domenica 30 ottobre 2022

MORDERSI LA LINGUA Estratto da "Palomar" di Italo Calvino


 MORDERSI LA LINGUA

Estratto da "Palomar" 

di Italo Calvino

Nei discorsi che facciamo ogni giorno, corriamo, ci precipitiamo verso le conclusioni. Diciamo quello che ci urge, che preme. A un certo punto Calvino, nel  libro  Palomar, parla dell’importanza del mordersi la lingua. Uno degli insegnamenti di Palomar  è che devi imparare l’arte dell’esitazione. Quindi mordersi tre volte la lingua prima di parlare significa non buttarsi, ma introdurre il tema della pausa. È in fondo il tema della sospensione, che ha a che fare con il conoscere, con l'ascoltare, con il riflettere prima di parlare.

Palomar in società

Del mordersi la lingua

 

 

In un'epoca e in un paese in cui tutti si fanno in quattro per proclamare opinioni o giudizi, il signor Palomar ha preso l'abitudine di mordersi la lingua tre volte prima di fare qualsiasi affermazione. Se al terzo morso di lingua è ancora convinto della cosa che stava per dire, la dice; se no sta zitto. Di fatto, passa settimane e mesi interi in silenzio.

Buone occasioni per tacere non mancano mai, ma si dà pure il raro caso che il signor Palomar rimpianga di non aver detto qualcosa che avrebbe potuto dire al momento opportuno.

S'accorge che i fatti hanno confermato quel che lui pensava, e che se allora avesse espresso il suo pensiero forse avrebbe avuto una qualche influenza positiva, sia pur minima, su quel che è avvenuto. In questi casi il suo animo è diviso tra il compiacimento d'aver pensato giusto e un senso di colpa per la sua eccessiva riservatezza. Sentimenti entrambi così forti, che egli è tentato d'esprimerli a parole; ma dopo essersi morsicato la lingua tre volte, anzi sei, si convince che non ha nessun motivo né d'orgoglio né di rimorso.

L'aver pensato rettamente non è un merito: statisticamente è quasi inevitabile che tra le molte idee sballate, confuse o banali che gli si presentano alla mente, qualcuna ve ne sia di perspicua o addirittura geniale; e come è venuta a lui, può esser certo che sarà venuta pure a qualcun altro.

Più controverso è il giudizio sul non aver manifestato il suo pensiero.

In tempi di generale silenzio, il conformarsi al tacere dei più è certo colpevole. In tempi in cui tutti dicono troppo, l'importante non è tanto il dire la cosa giusta, che comunque si perderebbe nell'inondazione di parole, quanto il dirla partendo da premesse e implicando conseguenze che diano alla cosa detta il massimo valore. Ma allora, se il valore d'una singola affermazione sta nella continuità e coerenza del discorso in cui trova posto, la scelta possibile è solo quella tra il parlare in continuazione e il non parlare mai. Nel primo caso il signor Palomar rivelerebbe che il suo pensiero non procede in linea retta ma a zigzag, attraverso oscillazioni, smentite, correzioni, in mezzo alle quali la giustezza di quella sua affermazione si perderebbe.

Quanto alla seconda alternativa, essa implica un'arte del tacere più difficile ancora dell'arte del dire.

Infatti, anche il silenzio può essere considerato un discorso, in quanto rifiuto dell'uso che altri fanno della parola; ma il senso di questo silenzio-discorso sta nelle sue interruzioni, cioè in ciò che di tanto in tanto si dice e che dà un senso a ciò che si tace.

O meglio: un silenzio può servire a escludere certe parole oppure a tenerle in serbo perché possano essere usate in un'occasione migliore. Così come una parola detta adesso può risparmiarne cento domani oppure obbligare a dirne altre mille. «Ogni volta che mi mordo la lingua, - conclude mentalmente il signor Palomar, - devo pensare non solo a quel che sto per dire o non dire, ma a tutto ciò che se io dico o non dico sarà detto o non detto da me o dagli altri». Formulato questo pensiero, si morde la lingua e resta in silenzio.