sabato 29 ottobre 2022

LA PANTERA DELLE NEVI Sylvain Tesson



 LA PANTERA DELLE NEVI


Prefazione

L’avevo incontrato una volta – era il giorno di Pasqua – durante la proiezione del suo film sul lupo abissino. Mi aveva parlato dell’inafferrabilità degli animali e della più eccelsa di tutte le virtù: la pazienza. Mi aveva raccontato la sua vita di fotografo naturalista descrivendomi in dettaglio le tecniche dell’appostamento, arte fragile e raffinata che consisteva nel mimetizzarsi in un ambiente naturale per aspettare un animale la cui venuta era tutt’altro che sicura. C’erano anzi molte probabilità di tornare indietro senza aver concluso niente. Questa accettazione dell’incertezza mi sembrava molto nobile – e, in quanto tale, antimoderna.

Io che amavo viaggiare e scoprire luoghi sempre nuovi, avrei accettato di passare ore e ore immobile e in silenzio?

Nascosto fra le ortiche, ubbidivo a Munier: non un gesto, non un rumore. La sola volgarità che mi era concessa era quella di respirare. In città avevo preso l’abitudine di parlare in qualunque circostanza. Tacere era la cosa più difficile. I sigari non erano permessi. «Fumeremo più tardi, su un argine del fiume, di notte e con la nebbia!» aveva detto Munier. La prospettiva di accendere un avana in riva alla Mosella mi faceva sopportare il fatto di starmene disteso e in agguato.

Sotto la volta di rami, gli uccelli striavano l’aria della sera. Era un’esplosione di vita. Gli uccelli non disturbavano il genio del luogo. Appartenevano a quel mondo e non ne alteravano l’ordine. Erano pura bellezza. A cento metri di distanza scorreva il fiume. Nugoli di libellule carnivore volavano rasente alla superficie. Sulla riva occidentale un falco lodolaio compiva razzie col suo volo ieratico, preciso, mortale – uno Stuka.

Non era il momento di lasciarsi distrarre: due adulti stavano uscendo dalla tana.

Fino a notte fu un alternarsi di grazia, di comicità e di autorità. Forse i due tassi lanciarono un segnale? Apparvero quattro teste e delle ombre sgusciarono fuori dalle tane. Erano cominciati i giochi del crepuscolo. Noi eravamo appostati a dieci metri di distanza ma gli animali non ci scoprirono. I giovani tassi lottavano, scalavano l’argine di terra, rotolavano nel fossato, si mordevano alla nuca; alla fine lo scapaccione di un adulto riportava un po’ di misura nelle pagliacciate della sera. Le pellicce nere rigate da tre strisce color avorio sparivano tra le foglie, ricomparivano un po’ più avanti. Gli animali si preparavano a scorrazzare per i campi e gli argini. Si scaldavano per la notte.

Ogni tanto uno dei tassi si avvicinava alla nostra postazione, insinuava il lungo profilo e poi, voltando la testa, si mostrava di fronte. Le strisce scure disegnavano due solchi malinconici intorno agli occhi. Lui avanzava ancora; distinguevamo le forti zampe da plantigrado, ritratte. Gli artigli lasciavano sul suolo di Francia quelle piccole tracce, simili alle impronte di un orso, che certe persone incapaci di giudicare se stesse, identificavano come orme di «animali nocivi».

Era la prima volta che me ne stavo così tranquillo, appostato nella speranza di un incontro. Non mi riconoscevo più! Fino a quel momento non avevo fatto altro che correre dalla Jacuzia alla Seine-et-Oise applicando tre principi:

Poiché l’imprevisto non si presenta mai spontaneamente, bisogna andare a cercarlo dappertutto.

Il movimento stimola l’ispirazione.

La noia corre meno velocemente di un uomo che ha fretta.

Insomma mi convincevo che esiste un rapporto tra la distanza che ci separa dagli avvenimenti e il loro interesse. Pensavo che l’immobilità fosse una prova generale della morte. Per rispetto verso mia madre, che riposava in una tomba in riva alla Senna, correvo freneticamente – il sabato in montagna, la domenica ai bagni di mare – senza badare a quello che succedeva intorno a me. Come è possibile, dopo aver viaggiato per migliaia di chilometri, approdare un giorno sull’orlo di un fossato, col mento nell’erba?

Vicino a me, Vincent Munier fotografava i tassi. I muscoli possenti, dissimulati dalla tuta mimetica, si fondevano con la vegetazione ma il profilo si stagliava ancora nella luce fievole. Aveva un viso angoloso dalle linee pronunciate, scolpito per impartire ordini, un naso che ispirava agli asiatici qualche scherzo, un mento scultoreo e uno sguardo molto dolce. Un gigante buono.

Mi aveva parlato della sua infanzia: suo padre che andava con lui a rintanarsi sotto a una picea per assistere al risveglio del re, ossia dell’urogallo; il padre che insegnava al figlio tutto ciò che può offrire il silenzio; il figlio che scopriva il valore delle notti passate sulla terra gelata; il padre che spiegava come l’apparizione di un animale sia la più bella ricompensa che la vita possa offrire all’amore per la vita; il figlio che tentava i primi appostamenti e scopriva da solo le leggi segrete che governano il mondo e imparava a inquadrare un succiacapre nell’attimo in cui spicca il volo; il padre che scopriva le fotografie artistiche del figlio. Il Munier quarantenne che mi stava al fianco era nato nella notte dei Vosgi. Era diventato il più grande fotografo naturalista del suo tempo. Le sue impeccabili immagini di lupi, di orsi e di gru si vendevano a New York.

«Tesson, ti porterò a vedere i tassi nella foresta», mi aveva detto, ed io avevo accettato perché nessuno rifiuta l’invito di un artista nel suo studio. Lui non sapeva che, nel francese antico, Tesson significava tasso. L’espressione era ancora in uso nei dialetti della Francia occidentale e della Piccardia. «Tesson» era nato dalla deformazione di taxos, a cui si possono ricollegare parole come «tassonomia», scienza della classificazione degli animali, e «tassidermia», arte di impagliarli (l’uomo, infatti, ama scuoiare le creature alle quali ha dato un nome). Sulle mappe dello stato maggiore francese si trovavano le «tessonnières», nomi di località campestri dove sopravviveva il ricordo di una strage. Nelle campagne, infatti, il tasso era odiato e sistematicamente eliminato. Lo accusavano di scavare la terra, di bucare le siepi. Lo asfissiavano col fumo, lo uccidevano. Meritava tanto accanimento da parte degli uomini? Era una creatura taciturna, un animale notturno e solitario. Voleva vivere nascosto, l’ombra era il suo regno, non sopportava le visite. Sapeva che la pace va difesa. Usciva dai suoi nascondigli durante la notte e rientrava all’alba. L’uomo non poteva tollerare l’esistenza di quel totem della discrezione che faceva della distanza una virtù e considerava il silenzio un onore. Le schede zoologiche descrivevano il tasso come «monogamo e sedentario». L’etimologia mi legava a quell’animale ma differivo da lui nel carattere.

Cadde la notte, gli animali si sparsero nella boscaglia; si udirono dei fruscii. Munier doveva aver capito che ero felice. Quelle ore rappresentavano una delle più belle serate della mia vita. Avevo incontrato un gruppo di esseri viventi totalmente padroni di sé: non si arrabattavano per cambiare la loro condizione. Tornammo sulla strada passando per l’argine. Nella tasca, avevo sbriciolato i sigari.

– Nel Tibet c’è un animale al quale sto dando la caccia da sei anni. Vive sugli altipiani. Bisogna fare lunghe manovre per riuscire a vederlo. Quest’inverno ci torno, vieni con me.

– Chi è?

– La pantera delle nevi – disse.

– Pensavo che fosse sparita – dissi io.

– È quello che ci fa credere.


Prima parte

L’avvicinamento

Il motivo

Come le istruttrici di zip-line, la pantera delle nevi fa l’amore in un paesaggio bianco. A febbraio va in estro. Vestita di pellicce, vive nel cristallo. I maschi lottano, le femmine si offrono, le coppie si chiamano. Munier me l’aveva detto: per avere qualche possibilità di vederla, bisognava cercarla in pieno inverno, a quattro o cinquemila metri di altitudine. Avrei tentato di compensare i disagi dell’inverno con la felicità procuratami da quell’apparizione. Bernadette Soubirous aveva usato la stessa tecnica nella grotta di Lourdes. Probabilmente la pastorella aveva avuto freddo alle ginocchia, ma lo spettacolo di una vergine circonfusa da un alone doveva compensare qualunque sofferenza.

«Pantera», quel nome tintinnava come una parure di gioielli. Niente ci garantiva che ne avremmo incontrata una. Mettersi alla posta è una scommessa: si parte per cercare gli animali e si rischia un insuccesso. Qualcuno non se la prende e prova piacere nell’attesa. Per riuscirci bisogna avere una mente filosofica predisposta alla speranza. Purtroppo non era il mio caso. Io volevo vedere quell’animale, anche se, educatamente, non confessavo a Munier la mia impazienza.

Le pantere delle nevi erano braccate ovunque. Ragione di più per fare quel viaggio. Saremmo andati al capezzale di una creatura ferita.

Munier mi aveva mostrato le fotografie delle spedizioni precedenti. La belva era forte ed elegante al tempo stesso. Dei riflessi guizzavano sul suo vello, le zampe terminavano con dei cuscinetti rotondi, la coda sovradimensionata serviva da bilanciere. Si era adattata: poteva colonizzare i luoghi più impervi e scalare le falesie. Era lo spirito della montagna sceso a visitare la Terra, una sua antica occupante che la rabbia dell’uomo aveva ricacciato ai margini.

A quell’animale io associavo una persona: una donna che non sarebbe più venuta in nessun posto insieme a me. Era una figlia dei boschi, una regina delle sorgenti, un’amica degli animali. L’avevo amata, l’avevo perduta. Spinto da un vano infantilismo, associavo il suo ricordo a un animale irraggiungibile. È una sindrome piuttosto comune: quando si sente la mancanza di qualcuno, il mondo intero prende la sua forma. Se mai mi fossi imbattuto nell’animale, più tardi alla donna avrei detto che era proprio lei la creatura che avevo incontrato, un giorno d’inverno, sull’altopiano bianco. Era pensiero magico. Avevo paura di sembrare ridicolo. Per il momento non ne parlavo con gli amici. Ci pensavo continuamente.

Si era ai primi di febbraio. Per alleggerire i bagagli, commisi l’errore di indossare tutti i miei indumenti per l’alta montagna. A Parigi salii sul treno-navetta diretto all’aeroporto con il giaccone artico e gli stivali dell’esercito cinese modello «lunga marcia». Nel vagone occupato da un gruppo di cavalieri fulani dal volto bello e triste e da un moldovalacco che si accaniva a suonare Brahms con una fisarmonica, fui io ad attirare tutti gli sguardi. L’esotismo si era spostato.

Decollammo. Definizione del progresso (e quindi della tristezza): superare in dieci ore una distanza che Marco Polo aveva impiegato quattro anni a percorrere. Munier, molto disinvolto, fece le presentazioni in volo. Salutai i due amici con i quali avrei passato un mese: Marie, fidanzata di Munier, cineasta naturalista, una ragazza dal corpo agile, amante della vita selvaggia e degli sport estremi; Léo, dagli occhi ipermetropi e dai capelli arruffati, pensatore profondo e taciturno. Marie aveva girato un film sul lupo e uno sulla lince, due animali a rischio di estinzione, e ora si accingeva a girarne un terzo sui suoi due amori: le pantere e Munier. Due anni prima, Léo aveva lasciato a metà la tesi in filosofia per diventare aiutante di campo di Munier. In Tibet, Munier aveva bisogno di assistenti che gli preparassero le poste, gli regolassero gli strumenti e gli facessero compagnia nelle lunghe serate. Quanto a me che non potevo portare pesi a causa della spina dorsale fragile, non mi intendevo di fotografia e non ero abituato a seguire le tracce degli animali, non riuscivo a immaginare quale sarebbe stato il mio compito. Dovevo solo badare a non far perdere tempo a nessuno e a non starnutire se compariva la pantera. Mi offrivano il Tibet su un piatto d’argento. Partivo alla ricerca di un animale invisibile insieme a un artista bellissimo, a una donna-lupo dagli occhi blu oltremare e a un filosofo riflessivo.

– Siamo «la banda dei quattro» – dissi mentre l’aereo si posava sul suolo cinese.

Se non altro, avrei inventato delle battute di spirito.

Il centro

Eravamo atterrati all’estremità orientale del Tibet, nella provincia amministrativa del Qinghai. La città di Yushu aveva piantato le sue campate grigie a 3.600 metri d’altezza. Nel 2010, un terremoto l’aveva rasa al suolo.

In meno di dieci anni i cinesi, con la loro mostruosa energia, avevano livellato le macerie e ricostruito quasi tutto. I lampioni bene allineati illuminavano una scacchiera di strade di cemento perfettamente liscio. Le auto circolavano lente e silenziose lungo i viali che si incrociavano ad angolo retto. La città-caserma prefigurava il futuro del cantiere mondiale permanente.

Ci vollero tre giorni per attraversare il Tibet orientale in automobile. La nostra meta era il lato sud dei Kunlun, sull’orlo dell’altopiano del Qiangtang. Munier sapeva che c’erano delle steppe ricche di selvaggina. Sull’aereo mi aveva detto:

– Prenderemo la via Golmud-Lhasa e raggiungeremo il villaggio di Budong, lungo la ferrovia.

– E poi?

– Procederemo verso ovest alla base dei Kunlun fino a raggiungere la «valle degli yak».

– È il suo vero nome?

– È quello che le ho dato io.

Io prendevo appunti sui miei quadernetti neri. Munier mi fece promettere che, se scrivevo un libro, non avrei usato il vero nome dei luoghi. Ognuno di essi aveva i suoi segreti: se ne avessimo rivelato il nome, i cacciatori sarebbero accorsi e lo avrebbero spopolato. Prendemmo l’abitudine di indicare le diverse località con i nomi di una geografia poetica e personale, abbastanza arbitraria da confondere le tracce ma immaginosa quel tanto da rimanere precisa: valle dei lupi, lago del Tao, grotta del muflone. Ormai il Tibet avrebbe evocato in me la carta dei ricordi, meno precisa degli atlanti geografici e più legata al sogno, ma capace di difendere i rifugi degli animali.

Puntammo a nord-ovest attraverso una serie di gradoni alternati a massicci. Si susseguivano i valichi, gobbe spelate dalle greggi a 5.000 metri di altitudine. L’inverno accumulava rare chiazze bianche sulle spianate dove infuriava il vento. I nevati livellavano appena gli affioramenti.

Probabilmente gli occhi degli animali selvatici ci stavano osservando dalle creste dei monti, ma dall’interno di un’automobile non si può contemplare altro che il proprio viso riflesso nel vetro. Non vidi nemmeno un lupo e c’era un gran vento.

L’aria odorava di metallo; la sua durezza non ispirava niente: né la voglia di esplorare né quella di tornare indietro.

Il governo cinese aveva messo in atto il suo vecchio progetto di controllo del Tibet. Pechino non pensava più a perseguitare i monaci. Per dominare un territorio ci sono metodi più efficaci della coercizione: per esempio lo sviluppo umanitario e la pianificazione territoriale. Lo stato centrale promuove il benessere e la ribellione si spegne. In caso di disordini, le autorità insorgono: «Ma come! Una rivolta? Proprio mentre noi stiamo costruendo le scuole?». Cento anni prima, Lenin aveva sperimentato quel metodo con l’«elettrificazione del paese». Pechino aveva scelto questa strategia già negli anni Ottanta. La logorrea della Rivoluzione aveva ceduto il posto alla logistica. L’obiettivo era simile: il controllo dell’ambiente.

La strada attraversava i fiumi su ponti nuovi fiammanti. I pali del telefono coronavano le cime.

Il potere centrale continuava ad aprire sempre nuovi cantieri. Una linea ferroviaria sfregiava da nord a sud persino il vecchio Tibet. Lhasa, fino alla metà del XX secolo chiusa agli stranieri, ormai era a quaranta ore di treno da Pechino. Il ritratto del presidente cinese Xi Jinping campeggiava sui cartelloni: «Cari amici», suggerivano gli slogan, «io vi porto il progresso, voi chiudete la bocca!». Nel 1902, Jack London aveva riassunto la situazione in questi termini: «Chiunque dia da mangiare a un uomo è il suo padrone».

Passammo attraverso dei villaggi di coloni dove, in cubi di cemento, abitavano dei cinesi in color kaki e dei tibetani in tuta blu. Quegli abiti da lavoro confermavano che la modernità è l’impoverimento del passato.

E intanto gli dèi se ne andavano e gli animali con loro. Come avremmo potuto incontrare una lince in quelle valli invase dai martelli pneumatici?

Il cerchio

Ci stavamo avvicinando alla ferrovia e io sonnecchiavo nell’aria livida. Il Tibet era spellato a vivo. Avanzavamo in un paesaggio di lamine granitiche e placche di terra. Fuori un sole da sanatorio, ogni tanto, faceva salire il termostato sopra i venti gradi sotto zero. Poco amanti dei casermoni, non ci fermavamo mai nei villaggi del fronte pionieristico cinese. Preferivamo i monasteri. In un tempio buddhista alla periferia di Yushu avevamo assistito al grande afflusso dei pellegrini davanti agli altari fumanti, odorosi d’incenso. Si accumulavano delle tavolette di ardesia sulle quali era inciso il mantra buddhista: «Salve, o gioiello nel fiore di loto».

I tibetani camminavano intorno a quei monticelli facendo girare con un movimento del polso le ruote della preghiera portatili. Una bambina mi donò il suo rosario: avrei continuato a sgranarlo per un mese. Uno yak coperto da un pastrano militare masticava cartone: era l’unica creatura vivente che restasse immobile. Per acquisire dei meriti nel ciclo delle rinascite, penitenti artritici e coperti di scrofole strisciavano nella polvere, con le mani protette da tavolette di legno. L’aria odorava di morte e di urina. I fedeli giravano, aspettando che la vita passasse. Ogni tanto in quel cerchio si faceva largo un gruppo di cavalieri dell’altopiano, con facce alla Kurt Cobain – risvolti di pelliccia, occhiali Ray-Ban e cappelli da cow-boy. Come tutti i gitani vanagloriosi, i tibetani amano il sangue, l’oro, i gioielli e le armi ma quei cavalieri non avevano né fucili né pugnali. Già molto prima del 2000, Pechino aveva proibito di uscire armati. Il disarmo civile aveva favorito gli animali selvatici: la gente sparava meno alle pantere. Psicologicamente, però, l’effetto si era rivelato disastroso perché un moschettiere senza spada è un re nudo.

– Tutto questo girare in tondo, questi cerchi... Sembrano avvoltoi sopra un cadavere – dissi io.

– Il sole e la morte – disse Léo, – la putrefazione e la vita, il sangue nella neve: il mondo è una ruota.

In viaggio, bisogna sempre portarsi dietro un filosofo.

Lo yak

Il grande corpo del Tibet giaceva, infermo, nell’aria rarefatta. Il terzo giorno incontrammo la ferrovia, a più di 4.000 metri di altitudine. I binari, provenienti da nord, sfregiavano la steppa correndo paralleli alla strada asfaltata. Quindici anni prima avevo percorso quella stessa strada in bicicletta, diretto a Lhasa, proprio mentre si apriva il cantiere della ferrovia. In seguito alcuni operai tibetani erano morti di stenti e gli yak avevano imparato a guardar passare i treni. Ricordavo ancora quanto avevo faticato per strappare i chilometri a quegli orizzonti troppo larghi per una bicicletta. Il riposo negli alpeggi non cancellava mai la fatica.

Cento chilometri più a nord, dopo il villaggio di Budong, risalimmo la valle degli yak annunciata da Munier. La pista correva verso il tramonto lungo un fiume ghiacciato orlato di scarpate di sabbia chiare e setose.

A nord, la zona pedemontana dei monti Kunlun disegnava un’orlatura. A sera le cime si arrossavano e si stagliavano nel cielo; di giorno il ghiaccio si fondeva con l’azzurro. A sud vibrava l’orizzonte del Qiangtang, inesplorato.

La pista passava davanti a una capanna di terra cruda a 4.200 metri di quota. Silenzio e luce: dal punto di vista immobiliare era un ottimo affare. Ci stabilimmo lì per i giorni seguenti: i tavolacci stretti promettevano notti brevi. Dalle crepe aperte nel muro si offriva allo sguardo una fila di creste limate dall’erosione, che è la nevrastenia del paesaggio. A sud, a due chilometri dal nostro rifugio, i graniti ossidati di un’altura culminavano a 5.000 metri. L’indomani quelle creste sarebbero state un punto di osservazione; per il momento, offrivano uno spettacolo imponente. A nord l’acqua del fiume si increspava nel trogolo glaciale largo cinque chilometri. Era uno di quei fiumi tibetani che non avrebbero mai visto il mare perché sarebbero stati ingoiati dalle sabbie del Qiangtang. Qui anche gli elementi si adeguano alla dottrina buddhista dell’estinzione.

Tutte le mattine, per dieci giorni, perlustrammo i dintorni traversando i pendii a lunghi passi (le falcate di Munier). Al risveglio salivamo di quattrocento metri oltre la capanna, fino ai crinali di granito. Arrivavamo un’ora prima che facesse giorno. L’aria odorava di pietra fredda. Il termometro segnava venticinque gradi sotto zero. Con quella temperatura non ci permettevamo niente: né movimenti né parole né malinconia. Potevamo solo aspettare il giorno, intorpiditi e speranzosi. All’alba, una lama gialla sollevava la notte e due ore dopo il sole maculava le distese di ciottoli punteggiate d’erba. Il mondo era l’eternità gelata. Sembrava che, con quel freddo, le montagne non si sarebbero sgretolate mai più. Ma all’improvviso l’immenso deserto che credevo abbandonato e che la luce mi aveva rivelato mi appariva cosparso di macchie nere: gli animali.

Per scaramanzia non parlavo mai della pantera. Lei sarebbe comparsa quando gli dèi – un modo garbato di chiamare il caso – avessero ritenuto che era giunto il momento. Quella mattina Munier aveva un’idea diversa. Voleva avvicinarsi ai branchi di yak selvatici che avevamo visto in lontananza. Lui aveva una venerazione per quegli animali e ne parlava con la sua voce mormorante:

– Li chiamano drung, e io torno qui per loro.

Nel toro lui vedeva l’anima del mondo, il simbolo della fecondità. Io gli raccontavo che gli antichi greci li sgozzavano per offrire il sangue agli spiriti ipogei, il fumo agli dèi e i tagli migliori ai principi. I tori intercedevano: il sacrificio aveva il valore di un’invocazione. Ma a Munier interessava l’età dell’oro, anteriore all’avvento dei preti.

– Gli yak vengono da epoche immemoriali: sono i totem della vita selvaggia. Erano sulle pareti nel Paleolitico e non sono cambiati: sembrano appena usciti da una caverna.

Gli yak punteggiavano i versanti con i grossi ciuffi di lana nera. Munier li fissava col suo sguardo chiaro e triste. In un sogno a occhi aperti, sembrava contare gli ultimi signori che passavano lungo la cresta del monte in una sfilata d’addio.

Quei laceri vascelli dalle corna sovradimensionate erano stati massacrati nel XX secolo dai coloni cinesi. Ormai restava solo un’ombra dei loro branchi alla periferia del Qiangtang e ai piedi dei monti Kunlun. Fin dai tempi del risveglio economico, i dipartimenti governativi cinesi avevano preso a praticare l’allevamento intensivo. C’era da sfamare un miliardo e mezzo di concittadini ai quali l’omologazione degli standard di vita planetari non poteva, per decenza, negare la carne rossa. Le agenzie veterinarie avevano incrociato gli yak selvatici con le specie domestiche e creato il datong, una specie ibrida robusta e mansueta. Una razza perfetta per il mondo globale: riproducibile, uniforme e docile, calibrata sul fabbisogno statistico. Gli esemplari erano più piccoli e molto prolifici, ma in loro il gene primitivo si diluiva. Intanto qualche sopravvissuto della razza pericolosa continuava ad aggirarsi, irsuto e melanconico, all’interno dei confini. Gli yak selvatici erano i depositari del mito. Ogni tanto gli allevatori di stato catturavano un esemplare per rinvigorire le generazioni domestiche. Il destino del drung somigliava a una favola moderna: la violenza, la forza, il mistero e la gloria rifluivano in questo basso mondo. Anche il cittadino dell’Occidente tecnologico si era addomesticato. Potevo ben descriverlo, io che ne ero un tipico rappresentante. Al caldo nel mio appartamento, schiavo delle mie ambizioni elettrodomestiche e indaffarato a ricaricare i miei dispositivi elettronici, avevo rinunciato alla passione per la vita.

Non nevicava mai. Il Tibet tendeva le palme delle mani aride verso un cielo azzurro come la morte. Quella mattina, alle cinque, eravamo appostati a 4.600 metri, sdraiati dietro la cresta che dominava la capanna.

– Gli yak verranno – disse Munier, – siamo alla loro altezza. Ogni erbivoro pascola sulla sua fascia di terreno.

La montagna era immobile, l’aria pura, l’orizzonte vuoto. Da dove poteva sbucare un branco?

Una volpe si offrì al sole, stagliandosi sul crinale, lontano da noi. Tornava dalla caccia? Appena distolsi lo sguardo, sparì e non la rividi più. Prima lezione: gli animali arrivano senza preavviso, poi spariscono e non c’è speranza di ritrovarli. Bisogna benedire quella visione effimera, venerarla come un’offerta. Ricordavo le notti di adorazione della mia infanzia, nell’istituto dei Fratelli delle Scuole Cristiane. Eravamo sequestrati per ore, con gli occhi rivolti al coro, nella speranza che succedesse qualcosa. I preti ci avevano detto vagamente di che si trattava, ma quell’astrazione ci sembrava meno desiderabile di un pallone da football o di una caramella.

Sotto le volte della mia infanzia e su quel versante del Tibet regnava la stessa ansia, abbastanza diffusa da apparire innocua ma tanto onnipresente da essere di peso: quando sarebbe finita l’attesa? C’era solo una differenza tra la navata e la montagna. Quando si sta in ginocchio, si spera senza nessuna prova. La preghiera s’innalza, rivolta a Dio. Risponderà? Esiste davvero? Quando si sta appostati, invece, si sa quello che si aspetta. Gli animali sono divinità apparse già altre volte. Niente smentisce la loro esistenza. Se qualcosa succede, sarà una ricompensa. Se non succede niente, andremo via ben decisi a rimetterci alla posta l’indomani. Allora, se l’animale si farà vedere, sarà una gioia. E accoglieremo quel compagno della cui presenza eravamo sicuri, pur dubitando della sua venuta. Stare appostati è una forma più modesta di fede.

Il lupo

Verso mezzogiorno, il sole era al massimo della sua potenza: una capocchia di spillo nel nulla. Ai piedi della valle che si allargava a mezzaluna, un cubo dimenticato: il nostro campo. Da quella posizione, cinquanta metri sotto le creste appiattite, la vista spaziava sui pendii di pietrisco. Munier aveva avuto ragione, gli yak sbucarono all’improvviso. Arrivarono dal valico che chiudeva la valle a ovest. Le loro sagome nerissime punteggiavano i detriti a cinquecento metri da noi. Si appoggiavano alla montagna come per impedirle di cadere. Dovemmo avvicinarci senza far rumore, passando da un masso all’altro, prendendoli alle spalle contro vento.

Adesso Munier ed io dominavamo il branco a 4.800 metri di altezza. All’improvviso gli yak ripresero a correre, salendo compatti verso la cresta dalla quale erano spuntati. Avevano individuato le nostre sagome bipedi, emblema di terrore in tutto il mondo? Filarono al trotto sui pendii color vinaccia: sembravano masse fluttuanti che avanzassero, o per meglio dire scivolassero come fagotti di lana, senza che noi riuscissimo a vedere il movimento delle zampe nascoste dalle giogaie. Sotto al valico, il branco si fermò.

– Continuiamo sulla cresta, finiremo col raggiungerli – disse Munier.

Mettemmo in fuga un urogallo e facemmo arretrare lentamente verso nord un gregge di «pecore blu» – Pseudois nayaur – che aveva occupato il fondovalle senza che lo vedessimo arrivare. Questi caprini, che Munier chiamava col nome tibetano di bharal, portavano in giro le corna ricurve e il mantello sfumato arrampicandosi come camosci sulle ripide scarpate. Quanto agli yak, all’altezza che avevano raggiunto si consideravano ormai al sicuro e non si mossero più.

Più tardi eravamo distesi a un centinaio di metri da loro, sul pietrame di un ripido pendio. Guardavo il disegno dei licheni sulla pietra: dei fiori dentellati, come quelli che vedevo sulle tavole dermatologiche dei libri di medicina di mia madre. Stanco di quei dettagli, alzai la testa verso gli yak. Pascolavano e alzavano la testa anche loro. Con un movimento lento, le corna puntavano verso il cielo. Mancava solo una placcatura d’oro per farli apparire simili alle statue del palazzo di Cnosso.

Dei lupi ulularono in lontananza, verso ovest, oltre il valico.

– Stanno cantando – preferì dire Munier. – Sono almeno otto.

Come faceva a saperlo? Io sentivo un unico lamento. Munier lanciò un urlo. Dopo dieci minuti, un lupo rispose. Si avviò allora quella che io ricordo come una delle più belle conversazioni tra due esseri viventi sicuri che non avrebbero fraternizzato mai. «Perché ci siamo separati?» diceva Munier. «Che vuoi da me?» diceva il lupo.

Munier cantava, un lupo rispondeva. Munier taceva, il lupo continuava. E a un tratto uno di loro apparve sul passo più alto. Munier cantò un’ultima volta e il lupo prese a galoppare lungo il versante, alla volta della nostra postazione. Io, infarcito di letture sul medioevo – favole del Gévaudan e romanzi arturiani –, non gradivo affatto la vista di un lupo che si precipitava verso di me. Mi facevo coraggio guardando Munier che sembrava calmo come una hostess di Air France durante una turbolenza.

– Si fermerà di colpo davanti a noi – mormorò lui un attimo prima che il lupo si bloccasse a cinquanta metri di distanza.

Subito ripartì lungo la tangente e ci distanziò di un lungo tratto, trottando al nostro livello con la testa rivolta verso di noi. A quella vista gli yak si misero in agitazione. Il loro gregge nero si allontanò di nuovo e risalì il pendio. Ecco il guaio della vita di gruppo: non avere un attimo di tranquillità. Il lupo scomparve, noi perlustrammo la valle, gli yak raggiunsero il crinale, si fece notte, noi non lo rivedemmo più. Si era volatilizzato.

La bellezza

Nella capanna i giorni passavano. Noi cercavamo di apportare qualche miglioria al nostro rifugio e lottavamo contro le correnti d’aria tappando i buchi. Ogni mattina uscivamo prima del levar del sole. Era sempre la stessa sofferenza al momento di uscire dal sacco a pelo nell’oscurità, e sempre la stessa gioia al momento di mettersi in marcia. Un quarto d’ora di sforzi è sufficiente a rianimare un corpo in una cella frigorifera. Il sole sorgeva, accendendo le cime delle montagne, scivolando sui versanti e alla fine aprendo la valle glaciale, immenso viale che la neve non copriva mai. Bastava che si alzasse una raffica di vento per caricare l’aria di una polvere irrespirabile. Su quei pendii di loess, le greggi lasciavano impronte puntiformi. L’alta moda del mondo.

Insieme a Léo e a Marie, seguivo Munier che seguiva gli animali. Ogni tanto, a un suo comando, ci nascondevamo dietro il filo della duna e aspettavamo le antilopi.

– Le «dune», le «antilopi» – diceva Marie – sono termini africani.

– Questo paese è un Eden. Climatizzato.

Il sole brillava ma non riscaldava. Il cielo, campana di cristallo, comprimeva un’aria giovane. Il freddo mordeva ma quando arrivavano gli animali non ci pensavamo più. Non li vedevamo avvicinarsi ma all’improvviso erano là, piantati nella polvere. Un’apparizione.

Munier mi parlava della sua prima fotografia, scattata all’età di dodici anni: un capriolo nei Vosgi. «Nobiltà, bellezza semplice e vera!» aveva pregato il giovane Ernest Renan fra le rovine di Atene. Per Munier, quel primo incontro era stato la sua notte sull’Acropoli.

– Quel giorno ho deciso il mio destino: vedere gli animali. Aspettarli.

Da quel momento aveva passato più tempo sdraiato dietro i ceppi degli alberi che seduto sui banchi di scuola. Suo padre non aveva insistito troppo. Lui non aveva preso la licenza liceale e si era guadagnato da vivere lavorando nei cantieri fino al giorno in cui le sue foto erano state premiate.

Gli scienziati lo guardavano dall’alto in basso. Munier vedeva la natura con occhi da artista. Per i fanatici della calcolatrice, schiavi del «regno della quantità», non valeva niente. Ne avevo incontrato qualcuno di questi patiti del calcolo. Inanellavano i colibrì e sventravano i gabbiani per prelevare dei campioni di bile. Mettevano il reale in equazione. Le cifre si addizionavano. La poesia? Assente. La conoscenza faceva progressi? Non era poi così sicuro. La scienza nascondeva i suoi limiti dietro l’accumulo dei dati numerici. Si progettava di mettere il mondo in cifre con la pretesa di far avanzare il sapere. Una pretesa eccessiva.

Munier, invece, rendeva omaggio allo splendore e solo a quello. Celebrava la grazia del lupo, l’eleganza della gru, la perfezione dell’orso. Le sue foto non erano matematica ma arte.

«I tuoi detrattori», dicevo io, «piuttosto che possedere un dipinto di Delacroix preferirebbero modellizzare la digestione di una tigre».

Eugène Labiche, sul finire del XIX secolo, aveva previsto il ridicolo delle epoche scientifiche: «La statistica, signora, è una scienza moderna e positiva. Mette in luce i fatti più oscuri. Ultimamente, per esempio, dopo ampie e approfondite ricerche, siamo riusciti a sapere esattamente quante vedove hanno attraversato il Pont-Neuf nel 1860».1

– Uno yak è un signore, me ne infischio di sapere se stamattina ha deglutito dodici volte! – era stata la risposta di Munier.

Sembrava sempre malinconico. Non alzava mai il tono di voce per non spaventare i fringuelli delle nevi.

1 Eugène Labiche, Les vivacités du Capitaine Tic.

La mediocrità

Un’altra mattinata sulle scarpate polverose. La sesta. Un tempo quella sabbia era stata una montagna; i fiumi l’avevano polverizzata. Le pietre custodivano dei segreti risalenti a venticinque milioni di anni prima, quando quelle terre erano coperte dal mare. L’aria soffocava ogni movimento. Il cielo era azzurro come un’incudine. Uno strato di brina copriva la sabbia, simile a un velo. Una gazzella mangiava la neve con rapidi scatti della testa.

All’improvviso, ecco un asino selvatico. L’animale si fermò, teso e guardingo. Munier teneva l’occhio incollato al mirino della macchina, con un gesto analogo a quello di un cacciatore. Né Munier né io amavamo uccidere. Perché mai avremmo dovuto sopprimere una creatura più forte e meglio adattata di noi? Il cacciatore prende due piccioni con una fava: sopprime una creatura vivente e uccide in se stesso la rabbia di non essere maschio come il lupo o agile come l’antilope. Bum! Parte il colpo. «Finalmente», dice la moglie del cacciatore.

Bisogna capirlo, poverino: non è giusto che lui abbia la pancia mentre le altre creature che ha intorno hanno dei corpi tesi come corde di archi.

L’asino non se ne andava. Se poco prima non lo avessimo visto arrivare, lo avremmo scambiato per una statua di sabbia. Sovrastavamo l’argine del fiume ghiacciato a cinque chilometri dal nostro campo e io stavo parlando della lettera che il presidente della Federazione dei cacciatori di Francia, il signor de B. – cappello piumato e frac di velluto – mi aveva scritto qualche anno prima. Era la risposta ad un mio articolo nel quale me la prendevo con i cacciatori. Il signor de B. mi accusava di essere il tipico abitante delle città, uno di quelli che portano i mocassini con le nappe, non hanno il minimo senso della tragedia, passeggiano nei giardini, amano le cinciallegre e si spaventano quando sentono lo schiocco degli otturatori: insomma un damerino. Avevo letto la sua lettera appena tornato da un viaggio nelle montagne dell’Afghanistan e mi ero detto che era un vero peccato dare lo stesso nome, «cacciatore», all’uomo che sventra un mammut con un colpo di picca e al signore con il doppio mento che, tra un cognac e una tartina al formaggio, spara una rosa di pallini su un fagiano obeso. L’uso di una parola simile per designare realtà opposte non pone rimedio alla sofferenza del mondo.

La vita

Sempre il punto sterile del sole nel suo palazzo di ghiaccio. La strana sensazione di alzare il viso verso l’astro e di non sentirne la carezza. Munier continuava a portarci in giro per le vallette fluviali. Non ci allontanavamo mai più di dieci chilometri dalla capanna. Una volta andavamo verso il crinale, una volta verso il fiume, e questo percorso pendolare bastava a farci incontrare la fauna locale.

L’amore per gli animali aveva cancellato in Munier ogni forma di vanità. Si preoccupava poco di se stesso. Non si lamentava mai e noi, di conseguenza, non avevamo il coraggio di dire che eravamo stanchi. Gli erbivori pascolavano nei punti di contatto tra i versanti e la valle. Alla piegatura del terreno, là dove il declivio incontrava la conca valliva, nascevano piccole sorgenti. Passava una fila di asini selvatici che portavano, su zampe mai tremanti, la loro fragile grazia e il loro manto color avorio. Passavano delle antilopi che si trascinavano dietro un velo.

– Pantholops hodgsonii – diceva Munier che, davanti agli animali, parlava in latino.

Il sole trasformava la polvere in una scia dorata. I velli degli animali vibravano nella luce dando l’illusione di un velo di vapore. Munier, adoratore del sole, manovrava sempre in modo da mettersi in controluce. Il paesaggio faceva pensare a un deserto minerale che delle spinte magmatiche avessero sollevato fino al cielo. Quegli spettacoli costituivano l’araldica dell’alta Asia: una fila di animali ai piedi di una torre posata all’imbocco di una valle. Ogni giorno, sui tratti di terreno livellato, raccoglievamo nuove visioni: rapaci, pica, volpi, lupi. Una fauna dai movimenti delicati che si era adattata alla violenza delle altezze.

In quell’alto sagrato della vita e della morte si metteva in scena una tragedia difficile da percepire, regolata alla perfezione: al levar del sole, gli animali si inseguivano per accoppiarsi o per divorarsi. Gli erbivori passavano quindici ore al giorno con la testa china verso terra. Era la loro maledizione: vivere lentamente, intenti a brucare un’erba magra ma disponibile. Per i carnivori la vita era più emozionante. Cercavano un cibo raro. Alla sua cattura sarebbe seguita una festa cruenta e, più tardi, una lunga siesta voluttuosa.

Tutte queste creature morivano e i loro corpi, dilaniati dagli avvoltoi, restavano a giacere sul terreno. Presto gli scheletri bruciati dai raggi ultravioletti sarebbero rientrati nel ciclo biologico. Era stata questa la grande intuizione della Grecia antica: l’energia del mondo circolava in circuito chiuso, dal cielo alle pietre, dall’erba alla carne e dalla carne alla terra sotto la guida di un sole che metteva a disposizione i suoi fotoni per il ciclo dell’azoto. Il Bardo Thodol, il Libro dei Morti tibetano, concordava con Eraclito e con i filosofi della fluttuazione. Tutto scorre, tutto fluisce, tutto scivola via. Gli asini galoppano, i lupi li inseguono, gli avvoltoi planano: ordine ed equilibrio in pieno sole. Un silenzio schiacciante. Una luce non filtrata, pochi uomini. Un sogno.

E noi stavamo là, in quel giardino vitale, accecante e morboso. Munier l’aveva detto: era il paradiso a trenta gradi sotto zero. La vita si riduceva all’essenziale: nascere, correre, morire, marcire, rientrare nel ciclo sotto una forma diversa. Io capivo perché i mongoli volevano lasciare i loro morti nella steppa a marcire. Se mia madre l’avesse chiesto, mi sarebbe piaciuto andare con gli altri a deporre il suo corpo in un anfratto dei monti Kunlun. Gli avvoltoi lo avrebbero dilaniato e poi, a loro volta, sarebbero stati preda di altre bocche, si sarebbero diffusi in altri corpi – topo, gipeto, serpente –, permettendo al figlio orfano di immaginare sua madre nel battito di un’ala, nell’ondulazione di una squama, nel fremito di un vello.

La presenza

Munier mi compensava della mia miopia. I suoi occhi vedevano tutto, io non mi accorgevo di niente. «Far apparire l’oggetto è più importante che farlo significare» aveva scritto Jean Baudrillard a proposito dell’opera d’arte.1 A che scopo dissertare sulle antilopi? Erano apparse, dapprima vibranti in lontananza, poi sempre più vicine, con contorni via via più nitidi. E all’improvviso erano là, fragile presenza che il minimo allarme avrebbe fatto fuggire. Le avevamo viste. Questa era arte.

Marie e Léo, stando al fianco di Munier dai Vosgi allo Champsaur, avevano fatto grandi progressi nell’identificazione dell’indistinguibile. A volte, su quel pianoro deserto, individuavano l’antilope tra le rocce dorate o il cane della prateria che tornava a immergersi nell’ombra. Vedere l’invisibile era un principio del Tao cinese e la speranza di ogni artista. Io avevo battuto la steppa in lungo e in largo per venticinque anni senza scoprire un decimo di quello che vedeva Munier. È pur vero che nel 1997, nel Tibet meridionale, avevo incontrato un lupo. Inoltre sui tetti della chiesa di Saint-Maclou, a Rouen, mi ero trovato faccia a faccia con una faina; nel 2007 e nel 2010, nella taiga siberiana, avevo avvistato qualche orso e nel 1994, nel Nepal, avevo anche avuto la sgradevole sorpresa di sentire una tarantola che mi correva su per la coscia. Tuttavia si trattava di incontri capitati per caso, senza che avessi fatto niente per provocarli. Ci si poteva ammazzare di fatica per esplorare il mondo e passare accanto alle creature viventi.

«Ho viaggiato molto, sono stato guardato e non lo sapevo»: era il nuovo salmo che mormoravo con voce sussurrante, come i tibetani. Quel salmo riassumeva la mia vita. D’ora in poi avrei saputo che ci muovevamo tra occhi aperti in volti invisibili. Riscattavo la mia passata indifferenza attraverso il duplice esercizio dell’attenzione e della pazienza. Chiamiamolo pure amore.

Adesso avevo capito: il giardino dell’uomo è popolato di presenze. Non sono ostili ma ci tengono d’occhio. Niente di quello che facciamo sfugge alla loro attenzione. Gli animali sono i guardiani del giardino pubblico, dove l’uomo gioca col cerchio credendosi il re. Era una scoperta, e nemmeno tanto sgradevole. Ormai sapevo di non essere solo.

Séraphine de Senlis era una pittrice dell’inizio del XX secolo, un’artista per metà pazzoide e per metà geniale, un po’ kitsch e non molto quotata. Nei suoi quadri, gli alberi erano cosparsi di occhi spalancati.

Hieronymus Bosch, il fiammingo dei retromondi, aveva intitolato una sua incisione Il bosco ha orecchi, il campo ha occhi. Aveva disegnato dei globi oculari sul terreno e due orecchie umane sul limitare di una foresta. Gli artisti lo sanno: il selvaggio vi tiene d’occhio senza che ve ne accorgiate. Quando il vostro sguardo lo scopre, lui sparisce.

– Là di fronte, sulla scarpata, una volpe a cento metri! – mi diceva Munier mentre traversavamo il fiume ghiacciato. E io impiegavo molto tempo per vedere quello che guardavo. Non sapevo che il mio occhio aveva già captato ciò che la mia mente si rifiutava di comprendere. A un tratto la sagoma dell’animale si componeva come se, pigmento dopo pigmento, dettaglio dopo dettaglio, si fosse precisata tra le rocce rivelandosi a me.

Mi consolavo della mia incapacità. C’era una sorta di piacere nel sapersi guardati a propria insaputa. In un frammento di Eraclito si legge: «La natura ama nascondersi». Che significava quell’enigma? La natura si nascondeva per sfuggire al divoramento? Si nascondeva perché la forza non ha bisogno di manifestarsi? Non tutto era stato creato per lo sguardo dell’uomo. L’infinitamente piccolo sfuggiva alla nostra ragione, l’infinitamente grande alla nostra voracità, gli animali selvatici alla nostra osservazione. Gli animali dominavano e ci sorvegliavano, così come il cardinale Richelieu spiava il suo popolo. Sapevo che vivevano e si aggiravano nel labirinto. Quella buona notizia era la mia fonte di giovinezza!

1 Jean Baudrillard, Prefazione al catalogo della mostra di Charles Matton (Parigi, Palais de Tokyo, 1987).

La semplicità

Una sera, mentre bevevamo del tè nero sulla soglia della capanna, Marie segnalò un velo che si alzava turbinando nel punto più basso del penepiano. A quattro chilometri dalla capanna, un branco di otto asini selvatici correva a tutta velocità lungo il fiume, venendo da est e avvicinandosi a noi. Munier era già al telescopio.

– Equus kiang – disse quando gli chiesi il loro nome scientifico. Emioni, per gli amici.

Si erano fermati su un prato di graminacee a nord. Quel giorno non avevamo visto quasi nessun essere vivente nella valle della capanna. Il lupo che aveva cantato il giorno prima aveva sparso il panico. Quando il lupo canta, gli animali non ballano: si nascondono.

Lasciando il riparo, ci avvicinammo agli asini in fila indiana, nascosti dietro un cumulo di sedimenti. Un’aquila reale aureolava il branco. Raggiungemmo un canyon scavato nel versante e lì, nel letto asciutto, curvi e coperti dalle tute mimetiche, riprendemmo ad avanzare. Gli asini brucavano nervosamente. Il manto fulvo, cerchiato di linee nere, formava delle macchie preziose.

– Delle porcellane su un tavolinetto – disse Léo.

I kiang, cugini dei cavalli, non avevano subito l’oltraggio della domesticazione ma, cinquant’anni prima, l’esercito cinese li aveva sterminati per rifornire di viveri le truppe che avanzavano. Quelli erano dei sopravvissuti. Distinguevamo le fronti bombate, le criniere ispide, le groppe arrotondate. Dietro di loro il vento stendeva un velo di polvere. Gli animali erano a cento metri e Munier li stava inquadrando. All’improvviso scattarono in direzione ovest, come colpiti da una scarica elettrica. Camminando, avevamo fatto rotolare un sasso. Un flusso di energia attraversò la piana. Il vento soffiava a raffiche, la luce esplodeva nella polvere alzata dagli animali al galoppo, la cavalcata disperse degli stormi di fringuelli delle nevi, una volpe colta di sorpresa si lanciò in una corsa disperata. La vita, la morte, la forza, la fuga. La bellezza si scomponeva.

Munier disse tristemente:

– Il sogno della mia vita era quello di essere completamente invisibile.

La maggior parte dei miei simili – a cominciare da me – voleva il contrario: farsi vedere. Non avevamo nessuna speranza di avvicinarci a un animale.

Tornammo alla capanna senza cercare di nasconderci. L’oscurità cresceva e il freddo mi penetrava meno nelle ossa perché la notte lo rendeva più legittimo. Richiusi la porta, Léo accese la stufa a gas. Pensavo agli animali. Per loro si preparavano delle ore di sangue e di gelo. Fuori cominciava una notte di caccia. Una civetta di Minerva già modulava il grido stridulo che dava inizio alle operazioni di sventramento generale. Ognuno cercava la sua preda. I lupi, le linci e le martore avrebbero lanciato l’attacco e il barbaro festino sarebbe andato avanti fino all’alba. Il sole avrebbe segnato la fine dell’orgia. Allora i carnivori che avevano avuto fortuna si sarebbero riposati, a pancia piena, assaporando in piena luce i successi della notte. Gli erbivori invece avrebbero ricominciato a vagare per strappare qualche boccata d’erba da trasformare in energia, utile per la fuga. Erano costretti a stare con la testa china verso terra, fino a sfiorare quasi il cibo, con il collo piegato sotto il peso del determinismo e la corteccia cerebrale premuta contro l’osso frontale, incapaci di sfuggire al programma che li destinava al sacrificio.

Nell’ovile preparammo la zuppa. Il brontolio della stufa creava un’illusione di calore. All’interno la temperatura era di dieci gradi sotto zero. Intanto passavamo in rassegna le cose che avevamo visto quella settimana: un’attualità meno deplorevole ma altrettanto appassionante dell’invasione turca del Kurdistan. Dopo tutto, l’assalto di un lupo a un gruppo di yak o la fuga di otto asini sorvolati da un’aquila non erano eventi meno notevoli della visita di un presidente americano al suo omologo coreano. Immaginavo una stampa quotidiana interamente dedicata al mondo animale. Invece di «Attacco omicida durante il carnevale», avremmo letto: «Delle pecore blu raggiungono i monti Kunlun». Avremmo avuto meno angoscia e più poesia.

Munier lappava la sua zuppa. Poi immancabilmente, con il colbacco in testa e la sua aria da siderurgico bielorusso, le guance smagrite per le lunghe marce, proponeva in tono mondano: «Che ne direste di terminare con una nota dolce?». E sfondava una scatoletta di composta di frutta con un colpo di pugnale. Lui dedicava la sua vita alla venerazione per gli animali e anche Marie si stava avviando per quella strada. Come avrebbero sopportato il ritorno nel mondo degli uomini, ossia nel disordine?

L’ordine

La mattina seguente ci eravamo nascosti, Léo ed io, dietro la scarpata alluvionale che fiancheggiava il corso del fiume, allo sbocco di uno dei suoi piccoli affluenti. Era un buon punto per fare la posta agli animali di passaggio. Ombre nere correvano sulle rocce. Paesaggio sepolcrale, sole silenzioso, luce viva: aspettavamo solo gli animali. Munier e Marie erano a ovest, distesi al riparo di grandi massi neri. A duecento metri, delle gazzelle strappavano ciuffi d’erba. Si affrettavano, ansiose, troppo assorte in quell’attività per accorgersi che si stava avvicinando un lupo. La caccia stava per cominciare. Tra poco la polvere bianca si sarebbe bagnata di sangue.

Che cosa era successo? Perché quelle cacce crudeli, quelle sofferenze che non finivano mai? Mi sembrava che la vita fosse una sequela di aggressioni e che il paesaggio, apparentemente stabile, in realtà servisse da sfondo a una serie di assassinii perpetrati a tutti i gradini della scala biologica, dal paramecio all’aquila reale. Una delle più morbose filosofie della liberazione dalla sofferenza, il buddhismo, aveva messo radici sull’altopiano tibetano nel X secolo. Il Tibet era il luogo ideale per porsi quel genere di domande. Munier era appostato e poteva resistere anche otto ore. C’era tempo per la metafisica.

Domanda preliminare: perché di ogni paesaggio vedevo sempre il retroscena con tutti i suoi orrori? Perfino a Belle-Île, davanti al mare intiepidito dal sole, tra i villeggianti intenti a bere gli ultimi sorsi di givry prima del crepuscolo, io immaginavo la guerra sotto la superficie: granchi che facevano a pezzi le prede, bocche di lamprede che succhiavano le vittime, ogni pesce alla ricerca di un pesce più debole di lui, e poi spine, rostri e uncini che dilaniavano tutte le carni. Perché non limitarsi ad ammirare un paesaggio senza immaginare i delitti?

In tempi inconcepibilmente lontani, prima del big bang, troneggiava una potenza, magnifica e monomorfa. Il suo regno pulsava. Intorno, il nulla. Gli uomini avevano fatto a gara per dare un nome a quel segnale. Per alcuni era Dio che ci teneva in divenire sul palmo della mano. Spiriti più prudenti lo avevano chiamato «l’Essere». Per altri era la vibrazione dell’Om primordiale, un’energia-materia in attesa, un punto matematico, una forza indifferenziata. Dei marinai biondi sulle loro isole di marmo, i greci, avevano chiamato quella pulsazione «Caos». Una tribù di nomadi bruciati dal sole, gli ebrei, l’aveva battezzata «verbo», parola che i greci traducevano «respiro». Ognuno trovò un termine per indicare l’unità. Ognuno affilò le armi per sopprimere il suo avversario. Tutti quegli enunciati significavano la stessa cosa: nello spazio-tempo fluttuava una singolarità primaria. Un’esplosione la liberò. Allora l’inesteso si estese, l’ineffabile si articolò, l’indifferenziato prese molteplici aspetti, l’oscuro s’illuminò. Fu la rottura. Fine dell’Unicità!

Nel brodo primordiale diguazzarono i dati biochimici. La vita apparve e si sparse alla conquista della Terra. Il tempo affrontava lo spazio. Tutto si complicò. Gli esseri si ramificarono, si specializzarono, si allontanarono gli uni dagli altri e ognuno di loro si assicurò la perpetuazione divorando gli altri. L’Evoluzione inventò delle forme raffinate di predazione, di riproduzione e di spostamento. Tendere insidie e trabocchetti, uccidere e riprodursi fu l’attività generale. La guerra era cominciata, il mondo era il suo campo di battaglia. Il sole si era già incendiato. Fecondava la carneficina dei suoi stessi fotoni e sarebbe morto immolandosi. Vita era il nome dato a quel massacro che era anche il requiem del sole. Se un Dio era veramente all’origine di quella carnevalata, non sarebbe bastata la Corte suprema per giudicarlo. E l’invenzione suprema nell’ordine della perversità consisteva nell’aver dotato le creature di un sistema nervoso. Essa innalzava il dolore al ruolo di principio. Se Dio esisteva, il suo nome era «sofferenza».

Ieri è apparso l’uomo, un fungo multicentrico. La corteccia cerebrale lo ha dotato di un’attitudine inedita: portare al grado più alto la capacità di distruggere tutto quello che è altro da lui e al tempo stesso lamentarsi di esserne capace. Al dolore si è aggiunta la lucidità. L’orrore perfetto.

Così ogni essere vivente era un frammento della vetrata originale. Quella mattina, nel Tibet centrale, antilopi, gipeti e grilli che lottavano tra loro mi sembravano le tessere della strobosfera appesa al soffitto dell’espansione. Gli animali fotografati dai miei amici rappresentavano l’espressione diffratta della separazione. Quale volontà aveva ordinato l’invenzione di quelle forme mostruosamente sofisticate, sempre più ingegnose e sempre più distanti via via che passavano i milioni di anni? La spirale, la mandibola, la piuma e la squama, la ventosa e il pollice prensile erano i tesori della camera delle meraviglie di quel potere geniale e sregolato che aveva sconfitto l’unità e orchestrato l’efflorescenza.

Il lupo si avvicinò alle gazzelle; loro alzarono la testa tutte insieme. Passò mezz’ora. Nessuno si muoveva più: né il sole né gli animali né noi stessi, impietriti dietro ai nostri binocoli. Il tempo passava. Solo dei lembi d’ombra strisciavano lenti all’assalto delle montagne: le nuvole.

Adesso regnavano gli esseri viventi, proprietà di ciò che era stato «l’Unico». L’Evoluzione continuava a compiere le sue operazioni. Tra noi uomini, molti sognavano le età dei primordi in cui tutto faceva parte della vibrazione iniziale.

Come rendere più sopportabile questa nostalgia del grande inizio? Si poteva sempre pregare Dio. Era un’occupazione gradevole, meno faticosa della cattura del pesce spada. Ci si rivolgeva a un attributo unitario, anteriore alla separazione, ci si inginocchiava in una cappella e si mormoravano dei salmi pensando: Dio, perché non vi siete accontentato di voi stesso invece di darvi agli esperimenti di biologia? La preghiera era condannata all’insuccesso perché ormai la fonte era diventata troppo complessa e noi eravamo arrivati troppo tardi. Novalis lo aveva detto in un modo più sottile: «Noi cerchiamo l’assoluto e troviamo sempre solo cose».1

Si poteva anche credere che un residuo dell’energia primitiva pulsasse in ognuno di noi, ossia che in noi tutti risonasse qualcosa del vibrato originario. La morte ci avrebbe nuovamente incorporati nel poema iniziale. Ernst Jünger, tenendo un piccolo fossile del Precambriano sul palmo della mano, meditava sull’apparizione della vita (ossia dell’infelicità) e pensava alle origini: «Un giorno sapremo di esserci già conosciuti».2

E da ultimo restava la tecnica di Munier: cercare dovunque gli echi della prima divisione, salutare i lupi, fotografare le gru, ricomporre a colpi di otturatore i frammenti della materia madre dispersa dall’Evoluzione. Ogni animale era un baluginio della fonte perduta. Per un attimo si attenuava la tristezza di non palpitare più nel sonno della dea-medusa.

Appostarsi era una preghiera. Guardando l’animale, si imitavano i mistici: si rendeva omaggio al ricordo primario. Anche l’arte serviva allo stesso scopo: incollare i frammenti dell’assoluto. Nei musei si passava davanti ai quadri, tessere dello stesso mosaico.

Esponevo le mie considerazioni a Léo, il quale approfittò di un rialzo della temperatura per addormentarsi. C’erano quindici gradi sotto zero. Il lupo ricominciò a camminare e passò oltre ignorando le gazzelle.

1 Novalis, Grani di polline.

2 Ernst Jünger, La capanna nella vigna.

L’ordine

La mattina seguente ci eravamo nascosti, Léo ed io, dietro la scarpata alluvionale che fiancheggiava il corso del fiume, allo sbocco di uno dei suoi piccoli affluenti. Era un buon punto per fare la posta agli animali di passaggio. Ombre nere correvano sulle rocce. Paesaggio sepolcrale, sole silenzioso, luce viva: aspettavamo solo gli animali. Munier e Marie erano a ovest, distesi al riparo di grandi massi neri. A duecento metri, delle gazzelle strappavano ciuffi d’erba. Si affrettavano, ansiose, troppo assorte in quell’attività per accorgersi che si stava avvicinando un lupo. La caccia stava per cominciare. Tra poco la polvere bianca si sarebbe bagnata di sangue.

Che cosa era successo? Perché quelle cacce crudeli, quelle sofferenze che non finivano mai? Mi sembrava che la vita fosse una sequela di aggressioni e che il paesaggio, apparentemente stabile, in realtà servisse da sfondo a una serie di assassinii perpetrati a tutti i gradini della scala biologica, dal paramecio all’aquila reale. Una delle più morbose filosofie della liberazione dalla sofferenza, il buddhismo, aveva messo radici sull’altopiano tibetano nel X secolo. Il Tibet era il luogo ideale per porsi quel genere di domande. Munier era appostato e poteva resistere anche otto ore. C’era tempo per la metafisica.

Domanda preliminare: perché di ogni paesaggio vedevo sempre il retroscena con tutti i suoi orrori? Perfino a Belle-Île, davanti al mare intiepidito dal sole, tra i villeggianti intenti a bere gli ultimi sorsi di givry prima del crepuscolo, io immaginavo la guerra sotto la superficie: granchi che facevano a pezzi le prede, bocche di lamprede che succhiavano le vittime, ogni pesce alla ricerca di un pesce più debole di lui, e poi spine, rostri e uncini che dilaniavano tutte le carni. Perché non limitarsi ad ammirare un paesaggio senza immaginare i delitti?

In tempi inconcepibilmente lontani, prima del big bang, troneggiava una potenza, magnifica e monomorfa. Il suo regno pulsava. Intorno, il nulla. Gli uomini avevano fatto a gara per dare un nome a quel segnale. Per alcuni era Dio che ci teneva in divenire sul palmo della mano. Spiriti più prudenti lo avevano chiamato «l’Essere». Per altri era la vibrazione dell’Om primordiale, un’energia-materia in attesa, un punto matematico, una forza indifferenziata. Dei marinai biondi sulle loro isole di marmo, i greci, avevano chiamato quella pulsazione «Caos». Una tribù di nomadi bruciati dal sole, gli ebrei, l’aveva battezzata «verbo», parola che i greci traducevano «respiro». Ognuno trovò un termine per indicare l’unità. Ognuno affilò le armi per sopprimere il suo avversario. Tutti quegli enunciati significavano la stessa cosa: nello spazio-tempo fluttuava una singolarità primaria. Un’esplosione la liberò. Allora l’inesteso si estese, l’ineffabile si articolò, l’indifferenziato prese molteplici aspetti, l’oscuro s’illuminò. Fu la rottura. Fine dell’Unicità!

Nel brodo primordiale diguazzarono i dati biochimici. La vita apparve e si sparse alla conquista della Terra. Il tempo affrontava lo spazio. Tutto si complicò. Gli esseri si ramificarono, si specializzarono, si allontanarono gli uni dagli altri e ognuno di loro si assicurò la perpetuazione divorando gli altri. L’Evoluzione inventò delle forme raffinate di predazione, di riproduzione e di spostamento. Tendere insidie e trabocchetti, uccidere e riprodursi fu l’attività generale. La guerra era cominciata, il mondo era il suo campo di battaglia. Il sole si era già incendiato. Fecondava la carneficina dei suoi stessi fotoni e sarebbe morto immolandosi. Vita era il nome dato a quel massacro che era anche il requiem del sole. Se un Dio era veramente all’origine di quella carnevalata, non sarebbe bastata la Corte suprema per giudicarlo. E l’invenzione suprema nell’ordine della perversità consisteva nell’aver dotato le creature di un sistema nervoso. Essa innalzava il dolore al ruolo di principio. Se Dio esisteva, il suo nome era «sofferenza».

Ieri è apparso l’uomo, un fungo multicentrico. La corteccia cerebrale lo ha dotato di un’attitudine inedita: portare al grado più alto la capacità di distruggere tutto quello che è altro da lui e al tempo stesso lamentarsi di esserne capace. Al dolore si è aggiunta la lucidità. L’orrore perfetto.

Così ogni essere vivente era un frammento della vetrata originale. Quella mattina, nel Tibet centrale, antilopi, gipeti e grilli che lottavano tra loro mi sembravano le tessere della strobosfera appesa al soffitto dell’espansione. Gli animali fotografati dai miei amici rappresentavano l’espressione diffratta della separazione. Quale volontà aveva ordinato l’invenzione di quelle forme mostruosamente sofisticate, sempre più ingegnose e sempre più distanti via via che passavano i milioni di anni? La spirale, la mandibola, la piuma e la squama, la ventosa e il pollice prensile erano i tesori della camera delle meraviglie di quel potere geniale e sregolato che aveva sconfitto l’unità e orchestrato l’efflorescenza.

Il lupo si avvicinò alle gazzelle; loro alzarono la testa tutte insieme. Passò mezz’ora. Nessuno si muoveva più: né il sole né gli animali né noi stessi, impietriti dietro ai nostri binocoli. Il tempo passava. Solo dei lembi d’ombra strisciavano lenti all’assalto delle montagne: le nuvole.

Adesso regnavano gli esseri viventi, proprietà di ciò che era stato «l’Unico». L’Evoluzione continuava a compiere le sue operazioni. Tra noi uomini, molti sognavano le età dei primordi in cui tutto faceva parte della vibrazione iniziale.

Come rendere più sopportabile questa nostalgia del grande inizio? Si poteva sempre pregare Dio. Era un’occupazione gradevole, meno faticosa della cattura del pesce spada. Ci si rivolgeva a un attributo unitario, anteriore alla separazione, ci si inginocchiava in una cappella e si mormoravano dei salmi pensando: Dio, perché non vi siete accontentato di voi stesso invece di darvi agli esperimenti di biologia? La preghiera era condannata all’insuccesso perché ormai la fonte era diventata troppo complessa e noi eravamo arrivati troppo tardi. Novalis lo aveva detto in un modo più sottile: «Noi cerchiamo l’assoluto e troviamo sempre solo cose».1

Si poteva anche credere che un residuo dell’energia primitiva pulsasse in ognuno di noi, ossia che in noi tutti risonasse qualcosa del vibrato originario. La morte ci avrebbe nuovamente incorporati nel poema iniziale. Ernst Jünger, tenendo un piccolo fossile del Precambriano sul palmo della mano, meditava sull’apparizione della vita (ossia dell’infelicità) e pensava alle origini: «Un giorno sapremo di esserci già conosciuti».2

E da ultimo restava la tecnica di Munier: cercare dovunque gli echi della prima divisione, salutare i lupi, fotografare le gru, ricomporre a colpi di otturatore i frammenti della materia madre dispersa dall’Evoluzione. Ogni animale era un baluginio della fonte perduta. Per un attimo si attenuava la tristezza di non palpitare più nel sonno della dea-medusa.

Appostarsi era una preghiera. Guardando l’animale, si imitavano i mistici: si rendeva omaggio al ricordo primario. Anche l’arte serviva allo stesso scopo: incollare i frammenti dell’assoluto. Nei musei si passava davanti ai quadri, tessere dello stesso mosaico.

Esponevo le mie considerazioni a Léo, il quale approfittò di un rialzo della temperatura per addormentarsi. C’erano quindici gradi sotto zero. Il lupo ricominciò a camminare e passò oltre ignorando le gazzelle.

1 Novalis, Grani di polline.

2 Ernst Jünger, La capanna nella vigna

Seconda parte

Il sagrato

L’evoluzione degli spazi

All’alba del decimo giorno lasciammo il campo e partimmo a bordo delle jeep, diretti a ovest. Il sole imbiancava la terra. «Cuore delle tenebre luminose» avrebbe detto un adepto del Tao. Eravamo diretti al lago Yaniugol, ai piedi dei monti Kunlun, a cento chilometri di distanza dal nostro rifugio. Munier aveva detto: «Arriviamo all’imbocco della valle; ci saranno degli yak». Un buon ordine del giorno.

Per percorrere cento chilometri di strada dissestata impiegammo una giornata. I pendii neri delle montagne, levigati da milioni di inverni, sembravano scorrere dal cielo. La valle si apriva, ampia, protetta a nord dalla fascia pedemontana. Ogni tanto una vetta di 6.000 metri segnalava la sua presenza, ma nessuno se ne curava. Gli animali non salivano fin lassù. Da quelle parti non esisteva l’alpinismo. Gli dèi si erano ritirati. Letti di torrenti piccoli e profondi incidevano i versanti, come se l’acqua si fosse rifiutata di scendere, ossia di morire. C’erano venti gradi sotto zero, il deserto era animato dalle vie di fuga: gli asini filavano nella polvere, le gazzelle battevano dei record. Gli animali non si stancavano mai. I rapaci sostavano in surplace sopra le tane dei roditori. Le traiettorie delle aquile reali si incrociavano con quelle dei falconi e delle pecore blu: era un bestiario medievale in un giardino ghiacciato. Vicino alla pista, accucciato su un cumulo di detriti alluvionali, un lupo frugava in cerca di qualcosa da rubare. Non sembrava tranquillo. Mi facevano rabbia quegli animali che venivano a divertirsi fin quassù, a un’altitudine di quasi 5.000 metri. A me bruciavano i polmoni.

Il paesaggio era ordinato a strati come quelli dei dipinti tibetani appesi alle pareti dei monasteri. Lo splendore era strutturato in tre fasce. Nel cielo, i ghiacci perenni. Sui pendii, le rocce intorno alle quali stagnava la nebbia. Nella valle, creature ebbre di velocità. Dopo dieci giorni, sembrava normale incontrare quegli animali. Mi irritavo con me stesso all’idea che mi stavo abituando a quelle apparizioni. Immaginavo Karen Blixen che faceva colazione, ogni mattina, ai piedi del Ngong, indifferente davanti all’esplosione dei fenicotteri rosa. Mi domandavo se era stanca di tanto splendore. Aveva scritto La mia Africa, il più bel libro sul paradiso terrestre, dimostrando che non ci si stanca mai dell’indescrivibile.

Si avvicinava il Qiangtang, che preludeva al mio appuntamento d’amore. Per anni avevo girato intorno a quel torrione. Tra i venti e i trentacinque anni avevo percorso il sagrato a piedi, in camion, in bicicletta, senza mai entrare, senza nemmeno dare un’occhiata al di sopra dei bastioni. Posto al centro del Tibet, a 5.000 metri di altitudine media, quell’altopiano crivellato di pozze d’acqua, grande come la Francia, faceva da transizione tra i monti Kunlun a nord e la catena dell’Himalaya a sud. La zona sfuggiva alla pianificazione territoriale – così si chiamava la devastazione degli spazi compiuta dalla tecnostruttura. Nessuno abitava quel territorio, solo qualche nomade lo attraversava. Nessuna città, niente strade. I teli delle tende che schioccavano nel vento costituivano l’unica presenza umana. I geografi avevano cartografato sommariamente quel deserto d’alta quota riportando sulle carte del XXI secolo gli itinerari seguiti dagli esploratori del XIX. Qualcuno avrebbe dovuto segnalare l’esistenza di quell’altopiano a coloro che piagnucolavano per la «fine dell’avventura». «Siamo nati troppo tardi in un mondo senza segreti», gemevano quelle anime morte. E invece bastava cercare un po’ per accorgersi che le zone d’ombra esistevano ancora. Bisognava solo aprire le porte giuste, quelle che portavano alle vere scale di servizio. Il Qiangtang offriva una via di fuga, ma che fatica per arrivarci!

George B. Schaller, biologo americano – fama mondiale e bella faccia da marine – aveva perlustrato la zona negli anni Ottanta studiando la fauna composta da orsi, antilopi e pantere. Aveva avvertito le autorità della presenza dei bracconieri. Le trappole e le battute di caccia stavano spopolando l’altopiano. Le autorità erano complici del massacro. Nessuno aveva dato ascolto all’americano. Solo nel 1993 la regione era stata dichiarata riserva naturale e negli anni Duemila la caccia era stata vietata del tutto. Il libro di Schaller era il nostro vangelo, lo tenevamo sul lunotto dell’automobile. Il titolo era Wildlife of the Tibetan Steppe, che – secondo le informazioni di Léo, il più colto del gruppo – nel gergo globale significava: «Fauna selvaggia delle steppe tibetane». Munier aveva incontrato Schaller anni prima e il maestro si era complimentato con lui per le fotografie dei lupi artici. Al nostro amico era sembrato di essere armato cavaliere dalla mano stessa del re.

Per quel viaggio, avevamo scelto come nostra guida Schaller per due ragioni: aveva chiarito i misteri del Qiangtang e inoltre, negli anni Settanta, aveva percorso a piedi il Dolpo nepalese insieme allo scrittore Peter Matthiessen. I due americani avevano cercato i bharal blu e la pantera delle nevi. Schaller l’aveva vista ma Matthiessen se l’era lasciata sfuggire. Era tornato con un libro labirintico, Il leopardo delle nevi, dove si passava dal buddhismo tantrico all’Evoluzione delle specie. Matthiessen era interessato soprattutto a se stesso. Stando con Munier, cominciavo a capire che la contemplazione degli animali ci proietta davanti agli occhi il nostro riflesso capovolto. Loro incarnano la voluttà, la libertà, l’autonomia, tutte cose alle quali abbiamo rinunciato.

A cinquanta chilometri dal lago, un nuovo chiarore si apriva nel cielo: lo specchio d’acqua vi rifletteva la sua luce. Un gregge correva verso sud. Aprii il vangelo secondo Schaller e riconobbi le antilopi. La didascalia indicava il nome tibetano: chiru.

– Stop! – disse Munier che non aveva bisogno degli insegnamenti di Schaller.

Lasciammo le jeep in mezzo alla pista. Il vello delle antilopi ravvivava con le sue chiazze festose il suolo arido. Bianco e screziato, più morbido del cachemire, quel mantello era stato la loro condanna. I bracconieri vendevano le pelli all’industria tessile: un commercio planetario. Malgrado i programmi di protezione messi in atto dal governo, la specie era a rischio di estinzione. La luce aureolava le loro teste e io non riuscivo a scacciare dalla mente un’idea: una delle tracce del passaggio dell’uomo sulla terra sarà la sua capacità di distruggere tutto. L’uomo aveva risolto il problema filosofico di definire la sua natura specifica: era l’addetto alle pulizie.

Insomma, dicevo a me stesso con il mirino del binocolo incollato alle orbite, la pelliccia di queste creature, «che si inseguono e si superano intrecciando una corsa fraterna», è destinata a finire sulle spalle di un essere umano, sicuramente meno dotato dal punto di vista fisico. In altre parole Lucette, che non riesce a correre per cento metri, non si vergognerà mai di portare una sciarpa di chiru.

Ero disteso sul fossato della pista, di fronte a una spianata di pietre bianche inclinata verso nord. Marie filmava lo scontro tra due maschi. Si udiva il cozzo delle corna: sembrava il tintinnio di una porcellana su una coppa di legno laccato. I chiru avevano le corna in avanti: potevano squarciare un ventre ma non fracassare un cranio. I due contendenti liberarono i fioretti. Il vincitore corse verso un branco di femmine: la sua ricompensa.

Marie ripose la cinepresa:

– È sempre la stessa storia: si sfidano e corrono dietro alle femmine.

L’istinto e la ragione

A sud si innalzava una vetta anonima. L’avevamo notata appena arrivati al lago: era una piramide che emergeva dal massiccio, sull’orlo del Qiangtang. Ci accampammo sulla riva del lago e l’indomani marciammo in fila indiana, attraverso la vallata in direzione della montagna. Prevedevamo di raggiungere la vetta in due giorni. Secondo le carte, toccava i 5.200 metri. Dalla cima, la vista doveva abbracciare tutto l’orizzonte. «Sarà il nostro palco», aveva detto Léo. Non cercavamo di meglio che un balcone affacciato sullo spazio. Ripetevamo così una tipica situazione taoista: salire verso il cielo per contemplare il vuoto. Prima dovemmo traversare un fiume gelato e i nostri stivali ridussero la porcellana in frantumi. Poi, sull’altra riva, cominciò la scalata sul pietrisco.

Munier, Marie e Léo avanzavano, curvi sotto carichi da sherpa. I viveri e la tenda, aggiunti al materiale fotografico, facevano salire il peso dei loro zaini a trentacinque chili. Munier se ne era caricati quaranta e per giunta si era rifiutato di lasciare il suo bagaglio culturale, il «mattone» di Schaller. Io, che non partecipavo allo sforzo collettivo, avevo degli scrupoli. Per mettere a tacere la vergogna, prendevo degli appunti che leggevo agli altri durante le soste. L’inchiostro si gelava, buttavo giù delle frasi troppo rapide: «I versanti sono striati di venature nere, gocce cadute dal calamaio di un Dio che abbia posato la penna dopo aver scritto il mondo». Giuro che non si trattava di immagini arbitrarie: i coni detritici alti 5.000 metri avevano la forma di calamai posati su un tavolo e spruzzati all’esterno di una patina nerissima. Gli yak, in lontananza, fungevano da punteggiatura.

I detriti rivestivano di bronzo i pendii cupi. La patina rifletteva la luce che respiravamo. Avanzavamo, accecati dal freddo e lavati dal vento. I miei compagni si sedevano sui gradini di roccia per riprendere fiato. I canyon aprivano dei passaggi oscuri che attiravano tre tipi di persone: i contemplatori, i cercatori e i cacciatori. Il nostro gruppo apparteneva alla prima categoria. Eravamo attirati da tutte le valli ma non deviavamo dalla nostra meta. A sera piantammo le tende a 4.800 metri, in fondo a una valle asciutta, e prima che annottasse raggiungemmo una punta che chiudeva una valle glaciale duecento metri più in alto. Alle sei uno yak si stagliò sul crinale opposto, a distanza di un chilometro; poi un secondo, un terzo. Alla fine furono venti, apparsi nell’ultimo chiarore del giorno. Con le loro masse disegnavano le merlature di un castello.

Erano dei totem mandati attraverso il tempo. Erano pesanti, possenti, silenziosi, immobili e così poco moderni! Non si erano evoluti, non si erano incrociati. Gli stessi istinti li guidavano da milioni di anni, gli stessi geni codificavano i loro desideri. Resistevano al vento, alla pendenza, alla mescolanza, a ogni forma di evoluzione. Rimanevano puri perché erano stabili. Erano le navi del tempo che si era fermato. La Preistoria piangeva e ognuna delle sue lacrime era uno yak. Le loro ombre dicevano: «Noi apparteniamo alla natura, non cambiamo, siamo di qui e di sempre. Voi appartenete alla cultura, siete plastici e instabili, innovate continuamente. In che direzione state andando?».

Il termometro segnava venti gradi sotto zero. In luoghi come quelli, noi uomini non potevamo fare altro che passare. La nostra razza era esclusa dalla maggior parte della superficie terrestre. Scarsamente adattati, non specializzati, avevamo però un’arma decisiva: la corteccia cerebrale, che ci permetteva tutto. Potevamo far sì che il mondo si piegasse alla nostra intelligenza, potevamo vivere nell’ambiente naturale di nostra scelta. In noi la ragione compensava la debolezza. La nostra disgrazia consisteva nella difficoltà di decidere il luogo dove vivere.

Come scegliere tra le nostre tendenze opposte? Non eravamo esseri «privi di istinti», come sostenevano i filosofi culturalisti. Al contrario, eravamo impacciati dai troppi istinti contraddittori. L’uomo scontava la sua indeterminatezza genetica: il prezzo da pagare era l’indecisione. Poiché i nostri geni non ci imponevano niente, non dovevamo fare altro che scegliere fra tutte le possibilità offerte al nostro volere. Che confusione! Che maledizione poter accettare tutto! L’uomo ardeva dalla voglia di fare delle cose di cui aveva paura, aspirava a trasgredire le regole che aveva appena stabilito, tornava a casa solo per sognare nuove avventure ma quando andava per mare piangeva pensando a Penelope. Capace di imbarcarsi per tutte le mete possibili, era condannato a non sentirsi mai soddisfatto. Sognava la «simultaneità». Ma la «simultaneità» non è né biologicamente possibile né psicologicamente auspicabile né politicamente accettabile.

Certe notti, seduto al tavolo di un locale del quinto arrondissement, fantasticavo e mi vedevo tranquillamente insediato in una casa in Provenza. Subito dopo scacciavo quella visione e immaginavo le vie dell’avventura. Incapace di darmi una direzione unica, esitante tra immobilità e movimento, soggetto all’oscillazione, invidiavo gli yak, mostri prigionieri del loro determinismo e perciò contenti di essere come erano, e di stare là dove potevano sopravvivere.

I geni dell’umanità erano uomini che avevano scelto un’unica strada, senza mai deviare. Hector Berlioz vedeva nell’«idea fissa» la condizione del genio. Egli subordinava la qualità di un’opera all’unità del motivo. Se si voleva passare alla storia, era meglio non imitare l’ape che vola di fiore in fiore.

L’animale si rifugiava per necessità nel luogo dove il caso l’aveva confinato. Era geneticamente predisposto a sopravvivere nel suo biotopo, anche se ostile, e l’adattamento gli conferiva un potere sovrano. Sovrano perché libero dal desiderio di essere altrove. L’animale, un’idea fissa.

La temperatura scendeva, dovemmo andar via. Lasciammo gli yak. Stavano ruminando, non si sarebbero mossi. Noi eravamo i padroni del mondo, padroni fragili e tormentati. Eravamo come Amleto che si aggira sugli spalti.

Arrivammo al campo e strisciammo dentro i sacchi a pelo. Prima di far scorrere le chiusure lampo delle tende, Munier lanciò un avvertimento:

– Non mettetevi i tappi di cera nelle orecchie; forse i lupi canteranno.

Era per sentire frasi come quella che mi mettevo in viaggio.

Poi la luna si alzò ma non poté fare niente per noi. Nelle tende c’erano trenta gradi sotto zero. I sogni si gelavano.

La Terra e la carne

Alle quattro del mattino, sveglia. Il termometro segnava trentacinque gradi sotto zero. C’era qualcosa di assurdo nell’idea di uscire dal sacco a pelo.

In condizioni simili, per non soffrire il freddo bisognava organizzarsi. Ogni gesto doveva ubbidire a una specie di solfeggio: trovare il guanto, allacciarsi le scarpe all’interno del sacco a pelo, mettere ogni cosa al posto giusto, sfilarsi una muffola per affibbiare una cinghia, rimettersela subito. Se si indugiava un po’, il freddo si impadroniva di una parte del corpo e la mollava solo per morderne un’altra. Il freddo vagava all’interno dell’organismo. Il corpo non si agguerrisce nemmeno col passar degli anni, ma, esercitandosi a compiere dei gesti precisi, è possibile ridurre la sofferenza. Durante gli inverni passati a Ellesmere o nella Kamtčatka, Munier aveva ripiegato la tenda tante volte che aveva imparato a farlo in fretta e non sembrava troppo esposto agli assalti del freddo. Léo si muoveva con gesti precisi. Fu pronto prima di me, con il sacco chiuso e la tuta allacciata. Marie ed io, più disordinati, dovemmo subire il tormento di svegliarci in una cella frigorifera e fummo ben contenti di metterci in cammino. Nel Tao è scritto che «il movimento ha la meglio sul freddo». Anche il primo principio della termodinamica afferma la stessa cosa. Quella mattina, conformemente alle indicazioni del pensiero cinese e della fisica del calore, affrontammo la fatica di buon grado.

Passando su larghe creste, salimmo fino a 5.200 metri. Procedevamo lentamente perché eravamo male acclimatati. La piccola sommità era una piattaforma di pietre lisce spaccate dal gelo. Si fece giorno e di lassù la vista poté finalmente abbracciare l’altopiano del Qiangtang. Era una distesa piatta di mille chilometri, vibrante di polvere, venata di paludi bianche. L’orizzonte era nebbioso. Ben dissimulata in quel vuoto, c’era la vita.

Immaginavo lunghe traversate da est a ovest. Vi sono luoghi il cui nome fa sognare: per me il Qiangtang era uno di quelli. Qualche volta i nomi magici diventano titoli di quadri o di poemi. Victor Segalen sognava il Thibet, dove non andò mai; lui lo scriveva proprio così, con l’«h». Lo considerava un abisso per la purificazione dello spirito. Poi Thibet divenne il titolo di un suo libro, una dichiarazione d’amore per le patrie inaccessibili. Esprimeva il Fernweh tedesco, la nostalgia dei confini che non supereremo mai. Il Qiangtang ai miei piedi offriva il suo nulla per le prossime avventure: era un regno da conquistare, una terra da percorrere a cavallo, allineati dietro ai gagliardetti. Un giorno avremmo camminato su quella superficie arida. Ero felice d’aver visto l’altopiano da un punto così alto. Prendevo un appuntamento preciso con qualcosa che non avrei conosciuto mai.

Restammo in vetta per due ore e non vedemmo nessun animale, nemmeno un rapace. Uno squarcio nel terreno indicava che i cinesi avevano scavato in quella zona con i bulldozer. Forse qualche sondaggio in cerca di minerali.

– La regione è stata svuotata – disse Munier – come da me nei Vosgi. Negli anni Sessanta, ancora giovanissimo, mio padre mise in guardia i suoi concittadini. Lui prevedeva i futuri disastri. Rachel Carson aveva scritto Primavera silenziosa per denunciare il pericolo dei pesticidi. Non erano in molti, allora, a vedere la minaccia che si profilava. René Dumont, Konrad Lorenz e Robert Hainard predicavano ai sordi. Mio padre era disperato: lo consideravano un estremista di sinistra. Finì con l’ammalarsi: cancro da stress.

– Ha sofferto per la Terra nella sua carne – dissi io.

– Se vuoi – disse Munier.

In una giornata di cammino tornammo verso il centro del mondo: il nostro lago. Annottava. Ci sedemmo sulla riva dopo otto ore di marcia. C’era nel silenzio una specie di ronzio. I Kunlun, già in ombra, montavano la guardia, benevoli. La piana era vuota. Non un rumore, non un movimento, non un profumo. Era il grande sonno. Il Tao, lago senza increspature, riposava. Dalla sua tranquillità nasceva l’insegnamento:

Davanti all’agitazione brulicante delle creature contempla solo il loro ritorno.

Gli esseri diversi del mondo torneranno alla loro radice.

Tornare alla radice significa adagiarsi nella quiete.

Mi piaceva quell’ermetismo narcotico. Il Tao, come il fumo di un avana, disegna dolci enigmi. Non siamo tenuti a capire granché, ma quel torpore è voluttuoso come la lettura di Sant’Agostino.

Il monoteismo non avrebbe mai potuto nascere nel Tibet. La proposta di un Dio unico era stata formulata nella Mezzaluna fertile. Popoli di allevatori e di agricoltori si organizzavano in massa. In riva ai fiumi sorgevano le città. Non ci si poteva più limitare a sgozzare dei tori per la dea madre. Bisognava dirigere la vita collettiva, celebrare le messi e radunare le greggi. Fu creata una rappresentazione del mondo dove esse erano glorificate. Fu inventato un pensiero universale. Il Tao invece restava una dottrina adatta ai solitari che si aggirano sull’altopiano. Una fede da lupi.

– Leggi ancora il Tao! – disse Léo.

– Tutti gli esseri derivano dall’Essere.

Nessuna antilope in corsa venne a contraddire il poema.

Terza parte

L’apparizione


E adesso, la dea. Munier voleva arrivare a Zadoi all’estremità orientale del Tibet, nell’alta valle del Mekong. Di lì avremmo raggiunto i massicci dove si nascondevano alcune delle pantere sopravvissute.

– Sopravvissute a che? – chiesi io.

– Alla propagazione dell’uomo – disse Marie.

Definizione dell’uomo: la creatura più prospera nella storia degli esseri viventi. In quanto specie, non ha nemici naturali: dissoda, costruisce, si espande. Dopo aver conquistato nuovi spazi, vi si affolla. Le sue città salgono verso il cielo. «Abitare il mondo da poeti» aveva scritto un poeta tedesco nel XIX secolo.1 Era un bel progetto, una speranza ingenua che non si era realizzata. Nelle sue torri, l’uomo del XXI secolo abita il mondo da coproprietario. Ha vinto la partita, pensa al suo avvenire, ha già messo gli occhi sul prossimo pianeta dove spedire gli esuberi. Presto gli «spazi infiniti» diventeranno la sua discarica. Qualche millennio prima, il Dio della Genesi (le cui parole erano state annotate prima che diventasse muto) era stato preciso: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta» (I, 28). Si poteva ragionevolmente pensare (senza offesa per il clero) che il programma era stato interamente svolto, che la Terra era stata «assoggettata» e che ormai era tempo di mettere a riposo la matrice uterina. Noi uomini eravamo otto miliardi. Restavano alcune migliaia di pantere. L’umanità non faceva un gioco corretto.

1 «... ma poeticamente abita l’uomo su questa terra». Friedrich Hölderlin, In un adorabile azzurro.

Nient’altro che animali

L’anno prima, Munier e Léo avevano soggiornato per un certo tempo sulla riva destra del fiume e avevano osservato le belve nei pressi di un monastero buddhista. Il nome Mekong bastava da solo a giustificare il viaggio. I nomi hanno una risonanza e noi ci lasciamo attrarre, come se fossimo calamitati. Si pensi a Samarcanda e a Ulan Bator. Per qualcuno bastava Balbec. C’è chi trasalisce perfino sentendo nominare Las Vegas!

– Ti piacciono i nomi dei luoghi? – domandai a Munier.

– Meglio i nomi degli animali – disse lui.

– Il tuo preferito?

– Il falco, il mio animale totem. E tu?

– Baikal, il mio luogo sacro.

Risalimmo tutti e quattro sulle jeep e per due giorni attraversammo di nuovo le valli da cui eravamo venuti, «sulle scarpate alluvionali dell’Olocene», come avrebbe detto il mio professore di geomorfologia dell’università di Nanterre-Paris X. L’aria fredda crepitava. La nuvola sollevata dalle jeep era polvere di morena che, triturata dai ghiacciai, si era sedimentata per milioni di anni. Nella geografia, nessuno faceva le pulizie.

Respiravamo scorie, il cielo odorava di selce. Marie filmava il sole attraverso la polvere alzata dalle greggi e sorrideva contemplando il vuoto. Léo riparava gli apparecchi danneggiati dai colpi: gli piacevano i sistemi funzionanti. Munier borbottava nomi di animali.

La strada di Zadoi era in rovina e noi avanzavamo al passo. Piccoli rialzi di granito ostacolavano appena l’accesso agli altipiani. La pista saliva su una gobba tra due nevati sporchi: noi esultavamo ogni volta che superavamo un passo. Seguivano ore di tornanti. La terra odorava di acqua fredda. Un paese senza neve, bianco di polvere. Perché provavo una sorta di affinità per quei paesaggi senza sfumature, quei pendii ripidi e quei climi estremi? Ero nato nel Bassin Parisien, i miei genitori mi avevano fatto conoscere le atmosfere del Touquet. In Piccardia, sotto un cielo grigio, avevo visitato il villaggio natale di mio padre. Mi avevano insegnato ad amare Courbet, la dolcezza della Thiérache e della Normandia. Ero più vicino a Bouvard e a Pécuchet che a Gengis Khan, eppure tra quelle scarpate mi sentivo a casa. Nella steppa dell’Asia centrale dove ero andato spesso – Turkestan russo, Pamir afghano, Mongolia e Tibet – avevo avuto l’impressione di aprire la porta di casa. Appena si alzava il vento, ritrovavo l’aria del mio paese. C’erano due spiegazioni possibili: o in una vita precedente ero stato un palafreniere mongolo – e questa ipotesi metempsichica era confermata dagli occhi a mandorla della mia defunta madre – o questi appiattimenti geografici riflettevano il mio stato d’animo. Essendo nevrastenico, avevo bisogno della steppa. Forse c’era di che costruire una teoria geo-psicologica. Gli uomini accorderebbero i loro gusti in fatto di geografia con il loro umore. Gli spiriti leggeri amerebbero i prati fioriti, i cuori avventurosi preferirebbero le falesie di marmo, le anime nere i sottoboschi della Brenne e i soggetti più grossolani i basamenti granitici.

Poco prima che raggiungessimo il nastro asfaltato della Golmud-Lhasa, apparve un lupo. Trottava lungo l’argine, con il collo teso. Senza rallentare l’andatura, voltò la testa per accertarsi che non facessimo movimenti nella sua direzione e piegò ad angolo retto, traversando la strada in direzione nord, verso i contrafforti. Nello stesso momento sbucò correndo un branco di asini selvatici: erano circa un centinaio. Fu un balletto lento su una scena gigantesca. Ognuno si muoveva seguendo l’asse di una diversa coreografia. Il lupo trottava. Gli asini correvano: passarono a una cinquantina di metri da un gruppo di antilopi chiru e da un branco di gazzelle procapra immobili tra i ciuffi di sparto. I gruppi si sfioravano senza mai mescolarsi. Gli asini continuarono la corsa senza disturbare nessuno. Tra animali si sta vicini e ci si sopporta ma senza troppa familiarità. Evitare le mescolanze è una buona regola per la vita di gruppo.

Il lupo superò la coda del gregge e si allontanò su per la scarpata fino a una discreta distanza. I lupi possono correre per ottanta chilometri senza fermarsi. Quello là aveva l’aria di sapere dove andava. Gli asini l’avevano individuato. Alcuni voltavano la testa per sorvegliarlo. Nessuno sembrava in preda al panico. Nel mondo della fatalità, i predatori e le prede si incontrano e si conoscono. Gli erbivori sanno che un giorno o l’altro toccherà a uno di loro: è il prezzo da pagare per pascolare al sole. Munier mi dette una spiegazione meno confusa:

– I lupi cacciano in branco; la loro strategia consiste nell’attaccare le prede fino a sfinirle. Ma un lupo isolato alle prese con un intero gregge non può fare molti danni.

Ci avvicinavamo all’alto Mekong. A quell’altezza, il fiume era solo un rivolo d’acqua. Un mattino in una valle gialla alla stessa altitudine del Monte Bianco, vicino a una costruzione pavesata di bandiere rituali, avevamo sorpreso tre lupi sul pendio, tre malandrini che avevano appena fatto un colpo. Risalivano verso la cresta e l’ultimo teneva tra le fauci un grosso pezzo di carne. I cani abbaiavano disperatamente ma non osavano lanciarsi all’inseguimento; loro sono come gli uomini: fanno la voce grossa ma sotto sotto tremano di paura.

I proprietari stavano sulla porta e assistevano alla scena con le braccia penzoloni. Pareva che dicessero: «Che si può fare? Chi è il colpevole?». I tre lupi correvano, fieri, dominatori, impuniti, irrefutabili come il sole. Si fermarono sul crinale e il più giovane divorò la carne mentre i due adulti facevano la guardia, con le zampe anteriori tese e le costole sporgenti. Salimmo verso di loro riparandoci dietro un dislivello del terreno. Nel tempo che impiegammo per arrivare in cima, erano spariti. Una civetta sbatteva le ali, una volpe guaiolava, delle gazzelle passavano rasente all’argine. Dei lupi, nessuna traccia.

– Se ne sono andati ma non sono lontani – sussurrò Munier.

Era una buona definizione della natura selvaggia: qualcosa che c’è ancora ma che non vediamo più. Ci restava il ricordo di tre desperados che trottavano nella luce dell’alba, inseguiti dai latrati dei cani, e sparivano verso nuove razzie. Un quarto d’ora prima che arrivassimo, i lupi cantavano rispondendo a un richiamo che veniva dal nord.

– Vanno a raggiungere un branco. Hanno dei punti d’incontro – disse Munier. – Quando vedo un lupo mi sento rimescolare.

– Perché?

– È l’eco dei tempi selvaggi. Io sono nato nella Francia sovrappopolata dove la potenza si esaurisce e lo spazio si riduce. In Francia, se un lupo uccide una pecora, gli allevatori fanno una manifestazione. Alzano dei cartelli: «No al lupo!».

Lupi! Non restate in Francia. Là c’è gente a cui piace troppo amministrare le greggi. Un popolo a cui piacciono le majorettes e i banchetti non può sopportare che un re della notte giri a piede libero.

Già i pastori rientravano sferrando calci ai mastini inglesi. Sulla Terra la gazzella corre, il lupo si aggira, l’avvoltoio medita, l’antilope si slancia, il pica prende il sole e il cane paga per tutti.

L’amore nelle valli

La pista aveva raggiunto un affluente che serpeggiava sul pianoro roccioso a un’altezza di quasi 5.000 metri. Gli orli della valle erano irti di torrette calcaree; quel muro difensivo era crivellato di grotte che disegnavano lacrime nere sulla parete.

– Questa è terra di pantere – disse Munier.

L’ovile dove voleva montare il nostro campo base distava ancora un centinaio di chilometri.

Su una sporgenza che sovrastava la pista apparve un gatto di Pallas, Otocolobus manul, con la testa irsuta, i canini seghettati e gli occhi gialli che correggevano col loro splendore demoniaco il suo aspetto di morbido peluche. Il piccolo felino era minacciato da tutti i predatori. Sembrava avercela con l’Evoluzione che lo aveva dotato di tanta aggressività in un corpo così incantevole. «Non cercate di accarezzarmi altrimenti vi salto alla gola», diceva la sua smorfia. Sopra di lui, una pecora blu era piantata su un crinale, con le corna ricurve inserite tra le dentellature della roccia. Dunque gli animali sorvegliano il mondo, come i doccioni scolpiti controllano la città dall’alto delle torri. Noi passiamo sotto, ignari. Per tutto il giorno si ripeté la stessa scena. Appena vedevamo degli animali, saltavamo fuori dalle macchine, strisciavamo, puntavamo gli obiettivi. Quando eravamo pronti, loro erano tutti spariti.

Non osavo esporre a Léo le mie conclusioni ma era evidente: Munier e Marie si amavano. In silenzio, senza grandi slanci. Lui, alto e scultoreo, aveva le chiavi di lettura del mondo e rispettava il mistero di quella donna che non si concedeva. Lei, splendida e riservata, ammirava quell’uomo che aveva dei segreti ma non tentava di scoprire i suoi. Erano due giovani divinità greche nei corpi di due creature belle e superiori. Ero felice di vederli insieme, anche se il termometro segnava venti gradi sotto zero e loro erano sdraiati su un cespuglio spinoso.

– Amarsi – dissi – significa restare immobili l’uno accanto all’altra per ore...

– Siamo fatti per gli agguati – confermò Marie.

Quella mattina lei filmò il gatto di Pallas e Munier ispezionò diversi recessi per scoprire quale piccolo cane della prateria sarebbe morto nell’arena.

Dunque Munier, disgustato dalle offese che gli uomini infliggevano alla natura, nutriva ancora affetto per i suoi simili. I suoi sentimenti erano riservati ad alcuni beneficiari precisi e formalmente identificabili. Mi piaceva quest’uso mirato dell’amore. Un uso onesto.

Sebbene molto caritatevole, Munier non si riteneva «umanista». Per lui l’animale inquadrato nel mirino del suo binocolo veniva prima dell’uomo riflesso nel suo specchio; non metteva l’essere umano in cima alla piramide dei viventi. Sapeva che la nostra razza, arrivata di recente sulla Terra, pretendeva di governarla e si assicurava il predominio eliminando alla radice tutto quello che era altro da lei.

Il mio amico non dedicava il suo amore all’idea astratta di uomo ma a dei destinatari reali: in questo caso gli animali e Marie. Carne, ossa, peli, pelle: prima dei sentimenti, doveva avere qualcosa nella mano.

L’amore nella foresta

Anch’io ero stato innamorato e l’amore aveva svolto il suo compito: tutto il resto era sparito. Lei era una ragazza tiepida e bianca che viveva nella foresta delle Landes. A sera passeggiavamo per i viali. I pini piantati centocinquanta anni prima avevano colonizzato le paludi, erano cresciuti rigogliosi dietro le dune e diffondevano un odore acre e caldo: il sudore del mondo. Le piste erano dei nastri gommati sui quali si camminava con passo elastico. «Bisogna vivere a passi di Sioux», diceva lei. Ogni tanto sorprendevamo qualche animale: un uccello, un capriolo, o mettevamo in fuga un serpente. Gli antichi – muscoli di marmo e occhi bianchi – credevano che quegli incontri con gli animali fossero apparizioni di una divinità.

«È ferito e non può fuggire. L’ha vista; morirà». Per mesi e mesi sentii frasi di questo genere. Quella sera un ragno vagante – «una lycosa», diceva lei – aveva sorpreso un cerambice della quercia dietro a uno stelo di felce. «Gli inietterà la dose letale e lo divorerà». Anche lei, come Munier, sapeva quel genere di cose. Chi aveva trasfuso in lei quelle intuizioni? Era un sapere antico. La conoscenza della natura feconda certe persone senza che abbiano mai studiato. Sono veggenti, risolvono l’enigma delle relazioni tra le cose mentre gli scienziati studiano solo un aspetto dell’insieme.

Lei leggeva nei cespugli. Capiva gli uccelli, gli insetti. Quando i ciuffi di sparto si aprivano, diceva: «È la preghiera del fiore al suo dio, il sole». Salvava le formiche trascinate via da un rivolo d’acqua, le lumache impigliate tra i rovi, un uccello con l’ala spezzata. Davanti a uno scarabeo, diceva: «Fa parte del blasone, merita la nostra venerazione, è incastonato nell’insieme». Un giorno a Parigi, sul sagrato di Saint-Séverin, un passero le si era posato sulla testa. Mi chiesi se ero degno di una donna che gli uccelli sceglievano come posatoio. Lei era la sacerdotessa, io la seguivo.

Vivevamo nelle foreste, la sera. Il suo allevamento di cavalli si estendeva per una decina di ettari nelle Landes, sul fianco occidentale di una pista la cui terra smossa le sembrava la migliore garanzia di una vita segreta. Oltre il limitare del bosco aveva fatto costruire una capanna di pino. L’asse della proprietà era un acquitrino dove i germani reali si riposavano e i cavalli andavano a bere. Intorno, un’erba folta spuntava dalla sabbia che gli animali calpestavano. La capanna era bene attrezzata: una stufa, dei libri, un fucile Remington 700, l’occorrente per fare il caffè, una veranda dove berlo e dei finimenti odorosi di linfa. Un cane da pastore, un Beauceron, faceva la guardia a quel regno, vigile e teso come il cane di una Beretta 92 ma ben disposto nei confronti di chi si comportava come si deve. Avrebbe sgozzato il primo importuno. Io mi salvai.

Qualche volta ci sedevamo sulle dune. L’oceano sfogava la sua rabbia e le onde si frangevano, instancabili. «Deve esserci un antico rancore tra il mare e la terra». Io dicevo cose di questo genere, che lei non ascoltava.

Col naso tra i suoi capelli che sapevano di bosso, le lasciavo esporre le sue teorie. L’uomo era apparso sulla Terra da qualche milione di anni. Si era presentato senza nessun invito, quando la tavola era già stata apparecchiata e nelle foreste, diventate rigogliose, si aggiravano gli animali. La rivoluzione neolitica, come qualunque altra rivoluzione, aveva scatenato il Terrore. L’uomo si era autoproclamato capo del Politburo degli esseri viventi, aveva dato la scalata al potere e aveva inventato una serie di dogmi per legittimare il suo dominio. Difendevano tutti la medesima causa: lui stesso. «L’uomo è la bocca impastata di Dio all’indomani di una sbornia» dicevo io. Queste formule non le piacevano. Mi accusava di lanciare delle provocazioni inutili.

Era stata lei a suggerirmi l’idea che avevo riferito a Léo sulle dune tibetane: gli animali, le piante, le creature monocellulari e la neocorteccia sono frattali dello stesso poema. Lei mi parlava del brodo primordiale: quattro miliardi e mezzo di anni fa c’era stata una materia principiale, mescolata nelle acque. Il Tutto aveva preceduto le parti. Da quel brodo era uscito qualcosa. Si era prodotta una separazione, poi una biforcazione delle forme, ognuna delle quali a sua volta era diventata più complessa. Lei venerava ogni animale come un frammento di quello specchio. Raccoglieva un dente di volpe, una piuma di airone o un osso di seppia, contemplava quei frammenti e mormorava: «Noi procediamo dal Medesimo».

Inginocchiata sulla duna, diceva: «Ritroverà la sua fila: è stata attirata dal succo del sedum, le altre hanno scelto la via più facile».

Questa volta si trattava di una formica che rientrava nella processione dopo aver deviato in direzione di un fiorellino giallo. Da dove le veniva quell’infinita tenerezza per gli animali più piccoli? «Dalla loro volontà di fare bene», diceva lei, «dalla loro precisione. Noi non siamo seri».

D’estate il cielo era chiaro. Il vento scompigliava le onde, dal mulinello nasceva una nuvola. L’aria era calda, il mare era mosso, la sabbia soffice. Sulla spiaggia, erano distesi dei corpi umani. I francesi erano ingrassati. Colpa dei dispositivi elettronici? Negli anni Sessanta, la società si era seduta. Da quando era avvenuta la mutazione cibernetica, le immagini sfilavano davanti a dei corpi immobili.

Un aereo passava nel cielo tirandosi dietro uno striscione che reclamizzava un sito di incontri adulterini. «Immaginiamo che il pilota sorvoli la spiaggia e veda sua moglie distesa insieme a un uomo conosciuto sul sito», dicevo io.

Lei fissava i gabbiani che surfavano nel vento, in pieno sole.

Tornavamo alla capanna passando per le piste più comode. Adesso i suoi capelli odoravano di cera. Secondo lei, gli alberi che stormivano emettevano fruscii pieni di significato. Le foglie erano un alfabeto. «Gli uccelli non cantano per vanagloria», diceva. «Cantano inni patriottici o serenate: “sono a casa”, “ti amo”». Arrivavamo alla casa e lei stappava un vino della Loira, un vino di sabbia e di bruma. Io bevevo fino a sentirmi morire, il veleno rosso mi gonfiava le vene. La notte saliva in me. Un barbagianni lanciava il suo grido. «Lo conosco, è quello del mio quartiere, il genio della notte, il generale in capo degli alberi morti». Una delle sue ossessioni era quella di rifare la classificazione degli esseri viventi non più secondo il metodo strutturale delle parentele adottato da Linneo ma secondo un ordine trasversale che unisse le tendenze degli animali e quelle delle piante. C’era, per esempio, la caratteristica della voracità – comune al pescecane e alla pianta carnivora –, c’era quella dell’allungamento – appannaggio del ragno saltatore e del canguro –, quella della longevità – blasone della tartaruga o della sequoia – e quella della dissimulazione – incarnata dal camaleonte e dall’insetto stecco. Che quegli esseri viventi non appartenessero allo stesso phylum biologico non aveva importanza: bastava che fossero dotati delle stesse capacità. Perciò, concludeva, per l’opportunismo e per la profonda conoscenza delle vittime, i trematodi e i cuculi sono molto più simili tra loro che non a certi membri delle rispettive famiglie. Il mondo dei viventi dispiegava davanti a lei l’arsenale delle strategie della guerra, dell’amore e del movimento.

Si alzava per far rientrare i cavalli nella stalla. Era una visione preraffaellita: una donna lenta, dura, chiara e precisa che camminava sotto la luna, seguita dal suo gatto, da un’oca, da alcuni cavalli senza cavezza e da un cane. Sotto le costellazioni, mancava una pantera. Tutti avanzavano a testa alta, senza sfiorarsi e senza far rumore, perfettamente allineati ed equidistanti, sicuri della direzione da prendere. Una truppa ben disciplinata. Gli animali si erano messi in movimento, come spinti da una molla, a un impercettibile fremito della padrona. Lei era una sorella di san Francesco d’Assisi. Se avesse creduto in Dio, sarebbe entrata in un ordine della povertà e della morte, un comunismo mistico e notturno nel quale ci si sarebbe rivolti a Dio senza la mediazione del clero. Del resto il suo rapporto con gli animali era una preghiera.

La perdetti. Non volle più saperne di me perché rifiutavo di consegnarmi, legato mani e piedi, all’amore per la natura. Avremmo vissuto in una tenuta, al centro di una folta foresta, in una capanna o in un rudere, dediti alla contemplazione degli animali. Il sogno si dileguò e la vidi allontanarsi, in silenzio come era venuta, circondata dai suoi animali, nella foresta dove già annottava. Ripresi la mia vita, viaggiando ancora più di prima, scendendo da un aereo solo per salire su un treno e ripetendo, da una conferenza all’altra (in tono profondamente convinto), che l’uomo farebbe meglio a smettere di agitarsi. Giravo il mondo e, ogni volta che incontravo un animale, era il suo volto ormai lontano che vedevo apparire. La seguivo ovunque. Quando Munier, in riva alla Mosella, mi aveva parlato della pantera delle nevi, non sapeva che mi stava proponendo di andare a cercare lei.

Se avessi incontrato la belva, il mio unico amore sarebbe apparso, avrebbe fatto tutt’uno con essa. Avrei offerto ognuno dei miei incontri al suo ricordo che andava lentamente svanendo.

Un gatto in gola

Passò Zadoi e la pista traversò una gola a 4.600 metri di quota. Eravamo all’ovile di Bapo, riva sinistra del Mekong, a cinquecento metri dall’argine. Più tardi avremmo chiamato quel posto «il canyon delle pantere». Tre baracche di terra cruda, grandi come capannoni da spiaggia, segnavano l’ingresso di un passaggio scavato nel terreno carsico. Le creste bianche chiazzate da licheni color vinaccia culminavano a più di 5.000 metri e si aprivano su enormi declivi dove pascolavano le greggi. Un rivolo d’acqua gelida filtrava tra le pareti rocciose e disegnava tre meandri prima di gettarsi nel fiume. Occorrevano venti minuti di cammino per raggiungere il greto dove gli yak domestici andavano ogni mattina, sperando di trovare un pascolo più ricco di quello del giorno prima.

Non c’era acqua corrente, non c’era elettricità né riscaldamento. Il vento portava lontano i muggiti. I cani montavano la guardia. La pista correva sotto la scarpata, parallela al fiume, e qualche volta ci portava una visita. La jeep dell’allevatore di yak rappresentava la speranza di compiere un’incursione nel mondo moderno, cinquanta chilometri più a est.

La famiglia dei nomadi passava l’inverno in quel luogo, dove di notte la temperatura scendeva a venti gradi sotto zero, sorvegliando i suoi duecento yak e aspettando che i venti si calmassero col ritorno della primavera. Per la pantera le falesie erano un paradiso. Le cavità offrivano dei nascondigli, gli yak e i bharal blu del cibo. Gli uomini non facevano brutti scherzi. Noi quattro saremmo rimasti per dieci giorni.

I tre bambini erano magri come frustini. La vivacità li proteggeva dalle temperature negative. Gompa, di sei anni, e le due sorelle più grandi, Jisso e Djia dagli occhi a mandorla e dai denti bianchi, all’alba portavano gli animali al pascolo e la sera li riconducevano all’ovile. Passavano le giornate a correre sulla montagna, nel vento, guidando degli animali sei volte più grandi di loro. In dieci anni di vita, avevano visto la pantera almeno una volta. In tibetano pantera delle nevi si dice Saâ, e loro gridavano quella parola a squarciagola, come un’esclamazione, facendo grandi smorfie e mettendosi gli indici davanti alla bocca per simulare le zanne. Non erano il genere di bambini che si fanno addormentare con le favole di Perrault. Il padre ci aveva detto che ogni tanto, in una valle dell’alto Mekong, la pantera ne portava via uno.

Tougê, il capofamiglia cinquantenne, ci assegnò la baracca più piccola, che offriva anche un discreto lusso: la porta si apriva sulle falesie dove si aggiravano gli animali. I cani ci avevano adottato. Una stufa riscaldava la stanza. Davanti al campo, l’acqua del fiume scorreva un’ora al giorno, quando il sole era più caldo. Ogni tanto i bambini venivano a farci visita. Ore di freddo, di silenzio e di solitudine, paesaggio immutabile, cielo di pietra, ordine minerale e temperature negative: giorni destinati alla stabilità. Sapevamo quel che ci aspettava.

Il nostro tempo fu distribuito equamente tra le marce forzate e le ore di ibernazione.

La sera facevamo una visita alla famiglia nella baracca vicina. Dietro la porta di legno regnava un tepore oscuro. La madre agitava il tè al burro, ritmando il silenzio. In Tibet, le stanze comuni sono ventri caldi dove riprendersi dopo una giornata sotto il nevischio. Un gatto dormiva; nelle vene nascondeva il gene diluito della pantera, ma, avendo scelto di fare le fusa al caldo, non avrebbe più provato il piacere di sgozzare uno yak. La lince, sua lontana parente, continuava a vivere all’aperto e preferiva la tormenta al torpore. Le lampade a olio traevano riflessi cangianti da un Buddha dorato: il ronzio dell’aria ci intorpidiva quel tanto da farci sopportare di guardarci l’un l’altro senza aprire bocca. Non desideravamo niente. Buddha aveva vinto: il suo nichilismo infondeva il torpore. Il padre sgranava il rosario. Il tempo passava. Il nostro silenzio era un segno di devozione per lui.

La mattina ci avviavamo verso il canyon. Munier ci faceva appostare su una lastra di roccia o al sommo di una cresta al di sopra della gola. Qualche volta ci dividevamo in due gruppi, Munier portava Marie in un avvallamento vicino. In lontananza, il Mekong intrecciava delle ciocche bianche. Noi aspettavamo che arrivasse colei per la quale eravamo venuti, la pantera delle nevi, nome scientifico uncia, l’imperatrice che aveva giurato fedeltà a quel canyon. Eravamo là per assistere alle sue apparizioni.

Le arti e gli animali

In tutto il mondo rimanevano cinquemila pantere. Statisticamente, erano più numerosi gli esseri umani che indossavano una pelliccia. Le pantere si nascondevano nei massicci centrali, dal Pamir afghano al Tibet orientale, dall’Altai all’Himalaya. L’area di diffusione corrispondeva alla carta degli eventi storici dell’alta Asia. L’espansione dell’impero mongolo, i raid psichiatrici del barone Ungern-Sternberg, le incursioni dei monaci nestoriani attraverso la Serindia, gli sforzi sovietici alla periferia dell’Unione e le campagne archeologiche di Paul Pelliot nel Turkestan: questi movimenti coincidevano con la cartografia della pantera. In quei casi gli uomini si erano comportati come belve altamente meritevoli. Munier invece pattugliava da quattro anni il margine orientale della zona. Le probabilità di vedere un’ombra in uno spazio grande come un quarto dell’Eurasia erano piuttosto scarse. Perché il mio amico non si era specializzato nei ritratti degli esseri umani? Era un mestiere promettente. Un miliardo e mezzo di cinesi a fronte di cinquemila pantere: quel ragazzo andava in cerca di difficoltà.

Gli avvoltoi, sentinelle del requiem, si davano il cambio. Le creste dei monti erano le prime a ricevere la luce. Un falco benedicente aspergeva la valle. I turni di guardia degli uccelli necrofagi mi ipnotizzavano. Loro vigilavano perché tutto, sulla Terra, andasse nel modo dovuto: che la morte prelevasse la sua quota di animali e facesse le razioni. In basso, sui pendii scoscesi che incidevano la gola, brucavano gli yak. Léo si era appostato con il cannocchiale; disteso sull’erba, calmo e freddo, scrutava le rocce una a una. Io ero meno meticoloso. La pazienza ha i suoi limiti e i miei si fermavano alla valle. Assegnavo ad ogni animale un posto nella scala sociale del regno. La pantera era la reggente: la sua invisibilità confermava il suo status. Poiché regnava, non aveva bisogno di mostrarsi. I lupi erano i principi traditori, gli yak erano grassi borghesi al caldo nei loro abiti, le linci erano i moschettieri, le volpi erano i signorotti di provincia mentre le pecore blu e gli asini incarnavano il popolo. I rapaci invece simboleggiavano i preti, ambigui signori del cielo e della morte. Se a noi qualcosa non fosse andata per il verso giusto, a quegli ecclesiastici in livrea di piume non sarebbe dispiaciuto.

Il canyon serpeggiava fra torrette crivellate di grotte e arche scavate dall’ombra. Il paesaggio s’inargentava al sole. Non un albero, non un prato. Per trovare un po’ di dolcezza, bisogna sempre scendere in basso.

Le creste non fermavano mai il vento. Le raffiche modellavano le nuvole e allestivano delle luminarie dai riflessi d’albume. Era uno scenario pensato per Ludovico II di Baviera e dipinto da un incisore cinese amante dei fantasmi. Pecore blu e volpi dorate scivolavano sui pendii e attraversavano i banchi di nebbia, dando il tocco finale alla composizione. Erano tele dipinte milioni di anni prima con il concorso della tettonica, della biologia e della distruzione.

Il paesaggio era la mia scuola d’arte. Per apprezzare la bellezza delle forme, l’occhio deve essere educato. Gli studi di geografia mi avevano spiegato la formazione delle valli alluvionali e dei trogoli glaciali. La scuola del Louvre mi avrebbe iniziato alle differenze tra il barocco fiammingo e il manierismo italiano. Non mi sembrava che le opere dell’uomo superassero la perfezione del rilievo né che le vergini fiorentine fossero più aggraziate delle pecore blu. Secondo me Munier era più artista che fotografo.

Della pantera e dei felini conoscevo solo le rappresentazioni che ne avevano lasciato gli artisti. O quadri, o stagioni! Ai tempi dell’antica Roma, la belva si aggirava sulla frontiera meridionale dell’Impero, incarnando lo spirito dell’Oriente. Cleopatra e la pantera si dividevano il titolo di regina dei confini. A Volubilis, a Palmira e ad Alessandria, i mosaicisti avevano sparso un ricco assortimento di animali sui pavimenti, dove le pantere danzavano la ronda orfica insieme agli elefanti, agli orsi, ai leoni e ai cavalli. Il disegno a macchie – l’«abito variegato», diceva Plinio il Vecchio nel I secolo d.C. – era un segno di potenza e di voluttà. Plinio credeva di sapere che «quegli animali sono ardenti nell’amore».1 Passava una pantera e un romano già vedeva il tappeto sul quale rotolarsi con una schiava.

Milleottocento anni più tardi, i pittori romantici erano stati affascinati dai felini. Nei Salons del 1830, il pubblico della Restaurazione aveva scoperto la ferocia. Delacroix aveva dipinto le belve dell’Atlante che azzannavano alla gola i cavalli. Aveva lasciato dei quadri pieni di furore, di muscoli e di fumo, dove la polvere si alzava a nugoli malgrado il peso della materia. Era la sferzante risposta romantica alla misura del classicismo. Tuttavia Delacroix aveva dipinto anche una tigre a riposo che riprendeva forza prima della strage. La pittura affrontava il tema della brutalità. Era passato il tempo delle vergini.

Jean-Baptiste Corot aveva immaginato una pantera dalle proporzioni insolite; la belva, cavalcata da un Bacco neonato, avanzava verso una donna. Questo quadro stranamente squilibrato rivelava una segreta paura dell’uomo. Temendo l’ambiguità, egli non ama pensare che un mostro giochi con un bambino e una grassa baccante. La donna è pericolosa: di lei non si diffida mai abbastanza. Attraverso la pantera, l’artista prendeva di mira la maga fatale, la vergine dagli alti stivali, la Venere crudele! Come è noto, le creature carnivore divorano l’uomo in un solo boccone; bisogna guardarsi dalla loro bellezza. A questo genere di donna apparteneva anche la Milady di Alexandre Dumas. Un giorno, insultata dal cognato, «mandò un sordo brontolio e indietreggiò fino all’angolo della stanza come una pantera che voglia rannicchiarsi per prendere lo slancio».2

Il mito di Melusina si diffuse verso la fine del secolo. Il belga Fernand Khnopff, per metà onirico e per metà simbolista, in una tela del 1896 intitolata Le carezze aveva dipinto una pantera con la testa di donna che accarezzava un amante già pallido. Non osiamo immaginare che fine abbia fatto il ragazzo.

La belva era stata evocata anche dai preraffaelliti nei loro quadri. In quelle tele, delle principesse in veste da camera o dei semidei sfiniti avanzano in una luce perlacea, avendo accanto delle pantere dalla pelliccia maculata. Quei pittori celebravano solo la bellezza del disegno. Edmund Dulac o Briton Rivière facevano dell’animale uno scendiletto, approdo di sogni sofisticati.

Poi il vigore della belva aveva ossessionato i maestri dell’Art Nouveau. La perfezione della sua razza si addiceva all’estetismo del muscolo e dell’acciaio. Jouve l’aveva dipinta tesa come un arco. La pantera diventava un’arma, anzi qualcosa di più: una Bentley di Paul Morand! Era l’incarnazione del movimento perfetto, spietato e senza attriti. A differenza dei giaguari, non si schiantava contro gli alberi. Grazie alle statue ultrarifinite di Rembrandt Bugatti e di Maurice Prost, il felino usciva dal laboratorio dell’Evoluzione, degno di acciambellarsi ai piedi di una brunetta anni Trenta che teneva una coppa di champagne davanti ai piccoli seni appuntiti.

Cento anni più tardi, il motivo «leopardato» figurava sulle borsette e sulle carte da parati di Palavas-les-Flots. Ogni età ha la sua eleganza, ogni epoca fa quello che può. La nostra prendeva il sole in slip.

Munier non era indifferente al passaggio della belva nel campo dell’arte. Lui stesso suonava l’adunata delle belve feroci. Alcune persone noiose rimproveravano al nostro amico di ricercare la bellezza pura e solo quella, il che, in un’epoca di angoscia e di moralità, era considerato un delitto. «E il messaggio?» chiedevano. « E lo scioglimento dei ghiacciai?». Nei libri di Munier i lupi sembravano fluttuare nel vuoto artico, le gru giapponesi intrecciavano le loro danze e degli orsi leggeri come fiocchi di neve sparivano dietro nuvole di vapore. Nessuna tartaruga soffocata dalle buste di plastica; niente altro che gli animali nella loro bellezza. Sembrava quasi di essere nell’Eden. Lui si difendeva: «Mi si rimprovera di estetizzare il mondo animale, ma abbiamo già un numero sufficiente di testimoni del disastro! Io cerco la bellezza e le rendo onore. È il mio modo di difenderla».

Ogni mattina, nella valle, noi aspettavamo che la bellezza scendesse lungo gli Champs-Élysées.

1 Plinio il Vecchio, Storia naturale, libro VIII.

2 Alexandre Dumas, I tre moschettieri.

La prima apparizione

Sapevamo che si aggirava nei dintorni. Qualche volta la vedevo ma era solo una roccia, solo una nuvola. Vivevo aspettandola. Nel 1973, durante la sua permanenza nel Nepal, Peter Matthiessen non ha mai visto la pantera. A chi gli chiedeva se l’avesse incontrata, rispondeva: «No! Non è meraviglioso?».1 Ebbene no, my dear Peter! Non è «meraviglioso». Non capivo come ci si potesse rallegrare di una delusione. Era un modo per eludere il discorso. Io volevo vedere la pantera, ero venuto apposta per lei. La sua apparizione sarebbe stata la mia offerta alla donna da cui ero lontano. E anche se per educazione, ossia per ipocrisia, facevo credere a Munier che lo seguivo solo per ammirare il suo lavoro di fotografo, in realtà volevo una pantera. Avevo le mie ragioni, che erano di natura personale.

I tre amici scrutavano continuamente i dintorni col telescopio. Munier poteva restare un’intera giornata a esaminare le pareti centimetro per centimetro. «Mi basterebbe vedere una traccia di urina su una roccia», diceva. La seconda sera dopo il nostro arrivo nel canyon, mentre tornavamo verso il campo dei tibetani, la incontrammo. Dal cielo pioveva ancora una debole luce. Munier la vide, a centocinquanta metri da noi, a sud. Mi passò il cannocchiale e mi indicò con precisione il luogo dove puntarlo, ma io impiegai un certo tempo a individuarla, ossia a capire quello che stavo guardando. Eppure la belva era qualcosa di semplice, di vivo, di massiccio, ma la sua forma mi era sconosciuta. Ebbene, alla coscienza serve un po’ di tempo per accettare qualcosa che non conosce. L’occhio coglie in pieno l’immagine ma la mente si rifiuta di ammetterlo.

Lei riposava, distesa ai piedi di una sporgenza rocciosa già in ombra, seminascosta dai cespugli. Il ruscello della gola serpeggiava cento metri più in basso. Avremmo potuto essere a un passo di distanza e non vederla. Fu un’apparizione religiosa. Oggi il ricordo di quella visione ha per me un carattere sacrale.

Lei alzava la testa, annusava l’aria. Portava sul corpo l’araldica del paesaggio tibetano. Il pelame, screziato d’oro e di bronzo, apparteneva al giorno, alla notte, al cielo e alla terra. Aveva preso le creste e i nevati, le ombre della valle e il cristallo del cielo, l’autunno dei versanti e le nevi eterne, le spine dei dirupi e i cespugli di artemisia, il segreto delle tempeste e delle nuvole d’argento, l’oro delle steppe e il sudario dei ghiacci, l’agonia dei mufloni e il sangue dei camosci. Viveva sotto il vello del mondo. Era coperta di rappresentazioni. La pantera, spirito delle nevi, si era vestita con la Terra.

Credevo che si mimetizzasse nel paesaggio, e invece era il paesaggio che si annullava al suo apparire. Per un effetto ottico degno dello zoom all’indietro cinematografico, ogni volta che posavo lo sguardo su di lei lo sfondo arretrava e si fondeva interamente con i tratti del suo muso. Nata da quel substrato, era diventata la montagna dalla quale usciva. Lei era là e il mondo si annullava. Incarnava la Physis greca, che in latino si chiama Natura e di cui Heidegger dà una definizione religiosa: «Ciò che sorge da se stesso e appare così».2

Insomma un grosso gatto maculato scaturito dal nulla per occupare il suo paesaggio.

Restammo là fino a notte. La pantera sonnecchiava, al riparo da ogni minaccia. Gli altri animali sembravano povere creature in pericolo. Il cavallo scalcia al primo gesto, il gatto fugge al minimo rumore, il cane sente un odore sconosciuto e si rizza sulle zampe, l’insetto fugge verso il suo nascondiglio, l’erbivoro ha paura di tutto quello che si muove dietro di lui. L’uomo stesso, quando entra in una stanza, non dimentica mai di guardare negli angoli. La paranoia fa parte della vita. Ma la pantera era sicura del suo potere assoluto. Si riposava, completamente rilassata, perché era intoccabile.

Nel binocolo, la vidi stirarsi; poi si sdraiò di nuovo. Era padrona della sua vita. Era la formula del luogo. La sua sola presenza esprimeva il suo «potere». Il mondo era il suo trono, lei riempiva lo spazio nel quale si trovava. Incarnava il misterioso concetto del «corpo del re». Un vero sovrano si limita a essere. Non si prende il disturbo di agire ed è dispensato dal mostrarsi. La sua esistenza è il fondamento della sua autorità. Il presidente di una democrazia, invece, deve farsi vedere continuamente per animare la piazza.

A cinquanta metri, alcuni yak brucavano impavidi. Avevano la fortuna di non sapere che il loro predatore era accovacciato tra le rocce. Nessuna preda può sopportare mentalmente l’idea che sta rischiando la morte. La vita è possibile solo se si ignora il pericolo. Tutte le creature nascono con i paraocchi.

Munier mi passò il binocolo più potente. Guardai la belva fino ad avere l’occhio secco a causa del freddo. I tratti della testa erano linee di forza convergenti verso il muso. Si voltò e mi apparve di fronte. Gli occhi mi fissarono. Erano due cristalli sprezzanti, ardenti, glaciali. Si alzò, allungò la testa verso di noi. Ci ha visti, pensai. Che farà? Spiccherà un balzo?

Lei sbadigliò.

Ecco l’effetto che l’uomo produce sulla pantera del Tibet.

Ci voltò le spalle, si stirò e scomparve.

Restituii il binocolo a Munier. Era il più bel giorno della mia vita da quando ero morto.

– Questa valle non è più la stessa adesso che abbiamo visto la pantera – disse Munier.

Anche lui era realista: credeva che la permanenza dell’Essere santificasse i luoghi dove aveva sostato. Scendemmo nella notte. Avevo aspettato quella visione, l’avevo avuta. Niente ormai sarebbe stato come prima in quel luogo fecondato dalla presenza. E nemmeno nel mio intimo.

1 Peter Matthiessen, Il leopardo delle nevi.

2 Martin Heidegger, Corpo e spazio. Osservazioni su arte-scultura-spazio..

Adagiarsi nello spazio-tempo

Da quel momento salimmo ogni mattina verso le cime, senza mai allontanarci più di sei chilometri dal campo tibetano. Sapevamo che la pantera era nei dintorni, potevamo vederla di nuovo. Per tutta la giornata perlustravamo le creste, faticosamente, come i cacciatori di safari. Camminavamo, cercavamo le tracce, ci nascondevamo. Qualche volta ci dividevamo in due gruppi e ci comunicavamo via radio i risultati delle ricerche. Tentavamo di cogliere il più piccolo movimento. Il volo di un uccello poteva bastare.

– L’anno scorso – raccontò Munier – avevo perso ogni speranza di vedere la pantera. Stavo ripiegando il treppiede quando sulla cresta un grosso corvo lanciò l’allarme. Mi fermai per osservarlo e all’improvviso lei apparve. Il corvo me l’aveva segnalata.

– Per quale strano moto dell’animo si arriva a sparare un colpo in testa a una creatura simile? – chiese Marie.

– L’argomento dei cacciatori è «l’amore per la natura» – disse Munier.

– I cacciatori dovrebbero entrare in un museo – dissi io. – Per amore dell’arte strapperebbero una tela di Velázquez. Ma stranamente solo pochi, per amore di se stessi, si sparano un colpo in bocca.

In una sola di quelle giornate avevamo raccolto centinaia di immagini per gli obiettivi di Marie, per le lastre di Munier, per i nostri sguardi, per i nostri ricordi, per la nostra edificazione. Forse anche per la nostra salvezza? Il primo che avvistava un animale lo segnalava agli altri. Appena lo vedevamo, sentivamo crescere in noi un senso di pace ed eravamo scossi da un brivido di eccitazione. Eccitazione e pienezza, sentimenti contraddittori. Incontrare un animale è una fonte di ringiovanimento. L’occhio capta un rapido scintillio. L’animale è una chiave, apre una porta. Dietro c’è l’incomunicabile.

Quelle ore di vedetta si collocavano agli antipodi del ritmo che ero solito tenere nei miei viaggi. A Parigi collezionavo passioni disordinate. «Le nostre vite frettolose», aveva detto un poeta. Qui, nel canyon, guardavamo il paesaggio senza essere sicuri di raccogliere qualcosa. Aspettavamo un’ombra, in silenzio, di fronte al vuoto. Era il contrario di una promessa pubblicitaria: sopportavamo il freddo senza avere la certezza di un risultato. Al «tutto e subito» dell’epilessia moderna si contrapponeva il «probabilmente mai niente» di chi è appostato. Il lusso di passare una giornata intera in attesa dell’improbabile!

Giuravo a me stesso che, una volta tornato in Francia, avrei continuato a praticare l’appostamento. Non occorreva essere sull’Himalaya a 5.000 metri. La grandezza di quell’esercizio, che si poteva praticare dovunque, consisteva nel fatto che esso produceva sempre il risultato sperato. Alla finestra della propria camera, al tavolo di un ristorante, in una foresta o in riva al mare, in compagnia o soli su una panchina, bastava aprire bene gli occhi e aspettare che apparisse qualcosa. Se non fossimo stati in guardia non ce ne saremmo mai accorti. E anche se non succedeva niente, la qualità del tempo passato in quel modo era di gran lunga migliore a causa dell’attenzione. Stare all’erta era un modo di operare. Bisognava farne uno stile di vita.

Saper sparire era una forma d’arte nella quale Munier si era esercitato per trent’anni, unendo l’annullamento di sé all’oblio di tutto il resto. Aveva chiesto al tempo di procurargli quello che il viaggiatore spera di ottenere dallo spostamento: una ragion d’essere.

Si sta appostati, lo spazio non sfila più. Il tempo impone le sue sfumature, a piccoli tocchi. Arriva un animale: è l’apparizione. Sperare non è stato inutile.

Il mio compagno di viaggio aveva aspettato l’arrivo dei buoi muschiati della Lapponia, dei lupi dell’Artico, degli orsi di Ellesmere, delle gru giapponesi. Gli si erano congelate alcune dita dei piedi nella neve mentre lui, appostato giorno e notte, seguiva le istruzioni degli sniper: ignorare il dolore, non curarsi del tempo, non cedere alla stanchezza, non dubitare mai del risultato, non mollare mai prima di avere ottenuto quello che si desiderava.

Nei boschi della Carelia, durante la guerra del 1939-1940, i tiratori scelti dell’esercito finlandese avevano tenuto a bada le truppe sovietiche nonostante l’inferiorità numerica, applicando alla guerra le tecniche della caccia nelle foreste fredde. Con una temperatura di trenta gradi sotto zero, un piccolo gruppo si era nascosto nella taiga per tendere agguati ai bolscevichi, l’indice fisso sul grilletto di un fucile di precisione, l’insuperabile M. 28. Gli uomini masticavano la neve per non esalare vapori, si spostavano, si nascondevano, sparavano, colpivano alla testa un carrista russo, sparivano, sparavano di nuovo, mobili, inafferrabili, furtivi e perciò veramente pericolosi. Avevano trasformato la foresta in un inferno.

Il più famoso, Simo Häyhä, un uomo alto un metro e cinquanta, nelle foreste gelate aveva ucciso più di cinquecento rossi. Lo avevano soprannominato «la morte bianca». Un giorno si era lasciato sorprendere da un cecchino sovietico. Il proiettile del Mosin-Nagant M91/30 russo gli aveva asportato la mandibola ma lui, sfigurato, era sopravvissuto alla ferita.

I tiratori scelti finlandesi dicevano di essere disinvolti, ostinati, equanimi, le tipiche qualità dei mostri freddi. In finlandese, la parola sisu indica un insieme di costanza e di resistenza. Come tradurre quel termine? «Abnegazione spirituale», «oblio di se stessi», «resistenza mentale»? Nel catalogo dell’eroismo umano, a parte il capitano Achab che insegue la balena bianca, nessuno incarna la figura dell’uomo ossessionato da un unico scopo meglio del tiratore scelto finlandese.

Munier era invisibile e paziente come un tiratore scelto finlandese. Viveva nel sisu ma non uccideva, non odiava nessuno e nessun socialista gli aveva ancora sparato.

Nell’esercito francese, il tredicesimo reggimento dei dragoni-paracadutisti eccelleva nell’arte della mimetizzazione. I lancieri si infiltravano nel territorio nemico per spiare ogni movimento, si fondevano con l’ambiente, non producevano rifiuti, non esalavano odori, restavano appostati per intere giornate. Munier, con la tuta mimetica e con le macchine fotografiche avvolte in cenci color kaki, somigliava a uno di quegli uomini-abete, uomini-roccia, uomini-muretto. C’era però una differenza importante: le pantere del Tibet e i lupi artici erano dotati di organi di senso molto più sensibili di quelli dei bellicosi maomettani.

Certe volte, nel pieno di un esercizio di sisu, disteso accanto a Munier, cominciavo a inventare delle sciocchezze: immaginavo un dragone-paracadutista appostato in una radura. Arrivavano due amanti, eccitati al pensiero di aver finalmente trovato un luogo solitario. L’uomo faceva adagiare la donna su un dragone-paracadutista camuffato da roccia. Strano destino per un agente segreto! Nascondersi in una scarpata per scoprire i segreti di stato e sorprendere Maurice che palpeggia Marceline. Munier non mi raccontava mai niente ma sospettavo che avesse assistito a molte di quelle manovre.

Intanto il tempo passava, anzi non passava altro che il tempo. Un gipeto prese a volare in cerchio nella speranza che fossimo morti. Un lupo, ombra insolente, trottava. Una volta passò un corvo, tormento nella memoria del cielo. Un’altra volta un gatto di Pallas, contrariato e incantevole, sporse la testa fuori dal nascondiglio. Sembrava che la nostra voglia di accarezzarlo lo facesse innervosire. Passammo tre giorni interi a ispezionare le valli. La pantera poteva essere una roccia e ogni roccia poteva essere una pantera. Bisognava essere meticolosi. Credevo di vederla dappertutto: su una chiazza erbosa, dietro un masso, nell’ombra. L’idea della pantera si era impossessata di me. È un fenomeno psicologico comune: quando qualcuno ci ossessiona, lo vediamo apparire dovunque. Perciò gli uomini molto innamorati di una sola donna ameranno tutte le altre, nel tentativo di venerare la stessa essenza nella diversità delle sue manifestazioni. Andatelo a spiegare a vostra moglie che vi ha colto sul fatto: «Cara, in ognuna di loro amavo te!».

Parole per il mondo

Munier aveva contratto una forma pacifica e continentale della «sindrome di Moby Dick». Invece di una balena cercava una pantera e non voleva arpionarla bensì fotografarla. Ma in lui ardeva lo stesso fuoco che aveva divorato l’eroe di Herman Melville.

Mentre i miei amici osservavano il mondo col cannocchiale, io cercavo un pensiero, anzi peggio: una battuta di spirito! Appena mi era possibile, scrivevo degli aforismi. Era difficile trovare il momento giusto perché le screpolature mi facevano sanguinare le dita. Ero convinto che le Storie naturali di Jules Renard fossero l’omaggio più bello che un uomo munito di un taccuino possa fare alla natura. Jules Renard benediceva la bellezza del mondo con la sola cosa che aveva a disposizione: le parole. La sua lettura delle cose ridisegnava la vita, ricreava il popolo dell’erba, del cielo e degli stagni. Vedeva un ragno: «Per tutta la notte, in nome della luna, appone i suoi sigilli»; si imbatteva in uno scarafaggio: «Nero e bloccato come un buco di serratura»; stanava una lucertola: «Figlia spontanea delle fenditure della pietra». Mi costringevo a credere che quei pensieri affiorassero alla coscienza dell’autore già formulati; come se una macchina fotografica fosse capace di far scattare l’otturatore da sola.

Jules Renard aveva descritto il mondo delle stampe popolari con le sue campagne e i suoi animali. Che cosa gli avrebbe ispirato il mondo di Munier, gelido e infestato dai lupi? Anche io provavo a scrivere le mie Storie naturali. Leggevo i miei aforismi ai compagni di viaggio ottenendo in cambio un sorriso imbarazzato o un gentile segno di approvazione:

Asino selvatico: in lui la dignità degli incompresi.

Meandri: a forza di guardare i fiumi del Tibet, i cinesi hanno inventato gli spaghetti.

Dio: ha usato la pantera come carta assorbente per asciugare l’inchiostro della sua penna.

Gufo reale: alla fine il sole si alza per vedere chi ha cantato tutta la notte.

– E l’uomo? – domandò Marie. – Non ha diritto a un aforisma?

– L’uomo? – dissi io. – Dio ha giocato a dadi e ha perduto.

Il patto della rinuncia

La giornata era quasi finita e noi ci accingevamo a togliere l’appostamento. Il Mekong giaceva, simile al fianco di un pesce morto, fulminato dal freddo. Il sole tramontava, i meandri erano d’alluminio, l’ombra saliva, toccava le creste e spegneva le cime una a una. Alcune, le più alte, erano ancora illuminate. La temperatura scendeva rapidamente. Era la grande pietà del freddo e della morte. Chi pensava alle lotte tra gli animali nell’oscurità? Chissà se tutti avevano trovato un rifugio dove resistere a una temperatura di trentacinque gradi sotto zero? Noi scendevamo verso il dolce tepore.

– Il richiamo della stufa! – gridai a Léo.

Di lì a mezz’ora avremmo avuto una tazza di tè tra le mani. Di che lamentarsi?

Alla stessa ora il gregge degli yak domestici tornava verso le baracche. Anche noi, come gli animali dell’ovile, eravamo agli ordini del ventre. Ad onta dell’alta opinione che ha di se stesso, l’uomo finisce sempre davanti a una zuppa. Scendendo lungo il pendio verso il fiume immobile, ripensavo al funerale di mia madre. In quel giorno di maggio eravamo come inebetiti: lei era morta inaspettatamente. Nessuno era preparato all’ineluttabile. Durante la cerimonia cattolica greco-melchita, nel corso della quale la sua bara era stata deposta davanti all’iconostasi, alcuni di noi pensarono che la vita ormai sarebbe stata insopportabile, che l’oscenità della sua morte ci avrebbe travolti insieme a lei. Ma le ore passavano e all’improvviso cominciammo ad avere fame. Ed ecco che gli astanti, afflitti al punto di credersi inconsolabili, si ritrovarono di comune accordo intorno alla tavola del ristorante greco, intenti a mangiare pesce alla griglia e a sorseggiare vino resinato. Le ghiandole gastriche sono più imperiose delle loro omologhe lacrimali e la voce del ventre mi parve quel giorno la più potente consolatrice del dolore umano.

Io cercavo la pantera. Chi cercavo in realtà? Potenza del cacciare appostati: voi fate la posta a un animale e si presenta vostra madre.

Il paesaggio era un ventaglio: tratti di versanti nudi si alternavano a retromondi spruzzati di neve. La neve impolverava i corrugamenti, gli dèi si avvolgevano nei mantelli.

Munier disse la stessa cosa in modo più semplice:

– La neve lavora come un fotografo dell’agenzia Magnum: in bianco e nero.

Dieci bharal sparsi sui versanti fuggirono verso le scarpate occidentali, provocando degli smottamenti. La loro paura turbava l’ordine. Forse la pantera li inseguiva? I rumori del campo aumentavano: si udirono delle martellate, il rombo di un generatore, dei latrati. La valle risuonava di muggiti. I bambini correvano dietro agli yak e li spingevano verso i recinti, guidandoli come giocattoli verso il fondo del canyon. A colpi di fionda, quei ragazzini alti un metro guidavano il branco. Il minimo colpo li avrebbe sventrati, ma gli enormi erbivori accettavano di essere guidati da quei piccoli bipedi. La massa si era sottomessa. Tutto era accaduto nella Mezzaluna fertile, quindicimila anni prima che nascesse l’anarchico crocefisso. Gli uomini avevano riunito grandi greggi. I bovini avevano rinunciato alla libertà in cambio della sicurezza. Il loro gene serbava memoria di quel patto, una rinuncia che portava gli animali negli ovili e gli uomini nelle città. Io appartenevo alla razza degli uomini-bovini: vivevo in un appartamento. L’autorità dettava legge sui miei atti e sui miei gesti e s’intrometteva nelle mie piccole libertà. In cambio, mi si forniva la fognatura a scarico diretto e il riscaldamento centralizzato – in altre parole, il fieno. Stanotte gli animali avrebbero ruminato in pace, ossia in prigione. Nel frattempo i lupi avrebbero cercato nell’oscurità, le pantere si sarebbero aggirate nei dintorni, i mufloni avrebbero tremato addossati alle pareti. Che cosa scegliere? Vivere stentatamente sotto la via lattea o ruminare al caldo, nell’umidità soffocante, insieme ai propri simili?

Eravamo saliti di circa trecento metri al di sopra delle baracche. Le falesie confluivano nei pendii della valle del Mekong. Gli yak erano dei puntini sparsi sulla steppa. La stufa mandava un fumo azzurrino. La temperatura continuava a scendere, tutto era immobile, l’universo dormiva. Avanzavamo verso il campo serpeggiando tra le cenge quando la sentimmo urlare. Non era un madrigale, era un lamento straziante. L’eco, vasta e triste, risuonò dieci volte. Le pantere si chiamavano per perpetuare la razza maculata. Da dove veniva quel canto? Dalle rive del fiume o dalle grotte in parete? Il miagolio doloroso riempì la valle. Occorreva uno sforzo d’immaginazione per sentirvi un canto d’amore. Le pantere urlavano e si allontanavano. «Lo amo, lo sfuggo», confidava la Bérénice di Racine, regina delle pantere. Io già stavo costruendo una teoria nella quale l’amore era proporzionale alla distanza mantenuta tra le persone. Incontri poco frequenti garantirebbero la perpetuazione del sentimento.

– È vero il contrario – mi corresse Munier al quale esponevo le mie teorie da bar. – Si chiamano per trovarsi. Si scelgono, si cercano. Le loro voci si accordano.

I figli della valle

Ogni sera, quando arrivavamo alle baracche, le sorelle di Gompa ci prendevano per mano e ci portavano vicino alla stufa. Per anni avrebbero continuato a imparare i gesti della madre e più tardi li avrebbero insegnati alle figlie. Noi le aiutavamo a portare l’acqua alla maniera degli asiatici: due secchi appesi alle estremità di una canna di bambù. Era un carico pesante per la mia schiena malconcia. Jisso, trenta chili, si prestava sempre di buon grado a percorrere i duecento metri tra il fiume e la baracca. Gompa mi imitava facendo delle smorfie e zoppicando, piegato in due. Dopo sonnecchiavamo nel tepore della stanza. Il Buddha sorrideva. Le candele mandavano un odore scialbo. La madre versava il tè. Il padre si svegliava dalla siesta tra le sue pellicce. La stufa era l’asse; intorno, le costellazioni familiari: l’ordine, l’equilibrio, la sicurezza. Da fuori veniva un rumore di masticazione: gli animali-schiavi riposavano.

Lei non ricompariva. Battevamo i versanti, esploravamo le cavità. Passavano volpi, lepri e molti branchi di pecore blu, ma niente pantere; i gipeti danzavano un girotondo di morte al di sopra della mia delusione.

Bisognava prenderne atto: qui l’Evoluzione, per perpetuare le specie, non aveva puntato sulla quantità. Negli ecosistemi tropicali la vita si diffonde in virtù della sua sovrabbondanza: nugoli di zanzare, brulichio di artropodi, immensi stormi di uccelli. L’esistenza è breve, rapida e intercambiabile: una dinamite spermatica! La natura rifonde con la sua prodigalità quello che disperde nello spreco dei divoramenti. Nel Tibet, la longevità degli individui compensa la loro rarità. Gli animali sono resistenti, individualizzati, programmati per durare: la vita è lunga. Gli erbivori brucano un’erba magra. Gli avvoltoi fendono un’aria vuota. I predatori rientrano senza aver preso nulla. Lanceranno nuovi attacchi più tardi, più lontano, disperdendo altre greggi. A volte passano ore senza che si colga un movimento o un respiro.

Il vento strappava dai versanti falde di neve. Noi tenevamo duro. Il principio dell’appostamento consiste nel sopportare i disagi sperando che un incontro giustifichi il fatto di averli accettati. L’idea che lei era là, che l’avevamo vista, che lei forse ci vedeva e poteva apparire all’improvviso bastava a farci sopportare l’attesa. Ricordavo che lo Swann della Recherche, innamorato di Odette de Crécy, era felice al solo pensiero che lei poteva essere lì vicino, anche se lui non l’avesse incontrata. Ricordavo vagamente un brano, ma dovetti aspettare di essere tornato a Parigi per ritrovare quella pagina e leggerla a Munier. Marcel Proust avrebbe capito perfettamente l’essenza dei nostri appostamenti ma, con venti gradi sotto zero, avrebbe preso freddo nel suo soprabito foderato di visone e avrebbe cominciato a tossire. Bastava sostituire a Odette «la pantera bianca»: «Anche prima di vedervi Odette, anche se non fosse riuscito a vederla, che felicità la sua nel posare il piede su quel suolo in cui, non sapendo il luogo preciso della sua presenza in quell’attimo, avrebbe sentito palpitare ovunque la possibilità della sua comparsa improvvisa...». La possibilità della pantera palpitava sulla montagna. E a quella possibilità noi chiedevamo di alimentare una tensione e una speranza abbastanza forti da farci sopportare qualunque cosa.

Quel giorno i tre bambini mi vennero a trovare; li guidava Gompa, il più piccolo e il più pestifero. Puntarono dritti verso la mia postazione, cantando, saltando, con gli abiti sventolanti e i capelli al vento. Si diressero esattamente verso i massi di roccia dietro i quali mi ero appostato, vanificando i miei sforzi per nascondermi e dimostrando che la mia mimetizzazione non era ancora a punto. Dal fondo della valle, avevano scoperto il mio nascondiglio a cinquecento metri di distanza! Rimasero con me; erano vivaci e incantevoli, anche se del mondo conoscevano solo quella valle e della vita solo le giornate di bel tempo, passate accanto agli animali feroci e agli yak mansueti. A otto anni, quei marmocchi possedevano concetti quali la libertà, l’autonomia e la responsabilità; avevano il moccio al naso, il sorrisetto in tralice, una stufa come seconda madre e un gregge di giganti da guidare. Temevano le pantere ma portavano un piccolo pugnale alla cintura e in caso di attacco si sarebbero difesi. E poi vincevano la paura cantando a gran voce nell’aria gelida. Non avevano un maestro di orienteering: sapevano come muoversi sulla montagna. Passavano ogni giorno davanti a transiti e a gole che portavano ai valichi aperti sull’orizzonte. Loro sfuggivano all’infamia che devono subire i figli degli europei, la pedagogia, che toglie ai bambini la gioia. Il loro mondo aveva i suoi limiti, la notte i suoi geli, l’estate le sue dolcezze e l’inverno le sue sofferenze. Vivevano in un regno difeso da alte mura guarnite di torri e interrotte da archi. Non guardavano mai uno schermo elettronico e forse erano così deliziosi proprio perché non sapevano che cosa fosse l’alta definizione. Munier, Marie e Léo, nascosti ai piedi di una parete della riva destra, vennero a unirsi al nostro gruppo. Allora, rinunciando a ogni possibilità di sorprendere la pantera, restammo tra le rocce a parlare fino a sera.

Munier mostrò ai bambini la stampa di una foto che aveva scattato l’anno precedente.

In primo piano, un falco del colore del cuoio appollaiato su una roccia coperta di licheni. Più indietro, un po’ a sinistra, dietro l’orlo di pietra, invisibili a chiunque non fosse stato avvertito, apparivano gli occhi di una pantera che fissavano il fotografo. La testa dell’animale si fondeva con la roccia e l’occhio impiegava un certo tempo a distinguerla. Munier aveva messo a fuoco le piume dell’uccello senza nemmeno sospettare che la pantera lo stava osservando. Solo due mesi dopo, studiando le foto, si era accorto della sua presenza. Lui, il naturalista infallibile, era stato giocato. Quando mi aveva mostrato l’immagine, io non avevo visto altro che l’uccello e lui aveva dovuto indicarmi la pantera col dito perché mi accorgessi della sua esistenza. Il mio sguardo non l’avrebbe mai scoperta senza aiuto perché cercava di vedere solo una presenza immediata. Dopo che l’avevo localizzata, la belva mi colpiva ogni volta che guardavo l’immagine. L’insospettabile era diventato evidente. Quella foto conteneva degli insegnamenti. Nella natura, noi siamo osservati. D’altra parte i nostri occhi cercano sempre la cosa più facile, confermando quello che già sapevamo. Il bambino, meno condizionato dell’adulto, coglie i misteri sullo sfondo e le presenze nascoste.

I nostri piccoli amici tibetani non si lasciarono ingannare e puntarono immediatamente il dito su di lei gridando «Saâ!». Non che la vita in montagna avesse reso più acuta la loro vista, ma i loro occhi di bambini non si lasciavano guidare verso la certezza del dato: esploravano le periferie del reale.

Definizione dello sguardo d’artista: vedere le belve che si nascondono dietro paraventi banali.

La seconda apparizione

La vedemmo per la seconda volta in una mattina di neve. Eravamo sulle creste calcaree, all’estremità meridionale della valle, sotto un’arcata dove s’ingolfava il vento. Ci eravamo appostati all’alba: le raffiche ci sferzavano il viso.

Munier, stoico come sempre, rimaneva impeccabilmente incollato ai suoi mirini. La sua vita interiore era alimentata dal mondo esterno. La possibilità di un incontro lo rendeva insensibile a qualunque dolore. Il giorno prima mi aveva parlato dei suoi parenti. «Mi prendono per un nevrotico: guardo passare un picchio muratore mentre stanno succedendo cose importantissime». Gli avevo risposto che la nevrosi consisteva semmai nella diffrazione dei nostri cervelli bombardati da troppe informazioni. Prigioniero della città, nutrito dal continuo apparire di novità, mi sentivo diminuito nella mia umanità. Il parco dei divertimenti era affollato, la lavatrice girava, gli schermi elettronici brillavano. Non mi ponevo mai una domanda: «Perché mai il volo dei cigni dovrebbe essere meno interessante dei tweet di Trump?».

Io, per farmi forza durante le ore di appostamento, sprofondavo nei ricordi. Tornavo all’anno precedente sulle spiagge del canale del Mozambico, ripensavo a un quadro del museo di Le Havre o ricordavo un volto amato. Poi cercavo di far durare quelle immagini. Erano labili come scintille sotto la pioggia. La mente divagava mentre fissavo la luce. Non era una meditazione molto intensa. Malgrado il disagio, il tempo passava. Più tardi, quando il sole illuminava il mondo, quelle visioni svanivano.

Delle pecore blu avevano occupato l’altro lato della valle, alla nostra stessa altezza. Il sole superò le creste. Tutti gli animali, con un solo movimento, si erano voltati verso la luce. Se il sole era Dio, dovette pensare che gli animali erano adoratori molto più ferventi degli uomini, che si ammassavano sotto le luci al neon, indifferenti alla sua gloria.

La pantera sbucò sul crinale e scese verso i bharal. Appiattita al suolo, avanzava a passi rattenuti – usando ogni muscolo, controllando ogni movimento: una macchina perfetta. L’arma di distruzione di massa muoveva a passi misurati verso il solenne sacrificio dell’alba. Il suo corpo scivolava tra i massi. Le pecore blu non la vedevano. La pantera caccia così, attaccando di sorpresa. A differenza del ghepardo della savana africana, è troppo pesante e non riesce a raggiungere una preda in corsa. Perciò punta sul mimetismo, si avvicina alla preda controvento e spicca un balzo di parecchi metri. Tra i militari questa tattica basata sull’attacco improvviso e imprevedibile si chiama «fulgurance». Se l’azione riesce, il nemico – anche più numeroso o più forte – non ha il tempo di mettere in campo le sue difese. Colto di sorpresa, è sconfitto.

Quella mattina l’attacco fallì. Una delle pecore blu vide la pantera e il suo sussulto mise in allarme tutto il gregge. Con mio grande stupore, le pecore non fuggirono: si voltarono verso la belva e la fronteggiarono perché capisse che l’attacco era stato sventato. Tenere la minaccia sotto controllo era un modo per proteggere il gruppo. Lezione delle pecore blu: il nemico peggiore è quello che si nasconde.

Ora che la belva era stata smascherata, la partita era chiusa. Lei attraversò la valle sotto lo sguardo dei bharal che, senza mai distogliere gli occhi, si limitavano a indietreggiare di qualche decina di metri per lasciarla passare. Se avesse fatto solo un movimento, gli erbivori si sarebbero sparpagliati tra i massi.

La pantera attraversò il branco, si arrampicò tra le rocce, raggiunse il crinale, apparve ancora una volta stagliandosi contro il cielo e sparì oltre la cresta. Allora Léo che era a un chilometro dalle nostre postazioni, in un corrugamento del terreno a nord, la inquadrò col cannocchiale, come se ci fossimo passati il testimone. Sussurrava brevi frasi alla radio per tenerci al corrente:

– È sulla linea di cresta... scende lungo la parete... attraversa la valle... si sdraia... riparte... sale sull’altra riva...

Aspettammo tutto il giorno, ascoltandolo e sperando che la belva tornasse sul nostro versante. Si muoveva lentamente, aveva la vita davanti a sé. Noi avevamo la nostra pazienza e gliela offrivamo.

La rivedemmo prima che annottasse in una cavità della cresta. Era distesa. Si stirò, si alzò e se ne andò con passo ondeggiante. La coda sferzò l’aria e si fermò disegnando un punto interrogativo: «Riuscirò a conservare il mio regno davanti all’avanzata delle vostre repubbliche?». E scomparve.

– Passano gran parte dei loro otto anni di vita a dormire – disse Munier. – Cacciano quando ne hanno l’occasione, fanno una scorpacciata e poi, per una settimana, sfruttano quella riserva.

– E il resto del tempo?

– Sonnecchiano. Qualche volta anche venti ore al giorno.

– Sognano?

– Chissà.

– Quando guardano in lontananza, contemplano il mondo?

– Credo di sì – disse lui.

Spesso, nelle calanche di Cassis, osservavo gli stormi di gabbiani e mi domandavo: gli animali guardano il paesaggio? Gli uccelli bianchi, impeccabili, facevano il surplace al di sopra del tramonto. Non erano mai sporchi – petto immacolato, ali madreperlacee. Fendevano l’aria senza un battito, surfando sugli strati dell’atmosfera mentre l’orizzonte si arrossava. Non cacciavano. Smentendo il dogma che li vuole soggetti unicamente ai meccanismi della sopravvivenza, sembravano intenti a guardare uno spettacolo. Nemmeno il più razionalista degli uomini avrebbe potuto negare a quegli animali «il senso del bello», intendendo per senso del bello la piacevole sensazione di sentirsi vivi.

La pantera passava da una feroce carneficina a una siesta deliziosa. Quando era sazia, si allungava sulle lastre di calcare. Sospettavo che sognasse grandi distese di carni fumanti preparate apposta per lei, così da non essere costretta a spiccare lunghi balzi per guadagnarsene una parte.


La parte degli animali

Dunque nei suoi otto anni di vita la pantera sperimentava un’esistenza totale: il corpo per il piacere, i sogni per la gloria. In Le ciel dans la fenêtre, Jacques Chardonne riassumeva così il compito dell’uomo: «Vivere degnamente nell’incertezza».

– Definizione da pantera! – dissi a Munier.

– Attenzione! – disse lui. – Possiamo pensare che il sole, gli eccidi e le sieste interminabili facciano provare piacere agli animali, possiamo pensare (e sono io il primo a farlo) che abbiano dei sentimenti elaborati, ma non possiamo attribuire loro una morale.

– Una morale umana, troppo umana? – dissi io.

– Non è per loro – disse lui.

– Il vizio e la virtù?

– Non è affar loro.

– Il senso di vergogna dopo il massacro?

– Inconcepibile! – intervenne Léo che aveva letto i libri.

E ci ricordava l’intuizione di Aristotele il quale affermava che in ogni animale c’è qualcosa di vitale e di bello. Nel De partibus animalium, il filosofo definiva con questa sola frase tutto il comportamento degli animali selvatici. Egli limitava il loro destino alle funzioni vitali e alla perfezione formale, indipendentemente da ogni considerazione morale. L’intuizione del filosofo era perfetta, magistralmente calibrata, nobilmente formulata, interamente efficace – in una parola era greca! Gli animali occupano il posto a loro assegnato senza superare i limiti stabiliti dai tentennamenti dell’Evoluzione, forza equilibratrice. Ognuno di essi rappresenta un elemento nel complesso sistema dell’ordine e della bellezza. L’animale è un gioiello incastonato nella corona; non importa se quella corona è bagnata di sangue. La morale non ha niente a che vedere con questo ordine di cose, la crudeltà non ha niente a che fare con i divoramenti. La morale è un’invenzione dell’uomo che ha qualcosa da rimproverarsi. La vita somiglia a una partita di mikado e l’uomo si rivela troppo brutale per quel gioco delicato. Si è presentato con una violenza non sempre necessaria alla sopravvivenza della sua razza, una violenza che, per giunta, va oltre i limiti legali da lui stesso stabiliti!

«Ogni animale distribuisce la sua parte di morte» avrebbe potuto aggiungere Aristotele. Ventitré secoli più tardi Nietzsche, in Umano, troppo umano, confermava quel postulato: «Almeno la vita non è un’invenzione della morale». No, era stata la vita stessa, con il suo imperioso bisogno di espandersi, a inventare la vita. Gli animali della nostra valle e quelli del mondo conosciuto vivevano al di là del bene e del male. Non saziavano una sete di orgoglio o di potere.

La loro violenza non era rabbia, le loro cacce non erano eccidi.

La morte era soltanto un pasto.

Il sacrificio dello yak

– Ho scoperto una grotta duecento metri sopra la pista. Ci accamperemo là. Si affaccia sul versante orientale: saremo nel punto migliore.

Così ci aveva svegliati Munier quella mattina, una settimana dopo il nostro arrivo. Nella baracca si gelava. Léo accese la stufa; noi preparammo il tè e poi i bagagli: il primo per svegliarci, i secondi per sopravvivere alla notte. Portavamo con noi l’attrezzatura fotografica, i cannocchiali da osservazione, i sacchi a pelo da trenta gradi sotto zero, dei viveri e la mia copia del Tao tê Ching.

– Resteremo lassù due giorni e due notti. Se lei passa, la grotta è un palco perfetto.

Salimmo da un fondovalle perpendicolare al canyon. Impiegammo parecchio tempo per raggiungere le scarpate nell’aria grigia. I miei amici faticavano. Léo portava trentacinque chili e l’enorme telescopio sporgeva dalla custodia. Dunque, dicevo a me stesso, anche i metafisici sono capaci di compiere uno sforzo. Marie scompariva sotto un carico più alto di lei. Anche questa volta io non portavo niente: me ne andavo come un grassone circondato dai suoi domestici. Ma non era certo la mia passione per le carovane coloniali a risparmiarmi quella fatica: erano le condizioni delle mie vertebre.

– C’è una massa scura, laggiù! – disse Marie.

Lo yak agonizzava. Adagiato sul fianco sinistro, ansimava. Il vapore gli imbiancava le narici. Sarebbe morto in fondo a quel passaggio. Niente più corse gioiose sotto il sole. Gli artigli della pantera gli avevano trapassato la gola e il sangue scorreva sulla neve. L’animale tremava.

Le pantere cacciano così: saltano sul garrese della preda e non mollano più la presa. L’animale aggredito fugge lungo il pendio con il predatore aggrappato alla gola e la corsa finisce con la caduta dei due animali – cacciatore e preda – che rotolano giù per la discesa, precipitano dalle scarpate, si sfracellano sulle rocce. Qualche volta in questi scontri le belve si spezzano la schiena. Quelle che resistono ai colpi zoppicheranno per tutta la vita. I nomadi sciti avevano rappresentato sulle loro fibule d’oro il motivo del leopardo sul garrese. I disegni riproducevano il groviglio di pellicce e di muscoli confusi insieme e la danza dell’attacco e della fuga che è l’esito più frequente dell’incontro tra due creature.

La pantera ci aveva sentito. Probabilmente ci osservava, nascosta tra i massi, preoccupata all’idea che dei bipedi – razza aborrita sopra ogni altra – potessero rubarle la preda. Sbagliava perché Munier non voleva rubare il cibo a un carnivoro: le sue intenzioni erano più sofisticate. Lo yak era morto.

– Lo sposteremo di dieci metri, in fondo al burrone, in asse con la grotta – disse Munier. – Se la pantera torna, noi saremo con lei!

A sera eravamo pronti: lo yak giaceva sull’erba e noi ci eravamo installati in un sistema di grotte sovrapposte. «Un duplex!» aveva detto Léo alla vista di quelle cavità scavate l’una sopra l’altra e separate da un dislivello di trenta metri. Marie e Munier occupavano quella inferiore (la suite imperiale) mentre io stavo con Léo in quella superiore (la dépendance). Lo yak giaceva cento metri più in basso (la cantina del palazzo).

La paura del buio

Quante notti avevo passato accampato in fondo alle grotte? In Provenza, nelle Alpi Marittime, nelle foreste dell’Île-de-France, in India, in Russia, nel Tibet, avevo dormito in «balme» odorose di fico, sotto le sporgenze di granito, nelle faglie vulcaniche, nelle nicchie di arenaria. Entrando, vivevo un momento sacro: la ricognizione del luogo. Non si doveva disturbare nessuno. Qualche volta avevo spaventato dei chirotteri o delle scolopendre. I rituali erano immutabili: livellare il suolo e mettere il bagaglio in un angolo riparato dal vento. La grotta dove ero entrato con Léo era già stata occupata. Il pavimento era pulito, il soffitto nero di fuliggine. Un cerchio di pietre indicava la presenza di un focolare. Le grotte avevano rappresentato la geografia matriciale dell’umanità al tempo dei suoi miserabili inizi: ognuna aveva accolto degli ospiti fino a quando la rivoluzione del Neolitico aveva lanciato il segnale dell’uscita all’aperto. Allora gli uomini si erano sparpagliati, avevano reso fertile il limo, avevano addomesticato le greggi, avevano inventato un Dio unico e avevano iniziato lo sfruttamento sistematico della Terra, per approdare, diecimila anni dopo, alla piena realizzazione della civiltà: gli ingorghi stradali e l’obesità. Si potrebbe modificare il pensiero B139 di Pascal – «Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa, dal non sapersene stare in pace, in una camera» – e scoprire che l’infelicità del mondo è cominciata quando il primo uomo è uscito dalla prima grotta.

Nelle grotte, io percepivo l’eco magica di un antico irraggiamento. La stessa cosa succedeva quando mi inoltravo sotto le navate di una chiesa: che cosa era successo lì? Come ci si amava sotto un soffitto a volta? Qualche antica conversazione aveva forse impregnato le rocce, così come i salmi dei vespri penetrano nel calcare cistercense?

Qualche volta, nei nostri campeggi in Provenza, i miei amici mi prendevano in giro per queste considerazioni. Sghignazzavano nei sacchi a pelo: «Amico, tu stai covando una perversione sessuale! Tutto questo armeggiare con i tubi da ripulire denota una nostalgia per ciò che è vischioso! Sei un caso da psicoanalisi!». Mi rompevano le scatole con i loro sarcasmi!

Amavo le grotte perché appartenevano a un’architettura immemoriale: le azioni congiunte dell’acqua e dell’essiccazione chimica avevano aperto un varco in una parete per rendere un po’ meno penose le notti di un viandante.

Léo ed io fissammo delle corna di muflone su un blocco di roccia all’entrata della grotta: quel totem della morte e della potenza ne difese l’ingresso. Léo regolò gli apparecchi. Dalla nostra posizione vedevamo, in basso, lo yak. L’attesa cominciò. Un gipeto planava con le ali aperte, come se avesse voluto avvicinare le due rive della valle. Nel canyon salì la penombra, il freddo rendeva il silenzio ancora più pesante. Davanti alle ore che si annunciavano, capii che cosa significava l’assenza di una vita interiore con una temperatura di trenta gradi sotto zero, e maledissi il mio amore per le chiacchiere perché il silenzio era obbligatorio. Nel ruolo di statua, Léo era veramente notevole. Si muoveva appena, esaminando i luoghi con un impercettibile moto angolare del cannocchiale. Finii col rintanarmi in fondo alla grotta. Aprii con la muffola la mia copia del Tao: Agisce senza aspettare niente. E mi chiedevo: «Aspettare non è già un agire?». Stare appostati non era una forma di azione, dal momento che lasciava spazio ai pensieri e alla speranza? In questo caso, la Via del Tao avrebbe raccomandato di non aspettarsi niente dall’attesa. Quel pensiero mi aiutava ad accettare di restare là, seduto nella polvere. Il Tao ha un vantaggio: col suo andamento circolare gira nella mente e occupa il tempo, anche nella semioscurità di un congelatore roccioso a 4.800 metri di quota. A un tratto una forma si avvicinò: Léo stava tornando verso il fondo della grotta.

A grande distanza, degli yak pascolavano sul versante. Ogni tanto uno scivolava su un nevato e l’enorme massa di pelo cadeva qualche metro più in basso. Chissà se quei grossi guardiani sapevano di aver perduto uno dei loro soltanto un’ora prima. Chissà se si contavano, quei poveri numeri condannati ad offrirsi alle belve.

Annottava e la pantera non tornava. Accendemmo le lampade frontali con il filtro rosso, quello che si usa a bordo delle navi della Marina nazionale nelle notti di guardia, per non emettere nessuna luce individuabile. Mi piacque pensare che ero sulla passerella di un galeone del silenzio lanciato nella notte infestata dalle pantere.

I bambini riportavano il gregge al chiuso. Delle grida arrivarono fino a noi, poi l’oscurità fu totale. Sull’altra riva un gufo reale montava la guardia, appollaiato sulla falesia di fronte. Il suo urlo annunciava l’apertura della caccia. «Huu! Huu!» diceva il gufo. «Dormite, grossi erbivori, e nascondetevi! I rapaci si alzeranno in volo, i lupi usciranno aggirandosi nell’oscurità con le pupille dilatate e prima o poi la pantera verrà ad affondare il muso nel ventre di uno di voi».

All’alba, in montagna, l’opera del cielo basta appena a nascondere sotto uno strato di neve le tracce dell’orgia notturna.

Alle otto di sera, Marie e Munier ci raggiunsero. Su una stufa tiepida, Léo preparò la zuppa. Parlammo della vita nelle grotte, della paura vinta grazie al fuoco, della conversazione che nasce dalle fiamme, dei sogni che divennero arte, del lupo che divenne il cane e dell’audacia degli uomini che varcarono il limite. Poi Munier evocò la rabbia con cui più tardi gli uomini fecero pagare a tutte le altre specie le sofferenze patite durante gli inverni del Paleolitico. Ognuno tornò alla propria grotta.

Ci infilammo nei sacchi a pelo. Se la pantera fosse venuta durante la notte, malgrado il freddo avrebbe fiutato il nostro odore. Bisognava accettare questa idea deprimente: «La Terra odora di uomo».1

– Léo? – dissi prima di spegnere la luce.

– Sì?

– Munier, invece di regalare una pelliccia a sua moglie, la porta a vedere direttamente l’animale che ce l’ha addosso.

1 Ylipe, Textes sans paroles

La terza apparizione

Alle prime luci dell’alba strisciammo fuori dai sacchi a pelo. Aveva nevicato e la belva era vicino al suo yak, con le fauci rosse di sangue e il pelo infarinato di bianco. Era tornata prima dell’alba e ora dormiva, a pancia piena. La sua pelliccia era una madreperla dai riflessi azzurrini. Proprio per questo la chiamavano pantera delle nevi: arrivava silenziosa, come la neve, e si dileguava a passi felpati, fondendosi con la roccia. Aveva addentato la spalla, il pezzo migliore. Una macchia vermiglia spiccava sul vello nero dello yak. La pantera ci aveva scoperti. Girandosi su un fianco, alzò la testa e noi incontrammo il suo sguardo di gelida brace. Quegli occhi dicevano: «Non può esserci amore tra noi, voi non siete niente per me: la vostra razza è recente, la mia è immemoriale, la vostra si diffonde e turba l’equilibrio del poema». Quella faccia impiastricciata di rosso era l’anima del mondo primitivo dove le tenebre si alternano all’aurora. La pantera non sembrava agitata. Forse aveva mangiato troppo in fretta. Si addormentava per brevi istanti, con la testa posata sulle zampe anteriori, poi si svegliava e annusava l’aria. Una frase del Racconto segreto di Pierre Drieu la Rochelle che mi era tanto piaciuta continuava a echeggiarmi dentro e se la vicinanza della belva non ci avesse costretti a tacere l’avrei recitata a Munier via radio, per dirgli tutto il male che ne pensavo adesso: «... sapevo che c’era in me qualcosa che era altro da me e molto più prezioso di me». Io la distorcevo mentalmente per formularla così: «C’è al di fuori di me qualcosa che è altro da me, che non è l’uomo, che è più prezioso ed è un tesoro fuori dall’umano».

Lei rimase fino alle dieci del mattino. Due gipeti venivano a informarsi. Un grosso corvo tracciò una linea nel cielo: encefalogramma piatto.

Ero venuto per l’uncia. Lei era là, addormentata, a poche decine di metri da me. La figlia dei boschi che avevo amato al tempo in cui ero un altro, prima che la caduta da un tetto nel 2014 mi rovinasse, avrebbe saputo notare dei particolari che non vedevo, mi avrebbe spiegato che cosa pensava la pantera. Per lei guardavo la belva con tutte le mie forze. L’intensità con la quale ci imponiamo di assimilare qualcosa è una preghiera rivolta agli assenti. Loro avrebbero voluto esserci. È per loro che guardiamo la pantera. Quella belva, sogno fugace, era il totem delle persone scomparse. Mia madre che non c’era più, la donna che mi aveva lasciato: ogni apparizione le aveva riportate a me.

La belva si alzò, scivolò dietro una roccia, ricomparve sul pendio. Il suo vello si fondeva con i cespugli, lasciando una scia poikile. Questa parola del greco antico descrive la pelle maculata della belva. Lo stesso termine indica il balenare mutevole del pensiero. La pantera, come il pensiero pagano, si aggira nel dedalo. Quasi inafferrabile, palpita in sintonia col mondo, pavesata. La sua bellezza vibra nel freddo. Eretta tra le cose morte, tranquilla e pericolosa, maschio con un nome femminile, ambigua come la più alta poesia, imprevedibile e scomoda, screziata, cangiante: è la pantera poikile.

L’iridescenza sparì per davvero. La pantera delle nevi si era volatilizzata. La radio crepitò:

– La vedete? – disse Munier.

– No, l’abbiamo perduta – disse Léo.


L’assenso al mondo

Cominciò la giornata di appostamento. Nel Libano meridionale, al centro del distretto di Sidone, sorge una cappella dedicata alla Santa Vergine: Nostra Signora dell’Attesa. Con lo stesso nome battezzai la nostra grotta. Léo era il canonico. Fino a sera, ispezionò la montagna col telescopio. Probabilmente Munier e Marie facevano la stessa cosa nella cavità inferiore, a meno che non occupassero il tempo altrimenti. Ogni tanto Léo si metteva a quattro zampe per venire in fondo alla caverna a bere un sorso di tè; poi ricominciava a guardare. Munier ci aveva parlato alla radio. Pensava che la belva avesse attraversato il canyon raggiungendo le rocce terrazzate sul versante opposto: «Si riposerà senza perdere di vista la preda. Cercate tra quei massi di fronte, alla stessa altezza».

In quelle ore saldammo il nostro debito col mondo. Me ne stavo in quella navicella, tra la valle e il cielo, a scrutare la montagna. Seduto a gambe incrociate, guardavo il paesaggio attraverso il vapore delle espirazioni. Io che avevo chiesto al viaggio di riservarmi mille sorprese, io che «amavo alla follia la varietà e il capriccio»,1 mi accontentavo di una cavità su un versante gelido. Mi ero forse convertito al wu wei, l’arte cinese del non agire? Non c’è niente di meglio che una temperatura di trenta gradi sotto zero per far accettare quel tipo di filosofia. Io non speravo niente, non agivo. Ogni movimento mi faceva correre lungo la schiena un rivolo di gelo, e questo non predispone certo ai grandi progetti. Sì, se mi fosse apparsa davanti agli occhi una pantera ne sarei stato felice, ma non si muoveva niente ed io, in quella ibernazione vigile, non ne ero affatto contrariato. Lo stare alla posta era un esercizio asiatico. In quell’attesa di una delle forme dell’unico c’era il Tao. E c’era anche, in una certa misura, l’insegnamento della Bhagavadgītā hindu, negazione del desiderio. L’apparizione dell’animale non avrebbe cambiato in nessun modo il mio umore. «Rimani indifferente al successo e al fallimento», ci rassicurava Krishna nel secondo canto.

E poiché l’ampia disponibilità di tempo consentiva il rimescolamento dei pensieri, dicevo a me stesso che la scienza dello stare appostati alla quale mi aveva iniziato Munier era l’antidoto all’epilessia dei miei tempi. Nel 2019, l’umanità pre-cyborg non era più in sintonia col reale, ne era insoddisfatta, non riusciva a trovare nessuna forma di accordo o di convivenza con esso. Qui, a Nostra Signora dell’Attesa, io chiedevo al mondo di continuare ad offrirci quello che già c’era.

Agli inizi del XXI secolo noi, otto miliardi di esseri umani, cercavamo con molta convinzione di asservire la natura. Lavavamo i suoli, acidificavamo l’acqua, rendevamo l’aria irrespirabile. Secondo un rapporto della Società zoologica di Londra, in cinque decenni era scomparso il sessanta per cento delle specie selvatiche. Il mondo andava all’indietro, la vita si ritirava, gli dèi si nascondevano. La razza umana godeva di ottima salute. Stava costruendo le condizioni del suo inferno: si preparava a superare il limite dei dieci miliardi di individui. I più ottimisti si sarebbero accontentati di un pianeta popolato da quattordici miliardi di uomini. Se la vita si limitava all’appagamento dei bisogni biologici in vista della riproduzione della specie, la prospettiva era incoraggiante: avremmo potuto unirci sessualmente in cubi di cemento collegati al wi-fi, nutrendoci di insetti. Ma se si chiedeva al nostro passaggio sulla Terra la sua dose di bellezza, se la vita era una partita giocata in un giardino magico, la scomparsa degli animali si rivelava una notizia atroce. La peggiore di tutte. Ed era stata accolta con indifferenza. Il ferroviere difende i ferrovieri. All’uomo interessa l’uomo. L’umanesimo è un sindacalismo come gli altri.

La degradazione del mondo andava di pari passo con la frenetica speranza in un avvenire migliore. Più il reale decadeva, più alte risuonavano le imprecazioni messianiche. C’era un rapporto di proporzionalità tra la devastazione degli esseri viventi e il duplice processo di oblio del passato e di supplica all’avvenire.

«Domani, meglio di oggi» era l’ignobile slogan della modernità. Gli uomini politici promettevano delle riforme (invocando con voce querula «il cambiamento»); i credenti aspettavano una vita eterna, i ricercatori della Silicon Valley annunciavano un uomo aumentato. Insomma, bisognava avere pazienza: l’avvenire sarebbe stato migliore. Era sempre la solita solfa: «Poiché questo mondo è in rovina, predisponiamo delle uscite di emergenza!». Scienziati, politici e uomini di fede si accalcavano al portello delle speranze. In compenso quelli che cercavano di conservare ciò che ci era stato dato non erano molti.

Qui un tribuno barricadiero chiamava il popolo alla Rivoluzione e le sue truppe irrompevano impugnando i picconi; là un profeta invocava l’Aldilà e il suo gregge si prosternava all’udire quella promessa; là un dottor Stranamore 2.0 fomentava la mutazione post-umana e i suoi clienti si invaghivano dei feticci tecnologici. Quegli uomini erano sulle spine. Non sopportavano la loro condizione e si aspettavano grandi benefici da quell’oltre-vita, ma non sapevano come sarebbe stata. È più difficile apprezzare quello di cui già si dispone che sognare novità mirabolanti.

Le tre proposte – fede rivoluzionaria, speranza messianica, ricerca tecnologica – nascondevano dietro il tema della salvezza una profonda indifferenza nei confronti del presente e, quel che è peggio, ci esoneravano dall’obbligo di comportarci degnamente qui e ora e ci risparmiavano il disturbo di preservare ciò che ancora restava in piedi.

E intanto i ghiacciai si scioglievano, la plastica si accumulava, gli animali morivano.

«Favoleggiare di un mondo diverso dal nostro non ha alcun senso».2 Avevo annotato questa acuta osservazione di Nietzsche in esergo a un taccuino di note. Avrei potuto inciderla all’ingresso della nostra grotta: era un motto per quelle valli.

Eravamo in molti, nelle grotte e nelle città, a non volere un mondo aumentato ma un mondo celebrato nella giusta misura, patria della sua sola gloria. Una montagna, un cielo splendente di luce, carovane di nuvole e uno yak sul crinale: tutto era ben disposto, tutto era sufficiente. Quello che non si vedeva poteva sempre apparire. Quello che non appariva aveva saputo nascondersi.

Era l’assenso dei pagani, una vecchia storia.

– Léo – dissi, – ti riassumo il Credo.

– Ti ascolto – disse lui gentilmente.

– Venerare ciò che è davanti a noi. Non aspettarsi niente. Ricordare molto. Guardarsi dalle speranze: sono come il fumo che sale dalle rovine. Approfittare di ciò che si presenta. Cercare i simboli e credere che la poesia sia più solida della fede. Accontentarsi del mondo. Lottare perché rimanga com’è.

Léo scrutava la montagna con il telescopio. Era troppo concentrato per ascoltarmi veramente, e questo mi dava la possibilità di continuare le mie dimostrazioni.

– I campioni della speranza chiamano il nostro assenso «rassegnazione». Si sbagliano. È amore.

1 Gérard de Nerval, Aurelia.

2 Friedrich Nietzsche, Il crepuscolo degli idoli.

L’ultima apparizione

Fu il faccia a faccia tra la nostra ammirazione e la sua indifferenza. Munier aveva visto giusto. La pantera era andata a mettersi sull’altro versante, a trecento metri da noi, a est e alla stessa altezza. Verso le dieci apparve nel cannocchiale. Sonnecchiava su un masso, alzava la testa, dava un’occhiata al suo yak. Voleva essere sicura che gli avvoltoi non venissero a mangiarlo? Poi tendeva la testa verso il cielo e la riaffondava nel suo pelo. Sonnecchiò tutto il giorno. Siccome era molto lontana, noi potevamo parlare ad alta voce, accendere i sigari e attizzare le stufe: dopo tutto faceva piacere mangiare una zuppa in quel congelatore. Ogni due minuti strisciavo verso i treppiedi e avvicinavo l’occhio al mirino per guardare quel muso affusolato, quel corpo ripiegato sul suo calore. Tutte le volte che la contemplavo, quella visione mi dava un brivido di piacere, come sempre le cose reali della cui presenza ci accertiamo con un’occhiata. La pantera quella mattina non era un mito né una speranza né l’oggetto di una scommessa pascaliana. Era là. La sua realtà era la sua supremazia.

Non si avvicinò più alla preda. La giornata passò. Il servizio funebre del drappello dei necrofagi (avvoltoi, gipeti, corvi) non intervenne. Ogni tanto Munier parlava alla radio: «Uno smergo a ovest, dei gracchi dal becco rosso al di sopra dell’arco». Dovunque posasse lo sguardo, vedeva degli animali o ne indovinava la presenza. E quel dono, paragonabile all’educazione del passante raffinato che, camminando per le vie della città, segnala ora un colonnato classico, ora un frontone barocco o un’aggiunta neogotica, permetteva a Munier di muoversi in una geografia sempre ornata e sempre generosa, brulicante di presenze delle quali l’occhio di un profano non sospettava nemmeno l’esistenza. Capivo perché il mio amico viveva isolato nei Vosgi. Come avrebbe potuto conversare con i suoi pari, lui che vedeva i predatori avventarsi sulle placide greggi e sapeva perché i corvi planavano? I libri gli interessavano ancora: «Quando ho smesso di andare a scuola, a diciassette anni, è stato solo per entrare nella foresta. Non ho mai più aperto un manuale scolastico ma ho letto tutti i libri di Giono».

La pantera se ne andò con la sera. Si alzò, scivolò dietro un masso, sparì. Restammo accampati nella grotta per un’altra notte, sperando che tornasse. La mattina seguente non era vicino alla carcassa. Il freddo avrebbe conservato lo yak per molto tempo prima che becchi, mandibole e artigli lo facessero a pezzi. Allora i suoi tessuti sarebbero stati riassorbiti in altri esseri viventi e avrebbero sfamato altri cacciatori. Morire è passare.

L’eterno ritorno dell’eterno ritorno

Togliemmo il bivacco e tornammo tutti e quattro, Munier, Léo, Marie ed io, verso i fuochi tibetani. Nessuno disse una parola perché i nostri pensieri erano rivolti alla pantera: non si profana un sogno con le chiacchiere.

Da tempo credevo che il paesaggio determinasse le convinzioni religiose. I deserti chiamano un Dio severo, le isole greche moltiplicano le presenze, le città spingono all’egoismo, le giungle danno rifugio agli spiriti. Che dei preti di razza bianca siano riusciti a non perdere la fede in un Dio rivelato vivendo nelle foreste dove schiamazzavano i pappagalli mi è sempre sembrato un fatto straordinario.

Nel Tibet, le valli ghiacciate annullano qualunque desiderio e suscitano l’idea del grande ciclo. Più in alto, i pianori flagellati dalle tempeste confermano che il mondo è un’onda e la vita un passaggio. Avevo sempre avuto un’anima docile e influenzabile. Mi uniformavo alla spiritualità del luogo dove atterravo. Se capitavo in un villaggio yazidi, pregavo il sole. Se mi spedivano nella piana del Gange, seguivo Krishna («vedi con occhio uguale sofferenza e piacere»). Nei Monts d’Arrée, pensavo all’Ankou. Solo l’Islam non aveva nessuna presa su di me: non mi interessava il diritto penale.

Qui, nell’aria rarefatta, le anime migrano in corpi provvisori per continuare la corsa. Da quando ero arrivato nel Tibet, pensavo al peso delle vite successive degli animali. Se la pantera della valle era un’anima incarnata, dove avrebbe trovato rifugio dopo sette anni di stragi? Quale altra creatura avrebbe accettato di portare un simile fardello? Come avrebbe fatto a uscire dal ciclo?

Chiunque captasse il suo sguardo era penetrato dallo spirito dei tempi preadamitici. Quegli stessi occhi avevano contemplato un mondo in cui gli uomini cacciavano in piccoli gruppi e non erano sempre sicuri di sopravvivere. Quale anima era imprigionata sotto a quella pelliccia? Qualche giorno prima, quando l’uncia mi era apparsa, avevo creduto di riconoscere il volto di mia madre morta: zigomi alti, duri occhi a mandorla. Mia madre coltivava l’arte di scomparire, l’amore per il silenzio e una inflessibilità che molti scambiavano per dispotismo. Quel giorno, per me, la pantera era stata la mia povera madre. E l’idea della circolazione delle anime attraverso l’immensa massa planetaria di carne vivente, quell’idea formulata simultaneamente nel VI secolo a.C. da Pitagora e da Buddha in due luoghi geograficamente distanti – la Grecia e la pianura indo-nepalese – mi sembrava un elisir di consolazione.

Arrivammo alle baracche. Bevemmo il tè davanti ai volti dei bambini immobili, sfiorati dal riflesso delle fiamme. Silenzio, penombra, fumo: il Tibet era in ibernazione.

La fonte separata

Nel canyon delle pantere avevamo passato dieci giorni. Adesso Munier voleva andare a fotografare le sorgenti del Mekong. Viaggiammo un giorno intero verso un accampamento di allevatori, alla base di un rilievo. L’altopiano era una steppa a forma di scudo, selvaggiamente sferzata dal sole. Verso nord si alzavano delle cime bianche. Una coppia di proprietari di yak passava l’inverno in una baracca di latta surriscaldata, un’isola nel vuoto. Cento yak strappavano alla steppa l’erba anemizzata dall’inverno. L’indomani, alle quattro del mattino, ci separammo dalla stufa e ci avviammo su un nastro ghiacciato che le carte asserivano essere il Mekong. «Salite per quattro ore. A 5.100 metri troverete un circo glaciale e la sorgente», ci aveva detto Tsetrin, il guardiano. Dunque era quello il fiume dei nove dragoni: un ruscello gelato. Il ghiaccio scricchiolava. Avanzavamo su quella glassa con molta cautela, come i pazienti di un centro termale su un canale ghiacciato di Baden-Baden. Passammo vicino a una carcassa di yak dilaniata dagli avvoltoi. Gli uccelli strappavano brandelli di carne, si alzavano in volo, tornavano a posarsi. Fino a quel giorno il divoramento dei morti in vista della loro reincarnazione mi era sembrato spettacolare, ma quei colli arrossati e quell’arruffio di piume attenuarono molto il mio desiderio che un giorno il mio corpo fosse dato in pasto agli avvoltoi. Dopo aver visto una volta gli uccelli impazziti alla vista del sangue si comincia a pensare che, dopo tutto, un’aiuola di crisantemi in un cimitero delle Yvelines ha un suo fascino.

Salivamo lentamente e io mi costringevo a crederci: era quello il Mekong, il fiume delle lacrime khmer, della nostalgia gialla, della trecentodiciassettesima sezione, del Buddha vivente, delle gracili Apsaras e dei fiori di loto! Un ruscelletto del colore della luna che nessuno sputo aveva ancora contaminato.

A 5.100 metri trovammo la stele sulla quale degli ideogrammi cinesi probabilmente annunciavano la nascita del fiume.

Qui, in un anfiteatro di rocce incappucciato da un cielo grigio, sorgeva l’alfa della civiltà del riso. In un percorso di quasi cinquemila chilometri, il Mekong avrebbe attraversato il Tibet, la Cina e l’Indocina, fino al delta dove Marguerite avebbe avuto un amante. Tra avventure private e opere pubbliche, le acque avrebbero irrigato le opere e i giorni. Ci sarebbero state delle battaglie. Nella fonte di un grande fiume si nasconde la domanda dell’Oriente: perché ogni sorgente deve ramificarsi? Perché la separazione?

Per il momento, una distesa gelata cementava i ciottoli. Era la sorgente, il Tao del Mekong, il punto zero, il romanzo a venire. Il flusso si sarebbe unificato aprendosi una strada nella montagna. L’aria mite avrebbe liberato la corrente, quel filo d’acqua si sarebbe riempito di vita: dapprima delle creature minuscole, poi dei pesci sempre più voraci. Il fiume sarebbe diventato più grande. Un pescatore vi avrebbe gettato le reti, gli abitanti dei villaggi vi sarebbero andati a bere, una fabbrica vi avrebbe riversato dei rifiuti: tra gli uomini, tutto finisce in un collettore. L’altezza sarebbe diminuita, sarebbe spuntato l’orzo. Più in basso il tè, poi il grano, infine il riso e un giorno dei frutti pendenti dai rami. Dei bufali sarebbero entrati nell’acqua. Qualche volta un leopardo in un canneto avrebbe mangiato un bambino. Gli altri si sarebbero consolati subito: ne nascevano tanti. Ancora più avanti, delle donne avrebbero attinto ogni giorno un’acqua già carica di batteri. Qualcuno avrebbe cominciato a incanalare il fiume. La pelle sarebbe diventata più scura. Le donne avrebbero steso ad asciugare delle stoffe color arancione sulle banchine di pietre squadrate e gli adolescenti si sarebbero tuffati dalle torrette. Poi la corrente sarebbe diventata più lenta, i meandri si sarebbero distesi nei loro stessi sedimenti, il fiume avrebbe alzato una diga, l’orizzonte si sarebbe aperto ed ecco la pianura irrigata, illuminata dalle centrali più a monte. Nei giorni di mercato, le chiatte si sarebbero toccate bordo a bordo, dei serpenti avrebbero nuotato fra i cadaveri calcinati e gli stati si sarebbero contesi le rive, divenute frontiere. Delle pattuglie avrebbero intercettato i traghettatori. Gli affari avrebbero seguito il loro corso e infine le acque si sarebbero gettate nel mare. Dei turisti dalla pelle bianca avrebbero nuotato tra le onde senza nemmeno sapere, forse, che un giorno le pantere avevano bevuto quell’acqua, al tempo in cui essa apparteneva al cielo.

Quel destino nasceva qui. Anche gli animali a cui Munier dava la caccia erano nati da una sola fonte e poi si erano separati. La pantera delle nevi proveniva da un ramo risalente a cinque milioni di anni prima. Se si paragonava la vita sulla Terra a un fiume, essa aveva avuto una sorgente, un alveo e dei rami morti. La sua corsa non era finita e nessuno conosceva il delta. Noi esseri umani venivamo da una suddivisione molto recente. Nelle tavole dei libri di biologia della mia infanzia, le ramificazioni dell’Evoluzione erano rappresentate da grafici a forma di estuari fluviali. Nessuna sorgente sa di che cosa è capace.

Restammo un’ora sulla ghiaia, poi scendemmo scivolando. Munier cercava un animale. Per lui un paesaggio vuoto era una tomba. Per fortuna, a 4.800 metri, un lupo si rotolava in un nevato. Lui fu soddisfatto.

Al campo, dove raccontammo l’incontro con il lupo, il pastore ci parlò delle visite che riceveva ogni anno: una o due pantere durante l’inverno e dei lupi ogni giorno. Nel dire questo caricò talmente la stufa che noi ci addormentammo. Il sonno portò via con sé la visione della sorgente.

Nella prima zuppa

Tornavamo verso Yushu per colline e per montagne senza mai discostarci dalla quota di 4.000 metri. Al tramonto ci trovammo su una pista che portava ad alcune sorgenti d’acqua calda nascoste tra le falesie. Due lupi passarono nella luce dei fari; il fascio luminoso fece risaltare il color zafferano delle pellicce – un lampo nella notte. Munier saltò giù dalla jeep. La visione dei due lestofanti che trottavano nel buio verso una rapina continuava ad eccitarlo. Inspirava l’aria fredda a pieni polmoni cercando l’odore di selvatico. Aveva visto centinaia di lupi in Abissinia, in Europa e in America, ma ancora non gli bastava.

– Tu non esci dalla macchina quando passa un uomo – gli dissi.

– L’uomo ripasserà. È raro che un lupo ripassi.

– L’uomo è un lupo per l’uomo.

– Magari fosse così – disse lui.

Eravamo arrivati alle vasche. Montammo il campo dietro una falesia e alle dieci di sera, con venticinque gradi sotto zero, Marie, Munier ed io, seminascosti dal vapore, sguazzavamo nell’acqua caldissima. Di sopra, investito dalle raffiche di vento, Léo sorvegliava il campo. L’acqua sgorgava sotto una rientranza della roccia. Avevamo dovuto strisciare sotto lo strapiombo. Munier conosceva quel posto: l’anno precedente aveva voluto imitare i macachi giapponesi. Ci descrisse le scimmie di Nagano nelle sorgenti calde, il fumo che velava le facce rosse, le pellicce irte di stalattiti.

Noi però, quella sera, sembravamo dei burocrati russi che, in una sauna, negoziassero le risorse della regione. Avevamo acceso dei buoni sigari cubani (Epicure n. 2) custoditi in tubi di alluminio. La nostra pelle prese la consistenza del ventre delle rane e gli avana quella dell’altea. Le stelle vibravano.

– Sguazziamo nel brodo primordiale – dissi io. – Siamo i batteri dell’inizio del mondo!

– Più fortunati, però – disse Marie.

– I batteri non avrebbero mai dovuto uscire dalla marmitta – disse Munier.

– Non avremmo avuto il triplo concerto di Beethoven – dissi io.

I fossili incrostati nella volta non risalivano agli inizi del mondo. Erano solo un episodio recente dell’avventura. La vita era nata, quattro miliardi e mezzo di anni prima, in una miscela di acqua, materia e gas. Il bios aveva proiettato le sue proposte in tutti gli interstizi producendo il lichene, la balenottera e noi, creature senza nessun apparente rapporto reciproco (a parte la volontà di propagarsi).

Il fumo dei sigari carezzava i fossili. Conoscevo i loro nomi perché da bambino, tra gli otto e i dodici anni, li avevo collezionati. Ripetevo quei nomi ad alta voce perché l’enumerazione scientifica è un sostituto della poesia: ammoniti, crinoidi, trilobiti. Quelle creature avevano più di cinquecento milioni di anni. Avevano regnato sul pianeta. Avevano avuto le loro preoccupazioni: difendersi, nutrirsi, perpetuare la specie. Erano minuscole e lontane. Erano scomparse e noi uomini che dominavamo la Terra (da tempi recenti e per un periodo che nessuno conosceva) le trascuravamo. Eppure la loro vita aveva rappresentato una tappa sulla strada della nostra comparsa. All’improvviso delle creature animate erano strisciate fuori dall’acqua. Alcune – le più avventurose – erano salite sul greto. Avevano ingoiato una goccia d’aria. E proprio a quell’inspirazione dovevamo il fatto di essere là, noi uomini e tutti gli animali che vivono all’aria libera.

L’uscita dall’acqua non fu il momento più piacevole della mia vita. Dovetti camminare, nudo, sulle alghe tiepide, infilarmi in fretta gli stivali cinesi, mettermi l’enorme giubba canadese e tornare alle tende. L’aria era a venti gradi sotto zero.

Insomma uscire dal brodo primordiale, strisciare nella notte, trovare un rifugio: la storia della vita.

Forse tornare!

L’indomani filavamo verso Yushu attraverso l’altopiano. L’autista andava a tutta velocità borbottando delle preghiere nelle quali si parlava di loti. Sembrava aver fretta di arrivare, forse di morire. Il mormorio mi cullava ed io, per un effetto di mimetismo, intonavo il Panta Rei di Eraclito, «tutto passa, tutto scorre, tutto scompare» trasformandolo in un salmo di mia invenzione: «Tutto muore, tutto rinasce, tutto ritorna per morire, tutto si nutre di sé». La città era vicina. Già incontravamo dei mendicanti cenciosi che si trascinavano verso il tempio. Loro la pensavano come Eraclito ma non erano contenti di quella fluttuazione generale. Cercavano di acquisire dei meriti per non reincarnarsi in un cane o, cosa ancora peggiore, in un turista. Volevano sottrarsi all’eterna rinascita. Circolare senza tregua era la loro maledizione. L’autista badava a rallentare quando si avvicinava a loro: non voleva aggravare le sue colpe investendo un pellegrino. Io guardavo la folla dal finestrino. La nostra epoca tecnicistica era diventata animale, ossia mobile. Nell’Occidente, il pensiero imperante all’inizio del XXI secolo considerava positive certe cose: per esempio la mobilità degli uomini, la circolazione delle merci, la fluttuazione dei capitali e la fluidità delle idee. «Adesso basta!» ordinavano le autorità della rotonda planetaria. Fino a quel momento le civiltà erano maturate secondo il principio dei vegetali. Bisognava affondare le radici nei secoli passati, assorbire il nutrimento del territorio, costruire dei pilastri e favorire la propria espansione sotto un sole invariabile, proteggendosi dalla pianta vicina con un’adeguata difesa di spine. Adesso le modalità erano cambiate: bisognava muoversi rapidamente e di continuo nelle savane globali. «In marcia, uomini della terra! Circolare! Non c’è più molto da vedere!».

Mentre superavamo l’ultimo passo prima di Yushu, i freni cedettero. L’autista controllò il mezzo in curva con il freno a mano e aumentò il flusso dei suoi mantra. In virtù di un oscuro riflesso buddhista e morboso, appena capì che i freni non rispondevano più prese a spingere l’acceleratore. Ed io, influenzato dal suo fatalismo, lo trovai logico. Che importanza aveva finire, in quel mattino di purezza! Le montagne scintillavano, gli animali dominavano sulle creste dei monti e il nostro incidente non avrebbe cambiato niente nella circolazione delle ultime pantere.

La consolazione del selvaggio

Se non avessi incontrato la pantera, avrei provato una crudele delusione? Tre settimane nell’ozono non erano bastate a uccidere in me l’europeo cartesiano. Continuavo a preferire la realizzazione dei sogni al torpore della speranza.

In caso di insuccesso le filosofie dell’Oriente, riarse sull’altopiano del Tibet o nella fornace del Gange, mi avrebbero fornito una consolazione ottenuta mediante l’esercizio della rinuncia. Se la pantera non fosse venuta, mi sarei rallegrato della sua assenza. Era il metodo fatalista di Peter Matthiessen: vedere la vanità delle cose nel loro essere inaffidabili. Così si regola la volpe di La Fontaine: quando capisce che l’uva è inaccessibile, la disprezza.

Avrei potuto affidarmi alla divinità della Bhagavadgītā. Avrei ubbidito all’ordine di Krishna ad Arjuna: rimani indifferente al successo e al fallimento. Egli mi avrebbe mormorato: «La pantera è davanti a te: rallegrati. E se non c’è, rallegrati ugualmente». Ah, che oppio la Bhagavadgītā! E quanto aveva ragione Krishna nel fare del mondo una distesa piatta battuta dal vento dell’indifferenza, altro nome del sonno!

Oppure sarei tornato al Tao. Avrei considerato l’assenza equivalente alla presenza. Non vedere la pantera sarebbe stato per me un modo di vederla.

In ultima istanza, ci sarebbe stato il Buddha. Il Principe dei giardini rivelava che niente è doloroso come l’attesa. Bastava che mi liberassi del desiderio di sorprendere un animale che corre fra cumuli di pietre.

L’Asia, inesauribile farmacopea morale. Anche l’Occidente aveva i suoi rimedi: uno di tipo cristiano, l’altro di fattura contemporanea. I cattolici cicatrizzavano la sofferenza con una tattica per metà narcisistica e per metà cristica, consistente nel rallegrarsi della propria delusione: «Signore, se non ho visto la pantera significa che non ne sono degno. Ti ringrazio di avermi risparmiato la vanità di un simile incontro». L’uomo moderno invece disponeva di un viatico: la recriminazione. Per non dover ammettere un fallimento, bastava atteggiarsi a vittima. Io, per esempio, avrei potuto lamentarmi così: «Munier ha scelto male i punti dove mettersi alla posta, Marie faceva troppo rumore, i miei genitori mi hanno fatto diventare miope! E poi i ricchi hanno sparato alle pantere, povero me!». Cercare dei colpevoli, oltre ad essere un passatempo, permetteva di evitare l’introspezione.

Ma io non dovevo consolarmi perché avevo incontrato il bel volto dello spirito della pietra. La sua immagine s’era insinuata sotto le mie palpebre e viveva in me. Quando chiudevo gli occhi vedevo quella faccia da gatto altezzoso, quei lineamenti che convergevano verso un muso delicato e terribile. Avevo visto la pantera, avevo rubato il fuoco. Portavo in me il tizzone ardente.

Avevo imparato che la pazienza era una virtù suprema: la più elegante, la più dimenticata. Aiutava ad amare il mondo prima di avere la pretesa di trasformarlo. Invitava a sedersi davanti al palcoscenico per godersi lo spettacolo, anche solo il fremito di una foglia. La pazienza era la reverenza dell’uomo per ciò che è dato.

Quale dote permetteva di dipingere un quadro, di comporre una sonata o una poesia? La pazienza. Essa procurava sempre una ricompensa perché offriva, all’interno della stessa fluttuazione, il rischio di trovare il tempo troppo lungo e il modo per non annoiarsi.

Aspettare era una preghiera. Qualcosa stava arrivando. E se non arrivava niente, voleva dire che non avevamo saputo guardare.

La faccia nascosta

Il mondo era uno scrigno pieno di cose preziose. I gioielli erano rari perché l’uomo aveva fatto man bassa del tesoro. Qualche volta capitava ancora di avere davanti agli occhi un brillante. Allora la terra sfavillava. Il cuore batteva più in fretta, lo spirito si arricchiva di una visione.

Gli animali erano appassionanti in quanto invisibili. Non mi facevo illusioni: era impossibile penetrare il loro mistero. Appartenevano a quelle origini da cui la biologia ci aveva allontanato. La nostra umanità aveva dichiarato loro una guerra totale. L’eliminazione era quasi completa. Noi non avevamo niente da dire a quelle creature e loro si ritiravano. Avevamo trionfato e presto saremmo rimasti soli a chiederci come eravamo riusciti a spazzarle via in così poco tempo.

Munier mi aveva offerto di sollevare un angolo del velo per farmi contemplare i sovrani della terra nel loro vagare. Le ultime pantere, i chiru e gli emioni sopravvivevano ancora, anche se braccati e ridotti a nascondersi. Vederne uno significava contemplare un ordine meraviglioso, ormai scomparso: l’antico patto tra gli animali e gli uomini – gli uni impegnati a sopravvivere, gli altri intenti a comporre i loro poemi e a inventare gli dèi. Per un motivo inesplicabile, Munier ed io sentivamo una nostalgia per quell’antico patto. «Lealtà oscura per le cose cadute».1

La Terra era stata un museo sublime.

Purtroppo l’uomo non ne era il custode.

Chi si apposta deve stare sempre sul chi vive. Quell’esercizio mi aveva rivelato un segreto: è sempre bene regolare al massimo la propria frequenza di ricezione. Non avevo mai vissuto in una vibrazione dei sensi così esasperata come in quelle settimane passate nel Tibet. Tornato a casa, avrei continuato a guardare il mondo con tutte le mie forze, scrutando le zone d’ombra. Poco importava che non ci fosse una pantera all’ordine del giorno. Stare all’erta è uno stile di vita. Così l’esistenza non passa come se niente fosse. Ci si può appostare vicino al tiglio che cresce sotto casa, davanti alle nuvole del cielo e persino a tavola in casa di amici. Nel mondo succedono più cose di quanto non si creda.

L’aereo, enorme veicolo. Quello della mattina ci portò a Chengdu. Léo leggeva. Marie fissava Munier che guardava fuori dall’oblò. Dunque l’amore non consisteva nel guardare «nella stessa direzione». Marie pensava all’avvenire, Munier diceva addio alle pantere. Io pensavo alle mie adorate assenti. Ogni volta che era apparsa una pantera, loro mi avevano donato un piccolo frammento di se stesse.

Chengdu, quindici milioni di abitanti, sconosciuta in Europa. Per i cinesi, una città media. Per noi, una matrice spermatica simile agli incubi di Philip K. Dick, con lampade elettriche che illuminavano le strade, con pezzi di carne appesi ai banchi dei macellai e riflessi nelle pozzanghere.

A mezzanotte camminavamo tra una folla calma, omogenea, che fluttuava in lente ondate. Per me, piccolo borghese francese, era uno strano spettacolo: una massa civile e ordinata avanzava al passo senza slancio marziale, senza che nessuno glielo avesse ordinato.

L’indomani saremmo tornati a Parigi, ma per il momento bisognava far passare quella notte. Ci avviammo verso il parco al centro della città. Munier gridò:

– Lassù!

Un barbagianni fuggiva verso il parco; dei fasci di luce colpivano le sue ali. Anche qui, Munier captava i segnali del mondo naturale. La complicità di un uomo con il mondo animale rende sopportabile il soggiorno nei cimiteri urbani. Raccontai a Marie e a Léo la storia del naufrago polinesiano, Tavae, che per mesi era andato alla deriva nell’oceano Pacifico su un canotto. Ogni giorno aveva guardato il plancton raccolto in un secchio ed era riuscito addirittura a comunicare con i minuscoli animali. Quell’esercizio aveva evitato al naufrago di trovarsi faccia a faccia con se stesso: in altre parole l’aveva salvato dalla depressione.

Guardare un animale era come accostare l’occhio a uno spioncino magico. Dietro la porta, i retromondi. Non ci sono parole per descriverli né pennelli per dipingerli; tutt’al più si può captarne una favilla. William Blake in Proverbi dell’Inferno scrive: «Non capisci? Il più piccolo uccello che fende l’aria è un immenso mondo di delizie precluso ai tuoi cinque sensi!». Sicuro, William! Munier ed io capivamo di non capire. E questo bastava a renderci felici.

Certe volte non era nemmeno necessario vederli, gli animali. La semplice evocazione della loro esistenza era un conforto. Come raccontava Romain Gary all’inizio di Le radici del cielo, i deportati dei campi della morte si erano sostenuti moralmente descrivendo lo spettacolo delle cariche degli elefanti nella savana africana.

Arrivammo al parco dei divertimenti: era affollato. Le giostre giravano, gli altoparlanti vibravano, il vapore dei ravioli velava le luci intermittenti. Persino Pinocchio ne sarebbe stato disgustato. I manifesti non trascuravano di esporre la propaganda del Partito. Il popolo cinese aveva perduto su due fronti. Politicamente, subiva la coercizione socialista. Economicamente, girava nella centrifuga capitalista. Era il tacchino a due teste della farsa moderna, con un martello e un algoritmo sul gagliardetto.

Quanto spazio restava per le civette in un mondo laser? E come potevano tornare le pantere in quel mondo che odiava la solitudine e il silenzio, ultime gioie degli infelici?

Ma dopo tutto perché sentirsi angosciati? C’erano ancora delle meravigliose girandole e un ottimo gelato. Di che ci si poteva lamentare? La fiera continuava, perché non andarci? Che importavano gli animali quando c’era la farandola?

Munier ci pregò perché uscissimo dal parco. Quella confusione gli dava ai nervi. E dire che li aveva saldi. Passando sotto al cancello, indicò il cielo: «Guardate la luna!». Era piena. «È l’ultimo mondo selvaggio a portata del nostro sguardo. Nel parco non la vedevamo per via dei festoni luminosi».

Non sapeva che un anno più tardi i cinesi avrebbero fatto scendere un robot sulla faccia nascosta.

Con la Terra avevamo terminato.

Adesso l’universo avrebbe imparato a conoscere l’uomo.

L’ombra avanzava.

Addio, pantere!

1 Victor Hugo, Castighi.

Indice

La pantera delle nevi

Dedica

Epigrafe

Prefazione

Prima parte. L’avvicinamento

Il motivo

Il centro

Il cerchio

Lo yak

Il lupo

La bellezza

La mediocrità

La vita

La presenza

La semplicità

L’ordine

Seconda parte. Il sagrato

L’evoluzione degli spazi

L’unico e il multiplo

L’istinto e la ragione

La Terra e la carne

Terza parte. L’apparizione

Nient’altro che animali

L’amore nelle valli

L’amore nella foresta

Un gatto in gola

Le arti e gli animali

La prima apparizione

Adagiarsi nello spazio-tempo

Parole per il mondo

Il patto della rinuncia

I figli della valle

La seconda apparizione

La parte degli animali

Il sacrificio dello yak

La paura del buio

La terza apparizione

L’assenso al mondo

L’ultima apparizione

L’eterno ritorno dell’eterno ritorno

La fonte separata

Nella prima zuppa

Forse tornare!

La consolazione del selvaggio

La faccia nascosta