sabato 8 ottobre 2022

La nube della non-conoscenza e gli altri scritti Anonimo del XIV secolo, Piero Boitani (a cura di)

 


LA  NUBE DELLA 

NON-CONOSCENZA 

e gli altri scritti

Anonimo del XIV secolo, Piero Boitani (a cura di)

Se si dovesse dire qual è il testo mistico più intenso, compatto e puro dell’Occidente, La nube della non conoscenza sarebbe senza dubbio uno dei candidati più plausibili. Non meraviglia dunque che Aldous Huxley scrivesse: «La Nube e alcuni sermoni di Eckhart sono le cose più preziose che ci sono giunte dal Medioevo». Composto verso la fine del Trecento da un anonimo inglese in forma di manuale indirizzato a un giovane novizio dell’attività contemplativa, capolavoro di immaginazione e di stile, a un tempo incisivo e duttile, ironico e terso, denso e rarefatto, La nube della non conoscenza delinea quella paradossale via negativa che, da Dionigi l’Areopagita a Molinos e Caussade, attraversa tutta la nostra storia come un supremo azzardo. Per giungere all’assoluto in questa vita non serve l’intelligenza raziocinante, ma una «nuda tensione» verso Dio, un «piccolo, cieco impulso d’amore»: il vero contemplativo entrerà nella nube della non conoscenza come vi entrò Mosè quando salì sul monte Sinai per parlare con il Signore. Dovrà dimenticare tutto – passioni, peccati, perfino i pensieri più santi – in una «nube d’oblio», e colpire col dardo affilato dell’amore ardente la nuda essenza divina.

Abbagliante nella descrizione del bubbone del peccato, solidificato e saldato alla nostra sostanza, ferocemente ilare nel ritrarre i falsi contemplativi, che, ciondolando il capo e gesticolando con le mani, guardano sempre in alto a bocca spalancata quasi volessero fare un buco nel firmamento, l’ignoto autore dellaNubeconsegna al lettore un salutare ammaestramento: chi davvero vuole intraprendere l’attività contemplativa dovrà rimanere – come la sorella di Marta, Maria, quando aveva Gesù dinanzi a sé – immobile e silente, quasi fosse in un sonno simulato, tutto assorto e immerso nel dolore e nella quiete del proprio essere. Soprattutto, spogliandosi di ogni conoscenza specifica, dovrà mirare al «nessun luogo» che è il vero dovunque, e al nulla che è Tutto.

NOTA
DI PIERO BOITANI

 

 

  

 

 

Durante il lungo esodo dall’Egitto verso la Terra Promessa, Mosè viene chiamato da Dio, che gli promette di venire a lui sul monte Sinai «nella caligine di una nube» perché tutto il popolo di Israele lo ascolti senza vederlo (né avvicinarsi: chi toccherà il monte sarà «oppresso da pietre», cioè lapidato). Nel momento supremo della manifestazione, ecco infatti, dopo tuoni e lampi, una «nube densa» e un suono fortissimo di tromba. Mentre quest’ultimo aumenta e il monte intero fuma e trema come per un’eruzione vulcanica, il Signore vi discende nel fuoco e pronuncia il decalogo. Più tardi, sono Mosè, Aronne e settanta anziani a salire sulla montagna, vedervi Dio e pasteggiare con Lui, ma è soltanto al primo che viene ordinato di ascendere ancora per ricevere le tavole della legge. Mentre Mosè sale, la nube copre il monte per sei giorni. Al settimo, Dio chiama l’uomo dalla nuvola: Mosè entra in essa, rimanendo sulla cima per quaranta giorni e quaranta notti. Vi riceve istruzioni precise sul modo in cui costruire l’arca e il tempio e vestire i sacerdoti. E ancora: dopo la trasgressione del vitello d’oro e la nuova partenza verso la Terra Promessa, il Signore viene a parlare con Mosè «faccia a faccia»: davanti alla sua tenda, una «colonna di nube».

Tre episodi del Libro dell’Esodo (19; 24; 33), tre teofanie: ogni volta, segno di Dio sono la nuvola e l’oscurità. Ha ragione il Salmista quando canta: «caligine sotto i suoi piedi» (17, 10), «si avvolgeva di tenebre come di velo, acque oscure e dense nubi lo coprivano» (17, 12), «nubi e caligine lo avvolgono» (96, 2). Agli interpreti ebrei e cristiani di educazione greca l’insistito particolare non sfugge. Ma nell’attraversare la loro mentalità, esso viene letto come emblema dell’ignoranza umana, dell’impossibilità, da parte dell’uomo, di vedere e conoscere Dio proprio nel momento in cui Egli gli si rivela. Già Filone di Alessandria, nella Posterità di Caino (14), dichiara che l’oscurità indica le «concezioni dell’Essere esistente che appartengono alla regione dove non ci sono forme materiali», una regione irraggiungibile all’uomo e nella quale egli farà tuttavia ogni sforzo per penetrare. Gregorio di Nissa, nella Vita di Mosè, è ancora più attento all’incomprensione umana e all’inconoscibilità divina: «Quando dunque [Mosè] fu solo con se stesso, sgravato della viltà del popolo come di un peso, affrontò anche l’oscurità ed entrato nell’invisibile non fu più visto dagli spettatori. Penetrato infatti nel santuario della mistagogia divina, là venne a contatto coll’invisibile, diventato egli stesso invisibile, insegnandoci, credo, con la sua azione che chi vuole entrare in contatto con Dio deve liberarsi di tutto ciò ch’è apparenza e, tendendo il suo intelletto verso l’invisibile e l’incomprensibile come verso la cima di un monte, credere che là è la divinità, dove non giunge la comprensione» (I, 46); «Ma la mente, procedendo e giungendo con attenzione sempre più intensa e completa alla conoscenza della dottrina delle vere realtà, quanto più si avvicina a questa conoscenza, tanto più avverte l’inconoscibilità della natura divina» (II, 162).

La non conoscenza è l’unica possibilità di conoscenza. La via è ormai aperta per lo Pseudo-Dionigi, che nel De mystica theologia consacra definitivamente, per tutto il Medioevo, l’interpretazione già tradizionale: «È allora soltanto che, andando oltre il mondo nel quale si è visti e si vede, Mosè penetra nell’oscurità veramente mistica della non conoscenza» (cap. I, par. 3); nella traduzione mediolatina: «Tunc et ab ipsis absolvitur visis et videntibus, et ad caliginem ignorantiae intrat, quae caligo vere est mystica». Nel XII secolo, Riccardo di San Vittore elaborerà nel Beniamino maggiore (IV, 22) la lettura dionisiana, riprendendo l’episodio della salita al monte e dei sette giorni: «Mosè entra nella nuvola quando la mente umana, assorbita dall’immensità della luce divina, si addormenta in un completo oblio di se stessa. Ben vi potete stupire, ed a buon diritto, di come la nube si accordi col fuoco ed il fuoco con la nube: la nube dell’ignoranza col fuoco dell’intelligenza illuminata; l’ignoranza e l’oblio di cose un tempo sapute e sperimentate con la rivelazione e la comprensione di cose prima ignote e non mai sperimentate finora. Nel medesimo tempo, infatti, l’intelletto umano viene illuminato sulle cose divine ed oscurato quanto alle umane».

Ecco, in poche parole, la genealogia della nostra «nube», Siamo infatti ormai nell’ambito del presente libro, The Cloud of Unknowing. Lo sconosciuto autore inglese di quest’opera del tardo Trecento è imbevuto degli scritti e del modo di sentire e pensare dello Pseudo-Dionigi e dei vittorini. I suoi capitoli LXXI-LXXIII, contenenti appunto l’interpretazione allegorica dell’episodio di Mosè, non sono che una traduzione di alcuni passi del Beniamino maggiore di Riccardo. L’autore ha inoltre, come egli stesso testimonia, tradotto successivamente in inglese Denis Hid Divinity, cioè il De mystica («nascosta, segreta») theologia dello Pseudo-Dionigi, impiegando esplicitamente nella versione il commento di un altro vittorino, Tommaso Gallo abate di Vercelli.

Nulla sappiamo di questo straordinario scrittore che vuole rigorosamente rimanere anonimo, eccetto ciò che egli stesso ci dice - a volte, con voce fortemente personale, riferendosi alla propria esperienza e alla propria vita interiore - o che si può indovinare dalle sue affermazioni. Con certezza vanno a lui attribuite almeno quattro opere: La nube della non conoscenza, Il libro dei consigli segreti (The Book of Privy Counselling), L’epistola sulla preghiera (The Epistle of Prayer) e la versione del De mystica theologia dello Pseudo-Dionigi (Denis Hid Divinity). Nel Prologo a quest’ultima, infatti, l’autore richiama il capitolo LXX della Nube, «scritta in precedenza», e nel Book of Privy Counselling ribadisce con singolare coerenza che la sua preoccupazione è sempre stata la stessa: «Non tratto adesso in particolare di alcuna virtù perché non ce n’è bisogno: le troverai infatti trattate in altri luoghi delle mie opere. Perché questa attività, se propriamente compresa, è quell’affetto reverente e quel frutto separato dall’albero di cui ho parlato nella mia piccola Epistola sulla preghiera. Questa è La nube della non conoscenza; questo l’amore segreto che nasce nella purezza dello spirito; questa l’Arca dell’Alleanza; questa la Teologia segreta di Dionigi, la sua sapienza e la sua dote, la sua oscurità luminosa e la sua insipiente conoscenza [vnknowyn kunnynges]».

L’Arca dell’Alleanza menzionata in questo passo potrebbe essere - se non un riferimento ai capitoli LXXI-LXXIII della Nube - la libera traduzione del Beniamino minore di Riccardo di San Vittore che con ogni probabilità, data la somiglianza e le relazioni con L’epistola sulla preghiera, è opera del medesimo scrittore. A lui andrebbero poi attribuite L’epistola sulla moderazione negli impulsi (The Epistle of Discretion in Stirrings), un trattatello sulla forma più alta della preghiera contemplativa; e, con maggiore incertezza, Of Discerning of Spirits, una parafrasi di due Sermones de diversis (23 e 24) di san Bernardo.

Un contemplativo, dunque, e un divulgatore; un uomo di preghiera e uno scrittore: forse un sacerdote, come testimonierebbe la benedizione conclusiva della Nube; forse un consigliere o direttore spirituale, magari un monaco, addirittura un eremita: certo un esperto di teologia e un cattolico ortodosso, come i suoi frequenti richiami alle dottrine e ai riti della Chiesa certificano - questo è l’autore della Nube e degli altri scritti a essa legati. Che provenisse dalle Midlands centro-orientali lo si può desumere dal tipo di lingua che usa; che la sua vita e la sua opera si collochino verso la fine del Trecento sembra chiaro dal suo vocabolario; che i suoi trattati fossero ben conosciuti, addirittura di successo, è attestato dai diciassette manoscritti della Nube e dai dieci del Privy Counselling sopravvissuti sino a noi, dalle due traduzioni latine della Nube stessa, dalla testimonianza esterna che «questi trattati correvano in su e in giù» nel Quattrocento, e infine dal fatto che ancora nel primo Seicento il benedettino inglese Augustine Baker compose un commento alla Nube intitolato Secretum sive mysticum.

L’autore di queste opere non è, naturalmente, un fenomeno isolato nell’Inghilterra e nell’Europa del Trecento. Persino a livello secolare e letterario, la tendenza mistica è costante nel secolo XIV, che si apre con il grande viaggio di Dante dal peccato alla purificazione e attraverso il paradiso sino alla finale visione beatifica dell’essenziale «nodo» divino, all’esperienza del «fulgore in che sua voglia venne», al divenire «rota ch’igualmente è mossa» dall’«amor che move il sole e l’altre stelle». Ma anche, e ben più tardi, in Inghilterra, uno scrittore «laico» come Geoffrey Chaucer (di cui l’autore della Nube deve essere all’incirca un contemporaneo) si presenta quantomeno come soggetto alla tentazione mistica (che però subito, ironicamente, rimuove). Nel volo fra gli artigli dell’aquila (dantesca) che la sua controfigura compie attraverso lo spazio verso la Casa della Fama (nel poemetto appunto intitolato The House of Fame), egli allude a un certo punto, citando la Consolazione di Boezio, al «pensiero che può volare così in alto con le ali della Filosofia da oltrepassare ogni elemento»; e un istante dopo eccolo dichiarare, con chiaro riferimento al raptus nel terzo cielo descritto da Paolo nella Seconda lettera ai Corinzi, di non sapere egli stesso - «lo sa Dio» - se si trovi lassù «in corpo o in spirito». Insomma, le due vie che la tradizione assegna a chi voglia tentare di raggiungere la contemplazione dei misteri supremi: il lungo cammino del logos filosofico da una parte, il rapimento mistico dall’altra. Del resto, lo stesso scrittore di quel delizioso romanzo cavalleresco, erotico, morale ed enigmatico che è il Sir Gawain e il Cavaliere Verde, ha anche composto la straordinaria Perla, memoria elegiaco-poetica di una remota, fuggente visione della Gerusalemme Celeste.

L’intera Europa occidentale è poi percorsa nel Trecento da una forte corrente mistica che produce fenomeni letterari di prima grandezza: dall’Italia di Angela da Foligno e Caterina da Siena, alla Germania di Eckhart, Taulero, Suso e Christina Ebner, alle Fiandre di Ruysbroeck, alla Francia di Marguerite Porrete e Jehan Gerson, alla Svezia di Brigida, alla Spagna e alla Catalogna di Ferrer, Lullo e Antoni Canals (e alcune delle loro opere, in particolare quelle dei mistici renani, sono tradotte e circolano in Inghilterra nel corso del XIV secolo).

Sul suolo britannico, infine, l’autore della Nube e dei trattati a essa legati cresce e fiorisce in mezzo ad abbondante vegetazione, preceduto com’è da Richard Rolle e seguito da Walter Hilton, Giuliana di Norwich e, nel secolo successivo, Margery Kempe. Il primo, sembra, fu studente a Oxford e ne fuggì poi per farsi eremita (morì nel 1349): impiegò uno stile latino e volgare sempre vibrante, il quale gli valse immensa popolarità per se stesso e per i suoi Incendium amoris, Melos amoris, Meditations on the Passion of the Lord, The Form of Perfect Living, The Commandment of Love. Strumenti e potenti immagini del suo misticismo sono il fuoco, il canto e la dolcezza: contro le seduzioni dei quali il nostro scrittore sembra talvolta mettere in guardia il suo ventiquattrenne discepolo nella Nube. Del secondo, che con ogni probabilità insegnò a Cambridge e morì nel 1395 o 1396, ci resta soprattutto la Scala della perfezione, forse il più organico fra i trattati mistici inglesi del Trecento, e i cui due libri (il primo scritto per una reclusa) sono dedicati alla «riforma nella fede» e alla «riforma nella fede e nel sentimento» - una riforma che significa ritorno dell’anima alla sua primigenia somiglianza con Dio, a «immagine» del quale essa è stata creata (uno dei grandi contributi di Hilton risiede proprio nello sviluppo della metafora dell’«immagine»). La «scala», cioè il cammino lungo e faticoso verso la perfetta contemplazione dell’amore e della conoscenza, culmina in un pellegrinaggio allegorico verso Gerusalemme, «visione della pace», che appare da lontano, subito dopo una «buona notte» e una «luminosa oscurità», «per mezzo di piccole luci irregolari fuoriuscenti da piccole caverne» che si aprono sulle alture circostanti. La terza infine, Giuliana, ebbe nel 1373, nel momento critico di una malattia apparentemente mortale, sedici rivelazioni centrate sulla Passione di Cristo - per vista corporea, tramite parole e attraverso una visione spirituale - che narrò poi nel suo mirabile Libro delle Rivelazioni, assieme resoconto di un’esperienza mistica e diario spirituale.

La nube della non conoscenza è dunque allo stesso tempo discendente di un’antica tradizione ed espressione di un fervore generale. Ciò che la distingue dall’una e dall’altro non sono le sue fonti specifiche (Pseudo-Dionigi, Agostino, Gregorio Magno, i vittorini, Tommaso d’Aquino, il De adhaerendo Deo, la Scala claustralium di Guigo II), né i costanti riferimenti alla Scrittura o l’esegesi allegorica di passi dell’Antico e del Nuovo Testamento (Esodo, 19-33 e Luca, 10, rispettivamente su Mosè e su Marta e Maria, sono al centro della sua meditazione), e neppure la sua insistenza sull’importanza della via negativa nell’«attività» della contemplazione; ma il suo modo di strutturare l’argomentazione, di guardare la realtà e di astrarsene del tutto, di immaginare la psicologia del «novizio», di dare al proprio pensiero la parola di tutti i giorni e il verbo ispirato, il linguaggio dell’ironia e il ritmo oratorio e omiletico, divenendo così uno dei grandi maestri della prosa inglese.

Il «libro di contemplazione» si presenta fin dal titolo come «nube della non conoscenza, nella quale l’anima è unita a Dio». Ora, nel corso dei settantacinque capitoli questa unione viene - appropriatamente - trattata in maniera del tutto apofatica, e cioè non solo non viene mai descritta, ma è continuamente rimandata, aggirata, spostata. In modo assolutamente catafatico, quasi fosse per via positiva, vengono invece affrontate nella Nube le argomentazioni «correnti» come la descrizione dei sette peccati capitali, l’analisi dell’umiltà e della carità, le distinzioni fra vita attiva e contemplativa e le loro parti; oppure tutti gli elementi negativi, gli ostacoli sul sentiero della perfetta contemplazione. Il resto, se non silenzio, è continua ripetizione, obliquità, variazione. Ne è cosciente l’autore stesso, il quale nell’ingiungere il segreto al lettore, e dunque nell’iscrivere la propria opera nell’ambito esoterico, ne proclama allo stesso tempo (ben due volte, all’inizio e alla fine) la non perfetta organicità, spronando a guardare il lavoro nella sua interezza «perché forse vi è in esso qualcosa, all’inizio o nel mezzo, che è rimasto in sospeso o non è pienamente spiegato nel contesto: se non lo si trova in quel punto, verrà poco dopo o alla fine». Così, per esempio, nel capitolo XII l’autore sostiene che il suo discepolo deve sempre colpire la nube della non conoscenza che è fra lui e il suo Dio col dardo affilato dell’amore ardente: l’impulso cieco d’amore è «la parte migliore scelta da Maria» e contiene tutte le virtù. Per darne dimostrazione, tratterà dell’umiltà e della carità. Inizia dunque a discutere della prima, ma ben presto, quasi per osmosi digressiva, si concentra sull’umile amore che Maria (la Maddalena e la sorella di Lazzaro sono qui una sola persona) nutriva nei confronti di Gesù (XVI), quindi su Marta e i rimproveri che gli attivi sempre muovono ai contemplativi (XIX). Poi, non soddisfatto, si imbarca in un’argomentazione di natura grammaticale e linguistica sulle «parti» delle vite attiva e contemplativa (XXI). Ritorna allora a Maria, e infine (XXIV) giunge alla carità, che è «amore di Dio in sé sopra tutte le creature, e amore di tutti gli esseri umani, come di noi stessi, a causa di Dio», e che dunque coincide con la contemplazione e con la «nuda tensione» che dovrebbe contraddistinguerla. In sostanza, rientra dopo molte pagine nel punto al quale, dodici capitoli prima, aveva intrapreso il discorso.

La realtà è che la struttura intima della Nube assomiglia a quella di una nebula: è una spirale che rivolve attorno al proprio centro, la nube della non conoscenza. L’opera si apre con la dichiarazione che esistono quattro gradi o forme di vita cristiana - comune, speciale, solitaria e perfetta. Il giovane novizio della contemplazione cui la Nube è destinata si trova ormai al terzo grado, e il trattatello gli servirà per affrontare le difficoltà e i misteri del quarto, quello appunto dell’attività contemplativa perfetta. Per fare questo egli dovrà in primo luogo trovare l’oscurità e la nube della non conoscenza, e sentire in sé la tensione nuda verso Dio. In quell’oscurità e quella nube egli dovrà attendere, e anche se e quando vedrà o sentirà Dio «in questa vita», sempre sarà in quella nube e in quell’oscurità (III). Il «cammino» dell’opera si presenta perciò come circolare, o addirittura tautologico; la nube vi ritorna costantemente, senza principio e senza fine, nei punti strategici, con variazioni appena percepibili: la nube non è una nuvola materiale (IV), bisogna colpirla col dardo affilato dell’amore ardente perché Dio si afferra col cuore e non con il pensiero (VI), è necessario lasciare che Dio stesso ci attiri al suo interno (IX), la si deve (ancora) colpire col dardo affilato dell’amore ardente (XII), l’amore segreto in essa riposto contiene la perfetta virtù dell’umiltà (XIV), in essa era fissa Maria con i segreti moti del suo cuore (XVII), in essa è sospesa la terza parte delle due vite attiva e contemplativa (XXI), essa si trova fra l’uomo e Dio dopo il lungo travaglio del primo verso il secondo (LXIX), essa è la nube di Mosè (LXXI). La Nube non fa che (non) parlare della nube.

All’interno di questa spirale, l’itinerario procede a ostacoli, per argomentazione scolastica, soprattutto per immagini. Si considerino, per esempio, la profonda consequenzialità e gli improvvisi scarti che caratterizzano le prime movenze dell’opera. Fine dichiarato è fornire istruzioni sul modo di prepararsi all’attività contemplativa e come perseguirla. Ebbene, ci si attenderebbe una lunga introduzione, una «scala» che conduca per gradi attraverso anni di pratica e di meditazioni. Invece, l’autore della Nube propone immediatamente la concentrata, esplosiva brevità della contemplazione, che si compie in un attimo, la più piccola, indivisibile, quasi incomprensibile unità di tempo (IV). Ma la proposta non basta, occorre giustificarla razionalmente: l’attimo è misura della contemplazione perché è misura della volontà, all’interno della quale si succedono in un’ora tanti attimi quanti impulsi o moti; a tale successione di istanti nell’anima umana si commisura, accondiscendente, la divinità di Dio. Le creature razionali possiedono infatti due facoltà principali, quella conoscitiva e quella di amare. Dio non può esser compreso dalla prima, ma soltanto dalla seconda. E la seconda, che nasce per opera della grazia, è fondata su un «impulso subitaneo e senza preavviso che rapidamente balza verso Dio come una scintilla dal carbone ardente». Ecco perché l’autore della Nube parla costantemente dell’«impulso d’amore devoto, umile e cieco», Il tempo è frantumato in una serie infinita di attimi dalla Creazione al presente (e poi al futuro) perché Dio stesso, l’Eterno, si mostra a noi, esseri d’istanti, in istanti. La circolarità del ragionamento è perfetta.

La medesima perfezione è riscontrabile nell’argomento complementare: assieme alla nube della non conoscenza fra noi e Dio occorrerà collocare una nube di oblio sotto di noi, fra noi e ogni altro essere creato (V) perché il ricordo o il pensiero di esso è luce dello spirito e pertanto impedisce di percepire e penetrare nell’oscurità della non conoscenza. Tutto l’esistente, dunque - compresi gli angeli, i santi, le gioie del Cielo, e persino le «qualità» di Dio stesso - deve essere dimenticato. La concentrazione dell’attimo, oscura, ardente, improvvisa, sarà sul «nudo essere» di Dio: sarà questa la «diretta, nuda tensione verso Dio, e Dio solo». A essa è d’ostacolo l’attività dell’intelligenza, che andrà quindi abbandonata e sepolta durante la vera contemplazione pur potendo in se stessa essere buona: perché Dio è incomprensibile alla conoscenza, ma non all’amore.

Lo scrittore della Nube è bensì capacissimo di «distinguere» e argomentare in guisa di scolastico, come i capitoli LXIII-LXVI sulle facoltà dell’uomo (mente, ragione, volontà, immaginazione, sensualità) dimostrano appieno. Ma la sua dote più grande consiste nella costruzione di un vero e proprio discorso di immagini. Due nubi, quella della non conoscenza e quella dell’oblio, circoscrivono qui, come si è visto, l’orizzonte mentale del contemplativo. Subito, viene precisato che non si tratta di nubi materiali, ma di metafore che stanno per assenze gnoseologiche. E tuttavia, l’indicazione stessa è basata sull’osservazione della realtà: «Non pensare che, poiché la chiamo oscurità o nube, essa sia una nuvola condensata dei vapori che volano nell’aria o un’oscurità quale quella che si sparge a casa tua la notte quando la candela è spenta. Tale oscurità e tale nuvola puoi immaginarle con il tuo ingegno e averle dinanzi agli occhi nel giorno più luminoso dell’estate, e di converso nella più buia notte d’inverno puoi immaginare una luce che brilla in pieno chiarore… Quando dico oscurità, voglio dire mancanza di conoscenza». Il risultato di un’immagine del genere è duplice: a livello razionale, recepiamo la negazione e facciamo il vuoto nei nostri occhi per comprendere l’astrazione; sul piano dell’immaginazione, visualizziamo la non conoscenza precisamente come un buio notturno nel bel mezzo di un giorno d’estate. I due effetti si accumulano l’uno sull’altro e, nella meraviglia, ci spingono a penetrare più a fondo nell’oscurità.

Allo stesso modo funzionano i due aggettivi che più frequentemente lo scrittore della Nube impiega per descrivere l’oggetto della contemplazione e assieme la tensione verso di esso che il contemplativo deve sentire dentro di sé, «nudo» e «cieco»: se il primo è il «nudo essere» di Dio, la seconda è la «nuda tensione», e questa sorgerà dall’impulso d’amore «devoto, umile e cieco». La mente di chi legge si spoglia e s’acceca, ma rivestendosi e vedendo più a fondo. Quando poi si consideri che tali immagini sono inserite in un tessuto fatto di ardore, carbone acceso, luce, si intuirà che il contrasto e il paradosso metaforico sono sostanza stessa dell’argomentazione. Ecco infatti che Dio infiamma l’ardore del giovane contemplativo e per esso lo lega a sé «col guinzaglio del desiderio», ed ecco che l’operare della grazia nell’anima è un impulso improvviso «che rapidamente balza verso Dio come una scintilla dal carbone ardente», ed ecco infine che l’unico momento culminante dell’opera è un breve intravedere il raggio di luce: «Allora infatti Dio opererà tutto da solo per un po’ - non per sempre, e neppure a lungo, ma quando e quanto gli piace… Allora forse lancerà un raggio di luce spirituale a penetrare la nube di non conoscenza che è fra te e lui, e ti mostrerà qualcuno dei suoi segreti, dei quali non è permesso né possibile parlare. Sentirai allora il tuo affetto infiammarsi del fuoco del suo amore assai più di quanto non mi sia lecito né io sia in grado di dirti ora» (XXVI).

Si prenda, d’altro canto, il polo opposto. La meditazione del vero contemplativo è improvvisa comprensione e cieco sentimento della propria miseria o della bontà di Dio. Egli manterrà intere davanti ai suoi occhi le parole peccato e Dio senza frammentarle nell’analisi intellettuale, ma soprattutto guarderà al primo come a un lump, un bubbone di cui non sa nulla, ma che nulla è se non lui stesso (XXXVI). Questa, che l’autore stesso chiama «nuda considerazione del peccato», si «condensa» in tale bubbone. E la condensazione (metaforica e morale) si precisa e si appesantisce a poco a poco nelle pagine successive, talché il lump - questo groppo, questo nodo, questa greve escrescenza tumorale - acquisisce dimensione ontologica. Presto diviene, con l’aiuto determinante dell’allitterazione (che, nel meccanismo creativo di questo come di altri scrittori e mistici del Trecento inglese, spesso dà forma e ritmo al pensiero), «þis foule stynkyng lump of synne, as it were onyd & congelid with þe substaunce of þi beyng», «questo bubbone sozzo e fetido del peccato come fosse solidificato e saldato alla sostanza del tuo essere» (XL). Tre capitoli più tardi, la ripetizione (con intensificazione) inchioda il lettore a quella nudità coscienziale e ontologica che è presupposto indispensabile di ogni contemplazione. Il novizio dovrà disprezzare qualsiasi cosa che occupi la sua mente e la sua volontà, eccetto Dio. Sentirà, allora, il peccato «come un bubbone sozzo e fetido» che non conosce, ma che sta fra lui e il suo Dio e che è null’altro che lui stesso, perché gli «sembrerà solidificato e saldato alla sostanza del suo essere, e da esso inseparabile». Soltanto questa «nuda coscienza» e questo «nudo sentimento» del proprio essere rimarranno quindi fra lui e Dio, e andranno distrutti prima di poter davvero sperimentare la perfezione dell’attività contemplativa.

L’autore della Nube sa dunque andare al cuore delle cose. Nella dimensione dell’essere, ma anche dell’esistere. E in primo luogo in quei lati riposti dell’umano che appartengono alla psiche. Non servono privazioni e menomazioni autoimposte - digiunare oltre misura, vigilare a lungo, alzarsi presto, giacersi sul duro, indossare il cilicio, cavarsi gli occhi, tagliarsi la lingua, chiudersi le- orecchie e serrarsi il naso, gettare alle ortiche gli organi sessuali (il crescendo suscita deliberatamente un ilare orrore) - se non c’è l’impulso cieco d’amore. Saranno invece utili alcune astuzie, alcuni stratagemmi spirituali: per soffocare nella nube dell’oblio il pensiero e il ricordo delle azioni o dei peccati passati, si potrà provare a guardarli «come fosse dietro le loro spalle» e come se si stesse cercando qualche altra cosa («che poi è Dio, racchiuso nella nube della non conoscenza»), oppure acquattarsi «giù sotto di essi» come se si fosse «un miserabile codardo sconfitto in battaglia». Dio asciuga i nostri occhi spirituali «come fa il padre con il bambino che è sul punto di perire sotto le zanne di un cinghiale o i morsi di un orso impazzito». Bisogna lasciar agire dentro di sé quell’impulso alla contemplazione donato da Dio che è la stessa attività contemplativa, si deve lasciar operare il qualcosa che non si conosce, «che essa agisca e che tu patisca»: «Sii l’albero, e lascia che essa sia il falegname. Sii la casa, e lascia che essa sia il guardiano che vi dimora». I chierici leggono i libri, e gli ignoranti «leggono» i chierici quando questi predicano loro la parola di Dio (è la prima volta in inglese che il verbo «leggere» viene usato in un’accezione così corrente ai nostri giorni). La parola di Dio è come uno specchio: se c’è una macchia sul viso corporale, non si può vederla senza uno specchio; senza leggere o ascoltare la parola di Dio «è impossibile per un’anima accecata dall’abitudine al peccato vedere la macchia nella propria coscienza». È bene pregare con poche e brevi parole: chi è terrorizzato da un incendio prorompe in un solo grido, «fuoco» e «aiuto».

Nell’osservazione della patologia umana lo scrittore della Nube è di straordinaria perspicacia. I discepoli giovani e inesperti della contemplazione possono facilmente ingannarsi: sentono parlare dell’ardore spirituale, di come si solleva il cuore a Dio e si desidera provare il suo amore, e invece di comprendere queste espressioni nella loro accezione più vera, le intendono in senso materiale. Allora (XLV) «sforzano i nervi e tutte le facoltà del corpo in maniera tanto violenta e bestiale che in breve tempo precipitano nella stanchezza e in una sorta di indifferente debolezza sia del corpo che dell’anima», oppure «vengono infiammati… da un innaturale calore dell’organismo». Ecco tratteggiati i «contemplativi del demonio», gli ipocriti, gli eretici. Dei quali i capitoli LIII-LVII offrono un ritratto di ironica ferocia e di imperitura attualità: palpebre sollevate, occhi sgranati, sguardi di traverso, capi ciondolanti, squittii, piagnucolii, grida, torsioni di testa, bocche spalancate, menar di dita, braccia che remano; occhi fissi alle stelle quasi si volesse fare un buco nel firmamento, orecchie tese all’ascolto degli angeli, la fabbrica di un Dio coperto di vesti preziose e assiso in trono «in maniera ben più bizzarra di quanto non sia mai stato dipinto qui sulla terra» - pecore impazzite, servi del diavolo, donne dissolute, buffoni burlanti, prelati indaffarati e lerci di lussuria, discepoli dell’Anticristo. Su tutti domina il demonio (LV), con la sua unica narice grossa e larga che egli volentieri solleva in alto così che si possa guardare, attraverso di essa, su nella testa fino a quel cervello che è l’inferno. È lui che manda una sorta di rugiada - che i poveri disgraziati credono il cibo degli angeli - a cadere dall’aria con dolcezza e leggerezza dentro le loro bocche, aperte come per acchiappar mosche.

Di contro alle descrizioni lunghe ed esilaranti di tutti costoro, bastano poche, incantate parole per delineare il vero contemplativo: come la sorella di Marta, Maria, sedeva ai piedi di Gesù «del tutto immota in segreta dolcezza, l’amore pieno di desiderio teso all’alta nube della non conoscenza fra lei e il suo Dio» (XVII), così il discepolo della Nube dovrà rimanere seduto «immobile e silente, quasi fosse in un sonno simulato, tutto assorto e immerso a fondo nel dolore» (XLIV). Tale dolore vero e perfetto non è che la sofferenza di chi sperimenta «non solo ciò che è, ma che egli è». Contro alle bizzarre, ridicole, assurde forme dell’apparire, si staglia il nudo tormento interiore dell’essere.

L’autore della Nube ama quindi il gioco della realtà, e in maniera del tutto particolare il gioco che con le parole dà forma alla realtà. Si è visto quale attenzione presti, nel contesto della preghiera, alle parole «fuoco» e «aiuto». L’attenzione non è meramente strumentale, ma denuncia un duplice atteggiamento mentale - verso la realtà metafisico-teologica e la realtà di ogni giorno. Fuoco colpisce e penetra nelle orecchie degli ascoltatori perché è breve. Ebbene, ogni parola breve ha il medesimo effetto quando è «segretamente intesa nella profondità dello spirito, che poi è la sua cima (perché nelle cose dello spirito tutto è eguale, altezza e profondità, lunghezza e ampiezza)». Ogni parola breve, di una sola sillaba, come sin e God, «penetra nell’orecchio di Dio onnipotente più di un lungo salmo biascicato tra i denti senza pensare». «Per questo è scritto» - conclude il capitolo XXXVII con un occhio a Ecclesiastico, 35, 21 («oratio humiliantis se nubes penetrabit») - «che una breve preghiera penetra nei cieli». Ora, mantenendo intatta la dimensione appena accennata dell’eternità (lunghezza), amore (ampiezza), potenza (altezza), sapienza (profondità) di Dio, lo scrittore chiarisce subito dopo con un esempio dal mondo reale cosa egli intenda: anche l’anima peccatrice, cioè nemica di Dio, può con l’aiuto della grazia gridare una piccola sillaba nell’altezza, nella profondità, nella lunghezza e nell’ampiezza del suo spirito. Sempre verrà udita da Dio, perché Dio non è diverso da un essere umano il quale, quando sente un suo simile, fosse pure un suo nemico, gridare fuoco o aiuto, si alza e corre - «sì, anche se fosse di notte nel bel mezzo dell’inverno» - a domare l’incendio, per pura e semplice pietà. Allora, chi voglia veramente divenire contemplativo griderà nel silenzio della preghiera: «Peccato, peccato, peccato! Aiuto, aiuto, aiuto!» e «Dio».

Parlare in questo modo è, per lo scrittore della Nube, un parlare da bambini e per gioco. Ma questo è proprio ciò che si deve fare con Dio: «chiunque ha la grazia di operare quel che dico deve praticare con Dio un bel gioco (gamesumli pley), come fa il padre con il bambino per allietarlo, abbracciandolo e baciandolo». È una delle chiavi di volta dell’intera architettura della Nube. Parlare come un bambino e «come un folle che manca di discernimento», nella più pura prospettiva cristiana, paolina e francescana. Giocare a nascondino con Dio: a Lui è bene tenere nascosto il desiderio del proprio cuore, perché essendo Egli spirito, gli risulterà più chiaramente conosciuto ciò che è nascosto nelle profondità dello spirito (ed ecco spiegata anche una delle ragioni per le quali l’impulso d’amore deve essere blynd: cieco, segreto).

Giocare con le parole vuol dire, infatti, intuire l’incomprensibile, abbandonare le comuni dimensioni dello spazio e del tempo, suggerire il non dicibile. Tutta l’ultima sezione della Nube, dal capitolo LI in poi, è dedicata all’analisi delle parole in e su, con lo scopo di dimostrare che esse non vanno intese materialmente (non è necessario, nella contemplazione, guardare dentro o in alto fisicamente) ma spiritualmente, e che anzi è fondamentale superare le distinzioni che esse comportano. Non serve a nulla, sostiene l’autore, invocare l’esempio di santo Stefano, «il quale vide Dio in piedi nel cielo», o di Cristo, «il quale fu visto dai suoi discepoli ascendere in cielo con il suo corpo». Quello stonde (lo «stare in piedi» che lo scrittore traduce letteralmente dallo stantem della Vulgata) e quell’up non hanno senso, perché nelle cose dello spirito non ci sono né alto né basso, né da un lato né dall’altro, né avanti né indietro, e il cielo è, spiritualmente, «tanto vicino verso l’alto quanto verso il basso, in su quanto in giù, dietro quanto davanti, davanti quanto dietro, da un lato quanto dall’altro» (LX). Bisogna insomma, come in ogni lettura vera, togliere il guscio duro e mangiare il tenero gheriglio.

Occorre, soprattutto, aver chiaro in mente cosa si intende quando si dice che l’attività dello spirito è al di sotto e fuori di noi, dentro e alla pari di noi, al di sopra di noi e sotto a Dio. Per questo, sarà bene sapere quali siano le facoltà dell’anima - mente, ragione, volontà, ecc. - e come esse operino. Risulterà evidente che ogni volta che la nostra mente si occupa di qualcosa di materiale, ci troviamo al di sotto di noi stessi nell’attività spirituale e al di fuori della nostra anima. Di converso, all’estremo opposto, quando la nostra mente si occupa della sostanza di Dio, ci troviamo al di sopra di noi stessi e al di sotto di Dio, perché anche se in quel momento ognuno di noi può essere definito, come insegna Giovanni, un dio (e questo è senza dubbio un punto nodale del libro come del quarto Vangelo), Egli lo è per natura e da sempre, mentre noi, che eravamo nulla e siamo divenuti qualcosa soltanto in virtù della sua creazione, siamo resi divini solo in virtù della sua grazia e della sua misericordia. Ecco, appunto, perché è opportuno, «come in un gioco di bambini», tenere nascosto a Dio il desiderio che si ha di Lui (LXVII).

Il gioco viene però travalicato in un ultimo sussulto della parola e della mente. In realtà bisogna, nell’attività contemplativa, mirare all’assoluto, all’assenza di oggetto e luogo che è loro onnipresenza: al noʒwhere (nessun luogo) e al nouʒt (nulla) che sono un ovunque e un Tutto. «La conoscenza più divina che si possa avere di Dio è quella che si acquista attraverso la non conoscenza», come il nostro autore ripete dallo Pseudo-Dionigi. Dove finalmente capiremo perché lo scrittore della Nube non usi la semplice espressione «ignoranza», ma vnknowyng, che non implica solamente uno stato, ma anche un’attività, un «disconoscere», uno spogliarsi di conoscenza. Tutta la Nube, tutto il suo rinnovamento dei tradizionali concetti mistici, il ribaltamento delle metafore, è precisamente un processo di svestizione, di vnknowyng, di non conoscenza.

Se tale «dismissione» appare spesso, nel corso dell’opera, nuda e cieca, improvvisa e istantanea, ardente e nebulosa (nella forma che l’autore chiama della «vocazione» e dell’«estasi»), essa si presenta però anche, soprattutto alla fine, come lungo «travaglio» - la lunga fatica di Mosè, la sua salita del monte, il suo permanere nella nube, la sua attesa delle istruzioni per la costruzione dell’Arca dell’Alleanza. L’arca è la metafora finale della Nube, in quanto ombra o prefigurazione della grazia della contemplazione, perché «come nell’arca erano contenuti tutti i gioielli e le reliquie del tempio, così in questo piccolo, fisso amore sono contenute tutte le virtù dell’anima umana, che è il tempio spirituale di Dio».

Ma tre furono gli uomini che, nella «Vecchia Legge», si «occuparono» dell’arca: Mosè, Bezaleel e Aronne. Mosè, dopo gran fatica, ricevette le istruzioni per costruirla; Bezaleel la fabbricò «secondo il modello che era stato rivelato sul monte»; Aronne «la conservò nel tempio per toccarla e guardarla ogni volta che voleva». Allo stesso modo, esistono tre tipi di contemplativi: quelli che, come Mosè, non attingono la perfetta contemplazione senza travaglio e che la raggiungono solo raramente, quando Dio acconsente a rivelarla; quelli che, come Bezaleel, profittano di essa per mezzo della loro abilità spirituale e con l’aiuto della grazia divina; e infine quelli che, come Aronne, possono appropriarsi di essa ogni volta che lo desiderano in virtù della grazia e per mezzo della loro sapienza spirituale e dell’insegnamento altrui. Il ventiquattrenne destinatario della Nube dovrà lavorare sodo se vorrà divenire un Aronne. L’autore si accontenta, in umile orgoglio, di avere, in quest’opera «scritta alla maniera di un bambino e di un ignorante», compiuto (come prima di lui Riccardo di San Vittore) la funzione di Bezaleel, fabbricando e consegnando nelle mani del proprio discepolo «una specie di arca spirituale». Bezaleel non è né l’inventore né il creatore dell’arca (quella primigenia inventio è ascrivibile soltanto al Fattore eterno), ma - occorrerà ricordarlo con Esodo, 31 e 35 - il Signore lo ha riempito dello spirito di Dio, di saggezza, intelligenza, scienza e dottrina, perché escogiti, fabbrichi e scolpisca in oro, argento, rame, marmo, gemme e legno: quicquid fabre adinveniri potest, dedit in corde eius, ogni cosa che può essere «ritrovata» con il lavoro delle mani e dell’ingegno gli ispirò nel cuore. Di tal genere, se non tale appunto, il fattore della Nube.

 

 

 

 

 

PREGHIERA SULLA SOGLIA DEL PROLOGO

 

Dio, al quale è aperto ogni cuore e al quale parla ogni volontà e al quale non è nascosto alcun segreto, ti imploro di purificare l’intenzione del mio cuore con l’ineffabile dono della tua grazia sì che io possa amarti perfettamente e degnamente lodarti. Amen.

 

 

 

PROLOGO

 

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Con tutta la forza e la potenza che i vincoli della carità possono sopportare ti ingiungo e ti prego, chiunque tu sia che di questo libro avrai possesso, perché ne sei proprietario o lo conservi, perché lo porti in qualità di messaggero o lo hai in prestito, che di proposito e deliberatamente ti trattenga dal leggerne, scriverne e parlarne ad alcuno, e dal permettere che alcuno ne legga, scriva o parli: a meno che non si tratti di qualcuno che a tuo giudizio abbia veramente e pienamente fatto proposito di essere perfetto seguace di Cristo non solo nella vita attiva, ma anche in quel grado più alto della vita contemplativa cui, per grazia divina, può giungere nella presente esistenza un’anima tuttora dimorante nel corpo mortale. E a meno, inoltre, che non si tratti di qualcuno che faccia tutto ciò che può e, a tuo giudizio, l’abbia fatto a lungo in passato, per mettersi in grado di conseguire la vita contemplativa usando gli strumenti virtuosi di quella attiva. Perché altrimenti il libro non gli serve a nulla.

E ancora, per l’autorità che la carità comporta, ti ingiungo e ti prego di ordinare - come io ordino a te - a tutti coloro che leggeranno questo libro o ne scriveranno, parleranno o ascolteranno, che si prendano tempo per leggerlo e ascoltarlo, per scriverne e parlarne nella sua interezza. Perché forse vi è in esso qualcosa, all’inizio o nel mezzo, che è rimasto in sospeso o non è pienamente spiegato nel contesto: se non lo si trova in quel punto, verrà poco dopo o alla fine. Se si vede la cosa soltanto in parte e non nel suo insieme, si può infatti facilmente essere tratti in errore. Per evitare questo errore sia per te stesso che per altri, ti prego dunque per carità di fare come ti dico.

Non mi sono mai curato che leggano questo libro quelli che disputano ad alta voce, che apertamente lodano o disprezzano se stessi o gli altri, che fanno pettegolezzi, contano storie e trovano a ridire. Non è stata infatti mai mia intenzione di scriverlo per loro. E perciò non voglio che se ne impiccino, né essi né i dotti o gli incolti che ne siano semplicemente curiosi. Sì, benché costoro siano buoni dal punto di vista della vita attiva, pure questo mio argomentare non avrà senso per loro. Se dovessero leggere questo libro, ne sarebbero invece, per grazia divina, grandemente confortati coloro i quali, sebbene attivi nella forma esteriore della loro vita, sono, per impulso interiore mosso dallo spirito segreto di Dio (il cui giudizio è nascosto), disposti alla vita contemplativa: forse non in maniera costante come i veri contemplativi, ma pronti di quando in quando a partecipare dell’attività più alta della contemplazione.

Questo libro è diviso in settantacinque capitoli, di cui gli ultimi indicano alcuni segni dai quali l’anima può sapere con certezza se è chiamata o no da Dio all’attività contemplativa.

 

  

 

 

TAVOLA DEI CAPITOLI

 

I. I quattro gradi della vita cristiana e la chiamata che giunse a colui per il quale il libro è stato scritto.

II. Breve esortazione all’umiltà e all’attività di cui si tratta nel libro.

III. Come debba essere compiuta l’attività di cui si tratta nel libro, e come essa valga più di tutte le altre opere.

IV. Come questa attività si compia in breve tempo, e come non possa essere compiuta né dalla curiosità dell’intelligenza né dall’immaginazione.

V. Per la durata di questa attività tutte le cose create che mai siano state, siano o saranno, e tutte le opere loro, devono essere nascoste sotto la nube dell’oblio.

VI. Breve sommario del libro, in forma di quesito.

VII. Come ci si deve comportare in questa attività riguardo ai pensieri, e in particolare contro quelli che nascono dalla curiosità e dall’intelligenza naturale.

VIII. Dichiarazione, in forma di quesito, dei dubbi che possono sorgere in questa attività riguardo alla distruzione dell’umana curiosità e dell’intelligenza naturale e alla distinzione di gradi e parti della vita attiva e di quella contemplativa.

IX. Per tutta la durata di questa attività il ricordo di ogni essere, anche il più santo che Dio mai abbia creato, è più d’impedimento che d’aiuto.

X. Come sapere se il proprio pensiero è peccato e, ove lo sia, se è mortale o veniale.

XI. Ogni pensiero e ogni impulso devono essere considerati importanti in se stessi, e la noncuranza verso il peccato veniale deve essere sempre evitata.

XII. Per mezzo di questa attività non soltanto è distrutto il peccato, ma si ottengono le virtù.

XIII. Cosa sia l’umiltà in se stessa, e quando è perfetta o imperfetta.

XIV. Senza passare per l’umiltà imperfetta nessun peccatore può mai giungere in questa vita alla perfetta umiltà.

XV. Breve confutazione dell’errore di coloro che sostengono che non v’è causa maggiore dell’umiltà, se non la coscienza della propria miseria.

XVI. Per mezzo di questa attività un peccatore veramente convertito e chiamato alla contemplazione giunge alla perfezione prima che per mezzo di qualsiasi altra opera; e per mezzo di essa egli può rapidissimamente ottenere da Dio il perdono dei propri peccati.

XVII. Il vero contemplativo non si preoccupa della vita attiva né di ciò che a lui viene detto o fatto, né di rispondere, scusandosi, ai suoi detrattori.

XVIII. Come a tutt’oggi gli attivi si lamentino dei contemplativi, come Marta di Maria; e l’ignoranza è la causa di questi lamenti.

XIX. Breve apologia dell’autore del libro, che mostra come tutti i contemplativi dovrebbero scusare gli attivi delle azioni e delle parole con le quali essi si lamentano.

XX. Come Dio onnipotente risponderà benignamente per tutti coloro che, per farsi perdonare, non tralasceranno di amarlo.

XXI. Esposizione vera della frase del Vangelo: «Maria ha scelto la parte migliore».

XXII. Del meraviglioso amore che Cristo aveva per Maria, la quale rappresenta tutti i peccatori veramente convertiti e chiamati alla contemplazione.

XXIII. Come Dio risponderà e provvederà spiritualmente per coloro i quali, a causa del loro amore per lui, non potranno né rispondere né provvedere per se stessi.

XXIV. Cosa sia la carità in se stessa e come sia intrinsecamente e perfettamente contenuta nell’attività di cui tratta questo libro.

XXV. Per tutta la durata di questa attività un’anima perfetta non ha particolare riguardo per alcuno.

XXVI. Senza grazia del tutto speciale, o senza lunga pratica della grazia ordinaria, l’attività di cui tratta questo libro è estremamente laboriosa; e quale sia in essa la parte dell’anima aiutata dalla grazia e quella esclusivamente di Dio.

XXVII. Chi si debba impegnare nell’opera di grazia di cui tratta questo libro.

XXVIII. Nessuno deve avere la presunzione di intraprendere questa attività prima che la sua coscienza sia appropriatamente purificata di tutti i suoi peccati.

XXIX. In questa attività bisogna lavorare pazientemente, sopportarne le sofferenze, e non giudicare nessuno.

XXX. Chi può rimproverare le colpe degli altri.

XXXI. Come ci si deve comportare all’inizio di questa attività nei riguardi di tutti i pensieri e gli impulsi del peccato.

XXXII. Due stratagemmi spirituali che sono d’aiuto al principiante in questa attività.

XXXIII. In questa attività un’anima è purificata sia dei suoi peccati che delle loro pene, ma non ha riposo in questa vita.

XXXIV. Dio dà la grazia liberamente e direttamente, ed essa non può essere ottenuta attraverso uno strumento intermediario.

XXXV. Tre cose in cui un contemplativo principiante dovrebbe mantenersi occupato: leggere, pensare e pregare.

XXXVI. Meditazioni di coloro che si applicano continuamente all’attività di cui tratta questo libro.

XXXVII. Le preghiere private di coloro che si applicano continuamente all’attività di cui tratta questo libro.

XXXVIII. Come e perché una breve preghiera penetra nei cieli.

XXXIX. Come dovrà pregare uno che si impegni perfettamente in questa attività, e cosa sia la preghiera in se stessa; e se si pregherà verbalmente, quali parole saranno più appropriate alla qualità particolare della preghiera.

XL. Per tutta la durata di questa attività l’anima non presta attenzione ad alcun vizio in se stesso né ad alcuna virtù in se stessa.

XLI. In tutte le attività inferiori a questa si dovrà mantenere la moderazione; in questa, però, nessuna.

XLII. La mancanza di moderazione in questa attività sarà moderazione in tutte le altre; e certo mai altrimenti.

XLIII. Si deve perdere ogni conoscenza e coscienza del proprio essere se l’anima vuole veramente raggiungere la perfezione di questa attività nella vita presente.

XLIV. Come l’anima si disporrà per sua parte a distruggere ogni conoscenza e coscienza del proprio essere.

XLV. Si mostrano alcuni errori che possono occorrere in questa attività.

XLVI. Si insegna come evitare tali errori e operare con l’ardore dello spirito piuttosto che con la forza del corpo.

XLVII. Saggio insegnamento di questa attività sulla purezza di spirito: si spiega come l’anima debba per un verso portare amore a Dio, e per l’altro all’uomo.

XLVIII. Come Dio voglia esser servito sia col corpo che con l’anima, e come ricompenserà l’uomo nel corpo e nell’anima; e come l’uomo debba sapere che, quando suoni e dolcezza penetrano nel corpo al momento della preghiera, essi sono sia buoni che cattivi.

XLIX. La sostanza della perfezione non è altro che la buona volontà; e tutti i suoni, la dolcezza, le consolazioni che vengono in questa vita non sono che accidenti.

L. Cosa sia l’amore puro; e come in alcune creature tali consolazioni dei sensi non capitino che raramente, mentre assai spesso in altre.

LI. Si deve essere molto attenti a non prendere materialmente ciò che è inteso spiritualmente; in particolare, è bene portare attenzione al significato delle parole in e su.

LII. Come discepoli giovani e presuntuosi comprendano erroneamente la parola in, e degli errori che ne risultano.

LIII. Delle varie conseguenze sfortunate che capitano a coloro che sono deficienti nell’attività descritta da questo libro.

LIV. Come per virtù di questa attività l’uomo si possa governare saggiamente e sia reso attraente sia nel corpo che nell’anima.

LV. Come si ingannino coloro che con spirito fervente e senza discrezione riprovano il peccato.

LVI. Come si ingannino coloro che si appoggiano più sulla curiosità dell’intelligenza naturale e sulla conoscenza imparata a scuola che sulla dottrina e l’avviso della Santa Chiesa.

LVII. Come discepoli giovani e presuntuosi comprendano erroneamente la parola su, e degli errori che ne risultano.

LVIII. Non si deve seguire l’esempio di san Martino e santo Stefano nello sforzarsi di guardare in alto materialmente al momento della preghiera.

LIX. Non si deve prendere materialmente l’esempio dell’ascensione di Cristo nello sforzarsi di guardare in alto al momento della preghiera; tempo, luogo e corpo devono essere dimenticati in ogni attività spirituale.

LX. La via maestra e più rapida verso il cielo si percorre col desiderio e non con i piedi.

LXI. Tutte le cose materiali sono soggette a quelle spirituali e da esse governate secondo l’ordine naturale, e non viceversa.

LXII. Come si possa sapere quando la propria attività spirituale sia al di sotto o al di fuori di se stessi, quando a pari o dentro di se stessi, e quando al di sopra di se stessi e sotto Dio.

LXIII. Delle facoltà dell’anima in generale; e come la mente in particolare sia la principale, che comprende in sé tutte le altre e tutto ciò in cui esse operano.

LXIV. Delle altre due facoltà principali, la ragione e la volontà; e come esse operino prima e dopo il peccato.

LXV. Della prima facoltà secondaria, l’immaginazione; e come essa operi e obbedisca alla ragione prima e dopo il peccato.

LXVI. Dell’altra facoltà secondaria, la sensualità; e come essa operi e obbedisca alla volontà prima e dopo il peccato.

LXVII. Chiunque non conosca le facoltà dell’anima e il modo in cui esse operano può facilmente ingannarsi nel comprendere parole e opere dello spirito; e come l’anima sia resa un dio dalla grazia.

LXVIII. Il nessun luogo materiale è il dovunque spirituale; e come per il corpo l’attività descritta in questo libro sia nulla.

LXIX. La disposizione di un uomo è meravigliosamente cambiata quando vive spiritualmente questo nulla operato in nessun luogo.

LXX. Come ci avviciniamo più facilmente alla conoscenza delle cose spirituali perdendo le nostre facoltà di comprensione materiale, così perdendo le nostre facoltà di comprensione spirituale ci avviciniamo più facilmente alla conoscenza di Dio quale si può, attraverso la grazia, ottenere in questo mondo.

LXXI. Alcuni non sono in grado di giungere alla perfezione di questa attività se non nell’estasi; altri invece quando vogliono, e in stato d’animo normale.

LXXII. Chi opera in questa attività non deve giudicare secondo la propria esperienza altri che siano in essa impegnati.

LXXIII. Come, secondo il modello di Mosè, Bezaleel e Aronne nella loro preoccupazione per l’Arca dell’Alleanza, profittiamo in tre maniere della grazia della contemplazione che l’Arca stessa prefigura.

LXXIV. Gli argomenti trattati in questo libro non devono essere né letti né ascoltati né discussi a meno che l’anima non sia a essi disposta e decisa a metterli in pratica; la medesima ingiunzione del prologo è ripetuta.

LXXV. Di alcuni segni per mezzo dei quali si può provare se si è chiamati da Dio a operare in questa attività.


 

 

 

Amico spirituale in Dio, ti prego e ti imploro di guardare con attenzione al modo e al progresso della tua vocazione. E ringrazia Dio di cuore così che con l’aiuto della sua grazia tu possa, contro gli assalti sottili dei tuoi nemici materiali e spirituali, dimorare decisamente nello stato, nello stadio e nella forma di vita che ti sei con tutto l’animo proposto di abbracciare, e possa infine conquistare la corona della vita che dura per sempre. Amen.

 

 

 

CAPITOLO I

 

Devi comprendere, amico spirituale in Dio, che secondo la mia pur inesperta opinione vi sono quattro gradi e forme di vita cristiana, la comune, la speciale, la solitaria e la perfetta. Tre di queste possono essere intraprese e portate a conclusione nella vita terrena, e la quarta può bensì per grazia divina essere iniziata in questo mondo, ma in verità durerà senza fine nella beatitudine del cielo. E come le vedi collocate in ordine l’una dopo l’altra - prima la comune, poi la speciale, quindi la solitaria e infine la perfetta -, allo stesso modo e nello stesso ordine mi sembra che Nostro Signore ti abbia per sua misericordia chiamato a lui attraverso il desiderio del tuo cuore.

Perché sai bene che, quando vivevi nel grado comune della vita cristiana in compagnia degli amici di questo mondo, l’eterno amore di Dio - per il quale egli ti creò e ti diede forma quando eri nulla e per il quale poi ti riscattò a prezzo del suo sangue prezioso quando eri perduto in Adamo - non poté sopportare che tu fossi così lontano da lui nella forma e nel grado della tua vita. Perciò di sua grazia egli accese il tuo ardore e per esso ti legò a sé col guinzaglio del desiderio, e per mezzo di questo ti condusse a uno stato e a una forma più speciali di vita, a esser servo dei suoi servi speciali, così che tu potessi imparare a vivere al suo servizio in maniera più speciale e più spirituale di quanto non facessi o potessi fare prima nel grado comune della vita. Che altro? Sembra che egli non abbia voluto lasciarti a quel primo punto, per l’amore che di cuore ti ha sempre portato da quando esisti. E cosa fece, dunque? Non vedi con quale gioia e quale grazia ti abbia tratto al terzo grado e modo di vivere, il solitario? È in esso che puoi imparare a levare in alto il tuo amore e salire verso lo stato e grado di vita che è quello della perfezione, l’ultimo fra tutti.

 

 

 

CAPITOLO II

 

Fermati ora, povera, debole creatura umana, e considera quel che sei. Cosa sei, e come hai meritato di essere così chiamata da Nostro Signore? Quale cuore stanco, miserabile e assonnato nell’accidia non è risvegliato dallo spirare di questo amore e dal chiamare di questa voce? Sii attento, ora, miserabile, al tuo nemico, e non ti considerare migliore e più santo in virtù di questa chiamata e del tuo vivere solitario, ma invece più miserabile e passibile di dannazione a meno che tu non faccia del tuo meglio per vivere, aiutato dalla grazia e dai consigli, secondo la tua vocazione. Dovresti perciò essere più umile e più amorevole nei confronti del tuo sposo spirituale che è Dio onnipotente, Re dei re e Signore dei signori,2 che pure si è abbassato sino a te e tra tutti gli animali del suo gregge ha scelto te come uno dei suoi speciali e ti ha poi posto nei suoi pascoli, dove ti puoi cibare della dolcezza del suo amore e pregustare la tua eredità, il regno dei cieli.

Agisci dunque immediatamente, ti prego. Guarda ora in avanti e non indietro. E osserva cosa ti manca, e non ciò che hai già, perché questo è il modo più rapido per conquistare e mantenere l’umiltà. Tutta la tua vita adesso deve consistere nel desiderio, se vuoi ottenere la perfezione. E il tuo desiderio deve essere sempre creato nella tua volontà dalla mano di Dio onnipotente e dal tuo consenso. Ma una cosa ti dico: egli è un amante geloso e non sopporta rivali,3 e non opererà nella tua volontà se non è solo con te. Non chiede aiuto, chiede te. Vuole che tu non faccia altro che guardare a lui e lo lasci agire per conto suo. Difendi le finestre e la porta del tuo spirito contro le infezioni4 e i nemici che le assalgono. E se sei disposto a questo, non devi far altro che afferrare Dio umilmente in preghiera ed egli ben presto ti aiuterà. Afferralo, dunque, e vediamo come ti andrà. Egli è del tutto pronto e non fa che attenderti. Ma cosa dovrai fare, e come afferrarlo?

 

 

 

CAPITOLO III

 

Solleva il tuo cuore a Dio con umile impulso d’amore, e punta a Dio stesso, non a qualcuno dei suoi doni. E perciò trattieniti dal pensare se non a lui stesso, sì che nulla agisca nella tua mente e nella tua volontà se non lui. Fa’ il possibile per dimenticare tutti gli esseri che Dio ha creato e le loro opere, che il tuo pensiero e il tuo desiderio non si dirigano ad alcuno di essi né in generale né in particolare. Lasciali perdere e non fare ad essi attenzione.

È l’opera dell’anima che più piace a Dio. Tutti i santi e gli angeli godono di essa e s’affrettano a sostenerla con tutta la loro forza. Tutti i diavoli, invece, si infuriano quando la compi e tentano di porre termine ad essa in ogni possibile modo. Da tale opera tutti gli uomini che vivono sulla terra sono meravigliosamente aiutati in maniera che non riesci neppure a immaginare. Sì, e in virtù di essa anche le anime in purgatorio vedranno le loro pene alleviate. E tu stesso non avrai modo migliore di purificarti e divenire virtuoso. Eppure, quando l’anima è aiutata dalla grazia e prova gioia, questa è l’opera più facile di tutte e quella che prima si riesce a compiere. Altrimenti, è dura e difficile.

Non desistere, dunque, ma sforzati di operare finché non provi gioia. Perché all’inizio trovi soltanto oscurità e come una nube di non conoscenza, e non sai cosa sia, ma soltanto senti nella tua volontà una nuda tensione5 verso Dio. Questa oscurità e questa nube, qualunque cosa tu faccia, rimangono fra te e il tuo Dio e non ti permettono di vederlo chiaramente alla luce dell’intelletto razionale né di provarne l’amorosa dolcezza nei tuoi affetti.6 Perciò disponiti ad attendere in questa oscurità per quanto ti è possibile, sempre invocando colui che ami: ché se mai lo vedrai o sentirai in questa vita, sempre sarà in questa nube e questa oscurità. E se con insistenza opererai come ti dico, credo fermamente che, in virtù della sua misericordia, raggiungerai quel punto.

 

 

CAPITOLO IV

 

Ma perché tu non commetta errori in questa attività contemplativa e non ti formi in merito idee sbagliate, ti dirò, secondo il mio pensiero, qualcosa di più su di essa.

Questa attività non richiede molto tempo per essere compiuta, come invece molti credono: è anzi la più breve che si possa immaginare. Non è né più lunga né più breve di un attimo,7 il quale, secondo la definizione dei sapienti nella scienza dell’astronomia, è la più piccola unità di tempo: così piccola da essere indivisibile e quasi incomprensibile. È quel tempo del quale è scritto: Di tutto il tempo che ti è stato dato ti verrà chiesto come lo hai speso.8 Ed è giusto che tu ne renda conto, perché non è né più lungo né più breve di un singolo moto all’interno della principale facoltà della tua anima, la volontà. Ci possono infatti essere, e ci sono, tanti impulsi e desideri entro la tua volontà, in un’ora, quanti attimi. E se tu fossi stato restituito dalla grazia allo stato primigenio dell’anima umana quale era prima del peccato, allora potresti esser sempre, con l’aiuto di quella grazia, signore di quell’impulso o impulsi, in modo che nessuno ne andrebbe perduto, ma tutti invece tenderebbero al sovrano di tutti i desideri, il più alto fra gli oggetti che si possono volere, Dio.

Egli è infatti accondiscendente con la nostra anima, e ad essa commisura la sua divinità; e la nostra anima è affine a lui in virtù del nostro essere stati creati a sua immagine e somiglianza. Egli stesso, da solo - e nessuno se non lui - è pienamente e abbondantemente sufficiente a compiere il volere e il desiderio della nostra anima. Ed è questa grazia riformatrice che la rende infatti capace di comprendere pienamente attraverso l’amore colui che è incomprensibile a ogni potenza conoscitiva creata quale l’anima di un angelo o di un uomo (le intendo qui in relazione alla loro conoscenza, non al loro amore, e perciò le chiamo potenze conoscitive).

Tutte le creature razionali, angeli e uomini, hanno in sé, ognuna a suo modo, una facoltà principale che è la conoscitiva e un’altra che è quella di amare; alla prima Dio, che le crea ambedue, rimane sempre incomprensibile; alla seconda, quella di amare, egli è invece pienamente comprensibile per ciascun individuo separatamente, tanto che un’anima che ami può di per sé, in virtù dell’amore, comprendere in esso colui che da solo può riempire appieno - fino a traboccarne - tutte le anime e gli angeli che possano mai esistere. E questo è il meraviglioso, sempiterno miracolo dell’amore, che mai avrà fine, perché sempre egli lo compirà e mai cesserà di compierlo. Guardi dunque questo chi per grazia è in grado di vedere, perché provarlo è felicità senza fine, e il contrario pena infinita.

Chiunque perciò fosse così riformato dalla grazia da perseguire costantemente ogni impulso della volontà, non rimarrebbe mai privo di un qualche gusto dell’eterna dolcezza (come mai potrebbe per natura restare senza quegli impulsi della volontà), neppure in questa vita, né tanto meno privo della vivanda piena nella beatitudine del cielo. Non meravigliarti perciò se ti sprono all’attività contemplativa, ché essa è quella, come leggerai, nella quale l’uomo avrebbe continuato se non avesse mai peccato e per la quale egli è stato creato, e tutte le cose create per lui per aiutarlo a conseguirla, e dalla quale egli sarà salvato. Se essa fallisce, l’uomo precipita sempre più nel peccato e si allontana sempre più da Dio; se egli invece persevera in essa senza prestare attenzione a null’altro, si solleva sempre più dal peccato, avvicinandosi sempre di più a Dio.

Presta dunque grande attenzione a come consumi il tempo, ché nulla è più prezioso. In un attimo si può acquistare o perdere il cielo. E c’è un segno che mostra quanto il tempo sia prezioso: Dio, che dà il tempo, mai dà due istanti assieme, ma uno dopo l’altro. Questo fa per non alterare l’ordine o il corso della sua creazione. Il tempo è invero fatto per l’uomo, e non l’uomo per il tempo. Perciò Dio, che governa la natura, non va mai, nel dare il tempo, contro gli impulsi naturali dell’anima umana, che hanno luogo uno per volta. Così l’uomo non avrà alcuna scusa verso Dio, il giorno del Giudizio, quando dovrà rendere conto di come ha consumato il tempo, né potrà dire: «Tu dai due istanti assieme e io non ho che un impulso alla volta».

Adesso dirai con tristezza: «Cosa devo fare? Se quel che tu dici è vero, come renderò conto di ogni istante del tempo, io che, a ventiquattro anni,9 non ho mai prestato attenzione a esso? Se dovessi correggermi ora, sai bene, in ragione di quanto hai già scritto, che secondo il corso della natura o della grazia comune io posso tenere conto e fare ammenda solamente degli istanti futuri. Sì, e inoltre so con certezza che di questi non potrò, per la mia eccessiva fragilità e lentezza di mente, tenere conto se non di uno fra cento, sicché ora sono completamente confuso. Aiutami, per amor di Gesù!».

Hai ben detto, «per amor di Gesù». Perché è nell’amore di Gesù che troverai aiuto. L’amore è potenza tale che tutto fa condividere. Ama dunque Gesù, e tutto ciò che egli ha sarà tuo. Per la sua natura divina, egli crea e dà il tempo. Per la sua natura umana, egli tiene conto del tempo. E, per l’unione delle nature divina e umana, egli è colui che veramente giudica e chiede conto di come abbiamo consumato il tempo. Legati dunque a lui nell’amore e nella fede e parteciperai, in virtù di quel legame, di lui e di tutti coloro che nell’amore sono legati a lui, cioè di Maria Nostra Signora che, piena di grazia, tenne perfettamente conto del tempo, e di tutti gli angeli del cielo che mai perdono tempo, e di tutti i santi in cielo e in terra, che per grazia di Gesù tengono appropriatamente conto del tempo in virtù dell’amore.

Ecco, in questo c’è consolazione. Cerca di comprenderlo chiaramente e di trame profitto. Di una cosa però ti avviso: non vedo chi possa reclamare di essere compagno di Gesù e della Madre sua giusta e dei suoi angeli eccelsi e dei suoi santi se non colui che fa del suo meglio, con l’aiuto della grazia, per tenere conto del tempo tanto da dar beneficio a quei compagni, per parte sua, quanto ognuno di loro fa per la sua.

Presta dunque attenzione a questo meraviglioso operare della grazia nella tua anima. Perché, se ben lo si comprende, esso è un impulso subitaneo e senza preavviso che rapidamente balza verso Dio come una scintilla dal carbone ardente. Ed è meraviglioso contare gli impulsi che in un’ora soltanto prendono forma entro un’anima disposta all’attività contemplativa. In uno solo di questi essa può improvvisamente e completamente dimenticare ogni cosa creata. Ma subito dopo ricade, a causa della corruzione della carne, nel pensiero o nel ricordo di qualcosa che ha fatto o non fatto. E che dunque? Eccola, immediatamente dopo, risalire presto come prima.

Qui si può in breve comprendere la natura della nostra attività e capire chiaramente che essa è ben lungi dall’essere illusione, immaginazione fallace o opinione fantastica; le quali sono causate non da un impulso d’amore devoto, umile e cieco, ma da un’intelligenza orgogliosa, sottile e operante per mezzo di immagini. Tale intelligenza orgogliosa e sottile deve essere sempre umiliata e spietatamente calpestata se si vuole comprendere l’attività contemplativa in purezza di spirito.

Chiunque infatti ascolti o legga tutto questo e pensi che si possa conseguire tale esperienza per mezzo dell’intelligenza (e perciò si fermi a ricercarne i modi con la ragione e in questa attività speculativa sforzi la propria immaginazione contro l’ordine della natura, inventando dunque un modo d’operare che non è né materiale né spirituale), costui in verità, chiunque egli sia, s’inganna pericolosamente. Tanto che se Dio per la sua grande bontà non compie un miracolo di misericordia fermandolo subito e sottomettendolo al consiglio degli esperti, egli cade ben presto o nella follia o nel gran male del peccato di spirito o negli inganni del demonio, per i quali si perderà facilmente, corpo e anima, per tutta l’eternità. Perciò per amor di Dio sta’ attento in questa attività e non ti affaticare in alcun modo con la tua intelligenza né con la tua immaginazione, perché ti dico che in verità non si consegue tale esperienza per mezzo di esse: non usarle, dunque, ma lasciale perdere.

Non pensare che, poiché la chiamo oscurità o nube, essa sia una nuvola condensata dei vapori che volano nell’aria o un’oscurità quale quella che si sparge a casa tua la notte quando la candela è spenta. Tale oscurità e tale nuvola puoi immaginarle con il tuo ingegno e averle dinanzi agli occhi nel giorno più luminoso dell’estate, e di converso nella più buia notte d’inverno puoi immaginare una luce che brilla in pieno chiarore. Abbandona tali sciocchezze: non è questo che intendo. Quando dico oscurità, voglio dire mancanza di conoscenza: allo stesso modo tutto ciò che non conosci o che hai dimenticato ti è oscuro perché non Io vedi con l’occhio dello spirito. Per questa ragione si chiama nube, non dell’aria, ma della non conoscenza, che si trova fra te e il tuo Dio.

 

 

 

CAPITOLO V

 

Se mai raggiungi questa nube di non conoscenza che si trova sopra di te, fra te e il tuo Dio, e vi dimori e vi operi come ti dico, dovrai anche collocare una nube di oblio sotto di te, fra te e ogni altro essere creato. Ti sembrerà forse di essere ben lontano da Dio perché fra te e lui c’è la nube della non conoscenza; ma certo sarà giusto pensare che sei lontano da lui quando non c’è una nube di oblio fra te e ogni altro essere creato. Quando dico ogni essere creato, intendo non solo le creature stesse, ma anche le loro operazioni e condizioni. Non faccio eccezione per nessuna creatura, materiale o spirituale, e per nessuna condizione o operazione, buona o cattiva, di una creatura. In breve, tutte devono essere nascoste sotto questa nube dell’oblio.

Sebbene infatti sia a volte utile pensare a creature particolari, al loro modo di essere e di operare, in questo caso è di poco o nessun aiuto. Perché ricordare o pensare un essere creato da Dio, o alcuna delle sue azioni, è in certo qual modo una luce spirituale: l’occhio dell’anima è aperto su di esso e in esso fissato come l’occhio del tiratore sul punto al quale tira. E una cosa ti dico, che ogni cosa alla quale tu pensi è, quando la pensi, sopra di te, e fra te e il tuo Dio. Tanto più sei lontano da Dio quanto più è nella tua mente cosa che non sia Dio.

Sì, se è gentile e appropriato il dirlo, nell’attività contemplativa è di poco o nessun aiuto persino il pensare alla bontà o al valore di Dio, o a Nostra Signora, o ai santi e agli angeli, o infine alle gioie del cielo, credendo cioè per mezzo di tale contemplazione speciale di fortificare il tuo proposito. In questo caso e nell’attività di cui parlo credo che non dovrebbe affatto essere così. Benché infatti sia bene pensare alla bontà di Dio e amarlo e lodarlo per essa, tuttavia è assai meglio pensare al suo nudo essere10 e amarlo e lodarlo in sé.

 

 

 

CAPITOLO VI

 

Ma ora tu mi chiedi: «Come posso pensarlo, e cos’è?». E a questo io non posso che risponderti: «Non lo so».

Perché con la tua domanda mi hai portato dentro quella medesima oscurità e dentro quella medesima nube della non conoscenza nelle quali io vorrei che fossi tu. Di tutte le altre creature, infatti, e delle loro opere - e, sì, persino delle opere di Dio stesso - si può avere per mezzo della grazia pensiero e conoscenza piena, ma Dio stesso non Io si può pensare. Perciò lascerò da parte tutto, ciò che posso pensare e sceglierò per il mio amore ciò che non posso pensare: perché egli può essere amato, ma non pensato. Egli può essere afferrato e tenuto per mezzo dell’amore, non del pensiero. E dunque, benché a volte sia bene pensare alla bontà e al valore di Dio in particolare, e benché ciò costituisca luce e parte della contemplazione, tuttavia nella nostra attività ciò dovrà essere abbandonato e coperto da una nube di oblio. E tu dovrai salirvi sopra con decisione e desiderio, con un impulso devoto e gioioso del cuore, e tentare di penetrare quell’oscurità sopra di te. E colpire quella spessa nube di non conoscenza con il dardo affilato dell’amore ardente, e non abbandonarla per alcuna ragione.

 

 

 

CAPITOLO VII

 

Se mai un pensiero sorge e ti opprime dall’alto, fra te e quell’oscurità, e ti chiede: «Cosa cerchi, cosa vuoi?», rispondi che è Dio ciò che vuoi. «Lui desidero, lui cerco, nulla se non lui». E se ti chiede cosa sia Dio, rispondi che è Dio che ti ha creato e redento e con la grazia chiamato al suo amore. Di’ che di lui non hai conoscenza, e di’ perciò: «Tornatene giù». E calpesta subito quel pensiero con un moto d’amore anche se ti sembra santo e ti pare che ti possa aiutare a cercare Dio.

Esso forse ti ricondurrà alla mente molte idee belle e meravigliose riguardo alla bontà di Dio, e ti dirà che egli è dolcissimo e pieno d’amore, di grazia e di misericordia. Se lo ascolti, non chiede di meglio: sparlerà infine sempre di più e ti porterà giù in basso a ricordare la Passione, e ti farà vedere in essa la meravigliosa bontà di Dio. E se lo ascolti, non cerca altro. Subito dopo infatti ti farà vedere la tua miserabile vita passata, e forse, mentre la guardi e la ricordi, ti ricondurrà alla mente un qualche luogo nel quale hai abitato prima di ora. Sicché alla fine, prima ancora che te ne renda conto, sarai disperso chissà dove. E la ragione sarà soltanto che hai liberamente dato ascolto a quel pensiero e gli hai risposto, lo hai accolto e lasciato correre in libertà.

Eppure, quel che esso ti aveva detto era buono e santo: sì, e tanto santo che un uomo o una donna che vogliano giungere alla contemplazione senza prima meditare in quel modo, con dolcezza, sulla propria miseria, sulla Passione, sulla misericordia, il valore e la grande bontà di Dio, di sicuro sbaglieranno e falliranno il loro scopo. Tuttavia, ogni uomo e ogni donna che abbiano a lungo praticato tali meditazioni dovranno abbandonarle e collocarle ben in basso sotto la nube dell’oblio, se mai vorranno penetrare la nube della non conoscenza che è fra di essi e il loro Dio.

Quando perciò ti appresti all’attività contemplativa e senti di essere, attraverso la grazia, chiamato da Dio, leva il tuo cuore a lui con un umile impulso d’amore. Indirizzalo a Dio stesso che ti ha creato e redento e per grazia chiamato a questa attività e non accogliere, di Dio, altro pensiero. Tutto dipende dal tuo desiderio: basta una diretta, nuda tensione verso Dio, e Dio solo.

Se poi vuoi contenere e riassumere questa tensione in una parola per poterla meglio ritenere, allora scegliti una parola breve, di una sola sillaba, che è meglio di due perché più corta e più confacente all’opera dello spirito. E tale parola sarà Dio o amore.11 Scegli quella delle due che preferisci, o un’altra che più ti piaccia di una sola sillaba, e incatenala al tuo cuore in modo che mai, per nessuna ragione, lo abbandoni.

Questa parola sarà tuo scudo e tua lancia in pace e in guerra. Con questa parola colpirai quella nube e quell’oscurità sopra di te. Con questa parola soffocherai ogni pensiero sotto la nube dell’oblio. Se un pensiero ti opprime chiedendoti cosa vuoi, risponderai solo con questa parola; e se esso si offre di spiegare e analizzare con la scienza il significato e il valore di tale parola, risponderai che la vuoi intera, non fatta a pezzi e analizzata. Se ti attieni a questo proposito, quel pensiero se ne andrà di sicuro. Perché? Perché tu non gli consentirai di nutrirsi di quelle dolci meditazioni che abbiamo menzionato prima.

 

 

 

CAPITOLO VIII

 

Ora però mi chiederai: «Che è questa cosa che tanto mi impedisce nella nostra attività? È buona o cattiva? Se è cattiva,» dirai «mi meraviglio che possa tanto far crescere la devozione. Talvolta mi sembra infatti che sia grandissima consolazione prestare ascolto ai suoi pensieri, perché mi fa piangere di cuore alla Passione di Cristo, oppure alla mia miseria e a molte cose che mi paiono sante e mi fanno del bene. E perciò mi sembra che non possa essere cosa cattiva. E se è buona e con i suoi dolci pensieri mi fa del bene, allora mi meraviglio assai che tu mi ingiunga di soffocarla e abbandonarla lontano, tanto al di sotto della nube dell’oblio».

Ora, mi pare che questa sia obiezione avanzata giustamente, e perciò ecco che ti rispondo, sebbene in maniera del tutto insufficiente. Primo, quando mi chiedi che sia questa cosa che così ti impedisce nell’attività contemplativa offrendosi di aiutarti, rispondo che è la vista acuta e chiara dell’intelligenza naturale la quale è impressa nella ragione entro la tua anima. Quando mi chiedi se è buona o cattiva, rispondo che non può che essere, per sua natura, sempre buona, perché è raggio dell’immagine divina. Ma il suo uso può essere buono o cattivo. Buono, quando in virtù della grazia si apre a farti contemplare la tua miseria, la Passione, la bontà e il meraviglioso operare di Dio nelle sue creature materiali e spirituali - e allora nessuna meraviglia se fa aumentare la tua devozione tanto quanto dici. Cattivo, invece, quando è gonfiato dalla superbia e dalla sottigliezza della dottrina e dalla sapienza erudita, come nei chierici, che vogliono essere non umili studiosi e maestri di teologia e devozione, ma superbi studiosi del demonio e maestri di vanità e falsità. E in altri uomini e donne, religiosi o laici, l’uso di questa intelligenza naturale è cattivo quando è gonfiato da pensieri superbi e sottili delle cose del mondo e della carne, dal desiderio di eccellenza e ricchezza, da vani piaceri e dall’adulazione.

Quando mi chiedi perché devi porla sotto la nube dell’oblio, visto che è buona per natura e, quando è ben usata, ti fa del bene e aumenta tanto la tua devozione, rispondo dicendo che vi sono due modi di vivere nella Santa Chiesa. L’uno è la vita attiva, l’altro la vita contemplativa. Quella attiva è più bassa, quella contemplativa più alta. La vita attiva ha due gradi, uno superiore e uno inferiore. E anche la vita contemplativa ha due gradi, superiore e inferiore. Queste due vite sono così intrecciate l’una all’altra che, pur essendo diverse in alcune parti, nessuna delle due può essere compiuta senza una parte dell’altra, perché la parte superiore della vita attiva è l’inferiore della contemplativa, sì che non si può essere pienamente attivi se non si è in parte contemplativi, né pienamente contemplativi (almeno in questo mondo) se non in parte attivi. La vita attiva viene intrapresa e compiuta in questa vita. Non così la contemplativa, che inizia in questa vita, ma continuerà per sempre, perché la parte scelta da Maria non verrà mai tolta.12 La vita attiva ha cura e travaglio di molte cose, la contemplativa vive in pace con una cosa sola.

La parte inferiore della vita attiva consiste nelle opere materiali, buone e oneste, di misericordia e carità. La parte superiore della vita attiva e quella inferiore della contemplativa consistono nelle buone meditazioni spirituali e nel contemplare assiduamente la miseria propria dell’uomo con dolore e contrizione, la Passione di Cristo e dei suoi servi con pietà e compassione, e i doni meravigliosi, la bontà e l’opera di Dio in tutte le sue creature materiali e spirituali con gratitudine e lode. Ma la parte superiore della contemplazione - quale si può raggiungere in questo mondo - è tutta sospesa in tale oscurità e in tale nube della non conoscenza, con un impulso d’amore e un cieco considerare soltanto il nudo essere di Dio medesimo.

Nella parte inferiore della vita attiva si è al di fuori e al di sotto di se stessi. Nella parte superiore della vita attiva e in quella inferiore della contemplativa si è dentro e pari a se stessi. Ma nella parte superiore della vita contemplativa si è sopra se stessi e sotto Dio. Sopra se stessi perché si intende raggiungere con la grazia quel luogo dove non è possibile arrivare per natura, e cioè a essere legati a Dio in spirito e in unità e armonia d’amore e volontà.

E come è impossibile - almeno all’umana comprensione - giungere alla parte superiore della vita attiva senza aver abbandonato per un po’ la parte inferiore, così è impossibile giungere alla parte superiore della vita contemplativa senza aver prima abbandonato per un po’ quella inferiore. Come poi sarebbe illecito e d’impedimento per chi sedesse in meditazione contemplare le opere materiali esteriori che ha compiuto o dovrebbe compiere anche se esse sono di per sé sante, così è improprio e d’impedimento per chi volesse operare in questa oscurità e in questa nube della non conoscenza con un ardente impulso d’amore verso Dio in se stesso, permettere che un pensiero o meditazione - quantunque santi, piacevoli e consolanti - dei doni meravigliosi, della bontà e dell’operare di Dio in qualsivoglia sua creatura materiale o spirituale, monti in lui e sia d’ostacolo fra lui e il suo Dio.

Questa è la ragione per la quale ti prego di soffocare tali pensieri così acuti e sottili e di ricoprirli con una spessa nube di oblio, anche quando essi sono santi e promettono di aiutarti così bene nel tuo proposito. Perché l’amore può raggiungere Dio anche in questa vita, ma la conoscenza no. E per tutto il tempo in cui la nostra anima dimora in questo corpo mortale, la chiarezza del nostro intelletto nel contemplare le cose spirituali, e specialmente Dio, è mescolata con qualche distorta immagine mentale, che rende impura la nostra opera e ci precipita, a meno di non essere del tutto eccezionale, in grande errore.

 

 

 

CAPITOLO IX

 

Perciò il forte impulso del tuo intelletto, che continuamente preme in te quando ti accingi a questa attività cieca, deve sempre essere soffocato. E se non lo soffochi tu, esso soffocherà te: tanto che quando crederai di dimorare in questa oscurità e penserai che nulla è nella tua mente se non Dio, guardando dentro di te con cura ti accorgerai che la tua mente non è impegnata in tale oscurità, ma invece chiaramente in contemplazione di qualcosa che è inferiore a Dio. E se è così, allora di sicuro quella cosa è in quel momento al di sopra di te, fra te e il tuo Dio. Perciò proponiti di soffocare tali contemplazioni, per quanto sante e piacevoli esse siano.

Una cosa infatti ti dico: assai più aiutano la tua anima, sono di maggior valore in sé e più piacciono a Dio e a tutti i santi e angeli del cielo - sì, e più sono utili per tutti i tuoi amici materiali e spirituali, vivi e morti - questa nuda tensione d’amore verso Dio in sé e questo amore segreto che preme sulla nube della non conoscenza. E meglio sarebbe per te avere e provare questi negli affetti del tuo spirito che non tenere aperti gli occhi della tua anima in contemplazione di tutti gli angeli e i santi del cielo o in ascolto di tutta la gioiosa melodia che risuona fra di loro nella beatitudine eterna.

Non ti meravigliare di ciò, perché se tu potessi vederlo chiaramente una sola volta - come per grazia puoi - e afferrarlo e provarlo in questa vita, allora crederesti a quel che dico. Sta’ certo, però, che mai si avrà vista così chiara nella vita terrena, mentre provarlo si può attraverso la grazia quando Dio lo permette. Leva perciò in alto il tuo amore verso quella nube. Lascia anzi che Dio attiri il tuo amore a quella nube e cerca, con l’aiuto della sua grazia, di dimenticare ogni altra cosa.

Perché, se il semplice pensiero di una qualunque cosa inferiore a Dio, premendo contro la tua volontà e la tua intelligenza, ti allontana da lui più del dovuto e ti rende incapace di sentire e sperimentare i frutti del suo amore, non credi che un pensiero coscientemente e intenzionalmente evocato ti sarà d’ostacolo nel tuo proposito? E poiché il pensiero di un santo particolare o di qualunque oggetto spirituale, per quanto puro, ti è di tanto impedimento, non credi che il pensare a un uomo che viva questa vita di miseria o a qualunque altra cosa materiale o mondana ti sarà d’impaccio e ti farà abbandonare questa attività contemplativa?

Non dico che il semplice, improvviso pensiero di cosa spirituale buona e pura inferiore a Dio, che prema sulla tua volontà o la tua mente o che sia intenzionalmente volto ad accrescere la tua devozione, sia, benché d’impedimento nella nostra attività, necessariamente cattivo. No, Dio non voglia che tu prenda le mie parole in questo senso. Dico invece che, per quanto buono e santo, in questa attività esso è - almeno per tutta la sua durata - d’ostacolo più che d’aiuto. Perciò, certo, chi cerca Dio nella perfezione non si fermerà a pensare agli angeli o ai santi del cielo.

 

 

 

CAPITOLO X

 

Non è però così tutte le volte che si pensa a un uomo o a una donna di questo mondo o a una cosa materiale o spirituale. Un semplice pensiero spontaneo di essi che prema sulla tua volontà o il tuo intelletto, sebbene non possa esserti addebitato come peccato - in quanto è piuttosto punizione che opprime le tue facoltà per il peccato originale del quale fosti purificato con il battesimo -, tuttavia, se non è subito soffocato, costringe il tuo cuore carnale, per la sua fragilità, a una qualche forma di diletto - se si tratta di cosa che ti fa o ti ha fatto piacere in passato - o a una qualche forma di rancore - se si tratta di cosa che ti addolora o ti ha addolorato in passato. Benché tale attaccamento sia mortale per chiunque già viva in peccato mortale, non è che veniale in te e in tutti coloro che hanno veramente abbandonato il mondo e si sono dedicati a vita devota (privata o pubblica) nella Santa Chiesa, e che perciò sono governati non dalla loro volontà e dalla loro mente, ma dal volere e dai consigli dei loro superiori religiosi o laici. E la ragione è che le tue intenzioni sono state fondate e radicate in Dio quando, accompagnato dalla sapienza e dai consigli di un padre discreto, hai iniziato a vivere in quello stato nel quale tuttora permani. Ma se invece si permette a quell’attaccamento del cuore carnale al piacere o al rancore di durare a lungo senza respingerlo, finché esso non metta radici nel cuore spirituale (cioè nella volontà) con pieno suo consenso, allora è peccato mortale.

Questo accade quando tu o altri fra quelli di cui ho parlato evocate intenzionalmente il pensiero di un uomo o di una donna che vivono in questo mondo, o quello di altro oggetto materiale o mondano. Se è cosa che ti addolora o ti ha addolorato in passato, sorge infatti in te una passione furibonda e un desiderio di vendetta che si chiama Ira; oppure un disdegno crudele e un disprezzo di quelle persone, accompagnato da pensieri di biasimo e dispetto, che si chiama Invidia; o una stanchezza e indifferenza verso ogni buona occupazione materiale o spirituale, che si chiama Accidia. Se invece è cosa che ti fa o ti ha fatto piacere in passato, sorge in te un diletto passeggero nel pensare a essa, tanto che ti fermi in quel pensiero e infine vi fissi il cuore e la volontà e ne pasci il tuo cuore carnale al punto che ti pare di non desiderare altro bene ma solo di voler vivere in pace e tranquillità con quello. Se il pensiero che intenzionalmente evochi, o che accogli quando ti è suggerito, e nel quale poi ti soffermi con piacere, tocca il valore naturale, la conoscenza, il fascino o il grado, il favore o la bellezza, allora è Superbia. Se i beni del mondo, ricchezze, proprietà o qualsiasi cosa si possa possedere o di cui si possa esser padroni, allora è Avarizia. Se cibi e bevande squisiti o altri piaceri che si provano al gusto, allora è Gola. E se l’amore o il piacere o altro armeggio della carne, o lusinga e adulazione di uomo o donna del mondo terreno, oppure di te stesso, allora è Lussuria.

 

 

 

CAPITOLO XI

 

Non dico questo perché penso che tu, o qualcun altro fra quelli dei quali parlo, sia colpevole di tali peccati o da essi impacciato, ma perché vorrei che tu dessi importanza a ogni pensiero e ogni impulso per quel che è, e che tu ti sforzassi continuamente di distruggere il primo impulso o pensiero di queste cose nel quale puoi commettere peccato. Una cosa infatti ti dico: chi non presta attenzione o non si preoccupa di questo primo pensiero - sì, anche se in esso non c’è peccato - non riuscirà a evitare noncuranza verso il peccato veniale. Nessuno in questa vita mortale può evitare il peccato veniale, ma tutti i discepoli della perfezione dovrebbero evitarne la noncuranza, perché altrimenti non fa meraviglia se ben presto commetteranno peccato mortale.

 

 

 

CAPITOLO XII

 

Perciò, se vuoi rimanere in piedi e non cadere, non desistere mai dalla tua ferma intenzione, ma colpisci sempre questa nube della non conoscenza che è fra te e il tuo Dio col dardo affilato dell’amore ardente. E trattieniti dal pensare a qualunque cosa sia inferiore a Dio. Non allontanarti da lì qualsiasi cosa accada. Questa è infatti l’unica attività che di per sé distrugge il terreno e le radici del peccato. Dovessi pure digiunare oltre misura, vigilare a lungo, alzarti presto, giacerti sul duro, indossare cilicio e - sì, se anche fosse lecito, come non lo è - cavarti gli occhi, tagliarti la lingua, chiuderti le orecchie e serrarti il naso, gettare via i tuoi organi più nascosti e procurare al tuo corpo ogni immaginabile sofferenza: nulla di tutto ciò ti sarebbe di alcuna utilità, e il peccato comunque nascerebbe e crescerebbe dentro di te.

Sì, e c’è ben di più. Dovessi tu piangere senza fine per il dolore dei tuoi peccati o la Passione di Cristo, o tenere sempre a mente le gioie del cielo, di che aiuto ti sarebbe? Di molto, certo, e ti procurerebbe in più molto profitto e molta grazia, ma sarebbe ancora ben poco a paragone di ciò che può fare questo impulso cieco d’amore. Questa, da sola, è la parte migliore scelta da Maria.13 Senza tale amore tutte quelle altre cose non valgono nulla. Non soltanto esso distrugge il terreno e le radici del peccato, ma, anche, conquista la virtù. Se infatti è veramente presente, tutte le virtù sono in esso misteriosamente e perfettamente comprese senza che l’intenzione sia in alcun modo dispersa. Senza di esso, si possono bensì avere tutte le virtù possibili, ma allora saranno mescolate con qualche intenzione distorta, e quindi imperfette.

La virtù infatti non è altro che un affetto ordinato e misurato, diretto esclusivamente a Dio in sé. Egli è in se stesso causa di tutte le virtù, e se qualcuno è mosso a virtù da causa diversa - per quanto a Dio accompagnata, ed egli ne costituisca anzi la causa prima - allora quella virtù sarà imperfetta. Questo possiamo vederlo se prendiamo una o due virtù in luogo di tutte le altre. Siano queste due l’umiltà e la carità, perché chiunque conquista tali virtù non ha bisogno d’altro, ma ha tutto.

 

 

 

CAPITOLO XIII

 

Vediamo dunque in primo luogo la virtù dell’umiltà e come essa sia imperfetta quando nasce da cause diverse, per quanto possano essere accompagnate a Dio e anche quando egli ne sia causa prima; e come invece sia perfetta quando è causata solamente da Dio in sé. Se si deve capire tale questione con chiarezza bisogna in primo luogo sapere cosa sia l’umiltà in sé; e poi sarà più facile comprendere davvero quale ne sia la causa.

L’umiltà in sé non è altro che la vera conoscenza e coscienza di se stessi come si è. Certo è infatti che chiunque conosca e veda se stesso come è, sarà veramente umile. Due possono essere le cause di tale umiltà. Una è la corruzione, la miseria e la fragilità dell’uomo, nelle quali egli è caduto per via del peccato e che sempre deve almeno in parte provare in questa vita terrena, anche se è santo. L’altra è l’amore sovrabbondante e il valore di Dio in sé, nel contemplare il quale tutta la natura trema,14 tutti i dotti sono folli e tutti gli angeli e i santi del cielo sono ciechi: tanto che se non fosse per la divina sapienza che ha commisurato la contemplazione di costoro alla loro capacità naturale e alla grazia, davvero non potrei dire cosa ne sarebbe.

Questa seconda causa è perfetta e durerà in eterno; quella precedente è imperfetta e verrà meno alla fine della vita terrena. Spesso, poi, un’anima in questo corpo mortale, a causa della sovrabbondanza di grazia che moltiplica il suo desiderio - ogni volta e per tutto il tempo che Dio lo permetta -, perderà e dimenticherà improvvisamente e completamente, senza curarsi d’essere santa o dannata, ogni conoscenza e coscienza del proprio essere. Che ciò accada a un’anima spesso o raramente, credo comunque che duri pochissimo. E in questo breve attimo essa è perfettamente umile, perché non conosce né prova altra causa se non la prima. Ogniqualvolta invece essa conosca e provi l’altra causa, anche se Dio rimane la prima, la sua umiltà è imperfetta. Tuttavia è buona e sempre dovrebbe essere sperimentata: per amor di Dio, non capire male quel che dico!

 

 

 

CAPITOLO XIV

 

Perché sebbene la chiami umiltà imperfetta, tuttavia preferirei avere vera conoscenza e coscienza di me stesso e della mia miseria. E credo che essa mi otterrebbe l’umiltà perfetta, nella sua causa e nella sua virtù, più di quanto non accadrebbe se tutti i santi e gli angeli del cielo, e tutti gli uomini e le donne che, religiosi o laici, vivono su questa terra nella Santa Chiesa, si radunassero assieme esclusivamente per pregare Dio che io possa ottenere la perfetta umiltà. Sì, è impossibile che senza di essa un peccatore possa raggiungere la perfetta virtù dell’umiltà o conservarla una volta che l’ha conquistata.

Suda, perciò, e fatica quanto ti è possibile per avere conoscenza ed esperienza vere di te stesso nella tua miseria. E presto avrai, credo, conoscenza ed esperienza vere di Dio quale egli è: non quale è in se stesso - ché ciò non è possibile per nessuno se non per lui - né quale, nel tuo corpo e nel tuo spirito, lo vedrai nella beatitudine del cielo; ma quale è possibile, e da lui permesso, a un’anima umile che tuttora vive nel corpo mortale, conoscerlo e sperimentarlo.

Non pensare dunque che col metterti davanti due cause dell’umiltà, una perfetta e una imperfetta, io voglia che tu tralasci lo sforzo dell’umiltà imperfetta e ti concentri interamente sulla perfetta. No di certo, non vorrei mai che tu operassi in questo modo. Faccio invece quel che faccio perché voglio dirti e farti vedere il maggior valore che questo esercizio spirituale ha a paragone di qualsiasi altro esercizio, materiale o spirituale, che si compia o si possa compiere in virtù della grazia; e come l’amore segreto che, in purezza di spirito, venga riposto in questa nube oscura della non conoscenza fra te e il tuo Dio davvero contenga in sé perfettamente la perfetta virtù dell’umiltà, senza permettere alcuna particolare contemplazione di un oggetto inferiore a Dio. E anche perché vorrei che tu sapessi cosa è la perfetta umiltà e la considerassi scopo del tuo cuore, e lo facessi sia per te che per me. E infine perché vorrei renderti ancora più umile per mezzo di questa conoscenza.

Spesso infatti, mi pare, accade che la mancanza di conoscenza sia causa di grande superbia. Perché forse, non sapendo cosa è la perfetta umiltà, potresti credere, avendo un po’ di conoscenza e di esperienza di quella che chiamo umiltà imperfetta, di aver quasi raggiunto la perfetta; e così ti inganneresti e penseresti d’essere pienamente umile mentre sei interamente immerso nella superbia folle e fetida. Perciò sforzati in ogni modo di ottenere l’umiltà perfetta: tale è la sua natura che chiunque l’abbia conseguita, e per tutto il tempo che la conserva, non pecca, e neppure commette molti peccati dopo, quando essa è passata.

 

 

 

CAPITOLO XV

 

Devi credere fermamente che la perfetta umiltà della quale parlo esiste e può essere conseguita in questa vita per mezzo della grazia. E dico questo per confutare l’errore di coloro i quali sostengono che causa della perfetta umiltà non è altro che il ricordo della nostra miseria e dei peccati che abbiamo commesso nel passato.

Sono pronto ad ammettere che per coloro i quali si trovano abitualmente in stato di peccato - come nel passato e nel presente io stesso - è causa necessaria e utile l’essere umiliati dal ricordo della propria miseria e dei peccati commessi, fino al punto che la gran ruggine del peccato venga grattata via dalla coscienza e dalla mente.

Ma per coloro che sono per così dire innocenti, che mai hanno commesso peccati mortali con volontà pervicace e deliberata, ma soltanto per debolezza e ignoranza, e che sono decisi a divenire contemplativi, c’è un’altra causa che li renderà umili - ed essa varrà anche per noi, se il nostro consigliere spirituale e la nostra coscienza testimoniano che ci siamo davvero corretti nella contrizione, nella confessione e nella penitenza secondo gli statuti e i dettami della Santa Chiesa, e se perciò ci sentiamo spinti e chiamati dalla grazia a divenire anche noi contemplativi. Tanto maggiore dell’altra è questa causa, quanto la vita di Maria Nostra Santa Signora è superiore a quella del penitente più colpevole della Santa Chiesa, o quella di Cristo superiore a quella di ogni vivente, o ancora quella di un angelo del cielo - che mai ha provato, e mai proverà, la debolezza di un uomo - è superiore alla vita dell’uomo più debole che viva in questo mondo.

Se infatti non c’è causa perfetta che ci possa rendere umili eccetto la vista e l’esperienza della nostra miseria, allora vorrei sapere da quelli che sostengono ciò quale sia la causa che umilia coloro i quali non hanno mai né veduto né sperimentato - e mai lo faranno - la miseria e gli impulsi del peccato: come Nostro Signore Gesù Cristo, Maria Nostra Signora e tutti i santi e gli angeli del cielo. A tale perfetta umiltà, come anche a tutte le altre perfezioni, ci chiama Nostro Signore Gesù Cristo nel Vangelo laddove ci ingiunge di essere perfetti per grazia quanto egli lo è per natura.15

 

 

 

CAPITOLO XVI

 

Nessuno si pensi presuntuoso se, miserabile più di tutti i peccatori della terra, osa - dopo aver corretto se stesso e dopo essersi sentito chiamato alla vita contemplativa, e con l’assenso del suo consigliere spirituale e della propria coscienza - offrire a Dio un umile impulso d’amore e assalire in segreto la nube della non conoscenza fra lui e il suo Dio. Quando Nostro Signore disse a Maria, la quale è figura di tutti i peccatori che sono chiamati alla vita contemplativa, «I tuoi peccati ti sono perdonati»,16 non fu per il suo grande dolore, né per il ricordo dei suoi peccati, né infine per l’umiltà che ella provava contemplando la propria miseria. E per cosa allora? Certo perché molto amava. Ecco, qui si può vedere cosa riesce a ottenere da Nostro Signore, più di qualunque opera si possa immaginare, un amore segreto.

Ammetto che Maria provava gran dolore e piangeva amaramente per i propri peccati ed era resa umile dal pensiero della propria miseria. Così anche noi, che per tutta la vita siamo stati miserabili e costanti peccatori, dovremmo provare dolore tremendo per i nostri peccati e farci molto umili al pensiero della nostra miseria.

Ma come? Come, certo, fece Maria. Ella non poteva sempre provare dolore profondo dei suoi peccati, tanto da portarli con sé per tutta la vita ovunque andasse, quasi fossero un peso legato al suo cuore in maniera tale da non poter mai essere dimenticato. Eppure si può, seguendo la Scrittura, affermare che provava un dolore più forte e un desiderio più penoso, che singhiozzava più profondamente e più languiva - sì, quasi fino a morirne - per mancanza d’amore (benché il suo amore fosse molto) che non al ricordo dei suoi peccati. E non meravigliarti di questo, perché tale è la condizione di chi ama: più egli ama, più desidera amare.

Tuttavia ella sapeva bene, e ben provava in se stessa con amara verità, che era una miserabile assai peggiore di tutti gli altri e che i suoi peccati l’avevano divisa da quel Dio che pure tanto amava e che, assieme alla mancanza di amore, essi erano in buona parte la causa della malattia per la quale languiva. E allora? Forse che scese dall’alto del desiderio nelle profondità della sua vita peccaminosa a frugare nella fetida palude e nel letamaio dei suoi peccati, cercandoli uno per uno ed esaminandone ogni circostanza, per affliggersene e piangere di ciascuno? No, certamente no. E perché? Perché Dio, tramite la sua grazia, fece sì che ella sapesse dentro di sé, nella sua anima, che mai avrebbe potuto ottenere nulla in questo modo. Così infatti avrebbe coltivato in sé la capacità di peccare piuttosto che guadagnarsi con quel modo d’agire il pieno perdono dei propri peccati.

Perciò ella fissò il suo amore e il suo ardente desiderio in questa nube della non conoscenza e imparò ad amare ciò che in questa vita non avrebbe mai potuto vedere chiaramente con il lume dell’intelletto nella propria ragione, né mai veramente provare nei suoi affetti con la dolcezza dell’amore: tanto che spesso dimenticava di essere mai stata una peccatrice. Sì, e così spesso era, credo, toccata profondamente dall’amore per Dio, che poco si dava pensiero della bellezza del corpo prezioso e benedetto di lui mentre pure egli le sedeva davanti parlando e predicando, né di altra cosa materiale o spirituale. E che questo sia così è evidente dalle parole del Vangelo.

 

 

 

CAPITOLO XVII

 

Nel Vangelo di Luca17 è scritto che quando Nostro Signore si trovava nella casa di sua sorella Marta, mentre questa si affaccendava a preparare la cena, Maria sedeva ai piedi di lui. E mentre ascoltava le sue parole non prestava attenzione né al lavoro della sorella - benché questo fosse buono e santo, perché è la prima parte della vita attiva - né al valore del corpo benedetto di lui, né alla dolce voce e alle parole dell’Uomo - benché ciò sia cosa ancora migliore e più santa, perché è la seconda parte della vita attiva e la prima della contemplativa - ma invece alla sovrana sapienza del Dio avvolta nelle parole oscure dell’Uomo. Era questo che contemplava con tutto l’amore del suo cuore. Da questo non riusciva a rimuoversi, qualunque cosa vedesse o ascoltasse, o qualunque cosa venisse fatta attorno a lei. Sedeva invece del tutto immota in segreta dolcezza, l’amore pieno di desiderio teso all’alta nube della non conoscenza fra lei e il suo Dio.

Una cosa infatti ti dico: non c’è né mai ci sarà in questo mondo essere tanto puro e tanto in alto rapito a contemplazione e amore della divinità senza che vi sia tra esso e il suo Dio un’alta e meravigliosa nube di non conoscenza. In questa nube, appunto, Maria era fissa con i segreti moti del suo amore. E perché? Perché era la parte migliore e più santa della contemplazione che si possa ottenere in questa vita. Da questa parte ella non riusciva a rimuoversi per alcuna ragione, tanto che quando sua sorella Marta si lamentò di lei con Nostro Signore e lo pregò di chiedere a sua sorella di alzarsi e aiutarla perché non la lasciasse sola a preoccuparsi e lavorare, ella continuò a star seduta immobile e non rispose parola né mostrò risentimento verso la sorella a causa delle lamentele di lei. E non stupisce: ella aveva infatti altro lavoro da fare, che Marta non poteva capire; e perciò non aveva agio né di ascoltarla né di rispondere alle sue lamentele.

Ecco, amico mio: tutte le azioni, le parole, i comportamenti di Nostro Signore e di queste due sorelle valgono come esempi di tutti gli attivi e i contemplativi che mai siano sorti nella Santa Chiesa e che mai vi saranno sino al giorno del Giudizio. Per Maria infatti si intendono i contemplativi, i quali devono conformare la loro vita alla sua; e per Marta gli attivi, nello stesso modo e per la stessa ragione.

 

 

 

CAPITOLO XVIII

 

Proprio come Marta si lamentò allora di sua sorella Maria, così ancora oggi tutti gli attivi si lamentano dei contemplativi. Appena infatti un uomo o una donna che faccia parte di un gruppo - religioso o laico, senza eccezioni - si sente spinto dalla grazia e dal proprio consigliere spirituale ad abbandonare ogni occupazione esteriore e a intraprendere la vita contemplativa secondo la propria conoscenza e coscienza e con l’accordo del proprio consigliere, subito i suoi fratelli e le sue sorelle e i suoi amici più cari, e altri che non conoscono quegli impulsi e quel modo di vita, si levano a lamentarsi di lui o di lei dicendo con parole taglienti che ciò che fa non vale nulla. E presto racconteranno storie, false e vere, di uomini e donne che, intrapresa tale vita nel passato, sono poi caduti; mai invece dicono alcunché di qualcuno che sia riuscito.

Molti, lo ammetto, di coloro che hanno apparentemente abbandonato questo mondo, cadono e sono caduti; e laddove sarebbero dovuti divenire servi di Dio e suoi contemplativi, sono invece divenuti, non volendo lasciarsi governare dal vero insegnamento spirituale, servi del diavolo e suoi contemplativi: e si trasformano in ipocriti o eretici, oppure precipitano nella follia e nel male a infamia di tutta la Santa Chiesa. Di costoro tralascio di parlare ora per paura di rendere il nostro argomento confuso. Più tardi invece, se Dio lo permette e se è necessario, si potrà dare uno sguardo al loro stato e alle ragioni per le quali cadono. Adesso non dico altro di loro, ma proseguo il mio discorso.

 

 

 

CAPITOLO XIX

 

Alcuni penseranno che ho poco rispetto per Marta, quella santa speciale, perché paragono le sue lamentele contro la sorella alle parole di questi uomini del mondo o viceversa. Veramente non intendo mancare di rispetto né a lei né a loro. Dio non voglia che in quest’opera io dica alcunché a rimprovero di un servo di Dio in qualunque stato egli si trovi, e in particolare della sua santa speciale. Mi pare infatti che ella debba essere scusata per le sue lamentele ove si guardi al momento e al modo in cui le pronunciò. Disse quel che disse per ignoranza. Non stupisce che in quel momento non sapesse in cosa Maria fosse occupata, perché, credo, aveva udito ben poco, prima, di tale perfezione. E poi, quel che disse lo disse con gentilezza e concisione. Perciò deve sempre essere scusata.

Allo stesso modo mi sembra che, guardando alla loro ignoranza, debbano essere scusati per le lamentele appena menzionate questi uomini e donne che nel mondo vivono la vita attiva, anche se quel che dicono lo dicono con scortesia. Perché proprio come Marta sapeva ben poco di quel che sua sorella Maria stava facendo quando si lamentò di lei con Nostro Signore, così anche questa gente d’oggi sa ben poco, o nulla, di quel che intendono questi giovani discepoli di Dio quando si ritirano dalle occupazioni di questo mondo e si dedicano a essere servi speciali di Dio in santità e dirittura di spirito. Se lo sapessero, oso dire che non agirebbero né parlerebbero come fanno. Credo perciò che debbano sempre essere scusati, perché non conoscono vita migliore di quella che vivono essi stessi. E poi, quando penso alle innumerevoli mancanze che ho io stesso commesso per ignoranza in parole e opere, mi sembra che, se voglio essere scusato da Dio per quelle colpe, devo anch’io scusare sempre, con carità e compassione, le parole e le azioni ignoranti degli altri. Altrimenti, certo, non faccio agli altri quel che vorrei essi facessero a me.

 

 

 

CAPITOLO XX

 

Perciò mi sembra che coloro i quali intendono darsi alla vita contemplativa debbano non solo scusare gli attivi delle loro lamentele, ma anche occupare il loro spirito in modo tale da prestare poca o nessuna attenzione a ciò che la gente dice di loro. Così fece Maria, nostro esempio in tutto, quando Marta sua sorella si lamentò con Nostro Signore; e se faremo davvero lo stesso, Nostro Signore farà per noi ora quel che fece allora per Maria.

E cosa fece dunque? Sicuramente questo: Nostro Signore Gesù Cristo, al quale non è nascosto alcun segreto, quando Marta gli chiese di far da giudice e di dire a Maria di alzarsi e aiutarla a servirlo, poiché vide che Maria era con fervore occupata nell’amore spirituale della sua divinità, con cortesia e, per così dire, con la proprietà che detta la ragione, rispose per lei, che non voleva abbandonare l’amore per lui per scusare se stessa. E come rispose? Certo non solo come il giudice al quale Marta s’era appellata; difese invece legalmente, da avvocato, lei che lo amava, e disse: «Marta, Marta». Due volte, per il suo bene, la chiamò per nome, perché voleva che lo ascoltasse e prestasse attenzione alle sue parole. «Tu ti agiti e ti preoccupi» disse «per molte cose»:18 perché gli attivi si preoccupano e si agitano per molte cose diverse, in primo luogo per provvedere ai propri bisogni e poi, come richiede la carità, per le opere di misericordia verso i loro fratelli cristiani. E disse questo a Marta perché voleva farle sapere che la sua occupazione era buona e utile alla sua anima. Ma affinché ella non pensasse che quella era l’opera migliore che si potesse compiere, aggiunse: «Ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno».19

 

E qual è quella cosa? Sicuramente, che Dio venga amato e lodato in sé, al di sopra di ogni altra opera materiale o spirituale nella quale si possa essere occupati. E perché Marta non pensasse che poteva amare Dio e lodarlo al di sopra di ogni altra attività materiale o spirituale e nello stesso tempo occuparsi del necessario per vivere su questa terra, e dunque per toglierle ogni dubbio sul problema se potesse servire Dio perfettamente con opera assieme materiale e spirituale - imperfettamente poteva, non perfettamente -, aggiunse che Maria aveva scelto la parte migliore, che mai le sarebbe stata tolta. Infatti quel perfetto impulso d’amore che ha inizio in questo mondo è pari a quello che per sempre durerà nella beatitudine del cielo: e i due sono in verità uno solo.

 

 

 

CAPITOLO XXI

 

Cosa significa: «Maria ha scelto la migliore»? Ogni volta che si pensa e si menziona il meglio, due cose devono necessariamente essere postulate prima di esso, un bene e un meglio, sì che quello sia il meglio, terzo nella serie.20 Ma quali sono queste tre cose delle quali Maria scelse la migliore? Non ci sono tre tipi di vita, perché la Santa Chiesa ne conosce soltanto due, quella attiva e quella contemplativa, le quali sono indicate segretamente nella storia del Vangelo da queste due sorelle, Marta e Maria - da Marta l’attiva e da Maria la contemplativa. Senza una di queste due vite nessuno può salvarsi; ma se non ce ne sono che due, nessuno può scegliere la migliore.

Ora, sebbene non ci siano che queste due vite, in esse ci sono tre parti, l’una migliore dell’altra, le quali, ciascuna in ordine, sono state già discusse in questo libro. Come dunque si è già detto, la prima parte consiste in opere materiali buone e oneste di misericordia e carità: e questo è il primo grado della vita attiva, come già si è detto. La seconda parte di queste due vite consiste in buone meditazioni spirituali sulla miseria umana, sulla Passione di Cristo e sulle gioie del cielo. La prima parte è buona, la seconda migliore, perché è il secondo grado della vita attiva e il primo della contemplativa. In questa parte la vita contemplativa e la vita attiva sono legate l’una all’altra in relazione spirituale e, sull’esempio di Marta e Maria, fatte sorelle. Un attivo può giungere, nella contemplazione, fino a questa altezza, ma non più in alto se non raramente e per grazia speciale. Un contemplativo può scendere altrettanto in basso in direzione della vita attiva, ma non più in basso se non raramente e per grande necessità.

La terza parte di queste due vite è sospesa nell’oscura nube della non conoscenza e di essa è proprio un grande amore segreto volto a Dio in sé. La prima parte è buona, la seconda migliore, ma la terza è la migliore di tutte. Questa è la parte migliore di Maria. E perciò è chiaro perché Nostro Signore non abbia detto: «Maria ha scelto la vita migliore» - perché non ce ne sono che due, e fra due non si può scegliere la migliore. Ma di queste due vite «Maria» ha detto «ha scelto la parte migliore, che mai le sarà tolta». La prima e la seconda parte, per quanto siano buone e sante, terminano con la vita terrena. In quella a venire infatti non vi sarà bisogno di opere di misericordia, né di piangere sulla nostra miseria e sulla Passione di Cristo. Ché allora nessuno avrà fame o sete, nessuno morirà di freddo o sarà malato, senza casa, in prigione, e neppure avrà bisogno di sepoltura, perché nessuno, allora, morirà. Ma la terza parte che Maria scelse, la scelga chi dalla grazia è chiamato a sceglierla; o, se posso dirlo con maggiore aderenza alla verità, chi a essa è scelto da Dio, a essa tenda con ardente desiderio. Essa infatti non sarà mai tolta, perché ha inizio in questa vita, ma durerà in eterno.

Lasciamo dunque che la voce di Nostro Signore gridi a questi attivi quasi parlasse a essi per noi, come una volta gridò a Marta per Maria «Marta, Marta!»: «Attivi, attivi! Mantenetevi occupati quanto potete nella prima parte e nella seconda, ora nell’una e ora nell’altra; e, se vi piace e siete pronti, in ambedue con i vostri sensi. Ma non interferite con i contemplativi: non sapete cosa li travaglia. Lasciate che essi se ne stiano seduti in pace e in gioia con la terza e migliore parte di Maria».

 

 

 

CAPITOLO XXII

 

Dolce era l’amore fra Nostro Signore e Maria. Grande era l’amore che ella portava a lui; più grande quello che lui portava a lei. Chiunque voglia comprendere appieno il loro reciproco comportamento (non da una narrazione superficiale, ma come testimonia la storia del Vangelo, che non può in alcun modo essere falsa) troverà che il cuore di lei era così teso all’amore per lui che nulla di inferiore a lui poteva darle consolazione né tenere il suo cuore lontano da lui. Questa è colei, è la stessa Maria, che quando, piangendo, lo cercava al sepolcro, non fu consolata dagli angeli. Perché quando essi le parlarono con tanta dolcezza e amore, dicendo: «Non piangere, Maria, perché Nostro Signore, che tu cerchi, è risorto, e lo avrai e lo vedrai vivo in tutta la sua bellezza fra i suoi discepoli in Galilea, come egli disse»,21 ella non smise di piangere per causa loro, perché pensava che chiunque cercasse il re degli angeli non poteva certo fermarsi per dei semplici angeli.

Che altro? Sicuramente chiunque guarderà attentamente alla storia del Vangelo, vi troverà molti punti meravigliosi riguardo all’amore perfetto di lei, scritti per nostro esempio e in accordo con quanto viene sostenuto in questo libro, come se fossero stati composti e scritti proprio per tale proposito. E in effetti lo furono, qualunque cosa se ne possa dire.

E se si guarda nel Vangelo all’amore speciale e meraviglioso che Nostro Signore portò a lei, che è figura di tutti quei peccatori abituali veramente convertiti e chiamati alla grazia della contemplazione, si troverà che Nostro Signore non permise a nessun uomo e a nessuna donna, neppure a sua sorella, di dire una parola contro di lei, ma che per lei rispose egli stesso. Sì, e ben di più! Egli rimproverò Simone il lebbroso in casa sua perché aveva pensato male di lei.22 Questo era grande amore, questo era amore che passa ogni cosa.

 

 

 

CAPITOLO XXIII

 

E davvero, se sul serio conformiamo il nostro amore e la nostra vita, per quanto ci è possibile secondo la grazia e i consigli che riceviamo, all’amore e alla vita di Maria, senza dubbio egli risponderà per noi spiritualmente, ogni giorno, in segreto, entro i cuori stessi di tutti coloro che parlano o pensano contro di noi. Non dico che non ci saranno mai, mentre viviamo nel travaglio di questa vita, persone che parlino o pensino contro di noi come fecero contro Maria. Dico invece che se, allo stesso modo di Maria, non presteremo attenzione alle loro parole e ai loro pensieri, e se non desisteremo per le loro parole e i loro pensieri dalla nostra segreta attività spirituale, allora Nostro Signore risponderà a essi in spirito - se saranno coscienziosi e sinceri - tanto che entro pochi giorni essi si vergogneranno delle loro parole e dei loro pensieri.

Come poi risponderà per noi in spirito, così anche in spirito spingerà altri a fornirci le cose necessarie per questa vita terrena - cibo, vestiti e tutto il resto - quando vedrà che non cessiamo di amarlo per occuparci di esse. E dico questo per confutare l’errore di coloro i quali sostengono che non è giusto che si intraprenda ad amare Dio nella vita contemplativa se prima non si è sicuri di essersi procurati il necessario per vivere. Essi dicono infatti che Dio manda la mucca, ma non la conduce per le corna.23 E, come ben sanno, sbagliano in pieno nel parlare così di lui. Tu che davvero abbandoni il mondo per volgerti a Dio devi infatti credere fermamente che, senza che te ne preoccupi, Dio ti donerà una di queste due cose: o grande abbondanza del necessario alla vita, o forza fisica e pazienza di spirito per sopportare il bisogno. Cosa importa allora quel che hai? Tutto è eguale per il vero contemplativo.

Chiunque dubita di questo ha il diavolo in petto a strappargli la fede, oppure non si è veramente convertito a Dio come dovrebbe, per quanto intelligente sia e per quanto possa ingegnosamente concepire e usare pie scuse per tali dubbi.

Perciò, tu che intendi essere contemplativo come Maria, scegli di essere umiliato dalla meravigliosa altezza e dal perfetto valore di Dio piuttosto che dalla tua miseria, che è imperfetta: e cioè bada a che la tua contemplazione sia diretta più al valore di Dio che alla tua miseria. Perché a coloro che sono perfettamente umili nulla mai mancherà né nel corpo né nello spirito. Essi infatti hanno Dio, nel quale è ogni abbondanza, e chiunque ha lui - come questo libro continuamente ripete - non ha bisogno d’altro in questa vita.

 

 

 

CAPITOLO XXIV

 

Come si è detto dell’umiltà, che è misteriosamente e perfettamente riassunta in questo piccolo, cieco amore di Dio quando esso colpisce l’oscura nube della non conoscenza e tutte le altre cose vengono abbandonate e dimenticate, allo stesso modo si può dire di tutte le altre virtù, e in particolare della carità.

La carità infatti non è altro che amore di Dio in sé sopra tutte le creature, e amore di tutti gli esseri umani, come di noi stessi, a causa di Dio. Che nella contemplazione Dio sia amato per se stesso al di sopra di tutte le creature è certamente appropriato. Perché, come si è detto prima, questa attività consiste sostanzialmente in null’altro che in una nuda tensione diretta a Dio in sé. La chiamo nuda tensione perché in questa attività un perfetto novizio non chiede né diminuzione di dolore né aumento di compenso, e insomma nulla per sé, tanto che non si cura se è addolorato o felice, ma solamente che sia compiuta la volontà di colui che egli ama. Perciò ecco che in questa attività Dio è amato perfettamente per se stesso e al di sopra di tutte le creature. Chi infatti è in essa perfetto non permetterà che il pensiero sia pure del più santo fra gli esseri creati da Dio sia mescolato al pensiero di lui.

Che poi in ciò venga veramente compiuto alla perfezione anche il secondo e più basso ramo della carità, quella verso i propri fratelli cristiani, è evidente e può essere provato. Perché chi è perfetto in questa nostra attività non ha speciale considerazione per alcun essere umano in sé, sia esso parente, estraneo, amico o nemico. Tutti gli appaiono parenti, nessuno estraneo. Tutti gli appaiono amici, nessuno nemico. Tanto che anche coloro i quali lo tormentano e gli fanno del male in questa vita gli appaiono amici pieni e speciali, e tanto che egli è mosso a desiderare il bene loro quanto farebbe per il suo amico più intimo.

 

 

 

CAPITOLO XXV

 

Non dico che chi è occupato in questa attività debba avere considerazione speciale per ogni essere umano, amico o nemico, parente o estraneo. Ché questo non può accadere, se l’attività di cui parlo ha da esser compiuta alla perfezione, com’è quando ogni entità inferiore a Dio viene dimenticata quanto dovrebbe. Dico invece che chi è occupato nell’attività contemplativa viene da essa riempito di virtù e carità al punto che, ogniqualvolta scenderà giù dalle sue cime - non da questa attività, il che non potrebbe aver luogo senza grande peccato, ma dalle sue cime, il che è a volte, quando lo richiede la carità, utile e necessario - per unirsi o pregare per i propri fratelli cristiani, il suo affetto sarà volto tanto ai suoi nemici quanto ai suoi amici, tanto agli estranei quanto ai parenti. Sì! E talvolta più ai suoi nemici che ai suoi amici.

Tuttavia, chi è occupato in questa attività non ha agio di guardare chi sia suo amico o suo nemico, parente o estraneo. Non dico che alle volte - anzi assai spesso - non sentirà il proprio affetto più vicino a uno, o a due, o a tre che a tutti gli altri, ché questo è lecito per molte ragioni e segue i dettami della carità. Cristo stesso infatti provò affetto più profondo verso Giovanni, verso Maria e verso Pietro che non verso molti altri; Dico invece che per il tempo in cui tale attività contemplativa dura, tutti gli saranno egualmente cari, perché egli non avvertirà altra causa d’amore se non Dio. Tutti, così, e Dio stesso, verranno amati pienamente e semplicemente per amore di Dio.

Come tutti gli uomini infatti si persero in Adamo, e tutti gli uomini che con le loro opere mostrano il proprio desiderio di salvezza sono e saranno salvati in virtù della Passione del solo Cristo, così non nello stesso modo ma in modo non dissimile un’anima che sia perfettamente disposta all’attività contemplativa e a Dio unita in spirito renderà tutti perfetti in questa attività quanto lo è essa stessa, come mostra l’esperienza. Perché proprio come quando un arto è dolorante, tutte le altre membra del corpo ne avvertono dolore e disturbo, e quando un arto sta bene tutte le altre membra se ne allietano, proprio così accade, spiritualmente, a tutte le membra della Santa Chiesa. Cristo infatti è il nostro capo e noi siamo le sue membra,24 se dimoriamo nella carità; e chiunque voglia essere discepolo perfetto di Nostro Signore dovrà tendere in alto il suo spirito in questa attività, per la salvezza di tutti i suoi fratelli e le sue sorelle nella carne, proprio come Nostro Signore tese le sue membra sulla croce. E come? Non per i suoi amici, i suoi parenti e i suoi cari, ma per tutta l’umanità in generale, senza particolare considerazione più per l’uno che per l’altro. Perché tutti coloro che abbandoneranno il peccato e chiederanno misericordia verranno salvati in virtù della sua Passione.

Quanto viene qui detto dell’umiltà e della carità va inteso di tutte le altre virtù: esse sono infatti riassunte misteriosamente in quel piccolo amore che ho già menzionato.

 

 

 

CAPITOLO XXVI

 

Perciò fatica duramente per breve tempo, e colpisci questa alta nube della non conoscenza, e poi riposati. Chi vorrà praticare questa attività contemplativa avrà lavoro ben duro; sì, certo, e gran travaglio, a meno che non l’abbia praticata a lungo o non abbia ricevuto una grazia speciale.

In che dunque consiste - dimmi, ti prego - la fatica? Certo non nell’impulso devoto d’amore continuamente suscitato nella volontà umana non dall’uomo stesso, ma dalla mano di Dio onnipotente, che è sempre pronto a compiere quell’opera in ogni anima che a essa sia disposta e che faccia tutto quanto è in suo potere, e lo abbia fatto a lungo, per mettersi in grado di compierla. In che consiste allora - ti prego, dimmelo - la fatica? Certo nel calpestare e cancellare ogni ricordo di tutti gli esseri creati da Dio e nel tenerli coperti da quella nube dell’oblio menzionata prima. In questo consiste la fatica, perché questa, con l’aiuto della grazia, è la fatica dell’uomo. Quella indicata prima, e cioè il muovere l’impulso d’amore, quella è opera solamente di Dio. Perciò compi il tuo lavoro, e ti prometto che egli non verrà meno al suo.

Lavora, dunque, e presto; vediamo come ti comporti. Non vedi come egli si fermi e ti attenda? Vergogna! Fatica in fretta per breve tempo, e presto sarai alleviato dell’immensità e del peso di questo lavoro. Perché se è duro e rigoroso al principio, quando non hai devozione, poi, quando la hai, ti sarà reso riposante e leggero, e ne avrai poca o nessuna fatica. Allora infatti Dio opererà tutto da solo per un po’ - non per sempre, e neppure a lungo, ma quando e quanto gli piace. E allora sarai felice di lasciare che operi a modo suo.

Allora forse lancerà un raggio di luce spirituale a penetrare la nube di non conoscenza che è fra te e lui, e ti mostrerà qualcuno dei suoi segreti, dei quali non è né permesso né possibile parlare. Sentirai allora il tuo affetto infiammarsi del fuoco del suo amore assai più di quanto non mi sia lecito né io sia in grado di dirti ora.25 Perché di quell’opera che appartiene soltanto a Dio non oso prendere la responsabilità di parlare con la mia balbettante lingua di carne: e per dirla in breve, se anche osassi, non vorrei. Ma del lavoro che appartiene all’uomo quando è mosso e aiutato dalla grazia, di quello posso parlarti volentieri, perché vi è minore pericolo.

 

 

 

CAPITOLO XXVII

 

Anzitutto ti dirò chi deve praticare la contemplazione, e quando, in quale modo, e con quanta moderazione. Se mi chiedi chi deve impegnarsi in questa attività, ti rispondo: tutti coloro che con intenzione sincera hanno abbandonato il mondo e che perciò si danno non alla vita attiva, ma a quella chiamata contemplativa. Tutti costoro, chiunque essi siano, devono operare nella grazia e in questa attività, che siano stati o meno peccatori abituali.

 

 

 

CAPITOLO XXVIII

 

Se mi chiedi quando dovrebbero intraprendere l’attività contemplativa, ti rispondo dicendo: non prima di aver purificato la loro coscienza di tutti i peccati particolari commessi in passato, secondo le regole ordinarie della Santa Chiesa.

In questa attività infatti l’anima dissecca la radice e il terreno del peccato che sempre è in essa, in qualunque occupazione sia impegnata, perfino dopo la confessione. Perciò chiunque voglia dedicarsi all’attività contemplativa deve in primo luogo purificare la propria coscienza; poi, quando ha fatto tutto il possibile secondo i dettami stabiliti, dovrà disporsi a essa con coraggio e umiltà. Si ricordi allora che a lungo è stato trattenuto da essa, ché questa è l’attività nella quale l’anima dovrebbe operare tutta la vita anche se non ha mai commesso peccato mortale.

Per tutto il tempo nel quale l’anima dimora nella carne mortale, sempre vedrà e sentirà questa ingombrante nube della non conoscenza fra sé e il suo Dio. Non solo, ma, come punizione per il peccato originale, sempre vedrà e sentirà che alcuni degli esseri creati da Dio e alcune delle loro operazioni premono sulla sua mente fra sé e il suo Dio. E questo è il retto giudizio di Dio, che quando l’uomo - che era sovrano e signore di tutte le altre creature, ma deliberatamente si fece servo dei suoi sudditi e dei loro impulsi abbandonando i comandi di Dio suo creatore - volle poi compiere quei comandi divini, dovette vedere e provare che tutte quelle creature le quali dovrebbero essere sotto di lui premono invece orgogliosamente sopra di lui, fra lui e il suo Dio.

 

 

 

CAPITOLO XXIX

 

Perciò, chiunque desidera conseguire la purezza perduta attraverso il peccato e conquistare il benessere nel quale non c’è dolore, deve pazientemente faticare in questa nostra attività e sopportarne le pene, chiunque egli sia, peccatore abituale o meno.

Tutti provano fatica in questa attività, sia i peccatori sia gli innocenti che mai hanno grandemente peccato. Ma assai maggiore fatica provano coloro che sono stati peccatori di quelli che non lo sono stati; e questo è del tutto ragionevole.

Tuttavia, spesso accade che alcuni di quelli che sono stati peccatori orribili e abituali raggiungano la perfezione dell’attività contemplativa prima di quelli che non lo sono stati. E questo è miracolo misericordioso di Nostro Signore, che in maniera così speciale dà la sua grazia, per la meraviglia di tutto il mondo. Ora veramente io mi attendo che il giorno del Giudizio sarà bello, quando Dio e tutti i suoi doni saranno visti chiaramente. Allora alcuni che ora sono disprezzati e considerati poco o nulla in quanto peccatori comuni, e forse anche alcuni che ora sono orribili peccatori, sederanno appropriatamente, agli occhi di Dio, con i santi; mentre alcuni di coloro che adesso appaiono santi e che sono adorati come angeli dagli uomini, e alcuni di coloro che non hanno ancora commesso peccati mortali, dimoreranno nel dolore fra i demoni dell’inferno.26

Da ciò vedrai che nessuno in questa vita deve essere giudicato da un altro per il bene o il male che ha compiuto. È lecito giudicare le opere, se sono buone o cattive, ma non gli uomini.

 

 

 

CAPITOLO XXX

 

Ma da chi - dimmi - dovranno essere giudicate le opere degli uomini? Sicuramente da coloro che hanno delle anime autorità e cura, a essi conferite pubblicamente dagli statuti e dalle regole della Santa Chiesa oppure privatamente e spiritualmente per impulso speciale dello Spirito Santo in perfetta carità. Ognuno si guardi dal presumere di poter biasimare e condannare le colpe degli altri, a meno che non si senta davvero mosso interiormente dallo Spirito Santo, ché altrimenti sbaglierà facilmente nei suoi giudizi. Perciò sta’ attento: giudica te stesso quanto ti pare, fra te e il tuo Dio e il tuo padre spirituale, e lascia stare gli altri.

 

 

 

CAPITOLO XXXI

 

Dal momento in cui senti di aver fatto tutto ciò che puoi per correggerti secondo i dettami della Santa Chiesa, inizia a lavorare con vigore nell’attività contemplativa. E allora, se per caso il ricordo di alcune tue particolari azioni passate, o un pensiero nuovo, o un impulso peccaminoso, premeranno sulla tua mente fra te e il tuo Dio, dovrai risolutamente salirvi sopra con un fervente moto d’amore e calpestarli sotto i tuoi piedi. E cerca di coprirli con una spessa nube di oblio come se mai fossero stati compiuti da te o da qualcun altro in questa vita terrena. E se insorgono spesso, altrettanto spesso li dovrai soffocare: anzi, per dirla in breve, dovrai soffocarli ogniqualvolta essi insorgono. Se poi penserai che la fatica è grande, allora cercherai strumenti e stratagemmi e astuzie spirituali per sopprimerli. Ed è meglio imparare questi da Dio attraverso l’esperienza che non da qualunque uomo mortale.

 

 

 

CAPITOLO XXXII

 

Ti dirò tuttavia qualcosa di queste astuzie. Provale, e tenta di far meglio se puoi.

Cerca di fare tutto il possibile per agire come se non sapessi che tali pensieri premono così fortemente su di te, fra te e il tuo Dio. Cerca di guardare come fosse dietro le loro spalle e tu stessi cercando qualche altra cosa: che poi è Dio, racchiuso in una nube di non conoscenza. Se fai questo, sono sicuro che in breve tempo la tua fatica sarà alleviata. Credo che, se ci si pensa sul serio, si troverà che questo stratagemma non è altro che un ardente desiderio di Dio, di vederlo e sentirlo per quanto si può in questo mondo. Questo desiderio è la carità, ed essa merita sempre di essere facilitata.

C’è poi un’altra astuzia: se vuoi, provala. Quando senti che non riesci in alcun modo a sopprimere questi pensieri, acquattati giù sotto di essi come se fossi un miserabile codardo sconfitto in battaglia, e pensa che sarebbe follia per te continuare a combattere contro di essi. Così, ti arrenderai a Dio nelle mani dei tuoi nemici e ti sentirai come distrutto per sempre. Presta speciale attenzione a questo stratagemma, ti prego, perché nello sperimentarlo, credo, ti discioglierai tutto quasi fosse in acqua.27 E certo mi pare che, ove si guardi bene, questo stratagemma non sarà altro che la vera conoscenza ed esperienza di te stesso quale sei, miserabile, sordido e meno che nulla. Tale conoscenza ed esperienza è l’umiltà. E l’umiltà merita sempre che Dio discenda in tutta la sua potenza a fare vendetta dei tuoi nemici, per sollevarti e amorevolmente asciugare i tuoi occhi spirituali come fa il padre con il bambino che è sul punto di perire sotto le zanne di un cinghiale o i morsi di un orso impazzito.

 

 

 

CAPITOLO XXXIII

 

Non ti parlerò di altre astuzie per ora, perché se hai la grazia e fai la prova di queste credo che ben presto insegnerai tu a me piuttosto che io a te. Sebbene infatti ora sia io a insegnare, penso veramente di essere ben lungi dalla meta. Perciò ti prego di aiutarmi, e di agire sia per te sia per me.

Procedi dunque e lavora duramente e speditamente, ti prego, e sopporta le tue pene con umiltà per impadronirti in fretta di questi stratagemmi. Questo è in verità il tuo purgatorio. Quando le tue pene saranno passate, e quegli stratagemmi dati da Dio e divenuti abituali per mezzo della grazia, allora non ho dubbi che sarai stato purificato non solo dei peccati, ma anche della sofferenza del peccato. Dico della sofferenza per i tuoi particolari peccati passati, non di quella per il peccato originale, perché questa durerà in te fino al giorno della tua morte, qualunque sforzo tu faccia. Tuttavia, essa ti affliggerà ben poco, a paragone di quella per i tuoi peccati particolari. Eppure, non sarai senza gran fatica. Da quello originale sorgeranno infatti ogni giorno nuovi, freschi impulsi di peccato, che tu dovrai sempre abbattere e preoccuparti di recidere con la spada affilata, a due lame, della discrezione. Puoi quindi vedere e imparare da tutto ciò che non c’è vera sicurezza né vero riposo in questa vita.

Nondimeno, non dovrai tirarti indietro per questo, né aver troppo timore di fallire. Perché se riesci a ottenere la grazia per distruggere le sofferenze causate dalle tue passate azioni particolari - nel modo indicato prima, o in uno migliore, se di esso sei capace - sta’ sicuro che quella dovuta al peccato originale, o i nuovi, futuri impulsi al peccato ti affliggeranno ben poco.

 

 

 

CAPITOLO XXXIV

 

Se mi chiedi con quali mezzi giungerai a questa attività contemplativa, prego Dio onnipotente, per la sua grazia e la sua gran gentilezza, di insegnarteli lui stesso. È bene in verità che tu sappia che io non sono in grado di indicarteli. E non fa poi meraviglia, perché questa è opera solamente di Dio, da lui deliberatamente compiuta nell’anima che egli preferisce, senza alcun merito di quella stessa anima. Senza di essa nessun angelo e nessun santo possono neppure pensare di desiderarla. E credo che Nostro Signore acconsentirà a compiere quest’opera in maniera speciale e tanto frequentemente - anzi, in maniera più speciale e più frequentemente - in coloro i quali sono peccatori abituali che non in altri che non l’hanno mai rattristato altrettanto. E farà questo perché si veda che è supremamente misericordioso e onnipotente e che opera come, dove e quando gli piace.

Tuttavia, egli non opera, né dà questa grazia, a un’anima che non sia a essa disposta - sebbene non vi sia anima, peccatrice o innocente, che possa avere tale grazia senza che la grazia divina l’aiuti. Essa non è infatti data in virtù dell’innocenza né rifiutata a causa del peccato. Nota bene che dico rifiutata e non ritirata. Sii attento all’errore, qui, ti prego: perché quanto più ci si avvicina alla verità, più si deve stare attenti all’errore. Quel che intendo è chiaro, ma se non riesci a comprenderlo, lascialo da parte finché Dio stesso non venga a spiegartelo. Fa’ dunque così, e non ti angustiare.

Sta’ attento alla superbia, perché bestemmia Dio e i suoi doni, e incoraggia i peccatori. Se fossi veramente umile, dovresti pensare come dico io di questa attività contemplativa: che Dio la concede liberamente, senza riguardo al merito. La natura di questa attività è tale che la sua presenza rende l’anima capace di praticarla e di esserne cosciente. E quella capacità nessuna anima può possederla senza di essa. La capacità di compiere questa attività è tutt’una con l’attività medesima, senza distinzione, sicché chiunque è di essa cosciente ne è anche capace, ma non altrimenti; tanto che senza di essa l’anima è come morta e non può né desiderarla né agognare ad essa. Perché in quanto la vuoi e la desideri, la possiedi: né più né meno. Ma non sono né la volontà né il desiderio a spingerti a desiderare ciò che non conosci, bensì qualcosa che non conosci. Non ti preoccupare, ti prego, di non saperne nulla, ma procedi sempre oltre e sempre agisci.

In breve, lascia che quella cosa ti tratti e ti conduca come le piace. Lascia che essa agisca e che tu patisca: guardala, ma lasciala stare. Non interferire con essa per aiutarla, per timore di rovinarla. Sii l’albero, e lascia che essa sia il falegname. Sii la casa, e lascia che essa sia il guardiano che vi dimora. Sii cieco, ora, ed elimina ogni desiderio di conoscere, perché ti sarà più d’impedimento che d’aiuto. È sufficiente che tu ti senta amorevolmente mosso da qualcosa che non conosci, e che in questo moto non abbia pensiero di cosa inferiore a Dio, e che la tua tensione sia tutta, nudamente, diretta a Dio.

Se sarà così, puoi credere fermamente che è Dio che muove la tua volontà e il tuo desiderio, da solo e senza intermediari né da parte sua né dalla tua. Non aver paura del demonio, perché adesso non potrà avvicinarsi. Egli può muovere la volontà soltanto occasionalmente e, per quanto possa essere un demonio sottile, soltanto tramite strumenti assai distanti. Ché neppure un angelo buono può muovere la tua volontà senza motivo sufficiente e senza un intermediario. Nulla, insomma, può muoverla se non Dio.

Così puoi capire un poco da queste mie parole - ma assai più chiaramente lo potrai dall’esperienza - che in questa attività della contemplazione non si usano strumenti intermediari, né si può conseguirla attraverso di essi. Ogni mezzo dipende da essa, ma essa da nessuno; e nessuno può a essa condurre.

 

 

 

CAPITOLO XXXV

 

Vi sono nondimeno alcuni strumenti che il novizio nella contemplazione dovrebbe impiegare, e questi sono Lezione, Meditazione e Orazione, o, come si possono chiamare perché tu li comprenda, Leggere, Pensare e Pregare. Di questi troverai scritto nel libro di un altro28 assai meglio di quanto non possa dirti io, e perciò non è necessario che ti spieghi qui le loro proprietà. Tuttavia ti posso dire questo: essi sono così legati l’uno all’altro che per i principianti e gli esperti - ma non per i perfetti, almeno in questo mondo - il pensare non può essere ottenuto senza prima leggere o ascoltare. Leggere e ascoltare sono in buona parte eguali: i chierici leggono libri, e gli ignoranti leggono i chierici quando questi predicano loro la parola di Dio. E i principianti e gli esperti non possono ottenere la preghiera senza prima pensare. Ciò che segue ne fornirà la dimostrazione.

Scritta o parlata, la parola di Dio può essere paragonata a uno specchio. Spiritualmente, l’occhio della tua anima è la tua ragione, la tua coscienza è il tuo viso. E proprio come quando c’è una macchia sul tuo viso corporale l’occhio di quello stesso viso non può vederla né sapere dov’è senza uno specchio o senza che qualcun altro la indichi, così è anche spiritualmente. Senza leggere o ascoltare la parola di Dio è impossibile per un’anima accecata dall’abitudine al peccato vedere la macchia nella propria coscienza.

E così di seguito: se uno vede nello specchio, fisico o spirituale, o apprende da un altro dove sul suo viso, fisico o spirituale, si trova la macchia, allora, e non prima, corre alla fonte per lavarsi. Se la macchia è un peccato particolare, allora la fonte è la Santa Chiesa, e l’acqua la confessione con tutto ciò che l’accompagna. Se la macchia è costituita dalla radice oscura e dall’impulso al peccato, allora la fonte è Dio misericordioso, e l’acqua la preghiera con tutto ciò che l’accompagna.

Così puoi vedere che i principianti e gli esperti non possono raggiungere il pensare senza prima leggere o ascoltare, né il pregare senza prima pensare.

 

 

 

CAPITOLO XXXVI

 

Non è però così per coloro che praticano l’attività della contemplazione di cui si tratta in questo libro. La loro meditazione, infatti, è per così dire un’improvvisa comprensione e un cieco sentimento della loro miseria, o della bontà di Dio, senza che questi siano preceduti da alcuno strumento intermediario come la lettura o l’ascolto, o dall’attenzione particolare ad alcun oggetto inferiore a Dio. Tale comprensione improvvisa e tale cieco sentimento si apprendono da Dio piuttosto che dall’uomo.

Non mi importa se ora sei incapace - purché, dico, tu sia mosso dalla grazia e diretto da un consigliere spirituale - di meditazioni sulla tua miseria o sulla bontà di Dio diverse da quelle indicate dalle singole parole peccato o Dio, o altre di tua scelta. Non frammentare queste parole nell’analisi e nell’esposizione, con l’interrogazione dell’intelletto e l’esame delle loro proprietà, quasi volessi con quell’esame accrescere la tua devozione. Credo che nell’attività contemplativa questo non dovrebbe mai aver luogo. Mantieni invece intere tali parole e guarda al peccato come a un bubbone29 di cui non sai nulla, ma che è null’altro che te stesso. Mi pare che questa nuda considerazione del peccato, così condensato in un bubbone che nulla è se non te stesso, dovrebbe renderti pazzo da legare. Eppure forse chi ti guarda ti penserebbe sobrio di disposizione e immutato d’aspetto: seduto, in cammino, disteso, appoggiato, in piedi, inginocchiato; o in completo, costante riposo.

 

 

 

CAPITOLO XXXVII

 

Come le meditazioni di coloro che sono in stato di grazia e continuamente impegnati in questa attività contemplativa sorgono all’improvviso senza alcuno strumento intermediario, così anche le loro preghiere. Dico le loro preghiere private, non quelle ordinate e regolate dalla Santa Chiesa. Perché coloro che veramente si applicano a questa attività non hanno considerazione per altre preghiere che queste, e perciò le usano nella forma e secondo gli statuti stabiliti dai santi Padri prima di noi. Ma le loro preghiere private salgono sempre all’improvviso verso Dio, senza strumenti e senza premeditazione prima o durante.

Se sono in parole - il che accade raramente -, allora si tratta di pochissime parole: sì, e sempre meglio quante meno sono le parole. Sì, e se sono parole brevi, di una sola sillaba, mi pare meglio che di due, e più adatto all’attività dello spirito, perché chi è impegnato in questa attività spirituale della contemplazione dovrebbe sempre trovarsi sulla cima più alta ed elevata dello spirito. Che sia così, lo si può vedere illustrato nell’ordine naturale. Un uomo o una donna che siano improvvisamente impauriti da un incendio o dalla morte o da qualunque altra cosa, sono subito spinti, nell’intensità del loro spirito, all’urgenza e al bisogno di gridare e invocare aiuto. E come? Certo non con molte parole, o con parole di molte sillabe. E perché? Perché sembrerà loro di perdere troppo tempo nel dichiarare il proprio bisogno e il travaglio del proprio spirito. Così, scoppieranno in una grande, terrificante esplosione dello spirito, - gridando solamente una parola brevissima come fuoco o aiuto.

E come questa breve parola, fuoco, colpisce e penetra presto nelle orecchie degli ascoltatori, così fa anche una breve parola di una sillaba, quando è non solo detta o pensata, ma segretamente intesa nella profondità dello spirito, che poi è la sua cima (perché nelle cose dello spirito tutto è eguale, altezza e profondità, lunghezza e ampiezza). Essa penetra nell’orecchio di Dio onnipotente più di un lungo salmo biascicato tra i denti senza pensare. Per questo è scritto che una breve preghiera penetra nei cieli.

 

 

 

CAPITOLO XXXVIII

 

Perché penetra nei cieli, questa preghiera breve, di una sola sillaba? Perché è pronunciata con la massima capacità dello spirito, in tutta l’altezza e profondità, nella lunghezza e nell’ampiezza dello spirito di chi prega. Nell’altezza, perché è con tutta la forza dello spirito. Nella profondità, perché in questa breve parola è contenuta tutta la sapienza dello spirito. Nella lunghezza, perché se sempre provasse quel che prova ora, sempre griderebbe a Dio come grida ora. Nell’ampiezza, perché vuole per gli altri ciò che vuole per se stessa. È a questo punto che l’anima comprende, secondo la lezione di san Paolo e degli altri santi - non pienamente, ma in parte e fino a un certo grado, come è pertinente a questa attività -, cosa sia la lunghezza e l’ampiezza, l’altezza e la profondità del Dio Eterno e Amorevole, Onnipotente e Onnisciente. La sua eternità è la sua lunghezza; il suo amore è la sua ampiezza; la sua potenza è la sua altezza; la sua sapienza è la sua profondità. Non meraviglia allora che l’anima, la quale è modellata dalla grazia a tanto stretta immagine e somiglianza di Dio suo fattore, sia così presto udita da Dio. È se anche è un’anima pienamente peccatrice - il che è come a dire nemica di Dio -, purché con l’aiuto della grazia gridi una piccola sillaba di questo tipo nell’altezza e nella profondità, nella lunghezza e nell’ampiezza del suo spirito, verrà sempre, per il grande rumore prodotto dal suo grido, udita e aiutata da Dio.

Un esempio ne fornirà dimostrazione. Se sentissi un tuo nemico mortale tanto terrorizzato da gridare dalle profondità del suo spirito questa breve parola, fuoco, o quest’altra, aiuto, certo, senza pensare per un momento che egli è tuo nemico, ma per la pura e semplice pietà che si muoverebbe e sorgerebbe nel tuo cuore al dolore del suo grido, ti alzeresti - sì, anche se fosse di notte nel bel mezzo dell’inverno - per aiutarlo a domare il suo incendio o tranquillizzarlo nelle sue angustie. O Signore! Se un uomo può essere reso dalla grazia così misericordioso da mostrare tanta compassione e tanta pietà al suo nemico nonostante la sua inimicizia, quale pietà e quale misericordia avrà allora Dio - che per natura ha ciò che l’uomo ottiene per mezzo della grazia, e ancora di più - per il grido spirituale di un’anima fatta e modellata nell’altezza, profondità, lunghezza e ampiezza del suo spirito? Certo, misericordia incomparabilmente più grande, perché la cosa che si ha per natura è più affine al tutto di quanto non sia quella che si ottiene per grazia.

 

 

 

CAPITOLO XXXIX

 

Dobbiamo perciò pregare nell’altezza e nella profondità, nella lunghezza e nell’ampiezza del nostro spirito, e non con molte parole, ma con una breve parola di una sola sillaba.

Quale sarà questa parola?’ Certo quella che meglio si accorda alla natura della preghiera. E qual è questa parola? Vediamo prima cosa sia la preghiera in se stessa, e poi sapremo più chiaramente quale parola meglio si accordi alla sua natura.

In se stessa, la preghiera non è altro che una tensione devota diretta a Dio al fine di ottenere il bene e rimuovere il male.

Quindi, poiché ogni male è, quanto alla sua causa o al suo essere, riassunto nel peccato, quando preghiamo con tutto il cuore per la rimozione del male non dovremo dire o pensare o intendere nulla di più che questa breve parola, peccato.30 E se con tutto il cuore preghiamo per ottenere il bene, non dovremo gridare, o con parole, o con il pensiero, o con il desiderio, altro che questa parola, Dio. Perché in Dio è ogni bene quanto alla sua causa o al suo essere.

Non ti stupire se antepongo queste parole a tutte le altre. Se conoscessi parole più brevi per riassumere altrettanto pienamente ogni bene e ogni male, o se avessi la sapienza di Dio per sceglierne delle altre, prenderei queste e lascerei quelle; e così consiglio a te di fare. Non studiare tali parole, perché non raggiungerai mai il tuo scopo né conseguirai l’attività contemplativa in questo modo: essi infatti non si conseguono mai per mezzo dello studio, ma solamente per mezzo della grazia. Perciò non scegliere mai parole diverse per pregare - anche se io ti consiglio queste qui - se non quelle che Dio stesso ti spinge a scegliere. Nondimeno, se Dio ti spinge a scegliere queste, ti consiglio di non abbandonarle, perché sono molto brevi. Dico ciò, naturalmente, se devi usare delle parole per pregare, e non altrimenti.

Sebbene la brevità della preghiera sia qui grandemente lodata, la sua frequenza non dovrà perciò essere sminuita. Come si è detto prima, infatti, si prega nella lunghezza dello spirito, e perciò non si dovrà mai smettere fino a quando non si sarà ottenuto ciò che si desidera. Ne abbiamo un esempio nell’uomo e nella donna terrorizzati che abbiamo menzionato prima. Mai essi smettono di gridare la breve parola, aiuto, o l’altra, fuoco, finché non hanno ottenuto, almeno in gran parte, l’aiuto di cui hanno bisogno nella loro calamità.

 

 

 

CAPITOLO XL

 

Procedi dunque e riempi il tuo spirito del significato spirituale di questa parola, peccato, senza considerazione particolare per un certo tipo di peccato, veniale o mortale: superbia, ira, invidia, avarizia, accidia, gola o lussuria. Cosa importa a un contemplativo di quale peccato si tratti e quanto grande esso sia? Tutti i peccati, in quanto tali, gli appaiono egualmente grandi - dico per la durata di questa attività - perché il più piccolo di essi lo allontana da Dio e gli preclude la pace spirituale.

Devi sentire il peccato come un bubbone di cui non sai nulla, ma che non è null’altro che te stesso. Poi, grida sempre una cosa nel tuo spirito: «Peccato, peccato, peccato! Aiuto, aiuto, aiuto!». È meglio imparare questo grido spirituale da Dio, per mezzo dell’esperienza, che non da un uomo per mezzo di parole. E il grido stesso è migliore quando è puramente spirituale, senza che ci si pensi in maniera particolare e senza che si pronuncino parole, eccetto che in quelle rare occasioni in cui per sovrabbondanza di spirito esso prorompe in parole, perché sia il corpo che l’anima sono pieni di sofferenza e del peso del peccato.

Allo stesso modo dovrai comportarti con la breve parola Dio. Riempi il tuo spirito del suo significato spirituale senza considerazione particolare per alcuna delle sue opere - materiali o spirituali; buone, migliori o ottime - o per alcuna virtù generata nell’anima umana dalla grazia, sia essa umiltà o carità, pazienza o astinenza, speranza, fede, sobrietà, castità o povertà volontaria. Che importanza ha tutto questo per un contemplativo? Egli infatti trova e prova ogni virtù in Dio: ché in lui è ogni cosa, quanto alla causa e quanto all’essere. Un contemplativo pensa che se ha Dio, ha ogni bene; e perciò egli non desidera altro in particolare se non il buon Dio. Comportati dunque nello stesso modo, per quanto ti è possibile con l’aiuto della grazia, e concentrati interamente su Dio, e su Dio intero, così che nulla operi nella tua mente e nella tua volontà se non Dio.

E poiché per tutto il tempo in cui vivi questa vita miserabile dovrai sempre sentire, almeno in parte, questo bubbone sozzo e fetido del peccato come fosse solidificato e saldato alla sostanza del tuo essere, allora dovrai anche ritornare a queste due parole, peccato e Dio, e alternarle, sapendo però sempre che se avessi Dio non avresti il peccato e se non avessi il peccato avresti Dio.

 

 

 

CAPITOLO XLI

 

Se inoltre mi chiedi quale moderazione dovresti avere in questa attività contemplativa, ti rispondo dicendo: «Proprio nessuna!», In tutte le altre cose che fai dovrai infatti avere moderazione, nel mangiare e nel bere, nel dormire, nel proteggere il tuo corpo dal troppo freddo o dal troppo caldo, nel pregare o nel leggere a lungo, nella conversazione con i tuoi fratelli cristiani. In tutte queste cose, affinché esse non siano né eccessive né esigue, dovrai esercitare moderazione. Ma nell’attività contemplativa non dovrai avere misura, perché mai vorrei che tu l’abbandonassi, per tutta la tua vita.

Non dico che potrai continuare in essa sempre con la stessa freschezza, ché non può essere. Spesso infatti una malattia o altra disordinata disposizione del corpo o dell’anima, e altre necessità naturali, ti saranno d’impedimento e ti tireranno giù dall’altezza di questa attività. Ma dico che dovresti perseverare in essa sempre, sia nel lavoro che nel divertimento, cioè nella realtà e nelle intenzioni. E perciò per amor di Dio guardati dalle malattie per quanto ti è possibile, in modo da non essere, per quanto puoi, causa tu stesso della tua debolezza. Perché in verità ti dico che questa attività richiede grandissima tranquillità e una disposizione pura e integra sia del corpo che dell’anima.

Perciò per amor di Dio’ governati con moderazione nel corpo e nell’anima, e mantieniti, per quanto puoi, in salute. E se, contro ogni tuo sforzo, una malattia dovesse sopraggiungere, abbi pazienza e attendi con umiltà la misericordia di Dio; e tutto allora andrà bene. Ti dico infatti che spesso la pazienza nella malattia e in altre tribolazioni piace a Dio più di qualsiasi devozione gioiosa si possa mostrare quando si è sani.

 

 

 

CAPITOLO XLII

 

Mi domanderai forse come regolarti con moderazione nel mangiare, nel bere, nel dormire e in tutte le altre cose di questo tipo. Ti rispondo molto brevemente: «Prendi le cose come vengono». Persevera in questa attività contemplativa senza sosta e senza moderazione, e saprai bene, con grande discrezione, quando iniziare e quando smettere le altre tue attività. Non credo infatti che un’anima la quale persegua questa attività notte e giorno, senza moderazione, possa compiere errori in alcuna di queste occupazioni esteriori; altrimenti, commetterebbe errori sempre.

Perciò, se riesco a conseguire nell’anima un’attenzione vigile e assorta verso l’attività contemplativa, sarò poi indifferente al mangiare e al bere, al dormire e al conversare, e a tutte le altre occupazioni esteriori. Sono convinto infatti che raggiungerò la moderazione in queste cose per mezzo di tale indifferenza piuttosto che, mettendo a esse limiti e misura, attraverso un’attenzione preoccupata. Non riuscirei mai, veramente, a ottenere un tale risultato in questo modo, per quanti sforzi possa fare. Si dica pure quel che si vuole: l’esperienza mi sarà testimone. Solleva dunque il tuo cuore in un impeto cieco d’amore, e pensa ora al peccato, ora a Dio. Dio è ciò che vorresti avere, il peccato è ciò che vorresti perdere. Dio è ciò che ti manca, del peccato sei certo. Che Dio adesso ti aiuti, perché ora ne hai bisogno!

 

 

 

CAPITOLO XLIII

 

Bada che nulla operi nella tua mente e nella tua volontà se non Dio. E cerca di porre termine a qualsiasi conoscenza e sentimento di cosa inferiore a Dio, e calpesta tutte queste cose, soffocandole ben al di sotto della nube dell’oblio. Comprenderai così che in questa attività dovrai non soltanto dimenticare tutte le cose create diverse da te, e le loro opere e le tue, ma anche, assieme a esse, te stesso e le azioni che hai compiuto per amore di Dio. Perché è tipico dell’amante perfetto non solo amare ciò che ama più di se stesso, ma anche in certo qual modo odiare se stesso per amore di ciò che ama.

In eguale modo ti comporterai con te stesso: proverai disprezzo e disgusto di ogni cosa che occupi la tua mente e la tua volontà, eccetto Dio. Perché altrimenti, qualunque cosa sia quella, sarà fra te c il tuo Dio. Né stupisce che ti ripugni e disgusti pensare a te stesso quando sempre senti il peccato come un bubbone sozzo e fetido che non conosci, ma che sta fra te e il tuo Dio e che è null’altro che te stesso. Perché ti sembrerà solidificato e saldato alla sostanza del tuo essere, e da esso inseparabile.

Perciò schiaccia ogni conoscenza e sentimento di qualsivoglia cosa creata, e con particolare attenzione di te stesso. Perché dalla conoscenza e dal sentimento di te stesso dipendono la conoscenza e il sentimento di tutte le altre cose create, e con essi tutte le altre cose create sono facilmente dimenticate. Se infatti ne farai la prova, troverai che, quando avrai dimenticato tutte le cose create e le loro operazioni - sì, e anche tutte le tue’ attività - rimarranno fra te e il tuo Dio una nuda coscienza e un nudo sentimento del tuo proprio essere: e questa coscienza e questo sentimento devono sempre essere distrutti prima di poter davvero sperimentare la perfezione dell’attività contemplativa.

 

 

 

CAPITOLO XLIV

 

Ora mi chiederai come puoi distruggere questa nuda coscienza e questo nudo sentimento del tuo proprio essere. Forse penserai, infatti, che se essi andassero distrutti, verrebbero distrutti anche tutti gli altri impedimenti: e se pensassi questo, saresti nel giusto. Ma ti rispondo dicendo che senza una grazia del tutto speciale e del tutto liberamente donata da Dio, e senza la capacità pienamente concordante con essa di ricevere quella grazia da parte tua, questa nuda coscienza e questo nudo sentimento del tuo essere non potranno in alcun modo essere distrutti.

Questa capacità non è altro che un dolore spirituale forte e profondo. Ma in questo dolore devi esercitare la moderazione, nel modo seguente: sta’ attento a non sforzare violentemente né il tuo corpo né il tuo spirito, ma rimani seduto immobile e silente, quasi fosse in un sonno simulato, tutto assorto e immerso a fondo nel dolore. Questo è dolore vero. Questo è dolore perfetto. E bene sarebbe per te, se potessi conseguire tale dolore.

Tutti hanno motivo di dolore, ma più di tutti colui che sa e sente che egli è. Tutti gli altri dolori sono, a paragone di questo, come giochi a paragone di cose serie. Perché sperimenta seriamente il dolore chi sa e sente non solo ciò che è, ma che egli è. E chiunque non abbia mai sentito questo dolore può in verità addolorarsi perché non ha mai sentito il dolore perfetto.

Una volta conseguito, questo dolore purifica l’anima non solo dal peccato, ma anche dalla pena che ha meritato per il peccato. E in questo modo rende l’anima capace di ricevere quella gioia che toglie all’uomo ogni coscienza e sentimento del suo essere. Quando è genuino, questo dolore è pieno di santo desiderio: altrimenti, nessuno in questa vita potrebbe sopportarlo o soffrirlo. Perché se l’anima non si nutrisse in qualche modo della consolazione per le opere buone che ha compiuto, non potrebbe mai sopportare la pena che comportano la coscienza e il sentimento del suo essere. Ogniqualvolta infatti un uomo vuole avere, in purezza di spirito, vera coscienza e vero sentimento del suo Dio, quale si può avere in questo mondo, e poi sente che non può - perché trova la sua coscienza e il suo sentimento come occupati e pieni del bubbone sozzo e fetido di se stesso, che sempre deve odiare, disprezzare e abbandonare se vuole divenire perfetto discepolo di Dio, da lui stesso discente sul Monte della Perfezione -, allora impazzisce quasi per il dolore. Tanto che lacrima e lamenta, lotta, bestemmia e maledice e, in breve, pensa che il peso che porta di sé è tale che non gli importa nulla cosa può accadergli se non quanto piace a Dio. E tuttavia, in tutto questo dolore non desidera cessare di essere, perché questo sarebbe follia di demonio e disprezzo di Dio. Vuole invece essere, e vuole ringraziare Dio di cuore per il degno dono che gli ha fatto del suo essere, sebbene desideri senza sosta di venire privato della coscienza e del sentimento del proprio essere.

Questo dolore e questo desiderio ogni anima deve averli e provarli dentro di sé, o in questo modo o in un altro. Dio infatti accondiscende a insegnarli ai suoi discepoli spirituali secondo la sua buona volontà e la loro corrispondente capacità in corpo e spirito, condizione e temperamento, prima che essi possano essere perfettamente uniti a lui in perfetta carità - quale è possibile conseguire in questa vita con il suo consenso.

 

 

 

CAPITOLO XLV

 

Una cosa però ti dico: che un discepolo giovane, inesperto e non provato nell’attività dello spirito, può facilmente ingannarsi e, se non è attento e non ha la grazia che lo fermi e lo sottometta a un consigliere, può essere distrutto nel corpo e precipitare in vaneggiamenti dello spirito. E tutto questo a causa della superbia, degli impulsi della carne, e della curiosità intellettuale.

L’inganno può aver luogo al modo seguente. Un giovane o una giovane che intraprendono la scuola della devozione sentono leggere o parlare di questo dolore e di questo desiderio, di come si leva il cuore a Dio e si desidera incessantemente di sentire l’amore di Dio. E subito, nella sottigliezza della propria intelligenza, non prendono queste parole nella loro accezione spirituale, come invece vanno intese, ma in senso fisico e materiale, e spingono all’eccesso, nei propri petti, il cuore carnale. E poiché manca loro la grazia (come infatti si meritano) e sono pieni di superbia e di curiosità intellettuale, essi sforzano i nervi e tutte le facoltà del corpo in maniera tanto violenta e bestiale che in breve tempo precipitano nella stanchezza e in una sorta di indifferente debolezza sia del corpo che dell’anima. Questa li conduce fuori di se stessi e li spinge a cercare all’ esterno un conforto fisico e materiale vano e falso, quasi fosse per svago del corpo e dello spirito. Oppure, se non cadono in questo stato, i loro petti vengono infiammati - meritatamente, poiché essi sono ciechi nello spirito ed eccessivamente riscaldati nel corpo dall’insorgere di tali illusioni non spirituali, ma animali - da un innaturale calore dell’organismo, causato dal cattivo controllo del proprio corpo o dalle loro illusorie operazioni spirituali. O infine provano un falso calore, indotto dal loro nemico spirituale, il demonio, e causato dalla loro superbia, dagli impulsi della loro carne, e dalla loro curiosità intellettuale.

Eppure forse essi immaginano che questo sia il fuoco dell’amore, acceso e fomentato dalla grazia e dalla bontà dello Spirito Santo. Da questo inganno, e dalle sue ramificazioni, nascono in verità molti mali: molta ipocrisia, molte eresie, molti errori. Perché subito dopo un’esperienza tanto falsa, viene falsa conoscenza alla scuola del demonio, come dopo un’esperienza vera viene conoscenza vera alla scuola di Dio. Ti dico infatti in verità che il demonio ha i suoi contemplativi, come Dio i suoi. Queste false esperienze ingannatrici, e la falsa conoscenza che ne consegue, si presentano in tante, diverse e meravigliose varietà quanti sono i temperamenti e le condizioni di coloro che s’ingannano. E così anche le esperienze e le conoscenze vere di coloro che si salvano.

Tuttavia, non descriverò qui se non gli inganni spirituali che credo ti assaliranno se mai ti proporrai di operare nell’attività contemplativa. Di quale aiuto ti sarà infatti sapere in qual modo sono ingannati i grandi chierici, e gli uomini e le donne di condizione diversa dalla tua? Di nessuno, certamente. E perciò non ti parlo se non di quelli che capiteranno a te se intraprendi questa attività. E te ne parlo perché ti guardi da essi nel tuo operare in caso ti assalgano.

 

 

 

CAPITOLO XLVI

 

Per amor di Dio, sta’ dunque attento in questa nostra attività, e non sforzare il tuo cuore eccessivamente e fuor di misura, ma fatica invece con la gioia piuttosto che con la forza bruta. Maggiore è la gioia, più umile e spirituale l’opera; maggiore la forza, più materiale e bestiale l’opera. Perciò sii attento. Perché certo ogni cuore animale che osi toccare l’alto monte dell’attività contemplativa sarà da lì respinto per mezzo di pietre.31 Le pietre sono per natura aride e dure, e fanno molto male dove colpiscono. Allo stesso modo, certo, questi sforzi violenti sono legati, nella loro durezza, alla carnalità delle esperienze fisiche, e del tutto aridi per l’assenza dell’acqua della grazia. Essi fanno molto male alla povera anima e la corrompono con immagini ingannatrici e diaboliche. Guardati perciò da questa violenza bestiale e impara ad amare con letizia di corpo e di spirito, con disposizione dolce e quieta.’ Attendi con compostezza e umiltà il volere di Nostro Signore, e, anche se ne hai fame, non cercare di afferrarne il frutto velocemente come se fossi un cane affamato. E se posso dirlo con levità, ti consiglio di fare il possibile per frenare i grandi, violenti impulsi del tuo spirito: come se non desiderassi far sapere a Dio quanto vuoi vederlo, averlo e sentirlo.

Forse ti sembrerà che parlo qui da bambino e per gioco. Ma io credo che chiunque ha la grazia di operare quel che dico debba praticare con Dio un bel gioco, come fa il padre con il bambino per allietarlo, abbracciandolo e baciandolo.

 

 

 

CAPITOLO XLVII

 

Non ti meravigliare se parlo come un bambino e, per dir così, come un folle che manca di discernimento. Lo faccio infatti per diverse ragioni e perché da tempo mi trovo spinto a sentire, pensare e parlare in questo modo, sia ad altri fra i miei amici speciali in Dio, sia ora a te.

Una ragione per la quale ti prego di nascondere a Dio il desiderio del tuo cuore è questa: credo che, se nascosto, sarà più chiaramente conosciuto da lui e tornerà di maggiore utilità a te nel raggiungerlo, che non se mostrato apertamente. E un’altra è che con questa segreta dimostrazione di quel desiderio vorrei allontanarti dalla violenza dei tuoi sensi materiali e farti penetrare nella profondità e nella purezza di quelli spirituali, e così infine aiutarti a stringere il nodo spirituale dell’amore ardente fra te e il tuo Dio in unità di spirito e armonia di volere.

Sai bene che Dio è uno spirito e che chiunque voglia essere unito a lui dovrà farlo in verità e profondità di spirito, ben lontano da qualunque cosa ingannatrice del corpo. Vero è che tutto è conosciuto da Dio e nulla di materiale o spirituale può essere nascosto alla sua conoscenza. Ma poiché egli è spirito, ciò che è nascosto nelle profondità dello spirito è più chiaramente conosciuto da lui e a lui manifesto che non ciò che partecipa anche del corpo. Perché ogni cosa del corpo è per natura più distante da Dio di qualunque cosa dello spirito. Per questo motivo sembra che per tutto il tempo in cui il nostro desiderio partecipa in qualche modo del corpo - come accade quando ci sforziamo e ci affatichiamo insieme nel corpo e nello spirito -, esso è più lontano da Dio di quanto non sarebbe se agissimo con maggior devozione e con ardore più sobrio, in purezza e profondità di spirito.

E qui puoi vedere, almeno in parte, la ragione per la quale ti prego di tenere il tuo desiderio segreto e nascosto a Dio, agendo come un bambino. Non ti dico, però, di nasconderlo completamente, perché sarebbe da folle chiederti di fare ciò che non si può in alcun modo fare. Ma ti prego di fare il possibile per nasconderlo. E perché? Perché vorrei che tu lo immergessi nelle profondità dello spirito, ben lontano da qualsiasi rozzo elemento del corpo, che lo renderebbe meno spirituale e perciò più distante da Dio. E perché so bene che più spirituale diventa la tua anima, più è lontana dal corpo e vicina a Dio. E più è vicina a Dio, più lo compiace e più chiaramente è riconosciuta da lui. Non perché la sua vista sia più chiara quando è rivolta a una cosa piuttosto che a un’altra - essa è infatti immutabile -, ma perché l’anima è più simile a lui, che è spirito, quando essa è pura di spirito.

C’è poi un’altra ragione per la quale ti prego di fare il possibile perché Dio non conosca il tuo desiderio: tu e io, e molti altri simili a noi, siamo tanto portati a prendere in senso materiale ciò che è detto in accezione spirituale che forse, se ti avessi chiesto di manifestare a Dio l’impulso del tuo cuore, tu lo avresti fatto materialmente, con l’espressione o la voce o la parola o con altro movimento del corpo, come quando vuoi mostrare qualcosa che è nascosto nel tuo cuore a un uomo di carne e d’ossa; e in questo la tua azione sarebbe stata impura. Perché c’è un modo per manifestare le cose all’uomo, e un altro per manifestarle a Dio.

 

 

 

CAPITOLO XLVIII

 

Non dico questo perché voglio che tu smetta di pregare ad alta voce se vi sei spinto, o per impedirti di prorompere, nella sovrabbondante devozione del tuo spirito, e rivolgerti a Dio come faresti con un uomo, pronunciando secondo il tuo impulso parole ottime come «Buon Gesù!», «Gesù amato!», «Dolce Gesù!» e altre ancora. No, Dio non voglia che tu la prenda così! Non è questo, in verità, che intendo. E Dio non voglia che io separi ciò che Dio ha unito, il corpo e lo spirito. Perché Dio vuole che lo si serva con il corpo e con l’anima assieme, come è giusto, e premierà l’uomo nella beatitudine del cielo sia nel corpo che nell’anima.

Come a farci pregustare quel premio, talvolta egli infiamma il corpo dei suoi servi devoti qui sulla terra - e non una volta sola o due, ma forse di frequente, quando e come gli piace - di dolcezza e consolazione meravigliose. E di queste, una parte almeno non viene dall’esterno per penetrare nel corpo attraverso le finestre dell’intelletto, ma da dentro, sorgendo e nascendo dall’abbondanza della letizia spirituale e dalla vera devozione dell’anima. Tale consolazione e tale dolcezza non devono essere ritenute sospette, e, per dirla in breve, credo che chi le prova non potrà considerarle sospette.

Ma tutte le altre consolazioni, suoni, gioie e dolcezze che provengono improvvisamente dall’esterno - da dove precisamente non sai -, quelle ti prego di ritenerle sospette. Possono infatti essere sia buone che cattive: opera di un angelo buono se buone, di un angelo cattivo se cattive. Non saranno cattive se gli inganni prodotti dalla curiosità intellettuale e dagli sforzi disordinati del cuore carnale saranno stati rimossi nei modi che ti ho mostrato, o in uno migliore se ne sei capace. E perché? Certo per via di ciò che causa tali consolazioni, e cioè l’impulso devoto dell’amore che dimora in uno spirito puro. Questo è creato dalla mano di Dio onnipotente, senza intermediari, e perciò sarà sempre lontano dall’immaginazione o da qualsivoglia falsa opinione che un uomo possa intrattenere in questa vita.

Delle altre consolazioni, dolcezze, suoni, e di come distinguerli fra buoni e cattivi, non intendo parlarti per il momento. Non penso infatti che sia necessario, perché tutto ciò puoi trovarlo altrove, nell’opera di un altro,32 esposto mille volte meglio di quanto non possa dire o scrivere io. Ogni cosa di cui tratto qui, potrai trovarla trattata lì assai meglio. Che importa, però? Non cesserò per questo, né mi stancherò di cercare di compiere il desiderio e l’impulso del tuo cuore, quali mi hai mostrato di possedere in passato per mezzo delle tue parole, e ora con le tue azioni.

Questo, tuttavia, posso dirti di quei suoni e di quelle dolcezze che penetrano in te dalle finestre del tuo intelletto e che possono essere buoni o cattivi. Esercitati continuamente in questo impulso cieco, devoto e ardente dell’amore del quale ti parlo, e allora non ho dubbi che esso stesso sarà in grado di rivelarteli. E se ti stupirai, in parte, quando questi compaiono la prima volta, perché sono strani, esso farà almeno questo per te: legherà il tuo cuore con tale solidità che non potrai in alcun modo prestare fede a essi fino a quando di essi non sarai completamente sicuro, o per meravigliosa opera interiore dello spirito di Dio o per il consiglio esteriore di un padre spirituale discreto.

 

 

 

CAPITOLO XLIX

 

Perciò ti prego, piegati con ardore a questo umile impulso d’amore che è nel tuo cuore, e seguilo; perché sarà tua guida in questa vita e ti condurrà alla beatitudine nell’altra. È la sostanza stessa di ogni vita buona, e senza di esso nessuna opera buona può essere iniziata o completata. Altro non è che buona volontà in armonia con Dio, e una sorta di soddisfazione e di letizia che si prova nella volontà per tutto ciò che egli fa.

Tale buona volontà è la sostanza di ogni perfezione. Tutte le consolazioni e le dolcezze materiali e spirituali, per quanto sante possano essere, non sono a paragone che accidenti33 i quali dipendono esclusivamente da tale buona volontà. Li chiamo accidenti perché possono essere presenti o assenti senza in alcun modo toccarla. Intendo in questa vita. Non è così invece nella beatitudine del cielo, perché là saranno inseparabilmente uniti alla sostanza, come il corpo nel quale operano lo sarà all’anima. La loro sostanza, in questa vita, non è insomma che la buona volontà dello spirito. E credo per certo che chi prova la perfezione di tale volontà - per quanto è possibile in questa vita - sarà egualmente felice e lieto di possedere quelle dolcezze e quelle consolazioni quanto di non possederle, secondo il volere di Dio.

 

 

 

CAPITOLO L

 

In questo modo puoi vedere che dobbiamo dirigere tutta la nostra attenzione all’umile impulso d’amore che è nella nostra volontà. E in tutte le altre dolcezze e consolazioni materiali o spirituali, per quanto possano essere piacevoli e sante (se è appropriato e lecito esprimersi così), dobbiamo avere una sorta di indifferenza. Se vengono, accoglile pure; ma non far conto su di esse, per timore che possano indebolirti. Perché dimorare a lungo in questi sentimenti dolci e in queste lacrime ti sottrarrà molte delle tue forze. E forse potresti addirittura essere spinto ad amare Dio per amore di tali consolazioni. Capirai che è così nel momento in cui sarai scontento per la loro assenza. E se è così, il tuo amore non è ancora né puro né perfetto. Infatti un amore puro e perfetto, per quanto tolleri che il corpo sia sostenuto e consolato dalla presenza di questi sentimenti e di queste lacrime, tuttavia non è scontento, ma pienamente soddisfatto, se essi, secondo il volere di Dio, sono assenti.

Non tutti, però, provano tali consolazioni nella stessa misura: in alcuni esse sono rare. Questo dipende dalle disposizioni e dagli ordinamenti di Dio, in conformità al bene e al bisogno di ciascuno. Perché alcuni possiedono spirito così debole e delicato che, se non vengono consolati da questo tipo di dolcezze, non sono in grado di sopportare le tentazioni e le tribolazioni che pure devono soffrire dai loro nemici materiali e spirituali in questa vita. E altri possiedono corpo così debole che non sono in grado di fare penitenza per purificarsi, e questi Nostro Signore, nella sua grazia, li purificherà spiritualmente per mezzo di tali sentimenti e di tali lacrime. D’altra parte ci sono anche coloro i quali possiedono spirito così forte che riescono a trovare consolazione nella loro stessa anima facendo offerta di questo umile, reverente impulso d’amore e di questa armonia del loro volere, tanto che non hanno bisogno di essere sostenuti da tali sentimenti di dolcezza e da tali consolazioni materiali. Quale di questi sia più santo e più caro a Dio, Dio lo sa: io no.

 

 

 

CAPITOLO LI

 

Perciò piegati con umiltà a questo impulso cieco dell’amore che è nel tuo ‘ cuore. Non, dico, nel tuo cuore carnale, ma in quello spirituale che è la tua volontà. E guardati dal prendere in senso materiale ciò che viene detto in accezione spirituale. Perché in verità ti dico che le fantasie materiali e carnali di coloro che hanno menti curiose e immaginative sono causa di molti errori.

Puoi vedere un esempio di tutto ciò in quello che ho detto chiedendoti di tenere nascosto a Dio, per quanto puoi, il tuo desiderio. Se infatti ti avessi chiesto di manifestarglielo, forse tu lo avresti inteso in senso più materiale di quanto non faccia ora che ti chiedo di nasconderlo. Perché sai bene che tutto ciò che viene deliberatamente nascosto è ancorato nelle profondità dello spirito.

E perciò mi sembra che sia necessaria grande attenzione nel comprendere le parole che hanno un’accezione spirituale, sì che le si interpreti non in senso materiale, ma, come appunto le si intende, spirituale. In particolare, è bene fare attenzione alla parola in e alla parola su, perché da una loro interpretazione sbagliata derivano, mi pare, molti errori e inganni per coloro che si propongono di divenire contemplativi. Di questo so un po’ per esperienza diretta e un po’ per sentito dire; e di tali errori vorrei adesso parlare.

Un giovane discepolo nella scuola di Dio, appena convertito dalle cose del mondo, crede, per il poco tempo che ha dedicato alla penitenza e alla preghiera secondo i consigli del suo confessore, di essere capace di intraprendere l’attività contemplativa, della quale ha sentito qualcuno parlare o leggere, o della quale ha forse letto lui stesso. Quando persone di questo tipo leggono o sentono parlare di tale attività, e in particolare ascoltano frasi riguardanti il modo in cui si deve raccogliere dentro se stessi ogni facoltà o si deve salire al di sopra di se stessi, subito, per la cecità della loro anima, per la loro natura carnale e per la perversione del loro intelletto naturale, le interpretano in maniera errata; e, poiché trovano in sé un desiderio naturale di cose mistiche, pensano di essere chiamati dalla grazia all’attività contemplativa. Tanto che se il loro consigliere spirituale non è d’accordo che essi intraprendano tale attività, immediatamente provano contro di lui del risentimento e pensano - sì, e forse addirittura diranno ad altri come loro - che non riescono a trovare nessuno che li capisca appieno. Allora, subito, per l’audacia e la presunzione del loro intelletto distorto, essi abbandonano l’umile preghiera e la penitenza e si danno a quella che credono essere la vera attività spirituale della loro anima. Ma questa attività non è in verità né materiale né spirituale: in breve, è contro natura, e il demonio ne è l’agente principale. È la via più rapida verso la morte del corpo e dell’anima, perché è follia, non saggezza, e diritto alla follia conduce l’uomo. Eppure essi non lo credono, perché in questa attività si propongono di pensare esclusivamente a Dio.

 

 

 

CAPITOLO LII

 

La follia di cui parlo si produce nella maniera seguente. Essi leggono e sentono dire che dovrebbero astenersi da ogni attività esteriore dell’intelletto e operare invece interiormente; e poiché non sanno cosa sia l’attività interiore, la compiono erratamente. Perché, andando contro l’ordine naturale, rivolgono la mente materiale verso e dentro il proprio corpo, e sforzano se stessi come se volessero vedere dentro di sé con gli occhi materiali e ascoltare dentro di sé con le orecchie; e così di seguito con tutti i sensi, come volessero fiutare, gustare e tastare dentro di sé. E così invertono l’ordine naturale e con questa ingegnosità affaticano l’immaginazione senza misura, fino al punto che il cervello ne è stravolto nella testa. Allora, il diavolo è subito in grado di creare false luci o suoni, dolci profumi nel naso, meravigliosi gusti nella bocca, calori e bruciori strani nel petto, nel ventre, nella schiena, nelle reni e nelle parti segrete.

Eppure, nel bel mezzo di questa illusoria finzione essi credono di contemplare il loro Dio in pace senza esserne impediti da vani pensieri. E di sicuro, in un certo senso, lo stanno facendo, perché sono così pieni di falso che la vanità non li tocca neppure. Perché? Perché lo stesso demonio che infiltrerebbe in loro vani pensieri se fossero sulla buona strada, proprio lui opera adesso su di loro. Sai bene che a lui non piace desistere. Egli infatti non allontana da loro il pensiero di Dio per timore che essi sospettino un suo intervento.

 

 

 

CAPITOLO LIII

 

Il comportamento e le espressioni di coloro che s’ingannano in questa falsa attività contemplativa, o in altra dello stesso tipo, appaiono assai più stupefacenti di quelli dei veri discepoli di Dio, perché questi sono sempre appropriati nel loro comportamento e nelle loro espressioni materiali o spirituali. Non così gli altri. Chi infatti li guardi in un momento del genere, li vedrebbe, a palpebre sollevate, sgranare gli occhi come se fossero pazzi e come se stessero ridendo alla vista del diavolo. E certo farebbero bene a stare attenti, perché il diavolo non è lontano. Alcuni guardano di traverso come se fossero pecore impazzite che hanno ricevuto dei colpi sulla testa, e come se stessero per morire. Altri ciondolano il capo di lato quasi avessero dei vermi nelle orecchie. Alcuni squittiscono invece di parlare, come se nei loro corpi non ci fosse spirito: e questa è la condizione tipica di un ipocrita. Altri gridano e piagnucolano dentro la gola, tanto hanno desiderio e fretta di parlare: e questa è la condizione degli eretici e di tutti coloro che sempre affermano l’errore con mente presuntuosa e perversa.

Comportamenti disordinati e impropri sono la conseguenza di tale errore, come si accorgerà chi potrà osservarli tutti. Tuttavia, alcuni di costoro sono così attenti da frenarsi, in larga misura, quando sono in mezzo alla gente. Ma se li si potesse vedere dove si sentono a casa, allora, credo, non riuscirebbero a nascondere nulla. E credo anche che se qualcuno contraddicesse le loro opinioni in maniera diretta, subito li vedrebbe perdere il controllo e scoppiare in un modo o nell’altro. Eppure essi credono che tutto ciò che fanno, lo fanno per amore di Dio e per preservare la verità. Ora, io penso davvero che se Dio non compie un miracolo di misericordia per farli smettere presto, essi continuerebbero ad amare Dio in questo modo per tanto tempo che finirebbero per andare al diavolo in totale pazzia. Non dico che ci sia in questo mondo un servo tanto perfetto del diavolo da essere ingannato e infettato da tutte le false illusioni di cui tratto qui. Certo, può darsi che qualcuno, forse molti, siano infetti di tutte. Dico però che, sebbene non abbia al suo servizio qui sulla terra un ipocrita o un eretico perfetto, tuttavia il diavolo è responsabile di alcuni di quelli che ho menzionato o, se Dio lo permette, menzionerò.

Alcuni infatti sono così impacciati nei loro strani comportamenti che quando sentono qualcosa, torcono la testa da un lato in maniera bizzarra, alzano il mento e spalancano la bocca come se dovessero ascoltare con essa e non con le orecchie. Altri, nel parlare, puntano il dito o contro le dita dell’altra mano, o contro il proprio petto, o contro quello della persona a cui parlano. Alcuni non riescono a star fermi né quando sono seduti, né in piedi, né distesi, ma continuano a dondolare i piedi o a fare qualcosa con le mani. Altri, mentre parlano, remano con le braccia come se dovessero nuotare in un mare infinito. Alcuni ridacchiano o ridono sguaiatamente ogni due parole che pronunciano, come se fossero donne dissolute o buffoni burlanti che non conoscono portamento. Sarebbe invece contegno appropriato comportarsi con sobrietà, compostezza e misurata letizia.

Non dico che tutti questi comportamenti impropri siano in se stessi grandi peccati, né che tutti coloro che li hanno siano essi stessi grandi peccatori. Dico però che se questi comportamenti impropri e disordinati dominano la persona al punto che questa non riesce a farne a meno, allora essi sono segni di superbia, perversione intellettuale, posa eccessiva e brama di conoscenza. Specialmente, sono segni di un cuore instabile e di una mente irrequieta, e in particolare di incapacità a compiere l’attività di cui parla questo libro. Questa è l’unica ragione per la quale tratto tanti di questi errori qui: in modo che il contemplativo possa usarli per far prova del proprio progresso.

 

 

 

CAPITOLO LIV

 

Chiunque intraprenda questa attività contemplativa troverà che essa regola a meraviglia sia il suo corpo che il suo spirito e lo rende piacevole a ogni uomo e ogni donna che lo guardino. Tanto che perfino chi ha l’aspetto peggiore al mondo, se con l’aiuto della grazia inizia a praticare tale attività, lo vedrà cambiare improvvisamente e in virtù della grazia, mentre tutti gli uomini di buon cuore che incontra saranno contenti di avere la sua compagnia, si sentiranno allietati nello spirito e aiutati dalla sua presenza nel loro avvicinarsi a Dio.

Chi in virtù della grazia ne è capace, accolga dunque questo dono. Perché chi davvero lo possiede saprà bene, grazie alla sua efficacia, come regolare se stesso e governare tutto ciò che gli appartiene.

Esso lo metterà in grado, ove necessario, di discernere la natura e il temperamento degli altri. Gli darà la capacità di farsi simile a coloro che lo frequentano, siano o no peccatori abituali, senza lui stesso peccare, per lo stupore di tutti quelli che lo osservano, e attirando gli altri con l’aiuto della grazia a compiere la stessa attività spirituale che compie lui.

Il suo comportamento e le sue parole dovrebbero essere pieni di sapienza spirituale, pieni di fuoco e di frutti: proferite, quelle con sobria sincerità e senza menzogne; lungi, quello, dalle finzioni e dalle pose degli ipocriti. Perché ci sono alcuni che con tutte le loro energie interiori ed esteriori tentano di imparare come darsi forza e contegno, prorompendo in falsi lamenti e simulando la pietà, e cercando così di apparire santi agli occhi degli uomini piuttosto che a quelli di Dio e dei suoi angeli. Costoro saranno maggiormente imbarazzati e irritati da un comportamento improprio o da parole sconvenienti pronunciate davanti agli uomini, che non dai mille pensieri vani che hanno incoraggiato dentro di sé, e dagli sporchi impulsi peccaminosi cui si sono avventatamente abbandonati davanti agli occhi di Dio, dei santi e degli angeli del cielo. O, Signore Iddio! Ci deve pur essere superbia interiore laddove tali umili lamentazioni e simulazioni tanto abbondano all’esterno. Sono pronto ad ammettere che per coloro i quali sono umili interiormente è appropriato far mostra all’esterno di un comportamento e di parole umili, secondo l’umiltà che hanno nel proprio cuore. Ma non posso ammettere che queste siano espresse con voce spezzata e piagnucolosa contro la disposizione naturale di chi le pronuncia. Perché se sono veritiere, vengono dette con sincerità e con pienezza di voce e di spirito. E se chi ha per natura voce piena e alta le proferisce debolmente e lamentosamente - ammesso che non sia ammalato o non stia parlando a Dio o al suo confessore - allora è segno di ipocrisia: sia nei giovani, dico, che nei vecchi.

Che altro dire ora di questi errori velenosi? A meno che la grazia non riesca a farli desistere da tale piagnucolosa ipocrisia, credo davvero che le povere anime di costoro, fra la superbia segreta dei loro cuori e le parole umili sulle loro labbra, sprofonderanno ben presto nel dolore.

 

 

 

CAPITOLO LV

 

Il demonio ingannerà alcuni nel modo seguente. In maniera del tutto straordinaria infiammerà i loro cervelli di passione per l’obbedienza alla legge di Dio e per la distruzione del peccato negli altri. Non li tenterà mai con qualcosa di apertamente malvagio. Li renderà invece simili a quei prelati indaffarati che vigilano su tutti gli stati della vita cristiana, come fa un abate sui suoi monaci. Essi allora rimprovereranno tutti per le loro mancanze, come se avessero cura delle loro anime. Pensano di non potere, per amor di Dio, fare altrimenti. Però proclamano a tutti le mancanze che vedono in loro, dicendo di essere spinti a questo dal fuoco della carità e dell’amore per Dio che alberga nel loro cuore. E in verità mentono, perché è invece per il fuoco dell’inferno che cresce nel loro cervello e nella loro immaginazione.

Che questa sia la verità sembra dimostrato da ciò che segue. Il diavolo è uno spirito, e per natura non ha, come anche un angelo, alcun corpo. Tuttavia, ogni volta che il diavolo o un angelo prendono corpo, con il permesso di Dio, per compiere qualcosa su un essere umano, quel corpo rifletterà, almeno in parte, la natura della loro missione. Di questo abbiamo esempi nelle Sacre Scritture. Ogni volta che nel Vecchio o nel Nuovo Testamento un angelo è inviato in forma corporea, viene sempre mostrato, per mezzo del suo nome o della natura del suo corpo, quale sia il suo messaggio spirituale. Lo stesso è del demonio: quando appare in forma corporea, riflette in alcune proprietà del suo corpo ciò che i suoi servi sono in spirito.

Un esempio solo basterà fra i tanti. Dai discepoli della negromanzia, i quali sostengono di sapere come evocare gli spiriti malvagi, e da altri cui il diavolo è apparso sotto specie corporea, apprendo che, in qualunque forma egli appaia, ha sempre una sola narice grossa e larga e che volentieri la solleva in alto così che si possa guardare, attraverso di essa, su fino al cervello nella testa. E questo cervello non è altro che il fuoco dell’inferno, perché il diavolo non possiede altro cervello. E se riesce a far sì che un uomo vi guardi, non chiede di meglio, perché, guardandovi, l’uomo perde per sempre il proprio intelletto. Ma il perfetto apprendista di negromanzia sa bene tutto questo ed è in grado di controllarlo in modo che non gli porti danno.

Perciò è come dico e come ho detto: ogniqualvolta il diavolo prende corpo, riflette in alcune proprietà di quel corpo ciò che i suoi servi sono in spirito. Egli infatti infiamma a tal punto l’immaginazione dei suoi contemplativi con il fuoco dell’inferno, che all’improvviso, senza alcuna discrezione, quelli sputano fuori le loro strane opinioni e senza pensarci sopra cominciano subito a rimproverare gli altri per le loro colpe. E questo accade perché, spiritualmente, essi hanno una sola narice. Perché quel setto che si trova fisicamente nel naso umano e che divide una narice dall’altra, significa che un uomo dovrebbe avere discrezione spirituale e dividere, distinguendoli, il bene dal male, e il male dal peggio, e il bene dal meglio, prima di esprimere un giudizio su qualcosa che ha sentito, o visto fare e dire, attorno a lui. Per il cervello umano si intende, spiritualmente, l’immaginazione, perché per natura essa dimora e opera nella testa.

 

 

 

CAPITOLO LVI

 

Ci sono poi alcuni che, sebbene non cadano nell’errore che ho appena trattato, tuttavia a causa della loro superbia, della curiosità del loro intelletto naturale e della loro erudizione, abbandonano la dottrina generale e i consigli della Santa Chiesa. Costoro, e i loro partigiani, si fidano troppo della propria sapienza. E poiché non hanno mai appreso a fondo né la vita virtuosa né questa attività umile e cieca, meritatamente provano un’esperienza falsa, contraffatta e indotta dal nemico spirituale. Tanto che alla fine prorompono in bestemmie contro tutti i santi, i sacramenti, gli statuti e gli ordinamenti della Santa Chiesa. La gente che vive nel mondo e nella carne, e che crede gli statuti della Santa Chiesa troppo duri per esserle d’aiuto nella correzione della propria vita, con eccessiva prontezza prende a fare assegnamento su tali eretici e li appoggia con vigore: e tutto perché pensa che essi la guideranno per una via più facile di quella stabilita dalla Santa Chiesa.

Ora, io credo veramente che chi non andrà in cielo per la via diritta e dura, andrà all’inferno per quella facile. Ognuno ne farà prova per sé. Penso infatti che se si potessero vedere tali eretici e i loro partigiani nella condizione in cui si troveranno il giorno del Giudizio, li si vedrà gravati dei grandi, orribili, fetidi peccati del mondo e della carne che hanno commesso in segreto, senza contare l’aperta presunzione che hanno mostrato affermando l’errore. Si dice infatti che, nonostante il loro falso comportamento virtuoso in pubblico, siano lerci di lussuria in privato, tanto che appropriatamente li si chiama discepoli dell’Anticristo.

 

 

 

CAPITOLO LVII

 

Non dirò altro, adesso, di costoro. Proseguiamo invece nella trattazione e vediamo come questi giovani discepoli presuntuosi interpretino male l’altra parola, su.

Se leggono o sentono parlare di come si dovrebbe levare il cuore a Dio, costoro si danno subito a guardare fissi le stelle, come se volessero trovarsi più in alto della luna, e si mettono in ascolto per sentire gli angeli cantare dal cielo. Nella loro fantasia penetrano talvolta fino ai pianeti e fanno un buco nel firmamento per guardarvi dentro. Si creano un Dio a loro piacimento, lo coprono di vesti preziose e lo assidono su un trono, in maniera ben più bizzarra di quanto non sia mai stato dipinto qui sulla terra. Si fabbricano degli angeli di forma umana e li spargono dappertutto, ognuno con il suo strumento musicale diverso, in maniera ben più strana di quanto non si sia mai visto o sentito qui sulla terra.

Alcuni di costoro il diavolo li inganna in modo davvero meraviglioso. Manda infatti una sorta di rugiada - loro la credono il cibo degli angeli - come se uscisse dall’aria, e la fa cadere con dolcezza e leggerezza dentro la loro bocca: e perciò essi hanno l’abitudine di stare seduti con la bocca spalancata come volessero acchiappare delle mosche. Tutto ciò non è in verità che un pio inganno, perché a questo punto le anime di costoro sono del tutto vuote di vera devozione. Nei loro cuori c’è molta vanità e molta illusione, provocate dalle loro pratiche strane. Tanto che spesso il diavolo simula suoni curiosi che riecheggiano nelle loro orecchie, e luci e brillii curiosi negli occhi, e profumi meravigliosi nel naso: e tutto ciò non è che illusione.

Tuttavia, essi non la pensano così. Credono infatti di trovare esempi di questo guardare in alto in san Martino, al quale fu rivelato Dio che indossava il suo mantello in mezzo agli angeli; in santo Stefano, il quale vide Dio in piedi nel cielo;34 in molti altri, e in Cristo stesso, il quale fu visto dai suoi discepoli ascendere in cielo con il suo corpo. Perciò sostengono che dovremmo volgere gli occhi su in alto. Ammetto che nei riti che pratichiamo con il corpo dovremmo sollevare gli occhi e le mani, se a questo siamo spinti nello spirito. Dico però che l’attività dello spirito non deve essere rivolta né verso l’alto né verso il basso, né da un lato né dall’altro, né avanti né indietro, come invece è nelle cose materiali. Perché la nostra attività deve essere spirituale, non materiale, e dunque non si deve compiere materialmente.

 

 

 

CAPITOLO LVIII

 

Quanto a ciò che dicono di san Martino e di santo Stefano: sebbene i due abbiano visto quelle cose con gli occhi del corpo, si trattava chiaramente di un miracolo e di un esempio dal significato spirituale. Essi sanno bene, infatti, che il mantello di san Martino non ha mai coperto il corpo di Cristo materialmente, perché egli non ha mai avuto bisogno di proteggersi dal freddo, ma era piuttosto un miracolo e una figura per tutti quelli di noi che possono essere salvati e uniti spiritualmente al corpo di Cristo. E chiunque veste un povero per amore di Dio, o compie nei confronti dei bisognosi un’altra buona azione, materiale o spirituale, si accerti di farlo spiritualmente a Cristo, e sarà per questo ricompensato come se l’avesse fatto materialmente al corpo di Cristo. Così egli stesso dice nel Vangelo.35 Tuttavia, pensando che ciò non fosse sufficiente, volle confermarlo più tardi per mezzo di un miracolo, e per questa ragione si mostrò a san Martino per mezzo di una rivelazione.      

Tutte le visioni rivelate in forma materiale agli uomini su questa terra hanno un significato spirituale. E credo che, se coloro cui sono state rivelate - o noi, per i quali lo sono state - avessero posseduto natura sufficientemente spirituale, o fossero stati capaci di intendere spiritualmente il loro significato, allora tali visioni non sarebbero mai state rivelate materialmente. Togliamo dunque il guscio duro, e mangiamo il tenero gheriglio.36

Ma come? Non come gli eretici, che sono stati paragonati a dei pazzi che hanno l’abitudine di gettare contro il muro e rompere la bella coppa dalla quale hanno bevuto. Non faremo così, se vorremo agire bene. Non mangeremo infatti il frutto per disprezzare l’albero, né berremo per rompere la coppa dalla quale abbiamo bevuto. L’albero e la coppa rappresentano, nelle mie intenzioni, il miracolo visibile e tutti quegli appropriati riti materiali che siano in armonia, e non contrari, all’attività dello spirito. Il frutto e la bevanda rappresentano il significato spirituale di tali miracoli visibili e di tutti gli appropriati riti materiali, quali il levare gli occhi e le mani al cielo. Se essi sono compiuti su impulso dello spirito, allora sono buoni; altrimenti sono ipocrisia, e sono falsi. Se sono sinceri e contengono un frutto spirituale, perché disprezzarli? Perché gli uomini baciano la coppa che contiene il vino.

Che importanza ha se Nostro Signore, quando ascese al cielo con il corpo, passò attraverso le nuvole e fu visto dai suoi discepoli con gli occhi del corpo? Dovremmo forse per questo, nella nostra attività spirituale, fissare sempre in su gli occhi del nostro corpo, per vederlo seduto in cielo, o in piedi, come lo vide santo Stefano? No: certo egli non si rivelò nel cielo a santo Stefano in forma materiale per insegnarci a guardare materialmente, nella nostra attività spirituale, su nel cielo, così da vederlo, come santo Stefano, in piedi, oppure seduto o disteso. Perché come sia il suo corpo nel cielo - in piedi, seduto o disteso - nessun uomo lo sa. E non è necessario saperlo. Basta sapere che il suo corpo fu elevato assieme alla sua anima senza che si separassero. Il suo corpo e la sua anima, cioè la sua natura umana, sono poi indissolubilmente uniti alla sua natura divina. Non c’è alcun bisogno di sapere se egli sia seduto, in piedi o disteso; è invece indispensabile sapere che egli è là come gli piace, e che si comporta con il corpo nel modo che gli pare più appropriato. Se egli si rivela a una creatura terrena materialmente disteso, in piedi o seduto, è per uno scopo spirituale, e non perché abbia materialmente preso quella posizione in cielo.

Cerca di capirlo per mezzo dell’esempio seguente. Quando si usa l’espressione «stare in piedi», si intende in realtà prontezza ad aiutare. Per questo spesso uno dice all’amico impegnato in una battaglia: «Forza, compagno, sii saldo nel combattere, non abbandonare la lotta, perché io starò in piedi al tuo fianco».37 Ciò che costui intende non è uno stare in piedi materiale, perché forse quella battaglia non è a piedi, ma a cavallo, forse in movimento e non da fermi. Ciò che egli’ intende quando dice che starà in piedi al fianco dell’amico è che è pronto ad aiutarlo.

È per questa ragione che Nostro Signore si rivelò, con il corpo e in cielo, a santo Stefano che subiva il martirio - e non per insegnarci a guardare in su verso il cielo. Come se avesse detto a santo Stefano, che rappresenta qui tutti coloro che soffrono persecuzione per amor suo: «Guarda, Stefano: come io apro questo firmamento materiale chiamato cielo e ti faccio vedere che sto in piedi materialmente, così devi fermamente credere che sto al tuo fianco spiritualmente, in virtù della mia natura divina, e sono pronto ad aiutarti. Perciò sta’ fermo nella tua fede38 e sopporta con coraggio i colpi crudeli di quelle pietre durissime, perché in ricompensa ti incoronerò nella beatitudine del cielo - e non soltanto te, ma tutti coloro che soffrono persecuzione per causa mia in qualunque modo».

Puoi così vedere che tutte queste rivelazioni materiali hanno un significato spirituale.

 

 

 

CAPITOLO LIX

 

Se adesso vuoi dire qualcosa riguardo all’ascensione di Nostro Signore, che ebbe luogo materialmente e con un significato materiale oltre che spirituale, perché ascese al cielo come vero Dio e assieme come vero Uomo, ti rispondo che era morto ed era rivestito di immortalità, e così saremo anche noi il giorno del Giudizio. Allora saremo, di corpo e d’anima assieme, tanto sottili che potremo andare, con il corpo, dove vogliamo e tanto velocemente quanto facciamo adesso spiritualmente con il pensiero: su e giù, da un lato e dall’altro, indietro o in avanti. Tutti, come dicono i chierici, saranno allora egualmente in questa felice condizione. Adesso però non puoi andare in cielo con il corpo, ma soltanto in spirito. E questo accade in maniera tanto integralmente e veramente spirituale, che non è affatto con il corpo: né in su né in giù, né da un lato né dall’altro, né indietro né in avanti.

Sappi che tutti coloro i quali si dedicano alla vita spirituale, e in particolare quelli di cui si parla in questo libro, quando leggono «solleva» o «entra», oppure che l’attività di cui tratta quest’opera è chiamata «moto», devono fare di tutto per comprendere che tale moto non è materialmente né in su, verso l’alto, né in, verso l’interno di qualcosa, e neppure da un luogo all’altro. Anche se qualche volta viene chiamato «riposo», essi non devono pensare che si tratti di un rimanere in qualche posto senza mai partirne. Perché la perfezione dell’attività contemplativa è così pura e spirituale che, se la si comprende davvero, si capisce che è ben lungi da qualsiasi movimento e da qualsiasi luogo.

La si dovrebbe invece a ragione definire un improvviso cambiamento, piuttosto che un moto. Tempo, luogo e corpo devono essere tutti dimenticati nell’attività spirituale. Perciò bada di non prendere a esempio l’ascensione materiale di Cristo, tanto da sforzare la tua immaginazione materialmente in su, verso l’alto, nel momento della preghiera, quasi volessi salire al di sopra della luna. Spiritualmente, non può in alcun modo essere così. Se dovessi ascendere al cielo con il corpo come fece Cristo, allora potresti prenderlo a esempio. Ma nessuno può fare questo se non Dio, come egli stesso testimonia quando dice: «Nessuno può salire al cielo fuorché chi è disceso dal cielo ed è divenuto uomo per amore dell’uomo».39 Se anche fosse possibile - come in nessun modo lo è -, potrebbe esserlo solamente per una più piena attività spirituale, e soltanto in virtù dello spirito, ben lungi da qualsiasi sforzo o tentativo della nostra immaginazione materiale di muoversi in su, verso l’alto, o in, verso l’interno, oppure da un lato o dall’altro. Abbandona dunque questo errore: così non potrà mai essere.

 

 

 

CAPITOLO LX

 

Ora, però, chiederai forse come possano stare le cose. Pensi infatti di avere la prova che il cielo è davvero su in alto, perché Cristo ascese in cielo con il corpo e più tardi, come aveva detto, inviò lo Spirito Santo materialmente dall’alto, senza che esso fosse visto da alcuno dei suoi discepoli. Questa è la nostra fede. Perciò, poiché possiedi tale prova, pensi: perché non dovrei volgere la mente in alto materialmente al momento della preghiera?

A questo risponderò, per quanto inadeguatamente, al modo che segue: poiché Cristo doveva ascendere con il corpo e poi materialmente mandare lo Spirito Santo, era più appropriato che fosse verso l’alto e dall’alto che non verso il basso e dal basso, da dietro o davanti, da un lato o dall’altro. Eccetto che per tale questione di appropriatezza, non gli sarebbe stato maggiormente necessario andare verso l’alto che verso il basso, perché, voglio dire, la via per quel luogo è egualmente vicina. Il cielo è infatti, spiritualmente, tanto vicino verso l’alto quanto verso il basso, in su quanto in giù, dietro quanto davanti, davanti quanto dietro, da un lato quanto dall’altro. Tanto che chiunque veramente desideri di essere in cielo, vi è, spiritualmente, nello stesso istante in cui lo desidera. La via maestra e più rapida per il cielo si percorre infatti con il desiderio, non con i piedi. San Paolo parla di questo sia per sé che per altri quando dice: «Sebbene il nostro corpo si trovi per il momento qui sulla terra, la nostra vita è in cielo».40 Con ciò vuole indicare il loro amore e il loro desiderio, che, spiritualmente, sono la loro vita. E certo l’anima dimora davvero là dove dimora il suo amore quanto nel corpo che vive in virtù di essa, e al quale essa dà vita. Se perciò vogliamo andare in cielo spiritualmente, non abbiamo alcun bisogno di sforzare il nostro spirito né verso l’alto né verso il basso, né da un lato né dall’altro.

 

 

 

CAPITOLO LXI

 

Tuttavia, è necessario sollevare gli occhi e le mani fisicamente verso il cielo materiale nel quale le stelle sono incastonate. Dico, se siamo spinti dallo spirito, altrimenti no. Perché tutte le cose del corpo sono soggette a quelle dello spirito, e non viceversa.

Un esempio di questo si può vedere nell’ascensione di Nostro Signore. Quando infatti giunse il momento stabilito in cui gli piacque di andare al Padre nel suo corpo di Uomo - che mai fu, e mai può essere, separato dalla sua natura divina -, allora in tutta la sua potenza, e in virtù dello Spirito di Dio, l’Uomo ascese con il corpo in una sola Persona. E la manifestazione visibile di questo fu, nel modo più appropriato, un movimento verso l’alto.

Tale assoggettamento del corpo allo spirito può essere osservato in qualche misura anche nell’esperienza di coloro che operano nell’attività spirituale di cui tratta questo libro. Infatti nello stesso momento in cui l’anima si dispone a compiere tale attività, all’improvviso - e senza che lo sappia chi è in essa impegnato - il corpo, che prima forse pendeva in giù o da un lato per comodità della carne, in virtù dello spirito si drizza, seguendo così materialmente l’esempio e il modo dell’anima nella sua attività spirituale. E così invero conviene che sia.

È in ragione di tale convenienza che l’uomo, il quale fra tutti gli esseri creati da Dio possiede il corpo più decoroso, non è piegato sulla terra, come tutti gli altri animali, ma ritto in su verso il cielo: in modo che il corpo sia figura spirituale dell’attività dell’anima, che deve essere spiritualmente diritta e non distorta. Prendi nota che dico diritta spiritualmente, non materialmente. Come infatti potrebbe l’anima, che per natura non ha nulla di corporeo, essere materialmente ritta? No, proprio in nessun modo.

Perciò sta’ attento a non prendere materialmente ciò che è inteso spiritualmente, anche se viene espresso per mezzo di parole materiali come su o giù, dentro o fuori, dietro o davanti, da un lato o dall’altro. Di ogni cosa dello spirito, infatti, si deve parlare - quando proprio se ne deve - per mezzo di espressioni materiali, perché la parola è opera materiale compiuta dalla lingua, la quale è uno strumento del corpo. E allora? Si dovrebbe per questo prendere tutto ciò materialmente? No di certo: lo si dovrebbe invece vedere nella sua accezione spirituale.

 

 

 

CAPITOLO LXII

 

Affinché tu comprenda meglio come devono essere prese spiritualmente le parole pronunciate materialmente, mi propongo ora di spiegarti il significato spirituale di alcune parole che riguardano l’attività dello spirito; così che tu possa sapere con chiarezza e senza errore quando l’attività del tuo spirito è al di sotto e fuori di te, quando è dentro e alla pari di te, e quando è al di sopra di te e sotto al tuo Dio.

Ogni cosa materiale è esterna alla tua anima e in qualche modo inferiore a essa. Sì, il sole e la luna e le stelle, sebbene materialmente al di sopra di te, sono però inferiori alla tua anima.

Tutti gli angeli e tutte le anime, per quanto informati e adornati di grazia e virtù, per le quali sono superiori a te in purezza, sono però pari a te quanto alla loro natura.

Dentro di te si trovano per natura le facoltà interiori dell’anima, di cui tre sono le principali: mente, ragione e volontà; e due secondarie: immaginazione e sensualità.

Di superiore a te non c’è nulla nell’ordine naturale se non Dio.

Quando si tratta di te in opere sull’attività spirituale, devi sempre intendere l’anima, e non il corpo. Poi, a seconda dell’oggetto sul quale le facoltà della tua anima operano, saranno giudicati il valore e la qualità del tuo lavoro: se è inferiore, interiore, o superiore a te.

 

 

 

CAPITOLO LXIII

 

La mente è in se stessa una facoltà che, propriamente parlando, non compie da sola nessuna operazione. Invece, la ragione e la volontà, come anche l’immaginazione e la sensualità, sono facoltà operative. La mente comprende e contiene in sé tutte queste quattro facoltà e le loro operazioni, e soltanto in questo suo comprenderle si può dire che consista la sua attività.

Definisco principali alcune di tali facoltà, e secondarie le altre, non perché la mente sia divisibile, il che non può essere, ma perché gli oggetti sui quali esse operano sono divisibili: alcuni principali, quelli spirituali; altri, quelli materiali, secondari. Le due principali facoltà, la ragione e la volontà, operano da sole in tutte le cose spirituali, senza l’aiuto delle due facoltà secondarie. L’immaginazione e la sensualità operano a livello animale, con i sensi del corpo, in tutte le cose materiali, presenti o assenti. Ma esclusivamente per mezzo di esse, e senza l’aiuto della ragione e della volontà, l’anima non può mai giungere a conoscere virtù e qualità delle creature materiali, né la causa del loro essere e delle loro azioni.

È per questo motivo che la ragione e la volontà vengono chiamate facoltà principali: perché operano in maniera puramente spirituale senza alcun apporto materiale; e l’immaginazione e la sensualità facoltà secondarie, perché operano nel corpo per mezzo di quegli strumenti del corpo che sono i cinque sensi. La mente invece viene chiamata facoltà principale perché contiene in sé non solo tutte le altre, ma anche quegli strumenti per mezzo dei quali esse operano. Eccone la dimostrazione.

 

 

 

CAPITOLO LXIV

 

La ragione è la facoltà per mezzo della quale distinguiamo il male dal bene, il male dal peggio, il bene dal meglio, il peggio dal pessimo, e il meglio dall’ottimo. Prima che l’uomo commettesse il peccato, la ragione poteva fare tutto ciò naturalmente. Ora però essa è tanto accecata dal peccato originale da non riuscire a compiere questa attività se non viene illuminata dalla grazia. Sia la ragione stessa che gli strumenti per mezzo dei quali essa opera sono compresi e contenuti nella mente.

La volontà è la facoltà attraverso la quale scegliamo il bene dopo che è stato determinato dalla ragione, e attraverso la quale amiamo Dio, desideriamo Dio, e infine riposiamo, in pieno diletto e completo consenso, in Dio. Prima che l’uomo commettesse il peccato, la volontà non poteva venire ingannata nelle sue scelte, né nel suo amore, né in alcuna delle sue attività, perché per natura era capace di apprendere ogni cosa come essa era. Ora però non riesce a far ciò se non ha l’unzione della grazia. Spesso infatti, a causa dell’infezione del peccato originale, prende per buona una cosa che è completamente cattiva e che non possiede se non l’apparenza del bene. Sia la volontà che il suo oggetto, la mente li comprende e li contiene in sé.

 

 

 

CAPITOLO LXV

 

L’immaginazione è la facoltà attraverso la quale ci rappresentiamo tutte le immagini di cose assenti o presenti. Sia essa che gli strumenti per mezzo dei quali essa opera sono contenuti nella mente. Prima che l’uomo commettesse il peccato, l’immaginazione obbediva alla ragione - della quale è in certo senso serva - al punto da non fornirle mai alcuna immagine illusoria di creatura materiale e nessuna falsa fantasticheria di creatura spirituale. Ora però non è così. Perché se non viene frenata dalla luce della grazia nella ragione, essa non cessa mai, né nel sonno né nella veglia, di proiettare tante, differenti immagini illusorie di creature materiali, oppure una qualche fantasticheria, la quale consiste nel concepire materialmente una cosa spirituale, o nel concepire spiritualmente una cosa materiale. E questo è sempre fenomeno falso, contraffatto e unito all’errore.

Questa disobbedienza dell’immaginazione si può chiaramente vedere, nel momento in cui pregano, in quei neofiti che si sono appena volti dal mondo a una vita di devozione. Prima infatti che l’immaginazione venga in larga misura frenata dalla luce della grazia nella ragione - come accade quando essi meditano con perseveranza su cose spirituali quali la loro miseria, la Passione e compassione di Nostro Signore e altre ancora - costoro non riescono in alcun modo a sopprimere i pensieri diversi e meravigliosi, le fantasticherie e le immagini che vengono forniti alla loro mente e in essa impressi dalla luce e dalla bizzarria dell’immaginazione. Questa disobbedienza è la pena che paghiamo per il peccato originale.

 

 

 

CAPITOLO LXVI

 

La sensualità è la facoltà della nostra anima che si estende e regna nei sensi del corpo, attraverso i quali acquistiamo conoscenza ed esperienza materiale di tutte le cose create, piacevoli o spiacevoli. Essa ha due funzioni, una attraverso la quale provvede ai bisogni del corpo, e un’altra attraverso la quale serve il piacere dei sensi. Questa è infatti la medesima facoltà che soffre quando il corpo manca di ciò che gli è necessario e che, quando quel bisogno è soddisfatto, ci spinge a prendere più di quanto sia necessario a compiere e secondare il desiderio. Soffre quando ciò che le piace è assente, gode grandemente quando è presente. Soffre in presenza di ciò che non le piace, gode grandemente in sua assenza. Sia questa facoltà che gli strumenti per mezzo dei quali essa opera sono contenuti nella mente.

Prima che l’uomo commettesse il peccato, la sensualità obbediva alla volontà - della quale è in certo senso serva - al punto da non darle mai piaceri o dolori fisici incontrollati, né piaceri o dolori spirituali simulati, indotti dal nemico dello spirito nei sensi del corpo. Ora però non è così. Perché se non viene governata dalla grazia nella volontà, e spinta a sopportare con umiltà e moderazione le sofferenze causate dal peccato originale (che essa prova in assenza di quei piaceri di cui sente il bisogno e in presenza di quei dolori che le sarebbero utili), e quindi anche a trattenersi dal godere in presenza di quei piaceri di cui sente il bisogno e dal compiacersi in assenza di quei dolori che le sarebbero utili: allora essa sguazza sregolatamente e miseramente, come un maiale nel brago, nelle ricchezze del mondo e nel fetore della carne, tanto che tutta la nostra vita sarà bestiale e materiale piuttosto che umana e spirituale.

 

 

 

CAPITOLO LXVII

 

Ecco, amico spirituale: in tale miseria siamo caduti, come puoi vedere, per il peccato. Perciò è forse strano che noi si sia così ciecamente e facilmente ingannati nella comprensione dell’attività e delle parole spirituali, in particolare quelli di noi che ancora non conoscono le facoltà dell’anima e le loro operazioni?

Ogni volta infatti che la tua mente si occupa di qualcosa di materiale, per quanto a buon fine, tu sei al di sotto di te stesso nell’attività spirituale, e al di fuori della tua anima. E ogni volta che senti la tua mente occuparsi delle sottigliezze delle facoltà dell’anima e delle loro operazioni spirituali - come vizi e virtù, tuoi o di qualunque altra creatura spirituale che sia per natura pari a te - al fine di conoscere te stesso e favorire la tua perfezione, allora sei dentro e pari a te stesso. Quando però senti la mente occuparsi non di qualcosa di materiale o spirituale, ma esclusivamente della sostanza stessa di Dio, come l’esperienza di ciò che viene insegnato in questo libro può dimostrare, allora sei al di sopra di te stesso e sotto al tuo Dio.

Al di sopra di te stesso, perché sei riuscito a giungere per mezzo della grazia là dove non potresti mai arrivare per natura, e cioè a essere unito a Dio in spirito, amore e armonia di volere. Sotto al tuo Dio, perché sebbene si possa in certo modo dire che in tale momento tu e Dio non siate in spirito due, ma uno - tanto che tu, o altri che per questa unione raggiunga la perfezione dell’attività contemplativa, puoi in verità, secondo la testimonianza della Scrittura, essere definito un dio41 -, tuttavia tu sei al di sotto di lui. Perché egli è Dio. per natura e da sempre; mentre tu, che una volta eri nulla e che poi, quando fosti trasformato in qualcosa dalla sua potenza e dal suo amore, deliberatamente, per mezzo del peccato, ti trasformasti in meno di nulla, soltanto tramite la sua misericordia e senza alcun merito sei, nella grazia, reso dio, indissolubilmente unito a lui nello spirito sia in questa vita che nella beatitudine del cielo per tutta l’eternità. Così, benché tu sia unito a lui nella grazia, sei però ben lontano e al di sotto di lui per natura.

Ecco, amico spirituale! Qui hai modo di vedere in parte come chi non conosce le facoltà dell’anima e i modi in cui esse operano possa facilmente ingannarsi nella comprensione di parole composte con intenzione spirituale. E perciò puoi in parte capire la ragione per la quale non oso dirti di manifestare appieno il tuo desiderio a Dio, ma ti ho chiesto invece di fare il possibile per tenerglielo nascosto, come in un gioco di bambini. Lo faccio per timore che tu possa prendere materialmente ciò che ha invece un’accezione spirituale.

 

 

 

CAPITOLO LXVIII

 

Allo stesso modo, laddove un altro potrebbe dirti di raccogliere le tue facoltà e il tuo pensiero dentro te stesso, e di adorare Dio lì - e direbbe il giusto e il vero, sì, e nessuno più di lui direbbe la verità -, io invece non te lo chiedo perché temo che tu t’inganni e interpreti materialmente quell’espressione. Di questo, al contrario, ti prego: cerca di non raccoglierti dentro te stesso. E, in breve, non voglio che tu sia né al di fuori di te, né al di sopra, né dietro, né da un lato o dall’altro.

«Dove dunque» dirai «dovrò essere? In nessun luogo, secondo te!». Dici bene davvero. È lì che ti vorrei. Perché il nessun luogo materiale è il dovunque spirituale. Sforzati dunque di fare in modo che la tua attività spirituale non sia, materialmente, in nessun luogo; e allora, ovunque sia nella realtà ciò su cui la tua mente opera in intenzione, là sarai di certo anche tu in spirito, tanto realmente quanto il tuo corpo è là dove tu sei materialmente. E sebbene il tuo intelletto materiale non trovi lì nulla di cui nutrirsi, perché pensa che tu non stia facendo nulla, pure, sì, continua a fare questo nulla, purché tu lo faccia per amore di Dio. Non smettere perciò di operare attivamente in quel nulla con un desiderio ardente e vigile di Dio, che nessun uomo può conoscere. Perché in verità ti dico che preferirei essere in nessun luogo materialmente, a lottare con quell’oscuro nulla, piuttosto che essere un gran signore il quale ha modo di trovarsi ovunque vuole, a divertirmi con il tutto come se mi appartenesse.

Abbandona questo dovunque e questo tutto in cambio di questo nessun luogo e di questo nulla. Non ti curare se il tuo intelletto non ha conoscenza di tale nulla, perché per questo io lo amo ancora di più. È cosa tanto preziosa in se stessa che l’intelletto non può concepirla. Questo nulla lo si può provare piuttosto che vedere, perché è oscuro e nascosto a coloro che vi hanno posato lo sguardo solo per poco tempo. Tuttavia, per dirla più precisamente, è nella sovrabbondanza di luce spirituale, piuttosto che nell’oscurità o nella mancanza di luce materiale, che l’anima è accecata quando prova questo nulla. E chi è poi che lo chiama nulla? Certo l’uomo esteriore che è in noi, non quello interiore.42 L’uomo interiore lo chiama Tutto, perché da esso impara a conoscere tutte le cose materiali e spirituali, senza prestare attenzione particolare a ciascuna cosa per sé.

 

 

 

CAPITOLO LXIX

 

Cambia meravigliosamente, la disposizione di chi fa l’esperienza spirituale di questo nulla in nessun luogo. Perché in un primo momento, quando l’anima vi posa lo sguardo, vi troverà dipinti segretamente e oscuramente tutti i peccati materiali e spirituali che egli ha commesso dal giorno in cui è nato. E per quanto si volti dall’altra parte, essi gli appariranno sempre davanti agli occhi: fino a quando, dopo avere a lungo travagliato duramente, e dolorosamente sospirato, e amaramente pianto, non li avrà in larga misura cancellati.

In tale travaglio gli sembrerà alle volte di vedere l’inferno, perché dispera di conseguire, da tutte queste sofferenze, la perfezione della pace spirituale. Fino a questo punto giungono in molti nel loro itinerario interiore, ma subito dopo, poiché provano tutte queste pene e mancano di conforto, tornano indietro a contemplare le cose materiali, cercando conforto esteriore e fisico laddove manca loro quello spirituale: che in effetti non hanno meritato, come invece avrebbero se avessero perseverato.

Chi persevera, infatti, prova alle volte un qualche conforto e ha qualche speranza di raggiungere la perfezione: perché sente e vede che molti dei suoi peccati passati possono in buona parte essere cancellati con l’aiuto della grazia. Egli continua bensì a provare quelle sofferenze, ma pensa, poiché esse diminuiscono sempre di più, che avranno fine. E perciò chiama questo non un inferno, ma un purgatorio. Altre volte non vi trova un peccato particolare, ma invece gli sembra che il peccato sia un bubbone che egli non conosce, ma che non è se non lui stesso: in questo caso esso verrà definito come la radice che rimane del peccato originale, accompagnata dalla sofferenza che per esso si prova. Alle volte ancora, esso gli pare, per le dolcezze, le consolazioni, le gioie e le sante virtù che vi rinviene, il paradiso o il cielo. E altre infine gli sembra, per la pace e la quiete che vi trova, che sia Dio.

Sì, la pensi pure come vuole: sempre troverà che è una nube di non conoscenza fra lui e il suo Dio.

 

 

 

CAPITOLO LXX

 

Lavora dunque con vigore in questo nulla e in questo nessun luogo, e abbandona i sensi esteriori del corpo, perché in verità ti dico che l’attività contemplativa non può essere compresa per mezzo di essi.

Con gli occhi infatti non puoi apprendere nulla se non quanto una cosa è lunga o larga, piccola o grande, rotonda o quadrata, lontana o vicina, e di che colore sia. Con le orecchie, nulla se non rumore e suono. Con il naso, puzza o profumo. Con il gusto, se una cosa è aspra o dolce, salata o no, amara o piacevole. E con il tatto, se è calda o fredda, dura o morbida, liscia o aguzza. Ma né Dio né le altre cose dello spirito possiedono alcuna di queste proprietà. Perciò abbandona i tuoi sensi esteriori e non operare con essi né dentro né fuori di te. Tutti coloro, infatti, che intendono intraprendere interiormente l’attività contemplativa, e pensano di potere, dentro o fuori di sé, ascoltare, fiutare, vedere, gustare o toccare le cose spirituali, di sicuro s’ingannano e agiscono contro l’ordine naturale. Perché nell’ordine naturale i sensi sono fatti affinché l’uomo acquisti per mezzo di essi - cioè per mezzo delle loro attività - conoscenza di tutte le cose materiali ed esterne, non di quelle spirituali.

Se invece riconosciamo la loro incapacità, allora possiamo acquistare conoscenza delle cose spirituali. Per esempio nel modo seguente: quando leggiamo o sentiamo parlare di certe cose, e comprendiamo che i nostri sensi non possono in alcun modo dirci cosa esse siano, allora possiamo star certi che esse sono spirituali e non materiali.

Allo stesso modo accade spiritualmente alle facoltà dell’anima, quando operiamo per conoscere Dio stesso. Perché, se anche un uomo possedesse comprensione e conoscenza complete di tutti gli esseri spirituali creati, non potrebbe mai, attraverso l’intelletto, giungere a conoscere una cosa spirituale non creata, e cioè Dio. Può, invece, per mezzo della sua incapacità intellettuale: perché quella cosa che è incapace a comprendere non è altro che Dio. È per questo che san Dionigi disse: «La conoscenza più divina che si possa avere di Dio è quella che si acquista attraverso la non conoscenza».43

E in verità chi leggerà i libri di Dionigi troverà che le sue parole confermano tutto ciò che ho detto o dirò, dall’inizio alla fine di questo libro. Altrimenti non mi preoccuperei ora di citare lui né alcun altro dottore. In passato infatti la gente pensava che fosse segno d’umiltà non pensare di testa propria, trovando invece continua conferma nella Scrittura o nei dottori. Ora questo è divenuto mostra d’ingegno e di erudizione. A te però non è necessario, e perciò non lo faccio. Perché chi ha orecchie per intendere, intenda, e chi vuol credere, creda: in altro modo non lo farà.

 

 

 

CAPITOLO LXXI

 

Vi sono alcuni che considerano questa attività contemplativa così difficile e pericolosa che non la si può compiere, dicono, senza fare prima molta fatica, né la si può intraprendere eccetto che raramente, nel momento dell’estasi. A costoro rispondo, seppure inadeguatamente, che dipende tutto dalla volontà e dalla disposizione di Dio, e dalla capacità del loro spirito di ricevere la grazia della contemplazione e di operare in essa.

Perché alcuni non potranno mai conseguirla senza esercitarsi a lungo e intensamente nello spirito, e non ne proveranno la perfezione se non raramente e senza esservi chiamati in maniera del tutto speciale da Nostro Signore: questa vocazione viene appunto detta estasi. Altri invece sono tanto spiritualmente affinati dalla grazia e tanto intimi di Dio nella contemplazione, che possono conseguirla quando vogliono e nelle condizioni normali in cui l’anima opera: seduti, in movimento, in piedi, in ginocchio. Eppure rimangono allo stesso tempo in pieno possesso delle loro facoltà materiali e spirituali, e in grado di usarle; non senza difficoltà, certo, ma senza grande difficoltà. Un esempio dei primi è Mosè; dei secondi, Aronne, il sacerdote del tempio.

La grazia della contemplazione è infatti prefigurata nella Vecchia Legge dall’Arca dell’Alleanza, e i contemplativi adombrati da coloro che più si dovettero occupare dell’arca, come la storia dimostrerà. In effetti, la grazia e l’attività contemplativa possono del tutto appropriatamente essere paragonate a quell’arca. Perché come nell’arca erano contenuti tutti i gioielli e le reliquie del tempio, così in questo piccolo, fisso amore44 sono contenute tutte le virtù dell’anima umana, che è il tempio spirituale di Dio.

Prima di poter vedere l’arca e sapere come doveva essere fatta, Mosè dovette con grande e lungo sforzo salire fino alla cima del monte, e dimorarvi e lavorare in una nube per sei giorni, attendendo fino al settimo che Nostro Signore accondiscendesse a mostrargli il modo in cui l’arca doveva essere costruita.45 La lunga fatica di Mosè e la sua attesa della visione rappresentano coloro che non riescono a raggiungere la perfezione dell’attività contemplativa senza prima un lungo travaglio, e che la raggiungono solo raramente, quando Dio acconsente a rivelargliela.

Ma se Mosè non poté vedere che raramente e con grande sforzo, Aronne invece, in virtù del suo ufficio, aveva la facoltà di vedere, nel tempio e dietro il velo, ogni volta che voleva entrarvi. Aronne rappresenta allora tutti quelli di cui ho parlato sopra: quelli che per mezzo della loro sapienza spirituale e con l’aiuto della grazia possono appropriarsi della perfetta contemplazione ogni volta che lo desiderano.

 

 

 

CAPITOLO LXXII

 

Ecco, qui puoi vedere che chi riesce a raggiungere e provare la perfezione dell’attività contemplativa solamente con gran fatica e di rado, può facilmente ingannarsi se parla, pensa e giudica gli altri secondo la propria esperienza, credendo cioè che essi non la possono provare se non raramente e dopo grande sforzo. Allo stesso modo si ingannerà chi è in grado di conseguirla quando gli pare, se giudica gli altri secondo la propria misura, dicendo che anche essi possono farlo quando vogliono. Lasciamo perdere: non si può in alcun modo pensarla così. Perché forse, se e quando Dio lo vuole, coloro che in un primo momento riescono a raggiungere quella perfezione soltanto di rado e con gran fatica, più tardi ci riusciranno quando e tanto frequentemente quanto vorranno. Un esempio di ciò è per l’appunto Mosè, il quale non poté dapprima vedere il modo in cui l’arca doveva essere costruita se non raramente e dopo grande sforzo sulla cima del monte, e poi vide l’arca stessa nella valle ogni volta che lo desiderò.

 

 

 

CAPITOLO LXXIII

 

Tre uomini principalmente si occuparono dell’arca del Vecchio Testamento: Mosè, Bezaleel e Aronne. Mosè apprese sul monte di Nostro Signore come dovesse essere fatta. Bezaleel la costruì e la fabbricò nella valle secondo il modello che era stato rivelato sul monte. E Aronne la conservò nel tempio per toccarla e guardarla ogni volta che voleva.

A somiglianza di questi tre, noi abbiamo tre modi per profittare della grazia della contemplazione. Alle volte ce ne gioviamo solamente per mezzo della grazia, e allora siamo simili a Mosè, che nonostante lo sforzo e la scalata del monte non poté vederla che di rado, ed ebbe la visione solo quando piacque a Nostro Signore di rivelargliela e non in premio della sua fatica. Altre volte invece ne profittiamo per mezzo della nostra abilità spirituale e con l’aiuto della grazia di Dio, e allora siamo simili a Bezaleel, che non poté vedere l’arca se non dopo averla fatta con il suo lavoro, aiutato dal modello che era stato mostrato a Mosè sul monte. Altre ancora ci gioviamo di tale grazia della contemplazione per mezzo dell’insegnamento altrui, e allora siamo simili ad Aronne, che conservò l’arca preparata e costruita dalle mani di Bezaleel, e che aveva l’abitudine di guardarla e toccarla quando voleva.

Ecco, amico spirituale, sebbene io sia un miserabile, indegno di insegnare ad alcuno, in quest’opera, per quanto scritta alla maniera di un bambino e di un ignorante, io compio la funzione di Bezaleel, fabbricando e consegnando nelle tue mani una specie di arca spirituale.46 Ma assai meglio e più degnamente di me dovrai lavorare tu se vorrai essere un Aronne, agendo cioè con perseveranza sia per te che per me. Fa’ dunque così, ti prego, per amore di Dio onnipotente. E poiché siamo ambedue chiamati da Dio a compiere quest’opera della contemplazione, ti prego per amor di Dio di fare per parte tua ciò che manca dalla mia.

 

 

 

CAPITOLO LXXIV

 

Se poi pensi che questo tipo di attività contemplativa non si accordi alla disposizione del tuo corpo e della tua anima, allora puoi abbandonarlo e intraprenderne un altro, con l’aiuto di un buon consigliere spirituale, senza pericolo e senza biasimo. In questo caso ti prego di scusarmi, perché la mia intenzione era di aiutarti con questo scritto per quanto ne fosse capace la mia mente semplice. Leggi perciò il libro due o tre volte: tanto meglio quanto più spesso, perché lo comprenderai di più, e qualche frase che ti sarà parsa difficile alla prima o alla seconda lettura, ti sembrerà del tutto facile dopo.

Sì, trovo impossibile capire come l’anima pronta alla contemplazione possa leggere, ascoltare o parlare di quest’opera senza provare, in quel momento stesso, piena e vera disponibilità ai compiti dell’attività contemplativa. Allora, se pensi che l’opera ti sia di profitto, ringrazia Dio di cuore e, per amor suo, prega per me.

Continua dunque così. E io ti prego,47 per amor di Dio, di non mostrare questo libro a nessuno a meno che non sia pronto per esso nel modo che ho descritto prima, quando ho detto chi e quando debba intraprendere l’attività contemplativa. Se poi lo mostri a persona di questo tipo, allora ti prego di chiederle di prendersi tempo per esaminarlo nella sua interezza. Perché forse vi è in esso qualcosa, all’inizio o nel mezzo, che è rimasto in sospeso o non è pienamente spiegato nel contesto. Ma se non lo si trova in quel punto, verrà poco dopo o alla fine. Se si vede la cosa soltanto in parte e non nel suo insieme, si può facilmente esser tratti in errore. Perciò ti prego di fare come dico.

Se poi credi che ci sia in esso un qualche aspetto sul quale desideri spiegazione più ampia, fammi sapere qual è e cosa ne pensi tu stesso, e con la mia mente semplice farò il possibile per correggerlo.

Non mi sono mai curato che leggano questo libro quelli che disputano ad alta voce, gli adulatori, coloro che contano storie e pettegolezzi e trovano a ridire, perché non è mai stata mia intenzione scriverlo per loro. E perciò non voglio che lo ascoltino, né loro né i dotti o gli incolti che ne siano semplicemente curiosi. Anche se sono buoni dal punto di vista della vita attiva, questo mio argomentare non avrà senso per loro.

 

 

 

CAPITOLO LXXV

 

Non tutti coloro i quali leggono, ascoltano o sentono parlare di questo libro, e che nel farlo pensano sia cosa buona e piacevole, sono per questo chiamati da Dio a impegnarsi nell’attività contemplativa, solo perché provano una sensazione gradevole quando lo leggono. Forse infatti tale impulso proviene dalla curiosità naturale piuttosto che dalla chiamata della grazia.

Se però vogliono sapere con certezza da dove esso venga, ne possono fare la prova al modo seguente, se piace loro. In primo luogo, guardino se hanno fatto tutto il possibile, prima, per mettersi in grado di seguirlo purificando la propria coscienza secondo la legge della Santa Chiesa e con l’accordo del loro consigliere spirituale. Se è così, questo è bene. Se poi desiderano maggiore certezza, guardino se quell’impulso prende la loro attenzione costantemente e abitualmente, più di qualsiasi altra occupazione spirituale. E se credono che la coscienza non riterrà sufficienti le loro azioni materiali e spirituali a meno che quel piccolo, segreto, fisso amore non divenga la principale preoccupazione del loro spirito - questo è allora il segno che essi sono chiamati da Dio all’attività contemplativa; altrimenti no.

Non dico che tale impulso durerà per sempre e dimorerà di continuo nella mente di coloro che sono chiamati a divenire contemplativi. No, non è così. Infatti, la sensazione attiva di tale impulso è spesso sottratta al giovane neofita dello spirito per varie ragioni. Alle volte, affinché egli non prenda troppa familiarità con esso e non presuma di poterlo possedere quando e quanto gli piace. Tale presunzione sarebbe solo superbia. Quando il sentimento della grazia viene tolto, la causa è infatti sempre la superbia: non superbia in atto, ma superbia in potenza, che avrebbe potuto insorgere se quel sentimento non fosse stato allontanato. È per questo motivo che alcuni giovani folli pensano spesso che Dio sia loro nemico, laddove egli è il loro migliore amico.

Altre volte quell’impulso viene invece trattenuto a causa della loro negligenza; e quando è così, essi sentono ben presto una pena assai aspra morderli amaramente. Altre volte ancora Nostro Signore lo ritarderà ad arte, perché rimandandolo vuole farlo crescere e tenere in maggiore considerazione, quasi fosse cosa da lungo tempo perduta e poi ritrovata. Ed ecco uno dei segni più sicuri e più alti che l’anima possa avere per sapere se è stata o no chiamata alla contemplazione: quando, dopo un ritardo o un’assenza del genere, quell’impulso sorge, non acquisito dall’esterno ma all’improvviso, e l’anima sente allora di possedere maggior fervore e più ardente desiderio di darsi all’attività contemplativa di quanto non abbia mai sperimentato prima. Spesso, credo, quella persona prova nel ritrovarlo gioia più grande del dolore che ha sentito nel perderlo. Se è così, allora è segno vero e inconfondibile che è stata chiamata da Dio all’attività contemplativa, di qualunque genere quella persona sia stata o possa essere.

Perché non a ciò che sei o sei stato guarda Dio con i suoi occhi misericordiosi, ma a ciò che vorresti essere. San Gregorio testimonia che «tutti i desideri santi crescono quando il compimento ne è ritardato, e se svaniscono a causa di quel ritardo, non sono mai stati santi».48 Quando infatti qualcuno prova sempre minor gioia nello scoprirne di nuovi o nell’improvviso ripresentarsi di desideri che ha perseguito in passato, allora quelli non sono mai stati desideri santi, per quanto tutti possano essere desideri naturali del bene. Di questo santo desiderio parla sant’Agostino quando dice che «l’intera vita di un buon cristiano non è altro che santo desiderio».49 Addio, dunque, amico spirituale, e ricevi la benedizione di Dio e la mia!50 Prego Dio onnipotente che vera pace e buoni consigli, la sua consolazione e la sua grazia abbondante siano per sempre con te e con tutti coloro che sulla terra lo amano. Amen.