LE MENZOGNE DELLA NOTTE
Gesualdo Bufalino
Recensione
Vale Flip
Comincerò dal finale perché , avendo letto vari commenti , lo aspettavo con curiosità. È un finale grandioso , un "Va pensiero" , un coro d'opera...
Finale che raccoglie in una mano le incertezze e le certezze assurde , il sogno e la realtà, il vero ed il falso , i palpiti , i segreti dolori ...la vita insomma di Consalvo de Ritis (deus ex machina degli accadimenti raccontati ) .
Finale che è pure "dubitoso", irridente , destabilizzante rispetto all'intera narrazione fatta in precedenza .
Dirò inoltre che l'inizio presenta quattro condannati a morte per lo stesso reato , relegati in un'isola rocciosa ed "inevadibile" , colti nelle loro ultime ore di vita . Ognuno di loro parlerà brevemente di sé e racconterà l'episodio che vorrà avere dentro gli occhi al momento della fine . "Ognuno racconti di sé. Per esempio , quando e come , in un discrimine della sua esistenza , sia stato per avventura , o si sia creduto , o altri l'abbia creduto felice . E quale effigie egli scelga , fra i suoi giorni dilapidati , per fissarsela sotto le palpebre nell'istante che il suo collo sarà infilato nel tondo e un filo freddo di lama a precipizio lo scannerà. "
Il resto sta nel finale .
La modalità di scrittura di quest'autore io l'ho trovata ...eccitante ; termine inconsueto ma è pure inconsueto il suo linguaggio ricco di parole strane o inventate per meglio esprimere un colore , un suono , una fantasia , un'emozione del momento . Oh , me le sono godute e sottolineate le sue parole "difformi" , parole di una scrittura che mi ha incantata : una festa , davvero .
Riassunto
In un’isola penitenziaria mediterranea, in epoca borbonica, quattro condannati a morte raccontano le proprie vite rivoluzionarie. Fra’ Cirillo, un anziano brigante, fa da mediatore a questi racconti, che sono intermezzati da pause di dialoghi e discussioni. Sui quattro uomini incombe una allettante proposta: chi rivelerà, in segreto, il nome del capo rivoluzionario detto Padreterno, salverà la vita a sé e agli altri tre condannati. Nessuno vuole fare la prima mossa, ma ognuno spera che fra loro ci sia un vigliacco. Dopo aver sentito le prime esperienze d’amore del giovane Narciso, la vita del barone Ingafù e del fratello cadetto, il parricidio da parte di Agesilao e un importante tradimento del poeta Saglimbeni, si scoprirà che non tutto è in verità come sembra.
LE MENZOGNE DELLA NOTTE
I
DOVE
Mangiarono pochissimo o niente. Le portate, sebbene più ricche dell’ordinario, per come s’era ingegnato di condirle un secondino volenteroso, avevano un sapore nemico, né v’era boccone che in gola non diventasse una cenere. L’inappetenza, si sa, è d’obbligo nelle serate d’addio. Per cui, essendo l’esecuzione fissata ai primi barlumi dell’indomani, il barone non finiva di accalorarsi per questa ipocrisia di concedere ai condannati inutili ghiottonerie, mentre non s’aveva scrupolo di attossicargliele col pensiero della scadenza imminente.
“A pancia vuota non sarà un bel morire,” si lamentò. “Così di buon mattino, poi! Quando la luce ci appassiona di più…”
Saglimbeni gli diede ragione nei suoi soliti poetici modi: “In effetti il tramonto sarebbe un’ora più acconcia. Col mezzo lutto, le nuvole basse, le ombre cremisi e viola che persuadono umanamente alla quiete. Così, viceversa, ci parrà di subire un insopportabile sfratto.”
Il soldato non disse nulla e pareva guardarsi le scarpe. S’era tirato sul collo il bavero del camiciotto, come se avesse freddo. Ma Narciso: “Sera o mattina, che differenza fa?” balbettò e senza educazione si mise a piangere.
La fortezza è nell’isola l’unico sito abitato. Si dice isola e si dovrebbe dir scoglio. Poiché non si tratta d’altro che d’uno scoglio di tufi, cresciuto su se medesimo in forma di enorme naso; faticosamente acclive qua e là; più spesso precipite in nudi dirupi. Un canale lo separa dal continente, di larghezza pari alla gittata d’un occhio buono. Con tutto ciò la traversata, sia malizia di correnti o di venti, rimane impervia ai battelli, interdetta affatto alle braccia del nuotatore; né si conosce un evaso le cui spoglie non siano state raccolte, sudicie d’alghe, e martoriate dai pesci, sulle punte di Capo Nero.
Corre, il circuito del luogo, per un miglio, un miglio e mezzo. Radi semi vi crescono sopra, portati dall’aria, là dove il terreno tollera il cappero e la santoreggia. Non vi pascolano bestie, tranne capre di poco latte e una torma d’asini senza padrone, i quali scorrazzano lungo la spiaggia ai piedi dei faraglioni, e se n’ode, lagnoso e notturno, il raglio per tutti i gelati gennai…
Salendo quindi per un avvolto sentiero, lo sguardo coglie da una parte lo sterminio del mare largo, un’innumerevole ondulazione di blu, fin dove l’orizzonte occidentale la chiude; dall’altra, di là del braccio d’acqua, la terraferma, su cui s’intravvede, disposto ad arco, un porto di case nane, deserto di persone e di moto. Altrettanto deserto il cielo, non fosse un solitario volatile che viaggia fra isola e Regno, postino di misteriose sentenze.
Quando infine, un tornante dopo l’altro, si sia guadagnata l’altura, il naso di cui si diceva si tronca di colpo in un piano e ne dislaga la fortezza nella potenza dei suoi bastioni, un’inerzia di sodo granito, il cui unico screzio è la bussola dell’ingresso. Varcata la quale, non senza che uomini d’arme v’abbiano intimato l’alto e richiesta la parola, se v’inoltrate scambiando sulle selci i piedi ormai stanchi, non s’è spento alle vostre spalle lo strido dei gangheri che la vista d’una lapide su un archi
volto col suo inflessibile distico v’impaura a un tempo e conforta:
Donec sancta Themis scelerum tot monstra catenis
vincta tenet, stat res, stat tuta tibi domus.
Ne andate rimuginando il senso, mentre scorrete il cortile, ora badando a scansare le buche che lo trapungono e smaltiscono l’acqua piovana, ora mirando la cappelletta che vi s’accampa nel mezzo, adibita agli uffici sacri, necessarissimi in una condizione dove si è vivi per caso e le occasioni micidiali son tante: vuoi la cronica dissenteria che affligge i reclusi; vuoi l’immanità dei compagni, facilmente irruenti al coltello; vuoi la pena del capo, irrogata a discrezione del Governatore, anche per misfatti da poco.
Ai quattro angoli dello spiazzo altrettante garitte riparano le guardie dalle meteore e otto lampioni a gas gli rischiarano la notte. Sebbene il profosso si sia più volte doluto d’un rimasuglio d’ombra intatta, propizio alle male intenzioni. Al che l’ufficiale di sussistenza: “Scappino pure, se sono da tanto. Bocche in meno da sfamare per noi. Carne da spaccio per le orche del mare.”
Più in generale, e immaginosamente parlando, l’andamento dell’edifizio simula le branche d’uno scorpione, che si stringano quasi a toccarsi, lasciando spazio appena a un’imboccatura carraia. Di qui, chi levi lo sguardo in direzione del maschio, appaiono le mura a picco, con cento feritoie di cento segrete, e cento facce di spettri all’affaccio, curiose del nuovo venuto.
“Una residenza pompeiana,” fu lo scherzo di Saglimbeni, nell’atto di oltrepassare la saracinesca. “Spalle al mondo, belvedere sugli agi di dentro. Un Sans-Souci, insomma, una villeggiatura per Eccellenze…”
L’attuario s’offese senza capire, che s’alleviava più in là
la vescica, e venne a ribadirgli l’indice manco col pollice destro nelle manette. D’altronde bastarono cinque minuti perché il prigioniero, assaggiando il vigore del sole sui tetti di piombo spioventi, s’accorgesse di trovarsi, bolgia più bolgia meno, all’inferno.
I locali del pianterreno, vi s’accede da un loggiato di colonne ossia galleria, e servono agli usi militari e civili. Volendone aver cognizione e rassegnandoli criticamente all’ingiro, primo occorre il corpo di guardia, spesso tumultuoso di voci, con panchetti, rastrelliere, buffetterie di riserva; quindi l’armeria, chiamata per gloria “arsenale”; quindi, di seguito, la falegnameria, la fucina, il camerino disciplinare, vale a dire delle torture; l’astanteria, col gabinetto del medico; il magazzino dei panni, odoroso di canapa; la taverna; il forno o panatico; la cucina o focone; la fureria; la latrina; il quartiere delle milizie. Infine, là dove fanno capo avvallandosi sette scalini, la porta bassa del sotterraneo rinserra un incorreggibile, mezzo uscito di senno, il quale intona tutte le albe, a imitazione del canto del gallo, uno stridulo chicchirichì…
Toccherebbe al Governatore un’ala intera del primo piano. Ma lui, vedovo antico e valetudinario, s’è ristretto volentieri in tre stanze, abbandonando le altre contigue all’uso degli ufficiali. Una benignità incitata dal calcolo, col solo fine di poter travestire da visite di cortesia le più indiscrete ispezioni. Sennonché il suo domicilio si riconosce dalle due bandiere al vento che sporgono d’in su i balconi: il labaro bianco, coi gigli del re; l’insegna gialla del reggimento, col grifone nero istoriato a mo’ di scudetto e tutt’intorno i nomi delle famose vittorie.
Epiche ricordanze, ma poco se ne impressionano i passeri che hanno eletto le aste per trespoli da riposo, prima di salirsene a pigolare contro le grate. Qui, sugli sporti delle finestre, un gruzzolo di briciole, sparsovi dai coatti per scordarsi dell’esser soli, ad ogni levata del giorno li aspetta. Donde, resi domestici e arditi, s’insinuano attraverso le sbarre dentro le celle più amiche, perfino spilluzzicando a taluno nel palmo o scherzandogli sul cranio raso o indugiando curiosi sulle più misere suppellettili… Finché non li richiami l’azzurro del cielo e non tornino a batter l’ali, loro che possono, fuori.
Le celle, diciamo un po’ delle celle.
Oblunghe e cieche, con un unico orifizio lassù, dove si giunge facendosi staffa delle mani d’un altro e con magra visione del basso, essendone gli strombi ad arte obliqui, sì da precluderla, quasi.
Il pavimento misura tredici palmi per diciassette e contiene, contate una dopo l’altra per passatempo, cinquantuno lastre di pece, che gli eccessi, così del caldo come del freddo, fanno stranamente sudare. Quattro i tavolacci, che si appoggiano alla parete durante le ore di luce e si mettono giù la sera, dirimpettai; fra essi un corridoio viabile, campo di battaglie serali, dove in brevissimo spazio si scontrano e sfogano gli affetti più disordinati: cupe collere e disperate lusinghe.
Una lampa d’olio perpetua, quanto basta alla conta dei colpi di dadi, pende da un cavicchio ficcato nel muro. Sopra di essa un’immagine della Vergine del Soccorso, incollata con saliva e mollica di pane, ascolta un alternarsi di vituperi e preghiere. Affumacchiata, peraltro, e nera, ostello di minuscoli ragni che più la pigrizia che la misericordia risparmia.
Umidi i muri e di cascante intonaco: quel che ci vuole per distaccarne una scaglia di gesso e con essa giocare a fingere sul pavimento figure. A meno che non si preferisca, senza fiducia di poterlo finire, tessere un cappello di paglia con la paglia dei pagliericci…
Quanto ad arredi v’è poco: quattro cippi di pietra ad uso di seggiole, radicati nel pavimento, che non divengano armi; in un angolo un orcio, graffito di cuori e coltelli; una porta di quercia, bullonata di ferro e munita d’un occhio di bue, per spionaggio e contrappello perpetuo, nonché d’uno sportello che s’apre da fuori, veicolo così della gamella di sbobba che del cantaro dei bisogni. A vuotare il quale, per la verità, dentro tinozze sospese a due spranghe di legno, non sono adibiti piantoni o altro militare di truppa, bensì due o tre borghesi, rei di esangui e poco atroci reati, felici, pur nella sozzura dell’incombenza, di potersi sgranchire le gambe lungo gl’interminabili corridoi e scambiar motto coi meno avventurati compagni. Sobbarcandosi a fare, talvolta, da clandestini corrieri fra loro, che è agli occhi del fisco imperdonabile crimine; di cui non è raro che paghino il prezzo sotto una scarica di moschetti. Ciò che è valso al Governatore il nomignolo, fresco di moda, di quel basso d’opera: Sparafucile.
Quassù del Regno e del re nessuna notizia. Sanno solo dai picchi sui muri, come da tamburi lontani, che alla regina è nato un erede morto e che dunque, morisse il re…
Sanno anche del mare, per il frastuono che ne ascoltano, nei giorni bruschi, contro le fondazioni dell’isola; ma sanno anche del cielo, come appare a scacchi nello spiraglio a bocca di lupo e trapassa d’uno in altro colore, carnicino, grigio o di perla, secondo le vicende delle ore e delle stagioni. Sanno delle stelle e dei loro cammini; d’una nuvola puntuale per mesi, ogni mezzogiorno, in figura di tenace speranza, quindi scioltasi d’improvviso come si scioglie un fiocco nei capelli d’una bambina che corre; una nuvola scomparsa, alfine, e mai più ricomparsa. Sanno che qualcuno li pensa ancora oltremare, posto ch’è consentito (ipocrita longanimità!) di ricevere, una volta al mese, regali: tabacco da pipa, ricambi di biancheria, il comodo per il caffè, una Bibbia poliglotta… Perfino un calamaio d’ottone, una volta. Incongruo per due ragioni: per esser vacante d’inchiostro; e per il divieto di scrivere. Sanno, soprattutto, che la Forza non si è scordata di loro, ma si muove lentamente, dietro scanni lontani, verso un esito di ceralacche e di firme ch’è la foce stessa (un ronzio nelle orecchie ne indica l’approssimarsi) della loro storia terrena.
Sognano, frattanto, del Regno: le strade, i boschi, le grasse pianure, dove talvolta, passando a cavallo, vedevano un bove solitario all’aratro, e dietro ad esso una figuretta fanciulla, di gambe nude, col fazzoletto annodato sul biondo del capo, e lei salutava, e loro rispondevano con la mano, ed era come baciarsi… gli odeon, i politeami con le mille luci profuse sui marciapiedi, i visi di dame nel fumatoio, lucidi di giovinezza e salute, i valzer, i ventagli, le carrozze, gli arrivederci con gli occhi a cercarsi nella folla, prima che uno schiocco di frusta spartisse i destini nel buio… e la rabbiosa felicità d’essere vivi, di sentirsi la compagine delle membra fluida d’un sangue esatto, calda d’un calore fedele, gonfia di parole e favole; armoniosa, forse immortale!
Li sveglia nel cuore della notte, prima l’uno poi l’altro, un allarme dietro la fronte, che non s’è lasciato ingannare da nessuna amichevole luna e pretende di ricordare a ciascuno, con una precisione di pendola, il numero di giorni, ore e minuti, che rimangono da vivere. Li sveglia e il primo riverbero d’umido sole li sorprende sempre così, con gli occhi al soffitto, metà imbrattati di sogni, metà di paura, intenti a tracciare fra le travi linee di forza e di fuga, un intreccio di svincoli, botole e crepe, alla fine dei quali li attenda una felice assenza di peso, un’aerea dissennatezza, un sentimento di volo che nel loro idioma mentale, non scritto né detto, corrisponde all’idea, così virginea e sorgiva, di libertà.
II
IL CHI E IL QUALE
Chi siano i quattro e come giunti al repentaglio presente, se ne rinfresca la memoria il governatore Consalvo De Ritis al lume d’una candela, fra un accesso e l’altro della sua tabe. Non compulsa per questo l’ingente biblioteca dei protocolli e costituti, dove si diligenzia la cospirazione in extenso; bensì, con la vista guercia che gli rimane, scorre in un calepino i corricoli di ciascuno, che una virtuosa penna d’adiutore ha redatti e alla perfezione dei quali non manca ormai che l’amen di un’ultima data.
I corricoli suonano, se li leggiamo dietro le sue spalle, così:
CORRADO INGAFÙ, dei baroni di Letojanni, fra i sodali chiamato Didimo, è persona d’età provetta, di statura mezzana, di corpo lento. Il viso è lungo, macilento, barbato. Il pelo castagno, ma inframezzato di bianco. Il naturale in apparenza dolce, ma sotto la buccia corrivo ai più pravi ed enormi divisamenti. Di nobile famiglia, lungamente vissuto da fannullone pacifico a corte fino al giorno che, invaso da un estro, in odio ai suoi pari traviò.
Da allora, seguendo l’esempio d’altre teste bollenti, imprese a viaggiare oltremonte, dove dicono aver contratta la peste settaria e donde tornò con viso ilare e strano, loquacissimo, mentre prima amava tacere. Poco passò che si seppe allo sbando, arruolato nella combriccola che ha messo a fuoco il paese, e quivi tanto incallirsi da diventare luogotenente di quel capo nascosto che chiamano Padreterno.
Così molti anni per boschi e strade maestre, fattosi in tutto malfattore e assassino. Sempre eccitando al mal talento le plebi sotto colore di momentanei disgravi. Introvabile, avendo scaltrezza di non fermarsi in nessuna regione, ma di scorrere dall’una all’altra in comitiva, soccorso da intelligenza coi maliziosi del luogo. Non sdegnando qualche covile nella stessa città capitale, donde muoversi volpino in danno della Corona.
Un indizio lo denunzia, sebbene bisognerebbe stargli appresso gran pezza per averne flagrante riscontro: che sente singolare nausea dei temporali, sì da gemere e nascondersi negli armadi al medesimo modo d’un fanciullino. Il che sia noto ad ogni oste per trarne sospetto nel caso d’ospite ignoto.
D’altra mano e d’inchiostro più fresco
Catturato fra la folla, addì 7 febbraio, subito dopo la strage, usto lui stesso da una scheggia della macchina infernale e con le vesti sapide ancora di polvere. Reo confesso di Lesa Maestà, condannato dalla Corte di Vicaria al quarto grado del pubblico esempio, addì 12 ottobre.
Da eseguirsi in fortezza, mediante decollazione, addì…
SAGLIMBENI, sedicente poeta, è sedizioso fra i più tenebrosi, di cui il vero nome s’ignora. Anni, dimostra quaranta. Della patria, chi lo dice corso d’Ajaccio, chi napoletano di Casamicciola. Di mestiere, chi lo dice tipografo, chi professore. Poeta lo chiamano tutti per essere autore di canzoni pasquine contro il Trono e l’Altare, le quali si spacciano per evangeli dalle semplici bocche del volgo.
Di parola copiosa e molle, persuasiva di male; di corpo proporzionato e prestante, sebbene un poco sul pingue; di cipiglio benevolo, d’aria piena e colorita, con occhi che paiono ridere. Viso rotondo, donnescamente pelato, così come di femmina sono le cure minute della persona che antepone a qualunque urgenza, e se ne narrano tratti che hanno dell’incredibile. Come che, circondato dalla milizia, potendo avvisato salvarsi, al barbiere ordinò che non smettesse di acconciargli i capelli, ugualmente scampando quindi su per i tetti con temerario scavalco.
Maestoso avventuriero se mai ve ne furono. Che un giorno si finse pronto all’emenda e si diè nelle mani del giudice Sbezzi, promettendogli confessione plenaria nelle più intime stanze. Da cui, contraffatto da dama, s’involò senza pena, dopo averlo accecato col pepe nell’atto che gli offriva la tabacchiera da naso.
Amante della musica, suole aggirarsi per palchi e ridotti e spargerli di coccarde e foglietti eversivi. Qui si consiglia investigarlo alla polizia criminale.
D’altra mano e d’inchiostro più fresco
Catturato tre giorni dopo la strage sulle scalinate dell’Opera, la sera della recita degli Orazi e Curiazi.
Reo confesso di Lesa Maestà. Condannato dalla Corte di Vicaria al quarto grado del pubblico esempio, addì 12 ottobre.
Da eseguirsi in fortezza, mediante decollazione, addì…
AGESILAO DEGLI INCERTI, soldato, trent’anni. Di natali bastardi, esposto dalla sconosciuta madre alla ruota, crebbe in collegio d’orfani e pareva avviarsi alla Chiesa, ma all’impensata, quando stava sui sedici anni, scappò per iscriversi nell’esercito sotto onomastico finto, fintamente crescendosi gli anni. Così fece parte dell’ultima guerra macedone con mostrine di granatiere; sennonché, per disprezzo dell’ubbidienza fattosi odioso d’un ufficiale, entrò in tanta ira contro di lui da spegnerlo e, spento, mutilarlo sconciamente delle pudende, salvandosi quindi dai ceppi nel trambusto d’un assalto nemico. Né più se n’ebbe notizia salvo qui, nel Regno, per aver disarmato in tre paesi la Guardia Civica e spalancate le carceri, al seguito, sempre, del barone Ingafù di cui lo dicono proselito e docile.
Di volante immaginazione, che scorre dalla più ragazzesca speranza allo sconforto più inerte; di mente obliqua, che si diletta d’ogni sottile argomento, Dio, lo Stato, la natura dell’Uomo… ma sempre in forma di doloroso sofisma, traendone incitamenti diversi: ora di efferati spropositi, ora di arcane pietà. Supposto per la sua pratica antica di micce, mine e simili munizioni di zolfo e nitro, operaio principale dell’artificio esploso con tanta effusione di sangue sotto il Palco Reale nel giorno del Giubileo, addì 7 febbraio. Di viso grosso, d’occhi cervini, di statura eccedente la regola. Da riconoscere per un tatuaggio d’insetto, che porta ricamato sul braccio all’uso dei marinai.
D’altra mano e d’inchiostro più fresco
Catturato addì 9 febbraio nella camera d’albergo dove era corso dopo la strage.
Reo confesso di Lesa Maestà, condannato dalla Corte di Vicaria al quarto grado del pubblico esempio, addì 12 ottobre.
Da eseguirsi in fortezza, mediante decollazione, addì…
NARCISO LUCIFORA, studente. D’età indecisa, ma giovinetto nelle apparenze, ancorché forse meno che non appaia. Sin dai più teneri giorni caldo di sensi ribelli contro qualunque potestà di terra e di cielo; da darne pubblico scandalo, nei caffè e nei fori non solo, ma più volte durante processioni e ostensioni sacre.
Di Venere amorosissimo, a ciò portato dalla figura che possiede di strana forza e avvenenza, delicata a un tempo e membruta, al modo stesso d’un Ercole Apollo. Ha spalle quadre, gambe snelle, capelli ricci e morati, sennonché porta rasa la collottola a pelle. Manutengolo e pedissequo del Saglimbeni, l’asseconda in qualunque cimento, ottenendone, sebbene garzone, d’essere a giorno della Cabala e di far parte del Direttorio repubblicano, ch’essi tutti per celia chiamano Sant’Uffizio, e che sta nel medio fra il Capo occulto e gli adepti.
L’ultima volta che fu visto da presso, fu in sull’uscire dal palazzo Linares, dove s’era introdotto per una finestra terranea, non si sa se a rubare arredi o un onore di femmina. Inseguito, con improvviso slancio scampò. Portava allora sotto la spolverina d’indiana fiorata una camiciola turchina, pantaloni di albagio, scarpe ai piedi cittadine e leggere.
D’altra mano e d’inchiostro più fresco
Catturato fra la folla, addì 7 febbraio, in compagnia del barone. Portava addosso di gran carte sparse di numeri arabici, a guisa di linguaggio celato. Escusso delle quali, si difese ch’erano note di memoria per esser lui passionato oltremodo del gioco del lotto; quindi, variamente burlandosi del cancelliere, ch’erano lettere d’amore d’impudico tenore, che mai avrebbe svelato per ossequio alla pulizia delle nostre orecchie…
Reo confesso di Lesa Maestà, condannato dalla Corte di Vicaria al quarto grado del pubblico esempio, addì 12 ottobre.
Da eseguirsi in fortezza, mediante decollazione, addì…
Il Governatore è stanco di leggere. S’è disteso di traverso sul canapè, vestito, con gli stivali ai piedi, le cui punte, laggiù, gli appaiono lontanissime: di un altro, di un ammazzato. Le osserva con l’unico occhio e gli pare di scorgervi lungo l’orlo, rappresi, due o tre spruzzi di fango (“Com’è venuto presto, l’inverno,” pensa. “Balestra mi sentirà… Ha smesso lo zelo d’un tempo, la bestia… Dio, che male qui al capo… Non durerò…”); con l’altro, orbo sotto la benda, fissa un immutabile nero, dove da trent'anni ha sede la seconda metà, la più vera, dell’esistenza. Vorrebbe chiamare Balestra per nome, ma non ha voce che basti. Allora impugna sul comodino la campanella, finché l’attendente non sopravvenga, con una falsa premura sul viso, una faccia di servo mansa e camusa, destinata a campare chissà quanto dopo di lui. Che servirebbe sgridarlo? Rinunzia, chiede solo il monocolo e quella busta sullo scrittoio, che la sistemi sulla seggiola accanto al letto (“Dio, che male,” pensa. “Ho un topo nel cacio dell’ossa… Non durerò.”) e gli accosti il moccolo dalla parte dell’occhio buono.
Trae dalla busta un foglio simile agli altri di prima ma stretto da una funicella speciale. Non fa in tempo a slegarla che già un nuovo parossismo lo coglie e gli storce la bocca, lo distrae dalla stanza, gliene slarga le mura…
Gli sembra di camminare per un antico giardino, fra siepi di leandri, in un’aria aromatica e languida. Il viale è talmente angusto che dà passo a una sola persona e questo gl’ispira un senso di sicurezza e letizia, come in un puerile gioco a nascondersi. Lui cammina verso un viso che lo aspetta, il viso di sua moglie, lo stesso del primo incontro, la sera di un galà dei Lancieri, piccolo, ansioso e radioso viso fra due battiti di ventaglio. “Baciami,” ode in un soffio e corre verso quel bacio, ma sente sotto le labbra le labbra sformarsi d’ulcere e croste. Se ne stacca raccapricciando, una tenebra ingoia la statura gobba di lei. Ma non prima che gli abbia gridato: “Saprò pagartene un giorno!”, facendo atto da lontano di stringergli al collo entrambe le mani, a simulare uno strangolamento.
Qui lui sente mancarsi sotto le piante il terreno. Precipita, ora, in un fulminio di neri bagliori, verso il fondo d’un trabocchetto, un pozzo colmo di pioggia, non sa se rossa di vino o di sangue, dove infine fra alti zampilli sprofonda. Un colpo di calcagno lo riporta a fiore per poco: nuota con grandi bracciate, ma più sono grandi più affoga… A questo punto, solamente sudato ma sazio di sudore come una spugna, si sveglia.
“Sacro Cuore di Gesù, Sacro Cuore,” invoca senza suono e con unghie ansiose si sbottona la giubba; poiché gli alamari resistono un poco, li strappa.
Il dente del dolore non smette di rosicarlo. No, non può essere casuale disordine di fibre disobbedienti, è piuttosto il frutto di un’intenzione perversa. Si morde una mano, piano, senza affondarvi i denti; con l’altra si slaccia i calzoni, espone l’inguine all’aria, come se potesse venirgliene qualche sollievo. Sì, qualcuno, un topo o Dio, ha un progetto contro di lui e alterna a bella posta spasimi e tregue. Buona guerra sarà secondarlo, abituarsi a vivere il dolore assumendone l’abitudine nella rubrica delle sue giornate…
Se non sia meglio pregare…
Riabitua le labbra al sussurro d’una preghiera, ne trae da un antichissimo abisso le sillabe prime. “Pater noster,” balbetta, “qui es in coelis…”, ma non sa più, il pensiero gli s’invola dietro l’ombra d’un altro Padre, lo sconosciuto Padreterno di cui i quattro moribondi sono lo schermo.
“Siete sani,” sorride livido, “ma morirete prima di me.”
E libera dagli spaghi il foglio, inforca il monocolo, ricomincia con voce burocratica a leggere.
NOTAMENTO PER LA LISTA DI FUORBANDO
a carico di persona ignota,
battezzata popolarmente PADRETERNO
Autore primo e domino della congiura, di cui presiede le assise e addipana dal buio le fila, è lui, per quel che dicono le confidenze e la volgare opinione divulga, colui che approva larvato i novizi e li consacra con uno spillo nel giuramento del sangue; lui dà le parole e gli ordini, insegna le imprese, designa le vittime.
Di persona è noto soltanto ai quattro del Sant’Uffizio o Comitato, che son detti gli Evangelisti e sono così stretti a lui da superstizione amorosa da venerarlo per Padreterno, donde glien’è venuto pubblico soprannome. Né essi han voluto più dirne, sebbene sforzati dai più imperiosi supplizi. Tuttavia, per la fede d’uno spione che assume d’averla udita nel buio, si sa, della voce, ch’è calorosa di lusinghe e false istigazioni di bene, ma franta a volte, per vizio vero o finzione, in balbuzie.
Un’indiscrezione, sparsa ad arte per infamare i migliori, lo dice di chiaro blasone, fra i primi del Regno, ma incallito nel gioco e tribolato dai debiti. Né si vorrebbe tacere altra calunnia più funesta e ridicolosa, sibilata da lettere anonime alle orecchie di questa procura: che, per sapere chi egli è, basterebbe…
Segue un’abrasione illeggibile e il Governatore con una smorfia: “Prudentissimo cancelliere,” pensa ad alta voce, “che prima scrivi secondo il tuo debito, poi cassi lo scritto come se ti bruciasse sotto le dita. Seppure non abbia anche tu qualche taccherella di liberale, quale ne dà odore il portare i peli sul mento…”
Il dolore gli si è calmato, frattanto. O gliene resta un sentimento di ammaccato e di tenero come d’una bua di ragazzo, bisognosa di carezze e di vezzi. Può alzarsi e si alza. Si rassetta brevemente la benda sull’occhio morto, va allo scrittoio, dove di sua mano aggiunge più linee al foglio che poi piega e rimette nella sua busta. Infine si guarda da vicino un istante nello specchio della credenza, quasi sperasse di scoprirsi in viso un segreto e con passo di vecchio s’avvia.
III
PATTEGGIAMENTI
Lo sbirro Licciardello era giunto con passo gioviale, le chiavi penzoloni sul ventre. Non s’aspettava, dopo aver aperto le tre mandate, di ritrovare i prigionieri ognuno al suo posto, con le ciotole della pietanza ancora colme fra le ginocchia. Colme ma inservibili, notò con blando rammarico, dal momento che quelli vi avevano seminato dentro la cenere e spento i mozziconi del loro ultimo sigaro.
Lui s’era lasciato alle spalle l’uscio socchiuso e veniva avanti con qualche prudenza. Troppe volte gli era giunta notizia di pazienti che, non avendo niente da perdere, s’erano vendicati dei carcerieri con la violenza delle sole mani. Dunque portava alla cintura un nerbo di bue e aveva fatto appostare un piantone armato nel corridoio, pronto ad accorrere al menomo grido.
“Peccato, un tal bene di Dio,” pronunziò, senza rivolgersi a nessuno in particolare, e tolse ai quattro le stoviglie di mano, vuotandole alla rinfusa in una botticella a ruote, che spingeva davanti a sé a mo’ di carriola.
I quattro sedevano sulle sedie di pietra, avendo già indossato per la festa dell’indomani una divisa di tela greggia, aspra di stecchi sino ai piedi come un saio. Avevano, come di consueto, frapposto un cencio sotto i perni delle pastoie, che non mordessero la carne ai calcagni, e se ne stavano immobili e zitti, alle proposte dell’uomo non rispondendo nemmeno. Poiché lui, petulante, insisteva: “Avrete fame durante la notte. Una veglia è lunga da passare,” il barone con un addio decisivo della mano lo licenziò.
Quello s’avviava verso la soglia, quando si volse: “Più tardi verrà un barbiere a tondervi,” disse. “Non occorre che usciate voi, né che lui entri. Sporgerete uno alla volta il capo dallo sportello.”
Saglimbeni, malinconicamente, a Narciso: “Presto queste chiome saranno recise, o Fedone,” recitò e frattanto gli carezzava paterno la testa. Ma s’udirono voci confuse e una percossa di stivali nel corridoio.
Il Governatore spinse l’uscio ed entrò. Dovette curvarsi un poco, tanto era alto. Subito con un lazzo del naso denunziò che l’afa di sudori promiscui, impastata nei muri, gli dispiaceva. Nello stesso lampo, attraverso i battenti, s’intravvidero alle sue spalle luccicare i fucili del picchetto di scorta, mentre la sentinella di prima s’annichiliva sull’attenti rasente al muro.
Stupiva, Licciardello, della visita inattesa, indeciso fra l’obbligo del saluto e la decenza di nascondere dietro di sé il mobile delle immondizie di cui reggeva il manubrio.
Ma il Governatore: “Via tu, via tutti,” fece prolungando la parola nel cenno. “Lasciatemi solo coi prigionieri,” e richiuse con un colpo di piede la porta sul poco lume del corridoio.
I quattro erano rimasti seduti, ma, dentro, indifferenti non erano. Del visitatore conoscevano, si capisce, soprannome, rinomanza e figura; non la voce, avendolo solo intravvisto silenzioso e cinereo mentre pativano il cavalletto. Ma che in questo caso disperatissimo, dove nessuna novità poteva annunziarsi per loro se non vantaggiosa, non esistendo il peggio del peggio… che ora lui si fosse scomodato sino a venire da loro, e si fidasse di accostarglisi senza soccorso di sorta, ecco, ne provavano nelle vene un solletico, un subbuglio, che, volendo dargli un battesimo, non poteva che intitolarsi “speranza”.
Tuttavia – fosse pure la grazia sovrana l’insospettabile obolo che costui recava nel pugno – come per un’intesa comune tutti atteggiarono a indifferenza la fronte e aspettarono in silenzio che qualche motto o gesto accadesse. Passò un minuto, ne passarono due. Il tempo di osservarlo a tu per tu, il Governatore: un mezzo gigante, con barba e basette rossicce, ma in capo, dove non cedeva ai tondi dell’alopecia, una curiosa canizie; di sembiante forestiero, da far sospettare, non fosse stato il cognome nostrano, uno svizzero o alemanno, disceso dall’alpe a fare fortuna quaggiù. Uomo d’armi, ridotto dagli acciacchi della salute in questo confino d’isola, vi conservava i prestigi e gli orgogli del teatro militare, sino al punto di giocare spesso alla guerra, spossando la guarnigione in simulati controsbarchi e difese; e convocando nella sua dolorosa alcova lo Stato Maggiore immancabilmente all’ora di pranzo.
Questa la lustra di fuori. Ma di lui si favoleggiavano imprese ben altrimenti scaltre e feroci, sin dal tempo dell’assedio di Scutari. Mentre correva sussurro che l’odierna ipocondria gli fosse insorta dopo la morte della moglie amatissima, indi cresciuta col crescere della carie che da più anni ormai gli veniva mangiando lo scheletro. Vero è che, quando non soffriva e aveva dormito bene, era possibile ancora ascoltarne proposizioni vivaci e gravi, meno da capitano che da filosofo.
Questo sapevano i quattro, sicché aspettavano, non senza un interno brio, che parlasse.
Loro stavano seduti, lui in piedi, incombendo dall’alto. E così cominciò: “Vi porto in una piega di toga, come quel romano a Cartagine, la pace o la guerra, la vita o la morte. Conosco l’animo vostro e l’ammiro. Non è da tutti tacere testardi negli spasimi corporali. Ma dove la cuffia di ferro o lo strumento angelico non sono serviti, varrà forse il patto che vi propongo. Poiché stavolta non è questione di scegliere fra morte e infamia, ma fra due specie d’infamia, di cui l’una comporta il vivere e l’altra il perire.” S’arrestò di botto, si morse le labbra: “Ho letto troppi storici antichi, scusate. Meno solenne e più secco, vi dico: ditemi il nome del vostro capo. Non vi chiedo, beninteso, di tradire un’idea, ma soltanto un uomo. In modo, poi, che chi tradisce rimanga ignoto non solo agli altri ma a me, né abbia a vergognarsi se non di se stesso, in segreto. Che è vergogna facilmente dimenticabile, se conosco il cuore degli uomini. In cambio, nel nome di Sua Maestà, di cui sono luogotenente foraneo, vi prometto grazia sul tamburo per tutti, esilio nelle colonie argentine, e, a cose quiete, quando vorrete, il rimpatrio.”
Non ebbe risposta, continuò: “Avete la notte: otto ore di fila per pensare se vi convenga più la salvezza o un’illusione di gloria. Quando il patto vi soddisfi, i modi son questi: l’uso vuole che l’estrema veglia dei condannati si passi senza catene, fuori della cella criminale, al piano di sotto, nel confortatorio, dove già un prete vi aspetta. Qui recandovi fra poco, troverete un quinto invitato alla festa di domani, letti agiati per tutti, e su un tavolo quattro polizze bianche. A vostro comodo, ma io vi consiglio il più tardi possibile, su queste segnerete, ciascuno all’insaputa degli altri, o una croce che vuol dire rifiuto, o il nome che vi domando. Quindi imbucherete in un bussolotto. Domattina, al mio ritorno, se avrete scritto quattro croci, morrete. Ove, viceversa, anche su una polizza sola, ad opera di non so chi, il nome venga svelato, tutt’e quattro scamperete e nessuno saprà chi ha tradito.”
Il barone a questo punto sputò a terra davanti a sé. Dopo un istante sputarono gli altri. Sparafucile, impassibile: “Mi sarei aspettato piuttosto una risposta sublime, tale da diventare proverbio. Per esempio: Pete, non dolet; oppure: Summum crede nefas animam praeferre pudori… Quanto meno una risposta più asciutta,” e col piede stropicciò a terra gli sputi. “Epperò questa prova è macchinata in modo che eluderla non si può. Poiché, sottraendovi, confessereste di dubitare della vostra saldezza e, se non nelle cose, nello spirito avreste tradito. Vero coraggio non è vantarsi in pubblico dell’eroismo comune, gridando la propria timida fede a gara con quella degli altri. Così ne ho visti morire a migliaia in battaglia, da pecore, coi ranghi chiusi a quadrato attorno a un vessillo. Vero coraggio sarà respingere la tentazione quando nessuno vi guarda e siete soli nel silenzio della vostra coscienza: rifiutando l’impunità e al posto del nome richiesto scrivendo, se osate, uno spavaldo e unanime NO. Altrimenti salirete sul palco portandovi in cuore la serpe d’un dubbio di codardia su voi stessi; furiosi di morire per nulla.”
Dopo una lunga pausa: “Ha ragione!” sbottò il barone, inaspettatamente. “So d’un santo che solo dormendo fra due monache nude seppe d’aver vinto la carne. Così la nostra fine saprà fregiarsi d’aureola solo a condizione di disperdere ogni sospetto.”
Si levò a fatica, per via dei ferri, e di sotto in su al Governatore: “Signor sensale del sangue, è concesso, al posto della semplice croce, scrivere qualche maledizione più ardita?”
Il Governatore non si scompose: “Io oso credere, invece, che almeno uno di voi sarà saggio abbastanza per decidere di vivere. Fra i due piatti della bilancia non c’è paragone: su uno sta la luce, la gioventù della luce; il poter dire: io fui, sono, sarò; poter essere ancora un poco un’inconfondibile goccia nel mare dell’esistenza; e abbracciare ancora carni di donne, annusare fiori, ridere, piangere; dire in ogni momento Io, Io, Io… Tutto questo su un piatto ed ha il peso d’una montagna. Mentre sull’altro sta solo un alito d’impalpabile nulla, una tenebrosa patria di tutti, dove le vostre parole: uguaglianza, libertà, fratellanza, che vi sembrano oggi così fatali, non avrete menti per pensarle, mani per scriverle, bocche per dirle…”
Qui tacque di colpo, mentre nell’occhio cerulo gli passava una rapida nebbia. Il topo s’era destato nella sua testa, il quale, dopo uno o due morsi, finse o s’assopì veramente.
“Ma voi,” chiese Saglimbeni, “voi che torturate e uccidete, vi sembra dunque più giusta della nostra Causa la vostra?”
“Sì,” fece stancamente il Governatore. “Non già perché difende un sovrano e le sue pretenzioni terrene. Ma perché vede splendere su qualunque trono lo stemma di Dio.”
“Anche se il sovrano è un tiranno?” s’indignò lo studente.
E quello: “Anche un pontefice contumace non per ciò resta meno il vicario di Cristo. Allo stesso modo che il migliore di voi resta sempre un ciambellano di Satana.”
Il soldato gli fu addosso con un balzo, lo cinse con braccia che sembravano sbarre, ma senza fargli male, chiedendo a bassa voce al barone: “Lo abbrucio?”
Bastò un rimprovero d’occhi perché si sciogliesse e tornasse a sedere. Il Governatore era impallidito sotto il lieve belletto che gli colorava i pomelli. Quando tornò in sé, sibilò: “Ho settant’anni, ma solo un anno fa t’avrei ammazzato in un fulmine.” Quindi agli altri, con accento che voleva essere oracolare: “Sì, due soli vicari di Dio vi sono sopra la terra, Re e Papa; mentre voi siete mille e mille commessi e pagliacci del diavolo; e vi dite popolo; e progredite invisibili; e avete nascosto in terra una mina che in una sola esplosione atterrerà gli esempi del mondo antico, i precedenti dell’esperienza, le leggi e gli atti d’ogni consesso e senato… Una mina che si chiama: diritti dell’uomo…”
Saglimbeni ammirava: “E tu, vecchio, vorresti disarmarcene? In nome di che?”
“Io,” disse il vecchio, “vi vedo come sgarro di calcolo nell’abaco del creato. Punirvi è la mia estasi e la mia dannazione. Punirvi, guarirvi, purgando l’eccesso e l’errore che voi siete. Poiché, se voi ambite il martirio come il fedele la comunione dell’ostia, la mia passione è di farmene esecutore. Io sono la Giustizia e il Castigo, una spada senza fodero, il carnefice e il cerusico provvidenziale. Su questo globo inzuppato di sangue, dove tutto che vive dev’essere immolato senza fine sino alla consumazione del tempo, sino alla morte della morte…”
Il barone borbottò intelligibilmente: “Codeste sono parole altrui, e so anche di chi… Tu leggi troppo, Sparafucile…”
Ma quegli non parve udirlo, continuò: “Io non pretendo convincervi, se non bastarono al vostro fervore le verghe macerate nell’acqua. Vengo solo a proporvi quel patto e, in cambio d’un uomo, a regalarvi la vita. Quel nome, non di Padreterno ma di reale Anticristo, uno di voi me lo dirà, se vorrà. E sarete tutti domani a quest’ora sul ponte d’una nave diretta all’Oceano. Se no, sarete niente: quattro busti e quattro teste in un sacco, nel fondo del mare…”
“Non dire quattro se non l’hai nel sacco…” gli motteggiò dietro il poeta, mentre l’altro, dopo aver giunto i piedi in un conato di commiato militare, se ne andava a capo curvo verso la porta.
“Tornerò a vedervi nella nuova cella domani all’alba,” disse prima d’uscire. “Quando verrò a dissuggellare le cedole.”
“Saremo in casa, ci puoi giurare!” scherzò il barone in risposta.
E già il barbiere li chiamava dallo sportello: “Sporgetevi col capo in fuori, così, uno alla volta. Starò poco, son manolesta. Il più lo farà domani il mio collega maggiore…”
Agesilao avanzò per primo, con strana docilità. Si vide la grande persona chinarsi e un bosco di setole dure, che parevano di capecchio, offrirsi lì fuori a un paio di invisibili forbici.
già perché difende un sovrano e le sue pretenzioni terrene. Ma perché vede splendere su qualunque trono lo stemma di Dio.”
“Anche se il sovrano è un tiranno?” s’indignò lo studente.
E quello: “Anche un pontefice contumace non per ciò resta meno il vicario di Cristo. Allo stesso modo che il migliore di voi resta sempre un ciambellano di Satana.”
Il soldato gli fu addosso con un balzo, lo cinse con braccia che sembravano sbarre, ma senza fargli male, chiedendo a bassa voce al barone: “Lo abbrucio?”
Bastò un rimprovero d’occhi perché si sciogliesse e tornasse a sedere. Il Governatore era impallidito sotto il lieve belletto che gli colorava i pomelli. Quando tornò in sé, sibilò: “Ho settant’anni, ma solo un anno fa t’avrei ammazzato in un fulmine.” Quindi agli altri, con accento che voleva essere oracolare: “Sì, due soli vicari di Dio vi sono sopra la terra, Re e Papa; mentre voi siete mille e mille commessi e pagliacci del diavolo; e vi dite popolo; e progredite invisibili; e avete nascosto in terra una mina che in una sola esplosione atterrerà gli esempi del mondo antico, i precedenti dell’esperienza, le leggi e gli atti d’ogni consesso e senato… Una mina che si chiama: diritti dell’uomo…”
Saglimbeni ammirava: “E tu, vecchio, vorresti disarmarcene? In nome di che?”
“Io,” disse il vecchio, “vi vedo come sgarro di calcolo nell’abaco del creato. Punirvi è la mia estasi e la mia dannazione. Punirvi, guarirvi, purgando l’eccesso e l’errore che voi siete. Poiché, se voi ambite il martirio come il fedele la comunione dell’ostia, la mia passione è di farmene esecutore. Io sono la Giustizia e il Castigo, una spada senza fodero, il carnefice e il cerusico provvidenziale. Su questo globo inzuppato di sangue, dove tutto che vive dev’essere immolato senza fine sino alla consumazione del tempo, sino alla morte della morte…”
Il barone borbottò intelligibilmente: “Codeste sono parole altrui, e so anche di chi… Tu leggi troppo, Sparafucile…”
Ma quegli non parve udirlo, continuò: “Io non pretendo convincervi, se non bastarono al vostro fervore le verghe macerate nell’acqua. Vengo solo a proporvi quel patto e, in cambio d’un uomo, a regalarvi la vita. Quel nome, non di Padreterno ma di reale Anticristo, uno di voi me lo dirà, se vorrà. E sarete tutti domani a quest’ora sul ponte d’una nave diretta all’Oceano. Se no, sarete niente: quattro busti e quattro teste in un sacco, nel fondo del mare…”
“Non dire quattro se non l’hai nel sacco…” gli motteggiò dietro il poeta, mentre l’altro, dopo aver giunto i piedi in un conato di commiato militare, se ne andava a capo curvo verso la porta.
“Tornerò a vedervi nella nuova cella domani all’alba,” disse prima d’uscire. “Quando verrò a dissuggellare le cedole.”
“Saremo in casa, ci puoi giurare!” scherzò il barone in risposta.
E già il barbiere li chiamava dallo sportello: “Sporgetevi col capo in fuori, così, uno alla volta. Starò poco, son manolesta. Il più lo farà domani il mio collega maggiore…”
Agesilao avanzò per primo, con strana docilità. Si vide la grande persona chinarsi e un bosco di setole dure, che parevano di capecchio, offrirsi lì fuori a un paio di invisibili forbici.
IV
DECISIONI SULL’USO DELLA NOTTE
Nel confortatorio dei “passi perduti” giunsero in fila, accompagnati da un plotone armato, sotto l’ordine d’un sergente. Non prima, però, che, sciolti dai ferri, venissero ammessi allo stanzino delle docce a pioggia, dove poterono spogliarsi e lavarsi, con l’aiuto di secchi d’acqua, che mani ignote versavano per un buco dall’alto, e d’un ruvido sapone nero. Stropicciati e freschi, ma intirizziti, sentendosi altresì scuoiati della protettiva sporcizia che gli aveva fatto per tanti mesi da pelle, i quattro, eccoli nel nuovo alloggio, clienti d’una sola notte e maldisposti a dormirla. Tanto più ritrosi a subire un ulteriore lavacro da parte del confessore Turlà, di cui rifiutano con tanta energia l’assistenza da metterlo in fuga per sempre.
Rimasti soli, si guardano attorno a riconoscere il luogo. E’ uno spazio dalle due alle tre volte più ampio della tana di prima, modicamente pulito, arieggiato da due finestre di accessibile vista: con qualche perfidia, però, dal momento che ne risulta agli occhi il pezzetto di cortile dove si vien drizzando il patibolo.
A ridosso delle due pareti più lunghe, tre e tre letti si fanno fronte, sovrastati ciascuno da un crocifisso, tutti disoccupati, ad eccezione di uno, sul quale un tozzo fagotto si raggomitola e sembra dormire, simile ai pupazzi che gli evasi nascondono fra le lenzuola per illudere i custodi. Sennonché questo è con evidenza di carne viva e si fascia il capo con un trofeo di bendaggi intriso di sangue secco.
“Frate Cirillo,” li informa il sergente nell’andarsene, indicando la sagoma inerte. “Vi terrà compagnia doppiamente: stanotte qui e all’inferno domani.” E si richiude la porta alle spalle.
I quattro fissano il quinto con soggezione, senza ardire di disturbarlo: di quel vecchio terribile hanno sentito molto parlare da quando sono nati; al punto d’aver discorso una volta fra loro se non convenisse associarselo nella guerra comune. Un brigante sanguinario e devoto, detto frate per burla, a imitazione dell’antico Michele Pezza. Ed era durato alla macchia per quarant’anni, grassando e saccheggiando il paese. D’intelligenza spropositata, dicevano, e di natali non bassi; il quale, se assaliva un convento o una villa, prima ancora di cercare derrate o gioielli, correva a predare libri: da leggere negli ozi d’inverno, nelle gole di Lagopesole, dove con la sua truppa si rintanava.
Che l’avessero finalmente preso, e vivo, l’annunzio era corso di recente nella fortezza, trasmesso di muro in muro col telegrafo delle nocche, sempre più su, sino alle celle dei politici; ma che si trovasse serrato a due passi da loro, e la sua testa destinata allo stesso paniere, era fresca scoperta, benché inutile affatto a chi ormai non era curioso di niente.
I condannati si buttano sui giacigli, chiudono gli occhi. Non già per dormire: è inteso che ruberanno un supplemento di vita, vegliando tutta la notte; ma per un languore che li ha colti or ora, dopo il bagno, all’imbocco dello stomaco, e che, alla fine delle somme, riconoscono essere paura.
E’ una sorta d’ingombro, che sentono confusamente annodarsi giù nelle viscere e diventare corpo nel corpo. Allo stesso modo, forse, una donna avverte nel silenzio della notte battere per la prima volta il fioco cuore del suo portato. Solo che ai prigionieri questo peso di carne crescente fa male: tumore sotterraneo che, come il topo nel capo del Governatore, si sveglia ad ora ad ora e li addenta.
Hanno paura, i quattro. Ne avrebbero forse di meno, fossero rimasti nella cella di prima. Ma son stati questi recenti e insoliti atti: la rasatura, il bagno, il trasloco, a rompere il tiepido non-tempo, in cui sinora smemoravano, quasi, e a scandire i decisivi rintocchi dell’evento che li sovrasta. Prima d’oggi la morte non appariva che una peripezia per attori, da recitare fra breve, col tacito accordo che, dopo le ovazioni e gl’inchini, si sarebbe tornati tutti dietro le quinte a rivestirsi, a riessere sé. Mentre ora scoprono, di punt’in bianco, che non saranno più sé, che non saranno più niente, e si palpano dentro la mente lo spessore di buio che avanza… Ma che dico buio? Il buio è una cecità, dove pure si possono con dita cieche stringere dita d’altri non meno cieche, epperò camminare in due, solidali nel ricordo e nel rammarico della luce… Invece la morte non è né buio né luce, ma solo abolita memoria, cassazione e assenza totale, incinerazione senza superstiti scorie, dove tutto ciò che è stato, non soltanto non è più né sarà, ma è come non fosse mai stato…
Hanno paura, dunque, tutti insieme, e si sdraiano, i più anziani da una parte, lo studente dall’altra, lasciando un posto intatto fra il proprio letto e quello del frate. Costui non ha che sbarrato un occhio fra le bende, udendoli entrare, quindi è tornato a chiudersi nel suo petroso sbalordimento.
Il chiaro nella stanza è troppo, sommandosi i bagliori del crepuscolo, sciorinati dalle finestre, al fulgore di quattro torciere infisse in anelli di ferro, e alla fiammella accesa sotto un’immagine sacra. Tanto che Agesilao si lega un fazzoletto sul viso, dopo averne fermato le cocche, a somiglianza dei mietitori, quando scampano al solleone dietro una siepe. Poi si stanca, se ne sbarazza, torna a guardare.
Così di conserva sdraiati, resistono un’ora, fissando sul tavolo, al centro del camerone, gli arnesi da scrivere, le cartuccelle, la cassettina dei voti, ovvero Bocca della Verità, fessurata in un fianco a mo’ di forziere delle elemosine, e chiusa a chiave per garanzia di segreto… tutto quanto, insomma, secondo la promessa di Sparafucile.
Finché il barone, dubbiosamente: “Ce lo leviamo, questo pensiero?” e si alza, si dirige al tavolo. Qui, prima di intingere la penna, si arresta, si volge agli altri: “O non sarà meglio aspettare domattina, com’era nei patti?” e torna al suo posto. Lo stesso i tre, che si erano levati dietro di lui, schivando ognuno lo sguardo degli altri; sperando, è lecito sospettarlo, che uno almeno fra loro domani sia vile, ma tutti disperando che uno solo osi essere vile.
A questo punto Cirillo, faticosamente emergendo fuor dei suoi stracci: “Che fate? Chi siete? Che è questo?”
Appariva troppo torpido per intenderli appieno. Pure i quattro gli spiegarono di sé, gli chiesero con soggezione come stava, se soffriva tuttora le trafitte della tortura.
Non rispose, guardava attraverso le sbarre l’ultimo fiato di giorno, dove già era nata una stella, pallidamente.
“Strano,” disse il poeta, guardando a sua volta, “come ci si affezioni a una presenza, anche la più remota e insensibile, purché risponda puntualmente alla nostra fedeltà. Così, quando ancora ero libero, mi esilarava, alla svolta del solito vicolo, ritrovare ad attendermi la stessa insegna di vinattiere; o lo stesso zig zag di crepa nel muro… Ora non mi accade diversamente con Espero. Espero, astro amico,” declamò con ironico slancio, sventolando verso il cielo la mano, “i morituri ti dicono Vale!”
Dietro di lui tutti quanti levarono gli occhi alla stella, fredda e lontana, lassù, ma il ragazzo di controvoglia e quasi piangendo. Al quale il barone: “Anch’io ho paura. Sebbene, da quando son nato, mi consideri in prestito fra i viventi e dovrebbe dispiacermi di meno. Rammento che, mentre stavo a Parigi, ero solito recarmi la sera in piazza di Grève, a visitarne i fantasmi. Io ho sempre tenuta per certa una cosa: che una forte passione – e quale passione è più forte di un sentimento di morte sospesa? – impregni l’aria e vi si stampi in eterno. Sicché mi recavo in piazza di Grève e respiravo a pieni polmoni, chiudendo gli occhi. Allora subito un popolo d’ombre, regicidi, omicidi, ladroni, eretici, aristocratici, sorgeva a premermi i fianchi, avrei potuto contare le grinze dell’uno all’angolo della bocca, scoprire il labbro leporino dell’altra; le efelidi della giovinetta, l’avorio d’una fronte senile… Ma, soprattutto, annusavo in ciascuna vittima un odore di paura e di morte, lo stesso del nostro odore presente: un tanfo di mestruo e di orina…”
Si udì Cirillo smuoversi sul suo giaciglio. Gli riuscì di levarsi, infine, sebbene a fatica e con mezzo busto soltanto, esibendo alla vista quel minuzzolo di faccia che gli restava fuori del casco: una sola pungente pupilla e un risolino di boria fra le labbra tumefatte. La sua voce, che l’agrume delle ferite arrochiva, suonò inattesa, artefatta.
“Amici, queste crudezze, tenetevele per voi. Io, che a torto o a ragione mi fregio d’un titolo pio, dalla mia decapitazione m’aspetto che s’esali, come dal bacile del Battista, un olezzo di gelsomino…”
C’era nel suo falsetto tanta superflua e beffarda contentezza di ferire, al di là delle parole che apparivano innocue, che il barone sentì il bisogno di andarglisi a porre di fronte.
“Tu che vuoi, ora? Che hai a che fare con noi? Perché muori con noi?”
“Io,” fece quello con uguale bruschezza, “son tentato di ribatterti la stessa domanda: chi siete voi e perché morite con me? Ma il fatto si è che nessuno sceglie l’ora e i compagni del suo trapasso e che, insomma, sia voi che io, avremmo potuto avere maggiore fortuna. Tuttavia ci conviene fare amicizia: un odio ci accomuna ed è laccio più vizioso dello stesso morire insieme.”
“Aborriamo la stessa persona,” ammise il barone, ancora turbato, “ma non per le stesse ragioni.”
“Le mie sono forse migliori,” disse Cirillo, “ma conta poco, né ho voglia di confrontarle con le vostre o d’impicciarmi con voi. Del vostro Padreterno mi rido quanto onoro l’altro, il verace. Io non ho combattuto il re per servire altri re. Io volevo che non esistessero più gli alti e gl’infimi, io volevo la parità di ciascuno.”
Il barone si rabbonì: “Discorsi come questi,” rispose, “ne ho ascoltati a bizzeffe, a Brusselle, al caffè delle Mille Colonne, fra i profughi parigini. Ma mi chiedo se…”
S’interruppe, udendo un vocio, s’avvicinò alla finestra.
La luna era sorta, un breve falcetto adunco fra due cirri violetti, dove ancora il tramonto s’intratteneva. Tuttavia non per lei s’era mosso. Ingafù: guardava in basso, dove il palco era già quasi in piedi, un’altra falce brillare e un gruppo affaccendarvisi intorno, provando lo scorrere del coltello nelle due guide, e se la molla scattasse a comando. Non vide ma da un miagolio disperato comprese che, per suprema esperienza, qualcuno aveva costretto la testa d’un gatto nella lunetta. Fece appena in tempo a voltarsi prima che il sibilo d’uno zac e un grugnito di unanimi risa gli garantisse che, sì, l’indomani, tutto sarebbe scorso a puntino.
Il soldato rabbrividì: “Dicono che la mannaia è più umana, ma io avrei voluto piuttosto, non dico una nobile morte al petto, con polvere e piombo, ma almeno le forche…”
“Bah,” disse Saglimbeni. “In fondo il taglio non dura più di un istante.”
“Fa male?” chiese, timido, lo studente.
Per un pezzo nessuno fiatò. Poi il barone: “Eppure queste ore son da passare,” disse. “Il punto è: tacendo o parlando?”
“Una volta,” disse frate Cirillo, “ho salvato dalle fiamme un libro, nel castello dei Torrearsa. Un libro di lussurie, ma pauroso nel fondo, che si chiamava Decamerone…”
“E con ciò?” replicò il barone. “Se la morte è una pestilenza, vogliamo scordarcene, novellando?”
“Dal novellare, no, ma dal confessarsi qualche bene può nascere,” rispose il brigante. “Dal confessarsi, dico, non ad un orecchio peloso di prete ma voi a voi stessi.”
“Quale ne sarebbe il guadagno?” chiese il soldato.
“Di capire se alla vita che avete vissuto questa fine da stoici faccia da epilogo degno; o se non stoni, invece, come una stecca improvvisa. Del resto son cose vostre, io non sono dei vostri, c’entro solo di straforo…”
Nacque un grande silenzio. Infine il barone, dopo essersi concertato a lungo, confabulando, con gli altri: “Dacci dunque un argomento, tu che pari così saputo. Anche se non abbiamo da spendere né cento giorni né mille e una notte, ma un’unica miserabile e scarsa vigilia.”
Cirillo non si fece pregare: “Non starò a porvi confini. Ognuno racconti di sé. Per esempio, quando e come, in un discrimine della sua esistenza, sia stato per avventura, o si sia creduto, o altri l’abbia creduto felice. E quale effigie egli scelga, fra i suoi giorni dilapidati, per fissarsela sotto le palpebre nell’istante che il suo collo sarà infilato nel tondo e un filo freddo di lama a precipizio lo scannerà.”
“Non fa per me,” protestò il soldato. “Io non saprei che felicità raccontare. Semmai, direi non un ricordo ma un sogno: di come ogni notte godo ammazzando il re in una maniera diversa. Con le unghie, con un trincetto di calzolaio, con un forcone di contadino… Solo dopo, però, che si sia trascinato ai miei piedi e abbia leccato con la lingua il fango dei miei gambali. E che la regina sia venuta ululando a implorarmi e a offrirmisi nuda; e che io le abbia risposto col motto stesso che già disse a una supplicante il suo coronato consorte: ‘V’infredderete, madama. Rivestitevi. E non pigliatevi tanta pena per un bastardo. Farò dire per lui dieci messe in suffragio…”’
“Mi saresti piaciuto nella mia banda,” sospirò il frate.
“Neanche tu mi dispiaci,” rispose il soldato. “Peccato non poterci conoscere oltre. Poiché m’hanno sempre incuriosito le stranezze che si sanno della tua vita; e come hai sposato, nella diceria popolare, la religione e lo schioppo. Ancora mi piace se, invece che col cappellano, potremo stanotte far sacramento con te… Benché ho paura assai che un’assoluzione da un falso frate tuo pari non abbia a valerci…”
“Far sacramento è dir troppo,” s’interpose il barone. “Ma dica ciascuno quel che crede meglio per dare agli altri e a se stesso scienza o menzogna di sé. Non sono molte le scelte in questa occasione. Dunque raccontiamola pure, o inventiamola, la nostra ora più memorabile. Ma più ancora vorrei che dal raccontarsi venisse un senso al nostro destino. E deducessimo perché moriamo e concludessimo con un’ipotesi, almeno, riguardo al mistero ch’è stato lo spettacolo delle cose dintorno a noi; e che trovassimo una scusa a discarico o di Dio o di noi, prima che l’alba si levi. Ché se poi questo senso non si scopre, né il senso del nostro morire, ebbene per paradosso ti dico,” e qui si volse al ragazzo, “che noi vorremmo ugualmente perire, ma tu avresti il diritto di dirlo, quel nome, e salvarti…”
“Io solo?” inorridì Narciso. “Rinnegato come san Pietro?”
“Come san Pietro,” disse il barone. “Prima che s’oda all’alba la voce del matto, dal sotterraneo.” E provò con povere labbra a rifare il verso d’un chicchirichì.
“Se qualcuno vuol cominciare…” disse Cirillo. “Si ricordi che abbiamo solo cinque ore: quattro per le chiacchiere, una per starcene in silenzio da soli, ciascuno a occhi chiusi con sé, prima che l’uscio si apra.”
Così dicendo spense col soffio le torce e, dove non bastava, col pugno, risparmiando soltanto la svigorita chiaria del lumino.
Allora nella penombra il ragazzo: “Sono il più giovane e il più impaziente. Mi pare giusto che il primo sia io e gli altri seguano come vorranno.”
Nessuno obiettò, ma s’ammucchiarono tutti, salvo il frate che rimase sul suo, sopra il letto dello studente.
V
IL RACCONTO DELLO STUDENTE
ovvero
NARCISO SALVATO DALLE ACQUE
“Il mio racconto,“ esordì Narciso, ”sarà un racconto d’amore. Di come, negato originariamente all’amore, io abbia saputo inventarlo, formandolo da una mia costola e con un po’ del mio fiato dandogli battesimo e vita. Poich’esso è, com’io credo, non un fuoco che abbisogni di manuali acciarini, ma una combustione spontanea dell’anima che solo quando già lingueggia e divampa cerca fuori di sé l’essere dove appiccarsi. Sfuggevole sentimento, dotato di caratteri così ripugnanti fra loro da somigliare a quei mali che un unico nome designa ma variano infinitamente nei sintomi e negli effetti. A che punto esso m’abbia condotto è, al presente, visibile a tutti: a un punto di perdizione. Tuttavia non saprei maledirlo, dovendogli, qualunque cosa s’intenda con questa parola, la felicità. Dirò quindi come n’ebbi desiderio e notizia, disinganno e speranza, sin dagli anni più distanti; cosa feci per sperimentarlo; come mi diede alla fine certezza intera di me. Questo, soprattutto, il suo dono. Io non ero nessuno, dapprima, non sapevo chi ero. Solo dall’amore appresi il mio viso e mi conobbi persona.
Comincerò dall’inizio. La mia famiglia era di ricchi drappieri che commerciavano con tutta Europa. Mio padre, uomo dispotico e pieno di sangue, tornava dai lunghi viaggi d’Olanda o Turchia con una straniera diversa ogni volta, che pretendeva d’imporre in casa e tenervela, finché non fosse ripartito con lei. Mia madre, bellissima ma consumata dalle assenze di lui, e, più, dalle sdegnose presenze, quanto ne era reietta tanto lo inseguiva amorosamente da presso. Capace, pur di appaciarselo, di tentarlo con misere arti al debito coniugale, nella speranza di regalargli, dopo la femmina, l’erede maschio sognato. Che fui io, uccidendola con la mia nascita.
Trascorsi così un’infanzia di selvaggio, in una casa adriatica, pensile sopra il mare, difesa alle spalle da un giardino di meraviglie. In compagnia d’una sorella, Olimpia, ai cui occhi non cessavo d’essere un colpevole matricida, e d’un aio senza dottrina. Vedendo mio padre due o tre volte l’anno: il tempo d’apparire e sparire; con donne al fianco sempre più insondabili nella tenebra dei loro linguaggi.
M’educò un poco la musica, di cui m’invaghii ascoltando in soffitta una scatola armonica, ch’era appartenuta a mia madre, e le strombettate del giardiniere Gaspare, già trombetta al servizio d’un nobile veneto e delle cacce sue lungo il Brenta. Fu lui a darmi lezioni d’oboe e di corno, di soppiatto, fra solaio e cantina, dove orecchie nemiche non potessero trasalire ai nostri hallalì. Presto di maestri non ebbi bisogno e mi piacque andarmene per le terre d’intorno, quindi, seduto all’ombra d’un albero o d’un muretto, soffiare a perdifiato nello strumento. Ore inebriate, né so quante altre avrei vissute uguali e innocenti, se un giorno, mentre suonavo nel bosco, non avessi visto passarmi davanti e fermarsi una giovinetta villana, che conduceva una cavalla alla monta. Mi pregò di chetarmi, ché non turbassi la bestia. Avrei potuto in compenso accompagnarla e reggere il morso. Mi parve un gioco nuovo e ci andai. Qui vidi un grande stallone, ingabbiato in quei vincoli che chiamano ‘travaglio’, subito impennarsi all’odore della femmina che giungeva; quindi, aiutato per mano, introdursi nel sugo rosso di quella e abbandonarlesi sopra, mostrando, nel sollevarsene, languidi gli occhi e le froge d’una malinconia quasi umana.
La novità sull’istante non mi sconvolse granché, bensì ne cavai una sorta di bambinesca fierezza. Ammesso a un segreto di adulti, mi sentivo costretto alla più delicata omertà e impegnato a scoprire da solo per quali tramiti il sentimento d’amore, di cui avevo sinora udito solo in confuso, istigasse a pratiche tanto acrobatiche e tristi. Cominciai dunque a spiare, non potendo altro, gli accoppiamenti degli altri animali, dai cani alle mosche, secondo che l’ingordigia del mio sguardo sapeva appurarli. Febbrili e laidi moti mi parvero, ancora una volta, e ne fui dissuaso. Salvo quel mattino che vidi due farfalle, baciandosi ala con ala, su un calice di fiordaliso soavemente svenire.
Era venuta intanto la primavera dei miei tredici anni e sempre più spesso, riposto in pace il corno d’ottone, giacendo appoggiato a un tronco con le mani intrecciate dietro la nuca, osservavo il mio piccolo membro inturgidirsi e naturalmente levarsi, né gli cercavo altro sollievo se non di pollùere senza sogni, la notte appresso, fra le lenzuola. Tuttavia mi sentii strano un giorno che, in assenza di Gaspare, toccò a me mungere le mammelle d’una capra. Né esitai un altro giorno a cercar di sforzarla, non per voglia ma per mera curiosità meccanica. Senza fortuna, per fortuna, essendo l’animale balzato via bisbeticamente, squilibrandomi discinto sopra le erbe del prato…
Smisi allora di sentire nella semplice parola amore un suono di privilegio e magia, a somiglianza di quelle sillabe greche che, pronunziate, concedevano accesso ai misteri. E mi prese un disgusto, nei canti dei poeti, di chiunque si fa dal desiderio gonfiare bovinamente le tempie; oppure, istupidito e sudato, lo prostra la sazietà accanto a un corpo d’estranea.
Che dire di più? Scacciato da ogni altro oggetto, m’indussi a innamorarmi di me. Emulo, se i nomi son numi, di quell’altro Narciso ch’era perito mirandosi a una fontana. Non fu raro, quindi, che mia sorella mi sorprendesse nudo in piedi dinanzi a uno specchio e mi colpisse per gioco astioso coi pugni, non senza un torbido e un curioso nelle pupille, per esser frattanto cresciuta, ben altrimenti da me, volenterosa dei contatti del corpo. Tanto da farsene accorto persino mio padre nella fretta dei suoi soggiorni e da cercarle freno chiamando in casa un tutore. Costui, fatti sempre più radi i ritorni paterni, divenne vero arbitro nostro. Donde presero avvio le mie venture seguenti.
Avvenne un giorno di maggio. Gaspare sarchiava il giardino, mentre io m’ero appartato, al mio solito e a sua insaputa, in una nicchia di rami e foglie. Leggevo un libro, ricordo, ma senza entrarci dentro con l’animo, spiccandone piuttosto fate morgane di suoni, con cui, a occhi chiusi, giocare. Quando li riapersi, il servo s’era seduto per riposo sotto una tettoia di frasche e s’asciugava il petto aperto con una pezzuola turchina. Era, Gaspare, un uomo di cinquant’anni, fatticcio e sodo, con un petto di quercia, quale si compete a un suonatore di corno. Ed ecco Olimpia sorgere da non so dove, irrequieta e ondosa nelle sue vesti leggere. Ora accostandosi ora scostandosi dalla capanna. Un’ape non è diversa quando corteggia il grembo d’un fiore. Infine la vidi insinuarsi a fianco dell’uomo, chiedergli non so che, lui nemmeno rispondere, stupefatto. Né passò molto che lei si sollevò i panni, si stese a fianco di quello, seduto. Porto ancora in me la visione, come d’un cadavere d’annegata, di quel ventre di lei perlaceo, timidamente ovale, fiorito, dov’è l’attacco delle gambe, d’un esiguo pelame di cagnuola neonata.
La faccia di Gaspare aveva assunto frattanto la tinta, fra purpurea e terrea, d’un ubriacone, ma le sue mani restavano irremovibili lungo i fianchi. Neppure si mossero, per aiuto o rifiuto, quando lei lo sbottonò. Fu a questo punto che, mio malgrado, mi misi a gridare e li sciolsi.
Accorse per lo strepito alla finestra il tutore. Olimpia non fece in tempo a ricomporsi o non volle; ma accusò l’altro di averla tentata. Io invano la contraddissi.
L’esito fu la cacciata del servo e la mia fuga con lui. Per puntiglio o sentimento d’innocenza offesa o istantaneo spirito d’avventura. Né Gaspare m’avrebbe voluto con sé, epperò non poté esimersi, quando lo raggiunsi, con un fagottino legato al mignolo, presso la locanda del Leon d’Oro.
Dei successivi accidenti non conta discorrere. Errai per anni in compagnia del mio socio, di qua e di là dei confini, noncurante dei piaceri di giovinezza, e ostinato in una crudele verginità; ma maturando, via via che crescevo e leggevo, una passione di affrancamento per tutti i popoli, che mi teneva le veci delle passioni d’amore. Fu allora, ricordate?, che vi conobbi per caso a un tavolo di riversino e, a dispetto degli anni acerbi, m’iniziaste agli arcani del Comitato. Venuto in sospetto della polizia criminale per aver diffuso nelle scuole la semenza dei tempi nuovi, mi fu giocoforza salvarmi nel Settentrione, dove giunsi con lettere di Gaspare per il suo padrone d’un tempo.
Era, costui, un patrizio di nome Grimaldi, di spiriti liberali, che abitava una villa a specchio del fiume, cinta da un verziere tale e quale il mio dell’infanzia. Il luogo mi sedusse all’istante, con la sua peschiera adorna di statue, le logge, le colombaie, le piante a frutto, le selvatichine, gl’infiniti nascondigli d’agio e dolcezza. Me ne venne una pace e un gusto del trasognare che avevo disimparato. Assunto come domestico, per pura lustra, avevo in realtà tempo a ogni cosa e ne profittai per restituirmi alle mie letture e curiosità di ragazzo, che alternavo e mischiavo con l’esercizio del corno. Ciò mi promosse a far numero, con molti dilettanti delle ville vicine, in un’orchestra che lor signori adunavano in tempo d’estate onde allietarsi la villeggiatura. Coi quali una sera il Grimaldi volle ripetere l’occasione di quelle musiche di fuochi e d’acque che solevano nel secolo scorso blandire i cuori dei re sul Tamigi. Ce ne vollero, di prove, per apprendere le partiture, ma l’occasione mi piacque, così propizia a svogliarmi dall’amor proprio e ad invogliarmi l’altrui. Sicché, quando venne l’ora, presi posto col mio strumento a tracolla sulla zattera dei musicanti, ch’era poi quella adibita di giorno al trasporto del tabacco sul fiume. Ivi stipati in parecchie decine, avremmo con l’aiuto d’una voga cadenzata e lunga viaggiato di villa in villa lungo le pieghe dell’acqua, raccogliendo dietro di noi nuove barche sino a raggiungere, sempre suonando, l’approdo della Malcontenta, dove un banchetto all’aperto, preceduto dagli artifici e seguito da un bal masqué, avrebbe chiuso la notte. E che notte fu quella! Voglio ricordarmene per conforto di questa odierna che volge…
Io m’ero raccolto a poppa, nel gruppo dei fiati, e suonavo con l’aire e la migliore lena del mondo; sentendomi, benché giacessi sull’orlo del duro fasciame e mi premessero al fianco grevi membra e afosi respiri, il postiglione e l’ammiraglio di quell’imbarco: colui che coi semplici assoli del suo olifante guida le ciurme d’amore ad un’ignota Citera… Così scorrevo in quella mansuetudine d’acque dove s’affondavano i remi come dita nell’intimo d’una grande capigliatura; fra un fuggire di rive contrarie, qui scure di salici e ontani, laggiù punteggiate di lumi… Scorrevo e suonavo con gli altri tutti, ma era come se fossi solo a suonare sotto la tazza capovolta del cielo; solo a sentire il rollio del legno e il bordone della corrente accompagnare la barcarola; solo a scorgere l’ombra dei remi comporre coi raggi di luna i più giocondi alfabeti…
Seguiva il rimanente naviglio, peote, brazzere, bragozzi, quale più quale meno vicino. Sennonché talvolta ci si ponevano a lato, per voglia di ascolto migliore o affinché mirassero nei minimi tratti come sbocciava fra cielo e fiume, dalla scherma di mani e bocche, il diafano fiore del suono. Fra gli altri un burchiello, più curioso e insistente, infine s’accostò quasi a toccarci. Scomparsa in quell’istante la luna entro un complesso di nubi, e accesosi il lume d’una fiaccola a prua, se ne illuminò a giorno, fra due figure d’ufficiali in piedi, l’immagine d’una fanciulla seduta. Smisi di suonare e presi a guardarla. Non mi crederete ma un solo baleno bastò per potervi ora dire per filo e per segno qual era.
Vi dirò che aveva capelli bruni, secondo ciò che appariva fuor della cuffia di velo; spartiti, come da una ferita, da una scriminatura imperiosa, sì da risultarne due bande morbide e lisce, che sulle tempie si sfrangiavano in anella di ricci e spiovevano sopra le spalle. Alta e forte la fronte, ma crespe dolorose la corrugavano. Negli occhi, viceversa, splendeva la più immemore gioventù: due tondi marenghi, due gocciole di firmamento mediterraneo, quando è senza una nuvola né ancora lo annerisce il presagio dell’equinozio imminente. Infine, dentro l’iride, una malizia volubile, cui rispondeva un’altra malizia, delle labbra socchiuse, che sembravano baciar l’aria ad ogni respiro. Quanto al naso, alle gote, al mento, sebbene perfetti di forma e salute, spiritosamente sparivano dietro quella mostra di sguardi e risa come vereconde comparse dietro un duello d’eroi. Né per questo la cera e l’aria perdevano un proprio stampo d’orgoglio e di strenua regalità. Alla quale crescevano forza lo sfavillio delle gemme e l’opulenza dell’abito, effuso sino a spazzare le umili assi, ma rarefatto a sommo del busto, dove l’alabastro del seno, mal custodito dallo scialle di casimira, faceva guerra alla luna.
Solamente mi mancava di conoscerne il nome. Ma in quella: ‘Eunice!’ una voce chiamò da un felze vicino. Lei si volse e così seppi chi amavo. Rise, anche, nel chiedere: ‘O che?’ Tanto occorse perch’io, vedendole guizzar fra i denti nel riso il pesciolino della lingua, capissi che sarei morto di mille morti al solo patto di poterlo ghermire nella mia rete.
Mi sbadai, in quel mentre, del tutto. Non mi ci volle di più per cascare capofitto col mio strumento dentro le acque del fiume.
Nessuno se ne accorse, tanto fu morbido il tonfo. Salvo che, venuto meno il mio squillo d’attacco nella fanfara del minuetto, ciascuno mi cercò invano con gli occhi al mio posto e ne nacque tumulto. Ma già soccorrevoli mani m’avevano issato a bordo della barca di lei… ‘Narciso salvato dalle acque!’ mi canzonò a piena gola, quando balbettando le ebbi detto il mio nome, mentre con tutto il corpo le ruscellavo sui piedi.
M’aiutarono a scuotere il gelo dall’ossa, con un sorso o due d’una ruvida bibita, i due ufficiali di scorta, ch’erano poi tali solo per travestimento, nell’occorrenza del ballo. Subito dopo toccammo terra e potei meglio rinvigorirmi nella cucina della dimora, dove m’offrirono per cambio d’abito asciutto un guardaroba di maschere. Scelsi, non so perché, un mefisto nero su un costume di Arlecchino, quindi attesi che dal prato si sparecchiassero le guantiere e si desse inizio al visibilio dei fuochi, per confondermi senza sospetto degli invitati alla ricerca di Eunice. Non mi fu difficile riconoscerla, benché si fosse posta sugli occhi una fettuccia di velluto. Più difficile, iniziate le danze, ottenerla dama in un giro di valzer. Non parve ravvisarmi né io lo desideravo, contento di volteggiare con lei, tenendola fra le braccia. Innamorato e beato di esserlo…
Ho spesso riflettuto più tardi su questo fulmineo alleluia che fu l’amor mio per Eunice. E mi sono convinto ch’è stato come in quella dottrina d’un savio antico che il mio pedagogo s’ingegnava d’insegnarmi quand’ero ragazzo. Secondo cui noi serbiamo nell’anima il modello di un’idea già contemplata in un altro destino e nel nuovo stato perduta. Finché sulla terra non ne incontriamo esempi incarnati e la reminiscenza in questi di quella c’invaghisce d’un tratto la mente, facendola da bruta filosofa. Così Eunice, quella sera: Idea di bellezza e di spirito, trionfo di fiamme e di carne, etereo volume calato nel senso, senso rapito oltre i sensi… Qualcosa che forse due parole, per come le intendo all’ingrosso, saprebbero meglio dilucidare: il magnete e l’elettrico.
Volavo dunque tenendola fra le braccia, senza profferire una sillaba, tuttavia corso da visibili brividi. Allora lei mi burlò, nell’atto che un cavaliere sopravveniva a pretendere il cambio: ‘Salvato dalle acque, sia pure; ma dal raffreddore, mai più!’
Capii che m’aveva indovinato anche lei e questo fece una complicità fra noi due. Tanto più che, con rapido gesto togliendosi la mascheretta, mi lanciò un sorriso di luce, mentre in braccio all’altro già si partiva. Non seppi risponderle altrimenti che con un identico gesto: cavandomi a mia volta la maschera e mostrando a lei, ma anche all’universale, il mio viso di servo e d’intruso. Non l’avessi mai fatto: dovette intervenire il Grimaldi e portarmi via, a braccetto, in un mormorio generale. Cavatosi il camauro di lino, da doge, con cui s’era travisata la testa, mi rinfacciò con paterno bollore quell’esibizione imprudente. Non lo ascoltai, lo incalzavo chiedendogli di Eunice, chi era. Impietrai nell’udire ch’era già maritata: con un Veniero Manin, un patrizio che languiva nei Piombi, reo confesso di presiedere una vendita carbonara. ‘Come!’ esclamai. ‘E io?’ Sino a tal punto m’ero bambinamente convinto che lei fosse mia, dal momento ch’io ero e mi sentivo suo. Non vi so dire, nei giorni seguenti, le mie tempeste, la commozione allo stomaco e al petto. Anche pensando all’assente, di cui male mi sarei perdonato d’insidiare la sposa, mentre lui per la stessa mia Causa pativa. Invano il Grimaldi mi consolò. ‘Sono perduto,’ ripetevo e pensavo di lasciarmi morire. Ero a questi estremi quando lei mi mandò a chiamare con un corriere. La lettera giungeva dalla laguna, dove s’era recata ad assistere il marito da presso. Lette le poche righe, non esitai né pensai più ai miei presunti doveri: amavo, come si ama a diciannove anni e in Italia. M’accomiatai dal mio protettore, presi con me due pistole con poco bagaglio, e partii. Il viaggio era breve ma non perciò più sicuro. Io ero stato sinora in villa, tranquillo, fra vicini solidali e discreti, camuffato da innocuo. Ora la strada maestra presentava più d’un pericolo. Il mio nome di bandito, la taglia, i connotati erano su tutte le bocche. Benché forestiero, anzi perché forestiero, sarei stato esposto alle più pettegole indagini. Ed era possibilissimo che la polizia imperiale riportasse vittoria dove quella del re aveva fallito… Con l’aiuto di Dio venni in porto. Ma non era di paura il batticuore che, salendo le scale, mi fermò ad ogni gradino.
Bussai infine, mi fu aperto. Era la prima volta che, dopo il ballo, le stavo vicino e sempre più mi stupivo che lei non gridasse d’amarmi, tanto naturale era amarla per me. Mi disse invece che sapeva del mio valore, dei miei trascorsi settari, e che perciò m’aveva chiamato, non giudicando nessuno più degno d’esserle accanto in un’impresa terribile, ch’era la fuga di suo marito.
‘Tanto lo ama,’ pensai e mi sentii venire un groppo alla gola. ‘Non mi amerà, non può amarmi!’
Ugualmente m’inginocchiai: ‘Sempre,’ le dissi, ‘sono stato incline alle sfide da cui potessi uscire perdente. Questa poi, qualunque sia per esserne la riuscita, mi vedrà perdente, so io bene perché. E tuttavia eccomi ai tuoi piedi: forze, vita, speranze. Fanne quello che vuoi.’
Si chinò impetuosamente e mi baciò sulla fronte. ‘Non sarà bisogno la vita,’ mi disse. ‘Almeno spero. Il mio piano è recarmi, come m’è concesso nei giorni dati, a visitare in cella il mio sposo, in compagnia d’una sua sorella che per complessione ed età gli somiglia. Quindi, scambiate fra loro le vesti, salvarci noi due, lasciando alla coraggiosa giovine le tristizie d’una piccola pena, ma sottraendo l’uomo a un giudizio senza rimedio.’
Come mi mostravo incredulo del successo: ‘Non dubitare,’ m’assicurò. ‘M’aiuteranno le ombre della sera a far ciechi i guardiani ma, più ancora, una borsa piena.’ M’aveva frattanto rialzato con mani affettuose. ‘Tu,’ proseguì, ‘dovrai predisporre fuor delle mura carrozze, cambi di cavalli, armi, abiti; indi accompagnarci oltre Appennino, sino ai rifugi, che già conosci, del Padreterno…’
Dissi di sì, senza quasi capire, ero come in un fascino, vedendomela palpitare accanto con le guance accese da un rosso cinabro che non la vergogna ma era l’eccitazione a irradiarle sotto la pelle.
C’incontrammo da allora tutti i giorni. Le chiesi, con rispetto e senza pretendere nulla in cambio, di poterle parlare un poco d’amore. Come uno che si confessi a una grata o a una stella.
Uno sfogo che mi fu concesso a patto di non pretendere una sillaba sola in risposta. Così avvenne, in ogni incontro, nel momento di congedarmi. E ne sorrido ancor oggi, pensando al decorso bizzarro di quei nostri trattenimenti: sottomessi per ore e ore al raziocinio più freddo, nello scrutinio del piano di fuga, sicché nessun calcolo erroneo avesse a guastarlo o scherzo del caso; quindi conclusi da un soliloquio e delirio mio, con lei in ascolto impassibile, senza che un solo moto del viso o della persona m’inducesse a sperarla partecipe. Sino a quando, dopo due voltate di clessidra, ch’era il termine che la sua pazienza mi offriva, lei, dal suo astratto trono levandosi, offriva alla mia mano la sua e col suggello d’un bacio in fronte, filantropico, m’accomiatava.
Giunse il giorno prescritto alla fuga. Di come essa venne al proposito, l’Europa intera ha parlato e non dirò oltre. Quel che non sapete abbastanza sono gli accidenti nostri di terra in terra, dopo che ci trovammo fuori dei termini dell’impero, nello stato della Chiesa. Vi eravamo arrivati in abito di viaggiatori, con cavalcature fresche e adatte a trascorrere le montagne; ma già Veniero m’era parso, non so se giudicando equamente o per effetto di geloso livore, uomo cedevole, di fatue fattezze e maniere. Da non capirsi due cose: come avesse ardito appassionarsi alle sorti dei popoli e quindi esporsi alle folgori dei governi; e come potuto indurre sensi d’affetto nel cuore di lei così tenero e fiero…
Cavalcammo la notte, scegliendo i tragitti più cupi, onde eludere i gendarmi, ma non sì che non dovessimo cercare cibo e sollievo di sonno in qualche albergo romito. Così appunto, trovandoci già fuori delle strette più aspre, mentre stavamo mangiando nella sala terrena di un’osteria, entrarono tre persone con aria di cacciatori, con bisacce, cannocchiali, carabine, che tenevano a bandoliera. Da cui fummo richiesti del nostro essere e dove andassimo, ma senza sospetto, per sola ciarla da desco. Al che Veniero, turbato, esibire senza ragione le sue carte, che a nome d’un Savelli, artefatte, gli aveva procurate a Roma la famosa Vanina, già in fama di carboneria anni addietro, prima d’andar sposa a un principe dei maggiori.
Trasalì nel mirarle il più anziano dei tre e parlò in disparte con gli altri. Indi ci salutò protestando di dover correre alle poste del verro. Capimmo meglio cosa intendeva quando rientrò al seguito d’un drappello di sbirri, accusandoci che il giovine il cui nome figurava sul passaporto era defunto da un anno, per testimonianza comune. Ma Eunice, intrepidamente: ‘Sia pure. Vero è che viaggiamo in incognito, la nostra è una fuga d’amanti. Né vogliamo che i nomi veri trapelino.’ E qui sussurrò all’orecchio del brigadiere un nome di famiglia cardinalizia che gli fece cambiare colore.
‘Ma lui?’ obiettò il militare, indicandomi.
‘È al nostro servizio,’ dichiarò, maestosa, la donna.
Sarebbero forse state bastevoli all’uomo giustificazioni tanto sfrontate, se non si fosse intromesso il capo dei cacciatori: ‘So che si cerca un evaso dai Piombi. Pende sul suo capo una taglia e la voglio. Sarà preda più ricca, stamani, di qualsivoglia cinghiale.’ Io tacevo, con le mani strette sui calci delle pistole. Ma Veniero, all’improvviso: ‘Non serve tentare di proteggerlo,’ profferì freddamente. ‘È lui,’ e m’indicò, ‘il Manin che cercate.’
Eunice lo fissò con inesprimibile raccapriccio, io con stupore. Ma subito, magnanimamente: ‘È vero, sono io,’ gridai. ‘Prendetemi, se potete!’ e feci atto di estrarre le armi, ma quelli mi balzarono addosso. Nel trambusto che seguì, Veniero s’eclissò, lei rimase. Fu in quell’istante che, da un batter di palpebra, seppi d’essere amato. Più tardi, chiuso in Castel Sant’Angelo, e aspettando che m’estradassero quaggiù, donde ne era venuta richiesta, ebbi da lei i segni d’una passione finalmente uguale alla mia. Veniva a trovarmi ogni giorno, libera com’era, non essendole stati apposti se non lievi reati, dai quali l’amicizia della Savelli l’ebbe presto prosciolta. E mi parlava dietro l’intreccio dei ferri, avidamente sfregando le labbra contro la dura barriera che le vietava le mie. Oh, quante parole di brace e fantasie di libertà e promesse di voluttà, che mi lasciavano esangue, incapace di levarmi dalla panca dov’ero stato seduto ad udire…
Alla fine, or sono tre anni giusti, si ordinò di condurmi via. Fu di notte, all’impensata. Ma voi sapevate ben l’ora e il sito, amici, per avviso segreto del Padreterno, che veramente mai come in questo caso vide, previde e provvide dalla sua cattedra altolocata. E chissà che darebbe il Governatore per sapere chi si nasconde sotto la larva di quel soprannome!
L’assalto alla scorta che mi trasferiva alle regie prigioni, siete voi che l’avete compiuto, io ne intesi assai poco, ammanettato al chiuso, fra le quattro pareti della carrozza, e col dorso rivolto ai cavalli, che non scorgessi dove si andava. Solamente ho negli occhi, appena misi piede sul suolo e mi scatenaste e ci fummo riabbracciati, l’atto di tutti di alzare una fronte riconoscente alla bellezza della volta celeste. Benché subito mi venne un morso nel cuore, calpestando senza volere la salma d’un nemico nell’erba: un imberbe caporale di Fondi, con cui prima avevo celiato, durante il viaggio, ed ora mi s’arrendeva sotto le scarpe nella sua malleabile, slogata inerzia d’ucciso. Eunice me ne fece scordare, ch’era venuta con voi ed era rimasta ad attendere dietro un albero, in agonia di vedermi…
Così, quella notte, quando ci trovammo alfine al sicuro, imparai da lei veramente l’amore. Voi dormivate, amici, nell’asilo d’una capanna, noi sotto il cielo nudo, in un incavo del terreno, chiusi da un ombrello di foglie ampio quanto una cupola. E temo di parervi troppo impudico, ma non so tenermi dal descrivere con parole le delizie che mi si aprirono allora. E di lei, come si spogliò timidamente nel minuscolo albore, che sino a noi trapelava, ed era, non la luna, no, ma un suo profetico assaggio, una luminescenza, una cipria, quale rimane alle siepi dopo ch’è trascorsa una lucciola. Di lei, bianca e tremante sopra di me, quasi ignara, anche se un po’ meno di me, delle movenze d’amore. E come insieme affondammo in un mobile turbinio. Con onde che mi correvano dal calcagno alla nuca, impercettibili prima, simili ai gemiti fievoli d’una risacca; poi più turbate, forse sotto l’impulso d’una brezza repentina; quindi grosse a crosciarmi dentro con un fragore che pareva di bufera, ma subito s’addolciva, ripetendomi nella conca dell’orecchio il grido antico dell’oboe nei miei meriggi d’estate…
‘Eunice,’ chiamavo allora inaudibilmente, e con dita mai stanche tornavo a carezzarle la guancia, cercavo un ricciolo dove avvolgerle, un grappolo nuovo di lei da mangiare, da bere con le mie labbra… Supino, aiutandomi la luna come in quella notte sul Brenta, contemplavo il suo grande viso pendere sopra di me.
C’era un silenzio, attorno, c’era una pace…
Ecco, ho avuto, dopo, altri amori; altre volte, e più, m’ha stupito l’abbondanza della mia felicità. Ma soltanto quella, non altre notti, ricorderò fra quattr’ore, sotto il filo della mannaia.“
VI