venerdì 15 aprile 2022

Hans Magnus Enzensberger Considerazioni del signor Zeta

 


Hans Magnus Enzensberger

Considerazioni del signor Zeta
ovvero
Briciole da lui lasciate cadere, e raccolte da chi
lo stava ad ascoltare

Il signor Zeta bisogna figurarselo come una persona che non rivela i suoi secondi fini, che affronta le sue preoccupazioni senza perdere il controllo e rinuncia malvolentieri al lato buono delle cose. Tarchiato e rotondetto di corporatura, salterà all’occhio di chi lo osserva soltanto per la sua pacatezza e per l’uso dispendioso che fa del suo tempo. Seppure ha una professione, non ne parla mai.

I suoi occhi grigio-azzurri sono ben svegli, ma guardandolo attentamente si nota che è miope. Col suo vestito fuori moda, dalla fantasia sale e pepe, porta una bombetta marrone che solitamente poggia accanto a sé sulla sua panchina.

Per quasi un anno intero, quando il tempo lo permetteva, il pomeriggio è stato possibile incontrare il signor Zeta nel parco, lontano dai viali principali, in un luogo protetto da siepi di carpino, dove, se non si considera un paio di storni affamati, regnava la quiete.

Nessuno di noi avrebbe potuto dire in che modo avevamo attaccato discorso per la prima volta con il signor Zeta. Per noi va qui intesa una moltitudine casuale ed eterogenea di passanti che ogni tanto si fermava ad ascoltarlo. I piú, dopo un po’, continuavano per la loro strada scuotendo la testa. Altri gli facevano delle domande o lo coinvolgevano in qualche discussione.

Alla fine rimasero soltanto tre di noi. Perché abbiamo deciso di rendere note queste nostre conversazioni a dei contemporanei che non hanno mai sentito parlare del signor Zeta? È lui ovviamente il vero autore di questo nostro plico di fogli, sebbene, per quanto ne sappiamo, non abbia mai messo su carta nessuna delle sue frasi. Naturalmente non possiamo garantire per l’esattezza dei nostri appunti. Primo, perché il ricordo, come lui ci ha piú volte ammoniti, inganna; secondo, perché spesso siamo in disaccordo.

Era la timidezza o la presunzione a prevalere nelle apparizioni del signor Zeta? Ha detto davvero cosí? Te lo stai inventando, dice uno. Sono sicuro, risponde l’altro; e il terzo propone un patto: Ognuno di noi deve poter mettere per iscritto quello che vuole. Al signor Zeta sarebbe piaciuto; e su questo, alla fine, la nostra troika ha trovato un accordo.

1 Il primo o il secondo giorno che ci siamo incontrati, era l’inizio di aprile e gli alberi si accingevano a terminare il loro lungo sciopero, Z. disse che si domandava perché mai stessimo ad ascoltarlo. Non si sentiva vecchio abbastanza per avere dei discepoli, ed era lungi dal considerarsi un maestro. Non potevamo essere confratelli poiché con noi che ci radunavamo lí non aveva rapporti di parentela, neanche alla lontana. Non si vedeva neanche nei panni dell’insegnante, perché ciò avrebbe potuto significare che lui stesso non aveva piú niente da imparare. Lo si poteva forse considerare un oratore, ma per questo gli mancavano l’esercizio e una tribuna. Lui non aveva bisogno di alcun podio e si sforzava di essere breve. Chi cercava una guida era fuori strada, al pari di chi voleva radunare seguaci. Tutti noi eravamo semplici passanti che volevano conversare un po’ come vecchi amici.

2 «Se vi riesce di trovare qualcosa che meriti la vostra ammirazione, – disse Z., – non lesinate su questo piacevole moto dell’animo».

3 Z. disse: «Dovete contraddirmi, ma soprattutto dovete contraddire voi stessi. Bisognerebbe restare sempre fedeli soltanto a ciò che non si dice».

4 Uno di noi si sforzò di replicare. «Lei parla per enigmi, e temo che lo faccia di proposito. Non posso parlare a nome degli altri presenti, è ovvio, ma personalmente preferirei che si esprimesse in maniera meno ambigua».

«Mi ha smascherato. Ma pensa che l’ambiguità sia solo un capriccio? Consideri, la prego, che abbiamo due mani. Sinistra e destra, facile confonderle, ma non sono davvero la stessa cosa. La nostra asimmetria ha anche i suoi vantaggi. Con due mani ci si lava, si cambia un pannolino o si attacca un bottone. I nostri lineamenti non sono speculari; se qualcuno riproducesse la foto del suo passaporto e invertisse i due lati, lei non si riconoscerebbe in quel collage. Oppure una volta provi a tenere chiuso prima un occhio, poi l’altro. Constaterà che la sua percezione è stereoscopica, e che il mondo appare diverso a seconda della prospettiva. Anche il cervello, mi è stato riferito, pare abbia due metà assai diverse. Da tutto ciò deduco che l’aspirazione all’univocità è certo diffusa, ma condannata a fallire».

5 Quel tardo pomeriggio, mentre il giovane, irascibile studioso che aveva fatto la domanda stava ancora riflettendo su come parare le mosse di Z., cominciò improvvisamente a nevicare. Nessuno se l’aspettava in aprile, a parte una voluminosa signora che si era presentata con una pelliccia di visone. I freddolosi imprecarono, si scossero i fiocchi dalle spalle e si diedero alla fuga. Persino il giovane studioso non aveva piú voglia di continuare la discussione, e cosí il signor Z. rimase solo. Gli unici a non muoversi furono la signora dall’aspetto deciso e un signore taciturno. Quest’ultimo portava un abito su misura che gli andava a pennello e un paio di occhiali da sole che non si toglieva mai. Solo una cosa disturbava la sua perfetta entrata in scena: i capelli brizzolati gli inondavano la nuca, come se non fosse riuscito ad andare dal barbiere. Benché sembrasse avere delle buone gambe, camminava appoggiato a un bastone da passeggio col manico d’avorio.

La signora dall’aspetto deciso guardava i due uomini senza parlare. La neve danzava davanti ai suoi occhi. Tutti e tre aspettarono pazientemente finché tornò il sereno.

6 Qualche giorno dopo, Z. rispose alla domanda su come la pensasse a proposito della morte: «Siccome, a quanto pare, nessuno di noi è in procinto di morire, è prematuro parlarne».

7 «Si dice che quando si è in ballo, bisogna ballare, fino alla fine delle danze. Vi prego di esimermi, – disse Z., – dall’osservare questa regola».

8 A proposito della fama Z. notò: «Chi è famoso lo è solo nel suo autobus. Appena scende, si accorgerà che nessuno là fuori ha sentito parlare di lui».

9 A proposito dell’arte, Z. ci fece riflettere su questo: «Per quanto si cerchi di dissuadere la gioventú, sarà tutto vano».

10 «Spero, amici miei, che non mi crediate capace di una strategia, – dichiarò Z. – Non sono il vostro suggeritore. Meglio guardarsi dai consiglieri. Sono costosi, presuntuosi e perseguono i propri scopi. Come i militari dello stato maggiore, credono che ci si possa preparare per qualsiasi situazione. Spero che non vi aspettiate niente del genere da me. Nel mio caso, potete star sicuri che prenderò per me le mie decisioni e lascerò a voi le vostre».

11 Quanto alla tattica, invece, Z. citò un cinese del quarto secolo a.C.: «Se sei forte, fingi di essere incapace; se sei pieno di energia, comportati da pigro. Fa’ andare in bestia il tuo nemico e confondilo. Mostrati piú debole di quel che sei e nutri la sua presunzione».

12 Quel tardo pomeriggio di aprile, uno scroscio di pioggia mise rapidamente fine alle nostre discussioni. Chi aveva con sé un ombrello lo aprí e offrí un riparo provvisorio ai vicini. In questo modo si accostarono tra loro alcuni degli ascoltatori che fino a quel momento si conoscevano solo di vista. Nessuno pensò a proteggere il signor Z., che si accontentò di mettersi il vecchio cappello. Si accese un sigaretto e non vide alcun motivo di abbandonare la sua panchina.

13 Z. disse: «Cavarsela senza illudersi di essere importanti è una cosa sana».

14 Nulla da ridire sull’arte divinatoria, dichiarò Z. sebbene nessuno l’avesse confutata. Era uno dei mestieri piú antichi del mondo. «Gli interpreti delle stelle e i loro attuali eredi procurano svago, sono utili alla conversazione e raramente sono piú stupidi dei loro clienti. La loro audacia mi piace e le loro previsioni danno da pensare anche quando si dimostrano sbagliate».

15 Z. ci raccomandò: «Rimproveratemi non appena minaccio di diventare profondo».

16 Quando gli fu chiesta la sua opinione sugli atei, Z. rispose: «Ciò che mi disturba è il loro dogmatismo. E non mi piace neanche il fatto che ritengono impensabile un’intelligenza superiore alla nostra. Una supposizione che mi pare piú azzardata di qualunque fede in Dio».

17 Su quelli tra noi che erano presuntuosi, Z. disse: «Se uno pensa di essere un vincente, prima o poi il suo corpo lo farà ricredere».

18 Quando uno credette di riconoscere in lui i primi segni di saggezza senile, Z. disse: «Può essere, ma io da quella non mi lascio abbindolare».

19 «Anche chi trebbia paglia vuota può trovarci qualche chicco di grano. Tuttavia, – disse Z., – non mi sento di consigliare questo procedimento».

20 «Il saper evitare è una grande arte che raramente viene insegnata e ancor piú raramente padroneggiata, – disse Z. – La maggior parte delle persone è irrimediabilmente oberata dalla grande quantità di superfluo».

21 Quando scoprí fra di noi un tipo malevolo, lo ammoní: «L’invidioso manca di fantasia. Si occupa di ciò che hanno e fanno gli altri, di come vivono e del loro aspetto. In questo modo danneggia se stesso. Il suo è un eccesso di altruismo».

22 Una volta Z. portò con sé una di quelle robuste borse dell’Europa dell’Est fatte di plastica colorata, da cui estrasse una pila di libri. Era la prima volta che si portava dietro qualcosa.

«Sono tutte Sacre Scritture, – disse, – opere, quindi, cui non sono mai mancati i lettori, anche prima dell’avvento delle classifiche. Da cosa può dipendere? Mi ci sono lambiccato il cervello a lungo. Certo, la loro lettura è assai varia. Ti intrattengono con miracoli e racconti fantastici, sono ora malinconiche, ora truculente. La critica letteraria non le tange. Il cliente d’albergo solitario le trova nel cassetto del comodino, a volte le distribuiscono gratis nelle zone pedonali, mentre le prime edizioni a stampa si possono acquistare a caro prezzo nelle aste».

«Vuole leggerci qualcosa dalle Sacre Scritture? Una lezione sulla Bibbia è l’ultima cosa che ci saremmo aspettati da lei».

«Non dovremmo limitarci al Vecchio e al Nuovo Testamento. Posso mostrarvi non soltanto la bella ristampa della traduzione di Lutero del 1545, un’edizione di seconda mano, che senz’altro vi consiglio, ma anche il Talmud babilonese, un Corano, i discorsi del Buddha e persino il Libro di Mormon del 1830, ma naturalmente siamo ben lontani dalla completezza; si potrebbe quasi dire che ci sono tante Sacre Scritture quanta sabbia sulla riva del mare.

Fa specie che ognuna di esse si consideri l’unica e abbia poca simpatia per le altre. Di solito sorprendono con singolari precetti e divieti. Una dice che non bisogna lasciare in vita le streghe; un’altra che un uomo deve limitarsi a quattro mogli; un’altra ancora che il vino e la carne di maiale sono da evitare, e che il capretto non va assolutamente cotto nel latte della madre.

In alcune di queste Scritture Dio viene definito un creatore immediato, altre invece ammettono diversi artefici. Lettori illuminati sottolineano che simili rivelazioni non vanno prese alla lettera, e fanno notare l’intricata situazione delle fonti. Non per niente, dicono, grazie ad apostoli, hadīth, commentatori e concili, la tradizione ha già scartato gli apocrifi separando cosí il grano dalla pula. I lettori piú ortodossi ascoltano malvolentieri queste interpretazioni».

23. Alcuni ascoltatori piú anziani criticarono il fatto che dalle osservazioni di Z. trapelasse una certa mancanza di serietà. Avevano la sensazione, e non era la prima volta, che mancasse del dovuto rispetto.

«Mi dispiace che abbiate questa impressione», rispose Z. Non gli era facile confutarla. Disse che si sarebbe limitato a un aneddoto.

«Riguarda un irlandese di mia conoscenza che purtroppo non può essere qui con noi perché è spesso in giro. Lavora come capo steward per una grossa compagnia aerea. Prima però faceva il parroco in una città, credo addirittura che fosse prelato della Chiesa cattolica irlandese, finché non venne costretto a gettare la tonaca in circostanze scandalose. La lingua inglese usa in questo caso l’elegante espressione he was unfrocked.

Mi chiese se credevo davvero che fossero state delle forze superiori a dettare parola per parola le proprie rivelazioni.

“Perché non dovrebbe essere possibile?”, replicai. “Oppure credi sia escluso che nell’universo ci siano delle menti superiori a noi?”

Ma lui non si rassegnò.

“Questa ipotesi non farebbe che peggiorare la faccenda”, disse. “Bisognerebbe dedurne che le rivelazioni erano una sorta di burla divina, un practical joke, uno scherzo giocato all’umanità da questi esseri superiori. Come se godessero dei nostri sforzi per decifrare e interpretare le Sacre Scritture. Ciò almeno ne spiegherebbe le contraddizioni, cosí come il fatto che sul piano stilistico oscillano fra scarni elenchi, splendide poesie, noiosi resoconti di guerra, pignole norme edilizie e avvincenti drammi famigliari”.

Fui io a questo punto a pensare che avesse espresso un’opinione audace e ritornai alla dottrina di Erasmo, che dice: tutto ciò non disturba i lettori devoti, e dovremmo risparmiare loro i nostri scherzi, finché non sono intenzionati a ucciderci».

24 Gli epicurei non dubitavano dell’esistenza degli dèi; ma credevano che il destino degli esseri umani fosse loro indifferente. Z. obiettò: «Nei racconti dei Greci si parla sempre del riso degli dèi. Ciò presuppone comunque che l’umanità serva loro per divertirsi».

25 «Il tutto non esiste. Né la nostra scienza né la nostra fantasia sarebbero in grado di concepirlo». Su questa tesi Z. tornò spesso.

Quando sentiva parlare di «totalità», stava male. Dietro, affermava, si nascondeva sempre un’intenzione inespressa di tipo religioso, politico o intellettuale. Lui comunque si accontentava della parte, non solo: sapeva apprezzarla ed era felice della propria.

26 Quando Z. cominciò a parlare del piú e del meno, tememmo un lungo sermone, dunque piuttosto un piú che un meno. Il confine tra abbondanza e carenza era instabile, disse; solo in casi eccezionali si stabiliva un equilibrio. Natura o economia, in questo contesto, era come zuppa o pan bagnato: ovunque c’era un’oscillazione. Onde piú lunghe o piú corte, ampiezze maggiori o minori: a seconda dei casi. Ognuno poteva osservare da sé con quanta facilità l’entusiasmo si trasformava in noia, per esempio in quel momento, mentre stavamo ad ascoltare. Non era facile determinare il momento chiave, ma ne valeva la pena.

27 Era difficile distogliere Z. dalla sua propensione per la molteplicità. Cosí, lodava, senza comprenderla, la scrittura cinese con i suoi ottantamila caratteri. Apprezzava anche l’inventore dell’alfabeto greco, di quello latino, arabo e cirillico, compresi cifre e segni diacritici. Questa ricchezza, certo, provocava il malumore degli ingegneri che preferivano il codice binario con la sua sequenza di zeri e uno. Lui però non aveva nessuna voglia di occuparsi di testi che erano interessanti solo per le macchine.

28 «Le associazioni sono qualcosa di bello, – disse Z. – Creano un’atmosfera accogliente. Per questo sono cosí numerose. Alcuni diligenti sociologi di recente le hanno contate. In Germania pare siano 555 000. La quantità dei soci supera di gran lunga il numero degli abitanti». Certo, non sapeva a quante corporazioni, quanti partiti, club di calcio e automobilismo, ditte, società di tiro a segno, fondazioni ed enti di diritto pubblico avrebbe potuto iscriversi, ma apprezzava molto i vigili del fuoco volontari e l’assistenza psicologica telefonica. In queste istituzioni, bisognava però non soltanto poter entrare, ma anche poterne uscire senza temere danni.

29 Quando pian piano arrivò il caldo, una volta Z. cominciò a sudare. Si sbarazzò della vecchia giacca grigia e da allora in poi, il piú delle volte, rimase seduto lí in maniche di camicia. Solo del suo cappello non si liberava mai.

«Le conversazioni sul tempo sono inevitabili, ma senza conseguenze. Non bisognerebbe lasciarsi tiranneggiare dalla meteorologia».

Il distinto signore con gli occhiali da sole sembrò considerare superfluo questo consiglio; infatti non seguí l’esempio di Z. Evidentemente si rifiutava di starsene seduto solo con la camicia, qualunque temperatura il termometro segnasse.

30 Z. definí benefica l’invenzione del rasoio elettrico. Risparmiava a chi era nauseato di doversi spuntare ogni giorno la barba la tentazione di togliersi la vita con l’allettante lama usata in quella routine mattutina. Pensava infatti ad Adalbert Stifter, il quale un giorno si era tagliato la gola perché ne aveva fin sopra i capelli degli idilli che aveva inventato.

31 Z. disse: «Quante volte i miei insegnanti hanno preteso che mi concentrassi! Ho preferito distrarmi o, sebbene suoni come un brutto gioco di parole, ho preferito disperdermi1».

32 Sull’educazione Z. si espresse in modo sprezzante. Poteva avere un senso come legittima difesa contro i figli, ma il suo svantaggio stava nel fatto che gli adulti si ritenevano piú furbi dei loro figli. Questo era un grave errore, in cui incappavano però quasi tutti i genitori, i maestri e i professori. Lui si consolava con una frase dello storico della scienza Otto Neugebauer, secondo il quale non esisteva alcun sistema pedagogico noto all’umanità in grado di rovinare gli spiriti vitali di tutti i bambini.

33 Bisognava leggere di meno, brontolò Z. Era una brutta abitudine, dannosa per la salute tanto quanto il tabacco. «Se invece di prendere in mano dei libri o persino dei giornali, mi fossi messo a riflettere per conto mio, – continuò, – probabilmente sarei diventato piú intelligente».

34 Quando, cosa che per fortuna capitava raramente, compariva una formazione di turisti giapponesi o un’orda di sportivi ansimanti, che minacciava di fermarsi vicino a noi, Z. faceva ogni volta una pausa e in silenzio si accendeva uno dei suoi sigaretti puzzolenti, suscitando la disapprovazione degli intrusi. Solo quando eravamo di nuovo tra noi, proseguivamo le nostre conversazioni.

35 Troppo poco, disse Z., veniva apprezzata l’idiozia dei poeti, che aveva sempre dato frutti notevoli. Cosí restava oscuro ciò che voleva dirci il giovane Rimbaud quando proclamava: «Il faut être absolument moderne». Z. poteva soltanto mettere in guardia da una simile pretesa. Pretesa che non traeva vantaggio neanche del fatto di rafforzare la modernità con un prefisso come «post» o di numerarla come seconda, terza eccetera. Traspariva sempre la ridicola idea che noi contemporanei fossimo piú intelligenti, piú capaci, in una parola: semplicemente piú avanti di quegli antenati ai quali dobbiamo il fuoco, il letto, le scarpe, l’astronomia e gli dèi.

36 Ciò che per uno era particolarmente importante, disse Z., era meglio esprimerlo di sfuggita.

37 Z. si lamentò che la maggior parte delle persone erano povere di idee, quando si arrabbiavano. Le loro ingiurie pertanto mancavano di efficacia. «È nell’insulto, – proseguí, – che si vede il maestro. Quando Karl Marx definisce il suo avversario Bakunin un Maometto senza Corano, rivela non solo la propria avversione, ma soprattutto la propria perspicacia».

In questo era stato superato soltanto dal burbero e talentuoso Schopenhauer. Questi aveva dato il meglio di sé parlando di Fichte: «Ha detto cose che mi hanno spinto a desiderare di puntargli una pistola al petto e poi dire: Ora morirai senza pietà; ma per amore della tua povera anima, di’ se con tutte quelle chiacchiere senza senso avevi in mente qualcosa di comprensibile o ci hai semplicemente presi in giro».

38 Z. ci consigliò: «Se qualcuno cerca di provocarvi, riducetelo in frantumi con la vostra calma. Chi si dà delle arie non aspetta altro che essere respinto. Vorrebbe rimpinzarsi della vostra opposizione».

39 «Chi ha bisogno di un guru, ha sbagliato indirizzo, – disse Z. – Se qualcuno dovesse pendere dalle mie labbra, consideri che è bello anche starsene a casa. Chi dorme non ha bisogno di conversare».

40 Z. osservò come nei «centri», che ormai spuntavano come funghi, si poteva suonare la chitarra, prendersi una scottatura, sollevare grossissimi pesi, farsi tagliare le unghie e i capelli, girare dei film o abbandonarsi a un massaggio thailandese. L’unico intruso era chi voleva studiare.

41 «Non è da invidiare chi riflette su tutti gli errori che può fare. Il numero degli errori a sua disposizione, infatti, è in linea di massima illimitato, mentre le opzioni corrette si contano sulle dita delle mani. Il calcolo delle probabilità, dunque, sembra dirci che la maggior parte delle volte va storta. Come quando partecipiamo a una lotteria, però, lasciamo le cose al caso e ci aggrappiamo all’illusione che la dea Fortuna ci favorisca. Ci basta vincere un altro biglietto e già siamo contenti. Non pensiamo di non avere vinto niente, pensiamo di aver ottenuto una nuova chance».

42 «Chi parla di una semicultura si rende colpevole di una sconfinata adulazione, – disse Z. – Persino per un erudito di cultura universale, parlare anche soltanto di un quarto di cultura sarebbe eccessivo. La formula x/2x, infatti, assume molto rapidamente un valore infinitesimale, intorno allo zero. Ciò si avvicina alle nostre conoscenze effettive».

43 Z. si chiese se Montaigne avesse ragione, quando scriveva che bisogna lasciare la politica «ai piú forti e ai meno indecisi, pronti a sacrificarvi onore e coscienza».

44 Alcuni di noi avevano l’impressione che Z. fosse troppo sensibile. «Quando un qualunque ufficio mi costringe a compilare e presentare un’accozzaglia di documenti, – imprecò, – provo un disgusto fisico. Preferirei di gran lunga mettere la mano in una sputacchiera o nella tazza di un water. Al fisco non rimprovero tanto l’insaziabile avidità con cui mi perseguita; il mio conato di vomito scaturisce piuttosto dal fatto che continua a umiliare i contribuenti. L’ufficio delle imposte è la nemesi burocratica delle nostre gioie».

Alcuni lo canzonarono dicendo che poteva rifarsi agli stoici, dei quali sembrava avere una cosí grande considerazione.

45 Non si riusciva a distogliere Z. dalla Vita degli animali di Brehm. «Le critiche degli scienziati non mi 

interessano… – disse, – i cigni mi sembrano proprio come li descrive: intelligenti e assennati, perdono solo di rado la timidezza e la ritrosia che li caratterizzano; nella loro natura si esprimono la coscienza di sé e il sentimento del proprio valore, ma anche una certa sete di potere». 

Oltre alla loro alterigia, il vecchio Brehm notava anche la loro riprovevole invidia e una certa perfidia. Un giudizio tanto naïf, quanto vero. Solo rendendoci conto della nostra somiglianza con gli animali potevamo entrare in contatto con loro. Ciò che veniva rimproverato a questo amabile uomo del diciannovesimo secolo, cioè il suo antropomorfismo, era soltanto una parola di origine straniera.

46 Solo sulle amicizie riservate si poteva fare affidamento, affermò Z. Un nemico segreto vale piú di un amicone pubblico. Il signore con gli occhiali da sole, che solitamente si asteneva da ogni commento, reagí a questa osservazione con un esplicito cenno della testa.

47 Quando uno di noi si lamentò del suo linguaggio all’antica, Z. replicò che una dose adeguata di anacronismo era salutare: chi si affidava allo spirito del tempo era spacciato.

Poi mormorò tra sé le seguenti parole: «Ben bene. A bella posta. Lodevole. Per eccellenza».

«Piú forte! – gridarono alcuni. – Non capiamo una parola».

Z. alzò la voce e continuò: «Mestizia. Scapolone impenitente. Agognare. Vilipendere. Avere l’ardire. Tubare. Quando avete sentito queste parole l’ultima volta?»

«Non ne ho idea, – rispose un giovane con il bomber. – Ma che importa. Un po’ come i vestiti, pensi soltanto alla toga e al cappello a tre punte, anche le parole passano di moda. In compenso se ne inventano ogni giorno di nuove. Per esempio twittare o chill out. Neanche peggio di tubare o agognare, se lo chiede a me. Posso capire che senta la mancanza della mestizia. Ma non è un buon motivo per fare del sentimentalismo!»

«Voglio tenerlo a mente, – replicò Z. dopo un istante di sgomento. – Vorrei tuttavia mettere una buona parola per la non-simultaneità. È già abbastanza brutto essere condannati alla contemporaneità. Il trend può scacciare la noia, e l’attualità può stordirci con i suoi suoni striduli. Ma tanto piú piacevole è prendersi una pausa dal presente. A tal fine può esserle d’aiuto la musica di Ockegehm o di Gombert, perché non è soltanto antica, ma persino antichissima. Provi! È piú sano, io credo, vivere in differita».

48 «Quello che mi piace dei filosofi, – disse Z., – è, primo, che sono cosí numerosi, secondo, che ognuno contraddice l’altro e, terzo, che non hanno paura di disquisire su cose di cui non sanno nulla. Per apprezzarli bisogna gustarsi quel che il grande Hegel ha detto a proposito della mediazione: “non è altro che l’autouguaglianza che si muove da se stessa, è la riflessione entro sé, il momento dell’Io essente-per-sé, è la negatività pura: abbassata alla sua astrazione pura, la mediazione è il puro e semplice divenire. In virtú della propria semplicità, l’Io, il divenire in generale, questo atto del mediare, è appunto tanto il divenire dell’immediatezza, quanto l’immediato stesso”2. Neanche un dadaista, – concluse Z., – avrebbe potuto dirlo meglio».

49 Quando notava che alcuni di noi si stavano annoiando, Z. si irritava e diceva: «Solo le persone noiose si annoiano». Nessuno voleva esporsi, protestando contro questo giudizio.

50 Il pomeriggio successivo, non per la prima volta, aspettammo Z. invano. Ci ritrovammo al solito posto solo in cinque o sei. Non poteva dipendere dal tempo, perché non c’era una sola nuvola in cielo. Il giovanotto con il bomber fu il primo a lamentarsi. «Ci ha mollati qui», disse.

«Si meraviglia? – chiese la signora dall’aspetto deciso con la pelliccia di visone. – Non dovremmo arrabbiarci, dovremmo essere contenti perché questi imprevisti sono dei momenti di svago. La infastidisce essere venuto inutilmente? A me no».

«Però potrebbe farcelo sapere o scusarsi».

«A me piace la mancanza di disciplina che regna qui. In fondo siamo dove siamo per nostra volontà. Ognuno può andare e venire come vuole. Questa è la differenza fra i nostri piccoli esercizi mentali e le consuete esercitazioni sui cosiddetti posti di lavoro. Possiamo conversare anche senza il signor Z. O teme che non ci venga in mente piú nulla, se lui non si presenta? Sarebbe un brutto segno. Ognuno di noi potrebbe assumere il suo ruolo. E questo risponderebbe alle sue aspettative».

In tal modo si sviluppò una conversazione d’altro tipo.

51 Il giorno dopo Z. era di nuovo al suo posto. «Non è educato mettere in mostra la propria malinconia e importunare il prossimo con le proprie preoccupazioni, – disse. – Almeno in società, è piú corretto fare una faccia allegra.

Anche tenere conto delle peculiarità dei propri ospiti facilita la convivenza. Presso gli inglesi, per quanto ne so, è considerato sconveniente parlare di ciò che interessa davvero, per esempio del proprio lavoro, delle proprie pene d’amore o dei progetti di cui uno si sta occupando. L’arte dello small talk, che il forestiero fraintende come vuote chiacchiere, serve ad abbellire la noia. Un’arte in cui non se la cava bene chi fa troppo lo spiritoso. Con tutte le sue battute Oscar Wilde ha fornito sicuramente citazioni immortali, ma non si è fatto degli amici. In un salotto parigino è diverso; lí regna l’esprit come nevrosi ossessiva. Persino gli errori imperdonabili si differenziano a seconda del grado di longitudine e di latitudine. C’è una notevole differenza tra far cadere un mattone, fare un faux pas o una gaffe, o addirittura una figuraccia, pestare i calli o persino il pianoforte, o calpestare gli spinaci. In Giappone basta dire un no tassativo per fare una brutta figura».

52 «Solo le persone molto esigenti sanno apprezzare i quadri in cui c’è pochissimo o, ancora meglio, niente da vedere. I ricchi collezionisti pagano prezzi elevati per la loro minimal art. All’abbondanza nei consumi corrisponde il puritanesimo nei salotti: design spoglio o arte povera. Chi non ha nulla viceversa preferisce rigogliosi mazzi di fiori, santini e cartoline d’auguri per adornare le proprie pareti. Spesso, – disse Z., – ho voglia di fare come questa gente».

53 Quando un arzillo pensionato gli chiese di esprimersi in merito al denaro, Z. esitò. Tutti ne parlavano in continuazione, disse, ma nessuno sapeva dire esattamente che cosa fosse in realtà. Una volta persino un ex presidente della Bundesbank pareva avesse confessato di non poter accedere al mistero della creazione del denaro.

Nessuno poteva dire, del resto, quanta parte di questo prodotto della fantasia esistesse davvero. Bisognava inoltre accordarsi sulla quantità di denaro in circolazione, questione in cui lui comunque non si raccapezzava. A quanto pareva, era necessario distinguere fra M0, M1, M2 e M3, fra denaro sporco e pulito, fra denaro delle banche centrali, moneta scritturale, moneta legale e denaro a credito. Andavano presi in considerazione, inoltre, depositi a vista e depositi a termine presso banche e non banche, con o senza termine di disdetta, diritti alla pensione, titoli a breve termine, fondi monetari, certificati, crediti Target e obbligazioni Pct. Si trattava, come gli economisti non si stancavano di assicurarci, di una scienza a sé.


54 Non era facile rispondere anche alla domanda se fosse possibile toccarlo. Il suo stato di aggregazione cambiava da un momento all’altro. Com’è noto prima era stato solido e costituito da conchiglie, mucche o metallo; poi dalla carta; piú tardi, chi aveva abbastanza liquidi pensò che fosse liquido; alle vittime dell’inflazione appariva con l’aspetto di bolle gassose. Al giorno d’oggi era del tutto immateriale e quasi spiritualizzato, sotto forma di una serie di cifre elettroniche. Di certo c’era soltanto che noi tutti dovevamo piú o meno crederci. Dipendevamo quindi da una finzione, di fronte alla quale le fiabe dei Grimm impallidivano. Di piú non gli veniva in mente, con tutta la buona volontà.

55 L’energico pensionato non si accontentò di queste informazioni. Z. non aveva affrontato la differenza fra il proprio denaro e quello altrui. Gli sarebbe piaciuto saperne di piú. Quello degli altri, fu la risposta di Z., non lo disturbava. Personalmente preferiva il contante. Potevi infilartelo in tasca; certo, era sporco, ma discreto; si vedeva subito se bastava sul momento; inoltre non era di peso proprio perché scompariva da solo. Il denaro era come il letame, serviva a qualcosa solo quando lo si distribuiva. Lo sapeva già Francis Bacon quattrocento anni fa.

Quello che aveva posto la domanda non si lasciò convincere e se ne andò a casa.

56 Ognuno di noi era a suo modo asociale, affermò Z. «A uno dà fastidio la musica del vicino; un altro non ha nessuna voglia di inquadrarsi in un fronte unito; l’avaro lascia pagare gli altri; chi vuole rimanere sobrio evita le sbronze; il ritardatario fa aspettare il prossimo, e chi non sa perdere si isola facendo il guastafeste. È considerato un affronto, se uno si vanta di non capire niente di calcio. Per farla breve, non siamo cosí avanti con la solidarietà come pensa chi la evoca».

57 Come romanziere non aveva chance, disse Z. Non soltanto gli mancavano la pazienza e il talento, ma anche il suo interesse per le crisi matrimoniali, i divorzi e le separazioni si esauriva in fretta. Non aveva da offrire neanche un’infanzia infelice.

58 Z. disse: «Soltanto chi meno la merita cerca di conquistarsi la fiducia. Il modello commerciale di una banca si basa sulla diffidenza nei confronti dei suoi clienti. Dovrebbero essere i risparmiatori, i creditori e gli investitori, invece, a pensarla cosí. Quando in Germania uno di questi istituti dice di essere “il nastro verde della simpatia” o afferma che “la passione dà risultati”, si merita di essere inghiottito dalla concorrenza; lo scopo delle operazioni finanziarie, infatti, non consiste nel creare un’atmosfera piacevole o una condizione di abbandono a stati emotivi; l’unico obiettivo di una banca è quello di ottenere dei profitti».

D’altra parte se uno dava fiducia a un’istituzione, la colpa era sua, che si trattasse di società per azioni, partiti o altri organismi. Si poteva concedere fiducia solo a singole persone, specialmente se queste non lo pretendevano. Chi non dava troppa fiducia perché temeva di essere deluso evidentemente ne aveva poca.

59 «Molte persone che si considerano illuminate, – disse Z., – attribuiscono la boria a forme sociali antiquate, come se fosse una caratteristica della nobiltà. Niente di piú sbagliato! La spocchia non si estingue mai. Non dipende dalla classe cui uno appartiene.

Ogni iniziato guarda sprezzante tutti quelli che non condividono la sua competenza, che siano ammiratori del gruppo pop sbagliato, che indossino stracci riprovevoli o che arranchino dietro le mode. In particolare si distinguono per la loro boria i frequentatori di Internet. Si sentono superiori quando incontrano qualcuno che non è tecnologicamente aggiornato. Lo considerano un individuo che non ha digitalizzato a sufficienza la propria vita e vive ancora nell’“età del carbone”. Se anche non usano questa vecchia espressione, di certo ritengono che un simile comportamento retrogrado non sia adeguato alla loro posizione sociale».

60 Un uomo ossuto, che probabilmente faceva parte lui stesso di un corpo insegnante, forse addirittura della facoltà di Sociologia, rimproverò a Z. di avere la tendenza a montare in cattedra.

«Spero di no», fu la risposta. Si era sempre tenuto alla larga dagli istituti di formazione. Trovava particolarmente faticose le università. C’erano continue riunioni. Chi in questi luoghi era di casa, inoltre, veniva penalizzato dalle riforme e pagato male. Lui, Z., non solo era del tutto inadatto come tutore, ma non capiva neanche la brama di possedere un titolo per amore del quale cosí tanti uomini e donne benemeriti erano precipitati intenzionalmente nell’infelicità.

61 Prese quindi la parola uno che si lamentò della pacatezza di Z. Sembrava che tutto gli fosse indifferente. Z. ammise che evitava di agitarsi per ogni sciocchezza. Ira, rabbia e sdegno erano risorse preziose che bisognava risparmiare. L’ira passava rapidamente, ma assorbiva molta energia. Anche la rabbia non durava all’infinito. Lo sdegno, invece, agiva a lungo termine. Non doveva essere sprecato in occasioni insignificanti.

Del tutto diversa l’irritazione, che lui riservava alla quotidianità. Era sempre a disposizione in quantità sufficiente e passava in fretta. Le piccole invettive che provocava avevano il loro lato positivo: alleggerivano il cuore. Chi non amava la pacatezza non aveva cura dell’economia dei sentimenti.

62 «Come posso sapere in anticipo quello che penserò dopodomani, – disse Z., – se non posso essere neanche sicuro di quello che pensavo l’altroieri?»

63 Una theory of everything non poteva esistere, cosí Z., anche solo per motivi teorici. Per quanto riguardava la matematica, Gödel aveva detto tutto il necessario in proposito. Per questo anche il modello standard dei fisici era un miraggio che si allontanava dal ricercatore a ogni nuovo passo che questi faceva. Ciò non escludeva il progresso scientifico. Al contrario! Ogni evoluzione procedeva in questo modo. Sorprendenti, piuttosto, erano la diffusa predilezione per modelli senza lacune e il desiderio di conoscenze prive di contraddizioni.

64 Uno studente di filosofia piuttosto curioso volle sapere se c’era da fidarsi della scienza. «È una questione di prospettiva, – rispose Z. – Quando accende la luce, lei si fida dei risultati raggiunti da una lunga coorte di ricercatori. Conosce certamente, almeno per nome, Volta, Ampère, Ohm, Maxwell e cosí via!

Se mira piú in alto, perché non si accontenta dell’aspetto pratico, e pone la questione della verità, allora dovrebbe rifarsi a quanto ammesso dal matematico tedesco Hermann Weyl, che disse: “Io cerco di unire il vero al bello; ma se devo scegliere, preferisco la bellezza”. Deve essere lei a sapere che cosa preferisce».

65 There is no free lunch. A dar retta a Z., quello che sembra un ottuso slogan socio-politico non è da sottovalutare. Non soltanto in economia, disse, quasi tutto aveva un suo prezzo. Dappertutto, anche nella vita di ogni giorno, nella biologia, nel progresso tecnico, ovunque si guardasse, erano in agguato sia l’abbondanza sia la rinuncia.

66 «E tuttavia, – aggiunse, – da un numero limitato di elementi e da una piccola scorta di regole formali si crea una quantità enorme, praticamente illimitata, di produzioni complesse. Nella lingua naturale attraverso il vocabolario e la grammatica, nella chimica attraverso la formazione di molecole sempre piú grandi, nella biologia attraverso la codificazione del Dna e dell’Rna e cosí via. La bellezza frattale delle felci può essere sviluppata da un matematico in base a una formula relativamente semplice; poche variabili bastano per produrre una molteplicità di forme. È sufficiente una passeggiata nel bosco per convincersene. Un esempio ancor piú impressionante lo fornisce il formicaio sul ciglio della strada. Oppure pensate al repertorio infinitamente ricco che la musica produce, operando con regole di gioco finite. Questa varietà è una consolazione che compensa ogni rinuncia».

67 Z. aveva una predilezione per oscuri elenchi che declamava volentieri, senza che nessuno glielo avesse chiesto. Questa volta ci fece dono di un catalogo di botanica. Le corrette definizioni scientifiche non riusciva a ricordarsele. Gli bastava ciò che offrivano i nomi tedeschi delle piante. Il loro tentativo di competere con l’incomparabile molteplicità dell’evoluzione lo mandava in estasi.

Volle sapere se ci dicevano qualcosa nomi quali legno dei francesi, sacco acido, strozza-albero o re delle farfalle notturne. Silenzio imbarazzato. Evidentemente tra di noi non c’era nemmeno un vero amante delle piante.

«Peccato, – disse Z. – Quindi non conoscete né la noce magica intermedia, né la lingua di cervo comune, per non parlare dell’albero dei doni giavanese e del cappotto da donna»3.

A questa mancanza però si poteva facilmente rimediare; Z. conosceva infatti un luogo su questo pianeta in cui tutte quelle creature si potevano osservare comodamente e in un solo pomeriggio: il giardino botanico.

68 Z. tornava in continuazione sull’argomento. Sperava che nessuno tra noi avesse qualcosa da ridire contro il lusso. A chi lo apprezzava poteva indicare la strada. Potevamo tranquillamente ignorare lo sfolgorio di stelle delle guide, le quali volevano farci credere che le cosiddette cose da vedere consistevano nelle rovine di una fortezza, in castelli, cattedrali e altre antichità. Suggerivano anche, con forchette e cappelli da cuoco, ristoranti costosi che presumibilmente meritavano una deviazione o persino un viaggio apposito.

«Io preferisco un altro luogo, che in queste guide nel migliore dei casi viene segnalato in una nota a piè di pagina. Non riesco a immaginare un posto piú lussuoso del giardino botanico. Lí potete scegliere fra tutti i climi della terra, dalla foresta pluviale tropicale alla tundra artica. Troppo caldo, troppo umido, troppo secco, troppo afoso o troppo freddo? Vi basta aprire una porticina nelle serre per trovare ciò che desiderate. All’aperto avete la scelta tra felci e piante rampicanti, minuscole orchidee e gigantesche sequoie. Una varietà di forme che stordisce. Nessun museo al mondo può offrire di piú. E il tutto assume un aspetto discreto e non ostentato che seduce con dolcezza. Solo i piccoli cartelli con la loro scrittura antiquata tradiscono l’erudizione che lí è di casa».

Era difficile immaginare quale sforzo comportasse piantare questo cosmo en miniature, innaffiarlo, concimarlo, arginarlo e curarlo. Ciò che per altri era una faticaccia, ai giardinieri sembrava una cosa da niente, come se fossero anche loro contenti di essere sfuggiti al rumore del mondo esterno. Generalmente nel giardino botanico regnava un silenzio biblico. Non era mai affollato. Di certo aveva anche una funzione formativa, forse persino pedagogica, ma soprattutto era un rifugio in cui poveri e ricchi, credenti e non credenti, cinici e ingenui potevano allo stesso modo coltivare la propria fantasia.

«Mi sono spesso chiesto, – concluse Z., – com’è possibile che un’istituzione cosí utopistica, che non dà il minimo profitto, possa sopravvivere in una civiltà socialdemocratica, ad alta intensità di capitale, sempre piú controllata».

69 Alle volte, disse Z., gli veniva voglia di difendere la superstizione contro certi illuministi che la facevano troppo semplice. Questa gente bramava un controllo assoluto mediante la ragione, un controllo che non poteva esistere. Era consigliabile tenere conto dell’imponderabilità. Solo cosí si sfuggiva alla hýbris.

In tal senso la superstizione forniva gli strumenti necessari. Ci si muniva di talismani e amuleti, si evitavano persone e segni infausti, si toccava ferro e ci si guardava dal dire che non poteva capitare alcuna disgrazia. Oppure ci si augurava reciprocamente buon viaggio, ci si dava gli auguri per il compleanno e si brindava all’anno nuovo. Avrebbe voluto vedere una persona illuminata che fosse estranea a queste pratiche.

70 «Da che cosa dipende, – si chiese Z., – il fatto che la stupidità è invincibile? La sua genesi pone la biologia evolutiva davanti a un enigma. I suoi effetti devastanti sono evidenti, ma perché la selezione naturale non ha fatto in modo che si estinguesse, visto che procura cosí tanti danni? Può dipendere soltanto dal fatto che essa porta con sé anche dei vantaggi per la sopravvivenza. Ci sono molte situazioni in cui la capacità di fingersi stupidi torna utile. Un classico esempio è dato dal geniale romanzo di Jaroslav Hašek, Le vicende del bravo soldato Svejk. Esso mostra come il confine fra la vera stupidità, quella sfacciata, matricolata e immane, e un’astuzia ben camuffata sia piú difficile da delineare di quanto credano i saccenti».

71 Ogni tanto Z. intonava un inno in lode della routine. Tanto noiosa quanto indispensabile. L’insopportabile Kierkegaard aveva persino attribuito alla ripetizione un significato religioso.

Lui non voleva arrivare a tanto. Perché, a quanto pareva, in alcuni campi la routine, proprio come la democrazia, non era la benvenuta: per esempio nell’arte. 

72 Era penoso, osservò Z., come gli interpreti accreditati si sforzassero di star dietro alle neoavanguardie e alle avanguardie storiche, e tanto piú alacremente quanto meno c’era da interpretare. Gli scaffali con i commenti su Malevič, Duchamp e altri aumentavano senza freno proprio come il numero dei loro epigoni. Il fatto che la forza polemica di questi «lavori» fosse da tempo sopita, e che gli autori si fossero da tempo integrati – senza traumi e facendosi lautamente pagare – nel mercato globale dell’arte non scalfiva gli sforzi appassionati. I commentatori erano evidentemente convinti del fatto che la dedizione all’arte non fosse mai troppa. Nessun argomento filosofico, teologico, cabalistico restava inutilizzato su questo mercato. Meno c’era da vedere, tanto maggiore era la responsabilità degli interpreti.

73 «Nessuno di noi, – disse Z., – è in grado di ricordarsi le cose piú importanti».

74 «Davvero? – replicò uno. Era di nuovo lo studente di filosofia ad allietare Z. con la sua obiezione. – Per quanto ne so, il cervello umano non dispone di un tasto di spegnimento che funzioni in modo affidabile. La ricerca neurologica l’ha dimostrato. Per questo tutti i tentativi di censurare la memoria falliscono. Tutte le leggi che miravano a una damnatio memoriae sono state vane. Conoscete sicuramente quel terrorista del quarto secolo a.C. che pare avesse incendiato un tempio a Efeso con l’intenzione di diventare famoso. Sto parlando di Erostrato, che senza dubbio è riuscito nel suo intento. Anche gli omicidi seriali, i tiranni e i criminali di guerra si compiacciono di continuare a vivere nella memoria dell’umanità. A molte di queste persone si erigono persino monumenti e mausolei».

«Ha ragione, – disse Z. – Ma non è che confonde la memoria con il ricordo? Quest’ultimo, quando gli fa comodo, dimentica le cose piú importanti. Ma si presenta proprio quando siamo meno preparati, e non sempre è piacevole. Siamo d’accordo sul fatto che alla nostra specie viene negata la grazia del completo oblio? Da questo punto di vista le scimmie se la passano meglio».

Ci sembrò che Z. avesse di nuovo scansato un pericolo e intrapreso una prudente ritirata.

75 Quando si accorse che uno di noi si era accomodato su una sedia pieghevole di plastica rosa trasparente, Z. si abbandonò a una tirata sui designer. «Da quando gli ultimi seguaci del Bauhaus sono passati a miglior vita, – cominciò, – questa gente è impegnata a rendere inutilizzabili tutti gli oggetti d’uso comune. Ciò che chiamano creatività è in realtà una minaccia. Fra i loro successi si annoverano l’abolizione del rubinetto, la costruzione di scaffali sghembi, l’invenzione di lampade che non sembrano lampade e fanno meno luce possibile, e di posti a sedere che non soltanto traballano, ma che, come la famosa sedia di Gerrit Rietveld, sono un oltraggio all’anatomia umana. Il plusvalore di questi oggetti consiste nel fregiarsi del nome del loro creatore».

Era rimasto anonimo, invece, l’uomo che, pur non avendo alcuna nozione tipografica, era riuscito a deturpare le targhe di 58 milioni di automobili realizzando lettere a forma di salsiccia4.

L’inferno bisognava immaginarselo come un luogo interamente ammobiliato dai designer.

76 Sebbene non si percepisse alcun mormorio, disse Z., non gli era sfuggito che alcuni di noi scalpitavano. «Lo capisco; forse non dovrei occuparmi di aggeggi senza importanza come rubinetti e rasoi elettrici. Ma mi soffermo volentieri sulle inezie. Un granello di sabbia può provocare una valanga, e anche un semplice prurito può amareggiare la vita all’insonne». A volte, dedusse Z. da questa osservazione, era piú importante avere a portata di mano un fazzoletto piuttosto che la Bibbia, per esempio se ti sanguinava il naso.

77 Un luminoso e caldo mercoledí, lo studente che aveva già sollevato tante obiezioni contro il signor Z. intervenne di nuovo. «Perché in tutto ciò che dice non c’è il minimo riferimento a quel che tiene occupata l’opinione pubblica? La politica estera, la crisi finanziaria, le guerre civili in Africa e nel Medio Oriente, le catastrofi, grandi o piccole che siano. Tutto questo sembra che non le faccia né caldo né freddo!»

«Ha perfettamente ragione, – rispose Z. – Lei dunque mi rimprovera perché non mi interesso dell’attualità». 

«Certo. Lo trovo poco serio».

«E tuttavia lei è ritornato, sebbene sappia che la maggior parte dei titoli di prima pagina non mi interessa. Questo naturalmente non significa che io ne sappia piú di quelle brave persone che riescono a consegnare un editoriale o un commento al giorno».

«Eppure si comporta come se non fosse coinvolto».

«Per comportarsi cosí non è necessario essere un marziano. “Naufragio con spettatore”, ecco come il filosofo Blumenberg ha definito questa situazione. Suppongo che il piú delle volte ciò descriva esattamente la nostra condizione. D’altronde non osserviamo soltanto i fatti, ma ci guardiamo anche l’un l’altro. Lei per esempio non si limita ad ascoltarmi, verifica anche come io osservo gli altri. E viceversa».

78 La volta successiva Z. parve di nuovo alterato. Stavolta se la prese con l’antiamericanismo. 

Nel bel mezzo delle nostre conversazioni era passato sgambettando sul suo treruote un venditore di gelati alla spina, un vecchio che portava un giovanile berretto bianco con il simbolo della Coca-Cola. Una piccola tenda da sole adornava il carretto, su cui si agitavano tanti palloncini colorati.

«Ho l’impressione che molti di voi siano delusi dagli Stati Uniti, – disse Z. – Le bombe atomiche, il culto delle armi, il Vietnam, l’Iraq, la Cia, eccetera eccetera. Posso capirlo. Ma in quest’ottica di solito viene stigmatizzato anche l’imperialismo culturale. Non riesco a capacitarmene. Le stesse persone che si scandalizzano amano infatti fare uso delle conquiste di cui siamo debitori agli americani. Solo che non ci fanno caso perché l’ovvio si rende invisibile. Per esempio il vecchio gelataio laggiú, che sembra uscito dritto dritto da un film di Hollywood.

Vorrei ricordarvi i tanti misconosciuti successi della civiltà americana: il cruciverba, il cocktail, il fazzoletto di carta, la pillola, il tostapane, l’arachide, la chiusura lampo, la torcia elettrica…»

L’elenco, che minacciava di essere infinito, fu interrotto da un forte piagnisteo. Alcuni bambini avevano circondato il carretto e urlavano perché la maestra si rifiutava di comprare loro il gelato.

Z. guardò quel trambusto con un velo di impazienza, e ora fu lo studente a sorridere beffardo.

79 Da qualche parte, osservò Z., aveva letto che la metafora era un tarlo nella metafisica. Si domandava se ciò non valesse anche per le attuali scienze naturali. In particolare per la fisica teorica e la cosmologia. Da quando erano andati perduti i grandi racconti della mitologia e della religione, gli studiosi avevano colmato quella lacuna con grandiose immagini. Come un tempo Talete, Parmenide e Eraclito, essi si dedicavano, al di là delle loro formule, a una poesia elementare che rinunciava a verifiche sperimentali. Il materialismo dei loro padri del diciannovesimo secolo se l’erano lasciato alle spalle da un bel pezzo.

Qualunque materialità era evaporata, per cosí dire, fra le loro mani. Si era dissolta in quark, quanti e campi che sciamavano da stringhe a dieci o undici dimensioni, da materia oscura ed energia oscura, da buchi di vermi (!), quasiparticelle e D-brane. Le questioni irrisolvibili non li spaventavano, anzi, mettevano le ali alla loro fantasia. Gli astrofisici erano ben lontani dall’accordarsi; se a uno il Big Bang procurava grattacapi, dava la preferenza al Big Crunch, al Big Freeze, al Big Crumble o al Big Bounce, oppure si accontentava dello Steady State; e se per i cosmologi l’universo diventava troppo piccolo, escogitavano un multiverso che si riproduceva fino alla nausea. In futuro, disse Z., i poeti avrebbero potuto avere qualche difficoltà a competere con la poesis delle scienze.

80 Nei conflitti politici, disse Z., gli saltavano continuamente agli occhi strani interessi comuni fra le parti nemiche: fra il Kgb e la Cia, fra il Bka, i servizi segreti tedeschi, e la Raf, fra il governo di Netanyahu e Hamas. Ciò non aveva niente a che fare con l’equivalenza morale. Si trattava piuttosto del fatto che ognuno dei contraenti dipendeva dall’altro. Questa reciproca dipendenza funzionale somigliava a due lastre di piombo inclinate che si sostenevano a vicenda. Se si toglieva una, l’altra crollava di schianto.

81 Quando si accorse che uno di noi minacciava di appisolarsi, Z. colse l’occasione per parlare del sonno. «Sono contento che in questo caso la scienza si trovi davanti a un enigma, – disse. – L’origine di questa opera di bene della natura è, a dispetto di ogni perizia, ignota. Fra gli esseri viventi che conosciamo ci sono quelli che dormono poco, quelli che dormono tanto e i veri dormiglioni, ma nessuno conosce il motivo per cui un topo necessita di venti ore di sonno mentre alla giraffa ne bastano due. I “sonnologi”, è vero, nei loro laboratori misurano durata, profondità e frequenza del sonno, ma le spiegazioni sono molto carenti, e non si riesce a guarire né l’insonnia né la letargia. Solo gli interpreti dei sogni non sono mai mancati.

Di certo c’è soltanto che l’essere umano non può commettere niente di male, finché dorme. Proprio per questo non bisognerebbe svegliare nessuno, a meno che la sua casa non stia andando a fuoco».

82 «Tutti gli esseri umani sono teorici, – disse Z., – anche quelli che non lo sanno». Il cosiddetto uomo d’azione, per esempio, sosteneva solitamente con un certo orgoglio di non tenere in alcun conto le idee astratte. Non si accorgeva che cosí restava attaccato a teorie vecchie come il mondo. 

Tuttavia, aggiunse, bisognava prendere sul serio ciò che la persona rozza e gretta voleva dire con questo. Il rapporto fra teoria e prassi, infatti, era piú intricato di quanto sembrasse. Chi, camminando, avesse voluto analizzare teoricamente ogni passo, non si sarebbe mosso di un centimetro perché i calcoli necessari erano talmente complicati che neanche un ingegnere sarebbe riuscito a risolverli. E lo stesso valeva anche per molte altre attività, per esempio per il duello, il coito e il poetare. Prima e dopo, la riflessione teorica era non soltanto utile, ma inevitabile; durante l’azione, invece, era assolutamente d’ostacolo.

83 Una volta Z. ci disse: «Un pizzico di sprezzatura5, se possibile!», senza considerare che ai piú quelle parole straniere non dicevano niente. Per tranquillizzarli aggiunse: «Non preoccupatevi. Basta sapere che anche ciò che è gravoso non dovrebbe presentarsi con difficoltà, ma sempre con leggerezza». Persino il piú pesante terranova ci superava in leggiadria; perché poteva distribuire il suo peso su quattro zampe. Il che dimostrava che nemmeno la famosa andatura eretta si poteva avere gratis. 

84 «Non è vero? – ci domandò Z. – Non possiamo fare a meno della parola non, sebbene sia solo una particella che si insinua nelle nostre frasi. Anche quando come un folletto si scatena scorrazzando nella grammatica, riusciamo comunque a capire cosa ci viene detto. La situazione si complica solo quando, all’improvviso come un brufolo, spunta una piccola s6, un metafisico punto nero con sete di potere.

Ma che significa nulla? Da quando questa domanda si è diffusa, teologi e filosofi ci si dannano l’anima. Si potrebbe persino dire che lambiccandosi il cervello hanno peggiorato la cosa, perché hanno elevato a sostantivo questo lemma. Da allora IL NULLA si aggira per la nostra lingua, una parola da cui non posso che mettervi in guardia.

Già il primo filosofo greco ci ha scongiurati di non cadere in questa trappola. Il nulla, diceva Parmenide di Elea, dovremmo lasciarlo perdere, non trattare l’argomento, non rifletterci su e non parlarne. Naturalmente nessuno si è attenuto al suo consiglio. Charles de Bouvelles, un matematico, scrisse nel sedicesimo secolo uno spiritoso e folle libro sul tema, che intitolò Libellus de nihilo. Come al solito fu Hegel a fare centro, affermando: “Il puro essere e il puro nulla sono dunque la stessa cosa”. Altri hanno litigato sul significato della seguente frase. Uno sostiene: “Nulla esiste”, e subito un altro ribatte: “Il Nulla esiste”. E già i due si accapigliano».

85 Con meno scrupoli si procedeva in quelle che un tempo erano chiamate le scienze esatte. Un fisico americano recentemente si era inventato un best seller che già nel titolo prometteva A Universe from Nothing. Il vuoto quantistico era appunto un nulla instabile dal quale proveniva di tutto, per esempio lo spazio, il tempo, la materia, l’energia e cosí via, fino all’ultimo gemello sul polsino. In tal modo l’autore gettava definitivamente alle ortiche gli ammonimenti di Parmenide. Ma questo, concluse Z., non faceva nulla, o anche Nulla, o persino Il Nulla.

86 Non capiva che cosa ci fosse da festeggiare nei compleanni, disse Z. Semmai bisognava congratularsi con la madre che in quella data si era liberata di un peso. In questa occasione si poteva tranquillamente rinunciare ai mazzi di fiori. Il piú delle volte le rose, come i maiali, venivano fatte crescere solo per poi ucciderle.

87 A lui bastava la propria attenzione, osservò Z. Tuttavia se i presenti non ne avevano a sufficienza, lui li prendeva volentieri sotto la propria ala: «E se vi viene sonno, tanto che vi si chiudono gli occhi nel bel mezzo dell’Osanna della Grande Messa in si minore? Solo un mostro potrebbe rimproverarvi per questo».

88 A chi, oltre che ai commercianti e agli economisti, sarebbe potuto venire in mente che tra l’offerta e la domanda si giungesse mai a un pareggio? Tutti gli altri sapevano, disse Z., che le riserve di amore e di apprezzamento non potevano mai e poi mai soddisfare il fabbisogno. C’era, inoltre, una costante domanda di cosiddetto senso, un’ulteriore risorsa assai carente.

In tutti questi casi, falsificatori e imbroglioni, dal manager dei fondi di investimento al guru, dovevano contribuire a far nascere qualcosa di simile a un mercato. Non si riusciva neanche a soddisfare il fabbisogno di paura e di sicurezza in modo da accontentare i consumatori, sebbene le assicurazioni e i media che seminavano il panico facessero del loro meglio per padroneggiare la domanda.

89 Z. ci chiese: «Come può qualcosa essere meno di zero? Quando sono comparsi i numeri negativi, ai teologi sarà venuto il mal di pancia, perché pensavano che avessero a che fare con un inganno del diavolo. Si possono capire i loro scrupoli. Perché, come è possibile che qualcosa che è meno di niente possa moltiplicarsi all’infinito? Soprattutto ai debiti ciò sembra riuscire facile. E perché x0 è uguale a 1? E che cosa viene fuori, se si divide 1 per 0? Sapete perché non si può?»

Con simili domande Z. cercò di spaventarci, ma inutilmente. Gli voltammo le spalle sorridendo.

90 Al che Z. ci sorprese allargando in modo imprevisto le braccia e dicendo: «Dio vi protegga! Dio vi assista! Pfüat euch!»

Alcuni, che capivano il bavarese, pensarono che volesse prendere congedo; ma lui abbassò le mani alzate e disse che quelle erano tutte benedizioni. Si chiedeva se un gesto del genere spettasse solo ai credenti. Ma chi era poi autorizzato a impartire una benedizione?

«Certo, in prima linea i preti, i quali sono tenuti a farlo, a cominciare dal papa, che notoriamente include tutto l’orbe, fino al piú umile dei diaconi. Ma non si dice anche nella preghiera ai pasti: Benedicite? E il padre non esprime il suo consenso quando, per conciliarsi con i figli ostinati, dice: Vi do la mia benedizione?

In ognuno di questi casi si esprime un’intenzione benevola. Molto meno raccomandabile è il contrario della benedizione, la maledizione, che è molto piú faticosa e logora le forze di tutte le persone coinvolte: di colui che la lancia e di colui che la riceve. Non mancano certo i mezzi per annullare il maleficio, pensiamo agli amuleti protettivi o all’evocazione di potenze superiori, ma comunque non possono cancellare completamente dalla faccia della terra un residuo infausto».

Nessuna magia, invece, aiutava la persona benedetta a difendersi dalla benevolenza nei suoi confronti. Da questo Z. concludeva che il mezzo piú facile per mettere fuori gioco il proprio avversario era la benedizione.

Una anziana signora, che raramente prendeva la parola, consigliò a bassa voce a Z. di guardarsi dal pericolo della superbia.

91 La volta dopo Z. ipotizzò che l’armonia delle sfere non valesse un granché. Neanche i piú possenti razzi potevano cambiare nulla nel prezioso silenzio che regnava nel cosmo, perché in quelle zone lontane mancava il mezzo per trasmettere il suono. Non c’erano quindi da temere fastidi dovuti ai rumori. Sulla terra invece dovevamo continuamente tapparci le orecchie; perché per l’aria, di cui vivevamo, era indifferente se trasportava una sonata di Haydn, un grido di terrore o le frequenze di un martello pneumatico.

92 Per fortuna tra noi c’era uno zoologo. Ci assicurò che non esisteva alcun essere vivente in grado di sentire tutto. I vermi e le chiocciole, disse, non avevano bisogno né dell’aria né delle orecchie per farsi il quadro di una situazione: si servivano delle vibrazioni. La rana se la passava particolarmente bene: percepiva infatti solo i suoni di altre rane ed era sorda a tutti gli altri rumori. Certo, i topi, le balene e i delfini erano considerati esperti delle alte frequenze, ma nessun altro animale era all’altezza dei pipistrelli, che con gli ultrasuoni arrivavano fino a 200 000 hertz. L’elefante invece ignorava i toni alti e la colomba se la cavava con 0,1 hertz, quindi era a stento infastidita dal proprio tubare.

Z. apprezzò le spiegazioni dell’esperto. Ne dedusse che le speculazioni dei cosmologi sul pluriverso erano superflue, visto che evidentemente già sulla terra le formiche, i crostacei e gli esseri umani vivevano in mondi estremamente diversi.

93 «Credete che non abbia notato, – disse Z., – che ogni tanto uno di voi prende appunti? Prima, quando non esistevano ancora le fotocopiatrici, doveva essere un fatto normale nelle università. Un’abitudine ereditata dai Greci che prendevano appunti assiduamente. Questi chiamavano in modo un po’ ampolloso i detti dei loro oratori, eremiti e filosofi, apophtegmata. Mi scuso per questa preziosa parola straniera, anche perché il mio greco non è dei migliori.

“La vittoria su ogni disgrazia che ti capita sta nel silenzio”, pare abbia detto uno di quei padri del deserto. Non male, nonostante la contraddizione performativa».

94 «Dunque, fate ciò che non potete evitare di fare, anche a costo di fraintendermi! Un manoscritto, infatti, va sempre usato con prudenza. Ma a parte questo, il lettore con il testo che ha davanti fa quello che vuole. E non sarà l’unico; prima di lui editori, redattori e tipografi elaborano, integrano, manipolano l’originale, spesso senza accorgersene.

In Leonce e Lena si è letto per cent’anni che Valerio pregava il buon Dio per una “religione futura”, finché un filologo non ebbe l’idea di controllare il manoscritto e stabilí che Büchner aveva in mente una “religione comoda”»7.

95 «La critica testuale fa bene a occuparsi dei piú piccoli particolari giacché è stata inventata per questo, – completò il suo discorso Z. – Coloro che la esercitano sono i lettori in assoluto piú attenti e disputano anche sul piú banale refuso. Diverso il caso dei poeti, che continuano a fare errori e i cui manoscritti sono spesso illeggibili. Si narra che Hans Arp abbia ringraziato il tipografo, perché quel brav’uomo aveva inavvertitamente migliorato le sue poesie.

Se ne deduce che alcuni refusi ed equivoci sono auspicabili. Chi li teme non capisce granché dei capricci della letteratura».

96 Lui stesso aveva da offrire una terza lettura della commedia di Büchner. Perché non una «religione completa»? «Un credo che voglia trovare ascolto non ha bisogno soltanto di una corretta ortodossia, ma anche di profeti selvaggi, eremiti e santi, fanatici e conciliatori. Anche senza i mistici, guardati con sospetto dai sommi sacerdoti, la cosa non funziona. Ma soprattutto non si può fare a meno degli eretici; senza di loro nessuna Chiesa può cavarsela».

97 «Gutenberg, – disse Z., – come molto prima di lui i cinesi, ha reso mobili i caratteri, ma proprio cosí ha creato il testo immobile. Il piombo ha prodotto una affidabilità della tradizione, attenuata soltanto da sciatteria e refusi. Di questa fedeltà al testo non è rimasto niente dopo il trionfo dell’elettronica. Da allora ognuno può fare e disfare come vuole ciò che legge. La democrazia liquefà tutto. Ben presto in questa risacca non si potrà piú stabilire ciò che uno voleva dire o persino scrivere in origine».

98 Piú tardi Z. disse: «Nei nostri incontri succede come in un acquario. Non so come mai certi giorni ce ne stiamo tra di noi, mentre il pomeriggio successivo si forma un intero banco. È un puro caso oppure degli attrattori, che nessuno nota, fanno in modo che in questo breve periodo si generino accordi e conflitti? La gente passa, resta sorpresa, si ferma, parla o sta zitta, e prima o poi va per la sua strada… Non trovate che sia meraviglioso?»

A quel punto tutti gli ascoltatori, eccetto due, erano andati via. Cosí, imprevedibilmente, si era giunti a una lezione riservata a pochi intimi.

Uno dei due, un barbuto senzatetto, borbottava tra sé, ed era difficile da capire. L’altro, il sociologo ossuto, colse l’occasione per esprimere un sospetto. «Ho la sensazione, – dichiarò, – che non solo lei, signor Z., ma tutti noi siamo continuamente osservati, per non dire sorvegliati».

«Come le viene in mente?»

«Girano delle voci in merito. Pare che qualcuno si sia informato piú di una volta sulle sue intenzioni e le sue condizioni di vita». 

«Quindi immagina che ci sia una spia. Ma chi potrebbe essere? Sia piú chiaro, per favore».

«Ho notato quel signore silenzioso con gli occhiali da sole che si ferma sempre in ultima fila e che non ha mai fatto una domanda, né espresso un’opinione».

«Ma è assurdo, – replicò Z. – Anche soltanto il carattere innocuo delle nostre conversazioni contraddice un sospetto del genere. Chi volesse cercare qui dei segreti sarebbe ancora piú stupido di qualunque servizio segreto del mondo. Crede davvero che saremmo cosí importanti da giustificare una spesa del genere?»

«E perché allora tra di noi c’è gente che prende appunti? Posso testimoniare».

«Piuttosto lusinghiero, se qualcuno si prende questa briga. Spero che nessuno sia cosí vanitoso da paragonarsi a Confucio o ai presocratici, dei quali fra l’altro sono tramandati solo dubbi frammenti. Dal suo sospetto alla mania di persecuzione il passo è breve. Al suo posto lascerei correre queste voci. La paranoia è insana. Può trasformare delle persone pacifiche in un’orda, e di certo a lei questo non interessa».

Il pacato rimprovero non piacque al sociologo. E quando l’alcolista gli offrí fraternamente la sua bottiglia di vermut, prese il largo e per un po’ non si fece piú vedere.

99 «Capita, – disse Z. alla solita ora, – che per strada o al telefono ci chiedano con disinvoltura la nostra opinione. Si appellano alla nostra libertà di esprimerla, garantita per legge, però fanno come se non si trattasse di un diritto ma di un dovere». Era meglio voltare le spalle a quei banditi. C’erano già troppe opinioni. Chi esprimeva la propria contribuiva a un disgustoso inquinamento ambientale. Anche solo per motivi igienici lui, Z., cambiava le opinioni piú spesso della camicia. Non appena mostravano i primi bordi neri, le metteva nel bucato.

100 Piú resistenti delle opinioni erano gli argomenti; questi per lo meno si lasciavano attaccare e difendere, il che era divertente e favoriva l’attività cerebrale. Di solito restava piú saldo ciò che uno custodiva, cioè le proprie convinzioni. Z. sconsigliava di rinunciarvi; meglio tenerle per sé il piú a lungo possibile.

Un concetto che nessuno aveva espresso meglio di Daniel Patrick Moynihan, un senatore americano, con la seguente massima: «Everybody is entitled to his own opinion, but not to his own facts».

101 «Immaginate un cacciatore della Paleoeuropa che abbatte un cervo con la sua lancia, – disse Z. – Che ne farà della preda? La farà a pezzi e distribuirà la carne all’interno del suo clan. Può utilizzare anche la pelle. Avanzano solo le corna. Forse ai suoi tempi erano già state inventate le fibbie o i bottoni. Si possono fabbricare usando le corna. Ma resta sempre un avanzo. Il cacciatore lo lima. La polvere che ne ricava ha un sapore disgustoso. Poi gli viene l’idea di riscaldarla. Già meglio! Il sale non ha un cattivo odore. La sua donna ha impastato una focaccia. Per caso, una presa di sale di corno di cervo finisce nell’impasto e l’impasto cresce. Ecco inventato il lievito. 

Ciò significa che gli esseri umani prima o poi sperimentano qualsiasi cosa, per quanto assurda possa essere. Non indietreggiano davanti a nulla».


102 Un paio di millenni dopo, per come la vedeva Z., il dottor Samuel Hahnemann era insoddisfatto della dottrina medica allora imperante. Forse, pensò, bisognerebbe rifarsi a Paracelso e curare similia similibus, vale a dire i simili con i simili? Tutto dipendeva dall’esperimento. Il trial and error ne era la dimostrazione. «Sembra incredibile, ma i suoi allievi hanno lavorato instancabilmente e oggi riescono a produrre rimedi partendo da 1400 materie prime quali l’acido prussico, la benzina, la cimice, il gambero di fiume, il mercurio e il ragno crociato».

Non si poteva negare il proprio rispetto, concluse Z., a una specie che aveva simili idee. 

103 A proposito dell’energia, Z. disse che non scarseggiava ma che veniva usata con troppa abbondanza. Accogliemmo con disagio questa affermazione. Tememmo che Z. volesse intonare una lunga litania sull’argomento. Cominciò con l’ipotesi secondo cui la maggior parte dei problemi dei trasporti si potevano risolvere andando a piedi. Il consumo di energia restava sotto controllo: a lui personalmente bastavano un croissant, un uovo e una pera a colazione per andare avanti.

104 Z. continuò i suoi ragionamenti. «Ognuno di voi conosce i nomi dei signori Watt, Benz e Otto. Ma che cos’è una macchina a vapore senza la valvola, e un motore senza il freno? Chi erigerà un monumento a coloro i quali hanno fatto in modo che i cavalli vapore, oggi si chiamano kilowatt, non producessero danni troppo gravi?» Ridurre la pressione e la velocità, disse, erano compiti grandiosi.

105 Non contento, Z. passò a parlare della fame di energia nella scienza: «Quando Rutherford nel 1911 scoprí il nucleo atomico, il suo esperimento costò settanta sterline. Quando Otto Hahn, una generazione dopo, eseguí la fissione nucleare dell’uranio, la sua apparecchiatura occupava un tavolo da laboratorio. Per il primo ciclotrone, che Lawrence e Livingstone testarono a Berkeley, pare sia bastato un diametro di dieci pollici».

L’area del Cern presso Ginevra, aggiunse, si estendeva invece su 600 ettari. Il Large Hadron Collider, messo in funzione nel 2008, era costato fino a quel momento, si diceva, circa quattro miliardi di euro e consumava ogni anno 800 gigawattora di corrente. Si sperava di aumentarne l’energia fino a 14 000 000 000 000 di elettronvolt.

106 «Non esiste al mondo una crescita economica che possa tenere il passo con la big science», concluse Z. Era sbalordito dal fatto che la nostra civiltà si accollasse i costi di simili imprese, senza preoccuparsi del loro profitto. Guardava a questa cosa con soddisfazione.

107 Non tutti i segreti, però, sopportavano di essere svelati, ci avvertí Z. Una curiosità eccessiva poteva produrre delusioni piú che trionfi. «Pare che Picasso abbia detto che non leggeva in inglese e che un libro in quella lingua era per lui un libro con sette sigilli. Anche quando leggeva qualcosa sulla fisica di Einstein, non capiva un’acca. E tuttavia spesso comprendeva qualcos’altro, che gli tornava utile».

108 Una volta Z. parlò delle Lettere persiane di Montesquieu. Un viaggiatore di Esfahan, arrivato a Parigi, constatava con sua sorpresa che il re di Francia era un prestigiatore, proprio come il papa; quest’ultimo voleva far credere alla gente che tre era uno e uno tre, mentre quell’altro assicurava che la carta era oro. A entrambi in Europa si credeva volentieri. «Questo, – disse Z., – oggi capita solo di rado».

109 «Siamo in gran parte degli automi sociali», annunciò Z. Non era un fatto sorprendente ed era difficilmente evitabile. C’erano tuttavia delle eccezioni. Conosceva una persona che si rifiutava di usare qualunque tastiera. Evitava i mezzi di trasporto pubblici, perché non sapeva cavarsela con i distributori automatici di biglietti. Non era in grado di usare neanche il computer e conosceva Internet solo per sentito dire.

Interpellato sulle difficoltà che un simile comportamento creava, costui aveva replicato che attività di quel tipo dovevano svolgerle altri al posto suo. Lui preferiva occuparsi delle sue cose. A proposito delle dichiarazioni del suo amico, Z. disse che un comportamento anacronistico di quelle proporzioni era impressionante. Non si pronunciò, tuttavia, sulla questione se potesse valere come modello.

110 «Mi sono accorto che ovunque è un pullulare di scene, non soltanto a Berlino, ma anche nell’hinterland. La scena artistica, quella dei club, del cinema, la scena a luci rosse, la scena di sinistra, delle lesbiche, degli hacker, dei collezionisti, della teoria delle stringhe, dell’avanguardia e cosí via. Molti di questi ambienti sono stracolmi perché c’è gente che vuole assolutamente farne parte. Io devo confessare che in me provocano un riflesso di fuga». Pur considerandosi un filantropo, disse Z., era e restava uno scenofobo.

111 Il signore magro, che chiamavamo il sociologo, era ricomparso, sebbene Z. l’avesse offeso alludendo a una sua tendenza verso la mania di persecuzione.

Voleva sapere come andassero considerati gli scritti filosofici di Derrida.

«Questo non me lo può chiedere», si difese Z. Allo stesso modo si poteva pretendere da lui un’opinione motivata sui vincitori o le vincitrici del concorso di musica pop europeo o sui risultati del campionato tedesco di pallavolo.

«Prima che si scandalizzi per questa risposta, la prego di riflettere sul fatto che non vorrei offendere nessuno. Va intesa soltanto come una legittima difesa. Il numero delle celebrità, infatti, aumenta da molto tempo in maniera iperbolica. Semplicemente, non sono all’altezza del compito di tenere a mente i loro nomi. Perciò mi nascondo dietro l’ignoranza, la mia cappa dell’invisibilità. Spero che nessuno mi serberà rancore se la indosso».

Il nostro sociologo si accinse a replicare, ma, visto che quasi nessuno tra i presenti aveva sentito parlare di Derrida, la sua protesta si arenò.


112 I voli spaziali con equipaggio umano gli sembravano una scemenza, disse Z. Erano estremamente faticosi, noiosi e scientificamente improduttivi. Quell’assurdo spreco era solo uno strumento di propaganda. Trovava penoso anche solo il modo in cui gli astronauti, in quelle tenute gonfie e grottesche, si dimenavano nelle stazioni spaziali, per non parlare delle loro funzioni corporali. Quando, come maggiolini sovraccarichi, erano costretti a barcollare goffamente fuori dalle loro navicelle, non avevano niente di umano.

113 «No, – proclamò Z. quando il discorso cadde sulla sconfinata avidità dei manager, – non dipende assolutamente dal livello del loro conto corrente. Da tempo queste persone non hanno piú bisogno di soldi. Sono completamente prese dal proprio status. Si preoccupano di chi ha un reddito piú alto. Nella logica della redistribuzione non servirebbe a nulla tassarli di piú. Anche se si riuscisse a farlo, il che è improbabile, non se ne ricaverebbe che una mancia per ogni persona bisognosa. L’indignazione di fronte a redditi elevati e immeritati è moralmente comprensibile, ma non ha effetti economici o sociali degni di nota. Forse dovremmo semplicemente abbandonarli alla loro ricchezza, questi imbecilli che sentono il bisogno di tenere ancorato in porto lo yacht piú grosso».

114 In parecchi organismi di partito, affermò Z., si diceva che l’uno o l’altro dei candidati mancava del giusto odore di stalla8. Questa definizione veniva a torto ricondotta all’agricoltura; qualunque contadino, infatti, preferiva all’aroma di quegli organismi la fragranza di un mucchio di letame. 

115 Le parole piú brevi erano le piú importanti, affermò Z. Senza termini come trifenilfosfina ed espressioni come classificazione delle trecce potevi anche cavartela, in caso di necessità, ma senza io e tu proprio no.

«Questi pronomi sembrano insignificanti, e invece sono pieni di insidie. Chi siamo noi, per esempio? Che ne dite?»

«Noi, in questo momento, siamo tutti quelli che non hanno di meglio da fare che stare ad ascoltarla», disse il nostro instancabile studente.

«Ma si potrebbe intendere anche tutti gli abitanti di questa città o della nostra piccola regione, se non l’intera specie».

«Dipende se ha in mente la forma inclusiva o quella esclusiva della prima persona plurale».

«Distinguerle non è sempre facile. La cosa è ancora meno chiara con la parola sie9 al plurale. Ricordo un libro polacco degli anni Ottanta che aveva il lapidario titolo Oni. Che equivale al tedesco Sie. L’autrice, purtroppo ne ho dimenticato il nome, si riferiva con ciò alla nomenclatura stalinista, che metteva sotto accusa. Le sue interviste coprivano di ridicolo con notevoli risultati questi papaveri del passato».

«Ma a noi che cosa importa? Queste anticaglie non ci interessano piú».

«Per fortuna. Ma mi dica, di chi si parla nelle frasi seguenti? “Ora hanno anche vietato le lampadine da 40 watt”. “In tv hanno detto che domani pioverà”».

Alcuni vollero fornire ulteriori esempi:

«Vogliono salvare le banche a tutti i costi», buttò lí uno. 

E un altro si lamentò dicendo: «Domenica vogliono di nuovo chiudere la Leopoldstraße». 

«Chi volesse provare a sostituire la parola sie col pronome impersonale si accorgerebbe subito che non è possibile, – disse Z. – Nello stesso tempo, però, queste frasi presuppongono che ciascuno sappia a chi si fa riferimento, sebbene non venga detto chi compie l’azione».

«Naturalmente, – esclamò uno. – Sono sempre quelli lassú. I capitalisti. I politici. I mass media. La burocrazia».

«Appunto. In ogni caso sembra si tratti di un’autorità senza nome. Un’idea molto fumosa! Chi parla cosí, e chi non lo fa!, oscilla fra ritrosia e rancore.

Mi è tornato anche in mente il nome della giornalista polacca. Si chiama Teresa Torańska. E davanti al suo libro mi tolgo il cappello, perché vi descrive con precisione le inevitabili deformazioni di coloro che fanno parte di questa autorità. E non ha alcuna importanza chi sono “quelli lassú” e come esercitano il loro potere».

E cosí dicendo, Z. si tolse davvero il cappello sformato.

116 Un’altra volta Z. volle sapere se fra i presenti ci fosse qualcuno di sinistra o di destra.

Nessuno era preparato per rispondere a quella domanda.

«Sono contento, – disse Z. – Questa distinzione, tanto popolare quanto antiquata, infatti, piace solo alle persone che prediligono una prospettiva puramente politica. Cosí facendo, distolgono lo sguardo da se stessi. Altrimenti scoprirebbero che, senza accorgersene, sono contemporaneamente “di sinistra” e “di destra”. Il progressista al cento per cento è, come il suo fratello conservatore, un fantasma. Chi si ritrovasse sotto gli occhi la propria mappa politica mentale appurerebbe che questa risulta variopinta come un tappeto a scacchi. In fondo anche l’architetto d’avanguardia apprezza il suo comodo appartamento di vecchia costruzione, con lo scrittoio Biedermeier, mentre il pragmatico produttore di salsicce loda in privato l’innovativa cucina molecolare».

Il nostro filosofo critico non era soddisfatto: «Ma perché la sua mappa geografica immaginaria si limita solo a due colori? Lei dimentica le macchie eccentriche, i puntini bianchi, le lacune dell’ignoranza. Soprattutto, però, lei trascura i toni grigi dell’indifferenza!»

«Ha ragione, – concesse Z. – Queste sono sempre le regioni piú estese sulla mappa mentale».

117 «Bisognerebbe spendere una buona parola in favore dell’alienazione, – disse Z. – Non sono il primo a prenderne le difese. Soffrirne mi sembra un lusso che non possiamo permetterci. Sicuramente anche voi a volte restate sbalorditi quando vi esponete a un evento collettivo. Basta anche soltanto osservare un popolare talk show. Constaterete che in studio c’è gente che ride a comando. Oppure pensate a un concerto pop, in cui tutti alzano le braccia nello stesso momento, come se vivessero nella Corea del Nord e dovessero festeggiare il centesimo compleanno del loro dittatore.

La sensazione di essere sulla strada sbagliata in questi casi è non soltanto inevitabile, ma anche benvenuta».

118 Alcuni, intenzionati a trattenersi a lungo, avevano fatto provviste comprando salsicce al curry da un chiosco lí vicino. Una ragazza offrí a Z. un panino, che lui rifiutò cortesemente. Lei gli chiese se fosse schifiltoso.

«Non posso negarlo, – rispose Z. – Ma non dovete pensare che sia viziato. Significa soltanto che mi fido della mia lingua, del mio naso e del mio stomaco, cioè di quello che la natura ha dato a tutti noi. Ogni mucca sa quale erba le fa bene e quale deve evitare. È una scienza innata che non si trova nei libri. Nessuno deve mandar giú controvoglia tutto ciò che la società gli offre.

Sareste in errore, se pensaste che la cosa riguarda soltanto il cibo».

119 Con gli omaggi, disse Z. senza che nessuno gliel’avesse chiesto, non si riusciva mai a essere abbastanza parsimoniosi. Anziché porgerli a chi era tanto grossolano da desiderarli, bisognava riservarli a una persona amata. Nella sfera pubblica non erano benvenuti. Solo in camera o, meglio ancora, in pectore erano davvero opportuni.

120 Z. si era accorto che spesso gli capitava di sentire persone che parlavano dei loro rapporti a due.

«Presumo, – disse, – che questa espressione derivi dalla terminologia dell’elettrotecnica. Lí ogni contatto può servire a instaurare un determinato numero di ulteriori contatti, senza che il flusso di corrente ne soffra. Dubito che ciò valga anche per i legami erotici. Già in un ménage à trois bisogna aspettarsi dei conflitti».

Immaginare poi una relazione a trentadue gli riusciva impossibile.

121 Un giorno aspettammo invano Z. al solito posto.

«Temo che non ci sopporterà ancora a lungo», disse uno; forse era lo zoologo che ci aveva edotto sulle capacità dei pipistrelli e dei delfini. «Al contrario!», esclamò un altro che però inducemmo subito al silenzio.

Quando finalmente apparve, Z. anticipò la nostra critica: «I vostri sguardi carichi di rimprovero mi dicono abbastanza. Evidentemente vorreste che io pensassi al vostro posto».

Era troppo pigro, però, per fare ciò che ci si aspettava da lui.

122 Dopo un po’, un tipo impaziente chiese a Z. se era rimasto senza parole. Come avrebbe potuto reagire senza perdere la faccia? Meglio continuare a tacere o accettare di dare informazioni? Chi aveva fatto la domanda avrebbe comunque avuto motivo di brontolare. 

Il caso venne in aiuto di Z. Indicò in alto, dove sopra gli alberi stava sospeso un dirigibile argenteo. Tutti guardarono l’aeronave diventare sempre piú piccola fino a scomparire, e già avevano dimenticato quella domanda.

123 Z. dichiarò che non teneva ai suoi sogni. Se non sbagliava, l’errore di coloro che cercavano di interpretarli consisteva nel fatto che durante le loro discussioni erano svegli. Era come tentare di fissare i contorni di una nuvola in movimento.

124 Una sera che si era fatto tardi, Z. assicurò a quelli rimasti che la spontaneità era un bene prezioso. Chi l’aveva persa, era solito esprimersi soltanto in maniera inibita. La tanto denigrata correttezza politica era solo uno dei tanti sintomi dello stato d’animo triste e lamentoso di cui soffriva una gran parte del nostro prossimo. Ciò che in questo modo andava perduto non aveva nulla a che fare con l’ideologia ed era difficile da recuperare.

125 Un’altra volta una giovane signora con gli stivali da cavallerizza, un po’ saccente, criticò il fatto che Z. avesse da ridire su tutto. Era per caso un brontolone?

«Bella domanda», replicò Z. impassibile. La tendenza a lamentarsi di qualunque cosa era comprensibile. Non facevi a tempo a uscire dalla tua stanza, che ne avevi occasioni in abbondanza.

«Il brontolone, in realtà, ha piú di una debolezza. Per prima cosa, manca di autostima, per cui si sente sempre offeso. Secondo, è un cattivo amministratore. Invece di distribuire equamente il suo rancore sul mondo, in modo che la dose di veleno provochi meno danni, si concentra sugli obiettivi piú prossimi. Di solito prende di mira i suoi vicini, i rivali e i colleghi. La cosa peggiore, però, è che si appella sempre a una qualche istituzione. Perciò stila continuamente denunce, querele, ricorsi gerarchici, petizioni e diffide, che archivia con grande meticolosità. Il piú delle volte, naturalmente, è costretto lui stesso a patire le sue lamentele».

126 «Nella piazza del mercato di Marrakech, – si ricordò Z., – ci sono narratori di fiabe che levano la loro voce finché non si riunisce una schiera abbastanza grande di passanti, desiderosi di sapere come va a finire la storia. Come vedete, mi manca il piattino per le offerte che i narratori aspettano dal loro pubblico, o il barattolo che ti mettono davanti quelle persone anziane e sole che annunciano la lieta novella agli angoli ventosi delle strade.

Da me, invece, non dovete sperare o temere che voglia convertire qualcuno».

Voci nel deserto ce n’erano comunque a sufficienza, aggiunse. Era contento che nessuno fra noi si lasciasse indurre a doni caritatevoli o a dimostrazioni di plauso. 127 Un uomo anziano sollevò il dito. «Lei non vuole vincolarsi, – protestò. – Spesso si ha l’impressione che lei non prenda alcuna posizione».

«Questo può dipendere, – disse Z., – dal fatto che, a differenza del faggio sotto la cui ombra ci siamo riuniti, io posso muovermi». Soprattutto, non aveva voglia di restare inchiodato. Le autodescrizioni erano comunque inaffidabili. Le etichette bisognava lasciarle agli altri, che fossero lusinghiere o sfavorevoli. Se per esempio uno diceva di sé che era un fervente avventista, un ribelle o anche soltanto un tipo onesto, non faceva che alimentare i dubbi di qualunque ascoltatore ragionevole.

128 «Di alcuni mortali si dice che sarebbero in odore di santità, – raccontò Z. – I teologi, che trovano per tutto un vocabolo greco appropriato, parlano in questi casi di osmogenesi. Questa idea sembra risalire all’Egitto dei faraoni, ma io so che in alcuni ambienti si è conservata fino a oggi. Chi stava accanto a padre Pio, morto solo nel 1968, poteva percepire spesso questo profumo. Si racconta che emanasse dal suo corpo, dagli oggetti che aveva toccato e dai suoi abiti. Un frate, che gli si era avvicinato, fu stordito a tal punto che rischiò di cadere svenuto».

Z. notò il mugolio di alcuni scettici che c’erano tra noi. Per tranquillizzarli citò Heinrich Heine. Molti fiori avevano un profumo dolce, c’era scritto nei Reisebilder, anche se spuntavano da una cipolla. Per quelli come noi era «già tanto, quaggiú, non avere un cattivo odore».

129 Z. disse: «A volte si incontrano persone che sentono il bisogno di distinguersi. Hanno paura che le si possa facilmente confondere. È una questione di rispecchiamento. Due specchi in bagno potrebbero risolvere il loro problema. Per verificare che aspetto hanno di profilo, dovrebbero soltanto sistemarli correttamente. All’occorrenza potrebbero rivolgersi a un chirurgo, che volentieri li aiuterebbe a procurarsi un naso pronunciato».

130 «La società è un despota che non ha bisogno di prigioni, – disse Z. – Se dovesse tornarmi in mente chi l’ha detto, non ne tacerei il nome. Capita anche a voi certe volte che vi giri per la testa una frase geniale di cui non riuscite a liberarvi?»

131 Un esile sedicenne, che indossava una T-shirt con la scritta «syntech.com», chiese a Z. se usava ancora il telefono. «Malvolentieri, – fu la risposta. – Quell’apparecchio è un rozzo scocciatore». «Però lo usa». «Se proprio non c’è alternativa». «Non capisco, – disse quello che aveva posto la domanda. – Il telefono è prolisso, antiquato e superfluo. Quelli della mia età non hanno piú voglia di sprecare il proprio tempo con lo small talk. Un sms ha 160 caratteri. Tutti chattano, bloggano e twittano, questo basta. Dovrebbe disdire il suo telefono».

Z. tacque. «Ha ragione, – disse dopo un po’. – Se volessi raccontarle dei pali del telegrafo sulla strada provinciale, del va e vieni dei fili, dei passeri che vi si posavano e delle note musicali che scrivevano nel cielo, faticherebbe a capirmi. Ma non fa niente. Continui pure a cinguettare!»

132 La teologia non contava piú tanto quanto all’epoca del suo massimo splendore. Z. disse che questo gli rincresceva. Un tempo le migliori menti d’Europa si erano dedicate a questa scienza. Duns Scoto, il doctor subtilis, o Tommaso d’Aquino, il doctor angelicus, non avrebbero mai confuso la grazia perfetta con quella imperfetta, o buttato in un unico calderone i peccati veniali con quelli mortali. Bisognava inoltre considerare che era stato uno scolastico, cioè Guglielmo di Occam, a porre la prima pietra della moderna logica.

133 «Se uno vi garantisce qualcosa, – osservò Z., – non vi fidate. Una cosa del genere non può essere. Vi basta leggere le clausole stampate in piccolo per convincervene. Che si tratti di una polizza assicurativa o di una promessa elettorale, il messaggio è sempre lo stesso. È sufficiente acquistare un comune trapano per vedersi consegnare un opuscolo nel quale si spiega in sessantaquattro pagine e in sette lingue che nessuno offre garanzie nei confronti degli imprevisti. A seconda della cultura in cui ci si muove, questi ultimi assumono diversi nomi: forza maggiore, force majeure o, perché no, an act of God. L’espressione turca mücbir sebep significa, a quanto pare, “un motivo stringente”. Le scuse nelle lingue araba, urdu o cinese è preferibile ignorarle. La cosa migliore che potete fare è non leggere i programmi di partito, rinunciare all’assicurazione contro le grandinate e buttare il vostro trapano difettoso».

134 «In Europa ci sono politici che restano sconcertati davanti alla possibilità di un fallimento dello stato, – disse Z. – Costoro somigliano a dei medici che non hanno mai sentito parlare dell’esistenza della tubercolosi e si meravigliano se i loro pazienti sputano sangue. Ora, io non sono davvero uno storico. Eppure sarebbe sufficiente dedicare un fine settimana alla lettura di un libro: ad esempio l’eroico lavoro di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff dal bel titolo Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria. È stato pubblicato nel 2010 e costa una ventina di euro. Vi sono elencati i fallimenti di sessantacinque stati. Fra questi spicca la Grecia, perché dalla proclamazione dell’indipendenza dall’impero ottomano nel 1822 fino ai nostri giorni è stata insolvente per la metà del tempo.

Nessuno di quei politici che a Bruxelles o altrove annunciano le decisioni prese durante i loro vertici sembra aver sentito parlare di tutto ciò. Il motivo per cui una simile abissale ignoranza dovrebbe qualificare questa gente per posizioni di primo piano non è del tutto chiaro. Fra le tante stranezze del loro mestiere c’è che i candidati, a differenza di medici, piloti, conciatetti o autisti, non devono sottoporsi ad alcuna seduta di laurea, ad alcun test e ad alcun esame, neanche quello di guida».

135 «Un trentaduenne dell’alta borghesia argentina, – raccontò Z., – un giorno dovette confrontarsi col problema di produrre dentifricio. Qualcuno gli aveva fatto notare che sull’isola caraibica di cui era ministro dell’Industria, non mancavano soltanto fagioli, latte e detersivo, ma anche la pasta dentifricia. Almeno questa carenza l’avrebbe volentieri risolta. Ciò nonostante, con tutta la buona volontà, non poteva occuparsi di quei dettagli; come se non bastasse, infatti, era stato anche nominato presidente della Banca nazionale, e come tale doveva firmare tutti i pesos freschi di stampa.

Sebbene da una vita soffrisse di attacchi d’asma, non riusciva a rinunciare ai suoi amati sigari, una consolazione che restava preclusa alla maggior parte dei suoi concittadini, poiché anche di sigari c’era carenza. Forse questa triste situazione contribuí a far sí che qualche anno dopo desse le dimissioni da tutti i suoi incarichi; o magari dipese dal fatto che l’economia del paese era a terra?

Poco dopo Ernesto Guevara de la Serna, meglio noto col soprannome di “Che”, divenne famoso in tutto il mondo. Il suo ritratto con il basco era nelle camere di quasi tutti gli studenti del mondo occidentale, e molti avevano l’impressione che, come disse Jean-Paul Sartre, fosse “l’essere umano piú completo del nostro tempo”. Ciò induce a concludere che l’insipienza non è un privilegio della nostra classe dirigente».

136 «Che cosa farebbe se prendesse il potere come dittatore?» «Pochi, credo, sono meno adatti di me per questo mestiere, – disse Z. – Ma come vuole! Per prima cosa, vieterei tutte le motociclette, perché sono troppo rumorose e troppo pericolose. Poi sarebbe il turno della pubblicità: produce enormi quantità di spazzatura, deturpa il paesaggio e ruba il tempo alla gente. Ma naturalmente non vorrei, tanto quanto lei, vivere in un paese di cui io fossi il dittatore».

137 Quello che aveva parlato per ultimo si rivelò un tipo ostinato. «Può essere, – cominciò. – Tuttavia mi pare che lei abbia con la democrazia un rapporto complicato».

«Come forse ha notato, le professioni di fede non sono il mio forte. Visto che me lo chiede in modo cosí esplicito: sí, ho una forte predilezione per questa forma di governo, forse perché ho vissuto alcuni anni sotto una dittatura. Peccato soltanto che della democrazia non sia rimasto granché. Da tempo siamo governati da sigle che non compaiono in nessuna costituzione del mondo: dall’Esm, dall’Efsm, dall’Fmi, dalla Bce, da una commissione che non abbiamo eletto e da un Eurogruppo che si riunisce in separata sede. Loro unica controparte sono i cosiddetti mercati, davanti ai quali tremano come il coniglio davanti al serpente. Mi rincresce dover dire che siamo entrati in una condizione postdemocratica che molti sembrano accettare».

«Io no», protestò l’altro. E rifiutò il disgustoso sigaretto che Z. gli stava offrendo.

138 «Il mestiere di monarca, – disse Z., – ha in comune con quello di chi truffa un’altra persona promettendole di sposarla molto piú di quanto sembri. Sono entrambe attività stressanti in cui bigami e principi incappano quasi passivamente. È difficile immaginare quanto siano opprimenti la disciplina che si devono imporre e la noia che sono costretti a sopportare. Né il culto loro tributato, né l’attenzione di cui godono possono controbilanciare il peso psicologico di cui devono farsi carico».

139 Uno di noi trovò da ridire sul fatto che Z. non sembrasse disposto a tralasciare alcun argomento. «C’è qualcosa al mondo su cui lei non si senta competente?», domandò.

«Posso solo sperare che nessuno di voi mi scambi per una autorità, – replicò Z. – Io sono e resto un dilettante, mi guardo intorno, ho le mie idee e sono contento quando qualcuno mi fa ricredere su qualcosa. Dall’onniscienza, che è un attributo divino, sono lontano quanto voi».

140 A un altro non andava a genio che Z. tornasse sempre a parlare degli dèi. «Nessuno le ha detto che Dio è morto? – obiettò. – Vedi La gaia scienza al numero 125». «Chi non conosce quel celebre passo? – disse Z. – Ma lei è sicuro che uccidere gli dèi sia un progetto cosí promettente? Consideri che Gesú è risorto e che anche Venere e Fortuna vengono a farci visita con ogni possibile metamorfosi o travestimento. Ne deduco che gli dèi godono di ottima salute, e certo del tutto indipendentemente dal fatto che noi crediamo in loro oppure no».

141 «Si pubblicano in continuazione sondaggi su quante volte la gente fa sesso in una settimana, se il dentifricio debba essere verde o rosa o su chi non si vorrebbe rieleggere. Ma i sondaggisti non hanno mai chiesto un parere sulla forza di gravità. Ciò può dipendere dal fatto che nessuno sa esattamente che cosa sia. Nonostante i grandi sforzi, le onde gravitazionali di cui parlava Einstein finora non sono state dimostrate, neanche con l’aiuto di un interferometro, che può misurare minime variazioni di lunghezza di un raggio laser con una precisione fino a 10-19 metri. Si tratta, mi sono informato, di un numero con diciotto zeri dopo la virgola.

Alla gente come noi, piú orientata verso la prassi, non piacciono ben altri aspetti della forza di gravità. Ci irritiamo se un bicchiere di vino rosso si versa sul tappeto, se dobbiamo ansimare per arrivare in bicicletta sulla cima di una ripida montagna, e se ci fa male l’articolazione del ginocchio quando per un invito a cena dobbiamo salire una scala ripida. Da un sondaggio risulterebbe che, anziché inciampare, preferiremmo librarci come un albatro».

142 Un uomo robusto, che passava per caso, si fermò e urlò dal fondo: «E ora come si andrà avanti?» «Con che cosa?», chiese Z. «Con l’Europa, con la Cina, con la crisi».

Z., che aveva dormito male, sbadigliò e con la mano davanti alla bocca disse, cosí piano che nessuno lo capí: «E io come faccio a saperlo?»

143 «Quello della durata è un problema serio, – ci fece riflettere Z. – Il timore che lo spazio sul nostro pianeta si stia gradualmente riducendo mi sembra giustificato. Enumerare i motivi è superfluo. I demografi lanciano l’allarme, i climatologi si accapigliano, l’economia ristagna, gli orsi polari hanno troppo caldo, e cosí via».

La maggior parte della gente fino a nuovo ordine continuava a occuparsi di problemi piú terra terra: si chiedeva per quanto tempo il vecchio trattore avrebbe funzionato; constatava che a ogni temporale gocciolava dal tetto, e diceva che anche la nuova articolazione dell’anca non manteneva ciò che il dottore aveva promesso.

La scienza dimostrava che tutto ciò era dovuto all’entropia. Lui stesso propendeva piuttosto per la celebre legge di Murphy, secondo cui tutto ciò che poteva andar male prima o poi andava male; era una interpretazione meno pretenziosa, ma satura di esperienza. 144 Z. pensava che la tartaruga gigante delle Galapagos, quanto a durata, fosse molto superiore a noi. «Soprattutto finché bostrichi, processionarie e minatrici non li aggrediscono, – disse, – molti alberi durano piú di noi. Ho saputo che le sequoie giganti, i tigli e i cedri arrivano a piú di mille anni. A dire il vero, dubito che sarebbe un bene vivere fino a vedere l’anno 3000».

145 Z. disse: «Gli artisti insistono anche a questo riguardo per avere un ruolo speciale. Si lambiccano il cervello sulla vita media delle loro produzioni. Temono, spesso a ragione, che li si possa dimenticare facilmente. Si tratta, come nell’erosione, di un processo non impetuoso, ma discreto. I provvedimenti che alcuni prendono già in vita sono molto scrupolosi. Provano con disposizioni testamentarie, regole sul lascito, archivi, retrospettive e edizioni integrali. I posteri tuttavia fanno ciò che vogliono, e di solito hanno ragione».

146 Una volta Z. volle sapere se qualcuno dei presenti soffrisse per il sovraccarico informativo.

Nessuno alzò la mano.

«Evidentemente questo diluvio universale non dev’essere poi cosí terribile».

«Invece sí, – si fece avanti una timida voce di ragazza. – Troppi canali tv. Internet. La mail che pigola in continuazione. E qualunque cosa viene memorizzata!»

«Credo di poterla tranquillizzare, – disse Z. – Tutto questo svanirà da sé. Nemmeno le tradizioni piú famose sono al riparo. Per esempio il Domesday Book del 1086. Essendo cosí prezioso, nove secoli dopo questo manoscritto è stato digitalizzato. Dieci anni piú tardi la copia era illeggibile e l’archivio dovette farne una nuova versione. Hardware e software, infatti, invecchiano con un ciclo rapidissimo. La maggior parte dei sistemi non è retrocompatibile. Nei magazzini dei National Archives a Washington sono depositati nastri magnetici degli anni Sessanta che nessuno è in grado di decifrare. Per recuperarli sarebbe necessario un dispendio tecnico che nessuno potrebbe pagare. Dunque, non si preoccupi. Il sovraccarico informativo evaporerà e si disperderà spontaneamente».

147 Z. fece una pausa e stava per mangiare una mela, quando apparve una donna giovane e carina, con un paio di enormi occhiali verdi, che tirò fuori un minuscolo telefono dalla borsa. Forse era una giornalista smarrita. Subito sparò una salva di domande a Z.: «È cancro o pesci? Ha un business plan? Vive solo?»

Z. la fissò con l’aria di chi non capiva. «Non glielo dico», rispose, e diede un morso alla sua mela.

148 La reporter aveva notato per tempo che sul parco si stava preparando un violento temporale. Mise via il suo apparecchio e scomparve. Z. stava cominciando a dare addosso all’industria della coscienza, quando fu interrotto da un tuono. «Questa è la prova che c’è una vita al di qua dei media! Dovremmo tenerlo presente», cosí Z. ammoní i suoi ascoltatori, ma un improvviso nubifragio aveva già messo in fuga la maggior parte di loro. Z. li guardò, si infilò in fretta la giacca e prese il suo cappello. Era grondante. Il signore muto con gli occhiali da sole neri aveva con sé un ombrello e lo aiutò a mettersi al riparo dagli elementi.

149 Il giorno dopo qualcuno volle sapere se di arte ce n’era troppa. «Assolutamente, – replicò Z., – e in particolare nell’architettura».

150 «E i poeti? – chiese un altro. – Sono troppi anche loro?»

«Visto che non sono sospettato di appartenere a questa corporazione, – fu la risposta, – posso esprimermi in merito sine ira et studio. Di certo, molti non hanno orecchio per prosodia, cadenza e metrica; e si sa che il numero dei poeti supera quello dei loro lettori. A differenza dell’arte figurativa, però, la poesia costa poco, non rovina l’aspetto delle strade e, a parte il poco ecologico consumo di carta, in generale è innocua. Perciò, a chiunque di voi senta questo impulso dovrebbe essere consentito scrivere versi».

151 «Tuttavia, chi non può farne a meno dovrebbe se non altro essere cosí cortese da scrivere solo libri brevi. Stando alle vetrine delle librerie, però, sembra che solo pochissimi ci riescano».

152 Il governo sandinista, disse Z., dopo la vittoria nella guerra civile aveva annunciato una serie di letture di poeti, con l’intenzione di elevare il livello culturale della popolazione. A quanto pareva, già prima dell’apertura dei locali si erano ritrovati centinaia di poeti, ansiosi di sistemare a dovere i gringos con i loro versi. Nello stesso tempo, però, in Nicaragua regnava una sensibile carenza di lattonieri e di addetti ai lavori stradali, tanto che non si riusciva a far niente contro le profonde buche sulle strade, e le condutture dell’acqua di Managua erano asciutte.

153 Non si poteva stabilire alcuna censura, cosí recitava l’articolo 5 della Costituzione tedesca, persino quando si trattava di rivoluzionari, dittatori e filosofi. «Qualcuno di voi, – disse Z., – sa dirmi chi è l’autore di questi versi? “Sentivo stormire, vedevo brillare, | cieli lontani si muovevano, | affioravano per poi sprofondare, | s’immergevano e piú in alto fuggivano. | Placata la lotta interiore, | guardai, riuniti nel canto, piacere e dolore”».

Siccome nessuno prese la parola, Z. disse: «Lo immaginavo! L’autore è Karl Marx. E rimanendo in tema di indovinelli: di chi è questa elegia? “Pur, dovunque risonasse | la sua cetra, non gloria | al proscritto, ma 

un calice | ricolmo di veleno, | bevi, dice la folla, o maledetto, | tanto in sorte t’è dato. | Non vogliamo celesti risonanze, | noi non vogliamo verità”10. L’autore, allievo di un seminario, si chiamava Iosif Vissarionovič Džugašvili. Piú tardi meglio noto come Stalin.

Citerei volentieri anche l’opera di un mega filosofo. Purtroppo però del suo canto d’amore ricordo soltanto l’ultimo verso: “… e in ginocchio restò, rapita, nella palude”. Anche il critico piú acuto faticherebbe a identificare il poeta. È Martin Heidegger».

154 «Dica semplicemente: non mi piacciono le poesie. È una cosa perdonabile. Un’avversione, la sua, che fra l’altro incontra probabilmente il consenso della maggioranza».

Z. si mostrò conciliante. «Non volevo offendere gli autori, – disse. – Magari dipende da me il fatto che spesso non capisco ciò che vogliono dire veramente. Le cito volentieri, però, una poetessa polacca decisamente diversa. Si chiama Szymborska».

«Di nuovo una polacca! Legge tutto in originale?»

«No. Come per altre lingue, dipendo dai traduttori. Senza questi lavoratori malpagati nella vigna della letteratura saremmo messi male, perché al mondo ci saranno circa cinquemila lingue. Una ricchezza che del resto trovo piacevole, anche se costa fatica».

«E che cos’ha di tanto particolare la sua poetessa?»

«I suoi versi non sono pretenziosi, eppure ogni frase è una sorpresa. Si capisce ogni parola, anche nella traduzione. Roba d’altri tempi, e roba comprensibile! Chissà come ha fatto! Purtroppo non è piú in vita. È morta cosí come è vissuta, in modo discreto, ma deciso. Spero che la Sz iniziale non vi disturbi. Eventualmente potete rinunciare alla ł del nome. Volete sentire qualcosa?»

155 «La prima fotografia di Hitler

E chi è questo pupo in vestina?

Ma è Adolfino, il figlio del signor Hitler! […] 

Ciucciotto, pannolino, bavaglino, sonaglio,

il bambino, lodando Iddio e toccando ferro, è sano […]

Be’, adesso non piangeremo mica,

il fotografo farà clic sotto la tela nera.

Atelier Klinger, Grabenstraße, Braunau, […]

ditte solide, vicini dabbene, 

profumo di torta e di sapone da bucato. […]

L’insegnante di storia allenta il colletto

e sbadiglia sui quaderni»11.

156 A prescindere dal premio Nobel, la fama, disse Z., era una faccenda complicata. «Come dice Klopstock, nella sua seconda ode Il lago di Zurigo? “Delizioso risuona della fama il seducente | suono argentino | nel cuore che batte e | l’immortalità | è un grande pensiero, | degno del sudore dei nobili”. Anche se nessuno piú lo legge, ai suoi tempi, quando non c’erano i talk show, tutti sapevano che cosa voleva dire con questo».

157 La discrezione, disse Z., era un bene che non bisognava sottovalutare.

158 Se si diceva di qualcuno che era molto diligente, secondo Z. era un complimento sospetto. «Vuol dire soltanto, – disse, – che al poveretto manca un nobile talento, di cui è fornito ogni gatto: quello di acciambellarsi in qualunque momento e fare le fusa con gli occhi semichiusi».

159 Ogni tanto apprendeva dai giornali che l’una o l’altra personalità da qualche tempo non aveva piú le spalle coperte, che se l’era svignata, si era ritirata, era stata liquidata, esautorata, non contava proprio piú nulla. L’avevano cacciata e da allora, in poche parole, su di lei era calato il silenzio. Lui, Z., aveva comprensione, forse persino pietà, per questi carrieristi, ma solo quando di loro si diceva che vivevano ancora all’interno del paese.

160 «Parecchi di voi mi dicono che sarei uno scettico. Siccome volevo sapere che cosa significa, sono andato a controllare. “Persona che scruta, che si guarda intorno”, dice il vocabolario».

Una simile definizione era accettabile, disse Z. Credere ai propri occhi non era mai sbagliato.

161 Z. aveva la cattiva abitudine di pensare che tutti capissero le sue allusioni. «Tutti voi, – disse, – conoscete il celebre testo del 1848 che comincia con la frase: “Uno spettro si aggira per l’Europa”. Ho l’impressione che lo spettro del comunismo ci sia ancora, e sotto forma di ectoplasma.

È stato Charles Richet, anche lui un premio Nobel per la medicina, a coniare questo concetto. Nelle sue sedute spiritiche riuscí a stabilire che l’ectoplasma ha una consistenza fluida e nebulosa; che il suo odore somiglia a quello dell’ozono ed è piuttosto sgradevole; che scaturisce dall’umidità delle mucose del medium; e che, se la seduta viene disturbata, si ritrae immediatamente.

L’idea che è alla base di questo genere di esperimenti può essere espressa in una semplice frase: le persone date per morte vivono piú a lungo».

162 Era inevitabile che un giorno o l’altro il discorso sarebbe caduto sulla critica al progresso. «Un tema popolare, – disse Z., – specialmente fra tutti coloro che del progresso approfittano. Capisco le loro riserve perché sulla maggior parte dei nostri successi grava qualcosa di insidioso. Tuttavia voglio proporvi un piccolo gioco. Presumibilmente non esistono prodotti della mente umana di sicuro e senza eccezioni innocui; chi ne avesse l’intenzione, potrebbe anche uccidere il suo prossimo con un innocente cacciavite. Ma che cosa vi viene in mente quando pensate alle piú belle invenzioni della nostra specie?»

Subito si levò un brusio confuso, finché uno prese l’iniziativa e chiese di procedere nella ricerca in ordine alfabetico. Parecchi diedero il buon esempio.

163 «L’attaccatutto», disse qualcuno. «L’ascensore», esclamò un’anziana signora, evidentemente felice di averne uno nel suo palazzo. Seguirono «baciamano, bottone, brezel, candela, cerotto, cestino della carta, cipolla, cucchiaio, finestra, gelato, grondaia, letto, lirica». 

Ma presto qualcuno trovò il pelo anche in questo uovo: «E come la mettiamo con le innumerevoli liriche di guerra, sovversive, con le lodi servili ai potenti, le odi a Hitler e a Stalin?»

«Bella domanda, – disse Z. – Per me, tralasciamo pure la lirica. Avanti con la M!»

«Maionese, meditazione, ombrello, parafulmine, pasta, patata, pompieri, posacenere, reggiseno, riscaldamento, scacchi…»

Quell’insolito baccano indusse i cani di alcuni passanti a fare a gara nell’abbaiare, e un poliziotto che passava di lí per caso si fermò e si stupí nel sentire: «Scala, spazzolino, stella filante, tampone, taxi, tergicristallo, tram, vocabolario, wafer…»

164 «Credo che per il momento sia sufficiente», disse Z. Aveva da aggiungere soltanto un paio di cosette. Chi aveva mal di denti avrebbe commemorato con gratitudine l’invenzione dell’anestesia. Al water rinunciava malvolentieri anche il pensatore critico. E infine, chiunque entrasse in un ristorante doveva ricordarsi della Rivoluzione francese. Questa, infatti, aveva lasciato senza lavoro i cuochi di corte e i servitori dell’ancien régime, costringendoli a offrire dei pasti decenti anche alla gente comune.

165 «Non rasenta forse il miracolo storico il fatto che in diverse regioni, per esempio qui da noi, non ci sia gente “sempre all’opra china”, come dice una canzone del diciannovesimo secolo? Quando avviene, avviene volontariamente, nel rispetto della salute e dei cosiddetti Imc».

«E che cosa vuol dire?»

«L’indice di massa corporea è stato inventato da un belga all’incirca all’epoca della Comune parigina, quando fu composta anche l’Internazionale. L’Organizzazione mondiale della sanità ha elevato questo numero indice a criterio per tutti noi. Siamo gentilmente tenuti a preservarci da obesità, diabete e cellulite e a tornare alla vecchia tecnica cristiana del digiuno».

Di fronte alla evidente corpulenza del signor Z., il suo ammonimento fu accolto con delle risatine.

166 Una volta arrivò ad affermare che chi si sforzava di risultare sempre simpatico, di avere continuamente un comportamento «sociale», avrebbe fatto meglio ad affidarsi alla propria innata cattiveria. Chi voleva concepire un pensiero che non fosse ovvio doveva passare attraverso la scuola solitaria della misantropia.

«Ci delude, – obiettò uno degli ascoltatori, – perché da lei non ci aspettavamo niente di diverso».

167 «Prima si parlava spesso di sottoproletariato, – disse Z. – Non sarebbe ora, tanto per cambiare, di occuparsi della sottoborghesia?»

168 «Qualcuno di voi mi ha definito un aforista?» Nessuno sembrò disposto a rispondere a quella domanda capziosa. 

«Che cosa significa? – esclamò. – Che, anziché divertirmi, arrabbiarmi e litigare con voi, propongo motti da calendario? È un’accusa che non accetto».

Lo studente di filosofia, che aveva pronunciato la parola fatale, si fece avanti e disse: «Perché è cosí seccato? Non volevo offenderla». Z. rise e si rassegnò.

169 Certe volte Z. citava Lewis Carroll, per il quale aveva una predilezione: «“Quando io uso una parola”, dice in Attraverso lo specchio Humpty Dumpty, altrimenti detto Unto Dunto, “questa significa esattamente quello che decido io… né piú né meno. […] Bisogna vedere […] chi è che comanda”12. Tacitamente i piú condividono questo punto di vista, – affermò Z., – solo che non lo ammettono. Ognuno crede di poter decidere quel che le parole significano. Ciò porta il piú delle volte, come si legge in Carroll, a incresciosi litigi, soprattutto, ma non solo, tra filosofi. Anche fra coniugi e fra politici si arriva spesso a scontrarsi sulle parole. Una baruffa di questo genere può durare anni, serve però soltanto alla vanità e al divertimento, non alla conoscenza. Può sfociare in un vero e proprio scontro. Non va però confusa con l’astio, che non si manifesta a parole ma, come il cruccio, tormenta in silenzio e non ha bisogno di una controparte.

Alice non si scompose nonostante il comportamento arrogante di Humpty Dumpty. Non provò astio nei suoi confronti, né si crucciò; piuttosto conservò sempre il suo atteggiamento impeccabilmente cortese e spigliato di fronte alle difficoltà che le si facevano incontro. Non tutti, da questo punto di vista, possono essere alla sua altezza».

170 Un’altra volta Z. si mise a parlare dei diritti umani. «Un tema poco simpatico, – disse. – Affrontandolo, si rischia di passare per brontoloni, guastafeste o cinici. Era il 1948, credo, quando le Nazioni Unite a Parigi approvarono e resero nota la loro dichiarazione in merito, con zero voti contrari. Da allora viene automaticamente accettata da tutti i nuovi membri al momento dell’adesione; all’epoca facevano parte di quella organizzazione, credo, centonovantatre stati; ogni giorno però possono aggiungersene di nuovi.

“Ad ogni individuo”, c’è scritto, “spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione”. Un catalogo che somiglia a una busta a sorpresa. Ogni individuo ha diritto alla libertà e alla sicurezza della propria persona. Tutti possono cambiare religione o credo. Ogni individuo ha diritto al lavoro, a una rimunerazione equa e soddisfacente, al riposo e allo svago, a ferie periodiche retribuite e a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, inclusi l’alimentazione, l’abitazione e le cure mediche. Per non stancarvi, mi accontento di questa versione ridotta.

Fra gli stati che hanno aderito alla dichiarazione ci sono la Corea del Nord, l’Iran, la Somalia, lo Zimbabwe, il Congo e il Sudan. Devo proprio dire che la contraddizione fra retorica e realtà mi appare in questo caso una vera beffa».

171 «Naturalmente, – disse Z., – ogni nazione ha bisogno di racconti fantastici, a partire dai quali mette insieme la propria storia. Il tempio distrutto, la vergine sul rogo, la battaglia della Piana dei Merli, il partigiano nei boschi: per questo la collettività non ha bisogno di alcun romanziere. Senza riguardi per i fatti, la nazione inventa ciò che le va a genio e ci crede. Invano gli archeologi e gli storici cercano di farla ricredere».

172 «Che ne direste di rivolgere un pensiero alla crescita? – propose Z. – Un concetto derivante dalla storia naturale e dalla fisiologia, mi pare. Si sente crescere persino l’erba o quel maestoso faggio laggiú. Queste piante sanno esattamente quando basta. Non è il nostro caso, invece. Quando l’economia ristagna e i tassi di crescita calano, regnano pianto e stridor di denti. Pensiamo che il motore inceppato debba essere immediatamente riavviato, come se avessimo a che fare con un’automobile dei tempi antichi, che si può mettere in moto soltanto sudando sette camicie con l’apposito attrezzo.

Contrariamente ai politici e ai manager, i prati e gli alberi padroneggiano senza sforzo il calcolo esponenziale. Stando a quest’ultimo, infatti, sarebbero cresciuti in altezza piuttosto in fretta con un aumento annuale del cinque per cento. Un grosso faggio di dieci metri con questo tasso avrebbe raggiunto circa seicentoquaranta metri all’età di cento anni, se non fosse crollato molto tempo prima. Imparare dagli alberi forse non significa imparare a vincere, ma basterebbe magari a sopravvivere».

173 «Small is beautiful. Temo che questa saggia massima sia estranea alla psiche umana».

Un liceale in prima fila, che svettava su tutti gli altri e aveva spesso qualcosa da dire a Z., fiutò in questa osservazione un problema personale. «Non se la prenda, – disse, – se è cosí basso».

Z. si mise la mano sulla scriminatura dei capelli: «Un metro e sessantacinque. Per fortuna l’ambizione non fa parte dei miei vizi, altrimenti mi sarei probabilmente comportato come tanti uomini bassi che soffrono di fantasie di grandezza. Non importa se in gioco c’è un negozio di parrucchiere o il dominio sul mondo.

Probabilmente la vanagloria appartiene al patrimonio genetico fondamentale della specie. Iperboli, quote di mercato, tassi di crescita, battaglie tra offerenti per il diamante piú grosso, per il bonus piú consistente, il miglior rapporto di tutti i tempi fra reti fatte e subite. Persino i pianisti fanno gare di resistenza per contendersi un posticino nel Guinness dei primati. Quanto piú grandi gli ombrelli di salvataggio e quanti piú stati membri nell’Unione europea, tanto meglio. Di tutti i metodi per rovinarsi questo è sempre il preferito».

174 A volte Z. si metteva a parlare della scuola. «Vi ricordate quello che vi hanno raccontato allora sulle valli glaciali? Là dove ora c’è il cavalcavia dell’autostrada, il fiume un tempo avrà trascinato con sé capanne di frasche, vacche morte, alberi sradicati, frigoriferi rotti e maschere antigas. Solo chi aveva fortuna e stava sul ripido pendio poteva sopravvivere. L’insegnante lo chiamava “studio della realtà locale e regionale”. Piuttosto caotico il tutto. Ma è il nostro materiale storico, la nostra tradizione. Che ci piaccia oppure no, dobbiamo accontentarci di questo caos».

175 «Non siete tenuti a credere a ciò che vi dico. Ma forse vi può essere utile. Bisogna servirsi dei pensieri altrui, perché altrimenti i propri pensieri non vanno avanti». Cosí Z. per giustificare la sua propensione al furto di idee.

176 «Lei ci ha raccontato, signor Z., di saper apprezzare la discrezione, – disse uno che già spesso si era fatto notare con le sue obiezioni. – Ma il suo linguaggio è d’ostacolo a questo ideale; perché è, come dire, piuttosto pretenzioso».

«Chi crede di potersela cavare senza retorica è fuori strada, come dimostra questa stessa rispettabile metafora. Abbellire il discorso serve a combattere la noia e la repulsione del pubblico».

177 «È per questo che addobba i suoi discorsi con delle citazioni?» «Perché molti ornano le loro quattro pareti con delle immagini, anche soltanto con un manifesto o una vecchia foto? Persino gli animali non sono da meno. Pensate alla gazza, per esempio, che ruba tutto ciò che brilla per addobbare il suo nido».

«O agli uccelli giardinieri, – confermò il nostro zoologo. – Usano ornamenti estremamente dispendiosi. Costruiscono capanne e allestiscono viali, che decorano con centinaia di conchiglie colorate, penne, gusci di chiocciole e lattine di Coca-Cola».

178 «Tutta questa messinscena però ha un unico scopo: l’accoppiamento», replicò il liceale spilungone.

«Proprio cosí! Alla base di tutto c’è la seduzione. Esattamente come la bella facciata di un edificio o gli espedienti con cui cerchiamo di dare un po’ di lustro ai nostri discorsi. Ma crede davvero che si tratti solo di sesso? Né i nostri talenti né i nostri sensi si accontenteranno di una riduzione alla carta millimetrata e al cubo».

179 «L’odio riservato a qualunque decorazione da parte dei nostri architetti e degli investitori mi sembra una questione di misantropia. Si appellano al povero, quasi sordo Adolf Loos e ripetono l’unica sua frase che credono di conoscere: l’ornamento è un crimine. Ma questo è un equivoco. Quell’uomo aveva fantasia e teneva all’eleganza. Costoro, invece, risparmiano su ogni elemento decorativo, perché pensano soltanto al proprio profitto».

180 Eravamo preparati a una nuova tirata contro gli architetti, ma lo ascoltammo volentieri perché si inventava sempre una variazione sul tema. «La casa è conservatrice. È al servizio della comodità. Provate un po’ a indovinare chi l’ha detto. È stato proprio quell’Adolf Loos al quale si rifanno i misantropi esponenti della corporazione degli architetti. Costoro dovrebbero andare dall’oculista; infatti costruiscono edifici sui quali lo sguardo umano non trova un appiglio, e confondono l’ingresso con la tana di un topo».

Evidentemente c’era da supporre che lui stesso avesse la sfortuna di abitare in uno di quei container impilati, ma ci sarebbe sembrato indiscreto chiedere al signor Z. il suo indirizzo.

181 «Que no haya novedad! Nell’antica Spagna si era soliti congedarsi con questo augurio. Che vuol dire: speriamo che non ci siano novità». Z. chiese a noi e a se stesso se gli spagnoli avessero sempre dei brutti presentimenti, o se volessero semplicemente preservare la propria tranquillità.

182 Del solito discorso sul capitalismo, dichiarò Z., lo disturbava il genere singolare. Era uno di quei concetti-amalgama, che mancavano di chiarezza. «Qualcuno crede forse sia possibile fare un solo fascio di tutte le condizioni che in Svezia e nel Congo, in Groenlandia e in Iran sono considerate normali? Il sistema economico cosí inteso può evidentemente vivere con quasi ogni regime politico: con la dittatura militare, col nazionalsocialismo, col potere mafioso, col partito unico comunista, con l’apartheid, con lo stato ebraico e islamico, tanto quanto con la democrazia parlamentare. Ciò che il singolare lascia passare sotto silenzio è la capacità di metamorfosi proteiforme di questa struttura economica, cui essa deve la propria sopravvivenza».

183 «Fra i colpevoli, – disse Z., – cioè i responsabili dell’eterno riproporsi delle crisi, la figura dello speculatore ha un ruolo particolarmente popolare. Ma il significato di questo furfante, la sua provenienza e le maschere che indossa forse sorprenderanno alcuni. Speculare, infatti, voleva dire per i mistici del Medioevo “sprofondare sempre piú nella contemplazione religiosa fino a raggiungere l’estasi”. Lo dicono tutti i dizionari, anche quello dei fratelli Grimm. Deriva dal latino specere. Speculari non significa altro che “osservare, andare in cerca di qualcosa”».

«Tutti cavilli, – obiettò il piú impaziente fra di noi. – Difficile parlare di estasi per Wall Street». 

«Sa bene però che fra la teologia e il capitale c’è piú di un punto di contatto! Perché ci sono creditori e debitori, perché la banca d’emissione parla di creazione della moneta, e da dove viene il credito13? Tutto è cominciato con la santità, finché con un salto semantico è avvenuto un capovolgimento. Già Lutero trovava la speculazione sospetta, perché nella Bibbia non se ne parlava. Presto venne intesa soltanto come un ozioso, incerto almanaccare. E alla fine fu il turno dei commercianti che, prima di accollarsi un rischio, volevano calcolare le proprie possibilità di successo. Nel suo vocabolario del 1801, il bravo Campe propose di germanizzare lo speculatore e di chiamarlo da allora in poi Handelsspäher14».

«Invece di approfondire la questione, lei si attacca alla storia delle parole. Ci prende in giro».

«E lei prende in giro me. Tuttavia resto dell’idea che le parole dicano piú dei politici che se ne riempiono la bocca. Chi sa che anche lo specchio in bagno viene dall’antichità? Uno speculum mostra sempre e soltanto come stanno le cose, e la speculazione fa esattamente lo stesso. Mostra alla realtà la sua vera immagine. Non c’è da meravigliarsi se con i suoi ratings trova scarsi consensi».

184 «Mostrare alla realtà la sua vera immagine: facile dirlo; ma che cosa bisognerebbe intendere esattamente per realtà?»

«Una questione socratica! È cosí che il celebre vecchio ad Atene faceva sudare il suo interlocutore preferito. Certo, era un saggio, ma soprattutto a un astuto trickster dal

dal quale bisognava guardarsi. “Dimmi, mio caro, perché le persone si chiamano persone! Me lo sai dire?” Che cosa poteva rispondere il povero Ermogene? “Come faccio a saperlo? E se anche lo sapessi, preferirei lasciarlo dire a te; perché tu troverai la risposta piú facilmente di me”.

Com’è naturale il vecchio non mollò, anzi mise il suo interlocutore cosí a lungo alle strette, che il poveretto non riuscí piú a difendersi. Ovviamente questi avrebbe anche potuto rispondere: “Venerato maestro, perché ti mostri piú stolto di quanto tu sia? Sai bene quanto me ciò che la parola persona significa in greco. Tutti lo sanno. Se volessimo definire ogni parola, prima di pronunciarla, non andremmo mai avanti”. Ma il giovane era troppo cortese per farlo.

Sapete che cosa mi ricorda? Un talk show. Socrate era probabilmente il piú noto conduttore di Atene, e le sue conversazioni avevano un carattere in apparenza privato, ma raggiungevano persino le cerchie piú influenti. Una cosa tuttavia bisogna riconoscergliela. Socrate non pretendeva, come gli altri sofisti, cinquanta dracme per ogni apparizione».

«La stessa cosa si può dire anche in suo favore, – constatò il liceale, che non aveva peli sulla lingua. – Tuttavia anche lei, proprio come il trickster ateniese, ci torchia finché non sappiamo piú che pesci pigliare».

«Solo che io non vi importuno con delle definizioni. Le definizioni sono sterili».

In questo modo fu ristabilita la quiete.

185 «La teoria diventa violenza materiale non appena cattura le masse. Ciò vale ancora oggi, – osservò Z., – però solo per il calcio».

186 Non tutti si fidavano, quando Z. si mostrava caritatevole. Per esempio una volta che sottolineò quanto commiserava i campioni sportivi che si vedevano in televisione. Sempre piú imbrattati da toppe colorate, erano costretti a cantarci le lodi di viti, gas metano e cioccolata al latte. Non invidiava loro gli introiti, ma si chiedeva che cosa avessero a che fare le loro prestazioni sulla pista o sul prato verde con le polizze assicurative e le birre con cui si pavoneggiavano. Non capiva neanche perché accettassero il rituale battesimo dello spumante appiccicoso versato sulle maglie.

«Tutto questo non intacca l’entusiasmo dei fan», disse il giovane con il berretto da baseball, infastidito dallo scherno mal dissimulato di Z. 

«Naturalmente no. Ma non penso soltanto agli sportivi. Perché sono soltanto loro a dover subire simili pretese? Perché altre figure di spicco ne escono indenni? Penso soprattutto ai nostri capitani d’industria. I loro abiti su misura non sono troppo scialbi? Da che cosa può dipendere?»

«La casta dei manager, – propose uno come spiegazione, – non ha bisogno degli onorari delle agenzie pubblicitarie».

«Questo è vero. Ma i nostri personaggi politici? Il segretario di un partito o un ministro vengono pagati molto peggio di qualunque investitore bancario trentenne. Dov’è, mi domando, la giustizia sociale? Ai tesorieri dei partiti manca forse il denaro? Allora c’è una sola cosa da fare: i politici dovrebbero seguire l’esempio dei ciclisti e dei campioni di salto con gli sci, e affidarsi alla pubblicità.

Basta con questi tristi costumi privi di fantasia! Largo alle applicazioni e alle etichette! Che aspetto variopinto avrebbero allora le campagne elettorali, le conferenze stampa e i congressi dei partiti! Niente interviste senza articoli di marca tedeschi. Ne trarrebbero profitto tanto i consumi interni, quanto le esportazioni».

«Ci mancava solo questa. Tutto a spese nostre! E che ne è degli interessi dei lavoratori?»

«Anche i rappresentanti dei salariati potrebbero abbellire i loro abiti con il logo dei gruppi industriali. Sui giornali le accanite trattative contrattuali risulterebbero piú distese, e i funzionari sindacali potrebbero, con gli introiti della pubblicità, abbassare le quote sociali o riempire le casse per gli scioperanti.

In questo modo ognuno porterebbe il proprio sponsor sul petto. È sempre bene sapere chi paga. Cosí sarebbe evidente ciò che la tradizione popolare ha sempre sostenuto e ciò che ogni programma sportivo insegna: chi va diritto non fallisce strada!»

187 Anche la tariffa flat era una di quelle idee ancora immature con cui guadagnavano i loro soldi i grandi gruppi industriali, disse Z. «Perché dovrebbe valere solo per questi minuscoli telefoni cui state attaccati? Auspicherei un po’ piú di coraggio. Perché dobbiamo pagare ogni volta che prendiamo un taxi, beviamo una birra o andiamo a teatro? A me comunque danno fastidio le ricevute sul piattino o nella cassetta della posta. Tutti quegli infiniti numeri di conto e quei moduli per bonifici! È proprio indispensabile? Basterebbe una tariffa piatta, si dice cosí?, e non si sentirebbe piú parlare di acqua, luce, affitto, medicine e tasse. E se partecipassero anche i panettieri e le latterie, avremmo pane e burro senza monete e carte di credito».

188 «Vi siete accorti che i pubblicitari hanno espropriato i classici? – chiese Z. – Mozart e Molière: roba del passato. Oggi la parola Classic campeggia, naturalmente in inglese, perché questa gente non capisce il tedesco, su bottiglie di bagnoschiuma, su raffinate matite e su confezioni di formaggio». 

189 Poi Z. parlò delle colonne sonore che considerava invadenti, lamentose e nel complesso superflue. Ogni dialogo annegava in questa torbida brodaglia. I tecnici del suono, che dovevano occuparsi del missaggio, evidentemente avevano problemi di udito. I grandi maestri del cinema spesso avevano fatto a meno di quel rumore molesto. 

190 «Ci dica, – chiese uno di noi, – da che cosa dipende il suo cattivo umore, signor Z.?»

«È proprio obbligatorio divertirsi in continuazione? Anzi, quello che intendete voi chiamatelo pure fun». 

«Alla sua età, signor Z., dovrebbe essere piú tollerante e superiore a certe sciocchezze».

«Ha ragione. Mi riprometto, domattina presto, non prima delle dieci, però, di smetterla con le cattive abitudini e di affrontarvi con serenità. Intanto vi auguro una buona serata».

191 Quasi sempre si trovava qualcuno pronto a difendere Z. da chi lo attaccava. Questa volta lo studente di filosofia, che fino a quel momento si era distinto piuttosto per le sue invettive, chiese: «Chi di voi sa che cos’è un Grantler?»

Chi era originario del Nord non sapeva cosa rispondere.

«Il Grantler, – spiegò il filosofo in erba, – non va confuso con il criticone, il brontolone e il burbero. Il signor Z., infatti, non si infervora, non alza la voce come per esempio fa il bisbetico. A malapena si sorprende delle cose che nota o di cui si rammarica. Non perde la calma come un carrettiere per il fatto che l’essere umano è fatto di un legno storto».

Il discorso fu tacitamente approvato.

192 Il giorno dopo chiesero a Z.: «È migliorato il suo umore, oggi?»

Lui starnutí, si soffiò il naso, osservò il fazzoletto e disse: «No».

193 Dopodiché alcuni, che avevano aspettato fino a quel momento, ci lasciarono. Ma noi non ci facemmo scoraggiare. «Che cosa è successo? – domandammo. – Non l’abbiamo mai vista cosí di cattivo umore».

«Una volta sono stato a Lisbona, – raccontò Z. – Molto tempo fa. Doveva essere mezzogiorno. Le strade erano deserte –. Mostrò il polso. – Non porto mai l’orologio. In questo senso sono un parassita. Cercai con lo sguardo un campanile, o una di quelle antiquate colonne meteorologiche che oltre alla pressione atmosferica misurano anche la temperatura e il tempo. Ma in tutta Lisbona gli orologi si erano fermati. Uno segnava le cinque, un altro le otto e mezza. Nessuno si era preso la briga di caricarli. Oggi mi sento come quella volta».

194 «La tristezza è una condizione che conosciamo tutti, tranne i medici degli stati d’animo, che la chiamano depressione. Un mio amico, che ne soffre, recentemente si è messo a parlare di pelle. Diventa sempre piú sottile, ha detto. Che cosa non si fa per tenderla, lisciarla, truccarla!»

«Ce l’ha con me?», intervenne la signora atletica con gli stivali da cavallerizza, alla quale, c’era da scommettere, simili pratiche non erano sconosciute.

«Ma la prego, mia cara signora! Un po’ di Botox, un piccolo lifting… Fosse solo questo! No. Il mio amico parla di fenomeni di portata molto maggiore. La gran parte di ciò che vede, dice, gli appare come un insieme di spot pubblicitari. Per esempio l’arte attuale, che, a suo parere, si è affidata a un’estetica orientata sull’offerta, fedele al motto What you see is what you get. Non riesce piú a toccarci da vicino, ma si accontenta dell’interfaccia utente. A questo proposito si parla anche di content management. Quanto piú sottile lo schermo, tanto meglio!»

Lo studente di filosofia non era soddisfatto. «Non c’è da meravigliarsi se il suo amico è afflitto. Evidentemente sente la mancanza della profondità, dell’interiorità. La critica culturale si è sempre lamentata che tutto sia diventato cosí fugace, cosí superficiale –. E per dimostrare quanto poco si curasse di simili preoccupazioni, aggiunse: – Forse al suo amico non piace neanche che la sua pelle invecchi».

«Può darsi. Ma non potrebbe essere che nel suo dispiacere abbia notato qualcosa che a lei è sfuggito? Non bisognerebbe sottovalutare i giudizi delle persone afflitte, anche quando si è cosí di buon umore come lei, mio caro».

195 «E perché si abbandona a pensieri cosí fiacchi? – domandò il liceale, che come al solito era seduto in prima fila. – Secondo me, dipende dal fatto che cammina troppo poco».

Z. non se lo fece dire due volte e ci abbandonò.

196 Solo dopo un’ora, e dopo mezzo litro di acqua minerale, ritornò, rinfrancato dalla passeggiata. Subito cominciò a raccontare ciò che gli era venuto in mente lungo il cammino.

«L’ostinazione, l’indulgenza e la malinconia sono care, vecchie abitudini. Vi si inciampa piuttosto di rado; quando succede, ci si rialza a fatica, con sollievo, e ci si abbandona di nuovo alla continua altalena, quella di cui parla Montaigne nel suo capitolo sul pentimento. Tutte le cose, dice, vanno su e giú di continuo, la terra, le rocce del Caucaso, le piramidi egizie. La stessa costanza non è altro che un’oscillazione piú blanda».

197 «La sua flemma mi dà sui nervi tanto quanto il suo pessimismo, – obiettò l’ascoltatore che tutti chiamavamo il sociologo. – Scelga: o l’una o l’altro! Io da parte mia ci vedo una contraddizione».

«È meritorio che lei cerchi di turbare la mia quiete. Ma per quanto riguarda la fine del mondo, di cui alcuni si sono rallegrati troppo presto, non è di mia competenza».

198 «Domandatevi piuttosto come mai tutti noi abbiamo il tempo di trattenerci qui al parco in pieno pomeriggio. Poco fa, in birreria, non mi è sembrato che sotto gli ombrelloni ci fossero soltanto turisti e pensionati. E se andate in centro, noterete che gli affari dei bar eleganti e dei chioschi piú economici vanno a gonfie vele. Chi sono i clienti? Attori con la giornata libera, barboni, studenti che hanno marinato la scuola, fotomodelli, criminali di professione che si godono una pausa? Non credo. Solo una cosa hanno in comune: nessuno di loro sembra ansioso di incrementare il prodotto sociale lordo.

Non lo dico per biasimare, al contrario. La schiavitú del salario non rientra fra i miei ideali. Viceversa sono sempre pronto a difendere l’arte di andare a zonzo. Forse la piena occupazione bramata dagli economisti non è poi cosí desiderabile?»

199 «Posso fare una domanda indiscreta? Mi piacerebbe sapere se tra noi c’è un operaio. Un operaio industriale, per esempio».

Lo studente di filosofia alzò la mano. «Fra un semestre e l’altro, – disse, – ho lavorato un paio di volte in una fabbrica di sigarette, perché avevo bisogno di soldi».

«Un motivo molto ragionevole. Nessun altro? È evidente che siamo ben lontani da una dittatura del proletariato. Non che la classe operaia sia invisibile. Chiunque può osservarla passando davanti a un cantiere, non fosse altro per le innumerevoli insegne, le grate di sbarramento, e per il rumore che fanno. Ogni tanto i lavoratori si mettono in mostra anche con gli scioperi e con i fischietti distribuiti dai sindacati.

Ma per il resto? Non c’è paragone con i tempi andati. La produzione sembra svolgersi per lo piú in segreto. Il che dipende probabilmente dallo sviluppo dei cosiddetti servizi. Dietro l’enorme numero di commesse, rappresentanti, impiegati e autisti, resta la schiera di quelli che producono qualcosa, molto indietro, un po’ come il lavoro dei contadini, anche loro ridotti a una minoranza. A quanto pare, soltanto il due per cento dei lavoratori sono impiegati nell’agricoltura. Sono, se non sbaglio, meno dei tanti che si occupano delle transazioni finanziarie, della pubblicità o di rendere obsoleti i prodotti mediali».

«Lo trova strano?»

«Trovo che il fenomeno necessiti di una spiegazione. Certo, alla maggior parte di noi non salta piú agli occhi l’inverosimiglianza di una condizione del genere. Ma non appena ci riflettiamo su, ci appare estremamente labile. Proprio come l’attività di un artista da circo che esegue un esercizio di equilibrismo da far rizzare i capelli. E noi che ce ne stiamo qui al parco a chiacchierare costituiamo, almeno per qualche ora, il pubblico impassibile della rappresentazione».

Nessuno interruppe Z. per contraddirlo, tanto meno le due anziane signore sulla panchina, con i ferri da calza che scintillavano al sole.

200 Una giovane coppia volle sapere perché Z. evitava un argomento di cui solitamente la gente non era mai sazia. «Intendete le conversazioni cui capita di assistere senza volere negli scompartimenti dei treni e nelle sale d’attesa, vero? Il piú delle volte si parla di diete, di temi ginecologici, di animali domestici e delle noie con l’idraulico quando il rubinetto perde».

«No. Vorremmo sentire le sue opinioni sulla sessualità». 

«In questo non posso addentrarmi, – disse Z., – ne so quanto voi. Dovreste rivolgervi piuttosto a una di quelle rubriche che ci sono sulle riviste o a uno dei tanti forum su Internet. Ma se insistete…»

«Sí», dissero entrambi.

«Bene, allora vorrei lodare l’ingegnosità del creatore o, se si vuole, dell’evoluzione; all’idea di inventare subito piú sessi, infatti, dobbiamo incredibili stimoli ed emozioni. Dietro deve nascondersi ben piú che la necessità di procreare. Se ci si fosse fermati all’elementare modo di procedere dei virus e delle amebe, dividere a metà e chiusa lí, non ci sarebbero famiglie, matrimoni, relazioni pericolose e nemmeno single. Gli uffici di stato civile, gli avvocati divorzisti e i terapeuti di coppia sarebbero senza lavoro. Noi potremmo anche farcene una ragione, ma la letteratura, il cinema e la televisione se la vedrebbero brutta senza Adamo ed Eva, Tristano e Isotta, Romeo e Giulietta e cosí via. Anche se questo espediente della natura può portare a sgradevoli complicazioni, chi ci rinuncerebbe?»

Alcuni si chiesero se la giovane coppia fosse soddisfatta di quella risposta cosí sbrigativa.

201 «Esitate? – chiese Z. – Non crederete mica che io voglia scoraggiarvi? Lungi da me. Sappiamo tutti che la rassegnazione non si dà in natura. Anche noi dovremmo evitarla. Ovviamente non mancheranno quelli che ostacoleranno la vostra felicità, e non si limiteranno a dissuadervi, vi intralceranno, vi remeranno contro, vi si metteranno di traverso. Non può essere un caso che per dirlo esistano cosí tante espressioni. La cosa migliore è augurarsi che presto o tardi i sabotatori si diano la zappa sui piedi, per poi, dopo essersi scavati la fossa, suicidarsi a rate. Anche per esprimere questo augurio non mancano, come vedete, modi di dire adeguati».

202 «Particolare prudenza è consigliabile quando sono delle persone in divisa a occuparsi del vostro benessere. Lo dico a tutti quelli che temono per la propria sicurezza. Guardatevi dalle scorte e state alla larga dalle cosiddette forze dell’ordine! Fareste bene a sapere che quella gente non è lí per proteggere la vostra persona, e che non gliene importa un bel niente della vostra sicurezza. Come si fa a distinguere i sorveglianti dagli hooligans e dai teppisti? Risulta difficile non soltanto in Siria, in Iran, in Russia, ma anche nelle immediate vicinanze».

203 Bisognerebbe pertanto basarsi su processi indipendenti dalle generazioni. Chiunque abbia ormai alle spalle quella confusa metamorfosi sa che è piuttosto faticosa. Passare dalla crisalide all’imago non è un’inezia. Pensate soltanto a ciò che devono sopportare i coleotteri e le farfalle: la trasformazione fisica, la muta e le tempeste ormonali!»

212 «Per fortuna questa fase dolorosa viene rapidamente dimenticata. Chi volesse ricordarsi di tutto ciò che gli è capitato, sarebbe pronto per il reparto di psichiatria».

213 «Nel mio elogio della smemoratezza ho dimenticato di dire che non è affidabile. Succede anche a voi? Pensate di esservi messi alle spalle questo o quell’episodio, non importa se si tratta di una banale offesa, di una figuraccia o di un grave trauma. Invece quella cosa che vi era uscita di mente si era soltanto nascosta in qualche ripostiglio, e all’improvviso riaffiora piú vivida che mai. Bisognerebbe fracassarsi il cranio, proprio come si fa con un disco fisso, per essere sicuri che tutto ciò che non si vuole piú sapere sia definitivamente cancellato».

214 «Non meno problematica dell’adolescenza è la vecchiaia, una fase di cui da qualche tempo si parla molto, sebbene nessuno sappia dire quando cominci. Può succedere all’improvviso, i francesi in questi casi parlano di un coup de vieux: si sa di persone che da un giorno all’altro si sono ritrovate con i capelli bianchi.

Mentre Matusalemme, secondo la Bibbia, arrivò a 969 anni, qualcuno in piú di Adamo che raggiunse solo i 930, in Germania all’epoca di Bismarck gli uomini morivano intorno ai 36 anni. Ma, nonostante le crisi, i cambiamenti climatici e i danni ambientali, l’aspettativa media di vita da noi cresce ogni anno di oltre due mesi.

In passato un’età avanzata era fatta segno di apprezzamento o addirittura di venerazione, si parlava anche di saggezza. Adesso invece prevale la paura nei confronti della scoperta fatta nel 1901 dal dottor Alois Alzheimer. Diventa sempre piú difficile, perciò, rispondere alla semplice domanda: “Come sta?”»

215 Il significato del termine parassita dipendeva, almeno secondo Z., dalla prospettiva. L’industria chimica, disse, non dubitava del proprio modo di vedere. Considerava la pulce delle foglie, il tripide, la tentredine, il ragnetto rosso e il tisanottero esseri viventi su cui si riusciva ad avere la meglio soltanto utilizzando i suoi affidabili spruzzatori. Secondo il foglietto illustrativo allegato, ciò valeva anche per «altri parassiti succhiatori e invisibili». Ai ricercatori coinvolti non veniva in mente di inquadrarsi in un’analoga categoria. Dal punto di vista del tripide, beninteso, il parassita era l’essere umano.

216 Ci piace particolarmente inveire contro i quotidiani. Leggerli pare a molti un vizioso spreco di tempo. «Può essere, – disse Z., – ma ognuno dovrebbe analizzare attentamente le pagine stampate di cui non può fare a meno. Si accorgerebbe che almeno un quotidiano tedesco fa parte dei tre migliori al mondo. Strano a dirsi, un simile esito è considerato sconveniente dai tedeschi, inibiti dalle loro stesse facoltà autocritiche. Un risultato confermato anche dallo stato dei giornali inglesi, leggendo i quali ci si sporca le dita perché gli editori risparmiano persino sull’inchiostro. Negli Stati Uniti il predominio dei controller ha fatto sí che i corrispondenti dall’estero venissero pian piano eliminati. Da queste persone cosí onerose, però, dipende la possibilità di avere notizie di prima mano».

Z. si spinse fino a difendere dai suoi estimatori una specialità dei giornali tedeschi, il feuilleton, l’inserto culturale. Si potevano trascorrere molte ore di ozio percorrendo quelle rigogliose colate di piombo.

217 «Non di rado vi si incontrano formule magiche in veste di recensioni. Si dice che nel feuilleton vengano recensiti15 libri, film, concerti e messe in scena, una procedura comune anche al tradizionale trattamento delle verruche. Sembra che gli autori vogliano ridurre o far sparire completamente ogni escrescenza da cui si sentono disturbati. Resta da vedere se lo strumento magico della recensione funziona».

218 Della provocazione, Z. disse che aveva le gambe corte.

219 «Non so se è opportuno tornare ancora una volta sul denaro e i suoi diversi stati di aggregazione. Ma forse mi permetterete, – disse Z., – di ricordare un profeta dimenticato che ci si è lambiccato il cervello. Come molti dei suoi predecessori, aveva una folta barba ed era vegetariano. Si chiamava Silvio Gesell, e naturalmente dovette subire le vessazioni delle autorità e lo scherno dei contemporanei. Pare che abbia servito la Repubblica dei consigli di Monaco in qualità di delegato del popolo per le finanze, un incarico che durò solo sette giorni, fino a quando le forze armate del Reich ripristinarono ciò che intendevano per ordine. Il profeta fu accusato davanti alla corte marziale di alto tradimento, ma siccome nessuno lo prendeva sul serio, fu assolto.

Le condizioni dell’Argentina, dove Gesell aprí un’attività commerciale, lo spinsero a riflettere. Questo continuo su e giú di troppo e troppo poco, boom e crisi, deflazione e inflazione! Giunse alla conclusione che la colpa fosse degli interessi e inventò un sistema semplice per porre fine a quell’eterna altalena. La soluzione del problema era la libera moneta o moneta a scadenza, una valuta che perde continuamente valore se la si tesaurizza anziché spenderla al piú presto. “Quando regna la mancanza di denaro”, diceva Gesell, “basta un torchio per moltiplicarlo, e se ce n’è troppo, una stufa per bruciarlo”.

Risate di scherno dagli economisti di tutte le scuole e dai politici di tutti i partiti. Solo il seguace mezzo pazzo di una setta, dicevano, poteva concepire pensieri cosí assurdi. Fino a oggi nessuno sembra essersi accorto che, all’insaputa di tutti i premi Nobel e dei presidenti delle banche centrali, Gesell aveva ragione». 

Alcuni dei presenti trovarono che con questa affermazione Z. si fosse spinto ancora una volta troppo in là, e pretesero che ritrattasse.

«Perché mai? Non ne vedo il motivo. La moneta che circola oggi può essere a buon diritto definita una moneta a scadenza. Un oggetto che nel 1945 potevate comprare per cento dollari costa oggi tredici volte tanto. Per non parlare di altre valute come il Reichsmark, il fiorino, la lira, la lira turca e il peso. Se con il vostro denaro comprate dei titoli di stato tedeschi, verrete penalizzati da interessi negativi. Tutti i debiti si dissolvono, proprio come il profeta di San Vito si era augurato allora nelle Ardenne. Poiché la quantità di denaro aumenta illimitatamente, bisogna bruciare miliardi, solo che per farlo non si usano piú le stufe. Viceversa, se all’una o all’altra banca dovesse mancare il denaro, basta che annunci la propria esigenza di finanziamento e il torchio provvederà all’alleggerimento. Questa procedura viene detta quantitative easing. Come vedete, non si prevede una fine per questo ballo di San Vito».

220 «Vedo che molti di voi hanno portato l’ombrello, anche se al momento il cielo non promette pioggia. È una mossa intelligente, perché non si può mai sapere cosa succederà. Negli ultimi tempi il bisogno di protezione è aumentato considerevolmente, e di conseguenza gli ombrelli sono diventati sempre piú grandi e costosi. Interi paesi vi si sono infilati sotto.

Tutto questo mi ricorda una piccola avventura che mi è capitata anni fa a Londra. Era una bella giornata di giugno e stavo girando per il West End, quando improvvisamente scoppiò un temporale. Ben presto piovvero, come dicono gli inglesi, cani e gatti. Per fortuna, all’angolo fra Piccadilly e St James’s Street, notai un negozio che aveva un bell’assortimento di bastoni da passeggio e ombrelli. Sotto la guida di un premuroso ed esperto commesso, scelsi un modello nero e robusto, con un manico solido. Mi fu presentato un conto di 550 sterline. Rimasi di stucco. Siccome non possedevo quella somma favolosa, dovetti desistere. Ero capitato nel negozio piú caro di Londra.

Oggi, quando sfoglio un giornale, mi torna alla mente quell’episodio. Gli ombrelli che si aprono di questi tempi, infatti, sono molto piú costosi di quelli londinesi, e cosí enormi che a stento si riesce a richiuderli. Non è neanche chiaro chi debba portarli, cioè chi debba offrire protezione. Gli inventori di questi utensili asseriscono che sono concepiti per il salvataggio; viene spontaneo pensare, perciò, a dei paracadute con cui saltare da un aereo in avaria, se non hai altra scelta.

Posso solo sperare che gli ombrelli che avete con voi siano cosí economici da poterli in qualunque momento dimenticare da qualche parte».

221 «Avete mai pensato a che cosa succederà se la crisi, di cui ogni giorno i mass media ci sussurrano all’orecchio preoccupanti notizie, dovesse davvero colpirvi? Naturalmente, parlo solo di quelli che percepiscono un regolare stipendio e che pagano assiduamente tasse e contributi; perché tutti gli altri hanno da tempo familiarizzato con questo pensiero. Non vorrei neanche importunarvi con storie del dopoguerra, di reduci e profughi che fanno parte del repertorio dei vostri nonni.

Però: che ne direste di cavarvela con la metà? Una proposta da prendere in considerazione, visto che offre una scappatoia, l’unica che consenta di salvarsi dall’economia del caos.

Ecco qualche elementare proposta: disdire l’abbonamento del telefono, recedere dalle assicurazioni, dare in affitto le stanze di casa di cui si può fare a meno, non usare auto e moto, e liberarsi di tutte le cose superflue, sempre che qualcuno ve le comperi. Niente piú acqua minerale, niente ristoranti, vacanze al massimo con il tram, finché circola, e per il resto alimenti di propria produzione, lavoro nero e mercato nero».

«Forse ha ragione, – obiettò il liceale che come al solito sedeva in prima fila. – Ma le sue proposte mi ricordano il nuoto senz’acqua. Dubito che ci saranno utili quando si farà sul serio».

«È possibile, – disse Z. – Ciò nonostante è meglio essere preparati a tutto, persino al fatto che non si arriverà a tanto. Io comunque temo di essere troppo vecchio per dovermene preoccupare».

222 In uno di quei pomeriggi tropicali dell’estate di San Martino, il signor Z. si appoggiò con la schiena alla sua panchina, chiuse gli occhi e mormorò che era troppo stanco per poter conversare con noi. Gli bastava ammazzare il tempo. Magari poteva prendere la parola qualcun altro, tanto per cambiare, e parlare di qualcosa il piú possibile banale. 

«Trovo improbabile la bombetta che porta sempre», disse la signora saccente che anche con quel caldo non voleva rinunciare alla sua giacca di tweed e agli stivali da cavallerizza.

«Qualcosa del genere l’ho visto l’ultima volta nella City londinese, – disse un altro. – Ma era almeno dieci anni fa. E in piú il suo cappello è marrone. Nessun gentleman porta una roba del genere».

«Beckett aveva una passione per questi copricapi», replicò il liceale, che evidentemente era uno che leggeva.

«Questo cappello ce l’ho da tanto tempo, – si degnò di spiegare Z. – Allora viaggiavo ancora, se non mi veniva in mente niente di meglio. La mia bombetta l’ho trovata a La Paz. Le donne degli indios portano qualcosa del genere da tempi immemori, nessuno sa perché. E lei, lei sa che cosa ha sulla testa?»

Il dodicenne si tolse il berretto da baseball lilla e lo mostrò. Sulla parte anteriore si vedeva il logo, un canguro ricamato, e sotto la scritta AVK. Quando glielo chiesero, dovette ammettere che non sapeva che cosa significasse.

«La maggior parte della gente oggi va a capo scoperto, – lamentò la signora con il lavoro a maglia. – Che fine hanno fatto i bei cappelli della nostra gioventú? Quelli con le rose tee e la veletta? Certe cose ormai si vedono solo nei film».

«Mio nonno nell’armadio aveva un gibus, – raccontò il signore discreto con gli occhiali da sole, che fino a quel momento non si era ancora espresso. – E sa che cosa mi ha insegnato? Una lunghissima canzone di cui ricordo solo i primi versi: “Un cilindro è proprio bello, | se l’hai tu questo cappello. | Ma son belli ancor di piú, | due cilindri, se li hai tu”».

La conversazione cominciava a sfuggire al controllo, ognuno diceva la sua. Uno era arrabbiato per i mostruosi caschi cui le autorità volevano obbligare tutti i ciclisti, un altro auspicava un piú ampio uso di turbanti, un altro ancora si disse favorevole al ritorno del basco, e l’unico storico dell’arte spezzò una lancia in favore della toque, della baigneuse e del sombrero, ma inorridiva di fronte al cappello a tre punte, all’elmetto d’acciaio e al burka.

Z. socchiuse gli occhi al sole, soddisfatto, e si limitò a osservare: «Vedete? Si possono lasciar perdere tutte le cose importanti, specialmente con questo caldo».

223 Dopo un paio di giorni tornò il clima autunnale, e subito Z. si risvegliò dalle sue frivolezze sonnacchiose e ricominciò a polemizzare: «Il rapporto fra capitale e lavoro è semanticamente cosí logorato che chiunque non abbia perso la testa lo troverà assurdo. Si comincia con il salto linguistico che le parti sociali compiono distinguendo fra chi dà e chi prende il lavoro16. Naturalmente è l’imprenditore che riceve il lavoro e non viceversa, altrimenti non pagherebbe per questo.

Altrettanto assurdi sono i discorsi sui posti di lavoro. Come si suol dire, vengono creati, un atto che ricorda la Genesi. Poi devono essere ottenuti, salvati o, se non si può fare altrimenti, di nuovo soppressi. La differenza piú importante tra un posto per l’auto e un posto di lavoro consiste nel fatto che per il primo va pagata una tariffa, mentre il secondo porta denaro a chi lo occupa. Orologi marcatempo e parchimetri misurano quanto tempo passa.

Non ci si chiede mai il tipo di occupazione. Ogni posto di lavoro è degno di rispetto e viene difeso accanitamente, anche se si tratta di prestazioni completamente insensate o persino socialmente nocive».

224 «Temo di stancarvi, ma ne elenco comunque alcune. Legioni di consulenti fiscali lottano giorno dopo giorno con una giungla impenetrabile di direttive e decreti; controllori degni di pietà devono sottrarre ai passeggeri cinture, accendini e boccette di profumo; squadre cinofile cercano biscotti all’hashish; gli esperti del mercato del lavoro impongono agli insegnanti stressati sempre nuove riforme scolastiche; funzionari sportivi corrotti rovinano il costoso divertimento dei campionati; e consiglieri confusi si impegnano per fare a pezzi aziende sane. L’eliminazione di questi e di molti altri posti di lavoro sarebbe una benedizione, che la società umana vanamente invoca».

225 A uno spettatore occasionale, secondo il quale entro dieci anni al massimo in Europa si sarebbero spente le luci, Z. fece notare che con simili pronostici si rendeva impopolare. Naturalmente aveva tutto il diritto di azzardarli, vedi Cassandra. Qui da noi non doveva neanche temere di essere pugnalato come la figlia di Priamo. Gli consigliava però di esercitarsi a essere paziente, anziché dire subito: «Ho ragione». Nel migliore, quindi nel peggiore dei casi poteva sempre sostenere: «Avevo ragione», oppure: «L’avevo detto io!» Solo che lui, Z., non teneva in gran conto la soddisfazione che il chiaroveggente poteva trarne.

226 «Ho un amico italiano, – raccontò Z., – che diffida dei filosofi, in particolare di quelli che di un verbo comune fanno un sostantivo. Scrivono l’Essere con la maiuscola e l’abbelliscono anche con ogni sorta di suffissi. Vogliono sistemarci per le feste con l’Essere-gettato, l’Esser-ci, l’Essere-nel-mondo, per non parlare dell’Essere dell’essente». Lui preferiva fare affidamento sulle solite forme flesse:

io sono, tu sei, egli o ella o esso è, 

noi siamo, voi siete, essi sono.

Con queste poteva senz’altro cavarsela e non rischiava di finire in un mondo immaginario.

227 Verso sera, dopo che Z. si fu congedato, uno si espresse in modo sprezzante circa la sua smania di fare misteri. In realtà si sapeva molto poco di lui. «Non ha una famiglia? – chiese. – Che fa quest’uomo tutto il giorno? Non sembra avere una vita privata. Cos’ha da nascondere il signor Z.?» 

«Sono domande superflue, – replicammo allo scocciatore. – In fondo è un bene se non ci importuna con la sua biografia e non parla di cose che non ci riguardano».

228 «Contenti voi, – disse lo scettico. – Ma alla fin fine il vostro Z. è soltanto un parolaio. Non capisco perché dovrei farmi intimidire da lui». «A lui piace essere contraddetto». «Ma se vuole liberarsi dei suoi pensieri, perché non scrive un libro?» «E da quando un filosofo deve stampare ciò che pensa? Eraclito e Zenone li conosciamo solo per sentito dire, proprio come Confucio e Gesú. E che cos’era Socrate se non un parolaio?» «Niente contro il signor Z., ma i vostri paragoni zoppicano, – disse un altro. – Mi sembra piuttosto un pensionato che si annoia».

229 Un’altra volta Z. si scusò perché si immischiava anche nella termodinamica; in fondo non era un fisico. «Ma conosco un paio delle tesi su cui continuano a battere. Il primo principio dice che l’energia in un sistema si trasforma, ma non si crea e non si distrugge. Il secondo principio va ancora oltre: con ogni processo naturale, l’entropia aumenta.

Meraviglioso! Pero c’è un problema. In caratteri piú piccoli, infatti, si dice che tutto ciò vale soltanto in un sistema isolato. Ma esiste poi questo sistema? L’energia in quello che chiamiamo universo è costante? Il mondo è un sistema isolato? Io non lo so, e credo che non lo sappiano neanche i fisici».

230 Che cos’è un buco? Era una delle domande tanto ingenue quanto insidiose che Z. proponeva volentieri. Le superfici, disse, raramente erano piane, la maggior parte presentava gobbe, avvallamenti, punte e cosí via. Ma i buchi? Bastava un affossamento, una cavità? Come funzionava con la pelle e i suoi pori? Un buco non doveva essere penetrabile da entrambi i lati?

«Che assurdità, – esclamò subito il liceale saccente dalla prima fila, mostrando la suola della sua scarpa. – Vuole negare che questa scarpa abbia un buco?»

«Anch’io l’ho sempre pensato, – replicò Z., – finché un esperto di topologia mi ha spiegato che il buco non è una qualità della superficie, ma dello spazio che la circonda. Se uno, per esempio, vivesse su un salvagente o su un brezel, non penserebbe certo che il suo mondo ha un buco. Per questo motivo i matematici avevano suddiviso tutti gli oggetti in classi, a seconda di quanti buchi avevano. E queste classi le chiamavano generi. Rimasi di stucco, quando lo sentii. Un bottone dei pantaloni con tre buchi, quindi, ha genere tre, e una sfera zero. Se invece osservate il vostro corpo come un tubo, credo sia stato Lichtenberg a proporlo, allora secondo questa logica esso apparterrebbe alla prima classe».

«Lo pensa davvero?»

«Un modo di considerare le cose cui bisogna abituarsi, lo ammetto, ma acuto, non può negarlo».

«E che utilità avrebbe?»

«Anche se non capisco niente di cosmologia, mi piacerebbe sapere se l’universo è poroso o se ha dei veri e propri buchi. Vi basta accendere il televisore e subito vi parlano di buchi neri. Il mio esperto di topologia dice che se il mondo avesse piú delle quattro dimensioni che conosciamo, non ce ne accorgeremmo. Lui è abituato a trattare da cinque fino a undici dimensioni, in cui pullulano varietà e generi, e anche i “buchi di vermi” non sono evidentemente una rarità».

Lui stesso tuttavia – con queste parole il signor Z. cercò di tranquillizzare i suoi ascoltatori – si accontentava solitamente di ciò che riusciva a immaginare.

231 Un pizzico di paganesimo non poteva far male, assicurò Z. a quelli che come sempre lo ascoltavano. Anche il piú ignaro, senza accorgersene, era continuamente circondato da vecchi dèi e dee. «Per capirlo non è necessario un corso di studi. Accendi la tv, e ti ritrovi a vedere le Olimpiadi; il corriere porta sulla camicia il nome Hermes; uno sguardo al calendario conferma che in ogni giorno della settimana e in ogni mese appaiono vecchi idoli, spettri e demoni: Donnerstag, giovedí, scagliano i loro fulmini Thor e Giove, Freitag o venerdí vengono a trovarci Freia e Venere; Elio governa Sonntag, la domenica, il giorno del sole, Marte o Tyr martedí o Dienstag, Mercurio mercoledí e Saturno Saturday o sabato».

Da ciò Z. dedusse che non era cosí facile liberarsi definitivamente del passato.

232 E questo, continuò, non valeva soltanto per il nostro piccolo continente; anche tutti gli altri abitanti del pianeta, infatti, si erano abituati alla farina del sacco europeo. Certo, al mondo c’era un vero guazzabuglio di cronologie e calendari, ma ovunque i computer riportavano la stessa data, anche se aggiunte come A.D. o a.C. erano state opportunamente sostituite con definizioni piú neutre. Ovunque si trovavano anche i sistemi metrici dei francesi, le scale Celsius e Fahrenheit o il sistema periodico dei signori Mendeleev e Meyer.

Era difficile dire perché tutti gli altri continenti si fossero assoggettati alle conquiste degli europei. «Ovunque ci sono università, ferrovie, tentativi di democrazia, logaritmi, bottiglie di whisky e occhiali. E fin qui parliamo di opere meritorie. Non bisognerebbe dimenticare, però, che anche la mitragliatrice, il campo di concentramento e il terrorismo si devono all’Europa».

233 «Permettete, – chiese Z., – che vi parli dell’arte del lasciar perdere?» Non trovò consensi. Un vecchio signore sulla sedia a rotelle fece subito cenno di no. Ma Z. non si lasciò frenare cosí facilmente. «La maggior parte delle persone, – si lamentò, – semplicemente non riesce a smettere, non importa che si tratti dell’espansione di un impero o della rottura di un matrimonio. È un peccato». 

Il signore intirizzito sulla sedia a rotelle non si rassegnò.

«Perché? – gracchiò. – La gran parte delle cose finiscono da sole, basta aspettare. Ci pensa la natura, uccidendoci in un modo o nell’altro. Non capisco perché dovremmo venirle in aiuto».

«Mio buon amico, – gli rispose Z., – è lodevole che lei disapprovi il suicidio. Ma fintantoché non tutto finisce spontaneamente, dovremmo preferire la pace, anche quando ci riesce difficile».

234 «Posso supporre, – disse Z., – che la maggior parte di voi possieda un calcolatore. Sapete certamente, perciò, quante cose può annotare un simile apparecchio, con quale rapidità si fa strada dentro intere enciclopedie ed elenchi telefonici e con quali anomale combinazioni ci sbalordisce. Questo, nonostante diventi anno dopo anno piú piccolo. Un giocattolo meraviglioso!

Ma vi siete mai chiesti perché queste macchine tendono a cambiare nome a tutto? Una lettera d’amore o il disegno di un bambino diventano “documenti”. Ciò che noi chiamiamo foto o sonata, lo definiscono “file”. Sebbene tutt’intorno non si vedano scrivanie né ripiani, vogliono farci credere che abbiamo a che fare con un desktop.

E questo è solo l’inizio. Dietro l’“interfaccia utente”, infatti, si apre un mondo esoterico quanto quello degli hobbit. Ci sono migrazioni senza popoli che migrano e amministratori che nessuno ha nominato. Chi vi approda si imbatte all’improvviso in un registry di cui non è chiaro che cosa registri, oppure in luoghi magici che si chiamano spool e shell. Sono davvero conchiglie o bobine? Il pericolo incombe anche nel Bios, nell’assembly o nel System 32. Non posso ricordarmi tutto. Mi sono scritto uno di questi avvertimenti su un biglietto. Eccolo qua: “AzSqlExt.dll” e “C–1142.Nls”. Povero me! Povero l’ignaro che non è in grado di riavviare un computer! Appena preme il tasto sbagliato, verrà fatto fuori dal misterioso, ma letale “Errore 1321”».

«Sí, tutto questo può essere irritante, – intervenne il sedicenne scaltro sulla cui T-shirt si faceva pubblicità la ditta syntech.com, – ma per favore non faccia a pezzi il suo calcolatore. Non è colpa sua. La responsabilità di tutte queste chiacchiere senza senso è di chi lo forgia, degli ingegneri e dei programmatori. Sono loro che hanno sviluppato gli hardware e i software e hanno instillato nella macchina il loro barbaro socioletto. Da questo dipende il fatto che lei, il povero cliente, ridotto a user, preferirebbe gettare contro il muro quella meraviglia digitale e riaffidarsi ai mezzi di un tempo: carta e matita».

235 Un’altra volta Z. citò Osip Mandel´štam. Il quale pare abbia detto che tra le piú importanti virtú di un poeta c’è l’attenzione. «Purtroppo di poesia ne capisco poco, – disse Z., – ma credo che questo principio possa valere per tutti noi».

236 Una volta Z. si mise a parlare del gabinetto. Questa istituzione che doveva sopportare nomi strani come 0-0, toilette o angolo bagno, era l’unico luogo a offrirci una certa protezione dalle pretese del mondo esterno.

«Non soltanto possiamo andare di corpo in tutta tranquillità, ma il gabinetto offre anche un rifugio ideale per la lettura. Nessuno immagina quante buone idee sono maturate in questo luogo silenzioso. E dove altro ci si potrebbe dedicare indisturbati alla meditazione?»

«Solo, però, fino a quando qualcuno che ha fretta non bussa alla porta», obiettò il giovane con il berretto da baseball lilla, che era ricomparso all’improvviso, e al quale evidentemente non importava granché dell’idillio di cui parlava Z.

237 «Negli ultimi tempi si è tornati a parlare della ragion di stato. Resta oscuro chi possa disporre di questa particolare forma di ragionevolezza. Probabilmente si intendono delle persone che si riuniscono regolarmente nei cosiddetti vertici.

Mi viene in mente un primo ministro italiano ormai dimenticato che nel 1914 si appellò al sacro egoismo17 che spettava al suo governo. Tutto il contrario, verrebbe da dire. Un sacro egoismo può esercitarlo al massimo il singolo, se la ragion di stato non gli lascia altra scelta. Una cosa del genere è successa, per fare solo un esempio, il 20 luglio del 1944 a Berlino».

238 «Che la natura non abbia una grande considerazione della giustizia sociale è dimostrato dal fatto che la capacità di imparare in ogni popolazione è distribuita in maniera diseguale. Ovunque c’è gente che accetta di verificare le proprie idee e di approfondire le proprie conoscenze; alcuni addirittura lo fanno particolarmente volentieri. A un medico esperto bastano pochi minuti per fare una diagnosi, un’efficiente donna delle pulizie si trova subito a suo agio in una casa estranea, uno scienziato intelligente deve essere capace di ammettere l’errore che ha commesso in laboratorio. Senza queste capacità la specie dell’homo sapiens sarebbe estinta da tempo.

Purtroppo simili doti si trovano solo a livello individuale. Le collettività, invece, imparano molto malvolentieri. Capiscono qualcosa solo quando la pressione aumenta a tal punto che non resta loro altra via di fuga. Come sempre per rendersene conto è consigliabile uno sguardo fuori dalle proprie mura. Una guerra mondiale non è bastata per chiarire ai tedeschi che non era una splendida idea quella di aspirare al dominio del mondo. C’è voluto un secondo conflitto per convincerli, e anche questo l’hanno portato avanti con le note conseguenze fino all’ultimo ragazzino della milizia popolare».

Certo, era un esempio particolarmente forte, continuò Z., ma sicuramente non un caso isolato. Bastava guardare Alessandro, Napoleone, il Pcus, o un centinaio di altre collettività che erano rimaste incorreggibili fino al loro declino. Anche là dove le forze non bastavano per una completa autodistruzione, il «procedere a occhi chiusi» sembrava una delle massime preferite di tutte le classi politiche. Per non ammettere i propri errori, queste rimanevano fedeli alle proprie idee fisse, finché il disastro era completo.

239 «To paint yourself into a corner, – disse Z. – La conoscete questa espressione?» Non sapeva proprio come si dicesse in tedesco. Quando aveva sentito quel modo di dire per la prima volta, gli si era accesa una lampadina.

«Allora: siete lí da alcune ore indossando i vostri quattro stracci piú logori, con il pennello in mano e il vasetto di vernice accanto. Ed ecco che vi rendete conto di aver fatto un errore: purtroppo ormai è troppo tardi. Davanti a voi si estende una superficie meravigliosamente liscia, che risplende bagnata. L’avete dipinta spingendovi in un angolo, e non troverete il modo di uscirne senza distruggere il vostro lavoro».

«Colpa sua! – gridò il liceale. – Perché non ha fatto attenzione».

«Crede dunque che una cosa del genere a lei non possa succedere? Non le è mai capitato di investire una grande quantità di tempo e fatica in un progetto, un lavoro, un’impresa e di accorgersi a un certo punto che la sua situazione stava peggiorando a ogni passo? Allora, per restare nella metafora, si toglierà le scarpe e lascerà la stanza in punta di piedi, anche se cosí si macchierà i calzini di vernice fresca».

«Tutto qui? – lo interruppe un uomo che aveva l’aspetto di un artigiano. – In un caso simile sarei già contento che nessuno mi avesse visto mentre facevo quella figuraccia».

«Anch’io, – disse Z., – ma la cosa è meno divertente se a mettersi in una situazione senza uscita non è un singolo ma una collettività. Perché poi la ritirata non riesce se non a un prezzo molto alto. Pensi a un esercito in guerra prima della sconfitta, o pensi a una provocazione politica. A chi si è messo in una situazione del genere non interessa piú minimizzare le perdite. Piuttosto proseguirà finché tutto “andrà in pezzi”18, come dice una marcia che parla proprio di questo tema. Cosí crede di poter salvare ciò che gli è piú caro: il prestigio, che confonde con il suo onore».

Era contento, disse Z., che da noi di solito ci fosse piú civiltà. Cosí era possibile anche nella pace piú profonda, senza spargimento di sangue, far fallire l’economia di interi paesi, tanto quanto una valuta introdotta in modo dilettantesco. In scala ridotta, si poteva studiare questo procedimento anche in una qualunque piccola banca o in una catena di drogherie.

Carl von Clausewitz, un classico del pensiero strategico, aveva descritto questo meccanismo già duecento anni prima, e spiegato che la ritirata era la piú difficile di tutte le operazioni. Nessuno sembrava avergli prestato ascolto.

«Peccato, – concluse Z., – che il giudizio, evidentemente, sia concesso solo ai singoli, e mai alla società umana!»

240 In questo modo Z. si era spinto ancora una volta troppo oltre. «La democrazia a lei non piace molto, vero?», esclamò qualcuno. Un novellino smilzo che frequentava da poco il gruppo sottolineò i vantaggi dell’intelligenza collettiva, ma fu boicottato come utopista e sognatore. L’umore pacifico dei presenti minacciava di mutare all’improvviso. «Max Stirner, – buttò lí un altro. – L’Unico e la sua proprietà!» «Quale proprietà?»

La controdomanda di Z. fu soffocata dal brusio di voci. Una risoluta signora anziana, che non avevamo mai visto prima, agitò il bastone per dare enfasi alla sua indignazione. «Ora basta, queste cose non voglio nemmeno sentirle! – urlò. – Quando loda il giudizio del singolo, non è che per caso intende i sovrani assoluti e le persone in preda a raptus omicidi? So di che cosa parlo, perché conosco bene il Medio Oriente!»

Z. prese atto di tutto e sprofondò in un lungo silenzio. Alla fine ammise di essersi reso colpevole, non per la prima volta, di una esagerazione. «Succede quando si pensa un pensiero fino alla fine. Anche in questo errore il singolo incorre piú spesso della collettività, e finisce in un vicolo cieco. Per questa volta mi dichiaro battuto».

Cosí, seppur temporaneamente, la pace fu ristabilita.

241 Il giorno seguente Z. si pronunciò in tutta tranquillità, come se nulla fosse successo, sulle insidie della somiglianza. «Mostratemi un paragone che non zoppichi», esortò i presenti. Siccome nessuno sembrava disposto a farlo, proseguí lui. «Non c’è nulla di incomparabile. Chi lo nega si aggroviglia in una incongruenza logica. Chi voglia stabilire un divieto di paragone, deve infatti distinguere fra ciò che è comparabile e l’incomparabile, e in tal modo è già vittima di ciò che voleva proibirci».

242 «Non mi avete lasciato prendere la parola», si lamentò Z.

«Come? Quando?»

«Mi riferisco all’altroieri, quando si stava parlando della proprietà. Gridavate tanto che non si capiva piú quello che dicevate».

«E cosa voleva dirci?»

«Che nessuno può spiegare precisamente cos’è davvero la proprietà. Sono le proprie idee? Si intende il proprio Dna? Una certa persistenza nei propri intenti? Un gol nella propria rete? Alla fine dovremo addirittura ricorrere alla casa di proprietà o persino al capitale proprio? Il tutto è assolutamente misterioso, ma almeno ha caratteristiche proprie».

«Glielo concedo, – disse lo studente smilzo. – Ma in fondo non è questo che importa».

Cosí, almeno per quel giorno, la domanda rimase senza risposta.

243 A torto, disse Z., il mestiere del ciabattino godeva di una brutta fama. Anziché far risuolare i propri stivali, molti si riversavano nei numerosi negozi di calzature che avevano invaso le zone pedonali. Il bidone della spazzatura sostituiva la riparazione. Lui invece si commuoveva sempre un po’ quando passava accanto a uno degli ultimi laboratori di rammendi invisibili.

«Eppure in politica e in economia il lavoro raffazzonato è da sempre considerato il non plus ultra. I dirigenti passano il loro tempo a tappare sempre nuovi buchi. Budget di miliardi e, se non basta, di bilioni, vengono destinati per fermare sempre nuove smagliature. Evidentemente non si può pensare a nuove calze.

Se la riparazione fallisce, suona l’ora della chirurgia. I tagli alla valuta vanno eseguiti con il bisturi, le metastasi operate, le fratture risanate. Alla fine il paziente viene ricucito, ma la guarigione, come la pace, non dura in eterno. La guerra butta di nuovo giú i tetti delle casupole appena rifatti e infligge nuove ferite non appena i soccorritori sono andati via. Il fatto che il loro aiuto sia solo temporaneo li rende ancor piú ammirevoli».

244 Quando uno lo esortò a prendere finalmente posizione su ciò di cui parlava, anziché, per restare nella metafora, cucire i panni addosso ai responsabili, Z. citò Alexander Herzen: «La sincerità e l’indipendenza sono i miei unici idoli. Non vorrei appartenere né all’uno né all’altro partito».

245 «Non ci dice niente di nuovo, – esclamò il giovane filosofo importuno. – Siamo condannati a ruminare sempre le stesse parole?» 

«Purtroppo, – disse Z. – Che la censura non sia una buona idea, che la schiavitú non sia divertente per gli schiavi, sono cose che vanno ripetute in continuazione, anche se le abbiamo sentite infinite volte. La politica è l’eterno ritorno dell’uguale. E non solo la politica! Anche la cultura è un ruminante. Prestate attenzione anche solo ai prefissi che ha in serbo. Tutto ciò che comincia con neo-, retro- e post- è storia vecchia. Si potrebbe quasi credere che non ci venga in mente piú niente di nuovo. Come vede, concordo di cuore con lei, anche se questo non le garba».

246 «Avete paura degli esametri? Un tempo c’era gente  che imparava questi versi a memoria, persino in greco. Ma non è strettamente necessario. Basta che vi lasciate cullare dai dattili; dopo cinque minuti va da sé, come quando si nuota».

Non tutti ne erano convinti; tra quelli che non sapevano nuotare qualcuno riteneva che non fosse cosí facile.

Z. disse: «Se volete, vi racconto come è andata per me. Io volo soltanto se non ci sono altre possibilità. Negli aeroporti si viene sempre maltrattati. A bordo hai costantemente nelle orecchie la voce di qualche altoparlante con annunci superflui. La cosa peggiore, però, è quando si è costretti a trascorrere un’intera notte in una di quelle scatole di latta.

Una volta dovevo andare a New York, vi prego di non chiedermi perché. Il volo dura circa nove ore. Senza un efficace narcotico è quasi insopportabile. Naturalmente mi ero adeguatamente preparato. Nel mio bagaglio a mano c’era una maneggevole edizione su carta India dell’Odissea. Essendo troppo incolto per leggere i ventiquattro canti in originale, mi ero procurato la vecchia traduzione di Johann Heinrich Voss.

Il ron ron degli esametri non mi faceva addormentare, anzi mi teneva sveglio. L’intreccio è piú avvincente di qualunque thriller, e ti entra in testa al punto che non riesci piú a mettere via il libro.

Rifiutai il vassoio con il pollo tiepido e rinunciai ad aprire le bustine, i barattolini e le bottigliette che mi avevano offerto. Desideravo soltanto essere lasciato in pace. Superata da poco Boston, quando si fece giorno, lessi gli ultimi versi: “Smetti e ferma il massacro della guerra crudele, che non si adiri | con te il figlio di Crono, Zeus tonante! | … ed egli obbedí, godendo in cuor suo”19. Il tempo mi è volato».

247 «Oggi propongo di parlare dell’afflato, dell’alito, del respiro. 

Non vorrei offendere i chimici, ma in fondo mi ritengo pienamente soddisfatto dei tradizionali quattro elementi. Se non altro, con fuoco, acqua, aria e terra riuscirei a cavarmela. E rinuncerei senza sforzo alle dozzine di elementi transuranici che ricercatori ambiziosi hanno scoperto o inventato finora.

Mi obietterete che l’aria non è un elemento, ma una miscela gassosa che prendiamo, creiamo, che cerchiamo affannosamente, boccheggiando, che può essere fresca, buona o cattiva, rarefatta o pesante. Con quale fantastica perfezione è equilibrata questa miscela, perfetta per i nostri polmoni!»

«Tutto il contrario, – obiettò il nostro zoologo. – Siamo noi che ci siamo adattati all’aria. Si chiama evoluzione. Del resto, la maggior parte degli esseri viventi ce la fa benissimo senza aria. Questo elemento è presente sulla terra solo da 350 milioni di anni. Chi c’era prima di allora, per esempio un’infinità di batteri, se la cavava e se la cava ancora oggi con ferro, zolfo, arsenico, azoto, metano e altre sostanze. Respira, potremmo dire, semplicemente attraverso la pelle. Non sa che farsene di quella specie di veleno che è l’ossigeno.

Gli altri abitanti della terra solo a fatica si sono abituati alla nuova miscela gassosa. Animali come insetti, ragni e pesci ebbero l’idea di respirare attraverso piccoli orifizi o attraverso le branchie. Era una soluzione piuttosto semplice».

«Sicuramente adesso il signor Z. tornerà di nuovo al vecchio Brehm», mormorò uno di noi.

Ma lo zoologo proseguí impassibile la sua lezione. «Rettili, anfibi, uccelli e mammiferi, invece, proprio come noi, si sono incaponiti su un organo estremamente complesso e dispendioso. Affinché non ci manchi il respiro abbiamo bisogno dei polmoni, e questo significa: fazzoletti, penicillina, raggi X, sanatori e cosí via».

Z. non aveva niente da replicare. In silenzio, si accese un sigaretto. Parecchi dei presenti cominciarono a tossire e qualche altro tagliò la corda.

248 «Credo sia stata una filosofa americana a coniare il concetto di historical luck. Sfortunatamente mi sono dimenticato il suo nome. Capirete subito però che cosa intende dire. Non c’è bisogno di oroscopi; bastano delle nozioni elementari di storia e geografia.

Immaginate di essere la figlia di una sguattera nel 1610, oppure il figlio di un calzolaio ebreo trecento anni piú tardi in Galizia, o per esempio un orfano in Somalia qualche anno fa. Carte particolarmente brutte; prima o poi, infatti, con ogni probabilità morireste di fame o verreste uccisi. Una simile riflessione infligge all’idea di giustizia un colpo da cui si risolleva solo a fatica, ammesso che ci riesca». 

249 Z. era irritato dall’espressione inglese brain drain, che era diventata d’uso comune negli interminabili dibattiti sull’emigrazione.

«Milioni di persone abbandonano il proprio paese d’origine perché sperano di trovare altrove qualcosa di meglio della morte. Tra loro ci sono spesso i piú istruiti. In questo modo il talento di scienziati, medici, tecnici e altri esperti va a vantaggio della società che li accoglie, mentre il paese che viene abbandonato si impoverisce ulteriormente.

Alcuni ritengono che questi vantaggi della migrazione siano scandalosi. Ma a chi sono rivolti i loro rimproveri? Ai profughi o a quelli che li accolgono?»

To drain, continuò Z., significava letteralmente «indebolire, dissanguare». Il paese d’immigrazione appariva perciò come un vampiro neocoloniale che approfittava della vitalità dei fuggitivi. «Al contrario, cari autoaccusatori! Perché la verità è che non si tratta di un brain drain, ma di un brain squeeze. Molti, forse la maggior parte, dei paesi del pianeta sono governati da persone che fanno tutto quanto è in loro potere per liberarsi di qualunque sussulto di intelligenza. Fra questi paesi, fino a qualche decennio fa, c’era anche la Germania, che, come tutti sappiamo, non si è ancora ripresa dalla cacciata delle sue menti migliori. Un simile esodo non è una rarità. L’elenco degli stati che sabotano in questo modo il proprio futuro sarebbe lunghissimo.

Le conseguenze sono difficilmente prevedibili. Mentre le case in macerie e le strade minate, le condutture idriche e le cliniche distrutte possono essere riparate nel corso di alcuni anni, ci vogliono generazioni per sostituire i talenti scacciati. I signori della guerra, i dittatori e i cleptocrati lasciano dietro di sé non soltanto terra bruciata, ma anche un vuoto senza speranza nei cervelli».

250 «Persino il piú zelante apologeta della biodiversità si mette a balbettare quando si parla di zanzare, cimici e zecche. Ciò vale anche per la molteplicità umana di doti naturali, cui appartiene la stupidità. Le varietà sono numerose come quelle dei gigli, solo non cosí ben studiate. Posso attirare la vostra attenzione su una di queste, che solitamente viene sottovalutata?»

Dalla stupidità a tutto campo, disse Z., bisognava distinguere quella acuta. Facile giudicare un cretino per natura. Piú angosciante, quando una persona intelligente si rivelava improvvisamente un idiota. Quello era un bel pasticcio. Non esisteva un luminare della scienza, uno stimato filosofo, un famoso poeta che fosse immune dal tenere all’improvviso discorsi sciocchi. Ne era un esempio la cancelliera tedesca Angela Merkel, senza dubbio una donna intelligente, che era arrivata ad affermare la seguente idiozia: «Se fallisce l’euro, fallisce l’Europa». Era possibile, pensava Z., che lei stessa si sarebbe messa le mani nei capelli, non appena fosse tornata in sé.

Con tutto questo voleva solo dire che la nostra intelligenza si muove sempre su una lastra di ghiaccio sottile. Basta un piccolo passo falso per sprofondare e annegare tra i flutti dell’idiozia. Chi assisteva con le mani in mano a questo genere di incidenti avrebbe fatto bene, nel proprio interesse, a ricoprire simili lapsus del cervello con il mantello dell’amore per il lontano.

251 «Da tempi immemorabili, – disse Z., – l’umanità nutre il desiderio di rendersi inattaccabile. Con formule magiche, radici, erbe e tatuaggi già i Germani cercavano di proteggersi, e ancora oggi molti guerrieri africani credono che chissà quale magia li renda a prova di proiettile. Una forma annacquata di questo trucco si trova in molti giochi per pc, ma anche in coloro che partecipano a discussioni pubbliche.

Alcuni citano nomi famosi o si appellano a presunte autorità; altri credono di disarmare qualunque critica prevenendola. Ancora meglio è boicottare l’avversario lasciandogli indovinare come vada interpretato il responso dell’oracolo. Un’altra prova del fatto che propendiamo piú per la superstizione che per la ragione».

252 «Devo ammettere che recentemente ho ingannato me stesso e anche voi. Quando ci si smarrisce nella propria memoria, può capitare di far credere ogni sorta di assurdità. Per questo chiedo scusa.

Mi sono ricordato troppo tardi che non è stata una filosofa a spiegare al mondo che cos’è l’historical luck. Evidentemente o mi sono inventato questo concetto, oppure l’ho confuso con un altro che non fu ideato da una signora immaginaria, ma da due affermati signori americani: cioè il moral luck. È a Thomas Nagel e Bernard Williams, ora mi ricordo, che dobbiamo questo concetto. Non si tratta piú del puro arbitrio della nascita, ma della questione della responsabilità. Ha fortuna, in questo senso, solo chi non è mai stato messo alla prova.

“Che cosa avresti fatto, se…” È una domanda che invita a lambiccarsi il cervello. Solo persone estremamente tronfie e presuntuose saranno disposte a rispondere senza tanti complimenti in proprio favore. Tenete presente che questo problema non si adatta al gioco di società. Perciò faremmo meglio a cambiare argomento».

253  Z. fece un tiro da uno dei suoi sottili sigaretti e all’improvviso disse che ogni tanto pensava a Dio. Alcuni presenti sospirarono, ma Z. era irrefrenabile.

Dio era piuttosto difficile da trovare, continuò. Prima si sapeva dove rivolgersi: all’Olimpo, al Walhalla, o appunto al cielo. Ma oggi?

«Dunque, se dobbiamo credere ai teologi, fra gli attributi di Dio c’è l’ubiquità. Essere onnipresente, però, significa essere ovunque, e non solo nello spazio, ma anche nel tempo; da qui, se ho capito bene, l’eternità.

Deve trattarsi quindi di una sorta di campo, simile all’etere, che era di moda nel diciannovesimo secolo, quando la fisica quantistica muoveva ancora i primi passi. Purtroppo ci mancano gli organi, le antenne e i rivelatori per misurare lo spin, la quantità di questa fantomatica sostanza.

L’onnipresenza non è sempre una benedizione. Il capitale, lo stato e la pubblicità aspirano a questo status. Si può solo sperare che non lo raggiungano mai completamente».

Se però si trattava di un essere supremo, che era sempre e ovunque, ma non si mostrava mai, allora Z. non interpretava l’ubiquità come una minaccia. Al contrario; a lui comunque un’idea del genere piaceva. Una volta tanto, Z. si accontentò di questa sobria conclusione.

254 Un’improvvisa bufera spazzò la cima dei vecchi faggi, strappando le foglie variopinte dai rami. «Ecco un buon esempio. Sapete bene quanto me che nessuna di queste foglie è uguale all’altra».

«Non ci credo», disse uno dei ragazzi che bighellonavano dalle nostre parti.

«Dovete soltanto guardare con attenzione e poi noterete che la mia affermazione è esatta. Me l’ha insegnato un filosofo vissuto trecento anni fa. Andiamo?»

Esitammo, ma i ragazzi presero gusto a quel gioco, sollevavano le foglie una dopo l’altra e le confrontavano, mentre su un sentiero tra i faggi, Z., immerso fino ai malleoli tra le foglie, si divertiva a farle frusciare, frusciare, frusciare.

255 Prima andava spesso al cinema o, molto peggio, a teatro, disse Z. Ma si era tolto l’abitudine. Ora i film, i drammi, le serie tv e analoghi spettacoli preferiva farseli raccontare. Era un bel risparmio di tempo. Non era necessario dedicarvi un’intera serata. In dieci minuti al massimo si sapeva tutto. Chi aveva la fortuna di avere una donna delle pulizie faceva meglio ad affidarsi a lei piuttosto che a una qualsiasi recensione. «Anche una fugace conoscenza nel bar sotto casa va bene, per non parlare di voi, che siete cosí gentili da farmi compagnia». Ancora piú proficue di un unico suggeritore erano tre o quattro persone che ti raccontavano ciò che avevano visto. Restava ogni volta incantato da come questi riassunti risultassero ingegnosi e spontanei. Ognuno ricordava solo ciò che lo interessava di piú, e cancellava tutto ciò che gli appariva superfluo, quindi la maggior parte delle cose.

Si era chiesto se questo procedimento non si potesse applicare anche ai prodotti delle belle lettere, in particolare quando l’autore pretendeva una lettura di giorni, settimane o mesi.

256 Z. voleva sapere se qualcuno di noi desiderasse espandere la propria coscienza.

«Perché dovremmo avere qualcosa in contrario?», replicò il suo antagonista prediletto, lo studente di filosofia.

«E lei come procede?»

«Si può scegliere fra le tecniche piú disparate. I mistici ne hanno collaudate diverse. Oppure pensi alle tradizioni dei cinesi o degli indiani! Altri ancora, invece, preferiscono sperimentare le droghe. Niente di nuovo!»

«Capisco, – disse Z. – Ma la domanda è: a che cosa dovrebbe servire tutto ciò? È auspicabile continuare a gonfiare ciò che chiamiamo coscienza? Non c’è il pericolo che ci scoppi la testa? Non si potrebbe procedere in direzione opposta e alleggerirsi, riducendo la propria coscienza? Gettando la zavorra accumulata? Magari sarebbe piú rinfrancante e piú sano, anche se difficilmente riusciremo a spingerci fino al vuoto totale».

«Come al solito, lei gioca con le parole, – rispose l’antagonista di Z. – È proprio ciò a cui mirano tecniche quali la meditazione, lo yoga, il tao e cosí via. Un simile allenamento, che richiede la massima concentrazione, può chiamarlo tanto espansione quanto alienazione. Sono due poli della stessa forza».

«La ringrazio per la spiegazione», disse Z, e questa volta sembrò persino sincero.

257 «Zona temperata un corno, – si lamentò Z. – Presto bisognerà di nuovo imbacuccarsi, non appena si esce di casa. Senza cappotto, sciarpa, guanti e scarpe pesanti, si mette a rischio la salute. E poi diventa ogni giorno piú buio».

Aveva ragione. Il freddo umido e la nebbia bassa che si fermava densa sui prati avevano già depresso molti di noi. Solo il signore taciturno con il completo non lasciava trapelare nulla.

Come piú tardi ci rivelò, Z. era stato sul punto di chiedergli se non volesse finalmente togliersi gli occhiali da sole. All’ultimo momento gli era passato per la testa che l’ospite muto potesse essere cieco. «È cosí facile, – disse, – non vedere ciò che abbiamo sotto gli occhi».

258 Comparvero poi, avvolte in maglioni norvegesi, due signore con la coda di cavallo, che si tiravano dietro con lunghi guinzagli una muta variopinta.

«È un vero e proprio zoo quello», disse Z. 

«Sono tutti cani, – disse uno che conosceva il parco a menadito. – Credo di sapere chi sono quelle due signore. Due professioniste. Il loro lavoro consiste nel portare a spasso animali domestici, visto che i proprietari sono super impegnati e non hanno dieci minuti per farli correre un po’».

«Un altro di quei nuovi mestieri superflui con cui persone superflue sono costrette a guadagnarsi da vivere, – inveí Z. – Come fa a sapere che sono cani? Uno sembra un pouf, uno un vitello, uno una parrucca, e l’ultimo, lí dietro, ha l’aspetto tronfio di una giraffa nana. Senza una prova del Dna è difficile dire che queste bestiacce appartengono alla stessa specie».

«Tutte razze d’allevamento, – spiegò l’esperto. – Quello che chiama pouf è un pechinese, e nessun proprietario sarebbe contento di sentir scambiare il suo bolognese per una parrucca. Non è solo che non se ne intende, semplicemente a lei non piacciono i cani!»

«Il rumore piú brutto che esista in natura è l’eterno latrato di queste bestie. Mordono, sbavano, perdono il pelo. E poi quell’odore! La colpa di tutte queste grottesche deformazioni, naturalmente, è dei cosiddetti padroncini. Di certo non è gradevole incontrare un lupo nell’oscurità, ma almeno quello non è un surrogato dell’amore, fatto su misura».

Z. non avrebbe dovuto toccare quell’argomento, perché cosí si giocò il favore di molti ascoltatori. «Ora basta, queste cose non voglio piú sentirle!», esclamò una anziana signora che fino ad allora era sempre stata dalla sua parte. Anche altri, che fino a quel momento l’avevano seguito, gli voltarono le spalle.

259 Ai pochi che avevano resistito, Z. disse: «È arrivato l’inverno. Prossimamente non passerò piú di qui. Mi risulterà difficile fare a meno della vostra compagnia, mentre voi, spero, riuscirete facilmente a cavarvela senza di me».

Alcuni di noi protestarono, ma Z. non accettò obiezioni. «Apprezzo la vostra cortesia», disse, si levò il cappello e se ne andò per la sua strada.


1 Il verbo tedesco verzetteln contiene la lettera Zett, zeta, quindi il nome del protagonista. Da qui il «brutto gioco di parole», intraducibile in italiano.

2 G. W. F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, trad. di Vincenzo Cicero, Rusconi Libri, Milano 1995, p. 71.

3 Nell’originale: Franzosenholz (guaiaco), Sauersack (annona muricata), Baumwürger (celastro), Mottenkönig (plectranthus coleoides) nonché, poco oltre, Mittlere Zaubernuß (hamamelis x intermedia), Gewöhnliche Hirschzunge (scolopendrium vulgare), Javanischen Giftbaum (antiaris toxicaria), Weicher Frauenmantel (alchemilla mollis).

4 Una ventina di anni fa in Germania vennero cambiati i caratteri delle targhe automobilistiche per renderle meno facilmente falsificabili e piú agevolmente leggibili elettronicamente. Appunto per questo i caratteri appaiono sproporzionati e poco eleganti.

5 In italiano nel testo. 

6 In tedesco nicht vuol dire «non» e nichts «nulla».

7 L’equivoco era sorto fra kommende (futura) e kommode (comoda).

8 La corrispondente espressione tedesca è usata per indicare un odore familiare, quindi un senso di appartenenza.

9 Sie in tedesco corrisponde tanto al pronome personale femminile singolare, tanto a quello plurale, maschile e femminile.

10 Soselo Stalin poeta, a cura di G. Scarcia, Campanotto Editore, Pasian di Prato (Ud) 1999, p. 74.

11 W. Szymborska, Opere, a cura di P. Marchesani, Adelphi, Milano 2008. 

12 L. Carroll, Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie – Attraverso lo specchio, trad. di Masolino d’Amico, Mondadori, Milano 2010, p. 203.

13 In tedesco la parola Gläubiger, «creditore», è affine a Glaube, «fede», la parola Schuldner, «debitore», a Schuld, «peccato», mentre la parola Kredit, «credito», deriva dal latino credere. 

14 Esploratore, spia commerciale.

15 Besprechen vuol dire «recensire», ma anche «guarire con formule magiche».

16 In tedesco Arbeitgeber e Arbeitnehmer designano rispettivamente il «datore di lavoro» e chi, appunto, «prende il lavoro» ossia il «lavoratore». 

17 In italiano nel testo.

18 Refrain della canzone Es zittern die morschen Knochen, di Hans Baumann, fra le piú popolari negli anni del nazionalsocialismo.

19 Omero, Odissea, trad. di Guido Paduano, Einaudi, Torino 2010.