mercoledì 12 ottobre 2022

IL CERCHIO Dave Eggers


IL CERCHIO

Dave Eggers

Recensione 

La domanda è se non siamo tutti come  Mae che si trova ad essere parte di un programma che la costringe ad essere assolutamente «trasparente», indossando una videocamera in grado di riprendere costantemente la sua vita. Gli slogan del Cerchio sono  I SEGRETI SONO BUGIE, CONDIVIDERE È AVER CURA, LA PRIVACY È UN FURTO.  I politici sono poco affidabili? Si dovranno dotare di una videocamera che mostri a tutti la loro vita in qualsiasi circostanza, sia privata che pubblica.

"Come ben sappiamo tutti noi qui al Cerchio, la trasparenza porta alla tranquillità. Io non devo più chiedermi: “Come sta mia mamma?”. Non devo più chiedermi: “Cosa sta succedendo in Myanmar?”. Di questo modello stiamo fabbricando un milione di pezzi, e la mia previsione è che entro un anno avremo un milione di live stream accessibili. In cinque anni, cinquanta milioni. In dieci anni, due miliardi di videocamere. Saranno pochissime le aree popolate alle quali non potremo accedere dagli schermi che abbiamo tra le mani.». Il pubblico tornò a rumoreggiare. Qualcuno, dalla sala, gridò: «Lo vogliamo subito!».”

Il libro

“Mio Dio, questo è un paradiso” pensa Mae Holland un assolato lunedì di giugno quando fa il suo ingresso al Cerchio. Mai avrebbe pensato di lavorare in un posto simile: la più influente azienda al mondo nella gestione di informazioni web, un asteroide lanciato nel futuro e pronto a imbarcare migliaia di giovani menti. Mae adora tutto del Cerchio: gli open space avveniristici, le palestre e le piscine distribuite ai piani, la zona riposo con i materassi per chi si trovasse a passare la notte al lavoro, i tavoli da ping pong per scaricare la tensione, le feste organizzate, perfino l’acquario con rarissimi pesci tropicali. Pur di far parte della comunità di eletti del Cerchio, Mae non esita ad acconsentire alla richiesta di rinunciare alla propria privacy per un regime di trasparenza assoluta. “Se non sei trasparente, cos’hai da nascondere?” è uno dei motti aziendali. Cioè, condividere sul web qualsiasi esperienza personale, trasmettere in streaming la propria vita.Nessun problema per Mae, tanto la vita fuori dal Cerchio non è che un miraggio sfocato e privo di fascino. Perlomeno fino a quando un ex collega non la fa riflettere: il progetto di usare i social network per creare un mondo più sano e più sicuro è davvero privo di conseguenze o rende gli esseri umani più esposti e fragili, alla fine più manipolabili? Se crolla la barriera tra pubblico e privato, non crolla forse anche la barriera che ci protegge dai totalitarismi?Presto quella che sembrava la storia delle idealistiche ambizioni di una donna diventa una storia di suspense, un’indagine a tutto campo sulle questioni della memoria, della privacy, della democrazia e dei limiti (valicabili o meno) posti alla conoscenza umana.

L’autore

     Dave Eggers, (Boston, 1970), autore dell’Opera struggente di un formidabile genio (Strade blu Mondadori 2001, Piccola Biblioteca Oscar 2002), è l’editore della leggendaria rivista “McSweeney’s”. Vive a San Francisco dove ha fondato “826 Valencia”, scuola di scrittura creativa per bambini. Per Mondadori sono usciti Conoscerete la nostra velocità (2003), La fame che abbiamo (2005), Erano solo ragazzi in cammino. Autobiografia di Valentino Achak Deng (2008), Le creature selvagge (2009), Zeitoun (2010), Ologramma per il re (2013).

 IL CERCHIO 

“Mio Dio” pensò Mae. “Questo è un paradiso.”

Il campus era vasto e sviluppato irregolarmente, smagliante dei colori del Pacifico, eppure ogni minimo dettaglio era stato pensato con accuratezza, plasmato dalle mani più abili. Su un terreno che un tempo era stato un cantiere navale, poi un drive-in, poi un mercato delle pulci, infine una dimostrazione del degrado ambientale, ora c’erano verdi e dolci collinette e una fontana di Calatrava. E un’area per picnic, con tavoli disposti in cerchi concentrici. E campi da tennis, in terra rossa e in erba. E un campo di pallavolo, dove zampettavano i bambini piccoli del centro di assistenza dell’azienda, strillando e zigzagando come rivoletti d’acqua. In mezzo a tutto questo c’erano anche gli uffici, i centosessanta ettari di vetro e acciaio opacizzato del quartier generale della più influente società del mondo. Il cielo che li sovrastava era di un azzurro terso.

Mae attraversava tutti questi luoghi mentre si recava dal parcheggio all’ingresso principale, cercando di assumere l’espressione di chi si sente a casa sua. Il vialetto serpeggiava tra alberi di arance e limoni, e al posto dei pacifici ciottoli rossi c’erano, ogni tanto, mattonelle con accorati appelli all’ispirazione. “Sogna” diceva uno, con la parola incisa dal laser nella pietra rossa. “Partecipa” diceva un altro. Ce n’erano a dozzine: “Socializza”, “Innova”, “Immagina”. Per poco non calpestò la mano di un giovanotto con una tuta grigia; stava installando un’altra mattonella che diceva: “Respira”.

Quell’assolato lunedì di giugno Mae si fermò davanti all’ingresso principale, sotto il logo impresso nella vetrata. Anche se la società aveva meno di sei anni di vita, il nome e il logo – un cerchio intorno a un reticolo di maglia con una “c” minuscola al centro – erano già tra i più conosciuti al mondo. In questo, il campus principale, c’erano oltre diecimila dipendenti, ma il Cerchio aveva uffici in tutto il globo, e ogni settimana assumeva centinaia di menti giovani e dotate. Per quattro anni di seguito erano stati tutti concordi nel proclamarla la società più ammirata del pianeta.

Mae non avrebbe mai pensato di poter lavorare in un posto simile se non fosse stato per Annie. Annie aveva due anni più di lei, ed erano state compagne di stanza per tre semestri al college, in un brutto edificio reso abitabile dal loro straordinario legame, un po’ come quello tra due amiche, un po’ come due sorelle o due cugine che avrebbero voluto essere sorelle e non avere mai un motivo per separarsi. Nel loro primo mese di vita insieme Mae, una sera, si era fratturata la mandibola a causa di uno svenimento dovuto a un’influenza e all’insufficiente nutrizione, durante gli esami finali. Annie le aveva raccomandato di stare a letto, ma Mae era andata a procurarsi un po’ di caffeina al 7-Eleven e si era risvegliata sul marciapiede, sotto un albero. Annie l’aveva portata all’ospedale e aveva atteso che le immobilizzassero la mascella fratturata con fili metallici, e poi era rimasta con Mae, dormendo accanto a lei, su una sedia di legno, per tutta la notte; e dopo, a casa, per parecchi giorni l’aveva alimentata con una cannuccia. Si era mostrata capace di un impegno e di una competenza quali Mae non aveva mai visto in una persona della sua età, e da allora Mae aveva sentito per lei un attaccamento che non avrebbe mai pensato di poter mostrare a qualcuno.

Mentre Mae era ancora al Carleton, a girovagare tra le specializzazioni, dalla Storia dell’arte al Marketing e alla Psicologia – fino a laurearsi in quest’ultima materia, ma senza proporsi di fare altri passi avanti –, Annie aveva ottenuto un master in Direzione aziendale alla Stanford ed era stata contattata da tutti, ma in particolare dal Cerchio, dov’era approdata pochi giorni dopo la laurea. Ora aveva un titolo altisonante – “direttore del dipartimento che dovrebbe assicurarci un futuro” diceva scherzando – e aveva esortato Mae a fare domanda per un posto di lavoro. Mae aveva accettato la proposta e, anche se Annie le giurava di non aver usato la propria influenza, era sicura che l’avesse fatto, e si sentiva obbligata oltremisura. Un milione di persone, un miliardo, avrebbero voluto essere al suo posto in quel momento, mentre metteva piede in quell’atrio, alto una decina di metri e screziato dalla luce della California, nel suo primo giorno di lavoro per l’unica società che contasse davvero qualcosa.

Spinse la pesante porta a vetri. L’atrio era lungo come una piazza d’armi e si slanciava in altezza come una cattedrale. Sopra c’erano uffici dappertutto, quattro piani di uffici da ogni lato, con pareti di vetro. Dopo un attimo di stordimento Mae abbassò lo sguardo, e nel pavimento lucido e immacolato vide rispecchiarsi il proprio viso con un’espressione preoccupata. Atteggiò la bocca a un sorriso, avvertendo una presenza alle sue spalle.

«Tu devi essere Mae.»

Mae si voltò e vide una testa giovane e bella galleggiare sopra una sciarpa scarlatta e una camicetta di seta bianca.

«Io sono Renata» disse la ragazza.

«Salve, Renata. Cercavo…»

«Annie. Lo so. Sta arrivando.» Dall’orecchio di Renata venne un suono, una gocciolina digitale. «Veramente…» Renata stava guardando Mae, ma vedeva qualcos’altro. “Interfaccia retinica” pensò Mae. “Un’altra innovazione nata qui.”

«È nel Vecchio West» disse Renata, rimettendo a fuoco Mae, «ma presto sarà qui.»

Mae sorrise. «Speriamo che abbia preso un po’ di gallette e un buon cavallo.»

Renata ricambiò educatamente il sorriso, ma non rise. Mae sapeva che la società usava dare a ogni parte del campus il nome di un’epoca storica; era un modo per rendere meno impersonale, meno aziendale, un posto enorme come quello. Meglio del Fabbricato 3B-Est dove Mae aveva lavorato precedentemente. L’ultimo giorno che aveva passato nell’azienda dell’acqua e del gas della sua città natale risaliva ad appena tre settimane prima – erano rimasti a bocca aperta quando aveva dato il preavviso – ma già le sembrava impossibile avere sprecato una parte così grande della sua vita in quel posto. Che liberazione, pensò, da quel gulag e da tutto ciò che rappresentava.

Renata continuava a ricevere segnali all’auricolare. «Oh, un momento» disse, «adesso sta dicendo che è ancora impegnata laggiù.» Guardò Mae con un sorriso raggiante. «Perché non andiamo al tuo desk? Dice che ti vedrà là tra un’ora circa.»

Mae ebbe un brivido di piacere a queste parole, “al tuo desk”, e pensò subito a suo padre. Suo padre era fiero di lei. “Così fiero” aveva detto alla sua casella vocale; doveva aver lasciato il messaggio alle quattro del mattino. Mae lo aveva ricevuto quando si era svegliata. “Fierissimo” aveva detto, con la gola stretta dalla commozione. Mae aveva terminato gli studi da due anni ed ecco dov’era ora, assunta e ben retribuita dal Cerchio, con tanto di assistenza sanitaria e appartamento in città, non più a carico dei genitori, che avevano tante altre cose di cui preoccuparsi.

Mae seguì Renata fuori dall’atrio. Sul prato, tra quelle chiazze di luce, una giovane coppia sedeva su una collinetta artificiale maneggiando un tablet luminoso e parlando con grande vivacità.

«Tu sarai nel Rinascimento, laggiù» disse Renata indicando, oltre il prato, un palazzo di vetro e rame ossidato. «È lì che stanno tutti quelli della Customer Experience. Hai già visitato la nostra sede?»

Mae annuì. «Sì. Qualche volta, ma non questo edificio.»

«Allora hai visto la piscina, l’area degli sport.» Renata agitò la mano verso un parallelogramma blu e una palazzina tutta spigoli, la palestra, che sorgeva dietro la piscina. «Là c’è la sala dello yoga, il crossfit, Pilates, massaggi, spinning. Ho sentito che fai dello spinning. Poi ci sono i campi di bocce, e il nuovo impianto per il tetherball. La mensa è subito dietro, oltre il prato…» Renata indicò la verde distesa ondulata e lussureggiante, con un pugno di giovani in abiti da ufficio spaparanzati qua e là come bagnanti che prendessero il sole. «Ed eccoci qua.»

Erano davanti al Rinascimento, un altro palazzo con l’atrio di una dozzina di metri e un mobile di Calder che girava lentamente sopra la loro testa.

«Oh, io adoro Calder» disse Mae.

Renata sorrise. «Lo so.» Alzarono gli occhi alla scultura mobile, insieme. «Questo era appeso nel parlamento francese. O qualcosa di simile.»

Il vento che le aveva seguite nell’interno fece roteare il mobile in modo tale che un braccio puntò verso Mae, come per darle personalmente il benvenuto. Renata la prese per il gomito. «Pronta? Da questa parte.»

Entrarono in un ascensore di vetro, tinto di un pallido arancione. Le luci si accesero e Mae vide il suo nome apparire sulle pareti, insieme alla foto dell’annuario del liceo. BENVENUTA MAE HOLLAND. Un suono, qualcosa di simile a un rantolo, le uscì dalla gola. Non vedeva quella foto da anni, e si era rallegrata della sua assenza. Doveva essere opera di Annie, tornare alla carica con quella foto. Era indubbiamente il suo ritratto: la bocca larga, le labbra sottili, la carnagione olivastra, i capelli neri; ma in questa foto, più che nella vita, gli zigomi alti le conferivano un’aria severa e gli occhi castani non erano sorridenti, ma solo piccoli e freddi, pronti alla guerra. Dal giorno della foto – allora aveva diciotto anni ed era una ragazza arrabbiata e insicura – Mae aveva messo su qualche chilo di cui aveva proprio bisogno, il suo viso si era addolcito ed erano apparse anche delle curve, curve che attiravano l’attenzione di uomini di una miriade di età e per una miriade di motivi. Mae aveva cercato, da quando andava al liceo, di essere più aperta, più disponibile, e vederlo lì, questo documento di un’epoca remota in cui aveva del mondo l’idea più negativa, la innervosì. Proprio quando non ne poteva più, la foto scomparve.

«Sì, è tutta questione di sensori» disse Renata. «L’ascensore legge la tua carta d’identità e ti saluta. La foto ce l’ha fornita Annie. Dovete essere grandi amiche se ha foto di quando andavate a scuola. Comunque, spero che non ti secchi. Lo facciamo per i visitatori, per lo più. Di solito rimangono colpiti.»

Mentre l’ascensore saliva, su tutte le pareti apparvero le attività in programma per la giornata, con le immagini e il testo che passavano da un pannello a quello successivo. Per ogni annuncio c’erano video, foto, animazioni, musica. A mezzogiorno una proiezione di Koyaanisqatsi, all’una la dimostrazione di un automassaggio, alle tre una seduta di core-strengthening. Un membro del Congresso che Mae non aveva mai sentito nominare, grigio di capelli ma ancora giovane, avrebbe tenuto una conferenza alle sei e trenta. Sulla porta dell’ascensore stava parlando da un podio, da qualche parte, con bandiere ondeggianti alle sue spalle, le maniche della camicia rimboccate e le mani strette in pugni che sembravano convinti.

Le porte si aprirono, tagliando in due il parlamentare.

«Eccoci qua» disse Renata, uscendo sulla griglia di una stretta passerella d’acciaio. Mae guardò giù e si sentì rovesciare lo stomaco. Si vedeva tutto fino al pianterreno, quattro piani sotto di lei.

Mae tentò l’approccio frivolo: «Immagino che non mettiate quassù chi soffre di vertigini».

Renata si fermò e si voltò dalla sua parte con un’espressione molto preoccupata. «Certo che no. Ma il tuo profilo diceva…»

«No, no» disse Mae. «Va benissimo.»

«Sul serio. Ti possiamo mettere più in basso, se…»

«No, no. Davvero. È perfetto. Scusa. Scherzavo.»

Renata era visibilmente scossa. «Okay. Fammi sapere se c’è qualcosa che non va.»

«Sì.»

«Sì? Perché Annie vorrà esserne sicura.»

«Sì. Lo prometto» disse Mae, e sorrise a Renata, che si ricompose e proseguì.

La passerella era collegata al piano, vasto, con molte finestre e diviso in due da un lungo corridoio. Da entrambi i lati gli uffici erano separati dal corridoio da una parete di vetro che si estendeva dal pavimento al soffitto, con gli occupanti visibili dall’esterno. Ognuno di loro aveva decorato il proprio spazio minuziosamente, ma con gusto: un ufficio pieno di accessori da velista, che per la maggior parte sembravano volare, appesi com’erano alle travi a vista; un altro adorno di bonsai. Passarono davanti a una piccola cucina, con gli armadietti e gli scaffali tutti di vetro e i coltelli calamitati, attaccati al frigo in un reticolo ordinato, e ogni cosa illuminata da un grande lampadario di vetro soffiato splendente di bulbi variopinti, con i bracci tesi arancioni, pesca e rosa.

«Okay, eccoti arrivata.»

Si fermarono davanti a un cubicolo grigio, piccolo e foderato di un tessuto che sembrava lino sintetico. Mae ebbe un tuffo al cuore. Era quasi identico al cubicolo in cui aveva lavorato negli ultimi diciotto mesi. Era la prima cosa vista al Cerchio che non fosse stata ripensata, la prima che avesse qualche somiglianza col passato. Il tessuto che foderava le pareti del cubicolo era – non poteva crederci, non sembrava possibile – tela ruvida, da sacchi.

Mae sapeva che Renata la stava guardando, e sapeva che il proprio viso tradiva qualcosa di simile all’orrore. “Sorridi” pensò. “Sorridi.”

«Ti va bene?» disse Renata, con gli occhi che guizzavano su ogni punto del viso di Mae.

Mae costrinse la propria bocca a mostrare una certa soddisfazione. «Bello. Mi sembra che vada bene.»

Non era quello che si aspettava.

«Okay, allora. Ti lascio qui a familiarizzare col posto di lavoro, e presto arriveranno Denise e Josiah per orientarti e darti una mano a sistemarti.»

Mae torse nuovamente la bocca in un sorriso, e Renata girò sui tacchi e se ne andò. Mae si sedette, notando che lo schienale era mezzo rotto e che la poltrona non si muoveva, dato che le ruote sembravano bloccate, tutte. Sulla scrivania era stato collocato un computer, ma era un vecchio modello che lei non aveva visto in nessun altro ufficio del palazzo. Confusa, cominciò a sentire il proprio umore sprofondare nello stesso abisso in cui aveva passato gli ultimi anni.

C’era davvero qualcuno che lavorava ancora in un’azienda di servizio pubblico? Come aveva fatto Mae a finire proprio là? Come aveva potuto sopportarlo? Quando le chiedevano dove lavorava, era più propensa a mentire e a rispondere che era disoccupata. Sarebbe stato meglio se questo non fosse successo nella sua città natale?

Dopo cinque o sei anni passati a odiare la sua città, a maledire i suoi genitori per essersi trasferiti lì e averla costretta ad abitarvi e ad accettarne i limiti e la scarsità di tutto – diversivi, ristoranti, menti illuminate –, negli ultimi tempi Mae aveva cominciato a ricordare Longfield con qualcosa di simile alla tenerezza. Era una piccolissima città tra Fresno e Tranquillity, registrata e battezzata da un agricoltore senza fantasia nel 1866. Centocinquant’anni dopo, la sua popolazione era arrivata a contare meno di duemila anime, che per la maggior parte lavoravano a Fresno, a una trentina di chilometri. Longfield era un posto dove la vita non era molto cara, e i genitori delle amiche di Mae erano guardie giurate, insegnanti, camionisti a cui piaceva andare a caccia. Dopo il diploma di scuola secondaria, che avevano preso in ottantuno, lei era stata una dei dodici che avevano scelto di continuare gli studi per i quattro anni di un college, e l’unica a spingersi a est del Colorado. Che fosse andata così lontano, indebitandosi fino al collo, solo per tornare indietro e fare l’impiegata nell’azienda di servizio pubblico cittadina, fu un grande dolore per lei e per i suoi genitori, anche se loro dicevano a tutti che aveva fatto la cosa giusta, cogliendo l’occasione di un posto sicuro e cominciando a pagare a poco a poco i debiti fatti per gli studi.

La sede dell’azienda, il Fabbricato 3B-Est, era un triste blocco di cemento con fessure verticali al posto delle finestre. Dentro, quasi tutti gli uffici avevano muri di calcestruzzo e ogni cosa era dipinta di un verde nauseante. Era come lavorare nello spogliatoio di una palestra. Mae era la più giovane di tutto il personale, con una differenza d’età di una decina d’anni o giù di lì, e anche gli impiegati che erano fra i trenta e i quarant’anni sembravano appartenere a un altro secolo. Sgranavano gli occhi davanti alla bravura con cui lei usava il computer, dovuta a nozioni elementari e comuni a tutti i suoi conoscenti. Ma i colleghi dell’azienda elettrica e del gas erano stupefatti. La battezzarono “Folgore nera”, con una moscia allusione ai suoi capelli, e le dissero che da loro l’aspettava “un brillantissimo avvenire”, se avesse giocato bene le sue carte. In quattro o cinque anni, le spiegarono, poteva diventare direttore delle Tecnologie informatiche per l’intera sottostazione! La sua esasperazione superò ogni limite. Mae non era andata all’università, spendendo 234.000 dollari d’istruzione nelle arti liberali, per un lavoro come quello. Ma era pur sempre un lavoro, e lei aveva bisogno di soldi. Il prestito studentesco era vorace ed esigeva rimborsi mensili, così accettò il posto e la busta paga, e tenne gli occhi aperti sperando di scoprire pascoli più verdi.

Il suo immediato supervisore era un certo Kevin, che apparentemente fungeva da responsabile della tecnologia aziendale, ma che, per una strana piega delle cose, non sapeva un accidente di tecnologia. S’intendeva di cavi, di splitter; avrebbe dovuto fare il radioamatore nel proprio scantinato, non il supervisore di Mae. Tutti i giorni, tutti i mesi, portava la stessa camicia con le maniche corte e il colletto abbottonato, le stesse cravatte color ruggine. Era un’offesa vivente ai cinque sensi, col fiato che sapeva di prosciutto e i baffi folti e irregolari, come due zampette che sbucassero, a sudovest e sudest, dalle sue narici sempre dilatate.

Tutto questo, i suoi tanti oltraggi, sarebbe andato bene se non fosse stato per il fatto che credeva veramente che a Mae importasse. Credeva che a Mae, laureata a Carleton, sognatrice di sogni rari e dorati, importasse qualcosa di questo lavoro nell’azienda elettrica e del gas. Che si sarebbe preoccupata se un dato giorno Kevin avesse trovato il suo rendimento sotto la media. Era questo che la faceva inviperire.

I momenti in cui la invitava a entrare, quando chiudeva la porta del suo ufficio e si sedeva sull’angolo della scrivania, erano strazianti. “Sai perché sei qui?” chiedeva, come un agente della stradale che l’avesse fatta accostare al marciapiede. Altre volte, quando era soddisfatto del lavoro compiuto quel giorno da Mae, Kevin faceva qualcosa di peggio: la “elogiava”. Diceva che Mae era la sua “protetta”. Amava quella parola. La presentava ai visitatori così: “Questa è la mia protetta, Mae. È piuttosto sveglia, di solito”; e a questo punto le strizzava l’occhio come se lui fosse il comandante di una nave e lei il primo ufficiale, entrambi reduci da molte sguaiate avventure ed eternamente legati da un rapporto di reciproca devozione. “Se non si fa lo sgambetto da sola, qui l’aspetta un brillante avvenire.”

Lei non resisteva più. Ogni giorno di quel lavoro, i diciotto mesi che passò come impiegata in quell’azienda, si era chiesta se poteva davvero chiedere un favore a Annie. Non era mai stata il tipo da fare una cosa simile, implorare di essere salvata, tirata su di morale. Era una specie di bisogno, di sfacciataggine – “fare la pittima”, lo chiamava suo padre – che in lei non aveva mai attecchito. I suoi genitori erano persone tranquille che non volevano essere di peso a nessuno, gente fiera e silenziosa che non voleva avere debiti con nessuno.

E Mae era come loro, ma quel lavoro la trasformò in un’altra, una persona che avrebbe fatto qualunque cosa per andarsene. Era stufa di tutto. Il calcestruzzo verde. Un vero refrigeratore d’acqua. Vere schede perforate. Veri “certificati di merito” quando qualcuno aveva fatto qualcosa di speciale. E l’orario! Dalle nove alle cinque, veramente! Tutte cose che sembravano appartenere a un’altra epoca, un’epoca giustamente dimenticata, e che le facevano pensare che non soltanto lei stava sprecando la sua vita, ma che l’intera azienda stesse sprecando la vita, sprecando potenziale umano e frenando la rotazione del globo. Il cubicolo in quel posto, il suo cubicolo, era il distillato di tutto questo. I muretti che la circondavano, destinati a facilitare la totale concentrazione sul lavoro quotidiano, erano tappezzati di tela grezza, come se ogni altro tessuto potesse distrarla, alludere a modi più esotici di trascorrere i suoi giorni. E così aveva passato diciotto mesi in un ufficio dove si credeva che, di tutti i materiali che offrivano l’uomo e la natura, l’unico che il personale avrebbe dovuto vedere, ogni giorno e per tutto il giorno, era la tela di sacco. Una tela di sacco che sembrava sporca, meno raffinata della solita tela grezza. Una tela spessa, una tela da poveracci, una tela poco costosa. Oddio, pensò, quando aveva lasciato quel posto aveva giurato di non vedere, non toccare e non riconoscere più l’esistenza di quel materiale. E non si aspettava di rivederlo. Con quale frequenza, all’infuori dell’Ottocento, all’infuori di un emporio dell’Ottocento, s’incontra la tela da sacchi? Mae credeva che non le sarebbe mai più capitato, e invece eccola qui, tutt’intorno a lei in questo stambugio al Cerchio, e guardandola, sentendone l’odore stantio, i suoi occhi si riempirono di lacrime. «Tela di sacco del cazzo» mormorò.

Alle sue spalle udì un sospiro, poi una voce: «Comincio a pensare che non sia stata un’idea così geniale».

Mae si voltò e vide Annie con i pugni sui fianchi, nella posa di una bambina imbronciata. «Tela di sacco del cazzo» disse Annie, imitando il suo broncio e scoppiando in una risata. Quando ebbe finito di ridere, riuscì a dire: «Incredibile. Grazie tante per questo, Mae. Sapevo che l’avresti odiata, ma volevo vedere fino a che punto. Scusa se ti ho fatto quasi piangere. Gesù».

In quel momento Mae guardò Renata, che aveva alzato le mani in segno di resa. «Non è stata un’idea mia!» disse. «È stata Annie a spingermi! Non prendertela con me!»

Annie si lasciò sfuggire un sospiro di soddisfazione. «Veramente ho dovuto comprare quel cubicolo da Walmart. E il computer! Ci ho messo una vita a trovarlo online. Credevo che potessimo tirar fuori questa roba dallo scantinato o non so dove, ma onestamente non c’era nulla di abbastanza vecchio e brutto in tutto il campus. Oddio, dovevi vedere la tua faccia.»

Il cuore di Mae batteva come un tamburo. «Sei sempre così morbosa.»

Annie si finse confusa. «Io? Io non sono morbosa. Sono fichissima.»

«Non posso credere che tu abbia fatto tanti sforzi per scombussolarmi.»

«Be’, sì. È così che sono arrivata dove sono adesso. Si tratta solo di programmare e poi di seguire gli sviluppi.» Le strizzò l’occhio come un piazzista e Mae non poté fare a meno di ridere. Era proprio matta, Annie. «Andiamo, adesso. Ti faccio fare tutto il giro.»

Mentre la seguiva, Mae fu costretta a ricordare a se stessa che Annie non era sempre stata senior executive in una società come il Cerchio. C’era stato un momento, solo quattro anni prima, in cui era stata una studentessa universitaria che portava pantalonacci di flanella da uomo in classe, a cena, agli appuntamenti occasionali. Annie era quella che uno dei suoi amici, e ce n’erano molti, sempre monogami, sempre perbene, definiva “un’imbranata”. Ma se lo poteva permettere. Nuotava nell’oro, aveva generazioni di ricchi sfondati alle spalle ed era molto carina, con lunghe ciglia e le fossette, e capelli così biondi che potevano solo essere veri. Era per tutti una ragazza effervescente, e pareva incapace di lasciarsi infastidire per più di qualche istante. Ma era anche un’imbranata. Era goffa, e quando parlava muoveva le mani freneticamente, pericolosamente, durante le conversazioni partiva per strane tangenti e aveva bizzarre ossessioni: grotte, profumeria amatoriale, musica doo-wop. Era amica di ognuno dei suoi ex, di ogni ragazzo con cui aveva avuto una breve relazione, di ogni professore (li conosceva tutti personalmente e faceva loro dei regali). Aveva avuto un ruolo di primo piano o si era immischiata in tutti o quasi tutti i club e le cause del college, eppure aveva trovato il tempo d’impegnarsi negli studi – in tutto, veramente – mentre, a ogni party, era quella con le maggiori probabilità di fare figuracce nel tentativo di mettere tutti a loro agio, e l’ultima ad andarsene. L’unica spiegazione razionale per questo sarebbe stata che Annie non dormiva, ma non era così. Dormiva felicemente otto o dieci ore al giorno, era capace di dormire dappertutto: durante un viaggio in macchina di tre minuti, nel sudicio séparé di una tavola calda fuori dal campus o sul divano di chiunque, a qualunque ora.

Mae ne era stata testimone, avendole fatto da autista in lunghi viaggi, attraverso il Minnesota, il Wisconsin e l’Iowa, per partecipare a un numero infinito di balorde gare di cross country. Mae aveva ottenuto una mezza borsa di studio per correre al Carleton, e fu là che conobbe Annie, che, più grande di lei di due anni, era un’atleta naturale e forte, ma sembrava interessarsi solo a tratti del fatto che lei o la squadra avessero vinto o perso. A una riunione di atletica Annie si mostrava interessatissima, provocando le avversarie, criticando le loro uniformi o contestando i loro test attitudinali, e a quella dopo ostentava il più assoluto disinteresse per il risultato, dicendosi però felice di aver partecipato per il viaggio. Era nei lunghi viaggi con la sua macchina – che preferiva far guidare a Mae – che Annie metteva i piedi nudi sul cruscotto o fuori dal finestrino e parlava a ruota libera del paesaggio che scorreva di fianco a loro, e per ore faceva congetture su quel che succedeva nella camera da letto dei loro allenatori, una coppia sposata con un identico taglio di capelli, quasi militare. Mae rideva a quasi tutte le battute di Annie, che la distraevano dalle riunioni, dove lei, diversamente dall’amica, doveva vincere, o almeno comportarsi bene, per giustificare il sussidio che le aveva dato il college. Arrivavano invariabilmente qualche minuto prima dell’inizio delle competizioni, con Annie che aveva dimenticato a quale gara doveva partecipare o non sapeva se aveva proprio voglia di correre.

E allora, com’era possibile che questa persona disordinata e ridicola, che portava ancora in tasca un pezzo della sua coperta di bambina, avesse fatto una carriera così rapida al Cerchio? Adesso era una delle quaranta menti più lucide della società – la Gang dei 40 –, al corrente dei suoi piani e delle informazioni più segrete. Come poteva aver ottenuto l’assunzione di Mae come se fosse una bazzecola? Come poteva aver organizzato tutto nelle poche settimane che erano passate da quando Mae aveva finalmente abbassato la cresta e presentato la domanda? Era una prova della grinta di Annie, di un misterioso ed essenziale senso del destino. Esternamente Annie non mostrava alcuna traccia di un’ambizione smisurata, ma Mae era certa che dentro di lei c’era qualcosa che insisteva su questo punto, sul fatto che sarebbe finita lì, in quel posto, da qualunque parte fosse arrivata. Se fosse cresciuta nella tundra siberiana, figlia cieca di una coppia di pastori, sarebbe finita lì comunque.

«Grazie, Annie» si sentì dire.

Erano passate davanti ad alcune stanze e sale per conferenze e stavano attraversando la nuova galleria della società, dov’erano appesi una mezza dozzina di Basquiat appena acquistati da un museo quasi fallito di Miami.

«Di che?» disse Annie. «E mi spiace che tu sia in Customer Experience. So che sembra una stronzata, ma voglio che tu sappia che circa la metà dei dipendenti di grado più elevato della società hanno cominciato lì. Mi credi?»

«Sì.»

«Fai bene, perché è vero.»

Lasciarono la galleria ed entrarono nella mensa al primo piano – «The Glass Eatery, lo so che è un nome davvero terribile» disse Annie –, progettata in modo tale da permettere ai commensali di mangiare a nove livelli diversi, con tutti i pavimenti e le pareti di vetro. A una prima occhiata, pareva che cento persone stessero mangiando a mezz’aria.

Attraversarono la Borrow Room, dove ogni membro del personale poteva noleggiare, gratis, biciclette, telescopi o deltaplani, e proseguirono verso l’acquario, un progetto per cui si era battuto uno dei fondatori. Si fermarono davanti a una vetrata, alta come loro, oltre la quale alcune meduse, lente e spettrali, andavano su e giù senza schema o ragione evidenti.

«Ti terrò d’occhio» disse Annie, «e ogni volta che farai qualcosa di grande mi accerterò che lo sappiano tutti, così non dovrai stare lì troppo a lungo. Qui le persone affidabili fanno carriera piuttosto in fretta, e come sai noi prendiamo i dirigenti quasi esclusivamente dall’interno. Dunque, comportati bene, tieni giù la testa e sarai sorpresa dalla rapidità con cui lascerai la Customer Experience per qualcosa di più vantaggioso.»

Mae guardò Annie negli occhi, che splendevano alla luce dell’acquario. «Non temere. Qui sarò felice ovunque.»

«Meglio essere ai piedi di una scala di cui vuoi raggiungere la cima che a metà di una scala sulla quale non vuoi arrampicarti, giusto? Una scala di merda per teste di cazzo?»

Mae rise. Era la sorpresa di sentire parolacce come queste pronunciate da una donna con un viso così soave. «Sei sempre così sboccata? Non me lo ricordavo.»

«Lo faccio quando sono stanca, cioè quasi sempre.»

«Eri una ragazza così dolce.»

«Scusa. Scusa, Mae, cazzo! Cazzo, Mae, Gesù Cristo! Okay. Andiamo a vedere altre cose. Il canile!»

«Non si lavora, oggi?» chiese Mae.

«Non si lavora? Stiamo lavorando. Questo è il compito che ti viene assegnato il primo giorno: conoscere il posto, le persone, acclimatarti. Sai? Come quando ti fai mettere in casa dei nuovi pavimenti di legno…»

«No, non lo so.»

«Be’, quando decidi di farlo, prima devi lasciarli riposare per dieci giorni, perché il legno si acclimati. Poi procedi all’installazione.»

«Dunque, in questa analogia io sono il legno?»

«Tu sei il legno.»

«E poi sarò installata.»

«Sì, t’installeremo. Ti fisseremo a martellate con diecimila chiodini. Ti piacerà.»

Visitarono il canile, un’idea di Annie, il cui cane, Dottor Kinsmann, era appena deceduto, ma aveva passato alcuni anni molto felici lì, mai troppo lontano dalla sua padrona. Perché migliaia di dipendenti dovevano lasciare il cane a casa quando poteva essere portato lì, stare con loro e con altri cani, essere accudito e non restare solo? Questa era stata la logica di Annie, prontamente condivisa e oggi considerata lungimirante. E visitarono il nightclub – spesso usato durante il giorno per una cosa chiamata ecstatic dancing, un fantastico allenamento, disse Annie – e visitarono il grande anfiteatro all’aperto e il piccolo teatro al chiuso – «Qui ci sono una decina di gruppi d’improvvisazione teatrale» – e dopo che ebbero visto tutto questo entrarono all’ora di pranzo nella più grande mensa al pianterreno dove, in un angolo, su un piccolo palcoscenico, c’era un uomo che suonava la chitarra: somigliava a un anziano cantautore che ascoltavano i genitori di Mae.

«Non è…?»

«Sì» disse Annie, senza fermarsi. «Ce n’è uno tutti i giorni. Musicisti, attori, scrittori. È il progetto più caro al cuore di Bailey, portarli qui per fargli un po’ di pubblicità, visto come se la passano male là fuori.»

«Sapevo che venivano ogni tanto, ma mi stai dicendo che è così tutti i giorni?»

«Li scritturiamo con un anno di anticipo. Siamo assediati dalle richieste.»

Il cantautore cantava appassionatamente, con la testa inclinata da una parte, i capelli sugli occhi, le dita che strimpellavano febbrilmente, ma la grande maggioranza degli avventori prestava scarsa o nessuna attenzione.

«Non riesco a immaginare quanto vi costerà» disse Mae.

«Oddio, non li paghiamo mica. Oh, un momento, dovresti conoscere quest’uomo.»

Annie fermò un certo Vipul che, disse, presto avrebbe reinventato interamente la televisione, il mezzo di comunicazione che più di ogni altro era rimasto arenato nel ventesimo secolo.

«Di’ piuttosto nel diciannovesimo» puntualizzò lui, con un leggero accento indiano, ma in un inglese preciso e superbo. «È l’ultimo posto dove i clienti non trovano mai quello che vogliono. L’ultima reliquia degli accordi feudali tra creatore e spettatore. Non siamo più dei vassalli!» concluse, e chiese subito il permesso di andarsene.

«Quel tipo ha una marcia in più» disse Annie mentre attraversavano la mensa. Si fermarono ad altri cinque o sei tavoli, incontrando persone affascinanti, ognuna delle quali lavorava a qualcosa che, secondo Annie, avrebbe “scosso il mondo” o “cambiato la vita” o “anticipato chiunque altro di cinquant’anni”. La gamma dei lavori che facevano era impressionante. Incontrarono una coppia di donne che stavano costruendo un sommergibile per esplorazioni che avrebbero svelato i misteri della Fossa delle Marianne. «Ne faranno una mappa come quella di Manhattan» disse Annie, e le due donne non respinsero l’iperbole. Si fermarono più in là, dove un trio di giovanotti stava guardando uno schermo incastonato nel tavolo che mostrava i disegni in 3D di un nuovo progetto di edilizia a basso costo, adottabile facilmente in tutto il mondo in via di sviluppo.

Annie prese la mano di Mae e la tirò verso l’uscita. «Ora andiamo a vedere la Ochre Library. Ne hai sentito parlare?»

Mae non ne aveva sentito parlare, ma non voleva sbilanciarsi.

Annie le lanciò uno sguardo cospiratorio. «Non dovresti vederla, ma io dico di andarci.»

Presero un ascensore di plexiglas e neon e salirono attraverso l’atrio, ogni piano e ogni ufficio visibili mentre andavano su di cinque piani. «Non vedo in che modo roba come questa possa entrare nel bilancio» disse Mae.

«Oddio, non lo so nemmeno io. Ma qui non si tratta solo di denaro, come immagino tu sappia. Ci sono entrate sufficienti per coltivare le passioni della comunità. Quei ragazzi che si occupano di edilizia sostenibile, be’, erano dei programmatori, ma due di loro avevano studiato Architettura. Così hanno compilato una proposta, e i Saggi se ne sono innamorati. Bailey, soprattutto, che è felice di fornire i mezzi per soddisfare la curiosità dei giovani cervelloni. E la sua biblioteca è pazzesca. Questo è il piano.»

Uscirono dall’ascensore e percorsero un lungo corridoio, tutto in legno di ciliegio e noce, con una serie di piccoli lampadari che irradiavano una calma luce ambrata.

«Vecchia scuola» osservò Mae.

«Tu conosci Bailey, no? Lui ama questa merda antica. Mogano, ottone, vetri istoriati. È la sua estetica. Nel resto degli edifici respingono puntualmente le sue proposte, ma qui fa a modo suo. Guarda questo.»

Annie si fermò davanti a un grande dipinto, un ritratto dei Tre Saggi. «Orribile, no?» disse.

Il dipinto era sgraziato, come quello che potrebbe sfornare un artista alle prime armi. Nel quadro i tre uomini, i fondatori della società, formavano una piramide, ognuno col vestito con cui era più noto e con espressioni che rivelavano, fumettisticamente, le rispettive personalità. Ty Gospodinov, il ragazzo prodigio, il visionario del Cerchio, portava un paio di occhiali indefinibili e un’enorme felpa col cappuccio, e guardava a sinistra e sorrideva; sembrava che si stesse godendo un momento di solitudine, sintonizzato su una remota frequenza. La gente diceva che era un caso borderline di Asperger, e il ritratto sembrava deciso a sottolineare proprio questo fatto. Con i capelli neri e arruffati, e il viso senza rughe, non dimostrava più di venticinque anni.

«Ty sembra proprio andato, eh?» disse Annie. «Ma è impossibile. Nessuno di noi sarebbe qui se lui non fosse anche un amministratore maledettamente brillante. Ti dovrei spiegare la dinamica. Tu farai una rapida carriera, e allora è meglio che io ti parli chiaro.»

Ty, cioè Tyler Alexander Gospodinov, era il primo Saggio, spiegò Annie, e tutti lo chiamavano semplicemente Ty.

«Questo lo so» disse Mae.

«Non interrompermi, adesso. Ti farò la stessa tiritera che devo fare ai capi di Stato.»

«Okay.»

Annie continuò.

Ty si era reso conto di essere, nella migliore delle ipotesi, un uomo estremamente impacciato nei rapporti con la gente, e nella peggiore un completo disastro interpersonale. Così, sei mesi giusti prima dell’offerta pubblica iniziale di titoli azionari della società, prese una decisione assennata e redditizia: ingaggiò gli altri due Saggi, Eamon Bailey e Tom Stenton. La mossa calmò le paure di tutti gli investitori e finì per triplicare il valore della società. L’offerta raccolse tre miliardi di dollari, un fatto senza precedenti ma non inaspettato, e, lasciatosi alle spalle ogni preoccupazione economica, e con Stenton e Bailey a bordo, Ty fu libero di farsi trasportare dalla corrente, nascondersi, sparire. Di mese in mese lo si vide sempre meno, sia nel campus che sui mass media. Diventò più solitario, e l’aura che lo circondava, intenzionalmente o no, non fece che aumentare. Gli osservatori del Cerchio si chiedevano: “Dov’è Ty e cosa sta progettando?”. Questi progetti venivano tenuti nascosti fino al giorno della rivelazione, e a ogni successiva innovazione prodotta dal Cerchio diventava meno chiaro quale fosse farina del sacco di Ty e quale il prodotto del numero sempre più grande d’inventori, i migliori del mondo, che ormai facevano parte della società.

La maggioranza degli osservatori riteneva che fosse ancora coinvolto, e qualcuno sosteneva che le sue impronte digitali, il suo talento per soluzioni globali, eleganti e infinitamente scalabili, erano visibili su ogni grande innovazione del Cerchio. Aveva fondato la società dopo un anno di college, senza un acume affaristico particolare o obiettivi misurabili. “Noi lo chiamavamo Niagara” disse il suo compagno di stanza in uno dei primi articoli su di lui. “Le idee gli vengono così, gli escono dalla testa a milioni, ogni secondo di ogni giorno, infinite e travolgenti.”

Ty aveva ideato il sistema iniziale, l’Unified Operating System, che combinava tutte le cose online fino ad allora rimaste divise e abborracciate: profili di utenti dei social media, i loro metodi di pagamento, le loro varie password, i loro account email, username, preferenze, fino all’ultimo strumento e manifestazione d’interesse. Il vecchio metodo – una nuova transazione, un nuovo sistema per ogni sito, per ogni acquisto – era come prendere una macchina diversa per sbrigare ogni tipo di commissione. “Non era necessario avere ottantasette macchine diverse” aveva dichiarato dopo che il suo sistema aveva stupito la Rete e il mondo.

Lui, invece, aveva messo tutto insieme, tutti i bisogni e tutti gli strumenti di ogni utente, in un unico calderone, e aveva inventato TruYou: un account, un’identità, una password, un sistema di pagamento, per ogni persona. Non c’erano altre password, né multiple identità. I tuoi dispositivi sapevano chi eri, e la tua unica identità – la TruYou, inconfondibile e immodificabile – era la persona che pagava, firmava, rispondeva, visionava e revisionava, vedeva ed era vista. Dovevi usare il tuo vero nome, e questo era legato alle tue carte di credito, alla tua banca, e così pagare per ogni cosa era semplice. Un solo pulsante per il resto della tua vita online.

Se volevi usare uno qualunque degli strumenti del Cerchio, che erano i migliori, assolutamente dominanti e onnipresenti e gratuiti, dovevi farlo come te stesso, come il tuo vero io, come il tuo TruYou. L’era delle false identità, dei furti d’identità, degli username multipli, delle password complicate e dei sistemi di pagamento era finita. Ogni volta che volevi vedere una cosa qualsiasi, usare una cosa qualsiasi, lasciare un commento su una cosa qualsiasi o comprare una cosa qualsiasi, c’era un pulsante, un account, tutto legato insieme e monitorabile e semplice, tutto gestibile via cellulare o laptop, tablet o interfaccia retinica. Una volta attivato un singolo account, questo ti portava in ogni angolo del Web, ogni portale, ogni sito a pagamento, ogni cosa che volevi fare.

TruYou cambiò Internet, in toto, in meno di un anno. Anche se all’inizio qualche sito resistette, e i fautori di Internet gratuita invocarono il diritto all’anonimità online, quello di TruYou fu un maremoto che travolse ogni opposizione. Cominciò con i siti commerciali. Perché un sito non pornografico doveva aver bisogno di utenti anonimi quando potevano sapere con esattezza chi era entrato dalla porta? Nel giro di una notte tutti i forum di commenti diventarono civili, tutti gli autori di post in Rete diventarono affidabili. I troll, che avevano più o meno invaso Internet, furono ricacciati nelle tenebre.

E quelli che volevano seguire i movimenti dei consumatori online avevano trovato il loro Walhalla: le vere abitudini della gente vera nella sua veste di consumatrice erano ormai largamente ricostruibili e misurabili, e il marketing su questa gente vera poteva essere fatto con precisione chirurgica. Quasi tutti gli utenti TruYou, quasi tutti gli utenti di Internet che volevano soltanto sobrietà ed efficienza, un’esperienza resa più semplice e spedita, furono entusiasti dei risultati. Non dovevano più memorizzare dodici identità e password; non dovevano più sopportare la rabbia e la follia delle orde anonime; non dovevano più accontentarsi di un marketing orbo che non azzeccava uno solo dei loro desideri. Ora i messaggi che ricevevano erano centrati e precisi e, il più delle volte, persino graditi.

E Ty aveva scoperto tutto questo più o meno per caso. Era stanco di ricordare identità, di scrivere password e numeri di carte di credito, così ideò un codice per semplificare tutto. Usò di proposito le lettere del proprio nome in TruYou? Lui diceva che se n’era reso conto solo dopo la connessione. Aveva qualche idea delle implicazioni commerciali di TruYou? Lui diceva di no, e quasi tutti credevano che fosse vero, che la monetizzazione delle innovazioni di Ty venisse dagli altri due Saggi, quelli con l’esperienza e il fiuto per gli affari che ci volevano in questi casi. Furono loro a monetizzare TruYou, a trovare il modo di far fruttare tutte le innovazioni di Ty, e furono loro a trasformare la società nella forza che aveva assorbito Facebook, Twitter, Google e infine Alacrity, Zoopa, Jefe e Quan.

«Tom non è venuto granché bene» osservò Annie. «Non ha proprio l’aria del pescecane come qui. Ma ho sentito dire che adora questo quadro.»

Alla sinistra di Ty, più in basso, c’era Tom Stenton, il travolgente amministratore delegato e Capitalist Prime, come si definiva lui stesso – era innamorato dei Transformers –, con un completo italiano e un sorriso come quello del lupo che mangiò la nonna di Cappuccetto Rosso. I capelli erano neri, striati di grigio sulle tempie, gli occhi opachi e illeggibili. Ricalcava più lo stampo dei trader di Wall Street degli anni Ottanta, l’uomo senza i complessi del ricco, né del single aggressivo e forse pericoloso. Era un titano globale spendaccione tra i cinquanta e i cinquantacinque anni che sembrava diventare più forte ogni anno che passava, che usava del suo denaro e della sua influenza dappertutto e senza timore. Non aveva paura dei presidenti. Non si lasciava intimidire dalle denunce dell’Unione Europea o dalle minacce degli hacker cinesi sponsorizzati dallo Stato. Non c’era nulla che lo preoccupasse, nulla d’irraggiungibile, nulla che fosse al di là delle sue possibilità economiche. Possedeva una scuderia automobilistica, un paio di yacht da competizione, pilotava il proprio aereo. Era l’anacronismo del Cerchio, l’amministratore delegato pacchiano, e suscitava sentimenti contrastanti in molti degli utopistici giovani Circler.

Il suo genere di ostentato consumismo era visibilmente assente dalla vita degli altri due Saggi. Ty aveva affittato un appartamento fatiscente con due camere da letto a pochi chilometri di distanza, ma del resto nessuno l’aveva mai visto andare o venire dal campus; l’ipotesi era che abitasse lì. E tutti sapevano dove abitava Eamon Bailey: una casa modestissima e visibilissima con tre camere da letto in una strada accessibilissima a dieci minuti dal campus. Stenton invece aveva case dappertutto: New York, Dubai, Jackson Hole. Un intero piano in cima alla Millennium Tower di San Francisco. Un’isola vicino alla Martinica.

Eamon Bailey, ritto al suo fianco nel quadro, sembrava completamente appagato, felice addirittura, alla presenza di questi due uomini, che erano, almeno all’apparenza, diametralmente opposti ai suoi valori. Il suo ritratto, in basso a destra rispetto a quello di Ty, lo mostrava com’era: grigio di capelli, rubicondo, con gli occhi che brillavano, felice e onesto. Era la faccia pubblica della società, la personalità che tutti associavano al Cerchio. Quando sorrideva, cioè quasi sempre, sorrideva la sua bocca, sorridevano i suoi occhi e sembravano sorridere persino le sue spalle. Era sornione. Era divertente. Aveva un modo di parlare che era insieme lirico e terra terra, il che gli permetteva di rivolgersi al pubblico ora con magnifiche espressioni e ora con parole sensate e senza peli sulla lingua. Veniva da Omaha, da una normalissima famiglia di sei persone, e nel suo passato non c’era nulla di notevole, più o meno. Era andato al Notre Dame e aveva sposato la sua fidanzatina, che aveva frequentato il Saint Mary in fondo alla strada, e ora avevano quattro figli, tre femmine e finalmente un maschio, anche se il maschio era nato con una paralisi cerebrale. “È rimasto danneggiato” aveva detto Bailey, annunciando la nascita alla società e al mondo. “Perciò gli vorremo ancora più bene.”

Dei Tre Saggi, Bailey era quello che aveva le maggiori probabilità di farsi vedere nel campus, per suonare il trombone dixieland nell’orchestrina della società, o di partecipare ai talk show in rappresentanza del Cerchio, ridacchiando quando descriveva – quando minimizzava – questa o quell’inchiesta della Federal Communications Commission, o quando svelava una nuova utile funzionalità o una tecnologia rivoluzionaria. Preferiva essere chiamato Zio Eamon, e quando attraversava a lunghi passi il campus, lo faceva come uno zio prediletto, un Teddy Roosevelt al primo mandato, accessibile, genuino e caciarone. I tre, nella vita come in questo ritratto, formavano uno strano bouquet di fiori male assortiti, ma non c’era dubbio che il sodalizio funzionasse. Tutti sapevano che questo modello di management a tre teste funzionava, e perciò la dinamica fu emulata altrove, nella cerchia dei 500 di “Fortune”, con incerti risultati.

«Ma allora perché» chiese Mae «non hanno potuto permettersi un vero ritratto dipinto da qualcuno che sapeva tenere il pennello in mano?»

Più lo guardava, più strano le pareva. L’artista li aveva sistemati in modo che ognuno dei Saggi tenesse una mano sulla spalla di un altro. Erano posizioni insensate, e sfidavano il modo in cui le braccia si potevano piegare o stendere.

«Bailey lo trova divertente» disse Annie. «Voleva metterlo nell’atrio principale, ma Stenton ha posto il veto. Sai che Bailey è un collezionista, giusto? Ha un gusto incredibile. Cioè, lui si presenta come il buontempone, l’uomo qualunque che viene da Omaha, mentre è anche un conoscitore, ossessionato dall’idea di conservare il passato: anche la cattiva arte del passato. Aspetta di vedere la sua biblioteca.»

Erano arrivate davanti a una porta enorme, che sembrava, e probabilmente era, medievale, qualcosa che avrebbe tenuto a bada i barbari. Due giganteschi picchiotti a forma di gargolle sporgevano all’altezza del petto, e a Mae scappò una facile battuta.

«Belle tette.»

Annie sbuffò, passò la mano sopra un rettangolo blu nella parete, e la porta si aprì.

Annie si voltò verso di lei. «Che cazzo, eh?»

Era una biblioteca di tre piani, tre livelli costruiti attorno a un atrio aperto tutto in legno, rame e argento, una sinfonia di colori delicati. C’erano almeno diecimila volumi, per la maggior parte rilegati in pelle, disposti ordinatamente entro scaffali luccicanti di lacca. Tra i libri spiccavano busti di uomini insigni, greci e romani, Jefferson, Giovanna d’Arco e Martin Luther King. Un modello dello Spruce Goose – o era l’Enola Gay? – penzolava dal soffitto. C’erano circa una dozzina di antichi mappamondi illuminati dall’interno, una luce tenue e burrosa che riscaldava diverse nazioni perdute.

«Ha comprato molta di questa roba quando stava per essere messa all’asta o buttata via. È la sua crociata, sai. Lui va a vedere queste proprietà in pericolo, questa gente che sta per essere costretta a vendere i suoi tesori a molto meno di quello che valgono, e per tutto questo paga i prezzi di mercato, dando ai proprietari originari accesso illimitato a quello che ha comprato. Ecco chi è qui più spesso, queste persone dai capelli grigi che vengono a leggere o toccare le loro cose. Oh, devi vederla. Sarà uno sballo.»

Annie guidò Mae su per le tre rampe di scale, tutte coperte d’intricati mosaici: riproduzioni, pensò Mae, di qualche opera dell’era bizantina. Mentre saliva si attaccò alla ringhiera d’ottone, notando la mancanza d’impronte digitali, di qualsiasi macchia. Vide lampade verdi da lettura come quelle dei contabili, telescopi incrociati e lucenti in oro e rame, che mettevano in risalto le numerose finestre di cristallo molato: «Oh, guarda in alto» le disse Annie, e lei obbedì, per scoprire che il soffitto era di vetro istoriato, una sovreccitata rappresentazione d’innumerevoli angeli disposti in cerchi. «Viene da qualche chiesa di Roma.»

Arrivarono all’ultimo piano della biblioteca, e Annie guidò Mae lungo stretti corridoi foderati di libri dalla costa tondeggiante, alcuni dei quali erano alti come lei: bibbie e atlanti, storie illustrate di guerre e rivoluzioni, nazioni e popoli scomparsi da un pezzo.

«Bene. Guarda questo» disse Annie. «Aspetta. Prima che io te lo mostri devi impegnarti verbalmente a non fare rivelazioni, okay?»

«D’accordo.»

«Sul serio.»

«Ho parlato sul serio. Io prendo seriamente queste cose.»

«Bene. Allora, quando sposto questo libro…» disse Annie, prendendo un grosso volume intitolato I migliori anni della nostra vita. «Guarda qui» disse, e fece un passo indietro. Lentamente, la parete che reggeva cento libri cominciò a muoversi verso l’interno, rivelando una camera segreta. «Ecco High Nerd. Pronta?» disse Annie, e varcarono la soglia. Dentro, la camera era tonda e foderata di libri, ma l’attenzione dello spettatore correva a un foro al centro del pavimento, cinto da un parapetto di rame; vi sprofondava una pertica che attraversava il pavimento e spariva nelle ignote regioni sottostanti.

«Cosa fa, il pompiere?» chiese Mae.

«Mi venga un accidente se lo so» disse Annie.

«Dove porta?»

«Per quel che ne so io, porta al posto macchina di Bailey.»

Mae non fece commenti. «Tu sei mai andata giù?»

«Macché, anche solo mostrarmi questa cosa era un rischio. Non avrebbe dovuto. Me l’ha detto lui. E ora io la mostro a te, che è una stupidaggine. Ma ti aiuta a capire che razza di mente ha quest’uomo. Lui può avere tutto, e quello che vuole è una pertica da vigile del fuoco che va giù per sette piani fino al garage.»

Dall’auricolare di Annie venne il suono di una gocciolina, e lei disse «Okay» a chiunque si trovasse all’altro capo. Era venuto il momento di andarsene.

«Dunque» disse Annie nell’ascensore – stavano ripiombando verso i piani della direzione –, «io devo andare a sbrigare un po’ del mio lavoro. È l’ora dell’ispezione del plancton.»

«L’ora di che?» domandò Mae.

«Sai, le piccole startup che sperano che la balena – che siamo noi – le trovi abbastanza gustose da mangiare. Una volta la settimana facciamo una serie di riunioni con questi ragazzi, tutta gente che aspira a diventare come Ty e cerca di convincerci a comprarli. È un po’ triste, dal momento che non hanno neanche più la pretesa di un reddito, e nemmeno il potenziale per produrlo. Prima, però, voglio affidarti a due ambasciatori dell’azienda, entrambi molto impegnati nel loro lavoro. Anzi, tanto impegnati che farai bene a stare in guardia. Ti faranno visitare il resto del campus, e io verrò a prenderti più tardi per il party del solstizio, okay? Comincia alle sette.»

Le porte si aprirono al primo piano, vicino alla Glass Eatery, e Annie la presentò a Denise e Josiah, ambedue tra i venticinque e i trent’anni, ambedue con la stessa pacata sincerità e le stesse semplici camicie dai colori squisiti con i colletti abbottonati. Ognuno dei due prese, stringendola, la mano di Mae tra le sue, e sembrò quasi inchinarsi.

«Assicuratevi che oggi non lavori» furono le ultime parole di Annie prima di sparire nuovamente nell’ascensore.

Josiah, un uomo magro e coperto di lentiggini, puntò su Mae gli impassibili occhi blu. «Siamo molto felici di conoscerti.»

Denise, un’asiatico-americana alta e sottile, le sorrise e chiuse gli occhi, come per assaporare quel momento. «Annie ci ha raccontato tutto di voi due, da quanto tempo vi conoscete. Annie è il cuore e l’anima di questo posto, perciò siamo molto fortunati ad averti qui.»

«Tutti vogliono bene a Annie» soggiunse Josiah.

Mae trovò imbarazzante la deferenza con cui la trattavano. Erano sicuramente più grandi di lei, ma si comportavano come se Mae fosse un’illustre visitatrice.

«E così, so che potresti trovarlo ridondante» disse Josiah. «Ma se per te va bene vorremmo farti fare tutto il giro dei nuovi arrivati. Sei d’accordo? Ti promettiamo che non ti annoierai.»

Mae rise, li esortò ad andare avanti e li seguì.

Il resto della giornata fu una serie confusa di stanze di vetro e presentazioni, brevi e straordinariamente calorose. Tutti quelli che incontrava erano indaffaratissimi, per non dire oberati di lavoro; ciononostante si mostravano entusiasti di conoscerla, felicissimi che fosse lì con loro, tutti gli amici di Annie… Fecero il giro del poliambulatorio, e Mae fu presentata al dottor Hampton, il rasta che lo dirigeva. Fecero il giro del pronto soccorso e incontrarono l’infermiera scozzese che si occupava delle ammissioni. Fecero il giro degli orti organici, cento metri quadrati, dove due agricoltori a tempo pieno stavano tenendo una lezione a un grosso gruppo di Circler mentre controllavano l’ultimo raccolto di carote, pomodori e cavolo riccio. Fecero il giro del minigolf, del cinema, dei campi di bowling, del supermarket. Finalmente, in fondo a quello che Mae pensò che fosse l’angolo del campus – si vedeva la cinta al di là, i tetti degli hotel di San Vincenzo dove alloggiavano i visitatori del Cerchio – fecero il giro dei dormitori della società. Mae ne sapeva qualcosa, aveva sentito Annie dire che certe volte si fermava a dormire lì e ormai preferiva quelle stanze alla propria casa. Percorrendo i corridoi, vedendo le camere in ordine, ognuna con un cucinino sfavillante, uno scrittoio, un divano più imbottito del necessario e un letto, Mae dovette riconoscere che l’appeal era viscerale.

«Ora ci sono centottanta camere, ma stiamo crescendo rapidamente» disse Josiah. «Con mille persone o giù di lì nel campus, c’è sempre una percentuale di dipendenti che lavorano fino a tardi, o semplicemente che hanno bisogno di schiacciare un pisolino durante il giorno. Queste camere sono sempre libere, sempre pulite: devi solo controllare online per vedere quali sono disponibili. Ormai si esauriscono in fretta, ma l’idea è di avere almeno qualche migliaio di stanze entro due o tre anni.»

«E dopo una festa come quella di stasera, sono sempre piene» disse Denise, con quello che voleva essere un sorriso di complicità.

Il giro continuò nel pomeriggio, con fermate per assaggiare qualche piatto al corso di gastronomia, tenuto quel giorno da una celebre giovane chef nota perché utilizzava tutte le parti di ogni animale. Offrì a Mae un piatto chiamato muso di porco arrosto, che Mae mangiò scoprendo che aveva lo stesso sapore di un prosciutto un po’ più grasso; le piacque moltissimo. Mentre facevano il giro del campus incontrarono altri visitatori, gruppi di studenti universitari, branchi di venditori e quello che le parve un senatore con i suoi assistenti. Passarono davanti a una sala giochi piena di vecchi flipper e a un campo coperto di badminton dove, diceva Annie, la società aveva alle proprie dipendenze un ex campione del mondo. Quando Josiah e Denise le ebbero fatto attraversare il centro del campus per tornare indietro, la luce cominciava a calare e alcuni membri del personale stavano installando e accendendo torce tiki nel prato. Qualche migliaio di Circler cominciavano a radunarsi nelle prime ombre della sera, e stando in mezzo a loro Mae comprese che non avrebbe mai voluto lavorare – mai voluto essere – in un posto diverso. La sua città natale, e il resto della California, il resto dell’America, sembravano la caotica babele di un paese in via di sviluppo. Fuori dalle mura del Cerchio tutto era rumore e lotta, disastro e sporcizia. Ma lì ogni cosa era perfetta. Le persone migliori avevano creato i sistemi migliori e i sistemi migliori avevano permesso di raccogliere i fondi, fondi illimitati, che rendevano possibile tutto questo, il posto più bello del mondo. Ed era naturale che fosse così, pensò Mae. Chi poteva creare l’utopia se non degli utopisti?

«Questo party? Questo è niente» garantì Annie a Mae mentre scivolavano silenziosamente verso i dodici metri del buffet. Era ormai buio, l’aria della notte rinfrescava, ma il campus era inspiegabilmente caldo e illuminato da centinaia di torce che diffondevano una luce ambrata. «È un’idea di Bailey. Non come se lui fosse la Madre Terra o cose del genere, ma ha la passione delle stelle, delle stagioni, così questa faccenda del solstizio è roba sua. A un certo punto farà la sua comparsa e darà a tutti il benvenuto: almeno, è ciò che fa di solito. L’anno scorso indossava una specie di canottiera. Va molto fiero delle sue braccia.»

Mae e Annie erano sul prato rigoglioso, a riempirsi i piatti e poi a cercare due posti nell’anfiteatro di pietra costruito su un ripido pendio. Annie stava riempiendo il bicchiere di Mae con una bottiglia di Riesling che, disse, producevano nel campus, una specie di nuova miscela contenente meno calorie e più alcol. Mae guardò attraverso il prato, le torce sibilanti disposte in tante file, ogni fila che guidava i partecipanti alla festa verso varie attività – limbo, kickball, l’Electric Slide –, nessuna delle quali legata in alcun modo al solstizio. L’apparente casualità, la mancanza di ogni programma da seguire, rendeva possibile una festa che creava poche aspettative e le superava di gran lunga. Tutti facevano rapidamente il pieno di alcol, e in breve tempo Mae perse di vista Annie, e poi si smarrì del tutto, trovando finalmente la strada per i campi di bocce, usati da un gruppetto di Circler più anziani, nessuno dei quali aveva meno di trent’anni, per tirare meloni contro birilli da bowling. Da lì tornò indietro fino al prato, dove si unì a un gioco che i Circler chiamavano “Ah”, che non sembrava richiedere altro sforzo che stendersi a terra e accavallare le gambe, le braccia o tutt’e due. Ogni volta che la persona accanto a te diceva “Ah” dovevi dirlo anche tu. Era un gioco terribile, ma per il momento Mae ne aveva bisogno, perché le girava la testa e si sentiva meglio in posizione orizzontale.

«Guardate questa. Ha un’aria così pacifica.» Era una voce vicino a lei. Mae si rese conto che la voce, maschile, parlava di lei, e aprì gli occhi. Non vide nessuno. Solo il cielo, che era quasi completamente sereno, con ciuffi di nuvole grigie che passavano veloci sopra il campus e si dirigevano verso il mare. Mae aveva gli occhi pesanti, e sapeva che non era molto tardi, che non erano passate le dieci, comunque, e non voleva fare ciò che faceva spesso, cioè addormentarsi dopo due o tre bicchieri; così si alzò e andò a cercare Annie o un altro bicchiere di Riesling o tutt’e due. Trovò il buffet e scoprì che era un macello, come se ci fosse stata una razzia da parte di un branco di animali o dei vichinghi, e allora puntò verso il bar più vicino, che aveva finito il Riesling e ormai offriva solo una specie di mistura tipo vodka-and-energy. Proseguì, chiedendo a caso del Riesling a chi incontrava, finché sentì un’ombra passare davanti a lei.

«Ce n’è ancora laggiù» disse l’ombra.

Voltandosi, Mae vide i lampi blu scoccati da un paio di occhiali in cima alla forma confusa di un uomo. L’uomo si voltò per allontanarsi.

«Ti seguo?» chiese Mae.

«Non ancora. In questo momento sei ferma. Ma dovresti farlo, se vuoi un altro bicchiere di quel vino.»

Mae seguì l’ombra attraverso il prato e sotto un baldacchino di alberi altissimi tra i quali piovevano i raggi della luna, cento alabarde d’argento. Ora poteva vedere meglio l’ombra: indossava una T-shirt color sabbia e una specie di gilè, forse di pelle scamosciata, una combinazione che Mae non vedeva da un certo tempo. Poi l’uomo si fermò e si accoccolò ai piedi di una cascata, una cascata artificiale che scendeva da un lato della Rivoluzione Industriale.

«Ho nascosto alcune bottiglie qui» disse, immergendo le mani nella conca che riceveva l’acqua della cascata. Non trovando nulla, s’inginocchiò, con le braccia nell’acqua fino alle spalle, finché non ebbe recuperato due lucenti bottiglie verdi, poi si alzò e si voltò verso di lei. Finalmente Mae ebbe la possibilità di vederlo bene. Il suo viso era un morbido triangolo che finiva con un mento punteggiato da una fossetta così poco profonda che non l’aveva notata prima di quel momento. Aveva la pelle liscia di un bambino, gli occhi di un uomo molto più vecchio e un naso prominente: era storto e piegato, ma in qualche modo dava stabilità al resto della faccia, come la chiglia di uno yacht. Le sopracciglia erano tratti pesanti che fuggivano via verso le orecchie, arrotondate, grandi, di un rosa da principessina. «Vuoi tornare al gioco o…» Sembrava voler insinuare che l’“o” potesse essere assai meglio.

«Certo» disse Mae, rendendosi conto che non conosceva quell’uomo, non sapeva nulla di lui. Ma lui aveva quelle bottiglie, e lei aveva perso Annie e tra le mura del Cerchio si fidava di tutti – in quel momento era innamorata pazza di chiunque si trovasse là dentro, dove ogni cosa era nuova e tutto era permesso – e per questo lo seguì fino alla festa, fino ai margini della festa, in ogni caso, dove si sedettero su un’alta gradinata che dominava il prato a guardare le figurine che correvano, strillavano e cadevano sotto di loro.

Lui stappò le due bottiglie, ne passò una a Mae, bevve un sorso dalla sua e disse che si chiamava Francis.

«Non Frank?» domandò lei. Prese la bottiglia e si riempì la bocca di quel vino dolce come una caramella.

«La gente cerca di chiamarmi così e io… li prego di non farlo.»

Lei rise, e lui rise.

Era uno sviluppatore, disse, e da quasi due anni lavorava per la società. Prima era stato una specie di anarchico, un provocatore. Aveva ottenuto il lavoro entrando da hacker nel sistema del Cerchio più in profondità di chiunque altro. Ora faceva parte del team della security.

«Questo è il mio primo giorno» osservò Mae.

«No!»

E allora Mae, che intendeva dire: “Non te la do a bere”, decise invece d’innovare, ma qualcosa s’ingarbugliò durante la sua innovazione verbale, e pronunciò le parole «Non te la do», sapendo quasi istantaneamente che le avrebbe ricordate, e si sarebbe odiata per questo, per decenni.

«Non me la dai?» domandò lui, impassibile. «Mi sembri molto decisa. Hai preso una decisione con pochissime informazioni. Non me la dai. Accidenti.»

Mae cercò di spiegare cosa voleva dire, quello che pensava, o quello che pensava una parte del suo cervello, che aveva voluto cambiare un po’ la frase… Ma non aveva importanza. Adesso lui rideva, e sapeva che lei era una donna spiritosa, e lei sapeva che anche lui era spiritoso, e che in qualche modo la faceva sentire sicura, sicura che lui non l’avrebbe mai più tirata fuori, che questa cosa terribile che aveva detto sarebbe rimasta tra loro, che entrambi sapevano che tutti fanno degli errori e che si dovrebbe… se ognuno fosse pronto a riconoscere la nostra comune umanità, la nostra comune fragilità e propensione a dire cose ridicole e mettersi in ridicolo mille volte al giorno, si dovrebbe lasciare che questi errori venissero dimenticati.

«Il primo giorno» disse lui. «Be’, congratulazioni. Brindiamo.»

Fecero tintinnare le bottiglie e bevvero un sorso di vino. Mae alzò la sua alla luna per vedere quanto ne restava; il liquido si tinse di un blu ultraterreno e lei vide che ne aveva già bevuta metà. Depose la bottiglia.

«Mi piace la tua voce» disse lui. «È sempre stata così?»

«Bassa e stridula?»

«Io la direi “stagionata”. “Appassionata”, la definirei. Conosci Tatum O’Neal?»

«I miei genitori mi hanno fatto vedere Paper Moon cento volte. Volevano farmi sentire meglio.»

«Amo quel film» disse lui.

«Credevano che sarei cresciuta come Addie Pray, smaliziata ma adorabile. Volevano un maschiaccio. Mi tagliarono i capelli come lei.»

«A me piace.»

«Ti piacciono i tagli a scodella.»

«No. La tua voce. Finora è la cosa migliore che hai.»

Mae non disse nulla. Si sentiva come se l’avessero schiaffeggiata.

«Merda» disse lui. «Ho detto qualcosa di strano? Volevo farti un complimento.»

Ci fu una pausa inquietante; Mae aveva avuto qualche terribile esperienza con uomini che parlavano troppo bene, che saltavano un numero infinito di scalini per mettere a segno complimenti inappropriati. Si voltò verso di lui per avere la conferma che non era quel che pensava che fosse – generoso, inoffensivo – ma davvero pervertito, disturbato, asimmetrico. Tuttavia, quando lo guardò vide la stessa faccia liscia, gli stessi occhiali blu e gli occhi antichi. Aveva un’espressione addolorata.

Guardò la sua bottiglia, come per dare la colpa a lei. «Volevo farti sentire meglio per la voce. Ma credo di aver offeso il resto della tua persona.»

Mae ci pensò su per un secondo, ma il suo cervello, intontito dal Riesling, era lento e appiccicoso. Rinunciò ad analizzare la sua dichiarazione o le sue intenzioni. «Ti trovo strano» disse.

«Io non ho i genitori» disse lui. «Non merito un po’ d’indulgenza per questo?» Poi, rendendosi conto che stava rivelando troppe cose, e troppo disperatamente, disse: «Tu non bevi».

Mae decise di lasciargli abbandonare il tema della sua infanzia. «Io sono già cotta» disse. «Anzi, sono proprio ubriaca.»

«Sono davvero spiacente. A volte metto le parole nell’ordine sbagliato. Sono molto più contento quando non parlo di cose come questa.»

«Sei veramente strano» disse ancora Mae, e parlava sul serio. Aveva ventiquattro anni, e lui era diverso da tutti gli altri che aveva conosciuto. Questa era, pensò tra i fumi dell’alcol, una testimonianza dell’esistenza di Dio, no? Che finora nella vita avesse potuto incontrare migliaia di persone, tante delle quali simili tra loro, tante delle quali facili da dimenticare; ma poi c’è questa persona, nuova e bizzarra, e che parla in un modo bizzarro. Tutti i giorni uno scienziato scopriva una nuova specie di rana o ninfea, e anche questo sembrava confermare l’esistenza di qualche showman divino, di qualche inventore celeste che ci metteva davanti agli occhi dei giocattoli nuovi, nascosti, ma malamente, proprio dove poteva capitarci di trovarli. E quest’uomo, questo Francis, era una cosa completamente diversa, una rana nuova. Mae si voltò a guardarlo, pensando che avrebbe potuto baciarlo.

Ma lui aveva altro da fare. Con una mano stava vuotandosi una scarpa della sabbia. Con l’altra sembrava volersi mangiare quasi tutta l’unghia di un dito.

Mae smise di sognare a occhi aperti e pensò alla sua casa e al suo letto.

«Come faranno a tornare tutti indietro?» chiese.

Francis guardò verso una folla di persone che sembrava cercare di formare una piramide. «Ci sono i dormitori, naturalmente. Ma scommetto che sono già pieni. È sempre pronta anche qualche navetta. Forse te l’hanno detto.» Agitò la bottiglia nella direzione dell’ingresso principale, dove Mae poté distinguere i tetti dei minibus che aveva visto quel mattino mentre entrava. «La società fa analisi di costi su ogni cosa. E un dipendente che va a casa in macchina troppo stanco o, in questo caso, troppo ubriaco per guidare… Be’, a lungo andare è assai più conveniente il costo delle navette. Non dirmi che non sei venuta apposta per i bus delle navette. I bus delle navette sono favolosi. Dentro sembrano piccoli yacht. Un mucchio di scompartimenti e di legno.»

«Un mucchio di legno? Un mucchio di legno?» Mae gli diede un pugno sul braccio, sapendo che stava flirtando, sapendo che era idiota flirtare con un collega la prima sera, che era idiota bere come una spugna la prima sera. Invece stava facendo tutte queste cose ed era felice.

Una figura scivolava verso di loro. Mae la osservò con abulica curiosità, rendendosi conto, prima di tutto, che la figura era femminile. E poi che quella figura era Annie.

«Quest’uomo ti sta molestando?» le chiese.

Francis si staccò in fretta da Mae, e poi nascose la bottiglia dietro la schiena. Annie rise.

«Francis, perché sei così nervoso?»

«Scusa. Credevo che avessi detto un’altra cosa.»

«Oh! Coscienza sporca! Ho visto Mae darti un pugno sul braccio e ho fatto una battuta. Ma stai cercando di confessare qualcosa? Cosa stavi macchinando, Francis Garbanzo?»

«Garaventa.»

«Sì. Conosco il tuo nome.»

«Francis» disse Annie, lasciandosi cadere goffamente tra loro, «devo chiederti una cosa, come tua stimata collega ma anche come amica. Posso?»

«Certo.»

«Bene. Posso stare un momento sola con Mae? Devo baciarla sulla bocca.»

Francis rise, poi s’interruppe, notando che nessuna delle due donne rideva, né Mae né Annie. Spaventato e confuso, e visibilmente intimidito da Annie, cominciò subito a scendere dalla gradinata e ad attraversare il prato, schivando chi vi folleggiava. In mezzo al prato si fermò, si voltò indietro e alzò lo sguardo, come per avere la certezza che Annie intendeva prendere il suo posto come compagna di Mae per quella notte. Visti confermati i suoi timori, proseguì fin sotto la pensilina del Medioevo. Provò ad aprire la porta, ma non ci riuscì. Tirava e spingeva, ma non si muoveva. Sapendo che lo stavano guardando, proseguì fino all’angolo e sparì.

«Dice che è della sicurezza» disse Mae.

«È questo che ti ha detto? Francis Garaventa?»

«Forse non avrebbe dovuto.»

«Be’, non è che sia della sicurezza-sicurezza. Non è il Mossad. Ma ho per caso interrotto qualcosa che decisamente non avresti dovuto fare la tua prima sera qui, idiota?»

«Non hai interrotto niente.»

«Io credo di sì.»

«No. No davvero.»

«Sì. Lo so.»

Annie trovò la bottiglia ai piedi di Mae. «Credevo che avessimo finito tutto qualche ora fa.»

«C’era del vino ai piedi della cascata… vicino alla Rivoluzione Industriale.»

«Oh, giusto. La gente vi nasconde delle cose.»

«Ho appena sentito la mia voce che diceva: “C’era del vino ai piedi della cascata vicino alla Rivoluzione Industriale”.»

Annie guardò attraverso il campus. «Lo so. Merda. Lo so.»

A casa, dopo la navetta, dopo un cubetto di gelatina di frutta che qualcuno le aveva offerto durante il tragitto, dopo aver sentito l’autista parlare nostalgicamente della sua famiglia, dei suoi gemelli, di sua moglie, che aveva la gotta, Mae non riusciva a dormire. Giaceva sul suo mediocre futon, nella sua cameretta, uno dei locali dell’appartamento che divideva con due semisconosciute, entrambe assistenti di volo e quasi invisibili. L’appartamento, che si trovava al primo piano di un ex motel, era umile, impossibile da pulire, impregnato dell’odore della disperazione e della scadente cucina dei suoi ex residenti. Era un posto triste, specie dopo una giornata al Cerchio, dove tutto si faceva con cura, con amore e col dono di un occhio sempre attento. Nel suo infelice letto basso Mae dormì per qualche ora, si svegliò, rievocò il giorno e la notte, pensò a Annie e Francis, a Denise e Josiah, e alla pertica da pompieri, e all’Enola Gay, e alla cascata, e alle torce tiki, tutte cose che erano la sostanza di sogni e di vacanze, e impossibili da mantenere, ma poi si rese conto – ed era questo a tenerla sveglia, con la testa che sbandava con qualcosa di simile alla gioia di un bambino ai primi passi – che sarebbe tornata in quel posto, il posto dove avvenivano tutte queste cose. Là era la benvenuta, là aveva un’occupazione.

Andò a lavorare di buonora. Ma alle otto, quando arrivò, si accorse che non le avevano ancora dato una scrivania, almeno non una vera scrivania, e così non sapeva dove andare. Attese un’ora, sotto un cartello che diceva FACCIAMOLO. FACCIAMO TUTTO QUESTO, finché Renata arrivò e la condusse al primo piano del Rinascimento, in uno stanzone grande come un campo di pallacanestro dove c’erano una ventina di scrivanie, tutte diverse, tutte ergonomiche e con un piano di legno biondo. Erano separate da pareti divisorie di vetro e disposte in gruppi di cinque, come petali di un fiore. Nessuna era occupata.

«Tu sei la prima, qui» disse Renata, «ma non rimarrai sola per molto tempo. Ogni nuova area della Customer Experience tende a riempirsi piuttosto in fretta. E non sei lontana da tutte le persone di grado più elevato.» E qui spalancò le braccia, indicando la dozzina di uffici che circondavano lo spazio aperto. Gli occupanti di ognuno di essi erano visibili attraverso le pareti di vetro, e tutti i supervisori, tra i ventisei e i trentadue anni, avevano, all’inizio della giornata, un’aria distesa, competente, saggia.

«Questi designer vanno davvero pazzi per il vetro, eh?» disse Mae con un sorriso.

Renata si fermò, aggrottò la fronte e rifletté su questa idea. Si passò una ciocca di capelli dietro l’orecchio e disse: «Credo di sì. Posso controllare. Ma prima dovremmo parlare della sistemazione, e di quello che dobbiamo aspettarci nel tuo vero primo giorno di lavoro».

Le illustrò le caratteristiche della scrivania, della poltrona e dello schermo, tutte cose che erano state ergonomicamente rifinite e potevano essere adattate a quelli che volevano lavorare stando in piedi.

«Puoi mettere giù la tua roba e adattare la poltrona, e… Oh, pare che tu abbia un comitato di accoglienza. Non alzarti» disse, e si ritrasse.

Mae seguì lo sguardo di Renata e vide un terzetto di facce giovani che venivano verso di lei. Un uomo di ventotto o trent’anni che cominciava a diventare calvo le porse la mano. Mae la strinse, e lui mise davanti a lei, sulla scrivania, un tablet più grande degli altri.

«Salve, Mae, io sono Rob del libro paga. Scommetto che sei contenta di vedermi.» Sorrise, poi rise di cuore, come se si fosse di nuovo reso conto dello spirito della sua battuta. «Okay» disse, «qui abbiamo compilato tutto. Ci sono solo questi tre punti dove devi firmare.» Indicò lo schermo, dove c’erano dei rettangoli gialli lampeggianti che chiedevano la firma di Mae.

Quando ebbe finito, Rob prese il tablet e sorrise con grande cordialità. «Grazie, e benvenuta a bordo.»

Le voltò le spalle e se ne andò, e fu rimpiazzato da una donna corpulenta con un’impeccabile carnagione color rame.

«Salve, Mae, io sono Tasha, il notaio.» Le porse un librone. «Hai la patente?» Mae gliela diede. «Grande. Ho bisogno di tre firme da te. Non chiedermi perché. E non chiedermi perché questo è su carta. Norme governative.» Tasha indicò tre righe consecutive, e Mae firmò col suo nome sopra ognuna di esse.

«Grazie» disse Tasha, e le porse un tampone blu per timbri. «Adesso l’impronta digitale accanto a ogni firma. Non temere, questo inchiostro non macchia. Vedrai.»

Mae premette il pollice sul tampone, e poi accanto a ognuna delle tre firme. L’inchiostro era visibile sulla pagina, ma quando Mae si guardò il dito, era assolutamente pulito.

Le sopracciglia di Tasha descrissero un arco, registrando la gioia di Mae. «Visto? È invisibile. L’unico posto dove si vede è in questo libro.»

Queste erano le cose per cui Mae era venuta. Si faceva tutto meglio, lì. Era all’avanguardia anche l’inchiostro per le impronte digitali, invisibile.

Quando Tasha se ne andò, fu sostituita da un uomo esile con una camicia rossa chiusa da una cerniera lampo, che le strinse la mano.

«Salve, io sono Jon. Ieri ti ho inviato un’email per chiederti di portare l’atto di nascita…» Giunse le mani come se pregasse.

Mae pescò l’atto nella borsetta e a Jon brillarono gli occhi. «L’hai portato!» Batté le mani in fretta, silenziosamente, rivelando una bocca di denti piccolissimi. «La prima volta non se lo ricorda nessuno. Sei la mia nuova favorita.» Prese il foglio, promettendo di restituirglielo dopo averne fatto una copia.

Dietro di lui c’era un quarto membro del personale, un uomo dall’aria beata di trentaquattro o trentacinque anni, la persona di gran lunga più anziana che Mae avesse incontrato quel giorno.

«Salve, Mae. Io sono Brandon, e ho l’onore di consegnarti il tuo nuovo tablet.» Teneva in mano un oggetto lucente, luminoso, con gli orli neri e lisci che parevano di ossidiana.

Mae rimase sbalordita. «Questi non sono stati ancora messi in commercio

Brandon le rivolse un largo sorriso. «È quattro volte più veloce del suo predecessore. Ho giocato col mio per tutta la settimana. È fichissimo.»

«E ne tocca uno anche a me?»

«Eccolo qui» disse lui. «Sopra c’è il tuo nome.»

Girò il tablet su un fianco per mostrarle che vi avevano inciso il nome completo di Mae: MAEBELLINE RENNER HOLLAND.

Glielo porse. Pesava quanto un piatto di carta.

«Ecco, immagino che tu abbia un tablet tuo.»

«Sì. Be’, un laptop, comunque.»

«Un laptop. Accidenti. Posso vederlo?»

Mae lo indicò. «Mi sento come se dovessi buttarlo nel bidone della spazzatura.»

Brandon impallidì. «No, non lo fare! Riciclalo, almeno.»

«Oh, no. Era solo una battuta» disse Mae. «Probabilmente lo terrò. C’è dentro tutta la mia roba.»

«Buona transizione, Mae! È esattamente ciò che dovrei fare subito dopo. Dovremmo trasferire tutta la tua roba nel nuovo tablet.»

«Oh. Posso farlo io.»

«Mi concedi quest’onore? Per tutta la vita mi sono preparato proprio a questo momento.»

Mae rise e scostò la poltrona. Brandon s’inginocchiò davanti alla scrivania e mise il nuovo tablet di fianco al suo laptop. In pochi minuti aveva trasferito tutti i suoi account e le sue informazioni.

«Okay. Ora facciamo lo stesso col telefono. Ta-taa!» Ficcò una mano nella borsa e ne tolse un cellulare nuovo, decisamente più avanzato di quello di Mae. Come il tablet, aveva il suo nome già inciso sul dorso. Mise i due telefoni, il nuovo e il vecchio, vicini l’uno all’altro sulla scrivania e rapidamente, senza fili, trasferì ogni cosa dal secondo al primo.

«Okay. Ora, tutto quello che avevi sull’altro telefono e sul tuo hard drive è accessibile qui sul tablet e sul nuovo cellulare, ma è anche in backup nel cloud e sui nostri server. La tua musica, le tue foto, i tuoi messaggi, i tuoi dati. Nulla potrà mai essere cancellato. Se perdi questo tablet o questo cellulare, ci vorranno esattamente sei minuti per recuperare tutta la tua roba e riversarla in un altro. Sarà lì l’anno prossimo e il secolo prossimo.»

Contemplarono insieme i nuovi dispositivi.

«Vorrei che il nostro sistema fosse esistito dieci anni fa» disse lui. «Ho rovinato due hard disk, allora, ed è come se ti bruciassero la casa con tutta la roba dentro.»

Brandon si alzò.

«Grazie» disse Mae.

«Non c’è di che» disse lui. «E in questo modo possiamo inviarti gli update per il software, le app, ogni cosa, e sapere che sei aggiornata. Tutti alla CE devono usare la stessa versione di ogni software in dotazione, come puoi immaginare. Credo che sia…» disse, facendo un passo indietro. Poi si fermò. «Oh, ed è importantissimo che tutti i dispositivi della società siano protetti da una password, così te ne ho data una io. È scritta qui.» Le porse una strisciolina di carta con una serie di lettere e cifre e oscuri simboli tipografici. «Spero che tu possa memorizzarla oggi e poi buttarla via. D’accordo?»

«Sì. D’accordo.»

«Potremo cambiare la password più tardi, se vuoi. Fammelo sapere e te ne darò una nuova. Sono tutte generate dal computer.»

Mae prese il suo vecchio laptop e fece per metterlo nella borsetta.

Brandon lo guardò come se fosse una specie aliena. «Vuoi che me ne liberi io? Lo facciamo in un modo molto “amico dell’ambiente”.»

«Magari domani» disse lei. «Voglio dirgli addio.»

Brandon le rivolse un sorriso indulgente. «Oh. Capisco. Bene, allora.» Le fece un inchino e andò via, e dietro di lui Mae vide Annie. Si teneva un pugno chiuso sotto il mento, inclinando la testa.

«Ecco la mia bambina, diventata grande finalmente!»

Mae si alzò e la strinse tra le braccia.

«Grazie» sussurrò nel collo di Annie.

«Aaah.» Annie cercava di liberarsi.

Mae la strinse più forte. «Davvero.»

«Bene.» Finalmente Annie le sfuggì. «Basta così. O magari continua. Cominciava a diventare eccitante.»

«Davvero. Grazie» ripeté Mae, con voce tremula.

«No, no, no» disse Annie. «Non vorrai metterti a piangere il tuo secondo giorno di lavoro.»

«Scusa. Ti sono così riconoscente…»

«Basta.» Annie le andò incontro e di nuovo l’abbracciò. «Basta. Basta. Gesù. Sei un fenomeno.»

Mae respirò profondamente, finché si fu calmata. «Credo che adesso tutto sia sotto controllo. Oh, anche mio padre dice che ti ama. Sono tutti così contenti.»

«Okay. È un po’ strano, perché non l’ho mai conosciuto. Ma digli che lo amo anch’io. Appassionatamente. È un uomo focoso? Una volpe argentata? Uno swinger? Forse potremmo combinare qualcosa. Ora, possiamo metterci al lavoro?»

«Certo, certo» disse Mae tornando a sedersi. «Scusa.»

Annie aggrottò maliziosamente le sopracciglia. «Mi sento come se stesse per iniziare la scuola e noi avessimo appena scoperto che ci hanno messo nella stessa aula. Ti hanno dato il nuovo tablet?»

«Proprio adesso.»

«Vediamo.» Annie lo ispezionò. «Ooh, l’incisione è una sciccheria. Chissà quante ne combineremo insieme, eh?»

«Lo spero.»

«Okay, ecco che arriva il tuo team leader. Salve, Dan.»

Mae si affrettò a togliersi dal viso ogni traccia di umidità. Guardando alle spalle di Annie, vide avvicinarsi un bell’uomo, piccolo, sodo, lindo e ben fatto. Indossava una felpa marrone col cappuccio e sorrideva come se fosse molto contento.

«Ciao, Annie, come andiamo?» disse, stringendole la mano.

«Bene, Dan.»

«Mi fa molto piacere, Annie.»

«Te ne hanno dato una buona, qui, spero che tu lo sappia» disse Annie, afferrando il polso di Mae e strizzandolo.

«Oh, certo che lo so» disse lui.

«Aspetta e vedrai.»

«Sì» disse lui, e si voltò a guardare Mae. Il sorriso contento si tradusse in qualcosa di simile a un’assoluta certezza.

«Mentre la sorvegli, non ti perderò di vista» disse Annie.

«Sono lieto di saperlo» disse lui.

«Ci vediamo a pranzo» Annie disse a Mae, e sparì.

Erano andati via tutti tranne Mae e Dan, ma il sorriso di quest’ultimo non era cambiato: era il sorriso di un uomo che non sorride per finta. Era il sorriso di un uomo che era esattamente la persona che voleva essere. Prese una sedia e l’accostò alla scrivania.

«Mi fa molto piacere vederti qui» disse. «Sono lieto che tu abbia accettato la nostra offerta.»

Mae lo guardò negli occhi cercando qualche traccia d’insincerità, dal momento che nessuna persona ragionevole avrebbe mai declinato un invito a lavorare lì. Ma non ce n’era l’ombra. Dan l’aveva interrogata tre volte prima dell’assunzione, e ogni volta le era sembrato incrollabilmente sincero.

«Dunque? Immagino che sia stato fatto tutto, le scartoffie e le impronte digitali.»

«Credo di sì.»

«Ti va di fare due passi?»

Lasciarono la scrivania e, dopo cento metri di un corridoio a vetri, varcarono le monumentali doppie porte e uscirono all’aria aperta. Presero a salire un’ampia scalinata.

«Abbiamo appena finito la terrazza sul tetto» disse lui. «Credo che ti piacerà.»

Quando furono in cima alle scale, la vista era spettacolosa. La terrazza dominava quasi tutto il campus, la circostante città di San Vincenzo e la baia al di là. Mae e Dan osservarono ogni cosa, poi lui le rivolse la parola.

«Mae, ora che sei a bordo, volevo essere chiaro a proposito delle cose principali in cui si crede nella nostra società. E la prima di tutte è che, precisazione non meno importante del lavoro che facciamo – e questo lavoro è molto importante –, vogliamo avere la certezza che anche tu, qui, puoi essere un essere umano. Vogliamo che questo sia il tuo posto di lavoro, certo, ma anche un posto umano. E questo significa incoraggiare la comunità. Anzi, deve essere una comunità. È uno dei nostri slogan, come probabilmente sai: “Prima di tutto la comunità”. E avrai visto i cartelli che dicono “Qui lavorano degli esseri umani”: io insisto su questo. È il progetto che mi sta più a cuore. Non siamo degli automi. Questa non è un’azienda che sfrutta i dipendenti. Siamo un gruppo delle menti migliori della nostra generazione. Delle nostre generazioni. E assicurarsi che questo sia un posto dove venga rispettata la nostra umanità, dove le nostre opinioni abbiano un peso, dove le nostre voci siano ascoltate, non è meno importante di qualunque utile, qualunque valore azionario, qualunque sforzo si faccia qui. Ti sembra che stia dicendo delle banalità?»

«No, no» si affrettò a dire Mae. «Decisamente no. È per questo che sono qui. Mi piace l’idea che la comunità venga prima di tutto. Annie me ne parlava da quando ha cominciato. Nel mio ultimo posto di lavoro nessuno, in realtà, comunicava molto bene. Era tutto il contrario di qui, da ogni punto di vista.»

Dan si voltò a guardare verso le colline a est, che sembravano coperte di mohair e toppe verdi. «Mi spiace sentire queste cose. Con la tecnologia disponibile, la comunicazione non dovrebbe mai essere in dubbio. Non dovrebbe mai essere impossibile capirsi, e nemmeno parlare chiaro. È quello che facciamo qui. Potremmo dire che è la missione della nostra società: in ogni modo, è un’ossessione mia. Comunicazione. Comprensione. Chiarezza.»

Dan accompagnò la frase con un enfatico cenno di assenso, come se la sua bocca avesse appena enunciato, indipendentemente, una cosa che le sue orecchie trovavano molto profonda.

«Nel Rinascimento, come sai, noi ci occupiamo dell’esperienza del cliente, la CE, e qualcuno potrebbe pensare che è la parte meno attraente di tutta questa impresa. Ma da come la vedo io, e da come la vedono i Saggi, è alla base di tutto ciò che accade qui. Se non facciamo in modo che quella del cliente sia un’esperienza soddisfacente, comprensiva e umana, non avremo più clienti. È elementare. Noi siamo la prova che questa società è umana.»

Mae non sapeva cosa dire. Era assolutamente d’accordo. Il suo ultimo principale, Kevin, non sapeva parlare così. Kevin non aveva una filosofia. Kevin non aveva idee. Kevin aveva soltanto i suoi odori e i baffi. Mae sorrideva come un’idiota.

«So che farai grandi cose, qui» disse Dan, e il suo braccio si allungò verso di lei come se avesse voluto metterle una mano sulla spalla, ma poi ci avesse ripensato. La mano ricadde sul suo fianco. «Andiamo giù, così potrai cominciare.»

Lasciarono la terrazza e scesero lo scalone. Tornarono alla scrivania di Mae, dove videro un uomo dai capelli ricci.

«Eccolo là» disse Dan. «Mattiniero come sempre. Salve, Jared.»

Il viso di Jared era liscio, sereno, e le mani giacevano, immobili e pazienti, sul suo ampio grembo. Indossava un paio di calzoni cachi e una camicia di una taglia più piccola del dovuto con il colletto abbottonato.

«Jared si occuperà della tua formazione e sarà il tuo referente principale qui alla CE. Io sono a capo della squadra e Jared dell’unità. Perciò, siamo i due nomi più importanti che devi conoscere. Jared, sei pronto a partire con Mae?»

«Sì» disse lui. «Ciao, Mae.» Si alzò, le porse la mano, e Mae la strinse. Era tenera e arrotondata, come quella di un cherubino.

Dan li salutò e andò via.

Jared sorrise e si passò una mano tra i capelli ricci. «Allora, è il momento della formazione. Ti senti pronta?»

«Assolutamente.»

«Vuoi un caffè, un tè o qualcosa?»

Mae scosse il capo. «Sono pronta.»

«Bene. Sediamoci.»

Mae si sedette e Jared tirò la propria sedia verso la sua.

«Okay. Come sai, per ora ti occuperai della gestione diretta clienti per gli inserzionisti minori. Loro inviano un messaggio alla Customer Experience, e questo viene inoltrato a uno di noi. Inizialmente sarà fatto a caso, ma quando avrai cominciato a lavorare con un cliente, quel cliente continuerà a essere inoltrato a te, per amore della continuità. Quando ricevi la domanda, pensi alla risposta e gliela mandi. Questa è la sostanza. Abbastanza semplice, in teoria. Tutto bene fin qui?»

Mae annuì, e lui snocciolò le venti richieste e domande più comuni, e le mostrò un menu di risposte standardizzate.

«Ora, questo non significa che tu debba semplicemente incollare la risposta e inviarla. Tu dovresti rendere ogni risposta personale, specifica. Tu sei una persona, e loro sono persone, perciò non dovresti imitare un robot e non dovresti trattarli come dei robot. Mi sono spiegato? Qui non lavorano dei robot. Noi non vogliamo assolutamente che il cliente pensi di essere alle prese con un’entità senza volto, quindi tu dovresti essere sempre sicura d’introdurre nel processo un po’ di umanità. Ti sembra una buona idea?»

Mae annuì. Quella frase le era piaciuta: “Qui non lavorano dei robot”.

Esaminarono una dozzina di scenari, e di volta in volta Mae rifinì un po’ meglio le risposte. Jared era un formatore paziente, e l’aiutava a prevedere tutte le eventuali richieste del cliente. Se si fosse trovata in imbarazzo, poteva passare la richiesta a lui, che avrebbe risposto. Era quello che faceva per quasi tutta la giornata, disse Jared: prendere e rispondere alle domande che mettevano in difficoltà i giovani della CE.

«Ma saranno piuttosto rare. Ti stupirà vedere a quante domande sarai capace di rispondere immediatamente. Ora, mettiamo che tu abbia risposto alla domanda di un cliente, e che questo sembri soddisfatto. Quello è il momento in cui gli invii il questionario, e loro lo compilano. È una serie di brevi domande sul tuo servizio, sulla loro esperienza complessiva, e alla fine gli si chiede di dare una valutazione. Loro ti rimandano le domande, e allora tu sai immediatamente com’è andata. È qui che salta fuori il gradimento.»

Indicò l’angolo dello schermo, dove c’era un grosso numero, 99, e sotto una griglia di altri numeri.

«Il 99 è il giudizio dell’ultimo cliente. Il cliente ti valuterà – indovina – su una scala da uno a cento. La valutazione più recente salterà fuori qui, e poi in questa finestra vicina sarà fatta la media col resto dei punti della giornata. Così tu saprai sempre come stai andando, quel giorno e in generale. Ora, so cosa stai pensando. “Okay, Jared, ma che media è la media?” E la risposta è che, se la media scende sotto il 95, dovresti fare un passo indietro per vedere cosa puoi fare per migliorare. Magari la alzi col cliente successivo, magari vedi in che modo potresti fare. E se la media continua a scendere, potresti chiedere a Dan o a qualche altro team leader di studiare con te una procedura migliore. Ti sembra una buona idea?»

«Sì» disse Mae. «Ti sono davvero molto grata, Jared. Nel mio posto di prima io ero sempre all’oscuro di tutto fino alle… tipo, valutazioni trimestrali. Era esasperante.»

«Be’, allora questo ti piacerà. Se i clienti riempiono il questionario e danno la loro valutazione, e lo fanno quasi tutti, allora tu gli invii il messaggio seguente. Quest’ultimo li ringrazia per aver compilato il questionario e li incoraggia a parlare con un amico dell’esperienza che hanno appena fatto con te, usando gli strumenti dei social media del Cerchio. Idealmente, come minimo, lo postano nello Zing, o ti assegnano uno smile o un frown. Nel migliore degli scenari, potresti spingerli a zingare o a scriverne in un altro sito di assistenza clienti. Quando riusciamo a farli parlare delle magnifiche esperienze che hanno avuto con te in qualità di clienti, hanno vinto tutti. Capito?»

«Capito.»

«Okay, facciamone uno dal vivo. Pronta?»

Mae non lo era, ma non poteva dirlo. «Pronta.»

Jared pescò la richiesta di un cliente e dopo averla letta sbuffò brevemente per sottolinearne la natura elementare. Scelse una risposta standard, l’adattò un tantino e augurò al cliente di passare una fantastica giornata. Lo scambio durò novanta secondi, e due minuti dopo il computer confermò che il cliente aveva compilato il questionario, e sullo schermo apparve il punteggio: 99. Jared si appoggiò allo schienale e si rivolse a Mae.

«Ecco. È buono, no? Novantanove va bene. Ma non posso fare a meno di chiedermi perché non era 100. Vediamo.» Aprì le risposte del cliente al questionario e le esaminò. «Be’, non c’è alcuna chiara indicazione del fatto che una parte qualsiasi della loro esperienza fosse insoddisfacente. Ora, quasi tutte le aziende direbbero: accipicchia, 99 punti su 100, è quasi perfetto. E io dico, esattamente: è quasi perfetto, certo. Ma qui al Cerchio questo punto in meno ci disturba. Dunque, vediamo se si riesce a venirne a capo. Ecco il follow-up che inviamo al cliente.»

Le mostrò un altro questionario, più corto, in cui si chiedeva al cliente cosa si sarebbe potuto migliorare nell’interazione, e come. Glielo inviarono.

Pochi secondi dopo arrivò la risposta. «Andava tutto bene. Scusate. Avrei dovuto darvi 100. Grazie!»

Jared diede un buffetto allo schermo e alzò il pollice verso Mae.

«Okay. A volte potresti semplicemente incontrare qualcuno che non è proprio sensibile alla metrica. Allora è bene chiedere, vedere di arrivare alla chiarezza. Ora siamo tornati a un punteggio perfetto. Pronta a farne uno tu?»

«Sì.»

Scaricarono la richiesta di un altro cliente, e Mae diede una scorsa alle risposte standard, trovò quella appropriata, la personalizzò e la rispedì. Quando il questionario tornò indietro, il punteggio era 100.

Per un attimo, Jared parve sorpreso. «Al primo che fai ti danno 100, accidenti» disse. «Lo sapevo che saresti andata bene.» Aveva annaspato un momento, ma poi si ricompose. «Okay, credo che tu sia pronta per farne qualcun altro. Ora, un altro paio di cosette. Accendiamo il secondo schermo.» Accese uno schermo più piccolo alla destra di Mae. «Questo è per i messaggi tra gli uffici. Tutti i Circler inviano i messaggi attraverso il feed principale, ma essi appaiono sull’altro schermo. Questo, per sottolineare l’importanza dei messaggi e per aiutarti a distinguerli. Di tanto in tanto vedrai qui dei messaggi miei, per il check-in o per qualche messa a punto o novità. Okay?»

«Ricevuto.»

«Ora, ricordati di inviarmi tutte le domande difficili, e se hai bisogno di fermarti e di parlare, puoi inviarmi un messaggio o passare da me. Sono giusto in fondo al corridoio. Mi aspetto che nelle prime settimane ti tenga in contatto abbastanza spesso, in un modo o nell’altro. È così che saprò che stai imparando. Perciò, non esitare.»

«Non esiterò.»

«Magnifico. Ora, sei pronta a cominciare sul serio?»

«Sì.»

«Okay. Vuol dire che apro il rubinetto. E quando ti avrò sommerso sotto questo diluvio, avrai la tua coda e continuerai a essere inondata per le prossime due ore, fino all’ora di pranzo. Sei pronta?»

Mae sentiva di esserlo. «Sì.»

«Sei sicura? Okay, allora.»

Attivò il suo account, le rivolse un ironico saluto e se ne andò. Il rubinetto si aprì e nei primi dodici minuti Mae rispose a quattro domande, facendo segnare un punteggio di 96. Sudava copiosamente, ma il ritmo era elettrizzante.

Sul secondo schermo apparve un messaggio di Jared. Grande! Vediamo se presto riusciamo a portarlo a 97.

Ce la farò! scrisse lei.

E ricordati di inviare i follow-up a quelli sotto i 100.

Okay, scrisse lei.

Inviò sette follow-up, e tre clienti portarono il punteggio a 100. Entro le 11.45 aveva risposto ad altre dieci domande. Ora il suo risultato complessivo era 98.

Sul secondo schermo apparve un altro messaggio, questa volta di Dan. Lavoro fantastico, Mae! Come ti senti?

Mae era sbalordita. Un team leader che ti faceva il check-in, e così gentilmente, il primo giorno?

Bene. Grazie! rispose, e aprì la richiesta del cliente successivo.

Un altro messaggio di Jared apparve sotto il primo.

C’è qualcosa che posso fare? Domande cui posso rispondere?

No, grazie! scrisse lei. Tutto a posto, per ora. Grazie, Jared! Tornò al primo schermo. Un altro messaggio di Jared apparve sul secondo.

Ricorda che posso aiutarti solo se mi dici come.

Grazie ancora! scrisse lei.

All’ora di pranzo aveva risposto a trentasei domande e il suo punteggio era 97.

Arrivò un messaggio di Jared. Brava! Facciamo il follow-up a tutti quelli sotto i 100 che restano.

Lo faccio subito, rispose lei, e inviò i follow-up a quelli di cui non si era già occupata. Portò alcuni 98 a 100 e poi vide un messaggio di Dan: Magnifico lavoro, Mae!

Qualche secondo più tardi, sul secondo schermo, un messaggio di Annie apparve sotto quello di Dan: Dan dice che stai andando a mille. Brava!

E poi un messaggio le disse che era stata citata su Zing. Cliccò per leggerlo. Era stato scritto da Annie. La pivella Mae sta andando a mille! Lo aveva inviato al resto del campus del Cerchio: 10.041 persone.

Lo zing venne inoltrato 322 volte e ci fu un follow-up di 187 commenti, che apparvero sul secondo schermo in una fila sempre più lunga. Mae non ebbe il tempo di leggerli tutti, ma li fece scorrere in fretta e la convalida le parve buona. Alla fine della giornata il suo punteggio era 98. Messaggi di congratulazioni arrivarono da Jared, Dan e Annie. Seguì una serie di zing che annunciavano e celebravano quello che Annie chiamò “il punteggio più alto di tutti i pivelli CE di tutti i tempi, e via così”.

Entro il suo primo venerdì Mae aveva servito 436 clienti e imparato a memoria le risposte standard. Non c’era più nulla che la stupisse, anche se la varietà dei clienti e delle loro attività era una cosa da far girare la testa. Il Cerchio era dappertutto, e benché lo sapesse da anni, intuitivamente, a sentirlo da queste persone, le aziende che contavano sul Cerchio per far conoscere i loro prodotti, per verificarne l’impatto digitale, per sapere chi comprava le loro mercanzie e quando, diventava qualcosa di vero su un piano molto diverso. Mae ora aveva contatti con clienti di Clinton in Louisiana, e Putney nel Vermont, di Marmaris in Turchia, e di Melbourne, Glasgow e Kyoto. Erano invariabilmente garbati nelle richieste – il retaggio di TruYou – e generosi nell’indice di gradimento.

A metà mattina di quel venerdì il suo totale per la settimana era 97, e le conferme venivano da ogni settore del Cerchio. Il lavoro era impegnativo e il flusso non si arrestava, ma era abbastanza vario e la convalida abbastanza frequente, tanto da permetterle di adottare un ritmo confortevole.

Proprio mentre stava per rispondere a un’altra domanda le arrivò un messaggio telefonico. Era Annie: “Mangia con me, stupidella”.

Si sedettero su una collinetta, con due insalate a dividerle, e il sole che faceva intermittenti apparizioni dietro nuvole in flemmatico movimento. Mae e Annie guardavano un trio di giovanotti, pallidi e vestiti da ingegneri, che cercavano di passarsi un pallone da football.

«E così sei già una star. Mi sento una mamma orgogliosa.»

Mae scosse il capo. «Non sono affatto una star. Ho un mucchio di cose da imparare.»

«Certo. Ma già un 97? È pazzesco. La prima settimana io non sono andata oltre 95. Tu sei nata per questo lavoro.»

Una coppia di ombre oscurò il loro lunch.

«Possiamo conoscere la pivellina?»

Mae alzò lo sguardo, riparandosi gli occhi.

«Certo» disse Annie.

Le due ombre si sedettero. Annie le indicò con la forchetta. «Questi sono Sabine e Josef.»

Mae strinse loro la mano. Sabine era bionda, robusta, strabica. Josef era magro, pallido, con una dentatura di comica bruttezza.

«Mi sta già guardando i denti!» gemette, indicando Mae. «Voi americani siete ossessionati! Mi sento un cavallo messo all’asta.»

«Ma tu hai veramente dei brutti denti» disse Annie. «E noi qui abbiamo cure dentarie convenzionate così buone…»

Josef scartocciò un burrito. «Io credo che i miei denti costituiscano un necessario attimo di tregua dalla innaturale perfezione di quelli di tutti gli altri.»

Annie inclinò la testa da un lato, studiandolo. «Sono sicura che dovresti farteli mettere a posto, se non per te per il morale dell’azienda. Tu fai venire incubi alla gente.»

Josef si esibì in un broncio teatrale, la bocca piena di asado. Annie gli diede un colpetto sul braccio.

Sabine si rivolse a Mae. «Dunque tu sei nella CE?» In quel momento Mae notò il tatuaggio sul braccio di Sabine, il simbolo dell’infinito.

«Sì. La prima settimana.»

«Ho visto che te la stai cavando piuttosto bene, finora. Anch’io ho iniziato lì. Quasi tutti.»

«E Sabine è una biochimica» soggiunse Annie.

Mae rimase stupita. «Sei una biochimica?»

«Sì.»

Mae ignorava che al Cerchio lavorassero dei biochimici. «Posso chiedere a cosa stai lavorando?»

«Se puoi chiedere?» sorrise Sabine. «Certo che puoi. Ma non sono tenuta a dirti niente.»

Per un attimo tutti sospirarono, ma poi Sabine si fermò.

«Seriamente, non posso dirtelo. Non ora, comunque. Parlando in generale, lavoro alla ricerca del lato biometrico delle cose. Sai, scanning dell’iride e riconoscimento facciale. Ma in questo momento sto facendo qualcosa di nuovo. Anche se mi piacerebbe…»

Annie rivolse a Sabine un’occhiata implorante che era un invito a tacere. Sabine si riempì la bocca di lattuga.

«Comunque» disse Annie, «Josef, qui, è nell’Educational Access. Sta cercando di introdurre i tablet nelle scuole che in questo momento non se li possono permettere. È un buon samaritano. È anche amico del tuo nuovo amico. Garbonzo.»

«Garaventa» la corresse Mae.

«Ah. Te lo ricordi. L’hai rivisto?»

«Questa settimana no. C’è stato troppo da fare.»

Ora la bocca di Josef era aperta. Aveva appena ricordato una cosa. «Tu sei Mae?»

Annie trasalì. «L’abbiamo già detto. Certo che è Mae.»

«Scusate. Non avevo sentito bene. Adesso ho capito chi sei.»

Annie sbuffò. «Come, voi due ragazzine non vi siete dette tutto della notte brava di Francis? Non ha cominciato a scrivere il nome di Mae sul suo taccuino, circondato da tanti cuoricini?»

Josef sospirò, indulgente. «No, mi ha detto solo che aveva conosciuto una ragazza molto carina, e che il suo nome era Mae.»

«Che simpatico» disse Sabine.

«Le ha raccontato che era della sicurezza» disse Annie. «Perché ha dovuto fare una cosa simile, Josef?»

«Non si è espresso così» insistette Mae. «Te l’ho detto.»

Annie non sembrò curarsene. «Be’, credo che potresti anche chiamarla sicurezza. Lui si occupa della sicurezza dei bambini. È praticamente il cuore di questo programma destinato a prevenire i rapimenti. E potrebbe farcela, sicuro.»

Sabine, riempitasi nuovamente la bocca, annuiva vigorosamente. «Certo che ce la farà» disse, spruzzando frammenti di insalata e vinaigrette. «È un affare praticamente già fatto.»

«Di che si tratta?» chiese Mae. «Vuole prevenire tutti i rapimenti?»

«Potrebbe» disse Josef. «È motivato.»

Annie spalancò gli occhi. «Ti ha detto qualcosa delle sue sorelle?»

Mae scosse il capo. «No, non me ne ha proprio parlato. Allora, queste sorelle?»

I tre Circler si guardarono, come per valutare se la storia poteva essere narrata lì per lì.

«È la storia peggiore che ci sia» disse Annie. «I genitori erano dei tremendi casinisti. Credo che in famiglia ci fossero quattro o cinque bambini, e Francis era il più piccolo o il penultimo, e comunque il papà era in galera e la mamma si drogava, così i figli sono stati sparpagliati dappertutto. Credo che uno andò dagli zii, e le due sorelle furono prima date in affidamento e poi sottratte alle famiglie. Credo che ci fosse qualche dubbio, sai, se erano state date o vendute agli assassini.»

«Cosa?» Mae si era sentita svenire.

«Oddio, furono violentate e tenute in un armadio e i loro corpi vennero lasciati in una specie di sito missilistico abbandonato. Volevo dire che è la storia più brutta che sia stata mai raccontata. Francis ne ha parlato a un gruppo di noi quando cercava di far approvare questo programma per la sicurezza dei bambini. Merda, guarda che faccia hai. Non avrei dovuto dirti queste cose.»

Mae non riuscì a spiccicare una parola.

«È importante che lo sappiate» disse Josef. «Ecco perché ci mette tanta passione. Cioè, il suo progetto eliminerebbe quasi completamente la possibilità che una cosa come questa si ripeta. Un momento. Che ore sono?»

Annie consultò il cellulare. «Hai ragione. Dobbiamo filare. Bailey vuol fare una presentazione. Dovremmo già essere nella Great Hall.»

La Great Hall era nell’Illuminismo, e quando entrarono nella sala, una caverna da 3500 posti tutta in legni caldi e acciaio satinato, vi regnava l’impaziente brusio dell’attesa. Mae e Annie trovarono una delle ultime coppie di poltrone nella seconda balconata e si sedettero.

«Questa è stata finita qualche mese fa» disse Annie. «Quarantacinque milioni di dollari. Bailey ha copiato le strisce dal duomo di Siena. Bella, vero?»

L’attenzione di Mae fu attirata dal palco, dove un uomo si era incamminato verso un podio di plexiglas, accolto da uno scoppio di applausi. Era di alta statura, tra i quaranta e i cinquant’anni, un po’ panciuto ma non sovrappeso, con un paio di jeans e un maglione blu con la scollatura a V. Non si vedevano microfoni, ma quando cominciò a parlare la sua voce era amplificata e chiara.

«Ciao a tutti. Il mio nome è Eamon Bailey» disse, provocando un’altra salva di applausi che vennero prontamente scoraggiati. «Grazie. Sono molto contento di vedervi tutti qui. Molti di voi sono nuovi dell’azienda dall’ultima volta che ho parlato, un mese fa. I novellini possono alzarsi?» Annie diede una gomitata a Mae. Mae si alzò e, guardandosi intorno nell’auditorium, vide alzarsi una sessantina di persone, quasi tutte della sua età, tutte dall’aria timida, tutte di un’eleganza tranquilla, che nell’insieme rappresentavano ogni razza ed etnia e, grazie agli sforzi del Cerchio per facilitare i permessi per i dipendenti di altri paesi, una gamma di nazioni che stordiva. L’applauso del resto dei Circler fu sonoro, con una spruzzata di grida d’entusiasmo. Mae si sedette.

«Sei così carina quando diventi rossa» disse Annie.

Mae si lasciò sprofondare nella poltrona.

«Novellini» disse Bailey, «vi aspetta qualcosa di speciale. Questo si chiama il Venerdì dei Sogni, dove presentiamo dei progetti a cui stiamo lavorando. Spesso è uno dei nostri ingegneri, o dei nostri progettisti, o dei nostri visionari, e qualche volta sono solo io. E oggi, nel bene e nel male, sono solo io. Ragion per cui vi faccio le mie scuse anticipate.»

«Noi ti vogliamo bene, Eamon!» gridò una voce dal pubblico. Seguì qualche risata.

«Be’, grazie» disse lui, «è un amore ricambiato. Io vi amo come l’erba ama la rugiada, come gli uccelli amano un ramo.» Fece una piccola pausa, permettendo a Mae di tirare il fiato. Aveva già letto questi discorsi online, ma essere lì in persona, e vedere la mente di Bailey all’opera, sentire la sua semplice eloquenza, era meglio di quanto ritenesse possibile. Come sarebbe stato, pensava, essere una persona come lui, eloquente e ispirata, così disinvolta davanti a migliaia di spettatori?

«Sì» continuò Bailey, «è passato un mese intero dall’ultima volta che sono salito su questo palco, e so che i miei sostituti sono stati poco soddisfacenti. Scusate se vi ho privato della mia presenza. Mi rendo conto che nessuno è in grado di prendere il mio posto.» La battuta suscitò una risata che si diffuse in tutta la sala. «E so che molti di voi si sono chiesti dove diavolo fossi finito.»

Una voce dalle prime file gridò: «A fare un po’ di surf!» e nella sala scoppiò un’altra risata.

«Be’, è vero. Ho fatto un po’ di surf, e questa è una delle cose di cui sono venuto a parlarvi. Amo fare surf, e quando ho voglia di farlo devo sapere come sono le onde. Ora, un tempo succedeva che ti svegliavi e chiamavi il venditore di tavole del posto e gli chiedevi dov’erano le onde più grandi. E ben presto il venditore ha smesso di rispondere al telefono.»

Risate d’intesa partirono dai più vecchi tra i presenti.

«Quando ci fu la proliferazione dei cellulari, potevi chiamare gli amici che erano andati in spiaggia prima di te. Ma hanno smesso di rispondere al telefono anche loro.»

Un’altra grande risata dal pubblico.

«Seriamente. Non è pratico fare dodici telefonate ogni mattina, e del resto come ci si può fidare del giudizio degli altri sulle condizioni del tempo? I surfer non vogliono altra gente sulle poche onde che abbiamo qui. Ma poi è arrivata Internet, e qua e là qualche genio ha piazzato videocamere sulle spiagge. Potevamo collegarci e ricevere delle immagini piuttosto confuse delle onde a Stinson Beach. Era quasi peggio che chiamare il negozio del venditore di tavole! La tecnologia era piuttosto primitiva. Lo streaming lo è ancora. O meglio lo era. Finora.»

Uno schermo si abbassò dietro di lui.

«Okay. Ecco com’era una volta.»

Lo schermo mostrò il display di un browser standard, e una mano invisibile scrisse l’url di un sito denominato SurfSight. Apparve un sito disegnato poveramente, con al centro, in streaming, la minuscola immagine di una linea costiera. Era pixellata, tremolante e comicamente lenta. Il pubblico ridacchiò.

«Quasi inutile, vero? Ora, come sappiamo, il video in streaming è molto migliorato negli ultimi anni. Ma è sempre più lento della vita reale, e la qualità dell’immagine è piuttosto deludente. Così, nel corso dell’ultimo anno credo che abbiamo risolto i problemi della qualità. Adesso aggiorniamo quella pagina per mostrare il sito col nuovo software che abbiamo installato noi.»

Quando apparve la pagina aggiornata, la linea costiera occupava tutto lo schermo e la risoluzione era perfetta. L’impressione suscitata dall’immagine strappò un mormorio a tutta la sala.

«Sì, questo è un collegamento live con Stinson Beach. Questa è Stinson Beach in questo preciso momento. Sembra piuttosto bella, eh? Forse dovrei essere là, invece di stare qui davanti a voi!»

Annie si sporse verso Mae. «La prossima parte è incredibile. Aspetta e vedrai.»

«Ora, molti di voi non sembrano ancora tanto impressionati. Come sappiamo tutti, molte macchine possono trasmettere video in streaming ad alta risoluzione, e molti dei vostri tablet e dei vostri cellulari sono già in grado di supportarli. Ma in tutto ciò ci sono un paio di aspetti nuovi. La prima parte riguarda il modo in cui noi riceviamo questa immagine. Vi stupirebbe apprendere che non viene da una grossa videocamera, ma proprio da una di queste?»

Teneva in mano un piccolo dispositivo che aveva la forma e le dimensioni di un leccalecca.

«Questa è una videocamera, e questo è proprio il modello che trasmette l’incredibile qualità di quell’immagine. Qualità d’immagine che resiste a questo tipo d’ingrandimento. Dunque, ecco la prima grande novità. Possiamo ormai raggiungere l’alta definizione con una videocamera grande come il mio pollice. Be’, un pollice piuttosto grosso. La seconda grande novità è che, come potete vedere, questa videocamera non ha bisogno di fili. Trasmette l’immagine via satellite.»

Una salva di applausi fece tremare la sala.

«Aspettate. Vi ho detto che funziona con una batteria al litio che dura due anni? No? Be’, è così. E manca solo un anno a un modello azionato interamente dall’energia solare. Ed è impermeabile, a prova di sabbia, vento, animali, insetti, tutto.»

Altri applausi risuonarono nella sala.

«Bene, ho messo io quella videocamera stamattina. L’ho fissata a un palo col nastro adesivo, ho piantato il palo nella sabbia, tra le dune, senza permessi, senza niente. In effetti, nessuno sa che è là. Così, stamattina l’ho accesa, poi sono tornato in ufficio, ho digitato Camera One, Stinson Beach, e ottenuto questa immagine. Non c’è male. Ma non è tutto. In realtà, stamattina mi sono dato un po’ da fare. Ho fatto un giro in macchina e ne ho messa una anche a Rodeo Beach.»

E a questo punto l’immagine originaria di Stinson Beach si rimpicciolì e si spostò in un angolo dello schermo. Emerse un’altra finestra che mostrava le onde a Rodeo Beach, qualche chilometro più a sud lungo la costa del Pacifico. «E poi Montara. E Ocean Beach. Fort Point.» A ogni spiaggia citata da Bailey, appariva un’altra immagine in diretta. Sullo schermo c’era ormai un mosaico di sei spiagge, ognuna delle quali viva e visibile con assoluta chiarezza e a colori smaglianti.

«Ora, non dimenticate: queste camere non le vede nessuno. Le ho nascoste piuttosto bene. Al bagnante comune sembrano piante, o un bastone. Un oggetto qualsiasi. Passano inosservate. Così, stamattina, in poche ore, ho creato un accesso video perfettamente nitido a sei località che mi aiutano a sapere in che modo programmare la mia giornata. E noi qui non facciamo altro che cercare di conoscere ciò che prima era ignoto, dico bene?»

Centinaia di teste annuirono. Risuonarono sporadici applausi.

«Okay, e così molti di voi staranno pensando: “Be’, è solo una specie di TV a circuito chiuso incrociata con la tecnologia dello streaming, i satelliti e quant’altro”. Bene. Però voi sapete che farlo con la tecnologia esistente avrebbe avuto un costo proibitivo per l’uomo della strada. Ma se tutto questo fosse accessibile e alla portata di tutti? Amici miei, stiamo pensando di mettere in vendita queste videocamere al dettaglio – tra qualche mese, badate – a cinquantanove dollari l’una.»

Bailey alzò la videocamera che sembrava un leccalecca e la gettò a qualcuno in prima fila. La donna che la prese la mostrò alla gente, girandosi verso il pubblico e sorridendo allegramente.

«Potrete comprarne dieci per Natale, e tutt’a un tratto avrete accesso ininterrotto a tutti i posti dove volete andare: casa, lavoro, condizioni del traffico. E potrà installarle chiunque. Ci vogliono al massimo cinque minuti. Pensate alle implicazioni!»

Lo schermo alle sue spalle si schiarì, le spiagge sparirono e apparve un altro mosaico.

«Ecco quello che si vede dal mio cortile» disse Bailey, mostrando la ripresa in diretta di un cortile ordinato e modesto. «Questo è il prato davanti alla casa. Il garage. Eccone una su una collina che sovrasta l’autostrada 101, dove all’ora di punta il traffico diventa pesante. Eccone una vicino al mio posto macchina, per assicurarmi che nessuno vi abbia parcheggiato la sua.»

E in breve tempo apparvero sullo schermo sedici distinte inquadrature, tutte di riprese in diretta.

«Ora, queste sono solo le mie videocamere. Vi accedo digitando semplicemente Camera 1, 2, 3, 12, quello che volete. Facile. Ma… e se adottassimo lo sharing? Cioè, se un amico avesse piazzato qualche videocamera anche lui, e volesse concedermi l’accesso?»

E a questo punto il mosaico sullo schermo si moltiplicò, da sedici finestre a trentadue. «Ecco le inquadrature di Lionel Fitzpatrick. Lui ama sciare, quindi ha piazzato alcune videocamere in modo da poter conoscere la condizioni del tempo in dodici località, tutte sopra Tahoe.»

Adesso c’erano dodici immagini in diretta di montagne con le cime innevate, di valli blu ghiaccio, di catene coperte da un folto tappeto di verdi conifere.

«Lionel può concedermi libero accesso a tutte le videocamere che vuole. È come fare amicizia con qualcuno, che adesso però ti dà libero accesso a tutte le sue riprese in diretta. Dimenticate la TV via cavo. Dimenticate i cinquecento canali. Se avete mille amici, e questi hanno dieci videocamere per ciascuno, oggi potete scegliere tra diecimila dirette. Se i vostri amici sono cinquemila, avrete cinquantamila opzioni. E presto potrete collegarvi con milioni di videocamere nel mondo. Ripeto, immaginate le implicazioni!»

Lo schermo si sbriciolò in mille minischermi. Spiagge, montagne, laghi, città, uffici, stanze. La folla applaudiva freneticamente. Poi lo schermo rimase vuoto e dal nero emerse un segno della pace, bianco.

«Adesso immaginate le implicazioni per quanto riguarda i diritti umani. I manifestanti nelle strade dell’Egitto non devono più impugnare una videocamera sperando di cogliere la violazione di un diritto umano o un delitto, e poi portare via il filmato dalle strade e metterlo online. Adesso è facile come incollare una videocamera al muro. In pratica, abbiamo fatto proprio questo.»

Il pubblico cadde in un silenzio sbalordito.

«Datemi la Camera 8 del Cairo.»

Apparve l’immagine in diretta di una strada. C’erano degli striscioni stesi per terra e, a una certa distanza, una coppia di poliziotti in tenuta antisommossa.

«Non sanno che noi li vediamo, ma è così. Il mondo li guarda. E li ascolta. Alzate l’audio.»

A un tratto si poté sentire chiaramente una conversazione in arabo tra pedoni che passavano accanto alla camera, ignari.

«E naturalmente quasi tutte le videocamere possono essere azionate manualmente o a distanza col riconoscimento vocale. Guardate questo. Camera 8, gira a sinistra.» Sullo schermo, la via del Cairo inquadrata dalla camera fece una panoramica a sinistra. «Ora a destra.» E la panoramica fu a destra. Bailey ne diede una dimostrazione muovendola in su, in giù, in diagonale, il tutto con notevole fluidità.

Il pubblico riprese ad applaudire.

«Ora, non dimenticate che queste videocamere costano poco e sono facili da nascondere, e che non hanno bisogno di fili. Per questo non ci è stato difficile piazzarle dappertutto. Facciamo vedere piazza Tahrir.»

Molti tra il pubblico rimasero a bocca aperta. Sullo schermo c’era adesso un’immagine in diretta di piazza Tahrir, la culla della Rivoluzione Egiziana.

«Abbiamo fatto mettere da nostre persone di fiducia al Cairo le videocamere la settimana scorsa. Sono talmente piccole che l’esercito non le può trovare. Non sanno neanche dove cercare! Mostriamo le altre inquadrature. Camera 2. Camera 3. Quattro. Cinque. Sei.»

C’erano sei vedute della piazza, ognuna delle quali così nitida che si vedevano le gocce di sudore su ogni volto, si leggevano le piastrine con i nomi di ogni soldato.

«Adesso, dalla 7 alla 50.»

Seguì un mosaico di cinquanta immagini che sembravano coprire l’intero spazio. Il pubblico tornò a rumoreggiare. Bailey alzò le mani, come per dire: “Non ancora. C’è molto di più”.

«Ora la piazza è tranquilla, ma potete immaginare se succedesse qualcosa? Si vedrebbero le immediate responsabilità. Ogni militare che commettesse un atto di violenza sarebbe istantaneamente segnalato alla posterità. Potrebbe essere processato per crimini di guerra, e così via. E anche se sgombrano la piazza dai giornalisti, le videocamere sono sempre là. E non importa quante volte cercheranno di eliminarle, perché sono talmente piccole che non sapranno mai con certezza dove sono, chi le ha messe, dove e quando. E il non saperlo impedirà gli abusi di potere. Prendete il soldato comune, che ora si preoccupa di essere ripreso da una dozzina di videocamere, per tutta l’eternità, mentre trascina una donna per la strada tirandola per i capelli… Be’, credo che dovrebbe preoccuparsi. Dovrebbe preoccuparsi di queste videocamere. Dovrebbe preoccuparsi delle SeeChange. È così che le abbiamo chiamate.»

Ci fu un subitaneo scoppio di applausi, che crebbero quando il pubblico cominciò a rendersi conto del doppio senso del nome.  1

«Vi piace?» disse Bailey. «Okay, ma questo non vale solo per le aree interessate da sollevazioni popolari. Immaginate una città qualunque con questo tipo di copertura. Chi commetterebbe un reato sapendo di essere sorvegliato in ogni momento, dappertutto? I miei amici dell’FBI ritengono che questo ridurrebbe del 70-80 per cento i tassi di criminalità in ogni città dove noi avessimo un’autentica e significativa presenza.»

Gli applausi s’infittirono.

«Ma per ora torniamo ai luoghi della Terra dove abbiamo più bisogno di trasparenza e dove invece ne abbiamo così poca. Ecco una miscellanea di località di tutto il mondo dove abbiamo piazzato le nostre videocamere. Adesso immaginate l’impatto che queste videocamere avrebbero avuto in passato, e avranno in futuro, se trapelassero analoghi avvenimenti. Ecco cinquanta videocamere in piazza Tienanmen.»

Lo schermo si riempì di immagini in diretta di ogni angolo della piazza, e la folla tornò a prorompere in applausi. Bailey continuò, mostrando la copertura di una dozzina di regimi autoritari, da Khartum a Pyongyang, dove le autorità non avevano idea di essere osservate da tremila Circler in California: non avevano idea di poter essere osservate, ignorando che questa tecnologia era o avrebbe mai potuto essere possibile.

Poi Bailey cancellò di nuovo tutto dallo schermo e fece un passo avanti verso il pubblico. «Sapete bene di cosa parlo, vero? Nelle situazioni come questa io sono d’accordo con l’Aia, con gli attivisti per i diritti umani di tutto il mondo. Bisogna che ognuno risponda del proprio operato. I tiranni non possono più nascondersi. Ci devono essere, e ci saranno, documentazione e responsabilità, e noi dobbiamo rendere testimonianza. E a questo scopo io insisto che tutto quello che succede debba essere conosciuto.»

Le parole piovvero sullo schermo:

TUTTO QUELLO CHE SUCCEDE DEV’ESSERE CONOSCIUTO.

«Amici, siamo all’alba del Secondo Illuminismo. E non parlo di un nuovo edificio nel campus. Parlo di un’era in cui non permetteremo che la maggior parte del pensiero, dell’azione, delle conquiste e della cultura umana sfugga come da un secchio bucato. L’abbiamo già fatto. Si chiamava Medioevo, i secoli bui. Se non fosse stato per i monaci, tutto ciò che il mondo aveva appreso sarebbe andato perduto. Ebbene, noi viviamo in un’epoca molto simile, in cui stiamo perdendo la gran parte di quello che facciamo, vediamo e apprendiamo. Ma non è detto che le cose debbano andare avanti così. Non con queste videocamere, e non con la missione del Cerchio.»

Tornò a voltarsi verso lo schermo e lesse ciò che vi era scritto, esortando il pubblico a impararlo a memoria.

TUTTO QUELLO CHE SUCCEDE DEV’ESSERE CONOSCIUTO.

Si girò nuovamente verso la sala e sorrise.

«Okay, e ora torniamo alla mia famiglia. Mia madre ha ottantun anni. Non va più in giro con la stessa facilità di una volta. Un anno fa è caduta e si è rotta l’anca, e da allora sono diventato un po’ ansioso. L’ho pregata di lasciarmi installare alcune videocamere di sicurezza, per potervi accedere a circuito chiuso, ma ha rifiutato. Adesso, però, sono tranquillo. Sabato scorso, mentre faceva il suo sonnellino…»

Un’ondata di risatine si allargò tra il pubblico.

«Perdonatemi! Perdonatemi!» disse lui. «Non avevo scelta. Altrimenti non me l’avrebbe fatto fare. Così, sono entrato di nascosto e ho messo una videocamera in ogni stanza. Sono talmente piccole che non se ne accorgerà mai. Vi mostro subito. Possiamo vedere le videocamere dalla 1 alla 5 nella casa di mia madre?»

Sullo schermo apparve un mosaico d’immagini, compresa quella di sua madre che procedeva con passo felpato lungo un corridoio illuminato, avvolta in un asciugamano. Ci fu uno scoppio di risa.

«Oddio! Saltiamo questa.» L’immagine sparì. «Comunque. Il punto è che so che è al sicuro, e questo mi tranquillizza. Come ben sappiamo tutti noi qui al Cerchio, la trasparenza porta alla tranquillità. Io non devo più chiedermi: “Come sta mia mamma?”. Non devo più chiedermi: “Cosa sta succedendo in Myanmar?”. Di questo modello stiamo fabbricando un milione di pezzi, e la mia previsione è che entro un anno avremo un milione di live stream accessibili. In cinque anni, cinquanta milioni. In dieci anni, due miliardi di videocamere. Saranno pochissime le aree popolate alle quali non potremo accedere dagli schermi che abbiamo tra le mani.»

Il pubblico tornò a rumoreggiare. Qualcuno, dalla sala, gridò: «Lo vogliamo subito!».

Bailey continuò. «Invece di fare ricerche nel Web, solo per trovare qualche video tagliato o riveduto di pessima qualità, adesso ti rivolgi a SeeChange e digiti “Myanmar”. O il nome del tuo compagnuccio al liceo. Ci sono buone probabilità che qualcuno abbia installato una videocamera nei paraggi, dico bene? Perché la nostra voglia di vedere il mondo non dovrebbe essere soddisfatta? Vuoi vedere le isole Fiji, ma non ci puoi andare? SeeChange. Vuoi controllare se tuo figlio è a scuola? SeeChange. Ecco la massima trasparenza. Senza filtri. Vedere tutto. Sempre.»

Mae si sporse verso Annie. «Incredibile.»

«Lo so» disse Annie.

«Ora, queste videocamere devono proprio essere fisse?» disse Bailey, alzando un dito in segno di rimprovero. «Certamente no. Il caso vuole che in questo momento io abbia una dozzina di aiutanti in tutto il mondo, con una videocamera al collo. Andiamo a cercarli, eh? Posso vedere la videocamera di Danny?»

Sullo schermo apparve un’immagine del Machu Picchu. Sembrava una cartolina, una veduta dall’alto di quegli antichi ruderi. Poi la videocamera cominciò a muoversi, in direzione delle rovine. La folla, rimasta a bocca aperta, scoppiò in un applauso.

«È una ripresa in diretta, anche se immagino che sia ovvio. Ciao, Danny. Ora andiamo da Sarah sul monte Kenya.» Sul grande schermo apparve un’altra inquadratura, questa dei campi di scisto alti sulla montagna. «Puoi farci vedere la vetta, Sarah?» La videocamera panoramicò verso l’alto mostrando la cima del monte avvolta dalla nebbia. «Capite? Questo ci offre la possibilità di ottenere surrogati visivi. Immaginate che io sia costretto a letto, o troppo debole per esplorare personalmente la montagna. Mando qualcuno lassù con una videocamera al collo e posso vedere tutto in tempo reale. Diamo un’occhiata a qualche altro posto.» Presentò immagini in diretta di Parigi, Kuala Lumpur, di un pub londinese.

«Ora facciamo un piccolo esperimento, mettendo insieme tutte queste cose. Io sono seduto in poltrona, a casa mia. Mi collego e voglio farmi un’idea di come va il mondo. Mostratemi il traffico sulla 101. Vie di Giakarta. Surf a Bolinas. La casa di mia madre. Fatemi vedere le webcam di tutti quelli con cui sono andato a scuola.»

A ogni comando apparvero nuove immagini, finché sullo schermo ce ne furono almeno cento in live streaming.

«Diventeremo onniveggenti, onniscienti.»

Ora il pubblico era tutto in piedi. Gli applausi rimbombavano nella sala. Mae posò la testa sulla spalla di Annie.

«Tutto quello che succede sarà conosciuto» mormorò Annie.

«Sei raggiante.»

«Altroché, se lo sei!»

«Io non sono raggiante.»

«Come se fossi incinta.»

«Ho capito quello che vuoi dire. Smettila.»

Il padre di Mae allungò un braccio sul tavolo e le prese la mano. Era sabato, e i suoi genitori le stavano offrendo una cena per festeggiare la prima settimana al Cerchio. Erano le smancerie che facevano sempre, almeno negli ultimi tempi. Quando Mae era più giovane, figlia unica di una coppia che per molto tempo aveva temuto di non poter avere figli, la vita in famiglia era stata più complicata. Durante la settimana suo padre non c’era quasi mai. Dirigeva un grande parcheggio per uffici a Fresno, lavorava quattordici ore al giorno e a casa lasciava tutto a sua madre, che faceva tre turni la settimana nel ristorante di un albergo e reagiva alla pressione di questa situazione con un caratteraccio sempre pronto a scattare, soprattutto con Mae. Ma quando lei compì dieci anni i suoi genitori le annunciarono di aver comprato un parcheggio di due piani vicino al centro di Fresno, e per qualche anno fecero i turni per mandarlo avanti. Mae trovava umiliante sentirsi dire dai genitori delle sue amiche: “Ehi, ho visto tua mamma al parcheggio”. Oppure: “Ringrazia ancora tuo papà per non avermi fatto pagare, l’altro giorno”, ma presto le loro finanze si stabilizzarono e i suoi genitori poterono assumere una coppia di giovanotti con cui dividere i turni. E quando potevano prendersi un giorno di vacanza, e programmarsi la vita con più di qualche mese d’anticipo, s’intenerivano, diventando una coppia di anziani calmissimi e di una dolcezza esasperante. Era come se si trasformassero, nel corso dell’anno, da giovani genitori con problemi più grandi di loro in nonni lenti, affettuosi e incapaci di farsi un’idea di cosa volesse la figlia esattamente. Quando Mae aveva superato l’esame di terza media, i suoi genitori l’avevano portata a Disneyland, senza capire assolutamente che era troppo grande, e che l’andarvi da sola – con due adulti, il che significa che in pratica era sola – contraddiceva l’idea stessa del divertimento. Ma erano entrambi così benintenzionati che Mae non poté rifiutare, e alla fine si divertirono tutti in un modo così stupido da non sembrarle possibile con i propri genitori. Ogni tenace risentimento che Mae potesse nutrire verso di loro per le insicurezze emotive della prima parte della sua vita era costantemente soffocato dalla doccia fredda del loro approssimarsi alla terza età.

E ora, in macchina, avevano raggiunto la baia per passare il weekend nel bed & breakfast più economico, che si trovava a venti chilometri dal Cerchio e pareva infestato dai fantasmi. Poi erano usciti per andare in un ristorante di finto lusso di cui avevano sentito parlare: se c’era qualcuno raggiante, erano loro. Erano esultanti.

«Allora? È stato bello?» chiese sua madre.

«Sì.»

«Lo sapevo.» Sua madre si appoggiò allo schienale, incrociando le braccia.

«Non voglio lavorare in nessun altro posto, mai più» disse Mae.

«Che sollievo» disse suo padre. «Anche noi non vogliamo che lavori in un altro posto.»

Sua madre si sporse in avanti e la prese per un braccio. «L’ho detto alla mamma di Karolina. La conosci.» Raggrinzì il naso: la cosa più vicina a un insulto. «Sembrava che le avessero ficcato un bastone nel didietro. Era verde d’invidia.»

«Mamma.»

«Mi sono lasciata sfuggire l’entità del tuo stipendio.»

«Mamma.»

«Ho detto solo: “Spero che possa tirare avanti con uno stipendio di sessantamila dollari”.»

«Non posso credere che tu le abbia detto così.»

«È vero, no?»

«In realtà sono sessantadue.»

«Oh, cribbio. Ora dovrò telefonarle.»

«No, non farai niente di simile.»

«Okay, non lo farò. Ma è stato molto divertente» disse lei, «l’ho buttata là così, con noncuranza, durante la conversazione. Mia figlia lavora per l’azienda più importante del pianeta e ha tutte le cure dentistiche.»

«Non farlo, per piacere. Ho solo avuto fortuna. E Annie…»

Suo padre si sporse verso di lei. «Annie come sta?»

«Bene.»

«Dille che le vogliamo bene.»

«Lo farò.»

«Non ha potuto venire, stasera?»

«No. È impegnata.»

«Ma gliel’avevi chiesto?»

«Sì. Mi ha detto di salutarvi. Ma lavora molto.»

«Cosa fa, esattamente?» le chiese sua madre.

«Tutto, in pratica» disse Mae. «È nella Gang dei 40. Partecipa a tutte le decisioni importanti. Credo che sia specializzata nell’affrontare problemi normativi in altri paesi.»

«Sono sicura che ha molte responsabilità.»

«E molte stock option!» disse suo padre. «Non riesco a immaginare quanto possa valere.»

«Papà. Non immaginarlo.»

«Perché lavora, con tutte quelle stock option? Io me ne starei su una spiaggia. Avrei un harem.»

La madre di Mae mise una mano sopra la sua. «Vinnie, smettila.» Poi, a Mae, disse: «Speriamo che abbia il tempo di godersi tutto questo».

«Certo» disse Mae. «Probabilmente è a una festa nel campus proprio adesso, mentre noi stiamo parlando.»

Suo padre sorrise. «Mi piace che lo chiamiate campus. È molto fico. Noi quei posti li chiamavamo “uffici”.»

La madre di Mae aveva un’aria preoccupata. «Una festa, Mae? Non avevi voglia di andarci?»

«Sì, ma volevo vedervi. E ce n’è un mucchio, di quelle feste.»

«Ma la prima settimana!» Sua madre sembrava addolorata. «Forse avresti dovuto andarci. Adesso mi dispiace. Ti abbiamo impedito di farlo.»

«Fidatevi di me. Ce n’è una ogni due giorni. Sono molto socievoli, laggiù. Andrà tutto bene.»

«Non hai ancora fatto la pausa pranzo, vero?» chiese sua madre. Aveva insistito sullo stesso punto quando Mae era entrata nell’azienda del gas: non andare a mangiare la prima settimana. Fa una brutta impressione.

«Non temere» disse Mae. «Non ho neanche usato il bagno.»

Sua madre alzò gli occhi al cielo. «Comunque, lasciami dire quanto siamo orgogliosi di te. Ti vogliamo bene.»

«Anche a Annie» disse suo padre.

«Giusto. Vi amiamo tutt’e due, te e Annie.»

Mangiarono in fretta, sapendo che il padre di Mae presto si sarebbe stancato. Aveva insistito per andare a cena fuori, anche se a casa non lo faceva quasi più. La sua stanchezza era costante, e poteva assalirlo all’improvviso e con forza, facendogli avere un mezzo collasso. Era importante, quando uscivano, essere pronti a squagliarsela, e fu quello che fecero prima del dessert. Mae li seguì nella loro stanza e là, tra le dozzine di bambole del bed & breakfast, attente e sparpagliate dappertutto, Mae e i suoi genitori poterono rilassarsi, al sicuro da ogni eventualità. Mae non si era ancora abituata al fatto che suo padre avesse la sclerosi multipla. La diagnosi risaliva ad appena due anni prima, anche se i sintomi erano stati visibili a lungo. Aveva cominciato ad articolare male le parole, a mancare la presa degli oggetti che voleva afferrare, e alla fine era caduto, due volte, in entrambe le occasioni nell’ingresso della loro abitazione, mentre allungava la mano per aprire la porta. Allora avevano venduto il parcheggio, realizzando un discreto profitto, e adesso passavano il tempo occupandosi delle sue cure, il che significava almeno qualche ora al giorno di meditazioni sulle fatture dei medici e di lotte con la società di assicurazioni.

«Oh, l’altro giorno abbiamo visto Mercer» disse sua madre, e suo padre sorrise. Mercer era stato uno dei boyfriend di Mae, uno dei quattro seri che aveva avuto tra il liceo e l’università. Ma per i suoi genitori era l’unico che contava, o l’unico che avessero riconosciuto e non dimenticato. A questo contribuiva il fatto che vivesse ancora in città.

«Bene» disse Mae, che voleva porre fine a quel discorso. «Fa ancora lampadari con le corna dei cervi?»

«Piano» disse suo padre, avvertendo il suo tono pungente. «Si è costruito un’azienda. E pare che stia prosperando, anche se non se ne vanta.»

Mae doveva cambiare argomento. «Io finora ho una media di 97» disse. «Dicono che è un record per una novellina.»

L’espressione sul viso dei suoi genitori era di perplessità. Suo padre la guardò lentamente, sorpreso. Non avevano idea di cosa stesse parlando. «Come, tesoro?» disse suo padre.

Mae lasciò perdere. Quando aveva udito le parole che le uscivano di bocca si era resa conto che ci sarebbe voluto troppo tempo per spiegare. «Come vanno le cose con l’assicurazione?» chiese, e se ne pentì subito. Perché faceva queste domande? Ci sarebbe voluta tutta la notte per rispondere.

«Non bene» disse sua madre. «Non so. Abbiamo l’assicurazione sbagliata. Cioè, in poche parole, non vogliono assicurare tuo padre, e sembra che facciano tutto quello che possono per costringerci a lasciarli. Ma come possiamo lasciarli? Non abbiamo un altro posto dove andare.»

Suo padre si mise a sedere. «Raccontale della ricetta.»

«Oh, giusto. Da due anni tuo padre usa il Copaxone, per il dolore. Ne ha bisogno. Senza questo medicinale…»

«Il dolore diventa… ostinato» disse lui.

«Ora l’assicurazione dice che non gli serve. Non è nella lista dei farmaci approvati. Anche se lo usa da due anni!»

«Mi sembra un’inutile crudeltà» disse il padre di Mae.

«Non ci hanno offerto alcuna alternativa. Per il dolore, niente!»

Mae non sapeva cosa dire. «Mi dispiace. Posso cercare delle alternative online? Cioè, avete controllato se i medici potrebbero trovare un altro farmaco per il quale l’assicurazione pagherà? Magari un prodotto generico…»

La cosa andò avanti per un’ora, e alla fine Mae era distrutta. La sclerosi multipla, la sua impotenza a rallentarla, la sua incapacità di restituire al padre la vita che aveva conosciuto, tutto questo era una tortura, ma il problema dell’assicurazione era un’altra cosa, era un delitto inutile, un’aggiunta. Le società di assicurazioni non si rendevano conto che il costo di queste manovre, di questi rifiuti, tutta la frustrazione che provocavano, poteva solo peggiorare la salute di suo padre e minacciare quella di sua madre? Se non altro, era una prova d’inefficienza. Il tempo passato a negare la copertura, a discutere, a ostacolare, a respingere… Era sicuramente un fastidio più grosso di quello che avrebbero avuto se avessero semplicemente garantito ai suoi genitori l’accesso alla cura più appropriata.

«Basta così» disse sua madre. «Ti abbiamo portato una sorpresa. Dov’è? L’hai tu, Vinnie?»

Si raccolsero sul letto alto coperto da una trapunta patchwork lisa, e suo padre le offrì una scatolina avvolta in carta da regalo. Le dimensioni e la forma facevano pensare a una collana, ma Mae sapeva che non poteva trattarsi di questo. Quando tolse la carta, aprì l’astuccio di velluto e rise. Era una penna stilografica, una di quelle ormai rare, d’argento e stranamente pesanti, che vanno trattate con cura e caricate e si tengono quasi solo per bellezza.

«Non temere, non l’abbiamo comprata» disse il padre di Mae.

«Vinnie!» gemette sua madre.

«Sul serio» disse lui, «non l’abbiamo comprata. Me l’ha regalata un amico l’anno scorso. Gli dispiaceva che non potessi lavorare. Non so cosa pensasse che potessi fare di una penna, visto che so a malapena scrivere a macchina. Ma quello non è mai stato tanto sveglio.»

«Abbiamo pensato che starebbe bene sulla tua scrivania» soggiunse sua madre.

«Siamo o non siamo i migliori?» disse suo padre.

La madre di Mae rise, e la cosa più importante fu che rise anche suo padre. Rise di cuore, fragorosamente. Nella seconda fase, la più tranquilla, della loro vita di genitori, era diventato ridanciano, rideva sempre, rideva di tutto. Questo fu il suono principale negli anni dell’adolescenza di Mae. Rideva di cose che erano senz’altro divertenti, e di cose che nella maggior parte della gente avrebbero provocato soltanto un sorriso, e rideva quando avrebbe dovuto essere irritato. Quando Mae si comportava male, lo trovava spassoso. Una notte l’aveva sorpresa mentre usciva di nascosto dalla finestra della sua camera da letto per vedere Mercer, ed era quasi caduto per terra dalle risa. Tutto era comico, ogni cosa dell’adolescenza di sua figlia lo faceva sbellicare. “Avresti dovuto vedere la tua faccia quando mi hai visto! Impagabile!”

Ma poi arrivò la diagnosi di sclerosi multipla e quasi tutto questo se ne andò. Il dolore era continuo. I momenti in cui non poteva alzarsi, in cui non si fidava della tenuta delle proprie gambe, erano troppo frequenti, troppo pericolosi. Ogni settimana doveva andare al pronto soccorso. E alla fine, con qualche eroico sforzo della madre di Mae, si fece visitare da alcuni medici che se lo presero a cuore, cominciò ad assumere le medicine giuste e si stabilizzò, almeno per qualche tempo. E poi le sconfitte dell’assicurazione, la discesa nel purgatorio dell’assistenza sanitaria.

Quella sera, però, era esuberante, e sua moglie si sentiva bene, avendo trovato un po’ di sherry nella cucinetta del bed & breakfast, che divise con Mae. Lui si addormentò abbastanza presto, vestito, sopra le coperte, con tutte le luci accese, mentre Mae e sua madre continuavano a parlare a tutto spiano. Quando si accorsero che era nel regno dei sogni, Mae si preparò un letto ai piedi del loro.

La mattina dormirono fino a tardi e andarono a pranzo in una tavola calda. Suo padre mangiò bene, e Mae notò come sua madre si fingesse noncurante, mentre loro due parlavano dell’ultima bizzarra iniziativa imprenditoriale di un eccentrico zio, qualcosa sull’allevare aragoste nelle risaie. Mae sapeva che sua madre era nervosa, ogni momento, per suo padre, avendolo portato fuori per due pasti di seguito, e non lo perdeva di vista. Lui sembrava allegro, ma le forze lo stavano abbandonando rapidamente.

«Pagate il conto, voi due» disse. «Io vado a riposarmi un po’ in macchina.»

«Possiamo aiutarti» disse Mae, ma sua madre le impose di tacere. Suo padre era già in piedi e stava andando alla porta.

«Si stanca. Sta bene» disse sua madre. «È solo cambiata la routine. Riposa. Fa delle cose, cammina e mangia ed è vivace per un po’, poi si riposa. È molto regolare e molto tranquillizzante, a dirti la verità.»

Pagarono il conto e uscirono nel parcheggio. Mae vide le ciocche bianche dei capelli di suo padre attraverso il finestrino della macchina. Aveva quasi tutta la testa al di sotto del telaio del finestrino, così indietro da invadere lo spazio del sedile posteriore. Quando furono alla macchina videro che era sveglio, con gli occhi puntati sull’intrico dei rami di un albero qualunque. Abbassò il vetro.

«Be’, è stato meraviglioso» disse.

Mae li salutò e partì, contenta di avere il pomeriggio libero. Si diresse a ovest, in un giorno calmo e assolato, tra i semplici e tersi colori del paesaggio che le passava davanti agli occhi, tanti blu e gialli e verdi. Quando fu vicino alla costa, deviò verso la baia. Poteva fare qualche ora di kayak, se si affrettava.

Era stato Mercer a introdurla al kayak, un’attività che fino ad allora aveva considerato scomoda e noiosa. Sedere sul pelo dell’acqua, lottando per muovere quella strana pagaia a forma di cucchiaino da gelato. La continua torsione sembrava dolorosa, e il passo troppo lento. Ma poi aveva provato, con Mercer, usando non modelli professionali ma qualcosa di più spartano, quelli sui quali il rematore si mette a cavalcioni, con le gambe e i piedi fuori. Avevano pagaiato nella baia, spostandosi molto più in fretta di quanto si fosse immaginata, e avevano visto le foche del porto e i pellicani, e Mae si era convinta che quello fosse uno sport criminalmente sottovalutato, e la baia uno specchio d’acqua deplorevolmente sottoutilizzato.

Erano partiti da una spiaggetta dove il gestore non richiedeva né addestramento né attrezzatura e non faceva storie; pagavi solo i tuoi quindici dollari l’ora e in pochi minuti eri nella baia, fredda e limpida.

Quel giorno Mae uscì dall’autostrada e si diresse verso la spiaggia, dove trovò un’acqua placida e trasparente.

«Ehi, tu» disse una voce.

Si voltò e vide una donna più grande di lei, con le gambe arcuate e i capelli crespi. Era Marion, la proprietaria dei Maiden’s Voyages. La vergine  2 era lei, e lo era da quindici anni, da quando aveva aperto il noleggio, dopo essersi arricchita con gli articoli di cancelleria. Aveva detto così a Mae la prima volta che era andata a prendere un kayak, e raccontava a tutti questa storia, che Marion trovava divertente: aveva fatto i soldi vendendo carta da lettere e aperto un noleggio di kayak e tavole da SUP, lo Stand-Up Paddle. Perché Marion lo trovasse divertente, Mae non lo seppe mai. Ma Marion era cordiale e accomodante, anche quando Mae le chiedeva un kayak qualche ora prima della chiusura, come in questo caso.

«È magnifico là fuori» disse Marion. «Solo, non allontanarti troppo.»

Marion l’aiutò a tirare il kayak sulla sabbia e tra gli scogli fino alle piccole onde. Le affibbiò il giubbotto salvagente. «E ricordati di non dare fastidio a nessuno degli abitanti delle case galleggianti. Quelli hanno il soggiorno allo stesso livello dei tuoi occhi, perciò evita di ficcare il naso. Vuoi una tuta o una giacca a vento, oggi?» chiese. «Potrebbe esserci un po’ di maretta.»

Mae declinò l’offerta ed entrò nel kayak a piedi nudi, tenendo il cardigan e i jeans che aveva indossato per il brunch. In pochi secondi passò tra le barche da pesca, i frangenti e gli appassionati di SUP fino a trovarsi nelle acque sgombre della baia.

Non vide nessuno. Che questa massa d’acqua fosse così poco sfruttata era una cosa che non aveva mai cessato di meravigliarla. Lì non c’erano moto d’acqua. C’era qualche pescatore, ma nessuno che facesse dello sci, e ogni tanto un motoscafo. C’erano delle barche a vela, ma non quante ci si sarebbe aspettato di vedere. L’acqua molto fredda era solo una delle ragioni. Che ci fosse, semplicemente, altro da fare, troppe cose da fare all’aria aperta nel Nord della California? Era un mistero, ma Mae non si lamentava. C’era più acqua a sua disposizione.

Pagaiò fino al centro della baia. Il mare diventò effettivamente più agitato, e l’acqua fredda le bagnava i piedi. Si stava bene, così bene che Mae abbassò una mano, ne raccolse un po’ nel cavo e se la spruzzò sul viso e sulla nuca. Quando aprì gli occhi vide una foca, cinque o sei metri davanti a lei, che la guardava come avrebbe fatto un cane di buon carattere di cui fosse entrata nel cortile. Aveva una testa grigia, rotonda, con i lucidi riflessi del marmo levigato.

Tenne la pagaia in grembo, guardando la foca che guardava lei. I suoi occhi erano due bottoni neri, opachi. Mae non si mosse, e la foca non si mosse. Erano come bloccate da quel reciproco sguardo insistente, e il momento, da come si allungava crogiolandosi nell’ammirazione di se stesso, non chiedeva che di essere prolungato. Perché muoversi?

La investì una folata di vento, e con essa l’odore pungente della foca. L’aveva notato l’ultima volta che era uscita col kayak, l’odore forte di questi animali, un incrocio tra il tonno e un cane non lavato. Era meglio tenersi sopravvento. Come se fosse imbarazzata, all’improvviso la foca s’immerse.

Mae continuò a remare, lontano dalla riva. Si pose l’obiettivo di raggiungere una boa rossa che aveva individuato presso la curva di una penisola, in fondo alla baia. Arrivarci avrebbe richiesto una trentina di minuti, e strada facendo sarebbe passata davanti a qualche dozzina di barche a vela e chiatte all’ancora. Molte, in un modo o nell’altro, erano state trasformate in abitazioni galleggianti, e Mae sapeva di non dover guardare dentro le finestre, ma non riusciva a trattenersi; a bordo di quelle case c’erano dei misteri. Perché su questa chiatta c’era una motocicletta? Perché una bandiera confederata su quello yacht? Lontano, vide un idrovolante che girava in tondo.

Il vento che le carezzava le spalle aumentò, facendole oltrepassare rapidamente la boa rossa e spingendola verso la riva più lontana. Non aveva avuto l’intenzione di sbarcarvi, e non aveva mai attraversato la baia, ma presto l’altra sponda si stagliò davanti a lei e le venne rapidamente incontro, con le zostere che diventavano visibili mentre l’acqua era sempre più bassa.

Saltò fuori dal kayak, e i suoi piedi atterrarono sui sassi, tutti arrotondati e lisci. Mentre tirava su il kayak, l’acqua si alzò e le sommerse le gambe. Non era un’onda; fu più un improvviso e uniforme sollevarsi del livello dell’acqua. Un momento era in piedi sulla terra asciutta e quello dopo l’acqua le arrivava agli stinchi e la inzuppava.

Quando l’acqua tornò ad abbassarsi, lasciò un ampio ventaglio di alghe bizzarre e ingioiellate: blu, verdi e, con una certa luce, iridescenti. Le prese tra le mani, ed erano lisce, gommose, con gli orli straordinariamente increspati. Mae aveva i piedi bagnati, e l’acqua era fredda come la neve, ma lei non ci badò. Si sedette sulla spiaggia rocciosa, raccattò uno stecco e si mise a disegnare, passandolo tra i sassi levigati. Piccoli granchi, dissotterrati e infastiditi, correvano a cercare nuovi rifugi. Un pellicano atterrò in fondo alla riva, sul tronco di un albero morto che si era sbiancato e aveva un’inclinazione diagonale, levandosi dall’acqua grigio ferro, puntato pigramente verso il cielo.

E allora Mae si sorprese a singhiozzare. Suo padre era un disastro. No, non era un disastro. Stava sopportando ogni cosa con grande dignità. Ma quel mattino lo aveva visto molto stanco, sconfitto, rassegnato, come se sapesse di non potersi battere né contro ciò che stava succedendo nel suo corpo né contro le società che avrebbero dovuto occuparsi della sua assistenza. E non c’era nulla che Mae potesse fare per lui. No, invece, erano fin troppe le cose che poteva fare. Poteva lasciare il lavoro. Poteva andarsene e aiutarlo nelle telefonate, per combattere le tante battaglie e farlo star bene. Era questo che avrebbe fatto una brava figlia. Quello che avrebbe fatto una brava figlia, una figlia unica. Una brava figlia unica avrebbe passato i prossimi quattro o cinque anni, che potevano essere i suoi ultimi anni di mobilità, di completa autonomia, con lui, aiutandolo, aiutando sua madre, partecipando all’organizzazione familiare. Ma Mae sapeva che i suoi genitori non gliel’avrebbero lasciato fare. Non gliel’avrebbero permesso. E così sarebbe stata presa tra il lavoro di cui aveva bisogno, e che amava, e i suoi genitori, che non poteva aiutare.

Ma faceva bene piangere, lasciare che le spalle le tremassero, sentire le lacrime calde sul viso, il loro sapore di sale infantile, pulirsi il moccio sul rovescio della camicia. E quando ebbe finito sospinse in acqua il kayak e riprese a pagaiare di buona lena. Arrivata in mezzo alla baia, si fermò. Le lacrime si erano già asciugate, il respiro era regolare. Mae era calma e si sentiva forte, ma invece di raggiungere la boa rossa, che non le interessava più, rimase là seduta, con la pagaia in grembo, lasciando che le onde la facessero beccheggiare dolcemente, sentendo il sole caldo che le asciugava le mani e i piedi. Faceva spesso così quando era lontana dalla costa: restava là seduta, immobile, col grande corpo dell’oceano sotto di lei. C’erano degli squali leopardo in quella parte della baia, e razze della California, e meduse, e ogni tanto una focena, ma non riuscì a vedere nemmeno uno di questi animali. Erano nascosti nell’acqua scura, nel loro nero mondo parallelo, e sapere che c’erano, ma non sapere dove, né altro di loro, in realtà, le sembrò, in quel momento, stranamente giusto. Molto più lontano si vedeva dove l’imboccatura della baia sfociava nell’oceano, e là Mae vide un enorme portacontainer procedere attraverso una cortina di leggera nebbia per uscire in mare aperto. Pensò di muoversi, ma non ne vide la ragione. Sembrava che non ci fosse motivo di andare in un posto qualunque. Stare là, in mezzo alla baia, senza niente da fare o da vedere, era più che sufficiente. E là rimase, andando lentamente alla deriva, per quasi un’ora. Ogni tanto tornava a sentire quell’odore di cane e di tonno, e voltandosi scopriva un’altra foca curiosa, e allora si guardavano, e Mae si chiedeva se la foca sapesse, come lei, quanto era bello questo, e com’erano fortunate ad averlo tutto per sé.

Nel tardo pomeriggio i venti che spiravano dal Pacifico diventarono più forti, e tornare indietro fu molto faticoso. Quando arrivò a casa, aveva le braccia di piombo e la testa pesante. Si fece un’insalata e mangiò un sacchetto di patatine, guardando fuori dalla finestra. Alle otto prese sonno e dormì undici ore.

La mattina ci fu molto da fare, come le aveva preannunciato Dan. Aveva radunato lei e il centinaio di altri responsabili di CE alle otto, ricordando a tutti che aprire il rubinetto il lunedì mattina era sempre una cosa rischiosa. Tutti i clienti che volevano delle risposte nei giorni del weekend sicuramente li aspettavano al varco il lunedì mattina.

Aveva ragione. Si aprì la cateratta, arrivò il diluvio, e Mae lavorò ad arginare l’inondazione fino alle undici o giù di lì, quando ci fu un momento di respiro. Aveva risposto a quarantanove domande e il suo punteggio era 91, il più basso raggiunto finora.

Non preoccuparti, scrisse Jared. È normale il lunedì. Cerca solo di fare tutti i follow-up che puoi.

Mae aveva fatto follow-up per tutta la mattina, con esiti limitati. I clienti erano irritabili. L’unica buona notizia quel mattino venne dal canale interno, quando apparve un messaggio di Francis che la invitava a pranzo. Ufficialmente, sia lei che il resto del personale di CE disponevano di un’ora per il pasto, ma Mae non aveva mai visto nessuno lasciare la scrivania per più di venti minuti. Si concedeva lo stesso tempo, anche se le parole di sua madre, che equiparavano il lunch a una monumentale inosservanza del proprio dovere, le echeggiavano nella mente.

Quando entrò nella Glass Eatery era in ritardo. Si guardò intorno, guardò in su, e finalmente lo vide seduto a qualche livello sopra di lei, con i piedi dondolanti da un alto sgabello di plexiglas. Cercò di salutarlo con la mano, ma non riuscì a richiamare la sua attenzione. Gli gridò qualcosa, nel modo più discreto possibile, invano. Allora, sentendosi sciocca, gli inviò un SMS, e rimase là a guardare mentre lui lo riceveva, si guardava intorno, la trovava e alzava la mano in un saluto.

Si fece largo tra la gente, prese un burrito di verdura e una lattina di una specie di nuova soda organica e si sedette accanto a lui. Francis indossava una camicia pulita spiegazzata col colletto abbottonato e un paio di calzoni da carpentiere. Il suo sgabello dava sulla piscina esterna, dove un gruppo di Circler stava giocando a qualcosa che somigliava a una partita di pallavolo.

«Non sono molto atletici» osservò.

«No» ammise Mae. Mentre lui guardava il caotico sguazzare sottostante, lei cercò di sovrapporre la faccia che aveva davanti a quella che ricordava dalla prima sera. Avevano le stesse sopracciglia folte, lo stesso naso sporgente. Ma ora Francis sembrava essersi ristretto. Le sue mani, mentre usavano il coltello e la forchetta per tagliare in due il burrito, sembravano insolitamente delicate.

«È quasi crudele» disse «avere qui una così ricca attrezzatura per l’atletica quando non si vede proprio nessuna attitudine all’atletica. È come se una famiglia di seguaci della Chiesa scientista abitasse vicino a una farmacia.» Poi si girò verso di lei. «Grazie per essere venuta. Mi chiedevo se ti avrei rivisto.»

«Già, c’è stato tanto da fare.»

Lui indicò il proprio piatto. «Ho dovuto cominciare. Scusa. In tutta franchezza, non mi aspettavo assolutamente che ti saresti fatta viva.»

«Scusa il ritardo» disse lei.

«No, credimi, capisco. Devi fronteggiare l’inondazione del lunedì. I clienti se l’aspettano. Il lunch è del tutto secondario.»

«Devo dire che mi è dispiaciuto per com’è finita la nostra conversazione quella sera. Scusa per Annie…»

«Siete poi riuscite davvero a spassarvela, voi due? Ho cercato di trovare un posto da cui potervi spiare, ma…»

«No.»

«Pensavo che se mi fossi arrampicato su un albero…»

«No. No. È solo Annie. È un’idiota.»

«È un’idiota che per caso appartiene a quell’1 per cento della gente che qui è al vertice. Vorrei essere quel tipo d’idiota.»

«Stavi parlando di quando eri piccolo.»

«Oddio. Posso dare la colpa al vino?»

«Non sei mica obbligato a dirmi qualcosa.»

Mae si sentiva uno straccio, sapendo già che cos’aveva fatto, sperando che gliel’avrebbe detto lui, in modo da prendere la versione precedente della sua storia, quella di seconda mano, e poterci scrivere sopra la versione che veniva direttamente da lui.

«No, va bene così» disse lui. «Ho conosciuto un mucchio di adulti interessanti che erano pagati dal governo per occuparsi di me. È stato pazzesco. Quanto ti resta, dieci minuti?»

«Ho tempo fino all’una.»

«Bene. Altri otto minuti, allora. Mangia. Parlo io. Ma non della mia infanzia. Ne sai abbastanza. Immagino che Annie ti abbia ragguagliato sulla parte cruenta. Racconta volentieri quella storia.»

E così Mae cercò di mangiare più roba che poteva più in fretta che poteva, mentre Francis parlava di un film che aveva visto la sera prima nel cinema del campus. Sembrava che a presentarlo fosse venuta la regista, e che avesse risposto alle domande del pubblico dopo la proiezione.

«Il film era su una donna che uccide il marito e i figli, e nel corso del dibattito scopriamo che questa regista è coinvolta nella lunga battaglia per la custodia dei figli con l’ex marito. Così ci guardavamo tutti intorno pensando: questa signora forse sta affrontando sullo schermo dei problemi che la riguardano personalmente o…»

Mae rise, ma poi, ricordando la propria orribile infanzia, si trattenne.

«Va tutto bene» disse lui, comprendendo immediatamente perché lei aveva fatto una pausa. «Non vorrei che tu pensassi che devi girarmi attorno in punta di piedi. È passato un mucchio di tempo, e se non mi sentissi a mio agio in questo territorio non lavorerei a ChildTrack.»

«Be’, comunque… Scusa. Mi capita di non sapere cosa dire. Ma allora, il progetto va bene? Quanto ti manca per…»

«Sembri ancora così sprovveduta! Mi piace» disse Francis.

«Ti piacciono le donne sprovvedute?»

«Specie in mia presenza. Ti voglio in punta di piedi, sprovveduta, intimidita, ammanettata e pronta a prostrarti e a metterti a mia disposizione.»

A Mae venne da ridere, ma scoprì di non poterlo fare.

Francis fissava il suo piatto. «Merda. Ogni volta che il mio cervello parcheggia ordinatamente la macchina nel viale, la mia bocca esce dal fondo del garage. Scusa. Giuro che ci sto lavorando.»

«Niente di grave. Parlami di…»

«ChildTrack.» Alzò gli occhi. «Vuoi davvero sapere?»

«Sì.»

«Perché, se mi spingi a cominciare, il diluvio del lunedì ti sembrerà una pisciatina.»

«Ci restano cinque minuti e mezzo.»

«Okay, ricordi quando cercarono di fare gli innesti in Danimarca?»

Mae scosse il capo. Aveva un vago ricordo di un terribile rapimento e di un delitto…

Francis consultò l’orologio, come se sapesse che spiegare la Danimarca gli avrebbe fatto perdere un minuto. Sospirò e disse: «Allora, un paio di anni fa il governo danese approva un programma per innestare dei chip nei polsi dei bambini. È facile, ci metti due secondi, è sicuro dal punto di vista medico e funziona istantaneamente. Ogni genitore sa dov’è suo figlio in ogni momento. Lo limitano ai minori di quattordici anni, e all’inizio va tutto bene. I ricorsi ai tribunali vengono lasciati cadere perché ci sono pochissime obiezioni, e i sondaggi sono tutti favorevoli. I genitori sono entusiasti. Dico davvero, entusiasti. Si tratta di bambini, e faremmo qualunque cosa per difenderli dai pericoli, giusto?».

Mae annuì, ma all’improvviso le venne in mente che questa storia finiva nel più orribile dei modi.

«Ma poi, un giorno, sette bambini mancano all’appello. I poliziotti, i genitori, pensano: “Non c’è problema. Sappiamo dove sono i bambini”. Seguono i chip, ma quando arrivano ai chip, che, tutti e sette, portano a un parcheggio, li trovano dentro un sacchetto di carta, tutti insanguinati. Solo i chip.»

«Adesso ricordo.» Mae si sentiva male.

«Trovano i corpi dopo una settimana, e il pubblico allora viene preso dal panico. Tutti travolti dall’irrazionalità. Credono che i chip siano la causa del rapimento, dei delitti; che in qualche modo siano stati loro a provocare chi l’ha fatto, a rendere l’impresa più allettante.»

«È stato orribile. È stata la fine dei chip.»

«Sì, ma il ragionamento era illogico. Soprattutto qui. Abbiamo cosa… dodicimila sequestri l’anno? Quanti omicidi? Il problema era che i chip erano troppo superficiali. Chiunque può estrarlo dal polso di qualcuno, se vuole. Troppo facile. Mentre i test che facciamo qui… Hai conosciuto Sabine?»

«Sì.»

«Be’, lei fa parte della squadra. Non te lo dirà, perché sta facendo delle cose di cui non può parlare. Ma per il nostro progetto ha ideato un modo d’introdurre il chip nelle ossa. E questo cambia tutto.»

«Oh, merda. In quale osso?»

«Non credo che abbia importanza. Hai fatto una faccia!»

Mae cambiò la sua espressione, cercando di trovarne una neutra.

«Certo, è una follia. Cioè, alcuni vanno in paranoia all’idea di avere un chip nella testa, nel corpo, ma è una cosa tecnologicamente avanzata, come un walkie-talkie. Non fa altro che dirti dov’è una cosa. E sono già dappertutto. Ogni due prodotti che acquisti, ce n’è uno con un chip. Compri uno stereo, e ha un chip. Compri una macchina, e ne ha un mucchio. Certe aziende mettono dei chip negli involucri degli alimenti, per avere la certezza che i prodotti siano freschi quando arrivano sul mercato. È solo un piccolo monitor. E se lo innesti nell’osso, là resta, e non è visibile a occhio nudo: mica come quelli nei polsi!»

Mae depose il burrito nel piatto. «Proprio nell’osso?»

«Mae, pensa a un mondo dove non possano esistere mai più gravi reati contro una bambina. Dove sia assolutamente impossibile. Appena la bambina non è più là dove dovrebbe essere, scatta un allarme generale, e la bambina può essere rintracciata immediatamente. Tutti possono rintracciarla. Tutte le autorità vengono a sapere immediatamente che è scomparsa, ma sanno anche con precisione dov’è. Possono chiamare la mamma e dire: “Ehi, è solo andata al centro commerciale”, o in pochi secondi possono rintracciare il molestatore. L’unica speranza che avrebbe un rapitore sarebbe prendere la bambina, correre a nascondersi in un bosco insieme a lei, fare qualcosa e scappare via prima che il mondo gli caschi addosso. Ma avrebbe solo un minuto e mezzo per farlo.»

«A meno che non riuscissero a interrompere la trasmissione dal chip.»

«Certo, ma chi ha queste capacità? Quanti pedofili esistono che siano anche dei geni dell’elettronica? Pochissimi, direi. Così, prendi tutti i rapimenti di bambini, gli stupri, gli assassini, e li riduci immediatamente del 99 per cento. E il prezzo è che i bambini avranno un chip nella caviglia. Lo vuoi un bambino vivo con un chip nella caviglia, un bambino che sai che crescerà tranquillamente, un bambino che può tornare a correre nel parco, ad andare a scuola in bicicletta, vuoi tutto questo?»

«Stavi per dire: oppure…»

«Esatto, oppure preferisci un bambino morto? O anni di preoccupazioni ogni volta che tuo figlio va alla fermata dell’autobus? Cioè, noi abbiamo sondato genitori in tutto il mondo, e una volta superato il turbamento iniziale registriamo un’approvazione dell’88 per cento. Quando si sono ficcati nella testa che è possibile, manca poco che ci urlino: “Perché non l’abbiamo già fatto? Quando si comincia?”. Cioè, questo sarà l’inizio di una nuova età dell’oro per i giovani. Un’età senza preoccupazioni. Merda. Sei già in ritardo. Guarda.»

Indicò l’orologio. L’una e due minuti.

Mae corse via.

Il pomeriggio passò senza un momento di sosta, ma il suo punteggio raggiunse a malapena 93. Prima che finisse la giornata Mae era esausta, e nel voltarsi verso il secondo schermo trovò un messaggio di Dan. Hai un secondo? Gina del CircleSocial sperava di avere qualche minuto con te.

Gli rispose: Va bene tra un quarto d’ora? Devo fare una manciata di follow-up e non piscio da mezzogiorno. Era la verità. In tre ore non si era alzata una sola volta dalla poltrona, e voleva anche vedere se riusciva a portare il punteggio oltre 93. Era sicura che questo, il suo totale basso, fosse il motivo per cui Dan voleva che s’incontrasse con Gina.

Dan scrisse solo: Grazie, Mae, parole sulle quali lei si lambiccò il cervello mentre andava in bagno. La ringraziava per la sua disponibilità tra un quarto d’ora o la ringraziava, arcignamente, per un livello non richiesto d’igienica intimità?

Mae era quasi arrivata alla porta del bagno quando vide un uomo, in jeans verdi attillatissimi e una comoda camicia con le maniche lunghe, che scrutava il proprio cellulare sotto una delle finestre alte e strette del corridoio. Immerso in una luce biancoazzurra, sembrava in attesa di istruzioni dallo schermo.

Entrò.

Quando ebbe finito, aprì la porta e trovò l’uomo nello stesso posto, solo che ora guardava fuori dalla finestra.

«Hai tutta l’aria di esserti perso» disse Mae.

«Noo. Stavo solo cercando di capire una cosa, sai, prima di andare su. Tu lavori qui?»

«Sì. Sono nuova. Alla CE

«CE

«Customer Experience.»

«Ah, sì. Una volta lo chiamavamo semplicemente Servizio Clienti.»

«Ne deduco che non sei nuovo.»

«Io? No, no. Sono qui da un certo tempo. Non tanto in questo edificio.» Sorrise e guardò fuori dalla finestra, e mentre aveva la faccia voltata Mae lo guardò bene. Gli occhi erano scuri, il viso ovale e i capelli grigi, quasi bianchi, ma non poteva avere più di trent’anni. Era asciutto, muscoloso, e i jeans attillati e la camicia con le maniche lunghe conferivano alla sua silhouette le veloci pennellate, ora spesse ora sottili, dell’arte calligrafica.

Tornò a girarsi verso di lei, battendo le palpebre, schermendosi e scusandosi per la propria cattiva educazione. «Perdonami. Io sono Kalden.»

«Kalden?»

«È tibetano» disse lui. «Significa “dorato”, o qualcosa di simile. I miei genitori hanno sempre desiderato visitare il Tibet, ma non sono mai andati più in là di Hong Kong. E il tuo nome?»

«Mae» disse lei, e si strinsero la mano. La sua stretta era forte, ma svogliata. Gli avevano insegnato a dare la mano, pensò Mae, ma non aveva mai capito a cosa servisse.

«Allora non ti sei perso» disse Mae, rendendosi conto che al suo desk la stavano aspettando; era già arrivata in ritardo una volta, oggi.

Kalden lo intuì. «Oh. Devi andare. Posso accompagnarti? Solo per vedere dove lavori?»

«Uhm» disse Mae, sentendosi già molto agitata. «Certo.» Se non avesse saputo che non era così, e non avesse visto il tesserino che aveva al collo, avrebbe pensato che Kalden, con la sua curiosità penetrante ma vaga, era un passante entrato lì per caso dalla strada o una specie di spia dell’azienda. Ma lei non sapeva niente. Era al Cerchio da una settimana. Quello poteva essere una specie di test. O solo un eccentrico collega.

Mae lo guidò fino alla sua scrivania.

«È tutto in ordine» disse lui.

«Lo so. Non dimenticare che ho appena cominciato.»

«E so che ad alcuni dei Saggi piace molto che le scrivanie del Cerchio siano ordinate. Li hai mai visti da queste parti?»

«Chi? I Saggi?» Il tono di Mae era beffardo. «Qui no. Non ancora, perlomeno.»

«Già, lo immagino» disse Kalden, e piegò le ginocchia per portare la testa allo stesso livello della spalla di Mae. «Posso vedere quello che fai?»

«Per il mio lavoro?»

«Sì. Posso vedere? Cioè, se non ti mette a disagio.»

Mae fece una pausa. Tutte le cose e tutte le persone che aveva conosciuto al Cerchio tendevano a seguire un modello logico, un ritmo, ma Kalden era l’anomalia. Il suo ritmo era diverso, atonale e strano, ma non sgradevole. Il suo volto era così aperto, gli occhi liquidi, dolci, modesti, e parlava così piano che ogni possibilità di minaccia sembrava remota.

«Certo. Credo di sì» rispose. «Non è così eccitante, però.»

«Forse, o forse no.»

E così Kalden la osservò mentre rispondeva alle domande. Ogni volta che Mae si voltava verso di lui dopo una delle parti apparentemente più banali e prosaiche del suo lavoro, lo schermo gli danzava vivacemente negli occhi, in un viso che sembrava in estasi: come se non avesse mai visto nulla di più interessante in vita sua. In altri momenti, però, sembrava lontano, come se vedesse qualcosa che lei non riusciva a vedere. Guardava lo schermo, ma i suoi occhi vedevano qualcosa di molto più profondo.

Lei proseguì, e lui continuò a rivolgerle qualche domanda di tanto in tanto. «Ehi, quello chi era?», «E questo quante volte capita?», «Perché hai risposto così?».

Era vicino a lei, troppo vicino per una persona normale con la percezione comune dello spazio personale, ma era ormai decisamente chiaro che non era una persona di questo genere, una persona normale. Mentre guardava lo schermo, e ogni tanto le dita di Mae sulla tastiera, il suo mento era sempre più vicino alla spalla di lei, il suo respiro lieve ma percepibile, e il suo odore, un semplice aroma di sapone e shampoo alla banana, le arrivava sulle ali delle sue piccole esalazioni. Questa esperienza era così strana che Mae rideva nervosamente ogni pochi secondi, non sapendo che altro fare. E poi tutto finì. Lui si raschiò la gola e si alzò.

«Bene, meglio che vada» disse. «Sgattaiolerò via. Non voglio spezzare il tuo ritmo. Ti rivedrò nel campus, ne sono certo.»

E se ne andò.

Prima che Mae potesse riflettere un momento su quello che era successo, al suo fianco c’era una faccia nuova.

«Ciao. Sono Gina. Dan ti ha avvertito del mio arrivo?»

Mae annuì, anche se aveva dimenticato tutto. Guardò Gina, una donna che aveva qualche anno più di lei, sperando di ricordare qualcosa di lei o di questo incontro. Gli occhi di Gina, neri e molto carichi di eyeliner e mascara azzurro luna, le sorridevano, anche se Mae non sentiva alcun calore emanare da quegli occhi, né da Gina.

«Dan diceva che sarebbe stato il momento buono per installare tutti i tuoi social. Hai tempo?»

«Certo» disse Mae, benché non avesse neanche un minuto.

«Immagino che la settimana scorsa tu abbia avuto troppo da fare per installare il tuo social account aziendale. E non credo che tu abbia importato il tuo vecchio profilo.»

Mae si diede della stupida. «Mi dispiace. Finora sono stata oberata di lavoro.»

Gina aggrottò la fronte.

Mae fece marcia indietro, nascondendo l’errore di calcolo sotto una risata. «No, in senso buono! Ma non ho ancora avuto il tempo di fare cose extracurricolari.»

Gina inclinò il capo e si schiarì teatralmente la gola. «È molto interessante che tu la metta così» disse con un sorriso, anche se non sembrava contenta. «Veramente noi vediamo il tuo profilo, e l’attività che esso comporta, come una parte integrante della tua partecipazione qui. È così che i tuoi colleghi, anche quelli che lavorano dall’altro lato del campus, sanno chi sei. La comunicazione non è sicuramente extracurricolare, vero?»

Ora Mae era imbarazzata. «Vero» disse. «Naturalmente.»

«Se tu visiti la pagina di un collega e scrivi qualcosa sul muro, questa è una cosa positiva. È un modo di entrare in comunicazione. Un modo di raggiungere qualcuno. E non devo certo dirti che quest’azienda esiste proprio grazie ai social media che tu consideri extracurricolari. Avevo capito che usavi gli strumenti dei nostri social media prima di venire qui, o sbaglio?»

Mae non sapeva cosa dire per rabbonire Gina. Era stata molto occupata, e non voleva dare l’impressione di essere via con la testa; per questo aveva tardato a riattivare il suo profilo.

«Mi rincresce» riuscì a balbettare. «Non intendevo dire che è extracurricolare. In realtà, credo che sia centrale. Stavo solo acclimatandomi al lavoro e volevo concentrarmi sull’apprendimento delle mie nuove responsabilità.»

Ma Gina era ormai lanciata e non si sarebbe lasciata fermare da nessuno finché non avesse completato il proprio ragionamento. «Ti rendi conto che comunità e comunicazione vengono dalla stessa radice, la parola communis, che in latino significa “comune”, “pubblico”, “condiviso da tutti o da molti”?»

Il cuore di Mae batteva a precipizio. «Sono davvero spiacente, Gina. Ho lottato per avere un posto qui. So bene tutto questo. Sono qui perché credo in tutto quello che hai detto. Ero solo un po’ frenetica, la settimana scorsa, e non ho avuto la possibilità di aggiornare niente.»

«Okay. Ma sappi, d’ora in poi, che essere social, ed essere una presenza nel tuo profilo e in tutti i relativi account, fa parte del motivo per cui ti trovi qui. Noi consideriamo la tua presenza online una parte integrante del lavoro che svolgi al Circle. Tutto si tiene.»

«Lo so. Ripeto, mi spiace di aver espresso male i miei sentimenti.»

«Bene. Okay, cominciamo con l’installare questo.» Gina allungò le mani oltre la parete divisoria di Mae e prese un altro schermo, più grande del secondo, che piazzò rapidamente sulla scrivania e collegò al computer di Mae.

«Okay. Così il secondo schermo continuerà a essere il modo in cui terrai i contatti con la tua squadra. Quello sarà esclusivamente per le attività di CE. Il terzo schermo è per la tua partecipazione sociale, all’azienda e alla tua cerchia – il tuo Cerchio – più ampia. Mi sono spiegata?»

«Sì.»

Mae la guardò mentre attivava lo schermo ed ebbe un brivido. Non le avevano mai offerto un desk così complesso. Tre schermi per l’ultima ruota del carro! Solo al Cerchio!

«Okay, prima voglio tornare al secondo schermo» disse Gina. «Non credo che tu abbia ancora attivato CircleSearch. Facciamolo.» Apparve una complicata mappa tridimensionale del campus. «È abbastanza semplice, e ti permette di trovare chiunque nel campus, caso mai tu abbia bisogno di un faccia a faccia.»

Gina indicò un punto rosso che pulsava.

«Questa sei tu. Che ardore! Scherzo.» Come se riconoscesse che l’espressione avrebbe potuto essere considerata fuori luogo, Gina proseguì rapidamente. «Non hai detto che conoscevi Annie? Digitiamo il suo nome.» Nel Vecchio West apparve un punto blu. «È in ufficio, che sorpresa. Annie è una macchina.»

Mae sorrise. «È vero.»

«Il fatto che tu la conosca così bene mi rende gelosa» disse Gina, con un sorriso breve e poco convincente. «E qui sotto vedrai una nuova app molto figa, che ogni giorno ti offre, come dire, una storia dell’edificio. Puoi vedere quando è entrato ogni membro del personale, quando ha lasciato il palazzo. Questo ci dà proprio il senso della vita della società. Questa parte non dovrai aggiornarla tu, naturalmente. Se vai in piscina, è il tuo ID che fa automaticamente l’update. E all’infuori del movimento, ogni commento addizionale spetterebbe a te, e naturalmente sarebbe incoraggiato.»

«Commento?» chiese Mae.

«Be’, come… come hai trovato il lunch, una macchina nuova in palestra, qualunque cosa. Semplici indici di gradimento, e “mi piace”, e commenti. Niente di straordinario, e ovviamente qualunque input ci aiuti a fare un lavoro migliore al servizio della comunità del Cerchio. Ecco, i commenti si fanno qui» disse, e le mostrò che si poteva cliccare su ogni edificio e ogni stanza, e che lei poteva aggiungere un commento su ogni persona o cosa.

«E così, quello è il tuo secondo schermo. Riguarda i tuoi colleghi, la tua squadra, e il modo di trovare le persone nello spazio fisico. Ora vengono le cose davvero spassose. Schermo numero tre. Qui è dove appaiono i tuoi social feed principali e lo Zing. Tu non eri un’utente Zing, se ho sentito bene.»

Mae ammise che non lo era, ma che voleva diventarlo.

«Fantastico» disse Gina. «E così, adesso hai un account Zing. Ti ho trovato un nome: MaeDay. Come la festa della guerra. Non è figo?»

Mae non era così certa del nome,  3 e non riusciva a ricordare una festa che si chiamasse così.

«E ho connesso il tuo account Zing con l’intera comunità del Cerchio, così hai appena messo insieme 10.041 follower! Figo, eh? Quanto agli zing che invierai tu, ce ne aspetteremmo una dozzina al giorno, ma questo è proprio il minimo. Sono sicura che avrai molte più cose da dire. Oh, e qui c’è la tua playlist. Se ascolti musica mentre lavori, il feed manda automaticamente la playlist a tutti gli altri, ed entra nella playlist collettiva, che classifica le canzoni più ascoltate in ogni dato giorno, settimana, mese. Raccoglie le prime cento in tutto il campus, ma puoi anche girarla in mille modi: hip-hop, indie, country più suonato, qualunque cosa. Riceverai delle raccomandazioni basate su quello che ascolti, e su quello che ascoltano altri con gli stessi gusti: è un’impollinazione incrociata che ha luogo mentre lavori. Mi sono spiegata?»

Mae annuì.

«Ora, accanto al feed di Zing, vedrai la finestra del tuo primo social feed. Vedrai anche che l’abbiamo divisa in due parti, il social feed dell’InnerCircle e quello esterno, cioè l’OuterCircle. Non è ingegnoso? Li puoi mettere insieme, ma a noi pare utile vedere i due feed separatamente. Però l’OuterCircle è sempre nel Cerchio, questo è ovvio. Ogni cosa lo è. Tutto chiaro finora?»

Mae disse di sì.

«Stento a credere che tu sia qui da una settimana senza aver ricevuto il principale social feed. Il tuo mondo sta per essere sconvolto.» Gina toccò lo schermo di Mae e il flusso dell’InnerCircle diventò un fiume di messaggi che le si riversavano sul monitor.

«Vedi? Stai ricevendo anche tutti i messaggi della settimana scorsa. Ecco perché sono così tanti. Accidenti, ne hai davvero persi un mucchio.»

Mae seguiva il contatore alla base dello schermo, col numero di tutti i messaggi che le avevano inviato gli altri membri del Cerchio. Il contatore fece una pausa a 1200. Poi a 4400. Il numero salì rapidamente, con qualche interruzione, ma alla fine si fermò a 8276.

«Erano i messaggi della settimana scorsa? Ottomila?»

«Puoi metterti in pari» disse vivacemente Gina. «Forse stasera stessa. Ora apriamo il normale social account. Noi lo chiamiamo OuterCircle, ma è lo stesso profilo, lo stesso feed che hai avuto per anni. Ti spiace se lo apro?»

Mae disse di no. E restò a guardare mentre il suo profilo, quello che aveva creato parecchi anni prima, appariva sul terzo schermo, accanto al feed dell’InnerCircle. Una cascata di messaggi e fotografie, qualche centinaio, riempì il monitor.

«Okay, pare che tu abbia da recuperare un po’ di terreno anche qui» disse Gina. «Sono una montagna! Divertiti.»

«Grazie» disse Mae. Cercò di mostrarsi più entusiasta che poteva. Aveva bisogno che Gina la trovasse simpatica.

«Oh, un momento. Ancora una cosa. Devo spiegarti la gerarchia dei messaggi. Merda. Me n’ero quasi dimenticata. Dan mi ucciderebbe. Okay, dunque, tu sai già che al primo posto vengono le responsabilità di CE del primo schermo. Dobbiamo metterci al servizio dei clienti con tutta la nostra attenzione e tutto il cuore. Questo è chiaro.»

«Sì.»

«Sul secondo schermo potresti ricevere messaggi di Dan e Jared, o di Annie, o di chiunque sovrintenda direttamente al tuo lavoro. Quei messaggi tengono informati sulla qualità del tuo servizio, minuto per minuto. Perciò dovrebbe essere la tua seconda priorità. Chiaro?»

«Chiaro.»

«Il terzo schermo è il social, Inner e OuterCircle. Ma quei messaggi non sono, ecco, superflui. Hanno la stessa importanza di tutti gli altri, ma costituiscono la terza priorità. E talvolta sono urgenti. Tieni d’occhio, in particolare, il feed dell’InnerCircle, perché è lì che saprai dei meeting dello staff, delle riunioni vincolanti e delle ultime notizie. Se c’è un avviso del Cerchio che è proprio urgente, sarà scritto in arancione. Qualcosa di particolarmente importante darà luogo anche a un messaggio sul tuo cellulare. Lo tieni bene in vista?» Mae accennò al telefono, posato sulla scrivania sotto gli schermi. «Bene» disse Gina. «Queste, allora, sono le priorità, con la tua partecipazione all’OuterCircle come quarta priorità. Che ha la stessa importanza di tutto il resto, perché noi valutiamo il tuo equilibrio tra il lavoro e la vita, capisci, la calibratura tra la tua vita online qui in azienda e fuori. Spero che sia chiaro. È così?»

«Sì.»

«Bene. Allora credo che sia tutto a posto. Domande?»

Mae rispose che aveva capito.

Gina inclinò il capo con aria scettica, lasciando intendere che sapeva che Mae in realtà aveva ancora molte domande, ma non voleva farle per paura di sembrare poco informata. Gina si alzò, sorrise, fece un passo indietro, ma poi si fermò. «Merda. Dimenticavo un’altra cosa.» Si accovacciò di fianco a Mae, digitò per qualche secondo, e sul terzo schermo apparve un numero molto somigliante al suo punteggio totale di CE. Diceva: MAE HOLLAND: 10.328.

«Questo è il tuo Grado di Partecipazione, il PartiRank, per brevità. Qualcuno qui lo chiama Grado di Popolarità, ma non è proprio così. È solo un numero generato da un algoritmo che tiene conto di tutta la tua attività nell’InnerCircle. Mi sono spiegata?»

«Credo di sì.»

«Tiene conto degli zing, dei follower esterni degli zing intraziendali, dei commenti ai tuoi zing, dei tuoi commenti agli zing degli altri, dei tuoi commenti sui profili di altri Circler, delle foto che hai postato, della tua presenza agli eventi del Cerchio, dei commenti e delle foto postati su quegli eventi: in pratica raccoglie e celebra tutto quello che fai qui. Naturalmente, i Circler più attivi sono i più alti in classifica. Come puoi vedere, ora la tua posizione è bassa, ma questo perché sei nuova e abbiamo appena attivato il tuo social feed. Però, ogni volta che posterai qualcosa o farai un commento o parteciperai a un evento, questo verrà incluso, e di conseguenza vedrai che il tuo grado cambierà. È qui che la cosa si fa divertente. Più posti cose, più sali in classifica. Un sacco di gente dà il like al tuo post, e tu vai alle stelle. Si muove per tutta la giornata. Non è figo?»

«Molto» disse Mae.

«Abbiamo iniziato con un piccolo incoraggiamento, altrimenti saresti al 10.411° posto. E, ancora, è solo per lo sfizio. Non sarai giudicata per il grado o altro. Alcuni Circler lo prendono molto sul serio, naturalmente, e noi siamo felici quando la gente vuole partecipare, ma il grado in realtà è solo un modo divertente di vedere come si manifesta la tua partecipazione rispetto alla comunità del Cerchio presa nell’insieme. Okay?»

«Okay.»

«Okay, allora. Per trovarmi sai come fare.»

E con questo Gina girò sui tacchi e se ne andò.

Mae aprì il flusso intraziendale e cominciò. Era decisa a dare una scorsa a tutti gli Inner e Outer feed quella sera stessa. C’erano avvisi aziendali con i menu del giorno, il bollettino meteorologico quotidiano, perle di saggezza giornaliera: gli aforismi della settimana scorsa erano di Martin Luther King, Gandhi, Salk, Madre Teresa e Steve Jobs. C’erano annunci di visite al campus: un’agenzia per le adozioni di animali domestici, un senatore, un deputato del Tennessee, il direttore di Medici Senza Frontiere. Mae scoprì, con una punta di rammarico, di avere perso, proprio quel mattino, una visita di Muhammad Yunus, il vincitore del premio Nobel. Passò faticosamente in rassegna i messaggi, uno per uno, cercando qualcosa cui potessero ragionevolmente aspettarsi che lei rispondesse di persona. C’erano dei questionari, almeno cinquanta, che sondavano le opinioni dei Circler sulle varie linee programmatiche dell’azienda, sulle date ottimali d’imminenti riunioni, gruppi d’interesse, celebrazioni e intervalli festivi. C’erano dozzine di club che sollecitavano iscrizioni e informavano tutti delle riunioni: c’erano gruppi di padroni di gatti – almeno dieci –, qualche gruppo di padroni di conigli, sei gruppi di padroni di rettili, quattro dei quali categorici sul fatto di accogliere esclusivamente serpenti. C’erano soprattutto gruppi di padroni di cani. Mae ne contò ventidue, ma era certa che non erano tutti. Uno dei gruppi dedicati ai padroni di cani molto piccoli, Lucky Lapdogs, voleva sapere quante persone si sarebbero iscritte a un club per passeggiate, escursioni e reciproco sostegno aperto durante il weekend; questo, Mae lo ignorò. Poi, rendendosi conto che l’ignorarlo avrebbe soltanto ispirato un secondo messaggio più urgente, digitò un messaggio in cui spiegava che non aveva cani. Le chiedevano di firmare una petizione per avere, a pranzo, altre opzioni vegane; lo fece. C’erano nove messaggi di vari gruppi di lavoro interni all’azienda che la invitavano a iscriversi ognuno al proprio sottoCerchio per aggiornamenti più specifici e condivisione di informazioni. Per il momento s’iscrisse solo a quelli dedicati al lavoro all’uncinetto, al calcio e a Hitchcock.

Pareva che ci fossero cento gruppi di genitori: genitori per la prima volta, genitori divorziati, genitori di bambini autistici, genitori di adottati guatemaltechi, adottati etiopici, adottati russi. C’erano sette gruppi dedicati all’improvvisazione teatrale, nove squadre di nuoto: mercoledì scorso aveva avuto luogo un meeting aziendale, con la partecipazione di centinaia di nuotatori, e cento messaggi riguardavano la gara, chi aveva vinto, qualche problema con i risultati, e come il campus avrebbe ricevuto la visita di un mediatore per comporre le dispute e ascoltare gli insistenti reclami. C’erano le visite, almeno dieci al giorno, di società che presentavano al Cerchio prodotti nuovi e innovativi. Nuove macchine a basso consumo di carburante. Nuove scarpe da ginnastica del commercio equo e solidale. Nuove racchette da tennis fabbricate a chilometro zero. C’erano riunioni di ogni dipartimento concepibile e immaginabile: ricerca e sviluppo, social, iniziative di solidarietà, networking professionale, filantropia, raccolta pubblicitaria, e con un senso di vuoto allo stomaco Mae vide che aveva perso una riunione considerata “piuttosto vincolante” per tutti i nuovi assunti. Si era svolta giovedì scorso. Perché nessuno gliel’aveva detto? “Be’, stupida”, si rispose. “Certo che te l’hanno detto. Proprio qui.”

«Merda» disse.

Alle dieci di quella sera aveva finito di leggere tutti i messaggi e tutti gli avvisi intraziendali, e si dedicò all’account OuterCircle. Non lo visitava da sei giorni e vi trovò 118 nuovi avvisi solo per quel giorno. Decise di controllarli tutti, dai più recenti ai più vecchi. Pochissimo tempo prima una delle sue amiche del college aveva postato un messaggio per informare che aveva una gastroenterite, e ne era seguita una lunga filza di commenti, con amiche che suggerivano rimedi, altre che le offrivano il loro incoraggiamento, altre ancora che postavano foto destinate a tirarle su il morale. Mae diede il suo like a due fotografie e tre commenti, postò i suoi auguri e inviò un link a una canzone, Puking Sally, che aveva trovato in Rete. Questo diede origine a un’altra filza di commenti, 54 messaggi, sulla canzone e sulla band che l’aveva composta. Una delle amiche che avevano risposto scriveva di aver conosciuto il bassista della band, e lo coinvolse nella conversazione. Il bassista, Damien Ghilotti, si trovava in Nuova Zelanda, dov’era diventato tecnico di uno studio, ma fu lieto di apprendere che Puking Sally continuava a risuonare tra i malati di gastroenterite. Il suo post entusiasmò tutti gli interessati, e così apparvero altri 129 messaggi, ognuno dei quali di persone felici di avere notizie del bassista della band, e alla fine di quel fiume di messaggi Damien Ghilotti fu invitato a suonare a un matrimonio, se voleva, o a visitare Boulder, o Bath, o Gainesville, o Saint Charles nell’Illinois, se gli fosse capitato di passare da quelle parti, dove gli offrivano un letto per dormire e un buon pasto casalingo. Al nome di Saint Charles, uno chiese se qualcuno del posto aveva sentito parlare di Tim Jenkins, che stava combattendo in Afghanistan; avevano saputo che un ragazzo dell’Illinois era stato ucciso a revolverate da un insorto afghano che si faceva passare per un agente di polizia. Sessanta messaggi dopo, gli interrogati avevano accertato che si trattava di un altro Tim Jenkins, questo di Rantoul nell’Illinois, non di Saint Charles. Il sollievo era stato generale, ma ben presto la conversazione era confluita in un dibattito a più voci sull’efficacia di quella guerra e della politica estera statunitense in generale, con i partecipanti che si domandavano se avevamo vinto, o no, nel Vietnam o a Grenada o persino nella Prima guerra mondiale, e in un’accanita discussione sulla capacità di autogovernarsi degli afghani, e sul commercio dell’oppio che finanziava gli insorti, e sulla possibilità di legalizzare questa o tutte le droghe illecite in America e in Europa. Qualcuno accennò all’utilità della marijuana nella cura del glaucoma, e qualcun altro scrisse che era utile anche ai malati di sclerosi multipla, e Mae, sentendo qualcosa di scuro aprire le ali dentro di lei, interruppe le trasmissioni.

Non era più capace di tenere gli occhi aperti. Anche se aveva smaltito solo tre giorni di social arretrati, chiuse bottega e si avviò verso il parcheggio.

Martedì mattina la cascata era meno impetuosa di quella del lunedì, ma l’attività sul terzo schermo la tenne incollata alla poltrona per le prime tre ore della giornata. Prima che le installassero il terzo schermo c’era sempre stata una pausa, forse di dieci o dodici secondi, tra il momento in cui rispondeva a una domanda e quello in cui apprendeva se la risposta era stata soddisfacente o no; aveva utilizzato questo tempo per imparare a memoria le formule più comuni, fare qualche follow-up e ogni tanto controllare il telefono. Ma poi quel lavoro diventò più impegnativo. Sul terzo schermo arrivavano quaranta nuovi messaggi InnerCircle ogni pochi minuti, e una quindicina di post e zing OuterCircle, e Mae impiegava ogni momento d’inattività disponibile per dare una rapida scorsa, assicurarsi che non c’era nulla che richiedesse la sua immediata attenzione e poi tornare allo schermo principale.

Alla fine della mattinata il flusso era controllabile, persino elettrizzante. C’era un tale movimento in quell’azienda, tanta umanità e tanti buoni sentimenti, per non parlare della sua azione pionieristica in tutti i campi, che Mae sapeva di essere diventata migliore per il semplice fatto di stare vicina ai Circler. Era come un negozio di prodotti organici ben curati: sapevi, facendovi la spesa, di essere più sano; non potevi fare una cattiva scelta, perché tutto era già stato passato al vaglio. Analogamente, tutti al Cerchio erano stati scelti, e dunque il pool genetico era straordinario, l’energia del cervello fenomenale. Era un posto dove tutti cercavano, costantemente e appassionatamente, di migliorarsi, migliorare gli altri, condividere il sapere, divulgarlo in tutto il mondo.

All’ora di pranzo, però, Mae era distrutta e non vedeva l’ora di sedersi, dopo aver rimosso la corteccia cerebrale, per un’ora sul prato con Annie, che aveva insistito per vederla.

Ma alle 11.50 sul secondo schermo apparve un messaggio di Dan: Hai un minuto?

Mae disse a Annie che forse avrebbe tardato, e quando raggiunse l’ufficio di Dan lui era appoggiato allo stipite della porta. Le sorrise affettuosamente, ma alzando un sopracciglio, come se in Mae ci fosse qualcosa di sconcertante, qualcosa su cui non poteva mettere il dito. Indicò con un braccio l’interno dell’ufficio, e lei gli passò davanti senza far rumore. Lui chiuse la porta.

«Siediti, Mae. Tu conosci Alistair, immagino.»

Mae non aveva notato l’uomo seduto in un angolo, ma quando lo vide si rese conto che non lo conosceva. Era alto, tra i venticinque e i trenta, con un ricciolo lezioso tra il castano e il rossiccio sulla fronte. Si era steso in diagonale su una poltrona arrotondata, col corpo esile rigido come un palo. Non si alzò per andarle incontro, perciò Mae gli diede la mano.

«Piacere» disse.

Alistair emise un sospiro di grande rassegnazione e le porse la sua come se stesse per toccare qualcosa di marcio spinto dal mare sulla riva.

A lei si era inaridita la bocca. C’era qualcosa che non andava, qualcosa di grave.

Dan si mise a sedere. «Ecco, spero che si possano aggiustare le cose al più presto» disse. «Vuoi iniziare tu, Mae?»

I due uomini la guardarono. Gli occhi di Dan erano fissi, mentre l’espressione di Alistair era offesa ma speranzosa. Mae non sapeva cosa dire, non aveva idea di cosa stesse succedendo. Mentre il silenzio si prolungava e cominciava a diventare esasperante, Alistair batteva furiosamente le palpebre per trattenere le lacrime.

«Stento a crederci» riuscì a dire.

Dan si girò verso di lui. «Su, Alistair. Sappiamo che ci sei rimasto male, ma guardiamo le cose in prospettiva.» Poi si rivolse a Mae. «Ti dirò una cosa ovvia. Mae, stiamo parlando del brunch portoghese di Alistair.»

Dan lasciò la frase a metà, pensando che Mae sarebbe intervenuta, ma lei non sapeva cosa significassero quelle parole: “Il brunch portoghese di Alistair?”. Poteva dire che non ne aveva la più pallida idea? No. Aveva dato il via ai messaggi con ritardo. Doveva trattarsi di qualcosa che aveva a che fare con questo.

«Mi dispiace» disse. Sapeva di dover camminare sulle uova finché non avesse capito di cosa si trattava.

«È una buona partenza» disse Dan. «Vero, Alistair?»

Alistair alzò le spalle.

Mae continuò a procedere a tentoni. Cosa sapeva? C’era stato un brunch, questo era certo. Ed evidentemente lei non c’era andata. Il brunch era stato organizzato da Alistair, che adesso era offeso. Era un’ipotesi ragionevole.

«Vorrei aver potuto andarci» azzardò, e vide immediatamente sui loro volti piccoli segni di conferma. La direzione era giusta. «Ma non ero certa…» Arrivata a questo punto fece un salto. «Non ero certa di essere la benvenuta, essendo così nuova, qui.»

I visi si addolcirono. Mae sorrise, rendendosi conto di aver toccato la nota giusta. Dan scosse il capo, felice di aver visto confermare il proprio assunto: che Mae non era una persona intrinsecamente cattiva. Si alzò dalla poltrona, girò intorno alla scrivania e vi si appoggiò.

«Mae, non abbiamo fatto in modo che ti sentissi la benvenuta?» chiese.

«No, sono stata accolta benissimo! Davvero. Ma io non appartengo al team di Alistair, e non ero proprio sicura di quali fossero le regole, capisci, sulla possibilità per i membri della mia squadra di partecipare ai brunch dei membri di grande esperienza di altre squadre.»

Dan annuì. «Visto, Alistair? Te l’avevo detto che era facile da spiegare.» Ora Alistair si era raddrizzato sulla poltrona, come se fosse pronto ad attaccare di nuovo.

«Ma certo che sei la benvenuta» disse, battendole scherzosamente una mano sul ginocchio. «Anche se dimentichi le cose un po’ troppo facilmente.»

«Ora, Alistair…»

«Scusate» disse lui, e tirò un profondo respiro. «Ora tutto è sotto controllo. Sono molto felice.»

Ci furono altre scuse, e risate a proposito di comprensioni e incomprensioni, e battute sulle comunicazioni e il flusso dei dati e gli errori e l’ordine dell’universo, e finalmente venne il momento di lasciar correre. Si alzarono.

«Salutiamoci con un abbraccio» disse Dan. E così fecero, creando una mischia serrata da incontro di football ispiratrice di nuovi sentimenti di comunione.

Quando Mae tornò alla propria scrivania, c’era un messaggio che la stava aspettando.

Grazie ancora per essere venuta oggi a incontrare Alistair e me. Credo che sia stato molto produttivo e utile. HR  4 conosce la situazione, e per chiuderla definitivamente vogliono sempre ricevere una dichiarazione comune. Così ho buttato giù questa. Se ti pare buona, firmala on-screen e rimandala.

Anomalia N. 5616arn/mrh/rk2
Giorno: Lunedì 11 giugno
Partecipanti: Mae Holland, Alistair Knight
Versione dei fatti: Alistair del Rinascimento, Squadra Nove, ha offerto un brunch a tutti i membri del personale che avevano mostrato interesse per il Portogallo. Ha diramato tre annunci dell’evento, a nessuno dei quali Mae, del Rinascimento, Squadra Sei, ha risposto. Non avendo ricevuto né un RSVP, né altre comunicazioni da Mae, Alistair si è preoccupato. Quando il brunch ha avuto luogo Mae non vi ha partecipato, e comprensibilmente Alistair c’è rimasto malissimo e si è chiesto per quale motivo Mae non avesse risposto ai ripetuti inviti, e poi non avesse partecipato. Questa era non-partecipazione nel vero senso della parola.
Oggi si è svolta una riunione tra Dan, Alistair e Mae, durante la quale Mae ha spiegato che non era certa di essere la benvenuta a quell’evento, dato che esso era offerto da un membro di una squadra diversa, e lei era soltanto alla seconda settimana di lavoro in azienda. Le rincresce molto di aver dato un dispiacere e inflitto una sofferenza emotiva ad Alistair, per non parlare della minaccia alla delicata ecologia del Rinascimento. Ora il problema è stato risolto, e Alistair e Mae sono diventati grandi amici e si sentono rigenerati. Sono tutti d’accordo sul fatto che una nuova partenza è assicurata e gradita.

Sotto la dichiarazione c’era una riga dove Mae doveva firmare, e lei usò l’unghia per tracciare il proprio nome sullo schermo. La rispedì, e immediatamente ricevette i ringraziamenti di Dan.

È stato magnifico, scriveva. Alistair, ovviamente, è un po’ troppo sensibile, ma questo dipende solo dal fatto che è un Circler estremamente impegnato. Proprio come te, dico bene? Grazie per essere così pronta a collaborare. Sei stata grande. Avanti!

Mae era in ritardo, e sperava che Annie la stesse ancora aspettando. Era una giornata tersa e calda, e Mae trovò Annie sul prato: stava scrivendo qualcosa sul tablet con una barretta di muesli tra le labbra. Alzò gli occhi socchiusi. «Ehi. Sei in ritardo.»

«Scusa.»

«Come va?»

Mae storse la bocca.

«Lo so, lo so. So tutto» disse Annie, masticando in modo esagerato.

«Smettila di mangiare così. Chiudi la bocca. Davvero?»

«Ho sentito tutto mentre lavoravo. Me l’hanno chiesto loro. E devo dire che ho sentito di peggio. Tutti, all’inizio, hanno di queste cose. A proposito, mangia più in fretta. Voglio mostrarti una cosa.»

Mae si sentì travolgere da due ondate in rapida successione. La prima di profondo disagio per il fatto che Annie aveva ascoltato tutto a sua insaputa, seguita da un’ondata di sollievo, sapendo che l’amica era con lei, anche se da lontano, e poteva confermare che Mae se la sarebbe cavata.

«Anche tu?» chiese.

«Anch’io cosa?»

«Hai preso qualche lavata di capo come la mia? Sto ancora tremando.»

«Certo. Una volta al mese, forse. E continuo. Mastica più in fretta.»

Mae mangiò più in fretta che poteva, guardando la partita di croquet che si stava svolgendo sul prato. L’impressione era che le regole i giocatori se le fossero scritte da sé. Mae finì di mangiare.

«Bene, alzati» disse Annie, e si diressero verso la Città di Domani. «Cosa c’è? Hai ancora una domanda scritta in faccia.»

«Tu ci sei andata a quel brunch portoghese?»

Annie le lanciò un’occhiata beffarda. «Io? No, perché? Non mi avevano invitato.»

«Ma perché proprio io? Non mi ero mica registrata. Non sono una fanatica del Portogallo.»

«È nel tuo profilo, no? Non ci sei stata, una volta?»

«Certo, ma non l’ho messo nel profilo. Sono stata a Lisbona, tutto qui. È successo cinque anni fa.»

Erano ormai vicine alla Città di Domani, un palazzo con una facciata in ferro battuto dall’aspetto vagamente turco. Annie sventolò il pass davanti a un pannello murato nella parete e la porta si aprì.

«Hai fatto delle fotografie?» chiese.

«A Lisbona? Certo.»

«Ed erano nel tuo laptop?»

Mae dovette pensarci un momento. «Credo di sì.»

«Allora, probabilmente è stato questo. Se erano nel tuo laptop, ora sono nel cloud, e il cloud viene esplorato in cerca d’informazioni come questa. Non devi correre qua e là a registrarti nei club cui interessa il Portogallo o quant’altro. Quando Alistair voleva organizzare il suo brunch, probabilmente ha solo fatto una ricerca col computer di tutti quelli nel campus che avevano visitato il paese, scattato fotografie o che ne avevano parlato in un’email o quel che è. Così riceve automaticamente una lista e manda gli inviti. È una cosa che ti risparmia cento ore di sciocchezze. Ci siamo.»

Si fermarono davanti a un lungo corridoio. Gli occhi di Annie brillavano maliziosamente. «Okay. Vuoi vedere qualcosa di surreale?»

«Sono ancora un po’ scombussolata.»

«Rimettiti in sesto. Entra.»

Annie aprì una porta che dava in una bella sala, un incrocio tra un buffet, un museo e una mostra merceologica.

«Non è favoloso?»

La sala aveva un aspetto vagamente familiare. Mae aveva visto qualcosa del genere alla TV.

«Sembra uno di quei posti con gli omaggi per le celebrità, no?»

Mae si guardò intorno. C’erano dei prodotti sparpagliati su dozzine di tavoli e di banchi. Ma lì, invece di gioielli e scarpe di vernice, c’erano scarpette da ginnastica, spazzolini da denti e una dozzina di varietà di chips, bevande e barrette energetiche.

Mae rise. «Immagino che sia tutto gratis.»

«Per te, per persone importanti come noi, sì.»

«Gesù Cristo. Tutto?»

«Certo, è la sala dei campioni omaggio. È sempre piena, e in un modo o nell’altro questa roba dev’essere usata. Invitiamo gruppi a rotazione: a volte sono programmatori, a volte gente di CE come te. Ogni giorno un gruppo diverso.»

«E uno prende quello che vuole?»

«Be’, devi passare il tuo ID su tutto ciò che t’interessa, in modo che sappiano chi è stato e cos’ha preso. Altrimenti qualche idiota si porta a casa la sala intera.»

«Non ho visto ancora nessuna di queste cose.»

«Nei negozi? No, nessuno di questi oggetti è già in vendita. Sono prototipi e prodotti in prova.»

«Questi sono veri Levi’s?»

Mae aveva preso in mano un paio di bellissimi jeans, ed era certa che di jeans così non ne aveva ancora visti in circolazione.

«Alla messa in vendita potrebbe mancare qualche mese, forse un anno. Li vuoi? Puoi chiedere una taglia diversa.»

«E li posso portare?»

«Invece di cosa, pulirtici il culo? Sì, è proprio quello che vogliono. Sei una persona influente che lavora al Cerchio! Sei all’avanguardia della moda, la prima a portarli.»

«È proprio la mia taglia.»

«Bene. Prendine due paia. Hai una borsa?»

Annie cercò una borsa di tela col logo del Cerchio e la porse a Mae, protesa sopra un banco di nuovi gusci di cellulari e accessori. Ne raccolse uno molto bello che sembrava duro come un sasso, ma aveva una superficie liscia come il camoscio.

«Merda» disse. «Non ho portato il mio telefono.»

«Cosa? Dov’è?» domandò Annie, sbalordita.

«Sulla scrivania, immagino.»

«Mae, sei incredibile. Ti concentri e tutto, ma poi fai queste strane cose da imbranata. Sei venuta a mangiare senza il cellulare?»

«Scusa.»

«No. È la parte di te che amo di più. Tu sei, tipo, mezzo essere umano e mezzo arcobaleno. Eh? Non ti arrabbiare.»

«È che oggi ho ricevuto troppi input.»

«Non sei più preoccupata, vero?»

«Tu credi che sia andata bene, quella riunione con Dan e Alistair?»

«Decisamente bene.»

«È davvero così sensibile, lui?»

Annie alzò gli occhi al cielo. «Alistair? Ai limiti della stoltezza. Ma è un programmatore eccezionale. Quell’uomo è una macchina. Ci vorrebbe un anno per trovare e insegnare a qualcuno a fare quello che fa lui. Quindi, dobbiamo venire a patti con i picchiatelli. Ce n’è qualcuno, qua dentro. Picchiatelli bisognosi. E ci sono quelli, come Dan, che li attivano. Ma non preoccuparti. Non credo che il tuo lavoro andrà molto a interferire con quello di Alistair.» Annie consultò l’orologio. Doveva andare.

«Resta qui finché la borsa è piena» disse. «Ci vediamo più tardi.»

Mae rimase, e riempì la borsa di jeans, e roba da mangiare, e scarpe, e due o tre nuovi gusci per il telefonino, più un reggiseno sportivo. Uscì dalla sala sentendosi una taccheggiatrice, ma mentre se ne andava non incontrò nessuno. Quando tornò alla sua scrivania, c’erano undici messaggi di Annie.

Lesse il primo: Ehi, Mae, ripensandoci non avrei dovuto scagliarmi a quel modo contro Dan e Alistair. Non è stato molto carino. Indegno di un Circler, assolutamente. Fa’ finta che non abbia detto niente.

Il secondo: Hai ricevuto il mio ultimo MSG?

Il terzo: Sto andando un tantino in paranoia. Perché non rispondi?

Quarto: Ti ho appena inviato un SMS, ti ho chiamato. Sei morta? Merda. Dimenticavo che hai dimenticato il telefono. Che rottura.

Quinto: Se ti sei offesa per quello che ho detto di Dan non fare lo sciopero del silenzio. Mi sono scusata. Rispondi.

Sesto: Ricevi questi messaggi? È m. importante. Chiamami!

Settimo: Se racconti a Dan quello che ho detto sei una stronza. Da quando andiamo in giro a spifferare i nostri segreti?

Ottavo: Mi rendo conto che potresti semplicemente essere in riunione. Vero?

Nono: Sono passati 25 minuti. Che SUCCEDE?

Decimo: Vedo che sei tornata alla tua scrivania. Chiamami in questo istante, o tra noi è finita. Pensavo fossimo amiche.

Undicesimo: Pronto?

Mae la chiamò.

«Che cavolo vuoi, spastica?»

«Dov’eri?»

«Ci siamo viste venti minuti fa. Ho finito nella sala dei campioni, usato il bagno, e ora sono qui.»

«Hai fatto la spia?»

«Se ho fatto cosa?»

«Hai raccontato tutto?»

«Annie, che cazzo dici?

«Rispondi.»

«No, non ho fatto la spia. A chi?»

«Cosa gli hai detto?»

«A chi?»

«Dan.»

«Non l’ho nemmeno visto.»

«Non gli hai inviato un messaggio?»

«No. Merda. Annie!»

«Lo giuri?»

«Sì.»

Annie sospirò. «Okay. Cazzo. Scusa. Gli ho inviato un messaggio, e l’ho chiamato, e non ho ricevuto più niente da lui. E poi tu non rispondevi, e il mio cervello ha messo tutto insieme in uno strano modo.»

«Merda, Annie.»

«Scusa.»

«Credo che tu sia molto stressata.»

«No, sto bene.»

«Lascia che stasera ti offra qualche drink.»

«Grazie, no.»

«Ti prego.»

«Non posso. Abbiamo troppe cose in ballo qui, questa settimana. Solo il fatto che debba occuparmi di questo cazzo di cluster a Washington…»

«Washington? Che roba è?»

«È una lunga storia. Non posso parlarne, davvero.»

«Ma sei l’unica a doversene occupare? In tutta Washington?»

«Mi fanno fare un po’ di questo tira e molla col governo perché… non so, forse perché credono che le mie fossette servano a qualcosa. Forse servono realmente. Non so. Vorrei potermi fare in cinque.»

«Sei terribilmente giù, Annie. Prenditi una sera di riposo.»

«No, no. Mi rimetterò. Devo solo rispondere a queste interrogazioni di un sottocomitato. Andrà tutto bene. Ma è meglio che vada. Baci.»

E riattaccò.

Mae chiamò Francis. «Annie non vuole uscire con me. Tu? Stasera?»

«Fuori fuori? C’è una band qui, stasera. Conosci i Creamers? Suonano al Colony. È uno spettacolo di beneficenza.»

Mae disse di sì, che le pareva una buona idea, ma quando venne il momento non aveva più voglia di vedere una band chiamata i Creamers che suonava al Colony. Convinse Francis a salire sulla sua macchina, e partirono per San Francisco.

«Sai dove stiamo andando?» chiese lui.

«No. Che fai?»

Lui stava digitando furiosamente sul telefono. «Sto solo dicendo a tutti che non vado.»

«Finito?»

«Sì.» Abbandonò il cellulare.

«Bene. Prima andiamo a bere qualcosa.»

E così parcheggiarono in centro e trovarono un ristorante che sembrava così terribile, con quelle foto di piatti scolorite e ben poco appetitose appiccicate alla rinfusa alle vetrine, da suggerire che potesse costar poco. Era vero, e mangiarono curry e bevvero Singha seduti su sedie di bambù che cigolavano e dove si faceva fatica a stare dritti. A un certo punto, verso la fine della sua prima birra, Mae decise che ne avrebbe bevuto in fretta una seconda e che subito dopo cena, in strada, avrebbe baciato Francis.

Finirono la cena e lo fece.

«Grazie» disse lui.

«Tutto qui?»

«Mi hai risparmiato un grande scompiglio interiore. Non ho mai fatto la prima mossa in vita mia. Ma di solito le donne impiegano settimane a capire che dovranno essere loro a prendere l’iniziativa.»

Mae ebbe di nuovo l’impressione di essere bombardata d’informazioni che complicavano i suoi sentimenti per Francis, che un momento sembrava così dolce, e così strano e non filtrato quello dopo.

Tuttavia, poiché stava volando sulla cresta di un’onda di Singha, lo prese per mano e lo ricondusse in macchina, dove si baciarono ancora, mentre erano fermi a un incrocio pieno di traffico. Un barbone li osservava dal marciapiede, come avrebbe fatto un antropologo, fingendo di prendere appunti.

«Andiamo» disse lei, e lasciarono la macchina, e gironzolarono per la città, trovando un negozio giapponese di souvenir ancora aperto, e vicino al negozio, anch’essa aperta, una galleria piena di quadri di gigantesche cosce umane così realistiche da sembrare fotografate.

«Grandi immagini di grossi culi» osservò Francis, mentre cercavano una panchina in un vicolo diventato una piazzetta che i lampioni tingevano di una luce bluastra come quella della luna. «Quella era vera arte. Non potevo credere che non avessero venduto ancora niente.»

Mae lo baciò di nuovo. Era dell’umore giusto per baciare qualcuno, e sapendo che Francis non avrebbe fatto nulla di aggressivo si sentì a suo agio baciandolo ancora, sapendo che sarebbero stati solo baci, per quella sera. Lo coprì di baci che dovevano suggerire passione, e amicizia, e un possibile amore, e lo baciava pensando alla sua faccia, chiedendosi se aveva gli occhi aperti, se era imbarazzato dai passanti che ridacchiavano o fischiavano ma tiravano diritto.

Nei giorni seguenti Mae capì che poteva essere vero, che il sole poteva essere la sua aureola, che le foglie potevano esistere per stupirsi a ogni suo passo, per incoraggiarla a continuare, per congratularsi con lei per questo Francis, e per ciò che avevano fatto insieme. Avevano celebrato la loro scintillante giovinezza, la loro libertà, le loro bocche umide, e l’avevano fatto in pubblico, alimentati dalla consapevolezza che, quali che fossero le fatiche che avevano o avrebbero affrontato, stavano lavorando al centro del mondo e cercando vigorosamente di renderlo migliore. Avevano ragione di sentirsi bene. Mae si chiedeva se era innamorata. No, sapeva di non essere innamorata, ma era – lo sentiva – perlomeno a metà strada. Quella settimana lei e Francis pranzarono spesso insieme, anche se brevemente, e dopo mangiato trovavano un posto dove appoggiarsi l’uno all’altro e baciarsi. Una volta fu sotto un’uscita di sicurezza dietro il Paleozoico. Una volta fu nell’Impero Romano, dietro i campi di paddle tennis. Lei amava il suo sapore, sempre pulito, semplice come quello della limonata, e il modo in cui si toglieva gli occhiali, aveva per un attimo un’aria un po’ smarrita, poi chiudeva gli occhi e sembrava quasi bello, col viso liscio e senza complicazioni come quello di un bambino. Averlo accanto rese di nuovo scoppiettanti le sue giornate. Ogni cosa la riempiva di stupore. Mangiare era stupefacente, sotto il sole smagliante, il calore della camicia di Francis, le sue mani su una caviglia. Passeggiare era stupefacente. Stupefacente era sedere insieme nell’Illuminismo, come stavano facendo in quel momento, in attesa del Venerdì di Sogno nella Great Hall.

«Fa’ attenzione» disse Francis. «Credo proprio che ti piacerà.»

Francis non aveva voluto dire a Mae qual era il tema della conferenza sull’innovazione di quel venerdì. A quanto pareva, l’oratore, Gus Khazeni, aveva lavorato al progetto sulla sicurezza dei bambini tanto caro a Francis prima di andare, quattro mesi addietro, a dirigere una nuova unità. Oggi avrebbe parlato per la prima volta delle sue scoperte e di una nuova iniziativa.

Mae e Francis si sedettero nelle prime file, su richiesta di Gus. Voleva vedere qualche faccia amica mentre parlava, per la prima volta, nella Great Hall, disse Francis. Mae si voltò a guardare la folla e vide Dan, qualche fila più indietro, e Renata e Sabine, seduti insieme, concentrati sul tablet che avevano tra loro.

Eamon Bailey entrò in scena tra applausi calorosi.

«Be’, oggi abbiamo da offrirvi una vera chicca» disse. «Quasi tutti conoscete Gus Khazeni, factotum e uno dei nostri gioielli più preziosi. E quasi tutti sapete che qualche tempo fa ebbe un’ispirazione che lo esortammo a seguire. Oggi vi presenterà qualche risultato, e credo davvero che vi piaceranno.» E con questo cedette il posto a Gus, che aveva la strana combinazione di un aspetto straordinariamente bello e di un contegno timido e topesco. O almeno era a un topo che somigliava, quando zampettò attraverso il palcoscenico come se fosse sulle punte dei piedi.

«Okay, se siete come me, siete single, patetici e un’eterna delusione per i vostri genitori e i vostri nonni persiani, che vi vedono come un fallimento perché non avete un compagno o una compagna e dei figli perché siete patetici.»

Risate dal pubblico.

«Ho usato due volte la parola patetici?» Altre risate. «Se la mia famiglia fosse qui, l’avrebbe usata molte volte di più. Okay» continuò Gus, «ma diciamo che volete far piacere alla famiglia, e forse anche a voi, trovandovi un compagno. C’è qualcuno interessato a trovare un compagno?»

Si alzò qualche mano.

«Oh, via. Bugiardi. Si dà il caso che io sappia che il 67 per cento del personale di quest’azienda non è coniugato. Dunque sto parlando a voi. L’altro 33 per cento può andare all’inferno.»

Mae rise forte. Il fervorino di Gus era perfetto. Si sporse verso Francis. «Adoro quest’uomo.»

Gus continuò: «Ora, forse avete provato con i siti d’incontri. E diciamo che sembrate bene assortiti, e che tutto è okay, e che state arrivando al momento risolutivo: un appuntamento. Tutto bene, la famiglia è felice, per qualche attimo accarezzano l’idea che la condivisione del loro DNA non sia stata inutile.

«Ora, appena inviti qualcuno a uscire con te sei fottuto, dico bene? In realtà non sei fottuto. Sei celibe, ma vuoi cambiare proprio questo. Così passi il resto della settimana a domandarti, sempre più stressato, dove portarla: a cena, a un concerto, al museo delle cere? A visitare le prigioni sotterranee di un castello? Non ne hai idea. La scelta sbagliata, e sei un idiota. Sai che possiedi un’ampia gamma di gusti, di cose che ti piacciono, e probabilmente anche lui o lei, ma quella prima scelta è troppo importante. Hai bisogno di aiuto per inviare il messaggio giusto, e il messaggio è che sei una persona sensibile, intuitiva, decisa, che ha buon gusto ed è perfetta.»

La folla rideva; non avevano mai smesso di ridere. Poi sullo schermo alle spalle di Gus apparve un mosaico d’icone, con le informazioni elencate chiaramente sotto ciascuna di esse. Mae riuscì a distinguere quelli che sembravano i simboli di un ristorante, di cinema, musica, shopping, attività all’aria aperta, spiagge.

«Okay» riprese Gus, «osservate attentamente e ricordate che questa è solo una versione beta. Si chiama LuvLuv. Okay, forse il nome fa un po’ schifo. Veramente io so che fa schifo, e ci stiamo lavorando. Ma ecco come funziona. Quando avete trovato qualcuno, e avete il suo nome, e vi siete messi in contatto, avete fissato una data… ecco il momento in cui entra in gioco LuvLuv. Forse avete già memorizzato la pagina del sito d’incontri, la pagina personale, tutti i suoi feed. Ma LuvLuv vi procura una serie d’informazioni completamente diverse. Dunque, inserite il nome della persona. È l’inizio. A questo punto LuvLuv esplora il Web utilizzando un motore di ricerca potentissimo ed estremamente chirurgico per assicurarsi che non vi rendiate ridicoli e possiate trovare l’amore e dare una nidiata di nipotini al vostro paparino, che è convinto che potreste essere sterili.»

«Sei fichissimo, Gus!» urlò la voce di una donna dal pubblico.

«Grazie! Vuoi uscire con me?» disse lui, e attese una risposta. Al silenzio della donna, Gus replicò: «Avete visto? Ecco perché mi serve aiuto. Ora, per testare questo software, credo di aver bisogno di una persona in carne e ossa che vuole saperne di più a proposito di un potenziale interesse romantico sincero. C’è qualche volontario?».

Gus puntò lo sguardo verso il pubblico, riparandosi teatralmente gli occhi con la mano.

«Nessuno? Oh, un momento. Vedo una mano in alto.»

Con sorpresa e orrore di Mae, Gus stava guardando dalla sua parte. Più precisamente, stava guardando Francis, che aveva alzato la mano. E prima che lei potesse dirgli qualcosa, Francis si era alzato dalla poltrona e si stava dirigendo verso il palcoscenico.

«Un applauso per questo coraggioso volontario!» esclamò Gus, e Francis trotterellò su per la scaletta e fu colpito dalla luce calda della ribalta, accanto a Gus. Non si era voltato indietro a guardare Mae da quando aveva lasciato il suo fianco.

«Dunque, lei come si chiama, signore?»

«Francis Garaventa.»

Mae pensò che avrebbe vomitato. Cosa stava succedendo? Non è vero, disse a se stessa. Francis stava realmente andando a parlare di lei sul palcoscenico? No, disse per tranquillizzarsi. Vuole solo aiutare un amico, e vedrai che faranno la loro dimostrazione usando nomi falsi.

«Allora, Francis» continuò Gus, «devo credere che lei abbia una persona con cui vorrebbe uscire?»

«Sì, Gus, è esatto.»

Mae era stordita e terrorizzata, ma non poté fare a meno di notare che in scena Francis appariva trasformato, proprio come Gus. Stava al gioco, mostrando i denti, fingendosi timido ma comportandosi con grande sicurezza.

«Quella persona è una persona reale?» chiese Gus.

«Naturalmente» disse Francis. «Non esco più con persone immaginarie.» La folla rise di cuore, e Mae sentì lo stomaco caderle nelle scarpe. “Oh, merda” pensò. “Oh, merda.”

«E il suo nome?»

«Il suo nome è Mae Holland» disse Francis, e la guardò per la prima volta. Mae aveva la faccia tra le mani, e i suoi occhi sbirciavano fuori da sotto le dita tremanti. Con un cenno del capo quasi impercettibile, Francis sembrò prendere nota del fatto che Mae non era del tutto a suo agio in quella situazione, ma appena l’ebbe fatto si rivolse a Gus, sorridendo come l’ospite di uno show televisivo.

«Okay» disse Gus, digitando il nome sul suo tablet, «Mae Holland.» Nello slot, il nome apparve sullo schermo a lettere cubitali.

«Dunque, Francis vuole uscire con Mae, e non vuole fare una figuraccia. Qual è una delle prime cose che deve sapere? Chi lo sa?»

«Allergie!» urlò uno.

«Okay, allergie. Posso andarle a cercare.»

Cliccò sull’icona di un gatto che starnutiva, e sotto apparve immediatamente una lista:

Probabile allergia al glutine

Sicura allergia ai cavalli

La madre è allergica alle noci

Nessun’altra probabile allergia

«Okay. Posso cliccare su ognuna di queste voci e trovare qualcosa di più. Proviamo col glutine.» Gus cliccò sulla prima riga, mostrando una schermata più fitta e più complessa di link e blocchi di testo. «Ora, come potete vedere, LuvLuv ha letto tutto ciò che Mae ha postato. Ha esaminato queste informazioni pagina per pagina e le ha analizzate per scoprirne i dettagli pertinenti. Forse Mae ha parlato di glutine. Forse ha comprato o cercato prodotti senza glutine. Questo starebbe a indicare che probabilmente è allergica al glutine.»

Mae aveva voglia di lasciare l’auditorium, ma sapeva che questo avrebbe fatto più scalpore che restare.

«Ora diamo un’occhiata all’allergia ai cavalli» disse Gus, e cliccò sulla seconda voce. «Qui possiamo arrivare a una conclusione più sicura, dal momento che LuvLuv ha trovato tre casi di messaggi postati che dicono chiaramente, per esempio: Sono allergica ai cavalli

«Allora, questo ti è utile?» chiese Gus.

«Sì» disse Francis. «Volevo portarla a mangiare del pane lievitato in un posto dove ci sono delle scuderie.» Si rivolse al pubblico facendo una boccaccia. «Ora lo so!»

Il pubblico rise, e Gus annuì, come per dire: “Non siamo una bella coppia?”. «Okay» continuò. «Ora, notate che gli accenni all’allergia ai cavalli risalgono al 2010 e vengono, indovinate un po’, da Facebook. Per tutti quelli di voi che pensavano che era stato stupido da parte nostra pagare quello che abbiamo pagato per gli archivi di Facebook, prestate attenzione! Okay, niente allergie. Ma guardate là vicino. Era a questo che pensavo: al cibo. Avevi una mezza intenzione di portarla fuori a cena, Francis?»

Francis rispose coraggiosamente: «Sì, Gus. Ci pensavo». Mae non riconosceva più quell’uomo sul palcoscenico. Dov’era andato Francis? Aveva una gran voglia di ammazzare questa sua nuova versione.

«Okay, è qui che di solito le cose si mettono male. Non c’è nulla di peggio di questi avanti e indietro: “Dove vorresti mangiare?”. “Oh, un posto qualunque va bene.” “No, davvero. Dove preferisci andare a cena?” “Per me non ha importanza. E tu?” Basta con queste ca… pagliacciate. LuvLuv ti fa un rapporto dettagliato. Ogni post che ha fatto, ogni volta che le è piaciuto o non le è piaciuto un ristorante, ogni volta che ha parlato di cibo… tutto è ordinato e classificato e si arriva a una lista come questa.»

Cliccò sull’icona del cibo, che rivelò un lungo sottoinsieme di liste, con classifiche di cibi, nomi di ristoranti, elenchi di ristoranti per città e per quartiere. Le liste brillavano per la loro accuratezza. Comprendevano persino il locale dove Mae e Francis avevano mangiato qualche giorno prima.

«Ora clicco sul locale che mi piace, e se lei ha pagato con TruYou vengo a sapere cos’ha ordinato l’ultima volta che c’è andata. Clicco qui e vedo le specialità di quei ristoranti per venerdì, la data del nostro appuntamento. Ecco il tempo medio di attesa per un tavolo quel giorno. Eliminata ogni incertezza.»

Gus continuò nella presentazione, addentrandosi nelle preferenze di Mae per i film, le passeggiate e il jogging all’aperto, gli sport preferiti, i panorami preferiti. Era esatto, quasi tutto, e mentre Gus e Francis gigioneggiavano sul palcoscenico, e il pubblico appariva sempre più impressionato dal nuovo software, Mae prima si era nascosta dietro le mani, poi si era lasciata sprofondare il più possibile nella poltrona e finalmente, quando capì che da un momento all’altro le avrebbero chiesto di salire sul palcoscenico per confermare i grandi poteri di questo nuovo strumento, lasciò il suo posto alla chetichella, uscì dalla porta laterale dell’auditorium e si allontanò nella luce bianca e smorzata di un pomeriggio nuvoloso.

«Mi dispiace.»

Mae non riusciva a guardarlo.

«Mae. Scusa. Non capisco perché sei così arrabbiata.»

Non voleva averlo vicino. Era tornata alla sua scrivania e lui l’aveva seguita fin là, e ora le stava addosso come un avvoltoio. Non lo guardò, perché oltre a disprezzarlo e a scoprire che aveva il mento debole e gli occhi sfuggenti, oltre a essere sicura che non avrebbe mai più avuto bisogno di vedere quel volto spregevole, aveva del lavoro da sbrigare. Le cateratte pomeridiane erano state aperte e il flusso era pesante. «Possiamo parlare più tardi» gli disse, ma non aveva la minima intenzione di rivolgergli ancora la parola, né quel giorno né mai. In quella certezza c’era un certo sollievo.

Finalmente Francis se ne andò, perlomeno se ne andò la sua presenza fisica, ma riapparve dopo qualche minuto sul terzo schermo chiedendo perdono. Le disse che non avrebbe dovuto farle quel brutto scherzo, ma che Gus aveva insistito perché fosse una sorpresa. Nel corso del pomeriggio le inviò quaranta o cinquanta messaggi di scuse, sostenendo che anche lei aveva avuto un grande successo e che sarebbe stato ancora meglio se fosse salita sul palco, perché la gente batteva le mani per convincerla. Le assicurò che tutto ciò che era apparso sullo schermo era di pubblico dominio, che non c’era nulla d’imbarazzante, che tutto era stato ricavato da cose postate da lei stessa, in fondo.

E Mae sapeva che tutto questo era vero. Non si era arrabbiata per la rivelazione delle sue allergie. O dei suoi cibi preferiti. Aveva diffuso liberamente queste informazioni per molti anni, e sentiva che manifestare le proprie preferenze, e leggere quelle degli altri, era una delle cose che amava della propria vita online.

Allora, cosa l’aveva tanto mortificata durante la presentazione di Gus? Non lo capiva bene. Era stata soltanto la sorpresa? La straordinaria accuratezza degli algoritmi? Forse. Era anche vero che non c’era stata tutta questa precisione. Dunque, era quello il problema? Il fatto che una matrice di preferenze fosse stata presentata come la tua essenza, come la tua intera personalità? Forse era proprio questo. Era una specie di specchio, ma incompleto, distorto. E se Francis voleva delle informazioni, perché non aveva potuto semplicemente chiederle a lei? Comunque, sul terzo schermo per tutto il pomeriggio fu un fioccare di messaggi di congratulazioni.

Sei fantastica, Mae.

Bel colpo, pivellina.

Per te niente cavalcate. Forse un lama?

Sgobbò per tutto il pomeriggio e si accorse del lampeggiare del telefono solo dopo le cinque. Non aveva visto che c’erano tre messaggi di sua madre. Quando li ascoltò, dicevano tutti la stessa cosa: “Vieni”.

Mentre viaggiava tra le colline e attraverso il tunnel, diretta a est, chiamò sua madre e si fece raccontare i particolari. Suo padre aveva avuto un attacco ed era andato all’ospedale, dove gli avevano chiesto di passare la notte in osservazione. Sua madre le disse di andare là direttamente, ma quando Mae arrivò lui era già andato via. Chiamò sua madre:

«Dov’è?».

«A casa. Scusa. Siamo appena arrivati. Non pensavo che saresti venuta così presto. Sta bene.»

Così Mae salì in macchina e andò a casa, e quando arrivò, trafelata, irritata e impaurita, vide il pickup Toyota di Mercer nel vialetto, il che la fece cadere in un ginepraio mentale. Non aveva voglia di vederlo. Complicava una scena già abbastanza cruenta.

Aprì la porta e non vide i genitori, ma la figura informe e gigantesca di Mercer. Era ritto nel vestibolo. Ogni volta che lo incontrava le dava ai nervi scoprire quanto era grosso e bitorzoluto. Gli erano anche cresciuti i capelli, contribuendo ad aumentare la sua mole. Con la testa oscurava ogni luce.

«Ho sentito la macchina» disse. Aveva una pera in mano.

«Perché sei qui?» domandò lei.

«Mi hanno telefonato per chiedermi di aiutarli» disse lui.

«Papà?» Mae gli passò davanti e corse nel soggiorno. Là suo padre riposava, disteso sul divano, guardando una partita di baseball alla televisione.

Non voltò la testa, ma guardò dalla sua parte. «Ehi, tesoro. Ti ho sentito, fuori.»

Mae si sedette davanti a lui dall’altro lato del tavolino e gli prese la mano. «Stai bene?»

«Sì. Solo uno spavento, in realtà. È iniziato forte, ma a poco a poco si è esaurito.» In un modo quasi impercettibile, stava allungando il collo per vedere qualcosa alle spalle della figlia.

«Stai cercando di vedere la partita?»

«È il nono inning» disse lui.

Mae si tolse di mezzo. Sua madre entrò nella stanza. «Abbiamo chiamato Mercer per farci aiutare a caricare tuo padre sulla macchina.»

«Non volevo l’ambulanza» disse suo padre, sempre guardando la partita.

«Allora, è stato un attacco?» chiese Mae.

«Non sono sicuri» disse Mercer dalla cucina.

«Posso avere la risposta dai miei genitori?» gridò Mae.

«Mercer mi ha salvato la vita» disse suo padre.

«Perché non mi avete telefonato per informarmi che non era così grave?» chiese Mae.

«Era grave» disse sua madre. «Era grave quando ho telefonato.»

«Ma adesso sta guardando una partita di baseball.»

«Adesso non è più così grave» disse sua madre, «ma per un po’ non abbiamo proprio capito cosa stava succedendo. Per questo abbiamo telefonato a Mercer.»

«Mi ha salvato la vita.»

«Non credo che Mercer ti abbia salvato la vita, papà.»

«Non intendevo dire che ero moribondo. Ma sai come odio tutta la sarabanda con quelli del pronto soccorso e le sirene, e con i vicini che vengono a sapere tutto. È bastato chiamare Mercer, che è arrivato in cinque minuti, mi ha aiutato a salire in macchina, mi ha portato all’ospedale, e addio. La differenza è tutta qui.»

Mae era furiosa. Aveva guidato per due ore in preda a un panico difficile da controllare solo per trovare suo padre che guardava una partita di baseball disteso sul divano. Aveva guidato per due ore per trovare il suo ex a casa sua, proclamato eroe della famiglia. E lei cos’era? In un modo o nell’altro era negligente. Era superflua. Le tornarono in mente tante delle cose che non le piacevano di Mercer. Amava essere considerato gentile, ma voleva avere la certezza che lo sapessero tutti, e questa – essere sempre costretta a sentir parlare della sua gentilezza, della sua rettitudine, della sua affidabilità, della sua sconfinata empatia – era una cosa che la faceva uscire dai gangheri. Mentre con lei era stato diffidente, musone, indisponibile troppe volte quando aveva bisogno di lui.

«Vuoi del pollo? L’ha portato Mercer» disse sua madre, e Mae decise che era il momento buono per usare il suo bagno per qualche minuto.

«Vado a darmi una rinfrescata» disse, e andò di sopra.

Più tardi, dopo che tutti ebbero mangiato e fatto la cronaca della giornata, spiegando come la vista di suo padre era diminuita fino a raggiungere uno stato preoccupante, e l’intorpidimento delle mani era peggiorato – sintomi che i medici giudicavano normali e curabili, o almeno tali da poter essere affrontati in qualche modo – e dopo che i suoi genitori erano andati a letto, Mae e Mercer andarono a sedersi nel giardino dietro la casa, dove il caldo veniva ancora su dall’erba, dagli alberi, dagli steccati grigi lavati dalla pioggia che li circondavano.

«Grazie per l’aiuto» disse lei.

«È stato facile. Vinnie è più leggero di una volta.»

Mae non gradì il suono di queste parole. Non voleva che suo padre fosse più leggero, più facile da trasportare. Cambiò discorso.

«Come vanno gli affari?»

«Molto bene. Molto bene. Anzi, la settimana scorsa ho dovuto assumere un apprendista. Non è grandioso? Adesso ho un apprendista. E il tuo lavoro? Fantastico?»

Mae rimase sorpresa. Di rado Mercer era così esuberante.

«Davvero fantastico» disse.

«Bene. Mi fa piacere. Speravo proprio che andasse tutto liscio. Allora che fai, la programmatrice o cosa?»

«Sono alla CE. Customer Experience. Ora tratto con gli inserzionisti. Un momento. L’altro giorno ho visto una cosa che ti riguardava. Ti ho cercato e c’era un commento su qualcuno che aveva ricevuto un prodotto danneggiato. Erano incazzatissimi. Immagino che tu l’abbia visto.»

Mercer emise un sospiro teatrale. «No.» La sua faccia aveva assunto un’espressione stizzita.

«Non preoccuparti» disse lei. «Era solo un pazzoide.»

«E ora me l’hai ricordato.»

«Non dare la colpa a me. Ho detto solo…»

«Mi hai semplicemente informato che là fuori c’è un matto che mi odia e vuole nuocere al mio lavoro.»

«C’erano anche altri commenti, e per la maggior parte erano buoni. Ce n’era uno veramente buffo.» Cominciò a farli scorrere sul telefonino.

«Mae. Per piacere. Ti sto chiedendo di non leggerlo.»

«Eccolo: “Tutte quelle povere corna di cervo per questa merda?”.»

«Mae, ti avevo chiesto di non leggermelo.»

«Come? Era divertente!»

«Come posso chiederti di non fare una cosa e di rispettare i miei desideri?»

Questo era il Mercer che Mae ricordava e che non poteva soffrire: permaloso, musone, autoritario.

«Di cosa stai parlando?»

Mercer trasse un profondo respiro, e Mae capì che stava per tenere un discorso. Se davanti a lui ci fosse stato un podio, si sarebbe avvicinato togliendosi i foglietti dalla tasca della giacca sportiva. Due anni di istituto tecnico e credeva di essere una specie di professore. Le aveva tenuto discorsi sulla carne di provenienza organica, sui primi dischi dei King Crimson, e ogni volta la cosa iniziava con un profondo respiro, un respiro che diceva: “Mettetevi comodi, questo richiederà un po’ di tempo ma sarà uno sballo”.

«Mae, devo pregarti di…»

«Lo so, vuoi che smetta di leggerti i commenti dei clienti. Bene.»

«No, non è quello che stavo…»

«Vuoi che te li legga?»

«Mae, e se tu mi lasciassi semplicemente finire la frase? Allora sapresti cosa sto dicendo. Cercare d’indovinare la conclusione di ognuna delle mie frasi non serve a niente, perché non ci prendi mai.»

«Ma tu parli così lentamente!»

«Io parlo normalmente. Sei tu che sei diventata impaziente.»

«Okay. Avanti.»

«Adesso, però, sei agitata.»

«Credo solo di annoiarmi facilmente.»

«Parlando.»

«Parlando al rallentatore.»

«Posso iniziare, adesso? Ci vorranno tre minuti. Puoi concedermi tre minuti, Mae?»

«Certo.»

«Tre minuti durante i quali non saprai cosa sto per dire, okay? Sarà una sorpresa.»

«Okay.»

«Benissimo. Mae, dobbiamo cambiare il modo in cui interagiamo. Ogni volta che ti vedo, o ricevo tue notizie, c’è questo filtro. Tu mi mandi dei link, citi qualcuno che parla di me, dici che hai visto un mio ritratto sulla bacheca di qualcuno… C’è sempre questo attacco da parte di una terza persona. Anche quando parliamo a tu per tu mi dici quello che qualche estraneo pensa di me. È come se non fossimo mai soli. Ogni volta che ti vedo, nella stanza ci sono altre cento persone. Tu mi guardi sempre attraverso gli occhi di altre cento persone.»

«Non drammatizzare.»

«Io voglio parlare con te direttamente. Senza che tu faccia intervenire tutti gli altri sconosciuti della Terra che potrebbero avere un’opinione di me.»

«Io non faccio così.»

«Sì, Mae. Qualche mese fa avevi letto qualcosa su di me e… ricordi? Quando ci siamo visti eri così scostante!»

«Perché dicevano che per il tuo lavoro stavi usando delle specie in via di estinzione!»

«Ma non l’ho mai fatto.»

«Be’, come potevo saperlo?»

«Potevi chiederlo a me! Davvero, chiedilo a me! Non vedi com’è strano che tu, mia amica ed ex fidanzata, vada a cercare informazioni su di me da una persona a caso che non mi ha mai conosciuto? E poi devo sedermi davanti a te, ed è come se ci guardassimo attraverso questa strana nebbia.»

«Bene. Scusa.»

«Mi prometti di smettere?»

«Smettere di leggere online?»

«Non m’interessa quello che leggi. Ma quando noi due comunichiamo, voglio che sia direttamente. Tu scrivi a me, io scrivo a te. Tu mi fai delle domande e io rispondo. Tu la pianti di chiedere notizie su di me a terze persone.»

«Ma tu hai una ditta, Mercer. Devi partecipare, essere online. Questi sono tuoi clienti, e questo è il modo in cui si esprimono, e come fai a sapere se gli affari vanno bene?» La mente di Mae si soffermò su una mezza dozzina di strumenti del Cerchio che, come sapeva bene, avrebbero potuto aiutarlo a ingrandire la sua ditta, ma Mercer era uno che non credeva nelle proprie possibilità. E che in qualche modo riusciva a compiacersene.

«Vedi, Mae, questo non è vero. Non è vero. Io so che gli affari vanno bene se vendo lampadari. Se la gente li ordina, io li faccio, e mi pagano quando glieli vendo. Se dopo hanno qualcosa da dire, possono telefonarmi o scrivermi. Cioè, tutte queste cose che ti appassionano, be’, sono tutte frottole. Gente che sparla di altra gente alle sue spalle. La grande maggioranza di questi social media, tutte queste critiche, tutti questi commenti, sono così. I tuoi strumenti hanno elevato le chiacchiere, le dicerie e le congetture al livello della valida comunicazione tradizionale. E per giunta è tutta roba da sfigati.»

Mae sbuffò rumorosamente dal naso.

«Mi piace da morire quando fai così» disse lui. «Significa che non sai cosa rispondere? Ascolta, vent’anni fa non era così figo avere un orologio-calcolatrice, giusto? E passare tutta la giornata in casa a giocare con l’orologio-calcolatrice era un indice molto chiaro del fatto che socialmente non te la cavavi troppo bene. E i giudizi come “mi piace” e “non mi piace”, e i sorrisi e le espressioni corrucciate erano riservati agli studenti delle medie. Qualcuno scriveva un biglietto che diceva: “Ti piacciono gli unicorni e gli adesivi? Sorridi!”. Cose così. Ma ora a farle non sono più solo i ragazzi delle medie, le fanno tutti, e certe volte a me pare di essere entrato in uno specchio, una specie di zona invertita dove la merda più sfigata del mondo è assolutamente dominante. Il mondo è degli smanettoni più sfigati.»

«Mercer, è importante per te essere fico?»

«Perché, ti sembro fico?» Si passò una mano sullo stomaco protuberante, sui jeans stracciati. «È evidente che non sono il più fico. Ma non ho dimenticato che una volta tu vedevi John Wayne o Steve McQueen e dicevi: wow, questi bastardi sono cazzuti. Viaggiano a cavallo e in motocicletta e girano il mondo raddrizzando i torti.»

Mae non riuscì a trattenere una risata. Guardò l’ora sul cellulare. «Sono passati più di tre minuti.»

Mercer tirò dritto. «Oggi i divi del cinema implorano la gente di seguire i feed che postano su Zing. Inviano messaggi supplichevoli chiedendo a tutti di sorridergli. E porca puttana, le mailing list! Sono tutti diventati portalettere di spazzatura! Sai come passo un’ora al giorno? Pensando a come cancellare l’iscrizione a qualche mailing list senza urtare i sentimenti di nessuno. C’è questo nuovo bisogno: pervade ogni cosa.» Sospirò come se avesse fatto una dimostrazione molto importante. «È semplicemente un altro pianeta.»

«È un altro in senso buono» disse Mae. «È diventato migliore in mille modi, e te li posso elencare. Ma se tu non socializzi non posso farci niente. Volevo dire che il tuo bisogno di socializzare è così scarso…»

«Non è che non socializzo. Io sono abbastanza socievole. Ma gli strumenti che create voi in realtà producono bisogni di socialità innaturalmente estremi. Nessuno ha davvero bisogno del numero di contatti che fornite voi. Non porta a nessun miglioramento. Non è nutriente. È come le merendine. Sai come le studiano? Determinano con scientifica precisione di quanto sale e quanti grassi hanno bisogno per farti continuare a mangiare. Tu non hai fame, non senti il bisogno di mangiare, quello che hai davanti non ti stuzzica, ma continui a mangiare queste calorie vuote. Ecco quello che spacciate voi. La stessa cosa. Un numero incalcolabile di calorie vuote, il loro equivalente digitale e sociale. E le calibrate in modo tale da rendere altrettanto dipendenti i loro consumatori.»

«Oh, Gesù.»

«Hai presente quando finisci un sacchetto di patatine e ti vorresti prendere a schiaffi? Sai che non hai fatto nulla di buono per te stesso. È la medesima sensazione, e tu lo sai, che si prova dopo una sbornia digitale. Ti senti vuoto, sprecato e diminuito.»

«Io non mi sento diminuita.» Mae pensò alla petizione che aveva firmato quel giorno, per chiedere altre opportunità di lavoro per gli immigrati che vivevano nei sobborghi di Parigi. Era stimolante e avrebbe avuto il suo peso. Ma Mercer non ne sapeva niente, come non sapeva niente di quello che faceva lei, né di quello che faceva il Cerchio, e Mae si era ormai troppo stufata di lui per spiegargli tutto.

«E ha distrutto la mia capacità anche solo di parlare con te.» Mercer non aveva ancora finito il suo discorso. «Cioè, non posso inviarti delle mail, perché tu le inoltri subito a qualcun altro. Non posso inviarti una foto, perché la posti sul tuo profilo. E intanto la tua ditta legge tutti i nostri messaggi per cavarne informazioni da monetizzare. Non ti sembra una follia?»

Mae guardò quel viso ingrassato. Mercer si stava ingrossando dappertutto. Pareva che sotto il mento gli stesse venendo una specie di pappagorgia. Possibile che un uomo di venticinque anni avesse già la pappagorgia? Non c’era da meravigliarsi se i suoi pensieri giravano sempre intorno alle merendine.

«Grazie per l’aiuto che hai dato a mio padre» disse Mae, e andò dentro e aspettò che se ne andasse. Ci volle qualche minuto – aveva insistito per finire la sua birra – ma presto Mercer si accomiatò e Mae spense le luci al pianterreno, andò nella sua vecchia stanza e si lasciò cadere sul letto. Guardò i messaggi, trovò le due o tre dozzine che richiedevano la sua attenzione e poi, dal momento che erano appena le nove e i suoi genitori dormivano già, si collegò all’account del Cerchio per occuparsi di qualche dozzina di richieste, sentendo, dopo ogni risposta, che la macchia lasciatale da Mercer si stingeva e scompariva. Verso mezzanotte si sentì rinata.

Sabato Mae si svegliò nel suo vecchio letto, e dopo colazione andò a sedersi con suo padre per guardare insieme a lui una partita di basket femminile, cosa che aveva cominciato a fare con grande entusiasmo. Buttarono via il resto del giorno giocando a carte e sbrigando commissioni, e insieme prepararono un sauté di pollo che i suoi genitori avevano imparato a cucinare a un corso dell’YMCA.

Domenica mattina la routine fu la stessa: Mae dormì fino a tardi, sentendosi le membra pesanti ma accogliendo quella sensazione con piacere, ed entrò nella stanza della TV, dove suo padre stava di nuovo guardando una partita di pallacanestro femminile. Questa volta indossava un pesante accappatoio bianco rubato da un amico in un albergo di Los Angeles.

Sua madre era fuori, e stava usando del nastro adesivo per aggiustare un bidone per la spazzatura che i procioni avevano danneggiato mentre cercavano di estrarne il contenuto. Mae si sentiva ottusa, e le sembrava che il suo corpo non volesse far altro che stare disteso. Si rendeva conto di aver passato un’intera settimana in stato d’allarme, e di non aver dormito più di cinque ore per notte. Il semplice fatto di sedere nel soggiorno in penombra dei suoi genitori, guardando questa partita di basket, che per lei non voleva dir nulla, con tutte quelle code di cavallo e quelle trecce saltellanti e tutto quel cigolio di scarpe da ginnastica, era riposante e sublime.

«Credi di potermi aiutare ad alzarmi, Pisello Odoroso?» chiese suo padre. Affondava i pugni nel divano, ma non riusciva a tirarsi su. I cuscini erano troppo morbidi.

Mae si alzò e gli prese la mano, ma mentre lo faceva udì un fievole suono liquido.

«Porca… miseria» disse lui, e tornò lentamente a sedersi. Poi aggiustò la traiettoria e si appoggiò a un fianco, come se si fosse improvvisamente ricordato che c’era qualcosa di fragile su cui non poteva sedersi.

«Puoi andare a chiamare tua madre?» chiese a denti stretti e con gli occhi chiusi.

«Cos’è successo?» chiese Mae.

Lui aprì gli occhi, in cui c’era una rabbia poco familiare. «Va’ a chiamare tua madre, per piacere.»

«Ci sono io. Lascia che ti aiuti» disse lei. Tornò a tendergli la mano, che lui scacciò con un colpo secco.

«Chiama. Tua. Madre.»

E allora Mae sentì l’odore. Se l’era fatta addosso.

Lui sospirò rumorosamente, ricomponendosi. Poi in tono più dolce le disse: «Per piacere. Per piacere, cara. Va’ a chiamare la mamma».

Mae corse fuori. Trovò sua madre davanti al garage e le riferì l’accaduto. Sua madre non si affrettò a rientrare. Prese invece le mani di Mae tra le sue.

«Credo sia meglio che tu vada, adesso» disse. «Non vorrà che tu assista alla scena.»

«Posso aiutare» disse Mae.

«Ti prego, tesoro. Devi lasciargli la sua dignità.»

«Bonnie!» La voce di suo padre arrivò tonante dalla casa.

La madre di Mae le afferrò una mano. «Mae, gioia, prendi la tua roba e ci vediamo tra qualche settimana, okay?»

Mae tornò sulla costa. Il suo corpo tremava di rabbia. Non avevano il diritto di far questo, chiamarla e poi buttarla fuori. Lei non voleva sentire l’odore della sua merda! Voleva dare una mano, sì, ogni volta che gliel’avessero chiesto, ma non se la trattavano così. E Mercer! Che le faceva ramanzine in casa sua. Gesù Cristo. Fra tutt’e tre! Due ore di macchina per andare là, e adesso due ore di macchina per tornare indietro, e cosa ci aveva guadagnato? Solo frustrazione. La sera lezioncine da ciccioni, e durante il giorno cacciata via dai suoi genitori.

Quando raggiunse la costa erano le 16.14. Aveva tempo, pensò. A che ora chiudeva quel posto, le cinque o le sei? Non riusciva a ricordare. Lasciò l’autostrada e si diresse verso il porticciolo. Quando arrivò alla spiaggia, il cancello dell’area di magazzinaggio dei kayak era aperto, ma non si vedeva nessuno. Mae si guardò intorno, tra le file di kayak, tavole e giubbotti salvagente. «Salve!» disse.

«Salve!» disse una voce. «Sono qui. Nella roulotte.»

Dietro le file di materiale c’era una roulotte su blocchi di calcestruzzo, e attraverso la porta aperta Mae vide i piedi di un uomo su una scrivania e un filo che da un telefono andava a un volto invisibile. Si avvicinò alla scaletta, e nell’ombra della roulotte c’era un uomo stempiato sulla trentina che con un dito le faceva segno di aspettare. Mae si mise a guardare l’orologio ogni pochi minuti, vedendoli scivolare via: 16.20, 16.21, 16.23. Quando lui si staccò dal telefono, sorrise.

«Grazie per la sua pazienza. In che cosa posso servirla?»

«C’è Marion?»

«No. Io sono suo figlio. Walt.» Si alzò e le strinse la mano. Era alto, magro, abbronzato.

«Piacere di conoscerla. È troppo tardi?»

«Troppo tardi per cosa? La cena?» disse lui, credendo che Mae avesse voluto scherzare.

«Per noleggiare un kayak.»

«Oh. Be’, che ore sono? È un po’ che non guardo l’orologio.»

Mae non ebbe bisogno di controllare. «Le 16.26» disse.

Lui si schiarì la gola e sorrise. «Le 16.26, eh? Be’, di solito chiudiamo alle cinque, ma visto com’è brava lei col tempo, scommetto di potermi fidare: me lo riporti alle 17.22. Le va bene? È quando devo andare a prendere mia figlia.»

«Grazie» disse Mae.

«Ora sistemiamo tutto» disse lui. «Abbiamo appena digitalizzato il nostro sistema. Mi diceva che ha un account?»

Mae gli diede il nome, e lui lo digitò su un tablet nuovo, ma non accadde nulla. Dopo tre tentativi, si rese conto che il wifi non funzionava. «Forse posso registrarla col cellulare» disse, togliendolo dalla tasca.

«Possiamo farlo quando torno?» chiese Mae, e lui acconsentì, pensando che così avrebbe avuto il tempo di ricollegarsi. Diede a Mae un giubbotto e un kayak, e quando fu in acqua lei consultò di nuovo il telefono. Le 16.32. Aveva quasi un’ora. Nella baia, un’ora era sempre più che sufficiente. Un’ora era una giornata.

Prese il largo pagaiando, e questa volta non vide foche davanti al porticciolo, anche se ciondolò deliberatamente nei paraggi per qualche tempo nel tentativo di attirarle. Poi si diresse verso il vecchio molo semiaffondato dove a volte la gente andava a prendere il sole, ma non trovò nessuno. Non c’erano né foche, né otarie, e il molo era deserto, con un solo pellicano imbrattato fermo in cima a un palo.

Remò oltre i lindi yacht, oltre le navi dall’aria misteriosa, fino a trovarsi in mare aperto. Una volta là si riposò, sentendo l’acqua sotto di lei, liscia e ondeggiante come una gelatina profonda molte braccia. Mentre era là seduta, immobile, un paio di teste affiorarono venti metri davanti a lei. Erano foche e si stavano guardando, come per decidere se dovevano guardare Mae, all’unisono. Alla fine, lo fecero.

Si fissarono, le due foche e Mae, senza batter ciglio, finché, come se avessero capito che Mae era poco interessante, una foca s’infilò in un’onda e scomparve, e la seconda prontamente la seguì.

Davanti a sé, in mezzo alla baia, vide qualcosa di nuovo, una sagoma artificiale che non aveva notato prima, e decise che quello sarebbe stato il suo compito per la giornata, dirigersi verso quella sagoma e indagare. Si avvicinò, e scoprì che la sagoma erano in realtà due imbarcazioni, un vecchio peschereccio assicurato a una piccola chiatta. Sulla chiatta c’era una specie di strano baracchino tirato su alla meglio. Se l’avessero costruito sulla riva, specie da quelle parti, sarebbe stato immediatamente demolito. Somigliava alle foto che Mae aveva visto delle bidonville dei tempi di Hoover, o di qualche rifugio improvvisato per i profughi.

Seduta nel kayak, Mae stava osservando la baracca con gli occhi socchiusi per vederla meglio quando, da sotto una tela cerata blu, sbucò una donna.

«Ehilà» disse la donna. «Da dove salti fuori?» Doveva avere una sessantina d’anni, e i suoi capelli erano bianchi, lunghi, folti e sfilacciati, raccolti in una coda di cavallo. Fece qualche passo in avanti e Mae vide che era più giovane di quanto avesse immaginato: sembrava più vicina ai cinquanta che ai sessanta, e i capelli erano striati di biondo.

«Salve» disse Mae. «Scusate se mi sono avvicinata troppo. Al porticciolo non dimenticano mai di raccomandarci di non disturbarvi.»

«Di solito è così» disse la donna. «Ma, visto che stavamo uscendo per il nostro cocktail serale» aggiunse, mentre si accomodava in una poltroncina di plastica bianca, «lei arriva proprio in tempo.» Si voltò indietro allungando il collo, verso la tela cerata blu. «Hai deciso di nasconderti lì dentro?»

«Sto preparando i cocktail, uccellino» disse la voce maschile di una forma ancora invisibile, tradendo lo sforzo di essere educata.

La donna tornò a girarsi verso Mae. A quella luce bassa i suoi occhi erano splendenti, un po’ maligni. «Sembra innocua. Vuole salire a bordo?» Inclinò la testa, soppesandola.

Mae remò per avvicinarsi, e mentre lo faceva la voce maschile uscì da sotto la tela cerata blu e prese una forma umana. Era un uomo segaligno, un po’ più vecchio della sua compagna, e si muoveva lentamente uscendo dalla barca per passare sulla chiatta. Portava quelli che sembravano due termos.

«Si unisce a noi?» chiese l’uomo alla donna, lasciandosi cadere nella poltroncina di plastica gemella accanto alla sua.

«L’ho invitata io» disse la donna.

Quando Mae fu abbastanza vicino per guardarli bene in faccia, ebbe modo di vedere che erano puliti, ordinati: aveva temuto che il vestiario confermasse ciò che suggeriva la loro imbarcazione, che cioè fossero non soltanto due di quei vagabondi che s’incontrano sulle vie d’acqua, ma anche pericolosi.

Per qualche istante la coppia restò a guardare mentre Mae manovrava per accostarsi alla chiatta, incuriosita dalla sua presenza ma passiva, come se quello fosse il soggiorno e lei il divertente passatempo della serata.

«Be’, aiutala» disse la donna, stizzita, e l’uomo si alzò.

La prua del kayak di Mae urtò il bordo metallico della chiatta e l’uomo le passò intorno rapidamente una fune e la tirò finché il kayak fu parallelo alla chiatta. Aiutò Mae ad alzarsi e a salire sull’impiantito, che era un mosaico di assi di legno.

«Siediti qui, tesoro» disse la donna, indicando la poltroncina che l’uomo aveva liberato per aiutarla.

Mae si sedette, e non le sfuggì l’occhiata feroce che l’uomo rivolse alla donna.

«Be’, vanne a prendere un altro» gli disse la donna. E lui sparì di nuovo sotto la tela cerata blu.

«Di solito non gli do tanti ordini» disse lei a Mae, allungando la mano verso uno dei termos lasciati da lui. «Ma non sa ricevere. Preferisci il rosso o il bianco?»

A metà del pomeriggio Mae non aveva motivo di accettare né l’uno né l’altro, quando doveva restituire il kayak e tornare a casa in macchina, ma era assetata, e se il vino era bianco sarebbe stato molto gradevole sorbirlo al sole basso del pomeriggio, e allora decise in fretta che ne voleva un po’. «Bianco, per piacere» disse.

Tra le pieghe della tela cerata apparve uno sgabellino rosso, seguito dall’uomo, che non celava la sua contrarietà.

«Siediti e bevi» gli disse la donna, e versò nei bicchieri di carta il bianco di Mae e il rosso per sé e il compagno. L’uomo si sedette, tutti alzarono i bicchieri, e il vino, che come Mae ben sapeva non era di qualità, aveva un sapore straordinario.

L’uomo la stava soppesando. «Allora sei un’amante dell’avventura, immagino. Sport estremi e così via.» Vuotò il bicchiere e allungò la mano verso il termos. Mae si aspettava che la sua compagna gli scoccasse un’occhiata di disapprovazione, come avrebbe fatto sua madre, ma la donna aveva gli occhi chiusi e il viso rivolto al sole calante.

Mae scosse il capo. «No. Per niente.»

«Non si vedono tanti canoisti da queste parti» disse lui, tornando a riempirsi il bicchiere. «Tendono a stare più vicini alla costa.»

«A me pare una brava ragazza» disse la donna, sempre con gli occhi chiusi. «Guarda com’è vestita. Sembra quasi una studentessa. Ma non è una scroccona. È una brava ragazza con occasionali fiammate di curiosità.»

A questo punto l’uomo s’incaricò di farle delle scuse. «Due sorsi di rosso, e si crede un’indovina.»

«Okay» disse Mae, anche se non sapeva che pensare della diagnosi della donna. Mentre guardava l’uomo, e poi la donna, quest’ultima aprì gli occhi.

«Un piccolo branco di balene grigie passerà da queste parti, domani» disse, e rivolse gli occhi al Golden Gate. Li socchiuse, come per completare una promessa mentale fatta all’oceano: che quando le balene fossero arrivate, sarebbero state trattate bene. Poi tornò a chiudere gli occhi. Per il momento, sembrò che il compito d’intrattenere Mae fosse stato lasciato all’uomo.

«Allora, come ci si sente oggi nella baia?» chiese lui.

«Bene» disse Mae. «È così calma.»

«È stata calmissima per tutta la settimana» ammise lui, e per qualche tempo nessuno parlò, come se tutti e tre volessero onorare la tranquillità dell’acqua con un minuto di silenzio. E nel silenzio Mae pensò a come avrebbero reagito Annie, o i suoi genitori, vedendola là fuori, a bere vino su una chiatta nel pomeriggio. Con due sconosciuti che sulla chiatta vivevano. Mercer, lo sapeva, avrebbe dato la sua approvazione.

«Vedi qualche foca?» chiese l’uomo alla fine.

Mae non sapeva niente di queste persone. Non le avevano detto come si chiamavano e non avevano chiesto il suo nome.

Lontano, risuonò una sirena da nebbia.

«Oggi solo qualcuna, più vicino alla costa» disse Mae.

«Com’erano?» chiese l’uomo, e quando Mae le descrisse, quando descrisse le loro teste smaltate, l’uomo lanciò un’occhiata alla donna. «Stevie e Kevin.»

La donna rispose con un cenno d’intesa.

«Credo che oggi le altre siano più al largo, a caccia. Stevie e Kevin non lasciano troppo spesso questa parte della baia. Vengono sempre qui a salutare.»

Mae avrebbe voluto chiedere a queste persone se vivevano lì, oppure, in caso contrario, cosa facevano esattamente in quel posto, su quella chiatta, attaccata a quel peschereccio, nessuno dei quali sembrava funzionare. Si erano stabiliti lì per sempre? Anzitutto, come avevano fatto ad arrivarci? Ma porre una qualunque di queste domande le sembrò impossibile, se non le avevano nemmeno chiesto il nome.

«Eri qui quando è bruciata?» domandò l’uomo, indicando una grossa isola disabitata al centro della baia. Si ergeva, muta e nera, tra di loro. Mae scosse il capo.

«L’incendio è andato avanti per due giorni. Eravamo appena arrivati. Di notte il calore… si sentiva fin qui. Nuotavamo ogni notte in queste acque abbandonate da dio, solo per rinfrescarci. Credevamo che fosse la fine del mondo.»

Poi la donna aprì gli occhi e guardò Mae. «Tu hai nuotato in questa baia?»

«Qualche volta» disse Mae. «È bestiale. Ma nuotavo nel lago Tahoe quando ero piccola. Quello è freddo almeno come qui.»

Mae finì il suo vino e per un attimo si sentì raggiante. Guardò il sole, strizzando gli occhi, poi distolse lo sguardo e vide un uomo in lontananza, su un’argentea barca a vela che inalberava un vessillo tricolore.

«Quanti anni hai?» chiese la donna. «Ne dimostri undici o dodici.»

«Ventiquattro» disse Mae.

«Mio Dio. Non hai un segno sulla pelle. Abbiamo mai avuto ventiquattro anni, amore mio?» Si rivolse all’uomo, che stava usando una penna a sfera per grattarsi l’arco del piede. Lui fece spallucce, e la donna lasciò perdere.

«È bellissimo qua fuori» disse Mae.

«Siamo d’accordo» disse la donna. «La bellezza è ragguardevole e costante. L’aurora, stamane, è stata magnifica. E stasera c’è la luna piena. È arancione quando spunta, e diventa d’argento mentre si alza. L’acqua sarà piena d’oro, poi di platino. Dovresti restare.»

«Devo restituire quello» disse Mae, indicando il kayak. Consultò il cellulare. «Tra circa otto minuti.»

Si alzò, e anche l’uomo si alzò e prese il suo bicchiere di carta, dentro il quale mise il proprio. «Credi di poter riattraversare la baia in otto minuti?»

«Ci proverò» disse Mae.

La donna si lasciò sfuggire un’esclamazione indispettita. «Non posso credere che vada già via. Mi piaceva.»

«Non è mica morta, cara. È ancora con noi» disse l’uomo. Aiutò Mae a scendere nel kayak e lo slegò. «Mostra un po’ di educazione.»

Mae tuffò la mano nell’acqua della baia e si bagnò la nuca.

«Vola via, traditrice» disse la donna.

L’uomo alzò gli occhi al cielo. «Scusa.»

«Non c’è problema. Grazie per il vino» disse Mae. «Tornerò.»

«Sarà un piacere» disse la donna, anche se con Mae sembrava avere chiuso. Era come se, per un attimo, avesse pensato che Mae era un certo tipo di persona, mentre ora, sapendo che era un altro tipo, poteva separarsi da lei, poteva restituirla al mondo.

Mae pagaiò verso la costa, sentendosi la testa leggerissima, col vino che le torceva la bocca in un sorriso sbilenco. E solo allora si rese conto che per molto tempo era stata libera di non pensare ai suoi genitori, a Mercer, alle pressioni del lavoro. Il vento aumentava, ora soffiando verso ovest, e col vento in poppa lei remò senza curarsi delle conseguenze, schizzando l’acqua dappertutto, inzuppandosi le gambe, il viso e le spalle. Si sentiva carica di energia, e a ogni spruzzo d’acqua fredda i suoi muscoli diventavano più forti. Era piena d’amore per ogni cosa, mentre vedeva le barche libere avvicinarsi, gli yacht in gabbia comparire e assumere un nome, e finalmente la spiaggia prendere forma con Walt che aspettava sulla battigia.

Lunedì, quando arrivò al lavoro e si collegò, sul secondo schermo c’erano cento messaggi o giù di lì.

Da Annie: Ci sei mancata venerdì sera!

Jared: Hai perso una magnifica festa.

Dan: Peccato che tu non sia venuta alla Sunday Celebr. Che delusione!

Mae consultò il calendario e vide che venerdì c’era stato un party, aperto a tutti quelli del Rinascimento. Domenica c’era stato un barbecue per i pivelli: i nuovi assunti che erano arrivati nelle due settimane passate da quando lei era al Cerchio.

Giornata piena, scrisse Dan. Vediamoci al più presto.

Era ritto in un angolo del suo ufficio, con la faccia verso il muro. Lei bussò leggermente e lui, senza voltarsi, alzò l’indice per chiederle di aspettare un momento. Mae lo guardò, credendo che stesse telefonando, e attese con pazienza, in piedi, in silenzio, fino a quando si rese conto che stava usando l’interfaccia retinica e aveva bisogno di uno sfondo bianco. L’aveva visto fare, ogni tanto, da altri Circler: davanti a una parete, in modo che le immagini sui loro display neurali si potessero vedere più chiaramente. Come ebbe finito, si voltò di scatto verso Mae, con un sorriso raggiante e cordiale che si dissolse in un lampo.

«Non sei potuta venire, ieri?»

«Scusa. Ero con i miei. Mio padre…»

«Un evento fantastico. Credo che tu fossi l’unica novellina che mancava. Ma possiamo parlarne più tardi. Per adesso devo chiederti un favore. Abbiamo dovuto prendere un sacco di nuovi assunti, tanto grande è la velocità con cui stanno espandendosi i progetti, perciò mi chiedevo se puoi darmi una mano con alcuni degli ultimi arrivi.»

«Certo.»

«Credo che per te sarà una passeggiata. Lascia che ti faccia vedere. Torniamo alla tua scrivania. Renata?»

Renata li seguì, con un piccolo monitor grande come un taccuino. Lo installò sulla scrivania di Mae e andò via.

«Okay. Idealmente farai quello che Jared faceva con te, ricordi? Ogni volta che c’è una domanda difficile che dev’essere inoltrata a una persona più esperta, ci sarai tu qui. Adesso sei tu la veterana. Mi sono spiegato?»

«Benissimo.»

«Ora, l’altra cosa è che voglio che i pivelli possano farti domande mentre lavorano. Il modo più facile sarà su questo schermo.» Indicò il piccolo monitor che era stato collocato sotto quello principale. «Quando vedi apparire qualcosa qui, sai che viene da qualcuno del tuo branco, okay?» Accese il nuovo schermo e scrisse Mae, aiutami! sul suo tablet, e le parole apparvero su questo nuovo schermo, il quarto. «Ti sembra abbastanza facile?»

«Sì.»

«Bene. I pivelli verranno appena Jared li avrà addestrati. Lo sta facendo, in massa, mentre parliamo. Dodici nuovi saranno qui verso le undici, okay?»

Dan la ringraziò e andò via.

Fino alle undici il carico fu pesante, ma il suo punteggio arrivò a 98. Ce n’erano alcuni sotto-i-100, e due meno-di-90, ai quali Mae fece il follow-up, e nella maggior parte dei casi i clienti corressero il loro punteggio portandolo a 100.

Alle undici alzò gli occhi e vide entrare nella sala Jared alla testa di un gruppo di pivelli, a prima vista tutti giovanissimi, tutti molto attenti a dove mettevano i piedi, come se temessero di svegliare un invisibile neonato. Jared assegnò a ciascuno di loro una scrivania, e la sala, che era stata completamente vuota per settimane, si riempì quasi del tutto in pochi minuti.

Jared salì in piedi su una sedia. «Okay, tutti!» disse. «Questo sarà l’imbarco più veloce che abbiamo mai fatto. E la seduta di addestramento più veloce. E il nostro primo giorno più maniacalmente rapido. Ma so che ce la potete fare, tutti quanti. E soprattutto so che potete farcela perché io sarò qui tutto il giorno ad aiutarvi, e ci sarà anche Mae. Mae, puoi alzarti?»

Mae si alzò. Ma era ovvio che pochi dei pivelli nella sala potevano vederla. «Che ne diresti di salire su una sedia?» chiese Jared, e Mae obbedì, lisciandosi la gonna, sentendosi molto stupida e visibile e sperando di non cadere.

«Noi due saremo qui tutto il giorno per rispondere alle domande ed eliminare gli intoppi. Se non sapete rispondere inoltrate la richiesta, che arriverà a chi di noi due ha il carico più leggero. Se avete una domanda da fare, idem. Inviatela attraverso il canale che vi ho mostrato durante l’orientamento, e arriverà a uno di noi due. Tra Mae e me, sarete coperti. Vi sentite a vostro agio?» Nessuno si mosse o disse una parola. «Bene. Riaprirò il rubinetto e andremo avanti fino alle dodici e trenta. L’intervallo per il pranzo oggi sarà più breve a causa dell’addestramento e tutto, ma ci rifaremo venerdì. Tutti pronti?» Nessuno sembrava ancora pronto. «Via!»

E Jared saltò giù, e Mae saltò giù, tornò a sedersi, e si trovò subito indietro di trenta richieste. Cominciò dalla prima, e in meno di un minuto vide una domanda sul quarto schermo, quello dei novellini.

Un cliente vuole l’intero rendiconto dei pagamenti dell’ultimo anno. Disponibile? E dove?

Mae indirizzò la recluta verso la cartella giusta, poi tornò alla richiesta che aveva davanti. Continuò così, distolta dal suo lavoro ogni due o tre minuti dalla domanda di un nuovo assunto, fino alle dodici e trenta, quando rivide Jared, salito nuovamente su una sedia.

«Aaalt. Alt» disse. «È ora di pranzo. È stata dura. Giusto? Ma ce l’abbiamo fatta. Il punteggio complessivo è 93, che normalmente non è proprio il massimo ma va bene, considerando i nuovi sistemi e l’aumento del flusso. Congratulazioni. Mangiate qualcosa, un po’ di carburante, e ci vediamo all’una. Mae, vieni da me quando puoi.»

Saltò giù di nuovo, e fu davanti alla scrivania di Mae prima che lei potesse raggiungere la sua. La sua espressione era di amichevole preoccupazione.

«Non sei andata alla clinica.»

«Io?»

«È vero?»

«Credo di sì.»

«Avresti dovuto andarci la prima settimana.»

«Oh.»

«Stanno aspettando. Puoi andarci oggi?»

«Certo. Ora?»

«No, no. Ora siamo troppo carichi di lavoro, come puoi vedere. Ti andrebbe alle quattro? L’ultimo turno posso farlo io. E nel pomeriggio tutti questi pivelli saranno diventati più svelti. Ti sei divertita, finora?»

«Certo.»

«Stressata?»

«Be’, aggiunge un nuovo strato alle cose.»

«Sì. Sì. E ce ne saranno altri, di strati, te l’assicuro. So benissimo che una persona come te si annoierebbe con la solita roba di CE, e così la settimana prossima ti faremo conoscere un diverso aspetto del lavoro. Credo che ti appassionerà.» Consultò l’orologio. «Oh, merda. Dovevi andare a mangiare. Ti sto letteralmente togliendo il cibo di bocca. Va’. Hai ventidue minuti.»

Mae trovò un sandwich già fatto nella cucina più vicina e lo mangiò alla scrivania. Diede una scorsa al social feed del terzo schermo, guardando se c’era qualcosa di urgente o a cui bisognava rispondere. Trovò e rispose a trentuno messaggi, contenta di aver prestato attenzione a tutti coloro che la chiedevano.

Il pomeriggio fu un treno sfuggito al controllo del macchinista, con una serie ininterrotta di domande da parte dei pivelli, contrariamente alle assicurazioni di Jared, che fece la spola per l’intero pomeriggio, lasciando la sala una dozzina di volte, parlando al telefono con grande intensità. Mae si occupò del flusso raddoppiato e alle 15.48 aveva un punteggio personale di 96; la media del branco era 94. Niente male, pensò, considerando l’aggiunta di dodici nuovi assunti, e il fatto di doverli aiutare, per quasi tre ore, da sola. Quando furono le quattro, sapeva che alla clinica la stavano aspettando, e sperò che Jared se ne fosse ricordato. Si alzò, vide che stava guardando dalla sua parte, e poi lui alzò il pollice per darle l’okay. Uscì.

L’atrio della clinica non era proprio un atrio. Sembrava più un caffè, con i Circler che chiacchieravano, a coppie, una parete di cibi naturali disposti in bell’ordine, e bevande naturali, e un banco di verdure coltivate nel campus, e un papiro montato sul muro con la ricetta di un’antica minestra.

Mae non sapeva a chi rivolgersi. Nella stanza c’erano cinque persone, quattro al lavoro su tablet, una in piedi in un angolo, tutta presa dalla propria interfaccia retinica. Non c’era nulla di simile allo sportello tradizionale da cui l’avrebbe accolta la faccia di un impiegato amministrativo.

«Mae?»

Seguì la voce fino al viso di una donna con i capelli neri, corti, fossette nelle guance, sorridente.

«Sei pronta?»

Fu accompagnata lungo un corridoio blu e introdotta in una stanza che somigliava più alla cucina di un designer che a un ambulatorio medico. La donna con le fossette la lasciò, dopo averle mostrato una poltrona ultraimbottita.

Mae si sedette, poi si alzò, attirata dagli armadietti che foderavano le pareti. Si vedevano le linee orizzontali, fini come fili, che indicavano dove un cassetto finiva e l’altro cominciava, ma non c’erano né pomelli né maniglie. Passò la mano sulla superficie, sentendo appena il vuoto degli interstizi. Sopra gli armadietti c’era un nastro d’acciaio, e sul nastro erano incise le parole: PER GUARIRE DOBBIAMO CONOSCERE. PER CONOSCERE DOBBIAMO CONDIVIDERE.

La porta si aprì e Mae sussultò per la sorpresa.

«Salve, Mae» disse una faccia mentre fluttuava, splendida e sorridente, verso di lei. «Sono la dottoressa Villalobos.»

Mae strinse la mano della dottoressa, a bocca aperta. Era troppo incantevole per questo, per quella stanza, per lei. Non aveva più di quarant’anni, con una coda di cavallo nera e la carnagione luminosa. Eleganti occhiali da lettura le pendevano dal collo, seguivano brevemente la linea della giacca color panna e andavano a posarsi sul suo ampio petto. Portava tacchi di cinque centimetri.

«Come sono contenta di vederti, oggi, Mae.»

Mae non sapeva cosa dire. Arrivò a: «Grazie per avermi…» e immediatamente si sentì un’idiota.

«No, grazie a te per essere venuta» disse la dottoressa. «Di solito vengono tutti la prima settimana, e così cominciavamo a preoccuparci. C’è qualche ragione per cui tu abbia tardato tanto?»

«No, no. Ho solo avuto molto da fare.»

Mae scrutò la dottoressa cercando qualche imperfezione e finalmente le trovò un neo sul collo, con un solo peluzzo che ne usciva.

«Troppo da fare per la tua salute! Non dire queste cose.» La dottoressa le aveva voltato le spalle, preparando qualcosa da bere. Si voltò e sorrise. «Dunque, in realtà questa è solo una visita propedeutica, un semplice check-up che facciamo a tutti i nuovi membri del personale qui al Cerchio, okay? E, prima di tutto, siamo un consultorio per la prevenzione degli eccessi emotivi. Per tenere i nostri Circler sani di mente e di corpo forniamo un pacchetto completo di servizi per il loro benessere. Quadra con quello che ti hanno detto?»

«Sì. Ho un’amica che lavora qui da un paio d’anni. Lei dice che l’assistenza è incredibile.»

«Be’, fa piacere sentirlo. Chi è la tua amica?»

«Annie Allerton.»

«Oh, giusto. Era nel file della tua assunzione. Chi non vuole bene a Annie? Salutala da parte mia. Anzi, credo di poterlo fare io stessa. È nel mio turno, perciò la vedo ogni quindici giorni. Ti ha detto che i check-up sono quindicinali?»

«Allora…»

La dottoressa sorrise. «Ogni due settimane. È la componente principale del benessere. Se vieni qui solo quando c’è un problema, non sarai mai in anticipo sui tempi. I controlli quindicinali comportano consultazioni sulla dieta, e monitoriamo ogni variazione nel tuo stato di salute. È la chiave per scoprire le cose tempestivamente, per calibrare ogni farmaco che potresti assumere, per vedere ogni problema a qualche chilometro di distanza, e non dopo che ti ha travolto. Ti sembra sensato?»

Mae pensò a suo padre, al ritardo con cui si erano accorti che i suoi sintomi erano quelli della sclerosi multipla. «Sì» disse.

«E tutti i dati che generiamo qui sono a tua disposizione online. Tutto quello che facciamo e di cui parliamo, e naturalmente tutte le tue cartelle cliniche passate. Quando hai cominciato hai firmato il modulo che ci autorizza a raccogliere tutti i referti degli altri medici, così alla fine li avrai tutti in un posto, accessibili a te, a noi, e potremo prendere decisioni, riconoscere schemi, vedere problemi potenziali, dato il nostro accesso al quadro completo. Vuoi vederlo?» chiese la dottoressa, e poi attivò uno schermo sulla parete. L’intera storia medica di Mae apparve davanti a lei in liste, immagini e icone. La dottoressa Villalobos toccava lo schermo, aprendo cartelle e spostando immagini, rivelando gli esiti di tutte le visite mediche che aveva fatto, fino al suo primo check-up quando ancora non andava all’asilo.

«Come va il ginocchio?» chiese la dottoressa. Aveva trovato la risonanza magnetica fatta da Mae qualche anno prima. Mae aveva scelto di non farsi operare al legamento crociato anteriore; l’assicurazione precedente non lo copriva.

«Funziona» disse Mae.

«Be’, se vuoi che ce ne occupiamo, fammelo sapere. Lo facciamo qui alla clinica. Ci vorrebbe un pomeriggio, e naturalmente sarebbe gratis. Il Cerchio vuole che i suoi dipendenti abbiano ginocchia che fanno il loro dovere.» La dottoressa voltò le spalle allo schermo per sorridere a Mae, professionale ma convincente.

«Radunare i dati di quando eri molto giovane non è stato facile, ma d’ora in avanti avremo informazioni quasi complete. Ogni due settimane faremo esami del sangue, test cognitivi, riflessi, una rapida visita oculistica e a rotazione una serie di esami più esotici, come la risonanza magnetica e roba simile.»

Mae non riusciva a capacitarsi. «Ma come potete permettervelo? Cioè, il costo di una sola risonanza…»

«Be’, la prevenzione è più economica. Specie se la confrontiamo con la scoperta di un nodulo al quarto stadio quando avremmo potuto trovarlo al primo. E la differenza dei costi è rilevante. Poiché i Circler sono in genere giovani e sani, i nostri costi per l’assistenza sono una frazione di quelli di un’azienda delle stesse dimensioni, ma priva delle stesse capacità di previsione.»

Mae aveva l’impressione, impressione alla quale si era ormai abituata lì al Cerchio, che soltanto loro fossero capaci di ideare – o semplicemente che fossero gli unici a poter attuare – riforme che per necessità e urgenza apparivano indiscutibili.

«Allora, quando hai fatto l’ultimo check-up?»

«Forse all’università?»

«Okay, accidenti. Cominciamo con i parametri vitali, tutte le cose fondamentali. Hai mai visto uno di questi?» La dottoressa le porse un braccialetto d’argento largo sette o otto centimetri. Mae aveva già visto dei monitor sanitari ai polsi di Jared e Dan, ma i loro erano di gomma, e larghi. Questo era più stretto e più leggero.

«Credo di sì. Misura il battito cardiaco?»

«Esatto. La maggioranza dei Circler che lavorano qui da tempo ne ha una qualche versione, ma ci sono state lamentele per la sua larghezza, che era quella di un vero e proprio braccialetto. Così l’abbiamo modificato in modo che stia a posto. Vuoi provarlo?»

Mae obbedì. La dottoressa glielo mise al polso sinistro e lo chiuse con un clic. Era comodo. «È caldo» disse Mae.

«Lo sentirai caldo per qualche giorno, poi tu e il braccialetto diventerete amici. Ma deve toccare la pelle, naturalmente, per misurare quello che vogliamo misurare… che è tutto. Tu volevi l’intero programma, dico bene?»

«Credo di sì.»

«Nel questionario che hai compilato al momento dell’assunzione dicevi di volere la serie completa delle misure raccomandate. È ancora così?»

«Sì.»

«Okay. Puoi bere questo?» La dottoressa porse a Mae il denso liquido verde che stava preparando. «È un frullato.»

Mae lo trangugiò. Era viscoso e freddo.

«Okay, hai appena ingerito il sensore che si collegherà col monitor che hai al polso. Era in quel bicchiere.» La dottoressa diede una scherzosa gomitata alla spalla di Mae. «Mi piace farvi questa sorpresa.»

«L’ho già inghiottito?» disse Mae.

«È il modo migliore. Se te lo metto in mano, nicchierai. Ma il sensore è piccolissimo, e naturalmente organico, così uno lo beve, non se ne accorge ed è fatta.»

«Dunque, il sensore è già dentro di me?»

«Sì. E adesso» disse la dottoressa, toccando il monitor che Mae aveva al polso, «è attivato. Raccoglierà i dati sulla frequenza cardiaca, su pressione, colesterolo, flusso termico, apporto calorico, durata del sonno, qualità del sonno, efficienza digestiva eccetera eccetera. Una bella cosa per i Circler, specialmente per quelli come te che ogni tanto potrebbero fare lavori stressanti, è che misura la reazione galvanica della pelle, che ti permette di sapere quando sei troppo gasata o ansiosa. Quando vediamo anormali tassi di stress in un Circler o in un dipartimento, possiamo modificare il carico di lavoro, per esempio. Ti misura il pH del sudore, in modo che tu sappia quando hai bisogno d’idratarti con acqua alcalina. Rileva la tua postura, in modo che tu sappia quando devi cambiare posizione. L’ossigeno nel sangue e nei tessuti, il conteggio dei globuli rossi e cose come il numero dei passi. Come sai, i medici raccomandano di fare circa diecimila passi al giorno, e questo ti mostrerà di quanto ti avvicini. Anzi, comincia a passeggiare in questa stanza.»

Mae vide sul proprio polso il numero 10.000, e a ogni passo che faceva diminuiva: 9999, 9998, 9997…

«Chiediamo a tutti i nuovi di portare questi modelli di seconda generazione, e in pochi mesi riusciremo a coordinare tutti i Circler. L’idea è che, quando i dati saranno completi, potremo garantire un’assistenza migliore. I dati incompleti creano dei gap nella nostra conoscenza e, clinicamente parlando, i gap nella nostra conoscenza portano a errori e omissioni.»

«Lo so» disse Mae. «Questo, al college, era un problema anche per me. Eravamo noi stesse a riempire le cartelle con i dati sulla nostra salute, ed era così dappertutto. Tre ragazze morirono di meningite prima di rendersi conto che si stava diffondendo.»

L’espressione della dottoressa Villalobos s’incupì. «Sai, ormai questa cosa è del tutto superflua. In primo luogo, non puoi pretendere che i ragazzi di un college riferiscano da soli sulle loro condizioni di salute. Dovrebbe essere fatto tutto dagli altri, in modo che possano concentrarsi sugli studi. Solo le malattie sessualmente trasmissibili, l’epatite C… Pensa se i dati fossero già qui. In tal caso si potrebbe agire nel modo più appropriato. Senza basarsi su congetture. Hai sentito di quell’esperimento in Islanda?»

«Credo di sì» disse Mae, ma non ne era tanto sicura.

«Be’, poiché l’Islanda ha una popolazione incredibilmente omogenea, la maggior parte dei residenti ha radici nell’isola che risalgono a molti secoli prima. Chiunque può seguire molto facilmente la propria ascendenza fino a mille anni prima. Così, hanno cominciato a mappare i genomi degli islandesi, uno per uno, e sono riusciti a risalire alle origini per ogni tipo di malattia. Da quel pool di persone hanno raccolto una quantità di dati preziosi. Non c’è niente come un gruppo fisso e relativamente omogeneo, esposto agli stessi fattori: un gruppo che puoi studiare in un lungo arco di tempo. Il gruppo fisso e la completezza dei dati sono stati determinanti per la massimizzazione dei risultati. Così, la speranza è di fare qualcosa di simile anche qui. Se riusciremo a seguire le tracce di tutti voi che siete i nuovi assunti, e finalmente di tutti i Circler, diecimila e più, potremo vedere i problemi assai prima che diventino seri, e raccogliere i dati sulla popolazione nella sua totalità. Quasi tutti i nuovi assunti hanno circa la stessa età, e in generale godono di buona salute, anche gli ingegneri» continuò, sorridendo a quella che evidentemente era una battuta che diceva spesso. «Così, quando ci sono delle deviazioni, le vorremmo conoscere, e vedere se ci sono tendenze da cui possiamo imparare qualcosa. Mi sono spiegata?»

Mae si era lasciata distrarre dal braccialetto.

«Mae?»

«Sì. È magnifico, mi pare.»

Il braccialetto era bellissimo, un nastro scorrevole di luci, numeri e tabelle. Le pulsazioni di Mae erano rappresentate da una rosa, graficamente raffigurata con pochi tocchi delicati, che si apriva e si chiudeva. C’era l’elettrocardiogramma, che guizzava da sinistra a destra come un lampo blu e poi ricominciava. La temperatura era in grande, verde, 36,7, e le fece venire in mente il punteggio di quel giorno, 97, che doveva migliorare. «E questi a cosa servono?» chiese. C’era una serie di pulsanti e prompt, in fila sotto i dati.

«Be’, puoi fargli misurare un centinaio di altre cose. Se corri, misurerà la distanza. Mette a confronto la frequenza cardiaca da fermo con quella sotto sforzo. Misura l’indice di massa corporea, l’apporto calorico… Vedi? Ecco.»

Mae era tutta presa dai suoi esperimenti. Era uno degli oggetti più eleganti che avesse mai visto. C’erano dozzine di livelli di dati, e ogni dato le permetteva di fare nuove domande, di approfondire. Digitando la propria temperatura, il braccialetto le avrebbe mostrato la temperatura media delle ventiquattr’ore precedenti, con la massima e la minima.

«E naturalmente» disse la dottoressa Villalobos, «tutti questi dati sono depositati nel cloud, e nel tuo tablet, dove vuoi. Sono sempre accessibili e costantemente aggiornati. Così, se cadi e batti la testa, sei ancora sull’ambulanza quando quelli del pronto soccorso, in pochi secondi, possono sapere tutto della tua storia.»

«E questo è gratis?»

«Certo che è gratis. Rientra nella tua assistenza sanitaria.»

«È molto carino» disse Mae.

«Già, piace a tutti. Dunque, dovrei farti il resto delle solite domande. Quando hai avuto le ultime mestruazioni?»

Mae cercò di farselo venire in mente. «Una decina di giorni fa.»

«Sei sessualmente attiva?»

«Non in questo momento.»

«Ma in generale?»

«In generale, sì.»

«Prendi la pillola?»

«Sì.»

«Okay. Spingi verso di me quel ricettario. Parlane con Tanya mentre vai via, e ti darà dei preservativi per le cose che la pillola non può prevenire. Altre medicine?»

«No.»

«Antidepressivi?»

«No.»

«Diresti che sei felice, in generale?»

«Sì.»

«Allergie?»

«Sì.»

«Oh, è vero. Le ho qui. Ai cavalli, peccato. Storie di malattie ereditarie?»

«Come, alla mia età?»

«A tutte le età. I tuoi genitori? La loro salute è buona?»

Qualcosa nel modo in cui la dottoressa le rivolse la domanda, nel modo in cui si aspettava così chiaramente che la risposta fosse un sì, con lo stilo sospeso sopra il tablet, tolse il respiro a Mae, che non riuscì a parlare.

«Oh, tesoro» disse la dottoressa, mettendole un braccio sulle spalle e tirandosela vicino. Odorava debolmente di fiori. «Su, su» disse, e Mae cominciò a piangere, con le spalle sussultanti e il naso e gli occhi inondati di lacrime. Sapeva che stava bagnando la giacca di cotone della dottoressa, ma provava un senso di sollievo e d’indulgenza, e poco dopo si sentì parlare con la dottoressa Villalobos dei sintomi di suo padre, della sua stanchezza, dell’incidente in cui era incorso durante il weekend.

«Oh, Mae» disse la donna, carezzandole i capelli. «Mae. Mae.»

Mae non riusciva più a fermarsi. Illustrò alla dottoressa Villalobos l’angoscioso problema dell’assicurazione di suo padre, come sua madre si aspettasse di passare il resto della vita occupandosi di lui, lottando per ogni cura, ogni giorno ore al telefono con quella gente…

«Mae» disse infine la dottoressa, «hai chiesto alle HR di aggiungere i tuoi genitori all’assicurazione della società?»

Mae alzò lo sguardo. «Cosa?»

«C’è un gruppetto di Circler che hanno dei familiari compresi nell’assicurazione. Direi che nel tuo caso è una possibilità.»

Mae non ne aveva mai sentito parlare.

«Dovresti chiedere alle HR» disse la dottoressa. «O forse, in pratica, dovresti solo chiedere a Annie.»

«Perché non me l’hai detto prima?» domandò Annie quella sera. Erano nel suo ufficio, una grande stanza bianca con finestre dal pavimento al soffitto e una coppia di poltrone basse. «Non sapevo che i tuoi genitori avessero questo incubo dell’assicurazione.»

Mae stava guardando una parete di foto in cornice, ognuna delle quali rappresentava un albero o un arbusto cresciuto in modo da assumere una forma pornografica. «L’ultima volta che sono stata qui ne avevi solo sei o sette, giusto?»

«Lo so. Si è diffusa la voce che ero un’appassionata collezionista, e ora me ne regalano una tutti i giorni. E stanno diventando sempre più sconce. Hai visto quella in alto?» Annie indicò la foto di un cactus che sembrava un enorme fallo.

Un viso color rame apparve sulla soglia, mentre il corpo rimase nascosto dietro l’angolo. «Hai bisogno di me?»

«Certo che ho bisogno di te, Vickie» disse Annie. «Non andare via.»

«Pensavo di andare al calcio d’inizio della faccenda del Sahara.»

«Vickie. Non lasciarmi» disse Annie, impassibile. «Ti amo e non voglio che ci separiamo.» Vickie sorrise, ma sembrava chiedersi quando Annie avrebbe finito di fare la scena e l’avrebbe lasciata libera.

«Bene» disse Annie. «Dovrei andarci anch’io. Ma non posso. Va’ pure.»

La faccia di Vickie sparì.

«La conosco?» chiese Mae.

«È nel mio team» disse Annie. «Ora siamo in dieci, ma Vickie è la mia consigliera. Hai sentito di questa cosa del Sahara?»

«Credo di sì.» Mae aveva letto l’annuncio dell’InnerCircle, il progetto di contare i granelli di sabbia del Sahara.

«Scusa, stavamo parlando di tuo padre» disse Annie. «Non capisco perché non hai voluto dirmelo.»

Mae le disse la verità, che era questa: non vedeva cosa c’entrasse col Cerchio la salute di suo padre. In tutto il paese non c’era una sola assicurazione che coprisse i genitori o i fratelli di un dipendente.

«Certo, ma tu sai come diciamo noi qui» disse Annie. «“Qualunque cosa riesca a migliorare la vita dei nostri Circler”…» Sembrò attendere che Mae finisse la frase. Mae non ne aveva la minima idea. «… “diventa possibile all’istante”. Dovresti saperlo!»

«Mi dispiace.»

«Era nell’orientamento quando ti hanno assunta. Mae! Okay, me ne occuperò io.» Annie stava digitando qualcosa sul cellulare. «Forse stasera, più tardi. Adesso ho una riunione.»

«Sono le sei.» Mae si guardò il polso. «No. Le sei e mezzo.»

«È presto! Starò qui fino a mezzanotte. O forse anche di più. Stanno succedendo delle cose molto divertenti.» Il suo viso era acceso, animato da quella prospettiva. «A proposito di certe interessanti robe fiscali russe. Quei ragazzi non perdono tempo in cazzate.»

«Dormi qui?»

«Nooo. Probabilmente unirò le due poltrone. Oh, merda. Meglio che vada. Ti amo.»

Annie le diede una strizzata e uscì dalla stanza.

Mae restò sola nell’ufficio di Annie, sbalordita. Possibile che suo padre presto avrebbe avuto una vera copertura? Che il crudele paradosso delle vite dei suoi genitori – il fatto che le loro incessanti battaglie con le compagnie di assicurazioni in effetti avevano minato la salute di suo padre e impedito a sua madre di lavorare, eliminando la sua capacità di guadagnare i soldi necessari per pagargli le cure – fosse arrivato alla fine?

Il telefono di Mae ronzò. Era Annie.

«E non preoccuparti. Sai che sono un ninja in queste cose. Ce la faremo.» E riattaccò.

Mae guardò fuori dalla finestra di Annie verso la cittadina di San Vincenzo, in gran parte ricostruita o rinnovata negli ultimi anni: ristoranti a disposizione dei Circler, alberghi a disposizione dei visitatori del Cerchio, negozi che speravano di attrarre i Circler e i loro visitatori, scuole per i bambini del Cerchio. Il Cerchio aveva occupato più di cinquanta edifici nei dintorni, trasformando sconquassati magazzini in palestre per climbing, scuole, server farm: ogni struttura audace, senza precedenti, ben oltre lo standard LEED.  5

Il telefono di Mae suonò ancora, ed era sempre Annie.

«Okay, buone notizie prima del previsto. Ho controllato, e non è un problema. Abbiamo circa una dozzina di altri genitori assicurati, e anche dei fratelli. Ho vinto qualche braccio di ferro e dicono che possono farsi carico di tuo padre.»

Mae guardò il telefono. Erano passati quattro minuti da quando aveva parlato per la prima volta di tutto questo a Annie.

«Oh, merda. Dici davvero?»

«Vuoi assicurare anche tua mamma? Certo che vuoi. Lei è più sana, perciò la cosa è facile. Li aggiungeremo entrambi.»

«Quando?»

«Subito, suppongo.»

«Non posso crederci.»

«Fidati, su» disse Annie, trafelata. Stava camminando speditamente, chissà dove. «È facile.»

«Allora, dovrei dirlo ai miei genitori?»

«Cosa vuoi, che glielo dica io?»

«No, no. Volevo solo essere sicura che si fa.»

«Certo che si fa. Sì, non è la cosa più grossa del mondo. I nostri assicurati sono undicimila. Possiamo dettare le condizioni, giusto?»

«Grazie, Annie.»

«Domani ti chiamerà qualcuno delle HR. Potete elaborare voi i dettagli. Io devo andare, adesso. Sono proprio in ritardo.»

E riattaccò di nuovo.

Mae telefonò ai genitori, dicendolo prima a sua madre, poi a suo padre, e ci furono grida di gioia, poi qualche lacrima, altri elogi per Annie nella veste di salvatore della famiglia, e alcune parole molto imbarazzanti su come Mae era ormai proprio un’adulta, come i suoi genitori si vergognavano ed erano mortificati dal fatto di doversi appoggiare a lei, appoggiare così pesantemente alla loro figlioletta: è solo questo sistema incasinato che ci ha inguaiati tutti, dicevano. Ma grazie, dicevano, siamo così fieri di te. E quando restò sola al telefono con lei, sua madre disse: «Mae, non hai salvato solo la vita di tuo padre ma anche la mia, giuro su dio che è vero, mia dolce Maebelline».

Alle sette Mae scoprì di non farcela più. Non riusciva più a stare seduta. Doveva alzarsi e festeggiare in qualche modo. Guardò cosa c’era al campus quella sera. Aveva perso il calcio d’inizio del Sahara e già lo rimpiangeva. C’era una gara di poesia, in costume, e lei la mise al primo posto e arrivò persino ad assicurare la propria partecipazione. Ma poi vide la lezione di cucina in cui avrebbero arrostito e mangiato una capra intera. Quella la mise al secondo posto. Alle nove c’era il discorso di un’attivista che invocava l’aiuto del Cerchio nella sua campagna contro le mutilazioni vaginali in Malawi. Se ci avesse provato, Mae sarebbe riuscita ad andare ad almeno qualcuno di questi eventi, ma proprio quando stava per decidere una specie d’itinerario vide una cosa che annullò tutte le altre: il Funky Arse Whole Circus si sarebbe esibito nel campus, sul prato davanti all’Età del Ferro, alle sette. Ne aveva sentito parlare, e le critiche e i rating erano stellari, e l’idea di un circo, quella sera, era la più intonata alla sua euforia.

Provò con Annie, ma lei non poteva; sarebbe stata in riunione almeno fino alle undici. Ma CircleSearch indicava che ci sarebbe andato un gruppetto di persone che conosceva, compresi Renata, Alistair e Jared – gli ultimi due erano già là –, e allora chiuse bottega e scappò via.

La luce svaniva, striata d’oro, quando girò l’angolo dei Tre Regni e vide un uomo in piedi, alto due piani, sputare fuoco e fiamme dalla bocca. Più in là, una donna con un’acconciatura luccicante lanciava e prendeva al volo una bacchetta al neon. Mae aveva trovato il circo.

C’erano circa duecento persone che formavano una siepe rada intorno agli artisti, i quali lavoravano all’aperto, con materiale di scena ridotto al minimo e quello che sembrava un budget decisamente limitato. I Circler che li attorniavano emettevano una schiera di luci, alcune dai monitor che avevano al polso, altre dai cellulari, sfavillanti e in bella vista, che riprendevano lo spettacolo. Mentre cercava Jared e Renata, stando attenta a non farsi sfuggire Alistair, Mae guardò il circo che vorticava davanti a lei. Pareva che non ci fosse un vero e proprio inizio dello spettacolo – era già in corso quando era arrivata – né una struttura ben definita. Gli artisti erano una decina, tutti in scena in ogni momento, tutti con logori costumi che sembravano fieri della loro antica umiltà. Un ometto faceva straordinarie acrobazie con indosso una paurosa maschera da elefante. Una donna seminuda, col viso oscurato da una testa di fenicottero, danzava in tondo, con alterni movimenti tra il balletto e il passo vacillante di un ubriaco.

Dietro la donna Mae vide Alistair, che la salutò con la mano e cominciò subito a scrivere un messaggio. Qualche istante dopo Mae controllò il telefono e vide che Alistair stava organizzando un altro evento per tutti gli entusiasti del Portogallo, più grande e più bello, per la settimana prossima. Sarà strepitoso, scriveva. Film, musica, poesia, racconti e gioia! Mae rispose che ci sarebbe andata e che non vedeva l’ora. Oltre il prato, dietro il fenicottero, Mae vide Alistair che leggeva il suo messaggio e alzava gli occhi verso di lei, con un cenno della mano.

Tornò a guardare il circo. Pareva che gli artisti non avessero solo l’aria di essere in miseria, ma che lo fossero veramente nella vita: tutto in loro era vecchio e sapeva di decomposizione e di senilità. Intorno a loro i Circler immortalavano lo spettacolo sui telefonini, volendo ricordare proprio la stranezza di quella banda di saltimbanchi apparentemente senza tetto, documentare come sembrassero incongrui lì al Cerchio, tra i sentieri e i giardini curatissimi, tra la gente che lavorava lì, che faceva regolarmente la doccia, cercava di essere almeno ragionevolmente elegante e si lavava i vestiti.

Mae, passando tra la folla, trovò Josiah e Denise, che furono contenti di vederla ma sembravano, ambedue, scandalizzati dal circo, il cui tono e il cui tenore, pensavano, si erano spinti troppo in là; Josiah lo aveva già recensito sfavorevolmente. Mae li lasciò, felice che l’avessero vista, che avessero notato la sua presenza, e andò a cercare qualcosa da bere. Vide in lontananza una fila di bancarelle, e si stava dirigendo da quella parte quando uno degli artisti, un uomo scamiciato con due baffi alla moschettiera, le corse incontro stringendo tre spade. Sembrava traballante, e un momento prima che la raggiungesse Mae capì che, anche se voleva far credere che tutto fosse sotto controllo e che quello facesse parte del suo numero, l’uomo stava veramente per rovinarle addosso con le braccia piene di lame. Si fermò di botto, e l’uomo era a pochi centimetri da lei quando Mae si sentì prendere per le spalle e gettare a terra. Cadde in ginocchio, dando la schiena all’uomo con le spade.

«Tutto bene?» chiese un altro uomo. Mae alzò lo sguardo e lo vide ritto nel punto dove prima si trovava lei stessa.

«Credo di sì» disse.

Poi l’uomo si voltò indietro, verso il nerboruto spadaccino. «Che cazzo, pagliaccio!»

Era Kalden?

Il giocoliere stava guardando Mae, per accertarsi che stesse bene, e quando vide che era così spostò l’attenzione sull’uomo che aveva di fronte.

Era Kalden. Ora Mae ne era sicura. Aveva la forma stilizzata di Kalden. Portava una semplice maglietta bianca con la scollatura a V e dei calzoni grigi attillati come i jeans che Mae gli aveva visto addosso la prima volta. Non le aveva mai dato l’impressione di uno che fosse pronto a battersi, e tuttavia era là in piedi, petto in fuori e mani sveglie, mentre l’artista del circo lo soppesava con occhio fermo, come se stesse scegliendo tra il tenere la parte, nel circo, continuando lo spettacolo e prendendo i suoi soldi, e l’attaccar briga con questo tizio davanti a duecento persone.

Alla fine scelse di sorridere, torcersi teatralmente i mustacchi afferrandoli per le punte e voltare le spalle.

«Mi spiace per quello che è successo» disse Kalden, aiutandola a rialzarsi. «Sei sicura di star bene?»

Mae rispose affermativamente. L’uomo con i baffi non l’aveva toccata, l’aveva soltanto spaventata, e solo per un momento.

Lei lo guardò in faccia, che nell’improvvisa luce blu sembrava una scultura di Brâncuşi: liscia, perfettamente ovale. Le sopracciglia erano archi romani, il naso il musetto delicato di una piccola creatura marina.

«Anzitutto quegli idioti non dovrebbero essere qui» disse. «Una combriccola di buffoni di corte venuti a divertire la famiglia reale. Non capisco» disse, ora guardandosi intorno, sulle punte dei piedi. «Possiamo andare?»

C’era da mangiare e da bere sul tavolo che trovarono strada facendo, e portarono le tapas, le salsicce e i bicchieri di vino rosso fino a un filare di limoni dietro l’Era dei Vichinghi.

«Tu non ricordi il mio nome» disse Mae.

«No. Ma ti conosco, e volevo vederti. Ecco perché mi trovavo nei paraggi quando il baffo ti ha assalito.»

«Mae.»

«Giusto. Io sono Kalden.»

«Lo so. Io li ricordo, i nomi.»

«E io ci provo. Non faccio che provarci. Allora, Josiah e Denise sono tuoi amici?» chiese.

«Non so. Certo. Cioè, hanno provveduto al mio orientamento, e da allora, be’, ci siamo parlati. Perché?»

«Senza un motivo.»

«Tu che ci fai qui, comunque?»

«E Dan? Lo frequenti?»

«Dan è il mio capo. Non vuoi dirmi quello che fai tu?»

«Vuoi un limone?» chiese lui, e si alzò. Tenne gli occhi su Mae mentre ficcava la mano nell’albero e ne staccava uno grosso. Il gesto aveva una grazia mascolina, mentre lui si allungava, fluidamente, verso l’alto, più lento di quanto ci si sarebbe potuti aspettare: cosa che le fece pensare a un nuotatore. Senza guardare il limone, glielo porse.

«È verde» disse lei.

Lui lo guardò con gli occhi socchiusi. «Oh. Credevo che avrebbe funzionato. Ho cercato il più grosso che riuscivo a trovare. Doveva essere giallo. Ecco, alzati.»

Le diede la mano, l’aiutò ad alzarsi e la mise a breve distanza dai rami dell’albero. Poi buttò le braccia intorno al tronco e lo scosse finché piovvero limoni. Cinque o sei colpirono Mae.

«Gesù. Scusa» disse lui. «Sono un idiota.»

«No. È stato bello» disse lei. «Erano pesanti, e due mi hanno colpito in testa. Mi è piaciuto.»

Allora lui la toccò, passandole una mano intorno alla testa come se gliela volesse sagomare. «Nulla di particolarmente grave?»

Lei disse che andava tutto bene.

«Fai sempre del male a quelli che ami» disse lui, col viso che era un ovale scuro sopra di lei. Come rendendosi conto di ciò che aveva detto, si schiarì la gola. «Comunque. È quello che dicevano i miei genitori. E loro mi hanno voluto molto bene.»

La mattina dopo Mae chiamò Annie, che stava andando all’aeroporto, diretta in Messico, per sbrogliare un pastrocchio normativo.

«Ho conosciuto un tipo interessante» disse.

«Bene. Io non andavo pazza per l’altro. Gallipoli.»

«Garaventa.»

«Francis. È un piccolo sorcio nervoso. E il nuovo? Cosa sappiamo di lui?» Da come parlava, Mae capì che Annie aveva fretta.

Provò a descriverlo, ma si rese conto che di lui non sapeva quasi niente. «È magro. Occhi castani, piuttosto alto.»

«Tutto qui? Occhi castani e piuttosto alto?»

«Oh, aspetta» disse Mae, ridendo di sé. «Aveva i capelli grigi. Ha i capelli grigi.»

«Aspetta. Cosa?»

«Era giovane, ma con i capelli grigi.»

«Okay, Mae. Non c’è nessun problema se stai andando a caccia di un nonno…»

«No, no. Sono sicura che era giovane.»

«Dici che ha meno di trent’anni, ma con i capelli grigi?»

«Giuro.»

«Non conosco nessuno, qui, così.»

«Conosci tutti i diecimila dipendenti?»

«Magari ha un contratto temporaneo. Non hai capito il cognome?»

«Ho cercato, ma era molto evasivo.»

«Uh. Non è da Circler, eh? E aveva i capelli grigi?»

«Quasi bianchi.»

«Come un nuotatore? Quando usano quello shampoo?»

«No. Questi non erano argentati. Erano solo grigi. Come quelli che avrebbe avuto un vecchio.»

«E sei sicura che non fosse vecchio? Come quelli che s’incontrano per la strada?»

«No.»

«Stavi battendo i marciapiedi, Mae? Ti piace quell’odore particolare che hanno gli uomini anziani? Quelli molto più vecchi? È un odore di muffa. Come una scatola di cartone bagnato. Ti piace?»

«Per favore.»

Annie se la stava spassando, e allora continuò: «Credo che sia una bella consolazione, sapere che può riscuotere il suo 401(k).  6 E chissà quanto ti sarebbe grato per un po’ di affetto… Oh, merda. Sono all’aeroporto. Ti richiamo.»

Annie non richiamò, ma le inviò un messaggino dall’aereo e più tardi da Città del Messico, con le fotografie di alcuni vecchi visti per la strada. È questo? Questo? Quello? Ése? Ése?

La lasciò a interrogarsi su tutto questo. Come mai non conosceva il cognome di Kalden? Fece una ricerca preliminare nell’annuario della società e non trovò alcun Kalden. Provò con Kaldan, Kaldin, Khalden. Nulla. Che l’avesse scritto o inteso male? Avrebbe potuto fare una ricerca più approfondita se avesse saputo in quale dipartimento era, quale parte del campus poteva occupare, ma non sapeva niente.

Eppure, non riusciva a pensare ad altro. Il collo bianco sopra la scollatura a V, gli occhi tristi che tristi si sforzavano di non sembrare, gli strettissimi calzoni grigi che avrebbero potuto essere molto eleganti o semplicemente orribili – al buio non era riuscita a decidere –, il modo in cui l’aveva tenuta alla fine della sera, quando erano andati fino all’eliporto, sperando di vederli, e poi, constatato che non ce n’era neanche uno, erano tornati indietro, al boschetto di limoni, e là lui aveva detto che doveva andare, e che da lì lei poteva raggiungere a piedi la navetta. Ne aveva indicato la fila, a meno di duecento metri di distanza, e lei aveva sorriso e aveva detto che poteva cavarsela da sola. Allora lui se l’era stretta al petto, all’improvviso, troppo per consentirle di capire se voleva baciarla, palpeggiarla o cosa. Quel che aveva fatto era stato schiacciare il corpo di Mae contro il suo, incrociando il braccio destro sulla schiena, con la mano sulla spalla, e la mano sinistra molto più in basso, più audace, sull’osso sacro, col ventaglio delle dita rivolto all’ingiù.

Poi si era staccato e aveva sorriso.

“Sei sicura che è tutto okay?”

“Sì.”

“Non hai paura?”

Lei aveva riso. “No. Non ho paura.”

“Okay. Buonanotte.”

Si era voltato e si era incamminato in un’altra direzione, non verso le navette o gli elicotteri, ma lungo uno stretto sentiero ombreggiato, da solo.

Per tutta la settimana Mae pensò a quella figura che si allontanava, e alle mani forti che la stringevano, e guardò il grosso limone verde che lui aveva colto, che lei aveva recuperato, e che sarebbe maturato – credeva, a torto – sulla sua scrivania, se ne avesse avuto il tempo. Invece restò verde.

Ma non era riuscita a rintracciarlo. Diramò qualche zing a tutti, cercando un certo Kalden, badando a non sembrare disperata. Ma non ottenne risposte.

Sapeva che Annie poteva trovarlo, ma ora Annie era in Perú. La società aveva qualche problema con i suoi progetti in Amazzonia: qualcosa a proposito dei droni che avrebbero dovuto contare e fotografare tutti gli alberi che restavano. Tra un incontro e l’altro con i membri di commissioni governative ed enti ambientalisti, Annie finalmente richiamò. «Fammi fare un riconoscimento facciale. Mandami una foto.»

Ma Mae non aveva sue fotografie.

«Stai scherzando? Nulla?»

«Era buio. C’era il circo.»

«Me l’hai detto. Dunque, ti ha dato un limone verde ma nessuna fotografia. Sei sicura che non fosse un semplice visitatore?»

«Ma l’avevo già incontrato, ricordi? Vicino al bagno? E poi era tornato alla mia scrivania e mi aveva guardato mentre lavoravo.»

«Accidenti, Mae. Questo tizio sembra proprio un vincente. Limoni verdi e fiato grosso sopra la tua spalla mentre rispondi alle domande dei clienti. Se io fossi affetta dalla più leggera forma di paranoia, penserei a un infiltrato o un molestatore di bassa lega.» Annie fu costretta a riattaccare, ma poi, un’ora dopo, le inviò questo messaggio: Devi tenermi informata su questo tipo. Sono sempre più perplessa. Abbiamo avuto alcune strane figure di stalker nel corso degli anni. L’anno scorso c’è stato un personaggio, una specie di blogger, che è venuto a un party ed è rimasto nel campus per due settimane, imboscandosi qua e là e dormendo nei magazzini. È risultato relativamente innocuo, ma puoi capire che uno Sballoman Non Identificato sarebbe motivo di preoccupazione.

Mae però non era preoccupata. Si fidava di Kalden, e non poteva credere che avesse cattive intenzioni. Il suo viso era così aperto, così inconfondibilmente privo di malizia… Mae non avrebbe mai potuto spiegarlo a Annie, ma non aveva dubbi su di lui. Sapeva, però, che non era affidabile come comunicatore, ma sapeva, anche, ne era certa, che Kalden si sarebbe rimesso in contatto con lei. E anche se non poter arrivare a lui sarebbe stato fastidioso, esasperante, sapere che era là, almeno per qualche giorno, irraggiungibile ma presumibilmente in qualche punto del campus, dava alle sue ore di lavoro la scossetta di un brivido gradito. Il carico settimanale era pesante, ma pensando a lui ogni domanda era un’aria gloriosa. I clienti la interpellavano cantando e cantando lei rispondeva. Li amava tutti. Amava Risa Thomason di Twin Falls, Idaho. Amava Mack Moore di Gary, Indiana. Amava i pivelli che la circondavano. Amava il viso a tratti preoccupato di Jared che appariva sulla soglia, chiedendole di vedere in che modo potevano tenere il loro punteggio complessivo sopra 98. Ed era felice di essere riuscita a ignorare Francis e i suoi continui tentativi di contattarla. I suoi minivideo. I suoi biglietti di auguri sonori. Le sue playlist, tutte canzoni di scuse e di sventure. Francis era ormai un ricordo, cancellato da Kalden e dalla sua elegante silhouette, dalle sue mani forti e indagatrici. Amava il modo in cui poteva, sola, in bagno, simulare l’effetto di quelle mani, il modo in cui poteva, con la propria mano, avvicinarsi alla pressione che aveva esercitato lui. Ma dov’era? Ciò che lunedì e martedì aveva stuzzicato la sua curiosità era diventato quasi fastidioso mercoledì ed esasperante giovedì. La sua invisibilità cominciava ad apparire intenzionale e persino aggressiva. Le aveva promesso di tenersi in contatto, no? O forse no, pensò. Cos’aveva detto? Frugò nella memoria e si rese conto, con qualcosa di simile al panico, che alla fine della serata non aveva detto altro che “Buonanotte”. Ma Annie sarebbe tornata venerdì, e insieme, avendo anche un’ora sola da passare insieme, potevano trovarlo, conoscere il suo nome, bloccarlo.

E finalmente venerdì mattina Annie tornò, e si misero d’accordo per vedersi prima del Venerdì dei Sogni. Doveva esserci una presentazione sul futuro di CircleMoney – un sistema per inviare tutti gli acquisti online attraverso il Cerchio e, alla fine, ovviare totalmente al bisogno di cartamoneta –, ma poi la presentazione fu annullata. Tutti i membri del personale furono convocati per assistere a una conferenza stampa che si teneva a Washington.

Mae si precipitò nell’atrio del Rinascimento, dove alcune centinaia di Circler guardavano lo schermo sulla parete. Una donna con un tailleur color mirtillo era ritta su un podio irto di microfoni, circondata da assistenti e da un paio di bandiere americane. Sotto di lei scorreva la scritta: LA SENATRICE WILLIAMSON CHIEDE DI SMANTELLARE IL CERCHIO. All’inizio c’era troppo rumore perché si sentisse qualcosa, ma una serie di sibilanti zittii e di aumenti di volume resero percettibile la sua voce. La senatrice stava leggendo una dichiarazione scritta.

«Oggi siamo qui per insistere che la Task Force Antitrust del Senato avvii un’inchiesta per decidere se il Cerchio si comporta come un monopolio. Noi crediamo che il Dipartimento della Giustizia vedrà il Cerchio per quello che è, un monopolio nel senso più stretto della parola, e provvederà a smantellarlo, proprio come ha fatto con la Standard Oil, l’AT&T e tutte le altre aziende del paese che si sono rivelate dei monopoli. Il dominio del Cerchio soffoca la concorrenza ed è pericoloso per la nostra forma di capitalismo liberista.»

Quando ebbe finito, lo schermo tornò alla sua solita funzione, che consisteva nel celebrare i pensieri del personale del Cerchio, e nella calca di quel giorno i pensieri erano molti. C’era grande consenso sul fatto che la senatrice fosse nota per le sue posizioni saltuariamente poco ortodosse – si era schierata contro le guerre in Iraq e in Afghanistan – e che proprio per questo non avrebbe raccolto molti appoggi nella sua crociata antitrust. Il Cerchio era una società popolare in entrambe le ali del Congresso, nota per le sue posizioni pragmatiche su praticamente ogni questione politica e per le sue generose donazioni; così, questa senatrice di sinistra non avrebbe ottenuto il sostegno di gran parte dei colleghi liberali, e ancora più scarsi sarebbero stati gli appoggi tra le file dei repubblicani.

Mae non s’intendeva abbastanza di leggi antitrust per poter esprimere un’opinione su due piedi. Era vero che non c’era concorrenza? Il Cerchio deteneva il 90 per cento del mercato della ricerca. L’88 per cento del mercato della posta gratuita, il 92 per cento del text servicing. Questa, a suo modo di vedere, era la semplice dimostrazione che il Cerchio realizzava e distribuiva il prodotto migliore. Le sembrò pazzesco punire la società per la sua efficienza, per la sua attenzione ai dettagli. Per il successo che aveva riscosso.

«Eccoti qua» disse Mae vedendo Annie avanzare verso di lei. «Com’è andata in Messico? E in Perú?»

«Quell’idiota» sbuffò Annie, guardando con gli occhi socchiusi lo schermo sul quale era appena apparsa la senatrice.

«Allora, questa cosa non ti preoccupa?»

«Vuoi sapere se con questo andrà davvero da qualche parte? No. Ma personalmente è nella merda fin qui.»

«Che intendi dire? Come lo sai?»

Annie guardò Mae, poi si voltò indietro e lanciò un’occhiata in fondo alla sala. Tom Stenton stava chiacchierando con alcuni Circler, in piedi e con le braccia conserte, una posa che in un altro avrebbe potuto far pensare a preoccupazione o persino rabbia. Ma più che altro sembrava divertito.

«Andiamo» disse Annie, e attraversarono il campus, sperando di mangiare qualcosa al furgone dei tacos affittato quel giorno per nutrire i Circler. «Come sta il gentiluomo che ti ha chiamato? Non dirmi che è morto facendo sesso.»

«Non l’ho più visto dalla settimana scorsa.»

«Proprio nessun contatto?» chiese Annie. «Che stronzo.»

«Credo che appartenga a un’altra era.»

«Un’altra era? E i capelli grigi? Mae, ti ricordi quel momento di Shining in cui Nicholson ha una specie d’incontro eroticamente conturbante con la donna nel bagno? E poi si scopre che la signora è il cadavere vivente di una vecchia?»

Mae non aveva idea di cosa stesse parlando.

«Veramente…» disse Annie, e le si velarono gli occhi.

«Cosa?»

«Sai, con questa storia dell’inchiesta della Williamson, mi preoccupa sapere che c’è qualche losco figuro che si aggira furtivamente per il campus. Puoi dirmelo, la prossima volta che lo vedi?»

Mae guardò Annie e vide dipingersi sul suo viso, per la prima volta, a quanto ricordasse, qualcosa di simile a una vera inquietudine.

Alle quattro e mezzo Dan le inviò un messaggio: Grande giorno finora! Ci vediamo alle cinque?

Mae arrivò davanti all’ufficio di Dan, che si alzò, la guidò fino a una sedia e chiuse la porta. Si sedette alla scrivania e tamburellò sul vetro del suo tablet.

«97. 98. 98. 98. Splendidi punteggi complessivi questa settimana.»

«Grazie» disse Mae.

«Davvero spettacolosi. Specie considerando l’accresciuto carico di lavoro con i pivelli. È stato difficile?»

«Forse i primi due giorni, ma ormai sono tutti addestrati e non hanno più bisogno di me come prima. Sono tutti bravissimi, quindi, caso mai, è un po’ più facile, perché ho più gente per fare il lavoro.»

«Bene. Mi fa molto piacere sentirtelo dire.» Poi Dan alzò lo sguardo e frugò nei suoi occhi. «Mae, hai fatto una bella esperienza finora qui al Cerchio?»

«Assolutamente» disse lei.

Il viso di Dan s’illuminò. «Bene. Bene. È un’ottima notizia. Ti ho chiesto di venire proprio per… be’, fare un riscontro col tuo modo di socializzare qui, e col messaggio che invia. Ed è possibile che io non sia riuscito a comunicarti esattamente tutto quello che dovevo a proposito di questo lavoro. Dunque me ne devo assumere la colpa, se non l’ho fatto abbastanza bene.»

«No. No. Io so che hai fatto un buon lavoro. Ne sono sicura.»

«Be’, grazie, Mae. Ti ringrazio. Ma la cosa di cui dobbiamo parlare è… be’, mettiamola in un altro modo. Tu sai che questa non è una di quelle aziende dove si timbra il cartellino. Mi spiego?»

«Oh, lo so. Non vorrei… Ti ho forse lasciato intendere che pensavo…»

«No, no. Non mi hai lasciato intendere nulla. È solo che non ti abbiamo più visto molto da queste parti dopo le cinque, e così ci chiedevamo se eri… be’, ansiosa di andartene.»

«No, no. Hai bisogno che io resti qui più a lungo?»

Dan ebbe un fremito. «No, non è questo. Tu sbrighi il tuo lavoro nel migliore dei modi. Ma ci sei mancata al party del Vecchio West di giovedì sera, che è stato un evento piuttosto importante di team-building, centrato intorno a un prodotto di cui siamo tutti molto fieri. Non sei venuta ad almeno due eventi per i novellini, e al circo, be’, sembrava che non vedessi l’ora di andartene. Credo che tu sia rimasta non più di venti minuti. E queste cose sarebbero comprensibili se il tuo Grado di Partecipazione non fosse così basso. Sai qual è?»

Mae immaginava che fosse nella fascia tra otto e novemila. «Credo di sì.»

«Tu credi» disse Dan, guardando lo schermo. «È 9101. Ti sembra che vada bene?» Era sceso nell’ultima ora, dall’ultima volta in cui Mae aveva controllato.

Dan fece schioccare la lingua e annuì, come se stesse cercando di capire in che modo si era fatto una macchia sulla camicia. «Così, come dire, abbiamo tirato le somme e… be’, e abbiamo cominciato a temere che in qualche modo ti stessimo allontanando da noi.»

«No, no! Non è affatto vero.»

«Okay, concentriamoci sulle cinque e un quarto di giovedì scorso. Dovevamo trovarci al Vecchio West, dove lavora la tua amica Annie. Era una festa di benvenuto semiobbligatoria per un gruppo di potenziali soci. Tu eri lontana dal campus, e questo davvero mi sconcerta. È come se tu volessi fuggire.»

Nella mente di Mae i pensieri correvano all’impazzata. Perché non c’era andata? Dov’era? Non sapeva di questo evento. Si era tenuto dall’altra parte del campus, nel Vecchio West: come aveva potuto mancare a un evento semiobbligatorio? L’avviso doveva essere rimasto profondamente sepolto nel suo terzo schermo.

«Dio, mi dispiace» disse, ricordando finalmente com’era andata. «Ho lasciato il campus alle cinque per andare a prendere dell’aloe in un’erboristeria di San Vincenzo. Mio padre aveva chiesto un tipo particolare di…»

«Mae» la interruppe Dan, con aria condiscendente, «nello store della società c’è anche l’aloe. Il nostro negozio è più fornito di tante bottegucce, e di prodotti di migliore qualità. I nostri sono prodotti sceltissimi.»

«Mi dispiace. Non sapevo che il negozio aziendale avesse qualcosa di simile all’aloe.»

«Sei andata nel nostro negozio e non sei riuscita a trovarlo?»

«No, no. Non sono andata in negozio. Sono andata direttamente nell’altro. Ma sono felice di sapere che…»

«Permettimi d’interromperti, perché hai detto una cosa interessante. Hai detto che non sei andata subito nel nostro negozio?»

«No. Mi dispiace. Ho solo pensato che una cosa come quella non ci fosse, e allora…»

«Ascoltami, adesso. Mae, devo confessare che sapevo che non eri andata allo store. È una delle cose di cui volevo parlarti. Non ci sei mai stata, neanche una volta. Tu – che all’università eri un’atleta – non sei stata in palestra, e non hai quasi esplorato il campus. Credo che tu abbia usato circa l’1 per cento dei nostri servizi aggiuntivi.»

«Mi dispiace. Finora è stato un turbine, credo.»

«E venerdì sera? C’era un evento importante anche quel giorno.»

«Mi dispiace. Volevo andare al party, ma ho dovuto correre dai miei. Mio padre ha avuto un attacco che si è poi rivelato una cosa da poco, ma io l’ho saputo solo quando sono arrivata.»

Dan guardò il piano di vetro della scrivania e, con un fazzolettino di carta, cercò di togliere una macchia. Soddisfatto, alzò lo sguardo.

«È comprensibilissimo. Passare un po’ di tempo con i genitori, credimi, trovo che sia molto, molto bello. Volevo solo sottolineare l’aspetto comunitario del nostro lavoro. Noi vediamo questo posto di lavoro come una comunità, e ogni persona che lavora qui è una parte di questa comunità. E per far funzionare tutto occorre un certo livello di partecipazione. È come se fossimo una scuola materna, e c’è una festa per una bambina, e alla festa viene solo metà della scuola: come si sente la bambina che compie gli anni?»

«Non bene. Lo so. Però sono stata all’evento del circo, e quello è stato grande. Grandissimo

«È stato grande, vero? Ed è stato grande vederti là. Ma non abbiamo nessuna testimonianza della tua presenza. Né foto, né zing, né commenti, messaggi, post. Perché?»

«Non so. Forse sono stata presa dal…»

Dan sospirò rumorosamente. «Sai bene che amiamo ricevere notizie. Che le opinioni dei Circler sono tenute in gran conto.»

«Certo.»

«E che il Cerchio si basa, in larga misura, sull’apporto e la partecipazione di persone come te lo sai, no?»

«Lo so.»

«Ascolta. È assolutamente ragionevole che tu voglia passare del tempo con i tuoi genitori. Sono i tuoi genitori! E ti fa onore. Come dicevo: è molto, molto bello. Sto solo aggiungendo che anche noi ti vogliamo molto bene, e vogliamo conoscerti meglio. A tale scopo, mi chiedo se saresti disposta a fermarti qualche minuto in più per parlare con Josiah e Denise. Non credo che tu li abbia dimenticati, da quando vi siete incontrati per l’orientamento. Vorrebbero solo ampliare la conversazione che stiamo facendo, e andare un po’ più a fondo. Ti sembra una buona idea?»

«Certo.»

«Non devi correre a casa o…»

«No. Sono a vostra disposizione.»

«Bene. Bene. Mi fa piacere. Eccoli là.»

Mae, voltandosi, vide Denise e Josiah che la salutavano con la mano dall’altro lato della porta a vetri di Dan.

«Come stai, Mae?» disse Denise, mentre procedevano verso la sala riunioni. «Non riesco a credere che siano passate tre settimane da quando ti abbiamo fatto fare il giro degli uffici! Entriamo.»

Josiah aprì la porta di una sala che Mae aveva già varcato molte volte. La stanza era ovale, le pareti di vetro.

«Accomodati» disse Denise, indicando una sedia di pelle con lo schienale alto. Lei e Josiah si sedettero davanti a Mae, disponendo i tablet e aggiustandosi sulle sedie come per prepararsi a un compito che poteva durare molte ore e che sarebbe stato quasi certamente spiacevole. Mae si sforzava di sorridere.

«Come sai» disse Denise, mettendosi dietro l’orecchio una ciocca dei suoi capelli neri, «noi siamo delle HR, e questo è solo un normale check-in che facciamo con i nuovi membri della comunità. Li facciamo tutti i giorni, in questo o quel dipartimento dell’azienda, e siamo particolarmente lieti di rivederti. Tu sei un tale enigma!»

«Io?»

«Sì. In tanti anni non ricordo un nuovo assunto che fosse così avvolto, capisci?… nel mistero.»

Mae non seppe cosa rispondere. Non si sentiva affatto avvolta nel mistero.

«Allora ho pensato che forse potremmo cominciare a parlare un po’ di te, e quando saremo arrivati a conoscerti un po’ meglio parleremo anche dei modi in cui ti sentiresti più a tuo agio partecipando con maggiore assiduità alla vita della comunità. Ti sembra una buona idea?»

Mae annuì. «Naturalmente.» Guardò Josiah, che non aveva ancora detto una parola, ma stava lavorando furiosamente sul suo tablet, digitando e strisciandovi sopra i polpastrelli.

«Bene. Io pensavo d’iniziare dicendo che tu ci sei veramente simpatica» disse Denise.

Finalmente parlò Josiah, mostrandole due splendenti occhi blu. «È così» disse. «È la verità. Tu sei un membro della squadra superganzo. Lo pensano tutti.»

«Grazie» disse Mae, sicura che l’avrebbero licenziata. Si era spinta troppo in là chiedendo l’estensione ai suoi genitori della polizza di assicurazione. Come poteva aver fatto una cosa simile così presto, subito dopo essere stata assunta?

«E pensiamo che il tuo lavoro qui è stato esemplare» continuò Denise. «La media dei tuoi punteggi è 97, e questo è un risultato eccellente, specie per un primo mese. Sei soddisfatta della tua performance?»

Mae tirò a indovinare la risposta. «Sì.»

Denise annuì. «Bene. Ma come sai, qui non pensiamo solo a lavorare. O meglio, non pensiamo solo a punteggi, encomi, eccetera. Tu non sei il semplice ingranaggio di una macchina.»

Josiah stava scuotendo vigorosamente la testa: no. «Noi ti consideriamo un essere umano completo e conoscibile, dotato di un potenziale illimitato. E anche un importantissimo membro della comunità.»

«Grazie» disse Mae, ora un po’ meno certa di essere stata scaricata.

Il sorriso di Denise era addolorato. «Ma come sai, c’è stato qualche piccolo inconveniente quando si è trattato d’inserirsi nella comunità. Naturalmente abbiamo letto il rapporto sull’incidente con Alistair e il suo brunch portoghese. Abbiamo trovato la tua spiegazione perfettamente comprensibile, e ci siamo sentiti incoraggiati dal fatto che sembri aver riconosciuto i problemi che erano in gioco. Ma poi c’è la tua assenza alla maggior parte degli eventi serali e del weekend, tutti assolutamente facoltativi, beninteso. C’è qualcos’altro che vorresti aggiungere alla nostra interpretazione di tutto questo? Magari a proposito della situazione di Alistair?»

«Solo che mi è davvero dispiaciuto di aver potuto inavvertitamente essere causa di sofferenze per Alistair.»

Denise e Josiah sorrisero.

«Bene, bene» disse Denise. «Ma il fatto che tu capisca mi rende un po’ perplessa, se provo a far quadrare le tue parole con alcune delle tue azioni dal giorno di quella discussione. Partiamo dall’ultimo weekend. Sappiamo che hai lasciato il campus alle 5.42 pomeridiane del venerdì, e sei tornata qui alle 8.46 di lunedì.»

«C’era del lavoro da sbrigare nel weekend?» Mae frugò nella memoria. «Ho dimenticato qualche impegno?»

«No, no, no. Non c’era alcun lavoro obbligatorio qui durante il weekend. Il che non significa che sabato e domenica non ci fossero migliaia di persone che si divertivano nel campus, che partecipavano a centinaia di attività differenti.»

«Lo so, lo so. Ma io ero dai miei. Mio padre era ammalato, e sono andata da loro per dare una mano.»

«Mi dispiace» disse Josiah. «Era una cosa dipendente dalla sua sclerosi multipla?»

«Sì.»

Josiah fece una smorfia piena di comprensione, e Denise si sporse in avanti. «Ma vedi, è qui che la faccenda diventa particolarmente confusa. Noi non sappiamo nulla di questo episodio. Hai cercato di contattare qualche Circler durante questa crisi? Sai che nel campus ci sono quattro gruppi per i membri del personale alle prese con la sclerosi multipla? Due sono per i figli di malati di sclerosi. Hai cercato di metterti in contatto con uno di questi gruppi?»

«No, non ancora. Volevo farlo.»

«Okay» disse Denise. «Rinviamo per un attimo quest’idea, perché è istruttivo, il fatto che tu sapessi dei gruppi, ma non li abbia cercati. Riconosci sicuramente il vantaggio di condividere le informazioni su questa malattia.»

«Sì.»

«E che condividerle con altri giovani i cui genitori sono affetti dalla stessa malattia… Capisci il vantaggio che c’è?»

«Assolutamente.»

«Per esempio, quando hai saputo che tuo padre aveva avuto un attacco, hai fatto un viaggio di… quanti?, centocinquanta chilometri o giù di lì, e non una volta durante quel viaggio hai cercato di raccogliere informazioni tra i membri dell’InnerCircle, o tramite il più ampio OuterCircle. Non ti sembra di aver perso un’occasione?»

«Adesso sì, assolutamente. Ero solo sconvolta, e preoccupata, e guidavo come una pazza. Non ero molto presente.»

Denise alzò un dito. «Ah, presente. Che parola meravigliosa. Sono contenta che tu l’abbia usata. Di solito ti consideri presente?»

«Cerco di esserlo.»

Josiah sorrise e digitò qualcosa a raffica sul tablet.

«Ma il contrario di presente sarebbe…?» domandò Denise.

«Assente?»

«Sì. Assente. Appuntiamoci anche questo pensiero. Ma torniamo a tuo padre, e all’ultimo weekend. Si è ripreso bene?»

«Sì. In realtà, è stato un falso allarme.»

«Ottimo. Ne sono lieta. Ma è curioso che tu non abbia condiviso questo fatto con nessuno. Hai postato qualcosa sull’episodio? Uno zing, un commento da qualche parte?»

«No, non l’ho fatto» disse Mae.

«Uhm. Okay» disse Denise, tirando il fiato. «Non credi che qualcun altro avrebbe potuto trarre profitto dalla tua esperienza? Cioè, che magari alla prossima persona che potrebbe fare due o tre ore di macchina per correre a casa potrebbe essere utile sapere quello che hai scoperto tu dell’episodio, e cioè che era solo uno pseudoattacco di scarsa importanza?»

«Assolutamente. Capisco che potrebbe essere utile.»

«Bene. Allora, quale dovrebbe essere il piano d’azione, secondo te

«Credo che m’iscriverò al club della sclerosi multipla» disse Mae, «e che posterò qualcosa su quello che è successo. So che recherà giovamento.»

Denise sorrise. «Fantastico. Ora parliamo del resto del weekend. Venerdì hai scoperto che tuo padre stava bene. Ma nel resto del weekend, nebbia. È come se tu fossi sparita!» Spalancò gli occhi. «È il momento in cui una come te, con un Grado di Partecipazione basso, potrebbe migliorarlo, se volesse. Mentre in realtà il tuo è sceso: di duemila punti. Non per diventare dei fanatici dei numeri, ma eri a 8625 venerdì, e domenica sera eri a 10.288.»

«Non sapevo che fosse così brutto» disse Mae, odiandosi, odiando questo io che sembrava non volersi togliere di mezzo. «Stavo solo cercando di riprendermi, credo, dallo stress dell’episodio di mio padre.»

«Puoi parlare di ciò che hai fatto sabato?»

«È imbarazzante» disse Mae. «Niente.»

«Che significa, niente?»

«Be’, per quasi tutta la giornata sono rimasta a casa dei miei a guardare la TV

Josiah s’illuminò. «Qualcosa di buono?»

«Solo un po’ di pallacanestro femminile.»

«Non c’è niente di male nella pallacanestro femminile!» proruppe Josiah. «Io amo la pallacanestro femminile. Hai seguito i miei zing sulla WNBA?  7»

«No, hai un feed sulla WNBA nello Zing?»

Josiah annuì. Sembrava offeso, addirittura smarrito.

Entrò in campo Denise. «Ma è curioso, lo ripeto, che tu non abbia scelto di parlare di questa cosa con nessuno. Hai partecipato a qualche discussione sullo sport? Josiah, quanti sono i partecipanti al nostro global discussion group sulla WNBA

Josiah, ancora visibilmente scosso dalla notizia che Mae non aveva mai letto i suoi feed sulla WNBA, riuscì a trovare il numero sul tablet e borbottò: «143.891».

«E quanti zinger si concentrano sulla WNBA

Josiah trovò rapidamente il numero: «12.992».

«E tu non sei in nessuno dei due, Mae. Perché, secondo te?»

«Forse perché non credevo che il mio interesse per la WNBA fosse così grande da giustificare la partecipazione a un gruppo di discussione, o da seguirlo. È una cosa che non mi appassiona in modo particolare.»

Denise le lanciò un’occhiata. «È interessante questa scelta di parole: Passione. Hai sentito parlare di PPT? Passione, Partecipazione e Trasparenza?»

Mae aveva visto le lettere PPT qua e là nel campus, ma non le aveva, fino a quel momento, collegate a queste tre parole. Si sentì un’idiota.

Denise posò le mani sulla scrivania, come se volesse alzarsi. «Mae, tu sai che questa è una società che si occupa di tecnologia?»

«Naturalmente.»

«E che ci consideriamo all’avanguardia dei social media?»

«Sì.»

«E conosci il significato del termine Trasparenza, vero?»

«Sì. Assolutamente.»

Josiah guardò Denise, sperando di calmarla. Lei si mise le mani in grembo. Josiah prese il comando. Sorrise e sfiorò il tablet con le dita, cercando una pagina nuova.

«Okay. Torniamo a domenica. Parlaci della domenica.»

«Sono tornata indietro.»

«Tutto qui?»

«Sono andata in kayak.»

Josiah e Denise reagirono con una doppia espressione di sorpresa.

«Sei andata in kayak?» disse Josiah. «Dove?»

«Nella baia.»

«Con chi?»

«Nessuno. Da sola.»

Denise e Josiah avevano un’espressione risentita.

«Io ci vado, in kayak» disse Josiah, e digitò qualcosa sul tablet, premendo con forza sul vetro.

«Ci vai spesso?» Denise chiese a Mae.

«Forse ogni due o tre settimane.»

Josiah era assorto nella contemplazione del suo tablet. «Mae, sto guardando il tuo profilo. Non trovo nulla su te e il kayak. Né smile, né rating, né post, nulla. E ora tu mi dici che vai in kayak “ogni due o tre settimane”?»

«Be’, forse un po’ meno.»

Mae rise, Denise e Josiah no. Josiah continuò a fissare lo schermo, mentre gli occhi di Denise sondavano il viso di Mae.

«Quando vai in kayak, cosa vedi?»

«Non so. Cose di ogni genere.»

«Foche?»

«Certo.»

«Otarie?»

«Di solito.»

«Uccelli marini? Pellicani?»

«Anche.»

Denise digitò qualcosa sul tablet. «Okay, sto facendo una ricerca del tuo nome per la documentazione visiva di qualcuna delle uscite che hai fatto. Non trovo niente.»

«Oh, non ho mai portato una macchina fotografica.»

«Ma come identifichi tutti questi uccelli?»

«Ho una piccola guida. È solo una cosa che mi aveva regalato il mio ex. È una piccola guida pieghevole della fauna locale.»

«Allora, è un semplice opuscolo o qualcosa del genere?»

«Sì, cioè, è impermeabile e…»

Josiah emise un sospirone.

«Mi dispiace» disse Mae.

Josiah alzò gli occhi al cielo. «No, cioè, questo è secondario, ma il problema della carta è che ogni comunicazione muore con lei. Non ha alcuna chance di continuità. Tu guardi la tua brochure, e finisce lì. Finisce con te. Come se tu fossi l’unica che importa. Ma pensa se tu stessi documentando. Se avessi usato uno strumento che ti aiuta a confermare l’identità di tutti gli uccelli che hai visto, se ne potrebbero avvantaggiare tutti: naturalisti, studenti, storici, la Guardia costiera. Allora ognuno saprebbe quali uccelli erano nella baia quel giorno. È una cosa che mi fa impazzire, pensare a tutte le conoscenze che vanno perdute ogni giorno a causa di questa specie di miopia. E non voglio dire che sia da egoisti, ma…»

«No. Lo era. Ho capito che lo era» disse Mae.

Josiah si addolcì. «Ma a parte la documentazione, non capisco perché tu non abbia mai detto niente a nessuno del kayak. Insomma, è una parte di te. Una parte integrante

Mae sbottò in un sorrisetto di scherno. «Non credo che sia così integrante. O interessante, davvero.»

Josiah alzò lo sguardo. I suoi occhi erano accesi. «Ma lo è!»

«C’è un mucchio di gente che usa il kayak» disse Mae.

«È proprio questo!» disse Josiah, arrossendo rapidamente. «Non ti piacerebbe incontrare altre persone che girano in kayak?» Josiah tamburellò sullo schermo. «Accanto a te ci sono 2331 persone che amano, anche loro, il kayak. Me compreso.»

Mae sorrise. «Sono tante.»

«Più o meno di quante te ne aspettavi?» domandò Denise.

«Di più, credo» disse Mae.

«Allora, vuoi che t’iscriviamo dove potrai avere più notizie delle persone accanto a te che amano il kayak? Ci sono tanti strumenti…» Sembrava che Josiah stesse aprendo una pagina dove poterla iscrivere.

«Oh, non so» disse Mae.

A Josiah e Denise cadde il mento sul petto.

Josiah pareva di nuovo arrabbiato. «Perché no? Credi che le tue passioni non siano importanti?»

«Non è questo. Io…»

Josiah si sporse verso di lei. «Come credi che si sentano gli altri Circler, sapendo che tu sei materialmente così vicina a loro, che con tanta evidenza fai parte della nostra comunità, ma non vuoi che sappiano quali sono i tuoi hobby e i tuoi interessi? Come credi che si sentano?»

«Non so. Credo che non sentano niente.»

«Ma non è vero!» disse Josiah. «Il problema è che tu non partecipi attivamente alla vita delle persone che ti circondano!»

«È solo un kayak!» disse Mae, ridendo di nuovo, cercando di riportare la discussione su un piano meno impegnativo.

Josiah stava trafficando col suo tablet. «Solo un kayak? Ti rendi conto che quella del kayak è un’industria da tre miliardi di dollari? E tu dici: è solo un kayak! Mae, non vedi che tutto si tiene? Tu fai la tua parte. Devi partecipare.»

Denise la stava osservando attentamente. «Mae, devo farti una domanda delicata.»

«Okay» disse Mae.

«Credi… Be’, non credi che potrebbe essere un problema di autostima?»

«Come?»

«Che sei restia a esprimerti perché temi che le tue opinioni non siano valide?»

Mae non l’aveva mai vista in questo modo, ma la domanda non era insensata. Che fosse troppo timida per riuscire a esprimersi correttamente? «Veramente, non lo so» disse.

Denise socchiuse gli occhi. «Mae, non sono una psicologa, ma se lo fossi potrei avere qualche dubbio sul tuo senso di autostima. Abbiamo studiato alcuni modelli di questo tipo di comportamento. Non per dire che il tuo atteggiamento sia asociale, ma di sicuro è subsociale, e con altrettanta sicurezza è tutt’altro che trasparente. E noi vediamo che questo comportamento a volte è provocato da uno scarso senso di autostima. Un punto di vista che dice: “Oh, quello che ho da dire non è così importante”. Ti sembra che questo descriva il tuo punto di vista?»

Mae era troppo sorpresa e scombussolata per vedersi con chiarezza. «Forse» disse per guadagnare tempo, sapendo che doveva evitare di essere troppo duttile. «Ma certe volte sono sicura che quello che dico è importante. E quando ho da aggiungere qualcosa d’importante, mi sento decisamente autorizzata a farlo.»

«Però noto che hai detto “certe volte sono sicura”» disse Josiah, mettendole un dito sotto il naso in segno di rimprovero. «È il “certe volte” che m’interessa. O che mi preoccupa, dovrei dire. Perché credo che quel “certe volte” non accada molto spesso.» Si appoggiò allo schienale, come per riposarsi alla fine del lungo lavoro che c’era voluto per capirla.

«Mae» disse Denise, «ci terremmo molto se tu potessi partecipare a un programma speciale. Ti senti invogliata?»

Mae non ne sapeva niente, ma sapeva, perché era in difficoltà, e aveva già fatto perdere tanto tempo ai suoi interlocutori, di dover assentire; quindi sorrise e disse: «Assolutamente».

«Bene. Ci metteremo in contatto appena sarà possibile. Ti faremo conoscere Pete Ramirez, e lui ti spiegherà tutto. Credo che questo potrebbe farti sentire sicura non certe volte soltanto, ma sempre. Non ti sembra che sia meglio?»

Dopo quell’incontro, seduta alla sua scrivania, Mae si rimproverò. Che razza di donna era? Più che altro, si vergognava. Aveva fatto soltanto lo stretto necessario. Era disgustata di sé e aveva bisogno di Annie. Annie aveva sicuramente saputo di Mae, la sua amica fannullona e parassita, che aveva accettato questo regalo, questo lavoro così ambito al Cerchio – l’azienda che aveva assicurato i suoi genitori! Che li aveva salvati dalla catastrofe! – e poi si era messa a battere la fiacca. “Maledizione, Mae, mettici un po’ d’impegno!” pensò. “Cerca di fare qualcosa di buono per la società.”

Scrisse a Annie, scusandosi, dicendo che si sarebbe comportata meglio, che era imbarazzata, che non voleva abusare di questo privilegio, di questo regalo, e dicendole che non c’era bisogno di rispondere, che semplicemente lei si sarebbe comportata meglio, mille volte meglio, subito e d’ora in poi. Annie le rispose con un SMS, le disse di non preoccuparsi, che era solo un buffetto sul polso, una correzione, una cosa normale per i nuovi assunti.

Mae guardò l’ora. Erano le sei. Aveva un mucchio di tempo per migliorare, lì per lì, e allora s’imbarcò in un turbine di attività, inviando quattro zing, trentadue commenti e ottantotto smile. In un’ora il suo PartiRank arrivò a 7288. Scendere sotto 7000 era più difficile, ma entro le otto, dopo essersi iscritta a undici gruppi di discussione e avervi postato dei messaggi, dopo aver inviato altri dodici zing, uno dei quali classificato tra i primi 5000 per quell’ora, e dopo essersi registrata per altri sessantasette feed, ce l’aveva fatta. Era a 6872, e si dedicò al social feed dell’InnerCircle. Era rimasta indietro di qualche centinaio di post e cercò di riguadagnare il terreno perduto rispondendo a una settantina di messaggi, dando la propria adesione a undici eventi del campus, firmando nove petizioni e sfornando commenti e critiche costruttive su quattro prodotti che al momento erano in una delle fasi conclusive di sviluppo. Alle 22.16 la sua posizione era 5342 e, di nuovo, il plateau – fissato questa volta a 5000 – non fu facile da raggiungere. Scrisse una serie di zing su un nuovo servizio del Cerchio, che permetteva ai detentori degli account di essere informati ogni volta che il loro nome era citato in qualunque messaggio inviato da chiunque altro, e uno degli zing, il settimo sull’argomento, suscitò grande interesse e venne rilanciato 2904 volte, cosa che portò il suo PartiRank a 3887.

Questo risultato le diede un senso di grande soddisfazione e di fiducia nelle sue possibilità, che in quattro e quattr’otto fu seguito da una spossatezza quasi insuperabile. Mancava poco alla mezzanotte e aveva bisogno di sonno. Era troppo tardi per andare a casa, e allora s’informò sulle disponibilità del dormitorio, prenotò una stanza, ottenne il codice di accesso, attraversò il campus ed entrò nella Città di Residenza.

Quando chiuse la porta si diede dell’idiota per non averne approfittato prima. La camera era immacolata, piena di legni biondi e rubinetti d’argento, con i pavimenti riscaldati da pannelli radianti, e federe e lenzuola così candide e inamidate che crepitavano sotto le dita. Il materasso, spiegava un cartoncino accanto al letto, era organico, fatto non di molle o gommapiuma ma con una nuova fibra che Mae trovò più elastica e ferma: meglio di tutti i letti che aveva conosciuto. Si tirò la coperta, bianca come una nuvola e imbottita di piumino, fino al mento.

Ma non riusciva a dormire. Allora, pensando che poteva fare molto meglio di così, tornò a collegarsi, questa volta col tablet, e s’immerse nel lavoro fino alle due del mattino. Era decisa ad arrivare a 3000. E ci arrivò, anche se quando accadde erano le 3.19. Finalmente, non perché fosse proprio esausta ma perché sapeva di aver bisogno di dormire, si rannicchiò sotto le coperte e spense la luce.

La mattina dopo Mae frugò negli armadi e nei comò, sapendo che i dormitori erano dotati di un grande assortimento di vestiti, tutti nuovi, che si potevano prendere in prestito o tenere. Scelse una T-shirt di cotone e un paio di Capri pants nuovi di zecca. Sopra il lavandino c’erano dei flaconcini nuovi di idratanti e collutori, organici e locali, e li provò entrambi. Fece una doccia, si vestì e alle 8.20 era di nuovo alla sua scrivania.

E i frutti delle sue fatiche furono subito evidenti. Sul terzo schermo c’era un fiume di messaggi di congratulazioni, da parte di Dan, Jared, Josiah, Denise, cinque o sei messaggi da ognuno di loro, e almeno una dozzina da Annie, che sembrava tanto orgogliosa ed eccitata da scoppiare. La notizia si diffuse in tutto l’InnerCircle, ed entro mezzogiorno Mae ricevette 7716 smile. Tutti sapevano che poteva farcela. Tutti vedevano grandi cose per lei al Cerchio, ognuno era sicuro che avrebbe lasciato la CE per qualcosa di meglio in brevissimo tempo, forse prima di settembre, perché raramente qualcuno era arrivato così in fretta ai primi posti del PartiRank, così in fretta e con la precisione di un laser.

Questo nuovo senso di competenza e di fiducia l’accompagnò per tutta la settimana e, dal momento che era ormai vicinissima ai primi 2000, non abbandonò la scrivania per tutto il weekend e l’inizio della settimana seguente, decisa a sfondare, dormendo ogni notte nella stessa camera del dormitorio. Sapeva che i primi 2000, soprannominati T2K, erano un gruppo di Circler quasi maniacali nel loro attivismo relazionale e che con i loro follower formavano un’élite. I membri del T2K erano sempre gli stessi, più o meno, con qualche aggiunta o variazione in classifica, da quasi undici mesi.

Ma Mae sapeva che doveva tentare. Giovedì sera era arrivata a 2219, e sapeva di trovarsi in un gruppo di persone come lei che stavano lavorando febbrilmente per guadagnare posizioni. Si sbatté per un’ora e notò che era avanzata solo di due punti, da 2219 a 2217. Questa volta sarebbe stato difficile, lo sapeva, ma la sfida era molto attraente. E ogni volta che scavalcava un altro migliaio di concorrenti le venivano tributati tanti onori, e sentiva di essersi dimostrata così degna della fiducia di Annie, che questa diventava la migliore motivazione.

Alle dieci, proprio quando cominciava a stancarsi, e occupava il 2188° posto, ebbe la rivelazione che era giovane, giovane e forte, e che, se avesse lavorato per tutta la notte, una notte intera senza chiudere occhio, sarebbe riuscita a raggiungere i T2K mentre tutti gli altri giacevano addormentati. Si rinvigorì con una bibita energetica e un pugno di vermi gommosi, e quando lo zucchero e la caffeina entrarono in azione si sentì invincibile. Il terzo schermo dell’InnerCircle non bastava. Aprì il feed dell’OuterCircle e cominciò a processarlo in scioltezza. Continuò, registrandosi per qualche altro centinaio di feed di Zing, e partendo da un commento per ciascuno. Presto arrivò a 2012, e qui stava davvero incontrando una forte resistenza. Postò 33 commenti in un sito che testava prodotti e scese a 2009. Si guardò il polso sinistro per controllare come reagiva fisicamente ed ebbe un brivido di eccitazione quando vide come aumentavano i battiti del suo cuore. Era padrona della situazione e doveva fare di più. Il totale delle statistiche che stava seguendo era appena 41. C’era il suo punteggio complessivo del servizio clienti, a 97. C’era l’ultimo punteggio, 99. C’era la media del suo branco di pivelli, che era 96. C’era il numero di richieste esaudite durante il giorno fino a quel momento, 221, e il numero di richieste processate fino alla stessa ora del giorno prima, 219, e la media delle sue risposte, 220, e delle risposte degli altri pivelli: 198. Sul secondo schermo c’era il numero di messaggi inviati quel giorno da altri staffer, 1192, e il numero di messaggi che aveva letto, 239, e il numero di messaggi ai quali aveva risposto, 88. C’era il numero di inviti recenti a eventi promossi dal Cerchio, 41, e il numero di quelli cui aveva aderito, 28. C’era il numero complessivo dei visitatori dei siti del Cerchio per quel giorno, 3,2 miliardi, e il numero di pagine viste, 88,7 miliardi. C’era il numero dei suoi amici in OuterCircle, 762, e le richieste di coloro che volevano diventare suoi amici alle quali non aveva ancora risposto, 27. C’era il numero di zinger che seguiva, 10.343, e il numero di quelli che seguivano lei, 18.198. C’era il numero di zing non letti, 887. C’era il numero di zinger che le erano stati suggeriti, 12.862. C’era il numero delle canzoni nella sua biblioteca digitale, 6877, il numero degli artisti rappresentati, 921, e, in base ai suoi gusti, il numero di quelli che le erano stati raccomandati: 3408. C’era il numero di immagini nella sua biblioteca, 33.002, e il numero di immagini che le erano state raccomandate, 100.038. C’era la temperatura interna dell’edificio, 21,11, e la temperatura esterna, 21,67. C’era il numero dei membri del personale presenti nel campus quel giorno, 10.981, e il numero dei visitatori del campus di quel giorno, 248. Mae aveva impostato avvisi di informazioni per 45 tra nomi e argomenti, e ogni volta che uno di essi veniva citato in uno qualunque dei suoi feed preferiti, riceveva una segnalazione. Quel giorno erano 187. Poteva vedere quante persone avevano dato una scorsa al suo profilo quel giorno, 210, e quanto tempo vi avevano passato in media: un minuto e venti secondi. Se voleva, naturalmente poteva approfondire, e vedere con esattezza cos’aveva guardato ogni persona. I dati del suo libretto sanitario aggiungevano qualche dozzina di numeri, ognuno dei quali le dava un senso di grande calma e di controllo. Sapeva quante erano le sue pulsazioni al minuto e sapeva che erano il numero giusto. Conosceva il totale dei passi fatti quel giorno, quasi 8200 fino ad allora, e sapeva di poter arrivare a 10.000 senza fatica. Sapeva di essere idratata adeguatamente e che il suo apporto calorico quel giorno era nella norma per una persona col suo indice di massa corporea. Le venne in mente, in un momento d’improvvisa lucidità, che quella che era sempre stata all’origine delle sue ansie, dello stress o delle preoccupazioni, non era una singola forza, indipendente ed esterna; non era il pericolo che correva lei o la costante minaccia di qualche calamità per gli altri, e i loro problemi. Era qualcosa d’interno e di soggettivo, e consisteva nel non sapere. Non era che avesse avuto una discussione con un’amica o che fosse stata chiamata a rapporto da Josiah e Denise: era non sapere cosa significava, non essere al corrente dei loro piani, non conoscere le conseguenze, il futuro. Se avesse saputo queste cose, si sarebbe tranquillizzata. Sapeva, con un certo grado di certezza, dov’erano i suoi genitori: a casa, come sempre. Poteva vedere, con CircleSearch, dov’era Annie: nel suo ufficio, forse ancora al lavoro. Ma dov’era Kalden? Erano passate due settimane dall’ultima volta che l’aveva visto o sentito. Inviò un SMS a Annie.

Sei sveglia?

Sempre.

Non ho più avuto notizie di Kalden.

Del vecchio? Forse è morto. Ha avuto una vita lunga e bella.

Credi davvero che fosse solo un intruso?

Credo che tu abbia schivato una pallottola. Sono contenta che non sia tornato. Mi preoccupavano le possibilità di spionaggio.

Non era una spia.

Allora era soltanto vecchio. Forse il nonno di un Circler venuto a fare una visitina che si era perso? Tanto meglio. Eri troppo giovane per restare vedova.

Mae pensò alle mani di Kalden. Le sue mani l’avevano rovinata. Tutto quello che voleva in quel momento era il tocco delle sue mani. La sua mano sull’osso sacro, per tirarsela vicino. Possibile che i suoi desideri fossero così semplici? E dove diavolo era andato? Non aveva il diritto di sparire così. Ricontrollò con CircleSearch; lo aveva cercato cento volte con questo sistema, senza esito. Ma aveva il diritto di sapere dov’era. Almeno di sapere dov’era, chi era. Ecco il peso superfluo, e antiquato, dell’incertezza. Poteva sapere, all’istante, la temperatura di Giakarta, e non riusciva a trovare un uomo in un campus come quello? Dov’è finito quell’uomo che ti ha toccato in un certo modo? Se riuscivi a eliminare questo tipo d’incertezza – quando e da chi essere toccata di nuovo in un certo modo – avresti eliminato quasi tutti gli agenti stressanti della Terra, e forse anche l’onda di disperazione che le stava gonfiando il petto. L’aveva sentito, questo strappo nero, questa stridente lacerazione, dentro di sé, due o tre volte la settimana. Di solito non durava a lungo, ma quando chiudeva gli occhi Mae vedeva un piccolo squarcio in quello che le sembrava un panno nero, e attraverso questo piccolo squarcio udiva le urla di milioni di anime invisibili. Era una cosa molto strana, se ne rendeva conto, e di cui non aveva mai parlato con nessuno. Avrebbe potuto descriverla a Annie, ma non voleva darle subito delle preoccupazioni, mentre era al Cerchio da così poco tempo. Ma cos’era questa sensazione? Chi urlava dallo strappo nel panno? Aveva scoperto che il modo migliore per superarla consisteva nel raddoppiare la concentrazione, affaccendarsi, dare di più. Le venne la breve, stupida idea di poter trovare Kalden su LuvLuv. Controllò, e si sentì un’idiota quando i suoi dubbi furono confermati. Dentro di lei lo strappo si allargava, e l’oscurità rischiava d’inghiottirla. Chiuse gli occhi e udì urla che sembravano venire da sott’acqua. Mae maledisse il non sapere, e capì di aver bisogno di qualcuno che si potesse conoscere. Che si potesse individuare.

Il colpo sulla porta era sommesso ed esitante.

«È aperto» disse Mae.

Francis spinse il viso nella stanza senza togliere la mano dalla porta.

«Sei sicura?» disse.

«Ti ho invitato io» disse Mae.

Lui scivolò dentro e chiuse la porta, come se fosse sfuggito per un pelo a un inseguitore nel corridoio. Si guardò intorno. «Mi piace come hai sistemato questa stanza.»

Mae rise.

«Andiamo nella mia» disse lui.

Lei pensò di protestare, ma voleva vedere com’era la sua stanza. Tutte le camere del dormitorio presentavano piccole varianti, e ora, poiché erano diventate così popolari e pratiche che molti Circler vi s’installavano più o meno stabilmente, potevano essere personalizzate dagli occupanti. Quando arrivarono, Mae vide che la camera di Francis era uno specchio della sua, ma con qualche tocco personale, il più rimarchevole dei quali era una maschera di cartapesta che Francis aveva fatto da bambino. Gialla, e con due enormi occhi occhialuti, li guardava da sopra il letto. Francis notò che la stava fissando.

«Che c’è?» disse.

«È strano, non credi? Una maschera sul letto?»

«Non la vedo quando dormo» disse lui. «Vuoi bere qualcosa?» Guardò nel frigo, trovando succhi e un nuovo tipo di sakè in un recipiente rotondo di vetro tinto di rosa.

«Quello sembra buono» disse lei. «Non ce l’ho in camera mia. Il mio è in una bottiglia più comune. Forse una marca diversa.»

Francis preparò i drink per tutt’e due, riempiendo ogni bicchiere fino all’orlo.

«Mi faccio qualche cicchetto tutte le sere» disse. «È l’unico sistema per rallentarmi la testa e poter crollare addormentato. Tu hai questo problema?»

«Ci metto un’ora a prendere sonno» disse Mae.

«Be’» disse Francis, «questo riduce il tempo da un’ora a quindici minuti.»

Le porse il bicchiere. Mae ci guardò dentro, trovando dapprima la cosa molto triste, il sakè tutte le sere, poi si rese conto che l’avrebbe provato anche lei, domani.

Lui stava guardando qualcosa tra il suo stomaco e il gomito.

«Che c’è?»

«Sono sempre sorpreso dalla tua vita» disse lui.

«Scusa?» disse Mae, pensando che non ne valeva la pena, non poteva valerne la pena, stare con un uomo che diceva cose come queste.

«No, no!» disse lui. «Volevo dire che è veramente straordinaria. La linea, il modo in cui devia verso l’interno in una specie di arco.»

E poi le sue mani cominciarono a delineare il contorno della vita di Mae, una lunga C nell’aria. «È magnifico che tu abbia quei fianchi e quelle spalle. E quella vita.» Sorrise, guardandola negli occhi, come se non avesse la minima idea della strana franchezza di ciò che aveva detto, o non gliene importasse.

«Grazie, immagino…» disse lei.

«È proprio un complimento» disse lui. «È come se quelle curve fossero state create perché qualcuno vi mettesse le mani.» E fece il gesto di prendere la sua vita tra le mani.

Lei rimase dov’era, bevve un sorso di sakè e si chiese se non fosse il momento di svignarsela. Ma quello di Francis era un complimento. Le aveva fatto un complimento, goffo, fuori luogo, ma molto diretto, che Mae non avrebbe mai dimenticato e che aveva già dato il via a una nuova serie di erratiche pulsazioni del suo cuore.

«Vuoi vedere qualcosa?» chiese Francis.

Mae si strinse nelle spalle, ammutolita.

Francis fece uno scroll delle opzioni. Avevano accesso praticamente a tutti i film e a tutti i programmi televisivi esistenti, e passarono cinque minuti notando diverse cose che si potevano vedere, poi pensando a un’altra cosa che somigliava a quella ma era meglio.

«Hai sentito questa roba nuova di Hans Willis?» chiese Francis.

Mae aveva deciso di restare, perché con Francis si sentiva sicura di sé. Sapeva di avere un certo potere su di lui, e questo potere le piaceva. «No. Chi è?»

«È uno dei musicisti-in-residence. La settimana scorsa ha registrato un intero concerto.»

«È già uscito?»

«No, ma se ottiene buoni rating dai Circler potrebbero provare a farlo uscire. Vediamo se riesco a trovarlo.»

Lo fece partire, un delicato pezzo per piano che faceva pensare all’inizio della pioggia. Mae si alzò per spegnere le luci, lasciando solo la grigia luminescenza del monitor, che dava a Francis un’aria spettrale.

Quindi notò un grosso libro rilegato in pelle e lo raccolse. «Cos’è questo? Io non ce l’ho nella mia camera.»

«Oh, è mio. È un album. Semplici fotografie.»

«Tipo foto di famiglia?» chiese Mae, e poi le venne in mente la storia complicata di lui. «Scusa. So che forse non è il modo migliore di dirlo.»

«Non c’è problema» disse lui. «Sono un po’ come le foto di famiglia. In alcune ci sono i miei fratelli. Ma sono quasi tutte di me e delle famiglie affidatarie. Vuoi guardarlo?»

«Lo tieni qui al Cerchio?»

Lui glielo tolse dalle mani e si sedette sul letto. «No. Di solito è a casa, ma l’ho portato qui. Vuoi guardarlo? È quasi sempre una cosa deprimente.»

Francis aveva già aperto l’album. Mae si sedette accanto a lui, e guardò mentre lui voltava le pagine. Vide fugaci immagini di Francis in modesti soggiorni rischiarati da luci ambrate, e in cucine, e ogni tanto un luna park. I genitori erano sempre sfocati o tagliati fuori dall’inquadratura. Arrivò a una foto dove era seduto su uno skateboard e guardava lontano attraverso un enorme paio di occhiali.

«Dovevano essere quelli di mia madre» disse. «Guarda la montatura.» Passò un dito sulle lenti rotonde. «Sono occhiali da donna, giusto?»

«Credo di sì» disse Mae, fissando il viso più giovane di Francis. Aveva la stessa espressione aperta, lo stesso naso sporgente, lo stesso tumido labbro inferiore. Mae si sentì riempire gli occhi di lacrime.

«Non me la ricordo, questa montatura» disse lui. «Non ricordo da dove veniva. L’unica cosa che posso pensare è che gli occhiali che portavo di solito si fossero rotti e che questi fossero i suoi, che lei mi lasciava portare.»

«Sei carino» disse Mae, ma aveva solo una gran voglia di piangere.

Francis stava scrutando la foto, come se sperasse di cavarne qualche risposta se l’avesse guardata abbastanza a lungo.

«Dove eravate, lì?» chiese Mae.

«Non ne ho idea» disse lui.

«Non sai dove abitavi?»

«Non ci capisco niente. È abbastanza raro anche avere delle fotografie. Non tutte le famiglie affidatarie ti davano le foto, ma quando te le davano volevano essere sicure di non mostrare qualcosa che potesse aiutarti a ritrovarle. Né facciate di case, né indirizzi o cartelli stradali o pietre miliari.»

«Parli sul serio?»

Francis la guardò. «È l’affidamento.»

«Perché? Perché tu non potessi tornare indietro o cosa?»

«Era solo una regola. Sì, perché non si potesse tornare indietro. Se ti avevano tenuto per un anno, l’accordo era quello, e non avevano nessuna voglia di trovarti per la seconda volta sul gradino della porta; specie quando eri diventato grande. Certi ragazzi avevano tendenze piuttosto preoccupanti, così le famiglie dovevano pensare a quando diventavano grandi e avrebbero potuto rintracciarle.»

«Non lo sapevo.»

«Già. È un sistema strano, ma sensato.» Bevve il resto del sakè e si alzò per regolare lo stereo.

«Posso dare un’occhiata?» chiese Mae.

Francis alzò le spalle. Mae sfogliò le pagine, cercando immagini identificanti. Ma in dozzine e dozzine di foto non vide un solo indirizzo, una sola casa. Tutte le foto erano di interni, o di anonimi cortili.

«Scommetto che alcune di loro vorrebbero avere tue notizie» disse.

Francis aveva finito con lo stereo, che stava suonando una nuova canzone, un vecchio brano soul di cui Mae non conosceva il titolo. Si sedette accanto a lei.

«Può darsi. Ma i patti non sono questi.»

«Allora, tu non hai cercato di contattarli? Voglio dire, col riconoscimento facciale…»

«Non so. Non ho deciso. Cioè, per questo l’ho portato qui. Domani scannerizzo le fotografie, tanto per vedere. Magari troviamo qualche abbinamento. Ma non mi propongo di andare oltre. Mi basta colmare qualche lacuna.»

«Hai il diritto di sapere almeno le cose fondamentali.»

Mae stava sfogliando le pagine, e arrivò a una fotografia di Francis piccolo, non più di cinque anni, con due bambine, di nove o dieci, ai lati. Mae comprese che erano le sorelle, le due che erano state uccise, e voleva vederle, anche se non sapeva perché. Non voleva costringere Francis a parlare di loro, e sapeva che non doveva dire nulla, che doveva lasciargli iniziare ogni discussione che le riguardava, e che se non l’avesse fatto, e presto, doveva voltare pagina.

Lui non disse nulla e lei voltò pagina, colta da un’ondata di emozione nei suoi riguardi. Era stata troppo dura con lui, prima. Francis era lì, la trovava attraente, voleva stare con lei, ed era la persona più triste che avesse mai conosciuto. Mae poteva cambiare questa situazione.

«Il tuo polso sta impazzendo» disse lui.

Mae abbassò lo sguardo sul braccialetto e vide che i suoi battiti erano saliti a 134.

«Fammi vedere il tuo» disse.

Lui si rimboccò la manica. Lei gli prese il polso e lo girò. Le sue pulsazioni erano a 128.

«Non sei così calmo neanche tu» disse, e gli tenne una mano sul ginocchio.

«Lascia la mano qui e vedrai come corre» disse lui, e aspettarono insieme. Fu stupefacente. In un lampo salì a 134. Mae era elettrizzata dal suo potere, dalla sua dimostrazione, proprio davanti a lei e perfettamente misurabile. Francis era a 136.

«Vuoi che provi a fare qualcosa?» disse lei.

«Sì» mormorò lui, col fiato grosso.

Mae affondò la mano nelle pieghe dei suoi pantaloni e trovò il suo pene premuto contro la fibbia della cintura. Ne carezzò la punta con l’indice, e insieme videro i numeri salire fino a 152.

«È così facile farti eccitare» disse lei. «Pensa se succedesse davvero qualcosa.»

Lui aveva gli occhi chiusi. «È vero» disse infine, respirando affannosamente.

«Ti piace?» chiese lei.

«Mmmh» riuscì a dire lui.

Mae si sentiva fremere pensando al potere che aveva su di lui. Guardando Francis, le sue mani sul letto, il pene teso contro i pantaloni, pensò a quello che avrebbe potuto dire. Era banale, e non l’avrebbe mai detto se avesse immaginato che qualcuno avrebbe poi saputo che l’aveva detto, ma la fece sorridere, e sapeva che avrebbe mandato Francis, questo timido ragazzo, ai sette cieli.

«Che altro misura, quello?» chiese, e si buttò.

Francis spalancò gli occhi spiritati e lottò con i calzoni, cercando di sfilarli. Ma proprio mentre li abbassava sulle cosce, dalla bocca gli uscì un gemito, qualcosa di simile a “Oddio” oppure “Ommio” un momento prima di piegarsi in due, con la testa che scattava a destra e a sinistra finché non si accartocciò sul letto, con la fronte contro il muro. Lei si tirò indietro, lo guardò, la camicia sollevata, il basso ventre esposto. Riuscì a pensare solo a un fuoco da campo, un piccolo ceppo, completamente inondato di latte.

«Scusa» disse Francis.

«No. Mi è piaciuto» disse lei.

«È stata la cosa più improvvisa che mi sia mai successa.» Respirava ancora a fatica. E poi qualche sinapsi malandrina dentro di lei collegò questa scena a suo padre, alla vista di lui sul divano, incapace di dare ordini al proprio corpo, e desiderò con tutto il cuore essere altrove.

«Dovrei andare» disse.

«Davvero? Perché?» disse lui.

«È l’una passata, dovrei dormire.»

«Okay» disse lui, in un modo che lei trovò poco allettante. Sembrava desiderare che se ne andasse tanto quanto lo desiderava lei.

Si alzò e andò a prendere il telefono, che era stato posato verticalmente sul mobiletto davanti a loro.

«Come, ci stavi filmando?» scherzò lei.

«Può darsi» disse lui, in un tono che indicava chiaramente che lo aveva fatto.

«Aspetta. Sul serio?»

Mae allungò la mano verso il telefono.

«No» disse lui. «È mio.» Se lo mise in tasca.

«È tuo? Quello che abbiamo appena fatto è tuo

«È tanto mio quanto tuo. E sono io che ho avuto, ecco, un orgasmo. Perché te la prendi tanto? Non eri né nuda né niente.»

«Francis. Non ci posso credere. Cancellalo. Subito.»

«Hai detto “cancellalo”?» disse lui, scherzando, ma il significato era chiaro: “Al Cerchio non si cancella niente”. «Devo avere la possibilità di vederlo.»

«Così potranno vederlo tutti

«Non lo metto mica in Rete.»

«Francis. Ti prego.»

«Su, Mae. Devi capire cosa significa questo per me. Non sono uno stallone. Per me questa è una rara occasione, che mi succeda una cosa così. Non posso tenere un ricordo di questa esperienza?»

«Non devi preoccuparti» disse Annie.

Erano nella Great Room dell’Illuminismo. In una delle sue rare apparizioni, Stenton doveva tenere una conferenza sulle Idee, con la promessa di uno special guest.

«Ma io sono preoccupata» disse Mae. Non era stata più capace di concentrarsi durante la settimana seguita all’incontro con Francis. Il video non era stato visto da nessuno, ma se era nel suo cellulare era nel cloud del Cerchio, e dunque accessibile a tutti. Più che altro, Mae era scontenta di se stessa. Aveva permesso allo stesso uomo di farle la stessa cosa, due volte.

«Non chiedermi più di cancellarlo» disse Annie, salutando con la mano alcuni senior Circler tra la folla, membri della Gang dei 40.

«Cancellalo, ti prego.»

«Sai che non posso farlo. Qui non si cancella niente, Mae. A Bailey verrebbe un attacco isterico. Si metterebbe a piangere. Per lui è un’offesa personale quando qualcuno prende anche solo in considerazione l’idea di cancellare qualche dato. È come uccidere un bambino in fasce, dice. Lo sai.»

«Ma questo bambino sta facendo una sega. Nessuno lo vuole. Dobbiamo cancellarlo, quel bambino.»

«Nessuno lo vedrà mai. Lo sai. Il 99 per cento della roba che c’è nel cloud non viene mai visto da nessuno. Se sarà visto anche una sola volta, potremo riparlarne. Okay?» Annie posò la mano su quella di Mae. «Guarda questo, adesso. Non hai idea di quanto raro sia che Stenton venga qui a tenere un discorso. Dev’essere qualcosa di grosso, e deve riguardare qualcosa che ha a che fare col governo. È la sua nicchia.»

«Non sai di che parlerà?»

«Ho qualche idea» disse Annie.

Stenton salì sul palco senza presentazioni. Il pubblico applaudì, ma in un modo sensibilmente diverso da come avevano applaudito Bailey. Bailey era lo zio ricco d’ingegno che aveva salvato personalmente la vita a ognuno di loro. Stenton era il boss, per il quale dovevano agire professionalmente e professionalmente battere le mani. In un impeccabile completo nero, senza cravatta, camminò fino al centro del palcoscenico e, senza presentarsi né salutare, cominciò.

«Come sapete» disse, «una delle cose per cui ci battiamo qui al Cerchio è la trasparenza. Noi guardiamo a un uomo come Stewart come a un’ispirazione: un uomo pronto a svelare la sua vita per favorire la nostra conoscenza collettiva. Da cinque anni Stewart sta filmando, registrando, ogni momento della sua esistenza, e questa è stata una preziosa risorsa per il Cerchio, e presto, scommetto, per tutta l’umanità. Stewart?»

Stenton cercò tra il pubblico e trovò Stewart, l’Uomo Trasparente, in piedi con quello che sembrava un minuscolo teleobiettivo appeso al collo. Era calvo, sulla sessantina, un po’ piegato in avanti, come dal peso del dispositivo che aveva sul petto. Prima di sedersi ricevette una calorosa bordata di applausi.

«Intanto» disse Stenton, «c’è un’altra area della vita pubblica dove vogliamo e da cui aspettiamo trasparenza, e questa è la democrazia. Siamo stati fortunati a nascere e crescere in una democrazia, ma una democrazia che viene sempre sottoposta a miglioramenti. Quando ero un ragazzo, per combattere gli accordi politici sottobanco, per esempio, i cittadini si batterono per introdurre le Sunshine Laws. Queste leggi permisero a tutti di accedere a riunioni, verbalizzazioni. Potevano partecipare a sedute pubbliche e fare domanda per la consultazione di documenti. E tuttavia, anche dopo che è passato tanto tempo dalla fondazione di questa democrazia, ogni giorno i nostri rappresentanti continuano a essere coinvolti in questo o quello scandalo, che in genere li obbliga a fare cose che non avrebbero dovuto fare. Cose segrete, illegali, contro la volontà e gli interessi della repubblica. Non c’è da meravigliarsi se la fiducia della gente nel Congresso è crollata all’11 per cento.»

Dal pubblico si alzò un mormorio. Stenton lo troncò ripetendo: «La fiducia nel Congresso è realmente all’11 per cento! E, come sapete, hanno appena rivelato che un certo senatore è coinvolto in una storia tutt’altro che commendevole».

La folla sghignazzò, applaudì, soffocò le risa.

Mae si sporse verso Annie. «Un momento, chi è questo senatore?»

«La Williamson. Non hai sentito? L’hanno arrestata per un mucchio di strane operazioni. È sotto inchiesta per una mezza dozzina di reati, violazioni etiche di ogni genere. Hanno trovato tutto nel suo computer, cento strane ricerche e download: roba molto, ma molto sospetta.»

Mae, senza volere, pensò a Francis. Poi tornò a concentrare l’attenzione su Stenton.

«La vostra occupazione potrebbe consistere nel versare feci umane sulla testa dei pensionati» disse lui, «e il consenso del pubblico sarebbe superiore all’11 per cento. Dunque, cosa si può fare? Cosa si può fare per ridare alla gente la fiducia nei suoi rappresentanti? Sono felice d’informarvi che c’è una donna che sta prendendo tutto questo molto seriamente, e che sta facendo qualcosa per affrontare il problema. Permettetemi di presentarvi Olivia Santos, membro del Congresso per il Quattordicesimo Distretto.»

Una donna robusta di una cinquantina d’anni, con un tailleur rosso e una sciarpa gialla a fiorami, uscì dalle quinte alzando e muovendo le braccia sopra la testa. Dagli applausi, sporadici e cortesi, era chiaro che pochi nella Great Room sapevano chi era.

Stenton l’abbracciò rigidamente e, mentre lei aspettava al suo fianco, con le mani strette davanti a sé, riprese. «Per quelli ai quali bisogna rinfrescare la memoria in materia di educazione civica, l’onorevole Santos rappresenta proprio questo distretto. Non è un problema se non la conoscevate. Ora la conoscete.» Si girò verso di lei. «Oggi come sta, onorevole?»

«Sto bene, Tom, benone. Sono molto felice di essere qui.»

Stenton le offrì la sua versione di un cordiale sorriso, poi tornò a rivolgersi al pubblico.

«L’onorevole Santos è qui per annunciare quello che costituisce, devo dire, un importantissimo sviluppo nella storia del governo. Si tratta di un passo avanti verso l’assoluta trasparenza che tutti noi abbiamo sempre chiesto ai vincitori delle elezioni politiche da quando è nata la democrazia rappresentativa. Onorevole?»

Stenton fece un passo indietro e si sedette su un alto sgabello alle sue spalle. La deputata avanzò verso il centro del palcoscenico con le mani ora dietro la schiena e lasciò errare lo sguardo nella sala.

«Esatto, Tom. I cittadini devono sapere cosa stanno facendo i loro rappresentanti, e questo m’interessa tanto quanto interessa a voi. Voglio dire: è un vostro diritto, o no? È un vostro diritto sapere come passano il tempo. Chi incontrano. Con chi parlano. Cosa fanno con i soldini dei contribuenti. Finora hanno risposto del proprio operato caso per caso. Senatori e deputati, sindaci e consiglieri comunali, ogni tanto hanno reso noti i loro piani e consentito ai cittadini vari gradi di accesso. Noi, però, continuiamo a domandarci: perché devono incontrarsi con quell’ex senatore che oggi fa il lobbista? E quel deputato, come ha fatto a mettere insieme i 150.000 dollari che l’FBI gli ha trovato nascosti nel frigo? Come ha fatto quell’altro senatore a prendere appuntamenti e partecipare a convegni amorosi con una serie di donne mentre sua moglie si sottoponeva a un trattamento anticancro? Quello che intendo dire è che la filza di malefatte commesse da questi politici mentre erano pagati da voi, dai cittadini, non è solo deplorevole, non è solo inaccettabile, ma anche vana.»

Echeggiò qualche sporadico applauso. L’onorevole Santos sorrise, annuì e continuò.

«Tutti noi volevamo e ci aspettavamo trasparenza da parte dei nostri rappresentanti politici, ma ancora non esisteva la tecnologia che lo rendesse pienamente possibile. Oggi, però, essa esiste. Come ha dimostrato Stewart, è facilissimo dare al mondo pieno accesso alla tua vita, vedere quello che vedi tu, sentire quello che senti e quello che dici. Grazie per il suo coraggio, Stewart.»

La sala tornò ad applaudire Stewart con energia, mentre qualcuno tra il pubblico si chiedeva cosa stesse per annunciare l’onorevole Santos.

«Così, io intendo seguire Stewart sulla via dell’illuminazione. E cammin facendo intendo mostrare come la democrazia può essere e dovrebbe essere del tutto aperta, del tutto trasparente. A partire da oggi porterò lo stesso dispositivo che porta Stewart. Ogni mio incontro, movimento, ogni mia parola, sarà a disposizione di tutti i miei elettori e del mondo intero.»

Stenton scese dallo sgabello e raggiunse l’onorevole Santos. Guardò i Circler raccolti davanti a lui. «Possiamo fare un bell’applauso alla nostra deputata?»

Ma il pubblico stava già battendo le mani. Ci furono urla di approvazione e fischi, ai quali l’onorevole Santos rispose con un sorriso raggiante. Tra i clamori della folla un tecnico uscì dalle quinte e passò una collana intorno alla testa della donna: una versione più piccola della videocamera di Stewart. L’onorevole Santos si portò l’obiettivo alle labbra e lo baciò. Il pubblico applaudì. Dopo un minuto Stenton alzò le mani, e la folla tacque. Lui si rivolse alla congressista.

«Dunque, lei sta dicendo che ogni conversazione, ogni incontro, ogni momento della sua giornata sarà teletrasmesso?»

«Sì. Sarà tutto disponibile sulla mia pagina del Cerchio. Ogni momento fino a quando andrò a dormire.» Il pubblico tornò ad applaudire e Stenton lo assecondò, poi chiese ancora di fare silenzio.

«E se quelli che desiderano incontrarsi con lei non volessero che un certo incontro venisse teletrasmesso?»

«Be’, allora non s’incontreranno con me» disse lei. «O sei trasparente o non lo sei. O sei affidabile o non lo sei. Cos’avrebbe da dirmi qualcuno che non si potesse dire in pubblico? Come rappresentante del popolo, quale parte della mia attività non dovrebbe essere conosciuta proprio dal popolo che rappresento?»

Gli applausi stavano coprendo la sua voce.

«Ma certo» disse Stenton.

«Grazie! Grazie!» disse la donna con un inchino, giungendo le mani in un gesto di preghiera. Gli applausi fioccarono per parecchi minuti. Finalmente, Stenton chiese ancora una volta alla folla di fare silenzio.

«Allora, quando avrà inizio questo nuovo programma?»

«Questo è il momento giusto» disse lei. Premette un pulsante sul dispositivo che aveva al collo ed eccola là, l’inquadratura della videocamera, proiettata sul gigantesco schermo alle sue spalle. Il pubblico si vide in quell’immagine, ripresa con grande chiarezza, ed espresse la propria approvazione con un boato.

«Per me comincia adesso, Tom» disse lei. «E spero che presto cominci per gli altri leader eletti in questo paese… e per quelli di tutte le democrazie della Terra.»

S’inchinò, tornò a giungere le mani e si avviò verso le quinte. Mentre si avvicinava al sipario dal lato sinistro del palcoscenico, si fermò. «Non c’è ragione di andare da quella parte: troppo buio. Vado di qua» disse, e le luci dell’auditorium si accesero mentre scendeva in platea, nel chiarore abbagliante che rendeva perfettamente visibili le mille facce acclamanti della sala. Risalì la corsia fino in fondo, tra due siepi di mani alzate verso di lei, e di volti sorridenti che dicevano: grazie, grazie, continua così e colmaci d’orgoglio.

Quella sera, nella Colonia, si tenne un ricevimento in onore della congressista, che continuò a essere assediata da nuovi ammiratori. Per breve tempo Mae carezzò l’idea di provare ad avvicinarsi a lei quanto bastava per stringerle la mano, ma la folla che la circondava fu fittissima per tutta la sera; così Mae mangiò qualcosa al buffet, una specie di stracotto di spalla di maiale che era stato cucinato nel campus, e attese Annie. Aveva detto che avrebbe cercato di scendere, ma che aveva un lavoro da finire, perché stava preparando qualcosa per un’udienza all’UE. «Hanno ripreso a lamentarsi delle tasse» disse.

Mae gironzolò per la sala, che era stata decorata ispirandosi vagamente al deserto, con qualche cactus e un po’ di arenaria davanti a sfondi di tramonti digitali. Vide e salutò Dan e Jared, e alcuni dei nuovi assunti che stava addestrando. Cercò Francis, sperando che non ci fosse, ma poi le venne in mente, con grande sollievo, che era a una conferenza a Las Vegas: una riunione di enti incaricati di mantenere l’ordine pubblico ai quali doveva illustrare ChildTrack. Mentre vagabondava senza meta, su uno schermo il tramonto si dissolse e apparve la faccia di Ty. Aveva la barba lunga e borse sotto gli occhi, e anche se era chiaramente stanchissimo sorrideva da un orecchio all’altro. Indossava la solita felpa nera col cappuccio di qualche taglia più grande, e impiegò un minuto per pulirsi gli occhiali sulla manica prima di guardare nella sala, a destra e a sinistra, come se da dove si trovava potesse vederli tutti. Forse era proprio così. Nella sala calò rapidamente il silenzio.

«Salve a tutti. Mi spiace davvero di non essere lì con voi. Sto lavorando a certi interessantissimi nuovi progetti che mi tengono lontano dalle incredibili attività sociali come quella che vi state godendo. Ma ci tenevo comunque a congratularmi con tutti voi per questo nuovo fenomenale sviluppo. Credo che rappresenti un altro straordinario passo avanti per il Cerchio, e che sarà di estrema importanza per la grande figata che nel complesso rappresentiamo.» Per un attimo sembrò cercare con lo sguardo la persona che lo riprendeva, come per avere la conferma che aveva parlato abbastanza. Poi i suoi occhi tornarono a guardare nella sala. «Grazie a tutti per il duro lavoro in cui siete impegnati, e che la festa cominci!»

La faccia scomparve e sullo schermo tornò il tramonto digitale. Mae si mise a chiacchierare con alcuni dei pivelli della sua nidiata che non avevano mai visto Ty in diretta ed erano molto vicini all’euforia. Mae scattò una foto, la zingò e vi aggiunse qualche parola: Roba elettrizzante!

Prese un secondo bicchiere di vino, pensando a come farlo senza raccogliere anche il tovagliolino che c’era sotto, che non serviva a niente e le sarebbe finito in tasca, quando scorse Kalden. Era immerso nell’ombra di una scala, seduto sui gradini. Zigzagò tra la gente nella sua direzione, e quando lui la vide il suo viso s’illuminò.

«Oh, ciao» disse.

«“Oh, ciao?”»

«Scusa» disse lui, e si piegò su di lei come se volesse abbracciarla.

Mae fece un balzo indietro. «Dove sei stato?»

«Dove sono stato?»

«Sei sparito per due settimane» disse Mae.

«È passato tutto questo tempo? Sono stato in giro. Ti ho cercato, un giorno, ma sembrava che tu avessi da fare.»

«Sei venuto alla CE

«Sì, ma non volevo disturbarti.»

«E non potevi lasciare un messaggio?»

«Non conoscevo il tuo cognome» disse lui, sorridendo, come se la sapesse molto più lunga di quanto volesse farle credere. «E tu, perché non ti sei messa in contatto con me

«Nemmeno io conoscevo il tuo cognome. E non c’è nessun Kalden elencato da nessuna parte.»

«Veramente? Come lo scrivevi?»

Mae cominciò a enumerare le combinazioni che aveva tentato, quando lui la interruppe.

«Senti, non ha importanza. Abbiamo fatto casino, tutt’e due. E ora siamo qui.»

Mae fece un passo indietro per guardarlo bene, pensando che forse avrebbe trovato su di lui qualche indizio da cui capire se era o non era reale: un vero Circler, una persona reale. Portava sempre la solita camicia attillata con le maniche lunghe, questa volta a righine orizzontali verdi, rosse e marrone, ed era ancora riuscito a infilarsi un paio di strettissimi calzoni neri che davano alle sue gambe l’aspetto di una V capovolta.

«Sei proprio sicuro di lavorare qui?» chiese lei.

«Certo. Altrimenti come farei a entrare? La sicurezza è piuttosto scrupolosa. Specie in un giorno come oggi, con la nostra splendida rappresentante del Congresso.» Accennò alla deputata, che stava scrivendo il proprio nome sul tablet di qualcuno.

«Sembri pronto per andartene» disse Mae.

«Davvero?» disse Kalden. «No, no. Sono a mio agio qua in fondo. Mi piace star seduto in queste occasioni. E, forse, avere la possibilità di fuggire.» Si passò una mano sopra la spalla, indicando le scale dietro di lui.

«Io sono solo contenta che i miei supervisori mi abbiano visto qui» disse Mae. «Quella era la mia priorità numero uno. Tu devi farti vedere da un supervisore o cosa?»

«Supervisore?» Per un attimo Kalden la guardò come se avesse appena detto qualcosa in una lingua familiare, ma incomprensibile. «Ah, sì» disse, annuendo. «Mi hanno visto qui. Sono stato attento.»

«Mi hai già detto cosa fai qui?»

«Oh, non so. Te l’ho detto? Guarda quel tipo.»

«Quale?»

«Oh, non importa» disse Kalden, che sembrava aver già dimenticato chi stava guardando. «Dunque, tu sei in PR

«No. Customer Experience.»

Kalden inclinò la testa. «Oh. Oh. Lo sapevo» disse in un tono poco convincente. «Ci sei da molto?»

Mae fu costretta a ridere. Quell’uomo non aveva la testa a posto. La sua mente sembrava attaccata al corpo con un filo, e attaccata alla terra con qualcosa di ancora più precario.

«Scusa» disse, voltando dalla sua parte un viso con due occhi chiari che ora sembravano assolutamente sinceri. «Ma io voglio ricordare queste cose di te. Anzi, speravo di vederti qui.»

«Da quanto tempo hai detto che lavori qui?» domandò lei.

«Io? Uhm.» Si grattò la nuca. «Accidenti. Non lo so. Già da un po’.»

«Un mese? Un anno? Sei anni?» chiese lei, pensando che era veramente una specie di savant.

«Sei?» disse lui. «Sarebbe dall’inizio. Ti sembro tanto vecchio da essere stato qui sei anni? Non voglio sembrare così vecchio. Sono i capelli grigi?»

Mae non sapeva cosa dire. Certo che erano i capelli grigi. «Andiamo a bere qualcosa?» domandò.

«No, va’ avanti tu» disse lui.

«Non ti azzardi a lasciare il tuo nascondiglio?»

«No, mi sento solo meno socievole.»

Lei raggiunse un tavolo sul quale aspettavano alcune centinaia di bicchieri di vino.

«Tu sei Mae, vero?»

Si voltò e vide le due donne, Dayna e Hillary, quelle che stavano costruendo un sommergibile per Stenton. Ricordava di averle incontrate il primo giorno, e da allora aveva ricevuto i loro update sul secondo schermo almeno tre volte al giorno. Erano a poche settimane dalla fine della costruzione del natante; Stenton contava di portarlo nella Fossa delle Marianne.

«Ho seguito i vostri progressi» disse Mae. «Incredibile. Lo state facendo qui?»

Si voltò per controllare che Kalden non se la fosse svignata.

«Con i ragazzi del Project 9, sì» disse Hillary, salutando con la mano nella direzione di qualche altra parte sconosciuta del campus. «È più sicuro costruirlo qui, per salvaguardare i brevetti.»

«È il primo batiscafo abbastanza grande per portare davvero in superficie forme di vita marina di notevoli dimensioni» disse Dayna.

«E ci andrete voi?»

Dayna e Hillary risero. «No» disse Hillary. «Questo aggeggio viene costruito per un uomo e soltanto per lui: Tom Stenton.»

Dayna lanciò a Hillary un’occhiata di sbieco, poi tornò a Mae. «I costi per far sì che possa ospitare più persone sarebbero proibitivi.»

«Esatto» disse Hillary. «Era quello che volevo dire.»

Quando Mae tornò alla scala di Kalden con due bicchieri di vino, lui era nello stesso posto, ma in qualche modo si era procurato due bicchieri per conto suo.

«È passato qualcuno con un vassoio» disse, alzandosi in piedi.

Rimasero per un attimo l’uno davanti all’altra, entrambi con due bicchieri in mano, e Mae non riuscì a pensare ad altro che a fare cincin con tutt’e quattro, come avvenne.

«Ho incontrato la coppia che sta costruendo il sommergibile» disse Mae. «Le conosci?»

Kalden alzò gli occhi al cielo. Sorprendente. Mae al Cerchio non aveva mai visto nessun altro fare così.

«Cosa?» disse.

«Niente» disse lui. «Ti è piaciuto il discorso?» chiese.

«Tutta la faccenda della Santos? Sì. Molto interessante.» Stava attenta alle parole. «Credo che sarà importante, uh… un momento importante nella storia della demo…» S’interruppe, vedendo che lui stava sorridendo. «Cosa?» disse.

«Niente» disse lui. «Non occorre che tu mi faccia un discorsetto. Ho sentito anch’io quello che ha detto Stenton. Credi davvero che sia una buona idea?»

«Tu no?»

Lui fece spallucce e trangugiò mezzo bicchiere di vino. «Quell’uomo certe volte mi preoccupa.» Poi, sapendo che non avrebbe dovuto parlare così di uno dei Saggi, cambiò tattica. «È talmente in gamba. T’intimidisce. Davvero ti sembro vecchio? Quanti anni mi daresti? Trenta?»

«Non sembri così vecchio» disse Mae.

«Non ti credo. So che non lo pensi.»

Mae bevve un sorso di vino da uno dei bicchieri. Si guardarono intorno, cercando il feed della videocamera della Santos. Lo stavano proiettando sulla parete di fondo, e un gruppo di Circler lo guardava, in piedi, mentre la deputata si mescolava alla folla a pochi metri di distanza. Un Circler vide la propria immagine inquadrata dalla videocamera della donna e alzò la mano per coprire la sua seconda faccia, quella proiettata.

Kalden osservava attentamente, corrugando la fronte. «Uhm» disse. Inclinò il capo, come un viaggiatore sconcertato da qualche strana usanza locale. Poi si voltò verso Mae e guardò i due bicchieri della ragazza e i suoi, come se si rendesse conto solo allora della comicità della scena che stavano recitando, due persone in piedi sulla soglia della sala con due bicchieri in mano per ciascuno. «Vado a sbarazzarmi di questo» disse, e abbassò il bicchiere che teneva nella sinistra. Mae seguì il suo esempio.

«Scusa» disse, senza motivo. Sapeva che presto sarebbe stata brilla, forse troppo brilla per nasconderlo; e ne sarebbero conseguite decisioni sbagliate. Cercò di pensare a qualcosa d’intelligente da dire finché poteva.

«Allora, tutta quella roba dove va?» chiese.

«La roba della videocamera?»

«Sì, la mettono in memoria qui? Nel cloud?»

«Be’, è nel cloud, certo, ma va depositata anche in un luogo materiale. La roba della videocamera di Stewart… Aspetta. Vuoi vedere una cosa?»

Era già a metà della scala che portava al piano di sotto, muovendosi agilmente su quelle zampe di ragno.

«Non so» disse Mae.

Kalden alzò gli occhi, come se si sentisse offeso. «Ti mostro dove tengono Stewart. Vuoi? Non ti sto portando in qualche prigione sotterranea.»

Mae perlustrò la sala con lo sguardo, cercando Dan e Jared, ma non riuscì a trovarli. Era rimasta lì un’ora, e l’avevano vista, così pensava di potersene andare. Fece qualche foto, la postò, e inviò una serie di zing, descrivendo e commentando l’andamento della situazione. Poi seguì Kalden giù per le scale, tre piani, fino a quello che immaginò fosse lo scantinato. «Mi fido completamente di te» disse.

«Dovresti» disse Kalden, avvicinandosi a una grande porta blu. Passò le dita sopra un pad attaccato al muro e la porta si aprì. «Vieni.»

Mae lo seguì lungo un corridoio che andava – le sembrò – da un edificio all’altro attraverso un profondo tunnel sotterraneo. Presto apparve un’altra porta, e nuovamente Kalden ne aprì la serratura con le impronte digitali. Lei lo seguì, sentendosi quasi girare la testa, incuriosita dalla sua straordinaria libertà di movimento, troppo brilla per ponderare la saggezza di seguire quell’uomo calligrafico attraverso questo labirinto. Scesero di quelli che le parvero altri quattro piani, sbucarono in un altro lungo corridoio, poi entrarono nella tromba di altre scale, dove ripresero ad andare giù. Presto Mae scoprì che il secondo bicchiere di vino era un impiccio, e allora lo vuotò.

«Dove l’appoggio, questo?» chiese Mae. Senza una parola, Kalden prese il bicchiere e lo lasciò sull’ultimo gradino della rampa di scale che avevano appena disceso.

Chi era quest’uomo? Aveva libero accesso a ogni porta che incontrava, ma aveva anche qualcosa dell’anarchico. Nessun altro al Cerchio avrebbe abbandonato un bicchiere così – con quella che equivaleva a un’azione di grande inquinamento – e nessun altro avrebbe intrapreso un viaggio simile nel bel mezzo di un party aziendale. C’era una parte di Mae, in quel momento imbavagliata, che sapeva che probabilmente Kalden, lì dentro, era un piantagrane, e che quello che stavano facendo era probabilmente contro alcuni o tutti gli articoli del regolamento.

«Continuo a non sapere cosa fai tu qui» disse.

Stavano camminando nella luce fioca di un corridoio che scendeva dolcemente e non finiva mai.

Lui si voltò. «Non è granché. Vado alle riunioni. Ascolto, fornisco informazioni. Non è molto importante» disse, camminando speditamente davanti a lei.

«Conosci Annie Allerton?»

«Certo. Voglio molto bene a Annie.» Poi si voltò indietro. «Ehi, hai ancora quel limone che ti ho dato?»

«No. Non è mai diventato giallo.»

«Uhm» disse lui, e i suoi occhi l’abbandonarono, come se fossero richiesti altrove, in qualche posto sprofondato nella sua mente, per un calcolo breve ma cruciale.

«Dove siamo?» chiese Mae. «Mi sembra di essere trecento metri sottoterra.»

«Non proprio trecento» disse lui, tornando a concentrare lo sguardo su di lei, «ma quasi. Hai sentito parlare del Project 9?»

Il Project 9, per quel che ne sapeva Mae, era il nome complessivo di tutte le ricerche segrete che si stavano facendo al Cerchio. Ogni cosa, dalla tecnologia spaziale – Stenton era convinto che il Cerchio potesse progettare e costruire un’astronave assai più riutilizzabile delle altre – a quello che si diceva fosse un progetto d’incorporare e rendere accessibili enormi quantità di dati sul DNA umano.

«È là che stiamo andando?» chiese Mae.

«No» disse lui, e aprì un’altra porta.

Entrarono in una sala grande più o meno come un campo di pallacanestro, che sarebbe stata quasi buia senza una dozzina di fari puntati su un enorme cassone metallico rosso delle dimensioni di un autobus. Tutti i lati erano lisci, tirati a lucido, e l’ordigno era interamente fasciato da una rete di tubi che lo avvolgevano in una fitta griglia luccicante, come se fosse d’argento.

«Sembra un po’ una scultura di Donald Judd» disse Mae.

Kalden si voltò dalla sua parte, illuminandosi in viso. «Sono proprio contento che tu abbia detto così. Per me Judd è stato una grande ispirazione. Amo quello che ha detto una volta: “Le cose che esistono esistono, e tutto è dalla loro parte”. Hai mai visto la sua roba da vicino?»

Mae conosceva solo superficialmente l’opera di Donald Judd – avevano tenuto qualche lezione su di lui in uno dei suoi corsi di storia dell’arte – ma non voleva deludere Kalden. «No, ma lo amo» disse. «Amo il suo vigore.»

E con questo sul viso di Kalden apparve qualcosa di nuovo, un nuovo rispetto, o interesse, per Mae, come se in quel momento lei fosse diventata tridimensionale e permanente.

Poi lei rovinò tutto. «Questo l’ha fatto per la società?» disse, accennando con la testa alla massiccia scatola rossa.

Kalden rise, poi la guardò, e il suo interesse non era svanito, ma stava sicuramente battendo in ritirata. «No, no. È morto da decenni. Questo è stato solo ispirato dalla sua estetica. In realtà, questa è una macchina. O meglio, dentro è una macchina. Un’unità di memoria.»

Guardò Mae, aspettando che completasse il suo pensiero.

Lei non ne fu capace.

«Questo è Stewart» disse infine lui.

Mae non sapeva niente di memorizzazione dati, ma si era fatta l’idea che per memorizzare tali informazioni occorresse uno spazio molto più piccolo.

«Tutto questo per un uomo solo?» chiese.

«Be’, è la memorizzazione dei dati non elaborati, e la capacità di usarli per formulare scenari di ogni genere. Ogni bit di un video viene mappato in cento modi diversi. Tutto ciò che Stewart vede è correlato col resto del video in nostro possesso, e ci aiuta a mappare il mondo e tutto quello che contiene. E, naturalmente, ciò che ottieni attraverso le videocamere di Stewart è esponenzialmente più dettagliato e stratificato di qualunque dispositivo per la clientela.»

«E perché l’hanno qui, invece di metterlo nel cloud o tenerlo in qualche angolo del deserto?»

«Be’, c’è chi vuole spargere le proprie ceneri e chi invece preferisce un pezzo di terra vicino a casa, giusto?»

Mae non era proprio sicura di aver capito, ma pensò che non lo poteva ammettere. «E i tubi sono per l’elettricità?» chiese.

Kalden aprì la bocca, si fermò, quindi sorrise. «No, è acqua. Ci vuole una tonnellata d’acqua per raffreddare i processori. Così, l’acqua scorre attraverso il sistema, raffreddando l’intero apparato. Milioni di litri ogni mese. Vuoi vedere la stanza della Santos?»

Varcata una porta, la introdusse in un’altra sala identica, con un secondo cassone rosso che dominava lo spazio. «Questo doveva essere per un altro, ma quando la Santos si è fatta avanti è stato assegnato a lei.»

Mae quella sera aveva già detto troppe stupidaggini e si sentiva stordita, perciò non fece le domande che intendeva fare: perché questi aggeggi occupano tanto spazio? E perché usano tanta acqua? E se anche solo altre cento persone volessero filmare ogni istante della loro vita – e di sicuro sarebbero milioni quelli che opterebbero per la trasparenza, che supplicherebbero di partecipare al progetto –, come potremmo farlo quando ogni vita richiede tanto spazio? Dove potremmo sistemare tutti questi cassoni rossi?

«Oh, un momento, sta succedendo qualcosa» disse Kalden, e la prese per mano e la ricondusse nella sala di Stewart, dove sostarono tendendo l’orecchio al ronzio delle macchine.

«È successo?» chiese Mae, emozionata dal contatto con la sua mano, la palma morbida e le dita calde e lunghe.

Kalden aggrottò la fronte, dicendole di aspettare.

Dall’alto venne un rumore scrosciante, il movimento inconfondibile dell’acqua. Mae alzò lo sguardo, pensando per un attimo che si sarebbero bagnati come pulcini, ma poi si rese conto che era solo l’acqua che passava nei tubi, diretta verso Stewart per andare a raffreddare tutto ciò che aveva fatto e visto.

«Che bel suono, non ti pare?» disse Kalden, guardandola con occhi che sembravano voler tornare al luogo dove Mae era molto di più di qualcosa di effimero.

«Bellissimo» disse lei. E poi, dal momento che il vino cominciava a farla vacillare, lui le aveva appena preso la mano e qualcosa nella corsa impetuosa dell’acqua le aveva tolto le inibizioni, prese il viso di Kalden tra le mani e lo baciò sulle labbra.

Le mani di Kalden si staccarono dai suoi fianchi e la strinsero, esitanti, alla vita, solo con le punte delle dita, come se Mae fosse un pallone che non voleva far scoppiare. Ma per un terribile momento la sua bocca rimase inanimata, inerte. Mae pensò di aver commesso un errore. Poi, come se un fascio di segnali e direttive avesse finalmente raggiunto la sua corteccia cerebrale, le labbra si svegliarono e reagirono con forza alla forza del suo bacio.

«Aspetta» disse lui dopo un momento, e si staccò da lei. Accennò alla scatola rossa che conteneva Stewart, e tenendola per mano la condusse fuori dalla sala e in uno stretto corridoio che Mae non aveva visto prima. Era buio, e si allontanarono da Stewart fino a quando la sua luce non arrivò più.

«Adesso ho paura» disse Mae.

«Siamo quasi arrivati» disse Kalden.

Poi si udì il cigolio di una porta d’acciaio. La porta si aprì, rivelando un enorme locale illuminato da una pallida luce blu. Kalden la guidò oltre la soglia e dentro quella che sembrava una grande caverna, alta una decina di metri, con la volta a botte.

«Cos’è questa?» chiese lei.

«Doveva far parte della metropolitana» disse lui. «Ma l’hanno abbandonata. Adesso è solo vuota, una strana combinazione di tunnel artificiale e grotta naturale. Vedi le stalattiti?»

Puntò il dito verso il fondo della grande galleria, dove le stalattiti e le stalagmiti conferivano al tunnel l’aspetto di una bocca piena di denti irregolari.

«Dove va?» domandò lei.

«È collegata con quella sotto la baia» disse lui. «Sono andato avanti per quasi un chilometro, ma poi diventa troppo umida.»

Da dov’erano si vedeva l’acqua nera, un lago poco profondo sul pavimento del tunnel.

«La mia ipotesi è che questo sarà il posto dove andranno gli Stewart del futuro» disse lui. «A migliaia, probabilmente più piccoli. Sono certo che abbastanza presto ridurranno i contenitori alla misura di un uomo.»

Guardarono nel tunnel insieme, e Mae provò a immaginarselo, un mosaico infinito di rossi cassoni d’acciaio che sparivano nell’oscurità.

Lui si voltò a guardarla. «Non puoi dire a nessuno che ti ho portato qui.»

«Non lo dirò» rispose Mae, prima di rendersi conto che per mantenere la promessa avrebbe dovuto mentire a Annie. In quel momento non le parve un prezzo troppo alto da pagare. Aveva voglia di baciare ancora Kalden, e tornò a prendergli il viso tra le mani per abbassarlo fino al suo, e aprì la bocca. Chiuse gli occhi e pensò a quella lunga caverna, alla luce blu che aveva sopra la testa, all’acqua nera sotto.

E allora, tra le ombre, lontano da Stewart, in Kalden qualcosa cambiò, e le sue mani si fecero più sicure. La strinsero e l’avvicinarono a lui, diventando più forti. La sua bocca si staccò da quella di lei, sfiorandole la guancia e scendendo verso il collo, fermandosi là, e risalendo fino all’orecchio, tra respiri ardenti. Mae cercò di stare al passo, prendendo la sua testa tra le mani, esplorandogli il collo, la nuca, ma era lui a condurre, lui che aveva dei piani. Le premeva la destra sul fondo della schiena, tirandosela addosso, dove lei lo sentiva duro e schiacciato contro lo stomaco.

E poi si sentì sollevare. Lei era in aria e lui la trasportava, e gli strinse le gambe intorno al corpo mentre Kalden marciava risolutamente verso un punto alle sue spalle. Mae aprì gli occhi per un attimo e li chiuse, non volendo sapere dove la stava portando, fidandosi di lui, anche se sapeva che fidarsi di lui era un errore, là nel ventre della Terra, con un uomo che non riusciva mai a trovare, di cui non conosceva il nome intero.

Poi lui cominciò ad abbassarsi, e lei allungò le mani per sentire la roccia del fondo della caverna, e invece fece un morbido atterraggio su una specie di materasso. A questo punto aprì gli occhi. Si trovavano in una nicchia, una caverna dentro la caverna, scavata nella parete a qualche spanna da terra. Era piena di coperte e di cuscini, e lui ve l’adagiò.

«È qui che dormi?» chiese lei, trovandolo quasi logico nella sovreccitazione che l’aveva presa.

«A volte» disse lui, e le soffiò del fuoco nell’orecchio.

Lei si ricordò dei preservativi che aveva ricevuto nell’ambulatorio della dottoressa Villalobos. «Ho qualcosa io» disse.

«Bene» disse lui, e ne prese uno, strappandone l’involucro mentre lei gli abbassava i calzoni sui fianchi.

In due rapidi movimenti lui le sfilò calzoni e mutandine e li buttò da una parte. Seppellì la faccia nello stomaco di lei, passandole le mani dietro le cosce, con le dita che strisciavano verso l’alto, verso l’interno.

«Torna quassù» disse lei.

Lui obbedì, e le sibilò all’orecchio: «Mae».

Lei non riuscì a spiccicare parola.

«Mae» disse ancora Kalden, mentre lei si abbatteva su di lui.

Si svegliò nel dormitorio, e la prima cosa che pensò fu di aver sognato: le grotte sotterranee, l’acqua, le scatole rosse, quella mano sul fondo della schiena e poi il letto, i cuscini nella caverna dentro la caverna: non c’era nulla che le sembrasse plausibile. Era proprio l’assemblaggio casuale di dettagli con cui pasticciavano i sogni, nessuno dei quali possibile nella realtà.

Ma mentre si alzava, faceva la doccia e si rivestiva, si rese conto che tutto era successo proprio nel modo che ricordava. Aveva baciato quest’uomo, questo Kalden di cui sapeva poco o niente, e lui l’aveva guidata non soltanto attraverso una serie di locali sottoposti a rigidissime misure di sicurezza, ma dentro una buia anticamera dove si erano persi per ore prima di addormentarsi.

Chiamò Annie. «Abbiamo consumato.»

«Chi? Tu e il vecchio?»

«Non è vecchio.»

«Non sapeva di muffa? Non ha parlato del pacemaker o del pannolone? Non dirmi che ti è morto tra le braccia.»

«Non ha neanche trent’anni.»

«Ti sei fatta dire il cognome, stavolta?»

«No, ma mi ha dato un numero al quale posso chiamarlo.»

«Oh, che classe. E hai provato?»

«Non ancora.»

«Non ancora?»

Mae aveva un nodo allo stomaco. Annie sbuffò rumorosamente.

«Sai bene che mi preoccupa il sospetto che sia una specie di spia o di molestatore. Hai avuto la conferma che è uno in regola?»

«Sì. Lavora al Cerchio. Ha detto che ti conosce, e aveva libero accesso a un mucchio di posti. È una persona normale. Forse un po’ eccentrica.»

«Libero accesso a un mucchio di posti? Che vuoi dire?» Il tono di Annie si fece sostenuto.

In quel momento Mae capì che avrebbe dovuto cominciare a mentirle. Mae voleva rivedere Kalden, voleva tornare ad abbracciarlo, e non voleva che Annie facesse qualcosa per impedirle di accedere a lui, alle sue spalle larghe e alla sua elegante silhouette.

«Volevo dire soltanto che qui sembra a casa sua» disse Mae. C’era una parte di lei che pensava che potesse davvero trovarsi lì illegalmente, che fosse un intruso, e come se avesse avuto un’improvvisa rivelazione si rese conto che Kalden poteva benissimo abitare in quello strano antro sotterraneo. Poteva essere il rappresentante di una forza ostile al Cerchio. Magari lavorava in qualche veste per la senatrice Williamson, o per qualche aspirante rivale del Cerchio. Magari era solo un tipo qualunque, mezzo blogger e mezza spia, che voleva andare più vicino alla macchina al centro del mondo.

«Dunque hai consumato. Dove? Nel dormitorio?»

«Sì» disse Mae. Non era poi tanto difficile mentire così.

«E lui è rimasto a dormire?»

«No, doveva andare a casa.» Poi, rendendosi conto che più tempo avesse passato parlando con Annie più bugie avrebbe dovuto dirle, Mae inventò una ragione per riattaccare. «Oggi devono chiamarmi per CircleSurvey» disse. Che era vero, più o meno.

«Telefonami più tardi. E devi scoprire il suo nome.»

«Okay.»

«Mae, io non sono il tuo capo. Non voglio essere il tuo supervisore o chissà che. Ma l’azienda deve sapere chi è questo individuo. La sicurezza della società è una cosa che bisogna prendere sul serio. Oggi dobbiamo identificarlo, okay?» La voce di Annie era cambiata; aveva il tono di un superiore contrariato. Mae trattenne la collera e riattaccò.

Chiamò il numero che le aveva dato Kalden. Ma dopo che l’ebbe fatto il telefono squillò per un tempo infinito. Non c’era nessuna casella vocale. E Mae tornò a rendersi conto che non aveva alcuna possibilità di mettersi in contatto con lui. Ogni tanto, durante la notte, aveva pensato di chiedergli il cognome, e altre notizie di ogni genere, ma non era mai il momento giusto, e lui non aveva chiesto il suo, e allora immaginò che lo scambio d’informazioni avrebbe avuto luogo prima che si lasciassero. Ma poi se n’erano dimenticati. Almeno, se n’era dimenticata lei. Come si erano lasciati, dopo tutto? Lui l’aveva accompagnata ai dormitori, e baciata di nuovo là, sulla soglia. O forse no. Mae ci pensò bene, e ricordò che Kalden aveva fatto ciò che aveva fatto prima: l’aveva tirata in disparte, fuori dalla luce dell’androne, e l’aveva baciata quattro volte, sulla fronte, sul mento, sulle guance, il segno della croce. Poi si era staccato da lei con una piroetta, sparendo tra le ombre vicino alla cascata, quella dove Francis aveva trovato il vino.

All’ora di pranzo Mae si recò alla Rivoluzione Culturale dove, su richiesta di Jared, Josiah e Denise, sarebbe stata messa in condizione di rispondere ai questionari di CircleSurvey. Le avevano assicurato che diventare uno dei Circler che venivano interrogati sui loro gusti, le loro preferenze, i loro progetti e le loro abitudini di compratori, dando risposte utilizzabili dai clienti del Cerchio, era una ricompensa e un onore, e sarebbe stata un’esperienza divertente.

«È proprio il passo giusto che devi fare adesso» aveva detto Josiah.

Denise aveva annuito. «Credo che ti piacerà molto.»

Pete Ramirez era un uomo di una bellezza insipida che doveva avere solo qualche anno più di Mae, e il suo ufficio sembrava privo di mobili: né scrivania, né sedie, né angoli retti. Era una stanza rotonda, e quando Mae vi entrò lui stava in piedi e parlava in cuffia, dondolando una mazza da baseball e guardando fuori dalla finestra. La invitò a entrare con un cenno e finì la telefonata. Impugnava ancora la mazza con la sinistra quando le strinse la mano con la destra.

«Mae Holland. Felice di averti qui. So che sei in pausa pranzo, dunque facciamo presto. Sarai libera tra sette minuti, se perdoni i miei modi sbrigativi. Okay?»

«Okay.»

«Grande. Sai perché sei qui?»

«Credo di sì.»

«Sei qui perché le tue opinioni sono apprezzate. Sono talmente apprezzate che il mondo le deve conoscere: le opinioni che hai quasi su ogni cosa. Non è lusinghiero?»

Mae sorrise. «Sì.»

«Okay, vedi la cuffia che ho in testa?»

La indicò: un braccino sottile come un capello, che finiva in un microfono, seguiva l’osso della sua mandibola.

«Ti metterò una cuffia come la mia. D’accordo?» Mae sorrise, ma Pete non aspettò la sua risposta. Le mise sui capelli una cuffia identica alla sua e aggiustò il microfono.

«Puoi dire qualcosa, così controllo i livelli?»

Non aveva un tablet e non si vedevano schermi, perciò Mae immaginò che Pete fosse totalmente retinico: il primo che aveva incontrato.

«Dimmi solo cos’hai mangiato a colazione.»

«Una banana, muesli» disse lei.

«Grande. Scegliamo prima un suono. Ne hai uno preferito per i tuoi annunci? Come un trillo, un tritono o qualcosa?»

«Un normale trillo, forse?»

«Questo è il trillo» disse lui, e lei lo sentì in cuffia.

«Va bene.»

«Deve andare più che bene. Lo sentirai un sacco di volte. Devi essere sicura. Provane altri.»

Provarono una dozzina di opzioni, scegliendo finalmente il suono di una piccola campana, remota e con un affascinante riverbero, come se fosse rintoccata in una chiesa lontana.

«Grande» disse Pete. «Ora lascia che ti spieghi come funziona. L’idea è sentire il polso di un campione selezionato di membri del Cerchio. Questo lavoro è importante. Tu sei stata scelta perché le tue opinioni sono cruciali, per noi e per i nostri clienti. Le risposte che darai ci aiuteranno a personalizzare i nostri servizi in modo da adattarli alle loro necessità. Okay?»

Mae cominciò a rispondere, ma lui aveva già ripreso a parlare.

«Così, ogni volta che senti suonare la campana, tu annuisci, e la cuffia registrerà il tuo cenno, e la domanda si sentirà in cuffia. Risponderai alla domanda in inglese corrente. In molti casi ti sarà fatta una domanda strutturata in modo tale da ricevere una delle due risposte standard, smile e frown.  8 Il registratore è in perfetta sintonia con queste due risposte, quindi non devi preoccuparti se borbotti o altro. E naturalmente non avrai problemi con le risposte, se parli chiaro. Vuoi provarne una?»

Mae annuì, e al rintoccare della campana fece un piccolo inchino e una domanda le arrivò in cuffia: «Cosa pensi delle scarpe?».

Mae sorrise, poi disse: «Smile».

Pete le strizzò l’occhio. «Facile.»

La voce chiese: «Cosa pensi delle scarpe ricercate?»

Mae disse: «Smile».

Pete alzò la mano per fare una pausa. «Naturalmente, alla maggior parte delle domande non sarà necessario dare una delle tre risposte standard: smilefrown o meh. Puoi dare a ogni domanda una risposta più articolata. La prossima domanda richiederà una risposta più ampia. Ecco.»

«Ogni quanto tempo compri delle scarpe nuove?»

Mae rispose: «Una volta ogni due mesi» e udì il suono della piccola campana.

«Ho sentito la campana. Va bene?»

«Sì, scusa» disse lui. «Ho appena attivato la campana, il che significa che la tua risposta è stata udita e registrata, e che è pronta la domanda successiva. A questo punto puoi annuire di nuovo, il che darà il via alla domanda seguente, o puoi aspettare il prompt.»

«Che differenza c’è?»

«Be’, c’è una certa… be’, non voglio dire quota, ma c’è un numero di domande che sarebbe l’ideale e alle quali ci si aspetta che tu risponda in una giornata lavorativa. Diciamo cinquecento, ma potrebbero essere di più, potrebbero essere di meno. Puoi esaurirle tutte in una volta, dandoci dentro, o distribuirle nel corso della giornata. La maggior parte della gente riesce a farne cinquecento in un’ora, quindi non è così stressante. O puoi aspettare i prompt, che arriveranno se il programma ritiene che tu debba affrettare il passo. Hai mai risposto a uno di quei questionari online dei tribunali del traffico?»

Mae l’aveva fatto. C’erano duecento domande, e si calcolava che per rispondere a tutte ci volessero due ore. Lei l’aveva fatto in venticinque minuti. «Sì» disse.

«Il nostro è proprio come quelli. Sono sicuro che esaurirai le domande della giornata in un batter d’occhio. Naturalmente, possiamo aumentare il ritmo se ingrani davvero. Va bene?»

«Grande» disse lei.

«E poi, se per caso sei troppo indaffarata, dopo un po’ ci sarà un altro segnale, che ti ricorda di tornare alle domande. Questo segnale dovrebbe essere diverso. Vuoi sceglierlo tu?»

Così riascoltarono la filza di segnali, e lei scelse quello di una sirena da nebbia in lontananza.

«Oppure» disse lui «ce n’è uno random che viene scelto da qualcuno. Senti questo. Aspetta un momento.» I suoi occhi tornarono a sfocarsi e la sua voce risuonò nella cuffia della ragazza. «Demo voce Mae M-A-E.» Poi tornò a rivolgersi a Mae. «Okay, ecco che parte.»

Mae sentì la propria voce pronunciare il suo nome, in quello che era poco più di un bisbiglio. Era molto intimo e Mae fu attraversata da uno strano venticello vorticoso.

«È la tua voce, giusto?»

Mae era frastornata e confusa – non sembrava affatto la sua voce – ma riuscì ad annuire.

«Il programma capta la tua voce dal telefono e noi, dopo, possiamo formare qualche parola. Anche il tuo nome! Allora, ti va bene come secondo segnale?»

«Sì» disse Mae. Non era certa di voler sentire la propria voce che diceva il suo nome, ripetutamente, ma aveva anche capito che voleva risentirla il più presto possibile. Era così strana… e aveva qualcosa di anormale.

«Bene» disse Pete. «Allora abbiamo finito. Torna alla tua scrivania e sentirai la prima campana. Poi, nel pomeriggio, sbriga tutte le domande che puoi: perlomeno le prime cinquecento. Bene?»

«Bene.»

«Oh, e quando sarai tornata alla tua scrivania vedrai un nuovo schermo. Ogni tanto, se sarà necessario, una delle domande sarà accompagnata da un’immagine. Le teniamo al minimo, però, perché sappiamo che devi concentrarti.»

Quando Mae tornò alla sua scrivania, un altro schermo, il quinto, era stato installato a destra di quello riservato alle domande dei novellini. Aveva qualche minuto prima dell’una, e così provò il sistema. La prima campana rintoccò, e lei annuì. Una voce femminile, simile a quella di un’annunciatrice, le chiese: «Per le vacanze, propendi per qualche giorno di relax, come una spiaggia o un albergo di lusso, o ti senti più portata all’avventura, come la discesa di un torrente su un gommone?».

Mae rispose: «Avventura».

Fioco e gradito, suonò un campanellino.

«Grazie. Che tipo di avventura?»

«Rafting tra le rapide» rispose Mae.

Un altro piccolo squillo. Mae annuì.

«Grazie. Per il rafting, preferisci un’escursione di qualche giorno, con campeggio per la notte, o un’escursione di un giorno?»

Mae alzò lo sguardo e vide che la stanza andava riempiendosi dei nuovi assunti di ritorno dalla pausa pranzo. Erano le 12.58.

«Di qualche giorno» disse.

Un’altra campana. Mae annuì.

«Grazie. Che ne dici di una discesa nel Grand Canyon?»

«Smile.»

La campana mandò un fievole rintocco. Mae annuì.

«Grazie. Pagheresti 1200 dollari per un’escursione nel Grand Canyon di una settimana?» chiese la voce.

«Meh» disse Mae, e alzando gli occhi vide Jared in piedi sulla sedia.

«Il rubinetto è aperto!» gridò.

Quasi subito apparvero dodici domande di clienti. Mae rispose alla prima, prese un 92, fece un follow-up e portò il punteggio a 97. Rispose alle due domande seguenti, realizzando una media di 96.

«Mae.»

Era una voce di donna. Si guardò intorno, pensando che potesse essere Renata. Ma non c’era nessuno accanto a lei.

«Mae.»

Allora si rese conto che era la sua voce, il prompt cui aveva dato il proprio assenso. Era più forte di quanto si aspettasse, più forte delle domande o della campana, ma era anche seducente, elettrizzante. Abbassò il volume della cuffia e la voce tornò a farsi sentire: «Mae».

Ora, col volume abbassato, non era più così affascinante, per cui riportò il volume al livello di prima.

«Mae.»

Era la sua voce, lo sapeva, ma in qualche modo sembrava più la voce di una donna anziana, una versione più saggia di se stessa. Si sorprese a pensare che, se avesse avuto una sorella maggiore, una sorella che aveva visto più cose di lei, la voce di quella sorella sarebbe stata così.

«Mae» disse ancora la voce.

Pareva che la voce l’alzasse dalla poltrona e la facesse girare in tondo. Ogni volta che la sentiva, il cuore di Mae moltiplicava i suoi battiti.

«Mae.»

«Sì» rispose finalmente.

Ma non accadde nulla. Non era programmata per rispondere alle domande. Non le avevano detto di rispondere. Lei provò ad annuire. «Grazie, Mae» disse la sua voce, e la campana squillò.

«Pagheresti 1200 dollari per un’escursione nel Grand Canyon di una settimana?» chiese ancora la prima voce.

«Sì.»

La campana rintoccò.

Era tutto abbastanza facile da assimilare. Il primo giorno aveva risposto a 652 domande, e le arrivarono messaggi di congratulazioni da Pete Ramirez, Dan e Jared. Sentendosi forte e volendo dare un’impressione anche migliore, il giorno seguente rispose a 820 domande, e a 991 il terzo giorno. Non era difficile, e la convalida era incoraggiante. Pete le disse che i clienti apprezzavano molto il suo input, il suo candore e le sue intuizioni. La sua attitudine al programma ne facilitava l’estensione ai novellini, e alla fine della seconda settimana erano già una dozzina quelli di loro che rispondevano alle domande dei questionari. Per abituarsi a vedere tanta gente annuire così spesso – e in diversi modi, alcuni con improvvisi scatti della testa come uccelli, altri più fluidamente – ci voleva un giorno o due, ma presto diventava normale come tutte le altre attività, come digitare, sedere a una scrivania o vedere il proprio lavoro su una fila di schermi. In certi momenti il panorama era quello di un felice mare di teste che andavano su e giù quasi all’unisono, come se in tutti i loro cervelli stesse suonando la stessa musica.

Questo strato ulteriore di CircleSurvey aiutò Mae a non pensare a Kalden, che non si era più rimesso in contatto con lei e non aveva mai risposto al telefono. Mae aveva smesso di chiamare dopo un paio di giorni, e deciso di non parlare più di lui né con Annie né con altri. I suoi pensieri su Kalden seguivano una strada molto simile a quella che avevano preso dopo il loro primo incontro al circo. Anzitutto, la sua irreperibilità la incuriosiva e le appariva insolita e persino originale. Dopo tre giorni, però, essa pareva voluta e infantile. Il quarto giorno Mae si era stancata del gioco. Chiunque sparisse così non era una persona seria. Kalden non era serio e non si curava dei suoi sentimenti. Ogni volta che si erano incontrati le era parso straordinariamente sensibile, ma poi, quando erano lontani, la sua assenza, poiché era totale – e poiché in un posto come il Cerchio la totale mancanza di comunicazione era difficilissima –, sembrava una violenza. Anche se Kalden era l’unico uomo per il quale avesse mai provato un’autentica passione, Mae tagliò corto. Meglio accontentarsi di qualcosa di meno, se la persona era disponibile, familiare, rintracciabile.

Intanto migliorava le sue prestazioni per CircleSurvey. Le cifre delle ricerche erano a disposizione di tutti, perciò erano impegnati in una gara che si combatteva ad armi pari e li spingeva a non battere la fiacca. La media di Mae era di 1345 domande al giorno, seconda solo a quella di un pivello di nome Sebastian, che era seduto in un angolo e non lasciava mai la scrivania neanche per andare a mangiare. Dal momento che sul quarto schermo riceveva ancora il surplus di domande dei novellini, Mae era soddisfatta del suo secondo posto in questa classifica. Anche perché per tutto il mese il suo PartiRank aveva oscillato intorno a 1900, mentre Sebastian doveva ancora tagliare il traguardo di quota 4000.

Un martedì pomeriggio stava cercando di scendere sotto 1800, commentando centinaia di foto e post di InnerCircle, quando vide una figura in lontananza, appoggiata allo stipite della porta in fondo alla sala. Era un uomo, e indossava la stessa camicia a righine portata da Kalden l’ultima volta che lo aveva visto. Teneva le braccia conserte e il capo un po’ inclinato, come se stesse vedendo qualcosa che non riusciva assolutamente né a capire né a credere. Mae era certa che si trattasse di lui, e dimenticò di respirare. Prima che potesse concepire una reazione meno entusiastica lo salutò con la mano, e lui rispose alzando la sua di una spanna sopra la cintola.

«Mae» disse la voce in cuffia.

E in quel momento la figura sulla soglia girò sui tacchi e sparì.

«Mae» ripeté la voce.

Lei si tolse la cuffia e corse alla porta dove lo aveva visto, ma non c’era più. Andò istintivamente al bagno, dove lo aveva incontrato la prima volta, ma non era neanche là.

Quando tornò alla scrivania, qualcuno sedeva nella sua poltrona. Era Francis.

«Sono ancora dispiaciuto» disse.

Lei lo guardò. Le sopracciglia folte, il naso che sembrava la chiglia di una barca, il sorriso titubante. Mae sospirò e lo studiò bene. Quel sorriso, pensò, era il sorriso di uno che non era mai sicuro di aver capito la barzelletta. Eppure, negli ultimi giorni Mae aveva pensato a Francis, al profondo contrasto che esisteva tra lui e Kalden. Kalden era uno spettro, e voleva che Mae gli desse la caccia, Francis era disponibilissimo, assolutamente senza misteri. In qualche momento di debolezza, Mae si era chiesta cos’avrebbe potuto fare la prossima volta che lo avesse visto. Avrebbe ceduto alla facile presenza di Francis, al semplice fatto che lui voleva starle vicino? Questa domanda le era ronzata nella testa per giorni, ma solo adesso conosceva la risposta. No. Francis la disgustava ancora. La sua mitezza. Il suo bisogno di lei. La sua voce implorante. Il fatto che si era comportato come un ladro.

«Hai cancellato il video?» gli chiese.

«No» disse lui. «Sai che non posso.» E sorrise, girando su se stesso nella poltrona. Credeva che fossero amici. «Ti è arrivata la domanda di un questionario di InnerCircle e ho risposto io. Immagino che tu sia favorevole all’invio di aiuti nello Yemen da parte del Cerchio.»

Per un attimo Mae pensò di tirargli un pugno in faccia.

«Per piacere, vattene» disse.

«Mae. Nessuno l’ha visto. Fa semplicemente parte dell’archivio. È uno dei diecimila clip che ci finiscono ogni giorno solo qui al Cerchio. Uno di un miliardo, ogni giorno.»

«Be’, io non voglio che faccia parte di quel miliardo.»

«Mae, sai che tecnicamente nessuno di noi due è più padrone di quel video. Non potrei cancellarlo nemmeno se volessi. È come una notizia. Non sei il padrone della notizia, anche se riguarda te. Non sei il padrone della storia. Ormai è in archivio.»

A Mae stava per scoppiare la testa. «Devo lavorare» disse, trattenendosi per non prenderlo a schiaffi. «Te ne vuoi andare?»

A questo punto Francis parve capire, per la prima volta, che le faceva veramente ribrezzo, e che Mae non voleva averlo vicino. Gli si dipinse sul viso una specie di broncio. Si guardò le scarpe. «Sai che a Las Vegas hanno approvato ChildTrack?»

E le fece subito compassione, anche se solo per un attimo. Era un uomo disperato che non aveva mai avuto un’infanzia, che senza dubbio per tutta la vita aveva cercato di compiacere le persone che lo circondavano, la serie di genitori delle famiglie affidatarie che non avevano intenzione di tenerlo.

«È magnifico, Francis» disse.

I primi barlumi di un sorriso gli incurvarono gli angoli della bocca. Sperando che la cosa potesse rabbonirlo e permetterle di tornare al lavoro, Mae andò oltre. «Stai salvando molte vite.»

Il suo sorriso diventò raggiante. «Sai, in sei mesi potrebbe dilagare. Potrebbe essere ovunque. Completa saturazione. Ogni bambino rintracciabile, ogni bambino salvo per sempre. Me l’ha detto Stenton in persona. Sai che ha visitato il mio laboratorio? Se n’è interessato direttamente. E sembra che potrebbero cambiargli nome e chiamarlo TruYouth. Capisci? TruYou, TruYouth?»

«È bellissimo, Francis» disse Mae, sopraffatta da un’ondata di sentimenti, un misto di empatia, pietà e persino ammirazione. «Ne parliamo dopo.»

Altri sviluppi come quello di Francis si verificarono con incredibile frequenza in quelle settimane. Si diceva che il Cerchio, e Stenton in particolare, avrebbero assunto l’amministrazione di San Vincenzo. Sembrava una cosa intelligente, dato che la maggior parte dei servizi della città erano finanziati, ed erano stati migliorati, dalla società. Correva voce che gli ingegneri di Project 9 avessero trovato un sistema per sostituire lo strano guazzabuglio dei nostri sogni notturni col pensiero organizzato e la ricerca di soluzioni per i problemi della vita reale. Un’altra squadra del Cerchio era prossima a scoprire il modo di disperdere i tornado appena si formavano. E poi c’era il progetto preferito da tutti, in corso già da mesi: il conteggio dei granelli di sabbia del Sahara. Il mondo ne aveva veramente bisogno? L’utilità del progetto non balzava subito agli occhi, ma i Saggi ne parlavano spiritosamente. Stenton, al quale si doveva l’iniziativa, lo definiva una birichinata, una cosa che facevano, anzitutto, per vedere se poteva essere fatta – anche se non sembravano esserci dubbi, dati i facili algoritmi che essa richiedeva – e solo secondariamente per il progresso della scienza. Mae lo vedeva come lo vedevano quasi tutti i Circler: come una prova di forza, e come la dimostrazione che, con la volontà, l’ingegno e i mezzi economici del Cerchio, nessuno dei problemi della Terra sarebbe rimasto senza soluzione. E così, per l’intero autunno, con un pizzico di teatralità – la tirarono in lungo più del necessario, perché a contarli avevano impiegato solo tre settimane – finalmente rivelarono il numero dei granelli di sabbia del Sahara, un numero che era comicamente grande e che, lì per lì, non ebbe un particolare significato per nessuno, oltre al riconoscimento che al Cerchio si mantenevano le promesse. Quelli le cose le facevano sul serio, con una rapidità e un’efficienza spettacolose.

Lo sviluppo principale, cosa che Bailey in persona zingava a destra e a manca ogni due o tre ore, era la rapida proliferazione di altri rappresentanti del popolo, negli Stati Uniti e nel resto del globo, che avevano scelto la trasparenza. Per la maggior parte dei commentatori si trattava di una progressione inesorabile. Quando l’onorevole Santos aveva annunciato per la prima volta la propria decisione, i mass media se n’erano occupati, ma non c’era stata l’esplosione che tutti al Cerchio avevano sperato. Poi, man mano che la gente si collegava e iniziava a guardare, e a rendersi conto che la donna faceva proprio sul serio – cioè che permetteva agli spettatori di vedere e ascoltare precisamente quello che faceva tutti i giorni, senza filtri e censure –, l’audience crebbe in modo esponenziale. L’onorevole Santos postava ogni giorno il suo programma, e la seconda settimana, quando ebbe un incontro con un gruppo di lobbisti che volevano fare ricerche petrolifere nella tundra dell’Alaska, a guardarla furono milioni di persone. Lei trattò quei lobbisti col massimo candore, evitando sia le prediche che le compiacenze. Fu insomma così franca, nel porre le domande che avrebbe dovuto fare a porte chiuse, che lo spettacolo diventò avvincente, e persino ispiratore.

Entro la terza settimana altri ventuno uomini politici americani avevano chiesto al Cerchio di aiutarli a raggiungere la trasparenza. C’era il sindaco di Sarasota. Un senatore delle Hawaii e, cosa non imprevedibile, entrambi i senatori della California. L’intero consiglio comunale di San Jose. Il city manager di Independence, nel Kansas. E ogni volta che uno di essi prendeva l’impegno, i Saggi zingavano a tutto spiano, e venivano frettolosamente organizzate conferenze stampa per dare il massimo risalto al momento in cui la loro vita sarebbe diventata trasparente. Entro la fine del primo mese c’erano migliaia di richieste da ogni parte del mondo. Stenton e Bailey erano sbalorditi, erano lusingati, erano sommersi – dicevano –, ma la cosa li aveva colti alla sprovvista. Il Cerchio non poteva soddisfare tutte le richieste. Comunque, si sforzarono di farlo.

La produzione delle videocamere, che non erano ancora a disposizione dei consumatori, partì in quarta. Lo stabilimento che le costruiva, nella provincia cinese di Guangdong, aumentò i turni e diede inizio alla costruzione di una seconda fabbrica per quadruplicare la loro capacità. Ogni volta che una videocamera veniva installata e un nuovo leader diventava trasparente c’era un altro annuncio di Stenton, un’altra celebrazione, e l’audience cresceva. Entro la fine della quinta settimana i rappresentanti del popolo, da Lincoln a Lahore, che avevano optato per l’assoluta trasparenza erano 16.188, mentre si allungava la lista d’attesa.

Le pressioni su coloro che non avevano fatto quella scelta da cortesi diventarono opprimenti. Il problema sollevato da opinionisti ed elettori era ovvio e clamoroso: se non sei trasparente, cos’hai da nascondere? Anche se alcuni cittadini e commentatori erano contrari e invocavano la privacy, affermando che il governo, praticamente a ogni livello, aveva sempre avuto bisogno di fare delle cose in privato per non compromettere la sicurezza e l’efficienza, la spinta presa dall’iniziativa travolse tutti questi argomenti e la progressione continuò. Se non agivi alla luce del giorno, cosa facevi nell’ombra?

E c’era una cosa meravigliosa che tendeva a ripetersi, una cosa somigliante alla giustizia poetica: ogni volta che qualcuno si metteva a protestare per l’ipotetico monopolio del Cerchio o per l’ingiusta monetizzazione da parte del Cerchio dei dati personali dei suoi utenti, o avanzava qualche altra pretesa paranoide e di una falsità facile da dimostrare, abbastanza presto si scopriva che quella persona era un criminale o un deviante di prim’ordine. Uno era legato a una rete terroristica iraniana. Uno acquistava materiale pedopornografico. Ogni volta – questa era l’impressione – finivano nel telegiornale, con riprese degli investigatori che uscivano dalle loro case con i computer sui quali erano state fatte innumerevoli ricerche di natura imprecisabile e dov’erano memorizzate grandi quantità di materiali illeciti e inappropriati. Ed era ragionevole. Chi poteva voler ostacolare l’incontestabile miglioramento del mondo se non qualche losco figuro che viveva ai margini della società?

In poche settimane i pubblici funzionari ancora opachi cominciarono a essere trattati come paria. Quelli trasparenti si rifiutavano d’incontrarli se non accettavano di fare tutto davanti alle videocamere, e così queste persone rimasero tagliate fuori. I loro elettori si chiedevano cos’avessero da nascondere, e la loro fine politica era quasi assicurata. A ogni imminente tornata elettorale, pochi osavano presentarsi senza dichiarare la loro trasparenza: e questo – era l’idea – migliorava immediatamente e in modo permanente la qualità dei candidati. Non sarebbe mai più esistito un uomo politico che non fosse tenuto a rispondere del proprio operato con immediatezza e nel modo più completo, perché i suoi atti e le sue parole sarebbero stati conosciuti, verbalizzati e indiscutibili. Non ci sarebbero più state trattative segrete e accordi sottobanco. Ci sarebbe stata soltanto chiarezza, soltanto luce.

Era inevitabile che la trasparenza facesse il suo ingresso anche al Cerchio. Mentre proliferava la chiarezza tra gli eletti della politica, dentro e fuori dal Cerchio presero a circolare delle voci: e il Cerchio? Sì, diceva Bailey, in pubblico e tra i Circler, dovremmo essere trasparenti anche noi. Anche noi dovremmo essere aperti. E così fu approvato il piano per la trasparenza del Cerchio, che iniziò con l’installazione nel campus di mille videocamere SeeChange. Prima furono piazzate nelle sale comuni, nelle tavole calde e negli spazi esterni. Poi, mentre i Saggi analizzavano i problemi che potevano porre alla difesa della libertà intellettuale, vennero collocate nei corridoi, nelle aree di lavoro e persino nei laboratori. Non si arrivò a una completa saturazione: c’erano ancora centinaia di spazi più sensibili ai quali era vietato l’accesso, e fu proibita l’installazione di videocamere nei bagni e nelle altre stanze private, ma per il resto il campus, agli occhi di circa un miliardo di utenti del Cerchio, diventò all’improvviso trasparente e aperto, e i devoti al Cerchio, già fedeli all’azienda e ammaliati dalla sua mistica, ora si sentivano più vicini, parte di un mondo aperto e accogliente.

Nella sala di Mae c’erano otto videocamere SeeChange, e poche ore dopo la loro entrata in funzione sia a lei che a tutti gli altri fu portato un altro schermo, sul quale potevano vedere un mosaico d’inquadrature e ricevere le immagini riprese da tutte le videocamere del campus. Potevano vedere se il loro tavolo preferito alla Glass Eatery era libero. Potevano vedere se il centro benessere era troppo affollato. Potevano vedere se la partita di kickball era una cosa seria o solo roba per brocchi. E Mae rimase sorpresa dal grande interesse che la vita nel campus del Cerchio suscitava negli estranei. In poche ore cominciò a ricevere notizie da compagni del liceo e dell’università che l’avevano rintracciata e che ora potevano osservare il suo lavoro. La sua maestra di ginnastica alle medie, che un giorno non l’aveva trovata abbastanza seria per il Test di Educazione fisica del Presidente,  9 ora sembrava molto colpita. Che piacere vederti lavorare con tanto impegno, Mae! Un ragazzo con cui era uscita per breve tempo al college scrisse: Ma non la lasci mai, quella scrivania?

Cominciò a pensare un po’ di più ai vestiti che metteva per andare al lavoro. Stava più attenta a dove si grattava, quando si soffiava il naso e come. Ma erano pensieri utili, un buon sistema per controllarsi. E sapere di essere tenuta d’occhio, sapere che il Cerchio, di notte, era il luogo di lavoro più osservato del mondo, le ricordava, più profondamente che mai, il radicale cambiamento che aveva subito la sua vita in appena qualche mese. Dodici settimane prima stava ancora lavorando per l’azienda dell’acqua e del gas della sua città natale, città che nessuno aveva mai sentito nominare. Ora comunicava con clienti di ogni angolo del pianeta, controllando sei schermi, addestrando un altro branco di pivelli e sentendosi nel complesso più indispensabile, più apprezzata e più intellettualmente stimolata di quanto avesse mai creduto possibile.

E con gli strumenti che il Cerchio le metteva a disposizione Mae si sentiva capace d’influenzare eventi globali, persino di salvare delle vite in mezzo mondo. Proprio quel mattino le era arrivato il messaggio di una compagna del college, Tania Schwartz, che chiedeva il suo aiuto per un’iniziativa promossa dal fratello. In Guatemala c’era un gruppo paramilitare, una riesumazione delle forze terroriste degli anni Ottanta, che aveva attaccato dei villaggi e fatto prigioniere delle donne. Una di esse, Ana María Herrera, era fuggita e aveva raccontato di stupri rituali, di ragazze adolescenti prese come concubine, e degli assassini di coloro che non volevano collaborare. La compagna di Mae, che a scuola non era mai stata un’attivista, diceva di essere stata costretta ad agire da queste atrocità, e chiedeva a tutte le persone che conosceva di partecipare a un’iniziativa chiamata “Ti sentiamo, Ana María”. Dobbiamo farle sapere che ha amici in tutto il mondo che non sono disposti ad accettare queste cose, diceva il messaggio di Tania.

Mae vide una foto di Ana María che guardava in su, impassibile, seduta su una sedia pieghevole in una camera bianca, con un bimbo senza nome in grembo. Di fianco alla foto c’era il pulsante di uno smile che diceva: “Ti sento, Ana María”, che, una volta cliccato, avrebbe aggiunto il nome di Mae all’elenco di coloro che offrivano il loro sostegno ad Ana María. Mae cliccò sul pulsante. Altrettanto importante, scriveva Tania, è inviare un messaggio ai paramilitari per informarli che denunciamo le loro azioni. Sotto il ritratto di Ana María c’era la foto confusa di un gruppo di uomini in divise militari male assortite che marciavano attraverso una fitta giungla. Accanto alla foto c’era il pulsante di un frown che diceva: “Denunciamo le forze di sicurezza del Guatemala centrale”. Mae ebbe una breve esitazione, conoscendo la gravità di ciò che stava per fare – schierarsi pubblicamente contro questi stupratori e assassini –, ma doveva prendere posizione. Cliccò sul pulsante. Un risposta automatica la ringraziò, notando che era la 24.726  a persona a inviare uno smile ad Ana María e la 19.282  a a inviare un frown ai paramilitari. Tania faceva notare che mentre gli smile venivano inviati direttamente al telefono di Ana María, il fratello di Tania stava ancora cercando il modo di recapitare i frown alle forze di sicurezza del Guatemala centrale.

Dopo la petizione di Tania, Mae indugiò un momento, sentendosi molto vigile, molto sensibilizzata, sapendo non soltanto che forse si era fatta un gruppo di potenti nemici in Guatemala, ma che migliaia e migliaia di osservatori di SeeChange avevano assistito alla scena. La cosa fu un puntello per la sua autocoscienza e le fece comprendere il potere che poteva esercitare nella sua posizione. Decise di andare in bagno, per sgranchirsi le gambe e spruzzarsi un po’ d’acqua fredda sul viso, e fu nel bagno che il telefono ronzò. L’identità di chi chiamava era nascosta.

«Pronto?»

«Sono io. Kalden.»

«Dove sei stato?»

«È complicato, adesso. Tutte queste videocamere.»

«Non sei una spia, eh?»

«Lo sai che non sono una spia.»

«Annie è convinta che tu lo sia.»

«Ho bisogno di vederti.»

«Sono in bagno.»

«Lo so.»

«Lo sai?»

«CircleSearch, SeeChange… Non sei difficile da trovare.»

«E tu dove sei?»

«Sto venendo. Resta lì.»

«No. No.»

«Devo vederti. Resta lì.»

«No. Possiamo vederci più tardi. C’è una cosa al Nuovo Regno. Serata folk con microfono aperto. Un locale pubblico sicuro.»

«No, no. Non posso.»

«Non puoi venire qui.»

«Posso e vengo.»

E riattaccò.

Mae guardò nella borsetta. Aveva un preservativo. E restò. Scelse il box più lontano e attese. Sapeva che aspettarlo non era prudente. Che era sbagliato da molti punti di vista. Non avrebbe potuto dirlo a Annie. Annie dava la sua approvazione alla più carnale delle attività, ma non lì, al lavoro, in bagno. Sarebbe stata una prova di scarso discernimento e le avrebbe fatto una cattiva impressione. Guardò l’ora. Erano passati due minuti e si trovava ancora nel box di un bagno, in attesa di un uomo che conosceva solo vagamente e che, pensò, voleva solo sbatterla, a ripetizione, in posti sempre più strani. Allora, perché era lì? Perché voleva che succedesse. Voleva che lui la prendesse nel box, e voleva sapere che era stata presa lì, nelle ore di lavoro, e che l’avrebbero sempre saputo soltanto loro due. Perché aveva bisogno di questa cosa tanto seducente? Sentì che la porta si apriva, e poi lo scatto della serratura. Una serratura di cui ignorava l’esistenza. Poi udì il rumore dei lunghi passi di Kalden. I passi si arrestarono davanti ai box, dando luogo a un cupo cigolio, la sollecitazione dei dadi e dell’acciaio. Avvertì un’ombra sopra la testa e allungò il collo per vedere la figura che calava su di lei. Kalden aveva scalato l’alta parete del box ed era strisciato sulla grata fino al suo. Lo sentì scivolare tra le sue spalle. Il calore del suo corpo le scaldò la schiena, aveva sulla nuca il suo fiato ardente.

«Che stai facendo?» chiese.

Kalden aprì la bocca sul suo orecchio, tuffandovi la lingua. Lei rimase senza fiato e si appoggiò a lui. Le mani di Kalden le passarono sullo stomaco, raggiunsero la vita, scesero in fretta verso le cosce, stringendole con forza. Lei le spinse avanti e in alto, con la mente che lottava e alla fine affermava il suo diritto di fare queste cose. Aveva ventiquattro anni, e se non le faceva adesso – se non faceva proprio questo, proprio adesso – non le avrebbe mai fatte. Era l’imperativo della giovinezza.

«Mae» sussurrò lui, «smetti di pensare.»

«Okay.»

«E chiudi gli occhi. Pensa a quello che ti sto facendo.»

La sua bocca era sul collo di Mae, lo baciava, lo leccava, mentre le sue mani trafficavano con la gonna e le mutandine. Gliele calò sulle anche e fino a terra, e se la tirò addosso, riempiendola immediatamente. «Mae» disse, mentre lei si schiacciava contro di lui, con le mani di Kalden sui fianchi, per farlo penetrare così a fondo da sentirne la testa gonfia in un punto vicino al cuore. «Mae» disse lui, mentre lei si puntellava da ambo i lati contro i muri, come se volesse tenere a bada il resto del mondo.

Venne, ansimando, e finì anche lui, con qualche brivido ma silenziosamente. E subito risero, entrambi, sommessamente, sapendo che avevano fatto una cosa temeraria e pericolosa per la carriera, e che se ne dovevano andare. Lui la fece voltare e la baciò sulla bocca, con gli occhi aperti, mostrandosi stupefatto e pieno di malizia. «Ciao» disse, e lei riuscì solo a salutarlo con la mano, sentendo la forma di Kalden risalire alle sue spalle, scalare le pareti e dirigersi verso l’uscita.

E poiché lui si fermò davanti alla porta per sbloccarla, e poiché pensava che forse non lo avrebbe mai più visto, Mae trovò il cellulare, si issò sulla parete del box e fece una fotografia, ignorando se avrebbe colto qualcosa della sua figura. Quando guardò cos’aveva catturato, era solo il braccio destro, dal gomito alle punte delle dita, perché il resto era già sparito.

Perché mentire a Annie? si chiedeva Mae, senza conoscere la risposta, ma sapendo che le avrebbe mentito in ogni caso. Dopo essersi ricomposta nel bagno, era tornata alla scrivania e, incapace di controllarsi, aveva subito inviato un messaggio a Annie, che stava volando in qualche parte dell’Europa o anche più in là: Di nuovo con quello dai capelli grigi, scrisse. Dirlo a Annie avrebbe dato il via a una serie di bugie, grandi e piccole, e Mae si trovò, nei minuti tra l’invio del messaggio e l’inevitabile risposta di Annie, a chiedersi quanto doveva nascondere e perché.

Finalmente arrivò il messaggio di Annie. Ora devo sapere tutto. Sono a Londra con alcuni lacchè del parlamento. Credo che uno si sia appena tolto il monocolo. Cerca di distrarmi.

Mentre decideva cosa dire a Annie, Mae la stuzzicò con un dettaglio. In uno dei bagni.

Annie rispose subito.

Il vecchio? In un bagno? Hai usato la postazione per il cambio dei pannolini?

No. Uno dei box. Ed è stato VIGOROSO.

Una voce alle spalle di Mae pronunciò il suo nome. Mae si voltò e vide Gina e il suo enorme sorriso nervoso. «Hai un secondo?» Mae tentò di girare lo schermo col dialogo con Annie, ma Gina l’aveva già visto.

«Stai parlando con Annie?» disse. «Voi due siete proprio amiche per la pelle, eh?»

Mae annuì, girò lo schermo, e ogni luce lasciò il viso di Gina. «È ancora un buon momento per spiegarti Conversion Rate e Retail Raw?»

Mae aveva completamente dimenticato che Gina doveva venire a illustrarle un altro strato.

«Certo» disse Mae.

«Annie ti ha già parlato di questa roba?» disse Gina, e il suo viso sembrava fragilissimo.

«No» disse Mae, «non l’ha fatto.»

«Non ti ha parlato del Conversion Rate?»

«No.»

«E di Retail Raw?»

«No.»

Il viso di Gina s’illuminò. «Oh. Okay. Bene. Allora, possiamo farlo adesso?» Gli occhi di Gina frugarono nel viso di Mae, come cercando la minima ombra di dubbio, che Gina avrebbe usato come un valido motivo per crollare totalmente.

«Sarebbe fantastico» disse Mae, e Gina si illuminò nuovamente.

«Bene. Partiamo dal Conversion Rate. È abbastanza ovvio, comunque, ma il Cerchio non esisterebbe, e non crescerebbe, e non potrebbe andare più vicino a completare il Cerchio, se non ci fossero veri acquisti da fare, veri scambi commerciali da stimolare. Noi siamo qui per fare da canale alle informazioni di tutto il mondo, ma siamo sostenuti da inserzionisti che sperano di arrivare ai clienti attraverso di noi, giusto?»

Gina sorrise, e per un attimo i grossi denti bianchi occuparono gran parte del suo viso. Mae cercava di concentrarsi, ma stava pensando a Annie che, durante il suo colloquio con i parlamentari, senza dubbio stava pensando a Mae e Kalden. E quando Mae pensava a se stessa e Kalden, pensava alle mani di Kalden intorno alla sua vita, che la tiravano gentilmente su di lui, mentre aveva gli occhi chiusi e la mente che espandeva ogni…

Gina non aveva smesso di parlare. «Ma come spingere, come stimolare gli acquisti? Ecco il tasso di conversione. Tu puoi zingare, potresti commentare, valutare e mettere in risalto ogni prodotto, ma puoi tradurre tutto questo in azione? Far leva sulla tua credibilità per stimolare l’azione: questo è cruciale, no?»

Ora Gina sedeva accanto a Mae, con le dita sulla sua tastiera. Aprì un complesso foglio di calcolo. In quel momento un altro messaggio di Annie arrivò sul secondo schermo. Mae girò appena il monitor. Ora devo parlarti da boss. Sei venuta a sapere il cognome, stavolta?

Mae vide che anche Gina stava leggendo il messaggio, senza fingere di fare diversamente.

«Va’ avanti» disse Gina. «Sembra importante.»

Mae scavalcò Gina per arrivare alla tastiera e digitò la bugia che poco dopo essere uscita dal bagno sapeva che avrebbe detto a Annie. Sì. So tutto.

La risposta di Annie arrivò immediatamente: E il suo nome è…?

Gina guardò questo messaggio. «Dev’essere pazzesco, anche solo ricevere messaggi da Annie Allerton.»

«Eh, già» disse Mae, e digitò: Non posso dirlo.

Gina lesse il messaggio di Mae, ma sembrava meno interessata al suo contenuto del fatto che questo avanti e indietro stesse avvenendo proprio davanti a lei. «Voi due vi scambiate messaggi come se fosse robetta?» chiese.

Mae cercò di addolcire l’impatto. «Non per tutto il giorno.»

«Non per tutto il giorno?» Un sorriso esitante ravvivò il viso di Gina.

Annie forzò il passaggio. Davvero non vuoi dirmelo? Dimmelo subito.

«Scusa» disse Mae. «Ho quasi finito.» Digitò: No. Non lo lasceresti più in pace.

Mandami una foto, scrisse Annie.

No. Ma ne ho una, digitò Mae, dicendo l’altra bugia che secondo lei era necessaria. In effetti aveva una sua fotografia, e quando si rese conto che l’aveva, e che poteva dirlo a Annie, e poteva dire la verità senza dirla tutta, e che questa foto, insieme all’altra innocente bugia che aveva detto affermando di conoscere il suo cognome, le avrebbe permesso di continuare a vedere quest’uomo, Kalden, che poteva benissimo essere un pericolo per il Cerchio, capì che avrebbe usato questa seconda bugia con Annie, e che le avrebbe fatto guadagnare tempo: altro tempo per andare su e giù sopra Kalden, mentre tentava di accertare esattamente chi era e cosa voleva da lei.

Una foto in movimento, digitò. Ho fatto un riconoscimento facciale e tutto quadra.

Grazie a dio, scrisse Annie. Ma sei una stronza.

Gina, che aveva letto il messaggio, era visibilmente agitata. «Forse dovremmo farlo dopo» disse, con la fronte improvvisamente lucida di sudore.

«No, scusa» disse Mae. «Va’ avanti. Giro lo schermo.»

Apparve un altro messaggio di Annie. Mentre girava lo schermo Mae gli lanciò un’occhiata. Hai sentito rompersi qualche osso mentre eri seduta su di lui? I vecchi hanno ossa di uccellini, e la pressione che eserciti potrebbe essere fatale.

«Okay» disse Gina, deglutendo nervosamente, «da molti anni società meno importanti studiavano, e cercavano d’influenzare, i rapporti tra citazioni, recensioni, commenti e giudizi online, e gli acquisti veri e propri. I programmatori del Cerchio hanno trovato il modo di misurare l’impatto di questi fattori, in pratica della tua partecipazione, e di articolarlo con il Conversion Rate.»

Arrivò un altro messaggio, ma Mae lo ignorò, e Gina continuò a passo di carica, elettrizzata dal fatto che, per un momento, era stata considerata più importante di Annie.

«Così, ogni acquisto provocato o suggerito da una raccomandazione che fai tu alza il tuo tasso di conversione. Se il tuo acquisto o la tua raccomandazione convince altre cinquanta persone a compiere la stessa azione, il tuo CR sarà x50. Ci sono dei Circler con un tasso di conversione di x1200. Ciò significa che in media 1200 persone comprano tutto quello che comprano loro. La credibilità che hanno accumulato è tale da far sì che i follower si fidino implicitamente delle loro raccomandazioni, e gli siano profondamente grati per la garanzia che rappresentano in materia di shopping. Annie, naturalmente, ha uno dei CR più alti del Cerchio.»

Proprio allora si udì il suono di un’altra gocciolina. Gina batté le palpebre come se l’avessero schiaffeggiata, ma riprese.

«Okay, e così, il tuo tasso di conversione medio è stato finora x119. Non c’è male. Ma su una scala da 1 a 1000 ci sono ampi margini di miglioramento. Sotto il Conversion Rate è il tuo Retail Raw, il prezzo lordo di prodotti raccomandati. Così, poniamo che tu raccomandi un certo portachiavi a catenella, e che mille persone accolgano la tua raccomandazione; ecco che questi mille portachiavi, al prezzo di 4 dollari l’uno, portano il tuo Retail Raw a 4000 dollari. È il prezzo al dettaglio lordo degli scambi commerciali che hai incrementato. Buffo, eh?»

Mae annuì. Le piaceva moltissimo l’idea di poter effettivamente controllare l’effetto dei suoi gusti e delle sue raccomandazioni.

Un’altra gocciolina. Gina batté le palpebre come se si sforzasse di trattenere le lacrime. Si alzò in piedi.

«Okay. Mi sento come se avessi fatto un’intrusione nella tua pausa pranzo e nella vostra amicizia. Dunque, questi sono il Conversion Rate e il Retail Raw. So che hai capito. Riceverai un altro schermo entro stasera per controllare questi punteggi.»

Gina tentò di sorridere, ma sembrava incapace di sollevare gli angoli della bocca di quel tanto che bastava per apparire convincente. «Oh, e il minimo che ci si aspetti dai Circler più efficienti è un tasso di conversione di x250 e un Retail Raw settimanale di 45.000 dollari, obiettivi modesti, tutt’e due, e largamente superati dalla maggior parte dei Circler. Se hai qualche domanda, be’» s’interruppe, guardandola con occhi che tradivano la sua fragilità, «sono sicura che puoi chiedere a Annie.»

Girò sui tacchi e se ne andò.

Due o tre sere dopo, un giovedì senza nubi, Mae si recò dai genitori, per la prima volta da quando era entrata in vigore la nuova assicurazione di suo padre al Cerchio. Sapeva che si era sentito molto meglio e non vedeva l’ora d’incontrarlo di persona, sperando, ridicolmente, in un cambiamento miracoloso, ma sapendo che avrebbe visto solo miglioramenti di poco conto. Eppure le voci dei suoi genitori, al telefono e negli SMS, le erano parse piene di vita. «Adesso è tutto diverso» avevano detto per settimane, e le avevano chiesto di venire a festeggiare. E così, pensando ai ringraziamenti che l’aspettavano, Mae si diresse prima a est poi a sud, e quando arrivò suo padre l’accolse sulla porta, con un’aria assai più solida e, cosa più importante, più sicura di sé: somigliava molto di più all’uomo che era stato una volta. Le mostrò il braccialetto che aveva al polso e lo dispose parallelamente a quello di Mae. «Guarda. Siamo uguali. Vuoi un bicchiere di vino?»

Dentro, si sedettero tutt’e tre come avevano fatto sempre, lungo il banco della cucina, e tagliarono a dadini, e impanarono, e parlarono dei vari modi in cui era migliorata la salute del padre di Mae. Ora poteva scegliersi i dottori. Adesso non c’erano più limiti alle medicine che poteva prendere; erano tutte coperte dall’assicurazione, e non c’erano ticket. Mae notò, mentre narravano la storia del recente miglioramento, che sua madre era più vivace, più esuberante del solito. Indossava un paio di shorts ridottissimi.

«La cosa migliore» disse suo padre «è che ora tua madre ha tutto il tempo che vuole. È tutto così semplice. Io vado dal dottore e il Cerchio bada al resto. Non ci sono intermediari. Non ci sono discussioni.»

«E quello? È proprio la cosa che credo io?» disse Mae. Sopra il tavolo della sala da pranzo pendeva un lampadario d’argento che, visto più da vicino, si rivelò essere uno di quelli di Mercer. I bracci che sembravano d’argento erano, in realtà, corna di cervo dipinte. Mae aveva sempre avuto solo fugaci entusiasmi per i suoi prodotti – quando erano fidanzati faticava a trovare cose carine da dire –, ma questo le piacque sul serio.

«Sì» disse sua madre.

«Non è brutto» disse Mae.

«Non è brutto?» disse suo padre. «È la sua opera migliore, e tu lo sai. Quest’affare costerebbe cinquemila dollari in una di quelle boutique di San Francisco. Ce l’ha regalato.»

Mae rimase colpita. «Perché regalato?»

«Perché ce l’ha regalato?» disse sua madre. «Perché è nostro amico. Perché è un giovanotto perbene. E aspetta prima di alzare gli occhi al cielo o di rispondere con uno dei tuoi commenti spiritosi.»

Mae aspettò, e dopo aver pensato a una mezza dozzina di battute scortesi che poteva fare sul conto di Mercer e aver scelto il silenzio, scoprì di provare nei suoi riguardi un sentimento di generosità. Poiché non aveva più bisogno di lui, poiché era diventata un motore cruciale e misurabile del commercio mondiale, e poiché aveva al Cerchio due uomini tra cui scegliere – uno dei quali un enigma vulcanico e calligrafico che scalava i muri per possederla da tergo –, poteva permettersi di essere generosa verso il povero Mercer, la sua testa ispida e il suo grottesco culo grasso.

«È veramente bello» disse.

«Sono lieta che la pensi così» disse sua madre. «Potrai dirglielo tu stessa tra qualche minuto. Viene a cena.»

«No» disse Mae. «No, per favore.»

«Mae» disse suo padre con fermezza. «Viene, okay?»

E lei capì che non era il caso di discutere. Si versò, invece, un bicchiere di vino rosso e, mentre apparecchiava, ne trangugiò metà. Quando Mercer bussò ed entrò in casa, la sua faccia era mezzo intorpidita e i suoi pensieri vaghi.

«Ehi, Mae» disse lui, e la strinse in un abbraccio esitante.

«Il tuo lampadario è veramente magnifico» disse lei, e già mentre pronunciava le parole vide il loro effetto su di lui, perciò andò oltre. «È davvero bellissimo.»

«Grazie» disse lui. E si voltò a guardare i genitori di Mae, come per avere la conferma che avevano sentito. Mae si versò un altro goccio di vino.

«Proprio così» riprese. «Cioè, lo sapevo che lavori bene.» E mentre diceva così fece in modo di non guardarlo in faccia, sapendo che i suoi occhi non le avrebbero creduto. «Ma questo è il migliore che tu abbia mai fatto. Sono proprio felice che tu abbia messo tanta… Sono davvero felice che la mia preferita tra le tue creazioni sia nella sala da pranzo dei miei genitori.»

Mae tirò fuori la macchina e scattò una fotografia.

«Che fai?» disse Mercer, anche se pareva contento che lo avesse trovato degno di una fotografia.

«Volevo solo fargli una foto. Guarda» disse lei, e gliela mostrò.

Intanto i suoi genitori erano spariti, pensando senza dubbio che volesse restare un po’ sola con Mercer. Erano allegri e sembravano un po’ folli.

«È bello» disse lui, guardando la foto più a lungo di quanto Mae si fosse aspettata. Evidentemente, non si faceva scrupolo di bearsi, e inorgoglirsi, del proprio lavoro.

«È incredibile» disse lei. Il vino le aveva dato alla testa. «È stato molto gentile da parte tua. E so che per loro significa molto, specie adesso. Aggiunge qualcosa di molto importante, qui dentro.» Mae era euforica, e non solo per il vino. Era un senso di liberazione. La sua famiglia era stata liberata. «Questa stanza era così buia» disse.

E per un breve istante sembrarono trovare, lei e Mercer, l’armonia di una volta. Mae, che per anni aveva pensato a lui con un disappunto che rasentava la pietà, in quel momento ricordò che Mercer era capace di fare grandi cose. Sapeva che era un uomo sensibile, e molto buono, anche se i suoi orizzonti limitati erano stati esasperanti. Ma ora, vedendo questo – poteva chiamarlo un’opera d’arte? Era qualcosa di simile – e l’effetto che aveva sulla casa, si riaccese la sua fiducia in lui.

Ebbe un’idea. Col pretesto di andare a cambiarsi in camera sua, si scusò e corse di sopra. Invece, seduta sul suo vecchio letto, in tre minuti aveva postato la foto del lampadario in due dozzine di feed di design e arredamento d’interni, collegandosi al sito di Mercer – dove c’erano il suo numero di telefono e qualche fotografia; non lo aggiornava da anni – e al suo indirizzo email. Se non era abbastanza sveglio per trovarsi dei clienti, Mae sarebbe stata felice di farlo per lui.

Quando ebbe finito, Mercer sedeva con i suoi genitori intorno al tavolo della cucina, carico di pollo fritto con contorno d’insalata e altre verdure. I loro occhi la seguirono mentre scendeva le scale. «Ti ho chiamato» disse suo padre.

«Ci piace mangiare quando il cibo è caldo» soggiunse sua madre.

Mae non li aveva sentiti. «Scusate. Stavo… Accidenti, che meraviglia. Papà, non ti sembra che il lampadario di Mercer sia fichissimo?»

«Sì. E l’ho già detto, a te e a lui. Era un anno che gli chiedevamo una delle sue creazioni.»

«Avevo bisogno delle corna giuste» disse Mercer. «Non ne trovavo di veramente grandi da qualche tempo.» Continuò spiegando in che modo se le procurava, come le comprava solo da collaboratori fidati, persone che era sicuro non fossero andate a caccia di cervi o che, se l’avevano fatto, erano state autorizzate dal Dipartimento della Pesca e della Caccia a limitare il sovraffollamento.

«Questo è incantevole» disse sua madre. «Prima di dimenticarmene, voglio brindare… Cos’è?»

Era il suono del cellulare di Mae. «Niente» disse lei. «Ma tra un secondo credo che avrò una buona notizia da dare. Continua, mamma.»

«Stavo solo dicendo che volevo brindare…»

Poi a suonare fu il telefono di Mercer.

«Scusate» disse lui, e passò la mano sopra la tasca dei calzoni cercando il pulsante per spegnerlo.

«Avete finito?» chiese la madre di Mae.

«Scusi, signora Holland» disse Mercer. «Continui.»

Ma in quel momento il telefono di Mae tornò a emettere il suo ronzio, e quando lei guardò lo schermo vide che c’erano trentasette zing e messaggi nuovi.

«Una cosa di cui devi occuparti?» disse suo padre.

«No, non ancora» disse Mae, anche se era quasi troppo eccitata per aspettare. Era orgogliosa di Mercer, e presto avrebbe potuto mostrargli qualcosa a proposito dei clienti che poteva avere fuori Longfield. Se in pochi minuti erano arrivati trentasette messaggi, in venti minuti sarebbero stati cento.

Sua madre riprese. «Volevo ringraziarti, Mae, per tutto quello che hai fatto per migliorare la salute di tuo padre e il mio equilibrio mentale. E volevo brindare anche a Mercer, come parte della nostra famiglia, e ringraziarlo per il suo bellissimo lavoro.» Fece una pausa, come se si aspettasse di sentire un ronzio da un momento all’altro. «Be’, sono contenta di avercela fatta. Mangiamo. Il pollo si raffredda.»

E cominciarono a mangiare, ma dopo qualche minuto Mae aveva sentito tanti di quei drin, e visto lo schermo del cellulare aggiornarsi tante di quelle volte, che non poteva più aspettare.

«Okay, non resisto più. Ho postato la foto del tuo lampadario, Mercer, e la gente ne va pazza!» Gli rivolse un sorriso raggiante e alzò il bicchiere. «Ecco a cosa dovremmo brindare.»

Mercer non sembrava divertito. «Un momento. L’hai postata dove?»

«È fantastico, Mercer» disse il padre di Mae, e alzò anche lui il bicchiere.

Mercer non aveva alzato il suo. «Dove l’hai postata, Mae?»

«Ovunque fosse il caso» disse lei, «e i commenti sono straordinari.» Guardò lo schermo. «Lascia solo che ti legga il primo. E cito: Urca, è strepitoso. Questo è di un designer industriale piuttosto noto di Stoccolma. Eccone un altro: Fichissimo. Mi ricorda una cosa che ho visto l’anno scorso a Barcellona. Questo era di una designer di Santa Fe che ha un negozio. Ti ha dato tre stelle su quattro, e aveva dei suggerimenti su come lo potresti migliorare. Scommetto che potresti venderli anche là, se volessi. Ed eccone un altro…»

Mercer aveva posato le mani sul tavolo. «Fermati. Per piacere.»

«Perché? Non hai ancora sentito la parte migliore. Su DesignMind hai già avuto 122 smile. È un numero incredibile in così poco tempo. E lì hanno una classifica, e per oggi tu sei tra i primi cinquanta. Veramente, lo so io come potresti migliorare la tua posizione…» Nello stesso tempo le venne in mente che questo genere di attività avrebbe sicuramente portato il suo PartiRank a meno di 1800. E se avesse convinto abbastanza gente a comprare il lampadario, sarebbero salite anche le cifre di Conversion Rate e Retail Raw…

«Mae. Basta. Fermati, per piacere.» Mercer la stava fissando, con i suoi occhi piccoli e tondi. «Non voglio alzare la voce qui, a casa dei tuoi genitori, ma o la smetti o dovrò andarmene.»

«Aspetta solo un attimo» disse lei, e diede una scorsa ai messaggi, cercandone uno che sicuramente lo avrebbe impressionato. Aveva visto un messaggio arrivare da Dubai e, se lo avesse trovato, sapeva che avrebbe vinto la sua resistenza.

«Mae» sentì sua madre dire. «Mae.»

Ma non riusciva a trovare il messaggio. Dov’era? Mentre li faceva scorrere sullo schermo, udì il suono stridulo delle gambe di una sedia sul pavimento. Ma era così prossima a trovarlo che non alzò lo sguardo. Quando lo fece, scoprì che Mercer se n’era andato e i suoi genitori la stavano guardando a bocca aperta.

«Mi sembra una bella cosa che tu voglia aiutare Mercer» disse sua madre, «però non capisco perché adesso ti comporti così. Stavamo solo cercando di cenare piacevolmente insieme.»

Mae guardò sua madre, assorbendo tutto il disappunto e lo sconcerto che poteva sopportare, poi corse fuori e raggiunse Mercer mentre usciva dal vialetto a marcia indietro.

Si lasciò cadere sul sedile del passeggero. «Fermati.»

Gli occhi di Mercer erano opachi, spenti. Girò la chiave e mise le mani sulle ginocchia, esalando l’aria che aveva nei polmoni con tutta la compiacenza a cui riusciva a fare appello.

«Diavolo, Mercer, qual è il problema?»

«Mae, ti avevo chiesto di smettere, e non l’hai fatto.»

«Ho ferito i tuoi sentimenti?»

«No. Hai ferito il mio cervello. Mi viene da pensare che tu sia totalmente fuori di testa. Ti ho chiesto di smettere e non hai voluto farlo.»

«Non ho voluto smettere di aiutarti.»

«Non ti avevo chiesto aiuto. E non ti avevo dato il permesso di postare una foto del mio lavoro.»

«Il tuo lavoro.» Mae colse nella propria voce qualcosa di pungente che – lo sapeva – non era giusto e non avrebbe portato a nulla di buono.

«Tu sei maligna, Mae, e sei meschina, e sei cinica.»

«Cosa? Sono tutt’altro che cinica, Mercer. Cercavo di aiutarti perché credo in quello che fai.»

«No, non è vero. Mae, tu sei solo incapace di lasciare che qualcosa viva in una stanza. Il mio lavoro esiste in una stanza. Non esiste in nessun altro posto. Ed è così che lo intendo io.»

«Allora, non vuoi ampliare la tua attività?»

Mercer guardò attraverso il parabrezza, poi si appoggiò allo schienale. «Mae, mai come in questo momento ho avuto più forte l’impressione che esista una setta che vuole impadronirsi della Terra. Sai cos’hanno cercato di vendermi l’altro giorno? Davvero, scommetto che era qualcuno che aveva a che fare col Cerchio. Hai sentito parlare di Homie? L’aggeggio che permette al tuo telefono di scannerizzare i codici a barre di tutti i prodotti che hai in casa…»

«Esatto. Dopodiché ordina roba nuova ovunque ha constatato che sei a corto. È geniale.»

«Tu lo trovi normale?» disse Mercer. «E sai come me l’hanno presentato? È la solita visione utopistica. Questa volta dicevano che ridurrà gli sprechi. Se i negozianti sanno cosa vogliono i clienti, non produrranno più del necessario, non distribuiranno più del necessario, non dovranno buttar via la roba quando non viene acquistata. Cioè, come tutte le altre cose a cui fate pubblicità, sembra perfetto, sembra progressista, mentre implica più controllo, più monitoraggio centralizzato di tutto quello che facciamo.»

«Mercer, il Cerchio è un gruppo di persone come me. Stai dicendo che in qualche modo siamo tutti in una stanza, in qualche posto, a sorvegliarti, a progettare il dominio del mondo?»

«No. Prima di tutto, lo so che è tutta gente come te. Ed è questa la cosa più terrificante. Individualmente voi non sapete quello che fate collettivamente. Però, in secondo luogo, non dovreste fare troppo affidamento sulla benevolenza dei vostri capi. Per anni c’è stato un tempo felice in cui gli uomini che avevano il controllo dei più importanti canali di Internet erano davvero persone abbastanza perbene. O almeno non erano rapaci e vendicativi. Ma io ho sempre avuto questa preoccupazione: e se qualcuno volesse usare questo potere per punire quelli che l’hanno sfidato?»

«Che stai dicendo?»

«Credi che sia solo una coincidenza se ogni volta che un membro del Congresso o un blogger parla di monopolio viene immediatamente coinvolto in una terribile controversia a base di sesso, pornografia e stregoneria? Per vent’anni Internet ha avuto la possibilità di rovinare chiunque in due minuti, ma nessuno, fino ai tuoi Tre Saggi, o almeno a uno di loro, si è mai proposto di farlo veramente. Vuoi farmi credere che questa per te è una novità?»

«Sei davvero paranoico. La tua cervellotica teoria del complotto mi ha sempre demoralizzato, Mercer. Sembri così ignorante. E dire che Homie è qualcosa di talmente nuovo che fa paura… Cioè, scusa, per cent’anni sono esistiti dei lattai che ti portavano il latte a casa. Sapevano quando ne avevi bisogno. Sono esistiti dei macellai che ti vendevano la carne, dei fornai che ti portavano il pane…»

«Ma il lattaio non mi scannerizzava la casa! Cioè, qualunque cosa abbia un codice a barre UPC  10 può essere scannerizzata. Ci sono già milioni di telefoni che scannerizzano le case della gente e trasmettono tutte le informazioni al mondo intero.»

«E con questo? Non vuoi che la Charmin sappia quanta della loro carta igienica consumi? Ti senti forse particolarmente oppresso dalla Charmin?»

«No, Mae, è diverso. Sarebbe più facile da capire. Qui, però, non ci sono oppressori. Nessuno ti obbliga a farlo. Te li lasci mettere spontaneamente, questi lacci. E spontaneamente diventi del tutto autistica nella sfera dei rapporti sociali. Non raccogli più i suggerimenti basilari della comunicazione interpersonale. Sei a tavola con tre esseri umani che ti guardano, tutti, e cercano di parlare con te, e tu resti incollata a uno schermo cercando degli estranei in qualche parte del mondo.»

«Anche tu, Mercer, non sei così puro. Hai un account di posta elettronica. Hai un sito Web.»

«Ecco il problema, e mi addolora dirtelo. Ma non sei più molto interessante. Passi dodici ore al giorno seduta a una scrivania e non hai niente da mostrare all’infuori di qualche numero che non esiste o che tra una settimana nessuno ricorderà. Non lasci nessuna traccia della tua esistenza. Non c’è nessuna prova.»

«Vaffanculo, Mercer.»

«Peggio ancora, non fai più nulla d’interessante. Non vedi niente, non dici niente. Il curioso paradosso è che credi di essere al centro delle cose, e che questo renda più valide le tue opinioni, mentre tu, personalmente, stai diventando meno vivace e meno vitale. Scommetto che da mesi non fai altro che guardare uno schermo. Non è così?»

«Che grosso stronzo sei, Mercer.»

«Esci ancora di casa, qualche volta?»

«La persona interessante sei tu, vero? L’idiota che confeziona lampadari con le corna di una carcassa? Sei tu il ragazzo prodigio che crea chissà quali meraviglie?»

«Sai cosa penso, Mae? Penso che stare dietro a quella scrivania in qualche modo ti faccia credere, tra un frown e uno smile, che quella che fai è proprio una vita affascinante. Tu scrivi commenti sulle cose invece di farle. Guardi delle foto del Nepal, clicchi sul pulsante degli smile, e credi che sia come andarci. Cioè, che succederebbe se ci andassi sul serio? I tuoi rating di CircleJerk o che cazzo scenderebbero sotto un livello accettabile? Mae, ti rendi conto che sei diventata incredibilmente noiosa?»

Già da molti anni Mercer era diventato l’essere umano che Mae aborriva più di ogni altro. Questa non era una novità. Aveva sempre avuto la straordinaria capacità di portarla ai limiti dell’apoplessia. Quell’aria compiaciuta e professorale. Quelle stronzate da antiquario. E soprattutto l’assoluta convinzione – così errata – di conoscerla. Conosceva le parti di lei che gli piacevano e gli andavano bene, e credeva presuntuosamente che quelle fossero il suo vero io, la sua essenza. Non sapeva niente.

Ma a ogni chilometro che si era lasciata alle spalle, tornando a casa, Mae si sentì meglio. Meglio a ogni chilometro che aveva messo tra lei e quel grasso coglione. Il fatto che fosse andata a letto con lui la faceva soffrire fisicamente. Era stata forse posseduta da uno strano demone? Il suo corpo doveva essere stato sopraffatto, nel corso di quei tre anni, da una terribile forza che le aveva impedito di vedere quanto era spregevole. Era grasso anche allora, no? Come si fa a essere grassi al liceo? E accusa me di rimanere seduta dietro una scrivania quando lui peserà venti chili di troppo? Quell’uomo aveva la testa al posto dei piedi.

Decise di non rivolgergli più la parola. Sapeva che l’avrebbe fatto, e questo la consolò. Il sollievo ebbe su di lei l’effetto di un bagno caldo. Non avrebbe mai più parlato con lui, non gli avrebbe mai più scritto. Avrebbe insistito perché i suoi genitori troncassero ogni rapporto con lui. Decise anche di distruggere il lampadario: l’avrebbe fatto passare per un incidente. Magari inscenando un’effrazione. Mae rise tra sé al pensiero di espellere quel grasso idiota dalla sua vita. Quel brutto e sudaticcio mezzo alce e mezzo uomo non avrebbe mai più avuto voce in capitolo nel suo mondo.

Vide il cartello stradale per Maiden’s Voyages e non pensò niente. Oltrepassò l’uscita e non sentì niente. Pochi secondi dopo, però, lasciava l’autostrada e faceva dietrofront per raggiungere la spiaggia. Erano quasi le dieci, e sapeva che il chiosco doveva essere chiuso da ore. Allora, che stava facendo? Non era una reazione alla provocazione di Mercer quando le aveva chiesto se qualche volta usciva ancora di casa. Voleva solo vedere se il posto era aperto; sapeva che non poteva essere così, ma forse Marion era ancora là, e magari le avrebbe permesso di uscire col kayak per una mezz’ora. Dopo tutto, abitava nella vicina roulotte. Forse l’avrebbe trovata nel recinto, e convinta a noleggiargliene uno.

Parcheggiò e guardò nell’interno dalla rete metallica, senza vedere nessuno: c’erano solo il chiosco del noleggio, con le serrande abbassate, e le file di kayak e paddleboard. Attese, sperando di vedere una figura nella roulotte, ma non c’era nessuno. La luce, dentro, era fioca, rosata, ma la roulotte era vuota.

Raggiunse la spiaggetta e si fermò, guardando i raggi di luna che giocavano sull’immobile superficie della baia. Si sedette. Non aveva voglia di andare a casa, anche se non c’era motivo di restare. Aveva la testa piena di Mercer, della sua faccia da bambino gigantesco, e di tutte le sciocchezze che aveva detto quella sera e che ripeteva ogni sera. Era l’ultima volta che aveva cercato in qualche modo di aiutarlo, questo era certo. Mercer ormai apparteneva al passato, era il passato, un oggetto antico, noioso e inanimato che poteva mettere in soffitta.

Si alzò in piedi, pensando che doveva darsi da fare per migliorare il proprio PartiRank, quando vide qualcosa di strano. Contro il lato più lontano della rete metallica, fuori dal recinto, notò un grosso oggetto in precario equilibrio. Era o un kayak o una paddleboard, e a passo svelto si diresse da quella parte. Si rese conto che era proprio un kayak, appoggiato alla parte esterna della rete, con accanto la pagaia. La posizione del kayak era assurda; non aveva mai visto un kayak messo quasi in verticale, ed era sicura che Marion non avrebbe approvato. Poteva solo pensare che qualcuno, dopo averlo preso a nolo, lo avesse riportato dopo la chiusura, e avesse cercato di lasciarlo il più vicino possibile al recinto.

Mae pensò che, come minimo, doveva rimetterlo a terra, per ridurre le possibilità che cadesse durante la notte. Così fece, abbassandolo pian piano sulla sabbia, sorpresa dalla sua leggerezza.

Poi le venne un’idea. L’acqua era ad appena trenta metri di distanza, e Mae sapeva di poterlo trascinare facilmente fin là. Sarebbe stato considerato un furto prendere un kayak che era già stato preso da altri? In fondo, non gli stava facendo scavalcare la rete metallica; stava solo prolungando il noleggio già portato fuori tempo massimo da un altro. Sarebbe tornata di lì a un’ora o due, e nessuno avrebbe notato la differenza.

Buttò dentro la pagaia e trascinò il kayak per qualche metro attraverso la spiaggia, riflettendo su questo atto. Era un furto? Marion avrebbe sicuramente compreso, se l’avesse saputo. Era uno spirito libero, non una brontolona schiava dei regolamenti, e sembrava il tipo che, nei panni di Mae, avrebbe fatto la stessa cosa. Non si sarebbe assunta la responsabilità, ma d’altra parte dov’era questa responsabilità? Come poteva, Marion, essere considerata responsabile, se il kayak era stato preso a sua insaputa?

Ora Mae era sulla riva, e la prua era in acqua. E poi, sentendo l’acqua sotto l’imbarcazione, e il modo in cui la corrente sembrava cercare di strapparle il kayak dalle mani per trascinarlo verso la massa d’acqua della baia, Mae comprese che l’avrebbe fatto. L’unica complicazione era che non avrebbe avuto il giubbotto salvagente. Era l’unica cosa che il precedente utilizzatore del kayak era riuscito a gettare oltre la rete metallica. Ma il mare era così calmo che Mae non vide alcuna possibilità di autentici pericoli se si fosse tenuta vicino alla costa.

Una volta fuori, però, sentendo quel vetro pesante sotto il kayak, notando la velocità con cui procedeva, pensò che forse poteva spingersi un po’ più al largo. Che quella era proprio la sera giusta per raggiungere Blue Island. Angel Island era facile, ci andavano sempre tutti, ma Blue Island era sconosciuta, frastagliata, e nessuno le faceva mai visita. Mae sorrise, immaginandosi già là, e il suo sorriso si allargò quando pensò a Mercer, alla sua faccia compiaciuta, sorpresa, capovolta. Mercer era troppo grasso per entrare in un kayak, pensò, e troppo pigro per andare al largo. Un uomo che si stava rapidamente avvicinando alla trentina, che costruiva lampadari di corna e le faceva continui predicozzi – proprio a lei, che lavorava al Cerchio! – sulle scelte da fare nella vita. Era una barzelletta. Mentre Mae, che era già tra i Primi Duemila e si stava arrampicando rapidamente verso la vetta della classifica, era anche coraggiosa e capace di prendere, una sera, un kayak con cui avventurarsi sulle acque buie della baia per esplorare un’isola che Mercer avrebbe visto solo col binocolo, seduto su quel sacco di patate del suo culo a pitturare corna di animali con la porporina.

Il suo non era un itinerario le cui radici affondassero nella logica. Non conosceva le correnti della parte più profonda della baia, e non era molto saggio avvicinarsi tanto alla rotta delle petroliere, soprattutto dal momento che sarebbe stata al buio, invisibile a tutti. E quando avesse raggiunto l’isola, o le si fosse avvicinata, le condizioni del mare avrebbero potuto essere troppo difficili per consentirle di tornare indietro. Ma, spinta da una forza dentro di lei che era irresistibile e automatica come il sonno, sapeva che non si sarebbe fermata finché non fosse arrivata a Blue Island, o qualcosa le avesse impedito di farlo. Se non si alzava il vento, e il mare non si agitava, avrebbe raggiunto la meta.

Mentre pagaiava oltre le barche a vela e i frangenti, guardò verso sud, cercando con gli occhi la chiatta dove vivevano l’uomo e la donna, ma, così lontane, le forme non erano nitide, e comunque era poco probabile che avessero delle luci accese così tardi. Mantenendo la rotta, tagliò rapidamente oltre i panfili ancorati e proseguì verso lo stomaco rotondo della baia.

Udì un rapido sciabordio alle sue spalle e, voltandosi indietro, scoprì la testa nera di una foca a meno di cinque metri di distanza. Attese che sparisse sotto la superficie, e invece rimase dov’era, guardandola fisso. Mae tornò a voltarsi e a pagaiare verso l’isola, e la foca la seguì per un tratto, come se volesse vedere anche lei quello che voleva vedere la ragazza. Mae si chiese, per qualche istante, se la foca l’avrebbe seguita per tutto il tragitto, o se invece fosse diretta verso il gruppo di scogli davanti all’isola, dove molte volte, passando in macchina sul ponte che adesso era sopra la sua testa, aveva visto delle foche stese al sole. Ma quando si voltò per la seconda volta l’animale era sparito.

La superficie dell’acqua rimase calma anche quando s’inoltrò nella baia. Dove si agitava di solito, dove l’acqua era esposta ai venti dell’oceano, quella sera era assolutamente placida, e il suo avanzare si mantenne veloce. In venti minuti era a metà strada, o almeno così le parve. Sulle distanze era impossibile essere precisi, specie di notte, ma nel suo campo visivo l’isola s’ingrandiva, e si potevano ormai distinguere caratteristiche della roccia che non aveva mai notato prima. Vide che la cima rifletteva dei bagliori, come se fosse stata fusa in argento dalla luna. Vide i resti di un oggetto che era sicuramente una finestra, sulla sabbia nera della riva. Lontano, udì l’ululato di una sirena da nebbia che veniva dall’imbocco del Golden Gate. Là la nebbia doveva essere fitta, pensò, mentre lì dov’era lei, solo a qualche chilometro di distanza, la notte era chiara, la luna splendente e quasi piena. Il suo baluginare sull’acqua era bizzarro, così abbagliante che dovette chiudere gli occhi. Pensò agli scogli davanti all’isola dove aveva visto otarie e foche. Ce ne sarebbero state, e sarebbero fuggite prima del suo arrivo? Una leggera brezza spirava da ovest, un vento del Pacifico che veniva giù dalle colline, e Mae si fermò un momento per misurarne la forza. Se fosse aumentato, avrebbe dovuto invertire la rotta e tornare indietro. Era ormai più vicina all’isola che alla costa, ma se cominciava la maretta il pericolo, sola e senza giubbotto salvagente, seduta in un kayak, sarebbe diventato troppo grande. Invece il vento cessò, rapidamente com’era venuto.

Un forte borbottio proveniente da nord richiamò la sua attenzione. C’era un’imbarcazione, qualcosa di simile a un rimorchiatore, che avanzava verso di lei. Sul tetto della cabina vide delle luci, bianche e rosse, e capì che si trattava di una motovedetta, probabilmente della Guardia costiera, ormai abbastanza vicina per vederla. Se fosse rimasta seduta, presto la sua silhouette l’avrebbe tradita.

Si appiattì sul fondo del kayak, sperando che, se notavano il suo profilo sull’acqua, lo attribuissero a uno scoglio, un tronco, una foca, o semplicemente un’onda nera più grande delle altre che interrompeva l’argentea distesa della baia. Il rombo del motore dell’imbarcazione diventò più forte, e Mae era sicura che da un momento all’altro si sarebbe trovata immersa in un raggio di luce viva proiettato su di lei; invece il battello passò speditamente e Mae restò invisibile.

L’ultima tirata fino all’isola durò così poco che le vennero dei dubbi sulla propria capacità di misurare le distanze. Un momento ebbe l’impressione di essere arrivata al massimo a metà strada, e il momento dopo stava filando verso la spiaggia dell’isola come sospinta da un vento impetuoso. Saltò giù da prua, sentendosi arrestare dall’acqua bianca e fredda. In fretta si diede da fare per mettere al sicuro il kayak, trascinandolo sulla spiaggia finché fu completamente fuori dall’acqua e sulla sabbia. Ricordando il giorno in cui la marea, alzandosi rapidamente, le aveva quasi portato via l’imbarcazione, lo girò per disporlo parallelamente alla costa e lo bloccò mettendo alcuni grossi sassi da ambo i lati.

Rimase là in piedi, col fiato grosso, sentendosi forte, sentendosi enorme. Che strano, pensava, essere lì. Passando con la macchina sul ponte aveva notato quest’isola cento volte, e non aveva mai visto anima viva, né un uomo né un animale. O nessuno aveva il coraggio di raggiungerla, o l’isola non interessava a nessuno. Perché allora l’aveva tanto incuriosita? Pensò che questo era l’unico modo, o almeno il migliore, di venirci. Marion non avrebbe voluto che si spingesse così al largo, e forse avrebbe mandato un motoscafo a prenderla e portarla indietro. E la Guardia costiera, non dissuadeva normalmente la gente dall’andarci? Era un’isola privata? Tutte queste domande, tutte queste preoccupazioni, erano ormai irrilevanti, perché era buio, nessuno poteva vederla, e nessuno avrebbe mai saputo che era lì. Ma lei sì.

Fece il giro del perimetro. Quasi tutto il lato sud dell’isola era cinto dalla spiaggia, poi si arrivava a una scogliera a picco. Mae alzò gli occhi e non vide appigli, mentre sotto c’era la spuma delle onde, e allora tornò sui suoi passi, trovando il fianco della collina accidentato e roccioso, e la spiaggia priva di attrattive. C’era una grossa striscia di alghe, miste a gusci di granchi e relitti, sulla quale passò le dita. Il chiaro di luna conferiva alle alghe un po’ della fosforescenza che aveva visto prima, aggiungendovi una lucentezza iridea, come se fossero illuminate dall’interno. Per un breve istante ebbe l’impressione di trovarsi su uno specchio d’acqua della luna, nei colori di una strana tavolozza invertita. Ciò che avrebbe dovuto essere verde era grigio, ciò che avrebbe dovuto essere blu era d’argento. Tutte le cose che vedeva, non le aveva mai viste prima. E proprio mentre le veniva questa idea, con la coda dell’occhio, nel cielo del Pacifico, vide quella che sicuramente era una stella cadente. Fino ad allora ne aveva vista solo una, e non poteva avere la certezza che quella che vedeva fosse la stessa cosa, un arco di luce che spariva dietro il nero profilo delle colline. Ma che altro poteva essere? Restò per qualche istante seduta sulla spiaggia, guardando nello stesso punto dove l’aveva vista, come se potesse arrivarne un’altra, o venire un acquazzone.

Ma sapeva che stava rimandando la cosa che più le premeva fare, arrampicarsi fino alla cima della scogliera, per la quale alla fine s’incamminò. Non c’erano sentieri, e questo le fece un grande piacere – nessuno, o quasi nessuno, era mai stato lì dov’era lei –, così si arrampicò usando come appigli ciuffi d’erba e radici, e mettendo i piedi sugli sporadici affioramenti rocciosi. Si fermò una volta, avendo trovato una grossa buca, quasi rotonda, quasi netta, nel fianco della collina. Doveva essere la tana di un animale, ma di che genere non poteva essere certa. Pensò alle tane dei conigli e delle volpi, dei serpenti, delle talpe e dei topi, ognuna delle quali ugualmente possibile e impossibile lì, quindi riprese a salire. Non era difficile. Arrivò in cima in pochi minuti, raggiungendo un pino solitario non molto più grosso di lei. Rimase in piedi vicino all’albero, usando il tronco scabro per tenersi in equilibrio, e si guardò intorno. Vide, lontanissime, le finestre piccole e bianche della città. Seguì con lo sguardo il progresso di una petroliera, bassa sull’acqua e coronata da una costellazione di luci rosse, che entrava nel Pacifico.

A un tratto la spiaggia sottostante le sembrò così lontana che il suo stomaco fece una capriola. Guardò a est, dove si vedeva meglio il grappolo di scogli delle foche, e ne scorse una dozzina che dormivano, distese qua e là. Alzò lo sguardo al ponte sopra la sua testa, non il Golden Gate ma uno più piccolo, col suo liquido fiume bianco di automobili, ancora invariato a mezzanotte, e si chiese se qualcuno potesse vedere la sua silhouette sullo sfondo della baia argentata. Le venne in mente ciò che Francis aveva detto una volta, che non aveva mai saputo che sotto il ponte ci fosse un’isola. La maggior parte degli automobilisti e dei loro passeggeri non guardavano giù verso di lei, non avevano la minima idea della sua esistenza.

Poi, sempre tenendosi stretta al tronco ossuto del pino, notò, per la prima volta, un nido tra i rami più alti dell’albero. Non osò toccarlo, sapendo che avrebbe sconvolto l’equilibrio dei suoi effluvi e della sua costruzione, ma aveva una gran voglia di vedere cosa c’era dentro. Salì su un masso, cercando di scavalcarlo con la testa per guardare all’interno, ma non riuscì ad andare tanto in alto da averne la visuale. Poteva prenderlo, calarlo fino a lei per dargli una sbirciata? Solo per un attimo? Poteva, no, e poi rimetterlo a posto? No. Era abbastanza informata per sapere che non poteva. Se l’avesse fatto, avrebbe rovinato tutto quello che c’era dentro.

Si sedette, rivolta a sud, dove poteva vedere le luci, i ponti, le nere colline vuote che separavano la baia dal Pacifico. Tutto questo, le avevano detto, era sott’acqua qualche milione di anni fa. Tutti questi promontori e queste isole erano così incistati nella crosta terrestre da non poter essere nemmeno rilevati come creste sul fondo dell’oceano. Oltre la distesa argentata della baia Mae vide una coppia di uccelli, egrette o aironi, che planavano a bassa quota, diretti a nord, e restò là seduta per qualche tempo, mentre la mente le si annebbiava. Pensò alle volpi che potevano essersi rintanate sotto di lei, ai granchi che potevano essere nascosti sotto i ciottoli della riva, alla gente in automobile che poteva passarle sopra la testa, agli uomini e alle donne nei rimorchiatori e nelle petroliere, che entravano in porto o che partivano, sospirando, perché ognuno aveva visto tutto. Fece mille congetture su ciò che poteva vivere, muovendosi con uno scopo preciso o andando alla deriva senza meta, sotto le acque profonde che la circondavano, ma senza pensare troppo a nessuna di esse. Le bastava essere cosciente del milione di possibili trasformazioni intorno a lei, e consolarsi sapendo che non voleva, e in realtà nemmeno poteva, sapere molte cose.

Quando rimise piede sulla spiaggia di Marion, essa le parve, in un primo momento, proprio come l’aveva lasciata. Non si vedeva nessuno, e la luce nella roulotte di Marion era la stessa di prima, rosata e fioca.

Mae saltò sulla riva, con i piedi che affondavano silenziosamente nella sabbia bagnata, e trascinò il kayak sulla spiaggia. Aveva le gambe indolenzite, e allora si fermò, lasciò cadere il kayak e si stirò. Con le mani sopra la testa, guardò verso il parcheggio e vide la sua macchina, ma ora ce n’era un’altra parcheggiata vicino a lei. E mentre guardava questa seconda macchina, chiedendosi se Marion era tornata, Mae fu accecata da una luce bianca.

«Resti dov’è» tuonò una voce amplificata.

Lei distolse istintivamente il viso.

La voce amplificata tornò a farsi sentire. «Non si muova!» intimò, ora velenosamente.

Mae s’immobilizzò, sbilanciata, chiedendosi fugacemente per quanto tempo avrebbe potuto mantenere quella posa, ma non ce n’era bisogno. Due ombre calarono su di lei, la presero sgarbatamente per le braccia e le ammanettarono i polsi dietro la schiena.

Mae si accomodò sui sedili posteriori della macchina della polizia e gli agenti, ora più calmi, valutarono se quello che stava dicendo la ragazza – che andava lì regolarmente a noleggiare kayak, che era tesserata e che aveva semplicemente tardato a restituirne uno – poteva essere la verità. Avevano raggiunto Marion per telefono e lei aveva confermato che Mae era una cliente, ma quando le avevano chiesto se quel giorno Mae aveva noleggiato un kayak ed era solo in ritardo, Marion aveva riattaccato e promesso di venire subito.

Arrivò dopo venti minuti. Era sul sedile del passeggero di un pick-up d’epoca rosso guidato da un uomo barbuto che appariva perplesso e seccato. Mae, vedendo che Marion si avvicinava alla macchina della polizia con passo incerto, si rese conto che aveva bevuto, e forse aveva bevuto anche l’uomo con la barba. Era ancora in macchina e sembrava deciso a restarvi.

Mentre Marion si dirigeva verso la macchina della polizia, Mae incontrò il suo sguardo e Marion, vedendola sui sedili posteriori, con i polsi ammanettati dietro la schiena, sembrò smaltire la sbornia in quattro e quattr’otto.

«Oh, Gesù Cristo» disse, precipitandosi da lei. Si voltò verso gli agenti. «Questa è Mae Holland. Viene sempre qui a prendere i kayak. Ha libero accesso. Com’è andata? Che cavolo succede?»

Gli agenti spiegarono di aver ricevuto due diversi messaggi a proposito di un probabile furto. «Ci ha chiamato un cittadino che non desidera essere identificato.» Poi si voltarono verso Marion. «E l’altra segnalazione veniva da una delle sue videocamere, signora Lefebvre.»

Mae non chiuse occhio, o quasi. L’adrenalina la tenne in piedi per tutta la notte. Come aveva potuto essere così stupida? Non era una ladra. E se Marion non l’avesse salvata? Avrebbe potuto perdere ogni cosa. I suoi genitori sarebbero stati chiamati per pagare la cauzione, e lei avrebbe perso il posto al Cerchio. Mae non aveva mai preso una multa per eccesso di velocità, non si era mai messa nei guai per nessun motivo, e ora stava per rubare un kayak da mille dollari.

Ma poi era finita, e quando si erano separate Marion aveva persino insistito che tornasse. «So che si sentirà imbarazzata, ma voglio che lei torni da me. Verrò a cercarla io, se non lo farà.» Sapeva che Mae era talmente dispiaciuta e piena di vergogna che non avrebbe più voluto trovarsi faccia a faccia con lei.

Eppure, quando si svegliò dopo qualche ora di un sonno agitato, Mae avvertì uno strano senso di liberazione, come se fosse uscita da un incubo e avesse capito che non era successo niente. Ci mise una pietra sopra e andò al lavoro.

Si collegò alle otto e trenta. Nella classifica della partecipazione occupava la posizione 3892. Lavorò per l’intera mattina, mettendoci tutta la concentrazione possibile dopo una notte quasi completamente insonne. Ogni tanto era assalita dai ricordi della sera prima – l’argento silenzioso dell’acqua, il pino solitario sull’isola, la luce accecante della macchina della polizia, il suo odore di plastica, la conversazione idiota con Mercer –, ma questi ricordi stavano svanendo, o lei li stava costringendo a svanire, quando sul secondo schermo ricevette un messaggio di Dan: Ti prego di venire nel mio ufficio appena puoi. Ti sostituirà Jared.

Si precipitò là, e quando fu davanti alla porta Dan era in piedi, pronto. Il suo viso lasciava trasparire una certa soddisfazione per il fatto che era arrivata di corsa. Dan chiuse la porta e si sedettero.

«Mae, sai di cosa intendo parlare?»

Era un test per vedere se avrebbe mentito?

«Mi dispiace, non lo so» tentò.

Dan la guardò lentamente, sorpreso. «Mae. La tua ultima chance.»

«È per questa notte?» disse lei. Se Dan non sapeva della polizia, Mae avrebbe potuto inventare qualcosa, qualcosa che era successo fuori dell’orario di lavoro.

«Sì. Mae, questa è una faccenda molto seria.»

Lo sapeva. Dio, lo sapeva. In un recesso della sua mente Mae si rese conto che il Cerchio doveva avere qualche allarme nel Web che entrava in funzione ogni volta che un membro del personale veniva fermato o interrogato dalla polizia. Era logico.

«Ma non c’è stata nessuna denuncia» protestò. «Marion ha chiarito tutto.»

«Marion è la proprietaria del chiosco?»

«Sì.»

«Ma Mae, tu e io sappiamo che è stato commesso un reato, no?»

Mae non seppe cosa rispondere.

«Mae, non voglio infierire. Sapevi che un membro del Cerchio, Gary Katz, aveva messo una videocamera SeeChange su quella spiaggia?»

Lo stomaco le cadde nelle scarpe. «No, non lo sapevo.»

«E che ne aveva messa una anche Walt, il figlio della proprietaria?»

«No.»

«Okay, anzitutto è una cosa inquietante di per sé. Tu ogni tanto esci con un kayak, no? Vedo dal tuo profilo che sei un’appassionata di questo sport. Josiah e Denise dicono che ne hai parlato con loro, bene.»

«Sì, ogni tanto. Non ci andavo da qualche mese.»

«Ma non hai mai pensato di controllare le condizioni del tempo con SeeChange?»

«No. Avrei dovuto farlo. Ma ogni volta che ci vado, è una cosa improvvisata. La spiaggia è lungo la strada che faccio quando torno dalla casa dei miei genitori, e così…»

«Ed eri dai tuoi genitori, ieri?» disse Dan, in un modo da cui era lampante che se Mae avesse detto di sì, lui si sarebbe arrabbiato ancora di più.

«Sì. Solo per la cena.»

A questo punto Dan si alzò in piedi, voltandole le spalle. Si poteva sentire il suo respiro, una serie di sbuffi esasperati.

Mae aveva la precisa impressione che sarebbe stata licenziata su due piedi. Poi si ricordò di Annie. Poteva salvarla, Annie? Questa volta no.

«Okay» disse Dan. «Allora, tu vai a casa, perdendo mille attività del Cerchio, e quando torni indietro ti fermi al chiosco dove noleggiano i kayak fuori dell’orario di lavoro. Non dirmi che non sapevi che era chiuso.»

«Ho pensato che lo fosse, ma ci sono andata per assicurarmene.»

«E quando hai visto un kayak fuori dal recinto, hai semplicemente deciso di prenderlo.»

«Di noleggiarlo. Ho la tessera.»

«Hai visto il filmato della videocamera?» chiese Dan.

Accese lo schermo sulla parete. Mae vide una nitida immagine della spiaggia sotto la luna ripresa da un obiettivo grandangolare. La scritta alla base dello schermo indicava che era stata registrata alle 22.14. «Non credi che una videocamera come questa ti sarebbe stata utile?» chiese Dan. «Le condizioni del mare, come minimo?» Non attese una risposta. «Vediamo quello che fai.» Fece avanzare velocemente la registrazione per pochi secondi, e Mae vide la propria figura indistinta comparire sulla spiaggia. Era tutto molto chiaro: la sorpresa nello scoprire il kayak, i momenti di deliberazione e di dubbio, poi la rapida decisione di mettere in acqua il kayak, salirvi e sparire.

«Okay» disse Dan. «Come puoi vedere, è abbastanza ovvio che sapevi che stavi facendo una cosa sbagliata. Questo non è il comportamento di una persona che ha un’intesa permanente con Marge o chiunque altro. Cioè, sono felice che vi siate messe d’accordo sulla storia da raccontare e che tu non sia stata arrestata, perché questo ti avrebbe reso impossibile lavorare qui. Chi ha commesso un reato non lavora al Cerchio. Ma tutto questo, francamente, mi dà la nausea. Bugie e ammissioni riluttanti. Mi lascia attonito la semplice idea di dovermene occupare.»

Mae ebbe, di nuovo, quella precisa impressione: una vibrazione nell’aria le diceva che stavano per licenziarla. Ma se volevano licenziarla, Dan non avrebbe passato tutto questo tempo con lei, no? E avrebbe poi licenziato una persona assunta da Annie, che sulla scala gerarchica occupava un gradino molto più alto del suo? Se Mae doveva venir a sapere del suo licenziamento da qualcuno, questa doveva essere Annie in persona. Così restò seduta, sperando che la situazione prendesse un’altra piega.

«Allora, cosa manca qui?» chiese lui, indicando il fermo immagine di Mae che entrava nel kayak.

«Non so.»

«Davvero non lo sai?»

«Il permesso di usare il kayak?»

«Certo» disse lui seccamente, «ma che altro?»

Mae scosse la testa. «Mi dispiace. Non lo so.»

«Di solito non usi un giubbotto salvagente?»

«Sì, sì. Ma erano tutti dall’altro lato della rete.»

«E se là fuori ti fosse successo qualcosa, dio non voglia, come si sarebbero sentiti i tuoi genitori? Come si sarebbe sentita Marge?»

«Marion.»

«Come si sarebbe sentita, Mae? Di punto in bianco il suo chiosco deve chiudere. Finito. Tutte le persone che lavorano per lei. Tutti disoccupati. La spiaggia viene chiusa. Affittare kayak a chi vuol fare un giro nella baia, come attività commerciale complessiva, non esiste più. E questo per colpa della tua negligenza. Perdona la mia franchezza, ma la vera causa è il tuo egoismo.»

«Lo so» disse Mae, sentendo il morso della verità. Era stata egoista. Non aveva pensato ad altro che al proprio desiderio.

«È triste, perché stavi migliorando parecchio. Il tuo PartiRank era arrivato a 1668. Il Conversion Rate e il Retail Raw erano nel primo quartile. E ora questo.» Dan sospirò istrionicamente. «Ma, per destabilizzante che sia tutto questo, è un’occasione per imparare. E intendo un’occasione che potrebbe cambiarti la vita. Questo vergognoso episodio ti ha dato la possibilità d’incontrare Eamon Bailey in persona.»

Mae rimase senza fiato, con un rantolo che arrivò all’orecchio di Dan.

«Sì. Bailey se n’è interessato, notando la grande coincidenza che c’è con le cose che premono a lui e gli obiettivi generali del Cerchio. Ti interesserebbe parlarne con Eamon?»

«Sì» riuscì a dire Mae. «Certo.»

«Bene. È ansioso d’incontrarti. Stasera alle sei ti accompagneranno nel suo ufficio. Intanto raccogli le idee, per favore.»

La testa di Mae echeggiava di autodenunce. Mae odiava la persona che era. Come poteva aver fatto una cosa simile, rischiando il posto? Mettere in imbarazzo la sua migliore amica! In pericolo l’assicurazione contro le malattie di suo padre! Era una cretina, sì, ma non era anche un po’ schizofrenica? Che le aveva preso la sera prima? Che razza di persona si mette a fare queste cose? La sua mente discuteva con se stessa mentre Mae lavorava, febbrilmente, cercando di fare qualcosa di visibile per mostrare il proprio attaccamento alla società. Rispose a 140 domande di clienti, il suo record fino a quel momento, mentre si occupava di 1129 richieste di approfondimenti e teneva i novellini sulla strada giusta. Il punteggio complessivo del branco era 98, cosa che la inorgoglì anche se sapeva di aver avuto fortuna, e che un po’ del merito era di Jared: era al corrente del problema di Mae e le aveva dato una mano. Alle cinque il flusso s’interruppe e lei lavorò per quarantacinque minuti al suo PartiRank, portandolo da 1827 a 1430, processo che comportò 244 commenti e post, e quasi mille tra frown e smile. Convertì 38 argomenti maggiori e 44 minori, e il suo Retail Raw arrivò a 24.050 dollari. Si sentiva sicura che questo sarebbe stato notato e apprezzato da Bailey, che dei Tre Saggi era di gran lunga quello più attento al PartiRank.

Alle cinque e quarantacinque una voce chiamò il suo nome. Mae alzò gli occhi e vide una figura sulla porta, un uomo di una trentina d’anni mai visto prima. Gli andò incontro.

«Mae Holland?»

«Sì.»

«Sono Dontae Peterson. Lavoro con Eamon, e mi ha chiesto di accompagnarti nel suo ufficio. Sei pronta?»

Fecero la stessa strada che Mae aveva fatto con Annie, e cammin facendo Mae si rese conto che Dontae non sapeva che lei era già stata nell’ufficio di Bailey. Annie non le aveva mai fatto giurare di mantenere il segreto, ma il fatto che Dontae lo ignorasse indicava che Bailey non lo sapeva, e che non doveva svelarglielo lei.

Mentre entravano nel lungo corridoio cremisi, Mae sudava copiosamente. Sentiva i rivoletti colarle dalle ascelle verso la cintola. I piedi erano diventati insensibili.

«Ecco un curioso ritratto dei Tre Saggi» disse Dontae quando si fermarono davanti alla porta. «L’ha fatto la nipote di Bailey.»

Mae finse di essere sorpresa, deliziata dalla sua innocenza e dalla perspicacia ancora un po’ grezza mostrata dall’autrice.

Dontae prese una delle grosse gargolle che fungevano da batacchio e bussò. La porta si aprì, e il viso sorridente di Bailey si affacciò al vano.

«Salve!» disse. «Ciao, Dontae. Ciao, Mae!» Il sorriso si allargò, come se fosse contento di aver parlato in rima. «Entrate.»

Indossava un paio di calzoni cachi e una camicia bianca col colletto abbottonato, e sembrava appena uscito dalla doccia. Mae lo seguì mentre lui abbracciava il locale con lo sguardo, grattandosi la nuca, come se fosse quasi imbarazzato dall’eleganza dell’arredamento.

«Ecco, questa è la mia stanza preferita. L’hanno vista pochissime persone. Non che io voglia tenerla nascosta o altro, è solo che il tempo non mi permette di farla visitare e così via. Hai mai visto una cosa come questa?»

Mae voleva rispondere, ma non poteva, che aveva già visto proprio quella stanza. «Assolutamente no» disse.

In quel momento qualcosa accadde alla faccia di Bailey, un tic che sembrò avvicinare l’angolo sinistro dell’occhio al lato sinistro della bocca.

«Grazie, Dontae» disse Bailey.

Dontae sorrise e uscì, chiudendosi la massiccia porta alle spalle.

«Allora, Mae? Tè?» Bailey era ritto davanti a un antico servizio da tè, con una teiera d’argento da cui si alzava una sottile spirale di vapore.

«Certo» disse lei.

«Verde? Nero?» chiese lui, con un sorriso. «Grigio?»

«Verde, grazie. Ma non si disturbi.»

Bailey era alle prese con i preparativi. «Conosci da molto tempo la nostra diletta Annie?» chiese, versando con cautela il tè.

«Sì. Dal secondo anno di università. Cinque anni.»

«Cinque anni! Cioè quanto, il 30 per cento della tua vita!»

Mae sapeva che Bailey stava arrotondando un tantino, ma si lasciò sfuggire una risatina. «Credo di sì. Da molto tempo.» Lui le porse un piattino e una tazza e con un cenno la invitò a sedersi. C’erano due poltrone, entrambe di pelle e fin troppo imbottite.

Bailey si lasciò cadere nella sua con un sospirone e posò la caviglia sul ginocchio. «Be’, Annie per noi è molto importante, qui, e tu pure. Lei parla di te come se tu potessi arrivare a essere molto utile a questa comunità. Credi che sia vero?»

«Che potrei rendermi utile, qui?»

Lui annuì, poi soffiò sul suo tè. La scrutò da sopra la tazza, con occhi fermi. Lei incontrò il suo sguardo, poi, dopo un attimo d’imbarazzo, distolse gli occhi, solo per ritrovare il suo viso, questa volta in una foto in cornice su una mensola vicina. Era un ritratto ufficiale in bianco e nero della famiglia di Bailey, le tre figlie ritte intorno alla madre e a lui, entrambi seduti. Bailey teneva sulle ginocchia il maschietto, che indossava una tutina e stringeva nella mano la statuetta di un Iron Man in azione.

«Be’, lo spero» disse Mae. «Io ce l’ho messa tutta. Amo il Cerchio, e non so come dire quanto apprezzi l’opportunità che mi è stata offerta qui.»

Bailey sorrise. «Bene, bene. Allora dimmi, cosa pensi di quello che è successo ieri sera?» Le rivolse la domanda come se fosse sinceramente curioso, come se la sua risposta potesse andare in tutte le direzioni.

Ora Mae si trovava su un terreno più solido. Non c’era più bisogno di confondere le acque. «Terribile» disse. «Non ho quasi dormito. Mi vergogno così tanto che mi viene da vomitare.» Non avrebbe usato questa parola parlando con Stenton, mentre sentiva che Bailey poteva apprezzare la volgarità.

Lui sorrise quasi impercettibilmente e continuò. «Mae, permettimi di farti una domanda. Ti saresti comportata diversamente se avessi saputo delle videocamere SeeChange sulla spiaggia?»

«Sì.»

Bailey annuì empaticamente. «Okay. Come?»

«Non avrei fatto quello che ho fatto.»

«E perché no?»

«Perché sarei stata scoperta.»

Bailey inclinò il capo. «Tutto qui?»

«Be’, non avrei voluto che qualcuno mi vedesse mentre lo facevo. Non era giusto. È imbarazzante.»

Lui depose la tazza sul tavolo vicino e si mise le mani in grembo, con le palme in un gentile abbraccio. «Allora, in generale, tu diresti che ti comporti in un modo diverso quando sai di essere osservata?»

«Certamente. È naturale.»

«E quando sarai ritenuta responsabile.»

«Sì.»

«E quando ci sarà una testimonianza storica. Cioè, quando o se il tuo comportamento sarà accessibile in modo permanente. Per esempio, il fatto che un video della tua condotta esisterà per sempre.»

«Sì.»

«Bene. E ti ricordi la mia chiacchierata all’inizio dell’estate, sul principale obiettivo di SeeChange?»

«So che eliminerebbe la maggior parte della criminalità, se ci fosse una completa saturazione.»

Bailey sembrava contento. «Giusto. Esatto. Comuni cittadini, in questo caso come Gary Katz e Walt Lefebvre, poiché si sono presi la briga di installare le loro videocamere, contribuiscono alla sicurezza di tutti. In questo caso il reato era piccolo, e non ci sono state vittime, grazie a dio. Tu sei viva. Il chiosco di Marion, e l’industria del kayak in generale, l’hanno scampata e continueranno a esistere. Ma una sera di egoismo da parte tua avrebbe potuto mettere tutto a repentaglio. L’azione individuale ha ripercussioni che possono essere quasi illimitate. Sei d’accordo?»

«Sì. Lo so. È una cosa inammissibile.» E qui Mae ebbe di nuovo la sensazione di essere una persona molto miope che aveva messo ripetutamente in pericolo tutto ciò che le aveva dato il Cerchio.

«Signor Bailey, non posso credere di aver fatto questo. E so che lei si sta chiedendo se io sono adatta a questo posto. Voglio solo che lei sappia quanto apprezzo il mio lavoro e la sua fiducia in me. E voglio tener fede all’impegno. Per rimediare farò qualunque cosa. Sul serio, accetterò ogni lavoro extra, farò qualunque cosa. Basta che lei me lo dica.»

Il viso di Bailey si aprì in un sorriso molto divertito. «Mae, il tuo posto non è in pericolo. Tu sei qui per sempre. Annie è qui per sempre. Mi dispiace se avete creduto diversamente, anche solo per un attimo. Noi non vogliamo che ve ne andiate, mai, nessuna delle due.»

«Sono davvero felice di sentirglielo dire. Grazie» disse Mae, anche se ora il suo cuore batteva più forte.

Lui sorrise, chinando il capo, come se fosse contento e sollevato per essere riuscito a sistemare tutto. «Ma questo episodio ci offre un importantissimo momento di riflessione, non ti pare?» Sembrava una domanda retorica, ma Mae annuì comunque. «Mae» disse lui, «quand’è che un segreto è una cosa buona?»

Mae ci pensò su per qualche istante. «Quando può tutelare i sentimenti di qualcuno.»

«Per esempio?»

«Be’» annaspò lei. «Mettiamo che una sappia che il ragazzo della sua amica la tradisce, ma…»

«Ma cosa? Tu non lo diresti alla tua amica?»

«Ha ragione. Non è un buon esempio.»

«Mae, tu sei contenta quando un’amica ti nasconde un segreto?»

Mae pensò alle tante piccole bugie che aveva detto a Annie negli ultimi tempi. Bugie che non aveva soltanto detto, ma digitato, bugie rese innegabili e permanenti.

«No. Ma se è costretta a farlo, la capisco.»

«Interessante. Puoi pensare a un giorno in cui sei stata contenta che una delle tue amiche ti abbia nascosto qualcosa?»

Mae non ci riuscì. «No, al momento.» Aveva un nodo allo stomaco.

«Okay» disse Bailey, «per ora non riusciamo a immaginare che ci siano buoni segreti tra amici. Passiamo alle famiglie. In seno a una famiglia, un segreto è una buona cosa? Ti capita mai di pensare: “Sai cosa sarebbe fantastico nascondere ai miei? Un segreto”.»

Mae pensò alle tante cose che probabilmente le nascondevano i suoi genitori, alle varie umiliazioni inflitte loro dalla malattia del padre. «No» disse.

«Niente segreti in famiglia?»

«In realtà» disse Mae, «non lo so. Decisamente, ci sono delle cose che non si vogliono far sapere ai genitori.»

«Ma i tuoi genitori, queste cose, le vogliono sapere?»

«Può darsi.»

«Allora stai privando i tuoi genitori di una cosa che vogliono. Questo è bene?»

«No. Ma forse è meglio per tutti.»

«Meglio per te. Meglio per chi mantiene il segreto. Qualche oscuro segreto che è meglio nascondere ai genitori. È forse un segreto che riguarda qualcosa di magnifico che hai fatto? È forse che saperlo darebbe troppa gioia ai tuoi genitori?»

Mae rise. «No. Un segreto è chiaramente qualcosa che non vuoi fargli sapere perché ti vergogni o di cui vuoi tenerli all’oscuro per non fargli sapere che hai cannato.»

«Ma siamo d’accordo sul fatto che loro vorrebbero sapere?»

«Sì.»

«E che hanno il diritto di sapere?»

«Credo di sì.»

«Okay. Allora possiamo essere d’accordo che stiamo parlando di una situazione in cui, in un mondo perfetto, tu non fai nulla che ti vergogneresti di raccontare ai tuoi genitori?»

«Certo. Ma ci sono altre cose che potrebbero non capire.»

«Perché non sono mai stati, anche loro, figli o figlie?»

«No. Ma…»

«Mae, tu hai dei parenti o degli amici gay?»

«Certo.»

«Sai com’era diverso il mondo per i gay prima e dopo che hanno cominciato a fare coming out?»

«Ne ho un’idea.»

Bailey si alzò per occuparsi del tè. Ne versò un’altra tazza per sé e una per Mae, e tornò a sedersi.

«Non so se è proprio così. Io appartengo a una generazione che ha molto lottato per rivelare la propria omosessualità. Mio fratello è gay, e arrivò a ventiquattro anni prima di confessarlo alla famiglia. E fino ad allora questa cosa lo aveva quasi ucciso. Era un tumore che incancreniva dentro di lui e che ogni giorno diventava più grande. Ma perché pensò che fosse meglio tenerselo dentro? Quando glielo disse, i nostri genitori non batterono ciglio. Si era creato lui tutto questo dramma nella testa, tutto questo mistero e questo peso intorno al suo grande segreto. E parte del problema, storicamente, dipendeva dal fatto che altre persone celavano analoghi segreti. Fare coming out fu molto difficile finché milioni di uomini e donne non rivelarono la loro omosessualità. Allora diventò molto più facile, non credi? Quando milioni di uomini e donne vennero allo scoperto, l’omosessualità passò dall’essere una cosiddetta devianza misteriosa a un percorso di vita ampiamente diffuso. Mi segui?»

«Sì. Ma…»

«E vorrei aggiungere che in tutti i luoghi dove i gay sono ancora perseguitati si potrebbero fare subito grandi progressi se i gay e le lesbiche facessero pubblicamente tutti insieme coming out. Allora chiunque li sta perseguitando e tutti coloro che tacitamente appoggiano questa persecuzione si renderebbero conto che perseguitarli vorrebbe dire perseguitare almeno il 10 per cento della popolazione, compresi figli, figlie, vicini e amici, e persino i loro genitori. Diventerebbe insostenibile di colpo. Ma la persecuzione dei gay, o di ogni minoranza, è resa possibile unicamente dal segreto.»

«È vero. Non ci avevo pensato.»

«Bene» disse lui, soddisfatto, e sorseggiò il suo tè. Si passò un dito sul labbro superiore, per asciugarlo. «Così abbiamo esplorato i danni dei segreti in famiglia e tra amici, e il ruolo della segretezza nel perseguitare grandi categorie di persone. Continuiamo la nostra ricerca per vedere dove sia l’utilità di una linea programmatica basata sulla segretezza. Dovremmo forse cercare nella politica? Credi che un presidente dovrebbe nascondere dei segreti al popolo che governa?»

«No, ma ci saranno delle cose che noi non possiamo sapere. Per semplici ragioni di sicurezza nazionale.»

Lui sorrise, felice – sembrò – che lei avesse detto ciò che si aspettava che dicesse. «Davvero, Mae? Ti ricordi quando un uomo di nome Julian Assange fece trapelare parecchi milioni di pagine di documenti segreti americani?»

«L’ho letto da qualche parte.»

«Bene, all’inizio il governo americano rimase molto scosso, come la maggior parte dei mass media. Molta gente pensò che era una grave violazione della sicurezza e che rappresentava un pericolo chiaro e immediato per i nostri uomini e le nostre donne in uniforme qui e all’estero. Ma ti ricordi se qualche soldato fu realmente danneggiato dalla diffusione di questi documenti?»

«Non lo so.»

«Nessuno lo fu. Nessuno. La stessa cosa era accaduta negli anni Settanta con i Pentagon Papers. Nessun soldato subì il minimo danno in seguito alla diffusione di quei documenti. L’effetto principale, ricordo, della loro pubblicazione fu che scoprimmo quanto erano pettegoli i nostri diplomatici quando parlavano dei leader di altri paesi. Milioni di documenti, e alla fine il risultato fu che secondo i diplomatici americani Gheddafi era uno sballato, con la sua guardia del corpo femminile e le sue strane abitudini alimentari. Caso mai, la loro pubblicazione ottenne il risultato di migliorare la condotta dei diplomatici. Diventarono più prudenti in quello che dicevano.»

«Ma la difesa nazionale…»

«Ebbene? L’unico momento in cui siamo in pericolo è quando non conosciamo i piani o le motivazioni dei paesi con i quali siamo presumibilmente in contrasto. O quando essi non conoscono i nostri piani, ma ne sono preoccupati, giusto?»

«Certo.»

«E se essi conoscessero i nostri piani e noi conoscessimo i loro? Tutt’a un tratto saresti libera da quello che chiamavano il rischio della mutua distruzione assicurata, e arriveresti invece alla mutua fiducia assicurata. Gli Stati Uniti non hanno motivazioni puramente scellerate, giusto? Non stiamo cercando di cancellare qualche paese dalla carta geografica. Certe volte, però, facciamo subdolamente dei passi per ottenere ciò che vogliamo. Ma che succederebbe se tutti fossero, e dovessero essere, aperti e onesti?»

«Sarebbe meglio?»

Un largo sorriso illuminò il viso di Bailey. «Bene. Sono d’accordo.» Depose la tazza e tornò a mettere le mani in grembo.

Mae sapeva di non doverlo incalzare, ma la sua bocca saltò su prima di lei. «Però non può dire che tutti dovrebbero sapere tutto.»

Gli occhi di Bailey si allargarono, come se fosse contento di essere stato condotto per mano fino a un’idea che gli piaceva molto. «Naturalmente no. Ma sto dicendo che ognuno di noi dovrebbe avere il diritto di sapere tutto, e dovrebbe avere gli strumenti per conoscere ogni cosa. Non c’è abbastanza tempo per sapere tutto, anche se io vorrei sicuramente che ci fosse.»

Fece una pausa, immerso per qualche istante nei suoi pensieri, poi tornò a concentrarsi su Mae. «Capisco che tu non sia stata molto contenta di essere stata oggetto della dimostrazione che Gus ha fatto di LuvLuv.»

«Mi ha semplicemente colto di sorpresa. Non me l’aveva detto prima.»

«Tutto qui?»

«Be’, presentava un’impressione distorta di me.»

«Le informazioni che dava erano inesatte? C’erano errori di fatto?»

«Be’, non è questo. Erano soltanto… frammentarie. E forse era questo a farle sembrare inesatte. Era come tagliarmi qualche fettina e presentarla come se fossi io tutt’intera…»

«Apparivi incompleta.»

«È vero.»

«Mae, sono molto contento che tu la metta così. Come sai, è il Cerchio stesso che sta cercando di diventare completo. Stiamo cercando, qui al Cerchio, di chiudere il cerchio.» Sorrise al proprio gioco di parole. «Ma tu conosci gli obiettivi generali del completamento, immagino.»

Mae non li conosceva. «Credo di sì» disse.

«Guarda il nostro logo» disse lui, e indicò lo schermo a parete dove, al suo segnale, era apparso il logo. «Vedi com’è aperta, quella “c” nel mezzo? Mi ha disturbato per anni, ed è diventata il simbolo di ciò che resta da fare qui, che è chiuderla.» La “c” sullo schermo si chiuse e diventò un cerchio perfetto. «Vedi?» disse lui. «Il cerchio è la forma più forte dell’universo. Non c’è niente che possa batterlo, niente che possa migliorarlo, niente di più perfetto. Ed è quello che noi vogliamo essere: perfetti. Così, ogni dato che ci sfugge, ogni cosa che non è accessibile, ci impedisce di essere perfetti. Capisci?»

«Sì» disse Mae, anche se non era proprio sicura di capire.

«Questo è in linea con i nostri obiettivi per come il Cerchio ci può aiutare, individualmente, a sentirci più completi, e a sentire che le impressioni che gli altri hanno di noi sono complete, sono basate su informazioni complete. E a impedirci di sentire, come hai fatto tu, che si offra al mondo una visione distorta di noi stessi. Se guardiamo in uno specchio rotto, uno specchio incrinato o al quale mancano dei pezzi, cosa vediamo?»

Allora Mae comprese il significato. Ogni valutazione, giudizio o descrizione che utilizzasse informazioni incomplete sarebbe stata sempre sbagliata. «Ne ricaviamo un’immagine distorta e frammentata» disse.

«Esatto» disse Bailey. «E se lo specchio è intero?»

«Vediamo tutto.»

«Lo specchio è fedele, dico bene?»

«Naturalmente. È uno specchio. È la realtà.»

«Ma lo specchio può essere fedele solo quando è completo. E io credo che, per te, il problema della presentazione di LuvLuv di Gus sia stato che non era completa.»

«Okay.»

«Okay?»

«Be’, è vero» ammise lei. Non avrebbe saputo dire perché aprì bocca, ma le parole ne uscirono tumultuosamente prima che potesse trattenerle. «Io però credo ancora che ci siano delle cose, anche se solo poche, che vogliamo tenere per noi. Cioè, tutti fanno delle cose, da soli, o in camera da letto, di cui si vergognano.»

«Ma perché dovrebbero vergognarsi?»

«Forse non è sempre vergogna. Ma sono cose che non vogliono condividere. Che forse credono che la gente non capirebbe. O di cui non avrebbe l’esatta percezione.»

«Okay, alla fine andrà in uno di questi due modi. Primo, ci renderemo conto che il comportamento di cui stiamo parlando, qualunque sia, è talmente diffuso e innocuo che non ha bisogno di restare segreto. Se noi lo demistifichiamo, se ammettiamo che è una cosa che facciamo tutti, perderà il suo potere di scandalizzare. Ci spostiamo verso l’onestà e ci allontaniamo dalla vergogna. Oppure, secondariamente, e meglio ancora, se noi tutti, come società, decidiamo che è un comportamento che preferiremmo non tenere, il fatto che ognuno sappia, o possa sapere chi lo tiene, impedirà a quel comportamento di essere tenuto. È proprio come hai detto tu: non avresti rubato se avessi saputo che ti stavano osservando.»

«Esatto.»

«Il ragazzo in fondo al corridoio che invece di lavorare sta guardando un sito porno, lo farebbe se sapesse che lo stanno osservando?»

«No. Credo di no.»

«Allora il problema è risolto, giusto?»

«Giusto, immagino.»

«Mae, hai mai avuto un segreto che incancreniva dentro di te, e che una volta svelato ti ha fatto sentir meglio?»

«Certo.»

«Anch’io. È la natura dei segreti. Sono cancerogeni quando ce li teniamo dentro, ma innocui quando vengono rivelati.»

«Dunque, lei sta dicendo che i segreti non dovrebbero esistere.»

«Ci ho pensato su per anni, e devo ancora immaginare una situazione in cui il segreto faccia più bene che male. I segreti sono all’origine dei comportamenti asociali, immorali e distruttivi. Capisci com’è?»

«Credo di sì. Ma…»

«Sai cosa mi disse mia moglie tanti anni fa, quando ci sposammo? Disse che ogni volta che ci fossimo separati, per esempio quando poteva capitarmi di partire per un viaggio d’affari, avrei dovuto comportarmi come se ci fosse una videocamera puntata su di me. Come se lei mi stesse osservando. Allora, quando disse così, si esprimeva in un modo puramente concettuale, e parlava tra il serio e il faceto, ma il quadro mentale mi fu d’aiuto. Se mi trovavo in una stanza con una collega, da solo, mi chiedevo: “Che cosa penserebbe Karen se mi stesse osservando con una videocamera a circuito chiuso?”. Questo orientava con delicatezza il mio comportamento, e m’impediva anche solo di avvicinarmi a una condotta che lei non avrebbe gradito e di cui io non sarei stato orgoglioso. Mi ha mantenuto onesto. Capisci quello che voglio dire?»

«Sì.»

«Cioè, la tracciabilità delle macchine con autopilota sta risolvendo molti di questi problemi, naturalmente. Le mogli sono sempre più informate sugli spostamenti dei mariti, dal log di bordo dove si registrano tutti i percorsi. Ma il mio punto è: e se ci comportassimo tutti come se fossimo osservati? Porterebbe a un modo di vivere più morale. Chi farebbe qualcosa d’immorale o d’illegale se sapesse di essere osservato? O che l’illegale trasferimento di denaro è facilmente rintracciabile? O che la telefonata del ricattatore viene tempestivamente registrata? O che l’assalto alla stazione di servizio è filmato da una dozzina di videocamere, e le retine dei malviventi identificate durante la rapina? O che il comportamento del donnaiolo è documentato in una dozzina di modi?»

«Non saprei. Immagino che tutte queste cose diminuirebbero di molto.»

«Mae, saremmo finalmente costretti a essere la versione migliore di noi stessi. E credo che la gente tirerebbe un respiro di sollievo. Ci sarebbe una fantastica sensazione globale di sollievo. Finalmente, finalmente possiamo essere buoni. In un mondo dove le brutte strade non sono più un’opzione, non abbiamo altra scelta che essere buoni. Te l’immagini?»

Mae annuì.

«E ora, a proposito di sollievo, c’è qualcos’altro che vorresti dirmi prima di chiudere?»

«Non so. Tante cose, credo» disse Mae. «Ma lei è stato così gentile a passare tutto questo tempo con me che…»

«Mae, c’è qualcosa di specifico che mi hai tenuto nascosto mentre siamo stati insieme qui in questa biblioteca?»

Mae capì immediatamente che la menzogna non era un’opzione.

«Che c’ero già stata?» disse.

«È vero?»

«Sì.»

«Ma quando sei entrata hai lasciato intendere di no.»

«Mi ha portato Annie. Ha detto che era una specie di segreto. Non so. Non sapevo cosa fare. Comunque rispondessi, mi sembrava di sbagliare. In un modo o nell’altro, riesco sempre a mettermi nei guai.»

Bailey le rivolse un sorriso esagerato. «Non è vero. Solo le bugie ci mettono nei guai. Solo le cose che nascondiamo. Ma certo, lo sapevo che eri stata qui. Ammetterai che ho un certo intuito! Però m’incuriosiva che tu me lo nascondessi. Mi ha fatto sentire lontano da te. Un segreto tra due amici, Mae, è un oceano. È largo e profondo, e in quell’immensità noi ci perdiamo. E ora che conosco il tuo segreto, ti senti meglio o peggio?»

«Meglio.»

«Sollievo?»

«Sì, sollievo.»

Mae provava effettivamente un senso di sollievo, uno slancio che sembrava quasi amore. Poiché aveva ancora il suo lavoro e non sarebbe dovuta tornare a Longfield, e poiché suo padre avrebbe conservato la sua forza e sua madre la sua tranquillità, voleva essere abbracciata da Bailey e ricondotta sotto l’ombrello della sua saggezza e della sua generosità.

«Mae» disse lui, «io sono davvero convinto che se non abbiamo altra strada che la strada giusta, la strada migliore, questo sarà per tutti una specie di estremo sollievo che tutto comprende. Non dobbiamo più farci tentare dall’oscurità. Perdonami se la metto in termini morali. È l’osservante del Midwest dentro di me. Ma io credo nella perfettibilità degli esseri umani. Credo che possiamo essere migliori. Credo che possiamo essere perfetti o quasi. E quando diventeremo i migliori, le possibilità saranno infinite. Potremo risolvere ogni problema. Potremo curare ogni malattia, porre fine alla fame, a tutto, perché non ci lasceremo umiliare da tutte le nostre debolezze, da tutti i nostri meschini segreti e dalle informazioni e conoscenze che ci accaparriamo e teniamo per noi. Allora finalmente realizzeremo il nostro potenziale.»

Mae era rimasta frastornata per parecchi giorni dalla conversazione con Bailey, e oggi era venerdì, e il pensiero di salire sul palco all’ora di pranzo le rendeva quasi impossibile concentrarsi. Ma sapeva di dover lavorare, di dover essere un esempio per i suoi allievi, come minimo, dal momento che quello sarebbe stato probabilmente il suo ultimo giorno alla CE.

Il flusso era regolare ma non travolgente, e quel mattino esaudì le richieste di 77 clienti. Il suo punteggio arrivò a 98 e il totale del branco a 97. Tutte cifre rispettabili. Il suo PartiRank era 1921, un’altra buona posizione che la mise a suo agio quando fu il momento di recarsi all’Illuminismo.

Alle 11.38 lasciò la scrivania per incamminarsi verso l’auditorium, arrivando davanti alla porta laterale dieci minuti prima di mezzogiorno. Bussò e la porta si aprì. Incontrò il direttore di scena, un uomo anziano, dall’aria quasi spettrale, di nome Jules, che la condusse in un semplice camerino con i muri bianchi e il pavimento di bambù. Una donna spiccia di nome Teresa, con due occhi enormi orlati di blu, la fece sedere, le ravviò i capelli, le arrossò le gote con un morbido pennello e le attaccò un microfonino alla camicetta. «Non toccare niente» disse. «Verrà attivato quando entrerai in scena.»

Stava andando tutto molto in fretta, ma lei pensò che era la cosa migliore. Se avesse avuto più tempo, sarebbe solo diventata più nervosa. Così ascoltò Jules e Teresa, e pochi minuti dopo era tra le quinte, da dove sentì mille Circler entrare nell’auditorium, parlando, ridendo e lasciandosi cadere nelle poltrone con tonfi soddisfatti. Si chiese, brevemente, se là fuori c’era anche Kalden, chissà dove.

«Mae.»

Si voltò e scoprì, dietro di sé, Eamon Bailey con una camicia azzurro cielo che le sorrideva affettuosamente. «Sei pronta?»

«Credo di sì.»

«Andrai benissimo» disse lui. «Non temere. Cerca solo di essere naturale. Non faremo che ricreare la conversazione che abbiamo avuto la settimana scorsa. Okay?»

«Okay.»

E poi Eamon entrò in scena, salutando la folla, tra gli applausi sfrenati di tutti. Sul palco c’erano due poltrone color borgogna, l’una di fronte all’altra, e Bailey ne occupò una e si rivolse al buio della sala.

«Salve, Circler» disse.

«Salve, Eamon!» rispose il boato della folla.

«Grazie a voi per essere qui oggi, un venerdì molto speciale. Oggi ho pensato di cambiarlo un po’ e di non fare un discorso, ma un’intervista. Come alcuni di voi sanno, ogni tanto ne organizziamo una per gettare un po’ di luce sui membri del Cerchio e sui loro pensieri, le loro speranze e, in questo caso, le loro evoluzioni.»

Dalla poltrona in cui era seduto guardò verso le quinte, sorridendo. «L’altro giorno ho avuto una conversazione con una giovane Circler che volevo condividere con voi. Così oggi ho chiesto a Mae Holland, che alcuni di voi forse conoscono come uno dei nostri nuovi assunti nella Customer Experience, di unirsi a me. Mae?»

Mae entrò nella luce. La sensazione che provò fu di essere improvvisamente senza peso, di galleggiare nello spazio, con due soli lontani, ma radiosi, che l’accecavano. Non poteva vedere nessuno del pubblico, e sul palco riusciva a orientarsi a malapena. Ma ce la fece a indirizzare il proprio corpo, su gambe di paglia e piedi di piombo, verso Bailey. Trovò la sua poltrona e poggiando le mani sui braccioli, sentendosi cieca e stordita, vi si calò.

«Salve, Mae. Come stai?»

«Terrorizzata.»

Il pubblico rise.

«Non essere nervosa» disse Bailey, sorridendo alla platea e guardandola con un filo di preoccupazione.

«Facile a dirsi, per lei» disse, e una risata attraversò la sala. La risata era bonaria e la tranquillizzò. Mae trasse un profondo respiro e guardò la prima fila, trovando cinque o sei facce confuse, tutte sorridenti. Si rese conto, e poi lo sentì nelle ossa, di essere tra amici. Era al sicuro. Trangugiò un sorso d’acqua, la sentì raffreddare tutto ciò che aveva dentro, e mise le mani in grembo. Era pronta.

«Mae, come descriveresti, in una parola, la presa di coscienza che hai avuto la settimana scorsa?»

Questa parte l’avevano provata. Mae sapeva che Bailey voleva iniziare con l’idea della presa di coscienza. «È stata proprio questo, Eamon» le avevano detto di chiamarlo Eamon. «È stata una presa di coscienza.»

«Ahi! Credo di averti rubato la battuta» disse lui. Il pubblico rise. «Avrei dovuto dire: “Cosa ti è successo questa settimana?”. Ma raccontaci, perché quell’espressione?»

«Be’, “presa di coscienza” mi sembra l’espressione giusta…» disse Mae, e poi aggiunse «… adesso.»

La parola “adesso” arrivò con una frazione di secondo di ritardo, e l’occhio di Bailey ebbe una contrazione. «Parliamo di questa presa di coscienza» disse. «È cominciata domenica sera. Molte delle persone in sala già conoscono per sommi capi i fatti, con SeeChange e tutto. Ma facci tu un riassunto.»

Mae si guardò le mani, con quello che era – si rese conto – un gesto teatrale. Mai prima di allora si era guardata le mani per indicare un certo livello di vergogna.

«In sostanza ho commesso un reato» disse. «Ho preso un kayak all’insaputa della proprietaria e remato fino a un’isola in mezzo alla baia.»

«Era Blue Island, se ho capito bene.»

«Sì.»

«E non hai detto a nessuno cosa stavi per fare?»

«No. A nessuno.»

«Allora, Mae, avevi forse l’intenzione di parlare con qualcuno di questo viaggio, dopo?»

«No.»

«E l’hai documentato in qualche modo? Foto, video?»

«No, niente.»

Dal pubblico si alzò un mormorio. Mae e Eamon si erano aspettati una reazione a questa rivelazione, e fecero entrambi una pausa per lasciare che la folla digerisse l’informazione.

«Sapevi che stavi facendo una cosa sbagliata, prendendo il kayak all’insaputa della proprietaria?»

«Sì.»

«Ma l’hai fatto comunque. Perché?»

«Perché pensavo che nessuno l’avrebbe saputo.»

Un altro sommesso mormorio dal pubblico.

«Ecco, questo è un punto interessante. Proprio il fatto che credevi che questo atto sarebbe rimasto segreto ti ha indotto a commettere il reato, giusto?»

«Giusto.»

«L’avresti fatto se avessi saputo che qualcuno ti stava osservando?»

«Decisamente no.»

«Dunque, in un certo senso, fare tutto questo al buio, inosservata e senza controlli, ha facilitato gli impulsi di cui ti rammarichi?»

«Assolutamente. Il fatto che credevo di essere sola, inosservata, mi ha spinto a commettere un reato. E a rischiare la vita. Non avevo il giubbotto salvagente.»

Un altro sonoro mormorio si diffuse tra il pubblico.

«Allora, non soltanto hai commesso un reato ai danni della proprietaria del chiosco, ma hai rischiato la vita. Tutto perché eri spinta a farlo da una… ecco, una cappa d’invisibilità?»

Tra il pubblico ci fu uno scoppio di risa soffocate. Gli occhi di Bailey erano puntati su Mae e le dicevano: “Le cose vanno bene”.

«Esatto» disse lei.

«Ho una domanda, Mae. Ti comporti meglio o peggio quando sei osservata?»

«Meglio. Senza dubbio.»

«Quando sei sola, inosservata, senza controlli, che succede?»

«Be’, tanto per cominciare, rubo kayak.»

Il pubblico esplose in una risata allegra e repentina.

«Sul serio. Faccio cose che non vorrei fare. Mento.»

«L’altro giorno, quando ci siamo parlati, l’hai messa giù in un modo che mi è sembrato molto interessante e succinto. Puoi ripetere tutto quello che hai detto?»

«Ho detto che i segreti sono bugie.»

«I segreti sono bugie. Davvero memorabile. Potresti farci entrare nella logica che esprimi con quella frase, Mae?»

«Be’, quando si mantiene un segreto succedono due cose. Primo, si rendono possibili dei reati. Se non siamo tenuti a dar conto delle nostre azioni, ci comportiamo peggio. Questo è sottinteso. Secondo, i segreti ispirano le congetture più diverse. Quando non sappiamo cosa viene tenuto nascosto, tiriamo a indovinare, inventiamo delle risposte.»

«Be’, questo mi sembra interessante, no?» Bailey si rivolse al pubblico. «Quando non possiamo raggiungere uno dei nostri cari, facciamo delle ipotesi. Ci lasciamo prendere dal panico. Ci chiediamo dove sono o cosa gli è successo, e diamo risposte inventate. E se siamo meschini, o gelosi, inventiamo bugie. A volte anche bugie molto dannose. Immaginiamo che stiano facendo qualcosa di nefando. Tutto perché ignoriamo delle cose.»

«È come quando vediamo due persone che sussurrano tra loro» disse Mae. «Ci preoccupiamo, ci sentiamo insicuri, facciamo le più tremende congetture su ciò che potrebbero dirsi. Pensiamo che ci riguardi e che sia qualcosa di catastrofico.»

«Mentre probabilmente si stanno solo chiedendo dov’è il bagno.» Bailey si guadagnò una grande risata e non nascose la propria soddisfazione.

«Proprio così» riconobbe Mae. Sapeva che si stava avvicinando a due o tre frasi che doveva dire bene. Le aveva pronunciate nella biblioteca di Bailey, e doveva ripeterle nello stesso modo in cui le aveva dette la prima volta. «Per esempio, se c’è una porta chiusa, io comincio a inventare storie di ogni genere su quello che potrebbe esserci dietro. Lo sento come se fosse una specie di segreto, e mi spinge a fare voli di fantasia. Ma se tutte le porte sono aperte, materialmente e metaforicamente, esiste una sola verità.»

Bailey sorrise. Ce l’aveva fatta.

«Mi piace, Mae. Quando le porte sono aperte, esiste una sola verità. Allora, torniamo un momento a quella prima dichiarazione di Mae. Possiamo vederla sullo schermo?»

Sullo schermo alle spalle di Mae apparve la frase I SEGRETI SONO BUGIE. La vista di quelle parole alte più di un metro le diede una sensazione complicata: una via di mezzo tra il brivido e la soggezione. Bailey era tutto sorrisi, mentre scuoteva la testa e ammirava le parole.

«Okay, abbiamo capito che se tu avessi saputo che saresti stata ritenuta responsabile delle tue azioni non avresti commesso questo reato. Il tuo accesso all’ombra, in questo caso un’ombra illusoria, facilita un cattivo comportamento. E quando sai di essere osservata sei migliore. Giusto?»

«Giusto.»

«Parliamo allora della seconda rivelazione che hai fatto dopo questo episodio. Hai detto di non avere documentato in alcun modo questa gita a Blue Island. Perché no?»

«Be’, prima di tutto sapevo che stavo facendo qualcosa d’illegale.»

«Certo. Ma hai detto che vai spesso a pagaiare nella baia, e che non avevi mai documentato queste escursioni. Non ti eri iscritta a nessuno dei club di appassionati di kayak del Cerchio, e non avevi postato resoconti, foto, video o commenti. Facevi questi giri in kayak per conto della CIA

Mae e il pubblico risero. «No.»

«Allora perché tanta segretezza? Non ne hai parlato con nessuno né prima né dopo, non li hai citati da nessuna parte. Non esiste una sola cronaca di nessuna di queste escursioni, dico bene?»

«Sì.»

Mae avvertì che nell’auditorium si spandeva un sonoro brontolio di disapprovazione.

«Cos’hai visto durante l’ultima escursione, Mae? Mi sembra di capire che è stata piuttosto bella.»

«Lo è stata, Eamon. La luna era quasi piena, e il mare era calmissimo, e mi sembrava di pagaiare nell’argento liquido.»

«Sembra incredibile.»

«Infatti.»

«Animali? La fauna?»

«Sono stata seguita per un po’ da una singola foca, che andava dentro e fuori dall’acqua come se fosse curiosa e mi esortasse a proseguire. Non ero mai stata su quell’isola. C’era andata pochissima gente. E quando l’ho raggiunta mi sono arrampicata fino in cima, e il panorama dalla vetta era incredibile. Ho visto le luci dorate della città, e il nero profilo delle colline pedemontane verso il Pacifico, e persino una stella cadente.»

«Una stella cadente! Fortunata.»

«Sono stata molto fortunata.»

«Ma non hai fatto neanche una foto.»

«No.»

«Né un video.»

«No.»

«Così di tutto questo non resta nessuna traccia.»

«No. Niente all’infuori della mia memoria.»

Dal pubblico arrivò un coro di gemiti chiaramente percettibili. Bailey si rivolse alla platea scuotendo la testa, indulgente.

«Okay» disse, stringendo i denti come per farsi forza, «e qui dobbiamo affrontare qualcosa di personale. Come sapete tutti, io ho un figlio, Gunner, che è nato con una paralisi cerebrale. Anche se fa una vita molto piena, e noi cerchiamo, sempre, di migliorare le sue possibilità, Gunner è necessariamente relegato su una sedia a rotelle. Non può camminare. Non può correre. Non può fare del kayak. Allora cosa fa se vuole provare qualcosa di simile? Be’, guarda un video. Guarda delle fotografie. Molte delle sue esperienze di questo mondo gli arrivano dalle esperienze di altre persone. E naturalmente molti Circler sono stati generosi, fornendogli video e foto dei loro viaggi. Quando segue con SeeChange l’immagine di un Circler che si arrampica sul monte Kenya, si sente come se l’avesse scalato lui. Quando è davanti a un video di prima mano di un membro dell’equipaggio dell’America’s Cup, Gunner ha in qualche modo l’impressione di avervi partecipato anche lui. Queste esperienze sono state facilitate da persone generose che hanno diviso con altri, mio figlio compreso, ciò che hanno visto del mondo. E noi possiamo solo fare proiezioni su quanti altri ce ne sono là fuori come Gunner. Forse sono dei disabili. Forse sono anziani, costretti a stare in casa. Forse altre mille cose. Ma il punto è che ci sono milioni di persone che non possono vedere quello che hai visto tu, Mae. Ti sembra giusto averli privati delle cose che hai visto?»

Mae aveva la gola secca e cercò di non mostrare l’emozione. «No. Mi sembra sbagliatissimo.» Pensò al figlio di Bailey, Gunner, e pensò a suo padre.

«Credi che abbiano il diritto di vedere le stesse cose che hai visto tu?»

«Sì.»

«In questa breve vita» disse Bailey, «perché uno non dovrebbe vedere tutto quello che vuole? Perché non dovrebbe essere uguale per tutti l’accesso alle bellezze della Terra? Alla conoscenza del mondo? A tutte le esperienze di questo mondo?»

La voce di Mae era poco più forte di un sussurro. «Tutti dovrebbero poterlo fare.»

«Ma l’esperienza che hai fatto tu, Mae, l’hai tenuta per te. Che è curioso, perché tu le condividi, online. Tu lavori al Cerchio. Il tuo PartiRank è nei T2K. Allora, perché credi che questo tuo hobby, queste straordinarie esplorazioni… perché celarle al resto del mondo?»

«Non riesco proprio a immaginare cosa stessi pensando, se devo essere sincera» disse Mae.

Dalla folla si alzò un brusio. Bailey annuì.

«Okay. Abbiamo appena parlato di come noi, come esseri umani, nascondiamo le cose di cui ci vergogniamo. Facciamo qualcosa d’illegale, o d’immorale, e lo nascondiamo al resto del mondo perché sappiamo che è sbagliato. Ma nascondere qualcosa di glorioso, una magnifica gita sull’acqua, il chiaro di luna, una stella cadente…»

«È stato semplice egoismo, Eamon. Puro e semplice egoismo. Nello stesso modo in cui una bambina non vuole condividere il suo balocco preferito. Mi rendo conto che la segretezza fa parte di… be’, un modo di comportarsi aberrante. Viene da una zona oscura, non da un luogo di luce e generosità. E quando privi i tuoi amici, o qualcuno come tuo figlio Gunner, di esperienze analoghe a quella che ho fatto io, in pratica è come se tu gliele rubassi. Stai negando loro una cosa cui hanno diritto. La conoscenza è un diritto fondamentale di tutti gli uomini. Parità di accesso a tutte le esperienze umane possibili: ecco un diritto fondamentale che abbiamo tutti.»

Mae fu la prima a sorprendersi della propria eloquenza, e il pubblico rispose con un applauso scrosciante. Bailey la guardava come un padre orgoglioso. Quando l’applauso si spense, parlò piano, come se fosse riluttante a interromperla.

«Ti sei espressa in un modo che mi piacerebbe riascoltare.»

«Be’, è imbarazzante, ma ho detto solo che condividere è prendersi cura.»

Il pubblico rise. Bailey la guardò con un largo sorriso.

«Non credo che sia imbarazzante. Questa espressione viene usata già da un po’, ma qui va a pennello, no, Mae? Mi sembra la più adatta.»

«Io credo che sia semplice. Se ti prendi cura dei tuoi simili, degli altri esseri umani, dividi con loro quello che sai. Condividi ciò che vedi. Dài loro tutto quello che puoi. Se ti stanno a cuore la loro situazione, le loro sofferenze, la loro curiosità, il loro diritto d’imparare e conoscere tutto ciò che il mondo contiene, fai a metà con loro. Condividi quello che hai e quello che vedi e quello che sai. Qui, per me, la logica è innegabile.»

Il pubblico applaudì, e mentre lo faceva un’altra frase, CONDIVIDERE È PRENDERSI CURA, apparve sullo schermo, sotto la precedente. Bailey scuoteva la testa, stupito.

«Mi piace. Mae, hai una buona parlantina. E c’è un’altra delle tue dichiarazioni che, a mio avviso, dovrebbe coronare quello che tutti, qui, avranno sicuramente giudicato un discorso suggestivo e straordinariamente illuminante.»

Il pubblico scoppiò in un caloroso applauso.

«Stavamo parlando di quello che hai visto come l’impulso a tenere le cose per te.»

«Be’, non è una cosa di cui vada orgogliosa, e non credo che superi il livello del semplice egoismo. Ora lo capisco bene. Capisco che siamo obbligati, come esseri umani, a condividere ciò che vediamo e sappiamo. E che tutta la conoscenza dev’essere democraticamente accessibile.»

«Essere libera è lo stato naturale dell’informazione.»

«Esatto.»

«Abbiamo tutti il diritto di sapere tutto quello che possiamo. Siamo tutti, collettivamente, in possesso della conoscenza che si è accumulata nel mondo.»

«Esattamente» disse Mae. «Quindi, che succede se io privo qualcuno, o tutti, di una cosa che so? Non sto forse rubando qualcosa ai miei simili?»

«Infatti» disse Bailey, annuendo convinto. Mae guardò il pubblico e vide che anche l’intera prima fila, le uniche facce visibili, stava annuendo.

«E visto come te la cavi con le parole, Mae, mi chiedo se puoi confidarci la tua terza e ultima rivelazione. Come hai detto?»

«Be’, ho detto così: la privacy è un furto.»

Bailey si voltò verso il pubblico. «Non è un modo di esprimersi interessante, ragazzi? “La privacy è un furto.”» Dopodiché le parole apparvero sullo schermo alle sue spalle, a grandi lettere bianche:

LA PRIVACY È UN FURTO

Mae si voltò a guardare le tre righe sullo schermo. Vedendo quello che c’era scritto, batté le palpebre per trattenere le lacrime. Aveva davvero pensato tutto lei?

I SEGRETI SONO BUGIE
CONDIVIDERE È PRENDERSI CURA
LA PRIVACY È UN FURTO

Mae aveva la gola secca, chiusa. Sapeva che non sarebbe riuscita a parlare, e per questo sperò che Bailey non la invitasse a farlo. Come se capisse quello che provava, e che era sopraffatta dall’emozione, lui le strizzò l’occhio e si rivolse al pubblico.

«Ringraziamo Mae per il suo candore, la sua intelligenza e la sua grande umanità, non vi sembra giusto?»

Il pubblico era tutto in piedi. Mae aveva il viso in fiamme. Non sapeva se stare seduta o alzarsi in piedi. Si alzò per un istante, poi le parve stupido e tornò a sedersi, alzando timidamente una mano per salutare.

Nel tumulto degli applausi, a un certo punto, Bailey riuscì ad annunciare il gran finale: che Mae, trovando giusto condividere tutto quello che vedeva e poteva offrire al mondo, da quel giorno avrebbe adottato la più assoluta trasparenza.

1SeeChange richiama l’espressione sea change, “metamorfosi marina”, o “svolta improvvisa”, “radicale”. (Tutte le note a piè di pagina sono a cura del traduttore.)

2Maiden significa “vergine”, da cui Maiden’s Voyages, “Viaggi inaugurali”.

3. Che in effetti è una storpiatura di Mayday, “S.O.S.”.

4. Human Resources, l’ufficio del personale.

5. Leadership in Energy and Environmental Design (Leadership nel design energetico e ambientale).

6. Uno dei benefit aziendali più comuni con cui gli americani possono integrare la pensione.

7. Women’s National Basketball Association, la lega professionistica americana di pallacanestro femminile.

8. “Sorriso” e “broncio”, gli emoticon dei telefonini. Meh, citato in seguito, esprime invece perplessità o indifferenza.

9. President’s Physical Fitness Test, parte di un programma governativo volto a incoraggiare i cittadini americani a dedicarsi allo sport e all’attività fisica allo scopo di migliorare il proprio stato di forma e di salute generale.

10. Universal Product Code, il codice a barre utilizzato nell’America del Nord e in gran parte del mondo anglosassone.

LIBRO II

Era una bizzarra creatura, spettrale, vagamente minacciosa e sempre in moto, ma nessuno di coloro che le stavano davanti riusciva a distogliere lo sguardo. Mae era ipnotizzata da lei, dalla sua forma sferzante, dalle pinne che sembravano lame, dalla pelle lattea e dagli occhi di lana grigia. Era sicuramente uno squalo, ne aveva la tipica forma, lo sguardo bieco, ma questa era una nuova specie, onnivora e cieca. Stenton l’aveva portato lì dal suo viaggio alla Fossa delle Marianne, nel sommergibile del Cerchio. Lo squalo non era l’unica scoperta: finora Stenton aveva trovato meduse, mante, ippocampi sconosciuti, tutti quasi trasparenti, eterei nei movimenti, tutti in mostra in una serie di enormi acquari che aveva costruito, quasi da un giorno all’altro, per ospitarli.

Mae aveva il compito di mostrare gli animali a coloro che seguivano la sua videocamera, di dare le spiegazioni necessarie e di essere, attraverso l’obiettivo che portava al collo, una finestra su questo nuovo mondo e sul mondo del Cerchio in generale. Tutte le mattine si metteva una collana, molto simile a quella di Stewart, ma più leggera, più piccola e con l’obiettivo all’altezza del cuore. In quella posizione essa offriva l’inquadratura più ferma, e la più ampia. La videocamera vedeva tutto ciò che vedeva Mae, e spesso qualcosa di più. La qualità delle riprese era tale che gli spettatori potevano zumare, panoramicare, fermare l’immagine e migliorarne la risoluzione. L’audio era accuratamente regolato per concentrarsi sulle sue conversazioni, e per registrare tenendo in secondo piano ogni suono ambientale o le voci in sottofondo. Questo, in pratica, voleva dire che tutte le stanze in cui Mae si trovava erano esplorabili da ogni spettatore; ci si poteva concentrare su qualsiasi angolo e, con un piccolo sforzo, si potevano isolare e ascoltare tutte le altre conversazioni.

Da un momento all’altro doveva essere somministrato il pasto a tutte le scoperte di Stenton, ma l’animale che interessava particolarmente lei e i suoi osservatori era lo squalo. Mae non l’aveva ancora visto mangiare, ma si diceva che fosse insaziabile e velocissimo. Sebbene fosse cieco, trovava immediatamente i suoi pasti, piccoli o grandi che fossero, vivi o morti, e li digeriva con un’allarmante rapidità. Gli gettavano nella vasca un’aringa o un calamaro, e dopo qualche istante lo squalo depositava sul fondo dell’acquario ciò che restava dell’animale: un pugno di una sostanza granulosa che sembrava cenere. Questo atto era reso più affascinante dalla pelle trasparente dello squalo, che permetteva la visione senza impedimenti del suo processo digestivo.

Mae udì in cuffia il suono di una gocciolina. «Pasto rimandato all’una e zero due» disse una voce. Erano già le 12.51.

Guardò in fondo al corridoio buio, verso gli altri tre acquari, ciascuno dei quali un po’ più piccolo di quello che aveva davanti. L’area era tenuta nella più completa oscurità, per mettere in risalto il blu elettrico delle vasche e le creature bianche e nebulose che le abitavano.

«Passiamo al polpo, intanto» disse la voce.

Il feed audio principale, da Additional Guidance a Mae, le arrivava attraverso un minuscolo auricolare, il che permetteva alla squadra di AG di impartirle ogni tanto delle direttive: di suggerirle, per esempio, di passare davanti all’Era delle Macchine per mostrare agli osservatori un nuovo drone a energia solare destinato ai consumatori capace di percorrere distanze illimitate attraverso mari e continenti, a patto che ci fosse un’adeguata esposizione solare; Mae aveva fatto quella visita qualche ora prima. Era uno dei momenti migliori della giornata, il giro dei vari dipartimenti, la presentazione di nuovi prodotti, fatti dal Cerchio o dal Cerchio sponsorizzati. Era la garanzia che ogni giorno sarebbe stato diverso, e nelle settimane in cui era stata trasparente quel giro aveva esposto Mae praticamente a ogni angolo del campus, dall’Età della Vela al Vecchio Regno, dove si stava progettando, più che altro per gioco, di attaccare una videocamera a ogni orso polare che restava.

«Vediamo il polpo» disse Mae agli osservatori.

Si avvicinò a una struttura rotonda di vetro alta cinque metri e larga quattro. Dentro, una creatura pallida e senza spina dorsale, dello stesso colore di una nuvola, ma venata di verde e di blu, tastava qua e là, muovendo i tentacoli come se tirasse a indovinare, come un uomo quasi cieco che armeggiasse in cerca degli occhiali.

«Questo è un parente del polpo telescopico» disse Mae, «ma finora nessuno ne aveva mai catturato uno vivo.»

La sua forma sembrava mutare di continuo, dapprima bulbosa e simile a un pallone, come se si stesse gonfiando, sempre più grosso e sicuro, per poi restringersi, girare su se stesso, stirarsi e allungare i tentacoli, incerto su quale fosse la sua vera configurazione.

«Come potete vedere, le sue vere dimensioni sono difficili da capire. Un momento ti sembra di poterlo tenere in mano, il momento dopo occupa quasi tutto l’acquario.»

Pareva che i tentacoli della creatura volessero conoscere tutto: la forma del vetro, la topografia del corallo sottostante, la sensazione dell’acqua che la circondava da ogni parte.

«Fa quasi tenerezza» disse Mae, guardando il polpo che si allargava da una parete all’altra, stendendosi come una rete. C’era qualcosa, nella sua curiosità, che faceva pensare a una presenza senziente, piena di dubbi e di desideri.

«Questa è la prima creatura che Stenton ha scoperto» disse Mae del polpo, che ora veniva su dal fondo, lentamente, enfaticamente. «Arrivava da dietro il sommergibile e lo ha sorpassato con un guizzo, come se lo invitasse a seguirlo. Potete vedere a che velocità avrebbe potuto muoversi.» Ora il polpo faceva il giro dell’acquario, spingendosi avanti con movimenti simili all’aprirsi e al chiudersi di un ombrello.

Mae controllò l’ora. Erano le 12.54. Aveva ancora qualche minuto da riempire. Tenne l’obiettivo puntato sul polpo.

Non si faceva illusioni: non ogni ora del giorno era altrettanto entusiasmante per gli osservatori. Nelle settimane in cui Mae era stata trasparente c’erano stati tempi morti, tanti, ma il suo compito era, in primo luogo, quello di essere una finestra aperta sulla vita al Cerchio, dal sublime al banale. «Qui siamo in palestra» poteva dire, mostrando agli spettatori il club benessere per la prima volta. «La gente corre, suda e cerca di capire qual è il grado di forma degli altri senza farsi scoprire.» Poi, un’ora dopo, poteva essere a tavola per il lunch, naturale e senza commenti, seduta davanti ad altri Circler che si comportavano tutti, o cercavano di comportarsi, come se nessuno li stesse osservando. In maggioranza i Circler erano felici di essere ripresi, e dopo qualche giorno tutti compresero che questo faceva parte del loro lavoro al Cerchio, e che anzi ne costituiva una parte fondamentale. Se volevano essere una società che abbracciava la trasparenza, e gli infiniti vantaggi globali del libero accesso, dovevano viverlo, quell’ideale, sempre e dovunque, e in particolar modo nel campus.

Per fortuna, entro le porte del Cerchio c’erano abbastanza cose da mostrare e celebrare. L’autunno e l’inverno avevano portato l’inevitabile, con una velocità da blitzkrieg. In tutto il campus c’erano segnali che facevano pensare all’imminente Completamento. I messaggi erano sibillini, destinati a suscitare curiosità e discussioni. Quale significato avrebbe il Completamento? I membri del personale erano invitati a pensarci su, a fare domande e a scrivere sui tabelloni delle idee. Ogni abitante della Terra ha un account del Cerchio! diceva un messaggio molto in voga. Il Cerchio risolve il problema della fame nel mondo, diceva un altro. Il Cerchio mi aiuta a rintracciare i miei antenati, diceva un altro ancora. Nessun dato, umano o numerico o storico o emotivo, andrà perduto, mai più. Questo era stato scritto e firmato da Bailey in persona. Il più popolare era: Il Cerchio mi aiuta a trovare me stesso.

Molti di questi sviluppi avevano avuto inizio durante le prime fasi del Cerchio, ma il momento non era mai stato così propizio, e l’impeto fu troppo forte per potervi opporre resistenza. Ora, col 90 per cento del mondo politico di Washington convertito alla trasparenza, e il restante 10 per cento che languiva sotto il sospetto di colleghi ed elettori, la domanda batteva su questi ultimi come un sole cocente e rabbioso: cosa stai occultando? Il piano era che la maggior parte dei Circler sarebbero diventati trasparenti entro l’anno, ma per il momento, per correggere gli ultimi errori del programma e abituare tutti all’idea, le cavie erano solo Mae e Stewart; anche se la prova di quest’ultimo era stata largamente eclissata da quella della ragazza. Mae era giovane e si muoveva con maggior disinvoltura di Stewart, e poi c’era la voce: gli osservatori l’amavano, paragonandola a una musica, dicendo che “sembrava il suono di un flauto” o che era “la meravigliosa melodia di una chitarra acustica”; e anche Mae l’amava, sentendosi invadere giornalmente dall’affetto di milioni di persone.

Però bisognava abituarsi, a partire dal funzionamento dell’attrezzatura. La videocamera era leggera, e dopo qualche giorno Mae quasi non sentiva più il peso dell’obiettivo, non più grande di un medaglione, sullo sterno. Avevano provato a fissargliela al petto in vari modi, compresa una striscia di velcro attaccata ai vestiti, ma non c’era stato nulla di più semplice ed efficace che appendergliela al collo. Il secondo adattamento, che non cessava di affascinarla anche se ogni tanto le riusciva un po’ sgradevole, era vedere – attraverso un piccolo schermo sul polso destro – ciò che riprendeva la videocamera. Si era quasi dimenticata del monitor sanitario al polso sinistro, ma la videocamera aveva reso indispensabile l’utilizzo di questo secondo braccialetto. Era delle stesse dimensioni e dello stesso materiale dell’altro, ma con uno schermo più grande perché l’immagine fosse chiara e una summa di tutti i dati dei suoi soliti schermi. Con un braccialetto per polso, ognuno ben stretto e rifinito in modo da sembrare di metallo opacizzato, Mae si sentiva come Wonder Woman e le sembrava quasi di comprenderne il potere, anche se l’idea era troppo ridicola per parlarne con qualcuno.

Sul polso sinistro vedeva il proprio battito cardiaco; sul destro ciò che vedevano gli osservatori: l’immagine in tempo reale ripresa dall’obiettivo, che le permetteva di apportare le modifiche necessarie al campo visivo. Le dava anche il numero degli osservatori, i propri ranking e rating, ed evidenziava i commenti più recenti e più comuni degli spettatori. In quel momento, davanti al polpo, Mae aveva 441.762 osservatori, che erano un po’ sopra la media, ma sempre meno di quanti avesse sperato di averne mentre illustrava le scoperte di Stenton negli abissi marini. Gli altri numeri non riservavano sorprese. In un giorno qualunque, per le sue dirette, faceva segnare una media di 845.029 visitatori unici, e aveva 2,1 milioni di follower per il feed di Zing. Non doveva più preoccuparsi di far parte dei T2K; la sua visibilità, e l’immenso potere del suo pubblico, le garantivano Conversion Rate e Retail Raw stratosferici, e le davano la certezza di essere sempre tra i top ten.

«Vediamo gli ippocampi» disse Mae, e passò all’acquario più vicino. Là, in mezzo a un bouquet color pastello di coralli e fronde fluenti di alghe blu, vide centinaia, forse migliaia, di minuscole creature, non più grandi delle dita di un bambino, che si nascondevano in ogni cantuccio, attaccandosi al fogliame. «Pesci non particolarmente socievoli, questi tipetti. Un momento, saranno proprio pesci?» chiese, e si guardò il polso, dove un osservatore aveva già inviato la risposta. È proprio un pesce, assolutamente! Classe degli Actinopterygii. Come il tonno e il merluzzo.

«Grazie, Susanna Win di Greensboro!» disse Mae, e rilanciò l’informazione ai follower. «Ora vediamo se riusciamo a trovare il papà di tutti questi cavallucci marini. Come forse sapete, è il maschio dell’ippocampo a partorire la prole. Le centinaia di bebè che vedete sono venuti al mondo dopo che il papà è arrivato qui. Dov’è, adesso?» Mae girò intorno all’acquario e presto lo trovò, grande pressappoco come la sua mano, immobile sul fondo della vasca, appoggiato al vetro. «Credo che si stia nascondendo» disse Mae, «ma sembra che non sappia che noi siamo qui, dall’altra parte del vetro, e possiamo vedere tutto.»

Controllò il polso e regolò un tantino l’angolazione dell’obiettivo, per avere l’immagine migliore di quel fragile animale. Era arricciato, le voltava le spalle e appariva timido ed esausto. Mae accostò il viso, e l’obiettivo, al vetro, così vicino a lui da poter vedere le nuvolette nei suoi occhi intelligenti, le improbabili lentiggini sul muso delicato. Era una creatura inverosimile, un terribile nuotatore, dalla forma di una lanterna cinese e totalmente indifeso. Il suo polso evidenziò uno zing con rating straordinariamente alti. Il croissant del regno animale, diceva, e Mae lo ripeté ad alta voce. Ma a dispetto della sua fragilità, si era già riprodotto in qualche modo, aveva dato vita ad altri cento ippocampi come lui, mentre il polpo e lo squalo seguivano i contorni dei loro acquari e non facevano altro che mangiare. Non che all’ippocampo sembrasse importare qualcosa. Era separato dalla sua progenie, come se non sapesse da dov’era venuta, e non avesse il minimo interesse per quello che poteva capitarle.

Mae guardò l’ora. L’una e zero due. Additional Guidance le parlò attraverso l’auricolare: «Pasto squalo pronto».

«Okay» disse Mae, con un’occhiata al polso. «Vedo che un mucchio di gente ci chiede di tornare dallo squalo, ed è l’una passata, perciò credo che faremo così.» Lasciò il cavalluccio marino, che si voltò dalla sua parte, per un momento, come se non volesse vederla partire.

Mae si diresse verso la prima vasca, la più grande, che conteneva lo squalo di Stenton. Sopra l’acquario, in cima a una lucida scaletta rossa, vide una ragazza, con capelli neri e ricci e jeans bianchi col risvolto.

«Ciao» le disse. «Io sono Mae.»

La donna sembrava pronta a dire “Lo so” ma poi, come ricordando che erano in onda, adottò uno studiato tono professionale. «Ciao, Mae, io sono Georgia, e adesso darò da mangiare allo squalo del signor Stenton.»

E in quel momento, anche se era cieco, e nella vasca non c’era ancora niente, lo squalo parve sentire che si stava preparando un festino. Cominciò a roteare come un ciclone, avvicinandosi sempre più alla superficie. Gli osservatori di Mae erano già aumentati di 42.000 unità.

«C’è qualcuno che ha fame» disse Mae.

Lo squalo, che prima si mostrava minaccioso solo a tratti, ora appariva inferocito e del tutto cosciente, l’istinto predatorio personificato. Georgia cercava di sembrare competente e sicura di sé, ma Mae le leggeva negli occhi paura e trepidazione. «Pronti, laggiù?» chiese la ragazza, senza staccare lo sguardo dallo squalo che stava puntando verso di lei.

«Siamo pronti» disse Mae.

«Okay, oggi darò da mangiare allo squalo qualcosa di nuovo. Come sapete, gli hanno dato di tutto, dai salmoni alle aringhe alle meduse. Ha divorato ogni cosa con lo stesso entusiasmo. Ieri abbiamo provato con una manta, e nessuno si aspettava che gli piacesse, invece non ha avuto esitazioni e ha mangiato di gusto. Così oggi vogliamo sperimentare qualcos’altro. Come potete vedere» disse, e Mae notò che il secchio che portava era di plastica trasparente, e dentro vide qualcosa di blu e arancione, con troppe zampe. La sentì tamburellare contro le pareti del secchio: un’aragosta. Mae non aveva mai pensato che gli squali mangiassero aragoste, ma nemmeno capiva perché non avrebbero dovuto farlo.

«Abbiamo qui una comune aragosta del Maine, e non siamo sicuri che questo squalo sia in grado di mangiarla.»

Forse Georgia stava solo cercando di fare bella figura, mentre anche Mae cominciava a innervosirsi per l’aragosta, sospesa sull’acqua da troppo tempo. “Buttala” pensò tra sé. “Buttala, ti prego.”

Ma Georgia la teneva là sospesa, forse per accontentare Mae e i suoi spettatori. Lo squalo, intanto, aveva riconosciuto l’aragosta, ne aveva sicuramente identificato la forma con i sensori in suo possesso e roteava su se stesso più in fretta, sempre docile, anche se la sua pazienza era agli sgoccioli.

«Certi squali sono in grado di digerire il guscio dei crostacei come questo, altri no» disse Georgia, facendo ora penzolare l’aragosta sull’acqua in modo tale che una delle chele ne toccasse la superficie. “Buttala, ti prego” pensò Mae. “Ti prego, buttala immediatamente.”

«Allora butterò questa signorina in…»

Ma prima che potesse finire la frase lo squalo aveva strappato l’aragosta dalla mano della ragazza. Quando Georgia cacciò un urlo e si strinse le dita con l’altra mano, come per contarle, lo squalo era già ripiombato al centro dell’acquario, con l’aragosta schiacciata tra le mascelle e la polpa bianca del crostaceo che gli schizzava fuori dalla bocca.

«Ti ha preso?» chiese Mae.

Georgia scosse il capo, trattenendo le lacrime. «Quasi.» Si fregava la mano come se si fosse scottata.

Il pasto era stato consumato, e Mae vide una cosa raccapricciante e meravigliosa: l’aragosta veniva digerita, dentro lo squalo, davanti a lei, in un baleno e con incredibile chiarezza. Mae vide l’aragosta sbriciolarsi in dozzine, poi centinaia di pezzi, nella bocca dello squalo, poi vide i pezzi farsi strada attraverso l’esofago, lo stomaco, l’intestino dello squalo. In pochi minuti l’aragosta era stata trasformata in un mucchietto di pulviscolo granuloso. Lo scarto lasciò lo squalo e cadde sul fondo dell’acquario, come neve.

«Si direbbe che abbia ancora fame» disse Georgia. Era risalita sulla scaletta, ma ora con un diverso recipiente di plexiglas. Mentre Mae aveva assistito alla digestione dell’aragosta, Georgia era andata a prendere un’altra razione.

«È proprio quello che credo che sia?» chiese Mae.

«Questa è una testuggine di mare del Pacifico» disse Georgia, alzando il recipiente che conteneva il rettile. Era grossa più o meno come il busto della ragazza, ornata da un patchwork di colori, verde, blu e marrone, un bellissimo animale incapace di muoversi in quello spazio troppo ridotto. Georgia aprì lo sportello a un’estremità del recipiente, come invitando la testuggine a uscire, se ne avesse avuto voglia. La testuggine decise di restare dov’era.

«È poco probabile che il nostro squalo abbia mai incontrato una di queste, data la differenza tra i loro habitat» disse Georgia. «Questa testuggine non avrebbe motivo di passare del tempo dove risiede lo squalo di Stenton, e lo squalo non ha sicuramente mai visto la luce variegata delle aree in cui vivono le testuggini.»

Mae voleva chiedere a Georgia se davvero intendeva dare quella testuggine in pasto allo squalo. I suoi occhi avevano scorto il predatore sotto di lei, e ora, con la lenta energia cui riusciva a fare appello, stava rinculando verso il fondo del recipiente. Dare quella mite creatura in pasto allo squalo, qualunque fosse la necessità o l’interesse scientifico, non avrebbe fatto piacere a molti degli osservatori di Mae. Le stavano già arrivando degli zing attraverso il polso. Per piacere, non uccidete quella testuggine. Somiglia a mio nonno! C’era anche un altro forum, però, dove si affermava che lo squalo, che non era molto più grosso della testuggine, non sarebbe stato capace d’inghiottire o digerire il rettile, con quel guscio impenetrabile. Ma proprio quando Mae stava per protestare contro il pasto imminente, una voce da AG le irruppe nell’auricolare. «Attaccati alla sedia. Stenton vuol vedere cosa succede.»

Nella vasca, lo squalo aveva ripreso a nuotare in cerchio, in tutto e per tutto smilzo e affamato come prima. L’aragosta per lui era stata un niente, un insignificante stuzzichino. Poi salì in superficie per avvicinarsi a Georgia, sapendo che stava per arrivare la pietanza.

«Eccoci» disse Georgia, e inclinò il recipiente finché la testuggine cominciò a scivolare lentamente verso l’acqua, resa fosforescente dalla luce al neon, che vorticava sotto di lei: la rotazione dello squalo aveva creato un mulinello. Quando il recipiente fu verticale, e la testa dell’animale ebbe superato la soglia di plexiglas, lo squalo non poté più aspettare. S’impennò, prese la testa dell’animale tra le mascelle e lo tirò sotto. E la testuggine, come l’aragosta, fu consumata in pochi secondi, ma questa volta ci volle una trasformazione che il crostaceo non aveva richiesto. Lo squalo sembrò sganciare la mandibola dal suo perno, raddoppiando le dimensioni della bocca, permettendole d’inghiottire agevolmente l’intera testuggine in un boccone. Georgia nel frattempo stava spiegando che a molti squali, quando mangiano una testuggine, si rovescia lo stomaco, e che vomitano il guscio dopo aver digerito le parti carnose del rettile. Ma lo squalo di Stenton aveva altri metodi. Il guscio parve dissolversi nella bocca e nello stomaco come un cracker imbevuto di saliva. E in meno di un minuto la testuggine, tutta, era stata ridotta in cenere. Uscì dallo squalo come aveva fatto l’aragosta, in fiocchi che caddero pesantemente sul fondo dell’acquario, unendosi a quelli di prima, dai quali erano indistinguibili.

Mae stava assistendo a questa scena quando vide una figura, quasi una silhouette, di là dal vetro, oltre la parete di fondo dell’acquario. Il corpo era appena un’ombra, il volto invisibile, ma poi, per un momento, la luce dall’alto si specchiò sulla pelle dello squalo che girava in tondo e mostrò il viso della figura.

Era Kalden.

Mae non lo vedeva da un mese, e da quando era diventata trasparente non aveva più avuto sue notizie. Annie era stata ad Amsterdam, poi in Cina, poi in Giappone, poi ancora a Ginevra, e così non aveva avuto tempo da dedicare a Kalden, ma ogni tanto le due donne si erano scambiate messaggi su di lui. Dovevano preoccuparsi di quest’uomo sconosciuto? E quanto?

Ma poi Kalden era sparito.

E adesso era là in piedi e la guardava, immobile.

Mae voleva chiamarlo, ma poi ci ripensò. Chi era? Chiamarlo, riprenderlo con la videocamera, quali conseguenze avrebbe avuto? Sarebbe scappato? Mae era ancora scossa dalla digestione della testuggine, dall’occhio spento e rabbioso dello squalo, e si scoprì senza voce, senza le forze per dire il suo nome. Così lo guardò fisso, e lui la guardò fisso, e a lei venne l’idea che, se fosse riuscita a riprenderlo, forse avrebbe potuto mostrare il video a Annie, e questo avrebbe potuto portare a un chiarimento, un’identificazione. Ma quando Mae si guardò il polso vide solo una sagoma nera, col viso oscurato. Forse l’obiettivo non riusciva a scorgerlo, l’osservava da una diversa angolazione. Mentre lei ne seguiva la forma sul polso, lui indietreggiò, si allontanò e sparì tra le ombre.

Georgia, intanto, aveva continuato a cianciare dello squalo e della scena alla quale avevano assistito, e Mae non aveva ripreso niente. Ma ora la ragazza era ritta in cima alla scaletta e stava salutando con la mano, sperando che Mae avesse finito, perché non aveva più niente da dare da mangiare all’animale. Lo spettacolo era terminato.

«Okay, allora» disse Mae, grata per la possibilità di andare via e di seguire Kalden. Salutò Georgia, la ringraziò e s’incamminò speditamente lungo il corridoio buio.

Avvistò la sua figura mentre usciva da una porta lontana e affrettò il passo, attenta a non scuotere troppo la camera ed evitando di chiamarlo. La porta in cui si era infilato portava alla sala stampa, un posto che sarebbe stato abbastanza logico visitare, per Mae. «Vediamo che succede in sala stampa» disse, sapendo che tutti quelli che erano là dentro si sarebbero accorti della sua presenza nei venti passi che doveva fare per arrivarci. Sapeva anche che le videocamere SeeChange nel corridoio, sopra la porta, dovevano aver inquadrato Kalden, e che presto o tardi avrebbe saputo chi era veramente. Ogni movimento entro il Cerchio veniva colto da una videocamera o da un’altra, di solito da tre, e ricostruire le mosse di qualcuno a posteriori era un lavoro di pochi minuti.

Mentre si avvicinava alla porta della sala stampa, Mae pensò alle mani di Kalden su di lei. Alle sue mani che si abbassavano per tirarsela più vicino e spingersi dentro di lei. Udì il fievole mormorio della sua voce. Il suo sapore, come di un frutto umido e fresco. E se lo avesse trovato? Non poteva portarselo in un bagno. O sì? Avrebbe trovato il modo.

Aprì la porta della sala stampa, un grande spazio aperto che Bailey aveva suddiviso prendendo a modello le redazioni dei giornali di una volta, con cento bassi scompartimenti, telescriventi e orologi dappertutto, ogni scrivania con un telefono analogico rétro e una fila di bottoni bianchi sotto i numeri che lampeggiavano aritmicamente. C’erano vecchie stampatrici, fax, telex, copialettere. L’arredamento, naturalmente, era per bellezza. Nessuna di quelle macchine antiquate funzionava. I giornalisti, le cui facce erano ormai davanti a Mae, sorridenti, mentre salutavano lei e i suoi osservatori, potevano svolgere quasi tutta la loro attività utilizzando SeeChange. C’erano già più di cento milioni di videocamere funzionanti e accessibili in tutto il mondo, il che rendeva il lavoro dell’inviato speciale inutilmente caro e pericoloso, per non parlare della quantità di carbonio immessa nell’atmosfera.

Mentre Mae attraversava la sala stampa, il personale la salutava incerto con la mano, non sapendo se si trattasse di una visita ufficiale. Mae rispondeva ai saluti, scrutando ogni angolo del locale, sapendo di aver l’aria di chi ha la testa altrove. Dov’era Kalden? C’era solo un’altra uscita, perciò Mae attraversò la sala di corsa, salutando con la testa e con la mano, finché raggiunse la porta in fondo. L’aprì, trasalendo al passaggio all’abbacinante luce del giorno, e lo vide. Stava attraversando l’ampio prato verde, passando davanti alla nuova scultura di quel dissidente cinese – le venne in mente che presto avrebbe dovuto mostrarla ai suoi osservatori, forse oggi stesso – e in quel preciso momento Kalden si voltò brevemente, come per controllare se Mae lo stava ancora seguendo. I loro occhi s’incontrarono, disegnandogli un sorrisetto sul viso prima che tornasse a voltarsi e girasse in fretta attorno al Periodo delle Cinque Dinastie.

«Dove sei diretta?» le chiese la voce all’orecchio.

«Scusate. In nessun posto. Stavo solo… Non importa.»

Mae, ovviamente, era libera di andare dove voleva – erano proprio questi vagabondaggi la cosa che tanti dei suoi osservatori apprezzavano di più –, ma all’ufficio dell’Additional Guidance volevano ancora controllare di tanto in tanto. Mentre era là in piedi, al sole, circondata da Circler da ogni lato, sentì suonare il telefono. Si guardò il polso; non c’era il nome di chi la chiamava. Poteva trattarsi solo di Kalden.

«Pronto?» disse.

«Dobbiamo vederci» disse lui.

«Come?» chiese lei.

«I tuoi osservatori non possono sentirmi. Sentono solo te. In questo momento i tuoi tecnici si stanno chiedendo perché l’audio in arrivo non funziona. Lo aggiusteranno in pochi minuti.» La sua voce era tesa, tremante. «Ascolta, dunque. Bisogna fermare quasi tutto quello che sta succedendo. Parlo sul serio. Il Cerchio è quasi completo e tu, Mae, devi credermi: questo sarà un male per te, per me, per l’umanità. Dove possiamo incontrarci? Se dev’essere un bagno, per me va bene…»

Mae riattaccò.

«Scusa l’intoppo» disse l’AG attraverso l’auricolare. «Per un motivo o per l’altro l’audio in arrivo ha smesso di funzionare. Ci stiamo lavorando. Chi era?»

Mae sapeva che non poteva mentire. Non era sicura che qualcuno avesse effettivamente udito la voce di Kalden. «Un pazzo» improvvisò, fiera di sé. «Che cianciava della fine del mondo.»

Si guardò il polso. La gente si stava già chiedendo cos’era successo e come. Lo zing più diffuso: Problemi tecnici al quartier generale del Cerchio? La prossima volta: Santa Claus dimentica il Natale?

«Dì’ la verità, come sempre» disse l’AG.

«Okay, non ho idea di cosa sia successo» disse Mae ad alta voce. «Quando l’avrò capito, vi farò sapere.»

Ma si sentiva un po’ scossa. Era sempre là in piedi, al sole, e ogni tanto salutava con la mano i Circler che la riconoscevano. Sapeva che i suoi osservatori avrebbero potuto chiedersi cosa stava succedendo, dove andava. Non voleva consultare il braccialetto sanitario, sapendo che i commenti sarebbero stati perplessi e anche preoccupati. Lontano vide quella che sembrava una partita di croquet e, pescando un’idea a caso, si diresse da quella parte.

«Ora, come sapete tutti» disse quando fu abbastanza vicino per vedere e salutare i quattro giocatori, che – si rese conto – erano due Circler e una coppia di visitatori dalla Russia, «qui al Cerchio non si gioca sempre. Certe volte dobbiamo lavorare, e questo gruppo è la dimostrazione. Non vorrei disturbarli, ma posso assicurarvi che ciò che fanno comporta la soluzione di problemi e complessi algoritmi e si risolverà in un miglioramento dei prodotti e dei servizi che vi possiamo fornire. Cerchiamo di capire.»

Questo le avrebbe dato qualche minuto per riflettere. Periodicamente puntava l’obiettivo su una cosa come questa, una partita o una dimostrazione o un discorso, e questo permetteva alla sua mente di divagare mentre gli osservatori osservavano. Controllò lo schermo al polso e vide che gli osservatori, 432.018, erano nella media, e che non c’erano domande urgenti, cosa che le concesse tre minuti prima di dover riprendere il controllo del feed. Con un largo sorriso – perché era sicuramente visibile su tre o quattro delle SeeChange piazzate all’aperto – prese fiato. Era una nuova capacità che aveva acquisito, questa di contemplare il mondo esterno con la massima serenità, e persino con allegria, mentre nel suo cranio tutto era in preda al caos. Voleva chiamare Annie. Ma non poteva. Voleva Kalden. Voleva stare sola con Kalden. Voleva tornare a sedersi sopra di lui in quel bagno, sentirlo spingere dentro di lei. Ma Kalden non era normale. Era una specie di spia. Una specie di anarchico, di catastrofista. Cos’aveva inteso dire quando l’aveva messa in guardia contro il Completamento del Cerchio? Non sapeva nemmeno che cosa significasse “completamento”. Nessuno lo sapeva. Anche se era vero che i Saggi, negli ultimi tempi, avevano cominciato a fare delle allusioni. Un giorno, su nuove piastrelle in tutto il campus, erano apparsi dei messaggi sibillini: PENSA AL COMPLETAMENTO e COMPLETA IL CERCHIO e IL CERCHIO DEV’ESSERE COMPLETO, e questi slogan avevano suscitato la curiosità desiderata. Ma nessuno sapeva che cosa significavano, e i Saggi non lo dicevano.

Mae guardò l’ora. Stava assistendo al match di croquet da novanta secondi. Poteva ragionevolmente proseguire il collegamento per un altro minuto o due. Perché avrebbe dovuto riferire questa chiamata? Qualcuno aveva davvero sentito ciò che aveva detto Kalden? In tal caso, che cosa sarebbe successo? E se fosse stato una specie di test, per vedere se lei avrebbe denunciato una telefonata illegale? Magari faceva parte del Completamento: un test per misurare la sua fedeltà, per contrastare chiunque o qualunque cosa volesse impedire il Completamento. Oh, merda, pensò. Avrebbe voluto parlare con Annie, ma sapeva che non era possibile. Pensò ai suoi genitori, che le avrebbero dato dei buoni consigli, ma anche la loro casa era trasparente, piena di videocamere SeeChange: una condizione per le cure di suo padre. Forse poteva andare là, incontrarsi con loro nel bagno. No. In realtà non li sentiva e non li vedeva da qualche giorno. Le avevano detto di avere qualche problema tecnico, che presto si sarebbero rimessi in contatto, che le volevano bene, e poi non avevano più risposto a nessuno dei suoi messaggi nelle ultime quarantott’ore. E in questo tempo lei non aveva controllato le videocamere nella loro casa. Doveva farlo. Prese nota mentalmente. Forse doveva chiamarli. Assicurarsi che stavano bene, e poi fargli capire in qualche modo che voleva parlare con loro di una cosa molto inquietante e personale.

No, no. Erano tutte idee folli. Aveva ricevuto una strana telefonata da un uomo che era matto, ora lo sapeva. Oh, merda, pensò, sperando che nessuno potesse indovinare il caos che aveva in testa. Le piaceva molto essere là dov’era, così visibile, così ricettiva, una guida per chi la osservava, ma questa responsabilità, quest’inutile complicazione, la paralizzava. E quando avvertiva questa paralisi, presa fra troppe incognite e troppe possibilità, c’era solo un posto dove si sentiva a suo agio.

All’una e quarantaquattro Mae entrò nel Rinascimento, sentì, sopra la testa, il saluto del Calder che girava lentamente e prese l’ascensore fino al quarto piano. Quella semplice ascesa la calmò. Camminare sulla passerella, con l’atrio ben visibile sotto i piedi, le infuse una gran pace. Questa, la Customer Experience, era la sua casa, e lì non c’erano incognite.

In un primo momento, Mae era rimasta sorpresa quando le avevano chiesto di continuare a lavorare, almeno per qualche ora la settimana, alla CE. Non se l’era passata male, lì, certo, ma pensava che trasparenza volesse dire che si era lasciata quel lavoro alle spalle. “È proprio questo il fatto” le aveva spiegato Bailey. “Io credo, punto primo, che ti terrà in contatto col lavoro terra terra che hai fatto qui. Punto secondo, credo che i tuoi follower e i tuoi osservatori apprezzeranno il fatto che continui a svolgere un lavoro essenziale. Sarà un atto di umiltà molto commovente, non ti pare?”

Mae si rese conto immediatamente del potere che aveva – era diventata lì per lì uno dei tre Circler più visibili – e decise di non farlo pesare. Così, ogni settimana aveva trovato il tempo di tornare nel suo vecchio ufficio, e alla sua vecchia scrivania, che era rimasta vuota. Erano stati fatti dei cambiamenti – adesso c’erano nove schermi, e i CE venivano incoraggiati a scavare molto più a fondo con i clienti, a fare scambi di più vasta portata –, ma il lavoro in sostanza era lo stesso, e Mae trovò che ne apprezzava il ritmo, la qualità quasi meditativa di fare una cosa che sapeva a menadito, e sentiva più forte l’attrazione della CE nei momenti di stress o di calamità.

E così, nella terza settimana di trasparenza, un mercoledì pieno di sole, decise di fare novanta minuti di CE prima di essere travolta dal resto del giorno. Alle tre doveva fare un giro dell’Epoca Napoleonica, dove stavano lavorando al progetto di eliminare il denaro nella sua forma materiale – la tracciabilità della valuta di Internet avrebbe cancellato da un giorno all’altro enormi aree di criminalità –, e alle quattro doveva presentare i nuovi residence per musicisti nel campus: ventidue appartamenti completamente arredati dove i musicisti, specie quelli che non potevano sperare di guadagnarsi la vita vendendo la loro musica, avrebbero potuto abitare gratuitamente e suonare regolarmente per i Circler. Così sarebbe passato il pomeriggio. Alle cinque doveva assistere all’annuncio dell’ultimo uomo politico convertitosi alla trasparenza. Perché continuassero a fare questi proclami con grandi squilli di trombe – adesso li chiamavano Chiarificazioni – era un mistero sia per lei sia per molti degli osservatori. In tutto il paese, e in tutto il mondo, c’erano decine di migliaia di eletti a cariche pubbliche che avevano scelto la trasparenza, e il movimento, più che una novità, era ormai diventato qualcosa d’inevitabile; la maggior parte degli osservatori prevedeva che si sarebbe arrivati alla totale trasparenza dei governi, almeno nelle democrazie – e con SeeChange presto non sarebbero più esistiti governi di altro tipo –, in diciotto mesi. Dopo la Chiarificazione c’era un match d’improvvisazione teatrale nel campus, una raccolta di fondi per una scuola del Pakistan rurale, una degustazione di vini e finalmente un barbecue per tutto il campus, con musiche trance di un coro peruviano.

Mae entrò nella sua vecchia stanza, dove le sue stesse parole – I SEGRETI SONO BUGIE; CONDIVIDERE È AVER CURA; LA PRIVACY È UN FURTO – erano state fuse in acciaio e dominavano un’intera parete. Il locale traboccava di nuovi assunti, che alzarono tutti lo sguardo, allarmati e felici di vederla tra loro. Mae li salutò con la mano, fece una teatrale riverenza, vide Jared in piedi sulla soglia del suo ufficio e salutò anche lui. Poi, decisa a svolgere il proprio lavoro senza tanti squilli di tromba, si sedette, si collegò e aprì le cateratte. Rispose a tre domande in rapida successione, con una media di 99. Il quarto cliente fu il primo a notare che a occuparsi del suo quesito era Mae, Mae la Trasparente.

Ti vedo! scriveva il cliente, una media buyer per un importatore di articoli sportivi del New Jersey. Si chiamava Janice e non si capacitava di poter vedere Mae digitare la risposta al suo quesito in tempo reale, sul suo schermo, proprio accanto alla finestra dove riceveva la risposta digitata da lei. La galleria degli specchi! scrisse.

Dopo Janice, Mae ebbe una serie di clienti che non sapevano che a rispondere alle loro domande era lei, e scoprì che questo le dava fastidio. Una di essi, una distributrice di T-shirt di Orlando di nome Nanci, la invitò a iscriversi al suo network professionale, e Mae accettò prontamente. Jared le aveva parlato del nuovo livello di scambio che veniva incoraggiato tra i membri della CE. Se invii un questionario, tieniti pronta a rispondere a un questionario anche tu. E così, dopo essersi iscritta al network professionale della distributrice di T-shirt di Orlando, ricevette un altro messaggio da Nanci. Le chiedeva di rispondere a poche domande sulle sue preferenze in materia di abbigliamento casual, e Mae acconsentì. Scaricò il questionario, che, come si rese conto, non era affatto breve; comprendeva ben 120 domande. Ma Mae era felice di rispondere, sentendo che la sua opinione contava e veniva ascoltata, e rendendosi conto che questo tipo di scambio avrebbe fidelizzato Nanci e tutti coloro con cui Nanci stabiliva un contatto. Dopo che ebbe risposto al questionario, Nanci la ringraziò profusamente e le disse che poteva scegliere una T-shirt di suo gusto, scrivendo al sito dei consumatori. Mae disse che lo avrebbe fatto un’altra volta, ma Nanci rispose che non vedeva l’ora di sapere quale maglietta avrebbe scelto. Mae consultò l’orologio; si era occupata della richiesta da Orlando per otto minuti, superando largamente il tempo stabilito dalle nuove direttive sui quesiti, che lo fissavano a due minuti e mezzo.

Sapeva che in altre dieci o dodici richieste avrebbe avuto la possibilità di tornare a una media accettabile. Entrò nel sito di Nanci, scelse una T-shirt con l’immagine del cane di un cartoon in costume da supereroe, e Nanci le disse che aveva scelto proprio bene. Poi passò alla richiesta seguente, ed era nel bel mezzo di uno dei soliti scambi stereotipati quando arrivò un altro messaggio di Nanci. Scusa se sono tanto suscettibile, ma dopo che ti ho invitato a scegliere il mio network professionale tu non mi hai invitato a iscrivermi al tuo, e poiché so che a Orlando non sono nessuno, ho sentito di doverti dire che mi sono sentita sminuita. Mae disse a Nanci che non aveva avuto la minima intenzione di farla sentire sminuita, che al Cerchio c’era solo tanto lavoro da fare, e che si era dilungata in questo scambio indispensabile, ma che poi aveva dovuto prontamente rimediare. Finì di rispondere alla domanda seguente, ottenne un 98, e stava per fare il follow-up quando ricevette un altro messaggio di Nanci. Hai visto il mio messaggio sul network professionale? Mae guardò tutti i suoi feed e non vide alcun messaggio di Nanci. L’ho postato sul tabellone del tuo network professionale! disse lei. Allora Mae andò a quella pagina, che non visitava spesso, e vide che Nanci aveva scritto: Salute, straniera! Mae digitò: Salute a te! Ma non sei una straniera!! e per un attimo credette che quella fosse la conclusione dello scambio; però rimase per qualche istante sulla pagina perché aveva l’impressione che Nanci non avesse proprio finito. E ne ebbe la conferma. Come sono contenta che mi hai risposto! Credevo che tu potessi esserti offesa perché ti avevo dato della “straniera”. Mi giuri che non ti sei arrabbiata? Mae giurò a Nanci che non si era arrabbiata, rispose con un XO,  1 poi le mandò dieci smile e tornò alle sue richieste, sperando che Nanci fosse soddisfatta e felice, e che fossero di nuovo amiche per la pelle. Rispose ad altre tre domande, fece loro seguire i questionari e vide che la sua media era 99. Questo provocò una valanga di zing di congratulazioni, tutti osservatori felici di vedere quanto Mae continuava a impegnarsi nella routine quotidiana del Cerchio, in compiti che erano essenziali per il funzionamento del mondo. Anche tanti degli osservatori, le ricordavano, lavoravano a tavolino, e poiché lei continuava a svolgere questo lavoro, volontariamente e con un piacere manifesto, la vedevano come un modello e una fonte d’ispirazione. Questo la fece sentir bene. Ed era davvero di grande valore, per Mae. I clienti la rendevano migliore. E mettersi al loro servizio mentre era trasparente la rendeva di gran lunga migliore. Se lo aspettava. Stewart l’aveva avvertita che quando migliaia, o persino milioni di persone, ti stanno osservando, offri loro la tua prestazione migliore. Sei più allegra, più positiva, più educata, più generosa, più avida di sapere. Però non le aveva parlato delle alterazioni, più lievi ed esaltanti, che avrebbe potuto subire il suo comportamento.

La prima volta che la videocamera reindirizzò le sue azioni fu quando andò in cucina a fare uno spuntino. L’immagine sul polso le mostrò l’interno del frigorifero mentre vi frugava in cerca di qualcosa da mangiare. Normalmente avrebbe preso un dolcetto al cioccolato, ma vedendo l’immagine della sua mano che si allungava per raccattarlo, e vedendo ciò che avrebbero visto tutti gli altri, si ritrasse. Chiuse il frigo, da una terrina sul banco scelse un pacchetto di mandorle, e uscì dalla cucina. Lo stesso giorno, più tardi, le venne un’emicrania: provocata, pensò, dal fatto che aveva mangiato meno cioccolato del solito. Frugò nella borsetta, dove teneva alcune confezioni di aspirine, ma vide nuovamente, sullo schermo, quello che vedevano tutti. Vide una mano che cercava nella borsetta, raspando, e di colpo si sentì infelice e disperata, come una specie di drogata che si stesse impasticcando.

Ne fece a meno. Ogni giorno aveva fatto a meno di cose di cui non voleva aver bisogno. Cose che non le servivano. Aveva rinunciato all’acqua gasata, alle bibite energetiche, agli alimenti trattati. Alle feste del Cerchio si stringeva al seno un solo drink, e cercava ogni volta di lasciare il bicchiere mezzo pieno. Ogni eccesso provocava una valanga di zing preoccupati, perciò si teneva entro i limiti della moderazione. E lo trovò liberatorio. Si era sbarazzata dei cattivi comportamenti. Si era liberata del bisogno di fare cose che non voleva fare, di mangiare e bere cose che non le facevano bene. Da quando era diventata trasparente era diventata più nobile. La gente la prendeva a modello. Le madri dicevano che le loro figlie la imitavano, e questo le conferiva un senso più vivo di responsabilità, e questo senso di responsabilità – verso i Circler, verso i loro clienti e soci, verso i giovani che vedevano in lei un’ispirazione – la teneva con i piedi per terra e rendeva i suoi giorni più appaganti.

Le vennero in mente i questionari del Cerchio, e si mise la cuffia e cominciò. Esprimeva in continuazione le sue opinioni agli osservatori, certo, e si sentiva di gran lunga più influente di prima, ma nel ritmo regolare e nella natura di botta e risposta delle inchieste mancava qualcosa. Rispose a un altro quesito di un cliente, poi annuì. La campana remota rintoccò. Lei mosse di nuovo la testa.

«Grazie. Sei contenta dello stato della sicurezza negli aeroporti?»

«Smile» disse Mae.

«Grazie. Vedresti di buon occhio dei cambiamenti nelle procedure di sicurezza in aeroporto?»

«Sì.»

«Grazie.»

«Lo stato della sicurezza aeroportuale ti dissuade dal volare più spesso?»

«Sì.»

«Grazie.»

Le domande continuarono, e Mae riuscì a rispondere a novantaquattro di esse prima di concedersi un intervallo. Presto la voce arrivò, immutata.

«Mae.»

La ignorò di proposito.

«Mae.»

Il suo nome, pronunciato dalla sua voce, continuava a esercitare il suo potere su di lei. E non aveva ancora scoperto il perché.

«Mae.»

Sembrava, questa volta, una versione più pura di se stessa.

«Mae.»

Abbassò lo sguardo al braccialetto e vide un gran numero di zing che le chiedevano se stava bene. Sapeva che doveva rispondere, affinché i suoi osservatori non pensassero che era impazzita. Era uno dei tanti piccoli adattamenti ai quali aveva dovuto abituarsi: ora c’erano migliaia di persone, là fuori, che vedevano ciò che vedeva lei, che avevano accesso ai dati del suo certificato sanitario, che udivano la sua voce, vedevano la sua faccia – era sempre visibile attraverso l’una o l’altra delle videocamere SeeChange del campus, oltre a quella sul suo monitor – e così, quando c’era qualche deviazione dalla sua solita esuberanza, la gente se ne accorgeva.

«Mae.»

Voleva sentirla ancora, perciò non disse nulla.

«Mae.»

Era la voce di una giovane donna, la voce di una giovane donna che sembrava sveglia, ardente e capace di tutto.

«Mae.»

Era una versione di se stessa migliore e più indomabile.

«Mae.»

Si sentiva più forte ogni volta che l’udiva.

Restò alla CE fino alle cinque, quando mostrò agli osservatori la Chiarificazione più recente, il governatore dell’Arizona, ed ebbe la sorpresa di apprendere che l’intero staff del governatore si era convertito alla trasparenza: cosa che facevano molti amministratori per garantire agli elettori che non si trattava nulla sottobanco, al buio, lontano dalla luce di un leader assolutamente limpido. Ai festeggiamenti per la Chiarificazione, Mae s’incontrò con Renata, Denise e Josiah – questi Circler che un tempo avevano avuto un certo potere su di lei e che adesso erano suoi accoliti – e dopo andarono tutti a cena alla Glass Eatery. Non c’era motivo di lasciare il campus per i pasti, dal momento che Bailey, sperando di promuovere la discussione, il brainstorming e la socializzazione tra i Circler, aveva adottato una nuova linea, in base alla quale tutti i pasti non soltanto sarebbero stati gratuiti, come sempre, ma preparati ogni giorno da un diverso chef di fama. Gli chef erano felici della pubblicità – migliaia di Circler sorridenti che zingavano e postavano foto – e il programma diventò istantaneamente e straordinariamente popolare: le mense traboccavano di gente e, presumibilmente, d’idee.

Nell’animazione di quella sera Mae cenò, sentendosi un po’ vacillante, con le parole sibilline e gli strani messaggi di Kalden che le frullavano nella testa. Per questo era contenta delle distrazioni che offriva la serata. Il match d’improvvisazione teatrale fu, com’era giusto, terribile e divertente al tempo stesso nonostante l’incompetenza generale, la raccolta di fondi per il Pakistan fu assolutamente illuminante – l’evento riuscì ad accumulare 2,3 milioni di smile per la scuola – e alla fine ci fu il barbecue, dove Mae si concesse un secondo bicchiere di vino prima di raggiungere il dormitorio.

La camera era sua già da sei settimane. Non aveva più senso prendere la macchina per tornare nel suo appartamento, che costava caro e, l’ultima volta che vi aveva messo piede dopo un’assenza di otto giorni, era infestato dai topi. Così Mae vi rinunciò e divenne uno dei cento Settler, i Circler che si erano stabiliti nel campus in modo permanente. I vantaggi erano ovvi e la lista d’attesa contava ormai 1209 nomi. Nel campus, in quel momento, c’era posto solo per 288 Circler, e la società aveva appena acquistato un palazzo vicino, una fabbrica in disuso, e si proponeva di ricavarne altre 500 stanze. Quella di Mae era stata rinnovata e ora aveva elettrodomestici, schermi a parete e avvolgibili totalmente intelligenti, il tutto controllabile in modo centralizzato. La camera veniva pulita ogni giorno e il frigo riempito dei prodotti che lei usava abitualmente – ordinati via Homie – e di altri articoli in corso di sperimentazione. Poteva avere tutto quello che voleva, purché fornisse feedback agli industriali.

Si lavò la faccia, si spazzolò i denti e si coricò in un letto bianco come una nuvola. Dopo le dieci la trasparenza era facoltativa, e lei di solito spegneva la videocamera dopo essersi lavata i denti, perché le sembrava che la gente fosse interessata a quell’operazione e perché riteneva che potesse promuovere una buona igiene dentale tra i suoi osservatori più giovani. Alle dieci e undici li salutò – in quel momento erano solo 98.027, qualche migliaio dei quali contraccambiarono il suo augurio di passare una buona notte –, si passò la videocamera sopra la testa e la ripose nell’astuccio. Era autorizzata a spegnere le videocamere SeeChange presenti nella stanza, ma scoprì che lo faceva di rado. Sapeva che i filmati che poteva raccogliere e conservare personalmente, per esempio dei movimenti che faceva durante il sonno, un giorno avrebbero potuto esserle utili, perciò lasciava le videocamere accese. Ci aveva messo qualche settimana per abituarsi a dormire con i monitor ai polsi – una notte si era graffiata il viso, un’altra aveva incrinato lo schermo al polso destro – ma i tecnici del Cerchio avevano migliorato il design, sostituendo gli schermi rigidi con altri flessibili, infrangibili, e ora Mae si sentiva incompleta senza di loro.

Si mise a sedere sul letto, sapendo che di solito le ci voleva un’ora o giù di lì per prendere sonno. Accese lo schermo a parete, nell’intento di controllare come stavano i suoi genitori. Ma le loro videocamere SeeChange erano tutte buie. Inviò loro uno zing, senza aspettarsi una reazione che, difatti, non ci fu. Inviò un messaggio a Annie, ma non ebbe risposta. Diede una scorsa ai messaggi di Zing, leggendone alcuni che erano divertenti, e, poiché aveva perso più di due chili da quando era diventata trasparente, passò venti minuti cercando una gonna e una T-shirt nuove, e all’ottavo sito che visitò sentì la ferita riaprirsi dentro di sé. Senza motivo, guardò se il sito di Mercer era ancora inattivo e scoprì che era così. Guardò se online si parlava di lui o se c’erano notizie del suo atelier, e non trovò niente. Lo strappo cresceva dentro di lei, allargandosi rapidamente, e un abisso tenebroso e senza fondo le si apriva sotto i piedi. Aveva nel frigo un po’ del sakè che Francis le aveva fatto conoscere, e allora si alzò, se ne versò anche troppo e lo trangugiò. Aprì il portale di SeeChange e guardò i feed dalle spiagge dello Sri Lanka e del Brasile, sentendosi più calma, più calda, e poi le venne in mente che alcune migliaia di studenti, che si erano dati il nome di ChangeSeer, si erano sparpagliati su tutto il pianeta installando videocamere nelle lande più remote. Così, per qualche tempo, guardò ciò che si vedeva da una videocamera piazzata in un villaggio di un deserto della Namibia, due donne che stavano facendo da mangiare, con i bambini che giocavano sullo sfondo, ma dopo qualche minuto di osservazione scoprì che lo strappo continuava ad allargarsi, e che le grida sott’acqua diventavano più forti, un sibilo insopportabile. Cercò di nuovo Kalden, digitandone il nome in modi nuovi e irrazionali, scorrendo per quarantacinque minuti i volti dell’annuario della società, senza trovarne uno solo che somigliasse al suo. Spense le videocamere SeeChange, si versò un altro goccio di sakè, lo buttò giù e andò a letto, e, pensando a Kalden e alle sue mani, alle sue gambe esili, alle sue lunghe dita, si passò un dito intorno ai capezzoli con la mano sinistra mentre, con la destra, tirava le mutande da una parte e simulava i movimenti di una lingua, la sua. Senza alcun effetto. Ma il sakè le stava svuotando la mente dei pensieri che l’agitavano, e finalmente, poco prima di mezzanotte, trovò qualcosa di simile al sonno.

«Okay, fate tutti attenzione» disse Mae. La mattina era piena di luce e lei si sentiva abbastanza euforica per provare una frase che sperava potesse attecchire nell’ambito del Cerchio o anche fuori. «Questo è un giorno come tutti gli altri, in quanto è diverso da tutti gli altri!» Come l’ebbe detto, si guardò il polso, ma vide che non aveva impressionato nessuno. Per qualche attimo perse la propria sicurezza, ma il giorno stesso, con l’illimitata promessa che offriva, la riportò a galla. Erano le 9.34, il sole era di nuovo abbagliante e caldo, e il campus ronzante e pieno di attività. Se i Circler avevano bisogno di una conferma del fatto che erano al centro di tutto ciò che contava, il giorno gliel’aveva già data. A partire dalle 8.31 una serie di elicotteri avevano fatto tremare il campus, trasportando dirigenti di tutte le principali compagnie di assicurazione sanitaria, agenzie mondiali della sanità, centri per il controllo delle patologie, e di ogni società farmaceutica di qualche importanza. Finalmente – questa era la voce che correva – ci sarebbe stata una totale condivisione d’informazioni fra tutti questi enti precedentemente scollegati e persino nemici tra loro, e una volta effettuato il coordinamento, quando tutti i dati che avevano raccolto fossero stati condivisi – e questo sarebbe stato reso possibile dal Cerchio e, cosa ancora più importante, grazie a TruYou –, i virus avrebbero potuto essere fermati alla fonte, le malattie inseguite fino alle radici. Per l’intera mattinata Mae aveva visto questi dirigenti, medici e funzionari marciare felici attraverso il campus, diretti verso l’Ippocampo appena costruito. Là avrebbero avuto un giorno di riunioni – private, questa volta, con la promessa di forum pubblici in futuro – e più tardi ci sarebbe stato il concerto di un vecchio cantautore, che sembrava interessare solo a Bailey, che era arrivato la sera prima, in tempo per essere invitato a cena dai Saggi.

Ma per Mae la cosa più importante era che su uno dei tanti elicotteri del mattino c’era Annie, che finalmente stava tornando a casa. Era stata via per quasi un mese, in Europa, in Cina e in Giappone, a stirare certe grinze nei regolamenti, incontrandosi con alcuni dei leader trasparenti di laggiù, e i risultati sembravano buoni, a giudicare dal numero di smile che Annie aveva postato nei suoi messaggi alla fine della missione. Ma le conversazioni tra Mae e Annie che toccavano argomenti più seri erano state difficili. Annie si era congratulata con Mae per la sua trasparenza, la sua ascesa, come diceva lei, ma poi era stata travolta dagli impegni. Troppo occupata per scrivere di cose serie, troppo occupata per ricevere telefonate di cui potesse andar fiera, aveva detto. Ogni giorno si erano scambiate brevi messaggi, ma il programma di Annie era stato, parole sue, una “roba da matti”, e le differenze di fuso orario avevano fatto in modo che si trovassero raramente in sincronia e in grado di scambiarsi qualcosa di profondo.

Annie aveva promesso di arrivare in mattinata, direttamente da Pechino, e Mae, mentre aspettava, stentava a concentrarsi. Aveva visto atterrare gli elicotteri, strizzando gli occhi mentre sorvolavano i tetti, cercando la zazzera gialla di Annie, ma invano. E adesso doveva passare un’ora nel Padiglione di Protagora, un compito che, come sapeva, era importante, e che normalmente avrebbe trovato affascinante, ma che oggi le sembrava una barriera invalicabile tra se stessa e la sua più intima amica.

Su una lastra di granito davanti al Padiglione di Protagora l’intestatario dell’edificio era citato approssimativamente: GLI UOMINI SONO LA MISURA DI TUTTE LE COSE. «Più importante per i nostri scopi» disse Mae aprendo la porta «è il fatto che oggi, con gli strumenti a loro disposizione, gli uomini possono misurare tutte le cose. Non è vero, Terry?»

Davanti a lei, un uomo alto, coreano-americano, Terry Min. «Salve, Mae. Salve, osservatori e follower di Mae.»

«Hai cambiato taglio di capelli» disse Mae.

Pensando al ritorno di Annie, Mae si sentiva un po’ matta, un po’ stupida, e Terry per un attimo fu preso in contropiede. Non aveva previsto di dover improvvisare. «Uh, già» disse, passandosi le dita tra i capelli.

«Un taglio spigoloso» disse Mae.

«Giusto. È più spigoloso. Non dovremmo entrare?»

«Certo.»

I progettisti dell’edificio si erano sforzati di usare forme organiche per addolcire la rigida matematica del lavoro quotidiano degli ingegneri. L’atrio era chiuso in un astuccio d’argento e sembrava ondeggiare, come se si trovassero in fondo a un enorme tubo di lamiera ondulata.

«Cosa vedremo oggi, Terry?»

«Pensavo d’iniziare con un giro, e poi di approfondire un po’ con certe cose che stiamo facendo per il settore della pubblica istruzione.»

Mae seguì Terry attraverso l’edificio, più somigliante alla tana di un ingegnere rispetto alle parti del campus che era abituata a visitare. Per accontentare il pubblico bisognava trovare un equilibrio tra la parte prosaica del Cerchio e quelle più attraenti; erano entrambe necessarie per darne un’immagine completa, e migliaia di spettatori erano sicuramente più interessati ai locali delle caldaie che agli attici, ma la calibratura doveva essere precisa.

Passarono davanti a Josef e ai suoi denti, e poi salutarono vari sviluppatori e ingegneri, ognuno dei quali si voltò verso di lei per spiegare meglio che poteva il proprio lavoro. Mae guardò l’ora e vide che c’era un altro avviso della dottoressa Villalobos. La pregava di andare da lei appena possibile. Nulla di urgente, diceva. Ma dev’essere oggi. Mentre procedevano attraverso l’edificio, Mae scrisse alla dottoressa che sarebbe andata a trovarla di lì a trenta minuti. «Non dovremmo vedere il progetto per l’istruzione, adesso?»

«Credo che questa sia una grande idea» rispose Terry.

Percorsero un corridoio che formava un semicerchio e sbucarono in un grande spazio aperto, dove almeno cento Circler lavoravano tutti insieme. Somigliava un po’ a una borsa valori di metà secolo.

«Come i tuoi osservatori forse non ignorano» disse Terry, «il Dipartimento dell’Istruzione ci ha concesso un bel contributo…»

«Non erano tre miliardi di dollari?» chiese Mae.

«Be’, chi li ha contati?» disse Terry, più che soddisfatto della cifra e di ciò che essa dimostrava, e cioè che Washington sapeva che il Cerchio poteva misurare ogni cosa, compreso il rendimento scolastico, meglio di quanto avessero mai sperato di fare loro. «Ma il punto è che ci hanno chiesto di progettare e realizzare un sistema complessivo di valutazione dei dati per tutti gli studenti del paese. Oh, aspetta, questo è forte» disse Terry.

Si fermarono davanti a una donna con un bambino piccolo di circa tre anni che stava giocando con il lucidissimo orologio d’argento che aveva al polso.

«Ciao, Marie» disse Terry alla donna. «Questa è Mae, come probabilmente sai.»

«La conosco bene» ribatté Marie con un leggerissimo accento francese, «e anche Michel, qui, la conosce. Saluta, Michel.»

Michel optò per un cenno con la mano.

«Di’ qualcosa a Michel, Mae» disse Terry.

«Come stai, Michel?» chiese Mae.

«Okay, ora faglielo vedere» disse Terry, toccando la spalla di Michel.

Sul piccolo display, l’orologio al polso di Michel aveva registrato le tre parole che Mae aveva appena detto. Sotto queste parole c’era un contatore che recava il numero 29.266.

«Gli studi mostrano che i ragazzini hanno bisogno di sentire almeno 30.000 parole al giorno» spiegò Marie. «Perciò l’orologio fa una cosa molto semplice riconoscendo, classificando e, cosa ancora più importante, contando le parole. Questo è soprattutto per i bambini a casa, e prima dell’età scolare. Una volta a scuola, si dà per scontato che tutto questo venga monitorato in classe.»

«È una buona transizione» disse Terry. Ringraziarono Marie e Michel e proseguirono lungo il corridoio fino a una grande sala arredata come un’aula scolastica, ma munita di dozzine di schermi, poltroncine ergonomiche, spazi di lavoro in comune.

«Oh, ecco Jackie» disse Terry.

Jackie, una donna prosperosa fra i trenta e i quarant’anni, si affacciò alla porta per stringere la mano di Mae. Indossava un abito senza maniche che le metteva in risalto le spalle e le braccia da mannequin. Aveva una piccola ingessatura al polso destro.

«Ciao, Mae, sono molto contenta che oggi tu abbia potuto farci una visita.» La sua voce era impostata, professionale, ma con un che di civettuolo. Si fermò davanti alla videocamera con le mani giunte davanti a sé.

«Allora, Jackie» disse Terry, al quale chiaramente faceva molto piacere trovarsi accanto a lei. «Puoi parlarci un pochino di quello che fai qui?»

Mae vide un allarme sul proprio polso e lo interruppe. «Magari, prima raccontaci da dove vieni. Quando non eri ancora a capo di questo progetto. È una storia interessante.»

«Be’, grazie per avermelo chiesto, Mae. Non so quanto sia interessante, ma prima di unirmi al Cerchio mi occupavo di diritto civile, e prima ancora appartenevo a un gruppo che aveva cominciato…»

«Eri una nuotatrice» le suggerì Mae. «Hai partecipato alle Olimpiadi!»

«Oh, quello» disse Jackie, portandosi una mano alla bocca sorridente.

«Non hai vinto una medaglia di bronzo nel 2000?»

«Sì.» L’improvvisa timidezza di Jackie era accattivante. Mae cercò una conferma e vide accumularsi alcune migliaia di smile.

«E non avevi detto, confidenzialmente, che la tua esperienza di nuotatrice di classe mondiale era alla base del tuo progetto qui?»

«Sì, Mae, è vero» rispose Jackie, che sembrò capire solo adesso dove Mae voleva andare a parare con quel dialogo. «Ci sono tante cose di cui potremmo parlare, qui nel Padiglione di Protagora, ma una interessante per i tuoi spettatori è quella che chiamiamo YouthRank. Vieni con me per un secondo. Guardiamo il tabellone.» Guidò Mae fino a uno schermo a parete di quasi due metri quadrati. «Negli ultimi mesi abbiamo testato un sistema in Iowa, e ora che sei qui mi sembra un buon momento per darne una dimostrazione. C’è qualcuno dei tuoi spettatori, se per caso sta frequentando un liceo dell’Iowa, che sarebbe disposto a inviarti il nome e la scuola?»

«Avete sentito questa donna» disse Mae. «Qualcuno ci sta guardando dall’Iowa e attualmente va al liceo?»

Mae si guardò il polso, dov’erano arrivati undici zing. Li mostrò a Jackie, che annuì.

«Okay» disse Mae. «Ti serve solo il nome?»

«Il nome e la scuola» disse Jackie.

Mae lesse uno dei messaggi. «Ho qui Jennifer Batsuuri, che dice di frequentare l’Achievement Academy di Cedar Rapids.»

«Okay» disse Jackie, tornando a voltarsi verso lo schermo. «Cerchiamo Jennifer Batsuuri dell’Achievement Academy.»

Il nome apparve sullo schermo, accompagnato da una foto fatta a scuola. La foto mostrava una ragazza indiano-americana di circa sedici anni, con l’apparecchio per raddrizzare i denti e una divisa verde e arancione. Accanto alla sua foto giravano due contatori, i cui numeri salirono fino a rallentare e fermarsi, quello sopra a 1396 e quello sotto a 179.827.

«Bene, bene. Congratulazioni, Jennifer!» disse Jackie, con gli occhi puntati sullo schermo. Si rivolse a Mae. «Pare che all’Achievement Academy abbiamo una vera fuoriclasse. Si è piazzata al 1396° posto sui 179.827 studenti liceali dell’Iowa.»

Mae guardò che ora era. Doveva sveltire la dimostrazione di Jackie. «E questo viene calcolato…»

«Il punteggio di Jennifer è il risultato di un confronto tra gli esiti dei suoi test, il livello della sua classe, la forza accademica relativa del suo istituto e una quantità di altri fattori.»

«Che te ne pare, Jennifer?» chiese Mae. Si guardò il polso, ma Jennifer taceva.

Ci fu un breve momento d’imbarazzo mentre Mae e Jackie aspettavano che Jennifer tornasse a farsi viva esprimendo la sua gioia, ma Jennifer non tornò. Mae si rese conto che era ora di proseguire.

«E può essere messa a confronto con tutti gli altri studenti del paese, e magari anche del mondo?» chiese.

«L’idea è questa» disse Jackie. «Proprio come, per esempio, all’interno del Cerchio noi conosciamo il nostro Participation Rank, presto potremo sapere in ogni dato momento qual è la posizione dei nostri figli e delle nostre figlie rispetto al resto degli studenti americani, e poi degli studenti di tutto il mondo.»

«Sembra una cosa estremamente utile» disse Mae. «Ed eliminerebbe gran parte dei dubbi e delle tensioni che possono manifestarsi.»

«Be’, pensate all’utilità che avrebbe per un genitore che vuol capire quali possibilità ha suo figlio di essere ammesso all’università. Ogni anno ci sono circa dodicimila posti per le matricole dell’Ivy League. Se tuo figlio è tra i primi dodicimila in tutta la nazione, puoi ben immaginare che avrebbe buone probabilità di assicurarsi uno di quei posti.»

«E con quale frequenza sarà aggiornato?»

«Oh, quotidianamente. Quando avremo ottenuto la piena partecipazione di tutte le scuole e di tutti i distretti scolastici potremo fare classifiche giornaliere, con ogni test, ogni pop quiz incorporato all’istante. E naturalmente questi dati possono essere divisi tra pubblico e privato, e regionalmente, e le classifiche si possono incrociare, valutare e analizzare per vedere le tendenze tra diversi altri fattori: socioeconomici, di razza, di etnia, tutto.»

L’AG mandò uno squillo nell’orecchio di Mae. «Chiedile in che modo s’incrocia con TruYouth.»

«Jackie, da quello che capisco questa cosa va a sovrapporsi in modo interessante a TruYouth, nota un tempo come ChildTrack.» Mae proferì la frase solo un attimo prima di essere travolta da un’ondata di nausea e di sudore. Non aveva voglia di vedere Francis. O magari non sarebbe stato Francis. Al progetto partecipavano altri Circler. Si guardò il polso, pensando di poterlo rintracciare rapidamente con CircleSearch. Ma poi, eccolo venire a lunghi passi verso di lei.

«Ecco Francis Garaventa» disse Jackie, ignara dell’angoscia di Mae, «che può parlarci dell’intersezione tra YouthRank e TruYouth, che, devo dire, è una cosa insieme rivoluzionaria e necessaria.»

Mentre Francis camminava verso di loro, con le dita modestamente intrecciate dietro la schiena, Mae e Jackie lo guardarono, Mae sentendo che il sudore le formava piccole pozze sotto le ascelle, ma anche avvertendo che Jackie doveva nutrire per lui qualcosa di più di un semplice interesse professionale. Questo era un Francis diverso. Era sempre timido, sempre smilzo, ma il sorriso era quello di un uomo sicuro di sé, come se avesse appena ricevuto degli elogi e se ne aspettasse altri.

«Ciao, Francis» disse Jackie, porgendogli la mano sana da stringere e alzando un po’ una spalla con aria provocante. Il gesto non fu colto né dalla videocamera né da Francis, ma a Mae fece l’effetto di un colpo di gong.

«Salve, Jackie, salve, Mae» disse lui, «posso condurvi nella mia tana?» Sorrise e, senza aspettare una risposta, si voltò per accompagnarle nella stanza successiva. Mae non aveva mai visto il suo ufficio, e provò una certa riluttanza a condividerlo con i suoi osservatori. Era un locale buio con dozzine di schermi che formavano un impenetrabile mosaico sulla parete.

«E così, come i tuoi osservatori potrebbero sapere, noi siamo stati i primi a pensare a un programma che rendesse i ragazzi più sicuri. Negli Stati dove lo abbiamo collaudato c’è stato un calo di quasi il 90 per cento in ogni genere di crimine, e del 100 per cento nei rapimenti di bambini. Su scala nazionale, abbiamo avuto solo un totale di tre rapimenti, e tutti sono stati sventati in pochi minuti, grazie alla nostra capacità di rintracciare la località dov’erano stati condotti i bambini interessati.»

«È davvero incredibile» disse Jackie scuotendo la testa, con una voce profonda che tradiva un che di passionale.

Francis le sorrise, ignaro o fingendo di esserlo. Sul polso di Mae brulicavano migliaia di smile e centinaia di commenti. Genitori residenti in Stati senza YouthTrack stavano già pensando di cambiare casa. Francis veniva paragonato a Mosè.

«E intanto» disse Jackie «la squadra qui nel Padiglione di Protagora si è impegnata a coordinare tutti i rilievi eseguiti sugli studenti: per assicurarsi che tutti i compiti a casa, le letture, la frequenza e i voti assegnati ai test vengano conservati nella loro totalità in un solo database unificato. Ci sono quasi arrivati. Siamo a un passo dal momento in cui, quando uno studente sarà pronto per il college, avremo una conoscenza completa di tutto ciò che quello studente ha imparato. Ogni parola che hanno letto, ogni parola che hanno cercato, ogni frase che hanno sottolineato, ogni equazione che hanno scritto, ogni risposta e ogni correzione. Non ci sarà più bisogno di tirare a indovinare qual è il livello degli studenti e cosa sanno.»

Sul polso di Mae continuava a sfilare una processione di messaggi. Perché non lo si è fatto vent’anni fa? scrisse un osservatore. I miei ragazzi sarebbero andati a Yale.

Poi intervenne Francis. Mae era tormentata dal dubbio che lui e Jackie avessero provato in anticipo la scena. «Ora, la parte più elettrizzante, e di una semplicità del tutto evidente» disse, sorridendo a Jackie con rispetto professionale, «è che possiamo mettere tutti questi dati nel chip quasi microscopico che oggi viene usato per ragioni puramente sanitarie. Ma che succede se il chip ti permette sia il monitoraggio della posizione sia quello dell’apprendimento scolastico? Che succede se tutti i dati vengono raccolti e immagazzinati nello stesso posto?»

«Non è difficile rispondere» disse Jackie.

«Be’, spero che i genitori la vedano così. Le famiglie che s’interessano dei figli avranno accesso a tutto, sempre e in tempo reale: sede, voti, frequenza, ogni cosa. E questi dati non saranno contenuti in un dispositivo manuale, che il ragazzo potrebbe smarrire. Saranno nel cloud, e sotto la pelle del ragazzo, o della ragazza, dove non si potranno perdere mai più.»

«La perfezione» disse Jackie.

«Be’, lo spero» disse Francis, guardandosi le scarpe, celandosi in quella che era, come Mae sapeva bene, una nebbia di falsa modestia. «E come sapete tutti» disse, rivolto a Mae, parlando ai suoi osservatori, «noi qui al Cerchio abbiamo parlato molto di Completamento, e anche se persino noi Circler non sappiamo ancora bene cosa significhi, ho la sensazione che sia una cosa come questa. Unire servizi e programmi che distano l’uno dall’altro solo pochi centimetri. Noi monitoriamo i ragazzi per metterli al sicuro, e li monitoriamo per avere i dati sul loro apprendimento scolastico. Ora non facciamo altro che unire questi due flussi e, quando lo facciamo, finalmente possiamo conoscere il ragazzo nella sua interezza. È semplice, e oso dire che è completo.»

Mae era fuori, al centro del settore occidentale del campus, e sapeva che stava menando il can per l’aia in attesa del ritorno di Annie. Era l’1.44, molto più tardi dell’ora a cui si era aspettata che arrivasse, e ora temeva di non riuscire a vederla. Alle due aveva un appuntamento con la dottoressa Villalobos, per una visita che avrebbe potuto richiedere un certo tempo, dal momento che la dottoressa l’aveva avvertita che c’era qualcosa di relativamente serio – anche se non serio nel senso della salute, aveva chiarito – di cui parlare. Ma dalla folla dei pensieri di Mae su Annie e la dottoressa era spuntato Francis, che in un modo improvviso e bizzarro le aveva di nuovo lasciato intravedere un lato affascinante.

Mae conosceva lo scherzo che le avevano fatto. Francis era gracilino e senza tono muscolare, i suoi occhi erano deboli, e aveva un grosso problema di eiaculazione precoce; eppure, solo perché aveva visto lo sguardo libidinoso di Jackie, Mae si sorprese a desiderare di ritrovarsi sola con lui. Quella sera voleva portarlo in camera sua. Era un pensiero demenziale. Aveva proprio bisogno di chiarirsi le idee. E quello le sembrò il momento giusto per mostrare e illustrare la nuova scultura.

«Okay, ora dobbiamo vedere questa» disse. «È stata fatta da un rinomato artista cinese che ha avuto frequenti problemi con le autorità del suo paese.» In quel momento, però, Mae non riusciva a ricordare il nome dell’artista. «Già che siamo in argomento, voglio ringraziare tutti gli osservatori che hanno inviato frown a quel governo, sia per la persecuzione di questo artista sia per le restrizioni alla libertà di Internet. Abbiamo inviato oltre 180 milioni di frown dai soli Stati Uniti, e potete scommettere che questo avrà un certo effetto sul regime.»

Mae non riusciva ancora a ricordare il nome dell’artista, e sentiva che l’omissione stava per essere notata. Poi sul polso le arrivò l’imbeccata. Di’ il nome di quell’uomo! E glielo suggerirono.

Puntò l’obiettivo sulla scultura, e alcuni Circler che si trovavano tra lei e l’opera d’arte si scostarono. «No, no, va bene» disse Mae. «Così mi aiutate a mostrarne la scala. State lì» disse, e quelli tornarono ad affollarsi intorno all’oggetto, che con la sua mole li faceva sembrare minuscoli.

La scultura era alta più di quattro metri, di un tipo di plexiglas sottile e del tutto trasparente. Anche se il lavoro precedente dell’artista era stato concettuale, questo era figurativo: si trattava chiaramente di una mano enorme, grande come un’automobile, che attraversava un ampio rettangolo, o ne usciva; un rettangolo che per la maggior parte della gente era una specie di schermo di computer.

La scultura si chiamava Arrivare al bene dell’umanità, ed era stata notata, subito dopo la presentazione, per la sua serietà, anomala nella tipica produzione dell’artista, che aveva un tono cupamente sardonico, di solito a spese della nuova Cina e del senso di orgoglio che ne accompagnava lo sviluppo.

«Questa scultura ha davvero colpito al cuore i Circler» disse Mae. «Mi hanno detto che più di uno è scoppiato a piangere, davanti a lei. Come potete vedere, tutti vogliono fotografarla.» Mae aveva visto alcuni Circler in posa davanti alla mano gigantesca, come se la mano stesse cercando di raggiungerli, ghermirli, sollevarli. Decise d’interrogare le due persone che erano più vicine alle dita tese della scultura.

«E voi siete…»

«Gino. Lavoro nell’Era delle Macchine.»

«E questa scultura cosa significa, per te?»

«Be’, io non m’intendo di arte, ma mi sembra abbastanza chiaro. Sta cercando di dire che abbiamo bisogno di altri modi per bucare lo schermo, no?»

Mae annuì, perché per tutti, nel campus, il significato era scontato, ma pensava che valesse comunque la pena di dirlo, in onda, a beneficio di chi era meno esperto in materia d’interpretazione dell’arte. Ogni tentativo di contattare l’artista dopo l’installazione era stato vano. Bailey, che aveva commissionato l’opera, diceva che lui non c’entrava – “Mi conoscete, me e le mie freddure” aveva dichiarato – né col tema, né con l’esecuzione. Ma era entusiasta del risultato, e voleva a tutti i costi che l’artista venisse lì a parlare della scultura; l’artista, però, aveva detto che non poteva venire di persona, e nemmeno parlare in teleconferenza. Preferiva lasciare che la scultura parlasse da sola, disse. Mae si rivolse alla donna che era con lui.

«Tu chi sei?»

«Rinku. Sempre dell’Era delle Macchine.»

«Sei d’accordo con Gino?»

«Sì. Cioè, a me sembra animata da un profondo sentimento. Tipo, che abbiamo bisogno di trovare altri modi per collegarci. Qui lo schermo è una barriera, e la mano la trascende…»

Mae annuiva, pensando di chiudere il collegamento, quando vide, attraverso il polso trasparente di quella mano gigantesca, una persona che somigliava a Annie. Era una ragazza bionda, quasi della stessa altezza e della stessa corporatura, e stava attraversando di buon passo il quadrilatero. Rinku si era scaldata e stava ancora parlando.

«Cioè, come può trovare, il Cerchio, un modo per rafforzare la connessione tra noi e i nostri user? Per me è incredibile che questo artista, così lontano e appartenente a un mondo così diverso dal nostro, abbia espresso quello che ronzava nella testa di tutti noi qui al Cerchio. Come fare di meglio, come fare di più, capisci? Come possiamo attraversare lo schermo con la mano per avvicinarci al mondo e a tutti i suoi abitanti?»

Mae vide la figura che somigliava a Annie camminare verso la Rivoluzione Industriale. Quando la porta si aprì, e Annie, o la gemella di Annie, entrò, Mae sorrise a Rinku, ringraziò lei e Gino, e guardò l’ora. Era l’una e 49. Tra undici minuti doveva essere dalla dottoressa Villalobos.

«Annie!»

La figura continuò a camminare. Mae era combattuta tra la voglia di gridare, cosa che avrebbe scosso gli spettatori, e quella di rincorrere Annie, facendo tremare violentemente la videocamera, soluzione che avrebbe ugualmente scombussolato gli spettatori. Optò per una specie di andatura veloce con la videocamera stretta al petto. Annie girò un altro angolo e sparì. Mae udì lo scatto di una porta, la porta di una scala, e si mise a correre in quella direzione. Se non fosse stata più sicura di sé, avrebbe pensato che Annie la stava evitando.

Quando mise piede sulle scale, Mae alzò lo sguardo, vide quella che era chiaramente la mano di Annie e gridò: «Annie!».

La figura si fermò. Era lei. Annie si voltò, scese lentamente i gradini e quando vide Mae sorrise, un sorriso sperimentato ed esausto. Si abbracciarono, Mae sapendo che ogni abbraccio era per i suoi osservatori un momento semicomico, e ogni tanto persino un po’ erotico, poiché il corpo dell’altro si gettava verso l’obiettivo e alla fine ne veniva come inghiottito.

Annie si ritrasse, abbassò lo sguardo alla videocamera, tirò fuori la lingua e alzò gli occhi a Mae.

«A tutti» disse Mae, «questa è Annie. Avete sentito parlare di lei: membro della Gang dei 40, giramondo, splendido colosso e la mia più intima amica. Saluta, Annie.»

«Salve» disse Annie.

«Allora, com’è andato il viaggio?» chiese Mae.

Annie sorrise, anche se Mae poté indovinare, dalla più breve delle smorfie, che Annie non si stava divertendo. Ma come per magia evocò una maschera contenta e se la mise. «È stato grande» disse.

«C’è qualcosa che vorresti condividere? E come sono andate le cose a Ginevra?»

Il sorriso di Annie appassì.

«Oh, sai, non dovremmo parlare molto di questo, dal momento che c’è tanto di…»

Mae annuì, assicurando che lo sapeva. «Scusa. Volevo solo parlare di Ginevra come città. Bella?»

«Certo» disse Annie. «Semplicemente fantastica. Ho visto i Von Trapp, che si sono fatti dei vestiti nuovi. Confezionati con le tende, ovviamente.»

Mae si guardò il polso. Aveva nove minuti prima di andare dalla dottoressa Villalobos.

«C’è qualcos’altro di cui vorresti parlare?» chiese.

«Che altro?» disse Annie. «Be’, fammi pensare…»

Inclinò il capo, come se fosse sorpresa, e anche un po’ seccata, dalla constatazione che l’incontro si prolungava. Ma poi ci fu un cambiamento, come se avesse fatto finalmente buon viso a cattivo gioco; come se avesse capito che era in onda e doveva tornare al suo ruolo di portavoce della società.

«Okay, c’è un altro programma molto ganzo di cui si mormora da qualche tempo, un sistema chiamato PastPerfect. E in Germania ho cercato di rimuovere alcuni ostacoli per contribuire a realizzarlo. Qui al Cerchio stiamo cercando il volontario giusto per collaudarlo, ma quando troveremo la persona che fa al caso nostro sarà l’inizio di una nuovissima era per il Cerchio e, ma non voglio fare del sensazionalismo, per tutta l’umanità.»

«Alla faccia del sensazionalismo!» disse Mae. «Puoi dire qualcosa di più?»

«Certo, Mae. Grazie per avermelo chiesto» disse Annie, guardandosi le scarpe per un attimo prima di tornare ad alzare gli occhi alla sua intervistatrice, con un sorriso professionale. «Posso dire che l’idea fondamentale consiste nell’utilizzare la forza della comunità del Cerchio per mappare non soltanto il presente ma anche il passato. In questo preciso momento stiamo digitalizzando ogni foto, ogni cinegiornale, ogni video amatoriale in ogni archivio di questo paese e dell’Europa… Cioè, stiamo facendo del nostro meglio, perlomeno. Il compito è erculeo, ma quando avremo raggiunto la massa critica, e contando sui progressi del riconoscimento facciale, potremo, si spera, identificare quasi tutti i soggetti di ogni foto e di ogni video. Poniamo che tu voglia trovare tutte le fotografie dei tuoi bisnonni: noi possiamo mettere il nostro archivio a tua disposizione, e allora ti sarà possibile – immaginiamo, o meglio scommettiamo – approfondire la conoscenza che hai di loro. Potresti riconoscerli tra la folla dell’Esposizione Universale del 1912. O magari trovare un video dei tuoi genitori a una partita di baseball del 1974. La speranza, in definitiva, è di completare sia la tua memoria sia le testimonianze storiche. E con l’aiuto del DNA e di un software genealogico molto più avanzato, entro l’anno speriamo che ognuno possa accedere rapidamente a ogni informazione disponibile sulla propria ascendenza familiare – tutte le immagini, tutti i video e i filmati – con una sola ricerca.»

«E io immagino che quando al progetto collaboreranno tutti gli altri, cioè i partecipanti del Cerchio, le lacune saranno colmate rapidamente.» Mae sorrise, mentre i suoi occhi dicevano a Annie che stava facendo una splendida figura.

«Questo è vero, Mae» disse Annie, sciabolando con la voce lo spazio tra di loro, «perché, come ogni progetto online, quasi tutto il completamento sarà compiuto dalla comunità digitale. Stiamo raccogliendo i nostri milioni di foto e video, ma il resto del mondo ne darà altri miliardi. Prevediamo di poter colmare facilmente, anche con una partecipazione parziale, la maggior parte delle lacune storiche. Se stai cercando tutti i residenti in un certo palazzo della Polonia intorno al 1913, e te ne manca uno, non ci vorrà molto per triangolare quell’ultima persona incrociando tutti gli altri dati disponibili.»

«Davvero elettrizzante.»

«È così» disse Annie, e mandò un lampo dal bianco degli occhi, per spronarla a tagliar corto.

«Ma non avete ancora la cavia?» chiese Mae.

«Non ancora. Per la prima persona stiamo cercando qualcuno negli Stati Uniti la cui famiglia risalga a molto indietro nel tempo, ma solo perché sappiamo di avere un accesso più completo agli archivi qui che in altri paesi.»

«E questo rientra nel piano del Cerchio di completare ogni cosa quest’anno? Siamo in orario?»

«Sì. PastPerfect è quasi pronto per essere usato. E per quanto riguarda tutti gli altri aspetti del Completamento, direi che si arriverà all’inizio dell’anno prossimo. Otto mesi e avremo finito. Ma non si sa mai: da come vanno le cose, con l’aiuto di tanti Circler, potremmo finire prima del tempo.»

Mae sorrise, annuì, e poi ci fu, per entrambe, un lungo momento di tensione e di nervosismo, durante il quale gli occhi di Annie tornarono a chiederle per quanto tempo ancora dovevano andare avanti con questo dialogo semiperformativo.

Fuori, il sole fece capolino tra le nuvole e la luce dalla finestra colpì il viso di Annie. Mae vide allora, per la prima volta, come appariva invecchiata. Il volto era teso, la carnagione pallida. Annie non aveva ancora ventisette anni, ma aveva le borse sotto gli occhi. In quella luce pareva invecchiata di cinque anni negli ultimi due mesi.

Annie le prese la mano e le piantò le unghie nella palma quanto bastava per richiamare la sua attenzione. «Veramente, io devo andare in bagno. Vieni?»

«Certo. Devo andarci anch’io.»

Anche se la trasparenza di Mae era completa, nel senso che non poteva mai interrompere i feed video e audio, c’erano alcune eccezioni sulle quali Bailey aveva insistito. Una era quando si usava il bagno, o almeno nel tempo che si passava sul water. Il feed video doveva restare acceso, perché, diceva Bailey, la camera sarebbe stata puntata sull’interno della porta del gabinetto, perciò la cosa non aveva importanza. Ma l’audio sarebbe stato spento, risparmiando i suoni a Mae e al suo pubblico.

Mae entrò in un box, Annie in quello adiacente, e la prima spense l’audio. La regola era che aveva fino a tre minuti di silenzio; un intervallo più lungo avrebbe destato preoccupazione sia tra gli spettatori sia tra i Circler.

«Allora, come stai?» chiese Mae. Non poteva vederla, ma le dita dei piedi di Annie, storte e bisognose delle attenzioni di un pedicure, erano visibili sotto la porta.

«Magnificamente. Magnificamente. E tu?»

«Bene.»

«Be’, lo credo» disse Annie. «Hai fatto centro!»

«Tu pensi?»

«Dài. Lascia perdere la falsa modestia. Dovresti essere carichissima.»

«Okay. Lo sono.»

«Cioè, qui sembri un astro nascente. È pazzesco. La gente viene da me cercando di arrivare a te. È davvero… demenziale.»

Nella voce di Annie si era insinuato qualcosa in cui Mae riconobbe l’invidia, o una sua stretta cugina. Cosa poteva rispondere? Esaminò una serie di possibilità, ma nessuna andava bene. “Non ce l’avrei mai fatta senza di te” non avrebbe funzionato; suonava esagerato e condiscendente. Alla fine decise di cambiare argomento.

«Scusa se ti ho fatto delle domande stupide, là fuori» disse.

«Non c’è problema. Però mi hai messo alle strette.»

«Lo so. È che… ti ho visto e volevo passare qualche minuto con te. E non sapevo che altro chiederti. Allora, stai davvero bene? Sembri esausta.»

«Grazie, Mae. Sai quanto apprezzo che mi si dica che sembro un cadavere pochi secondi dopo essere apparsa davanti ai tuoi milioni di spettatori. Grazie. Sei tanto cara.»

«Sono solo preoccupata. Hai dormito?»

«Non so. Forse sono sfasata. Ho il jet lag.»

«C’è qualcosa che posso fare? Permettimi d’invitarti fuori a pranzo.»

«Invitarmi fuori a pranzo? Con la tua videocamera e io che sembro un cadavere? Fantastico, ma forse è meglio di no.»

«Lasciami fare qualcosa per te.»

«No, no. Ho solo bisogno di mettermi in pari.»

«Qualcosa d’interessante?»

«Oh, sai, il solito.»

«Il lavoro sulla normativa è andato bene? Ti hanno fatto sgobbare. Ero in pensiero.»

La voce di Annie si raffreddò di botto. «Be’, non ne avevi alcun motivo. Faccio questo lavoro da un pezzo, ormai.»

«Non intendevo dire che ero preoccupata in quel modo.»

«Be’, non preoccuparti in nessun modo.»

«So benissimo che te la cavi in ogni situazione.»

«Grazie! Mae, la tua fiducia sarà il vento sotto le mie ali.»

Mae decise d’ignorare il suo sarcasmo. «Allora, quando potrò vederti?»

«Presto. Faremo succedere qualcosa.»

«Stasera? Ti prego.»

«Stasera no. Voglio solo buttarmi sul letto, così sarò fresca per domani. Ho un mucchio di cose da fare. C’è tutto il nuovo lavoro sul Completamento, e…»

«La chiusura del Cerchio?»

Ci fu una lunga pausa, durante la quale Mae ebbe la certezza che Annie traeva grande piacere da questa notizia, che lei non conosceva.

«Già. Bailey non te l’ha detto?» disse Annie. Una certa musica esasperante le era entrata nella voce.

«Non so» disse Mae, col cuore sanguinante. «Forse sì.»

«Be’, ormai sentono di essere molto vicini. Io ero là per rimuovere alcune delle ultime barriere. I Saggi pensano che ormai restano pochi ostacoli.»

«Oh. Credo proprio di averlo sentito dire» disse Mae. E ascoltando la propria voce capì quanto era grande la sua meschinità. Ma era gelosa. Certo che lo era. Perché non doveva accedere alle stesse informazioni di Annie? Sapeva di non averne il diritto, eppure pretendeva di conoscerle, e sentiva di essere vicina a conoscerle, più di quanto potesse apprenderle da Annie, che aveva fatto mezzo giro del mondo in tre settimane. L’omissione la respingeva in qualche angolo ignominioso del Cerchio, nel ruolo plebeo di portavoce, di semplice imbonitore.

«Allora, sei sicura che non posso far niente per te? Magari qualche impacco di fango per sgonfiarti le borse sotto gli occhi?» Mae si odiò per aver detto una cosa simile, ma in quel momento le fece anche piacere, come un prurito grattato a fondo.

Annie si schiarì la gola. «Sei tanto cara» disse. «Ma devo andare.»

«Sicura?»

«Mae. Non voglio sembrarti villana, ma la cosa migliore per me in questo momento è tornare alla mia scrivania e rimettermi al lavoro.»

«Okay.»

«Non te lo dico sgarbatamente. Devo proprio mettermi in pari.»

«No, lo so. Capisco. Va bene. Tanto ti vedrò domani. Alla riunione sul Prototipo del Regno.»

«Cosa?»

«Il Prototipo del Regno è…»

«No. So bene cos’è. Vieni anche tu?»

«Sì. Bailey ha pensato che dovrei esserci.»

«E mandare tutto in onda?»

«Naturalmente. È un problema?»

«No. No» disse Annie, che stava chiaramente prendendo tempo per riflettere. «Sono soltanto sorpresa. Queste riunioni sono occasioni delicate per via della proprietà intellettuale. Forse lui si propone di farti assistere all’inizio o non so cosa. Non riesco a immaginare…»

Annie tirò lo sciacquone e Mae vide che si era alzata in piedi.

«Te ne vai?»

«Sì. Ora sono davvero così in ritardo che mi viene da vomitare.»

«Okay. Non farlo.»

Annie corse alla porta e sparì.

Mae aveva quattro minuti per andare dalla dottoressa Villalobos. Si alzò, riaccese l’audio e uscì dal bagno.

Poi rientrò, spense l’audio, si sedette nello stesso compartimento e si concesse un minuto per raccogliere le idee. Pensassero pure che era stitica. Non gliene importava. Era certa che Annie ora stesse piangendo, ovunque si trovasse. Mae singhiozzava e inveiva contro di lei, contro ogni biondo centimetro della sua pelle, contro tutte le cose alle quali credeva di avere diritto. Annie era al Cerchio da più tempo di lei. E allora? Ormai erano pari, ma Annie questo non poteva accettarlo. Mae avrebbe dovuto assicurarsi che lo facesse.

Quando arrivò erano le 14.02.

«Ciao, Mae» disse la dottoressa Villalobos, andandole incontro nell’atrio della clinica. «Vedo che la tua frequenza cardiaca è normale, e immagino, con la corsa che hai fatto, che anche tutti i tuoi osservatori stiano ricevendo dati interessanti. Entra.»

Retrospettivamente, non avrebbe dovuto sorprendere che anche la dottoressa Villalobos fosse diventata una delle favorite tra gli spettatori. Con quelle curve straripanti, gli occhi sensuali e la voce armoniosa, sullo schermo era un vulcano. Era il medico che tutti, specie i maschi eterosessuali, avrebbero voluto avere. Anche se TruYou rendeva quasi impossibile sbottare in commenti salaci a chiunque volesse evitare di perdere il lavoro o la moglie, la dottoressa Villalobos si guadagnava una forma di apprezzamento signorile, ma non meno dimostrativa. Che gioia rivedere il buon dottore! scrisse un uomo mentre Mae entrava nell’ambulatorio. Che la visita cominci, disse un altro spirito più audace. E anche la dottoressa Villalobos, mentre ostentava un professionismo sbrigativo, sembrava gradirlo parecchio. Quel giorno indossava una camicetta con la cerniera lampo che metteva in mostra una porzione del suo ampio seno che, alla giusta distanza, era abbastanza decorosa, ma che vista attraverso l’obiettivo della vicina videocamera di Mae appariva quasi oscena.

«Dunque, i tuoi organi vitali stanno tutti bene» disse a Mae.

Mae era seduta sul lettino, col medico davanti a lei. Guardandosi il polso, Mae controllò l’immagine che ricevevano i suoi osservatori e capì che gli uomini sarebbero stati contenti. Come se si rendesse conto che la ripresa poteva diventare troppo provocante, la dottoressa Villalobos si girò verso lo schermo alla parete, sul quale erano visibili centinaia di dati.

«Il conteggio dei tuoi passi potrebbe essere migliore» disse. «Tu in media ne fai solo 5300, mentre dovresti arrivare a 10.000. Una persona della tua età, in particolare, dovrebbe addirittura superarli.»

«Lo so» disse Mae. «È che ultimamente ho avuto molto da fare.»

«Okay. Ma cerchiamo di tirarli su. Me lo prometti? Adesso, poiché adesso stiamo parlando a tutti i tuoi osservatori, vorrei fare un po’ di propaganda al programma cui si riferiscono i tuoi dati, Mae. È il programma Complete Health Data, o CHAD, in breve. Chad era un mio ex e… Chad, se sei là fuori, sappi che non l’ho chiamato così in tuo onore.»

Sul polso di Mae si scatenò una frenesia di messaggi. Chad, sei proprio un fesso.

«Con CHAD raccogliamo in tempo reale i dati su tutti i membri del Cerchio. Mae, tu e i pivelli siete stati i primi a ricevere i nuovi braccialetti, ma da allora li abbiamo consegnati a tutti gli altri. E questo ci ha permesso di ottenere dati perfetti e completi sulle undicimila persone che lavorano qui. Te l’immagini? Il primo beneficio è stato che, quando l’influenza ha raggiunto il campus la settimana scorsa, in pochi minuti abbiamo saputo chi l’ha portata. Era una donna, l’abbiamo mandata a casa e nessun altro se l’è presa. Se potessimo impedire alla gente d’introdurre germi nel campus… dico bene? Se nessuno uscisse mai, andando a inquinarsi là fuori, allora saremmo tutti a posto. Ma fatemi scendere dal podio e lasciate che mi concentri su di te, Mae.»

«Purché le notizie siano buone» disse Mae, e si sforzò di sorridere. Ma era a disagio e voleva sbrigarsi.

«Be’, io credo che siano buone» disse la dottoressa. «Queste vengono da un osservatore della Scozia. Ha preso i tuoi valori, li ha incrociati con i marcatori del tuo DNA e si è accorto che il modo in cui mangi, in particolare nitrati, sta aumentando la tua predisposizione al cancro.»

«Gesù. Davvero? È questa la brutta notizia per cui sono qui?»

«No, no! Non preoccuparti. È facile da risolvere. Tu non hai il cancro e probabilmente non ti verrà mai. Ma sai di avere un marcatore per il cancro gastrointestinale, solo un rischio aumentato, e questo ricercatore di Glasgow, che ha studiato te e i tuoi dati, ha notato che mangi salumi e altre carni con nitrati che potrebbero spingerti verso una mutazione cellulare.»

«Continui a spaventarmi.»

«Oddio, scusa! Non volevo. Ma ringraziamo il cielo che ti teneva d’occhio. Cioè, anche noi ti sorvegliamo, e riusciamo a farlo sempre di più e sempre meglio. Ma il bello di avere tanti amici là fuori, come succede a te, è che uno di loro, a ottomila chilometri di distanza, ti ha aiutato a prevenire un rischio crescente.»

«Quindi, basta nitrati.»

«Esatto. Saltiamo i nitrati. Ti ho zingato una lista di alimenti che li contengono, e la possono vedere anche i tuoi osservatori. Se ne dovrebbero mangiare sempre con moderazione, ma andrebbero totalmente evitati se c’è una storia o un rischio di tumore. Spero che ti assicurerai di trasmettere queste informazioni ai tuoi genitori, caso mai non avessero controllato il feed che gli arriva da Zing.»

«Oh, sono certa che l’hanno fatto» disse Mae.

«Okay, e questa è la notizia non tanto buona. Non riguarda né te né la tua salute. Sono i tuoi genitori. Stanno bene, ma voglio farti vedere una cosa.» La dottoressa tirò fuori i feed delle videocamere SeeChange nella casa dei genitori di Mae, installate un mese dopo l’inizio delle cure di suo padre. La squadra di medici del Cerchio si era molto interessata al caso di suo padre e voleva tutti i dati che si potevano avere. «Tu vedi qualcosa che non va?»

Mae scrutò lo schermo. Dove avrebbe dovuto esserci un mosaico di sedici immagini, dodici erano vuote. «Ce ne sono solo quattro che funzionano» disse.

«Esatto» disse la dottoressa.

Mae guardò i quattro feed cercando qualche traccia dei suoi genitori. Non ne trovò nessuna. «Un tecnico è andato a controllare?»

«Non ce n’era bisogno. Li abbiamo visti. Per ogni videocamera, hanno alzato le braccia e ci hanno messo sopra una specie di cappuccio. Forse solo un adesivo o un pezzo di stoffa. Lo sapevi?»

«No. Mi dispiace molto. Non avrebbero dovuto farlo.»

Istintivamente, Mae controllò l’audience in quel momento: 1.298.001. Andava sempre alle stelle durante le visite della dottoressa Villalobos. Ora tutta questa gente sapeva. Mae sentì di avere il viso in fiamme.

«Hai avuto notizie dai tuoi genitori, ultimamente?» chiese la dottoressa Villalobos. «I nostri file dicono di no. Ma forse…»

«Negli ultimi giorni, no» disse Mae. In effetti, non li contattava da oltre una settimana. Aveva cercato di telefonare, invano. Aveva inviato dei messaggi e non aveva ottenuto risposta.

«Andresti a trovarli volentieri?» chiese la dottoressa. «Come sai, è difficile prestare una buona assistenza sanitaria quando siamo all’oscuro di tutto.»

Mae stava andando a casa, dopo aver lasciato il lavoro alle cinque – cosa che non faceva da settimane –, e pensava ai suoi genitori, a quale follia li avesse presi, ed era tormentata dal timore che in qualche modo fossero stati contagiati dalla follia di Mercer. Con che coraggio oscuravano le videocamere! Dopo tutto quello che aveva fatto per aiutarli, dopo tutto quello che il Cerchio aveva fatto per stiracchiare le regole e andare in loro aiuto! Cos’avrebbe detto Annie?

“Maledetta” pensò Mae tornando a casa, con l’aria che andava riscaldandosi man mano che aumentava la distanza tra lei e il Pacifico. Mae aveva messo la videocamera sul cruscotto, attaccandola a uno speciale supporto ideato per il tempo che passava in automobile. “Quell’ereditiera del cazzo.” Era una pessima scelta di tempo. Molto probabilmente Annie avrebbe trovato il modo di volgere tutto questo a suo vantaggio. Proprio quando cresceva l’invidia che nutriva per Mae – e si trattava di questo, era così ovvio –, Annie poteva farle abbassare di nuovo la cresta. Mae e quel buco della sua città, e quei genitori da parcheggio che non erano capaci di tenere in efficienza i loro schermi, che non erano capaci di salvaguardare la propria salute. Che avevano ricevuto un dono monumentale, un’assistenza medica di prim’ordine, gratis, e ne facevano cattivo uso. Mae sapeva cosa pensava Annie nella sua altezzosa testolina bionda: “Certa gente non la puoi proprio aiutare”.

La famiglia di Annie risaliva al Mayflower, e i suoi antenati avevano colonizzato questo paese, mentre i loro antenati erano stati i padroni di una grossa fetta dell’Inghilterra. Pareva che il loro sangue fosse sempre stato blu, fin dall’invenzione della ruota. Anzi, se a inventare la ruota era stata la famiglia di qualcuno, quella doveva essere la famiglia di Annie. Sarebbe stato assolutamente e perfettamente ragionevole e non avrebbe sorpreso nessuno.

Mae aveva scoperto tutto questo in occasione di una festa del Ringraziamento a casa di Annie, dove si erano raccolti una ventina di parenti, tutti col naso aguzzo, la pelle rosea, gli occhi miopi nascosti dietro le lenti, quando aveva saputo, durante una conversazione adeguatamente schiva – perché la famiglia di Annie era restia tanto a parlare troppo quanto a interessarsi troppo del proprio pedigree – che uno dei loro lontani parenti aveva partecipato al primo Ringraziamento della storia.

“Oddio, a chi vuole che importi?” aveva detto la madre di Annie quando Mae aveva insistito per avere maggiori dettagli. “Qualcuno salì a caso su una barca. Probabilmente doveva dei soldi a tutto il Vecchio Continente.”

E poi avevano continuato a mangiare. Più tardi, cedendo alle insistenze di Mae, Annie le aveva mostrato alcuni documenti, antiche carte ingiallite con la storia della sua famiglia, una bella busta nera di genealogie, articoli eruditi, ritratti di vecchi signori dall’aria grave con stravaganti favoriti in piedi davanti a capanne di tronchi.

In altre visite a casa di Annie, la sua famiglia era stata altrettanto generosa, modesta e tutt’altro che spocchiosa. Ma quando si sposò sua sorella, e arrivarono gli altri parenti, Mae vide un lato diverso. Era seduta a un tavolo di single, maschi e femmine, quasi tutti cugini di Annie, e vicino a una zia. Questa era una donna vigorosa di una quarantina d’anni il cui aspetto, per quanto simile a quello di Annie, non arrivava agli stessi risultati. Aveva appena divorziato, lasciando un uomo “di condizione inferiore”, come disse con ironica alterigia.

“E lei conosce Annie da…” Aveva rivolto la parola a Mae venti minuti dopo l’inizio della cena.

“Dall’università. Eravamo compagne di stanza.”

“Credevo che la sua compagna di stanza fosse pachistana.”

“Questo quando era una matricola.”

“E lei ha salvato la situazione. Di dov’è?”

“Dell’interno. Central Valley. Una cittadina che nessuno ha mai sentito nominare. Vicino a Fresno, più o meno.”

Mae continuò a guidare, ricordando tutto questo, che in parte le infliggeva nuove sofferenze, come una ferita ancora aperta e sanguinante.

“Perbacco, Fresno!” aveva esclamato la zia, fingendo di sorridere. “Non sentivo questa parola da un pezzo, grazie a Dio.” Aveva bevuto un sorso del suo gin tonic e guardava la festa nuziale con gli occhi socchiusi. “L’importante è che se ne sia andata. So che i buoni college cercano proprio le persone come lei. Forse è per questo che io non fui ammessa dove volevo. Non permetta a nessuno di dirle che Exeter aiuta. Tante quote da riempire con persone che vengono dal Pakistan e da Fresno, dico bene?”

La prima volta che Mae era tornata dai suoi dopo essere diventata trasparente era stata rivelatrice e aveva rafforzato la sua fiducia nel genere umano. Aveva passato una serata tranquilla con i genitori, preparando e consumando la cena, e mentre facevano queste cose avevano parlato delle differenze nel trattamento di suo padre prima e dopo essere stati assicurati dal Cerchio. Gli osservatori ebbero modo di vedere i successi di queste cure – suo padre appariva vivacissimo e si muoveva agevolmente nella casa –, ma videro anche il tributo che esigeva da lui la malattia. Inciampò goffamente mentre cercava di andare di sopra, e subito dopo arrivò un fiume di messaggi da parte di spettatori preoccupati, seguiti da migliaia di smile da ogni parte del mondo. Gente che suggeriva nuove combinazioni di farmaci, nuove fisioterapie, nuovi medici, trattamenti sperimentali, medicina orientale, Gesù. Centinaia di chiese lo misero tra coloro per i quali pregavano ogni settimana. I genitori di Mae avevano fiducia nei loro dottori, e quasi tutti gli spettatori ebbero la possibilità di vedere che le cure prestate a suo padre erano eccezionali; così, più importanti e numerosi dei commenti strettamente medici furono coloro che volevano semplicemente rincuorare lui e la sua famiglia. Leggendo i messaggi, Mae pianse; era un fiume d’amore. Persone che parlavano della loro storia, molte delle quali affette da sclerosi multipla. Altri parlavano delle lotte che avevano sostenuto: vivere con l’osteoporosi, con la paralisi di Bell, col morbo di Crohn. Mae aveva inoltrato i messaggi ai genitori, ma dopo qualche giorno decise di rendere pubblici i loro indirizzi email, affinché potessero essere personalmente imbaldanziti e ispirati da quella valanga, ogni giorno.

Questa volta, la seconda che tornava a casa, sapeva che sarebbe stato ancora meglio. Dopo aver affrontato il problema delle videocamere, che doveva essere stato provocato da un qualche malinteso, intendeva dare a tutti quelli che avevano mostrato la loro partecipazione la possibilità di rivedere i suoi genitori, e dare ai suoi genitori la possibilità di ringraziare tutti coloro che avevano inviato smile e attestati di solidarietà.

Li trovò in cucina, dove stavano affettando la verdura.

«Come state, ragazzi?» disse, stringendoli in un abbraccio. Puzzavano entrambi di cipolla.

«Come sei affettuosa stasera, Mae!» disse suo padre.

«Ah, ah» disse Mae, e alzando gli occhi al cielo cercò di far capire che non dovevano insinuare che fosse mai stata meno affettuosa.

Come se avessero improvvisamente ricordato che erano in onda, e che la figlia era ormai una persona più in vista e più importante, i suoi genitori cambiarono atteggiamento. Prepararono le lasagne, con Mae che aggiungeva degli ingredienti che Additional Guidance le aveva chiesto di portare e illustrare agli osservatori. Quando la cena fu pronta, e Mae ebbe dato la giusta visibilità ai prodotti, si misero tutti a tavola.

«Dunque, quelli dell’assistenza sanitaria sono un po’ preoccupati perché alcune delle vostre videocamere non funzionano» disse Mae, senza calcare troppo la mano.

«Davvero?» disse suo padre con un sorriso. «Forse dovremmo controllare le batterie.» Strizzò l’occhio a sua madre.

«Ragazzi» disse Mae, sapendo che doveva parlar chiaro, sapendo che era un momento decisivo, per la loro salute e per tutto il sistema di raccolta dei dati sulla salute che il Cerchio cercava di realizzare. «Com’è possibile che qualcuno vi garantisca una buona assistenza sanitaria quando non gli permettete di vedere come ve la passate? È come andare dal dottore e impedirgli di misurarvi la pressione.»

«Ben detto» osservò suo padre. «Ora credo che dovremmo mangiare.»

«Le faremo aggiustare immediatamente» disse sua madre, e così cominciò quella che diventò una serata molto strana, durante la quale i genitori di Mae si dichiararono prontamente d’accordo con tutti i discorsi di Mae sulla trasparenza e annuirono vigorosamente quando lei parlò della necessità che tutti fossero sempre visibili: il corollario dei vaccini, che funzionavano solo con la partecipazione di tutti. Ne convennero entusiasticamente, complimentandosi ripetutamente con lei per la sua forza di persuasione e la sua logica. Era strano; si erano mostrati troppo disposti a collaborare.

Prima di cominciare a mangiare, Mae fece una cosa che non aveva mai fatto prima, sperando che i suoi genitori non la rovinassero comportandosi come se fosse insolita: alzò il bicchiere per un brindisi.

«Brindiamo a voi due» disse. «E già che ci siamo, brindiamo a tutte le migliaia di persone che hanno mostrato tanto interesse per voi dopo l’ultima volta che sono stata qui.»

I suoi genitori sorrisero un po’ imbarazzati e alzarono i bicchieri. Cominciarono a mangiare, e quando sua madre ebbe cautamente masticato e inghiottito il primo boccone, sorrise e guardò dritto nell’obiettivo: cosa che Mae le aveva detto ripetutamente di non fare.

«Be’, abbiamo ricevuto un mucchio di messaggi, questo è certo» disse sua madre.

Il padre di Mae si unì alla conversazione. «Tua madre li ha messi in ordine, e ogni giorno abbiamo fatto una piccola tacca nella pila. Ma è un mucchio di lavoro, devo dire.»

Sua madre posò la mano sul braccio di Mae. «Non che non faccia piacere, perché l’apprezziamo. Proprio così. Voglio solo chiedere ufficialmente perdono a tutti per il ritardo con cui rispondiamo ai messaggi.»

«Ne abbiamo ricevuti a migliaia» osservò suo padre, piantando la forchetta nell’insalata.

Sua madre le rivolse un freddo sorriso. «E tutte queste effusioni ci fanno piacere, lo ripeto. Ma anche se dedicassimo un minuto a ogni risposta, sono mille minuti. Pensa: sedici ore solo per rispondere ai messaggi con due righe! Oddio, non vorrei sembrare un’ingrata.»

Mae fu lieta di sentirglielo dire, perché in effetti sembravano proprio degli ingrati. Si stavano lamentando della gente che aveva mostrato tanto interesse per loro. E proprio quando Mae pensò che sua madre avrebbe fatto marcia indietro, incoraggiando gli spettatori a inviare altri messaggi augurali, suo padre intervenne e peggiorò le cose. Come sua madre, si rivolse direttamente all’obiettivo.

«Per questo vi chiediamo, d’ora in poi, di affidare i vostri auguri all’etere. Oppure, se siete religiosi, semplicemente di pregare per noi. Non c’è bisogno di metterli in un messaggio. Fateci solo gli auguri» e qui chiuse gli occhi e li strinse. «Mandateci le vostre buone vibrazioni. Non occorre inviarli per email, Zing o altro. Solo buoni pensieri. Fateceli arrivare sulle ali del vento. È tutto quello che vogliamo.»

«Credo che intendiate dire, semplicemente» disse Mae, cercando di frenare la collera, «che avrete bisogno di un po’ di tempo per rispondere a tutti i messaggi. Ma ci riuscirete, alla fine.»

Suo padre non esitò. «Be’, non posso dirlo, Mae. Non lo prometto. In realtà, è molto stressante. E abbiamo già avuto tante critiche da persone che si arrabbiano quando non ricevono nostre notizie in un certo lasso di tempo. Inviano un messaggio, poi altri dieci lo stesso giorno. Ho detto qualcosa di sbagliato?, Mi rincresce, Stavo solo cercando di aiutare, Vaffanculo. Hanno queste nevrotiche conversazioni con se stessi. Ecco, io non ho tempo da perdere con le tante risposte immediate di cui la maggior parte dei tuoi amici sembra aver bisogno.»

«Papà. Smettila. Stai dicendo cose terribili.»

Sua madre si sporse verso di lei. «Mae, tuo padre sta solo cercando di dire che la nostra vita è già piuttosto agitata, e che siamo già abbastanza pieni di lavoro, dovendo pagare le fatture e occuparci di tutto ciò che riguarda la salute. Se dobbiamo fare altre sedici ore di lavoro, questo ci mette in una posizione insostenibile. Capisci la nostra situazione? Lo dico, di nuovo, con tutto il dovuto rispetto e la nostra gratitudine per tutti coloro che ci hanno fatto gli auguri.»

Dopo cena i suoi genitori volevano vedere un film, Basic Instinct, e così fecero, su insistenza di suo padre. Era il film che aveva visto più volte, sempre citando le strizzate d’occhio a Hitchcock, i molti omaggi spiritosi al grande maestro del cinema: anche se di questa passione per Hitchcock non aveva mai parlato prima. Da molto tempo Mae sospettava che il film, con le sue continue e svariate tensioni sessuali, lo arrapasse.

Mentre i suoi genitori guardavano Basic Instinct, cercò di rendere più interessante la serata inviando una serie di zing sul film, raccogliendo informazioni e commentando le scene più offensive per le comunità di lesbiche, gay, bisessuali e transgender. Stava ricevendo una grande quantità di reazioni, ma poi vide che erano le 21.30, e pensò che doveva mettersi in strada per tornare al Cerchio.

«Be’, io devo andare» disse.

Le parve di scorgere qualcosa negli occhi di suo padre, un rapido sguardo a sua madre che poteva significare “finalmente”, ma Mae poteva essersi sbagliata. Si mise la giacca e sua madre le andò incontro sulla porta con una busta in mano.

«Mercer ci ha chiesto di darti questa.»

Mae la prese, una semplice busta commerciale. Non era nemmeno indirizzata a lei. Né nome, né niente.

Diede un bacio sulla guancia a sua madre, uscì: fuori l’aria era ancora calda. Scese dal vialetto e si diresse verso l’autostrada. Ma aveva la lettera in grembo, e la curiosità la vinse. Si fermò e l’aprì.

Cara Mae,

sì, puoi e dovresti leggere questa in onda. Immaginavo che l’avresti fatto, perciò scrivo questa lettera non solo a te, ma al tuo “pubblico”. Salve, pubblico.

Poteva quasi sentire l’inspirazione introduttiva che faceva, il suo prepararsi prima di un discorso importante.

Non riesco più a vederti, Mae. Non che avessimo, comunque, un’amicizia così costante o perfetta, ma non posso essere tuo amico e partecipare al tuo esperimento. Perderti mi rattristerà, perché hai avuto un ruolo importante nella mia vita. Ma abbiamo preso strade evolutivamente molto diverse, e presto saremo troppo lontani per comunicare.

Se hai visto i tuoi genitori, e tua madre ti ha dato il mio biglietto, avrai notato l’effetto che tutto questo ha avuto su di loro. Ti ho scritto dopo averli visti, tesi e sfiniti dal diluvio che gli hai rovesciato addosso. È troppo, Mae. E non è giusto. Li ho aiutati io a coprire alcune videocamere. Ho persino comprato la stoffa. L’ho fatto molto volentieri. Loro non vogliono ricevere né smile, né frown, né zing. Vogliono essere lasciati in pace. E non vogliono essere osservati. La sorveglianza non dovrebbe essere la merce di scambio per ogni maledetto servizio che otteniamo.

Se le cose continueranno così, esisteranno due società – o almeno spero che ce ne siano due –, quella che tu stai aiutando a creare e una società alternativa. Tu e i tuoi simili vivrete allegramente e di buon grado sotto continua sorveglianza, guardandovi tra voi, scambiandovi commenti su di voi, votando per voi e mostrando simpatie e antipatie per questi o per quelli tra voi, ora con uno smile ora con un frown, ma per il resto facendo ben poco.

Sul polso le stava già arrivando una valanga di commenti. Mae, ma eri davvero così giovane e così tonta?Come hai potuto fidanzarti con una nullità come lui? Questo era il commento più diffuso, ma presto fu superato da: Ho appena guardato la sua foto. Non ha per caso uno Yeti in qualche ramo dell’albero genealogico?

Continuò a leggere la lettera:

Ti augurerò sempre ogni bene, Mae. Spero anche, benché mi renda conto di quanto sia improbabile, che un giorno, quando il trionfalismo tuo e dei tuoi pari – l’incontrollato Destino Manifesto di tutto ciò – si sarà spinto troppo in là e sarà crollato su se stesso, ritroverai il senso della prospettiva e la tua umanità. Accidenti, ma cosa sto dicendo? È già andato troppo in là. Quello che dovrei comunicarti è che aspetto il giorno in cui una battagliera minoranza finalmente si alzerà per dire che la cosa è andata troppo in là, e che questo strumento, di gran lunga più insidioso di qualunque altra invenzione umana sia venuta prima, dev’essere controllato, regolato, costretto a tornare sui suoi passi, e che, soprattutto, dobbiamo avere la possibilità di chiamarci fuori. Oggi viviamo in uno stato tirannico, dove non ci è permesso…

Mae guardò quante pagine restavano. Altri quattro fogli scritti su entrambe le facciate, che probabilmente contenevano un’altra dose di quell’assurdo sproloquio. Buttò la lettera sul sedile del passeggero. Povero Mercer. Era sempre stato uno sbruffone e non aveva mai conosciuto il suo pubblico. E anche se Mae sapeva che stava usando i suoi genitori contro di lei, c’era qualcosa che la tormentava. Erano davvero così infastiditi? Era solo a un isolato di distanza, così scese e tornò a casa a piedi. Se erano realmente scombussolati, be’, potevano parlarne insieme.

Quando entrò, non li vide nei due posti più probabili, il soggiorno e la cucina, e allungò il collo per sbirciare, oltre l’angolo, nel soggiorno. Non c’erano. L’unico segno di vita era una pentola piena d’acqua che bolliva sul fornello. Cercò di non farsi prendere dal panico, ma quella pentola d’acqua bollente e lo strano silenzio della casa le si misero di traverso nella mente, e tutt’a un tratto cominciò a pensare a rapine, patti suicidi o sequestri.

Corse su per le scale, a tre gradini per volta, e quando arrivò in cima e voltò frettolosamente a sinistra, per entrare nella loro camera da letto, li vide, con gli occhi puntati su di lei, sbarrati e terrorizzati. Suo padre era seduto sul letto e sua madre inginocchiata sul pavimento, col pene di lui in mano. Un vasetto di crema idratante era appoggiato alla gamba di lui. In un attimo tutti ebbero coscienza delle ramificazioni.

Mae girò sui tacchi, puntando la videocamera su un comò. Nessuno disse una parola. Mae riuscì a pensare solo a rifugiarsi nel bagno, dove orientò la camera verso il muro e spense l’audio. Tornò indietro per vedere cos’aveva ripreso. Sperava che l’obiettivo che le dondolava sul petto avesse mancato l’immagine oltraggiosa.

Ma non era così. Caso mai, l’angolazione dell’inquadratura mostrava l’atto più chiaramente di come l’aveva visto lei. Spense il playback. Chiamò l’AG.

«C’è qualcosa che possiamo fare?» chiese.

Di lì a qualche minuto era al telefono con Bailey in persona. Era contenta di averlo trovato, perché sapeva che se qualcuno conveniva con lei in queste cose, questo qualcuno era Bailey, uomo di un’infallibile rettitudine morale. Bailey non avrebbe sicuramente voluto che un atto sessuale come quello fosse diffuso in tutto il mondo. La cosa, in realtà, era già successa, ma potevano senza dubbio cancellare qualche secondo del filmato, in modo che l’immagine non potesse più essere cercata, non potesse diventare permanente.

«Mae, via» disse lui. «Sai che non possiamo farlo. Cosa sarebbe la trasparenza se potessimo cancellare tutto ciò che in qualche modo ci sembra imbarazzante? Sai che noi non cancelliamo.» La sua voce era empatica e paterna, e Mae sapeva che si sarebbe attenuta a tutto quello che diceva lui. Bailey sapeva qual era la scelta migliore, vedeva miglia e miglia più lontano di Mae o di chiunque altro, e questo era evidente nella sua eccezionale calma. «Mae, perché questo esperimento riesca, e perché il Cerchio, globalmente, funzioni, la trasparenza dev’essere assoluta. Dev’essere pura e completa. E so che per qualche giorno questo episodio sarà doloroso, ma fidati di me, presto nulla di tutto ciò avrà il minimo interesse per qualcuno. Quando ogni cosa è nota, ogni cosa accettabile sarà accettata. Quindi, per il momento dobbiamo essere forti. Tu devi essere un modello, qui. Devi giocartela fino in fondo.»

Mae tornò al Cerchio decisa a restarci, una volta arrivata. Ne aveva abbastanza del caos della sua famiglia, di Mercer, della propria miserabile città natale. Non aveva nemmeno chiesto ai suoi genitori delle videocamere SeeChange… o forse sì? Quella casa era un manicomio. Nel campus, invece, tutto era familiare. Nel campus non c’erano attriti. Non aveva bisogno di spiegare né se stessa né il futuro del mondo ai Circler, che implicitamente capivano lei e il pianeta e come doveva essere e presto sarebbe stato.

In ogni modo, faceva sempre più fatica a stare lontano dal campus. C’erano persone senza casa, e c’erano gli odori aggressivi che le accompagnavano, e c’erano macchine che non funzionavano, e sedili e pavimenti che non erano stati puliti, e c’era, dappertutto, il caos di un mondo disordinato. Mae sapeva che il Cerchio contribuiva a migliorarlo: si stavano affrontando molte di queste cose; sapeva anche che al problema dei senzatetto si sarebbe potuto trovare un rimedio o una soluzione, una volta completata la ludicizzazione dell’assegnazione di alloggi e case popolari in generale; ci stavano lavorando nel Periodo Nara, ma intanto era sempre più fastidioso vivere nella babele che c’era fuori dalle porte del Cerchio. In realtà, attraversare San Francisco, o Oakland, o San Jose, o una città qualsiasi, somigliava sempre più a un’esperienza del Terzo Mondo, con tutta quell’inutile sporcizia, quell’inutile conflittualità e quegli inutili errori e inefficienze: in ogni isolato della città, mille problemi che si potevano risolvere con algoritmi abbastanza semplici, l’applicazione della tecnologia disponibile e la partecipazione di membri volenterosi della comunità digitale. Lasciò accesa la videocamera.

Fece il viaggio in meno di due ore, e quando arrivò era solo mezzanotte. Era tesa perché aveva guidato ed era stata continuamente in allarme, e aveva bisogno di rilassarsi e distrarsi. Andò alla CE, sapendo che là poteva essere utile e che là i suoi sforzi sarebbero stati apprezzati, immediatamente e in modo tangibile. Entrò nell’edificio, alzando per un attimo lo sguardo al Calder che ruotava lentamente, e salì con l’ascensore, attraversò rapidamente la passerella e raggiunse il suo vecchio posto di lavoro.

Alla scrivania, vide un paio di messaggi dei suoi genitori. Erano ancora svegli, e avviliti. Erano indignati. Mae provò a inviare loro gli zing positivi che aveva trovato, messaggi che si complimentavano con loro per il fatto che una vecchia coppia, alle prese con nientemeno che la sclerosi multipla, poteva essere ancora sessualmente attiva. Ma i suoi genitori non mostrarono il minimo interesse.

Smettila, per piacere, chiedevano. Per favore, basta.

E le chiedevano con insistenza, come Mercer, di non contattarli più, se non privatamente. Mae cercò di spiegare che così si mettevano dalla parte sbagliata della storia. Ma non l’ascoltavano. Mae sapeva che alla fine li avrebbe convinti, che era solo questione di tempo, per loro e per tutti, Mercer compreso. Lui e i suoi genitori avevano tardato a procurarsi un PC, tardato a comprare un cellulare, tardato a fare qualunque cosa. Era comico e triste, e non serviva a niente, rimandare l’innegabile presente, l’inevitabile futuro.

Dunque, avrebbe atteso. Nel frattempo aprì il rubinetto. A quell’ora c’era poca gente con urgenti necessità, ma c’erano sempre richieste inevase che aspettavano solo che iniziasse l’orario d’ufficio, sicché Mae pensò di poter alleggerire il carico prima che entrassero i pivelli. Forse avrebbe risposto a tutti, e li avrebbe sbalorditi, fatti entrare con la tabula rasa, lo scivolo vuoto.

C’erano 188 richieste latenti. Avrebbe fatto quello che poteva. Un cliente di Twin Falls voleva una sintesi di tutte le altre ditte visitate da clienti che avevano visitato la sua. Mae trovò facilmente il dato e glielo inviò, e si sentì istantaneamente più tranquilla. Le altre due erano facili, risposte standard sia l’una sia l’altra. Inviò i questionari e arrivò a 100 con entrambe. Uno di essi rispose inviandole un questionario; lei lo compilò in novanta secondi. Le domande seguenti erano più complicate, ma Mae non andò mai sotto i 100 punti. La sesta era ancora più complicata, ma lei rispose, ottenne un 98, fece il following e lo portò a 100. Il cliente, un pubblicitario d’impianti di riscaldamento e condizionamento d’aria di Melbourne, in Australia, chiese se poteva aggiungerla al suo network professionale e lei aderì prontamente. Fu quello il momento in cui lui si rese conto che era Mae.

QUELLA Mae? digitò. Si chiamava Edward.

Non posso negarlo, rispose lei.

Sono onorato, digitò Edward. Che ore sono lì? Noi qui abbiamo appena finito di lavorare. Lei rispose che era tardi. Lui chiese se poteva aggiungerla alla sua mailing list, e lei di nuovo accettò prontamente. Quello che seguì fu un immediato diluvio di notizie e informazioni sul mondo assicurativo di Melbourne. Lui si offrì di nominarla socio onorario della MHAPB, la Melbourne Heating and Air-Conditioning Providers Guild, ex Melbourne Heating and Air-Conditioning Providers Brotherhood, e lei disse che era lusingata. Lui l’aggiunse agli amici nel suo profilo personale del Cerchio e le chiese di contraccambiare. Lei lo fece.

Ora devo tornare al lavoro, scrisse, salutami tutti lì a Melbourne! Già sentiva evaporare, come una nebbia, tutta la demenza dei suoi genitori, di Mercer. Rispose alla domanda successiva, proveniente da una catena di negozi per la tolettatura di animali da compagnia con base ad Atlanta. Ottenne un 99, fece il following, salì a 100 e inviò altri sei questionari, a cinque dei quali i clienti risposero. Esaudì un’altra richiesta, questa da Bangalore, e stava correggendo la risposta standard alla domanda quando arrivò un altro messaggio di Edward. Hai visto la richiesta di mia figlia? chiedeva. Mae controllò gli schermi, cercando la richiesta della figlia di Edward. Alla fine lui spiegò che sua figlia aveva un cognome diverso e andava all’università nel New Mexico. Stava sensibilizzando il pubblico a proposito della disperata situazione del bisonte in quello Stato, e chiedeva a Mae di firmare una petizione e parlare della campagna in tutti i forum disponibili. Mae disse che ci avrebbe provato e inviò subito uno zing. Grazie! scrisse Edward, seguito, qualche minuto dopo, da un ringraziamento di sua figlia, Helena. Non posso credere che Mae Holland abbia firmato la mia petizione! Grazie! scriveva. Mae rispose ad altre tre richieste, mentre il suo rating scendeva a 98, e anche se inviò multipli follow-up a queste tre, non ottenne soddisfazione. Sapeva che per conquistare una media complessiva tra 98 e 100 doveva collezionare ventidue o ventitré 100; consultò l’orologio. Era mezzanotte e 44. Aveva un sacco di tempo. Da Helena arrivò un altro messaggio, che chiedeva se al Cerchio c’erano offerte di lavoro. Mae le diede il solito consiglio e le inviò l’indirizzo email del dipartimento HRPuoi metterci una buona parola? chiese Helena. Mae rispose che avrebbe fatto il possibile, dal momento che non si erano mai incontrate. Ma mi conosci benissimo ormai! scrisse Helena, e l’indirizzò alla pagina del proprio profilo. Esortò Mae a leggere i suoi saggi sulla protezione della fauna, e quello che aveva utilizzato per andare al college, che era ancora attuale. Mae disse che avrebbe cercato di leggerli appena poteva. La fauna e il New Mexico le fecero venire in mente Mercer. Quel moralista, quel fallito. Dov’era l’uomo con cui aveva fatto l’amore sull’orlo del Grand Canyon? Come stavano bene insieme, allora, sperduti nel deserto, quando lui era andato a prenderla al college e poi avevano attraversato il Sudest senza programmi, senza itinerario, senz’avere mai un’idea di dove avrebbero passato la notte. Avevano attraversato il New Mexico in una tempesta di neve, poi erano passati in Arizona, dove avevano fermato la macchina e avevano trovato un roccione che dava sul canyon, senza parapetto, e là, sotto il sole di mezzogiorno, lui l’aveva spogliata, davanti a uno strapiombo di milleduecento metri, stringendola tra le braccia, e lei non aveva dubbi, perché era forte, allora, Mercer. Era giovane, allora, aveva una visione. Adesso era invecchiato e si comportava come se fosse ancora più vecchio. Cercò la pagina del profilo che gli aveva fatto lei e la trovò vuota. Chiese all’ufficio tecnico e scoprì che aveva cercato di rimuoverla. Gli inviò uno zing e non ebbe risposta. Cercò la pagina della sua ditta, ma era stata tolta anche quella; c’era solo un messaggio che diceva che ora gestiva un’azienda esclusivamente analogica. Da Helena arrivò un altro messaggio: Come ti è sembrato? Mae le disse che non aveva ancora avuto il tempo di leggere niente, e il messaggio successivo era di Edward, il padre di Helena: Sarebbe davvero molto importante per noi se tu potessi raccomandare Helena per un posto lì al Cerchio. Non voglio fare pressioni, ma contiamo su di te! Mae rispose, di nuovo, che avrebbe fatto del suo meglio. Sul secondo schermo apparve l’avviso di una campagna del Cerchio per eliminare il vaiolo nell’Africa Occidentale. Mae firmò, inviò uno smile, contribuì con cinquanta dollari e lo fece sapere con uno zing. Vide subito che Helena e Edward rilanciavano il messaggio. Faremo la nostra parte! scrisse Edward. E in cambio…? Era l’1.11 quando il buio calò su di lei. Aveva la bocca acida. Chiuse gli occhi e vide lo strappo, ora pieno di luce. Riaprì gli occhi. Bevve un sorso d’acqua, che però non sembrò servire ad altro che ad aumentare il panico. Controllò il numero degli osservatori; erano solo 23.010, ma non voleva che vedessero i suoi occhi, temendo che tradissero l’ansia che l’aveva presa. Li chiuse nuovamente, in un modo che – pensava – per un minuto sarebbe apparso abbastanza naturale, dopo tante ore davanti allo schermo. Faccio solo riposare gli occhi, digitò, e inviò il messaggio. Ma quando li richiuse vide ancora lo strappo, ora più chiaro, più rumoroso. Cos’era il suono che sentiva? Era un urlo soffocato che veniva da acque senza fondo, quel grido acuto di un milione di voci affogate. Aprì gli occhi. Chiamò i genitori. Nessuna risposta. Inviò un messaggio, nulla. Chiamò Annie. Nessuna risposta. Le inviò un messaggio, nulla. La cercò con CircleSearch, ma non era nel campus. Andò alla pagina col profilo di Annie, fece scorrere qualche centinaio di foto, quasi tutte del viaggio in Europa e in Cina, e, sentendosi bruciare gli occhi, li chiuse di nuovo. E di nuovo vide lo strappo, la luce che cercava di passare, le urla sott’acqua. Aprì gli occhi. Era arrivato un altro messaggio di Edward. Mae? Ci sei? Sarebbe proprio bello sapere se puoi darci una mano. Rispondi. Poteva davvero sparire così, Mercer? Era decisa a trovarlo. Lo cercò, nei messaggi che poteva aver inviato ad altri. Nulla. Lo chiamò, ma la linea era interrotta. Che gesto aggressivo, cambiare il numero senza lasciarne uno nuovo. Cos’aveva visto in lui? Quel disgustoso culo grasso, quelle terribili chiazze di pelo sulle spalle. Gesù, dov’era? C’era davvero qualcosa che non andava quando non riuscivi a trovare una persona che cercavi di rintracciare. Era l’1.32. Mae? Sono ancora io, Edward. Puoi tranquillizzare Helena dicendole che presto guarderai il suo sito? Adesso è un po’ stravolta. Una parola d’incoraggiamento sarebbe utile. So che sei una brava persona e che non le confonderesti le idee intenzionalmente, sai, promettendole di aiutarla e poi ignorandola. Grazie. Edward. Mae andò sul sito di Helena, lesse uno dei saggi, si congratulò con lei, le disse che era brillante e diramò uno zing dicendo a tutti che Helena di Melbourne / New Mexico era una voce da non sottovalutare, e che avrebbero sostenuto il suo lavoro in tutti i modi. Ma dentro di lei lo strappo era ancora aperto, e doveva chiuderlo. Non sapendo che altro fare, attivò CircleSurvey e mosse la testa per iniziare.

«Utilizzi regolarmente un condizionatore?»

«Sì» disse.

«Grazie. Cosa pensi dei prodotti organici per capelli?» Si sentiva già più tranquilla.

«Smile.»

«Grazie. Cosa pensi dei prodotti per capelli non organici?»

«Frown» disse Mae. Sentiva che il ritmo era giusto.

«Grazie. Se il tuo prodotto per capelli preferito non fosse disponibile nel solito negozio o online, lo sostituiresti con una marca simile?»

«No.»

«Grazie.»

Svolgere regolarmente i propri compiti la faceva sentir bene. Mae controllò il braccialetto, che mostrava centinaia di nuovi smile. C’era qualcosa di tonificante, asserivano i commenti, nel vedere una mezza celebrità del Cerchio come lei contribuire così alla raccolta dei dati. Stava ricevendo messaggi anche da clienti che aveva aiutato ai tempi della CE. Clienti di Columbus, Johannesburg e Brisbane volevano salutarla e farle le loro congratulazioni. Il proprietario di una ditta di marketing dell’Ontario la ringraziò con uno zing per il buon esempio, per la buona volontà, e Mae iniziò una breve corrispondenza, chiedendogli come andavano gli affari lassù.

Esaudì altre tre richieste, e convinse i tre clienti a riempire lunghi questionari. Il punteggio complessivo era 95, che sperava di poter contribuire personalmente ad aumentare. Si sentiva molto bene, e necessaria.

«Mae.»

Il suono del suo nome, emesso dalla sua voce processata, era stridulo. Le sembrava di non aver udito questa voce da mesi, ma non aveva perso il suo potere. Sapeva che avrebbe risposto annuendo, ma voleva sentirla ancora, perciò attese.

«Mae.»

Si sentì come se fosse a casa sua.

Mae sapeva, intellettualmente, che l’unica ragione per cui si trovava nella camera di Francis era che tutti gli altri nella sua vita l’avevano, per il momento, abbandonata. Dopo novanta minuti alla CE, guardò CircleSearch per vedere dov’era Francis, e vide che era in uno dei dormitori. Poi notò che era sveglio e online. Dopo qualche minuto l’aveva invitata a raggiungerlo, molto grato e molto felice, disse, di avere sue notizie. Scusa, scrisse, e ti rinnoverò le mie scuse quando sarai davanti alla porta. Mae spense la videocamera e andò da lui.

La porta si aprì.

«Sono così dispiaciuto» disse lui.

«Basta» disse Mae. Entrò e chiuse la porta.

«Vuoi qualcosa?» chiese lui. «Acqua? C’è anche questa vodka nuova, che era qui quando sono tornato stasera. Possiamo provarla.»

«No, grazie» disse lei, e si sedette su un cassettone contro il muro. Francis aveva lasciato là i suoi cellulari.

«Oh, aspetta. Non sederti proprio lì» disse lui.

Lei si alzò. «Non mi sono seduta sulla tua roba.»

«No, non è questo» disse lui. «È il cassettone. Mi hanno detto che è fragile» spiegò, sorridendo. «Sicura di non volere un drink o qualcosa?»

«No. Sono stanchissima. Semplicemente, non avevo voglia di star sola.»

«Ascolta» disse lui. «Lo so che prima avrei dovuto chiedere il tuo permesso. Lo so. Ma spero che tu capisca da dove vengo. Non potevo credere di essere con te. E una parte di me era convinta che sarebbe stata l’unica volta. Volevo ricordarla.»

Mae conosceva il potere che aveva su di lui, e quel potere le dava una piacevole emozione. Si mise a sedere sul letto. «Allora, le hai trovate?» chiese.

«Che vuoi dire?»

«L’ultima volta che ti ho visto volevi scannerizzare quelle foto, quelle del tuo album.»

«Oh, sì. Credo di non avere più parlato con te da quel momento. In effetti, le ho scannerizzate. È stato facile.»

«Allora, hai scoperto chi erano?»

«Avevano quasi tutti degli account del Cerchio, così ho potuto effettuare il riconoscimento facciale. Cioè, ci ho messo sei o sette minuti. Ce n’erano alcuni per cui ho dovuto usare il database del governo. Non abbiamo ancora un accesso completo, ma possiamo vedere le fototessere della motorizzazione. Sono quasi tutti gli adulti del paese.»

«E li hai contattati?»

«Non ancora.»

«Ma sai di dove sono, tutti quanti?»

«Sì, sì. Quando ho saputo i nomi, sono riuscito a trovare tutti gli indirizzi. Alcuni avevano traslocato qualche volta, ma ho potuto incrociare i dati con gli anni in cui potevo essere con loro. In sostanza, ho ricostruito l’intera sequenza temporale di quando potevo essere stato in ciascuna delle località. Erano quasi tutte nel Kentucky. Alcune nel Missouri. Una nel Tennessee.»

«Allora è fatta!»

«Be’, non so. Un paio sono morti, quindi… Non so. Potrei prendere la macchina e andare a vedere alcune di queste case. Tanto per colmare qualche lacuna. Non so. Oh» disse illuminandosi e voltando la testa, «ho avuto le rivelazioni di una coppia. Cioè, quasi tutto quello che ho raccolto erano i normali ricordi di questa gente. Ma c’era una famiglia che aveva una ragazza più grande, aveva una quindicina d’anni quando io ne avevo dodici. Non ricordo molte cose, ma so che è stata la mia prima seria fantasia sessuale.»

Queste parole, “fantasia sessuale”, ebbero su Mae un effetto immediato. In passato, ogni volta che erano state pronunciate, da lei o da ogni uomo con cui lei si trovava, avevano aperto un dibattito sulle fantasie e spinto a rappresentarne qualcuna. Che fu quello che fecero anche in quel momento, lei e Francis, seppur brevemente. La fantasia di lui consisteva nell’uscire dalla stanza e chiedere asilo, fingendo di essere un adolescente sperduto che bussava alla porta di una bella casa nei sobborghi. Il ruolo di lei doveva essere quello di una padrona di casa che si sentiva sola e lo invitava a entrare, succintamente vestita e con una voglia disperata di compagnia.

E così Francis bussò, e Mae gli andò incontro sulla porta, e lui le disse che si era smarrito, e lei gli disse di togliersi quel vestito vecchio, che poteva mettersene uno del marito. Questo a Francis piacque così tanto che le cose subirono una rapida accelerazione, e in pochi secondi lui era nudo e lei gli salì sopra. Lui giacque sotto di lei per un minuto o due, lasciandola andare su e giù, guardandola con lo stupore di un ragazzo allo zoo. Poi chiuse gli occhi e diede il via a un crescendo di agitazione, emettendo un breve strillo acuto prima di annunciare il suo arrivo con un grugnito.

Ora, mentre Francis si spazzolava i denti, Mae, che era esausta e sentiva non amore ma qualcosa di simile all’appagamento, si rannicchiò sotto la coperta imbottita e voltò la faccia contro il muro. L’orologio segnava le 3.11.

Francis uscì dal bagno.

«Ho un’altra fantasia» disse, tirandosi la coperta fino al mento e avvicinando il viso al collo di Mae.

«Sono a una spanna dal sonno» borbottò lei.

«No, niente di faticoso. Non richiede molta energia. È solo una cosa verbale.»

«Okay.»

«Voglio che tu mi dia un voto» disse lui.

«Cosa?»

«Solo un voto. Come fai alla CE

«Come da 1 a 100?»

«Esattamente.»

«Un voto per cosa? La tua prestazione?»

«Sì.»

«Dài. Non voglio.»

«È solo per divertimento.»

«Francis. Ti prego. Non voglio. Mi toglierebbe tutto il piacere.»

Francis si mise a sedere con un sospirone. «Be’, non saperlo toglie tutto il piacere a me.»

«Non sapere cosa?»

«Come sono andato.»

«Come sei andato? Sei andato bene.»

Francis si lasciò sfuggire una sonora espressione di disgusto.

Mae si voltò dalla sua parte. «Che succede?»

«Bene?» disse lui. «Sono andato bene

«Oddio. Sei grande. Sei perfetto. Quando dico “bene”, vuol dire semplicemente che non potevi andar meglio.»

«Okay» disse lui, avvicinandosi. «Allora, perché non l’hai detto prima?»

«Credevo di averlo fatto.»

«Tu credi che “bene” sia lo stesso che “perfetto” e “non potevi andar meglio”?»

«No. Lo so che non è la stessa cosa. Sono solo stanca. Avrei dovuto essere più precisa.»

Un sorriso soddisfatto si allargò sul viso di Francis. «Mi hai dato ragione, sai?»

«Perché?»

«Ne avevamo già parlato, delle parole che usavi e del loro significato. Non le intendevamo nello stesso modo, e ci abbiamo girato intorno a lungo. Ma se tu semplicemente avessi usato un numero, io avrei capito subito.» La baciò su una spalla.

«Okay. Capisco» disse lei, e chiuse gli occhi.

«Allora?» disse lui.

Mae aprì gli occhi davanti alla bocca implorante di Francis.

«Allora cosa?»

«Continui a non volermi dare un numero?»

«Vuoi davvero un numero?»

«Mae! Certo che lo voglio.»

«Okay, 100.»

Tornò a voltare la testa contro il muro.

«Il numero è questo?»

«Sì. Hai ottenuto un 100 perfetto.»

Mae ebbe come l’impressione di sentirlo sorridere.

«Grazie» disse lui, e la baciò sulla nuca. «’notte.»

La sala era imponente, all’ultimo piano dell’Era Vittoriana, con le sue vedute grandiose, il soffitto di vetro. Mae entrò e fu accolta dalla Gang dei 40 quasi al completo, il gruppo d’innovatori che giudicavano regolarmente e davano il via alle nuove iniziative del Cerchio.

«Salve, Mae!» disse una voce, e lei ne scoprì la fonte in Eamon Bailey, che arrivando prese posto all’altro capo di quel lungo ambiente. Vestito di una felpa con la cerniera lampo e le maniche rimboccate sopra i gomiti, era entrato teatralmente salutando con la mano lei e – lo sapeva – tutti quelli che potevano essere in ascolto e in osservazione. Mae si aspettava un pubblico piuttosto vasto, dal momento che sia lei che il Cerchio avevano diffuso l’annuncio della riunione per parecchi giorni di seguito. Controllò il braccialetto e vide che gli spettatori erano 1.982.992. Incredibile, pensò, e il numero sarebbe salito. Si sedette al centro del tavolo, per permettere agli spettatori di vedere non soltanto Bailey ma la maggior parte della Gang, i loro commenti e le loro reazioni.

Una volta seduta, quando era ormai troppo tardi per muoversi, Mae si rese conto di non sapere dov’era Annie. Scrutò i quaranta visi davanti a lei, dal lato opposto del tavolo, e non la vide. Allungò il collo per guardarsi intorno, badando a tenere la videocamera puntata su Bailey, e finalmente l’avvistò accanto alla porta, dietro due file di Circler, quelli che stavano vicino all’uscita, nell’eventualità di dover andare via senza farsi notare. Mae sapeva che Annie l’aveva vista, ma non mostrò di averla riconosciuta.

«Okay» disse Bailey, con un largo sorriso alla sala, «credo che dovremmo darci dentro, visto che siamo tutti presenti», e qui i suoi occhi si soffermarono per una frazione di secondo su Mae e la videocamera che aveva al collo. Era importante, le avevano detto, che tutta la faccenda sembrasse naturale, e dare l’impressione che Mae, e il pubblico, fossero stati invitati a un appuntamento di ordinaria amministrazione.

«Salve, banda» disse Bailey. «Senza doppi sensi.» Le quaranta persone presenti sorrisero. «Okay. Qualche mese fa abbiamo tutti incontrato Olivia Santos, una parlamentare molto coraggiosa e visionaria che sta portando la trasparenza a un nuovo – e oserei dire estremo – livello. E forse avete visto che oggi più di altri ventimila tra leader politici e parlamentari di tutto il mondo hanno seguito il suo esempio e preso l’impegno di rendere completamente trasparente la loro vita di impiegati statali. Questo ci è stato di grande incoraggiamento.»

Mae controllò l’immagine sul polso. La videocamera era puntata su Bailey e sullo schermo alle sue spalle. Stavano già arrivando dei commenti, che ringraziavano lei e il Cerchio per questo tipo di accesso. Un osservatore scriveva che era come assistere al Manhattan Project. Un altro citava il laboratorio di Edison a Menlo Park, intorno al 1879.

Bailey continuò: «Ora, questa nuova era della trasparenza coincide con qualche altra idea che ho io sulla democrazia, e sul ruolo che può avere la tecnologia nel renderla completa. E uso di proposito la parola “completa”, perché il nostro lavoro verso la trasparenza potrebbe davvero dare come risultato un governo pienamente responsabile. Come avete visto, il governatore dell’Arizona ha costretto a diventare trasparente tutto il suo staff, e questo è il prossimo passo. In qualche caso, anche con un funzionario eletto alla luce del sole, abbiamo visto un po’ di corruzione tra le quinte. Gli eletti trasparenti sono stati usati come facciate, per impedire alla gente di guardare nel retrobottega. Ma questo cambierà presto, credo. I funzionari che non hanno niente da nascondere diverranno trasparenti, con i loro uffici al completo, entro l’anno, almeno in questo paese, e Tom e io abbiamo provveduto a fargli avere un forte sconto sull’hardware e sulla capacità dei server necessari perché questo avvenga».

I quaranta applaudirono entusiasticamente.

«Ma questa è solo metà della battaglia. Questa è la metà eletta delle cose. Ma che dire dell’altra metà, la nostra metà come cittadini? La metà che dovrebbe partecipare interamente?»

Dietro Bailey apparve l’immagine di un seggio elettorale vuoto, nella desolata palestra di un liceo, chissà dove. Si dissolse in un’esplosione di numeri.

«Ecco i numeri dei partecipanti alle ultime elezioni. Come potete vedere, al livello nazionale siamo intorno al 58 per cento degli aventi diritto al voto. Incredibile, no? E poi, se andate giù per la scala fino alle elezioni statali e locali, le percentuali crollano: 32 per cento per le elezioni statali, 22 per cento per le contee, 17 per cento per la maggior parte delle elezioni provinciali. Non è illogico che, più il governo è vicino a casa, meno ce ne interessiamo? È assurdo, non vi pare?»

Mae controllò gli osservatori; erano più di due milioni. Il loro numero cresceva di circa mille spettatori al secondo.

«Okay» continuò Bailey, «e sappiamo che sono tanti i modi in cui la tecnologia, in gran parte nata qui, ha contribuito a facilitare il voto. Non partiamo da zero, ma da una lunga storia di tentativi compiuti per ampliare l’accesso e rendere il voto più agevole. Ai miei tempi fu approvata la legge che abbinava l’iscrizione ai registri elettorali col rinnovo della patente. Questo si è dimostrato utile. Poi alcuni Stati hanno permesso di registrarti o di rinnovare la registrazione online. Bene. Ma che effetto ha avuto sulla partecipazione al voto? Non sufficiente. Qui, però, la cosa diventa interessante. Ecco quante persone hanno votato alle ultime elezioni nazionali.»

Sullo schermo alle sue spalle apparve la scritta 140 MILIONI.

«Ecco quanti erano gli aventi diritto al voto.»

Lo schermo diceva 244 MILIONI.

«Intanto, però, ci siamo noi. Ecco quanti americani si sono iscritti al Cerchio.»

Lo schermo disse 241 MILIONI.

«Sono cifre sorprendenti, vero? I nostri iscritti sono cento milioni più di quelli che hanno votato per il presidente. Cosa vi dice questo?»

«Che siamo fichissimi!» gridò dalla seconda fila un uomo anziano con una coda di cavallo grigia e una T-shirt lisa. La sala si riempì di risate.

«Be’, sicuro» disse Bailey, «ma oltre a questo? Vi dice che il Cerchio sa come convincere la gente a partecipare. E a Washington c’è molta gente che è d’accordo. Nel District of Columbia c’è gente che vede in noi la soluzione per fare di questo paese una democrazia pienamente partecipata.»

Dietro Bailey apparve la figura familiare dello Zio Sam col dito puntato. Poi un’altra figura, Bailey vestito come lui e nella stessa posa, fece la sua comparsa di fianco allo Zio Sam. La sala proruppe in una sghignazzata.

«Così arriviamo al nocciolo della seduta odierna, che è questo: e se il vostro profilo del Cerchio vi iscrivesse automaticamente nei registri elettorali?»

Bailey fece scorrere lo sguardo sulla sala, esitando nuovamente davanti a Mae e ai suoi osservatori. Lei si guardò il polso. Pelle d’oca, aveva scritto uno spettatore.

«Con TruYou, per creare un profilo devi essere una persona reale, con un vero indirizzo, complete generalità, un vero numero della previdenza sociale, una data di nascita vera e verificabile. In altri termini, tutte le informazioni che solitamente il governo ti richiede quando ti iscrivi nelle liste elettorali. In realtà, come sapete tutti, noi abbiamo una quantità d’informazioni molto più grande. Allora, perché queste informazioni non dovrebbero bastare per iscriversi nelle liste elettorali? Oppure, meglio ancora, perché il governo – il nostro governo o qualunque governo – non dovrebbe considerarti iscritto quando crei un profilo con TruYou?»

Le quaranta teste presenti nella sala annuirono, alcune perché avevano riconosciuto che era una buona idea, altre, chiaramente, perché ci avevano già pensato, trattandosi di un argomento di cui si parlava da molto tempo.

Mae controllò il braccialetto. Il numero degli spettatori stava salendo rapidamente, diecimila al secondo, ed erano già più di 2.400.000. Aveva 1240 messaggi. Erano arrivati quasi tutti negli ultimi novanta secondi. Bailey abbassò lo sguardo sul proprio tablet, vedendo senza dubbio gli stessi numeri che vedeva lei. Sorridendo, continuò: «Non c’è motivo. E un sacco di parlamentari sono d’accordo con me. L’onorevole Santos, per esempio. E ho l’impegno verbale di altri 181 deputati e 32 senatori. Hanno tutti accettato d’insistere per una legge che faccia del vostro profilo TruYou lo strumento automatico per iscriversi alle liste elettorali. Mica male, eh?».

Ci fu una breve salva di applausi.

«E adesso pensate» disse Bailey, abbassando la voce fino a trasformarla in un sussurro pieno di speranza e di meraviglia, «pensate a quello che succederà se riusciremo ad avvicinarci alla piena partecipazione in tutte le elezioni. Non ci sarebbero più proteste dai bordi del campo di gente che ha omesso di partecipare. Non ci sarebbero più candidati che sono stati eletti da un gruppo marginale il cui unico scopo è sottrarre sostenitori agli avversari. Come sappiamo bene noi qui al Cerchio, la piena partecipazione porta alla piena conoscenza delle cose. Noi sappiamo cosa vogliono i Circler perché glielo chiediamo, e perché essi sanno che le loro risposte sono necessarie per avere un quadro completo e accurato dei desideri dell’intera comunità del Cerchio. Così, se seguiremo lo stesso modello nazionalmente, elettoralmente, potremo andare molto vicini, credo, al 100 per cento della partecipazione. Il 100 per cento della democrazia.»

Una piccola ondata di applausi increspò la sala. Bailey rispose con un largo sorriso e Stenton si alzò; evidentemente, almeno per lui, quella era la fine della presentazione. Ma nella mente di Mae si era formata un’idea, e la sua mano, esitante, si alzò.

«Sì, Mae» disse Bailey, il cui viso era ancora impietrito in un largo sorriso di trionfo.

«Be’, mi chiedo se non potremmo fare un altro passo avanti. Cioè… Be’, veramente non credo che…»

«No, no. Continua, Mae. Hai cominciato bene. Mi piace l’espressione “un altro passo avanti”. È così che si è costruita questa società.»

Mae guardò le facce intorno a lei, sulle quali si poteva leggere un misto d’incoraggiamento e di preoccupazione. Poi i suoi occhi si posarono sul viso di Annie, e poiché quel viso era severo, e insoddisfatto, e pareva aspettarsi, o desiderare, che Mae facesse un passo falso, o si coprisse di ridicolo, Mae si concentrò, trasse un profondo respiro e continuò a gonfie vele.

«Okay, be’, lei stava dicendo che potremmo arrivare a una partecipazione del 100 per cento. E io mi domando perché non potremmo semplicemente procedere a ritroso a partire da quell’obiettivo, facendo tutti i passi cui accennava lei. Usando tutti gli strumenti che abbiamo già.»

Mae si guardò intorno, pronta a tirarsi indietro davanti al primo paio di occhi scettici, ma vide solo curiosità, il lento annuire collettivo di un gruppo abituato alle convalide preventive.

«Va’ avanti» disse Bailey.

«Vorrei solo unire alcuni puntini» disse Mae. «Be’, in primo luogo, siamo tutti d’accordo sul fatto che gradiremmo una partecipazione del 100 per cento: tutti sono pronti a riconoscere che una partecipazione del 100 per cento è l’ideale.»

«Sì» disse Bailey. «È sicuramente l’ideale dell’idealista.»

«E attualmente sono iscritti al Cerchio l’83 per cento degli americani che hanno diritto al voto, no?»

«Sì.»

«E noi stiamo, mi sembra, per fare in modo che gli elettori possano registrarsi, e magari anche votare, attraverso il Cerchio.»

La testa di Bailey ondeggiava, segno che aveva qualche piccolo dubbio, ma lui continuava a sorridere, incoraggiandola con gli occhi. «Un saltino, ma okay. Continua.»

«Allora perché non richiedere che ogni cittadino con diritto di voto abbia un account del Cerchio?»

Nella sala ci fu uno strascichio di piedi, un ansito chiaramente percepibile, specie dei Circler più avanti negli anni.

«Lasciatela finire» disse qualcuno, una voce nuova. Mae si guardò intorno e vide Stenton accanto alla porta. Era a braccia conserte, e i suoi occhi fissavano il pavimento. Alzò lo sguardo verso di lei, per un istante, e annuì bruscamente. Mae ritrovò la bussola.

«Okay, so che la reazione iniziale sarà di resistenza. Cioè, come possiamo pretendere che uno ricorra ai nostri servizi? Ma dobbiamo ricordare che esistono cose di ogni genere che sono obbligatorie per i cittadini di questo paese; e queste cose sono obbligatorie nella maggior parte dei paesi industrializzati. Dovete mandare i figli a scuola? Sì. È obbligatorio. C’è una legge. I bambini devono andare a scuola, o bisogna ricorrere a una forma d’insegnamento privato. Ma è obbligatorio. È obbligatorio anche iscriversi nella lista di leva, no? È obbligatorio liberarsi dei rifiuti in un modo accettabile; non puoi abbandonarli per la strada. Se vuoi guidare una macchina devi avere la patente, e quando viaggi devi mettere la cintura.»

Stenton tornò a farsi sentire. «Chiediamo alla gente di pagare le tasse. E di pagare la previdenza sociale. Di far parte delle giurie.»

«Esatto» disse Mae, «e di pisciare in casa, non per la strada. Insomma, abbiamo diecimila leggi. Ai cittadini degli Stati Uniti chiediamo moltissime cose giuste. Allora, perché non possiamo chiedergli di votare? Lo fanno in dozzine di paesi.»

«Qui era stato proposto» disse uno dei Circler più anziani.

«Non da noi» ribatté Stenton.

«E questa è la mia posizione» disse Mae, facendo a Stenton un cenno con la testa. «Prima non c’era la tecnologia. Cioè, in qualunque altro momento della storia sarebbe stato finanziariamente proibitivo rintracciare ogni abitante, imporgli d’iscriversi nelle liste elettorali e poi assicurarsi che l’avesse fatto. Avremmo dovuto andare porta a porta. Caricare la gente in macchina e portarla alle urne. Tutte queste cose sono impraticabili. Anche nei paesi dov’è obbligatorio, in realtà la legge non viene fatta rispettare. Mentre oggi è possibile. Cioè, tu incroci le liste elettorali con i nomi nel nostro database di TruYou, e troverai immediatamente la metà degli elettori mancanti. Li registri automaticamente e poi, quando viene il giorno delle elezioni, ti assicuri che vadano a votare.»

«E come si fa?» disse una voce femminile. Mae si rese conto che era quella di Annie. Non era una sfida diretta, ma il tono non era amichevole.

«Oh, cribbio» disse Bailey, «in cento modi. È la parte più facile. Quel giorno glielo ricordi dieci volte. O magari quel giorno l’account non gli funziona finché non ha votato. Questa sarebbe la soluzione che preferisco. “Salve, Annie!” potrebbe dire il messaggio. “Prenditi cinque minuti per votare.” E vota per chi vuoi. Lo facciamo per le nostre indagini di mercato. Lo sai, Annie.» E quando pronunciò il suo nome lo fece con un’ombra di disappunto e di ammonimento, come se intendesse dissuaderla dall’aprire bocca un’altra volta. Poi s’illuminò e tornò a rivolgersi a Mae. «E i ritardatari?» chiese.

Mae lo guardò con un sorriso. Aveva la risposta pronta. Consultò il braccialetto. Gli osservatori erano ormai 7.202.821. Una cosa simile non era mai successa.

«Be’, tutti devono pagare le tasse, no? Quante persone lo fanno online, adesso? L’anno scorso, forse l’80 per cento. Cosa sarebbe successo se avessimo smesso di duplicare i servizi e raccolto ogni cosa in un solo sistema unificato? Tu usi l’account del Cerchio per pagare le tasse, iscriverti nelle liste elettorali, pagare le multe, fare qualunque cosa. Cioè, faremmo risparmiare a ogni utente centinaia di ore di scocciature, e collettivamente il paese risparmierebbe miliardi.»

«Centinaia di miliardi» corresse Stenton.

«Esatto» disse Mae. «Le nostre interfacce sono infinitamente più facili da usare, diciamo, della rete di uffici della motorizzazione civile sparsi in tutto il paese. E se tu potessi rinnovare la patente presso di noi? E se ogni servizio governativo potesse essere facilitato attraverso il nostro Web? La gente coglierebbe l’occasione al volo. Invece di visitare cento siti diversi per cento diversi servizi governativi, si potrebbe fare tutto attraverso il Cerchio.»

Annie aprì nuovamente la bocca. Mae sapeva che stava commettendo un errore. «Ma perché il governo» chiese Annie «non dovrebbe semplicemente costruire un analogo servizio completo? Perché dovrebbero avere bisogno di noi?»

Mae non capì se era una domanda retorica o se Annie pensava veramente che fosse un argomento valido. In ogni caso, quasi tutta la sala stava ormai soffocando le risa. Costruire da zero un sistema paragonabile al Cerchio? Mae guardò prima Bailey e poi Stenton. Stenton sorrise, alzò il mento e decise di rispondere personalmente.

«Be’, Annie, un progetto del governo di costruire da zero una simile piattaforma sarebbe ridicolo, costoso e, be’, impossibile. Noi abbiamo già l’infrastruttura e l’83 per cento dell’elettorato. Ti sembra una cosa sensata?»

Annie annuì, con occhi che mostravano paura e rammarico, e forse anche un disdegno che cominciava lentamente a svanire. Il tono di Stenton era noncurante, e Mae sperò che si sarebbe addolcito quando avesse deciso di continuare.

«Oggi più che mai» disse lui, ora con maggiore condiscendenza di prima, «Washington cerca di risparmiare, ed è poco propensa a costruire nuove vaste burocrazie da zero. In questo momento il governo federale spende due miliardi ogni quattro anni per le elezioni presidenziali. Solo per scrutinare i voti di quella particolare elezione, in quel giorno particolare. Prendi ogni Stato e ogni elezione locale, e parliamo di centinaia di miliardi ogni anno in costi inutili per il semplice scrutinio dei voti. Sai che in certi Stati lo fanno ancora su carta? Se noi forniamo gratuitamente questi servizi facciamo risparmiare al governo miliardi di dollari e, cosa più importante, i risultati si conoscerebbero simultaneamente. Capisci la fondatezza dell’argomento?»

Annie annuì con aria cupa e Stenton la guardò, come se la giudicasse in modo nuovo. Poi si rivolse a Mae, invitandola a continuare.

«E se è obbligatorio avere un account TruYou per pagare le tasse o ricevere qualunque servizio governativo» disse lei, «siamo molto vicini ad avere il 100 per cento della cittadinanza. E allora potremo misurare la temperatura di ognuno in ogni momento. Una piccola città vuole che tutti votino su un’ordinanza locale. TruYou conosce l’indirizzo di tutti, così può votare solo chi ha la residenza in quella città. E quando lo fanno, i risultati si conoscono in pochi minuti. Uno Stato vuol vedere cosa pensano i cittadini di una nuova tassa. È lo stesso: dati istantanei, chiari e verificabili.»

«Eliminerebbe ogni ipotesi o congettura» disse Stenton, che si era alzato in piedi, a capotavola. «Eliminerebbe i lobbisti. Eliminerebbe i seggi elettorali. Potrebbe persino eliminare il Congresso. Se possiamo conoscere la volontà del popolo in ogni istante, senza filtro, senza travisamenti o interpretazioni illegittime, questo non finirebbe per eliminare gran parte di Washington?»

La notte era fredda e i venti laceranti, ma Mae non se ne accorse. Tutto le sembrava bello, netto e giusto. Avere l’approvazione dei Saggi, avere forse indirizzato l’intera società in una nuova direzione, avere forse, forse, assicurato un nuovo livello di democrazia partecipata… Possibile che il Cerchio, con la sua nuova idea, arrivasse davvero a perfezionare la democrazia? Possibile che Mae avesse concepito la soluzione di un problema vecchio di mille anni?

Aveva destato qualche preoccupazione, subito dopo la riunione, la prospettiva che una società di capitali a ristretta base azionaria si assumesse la responsabilità di un atto pubblico come il voto. Ma la logica dell’operazione, e i risparmi sottintesi, avevano trionfato. E se i duecento miliardi fossero andati alle scuole? E se fossero andati al sistema sanitario nazionale? Quanti problemi si sarebbero potuti affrontare o risolvere con quei risparmi: risparmi che non si sarebbero fatti solo ogni quattro anni, ma ogni anno, almeno in parte. Eliminare ogni costosa elezione, sostituendola con elezioni istantanee, tutte quasi senza oneri di spesa?

Questa era la promessa del Cerchio. Questa la straordinaria posizione del Cerchio. Questi erano i messaggi che arrivavano. Li lesse mentre viaggiava con Francis, in un treno sotto la baia: erano sorridenti e al settimo cielo, tutt’e due. La gente li riconosceva. Andava incontro a Mae per essere ripresa, e lei non ci badava, quasi non se ne accorgeva, perché le notizie che le dava il braccialetto al polso destro erano troppo buone per poter guardare altrove.

Controllò il braccio sinistro, brevemente; le pulsazioni erano aumentate, la frequenza era a 130. Ma Mae era felice. Quando arrivarono in città, salirono le scale a tre gradini per volta e dal sottosuolo sbucarono in Market Street, immersa in una luce dorata, col Bay Bridge che ammiccava sullo sfondo.

«Cazzarola, quella è Mae!» Chi aveva detto così? Mae vide una coppia di adolescenti che correvano verso di loro, muniti di cuffie e felpe col cappuccio. «Evvai, Mae!» disse l’altro prima che si lanciassero, con lo sguardo incantato di chi ha visto una diva del cinema, giù per le scale, non volendo chiaramente mostrarsi troppo invadenti.

«È stato divertente» disse Francis, seguendoli con gli occhi.

Mae si diresse verso il mare. Pensò a Mercer e lo vide come un’ombra, che scomparve rapidamente. Dal giorno del discorso non aveva più avuto notizie né di lui né di Annie, e non gliene importava. I suoi genitori non avevano detto una parola, e forse non avevano assistito alla sua esibizione, ma questo la lasciava indifferente. L’unica cosa che le interessava era questo momento, questa sera, il cielo sereno e senza stelle.

«Incredibile, com’eri calma e sicura di te» disse Francis, e la baciò: un bacio sulle labbra arido e professionale.

«Sono andata bene?» chiese lei, sapendo che era ridicolo, questa specie di dubbio, sulla scia di un successo evidente come quello, ma volendo sentirsi dire ancora una volta che aveva fatto un buon lavoro.

«Sei stata perfetta» disse lui. «Ti do 100.»

Rapidamente, mentre andavano verso il mare, lei fece scorrere gli ultimi commenti. In particolare, pareva che ci fosse uno zing che sosteneva con calore come tutto questo avrebbe portato o potuto portare al totalitarismo. Mae ebbe un tuffo al cuore.

«Su. Non puoi ascoltare una pazza come questa» disse Francis. «Che ne sa, lei? Un’esaltata con un cappello di stagnola.»  2 Mae sorrise, senza comprendere il significato dell’allusione al cappello di stagnola, ma sapeva di averlo sentito dire da suo padre; pensare a lui che lo diceva le strappò un sorriso.

«Libiamo» disse Francis, e così scelsero una sfavillante birreria sul lungomare con un ampio patio esterno sul davanti. Dovevano ancora avvicinarsi quando, dagli sguardi della schiera di bei ragazzi che stavano bevendo seduti all’aperto, Mae capì di essere stata riconosciuta.

«È Mae!» disse uno.

Un ragazzo, che sembrava ancora troppo giovane per avere il permesso di bere alcolici, accostò il viso alla videocamera di Mae. «Ehi, mamma, sono a casa a studiare.» Una donna di una trentina d’anni, che forse era col ragazzo troppo giovane o forse no, disse, uscendo dall’inquadratura: «Ehi, tesoro, io sono a un book club con le signore. Salutami i bambini!».

La sera era splendente e vertiginosa, e stava passando troppo in fretta. Nel bar sulla riva della baia Mae non poteva quasi fare un passo: era circondata, le offrivano da bere, le davano manate sulla schiena, la toccavano sulla spalla. Piroettò su se stessa per tutta la sera, voltandosi qua e là di qualche grado, come un orologio impazzito, per salutare ogni nuovo ammiratore. Tutti volevano farsi fotografare con lei, sapere quando si sarebbe realizzato tutto questo. Quando avremmo sfondato tutte queste inutili barriere? chiedevano. Ora che la cosa sembrava chiara e abbastanza facile da compiere, nessuno voleva aspettare. Una donna un po’ più grande di lei, con la lingua impastata e un Manhattan in mano, si espresse nel modo migliore, anche se inconsapevolmente: come arrivare, chiese, col bicchiere gocciolante ma l’occhio vispo, come arrivare prima all’inevitabile?

Mae e Francis trovarono un locale più tranquillo in fondo all’embarcadero, dove ordinarono di nuovo da bere e furono raggiunti da un uomo sulla cinquantina. Si sedette con loro senza essere invitato, stringendo un bicchierone tra le mani. In pochi secondi raccontò che studiava in seminario, viveva nell’Ohio ed era ormai avviato al sacerdozio quando aveva scoperto i computer. Allora aveva mollato tutto e si era trasferito a Palo Alto, e per vent’anni, disse, si era sentito estraneo alla spiritualità. Fino a oggi.

«Oggi ho sentito il tuo discorso» disse. «Tu hai fatto tutte le connessioni. Hai trovato un modo per salvare tutte le anime. È quello che facevamo noi in chiesa: cercavamo di arrivare a tutti. Come salvarli tutti? Il lavoro dei missionari, per millenni, è stato questo.» Aveva la lingua impastata anche lui, ma bevve un altro lungo sorso dal bicchiere. «Tu e i tuoi al Cerchio» e qui tracciò un cerchio in aria, orizzontalmente, che a Mae fece pensare a un’aureola «salverete tutte le anime. Metterete tutti nello stesso posto, insegnerete a tutti le stesse cose. Può esistere una sola moralità, un solo complesso di regole. Pensate!» E qui sbatté la mano aperta sul tavolo di ferro, facendo tintinnare il bicchiere. «Ora tutti gli esseri umani avranno gli occhi di Dio. Conoscete questo passo? “Tutte le cose sono nude e aperte sotto gli occhi di Dio.” O qualcosa del genere. Conoscete la Bibbia?» Notando i loro volti inespressivi, gli lanciò un’occhiata beffarda e bevve un altro lungo sorso dal bicchiere. «Ora tutti siamo Dio. Presto ognuno di noi potrà vedere e giudicare tutti gli altri. Vedremo ciò che vede Lui. Articoleremo il Suo giudizio. Incanaleremo la Sua ira e concederemo il Suo perdono. A un livello globale e costante. Tutte le religioni aspettavano questo momento, il momento in cui ogni essere umano diventa un diretto e immediato messaggero della volontà di Dio. Capite quello che sto dicendo?» Mae guardò Francis, che stentava a trattenere le risa. Lui cedette per primo, e lei lo seguì, e scoppiarono in una sghignazzata, cercando di scusarsi, alzando le mani, chiedendogli perdono. Ma l’uomo non ne volle sapere. Si allontanò dal tavolo, poi si voltò per prendere il bicchiere e, finalmente completo, s’incamminò, tutto sbilenco, lungo il mare.

Mae si svegliò accanto a Francis. Erano le sette. Erano crollati a letto nella stanza di lei al dormitorio poco dopo le due. Guardò il telefono, trovando 322 nuovi messaggi. Mentre lo teneva in mano, con gli occhi stanchi e annebbiati, suonò. L’identità di chi aveva chiamato era bloccata, e lei capì che poteva trattarsi solo di Kalden. Lo indirizzò verso la casella vocale. Nel corso della mattinata chiamò un’altra dozzina di volte. Chiamò mentre Francis si alzava, la baciava e tornava nella sua stanza. Chiamò mentre lei era sotto la doccia, mentre si vestiva. Mae si spazzolò i capelli, si aggiustò i braccialetti e si passò la videocamera sopra la testa, e lui richiamò. Lei ignorò la chiamata e aprì i messaggi.

C’era una valanga di messaggi di congratulazioni, da dentro il Cerchio e da fuori, il più interessante dei quali veniva da Bailey in persona, per avvertirla che gli sviluppatori avevano già cominciato ad applicare le sue idee. Avevano lavorato per tutta la notte, in una febbre d’ispirazione, ed entro la fine della settimana speravano di completare il prototipo di una versione delle idee di Mae, da usare prima nel Cerchio e poi, una volta rifinito, da offrire a tutti i paesi dove il seguito del Cerchio era abbastanza forte da rendere attuabile l’iniziativa.

La chiameremo Demoxie, zingò Bailey. È la democrazia con la tua voce e la tua grintaE presto arriverà.

Quel mattino Mae fu invitata nell’ufficio degli sviluppatori, dove trovò una ventina tra grafici e ingegneri, esausti ma ispirati, che evidentemente avevano già preparato una versione di prova della Demoxie. Quando entrò scoppiarono gli applausi, le luci si abbassarono e un solo faretto rimase puntato su una donna dai lunghi capelli neri, sul viso della quale si leggeva una gioia trattenuta a malapena.

«Salve, Mae, salve, osservatori di Mae» disse la donna, con un piccolo inchino. «Mi chiamo Sharma e sono molto contenta, e molto onorata, di essere con voi. Oggi daremo una dimostrazione della primissima forma di Demoxie. Normalmente non agiremmo così in fretta, e in un modo, be’, così trasparente, ma visto il grande interesse del Cerchio per la Demoxie, e la nostra fiducia nella possibilità di adottarla in fretta e globalmente, non abbiamo trovato alcun motivo per ritardare.»

Lo schermo a parete si attivò. Apparve la parola Demoxie, scritta in caratteri spiritosi e collocata dentro una bandiera a righe bianche e blu.

«L’obiettivo è assicurarsi che tutti coloro che lavorano al Cerchio possano intervenire sui problemi che riguardano la loro vita, soprattutto nel campus, ma anche nel mondo esterno. Così, un giorno in cui il Cerchio avrà bisogno di misurare la temperatura della società su un dato problema, i Circler riceveranno un pop-up con la richiesta di rispondere a una o più domande. La svolta sarà veloce ed essenziale. E poiché teniamo moltissimo all’input di ciascuno, gli altri sistemi di posta saranno temporaneamente sospesi fino a quando risponderete. Lasciate che vi faccia vedere.»

Sullo schermo, sotto il logo di Demoxie, la domanda Dovremmo poter scegliere tra più pasti vegetariani a pranzo? era tesa tra due fermalibri con due pulsanti ai lati,  e No.

Mae annuì. «Fa un effettone, ragazzi!»

«Grazie» disse Sharma. «Ora, se permetti, devi rispondere anche tu.» E invitò Mae a toccare o il  o il No sullo schermo.

«Oh» disse Mae. Si avvicinò allo schermo e toccò il . Gli ingegneri applaudirono, gli sviluppatori applaudirono. Sullo schermo apparve una faccia contenta, con le parole Sei stata ascoltata! disposte ad arco sopra la testa. La domanda sparì, sostituita dalle parole Risultato Demoxie: il 75% dei votanti vogliono poter scegliere tra più opzioni vegetariane. Sarà fatto.

Sharma era raggiante. «Vedi? È un esito simulato, naturalmente. In Demoxie non abbiamo ancora tutti, ma la sostanza è questa. Appare la domanda, ognuno sospende per un attimo quello che sta facendo, risponde, e il Cerchio può adottare immediatamente le misure più adeguate conoscendo la piena e completa volontà della popolazione. Incredibile, vero?»

«Sì» disse Mae.

«Immagina una cosa come questa su scala nazionale. Mondiale!»

«Supera la mia immaginazione.»

«Ma l’hai escogitato tu!» disse Sharma.

Mae non sapeva cosa dire. L’aveva inventato lei? Non ne era troppo sicura. Aveva unito qualche puntino: l’efficienza e l’utilità dei questionari di CircleSurvey, il costante obiettivo del Cerchio di una totale saturazione, la speranza universale di una democrazia vera, senza filtri e – questa era la cosa più importante – completa. Adesso era in mano agli sviluppatori del Cerchio, che erano centinaia e i migliori del mondo. Mae disse che lei era solo una persona che aveva collegato alcune idee molto vicine tra loro, e Sharma e la sua squadra sorrisero, raggianti, e le strinsero la mano, e furono tutti d’accordo nel dire che ciò che era stato già fatto stava mettendo il Cerchio, e forse tutta l’umanità, su una significativa nuova strada.

Mae lasciò il Rinascimento e fu accolta, appena fuori dalla porta, da un gruppo di giovani Circler che volevano dirle – tutti sulle punte dei piedi, in preda a un entusiasmo irrefrenabile – che non avevano mai votato e non si erano assolutamente mai interessati di politica, che avevano sempre sentito come una barriera tra loro e il governo, perché in realtà erano senza voce. Le spiegarono che quando il loro voto, o il loro nome su qualche petizione, veniva filtrato prima attraverso l’amministrazione locale, poi dai funzionari dello Stato e finalmente dai loro rappresentanti a Washington, pareva d’inviare un messaggio in bottiglia attraverso un mare vasto e tempestoso. Ma ora, dicevano i giovani Circler, ora si sentivano coinvolti. Se la Demoxie funzionerà, dicevano, per poi mettersi a ridere – quando la Demoxie sarà pienamente realizzata certo che funzionerà, dicevano –, in tal caso avremo finalmente una popolazione davvero impegnata, e quando questo accadrà, certo che il paese e il mondo intero finalmente li ascolteranno, i giovani, e il loro innato idealismo e progressismo rivoluzioneranno il pianeta. Questo è ciò che Mae udì per tutto il giorno, mentre girava per il campus. Quasi non riusciva a passare da un edificio all’altro senza che qualcuno l’abbordasse. “Siamo sull’orlo di un vero cambiamento” dicevano. “Di un cambiamento che avrà luogo alla velocità richiesta dai nostri cuori.”

Ma le chiamate dal numero bloccato continuarono per tutta la mattina. Mae sapeva che era Kalden, e sapeva di non voler avere più niente a che fare con lui. Parlargli, e tanto meno vederlo, ormai sarebbe stato un significativo passo indietro. A mezzogiorno Sharma e la sua squadra annunciarono di essere pronti per il primo vero collaudo della Demoxie in tutto il campus. Alle 12.45 ognuno avrebbe ricevuto cinque domande, e non solo i risultati sarebbero stati tabulati immediatamente, ma, promettevano i Saggi, la volontà del popolo si sarebbe compiuta in giornata.

Mae si trovava al centro del campus, in mezzo a qualche centinaio di Circler che pranzavano, parlando tutti animatamente dell’imminente dimostrazione della Demoxie, quando le venne in mente quel dipinto della Convenzione di Filadelfia, con tutti quegli uomini in panciotto e parrucca incipriata irrigiditi sull’attenti, tutti facoltosi uomini bianchi solo moderatamente interessati a rappresentare altri esseri umani. Erano i fondatori di una forma di democrazia congenitamente viziata, dove si eleggevano solo i ricchi, dove le loro voci si sentivano più forti, dove gli eletti passavano i loro seggi a chiunque, già in possesso degli stessi diritti, ritenessero più appropriato. Forse da allora c’era stato qualche piccolo miglioramento del sistema, ma la Demoxie lo avrebbe sconvolto. La Demoxie era più pura, era l’unica possibilità di arrivare alla democrazia diretta che il mondo avesse mai conosciuto.

Erano le 12.30, e poiché Mae si sentiva forte, e straordinariamente fiduciosa, alla fine cedette e rispose al telefono, sapendo che era Kalden.

«Pronto?» disse.

«Mae» disse lui, concisamente, «sono Kalden. Non pronunciare il mio nome. Ho fatto in modo che l’audio in arrivo non funzioni.»

«No.»

«Mae. Ti prego. È questione di vita o di morte.»

Kalden esercitava su di lei un potere che la umiliava. La faceva sentire debole e docile. In ogni altro comparto della sua vita Mae aveva le redini in pugno, mentre le bastava udire la sua voce per sentirsi tagliare le gambe e lasciarsi indurre a prendere una quantità di decisioni sbagliate. Un minuto dopo era nel bagno con l’audio spento, e lì il telefono tornò a squillare.

«Sono sicura che qualcuno ci sente» disse.

«Nessuno. Abbiamo tempo.»

«Kalden, cosa vuoi?»

«Non puoi farlo. La tua cosa inderogabile, e la reazione positiva che ha ottenuto… Questo è l’ultimo passo verso la chiusura del Cerchio, e non deve succedere.»

«Di che stai parlando? Questo è il punto. Se sei qui da tanto tempo, sai meglio di chiunque altro che questo è sempre stato l’obiettivo del Cerchio, fin dal primo giorno. Voglio dire che è un cerchio, stupido. Deve chiudersi. Dev’essere completo.»

«Mae, in tutto questo tempo, almeno per me, questa cosa è stata la paura, non l’obiettivo. Quando sarà obbligatorio avere un account, e quando tutti i servizi governativi saranno incanalati attraverso il Cerchio, avrai contribuito a creare il primo monopolio tirannico della Terra. Ti sembra una buona idea che una società privata controlli il flusso di tutte le informazioni? Che la partecipazione, decisa da loro, diventi obbligatoria?»

«Tu sai cos’ha detto Ty, no?»

Mae udì un sospiro lungo e rumoroso. «Forse. Cos’ha detto?»

«Ha detto che l’anima del Cerchio è democratica. Che fino a quando l’accesso non sarà aperto a tutti, e libero, nessuno sarà libero. Lo trovi scritto su almeno due o tre mattonelle del campus.»

«Mae. Bene. Il Cerchio è buono. E chi ha inventato TruYou è una specie di genio del male. Ma ora bisogna tirare i freni. O scioglierlo.»

«Che te ne importa? Se non ti piace, perché non te ne vai? Lo so che sei una spia di qualche altra società. O della Williamson. Di qualche politico anarchico e bislacco.»

«Mae, questo è il problema. Sai benissimo che riguarda tutti. Quando è stata l’ultima volta che hai potuto avere un reale contatto con i tuoi genitori? È chiaro che è tutto un casino, ma tu sei in una straordinaria posizione che ti permette d’influenzare importantissimi avvenimenti. Questo è il punto. È l’ora di una svolta nella storia. Pensa se tu avessi potuto essere là prima che Hitler diventasse cancelliere. Prima che Stalin s’impadronisse dell’Europa orientale. Stiamo per renderci responsabili della creazione di un altro impero, molto avido e molto cattivo, Mae. Capisci?»

«Sai che parli proprio come un pazzo?»

«Mae, so che tra un paio di giorni si terrà quel grosso meeting per l’ispezione del plancton. Quello dove i ragazzini vengono a esporre le loro idee, sperando che il Cerchio le compri e li divori.»

«E allora?»

«Ci sarà un grande pubblico. Noi dobbiamo arrivare ai giovani, e alla presentazione delle idee del plancton i tuoi osservatori saranno giovani e saranno tanti. È l’ideale. Saranno presenti anche i Saggi. Devi cogliere questa occasione per avvertire tutti. Bisogna che tu dica: “Pensiamo a cosa significa chiudere il Cerchio”.»

«Vuoi dire “completare”?»

«È lo stesso. Cosa significa per i diritti civili, per la libertà di muoversi, fare tutto ciò che si vuol fare, essere liberi.»

«Tu sei fuori di testa. Non posso credere di…» Mae voleva finire la frase con “essere venuta a letto con te”, ma ormai anche la sola idea le ripugnava.

«Mae, nessuno dovrebbe avere il potere che hanno quelle persone.»

«Riattacco.»

«Mae. Pensaci. Scriveranno canzoni su di te.»

Riattaccò.

Quando vi entrò, la Great Hall rimbombava delle voci di qualche migliaio di Circler. Gli altri erano stati invitati a non abbandonare i posti di lavoro, per mostrare al mondo come la Demoxie avrebbe funzionato a tutti i livelli della società, con Circler che votavano dalle loro scrivanie, sui loro tablet, per telefono e persino retinalmente. Sullo schermo della Great Room un ampio mosaico di videocamere SeeChange faceva vedere i Circler in attesa in ogni angolo di ogni edificio. Sharma aveva spiegato, nel primo di una serie di zing, che una volta diramate le domande di Demoxie la capacità dei Circler di fare altre cose – inviare un messaggio, premere un tasto – sarebbe stata sospesa finché non avessero votato. Qui la democrazia è obbligatoria! disse, e soggiunse, con grande piacere di Mae: Condividere è prendersi cura. Mae pensava di votare sul braccialetto che aveva al polso, e aveva promesso agli osservatori di tener presente anche i loro input, se fossero stati abbastanza svelti. La votazione, rivelò Sharma, non avrebbe dovuto durare più di sessanta secondi.

Poi sullo schermo apparve il logo di Demoxie, e sotto arrivò la prima domanda.

1. Il Cerchio deve offrire più pasti vegetariani a pranzo?

La folla nella Great Hall rise. La squadra di Sharma aveva scelto di cominciare con la domanda che avevano provato. Mae si guardò il polso, vide che qualche centinaio di osservatori aveva inviato degli smile, e allora scelse quell’opzione e premette INVIA. Alzò lo sguardo allo schermo per veder votare i Circler, e in undici secondi tutto il campus aveva fatto la sua scelta e i risultati erano stati tabulati. L’88 per cento del campus voleva più pasti vegetariani a pranzo.

Da Bailey arrivò uno zing: Sarà fatto.

La Great Hall scoppiò in un applauso.

Quindi apparve la domanda seguente: 2. Portereste vostra figlia alla Festa del Lavoro se cadesse due volte l’anno anziché soltanto una?

La risposta fu resa nota in dodici secondi. Il 45 per cento disse di sì. Bailey zingò: Pare che una volta basti, per ora.

Fino a quel momento la dimostrazione era un chiaro successo, e Mae si crogiolava alle congratulazioni dei Circler in sala, di quelli sul polso e degli osservatori da tutto il mondo. Poi apparve la terza domanda, e nella sala esplose una risata.

3. John, Paul o… Ringo?

La risposta, che richiese sedici secondi, provocò una salva di applausi sorpresi. Aveva vinto Ringo, col 64 per cento dei voti. John e Paul erano quasi alla pari, con 20 e 16.

La quarta domanda fu preceduta da sobrie istruzioni: Immaginate che la Casa Bianca chieda l’opinione non filtrata dei suoi elettori. E immaginate di avere la capacità diretta e immediata d’influenzare la politica estera statunitense. Fate con comodo, questa volta. Potrebbe venire il giorno – venisse, quel giorno – in cui si ascolterà la voce di tutti gli americani in questi campi.

Le istruzioni scomparvero e arrivò la domanda:

4. Le agenzie di controspionaggio hanno localizzato Mohammed Khalil al-Hamed, il cervello di un progetto terroristico, in un’area scarsamente popolata del Pakistan rurale. Dovremmo inviare un drone per ucciderlo, considerando la possibilità di moderati danni collaterali?

Mae trattenne il respiro. Sapeva che quella era solo una dimostrazione, ma il potere sembrava reale. E pareva giusto. Perché non tener conto della saggezza di trecento milioni di americani nel prendere una decisione che li riguardava tutti? Mae fece una pausa, rifletté, soppesò i pro e i contro. I Circler in sala sembravano prendere quella responsabilità con la sua stessa serietà. Quante vite si sarebbero salvate uccidendo al-Hamed? Potevano essere migliaia, e il mondo si sarebbe sbarazzato di un uomo malvagio. Sembrava che valesse la pena di correre il rischio. Mae votò sì. Il risultato arrivò dopo un minuto e undici secondi: il 71 per cento dei Circler erano favorevoli all’invio di un drone. Una cappa di silenzio cadde sulla sala.

Quindi apparve l’ultima domanda:

5. Mae Holland è fichissima o no?

Mae rise, e la sala rise, e lei arrossì, pensando che era un po’ troppo. Decise che su questa domanda non poteva votare, data l’assurdità di esprimere un voto in un senso o nell’altro, e si guardò semplicemente il polso che, come si accorse subito, era bloccato. Sul piccolo schermo la domanda lampeggiava freneticamente. Tutti i Circler devono votare, diceva lo schermo, e Mae ricordò che il rilevamento non poteva essere completo finché ogni Circler non avesse registrato la sua opinione. Poiché si sentiva un’idiota a darsi della “fichissima”, schiacciò “frown”, pensando che sarebbe stato l’unico, e che avrebbe strappato una risata.

Ma quando si contarono i voti, pochi secondi dopo, risultò che non era stata l’unica a inviare un frown. Il voto in percentuale era di 97 smile contro 3 frown, e indicava che nella stragrande maggioranza i suoi colleghi la trovavano fichissima. Quando i numeri apparvero sullo schermo grida d’entusiasmo riempirono la Great Room, e Mae ricevette pacche sulle spalle da tutti quelli che le passavano davanti per uscire, con l’impressione che l’esperimento avesse avuto un successo monumentale. E anche lei la pensava così. Sapeva che la Demoxie funzionava e che il suo potenziale era illimitato. E sapeva di doversi rallegrare per quel 97 per cento del campus che la trovava fichissima. Però, mentre usciva dalla sala e cominciava ad attraversare il campus, riuscì solo a pensare al 3 per cento che non la trovava fichissima. Fece i suoi calcoli. Se ora i Circler erano 12.318 – avevano appena creato a Filadelfia una startup specializzata nella ludicizzazione dell’edilizia abitativa a costi contenuti – e ognuno di essi aveva votato, voleva dire che 369 persone le avevano inviato un frown, cioè la trovavano tutt’altro che fichissima. No, 368. Si era data un frown lei stessa, credendo che sarebbe stata l’unica.

Si sentiva stordita. Si sentiva nuda. Attraversò il centro benessere, guardando i corpi sudati che salivano e scendevano dalle macchine, e si chiese chi tra loro le aveva votato contro. Trecentosessantotto persone la detestavano. Era distrutta. Lasciò il club e cercò un posto tranquillo dove raccogliere le idee. Optò per il terrazzo in cima all’edificio, vicino a dove aveva lavorato all’inizio, dove Dan le aveva parlato per la prima volta dell’impegno del Cerchio verso la comunità. Da dove si trovava in quel momento era una passeggiata di sette o ottocento metri, e Mae non era certa di potercela fare. Si sentiva pugnalata. Era stata pugnalata. Chi erano queste persone? Cosa gli aveva fatto? Non la conoscevano. O la conoscevano? E che razza di membro della comunità poteva essere chi inviava un frown a una come Mae, che lavorava infaticabilmente con loro, per loro, in piena vista?

Stava cercando di non lasciarsi andare. Sorrideva quando incontrava altri Circler. Accettava le congratulazioni e la riconoscenza, chiedendosi ogni volta chi di loro fosse un bugiardo, chi di loro avesse premuto il pulsante di quel frown, perché premere quel pulsante era come tirare un grilletto. Proprio così. Si sentiva piena di buchi, come se ognuno di loro le avesse sparato alle spalle, codardi che la stavano riducendo un colabrodo. Poteva a malapena stare in piedi.

E poi, un momento prima di raggiungere la sua vecchia sede, vide Annie. Da mesi non avevano naturali interazioni, ma il viso di Annie si riempì immediatamente di una luce che parlava di felicità. «Ehi!» esclamò, lanciandosi avanti per abbracciarla.

Gli occhi di Mae s’inumidirono di colpo, e la sua mano li asciugò, mentre si sentiva sciocca, giubilante e confusa. Tutti i pensieri di Annie tra cui era combattuta furono, per un momento, spazzati via.

«Come te la passi? Bene?» le chiese.

«Sì. Sì. Stanno succedendo tante belle cose» disse Annie. «Hai saputo del progetto PastPerfect?»

Allora Mae avvertì qualcosa nella sua voce, un segno che Annie stava parlando in primo luogo al pubblico che lei aveva intorno al collo. Mae riprese il filo del discorso.

«Be’, me ne avevi esposto la sostanza. Che novità ci sono a proposito di PastPerfect, Annie?»

Mentre la guardava, e si mostrava interessata da quello che Annie diceva, la mente di Mae era altrove: anche Annie le aveva inviato un frown? Forse solo per farle abbassare un po’ la cresta? E lei, quanti voti avrebbe avuto in un’elezione con Demoxie? Poteva superare il 97 per cento? Chi poteva farlo?

«Oddio, tante cose, Mae. Come sai, PastPerfect è in cantiere da molti anni. È quello che potresti chiamare il progetto più agognato di Eamon Bailey. E se usassimo – ha pensato lui – la forza del Web, e del Cerchio e dei suoi miliardi di iscritti, per cercare di riempire le lacune nella nostra storia personale, e nella storia in generale?»

Mae, notando gli sforzi che faceva la sua amica, non poté che cercare di eguagliare il suo poco plausibile entusiasmo.

«Accidenti, sembra incredibile. L’ultima volta che abbiamo parlato stavano cercando un volontario che accettasse di farsi mappare per la prima volta tutti gli ascendenti. L’hanno trovato?»

«Be’, sì, Mae, sono lieta che tu me l’abbia chiesto. Hanno trovato quella persona, e quella persona sono io.»

«Oh, bene. Allora, in realtà non hanno ancora scelto, eh?»

«No, in realtà» disse Annie, abbassando la voce, tanto da somigliare all’improvviso molto di più alla vera Annie. Poi tornò a illuminarsi, alzando la voce di un’ottava. «Sono io!»

Mae aveva imparato ad attendere prima di parlare – la trasparenza le aveva insegnato a misurare ogni parola – e ora, anziché dire: “Mi aspettavo un novellino, uno senza troppa esperienza. O perlomeno un lottatore, uno che sta cercando di fare qualche grande passo avanti in PartiRank, o d’ingraziarsi i Saggi. Ma tu?”, si accorse che Annie era, o sentiva di essere, in una situazione che richiedeva una spinta, un incentivo. E così si era offerta spontaneamente.

«Ti sei offerta spontaneamente?»

«Sì. Sì» disse Annie, guardando Mae, ma come se fosse davvero trasparente. «Più ne sentivo parlare, più mi veniva voglia di essere la prima. Come tu sai bene, ma i tuoi osservatori potrebbero ignorare, la mia famiglia è arrivata sul Mayflower» e qui Annie alzò gli occhi al cielo «e anche se tra i nostri avi abbiamo persone di alto livello, ci sono tante cose che ignoro.»

Mae era ammutolita. Annie le sembrava impazzita. «E sono tutti d’accordo? I tuoi genitori?»

«Sono eccitatissimi. Credo siano sempre stati molto fieri del nostro retaggio, e la possibilità di condividerlo con la gente, e scoprire strada facendo qualcosa sulla storia del paese, be’, li ha veramente interessati. A proposito di genitori, i tuoi come stanno?»

Mio dio, che strano, pensò Mae. C’erano tanti livelli in tutto questo, e mentre la sua mente li contava, li mappava e li nominava, il suo viso e la sua bocca dovevano sostenere questa conversazione.

«Stanno bene» disse, anche se sapeva, come lo sapeva Annie, di non essersi messa in contatto con loro per settimane. Le avevano fatto avere, attraverso una cugina, notizie della salute, che era buona, ma avevano lasciato la loro casa, anzi erano “fuggiti”: questa l’unica parola che avevano usato nel loro breve messaggio, in cui dicevano a Mae che non doveva preoccuparsi di niente.

Mae chiuse la conversazione con Annie e continuò ad attraversare lentamente il campus, con la testa annebbiata, sapendo che Annie doveva essere contenta di come le aveva dato sue notizie, gettandole fumo negli occhi e colmandola di confusione, il tutto in un solo breve incontro. Annie era stata messa al centro del progetto PastPerfect e nessuno aveva detto niente a Mae, facendole fare una figura da idiota. Senza dubbio, l’obiettivo di Annie doveva essere quello. E perché proprio Annie? Non aveva senso rivolgersi a lei, quando sarebbe stato più facile affidarlo a Mae; Mae era già trasparente.

Mae capì che a chiederlo doveva essere stata proprio lei. Annie aveva strappato ai Saggi quell’incarico. A renderlo possibile erano stati gli stretti rapporti che aveva con loro. Dunque, Mae non era così vicina alla cupola come credeva; Annie aveva ancora uno status particolare. Era sempre stato così: la schiatta di Annie, il vantaggio iniziale, i vari e antichi privilegi di cui godeva, inchiodavano Mae al secondo posto. Sempre seconda, come una specie di sorellina che non avesse mai la possibilità di succedere alla maggiore, più grande di lei, per sempre. Mae si sforzava di restare calma, ma i messaggi che le arrivavano sul polso erano chiari: gli osservatori vedevano la sua frustrazione, il suo sconforto.

Aveva bisogno di respirare. Aveva bisogno di riflettere. Ma nella sua testa c’erano troppi pensieri. C’era il ridicolo tatticismo di Annie. C’era questa pagliacciata di PastPerfect, l’incarico che avrebbe dovuto toccare a lei. Che dipendesse dal fatto che i suoi genitori avevano sbarellato? E dov’erano i suoi genitori, comunque? Perché sabotavano tutto ciò per cui Mae lavorava? Ma per cosa lavorava, poi, se 368 Circler disapprovavano quello che faceva? Trecentosessantotto persone che evidentemente nutrivano per lei un odio profondo, tale da spingerli a premere un bottone: per farle conoscere direttamente la misura della loro grande antipatia, sapendo che così Mae avrebbe saputo immediatamente quali erano i loro sentimenti. E questa mutazione cellulare che tanto preoccupava lo scienziato scozzese? Una mutazione cancerosa che forse era già all’opera dentro di lei, provocata da errori nella dieta? Era successo veramente? E… merda, pensò, mentre le si chiudeva la gola, aveva davvero inviato un frown a un gruppo di paramilitari guatemaltechi armati fino ai denti? E se avessero avuto dei contatti proprio lì? C’erano sicuramente molti guatemaltechi in California, e senza dubbio sarebbero stati più che contenti di avere un trofeo come lei, di punirla per il suo disprezzo. Cazzo, pensò. Cazzo. Sentiva un dolore interno, un dolore che stava aprendo le sue ali nere dentro di lei. E veniva, prima di tutto, dalle 368 persone che evidentemente la odiavano così tanto da desiderare che se ne andasse. Un conto era inviare un frown in Centroamerica, ma inviarlo entro i limiti del campus? Chi l’avrebbe fatto? Perché al mondo c’era tanta animosità? E poi un pensiero le si affacciò alla mente, in un lampo fulmineo e blasfemo: non voleva sapere quello che sentivano. Il lampo si allargò trasformandosi in qualcosa di più grande, l’idea ancora più blasfema che il suo cervello conteneva troppe cose. Che il volume di informazioni, di dati, di giudizi, di misure, era troppo grande, e che c’era troppa gente, e troppi desideri di troppa gente, e troppe opinioni di troppa gente, e troppe sofferenze di troppa gente, e che raccogliere, collazionare, sommare e aggregare tutto questo costantemente, e vederselo presentare come se queste operazioni lo rendessero più ordinato e più maneggevole… era troppo. Ma no. No, non è vero, disse la parte migliore del suo cervello. No. Tu sei stata ferita da queste 368 persone. Ecco la verità. Era stata ferita da loro, dai 368 voti che volevano ucciderla. Ognuno di essi la preferiva morta. Almeno non l’avesse saputo. Almeno avesse potuto tornare alla vita che faceva prima di questo 3 per cento, quando poteva attraversare il campus salutando, sorridendo, chiacchierando oziosamente, mangiando, condividendo contatti umani, senza sapere cosa c’era nel profondo del cuore di quel 3 per cento. Disapprovarla, piantare il dito in quel bottone, colpirla a quel modo, era una specie di omicidio. Il polso di Mae lampeggiava di messaggi angosciati, a dozzine. Con l’aiuto delle videocamere SeeChange del campus, gli osservatori la vedevano là ferma, impalata, col viso contorto in un’orrenda maschera di rabbia.

Doveva far qualcosa. Tornò alla CE, salutò con un cenno Jared e gli altri, e aprì il rubinetto dei messaggi.

In brevissimo tempo aveva risposto alla domanda di un piccolo fabbricante di gioielli di Praga, era entrata nel suo sito, aveva trovato il suo lavoro curioso e affascinante, e l’aveva detto: ad alta voce, e in uno zing che in dieci minuti produsse un astronomico Conversion Rate e un Retail Raw di 52.098 euro. Si mise a disposizione di un grossista di mobili ecologicamente sostenibili della Carolina del Nord, Design for Life, il quale, dopo aver ottenuto una risposta, le chiese di riempire un questionario per i clienti che, alla sua età e nella sua fascia di reddito, lui giudicava particolarmente importante: aveva bisogno di altre informazioni sulle preferenze dei clienti con lo stesso profilo demografico. Mae eseguì, e fece anche dei commenti su una serie di fotografie del figlio del suo contatto a Design for Life, Sherilee Fronteau, alla sua prima lezione di T-ball. Quando ebbe commentato le fotografie, Mae ricevette un messaggio in cui Sherilee la ringraziava e insisteva per averla qualche volta a Chapel Hill, dove le avrebbe presentato suo figlio Tyler e offerto un barbecue fatto a regola d’arte. Mae accettò, sentendosi molto felice di avere questa nuova amica sull’altra sponda, e passò al secondo messaggio, di un cliente, Jerry Ulrich, di Grand Rapids, nel Michigan, che gestiva una società di furgoni refrigerati. Voleva che Mae inoltrasse un messaggio sui servizi della società a tutti i nomi sulla sua lista, perché ce la stavano mettendo tutta per aumentare la loro presenza in California, e ogni aiuto sarebbe stato apprezzato. Mae gli zingò che l’avrebbe detto a tutte le persone che conosceva, cominciando dai 14.611.002 follower che aveva, e lui rispose che era entusiasta di quella presentazione e avrebbe gradito ricevere offerte di lavoro o commenti da tutti i 14.611.002 corrispondenti: 1556 dei quali gli mandarono immediatamente i loro saluti e gli assicurarono che avrebbero diffuso la notizia anche loro. Poi, mentre si godeva la valanga di messaggi, chiese a Mae come poteva fare sua nipote, che in primavera si sarebbe laureata all’Eastern Michigan University, ad avere un posto al Cerchio; lavorare lì era il suo sogno: doveva trasferirsi sulla costa occidentale per essere più vicina o sperare di ottenere un colloquio basandosi esclusivamente sul proprio curriculum vitae? Mae lo indirizzò al dipartimento delle HR, e gli diede qualche suggerimento. Aggiunse la nipote alla lista dei contatti e s’impegnò a seguirne gli sviluppi, nel caso avesse chiesto veramente di lavorare lì. Un cliente, Hector Casilla di Orlando, in Florida, le parlò del suo interesse per gli uccelli e le inviò alcune delle sue foto, che Mae elogiò e aggiunse al proprio photo cloud. Hector le chiedeva di giudicarle, perché questo gli avrebbe forse permesso di distinguersi nel gruppo di photo-sharing in cui stava cercando di entrare. Mae lo fece, e lui ne fu estasiato. In pochi minuti, le disse, qualcuno del gruppo di photo-sharing era rimasto profondamente colpito dal fatto che un Circler in carne e ossa avesse notato il suo lavoro. Così Hector tornava a ringraziarla e le mandava un invito a una mostra collettiva alla quale avrebbe partecipato quell’inverno, a Miami Beach; e Mae rispose che, se in gennaio si fosse trovata a passare da quelle parti, l’avrebbe sicuramente visitata; e Hector, forse fraintendendo la misura del suo interesse, la mise subito in contatto con sua cugina Natalia, proprietaria di un bed & breakfast a soli quaranta minuti da Miami, che se Mae avesse deciso di venire poteva farle un prezzo di favore: erano bene accetti anche gli amici. Allora Natalia le inviò un messaggio con le tariffe del B&B che, le faceva notare, erano flessibili, se avesse voluto fermarsi per tutta la settimana. Pochi istanti dopo Natalia fece seguire al primo un altro lungo messaggio pieno di link ad articoli e immagini dell’area di Miami, descrivendo le tante attività possibili d’inverno: pesca sportiva, jet-ski, ballo. Mae continuò a lavorare, sentendo quello strappo che ben conosceva, vedendo la crescente oscurità, ma passandovi attraverso, uccidendola col suo lavoro, fino a quando, finalmente, notò l’ora: le 22.32.

Era rimasta alla CE per più di quattro ore. Raggiunse i dormitori, sentendosi assai meglio, sentendosi tranquilla, e trovò Francis a letto, che armeggiava col tablet, il viso incollato ai protagonisti dei suoi film preferiti. «Guarda questo» disse, e le mostrò la sequenza di un film d’azione dove, invece di Bruce Willis, il protagonista ora sembrava Francis Garaventa. Il software era quasi perfetto, disse, e poteva essere usato anche dai bambini. Il Cerchio lo aveva appena acquistato da una startup di tre persone di Copenaghen.

«Credo che domani vedrai altra roba nuova» disse Francis, e Mae si ricordò della riunione per l’ispezione del plancton. «Sarà divertente. Qualche volta le idee sono anche buone. E a proposito di buone idee…» Al che Francis se la tirò addosso e la baciò, e tenendola per i fianchi se l’aggiustò sopra, e per un attimo Mae pensò che stavano per avere qualcosa di simile a una vera esperienza sessuale, ma proprio quando cominciava a togliersi la camicetta vide Francis strizzare gli occhi e scattare in avanti, e capì che aveva già finito. Dopo essersi cambiato e lavato i denti, chiese a Mae di dargli un voto, e lei gli diede 100.

Mae aprì gli occhi. Erano le 4.17. Francis dormiva silenziosamente, voltandole le spalle. Chiuse gli occhi, ma riusciva a pensare solo alle 368 persone che – ormai sembrava lapalissiano – avrebbero voluto che non fosse mai nata. Doveva tornare al fiume di messaggi della CE. Si mise a sedere sul letto.

«Che succede?» disse Francis.

Lei voltò la testa e vide che lui la guardava fisso.

«Niente. Solo questa storia della votazione con Demoxie.»

«Non devi preoccuparti. È solo qualche centinaio di persone.»

Tese la mano verso di lei, e quando cercò di consolarla dall’altra sponda del letto il suo gesto era più quello di uno che volesse semplicemente strofinarle la schiena.

«Ma chi sono?» disse Mae. «Ora mi tocca andare in giro per il campus senza sapere chi mi vuole morta.»

Francis si mise a sedere. «Perché non vai a vedere, allora?»

«Vedere cosa?»

«Chi ti ha contestato. Dove credi di essere? Nel diciottesimo secolo? Questo è il Cerchio. È possibile scoprire chi ti ha votato contro.»

«È trasparente?»

Mae si sentì una sciocca nel momento stesso in cui faceva la domanda.

«Vuoi che guardi?» disse Francis, e in tre secondi fu davanti al tablet, facendone scorrere le pagine. «Ecco la lista. È pubblica: ecco il bello della Demoxie.» Mentre leggeva la lista socchiuse gli occhi. «Oh, questa non è una sorpresa.»

«Cosa?» disse Mae, con un tuffo al cuore. «Chi?»

«Mister Portogallo.»

«Alistair?»

Mae aveva la testa in fiamme.

«Che bastardo» disse Francis. «Insomma. Vada a farsi fottere. Vuoi tutta la lista?» Francis girò il tablet verso di lei, ma prima di rendersi conto di quello che faceva Mae si ritrasse, con gli occhi chiusi. Restò in piedi in un angolo della stanza, coprendosi il viso con le braccia.

«Ehi» disse Francis. «Non è mica un animale con la rabbia. Sono semplici nomi in una lista.»

«Basta» disse Mae.

«Quasi tutte queste persone probabilmente non volevano nemmeno farlo. E ad alcune so per certo che sei simpatica.»

«Basta. Basta.»

«Okay, okay. Vuoi che spenga, allora?»

«Ti prego.»

Francis obbedì.

Mae andò in bagno e chiuse la porta.

«Mae?» Francis era dall’altro lato.

Lei aprì la doccia e si spogliò.

«Posso entrare?»

Sotto l’acqua scrosciante Mae si calmò. Allungò la mano verso il muro e accese la luce. Sorrise, pensando che la sua reazione alla lista era stupida. Naturalmente i voti erano pubblici. In una vera democrazia, in una forma più pura di democrazia, la gente non avrebbe avuto paura di votare e, cosa più importante, non avrebbe temuto di essere considerata responsabile di quei voti. Toccava a lei, ora, sapere chi erano quelli che la contestavano e conquistarli. Forse non subito. Aveva bisogno di tempo per prepararsi, ma avrebbe saputo – doveva sapere, era sua responsabilità sapere – e, quando avesse saputo, il lavoro per correggere quei 368 sarebbe stato semplice e onesto. Annuiva, e sorrise quando si rese conto che era sola nella doccia e annuiva. Ma non poteva farne a meno. L’eleganza di tutto questo, la purezza ideologica del Cerchio, della vera trasparenza, le dava un senso di pace, la consapevolezza di una logica e di un ordine che le scaldavano il cuore.

1. “Baci e abbracci”.

2. Espressione tipicamente americana dai diversi significati: in questo caso, “con la paranoia dei complotti”.

Il gruppo era una splendida e variopinta coalizione di giovinezza, capelli rasta e lentiggini, occhi azzurri, verdi e marrone. Si sporgevano tutti in avanti dalle sedie, col viso acceso. Ognuno di essi aveva quattro minuti per presentare la sua idea al trust dei cervelli del Cerchio, compresi Bailey e Stenton, che erano in sala e stavano parlando fitto fitto con altri membri della Gang dei 40, e con Ty, che appariva in teleconferenza. Era seduto altrove, in una stanza candida e vuota, con la solita felpa troppo grande, e guardava, senza mostrarsi né annoiato né visibilmente interessato, dritto nell’obiettivo e nella sala. Ed era lui, tanto quanto o addirittura più degli altri Saggi o dei Circler più anziani, che i presentatori volevano impressionare. In un certo senso, erano i suoi figli: tutti motivati dal suo successo, dalla sua giovane età, dalla sua capacità di vedere le idee in azione, mentre personalmente restava appartato, ma anche furiosamente produttivo. Anche questo volevano, e volevano i soldi che, come sapevano bene, andavano di pari passo con il ruolo.

Era questa l’assemblea di cui aveva parlato Kalden, dove, ne era certo, ci sarebbe stato il massimo di visibilità e dove, insisteva, Mae avrebbe dovuto dire a tutti i suoi osservatori che il Cerchio non poteva chiudersi, che il suo Completamento avrebbe portato a una specie di battaglia decisiva. Mae non lo aveva più sentito dal giorno di quella conversazione nel bagno, e ne era lieta. Adesso era sicura, più che mai, che fosse una specie di hacker-spia, infiltrato da qualche potenziale concorrente, che cercava di mettere lei e chiunque altro contro la società per farla esplodere dall’interno.

Cancellò dalla mente tutti i pensieri che lo riguardavano. Questo forum sarebbe andato bene, lo sentiva. Dozzine di Circler erano stati reclutati così: venivano al campus come aspiranti, presentavano un’idea, e quell’idea veniva acquistata su due piedi e l’aspirante assunto poco dopo. Jared era stato assunto così, e anche Gina. Era uno dei modi più attraenti di entrare nella società: illustrare un’idea, farla comprare, essere compensato con un impiego e un pacchetto di stock option, e vedere quell’idea realizzata in quattro e quattr’otto.

Mae spiegò tutto questo agli osservatori mentre la gente si accomodava nella sala. C’erano una cinquantina di Circler, i Saggi, la Gang dei 40 e alcuni assistenti, schierati davanti a una fila di aspiranti, alcuni dei quali ancora adolescenti, tutti seduti in attesa del proprio turno.

«Sarà molto emozionante» disse Mae agli osservatori. «Come sapete, questa è la prima volta che trasmettiamo una seduta degli aspiranti.» Per un pelo non aveva detto “plancton”, ed era felice di essersi mangiata quella parola offensiva prima di averla pronunciata. Abbassò lo sguardo al polso. C’erano 2,1 milioni di spettatori, anche se lei prevedeva che sarebbero aumentati rapidamente.

Il primo studente, Faisal, non dimostrava più di vent’anni. La sua pelle aveva la lucentezza del legno laccato, e la sua proposta era estremamente semplice: invece d’ingaggiare con una data persona interminabili piccole battaglie per determinare se la sua attività di compratore poteva o non poteva essere controllata, perché non venire a patti? Ai consumatori particolarmente appetibili, se avessero accettato di usare CircleMoney per tutti i loro acquisti, e deciso di rendere accessibili ai CirclePartner le loro abitudini e le loro preferenze di acquirenti, il Cerchio avrebbe garantito sconti, distribuito punti e offerto rimborsi alla fine di ogni mese. Sarebbe stato come avere chilometri in più per la persona che prende spesso l’aereo usando la stessa carta di credito.

Mae sapeva che lei, personalmente, un patto simile l’avrebbe firmato, e pensò che, per estensione, milioni di persone avrebbero fatto lo stesso.

«Molto interessante» disse Stenton, e Mae in seguito avrebbe imparato che quando lui diceva “molto interessante” intendeva dire che avrebbe comprato quell’idea e assunto il suo inventore.

La seconda proposta venne da una donna afroamericana che dimostrava poco più di vent’anni. Si chiamava Belinda e la sua idea, disse, avrebbe eliminato il pregiudizio razziale nei controlli dei poliziotti e degli addetti alla sicurezza degli aeroporti. Mae cominciò ad annuire; era questo che amava della sua generazione, la sensibilità alle istanze di giustizia sociale, la capacità di affrontarle con gli strumenti del Cerchio e di risolverle chirurgicamente. Belinda presentò il video di una strada cittadina piena di traffico con qualche centinaio di persone che andavano su e giù, ignare di essere osservate.

«Ogni giorno la polizia ferma persone per quella che chiamano, ironicamente, “guida in stato di pelle nera” o “scura”» disse Belinda pacatamente, «e ogni giorno giovani afroamericani vengono fermati per la strada, sbattuti contro un muro, perquisiti, privati dei loro diritti e della loro dignità.»

E per un attimo Mae pensò a Mercer, e avrebbe voluto che sentisse. Sì, a volte certe applicazioni di Internet potevano essere un tantino grossolane e commerciali, ma per ogni applicazione commerciale ce n’erano tre come questa, applicazioni fattive che utilizzavano il potere della tecnologia per migliorare il genere umano.

Belinda continuò: «Queste pratiche servono solo a creare più animosità tra le persone di colore e la polizia. Vedete questa folla? È formata per lo più da ragazzi di colore, no? Una macchina della polizia attraversa un’area come questa, e sono tutti sospetti, no? Ognuno di questi uomini potrebbe essere fermato, perquisito, trattato con disprezzo. Ma le cose non dovrebbero andare in questo modo».

Poi, sullo schermo, in mezzo alla folla, tre uomini presero a splendere di una luce arancione e rossa. Continuarono a camminare, ad agire normalmente, ma erano inondati di colore, come se fosse stato puntato su di loro un faro munito di trasparenti colorati.

«I tre uomini che vedete spiccare in arancione e in rosso sono dei pregiudicati. L’arancione indica un criminale di basso livello: un uomo condannato per piccoli furti, possesso di droga, reati nonviolenti e in gran parte senza vittime.» Nell’inquadratura c’erano due uomini che mandavano bagliori arancioni. Ma ce n’era un altro, un uomo di una cinquantina d’anni dall’aria abbastanza innocua, che, avvicinandosi alla videocamera, sembrava tinto di rosso da capo a piedi. «L’uomo segnato in rosso, invece, è stato condannato per reati gravi. È stato ritenuto colpevole di rapina a mano armata, tentata violenza carnale, ripetute aggressioni.»

Mae voltò la testa e vide Stenton che ascoltava estasiato, con la bocca leggermente aperta.

Belinda continuò. «Stiamo vedendo quello che vedrebbe un poliziotto se fosse equipaggiato con SeeYou. È un sistema abbastanza semplice di interfaccia retinica. Lui non deve fare niente. Passa lo sguardo sulla folla e vede immediatamente tutte le persone con precedenti condanne. Immaginate di essere un poliziotto di New York. All’improvviso una città di otto milioni di abitanti diventa infinitamente più gestibile, quando sai dove concentrare le energie.»

Stenton intervenne. «Come fanno a saperlo? Una specie di chip?»

«Forse» disse Belinda. «Potrebbe essere un chip, se potessimo innestarlo. Altrimenti, sarebbe ancora più facile mettere un braccialetto. Stiamo usando braccialetti alla caviglia da decenni, ormai. Lo modifichi in modo che il braccialetto possa essere letto dalla retina, così diventa possibile rilevarlo. Naturalmente» disse, guardando Mae con un largo sorriso, «si potrebbe anche applicare la tecnologia di Francis e innestare un chip. Ma immagino che questo presenterebbe qualche difficoltà dal punto di vista legale.»

Stenton si appoggiò allo schienale. «Forse, o forse no.»

«Be’, ovviamente quello sarebbe l’ideale» disse Belinda. «E sarebbe una cosa permanente. Sapresti in ogni momento chi sono i delinquenti, mentre il braccialetto può essere sempre manomesso o tolto. E poi qualcuno potrebbe sostenere che dovrebbe essere tolto dopo un certo tempo. Cancellando i trasgressori.»

«È una prospettiva che detesto» disse Stenton. «La comunità ha il diritto di sapere chi ha commesso dei reati. È una cosa assolutamente ragionevole. È così che hanno trattato gli stupratori per decenni. Se commetti un reato sessuale vieni iscritto in un registro. Il tuo indirizzo diventa pubblico, tu devi contattare il vicinato, presentarti, tutto questo perché la gente ha il diritto di sapere chi vive nel quartiere.»

Belinda annuiva. «Giusto, giusto. È naturale. E così, in mancanza di una parola migliore, metti un’etichetta sui pregiudicati, e da allora in poi, se sei un agente di polizia, invece di andare su e giù perquisendo tutti quelli che hanno la pelle nera o scura, o che portano calzoni larghi a vita bassa, pensate invece se poteste usare un’interfaccia retinica che permettesse di vedere i criminali incalliti a colori: giallo per i pregiudicati di basso livello, arancione per quelli nonviolenti ma un po’ più pericolosi e rosso per quelli veramente pericolosi.»

Stenton allora si protese verso di lei. «Prova a fare un passo avanti. I servizi segreti possono creare istantaneamente una rete di tutti i contatti di un individuo sospetto, i membri di un complotto. Bastano pochi secondi. Mi chiedo se non potremmo ricorrere a variazioni di colore, per prendere in considerazione quelli che potrebbero essere i complici di un criminale, anche se personalmente non sono stati ancora né arrestati né condannati. Come sai, molti boss della malavita non hanno mai subito condanne.»

Belinda annuiva energicamente. «Sì. Assolutamente» disse. «E in questi casi si potrebbe utilizzare un dispositivo mobile per marcare quella persona, dato che non avresti il beneficio di una condanna per assicurarti il chip o il braccialetto obbligatorio.»

«Giusto. Giusto» disse Stenton. «Ma ci sono delle possibilità. Belle cose a cui pensare. Mi interessa.»

Belinda avvampò, si sedette e cercò di mostrare la propria nonchalance sorridendo a Gareth, l’aspirante successivo, che si alzò, nervoso e con gli occhi sbarrati. Era un uomo alto con i capelli color melone, e quando si sentì al centro dell’attenzione sbottò in un sorriso timido e sbilenco.

«Ecco, bene o male, la mia idea è simile a quella di Belinda. Quando ci siamo accorti che stavamo lavorando su progetti analoghi, abbiamo collaborato un pochino. La cosa più importante che abbiamo in comune è che siamo interessati alla sicurezza, tutt’e due. Credo che il mio piano eliminerebbe la criminalità isolato per isolato, quartiere per quartiere.»

Si avvicinò allo schermo e mostrò il modello tridimensionale di un piccolo quartiere di quattro isolati, venticinque case. Gli edifici erano messi in risalto da righe di un verde brillante e permettevano agli spettatori di guardare all’interno; a Mae ricordarono certe rappresentazioni visive dell’irradiamento di calore.

«È basato sul modello della vigilanza di quartiere, dove gruppi di vicini vegliano sulla sicurezza reciproca e denunciano alla polizia ogni comportamento anomalo. Con NeighborWatch – questo è il nome che gli ho dato, anche se potremmo cambiarlo, naturalmente – sfruttiamo in modo specifico le potenzialità di SeeChange, e del Cerchio in generale, per far sì che commettere un reato, qualunque reato, in un quartiere dove esiste la piena partecipazione dei suoi abitanti diventi difficilissimo.»

Premette un pulsante e le case si riempirono di figure, due o tre o quattro per ogni edificio, tutte colorate di blu. Si muovevano qua e là nelle cucine, nelle camere da letto e nei cortili digitali.

«Okay, come potete vedere, questi sono gli abitanti del quartiere, e stanno tutti badando agli affari loro. Qui li abbiamo raffigurati in blu perché si sono tutti registrati con NeighborWatch, e le impronte digitali, le retine, i telefoni e persino il profilo corporeo sono stati memorizzati dal sistema.»

«È ciò che può vedere ogni abitante?» chiese Stenton.

«Esatto. Lo spettacolo che offrono è questo.»

«Notevole» disse Stenton. «Comincia a interessarmi.»

«Dunque, come potete vedere, nel quartiere tutto va bene. Ci sono tutti quelli che dovrebbero essere presenti. Ma ora vediamo che cosa succede quando arriva uno sconosciuto.»

Una figura disegnata in rosso fece la sua comparsa e si avvicinò alla porta di una delle case. Gareth si voltò verso il pubblico e aggrottò le sopracciglia.

«Il sistema non conosce quest’uomo, ecco perché è rosso. Ogni nuova persona che entra nel quartiere verrebbe automaticamente registrata dal computer. Sui loro dispositivi mobili e casalinghi tutti i vicini riceverebbero l’avviso che nel quartiere è entrato un visitatore. Niente di straordinario, di solito. L’amico o lo zio di qualcuno ha fatto un salto lì. Ma in ogni caso si viene a sapere che c’è una nuova persona e dov’è.»

Stenton si stava appoggiando allo schienale, come se conoscesse il resto della storia ma volesse arrivare più in fretta alla conclusione. «Allora? Immagino che ci sia un modo per neutralizzarlo.»

«Sì. Le persone che sta andando a trovare possono inviare al sistema un messaggio per dire che è da loro, identificandolo, garantendo per lui: “È lo zio George”. O potrebbero farlo anche prima del tempo. Così lui ridiventerebbe blu.»

In quel momento lo zio George, la figura sullo schermo, da rosso che era diventò blu ed entrò in casa.

«E così nel quartiere tutto torna ad andare a gonfie vele.»

«A meno che non ci sia un vero intruso» punzecchiò Stenton.

«Giusto. Nella rara occasione in cui si tratta veramente di qualcuno con cattive intenzioni…» Lo schermo mostrò una figura rossa che girava furtivamente intorno alla casa, spiando all’interno dalle finestre. «Be’, allora lo saprebbe tutto il quartiere. Saprebbero dov’è e potrebbero o stare lontani, o chiamare la polizia, o affrontarlo, qualunque cosa intendessero fare.»

«Molto bene. Molto bello» disse Stenton.

Gareth lo guardò, raggiante. «Grazie. E Belinda mi ha fatto pensare che ogni ex carcerato abitante nel quartiere dovrebbe essere segnato in rosso o in arancione in ogni display. O in un colore diverso, da cui si apprenderebbe che vivono nel quartiere, ma sono stati anche in prigione o quant’altro.»

Stenton annuì. «Abbiamo il diritto di sapere.»

«Assolutamente» disse Gareth.

«Si direbbe che questo risolva uno dei problemi di SeeChange» osservò Stenton. «Il fatto che, anche quando ci sono videocamere a bizzeffe, uno non può vedere tutto. Se un reato viene commesso alle tre del mattino, chi sta guardando la videocamera numero 982, eh?»

«Giusto» disse Gareth. «Capite? In questo modo le videocamere sono integrate. L’attribuzione di un colore indica chi è anomalo, e tu devi solo prestare attenzione a quella particolare anomalia. Certo, l’ostacolo è decidere se questo violi o meno le leggi sulla privacy.»

«Be’, non credo che sia un problema» disse Stenton. «Tu hai il diritto di sapere chi abita nella tua strada. Che differenza c’è tra questo e l’andare a presentarsi spontaneamente a tutti i vicini? Non è altro che una versione più avanzata e più completa del detto: “Buoni steccati fanno buoni vicinati”. Mi viene da pensare che si eliminerebbero quasi tutti i reati commessi da estranei in una data comunità.»

Mae consultò il braccialetto. Non poteva contarli tutti, ma centinaia di osservatori si stavano già concentrando sui progetti di Belinda e Gareth. Chiedevano: Dove? Quando? Quanto?

Poi le arrivò la voce di Bailey. «L’unica domanda senza risposta, però, è questa: e se il reato viene commesso da uno del quartiere? In una casa?»

Belinda e Gareth si voltarono a guardare una donna ben vestita con i capelli neri molto corti e un paio di occhiali alla moda. «A questo punto, credo tocchi a me.» Si alzò in piedi raddrizzandosi la gonna nera.

«Mi chiamo Finnegan, e il mio tema è la violenza domestica contro i bambini. Io stessa sono rimasta vittima di questa violenza quando ero piccola» disse, facendo una breve pausa per dare maggior peso alle parole. «E questo reato, fra tutti gli altri, sembra il più difficile da prevenire, dato che i perpetratori chiaramente fanno parte della famiglia. Giusto? Ma poi mi sono resa conto che tutti gli strumenti necessari esistevano già. Primo, la maggior parte della gente è già in possesso di un qualche monitor capace d’indicare quando una sfuriata raggiunge un livello pericoloso. Ora, se accoppiamo quello strumento con normali sensori di movimento, possiamo sapere immediatamente quando sta succedendo, o sta per succedere, qualcosa di brutto. Permettetemi di fare un esempio. Ecco un sensore di movimento installato in cucina. Sono usati spesso nelle fabbriche, e anche nelle cucine dei ristoranti per capire se lo chef o uno dei suoi assistenti sta portando a termine un dato compito nel modo giusto. Mi risulta che il Cerchio li usi per garantire la regolarità in molti dipartimenti.»

«Sì, è vero» disse Bailey, facendo scoppiare qualche lontana risata fuori dalla sala dov’era seduto.

Stenton spiegò: «Il brevetto di quella particolare tecnologia è nostro. Lo sapevi?».

La donna arrossì e ammutolì, incerta se dire la verità o mentire. Poteva rispondere che non lo sapeva?

«Non ne ero al corrente» disse, «ma sono felicissima di apprenderlo in questo momento.»

Stenton parve colpito dalla sua padronanza di sé.

«Come sapete» continuò lei, «nei posti di lavoro ogni irregolarità di movimento o nell’ordine delle operazioni fa sì che il computer o ti ricordi ciò che potresti aver dimenticato, o prenda nota dell’errore per comunicarlo alla direzione. Allora ho pensato: perché non utilizzare la stessa tecnologia nelle case, specialmente nelle case ad alto rischio, per registrare ogni comportamento che esca dalla norma?»

«Come un rivelatore di fumo per gli esseri umani» disse Stenton.

«Esatto. Il rivelatore di fumo scatta appena avverte il minimo aumento di diossido di carbonio. Questa, dunque, è la stessa idea. Ho anzi installato un sensore qui, in questo locale, e voglio mostrarvi quello che vede.»

Sullo schermo alle sue spalle apparve una figura delle dimensioni e della forma di Finnegan, ma anonima: un’ombra bluastra di se stessa che imitava i suoi gesti.

«Okay, questa sono io. Ora osservate i miei movimenti. Se gironzolo nella casa, i sensori li considereranno entro la norma.»

Dietro di lei, la sua forma rimase blu.

«Se taglio dei pomodori» disse Finnegan mimando i gesti di una donna alle prese con alcuni pomodori immaginari, «la stessa cosa. È normale.»

La figura alle sue spalle, la sua ombra blu, scimmiottava i suoi movimenti.

«Ma guardate cosa succede se faccio qualcosa di violento.»

Alzò rapidamente le braccia e le abbassò come per picchiare un bambino davanti a lei. Immediatamente sullo schermo la sua figura diventò arancione, e partì un allarme fragoroso.

L’allarme consisteva in una rapida successione di grida ritmate e stridenti. Mae le trovò troppo forti per una dimostrazione. Guardò Stenton, i cui occhi erano tondi e bianchi.

«Spegnilo» disse, dominando la collera a fatica.

Finnegan non aveva udito e stava continuando la presentazione come se questi sviluppi ne facessero parte, una parte accettabile. «Naturalmente questo è l’allarme, e…»

«Spegnilo!» urlò Stenton, e questa volta Finnegan lo sentì. Si gettò sul tablet, cercando il bottone giusto.

Stenton stava guardando il soffitto. «Da dove arriva quel suono? Perché è così forte?»

Gli strilli continuavano. Metà della sala si teneva le mani sulle orecchie.

«Spegnilo subito o ce ne andiamo» disse Stenton, alzandosi in piedi, la sua bocca piccola e furiosa.

Finalmente Finnegan trovò il bottone giusto e l’allarme tacque.

«È stato un errore» disse Stenton. «Non si punisce la gente alla quale si vuole illustrare la propria merce. Lo capisci?»

Gli occhi di Finnegan erano spiritati e vibranti, pieni di lacrime. «Sì, capisco.»

«Avresti potuto dire semplicemente: a questo punto scatta un allarme. Non c’era bisogno di farlo scattare. Questa, per oggi, è la mia lezione.»

«Grazie, signore» disse lei, con le nocche bianche dei pugni stretti davanti a lei. «Devo continuare?»

«Non saprei» disse Stenton, ancora furente.

«Va’ avanti, Finnegan» disse Bailey. «Basta che ti sbrighi.»

«Okay» disse lei con voce tremula, «la sostanza è che i sensori verrebbero installati in ogni stanza e programmati in modo tale da sapere cos’è entro i limiti della normalità e cos’è anomalo. Succede qualcosa di anomalo, scatta l’allarme, e idealmente il semplice allarme ferma o rallenta quello che sta succedendo nella stanza. Intanto le autorità sono state informate. Si potrebbero fare i collegamenti in modo da avvertire anche i vicini, dal momento che sarebbero quelli più a portata di mano, in grado di intervenire immediatamente e di prestare aiuto.»

«Okay. Capisco» disse Stenton. «Andiamo avanti.» Stenton intendeva dire “passiamo al presentatore successivo”, ma Finnegan, mostrando un’ammirevole determinazione, continuò.

«Naturalmente, se si combinano tutte queste tecnologie, si potrebbero assicurare prontamente norme comportamentali in ogni contesto. Pensate alle carceri e alle scuole. Cioè, io frequentavo un liceo con quattromila studenti, e solo venti erano dei piantagrane. Sarebbe bastato che gli insegnanti avessero avuto un’interfaccia retinica, e avessero potuto vedere da un chilometro di distanza gli studenti contrassegnati col codice rosso… be’, per risolvere quasi tutti i problemi. E i sensori segnalerebbero ogni comportamento antisociale.»

Ora Stenton era tornato a adagiarsi contro lo schienale, con i pollici nei passanti della cintura. Sembrava di nuovo rilassato. «A me pare che si commettano tanti reati e tanti pasticci perché abbiamo troppe cose da monitorare, dico bene? Troppi luoghi, troppe persone. Se potessimo concentrarci maggiormente nell’isolare gli estranei, e marcarli meglio e seguirli, risparmieremmo enormi quantità di tempo e di fastidi.»

«Esattamente, signore» disse Finnegan.

Stenton si addolcì e, abbassando lo sguardo al suo tablet, sembrò vedere ciò che Mae stava vedendo sul suo polso: Finnegan e il suo programma erano immensamente popolari. I messaggi dominanti venivano dalle vittime di vari reati: donne e bambini che avevano subito abusi nelle loro case, e che ovviamente dicevano: Questo doveva esserci dieci o quindici anni fa. Almeno, dicevano tutti in un modo o nell’altro, queste cose non succederanno più.

Quando Mae tornò alla sua scrivania, c’era un messaggio, su carta, di Annie. “Possiamo vederci? Mandami un ‘adesso’ quando puoi, e ti incontrerò nel bagno.”

Dieci minuti dopo, seduta nel solito box, Mae la sentì entrare dalla porta accanto. Era contenta che Annie l’avesse cercata, felice che fosse ancora così vicino. Ora poteva raddrizzare tutti i torti, ed era decisa a farlo.

«Siamo sole?» chiese Annie.

«L’audio è spento per tre minuti. Cosa c’è che non va?»

«Niente. È solo questa storia di PastPerfect. Cominciano a mostrarmi i risultati, ed è già piuttosto preoccupante. E domani saranno resi pubblici, e mi sa tanto che andrà anche peggio.»

«Aspetta. Cos’hanno scoperto? Credevo che partissero dal Medioevo o giù di lì.»

«Sì. Ma anche allora è come se da ambo i lati della mia famiglia ci fosse gente insensibile e malvagia. Cioè, io non sapevo nemmeno che gli inglesi avessero degli schiavi irlandesi, tu sì?»

«No. Non credo. Degli schiavi irlandesi, dei bianchi, vuoi dire?»

«Migliaia. E i miei avi erano i capibanda o qualcosa di simile. Razziavano l’Irlanda, li portavano in Inghilterra, li vendevano in tutto il mondo. Un casino.»

«Annie…»

«Cioè, so che ne sono certi perché hanno incrociato i dati in mille modi, ma ti sembro una discendente di padroni di schiavi?»

«Annie, ma sei matta? Una cosa che è successa seicento anni fa non c’entra niente con te. Tutte le famiglie hanno delle pecore nere, ne sono sicura. Non devi metterla sul personale.»

«Certo, ma come minimo è imbarazzante, no? Per le prossime persone che vedrò, questo farà parte di me. Mi vedranno, e mi rivolgeranno la parola, ma anche questo farà parte di me. Hanno portato alla luce questo nuovo strato di me, e non mi sembra giusto. È come se sapessi che tuo padre era nel Ku Klux Klan…»

«Stai proprio esagerando. Nessuno, e dico nessuno, ti guarderà stranamente perché uno dei tuoi antenati aveva degli schiavi irlandesi. Cioè, è una cosa talmente folle, e così lontana nel tempo, che nessuno potrà mai collegarla con la tua persona. Sai com’è la gente. Nessuno, comunque, ricorda più questa faccenda. E attribuirti delle responsabilità? Impossibile.»

«E ne hanno anche uccisi parecchi, di questi schiavi. C’è la storia di una ribellione in cui uno dei miei parenti organizzò una strage di migliaia di uomini, donne e bambini. È pazzesco. Io…»

«Annie. Annie. Calmati. Prima di tutto, il nostro tempo è finito. L’audio torna tra un istante. In secondo luogo, non devi preoccuparti di una cosa come questa. Quelle persone erano praticamente dei cavernicoli. Tutti abbiamo avuto degli avi cavernicoli, ed erano teste di cazzo.»

Annie rise, una specie di nitrito.

«Mi prometti di non preoccuparti?»

«Certo.»

«Annie. Non pensarci più. Promettimelo.»

«Okay.»

«Prometti?»

«Prometto. Cercherò di non farlo.»

«Bene. Tempo scaduto.»

Il giorno dopo, quando uscì la notizia degli antenati di Annie, Mae si sentì almeno parzialmente giustificata. Ci furono commenti sterili, come no, ma per la maggior parte la reazione fu una spallucciata collettiva. Nessuno mostrò grande interesse per il modo in cui questa vicenda poteva essere ricondotta a Annie, mentre l’attenzione della gente si concentrava, utilmente, su quel momento dimenticato della storia in cui gli inglesi sbarcarono in Irlanda e ne tornarono con una borsa di denari umani.

Annie sembrava aver preso tutto questo con molta calma. I suoi zing erano positivi, e per il suo feed video registrò un breve annuncio in cui parlava della sorpresa con cui aveva accolto la scoperta del ruolo deplorevole che un ramo lontano del suo albero genealogico aveva avuto in questo macabro momento storico. Ma poi cercò di alleggerire il quadro e mettere le cose in prospettiva assicurando che la rivelazione non avrebbe dissuaso altra gente dall’esplorare la propria storia personale con PastPerfect. «Tutti noi abbiamo avuto degli antenati che erano teste di cazzo» disse, e Mae, che la vedeva sul braccialetto, scoppiò in una risata.

Ma Mercer, tanto per non smentirsi, non rideva. Mae non aveva sue notizie da oltre un mese, ma poi, con la posta del venerdì (l’unico giorno in cui l’ufficio postale continuava a funzionare), le arrivò una lettera. Non aveva voglia di leggerla, perché sapeva che sarebbe stata gretta, accusatrice e censoria. Ma le aveva già scritto una lettera come quella, no? L’aprì, pensando che Mercer non poteva essere peggiore di prima.

Si sbagliava. Questa volta non era nemmeno riuscito a mettere il “cara” davanti al suo nome.

Mae,

so di averti detto che non avrei più scritto. Ma ora che Annie è sull’orlo della rovina, spero che questo ti faccia esitare. Per favore, dille che dovrebbe desistere dal partecipare a quell’esperimento, che, vi assicuro, finirà male. Non siamo destinati a sapere tutto, Mae. Hai mai pensato che forse la nostra mente è delicatamente calibrata tra il noto e l’ignoto? Che la nostra anima ha bisogno dei misteri della notte e della chiarezza del giorno? Voi state creando un mondo di luce sempre accesa, e io credo che essa ci brucerà vivi, tutti quanti. Non ci sarà tempo per riflettere, dormire, raffreddarsi. Avete mai pensato, voi del Cerchio, che il nostro contenuto può arrivare solo fino a un certo punto? Guardaci. Siamo piccoli. Abbiamo la testa piccola, grande come un melone. Vuoi che questa nostra testa possa contenere tutto ciò che il mondo ha mai visto? Non funzionerà.

Il polso di Mae si era messo a scoppiettare.

Chi te lo fa fare, Mae?

Io sono già stufo.

Stai solo dando corda allo Yeti. Non farlo!

Il cuore le batteva già come un tamburo, e Mae sapeva che non avrebbe dovuto leggere il resto. Ma non riuscì a fermarsi.

Ero dai miei genitori quando hai partecipato al tuo piccolo brainstorming con le Camicie Brune Digitali. Hanno insistito per vederlo; sono così fieri di te, per quanto orribile sia stata quella seduta. Anche così, sono contento di aver assistito allo spettacolo (proprio come sono contento di aver visto Il trionfo della volontà). Mi ha dato l’ultima spinta di cui avevo bisogno per fare il passo che progettavo.

Mi trasferisco nel Nord, nella foresta più fitta e meno interessante che possa trovare. So che le vostre videocamere stanno per monitorare queste terre come hanno fatto con l’Amazzonia, l’Antartide, il Sahara ecc. Ma avrò almeno un vantaggio iniziale. E quando arriveranno le videocamere mi sposterò ancora più a Nord.

Mae, devo ammettere che avete vinto, tu e i tuoi. È finita, e oggi lo so. Ma prima di quelle presentazioni nutrivo ancora la speranza che la follia fosse limitata alla tua società, alle migliaia di persone cui hanno lavato il cervello che lavorano per te o ai milioni che adorano quel vitello d’oro che è il Cerchio. Nutrivo la speranza che qualcuno si sarebbe ribellato. O che una nuova generazione avrebbe trovato tutto questo ridicolo, oppressivo, totalmente ingovernabile.

Mae si guardò il polso. Erano già nati quattro nuovi club online di persone che odiavano Mercer. Qualcuno si era già offerto di cancellargli il conto in banca. Basta una parola, diceva il messaggio.

Ma ora so che anche se qualcuno vi mandasse a gambe all’aria, anche se il Cerchio finisse domani, forse qualcosa di peggio ne prenderebbe il posto. Ci sono altri mille Saggi là fuori, gente con idee ancor più radicali sulla natura criminale della privacy. Ogni volta che penso che la situazione non possa peggiorare, vedo qualche diciannovenne le cui idee fanno sembrare il Cerchio un’utopia dei difensori dei diritti civili. E voi (e so che voi siete la maggior parte della gente) siete persone che è impossibile spaventare. La sorveglianza dilagherà ovunque senza provocare la minima reazione e la minima resistenza.

Un conto è volersi misurare, Mae, tu e i tuoi braccialetti. Posso accettare che tu e i tuoi vogliate monitorare i vostri movimenti, registrare tutto ciò che fate, raccogliere dati su voi stessi nell’interesse di… be’, ciò che state cercando di fare, qualunque cosa sia. Ma non basta, vero? Voi non volete soltanto i vostri dati, avete bisogno dei miei. Senza i miei non siete completi. È pazzesco.

Per questo me ne vado. Quando leggerai questa lettera sarò uscito dallo schermo, e spero che altri si uniranno a me. Vivremo clandestinamente e nel deserto, nei boschi. Saremo come profughi, o eremiti, una sventurata ma necessaria combinazione delle due cose. Perché è questo che siamo diventati.

Immagino che si tratti di un altro grande scisma, in seguito al quale due generi umani vivranno separati, ma paralleli. Ci saranno quelli che vorranno vivere sotto la cupola di sorveglianza che state contribuendo a creare e quelli che ne vivranno, o cercheranno di viverne, lontani. Sono davvero terrorizzato per tutti noi.

Mercer

Aveva letto il biglietto in onda, e sapeva che gli spettatori lo trovavano bizzarro e spassoso come aveva fatto lei. I commenti fioccavano, e ce n’erano di buoni. Ora lo Yeti tornerà nel suo habitat naturale! E: Abominevole, che liberazione. Ma Mae si era così divertita che cercò Francis, il quale, quando riuscirono a incontrarsi, aveva già visto la lettera trascritta e postata in una mezza dozzina di siti; un osservatore di Missoula l’aveva letta con una parrucca incipriata sulla testa e lo sfondo pieno di musica finto-patriottica. Quel video era stato visto tre milioni di volte. Mae rise, guardandolo un paio di volte anche lei, ma Mercer le faceva compassione. Era testardo, ma non era stupido. Non era un caso disperato. Poteva ancora essere convinto.

Il giorno dopo Annie le lasciò un altro biglietto, e di nuovo concordarono un incontro nei due box adiacenti del bagno. Mae sperava solamente che dopo la seconda serie d’importanti rivelazioni Annie avesse trovato il modo di contestualizzarle. E quando vide la punta della sua scarpa spuntare da sotto la parete spense l’audio.

La voce di Annie era roca.

«Le cose sono peggiorate, hai sentito?»

«Qualcosa ho sentito. Hai pianto? Annie…»

«Mae, credo proprio di non farcela. Cioè, un conto era sapere dei miei antenati nel Vecchio Continente. Ma c’era una parte di me che pensava: bene, i miei sono venuti in America, hanno ricominciato da capo e tutto il resto se lo sono lasciato alle spalle. Ma merda, Mae, sapere che erano proprietari di schiavi anche qui? Cioè, cazzo, è la cosa più stupida che ci sia. Da che razza di gente discendo? Dev’esserci qualche stortura anche dentro di me.»

«Annie. Non puoi pensare una cosa simile.»

«Certo che posso. Non riesco a pensare ad altro…»

«Okay. Bene. Ma calmati, prima. E poi, in secondo luogo, non puoi farne un caso personale. Devi prendere le distanze. Devi vedere le cose in modo un po’ più astratto.»

«E ho cominciato a ricevere tutti questi pazzeschi messaggi d’insulti. Ne ho ricevuti sei stamattina, da persone che mi chiamavano Padrona Annie. Metà delle persone di colore che ho assunto nel corso degli anni ora diffidano di me. Come se fossi una proprietaria di schiavi intergenerazionale geneticamente pura! Non posso più affrontare l’idea che Vickie lavori per me. Domani la lascio libera.»

«Annie, sai che è assurdo tutto quello che sento? Cioè, per giunta, sei sicura che i tuoi avi avessero qui degli schiavi neri? Gli schiavi non erano irlandesi anche qui?»

Annie si lasciò sfuggire un sospirone.

«No. No. I miei sono passati dall’essere proprietari di irlandesi all’essere proprietari di africani. Perché? Non potevano far a meno di essere proprietari di qualcuno. Hai anche visto che durante la Guerra Civile hanno combattuto per i Confederati?»

«Ho visto, ma sono milioni le persone i cui avi hanno combattuto per il Sud. Il paese era in guerra, diviso a metà.»

«Non la mia metà. Cioè, ti rendi conto del caos in cui questa cosa sta gettando la mia famiglia?»

«Ma non hanno mai preso sul serio tutte queste tradizioni familiari, no?»

«Non quando davamo per scontato di essere di sangue blu, Mae! Non quando credevamo di essere gente del Mayflower con un impeccabile pedigree! Ora le prendono veramente sul serio, cazzo. Mia madre non esce di casa da due giorni. Non voglio sapere cosa scopriranno ancora.»

Ciò che scoprirono ancora, due giorni dopo, era molto peggio. Mae non sapeva con precisione di cosa si trattasse, ma sapeva che Annie sapeva, e che Annie aveva inviato a tutti uno zing molto strano. Diceva: Veramente, non so se dovremmo sapere tutto. Quando s’incontrarono nei box del bagno, Mae non poteva credere che le dita di Annie avessero realmente digitato quella frase. Il Cerchio non poteva cancellarla, naturalmente, ma qualcuno – Mae sperava che fosse stata Annie – l’aveva corretta in Non dovremmo sapere tutto se non è ancora pronta un’adeguata struttura per la memorizzazione. Non vorrete che i dati vadano perduti!

«Certo che l’ho inviata io» disse Annie. «La prima, in ogni caso.»

Mae aveva sperato che si trattasse di una terribile anomalia.

«Come hai potuto inviare una cosa simile?»

«È quello che credo, Mae. Tu non ne hai idea.»

«Lo so. Perché, tu che idea hai? Ti rendi conto del casino in cui ti sei cacciata? Come puoi, proprio tu, sposare un’idea come questa? Sei il simbolo dell’accesso illimitato al passato, e ora stai dicendo… Cosa stai dicendo, in ogni modo?»

«Oh, cazzo, non lo so. So solo che sono finita. Devo chiudere.»

«Chiudere cosa?»

«PastPerfect. O qualunque cosa gli somigli.»

«Sai che non è possibile.»

«Mi riprometto di tentare.»

«Devi essere già nella merda fino al collo.»

«Sì. Ma i Saggi mi devono questo favore. Non so come affrontare la situazione. Cioè, mi hanno già esonerato da alcuni dei miei compiti. Facciano pure. Non me ne importa nemmeno. Ma se non chiudono PastPerfect mi verrà un accidente. Sono già quasi incapace di stare in piedi o di respirare.»

Per qualche istante restarono in silenzio. Mae si chiedeva se non avrebbe dovuto andare via. Annie stava perdendo la presa su qualcosa che era proprio al centro di se stessa; si sentiva instabile, capace di atti avventati e irrevocabili. Anche solo parlare con lei era diventato un rischio.

Poi la sentì boccheggiare.

«Annie. Respira.»

«Ti ho appena detto che non ci riesco. Non dormo da due giorni.»

«Cos’è successo, dunque?» chiese Mae.

«Oh, cazzo, tutto. Niente. Hanno trovato delle strane cose dai miei genitori. Cioè, un mucchio di strane cose.»

«Quando le mettono in onda?»

«Domani.»

«Okay. Forse la situazione non è così brutta come credi.»

«È assai peggio di quanto tu possa immaginare.»

«Racconta. Scommetto che è tutto a posto.»

«Non è a posto. È tutt’altro che a posto. La prima cosa è che ho scoperto che mio padre e mia madre avevano una specie di matrimonio aperto o qualcosa di simile. Non ho nemmeno chiesto che me ne parlassero. Ma ci sono delle foto e dei video di loro con altre persone, persone di ogni genere. Cioè, tipo adulteri in serie da ambo le parti. Ti pare a posto

«Come sai che erano relazioni amorose? Cioè, se non si limitavano ad andare a passeggio con qualcuno? Ed erano gli anni Ottanta, dico bene?»

«Più i Novanta. E fidati di me. È sicuro.»

«Come foto di sesso?»

«No. Ma foto in cui si baciavano. Cioè, ce n’è una di mio padre con una mano intorno alla vita di una donna e l’altra su una tetta. Insomma, una cosa disgustosa. Altre immagini con mia madre e un tipo barbuto, una serie di nudi. A quanto pare questo tipo è morto, aveva un pacco di foto, sono state comprate in occasione di un trasloco e scannerizzate e messe nel cloud. Poi, quando hanno fatto il riconoscimento facciale complessivo, voilà, mia madre è nuda con un motociclista. Cioè, loro due là in piedi, ogni tanto, nudi, come in posa per il ballo studentesco di fine anno.»

«Mi dispiace.»

«E chi le ha fatte, le fotografie? C’è una terza persona nella stanza? Chi era? Un vicino servizievole?»

«Hai chiesto a loro?»

«No. Ma questa è la parte migliore. Stavo per affrontarli quando è saltata fuori un’altra cosa. È talmente peggiore delle altre che mi ha fatto dimenticare persino le relazioni. Cioè, le fotografie non sono niente in confronto al video che hanno trovato.»

«Cosa c’è in questo video?»

«Okay. Era una delle rare volte in cui stavano insieme, almeno di notte. Viene da un video fatto da un molo. C’era una videocamera della sicurezza, perché credo che tengano della roba nei magazzini lungo il mare. Dunque, c’è un nastro dei miei genitori che di notte gironzolano intorno a questo molo.»

«Tipo video di sesso?»

«No, è molto peggio. Oh, cazzo, è terribile. Mae, sembra il frutto di una mente malata. Vedi, ogni tanto i miei genitori fanno questa cosa: escono insieme la sera e si prendono una sbronza. Me l’hanno detto loro. Si ubriacano, vanno a ballare, stanno fuori tutta la notte. Succede il giorno del loro anniversario, tutti gli anni. A volte in città, a volte in un posto come il Messico. È una notte brava che li fa sentire giovani, che dà una rinfrescata al loro matrimonio, o qualcosa del genere.»

«Okay.»

«Così, so che questo è successo in occasione del loro anniversario. Io avevo sei anni

«Allora?»

«È una cosa che se non fossi nata… Oh, merda. Comunque. Non so cos’avessero fatto prima, ma arrivano sotto questa videocamera verso l’una. Si stanno scolando una bottiglia di vino, e dondolano i piedi sull’acqua, e per qualche tempo tutto sembra piuttosto innocente e noioso. Ma poi entra in campo quest’uomo. Ha tutta l’aria di un barbone e cammina incespicando. E i miei genitori lo guardano, e l’osservano mentre gironzola e si avvicina. Sembra che lui dica qualcosa, e loro ridono e tornano al loro vino. Poi non succede niente per un po’, e il barbone esce dall’inquadratura. Poi vi rientra dopo una decina di minuti e cade dal molo e finisce in acqua.»

Mae tirò un respiro frettoloso. Sapeva che avrebbe peggiorato le cose. «I tuoi genitori l’hanno visto cadere?»

Annie cominciò a singhiozzare. «È questo il problema. L’hanno visto benissimo. È successo a un metro di distanza da dov’erano seduti. Sul nastro li vedi che si alzano e si sporgono dal molo, gridando qualcosa verso l’acqua. Si capisce che sono terrorizzati. Si guardano intorno, per vedere se c’è un telefono o qualcosa.»

«E c’era?»

«Non so. Pare di no. Veramente non sono mai usciti dall’inquadratura. Ecco dov’è il casino. Vedono questo tizio cadere in acqua e restano là, fermi. Non corrono a cercare aiuto, o a chiamare la polizia o qualcosa. Non si buttano in acqua per salvare il barbone. Dopo qualche minuto di terrore si rimettono a sedere, e mia madre posa la testa sulla spalla di mio padre, e stanno là insieme per un’altra decina di minuti, poi si alzano e se ne vanno.»

«Forse erano in stato di choc.»

«Mae, si sono alzati e sono andati via. Non hanno mai chiamato il 911 o qualcuno. Non ce n’è traccia. Non hanno mai denunciato il fatto. Ma il corpo è stato trovato il giorno dopo. E non era nemmeno un barbone. Forse soffriva di un lieve ritardo mentale, ma viveva con i genitori e lavorava a un banco di gastronomia, era un lavapiatti. I miei lo hanno visto affogare.»

Ora Annie era mezzo soffocata dalle lacrime.

«Ne hai parlato con loro?»

«No. Non posso parlare con loro. Li trovo veramente disgustosi, in questo momento.»

«Ma il video non è stato ancora diffuso?»

Annie guardò l’ora. «Presto lo sarà. Tra meno di dodici ore.»

«E Bailey cos’ha detto?»

«Che non può farci niente. Lo conosci.»

«Forse c’è una cosa che posso fare io» disse Mae, senz’avere un’idea di che cosa. Annie non mostrò di credere che Mae fosse capace di rallentare o fermare la tempesta che si stava avvicinando.

«È talmente nauseante. Oh, merda» disse Annie, come se se ne fosse resa conto solo in quel momento. «Ormai non ho più i genitori.»

Quando ebbero esaurito i minuti a loro disposizione, Annie tornò nel suo ufficio dove, disse, contava di sdraiarsi e restare così a tempo indeterminato; e Mae tornò dal branco. Aveva bisogno di riflettere. Si fermò sulla soglia, dove aveva visto Kalden che la guardava, per osservare i novellini della CE, trovando un motivo di conforto nel loro onesto lavoro, nell’alzarsi e abbassarsi delle loro teste. Quei mormorii di assenso o disapprovazione le davano un senso di ordine e integrità. Ogni tanto un Circler alzava lo sguardo per sorriderle, per salutare con un cenno, sobriamente, la videocamera e il suo pubblico, prima di tornare al lavoro che stava facendo. Mae si sentiva orgogliosa di loro e del Cerchio, che attirava anime pure come queste. Erano aperti. Erano sinceri. Non nascondevano, non accumulavano, non rendevano le cose più difficili da capire.

C’era un novellino accanto a lei, un ragazzo di non più di ventidue anni, con una zazzera incolta che gli si drizzava sulla testa come una colonna di fumo, che lavorava con una tale concentrazione da non essersi accorto della presenza di Mae alle sue spalle. Le sue mani digitavano con furia, fluidamente, senza quasi far rumore, mentre rispondeva in contemporanea alle domande dei clienti e alle richieste di sondaggi. «No, no, smile, frown» disse, annuendo rapidamente e senza fatica. «Sì, sì, no, Cancun, pesca subacquea, località turistica di alta gamma, weekend di libertà, gennaio, gennaio, bah, tre, due, smile, bah, sì, Prada, Converse, no, frown, frown, smile, Parigi.»

Guardandolo, la soluzione del problema di Annie le parve ovvia. Aveva bisogno di un sostegno. Annie doveva sapere che non era sola. E poi di colpo tutto apparve chiaro. Naturalmente, la soluzione era nel Cerchio stesso. Là fuori c’erano milioni di persone che senza dubbio si sarebbero schierate con Annie e le avrebbero mostrato il loro appoggio in mille modi inaspettati e sinceri. La sofferenza è semplice sofferenza se si soffre in silenzio, in solitudine. Il dolore provato in pubblico, davanti a milioni di persone affezionate, non era più dolore. Era comunione.

Mae voltò le spalle alla porta e si diresse verso il terrazzo sul tetto. Aveva un dovere, lì dentro, non soltanto nei riguardi di Annie, la sua amica, ma anche dei suoi osservatori. E l’onestà e l’apertura mentale dei nuovi assunti, di questo ragazzo con i capelli arruffati, facevano sì che si sentisse un’ipocrita. Mentre saliva le scale, analizzò le proprie opzioni e se stessa. Pochi istanti prima era stata deliberatamente evasiva. Il contrario di aperta, l’opposto di onesta. Aveva nascosto una parte dell’audio al mondo, che è quanto dire che aveva mentito al mondo, ai milioni di persone convinte che lei fosse sempre schietta, sempre trasparente.

Guardò il campus. Gli osservatori dovevano chiedersi cosa stava guardando, il perché del suo silenzio.

«Voglio che tutti voi vediate quello che vedo io» disse.

Annie intendeva nascondere, soffrire da sola, insabbiare. E Mae voleva rispettare la loro amicizia, essere leale. Ma la lealtà verso una persona poteva avere la meglio sulla lealtà verso milioni di persone? Non era proprio questo modo di pensare, di anteporre l’interesse privato e provvisorio al bene più grande, a rendere possibile un numero incalcolabile di orrori storici? Di nuovo, la soluzione sembrava essere davanti a lei, tutt’intorno a lei. Mae doveva aiutare Annie a ripurificare il proprio uso della trasparenza, e ambedue le cose si potevano ottenere con un solo atto di coraggio. Consultò l’orologio. Mancavano due ore alla sua presentazione di SoulSearch. Mise piede sul terrazzo, organizzando i pensieri in una lucida dichiarazione. Poi, ben presto, si diresse verso il bagno, la scena del delitto, e quando arrivò e si vide nello specchio capì cosa doveva dire. Tirò un profondo respiro.

«Salve, osservatori. Ho un annuncio da fare, ed è un annuncio doloroso. Ma credo che sia la cosa giusta. Solo un’ora fa, come molti di voi sanno, sono entrata in questo bagno, in apparenza per fare i miei bisogni nel secondo box che vedete laggiù.» Si voltò verso la fila dei box. «Ma quando sono entrata mi sono seduta, e con l’audio spento ho avuto una conversazione privata con un’amica, Annie Allerton.»

Il suo polso stava già ricevendo centinaia di messaggi, il più diffuso dei quali fino a quel momento era una promessa d’indulgenza: Mae, non è vietato parlare nei bagni! Non preoccuparti. Noi ci fidiamo di te.

«A quelli di voi che mi mandano una parola buona, desidero ringraziarvi» disse Mae. «Ma più importante della mia ammissione è ciò di cui abbiamo parlato Annie e io. Vedete, molti di voi sanno che Annie ha preso parte, qui, a un esperimento, un programma che permette di risalire tra i propri ascendenti fin dove lo permette la tecnologia. E nei profondi recessi della sua storia Annie ha scoperto certe brutte cose. Alcuni dei suoi avi hanno commesso gravi misfatti, e questo l’ha disgustata riguardo all’intero progetto. Peggio ancora, domani sarà rivelato un altro deplorevole episodio, più recente e forse più doloroso.»

Mae controllò il braccialetto e vide che nell’ultimo minuto gli spettatori erano quasi raddoppiati, arrivando a 3.202.984. Sapeva che molti tenevano il suo feed sullo schermo mentre lavoravano, ma di rado osservavano attivamente. Era chiaro che il suo annuncio imminente aveva attirato l’attenzione di milioni di persone. E Mae aveva bisogno della compassione di questi milioni di persone per attutire la caduta di domani. Annie se lo meritava.

«Così, amici miei, credo anch’io che si debba imbrigliare il potere del Cerchio. Dobbiamo imbrigliare la sua compassione, la compassione di tutti coloro che già conoscono e amano Annie, o che possono simpatizzare per lei. Spero che possiate tutti inviarle i vostri auguri, le storie di quando avete scoperto qualche macchia nel passato della vostra famiglia, e fare in modo che Annie si senta meno sola. Ditele che siete dalla sua parte. Ditele che l’amate lo stesso, e che i delitti di qualche remoto antenato non hanno alcuna attinenza con lei, non cambiano ciò che pensate di Annie.»

Mae terminò fornendo l’indirizzo email, il feed di Zing e la pagina col profilo di Annie. La reazione fu immediata. I follower di Annie passarono da 88.198 a 243.087; e via via che l’annuncio di Mae circolava, avrebbero superato il milione entro la fine della giornata. Fu un’autentica valanga di messaggi, il più popolare dei quali era quello che diceva: Il passato è passato e Annie è Annie. La frase non aveva un senso compiuto, ma Mae ne apprezzò lo spirito. Un altro messaggio che guadagnava consensi diceva: Non per fare il guastafeste, ma io credo che il male si annidi nel DNA, e mi preoccuperei per Annie. Annie dovrà fare una fatica doppia per dimostrare a uno come me, un afroamericano i cui antenati sono stati fatti schiavi, che è davvero sulla via della giustizia.

Questo commento ottenne 98.201 smile e quasi altrettanti frown, 80.198. Ma complessivamente, mentre Mae scorreva i messaggi, c’era – come sempre quando si chiedeva alla gente di rivelare i propri sentimenti – grande affetto, e c’era comprensione, e c’era il desiderio di mettere una pietra sul passato.

Mentre seguiva le reazioni, Mae consultò l’orologio e vide che mancava solo un’ora alla sua presentazione, la prima che si sarebbe svolta nella Great Room dell’Illuminismo. Ma si sentiva pronta, con questa storia di Annie che l’imbaldanziva, facendole capire, più che mai, che aveva un esercito alle spalle. Sapeva inoltre che la stessa tecnologia e la comunità del Cerchio avrebbero determinato il successo della dimostrazione. Mentre si preparava, guardò il braccialetto per vedere se c’era traccia di Annie. Si aspettava qualche reazione, sicuramente qualcosa di simile alla gratitudine, dal momento che Annie era stata inondata, sepolta, da una valanga di benevolenza.

Ma non c’era nulla.

Inviò a Annie una serie di zing, ma non ebbe risposta. Guardò dove poteva essere e la trovò, puntino rosso pulsante, nel suo ufficio. Per qualche minuto pensò di farle una visita, ma poi decise di no. Doveva concentrarsi, e forse era meglio lasciare che Annie se la cavasse da sola. In qualche ora avrebbe sicuramente digerito tutto e condiviso l’entusiasmo dei milioni di persone che le volevano bene, e sarebbe stata pronta a ringraziare Mae, a dirle come, con la nuova prospettiva, ormai poteva contestualizzare i misfatti dei suoi familiari e andare avanti, verso un risolvibile futuro, e non indietro, nel caos di un irreparabile passato.

«Oggi hai fatto una cosa magnifica» disse Bailey. «Sei stata coraggiosa e hai agito correttamente.»

Erano dietro le quinte della Great Room. Mae indossava una gonna nera e una camicetta di seta rossa, nuove. Una truccatrice orbitava intorno a lei, incipriandole il naso e la fronte, passandole un po’ di vaselina sulle labbra. Mancavano pochi minuti alla sua prima grande presentazione.

«Normalmente avrei voluto chiederti, anzitutto, perché hai scelto di minimizzare» disse, «ma la tua onestà era reale, e so che hai già imparato tutte le lezioni che potevo darti. Siamo molto felici di averti qui, Mae.»

«Grazie, Eamon.»

«Sei pronta?»

«Credo di sì.»

«Bene, gonfiaci d’orgoglio.»

Mentre entrava in scena, nella luce sfolgorante di un solo riflettore, Mae si sentiva sicura di poterlo fare. Prima che arrivasse al podio di plexiglas, però, l’applauso fu talmente improvviso e tonante da farla vacillare. Si diresse verso il punto prestabilito, ma il boato non fece che diventare più forte. Il pubblico si alzò in piedi, prima le file più vicine a lei, poi tutti. Mae faticò parecchio a far cessare quel baccano per poter dare inizio alla sua perorazione.

«Salve a tutti, sono Mae Holland» disse, e gli applausi ripresero. Fu costretta a ridere, e quando lo fece la sala diventò più rumorosa. L’affetto che mostravano era vero e travolgente. La sincerità è tutto, pensò. La verità è premio a se stessa. Questo poteva essere un buon titolo, e lo immaginò inciso col laser nella pietra. Era troppo bello, tutto questo. Volse lo sguardo sui Circler, lasciandoli applaudire, sentendosi animare da una forza nuova. Era una forza ottenuta col dono di sé. A loro Mae aveva dato tutto, aveva dato la verità senza veli, la completa trasparenza, ed essi l’avevano ripagata con la fiducia, con la marea del loro amore.

«Okay, okay» disse infine, alzando le mani per invitare il pubblico a sedersi. «Oggi procederemo alla dimostrazione del motore di ricerca più recente. Avrete sentito parlare di SoulSearch, forse una frase qui e una là, e ora lo metteremo alla prova, davanti a tutto il pubblico del Cerchio qui raccolto, e globalmente. Siete pronti?»

La folla rispose con un’acclamazione.

«Quello che state per vedere è assolutamente spontaneo e improvvisato. Nemmeno io so chi oggi si presterà all’esperimento. Il soggetto sarà scelto a caso in un database di noti ricercati dalla giustizia di tutto il mondo.»

Sullo schermo cominciò a girare un gigantesco globo digitale.

«Come sapete, molto di ciò che facciamo qui al Cerchio consiste nell’usare i social media per creare un mondo più sano e più sicuro. Questo è già stato ottenuto in mille modi, naturalmente. Il nostro programma WeaponSensor, per esempio, è stato diffuso recentemente e registra l’ingresso di ogni arma in un edificio, facendo scattare un allarme che avverte tutti i residenti e la polizia locale. È stato collaudato per cinque settimane in due quartieri di Cleveland e ha fatto registrare un calo del 57 per cento dei reati a mano armata. Mica male, eh?»

Mae si fermò per lasciarli applaudire, sentendosi perfettamente a suo agio e sapendo che ciò che stava per presentare avrebbe cambiato il mondo, subito e in modo permanente.

«Ottimo lavoro finora» le disse una voce all’orecchio. Era Stenton. Le aveva fatto sapere che quel giorno l’Additional Guidance sarebbe stato lui. SoulSearch lo interessava in particolar modo, e voleva essere presente per pilotarne l’introduzione.

Mae respirò.

«Ma uno dei lati più strani del nostro mondo è il modo in cui i ricercati dalla giustizia riescono a nascondersi in un mondo interconnesso come questo. Abbiamo impiegato dieci anni per scovare Osama bin Laden. D.B. Cooper, il famigerato ladro che saltò da un aereo con una valigia piena di soldi, è sempre uccel di bosco qualche decennio dopo la sua fuga. Ma ora queste cose dovranno finire. E io credo che finiranno, immediatamente.»

Alle sue spalle apparve una silhouette. Era la forma di un essere umano, dal busto in su, con le solite misure da foto segnaletica sullo sfondo.

«Tra pochi secondi il computer selezionerà, a caso, un ricercato dalla giustizia. Non so chi sarà. Nessuno lo sa. Chiunque sia, però, si è dimostrato una minaccia per la comunità globale, e il nostro asserto è che, chiunque sia, SoulSearch lo localizzerà in meno di venti minuti. Pronti?»

La sala si riempì di mormorii, seguiti da sporadici applausi.

«Bene» disse Mae. «Selezioniamo il ricercato.»

Pixel per pixel, a poco a poco la silhouette diventò una persona reale e specifica, e quando la selezione arrivò alla fine, era emersa una faccia, e Mae ebbe la sorpresa di scoprire che era di una donna. Una faccia dura, che guardava di traverso l’obiettivo di una macchina fotografica della polizia. In quella donna c’era qualcosa, gli occhi piccoli e la linea retta della bocca, che faceva pensare alle fotografie di Dorothea Lange: quelle facce segnate dal sole della Dust Bowl. Ma quando sotto questa foto apparvero i dati del profilo, Mae si rese conto che la donna era inglese, e viva e vegeta. Diede una scorsa alle informazioni sullo schermo e richiamò l’attenzione del pubblico sull’essenziale.

«Okay. Questa è Fiona Highbridge. Nata a Manchester, Inghilterra, quarantadue anni fa. È stata condannata per triplice omicidio nel 2002. Chiuse i tre figli in un armadio e se ne andò in Spagna per un mese. Morirono di fame. Erano tutti sotto i cinque anni. È stata incarcerata in Inghilterra, ma è evasa, con l’aiuto di una guardia che a quanto pare aveva sedotto. Da dieci anni nessuno l’ha più vista, e la polizia ha quasi rinunciato a trovarla. Ma io credo che possiamo farlo noi, ora che abbiamo gli strumenti e la partecipazione del Cerchio.»

«Bene» disse Stenton all’orecchio di Mae. «Adesso concentriamoci sul Regno Unito.»

«Come sapete tutti, ieri abbiamo avvertito i tre miliardi di user del Cerchio che oggi ci sarebbe stato un annuncio che avrebbe cambiato il mondo. Così, al momento abbiamo tutte queste persone che seguono il feed in diretta.» Mae tornò a girarsi verso lo schermo e vide un contatore ticchettante arrivare a 1.109.001.887. «Okay, ci stanno guardando più di un miliardo di persone. E ora vediamo quante di esse appartengono al Regno Unito.» Un secondo contatore si mise a girare e si fermò a 14.028.981. «Molto bene. Le informazioni di cui disponiamo dicono che il passaporto le è stato ritirato alcuni anni fa, per cui Fiona probabilmente si trova ancora nel Regno Unito. Ci credete, tutti voi, che quattordici milioni d’inglesi e un miliardo complessivo di partecipanti possano trovare Fiona Highbridge in venti minuti?»

Il pubblico scoppiò in un boato, ma Mae in realtà non sapeva se la cosa avrebbe funzionato. Anzi, non sarebbe rimasta sorpresa se non avesse funzionato, o se ci fossero voluti trenta minuti o un’ora. D’altra parte, però, nei risultati c’era sempre qualcosa d’inaspettato, qualcosa di miracoloso, quando ci si avvaleva di tutta la potenza degli user del Cerchio. Mae era certa che ce l’avrebbero fatta entro la fine della pausa pranzo.

«Okay, tutti pronti? Puntiamo l’orologio.» Un gigantesco timer di sei cifre apparve in un angolo dello schermo, indicando ore, minuti e secondi.

«Permettetemi di mostrarvi alcuni dei gruppi che lavorano insieme a noi a questo progetto. Qui vediamo l’università di East Anglia.» Sullo schermo apparve un feed che mostrava molte centinaia di studenti in un grande auditorium. Si misero a battere le mani. «Ora vediamo la città di Leeds.» E comparve una pubblica piazza, piena di gente infagottata per difendersi da quello che sembrava un tempo freddo e ventoso. «Abbiamo dozzine di gruppi in tutto il paese che collaboreranno tra loro, oltre alla potenza della Rete nella sua totalità. Tutti pronti?» La folla di Manchester alzò le mani e proruppe in un’acclamazione, imitata dagli studenti di East Anglia.

«Bene» disse Mae. «Adesso, ai vostri posti. Pronti, via!»

Mae abbassò la mano, e accanto alla foto di Fiona Highbridge una serie di colonne mostrarono il feed dei commenti, con quello più votato in cima. Finora il più popolare era di un certo Simon Hensley di Brighton: Siamo sicuri di voler trovare questa strega? Sembra lo Spaventapasseri del Mago di Oz.

La frase fu accolta dalle risate dell’auditorium.

«Okay. Vediamo di fare sul serio» disse Mae.

Un’altra colonna presentava le foto degli user, postate secondo l’importanza. In tre minuti le foto diventarono 201, per lo più stretti corollari della faccia di Fiona Highbridge. Sullo schermo si contavano i voti, indicando quali foto avevano le maggiori probabilità di essere sue. In quattro minuti l’elenco si ridusse a cinque candidati. Uno era a Bend, nell’Oregon. Un altro era a Banff, in Canada. Un altro a Glasgow. Poi accadde qualcosa di magico, una cosa che era possibile solo quando tutto il Cerchio lavorava per un unico obiettivo: due delle foto erano state fatte nella stessa città, Carmarthen, nel Galles. Entrambe sembravano ritrarre la stessa donna, ed entrambe avevano l’aria di essere proprio di Fiona Highbridge.

In altri novanta secondi qualcuno identificò questa donna. Era nota come Fatima Hilensky, cosa che la folla considerò un promettente indicatore. Una che avesse cercato di sparire, avrebbe cambiato completamente il proprio nome o si sarebbe sentita più sicura con le stesse iniziali e un nome come questo, abbastanza diverso per depistare eventuali inseguitori, ma che le permetteva di usare solo una piccola variante della vecchia firma?

Settantanove osservatori abitavano a Carmarthen o nei dintorni, e tre di loro postarono messaggi in cui affermavano di averla vista quasi tutti i giorni. Questo era abbastanza promettente, ma poi, in un commento che in un lampo balzò al primo posto con centinaia di migliaia di voti, una donna, Gretchen Karapcek, scrivendo dal proprio cellulare disse che lavorava con la donna della foto in una lavanderia industriale periferica di Swansea. La folla esortò Gretchen a rintracciarla lì per lì e a catturarla in foto o video. Gretchen attivò immediatamente la funzione video sul suo telefonino e – nonostante ci fossero ancora milioni di persone che indagavano su altri indizi – la maggior parte degli osservatori erano ormai convinti che Gretchen avesse trovato la persona giusta. Mae e la maggioranza degli spettatori erano incollati agli schermi, guardando la videocamera di Gretchen che s’inoltrava tra enormi macchinari fumanti e colleghi che la guardavano incuriositi mentre attraversava rapidamente quello spazio cavernoso e si avvicinava sempre più a una donna magra e con le spalle curve che, in lontananza, stava passando un lenzuolo tra due rulli massicci.

Mae consultò l’orologio. Sei minuti e 33 secondi. Era sicura che fosse Fiona Highbridge. C’era qualcosa nella forma della testa, qualcosa nel suo modo di fare, e in quel momento, quando alzò gli occhi e vide la videocamera di Gretchen planare verso di lei, c’era anche il preciso riconoscimento, da parte sua, che stava succedendo qualcosa di molto serio. Non era un’espressione di semplice sorpresa o smarrimento. Era l’espressione di un animale colto a grufolare tra i rifiuti. Un’aria ferina di consapevolezza e di rimorso.

Per un attimo Mae trattenne il respiro, e sembrò che la donna si arrendesse, che volesse parlare alla videocamera ammettendo i suoi delitti e riconoscendo che era stata scoperta.

Invece scappò via.

Per un lungo momento Gretchen rimase immobile, e la sua videocamera mostrò solo Fiona Highbridge – perché ormai non c’era più alcun dubbio che fosse lei – mentre fuggiva di corsa attraverso il capannone e su per le scale.

«Seguila!» urlò finalmente Mae, e Gretchen Karapcek e la sua videocamera si lanciarono sulle sue orme. Per un attimo Mae temette che l’esperimento fallisse, un ricercato dalla giustizia rintracciato ma poi perso subito di vista da un collega pasticcione. La videocamera ballava furiosamente, su per i gradini di cemento, attraverso un corridoio con le pareti di blocchi di calcestruzzo, e finalmente si avvicinò a una porta, dove il cielo bianco era visibile nel finestrino quadrato.

E quando la porta si aprì Mae vide, con grande sollievo, che Fiona Highbridge era con le spalle al muro, circondata da una dozzina di persone che la prendevano, quasi tutte, di mira con i telefonini. Non aveva più alcuna possibilità di fuga. Il suo viso era stravolto, terrorizzato e insieme esaltato da un’aria di sfida. Sembrava che Fiona cercasse di aprirsi un varco nella calca, un buco da cui poter passare. «Ti abbiamo beccato, assassina di bambini» disse qualcuno tra la folla, e Fiona Highbridge crollò, scivolando a terra, coprendosi il viso.

In pochi secondi quasi tutte le riprese dei cellulari furono disponibili sullo schermo della Great Room, e il pubblicò ebbe modo di vedere un mosaico di Fiona Highbridge, la sua faccia dura e fredda da dieci angolazioni, ognuna delle quali forniva una conferma della sua colpevolezza.

«Linciamola!» urlò qualcuno davanti alla lavanderia.

«Non devono farle del male» sibilò Stenton all’orecchio di Mae.

«Non fatele del male» supplicò Mae, rivolta alla folla. «Qualcuno ha chiamato la polizia… gli agenti?»

In pochi secondi si udirono le sirene, e appena vide le due macchine attraversare velocemente il parcheggio, Mae guardò di nuovo l’ora. Quando i quattro agenti raggiunsero Fiona Highbridge e l’ammanettarono, l’orologio sullo schermo della Great Room segnava 10 minuti e 26 secondi.

«Mi sa che ce l’abbiamo fatta» disse Mae, e fermò l’orologio.

Il pubblico scoppiò in un applauso, e i partecipanti che avevano catturato Fiona Highbridge ricevettero in pochi secondi le congratulazioni del mondo intero.

«Interrompiamo il feed video» disse Stenton a Mae, «per lasciarle almeno un po’ di dignità.»

Mae rilanciò la direttiva ai tecnici. I feed che mostravano la Highbridge scomparvero e lo schermo ridiventò nero.

«Be’» disse Mae al pubblico. «Veramente, è stato molto più facile di quanto avessi pensato io stessa. E abbiamo avuto bisogno solo di qualcuno degli strumenti che ora sono a disposizione di tutti.»

«Facciamone un altro!» urlò uno tra il pubblico.

Mae sorrise. «Be’, potremmo» disse, e guardò Bailey che era tra le quinte. Lui rispose facendo spallucce.

«Magari non con un altro ricercato» le disse Stenton in cuffia. «Proviamo con una persona qualunque.»

Le labbra di Mae si arricciarono in un sorriso.

«Okay, fate attenzione, tutti quanti» disse, mentre cercava rapidamente una foto nel tablet e la trasferiva sullo schermo alle sue spalle. Era un’istantanea di Mercer scattata tre anni prima, subito dopo che avevano smesso di uscire insieme, quando erano ancora amici, loro due in piedi davanti all’imbocco di una pista costiera sulla quale stavano per incamminarsi.

Non aveva mai pensato, prima di allora, di usare il Cerchio per trovare Mercer, ma ora le parve assolutamente ragionevole. Quale modo migliore di questo per dimostrargli la portata e la forza della Rete e della gente che ne faceva parte? Il suo scetticismo sarebbe svanito.

«Okay» disse Mae rivolta al pubblico. «Oggi il nostro secondo obiettivo non sarà un ricercato dalla giustizia, ma, si potrebbe dire, un ricercato… be’, dall’amicizia.»

E sorrise, rispondendo così alle risate della sala.

«Questo è Mercer Medeiros. Non lo vedo da qualche mese, e sarei felice di rivederlo. Come Fiona Highbridge, però, è uno che sta cercando di non farsi trovare. Dunque, vediamo se saremo capaci di battere il nostro record precedente. Tutti pronti? Facciamo partire il cronometro.» E il cronometro partì.

In novanta secondi affluirono centinaia di post di persone che lo conoscevano, dalle elementari al liceo, all’università, al lavoro. C’era persino qualche foto con Mae, cosa che divertì tutti gli interessati. Poi, però, con orrore di Mae, ci fu un lungo intervallo, di quattro minuti e mezzo, in cui nessuno offrì informazioni utili a scoprire la località dove si trovava. Una ex fidanzata disse che anche a lei sarebbe piaciuto conoscere il suo indirizzo, dal momento che Mercer aveva un’attrezzatura per immersioni subacquee che le apparteneva. Questo fu, per qualche tempo, il messaggio più significativo, ma poi arrivò uno zing da Jasper, nell’Oregon, che balzò immediatamente in vetta alla classifica.

Ho visto questo tizio nel nostro emporio. Lasciatemi controllare.

E quel corrispondente, Adam Frankenthaler, si mise in contatto con i vicini, e presto furono tutti d’accordo sul fatto che avevano visto Mercer nella bottiglieria, all’emporio, in biblioteca. Ma poi ci fu un’altra pausa tormentosa, di quasi due minuti, in cui nessuno riuscì assolutamente a scoprire dove abitasse. Il cronometro segnava 7 minuti e 31 secondi.

«Okay» disse Mae. «Ecco dove entrano in gioco gli strumenti più efficaci. Controlliamo le agenzie immobiliari del posto per i contratti di locazione. Controlliamo i rendiconti delle carte di credito, i tabulati telefonici, i registri della biblioteca, qualunque cosa per cui avrebbe dovuto firmare. Oh, un momento.» Alzando gli occhi, Mae aveva visto che erano stati trovati due indirizzi, entrambi nella stessa cittadina dell’Oregon. «Sappiamo come li abbiamo avuti?» chiese, ma sembrava che non avesse più importanza. Ormai le cose si stavano muovendo troppo in fretta.

Nei due o tre minuti seguenti molte macchine confluirono verso entrambi gli indirizzi, con i passeggeri che filmavano l’arrivo. Un recapito era sopra un outlet di medicina omeopatica della città, sovrastato da grandi sequoie. Una videocamera mostrò una mano che bussava alla porta, e poi sbirciò dalla finestra. Dapprima non ci fu nessuna risposta, ma finalmente la porta si aprì e la videocamera si abbassò fino a inquadrare un piccino di quattro o cinque anni che, alla vista della folla davanti alla casa, sembrò terrorizzato.

«Mercer Medeiros abita qui?» disse una voce.

Il bambino si voltò e sparì dentro la casa buia. «Papà!»

Per un attimo Mae fu presa dal panico, pensando che quel bambino fosse di Mercer: tutto accadeva troppo rapidamente per consentirle di fare bene i conti. Ha già un figlio? No, si disse, quel bambino non poteva essere suo figlio biologico. Magari si era messo con una donna che aveva già dei figli!

Ma quando un’ombra entrò nel vano luminoso della porta, non era Mercer. Era un uomo col pizzetto di circa quarant’anni, con una camicia di flanella e i calzoni di una tuta. Vicolo cieco. Erano già passati otto minuti.

Fu trovato il secondo indirizzo. Era nei boschi, sul fianco di una montagna. Il grande schermo alle spalle di Mae inquadrò la veduta, mentre una macchina sfrecciava lungo un sentiero tortuoso fino a fermarsi davanti a una grande capanna di tronchi grigia.

Questa volta le riprese erano più professionali e più chiare. Qualcuno filmava un partecipante, una ragazza sorridente, che stava bussando alla porta, con le sopracciglia che andavano su e giù conferendole un’espressione maliziosa.

«Mercer?» disse, rivolta alla porta. «Mercer, sei lì dentro?» La familiarità che si percepiva nella voce innervosì Mae per qualche istante. «Stai lavorando a qualche lampadario?»

Mae avvertì una stretta allo stomaco. Aveva l’impressione che Mercer non avrebbe gradito la domanda, il tono noncurante con cui era stata formulata. Voleva guardarlo in faccia il più presto possibile, per potergli parlare direttamente. Ma nessuno rispondeva.

«Mercer!» ripeté la ragazza. «Lo so che sei lì dentro. Vedo la tua macchina.» La videocamera panoramicò verso il sentiero, dove Mae notò, con un brivido, che era proprio il pick-up di Mercer. Quando panoramicò all’indietro, la videocamera rivelò un gruppo di dieci o dodici persone, quasi tutta gente del posto, con berretti da baseball e, almeno in un caso, una tuta mimetica. La panoramica finì sulla porta d’ingresso, mentre la folla aveva cominciato a cantare. «Mercer! Mercer! Mercer!»

Mae consultò il cronometro. Nove minuti e 24 secondi. Avrebbero battuto il record di Fiona Highbridge di almeno un minuto. Ma prima Mercer doveva andare ad aprire.

«Facciamo il giro» disse la ragazza, e il feed seguì una seconda videocamera che rasentava la veranda sbirciando dalle finestre. Dentro non si vedeva nessuno. C’erano delle canne da pesca e una catasta di corna di cervo, e libri e carte a mucchi accanto a sedie e poltrone impolverate. Sulla mensola del caminetto Mae era certa di aver visto una foto che riconobbe, di Mercer con i fratelli e i genitori, durante un viaggio che avevano fatto a Yosemite. Ricordava quella foto, ed era certa delle persone raffigurate perché l’aveva sempre colpita come strano e meraviglioso il fatto che Mercer, che allora aveva sedici anni, appoggiava la testa sulla spalla di sua madre con un’espressione indifesa di amore filiale.

«Mercer! Mercer! Mercer!» salmodiavano le voci.

Ma era possibilissimo, pensò Mae, che fosse andato a fare una scampagnata o a raccogliere legna da ardere come un troglodita, e che dunque potesse non tornare per ore. Era ormai pronta a rivolgersi al pubblico, a proclamare il successo della ricerca e a concludere la dimostrazione – dopo tutto l’avevano trovato, senz’ombra di dubbio –, quando udì una voce che strillava:

«Eccolo! Sul sentiero!».

E le due videocamere ripresero a muoversi e a tremare mentre correvano dalla veranda al Toyota. C’era una figura che stava salendo sul pick-up, e Mae capì che era Mercer quando le videocamere calarono su di lui. Ma mentre si avvicinavano – abbastanza perché si udisse la voce di Mae – Mercer stava già facendo marcia indietro sul sentiero.

Una figura correva di fianco al pick-up, un ragazzotto, che fu visto attaccare qualcosa al finestrino dal lato del passeggero. Mercer, sempre a marcia indietro, entrò nella strada maestra e prese il largo. In un caos di corse e di risate, tutti i partecipanti che si erano raccolti intorno alla sua casa entrarono nelle macchine per inseguirlo.

Un messaggio da uno degli inseguitori spiegò che al finestrino del passeggero era stata appiccicata una videocamera SeeChange, che fu attivata immediatamente e la cui inquadratura apparve sullo schermo, mostrando un’immagine molto chiara di Mercer al volante.

Mae sapeva che quella videocamera aveva un audio a senso unico, e che per questo non poteva parlare con Mercer. Ma sapeva che doveva farlo. Lui non poteva sapere, ancora, che dietro tutto questo c’era lei. Mae doveva assicurargli che non era un odioso tentativo di molestarlo. Che era solo la sua amica Mae che stava illustrando le possibilità del programma SoulSearch, e che voleva solo parlare con lui per un secondo, per riderne insieme.

Ma mentre il bosco sfrecciava oltre il finestrino, macchia confusa di verde, bianco e marrone, la bocca di Mercer era un terribile squarcio di rabbia e di paura. Sterzava molto spesso col pick-up, spericolatamente, e sembrava salire tra i monti. Mae dubitava che i partecipanti sarebbero riusciti a raggiungerlo, ma sapeva che avevano la videocamera SeeChange, che offriva una visione così nitida e cinematografica da rendere l’inseguimento veramente appassionante. Mercer somigliava al suo eroe, Steve McQueen, furioso ma controllato mentre guidava il suo veicolo sobbalzante. Mae pensò per un istante a un programma in streaming che avrebbero potuto ideare, in cui una persona, semplicemente, filmava mentre guidava all’impazzata tra bellissimi paesaggi. Corri, disse lei: il titolo poteva essere questo. La fantasticheria fu interrotta dalla voce di Mercer, piena di veleno: «Fanculo!» urlava. «Andate affanculo!»

Stava guardando la videocamera. L’aveva scoperta. Poi l’inquadratura cominciò a scendere. Mercer stava abbassando il vetro. Mae si chiedeva se avrebbe tenuto, se l’adesivo avrebbe resistito alla forza del meccanismo automatico, ma la risposta le arrivò in pochi secondi, quando la videocamera si staccò dal finestrino, con l’occhio che ondeggiava freneticamente mentre volava via e cadeva, mostrando prima bosco, poi asfalto e infine, quando si fermò in mezzo alla strada, cielo.

Il cronometro segnava 11 minuti e 51 secondi.

Per qualche lungo istante non ci furono più immagini di Mercer. Mae supponeva che da un momento all’altro una delle macchine inseguitrici l’avrebbe raggiunto, ma le riprese da tutt’e quattro le automobili non mostravano alcuna traccia di lui. Erano tutte su strade diverse, e dall’audio si capiva bene che non avevano la più pallida idea di dove fosse.

«Okay» disse Mae, sapendo che stava per far fare al pubblico un salto sulle poltrone. «Lanciate i droni!» tuonò, con una voce che voleva far pensare, anche se in modo beffardo, alla malvagità di una strega.

Ci volle un tempo insopportabilmente lungo – tre minuti o giù di lì – ma presto i droni privati disponibili nella zona, undici in totale, si alzarono in aria, ognuno comandato dal proprietario, e tutti puntarono verso la montagna dove si era immaginato che Mercer stesse viaggiando. I rispettivi sistemi GPS impedivano ai droni di cozzare tra loro e, coordinandosi con la visione satellitare, essi rintracciarono il suo pick-up celeste in sessantasette secondi. Il cronometro era arrivato a 15 minuti e 4 secondi.

Quindi apparvero sullo schermo le riprese dai droni, presentando al pubblico un incredibile mosaico d’immagini, con tutti i droni che, ben distanziati, offrivano una visione caleidoscopica del pick-up che si arrampicava come un bolide su per quella strada di montagna in mezzo ai pini. Alcuni dei droni più piccoli si abbassarono per avvicinarsi al veicolo, mentre tutti gli altri, troppo grandi per passare tra gli alberi, lo seguivano dall’alto. Uno dei droni più minuscoli, chiamato ReconMan 10, si era lasciato cadere sotto il baldacchino formato dalle chiome degli alberi e sembrava volersi attaccare al finestrino dalla parte del guidatore. L’inquadratura era stabile e chiara. Mercer si voltò a guardarlo e, quando si fu reso conto della sua presenza e della sua tenacia, un’espressione di orrore assoluto gli trasformò il viso. Mae non gli aveva mai visto una faccia come quella.

«Qualcuno può darmi l’audio del drone chiamato ReconMan 10?» chiese. Il finestrino era ancora aperto. Se avesse potuto parlargli attraverso l’altoparlante del drone, Mercer l’avrebbe udita e avrebbe capito che era lei. Ricevette il segnale che l’audio era stato attivato.

«Mercer. Sono io, Mae! Mi senti?»

Da qualche piccolo segno, il suo viso mostrò che l’aveva riconosciuta. Mercer strizzò gli occhi e tornò a guardare verso il drone, incredulo.

«Mercer. Fermati. Sono io. Mae.» Poi, quasi ridendo, disse: «Volevo solo dirti ciao».

Il pubblico scoppiò in un boato.

Rinfrancata dalle risa in sala, Mae si aspettava che anche Mercer avrebbe riso, e si sarebbe fermato, e avrebbe scosso la testa, pieno di ammirazione per lo straordinario potere degli strumenti di cui disponeva. Quello che Mae voleva da lui era che dicesse: “Okay, un punto a tuo favore. Mi arrendo. Hai vinto”.

Mercer, invece, non sorrideva e non si fermò. Non guardava più neanche il drone. Era come se avesse deciso di prendere un’altra strada, e non vedesse altro davanti a sé.

«Mercer!» disse lei, dando scherzosamente alla propria voce un tono autoritario. «Mercer, ferma la macchina e arrenditi. Sei circondato.» Poi pensò a una cosa che la fece sorridere di nuovo. «Sei circondato…» disse abbassando la voce, e ancora, in un allegro contralto, «da amici!» Come sapeva che sarebbe successo, uno scroscio di applausi e di risate dilagò nell’auditorium.

Ma, anche così, Mercer non si fermò. Non aveva più guardato il drone da vari minuti. Mae consultò il cronometro: 19 minuti e 57 secondi. Non riusciva a decidere se aveva o non aveva importanza che Mercer si fermasse, o ammettesse la presenza delle videocamere. In fondo lo avevano rintracciato, no? Quando era stato visto correre verso il pick-up, forse avevano già battuto il record di Fiona Highbridge. Quello era stato il momento in cui avevano verificato la sua identità corporea. Per un attimo Mae pensò di richiamare i droni e spegnere le videocamere, perché Mercer era in uno dei suoi momenti di malumore e non avrebbe collaborato: e comunque lei aveva dimostrato quello che voleva dimostrare.

Ma qualcosa nell’incapacità di darsi per vinto, di ammettere la sconfitta, o perlomeno di riconoscere l’incredibile potere della tecnologia agli ordini di Mae… No, Mae sapeva che non avrebbe potuto rinunciare finché non avesse ricevuto un segno della sua arrendevolezza. Quale sarebbe stato, però? Lo ignorava, ma sapeva che avrebbe capito quando l’avesse visto.

E allora il paesaggio in cui s’inoltrava il pick-up si aprì. Non erano più boschi, fitti e in rapido movimento. Adesso tutto era azzurro e chiome d’alberi, e nuvole bianche e luminose.

Mae passò a un’altra inquadratura e vide la scena da un drone alto nel cielo. Mercer stava attraversando un ponte, un angusto viadotto che collegava quella montagna a un’altra, la cui campata dominava un orrido da un’altezza di decine e decine di metri.

«Possiamo accendere il microfono?» chiese.

Apparve l’icona che indicava che il microfono, da mezzo volume, era stato portato a volume intero.

«Mercer!» disse Mae, con la voce più minacciosa che riuscisse a trovare. Sorpresa da quel suono rimbombante, la testa di Mercer ebbe uno scatto verso il drone. Forse prima non l’aveva udita?

«Mercer! Sono io, Mae!» disse lei, nutrendo la speranza che Mercer non avesse capito, fino a quel momento, che dietro tutto questo c’era lei. Ma Mercer non sorrise. Si limitò a scuotere la testa, lentamente, come colpito dalla più profonda delusione.

Ora Mae poteva vedere altri due droni sul finestrino dal lato del passeggero. Da uno di essi tuonò un’altra voce, maschile: «Mercer, figlio di puttana! Ferma quella macchina, brutto bastardo del cazzo!».

Mercer voltò bruscamente la testa nella direzione di quella voce, e quando tornò a puntare lo sguardo sulla strada la sua faccia mostrava un autentico terrore.

Sullo schermo alle sue spalle Mae vide che al mosaico erano state aggiunte due videocamere SeeChange piazzate sul viadotto. Una terza si animò pochi secondi dopo, offrendo una veduta del viadotto dalla riva del fiume sottostante.

Poi un’altra voce, questa di donna, e ridente, rombò dal terzo drone: «Mercer, cedi! Sottomettiti alla nostra volontà! Diventa nostro amico!».

Mercer sterzò verso il drone, come se volesse investirlo, ma questo modificò automaticamente la traiettoria e copiò il suo movimento, mantenendo la sincronia. «Non puoi sfuggirci, Mercer!» urlò la voce della donna. «Mai, mai, mai. È finita. Arrenditi, adesso. Diventa nostro amico!» Quest’ultimo invito venne formulato in un tono lamentoso di bambina, e la donna che parlava all’altoparlante elettronico rise della stranezza, di quella voce nasale che usciva da un drone opaco nero.

Il pubblico era entusiasta, e i commenti si stavano ammassando, con un’infinità di osservatori che dicevano che quella era la più grande esperienza visiva della loro vita.

E mentre gli applausi diventavano più forti, Mae vide qualcosa apparire sul viso di Mercer, qualcosa di simile alla determinazione, qualcosa di simile alla serenità. Il suo braccio destro girò il volante, e lui uscì dalle inquadrature dei droni, almeno temporaneamente, e quando essi lo riagganciarono il pick-up stava attraversando l’autostrada, puntando come un bolide verso la barriera di cemento, così veloce che sarebbe stato impossibile fermarsi. Il veicolo sfondò la barriera e saltò nell’abisso, e per un breve istante sembrò che volasse, sullo sfondo di montagne visibili per chilometri e chilometri. Poi il pick-up scomparve.

Mae volse istintivamente lo sguardo alla videocamera sulla riva del fiume e vide chiaramente un minuscolo oggetto cadere dall’alto del viadotto e atterrare, come un giocattolo di latta, sulle rocce sottostanti. Anche se sapeva che quell’oggetto era il pick-up di Mercer, e sapeva, in qualche recesso della mente, che dopo una caduta come quella non potevano esserci superstiti, tornò a guardare le altre videocamere, le inquadrature dei droni ancora sospesi a mezz’aria, aspettandosi di vedere Mercer sul viadotto, che guardava il pick-up sotto di lui. Ma sul viadotto non c’era nessuno.

«Come ti senti, oggi?» chiese Bailey.

Si trovavano nella sua biblioteca e, a parte gli osservatori, erano soli. Dal giorno della morte di Mercer, una settimana prima, i numeri erano rimasti costanti, sui ventotto milioni.

«Bene, grazie» disse Mae, misurando le parole, immaginando che in qualunque situazione il presidente debba trovare una via di mezzo tra la forte emozione e la tranquilla dignità, la compostezza abituale. Aveva già provato a mettersi nei panni di un presidente. Aveva molte cose in comune con loro: la responsabilità verso troppe persone, il potere d’influenzare eventi globali. E con la sua posizione erano arrivate nuove crisi a livello presidenziale. C’era il decesso di Mercer. C’era il collasso di Annie. Pensò ai Kennedy. «Non sono ancora sicura di aver incassato la mazzata» disse.

«E potresti non sentirla ancora per un po’» disse Bailey. «Il dolore non è così puntuale come lo vorremmo noi. Ma non devi gettarti la croce addosso, non voglio. Non lo starai facendo, spero.»

«Be’, è piuttosto difficile non farlo» disse Mae, ed ebbe un fremito. Quelle parole non erano presidenziali, e Bailey non se le fece sfuggire.

«Mae, stavi solo cercando di aiutare un giovane asociale affetto da gravi turbe psichiche. Tu e gli altri partecipanti gli avevate teso la mano, cercando di riportarlo nell’abbraccio dell’umanità, e lui vi ha respinto. Credo sia evidente che tu eri, caso mai, la sua unica speranza.»

«Grazie per queste parole» disse lei.

«È come se tu fossi un dottore che viene ad aiutare un paziente che sta male, e il paziente, alla vista del dottore, si butta dalla finestra. Mica si può dare la colpa a te.»

«Grazie» disse Mae.

«E i tuoi genitori? Tutto bene?»

«Bene. Grazie.»

«Dev’essere stato bello vederli alla funzione.»

«Sì» disse Mae, anche se non avevano quasi aperto bocca e da allora non si erano più fatti vivi.

«So che tra voi c’è ancora una certa distanza, ma col tempo verrà meno. La distanza si colma sempre.»

Mae era molto grata a Bailey, per la sua forza e la sua calma. Era, in quel momento, il suo miglior amico, e anche qualcosa di simile a un padre. Lei amava i suoi genitori, che però non erano saggi come questo, non erano forti come questo. Era grata a Bailey e a Stenton, ma in particolar modo a Francis, che da allora aveva passato quasi tutti i giorni con lei.

«Che delusione veder succedere una cosa del genere» continuò Bailey. «È davvero esasperante. Lo so che è un evento fortuito, e so che è uno dei miei pallini, ma davvero: di sicuro non sarebbe successo se Mercer fosse stato a bordo di un veicolo con autopilota. La programmazione l’avrebbe impedito. Francamente, i veicoli come quello che guidava dovrebbero essere vietati.»

«Giusto» disse Mae. «Quello stupido carrozzone.»

«E non che sia un problema di denaro, ma sai quanto costerà riparare quel viadotto? E cos’è già costato pulire tutta la frittata là sotto? Mettilo in una macchina con autopilota e nessuno può più scegliere l’autodistruzione. La macchina l’avrebbe impedito. Scusa. Non dovrei rimettermi a pontificare su una cosa così estranea al tuo dolore.»

«Non c’è problema.»

«E viveva là, solo soletto in una capanna di tronchi. Per forza è andato in depressione e ha raggiunto uno stato di follia e di paranoia. Volevo dire che quando sono arrivati i partecipanti quel ragazzo era già fuori di testa. E stava lassù, da solo, irraggiungibile da migliaia, addirittura da milioni di persone che l’avrebbero aiutato in tutti i modi possibili se l’avessero saputo.»

Mae alzò lo sguardo al soffitto di vetro istoriato di Bailey – tutti quegli angeli… – pensando a quanto Mercer avrebbe gradito essere considerato un martire. «Tante persone gli volevano bene» disse.

«Tantissime persone. Hai visto i commenti e gli omaggi? La gente voleva aiutare. Hanno cercato di aiutare. Tu l’hai fatto. E senza dubbio ci sarebbero state altre migliaia di persone, se lui le avesse lasciate fare. Se respingi l’umanità, se respingi tutti gli strumenti che hai a disposizione, tutto l’aiuto che hai a disposizione, succederanno delle brutte cose. Respingi la tecnologia che impedisce ai veicoli di cadere in un burrone e cadrai in un burrone, materialmente. Respingi l’aiuto e l’amore dei miliardi di persone pietose che ci sono sulla Terra e precipiterai in un burrone, emotivamente. Giusto?» Bailey fece una pausa, come per consentire a tutt’e due d’impregnarsi della metafora precisa e ben scelta che aveva evocato. «Respingi i gruppi, la gente, gli ascoltatori che, là fuori, vogliono connettersi, immedesimarsi negli stati d’animo degli altri e abbracciarli, e il disastro sarà imminente. Mae, questo era chiaramente un giovanotto profondamente depresso e isolato che non poteva sopravvivere in un mondo come il nostro, un mondo che si muove verso la comunione e l’unità. Vorrei averlo conosciuto. Sento di averlo fatto, almeno un po’, avendo assistito agli avvenimenti di quella giornata. Eppure…»

Bailey emise un sospiro gutturale, il suono di una profonda frustrazione.

«Sai, qualche anno fa mi venne l’idea che sarei riuscito, nel corso della vita, a conoscere tutti gli abitanti della Terra. Tutti, anche se solo superficialmente. Stringergli la mano o salutarli. E quando ebbi questa ispirazione pensai veramente di poterlo fare. Riesci a sentire il fascino di un’idea come questa?»

«Assolutamente» disse Mae.

«Ma ci sono sette miliardi e rotti di persone sul pianeta! Allora ho fatto i conti. La soluzione migliore che sono riuscito a trovare era questa: se avessi passato tre secondi con ogni persona, fanno venti persone al minuto. Milleduecento l’ora! Mica male, eh? Ma anche di quel passo, dopo un anno avrei conosciuto solo 10.512.000 persone. Mi occorrerebbero 665 anni per incontrare tutti, di quel passo! Demoralizzante, vero?»

«Sì» disse Mae. Aveva fatto anche lei un calcolo analogo. Era sufficiente, pensava, essere visti da una frazione di quel numero di persone? Qualcosa doveva contare.

«Così dobbiamo accontentarci delle persone che conosciamo e possiamo conoscere» disse Bailey, con un altro sospiro. «E accontentarci di sapere solo quanti sono. Sono tanti, e possiamo scegliere tra molti. Nel tuo infelice Mercer abbiamo perso uno dei molti, moltissimi abitanti della Terra, che ci ricordano l’inestimabile valore della vita e la sua abbondanza. Dico bene?»

«Sì.»

I pensieri di Mae avevano seguito la stessa strada. Dopo la morte di Mercer, dopo il collasso di Annie, quando era così sola, Mae sentiva che lo strappo tornava ad aprirsi dentro di lei, più largo e più nero che mai. Ma poi osservatori da tutto il mondo le avevano teso la mano, inviandole il loro sostegno, i loro smile – ne aveva ricevuti milioni, decine di milioni –, e lei aveva capito cos’era lo strappo e come ricucirlo. Lo strappo era non sapere. Non sapere chi l’avrebbe amata e per quanto tempo. Lo strappo era la follia di non sapere: non sapere chi era Kalden, non conoscere la mente di Mercer, la mente di Annie, i suoi piani. Mercer si sarebbe potuto salvare – si sarebbe salvato – se avesse fatto conoscere la sua mente, se avesse permesso a Mae, e al resto del mondo, di entrare. Era il non sapere il seme della follia, della solitudine, del sospetto, della paura. Ma c’erano dei sistemi per risolvere tutto questo. La chiarezza aveva permesso a tutto il mondo di conoscerla, e l’aveva resa migliore, l’aveva avvicinata – così almeno sperava – alla perfezione. Ora il mondo avrebbe seguito il suo esempio. La completa trasparenza avrebbe portato al pieno accesso, e il non sapere non sarebbe più esistito. Mae sorrise, pensando a com’era tutto semplice, a com’era puro. Bailey condivise il suo sorriso.

«Ora» disse, «a proposito delle persone che ci stanno a cuore e che non vogliamo perdere, so che ieri sei andata a trovare Annie. Come sta? Sempre nello stesso stato?»

«Sempre. La conosci. È forte.»

«È veramente forte. Ed è così importante per noi, qui. Proprio come te. Noi saremo con te, e con Annie, per sempre. So che lo sapete, tutt’e due, ma voglio ripeterlo. Non sarete mai senza il Cerchio. Okay?»

Mae si stava sforzando di non piangere. «Okay.»

«Okay, allora.» Bailey sorrise. «Ora dovremmo andare. Stenton sta aspettando, e credo che una distrazione farebbe bene a tutti.» E qui indicò Mae e gli osservatori. «Sei pronta?»

Mentre camminavano lungo il corridoio buio verso il nuovo acquario, che irradiava una fluente luce blu, Mae vide il nuovo sorvegliante che stava salendo una scaletta. Stenton aveva assunto un altro biologo marino dopo aver avuto delle divergenze filosofiche con Georgia, che si era dichiarata contraria ai suoi esperimenti alimentari e aveva rifiutato di fare ciò che il suo sostituto, un uomo alto con la testa rasata, stava per fare: mettere tutte le creature pescate da Stenton nella fossa delle Marianne in una sola vasca, per creare qualcosa di più somigliante all’ambiente in cui le aveva trovate. Sembrava un’idea così logica che Mae era contenta che Georgia fosse stata licenziata e sostituita. Chi non avrebbe voluto tutti gli animali in un habitat molto simile a quello originario? Georgia era stata timida e poco lungimirante, e per una persona così non c’era posto né accanto a quelle vasche, né accanto a Stenton o nel Cerchio.

«Eccolo» disse Bailey mentre si avvicinavano all’acquario. Stenton uscì dall’ombra e Bailey gli strinse la mano, poi Stenton si rivolse a Mae.

«Mae, che gioia rivederti» disse, prendendole le mani tra le sue. Era euforico, ma gli angoli della sua bocca si piegarono all’ingiù, per un istante, in omaggio alla recente perdita di Mae. Lei sorrise timidamente, poi alzò gli occhi. Voleva fargli capire che stava bene, che era pronta. Lui annuì, fece un passo indietro e tornò alla vasca. Per l’occasione, Stenton ne aveva fatta costruire una molto più grande e l’aveva riempita di un meraviglioso assortimento di alghe marine e coralli vivi, una sinfonia di colori sotto la luce sfolgorante dell’acquario. C’erano anemoni color lavanda, e coralli a bolle verdi e gialli, le strane sfere bianche delle spugne di mare. L’acqua era calma, ma una placida corrente faceva ondeggiare la vegetazione violetta, stretta tra angolini di corallo a nido d’ape.

«Bello. Veramente bello» disse Bailey.

Bailey, Stenton e Mae rimasero là in piedi, con la videocamera di Mae puntata sulla vasca, permettendo agli osservatori di affondare lo sguardo in quel ricco tableau sottomarino.

«E presto sarà completo» disse Stenton.

In quel momento Mae avvertì una presenza accanto a lei, un fiato ardente sulla nuca, che andava da sinistra a destra.

«Oh, eccolo qui» disse Bailey. «Non credo che tu abbia ancora incontrato Ty, vero, Mae?

Lei si voltò e accanto a Bailey e Stenton vide Kalden, che sorrideva porgendole la mano. Indossava un berretto di lana e una felpa troppo grande col cappuccio. Ma era Kalden, impossibile sbagliarsi. Prima che riuscisse a soffocarlo, le sfuggì un respiro affannoso.

Lui sorrise, e lei capì immediatamente che restare senza fiato davanti a Ty sarebbe apparso naturale sia ai suoi osservatori sia ai Saggi. Abbassò lo sguardo e si accorse che gli stava già stringendo la mano. Non riusciva a respirare.

Quando alzò gli occhi vide che Bailey e Stenton sorridevano. Dovevano aver pensato che fosse in soggezione davanti al creatore di tutto questo, il misterioso giovanotto dietro il Cerchio. Tornò a guardarlo, cercando una spiegazione, ma il sorriso di Kalden non cambiò. I suoi occhi rimasero perfettamente opachi.

«Che piacere conoscerti, Mae» disse. Lo disse timidamente, quasi borbottando, ma sapeva quello che faceva. Sapeva cosa il pubblico si aspettava da Ty.

«Il piacere è mio» disse Mae.

A questo punto il suo cervello andò in pappa. Che cazzo stava succedendo? Tornò a scrutare il suo viso, scorgendo, sotto il berretto di lana, qualche ciocca di capelli grigi. Soltanto lei sapeva della loro esistenza. Davvero, Bailey e Stenton sapevano che era così invecchiato? Che si faceva passare per un altro, per un ignoto di nome Kalden? Mae pensò che dovevano saperlo. Certo che lo sapevano. Ecco perché appariva solo in video: video probabilmente registrati tanto tempo prima. Stavano perpetuando tutto questo, aiutandolo a scomparire.

Mae aveva ancora la mano di Kalden nella sua. Si staccò.

«Avrebbe dovuto succedere prima» disse lui. «Me ne scuso.» Poi parlò all’obiettivo della videocamera di Mae, fornendo una performance assolutamente naturale per gli osservatori. «Ho lavorato a certi progetti nuovi, un mucchio di cose fichissime, e così sono stato assai meno reperibile di quanto avrei dovuto.»

Il numero degli osservatori di Mae crebbe all’istante, da poco più di trenta milioni a trentadue, e continuò a salire rapidamente.

«Ne è passato di tempo dall’ultima volta che noi tre siamo stati insieme nello stesso posto!» disse Bailey. Il cuore di Mae batteva a precipizio. Lei con Ty ci era andata a letto. Che significava? E Ty, non Kalden, che la metteva in guardia contro il Completamento? Com’era possibile? Che voleva dire?

«Cosa stiamo per vedere?» chiese Kalden, accennando all’acquario. «Credo di saperlo, ma sono ansioso di assistere alla scena.»

«Okay» disse Bailey, battendo le mani e torcendosele con impazienza. Si girò verso Mae, che volse il suo obiettivo verso di lui. «Poiché lui diventerebbe troppo tecnico, il mio amico Stenton, qui, mi ha chiesto di spiegare. Come sapete tutti, ha riportato alcune incredibili creature dagli abissi insondati della fossa delle Marianne. Tutti voi ne avete viste alcune, in particolare il polpo, l’ippocampo e la sua progenie e, nel modo più drammatico, lo squalo.»

Si stava spargendo la voce che i Tre Saggi erano insieme, e in onda, e gli osservatori di Mae arrivarono a quaranta milioni. Lei si voltò verso i tre uomini e scoprì, sul proprio polso, di aver colto una straordinaria immagine dei loro tre profili mentre tutti insieme guardavano l’acquario, col viso immerso nella luce blu e gli occhi che rispecchiavano la vita bruta che c’era dentro. Gli osservatori, notò, erano saliti a cinquantuno milioni. Attirò l’attenzione di Stenton, che con un cenno quasi impercettibile del capo le fece capire chiaramente che doveva puntare di nuovo l’obiettivo sull’acquario. Così fece, tentando con gli occhi di strappare a Kalden un gesto d’intesa. Lui fissava l’acqua nella vasca, senza scoprirsi. Bailey continuò.

«Finora le nostre tre star sono state tenute in vasche separate, mentre si acclimatavano alla vita che facevano qui al Cerchio. Ma è stata una separazione artificiale, naturalmente. Sono legate tra loro, come quando erano nel mare dove le abbiamo trovate. Così, stiamo per assistere al loro ricongiungimento, in modo che possano coesistere e fornirci un’immagine più naturale della vita negli abissi.»

A questo punto, dall’altro lato della vasca, Mae poté vedere l’assistente che si arrampicava su per la scaletta rossa, reggendo un grosso sacco di plastica appesantito dall’acqua e dai suoi minuscoli passeggeri. Mae stava cercando di rallentare la respirazione, ma non ci riusciva. Si sentiva come se stesse per vomitare. Pensò di scappar via, in un posto lontanissimo. Fuggire con Annie. Dov’era Annie?

Vide che Stenton la guardava, con occhi preoccupati e severi, che la esortavano a riprendersi. Cercò di respirare, di concentrarsi su quello che stava succedendo. Dopo tutto questo avrebbe avuto il tempo, si disse, di sbrogliare la matassa di Kalden e Ty. Avrebbe avuto il tempo. Il suo cuore si calmò.

«Victor» disse Bailey, «come forse potete vedere, sta portando il nostro carico più delicato, il cavalluccio marino, e naturalmente la sua numerosa progenie. Come noterete, i cavallucci marini vengono trasferiti nella nuova vasca dentro un sacchetto di plastica, più o meno come si porterebbe a casa un pesce rosso da una fiera di paese. Si è rivelato il sistema migliore per trasportare creature delicate come questa. Non ci sono superfici dure contro le quali andare a sbattere, e la plastica è molto più leggera del plexiglas o di ogni altra superficie rigida.»

Il sorvegliante era arrivato in cima alla scaletta e, dopo una rapida occhiata di conferma da parte di Stenton, calò cautamente il sacchetto nell’acqua, in modo che restasse a galla. I cavallucci marini, passivi come sempre, erano adagiati sul fondo del sacchetto e non davano segno di essersi accorti di niente: di trovarsi dentro un sacchetto, di essere stati spostati, di essere vivi. Si muovevano appena, e non si lamentavano.

Mae diede un’occhiata al contatore. Gli osservatori erano sessantadue milioni. Bailey lasciò intendere che avrebbero atteso per qualche minuto che le temperature dell’acqua nel sacchetto e nella vasca si allineassero, e Mae approfittò dell’occasione per voltarsi nuovamente dalla parte di Kalden. Cercò di richiamarne l’attenzione, ma lui scelse di non staccare gli occhi dall’acquario. Vi affondava lo sguardo, sorridendo benevolmente ai cavallucci, come se badasse ai suoi bambini.

Dietro la vasca, Victor stava di nuovo salendo la scaletta rossa. «Be’, questo è davvero emozionante» disse Bailey. «Ora assistiamo al trasporto del polpo. Ha bisogno di un recipiente più grande, ma non così grande rispetto alle sue proporzioni. È capace di stare in un portavivande, se vuole: non ha spina dorsale, non ha ossa. È flessibile e infinitamente adattabile.»

Presto i due recipienti, quello che ospitava il polpo e quello con gli ippocampi, rimasero a ondeggiare dolcemente su quella superficie al neon. Il polpo sembrava consapevole, almeno fino a un certo punto, dell’esistenza di una casa assai più grande sotto di lui, e si schiacciava contro il fondo della sua dimora provvisoria.

Mae vide Victor indicare i cavallucci marini e fare un rapido cenno a Bailey e Stenton. «Okay» disse Bailey. «Sembra che sia ora di liberare i nostri amici nel loro nuovo habitat. Immagino che sarà bellissimo. Avanti, Victor, appena sei pronto.» E quando Victor li lasciò liberi, fu davvero bellissimo. I cavallucci marini, trasparenti ma con un tocco di colore, come se fossero stati sottoposti a una leggera doratura, caddero nella vasca, affondando come una lenta pioggia di punti interrogativi d’oro.

«Accidenti» disse Bailey. «Guardate.»

E finalmente il padre di tutti loro, che appariva titubante, cadde dal sacchetto nella vasca. Diversamente dai figli, che si erano sparpagliati in tutte le direzioni, si portò con decisione sul fondo della vasca e si nascose rapidamente tra i coralli e la vegetazione. In pochi secondi diventò invisibile.

«Accidenti» disse Bailey. «Che pesce timido.»

I piccoli, però, continuarono a fluttuare verso il basso, e a nuotare al centro della vasca, mentre pochi di loro sembravano avere una meta precisa.

«Siamo pronti?» chiese Bailey alzando gli occhi a Victor. «Be’, stiamo andando bene! Mi sembra che ormai siamo pronti per il polpo.» Victor aprì il fondo del sacco, squarciandolo, e il polpo si allargò di botto come una mano accogliente. Come aveva fatto quando era solo, passava i tentacoli sui contorni del vetro, tastando i coralli, le alghe, sempre gentile, quasi volesse conoscere tutto, toccare tutto.

«Guardatelo. È incantevole» disse Bailey. «Che splendida creatura. Deve avere qualcosa di simile a un cervello in quel suo pallone gigantesco, eh?» E qui Bailey si rivolse a Stenton, esigendo una risposta, ma Stenton preferì considerare la domanda retorica. Un pallidissimo sorriso gli arricciò l’angolo della bocca, ma non distolse lo sguardo dalla scena che aveva davanti agli occhi.

Il polpo sbocciò e crebbe, e si mise a volare da un lato all’altro della vasca, toccando appena gli ippocampi e ogni altro essere vivente, perché voleva solo guardarli, voleva solo conoscerli, e mentre toccava e misurava tutto quello che c’era nell’acquario Mae vide nuovamente del movimento sulla scaletta rossa.

«Ora Victor e il suo aiutante portano la vera attrazione» disse Bailey, guardando il primo operatore, che era stato raggiunto da un secondo, anche lui vestito di bianco, che manovrava una specie di carrello elevatore. Il carico era un cassone di plexiglas, e dentro questa dimora provvisoria lo squalo si dibatté due o tre volte, con la coda che frustava a destra e a manca, ma era molto più tranquillo di come Mae l’aveva visto prima.

Dall’alto della scaletta, Victor depose il cassone di plexiglas sulla superficie dell’acqua, e quando Mae si aspettava che il polpo e gli ippocampi corressero a nascondersi, lo squalo restò assolutamente immobile.

«Toh, questa è bella» disse Bailey, meravigliato.

Gli osservatori crebbero ancora, arrivando a settantacinque milioni, e aumentavano freneticamente, mezzo milione ogni pochi secondi.

Sotto, il polpo sembrava ignaro dello squalo e della possibilità di trovarsi nell’acquario insieme a lui. Lo squalo appariva pietrificato, forse perché non ammetteva che gli occupanti della vasca potessero avvertire la sua presenza. Intanto Victor e il suo assistente erano scesi dalla scaletta e Victor stava tornando con un grosso secchio.

«Come potete vedere in questo momento» disse Bailey, «la prima cosa che sta facendo Victor è versare nella vasca una parte del cibo preferito dello squalo. Questo lo distrarrà e lo farà contento, e permetterà ai suoi nuovi vicini di acclimatarsi. Victor ha dato da mangiare allo squalo per tutta la giornata, perciò dovrebbe essere già sazio. Ma questi tonni gli serviranno da colazione, pranzo e cena, caso mai avesse ancora fame.»

E così Victor lasciò cadere sei tonni, di quattro o cinque chili l’uno, nell’acquario, dove essi esplorarono rapidamente i dintorni. «C’è meno bisogno di acclimatarli lentamente» disse Bailey. «Presto saranno cibo, così la loro felicità è meno importante di quella dello squalo. Oh, guardate come filano.» I tonni stavano attraversando velocissimi l’acquario in diagonale, e la loro presenza improvvisa spinse il polpo e i cavallucci marini tra i coralli e le alghe sul fondo. Presto, però, i tonni persero gran parte della loro frenesia e continuarono a fare tranquillamente la spola tra le pareti dell’acquario. Sul fondo, il cavalluccio padre era sempre invisibile, mentre poteva essere vista la sua numerosa figliolanza, con le code arrotolate intorno alle fronde e ai tentacoli di vari anemoni. Era una scena pacifica, da cui Mae fu catturata per qualche minuto.

«Be’, è semplicemente magnifico» disse Bailey, lasciando scorrere lo sguardo sui coralli e sulla vegetazione multicolore, tutta in giallo, blu e bordeaux. «Guardate queste felici creature. Un regno pacifico. È quasi un peccato pensare di alterarlo in qualche modo» disse. Mae gli scoccò un’occhiata repentina, e lui, sorpreso, sembrò pentirsi di ciò che aveva detto, sapendo che non era nello spirito dell’impresa che stavano realizzando. Anche Bailey e Stenton si scambiarono rapide occhiate, e poi il primo cercò di rimediare.

«Ma noi qui stiamo cercando di puntare su questo mondo uno sguardo realista e olistico» disse. «E questo significa includere tutti gli abitanti dell’ecosistema. Vedo però che Victor mi sta segnalando che è ora d’invitare lo squalo a unirsi agli altri.»

Mae alzò gli occhi e vide Victor che lottava per aprire il coperchio sul fondo della vasca. Lo squalo era sempre immobile, un prodigio di autocontrollo. Poi cominciò a scivolare giù dalla rampa di plexiglas. Mentre lo faceva, per un attimo Mae fu combattuta. Sapeva che era la cosa più naturale, raggiungere il resto di coloro con i quali divideva il proprio ambiente. Sapeva che era giusto e inevitabile. Ma per un attimo lo trovò naturale nello stesso modo in cui sembra naturale vedere un aereo che cade dal cielo. L’orrore viene dopo.

«Ora, veniamo all’ultimo componente di questa famiglia sottomarina» disse Bailey. «Quando lo squalo sarà liberato noi vedremo, per la prima volta nella storia, com’è veramente la vita in fondo alla fossa, e in che modo vi coabitano creature come queste. Siamo pronti?» Bailey guardò Stenton, in piedi accanto a lui, in silenzio. Stenton annuì bruscamente, come se avesse trovato superfluo che Bailey si rivolgesse a lui per il via.

Victor lasciò libero lo squalo, e come se avesse adocchiato la sua preda attraverso il portello di plastica, preparandosi mentalmente al pasto e conoscendo la posizione precisa di ogni porzione, l’animale si fiondò verso il fondo, ghermì fulmineamente il tonno più grosso e lo divorò in due bocconi. Mentre il tonno attraversava, visibilmente, il suo canale alimentare, lo squalo ne mangiò altri due in rapida successione. Il quarto era ancora tra le sue mascelle quando i resti granulosi del primo cominciavano a depositarsi, come neve, sul fondo dell’acquario.

Mae, allora, guardò nella stessa direzione e scoprì che il polpo e la nidiata di cavallucci marini non erano più visibili. Notò qualche movimento nei fori del corallo, e vide quello che le sembrò un tentacolo. Anche se si sentiva sicura che lo squalo non poteva avere l’istinto di assalirli – dopotutto, Stenton li aveva trovati tutti molto vicini tra loro –, polpo e cavallucci si nascondevano come se conoscessero benissimo lo squalo e i suoi piani. Mae alzò lo sguardo e vide lo squalo girare in tondo nell’acquario, ormai vuoto, a parte lui. Nei pochi secondi in cui Mae aveva cercato il polpo e i cavallucci, lo squalo si era sbarazzato degli altri due tonni. I loro resti caddero come polvere sul fondo.

Bailey scoppiò in una risata nervosa. «Be’, mi chiedevo…» disse, e s’interruppe. Mae alzò lo sguardo e vide che gli occhi di Stenton erano socchiusi e non offrivano alternative. La dimostrazione non sarebbe stata sospesa. Guardò Kalden, o meglio Ty, i cui occhi non avevano lasciato la vasca. Stava assistendo placidamente alla scena, come se l’avesse già vista e ne conoscesse la conclusione.

«Okay» disse Bailey. «Il nostro squalo è un tipetto molto affamato, e io mi preoccuperei per gli altri abitanti del nostro piccolo mondo, qui, se non la sapessi più lunga. Ma la so più lunga. Sono vicino a uno dei grandi esploratori subacquei, un uomo che sa quello che fa.» Mae osservò Bailey mentre parlava. Stava guardando Stenton, con gli occhi che cercavano un appiglio, un segno dal quale capire che poteva interrompere la presentazione, o dare una spiegazione o qualche assicurazione. Ma Stenton fissava lo squalo, pieno di ammirazione.

Alcuni movimenti frenetici e scattanti costrinsero Mae a riportare lo sguardo sulla vasca. Il naso dello squalo ora affondava in un corallo, attaccandolo con una forza brutale.

«Oh, no» disse Bailey.

Presto il corallo si spaccò e lo squalo vi si tuffò dentro, uscendone immediatamente col polpo, che trascinò nello spazio aperto della vasca, come per offrire a tutti – Mae, gli osservatori e i Saggi – una vista migliore mentre faceva a pezzi l’animale.

«Oddio» disse Bailey, ora in tono più sommesso.

Intenzionalmente o no, il polpo accettò la sfida, sapendo che era in gioco il suo destino. Lo squalo gli strappò un tentacolo, poi sembrò fare un boccone della sua testa, solo per scoprire, qualche secondo dopo, che il polpo era ancora vivo e quasi intatto alle sue spalle. Ma non per molto.

«Oh, no. Oh, no» mormorava Bailey.

Lo squalo si voltò e, in un momento di frenetica attività, strappò i tentacoli alla sua preda, a uno a uno, finché il polpo cadde morto, massa sbrindellata di una materia bianca come il latte. Lo squalo la inghiottì in due bocconi e il polpo cessò di esistere.

Dalla gola di Bailey uscì una specie di lamento, e senza girarsi Mae guardò e scoprì che ora Bailey aveva voltato la testa, mettendosi le mani sugli occhi. Stenton, invece, guardava lo squalo con un misto di ammirazione e orgoglio, come un genitore che vedesse, per la prima volta, il figlio fare una cosa particolarmente notevole, una cosa che aveva sperato e che si aspettava, ma che era arrivata, con suo grande piacere, prima del previsto.

Sopra la vasca, Victor sembrava esitante, e stava cercando di richiamare l’attenzione di Stenton. Pareva chiedersi ciò che si stava chiedendo Mae, cioè se non fosse il caso di separare lo squalo dai cavallucci marini, prima che venissero sacrificati anche loro. Ma quando Mae si voltò a guardarlo, Stenton era sempre là, con gli occhi fissi, e la sua espressione non era cambiata.

In pochi secondi, con una serie di attacchi insistenti, lo squalo aveva rotto un altro arco di corallo ed estratto il cavalluccio marino, che, ormai senza difesa, fu divorato in due bocconi, prima la testa delicata, poi il busto e la coda ricurva che sembravano di cartapesta.

Quindi, come una macchina che fa il suo lavoro, lo squalo tornò a girare in tondo dando stilettate con la testa finché non ebbe divorato i mille piccoli del cavalluccio, e le alghe, e i coralli, e gli anemoni. Mangiò ogni cosa, e ne depositò rapidamente i resti, tappezzando il fondo dell’acquario vuoto con un sottile strato di cenere bianca.

«Be’» disse Ty, «era quello che, più o meno, immaginavo sarebbe successo.» Sembrava impassibile, persino allegro, quando strinse la mano di Stenton, e poi quella di Bailey, e poi, sempre tenendo la mano di Bailey con la destra, prese quella di Mae con la sinistra, come se stessero per mettersi a ballare tutt’e tre. Mae sentì qualcosa sul palmo e chiuse rapidamente le dita. Quindi lui si staccò e andò via.

«Meglio che vada anch’io» disse Bailey in un sussurro. Si voltò, stordito, e si allontanò lungo il corridoio buio.

Dopo, quando lo squalo restò solo nella vasca, e girava in tondo, sempre affamato, senza fermarsi mai, Mae si chiese per quanto tempo ancora avrebbe dovuto rimanere, permettendo agli osservatori di godersi lo spettacolo. Ma decise di restare finché non se ne fosse andato Stenton. E lui non se ne andò per molto tempo. Non ne aveva mai abbastanza dello squalo, del suo ansioso girare in cerchio.

«Alla prossima» disse infine. Fece un inchino a Mae, e poi agli osservatori, che ormai erano cento milioni, molti dei quali terrorizzati, molti di più ammirati e desiderosi di assistere ad altri spettacoli del genere.

Nel box del bagno, con l’obiettivo puntato sulla porta, Mae accostò al viso il biglietto di Ty, perché non lo vedessero i suoi osservatori. Lui insisteva per incontrarla, da sola, e dava indicazioni dettagliate del luogo dove dovevano trovarsi. Quando era pronta, aveva scritto, Mae non doveva far altro che uscire dal bagno, poi voltarsi e dire, in diretta: «Torno indietro un momento». Questo avrebbe significato che doveva rientrare nel bagno per una non meglio specificata emergenza igienica. E in quel momento lui avrebbe oscurato il suo feed, e tutte le videocamere SeeChange che potevano vederla, per trenta minuti. Ci sarebbe stata qualche rimostranza, ma era necessario. La sua vita, diceva, era a rischio, e anche quella dei suoi genitori e di Annie. “Siamo tutti sull’orlo del baratro” aveva scritto.

Questo sarebbe stato il suo ultimo errore. Mae sapeva che vederlo era un errore, specie se fuori onda. Ma qualcosa nella faccenda dello squalo l’aveva turbata, predisponendola a decisioni sbagliate. Sarebbe stato bello se qualcuno avesse potuto prendere queste decisioni per lei: eliminare in qualche modo il dubbio, la possibilità di un insuccesso. Ma doveva arrivare a sapere come Ty aveva combinato tutto questo, no? Aveva forse voluto metterla alla prova? La cosa era abbastanza ragionevole. Se la stavano preparando per grandi cose, non dovevano metterla alla prova? Mae sapeva che era giusto.

Così, seguì le sue istruzioni. Uscì dal bagno, disse agli osservatori che doveva tornare indietro, e quando il suo feed s’interruppe fece quello che le era stato detto. Scese come aveva fatto quella strana notte con Kalden, ripercorrendo la strada che avevano preso la prima volta che lui l’aveva portata nel locale sotterraneo in cui tenevano Stewart e refrigeravano lui e tutto ciò che aveva visto. Quando arrivò, trovò Kalden, o meglio Ty, che l’aspettava, dando le spalle allo scatolone rosso. Si era tolto il berretto di lana, mostrando i capelli brizzolati, ma indossava ancora la felpa col cappuccio; e la combinazione dei due uomini, Ty e Kalden, in un solo individuo la respinse, e quando lui cominciò a camminare verso di lei, Mae urlò: «No!».

Lui si fermò.

«Resta dove sei» disse lei.

«Non sono pericoloso, Mae.»

«Non so niente di te.»

«Scusa se non ti ho detto chi ero. Ma non ho mentito.»

«Mi hai detto che ti chiamavi Kalden! Non è una bugia?»

«A parte questo, non ho mai mentito.»

«A parte questo? A parte il fatto che hai mentito sulla tua identità

«Credo tu sappia che non ho scelta, qui.»

«E che razza di nome è Kalden, in ogni modo? L’hai preso da un sito di nomi per bambini?»

«Sì. Ti piace?»

Le sorrideva in un modo inquietante. Mae capiva che non doveva essere lì, che doveva andarsene immediatamente.

«Devo andare» disse, e fece un passo verso le scale. «Mi sembra che questo sia un orribile scherzo.»

«Mae, pensaci. Ecco la mia patente.» Le porse la patente. Mostrava un uomo dai capelli neri, ben rasato, con gli occhiali, più o meno somigliante al Ty che ricordava, quello dei video, delle vecchie fotografie, del ritratto a olio davanti alla biblioteca di Bailey. Il nome sulla patente era Tyson Matthew Gospodinov. «Guardami. Non trovi qualche rassomiglianza?» Sparì nella grotta che avevano condiviso e ne tornò con un paio di occhiali. «Vedi?» disse. «Adesso è chiaro, no?» E, come rispondendo alla successiva domanda di Mae, disse: «Sono sempre stato un uomo dall’aria molto comune. Lo sai. E poi mi disfo degli occhiali, delle felpe. Cambio il mio aspetto, il modo in cui mi muovo. Ma la cosa più importante è che i miei capelli sono diventati grigi. E perché credi che sia successo?».

«Non ne ho idea» disse Mae.

Ty aprì le braccia, come per accogliervi tutto quello che c’era intorno a loro, il grande campus sopra la loro testa. «Tutto questo. Il maledetto squalo che divora il mondo.»

«Bailey e Stenton sanno che vai in giro con un altro nome?» chiese Mae.

«Certo. Sì. Esigono che io resti qui. Tecnicamente, non mi è permesso di lasciare il campus. Finché sto qui, sono contenti.»

«Annie lo sa?»

«No.»

«Allora io sono…»

«Sei la terza persona che lo sa.»

«E perché lo dici a me?»

«Perché hai molta influenza qui, e perché devi aiutarmi. Sei l’unica che può dare una frenata a tutto questo.»

«Una frenata a cosa? Alla società che hai creato?»

«Mae, io non volevo che accadesse nulla di ciò che è accaduto. E le cose stanno andando troppo in fretta. Quest’idea del Completamento va molto al di là di ciò che avevo in mente quando ho iniziato tutto questo, e molto al di là di ciò che è giusto. Bisogna rimettere le cose in una sorta di equilibrio.»

«Prima di tutto, non sono d’accordo. In secondo luogo, non ti posso aiutare.»

«Mae, il Cerchio non può chiudersi.»

«Di cosa stai parlando? Come puoi dirlo adesso? Se sei Ty, quasi tutto questo è stato un’idea tua.»

«No. No. Io cercavo di rendere il Web più civile. Cercavo di renderlo più elegante. Mi sono sbarazzato dell’anonimità. Ho combinato mille elementi disparati in un sistema unificato. Ma non pensavo a un mondo dove l’iscrizione al Cerchio fosse obbligatoria, dove tutta l’amministrazione e tutta la vita fossero incanalate in un solo network…»

«Me ne vado» disse Mae, e gli voltò le spalle. «E non capisco perché non te ne vai anche tu. Molla tutto. Se non credi in tutto questo, vattene. Rifugiati nei boschi.»

«Con Mercer non ha funzionato, eh?»

«Vaffanculo.»

«Scusa. Scusa tanto. Ma è per lui che ti ho contattato. Non vedi che è solo una delle conseguenze di tutto questo? Ci saranno altri Mercer. Molti di più. Tanta gente che non vorrà essere trovata, ma che lo sarà. Tanta gente che non vorrà aver nulla a che fare con tutto questo. Ecco la novità. Prima esisteva la possibilità di dissociarsi. Ora non più. Il Completamento è la fine. Stiamo per chiudere il cerchio intorno a tutti: è un incubo totalitario.»

«Ed è colpa mia?»

«No, no. Niente affatto. Ma tu adesso sei l’ambasciatore. Sei la facciata. La benevola, amichevole facciata di tutto. E la chiusura del Cerchio è ciò che avete reso possibile voi, tu e il tuo amico Francis. La tua idea dell’account obbligatorio e il suo chip. TruYouth? È pazzesco, Mae. Non capisci? S’innesta un chip a tutti i bambini, per la loro sicurezza, quando sono piccoli. E… sì, questo salverà delle vite. Ma poi cosa, credi che se li faranno togliere quando arriveranno a diciotto anni, da un giorno all’altro? No. Nell’interesse dell’istruzione e della sicurezza, tutto quello che hanno fatto sarà registrato, monitorato, annotato, analizzato… È permanente. Poi, quando sono abbastanza grandi per votare, per partecipare, l’iscrizione è obbligatoria. Ecco dove si chiude il Cerchio. Tutti saranno monitorati, dalla culla alla tomba, senza possibilità di fuga.»

«Ora parli proprio come Mercer. Questa forma di paranoia…»

«Ma io la so più lunga di Mercer. Non credi che se uno come me, uno che ha inventato la maggior parte di queste stronzate, ha paura, dovresti essere spaventata anche tu?»

«No. Credo che tu sia rimasto indietro.»

«Mae, tante delle cose che ho inventato, onestamente, le ho inventate per divertimento, per la voglia perversa di vedere se funzionavano o no, se la gente le avrebbe utilizzate. Voglio dire che era come tirar su una ghigliottina nella pubblica piazza. Non ti aspetti che mille persone si mettano in coda per ficcarci dentro la testa.»

«È così che la vedi tu?»

«No, scusa. È un paragone sbagliato. Ma alcune delle cose che abbiamo fatto, io… io le ho fatte solo per vedere se davvero qualcuno le avrebbe utilizzate, se sarebbe stato acquiescente. Quando cominciarono a comprarle, per la metà del tempo non potevo crederci. E poi fu troppo tardi. C’erano Bailey e Stenton e l’offerta pubblica iniziale. E poi correvamo troppo, e c’erano abbastanza soldi per realizzare ogni idea stupida. Mae, voglio che tu pensi a dove ci sta portando tutto questo.»

«Lo so dove ci sta portando.»

«Mae, chiudi gli occhi.»

«No.»

«Mae, ti prego. Chiudi gli occhi.»

Lei chiuse gli occhi.

«Voglio che tu unisca questi puntini e veda quello che vedo io. Pensa a questo. Per anni il Cerchio ha divorato tutti i concorrenti, giusto? Questo, semplicemente, rende la società più forte. Già il 90 per cento delle ricerche mondiali vengono effettuate tramite il Cerchio. Senza concorrenti, questa percentuale salirà. Presto si aggirerà intorno al 100 per cento. Ora, tu e io sappiamo che, se riesci a controllare il flusso delle informazioni, puoi controllare ogni cosa. Puoi controllare la maggior parte di ciò che ognuno vede e sa. Se vuoi insabbiare una notizia in modo permanente, ci metti due secondi. Se vuoi rovinare qualcuno, sono cinque minuti di lavoro. Come può, uno, insorgere contro il Cerchio se controllano tutte le informazioni e l’accesso alle medesime? Vogliono che abbiamo tutti un account del Cerchio, e sono molto avanti sulla strada che renderà illegale non averlo. Poi che succederà? Che succederà quando controlleranno tutte le ricerche e avranno pieno accesso a tutti i dati su ogni persona? Quando conosceranno ogni mossa che fa ogni singolo individuo? Quando tutte le transazioni monetarie, tutte le informazioni sulla salute e il DNA, ogni brandello della propria vita, buono o cattivo, quando ogni parola detta passerà attraverso un solo canale?»

«Ma esistono migliaia di protezioni per impedire tutto questo. È semplicemente impossibile. Cioè, i governi faranno in modo…»

«Governi che sono trasparenti? Legislatori che devono la propria reputazione al Cerchio? Che potrebbero essere rovinati nel momento in cui parlano fuori dei denti? Cosa credi che sia successo alla Williamson? Te la ricordi? Minaccia il monopolio del Cerchio e, sorpresa, l’FBI trova materiale incriminante nel suo computer. Credi che sia una coincidenza? È forse la centesima persona alla quale Stenton ha fatto questo scherzetto. Mae, quando il Cerchio si chiuderà, sarà finita. E tu hai contribuito a chiuderlo. Questa nuova democrazia, o Demoxie, o quello che è, Dio mio. Con la scusa di far parlare ogni voce mandi al governo l’illegalità, una società senza filtro dove i segreti sono un delitto. È un’idea brillante, Mae. Cioè, tu sei brillante. Sei quello che Stenton e Bailey hanno sperato dal primo momento.»

«Ma Bailey…»

«Bailey crede che la vita sarà migliore, che sarà perfetta, quando tutti avranno libero accesso a tutte le persone e tutte le cose che conoscono. Crede sinceramente che le risposte a ogni domanda della vita si possano trovare in mezzo agli altri. Crede sinceramente che la schiettezza, che uno scambio completo e ininterrotto fra tutti gli esseri umani aiuterà il mondo. Crede che questo sia ciò che il mondo aspettava, il momento in cui tutte le anime si connettono tra loro. Questo è ciò che lo manda in estasi, Mae! Non vedi com’è estrema questa posizione? La sua idea è radicale, e in altri tempi sarebbe stata una teoria marginale abbracciata da qualche eccentrico professore di chissà dove: che tutte le informazioni, personali o meno, debbano essere conosciute da tutti. Il sapere è una proprietà, e nessuno può rivendicarne il possesso. Infocomunismo. E Bailey ha diritto alla propria opinione. Ma unita a una spietata ambizione capitalistica…»

«E questo sarebbe Stenton?»

«Stenton ha professionalizzato il nostro idealismo, monetizzato la nostra utopia. È l’uomo che ha visto il collegamento tra il nostro lavoro e la politica, e tra la politica e il controllo. Il pubblico-privato porta al privato-privato, e presto arrivi al Cerchio, che gestisce quasi tutti – o forse tutti – i servizi del governo, con l’incredibile efficienza del settore privato e un appetito insaziabile. Tutti diventano cittadini del Cerchio.»

«Ed è così brutto? Se tutti hanno il medesimo accesso ai servizi, all’informazione, finalmente avremo la possibilità di raggiungere l’eguaglianza. L’informazione non dovrebbe costare più nulla. Non ci dovrebbero essere più ostacoli alla conoscenza di ogni cosa, all’accesso a ogni…»

«E se tutti sono monitorati…»

«Non esiste più la criminalità. Niente omicidi, né sequestri, né stupri. Nessun bambino subirà più violenze. Non ci saranno più persone scomparse. Voglio dire, già solo questo…»

«Ma non hai visto cos’è successo al tuo amico Mercer? L’hanno inseguito fino in capo al mondo e ora non c’è più.»

«Ma questo è solo un cardine della storia. Ne hai parlato con Bailey? Cioè, a ogni svolta decisiva nella storia dell’umanità c’è un cambiamento radicale. Qualcuno resta indietro perché non ce la fa, qualcuno sceglie di restare indietro.»

«Quindi tu credi che tutti dovrebbero essere monitorati, tutti dovrebbero essere osservati.»

«Io credo che tutto e tutti dovrebbero essere visti. E per essere visti dobbiamo essere osservati. Le due cose si tengono per mano.»

«Ma chi vuol essere sempre osservato?»

«Io. Io voglio essere vista. Voglio una prova della mia esistenza.»

«Mae.»

«La maggior parte della gente è così. La maggior parte della gente darebbe tutto ciò che sa, darebbe tutte le persone che conosce… darebbe qualunque cosa pur di sapere che è stata vista e riconosciuta, e che potrebbe persino essere ricordata. Sappiamo tutti che moriremo. Sappiamo tutti che il mondo è troppo grande perché si possa essere significativi. Così, non abbiamo altro che la speranza di essere visti o sentiti, anche solo per un momento.»

«Ma Mae! Abbiamo visto le creature in quella vasca, no? Le abbiamo viste divorate da un bestione che le ha ridotte in cenere. Non capisci che tutto quello che finisce in quella vasca, con quel bestione, con questo bestione, andrà incontro alla stessa sorte?»

«Allora, che cosa vuoi da me, esattamente?»

«Quando raggiungerai il numero più alto di spettatori, voglio che tu legga questa dichiarazione.» Le porse un pezzo di carta sul quale aveva scritto, a frettolose lettere maiuscole, una lista di asserzioni sotto l’intestazione “I diritti dell’uomo in un’era digitale”. Mae le diede una scorsa, soffermandosi su certi punti: “Dobbiamo avere tutti diritto all’anonimità”. “Non tutte le attività dell’uomo possono essere misurate.” “L’incessante ricerca di dati per quantificare il valore di ogni tentativo è catastrofica per la vera comprensione.” “La barriera tra pubblico e privato deve rimanere impenetrabile.” Alla fine trovò una riga scritta in inchiostro rosso: “Dobbiamo avere, tutti, il diritto di scomparire”.

«Allora, vuoi che legga tutto questo agli osservatori?»

«Sì» disse Kalden, guardandola con gli occhi spiritati.

«E poi cosa?»

«Ho una serie di passi che possiamo fare insieme per cominciare a demolire tutto questo. Io conosco ogni fatto accaduto qui, Mae, e ci sono molte cose che convincerebbero chiunque, anche se fosse cieco, che il Cerchio dev’essere smantellato. So di poterlo fare. Sono l’unico che possa farlo, ma ho bisogno del tuo aiuto.»

«E poi cosa?»

«Poi tu e io andremo in qualche posto. Ho tante idee. Spariremo. Possiamo fare un’escursione nel Tibet. Possiamo attraversare in bicicletta la steppa mongolica. Possiamo fare il giro del mondo in una barca costruita da noi stessi.»

Mae provò a immaginare tutto questo. Pensò al Cerchio smantellato, svenduto tra gli scandali, a tredicimila persone senza lavoro, al campus invaso, demolito, trasformato in un college o in un centro commerciale o qualcosa di peggio. E alla fine pensò alla vita in barca con quest’uomo, navigando intorno al mondo, senza legami, ma quando ci provò vide, invece, la coppia sulla chiatta che aveva conosciuto mesi addietro nella baia. Là fuori, soli, a vivere sotto una tela cerata, a bere vino in bicchieri di carta, a dare nomi alle foche, a ricordare incendi di isole.

In quel momento Mae capì cosa doveva fare.

«Kalden, sei sicuro che non ci sentano?»

«Naturalmente.»

«Okay, bene. Bene. Adesso vedo tutto chiaramente.»

LIBRO III

Essere arrivati così vicino all’apocalisse: era questo che l’innervosiva ancora. Sì, Mae l’aveva impedito, era stata più coraggiosa di quanto avesse ritenuto possibile, ma i suoi nervi, dopo tutti questi mesi, erano ancora logori. E se Kalden non si fosse rivolto a lei quando l’aveva fatto? E se non si fosse fidato di lei? E se avesse deciso di fare tutto da solo o, peggio, se avesse confidato il suo segreto a qualcun altro? A uno che non aveva la sua integrità? Che non aveva la sua forza, la sua determinazione, la sua lealtà?

Nel silenzio della clinica, seduta accanto a Annie, Mae lasciava errare i suoi pensieri. Lì era tutto tranquillo; si udiva solo il ritmico soffio del respiratore, una porta che ogni tanto si apriva o si chiudeva, il ronzio delle macchine che tenevano in vita la sua amica. Era crollata sulla scrivania, l’avevano trovata sul pavimento, catatonica, e ricoverata d’urgenza lì, dove le cure che avrebbe ricevuto superavano quelle di qualunque altro istituto. Da allora si era stabilizzata e la prognosi era buona. La causa del coma era ancora oggetto di qualche discussione, aveva detto la dottoressa Villalobos, ma con ogni probabilità era stato provocato dallo stress, dallo choc o da un semplice esaurimento. I medici del Cerchio erano fiduciosi e dicevano che se la sarebbe cavata, come i mille dottori in tutto il mondo che avevano letto la sua cartella clinica, incoraggiati dal battito frequente delle ciglia e dall’occasionale movimento di un dito. Accanto allo schermo dell’elettrocardiografo ce n’era un altro con la filza sempre più lunga di auguri da parte dei suoi simili da ogni angolo del mondo, gente che in tutto o in parte, pensava Mae con un po’ di nostalgia, Annie non avrebbe mai conosciuto.

Guardò l’amica, il suo viso immutabile, la sua pelle lucente, il tubo nervato che le usciva dalla bocca. Aveva l’aspetto meravigliosamente sereno di chi è immerso in un sonno riposante, e per un attimo Mae sentì il morso dell’invidia. Si chiedeva a cosa pensasse. I medici avevano detto che probabilmente stava sognando; durante il coma avevano accertato una costante attività cerebrale, ma cosa succedesse esattamente nella sua mente era ignoto a tutti, e Mae non poteva fare a meno di provare un certo fastidio per questo. C’era un monitor visibile da dov’era seduta, un’immagine in tempo reale della mente di Annie, vampate di colore che apparivano periodicamente, suggerendo che là dentro accadevano cose straordinarie. Ma a cosa stava pensando?

Un colpo sulla porta la fece sussultare. Guardò oltre la forma prona di Annie e scorse Francis dietro il cristallo, nell’area dei visitatori. Lui alzò una mano esitante e Mae gli fece un cenno di saluto. L’avrebbe visto più tardi, all’evento che doveva coinvolgere tutto il campus per celebrare l’ultima tappa della Chiarificazione. In tutto il mondo c’erano ormai dieci milioni di persone trasparenti, un movimento diventato irreversibile.

Era impossibile sopravvalutare il ruolo di Annie nel rendere tutto ciò realizzabile, e Mae avrebbe voluto che potesse rendersene conto. C’erano tante cose che voleva dirle. Con quello che le sembrava un sacro dovere, aveva svelato al mondo intero che Kalden era Ty, e parlato delle sue bizzarre pretese e dei suoi tentativi malaccorti d’impedire il Completamento del Cerchio. Ricordandolo in quel momento, le parve una specie di incubo essersi trovata nelle profondità della Terra con quel pazzo, lontano dai suoi osservatori e dal resto del mondo. Ma Mae aveva finto di collaborare e gli era sfuggita, e immediatamente aveva raccontato tutto a Bailey e Stenton. Con la loro abituale compassione e la loro lungimiranza, essi avevano permesso a Ty di restare nel campus, in un ruolo di consulente, con un ufficio appartato e senza compiti specifici. Dal giorno del loro incontro sotterraneo Mae non l’aveva più visto, né le interessava rivederlo.

Non si metteva in contatto con i genitori già da qualche mese, ma era solo questione di tempo. Si sarebbero ritrovati, abbastanza presto, in un mondo dove tutti si conoscevano veramente e pienamente, senza segreti, senza vergogna e senza dover chiedere il permesso di vedere o di sapere, senza quell’egoistico accumulo della vita: ogni suo angolino, ogni suo momento. Presto tutto questo sarebbe stato sostituito da una nuova e gloriosa apertura, un mondo di luce perenne. Il completamento era imminente, e avrebbe portato pace, avrebbe portato unità, e tutto il caos in cui l’umanità era vissuta fino a quel momento e tutte le incertezze che avevano accompagnato il mondo prima del Cerchio sarebbero stati solo un ricordo.

Un’altra vampata di colore apparve sullo schermo che monitorava il lavorio della mente di Annie. Mae allungò una mano per toccarle la fronte, meravigliandosi della distanza che questa carne poneva tra loro. Cosa stava succedendo nella sua testa? Non saperlo era davvero esasperante, pensò. Era un affronto, una privazione, per se stessa e per il mondo. Avrebbe sollevato l’argomento con Stenton e Bailey, e con la Gang dei 40, alla prima occasione. Dovevano parlare di Annie, dei pensieri che le stavano passando per la testa. Perché non avrebbero dovuto conoscerli? Il mondo non meritava niente di meno, e non voleva aspettare.