venerdì 9 febbraio 2018


IL MELO SULLA COLLINA (1954)
Philip K. Dick
"Racconti inediti"
Volume primo

(Visionario e allucinato, Philip K. Dick è senza ombra di dubbio uno degli autori più apprezzati della storia del genere fantascientifico. Dick rimane uno dei massimi teorici di una filosofia soggettivistica che non a eguali nel mondo della sf. I suoi maestri sono Pinter e Pirandello e le sue storie raccontano di incubi allucinati in cui il protagonista si ritrova immerso in una realtà mutevole e magmatica, uno scenario infido e alieno in cui nulla è ciò che sembra essere all'apparenza.)
Qualcosa batteva alla finestra, e picchiava continuamente sul vetro. Qualcosa portata dal vento. Batteva debolmente, con insistenza.
Lori, seduta sul divano, faceva finta di non sentire. Strinse il libro che stava leggendo e girò la pagina. Il battito si ripeté, più forte e più perentorio. Non si poteva più ignorarlo.
«Dannazione!» esclamò Lori, gettando il libro sul tavolino e andando di corsa verso la finestra. Afferrò le pesanti maniglie di ottone e la sollevò.
Per un attimo la finestra resistette e poi, con un gemito di protesta, si alzò a fatica. La fredda aria autunnale irruppe nella stanza. La foglia smise di battere, e svolazzò contro il viso della donna, cadendo quindi a terra.
La raccolse. Era vecchia e marrone. Il cuore di Lori perse un battito mentre lei faceva scivolare la foglia nella tasca dei jeans. La foglia irritava e pungeva il suo fianco perchè una parte piuttosto dura e aguzza le si era conficcata nella pelle delicata ed aveva fatto correre un brivido lungo la sua spina dorsale. Lori rimase un momento davanti alla finestra aperta, annusando l'aria. Era piena dell'essenza degli alberi e delle rocce, di grandi massi e di luoghi remoti. Era ora... ora di andare di nuovo. La donna toccò la foglia. Qualcuno la voleva.
Rapidamente Lori lasciò il vasto soggiorno, e attraversò velocemente il corridoio giungendo alla sala da pranzo. Era vuota. L'eco di una risata giunse dalla cucina. Lori aprì la porta della cucina. «Steve?»
Suo marito e suo suocero erano seduti attorno al tavolo, fumando i loro sigari e bevendo del caffè nero fumante. «Che c'è?» le chiese Steve, guardando contrariato la giovane moglie. «Ed e io stiamo facendo dei conti...»
«Io... io vorrei domandarti una cosa».
I due uomini la fissarono; Steven, con i capelli castani e gli occhi neri, pieni dell'ostinata dignità della gente del New England, e suo padre, silenzioso e ritirato in presenza di lei. Ed Patterson la notò appena, mentre sfogliava un mucchio di fatture, rivolgendole l'ampia schiena.
«Di che si tratta?» le chiese Steve con impazienza. «Che cosa vuoi? Non puoi aspettare?»
«Devo andare», disse Lori all'improvviso.
«Andare dove?»
«Fuori». L'ansia la travolse. «Questa è l'ultima volta, te lo prometto. Non uscirò più, dopo questa volta, d'accordo?» Accennò un sorriso, ma il cuore le batteva troppo forte. «Per favore, fammi andare, Steve».
«Dove va?» borbottò Ed.
Infastidito, Steve rispose fra i denti: «Su nelle colline. In qualche vecchio posto abbandonato».
Gli occhi grigi di Ed si illuminarono. «Una fattoria abbandonata?»
«Sì. La conosci?»
«La vecchia fattoria dei Rickley. Si sono trasferiti qualche anno fa. Non riuscivano a far crescere niente, lassù. È tutta roccia. Terra cattiva, un mucchio di argilla e sassi. Adesso il posto è in rovina, tutto ricoperto dalla vegetazione».
«Che tipo di fattoria era?»
«Doveva essere un frutteto, ma non è mai cresciuto un accidente. Solo alberi secchi. È stato solo uno spreco di energie».
Steve guardò l'orologio. «Sarai a casa in tempo per preparare la cena?»
«Sì!» Lori si diresse verso la porta. «Allora posso andare?»
Steve fece una smorfia, come se stesse riflettendo. Lori aspettava impaziente, respirando appena. Non si era mai abituata agli uomini del Vermont e al loro modo di fare lento e ponderato. La gente di Boston era del tutto diversa, e lei aveva frequentato più che altro i giovani del college, con i quali aveva ballato, parlato e riso fino a fare tardi.
«Perchè devi andare lassù?» grugnì Steve.
«Non me lo chiedere, Steve. Lasciami solo andare. Questa è l'ultima volta». Si contorse per la sofferenza, e strinse i pugni. «Ti prego!»
Steve guardò la finestra. Il vento freddo dell'autunno turbinava in mezzo agli alberi. «Va bene. Ma sta per nevicare. Non capisco perchè tu voglia...»
Lori corse a prendere il cappotto nello sgabuzzino. «Sarò di ritorno in tempo per preparare la cena!» gridò felice. Uscì di corsa sul portico, allacciandosi il cappotto con il cuore in tumulto. C'era appena un leggero rossore di eccitazione sulle sue guance quando richiuse la porta dietro di lei, mentre il sangue le pulsava nelle vene.
Il vento freddo la schiaffeggiò e le scompigliò i capelli, quasi volesse aggredirla. Inspirò a fondo e cominciò a scendere i gradini.
Camminò rapidamente lungo il campo verso la brulla distesa di colline. A parte il vento non c'erano altri rumori. Si toccò la tasca. La foglia secca le punse dolorosamente la pelle.
«Sto arrivando...», disse con un filo di voce, un po' spaventata. «Eccomi...»

La donna continuò a salire sempre più in alto. Attraversò una profonda fenditura fra due costoni rocciosi. Grosse radici di vecchi ceppi d'albero spuntavano da ogni parte. Seguì il letto asciutto di un ruscello che seguiva un percorso tortuoso e serpeggiante.
Dopo un po' di tempo si ritrovò in mezzo ad una nebbia bassa. Giunta in cima alla collina si fermò, ansimando, e si guardò indietro.
Qualche goccia di pioggia smuoveva le foglie intorno a lei. Il vento aveva ricominciato a scuotere i grandi vecchi alberi lungo il fianco della collina. Lori si voltò e riprese la marcia a testa bassa, con le mani affondate nelle tasche del cappotto.
Si trovava su un campo roccioso ricoperto da erbacce e foglie morte. Dopo un po' giunse ad un muretto di recinzione crollato e ridotto ad un mucchio di sassi, e lo superò con un salto. Poi raggiunse un pozzo semidistrutto, quasi pieno di terra e detriti.
Il cuore le batteva più forte, palpitando per l'eccitazione. Era quasi arrivata. Oltrepassò i resti di una costruzione, assi di legno ricurve e vetri infranti, e qualche sparso pezzo di mobilio rovinato. Un vecchio pneumatico di automobile cotto e crepato dal sole. Alcuni brandelli di stoffa infradiciata ricoprivano delle vecchie reti rugginose e ripiegate.
Ed eccolo lì... proprio davanti a lei.
Lungo il limitare del campo c'era un bosco di vecchi alberi. Alberi privi di vita, rinseccoliti e morti, magri fusti anneriti che si protendevano nudi verso il cielo. Rami spezzati e infilati nel terreno. File e file di alberi, tutti morti, alcuni ripiegati e pendenti, quasi strappati alla terra dalla violenza continua del vento.
Lori attraversò il campo e giunse fino agli alberi, con i polmoni che le facevano male. Il vento le si scagliava contro senza tregua, gettandole in faccia e dentro il naso la nebbia che sapeva di sporco. La sua pelle delicata era umida e scintillante. Lori tossì e affrettò il passo, saltellando sulle rocce e sulle zolle di terra, e tremando per la paura e per l'aspettativa.
Girò intorno al folto di alberi, sfiorando il ciglio della collina, e si inoltrò con cautela in mezzo all'ammasso scivoloso di rocce. Poi...
Si immobilizzò, irrigidendosi. Il petto andava su e giù per lo sforzo di respirare. «Sono venuta», rantolò.
Per lungo tempo guardò il vecchio melo avvizzito. Non riusciva a distoglierne gli occhi. La vista di quell'albero antico l'affascinava e la respingeva allo stesso tempo. Era l'unico ancora vivo, l'unico di tutto il bosco che avesse ancora una scintilla di vita. Tutti gli altri erano morti, secchi. Avevano perso la forza. Ma quest'albero si aggrappava ancora alla vita.
Era una pianta dura e desolata. Aveva solo qualche foglia scura... e poche mele malconce, rinsecchite e segnate dal vento e dalla nebbia. Erano rimaste attaccate ai rami, dimenticate e neglette. Il terreno intorno all'albero era butterato e brullo, pieno di sassi e di mucchi informi di foglie marce.
«Sono venuta», ripeté Lori. Prese la foglia dalla tasca dei jeans e la protese con un po' di timore. «Questa batteva alla finestra. Ho capito subito, quando l'ho sentita». Sorrise maliziosamente, piegando le labbra rosse. «Continuava a battere, e cercava di entrare. L'ho ignorata. Era così... così impetuosa. Mi dava fastidio».
L'albero ondeggiò minacciosamente e i suoi rami nodosi si toccarono. Qualcosa in quel suono fece retrocedere Lori, mentre il terrore si faceva strada dentro di lei. Corse verso il ciglio della collina, cercando freneticamente di portarsi al sicuro.
«Non farlo», disse con un filo di voce. «Ti prego».
Il vento cessò, e l'albero tornò silenzioso. Per un lungo tempo Lori lo guardò con apprensione.
Stava scendendo la notte, e il cielo diventava rapidamente buio. Una raffica di vento più freddo colpì la donna, facendola quasi cadere. Lei rabbrividì, e cercò di opporre resistenza, stringendosi addosso il lungo cappotto. In lontananza il fondovalle stava scomparendo nell'ombra, occultato dall'enorme nuvola della notte.
In mezzo a quella nebbia scura l'albero aveva un aspetto rigido e sinistro, più minaccioso del solito. Qualche foglia si staccò e il vento la sollevò, facendola mulinare. Una passò accanto a Lori e lei cercò di prenderla, ma la foglia le sfuggì, e tornò quasi danzando verso l'albero. Lei la seguì per un breve tratto e poi si fermò, ansimando e ridendo.
«No», disse con decisione, le mani sui fianchi. «Non lo farò».
Vi fu silenzio. All'improvviso i mucchi di foglie marce si sollevarono in un turbine furioso intorno all'albero. Poi si calmarono, tornando a terra.
«No», disse Lori. «Non ti temo. Tu non puoi farmi del male». Ma il cuore le martellava in petto per la paura. Indietreggiò un poco.
L'albero rimase silenzioso. I suoi rami sottili erano immobili.
Lori trovò il coraggio. «Questa è l'ultima volta che posso venire», affermò. «Steve mi ha detto di non venire più. Non gli piace».
Attese, ma l'albero non rispose.
«Sono seduti in cucina, tutti e due. A fumare sigari e bere caffè. E a fare i conti delle fatture». Arricciò il naso. «Fanno sempre quello. Sommano e sottraggono fatture. Conti. Guadagni e perdite. Tasse governative. La svalutazione dell'attrezzatura».
L'albero non si mosse.
Lori fu scossa da un brivido. Aveva cominciato a piovere, grosse gocce gelate che le scivolavano sulle guance, lungo il collo e dentro l'ampio cappotto.
Si avvicinò all'albero «Non tornerò più. Non ci vedremo più. Questa è l'ultima volta. Volevo dirtelo...»
L'albero si mosse. I suoi rami si animarono di una vita repentina. Lori sentì qualcosa di duro e sottile stringerle la spalla. Qualcosa le si arrotolò attorno alla vita, tirandola in avanti.
Lottò disperatamente, tentando di liberarsi. All'improvviso l'albero la lasciò, e lei indietreggiò incespicando, e ridendo, e tremando per la paura. «No!» rantolò. «Non mi avrai!» Corse verso il ciglio della collina. «Non mi avrai mai più. Capito? E non ho paura di te!»
Rimase in piedi in attesa, rabbrividendo per il freddo e per il timore. Improvvisamente si voltò e scappò via lungo il fianco della collina, scivolando e cadendo sulle pietre viscide, travolta da un terrore cieco. Corse a perdifiato giù per l'erta ripida, afferrandosi alle radici ed alle erbacce...
Qualcosa rotolò accanto alla sua scarpa. Qualcosa di piccolo e duro. Si chinò e la raccolse.
Era una piccola mela avvizzita.
Lori alzò gli occhi su per la collina, verso l'albero, che era quasi scomparso nella nebbia turbinante. Troneggiava, stagliandosi contro il cielo nero, immobile e saldo come un pilastro.
Lori infilò la mela nella tasca del cappotto e continuò a discendere lungo il fianco della collina. Quando raggiunse il fondovalle tirò fuori la mela dalla tasca.
Era tardi. Cominciava a sentire fame. Le vennero in mente all'improvviso la cena, la cucina calda, la tovaglia bianca del tavolo, lo stufato fumante e i biscotti.
Mentre camminava cominciò a mordicchiare la piccola mela.

Lori si alzò a sedere nel letto, tirandosi via di dosso le coperte. La casa era buia e silenziosa, e pochi rumori notturni giungevano debolmente da lontano. Era mezzanotte passata. Steven dormiva tranquillamente accanto a lei, girato dalla parte opposta.
Che cosa l'aveva svegliata? Lori scosse la testa, scostandosi dagli occhi i lunghi capelli neri. Che cosa...
Uno spasimo di dolore le esplose dentro. Ansimò e si portò le mani allo stomaco. Per un po'di tempo si torse in silenzio, stringendo i denti e dondolandosi avanti e indietro.
Il dolore svanì, e Lori si piegò all'indietro, emettendo un debole grido, appena udibile. «Steve...»
Steve si mosse e si girò un poco, russando nel sonno.
Il dolore tornò. Più forte di prima. Lei cadde a faccia avanti, stravolta dal dolore che sembrava lacerarla, e strapparle le viscere. Urlò tutta la sua paura e il suo tormento.
Steve balzò a sedere. «Per l'amor del cielo...» Si strofinò gli occhi e accese la luce. «Che diavolo...»
Lori giaceva sul fianco, ansimando e gemendo, con gli occhi sbarrati e i pugni stretti premuti sullo stomaco. Il dolore era spasmodico e bruciante, la divorava e la consumava.
«Lori!» esclamò Steven con voce roca. «Cosa c'è?»
Lei gridò, e gridò ancora, finché tutta la casa non rimbombò delle sue urla. Scivolò dal letto sul pavimento, contorcendo tutto il corpo, stravolta in viso.
Ed giunse di corsa nella stanza, stringendosi addosso l'accappatoio. «Cosa succede?»
I due uomini fissarono impotenti la donna stesa sul pavimento.
«Buon Dio», disse Ed, e chiuse gli occhi.

La giornata era fredda e buia. La neve cadeva silenziosa sulle strade e sulle case, e sopra l'ospedale della provincia dai mattoni rossi. Il dottor Blair percorse lentamente il vialetto di ghiaia diretto verso la sua Ford. Salì a bordo e girò la chiave di accensione. Il motore si accese e lui tolse il freno a mano.
«La chiamerò più tardi», disse il dottor Blair. «Ci sono alcune incombenze».
«Lo so», mormorò Steve. Era ancora sbalordito, e aveva il viso rosso e gonfio per non aver dormito.
«Le ho lasciato dei sedativi. Cerchi di riposare un po'».
«Lei pensa», gli chiese all'improvviso Steve, «che se le avessimo telefonato prima...»
«No». Blair lo guardò con comprensione. «Non lo credo. In un caso come questo non ci sono molte possibilità. Non nella fase critica».
«Allora è stata un'appendicite?»
Blair annuì. «Sì».
«Se non abitassimo così dannatamente lontani», disse amaramente Steve. «Sperduti in mezzo alla campagna. Niente ospedale. Niente di niente. A chilometri di distanza da una città. E all'inizio non ci eravamo resi conto che...»
«Be', ormai non c'è più niente da fare». La Ford si mosse appena. Il dottore fu colto da un pensiero improvviso. «Un'altra cosa».
«Cosa?» disse Steven, con espressione vacua.
Blair esitò. «L'autopsia... Non penso che in questo caso ce ne sia bisogno. Ne sono convinto ma... volevo chiederle...»
«Cosa?»
«C'è qualcosa che sua moglie può aver inghiottito? Metteva qualcosa in bocca? Degli aghi, magari, mentre cuciva. O spille, monete, qualcosa del genere? Semi? Ha mangiato un'anguria? A volte l'appendice...»
«No». Steve scosse stancamente la testa. «Non lo so».
«Era soltanto un'idea». Il dottor Blair guidò lentamente lungo la stretta strada costeggiata dagli alberi, lasciando due segni neri, due righe sul terreno che macchiarono il manto pallido e scintillante di neve.

Giunse la primavera, calda e assolata. Il terreno tornò ad essere nero e fertile. In alto splendeva il sole, un globo bianco e rovente, pieno di energia.
«Fermati qui», mormorò Steve.
Ed Patterson fermò l'automobile sul lato della strada e spense il motore. I due uomini rimasero seduti in silenzio, senza che nessuno dicesse una parola.
In fondo alla strada c'erano dei bambini che giocavano. Uno studente di liceo stava rasando un prato, spingendo la falciatrice sull'erba umida. La strada era ombreggiata dai grandi alberi che crescevano lungo i lati.
«Un bel posto», disse Ed.
Steve annuì senza rispondere. Era di cattivo umore; guardò una ragazza che passava vicino con una borsa della spesa sotto il braccio. La ragazza salì i gradini di un portico e scomparve all'interno di una casa gialla in stile antico.
Steve aprì la portiera. «Andiamo. Facciamola finita».
Ed prese la corona di fiori dal sedile posteriore e la mise in grembo al figlio. «Dovrai portarla tu. Tocca a te».
«D'accordo». Steve prese i fiori e mise i piedi a terra.
I due uomini percorsero insieme la strada, silenziosi e immersi nei loro pensieri.
«Ormai sono sette o otto mesi», disse all'improvviso Steve.
«Come minimo». Mentre camminavano Ed si accese il sigaro, emettendo sbuffate di fumo grigio. «Forse un po' di più».
«Non avrei mai dovuto permetterle di andare lassù. Era sempre vissuta in città, e non sapeva niente della campagna».
«Sarebbe successo comunque».
«Se fossimo stati più vicini a un ospedale...»
«Il dottore ha detto che non avrebbe fatto nessuna differenza. Anche se lo avessimo chiamato subito invece di aspettare la mattina». Giunti all'angolo svoltarono. «E come sai...»
«Lascia perdere», lo interruppe Steve, improvvisamente nervoso.
I rumori dei bambini erano svaniti alle loro spalle, e le case erano scomparse. Il rumore dei loro passi sull'asfalto rimbombava nel silenzio.
Giunsero ad una piccola salita, oltre la quale c'era un grosso recinto di ottone che correva lungo un piccolo campo. Un campo verde, pulito e regolare. Attraversato da lapidi di marmo sistemate in file regolari.
«Siamo arrivati», disse Steve a denti stretti.
«Lo tengono bene».
«Si può entrare da questa parte?»
«Proviamo». Ed cominciò a camminare lungo il recinto di ottone in cerca di un ingresso.
Steve si fermò di scatto borbottando qualcosa, e fissò il cimitero, bianco in volto. «Guarda».
«Cosa c'è?» Ed si infilò gli occhiali per vedere. «Che stai guardando?»
«Avevo ragione», disse Steve con voce bassa e indistinta. «Lo sapevo che c'era qualcosa. L'ultima volta che sono venuto qui... l'ho visto. Lo vedi?»
«Non ne sono sicuro. Vedo l'albero, se è quello che vuoi dire».
Nel mezzo del prato ben rasato il piccolo melo si ergeva orgoglioso. Le foglie lucide scintillavano alla calda luce del sole. Il giovane albero era forte e florido. Ondeggiava sicuro al vento, il tronco flessibile inumidito dalla dolce linfa primaverile.
«Sono rosse», disse Steve con voce soffocata. «Sono già rosse. Come diavolo fanno ad essere rosse? È solo aprile. Come possono essere già così rosse?»
«Non lo so», disse Ed. «Non mi intendo di mele». Uno strano senso di freddo lo attraversò. Ma i cimiteri lo facevano sentire a disagio. «Forse sarebbe meglio andarcene».
«Le sue guance erano di quel colore», disse Steve, con un filo di voce. «Dopo che aveva corso. Ti ricordi?»
I due uomini fissarono come istupiditi il piccolo melo, i suoi frutti rossi e brillanti al sole primaverile e i rami che si agitavano dolcemente al vento.
«Certo che me ne ricordo», rispose Ed, serio. «Andiamo». Tirò insistentemente il figlio per un braccio, dimenticando la corona di fiori. «Dai, Steve. Andiamocene di qui».