mercoledì 20 aprile 2022

BRIGATE RUSSE Marta Federica Ottaviani

 


BRIGATE RUSSE
Marta Federica Ottaviani 

PREMESSA
 Quando ho iniziato a muovere i primi passi nel giornalismo, mi hanno subito insegnato una cosa. Si può toccare tutto a un giornalista, ma non le fonti, l’agenda e l’archivio. Le prime, in particolare, vengono selezionate, testate e coltivate nel corso degli anni. Sono le fonti che a volte ti portano le notizie, sono le fonti con cui confronti notizie che hai trovato e sono sempre le fonti che ti avvisano quando qualcosa inizia a non funzionare. Nel mio caso in Russia, Turchia e nei territori un tempo compresi nei loro imperi. Ma hanno le proprie fonti anche i cronisti politici, quelli finanziari, i colleghi che si occupano di spettacolo e non parliamo di quelli dello sport. L’agenda è lo scrigno più prezioso che un giornalista possieda, insieme con il suo archivio e lo storico su un determinato argomento. Più l’agenda è ricca di contatti e di fonti, testate e verificate, più il giornalista sa che sta andando nella giusta direzione, che però somiglia più a un campo minato. Perché tutti, reporter e fonti, possono sbagliare e perché la cosiddetta ‘polpetta avvelenata’ è sempre lì, pronta a farsi mangiare, oltre a possedere sempre un aspetto invitante. Ci sono poi fonti meno esclusive. Queste, molto banalmente, sono i giornali, le radio, le televisioni, le testate online e, da qualche anno, i social. Più si è specializzati su una determinata materia, più ci sono punti di riferimento che si seguono con interesse. Possono essere colleghi, ONG, attori istituzionali. E possono sbagliare anche loro, consapevolmente o inconsapevolmente, e in misura variabile. Prima di scrivere, tutto va scrupolosamente vagliato e verificato, per dare al lettore un articolo il più preciso e intellettualmente onesto possibile. Qualcuno potrà chiedersi perché stia raccontando tutte queste cose. Ebbene, ho una brutta notizia da darvi, alla quale, in questo libro, ne seguiranno altre. Viviamo in un mondo dove le informazioni si stanno moltiplicando e dove alle polpette avvelenate, servite su vassoi luculliani ai giornalisti, si sono aggiunte le fake news e i tentativi, a volte molto riusciti, di deformare la realtà fino a riscriverla. La seconda brutta notizia che vi do arriva subito. Questo trend è in continuo sviluppo, anche grazie agli strumenti messi a disposizione dalle nuove tecnologie e dall’intelligenza artificiale. La conseguenza è che, per quanto un giornalista possa essere scrupoloso, le probabilità di incappare in una notizia falsa, ma fabbricata molto bene, aumentano di giorno in giorno, anche a causa di un tramite potente come il web. Internet ha moltiplicato all’ennesima potenza la possibilità di informarsi, ma quello che va in rete spesso non viene verificato da nessuno o peggio ancora ci va per ingannare il maggior numero di persone possibile. I giornalisti bravi e scrupolosi non bastano più. Occorrono anche lettori attenti e responsabili, pronti a riflettere sul flusso di informazioni da cui vengono investiti tutti i giorni. Perché, dietro ai tentativi di deformazione o ribaltamento della realtà, c’è una strategia ben precisa, che ho cercato di descrivere in questo libro e dove le fake news rappresentano solo una parte delle armi utilizzate. Ho iniziato a lavorarci durante la fase più dura della pandemia da Covid-19, quando non sono mancate né le versioni contrastanti sull’andamento dei contagi, né le condotte poco trasparenti da parte di alcuni Paesi, fra cui la Russia e la Turchia, sulla reale proporzione dell’epidemia all’interno dei loro confini. E non parliamo della confusione e della disinformazione sui vaccini, a cui si farà accenno anche in questo libro. Più andavo avanti nell’analisi del materiale che avevo selezionato, più mi rendevo conto di quale grande rischio corrano non solo le istituzioni, i sistemi di governo e le economie, ma anche l’opinione pubblica mondiale. Una volta le guerre si combattevano con gli eserciti. Adesso si punta, non solo, ma soprattutto, alla manipolazione delle menti e delle coscienze. La Russia negli ultimi 20 anni ha lentamente costruito un nuovo modello per alimentare conflitti e cercare di riconquistare parte dell’influenza internazionale persa dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Il problema è che questo schema ha iniziato a essere imitato anche da altri Paesi non esattamente democratici, come la Cina, l’Iran e, in modo più rudimentale e grossolano, la Turchia. Gli obiettivi sono sempre gli stessi. Gli Stati Uniti in prima battuta, ma a seguire l’Occidente e tutta quella parte di mondo libero che non intende abdicare a determinati valori. Fra questi c’è anche la libertà di informazione e il diritto a potersi aggiornare in modo indipendente e senza censure. Ed è un diritto sacro, inalienabile, che però dai Paesi sopra menzionati, che con la libertà di informazione hanno tutti seri problemi, è un punto debole dove colpire. Utopisticamente, ci vorrebbe un nuovo patto con i lettori. Informazioni chiare e di qualità da parte dei primi, l’attivazione di un processo di selezione delle fonti e di riflessione critica su quello che si legge da parte dei secondi. Nel mio piccolo, ho deciso di scrivere questo libro per spiegare come la Russia muove guerra oggi. L’ho preso come una sfida, ma anche come un dovere. Informare, ma anche offrire uno spunto di riflessione su quale possa essere il futuro del giornalismo, date le condizioni che andrò a illustrare. Il testo consta di quattro parti. La prima aiuta a collocare il fenomeno dal punto di vista storico e geopolitico. La seconda è dedicata alla cyberwar degli hacker, inclusi tutti i tentativi fatti per destabilizzare alcuni Paesi, soprattutto gli Stati Uniti. La terza è dedicata ai troll e a come vengono utilizzati i social per manipolare l’opinione pubblica e mettere in difficoltà gli avversari. La quarta, infine, è dedicata alla propaganda di Stato, più o meno esplicita. Un soft power che però, inteso nell’accezione russa, mira a far ritagliare spazi di manovra sempre più alti. Perché, mentre leggevo il materiale da cui è nato questo libro, una cosa l’ho capita subito: la Russia ha un modo di chiamare e interpretare i fenomeni tutto suo, spesso in netto contrasto con quello dell’Occidente. Per questo, il testo è diviso in quattro parti. L’obiettivo è descrivere l’approccio di Mosca alla Guerra del Terzo Millennio nel modo più esaustivo possibile. Si tratta, però, di un sistema di vasi comunicanti, che nella sua azione va avanti in contemporanea. Forse, dopo la lettura, alcuni vedranno i principali avvenimenti internazionali degli ultimi anni e alcuni media sotto un’altra luce. E riusciranno a leggere quello che ci aspetta in modo diverso. Perché una delle principali caratteristiche di questa nuova guerra di Mosca è che non si ferma mai. Nemmeno in apparente tempo di pace. Prima Parte Le regole della guerra sono cambiate (Generale Valerij Vasil’evič Gerasimov) La fortezza Russia Il 25 dicembre 1991, Michail Sergeevič Gorbačëv si dimise da presidente dell’Unione Sovietica, con un discorso televisivo durato meno di dieci minuti. La bandiera con la falce e il martello in campo rosso, simbolo per eccellenza del Comunismo, veniva ammainata e scompariva dalle mura del Cremlino1, per finire, insieme con tutti gli altri gingilli possibili, simboli di un’epoca, sulle bancarelle prese d’assalto negli anni successivi dai nostalgici. Il giorno dopo, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche cessava formalmente di esistere. Crollava così, apparentemente come un castello di carte, il punto di riferimento per i comunisti di tutto il mondo. Mosca era riuscita a nascondere le crepe all’interno del sistema per molto tempo, impresa nella quale è attivamente impegnata anche oggi. Ma le prime fragilità nell’Urss erano comparse già negli Anni Settanta2 e riguardavano proprio quell’impianto economico e ideologico con cui il Cremlino si era posto come antagonista al sistema capitalistico occidentale. La dissoluzione dell’Unione Sovietica è stato un avvenimento dalla portata enorme, che ha avuto molte ripercussioni soprattutto sui russi e sui residenti nelle repubbliche ormai ex Urss. Questo argomento è stato indagato per anni, e lo è tuttora, da grandi studiosi italiani e internazionali. Rimando alle loro pubblicazioni chi volesse approfondirlo in tutti i suoi aspetti. A questo libro i temi che interessano sono due. Il primo è di ordine geopolitico. Con la fine dell’Unione Sovietica termina anche il bipolarismo fra Mosca e Washington, che aveva caratterizzato gli anni della Guerra Fredda, sconvolgendo tutti gli equilibri internazionali. Il secondo è l’arretratezza economica, ma soprattutto tecnologica, a cui la neonata Federazione Russa deve fare fronte nei primi Anni Novanta, dipendente in larga parte dalla rivoluzione informatica e dalla globalizzazione dell’economia. Nei prossimi capitoli vedremo come questi due fattori abbiano influenzato la politica estera e militare di Mosca. Ma c’è un altro aspetto con il quale conviene familiarizzare subito. A fronte di tanti cambiamenti, ci sono anche cose che in questo immenso e affascinante Paese non cambiano mai. In particolare, c’è un’immagine che la Russia si porta dietro ancora dall’età imperiale: quella della fortezza perennemente sotto assedio. La stessa parola Cremlino, kreml’ in russo, può essere tradotta come fortezza o cittadella fortificata. Quello più famoso è a Mosca, ma è possibile trovarne uno in tutte le principali città del Paese, soprattutto quelle che hanno avuto un ruolo importante nella storia millenaria di queste terre sconfinate e affascinanti. Lo stesso presidente, Vladimir Putin, in un importante articolo per il settantacinquesimo anniversario della Velikoj Pobedy, la Grande Vittoria, intesa ovviamente come la vittoria sul nazismo e la capitolazione della Germania, fece riferimento proprio all’eroica resistenza della fortezza di Brest, difesa dal popolo russo, composto da 30 etnie differenti, dalle truppe del Terzo Reich. Ricordò come gli strateghi di Hitler pensavano che la vastità e la multietnicità dell’Urss potessero essere due fattori di debolezza. Ovviamente sbagliando. Ecco le parole del presidente: Ma fin dai primi giorni fu chiaro che il piano nazista nazista era fallito. La fortezza di Brest è stata protetta fino all’ultima goccia di sangue dai suoi difensori di oltre 30 etnie. Durante tutta la guerra, l’impresa del popolo sovietico non conobbe confini nazionali, sia nelle battaglie decisive su larga scala che nella protezione di ogni punto d’appoggio, ogni metro di terra natia. La regione del Volga e gli Urali, la Siberia e l’Estremo Oriente, le repubbliche dell’Asia centrale e della Transcaucasia sono diventate la patria di milioni di sfollati. I loro residenti hanno condiviso tutto ciò che avevano e hanno fornito tutto il supporto possibile. L’amicizia dei popoli e l’aiuto reciproco sono diventati una vera fortezza indistruttibile per il nemico3. Come si può notare dalle parole utilizzate da Putin, il richiamo alla fortezza è non solo storico, ma soprattutto simbolico. La fortezza ben simboleggia la crisi da accerchiamento di cui soffre la Russia, oggi più che mai. Per molti studiosi, si tratta di una vera e propria sindrome, che colpisce non solo chi governa, ma anche l’intera popolazione. Una forma mentis che li vede perennemente minacciati nella loro esistenza da tutto quello che considerano il mondo fuori. Sono parecchi i fattori che alimentano questo atteggiamento. Fra i più rilevanti ci sono sicuramente il corso storico di queste terre e il forte nazionalismo, che spesso assume connotazioni per noi meno comprensibili. Basti pensare che, per fare passare l’opposizione per illegittima od operante fuori dai contorni della legalità, la si accusa di essere aiutata da potenze straniere, interessate a cospirare contro la Santa Madre Russia per indebolirla4. Il risultato di questa narrativa, è un clima di crescente contrapposizione con l’Occidente. Sottolineo questo concetto, perché, per capire bene quello a cui stiamo andando incontro, è necessario padroneggiare al meglio il punto di vista russo. Questo, ovviamente, non significa che si tratti della prospettiva giusta. Ma è uno sforzo necessario, perché, come vedremo, il loro modo di pensare differisce dal nostro non solo per quanto riguarda i concetti, ma anche per la terminologia utilizzata. 1 Bartlett G. (2017), Storia della Russia, Mondatori, Milano. 2 Guerra A. (1996), La Russia postcomunista, Newton Compton Editori, Roma 3 Putin V. (2020), The Real Lessons of the 75th Anniversary of World War II, testo disponibile al sito: https://nationalinterest.org/feature/vladimir-putin-real-lessons-75th-anniversary-world-war-ii-162982 4 Blank S. (2017), Cyber War and Information à la Russe, Georgetown University Press. Una nuova concezione di guerra DALL’URSS ALLA RUSSIA Il 31 dicembre 1999, Vladimir Putin, già primo ministro dall’agosto precedente e con un passato da funzionario del Kgb, il temuto servizio segreto sovietico, fu nominato presidente della Federazione Russa dopo le improvvise dimissioni di Boris Nikolaevič El’cin, che lo aveva designato suo successore da tempo. La sua carica fu riconfermata dal risultato delle elezioni presidenziali del 26 marzo 2000. Da quel momento è iniziata la sua permanenza al potere, che molti, dentro e fuori la Russia, paragonano al regno di uno zar, anche per i poteri di cui gode il presidente, la repressione degli oppositori politici e la libertà di stampa fortemente limitata, per usare un eufemismo. All’inizio della sua lunga era, il giovane capo di Stato raccoglieva un Paese reduce dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, in crisi e obsoleto sotto diversi punti di vista. Uno degli aspetti dove l’arretratezza della Russia si manifestava maggiormente era la sfera tecnologica e in particolare Internet. Putin fu il primo a cogliere le grandi potenzialità che offriva la rete e all’inizio del suo governo, o del suo regno, come preferite, dette grande impulso al suo sviluppo e alla diffusione1. I risultati parlano da soli. Secondo i dati della World Bank2, nel 1999 appena l’1% della popolazione russa utilizzava Internet. Nel 2019 si è raggiunto quasi l’83%. E se nei primi anni 2000, girando per i quartieri di Mosca, si notavano molti Internet point, questi negli anni sono diminuiti, fino a scomparire quasi completamente. Gli abbonamenti a Internet domestici sono passati dallo 0 su 100 persone nel 2000, a 22 su 100 persone nel 2019. Anche la connessione da telefono mobile è aumentata considerevolmente nel corso degli anni, passando da 51,23 milioni di smartphone in circolazione nel Paese nel 2015 ai 106,23 del 2020, su una popolazione di circa 144 milioni3. Insomma, possiamo ben dire che sulle tecnologie digitali e su Internet i russi abbiano ampiamente recuperato il tempo perso, tanto che adesso sono fra i primi 10 popoli più informatizzati del pianeta. Il problema è che la Russia è stato anche il primo Paese a intuire che Internet poteva servire in modo strutturale anche per un fine molto meno nobile del commercio o le comunicazioni: la guerra. Nel mettere in atto il piano di utilizzare la rete e le nuove tecnologie nella loro proiezione bellica e politica, il presidente fu ampiamente aiutato da un cerchio magico, cambiato negli ultimi 20 anni, e dalle teorie di diversi teorici militari e non militari, che hanno dibattuto su questo tema per anni, a volte anche prima dell’avvento al potere dell’ex funzionario del Kgb. Nella sua ottica, probabilmente, si trattò di una strada praticamente obbligata. Putin, fra le altre cose, doveva fare i conti con un Paese che non poteva più permettersi i costi della guerra convenzionale. I russi lo capirono pienamente dopo la prima guerra del Golfo4, quando provarono con mano che, nonostante tutti gli sforzi, non avrebbero mai potuto tenere il passo dello sviluppo dell’industria di difesa americana. Fu anche per motivi economici, quindi, che nacque la nuova concezione di guerra che esamineremo nelle prossime pagine. Va poi sottolineato che la neonata Federazione Russa non era più una super potenza come l’Urss, ma in campo internazionale ne conservava pressoché intatte le ambizioni, pur con la consapevolezza che in qualche modo avrebbe dovuto ridimensionarle. Lo sapeva e lo sa bene anche il presidente Putin, che però si è sempre fatto portatore di una politica estera di stampo quasi neo imperiale e certo nostalgica di quella che fu la proiezione mondiale dell’Unione Sovietica5. Non per nulla, nella visione del presidente, la Russia doveva tornare a recuperare parte del terreno perduto a livello globale, o almeno non farne conquistare troppo alle altre nazioni, soprattutto a una6. A onore del vero, occorre sottolineare che la Russia di oggi ha ancora diversi motivi per essere considerata, se non una super potenza, sicuramente un Paese che può giocare nel ruolo di player globale e ruolo chiave in diverse regioni e situazioni. Per prima cosa, è una potenza nucleare. Anzi, per la precisione è la nazione al mondo con l’arsenale nucleare più numeroso. La quantità esatta di testate, e soprattutto la loro collocazione, sono fra i segreti meglio custoditi da tutti i governi, per motivi facilmente intuibili. Secondo il Russian nuclear weapons bullettin 20217, Mosca dispone di circa 4.497 testate, più altre 1.760 che stanno per essere smantellate. Il presidente Putin, a dicembre 2020, ha detto che l’86% dell’arsenale è stato modernizzato e che entro il 2021 questa percentuale salirà all’88,3%8. Va rimarcato che la Russia utilizza le sue potenzialità nucleari anche come forma di deterrenza e che, secondo alcuni analisti, in realtà le riserve di Mosca sono molto più obsolete di quando si dica ufficialmente, soprattutto per quanto concerne i meccanismi e le infrastrutture di lancio. Pur tenuto conto di questi possibili limiti, migliaia di testate nelle mani di una potenza con precise ambizioni di affermazione rimangono un comprensibile motivo di preoccupazione a livello internazionale. In secondo luogo, la Russia è un membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu insieme con Cina, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. In terzo luogo, possiede una massiccia disponibilità di risorse naturali, prime fra tutte quelle energetiche, e un potenziale enorme anche per quanto riguarda le rinnovabili9, per quanto mal sfruttato, spesso per motivi di scelta e necessità politica. Il presidente Putin vede il suo potere garantito da determinate élite. La prima, che è sempre stata presente ma che, soprattutto dal 2011 in poi, è diventata sempre più importante è quella dei siloviki, ossia esponenti dell’intelligence, delle agenzie statali e delle forze armate. Ci sono poi gli oligarchi, che tanto hanno contato dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica alla prima fase dell’era Putin e che adesso, con un paio di eccezioni, hanno la loro sorte appesa a quella del presidente e contano molto meno rispetto a un tempo. Arrivano poi i grandi manager delle principali industrie nazionali e dei grandi gruppi privati, che stanno guadagnando sempre più spazio sulla scena economica nazionale. Non più imprenditori di formazione, come gli oligarchi, ma alti dirigenti, che, più che creare denaro, lo fanno girare. Tutti loro, in misura maggiore o minore e con diversi gradi di azione, potrebbero prendere con poca filosofia investimenti corposi sull’eolico o sul solare in luogo del ben più redditizio gas naturale. In quarto e ultimo luogo, la sua estensione smisurata fa della Russia il Paese più grande del mondo e lo rende inevitabilmente un attore importante in scenari mondiali, soprattutto in Asia e alle porte dell’Europa. Negli ultimi anni, poi, stiamo assistendo a una penetrazione sempre più convinta in Medioriente e soprattutto in Africa. Questi fattori, oltre agli indiscutibili meriti culturali, scientifici e sportivi, nonché la storia millenaria, portano la Russia ad avere un’alta percezione di sé e a ritenersi ancora una grande potenza a tutti gli effetti. Vi sono però i già citati limiti militari, a cui va aggiunto quello, fondamentale, economico. Prendendo in considerazione l’ultimo dato pre-pandemia, nel 2019 il Pil russo è stato di 1,687 migliaia di miliardi di dollari. Quelli americano e cinese hanno toccato rispettivamente 21,4 e 14,2 migliaia di miliardi di dollari10. Basta già solo questo dato per fare capire come le ambizioni di Mosca siano fuori portata. Va poi evidenziato un secondo aspetto. Il mondo, da quel 25 dicembre 1991, è cambiato profondamente: se prima era diviso nel duopolio Stati Uniti e Russia, ora gli attori sono molti di più. Oltre alla già citata Cina, anche Paesi come l’India e l’Iran stanno manifestando ambizioni globali crescenti. Ci sono poi quelli, come la Turchia, che possono nutrire ambizioni ben più ridotte, ma che comunque rappresentano un problema a causa della loro esuberanza. Mosca è inevitabilmente costretta a dividere gli spazi di manovra, sempre più risicati, con queste nazioni. Ma non ha certo dimenticato quale sia il suo obiettivo principale: impedire che gli Stati Uniti possano aggiudicarsi una supremazia nell’ordine mondiale. E per fare questo è disposta a tutto, anche a inventarsi un nuovo modo di fare la guerra, più all’avanguardia nelle strategie, più coerente con le sue possibilità economiche e con tattiche che almeno in parte, come vedremo, si ispirano al passato, ma sono portate avanti con metodi diversi. Una Russia che non poteva più permettersi la guerra di una volta, ma che ha sviluppato una nuova concezione di gestione dei conflitti che l’ha resa e può renderla in futuro molto pericolosa, anche per ‘l’effetto sorpresa’ che ha provocato nelle sue prime applicazioni. Un aspetto, quest’ultimo, troppo a lungo sottovalutato dagli Stati Uniti11. IL RIBALTAMENTO DELLA REALTÀ La Russia aveva iniziato, seppure timidamente, a riflettere sulla propria strategia militare da quando era ancora Unione Sovietica, soprattutto per quanto riguarda le nozioni di approccio indiretto e di asimmetria e per l’applicazione delle moderne tecnologie dell’informazione all’ambito bellico. Del resto, se si guarda alla millenaria storia del Paese, si rimane affascinati, a volte anche disorientati, dalla quantità enorme di intrighi, sotterfugi, complotti, così come dal tentativo costante di ingannare l’avversario. Se i secoli dell’età imperiale sono un susseguirsi di colpi di teatro, il periodo sovietico è caratterizzato dalla costruzione di una realtà parallela che non si ferma davanti a nulla, anche a costo di scontrarsi, e quante volte lo abbiamo visto, con quella dei fatti. È quella che molti teorici chiamano la teoria della maskirovka, ossia dell’inganno, per avere la meglio sull’avversario. Dire che l’abbiano inventata i russi sarebbe un grave errore. Esiste già dall’antichità e la si studia senza saperlo anche a scuola, visto che una delle prime applicazioni più note è quella del cavallo di Troia di omerica memoria. Ma certo i russi sono stati fra i più costanti e zelanti nel praticarla lungo tutta la loro storia. È noto per esempio che, durante la campagna di Francia di Napoleone, le truppe zariste, soprattutto i cosacchi, distribuirono fra la popolazione volantini con la notizia falsa di una grande coalizione internazionale che stava arrivando in aiuto dei russi. La stessa tattica è stata usata dall’Armata Rossa nei conflitti che l’hanno vista protagonista sul campo. Il tutto, per destabilizzare non tanto l’avversario, ma soprattutto il teatro di guerra, inclusa la popolazione che in quel teatro viveva. Insomma, le cosiddette ‘misure attive’ per infastidire il nemico in Russia sono sempre state ampiamente utilizzate lungo tutta la propria storia. Nella seconda metà del XX secolo, però, sì iniziò a sentire il bisogno di riflettere dal punto di vista teorico e strategico, in modo da dare una struttura più organica e definita a questo processo di ribaltamento della realtà, che non poteva più costituire una mera tattica usata all’occorrenza. La storia del pensiero strategico sovietico prima e russo poi è molto ricca ed è impossibile ripercorrerla tutta, se non in alcune tappe per noi particolarmente significative. Uno dei personaggi più affascinanti ed emblematici è il maresciallo Nikolaj Vasil’evič Ogarkov, che ricoprì la carica di capo di Stato maggiore dal 1977 al 1984. Si tratta di una delle figure più valorose delle forze armate sovietiche, come molti altri finito vittima di una delle tante congiure all’interno dei pericolosi corridoi del potere del Cremlino. Il suo soprannome era groznyj soldat, ‘il soldato formidabile’. La sua fu una carriera fulminante, grazie ai meriti conquistati sul campo di battaglia. La sua lunga esperienza da combattente durante le principali operazioni belliche e da ufficiale gli aveva fatto capire che l’Unione Sovietica, già allora, era indietro rispetto agli Usa di una, forse anche due generazioni12. Una volta diventato capo di Stato maggiore, iniziò a lavorare per una trasformazione delle forze armate sovietiche. Si trattava, in parte, anche di una necessità economica. Gli Anni Settanta, durante il governo Leoníd Il’íč Bréžnev avevano trascinato l’Unione Sovietica in quella che lo stesso Gorbačëv aveva definito ‘l’era della stagnazione’ e che aveva avuto delle conseguenze serie anche sul budget destinato all’industria di difesa. Pur tenendo conto di questo importante aspetto, Ogarkov aveva in mente un’azione ancora più organica e radicale. Pensava che l’informatica potesse rivoluzionare completamente il modo di portare avanti i conflitti e anche l’organizzazione delle varie armate andava cambiata, con unità d’attacco più piccole, più snelle, con tecnologie più avanzate13. Erano i primi Anni Ottanta. La stella di Ogarkov si spense improvvisamente il 6 settembre 1984, quando il ‘soldato formidabile’ fu licenziato dal Politburo moscovita quasi su due piedi. Forse si trovava nella corrente sbagliata, forse, e non sarebbe certo una sorpresa, la sua ascesa e i suoi successi avevano procurato fastidi a molti. Ogarkov si ritirò in buon ordine, assolvendo a incarichi minori, lavorando per il suo Paese fino al 23 gennaio 1994, giorno della sua morte. È sepolto al cimitero di Novodevičij, dove riposano tutte le grandi glorie nazionali e dove fu tumulato con i più solenni onori militari dopo essere stato silurato, nel solco della ‘migliore’ tradizione locale. Il suo progetto rimase largamente sulla carta. Se il suo Paese gli avesse dato retta, avrebbe guadagnato oltre 20 anni di tempo. Al Politburo erano molto più impegnati a mantenere le loro sacche di influenza e non se ne resero conto. Nell’ambiente militare, però, il dibattito era stato aperto e raggiunse il suo culmine dopo la fine della Guerra Fredda, soffermandosi soprattutto su due aspetti. Da una parte la necessità di utilizzare in modo sempre più massiccio le nuove tecnologie e dall’altra il confine sempre più sbiadito fra utilizzo di mezzi militari e non militari, come anche fra il tempo di guerra e il tempo di pace. Siamo arrivati alla fine degli Anni Novanta, quando la dissoluzione dell’Unione Sovietica e alcuni avvenimenti storici riportano, con violenza, la neonata Federazione Russa alla sindrome della fortezza assediata. Nel National Security Concept14 del 2000 si legge: La sicurezza nazionale nel settore dell’informazione è sempre più minacciata. Lo sforzo di alcuni paesi di dominare lo spazio globale dell’informazione e di espellere la Russia dal mercato interno e esterno dell’informazione rappresenta un grave pericolo, così come l’elaborazione da parte di alcuni Stati di un concetto di guerre dell’informazione che preveda la creazione di mezzi di pericolosa influenza sulle sfere di informazione di altri paesi del mondo; l’interruzione del normale funzionamento dei sistemi di informazione e telecomunicazione e dell’affidabilità dell’archiviazione per le risorse di informazione; e l’ottenimento di un accesso non autorizzato15. Tutto quello che si è letto in queste poche righe rappresenta le accuse che Mosca muove al resto del mondo. Al contrario, è tutto ciò che il resto del mondo ha subito dalla Russia da oltre 15 anni a questa parte. Uno dei punti fondamentali, per capire cosa stia succedendo, è proprio questo. Seguendo il ragionamento dei russi, è stato dato vita a un nuovo modo di fare la guerra, con le conseguenze che vedremo, per neutralizzare gli attacchi che venivano dall’esterno. Insisto tanto sul punto di vista di Mosca, non perché questo sia giusto o accettabile, ma perché è tipico dell’impostazione russa puntare sulla difesa per mascherare quello che in realtà è un attacco. E che il primo modo per contrastarlo sia capire chi abbiamo davanti. Nei capitoli successivi, vedremo come la Russia abbia attuato le sue strategie in un’ottica di offesa e non certo di difesa. Per il momento, registriamo quanto scritto nel 2000. Da questo momento, fino al 2016, nei documenti ufficiali viene data sempre più importanza alla cosiddetta information warfare, la guerra dell’informazione. Una definizione che, coerentemente con la concezione russa, comprende componenti non solo tecniche, ma anche cognitive e psicologiche16. In poche parole, ma lo vedremo meglio nei prossimi capitoli, il termine ‘informazione’ dai russi è usato in senso molto lato e spesso anche ingannevole, con un significato diverso rispetto a quello che gli si attribuisce in Occidente. Oltre ai teorici militari, ci furono anche personalità del mondo intellettuale che contribuirono a questo dibattito. L’elenco è lungo, ma vale la pena di citarne due, anche per l’influenza che hanno avuto sulla politica russa negli ultimi anni. Il primo è Aleksandr Gel’evič Dugin, contestato, secondo molti anche pericoloso, teorico dell’eurasiatismo17, in buoni rapporti con l’esercito, ritiene che la civiltà euroasiatica russa sia costantemente sotto minaccia da parte dell’Occidente. Per difendersi è quindi necessario dare vita a una net centric warfare ampliata, che utilizzi la tecnologia e Internet per alterare non solo il quadro politico, ma anche quello economico, sociale, culturale e antropologico. Concepisce, questo non a torto, Internet come un fenomeno sociale, attraverso il quale è possibile influenzare reti di persone e manipolarle per raggiungere determinati obiettivi. Non meno agghiacciante è la posizione Igor’ Nikolaevič Panarin, teorico di una guerra dell’informazione che coniughi metodi diplomatici, economici, politici e militari. Fin qui, la teoria. A partire dal 2011-2012, ci sono stati cambi importanti ai posti di comando della Federazione Russa e anche nel cerchio magico del presidente Putin. Uno dei più importanti è sicuramente la nomina di Sergej Kužugetovič Šojgu, già generale dell’armata18, a ministro della Difesa. Ancora oggi, è uno degli uomini chiave del Cremlino, uno dei pochi di cui il capo di Stato si fidi. Durante i suoi incarichi da ufficiale, Šojgu era rimasto molto impressionato da quello che era successo in alcuni Paesi dell’ex Unione Sovietica, ossia le cosiddette ‘rivoluzioni colorate’, che dal 2003 al 2005 hanno avuto luogo in Georgia, Ucraina e Kirghizistan, tutte e tre ex repubbliche sovietiche. Tentativi di rivolta, ma andati male, si erano verificati anche in Azerbaigian e Bielorussia. Per Šojgu, dietro questi grandi movimenti di massa, in realtà, c’erano alcune grandi potenze straniere, in primis i soliti Stati Uniti, che avevano tutto l’interesse a destabilizzare gli status quo dei singoli Paesi, imporre valori stranieri con il pretesto di espandere la democrazia e variare gli equilibri di potere. La novità, secondo il generale, risiedeva nel metodo: avevano centrato l’obiettivo con l’utilizzo di mezzi non militari (nella fattispecie, la manipolazione dell’opinione pubblica e il lavorare sulla vulnerabilità economica di questi Paesi), lasciando da parte quelli militari. Pochi anni dopo, un’altra ondata di proteste spinse i russi a velocizzare la messa a punto della loro nuova strategia di guerra, che comunque era già in parte testata. Le cosiddette Primavere arabe hanno rappresentato per Mosca il punto di partenza di una nuova era militare19. Alcuni alti gradi delle forze armate hanno riconosciuto dietro a quelle piazze il tentativo riuscito da parte degli Usa di rovesciare governi stabili, ma che non andavano più bene a Washington, grazie a una guerra che si avvaleva delle tecnologie più sofisticate, dove l’informazione e le operazioni psicologiche avevano un ruolo di primaria importanza. Non più quindi gesti violenti o invasivi come un attacco, armate schierate ai confini, un omicidio eccellente o il lancio di un missile, ma utilizzo dei media, dei social e velocità nelle comunicazioni grazie alle nuove tecnologie. Il nemico, che per i russi, giova ricordarlo, sono sempre gli Stati Uniti e più in generale l’Occidente, ora combatteva così e la Russia non poteva fare altro che adeguarsi. Si tratta di un chiaro ribaltamento della realtà, condito da una buona dose di dietrologie di ogni tipo, che non sorprendono però, se si considera il clima di sospetto che ha caratterizzato l’impero zarista prima e l’Unione Sovietica poi. Vladimir Putin è stato uno dei primi a cogliere le potenzialità di questa nuova concezione di guerra e ha messo a lavorarci sopra, in ambiti diversi, due uomini che si sono rivelati fondamentali per la sua implementazione e che vedremo fra poche pagine e nella terza parte di questo libro: il generale Valerij Vasil’evič Gerasimov e Vladislav Jur’evich Surkov. NON LINEARE, AMBIGUA O GRIGIA: COMUNQUE GUERRA Prima di proseguire, conviene soffermarci un secondo sull’utilizzo di alcuni termini e definizioni, che in Occidente hanno un significato, ma che possono essere intese dai russi in modo diverso, senza contare che a volte sono state utilizzate in maniera errata anche da addetti ai lavori. Può sembrare di entrare eccessivamente nel dettaglio, invece si tratta di precisazioni doverose se si vuole comprendere bene quello di cui si sta parlando e di cui in futuro, con la piega che stanno prendendo gli equilibri internazionali, temo si parlerà sempre di più. Abbiamo detto che in Russia nei primi due decenni di questo terzo millennio è stato sviluppato e perfezionato un modo di muovere guerra che si avvale non solo di azioni armate, ma anche non armate, mischiate sapientemente, dove un grande ruolo viene giocato da Internet e dalle nuove tecnologie. Molti hanno definito questo nuovo modo di concepire la guerra come ‘guerra ibrida’, in inglese hybrid warfare. Si tratta, secondo molti teorici militari e non, di una definizione scorretta, che può essere sostituita con altre più calzanti come ‘guerra ambigua’, ‘guerra non convenzionale’ o ‘guerra grigia’, dicitura questa spesso abbreviata in GZW, che sta per grey zone warfare. Qualcuno potrà pensare che si tratti di puro utilizzo delle parole, ma non è così. Guerra ibrida e guerra grigia vanno a definire due strategie che hanno certamente dei punti in comune, ma che sono diverse. E, visto che per le operazioni di Mosca in Ucraina l’espressione guerra ibrida è stata utilizzata parecchio e a sproposito, vale la pena di spiegare il motivo. Andrea Beccaro, nei suoi studi, ha evidenziato che hydrid warfare e grey zone warfare sono diverse per almeno due ragioni. La prima è che, pur condividendo la fusione fra operazioni armate ed elementi di guerra ambigua, utilizzano approcci e tattiche differenti. La seconda, molto importante, è che la hybrid warfare è più limitata al campo di battaglia, mentre la grey zone warfare tiene conto anche della sfera politica e del quadro internazionale, con tutte le possibilità di azione che questi ultimi consentono: pressioni economiche, operazioni diplomatiche, propaganda, manipolazione dell’opinione pubblica etc. A queste, negli ultimi anni, si è aggiunta da parte di alcuni Paesi, soprattutto dalla Libia, dalla Turchia e dalla Bielorussia (con la benedizione di Mosca) l’utilizzo dei flussi migratori come arma di ricatto e per creare destabilizzazione nell’opinione pubblica. A proposito di cose che in Occidente hanno un significato e in Russia un altro: se per noi le sanzioni sono da considerarsi un avvertimento, un mezzo per arrivare ad una negoziazione, per Mosca sono un’azione offensiva. Una dimostrazione in più, nel caso ce ne fosse bisogno, di come ci sono due parti del mondo che sembrano destinate a non capirsi e a non riuscire a dialogare. Questo potrebbe fornire nuovi spunti al dibattito se le sanzioni possano essere davvero uno strumento efficace o meno, punto su cui i risultati raggiunti con il loro impiego lasciano qualche dubbio. Tornando alla grey zone warfare, è facile intuire come questa preveda ancora meno l’impiego di azioni militari rispetto alla guerra ibrida e si concentri in quello spazio grigio fra una situazione di guerra e la pace. Riassumendo, possiamo dire che le tre caratteristiche principali della grey zone warfare sono l’ambiguità, il basso grado di elementi distintivi e la possibilità di negare tutto20. Del resto, se ci si pensa, il grigio è il colore più indefinito e con più nuance che ci sia, quasi un colore non colore. Non si sa se ci si trovi in tempo di guerra o in tempo di pace, il confine fra attività civili e militari diventa sempre più labile, così labile che a volte riesce persino difficile realizzare che si è stati attaccati. E manca il teatro fisico della guerra, il campo di battaglia. Non sorprende poi che i russi amino particolarmente operare tramite Internet e la rete, che sono per definizione il regno dell’anonimato, della perdita di tracciabilità, della falsificazione. Tutto riporta, ancora una volta, al loro passato, a come si è formata la loro cultura politica, che ha chiaro riflesso sull’azione strategica e militare. La differenza, grossa, è che con l’aiuto della rete e delle nuove tecnologie, queste operazioni ambigue sono molto più potenti e pervasive. C’è una Russia che sta cercando di riconquistare, almeno parzialmente, il ruolo perso dopo la dissoluzione dell’Urss e che se la deve vedere con altre potenze come la Cina o l’Iran, che hanno ambizioni egemoniche umanitarie molto simili. Per portare avanti i suoi piani, Mosca ha deciso di utilizzare una guerra che fa largo uso di operazioni asimmetriche e indirette. Un insieme di tattiche di coercizione politiche, militari, economiche, umanitarie e dell’informazione che fra le altre cose, hanno anche un altro vantaggio: costa molto meno della guerra convenzionale e possono fare ottenere risultati devastanti. Comprendere questi aspetti per l’Occidente, in particolare per gli Stati Uniti è di fondamentale importanza, perché aiuta a capire quante volte Mosca abbia già abbondantemente superato la linea rossa e quale possa essere la strategia da utilizzare sul lungo termine per neutralizzarla. 
1 Chim W. (2018), Russia’s Digital Awakening, Partnership for Peace Consortium of Defense Academies and Security Studies Institutes, Vol.17 N.2, pp. 5-18.