sabato 8 ottobre 2022

UCRAINA Il genocidio dimenticato 1932-1933 Ettore Cinnella





 UCRAINA 

Il genocidio dimenticato

1932-1933

Ettore Cinnella

 

[...] Mi sono sforzato di ricostruire le varie fasi della collettivizzazione e della grande fame accennando anche al più ampio contesto interno e internazionale, che getta luce sulla crisi di quegli anni: dalle acute tensioni in seno al partito comunista all’atteggiamento dell’opinione pubblica e dei governi occidentali verso le vicende sovietiche. Si vedrà così perché Stalin avesse bisogno di tacitare i suoi avversari interni con uno spettacolare trionfo e come venisse costruita, all’interno e all’estero, la congiura del silenzio - durata così a lungo - sugli orrori che sconvolgevano l’URSS.

Degli oltre sei milioni di vittime della grande carestia dei primi anni Trenta, quasi due terzi toccarono all’Ucraina. [...]

                     

Riassunto


Tra l'autunno 1932 e la primavera 1933 sei milioni di contadini nell’URSS furono condannati a morire di fame: quasi i due terzi delle vittime erano ucraini. Quella carestia di proporzioni inaudite non fu dovuta ai capricci della natura, ma venne orchestrata da Stalin per punire i ribelli delle campagne che, in tutta l'URSS, si opponevano alla collettivizzazione imposta dall'alto. In Ucraina lo sterminio dei contadini, il cosiddetto holodomor, s'intrecciò con la persecuzione dell’intellighenzia e con la guerra al sentimento patriottico di un popolo.

Sulla base della documentazione emersa dopo il crollo dell’URSS, il libro ricostruisce quei drammatici avvenimenti e spiega le motivazioni che spinsero Stalin a prendere decisioni così spietate.

Introduzione

 

L’aggressione russa all’Ucraina ha posto all’attenzione dell’opinione pubblica e dei governi in occidente le vicende e il destino di una nazione della quale, anche dopo la proclamazione dell’indipendenza nel 1991, poco si parlava e ancor meno si sapeva. Non che oggi in Italia, nonostante la gravità di quanto sta accadendo, siano in molti a curarsi e ad inquietarsi per le sorti di un paese europeo più grande della Francia. Anzi, numerosi sono da noi i politici, sia di destra che di sinistra, e gli intellettuali pronti a difendere le ragioni dell’imperialismo moscovita; in ogni caso, non sono tantissimi coloro che hanno a cuore il destino di una terra invasa e smembrata, in tempo di pace, in spregio del diritto internazionale e della morale.

Mi è parso quindi un dovere civico far conoscere nei dettagli la pagina più fosca del comunismo sovietico, che ebbe effetti devastanti e indelebili sul popolo ucraino. Si tratta della collettivizzazione forzata delle campagne intorno alla quale, nonostante la mole di documenti oggi consultabili, aleggiano ancora versioni edulcorate o poco chiare. Che quella scelta di politica economico-sociale abbia avuto elevati costi umani, lo ammettono ormai quasi tutti; anche se certuni ancora sostengono che essa favorì il progresso economico del paese e trasformò i «rozzi» contadini sovietici in cittadini di uno Stato moderno.

La verità è che, anzitutto, la collettivizzazione integrale si risolse, nel breve come nel lungo periodo, in una catastrofe economica di enormi proporzioni. Inoltre, assoggettando con la forza decine di milioni di contadini, essa gettò le basi di una società fondata sul ripristino dell’ordinamento servile, da tempo abolito nella Russia zarista. Si spiega così l’accanita resistenza di decine di milioni di agricoltori alla nascita di un sistema che, da un giorno all’altro, mirava a privarli di ogni iniziativa economica e a farli lavorare gratuitamente per lo Stato. La ferocissima guerra che ne scaturì sconvolse l’immenso territorio dell’URSS, lasciando sul terreno innumerevoli vittime: oltre alle centinaia di migliaia di famiglie deportate (di cui una parte perì in viaggio o nelle nuovi sedi), si ebbero infinite rivolte represse nel sangue e vennero eseguite moltissime sentenze capitali. Quella guerra produsse ingenti perdite materiali, la maggiore delle quali consistè nella distruzione del patrimonio zootecnico del paese.

Ma tali eventi, occorsi dal 1929 alla fine del 1931, non furono che il preludio della tragedia che si compì nel giro di pochi mesi, dall’autunno 1932 alla primavera dell’anno successivo. Non riuscendo a domare i ribelli contadini con i più crudi strumenti repressivi, alternati a fasi di relativa tregua, Stalin si risolse ad adottare una misura estrema mai prima di lui concepita e attuata su scala così vasta: lo sterminio per fame di una parte della popolazione rurale.

Essendo rivolto non agli accademici, bensì a chi vuol conoscere una delle massime tragedie del mondo contemporaneo, il mio libro ha un apparato bibliografico ridotto. Per non appesantire il testo, ho menzionato solo alcuni degli studi più importanti, che era doveroso ricordare. In compenso, sono state sempre indicate le fonti dalle quali ho attinto le notizie e tratto le citazioni, in primo luogo i rapporti segreti della polizia politica e del partito comunista. Ho descritto i fatti più crudi ricorrendo, oltre che alle rievocazioni dei testimoni e delle vittime, ai documenti di parte comunista i quali sono, da questo punto di vista, inoppugnabili; e ho cercato di decifrare i reali intenti di Stalin e dei massimi gerarchi bolscevichi attraverso le lettere e i messaggi segreti (quando ciò era consentito dalla documentazione oggi consultabile).

Mi sono sforzato di ricostruire le varie fasi della collettivizzazione e della grande fame accennando anche al più ampio contesto interno e internazionale, che getta luce sulla crisi di quegli anni: dalle acute tensioni in seno al partito comunista all’atteggiamento dell’opinione pubblica e dei governi occidentali verso le vicende sovietiche. Si vedrà così perché Stalin avesse bisogno di tacitare i suoi avversari interni con uno spettacolare trionfo e come venisse costruita, all’interno e all’estero, la congiura del silenzio - durata così a lungo - sugli orrori che sconvolgevano l’URSS.

Degli oltre sei milioni di vittime della grande carestia dei primi anni Trenta, quasi due terzi toccarono all’Ucraina. Se lo sterminio per fame di un così elevato numero di agricoltori autorizza a parlare di genocidio sociale perpetrato dal regime comunista, il fatto che il popolo ucraino ne abbia sofferto in misura tanto grande merita una speciale attenzione e riflessione. Beninteso, anche altri popoli furono orribilmente straziati in quegli anni dalla forsennata politica agraria di Stalin. Ho ricordato nel libro la tragedia degli allevatori nomadi del Kazachistan, un terzo dei quali perì in seguito al tentativo di renderli sedentari e assoggettarli allo Stato comunista. Anche la memoria storica di quel popolo esige di essere onorata; e oggi possiamo farlo, grazie ai numerosi studi che sono stati dedicati alla grande carestia nelle steppe asiatiche. La morte per inedia imposta agli agricoltori ucraini (il cosiddetto holodomor), pertanto, può esser compresa e valutata solo se comparata alle altre grandi tragedie collettive, provocate dal comunismo sovietico. Tale convinzione spiega il largo spazio che questo libro dedica alle vicende generali, nonché ad alcuni aspetti specifici, della collettivizzazione nell’intero territorio dell’URSS. Ma i fatti ucraini ebbero anche tratti peculiari, che meritano una speciale disamina e sulla cui valutazione sono sorte infinite discordie.

Ancora prima che la loro terra conquistasse l’indipendenza, gli ucraini all’estero equipararono ad un vero e proprio genocidio nazionale quello che oggi chiamiamo holodomor (il termine non esisteva ancora). Dopo il 1991, poi, gli storici e l’opinione pubblica del nuovo Stato indipendente hanno accolto senza tentennamenti questa tesi, chiamando talvolta il martirio subìto dal loro popolo all’inizio degli anni Trenta l’«olocausto ucraino». Quest’ultimo termine a me sembra improprio e andrebbe riservato solo allo sterminio degli ebrei per mano dei carnefici nazisti. È invece lecito, e perfino doveroso, definire genocidio sociale la carestia terroristica che, nel 1932-1933, rubò la vita ad alcuni milioni - da tre a quattro - di agricoltori ucraini. Del resto, sono molti gli storici, anche russi, che concordano nel considerare un genocidio sociale la decimazione della popolazione contadina, anche ucraina, decisa da Stalin per collettivizzare le campagne. Quel che essi negano risolutamente è che il caso ucraino sia stato diverso da tutti gli altri, che cioè gli agricoltori di quella terra siano stati crudelmente puniti non solo perché contadini, ma anche perché appartenenti ad una determinata comunità nazionale.

A questo punto sorge l’interrogativo: gli abitanti delle campagne ucraine furono decimati in quanto contadini o subirono quel tremendo castigo anche per altre ragioni? Rispondere alla prima domanda in modo affermativo, come si può e si deve, non chiude la questione e non appaga chi vuol indagare su quel'orribile misfatto storico. Anzitutto, assieme alla guerra senza quartiere contro i contadini, in quegli stessi anni Stalin sferrò un furibondo attacco all’intellighenzia ucraina, cioè ai custodi della memoria storica della nazione, e represse finanche il locale partito comunista, reo di non obbedire compattamente agli ordini di Mosca. Come interpretare tutto ciò se non come segni della volontà di annullare gli spazi di autonomia, di cui l’Ucraina ancora godeva? D’altronde, proprio negli anni della collettivizzazione la coscienza patriottica dei contadini ucraini, qualunque essa fosse stata prima, fece passi da gigante individuando nel giogo comunista e moscovita la vera causa dei mali della loro terra. E quando giunse la grande fame, quella consapevolezza divenne sempre più chiara e robusta, tanto da far sperare ai contadini l’arrivo di un esercito straniero che li liberasse dalla tirannia di Mosca.

La coscienza nazionale dell’Ucraina contemporanea prese corpo per la prima volta dopo la rivoluzione bolscevica, quando il paese conobbe per pochi anni l’esperienza dell’indipendenza. La difficile via dell’autonomia nell’ambito dell’URSS fu percorsa negli anni ’20, ma si interruppe bruscamente in seguito alla svolta politica centralizzatrice decisa da Stalin. Il calvario del holodomor creò tra Ucraina e Russia un baratro, che non si è mai più colmato. Malgrado le ingenuità e le intemperanze dell’odierno nazionalismo ucraino, non si può dar torto a quanti pensano e dicono che, se non avesse fatto parte dell’URSS, l’Ucraina non avrebbe conosciuto un’esperienza annichilente come lo sterminio per fame di milioni di pacifici e laboriosi agricoltori.

La tragedia del holodomor non è soltanto una fosca pagina di storia, appartenente al passato e ormai archiviata. Essendo assurta a doloroso simbolo del riscatto nazionale dell’Ucraina, essa dev’esser conosciuta anche da chi vuol capir qualcosa dei sentimenti più profondi di quel popolo. Anziché chiedere perdono e lenire così le antiche ferite, la Russia con l’attuale aggressione contribuisce a riaprirle, facendole bruciare e sanguinare ancora una volta. Ad un popolo, ieri orrendamente sfregiato ed oggi nuovamente umiliato, non resta che sperare nell’integrazione politica, economica e militare in un mondo meno barbarico di quello a cui il fato storico l’ha tenuto troppo a lungo avvinto.

Capitolo primo

La tragedia negata

 

Nel capitolo 14 del romanzo di Vasilij Grossman Tutto scorre1 ci imbattiamo, all’improvviso, nella lunga rievocazione della collettivizzazione forzata del 1929-1933 e della carestia, che in quegli anni imperversò nelle campagne russe e ucraine. Tutto ebbe inizio alla fine del 1929 con la guerra condotta contro i cosiddetti kulaki (i contadini agiati), i quali furono prima vessati in ogni modo e poi deportati in massa. Gli odiati nemici di classe - come venivano bollati dalla propaganda comunista - furono portati via con le loro famiglie, in vagoni merci sigillati, verso le inospitali regioni dell’Asia centrale e della Siberia. I contadini rimasti vennero costretti con minacce e violenze ad entrare nei colcos, le fattorie collettive appena create. Ma tutto ciò non era ancora nulla rispetto a quanto sarebbe accaduto in seguito: «Venne il castigo della fame».

La protagonista femminile che racconta quei lugubri eventi, mossa dal prepotente bisogno di liberarsi la coscienza da un peso insopportabile, ricorda di esser stata allora inviata come attivista in un colcos dell’Ucraina: «Quelli là, ci spiegavano, hanno lo spirito della proprietà privata più tenace che non nella Repubblica sovietica russa». Poiché, dopo la liquidazione dei kulaki, la superficie coltivata era diminuita e il raccolto scemato, le consegne fissate dal centro divennero irrealizzabili. Ma, nel generale clima di menzogna e di esaltata propaganda, le inadempienze furono imputate alla perfidia dei contadini che nascondevano il grano e gli altri prodotti. Fu così che venne deciso di dare una severa lezione agli agricoltori disubbidienti:

 

E chi ha firmato lo sterminio in massa? Sovente penso: davvero Stalin? Penso che un ordine del genere, da quando la Russia esiste, non c’era mai stato. Un ordine del genere non l’aveva mai firmato nessuno, non dico lo zar, ma neanche i tartari e neanche i tedeschi. E l’ordine era: uccidere per fame i contadini dell’Ucraina, del Don, del Kuban, ucciderli insieme ai loro bambini.

 

L’ordine fu comunque eseguito nella maniera più rigida e spietata. Si cominciò a requisire prima il grano, poi gli altri generi alimentari che i contadini nascondevano per nutrire le loro famiglie. Le squadre venute dalle città e formate da giovani comunisti, agenti della polizia politica e soldati dell’esercito, portarono via tutto quel che trovarono nei villaggi. Macellato e divorato il bestiame, agli agricoltori non restò più nulla da mangiare:

 

I bambini nelle isbe piangevano sin dal mattino, chiedevano pane. E che cosa poteva dargli la mamma: neve? E nessuno che desse un aiuto. La risposta dei membri del partito era una sola: bisognava lavorare, non bisognava fare i pigri. E rispondevano pure: cercate in casa vostra, nel vostro villaggio avete sotterrato grano bastante per tre anni.

 

Eppure, non era ancora la vera fame. Certo, la gente era diventata fiacca e, a furia di nutrirsi di bucce di patate, aveva la pancia gonfia. Ma non si vedevano ventri tumefatti; e con la farina di ghiande, mescolata talvolta a crusca e bucce di patate, si faceva una specie di pane e di frittelle. Ma anche il querceto, sfruttato dai villaggi limitrofi, si esaurì e non ci furono più ghiande. Allora la gente cominciò a errare per le campagne, chiedendo l’elemosina. Dallo Stato non giunse nessun aiuto:

 

Possibile che Stalin sapesse tutto questo? I vecchi raccontavano che quando c’era stata la carestia sotto lo zar Nicola, tutti erano venuti in aiuto, e davano in prestito e i contadini andavano a elemosinare in città in nome di Cristo; avevano aperto delle mense nelle città e gli studenti raccoglievano offerte. E sotto lo Stato operaio e contadino, invece, non davano neanche un granellino; tutte le strade erano chiuse da barriere e dalle truppe, milizia, Enkavedè [la polizia politica].

 

Ai contadini non fu più consentito di lasciare le campagne e di andare in cerca di cibo nelle città: le strade e le stazioni ferroviarie erano sorvegliate da uomini armati. Tuttavia, malgrado gli sbarramenti, non pochi riuscirono a trascinarsi fino a Kiev attraversando terreni non coltivati, paludi e boschi. Ma neppure per loro ci fu salvezza: quasi tutti, stremati ed esausti, raggiunsero la città solo per trovarvi la morte.

 

Ogni mattina passavano delle piattaforme speciali trainate da cavalli da tiro e raccoglievano quelli che erano morti durante la notte. Ho visto una di queste piattaforme: c’erano deposte salme di bambini. [...] Queste rondinelle erano riuscite a volare sino a Kiev, ma a che pro? E fra loro ce n’erano che pigolavano ancora, le teste come riempite d’acqua dondolavano. Domandai al vetturale: perché anche quelli, ancora vivi? Lui fece un gesto. Come a dire: prima che arriviamo a destinazione, non sono più vivi, si chetano.

 

In ogni modo, solo una minuscola percentuale di campagnoli riuscì a raggiungere i centri urbani. La stragrande maggioranza rimase nel villaggio a patir la fame, quella vera. Qui, ormai, non vi erano nemmeno cani e gatti: molti erano stati uccisi e divorati, e quelli sopravvissuti non si facevano catturare. Agli affamati, spinti dalla disperazione, non restò che metter sotto i denti ciò che trovavano:

 

Che cosa poi non mangiavano: pigliavano i topi, le pantegane, i passeri, le formiche, tiravano fuori dalla terra i vermi, macinavano ossa per farne farina, cuoio, suole, vecchie pelli puzzolenti tagliate per farne tagliatelle, persino la colla. E, quando spuntò l’erba, si misero a scavar radici, a bollire foglie, germogli: tutto andava bene, il dente di leone e la bardana, le campanelle e il trifoglio, e l’ortica. Seccavano le foglie di tiglio, le pestavano per farne farina, ma da noi c’erano pochi tigli. Le frittelle di tiglio sono verdi, peggio di quelle di ghiande.

 

Ogni affamato era un potenziale antropofago, non solo perché giungeva talvolta a divorare i suoi simili. Capitava persino che l’affamato mangiasse se stesso: «Rosicchia la sua stessa carne, rimangono soltanto le ossa, divora il proprio grasso fino all’ultima gocciolina. Poi gli si offusca la ragione, si capisce che s'è mangiato anche le proprie cervella».

La fame riusciva a stravolgere i più santi rapporti umani; ma non tutti si ridussero allo stato selvaggio:

 

In una casa c’è guerra, si guatano tutti l’uno con l’altro, si rubano a vicenda le briciole. La moglie contro il marito, il marito contro la moglie. La madre odia i propri figli. In un’altra casa, invece, continua un amore indistruttibile. Ne conoscevo una così; c’erano quattro bambini, la mamma gli raccontava favole affinché si dimenticassero della fame, eppure non riusciva quasi a muovere la lingua; li prendeva in braccio, eppure non aveva quasi più la forza di sollevare le mani vuote.

 

Per colmo di tragica ironia, proprio in quel periodo un vecchio portò al colcos un giornale raccolto lungo la ferrovia, nel quale si raccontava della visita di un ministro francese nella regione della più nera carestia e della risposta che era stata data alla sua domanda circa il menù delle mense scolastiche nelle campagne: i bambini mangiavano brodo di pollo con tortellini e polpette di riso. Com’era possibile? «Uccidevano milioni di persone e riuscivano a ingannare tutto il mondo!».

Nel villaggio ci fu una moria generale:

 

Dapprima i bambini, i vecchi, poi l’età media. In principio li sotterrarono, poi non lo fecero più. Così i morti si ammucchiavano nelle strade, nei cortili, e gli ultimi rimasero nelle isbe. Tutto si fece silenzioso. Tutto il villaggio era morto. Non so chi fosse morto per ultimo. Noi che lavoravamo alla direzione del colcos ci portarono via in città.

 

Morti gli abitanti del villaggio, toccò ai militari svolgere i lavori agricoli. E, in seguito, furono chiamati a ripopolarlo coloni venuti dalla regione russa di Orël, ai quali venne detto che c’era stata un’epidemia. I nuovi venuti andarono in giro per le isbe a tirare fuori i cadaveri decomposti (i quali, durante il trasporto, si riducevano a brandelli), e li sotterrarono fuori del villaggio. Il lezzo orrendo rese oltremodo ingrato un simile lavoro. Le casette furono pulite ben bene e tinteggiate; ciò nonostante, il puzzo di morte non andò via presto.

Il racconto di Grossman potrebbe sembrare, per le sue forti tinte, frutto dell’invenzione narrativa e dell’artificio letterario. Era, invece, la realistica e amara esposizione di quel che l’autore, egli stesso ucraino, aveva visto con i propri occhi o sentito dire dalle vittime e dai testimoni della carestia. Per queste pagine e per le amare riflessioni sul tragico destino storico della Russia prima e dopo il 1917, l’opera non fu pubblicata in patria, ma vide la luce all’estero nel 1970 alcuni anni dopo la morte dell’autore. Il quale non poté veder stampato neppure il suo lungo romanzo dedicato alla seconda guerra mondiale, Vita e destino, a proposito del quale l’ideologo del PCUS Michail A. Suslov aveva sentenziato che sarebbe apparso nell'URSS solo dopo due o tre secoli.

Per lungo tempo Tutto scorre rimase la sola fonte dettagliata d’informazione a tutti accessibile, almeno fuori dell’URSS, su un evento di proporzioni colossali, che aveva sconvolto e distrutto la vita di parecchi milioni di persone. L’incredulo lamento di Grossman sull’operazione di occultamento effettuata con successo dal regime comunista corrispondeva anch’esso alla verità storica e intendeva denunciare un fatto inaudito e incredibile: a differenza degli altri apocalittici misfatti del Novecento (dal genocidio armeno all’olocausto), lo sterminio per fame di milioni di contadini ucraini era passato pressoché inosservato, grazie alla congiura del silenzio orchestrata sin dall’inizio dal regime comunista. Quasi nessuno ne parlava e nulla, o pochissimo, se ne sapeva. La notizia di giornale sul viaggio nell’URSS dell’esimia personalità straniera, menzionata in Tutto scorre, era anch’essa non una finzione letteraria, bensì un piccolo (e grottesco) dettaglio storico.

Tra la fine d’agosto e l’inizio di settembre del 1933 il francese Édouard Herriot, più volte ministro e presidente del Consiglio, effettuò un viaggio ufficiale nell’URSS soggiornando anche nei territori devastati dalla carestia. Il noto politico radicale, allora presidente della commissione esteri della camera dei deputati, si lasciò ingannare volentieri dai padroni di casa sovietici, prestando cieca fede a quanto gli fu detto e mostrato. Il 13 settembre la «Pravda» (organo del partito comunista dell’URSS) pubblicò in prima pagina le impressioni dell’ospite francese intitolandole in maniera eloquente «Ciò che ho visto nell’URSS è magnifico», dichiara Herriot («Vidennoe v SSSR prekrasno», zajavljaet Errio). In verità, sebbene ai corrispondenti stranieri fosse vietato muoversi liberamente nell’URSS, le voci sulla carestia circolavano tra i diplomatici accreditati nell’URSS, ai quali giungevano da vari canali notizie sulla reale situazione nelle campagne. Molte ambasciate raccoglievano informazioni che, come avremo modo di dire, offrivano un quadro esatto e dettagliato della grande carestia. Ma, prima di far cenno dell’attività delle ambasciate e dei consolati nella raccolta di dati, converrà spendere qualche parola sull’opera di disinformazione nella quale si distinsero alcuni celebri giornalisti stranieri, ai quali la deontologia avrebbe dovuto imporre un più onesto esercizio dell’attività professionale.

Il caso più noto e clamoroso è quello del corrispondente da Mosca del «New York Times», William Duranty, uno dei più prestigiosi e meglio pagati giornalisti dell’epoca, il quale si prodigò per diffondere in occidente l’immagine oleografica di un paese impegnato nella rude e meritoria impresa della modernizzazione economico-sociale. I suoi servizi dall’URSS, graditi alle autorità sovietiche, gli valsero nel 1932 - nientemeno! - il prestigioso premio Pulitzer per il giornalismo. Il 31 marzo 1933, nel momento cioè della generale moria, apparve nel «New York Times» il suo tortuoso articolo dal titolo Russians Hungry but not Starving, dove si legge tra l’altro: «Per dirla brutalmente, non si può fare una frittata senza rompere le uova». Quanto alle difficoltà annonarie, Duranty non le negava, esortando però a non confonderle con una vera e propria carestia: «Non c’è di fatto inedia né ci sono morti per inedia, ma una diffusa mortalità per malattie dovute a malnutrizione»2. La malafede del giornalista del «New York Times» (sospettato d’essere al soldo del governo sovietico) è comprovata dalle ben diverse rivelazioni confidenziali, da lui rilasciate al diplomatico inglese William Strang, nelle quali ammetteva che la popolazione del Caucaso settentrionale e della bassa Volga era diminuita di 3 milioni e quella dell’Ucraina di 4-5 milioni3.

Le untuose dichiarazioni pubbliche di Duranty miravano a smentire le corrispondenze di quei pochi e onesti giornalisti, i quali stavano raccontando quel che riuscivano a vedere e ad ascoltare. Malcolm Muggeridge, il quale giunse a Mosca nel settembre 1932 animato da viva simpatia per il comunismo sovietico, dovette presto ricredersi e abbandonare le sue ingenue illusioni. Nel febbraio 1933 si mise in viaggio alla volta dell’Ucraina e del Caucaso settentrionale. Qui scoprì una verità assai amara per un uomo di sinistra, quale egli era stato fino allora. Nelle corrispondenze per il «Manchester Guardian», inviate tramite corriere diplomatico, non fece mistero della fame che stava provocando la morte di tanti contadini: si trattava d’inedia «in senso assoluto», non di malnutrizione come quella patita, ad esempio, dai contadini in oriente o da alcuni operai disoccupati in Europa. Non solo. La terribile carestia era «organizzata», come si arguiva dalla presenza di truppe ben pasciute, inviate a tenere sotto controllo i contadini affamati. Le erbacce nei campi, il bestiame morto, la mancanza di cavalli per i lavori agricoli, i villaggi abbandonati, insomma lo spettacolo desolante delle campagne sovietiche portava a concludere che «la collettivizzazione è stata un fallimento». Muggeridge non usava mezzi termini:

 

Dire che c’è carestia in alcuni dei più fertili territori della Russia è dire molto meno della verità; c’è non solo la carestia, ma - almeno nel caso del Caucaso settentrionale - uno stato di guerra, un’occupazione militare4.

 

Un altro coraggioso reporter occidentale, il gallese Gareth Jones, si recò nei luoghi della grande fame, per osservare di persona cosa stesse succedendo. A differenza di Muggeridge (il quale aveva fatto pervenire all’estero i suoi servizi con la valigia diplomatica, pubblicandoli in forma anonima), il 29 marzo 1933 Jones rivelò in una conferenza stampa a Berlino le prove da lui raccolte sulla catastrofe umanitaria nell’URSS. Aleggia quindi il sospetto, di cui mancano tuttavia le prove, del coinvolgimento degli agenti di Stalin nella sua morte cruenta, avvenuta il 12 agosto 1935 in Estremo Oriente per mano di banditi cinesi5.

Harry (Hertz) Lang, un ebreo statunitense di origine russa (era vissuto sotto gli zar dalla nascita fino al 1904) ebbe occasione di visitare l’Ucraina nel settembre 1933, in compagnia della moglie (ebrea anch’essa, nata a Kiev e trasferitasi giovanissima negli USA). Pubblicò poi, dal novembre 1933 al febbraio 1934, alcuni articoli su quanto visto e udito nell’URSS per il giornale di New York in yiddish (la lingua degli ebrei dell’Europa centro-orientale) «The Jewish Daily Forward (Forverts)», vicino al partito socialista americano. I suoi servizi si sforzarono di descrivere onestamente l’orrida realtà sovietica, suscitando l’ira dei comunisti americani. Non è dato sapere se i numerosi parenti della coppia, ancora residenti nell’URSS, abbiano subìto vessazioni da parte degli organi di polizia sovietici6.

È anche da menzionare l’impegno profuso nella ricerca della verità dal giornalista e storico statunitense William Henry Chamberlin, il quale da anni risiedeva nell’URSS e lavorava sia per l’americano «Christian Science Monitor» che per il «Manchester Guardian». Su quest’ultimo giornale, il 21 agosto 1933, egli informò i lettori della nuova e più restrittiva normativa sui viaggi dei corrispondenti stranieri, introdotta dal governo sovietico:

 

Il vostro corrispondente ha avuto prove personali che queste norme non sono una mera formalità quando, oggi, gli è stato rifiutato il permesso di visitare i distretti rurali nelle regioni dell’Ucraina e del Caucaso settentrionale, che egli ha visitato più volte in anni precedenti senza obiezioni da parte delle autorità centrali e locali7.

 

Quando, nell’autunno 1933, con il graduale miglioramento della situazione alimentare, il governo di Stalin permise nuovamente i viaggi dei corrispondenti stranieri, Chamberlin ne profittò per andare a veder di persona l’entità del disastro. Le testimonianze e i dati da lui raccolti gli servirono anche, di lì a poco, per il capitolo quarto - dedicato ai contadini - della sua inchiesta sull’URSS degli ultimi anni, che uscì nel 1934 con il titolo Russia’s Iron Age8. Qui leggiamo l’attenta e veridica descrizione dello stato dell’agricoltura sovietica dopo la forsennata collettivizzazione. Sulla grande fame del 1932-1933, la cui «responsabilità storica» era senz’altro da attribuire al governo bolscevico, il probo cronista scriveva parole ferme e chiare:

 

La zona della fame, per quel che ho potuto osservare ed apprendere da informazioni attendibili, comprese l’Ucraina, il Caucaso settentrionale, alcune provincie del basso e medio Volga, e ampie regioni del lontano Kazakstan nell’Asia centrale. La Russia settentrionale e centrale e la Siberia attraversarono molte difficoltà alimentari, ma non subirono una vera e propria fame. Il numero di persone residenti nella zona affamata era di circa 60 milioni; i morti in più del tasso normale di mortalità non possono essere stati meno di tre o quattro milioni.

C'è qualcosa di epico e di ineffabilmente tragico in questa immensa strage di milioni di persone, sacrificate sull’altare di una politica che molte di loro neppure capivano. E l’orrore di questo ultimo atto nella tragedia delle campagne è reso forse ancora maggiore dal fatto che le vittime morirono così passivamente, così silenziosamente, senza suscitare alcun moto di solidarietà nel resto del mondo: non per nulla c’era la censura bolscevica9.

 

Chamberlin era, oltre che attento e scrupoloso cronista, storico erudito e sagace, come prova il suo affresco della rivoluzione e della guerra civile in Russia (che, a tutt’oggi, resta la più bella e limpida opera complessiva sugli anni 1917-1921). Egli infatti dedicò i lunghi anni di permanenza nell’URSS non solo ad osservare la realtà sovietica, ma anche a raccogliere un vasto e raro materiale documentario per il suo libro sulla rivoluzione russa (al quale è maggiormente legato il suo nome e che uscì in America nel 1935)10.

Conviene ricordare, a questo proposito, il diverso atteggiamento verso la carestia di un altro celebre intellettuale, destinato a diventare nel secondo dopoguerra il più prestigioso sovietologo occidentale. Edward H. Carr, l’autore della History of Soviet Russia in 14 volumi, era allora membro della delegazione britannica presso la Società delle nazioni. In tale veste scrisse il 30 settembre 1933 ad un alto funzionario del Foreign Office per riferirgli della discussione sulla «presunta carestia in Ucraina», che aveva avuto luogo tra alcuni membri del consesso internazionale. Il freddo e compassato diplomatico comunicava con evidente approvazione la decisione, presa dopo un lungo dibattito, di coinvolgere eventualmente nei soccorsi solo la Croce Rossa internazionale o altre organizzazioni non politiche, essendo le altre strade impraticabili e inopportune11.

Erano principalmente i membri della diaspora ucraina nell’Europa occidentale e nell’America settentrionale a chiedere alle organizzazioni internazionali d’intervenire nel loro martoriato paese. Non si può però dire che abbiano avuto molto successo, scontrandosi solitamente con atteggiamenti simili a quello manifestato da Carr nella lettera sopra ricordata. Neppure la Croce Rossa Internazionale fu capace di prender fattiva posizione dinanzi ai progetti e alle denunce ad essa pervenute, e nonostante le sollecitazioni giunte dall’allora presidente del Consiglio della Società delle nazioni, il norvegese Johan Ludwig Mowinckel. Ecco, ad esempio, la risposta (datata 28 settembre 1933) del capo della segreteria alla Federazione europea degli ucraini all’estero. Il rifiuto d’intraprendere un’azione di soccorso collettivo era così motivato:

 

La regola di condotta, che la Croce Rossa Internazionale si è fissata da molto tempo, è che non si può organizzare un’azione di soccorso a favore di un paese senza il consenso e senza la richiesta formale del suo governo. Ora, L’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche non ha mai fatto appello a favore delle popolazioni che si trovano sul suo territorio. E noi ci troviamo, per questo, nell’impossibilità di lanciare un appello a favore delle popolazioni in questione.

D’altra parte, il Comitato internazionale [della Croce Rossa] resta sempre a disposizione delle persone e delle organizzazioni che desiderano far giungere soccorsi individuali nell’URSS, ma in nessun caso prenderà in considerazione un soccorso collettivo12.

 

Della grande carestia in Ucraina e in altre regioni dello Stato bolscevico erano dunque al corrente sia la Croce Rossa Internazionale sia la Società delle nazioni (della quale l’URSS entrerà a far parte nel settembre 1934); e notizie abbastanza circostanziate pervenivano attraverso vari canali alle rappresentanze diplomatiche dei paesi europei, accreditate nell’Unione Sovietica. Solo gli Stati Uniti non avevano allora rapporti ufficiali con il governo bolscevico: le relazioni diplomatiche tra i due paesi, infatti, furono stabilite nel novembre 1933. Tuttavia, anche il governo americano disponeva di un canale informativo diretto tramite la propria legazione a Riga, la quale inviava regolari rapporti a Washington. Questa «Russian Section», collocata in un posto strategico per i contatti tra l’Europa e l’URSS, insisteva nei suoi rapporti sul carattere «totalitario» del regime bolscevico, basandosi principalmente sull’analisi del sistema giuridico e sulla mancata divisione dei poteri nel sistema sovietico (un aspetto fondamentale per osservatori di cultura americana). Quanto alla politica agraria del governo comunista, la sezione condannò senza mezzi termini la decisione di eliminare i culachi, senza tuttavia dedicare troppa attenzione alle varie fasi della collettivizzazione, descritta soprattutto nei suoi aspetti economici e amministrativi13.

L’Italia, che aveva diverse sedi consolari in Ucraina e nel Caucaso, fu forse il paese che raccolse la maggior messe d’informazioni - oltremodo accurate - sulla situazione economica e alimentare dei territori devastati dalla fame. I rapporti dei diplomatici italiani, inviati regolarmente a Mussolini e dal duce letti con attenzione, sono stati pubblicati qualche lustro fa e costituiscono ancor oggi una delle migliori e più vivide fonti documentarie14. L’ambasciata tedesca a Mosca poté disporre - oltre alle relazioni dei consolati di Charkiv e di Kiev - delle preziose e competenti descrizioni dell’esperto agricolo Otto Schiller il quale, avendo viaggiato a lungo nell’URSS nel 1932 e nel 1933, costatò di persona l’immane catastrofe (da lui attribuita, sensatamente, alle decisioni politiche del governo comunista): pur essendo assai difficile calcolare il numero complessivo delle vittime, egli non escluse che in tutta l’URSS le perdite umane potessero ammontare a dieci milioni15.

Tra coloro che allora si resero subito conto di quanto stava accadendo nelle campagne sovietiche, è da ricordare il canadese (nato in Scozia) Andrew Cairns, sommo conoscitore di problemi agricoli, il quale visitò la prima volta l’URSS nel 1930 e vi tornò nella primavera 1932. Da maggio ad agosto viaggiò nei distretti agricoli della Volga, nella Siberia occidentale, in Kazachistan, nel Caucaso settentrionale, in Ucraina, in Crimea e nella regione centrale delle terre nere. Ebbe anche modo di conoscere Otto Schiller e di scambiare con lui informazioni tecniche16. Cairns inviò dettagliati rapporti all’ambasciata britannica (perché fossero trasmessi al centro studi londinese, l’Empire Marketing Board, con il quale collaborava). Per il suo competente spirito di osservazione, egli è stato paragonato ad Arthur Young (1741-1820), l’economista e agronomo inglese, il quale viaggiò in Francia alla vigilia della Rivoluzione lasciando poi, con i suoi Travels in France, una preziosissima testimonianza storica sul paese da lui visitato. Nella chiusa dell’ultima, e confidenziale, delle sue relazioni da Mosca, datata 22 agosto 1932, Cairns immaginò ironicamente di dar consigli al governo sovietico. Tra le altre cose, suggeriva a quest’ultimo di comunicare agli Stati Uniti (con cui erano in corso trattative per l’allacciamento di rapporti diplomatici) che «mentre politicamente sarebbe bello ottenere il riconoscimento, ciò che davvero urgeva era la riorganizzazione dell’American Relief Association e di altri enti, i quali avrebbero distribuito cibo e abiti usati ai molti milioni di russi affamati»17. I dettagliati rapporti di Cairns lumeggiano le fasi preliminari e, per così dire, i prodromi della grande fame. Sul momento culminante della tragedia egli non ci dà ragguagli perché, quando nella primavera 1933 volle ritornare nell’URSS, il governo bolscevico gli negò il visto.

Diplomatici stranieri ed enti internazionali, dunque, conoscevano negli anni ’30 la reale situazione del disastro annonario in Ucraina e nell’URSS. Nessuno governo occidentale, tuttavia, giudicò opportuno divulgare le notizie in suo possesso né, tanto meno, cercò d’intervenire sotto qualsiasi forma per alleviare le sofferenze dei milioni di affamati. In parte diverso fu l’atteggiamento degli Stati confinanti con l’URSS, i quali erano a contatto con la drammatica realtà e vedevano arrivare alle loro frontiere torme di disperati in cerca di salvezza. Della reazione polacca alla grande carestia avremo modo di parlare in un prossimo capitolo. Conviene adesso dir qualcosa della posizione presa dal governo di Bucarest, sollecitato a intervenire dallo spettacolo dei contadini fuggiaschi, molti di etnia romena, i quali venivano falcidiati dalle mitragliatrici sovietiche quando tentavano di attraversare il fiume Dniestr per sfuggire alle angherie e alla fame. Lo storico italiano Alberto Basciani ha ricostruito quei fatti in un recente studio, dal quale attingerò notizie e brani di documenti.

Già nel marzo 1932 il deputato liberale e storico Gheorghe Brătianu (l’autore di Une énigme et un miracle historique: le peuple roumain) pronunciò un fiero discorso in parlamento, domandando pubblicamente cosa stesse accadendo sulle rive del Dniestr. Cauta e ambigua fu la risposta dell’allora presidente del Consiglio Nicolae Iorga (anch’egli storico di fama), il quale condannò bensì la bestiale crudeltà delle guardie di frontiera sovietiche, ma confessò di non aver modo d’intervenire e preferì parlare dei preziosi documenti sulla storia della Romania, che erano stati portati in Russia nel 1916 e che il governo bolscevico non intendeva restituire.

Le proteste dell’opinione pubblica crescevano e, d’altro canto, sempre più raccapriccianti apparivano le notizie sulle sofferenze dei profughi sovietici, quasi tutti agricoltori restii ad entrare nelle fattorie collettive e privati, quindi, di mezzi di sostentamento. Un rapporto ufficiale romeno dell’aprile 1932 così descriveva la situazione venutasi a creare alla frontiera:

 

Nei mesi di gennaio-febbraio 1932 si sono verificate scene terribili ed orrori indescrivibili all’interno del territorio sovietico non troppo lontano dal fiume Dniestr. I rifugiati ci hanno riferito che sono state soppresse centinaia e centinaia di persone che disperate cercavano rifugio oltre il Dniestr; numerose volte anche dal nostro territorio si potevano ascoltare i crepitii delle esecuzioni di massa [...]; molti cadaveri sono stati lasciati dalle guardie bolsceviche sulla superficie ghiacciata del Dniestr per diventare preda degli animali selvatici. Tutti i rifugiati sono stati trattenuti sul nostro territorio, nessuno è stato rimpatriato in URSS.

 

I soccorsi prestati da istituzioni e da privati romeni non durarono a lungo. Alla fine, l’ebbero vinta le rimostranze del governo sovietico contro quelle che ad esso apparivano indebite ingerenze negli affari di casa propria. Anche in Romania, la ragion di Stato fece premio sui sentimenti umanitari. Poiché si era alla vigilia della ripresa delle relazioni diplomatiche con l’URSS, il governo di Bucarest non volle turbare le trattative in corso con il suscettibile vicino. Così, a livello ufficiale si parlò sempre meno della carestia oltre frontiera e dell’aiuto agli affamati. A poco valse l’indignata protesta formulata nell’appello che 300 persone firmarono e inviarono al governo romeno:

 

Perché la Camera inglese non è presa d’assalto da interpellanze indignate di deputati sollecitati dagli umanitari del mondo? Dove sono quelli come Henri Torrès e Henri Barbusse pronti a protestare in nome dell’umanitarismo mondiale ogni volta che cade una condanna sulla testa di qualche comunista? [...] Perché non c’è nessuno di questi giornalisti stranieri che sia disposto a venire da noi per ascoltare i racconti dei moldavi scampati all’eccidio? Aspettiamo con impazienza che si producano manifestazioni e proteste a Ginevra, a Londra, a Parigi, a New York, in tutti i parlamenti, in tutte le leghe per la difesa dei diritti degli uomini, in tutta la stampa mondiale18.

 

Anche il Vaticano era al corrente della carestia e seguiva con attenzione il corso degli eventi: le sue principali fonti d’informazione erano i diplomatici delle ambasciate occidentali a Mosca. La Santa Sede aveva già una qualche esperienza di aiuti umanitari alla Russia, avendo partecipato una decina di anni prima alla campagna mondiale a favore delle popolazioni sovietiche che pativano la fame. All’epoca della terribile carestia del 1921-1922, la prima nella storia dell’URSS, il governo bolscevico aveva ammesso la catastrofe alimentare e consentito l’arrivo di soccorsi internazionali. Gli aiuti più fattivi e massicci vennero allora dagli Stati Uniti: l’American Relief Administration (ARA) operò alacremente in Russia dall’autunno 1921 alla primavera 1923, salvando centinaia di migliaia di vite umane (specie bambini)19. Pur tra maggiori difficoltà e con ben minori mezzi, anche la Chiesa di Roma volle partecipare con una propria missione all’attività internazionale di soccorso, con finalità religiose oltre che umanitarie20. Ma all’inizio degli anni ’30 la situazione era assai diversa e ben più difficile, a causa della condotta del governo di Mosca, il quale negava caparbiamente la carestia e respingeva sdegnosamente qualsiasi offerta d’aiuto.

Ad occuparsi dell’Unione Sovietica, in Vaticano, era soprattutto la pontificia commissione Pro Russia, creata da Pio XI nel 1925 e guidata dal gesuita francese Michel d’Herbigny. Questi era un energico fautore dell’intervento in soccorso degli affamati; e anche il papa sulle prime si mostrò incline a prestare aiuto alle martoriate popolazioni sovietiche, specie quando venne a sapere che le vittime ammontavano già a milioni. L’ambasciatore italiano a Mosca Bernardo Attolico apprese da monsignor Neveu, missionario in Russia, che il pontefice era propenso a mandare soccorsi nell’URSS, ma che ne fu da lui scoraggiato21. Così, per ragioni di opportunità politica, anche la Santa Sede finì per abbandonare qualsiasi progetto globale d’intervento umanitario nell’URSS, limitandosi ad aiuti limitati tramite le associazioni caritative tedesche. Ma non rinunciò a parlare sui propri organi di stampa della tragedia in atto nel mondo sovietico. Ad esempio, dopo che d’Herbigny gli ebbe fornito ulteriori ragguagli sull'imperversare della fame, il pontefice consentì la pubblicazione di un articolo, duro sin nel titolo (Sotto il giogo bolscevico: l’Ucraina nel terrore), apparso il 7 luglio 1933 nell’«Osservatore romano» con l’approvazione anche dal segretario di Stato Eugenio Pacelli (il futuro Pio XII), pur fautore di un atteggiamento cauto sulla questione dei soccorsi agli affamati22. Comunque, alla fine dell’anno il combattivo d’Herbigny fu inviato in Francia e, in tal modo, emarginato di fatto dalla guida della commissione Pro Russia (dalla quale verrà formalmente destituito mesi dopo).

Se il governo comunista di Mosca riuscì negli anni Trenta, grazie al silenzio delle diplomazie straniere, ad occultare la spaventevole tragedia della carestia, assai più agevole fu il suo compito negli anni della «guerra antifascista» e soprattutto nel periodo postbellico. Scarso peso ebbero, come si è già detto, le poche voci dei corrispondenti stranieri che denunciarono la morte per fame di milioni di agricoltori in Ucraina e in altre regioni dell’URSS. Ancor meno fu l’impatto sull’opinione pubblica occidentale di quanti - in verità non molti - vollero ricordare quel terribile misfatto di Stalin dopo il 1945, negli anni in cui l’Unione Sovietica era circonfusa dell’aureola della vittoria sulla Germania nazista ed esaltata come la salvatrice dell’umana civiltà. Le poderose macchine organizzative dei maggiori partiti comunisti occidentali, che fungevano da grancassa della propaganda sovietica, impedirono l’affiorare della verità. Tipica è, a questo riguardo, la furibonda guerra condotta dai comunisti francesi e italiani contro Viktor Andrijovič (Andreevič) Kravčenko (Kravchenko nella traslitterazione anglo-americana, con la quale è meglio noto).

All’inizio dell’aprile 1944 un membro della missione commerciale sovietica a Washington chiese asilo politico al governo americano, e denunciò poi in un’intervista al «New York Times» il regime comunista dell’URSS. Due anni dopo uscì il suo grosso libro di memorie I Chose Freedom, tradotto in francese nel 1947 e in italiano nel 1948. Ne era autore per l’appunto Kravchenko il quale, dopo aver rievocato l’infanzia in Ucraina e l’ambiente familiare (era nato nel 1905, e il padre aveva partecipato alla prima rivoluzione russa), raccontava le sue molteplici esperienze vissute nell’URSS: il lavoro come semplice operaio, il servizio militare nell’armata rossa, l’adesione al partito bolscevico, l’esperienza di studente lavoratore, l’impegno in fabbrica come ingegnere, le vessazioni subite nel 1937, lo scoppio della seconda guerra mondiale. Kravchenko parlava anche della sua attività politica nelle campagne ucraine all’epoca della collettivizzazione e della carestia. Il suo libro era insomma ben più di un resoconto memorialistico; era un onesto e vivido affresco della società sovietica, urbana e rurale, negli anni ’20 e ’30: un’opera che ancor oggi dovrebbe essere una lettura obbligata per quanti vogliono conoscere quel mondo, un’opera che possiamo considerare la miglior introduzione alla storia dell’URSS tra le due guerre.

Che cosa diceva Kravchenko, basandosi sui suoi ricordi di attivista bolscevico, della grande fame del 1932-1933? Egli raccontava dapprima gli orrori della collettivizzazione, per poi descrivere la situazione dei villaggi ucraini dove egli era stato inviato dal partito assieme ad altri giovani compagni. Ecco cosa egli apprese dalla padrona di casa dell’isba dove fu alloggiato:

 

«Non vi parlerò dei morti, perché sono sicura che la sapete lunga anche voi a questo proposito; ma quelli che sono quasi morti, sono ancor più da compiangere. Vi sono, a Petrovo, centinaia di persone sfinite dalla fame e ne muoiono non so quante ogni giorno. Certuni sono così deboli che non riescono nemmeno più a uscire di casa... Ogni tanto un carro percorre il paese e raccoglie i cadaveri. Abbiamo divorato tutto quello che ci capitava per le mani: gatti, cani, topi, uccelli. Domattina, quando farà giorno, vedrete che gli alberi non hanno più corteccia; abbiamo mangiato anche quella. Abbiamo divorato persino il letame dei cavalli...».

Senza dubbio, dovevo avere un’espressione incredula, perché ella si affrettò a riprendere: «Sicuro, il letame dei cavalli. Capirete, a volte ci si trovan dentro persino dei chicchi di grano intieri».

 

Girando in quel villaggio stremato dalla fame, si vedeva la gente morire «lentamente, orribilmente, nella solitudine più completa e senza neppure avere la consolazione di sacrificarsi per una grande causa»:

 

Lo spettacolo più pauroso era quello dei bambini, con le membra di una magrezza scheletrica, e i ventri enfiati e grossi come palloni. La fame aveva cancellato dai loro piccoli visi ogni traccia di gioventù; solamente i loro occhi conservavano ancora qualcosa dell’ingenuità infantile. Dappertutto, nelle vie del villaggio, urtavamo contro uomini e donne che giacevano immobili, il corpo e il viso atrocemente segnati dalla fame, lo sguardo vuoto...

 

Eppure, a una certa distanza dal villaggio era situata una fabbrica di burro, al cui interno si vedevano «pani di burro che venivano tagliati per essere avvolti in fogli di carta sui quali si poteva leggere la seguente iscrizione, in inglese: URSS BUTTER EXPORT». Il direttore confessò di non poter dare ai contadini, che ne facevano richiesta, neppure una minima quantità di latte, dovendo adempiere gli obblighi del piano produttivo.

Quando Kravchenko riferì delle cose viste al segretario regionale del partito, si sentì rispondere che anche a lui il cuore sanguinava per le sofferenze dei contadini, ma che non si poteva agire diversamente:

 

«Tu sei un futuro ingegnere, mi è stato detto, e un buon lavoratore del partito, ma non sono sicuro che tu comprenda bene ciò che sta succedendo. Una lotta senza pietà, una lotta a morte, si scatena in questo momento tra il Governo e i contadini. L’anno testé terminato ci ha permesso di dare la misura della nostra forza. È stata necessaria una carestia per far comprendere ai contadini chi comanda in questo paese. Il sistema delle colture collettive è costato milioni di vite, ma è ora solidamente radicato. Noi abbiamo vinto la guerra»23.

 

Dai brani appena citati è facile arguire perché il libro abbia fatto a suo tempo tanto scalpore; ma, per la medesima ragione, esso suscitò anche la furibonda reazione dei comunisti là dove, come l’Italia e la Francia, essi vantavano un seguito di massa e un formidabile apparato di propaganda. In entrambe le nazioni la violenta campagna diffamatoria contro Kravchenko approdò in tribunale, pur concludendosi in una maniera che deluse i gendarmi italo-francesi di Stalin. Nel 1949 ci fu a Parigi un memorabile processo, in cui comparvero come testimoni non solo molti burattini scelti dal Cremlino, ma anche qualche nobile martire politico, come la tedesca Margarete Buber-Neumann, che aveva languito nelle prigioni sia di Hitler che di Stalin, e la cui deposizione fu l’episodio più toccante del dibattimento. Il settimanale comunista «Les Lettres Françaises» - che aveva accusato Kravchenko di esser al soldo dei servizi segreti statunitensi, ai quali era da attribuire la fabbricazione del libro - si vide condannare a pene pecuniarie. Neppure il partito di Togliatti riuscì a impedire la circolazione e la vendita del libro24.

Ma un effetto la campagna orchestrata dai comunisti occidentali l’ebbe nel lungo periodo. L’etichetta di servo dell’imperialismo occidentale impedì che Kravchenko venisse letto e conosciuto dall’intellighenzia benpensante, succube della propaganda sovietica in occidente. La circostanziata denuncia del dissidente, bollato come denigratore dell’URSS e del socialismo, trovò udienza solo nel pubblico di tendenze conservatrici (destino peraltro simile a quello di comunisti eretici, come Trockij, le cui opere furono a lungo ostracizzate dalla sinistra ufficiale e pubblicate da case editrici «borghesi» o per iniziativa di gruppuscoli rivoluzionari). Fin quasi al crollo dell’URSS, i misfatti descritti da Kravchenko furono giudicati dall'intellighenzia influente nell’Europa occidentale alla stregua di pure invenzioni o di inverosimili esagerazioni. Dopo il rapporto segreto letto da Chruščëv al XX congresso del PCUS, nel febbraio 1956, la sinistra ufficiale si infervorò e si commosse per il Grande Terrore degli anni ’30 (ormai ammesso dai signori del Cremlino), ma seguitò a ignorare la morte per inedia di milioni di contadini (evento negato anche dai successori di Stalin).

Per molti lustri furono le comunità ucraine all’estero, e in special modo quelle più danarose residenti negli USA, a tener viva la memoria della grande fame del 1932-1933, raccogliendo testimonianze e cercando - senza troppo successo - d’informare l’opinione pubblica. Gli storici, invece, si interessarono poco o punto degli aspetti più orrifici della collettivizzazione, limitandosi tutt’al più a menzionare le violenze e le deportazioni che accompagnarono l’«edificazione del socialismo» nelle campagne sovietiche.

Avanti di chiudere questa mesta rassegna dei riusciti tentativi di occultare e negare la verità, converrà ricordare la solitaria battaglia di un intellettuale il quale, per primo, osò parlare di genocidio. Raphael Lemkin (1900-1959) proveniva da una famiglia ebraica della regione di Grodno, che oggi fa parte della Bielorussia e che era stata una provincia dell’impero russo prima di passare alla Polonia dopo la grande guerra. Compì gli studi universitari a Leopoli, dove frequentò la facoltà di giurisprudenza, interessandosi in special modo di diritto penale internazionale e indagando, tra l’altro, sul massacro degli armeni durante la prima guerra mondiale. Dopo l’invasione tedesca della Polonia, migrò in vari paesi per approdare infine negli Stati Uniti. Qui scrisse una circostanziata denuncia dei crimini della Germania nazista nei paesi europei da essa occupati. Fu lui, durante la guerra, ad usare per primo il termine «genocidio», che entrò poi a far parte del lessico ufficiale delle Nazioni Unite. Finita la guerra e sconfitto il nazismo, Lemkin concentrò la sua attenzione sulla politica espansionistica e oppressiva dell’Unione Sovietica nell’Europa orientale, ravvisandovi una deliberata volontà di cancellare le tradizioni nazionali e l’identità di quei popoli. Entrato in contatto con la comunità ucraina degli Stati Uniti, accettò nel 1953 l’invito a commemorare a New York la grande fame di vent’anni prima. In quell’occasione pronunciò un intervento di chiara e netta denuncia delle responsabilità del governo di Mosca. Il suo Soviet Genocide in Ukraine inseriva la distruzione della nazione ucraina nel più ampio programma di russificazione, perseguito con tenacia dal regime comunista in continuità con la brutale politica dell’impero zarista. Il genocidio ucraino non era che la logica prosecuzione, su scala più ampia, della guerra contro le minoranze nazionali (i tatari di Crimea o gli ebrei) condotta, prima del 1917, dal regime zarista. Il caso ucraino faceva parte di un più ampio progetto criminoso: «È parte essenziale del programma sovietico di espansione, perché offre un modo rapido di trasformare in unità la diversità delle culture e delle nazioni che costituiscono l’impero sovietico». Vi erano, senza dubbio, differenze tra l’olocausto, mirante al totale annientamento fisico degli ebrei, e l’attacco alla nazione ucraina, volto all’assorbimento di quest’ultima nella nazione sovietica:

 

Eppure, se il programma sovietico ha completo successo, se l’intellighenzia, i preti e i contadini possono esser eliminati, l’Ucraina sarà morta come se ogni ucraino venisse ucciso, perché avrà perduto quella parte di se che ha custodito e sviluppato la sua cultura, le sue credenze, le sue idee comuni, le quali l’hanno guidata e le hanno dato un’anima e, insomma, ne hanno fatto una nazione anziché una massa di gente25.

 

Quella di Lemkin rimase a lungo la voce solitaria di chi grida nel deserto.

Note di Capitolo primo

 

1      V. GROSSMAN, Tutto scorre. Romanzo, trad. di Pietro Zveteremich, Mondadori, Milano 1971. Le citazioni saranno tratte da questa edizione. Segnalo comunque un’altra pregevole traduzione italiana, curata da Gigliola Venturi e apparsa nel 1987 per i tipi di Adelphi

2      Sull’opera di disinformazione di Duranty e sui coraggiosi tentativi di smascherarla, si legga la Presentazione di Federigo Argentieri a R. CONQUEST, Raccolto di dolore. Collettivizzazione sovietica e carestia terroristica, tr. it., Liberal edizioni, Roma 2004.

3      The Foreign Office and the Famine. British Documents on Ukraine and the Great Famine of 1932-1933, Edited by Marco Carynnyk, Lubomyr Y. Luciuk and Bohdan S. Kordan, With a Foreword by Michael R. Marrus, The Limestone Press, Kingstone, Ontario - Vestal, New York 1988, p. XXXII.

4      S.J. TAYLOR, A Blanket of Silence: The Response of the Western Press Corps in Moscow to the Ukraine Famine of 1932-33, nel volume Famine-Genocide in Ukraine, 1932-1933: Western Archives, Testimonies and New Research, Edited by Wsevolod W. Isajiw, The Basilian Press, Toronto 2003, pp. 79-82.

5      Su Jones, e sulla sua denuncia della carestia in Ucraina, ricordo che è ora uscita una documentata monografia: R. GAMACHE, Gareth Jones: Eyewitness to the Holodomor, Welsh Academic Press, Cardiff 2013.

6      Gli articoli di Lang sono stati pubblicati da Roman Serbyn in traduzione inglese, con un’ampia notizia storica, in «Holodomor Studies», Vol. 2, No. 2, Summer-Autumn 2010, pp. 203-248.

7      Cit. in The Foreign Office and the Famine, cit, p. XXXI.

8      Ne fu presto approntata una traduzione italiana: W. H. CHAMBERLIN, L’età del ferro della Russia, Einaudi, Torino 1937.

9      Ivi, pp. 67-68.

10     La traduzione italiana apparve qualche anno dopo: W. H. CHAMBERLIN, Storia della rivoluzione russa, 2 voll. Einaudi, Torino 1941 (e successive edizioni).

11     The Foreign Office and the Faminecit., p. 322.

12     R. SERBYN, The Great Famine of 1933 and the Ukrainian Lobby at the League of Nations and the International Red-Cross, «Holodomor Studies», Vol. 1, N°. 1, Winter-Spring 2009, p. 115.

13     C. BREUER, Die 'Russische Sektion' in Riga. Amerikanische diplomatische Berichterstattung über die Sowjetunion, 1922-1933/40, Franz Steiner Verlag, Stuttgart 1995, pp. 209-210.

14     Lettere da Kharkov. La carestia in Ucraina e nel Caucaso del Nord nei rapporti dei diplomatici italiani, 1932-33, a cura di Andrea Graziosi, Einaudi, Torino 1991. Ne è da poco uscita un’edizione francese con una nuova introduzione del curatore: Lettres de Kharkov. La famine en Ukraine, 1932-1933, Textes réunis et présentés par Andrea Graziosi avec la collaboration d’Iryna Dmytrychyn, Préface de Nicolas Werth, Les Editions Noir sur Blanc, Lausanne 2013.

15     O. SUBTELNY, German Diplomatic Reports on the Famine of 1933, nel volume cit. Famine-Genocide in Ukraine, 1932-1933, pp. 18-21.

16     JA. V. KOSHIW, The 1932-33 Famine in the British Government Archives, nel volume cit. Famine-Genocide in Ukraine, 1932-1933, pp. 52-59.

17     The Foreign Office and the Famine, cit. p. 194. Si veda anche l’edizione curata da Tony J. Kuz: A. CAIRNS, The Soviet Famine 1932-33: An Eye-Witness Account of Conditions in the Spring and Summer of 1932, Edited by Tony Kuz, University of Alberta, Edmonton (Alberta) 1989.

18     A. BASCIANI, La Romania e la grande carestia del 1932-1933, «Mondo contemporaneo», n. 2-2009, pp. 103-110. Del medesimo autore si veda anche il più recente From Collectivization to the Great famine: Eywitness Statements on the Holodomor by Refugees from the Ukrainian SSR, 1930-1933, «Holodomor Studies», Vol. 3, N°. 1 (Winter- Spring 2011, pp. 1-27). Sulla Romania nel Novecento, rinvio a un’eccellente sintesi: F. GUIDA, Romania, Edizioni Unicopli, Milano 2005.

19     B. M. PATENAUDE, The Big Show in Bololand. The American Relief Expedition to Soviet Russia in the Famine of 1921, Stanford University Press, Stanford, 2002.

20     Si veda lo studio di Giorgio Petracchi La missione pontificia di soccorso alla Russia, 1921-1923, nel volume Santa Sede e Russia da Leone XIII a Pio XI, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2002, pp. 122-180.

21     The Holy See and the Holodomor. Documents from the Vatican Secret Archives on the Great Famine of 1932-1933 in Soviet Ukraine, Edited by Athanasius D. McVay and Lubomyr Y. Luciuk, Afterword by Laura Pettinaroli,The Kashtan Press, Kingston, 2011.

22     Ivi, pp. X, XXVI (nota 62) e 27-29.

23     V. KRAVCHENKO, Ho scelto la libertà, Longanesi, Milano 1948, pp. 210,219-220,226, 242-243.

24     G. KERN, The Kravchenko Case. One man's war on Stalin, Enigma Books, New York 2007; per una ricostruzione del processo parigino, si legga E. JAUDEL, L'Aveuglement. L’affaire Kravchenko, Michel Houdiard, Paris 2003; sulla primissima ricezione di Kravchenko in Italia, si veda R. MAFFEI, Quando Kravchenko scelse la libertà. I suoi articoli sul giornale italiano «La Patria» nel 1946, «Nuova Storia Contemporanea», anno XVIII, N° 1 (gennaio-febbraio 2014), pp. 89-115.

25     L’intervento Soviet Genocide in Ukraine si può leggere, preceduto da un puntuale commento di Roman Serbyn, all’inizio del primo numero della rivista scientifica dedicata alla tragedia ucraina del 1932-1933 («Holodomor Studies», Vol. 1, N°. 1, Winter- Spring 2009, pp. 1-8). Si veda ora il volumetto che, oltre ad un’introduzione storica di Douglas Irvin-Erickson, riproduce il dattiloscritto originale, il testo a stampa e una traduzione ucraina del discorso di Lemkin: R. LEMKIN, Soviet Genocide in the Ukraine, Kashtan Press, Kingston, Ontario, 2014.

Capitolo secondo

L’irruzione della verità

 

Il romanzo di Vasilij Grossman rimase a lungo la sola narrazione dettagliata della grande fame che si abbatté sui villaggi ucraini nel 1932-1933, se si eccettuano i materiali pubblicistici e memorialistici, editi dalla diaspora ucraina e ignorati sia dal grande pubblico sia dagli studiosi. Se proviamo infatti a dare uno sguardo alla letteratura storica sulla collettivizzazione, non troviamo precisi ragguagli e notizie sulla terribile carestia e sulla sua diffusione nei diversi territori dell’URSS, sulle cause che la provocarono, sull’atteggiamento allora tenuto dai governanti comunisti. Non parlo della storiografia sovietica, che non poteva esprimersi liberamente su una così drammatica materia per tema di offuscare l’immagine ufficiale dell’edificazione del socialismo negli anni Trenta. Ad essa fu tutt’al più consentito, per qualche lustro, di ricordare il «culto della personalità» e i crimini commessi da Stalin contro il partito bolscevico, ma non di soffermarsi sulla morte per inedia di milioni di agricoltori.

Non accennerò neanche alla sovietologia fiorita in Italia all’ombra delle Botteghe Oscure, negli anni dell’«eurocomunismo», e attenta a dosare con il metro politico le critiche al sistema sovietico. Malgrado la fama di cui ha a lungo goduto, in patria e ancor più all’estero, da essa non venne, né poteva venire, nessuna seria e profonda indagine sulla vera natura e sugli spaventosi orrori del comunismo sovietico. Tuttavia, quel che appare assai più stupefacente è la visione edulcorata della storia dell’URSS, propagandata da molti accademici occidentali, specie negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, in paesi cioè in cui la sinistra prosovietica non aveva mai esercitato una reale egemonia culturale. Eppure, negli anni Settanta e Ottanta quella storiografia (ammiratissima dai comunisti italiani) dettò legge nelle più prestigiose università americane e inglesi, dove contarono assai meno quei pochi studiosi che osservavano con occhi disincantati e critici il mondo sovietico.

Respingendo con sdegno la categoria di «totalitarismo» (applicata al comunismo sovietico dagli studiosi «anticomunisti»), i sovietologi amici dell’URSS si sforzavano di mostrare la complessiva razionalità e positività della storia sovietica. Loro nume tutelare e idolo era il celebre accademico di Cambridge Edward H. Carr (morto novantenne nel 1982), del quale essi accettavano l’approccio ideologico senza, ahimè, possederne la solidissima erudizione. Il suo nome è da tutti conosciuto per la monumentale A History of Soviet Russia (tradotta in molte lingue, tra cui l’italiano). Carr l’abbiamo già incontrato, ricordando il suo marmoreo atteggiamento verso la «presunta carestia» in Ucraina. Anch’egli, in verità, era stato a lungo un tipico conservatore britannico, scettico avversario del socialismo, del marxismo e di qualsiasi utopia sociale. Scrisse anche, nel 1934, una biografia di Marx e tre anni dopo un’altra dedicata a Bakunin. Diplomatico di formazione, era incline a venerare i rapporti di forza e a rispettare i vincitori. Così, man mano che il regime comunista si consolidava all’interno e l’URSS acquistava prestigio sulla scena internazionale, Carr si trasformava in ammiratore del sistema sovietico. L’amore autentico sbocciò nel corso della seconda guerra mondiale quando, nelle vesti di vice direttore del «Times», l’ex diplomatico cantò le lodi della potenza militare e dei successi delle armate di Stalin. Nel dopoguerra, dal 1950 al 1978, si dedicò alla stesura di un gigantesco affresco del primo decennio dell’URSS: un’opera colossale, documentatissima ed erudita, ma basata su una visione trionfalistica della storia in generale e di quella sovietica in particolare.

Poco prima di morire, intervistato da una rivista della sinistra britannica, Carr espose la sua interpretazione complessiva del ruolo storico del comunismo sovietico. Egli asserì che, a furia di ricordare le pagine buie della storia dell’URSS, si perdevano di vista le «immense realizzazioni» della rivoluzione bolscevica, la quale aveva «trasformato la Russia in un grande paese industriale e in una delle superpotenze mondiali». Quella rivoluzione «assieme alla guerra del 1914-1918, segnò l’inizio della fine del sistema capitalistico», anche se forse «la rivoluzione mondiale, della quale essa è stata la prima fase e che porterà a compimento il crollo del capitalismo, risulterà consistere nella rivolta dei popoli coloniali contro il capitalismo (nella sua forma imperialistica), piuttosto che nella rivolta del proletariato dei paesi capitalistici avanzati». Allo storico di Cambridge, fervente ammiratore del sistema sovietico, davano fastidio persino le timide e goffe critiche all’URSS dell’eurocomunismo, reo - a suo dire - di «saltare sul carro antisovietico»: «è senza dubbio un movimento nato morto», la cui «vacuità» programmatica comproverebbe «la bancarotta dei partiti comunisti occidentali»1.

Ispirandosi, in un modo o nell’altro, all’insegnamento di Carr, molti storici anglofoni delle due sponde dell’oceano negli anni Settanta e Ottanta si diedero a studiare la storia dell’URSS con la dichiarata volontà di battere in breccia le interpretazioni «anticomuniste» e «antisovietiche», fino allora prevalenti. Per questa ragione essi furono chiamati «revisionisti», con un termine buono per tutti gli usi e privo, quindi, di qualsiasi valore euristico. A differenza di Carr, tuttavia, alcuni di loro mostrarono simpatia per l’eurocomunismo, e in special modo per il partito di Berlinguer, ravvisando nel suo atteggiamento la giusta compenetrazione di dissenso e consenso verso il mondo sovietico. Di statura intellettuale nettamente inferiore a quella di Carr, molti di loro agirono con faciloneria, contribuendo a intorbidare un campo di studi nel quale, prima dell’apertura degli archivi, occorrevano scaltrezza critica ed elevata moralità d’intenti. Numerosi e attivissimi, quegli uomini e quelle donne - si stenta a crederlo - ottennero brillanti successi accademici in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, insediandosi nelle più famose università e impadronendosi delle più influenti riviste scientifiche. Vien fatto di concludere, osservando quel malcostume intellettuale attecchito in paesi d’antica democrazia, che gli italiani hanno da consolarsi delle degenerazioni culturali prodotte in casa propria dalla presenza del maggior partito comunista del mondo occidentale.

Persino dopo la pubblicazione, nel 1986, del libro dirompente di Robert Conquest sulla collettivizzazione e sulla carestia (del quale parleremo), l’interpretazione dominante in occidente per qualche anno non si discostò dalla versione melensa e agiografica della storiografia ufficiale sovietica. Non val la pena fare l’elenco di tutte le pubblicazioni sull’argomento, uscite in quegli anni. Basterà ricordarne un paio, emblematiche dell’approccio «revisionistico» a quella tragedia. Nel 1988, quando nell’URSS di Gorbačëv già si avvertivano i primi segni del rinnovamento storiografico, un accademico del Michigan volle curare la ristampa del lungo resoconto, che il giornalista americano d’origine russa Maurice Hindus (1891-1969) - tornato nel villaggio natio nel 1929 e nel 1930 - fece nel 1931 dei suoi viaggi nella campagna sovietica durante la prima fase della collettivizzazione2. Il curatore giudicava una fonte di prima mano quella che, invece, era solo una testimonianza ingenua e datata, tutt’al più utile quale ulteriore tassello per la ricostruzione del multiforme e ramificato mito dell’URSS. Nel momento in cui cominciavano a vedere la luce documenti inediti e innovative ricostruzioni storiche, le parole di Hindus servivano a riesumare l’antica visione celebrativa della collettivizzazione:

 

In effetti, se si fossero usati solo metodi pacifici e si fosse osservato fedelmente il principio della scelta volontaria, ci sarebbe voluto un decennio o più per portare il colcos all’attuale fase di sviluppo; ma il tempo era prezioso. La città era minacciata dalla fame. Si sarebbe potuto evitare una crisi solo accettando la politica dell’opposizione di destra, la quale consigliava il compromesso con le aziende private. Ma una volta accantonata tale politica, s’imponeva un’azione immediata e drastica. Nella rivoluzione, come in guerra, ciò che conta è l’obiettivo, non il prezzo, sia esso in denaro o in sangue3.

 

Chi più di tutti, negli anni Ottanta, impersonò in modo acritico l’approccio revisionistico allo studio della collettivizzazione, fu l’americana Lynne Viola. Il suo libro dedicato ai cosiddetti Venticinquemila - cioè agli oltre ventisettemila operai che il partito bolscevico decise, nel novembre 1929, d’inviare nelle campagne a guidare la collettivizzazione - ricostruiva quella vessatoria campagna di colonizzazione politico-sociale con gli occhi dei bravacci comunisti. L’intento dichiarato era quello di «far rivivere la mentalità dell’epoca». Come? «Le immense sofferenze provocate dalla collettivizzazione, la carestia del 1932-33 e l’onnipresente terrore della fine degli anni Trenta sono valsi, comprensibilmente, a offuscare il ricordo dell’ottimismo, dell’eccitazione e della militanza rivoluzionaria durante la rivoluzione del primo piano quinquennale». La Viola si immedesimava pertanto nei militanti bolscevichi dell’epoca, le cui gesta «rivoluzionarie» erano narrate con simpatia e ammirazione. Quanto ai contadini, essi non potevano che restare dietro le quinte della scena storica, soggetti passivi di eventi più grandi di loro e agenti involontari della conservazione economica e sociale:

 

La collettivizzazione fu, tra le altre cose, una guerra contro l’arretratezza. L’arretratezza culturale e tecnologica delle campagne rappresentava una minaccia più reale e più seria di tutti gli uomini della NEP, dei kulaki e degli avversari di classe messi insieme. Il paesaggio rurale era in gran parte caratterizzato dalla miseria, dall’ignoranza e da una cronica predisposizione a periodiche carestie. Inoltre, la campagna soffriva di un’endemica “penuria di merci”, non meno che di una “penuria di uomini” o mancanza di quadri esperti e di specialisti nel settore rurale. Durante gli anni della collettivizzazione, lo Stato preparò centinaia di migliaia di agricoltori delle fattorie collettive e inondò le campagne di attrezzature e forniture agricole per milioni di rubli, nel tentativo di creare la base culturale e tecnologica necessaria per tenere il passo con la sovrastruttura della collettivizzazione, che marciava a tutta velocità. Tuttavia, com’era avvenuto tante volte nella storia sovietica, la sovrastruttura si distanziò troppo dalla sua base nella collettivizzazione dell’agricoltura4.

 

La misura era colma. Una tale sottomissione alle fonti ufficiali del periodo staliniano e brezneviano non poteva rimanere impunita. Il rumoroso elogio tributatole dai custodi della nuova ortodossia (da Sheila Fitzpatrick a Ronald Grigor Suny) non valse a salvare Lynne Viola dalle critiche degli studiosi che sapevano distinguere tra indagine storica e concione politica. Ricordo, tra le migliori recensioni, quella dello storico tedesco Stephan Merl, il quale così concludeva la sua minuziosa e severa analisi del libro:

 

Le interpretazioni della Viola rivelano una scarsa comprensione della situazione da lei descritta. Esse sono segnate dall’accettazione acritica di quel che viene detto nelle fonti e delle tesi di una storiografia sovietica che, con la politica della glasnost’ [trasparenza], è oggi ridotta alla difensiva. Tanto più sbigottisce il fatto che la Viola, protetta da Sheila Fitzpatrick, negli USA venga sempre più innalzata al rango d’esperta del villaggio sovietico5.

 

Finanche la revisionistica «Slavic Review» ospitò un intervento di Mark von Hagen, misurato nei toni ma alquanto critico nella sostanza. Nella recensione troviamo pure un fugace accenno a Raccolto di dolore di Conquest: «Le sofferenze dei contadini e la loro resistenza alle brutali razzie bolsceviche ci sono note dall’appassionata, benché spesso tendenziosa, storia di Robert Conquest The Harvest of Sorrow»6.

Quest’ultima sconfessione delle spavalde tesi della Viola fu, forse, un effetto sia della critica demolitrice di Merl, apparsa pochi mesi prima, sia anche del micidiale affondo vibrato da Vladimir Brovkin (uno studioso emigrato dall’URSS) in un articolo che metteva alla gogna l’intera scuola revisionistica, palesemente anacronistica dopo l’avvio della perestrojka nell’URSS di Gorbačëv7:

 

Ciò che mi dà più fastidio nel libro della Viola è il fatto che essa non ha elaborato un suo proprio impianto analitico, ma si è basata su concetti sovietici e stalinistici quali alleanza degli operai e dei contadini, dittatura del proletariato, eredità eroica, trasformazione socialista delle campagne, entusiasmo delle masse, e molti altri. La Viola non si è liberata dalle fonti e dalla concettualizzazione sovietica. Il suo libro consiste nel trasferimento d’interpretazioni stalinistiche e neostalinistiche nella storiografia occidentale. Questo è in realtà il revisionismo.

 

Infuriata per l’oltraggio subìto, la Viola prese carta e penna e scrisse una lettera risentita al direttore di «Soviet Studies», rivelando che la recensione di Brovkin era stata respinta da un’altra rivista (l’ortodossa «The Russian Review»). La missiva conteneva altresì un iroso monito a chi aveva osato ospitare il villano contributo:

 

Visto il carattere disinformato e diffamatorio della recensione, «Soviet Studies» dovrebbe fare più attenzione nel pubblicare recensioni non commissionate (una prassi, questa, che non è seguita dalla maggior parte delle riviste scientifiche), per evitare che la rivista venga a trovarsi al centro di faide personali, professionali o politiche, com’è il caso attuale. Spero che la pubblicazione, da parte Sua, dell’articolo-recensione del signor Brovkin (non commissionato e già una volta respinto) non precluda la recensione del mio libro da parte di uno dei regolari collaboratori di «Soviet Studies».

 

Forse la signora, a furia di leggere le fonti del periodo staliniano e di bazzicare l’URSS di Breznev, si era illusa che anche in Gran Bretagna vigessero usi e costumi sovietici. Grande dovette essere il suo disappunto nel leggere la ferma e pacata risposta del direttore di «Soviet Studies» il quale, dopo aver ribadito la legittimità delle scelte editoriali della rivista, le rammentò il principio della libertà della critica scientifica8.

Tutti si aspetterebbero che una ricercatrice, incappata in simili infortuni scientifici, venisse emarginata dalla comunità scientifica dopo il grande rinnovamento degli studi di sovietologia, che rese anacronistiche le mitologie neostalinistiche. Niente di tutto ciò. Al pari di tanti altri crociati del «revisionismo», la Viola fu lesta nel cambiar casacca: gettato via il giubbotto di pelle del commissario bolscevico, essa indossò i più umili panni della gente di campagna, dedicandosi allo studio della resistenza contadina a Stalin. Anche i lettori italiani, che di lei e dei suoi trascorsi politico-culturali sanno poco, conoscono il suo libro sull’opposizione dei mugichi alla collettivizzazione9. Dopo il crollo del regime comunista nell’URSS, la Viola divenne un’accademica omaggiata sia in occidente che in Russia: grazie al prestigio della sua università, essa ha promosso e coordinato imponenti progetti di ricerca e poderose pubblicazioni di fonti sulla collettivizzazione.

Fu in un così desolato panorama intellettuale che, nel 1986, cadde inatteso il libro di Robert Conquest The Harvest of Sorrow. L’opera, caldeggiata dalle comunità ucraine negli USA, rispondeva ad un bisogno di conoscenza, che stava ormai investendo anche il congresso e il governo statunitensi. In quegli anni nacque e operò una commissione, formata da parlamentari e studiosi, che si proponeva d'indagare sulla grande fame abbattutasi in Ucraina mezzo secolo prima. Quell’organismo molto dovette al generoso impegno di un giovane allievo americano di Conquest, James Mace, il quale aveva deciso di dedicarsi allo studio dell’Ucraina nel XX secolo e, in particolare, della tragedia del 1932-193310.

Raccolto di dolore fu dunque concepito al di fuori degli ambienti accademici ufficiali, anche se l’autore era uno dei più rinomati sovietologi dell’epoca, noto in special modo per i suoi studi sul Grande Terrore staliniano. Con quel libro, egli rompeva bruscamente il silenzio e l’omertà dei colleghi, i quali seguitavano a tacere sulle conseguenze più terrificanti della politica di collettivizzazione.

Preparato e dato alle stampe prima dell’apertura degli archivi sovietici, il volume si basava, oltre che sugli studi sovietici e occidentali sulla collettivizzazione, sulla documentazione allora disponibile: fonti ufficiali, memorialistica, resoconti diplomatici, servizi giornalistici, racconti di cittadini stranieri, testimonianze dell’epoca pervenute in occidente. La sola documentazione inedita allora accessibile, e consultata da Conquest, era l’archivio regionale di Smolensk, sequestrato dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale e custodito nell’università di Harvard. Ma ciò non impediva all’autore di ricostruire in maniera attendibile gli eventi che portarono alla «carestia terroristica» (terror-famine), com’egli chiamava lo sterminio per fame di milioni di agricoltori. Chiare erano le tesi principali del libro, che Conquest annunciava già nell’introduzione e che fungevano da trama di un’ampia e minuziosa narrazione. Nel 1929-1932 il partito comunista, guidato da Stalin, «sferrò un duplice attacco contro la classe contadina dell’intero paese: la dekulakizzazione e la collettivizzazione»:

 

Dekulakizzazione significò la soppressione o la deportazione nelle regioni artiche, insieme alle loro famiglie, di milioni di contadini, in teoria tutti quelli ricchi, in pratica tutti quelli più influenti e tutti coloro che con maggior vigore si opponevano ai piani del partito. Collettivizzazione significò l’abolizione della proprietà privata della terra e la concentrazione di tutti i contadini sopravvissuti in aziende agricole “collettive” poste sotto il controllo del partito. Queste due svolte provocarono la morte di milioni di persone, soprattutto fra quanti furono deportati, ma anche tra i contadini collettivizzati, in particolare in alcune regioni, come per esempio nel Kazachistan.

 

Alla prima fase della collettivizzazione ne seguì un’altra, dai tratti peculiari:

 

Successivamente, nel 1932-33 vi fu ciò che può essere definita come una “carestia terroristica”, inflitta ai contadini collettivizzati dell’Ucraina e del Kuban in gran parte ucraino (oltre alle regioni del Don e del Volga), attraverso l’imposizione di quote di ammasso del grano di gran lunga superiori alle possibilità reali, la requisizione totale di tutti i generi alimentari, e l’impedire che un aiuto esterno, perfino da altre regioni dell’URSS, raggiungesse le popolazioni affamate.

 

Questa seconda fase non solo provocò un numero di vittime più alto che negli anni precedenti. Essa «fu accompagnata da un attacco su vasta scala contro tutti i maggiori centri ed esponenti culturali e intellettuali ucraini, e contro le Chiese dell’Ucraina»:

 

La presunta renitenza dei contadini ucraini a consegnare del grano che non avevano venne esplicitamente addebitata al nazionalismo, il che ben si accordava con il detto di Stalin che il problema nazionale fosse essenzialmente un problema contadino. Il contadino ucraino venne così a soffrire doppiamente: in quanto contadino e in quanto ucraino.

 

Nella tragedia della collettivizzazione e della carestia vennero dunque a intrecciarsi «due elementi distinti, o almeno parzialmente distinti: la lotta del partito contro i contadini e quella contro il sentimento nazionale ucraino»11. Il messaggio era davvero sconvolgente e dirompente. E impressionante era il numero complessivo, calcolato da Conquest, delle vittime della deculachizzazione (raskulačivanie), della collettivizzazione forzata e della carestia: degli oltre 14 milioni di morti la metà circa (7 milioni) perse la vita durante la carestia del 1932-1933; solo in Ucraina perirono d’inedia cinque milioni di persone12.

Il libro di Conquest valse a lacerare il velo del silenzio sulle ecatombi umane della collettivizzazione e della carestia, tessuto dai signori del Cremlino e racconciato da molti dotti occidentali. Non mancarono recensioni malevole e tendenziose da parte di quanti non tolleravano che venisse offuscata l’immagine oleografica dell’URSS, dipinta dalla storiografia revisionistica. Ma i sovietologi più seri, pur minoritari, fecero sentire la loro voce e lodarono il macigno lanciato in mezzo allo stagno da Raccolto di dolore. Ricordo la pacata recensione scritta da Alec Nove il quale, pur esprimendo legittimamente qualche perplessità circa il numero delle vittime indicato da Conquest, riconobbe con onestà la novità e l’importanza del libro:

 

Nel 1933 un enorme crimine venne commesso nell’Unione Sovietica: milioni di contadini furono fatti morir di fame. È dunque appropriato parlare di «carestia terroristica». Si trattò di un evento unico nella storia universale. Naturalmente vi sono state molte carestie, e in tempo di guerra viene considerato del tutto legittimo imporre la morte per fame ai civili nemici in una città assediata; basti pensare alla tragedia di Leningrado nel 1941-42. Ma far morire di fame il proprio popolo, non compiere nessun tentativo di soccorso (impedendo di fatto che vengano inviati soccorsi), togliere la vita a milioni di contadini in nome del «governo degli operai e dei contadini» (negando risolutamente l’esistenza stessa della carestia), tutto ciò sicuramente non ha precedenti13.

 

Segnalando The Harvest of Sorrow su una prestigiosa rivista di studi ucraini, Vladimir Brovkin (che già conosciamo per la polemica con Lynne Viola) fu buon profeta nel vaticinare che «il tempo lavora contro i revisionisti»: «Se la perestrojka continua, possono venir fuori altri documenti a illustrazione di quanto già mostrato da Conquest»14. In effetti, il revisionismo storiografico fu messo in crisi, e poi spazzato via, dalle notizie sbalorditive e dai documenti esplosivi che giungevano dall’Unione Sovietica. Mentre, in occidente, tanti accademici puntellavano e riattavano l'ormai traballante mito dell’URSS, in Russia e in Ucraina gli storici e i giornalisti profittavano degli spiragli di libertà, apertisi dopo l’avvento di Gorbačëv, per ridurre in polvere le leggende di partito.

Il compito degli studiosi sovietici era assai difficile e spinoso, sia per la sempre incombente minaccia di una nuova svolta autoritaria (com’era accaduto in passato), sia anche per la censura interiore che impediva di appurare fatti atroci e quasi incredibili, che parevano fabbricati dalla propaganda occidentale. Il disgelo kruscioviano li aveva bensì abituati a guardare con occhi severi ai crimini commessi da Stalin contro il partito e agli altri eccessi degli anni Trenta, ma non li aveva liberati né dal mito di Lenin né dalla convinzione che quegli abusi e delitti fossero stati accompagnati dalla gloriosa edificazione del socialismo. Inoltre, la lunga censura li aveva privati della possibilità di conoscere i risultati delle indagini dei più seri storici occidentali (i cui libri, per mancanza di fondi, continuarono a scarseggiare nelle biblioteche dell’URSS anche dopo l’avvio della perestrojka). Ecco perché, per alcuni anni, clamorose scoperte e rivelazioni si alternarono a giudizi più cauti e tradizionali e finanche alla riproposizione delle interpretazioni canoniche. Quel periodo fu, comunque, uno dei più eccitanti e fecondi nella storia intellettuale del Novecento; e, in ogni caso, i protagonisti di quel dibattito si mostrarono, nello scrollarsi di dosso la pesante cappa ideologica, assai più onesti e coraggiosi di tanti loro colleghi occidentali i quali, in ben più agevoli condizioni politiche e finanziarie, seguitavano ottusamente ad accettare e a diffondere le vecchie mitologie.

La sanguinosa collettivizzazione e la micidiale carestia del 1932-1933, essendo fra i temi più scabrosi del periodo staliniano, non potevano non esser investite dal vento impetuoso della perestrojka. Il moto sorse dal basso, dalle richieste cioè dei comuni lettori, i quali inondavano di missive le redazioni dei giornali più combattivi, raccontando le loro esperienze degli anni ’30 o chiedendo lumi sulle ancor misteriose vicende della collettivizzazione. La studiosa italiana Maria Ferretti, richiamando l’attenzione su quelle missive e traducendone ampi stralci, così le ha commentate: «Sono lettere semplici, con la sintassi scarna di chi ha appena imparato e scrivere, con un vocabolario povero, che affida l’espressione dei sentimenti agli infiniti diminutivi di cui è ricca la lingua russa». Si tratta di testi abbastanza rari e per ciò stesso ancor più preziosi: «se sono rimaste moltissime testimonianze scritte del periodo del grande Terrore (diari, lettere), ne sono rimaste relativamente poche della situazione nelle campagne, poiché nella loro stragrande maggioranza le vittime, se pur sapevano scrivere, non avevano una cultura della lingua scritta».

All’inizio del 1988, dunque, a sollevare nell’URSS il problema della fame del 1932-1933 furono i lettori con le loro denunce e testimonianze. E, rammenta la Ferretti, assai prima che giornalisti e storici lo ammettessero apertamente, quelle umili missive furono concordi «nel sostenere che la fame del 1933 fu provocata dal governo staliniano», il quale usò la carestia come strumento di pressione per costringere i contadini ad entrare nelle fattorie collettive15.

Persino alla «Pravda» giunsero messaggi di lettori vogliosi di conoscere la verità; e fu proprio l’organo ufficiale del partito comunista che decise, un bel giorno, di far luce su una vicenda, intorno alla quale tutti - studiosi e cittadini comuni - cominciavano ad appassionarsi. Sul finire dell’estate 1988 apparvero due lunghi articoli sulla collettivizzazione, ciascuno dei quali occupava l’intera terza pagina del giornale16. Il primo era un’intervista con l’esperto di storia dell’agricoltura Viktor Petrovič Danilov, il quale ricostruiva minutamente, esaminando le diverse opzioni suggerite dai protagonisti dell’epoca, le vicende economiche e politiche che portarono alla decisione di dar l’assalto alle aziende contadine. Anche il secondo articolo si presentava sotto forma d’intervista, questa volta con un ricercatore dell’Istituto di marxismo-leninismo, il quale toccava la rovente questione della carestia e del numero complessivo delle vittime della collettivizzazione.

Trattandosi di materia spinosissima, quest’ultima parte della ricostruzione storica fu redatta sotto la supervisione del direttore dell’Istituto di marxismo-leninismo (il santuario culturale del PCUS). Cosa diceva dunque, su quell’immane tragedia, la nuova versione ufficiale del partito comunista (o, se si preferisce, l’interpretazione di Danilov avallata, in modo autorevole, dai custodi dell’ortodossia)? Non erano più taciute le gravi colpe di Stalin e dei suoi collaboratori nel provocare l’ecatombe per fame dei contadini sovietici. Quanto alle cifre della catastrofe demografica, il giudizio veniva sospeso:

 

È oltremodo difficile stabilire il numero delle persone perite in seguito alla carestia. Mancano ancora, per le ragioni già dette, indagini scientifiche degli storici e dei demografi sovietici. I sovietologi stranieri attribuiscono alla collettivizzazione integrale dell’agricoltura lo sterminio di tredici milioni di contadini, di cui sette milioni morti per la carestia. Tuttavia, queste cifre hanno sollevato critiche persino nella letteratura scientifica anglo- americana. È stato dimostrato, in modo abbastanza convincente, che dietro i calcoli sopra citati vi sono il ricorso a «fonti torbide», «interpretazioni niente affatto giustificate» e, soprattutto, la volontà di suscitare «sdegno» contro l’Unione Sovietica e contro il socialismo in generale. In base a più obiettive valutazioni dei dati statistici - contenute nei lavori degli storici Robert Davies e Stephen Wheatcroft e dei demografi Barbara Anderson e Bryan Silver - il numero delle vittime della carestia fu di tre-quattro milioni. Gli scienziati sociali sovietici devono ancora condurre un grande lavoro di ricerca per dir la loro.

 

Assieme alle richieste e alle pressioni dei lettori, anche il libro di Conquest indusse l’Istituto di marxismo-leninismo a violare il tabù della carestia, perpetuatosi per oltre mezzo secolo, e a dire qualcosa sull’entità del disastro demografico, di cui si mormorava senza avere dati certi. Nel 1986, cioè nel medesimo anno in cui vedeva la luce Raccolto di dolore, il secondo volume della monumentale Storia dei contadini sovietici si era limitato a dire (e ciò era già una novità) che nel 1932 la siccità causò un cattivo raccolto e che «in una serie di regioni dell’Ucraina, nonostante le misure adottate, non si riuscì ad evitare la carestia»17. La maggior circolazione delle notizie e delle idee, nel paese e negli ambienti scientifici, rendeva ormai intollerabile il silenzio sulla massima tragedia sociale dell’URSS. The Harvest of Sorrow, pur nella versione inglese, scosse e traumatizzò i ricercatori sovietici, increduli nel leggere quanto era costata la politica economico-sociale di Stalin e del partito.

Lo stesso Danilov, poco prima d’intervenire sulla «Pravda» nell’estate 1988, aveva recensito il libro di Conquest nella più prestigiosa rivista storica sovietica18. Lo aveva fatto utilizzando i materiali della stampa anglo-americana, inviatigli da Robert Davies e Stephen Wheatcroft, e unendosi agli storici revisionisti occidentali nel concludere che Raccolto di dolore era atto a «servire i bisogni politici dell’anticomunismo». Nello stesso tempo, però, Danilov aveva ammesso che, coi suoi tre milioni di morti, la carestia dei primi anni Trenta «fu il più orrendo crimine di Stalin». Comunque, nell’URSS le cose stavano cambiando sul serio: sia pure a distanza di un anno, Conquest poté rispondere per le rime, sulla medesima rivista, alle accuse di Danilov19.

A partire dal 1989, gli interventi scientifici sulla collettivizzazione e sulla carestia si moltiplicarono, fuoruscendo anche, in taluni casi, dai binari tracciati dalla «Pravda». Importante fu la pubblicazione di una raccolta di documenti sulla collettivizzazione, che abbandonava l’interpretazione agiografica di quell’evento e presentava ai lettori non pochi testi inediti20. Ricordo, tra gli altri lavori, un articolo di Il’ja Evgen’evič Zelenin il quale, basandosi sugli studi del grande demografo sovietico Boris Cezarevč Urlanis, parlava della perdita di quasi otto milioni di vite umane in tutta l’URSS dall’autunno 1932 al maggio 1933: di questi, tre o quattro sarebbero stati falcidiati dalla carestia21. Poco più di un anno dopo, sulla medesima rivista, Zelenin ritornò sull’argomento dichiarando apertamente, questa volta, di voler attingere ai lavori dei sovietologi occidentali (tra cui Conquest)22. Intanto venivano alla luce e cominciavano ad esser discussi anche i dati segretissimi del censimento generale del 1937, che mostravano con evidenza un pauroso calo demografico e i cui compilatori erano stati fucilati o deportati.

In Ucraina, allora parte integrante dell’impero sovietico, la ricerca della verità era resa più ardua dal carattere antirusso e «nazionalistico» che, inevitabilmente, avrebbe assunto un’indagine sulla carestia del 1932-1933. Ma non si trattava solo di censura imposta dall’alto; anche in questo caso, pesava non poco il lungo retaggio politico-culturale del vecchio regime che, occultando la verità, era riuscito a intorpidire le coscienze. Stanislav Vladyslavovyč Kul’čyc’kyj, il miglior conoscitore della storia economica dell’Ucraina novecentesca, ha rievocato la lunga battaglia interiore da lui combattuta per liberarsi dalle leggende e dagli stereotipi dominanti23. Proprio a lui dobbiamo i primi studi seri e documentati sulle conseguenze demografiche della carestia in Ucraina. Scrivendo nel 1989 per la più autorevole rivista sovietica di storia patria, egli ricostruì i tragici fatti accaduti nella sua terra all’inizio degli anni Trenta nel contesto della più generale storia dell’URSS, e indicò in 3.531.000 decessi la cifra più probabile (ancorché non definitiva) del disastro demografico dovuto alla collettivizzazione nella sola Ucraina24. In quello stesso anno uscì, a cura dell’Istituto di storia dell’Accademia delle scienze ucraina, un suo breve ma denso opuscolo d’indagine statistica, nel quale si attribuiva alla sola carestia del 1933 la perdita di non meno di tre milioni di vite umane in Ucraina25.

Nel 1990 vedeva infine la luce, a Kiev, il primo importante volume miscellaneo di studi e documenti sulla tragedia del 1932-1933, che era ormai al centro del dibattito nella stampa oltre che tra gli storici26.

Alla vigilia della dissoluzione dell’URSS, dunque, non si negava più che alcuni milioni di persone avessero perso la vita durante la grande carestia, causata dalla politica economica di Stalin. Nell’autunno 1990, rispondendo alla domanda di un lettore sulla carestia del 1932-1933 in Ucraina, la rivista ufficiale del comitato centrale del PCUS citò le indagini di Kul’čyc’kyj per sostenere che allora morirono d’inedia circa 4 milioni di persone27.

Poco prima che l’URSS crollasse e l’Ucraina proclamasse l’indipendenza, il mosaico della grande fame degli anni ’30 nelle campagne sovietiche cominciava ad apparire in tutta la sua crudezza. Era ormai chiaro che non di disastro naturale si era trattato, ma della diretta conseguenza della statalizzazione del settore agricolo. Molte tessere andavano però ritrovate e messe al loro posto, se si voleva dar risposta ai tanti interrogativi sorti durante le indagini. Incerto era il numero complessivo delle vittime, né si avevano ancora dettagli sui fatti svoltisi nelle singole regioni. Controversa rimaneva, soprattutto, la questione dei reali intenti dei capi comunisti dell’URSS al momento della carestia. L’avevano essi organizzata a bella posta per domare la resistenza dei contadini (secondo l’accusa lanciata nei giornali sovietici da alcuni testimoni dei fatti)? O addirittura (questa era la tesi della diaspora ucraina), la spaventosa moria del 1932-1934 era da considerarsi un genocidio perpetrato dai comunisti russi contro il popolo ucraino?

Molto lavoro restava ancora da fare, dopo il 1991, con l’apertura degli archivi centrali e locali. Tuttavia, sia in Russia sia in Ucraina l’esplorazione storica rischiava d’esser frenata, oltre che dallo smarrimento ideale e dalla confusione seguite al brusco mutamento politico, soprattutto dagli spaventosi disagi materiali patiti dagli studiosi di entrambi i paesi (nonché di tutte le repubbliche dell’ex Unione Sovietica). Bisogna dire che, in quel frangente, la comunità scientifica dell’occidente fu prodiga d’aiuti monetari (non sempre disinteressati) e contribuì al proseguimento della ricerca nell’ex URSS. Al rinnovamento degli studi gli occidentali allora contribuirono principalmente con i dollari e gli euro, finanziando indagini di ampio respiro e pubblicazioni di fonti, che non sarebbero stati possibili senza l’impegno, l’erudizione e l’acribia filologica dei ricercatori dell’ex Unione Sovietica.

In Ucraina la conquistata indipendenza diede la stura al ribollente sentimento nazionale, orientando vieppiù gli studi verso interpretazioni che avallavano la tesi del genocidio, voluto dai russi e attuato in collaborazione con i comunisti locali. All’inizio, più che le rigorose indagini scientifiche, abbondarono le dichiarazioni politiche e pubblicistiche di stampo nazionalistico, inevitabili e comprensibili dopo la lunga soggezione all’etnia granrussa. Ma non mancarono, già allora, alcuni meritori lavori di ricerca, come la ponderosa raccolta di documenti, patrocinata dall’Accademia delle scienze e uscita nel 1992 a cura di Kul’čyc’kyj e altri28. Il termine usato sempre più spesso da pubblicisti e storici fu, al posto del tradizionale holod (che significa sia fame sia carestia), il neologismo holodomor (moria o sterminio per fame), il quale - per la sua mortuaria pregnanza, evocatrice del genocidio - ha poi finito per soppiantare il primo.

Enorme e proficuo fu il lavoro d’indagine condotto dagli storici ucraini nel decennio che va dalla prima alla seconda commemorazione pubblica della tragedia del 1933. Intervenendo il 12 febbraio 2003 nella seduta solenne del parlamento ucraino (Verchovna rada), riunitosi per ricordare i settant’anni della carestia, Kul’čyc’kyj poté dire con legittima fierezza che «dal punto di vista del lavoro scientifico e di ricerca, questi dieci anni sono stati assai fruttuosi. Studiosi, archivisti, giornalisti, scrittori non hanno perso inutilmente il loro tempo»29. Le ricerche sono proseguite alacremente fino ai nostri giorni, come mostra il numero sterminato di articoli, libri e documenti pubblicati negli ultimi lustri. Oltre ad esplorare gli archivi centrali e regionali, oltre a studiare il fenomeno generale della carestia e a descriverne le manifestazioni nelle singole località, i ricercatori sono andati a cercare i sopravvissuti della tragedia e hanno registrato e pubblicato le loro testimonianze.

E gli studiosi russi? Qual è stato il loro contributo all’accertamento della verità dopo il crollo del regime comunista nell’URSS? Grande e positivo dev’esser considerato il lavoro di ricerca degli storici russi i quali, gettata via la greve cappa ideologica, hanno indagato liberamente in molte direzioni (occupandosi della collettivizzazione in tutta l’Unione Sovietica e in singole regioni, e curando l’edizione di voluminose e fondamentali raccolte di fonti). Non meno importante e proficua - per la luce che esse gettano sui reali obiettivi e intenti dei signori del Cremlino - è stata l’analisi delle carte segrete dei massimi gerarchi comunisti, molte delle quali sono state messe a disposizione dei lettori e della comunità scientifica.

Avrò modo di ricordare i nomi più illustri e i lavori più istruttivi dei ricercatori della Federazione russa. Adesso menziono almeno colui che dobbiamo annoverare tra i massimi esperti della collettivizzazione nell’URSS, Nikolaj Alekseevič Ivnickij. Nato e cresciuto in un villaggio al confine tra Russia e Ucraina, vide da bambino coi propri occhi gli orrori della carestia. Divenuto poi un ricercatore di fede comunista, volle occuparsi delle trasformazioni delle campagne sovietiche all’inizio degli anni ’30. Egli fu uno dei primi a poter lavorare, già nel periodo kruscioviano e brezneviano, negli archivi segreti del partito; cominciarono allora ad affiorargli i primi dubbi sui modi in cui era stata attuata la collettivizzazione. Ma fu solo dopo il crollo del regime comunista che poté utilizzare liberamente l’amplissimo materiale inedito, raccolto in tanti anni d’appassionate e indefesse ricerche.

Dovrò far cenno anche delle divergenze, sempre più profonde e aspre, sorte tra i membri delle due comunità scientifiche - l’ucraina e la russa - più attive nel far luce sulla tragedia della collettivizzazione. Purtroppo, le passioni nazionalistiche, da una parte e dall’altra, hanno ostacolato una più proficua collaborazione tra le due storiografie. La rinascita, negli ultimi anni, dello sciovinismo granrusso ha per certi versi inquinato anche la ricerca storica, offuscando il riconoscimento dei caratteri peculiari della tragedia ucraina rispetto a quella avvenuta in altri territori dell’URSS. D’altro canto, il pur legittimo sentimento patriottico degli ucraini è talora trasceso a forme e manifestazioni ingenue e irrazionali, anche nel campo degli studi.

Quel che, in ogni caso, dev’esser a tutti chiaro è l’inevitabile trasformazione del holodomor, dopo la riacquistata indipendenza da Mosca, in tragico simbolo dell’identità nazionale ucraina. Una tragedia di quelle proporzioni, che straziò orribilmente un intero popolo lasciando ricordi incancellabili, non può non esser parte integrante della memoria collettiva e funger da monito contro il paventato ritorno nell’orbita moscovita.

Ho ricordato prima la solenne seduta parlamentare del 12 febbraio 2003, convocata per commemorare le vittime della carestia di settant’anni prima. Anche in quel consesso si udirono frasi esagerate e candide iperboli. Un deputato, per esempio, disse che «nessun popolo al mondo ha sofferto tanto quanto gli ucraini nel ventesimo secolo»:

 

Né l’olocausto degli ebrei, né il genocidio degli armeni, né la carestia in Irlanda possono esser paragonati all’etnocidio ucraino sia per le sue dimensioni sia anche per il livello di crudeltà della sua attuazione30.

 

Assai meglio il senso e gli obiettivi della seduta fu chiarito dalle considerazioni finali del presidente del parlamento, Volodymyr Mychajlovyč Lytvyn:

È chiaro che noi dobbiamo evitare gli appelli ardenti, e dedicare più attenzione, energia, sforzi alle azioni pratiche. Affinché i nostri figli, i nostri nipoti, i nostri discendenti abbiano prove visive di ciò che ai loro padri e nonni toccò patire. Affinché in ogni città, in ogni villaggio questi monumenti commemorativi, ancorché modesti, bussino alla mente, al cuore e alla memoria della gente ucraina31.

 

Note di Capitolo secondo

 

1      E. H. CARR, The Russian Revolution and the West, «New Left Review», September- October 1978, pp. 25-36.

2      M. HINDUS, Red Bread. Collectivization in a Russian Village, Foreword by Ronald Grigor Suny, Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis 1988.

3      Ivi, p. 357.

4      L. VIOLA, The Best Sons of the Fatherland. Workers in the Vanguard of Soviet Collectivization, Oxford University Press, New York and Oxford 1987, pp. 6 e 172-173.

5      «Jahrbücher für Geschichte Osteuropas», 1989, H. 2, pp. 295-298.

6      «Slavic Review», Winter 1989, pp. 637-640.

7      V. BROVKIN, Stalinism, Revisionism and the Problem of Conceptualization: A Review Article, «Soviet Studies», July 1988, pp. 501.505.

8      «Soviet Studies», April 1989, pp. 340-341.

9      L. VIOLA, Stalin e i ribelli contadini, a cura di Andrea Romano, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000.

10     Su Mace, scomparso nel 2004 poco più che cinquantenne, si legga il commosso ritratto tracciato da Federigo Argentieri, nel volume La morte della terra. La grande “carestia” in Ucraina nel 1932-33, Atti del Convegno. Vicenza, 16-18 ottobre 2003, a cura di Gabriele De Rosa e Francesca Lomastro, Viella, Roma 2004, pp. 449-453. La storia della commissione d’inchiesta sulla carestia in Ucraina è narrata da Stanislav Kul’čyc’kyj in un intervento letto al convegno di Vicenza (Il tema della carestia nella vita politica e sociale dell’Ucraina alla fine degli anni Ottanta, ivi, pp. 436-440).

11     R. CONQUEST, Raccolto di dolore. Collettivizzazione sovietica e carestia terroristica, cit., pp. 11-12.

12     Ivi, pp. 352-353.

13     La recensione apparve nel settimanale americano «The New Republic», November 3, pp. 34-37.

14     V. N. BROVKIN, Robert Conquest’s Harvest of Sorrow: A Challenge to the Revisionists, «Harvard Ukrainian Studies», June 1987, p. 240.

15     M. FERRETTI, La memoria mutilata. La Russia ricorda, Corbaccio, Milano 1993, pp. 215-220.

16     «Pravda», 26 agosto e 16 settembre 1988.

17     Istorija sovetskogo krest'janstva. 2. Sovetskoe krestjanstvo v period socialisticeskoj rekonstrukcii narodnogo chozjajstva. Konec 1927 -1937, Nauka, Moskva 1986, p. 256.

18     V. P. DANILOV, Diskussija v zapadnoj presse o golode 1932-1933 gg. i «demograjičeskoj katastrofe» 30-40 godov v SSSR [La discussione nella stampa occidentale sulla carestia del 1932-1933 e sulla «catastrofe demografica» degli anni ’30 e ’40 nell’URSS], «Voprosy istorii», 1988, N° 3, pp.116-121.

19     R. KONKVEST, Obvinenie antikommunizma lišeno osnovanij [L’accusa di anticomunismo è priva di fondamento], «Voprosy istorii», 1989, N° 3, pp. 187-188.

20     Dokumenty svidetel’stvujut. Iz istorii derevni nakanume i v chode kollektìvizacii. 1927- 1932 gg. [I documenti attestano. Dalla storia delle campagne alla vigilia e nel corso della collettivizzazione. 1927-1932], pod redakciej V. P. Danilova i N. A. Ivnickogo, Izdatel’stvo političeskoj literatury, Moskva 1989.

21     I. E. ZELENIN, O nekotorych «belych pjatnach» zaveršajuščego etapa splošnoj kollektivizacii [Su alcune «macchie bianche» della fase conclusiva della collettivizzazione], «Istorija SSSR», 1989, N° 2, pp. 3-19.

22     I. E. ZELENIN, Osuščestvlenie politiki «likvidacii kulačestva kak klassa» (osen' 1930-1932 gg.) [L’attuazione della politica di «liquidazione dei culachi come classe» dall’autunno 1930 al 1932], «Istorija SSSR», 1990, N° 6, pp. 31-49.

23     S. V. KUL’ČYC’KYJ, Naičorniša storinka v istoriji Ukrajiny [La pagina più nera della storia dell’Ucraina], in Holodomor v Ukrajini 1932-1933 rr. Bibliohrafichnyj pokažčyk [Il holodomor in Ucraina nel 1932-1933. Indice bibliografico], Vydavnyctvo M. P. Koc’, Odesa-L’viv 2001, pp. 25-45. Kul’čyc’kyj tornò a rievocare la sua esperienza personale nell’intervento, già menzionato, al convegno vicentino sul holodomor dell’ottobre 2003 (La morte della terra. La grande “carestia” in Ucraina nel 1932-33, cit., pp. 433-435).

24     S. V. KUL’ČYC’KYJ, Nekotorye problemy istorii splosnoj kollektivizacii na Ukraine [Problemi di storia della collettivizzazione integrale in Ucraina], «Istorija SSSR», 1989, N° 5, pp. 20-36.

25     S. V. KUL’ČYC’KYJ, Demohrafični naslidky holodu 1933 na Ukrajini [Le conseguenze demografiche della carestia del 1933 in Ucraina], Kyjiv 1989.

26     Holod 1932-1933 rokiv na Ukrajini očyma istorykiv, movoju dokumentiv [La carestia del 1932-1933 in Ucraina: come vista dagli storici, cosa dicono i documenti], Politvydav Ukrajiny, Kyjiv 1990.

27     «Izvestija CK KPSS», 1990, N° 9, pp. 130-131.

28     Kolektivizacija i holod na Ukrajini, 1929-1933. Zhirnyk dokumentiv i materialiv [La collettivizzazione e la carestia in Ucraina, 1929-1933. Raccolta di documenti e materiali], Naukova dumka, Kyjiv 1992.

29     Parlaments’ki sluchannja ščodo všanuvannja pam'jati žertv holodomoru 1932-1933 rokiv. 12 ljutogo 2003 roku [Dibattito parlamentare per onorare la memoria delle vittime del holodomor del 1932-1933. 12 febbraio 2003], Verchovna Rada Ukrajiny, Kyjiv 2003, p.

30     Ivi, p. 71.

31     Ivi, p. 85.


Capitolo terzo

La grande svolta

 

Dopo oltre un decennio di varie e contraddittorie sperimentazioni, il sistema economico-sociale dell’URSS fu forgiato col ferro e col fuoco in un brevissimo arco temporale, rimanendo quasi inalterato - se si eccettuano pochi ritocchi - per più di mezzo secolo, finché non si dissolse per interno disfacimento al tempo di Gorbačëv. All’improvviso, all’inizio degli anni Trenta, decine di milioni di persone videro sconvolte le loro abitudini di vita e di lavoro, trasformandosi nel materiale umano di una colossale opera d’ingegneria sociale diretta dall’alto la quale, per celerità d’attuazione e brutalità, non ha forse eguali nella storia umana. Un così audace e radicale progetto non poteva non suscitare l’accanita resistenza, nelle più svariate forme, delle vittime, in primo luogo dei contadini ai quali, da un giorno all’altro, venne imposto di consegnare attrezzi e bestiame e di entrare nelle fattorie collettive (cioè statalizzate).

La collettivizzazione forzata dell’agricoltura fu, sin dal principio, il vero perno del nuovo sistema economico, che mirava ad una faraonica industrializzazione da attuarsi, secondo i piani, in tempi rapidissimi e che venne di fatto realizzata a rotta di collo e con inauditi squilibri. E, poiché nelle campagne viveva e lavorava la stragrande maggioranza della popolazione, la lotta alle piccole aziende agricole significò lo scatenamento di una guerra sociale di proporzioni gigantesche e richiese l’uso dei più spietati mezzi repressivi. Quella guerra, iniziata nel 1929, causò spaventose ecatombi umane e si concluse, qualche anno dopo, con il completo assoggettamento dei contadini dell’URSS, ridotti al rango di servi della gleba. La grande carestia in Ucraina fu il momento culminante, con tratti peculiari, di una assai più vasta tragedia, che dobbiamo rievocare negli aspetti essenziali per capire il holodomor.

Non occorre adesso indagare sui dibattiti che precedettero la collettivizzazione né sulle ragioni che indussero Stalin e i suoi compagni d’arme a quella fatale scelta. In principio, la decisione di porre fine al sistema delle aziende individuali, fino allora prevalente, fu annunciato in termini rassicuranti e tali da fugare i timori di un mutamento celere e brusco. La risoluzione approvata nel dicembre 1927 dal XV congresso del partito comunista, infatti, ribadiva la necessità della «trasformazione delle piccole aziende contadine individuali in grandi complessi collettivi», ma teneva a precisare che «un tale processo può avvenire solo con il consenso dei contadini lavoratori»1.

Il XV congresso non fornì un preciso calendario d’attuazione, ma, nei due anni successivi, i progetti di trasformazione del settore agricolo andarono modificandosi in maniera vistosa, con l’indicazione di obiettivi ogni volta più ambiziosi, che miravano al potenziamento delle fattorie statali (i sovcos) e alla rapida creazione di aziende collettive (i colcos). Un chiaro segnale venne infine dato dall’articolo di Stalin L’anno della grande svolta (God velikogo pereloma), apparso sulla «Pravda» il 7 novembre 1929 in occasione del dodicesimo anniversario della rivoluzione d’ottobre2. Il capo supremo definiva con quell’espressione l’anno che si stava chiudendo e che, a suo dire, era contraddistinto dall’«offensiva del socialismo contro gli elementi capitalistici della città e della campagna». In quest’ultimo settore produttivo, la svolta significava la trasformazione dell’arretrata agricoltura, basata sulle piccole aziende individuali, nella coltivazione meccanizzata e collettiva della terra. La massiccia entrata nei colcos non solo dei contadini poveri, ma anche di quelli medi costituiva un indubbio successo del partito comunista il quale, a detta di Stalin, aveva saputo stringere intorno a sé tutti gli strati laboriosi delle campagne.

Alle parole seguirono i fatti. Già nei mesi precedenti, la spinta alla creazione delle fattorie collettive aveva subito una marcata accelerazione. Rispetto all’inizio di giugno (quando la percentuale delle aziende collettivizzate era di 3,9), nell’ottobre 1929 in tutta l’URSS si contavano ormai 67.446 colcos (cioè il 7,6%); e in Ucraina tale percentuale era salita più che nelle altre repubbliche e regioni, da 5,6 a 10,4 (raggiungendo addirittura il 16% nei territori della steppa)3. Ma non era che l’inizio della svolta, che venne sancita dal plenum del comitato centrale comunista, svoltosi dal 10 al 17 novembre 1929 e dedicato, oltre che all’andamento del piano quinquennale, soprattutto al problema dello sviluppo agricolo. Fu allora che si decise d’inviare nelle campagne, per guidare e accelerare il processo di collettivizzazione, non meno di 25.000 attivisti operai, e di creare un commissariato del popolo per l’agricoltura a livello pansovietico (accanto a quelli già esistenti nelle singole repubbliche), per coordinare il processo di radicale trasformazione dell’agricoltura.

Il tono generale degli interventi fu improntato al più roseo ottimismo. Ancora una volta, alla ubertosa Ucraina venne assegnato il posto d’onore nella realizzazione della «rivoluzione dall’alto» (come fu chiamato il nuovo corso). L’apposita risoluzione esprimeva infatti la fiducia che l’Ucraina possedesse tutti i requisiti per «procedere ad un ritmo più intenso, in testa alle altre repubbliche, nell’instradare l’azienda contadina individuale su binari collettivistici»4.

Nel suo intervento Stalin spiegò come andasse intesa la «pressione sul kulak», intimamente connessa al processo di collettivizzazione:

 

In primo luogo, mobilitiamo larghe masse popolari di operai, inviamo brigate operaie nelle campagne (cosa che facemmo già una volta nel 1918), solleviamo i contadini poveri e medi contro i culachi coinvolgendoli negli ammassi del grano, nell’edificazione dei colcos, nell’organizzazione delle stazioni di macchine e trattori, nell’attuazione di una tassazione basata sul principio di classe, ecc.5

 

Il riferimento agli eventi del 1918 aveva un ben preciso significato sia per i militanti di partito sia per gli stessi contadini. Nella primavera di quell’anno il governo bolscevico di Lenin aveva tentato di scatenare la guerra di classe in seno al villaggio russo, creando i comitati dei contadini poveri (kombedy), i quali avrebbero dovuto collaborare con le squadre annonarie venute dalle città nella requisizione dei prodotti agricoli. Le difficoltà nell’approvvigionamento delle città e dell’esercito avevano allora spinto i bolscevichi a riesumare la loro dottrina sociale - accantonata nei mesi precedenti - che scorgeva classi antagonistiche all’interno del villaggio. Dividendo i contadini in ricchi (kulaki), medi (serednjaki) e poveri (bednjaki), Lenin aveva sempre dato prova di non comprendere i reali rapporti sociali e l’autentica mentalità del mondo rurale, dove vigeva un complicato intreccio di relazioni economiche e umane tra gli agricoltori più agiati e i meno abbienti. Oltretutto, la grande ristrutturazione agraria dei primi mesi del 1918 era avvenuta ispirandosi a criteri egualitari e favorendo, pertanto, la rinascita dell’antica comunità di villaggio. Parlare di lotta di classe nelle campagne, e sperare che il villaggio si scindesse in campi contrapposti, era pura follia ideologica, che il partito di Lenin pagò inimicandosi la stragrande maggioranza dei contadini. Si iniziò allora quell’aspra guerra tra il compatto mondo rurale e lo Stato bolscevico, che si concluse nel 1921 con una pace di compromesso, sancita dall’introduzione della cosiddetta «nuova politica economica» (NEP).

I contadini ottennero la libertà di commerciare i loro prodotti e di organizzare in modo autonomo la vita produttiva del villaggio; ma persero ogni rappresentanza politica, essendo stati messi fuori legge i partiti che tutelavano i loro interessi. In ogni caso, essi non poterono dimenticare le angherie e le repressioni subite negli anni del «comunismo di guerra» e, pertanto, seguitarono a diffidare del regime comunista. Per parte loro, molti bolscevichi ravvisarono nella NEP una ritirata strategica e continuarono a sognare la ripresa della marcia collettivistica. Il precario equilibrio si ruppe alla fine degli anni ’20, quando il partito comunista decise di lanciare una nuova e definitiva offensiva contro i piccoli produttori indipendenti, giudicati incompatibili - per ragioni sia economiche che sociali - con il programma d’industrializzazione statalistica.

Tornarono allora in auge le vecchie parole d’ordine della lotta ai «culachi» (kulaki) e dell’alleanza del proletariato urbano con gli strati medi e poveri delle campagne. A dire il vero, in tutti gli anni della NEP non erano cessate le indagini e le discussioni intorno alla stratificazione sociale del villaggio, su chi cioè dovesse esser annoverato tra i culachi e sui criteri atti a definire il contadino medio (serednjak), il contadino povero (bednjak) e il bracciante (batrak): la quantità di terra lavorata, il numero di capi di bestiame grosso o minuto posseduti, e così via. Gli osservatori più attenti e intelligenti scoprirono che era assai difficile, se non addirittura impossibile, distinguere tra le varie categorie, quali che fossero i parametri scelti. Come stato rimarcato, «le difficoltà che presentava lo studio della differenziazione si rivelavano insormontabili e, in conclusione, su questo problema spinoso non si concluse mai una ricerca valida e autorevole»6.

Che la situazione sociale nelle campagne non dovesse esser tanto drammatica, dopo dieci anni di potere sovietico, non sfuggiva ai capi bolscevichi. Nel rapporto politico letto al XV congresso del partito nel dicembre 1927, Stalin ammise che la differenziazione sociale tra i contadini «sotto la dittatura del proletariato» non poteva esser la stessa che «negli ordinamenti capitalistici»:

 

Sotto il capitalismo crescono gli estremi, contadini poveri e culachi, mentre vengono erosi i contadini medi. Da noi, invece, crescono i contadini medi, in quanto una parte dei contadini poveri si elevano trasformandosi in contadini medi, crescono i culachi, diminuiscono i contadini poveri. Questo fatto dimostra che figura centrale dell’agricoltura era, e resta, il contadino medio.

 

Pertanto, non occorreva usare contro i culachi «misure amministrative», ché bastava ricorrere a «misure di ordine economico, nell’ambito della legalità rivoluzionaria»7.

Eppure, due anni dopo, i massimi gerarchi comunisti proclamarono la guerra totale contro gli odiati contadini ricchi (o presunti tali). A indurli a tale mossa, forse, fu anche l’illusione d’aver come alleati nell’imminente battaglia gli strati medi del mondo rurale. Sta di fatto che, qualche settimana dopo il plenum del novembre 1929, Stalin lanciò la celebre parola d’ordine della «liquidazione dei kulaki come classe». Lo fece, il 27 dicembre, in un discorso tenuto al convegno dei marxisti esperti di questioni agrarie (agrarniki-marksisty), in cui esaltò l’impetuoso processo in atto per l’edificazione delle fattorie collettive: non si trattava più, com’era accaduto fino allora, dell’adesione ai colcos di piccoli gruppi e strati di contadini lavoratori, ma «di un movimento di milioni e milioni di fondamentali masse contadine». Ciò spiegava «il fatto d’importanza colossale che il movimento colcosiano ha assunto il carattere di una possente, crescente valanga anticulaca, che spazza via la resistenza dei kulaki, distruggendoli, e spiana la strada a una vasta edificazione socialista nelle campagne». La prospettiva generale e i concreti obiettivi della politica agraria erano dunque cambiati in modo radicale: «dalla politica di limitazione delle tendenze sfruttatrici dei kulaki, noi siamo passati alla politica di liquidazione dei kulaki come classe»8.

In un successivo articolo, apparso il 21 gennaio 1930 nel quotidiano «Krasnaja zvezda», Stalin tenne a precisare, a scanso di equivoci, che «l’attuale politica del partito nelle campagne non è la continuazione della vecchia politica, ma una svolta dalla vecchia politica di limitazione (ed eliminazione) degli elementi capitalistici nelle campagne ad una nuova politica di liquidazione dei kulaki come classe».

L’avvio della collettivizzazione integrale andò di pari passo con la lotta senza quartiere agli strati più agiati del mondo contadino. Gli strumenti operativi furono approntati nel gennaio 1930, quando il supremo organo decisionale del partito (Ufficio politico, o Politbjuro) nominò una commissione composta inizialmente da 21 membri. Della commissione, presieduta da Molotov, facevano parte tra gli altri i segretari delle principali regioni del paese, nonché il commissario del popolo per l’agricoltura e il capo dell’OGPU (la polizia politica). Il 30 gennaio, su proposta della commissione, il Politbjuro approvò una segretissima e draconiana risoluzione, che ordinava - oltre alla proibizione dei contratti d’affitto e del lavoro salariato - la confisca degli strumenti di produzione e dei beni dei culachi, divisi in tre distinte categorie9. I membri della prima, alla quale appartenevano i più attivi elementi «controrivoluzionari», andavano rinchiusi nei campi di concentramento e puniti «con la suprema misura repressiva» (cioè con la morte), qualora tentassero azioni terroristiche e di aperta resistenza. Nella seconda erano annoverati tutti gli altri culachi ricchi e pericolosi, i quali andavano deportati «in lontane località dell’Unione Sovietica» o nei posti più remoti della regione d’appartenenza. Solo i membri della terza categoria potevano restare nel distretto (rajon) dove già vivevano, coltivando appezzamenti loro assegnati dalle fattorie collettive.

La vaghezza dei criteri di catalogazione si prestava alle più svariate interpretazioni e ad inevitabili abusi. Con maggior precisione la delibera del Politbjuro fissava il numero dei kulaki da inviare nei campi di concentramento (60.000) e di quelli da punire con la deportazione in territori remoti (150.000), stabilendo anche le cifre per singole regioni: all’Ucraina spettava la quota maggiore sia dei contadini destinati ai campi di concentramento (15.000) sia di quelli da inviare nei luoghi di deportazione (30-35.000).

Il calvario dei kulaki (la «deculachizzazione» o raskulacivanie, secondo la terminologia comunista) è oggi noto nei minimi dettagli, essendo stati pubblicati innumerevoli documenti e testimonianze. Basterà ricordare un concreto esempio di come furono intese e applicate a livello locale le minacciose direttive di Stalin e del partito (di cui l’ordinanza del 30 gennaio è una delle pietre miliari). Il medesimo giorno in cui l’Ufficio politico fissava i criteri generali della «deculachizzazione», il presidente del tribunale della regione centrale delle terre nere (comprendente le province agricole di Voronež, Kursk, Orël e Tambov) chiariva ai responsabili dei tribunali provinciali che «la liquidazione dei kulaki come classe significa innanzi tutto la loro espropriazione economica»: «il kulak dev’essere privato dei mezzi e strumenti di produzione, e dev’essere o espulso dai confini della regione o mandato a coltivare gli appezzamenti di terra più scadenti». Ma liquidare i culachi voleva dire anche eliminare fisicamente, mediante fucilazione, quanti di loro insorgevano contro la nuova vita dei colcos. Avendo ben capito il senso della «svolta» annunciata da Mosca, il presidente del tribunale non badava alle sottigliezze giuridiche, che pur dovevano far parte del suo mestiere:

 

Occorre tener ben presente che, in relazione al passaggio alla collettivizzazione integrale e alla svolta nella politica del partito verso la liquidazione dei kulaki come classe, perde ogni significato tutta una serie di leggi vigenti. Senza dubbio, nel prossimo futuro una serie di leggi verranno abolite e a ciò seguirà la promulgazione di una serie di nuovi atti legislativi, rispondenti alla nuova svolta nella politica del nostro partito. Ma sarebbe criminale spirito burocratico, se noi stessimo ad aspettare queste nuove leggi. La legge fondamentale per ciascuno di noi è la politica del nostro partito.

 

Se persino un uomo di legge mostrava tanta disinvoltura nei riguardi del vigente ordinamento giuridico, ben si spiegano le vessazioni e le brutalità di cui si macchiarono gli attivisti bolscevichi, i quali dovevano eseguire ordini insieme vessatori e confusi. Erano gli stessi comitati di partito a segnalare talvolta, con preoccupazione, le «deviazioni» e gli «eccessi» di stampo criminale, commessi da persone d’ogni risma nel corso della forsennata «deculachizzazione». Restando nella provincia di Tambov, conviene citare qualche stralcio della circolare inviata dal comitato provinciale di Kozlov ai funzionari locali del partito e dei soviet: «In quasi ogni distretto si segnalano una serie di deviazioni, di cui alcune rasentano il crimine e, talvolta, costituiscono vere e proprie azioni criminali». Oltre a scambiare per culaco chi non lo era, le persone incaricate di sequestrare i beni dei contadini agiati si comportavano da teppisti o ancor peggio. Capitava persino che si prendessero anche «uova, latte e marmellata», per mangiarseli in presenza dei familiari del culaco, o che si impadronissero di piccoli oggetti, o che per sfregio buttassero via la minestra dalla stufa. Gli inventari dei beni sequestrati, poi, erano spesso stilati in maniera sommaria, tale da consentire ai compilatori di appropriarsi di qualche oggetto.

Non meno gravi e arbitrari erano gli abusi commessi nell’individuazione dei culachi e dei nuclei familiari da inviare in territori lontani. Il 10 marzo 1930 il presidente del comitato esecutivo del soviet provinciale di Tambov, per esempio, segnalò che erano state espulse anche le famiglie di soldati dell’armata rossa, di contadini medi e persino poveri, di ex partigiani: alla deportazione non erano sfuggiti, in taluni casi, neppure invalidi, vecchi e bambini10.

Lo stesso segretario regionale del partito, Iosif M. Varejkis, in un dettagliato rapporto del 18 febbraio al comitato centrale, non mancò di mettere in rilievo i fatti negativi accaduti nel corso della collettivizzazione e della deculachizzazione11. In un documento che vantava i clamorosi successi nell’attuazione della linea di partito, facevano qua e là capolino gli episodi spiacevoli. Delle 3.301.515 aziende contadine presenti nella regione, il 73,6% faceva parte delle fattorie collettive alla data del 10 febbraio 1930. Erano cifre da capogiro, poiché tutto era avvenuto a rotta di collo negli ultimi mesi: il 1° ottobre 1929, infatti, risultavano collettivizzate solo 254.215 aziende (ossia il 7,7%). Dinanzi a un così strepitoso successo nella «colossale opera» di «liquidazione dei culachi», secondo Varejkis erano «inevitabili» singoli fatti negativi. Comunque, egli sentiva l’obbligo di ricordarli. Innanzi tutto, il tentativo di socializzare le scorte vive, oltre che quelle morte, aveva causato la macellazione di moltissimi animali da parte dei contadini, sicché rispetto alla primavera dell’anno precedente risultava perduto circa la metà del grosso bestiame cornuto, mentre degli ovini era rimasto il 33% e dei suini solo il 14%. La propaganda culaca faceva sì che non pochi contadini medi guardassero con sospetto la campagna condotta contro gli agricoltori più abbienti, temendo di fare la stessa fine. Quanto al sequestro dei beni dei kulaki, si erano verificati gravi abusi: accadeva che portassero via loro «letteralmente tutto, compresa la biancheria dei bambini». «In alcune località» i beni sottratti ai culachi venivano spartiti o venduti «a prezzi stracciati». Non erano mancati neppure casi di vandalismo: qualche volta, gli oggetti requisiti erano stati trafugati o danneggiati o addirittura distrutti.

In tutte le regioni agricole dell’URSS accaddero fatti simili a quelli occorsi nelle campagne delle terre nere. Un primo tratto importante della deculachizzazione (raskulacivanie) fu lo spoglio dei beni dei contadini più agiati, al quale parteciparono anzitutto persone equivoche ai margini della comunità contadina, ma talvolta anche membri dell’apparato amministrativo e del partito comunista, tutti coloro insomma che vollero approfittare delle recenti ordinanze per il proprio tornaconto. Molti storici, che si sono occupati di quelle amare vicende, l’hanno opportunamente notato, talché è giusto parlare di «saccheggio generalizzato» come di un aspetto fondamentale della deculachizzazione12.

Ma ve ne furono altri, ben più atroci. La deportazione dei kulaki e delle loro famiglie in territori lontani e inospitali comportò, per le modalità in cui avvenne, terribili sofferenze e un’elevata mortalità, specie infantile. Anzitutto, il numero delle famiglie colpite dal provvedimento fu altissimo: circa 60.000 nuclei familiari, con un numero complessivo di 300.000 persone, nei due mesi dall’11 febbraio al 15 aprile 1930, e quasi 400.000 famiglie (di cui oltre 63.700 dall’Ucraina), per un totale di circa 1.800.000 persone, nel biennio 1930-193113. L’improvvisazione, la fretta e l’imperizia nel gestire il trasferimento forzato di così ingenti masse umane provocarono una spaventosa moria tra i deportati e moti di solidarietà verso di loro da parte di altre componenti del mondo rurale e persino degli abitanti urbani. Così, una misura già di per sé iniqua e crudele comportò un costo umano superiore alle previsioni e ai calcoli di chi l’aveva voluta e attuata.

I territori della Russia settentrionale (province di Arcangelo, Vologda e altre) furono uno dei principali centri di raccolta e permanenza degli agricoltori deportati. Qui, a partire dal 25 febbraio 1930, cominciarono ad arrivare scaglioni di 1.500-1.800 persone: il 6 maggio si contavano già 230.065 contadini con le loro famiglie14. In quali condizioni essi avessero viaggiato e come vivessero, l’apprendiamo dalla seguente protesta inviata al presidente del soviet supremo (cioè al capo dello Stato) Kalinin da un gruppo di operai e cittadini di Vologda15:

 

Cominciamo dall’inizio. Sono stati spediti verso i terribili geli bambini ancora poppanti e donne incinte, che hanno viaggiato in vagoni bestiame ammucchiati l’uno sull’altro: è qui che le donne hanno partorito (non è questo un oltraggio?). Poi sono stati fatti scendere dai vagoni, come cani, e sistemati in chiese e in magazzini sporchi e freddi, dove non avevano neanche modo di muoversi. Li tengono semiaffamati, nella sporcizia, tra i pidocchi, al freddo e alla fame; qui si trovano migliaia di bambini, gettati all’arbitrio della sorte come cani, ai quali nessuno intende rivolger l’attenzione. Non c’è da stupirsi che ogni giorno ne muoiano 50 e più (solo nella città di Vologda); presto il numero di questi bimbi innocenti spaventerà la gente, ché già adesso è superiore a tremila.

 

Innumerevoli sono i rapporti e le segnalazioni della polizia politica, che ci informano di fatti come quelli sopra menzionati (o anche più atroci). Il trasferimento forzato d’intere famiglie avvenne senza che si approntassero elementari misure di tutela almeno degli elementi più deboli e, soprattutto, senza che si predisponessero rudimentali strutture d’accoglienza nei luoghi di destinazione nei territori del nord o in Siberia. La deculachizzazione fu dunque accompagnata dalla prima ecatombe umana, difficile da esprimere in cifre esatte (al pari delle successive, e più gravi, catastrofi demografiche).

Nel suo libro Raccolto di dolore Conquest non esitò a parlare di alcuni milioni di contadini periti nel corso della deculachizzazione e della fase iniziale della collettivizzazione, prima cioè della grande carestia. Oggi, dopo i numerosi e accurati studi basati sullo spoglio della documentazione archivistica, possiamo dire che le vittime della «deculachizzazione» (ossia i contadini e i loro familiari periti in seguito alla deportazione dei cosiddetti kulaki) furono alcune centinaia di migliaia, non milioni. Non è dunque ragionevole interpretare la «deculachizzazione» come un tentativo di genocidio sociale. Dalle stesse relazioni della polizia politica si arguisce che obiettivo fondamentale del regime comunista, al momento dell’avvio della collettivizzazione, non era il deliberato sterminio dei «nemici di classe», ma il loro allontanamento dai villaggi d’origine, perché fosse sradicata la loro influenza sui «contadini medi e poveri» (secondo l’astrusa e dottrinaria terminologia bolscevica). Quando ebbero luogo i trasferimenti forzati e si iniziò - specie a causa del freddo e delle malattie - la moria dei confinati, furono gli stessi funzionari dell’OGPU (la polizia politica) a segnalare alle autorità locali e centrali le disumane condizioni di vita in cui versavano soprattutto i bambini. Che poi, per cattiva volontà o per inefficienza, si sia fatto poco o nulla per alleviare le loro sofferenze, è un altro discorso ed è, semmai, la riprova del pessimo funzionamento degli apparati centrali e locali dello Stato bolscevico.

L’avvio della collettivizzazione e della deculachizzazione si compì all’insegna della massima brutalità e ferocia e provocò moltissime vittime, perite nel corso delle deportazioni, delle fucilazioni e del soffocamento delle rivolte contadine (le quali erano bollate, nei documenti ufficiali, quali «atti di terrorismo culaco»). Si trattò di una guerra sociale - la più gigantesca della storia contemporanea - combattuta dal regime comunista contro decine di milioni di contadini. Ma il primo atto di quella guerra non ebbe, tra le sue motivazioni, la cosciente volontà di annientare fisicamente gran parte dei «nemici di classe». In questo senso ha ragione chi, come Stephan Meri, nega risolutamente che lo si possa paragonare ai genocidi del Novecento e, in particolare, allo sterminio degli ebrei ad opera della Germania nazista16.

Il «terrorismo culaco» (kulackij terror), come lo bollarono i funzionari dell’OGPU e del partito, si manifestò nei più svariati modi, dalla resistenza passiva all’insurrezione armata, dalla macellazione del bestiame alla fuga in massa verso i centri urbani. Ancora una volta, sono i rapporti di polizia a registrare il numero e le forme degli atti di ribellione contro la politica di statalizzazione dell’agricoltura. E sono essi ad informarci, pur nel loro tipico linguaggio ideologico e burocratico, sulla solidarietà spesso manifestata verso i «culachi» dalle altre componenti del mondo rurale (il che rendeva assai più difficile e cruento domare le rivolte). I documenti dell’OGPU sono veri e propri bollettini di guerra sull’andamento delle insurrezioni in Ucraina, nel Caucaso settentrionale, nella regione della Volga, nelle terre nere, nelle province della Russia centrale, in Siberia, nelle steppe dell’Asia centrale.

Leggiamo, ad esempio, il rapporto del 31 gennaio 1930 «sull’opposizione dei culachi alla collettivizzazione in Ucraina»17. Vi si parla, sin dalle prime righe, del «carattere di massa dell’agitazione dei culachi contro i colcos» e degli «svariati metodi di tale agitazione». Nelle assemblee contadine i kulaki intervenivano mettendo in guardia contro il sistema collettivistico, peggiore persino della servitù della gleba, perché i contadini avrebbero lavorato solo per lo Stato. La loro attiva propaganda aveva successo in special modo «tra le arretrate masse femminili del villaggio» (un problema, quello del ruolo delle donne, sul quale dovremo tornare). In alcuni casi (ma non erano tantissimi), i culachi arrivavano ad assaltare e incendiare le aziende dei colcosiani. Diffuso era il fenomeno della «autodeculachizzazione» (samoraskulačivanie), che consisteva nella tendenza dei kulaki a fuggire dai villaggi di residenza, dopo aver macellato il bestiame e danneggiato gli attrezzi migliori e le macchine, con la seguente motivazione: «Adesso che tutto è pubblico, e non più nostro, che tutto vada in malora». Ancora più inquietante era il fatto che in una serie di province, a causa degli abusi e delle «deviazioni» dalla linea del partito, non pochi contadini medi e poveri si lasciavano influenzare dalla propaganda culaca, ripetendo gli argomenti di quest’ultima («ci trascinano nelle fattorie collettive, affinché diventiamo schiavi per sempre») e procedendo anch’essi, talvolta, alla liquidazione dei propri beni pur di non cederli ai colcos.

Conviene, abbandonando l’Ucraina, trasferirsi altrove e spendere qualche parola sui fatti occorsi in un territorio lontanissimo dall’Europa, dove si stavano creando le premesse di una spaventosa tragedia. La struttura economica e sociale del Kazachistan, con l’importante ruolo della pastorizia, era assai diversa da quella delle regioni europee dell’URSS18. Il villaggio nomade (aul) si reggeva sul prestigio di chi (il baj) possedeva un maggior numero di capi di bestiame, ma anche sull’intreccio di complessi rapporti economici e umani tra lui e i pastori meno abbienti. Un tempo vigevano anche rapporti di tipo semicoloniale - risalenti alla conquista russa dell’Asia centrale - che però vennero modificandosi negli anni ’20, nel periodo cioè della NEP. L’afflusso di coloni dalla Russia fu allora proibita per legge, e i nativi kazachi si videro favoriti nella distribuzione di terre (sebbene, di fatto, non sempre riuscissero a coltivarla per mancanza di mezzi). In quegli anni, inoltre, la politica tesa a privilegiare gli elementi locali (la cosiddetta korenizacija) sembrò prospettare una maggior partecipazione della popolazione autoctona alla gestione economica e amministrativa. Ma, dopo essersi scontrate con l’alto livello di povertà e analfabetismo dei nativi, anche tali promesse furono vanificate, alla fine degli anni Venti, da una nuova politica, che mirava ad espropriare i bai (al pari dei kulaki europei), a promuovere la sedentarizzazione dei pastori nomadi e ad incoraggiare nuovamente l’immigrazione dai territori occidentali. Ne risultò sconvolto l’equilibrio socio-economico, basato sull’allevamento e sulla transumanza, nonché sui rapporti economici tra le varie componenti del mondo pastorale. Quali fossero gli ambiziosi obiettivi dei signori del Cremlino, lo spiegò il commissario del popolo per l’agricoltura Jakovlev nel rapporto letto il 9 luglio 1930 al XVI congresso del partito comunista. Egli disse che era essenziale aumentare la superficie seminata in Kazachistan (dove nel 1920 si coltivavano solo 9 milioni di ettari sui 300 complessivi, ossia il 3%). Bisognava dunque, per la fine del piano quinquennale, seminare a frumento almeno altri 8-10 milioni di ettari, dei circa 50-55 coltivabili19.

La fretta e la brutalità, tipiche della prassi bolscevica, resero ancor più folle e cruento il tentativo di costringere alla vita sedentaria e di privare del bestiame i nomadi kazachi. Il caos prodottosi fu tale che dovettero intervenire Stalin e Molotov ammonendo i comunisti locali, in un telegramma del 30 gennaio 1930, a non accelerare oltre misura i ritmi della collettivizzazione e a tener conto delle «specifiche condizioni di questi territori»20. Ma l’esortazione era, oltre che tardiva, troppo vaga per frenare davvero l’infernale macchina messa in moto per ordine di Mosca. La reazione dei pastori nomadi alla violenta intrusione nella loro vita economica e sociale fu disperata e furiosa. L’apprendiamo, ancora una volta, dai rapporti stesi dalla polizia politica (OGPU). In quello del 12 marzo, dopo il rituale preambolo sull’«attiva partecipazione delle masse bracciantili e dei contadini medi» al «processo di collettivizzazione e deculachizzazione», venivano ricordate le «deviazioni dalla linea del partito», che avevano «talvolta inasprito gli umori dei contadini medi e poveri», ed erano descritte con dovizia di particolari le reali conseguenze del tentativo di stravolgere l’antico sistema produttivo21.

Il primo effetto era stato la fuga in massa dei kulaki e dei bai, i quali opponevano fiera resistenza ai tentativi di fermarli e riuscivano, in alcuni casi, a convincere anche i contadini più poveri a scappar via assieme a loro. La formazione di «bande controrivoluzionarie» e le «azioni terroristiche» (come l’incendio dei soviet rurali) rappresentavano le altre forme, ancor più preoccupanti, della protesta contro la creazione di fattorie collettive. Grave era poi la situazione annonaria, che costringeva i contadini a macellare il bestiame, anche quello dei colcos, per sfamarsi. L’insufficienza di derrate alimentari suscitava la protesta persino degli strati più poveri dei villaggi, i quali esprimevano in «petizioni di massa» il loro malcontento verso il regime sovietico.

Ad Alma-Ata, capoluogo del Kazachistan, si registravano «umori negativi» tra la popolazione urbana. Specialisti e tecnici (specie agronomi) stabilivano «un assurdo paragone tra i colcos e il sistema feudale-servile», soggiungendo che quest’ultimo almeno consentiva l’emancipazione mediante riscatto, e si dolevano per «i contadini in generale, e i deculachizzati in particolare». Serpeggiava, tra gli impiegati qualificati delle istituzioni urbane, un’aperta sfiducia verso il successo della collettivizzazione e del socialismo. Ma anche una parte degli operai guardava con ostilità il processo di statalizzazione dell’agricoltura:

 

Circolano giudizi di simpatia per il kulak. «Un uomo ha sgobbato tutta la vita, e adesso viene ridotto in miseria». O anche: «I 25.000 operai che sono andati a lavorare per i colcos sono canaglie. Un operaio ammodo non ha voglia di opprimere il contadino e portargli via l’ultimo chicco di grano». «No, ora non è tempo di lavorare, meglio bere. Ecco che c’inquadrano con i nostri attrezzi nelle fattorie collettive; ma lì per caso si lavora? Bene, non sono lontani i tempi in cui l’umile massa si solleverà e saranno guai per i burocrati che ci ammucchiano nelle fattorie collettive».

 

La guerra contro i nomadi kazachi produsse dunque, sin dall’inizio, effetti disastrosi sul piano economico, suscitando la generale ostilità contro il regime comunista. Ma il tratto più vistoso, destinato a ingigantirsi sempre più, fu la fuga in massa dei pastori non solo dai territori dell’abituale transumanza, ma anche al di là dei confini del Kazachistan, soprattutto in direzione della Cina. Ciò rende piuttosto arduo il calcolo delle reali dimensioni del calo demografico in quelle terre.

La campagna di deculachizzazione si accompagnò e si intrecciò con la campagna di collettivizzazione accelerata degli agricoltori indipendenti. Ma luna e l’altra incontrarono resistenze che i gerarchi e i militanti del partito comunista non si aspettavano. Dai documenti di polizia finora menzionati, relativi alla lotta contro i kulaki, si intravvede con sufficiente chiarezza la larga solidarietà che gli agricoltori più abbienti trovarono negli altri strati contadini (eccettuate le frange criminaloidi, le quali approfittavano del caotico rivolgimento per impadronirsi dei beni altrui). Ma, eccezion fatta per questa solidarietà al regime, la vasta opposizione degli abitanti delle campagne alla nascita delle fattorie collettive era dettata dall’esatta percezione di quel che essi perdevano subito (quasi tutto) e dell’amaro futuro che li attendeva. L’altisonante propaganda di partito sul carattere volontario dell’ingresso nei colcos non ingannò nessuno, poiché le violenze e le pressioni furono sin dall’inizio i metodi predominanti usati dagli attivisti bolscevichi per organizzare la nuova vita produttiva nei villaggi. La contraddittoria altalena di ordini e contrordini, che ora imponevano di bruciare le tappe ora suggerivano una minor fretta, non era tale da indurre alla moderazione e alla saggezza. I gerarchi locali amavano sciorinare ai signori del Cremlino i successi ottenuti, vantandosi delle cifre spettacolari, spesso superiori a quelle programmate, già di per sé altissime. Abbiamo già ricordato il resoconto di Varejkis sui vertiginosi progressi della collettivizzazione nella regione centrale delle terre nere. Ma cifre non dissimili vennero esibite, nei primi mesi del 1930, dai maggiori dirigenti comunisti.

Nel giro di due o tre mesi, da un capo all’altro dell’Unione Sovietica, la percentuale delle aziende contadine collettivizzate salì fino ad oltre la metà del totale22. Ma in molte regioni cerealicole tale percentuale fu ancor più elevata: alla data del 1° marzo 1930, risultava (sono cifre lievemente arrotondate) di 82 nel cuore delle terre nere, di 77 nel Caucaso settentrionale, di 73 nella regione di Mosca, di 63 in tutta l’Ucraina (percentuale che saliva a 71 nelle province della riva destra del Dniepr), di 62 nei vasti spazi lungo il corso medio e inferiore della Volga. Persino dove lo stesso piano quinquennale aveva previsto un graduale processo d’estinzione delle aziende private, come nella regione occidentale di Smolensk, l’accelerazione fu oltremodo brusca: qui era stata programmata la socializzazione dell’8,6% delle aziende contadine entro il 1932-1933, ma il 1° marzo 1930 quelle collettivizzate erano già il 38,8% (il 1° ottobre 1929 appena del 2,5%)23.

Anche gli agricoltori annoverati tra i «contadini poveri e medi», e a parole corteggiati dal regime, opposero una furiosa resistenza al tentativo di privarli dei loro attrezzi e animali, una resistenza non dissimile a quella manifestata dai «culachi». Anch’essi preferirono macellare il bestiame, e venderlo o cibarsene, piuttosto che consegnarlo gratuitamente allo Stato, visto come un intruso ostile e violento. Innumerevoli rivolte contadine ebbero luogo tra la fine del 1929 e i primi mesi dell’anno successivo, con migliaia di morti e feriti. Grazie ai rapporti della polizia politica, ne conosciamo il numero e le molteplici forme in cui si manifestarono. Qui val la pena indugiare un attimo su un aspetto peculiare di quelle proteste rurali, che le distingue dalle tante che avevano accompagnato la storia secolare delle ribellioni contadine nell’impero zarista: l’attiva partecipazione femminile al movimento anticolcosiano.

Soffermiamoci sul seguente brano della nota informativa dell’OGPU «sull’andamento della collettivizzazione in Ucraina», relativa ai fatti risalenti al gennaio e ai primi di febbraio del 1930 (si notino anche le sottolineature e le frasi scritte in maiuscolo):

 

Nelle reazioni negative alla collettivizzazione da parte dei contadini degli strati sociali fondamentali, un ruolo notevole lo svolgono LE DONNE. Quasi dappertutto UNA PARTE CONSIDEREVOLE DELLE DONNE, INDIPENDENTEMENTE DAL CETO SOCIALE DI APPARTENENZA, È AVVERSA ALLA COLLETTIVIZZAZIONE. Si verificano eccessi con la loro partecipazione, esse costringono i mariti a uscire dai colcos, in alcuni casi con la minaccia del divorzio24.

 

Dappertutto le donne si batterono in prima fila contro la collettivizzazione, manifestando insieme con i loro bimbi e inducendo spesso i maschi a non cedere alle lusinghe e alle minacce di chi voleva costringerli ad entrare nei colcos. Le «rivolte femminili» (bab’i bunty) mettevano in imbarazzo e difficoltà gli sbirri comunisti, riluttanti ad usare le armi per domare atti di ribellione spesso manifestantisi nelle forme più imprevedibili. Nel villaggio cosacco di Staro-Ščerbinskaja (Caucaso settentrionale), per esempio, «le donne respinsero i tentativi di socializzare il bestiame mordendo le mani degli stallieri che tenevano le redini degli animali, mentre i bambini tiravano pietre ai collettivizzatori». In un villaggio ucraino del distretto di Sinel’nikovo (Ucraina) «un ispettore, arrivato sul posto, non riuscì a trovare le donne. In seguito gli venne detto che le donne dormivano nelle stalle insieme alle mucche per paura che fossero portate via»25.

La massiccia partecipazione femminile ai moti contro la collettivizzazione fu persino materia di riflessione al XVI congresso del partito, svoltosi a Mosca dal 26 giugno al 13 luglio 1930. Nel rapporto sulle questioni organizzative, Lazar’ M. Kaganovič (uno dei più stretti collaboratori di Stalin) toccò anche il problema, che richiedeva «una speciale attenzione», del «lavoro tra le donne nelle campagne»:

 

Sappiamo che, per via degli eccessi nel movimento colcosiano, nelle campagne le donne in molti casi hanno avuto il ruolo più «avanzato» nell’atteggiamento ostile ai colcos. Ciò ha dimostrato in maniera nettissima che, nelle campagne, abbiamo lavorato male tra le donne. Se nelle città vantiamo successi, nelle campagne le cose stanno malissimo non solo sul piano organizzativo, ma anche nella sostanza. In campagna il lavoro tra le donne è stato condotto sui problemi della vita quotidiana, mentre è stata insufficiente l’educazione di classe delle donne: non si è fatta chiara distinzione tra la contadina povera, la contadina media e la culaca26.

 

Sorpreso dalla massiccia ostilità delle contadine alla collettivizzazione, Kaganovič si rifugiava ancora una volta nella canonica dottrina della differenziazione sociale del mondo rurale, quale universale panacea e valido strumento interpretativo.

Anche Andrej A. Andreev, segretario del comitato bolscevico del Caucaso settentrionale, ricordò, sulla base di quanto avvenuto nella sua regione, l’azione negativa svolta dalle donne:

 

Anche noi, nel Caucaso settentrionale, non abbiamo tenuto nella debita considerazione il ruolo decisivo della donna-contadina nel lavoro per la collettivizzazione integrale, e abbiamo pagato per questo: abbiamo pagato subendo azioni di vario genere contro la collettivizzazione e perdite di tempo, orchestrate dai culachi, nelle quali le donne hanno avuto un ruolo di primo piano, sono state l’avanguardia.

 

Andreev osservò poi come fosse la donna ad occuparsi del bestiame e dell’orto e come, pertanto, bisognasse coinvolgerla attivamente nelle trasformazioni in atto. Ma, a parte questa constatazione, egli ripeté il ritornello propagandistico sull’importanza della collettivizzazione «quale radicale e decisivo strumento di emancipazione, di liberazione della contadina nella vita quotidiana».

Quel che né Kaganovič né Andreev né gli altri comunisti potevano capire era il marcato carattere di solidarietà umana, oltre che di saggia percezione della realtà, tipico delle rivolte femminili. Le donne insorgevano contro la deportazione di intere famiglie, intuendo che quell’amara sorte sarebbe potuta capitare a chiunque nel villaggio, e nello stesso tempo difendevano i loro modesti averi, ben sapendo per esempio che la mucca era indispensabile per nutrire i bimbi. Quel che ai gerarchi e agli aguzzini bolscevichi appariva scarsa coscienza di classe, era in verità istintiva pietà per le vittime della collettivizzazione, nonché strenua difesa dei basilari interessi familiari.

Dove i comunisti scorgevano arretratezza culturale e mentalità arcaica, era invece germogliata una rudimentale emancipazione femminile. La minaccia di divorziare, agitata dalle donne per convincere i mariti a non cedere, la ritroviamo in moltissimi rapporti di polizia: questa è forse la spia principale, e la più interessante, di come durante la NEP fossero cambiate le relazioni tra i sessi nelle campagne. Fu anzi, l’emancipazione femminile - persino nelle campagne - la maggior conquista della società sovietica negli anni ’20 (anche nel campo dell’alfabetizzazione e dell’istruzione). Un’intraprendenza così vivace, come quella manifestata dalle contadine all’inizio della collettivizzazione, era un fatto nuovo e implicava la crisi dell’antica soggezione imposta alle donne nei villaggi.

La ribellione femminile, oltre che nascere da elementari motivazioni economiche, intendeva contrastare un altro aspetto della politica di collettivizzazione, quello cioè legato alla campagna di propaganda contro le credenze religiose, alla demolizione delle chiese e alla persecuzione dei ministri del culto. Nei villaggi le donne si mobilitavano anche per impedire la distruzione della chiesa locale, o la sua trasformazione in edificio adibito ad altri usi, o magari per protestare contro l’arresto del pope.

La campagna ateistica, lanciata un po’ di tempo prima, raggiunse l’acme proprio durante la collettivizzazione, che infatti non era solo un progetto di globale trasformazione economica e sociale, ma ambiva altresì a sradicare la vecchia mentalità e a creare il cittadino del futuro, «l’uomo nuovo sovietico» (secondo una formula di largo e duraturo successo).

Parlando il 3 dicembre 1927 al XV congresso del partito comunista, Stalin aveva toccato anche il problema dell’atteggiamento da tenere verso la mentalità religiosa. Egli disse allora che tra i limiti del solidissimo potere sovietico, il più forte al mondo, vi erano non solo alcune questioni sociali ancora irrisolte, come la disoccupazione e la carenza di alloggi per gli operai, ma anche residui d’arretratezza nella mentalità delle masse. Un male, da estirpare senza pietà, era costituito da «taluni germi di antisemitismo, non solo in certi ambienti dei ceti medi, ma anche in una parte degli operai e perfino in settori del nostro partito». Un altro serio problema era «l’affievolimento della lotta antireligiosa».

Al congresso non si discusse della questione, che non era all’ordine del giorno. Ma, intervenendo il 13 aprile 1928 all’attivo dell’organizzazione del partito a Mosca, Stalin rievocò il sequestro dei tesori della Chiesa, avvenuto nel 1921-1922, e ribadì l’urgenza di una «vasta campagna di massa contro la religione», da condurre in maniera tale che fosse «capita dalle masse e appoggiata dalle masse»27.

Fu il segnale per l’avvio di una vasta campagna ateistica, il cui primo atto consisté nell’introduzione dell’educazione antireligiosa nell’anno scolastico 1928-1929. Intanto il partito si mobilitava per la nuova battaglia ideologica, invitando le organizzazioni locali ad annoverare tra i propri compiti la guerra alla religione. Andavano distrutti, o convertiti ad altri usi, anche i luoghi di culto e i simboli materiali della religiosità popolare, in primo luogo le chiese. Nel 1929 ebbe inizio la demolizione delle chiese, nelle città come nei villaggi (il che provocò l’indignata protesta della gente locale, specie delle donne). Negli anni seguenti, la furia distruttiva non risparmiò neppure alcuni celebri monumenti architettonici, come la cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca (abbattuta con la dinamite nel dicembre 1931, e ricostruita dopo il crollo del comunismo). D’altronde, com’è stato notato, quell’accanimento mirava a diversi obiettivi:

 

La campagna per la chiusura e la distruzione delle chiese rispondeva, oltre che alla logica di una vasta offensiva volta a ridurre la presenza della Chiesa nella società sovietica, anche all’esigenza di una «bonifica» del paesaggio urbano e di quello rurale, da ripulire dall’impronta ortodossa in essi impressa28.

 

Ancora qualche decennio dopo, Molotov così giustificò la demolizione della chiesa di Cristo Salvatore: «A che pro conservare un tempio nel centro della città? Non era un’antica rarità. Fu questo il nostro pensiero. Un tempio in pieno centro non si accordava con il potere sovietico»29.

Con particolare accanimento furono prese di mira le campane, sia per il tradizionale ruolo da esse svolto nello scandire la vita quotidiana, specie nel villaggio, sia anche in vista del loro possibile utilizzo nell’industrializzazione in atto. Un opuscolo, edito nel 1929 dalla casa editrice Ateist, tuonava contro lo «scampanio violento»:

 

È venuto il tempo in cui le campane delle chiese devono definitivamente tacere in tutta la terra dell’URSS, lasciando spazio esclusivamente alle sirene delle fabbriche e degli stabilimenti. L’obiettivo di oggi è proprio quello dei senzadio attivi e consiste nel dare le enormi quantità di metallo pregiato delle campane delle chiese (che da noi lavorano ancora a vantaggio delle classi sfruttatrici) ai fabbri del piano quinquennale per far progredire la nostra industria sovietica30.

 

La furiosa campagna antireligiosa e le persecuzioni contro i ministri del culto suscitarono una serie di proteste all’estero, culminate nel febbraio 1930 nell’appello in difesa dei credenti da parte del pontefice romano, dell’arcivescovo di Canterbury (primate della Chiesa anglicana) e di altre organizzazioni cristiane. Sin da quando era iniziata la lotta del regime comunista alla religione, la stampa europea aveva dedicato ampio spazio e severi commenti alla recrudescenza di una politica che, manifestatasi già al tempo del comunismo di guerra, era parsa mitigarsi negli anni ’20. Con speciale attenzione i nuovi sviluppi nell’URSS venivano seguiti in Germania, dove l’opinione pubblica era già in fermento per la sorte toccata ai coloni d’origine tedesca, spogliati dei loro beni all’inizio della «deculachizzazione». A tali umiliazioni e perdite economiche si aggiungevano, adesso, le vessazioni contro le comunità religiose tedesche, sia cattoliche che protestanti, residenti nell’URSS (gravemente colpita fu soprattutto quella evangelica di Leningrado). Nel gennaio 1930 l’ambasciatore a Mosca Herbert von Dirksen preparò per il suo governo un rapporto segreto sulle persecuzioni contro cattolici ed evangelici nell’URSS; e ammonì il commissario del popolo per gli affari esteri Litvinov che siffatte azioni potevano «recare un gravissimo danno politico al governo sovietico»31. Dei «gravi conflitti diplomatici con una serie di paesi, specie con la Germania», sorti in seguito alla deculachizzazione degli agricoltori con passaporto straniero, Litvinov informò Stalin il 18 febbraio 1930.

Il regime comunista reagì al grave deterioramento dell’immagine dell’URSS all’estero, costringendo il metropolita russo Sergij a smentire in maniera categorica, in alcune interviste rilasciate ai giornali sovietici e ai corrispondenti stranieri il 15 e il 18 febbraio, le persecuzioni in atto: «Nell’URSS non vi è mai stata e non vi è persecuzione contro la religione». Pertanto, «le repressioni attuate dal governo sovietico nei confronti di credenti e di ministri del culto non discendono affatto dalle loro convinzioni religiose ma, in generale, sono legate ad attività antigovernative, come del resto capita ad altri cittadini». Quanto alla chiusura dei luoghi di culto, l’alto prelato teneva a precisare: «Sì, in effetti alcune chiese vengono chiuse. Ma questa chiusura non avviene per iniziativa del potere, ma per desiderio della popolazione e, in taluni casi, per decisione degli stessi credenti»32.

In realtà, in alcuni casi, le stesse autorità centrali o periferiche presero le distanze dagli «eccessi» degli agitatori bolscevichi, nel tentativo di placare l’esasperazione della gente. Si ripeteva così il solito copione tante volte sperimentato: prima si lanciavano direttive e messaggi incendiari, poi si cercava di rimediare in parte ai peggiori abusi. Ecco cosa scriveva la polizia politica di Rjazan’ in un rapporto del 29 aprile 1930:

 

Nel villaggio di Čučkovo dell’omonimo distretto la chiesa venne chiusa al momento del dibattito colà svoltosi in materia di religione. La maggioranza decise, nel corso della votazione, di chiuderla; ma votarono solo gli iscritti al partito e al Komsomol, gli attivisti e i giovani. Il pubblico dei credenti non era presente in chiesa. Il propagandista ateo Zverev della città di Rjazan’ aprì il dibattito con la musica, sebbene la chiesa non fosse stata ancora chiusa. La raccolta delle firme fu fatta dopo, andando in giro per i poderi contadini, con il pretesto di decidere a che cosa adibire la chiesa dopo la sua chiusura. Quando il comitato esecutivo ebbe ratificato la delibera, non furono concesse le due settimane per il ricorso. Le autorità locali non hanno mai permesso la convocazione dell’assemblea dei credenti; e quando, nondimeno, quest’ultima elesse dei delegati da mandare a Mosca, essi vennero arrestati e i 68 rubli loro sequestrati furono versati al comitato per l’infanzia33.

 

La statalizzazione dell’agricoltura, coinvolgendo decine di milioni di contadini e provocando disastri economici e lutti, fu il massimo trauma collettivo del mondo sovietico. Oltre che materiale, il trauma fu altresì di natura morale. La nuova società venne edificata sradicando e calpestando, in un brevissimo lasso di tempo, antiche abitudini di vita e di lavoro, nonché mentalità e idee della stragrande maggioranza della popolazione.

Il partito comunista sembrò uscire vittorioso nella guerra dichiarata ai settori più produttivi del mondo rurale. Anche la campagna di scristianizzazione, parte integrante dell’offensiva contro il vecchio mondo, ottenne un apparente successo, a giudicare dall’adorazione degli idoli pagani imposta all’intera popolazione. Ma l’arcaico mondo contadino, resistendo all’assalto del regime bolscevico, riuscì non solo a preservare a lungo la propria identità, ma anche a permeare per certi aspetti la nuova società. Ce lo mostrano i racconti e i romanzi degli «scrittori della vita campagnola» (derevenščiki) i quali, negli anni ’60 e 70 del Novecento, rappresentarono una realtà contadina e rurale diversissima da quella in auge nell’ideologia e nella propaganda ufficiali. Qui non vi è alcuna traccia dell’«uomo nuovo sovietico». In tali opere riaffiora invece, come per incanto, l’inconscio collettivo del vecchio mondo rurale, con i suoi simboli materiali e culturali: in primo luogo, il cimitero con le croci cristiane e la chiesetta di campagna, sentiti come oasi di pace e depositari dell’identità del villaggio.

Nel racconto di Vasilij Makarovič Sukšin Un uomo tutto d’un pezzo (Krepkij mužik), pubblicato nel 1970, l’intero villaggio insorge contro la decisione di demolire una vecchia chiesa, adibita a magazzino, della quale nessuno pareva più curarsi ma che tutti, quando rischia di scomparire, scoprono essere parte integrante della vita collettiva34.

Note di Capitolo terzo

 

1      Pjatnadcatyj s"ezd VKP(B). Dekabr 1927 goda. Stenografičeskij otčët, II, Gosudarstvennoe izdatel’stvo političeskoj literatury, Moskva 1962, p. 1459.

2      I. V. STALIN, Sočinenija [Opere], Tom 12 (aprel’ 1929 - ijun’ 1930), Gosudarstvennoe izdatel’stvo političeskoj literatury, Moskva 1949, pp. 118-135.

3      Si veda la dettagliata tabella riportata in N. A. IVNICKIJ, Kollektivizacija i raskulačivanie (načalo 30-ch godov) [La collettivizzazione e la deculachizzazione all’inizio degli anni ’30], Izdatel’stvo Magistr, Moskva 1996, p. 17.

4      Kak lornali NEPStenogrammy plenumov XK VPK(B). 1928-1929 gg. [Come fu distrutta la NEP. Stenogrammi dei plenum del cc del partito comunista sovietico. 1928-1929], Tom 5, Mezdunarodnyj Fond «Demokratija», Moskva 2000, p. 563.

5      Ivi, P. 581.

6      M. LEWIN, Contadini e potere sovietico dal 1928 al 1930, tr. it., Prefazione di Roger Portal, Franco Angeli, Milano 1972, p. 49.

7      Pjatnadcatyj s"ezd VKP(b), cit., I, pp. 69 e 67.

8      Il discorso Sui problemi di politica agraria nell’URSS, pubblicato nella «Pravda» del 29 dicembre, è riprodotto in I. V. STALIN, Sočinenija, Tom 12, pp. 141-172.

9      Il documento fu pubblicato per la prima volta, nella sua interezza, in «Istoričeskij archiv», 1994, N° 4, pp. 147-152.

10     I documenti citati sono in Iz istorii Tambovskoj derevni načala 30-ch godov [Dalla storia delle campagne di Tambov all’inizio degli anni ’30], «Otecestvennye archivy», 1991, N° 6, pp. 47-55.

11     Tragedia sovetskoj derevni. Kollektivizacija i raskulačivanie. 1927-1939. Dokumenty i materialy [La tragedia delle campagne sovietiche. Collettivizzazione e deculachizzazione. 1927-1939. Documenti e materiali], Tom 2 (nojabr’ 1929 - dekabr’ 1930), ROSSPEN, Moskva 2000, pp. 225-235.

12     A. GRAZIOSI, L'Urss di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica (1914-1945), Il Mulino, Bologna 2007, p. 267.

13     N. A. IVNICKIJ, Kollektivizacija i raskulačivanie, cit., pp. 133-134; V. N. ZEMSKOV, Sud’ba «kulackoj ssylki» [La sorte dei culachi deportati], «Otecestvennaja istorija», 1994, N° 1, pp. 118-119.

14     V. JA. SASKOV, K voprosu o vyselenii raskulačennych semej v Severnyj kraj. 1930-1933 gody [Sulla questione della deportazione della famiglie deculachizzate nei territori settentrionali. 1930-1933], «Otecestvennaja istorija», 1996, N° 1, p. 151.

15     Neizvestnaja Rossija. XX vek [Russia sconosciuta. XX secolo], I, Istoričeskoe nasledie, Moskva 1992, pp. 206-208.

16     S. MERL, «Ausrottung» der Bourgeoisie und der Kulaken in Sowjetrußland? Anmerkungen zu einem fragwürdigen Vergleich mit Hitlers Judenvemichtung, «Geschichte und Gesellschaft», 13 (1987), pp. 368-382.

17     Tragedija sovetskoj derevni, cit., Tom II, pp. 156-158.

18     Sulla collettivizzazione e la carestia in Kazachistan segnalo un saggio, chiaro e documentato, di un ricercatore italiano: N. PIANCIOLA, Famine in the steppe. The collectivization of agricolture and the Kazak herdsmen, 1928-1934, «Cahiers du Monde russe», Janvier-juin 2004, pp. 137-191. Del medesimo autore è poi uscita una più ampia monografia: Stalinismo di frontiera. Colonizzazione agricola, sterminio dei nomadi e costruzione statale in Asia centrale. 1905-1936, Viella, Roma 2009.

19     XVI s”ezd Vsesojuznoj kommunističeskoj partii (b), Stenografičeskij otčët, Gosudarstvennoe izdatel’stvo, Moskva-Leningrad 1930, p. 584.

20     Tragedija sovetskoj derevni, Tom II, cit., p. 131.

21     Sovetskaja derevnja glazami OGPU-NKVD. Dokumenty i materialy [Le campagne sovietiche viste dalla Čeka, dall’OGPU e dalla NKVD. Documenti e materiali], Tom 3. 1930- 1934, Kniga 1. 1930-1931, ROSSPEN, Moskva 2003, pp. 259-263. Una selezione dei documenti di questa fondamentale silloge è apparsa in traduzione francese, con un’introduzione del curatore Nicolas Werth: Le pouvoir soviétique et la paysannerie dans les rapports de la police politique (1930-1934), «Bulletin de l’Institut d’histoire du temps présent», 81-82, premier et second semestre 2003.

21     Si veda la tabella in N. A. IVNICKIJ, Kollektivizacija i raskulačivanie, cit., p. 86.

23     M. FAINSOD, Smolensk under Soviet Rule, Unwin Hyman, Boston 1989, p. 251.

24     A. GRAZIOSI, Collectivisationrévoltes paysannes et politiques gouvernementales à travers les rapports du GPU d'Ucraine de février-mars 1930, «Cahiers du Monde russe», XXXV (3), Juillet-Septembre 1994, pp. 529-530. Tutti i documenti d’archivio riprodotti in questo saggio sono in lingua originale.

25     L. VIOLA, Stalin e i ribelli contadini, cit., p. 327.

26     XVI s“ezd Vsesojuznojkommunističeskojpartii (b), cit., p. 70.

27     V. A. SEVCENKO, «Neobchodimo udarit', kogo sleduet, ctoby delu ne mesali»: vvedenie antireligioznogo vospitanija v sovetskoj skole v 1928-1929 godaci [«Bisogna colpire chi di dovere, perché non venga intralciata la causa». L’introduzione dell’educazione antireligiosa nelle scuole sovietiche nel 1928-1929], «Rossijskaja istorija», 2009, N° 1, p. 88.

28     A. ROCCUCCI, Stalin e il patriarca. Chiesa ortodossa e potere sovietico, 1917-1958, Einaudi, Torino 2011, p. 87.

29     Sto sorok besed s Molotovym. Iz dvevnika F. Čueva, Terra, Moskva 1991, p. 265.

30     Cit. da G. CODEVILLA, Chiesa e Impero in Russia. Dalla Rus’ di Kiev alla Federazione Russa, Prefazione di Sante Graciotti, Jaca Book, Milano 2011, pp. 382-383. In questa sintesi di ampio respiro, basata su un vastissimo materiale bibliografico e documentario, il lettore troverà precisi ragguagli sulla campagna antireligiosa scatenata nel 1929.

31     C. MICK, Sowjetische Propaganda, Fiinjjahrplan und deutsche Rußilandpolitik 1928- 1932, Franz Steiner Verlag, Stuttgart 1995, p. 390.

32     Le interviste sono state ristampate nell’imponente raccolta documentaria sul patriarcato di Mosca dal 1917 al 1943: Akty Svjatejšego Tichona, Patriarcha Moskovskogo i vseja Rusi, pozdnejšie dokumenty i perepiska o kanoničeskom preemste vysšej cerkovnoj vlasti. 1917-1943 gg., Sbornik v dvuch castjach, Sostavitel’ M. E. Gubonin, Izdatel’stvo Pravoslavnogo Svjato-Tichonovskogo Bogoslovskogo Instituta, Moskva 1994, pp. 682- 689. Nell’Archivio del Presidente della Federazione Russa sono conservate le varianti dattiloscritte delle interviste, da cui risulta che i testi furono scritti da alti funzionari del partito comunista e rivisti da Stalin in persona (I. A. KURLJANDSKIJ, Stalin i «interv'ju» mitropolita Sergija sovetskim korrespondentam v 1930, «Rossijskaja istorija», 2010, N° 2, p. 158).

33     Rjazanskaja derevnja v 1929-1930 gg. Chronika golovokruženija. Dokumenty i materialy [Le campagne di Rjazan’ nel 1929-1930. Cronaca della vertigine. Documenti e materiali], ROSSPEN, Moskva 1998, pp. 541-542.

34     V. SUKSIN, Sobranie socinenij v trech tomach [Opere in tre volumi], Tom vtoroj, Molo- daja gvardija, Moskva 1985, pp. 440-446.

Capitolo quarto

La tregua

 

Il 2 marzo 1930, quando in tutta l’URSS infuriava la campagna per la collettivizzazione, uscì nella «Pravda» l’articolo di Stalin La vertigine dei successi. Problemi del movimento colcosiano (Golovokruženie ot uspechov. K voprosam kolchoznogo dviženija), che ebbe l’effetto di un fulmine a ciel sereno1. Mentre fino allora le direttive giunte dall’alto spronavano a far presto e a realizzare quanto prima il programma di socializzazione dell’agricoltura, adesso il messaggio del capo supremo era di ben diverso tenore. Stalin esordiva ricordando come, alla data del 20 febbraio, fosse stata collettivizzata la metà delle aziende contadine in tutto il paese. Era un indubbio successo, che andava al di là di ogni previsione; era la conferma che «la svolta radicale verso il socialismo può considerarsi già sicura». Ma i successi, specie quelli ottenuti con tanta facilità e così in fretta, avevano «anche il loro lato negativo», per il senso d’onnipotenza, la presunzione e la boria che generavano:

 

Questi successi spesso inebriano la gente: comincia a girar la testa per i successi, si perde il senso della misura, si perde la capacità di comprendere la realtà, nasce la tendenza a sopravvalutare le proprie forze e a sottovalutare quelle dell’avversario, affiorano tentativi avventuristici di risolvere in quattro e quattr’otto tutti i problemi dell’edificazione socialista.

 

Siffatti atteggiamenti allignavano ormai nel partito e rischiavano di compromettere gli ottimi risultati raggiunti. Le vittorie - ricordava Stalin - nascevano dal «carattere volontario del movimento colcosiano», nonché dall’esatta valutazione della «varietà delle situazioni nelle diverse regioni dell’URSS». Alcuni compagni, ai quali i successi avevano dato alla testa, «purtroppo» non si erano attenuti alle indicazioni del partito, danneggiando la grandiosa impresa così bene avviata. La strada maestra del movimento colcosiano - da percorrere rispettando la libera scelta dei contadini - non poteva essere che la creazione delle cooperative (arteli) agricole (nelle quali erano socializzati i principali mezzi di produzione, ma non il bestiame minuto e l’orto privato): a tali criteri doveva ispirarsi lo statuto del colcos. Invece, in alcune località si era tentata, con la nascita delle comuni agricole, la socializzazione completa dei beni e degli attrezzi degli agricoltori.

Tra le pericolose fughe in avanti dei sedicenti «rivoluzionari», Stalin menzionava non senza sarcasmo anche la rimozione delle campane dalle chiese: «Togliere le campane: pensa un po’ che atteggiamento rrrivoluzionario!».

A proposito della rimozione delle campane, Stalin dava pubblico rilievo ad un timore, già espresso nelle relazioni segrete di alcuni funzionari comunisti, circa le pericolose conseguenze di quella inconsulta e superflua vessazione, che si era rivelata motivo di gravi tensioni e disordini nelle campagne. Delle persecuzioni antireligiose e dell’assalto alle chiese abbiamo già fatto cenno; ma val la pena ricordare un altro tipico episodio, accaduto tra gennaio e febbraio nella provincia ucraina di Zinov’evsk (l’Elizavetgrad dell’epoca zarista).

Qui, nel villaggio di Zlynka, durante il sequestro delle campane, si radunò una folla di circa 400 donne. Armate di pietre e bastoni, le contadine inscenarono una violenta protesta, picchiando il presidente del soviet rurale e due poliziotti. Neppure l’intervento dei giovani di leva, inviati sul posto dal commissario politico del reggimento di stanza nella zona, valse a riportare la calma. Anche i militari furono accolti con le rudimentali armi di cui disponevano le donne inferocite. L’esercito circondò allora la chiesa, per far sì che venisse portata a termine la rimozione delle campane. Ma la tensione cessò solo quando giunse l’ordine di sospendere l’insana operazione. Questo il sensato commento della direzione politica dell’armata rossa: «L’incidente si può concretamente spiegare con il fatto che le autorità locali hanno intrapreso la rimozione delle campane unicamente per via amministrativa, senza effettuare alcun lavoro preventivo di spiegazione e propaganda e di preparazione della collettività»2.

Sull’articolo del 2 marzo non c’è molto da aggiungere al commento di Alee Nove: «Dopo aver incoraggiato eccessi di ogni genere, Stalin ne ordinò la fine. Con rara sfrontatezza, fece ricadere la colpa sui membri locali del partito»3.

Il repentino cambiamento di rotta nasceva dall’intuizione della gravità della situazione nelle campagne, dove andavano vieppiù crescendo le proteste e le rivolte. Le note informative dell’occhiuta polizia politica, che tutto vedeva e tutto registrava, erano un campanello d’allarme, di cui i signori del Cremlino non potevano non tener conto. Poiché, da sole, le repressioni non bastavano a spegnere l’incendio divampato nelle zone rurali, occorreva fare un passo indietro e rinunciare al progetto d’immediata collettivizzazione integrale.

Erano state le allarmanti notizie pervenute dalle principali regioni cerealicole dell’URSS a indurre il vertice del partito a mutar politica, prima che la situazione precipitasse e divenisse incontrollabile. Uno speciale effetto dovette produrre l’inquietante e circostanziato telegramma dall’Ucraina, giunto a Molotov il 26 febbraio e firmato dal capo del governo Ljubčenko e dal presidente della repubblica Petrovskij4. Vi si menzionava con parole concitate l’«agitazione di massa» esplosa nel distretto di Pluznoe, a ridosso della frontiera polacca, e abbracciante già 13 villaggi. I due alti funzionari della repubblica ucraina riferivano che «folle, formate in maggioranza da donne e capeggiate da culachi e preti, hanno avanzato la richiesta di riaprire le chiese, liquidare le aziende collettive e restituire gli attrezzi socializzati e le sementi». La situazione era grave, perché in alcune località le folle numerose (fino a 400 persone) picchiavano gli attivisti del partito. Ljubčenko e Petrovskij si sforzavano anche di spiegare le radici della protesta:

 

Le cause del movimento sono: l’insufficiente preparazione, in alcuni villaggi, della collettivizzazione (ritmi forzati nella socializzazione degli attrezzi e delle sementi, attuata in due giorni in seguito a delibere di assemblee prive di quorum); l’idiozia (golovotjapstvo) della gioventù comunista, che si è messa a raccogliere oggetti da riutilizzare procedendo alla perquisizione in massa delle aziende; l’idiozia (golovotjapstvo) nella chiusura della chiesa nel capoluogo di distretto Plužnoe e il sequestro dei beni della chiesa, effettuato dal soviet rurale del villaggio di Pererosloe...

 

Appena due giorni dopo aver ricevuto il drammatico telegramma dall’Ucraina, il Politbjuro affidò a Stalin l’incarico d’intervenire pubblicamente sui giornali, oltre a deliberare la revisione dello statuto dei colcos (nel senso che sarà chiarito proprio nell’articolo del 2 marzo)5.

Dopo l’articolo di Stalin, si infittirono i rapporti dell’OGPU, e dei comitati locali del partito, sugli «eccessi» (peregiby) e sulle «deviazioni» (iskrivlenija), che avevano avuto luogo nel corso della collettivizzazione (e della deculachizzazione). Sappiamo che, anche prima, non erano mancate puntuali segnalazioni dei più stridenti abusi, responsabili dell’indignata reazione dei contadini. Ma adesso, per parecchie settimane, nei documenti pubblici e in quelli segreti il tema dominante fu per l’appunto la colpevole fretta e insipienza, di cui molti attivisti davano prova nell’attuare le parole d’ordine del partito. Il termine che ricorre con maggior frequenza è quello ripreso dall’aggettivo usato da Stalin e designante la più insensata imbecillità (golovotjapskij); e di «idiozia» (golovotjapstvo) erano accusati i trasgressori delle direttive sulla collettivizzazione (secondo la nuova esegesi). Questa parola, peraltro, era stata adoperata ben due volte nel telegramma di Ljubčenko e Petrovskij del 26 febbraio.

I fatti emersi dalle nuove rivelazioni sono davvero sconcertanti e confermano il carattere endemico delle angherie e delle violenze (le quali non cessarono affatto dopo la pubblicazione dell’articolo del 2 marzo): le più pesanti intimidazioni e minacce (d’arresto o di morte), anche verso i contadini meno abbienti, erano la normale arma di pressione per l’ingresso nei colcos; le requisizioni, effettuate dalle squadre operaie per ordine delle autorità locali, talvolta non risparmiavano neppure gli oggetti più modesti e i volatili razzolanti nel cortile di casa; finte assemblee e votazioni fasulle, spesso, venivano orchestrate per sancire la nascita delle fattorie collettive; nel novero dei «culachi» finivano, tante volte, esponenti degli altri strati contadini.

Se questi erano i metodi normalmente usati dagli scherani bolscevichi per metter in atto gli ordini del partito, talvolta gli abusi avevano un carattere ancor più odioso e cruento, come c’informano sempre le inchieste della polizia. Ecco come si svolse la campagna per la collettivizzazione nella provincia di Rjazan’, dove massiccia fu la protesta contro la nascita dei colcos. Qui il presidente del comitato esecutivo ordinò, per attuare la collettivizzazione a spron battuto, di «creare stati maggiori militari e usare misure straordinarie, fino alla fucilazione dei culachi al cospetto della folla». Nell’ordinanza si raccomandava altresì di rispondere ad eventuali agitazioni facendo ricorso alle armi, «in modo da lasciare alcuni morti e feriti e con ciò stesso prevenire l’ulteriore diffusione della protesta». Ispirandosi ai principi enunciati dal suo superiore, il presidente del distretto di Aleksandro-Nevskij emanò la seguente direttiva:

 

Poiché, nonostante la decisione presa di far entrare nei colcos entro il 15 febbraio il 100% della popolazione, tale direttiva non è stata eseguita, propongo di presentare subito un ultimatum ai villaggi e ai singoli contadini che non hanno aderito ai colcos, di privare dell’appezzamento di terra tutti coloro che non sono entrati nei colcos e di espellerli dal territorio del distretto.

 

Erano stati proprio fatti del genere, abbastanza numerosi nella regione di Mosca, a suscitare «il malcontento di singoli strati delle masse contadine povere e medie», del quale seppero approfittare i culachi e gli elementi controrivoluzionari delle campagne. Pertanto - informava il rapporto di polizia - a marzo «si è verificata una considerevole crescita del movimento anticolcosiano»: nella prima metà del mese, infatti, ebbero luogo 134 violente proteste di massa (mentre ne erano state registrate 92 a febbraio e 4 a gennaio)6.

Di fronte ad una situazione così pericolosa in una regione vastissima, come quella moscovita (che allora comprendeva, oltre al territorio intorno alla capitale, le province di Rjazan’, Kaluga, Tver’, Tuia e diverse altre), fu deciso di procedere alla sostituzione del segretario del partito: a Karl Janovič Bauman, destituito ad aprile per gli «errori» da lui commessi, subentrò Kaganovič, uno dei più fidi ed energici collaboratori di Stalin7.

Se gli abusi di tal fatta rientravano nella categoria degli «eccessi» e delle «deviazioni» di minore o maggior gravità, che si segnalavano un po’ dappertutto, vi erano poi quelle che gli stessi documenti ufficiali consideravano azioni criminali belle e buone, commesse soprattutto nel corso della «deculachizzazione». Ne abbiamo già viste alcune; non sarà superfluo ricordare un altro degli infiniti episodi del saccheggio ai danni dei contadini benestanti, accaduto nel distretto di Sasovo (regione di Rjazan’). Qui «gli oggetti migliori arraffati nell’ambito della deculachizzazione vennero spartiti alla chetichella tra i funzionari del soviet rurale»: il presidente si tenne un cappotto da donna, il segretario un paio di stivali laccati, un membro del partito si prese i mobili, e così via; le cose di minor valore furono vendute al mercato libero8.

Fu in una situazione così tesa e drammatica che giunse l’articolo di Stalin del 2 marzo. L’abile mossa valse, senza dubbio, a salvare il partito in un pericolosissimo frangente e ad evitare che gli infiniti rivoli della ribellione confluissero, prima o poi, in un’insurrezione generale. Non si tratta di un’interpretazione basata su ipotesi, ancorché fondate, perché possediamo almeno un documento ufficiale, dai toni drammatici, sulle ragioni della nuova svolta. Nella circolare segreta del 2 aprile 1930 il comitato centrale, rinunciando ai consueti accenti trionfalistici, illustrò al partito quale fosse la situazione reale nel paese9:

 

Le informazioni, giunte a febbraio al comitato centrale, sulle agitazioni di massa dei contadini nella regione centrale delle terre nere, in Ucraina, in Kazachistan, in Siberia, nella regione di Mosca hanno rivelato una situazione che si può solo definire minacciosa. Se allora non fossero state prese subito misure contro le deviazioni dalla linea del partito, adesso avremmo una vasta ondata di azioni contadine insurrezionali, una buona metà dei nostri attivisti «di base» sarebbe stata ammazzata, sarebbe saltata la semina, sarebbe stata minata l’edificazione colcosiana e sarebbe stata minacciata la nostra situazione interna e internazionale. Ciò ha determinato l’intervento del CC, la modifica dello statuto dei colcos e la pubblicazione, su precisa delibera del CC, dell’articolo del compagno Stalin La vertigine dei successi.

 

Comunque, le angherie e le violenze nelle campagne non cessarono affatto dopo la pubblicazione dell’articolo. Stalin ne fu informato, già il 7 marzo 1930, dal vice presidente dell’OGPU Genrich Grigor’evič Jagoda: «Dalle varie località continuano a giungere informazioni sulle anormalità (izvraščenijach) e sugli eccessi nel processo di collettivizzazione e deculachizzazione in tutte le regioni»10. Né le cose migliorarono nelle settimane successive, come denunciò la menzionata circolare segreta del 2 aprile: «Il ricorso ai rozzi metodi amministrativi [praktìka grubogo administrirovanija] nell’opera della collettivizzazione, accompagnato all’applicazione ai contadini medi dei metodi di lotta contro i culachi, mina la fiducia di larghe masse contadine verso la politica del partito e del potere sovietico». I metodi coercitivi fino allora usati (intimidazioni, arresti ecc.) avevano portato al «discredito delle organizzazioni locali agli occhi dei contadini, spingendo i contadini medi dalla parte dei culachi»:

 

Il movimento insurrezionale guidato dagli elementi culachi controrivoluzionari, attivo in una serie di province dell’Ucraina, nelle zone montane del Caucaso settentrionale e in Kazachistan, conferma il pericoloso acuirsi della situazione politica nelle campagne. La presenza di un gran numero di azioni anticolcosiane di massa nella regione centrale delle terre nere, nella regione di Mosca, in Siberia, nella Transcaucasia e nell’Asia centrale, le quali, sotto l’influenza dei culachi, vanno trasformandosi in movimento antisovietico, esige l’adozione di misure decisive e immediate contro le deviazioni dalla linea del partito nel movimento colcosiano.

 

Le misure da prendere, in una situazione così minacciosa, non dovevano fermarsi neppure dinanzi all’espulsione dal partito di quanti non si attenevano alle nuove direttive, e al trasferimento in altri territori dei militanti i quali, pur «capaci di attuare coscienziosamente la linea del partito», avevano ormai perso la fiducia della gente là dove operavano.

L’allarme lanciato il 2 aprile dal comitato centrale bolscevico era tutt’altro che esagerato. Infatti, non essendo diminuiti gli «eccessi» nelle campagne, non cessavano le proteste e le rivolte, come ancora una volta testimoniano le note informative dell’OGPU. Anzi, proprio a marzo gli atti di ribellione erano cresciuti enormemente rispetto ai mesi precedenti. Di tutte le 13.754 agitazioni di massa nelle campagne, scrupolosamente registrate dall’OGPU per l’anno 1930, quasi la metà (ben 6.528) ebbe luogo nel mese di marzo; 1.992 si verificarono ad aprile, 1.375 a maggio, 886 a giugno (diminuendo via via nei mesi successivi)11. Anche in un documento della primavera 1930, più vicino agli eventi e meno completo, il controspionaggio dell’OGPU appurò che, se nel 1929 alle 1.307 azioni di protesta nelle campagne avevano preso parte 300.000 persone, dal gennaio all’aprile 1930 si registrarono 6.117 atti di ribellione, nei quali furono coinvolti 1.755.300 rivoltosi: nel solo mese di marzo i casi furono 3.790 con un numero complessivo di 1.127.000 partecipanti. Le proteste più violente «hanno avuto luogo là dove sono state commesse deviazioni ed eccessi nel processo di collettivizzazione e di deculachizzazione e in concomitanza con la chiusura delle chiese»12.

In taluni casi, si trattava di autentiche insurrezioni anticomuniste. Esaminiamo, fra i tanti documenti, il lungo telegramma inviato il 16 marzo 1930 ai responsabili moscoviti dell’OGPU dal capo della polizia politica dell’Ucraina, Balickij, il quale riferì di un suo giro d’ispezione nella turbolenta provincia di Tul’cin, pressoché interamente sconvolto da «agitazioni e insurrezioni»13. Il vento della rivolta soffiava in 15 distretti su 17, cioè nella quasi totalità del territorio. In 50 villaggi era stato spazzato via il potere sovietico, rappresentato dal partito e dal soviet rurale, e al suo posto erano subentrati gli starosty (i tradizionali capi elettivi delle comunità contadine). I colcos erano stati liquidati quasi dappertutto. La protesta aveva un marcato carattere politico-religioso, oltre che economico:

 

Le cause delle agitazioni sono senza dubbio, oltre a talune deviazioni commesse dall’apparato, la propaganda antisovietica condotta da seguaci di Petljura [nazionalisti], popi e culachi con le seguenti parole d’ordine: «Non ci serve un potere che saccheggia i contadini. Abbasso i comunisti, che conducono il paese alla rovina. Chiudere le scuole, restituire ai popi i loro edifici, introdurre nelle scuole l’insegnamento dello slavo ecclesiastico, per poter seguire meglio le funzioni religiose, cacciare i maestri nominati dal potere sovietico. Chiudere le cooperative e consentire il libero commercio».

 

Dinanzi ad una protesta così massiccia e articolata, Balickij non si limitava a tirare in ballo, tra le cause del fenomeno, le solite «deviazioni», ma faceva ricorso al movente che ai funzionari comunisti sembrava più plausibile in casi del genere: le mene sobillatrici dei nemici del regime. Non sappiamo, nella fattispecie, cosa ci fosse di vero nella sua spiegazione. Certo si è che i contadini della provincia di Tul’cin erano bene organizzati, stabilivano collegamenti tra i vari borghi, malmenavano e cacciavano via i comunisti, scavavano trincee all’ingresso dei villaggi, cantavano canzoni patriottiche (come Ancor non è morta l’Ucraina). Nel suo rapporto Balickij non mancava d’informare i superiori moscoviti delle misure militari da lui approntate per schiacciare la rivolta.

Nell’immediato, dunque, l’articolo di Stalin non portò la pace nelle campagne, sia a causa della generale situazione, oltremodo incandescente, sia anche per il moto inerziale della macchina infernale, lanciata a gran velocità nelle settimane precedenti e difficile da arrestare. Anzi, l’improvvisa sferzata al partito suscitò delusione, smarrimento e rabbia tra i militanti comunisti, accrescendo oltretutto la confusione regnante nei villaggi. Sulle reazioni degli attivisti bolscevichi alle nuove direttive del capo supremo siamo, ancora una volta, informati dalle scrupolose note dell’OGPU, che non poteva certo disinteressarsi di una così cruciale questione.

In una nota informativa della seconda metà di marzo, Jagoda segnalò «lo smarrimento e la scompiglio tra gli attivisti delle organizzazioni locali in seguito alle ultime direttive del partito sulla lotta agli eccessi amministrativi e alla stolidissima condotta (golovotjapstvo) nella collettivizzazione». In alcuni distretti della regione di Mosca i militanti bolscevichi avevano smesso di recarsi nei villaggi, non sapendo più cosa fare, e dicevano che tutto era ormai finito e che bisognava rinunciare all’edificazione dei colcos. Nel villaggio di Poddub’e l’assemblea generale della cellula comunista aveva addirittura approvato una mozione del seguente tenore: «Consideriamo l’articolo del compagno Stalin un documento antipartito: l’opinione in esso espressa è del solo compagno Stalin, non del comitato centrale, è uno slittamento dalle posizioni leniniste»14.

Un delegato all’XI congresso del partito comunista ucraino (giugno 1930) espresse con parole lapidarie il risentimento che, parecchio tempo dopo l’annuncio della svolta, covava ancora tra non pochi militanti di base: «gli errori compiuti localmente sono errori del comitato centrale del partito, gli errori a livello locale sono errori del compagno Stalin»15.

Un rapporto dell’OGPU della fine di aprile, dedicato alla situazione nel Caucaso settentrionale e nella regione delle terre nere, c’informa che le decisioni prese a Mosca «sono state un fatto inaspettato per la schiacciante maggioranza degli attivisti locali». Ecco alcune delle cose dette dai militanti di base:

 

«Che motivo aveva Stalin di scrivere quelle lettere, per giunta al giornale? I colcos sono stati creati con tanta fatica, e adesso tutto va in malora e non si riuscirà più a spingere il contadino nel colcos».

«Ecco che adesso la colpa è di chi ha eseguito il lavoro (vinovat streločnik). Ma quando eravamo impegnati nella collettivizzazione, continuavano a dirci: non basta, lì si è collettivizzato di più; e allora noi ci sforzavamo di far di più».

«È in alto che hanno escogitato l’impossibile, decidendo ritmi superiori alle nostre forze, e a noi ci tocca pagare per questo».

«Cosa scrivono nei giornali: eccessi, deviazioni, carattere volontario... Ma cosa pensavano, quando ci hanno dato le direttive sull’attuazione della collettivizzazione integrale?».

 

Quanto alle reazioni dei contadini, il rapporto riferiva di un generale consenso intorno alle tesi dell’articolo di Stalin. Ma si trattava di una osservazione generica e rituale; subito dopo, infatti, si osservava come non pochi agricoltori poveri fossero dell’avviso che le nuove delibere erano state emanate «in seguito non agli eccessi, ma alle rivolte»: «E diffusa l’opinione che le delibere del CC rappresentino un nuovo corso del potere sovietico, favorevole allo sviluppo delle aziende individuali»16.

Se i militanti comunisti erano irritati per la funambolesca svolta nella politica agraria del partito, i contadini non nascondevano la loro rabbia per le violenze e gli oltraggi subiti, né nutrivano soverchie illusioni sul futuro. Lo si deduce dagli stessi documenti di polizia i quali, se esordiscono con il consolatorio preambolo circa la favorevole accoglienza del nuovo corso da parte dei «contadini poveri e medi», ci rendono poi edotti sugli aspri sentimenti anticolcosiani della grande maggioranza della popolazione rurale (catalogati immancabilmente come «umori culachi», kulackie nastroenija).

Istruttivi sono anche i rapporti sugli umori nell’esercito, essendo l’armata rossa composta in prevalenza di soldati contadini e formata anche da milizie territoriali: nel 1929 queste ultime arruolavano 720.116 soldati semplici, mentre le unità regolari contavano 417.127 militari in servizio permanente effettivo17. I dirigenti del PCUS e i responsabili del commissariato del popolo per gli affari militari, pur coinvolgendo anche l’esercito nella mobilitazione ideologica per la collettivizzazione, cercarono di tener lontane le forze armate, quando possibile, dalle azioni repressive contro i ribelli contadini, affidate ai ben più sicuri reparti dell’OGPU. In ogni caso, era costante il controllo politico sugli umori nelle caserme e tra i militari delle milizie territoriali (i peremenniki). Gli informatori della polizia, presenti dappertutto, ascoltavano e osservavano anche quanto dicevano e facevano i soldati dell’armata rossa. Essi non mancarono di prender nota delle reazioni dei militari di truppa all’articolo di Stalin e al nuovo corso del partito.

Ecco cosa ci dice il rapporto del 21 marzo 193018 sull’eco dell’articolo di Stalin nell’esercito. La cosa più sorprendente, se vista con gli occhi dei comunisti, è che la maggioranza delle opinioni espresse dai soldati contadini rientrava nella categoria degli «umori culachi», sebbene a formularle fossero anche militari appartenenti agli strati meno abbienti delle campagne. Erano in fondo, quegli «umori culachi», osservazioni basate sul buon senso e sulle lezioni tratte dagli ultimi avvenimenti. Come potremmo altrimenti interpretare il fatto che i soldati di «sentimenti culachi» ravvisavano nell’articolo del compagno Stalin e nelle recenti delibere del partito «la prova del carattere sbagliato della politica del partito nella questione contadina»? Si udivano, tra i militari appartenenti al ceto contadino, commenti ironici, ben diversi dall’ufficiale apoteosi del capo: «Non sempre siamo noi a sbagliare, sbagliano anche persone come Stalin il quale, all’inizio, ha lanciato una politica di collettivizzazione troppo brusca, e adesso annuncia l’adesione volontaria ai colcos». Molti speravano, dopo la recente svolta, che il partito mettesse finalmente giudizio, riconoscendo il fallimento della collettivizzazione e l’opportunità di un ritorno alla NEP.

Ciò che maggiormente inquietava i vertici politici e militari era, oltre alla diffusione di opinioni e voci ostili al partito, l’atteggiamento mostrato dalle milizie territoriali nelle situazioni di crisi. L’apertura degli archivi ha fatto emergere episodi a lungo sepolti nell’oblio, al quale il regime comunista condannava ogni fatto capace d’offuscare la luminosa versione ufficiale dell’«edificazione del socialismo». Un evento emblematico dell’inaffidabilità, per il partito dominante, dell’esercito territoriale ebbe luogo nel villaggio di Načalovo, non molto distante dalla città di Astrachan’ alla foce della Volga19. Dei 45 soldati della milizia territoriale (peremenniki) qui presenti, 9 furono allontanati dal servizio e privati dei diritti politici perché kulaki (gennaio 1930). Ma quelli rimasti, pur essendo contadini medi, si rifiutarono di entrare nel colcos. Quando poi, il 22 febbraio, scoppiò la «rivolta dei kulaki», si rivelarono pericolosi. In che cosa consistesse l’insurrezione «culaca», l’apprendiamo dal commissario politico: «una folla di 700-1000 persone si è riunita al suono delle campane, ha circondato il soviet di villaggio reclamando dal soviet e dagli operai-comunisti l’annullamento della dekulakizzazione e dei provvedimenti di espulsione dei kulaki». «La folla di kulaki e di donne ubriache (che evidentemente erano state fatte bere apposta)» uccise e ferì una dozzina di comunisti e di membri del colcos. I soldati della milizia rimasero in disparte, senza tentar di sedare l’insurrezione; qualcuno di loro prese addirittura parte attiva alla rivolta.

Sconfortata era la conclusione del commissario politico che aveva indagato su quegli eventi:

 

Ma nel complesso i soldati non permanenti [peremenniki] non si sono comportati da uomini sovietici di prima linea, non sono stati un punto d’appoggio nelle campagne, non hanno avvertito le autorità della possibilità di una rivolta, sono stati contagiati dagli umori dei kulaki e quando era arrivato il momento di intervenire ed influenzare in modo organizzato la folla, per evitare l’attacco ai comunisti ed agli operai, sono rimasti a casa ed hanno svolto un ruolo passivo.

 

Episodi come quello di Načalovo furono tutt’altro che isolati. Se poi consideriamo che i soldati contadini lontani dai loro villaggi apprendevano, dalle drammatiche lettere dei loro familiari, cosa avveniva nelle campagne, possiamo farci un’idea degli umori dei militari di leva. Certo, la censura militare intercettava e sequestrava gran parte delle missive, sapendo del loro contenuto «negativo»; ma qualche lettera giungeva a destinazione, mettendo in subbuglio - dobbiamo presumere - i giovani sotto le armi. Ecco un tipico appello accorato, scritto nel febbraio 1930 dai parenti di un soldato:

 

Lettera dalla mamma e dal papà. Dal papà Stepan e dalla mamma Natal’ja Michajlovna. Salve, caro il nostro figlio Roman Stepanovič, noi ti mandiamo la benedizione paterna e materna e con amore ci inchiniamo di fronte a te [formula di saluto] e ti auguriamo ogni bene. Anche la tua cara moglie Tat’jana Makar’evna si inchina dinanzi a te, baciandoti da lontano un migliaio di volte. Caro figliolo Roman Stepanovič, ci hanno cacciato dalla nostra izba e ci hanno preso tutto. Anche del bestiame non rimane niente. Vogliono deportare noi e altre 20 famiglie in qualche posto che non conosciamo. [...]

Dal tuo cognato Ivan Makarovič. Ti invio, caro Roman Stepanovič, il mio saluto di cuore e il mio inchino. Caro Roman, ti scriverei volentieri di molte cose, ma temo proprio che da noi le cose si mettano male. Stanno cacciando 22 famiglie, ci deportano dalla zona delle Terre nere. Anche noi siamo nell’angoscia, perché non sappiamo come difendere le nostre cose e dove scappare20.

 

Le missive pervenute dai villaggi erano così pericolose, per le notizie sulle prepotenze nelle campagne e sulle rivolte contadine, che in molti casi i soldati preferivano «nascondere le lettere, leggendole in segreto per poi strapparle e gettarle via», come sappiamo da una nota informativa del distretto militare dell’Ucraina21.

L’annuncio del nuovo corso di politica agraria provocò il rapido disfacimento dell’edificio collettivistico, costruito con tanta fretta e brutalità. Fu la conferma, se mai ve ne fosse stato bisogno, del carattere artificioso e violento del «movimento colcosiano» (com’era chiamato). A partire dalla primavera 1930, la fuga in massa dalle fattorie collettive fu un fenomeno non meno vistoso, benché assai più spontaneo, dell’inverso processo di adesione ai colcos, registratosi nei due primi mesi dell’anno. Basti dire che nell’estate, in tutta l’URSS, risultava collettivizzato solo il 23,6% delle aziende contadine22. Ma in alcune importanti e cruciali regioni, come quella di Mosca, il crollo del sistema colcosiano fu davvero impressionante, ancor più spettacolare della sua crescita repentina. Qui, come si ricorderà, il segretario del partito Bauman aveva voluto raggiungere in poche settimane traguardi sbalorditivi, socializzando i due terzi delle aziende contadine; ebbene, nel giro di tre o quattro mesi, la percentuale delle fattorie collettive scese di 10 volte, riducendosi al 7%23.

Tali cifre si spiegano anche con il fatto che molti colcos erano fasulli, esistevano cioè solo sulla carta, essendo nati per decreto da un giorno all’altro. Ma non erano fittizi il sequestro e la consegna obbligatoria degli attrezzi e del bestiame, subiti non solo dai «culachi» ma da molti contadini meno abbienti. Ciò aveva provocato la macellazione e svendita degli animali e, talvolta, il danneggiamento degli strumenti di lavoro. Ingenti furono soprattutto i danni subiti dal patrimonio zootecnico dell’URSS nei mesi della prima offensiva collettivizzatrice. Basti dire che, rispetto all’anno precedente, nella primavera 1930 il numero complessivo dei capi di bestiame diminuì - sono cifre lievemente arrotondate - di 59 milioni (di cui 4 milioni di equini, 13 di bovini, 7 di suini e 35 di ovini)24.

Per quanti decidevano di abbandonare i colcos, nei quali erano entrati per forza, lo strascico più doloroso era la difficile battaglia per il recupero dei beni sequestrati al momento della collettivizzazione. Innumerevoli sono le proteste in tal senso, inviate dai contadini alle autorità centrali e periferiche. Ecco una tipica istanza, inoltrata il 27 marzo al commissariato del popolo ucraino per l’agricoltura da alcuni contadini del villaggio di Ivanovka (Ivanivka), nel distretto di Krasnoluki (regione di Lugansk):

 

Noi, anziani contadini poveri, di età dai 65 ai 70 anni, a febbraio fummo costretti ad entrare nell’azienda cooperativa: ci presero il grano per la semina e la terra. Avendo saputo che l’adesione alla cooperativa è volontaria, ne siamo usciti. Il presidente del soviet di Ivanovka, per contro, non ci restituisce il grano e la terra. Chiediamo che si ordini di restituirci la terra e il grano, perché è cominciata la semina25.

 

Anche in Ucraina massiccia e ininterrotta fu la fuga dalle fattorie collettive di vario tipo, create con la forza a gennaio e a febbraio. In tre mesi, dal 10 marzo al 10 giugno 1930 uscirono dai colcos quasi 1.600.000 aziende contadine; e il 1° settembre risultava collettivizzato solo il 28,4 per cento dei poderi individuali. Nelle fattorie socializzate rimasero, per lo più, i contadini poverissimi, i quali vi erano entrati perché non possedevano quasi nulla; esse costituivano, dunque, la parte meno florida della produzione agricola e, pur reggendosi sui beni strappati ai «culachi», non avevano quasi mai eccedenze da immettere sul mercato o da consegnare allo Stato (come sapevano gli stessi dirigenti comunisti)26.

Quale fosse poi l’atteggiamento verso la collettivizzazione diffuso tra molti «contadini poveri e medi», dei quali tanto parlava la propaganda bolscevica, possiamo arguirlo, oltre che dalle note segrete della polizia politica, perfino da talune pubbliche riunioni promosse dal partito (e sfuggite al suo controllo). Prendiamo ad esempio, restando in Ucraina, la «conferenza apartitica di braccianti e contadini poveri e medi» del territorio di Sevcenkovo (regione di Kiev), apertasi il 29 maggio 193027. Il funzionario governativo, che ne riferì in una relazione per il partito, attribuì le strane cose dette in quel consesso al modo malaccorto in cui erano stati scelti i delegati. In ogni caso, ci furono dichiarazioni improntate al più aspro dissenso verso la politica agraria comunista, come le seguenti:

 

«Smettetela con i messaggi di saluto e le frasi sul socialismo, parliamo piuttosto di come far tornare i deportati».

«Non ci servono la collettivizzazione e il socialismo, che tutto questo ci ha portato ad andare nudi e scalzi e a far prosperare i pidocchi».

«I colcos non sono la volontà dei contadini, ma un nuovo giogo: discutiamo di come liberarcene».

 

Il partito comunista, guidato da Stalin, fece giusto in tempo a cambiare tattica, scongiurando una crisi generale dall’esito imprevedibile. Ma la tensione nelle campagne restava altissima. I contadini fremevano per le violenze e le umiliazioni patite, timorosi del futuro, né potevano rassegnarsi (specie le donne) all’atroce sorte toccata a molti loro compaesani, spogliati dei beni e deportati in territori lontani. I parenti dei «culachi» alimentavano la protesta collettiva, divulgando le lettere loro giunte dai confinati. Circa l’ampiezza di questo speciale tipo di protesta, che mai cessò, siamo come al solito informati dai rapporti dell’OGPU. Ecco cosa c’è scritto in una nota del giugno 1930, relativa all’Ucraina:

 

Verso la metà di giugno il movimento per il ritorno dei culachi deportati ha investito, in un modo o nell’altro, 32 province. Senza incontrare, come prima, opposizione da parte degli organi amministrativi locali né delle cellule di partito nella maggioranza dei distretti, i parenti dei deportati si danno un gran daffare nell’organizzare la difesa dei culachi.

Mirando ad attirare dalla propria parte l’opinione pubblica, i parenti dei culachi moltiplicano e diffondono le lettere ricevute dai confinati, nelle quali le condizioni di questi ultimi vengono dipinte a tinte fosche28.

 

Sulla deportazione dei kulaki il partito bolscevico non fece macchina indietro, limitandosi a denunciare gli abusi e le «deviazioni» nella stesura delle liste dei proscritti e a tentar di migliorare le spaventose condizioni di vita dei confinati (i quali, peraltro, continuavano a fuggire dai luoghi della deportazione). Tuttavia, dati gli stretti rapporti economici e umani vigenti tra quasi tutti i membri del villaggio, l’esilio forzato di una parte della popolazione rurale, avvenuto per giunta in circostanze terribili e a tutti note, restava una dolorosa ferita nelle campagne. Anche dopo la svolta della primavera 1930, dunque, la sorte dei «culachi» deportati seguitò a rendere sempre più profondo il fossato che separava lo Stato bolscevico dal mondo contadino.

Se la popolazione rurale, pur diminuendo le manifestazioni di aperta ostilità contro il regime, covava rancore nei confronti di chi l’aveva brutalizzata, un sordo risentimento allignava persino nelle file del partito il quale, dopo la spavalda offensiva, aveva dovuto battere in ritirata. Abbiamo già visto quali fossero gli umori dei mastini bolscevichi, sguinzagliati nelle campagne e poi costretti a mollare l’osso addentato. Ma anche ai gerarchi comunisti, che pur seppero far buon viso a cattiva sorte, restò l’amaro in bocca per il fallimento di un’impresa, nella quale tanto si erano impegnati. Avrebbero essi rinunciato al trionfo del loro audace programma economico-sociale, saldamente legato ai piani d’industrializzazione accelerata, o l’avrebbero solo procrastinato per ragioni di forza maggiore, nell'attesa di tempi migliori?

Cosa pensasse Stalin dopo la primavera-estate 1930, possiamo solo immaginarlo. Egli fu abile a fiutare per tempo la minacciosa procella in arrivo e ad usare il suo prestigio nell'imporre l'ostico cambiamento di rotta. Ma non poteva ignorare lo smacco subito dalla sua politica, né sottovalutare il malcontento che serpeggiava in alcuni settori del partito. È difficile credere che si fosse rassegnato al fallimento o al ridimensionamento dell'ambizioso progetto d'ingegneria economico-sociale, al quale aveva legato il suo nome. Ma doveva tener conto della protesta esplosa nelle campagne, dove né i contadini «medi» e neppure quelli «poveri» - con poche eccezioni - si erano schierati al fianco del partito. Anche lo strumento politico da lui forgiato si era rivelato meno granitico di quanto egli pensasse. Le opposizioni all’interno del partito, sia di «destra» che di «sinistra», erano state da tempo sconfitte; ma, pur ridotti al silenzio, i suoi antichi avversari seguitavano a ragionare con la loro testa e a non credere al suo carisma; e nessuno poteva dire come avrebbero agito in una situazione di crisi. Che i più anziani e prestigiosi esponenti del partito leninista, docili e remissivi nelle apparizioni pubbliche, non nutrissero alcun timore reverenziale nei suoi riguardi, Stalin non l’ignorava affatto. Peraltro, a rammentarglielo giunse, nell’ottobre 1930, un’aspra e risentita lettera di Bucharin (il capo della debellata opposizione di «destra»), il quale usava la più cruda libertà di linguaggio nel denunciare la campagna di calunnie lanciata contro di lui, reo di non «leccare il sedere» all’onnipotente segretario generale del partito29.

Non meno pericoloso per Stalin era il fatto che gli stessi militanti della nuova guardia, da lui formata, non mostrassero obbedienza assoluta e fossero persino capaci, in talune circostanze, di mettere in forse il suo ruolo.

Il groviglio di problemi sociali, economici e politici accumulatisi nell’estate 1930 era talmente intricato, da inquietare seriamente anche un uomo d’acciaio come Stalin. Tuttavia, un fatto nuovo e positivo, dopo tante catastrofi e insuccessi, valse a rinsaldare la sua ferrea determinazione strategica. Il raccolto del 1930 fu buono, certamente superiore a quello del 1929: di quanto, è diffìcile stabilire (oscillando le stime sia per l'una che per l’altra annata), ma in ogni caso di almeno 3 milioni di tonnellate30. Si trattava di un evento fortunato ma casuale, dovuto anzitutto a felici circostanze meteorologiche. Ma ciò bastò a ridare fiato a Stalin e ai suoi compagni d’arme, sicuri di poter contare su nuove risorse per la realizzazione dei loro piani.

Note di Capitolo quarto

 

1      I. V. STALIN, Sočinenija, Tom 12, cit., pp. 191-199. All’articolo seguì, il 14 marzo, la delibera del comitato centrale Sulla lotta contro le deviazioni dalla linea del partito nel movimento colcosiano, apparsa il giorno dopo nella «Pravda» (KPSS v rezoljucijach i reženijach s"ezdov, konferencij iplenumov CK, Tom 4. 1927-1931, Izdanie vos’moe, dopolnennoe i ispravlennoe, Izdatel’stvo političeskoj literatury, Moskva 1970, pp. 394-397).

2      L'Armata Rossa e la collettivizzazione delle campagne nell’URSS (1928-1933). Raccolta di documenti dai fondi dell'Archivio militare di Stato russo, a cura di Andrea Romano e Nonna Tarchova, Prefazione di Viktor P. Danilov, Istituto Universitario Orientale, Napoli 1996, pp. 298-301 (tutti i testi e i documenti qui pubblicati sono in russo e in italiano).

3      A. NOVE, Storia economica dell'Unione Sovietica, tr. it., UTET, Torino 1970, p. 195.

4      Riprodotto quasi integralmente in Tragedija sovetskoj derevni, Tom 2, cit., p. 833.

5      Tragedija sovetskoj derevni, Tom 2, cit., p. 270.

6      Tragedija sovetskoj derevni, Tom 2, cit., pp. 322-324.

7      Tragedija sovetskoj derevni, Tom 2, cit., pp. 385-387 (dove riprodotta anche l’autocritica di Bauman, il quale fu trasferito e inviato a lavorare per il partito nell’Asia centrale).

8      Rjazanskaja derevnja v 1929-1930 gg., cit., p. 263.

9      Il documento fu pubblicato per la prima volta, con alcuni tagli, in Dokumenty svidetel'stvujut. Iz istorii derevni nakanune i v chode kollektivizacii 1927-1932 gg., cit., pp. 387-394. Per il testo completo, vedi Tragedija sovetskoj derevni, Tom 2, cit., pp. 365- 370.

10     Tragedija sovetskoj derevni, Tom 2, cit., p. 292. Si noti che Jagoda ricorreva ad un termine (izvraščenija, che designa il travisamento doloso e la deformazione della realtà), più forte di quello usuale di «deviazioni». Questa nuova espressione, del resto, comparirà sempre più spesso nei documenti della polizia e del partito sulle cause delle rivolte contadine.

11     Si veda il lunghissimo rapporto, steso il 15 marzo 1931 e corredato di tabelle statistiche, «sulle forme e sulla dinamica della lotta di classe nelle campagne durante il 1930», in Tragedija sovetskoj derevni, Tom 2, cit., pp. 787-808.

12     Sovetskaja derevnjaglazami OGPU-NKVD, Tom 3. Kniga 1, cit., p. 329.

13     Sovetskaja derevnja glazami OGPU-NKVD, Tom 3. Kniga 1, cit., pp. 221-222. Questo documento fu pubblicato dapprima in traduzione francese, con qualche taglio, nella silloge Rapports secrets soviétiques. La société russe dans les documents confidentiels1921-1991, Textes réunis, traduits et présentés par Nicolas Werth et Gaël Moullec, Gallimard, Paris 1994, pp. 127-128.

14     Tragedija sovetskoj derevni, Tom 2, cit., p. 329.

15     Cit. in Istorija ukrajins'koho seljanstva [Storia dei contadini ucraini], Tom 2, Naukova dumka, Kyjiv 2006, p. 146.

16     Tragedija sovetskoj derevni, Tom 2, cit., pp. 387-388.

17     A. ROMANO, Contadini in uniforme. L'Armata Rossa e la collettivizzazione delle campagne nell’URSS, cit., p. 21 nota 20. Questo libro, basato su una copiosa documentazione d’archivio, è un solido contributo alla storia sociale dell’armata rossa durante la collettivizzazione.

18     Sovetskaja derevnja glazami OGPU-NKVD, Tom 3. Kniga 1, cit., pp. 267-268.

19     La relazione del commissario politico del reggimento, nel quale prestavano servizio i soldati di Nacalovo, è riprodotta nella silloge cit. L’Armata Rossa e la collettivizzazione delle campagne nell’URSS (1928-1933), pp. 291-301.1 fatti di Nacalovo sono ricostruiti, in modo particolareggiato, da A. ROMANO, Contadini in uniforme, cit., pp. 146-148.

20     Cit. da A. ROMANO, Contadini in uniforme, cit., p. 169.

21     A. ROMANO, Contadini in uniforme, cit., pp. 170-171.

22     Vedi la tabella e i dati in N. A. IVNICKIJ, Kollektivizacija i raskulačivanie, cit., pp. 99-100.

23     E. A. KIR’JANOVA, Kollektivizacija Centra Rossii (1929-1937 gg.) [La collettivizzazione della Russia centrale (1929-1937)], «Otečestvennaja istorija», 2006, N° 5, pp. 76 e 79.

24     N. A. IVNICKIJ, Kollektivizacija i raskulačivanie, cit., pp. 148-149.

25     Kolektyvizacija i holod na Ukrajini. 1929-1933. Zbimyk dokumetiv i materialiv [Collettivizzazione e carestia in Ucraina. 1929-1933. Raccolta di documenti e materiali], druhe vydannja, stereoptypne, Naukova dumka, Kyjiv 1993, pp. 156-157 (il facsimile del telegramma è riprodotto a p. 125).

26     Istorija ukrajins'koho seljanstva, Tom 2, cit., pp. 150-151.

27     Kolektyvizacija i holod na Ukrajini. 1929-1933, cit., pp. 211-212.

28     Tragedija sovetskoj derevni, Tom 2, cit., p. 495.

29     La lettera è citata nella nota documentaria sui lavori della commissione del Politbjuro del PCUS, svoltisi nel luglio 1988 e dedicati allo studio delle repressioni del periodo staliniano («Izvestija CK KPSS», 1989, N° 5, p. 70).

30     R. W. DAVIES and S. G. WHEATCROFT, The Years of Hunger: Soviet Agriculture, 1931-1933, Palgrave Macmillan, Basingstoke and New York 2004, p. 443.