschetto autentico.
Fra un tale campionario parlante, i fantastici movimenti del soldato si convertivano, per Ida, nei movimenti esatti di una macchina fatale, che stampava anche Nino, oltre a lei stessa, nella lista nera degli Ebrei e dei loro ibridi. I suoi propri equivoci andavano acquistando, col passare dei minuti, un potere allucinante su di lei, riducendola al terrore nativo e ingenuo di prima della ragione. Ferma in piedi, con ancora addosso il cappotto e in testa il suo cappellino a lutto, essa non era più una signora di San Lorenzo; ma un disperato migratore asiatico, di piume marrone e di cappuccio nero, travolto nel suo cespuglio provvisorio da un orrendo diluvio occidentale.
E nel frattempo, i ragionamenti sbronzi del tedesco non concernevano né le razze né le religioni né le nazioni, ma soltanto le età. Era matto di invidia e dentro di sé discuteva tartagliando: «Mannaggia, la for - tu - na è di quelli che non han - no ancora l'età di le - va - e - e possono godersi a casa le loro pro pro - prietà con - con le madri! e il pallone! e scopare e tut- to quanto tutto quanto! come se la guerra fosse nella lu - na o nel mondo Mar - te... La di - sgrazia è crescere! la disgrazia è cresce - re!... Ma dove sto? pper - ché sto qua, io? ! come mi ci son trovato? ...» A questo punto, rammentandosi che non aveva ancora fatto le proprie presentazioni alla sua ospite, con decisione andò a piantarsi di fronte a lei; e senza nemmeno guardarla, con bocca imbronciata le dichiarò: «Mein Name ist Gunther!»
Quindi rimase là in una posa scontenta, aspettando, da quella sua presentazione propiziatoria, un effetto che già in anticipo gli era negato. Gli occhioni avversi e attoniti della signora ebbero appena un battito sospettoso a quei suoni tedeschi, per lei senz'alcun senso se non di qualche minaccia sibillina. Allora il soldato, nello sguardo (che pure gli si incupiva) lasciò passare un colore animato di dolcezza, per il movimento di un affetto inguaribile. E stando là mezzo seduto, come s'era messo, sull'orlo del tavolino ingombro, in una cert'aria di malavoglia (che tradiva una confidenza gelosa) trasse di tasca un cartoncino e lo pose sotto gli occhi di Ida.
Essa vi gettò uno sguardo sghembo e raggelato, aspettandosi una tessera di S.S. con la croce a uncino; o forse una foto segnaletica di Ninnuzzu Mancuso, con la stella gialla. Ma si trattava invece di un gruppetto fotografico famigliare, nel quale essa intravide confusamente, su uno sfondo di casette e di canneti, la persona grossa e radiosa di una tedesca di mezza età circondata da cinque o sei ragazzetti maschi più o meno cresciuti. Fra costoro, il soldato, facendo un sorrisetto, gliene segnalò col dito uno (se stesso) più cresciuto degli altri, vestito di un giaccone a vento e di un berrettino da ciclista. Poi, siccome le pupille della signora svagavano su quel gruppetto anonimo in una buia apatia, passando a indicarle, col dito, il paesaggio e il cielo dello sfondo, la informo: «Dachau».
Il suo tono di voce, nel pronunciare questo nome, fu il medesimo che potrebbe avere un gattino di tre mesi reclamando la propria cesta. E d'altra parte quel nome non significava niente per Ida, la quale ancora non lo aveva udito mai se non forse appena per caso, senza tenerselo a memoria... Però a quel nome innocuo e indifferente, il forastico migratore in transito, che ora s'identificava col suo cuore, senza spiegazione sobbalzò dentro di lei. E svolazzando atrocemente nello spazio snaturato della stanzetta prese a sbattere fra un tumulto vociferante contro le pareti senza uscita.
Il corpo di Ida era rimasto inerte, come la sua coscienza: senz'altro movimento che un piccolo tremito dei muscoli e uno sguardo inerme di ripulsa estrema, come davanti a un mostro. E in quello stesso momento, gli occhi del soldato, nel loro colore di mare turchino cupo vicino al violaceo (un colore insolito sul continente, lo si incontra piuttosto nelle isole mediterranee) s'erano empiti d'una innocenza quasi terribile per la loro antichità senza data: contemporanea del Paradiso Terrestre! Lo sguardo di lei parve, a questi occhi, un insulto definitivo. E istantaneamente una bufera di rabbia li oscurò. Eppure fra questo annuvolamento traspariva una interrogazione infantile, che non si aspettava più la dolcezza di una risposta; ma lo stesso la voleva.
Fu qui che Ida senza darsene ragione prese a gridare: «No! No! No!» con una voce isterica da ragazzina immatura. In realtà, con questo suo "no", essa non si rivolgeva più a lui né all'esterno, ma a un'altra minaccia segreta che avvertiva
da un punto o nervo interno, risalita a lei d'un tratto dai suoi anni d'infanzia, e da cui lei si credeva guarita. Come tornando indietro a quell'età,
giù lungo un tempo che le si accorciava all'inverso, essa riconobbe istantaneamente quella grande vertigine, con echi strani di voci e di torrenti, che da piccola le annunciava i suoi malori. Ora il suo grido si rivoltava contro tale insidia, che la rubava alla salvaguardia della casa, e di Nino!! Però questa sua nuova, inspiegabile negazione ("no", la sola risposta che lei gli avesse dato in questo giorno) agì sull'ira confusa del soldato come un segnale di rivolta per una trasgressione immensa. Inaspettatamente la tenerezza amara che lo aveva umiliato col suo martirio fino dalla mattina gli si scatenò in una volontà feroce: «... fare amore!... FARE AMORE!...» gridò, ripetendo, in uno sfogo fanciullesco, altre due delle 4 parole italiane che, per sua propria previdenza, s'era fatto insegnare alla frontiera. E senza neanche togliersi la cintura della divisa, incurante che costei fosse una vecchia, si buttò sopra di lei, rovesciandola su quel divanoletto arruffato, e la violentò con tanta rabbia, come se volesse assassinarla.
La sentiva dibattersi orribilmente, ma, inconsapevole della sua malattia, credeva che lei gli lottasse contro, e tanto più ci s'accaniva per questo, proprio alla maniera della soldataglia ubriaca. Essa in realtà era uscita di coscienza, in una assenza temporanea da lui stesso e dalle circostanze, ma lui non se ne avvide. E tanto era carico di tensioni severe e represse che, nel momento dell'orgasmo, gettò un grande urlo sopra di lei. Poi, nel momento successivo, la sogguardò, in tempo per vedere la sua faccia piena di stupore che si distendeva in un sorriso d'indicibile umiltà e dolcezza.
«Carina carina», prese a dirle (era la quarta e ultima parola italiana che aveva imparato). E insieme cominciò a baciarla, con piccoli baci pieni di dolcezza, sulla faccia trasognata che pareva guardarlo e seguitava a sorridergli con una specie di gratitudine. Essa intanto rinveniva piano piano, abbandonata sotto di lui. E nello stato di rilassamento e di quiete che sempre le interveniva fra l'attacco e la coscienza, lo sentì che di nuovo penetrava dentro di lei, però stavolta lentamente, con un moto struggente e possessivo, come se fossero già parenti, e avvezzi l'uno all'altra. Essa ritrovava quel senso di compimento e di riposo che aveva già sperimentato da bambina, alla fine di un attacco, quando la riaccoglieva la stanza affettuosa di suo padre e di sua madre; ma quella sua esperienza infantile oggi le si ingrandì, attraverso il dormiveglia, nella sensazione beata di tornare al proprio corpo totale. Quell'altro corpo ingordo, aspro e caldo, che la esplorava al centro della sua dolcezza materna era, in uno, tutte le centomila febbri e freschezze e fami adolescenti che confluivano dalle loro terre gelose a colmare la propria foce ragazza. Era tutti i centomila animali ragazzi, terrestri e vulnerabili, in un ballo pazzo e allegro, che si ripercuoteva fino nell'interno dei suoi polmoni e fino alle radici dei suoi capelli, chiamandola in tutte le lingue. Poi si abbatté, ridiventando una sola carne implorante, per disciogliersi dentro il suo ventre in una resa dolce, tiepida e ingenua, che la fece sorridere di commozione, come l'unico regalo di un povero, o di un bambino.
Non fu, per lei, neanche stavolta, un vero piacere erotico. Fu una straordinaria felicità senza orgasmo, come talora capita in sogno, prima della pubertà. Il soldato stavolta, nel saziarsi, ebbe un piccolo lamento fra altri bacetti, e, lasciandosi con tutto il corpo su di lei, sùbito si addormentò. Essa, tornata alla coscienza, sentì sul proprio corpo il suo peso che la premeva sul ventre nudo con la divisa ruvida e la fibbia della cintura. E si ritrovò con le gambe ancora aperte, e il sesso di lui, diventato povero, inerme e come reciso, posato dolcemente sul proprio. Il ragazzo dormiva placidamente, russando, ma, al movimento che lei fece per liberarsi, la serrò istintivamente contro di sé; e i suoi tratti, pure nel sonno, presero una grinta di possesso e di gelosia, come verso una vera amante.
Essa, tanto era indebolita, ebbe l'impressione, allo sciogliersi da lui, di durare una fatica mortale; ma finalmente le riuscì di liberarsi e cadde sui ginocchi in terra, fra i cuscini sparsi a lato del lettuccio. Si riassestò le vesti alla meglio; ma lo sforzo le aveva prodotto una nausea che le rivoltava il cuore; e rimase là dove stava, caduta sui ginocchi, davanti al divanoletto col tedesco addormentato. Come sempre ai suoi risvegli, del proprio malore non le restava che un'ombra di ricordo, nient'altro che la sensazione iniziale di una rapina confusa, della durata di un attimo. Nella sua memoria, in realtà, c'era un'interruzione totale, dal momento che il giovane s'era messo a baciarla in faccia bisbigliandole "carina carina", fino all'altro momento precedente, che lui le aveva mostrato la fotografia.
Però, anche tutta l'epoca anteriore, non soltanto l'ora paurosa che aveva preceduto il suo accesso, ma tutto quanto il passato, all'indietro, le si presentava al ricordo come un punto in arrivo, tuttora confuso da un'immensa lontananza. Lei s'era staccata dal continente affollato e vociferante della sua memoria, su una barca che in questo intervallo aveva fatto il giro del mondo; e adesso, risalendo allo stesso scalo della partenza, lo ritrovava silenzioso e quieto. Non c'erano più urla di folla, nessun linciaggio. Gli oggetti familiari, spogliati da ogni affetto, non erano più strumenti; ma creature vegetali o acquatiche, alghe coralli stelle marine, che respiravano nel riposo del mare, senza appartenere a nessuno.
Anche il sonno del suo aggressore, là steso davanti a lei, sembrava posarsi sulla lebbra di tutte le esperienze: violenze, paure, come una guarigione. Nel girare gli occhi (schiariti dal recente malore come da un bagno di trasparenza luminosa) essa scorse in terra, a qualche distanza una dall'altra, le proprie scarpette scalcagnate, che aveva perdute, al pari del cappellino, mentre si dibatteva nell'incoscienza fra le braccia del tedesco. Ma, senza curarsi di raccattarle, seduta inerte sui propri talloni scalzi, di nuovo fermò sul dormiente gli occhi spalancati, con l'aria stupida della ragazzina delle fiabe quando rimira il drago, che una pozione incantata ha reso inoffensivo.
Adesso, che l'amante gli era sfuggita, il giovane s'era abbracciato al guanciale e lo teneva stretto, ostinandosi nella sua gelosia possessiva di poco prima. Però nel frattempo la sua faccia aveva preso un'altra espressione, intenta e seria; e Ida, senza quasi rendersene conto, lesse immediatamente il soggetto e la trama del suo sogno, anche se non esattamente i particolari. Il sogno era adatto a uno di età, circa, d'otto anni. C'erano in discussione affari d'importanza: trattative per la compravendita di biciclette o accessorii, dove lui aveva a che fare con un qualche tipo di poca fiducia e senz'altro di un genere eccentrico: forse un contrabbandiere levantino, o un gangster di Chicago, o un pirata malese...
Costui cercava d'imbrogliare: e in conseguenza le labbra del dormiente, di un rosa asciutto, selvatiche e un po' screpolate, si sporgevano in un rimbrotto malrepresso. Le sue palpebre s'indurivano, facendogli tremolare le ciglia dorate, ma così corte da parere appena una polvere. E la fronte gli si corrugava, concentrandosi, fra i ciuffi dei capelli, che erano più scuri delle ciglia, lisci, e sapevano di una mollezza fresca e umida, come la pelliccia di un gattino marrone appena lavato dalla madre.
Sarebbe stato facile, adesso, ammazzare costui, sull'esempio di Giuditta nella
Bibbia; ma Ida per natura non poteva concepire un'idea simile, nemmeno in forma di fantasticheria. La sua mente, distratta dalla lettura del sogno, fu adombrata dal pensiero che forse l'intruso seguiterebbe a dormire così fino a sera tarda, e Nino, rincasando, potrebbe sorprenderlo ancora qua. Però Nino, con le sue idee politiche, sarebbe stato magari fiero di questa visita, e avrebbe salutato il tedesco, stupratore di sua madre come un compare...
Invece, da un momento all'altro, così come s'era addormentato, il tedesco si risvegliò di colpo, quasi allo squillo brutale d'una tromba. E immediatamente guardò l'orologio al proprio polso: aveva dormito appena qualche minuto, tuttavia non gli restava ormai molto tempo per ritrovarsi al centro di raduno in orario con l'appello. Si stirò: ma non con la beatitudine tracotante dei ragazzi quando si scaricano dal sonno; piuttosto col disgusto di un'angoscia e di una maledizione, quasi che, attaccati alle proprie membra, ritrovasse dei ferri carcerari. Cominciava la penombra del crepuscolo; e Ida, alzatasi, col suo corpo scalzo e tremante si accostò alla presa della lampada, per infilarci la spina.
Questa era malconnessa coi fili, la luce della lampadina oscillava. Allora
Gunther, che in Germania faceva di mestiere l'elettricista, tratto di tasca un suo speciale coltelluccio a serramanico (invidia di tutto l'esercito: strumento multiplo che, oltre alla lama, celava pure, fra l'altro, dentro il manico, un rasoio, una lima e un cacciavite), riparò magistralmente la spina.
Si capì, alla sua prontezza volonterosa e piena d'impegno, che questa operazione aveva per lui un duplice valore. Primo: gli offriva un'occasione, seppure minima, di spendersi per la vittima del suo delitto, il quale adesso, nel declinare della sbornia, principiava a rimorderlo e a sgomentarlo. E secondo: gli era pretesto a indugiare un altro poco in questa cameretta che oggi (sia pure a dispetto) lo aveva accolto ancora come una stanza umana. Uscito di qui, lo aspettava solo un'Africa finale che oramai non gli si identificava più assolutamente con l'Africa interessante e colorata dei film o dei libri; ma con una sorta di cratere deforme, in mezzo a una noia desertica e miserabile. Frattanto, rannicchiata nell'ombra del muro, Ida assisteva al suo piccolo lavoro con silente ammirazione, perché in lei (come in certi primitivi) perdurava un sospetto pavido, e inconfessato, per l'elettricità e i suoi fenomeni. Finito che ebbe di aggiustare la lampada, colui rimase tuttavia seduto, come s'era messo, sull'orlo del lettuccio; e, giusto come argomento di scambio, puntando l'indice sulla propria persona, fu sul punto di vantarsi: «... nach... Afrika...» ma si ricordò che questo era un segreto militare, e tenne la bocca chiusa.
Per forse un minuto ancora si attardò seduto, col torso ripiegato e le braccia abbandonate fra i ginocchi, come un emigrante o un ergastolano già caricato sul piroscafo in partenza. Senza più nessun oggetto da guardare, i suoi occhi solitari parevano attirati dalla lampada, che adesso brillava di luce fissa a capo del divanoletto (era la stessa che Ninnuzzu teneva accesa la sera per leggere a letto i suoi giornaletti illustrati). I suoi occhi esprimevano una specie di curiosità intontita, ma in realtà erano vuoti. Alla luce elettrica, il loro centro turchino scuro pareva quasi nero; mentre il bianco, intorno, non più iniettato né intorbidato dal vino, si mostrava latteo e intriso di celeste. Spontaneamente, il ragazzo li levò verso Ida. E lei ne incontrò lo sguardo straziato, di una ignoranza infinita e di una consapevolezza totale: sperdute insieme, l'una e l'altra, a mendicare una carità unica, impossibile, e confusa anche per chi la chiedeva.
Sul punto di andarsene, gli venne idea di lasciarle un ricordo, secondo un'usanza tenuta in certi suoi addii con altre ragazze. Però non sapendo che cosa darle, mentre si frugava nelle tasche vi ritrovò il suo famoso coltelluccio; e per quanto il sacrificio gli costasse, lo depose nella palma di lei, senz'altre spiegazioni.
In cambio, lui pure voleva portarsi un ricordo. E girava lo sguardo perplesso intorno alla stanza, senza scoprirvi niente; quando gli cadde sott'occhio un mazzetto di fiori d'aspetto pesto e quasi unto (offerta di scolari poveri) che nessuno s'era curato di mettere in fresco dalla mattina e giaceva su una mensola mezzo appassito. Allora, ne staccò una piccola corolla rossiccia e deponendola con serietà in mezzo a certe sue carte nel portafogli disse:
«Mein ganzes Leben lang!» ("Per tutta la mia vita!")
Per lui, naturalmente, non era che una frase. E la disse col solito accento millantatore e traditore di tutti i ragazzi quando la dicono alle loro ragazze.
E' una frase di figura, da usarsi per l'effetto; ma logicamente non vale, giacché nessuno può credere davvero di conservare un ricordo per tutta l'indescrivibile eternità che è la vita! Lui non sapeva invece che per lui questa eternità si riduceva a poche ore. La sua tappa a Roma fu conclusa quella sera stessa. Di lì a meno di tre giorni, il convoglio aereo su cui lo avevano appena imbarcato (dalla Sicilia verso una qualche direzione sud o sud-est) fu attaccato sul Mediterraneo
..... 1941.
Gennaio.
Perdura la disastrosa campagna invernale delle truppe italiane spedite all'invasione della Grecia.
In Africa Settentrionale gli Italiani, attaccati dagli Inglesi, abbandonano le proprie colonie di Cirenaica e Marmarica.
Febbraio-Maggio.
In séguito allo sbarco di truppe corazzate tedesche in Africa Settentrionale, gli Italo-Tedeschi rioccupano Cirenaica e Marmarica.
Intervento dei Tedeschi in Grecia, a impedire lo sbaraglio definitivo della spedizione italiana. Per l'impresa si richiede la cooperazione di Bulgaria e Jugoslavia. Alla defezione della Jugoslavia, la Germania reagisce con l'occupazione e devastazione del suo territorio, e bombardamenti punitivi su Belgrado. La Grecia, dopo la sua lunga resistenza, viene rapidamente costretta alla resa e assoggettata dagli Italo-Tedeschi.
Trattato di non-aggressione e di mutue concessioni fra il Giappone Imperiale e
l'Unione Sovietica.
In Africa Orientale offensiva vittoriosa delle armate inglesi che occupano le tre capitali dell'Impero Coloniale Italiano (Mogadiscio, Asmara, Addis Abeba) e, in collaborazione coi partigiani etiopici, rimettono sul trono l'imperatore d'Etiopia Hailè Selassiè.
Giugno.
La Germania sferra la sua grande "Operazione Barbarossa" contro i Sovietici, garantendone l'esito trionfale prima dell'inverno («La Russia di Stalin sarà cancellata dalla carta geografica in otto settimane») L'Italia decide di partecipare all'impresa. Mussolini a Verona passa in rassegna una delle divisioni in partenza per il nuovo fronte.
Luglio.
Il Giappone occupa l'Indocina già possedimento francese.
Ha inizio in Jugoslavia la lotta di resistenza contro gli occupanti nazifascisti.
Le forze germaniche avanzano trionfalmente attraverso il territorio sovietico.
Settembre.
Il Governo tedesco dispone che gli Ebrei, al compimento del sesto anno di età, siano obbligati a portare sul petto una stella gialla a sei punte.
Ottobre.
Il Mahatma indiano Gandhi invita alla resistenza passiva (da lui già indetta fra la sua gente) tutti i popoli soggetti dell'Impero coloniale inglese. Alla segregazione obbligatoria della popolazione ebraica, già istituita dagli occupanti nazisti, fa séguito, in Polonia, il decreto di pena di morte per ogni ebreo sorpreso fuori dal Ghetto.
Continua la vittoriosa avanzata delle panzer-divisionen e fanterie tedesche in territorio sovietico. In quattro mesi dall'inizio dell'Operazione, già tre milioni di Russi fuori combattimento (secondo l'Ordine del Führer la sorte riservata ai prigionieri di guerra come agli altri sub-uomini, è l'eliminazione.
Ogni convenzione bellica internazionale è da considerarsi sorpassata).
Novembre.
Incontro del Führer con Himmler, capo delle S.S. e della Gestapo (Polizia segreta) per la "soluzione finale del problema ebraico", secondo il piano già avviato che dispone la deportazione di tutti i viventi di razza ebraica verso i campi di sterminio. Installazioni e impianti per le liquidazioni" di massa dei deportati sono già in funzione in vari lager, e al loro allestimento tecnico cooperano alcune fra le più importanti ditte industriali del Reich.
In Russia, continua la marcia vittoriosa delle armate del Reich, che assediano
Leningrado, e si dirigono su Mosca.
Dicembre.
Leningrado non si arrende. Più a sud ricacciati indietro da un contrattacco russo, i Germanici desistono dalla loro marcia verso Mosca, attuando un difficile ripiegamento fra il fango e il gelo dell'inverno.
In Africa Settentrionale, gli Italo-tedeschi costretti a ritirarsi dalla
Cirenaica.
In Africa Orientale, la resa degli ultimi presidii alle forze inglesi segna la fine dell'Impero Coloniale italiano.
Col decreto «Notte e nebbia» il Führer ordina alle sue truppe di tutti i paesi occupati di catturare e sopprimere senza lasciar traccia chiunque costituisca pericolo «per la sicurezza dei Germanici». Le esecuzioni, affidate a reparti speciali delle S.S. e del S.D., assommeranno in Europa a circa un milione. Nel Pacifico, attacco improvviso dei Giapponesi contro la flotta americana ancorata a Pearl Harbour. Guerra fra gli Stati Uniti e il Giappone, estesa alle altre Potenze del Tripartito (Italia e Germania). Questo ulteriore ampliamento del conflitto mondiale porterà a 43 il numero delle nazioni belligeranti .....
Trecento araldi in festa coi nastri al vento corrono la città suonando trombe e tamburi.
Tutte le campane si sciolgono.
Intona il Gloria
Sono partiti i messaggeri su cavalli piumati a portare l'annuncio nelle sette direzioni. Da regni e principati si muovono le carovane recando in dono i tesori dei quaranta stemmi dentro scrigni di legno odoroso.
Tutte le porte si spalancano. Sulle soglie i pellegrini salutano a mani giunte.
Cammelli, asini e capre piegano i ginocchi.
E su tutte le bocche un solo canto!
dovunque balli conviti e fuochi di gioia! perché la regina oggi ha dato al mondo un erede al trono!
1.
Ida non venne mai a conoscere la sorte del suo aggressore, del quale non seppe mai perfino il nome, e neanche cercò di saperlo. Che dopo quella sua bravata colui non le desse mai più notizia e sparisse com'era comparso, per lei era una conclusione certa e naturale, già stabilita in anticipo. Ma tuttavia, fino dalla notte stessa della sua avventura con lui, cominciò a paventarne il ritorno. Dopo che lui era partito, pure nel suo stato di sonnolenza e con gesti automatici essa aveva preparato la cena per sé e per Nino, il quale però al solito tardava a rientrare. Al tempo che era bambina, gli accessi del suo malore le lasciavano sempre un appetito vorace; ma stavolta invece, nel mentre che masticava di malavoglia un poco di cibo si assopì in cucina sulla sedia. Verso le nove, la riscossero dall'uscio d'ingresso le grandi scampanellate di Nino che rientrava; e subito dopo avergli aperto l'uscio, andò a coricarsi, cadendo immediatamente in un letargo senza sogni. Dormì a questo modo per qualche ora; finché, a notte alta, in un sobbalzo si riscosse, con l'impressione che il tedesco, più alto e grosso del vero, si piegasse dal buio sopra di lei, pronto a riaggredirla, e bisbigliandole nell'orecchio non sapeva che parole sillabate e senza senso, di quelle che si usano coi bambini o con le bestiole domestiche. Accese la luce. La sveglia segnava le quattro; e i fatti del giorno avanti le riattraversarono la coscienza assolutamente lucida in un urto rapido d'ombre taglienti, come un film in bianco e nero. Di là dalla porta chiusa della sua camera c'era quell'altra stanza dove adesso Nino dormiva! Ricordandosi di non avergli nemmeno riassestato il lettuccio, essa rabbrividì per la vergogna e lo sgomento; e spenta febbrilmente la luce, per rifugiarsi nel buio si rannicchiò sotto le coperte. Fu svegliata alle sei dal suono della sveglia. E quella mattina, e le seguenti, tenne le sue lezioni con la sensazione accanita di avere intorno al corpo un alone visibile, quasi un altro suo corpo (ora di ghiaccio ora rovente) che lei doveva rimuovere di continuo. Non si sentiva la stessa Ida di prima; ma un'avventuriera dalla doppia vita. E le pareva che le sue membra proiettassero sui suoi scolari e su tutti quanti il disonore dello stupro e che sulla sua faccia, come su una cera bagnata, fossero impressi i segni dei baci. Nella sua vita, fuori di Alfio essa non aveva mai accostato nessun uomo, nemmeno col pensiero; e adesso la sua avventura le pareva scritta dovunque, come un adulterio clamoroso.
In istrada, se appena da lontano scorgeva un militare tedesco, sùbito credeva di riconoscere quello là (a una certa andatura, a un certo piglio del capo o delle braccia) e scantonava col batticuore. E simile timore nuovo aveva fugato in lei temporaneamente l'altro timore delle persecuzioni naziste. Anche l'inaspettata ricomparsa del suo malore, a tanti anni dalla guarigione, non la preoccupava.
Nel fondo era convinta (e non si sbagliava infatti) che l'accesso non si sarebbe ripetuto. Rifletté da principio se consigliarsi col farmacista per un calmante speciale, non rammentando più il nome di quello già usato in Calabria; ma poi rinunciò, sospettosa che il farmacista potesse indovinare, peggio ancora che l'antica sua malattia nascosta, pure le circostanze di questa ricaduta tardiva. Ogni giorno, rincasando, spiava da dietro l'incrocio verso il portone, con la paura di rivedere colui là in attesa, come per un appuntamento. Poi, traversato l'androne di corsa, cominciava a sospettare che lui, con l'esperienza che aveva dei suoi orari, l'avesse già preceduta sul pianerottolo: e di trovarselo pronto là davanti all'uscio, con l'aria di farle una sorpresa. Tendeva l'orecchio se udisse il suo fiato, le pareva addirittura di avvertirne l'odore, e si trascinava senza forza su per la scala, perdendo colore via via che si avvicinava al sesto piano. Aperto l'uscio, a uno sguardo gettato di sbieco, credeva di scorgere il suo berretto in cima all'attaccapanni, nel punto dove lui l'aveva lasciato quel giorno all'entrare.
Durante i pomeriggi in casa, ogni momento si aspettava una sua nuova invasione.
E quest'ansia la prendeva soprattutto quand'era sola, come se la presenza di Nino la salvaguardasse dal rischio. Ogni tanto, andava a mettersi di vedetta nell'ingresso, con l'orecchio all'uscio, paurosa di riudire quel passo risoluto che sempre le era rimasto negli orecchi, riconoscibile fra tutti i passi della terra. Evitava più che poteva di trattenersi nel salotto-studio; e nel rifare il lettuccio era impedita da un peso terribile delle braccia e delle membra, che quasi la faceva svenire.
Le notti, in questo periodo, non sognava; o almeno, al risveglio, non ricordava di avere avuto sogni. Però spesso le succedeva ancora, come la prima notte, di scuotersi dal sonno con l'impressione che colui le fosse vicino, con un peso così caldo che quasi la scottava. E che la baciasse bagnandole la faccia di saliva: e intanto le sillabasse negli orecchi non più delle paroline, ma dei rimbrotti incomprensibili, in un tedesco minaccioso.
Essa non aveva mai avuto confidenza col proprio corpo, a1 punto che non lo guardava nemmeno quando lo lavava. Il suo corpo era cresciuto con lei come un estraneo; e neppure nella sua prima giovinezza non era mai stato bello, grosso alle caviglie, con le spalle esili e il petto precocemente sfiorito. L'unica gravidanza sofferta era bastata, come una malattia, a deformarlo per sempre; e in séguito, con la vedovanza, lei non aveva pensato più che qualcuno potesse usarlo come un corpo di donna, per farci l'amore. Con quella sua eccessiva gravezza dei fianchi, e patito nel resto delle membra, esso le era diventato, oramai, solo un peso di fatica.
Adesso, dopo quel pomeriggio malfamato, in compagnia del suo corpo si sentiva più sola. E mentre si rivestiva nelle albe ancora buie, al dover fare certi gesti intimi, quali allacciarsi il busto, o agganciarsi le calze, irresistibilmente si metteva a piangere.
Il coltelluccio che colui le aveva dato, essa fino dal primo giorno lo aveva nascosto in fretta e furia nell'ingresso in fondo a una cassapanca piena di cenci e di cianfrusaglie. E non aveva più osato di riguardarlo, né di smuovere quei cenci, né di riaprire la cassapanca. Ma passando per di là, ne avvertiva ogni volta un urto nel sangue, tremando come un testimone pavido che sa il nascondiglio della preda criminosa.
Però via via, col trascorrere dei giorni, essa si persuase che il proprio spavento d'incontrare ancora il soldato era un'assurdità. A quest'ora colui doveva già trovarsi in qualche fronte lontano, a violentare altre donne o a fucilare degli ebrei. Ma la sua minaccia, per lei, era dileguata. Fra quello sconosciuto e Ida Ramundo non esisteva più nessun rapporto, né presente né futuro.
Di quel loro rapporto fugace, nessuno ne aveva notizia, fuori di lei stessa; e neanche Nino ne aveva sospettato niente. Per cui non le restava ormai che rimuoverlo anche dalla propria memoria, seguitando la sua vita solita.
Tutte le sue giornate, essa le cominciava, al risveglio delle sei, preparando in cucina, alla luce elettrica, la colazione e il pasto di mezzogiorno per Nino. Poi si vestiva, e, svegliato Nino, sempre di corsa e trafelata andava alla sua scuola, distante da casa sua due tragitti di tram. All'uscita dalla lezione, con le guance infiammate e la gola rauca, scorrazzava in giro nei dintorni della scuola, per fare la spesa prima della chiusura pomeridiana delle botteghe
(giacché, per paura dell'oscuramento di guerra, evitava di uscire nel buio) e sulla via del ritorno, tre volte alla settimana, scendeva con tutte le sue sporte a Castro Pretorio, dove teneva una lezione privata. Infine, rincasava; e dopo aver mangiato gli avanzi di Nino, rassettava le stanze, correggeva i compiti degli scolari, preparava la cena; e incominciava l'attesa serale di
Ninnarieddu.
Era trascorsa forse una settimana, quando la serie delle notti senza sogni le si interruppe, e sognò. Le pareva di rincasare portando, per furto o per isbaglio, al posto di una delle sue sporte, un canestro del tipo usato in Calabria per la vendemmia. Dal canestro usciva una pianta verde, che in un attimo si ramificava nella stanza, e fuori della casa, per tutti i muri del cortile. E saliva diventando una foresta di piantagioni favolose, fogliami, buganvillee, campanule gigantesche dai colori orientali e tropicali, uve e arance grosse come meloni.
Frammezzo, ci giocavano dei piccoli animali selvatici, simili a scoiattoli, tutti con gli occhietti azzurri, i quali si affacciavano a curiosare allegramente, e ogni tanto saltavano nell'aria, quasi avessero le ali. Intanto una folla di gente s'era messa a guardare da tutte le finestre, mentre lei stessa invece era assente, chi sa dove; però si sapeva che era lei, l'imputata. Questo sogno la seguì ancora per qualche minuto, dopo che fu sveglia; e poi svanì.
Alla fine di gennaio, essa aveva già relegato nei sottofondi della sua memoria quel pomeriggio di dopo-epifania: schiacciandolo fra gli altri pezzi e brani della sua vita passata che tutti, a ricordarli, le facevano male.
Ma fra i tanti terrori e rischi, possibili e impossibili, conseguenti alla sua famosa avventura, ce n'era uno, possibile, al quale non aveva pensato: forse per una inconscia difesa, aiutata dall'esperienza matrimoniale, che in tanti anni d'amore le aveva dato solo un bambino?
Fino dalla pubertà, il suo corpo era soggetto a certe aritmie disordinate.
L'utero, coi suoi mestrui, era in lei come una ferita anòmala, che a volte la sfibrava con emorragie violente, e a volte sembrava sbarrarsi al flusso naturale, rodendola dall'interno peggio di un'ulcera. Dall'età di undici anni
(la sua pubertà era stata precoce) Ida si era docilmente assuefatta a tali arbitrii oscuri; e indugiò, fra dubbi e malesseri, parecchie settimane, prima di riconoscere questo scandalo supremo impensato: che la sua indecente relazione con un tedesco anonimo l'aveva lasciata incinta.
L'idea di procurarsi, in qualche modo, l'aborto, a lei non venne nemmeno alla fantasia. L'unica difesa che riuscì a immaginare fu di nascondere a tutti la sua condizione, finché si poteva. Gli altri problemi, poi, che la minacciavano dal prossimo avvenire, le si mostravano addirittura impensabili, nella loro inevitabilità; e non le restava che scansarli dalla mente. Questo le era più facile nel suo nuovo stato fisico, che di giorno in giorno ottundeva le sue percezioni reali, staccandola dai suoi motivi esterni d'angoscia, e calandola in una passività quasi spensierata. Nessuno si faceva a chiederle conto dei malesseri (non gravi) che la coglievano, e per i quali, all'occorrenza, non le era difficile inventare delle scuse. Allora, fra le malattie correnti, la colite era di moda, perfino nei quartieri proletari; e per giustificare certe sue nausee, essa inventò di soffrire una forma di colite. Quelle nausee la sorprendevano a tradimento, alla vista degli oggetti più comuni, e che in se stessi non avevano nulla di ripugnante: per esempio un pomo di maniglia, o una rotaia del tram. D'un tratto, tali oggetti parevano incorporarsi nella sua stessa sostanza, fermentandovi in un lievito di amarezza. Dal passato, le si rimescolavano allora delle reminiscenze di quando era incinta di Nino. E nell'atto che, costretta, si riduceva a vomitare, le pareva che il passato e il futuro e i suoi sensi e tutti gli oggetti del mondo girassero in un'unica ruota, in un disfacimento che era anche una liberazione.
L'unico punto di smania, in quella stagione, erano i suoi sogni, che avevano ripreso a frequentarla abbastanza spesso, con la loro violenza antica. Si trova a correre qua e là, tutta nuda, per un piazzale che sembra deserto, ma tuttavia risuona, da ogni parte, d'insulti e di risate... Sta incarcerata in una sorta di canile, e da dietro la sua finestruola a sbarre vede passare delle giovani alte, vestite di molti colori come certe balie signorili, le quali portano in braccio dei puttini bellissimi che ridono. Le giovani la conoscono, però si voltano dall'altra parte per non guardarla; e anche i puttini, non era a lei che ridevano. Lei s'era sbagliata, a crederlo...
Cammina con suo padre, che la ripara sotto il proprio mantello; quand'ecco il mantello se ne vola via come da solo, senza più suo padre. E lei si trova bambina piccola sola per certi sentieri di montagna, perdendo rivoletti di sangue dalla vagina. Tutto il sentiero indietro è segnato dalla traccia del suo sangue. A peggiorare lo scandalo incombente, s'ode dabbasso il noto fischio di Ninnarieddu; e intanto lei come una stupida, invece di scappare s'è fermata sul sentiero a giocare con una capretta... Ma come non s'accorge che la capretta urla, ha le doglie, sta per partorire! E frattanto là, già pronto, c'è un
"furiere" delle macellerie elettriche...
... Tanti ragazzettucci polacchi, stracciati, giocano a rotolare degli anellini d'oro. Anellini consacrati, e loro non lo sanno. Questo gioco è proibito, in
Polonia. Punito con la pena di morte!!!...
Tali sogni, anche i più futili, le lasciavano un'ambascia gravosa; ma poi, nel corso della mattinata, li dimenticava.
Adesso, ogni mattina doveva fare uno sforzo grande per alzarsi; e nel séguito delle sue ore non c'era azione, per quanto semplice, che non le costasse fatica. Ma questa lotta, pure richiamandola di continuo al suo stato, la soccorreva come un'ubriacatura. Essa correva da un tram all'altro, e da un quartiere all'altro: sempre con le sue sporte, e il cappelluccio col velo sbandato, e una ruga fra i sopraccigli. Arrivata a scuola, procedeva in tutto secondo il solito: appello dei presenti, rivista generale degli orecchi e delle mani e delle unghie per controllo quotidiano della pulizia... E anche a simili funzioni, come alle altre del suo insegnamento, si applicava con estrema gravità e concentrazione, secondo il solito, come a faccende di serissima importanza. Per sua abitudine, essa non sedeva in cattedra, ma si aggirava fra i banchi, con gli occhi che, in tale incombenza, non stavano mai fermi, sotto i sopraccigli corrugati:
«Scrivete: "Dettatura"
"L'eroi-co e-ser-cito ita-lia-no ha (voce del verbo avere) por-ta-to le glo-riose in-se-gne di Roma ol-tre i mon-ti e ol-tre i ma-ri e com-bat-te per la grandez-za del-l-a Patria (P. lettera maiuscola!) e la difesa del suo (lettera maiuscola!) Impero fino al-la si-cura vit-to-ria..."
«Annarumi! ti vedo ti vedo che cerchi di copiare da Mattei!!!»
«No Signora Maestra. Io non copio».
«Sì sì sì. T'ho visto. Sì sì. E se cerchi di copiare ancora, ti darò voto: "insufficiente"».
«. . . . .»
«. . . . .»
«Ma se non copio più, però?...»
«Allora ti perdòno».
... «E che còmpito, per domani, Signora Maestra?» «E per domani, che còmpito?» ...«E che còmpito per domani?» «Signora Maestra, che còmpito?» «Che còmpito facciamo, per domani?»
«...Per domani: Componimento: Tema: "Scrivete un pensiero sulle rondini".
Problema: "Luigino ha tre anni. Suo fratello ha il doppio della sua età, e sua sorella un terzo, Quanti anni ha il fratello? Quanti, la sorella? E quanti mesi ha Luigino?" Esercizio: Copiare tre volte sul quaderno di bella: "Vittorio e Elena sono i nomi dei nostri Augusti Sovrani"»...
Alla sera, in cucina, con la cena pronta, secondo l'uso essa aspettava Ninnarieddu: il quale, pure quando rincasava prima della chiusura dei portoni, raramente, dopo la cena, andava a coricarsi. Assai più spesso, divorava la cena di furia, senza nemmeno mettersi a sedere, ogni tanto affacciandosi per dare un fischio ai suoi compagnucci che si spazientivano giù nel cortile. E poi le chiedeva i soldi per il cinema. E lei si accaniva a contrastarglieli; finché lui, trascorrendo arrabbiato per la stanza, proprio come un vero sfruttatore di donne, glieli portava via con la prepotenza, o con le minacce di scappare per sempre di casa. Molte sere, a questa prima lite ne seguiva una seconda perché lui reclamava istantemente la chiave di notte a doppia mandata, insieme a quella del portone di strada, mentre lei si ostinava a rifiutargliele, scrollando la testa nel dire No, e No e No perché lui ancora era troppo piccolo; e su questo punto, non cedeva, a costo di buttarsi dalla finestra. Era lui che, alla fine, frastornato dai richiami sempre più disperati dabbasso, e smaniante per conto suo di arrivare al cinema, cedeva alla fatalità. E se ne andava a precipizio, brontolando le sue proteste lungo le scale, come un gatto nottambulo cacciato a colpi di scopa.
In passato, essa rifiutava di coricarsi finché non lo vedeva tornare; e nella lunga attesa, per solito dormicchiava in cucina. Però adesso, abbrutita dalla stanchezza, non resisteva alla voglia di coricarsi: rimanendo all'erta, tuttavia, durante il sonno, finché dalla strada non la richiamava il fischio del suo fringuelluccio evaso. Allora, imbronciata essa scendeva dabbasso per aprirgli il portone, con ai piedi le sue pianelle sformate, la vestaglia di fustagno a fiorami sulla camicia da notte, e in disordine giù per le spalle i capelli corvini, striati appena di grigio, crespi e gonfi come quelli delle Etiopi. Con l'impeto di un corsiero che sfonda l'ostacolo lui entrava dal portone, ancora fremente del film. Tutto il fuoco dei suoi pensieri stava rivolto verso quelle dive di bellezza mondiale, quelle trame strabilianti. E precedendo Ida su per la scala, nell'impossibilità di adeguare il proprio ritmo alle sue lentezze variava la salita con fantasie impazienti. Un po' s'attardava a scalciare contro un gradino, un po' ne saltava tre o quattro in una volta; poi
più su si buttava lungo disteso a sbadigliare su un pianerottolo, per d'improvviso volare su per la rampa come corresse al cielo. Ma arrivava sempre all'uscio di casa con notevole vantaggio: e di là, a cavalcioni sulla ringhiera, sporgendosi un poco nella tromba e sguardando Ida che ciabattava su per le rampe, le diceva straziato: «Annàmo, mà. Dàje, sterza. Forza, sull'acceleratore!»
Alla fine, non avendo più resistenza e preoccupandosi, fra l'altro, che lui, così discinta, le riconoscesse il ventre ingrossato, essa si rassegnò a cedergli il famoso diritto delle chiavi. E quella serata per lui fu un fasto, pari all'iniziazione virile nelle tribù. Uscì di casa a volo senza salutare, coi riccetti che parevano tanti campanelli.
Anche nel progredire della gravidanza, per Ida non fu difficile nasconderla. Il suo corpo, già malfatto e sproporzionato dalla vita fin sotto il bacino, accusava poco il nuovo mutamento, il quale si manteneva in una misura scarsa. Certo la nascosta, malnutrita creaturina non poteva essere che un peso piccolo, da non richiedere molto posto.
Anche se il tesseramento ancora doveva tardare di qualche mese, già fin d'adesso molti viveri cominciavano a scarseggiare, e i prezzi aumentavano. Nino, in piena età della crescita, aveva una fame turbolenta e insaziabile; e la sua parte, senza scampo, si ricavava a spese delle porzioni di Ida e di quell'altro essere invisibile che non chiedeva nulla. Costui le si faceva già sentire, invero, a muoversi ogni tanto dentro al suo nascondiglio; ma le piccole bòtte che dava parevano d'informazione, più che di protesta: «Vi do notizia che ci sono, e mi arrangio, malgrado tutto, e sono vivo. Anzi, già m'incomincia una qualche voglia di pazziare».
Nelle case mancava il gas, e si era costretti a lunghe file per conquistare due palate scarse di carbone. Ida non poteva più sbrigarsi, come prima, a fare le spese nella mattinata; e talvolta il buio la sorprendeva ancora in giro per le vie sprofondate nell'oscuramento di guerra. Se da qualche finestra per caso trapelava un filo di luce, sùbito dalla strada si levavano imprecazioni: «Assassini! Delinquenti! Spegnete la luceee!» Dagli usci oscurati delle osterie si sentivano le radio a tutto volume, oppure cori di giovanotti che si sfogavano a cantare delle canzonette e a suonare la chitarra, come nei paesi. A certi incroci solitari Ida, coi suoi carichi di patate e di carbone, esitava sbigottita, sotto il suo antico pànico del buio. E sùbito il piccolo individuo dentro di lei le dava risposta con dei balzi vivaci che forse avevano intenzione d'incoraggiarla: «Di che hai paura? Mica sei sola. Dopotutto, sei in compagnia». Mai la incuriosiva, come alle altre madri, l'enigma se fosse maschio o femmina. Nel suo caso, perfino questa curiosità le sarebbe parsa un capriccio esoso e da vergognarsene. Le era permessa solo l'indifferenza, da farsene una specie di scaramanzia verso il destino.
Con la stagione tiepida, che la costrinse a deporre il cappottino di lana, cercò di comprimersi più stretta dentro il busto. D'abitudine, usava lasciarlo piuttosto allentato per alleviarne il tormento, anche se il suo decoro di maestra l'aveva sempre obbligata a portarlo. In questi ultimi mesi, le sue gambe e le sue braccia s'erano smagrite come quelle delle vecchie, aveva le guance infiammate ma emaciate, pur nella loro forma tonda; e in classe, quando scriveva sulla lavagna, certe lettere le venivano a sgbimbescio. L'estate fu precoce e afosa, la sua carne era tutta in sudore giorno e notte. Ma si arrivò alla chiusura delle lezioni senza che nessuno si fosse accorto di niente.
Verso la fine di giugno, la Germania attaccò l'Unione Sovietica. Sul principio di luglio, i funzionari tedeschi furono incaricati di organizzare l'evacuazione totale degli Ebrei da tutti i paesi occupati (che oramai comprendevano quasi l'intera Europa) in vista della "soluzione finale".
Le piccole bottegaie del ghetto, frequentate da Iduzza di passaggio, s'erano fatte più taciturne e reticenti, e proseguivano nei loro affarucci quotidiani, come se gli avvenimenti europei non le riguardassero: A intervalli capitava sempre d'incontrare Vilma, avvilita perché, di giorno in giorno, la raccolta degli avanzi si rendeva più difficile, e inoltre ogni volta aumentava, fra i suoi gatti dei ruderi, il numero degli assenti all'appello. Essa li conosceva uno per uno, e se ne informava in giro con una misera voce sconsolata: «Non s'è più visto lo Zoppetto? E Casanova? E quello senza un occhio? E Fiorello? E quello roscetto, con le croste? E quella bianca, incinta, che una volta stava dal fornaio?!» Gli interrogati le ridevano in faccia; ma tuttavia la si sentiva chiamare, inguaribilmente, di fra i ruderi del Teatro di Marcello:
«Casanoovaa!!! Baffetti!! Boomboloo!»
Da parte delle sue informatrici private, la "Signora" e la "Monaca", Vilma aveva sempre qualche rivelazione nuova, che riferiva coi suoi gesticolii da folle, a voce bassa. Raccontava, per esempio, che in tutta l'Europa vinta, attualmente le case, dove ancora si sospettava la presenza di qualche ebreo nascosto, venivano murate, alle finestre e alle porte, e quindi polverizzate con certi gas speciali detti "cicloni". E che per le campagne e foreste della Polonia da tutti gli alberi pendevano impiccati uomini donne e bambini, fino alle creature più piccole: non solo ebrei, ma zingari, e comunisti, e "polonesi", e
"combattenti"... I loro corpi cadevano a pezzi, contesi dalle volpi e dai lupi.
E in tutte le stazioni dove passavano i treni, si vedevano lavorare sulle rotaie degli scheletri, che "avevano solo gli occhi"... Simili resoconti, al solito, venivano accolti come prodotti fantastici della mente di Vilma; e tali, del resto, erano, in parte, sebbene, anche qui, in séguito, le risultanze storiche dovessero oltrepassarli di molto, al confronto. Difatti, nessuna immaginazione viva potrebbe, coi propri mezzi, raffigurarsi i mostri aberranti e complicati prodotti dal suo contrario: ossia dalla mancanza totale d'immaginazione, che è propria di certi meccanismi mortuari.
Non solo le strane notizie della "Signora" e della "Monaca", ma anche le notizie, più o meno ufficiose, della radio-carcere, seguitavano a cadere, là nel Ghetto, in una sorta di passività ostinata. Nessuno ancora, del resto, né dentro il Ghetto né altrove, aveva imparato il significato vero di certi termini d'ufficio, quali: "evacuazione, internamento, trattamento speciale, soluzione finale", e simili. L'organizzazione burocratico-tecnologica del mondo stava ancora a una fase primitiva: non aveva, cioè, contaminato ancora, senza rimedio, la coscienza popolare. I più vivevano ancora, in certo modo, nella preistoria. E così dunque non deve stupire troppo la semplice ignoranza di certe infime donnette ebree.
Solo una di loro, un giorno, la Signora Sonnino, la quale teneva un banchetto di mercerie vicino al Caffè e del ponte udendo di là dentro la voce del Führer che smaniava alla radio, osservò soprapensiero:
«Quelli vonno fa' un ordine arimmètico: addizzioni, sottrazzioni, mortripiche, pe' pareggià tutti li nummeri a lo zero!!!»
E così meditando scrollava la testolina, sottile e intenta come quella di una lucertola, però senza smettere di contare i bottoni che vendeva a Ida: come se questa conta la riguardasse, a lei, più da vicino di quell'altra.
Ormai, tutta la gente in generale, ariani e giudii, poveri e ricchi, dava per certa la vittoria dei Nazifascisti: specie dopo i loro progressi recenti in
Russia e in Africa.
Ma dentro il cervello di Iduzza, adesso, tutti i discorsi ascoltati facevano un rumore ottuso, come lettere di stampa messe davanti a un analfabeta. A casa la sera, nella luce da cappelletta delle lampadine oscurate, il fascista Ninnarieddu cantava con la sua voce ancora scordata di tenorino:
«Colonnello non voglio pane voglio piombo per il moschetto!!»... ma ogni tanto variava:
«Colonnello non voglio pane voglio il Moka con la bistecca!»
a gran voce e a finestre aperte, apposta per fare il bravo e lo strafottente che sfida le spie della questura. Ida però non aveva più volontà di alzarsi a chiudere le finestre, come usava in precedenza. Oramai, lasciava fare. Ogni tanto, la notte, per la città risuonavano le sirene dell'allarme aereo; ma la gente a San Lorenzo se ne curava poco, persuasa che Roma non verrebbe mai colpita, per la protezione del Papa il quale difatti veniva soprannominato "la contraerea dell'Urbe". Le prime volte, Ida in orgasmo aveva tentato di svegliare Nino; però lui si rintrufolava nel lettuccio, borbottando: «Chi è?... chi è!? io dormo!» e una notte mezzo in sogno mormorò qualcosa su un'orchestrina col sassofono e la batteria.
Il giorno dopo s'informò se c'era stato l'allarme, protestando che Ida gli aveva sgonfiato il sogno. E le disse, definitivamente, di non disturbarlo più, quando suonava la sirena:
«Tanto, che ce fa, a noi la sirena?! A' mà, non lo vedi che qua non succede mai niente? Bombe inglesi, sì! Bombecarta!!»
In seguito, anche lei rinunciò a levarsi al suono degli allarmi, smuovendosi appena, maldesta, sotto le lenzuola sudate, fra l'urlo delle sirene e gli spari delle contraeree in lontananza.
Una notte, poco prima di un allarme, sognò che cercava un ospedale per partorire. Ma tutti la respingevano, come ebrea, dicendole che doveva andare all'ospedale ebraico, e indicandole un edificio bianchissimo di cemento, tutto murato, senza finestre né porte. Di lì a poco, lei si ritrovava nell'interno dell'edificio. Era una fabbrica immensa, illuminata da fasci di proiettori accecanti; e intorno a lei non c'era nessuno, solo delle macchine gigantesche, complicate e dentate, che ruotavano con terribile fragore. Quand'ecco, si viene a scoprire che questo fragore sono le girandole di Capodanno. Ci troviamo su una spiaggia di mare, assieme a lei ci sono tanti ragazzettini, e fra costoro c'è perfino Alfio, lui pure piccolo. Tutti, con le loro vocine, protestano perché di qua, dal basso, non si possono vedere le luminarie: bisognerebbe disporre di un'altura, di un balcone! E' già mezzanotte, e siamo delusi... ma d'un tratto la marina davanti a noi s'illumina meravigliosamente di grandi, innumerevoli grappoli di luce, verdi e arancione e rosso granato sul turchino dell'acqua di notte. E i ragazzini contenti dicono: «Qua noi vediamo meglio che da sopra, perché nel mare ci si specchia tutta la città intera, fino ai grattacieli e alle punte delle montagne».
Da ultimo quasi ogni giorno, col pretesto di qualche piccola merce da acquistare, ma in realtà senza una motivazione precisa, Ida all'uscita di scuola si avviava al quartiere ebreo. Si sentiva attirata là da un richiamo di dolcezza, quasi come l'odore di una stalla per un vitello, o quello di un suk per un'araba; e insieme da un impulso di necessità ossessiva, come di un pianeta gravitante intorno a una stella. Dal Testaccio, dov'era la sua scuola, in pochi minuti arrivava al piccolo villaggio dietro la Sinagoga; ma anche dopo l'inizio delle vacanze estive, nonostante la lunga strada da San Lorenzo, ogni tanto seguiva il solito richiamo. E fu così che un pomeriggio, nel cuore dell'estate, capitò laggiù in un magazzino di alimentari poche ore dopo che la mercantessa, in una cameretta contigua al retrobottega, s'era sgravata d'una creatura.
Ancora, per il magazzino, si aggirava la levatrice, una ebrea napoletana. La quale - nei sopraccigli folti, nel naso robusto e arcuato, nei grossi piedi e nella grandezza del passo; e perfino nel modo di portare il suo berrettuccio bianco di cotone sui capelli grigi e riccioluti - ricordava una stampa del profeta Ezechiele.
Ida si fece coraggio; e appartàtasi per un momento con questa donna, le chiese il suo recapito in un filo di voce, pretendendo di chiederlo per conto di una parente che presto forse ne avrebbe avuto bisogno. Così parlando, era tutta arrossita in faccia, come si accusasse di un'indecenza. Ma Ezechiele, siccome Iduzza le era del tutto sconosciuta, accolse la sua richiesta come una cosa lecita e naturale. Anzi le fece i complimenti per la parente. E prontamente le dette un cartoncino stampato, col proprio nome indirizzo e telefono. Si chiamava lei pure Ida; di cognome, Di Capua. Abitava nei pressi della Basilica di San
Giovanni.
Col maturare dell'estate, fra i tanti problemi, che ormai la assediavano con la loro imminenza, il più grave, per lei, era Nino, che ancora non sospettava di nulla. Quasi atterrita, essa vedeva approssimarsi il giorno che avrebbe dovuto necessariamente giustificarsi a lui; né sapeva in che modo. Vagamente, pensava di andare sola a partorire in qualche altra città, per fingere, tornando con la creatura, che questa le fosse affidata da qualche parente scomparsa... Ma Nino sapeva benissimo che lei non aveva nessuna parente: né, tanto meno, una parente così stretta da accettarne, di questi tempi, il peso di una creatura! Nino non era un tipo da lasciarsi imbrogliare da certe balle. E per Ida, anche qui non c'era altro riparo che indietreggiare di fronte all'impossibile, lasciando agire il destino.