sabato 16 aprile 2022

STALINGRADO Vasilij Grossman

R


Non so se sia il “Guerra e pace” di Vasilij Grossman, definito “il Tolstoj dell’Unione Sovietica”. So che “Stalingrado”, al pari di “Vita e destino”, è un autentico capolavoro e leggerlo un po' forse  ci può distogliere dai tragici eventi di questi giorni, inchiodandoci sul campo di battaglia della storia che ritorna.

[...]Quando si furono lavati, i soldati si sedettero sulla riva, sotto i dirupi, a fissare la steppa cupa e sabbiosa dall’altra parte del Volga. In tutti gli occhi, fossero quelli di un vecchio autista, di un giovane puntatore o di Timošenko in persona, si leggeva la tristezza. Sotto i dirupi correva il confine estremo della Russia; dall’altra parte iniziavano le steppe del Kazakistan.Se gli storici del futuro vorranno capire quale fu il punto di svolta della guerra, dovranno arrivare in quel tratto del Volga, immaginarsi un soldato seduto ai piedi della roccia e provare a figurarsi cosa stava pensando.[...]


Prefazione

Quando Pëtr Vavilov, un giorno del 1942, vede la giovane postina attraversare la strada con un foglio in mano, puntando dritto verso casa sua, sente una stretta al cuore. Sa che l’esercito sta richiamando i riservisti. Il 29 aprile, a Salisburgo, nel loro ennesimo incontro Hitler e Mussolini lo hanno stabilito: il colpo da infliggere alla Russia dev’essere "immane, tremendo e definitivo». Vavilov guarda già con rimpianto alla sua isba e alla sua vita, pur durissima, e con angoscia al distacco dalla moglie e dai figli: «...sentì, non con la mente né col pensiero, ma con gli occhi, la pelle e le ossa, tutta la forza malvagia di un gorgo crudele cui nulla importava di lui, di ciò che amava e voleva. Provò l’orrore che deve provare un pezzo di legno quando di colpo capisce che non sta scivolando lungo rive più o meno alte e frondose per sua volontà, ma perché spinto dalla forza impetuosa e inarginabile dell’acqua». È il fiume della Storia, che sta per esondare e che travolgerà tutto e tutti: lui, Vavilov, la sua famiglia, e la famiglia degli Šapošnikov – raccolta in un appartamento a Stalingrado per quella che potrebbe essere la loro «ultima riunione» –, e gli altri indimenticabili personaggi di questo romanzo sconfinato, dove si respira l’aria delle grandi epopee... E se Grossman è stato definito «il Tolstoj dell’Unione Sovietica», ora possiamo finalmente aggiungere che Stalingrado, insieme a Vita e destino, è il suo Guerra e pace.


STALINGRADO 

Parte prima

1

Il 29 aprile del 1942, in un tripudio di bandiere tedesche e italiane, alla stazione di Salisburgo arrivò il treno del dittatore dell’Italia fascista Benito Mussolini.

Dopo la cerimonia di prammatica, Mussolini e i suoi accoliti si diressero al vecchio castello di Klessheim, antica residenza dei principi vescovi del luogo.

Lì, nei grandi saloni freddi riammobiliati di recente con arredi sottratti in Francia, si sarebbe tenuto l’ennesimo incontro fra Hitler e Mussolini, mentre Ribbentrop, Keitel, Jodl e altri collaboratori stretti del Führer si sarebbero confrontati con i ministri che avevano accompagnato il duce: Ciano, il generale Cavallero e Alfieri, l’ambasciatore italiano a Berlino.

I due sedicenti padroni dell’Europa si incontravano ogni volta che Hitler predisponeva una nuova sciagura nella vita dei popoli. Le loro conversazioni a quattr’occhi sulle Alpi al confine fra Austria e Italia portavano puntualmente a un’invasione, a manovre diversive di portata continentale e ad attacchi di fanteria motorizzata con relativo dispiegamento di milioni di uomini. I resoconti anemici che i giornali riservavano agli incontri fra i due dittatori contribuivano a riempire i cuori di un’attesa spasmodica.

L’avanzata fascista in Europa e in Africa procedeva vittoriosa da sette anni, e i due dittatori avrebbero probabilmente faticato a stilare il lungo elenco delle conquiste grandi e piccole che avevano dato loro il potere su spazi enormi e centinaia di milioni di persone. Dopo la presa incruenta di Renania, Austria e Cecoslovacchia, nel 1939 Hitler aveva invaso la Polonia e sbaragliato le armate di Rydz-Śmigły. Nel 1940 aveva annientato la Francia (tra le potenze che avevano sconfitto la Germania nella prima guerra mondiale), e strada facendo si era annesso Lussemburgo, Belgio e Olanda, riducendo a mal partito anche Danimarca e Norvegia. In più, aveva sbattuto l’Inghilterra fuori dal continente europeo, cacciandone le truppe da Francia e Norvegia. E nei primi mesi del 1941 aveva sgominato gli eserciti dei Balcani, di Grecia e Jugoslavia. In confronto ai trionfi su scala europea di Hitler, le scorrerie di Mussolini in Albania e Abissinia erano davvero conquiste da cortile.

Gli imperi fascisti avevano già esteso il proprio dominio ai territori del Nord Africa, avevano preso l’Abissinia, l’Algeria, la Tunisia e i porti della costa atlantica, e ora minacciavano Alessandria e Il Cairo.

Dell’Asse Germania-Italia facevano parte Giappone, Ungheria, Romania e Finlandia. Compagni di malefatte del Reich erano anche gli ambienti fascisti di Spagna, Portogallo, Turchia e Bulgaria.

Nei dieci mesi che erano trascorsi dall’invasione dell’URSS, le truppe di Hitler avevano preso Lituania, Estonia e Lettonia, Ucraina, Bielorussia e Moldavia, avevano occupato per intero le province russe di Pskov, Smolensk, Orël e Kursk, e in parte quelle di Leningrado, Kalinin, Tula e Voronež.

La macchina economico-militare di Hitler aveva già fagocitato enormi ricchezze: le industrie siderurgiche, automobilistiche e metalmeccaniche francesi, i giacimenti di ferro della Lorena, la metallurgia e le miniere di carbone del Belgio, la meccanica di precisione e la produzione di apparecchi radio dell’Olanda, l’industria metallurgica austriaca, le fabbriche di armi della Škoda in Cecoslovacchia, l’industria petrolifera e le raffinerie romene, il ferro della Norvegia, il tungsteno e il mercurio della Spagna, gli stabilimenti tessili di Łódź. Allo stesso tempo, la lunga cinghia di trasmissione del «nuovo ordine» faceva girare gli ingranaggi e i macchinari di centinaia di migliaia di piccole fabbriche in ogni città dell’Europa occupata.

Venti erano gli Stati in cui gli aratri aravano la terra e i mulini macinavano grano e orzo per gli occupanti. Tre gli oceani e cinque i mari in cui le reti dei pescatori facevano razzia di pesci per le metropoli fasciste. Nelle piantagioni d’Africa e d’Europa le presse idrauliche spremevano mosto d’uva e olio d’oliva, di lino e di girasole. I rami di milioni di meli, susini, aranci e limoni davano frutti in quantità, che una volta maturi finivano nelle casse con il marchio dell’aquila nera. Dita d’acciaio mungevano le vacche danesi, olandesi e polacche, e tosavano le pecore dei Balcani e dell’Ungheria.

Il potere sui territori conquistati in Europa e in Africa sembrava rafforzare il fascismo a ogni anno, giorno e ora che passava.

Con il consueto servilismo dei lacchè dinanzi alla violenza trionfante, chi aveva tradito la libertà, la verità e il bene vedeva nell’hitlerismo un ordine nuovo e superiore e preconizzava la disfatta dei suoi oppositori.

Il «nuovo ordine» instaurato da Hitler nell’Europa sottomessa infondeva linfa nuova a forme, tecniche e modi della violenza generati da millenni di dominio dei pochi sui molti.

Quanto all’incontro di Salisburgo della fine di aprile del 1942, fu l’anticamera di una grande offensiva nel Sud della Russia.

2

Fra i consueti sorrisi di smalto e oro dei loro denti finti, in quei primi momenti insieme Hitler e Mussolini si dissero felici che le circostanze avessero concesso loro di incontrarsi di nuovo.

Mussolini pensò che l’inverno appena trascorso e la brutta sconfitta a ridosso di Mosca avevano lasciato il segno sul Führer: si era ingrigito (e non solo sulle tempie), le occhiaie erano più scavate, il colorito particolarmente spento e poco sano. Solo il trench era impeccabile come sempre. L’espressione torva e feroce della faccia, invece, si era persino accentuata.

Guardando il duce, Hitler pensò che di lì a cinque o sei anni sarebbe stato definitivamente decrepito, con la grossa pancia da anziano ancora più prominente, le gambe sempre più corte, la mascella più volitiva che mai. La sproporzione fra quel corpo da nano e mento, faccia e fronte enormi, da gigante, era spaventevole... Vero era anche, del resto, che gli occhi scuri e scaltri del duce non avevano perso in acume e durezza.

Senza smettere di sorridere, il Führer si complimentò con Mussolini: sembrava ringiovanito, osservò. Anche il duce si disse lieto per il Führer, che era il ritratto della salute e della prestanza.

Parlarono dell’inverno appena trascorso. Mussolini si sfregò le mani, quasi bastasse il pensiero del freddo di Mosca a fargliele intorpidire, dopo di che si felicitò con Hitler: aveva battuto il gelo e pure dicembre, gennaio e febbraio, i tre generali migliori di tutte le Russie. Era solenne, la sua voce: con ogni evidenza le felicitazioni e il sorriso fisso, imperturbabile erano stati allenati con largo anticipo.

Convennero entrambi che, nonostante le gravi perdite di uomini e mezzi, in quello che era stato un inverno senza precedenti, durissimo se non ferale persino per gli standard russi, le divisioni tedesche in ritirata non avevano conosciuto un’altra Berezina, a riprova della supremazia di chi aveva dichiarato guerra alla Russia nel 1941 rispetto a chi lo aveva fatto nel 1812. Passarono poi a discutere di prospettive comuni.

Ora che l’inverno era alle spalle, nulla avrebbe potuto salvare la Russia, l’ultimo nemico del «nuovo ordine» nel continente europeo, e l’offensiva ormai prossima sarebbe servita a mettere definitivamente in ginocchio i Soviet: avrebbe tolto il combustibile ai motori dell’Armata Rossa sulla terra e nei cieli, avrebbe negato il petrolio all’industria degli Urali e il carburante ai mezzi agricoli, portando con sé la caduta di Mosca. Sconfitta la Russia, anche la Gran Bretagna avrebbe capitolato. A piegare rapidamente gli inglesi avrebbero pensato gli aerei e i sottomarini: senza più un fronte orientale, l’impatto delle operazioni sarebbe stato devastante. General Motors, U.S. Steel, Standard Oil e tutte le aziende da cui dipendeva la fabbricazione di motori e aerei militari americani, di acciaio, gomma sintetica e magnesio, non avevano alcun interesse ad aumentare la produzione, anzi l’avrebbero contenuta appositamente così da gonfiare i propri guadagni monopolistici. Quanto alla Gran Bretagna, Churchill odiava gli alleati russi più dei nemici tedeschi, e il suo cervello segnato dall’arteriosclerosi già faticava a capire da che parte bisognasse stare. Nessuno dei due sprecò parole su quel «paralitico imbarazzante» di Roosevelt. Anche sulla situazione in Francia le loro opinioni coincidevano: nonostante un paio di settimane prima Hitler avesse riorganizzato il governo di Vichy, gli umori antitedeschi montavano e il tradimento francese era ormai maturo. Ma avrebbe inciso poco, e non era comunque motivo d’allarme: con le mani libere a est, in Europa avrebbero regnato la quiete e la pace.

Hitler si fece una risata, disse che avrebbe richiamato Heydrich dalla Cecoslovacchia per mandarlo a rimettere ordine in Francia, e passò all’Africa. Elencò senza che sembrasse un rimprovero le divisioni africane di Rommel mandate in aiuto agli italiani, e Mussolini capì l’antifona: prima di affrontare l’argomento vero di quel loro incontro, il Führer aveva voluto sottolineare e ribadire l’appoggio già dato all’offensiva italiana in Africa.

E difatti di lì a poco passò a parlare della Russia. Hitler non vedeva e non voleva vedere che i duri scontri sul fronte orientale e le feroci perdite invernali avevano tolto all’esercito tedesco la possibilità di attaccare contemporaneamente a sud, a nord e al centro. Il piano della nuova campagna estiva era figlio solo e soltanto del suo libero arbitrio, e solo e soltanto la sua mente e la sua volontà avrebbero determinato il corso degli eventi bellici: questo credeva il Führer.

Disse a Mussolini che i Soviet avevano subìto perdite ingenti e non potevano più contare sul grano ucraino. Leningrado era sotto il fuoco ininterrotto dell’artiglieria. I paesi baltici erano stati strappati per sempre alle grinfie della Russia. Il Dnepr era nelle retrovie tedesche. Il carbone, la chimica, le miniere e la metallurgia del Donbass erano in mano al Vaterland, i caccia tedeschi volavano sopra Mosca, l’Unione Sovietica aveva perso la Bielorussia, buona parte della Crimea e le terre millenarie della Russia centrale: i russi erano stati cacciati da città antiche come Smolensk, Pskov, Orël, Kursk, Vjaz’ma, Ržev. Restava da sferrare il colpo di grazia, ma perché l’attacco risultasse davvero risolutivo doveva essere inferto con una forza che facesse sensazione. I generali del comando operativo dello Stato maggiore non ritenevano opportuno muovere verso Stalingrado e il Caucaso in contemporanea. Hitler, invece, la pensava diversamente: se l’anno prima gli era riuscito di portare la guerra in Africa, di far tremare la Gran Bretagna dal cielo, di paralizzare con i sottomarini gli sforzi americani e, contemporaneamente, di arrivare a spron battuto fin nel cuore della Russia coprendo tremila chilometri di fronte, perché avrebbe dovuto esitare oggi che, con l’America e l’Inghilterra prone, poteva disporre liberamente dell’esercito e concentrare tutta la potenza offensiva su un unico settore di un unico fronte, quello orientale? Il colpo da infliggere alla Russia doveva essere immane, tremendo e definitivo. Di nuovo avrebbe spostato forze ingenti da ovest a est; in Francia, Belgio e Olanda sarebbe rimasta giusto qualche divisione a pattugliare le coste. Una volta sul fronte orientale, le truppe sarebbero state ridistribuite, e ai Gruppi d’Armate Nord, Nord-Ovest e Ovest sarebbe toccato un ruolo passivo: la forza viva del colpo doveva concentrarsi tutta a sud-est.

Verosimilmente, una tale quantità di artiglieria, divisioni corazzate, fanti, caccia e bombardieri non si era mai raccolta in un unico settore del fronte. Quella singola offensiva aveva in sé una valenza universale. Era la tappa ultima e risolutiva dell’attacco nazionalsocialista. Quella che avrebbe deciso le sorti dell’Europa e del mondo. E l’esercito italiano doveva fare la sua degna parte. Non solo l’esercito, anzi, ma anche l’industria italiana, l’agricoltura italiana e il popolo italiano tutto.

Mussolini sapeva già quanto prosaici fossero gli incontri, pur amichevoli, con Hitler. Quelle ultime parole implicavano che centinaia di migliaia di soldati italiani salissero sulle tradotte dirette a est, che la fornitura di derrate alimentari aumentasse drasticamente, e che un nuovo contingente di operai, imprevisto ma non rifiutabile, prendesse la via delle fabbriche tedesche.

A colloquio ultimato, Hitler seguì Mussolini fuori dallo studio e attraversò insieme a lui il salone. Mussolini riservò occhiate svelte e gelose alle sentinelle tedesche. Spalle e uniformi parevano d’acciaio, pensò, mentre al passaggio del Führer gli occhi sprizzavano lampi di tensione fanatica. Il grigio tetro, monotono delle divise dei soldati e del trench di Hitler ricordava gli scafi delle corazzate e il ferro della guerra di fanteria; eppure, da perfetta espressione della potenza militare tedesca qual era, faceva impallidire l’eleganza cromatica delle uniformi italiane. Possibile che quel comandante in capo così sicuro di sé fosse la stessa persona che otto anni prima, a Venezia, all’epoca del loro primo incontro, aveva arrancato goffamente passando in rassegna guardie e carabinieri, strappando ghigni e risate alla folla? In impermeabile chiaro, cappello nero stropicciato e vecchie scarpe rossicce, il Führer sembrava un pittore o un attorucolo di provincia; al suo fianco il duce incedeva solenne in mantello da parata, elmo piumato e uniforme da generale romano intessuta d’argento.

Il successo e il potere di Hitler non finivano di stupire Mussolini. C’era qualcosa di irrazionale nei trionfi di quello psicopatico boemo, e in fondo al cuore Mussolini li riteneva un’aberrazione e un malinteso della storia mondiale.

Quella sera il duce chiacchierò qualche minuto con Ciano, suo genero. Accadde durante una breve passeggiata nello splendore primaverile del giardino: nelle stanze dei principi vescovi il caro alleato poteva aver nascosto dei microfoni Siemens. Mussolini era irritato: aveva dovuto acconsentire a tutto per l’ennesima volta, e per l’ennesima volta la creazione del «grande impero italiano» non si sarebbe decisa nel mar Mediterraneo o in Africa, ma nelle sperdute steppe calmucche o sul Don. Ciano gli chiese come stava il Führer. Mussolini rispose che era in forze; magari un po’ stanco, ma loquace come non mai.

Ciano gli fece notare che Ribbentrop era stato fin troppo cordiale e sollecito, e che per questo gli era parso poco convincente. Mussolini ribatté che l’estate avrebbe tirato le somme di tutto.

«Secondo me,» disse Ciano «se il Führer perde perdiamo anche noi, mentre da qualche tempo non sono più così certo che, se vince, la vittoria sarà anche nostra».

Il suo scetticismo restò solo suo e il suocero andò a dormire.

Il 30 aprile, dopo colazione, Hitler e Mussolini si incontrarono di nuovo, questa volta alla presenza dei due ministri degli Esteri, di feldmarescialli e generali.

Quella mattina Hitler era galvanizzato. Elencò i numeri delle divisioni e le cifre che esprimevano la potenza industriale della Germania senza neanche guardare le carte che aveva davanti. Parlò un’ora e quaranta minuti senza mai fermarsi, passandosi continuamente la lingua carnosa sulle labbra: tutti quei discorsi sembravano avere un sapore dolce, per lui. Toccò le questioni più disparate: KriegFriedeWeltgeschichteReligionPolitikPhilosophiedeutsche Seele...1 Parlava spedito, con foga, ma di rado alzava la voce. Solo una volta gli scappò un ghigno e la faccia gli si contrasse in uno spasmo. «Il riso degli ebrei si spegnerà presto e per sempre» disse, e levò il pugno, che però sciolse subito, lasciando ricadere lentamente la mano aperta. Il suo sodale italiano aggrottò la fronte: la veemenza del Führer gli faceva paura.

Hitler passò diverse volte dalle questioni belliche del momento a quello che sarebbe stato l’ordinamento politico del dopoguerra. Era chiaro che nella sua testa già guardava oltre il successo imminente dell’offensiva russa e oltre la fine del conflitto in Europa, concentrandosi sul tempo di pace ormai alle porte; per questo parlò di religione, leggi sociali, scienza e arte nazionalsocialiste che avrebbero finalmente prosperato in una nuova Europa liberata e ripulita da comunisti, democratici e giudei.

E davvero era tempo di pensarci: in settembre-ottobre, quando la disfatta militare della Russia sovietica avrebbe segnato l’inizio di una nuova èra di pace, con gli ultimi incendi ormai spenti e la polvere dell’ultima battaglia nella storia del popolo russo definitivamente posata, centinaia di domande si sarebbero poste in tutta la loro urgenza: come organizzare la quotidianità tedesca, come fissare lo status politico-economico e la ripartizione amministrativa dei paesi sconfitti, come limitare i diritti e l’accesso allo studio dei popoli inferiori, come regolarne la selezione e la riproduzione, come spostare masse ingenti di esseri umani dall’ormai ex Unione Sovietica alla Germania per la ricostruzione – con ovvio corredo di lager a lungo termine anche in tempo di pace –, come smantellare e annientare i centri industriali di Mosca, Leningrado e degli Urali. C’erano poi altre piccole ma inevitabili incombenze da sbrigare: avrebbero dovuto cambiare i nomi delle città russe e francesi, per esempio.

Il suo modo di parlare aveva una peculiarità: il Führer sembrava infischiarsi del fatto che l’ascoltassero o meno. Parlava in modo famelico, facendo andare voluttuosamente le labbra tumide mentre gli occhi guardavano oltre gli astanti, a metà strada fra il soffitto e la parte alta delle tende di raso bianco che nascondevano il rovere scuro delle porte. Ogni tanto gli uscivano frasi altisonanti come: «L’ariano è il Prometeo dell’umanità», «La violenza è la madre dell’ordine e l’origine d’ogni grande impresa, e io le ho restituito il suo ruolo», «Abbiamo reso realtà il dominio sempiterno del Prometeo ariano su ogni essere umano e terreno»...

Le pronunciava sorridendo eccitato con tutta la faccia, quelle parole, e respirando in modo convulso.

Mussolini aggrottò la fronte, girò di scatto la testa quasi volesse vedersi l’orecchio e, nervoso, per due volte guardò l’orologio che aveva al polso: anche a lui piaceva parlare. In quegli incontri in cui il più giovane d’età, il discepolo, era sempre il protagonista, il duce trovava consolazione nel sapersi superiore a lui per intelligenza, ma proprio per questo quel silenzio prolungato gli pesava oltremodo. Si sentiva addosso lo sguardo rispettoso, cordiale ma inesorabile di Ribbentrop, seduto accanto a Ciano che, invece, ascoltava spaparanzato in poltrona con gli occhi fissi sulle labbra del Führer, da cui sperava di sentir uscire qualcosa sulle colonie del Nord Africa e sul futuro confine franco-italiano. Ma il Führer neanche sfiorò le questioni più prosastiche. Alfieri, che più degli altri italiani aveva sentito parlare Hitler in passato, fissava con serena sottomissione lo stesso punto fissato dal Führer: la parte alta delle tende. Su un divano appartato, Jodl sonnecchiava, ma con stampata sul viso un’espressione attenta e cerimoniosa. Keitel, che era seduto di fronte a Hitler e di addormentarsi aveva invece paura, non faceva che scrollare il suo testone imponente e aggiustarsi il monocolo, ingrugnito e senza guardare in faccia nessuno. Quanto al generale Cavallero, ascoltava con un’espressione felice e spudoratamente ossequiosa: col collo teso e la testa reclinata di lato, si beveva ogni parola di Hitler, annuendo sbrigativamente di tanto in tanto.

Per ministri, maggiorenti e generali italiani e tedeschi che assistevano all’ennesimo colloquio sempre uguale, l’incontro di Salisburgo non sembrava avere nulla di speciale.

Come sempre, gli argomenti erano la politica europea e la guerra mondiale in corso. E come sempre si comportavano anche il Führer e il duce: i loro uomini sapevano bene quali sentimenti ormai sedimentati e cristallizzati provavano l’uno per l’altro. Sapevano del segreto complesso di inferiorità di Mussolini; sapevano quanto lo irritassero le iniziative che non venivano da Roma e le decisioni prese a Berlino, o le dichiarazioni congiunte che, pur solennemente e rispettosamente, gli si chiedeva di firmare senza mai poterci mettere becco; e sapevano delle sveglie notturne che gli infliggeva il Führer: non si faceva mai troppi scrupoli a chiamarlo prima dell’alba, mentre il patriarca del fascismo dormiva della grossa.

Ciano, poi, sapeva anche quanto si consolasse Mussolini al pur recondito pensiero che Hitler fosse un idiota e che la forza del Führer stesse tutta nella superiorità numerica e statistica di armate, industria e popolazione tedesche rispetto alle italiane; la forza di Mussolini, invece, era Mussolini stesso. Il duce si divertiva persino a sbeffeggiare la pusillanimità degli italiani, così da esaltare la forza del singolo uomo – lui – che stava cercando di mutare in martello un popolo che per sedici secoli era stato incudine. In quell’incontro come nei precedenti, uomini che sapevano interpretare ogni gesto e ogni sguardo dei loro padroni notarono che, superficiali o profondi che fossero, i rapporti tra il Führer e il duce erano gli stessi di sempre. E la stessa di sempre era anche la severità della sede, a sottolineare la grandezza militare e l’onnipotenza degli astanti. Forse una piccola differenza c’era, e stava nel fatto che i colloqui di Salisburgo riguardavano l’ultimo, decisivo sforzo bellico: fatte salve le truppe sovietiche già in netta ritirata verso est, in tutto il continente europeo non restava un solo avversario armato. Una differenza che qualche futuro storico nazionalsocialista avrebbe magari notato. Un’altra lieve differenza rispetto agli incontri precedenti era che Hitler sembrava particolarmente, estremamente sicuro di sé.

La vera differenza fra i colloqui di Salisburgo e quelli che li avevano preceduti, però, era un’altra. Ed era che il Führer della Germania nazista, che sempre aveva bramato la guerra e sempre se n’era fatto inebriare, parlò solo di pace, e lo fece in modo convinto e insistito, dando così voce a una paura inconscia del conflitto che lui stesso aveva scatenato. Erano sei anni che Hitler accumulava solamente vittorie in una commistione di violenza satanica e azzardo militare. Il Führer era certo che al mondo ci fosse un’unica potenza, quella della Wehrmacht e del Reich, e che tutto quanto le si opponeva fosse fittizio, convenzionale, falso e inconsistente. Vero e consistente era il suo pugno soltanto. Quello stesso pugno che aveva spazzato via come ragnatele, uno dopo l’altro, tutti gli assetti militari, politici e statali d’Europa. Credeva sinceramente che avere infuso nuova vita a brutalità primordiali e avere restituito un ruolo alla clava dei suoi trisavoli gli avesse permesso di aprire nuove strade della storia, dimostrando con ciò quanto fosse vuoto il trattato di Versailles, che infatti violò, calpestò e riscrisse a suo modo sotto gli occhi del presidente americano e dei primi ministri di Francia e Gran Bretagna.

Hitler reintrodusse in Germania la leva militare e rimise in piedi la flotta, l’esercito e l’aviazione, cosa che Versailles gli vietava di fare. Rimilitarizzò la Renania spostandovi trentamila soldati. E quei trentamila soldati – non eserciti di milioni di fanti o la mole dell’artiglieria pesante – bastarono a capovolgere l’esito della prima guerra mondiale. Colpo dopo colpo, Stato dopo Stato, il Führer si prese tutti i paesi dell’Europa post-Versailles: Austria, Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia.

Con l’aumentare dei successi, però, diminuiva la lucidità. Hitler non riusciva a capire né a concepire che al mondo esistessero anche potenze reali, non solo fittizie, che non ci fossero soltanto il gioco politico, la propaganda e governi che infettavano soldati e marinai con la propria inettitudine – tutte cose con cui il manganello faceva agevolmente i conti.

Il 22 giugno del 1941 l’esercito tedesco aveva poi invaso la Russia sovietica. Il successo iniziale impedì a Hitler di cogliere la vera natura – granitica – delle forze fisiche e psicologiche contro cui si era mosso. Che non erano affatto fittizie, anzi: erano le forze del grande popolo che aveva gettato le basi del mondo a venire. L’offensiva dell’estate del 1941 e le perdite devastanti dell’inverno seguente dissanguarono l’esercito tedesco e chiamarono l’industria bellica a uno sforzo eccessivo. E siccome Hitler non poteva più avanzare contemporaneamente a sud, a nord e al centro come l’anno prima, la guerra perse il suo côté più fascinoso, facendosi lenta, pesante. Non avanzare, però, non si poteva, e questa era una condanna, più che una forza. La guerra era diventata un peso e Hitler cominciava a temerla, quella guerra che si allargava ogni giorno di più, quella guerra di cui lui stesso aveva acceso la miccia dieci mesi prima e che ora gli sfuggiva di mano, che non riusciva più a spegnere e che si espandeva come un incendio nella steppa. Della guerra crescevano a dismisura la portata, la furia, la forza e la durata, a cui invece doveva mettere a ogni costo la parola fine. Insomma, Hitler aveva scoperto che avere successo nello scatenarla, una guerra, era più semplice che concluderla con successo.

Quella differenza ancora impercettibile era il segno reale, e non fittizio né mendace, del corso imboccato dalla storia, che avrebbe condotto alla morte quasi tutti coloro che avevano partecipato ai fatidici colloqui di Salisburgo in cui il dittatore nazista aveva annunciato l’ultimo, decisivo attacco all’Unione Sovietica.

3

Pëtr Semënovič Vavilov si vide consegnare la chiamata alle armi nel momento meno opportuno: se al distretto militare avessero aspettato un altro paio di mesi, sarebbe certamente riuscito a lasciare la famiglia con cibo e legna per un anno.

Quando Maša Balašova attraversò la strada con un foglio bianco in mano puntando dritto verso casa sua, sentì una stretta al cuore. Vedendola sfilare sotto la sua finestra senza guardarci dentro, per un attimo Vavilov pensò che proseguisse; poi, però, gli tornò in mente che di giovani nelle case vicine non ne erano rimasti, e che ai vecchi non si portavano avvisi di quel tipo. Difatti non era loro che cercava. Di lì a poco sentì un gran frastuono all’ingresso: nella penombra Maša doveva avere inciampato nel bilanciere, che era caduto a terra sbattendo contro il secchio.

Ogni tanto Maša Balašova passava a trovarli, la sera: era stata compagna di classe di sua figlia Nastja fino a poco prima, e avevano ancora le loro cose da dirsi. Di solito lo chiamava «zio Pëtr», ma quella volta gli disse giusto: «Una firma qui per avvenuta consegna» e nemmeno fiatò con l’amica.

Vavilov si sedette al tavolo e firmò.

«Finito» disse, alzandosi.

E non si riferiva alla firma nel registro, ma alla sua vita familiare, che era finita, che era stata stroncata in quel momento esatto. La casa che doveva lasciare gli sembrò solida e bella. E meravigliosa, viva, una parente che aveva trascorso accanto a loro tutti quegli anni, gli sembrò la stufa che faceva troppo fumo nelle giornate umide di marzo, con i mattoni che spuntavano da sotto l’imbiancatura scrostata e coi fianchi gonfi per la vecchiaia. In inverno, quando rincasava, Vavilov si piazzava lì davanti, sgranava le dita intorpidite dal freddo e respirava il calore della stufa, mentre sotto il montone, la notte, della stufa sapeva sempre trovare i punti più caldi o più freschi. Quando si alzava col buio per andare a lavorare, come prima cosa si avvicinava alla stufa e cercava tentoni, con mano esperta, la scatola dei fiammiferi e le pezze da piedi che si erano asciugate durante la notte. Era tutto finito, sì: il tavolo con le mezzelune scure della padella rovente; la panchetta accanto alla porta su cui la moglie si sedeva a sbucciare le patate; la fessura fra le assi del pavimento vicino alla soglia, che i bambini usavano per sbirciare la vita sotterranea di topi e scarafaggi; le tendine bianche alle finestre; il pentolone di ghisa talmente nero di fuliggine che di mattina nemmeno si vedeva, nel buio caldo della stufa; il davanzale con la piantina rossa nel vaso; lo strofinaccio appeso al chiodo... Gli era tutto caro e prezioso, in quel momento, così caro e prezioso come cari e preziosi sanno essere solo gli esseri umani. Dei suoi tre figli, il maggiore, Aleksej, era già in guerra; a casa restavano Nastja e Vanja, il piccolino di quattro anni, un bambino saggio e sciocco insieme che aveva soprannominato «samovar». E davvero gli assomigliava, a un samovar, panciuto e con le guance rosse com’era, con il pirolino che sempre gli spuntava dai pantaloni sbottonati e con i suoi sbuffi continui, seri e compresi.

A sedici anni Nastja già lavorava al kolchoz, e con i soldi si era comprata un vestito, un paio di scarpe e un basco di panno rosso che credeva elegantissimo. Se lo metteva e si guardava in uno specchio che per metà aveva perso l’argentatura, dunque si vedeva col cappello in testa, ma vedeva anche le dita che reggevano lo specchio: faccia e cappello, insomma, li vedeva riflessi, mentre le dita sembravano come dietro al vetro di una finestra. Ci avrebbe volentieri dormito, col basco, ma temeva di rovinarlo nel sonno; perciò lo teneva accanto a sé e al risveglio lo accarezzava subito. Quando Vavilov la vedeva uscire a passeggio con le amiche, tutta allegra e felice e con il famigerato basco in testa, di solito si rattristava al pensiero che a guerra finita ci sarebbero state molte più ragazze che uomini da sposare.

La vita di Vavilov era tutta lì dentro. A quel tavolo Aleksej e i suoi amici avevano passato le notti a studiare algebra, geometria e fisica per entrare all’istituto agrario. A quel tavolo Nastja aveva letto con le amiche La letteratura più amata, un’antologia di racconti. A quel tavolo si erano seduti i figli dei vicini, tornati da Mosca e da Gor’kij, e gli avevano raccontato della loro vita e del loro lavoro. «Embè?» aveva commentato la moglie quella volta. «Anche i nostri andranno in città a studiare da professori e da ingegneri».

Vavilov prese dal baule il fazzoletto rosso in cui teneva avvolti i documenti di tutti e gli atti di nascita dei figli, e tirò fuori il libretto militare. Con il certificato di Vanja e i documenti della moglie e della figlia di nuovo nel baule e i suoi nella tasca della giacca, sentì d’essersi ormai staccato dalla famiglia. Nastja lo guardava con occhi diversi, indagatori. In quei pochi attimi era diventato un altro, per lei, e fra loro sembrava essere calato un velo invisibile. Quel giorno la moglie sarebbe tornata tardi: l’avevano mandata con altre donne a spianare la strada che portava alla stazione e su cui passavano i camion militari con il fieno e il grano per il fronte.

«Figlia mia, tocca a me» le disse Vavilov.

Calma, lei rispose:

«Per me e la mamma non ti devi preoccupare. Abbiamo il lavoro. Basta che torni intero» e dopo avere alzato gli occhi aggiunse: «Magari incontri Alëša, e insieme vi passerà meglio».

Vavilov non aveva ancora pensato a cosa l’aspettava; i suoi pensieri erano tutti per la casa e il lavoro da finire al kolchoz, ma erano pensieri comunque nuovi, diversi rispetto a qualche minuto prima. Quella mattina aveva deciso di rattoppare i valenki, di riparare un secchio bucato, di aggiustare la sega e rifarle il filo, di rammendare il tulup e di cambiare i tacchi alle scarpe della moglie. Adesso, invece, sapeva di dover pensare a quello che lei non sarebbe stata capace di fare da sola. Perché alle nove di mattina dell’indomani doveva già presentarsi al capoluogo del distretto, a diciotto chilometri da lì.

Cominciò dalla cosa più semplice: sostituì il manico della scure. Poi toccò a un gradino malridotto della scala, dopo di che salì a sistemare il tetto. Prese con sé qualche asse nuova, la scure, la sega e il sacchetto con i chiodi. Per un momento ebbe l’impressione di non avere quarantacinque anni e una famiglia, ma di essere un ragazzino che s’arrampicava là sopra per combinarne una delle sue: di lì a poco sarebbe sbucata la madre che, riparandosi dal sole con una mano e battendo il piede spazientita, avrebbe alzato gli occhi urlando: «Pet’ka, accidenti a te, scendi!», scocciandosi perché non poteva prenderlo per un orecchio. «Scendi giù, ti dico!».

Senza volerlo, Vavilov guardò verso la collina fuori dal paese, coperta di sorbi e sambuchi e con qualche sparuta croce accasciata fra la terra. Per un attimo si sentì in colpa verso tutto e tutti. Verso i figli. Verso sua madre, di cui non avrebbe fatto in tempo a sistemare la croce sulla tomba. Verso Alëša, che non era riuscito a salvare dal fronte piazzandolo in una fabbrica militare in città, come aveva fatto il presidente del kolchoz. Verso la terra che quell’autunno non sarebbe riuscito ad arare. Verso la moglie, sulle cui spalle avrebbe caricato il fardello che fino a quel giorno era toccato a lui. Guardò il paese, lo stradone, le isbe, i cortili, il bosco scuro in lontananza, il cielo alto, terso: era tutta lì, la sua vita. La nuova scuola era una macchia bianca col sole che si rifletteva sulle vetrate, e bianco era il muro lungo della stalla del kolchoz.

Quanto aveva sgobbato nella sua vita, e senza un attimo di requie! Non si era mai tirato indietro, Vavilov: sulle sue gambette storte, a quattro anni già badava alle oche, oppure cercava le patate nascoste e le aggiungeva al mucchio quando la madre le cavava. Con qualche anno in più lo avevano messo a pascolare le bestie, a zappare l’orto, a fare acqua, a legare il cavallo e a spaccare la legna, dopo di che era andato ad arare i campi, aveva imparato a falciare e a usare la mietitrebbia.

Aveva fatto anche il carpentiere, sapeva montare i vetri alle finestre, affilare gli attrezzi e aggiustarli, e aggiustava pure valenki e stivali; scuoiava le pecore scannate e i cavalli morti, tingeva le pelli e le cuciva; e seminava il tabacco, e costruiva stufe. E aveva lavorato tanto anche per gli altri. La diga l’aveva tirata su lui nell’acqua fredda di settembre, lui aveva costruito il mulino, e aveva posato il selciato e scavato rogge, aveva mescolato l’argilla e spaccato le pietre per costruire il granaio del kolchoz e la stalla, e aveva anche preparato le buche per le patate del kolchoz. Per il kolchoz, poi, c’era anche la terra – quanta! – che aveva arato, e il fieno che aveva falciato, e il grano che aveva trebbiato, e i tanti sacchi che si era portato in spalla; e c’era il legname per la nuova scuola: quante querce aveva abbattuto e sgrossato, quanti chiodi ci aveva piantato dentro, e quanto aveva lavorato di scure, martello e pala. Si era fatto anche due stagioni alla torbiera, a cavare torba per tremila mattoni al giorno pranzando con un uovo da spartire in tre, un secchio di kvas e un chilo di pane, e con il ronzio delle zanzare della palude che copriva persino il rumore del motore. E poi c’erano i mattoni: quanti ne aveva preparati! Erano serviti per costruire l’ospedale, la scuola, il circolo, il soviet del villaggio e gli uffici del kolchoz; un po’ erano finiti anche in città. Per due estati aveva fatto il barcaiolo, trasportando le materie prime alla fabbrica; la corrente era così forte che sembrava impossibile risalirla, e invece caricavano anche cinquecento pud di roba per volta, sputando sangue ai remi.

Vavilov continuava a guardare le case, gli orti, la strada, i sentieri; guardava il paese come si guarda alla propria vita. Due vecchi andavano verso gli uffici del kolchoz: Puchov, un bastian contrario sempre arrabbiato, e Kozlov, il vicino, che di nascosto tutti chiamavano col diminutivo: Kozlik, «capretta». Un’altra vicina, Natal’ja Degtjarëva, uscì di casa, arrivò al portone, guardò a destra e a manca, minacciò i polli dell’aia accanto e tornò dentro.

No, le tracce del suo lavoro sarebbero rimaste.

Vavilov c’era, quando nel paese in cui suo padre aveva conosciuto solo aratri di legno e correggiati, falci e falcetti, erano arrivati trionfalmente trattori e mietitrebbie, falciatrici e trebbiatrici a motore. C’era quando i giovani del paese, femmine e maschi, avevano cominciato ad andare a studiare fuori ed erano tornati maestri, agronomi, meccanici, zootecnici. C’era quando il figlio del fabbro Pačkin era diventato generale, e c’era quando, prima della guerra, i ragazzi del luogo – ora ingegneri, direttori di fabbrica e funzionari regionali del partito – erano venuti a far visita ai genitori.

Ogni tanto, al paese, la sera ci si ritrovava per fare due parole. Il vecchio Puchov diceva che si stava meglio prima. Aveva stimato il prezzo del grano ai tempi dello zar e cosa c’era nelle botteghe, sapeva quanto costava un paio di stivali e cosa si metteva nella minestra, e aveva concluso che adesso si campava peggio. Vavilov gli ribatteva che, secondo lui, più la gente aiutava lo Stato, più lo Stato poteva aiutare la gente.

E poi adesso siamo diventate persone anche noi, obiettavano le donne più in là con gli anni, adesso i nostri figli possono farsi strada; magari è vero che quando c’era lo zar le scarpe costavano meno, dicevano, ma noi e i nostri figli mica eravamo esseri umani, prima.

Lo Stato è sempre sulle spalle dei contadini, replicava Puchov, e lo Stato pesa; abbiamo fatto la fame con lo zar e la facciamo adesso; ci cavavano tutto prima e anche adesso c’è una tassa su tutto, e i poveracci c’erano prima e ci sono adesso... E comunque, concludeva di solito, già eliminare i kolchoz sarebbe molto.

Quand’era scoppiata la guerra, Puchov aveva detto che coi tedeschi avrebbero potuto commerciare liberamente, che avrebbero avuto case, vestiti, tè, zucchero e biscotti, scarpe, cappotti di panno e stivali. Poi i tedeschi gli avevano ammazzato tre figli e un cognato. Nessuno aveva sofferto più di lui, al paese.

Vavilov, invece, guardava alla guerra come a una catastrofe enorme, personale. La guerra si prendeva la vita della gente, e lui lo sapeva. Il contadino che lascia la sua casa e va al fronte non pensa a gloria e medaglie. Pensa che sta andando a morire.

Vavilov si guardò intorno un’altra volta.

Aveva sempre voluto che la vita fosse per tutti sgombra e serena come il cielo che aveva sopra di sé, e per quella vita aveva lavorato. E non lo avevano fatto invano, lui e milioni di altri come lui.

Quand’ebbe finito, scese dal tetto e andò al portone d’ingresso. E di colpo ripensò all’ultima notte prima della guerra, alla notte tra il 21 e il 22 giugno, domenica: la grande, sterminata, giovane Russia dei kolchoz cantava, suonava il bajan in parchi e giardini, nelle sale da ballo, per le strade, in boschi e radure, nei prati, lungo i ruscelli...

Poi, all’improvviso, era calato il silenzio e i bajan avevano smesso di suonare.

Era un anno, ormai, che sulla terra dei Soviet regnava un silenzio austero, senza sorrisi.

4

Vavilov si incamminò anche lui verso gli uffici del kolchoz. Strada facendo vide di nuovo Natal’ja Degtjarëva.

Era abituato a che lo guardasse male, quasi che rimproverasse lui perché lei aveva figli e marito in guerra. In quel momento, invece, dall’occhiata pietosa e attenta che gli riservò, Vavilov capì: sapeva che era stato arruolato.

«Parti, Pëtr Semënovič?» gli chiese. «Mar’ja lo sa?».

«Lo saprà presto» rispose Vavilov.

«Lo saprà sì, sì che lo saprà» disse Natal’ja, e tornò dentro l’isba.

Al kolchoz il presidente non c’era: sarebbe rimasto in città per un paio di giorni.

Vavilov consegnò al contabile monco Šepunov i soldi che aveva ritirato il giorno prima all’ufficio di zona della banca, prese la ricevuta, la piegò in quattro e se la mise in tasca.

«Sono tutti fino all’ultimo copeco» disse. «Io e il kolchoz siamo in pari».

Šepunov gli allungò il giornale che aveva sul tavolo facendo tintinnare la medaglia al merito militare contro il bottone di metallo della giacca d’ordinanza, e disse:

«Compagno Vavilov, l’hai letta “L’ultim’ora”, il bollettino di guerra del Sovinformbjuro?».

«No».

«“Il 20 maggio le nostre truppe sono passate all’attacco sulla direttrice di Char’kov,2 hanno spezzato la difesa tedesca e ora, respinto il contrattacco dei carri armati e delle divisioni motorizzate nemiche, avanzano verso ovest”» e qui alzò un dito per fargli segno di stare attento. «“L’avanzata è quantificabile in una distanza tra i venti e i sessanta chilometri, con più di trecento centri abitati di nuovo liberi...”. E non è finita qui: “A oggi risultano sottratti al nemico trecentosessantacinque pezzi d’artiglieria, venticinque blindati e più di un milione di cartucce e munizioni...”».

Šepunov guardò Vavilov con l’affetto del vecchio soldato per la recluta, e gli chiese:

«Hai capito adesso?».

Vavilov gli mostrò la chiamata alle armi.

«Certo che ho capito, perché non dovrei? E ho capito anche un’altra cosa: questo è solo l’inizio, per la battaglia vera ci sarò anch’io» e spianò bene il foglio sul palmo.

«Devo riferire qualcosa a Ivan Michajlovič?» chiese il contabile.

«Sa già tutto per conto suo, cosa gli vuoi riferire?».

Passarono a parlare delle questioni del kolchoz; Vavilov sembrò essersi scordato che Ivan Michajlovič «sapeva già tutto per conto suo», e si mise a dare disposizioni:

«Al presidente gli devi dire che le assi che ho portato dalla segheria vanno usate per costruire, e non per la manutenzione. Riferisci così, preciso preciso. Poi: i sacchi che sono rimasti in città bisogna mandare qualcuno a prenderli, che se no vanno perduti o ce li scambiano. E ancora: le carte per il prestito... Riferisci così: dice Vavilov che le ha consegnate. Preciso così, mi raccomando...».

Ivan Michajlovič, il presidente del kolchoz, non gli piaceva. Pensava sempre per sé e per i suoi interessi, mai alla terra, e faceva il furbo. Stilava i resoconti facendo figurare che era stato prodotto più di quanto richiesto dal piano, mentre tutti sapevano che non era vero. E andava sempre in città o nel capoluogo a distribuire regali: una volta era il miele, un’altra le mele... Un’altra ancora a qualcuno era toccato un maialino da latte, persino.

Nei resoconti ai superiori, inoltre, non riferiva mai di quello che dalla città riportava a casa sua: un divano, una grossa lampada, una macchina per cucire. Quando la provincia aveva ricevuto un premio, anche lui si era preso una medaglia per essersi distinto nel lavoro: in estate se l’appuntava alla giacca, in inverno alla pelliccia, e quando dal freddo di fuori entrava in un locale riscaldato, la medaglia si copriva di goccioline che sembravano rugiada.

Per lui nella vita l’essenziale non era il lavoro, ma le conoscenze giuste. E siccome aveva capito subito che in tempo di guerra pochi contano più del commissario militare del distretto, la guerra non era un problema, per lui. Difatti suo figlio Volod’ka era scampato al fronte, lavorava in una fabbrica militare, e ogni tanto tornava al paese a fare scorta di lardo e samogon per le persone giuste.

Neanche a Ivan Michajlovič piaceva Vavilov, anzi lo temeva e gli diceva sempre: «Sei troppo drastico, con te non si può parlare». Dal canto suo, lui parlava solo con le persone che gli servivano, quelle a cui poteva dare per prendere. Nel kolchoz non era comunque il solo a temere Vavilov, che parlava poco e rideva ancora meno. Di lui però si fidavano e, ogni volta che c’era da fare qualcosa insieme, era lui che riscuoteva e custodiva i soldi, ed era lui che teneva la cassa per lavori o manifestazioni in paese. In vita sua non aveva mai visto un tribunale, né era mai stato interrogato; solo l’anno prima della guerra era finito in una stazione di polizia per uno stupido incidente.

Una sera un vecchio aveva bussato alla sua finestra chiedendo riparo per la notte. Vavilov aveva guardato senza fiatare la sua barba nera, lunga e incolta, lo aveva portato nella rimessa del fieno, aveva steso a terra un tulup e gli aveva dato un bicchiere di latte e un tozzo di pane.

Quella notte dalla città era arrivata una macchina con dei giovani vestiti di cuoio giallastro che avevano puntato dritto alla rimessa. Poi avevano preso anche Vavilov, l’avevano caricato sulla macchina e l’avevano portato in città. Lì il responsabile gli aveva chiesto perché avesse dato ospitalità a quel tale con la barba.

Vavilov ci aveva pensato su e aveva risposto:

«Per compassione».

«Gliel’hai domandato chi era?» aveva insistito l’altro.

«C’era bisogno? Si capiva: era un essere umano» aveva risposto Vavilov.

Il responsabile l’aveva guardato negli occhi a lungo, molto a lungo, e senza fiatare. Dopo di che gli aveva detto:

«Va bene. Puoi tornare a casa».

Al paese lo avevano preso in giro tutti quanti: «Ti è piaciuta, la gita in macchina?». Solo il presidente del kolchoz aveva scosso la testa e gli aveva dato del pazzo.

 

Vavilov rincasava per la strada vuota e i suoi passi si facevano via via più svelti. Aveva una voglia tremenda di rivedere i suoi figli e la sua casa, e sentiva con tutto il corpo, non solo con la testa, l’angoscia per quel distacco imminente.

Salì i gradini d’ingresso, diede un calcio a un pezzo di legno davanti alla porta aperta, varcò la soglia e lì si fermò.

Era stata facile, la sua vita lì dentro? No, era stata durissima. I figli avevano poco da mettersi addosso e poco con cui riempire la pancia. E avevano gli stivali consumati. Non c’era mai petrolio, nel lume, e anche quando c’era faceva una fiamma tremula e un sacco di fuliggine, perché il vetro non c’era più. Era capitato che non avessero neanche un morso di pane. La carne la mangiavano di rado. Una volta era successo, ma sarebbe stato meglio di no, dato che era quella della loro vacca: era caduta in un fosso e si era rotta le zampe davanti, così l’avevano macellata e avevano mangiato carne per una settimana intera, ma con gli occhi gonfi e le lacrime. Anche il lardo lo mangiavano di rado. Il pane bianco proprio mai.

Vavilov entrò in casa, là dove tutto gli era familiare e conosciuto; ma anche tutto quello che gli era familiare e conosciuto gli sembrava nuovo, ora, lo commuoveva e gli toccava il cuore: il comò con sopra la tovaglia all’uncinetto, i valenki con le toppe nere, l’orologio a pendolo appeso sopra al letto, i cucchiai di legno con i bordi rosicchiati da dentini smaniosi, le cornici con le fotografie dei parenti, la tazza grande e leggera di latta chiara e la tazza piccola e pesante di rame scuro, i pantaloni grigi di Vanjuša, scoloriti a furia di lavaggi e con sfumature di un celestino triste e vago. La sua isba aveva la qualità straordinaria che è di tutte le isbe russe: era piccola e grande insieme. Era un’isba vissuta, scaldata dal respiro di chi ci stava adesso e di chi ci era stato prima, ed era talmente vissuta che non sembrava possibile vivere altrove; d’altro canto, però, dava l’impressione che, lì dentro, nessuno intendesse fermarsi a lungo, che chi ci abitava fosse arrivato, avesse appoggiato le proprie cose e ora fosse già sul punto di alzarsi e andarsene di nuovo e senza neanche chiudere la porta... Però che figli meravigliosi avevano cresciuto in quell’isba! Vanja, per esempio, che in quel momento correva scalzo per casa coi suoi capelli biondi, fiorellino caldo e sgambettante...

Vavilov lo aiutò a salire su una sedia troppo alta per lui; attraverso il palmo ruvido e calloso percepì il calore del corpo del figlio, e mentre i suoi occhi chiari e allegri gli regalavano uno sguardo di pura fiducia, la voce di quel minuscolo essere umano che mai aveva pronunciato una brutta parola, mai aveva fumato e mai aveva bevuto una sola goccia di alcol gli chiese:

«Papino, è vero che domani vai a fare la guerra?».

Vavilov rise, ma aveva gli occhi lucidi.


5

Quella notte, al chiaro di luna, Vavilov spaccò tutti i vecchi ceppi accatastati sotto la tettoia della rimessa. Erano diversi anni che li accumulava, scortecciati e spolpati, ridotti a un fascio di fibre annodate e attorcigliate che non c’era modo di spezzare né con l’accetta né con la sega. Si poteva solo strapparli con le mani.

Alta, spalle larghe e pelle scura come il marito, Mar’ja Nikolaevna era accanto a lui, e di tanto in tanto si chinava a raccattare i pezzi di legna che schizzavano lontano e lo guardava in tralice. Capitava che la guardasse anche Vavilov, sia quando levava alta la scure, sia quando l’abbassava. Da piegato distingueva giusto i piedi e l’orlo delle vesti della moglie, ma quando si tirava su le vedeva la bocca grande, le labbra sottili, gli occhi scuri e intensi, la curva della fronte alta e senza rughe, liscia. In piedi, belli dritti, quasi sembravano fratello e sorella, tanto la vita li aveva forgiati alla stessa maniera. La fatica non li aveva curvati, anzi: aveva raddrizzato la schiena a entrambi.

Nessuno dei due fiatava: era il loro modo di dirsi addio. Vavilov continuava a piantare la scure in quel legno flessibile, duttile e resistente insieme, e ogni colpo strappava un gemito alla terra e uno al suo petto. Al chiaro di luna la lama fulgida della scure mandava una luce azzurra che si accendeva salendo e si smorzava ricadendo verso il terreno.

C’era silenzio anche intorno. La luce della luna era come delicato olio di lino che copriva la terra, l’erba, i campi di segale ancora verde, i tetti delle isbe, e si infilava dentro le finestre e nelle pozzanghere.

Vavilov si asciugò la fronte sudata con il dorso della mano e guardò il cielo. Gli pareva d’essere sotto un sole caldo d’estate; alto nel cielo, invece, c’era l’altro astro, quello esangue della notte.

«Basta,» gli disse la moglie «tanto non puoi comunque lasciarcene a sufficienza per tutta la guerra».

Lui si voltò a guardare la catasta di legna che aveva spaccato.

«Va bene. Quando torniamo, io e Aleksej te ne spacchiamo un altro po’» e passò il palmo sulla lama della scure con lo stesso gesto con cui si era appena asciugato la fronte sudata.

Vavilov tirò fuori la borsa del tabacco, si arrotolò una papirosa, la accese, e il fumo del trinciato si sparse lento nell’aria ferma.

Rientrarono. L’isba alitò loro in faccia il suo calore e il respiro dei figli che dormivano. Quel buio quieto, quell’aria, le teste dei figli – bianche, nell’oscurità: era quella la sua vita, quello il suo amore, il suo destino felice. Si ricordò di quando ci aveva abitato da scapolo, lì dentro: i pantaloni a sbuffo azzurri, la budënovka con la stella, la pipa col coperchio che gli aveva portato il fratello dall’altra guerra contro i tedeschi. Andava molto fiero della sua pipa, che gli dava un’aria spavalda; chi la prendeva in mano per guardarla commentava sempre: «È bella, sai, è curiosa!». L’aveva persa prima di sposarsi.

Guardò il viso di Nastja addormentata, si voltò verso la moglie e si disse che non c’era felicità più grande al mondo del rimanere in quell’isba, del non doversene andare. Era il momento più triste della sua vita, quello, il momento in cui nel silenzio sonnolento che precede l’alba sentì, non con la mente né col pensiero, ma con gli occhi, la pelle e le ossa, tutta la forza malvagia di un gorgo crudele cui nulla importava di lui, di ciò che amava e voleva. Provò l’orrore che deve provare un pezzo di legno quando di colpo capisce che non sta scivolando lungo rive frondose e più o meno alte per sua volontà, ma perché spinto dalla forza impetuosa e inarginabile dell’acqua. Vavilov si credeva il baluardo della sua famiglia, colui che la teneva insieme, e invece no: il gorgo lo aveva preso e portato via, e lui non apparteneva più né a sé stesso, né alla sua famiglia, né a niente. Per un attimo dimenticò che il suo destino e il destino dei figli addormentati nei loro letti era una cosa sola con il destino del suo paese e del popolo che ci viveva, che il destino del kolchoz e quello delle grandi città di pietra con milioni di abitanti era il medesimo. In quel momento di grande amarezza il suo cuore era stretto nella morsa di un dolore che non conosceva né voleva consolazione o comprensione. Una cosa sola voleva Vavilov: restare a vivere lì, insieme ai suoi, nella legna con cui quell’inverno la moglie avrebbe riempito la stufa, nel sale con cui avrebbe insaporito le patate e il pane, nel grano che avrebbe portato a casa dopo una giornata di lavoro. Sapeva però che non era possibile, e che sarebbe stato nei loro pensieri e nei loro ricordi non nei giorni di vacche grasse, ma in quelli della carestia e del bisogno. Avrebbero pensato a lui vedendo la saliera vuota, andando a chiedere una misura di farina al vicino o un cavallo al presidente del kolchoz, così da attaccarci la slitta per fare legna nel bosco.

«Finiremo le patate che non sarà ancora primavera. Finiremo tutto, anzi» disse la moglie. «La legna, il grano, tutto finiremo. Giusto il dolore non finirà».

Ed elencò tutto quello che sarebbe finito prima dell’inverno, prima di Natale, prima della quaresima e di Pasqua. Parlava a raffica, anche se a mezza voce – dei bambini, della casa e di tutto, e di tutto sembrava fare una colpa a lui.

Vavilov ci restò male: non andava a divertirsi. Capiva anche, però, che la moglie aveva paura, che aveva un peso sul cuore e stava male anche lei, e se si comportava in quel modo era per non farli uscire allo scoperto, quel peso e quel dolore. La lasciò sfogare; quando poi si zittì, le chiese:

«Hai preparato quello che ti ho chiesto?».

Lei posò un sacco sul tavolo e disse:

«Pesa più il sacco di quello che c’è dentro».

«Meglio, farò meno fatica a camminare» disse lui conciliante.

E davvero dentro il sacco c’era poco o niente: un po’ di pane fresco e un po’ secco, qualche cipolla, una tazza, ago e filo, due paia di pezze da piedi pulite, una maglietta, un coltellino a scatto con il manico di legno.

«I guanti li vuoi?» gli chiese stizzita la moglie.

«No. Servono più a te».

«Questo lo dico io, nel caso» rispose lei, brusca. Sapeva di essere sgarbata, e per questo si stizziva ancora di più.

«Lascio anche la maglia da sotto, che fa comodo a Nastja. Tanto a me la daranno».

«Papino,» disse la figlia con la voce da sonno «prendila tu la maglia, io cosa me ne faccio?».

«Dormi, tu» disse la madre, e scimmiottando la sua voce assonnata continuò: «Non vuole la maglia, lei... E cosa ti metterai addosso, eh? Ne riparliamo quest’inverno quando ti manderanno a scavare trincee».

«Cara la mia figliola sciocca» le disse Vavilov. «Tu pensi che la mia sia pietà, invece è amore».

E Nastja si mise a piangere stringendo la faccia al palmo del padre.

«Papà...» disse.

«Prendi almeno i guanti» insisteva la moglie.

«Scrivimi, però...» singhiozzava Nastja.

Vavilov avrebbe voluto dire un sacco di cose, compreso che i guanti non li prendeva non solo perché servivano di più a loro, ma perché tanto lui all’inverno non ci sarebbe arrivato e dunque sarebbero andati sprecati. Avrebbe avuto decine di altre cose insignificanti e importantissime da dire, cose che avrebbero dato forma alla preoccupazione per la casa, certamente, ma anche e soprattutto al suo amore e alla sua dedizione per la famiglia: voleva dire del giovane susino che d’inverno andava protetto dal gelo, delle patate da scegliere, visto che cominciavano a marcire, o della stufa da riparare, per cui bisognava chiedere al presidente del kolchoz. E avrebbe voluto dire di quella guerra che aveva chiamato tutti, anche suo figlio, e per la quale era venuta la sua ora.

Ma erano talmente tante, le piccole cose importanti di cui parlare, che non ne parlò affatto: non le avrebbe mai dette tutte comunque.

«Va bene, Mar’ja» fu quello che gli uscì di bocca. «Vado a farvi un po’ d’acqua».

Prese i secchi e andò al pozzo. Calò il primo, che scese giù sbatacchiando contro le pareti scivolose. Vavilov si chinò sulla bocca del pozzo: gli soffiò in faccia un odore di umidità fredda, e un buio nero gli colpì gli occhi. Pensò alla morte, in quel momento.

Il secchio si riempì in un attimo fino all’orlo. Mentre tornava su, Vavilov sentiva l’acqua che ripioveva nell’acqua, e più il secchio risaliva, più quel rumore si faceva sonoro. Alla fine il secchio sbucò dall’oscurità: qualche rivolo tentava ancora la fuga, sperando di riguadagnare il buio al più presto.

Quando rientrò nell’isba, Vavilov vide la moglie sulla panca. Nella penombra non distingueva bene il suo viso, ma ne intuì l’espressione.

Lei alzò gli occhi e disse:

«Siediti. Prendi fiato, mangia qualcosa».

«Ho tutto il tempo» le rispose.

Albeggiava. Vavilov si sedette al tavolo. C’erano una scodella di patate, un piattino di miele cristallizzato, qualche fetta di pane, una tazza di latte. Mangiò con calma. Aveva le guance paonazze come per il vento freddo d’inverno, la testa annebbiata. Pensava, parlava, si muoveva, masticava, e intanto sperava che quella nebbia si diradasse presto, così da decidere il da farsi.

La moglie gli avvicinò un’altra scodella e disse:

«Mangia le uova, su. Te ne metto una quindicina sode nel sacco, le ho appena fatte».

Vavilov sorrise di quella premura con un sorriso talmente timido e sereno che Mar’ja Nikolaevna avvampò: le aveva sorriso così quando, diciottenne, era entrata in quella casa. E anche lei provò quello che stavano provando migliaia di migliaia di altre donne. Una stretta al cuore. Le restava una cosa soltanto: gridare, e con quel grido tirare fuori e soffocare tutto il suo dolore. Invece disse soltanto:

«Avrei potuto sfornare qualcosa, potevo prenderti da bere, ma dove? C’è la guerra...».

Lui si alzò, si pulì la bocca e disse:

«Vado!» e fece per prepararsi.

Si abbracciarono.

«Pëtr...» disse lentamente lei, quasi volesse convincerlo a tornare in sé, a ripensarci.

«Devo andare» disse lui.

Ma si muoveva a rilento e si sforzava di non guardarla.

«Bisogna svegliare i ragazzi, che Nastja ha ripreso sonno» disse Mar’ja Nikolaevna, come ragionando fra sé e sé. Se voleva svegliarli, però, era perché aveva bisogno di aiuto, di qualcuno con cui spartire il peso di quel momento.

«Non c’è bisogno, li ho salutati ieri sera» disse lui, e tese l’orecchio al respiro lento, addormentato della figlia.

Sistemò il sacco, prese il colbacco, si avviò verso la porta, ma si girò subito a guardare la moglie.

Insieme osservarono le pareti dell’isba. Diversi, invece, furono i loro sguardi quando si ritrovarono l’uno accanto all’altra sulla soglia di casa. Lei sapeva che quelle pareti sarebbero state testimoni di tutta la sua solitudine, e dunque le vide vuote, cupe. Lui, invece, avrebbe voluto portare con sé quella che considerava la più bella casa del mondo.

Vavilov si incamminò. Mar’ja Nikolaevna rimase sul portone a guardarlo: avrebbe sopportato tutto, pensò, ce l’avrebbe fatta, pur di riaverlo indietro anche solo per un’ora, pur di rivederlo una volta soltanto.

«Pëtr... Petja...» sussurrò.

Lui non si girò a guardarla, non si fermò; continuò a camminare incontro al rosso dell’alba che si levava sulla terra che lui stesso aveva arato. Il vento freddo gli sferzava il viso e soffiava fuori dai vestiti il calore, il respiro stesso della sua casa.

6

La festicciola in famiglia organizzata nei giorni di guerra del 1942 in casa di Aleksandra Vladimirovna Šapošnikova, vedova di un noto ingegnere specializzato in ponti, non aveva nulla di frivolo.

C’è qualcosa di profondo e di commovente nel breve incontro di un gruppo di persone care che si siede intorno a un tavolo per guardare in faccia chi si appresta a partire per un lungo viaggio. Non per niente è un’usanza che persiste e si è mantenuta in diversi strati sociali, laddove molte altre si sono invece perdute.

Parenti e amici capivano bene che poteva essere l’ultima riunione di famiglia, e chissà chi e quando si sarebbe mai rivisto.

Era stato deciso di invitare anche Mostovskoj e un amico di lunga data, Andreev. Andreev aveva conosciuto il marito buonanima di Aleksandra Vladimirovna in tempi ormai remoti, quando ancora studiava al politecnico ed era finito sul Volga a fare pratica come macchinista su un rimorchiatore. Su quella stessa barca Andreev era fuochista, e il diciannovenne Šapošnikov si era fermato spesso a chiacchierare con lui sul ponte. Andreev sarebbe poi diventato un amico di famiglia e, da che Aleksandra Vladimirovna era rimasta vedova e si era trasferita coi figli a Stalingrado, andava regolarmente a farle visita.

«La mamma s’è trovata uno spasimante» ci scherzava su Ženja, la figlia minore di Aleksandra Vladimirovna.

Avevano invitato anche una conoscenza recente, Tamara Berëzkina. Tamara ne aveva patite talmente tante durante la guerra, a lei e ai suoi figli erano toccati talmente tanti sfollamenti, bombardamenti e incendi, che in casa Šapošnikov la chiamavano «la povera Tamara». «Com’è che non viene più, la povera Tamara?» dicevano.

Di colpo quel trilocale che passava per essere spazioso (anche perché ci abitavano in due, Aleksandra Vladimirovna e il nipote Serëža) si era fatto stretto. Subito dopo l’inizio dell’estate e dell’offensiva tedesca, dalla vicina StalGRES, la Centrale termoelettrica di Stalingrado, da Aleksandra Vladimirovna si era trasferita la famiglia della figlia di mezzo, Marusja, che prima abitava col marito e la figlia Vera in uno degli edifici annessi alla Centrale. Per paura dei raid notturni, però, molti ingegneri avevano preferito mandare le famiglie dai parenti in città. Stepan Fëdorovič, il marito di Marusja, ne aveva approfittato per portare dalla suocera anche un pianoforte verticale e una parte della mobilia.

Poco dopo Marusja e Vera, a Stalingrado era arrivata anche la figlia minore di Aleksandra Vladimirovna, Ženja. E quando non era di turno, dormiva dagli Šapošnikov una vecchia amica di Aleksandra Vladimirovna, la dottoressa Sof’ja Osipovna Levinton, chirurgo in un ospedale militare di Stalingrado: si erano conosciute un bel po’ di tempo addietro fra Parigi e Berna.

Il giorno prima era arrivato all’improvviso anche Tolja, il figlio di Ljudmila, la primogenita di Aleksandra Vladimirovna: dalla scuola militare era in viaggio verso la sua destinazione al fronte. Non si era presentato da solo, ma con un compagno di viaggio, un tenente che tornava alla sua unità dopo l’ospedale. Quando erano entrati, in divisa, la nonna non l’aveva riconosciuto subito e gli aveva domandato brusca:

«Chi cercate, compagni?».

Ma poi era esplosa:

«Tolja!».

A quel punto Ženja aveva detto che una tale riunione di famiglia andava festeggiata degnamente.

L’impasto da stendere era pronto dalla sera prima; il marito di Marusja era arrivato in macchina con della farina bianca come la neve in valigia, e con burro, storione e caviale nella cartella gonfia «da commissario del popolo» (così la chiamavano tutti). Ženja era riuscita a procurarsi tre bottiglie di vino dolce, e Marusja aveva immolato ai festeggiamenti mezzo litro dell’intoccabile riserva di vodka che le serviva da moneta di scambio. Il tutto in giorni in cui era consuetudine presentarsi col proprio cibo a casa di chi ti invitava a pranzo: una persona normale aveva difficoltà ad allestire un banchetto.

Con le tempie e la faccia sudate per il calore, la vestaglia infilata sopra un elegante vestitino estivo e i capelli sotto a un fazzoletto cui comunque sfuggivano delle ciocche scure, Ženja se ne stava in mezzo alla cucina con un coltello in una mano e uno strofinaccio nell’altra.

«Signore mio, ma è possibile che la mamma non sia ancora tornata dal lavoro?» domandò alla sorella. «La devo girare, questa cosa qui, che se no si brucia? Non lo conosco, il vostro forno».

Era concentrata sulla cottura della torta salata e non riusciva a pensare ad altro. La foga culinaria della sorella minore divertiva molto Marusja.

«Nemmeno io lo conosco, quel forno,» le disse «ma non preoccuparti: la mamma è tornata, e dev’essere arrivato anche qualche ospite».

«Marusja, perché ti sei messa addosso quell’orribile giacca marron?» le chiese Ženja. «Già stai tutta curva, con quella addosso sembri proprio gobba. E il fazzoletto nero ti fa risaltare i capelli bianchi. Magra come sei, dovresti vestirti di chiaro».

«Ho proprio tempo di pensarci» disse Marusja. «Vera ha diciott’anni e fra poco sarò nonna, te l’immagini?».

Poi tese l’orecchio alle note del pianoforte nella stanza accanto e, incupita, fulminò Ženja con uno sguardo stizzito dei suoi grandi occhi scuri.

«Solo a te poteva venire in mente di organizzare una cosa simile» disse. «Ci metti in imbarazzo coi vicini. Non è il momento di festeggiare, questo, non lo è per niente».

Ženja faceva spesso scelte avventate, che a volte erano motivo di non pochi dispiaceri per lei e i suoi cari. Ai tempi della scuola trascurava le lezioni per andare a ballare e si spacciava per artista. Con le amiche era incostante: un giorno poteva dire a una di loro che era eccezionale e generosa, e quello dopo le rinfacciava come una furia ogni sorta di peccati. Aveva frequentato la facoltà di Pittura dell’Istituto d’Arte di Mosca, dove si era laureata. A volte pensava d’essere una vera pittrice e diceva meraviglie delle sue opere e dei suoi progetti, altre ripescava nella memoria un’occhiata impassibile o una battuta beffarda e di colpo sentenziava: «Sono una capra senza talento», rammaricandosi di non avere studiato arti applicate o pittura su stoffa. A ventidue anni, mentre frequentava l’ultimo anno di corso, Ženja aveva sposato Krymov, che lavorava per il Komintern e aveva tredici anni più di lei. Di Krymov le piaceva tutto: l’indifferenza per gli agi borghesi e le cose belle, il passato romantico nella guerra civile, il lavoro in Cina, gli amici del Komintern. Eppure, nonostante l’ammirazione che lei provava nei confronti del marito e l’amore forte e sincero che lui nutriva per lei, il matrimonio non era durato.

La loro vita insieme era terminata un giorno di dicembre, quando Evgenija Nikolaevna aveva fatto i bagagli ed era tornata dalla madre. Era il 1940.

Le spiegazioni alla famiglia erano state talmente confuse che nessuno ci aveva capito niente. Marusja le aveva dato della nevrastenica e la madre le aveva chiesto se avesse un altro. Dal canto suo, Vera aveva litigato con il quindicenne Serëža, che approvava la scelta della zia.

«Possibile che non capisci?» le diceva lui. «Non lo ama più! Davvero non ci arrivi?».

«Non lo ama più: sentitelo, il filosofo... Cosa vuoi capirne tu, moccioso?!» gli ribatteva la cugina, che di anni ne aveva sedici e si riteneva esperta in questioni di cuore.

I vicini di casa e certi conoscenti avevano una spiegazione molto semplice per quanto era successo. Alcuni sostenevano che Ženja era stata avveduta, cauta e pragmatica: il marito non era esattamente in ascesa, diversi suoi amici e conoscenti erano già in cattive acque, qualcuno non lavorava più, altri erano stati addirittura arrestati, e lei aveva deciso di lasciarlo prima di doverne condividere le sorti. Altre, le pettegole romantiche, erano certe che avesse un amante: il marito era partito per gli Urali, ma un telegramma l’aveva richiamato a casa, dove l’aveva sorpresa con un altro.

Ci sono persone che per le azioni altrui tendono sempre a trovare le ragioni più infime, e non perché sono cattive, anzi: spesso i detrattori non farebbero mai ciò di cui accusano gli altri. Le loro spiegazioni, piuttosto, vorrebbero dimostrare una certa esperienza della vita, laddove con chiarimenti che implicano pulsioni nobili passerebbero per ingenui e poco perspicaci.

Quando aveva saputo cosa dicevano del suo divorzio, Ženja ci era rimasta molto male.

Ma erano tutte cose di prima della guerra, e nessuno ci pensava più.

7

La generazione più giovane si era raccolta nella stanzetta di Serëža, dove Stepan Fëdorovič era riuscito a infilare il pianoforte portato dalla Centrale.

Scherzavano sulle somiglianze in famiglia. Smunto, pallido e con gli occhi scuri, Serëža aveva preso dalla madre. Come lei aveva i capelli neri e la pelle olivastra, suoi erano i gesti nervosi e gli sguardi bruschi e sfacciati, ma anche timidi, dei grandi occhi neri. Alto, spalle larghe come larghi erano anche il viso e il naso, sempre davanti allo specchio per sistemarsi i capelli color paglia, Tolja cavò dalla tasca della divisa una fotografia in cui era accanto alla sorella Nadja, una ragazzina secca secca con due lunghe trecce sottili che in quel momento era sfollata coi genitori a Kazan’, e tutti scoppiarono a ridere per quanto poco si somigliassero. Alta, rubizza, col nasino diritto, Vera non aveva nulla in comune coi cugini, maschi e femmine; forse giusto negli occhi marroni, vispi e stizzosi, c’era qualcosa della zia più giovane, Ženja.

Tanta marcata diversità d’aspetto fra i membri di una stessa famiglia capitava sempre più di frequente tra i nati dopo la rivoluzione, da quando ci si sposava senza temere le differenze e l’amore univa persone diversissime per posizione sociale, sangue, nazionalità, lingua e discendenza. Diversissimi erano anche i caratteri, che da quelle unioni insolite si arricchivano soltanto.

Quella mattina Tolja e il suo compagno di viaggio, il tenente Kovalëv, erano passati al distretto militare. Lì Kovalëv aveva scoperto che la sua divisione era ancora in riserva fra Kamyšin e Saratov. Tolja, invece, già sapeva di dover raggiungere un’altra divisione di riservisti. A quel punto i due giovani tenenti avevano deciso di fermarsi a Stalingrado un giorno in più. «Tanto la guerra aspetta,» aveva sentenziato Kovalëv «non rischiamo di tardare». Avevano però stabilito che sarebbero rimasti in casa, così da evitare di imbattersi nelle pattuglie di ronda.

Nel loro difficile viaggio verso Stalingrado, Kovalëv era stato molto d’aiuto a Tolja, cui avevano rubato la gamella il giorno in cui si era diplomato, mentre Kovalëv l’aveva ancora. In più, Kovalëv sapeva sempre in quali stazioni avrebbero trovato l’acqua calda per il tè, in quali spacci militari avrebbero avuto pesce affumicato e salame di montone e in quali solo minestre liofilizzate di piselli o di miglio.

A Batraki aveva rimediato una borraccia di samogon che aveva spartito con Tolja. Kovalëv gli aveva detto che amava una ragazza del suo paese, Nastja Vavilova, e che l’avrebbe sposata a guerra finita, ma gli aveva anche raccontato le sue tresche al fronte, e con una tale schiettezza che Tolja era rimasto senza fiato ed era arrossito fino alle orecchie. Della guerra gli aveva detto cose che non si imparano sui libri e nei regolamenti, e che servono e contano solo per chi la guerra la fa e ha poche speranze di arrivare vivo alla fine, e non per quelli che, dopo, vorranno sapere com’è andata.

La benevolenza di un tenente che era stato al fronte lusingava Tolja, che in treno si era dato un tono da uomo vissuto e, quando avevano parlato di ragazze, aveva commentato con un ghigno patito: «L’importante è non metterle incinte».

Adesso invece, a casa sua, aveva una gran voglia di parlare con Serëža e Vera, ma di fronte a Kovalëv si vergognava di loro. Non avrebbe saputo dire perché. Se fosse stato solo, però, avrebbe di certo attaccato a chiacchierare di gusto delle solite cose. Insomma, ogni tanto Kovalëv diventava un peso, ma Tolja si vergognava di pensare così di un compagno leale.

Serëža, Vera e la nonna erano sempre stati tutto il suo mondo, ma quella riunione di famiglia gli pareva fortunosa e frivola.

Ormai il suo destino era il mondo della guerra, un mondo di tenenti, istruttori politici, sergenti e caporali, di triangoli, quadrati, rettangoli e mostrine varie, e ancora di tessere del razionamento e fogli di viaggio, e lì doveva vivere. In quel mondo aveva incontrato gente nuova, si era fatto nuovi amici e nuovi nemici, e in quel mondo tutto andava diversamente.

Tolja non aveva detto a Kovalëv di volersi iscrivere a Fisica e Matematica e di voler rivoluzionare la scienza come neanche Newton e Einstein, e nemmeno gli aveva detto che si era già costruito una radio a onde corte, o che poco prima della guerra aveva iniziato a progettare un televisore. Un’altra cosa che non gli aveva detto era che dopo la scuola gli piaceva passare dal patrigno all’università, dove aiutava gli assistenti di laboratorio ad assemblare strumenti complessi; sua madre ogni tanto ci scherzava su: «L’attitudine per la scienza l’ha presa da Viktor, ma come ha fatto non lo so!».

A vederlo, Tolja sembrava uno «scaricatore di porto», e così lo chiamavano in famiglia, ma aveva un cuore tenero e timido.

La conversazione non ingranava. Kovalëv, al pianoforte, suonava con un dito La città amata può far sonni tranquilli.3

«Questa chi è?» chiese, e sbadigliò, indicando un ritratto appeso sopra il piano.

«Sono io» rispose Vera. «L’ha fatto zia Ženja».

«Non t’assomiglia» disse Kovalëv.

L’imbarazzo maggiore era per Serëža, che guardava i due ospiti con occhi indagatori e beffardi, mentre da un adolescente come lui ci si sarebbe aspettato che ammirasse i due soldati e soprattutto Kovalëv, con le due medaglie al valore sul petto e la cicatrice sulla tempia. Non gli aveva chiesto nulla neanche della scuola militare, e Tolja ci era rimasto male perché avrebbe voluto raccontargli dei superiori, delle esercitazioni al poligono e di quando lui e i suoi amici riuscivano a scappare al cinema senza permesso.

Quel giorno era particolarmente taciturna e cupa anche Vera, che in famiglia aveva fama di ridere senza motivo solo perché ridere era parte di lei. Continuava a fissare l’ospite, lo studiava, mentre Serëža provava a intavolare le discussioni più inopportune scegliendo con sagacia maligna e soddisfatta le parole più indelicate.

«Perché stai zitta, Vera?» le chiese risentito Tolja.

«Non sto zitta».

«Cupido ha scagliato la sua freccia...» disse Serëža.

«Cretino» rispose lei.

«È arrossita: allora è vero» disse Kovalëv, malizioso, e strizzò l’occhio a Vera. «È innamorata, non c’è dubbio. Vedrai che sarà un maggiore, che ormai le ragazze non ci guardano più, noi tenenti: “Ci danno sui nervi!” dicono».

«A me no» ribatté Vera, e fissò Kovalëv dritto negli occhi.

«Allora è un tenente» disse Kovalëv vagamente piccato, visto che a un tenente non piace mai che una ragazza dia il suo cuore a un tenente che non è lui. «Sapete cosa vi dico? Brindiamo alla loro salute: ho la borraccia piena».

«Brindiamo!» si ringalluzzì di colpo Serëža. «Certo che bisogna brindare!».

Vera provò a rifiutare, ma poi mandò giù d’un fiato il suo sorso insieme a una galletta della razione militare che avevano cavato dal tascapane verde.

«Vera, lei sarebbe un’ottima compagna di trincea!» le disse Kovalëv.

E Vera scoppiò a ridere come una bambina, arricciando il naso, battendo i piedi e scuotendo la sua criniera bionda.

Subito brillo, in un primo momento Serëža si lanciò in una critica delle operazioni militari, dopo di che attaccò a recitare poesie. Tolja cercò con la coda dell’occhio Kovalëv per vedere se rideva di quella famiglia in cui un ragazzone poteva declamare a memoria Esenin sbracciandosi convinto. Ma Kovalëv ascoltava con grande attenzione, da bravo ragazzo di campagna. Poi d’un tratto aprì il tascapane e disse:

«Fermo lì! Questa la voglio scrivere!».

Vera si incupì, restò qualche momento soprappensiero, poi accarezzò una guancia al cugino e disse:

«Tolja, Tolja mio, cosa vuoi saperne, tu!», e la sua non era la voce di una diciottenne, ma di una donna che di anni ne aveva almeno cinquantotto.

8

Aleksandra Vladimirovna Šapošnikova era una vecchia signora alta e snella che un bel po’ prima della rivoluzione si era laureata in Scienze ai corsi superiori femminili. Dopo la morte del marito si era messa a insegnare, poi aveva lavorato come chimico in un istituto di batteriologia, e negli ultimi anni era finita a capo di un laboratorio per la sicurezza sul lavoro. Non aveva mai avuto molti collaboratori, ma con la guerra erano diminuiti ulteriormente, perciò le toccava andare di persona nelle fabbriche di scarpe e confezioni, nei depositi ferroviari e nei silos a raccogliere i campioni d’aria e di polveri industriali da analizzare. Quei viaggi la stancavano molto, ma molto li apprezzava e molto la incuriosivano. Il lavoro da chimico le piaceva, e nel suo piccolo laboratorio aveva costruito un apparecchio per l’analisi qualitativa dell’aria degli impianti industriali; inoltre esaminava polveri metalliche, acqua potabile e acqua tecnica, rilevava livelli nocivi di solfuro di carbonio, di monossido di carbonio e di azoto, analizzava ogni sorta di leghe di piombo e individuava i vapori di mercurio e di arsenico. Le piacevano anche le persone, e infatti a ogni visita nelle fabbriche faceva amicizia con tornitori, cucitrici, molitori, fabbri, montatori, fuochisti, controllori dei tram e macchinisti dei treni.

L’anno prima della guerra aveva iniziato a lavorare, la sera, in una libreria tecnico-scientifica, e in più faceva traduzioni per sé e per gli ingegneri delle fabbriche di Stalingrado. Conosceva diverse lingue straniere: l’inglese e il francese, che le avevano insegnato da piccola, e anche il tedesco, che aveva studiato quando col marito aveva vissuto da emigrata in Svizzera, a Berna e a Zurigo.

Di ritorno dal lavoro, andò allo specchio, si sistemò a lungo i capelli bianchi e appuntò al colletto della blusa una spilla con due violette smaltate. Poi si guardò di nuovo, rifletté qualche istante e la tolse con un gesto quasi brusco, posandola sul tavolinetto. In quel momento la porta si aprì e, in un sussurro divertito e spaventato insieme, Vera le disse:

«Nonna, sbrigati, è arrivato quel vecchietto che mi mette paura, Mostovskoj!».

Aleksandra Vladimirovna esitò un secondo, riappuntò la spilla e si affrettò alla porta.

Accolse Mostovskoj nel piccolo ingresso ingombro di cesti, vecchie valigie e sacchi di patate.

Michail Sidorovič Mostovskoj aveva una vitalità inesauribile ed era una di quelle persone di cui si dice che «fanno razza a sé».

Prima della guerra viveva a Leningrado. Nel febbraio del 1942 un aereo lo aveva portato via dalla città assediata. A settantasei anni suonati, Mostovskoj camminava spedito, vedeva e sentiva bene, aveva una memoria di ferro e una logica non da meno, e soprattutto aveva un interesse vivo e lucidissimo per la vita, la scienza e le persone. E questo malgrado ciò che aveva passato e che sarebbe bastato per più vite insieme: i lavori forzati sotto lo zar, il confino, le notti insonni a sgobbare, le privazioni, l’odio dei nemici, e poi delusioni, amarezze, gioie, dolori. Aleksandra Vladimirovna lo aveva conosciuto prima della rivoluzione. All’epoca il marito buonanima lavorava a Nižnij Novgorod, e Mostovskoj, che ci era arrivato per certe sue attività cospiratorie, aveva vissuto con loro per quasi un mese. Dopo la rivoluzione lei era andata a trovarlo ogni volta che capitava a Leningrado, e ora, con la guerra, il destino li aveva riuniti a Stalingrado.

Mostovskoj entrò nella stanza, strizzò gli occhi e squadrò sedie e sgabelli intorno al tavolo con la tovaglia bianca che attendeva i commensali, l’orologio a muro, il guardaroba e il paravento pieghevole cinese con la sagoma ricamata in seta di una tigre che si aggirava furtiva nel giallo-verde del bambù.

Gli ridevano gli occhi, contornati da una moltitudine di piccole rughe che comparivano, scomparivano e ricomparivano di nuovo.

«Se fra un migliaio d’anni faranno degli scavi e troveranno questa stanza,» disse «da una tale accozzaglia di usi e costumi un archeologo accorto potrebbe trarre deduzioni curiose. Guardi qua» e indicò i libri su uno scaffale. «Abbiamo delle mensole sverniciate che mi ricordano tanto le mie a Leningrado: Herzen, Das Kapital e Hegel in tedesco, i ritratti di Dobroljubov e Nekrasov. Questo è il suo passato rivoluzionario. Poi, però, c’è la tigre di seta, che con ogni evidenza era di suo padre, mercante e milionario; suo doveva essere anche quell’enorme orologio a parete, mentre il vaso alto quanto lo scaffale, il divano e il tavolo da pranzo si devono alla nuova prosperità, come la si chiama ora, e a quel suo genero che è ingegnere capo». Mostovskoj alzò un dito: «A giudicare dal numero di posti a tavola, sarà un signor banchetto. Poteva dirmelo, avrei messo la mia cravatta migliore».

Aleksandra Vladimirovna era intimidita da Mostovskoj, e non era cosa da lei. Anche in quel momento credette che lui la stesse criticando e avvampò. Su un viso segnato dagli anni, il rosso dell’imbarazzo rattrista sempre, e commuove.

«Ho ceduto alle richieste di figlie e nipoti» disse Aleksandra Vladimirovna. «Dopo l’inverno a Leningrado le sembrerà tutto strano e superfluo».

«Al contrario! Proprio al contrario! Tutto meno che superfluo» disse l’altro, che si sedette al tavolo e si mise a riempire di trinciato la pipa. «Fuma, giusto?» e le porse la borsa del tabacco. «Provi questo».

Poi guardò le dita di lei, macchiate dal fumo, e aggiunse:

«Sbaglia a non usare il bocchino».

«Mi piace di più senza» replicò Aleksandra Vladimirovna, e di nuovo sentì la necessità di giustificarsi: «Ho cominciato a fumare al confino in Siberia, per il fumo ho litigato un sacco di volte con mio marito, ma temo che ormai non smetterò più».

Mostovskoj si sfilò di tasca un pezzo di selce, dello spago bianco e una lima.

«Questo trabiccolo di accendino non mi obbedisce» disse.

E si scambiarono un sorriso. Davvero non c’era modo di cavarne una fiamma.

«Le porto dei fiammiferi» gli propose Aleksandra Vladimirovna, ma Mostovskoj la fermò con un cenno della mano.

«Ma quali fiammiferi! Non stia a sprecarli. Pensi che io, in cucina, tengo un lume sempre acceso per la notte, e i vicini vengono ad accenderci i loro».

«È così in molte case. Si custodisce il fuoco come nelle caverne della preistoria. I vecchi hanno sempre un paio di candele accese in caso di imprevisti notturni, raid tedeschi o attacchi di cuore».

Poi andò allo stipetto; quando tornò al tavolo disse solenne, ridendo:

«Michail Sidorovič, mi sia permesso di offrirle questo dono dal profondo del cuore» e gli porse una scatola di fiammiferi ancora nuova.

Mostovskoj accettò il dono. Accesero entrambi, diedero la prima boccata all’unisono e all’unisono buttarono fuori il fumo, che si mescolò all’aria e arrancò pigramente verso la finestra aperta.

«Sta pensando di andarsene?» le chiese lui.

«Come tutti, ma non ne abbiamo ancora parlato».

«E dove vorrebbe andare, se non è un segreto militare?».

«A Kazan’. Una parte dell’Accademia delle Scienze è stata sfollata lì, e il marito di mia figlia maggiore Ljudmila, che insegna all’università e dell’Accademia è membro corrispondente, vuole che li raggiunga. Gli hanno dato una casa, anzi no, non è neanche una casa, sono due stanze in tutto. Ma non si preoccupi, vedrà che penseranno anche a lei».

Mostovskoj la guardò e annuì.

«Possibile che non riescano a fermarli?» domandò Aleksandra Vladimirovna, e la sua voce tradiva uno sconforto che stonava con l’espressione altera del suo bel viso. Continuò lentamente, con fatica: «È così forte, il nazismo? Io non ci credo! Me lo spieghi lei, per l’amor di dio: cosa sta succedendo? E quella carta alla parete... certe volte vorrei tirarla giù e nasconderla. Serëža è sempre lì, ogni giorno, a spostare bandierine. L’estate scorsa, per esempio, con tutti quei nuovi fronti: prima Char’kov, poi di colpo Kursk, poi Volčansk e Belgorod... E Sebastopoli che è caduta. Io lo chiedo sempre, ai soldati, li tormento: cosa succede, cosa ci succede?».

Aleksandra Vladimirovna restò qualche momento in silenzio, poi fece un gesto con la mano come per allontanare un brutto pensiero e continuò:

«Ogni tanto vado allo scaffale che ha visto anche lei, quello con Lenin, Černyševskij, Herzen, Puškin e Tolstoj, e lo domando a loro: davvero non riusciremo a difendervi, davvero sarete spacciati? Ma poi ribatto: difendeteci voi, piuttosto, liberateci da questa cortina buia!».

«I soldati cosa le rispondono?» chiese Mostovskoj.

«Qualcuno ride, altri danno un’alzata di spalle o guardano altrove, valli a capire. E poi, la ritirata: c’è o non c’è un limite?».

Proprio in quel momento da dietro la porta giunse la voce di una giovane donna arrabbiata e divertita insieme:

«Mamma, Marusja, dove diavolo siete? In forno brucia tutto!».

«Accidenti, ma allora è un banchetto serio!» disse Mostovskoj, chiaramente sollevato all’idea di eludere la conversazione.

«Il nostro festino in tempo di peste»4 rispose Aleksandra Vladimirovna, che indicando la porta gli spiegò: «Abbiamo fatto tutto per lei, per Ženja, la più piccola. L’ha conosciuta, vero? S’è presentata qui la settimana scorsa, all’improvviso. Mentre le famiglie si sfaldano, a noi è toccata una riunione a sorpresa. C’è anche mio nipote, il figlio di Ljudmila: va al fronte e si è fermato a salutare. Dunque abbiamo deciso di festeggiare ritorni e addii».

«La vita continua,» disse Mostovskoj «non deve giustificarsi...».

Aleksandra Vladimirovna gli rispose in un sussurro:

«Sapesse che fatica. Dicono che il dolore avvicina le persone, ma per quelli della nostra generazione è diverso. Io non la vivo come i giovani, questa tragedia, ma da persona anziana... Perdoni le mie lacrime, ma a chi altro posso dirle, certe cose? Mio marito aveva per lei un rispetto profondo, le voleva bene, e gliene vogliamo anche noialtri...».

Poi lo guardò dritto negli occhi e aggiunse convinta:

«Certe volte penso che vorrei morire, ma poi mi dico che no, ho ancora forze a sufficienza per smuovere le montagne».

Mostovskoj le accarezzò la mano senza replicare.

«Ora vada, o quanto ha in forno brucerà sul serio».

 

«Il momento della verità!» disse Ženja, chinandosi insieme ad Aleksandra Vladimirovna sullo sportello socchiuso del forno. Cercò la madre con la coda dell’occhio, poi avvicinò le labbra al suo orecchio e le disse d’un fiato: «Ho ricevuto una lettera, questa mattina... Ricordi, te ne avevo parlato tempo fa, prima della guerra... È di quel militare che avevo conosciuto in treno, Novikov... Che strane coincidenze, quella volta e anche adesso! Figurati che oggi mi sono svegliata pensando a lui: vedrai che sarà già morto da un pezzo, mi sono detta, e invece un’ora dopo non mi arriva la sua lettera? E quando ci siamo incontrati sul treno mentre me ne andavo da Mosca? Non è stata una coincidenza strana pure quella?».

Ženja buttò le braccia al collo della madre e cominciò a baciarle le guance e i capelli grigi che le scendevano sulle tempie.

Quando ancora studiava all’Istituto d’Arte, Ženja era capitata a una serata di gala dell’Accademia militare. Lì aveva conosciuto un tizio alto, col passo lento e pesante: il primo del suo corso. Quella sera l’aveva accompagnata al tram e poi era andato a trovarla a casa, qualche volta. In primavera si era diplomato, era partito e le aveva scritto un paio di lettere: non si era dichiarato, male aveva chiesto una fotografia. Lei gliene aveva mandata una piccola piccola, di quelle per la carta d’identità. A un certo punto lui aveva smesso di scriverle, lei si era diplomata all’Istituto d’Arte e si era sposata.

Poi, però, proprio mentre tornava a casa dalla madre dopo aver lasciato il marito, a Voronež era entrato nel suo scompartimento un militare biondo e largo di spalle.

«Si ricorda di me?» le aveva domandato, allungando la mano grande e pallida.

«Compagno Novikov,» aveva risposto Ženja «certo che mi ricordo. Ha smesso di scrivermi lei, sa? Come mai?».

Lui aveva riso di gusto, dopo di che aveva tirato fuori una piccola foto che teneva in una busta e gliel’aveva mostrata.

Era quella che gli aveva mandato.

«L’ho vista dietro il finestrino quando il treno si è fermato» le aveva detto.

Le due anziane dottoresse che dividevano lo scompartimento con Ženja origliavano avidamente ogni loro parola. Quell’incontro fortuito era un bel diversivo anche per loro, che dopo un po’ si erano unite alla conversazione. Avevano parlato del più e del meno; la dottoressa con l’astuccio degli occhiali che spuntava dalla tasca della giacca non riusciva a smettere, e aveva fatto l’elenco di tutti gli incontri inaspettati che erano capitati a lei, ai suoi familiari e ai suoi amici. Ženja era molto grata alla dottoressa chiacchierona: Novikov vedeva chiaramente un segno in quel loro incontro e pareva aspettarsi una conversazione col cuore in mano, mentre lei voleva una cosa soltanto: restare in silenzio.

Novikov era sceso a Liski; le aveva promesso di scrivere, ma non lo aveva fatto. La lettera di quella mattina, però, aveva riacceso pensieri e sentimenti «d’anteguerra» che Ženja credeva sopiti per sempre.

Aleksandra Vladimirovna guardò la figlia che armeggiava vicino al fuoco; la catenina d’oro che portava, pensò, era perfetta sul suo collo pallido, e aveva scelto bene anche il pettinino, che sul nero dei capelli mandava riverberi dorati. Catenina e pettine, però, erano belli solamente perché toccati dalla bellezza viva di quella giovane donna. E il calore che la madre credeva di percepire non si doveva alle guance arrossate della figlia, al candore delle sue mani o alle sue labbra socchiuse, ma a qualcosa che saliva dalle profondità degli occhi tersi e scuri di Ženja, che ne avevano già viste tante, che erano ormai adulti, ma che restavano inesorabilmente bambini come vent’anni prima.

9

Si sedettero a tavola intorno alle cinque.

La poltrona di vimini venne offerta all’ospite d’onore, che a quell’onore però si sottrasse: Mostovskoj si sedette su uno sgabello accanto a Vera; alla sua sinistra aveva il giovane militare con gli occhi chiari e i due quadratini color ciliegia agli angoli del colletto. La poltrona toccò a Stepan Fëdorovič.

«Spetta a lei in quanto capofamiglia» disse Aleksandra Vladimirovna.

«Papà ci dà la luce, il calore e i pomodori in salamoia!» disse Vera.

«E sovrintende l’ufficio riparazioni di famiglia» aggiunse Serëža.

E davvero Stepan Fëdorovič aveva riempito la suocera di barattoli di pomodori per l’inverno e le aveva procurato di che scaldarsi. In più aggiustava tutto: ferri da stiro elettrici, teiere, rubinetti, gambe delle sedie; aveva anche condotto la trattativa col pellicciaio per un vecchio petit-gris della suocera da rimodernare.

Si accomodò in poltrona e cercò la figlia con la coda dell’occhio. Alta, capelli biondi e guance rosse, Vera gli somigliava molto. In qualche occasione Stepan Fëdorovič aveva dichiarato il suo dispiacere che la figlia non somigliasse a Marusja, ma in cuor suo era felice di leggere in lei i tratti delle sue sorelle e dei suoi fratelli campagnoli.

Insieme a decine, a centinaia di migliaia di altri come lui, Stepan Fëdorovič Spiridonov aveva avuto un percorso talmente normale, ormai, che nessuno più se ne stupiva.

Da principio ingegnere capo e ora direttore della Centrale termoelettrica di Stalingrado, trent’anni prima Stepan Fëdorovič pascolava le capre intorno a un paesino di fabbriche vicino a Naro-Fominsk. Adesso che da Char’kov i tedeschi muovevano verso sud, dritti incontro al Volga, gli era capitato di passare in rassegna la sua vita e il suo destino, si era guardato indietro e si era stupito di com’era e di chi era diventato. Da tecnico, era famoso per l’audacia del suo ingegno. Sue erano alcune scoperte e innovazioni nella produzione di energia, e il suo nome figurava persino in un corposo manuale di elettrotecnica. Era a capo di una grande centrale elettrica, ma qualcuno lo riteneva un amministratore mediocre, dato che se ne stava tutto il giorno nei reparti e lasciava il segretario a sbrigare le telefonate. L’aveva chiesto lui stesso, una volta, che lo esentassero dalle incombenze amministrative, ma in cuor suo era stato contento quando il commissario del popolo non aveva accolto la richiesta: in fin dei conti, anche l’amministrazione aveva molto di interessante e di gradevole. Le responsabilità non lo spaventavano e gli piaceva la tensione del ruolo direttivo. E malgrado gli capitasse di sbuffare spesso e di essere brusco, gli operai lo rispettavano. Gli piacevano anche la vodka e i ristoranti, e per questo teneva da parte un due-trecento rubli di nascosto dalla moglie: li chiamava «le flebo». Nelle sere libere durante i suoi viaggi di lavoro a Mosca si divertiva anche troppo, e non tutto quello che faceva poteva essere raccontato a casa. Questo, però, non gli impediva di amare la moglie e di andare fiero del cervello di lei: avrebbe fatto qualunque cosa per la sua Marusja, per la figlia e per tutti i suoi cari.

Seduta accanto a Spiridonov c’era Sof’ja Osipovna, già in là con gli anni, robusta, con le guance piene e colorite e due belle mostrine da maggiore sulla divisa. Parlava a scatti, era sempre accigliata e, a detta di un’amica di Vera che lavorava nello stesso ospedale militare in cui lei era primario di chirurgia, non si faceva temere solo da infermiere e inservienti, ma anche dai dottori maschi. Faceva il chirurgo anche prima della guerra e aveva il carattere giusto per quella professione, che a sua volta sul suo carattere aveva lasciato un’impronta netta. Aveva partecipato in qualità di medico a diverse missioni dell’Accademia delle Scienze: era stata in Kamčatka e in Kirghisia e aveva vissuto due anni sul Pamir. Infilava spesso nelle sue frasi parole kirghise e kazake e, nelle poche settimane da che stava con loro, Vera e Serëža avevano iniziato a fare altrettanto: invece di «d’accordo» dicevano khop, invece di «che bello» usavano džakhši.

Amava la musica e la poesia, e di ritorno da un turno di ventiquattr’ore filate era capace di stendersi sul divano e di costringere Serëža a leggerle Puškin e Majakovskij. Quando poi, con gli occhi socchiusi e dirigendo con la mano, intonava Tutte le feste al tempio, le veniva un’espressione talmente buffa che Vera doveva scappare in cucina con le guance gonfie per le risate che soffocava.

A Sof’ja Osipovna piacevano le carte; aveva giocato un paio di volte a ventuno con Stepan Fëdorovič, ma di solito «per svagarsi» (come diceva lei stessa) preferiva una partita a durak con Vera e Serëža. Giocando, però, si arrabbiava, alzava la voce e lanciava le carte: «Ragazzi miei,» sbottava «questa notte non chiuderò occhio comunque. Tanto vale che torni all’ospedale».

Accanto a lei sedeva una donna con un viso pallido e stremato, ma grazioso: Tamara Dmitrievna Berëzkina, moglie di un comandante dell’Armata Rossa che non dava notizie di sé dall’inizio della guerra. Era vestita con la cura tutta particolare di chi si vergogna d’essere povero. Di fronte a volti magri e provati come il suo, a occhi così belli e tristi, chiunque si scopre a pensare che creature simili non sono fatte per sopportare la ferocia della vita.

Prima della guerra lei e il marito vivevano a ridosso del confine. Il giorno in cui si erano aperte le ostilità era uscita dalla casa in fiamme in vestaglia e ciabatte, senza calze, stringendo fra le braccia la figlia piccola con il morbillo e con l’altro figlio, Slava, che le correva accanto, attaccato alla vestaglia.

E così, con la figlia malata in braccio e il figlio scalzo, l’avevano caricata su un camion e aveva iniziato un viaggio lungo e spossante fino a Stalingrado, dove si era sistemata alla meno peggio; l’unico aiuto che le era arrivato dal distretto militare era stato un vestito per lei e un paio di scarpe per i bambini. Dopo un po’ aveva cominciato a cucire per le mogli dei notabili, e al soviet cittadino aveva conosciuto Marusja, che era ispettrice capo alla pubblica istruzione, e poi Aleksandra Vladimirovna.

Aleksandra Vladimirovna le aveva dato il suo cappotto e un paio di stivali, e aveva insistito perché Marusja trovasse un posto per Slava in un convitto.

Di fianco a Tamara c’era il vecchio Andreev, cupo e sussiegoso. Nonostante i sessantacinque anni o giù di lì, la sua folta zazzera nera non aveva un solo capello bianco. Il viso lungo e smunto dell’anziano operaio sembrava freddo e scostante.

Aleksandra Vladimirovna accarezzò la spalla di Tamara Dmitrievna e disse pensosa:

«Chissà, forse anche noi dovremo bere l’amaro calice dello sfollamento. Chi lo avrebbe mai detto, distanti come siamo dal fronte!» e di colpo batté il pugno sul tavolo, prima di continuare: «Tamara, se mai dovesse capitare, lei verrà con noi. Andremo tutti a Kazan’ da Ljudmila. Uniti nello stesso destino».

«Grazie mille,» disse Tamara «ma saremmo un peso troppo grande, per voi».

«Sciocchezze» disse risoluta Aleksandra Vladimirovna. «Alle comodità penseremo un’altra volta».

«Dio mi perdoni,» sussurrò Marusja al marito «ma la mamma vive proprio fuori dal mondo. A Kazan’ Ljudmila ha due stanze minuscole».

«Fa quello che crede giusto» replicò lui con affetto. «Anche noi le abbiamo invaso la casa e ci fa sentire comunque ben accetti. Ti ha lasciato il suo letto, tra l’altro, e ti sei guardata bene dal rifiutare».

Stepan Fëdorovič aveva sempre ammirato la totale sconsideratezza pratica della suocera. Frequentava solo persone che apprezzava sinceramente, ma che per buona parte mai avrebbero potuto esserle di un qualche aiuto e che, anzi, del suo aiuto potevano avere bisogno. Gli piaceva quel lato del suo carattere: neanche lui cercava espressamente le entrature, però era consapevole di quanto contasse conoscere le persone giuste, e in caso di bisogno sapeva individuare chi poteva tornargli utile; da quel punto di vista, Aleksandra Vladimirovna era come cieca.

Stepan Fëdorovič era passato a trovarla diverse volte al laboratorio; gli piaceva osservare i gesti sicuri, la levità e la maestria con cui la suocera maneggiava strumenti complessi per la titolazione e l’analisi dei gas. Lui che aveva le mani d’oro si arrabbiava, stizzito, quando vedeva che Serëža nemmeno sapeva cambiare un fusibile, o che Vera era lenta e goffa nel cucire e rammendare. Stepan Fëdorovič non solo era un carpentiere e un meccanico coi fiocchi, e non solo avrebbe saputo costruire una stufa; a casa, nel tempo libero, si era inventato uno strano aggeggio con cui accendeva e spegneva le lucine dell’albero comodamente seduto in poltrona, e per la porta aveva progettato e installato un campanello talmente curioso che era venuto a vederlo un ingegnere della Fabbrica Trattori per copiarne il meccanismo. E siccome si era guadagnato tutto con fatica, Stepan Fëdorovič disprezzava perditempo e fannulloni.

«Allora, compagno tenente, non lascerete che i tedeschi arrivino a Stalingrado, vero?» domandò a Kovalëv.

«Il nostro compito è semplice» gli rispose il tenente dagli occhi chiari, e nella condiscendenza con cui parlava traspariva l’arroganza del militare verso i civili. «Se ce lo ordinano, noi combattiamo».

«Ordinarvelo ve l’hanno ordinato da un pezzo, dal primo giorno di guerra» commentò sarcastico Stepan Fëdorovič.

Il tenente si risentì.

«È facile sentenziare dalle retrovie» disse. «In prima linea, invece, con i mortai che sparano e gli aerei in picchiata sopra la testa, è tutta un’altra musica. O sbaglio, Tolja?».

«Chiaro» rispose Tolja, vago.

«Lasci che le dica una cosa» sbottò Stepan Fëdorovič alzando la voce. «I nazisti non lo passeranno, il Don. Sul Don la nostra difesa è inviolabile».

«Se ne è tanto convinto, Stepan Fëdorovič,» intervenne Sof’ja Osipovna «forse non è il caso che perda tempo a fare i bagagli e traslocare».

«Avete tutti la memoria corta!» pigolò Serëža. «Non vi ricordate che l’anno scorso non si faceva che dire: “Arriveranno al vecchio confine e non andranno oltre”?».

«Attenzione! Allarme aereo!» gridò Vera. «Attenzione, attenzione!» e indicò la porta della cucina.

Ženja entrò nella stanza con un piatto azzurro chiaro e scortata da Tamara Dmitrievna, rossa in viso e perciò ancora più bella, che continuava a sistemare il tovagliolo bianco sopra il piatto.

«Il bordo si è bruciato un po’» annunciò Ženja. «Purtroppo mi sono distratta».

«Lo mangio io, non preoccuparti» disse Vera.

«Perché è sempre così famelica?» chiese Marusja fissando il marito con disappunto; Vera li aveva presi tutti da lui, i difetti, ne era certa.

«Vi ripeto che non lo passeranno, il Don. Il Don sarà la loro fine» ribadì Stepan Fëdorovič, che si alzò brandendo il coltello: a tavola, la responsabilità di operazioni come il taglio dell’anguria o della torta salata era sempre appannaggio suo. Però, temendo come temeva di rovinare la portata e giocarsi così la fiducia che in lui era stata riposta, aggiunse: «E comunque, prima si deve raffreddare, e dopo si taglia».

«Lei cosa ne pensa?» chiese Serëža, fissando Mostovskoj. Che tuttavia non rispose.

«Passeranno anche il Don. Hanno già passato l’Ucraina e mezza Russia» disse cupo Andreev.

«È questa la sua opinione?» domandò Mostovskoj.

«Non è un’opinione» rispose Andreev. «È quello che vedo. Le opinioni le lascio a chi è più intelligente di me».

«Cosa le fa credere che il Don sarà la loro fine?» tornò a chiedere Serëža, agitato. «E quale sarà l’ultimo argine? Prima era la Berezina, poi è venuto il Dnepr, ora tocca al Don e al Volga. Quale sarà l’ultimo fiume? Magari l’Irtyš verso la Mongolia? O l’Amu Darya in Uzbekistan?».

Aleksandra Vladimirovna guardò attentamente il nipote: timidezza e reticenza erano sparite. Forse, pensò, la presenza dei due tenenti gli aveva dato la sveglia.

Aleksandra Vladimirovna non si sbagliava, ma non era a conoscenza della ragione più semplice di tanta disinvoltura: la sorsata di samogon prima di sedersi a tavola. Serëža aveva la testa annebbiata, ma si sentiva particolarmente intelligente, determinato e saggio; non era così certo, però, che Mostovskoj e i due tenenti cogliessero tanto acume.

«Non sarà che sei ubriaco?» gli chiese Vera chinandosi al suo orecchio.

«Neanche un po’» si risentì lui.

«Amico mio, lasci che le spieghi» disse Mostovskoj girandosi verso Serëža, e a tavola calò il silenzio: tutti volevano sapere cos’aveva da dire. «Immagino ricorderà che prima della guerra Stalin ha paragonato la nostra forza a quella di Anteo, che aumenta a ogni suo passo sulla terra. Quello che abbiamo qui, invece, è un anti-Anteo, un gigante fasullo, finto. Quando questo finto Anteo avanza sulla terra che vorrebbe conquistare, la sua forza non aumenta a ogni passo come capita al vero Anteo, ma diminuisce. Non è lui che assorbe forza dalla terra, ma è la terra, a lui ostile, che gliela sottrae finché, stremato, Anteo si schianterà al suolo. La differenza fra il vero Anteo e la sua brutta copia, questo gigante fasullo, finto, spuntato dal nulla come la muffa, è tutta qui. Quanto a noi, abbiamo dalla nostra una forza immensa. E un partito capace di raccogliere e usare con grande calma e razionalità tutta l’energia del popolo».

Serëža lo fissava intensamente, con gli occhi scuri che brillavano e la fronte corrugata; Mostovskoj scoppiò a ridere e gli accarezzò la testa.

A quel punto Marija Nikolaevna si alzò, levò alto il bicchiere e disse:

«Compagni, all’Armata Rossa!».

Tutti si protesero verso Tolja e Kovalëv per brindare a loro e per augurare a entrambi salute e successi.

Poi, finalmente, la cerimonia del taglio ebbe inizio. La torta salata era splendida e colorita come quelle dei tempi migliori, e fu per tutti motivo di gioia e commozione, ma anche di tristezza e di ricordi passati che, come spesso capita, sono sempre e solo bellissimi.

«Marusja,» disse Spiridonov alla moglie «ti ricordi quand’eravamo all’università? Vera che strillava come un’aquila, ciripà appesi ovunque, il pavimento pieno di buchi, gli spifferi alle finestre, e noi che invitavamo gli amici e sfornavamo a tutto spiano?».

«Mi ricordo, certo che mi ricordo!» rispose lei con un sorriso.

Anche Aleksandra Vladimirovna volle dire la sua, scandendo bene le parole, pensierosa:

«Io sfornavo perfino in Siberia, dove ci avevano spedito perché vostro padre aveva partecipato ai moti studenteschi. Marusja, tu e Ljudmila stavate dal nonno, mentre Mitja e Ženja non erano ancora nati! Dio mio, cosa non abbiamo passato! Lo Enisej da attraversare con il ghiaccio che già si spaccava, i viaggi con la slitta e le renne in mezzo alle bufere di neve, il gelo che mandava in frantumi i vetri alle finestre. Il latte lo conservavamo in forma solida, e anche l’acqua. E in quelle notti che non finivano mai io facevo torte di mirtilli rossi e mortelle di palude, oppure col salmone di quelle parti, così quando venivano gli amici... Quanto tempo è passato!».

«Quelle col ripieno di fagiano erano una squisitezza. Le mangiavo sul lago Issyk-Kul’» disse Sof’ja Osipovna.

«Džakhši, džakhši...» risposero all’unisono Serëža e Vera.

«Pare che io sia l’unico senza ricordi di torte fatte in casa» disse Mostovskoj. «Sarà che mangiavo alla mensa dell’università, o al ristorante quand’ero all’estero. Dopo la rivoluzione ho conosciuto solo mense, anche nei centri di vacanza e all’ospedale. Anzi no, bugia: una volta, a Pasqua, in prigione ci hanno dato un pezzo di kulič, e a pranzo kaša e pasticcio di funghi. Non sarà cucina casalinga, ma potrete immaginare anche voi quant’è dolce il ricordo».

«Dio mio,» disse Marusja «Hitler non vorrà davvero portarci via tutto? La vita, la casa, le persone care, e perfino i ricordi?».

«Facciamo un patto» disse Ženja. «Per oggi basta parlare di guerra, parliamo solo di torte!».

In quello stesso momento la piccola Ljuba, la figlia di Tamara Dmitrievna, andò dalla madre, le indicò Sof’ja Osipovna e disse estasiata:

«Mamma, guarda che pezzo grande di zucchero mi ha dato lei!» e aprì le dita mostrando trionfalmente la zolletta che la sua manina calda, pallida e sporca insieme, aveva in parte già sciolto. «Hai visto, eh, hai visto?» aggiunse poi in un sussurro. «Facciamo che stiamo un altro po’ qui, che magari mi danno ancora qualcosa?».

La bambina si accorse che la guardavano tutti, vide la madre in imbarazzo, e subito nascose la faccia tra le sue gambe, scoppiando a piangere.

Sof’ja Osipovna le accarezzò la testolina e fece un gran sospiro.

Quei pochi attimi cambiarono l’umore degli ospiti e dei padroni di casa. Trascorrere quell’«ultima cena» in allegria, senza pensare alle fatiche presenti e future, non era più possibile.

La conversazione tornò a battere su ciò che angosciava tutti: le truppe in ritirata e l’eventualità di doversene andare sugli Urali o in Siberia.

«E se dalla Siberia arrivano i giapponesi cosa si fa?» domandò Ženja.

Tamara Dmitrievna guardò la figlia, ancora con la testa fra le sue ginocchia, infilò le dita rovinate dal lavoro fra i riccioli della bambina e disse in un soffio:

«È davvero finita?».

Stepan Fëdorovič si fece scappare un commento su coloro ai quali non dispiaceva aspettare i tedeschi.

«Ne conosco qualcuno anch’io» disse Sof’ja Osipovna. «Ieri sera un collega mi ha detto senza batter ciglio che lui e la moglie rimarranno qui anche se dovessero sfollarci».

«Capita anche fra gli artisti» commentò Ženja. «Giorni fa ne ho incontrati alcuni di Leningrado e ho sentito certe cose, con queste orecchie, che sono rimasta a bocca aperta. Volevano che andassi con loro a Kislovodsk: “Tanto se arrivano i tedeschi ce la caviamo comunque”».

«Mah,» fece Tolja «è altro che mi meraviglia, e intendo tutte le volte in cui ci siamo sbagliati! Abbiamo creduto che certe persone fossero dure come la pietra, e invece erano gentucola di poco conto, mentre un ragazzo che non volevano alla scuola aeronautica per le sue origini alla fine ce l’ha fatta, si è diplomato e pare sia morto da eroe come Gastello».5

«Bisogna guardare i ragazzi, sì» disse Aleksandra Vladimirovna a Sof’ja Osipovna. «Tolja è ormai un uomo fatto, combatte per noi, mentre quando veniva a trovarci prima della guerra pareva ancora un bambino. Ha persino un’altra voce, adesso, e altri modi, e anche gli occhi...».

«Hai fatto caso che l’amico, gli occhi, non li stacca di dosso a Ženja?» le bisbigliò Sof’ja Osipovna.

«E ora beve, persino. Se penso che due estati fa, quando lui e la madre sono venuti a stare da noi, un giorno che Tolja era uscito a fare un giro e aveva cominciato a piovere Ljudmila era così in pensiero che si è infilata l’impermeabile e le galosce ed è corsa a cercarlo... “Si prenderà un malanno, è facile alle tonsilliti...”. Come un bambino...».

All’altro capo del tavolo stavano litigando.

«Si chiama ritirata, questa, o fuga!» diceva Serëža.

«Proprio per niente» ribatteva furioso Kovalëv. «Siamo arretrati combattendo ogni singolo giorno, da Kastornoe in poi».

«Ma perché siete arretrati così di corsa?».

«Se fossi stato al fronte non t’azzarderesti a domandarlo e conosceresti da solo la risposta».

«E allora perché c’è chi si consegna al nemico?».

«Ma chi? Non posso parlare per tutti, però il mio reggimento si è sempre battuto strenuamente».

«Fra i feriti dell’ospedale c’è chi dice che disertano in tanti» ribatté Vera. «Dicono che è di nuovo come nel ’41».

«Attraversare i fiumi è la parte peggiore» disse Kovalëv, placando la rabbia. «Lì bombardano giorno e notte. Lì sì che scappi. Io sono stato ferito ed ero in un bagno di sangue, ma l’amico che era con me ci ha rimesso la pelle. Fra razzi e bombe, la notte martellavano come bestie».

«Toccherà presto anche a noi» disse Vera. «Che paura, le bombe!».

«Non devi avere paura, invece» si intromise la madre. «Siamo ancora molto lontani dal fronte, e la nostra contraerea vale quella di Mosca, mi dicono. Se anche dovessero arrivare, saranno giusto un paio di caccia».

«Un paio, come no! Io lascerei perdere, guardi» e a Kovalëv scappò una risata supponente. «Dico bene, Tolja mio? Se quelli non arrivano è perché non vogliono».

«Fatto sta che non sono ancora arrivati» ribatté Spiridonov. «La nostra contraerea può alzare un muro di fuoco».

«Aspetti che gli venga voglia, e vedrà. Se i fiumi non hanno fermato la fanteria, si figuri se l’aria fermerà i caccia! È la loro tattica: prima colpiscono dal cielo, poi arrivano i blindati».

«Se lo dice lei» concluse Spiridonov.

Il giovane tenente era il più esperto, lì dentro, e il più sicuro di quello che diceva. E non lesinava sorrisi sarcastici al candore dei suoi interlocutori.

Kovalëv a Vera ricordava i tenenti del suo ospedale. Litigavano fra loro come furie, paonazzi, di cose che solo loro capivano, e per le infermiere avevano soltanto sorrisetti beffardi. Però quel Kovalëv assomigliava anche ai ragazzi che prima della guerra passavano a trovarla per giocare a domino e a carte e le chiedevano in prestito per due sere Le miniere di re Salomone e Il mastino dei Baskerville, lasciandole in pegno un qualche manuale difficile da trovare.

«Secondo me, invece, la fine è vicina» disse Sof’ja Osipovna, e allontanò da sé il piatto. «Il male è più forte del bene».

Intorno al tavolo calò il silenzio.

«Forse è il momento buono per oscurare le finestre» disse Marija Nikolaevna, e con i pugni stretti alle tempie, come a contrastare il mal di testa, bofonchiò: «La guerra, la guerra, la guerra...».

«Il momento è persino migliore per berci un bicchiere» disse Spiridonov.

«Magari dopo il dolce?» commentò la moglie.

Il tenente prese la borraccia dalla cintola.

«Volevo tenerla per il viaggio, ma la compagnia merita... Tolja caro, stammi bene. Non mi fermo per la notte, riparto subito, ho deciso».

Kovalëv si versò un po’ di vodka giallastra e ne offrì anche all’amico e a Spiridonov, poi scosse la borraccia vuota davanti a Serëža, facendo sbatacchiare il tappo.

«Finita».

Nell’ingresso semibuio, il tenente ormai brillo si lanciò in una filippica con Ženja:

«Sono spacciato, lo capisce o no? Voi qui potete dire quello che vi pare, ma io fra cinque giorni sarò in prima linea. Capisce? E se non ho paura di niente è perché tanto mi ammazzano di sicuro. Non ci arrivo, io, alla fine della guerra. Capisce? Vent’anni li ho vissuti, la mia vita l’ho fatta, basta così. Lo capisce o no?».

La fissava con occhi avidi e supplici insieme. Ženja aveva capito, sì: quel giovane voleva il suo affetto e la sua compassione. E capiva anche che gli restava poco da vivere: un mese, forse meno. Le era talmente chiaro, il destino di quel giovane, che gli occhi le si riempirono di lacrime.

Arrivò anche Spiridonov, che mise un braccio sulle spalle di Kovalëv come se volesse accompagnarlo. Aveva bevuto pure lui, e la moglie lo fissava con rabbia e dolore al tempo stesso, quasi che quel bicchierino di troppo l’avesse sconvolta quanto tutte le tragedie della guerra messe assieme.

Sulla porta, Kovalëv sbottò con furia improvvisa:

«Perché arretriamo, dite? Fosse solo questo... Fate presto a parlare, voi, con i crucchi a duecento chilometri e le valigie già pronte! Quando quelli arrivano a Stalingrado, i pezzi grossi saranno già tutti a Taškent a riempirsi le budella. Lo sapete come funziona per noi, invece? Ti sdrai qualche ora, e quando ti svegli scopri che nella notte i crucchi hanno macinato un centinaio di chilometri verso est. Eh? Cosa mi dite adesso? Un conto è fare la guerra, un altro far andare la lingua. Ne ho visti di passacarte che se la danno a gambe al primo filo di vento! I nostri crepano prigionieri, e loro da Taškent gli puntano il dito contro. Vorrei vederli finire sotto assedio, io, quelli che puntano il dito. E vorrei vederli mezzo morti di fame a farsi marce da cinquecento chilometri per sfondare il fronte! Già me li immagino, i burocrati grassi e pasciuti, in fila per arruolarsi fra collaborazionisti e polizei! Chi è in prima linea ha un cuore! E vuole la verità vera!».

Non le stava dicendo a nessuno in particolare, quelle parole, ma ognuno le credette rivolte a sé stesso. Forse il tenente si aspettava che gli rispondessero, e allora sì che sarebbe esploso davvero, allora sì che avrebbe potuto scapparci un colpo di pistola.

I presenti, però, capirono che qualcosa dentro di lui si era spezzato e che non era più in grado di trattenersi; dunque nessuno fiatò e tutti evitarono il suo sguardo. Era pallido, Kovalëv, e sulla faccia aveva ancora qualche chiazza grigia di sporco.

Se ne andò sbattendo la porta e imprecò sonoramente per tutta la rampa di scale.

«E io che pensavo di tirare il fiato dall’ospedale...» sospirò Vera. «Sono tutti sotto shock».

«Non c’è shock peggiore della verità» disse Andreev, e aveva una voce così triste che tutti si girarono a guardarlo.

Poi Mostovskoj domandò a Ženja:

«Ha notizie di Krymov, per caso?».

«Nessuna» rispose lei. «So solo che è nell’esercito».

«Oh, dimenticavo che vi siete separati...» disse Mostovskoj, e allargò le braccia. «Lasci che le dica, però, che come lui ce ne sono pochi. Lo conosco da tanto, da quand’era ragazzino».

10

Appena gli ospiti se ne furono andati, in casa Šapošnikov tornarono la quiete e la pace. Stranamente, Tolja si offrì di lavare i piatti. Tazze, piattini e cucchiaini di famiglia gli sembrarono bellissimi, dopo quelli del demanio. Vera gli legò il fazzoletto in testa e il grembiule ai fianchi ridendo felice.

«Che buon profumo di casa e di calore. Proprio come quando la guerra non c’era» disse Tolja.

Marija Nikolaevna aveva messo a letto il marito, ma tornava ogni tanto a sentirgli il polso: russava, e temeva che fosse per le palpitazioni.

Fece comunque capolino in cucina e disse:

«Tolja, i piatti li può lavare qualcun altro. Scrivi a tua madre, piuttosto. Abbiate cura di chi vi vuole bene».

Tolja, però, non aveva voglia di scrivere e continuava a fare scherzi come un ragazzino. Per prima cosa chiamò il gatto scimmiottando la voce di Marija Nikolaevna. Poi si mise carponi: voleva fare a testate con la povera bestia e la provocava:

«Forza, forza, capretta bella, fammi vedere le cornine!».

«Senza la guerra,» disse Vera, sognante «domani mattina presto potevamo andare alla spiaggia e prenderci una barca. E invece, di fare il bagno m’è persino passata la voglia; in spiaggia quest’anno non ci sono neanche mai stata».

«Senza la guerra,» disse Tolja «domani mattina presto potevo andare alla Centrale con lo zio. Anzi, ho voglia di vederla comunque, la Centrale, anche con la guerra».

Vera si chinò verso di lui:

«Tolja, devo dirti una cosa».

Aleksandra Vladimirovna entrò proprio in quel momento; Vera strizzò l’occhio al cugino con aria furba e scosse la testa.

La nonna attaccò subito a interrogarlo. Era difficile la scuola? Gli veniva il fiatone quando marciava? Aveva imparato a sparare? Gli stivali erano stretti? Aveva con sé qualche fotografia dei suoi cari? Ago e filo? Fazzoletti da naso? Gli servivano soldi? La madre gli scriveva spesso? Pensava mai alla fisica?

Tolja si sentiva circondato dal calore della sua famiglia: era una cosa bella, che però lo rattristava e lo angosciava, e rendeva particolarmente pesante il pensiero di partire, l’indomani. Le difficoltà sono più facili da sopportare, quando si ha il cuore duro.

Anche Ženja arrivò in cucina; aveva addosso il vestito azzurro che metteva ogni volta che andava a trovare Ljudmila alla dacia.

«Prendiamolo qui, il tè. Tolja sarà felice».

Vera andò a chiamare Serëža; tornò di lì a poco dicendo:

«È a letto che piange con la faccia nel cuscino».

«Oh, Serëža mio! Lasciatelo a me» disse Aleksandra Vladimirovna, e andò a parlare col nipote.

11

Quando uscirono da casa Šapošnikov, Mostovskoj propose ad Andreev di fare un giro.

«Un giro?» sogghignò Andreev. «I vecchietti come noi fanno un giro?».

«Due passi» si corresse Mostovskoj. «Su, è una serata splendida».

«Ma sì! Tanto domani comincio alle due» disse Andreev.

«Si stanca molto?» domandò Mostovskoj.

«Capita, certamente».

Ad Andreev quel vecchio non troppo alto, pelato e con gli occhietti vispi e attenti era piaciuto molto.

Per un po’ camminarono senza parlare. La città sentiva tutta la meraviglia di quella sera d’estate. E sentiva anche il Volga, invisibile nel crepuscolo illuminato dalla luna; ogni strada, ogni vicolo, ogni cosa viveva la vita del grande fiume, respirava il suo respiro. Il tracciato delle strade, le curve di dossi e colline, tutto a Stalingrado obbediva al Volga, alle sue anse, alle sue rive erte. Anche le enormi fabbriche e le casette di periferia, e i tanti piani dei palazzi più nuovi con le finestre che riflettevano la pallida luna estiva, e ancora i parchi, i giardini, i monumenti: tutto guardava al Volga, tutto al Volga si stringeva. In quella sera afosa d’estate, mentre nella vicina steppa la guerra imperversava puntando indomita verso oriente, in città ogni cosa sembrava più maestosa che mai, piena di senso e di significato: dai passi pesanti della ronda ai rumori sordi della fabbrica, dalle voci delle navi sul fiume ai brevi momenti di silenzio.

Si sedettero su una panchina libera. Da quella accanto, dove c’erano due coppiette, si alzò un militare: si avvicinò in un cricchiare di ghiaia, li guardò e tornò al suo posto; là disse qualcosa a mezza voce e le ragazze ridacchiarono. Ai due vecchi scappò qualche colpo di tosse imbarazzato.

«I giovani» disse Andreev, con una voce in cui si sentivano insieme il biasimo e l’ammirazione.

«Mi hanno detto che in una delle fabbriche ora lavorano anche gli operai sfollati dall’acciaieria Obuchov di Leningrado» disse Mostovskoj. «Mi piacerebbe incontrarli. Sono di Leningrado anch’io».

«Sono da noi alla Ottobre Rosso, sì» rispose Andreev. «L’ho sentito dire, ma non sono molti. Venga comunque, però, passi a trovarci».

«Lei ha partecipato ai moti rivoluzionari al tempo dello zar, compagno Andreev?» gli chiese Mostovskoj.

«Partecipato è troppo... Leggevo i volantini, certo, e ho fatto anch’io due settimane di sciopero. E poi parlavo molto con il marito di Aleksandra Vladimirovna. Sulla barca dove io ero fuochista, lui faceva il tirocinio dell’università. Ci mettevamo a discorrere sul ponte».

Andreev tirò fuori la borsa del tabacco. Rumore di cartine: si prepararono una sigaretta. Pesanti scintille piovvero generose, ma lo stoppino non voleva saperne di accendersi.

«Tutta vita, i vecchietti!» commentò divertito il militare dell’altra panchina. «Pure la pietra focaia!».

Le ragazze ridacchiarono.

«Accidenti, ho dimenticato un tesoro: la scatola di fiammiferi che mi ha regalato Aleksandra Vladimirovna» disse Mostovskoj.

«Senta,» disse Andreev «lei davvero crede che la situazione sia grave? La storia di Anteo l’ho capita, ma intanto i tedeschi avanzano, giusto?».

«La situazione è grave, sì, ma la Germania perderà comunque la guerra» rispose Mostovskoj. «Hitler ha non pochi nemici in patria, ne sono certo. Anche in Germania ci sono operai internazionalisti e rivoluzionari».

«Vallo a sapere» disse Andreev. «Ho sentito qualche carrista dei nostri che ha fatto prigionieri tedeschi: gli operai ci sono, sì, però la pensano come gli altri, dicono».

«Mah» commentò soprappensiero Mostovskoj con un filo di voce. «Se pure lei, che è un operaio di lunga data, non vede la differenza lampante fra il regime di Hitler e la classe operaia tedesca...».

Andreev si voltò di scatto e ribatté, puntuto:

«Lei vuole che i tedeschi insorgano contro Hitler al grido “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”, e lo capisco. Solo che adesso, lo sa?, le persone bisogna distinguerle in un altro modo. Adesso bisogna capire chi è contro i tedeschi e chi invece li aspetta. E ce n’è anche fra gli operai nostri, sa? Prima non l’ho voluto far presente perché mi vergognavo. Quello che dice lei è un po’ come quello che dice Cristo Signore: bello, per carità, peccato che poi non lo faccia nessuno. E peccato che nel frattempo i tedeschi hanno impregnato di sangue russo la nostra terra».

«Vede come cambiano i tempi? Prima Šapošnikov le insegnava quello che aveva imparato sui miei libri, adesso è lei che vuole insegnare a me».

Mostovskoj non aveva voglia di discutere. Era sfiduciato. Sembrava quasi assopito, curvo com’era. Nella sua testa, invece, era riaffiorata una scena di quasi vent’anni prima: l’enorme sala del congresso, occhi eccitati, felici, entusiasti, centinaia di facce russe a lui care e, accanto, le facce dei fratelli comunisti, degli amici della giovane repubblica sovietica venuti da tutto il mondo: Francia, Inghilterra, Giappone, Africa, India, Belgio, Germania, Cina, Bulgaria, Italia, Ungheria, Lettonia. La sala che si zittiva di colpo, come se il cuore dell’umanità intera si fosse fermato, e Lenin che alzava il braccio e con voce tersa e sicura diceva al Komintern lì riunito: «La nascita della repubblica sovietica internazionale è alle porte...».

In uno slancio di affetto e fiducia per il vecchio seduto accanto a lui, ad Andreev scappò un rammarico sommesso:

«Mio figlio è al fronte e sua moglie pensa solo ad andare al cinema e a spasso. E con la suocera sono come cane e gatto... Lo capisce che aria tira?».

12

Mostovskoj viveva da solo, la moglie era morta un bel po’ prima della guerra. La solitudine gli aveva insegnato l’importanza dell’ordine. La sua grande stanza era pulita e ordinata; carte, riviste e giornali erano ben allineati sulla scrivania, e sulle mensole i libri erano disposti in scala di importanza. Di solito Michail Sidorovič lavorava di mattina. Negli ultimi anni aveva insegnato economia, filosofia e politica e aveva scritto alcune voci per l’enciclopedia e il dizionario filosofico. Erano scritti brevi, ma che richiedevano molto lavoro e una gran quantità di materiali e di fonti: per questo la redazione del dizionario gli mandava grossi pacchi di libri più volte all’anno. Aveva già compilato le voci su Eraclito, Fichte e Schopenhauer, e la guerra lo aveva colto a scrivere di Kant. Di solito firmava quegli articoli con le iniziali, M. M. In redazione avevano provato a fargli firmare per esteso, ma Michail Sidorovič si ostinava a rifiutare, stizzito.

Non conosceva molta gente, a Stalingrado. Di tanto in tanto qualche collega insegnante si presentava da lui per un consulto. Ma lo temevano, dato il caratteraccio e l’intransigenza nelle discussioni.

Quella primavera Mostovskoj si era preso una brutta polmonite che, in un vecchio ancora fiaccato dall’assedio di Leningrado, per i medici non poteva che avere esito letale. Invece era guarito e si era ripreso. Il dottore gli aveva lasciato un lungo programma per passare gradualmente dall’allettamento alla vita normale: Mostovskoj l’aveva scorso con grande attenzione, aveva segnato le diverse voci con spunte rosse o blu, dopo di che, al terzo giorno in piedi, si era fatto una bella doccia fredda e aveva strofinato a fondo il parquet della sua stanza.

Era di una cocciutaggine senza pudore, e buon senso e tranquillità non facevano per lui.

Ogni tanto, in sogno, riviveva il passato e sentiva l’eco delle voci di amici che non c’erano più da tempo; si vedeva in una saletta di Londra, a parlare sotto gli sguardi attenti di persone fra cui riconosceva le barbe, i colletti inamidati e le cravatte degli amici. Oppure si svegliava nel bel mezzo della notte e stentava a riprendere sonno, fra visioni di un lontano passato: le assemblee studentesche, le discussioni nel parco dell’università, la lastra rettangolare sulla tomba di Marx, una barca sul lago di Ginevra, una bufera di neve sul Mar Nero, a Sebastopoli; e ancora il caldo soffocante sul treno dei carcerati, il battito cadenzato delle ruote, i cori, il rumore del calcio del fucile sul portellone, i crepuscoli precoci della Siberia, la neve che cricchiava sotto i piedi, la luce gialla alla finestra dell’isba lontana verso cui si era incamminato ogni sera per tutti i sei anni di confino.

Quei giorni cupi e pesanti erano i giorni della sua giovinezza, giorni di lotta accesa e di attesa strenua di quel qualcosa di grande che era la sua ragione di vita.

Mostovskoj tornava con la memoria al lavoro insonne per creare la repubblica sovietica, al commissariato provinciale all’Istruzione pubblica, ai corsi di educazione politica nell’esercito, alla teoria e alla pratica della pianificazione, al contributo che aveva dato al programma di elettrificazione del paese, al lavoro svolto presso la Direzione Scienza e Musei.

E sospirava. Che rimpianti aveva? A che si dovevano quei sospiri? O forse a sospirare era solo il suo vecchio cuore malato, che ormai stentava a pompare giorno e notte il sangue lungo vene e arterie sclerotizzate e ostruite?

Ogni tanto prima dell’alba scendeva fino al Volga e camminava per un bel po’ sulla riva deserta, sotto i dirupi d’argilla; poi si sedeva sugli scogli freddi e guardava il sole che sorgeva, le nuvole bigie della notte che si gonfiavano del calore rosa della vita e il fumo caldo della fabbrica che alla luce del sole perdeva il suo rosso sangue e diventava grigio, fuligginoso, malinconico.

Da quegli scogli guardava l’acqua nera che ai raggi sghembi del sole ringiovaniva pian piano, e le piccole, minuscole onde che lambivano timide e timorose la sabbia liscia e compatta; e guardava ogni singolo granello di sabbia, migliaia di migliaia di granelli che se ne imbevevano voraci, lucenti.

A volte si ritrovava davanti agli occhi la visione minacciosa dell’ultimo inverno a Leningrado: le montagne di neve e ghiaccio lungo le strade, il silenzio della morte e il suo boato, una crosta di pane sul tavolo, e slitte, slitte e ancora slitte per carreggiare l’acqua, la legna o i morti sotto un un lenzuolo bianco; e poi i sentieri ghiacciati che portavano alla Neva, le pareti delle case coperte di brina, i viaggi nelle fabbriche e fra i soldati, i discorsi alle milizie di volontari, il cielo grigio squarciato dai proiettori da ricerca, le macchie rosa degli incendi notturni sui vetri delle finestre, gli ululati delle sirene, i sacchi di sabbia intorno al monumento a Pietro il Grande e, ovunque, la memoria vivente dei primi battiti del giovane cuore della rivoluzione: la stazione Finlandia, la bellezza deserta del Campo di Marte, lo Smol’nyj; e, su tutto, i visi pallidi, cerei dei bambini e i loro occhi sofferenti, ma vispi, l’eroismo paziente e ostinato delle donne, di operai e soldati. Allora il cuore gli si riempiva di un dolore così lancinante da far pensare che non avrebbe retto a quel peso tremendo. «Perché me ne sono andato, perché?» pensava con nostalgia.

Michail Sidorovič voleva scrivere un libro sulla sua vita, e aveva già chiare le varie parti: l’infanzia al paese, il padre sacrestano, la scuola superiore, la clandestinità politica, gli anni alla costruzione della repubblica sovietica... Scrivere a chi, fra i vecchi amici, parlava solo di malattie, case di cura, pressione e arteriosclerosi non gli piaceva, invece.

Una cosa sapeva e sentiva Mostovskoj: in mille anni di storia russa mai gli eventi si erano succeduti alla velocità precipitosa, serrata dell’ultimo quarto di secolo, mai gli strati sociali erano stati scombussolati e riorganizzati a quel modo. Certo, anche prima della rivoluzione tutto scorreva ed era in continuo mutamento, anche allora non ci si bagnava mai due volte nello stesso fiume. Però in quegli anni era sempre stato così lento, quel fiume, che alla fine le rive che si vedevano erano sempre le stesse, e l’intuizione di Eraclito risultava strana e oscura a tutti.

Quale russo d’epoca sovietica, invece, si sarebbe stupito per la verità che tanto aveva turbato il filosofo greco? Dal regno della speculazione filosofica, quella verità si era fatta esperienza reale di accademici e operai, di kolchoziani e scolaretti.

Mostovskoj ci aveva pensato molto. Era davvero una velocità serrata, indomita! Tutto lo faceva credere e lo confermava. La velocità era ovunque: nei mutamenti quasi reologici del paesaggio, nell’enorme campagna di alfabetizzazione del paese, nelle nuove città che spuntavano sulla carta geografica, in nuove strade e nuovi quartieri, nei nuovi palazzi e nei loro nuovissimi inquilini. La stessa velocità che faceva affiorare dal nulla, dalla nebbia di paesini sperduti e dalle distese della Siberia, centinaia di nomi nuovi che risuonavano per tutto il paese, consegnandone senza pietà all’oblio altri che erano stati conosciuti e famosi. I quotidiani di un decennio prima erano come papiri ingialliti, tale era la massa di eventi accaduti nel frattempo. In pochi anni anche le condizioni materiali di vita avevano fatto uno scatto possente. La nuova Russia sovietica era balzata in avanti di un secolo, e lo aveva fatto con tutta la sua enorme mole, con i suoi trilioni di tonnellate di terre e boschi, mutando quello che per secoli era sembrato immutabile: l’agricoltura, le strade, il corso dei fiumi. Bettole, osterie e café chantant erano spariti a migliaia, come erano spariti gli istituti per fanciulle nobili, le scuole parrocchiali, i possedimenti di monasteri e conventi, tenute e latifondi, i palazzi dei capitalisti e le Borse. Scossi e dissipati dalla rivoluzione, erano scomparsi, si erano dissolti gli enormi gruppi di persone che componevano l’ossatura delle classi sfruttatrici, così come i loro leccapiedi, gente la cui esistenza pareva solida, eterna, gente che il popolo aveva fustigato in canzoni piene di rabbia, gente di cui i grandi scrittori avevano descritto il carattere: possidenti, mercanti, proprietari di fabbriche, operatori di Borsa, ufficiali di cavalleria, usurai, capi della polizia, sottufficiali dei gendarmi; erano scomparsi i senatori, i consiglieri di Stato normali e quelli effettivi, i consiglieri segreti e gli assessori di collegio – tutto il mondo variegato, imponente, mastodontico dei funzionari russi e delle tante classi in cui erano divisi; erano scomparsi i suonatori di organetto, le chanteuse, i lacchè e i maggiordomi... E dalla circolazione erano scomparsi anche concetti e parole come «signore», «signora», «eccellenza», «vostra grazia» e via dicendo...

La vita era in pugno a operai e contadini. Era nato un mondo nuovo di professioni e personaggi mai visti: pianificatori industriali e agricoli, agronomi, apicoltori, allevatori e orticoltori diplomati, meccanici dei kolchoz, marconisti, trattoristi, elettricisti, tutti col diploma. La Russia aveva raggiunto un livello di alfabetizzazione senza precedenti, paragonabile solo a un’esplosione solare di potenza astronomica; se la luce dell’alfabetizzazione che si era accesa in Russia avesse potuto essere tradotta in onde elettromagnetiche, nel 1917 gli astronomi delle altre galassie avrebbero registrato la nascita di una nuova stella che continuava tenacemente a dare luce. La gente semplice, il «quarto stato», operai e contadini avevano portato la loro forza, la loro semplicità, le loro peculiarità nelle alte sfere, ed erano diventati Marescialli dell’Unione Sovietica, generali, responsabili di province e regioni, padri di città gigantesche, direttori di miniere, fabbriche e grandi appezzamenti agricoli. Centinaia di nuove industrie avevano generato migliaia di professioni nuove, facendo emergere, raggruppando e formando i nuovi protagonisti della vita del paese. E i protagonisti della nuova società sovietica erano i piloti, i tecnici di volo, gli ufficiali di rotta dell’aviazione, i marconisti, gli autisti di macchine e trattori, gli operai e gli ingegneri dell’industria di sintesi chimica ed elettrochimica, gli esperti di alta tensione e alte frequenze, di fotochimica e termochimica, i geologi, chi progettava macchine e aeroplani.

Persino ora, nel momento più cupo della guerra, Mostovskoj vedeva chiaramente che la potenza del regime sovietico era di molto superiore a quella della vecchia Russia, e capiva che i milioni di lavoratori che costituivano le fondamenta della nuova società traevano la propria forza dalla fiducia, dalla conoscenza e dall’amore per la Patria sovietica.

Era certo che avrebbero vinto. E desiderava una cosa soltanto: nonostante l’età, anzi dimenticandosene proprio, voleva essere parte attiva nella battaglia per la libertà e la dignità del popolo.

13

Agrippina Petrovna, la vecchietta svelta e sveglia che portava il pranzo a Mostovskoj dalla mensa del comitato regionale di partito e gli faceva il tè del mattino e il bucato, con i suoi occhi sempre strizzati coglieva perfettamente i tanti segni dell’angoscia di Michail Sidorovič quanto alla guerra.

Spesso, quando arrivava, trovava il letto come l’aveva lasciato la sera prima, intatto, e Mostovskoj seduto in poltrona vicino alla finestra, con il posacenere pieno di mozziconi sul davanzale.

Anche Agrippina Petrovna aveva visto giorni migliori: quando c’era lo zar il suo defunto marito faceva il traghettatore sul Volga.

Di solito, la sera, l’anziana donna si scolava un bicchierino schietto nella sua camera, senza mangiare niente, dopo di che scendeva in cortile e si piazzava su una panchina a chiacchierare con chi le capitava. E così facendo soddisfaceva la voglia di dare aria alla bocca che viene a tutti, o quasi, quando si alza il gomito. Malgrado le altre fossero sobrie e lei invece piacevolmente brilla, la conversazione ingranava sempre, allegra e vivace. Di solito Agrippina Petrovna parlava coprendosi la bocca con un angolo del fazzoletto e cercando di non respirare verso le sue interlocutrici, che erano sempre le solite: la Markovna, burbera custode del palazzo, e Anna Spiridonovna, la vedova del ciabattino. Spettegolare non le piaceva, ma di parlare con la gente, invece, aveva un gran bisogno.

«Perché, care mie,» disse quella sera avvicinandosi alla panchina e spolverandola col grembiule prima di sedersi «una volta le vecchie pensavano che erano i comunisti a chiudere le chiese. Invece...» e alzò gli occhi e la voce verso le finestre aperte del piano terra, così che dentro sentissero bene: «Invece l’Anticristo vero è quel maledetto di Hitler, è lui l’Anticristo, care mie, e che gli venisse un canchero in questo mondo e in quell’altro. Perché a Saratov il metropolita le fa tutto tranquillo, le sue belle liturgie, e si prega in tutte le chiese. Ci va gente di ogni tipo, vedrai: vecchi, giovani, tutti quanti. E tutti ce l’hanno con quel diavolo cornuto di Hitler!». E qui abbassò di colpo la voce: «Perché, care mie, anche nel palazzo nostro hanno cominciato a far fagotto, anche da noi c’è chi va al mercato a comprare valigie e spago e chi si cuce i sacchi da solo. Michail Sidorovič, per esempio, quanto sta in pena! È sempre scuro in faccia. Oggi è andato da quell’altra vecchia, la Šapošnikova: sarà per mettersi d’accordo per partire, vedrete. E manco ha mangiato».

«Cos’ha da preoccuparsi, quello? È solo, è pure vecchio...».

«Ma cosa dici, accidenti? Cosa accidenti dici, eh? È il primo che deve andarsene, quello lì. I tedeschi lo fanno secco subito. Non ha pace, vuole sapere tutto. Pure oggi chiedeva. È del partito, lui, scherzi? È un vecchio bolscevico di Leningrado. E si consuma, lo vedo. Di notte non dorme, fuma e basta! E la mattina corre a leggere il giornale. Neanche mangia più. Eppure di pensione ha mille rubli e passa, e la tessera dei pezzi grossi per i posti dove c’è un sacco di roba. Ha la casa calda e manco umida. Le vacanze in Caucaso tutti gli anni, il dottore basta che lo chiama e arriva subito... Mica male, eh? Ci credo che non vuole che Hitler gli porta via tutto quanto e lo lascia in mutande».

Parlavano nel buio che era sceso. A un certo punto la Markovna alzò gli occhi alle finestre e disse:

«Guardate: la Mel’nikova del secondo piano ha di nuovo la luce accesa, quella bagascia. Non rispetta l’oscuramento: farà segno ai tedeschi, vedrai».

Poi con la sua voce profonda gridò minacciosa:

«Ehi, tu del secondo piano, mi senti?».

Le tre vecchie si alzarono e Agrippina Petrovna tornò a casa.

Le altre due si attardarono qualche momento per sparlare di lei.

«Puzzava di nuovo d’alcol» disse la Spiridonovna. «Dove lo prenderà e dove prenderà i soldi, lo sa soltanto lei».

«Dove vuoi che li prenda? Li ruba a Mostovskoj!» sentenziò la Markovna. «Senza i tedeschi, con tutto quello che gli ha rubato ci si ricomprava la casa che le hanno portato via con la rivoluzione!». Poi, spaventata, riattaccò: «Signore Dio nostro, che gentaglia senza coscienza! È per i nostri peccati che ci hai mandato quel diavolo tedesco!».

14

Era buio quando per Tolja venne il momento di andare al treno. Era molto nervoso, quasi avesse capito solo allora cosa l’aspettava, eppure faceva finta di niente e cercava di mostrarsi tranquillo. Ma vedeva la nonna turbata, sapeva che sentiva tutta la sua angoscia, e questo lo preoccupava e lo faceva arrabbiare.

«Hai scritto a casa?» gli domandò lei.

«Ma sant’iddio!» rispose stizzito. «Cosa volete tutti quanti? Alla mamma scrivo sempre! Se non l’ho fatto oggi, lo farò domani!».

«Non c’è bisogno di arrabbiarsi. E scusami, anzi» gli disse subito Aleksandra Vladimirovna.

Quelle parole, però, indispettirono Tolja persino di più:

«E adesso mi fate passare per schizofrenico, pure».

A quel punto a indispettirsi fu la nonna.

«Mio caro, vedi di darti una calmata» gli disse.

Quando mancava mezz’ora alla partenza, Tolja chiamò il cugino:

«Serëža, vieni qua un momento».

E prese dalla sacca un quaderno avvolto in carta di giornale.

«Ecco. Qui dentro ci sono i miei appunti, i riassunti dei libri che ho letto, qualche pensiero. E c’è anche il mio programma di vita fino ai sessant’anni: mi dedicherò alla scienza, ho deciso, e sgobberò ogni giorno, ogni ora. Insomma... se io... va be’, su, hai capito: nel caso, tienilo tu in mio ricordo. E a questo punto... direi che ci siamo».

Restarono qualche istante a fissarsi senza trovare le parole, turbati. Tolja strinse così forte la mano di Serëža che le dita del cugino diventarono bianche.

C’erano solo lui e la nonna, a casa. E per timore di commuoversi, Tolja si sbrigò coi saluti.

«Non voglio che Serëža venga alla stazione. Non mi piace essere accompagnato», e già in corridoio disse a raffica ad Aleksandra Vladimirovna: «Mi pento d’essere venuto: non ero più abituato a stare con chi amo e mi ero fatto la mia corazza, mentre qua mi sono sciolto subito. Se l’avessi immaginato, avrei tirato diritto. Anche per questo non ho scritto alla mamma...».

Aleksandra Vladimirovna posò le mani sulle orecchie del nipote, grandi e roventi per l’emozione, poi lo tirò a sé, scostò il berretto e gli schioccò un lungo bacio sulla fronte. Tolja restò immobile, al ricordo improvviso di qualcosa che riaffiorava dalla sua infanzia, al ricordo della felicità e della quiete che sempre aveva provato fra le braccia della nonna.

Ora che lei era vecchia e stanca e lui un soldato grande e forte, tutto si era rimescolato – la forza, il bisogno d’aiuto. Tolja si strinse a lei con tutto il corpo e restò lì, immobile, disse «nonnina», «nonnina mia», poi corse alla porta a testa bassa.

15

Vera faceva il turno di notte all’ospedale. Dopo il giro serale si fermò in corridoio.

L’azzurro della lampadina accesa. Aprì la finestra e poggiò i gomiti sul davanzale.

Dal terzo piano si vedevano bene sia la città rischiarata dalla luna sia i bagliori bianchi del fiume. Tutte oscurate, le finestre delle case mandavano una luce grigio-azzurra color mica. Non c’era vita in quella luce sinistra, non c’era calore in quel suo blu gelido: era la luce riflessa dalla superficie morta della luna, a sua volta riflessa dai vetri polverosi e dall’acqua fredda della notte. Era una luce fragile, incerta: bastava un movimento lieve della testa per farla svanire, per far tornare nere e senza vita le finestre e l’acqua del Volga.

Sulla riva sinistra Vera vide passare una macchina coi fari accesi. Alti nel cielo si incrociavano i fasci di due proiettori da ricerca: parevano le forbici silenziose e bluastre di qualcuno che tosava le nuvole ricciute. In basso, nel giardinetto, balenava qualche fiammella rossa e si sentivano delle voci sommesse: sicuramente alcuni dei feriti convalescenti erano sgattaiolati dalla porta della cucina per andare a fumare di nascosto. Il vento portava dal Volga il refrigerio dell’acqua, e l’odore pulito e fresco del fiume ora aveva la meglio su quello pesante dell’ospedale, ora era costretto a cedergli il passo, e in quel caso non solo l’ospedale, ma l’intera città, la luna e il Volga parevano sapere di etere e fenolo, e a scivolare nel cielo non erano più le nuvole, ma polverosi batuffoli di ovatta.

Dal reparto di isolamento, dove in tre agonizzavano senza speranza, giungeva qualche gemito indistinto.

Vera lo conosceva, il lamento monotono di chi moriva senza chiedere nulla: né cibo, né acqua, né morfina.

La porta del reparto si aprì di colpo: portavano fuori una barella. Davanti c’era Nikiforov, basso e butterato, e dietro Šulepin, alto e magro, che avanzava a piccoli passi innaturali per adeguarsi a quelli del collega.

«Va’ più piano, mi spingi» disse Nikiforov senza voltarsi.

Sulla barella, coperto da un lenzuolo, c’era un cadavere. Sembrava che il morto se lo fosse tirato da solo sopra la testa per non vedere mura, corridoi e reparti dove tanto aveva sofferto.

«Chi è?» domandò Vera. «Sokolov?».

«No, uno nuovo» rispose Šulepin.

Vera si immaginò d’essere un generale medico mandato da Mosca: il primario di chirurgia la scortava in reparto, le indicava qualcuno e diceva: «Questo non ha speranze». «Si sbaglia» obiettava lei. «Preparatelo, svelti: lo opererò io stessa».

Dal reparto per gli ufficiali al secondo piano arrivavano delle risate e una canzone a mezza voce:

Tanja, Tat’jana, Tanjuša, amor mio,
te lo ricordi il caldo d’estate?
Come facciamo a scordare, tu e io,
tutte le cose che ci furono date...

A cantare era Sitnikov, con una ferita alla mano sinistra. Avevano indagato, su quella sua ferita, ma non c’era nulla di losco: ci avevano trovato alcuni frammenti di un proiettile tedesco. A un certo punto qualcun altro si unì a lui, probabilmente il tenente Kvasjuk, che invece aveva una frattura alla gamba: mentre trasportava cocomeri per la mensa il suo furgone era stato centrato in pieno da un camion carico di munizioni.

Per giorni Sitnikov aveva supplicato Vera di portargli un po’ di alcol della farmacia.

«Solo un sorso!» ripeteva. «Lesini per un soldato?».

Vera aveva sempre rifiutato, ma da che Sitnikov e Kvasjuk erano diventati amici sapevano spesso di alcol; forse avevano mosso a compassione l’addetta alla farmacia.

Lì, davanti alla finestra, erano due i mondi che Vera percepiva e che sembravano vivere senza mai sfiorarsi. Uno era quello della luce azzurra incorporea che si accendeva e spegneva alle finestre, il mondo illuminato dal chiaro di luna sull’acqua, il mondo della frescura e delle stelle, vago e che a nulla somigliava, figlio dei romanzi eroici e dei sogni notturni, un mondo senza il quale, così credeva, non valeva la pena vivere. Ah, quante sciocchezze melense si inventava!

Poi c’era l’altro, vicino vicino, che la cingeva da ogni dove, le soffiava tra i capelli, le entrava nel naso e le faceva frusciare il camice impregnato dell’odore dei medicinali, un mondo di stivali che battevano sul pavimento, di gemiti e zaffate di trinciato. Era ovunque, quel mondo: in tutte le schede d’ammissione che doveva compilare, nei rimproveri stizziti dei medici, nella kaša di miglio con l’olio di semi, nelle ramanzine del commissario dell’ospedale, nella polvere per strada, negli ululati delle sirene, nelle prediche della madre, nei discorsi sui prezzi durante le code ai negozi, nelle liti con Serëža, nelle discussioni a casa su pregi e difetti di parenti e amici, nelle scarpe con la suola di gomma, nel cappotto che le avevano cucito recuperandone uno del padre.

Sentì alle spalle un rumore lieve di stampelle. Puntò per bene i gomiti sul davanzale e allungò il collo per guardare il cielo. Voleva costringersi a guardare le nuvole, le stelle, i riflessi del chiaro di luna sui vetri, ma le orecchie non si staccavano dal ticchettio nel buio del corridoio. Un solo paio di stampelle faceva quel rumore.

«Cosa sta sognando?» le chiese la voce di un giovane.

Vera restò in silenzio, fingendo di non averlo sentito; poi diede un sospiro, come se d’un tratto l’avessero riportata alla realtà da chissà quali fantasticherie, si guardò intorno stupita, scosse la testa e lentamente, simulando d’essere ancora immersa nei suoi pensieri, disse:

«Viktorov, è lei? Non l’ho sentita arrivare».

E poi rise da sola, divertita dalle sue stesse menzogne e da quella voce non sua.

«Che c’è?» le chiese lui, e rise a sua volta, pronto a condividere qualunque stato d’animo di lei, allegria o tristezza che fosse, solo perché era lei a provarlo.

«Sciocchezze» disse Vera. «L’avevo sentita benissimo, ma ho finto d’essere assorta».

Anche quella, però, era una finta verità, non una verità vera: erano le parole più utili per la causa del suo amore, parole utili a sembrargli strana, speciale, diversa dalle altre. Ma imparare a fingere era impossibile, per lei, e anche superfluo: impossibile perché era comunque troppo complicato, superfluo perché l’amore stava già sbocciando senza alcuna fatica.

«Per carità!» disse Vera, schietta e garrula, quand’ebbe sentito le parole che voleva sentire. «Sono una ragazza normalissima, come ce ne saranno altre cinquantamila, qui a Stalingrado; sono noiosa e banale».

Viktorov era arrivato all’ospedale due settimane prima su un camion di passaggio che aveva raccolto lui e la sua gamba squarciata da una carica esplosiva nella steppa dov’era caduto il suo aereo, abbattuto dai Messerschmitt. Aveva i vestiti e i lunghi capelli biondi pieni di fili d’erba, spine, foglie d’artemisia e di bardana. Stava lì, immobile, con la testa piegata sul collo lungo e sottile e la faccia abbronzata, ma pallida, come sporca, impolverata, con la bocca aperta e negli occhi una strana malinconia mista a una sorta di paura infantile che l’aveva commossa. Vera aveva ripensato al giorno in cui, da piccola, aveva visto un tacchino ammazzato a bastonate. Aveva gli occhi fissi, il becco aperto e il collo spezzato. E fili d’erba e di paglia fra le penne.

Quando lo avevano messo nudo sul tavolo operatorio, lui prima aveva guardato Vera, poi si era guardato la biancheria sporca e si era voltato dall’altra parte. Vera, che di uomini nudi ne aveva visti ormai a centinaia, si era sentita in imbarazzo per lui, e gli occhi le si erano riempiti subito di lacrime di vergogna e di pietà.

I feriti convalescenti la corteggiavano spesso, e c’era anche chi provava ad abbracciarla spudoratamente nei corridoi. Un istruttore politico le si era dichiarato per lettera domandandole di sposarlo, e quando poi lo avevano dimesso le aveva chiesto una fotografia.

Il sergente maggiore Viktorov non si era mai azzardato neanche a rivolgerle la parola, ma quando Vera entrava in reparto si sentiva addosso il suo sguardo attento.

Era stata lei ad attaccare discorso:

«La sua unità è poco distante. Come mai non viene nessuno a trovarla?».

Lui gliel’aveva spiegato:

«Mi hanno assegnato da poco a un nuovo reggimento, e di quello vecchio sono rimasti in pochi».

«Ha paura?» gli aveva domandato.

Viktorov aveva esitato qualche istante, e Vera aveva capito che stava provando a soffocare la voglia di risponderle come i giovani piloti rispondono di solito alle belle ragazze che fanno domande simili. Poi, a occhi bassi, serio, le aveva guardato le mani e aveva detto:

«Sì».

Erano entrambi imbarazzati; sentivano, l’uno e l’altra, di volere qualcosa di speciale e non la storia vuota di un momento, e quel qualcosa di speciale era sbocciato di colpo: una sorta di rintocco solenne di campana l’aveva appena annunciato.

Era venuto fuori che Viktorov era di Stalingrado; aveva lavorato come meccanico alla Centrale e conosceva Stepan Fëdorovič, che spesso scendeva da loro in reparto a fare qualche piazzata.

Non avevano amici comuni. Viktorov viveva a sei chilometri dalla Centrale e tornava a casa subito dopo il lavoro: non andava al circolo a guardare i film, non praticava sport.

«Lo sport non mi piace» aveva detto. «Mi piace leggere».

Vera aveva notato che leggeva gli stessi libri di Serëža, che a lei, invece, non interessavano granché.

«Mi piacevano soprattutto quelli storici, ma trovarli era un’impresa: alla biblioteca del circolo ne avevano pochi, perciò la domenica andavo in città e li ordinavo a Mosca».

Gli altri feriti gli volevano bene.

«È un bravo ragazzo, un tipo serio» aveva sentito dire una volta a un funzionario politico.

Ed era avvampata come avvampano le madri quando sentono lodare un figlio.

Viktorov fumava molto. Lei gli portava il tabacco sfuso e qualche papirosa, e subito tutto il reparto si riempiva di fumo.

Aveva un tatuaggio su un braccio: un’ancora con un pezzo di cima.

«L’ho fatto quand’ero al professionale» le aveva spiegato, aggiungendo: «Ero una testa calda, all’epoca, un teppistello, tanto che a un certo punto volevano persino sbattermi fuori».

La sua modestia le piaceva; Viktorov non parlava mai dei suoi combattimenti aerei, e se lo faceva era per raccontare dei compagni, dell’aereo, del motore, del tempo e delle condizioni di volo, mai di sé. Preferiva parlare di prima della guerra. E quando in reparto si discuteva del fronte, lui che avrebbe potuto dire molto più del principale oratore, Sitnikov, che era addetto al rifornimento munizioni, di solito non fiatava.

Viktorov non era bello: magro, spalle strette, naso largo, occhi piccoli. Però a Vera piacevano il suo modo di gesticolare, il sorriso, la maniera che aveva di arrotolarsi una sigaretta e di guardare l’orologio.

Lo sapeva che non era bello, male piaceva così tanto che nella sua bruttezza vedeva una qualità, non un difetto. Era speciale: non tutti lo capivano, ma lei sì.

A dodici anni Vera voleva sposare Tolja, a quattordici si era innamorata del responsabile locale del Komsomol e ci andava al cinema e in spiaggia. All’epoca pensava di sapere già tutto sull’amore, e quando ne parlavano a casa le scappava sempre un sorrisetto condiscendente. Fra le sue amiche sedicenni c’era già chi sosteneva che era bene sposare quelli di ventisei con una buona posizione...

Invece non era così che andavano le cose.

La finestra del corridoio era il loro punto d’incontro; a volte le bastava ritagliarsi un momento libero, andarci e pensare a lui, e subito sentiva alle spalle il ticchettio delle stampelle, neanche gli avesse mandato un telegramma.

Altre volte invece, quando erano vicini, lui guardava pensoso fuori dalla finestra e lei guardava lui senza dire nulla. E allora capitava che Viktorov si voltasse di scatto e le chiedesse:

«Che c’è?».

«Cosa vuole che ci sia?» rispondeva lei.

Parlavano spesso della guerra, ma niente come i discorsi più banali e infantili li aiutavano ad aprirsi.

«Sergente maggiore mi fa ridere. Maggiore di chi, a neanche vent’anni?».

Quella sera lui le si era avvicinato ed erano rimasti così, l’uno accanto all’altra, con le spalle che si sfioravano, chiacchierando tutto il tempo ma senza ascoltarsi granché; ciò che davvero contava di quelle loro chiacchierate era che, quando capitava che Vera staccasse la spalla dalla sua, Viktorov si bloccava sperando che tornasse a sfiorarlo, e infatti, puntuale, lei gli si avvicinava di nuovo, lui di nuovo sentiva quel contatto apparentemente casuale e con la coda dell’occhio cercava il collo di lei, l’orecchio, la guancia, una ciocca di capelli.

Alla luce azzurra della lampadina il viso del giovane sembrava cupo, triste. Vera lo guardò ed ebbe un brutto presentimento.

«Non capisco. Prima pensavo che la mia fosse compassione per un ferito, ma adesso è per me stessa che provo compassione» gli disse.

Lui avrebbe voluto abbracciarla, e pensò che anche lei lo volesse e se lo aspettasse persino, e che lo biasimasse per tanta esitazione.

«Perché?» le chiese.

«Non lo so» rispose Vera, guardandolo dal basso in alto come fanno i bambini con gli adulti.

Senza fiato per l’emozione, Viktorov si chinò su di lei. Le stampelle caddero a terra e lui diede un grido strozzato: non perché avesse posato la gamba ferita, ma al solo pensiero che potesse accadere.

«Che succede? Un capogiro?».

«Sì,» disse lui «proprio un capogiro» e posò un braccio sulle spalle di Vera.

«Aspetti, si regga al davanzale mentre raccolgo le stampelle».

«Ma no, perché? Sto meglio così».

E così restarono, abbracciati; non era lei che sosteneva lui, debole e impacciato, pensò Viktorov, ma lui che proteggeva lei, che le faceva scudo da quel cielo buio, enorme e ostile che prometteva sciagure.

Sarebbe guarito, sarebbe tornato di pattuglia sul suo Jak e avrebbe volato sopra l’ospedale e la Centrale elettrica. Di nuovo avrebbe sentito il rombo del motore e si sarebbe incollato alla coda di uno Junkers. E di nuovo si scoprì a provare la sensazione che solo un pilota conosce: la voglia di affrontare il nemico anche se può significare morire. Ebbe subito davanti agli occhi la scia lilla, silenziosa di un aereo e la faccia pallida e malvagia di un fuciliere e marconista tedesco che aveva visto una volta combattendo sopra Čuguev.

Aprì la vestaglia da ospedale e ci avvolse Vera, che si strinse a lui.

Restò così per qualche istante senza parlare, con gli occhi bassi, sentendo il respiro caldo di lei e il suo seno florido contro il petto, e pensò che avrebbe potuto restarci un anno intero, abbracciato a quel modo a Vera, su una gamba sola, in un corridoio buio e vuoto.

«Ora basta» disse lei all’improvviso. «Meglio che raccolga la stampella».

Lo aiutò ad appoggiarsi al davanzale.

«Perché succede? Perché proprio a noi? Avrebbe potuto andare così bene, tutto quanto... Invece oggi mio cugino è partito per il fronte. E questa mattina il chirurgo ha detto che lei sta guarendo a una velocità inconsueta e fra una decina di giorni la dimetteranno».

«Bene» ribatté lui con l’indifferenza di chi in amore non pensa al futuro. «Sia quel che sia, intanto godiamoci il momento».

E rise.

«Sa una cosa? Sa perché guarisco così in fretta? Perché la amo».

Vera passò la notte sul divanetto di legno dipinto di bianco nella sala infermieri. Pensò molto.

Poteva sopravvivere, un amore appena nato, in quell’enorme palazzo di cinque piani pieno di dolore, sangue e lamenti?

Ripensò alla barella, al cadavere sotto il lenzuolo, e la pietà per quell’uomo che stavano portando alla tomba e di cui nemmeno conosceva il nome né ricordava la faccia, una pietà feroce, lancinante, la prese con una forza tale che dovette gridare e stringere le ginocchia al petto, quasi a parare un colpo.

Ora sapeva, però, che quel mondo senza gioia le era più caro delle dimore celesti dei suoi sogni di bambina.

16

Quella mattina Aleksandra Vladimirovna uscì di casa con addosso il solito vestito scuro col colletto di pizzo bianco e un soprabito sulle spalle. Al portone la attendeva la sua assistente, la Krotova; insieme, in camion, sarebbero andate a testare l’aria nei reparti di una fabbrica chimica.

Aleksandra Vladimirovna si sedette davanti; la Krotova, una giovane donna ben piantata, si aggrappò alla sponda con baldanza tutta maschile e saltò sul cassone.

«Compagna Krotova, tenga d’occhio gli strumenti se capitassero delle buche» disse Aleksandra Vladimirovna dalla finestrella della cabina.

L’autista, una giovane mingherlina con i pantaloni da sci e un fazzoletto rosso in testa, posò sul sedile il lavoro a maglia e mise in moto.

«La strada è tutta asfaltata, non ci sono buche» disse, e dopo un’occhiata curiosa alla vecchia signora che aveva accanto aggiunse: «Appena prendiamo lo stradone, vedrà come filiamo».

«Quanti anni ha?» domandò Aleksandra Vladimirovna.

«Uh, sono vecchia, ventiquattro».

«Siamo coetanee» rise la Šapošnikova. «Sposata?».

«Non più. Di nuovo zitella».

«Morto in guerra?».

«No. Se n’è presa un’altra. Adesso è a Sverdlovsk, alla fabbrica metalmeccanica».

«Figli?».

«Una bambina di un anno e mezzo».

Imboccarono lo stradone; guardandola con la coda dei suoi occhi chiari e allegri, la giovane attaccò a sua volta a fare domande ad Aleksandra Vladimirovna su figli e nipoti; le chiese cosa se ne faceva dei recipienti di vetro, delle manichette di gomma e degli strani tubicini ricurvi di cui aveva riempito il camion, e le raccontò di sé.

Aveva vissuto col marito per sei mesi, poi lui se n’era andato sugli Urali. «Fra poco mi danno una stanza» continuava a scriverle da là, ma poi era scoppiata la guerra. Lui era stato riformato, perciò niente fronte. Le lettere erano diminuite pian piano. Abitava in un pensionato per operai senza famiglia al seguito, diceva, e della stanza non aveva saputo più niente. Un bel giorno dell’inverno appena passato le era arrivata una lettera: il marito si era risposato e voleva la figlia. Lei nemmeno gli aveva risposto e si era tenuta la bambina. Comunque avevano evitato il tribunale, e lui le mandava duecento rubli al mese.

«Me ne potrebbe mandare anche mille, tanto non lo perdono. Anzi, potrebbe pure fare a meno di mandarmeli, i suoi soldi, che guadagno bene anche io e a mia figlia ci penso da sola» disse la giovane.

Il camion sfilava accanto ai giardini, alle casette con i muri grigi rivestiti di legno, a fabbriche piccole e grandi, alle macchie blu dell’acqua del Volga che ora spuntavano fra gli alberi, ora sparivano dietro le case, gli steccati, le colline.

Una volta in fabbrica, Aleksandra Vladimirovna ritirò il passi e si presentò in direzione: voleva che le assegnassero un tecnico o un assistente di laboratorio per capire meglio come erano disposti i macchinari e come funzionava la ventilazione. In più, voleva un operaio che la aiutasse per un’oretta: i serbatoi di aspirazione da venti litri erano pesanti da scaricare, per la Krotova.

Meščerjakov, il direttore, viveva nello stesso palazzo della Šapošnikova, e qualche mattina le era capitato di vederlo salire in macchina e chiudere lo sportello mentre con la mano continuava a mandare baci alla moglie che lo guardava dalla finestra.

Aleksandra Vladimirovna avrebbe voluto parlarci in amicizia, dirgli: «Senta, veniamoci incontro, siamo vicini di casa: mi lasci fare i miei controlli e magari avrò qualche proposta per migliorare la ventilazione». E invece no. Dalla porta socchiusa dell’ufficio lo sentì dire alla segretaria:

«Oggi non posso riceverla. Anzi, le dica chiaro e tondo che non ho tempo da perdere con storie di danni alla salute: al fronte ci lasciano la pelle, altro che la salute».

Aleksandra Vladimirovna si avvicinò di più alla porta; se qualcuno che la conosceva bene avesse visto le sue labbra serrate e la ruga di rabbia alla radice del naso, avrebbe pensato che per Meščerjakov si prospettava un brutto quarto d’ora. Invece Aleksandra Vladimirovna non entrò nell’ufficio; di lì a un attimo, e senza nemmeno aspettare la segretaria, girò i tacchi e andò in reparto.

Nello stanzone troppo caldo, all’inizio gli operai osservarono beffardi le due donne che piazzavano i serbatoi di aspirazione, raccoglievano campioni d’aria in diversi punti del reparto, sigillavano le manichette di gomma con dei morsetti a vite e versavano qualche goccia di liquido da un contagocce vicino alla strumentazione, accanto alla ventola principale e ai barili di semilavorati più o meno fetidi. Un operaio magro, non rasato, con una tuta azzurra bucata sui gomiti, commentò con un forte accento ucraino:

«Guarda te che scemenza. Misurano l’acqua, queste...».

A stuzzicare la Krotova ci pensò invece un tipo con gli occhi insolenti e cattivi: un giovane caposquadra, forse un chimico.

«Adesso arrivano i caccia tedeschi e ce la sistemano loro, la ventilazione» disse.

Anche un vecchio con le guance rubizze rigate dal blu delle vene squadrò la giovane Krotova e il suo corpo florido e fece un commento che Aleksandra Vladimirovna non sentì, ma che doveva essere molto salace, perché la sua assistente avvampò e gli diede le spalle, offesa.

Durante la pausa del pranzo Aleksandra Vladimirovna si sedette su una cassa accanto alla porta; era stanca, l’aria viziata le aveva tolto le forze. Le si avvicinò un ragazzo, uno dei manovali.

«Cos’è che ci fate con quelli?» chiese indicando gli aspiratori.

Lei gli spiegò come funzionavano, gli parlò dei gas nocivi per la salute degli operai, della ventilazione e del degasaggio.

Altri operai si avvicinarono per ascoltare, compreso l’ucraino sgarbato che aveva detto che misuravano l’acqua e che era tutta una scemenza. La guardò prepararsi una papirosa e disse:

«Mi sa che il mio è meglio» e le porse un sacchetto rosso stretto da una fettuccia.

Parlarono un po’ di tutto. Cominciarono con i livelli di pericolo nei vari settori industriali. I chimici rivendicarono il loro triste primato: il loro lavoro era ritenuto il più pericoloso fra tutti, più ancora di quello dei minatori, o di forgiatori e fonditori nel comparto metallurgico.

Le riferirono di alcuni casi di morti per avvelenamento o asfissia in seguito a guasti al sistema di ventilazione. Parlarono del potere subdolo delle «robe chimiche» di mangiarsi le suole delle scarpe e intaccare il metallo dei portasigarette; parlarono della tosse catarrosa che soffocava i vecchi, e risero di un certo Pančenko che non aveva voluto indossare le protezioni e a fine giornata si era ritrovato le braghe piene di buchi per via di non si sa quale acido.

Poi fu la volta della guerra. Amareggiati, preoccupati, afflitti, gli operai parlarono di tutto ciò che era stato distrutto dal nemico: i grandi stabilimenti, le miniere, gli zuccherifici, le ferrovie, le fabbriche di locomotive di Doneck.

Il vecchio che aveva fatto arrossire la Krotova si avvicinò ad Aleksandra Vladimirovna e disse:

«Se torni anche domani, è meglio se ti fai dare il buono per la mensa».

«Domani ce lo portiamo da casa, il pranzo» gli rispose lei. «Ma grazie, ragazzo mio».

E rise per averlo chiamato «ragazzo». Lui capì l’antifona e ribatté:

«Sì che sono un ragazzo! Ho preso moglie il mese passato, sai?».

Insomma, di colpo i modi erano diventati così amichevoli, così divertiti e tranquilli che Aleksandra Vladimirovna sembrava lavorarci da un bel po’, in quella fabbrica, e non da qualche ora in tutto.

Alla fine della pausa gli operai recuperarono una manichetta per l’acqua, così che la Krotova non dovesse fare avanti e indietro coi secchi da un capo all’altro del reparto, e la aiutarono a spostare l’attrezzatura là dove si sospettava che l’aria potesse essere inquinata.

Ogni tanto Aleksandra Vladimirovna ripensava a quello che aveva detto Meščerjakov e si sentiva avvampare: avrebbe voluto presentarsi da lui per dirgliene quattro, ma riuscì a trattenersi. «Prima finisco qui e propongo quello che devo,» pensò «poi gliele canto, a quel demagogo».

Molti direttori e ingegneri capo conoscevano bene l’ostinazione e i modi bruschi di Aleksandra Vladimirovna e non si azzardavano a ignorare le sue raccomandazioni quanto alla sicurezza sul lavoro. L’occhio clinico e il naso della Šapošnikova (che, tra l’altro, diceva spesso che il naso era lo strumento principale di un chimico) avevano capito immediatamente che qualche magagna c’era. E infatti le cartine al tornasole avevano subito cambiato colore e i reagenti si erano scuriti: con ogni evidenza l’aria del reparto conteneva un bel po’ di sostanze nocive. Lei per prima si era resa conto che quell’aria pesante e oleosa la fiaccava, le irritava le narici e le provocava prurito alla gola e tosse.

Tornarono verso la città con un altro autocarro. Strada facendo il motore ebbe un guasto: l’autista armeggiò a lungo dentro il cofano, dopo di che, assorto, tornò verso la cabina pulendosi lentamente le mani con uno straccio, e annunciò:

«Non riparte. Faccio venire un carro attrezzi dal garage, i pistoni sono andati».

«Una donna ci ha portato qua senza problemi e un uomo non è capace di riportarci a casa» disse la Krotova. «Dovevo anche andare allo spaccio...».

«Per dieci rubli un passaggio ve lo danno di sicuro» consigliò l’autista.

«Il punto è l’attrezzatura... Come si fa con quella?» rifletté Aleksandra Vladimirovna, che poi aggiunse, decisa: «Aspettate: siamo poco distanti dalla Centrale. Vado a chiedere un camion a loro. Lei, compagna Krotova, faccia la guardia agli strumenti».

«Non le daranno un bel niente, alla Centrale» disse l’altro. «I colleghi mi hanno detto che i viaggi li firma tutti Spiridonov, e quel taccagno non le darà proprio niente».

«È proprio a Spiridonov che lo vado a chiedere» disse Aleksandra Vladimirovna. «Vuole scommettere che ci riesco?».

L’altro se la prese a male:

«Pure le scommesse, adesso!», ma poi, strizzando l’occhio alla Krotova, aggiunse: «Compagna, per la notte io e lei abbiamo il telone del camion: dormiremo come nemmeno in vacanza e non farà neanche freddo, vedrà. E allo spaccio ci passa domani».

La Šapošnikova si avviò lungo il ciglio della strada. Il sole al tramonto rischiarava case e alberi, su per la salita i parabrezza dei camion diretti in città accecavano, giù per la discesa sul versante orientale la strada era fredda, di un celestino cenere che diventava azzurro dov’era illuminata dal sole, fra i vortici di polvere sollevati dagli automezzi. A un certo punto vide gli edifici alti della Centrale. La luce della sera tingeva di rosa il palazzo degli uffici e i tanti piani delle abitazioni, mentre sopra i reparti rilucevano colonne di fumo e vapore. Sulla strada che costeggiava le isbe coi loro orti e giardini si allungava una processione di gente diretta alla Centrale, di operai in tuta e ragazze coi pantaloni alla turca: gli uni con gli stivali, le altre con i tacchi, tutti con borse e sacchetti. Il cambio di turno, probabilmente.

Era una serata tersa, serena, e sugli alberi le foglie risplendevano ai raggi del sole al tramonto.

E come sempre accadeva, la vista dello spettacolo quieto della natura la fece pensare al figlio.

A sedici anni Dmitrij si era arruolato per combattere contro Kolčak, poi aveva fatto l’università a Sverdlovsk e, giovanissimo, era andato a dirigere uno dei settori industriali più importanti del paese. Nel 1937 lo avevano accusato di cospirare con i nemici del popolo e lo avevano arrestato. Poco dopo, la stessa sorte era toccata alla moglie. E Aleksandra Vladimirovna era corsa a Mosca a prendere il nipote per portarselo a Stalingrado: Serëža aveva solo dodici anni... Era tornata a Mosca altre due volte nel tentativo di intercedere per Dmitrij, ma i suoi amici di un tempo, gente che in passato dipendeva da lui in tutto e per tutto, ora neanche la ricevevano né rispondevano alle sue lettere.

Il marito di Aleksandra Vladimirovna, Nikolaj Semënovič Šapošnikov, era morto di polmonite durante la guerra civile. Fra chi si ricordava di lui ed era ancora nelle alte sfere, solo una persona le concesse un incontro. E sempre quella persona le procurò un colloquio con Dmitrij, spedito nel lager per la costruzione del canale tra Mar Bianco e Mar Baltico, e la rincuorò: di lì a un anno avrebbero sicuramente riesaminato il caso.

I suoi cari l’avevano vista piangere una volta soltanto in tutta la vita: quando aveva raccontato di quell’incontro. A lungo, sul molo, aveva atteso la barca che le avrebbe portato suo figlio. Gli era corsa incontro appena lo aveva visto; si erano guardati senza dire niente, in piedi, tenendosi per mano come bambini sulla riva di quel mare gelido. Poi lei aveva camminato da sola sulla riva deserta, con la schiuma bianca che lambiva gli scogli e i gabbiani che garrivano su un altro bianco, quello dei suoi capelli...

Dmitrij smise di rispondere alle sue lettere nell’autunno del 1939. Lei scrisse a destra e a manca, tornò a Mosca. E di nuovo si sentì promettere che avrebbero chiarito, che il caso sarebbe stato riesaminato. Ma intanto il tempo passava. Poi era scoppiata la guerra.

 

Aleksandra Vladimirovna camminava a passo lesto e con un lieve senso di vertigine. Sapeva che non era tutta colpa delle macchine che sfrecciavano e delle macchie di luce; erano gli anni, la stanchezza per avere respirato tutto il giorno quell’aria viziata, la tensione nervosa che non le dava requie; la sera le si gonfiavano i piedi e le scarpe stringevano: il cuore non reggeva quel ritmo, probabilmente.

Quando lo vide, il genero camminava circondato da un gruppo di persone e sventolava un fascio di scartoffie per tenere distante un ufficiale particolarmente molesto.

«Non si può fare» diceva Spiridonov. «Se lascio che vi allacciate, brucio i trasformatori e la città resta senza corrente. È chiaro o no?».

«Stepan Fëdorovič» lo chiamò piano Aleksandra Vladimirovna.

Spiridonov riconobbe la voce, si fermò di colpo e allargò le braccia, stupito.

«È successo qualcosa a casa?» domandò subito, prendendo da parte la suocera.

«No no, stanno tutti bene. Ieri sera abbiamo salutato Tolja» disse, poi gli parlò del guasto al camion.

«Gran direttore, quel Meščerjakov: gli funzionasse una macchina!» disse compiaciuto Spiridonov. «Adesso sistemiamo tutto». Poi guardò Aleksandra Vladimirovna e le disse in un sussurro: «È troppo pallida, accidenti, non va bene!».

«Mi gira la testa».

«E vorrei vedere: senza mangiare da questa mattina, tutto il giorno in piedi... Non va bene» sentenziò, brusco, e Aleksandra Vladimirovna notò che, lì dove comandava, il genero usava con lei un tono diverso dal solito timore reverenziale: era sollecito e condiscendente. «Non posso farla andare via in questo stato» disse poi, impensierito, e dopo averci riflettuto un attimo continuò: «Strumenti e assistente li rimandiamo subito indietro; lei, invece, andrà a riposare nel mio ufficio. Fra un’ora devo essere al comitato di partito: la riporto a casa io in macchina. E le trovo anche qualcosa da mangiare».

Aleksandra Vladimirovna nemmeno fece in tempo a dire ba che Spiridonov già gridava: «Sotnikov! Di’ al capo del garage di mandare un camion sullo stradone a un chilometro da qui, in direzione Krasnoarmejsk: c’è un autocarro in panne. Deve caricare la donna che c’è lì e l’attrezzatura, e portare tutto in città. È chiaro? Veloci, però. Davvero un gran direttore, quel Meščerjakov...».

Poi si rivolse a un’anziana donna che probabilmente era l’addetta alle pulizie:

«Ol’ga Petrovna, la accompagni lei nel mio ufficio, e dica ad Anna Ivanovna di aprirle la porta. Io mi sbarazzo di questa gente e sono lì fra un quarto d’ora».

Nell’ufficio del genero Aleksandra Vladimirovna si sedette su una sedia e si mise a osservare i grossi fogli di carta da lucido alle pareti, le poltrone e i divani con le fodere stiratissime e inamidate (evidentemente non ci si era mai seduto nessuno), la caraffa di vetro impolverata su un vassoio macchiato di giallo (non dovevano bere molta acqua, lì dentro) e il quadro storto con l’inaugurazione della Centrale (neanche il quadro dovevano guardarlo di frequente). Sulla scrivania c’erano carte, disegni, pezzi di cavo, un isolatore in porcellana, un mucchietto di carbone sopra un foglio di giornale, un mazzo di matite da disegno tecnico, un voltimetro e un regolo calcolatore; c’erano anche dei telefoni a disco con i numeri cancellati dall’uso e un posacenere pieno di mozziconi: a quel tavolo si lavorava giorno e notte, senza dormire mai.

Aleksandra Vladimirovna si disse che forse era la prima persona che si riposava, lì dentro: nei dieci anni precedenti non doveva essere mai successo. E in effetti, appena Spiridonov entrò, qualcuno bussò alla porta, un giovane in giacchetta blu posò un resoconto sulla scrivania dicendo: «Il turno di notte» e poi uscì.

Subito dopo entrò un vecchio con gli occhiali tondi e le soprammaniche nere, diede una cartelletta a Spiridonov, disse: «Una richiesta dalla Fabbrica Trattori» e uscì anche lui.

Squillò il telefono. Spiridonov rispose.

«Certo che t’ho riconosciuto... Se t’ho detto di no è no. Perché? Perché la Ottobre Rosso viene prima di voi, sai bene anche tu cosa produce... Come come? Ah, be’... Sai cosa ti dico allora?».

Stava per passare agli insulti, era chiaro: aveva gli occhi stretti, pieni di rabbia. Aleksandra Vladimirovna non lo aveva mai visto in quello stato. Spiridonov guardò per un attimo la suocera, si passò la lingua sulle labbra e gridò nella cornetta:

«È inutile che minacci di riferire a chissà chi. Sarò da “chissà chi” fra poco. Cos’è, prima chiedi favori e poi mi vuoi denunciare? La mia risposta è sempre no!».

Entrò la segretaria, una donna sulla trentina con gli occhi belli e stizzosi.

Si chinò all’orecchio di Stepan Fëdorovič e gli bisbigliò qualcosa. Aleksandra Vladimirovna le guardò i capelli scuri, le sopracciglia scure, la mano robusta, maschile, sporca di inchiostro.

«Certo, faccia pure portare» rispose Spiridonov.

La segretaria andò alla porta e disse:

«Nadja, porti pure».

Una ragazza in camice bianco e scarpe coi tacchi entrò con un vassoio coperto da un tovagliolo.

Stepan Fëdorovič aprì un cassetto della scrivania, ne cavò mezzo filone di pane bianco avvolto in carta da giornale e lo porse alla suocera.

«Se vuole» aggiunse battendo il palmo sul cassetto «posso offrirle anche qualcosa di più forte. Però non deve dire niente a Marusja, mi mangerebbe vivo», e con quelle parole tornò subito a essere lo Spiridonov di sempre.

Aleksandra Vladimirovna bevve un piccolo sorso di vodka, sorrise e disse:

«Mi piacciono, le sue donne. L’ultima era davvero graziosa. Nel cassetto, poi, non ha solo scartoffie, a quanto vedo. Pensavo che lavoraste ventiquattr’ore su ventiquattro, qui dentro...».

«Ogni tanto tocca anche lavorare» disse lui. «A proposito di belle ragazze: sapesse cosa s’è inventata Vera... Le racconterò strada facendo».

«Che strano sentir parlare qui di cose di casa» pensò Aleksandra Vladimirovna.

Stepan Fëdorovič guardò l’orologio.

«Abbia pazienza, fra mezz’ora ce ne andiamo. Devo passare in reparto, prima, lei si riposi ancora un po’».

«Posso venire anch’io? Non ci sono mai stata, qui da lei».

«Ma no! C’è da fare un paio di piani, sarebbe meglio che riposasse» le disse, però si vedeva che gongolava. Aveva voglia di mostrarle la Centrale.

Mentre camminavano nel buio del cortile Stepan Fëdorovič le spiegava:

«Quelli sono i trasformatori a olio... la sala caldaie, le torri di raffreddamento... Qui stiamo costruendo un rifugio sotterraneo: non si sa mai, come si suol dire...».

Poi guardò il cielo e disse:

«Fa spavento, possono arrivare all’improvviso... Con la strumentazione che hanno, con quelle turbine...».

Entrarono in una stanza illuminata a giorno, e subito la tensione straordinaria che sempre impregna l’aria nelle grandi centrali elettriche li avvolse impercettibilmente con la sua malia, delicata ma fortissima: altiforni, forni Martin-Siemens e laminatoi a caldo non fanno lo stesso effetto sconvolgente... In siderurgia l’enormità del lavoro compiuto dall’uomo è palese e lampante nell’incandescenza dell’acciaio fuso, nel frastuono, nella luce accecante dei blocchi di metallo... Lì era tutto diverso: la luce vivida e uniforme delle lampadine, il pavimento tirato a lucido, il marmo bianco dei quadri di distribuzione, i movimenti cadenzati, lenti, gli occhi attenti e calmi degli operai, la fissità dei rivestimenti di ghisa e acciaio, la curvatura sapiente di ruote e turbine. Lì, in quel ronzio soffuso, grave e cupo, nel tremolio lievissimo di luce, rame e acciaio, nell’alito caldo dell’aria l’estrema, misteriosa tensione di quel luogo, l’estrema velocità silenziosa delle turbine, la flessuosità del vapore che generava un’energia più nobile e degna del semplice calore si percepivano in modo velato, e non diretto come altrove. E diversa era anche l’emozione che dava il brillio fosco delle dinamo silenziose, ingannevoli nella loro immobilità solo apparente.

Aleksandra Vladimirovna inspirò lo sbuffo caldo proveniente da un volano che pareva fermo, tanto ruotava in modo fluido, muto; i raggi sembravano coperti da una ragnatela grigia, ma, pur formando un’unica superficie, scintillavano e tradivano così la furia del movimento. L’aria era calda e con un leggero sentore acre d’ozono, o forse d’aglio: così odorano i campi dopo un temporale, pensò Aleksandra Vladimirovna, e il paragone con l’aria oleosa degli impianti chimici, col calore asfissiante delle fonderie, con la nebbia farinosa dei mulini e l’arsura secca di fabbriche e laboratori tessili fu inevitabile...

Ancora una volta, l’uomo che credeva di conoscere così bene e in ogni piega dopo tanti anni di matrimonio con sua figlia gli sembrò una persona diversa, nuova.

Non solo i gesti, il sorriso, l’espressione e la voce erano differenti, lì dentro, ma era diverso lui, e lo era nel profondo. Mentre Stepan Fëdorovič parlava con ingegneri e operai, Aleksandra Vladimirovna osservò le loro facce e notò qualcosa di importante e di cruciale che li accomunava tutti, qualcosa senza cui nessuno di loro avrebbe potuto vivere. Mentre attraversava le sale, Stepan Fëdorovič parlava con montatori e macchinisti, si chinava su ruote e strumenti vari e ascoltava il suono dei motori, e sul suo viso c’era sempre la stessa espressione assorta e concentrata di vaga apprensione. Un’espressione che poteva solo essere figlia dell’amore; in quei momenti, per lui e per coloro che erano con lui, le angosce e le preoccupazioni consuete, i pensieri quotidiani, le gioie e i dolori familiari non esistevano più.

Spiridonov rallentò il passo.

«E questo è il nostro sancta sanctorum» disse di fronte al quadro di controllo centrale.

Su un’alta colonna di marmo, fra interruttori a coltello, reostati e commutatori, fra rame vischioso e plastica lucida, si accendeva una luminaria di indicatori rossi e blu.

Poco lontano alcuni operai stavano installando una sorta di grosso astuccio d’acciaio spesso, alto quanto un uomo e mezzo e con una feritoia d’ispezione.

«Lì dentro, in caso di bombardamento, si riparerà l’addetto al quadro centrale» spiegò Spiridonov. «Ben blindato, come dentro a una corazzata».

«L’uomo nell’astuccio» scappò detto ad Aleksandra Vladimirovna. «Ma qui il senso non è quello di Čechov».

Spiridonov si avvicinò al quadro. Le luci blu e rosse degli indicatori si riflettevano sul suo viso e sulla giacca.

«Ora accendo la città» disse, e appoggiò la mano su una grossa leva. «Ora le fabbriche: la Barricate, la Fabbrica Trattori... E ora Krasnoarmejsk».

Gli tremava la voce per l’emozione; fra quegli strani riverberi colorati, sulla sua faccia si leggevano entusiasmo e felicità... Gli operai lo guardavano in silenzio, seri.

Più tardi, in macchina, Spiridonov si chinò verso Aleksandra Vladimirovna e per non farsi sentire dall’autista le sussurrò all’orecchio:

«Ha presente la donna che l’ha accompagnata nel mio ufficio?».

«Ol’ga Petrovna, giusto?».

«Sì. Savel’eva. È vedova. Si era presa in casa un ragazzo che lavorava da me come aiuto meccanico e che poi è andato a frequentare la scuola di volo. Insomma, ora è all’ospedale militare e le ha scritto che ci lavora anche “la figlia di Spiridonov”, la nostra Vera insomma, che si sono dichiarati e hanno deciso di sposarsi. Capito che roba? E da chi lo so? Da Vera? Nossignora, da Anna Ivanovna, la mia segretaria, che l’ha saputo da chi fa le pulizie... Si rende conto?».

«Su, su» disse Aleksandra Vladimirovna. «Va benissimo, l’importante è che sia un bravo ragazzo, onesto».

«Dio mio, non è il momento, e non è nemmeno l’età... Voglio vedere quando la chiameranno “bisnonna”, se dirà ancora che va benissimo».

Nella penombra Aleksandra Vladimirovna vedeva male la faccia del genero, ma la voce era quella di sempre, quella che conosceva da tanti anni, e verosimilmente anche l’espressione del viso doveva essere la solita.

«Quanto alla vodka, siamo d’accordo: non una parola con Marusja, va bene?» bisbigliò ancora, ridacchiando.

Aleksandra Vladimirovna provò per lui una tenerezza materna, ma triste.

«Anche lei diventerà nonno, però, Stepan» gli disse sottovoce accarezzandogli una spalla.

17

Stepan Fëdorovič passò al comitato di partito della Fabbrica Trattori e ricevette una notizia inaspettata: Ivan Pavlovič Prjachin, che conosceva da tempo, era il nuovo segretario del comitato regionale.

In passato Prjachin aveva lavorato nell’organizzazione di partito della fabbrica, dopo di che era andato a studiare a Mosca; poco prima della guerra era tornato a Stalingrado, al comitato di distretto, e da qualche tempo era di nuovo alla Fabbrica Trattori.

Stepan Fëdorovič lo conosceva da un bel po’, ma si erano sempre visti poco, dunque si stupì che la notizia lo colpisse tanto.

Andò nell’ufficio di Prjachin, che si stava mettendo il soprabito per uscire, e gli disse stentoreo:

«Compagno Prjachin, i miei omaggi e le mie congratulazioni per la promozione al comitato regionale».

Alto, flemmatico, con la fronte alta, Prjachin guardò lentamente Stepan Fëdorovič e disse:

«Io e lei, compagno Spiridonov, continueremo a vederci tanto quanto prima, anzi, forse persino di più».

Uscirono insieme.

«Le do un passaggio, devo comunque attraversare la città per tornare alla Centrale» disse Spiridonov.

«No, vado a piedi» rispose Prjachin.

«A piedi?» si meravigliò l’altro. «Saranno tre ore».

Prjachin guardò Spiridonov e fece un ghigno, ma non disse niente. Spiridonov guardò Prjachin e fece un ghigno anche lui, ma nemmeno lui disse niente. Aveva capito che quell’uomo taciturno e severo voleva camminare per le strade della sua città, passare accanto alla fabbrica che aveva visto costruire, ai giardini che aveva visto piantare, alle scuole che aveva aiutato a tirare su, ai palazzi che si erano riempiti di inquilini anche grazie a lui.

All’ingresso del comitato di partito Spiridonov aspettava che l’autista tornasse, e intanto seguiva con gli occhi Prjachin che si avviava lungo la strada.

«Ora dovrò rispondere a lui» pensò con un sorrisetto che, però, non prese forma del tutto: era commosso. Gli tornarono in mente le occasioni in cui aveva incontrato Prjachin. La volta in cui avevano inaugurato la scuola per i figli di operai e impiegati nel borgo vicino alla fabbrica. Preoccupato, rabbioso, con la sua voce stridula, Prjachin aveva rovinato la solennità del momento rimproverando aspramente il capomastro perché il parquet di alcune aule era lamato male. O quella in cui, molto prima della guerra, durante un incendio in un altro borgo di operai, vedendolo uscire dal fumo grigio-azzurro Spiridonov si era sentito sollevato: «Se c’è lui, sto tranquillo». O quando non aveva dormito per tre notti prima dell’inaugurazione di un nuovo impianto e poi, all’improvviso, era arrivato Prjachin che, senza chiedere niente a nessuno, era andato dritto da lui e si era informato proprio su ciò che più lo angustiava. Anche adesso, scoprendo che in tempi duri per Stalingrado Prjachin era stato mandato a lavorare per il comitato regionale di partito, Spiridonov si era ripetuto quanto si era detto durante l’incendio: «Se c’è lui, posso stare tranquillo».Via E'U'r'e'k'A'd'd'l

Con tutta la sua commozione, quel giorno Stepan Fëdorovič aveva visto Prjachin sotto una luce diversa: «È preoccupato, c’è poco da fare. Qui c’è la sua vita, per questo vuole vedere tutto. È la nostra vita, questa: la sua e la mia».

Era probabile che, al momento di salutarsi, anche Prjachin avesse capito ciò che pensava e sentiva Spiridonov, e forse per questo la sua stretta di mano era stata robusta, come a ringraziarlo tacitamente per il tatto che aveva mostrato non dicendo chiaro e tondo: «La sento preoccupato e so che vuole vedere tutti i posti per cui ha lavorato una vita».

Quello di frugare senza autorizzazione nell’animo altrui e di mettere in piazza tutto quello che ci trovano è un brutto vizio di molti.

Quando arrivò alla Centrale, Stepan Fëdorovič si immerse nelle sue beghe quotidiane, ma i pensieri che quell’incontro fortuito aveva innescato non riuscivano comunque a dissolversi nel frastuono che lo circondava.

18

Quella sera Ženja oscurò le finestre mettendo insieme con spille e forcine scialli, vecchie coperte e vecchie maglie.

In casa l’aria si fece subito pesante, e fronti e tempie di chi era seduto a tavola si imperlarono presto di sudore; persino il sale giallastro nella saliera sembrava umido, sudato anche lui per quel calore eccessivo. In compenso, però, da dentro la stanza il cielo scuro della guerra vicina, che scavava l’anima, non si vedeva più.

«E dunque, compagne care più o meno fanciulle,» disse senza più fiato Sof’ja Osipovna «che novità nella gloriosa Stalingrado?».

Male «fanciulle» non risposero: avevano troppa fame ed erano troppo occupate a tirare fuori dalla pentola le patate bollenti, soffiandosi sulle dita.

Solo Stepan Fëdorovič, che pranzava e cenava alla mensa privilegiata del comitato regionale di partito, non toccò le patate.

«Dalla settimana prossima dormirò alla Centrale: decisione dall’alto» disse. Poi diede un colpo di tosse e aggiunse senza fretta: «Lo sapete chi è il nuovo segretario regionale di partito? Prjachin».

Nessuno reagì.

Marija Nikolaevna, che nel pomeriggio era stata in fabbrica per un sabato di lavoro volontario con altri colleghi della pubblica istruzione, raccontò che gli operai avevano il morale alle stelle.

In famiglia Marija Nikolaevna era ritenuta la più istruita. Sin dai primi anni di scuola aveva stupito tutti per capacità e resistenza a lunghe giornate di studio. Aveva preso due lauree contemporaneamente: una in Pedagogia, l’altra (senza frequentare) in Filosofia. Prima della guerra una casa editrice della zona aveva pubblicato un suo opuscolo: La donna nell’economia socialista. Stepan Fëdorovič ne aveva fatta rilegare una copia in pelle gialla col titolo in argento, e la teneva orgoglioso sulla scrivania. E quando si discuteva di pregi e difetti di amici e conoscenti, la moglie aveva sempre l’ultima parola, per lui.

«Entri in fabbrica e ti scordi immediatamente dubbi e preoccupazioni» disse Marija Nikolaevna prendendo una patata, che però, nell’eccitazione del momento, rimise subito nella pentola. «No, no, non possono vincere loro: siamo un popolo che conosce il sacrificio e il lavoro, noi. È nelle fabbriche che capisci davvero con quanta determinazione stiamo combattendo. Dovremmo tutti lasciare quello che facciamo e andare a lavorare nelle fabbriche di guerra e nei kolchoz. Tolja è partito, intanto!».

«Ora come ora i giovani stanno più male dei vecchi» disse Vera.

«Peggio. Non più male» la corresse Marija Nikolaevna. La correggeva sempre, quando sbagliava.

«Hai la giacca tutta piena di polvere, bisognerà pulirla» disse Stepan Fëdorovič.

«È polvere santa, polvere della fabbrica» rispose lei.

«Pensa a mangiare, adesso, Marusja» disse lui, preoccupato che la moglie si facesse prendere la mano dalle fanfare dei discorsi e trascurasse la porzione di storione arrosto che le aveva portato dalla mensa.

Fu Aleksandra Vladimirovna a intervenire.

«Hai ragione su tutto» disse. «Aveste visto quant’era nervoso il povero Tolja!».

«La guerra è guerra,» ribatté la figlia «e la Patria ci chiede sacrifici importanti».

Ženja guardò la sorella maggiore un po’ interdetta.

«Cara mia,» le disse «un sabato ogni tanto sarà sicuramente meraviglioso come dici, ma immagina di doverci andare tutte le mattine, in fabbrica, al buio dell’inverno e con la paura dei bombardamenti, e poi, in quello stesso buio, di dover correre a casa la sera a turno finito... Con solo formaggio acido e sardine per cena, mettici anche questo».

«Perché tu, invece, in fabbrica ci lavori da vent’anni e puoi permetterti di pontificare, giusto? Il problema è che tu sei fisiologicamente incapace di capire che lavorare in un collettivo numeroso ti dà una forza morale infinita. Gli operai scherzano, sono molto determinati. Avreste dovuto vederli quando hanno fatto uscire un nuovo cannone: il comandante ha stretto la mano al vecchio caposquadra, che l’ha abbracciato e gli ha detto: “Dio ti conceda di tornare sano e salvo dalla guerra!”. Ho provato un tale slancio patriottico che ci avrei lavorato centosei ore, lì dentro, altro che sei».

«Ossignore» sospirò Ženja. «Non discuto la sostanza di quello che dici. È tutto vero, è molto nobile e lo capisco con tutta me stessa. Però tu parli delle persone come se non fosse stata una donna a partorirle, ma il direttore di un giornale. Lo so che c’è anche tutto questo, nelle fabbriche, ma perché devono volerci certi toni? Fanno sembrare tutto un’invenzione! Con te pare sempre di avere davanti un manifesto, e a me i manifesti non sono mai piaciuti neanche da dipingere».

Marusja la interruppe.

«E invece dovresti proprio dipingerli, i manifesti, e lasciar perdere quella tua pittura assurda che nessuno capisce! Tanto lo so dove vuoi andare a parare: la verità della vita e quelle storie lì. Davvero devo spiegarti di nuovo che ci sono due verità, al mondo? La verità di un presente che ci è stato imposto dal nostro maledetto passato, e quella di un presente che quel passato lo sconfiggerà? E che è in questa verità del futuro che voglio vivere?».

«Voltando le spalle al presente?» domandò Ženja.

«Tu guardi l’albero e non vedi la foresta, che è una posizione altrettanto sciocca».

«No, Marusja, ti sbagli» s’intromise Sof’ja Osipovna. «Te lo dico da chirurgo: la verità è una sola, non ne esistono due. Quando amputo una gamba, non ho due verità. Se volessimo giocare alle due verità, finirebbe tutto molto male... E soprattutto in guerra, in un momento tragico come questo, la verità è una sola. È una verità amara, ma è l’unica che può salvarci. Se i tedeschi entrano a Stalingrado, imparerai che se insegui due verità non ne acchiapperai neanche una. E sarà la fine».

«Già» scandì Vera. «Scappano tutti, ormai. Oggi ci hanno portato altri feriti, e le storie che raccontano sono tremende. Mentre tornavo a casa, però, ho incontrato la mia amica Zina, che coi tedeschi ci ha passato tre mesi a Kiev. Dice che sono tutte sciocchezze, che si poteva andare al mercato e anche al cinema, e che gli ufficiali erano gente per bene».

«Vera! Non t’azzardare a ripetere certe calunnie controrivoluzionarie! Sai bene cosa rischi, in tempo di guerra!» le disse Stepan Fëdorovič.

«Questi sono i giovani d’oggi!» intervenne Marija Nikolaevna. «Alla tua età eravamo diversi, noi. E poi, mi scuserai, ma ti scegli delle pessime amiche: te l’ho sempre detto».

«La mia età importa poco, cari i miei mamma e papà che fra prediche e “giovani d’oggi” siete peggio dei bambini! Me l’hanno riferito, va bene? Io non ho niente a che spartirci. Vi sembra che aspetti i tedeschi, io? Zina mi ha anche detto che ci sono state delle uccisioni di massa, a Kiev, che hanno ammazzato gli ebrei. E che, con un figlio nei lager, alla nonna conviene star qui».

«Dio, che cinismo! E in bocca a mia figlia!» disse Marija Nikolaevna.

«Non può essere vero. Ci sono diecimila ebrei a Kiev, non possono averli uccisi tutti. È un’assurdità» commentò Sof’ja Osipovna.

«Ebrei o non ebrei, io coi tedeschi non ci resto» disse Aleksandra Vladimirovna. «Solo il pensiero mi fa orrore. E poi ho la responsabilità di Serëža, non posso mettere a rischio la sua vita».

Serëža entrò di volata proprio in quel momento.

«Alla buon’ora! Ero preoccupatissima» disse sollevata Aleksandra Vladimirovna. «Dove sei stato?».

«Nonna, mi prepareresti una sacca con qualche vestito? Dopodomani parto: vado a scavare trincee con un battaglione di operai!» disse a gran voce e col fiato corto Serëža, che sfilò un foglio dal suo libretto scolastico e lo sbatté sul tavolo come il giocatore che sfodera l’asso di fronte agli avversari sgomenti.

Stepan Fëdorovič aprì il foglio e, da persona che di «scartoffie» si intendeva, cominciò a esaminarlo a partire dal timbro con data e numero.

Con un sorriso condiscendente, certo che il documento fosse più che valido, Serëža guardava dall’alto in basso gli occhi stretti e la fronte aggrottata dello zio.

Marusja e Ženja avevano dimenticato la loro lite e si scambiavano occhiate d’intesa, cercando la madre con la coda dell’occhio.

Aleksandra Vladimirovna adorava Serëža più di chiunque altro: i suoi occhi, la sua intelligenza schietta, inquieta, adulta e forte, ma anche infantile e spontanea, la timidezza che non sopiva la passione, la fiducia che andava a braccetto con lo scetticismo, la bontà con l’irascibilità – Aleksandra Vladimirovna venerava tutto quanto. «Sai una cosa,» aveva detto una volta a Sof’ja Osipovna «siamo diventate vecchie e lasceremo presto questa vita, che non è tutta rose e fiori, anzi, va proprio in fumo, con la guerra che imperversa. Eppure, vecchia come sono, continuo a credere nella rivoluzione, credo che sconfiggeremo il fascismo, e credo nella forza di chi innalza il vessillo della felicità e della libertà del popolo. E mi sembra che Serëža sia fatto della mia stessa pasta. Per questo lo amo tanto».

L’amore di Aleksandra Vladimirovna per il nipote era incondizionato e senza riserve: era amore autentico, insomma.

Di quell’amore sapevano tutti, e per tanto amore si commuovevano ma si arrabbiavano anche, spinti da un senso di protezione e di gelosia insieme, come spesso capita nelle famiglie numerose. «Se dovesse succedere qualcosa a Serëža,» capitava che dicessero le figlie «la mamma ne morirebbe». «Dio mio,» capitava ancora che dicessero, accorate «non dovrebbe preoccuparsi tanto per quel ragazzino!». Altre volte era il sarcasmo a prevalere: «Certo che la mamma non ce la fa proprio a trattare Tolja come Serëža!».

Stepan Fëdorovič restituì il foglio al nipote.

«C’è la firma di Filimonov» disse pacifico. «Nessun problema. Domani parlo con Petrov e ti faccio assumere alla Centrale».

«Perché?» domandò Serëža. «L’ho chiesto io, mica mi hanno obbligato. Ci hanno detto che ci daranno la pala, ma anche il fucile, e che quelli in buona salute verranno arruolati in un battaglione vero».

«Come sarebbe? Ti sei offerto volontario?» domandò Stepan Fëdorovič.

«Certamente».

«Sei impazzito?» sbottò rabbiosa Marija Nikolaevna. «Ci pensi, alla nonna? Ci pensi a quanto soffrirebbe nel caso in cui dovesse succederti qualcosa? Dio non voglia!».

«Ma se neanche hai gli anni per possedere un documento d’identità! Com’è possibile?» disse Sof’ja Osipovna.

«E Tolja?».

«Tolja cosa? Tolja ha tre anni più di te. Tolja è un uomo fatto e finito. E Tolja è stato chiamato a fare il suo dovere di cittadino. Prendi Vera: le ho mai detto niente? A tempo debito, quando avrai finito la scuola e verrai arruolato, nessuno dirà niente neanche a te. Mi stupisco che t’abbiano preso, però. Ci sarebbe stata meglio una tirata d’orecchie...».

«Guarda che ce n’era uno più basso di me» la interruppe Serëža.

Stepan Fëdorovič strizzò l’occhio a Ženja:

«Capito? L’uomo maturo...».

«Mamma, perché non dici niente?» domandò Ženja.

Serëža guardò Aleksandra Vladimirovna, e anche lui la sollecitò a mezza voce:

«Sì, nonnina cara, di’ qualcosa...».

Solo a lui era concesso di prenderla in giro e di parlarle con toni di condiscendenza beffarda e toccante insieme. Nonostante non le facessero difetto né il piglio deciso né la convinzione di essere sempre nel giusto, persino la zia Ljudmila si azzardava di rado a contraddire la madre.

Aleksandra Vladimirovna alzò gli occhi di scatto, neanche fosse dinanzi a un tribunale, e balbettò:

«Serëža... Fa’ come... Fa’ quello... Io...». Poi si alzò in piedi e lasciò la stanza.

Per un attimo nessuno fiatò. Vera, che quel giorno aveva aperto il cuore alla compassione e alla gentilezza, fece una smorfia stizzita per trattenere le lacrime.

19

Quella notte le strade erano piene di rumori. Sirene, motori, grida.

Non erano solo forti, quei rumori: spaventavano. Muti nei loro letti, gli abitanti di Stalingrado erano tutti svegli e tendevano l’orecchio per cercare di capire cosa stesse accadendo.

In quel momento tremendo le domande che tormentavano chi da quei rumori era stato svegliato erano le stesse: i tedeschi erano entrati in città? La situazione era precipitata all’improvviso? I nostri si stavano ritirando ed era venuto il tempo di vestirsi, fare fagotto e andarsene in piena notte? L’angoscia gelava, stringeva il cuore: «Questi rumori, queste voci incomprensibili... Saranno i paracadutisti?».

Nella stanza che divideva con la madre, con Sof’ja Osipovna e Vera, Ženja si tirò su nel letto, si appoggiò su un gomito e disse piano:

«A Elec ci è successa la stessa cosa, a me e alla mia brigata di artisti: una mattina ci siamo svegliati con i tedeschi appena fuori città. E nessuno ci aveva avvertito».

«Un paragone sinistro» commentò Sof’ja Osipovna.

Sentirono poi che nell’altra stanza, dove la porta era sempre aperta così che in caso di bombardamento avrebbero fatto prima a svegliare tutti quanti, Marusja diceva:

«Accidenti a te e alla tua calma olimpica, Stepan! Tu dormi, e qua c’è da capire cosa succede!».

«Non sto dormendo. Zitta e ascolta!» le sussurrò il marito.

Era il rombo di una macchina proprio sotto la loro finestra; poi il motore si spense di colpo e una voce nitidissima, neanche fosse stata nella loro stanza, disse:

«Metti in moto, per la miseria! Dormi?», seguita da espressioni che per qualche istante fecero abbassare lo sguardo alle donne, ma che non lasciarono dubbi circa il fatto che a pronunciarle fosse stato un compatriota furioso.

«Che suoni paradisiaci» disse Sof’ja Osipovna.

E tutti ricominciarono a parlare, sollevati.

«Accidenti a Ženja e alla sua Elec» disse Marusja con un filo di voce. «Ho ancora una fitta al cuore, qui, sotto la scapola...».

In imbarazzo per avere lasciato trasparire la sua paura di fronte alla moglie, Stepan Fëdorovič attaccò una reboante e verbosa spiegazione:

«Non era possibile, comunque. Anzi è un’assurdità, una sciocchezza proprio! Da Kalač a qui la nostra difesa è un muro di cemento armato. E poi, nel caso, mi avrebbero informato immediatamente. Credete davvero che sia tutto così semplice? Femmine, femmine e ancora femmine!».

«Sì, certo, va tutto bene ed è stata una sciocchezza» disse piano Aleksandra Vladimirovna. «Prima, però, ho davvero pensato che potesse essere tutto molto semplice».

«Giusto, mamma. Brava» confermò Ženja.

Stepan Fëdorovič si buttò sulle spalle il soprabito, attraversò la stanza, strappò quanto oscurava la finestra e la spalancò.

«Primavera! S’aprono le finestre e nella stanza entra il rumore» disse Sof’ja Osipovna e, con l’orecchio al frastuono variopinto di voci e automezzi, concluse: «Il rintocco dalla chiesa vicina, la voce del popolo, delle ruote il rumore».6

«Non è il rumore, malo stridore» la corresse Marija Nikolaevna.

«E lasciamo che stridano, ’ste ruote!» disse Sof’ja Osipovna, e tutti scoppiarono a ridere.

«Ci sono un sacco di auto, normali e di rappresentanza» disse Stepan Fëdorovič osservando la strada vagamente rischiarata dalla luna.

«Rinforzi per il fronte» disse Marija Nikolaevna.

«No, il contrario, piuttosto. Non mi pare che vadano verso il fronte» rispose Stepan Fëdorovič. Che di colpo alzò un dito per zittirla: «Sshh!».

All’angolo della strada un vigile dirigeva il traffico; dagli automezzi continuavano a interpellarlo. Parlavano a bassa voce, però, e non c’era modo di capire cosa dicessero. A ogni domanda il vigile rispondeva con la bandierina, indicando la direzione a macchine e camion carichi di tavoli, casse, sgabelli e brande pieghevoli. Su qualche cassone, al ritmo dell’andatura, dondolavano gruppi sonnolenti di soldati in pastrano o cappa mimetica. A un certo punto vicino al vigile si fermò una ZIS-101, che era una macchina da pezzi grossi, e stranamente Stepan Fëdorovič riuscì a sentire l’intera conversazione.

«Dove lo trovo il comandante?» domandò una voce densa, lenta.

«Della città?».

«Cosa me ne faccio del comandante della città?! Mi serve sapere dove s’è sistemato quello dello Stato maggiore del Fronte!».

Stepan Fëdorovič non volle sentire altro. Socchiuse la finestra, tornò al centro della stanza e disse:

«Compagni, Stalingrado combatte. Lo Stato maggiore del Fronte Sud-Occidentale è qui».

«Alla guerra non si scampa: ci insegue comunque» disse Sof’ja Osipovna. «Torniamo a dormire! Alle sei devo essere in ospedale».

Non fece in tempo a dirlo che suonarono alla porta.

«Vado io» disse Stepan Fëdorovič, e per andare ad aprire si infilò il soprabito che aveva sulle spalle. Era quello di tweed inglese che conservava per i viaggi a Mosca e le parate per l’anniversario della rivoluzione. Lo teneva sulla testiera del letto per averlo a portata di mano in caso di raid aerei: Stepan Fëdorovič era convinto che nei rifugi si dovesse portare quanto di più prezioso si possedeva, nell’eventualità che il palazzo andasse a fuoco. Accanto al soprabito, infatti, c’era anche il suo abito nuovo; vicino all’armadio, pronta all’uso, attendeva invece la valigia con la pelliccia e i vestiti di Marusja.

Spiridonov tornò di lì a poco, ridendo.

«Ženja, c’è un cavaliere che chiede di lei, un gran bell’uomo, in verità. L’ho lasciato fuori dalla porta».

«Di me?» si stupì Evgenija Nikolaevna. «Che assurdità, non capisco!», e invece era chiaro a tutti che fosse elettrizzata e confusa.

«Džakhši» disse Vera, tutta allegra. «E brava zia Ženja!».

«Esca, Stepan, mi devo vestire» disse svelta Evgenija Nikolaevna, che scattò in piedi come una bambina, oscurò la finestra e accese la luce.

Le ci volle qualche secondo in tutto per infilarsi scarpe e vestito, mentre i suoi gesti si fecero improvvisamente lenti quando prese il rossetto, strizzò gli occhi e se lo mise.

«Sei pazza» le disse stizzita la madre. «Di là ti aspettano e tu perdi tempo a truccarti in piena notte».

«Tanto più che non se l’è nemmeno lavata, quella faccia da sonno, e ha i capelli da strega» aggiunse Marija Nikolaevna.

«State tranquille» disse Sof’ja Osipovna. «Sporca o pulita, con o senza la faccia da sonno, la nostra Ženja sa perfettamente di essere una strega giovane e bellissima».

A lei, zitella canuta di cinquantotto anni, probabilmente non era mai capitato di prepararsi col batticuore per una visita inaspettata.

In teoria, quella donna mascolina che lavorava come un mulo, che era stata in mezzo mondo al seguito di esplorazioni geografiche, che non disdegnava il turpiloquio e leggeva matematici, poeti e filosofi, avrebbe dovuto guardare la bella Ženja con sufficienza e disdegno, e non con affettuosa ammirazione e un’invidia buffa e commovente, come invece faceva.

Ženja andò alla porta ancora perplessa e nervosa.

«Si immagina chi sono?» chiesero da fuori.

«Forse sì. O forse no».

«Novikov» disse la voce.

Mentre andava alla porta, Ženja era quasi certa che si trattasse di lui, ma aveva risposto a quel modo perché non aveva deciso se rimproverarlo o meno per l’indelicatezza di quell’intrusione notturna.

Di colpo fu come se guardasse la scena dal di fuori e ne capisse tutta la poesia: vide sé stessa assonnata, con ancora addosso il calore della casa e del letto che divideva con la madre, e vide l’uomo alla porta, affiorato dal buio minaccioso della guerra insieme all’odore di polvere, benzina e cuoio e al fresco della steppa.

«Mi perdoni,» disse abbassando gli occhi come un prigioniero di fronte a un ufficiale nemico «è una follia presentarmi nel cuore della notte».

«Ora la riconosco» disse lei. «Felice di vederla, compagno Novikov».

«È la guerra che mi porta» disse lui. «Mi perdoni, magari torno a giorno fatto».

«E dove andrebbe, ora, a notte fonda? Si fermi con noi».

Lui insisteva a rifiutare. E lei finì per arrabbiarsi non per l’improvvisata notturna, ma perché l’altro non intendeva rimanere. A quel punto, rivolto alla tromba delle scale e con il tono di chi è abituato a comandare e sa che gli obbediranno, Novikov disse a mezza voce:

«Koren’kov, branda e valigia».

«Sono contenta di trovarla sano e salvo» disse allora Ženja. «Però niente domande: lei è stanco, deve lavarsi, bere un tè e mangiare qualcosa. Parleremo domani mattina, mi racconterà tutto. E io le farò conoscere mia madre, mia sorella e mia nipote».

Poi lo prese per mano, lo guardò dritto negli occhi e disse:

«È molto cambiato. Ha le sopracciglia più chiare».

«È la polvere» disse. «Ce n’era molta, per strada».

«La polvere e il sole. Le fanno sembrare più scuri gli occhi».

Ženja stringeva ancora la mano di lui, grande; la sentì fremere nella sua e le scappò da ridere.

«Bene, la affido agli uomini di casa. Domani le toccherà il gineceo».

Lo sistemarono nella stanza di Serëža.

Serëža gli mostrò il bagno.

«Davvero funziona anche la doccia?» domandò Novikov.

«Per ora sì» rispose Serëža, e intanto lo guardava sfilarsi il cinturone, la pistola e la giacca con i quattro rettangoli color lampone, e prendere dalla valigia sapone, pettine e rasoio.

Alto, spalle larghe, petto sporgente, movimenti rapidi, Serëža pensò che somigliasse a padre Sergij di Tolstoj prima che diventasse padre Sergij, e che sembrava nato per vestire l’uniforme e portare un’arma.

«Lei è il fratello di Evgenija Nikolaevna?» domandò Novikov.

Serëža era in imbarazzo a dire di essere il nipote: zia Ženja era troppo giovane per avere un nipote che si era appena arruolato volontario in un battaglione di operai. Novikov poteva pensare che lei fosse vecchia, o che lui fosse un poppante.

«Può usare l’asciugamano di spugna» gli rispose, ignorando la domanda.

Non gli era piaciuto il tono che Novikov aveva usato con l’autista, un soldato sulla quarantina, magro e con le spalle curve.

«Il compagno autista può mettersi lì» gli aveva detto Serëža mentre scaldava l’acqua per il tè.

«Dormirà in macchina» aveva ribattuto Novikov. «Non possiamo lasciarla incustodita».

A Koren’kov era scappato un ghigno:

«C’è il Volga, davanti, compagno colonnello: non è che ci attraversano il fiume, con la macchina nostra, cosa se ne fanno?...».

«Può andare, Koren’kov» aveva tagliato corto Novikov. E si era seduto a bere il tè.

Stepan Fëdorovič gli si piazzò di fronte grattandosi il petto e sbadigliando. Prese anche lui una tazza. L’arrivo notturno dello Stato maggiore del Fronte gli dava qualche pensiero.

Da oltre la porta giunse la voce di Ženja:

«Tutto a posto, lì dentro?».

Novikov si alzò di scatto e le rispose così, in piedi, come rivolgendosi a qualcuno più alto in grado di lui:

«Sì, grazie, Evgenija Nikolaevna. E perdoni ancora l’invasione».

Quando parlava con lei, i suoi occhi avevano sempre un’espressione colpevole che mal si addiceva a quel viso imperioso con la fronte larga, il naso diritto e le labbra serrate.

«Allora a domani. Buonanotte» disse Ženja, e Serëža notò che Novikov tendeva l’orecchio al rumore dei tacchi di lei.

Stepan Fëdorovič beveva il suo tè, serviva l’ospite e intanto lo studiava con l’occhio di chi è abituato a valutare le persone. Provò a immaginarsi per quale lavoro sarebbe stato adatto da civile. Le piccole cooperative non facevano per lui. Gli ci sarebbe voluto un grande cantiere nazionale.

«Dunque lo Stato maggiore del Fronte si trasferisce a Stalingrado?» gli domandò.

Novikov lo guardò in tralice, e Stepan Fëdorovič notò il suo disappunto.

«Segreto militare, immagino» si rispose da solo, vagamente risentito; ma poi non si trattenne e si vantò: «Sono notizie che mi arrivano comunque: do energia a tre colossi industriali che riforniscono le varie armate».

Come sempre accade, però, alla base delle vanterie ci sono solo fragilità e insicurezza: lo sguardo freddo, calmo di Novikov turbava Spiridonov. «Se sono notizie che ti arrivano comunque,» aveva sicuramente pensato il colonnello «non c’è bisogno di farmele ripetere senza necessità, soprattutto in presenza di un ragazzino che non dà energia a niente e a nessuno».

Stepan Fëdorovič si mise a ridere.

«Lo vuol sapere come l’ho scoperto, in realtà?».

E gli riferì l’episodio dell’uomo in macchina e del vigile.

Novikov diede un’alzata di spalle.

A quel punto fu Serëža a chiedere, di punto in bianco:

«Vi vedevate anche prima della guerra, con la nostra Ženja?».

«Sì, diciamo di sì» rispose sbrigativo Novikov.

«È un segreto militare anche questo» gli strizzò l’occhio Stepan Fëdorovič, e intanto pensava: «Bada, colonnello!».

Novikov osservò attentamente un quadro alla parete che raffigurava un vecchio con i pantaloni verdi e la barba dello stesso colore.

«È diventato verde con gli anni, il vecchietto?» chiese.

Gli rispose Serëža:

«L’ha dipinto Ženja. Dice che quel vecchio pellegrino è una delle sue tele migliori».

Stepan Fëdorovič si era messo in testa che la storia fra Evgenija Nikolaevna e il colonnello durasse da un po’, e che tutti quei salamelecchi, l’alzarsi in piedi e il darsi del lei fossero puro teatro. E la cosa per qualche motivo lo indispettiva: «È troppo bella per te, soldato» pensava.

Novikov restò in silenzio per qualche istante, poi disse:

«Sapete, la vostra è una città strana. L’ho cercato a lungo, nella notte, il vostro indirizzo, e ho scoperto che avete una via per ogni città dell’Unione Sovietica: c’è via Sebastopoli, via Kursk, via Vinnica, via Černigov, via Sluck, via Tula, via Kiev, via Char’kov, via Mosca, e anche via Ržev...» e rise. «Ho combattuto vicino a diverse di queste città, e prima della guerra ho prestato servizio in alcune di esse. E le ho ritrovate tutte qui...».

Serëža ascoltava: quell’uomo gli sembrava già diverso, non era più un estraneo, non era più scostante o difficile da capire. «No no,» si disse «ho fatto la scelta giusta: partirò!».

«Eh già, le vie, le vie... Le nostre città sovietiche...» e Stepan Fëdorovič diede un sospiro profondo. «Ora vada a dormire: ha fatto un lungo viaggio».

20

Novikov era nato nel Donbass. Allo scoppio della guerra l’unico suo familiare ancora in vita era il fratello maggiore Ivan, che lavorava alla miniera di Smoljanka, vicino a Stalino. Il padre era rimasto ucciso nell’incendio di una galleria, la madre era morta poco dopo per una polmonite.

Ivan e il fratello si scrivevano di rado; da che era iniziata la guerra, Novikov aveva ricevuto due lettere in tutto. L’ultima il fratello gliel’aveva spedita al fronte, in febbraio, dalla miniera lontana sugli Urali dov’era stato mandato con moglie e figlia. E in quella lettera si era lamentato della vita gravosa da sfollato. Da Voronež, dov’era con il Fronte Sud-Occidentale, Novikov gli aveva mandato dei soldi e un pacco di cibarie, ma non avendo avuto risposta non sapeva se il fratello li avesse ricevuti o se si fosse trasferito di nuovo.

Si erano visti l’ultima volta prima della guerra. Nel 1940 Novikov era andato da loro per una settimana. Aggirarsi nei posti dov’era stato ragazzo gli aveva fatto uno strano effetto. Ma l’amore per la terra in cui si nasce e per quell’infanzia che vuol dire carezze materne è talmente forte che persino un pugno di case cupe e grigie accanto a una miniera gli era sembrato bello, accogliente, caldo; Novikov non si era accorto del vento pungente, e nemmeno del fumo acre e nauseabondo che usciva dalla cokeria o dei tumuli funerari degli ammassi scuri di ganga... E aveva talmente care la faccia di Ivan, con le sopracciglia scurite dalla polvere di carbone, e quelle degli amici d’infanzia venuti a bersi un bicchiere di vodka, che si stupì di aver potuto trascorrere così tanti anni lontano da dove era nato.

Successi e vittorie, Novikov se li era sudati tutti.

Questo perché, secondo lui, era troppo intransigente, non chiedeva mai aiuto e stentava a farsi degli amici (ne aveva pochi, i nemici erano molti di più). Eppure, diversamente da quello che pensavano gli altri, si riteneva una persona sensibile, gentile e comprensiva. E sebbene si sia spesso portati a credersi diversi da come si è davvero, quanto ai suoi pregi Novikov si sbagliava di poco.

Agli altri sembrava più brusco e cupo di quanto realmente fosse. Così la pensavano i compagni di scuola, in città, dove si era trasferito quando aveva smesso di dare la caccia ai piccioni; così la pensavano nella fabbrica dov’era andato a lavorare come meccanico, e anche nell’Armata Rossa che l’aveva visto arruolarsi volontario. E così era stato per tutta la sua vita.

Lo credevano tutti di schiatta nobile, e invece il padre e il nonno erano operai. «È di un’altra pasta» dicevano i compagni, anche perché della vodka non sopportava nemmeno l’odore e in vita sua, lo confessava lui stesso, ne aveva bevuti nove bicchieri in tutto. Non imprecava mai, non alzava mai la voce e non insultava i sottoposti, con i quali era sempre giusto «come un bilancino da farmacista»; ciò non impediva, tuttavia, che alcuni dei suoi uomini rimpiangessero gli ufficiali sboccati e iniqui che lo avevano preceduto, il cui umore (buono o cattivo) dipendeva dall’estro del momento.

Gli piaceva pescare e andare a caccia. Avrebbe voluto piantare alberi da frutto e amava le stanze ben arredate, ma, fra il troppo lavoro e i troppi trasferimenti, a caccia e a pesca non era mai stato, non aveva potuto farsi un frutteto, né aveva mai vissuto in case con bei mobili, quadri e tappeti. La gente neanche sospettava quelle sue passioni e lo credeva capace solo di lavorare. E difatti aveva sempre lavorato tanto.

Si era sposato giovane, a ventitré anni, e giovane era rimasto vedovo.

In guerra aveva vissuto momenti difficili, e per quanto avesse sempre prestato servizio negli Stati maggiori più importanti e lontani dalla prima linea, si era comunque ritrovato sotto bombardamenti feroci e sotto assedio, e una volta aveva guidato all’attacco un reparto composto solo da amministrativi dello Stato maggiore: era successo a Mozyr’, nell’agosto del 1941.

Le promozioni non erano mancate, ma più che brillante, la sua era stata una carriera regolare. In un anno di guerra si era guadagnato il quarto rettangolo color lampone sulla divisa, quello da colonnello, e anche l’Ordine della Stella Rossa.

Era considerato un eccellente ufficiale di Stato maggiore – colto, di ampie vedute, con una mente agile, metodica e pacata, un uomo capace di analizzare velocemente anche le situazioni più complesse e intricate.

Lui, però, guardava allo Stato maggiore come a un incarico provvisorio. Era certo che animo e carattere lo predisponessero per ben altro. Si riteneva uomo da prima linea, un carrista nato in grado di dimostrare tutto il suo valore in battaglia, con un’indole facile alla logica e all’analisi, certo, ma anche ai colpi di testa e alle decisioni in cui la capacità di analisi e l’attenzione ai dettagli andavano a braccetto con il rischio e la passione.

Gli altri lo ritenevano una persona cerebrale, per non dire fredda, ma lui si sentiva diverso. Capiva anche, però, chi non lo vedeva come si vedeva lui: non era colpa loro.

Nelle discussioni manteneva sempre la calma e nella vita di tutti giorni amava l’ordine, e siccome non gli piaceva che la sua routine venisse scossa anche di poco, di quella routine aveva cura. Durante un bombardamento era capace di rimproverare il cartografo – «Perché ha temperato male la matita?» – oppure la dattilografa – «Le ho detto di non usare quella macchina per scrivere: non batte bene le t!».

I sentimenti che si era scoperto a provare per la Šapošnikova erano un’anomalia, nella sua vita. La sera in cui l’aveva conosciuta, al concerto all’Accademia militare, era rimasto profondamente turbato. Si era scoperto geloso quando gli avevano detto che si era sposata ed era stato felice di sapere che aveva divorziato. E adocchiandola per caso dietro al finestrino di un treno, ci era salito al volo e si era fatto tre ore e mezzo di viaggio verso sud quando invece doveva andare a nord. A lei, però, non lo aveva detto.

E per quanto non avesse molti ricordi da conservare o da dimenticare, era a lei che aveva pensato quand’era scoppiata la guerra.

Solo adesso, sul letto che lei gli aveva preparato, Novikov si era finalmente reso conto di cosa aveva fatto. Si era presentato da lei nel cuore della notte senza averne alcun diritto, mettendo i suoi cari in allarme e lei in imbarazzo, probabilmente; anzi no, l’aveva messa in una situazione ridicola e sbagliata. Come l’avrebbe spiegato, Ženja, alla madre e agli altri? E se avessero riso di lui, dopo una spiegazione stizzita, punteggiata di alzate di spalle? «Che assurdità, bussare a casa della gente alle due di notte... Cosa diavolo vuole? Vedrai che sarà ubriaco... Arriva, si fa la barba, mangia, beve e si fa pure una dormita». Gli pareva di sentirli ridacchiare, oltre la parete. «Ohiohiohi» disse tra sé e sé. Doveva lasciare un biglietto sul tavolo per scusarsi, sgattaiolare fuori e svegliare l’autista: «Metti in moto, svelto!».

Aveva appena deciso di farlo che un pensiero improvviso mise tutto sotto un’altra luce. Lei gli aveva sorriso e gli aveva preparato il letto con le sue mani. E la mattina seguente l’avrebbe rivista. Del resto, se se ne fosse andato per ripresentarsi dopo un paio di giorni, lei avrebbe potuto chiedergli perché avesse aspettato tanto, commentando: «Che peccato, ora la stanza è occupata!». Ma cosa aveva da offrirle, lui, e che diritto aveva di sognare d’essere felice in un momento come quello? Nessuno. Lo sapeva, certo che lo sapeva; però da qualche parte in fondo al cuore sapeva anche qualcos’altro, e cioè che i sussulti di quello stesso cuore erano legittimi, giustificati e giustificabili.

Tirò fuori dalla borsa un quaderno con la copertina di tela cerata, si sedette sul letto e prese a sfogliarlo. Insieme, stanchezza e agitazione non conciliarono il sonno, lo scacciarono del tutto.

Novikov guardò un appunto ormai scolorito: «22 giugno 1941. Notte. Carreggiabile Brest-Kobrin».

Guardò l’orologio: le quattro del mattino. Le angosce e il dolore cui aveva fatto il callo nell’ultimo anno e con i quali aveva imparato a mangiare, dormire, radersi e respirare, ora si erano mescolati a una strana gioia che gli faceva battere forte il cuore. Quando aveva messo piede in quella stanza, l’eventualità di dormire gli era parsa assurda, come assurdo gli era parso di poter prendere sonno all’alba del 22 giugno dell’anno prima.

Ripensò allo scambio che aveva avuto con Stepan Fëdorovič e Serëža. Non gli erano affatto piaciuti, soprattutto Spiridonov. E ripensò al momento in cui aveva suonato alla porta, era rimasto lì ad aspettare e aveva sentito i passi svelti, leggeri, adorati di lei.

Alla fine, comunque, si addormentò.

21

Novikov ricordava con irriducibile nitore la prima notte di guerra: l’aveva colto sul fiume Bug durante un’ispezione per conto dello Stato maggiore del distretto. Di quella missione aveva approfittato per raccogliere informazioni dai comandanti che avevano combattuto in Finlandia: voleva scrivere una memoria sulla breccia della linea Mannerheim.

Novikov guardava la riva occidentale del Bug, le chiazze sabbiose, i campi, gli orti e le case, i pini e i larici sempre più scuri in lontananza, e sentiva gli aerei tedeschi che ronzavano come mosche assonnate nel cielo terso del vicino Generalgouvernement.

Quando di là dal fiume, all’orizzonte, aveva visto delle colonne di fumo, si era detto che i tedeschi «avevano qualcosa in pentola», forse sperando che fosse solo minestra. Novikov leggeva i giornali, studiava gli eventi bellici europei, ma l’uragano che aveva spazzato la Norvegia, il Belgio, l’Olanda e la Francia sarebbe passato oltre, secondo lui, migrando da Belgrado ad Atene, da Atene a Creta, e da Creta in Africa, dove si sarebbe disperso nel deserto. In cuor suo, però, già sapeva che quel silenzio non era il silenzio di una pacifica giornata d’estate, ma la quiete tremenda, angosciosa e soffocante che precede una tempesta ormai prossima. Se poteva ripescare nella memoria quei ricordi acuminati e indelebili, diventati ormai una compagnia costante, era solo perché erano legati al 22 giugno – il primo giorno di guerra, il giorno che aveva squarciato la pace. Di fatto, era come quando di qualcuno che non c’è più si rammenta anche il minimo dettaglio (un sorriso furtivo, un gesto casuale, un sospiro, una parola), e si capisce che non erano casualità di poco conto, ma avvisaglie nitidissime della disgrazia imminente.

Una settimana prima che la guerra scoppiasse, Novikov stava attraversando una strada ampia e lastricata di Brest quando gli sfilò accanto un soldato tedesco che con ogni evidenza lavorava per la Commissione rimpatri. Novikov ricordava chiaramente il berretto elegantissimo dell’uniforme con la visiera rinforzata in metallo, la divisa da SS color acciaio, la fascia al braccio con la svastica nera in campo bianco, la faccia pallida e altera, la cartella di pelle color crema chiaro e il nero a specchio degli stivali su cui la polvere della strada aveva timore di posarsi. Il tedesco aveva proseguito rasente alle case con una strana andatura cadenzata.

Dal canto suo, Novikov aveva attraversato la strada per raggiungere il chiosco che vendeva acque minerali e sciroppi alla frutta, e mentre la vecchia ebrea gliene versava un bicchiere aveva pensato (se ne sarebbe ricordato spesso, in seguito): «Buffone!». «Anzi no, pazzo!» si era subito corretto, per poi aggiustare nuovamente il tiro: «Bastardo!».

Ricordava anche che in quel momento aveva provato un senso fortissimo di frustrazione e imbarazzo, che si era vergognato della sua casacca troppo larga e della cintura non conciata, e soprattutto della bibita alla ciliegia che stava bevendo. E ricordava che un contadino scalzo che passava di lì e l’ebrea con le sopracciglia folte e il grembiule bianco che l’aveva servito avevano seguito con la medesima tensione negli occhi il funzionario nazista che gli era sfilato accanto. Forse avevano intuito anche loro quali notizie portasse quel messaggero solitario del male che camminava in mezzo alla polvere di una città sovietica di confine.

Poi, tre giorni prima della guerra, Novikov aveva pranzato con il comandante di un posto di frontiera. Faceva stranamente caldo, quel giorno, e le tende di garza alle finestre aperte non si muovevano nemmeno. All’improvviso, in quel silenzio, oltre il fiume era esploso un colpo sordo e cavernoso di mortaio, e il comandante aveva commentato rabbioso:

«I nostri cari vicini fanno i gargarismi!».

In seguito, nella primavera del 1942, già a Voronež, Novikov aveva saputo per caso che cinque giorni dopo quel loro pranzo il comandante aveva tenuto testa ai tedeschi per sedici ore di fila armato soltanto di mitragliatrici, e che era morto insieme alla moglie e al figlio dodicenne.

Dopo avere occupato la Grecia, i tedeschi avevano invaso Creta dal cielo. E Novikov ricordava il resoconto che aveva sentito allo Stato maggiore. In molte delle domande che erano seguite si coglieva la preoccupazione: «Maggiori dettagli sulle perdite naziste?», «Si nota un qualche indebolimento dell’esercito tedesco?». Qualcuno lo aveva anche chiesto chiaro e tondo: «Compagno, se gli accordi commerciali vengono sospesi, riceveremo l’equipaggiamento che abbiamo commissionato alla Germania?».

Ricordava anche un momento della notte seguente in cui aveva sentito una stretta al cuore e aveva pensato che scampare alla guerra sarebbe stato un miracolo, ormai, solo che i miracoli non esistevano...

 

L’ultima notte di pace, la prima notte di guerra.

Quella notte avrebbe dovuto incontrare il comandante di una brigata corazzata. Novikov era al reggimento carristi, ma il marconista non era riuscito a collegarlo con lo Stato maggiore della brigata: non c’era la linea.

Entrambi avevano imprecato contro l’inettitudine dei telefonisti, ma entrambi erano comunque perplessi: le comunicazioni erano sempre state impeccabili.

Novikov era andato all’aeroporto militare: i piloti avevano una linea apposita per contattare lo Stato maggiore, e lui aveva deciso di servirsene. Neanche loro avevano la linea, però, né diretta né indiretta: doveva essersi danneggiata in più punti. Quelle interruzioni incomprensibili in una tranquilla serata estiva avrebbero trovato una spiegazione qualche ora dopo: i tedeschi avevano già attaccato...

All’aeroporto il comandante del reggimento bombardieri lo aveva invitato a teatro, in città, a vedere Platon Krečet. Alcuni piloti avrebbero portato le mogli, altri i genitori in visita, ma sull’autobus c’era ancora qualche posto libero. Novikov aveva rifiutato: voleva raggiungere la brigata; così aveva deciso e così avrebbe fatto.

Era una notte calda di luna e, fra due ali di tigli scuri e tarchiati, la strada deserta era una striscia bianca. Novikov era già sull’auto, quando da una finestra spalancata e illuminata a giorno lo raggiunse la voce del telefonista:

«Compagno tenente colonnello! Abbiamo la linea!».

Si sentiva molto male, ma Novikov riuscì a parlare e a sapere che il comandante di brigata era alla manutenzione, dove avrebbero controllato e cambiato il motore ai carri armati; sarebbe stato di ritorno la sera dopo. Novikov decise di passare la notte con i piloti. Chiese se avevano un posto dove potesse dormire, e un soldato gli sorrise: «Ne abbiamo da vendere!». Lo Stato maggiore era alloggiato in un bel palazzo signorile.

Lo accompagnarono in una stanza enorme illuminata da una lampadina da trecento candele. Al legno della parete erano addossati una branda di ferro, uno sgabello e un comodino.

La branda stretta e lo sgabello di compensato stridevano con il lusso della perlinatura di rovere e con gli stucchi del soffitto. Novikov notò che il lampadario di cristallo era senza lampadine, e che quella da trecento candele gli penzolava tranquillamente accanto, appesa a un filo.

Andò a cenare alla mensa: era una sala ampia col soffitto alto. Non c’era nessuno, solo due funzionari politici che mangiavano panna acida seduti a un tavolino discosto. La cena risultò essere molto abbondante; tutt’altro che indifferente alle lusinghe della cucina, Novikov mangiò comunque meno della metà di quanto gli servì la cameriera, una giovane con le o ben scandite di Nižnij Novgorod. Gli aveva portato patate arrosto e polpette in una scodella smaltata, e una crespella ripiena di panna acida in un piatto di porcellana con il bordo dorato su cui era raffigurata una pastorella vestita di rosa circondata da pecore bianche. Il kvas arrivò in un bicchiere azzurro, il tè in una tazza di latta nuova con cui si bruciò le labbra.

«Perché non c’è nessuno?» domandò alla cameriera.

«Molti hanno la famiglia, sono qui con moglie e figli» gli rispose lei. «Alcuni cucinano a casa, altri prendono e portano via».

Poi alzò un dito, e con il sorriso affettuoso della purezza e del candore disse:

«A certe cameriere questa cosa non piace. “Così giovani, e tutti con figli e famiglia” dicono. Invece per me è bello: pare d’essere a casa, con i genitori nostri».

Lo disse con foga, quasi con rabbia, forse perché sperava che quei suoi pensieri fossero capiti, o forse perché ne aveva appena discusso in cucina con un’amica. Quando tornò da Novikov si spaventò.

«Come mai non ha mangiato niente? Non le piace la nostra cucina?» chiese, per poi aggiungere, chinandosi al suo orecchio: «Si ferma per un po’, tenente colonnello? Non riparta domani, mi raccomando, che la domenica facciamo certi pranzetti! C’è pure il gelato! E la minestra di cavolo acido, che oggi ce ne hanno portato un barile da Sluck. Non la facevamo da un po’ e i piloti già brontolavano, sa?».

Gli respirava contro la guancia, gli occhi le brillavano. Se non fosse stato per quell’espressione fiduciosa e infantile, Novikov avrebbe pensato che la ragazza del Volga stesse flirtando, e i suoi bisbigli non l’avrebbero commosso come invece fecero.

Non aveva sonno, dunque uscì a camminare.

Al chiaro di luna i gradini di pietra gli sembrarono di marmo bianco. C’era un silenzio assoluto, insolito. Gli alberi parevano immersi in uno stagno trasparente, tanto l’aria era tersa e immobile.

In cielo c’era una luce strana, la luce della luna mista al primo chiarore dell’alba del giorno più lungo dell’anno. A oriente si intuiva una pur vaga macchia luminosa, mentre l’occidente già si tingeva di rosa. Il cielo era bianchiccio, opalescente, con qualche tocco d’azzurro.

Ogni foglia sugli alberi aveva contorni nitidissimi, sembrava cesellata nella roccia nera; presi nell’insieme, tigli e aceri erano un arabesco scuro sullo sfondo del chiaro del cielo. Quella notte il mondo era bello come non lo era mai stato, ed era impossibile non accorgersene e non pensarci. Era il trionfo della bellezza di cui è consapevole non solo chi, senza granché da fare, si ferma a contemplare la vista che si apre davanti ai suoi occhi, ma anche l’operaio che ha appena finito il turno, o il viandante che non sente più i piedi ma, dimentico della stanchezza, abbraccia con sguardo lento cielo e terra.

In quegli attimi si smette di avere una percezione distinta di luce, spazio, brusii, silenzio, calore e profumi, di erba e foglie che ci sfiorano, delle centinaia se non migliaia o milioni di particelle di cui si compone la bellezza del mondo.

Tanta bellezza è la bellezza vera, e ci dice una cosa soltanto: vivere è bello.

Novikov continuava a passeggiare per il parco, a fermarsi, a guardarsi intorno; ogni tanto si sedeva qualche momento, poi riprendeva a camminare senza pensieri né ricordi, in preda a una tristezza inconscia: tanta bellezza era eterna, ma non condivideva con l’uomo la propria eternità.

Una volta nella sua stanza, si spogliò e andò a piedi scalzi a svitare la lampadina: era molto calda e gli scottò le dita; poi prese il giornale che era sul tavolo e ce la avvolse.

Subito si riaffacciarono i pensieri consueti sull’indomani, sul resoconto che aveva quasi ultimato e che doveva consegnare al distretto militare, sulla batteria della macchina da cambiare prima di rimettersi in strada, approfittando dell’officina del corpo carristi.

Con la stanza immersa nel buio, tornò alla finestra e guardò con occhio distratto il giardino e il cielo: i pensieri che aveva in testa erano già altri, più prosaici. In seguito avrebbe ripensato spesso all’indifferenza sonnolenta e distratta con cui aveva guardato la notte e il giardino: era stato il suo ultimo sguardo alla pace.

Si svegliò con la consapevolezza che qualcosa era accaduto, ma senza capire che cosa.

Vide che il parquet era un tappeto di cocci d’alabastro e di riflessi arancio dei pendenti in cristallo del lampadario.

Vide sprazzi di fumo nero sul rosso sporco del cielo.

Sentì pianti di donna e un gracchiare di corvi, e boati che facevano tremare i muri, e insieme sentì anche un gemito flebile nel cielo; e sebbene fosse il più tenue e melodioso fra tutti i suoni che riempivano l’aria, proprio quel gemito gli strappò un brivido e lo buttò giù dal letto.

Tutte quelle cose le aveva viste e sentite in una frazione di secondo. Corse alla porta così com’era, con la sola biancheria addosso, ma poi pensò: «Calma!», tornò indietro e si vestì.

Si costrinse ad allacciare tutti i bottoni della giacca d’ordinanza, sistemò la cintura, il fodero della pistola, e solo allora scese di sotto senza accelerare il passo.

In seguito avrebbe incontrato spesso sui giornali l’espressione «attacco a sorpresa»; ma chi non aveva assistito di persona ai primi minuti di guerra poteva davvero immaginarsi tutta la forza di quelle parole?

Lungo il corridoio correva gente più o meno vestita.

Tutti facevano domande, ma nessuno sapeva rispondere.

«Sono andate a fuoco le cisterne di carburante?».

«Era una bomba?».

«Una manovra militare?».

«Un sabotaggio?».

Sui gradini d’ingresso trovò qualche pilota.

Uno, con la casacca e senza cintura, puntò il dito verso la città e disse:

«Compagni! Guardate!».

Fiamme nere e rosso sangue si gonfiavano arrampicandosi verso il cielo dalle stazioni ferroviarie e dalla massicciata dei binari, la terra era squarciata dai lampi delle esplosioni, e nell’aria tersa intrisa di morte volteggiavano le zanzare nere degli aerei.

«Ci provocano!» strillò qualcuno.

Un’altra voce più pacata, ma che tutti sentirono comunque, scandì stentorea, senza chiedere, e anzi convinta di annunciare una semplice, dura verità:

«Compagni, la Germania ha attaccato l’Unione Sovietica: agli aerei!».

Novikov avrebbe ricordato distintamente e con grandissima precisione il momento in cui aveva fatto per seguire gli altri verso l’aeroporto, ma si era fermato nel mezzo del giardino dove qualche ora prima aveva passeggiato a lungo. In quell’attimo di silenzio si sarebbe potuto pensare che nulla fosse successo. La terra, l’erba, le panchine, il tavolino di vimini sotto gli alberi con la scacchiera di cartone e i pezzi del domino che nessuno aveva radunato...

E proprio in quell’attimo di silenzio, con il muro del fogliame che gli nascondeva le fiamme e il fumo, Novikov ebbe la percezione lacerante, quasi intollerabile, di un cambiamento storico.

Era la percezione di un movimento precipitoso, paragonabile forse a ciò che avrebbe provato chi all’improvviso avesse potuto sentire con la pelle, con gli occhi, con il protoplasma di ogni singola cellula la velocità terrificante della Terra nell’universo infinito.

Era un cambiamento irrevocabile, e sebbene un solo, minuscolo millimetro separasse allora la vita di Novikov dalla proda salvifica delle abitudini precedenti, non c’era forza in grado di colmare quella frattura che cresceva e si allargava fino a misurare metri, prima, e poi chilometri... La vita e l’epoca che Novikov ancora percepiva fisicamente come il suo presente, dentro di lui e nella sua coscienza già diventavano passato, storia, ciò di cui si sarebbe detto: «Ah, così pensava e viveva la gente prima della guerra». Intanto, da novità fosca che appena si intravedeva, il futuro era diventato presente, era già una nuova vita e un’epoca nuova. Pensò a Evgenija Nikolaevna, in quell’attimo, e capì che pensare a lei sarebbe stata una costante in quel qualcosa che era appena cominciato...

Mentre cercava una scorciatoia per raggiungere l’aeroporto, scavalcò uno steccato e si ritrovò a correre tra due file di giovani abeti. Fuori dal capanno dove, molto probabilmente, un tempo aveva vissuto il giardiniere della tenuta, vide un gruppo di polacchi, uomini e donne; e mentre correva oltre sentì una voce femminile che chiedeva eccitata, in un sospiro:

«Chi era quello, Staś?».

E una voce di bambino che le rispondeva sonora:

«Un moskal7, mamma, un soldato russo», prima di aggiungere: «Żołnierz8».

Novikov correva, e pur senza fiato ripeteva quella parola che si era conficcata nella sua mente sconvolta: «Un soldato russo, un russo, un soldato russo...».

E quella parola – «russo» – aveva un suono nuovo e gioioso, acre e fiero.

Il giorno seguente avrebbe sentito spesso i polacchi ripetere:

«Russi morti... Russi andati... Russi dormito qui...».

Nei primi mesi di guerra l’avrebbero pronunciata sempre con amarezza, quella parola: eh, noi russi... i nostri usi russi... la fortuna di noi russi... il fatalismo russo... le strade russe... il fango russo... i pidocchi russi, come mordono... Impresse nel cuore di Novikov insieme al dolore della ritirata, all’amarezza e all’angoscia, quelle parole già diventavano parte del suo destino e della sua vita, si riempivano di linfa, tendevano fili verso il cuore e il cervello e aspettavano il giorno del trionfo per tramutarsi nel loro contrario positivo.

Appena Novikov arrivò all’aeroporto, vide gli aerei spuntare oltre le cime degli alberi del bosco vicino: uno, due, tre insieme, e ancora altri tre... Poi uno schiocco, un sibilo, e la terra diventò una colonna di fumo e ribollì come ribolle l’acqua. Novikov strizzò gli occhi suo malgrado: una raffica di mitragliatrice falciò il terreno a pochi metri da lui, seguita da un rombo assordante; ebbe comunque il tempo di vedere le croci sulle ali e la svastica sulla coda dell’aereo, e la testa del pilota che, con il casco addosso, controllava la riuscita dell’azione. Poi di nuovo un rombo che montava, di nuovo il ruggito di un secondo aereo a volo radente... E di un terzo dietro di lui...

Tre degli aerei sulla pista erano in fiamme, e c’era gente che scappava, cadeva, si rialzava e ricominciava a scappare...

Un pilota, un giovane pallido con una rabbia vendicativa stampata sulla faccia, si infilò nella cabina del suo aereo, fece segno al meccanico di allontanarsi dall’elica e portò il caccia tremolante sulla pista di decollo. Non appena quel primo aereo ebbe accarezzato con la sua scia l’erba imperlata di rugiada, acquistando velocità e staccandosi da terra per prendere quota, l’elica di un altro caccia attaccò a girare e, facendosi coraggio col rombo del motore, anche lui ballonzolò sulla pista per testare la forza dei suoi muscoli, prese la rincorsa, si staccò da terra e si levò alto nel cielo. Erano i primi soldati dell’aria sovietici che provavano a difendere coi loro corpi il corpo di un’intera nazione...

Subito quattro Messerschmitt attaccarono il primo aereo sovietico. Lo inseguirono tra sibili e ululati, sparando brevi raffiche di mitraglia. Con le ali sforacchiate, tra scie di fumo e singhiozzi del motore, il MiG cercò di prendere velocità per seminare il nemico. Si alzò sopra il bosco, poi scomparve all’improvviso e all’improvviso ricomparve: provava ad atterrare, lasciando dietro di sé una striscia luttuosa di fumo nero.

In quel momento, a un passo dalla morte, l’uomo e l’aereo erano diventati una cosa sola, e tutto ciò che il giovane pilota aveva nel cuore là, in mezzo al cielo, si trasmetteva alle ali del suo MiG. L’aereo ondeggiava, sussultava come in preda a uno spasmo (lo stesso che percorreva le dita del pilota), sembrava perdere la speranza, ma pur senza speranza non smetteva di lottare. Rischiarato dal sole di quell’alba d’estate, l’aereo morente trasmetteva anche a chi lo guardava da terra tutto ciò che passava nella testa del pilota – odio, sofferenza, voglia di sconfiggere la morte – e anche nel suo cuore e nei suoi occhi. E di colpo ciò che ogni uomo a terra desiderava ardentemente divenne realtà. Il secondo aereo (di cui tutti si erano dimenticati) spuntò d’un tratto in coda al Messerschmitt pronto a sferrare il colpo di grazia al caccia sovietico. Il giallo improvviso del fuoco si mescolò a quello della fusoliera, e l’aereo tedesco che un attimo prima sembrava un demone invincibile e fulmineo andò in pezzi, che ricaddero fra le cime degli alberi. Insieme a lui, però, in una scia di fumo nero ondulato, si schiantò a terra anche il caccia sovietico ferito. I tre Messerschmitt rimasti si dileguarono a ovest, mentre l’altro aereo sovietico disegnò un cerchio nell’aria e, come arrampicandosi su per gradini invisibili, puntò verso la città.

Il cielo azzurro era vuoto, ora; solo due colonne di fumo nero si alzavano dal bosco, dense e tremolanti.

Dopo un po’ l’aereo stremato atterrò pesantemente sulla pista, e colui che ne scese gridò con voce arrochita:

«Compagno comandante di reggimento! Ne ho buttati giù due: gloria alla Patria sovietica!».

E nei suoi occhi Novikov vide tutta la felicità, tutta la furia, tutta la follia e la lucidità di quanto era accaduto in cielo, che di norma i piloti non riescono a esprimere a parole e che, tuttavia, è un lampo non ancora sopito nei loro occhi sgranati appena atterrano.

A mezzogiorno, allo Stato maggiore del reggimento, Novikov sentì il discorso di Molotov alla radio. «La nostra causa è giusta, e nostra sarà la vittoria!». Si avvicinò al comandante, lo abbracciò e lo baciò.

Nel pomeriggio Novikov andò allo Stato maggiore della divisione di fanteria.

Per Brest non si poteva più passare: i carri armati tedeschi, dicevano, erano già entrati in città aggirando le fortificazioni russe più a occidente.

Il rombo ininterrotto e grave dell’artiglieria pesante scuoteva la casetta in cui si era insediato lo Stato maggiore della divisione.

Com’erano diverse, le reazioni dei soldati! C’erano gli impassibili, e c’era chi aveva la voce spezzata e le mani tremanti.

Il capo dello Stato maggiore, un vecchio colonnello smunto coi segni di una calvizie che sembrava comparsa all’improvviso, conosceva Novikov dalle esercitazioni dell’anno prima. Quando lo vide entrare, parve rammentare l’incontro precedente, scagliò via la cornetta ormai muta e sorda, e disse:

«A-ha! Altro che “rossi” e “blu” dell’anno passato, eh? Un intero battaglione spazzato via in mezz’ora! Tutti fino all’ultimo!» e batté il pugno sul tavolo gridando: «Bastardi!».

Novikov gli indicò la finestra e disse:

«A cento metri da qui una qualche carogna, un sabotatore, ha sparato due colpi contro la mia macchina. Dovrebbe mandare dei soldati».

«Non c’è comunque modo di prenderli tutti» commentò l’altro, allargando le braccia.

E continuando a strizzare un occhio come per liberarsi di un bruscolino che gli impediva di vedere le cose come stavano, attaccò:

«Appena è cominciato tutto quanto, il comandante di divisione è corso dalle truppe... E m’ha lasciato qui da solo. Prima mi ha chiamato un comandante di reggimento tutto tranquillo: “Combattiamo con fanteria e blindati; due attacchi respinti con fuoco d’artiglieria”. Sa cosa mi ha detto quello dopo, invece? “Una colonna di panzer ha annientato il nostro posto di frontiera e muove sulla carreggiabile. Ho aperto il fuoco!”».

Il capo dello Stato maggiore puntò il dito sulla carta:

«Qua, all’estrema sinistra, hanno già sfondato coi blindati... Ma i nostri non si ritirano, combattono fino all’ultimo. Io però ho con me donne, bambini, asili: dove li faccio sfollare? Per dove li faccio passare? Li hanno caricati sui camion e portati via, ma dove andranno? Forse in bocca ai blindati che abbiamo schivato noi? E le munizioni? Devo mandarle agli altri o tenerle qua per me? È un bel problema!». E imprecò. Dopo di che abbassò la voce e proseguì: «All’alba ho chiamato lo Stato maggiore del corpo d’armata: un intelligentone ha pensato bene di dirmi di non cedere alle provocazioni! Eh? Che imbecille!».

«E questo?» domandò Novikov indicando sulla carta una zona adiacente alla strada.

«Questo è dove hanno massacrato tutto un battaglione, comandante di divisione compreso! Un uomo d’oro» gridò il capo dello Stato maggiore, che si passò una mano sulla faccia come stesse lavandosi, e poi additò un angolo dove c’erano una canna da pesca in bambù, una rete a strascico e un retino. «Dovevamo andarci questa mattina alle sei, io e lui. Domenica scorsa le tinche abboccavano che era una meraviglia, diceva. Era un uomo d’oro, e adesso è come se non fosse mai esistito: sta già arrivando il sostituto da Kislovodsk. Il primo del mese dovevo andarmene anche io. Avevo già il biglietto. Che gliene pare?».

«Quali ordini sta dando ai reggimenti?» domandò Novikov.

«Gli unici possibili. Li esorto a fare il loro dovere. Se un comandante mi dice che apre il fuoco, io gli dico “Bravo!”, e dico “Bravo!” anche a chi mi informa che stanno scavando trincee. Vogliamo tutti la stessa cosa: fermare il nemico, cacciarlo!».

I suoi occhi attenti, intelligenti fissavano Novikov dritto in faccia, calmi.

Il cielo sembrava in mano ai tedeschi fino all’oriente più lontano. Tutto quanto, intorno, continuava a fremere sotto colpi più o meno ravvicinati. Poi all’improvviso fu la terra a tremare, come scossa da un singhiozzo funesto, e il sole sparì dietro a una coltre di fumo. Da ogni dove giungeva il martellio dei cannoni a tiro rapido e il crepitio ormai familiare delle mitragliatrici pesanti. In quel caos di suoni e movimenti, il senso dell’opera funesta degli aviatori tedeschi era dolorosamente chiaro e struggente. Alcuni puntavano a est senza badare a cosa accadeva sotto di loro, perfettamente consapevoli della feroce missione cui erano chiamati; altri si aggiravano come avvoltoi sui posti di frontiera; altri ancora tornavano soddisfatti agli aeroporti oltre il Bug.

Quel giorno i comandanti avevano una faccia diversa: pallidi, scavati, gli occhi grandi e seri, sembravano fratelli, non commilitoni. Quel giorno Novikov non vide neanche un sorriso, non sentì una sola parola allegra, lieve. Mai come quel giorno, però, riuscì a scorgere le profondità più nascoste e autentiche degli esseri umani, profondità cui è dato accedere solo nei momenti più gravi e tremendi della vita. E vide volontà di ferro e concentrazione rigorosa. Persino i più taciturni, i timidi che non si mettevano mai in mostra, quelli che a volte erano considerati poco capaci, le seconde file, diedero prova di una forza portentosa. Mentre negli occhi di alcuni che il giorno prima si erano riempiti la bocca di parole sfoggiando sicurezza ed energia si era aperto il vuoto: sembravano depressi, smarriti, sconfitti.

In certi momenti pareva che quant’era accaduto fosse solo un miraggio, che sarebbe bastato un colpo di vento a far tornare la notte serena del giorno prima, e con essa giorni, settimane, mesi di pace. Oppure, al contrario, erano il chiaro di luna nel giardino, la cena nella mensa semivuota, la cameriera gentile e tutta la settimana e il mese precedenti a sembrare un sogno, mentre la realtà vera, autentica era fatta di fumo, fuoco, boati.

Verso sera Novikov visitò prima un battaglione di fanteria e poi un reggimento di artiglieria poco distante. Aveva già tratto qualche conclusione da quanto aveva visto. Il flagello peggiore di quelle prime ore di guerra era stato, secondo lui, il blocco delle comunicazioni. Se avessero funzionato, credeva, le cose sarebbero andate diversamente. Decise che nel suo resoconto avrebbe citato a esempio la divisione di fanteria dov’era stato quella mattina: il comandante aveva mantenuto i contatti con i vari reggimenti, che avevano resistito a dovere continuando a combattere, mentre il reggimento che da subito aveva perso i contatti con lo Stato maggiore era stato massacrato e distrutto. E in seguito lo avrebbe messo davvero nero su bianco. Tuttavia, com’è ovvio, il reggimento non era stato massacrato perché aveva perso i contatti con la divisione, ma aveva perso i contatti con la divisione perché era stato massacrato. Le conclusioni desunte da singole osservazioni frammentarie sono di poco aiuto per comprendere la vera sostanza di fenomeni complessi e giganteschi.

La verità più semplice di quelle prime ore di guerra era che utili per la Russia sovietica e nocivi per il nemico furono coloro che fecero il proprio dovere, che ebbero la forza, il coraggio, la fiducia e la calma per battersi contro un avversario più forte; coloro che quella forza la trovarono nel cuore, nell’esperienza, nella volontà. Spesso a combattere al meglio fu chi prese le sue decisioni da solo senza ricevere ordini dall’alto. Anche perché di ordini ce ne potevano essere pochi, in quelle prime ore. Gli ordini sono frutto di riflessione e di analisi, e quell’attacco repentino escludeva l’una e l’altra. Anche la gerarchia era stata cancellata: in quelle prime ore, la guerra aveva messo sullo stesso piano chi dava gli ordini e chi li eseguiva.

Di lì a un’ora Novikov era in un reggimento di obici. Il comandante era in licenza e gli ordini li dava il suo secondo, un giovane maggiore di nome Samsonov. La sua lunga faccia magra era molto pallida.

«Come sta andando?» chiese Novikov.

Il maggiore fece un gesto con la mano:

«Lo vede da solo».

«Cos’ha deciso?».

«Mah, si fa presto a decidere» disse il maggiore. «Si stanno preparando a passare il fiume e concentrano gli uomini lungo la riva: io ho aperto il fuoco e continuo a sparargli contro con tutte le armi che ho a disposizione» e, quasi a volersi giustificare di quell’azione insensata, aggiunse: «Sta andando bene, ho guardato col cannocchiale: certi crateri gli abbiamo fatto, e ne abbiamo anche stesi un bel po’! Siamo o non siamo i primi tiratori del distretto?».

«E poi?» gli domandò Novikov, serio. «Ha uomini e armi di cui è responsabile!».

«Continuerò a sparare a oltranza anche poi» rispose il maggiore.

«Munizioni ne ha?».

«Ce le faremo bastare». E aggiunse: «Il mio marconista ha captato che Finlandia, Romania e Italia sono tutte contro di noi, quindi io sparo. La ritirata non fa per me».

Novikov andò alle postazioni di fuoco della batteria più vicina. I colpi di cannone, le facce tese e concentrate dei soldati... Intorno ai pezzi, però, regnava la calma. Il reggimento scaricava tutta la sua potenza composta e tremenda sui tedeschi pronti ad avanzare, distruggendo i blindati e la fanteria motorizzata ammassati in prossimità degli accessi al fiume.

Quello che aveva detto il maggiore pallido col viso allungato, Novikov lo sentì ripetere anche da un soldato che caricava un obice; lo aveva guardato con la sua faccia sudata e paonazza e gli aveva detto, torvo ma calmo:

«Prima diamo fondo alle munizioni, poi si vedrà».

E valutata la situazione, sembrava averla presa lui da solo, la decisione di non ritirarsi e di sparare contro i tedeschi fino all’ultimo colpo.

Per quanto strano, proprio lì, in quel reggimento condannato a soccombere, Novikov ritrovò la calma per la prima e unica volta, quel giorno. La battaglia era cominciata: il fuoco russo dava il benvenuto ai tedeschi.

I soldati armeggiavano in silenzio, tranquilli.

«Si comincia, compagno tenente colonnello!» gli disse un puntatore con gli occhi chiari, come se solo a quello si fosse preparato sin dal giorno prima.

«Fatica ad abituarsi, eh?» chiese Novikov.

L’altro scoppiò a ridere.

«Ci si abitua mai? Fra un anno sarà uguale! Ti rivoltano lo stomaco, i loro aerei».

Salutando gli artiglieri, Novikov si scoprì a pensare che non avrebbe mai rivisto nessuno di loro.

E invece quell’inverno, sul Donec vicino a Protopopovka, avrebbe incontrato il loro capo di Stato maggiore e avrebbe scoperto che il reggimento di Samsonov era arrivato quasi senza perdite fino alla Berezina. Di fatto, quel 22 giugno sul Bug, Samsonov non aveva permesso ai tedeschi di passare il fiume e aveva distrutto una gran quantità di blindati e armi, infliggendo ai tedeschi perdite ingenti. Era poi morto in autunno, Samsonov, sul Dnepr.

Sì, la guerra aveva una logica tutta sua.

Novikov vide un sacco di cose, quel giorno. E sebbene le esperienze tristi e dolorose fossero state tante, sebbene avesse visto confusione, codardia e cinismo, quel giorno durissimo nella storia del nostro popolo gli aveva riempito il cuore di orgoglio e fiducia. Su tutte, l’emozione più forte erano stati gli occhi seri e tranquilli degli artiglieri dell’Armata Rossa e la forza titanica, la pazienza e la resistenza che ci aveva letto dentro. Aveva ancora nelle orecchie i boati dell’artiglieria sovietica, il rombo lontano dei cannoni che difendevano Brest: là, nel cemento delle fortificazioni e con la valanga nazista che calava sul Dnepr, i soldati sovietici avevano continuato a combattere valorosamente.

Verso sera, dopo un lungo girovagare per strade vicinali, Novikov arrivò alla carreggiabile. E solo lì, di nuovo, ebbe chiara la portata della catastrofe.

Vide migliaia di persone in marcia verso est. Vide camion carichi di donne, uomini e bambini; molti erano poco vestiti e tutti continuavano a voltarsi e a guardare il cielo. Vide sfrecciare autocisterne, camion coperti e automobili. Nei campi oltre il ciglio della strada marciavano centinaia di persone; senza più forze, alcune si accasciavano a terra, ma poi si rialzavano e riprendevano a camminare. Presto i suoi occhi smisero di distinguere tra facce giovani e vecchie, fra donne e uomini: tutti spingevano carri e carretti, tutti portavano valigie e fagotti... Alcune scene gli restarono impresse nella memoria. Un vecchio con la barba canuta e un bambino in braccio che se ne stava seduto con i piedi in una roggia e osservava stremato e rassegnato le macchine che passavano. Una lunga fila di ciechi legati fra loro con degli asciugamani: avanzavano sul ciglio della strada seguendo la loro guida, un’anziana donna con gli occhiali tondi e una zazzera di capelli bianchi. Bambini e bambine che camminavano a due a due, tutti con la maglietta a righe e il cravattino rosso: probabilmente un campo estivo dei pionieri.

Nei pochi minuti in cui l’autista si fermò per fare rifornimento, Novikov sentì storie su storie: che Sluck era stata presa dai paracadutisti, che il giorno prima Hitler aveva fatto un discorso fanatico e pieno di menzogne, e – un’assurdità, quest’ultima – che all’alba del 22 giugno Mosca era stata rasa al suolo da un attacco aereo.

Novikov si fermò vicino a Kobrin, allo Stato maggiore di un’unità di carristi in cui aveva prestato servizio fino all’autunno del 1940.

«Era là? Sul serio?» gli chiedevano tutti. «Ma lei crede che i tedeschi ci arriveranno, alla strada maestra?».

A Kobrin le folle di persone cariche di fagotti, le donne in lacrime che avevano perso i figli nella calca, le vecchie con gli occhi stremati non lo stupivano già più. A stupirlo, a Kobrin, furono le casette linde con le tegole rosse, le tendine alle finestre, le aiuole, i vasi di fiori. E capì perché: aveva iniziato a guardare il mondo con gli occhi della guerra...

Più la sua auto procedeva verso est, meno nitido si faceva il ricordo di impressioni e avvenimenti nuovi, le facce si fondevano l’una nell’altra, e Novikov si accorgeva di non ricordare più dove aveva passato la notte, dove aveva evitato d’un soffio di bruciare vivo durante un bombardamento notturno, dove aveva visto due soldati dell’Armata Rossa trucidati mentre dormivano in una chiesetta. Era stato a Kobrin o a Berëza-Kartuzskaja?

Gli era rimasta ben impressa, invece, la notte che aveva trascorso in una cittadina vicino a Minsk. Ci era arrivato che era già buio. C’erano camion e macchine ovunque. Novikov era molto stanco; aveva lasciato andare l’autista e si era addormentato in macchina in mezzo a una piazza piena di gente e di rumore. Durante la notte, poi, si era svegliato di soprassalto e si era reso conto che la sua macchina era l’unica rimasta in mezzo alla piazza vuota: le case tutt’intorno bruciavano in silenzio. La città intera bruciava in silenzio. Ma tanta era la stanchezza accumulata in quei giorni, tanta l’abitudine al boato assordante della guerra, che il bombardamento non l’aveva svegliato. L’aveva svegliato il silenzio.

In quei giorni nella sua mente si andò formando un’immagine nitida e persistente. Aveva visto centinaia di incendi, Novikov: in un fuoco rosso e denso di fumo erano bruciati i palazzoni della capitale bielorussa, le scuole e le fabbriche; in un fuoco bianco e lieve se n’erano andate le isbe coi tetti di paglia, le rimesse e le stalle; in una cortina di fumo fra l’azzurro e il blu erano diventati cenere i pini e anche la terra coperta di aghi secchi d’abete.

Nella sua mente, però, tutti quegli incendi erano diventati un incendio solo.

Il suo paese era un’unica, immensa casa dove tutto gli era straordinariamente e infinitamente caro: le stanze di campagna col legno imbiancato di calce, quelle di città con i paralumi colorati, le biblioteche silenziose, i saloni inondati di luce, gli angoli rossi9 delle caserme...

Tutto quello che aveva di caro andava a fuoco. Andava a fuoco la Russia. E il suo cielo era una coltre di fumo.

22

La mattina seguente Evgenija Nikolaevna presentò a Novikov la madre, la sorella e la nipote.

Stepan Fëdorovič era uscito di casa alle sei, e Sof’ja Osipovna si era incamminata verso l’ospedale prim’ancora dell’alba.

Fu una presentazione semplice, e a Novikov le donne sedute intorno al tavolo piacquero molto: Marusja, con la pelle scura e i capelli che imbiancavano; sua figlia Vera, col colorito roseo e gli occhi tondi e chiari che lo fissavano a metà fra l’allegro e l’arrabbiato; e soprattutto Aleksandra Vladimirovna. Ženja le assomigliava. Novikov guardava la fronte larga e pallida di Ženja, i suoi occhi seri e attenti, il rosa delle labbra, le trecce del primo mattino fatte alla meno peggio, e di colpo una parola banale che aveva pronunciato centinaia di volte in vita sua – «moglie» – assunse un significato diverso, nuovo. E, come mai prima, Novikov sentì tutta la sua solitudine e capì che soltanto a lei avrebbe detto cos’aveva passato e pensato in quell’anno durissimo; e le avrebbe detto che l’aveva cercata e l’aveva ricordata nei momenti peggiori, già consapevole di volere quell’intimità che sulla solitudine ha la meglio. Per il resto, ebbe per tutto il tempo la sensazione piacevole e imbarazzante insieme d’essere lì nelle vesti del promesso sposo desideroso di entrare in famiglia e che andava scrutato e scrutinato.

«La guerra non ha distrutto né sfaldato la vostra famiglia» disse ad Aleksandra Vladimirovna.

Che diede un sospiro.

«Sfaldarla non l’ha sfaldata, magari, ma di famiglie è capace di distruggerne parecchie, la guerra».

Alle pareti erano appesi diversi quadri; quando Marija Nikolaevna si accorse che Novikov li stava fissando, gli disse:

«Quello vicino allo specchio, con la terra rosa, “Alba nella campagna in fiamme”, è opera della nostra Ženja. Le piace?».

Novikov si sentì a disagio.

«Difficile pronunciarsi, per chi non è esperto in materia».

«La notte scorsa è stato più audace, o almeno così mi hanno detto» ribatté Ženja.

E Novikov capì che Serëža aveva riferito a chi di dovere il commento sul pellegrino verde.

«Per apprezzare Repin e Surikov non serve essere esperti» disse Marusja. «E comunque Ženja farebbe meglio a dipingere manifesti per le fabbriche, gli ospedali e gli angoli rossi: non faccio che ripeterglielo».

«A me i suoi quadri piacciono,» disse Aleksandra Vladimirovna «però sono vecchia e probabilmente ne capisco ancora meno di lei».

Novikov chiese di poter tornare quella sera, ma non tornò. Né quella sera né il giorno seguente.

23

Nell’estate del 1942, dopo un inverno di pur relativa calma a Voronež, lo Stato maggiore del Fronte Sud-Occidentale si ritrovava preda di quella frenesia continua e insonne che spesso dà gli stessi risultati dell’ozio più totale. Intanto, quali che fossero gli ordini dello Stato maggiore, le truppe continuavano la ritirata subendo perdite e infliggendone.

Prima dell’estate c’era stata l’offensiva di Char’kov. Le truppe di Gorodnjanskij avevano attraversato il Donec e mosso a tappe forzate verso Protopopovka, Čepel’ e Lozovaja per lo stretto varco fra Izjum, Barvenkovo e Balakleja. I tedeschi, però, avevano concentrato un gran numero di uomini e colpito ai fianchi le truppe sovietiche, riuscendo a circondarle. E la porta che gli uomini del Maresciallo Timošenko avevano aperto marciando verso Char’kov fu bruscamente richiusa. Così accerchiata, l’armata di Gorodnjanskij andò incontro al massacro. Di nuovo uomini e comandi dovettero ritirarsi fra polvere, fumo e fiamme. E nuovi nomi di luoghi e città si scolpirono nella memoria dei russi, aggiungendosi a quelli dell’anno precedente: Valujki, Kupjanks, Rossoš’, Millerovo. Al dolore di avere perso l’Ucraina se ne aggiunse un altro, lancinante: lo Stato maggiore del Fronte Sud-Occidentale era arrivato al Volga. Alle loro spalle c’erano solo le steppe del Kazakistan.

Mentre i furieri ancora smistavano gli uomini, nella sezione operativa già squillavano i telefoni, fra carte srotolate e ticchettio di macchine per scrivere.

Uno Stato maggiore è un organismo vivo, multiforme e complesso, con un cuore che non conosce riposo né giorno né notte. E infatti, se alcuni uomini avevano vita facile, per gli altri c’era da svolgere una mole enorme di lavoro senza requie possibile. Se alcuni erano arrivati a Stalingrado per fare i turisti e vagare fra strade, cinema, banja, mense e spiagge, nella sezione operativa il lavoro ferveva come se fossero stati lì da mesi. Pallidi per l’insonnia, i soldati correvano impassibili per le strade della città, consapevoli che quella era la realtà immutabile della loro esistenza, ovunque si trovasse lo Stato maggiore: in un bosco, con le gocce di resina color ambra che piovevano sul tavolo dal tetto di pino del rifugio; in un’isba di campagna, con gli scarafaggi che zampettavano sulle carte e oche e galline che seguivano timidamente gli ufficiali di collegamento dentro casa, in cerca della padrona; in un bell’appartamento di città, con i ficus sul davanzale e l’odore di naftalina e minestra. Ovunque, dappertutto, la loro realtà era sempre la stessa: una decina di telefoni, piloti e motociclisti di collegamento, un centro trasmissioni, un telegrafo con sistema Baudot, un punto di raccolta dei dispacci, una radiotrasmittente e, sul tavolo, una carta della guerra piena di segni rossi e blu.

Nell’estate del 1942 per gli «operativi» la tensione era alle stelle. La situazione cambiava di ora in ora. Nell’isba in cui due giorni prima si era riunito il consiglio militare d’armata e in cui il segretario assorto e paonazzo, seduto al tavolo coperto di panno rosso, aveva verbalizzato punto per punto decisioni che non sarebbero mai state messe in pratica, dato che i caccia e i blindati tedeschi se ne infischiavano altamente – in quella stessa isba, quaranta ore dopo, il comandante di battaglione gridava nella cornetta: «Compagno capo, il nemico sta passando!», mentre, con l’orecchio teso alle scariche altrui, gli esploratori in mimetica riempivano il caricatore a tamburo dei mitra senza smettere di mangiare in tutta calma le loro lattine di cibo.

Le carte 1:100.000 andavano sostituite in continuazione, e a Novikov sembrava d’essere un proiezionista che, notte e giorno, girava furiosamente il rullo della pellicola mentre un caleidoscopio di immagini gli sfilava davanti agli occhi infiammati.

«Forse dovremmo passare alla scala 1:1.000.000, lavoreremmo meglio» disse una volta ai suoi uomini esausti.

Le informazioni riportate dagli esploratori non coincidevano mai con quelle degli «operativi», e la carta del comando di artiglieria offriva sempre la variante più ottimistica della situazione. Al contrario, i dati dell’aviazione fornivano sempre la versione «più a est» della linea del fronte, ed erano quelli da tenere in conto, visto e considerato che per i ricognitori era più facile determinare la posizione delle truppe in rapida ritirata.

Sulle carte dell’aviazione i simboli delle piste per i caccia venivano rimpiazzati da quelli delle piste per gli aerei di sostegno alle forze di terra alla stessa velocità, o quasi, con cui sulle carte della fanteria lo Stato maggiore delle armate veniva rimpiazzato da quello dei reggimenti e dagli ordini di battaglia. A distanza di pochi giorni, poi, quelle stesse piste si trasformavano in bersagli, perché diventate basi di decollo per gli aerei dei nemici in rapido avvicinamento.

Tracciare ogni giorno la linea del fronte era una specie di tortura. Novikov, che amava la precisione ed era convinto che le informazioni imprecise fossero una delle ragioni principali delle sconfitte militari, provava una sorta di dolore fisico quando si trovava di fronte dati contraddittori sulla disposizione delle forze. Gli era già capitato di riceverne di più attendibili da un comandante appena arrivato dal fronte per certe sue faccende e incontrato per caso a colazione.

Una volta raccolti i dati, per distinguere il prima possibile il vero dal falso era necessario uno sforzo notevole. E Novikov era il primo a stupirsi della sua abilità di destreggiarsi in un caos che pareva impenetrabile.

Era tenuto a riferire spesso al capo dello Stato maggiore. Ed era successo che lo invitassero alle sedute del consiglio militare: il quadro della ritirata, di cui la maggioranza aveva una conoscenza parziale e intuitiva, per lui non aveva segreti. Conosceva a menadito la carta di ricognizione del fronte sovietico-tedesco e aveva sempre davanti agli occhi i cunei che indicavano i gruppi d’armate nemici. Così come conosceva i nomi funesti dei generali e feldmarescialli nazisti che li comandavano: Busch, Leeb, Rundstedt, Klugge, Bock, List. Erano suoni che l’orecchio non sentiva come propri e che invece si trovavano appaiati a nomi di città a lui care: Leningrado, Mosca, Rostov...

Le divisioni dei gruppi d’armate speciali di Bock e List erano passate all’attacco.

Il fronte delle truppe sud-occidentali era stato aperto, e due armate motorizzate tedesche puntavano verso il Don: la 4a corazzata e la 6a di fanteria, che a mano a mano allargavano il varco. E tra la polvere, il fumo e il fuoco degli scontri nella steppa cominciava ad affiorare un nome: quello del comandante della 6a armata di fanteria tedesca, colonnello generale Paulus.

La carta era costellata dei numeri neri delle divisioni corazzate nemiche: la 9a, l’11a, la 3a, la 23a, la 22a, la 24a. La 9a e l’11a erano state impiegate a Minsk e a Smolensk l’estate dell’anno precedente, e ora muovevano da Vjaz’ma verso sud per partecipare all’offensiva di Stalingrado.

L’impressione, ogni tanto, era che fosse tutta una prosecuzione dell’offensiva estiva con cui era iniziata la guerra: le divisioni tedesche avevano gli stessi numeri dell’anno prima. Dagli scontri dell’anno prima, tuttavia, avevano conservato giusto il numero e il nome; l’organico era completamente rinnovato grazie alle riserve venute a rimpiazzare morti e feriti.

L’aria era appannaggio della Luftflotte 4 dell’«africano» Richthofen, che garantiva massicci raid aerei, seminava il panico sulle strade con i Messerschmitt e attaccava le colonne di blindati, auto, uomini a piedi e a cavallo.

Quel continuo spostamento di enormi masse armate, le battaglie sanguinose, i trasferimenti continui di comandi, aeroporti, basi di approvvigionamento e manutenzione, gli sfondamenti della fanteria motorizzata tedesca, le fiamme che da Belgorod e Oskol arrivavano fino al Don, la marcia del Fronte Sud-Occidentale attraverso le regioni di Kursk e Voronež e nelle terre del Don verso le steppe di Stalingrado – tutto quel quadro tremendo, Novikov l’aveva riportato giorno dopo giorno e in ogni dettaglio sulla carta che era incaricato di aggiornare.

Nella sua testa il confronto fra gli eventi delle ultime due estati era intenso e costante. Più per istinto che per ragionamento, nel trambusto del primo giorno di guerra aveva indovinato la tattica del comando tedesco dai movimenti degli aerei nazisti. E le riflessioni dell’inverno lo avevano aiutato a comprenderla meglio. Studiando sulle carte il procedere dell’offensiva nemica dell’anno prima, Novikov aveva notato che nell’estate del 1941 i tedeschi si erano sempre guardati dallo scoprire il fianco. Il Gruppo d’Armate Sud di Rundstedt era coperto sulla sinistra da Bock, che marciava su Mosca con la concentrazione maggiore di forze; a difendere il fianco sinistro di Bock, invece, c’era Leeb, che procedeva verso nord e Leningrado, con l’acqua del Baltico a proteggergli il fianco sinistro.

Quell’estate i tedeschi avevano palesemente cambiato tattica, e ora avanzavano a testa bassa verso sud-est scoprendo il fianco sinistro all’immensità della Russia sovietica. Com’era da interpretare?

Novikov non lo sapeva né riusciva a capirlo: perché ad attaccare erano solo le armate del Gruppo Sud? Era debolezza? Forza? Azzardo?

Novikov non aveva una risposta: avrebbe dovuto sapere cose che non erano riportate sulla carta delle operazioni.

Non si era ancora reso conto che, per sfondare a sud-est, il nemico era costretto a fermare l’avanzata verso Mosca, al centro e a nord; che i tedeschi non avevano forze a sufficienza per agire su tutta la lunghezza del fronte; e che il fianco sinistro non era scoperto «per allegria». Nemmeno poteva sapere che quell’unica possibile offensiva non avrebbe avuto le necessarie riserve di uomini (bloccati al centro e a nord-ovest dall’attività dell’Armata Rossa), e che neppure nei giorni più tesi della battaglia di Stalingrado il comando tedesco si sarebbe deciso a spostare a sud le divisioni nei pressi di Mosca e Leningrado.

 

Novikov sognava di lasciarlo, il lavoro allo Stato maggiore. Al comando di una qualche unità, credeva, avrebbe messo a maggior profitto l’esperienza accumulata in un anno di riflessioni serrate e di studio meticoloso di operazioni che lui stesso aveva contribuito a pianificare.

Aveva già consegnato una relazione di servizio al capo dello Stato maggiore e una richiesta scritta al caposezione affinché lo esentassero dalle sue mansioni. La richiesta era stata respinta, e nulla aveva saputo quanto al destino della relazione. Nessuno lo chiamò mai.

L’aveva letta, il comandante del Fronte?

Novikov ci teneva, sentiva di averci messo cuore e cervello. E comprendeva anche un suo progetto di distribuzione e scaglionamento della difesa fra reggimenti, divisioni e corpi d’armata...

La steppa consentiva grande ampiezza di manovra a chi attaccava e permetteva concentrazioni fulminee di truppe per sfondare: nel tempo in cui la difesa si riorganizzava e spostava le riserve per vie parallele al fronte, il nemico passava, guadagnava terreno, conquistava nodi strategici, tagliava le comunicazioni. Di fronte a manovre simili, le fortificazioni difensive diventavano, per quanto robuste, atolli in mezzo alla piena. Nella steppa non servivano a nulla nemmeno i fossati anticarro. Serviva mobilità! Serviva la guerra di manovra!

Novikov aveva elaborato piani dettagliati per difendere la steppa. E aveva considerato le tante peculiarità degli scontri in un territorio così vasto e con una rete di strade vicinali che in estate, senza le piogge, era facilmente percorribile. Nei suoi piani articolati aveva stimato la velocità di ogni singolo veicolo e pezzo d’artiglieria motorizzato, quella di caccia, bombardieri e aerei d’assalto, e anche i rispettivi coefficienti e il rapporto fra le velocità dei mezzi russi e tedeschi. Aveva messo nero su bianco come spostare rapidamente le truppe, come attuare concentrazioni fulminee di uomini che consentissero non solo di fermare l’avanzata del nemico, ma anche di contrattaccarlo sui fianchi, sfondando là dove meno se l’aspettava. Anche durante una ritirata, pensava, le possibilità di manovra e di movimento della difesa non dovevano ridursi a una rapida concentrazione di uomini e armamenti sull’asse degli attacchi tedeschi. Nella steppa le potenzialità di una difesa mobile erano maggiori. Si potevano creare unità di copertura che impedissero al nemico di sfondare e di procedere all’accerchiamento, preservando così uomini e armi. E durante la ritirata le truppe sovietiche potevano perfino pensare di attaccare le retrovie del nemico che avanzava, tagliando le comunicazioni e accerchiandolo a sua volta.

Quello, pensava Novikov, era il miglior uso di tutte le potenzialità della difesa mobile nella steppa.

Ogni tanto si scopriva a pensare che certe deduzioni fossero particolarmente chiare e rilevanti, e il suo cuore aveva un sussulto di felicità.

Come lui, in quei mesi tremendi decine di altri comandanti avevano elaborato tattiche di combattimento.

Novikov ancora non sapeva dell’esistenza di reggimenti mobili già pronti nelle retrovie. Di reggimenti anticarro ad altissima mobilità, ultramobili addirittura, pronti a scendere in campo nella periferia più remota di Stalingrado. Di divisioni e reggimenti già dotati di cannoni anticarro nuovissimi e moderni. Di camion velocissimi in grado di spostare altrettanto velocemente quei reggimenti nella vasta arena della steppa. Una volta intuita la direzione dell’attacco nemico, i «reggimenti volanti» anticarro potevano infliggergli colpi devastanti. E potevano rispondere con debita velocità e coraggio ai movimenti dei blindati tedeschi.

Novikov non sapeva, né poteva sapere, che la difesa mobile che tanto bramava di sviluppare sarebbe stata preceduta da feroci combattimenti di fanteria a ridosso di Stalingrado, sulle rive del Volga, per le strade e nelle fabbriche della città. E certamente non poteva sapere, Novikov, che proprio la difesa strenua di Stalingrado avrebbe preceduto l’attacco decisivo delle truppe mobili.

Novikov si era fatto un’idea solida, pratica e chiara su molte cose che prima della guerra conosceva solo nella teoria. Le azioni notturne di fanteria e blindati, quelle combinate di fanteria, artiglieria, blindati e aviazione, i raid di cavalleria, la pianificazione delle operazioni. Conosceva vizi e virtù di cannoni e mortai pesanti e leggeri, sapeva indicare i pregi di Jak, LaGG e Ilyushin, di bombardieri pesanti, leggeri e da picchiata. Ma più di ogni altra cosa lo appassionavano i carri armati; era convinto di sapere tutto quello che c’era da sapere sui diversi modelli e su come utilizzarli al meglio: di giorno, di notte, nei boschi, nella steppa, nei centri abitati, per sfondare le difese, nelle imboscate e negli attacchi massicci...

La sua passione principale era il fuoco di difesa ultramobile e attivo di carri, artiglieria e aviazione. Ma conosceva e ricordava gli esempi straordinari della difesa di Sebastopoli e di Leningrado, dove c’erano volute settimane, mesi, e non ore o giornate, per eliminare un numero enorme di soldati tedeschi pronti a contendere ogni fazzoletto di terra, ogni collina, ogni postazione o trincea.

Il suo cervello era sempre all’opera; non era ancora riuscito a collegare l’enorme mole di eventi che accadevano lungo il fronte sovietico-tedesco, ma aveva un bisogno estremo di comprenderli, metterli in relazione e trarne un senso comune. Teatro di quegli eventi erano la steppa, i boschi e gli acquitrini, paesi piccolissimi come Myschako e Hanko10 e distese sterminate come le steppe del Don. Con avanzate di migliaia di chilometri nelle pianure della steppa, e con un’estenuante guerra di posizione fra paludi e foreste, o tra le rupi della Carelia, dove in un anno si poteva guadagnare giusto qualche centinaio di metri, se non qualche decina in tutto.

In quei giorni d’estate del 1942 Novikov si concentrò interamente sulla difesa mobile. Nella sua immensa complessità di nessi e correlazioni, però, la guerra non poteva essere costretta in teorie nate da un’esperienza individuale limitata, per quanto preziosa.

E il cervello fino di Novikov tornava a rivolgersi con sempre maggior tensione e intensità all’insieme di quant’era accaduto e alla realtà nel suo fluire, che è la fonte della conoscenza e del pensiero e il primo giudice di formule e teorie.

24

Novikov camminava a passo svelto. Vedeva senza bisogno di chiederlo dov’erano disposte le varie sezioni dello Stato maggiore: agli sportelli degli uffici c’erano facce amiche, e conosceva le sentinelle appostate davanti a porte grandi e piccole.

In corridoio gli andò incontro il tenente colonnello Usov, che comandava lo Stato maggiore. Paonazzo, con gli occhi stretti e la voce roca, Usov non era facile alle emozioni, né alle emozioni lo predisponeva la sua mansione. Tanto più strana, perciò, per lui che era sempre imperturbabile, era l’espressione contrita e turbata che aveva sulla faccia.

«Compagno colonnello,» attaccò con voce scossa «ero su un U-2 oltre il Volga, sul lago El’ton, che ho lì un po’ dei miei... È tutto saline, steppa e cammelli, da quelle parti, non ci cresce niente... E ho pensato: se per caso dovessimo fermarci lì, dove li piazzo il comando di artiglieria, il genio, i ricognitori, la sezione politica, la seconda linea? Non lo so proprio» e diede un sospiro avvilito. «Ci sono solo meloni, da quelle parti, e ne ho riportati talmente tanti, tra l’altro, che l’aereo s’è alzato a stento. Questa sera gliene mando un paio. Sono dolci come il miele...».

Novikov fu accolto come se venisse da un assedio lungo un anno. Seppe lì che nella notte il vicecapo dello Stato maggiore l’aveva cercato due volte, e che quella mattina aveva chiamato anche il segretario del consiglio militare, il commissario di battaglione Čeprak.

Novikov attraversò lo stanzone dove già avevano provveduto a sistemare tavoli, telefoni e macchine per scrivere che ben conosceva.

La migliore dattilografa del fronte, la procace Angelina Tarasovna coi capelli tinti, poggiò la papirosa di trinciato e disse:

«Città meravigliosa, vero compagno colonnello? Ha qualcosa di Novorossijsk».

E anche il maggiore cartografo con la faccia gialla e un eczema nervoso lo salutò dicendo:

«Ho dormito come nemmeno nelle retrovie: su un materasso a molle!».

I sottotenenti disegnatori e le giovani ricciolute alla telescrivente scattarono sull’attenti e lo salutarono in coro:

«Buongiorno, compagno colonnello!».

Ricciuto anche lui e sempre sorridente, Gusarov, che era il preferito di Novikov e lo sapeva, gli domandò subito:

«Compagno colonnello, ho fatto il turno di notte. Dopo pranzo sono autorizzato ad andare a lavarmi alla banja?».

E se gli aveva chiesto espressamente di andare alla banja era perché sapeva che gli ufficiali ce li mandavano più volentieri che in visita ai parenti, al cinema o a farsi semplicemente una dormita.

Novikov osservò con attenzione la stanza dove si trovavano la sua scrivania, il telefono e la cassetta di ferro con le sue carte.

Un tenente calvo, quel topografo Bobrov che in tempo di pace insegnava geografia, gliene portò di nuove:

«Sperando che durante l’attacco debba cambiarle spesso, compagno colonnello» disse.

«Mandi un uomo dagli esploratori e non faccia entrare nessuno» disse Novikov, srotolandone una sul tavolo.

«Il tenente colonnello Darenskij ha già telefonato due volte».

«Gli dica di passare dopo le due».

E Novikov si mise al lavoro.

Coperte dai blindati e dall’artiglieria, le unità di fanteria avevano bloccato le vie d’accesso più lontane e fermato l’avanzata del nemico verso il Don. Negli ultimi giorni, però, continuavano ad arrivare notizie allarmanti. I servizi di ricognizione dell’esercito riferivano di un’ingente concentrazione di panzer, divisioni motorizzate e fanteria.

Gli approvvigionamenti, inoltre, erano diventati un problema.

Novikov aveva valutato le ultime notizie con il responsabile del settore, il generale Bykov.

E con la consueta diffidenza dell’«operativo» verso chi perlustra soltanto, Bykov aveva commentato:

«Dove le avranno pescate, le nuove divisioni tedesche? Dove hanno preso quei numeri? Hanno una gran fantasia, gli esploratori, non c’è che dire».

«Non sono solo gli esploratori. Di una forte pressione e di molti rinforzi parlano anche i comandanti di divisione e d’armata».

«Neanche a loro dispiace sovrastimare le forze del nemico e sottostimare le proprie» aveva concluso Bykov. «Vogliono una cosa soltanto, quelli: rinforzi».

Il fronte si allungava per centinaia di chilometri e le postazioni sovietiche erano troppo distanziate per trattenere le truppe mobili del nemico, che poteva concentrare velocemente forze ingenti in qualunque punto. Novikov lo capiva, ma in fondo al cuore sperava che il fronte si stabilizzasse. Ci credeva, ci sperava, e di crederci e sperarci aveva paura. Perché da lì al fronte non c’erano più uomini.

Le notizie allarmanti furono presto confermate: il nemico attaccava con grande determinazione.

Le divisioni tedesche si erano aperte un varco nella linea di difesa. E subito avevano mandato avanti i panzer.

Novikov leggeva le relazioni, le raffrontava, riportava sulla carta i nuovi dati. Le informazioni giunte in serata e nella notte non erano rassicuranti.

La breccia aperta a sud dai tedeschi si allargava, e si notavano movimenti verso nord-est. Sulla carta erano comparsi i segni di nuove manovre a tenaglia: alcune divisioni sovietiche rischiavano l’accerchiamento.

Novikov conosceva fin troppo bene le zanne azzurre ricurve che continuavano a spuntare sulla carta. Le aveva viste sul Dnepr e sul Donec, ed erano arrivate fin lì.

Quel giorno, però, lo sconforto e l’angoscia erano diversi.

Per un attimo lo prese una rabbia folle, e strinse i pugni: avrebbe voluto urlare e spazzare via tutto l’azzurro di cui era irta la linea blu del Don, tortuosa e morbida. Ma si scoprì a pensare ad altro: «Che razza di gioia può esserci nell’avere rivisto Evgenija Nikolaevna, se è capitato perché ci stiamo ritirando verso il Volga... Non posso esserne felice».

Novikov fumava una papirosa dopo l’altra, scriveva, leggeva, si fermava a riflettere e poi di nuovo tornava a chinarsi sulla carta.

Qualcuno bussò delicatamente.

«Avanti!» gridò stizzito Novikov, che guardò l’orologio, poi la porta che si apriva, e disse: «È lei, Darenskij. Entri».

Magrolino, con la faccia smunta e scura e i capelli pettinati all’indietro, il tenente colonnello si avvicinò svelto e gli strinse la mano.

«Si sieda, Vitalij Alekseevič» disse Novikov. «E benvenuto nella nostra nuova casa».

L’altro si sedette nella poltrona accanto alla finestra, accese la papirosa che gli offrì Novikov e diede un tiro. Da come si era seduto sembrava contasse di restare un bel po’, ma dopo un altro tiro si alzò di scatto e cominciò a camminare avanti e indietro per la stanza, facendo cricchiare gli splendidi stivali; poi, sempre di scatto, si fermò e si sedette sul davanzale.

«Come vanno le cose?» chiese Novikov.

«Quali cose? Quelle del fronte le conosce meglio di me; le mie, invece, non vanno affatto».

«Ossia?».

«Mi hanno messo in riserva. Ho visto con questi occhi l’ordine di Bykov. E dev’essere una decisione senza appello, se il responsabile del personale mi ha detto di approfittarne per l’ulcera: “Le do un mese e mezzo di licenza per curarsi”. “Io voglio lavorare,” gli ho ribattuto “non curarmi!”. Mi consigli lei, compagno colonnello: cosa devo fare?».

Parlava a raffica, a bassa voce, ma scandendo bene ogni parola.

«Da che siamo arrivati qua, i ricordi non mi danno tregua: ripenso sempre al primo giorno di guerra» disse all’improvviso.

«È capitato di recente anche a me» disse Novikov.

«La situazione è simile».

Novikov scosse la testa.

«Non è vero».

«Sarà. Ma io guardo e mi sembra la stessa cosa: le strade intasate... i fiumi di macchine... i pezzi grossi nervosi che vogliono solo sapere dov’è meglio passare per evitare le bombe... Poi però, mentre venivo dalle retrovie, ho incontrato un reggimento con tutti i crismi e tutta l’artiglieria a posto: gli esploratori davanti e il resto degli uomini dietro, tutti a passo di marcia, tutti in fila. E allora mi sono fermato a domandare: “Chi è che comanda, qui?”. “Il maggiore Berëzkin” mi ha risposto un tenente. “Che disposizioni avete?”. A quel punto mi ha chiesto i documenti, ma quando ha adocchiato la firma del generale mi ha risposto impettito: “Il maggiore ha ordinato di muovere verso le postazioni nemiche”. È con questa gente che vinceremo. In migliaia scappano a est? Berëzkin avanza. I soldati marciavano a testa bassa, ma avesse visto il modo in cui li guardavano le donne: come neanche i santi martiri! Berëzkin non l’ho visto, era già molto avanti. Ma non riesco a togliermelo dalla testa, e mi chiedo perché. Mi piacerebbe incontrarlo, stringergli la mano. E comunque, perché mi hanno messo in riserva? Perché? Non mi piace per niente. Dico bene, compagno colonnello?».

Un mesetto prima Darenskij aveva avuto da ridire con il generale Bykov. A ridosso dell’offensiva sovietica in un particolare settore del fronte, aveva espresso e motivato l’ipotesi che il nemico stesse concentrando uomini e mezzi per colpire più a sud del punto in cui si supponeva che avrebbe provato a sfondare.

Bykov aveva definito la sua ipotesi una sciocchezza. E Darenskij aveva perso le staffe. Bykov lo aveva, come si suol dire, «rimesso in riga», ma Darenskij non si era dato per vinto. A quel punto il generale lo aveva preso a male parole e l’aveva sbattuto in riserva.

«Vede, io sono molto esigente,» disse Novikov «ma una cosa è certa: se mi dessero qualcosa da comandare, lei sarebbe il capo del mio Stato maggiore. Lei ha fiuto e ottima intuizione, che sono importanti quando si deve studiare una carta. Certo, ha anche un debole per le donne, ma nessuno è perfetto».

Darenskij lo guardò con i suoi occhi scuri, vispi e finalmente raggianti, e rise, facendo risplendere un dente d’oro.

«Peccato che non gliela diano, una divisione».

Novikov andò alla finestra, si sedette accanto a Darenskij e disse:

«Facciamo così. Vado io a parlare con Bykov».

«Grazie mille» disse Darenskij.

«Niente “grazie”. Non c’è bisogno».

E mentre Darenskij faceva per andarsene, Novikov gli chiese all’improvviso:

«A lei piace la pittura moderna, Vitalij Alekseevič?».

L’altro lo guardò perplesso, scoppiò a ridere e rispose:

«La pittura moderna? Neanche un po’».

«Moderna è moderna, però».

«E allora?» disse Darenskij con un’alzata di spalle. «Di Rembrandt nessuno si chiede se è moderno o antico. Rembrandt è senza tempo. Ho il permesso di andare?».

«Permesso accordato» cantilenò Novikov, e tornò a chinarsi sulla carta.

Dopo qualche minuto entrò la capodattilografa Angelina Tarasovna, asciugandosi le lacrime.

«Compagno colonnello, è vero che Darenskij è stato messo in riserva?» gli chiese.

Novikov reagì bruscamente:

«Pensi a lavorare, lei» le disse.

Alle cinque Novikov andò a fare rapporto al maggior generale Bykov.

«Allora, cos’abbiamo?» gli domandò questi, e guardò stizzito il calamaio che aveva davanti. Si era innervosito suo malgrado, vedendo Novikov, quasi che, da quotidiano latore di pessime notizie qual era, i disastri della ritirata fossero colpa sua.

Un sole estivo rischiarava vivido le colline, i fiumi e la steppa sulla carta, e anche le mani pallide del generale.

Novikov elencava i centri abitati senza tradire emozioni, l’altro li riportava a matita sulla carta e intanto ripeteva, annuendo:

«Segnato, segnato...».

Novikov terminò l’elenco e, dopo un lungo viaggio da nord a sud fino alla foce del Don, la mano che stringeva la matita si fermò.

«È tutto?» chiese Bykov alzando la testa.

«È tutto» rispose Novikov.

Bykov stava scrivendo una relazione su quanto era accaduto all’inizio del mese, e Novikov vedeva che era più preoccupato per quello che per le minacce del momento.

Bykov cominciò a spiegargli gli spostamenti delle armate insistendo sulle parole «asse» e «tempi». Ma sempre in riferimento al passato.

«Vede,» disse facendo scivolare la matita sulla carta, ma dalla parte senza la punta «l’asse di movimento della 38a è una retta perfetta da Čuguev a Kalač, mentre i tempi di ritirata della 21a a rallentano progressivamente».

Poi prese il righello e lo appoggiò sulla carta per dimostrarglielo. Dal tono c’era da credere che avesse previsto lui tutto quanto e che fosse fiero di quelle sue previsioni che avevano trovato conferma, o meglio ancora sembrava che «asse» e «tempi» di quegli spostamenti fossero dipesi da lui e dai suoi uomini. Tutte cose che a Novikov parvero assurde e sciocche. «Ecco che razza d’uomo sei...» pensò, guardandolo dritto negli occhi. Ma siccome non era in grado né intendeva assecondarlo sempre e comunque, di nuovo lo fissò come si conviene che si fissi un superiore, e disse:

«Compagno generale, lei ragiona come uno scienziato su una barca con un buco sul fondo: “Come potete vedere, questo bordo è sott’acqua e quello è fuori, la poppa è sollevata e la prua è sommersa...”. Ma il punto è un altro: invece di spiegare come va a fondo la barca, bisogna tappare il buco per non farla affondare. “Assi” e “tempi” saranno anche interessanti, ma non ci terranno a galla nemmeno sul Volga, altro che sul Don, e intanto dei rinforzi non si vede neppure l’ombra».

Bykov provò a cancellare con la gomma quella che invece era una macchia di luce che correva sull’asse rosso degli spostamenti di un raggruppamento, dopo di che disse cose che Novikov aveva sentito spesso uscirgli di bocca:

«Quelli non sono affari nostri. Anche noi abbiamo dei superiori. E delle riserve dispone il Comando supremo, non il Fronte». Quindi si guardò le unghie della mano sinistra e aggiunse contrariato: «Oggi il tenente generale farà rapporto al Maresciallo. Compagno colonnello, resti nei paraggi: verrà sicuramente convocato anche lei. Può andare».

Il disappunto di Bykov non stupì Novikov. Bykov non era mai stato entusiasta di lui. Quando lo avevano proposto per una promozione a suo secondo, il commento di Bykov era stato: «Per carità, è un ottimo elemento e non ci sarebbe niente di sbagliato. Però ha un pessimo carattere, è altezzoso e non sarebbe in grado di gestire le persone e il lavoro». Al momento di proporlo per l’Ordine della Stella Rossa, invece, Bykov aveva sentenziato: «Una stelletta gliela si può anche dare», e Novikov l’aveva avuta. L’inverno seguente, però, quando sembrava che lo volessero allo Stato maggiore del Fronte, Bykov era andato su tutte le furie e aveva scritto a destra e a manca: di Novikov non poteva fare a meno. E quando lo stesso Novikov aveva chiesto di andare al fronte, il no di Bykov era stato altrettanto categorico.

Se qualcuno al comando aveva una domanda difficile o un problema da risolvere, la risposta era sempre la stessa: «Chieda direttamente a Novikov, tanto Bykov prima le fa fare un’ora buona di anticamera, che o ha una riunione o gli stanno facendo rapporto oppure riposa, e poi le dice comunque di sentire Novikov perché l’ha delegata a lui, la questione».

Era per rispetto, e non per dovere di rango, che a ogni trasferimento il comandante accordava a Novikov un ottimo alloggio, che il responsabile dell’approvvigionamento gli trovava i tagli migliori di gabardine per la divisa e le sigarette migliori (senza sperare in un qualche tornaconto), e le cameriere della mensa lo servivano senza fargli fare la fila: «Il colonnello non ha un momento libero!» spiegavano. «Non possiamo farlo aspettare!».

Una volta il segretario del consiglio militare Čeprak aveva raccontato a Novikov che il vicecomandante aveva scorso la lista dei convocati a una riunione importante e aveva commentato: «Bykov? Ma chiamate Novikov, piuttosto!».

Non c’era dubbio che Bykov l’avesse saputo e che gli inviti destinati a Novikov lo infastidissero. Ultimamente si era molto risentito quando Novikov aveva consegnato al capo dello Stato maggiore una relazione in cui esponeva certe sue idee e proposte e criticava un’operazione importante. Tanto più che aveva saputo da un aiutante di campo che il Comando supremo era parso interessato. Novikov aveva consegnato la sua relazione scavalcandolo e senza neanche chiedere un parere a lui che era il suo diretto superiore, e questo lo faceva infuriare.

Bykov si riteneva un militare esperto e capace, con un’ottima conoscenza di norme e regolamenti e una grande abilità nella catalogazione dei documenti più astrusi: aveva carte e archivi in ordine perfetto, per non dire ideale, e la disciplina fra i suoi uomini era massima. Insomma, per lui la guerra era più facile da fare che da insegnare.

Per questo capitava che facesse strane domande:

«In che senso non c’erano più munizioni?».

«Il deposito era saltato in aria e non erano arrivati i rifornimenti» gli rispondevano.

«Non capisco. Non ha senso. Ce le devono avere per regolamento, le munizioni di scorta, almeno una volta e mezzo il necessario» diceva lui con un’alzata di spalle.

Novikov notò la faccia scura del suo superiore e pensò che, invece, quando si trattava di difendere i propri interessi, Bykov dava sempre prova di grande flessibilità e inventiva, si faceva rispettare, si adeguava rapidamente alle circostanze, teneva alla larga chi non voleva intorno, sapeva mettere in cattiva luce gli altri e in bella mostra sé stesso, e tutto senza badare a norme e regolamenti.

Novikov lo aveva studiato a lungo e aveva concluso che le competenze di Bykov lasciavano a desiderare.

«Afanasij Georgievič,» disse a quel punto «avrei una questione da sottoporle».

E chiamandolo per nome e patronimico aveva voluto rimarcare che le questioni di lavoro erano archiviate e la domanda sarebbe stata personale. Bykov capì l’antifona e gli indicò la sedia.

«Prego. La ascolto».

«Si tratta di Darenskij».

«Ossia?» chiese Bykov, e alzò un sopracciglio. «Cosa, nello specifico?».

Dallo stupore che gli lesse in faccia, Novikov capì che la causa era persa in partenza e si arrabbiò.

«Lo sa benissimo. È un ottimo soldato. Perché lo relega in riserva quando potrebbe benissimo fare la sua parte?».

Bykov scosse la testa.

«A me non serve, e può tranquillamente farne a meno anche lei».

«Però in quella famosa discussione s’è scoperto che aveva ragione lui».

«Non è questo il punto».

«Lo è eccome! Darenskij ha la capacità straordinaria di indovinare le intenzioni del nemico da una manciata di informazioni».

«Non ho bisogno di indovini, io. Che se lo prendano alle attività informative!».

A Novikov scappò un sospiro.

«Non capisco, me lo lasci dire. Quell’uomo è fatto, anzi, si può dire che è nato per lavorare allo Stato maggiore, e lei glielo impedisce. Io sono un carrista, il lavoro allo Stato maggiore non fa per me, chiedo di andarmene, e lei me lo impedisce lo stesso».

Bykov bofonchiò, si cavò di tasca l’orologio d’oro, aggrottò la fronte perplesso e se lo portò all’orecchio.

«È ora di pranzo» pensò Novikov.

«Non ho altro da dirle» disse Bykov. «Può andare».

25

Novikov venne convocato verso le undici di sera.

«Dov’è che va, compagno colonnello?» gli chiese a mezza voce un mitragliere piuttosto alto, con rispetto e fin troppa confidenza.

La sensazione che provava fuori dalla porta di un comandante era sempre la stessa, ovunque si trovasse lo Stato maggiore – nelle stanze alte e buie di un palazzo antico o in una casetta col tetto di paglia e il giardinetto davanti. Le tende erano sempre tirate, si stava in una sorta di penombra, la gente bisbigliava e continuava a cercare la porta con la coda dell’occhio; anche i generali che aspettavano di entrare lasciavano trasparire una certa agitazione, e Novikov aveva fatto caso che persino i telefoni sembravano avere la sordina per timore di disturbare la solennità del momento.

Non c’era nessun altro, in anticamera, Novikov era arrivato per primo. Alla scrivania sedeva il segretario del consiglio militare Čeprak, un uomo dal colorito giallastro che dormiva di giorno e lavorava di notte. Accigliato, stava leggendo un libro.

Un ufficiale d’ordinanza pieno di medaglie cenava col piatto appoggiato sul davanzale. Quando vide Novikov fece un sospiro, si alzò, prese il piatto e si spostò svogliatamente nella stanza accanto in un tintinnio di onorificenze.

«Non c’è?» chiese sottovoce Novikov, indicando la porta con gli occhi.

«C’è, c’è» rispose Čeprak con il tono che usava in mensa, e non con quello soffuso da anticamera. Poi batté il palmo sul libro e disse: «Bei tempi, quelli senza la guerra!».

Čeprak si alzò, fece qualche passo per la stanza, dopo di che si avvicinò al davanzale dove prima mangiava l’ufficiale d’ordinanza e fece cenno a Novikov di raggiungerlo. Quando furono vicini, Čeprak attaccò a parlargli in ucraino (cosa che non aveva mai fatto prima) e gli disse:

«Ha sentito?».

Novikov lo guardò interdetto, e Čeprak lo fissò con i suoi occhi intelligenti e sempre beffardi.

«Lo sa, lei,» disse «chi comanda il Fronte Sud?».

«Sì che lo so».

«Lo sapeva prima, magari. Adesso non lo sa più perché l’hanno cambiato» e alzò gli occhi per vedere se Novikov era rimasto turbato dalla notizia. Novikov non fece una piega; vedendo Čeprak sulle spine, però, capì a cosa si doveva tanto nervosismo.

Vide anche che Čeprak si aspettava da lui delle domande o un qualche sguardo curioso. Ma non fece né le une né l’altro.

«Tutto può essere, adesso» disse Čeprak, e allargò le braccia perplesso. «Sa cos’ho sentito? A furia di arretrare da Tarnopol’ al Volga avremmo sviluppato una sorta di psicologia della ritirata a oltranza» disse, ripetendo probabilmente parole non sue. «Intanto dal 12 di questo mese ci chiameremo Fronte di Stalingrado, e non più Sud-Occidentale. La direttrice sud-occidentale non esiste più».

«Chi l’ha detto?» domandò Novikov.

Čeprak sorrise, e senza rispondere alla domanda disse:

«Potrebbero tranquillamente metterci in riserva tutti quanti, spedirci al di là del Volga e affidare il Don a un nuovo Fronte. E a un nuovo Stato maggiore».

«È una sua congettura?».

«L’ho sentito alla radio,» rispose Čeprak «ma non posso dirle chi ha detto cosa».

Poi si guardò intorno e, assorto e ovviamente consapevole che neanche lui sarebbe scampato a quei cambiamenti, disse:

«Si ricorda quella volta a Valujki, quando è uscito da una stanza tutto allegro e mi ha detto: “A Char’kov la vittoria è nostra”, mentre in quel preciso istante il nemico era passato a Izjum e Barvenkovo e aveva attaccato Balakleja?».

«Perché lo tira fuori proprio ora?» domandò Novikov stizzito. «Non si fa: la guerra è guerra. E se ricorda bene, non lo dicevo soltanto io, ma anche qualcuno più in alto di me».

Čeprak diede un’alzata di spalle.

«Era giusto un pensiero... Che gente era, quella! C’era ancora Gorodnjanskij; a capo del Fronte avevamo il tenente generale Kostenko, e come comandanti di divisione Bobkin, Stepanov e Kuklin. E c’era anche quel giornalista famoso, Rozenfel’d, che era capace di raccontare storie per giornate intere. Ci sto male ancora oggi, se ci penso. Sono morti tutti!».

La riunione iniziò in ritardo.

Gli ufficiali che si erano radunati nell’anticamera erano talmente alti in grado che persino i maggior generali non si decidevano a prendere posto fra sedie e divani e restavano in piedi vicino alle finestre, chiacchierando a mezza voce e cercando con la coda dell’occhio la porta dell’ufficio del comandante del fronte. A un certo punto entrò a passo svelto Ivančin, membro del consiglio militare, che salutò i sottoposti con un cenno. La sua faccia pensierosa sembrava stremata, ma i gesti erano bruschi, rapidi.

«È dentro?» chiese stentoreo.

Čeprak confermò prontamente:

«Sì. Ma ha detto di aspettare qualche minuto».

Pronunciò quella frase con l’espressione rispettosa e contrita con cui capita che i sottoposti riferiscano le disposizioni dei loro superiori, quasi a mostrarsi dispiaciuti di non avere il potere di cambiare le cose: se dipendesse da me, sembrava dire, gliela spalancherei con gioia, quella porta.

Ivančin prima squadrò gli astanti, poi si rivolse a un comandante di artiglieria:

«Allora? Come va a casa? Problemi con la malaria?».

L’altro era l’unico in quella stanza a parlare a piena voce; in quel momento stava ridendo per qualcosa che gli aveva appena bisbigliato un generale robusto e pettoruto arrivato da poco da Mosca.

«No no, per ora tutto bene» disse, e indicò a Ivančin il suo interlocutore. «Si immagini che ho incontrato un amico: eravamo insieme in Asia centrale».

Poi si avvicinò a Ivančin e scambiarono due parole, ma a monosillabi o quasi, come può fare solo chi lavora insieme ed è abituato a vedersi ogni giorno.

«Ieri com’è andata, con quello là?» fu la domanda che Novikov riuscì a sentire.

«Il seguito nella prossima puntata» rispose Ivančin, e l’altro scoppiò a ridere di nuovo, coprendosi la bocca con il palmo grosso e largo.

Sulle facce di chi tendeva l’orecchio alle chiacchiere fra i due graduati si leggeva la curiosità di capire a chi si riferissero, ma era difficile riuscirci: le possibilità erano troppe. Comunque, come quasi sempre capita a chi si ritrova per discutere di questioni importanti, le persone lì riunite cercavano di non tirare fuori prima del tempo le loro preoccupazioni, e dunque discutevano del più e del meno. A Novikov arrivò la voce profonda di un generale:

«Vogliamo parlare dell’ospitalità locale? I miei uomini mi hanno riferito che le nostre mense non erano ancora funzionanti e che perciò si erano presentati a quelle del distretto. Mica li hanno serviti! Con la tessera del fronte resti a bocca asciutta, mentre per questi che se ne stanno al calduccio è tutto un “Prego, favorisca!”».

«Scandaloso!» intervenne un altro. «Io avevo chiamato Ivančin, che mi aveva detto di avere sistemato tutto quanto con Gerasimenko, il comandante del distretto di qui. E invece quei disgraziati hanno fatto di testa loro: “C’è troppa gente e i nostri non fanno in tempo a mangiare: la pausa è corta e tarderebbero al lavoro”».

«Com’è finita?» chiese un generale delle attività informative, rubizzo e non troppo alto, che era tornato da neanche un’ora e non sapeva nulla di quella storia.

«Semplice» e il secondo che aveva parlato gli indicò Ivančin senza dare nell’occhio. «Ha preso la cornetta, ha detto due paroline a Gerasimenko, e a quel punto i nostri li aspettavano col tappeto rosso, in mensa...».

Il generale delle attività informative chiese poi a Bykov:

«Com’è l’alloggio che le hanno dato? Bello?».

«È bello, sì. Ha la vasca da bagno ed è esposto a sud» rispose Bykov.

«Io neanche me lo ricordo più com’è fatta una casa vera, mi sembra persino strano. Della vasca, comunque, non me ne farei niente; appena sono arrivato qui sono andato dritto alla banja, sono abituato così».

«Il viaggio è andato bene, compagno generale?» gli chiese quello che aveva raccontato per primo la storia della mensa.

«Guardi,» rispose l’altro «ho giurato che non viaggerò mai più di giorno».

«Qualche picchiata “rasaerba”, come dice il mio autista?».

«Lasci stare» disse ridendo. «Soprattutto verso il Don erano talmente radenti che sono saltato giù dalla macchina tre volte e ho pensato di non arrivarci, qua».

La porta si aprì in quel momento esatto, e una voce arrochita disse:

«Compagni, prego».

Calò subito il silenzio; tutti si fecero seri, e le chiacchiere di poco prima, comunque utili a tenere lontana per un po’ una realtà durissima, furono presto dimenticate. Anche con il cuore che soffre, anche quando nell’anima si ha un peso più greve del piombo, gli uomini – soldati semplici o generali che siano – sono comunque sempre capaci di ridere e scherzare.

Il comandante era rasato a zero e con cura, e neppure la luce elettrica dava modo di capire dove finiva la calvizie e dove iniziava il lavoro del rasoio.

Fece qualche passo per la stanza, osservando di sfuggita, ma con spirito indagatore, le facce dei generali schierati sull’attenti di fronte a lui, poi annuì, passò i palmi sulle tende dell’oscuramento, si fermò un momento e si sedette alla scrivania posando sulla carta le grosse mani da contadino. Rifletté un istante nel silenzio generale, dopo di che scosse la testa spazientito, come se gli altri lo avessero fatto aspettare e non viceversa, e disse:

«Dunque? Cominciamo che è ora!».

La relazione iniziale toccò al vicecapo dello Stato maggiore.

«Era meglio se c’era Bagramjan e la faceva lui» bisbigliò il responsabile delle attività informative, seduto accanto a Novikov.

Iniziò dagli approvvigionamenti. Le linee ferroviarie della steppa erano sotto il fuoco dell’aviazione nemica, e negli ultimi giorni gli aerei tedeschi avevano iniziato a prendere di mira il Volga: era giunta notizia che tra Kamyšin e Stalingrado era stata affondata una nave cargo. Si poneva perciò la questione di trasportare merci e rinforzi sulla ferrovia Saratov-Astrachan’, al di là del Volga. Anche quella tratta, però, era già nel raggio d’azione dei cacciabombardieri tedeschi, e per di più rendeva necessari tre trasbordi: dalla ferrovia al Volga, sul Volga fino a Stalingrado, e da Stalingrado al fronte. L’aviazione nemica, poi, bombardava vigorosamente i punti di attraversamento del Don. Continuò dicendo che la paralisi della via di trasporto del Volga era da considerarsi ormai questione di un giorno o due.

A quelle parole Ivančin diede un sospiro e disse a mezza voce:

«Già».

Il vicecapo dello Stato maggiore parlò anche del duro momento che viveva la Patria sovietica, e non lo fece con i luoghi comuni degli articoli di giornale, ma con le parole precise e affilate del militare. Non parlò «in generale», ma molto in concreto, perché il momento durissimo del paese, del popolo e dello Stato era legato indissolubilmente proprio al Fronte di Stalingrado, l’ex Fronte Sud-Occidentale.

Della situazione al fronte, parlò in dettaglio e con la durezza schietta che la guerra imponeva ed esigeva. Al cospetto di una realtà crudele, la verità non poteva essere che una, e altrettanto crudele.

Novikov, che provava comunque un certo rispetto per colui che parlava e aveva avuto spesso occasione di apprezzarne mente e competenze, quella volta si incupì: «No, no, non è questo il punto...».

«Quando, nella tarda sera di due giorni fa, le unità mobili del nemico sono arrivate a ridosso delle nostre retrovie, il comandante d’armata ha deciso di posizionare la difesa lungo il corso del fiume» spiegava con voce profonda e tranquilla Bykov, e intanto il suo dito pallido con l’unghia perfettamente tagliata disegnava spedito e disinvolto sulla carta la zona dei combattimenti. «Tuttavia, per l’intera giornata il nostro Stato maggiore ha subìto un intenso attacco da parte dell’aviazione nemica, i collegamenti telefonici sono saltati e per quattro ore anche quelli radio sono stati fuori uso; di conseguenza gli ordini del comandante in campo non hanno raggiunto il comandante della divisione sul fianco sinistro. Nemmeno l’invio di portaordini è stato coronato da successo. L’unica via di comunicazione resta presidiata non solo dai panzer, ma anche dalla fanteria nemica, verosimilmente trasportata coi camion».

«È tutto?» domandò il comandante. «Novità da riportare?».

«Sì, compagno comandante» rispose il generale, e cercò con gli occhi Novikov, che gli aveva fatto rapporto qualche ora prima. «Ho il suo permesso?».

Il comandante annuì.

«Ieri mattina il comando di divisione ha perso i contatti con i reggimenti: i panzer sono arrivati fino allo Stato maggiore, il comandante di divisione è rimasto gravemente ferito, ma siamo riusciti a portarlo in salvo con un volo sanitario. Il capo dello Stato maggiore, invece, è morto sul colpo con le gambe maciullate. Da quel momento non abbiamo più avuto contatti né col comando né con i singoli reggimenti».

«L’hanno annientato, ovvio» disse Ivančin.

«Come si chiamava il capo dello Stato maggiore?» chiese il comandante a Bykov.

«Era arrivato da poco» rispose l’altro. «Trasferito dall’Estremo Oriente».

Il comandante continuava a guardarlo, in attesa.

Bykov strizzò gli occhi con l’espressione sofferente di chi non riesce a ricordare la parola che gli serve, agitò indispettito la mano e batté un piede. Nessuno di quei gesti, però, gli fu d’aiuto.

«Colonnello... Colonnello... Ce l’ho sulla punta della lingua... Era una divisione nuova».

«La divisione è stata annientata, gli uomini massacrati, ma per lei restano “i nuovi”» disse il comandante con un sorrisetto sarcastico, per poi aggiungere con rabbia esausta: «Li deve sapere, i nomi, gliel’ho già detto. Colonnello, lei sa chi era?».

«Tenente colonnello Alferov» rispose pronto Novikov.

«Riposi in pace» disse il comandante.

Seguì qualche attimo di silenzio. Poi il vicecapo dello Stato maggiore si schiarì la voce e domandò:

«Ho il permesso di continuare?».

«Continui» rispose il comandante.

«Confermo che abbiamo perso i contatti con la divisione, e che le sue unità sono state disperse» disse il generale. «Di conseguenza, l’armata non può comunicare con le truppe sul fianco sinistro» – e con quella formulazione annacquata il vicecapo dello Stato maggiore intendeva dire che il fronte era stato aperto e nella breccia che si era formata già passavano panzer e fanti tedeschi. «Tuttavia, a ventiquattr’ore di distanza,» continuò alzando appena la voce «la linea del fronte è stata ristabilita nella sua integrità grazie al contrattacco abile e veemente della divisione di fanteria del colonnello...» e qui fissò il comandante e scandì stentoreo: «... Savčenko». Evidentemente voleva riscattarsi per avere dimenticato il nome del defunto capo dello Stato maggiore della nuova divisione. Poi indicò sulla carta la linea del fronte e disse: «Questa era la configurazione del fronte alle sedici di oggi».

«La configurazione?» gli fece eco, beffardo, il comandante.

«Il posizionamento delle diverse unità dell’armata» si corresse il generale, vedendo che la parola «configurazione» aveva irritato il comandante. «Tuttavia, nel frattempo il nemico ha iniziato a fare pressione sul settore adiacente, ottenendo in due punti un successo tattico e minacciando di accerchiamento l’ala destra dell’armata. Di conseguenza, Čistjakov ha ordinato di arretrare verso una nuova linea di difesa, costringendo le nostre truppe alla ritirata».

«Cioè le ha costrette lui e non il nemico?» domandò, di nuovo beffardo, il comandante. «E io che mi preoccupavo dei tedeschi. A sud cosa accade?».

«A sud siamo riusciti a stabilizzare il fronte, ma tutto lascia intendere che, in seguito alla resistenza incontrata e alle perdite subìte, il nemico stia concentrando le truppe più a nord». E Bykov cominciò a elencare nel dettaglio date, posizioni di combattimento e nomi di centri abitati.

Le sue parole erano la prova di competenza ed esperienza profonde, di un’ottima conoscenza del nemico e della situazione, e di una buona capacità di raccogliere e verificare le informazioni; eppure, quelle parole lasciarono gli astanti insoddisfatti. La straordinaria difficoltà del momento, credevano, avrebbe dovuto partorire qualcosa di altrettanto straordinario e di qualitativamente molto diverso da quanto sentivano. A Novikov sembrava l’occasione giusta per parlare della guerra di movimento. Era quello, il vero punto.

«Avrà letto la mia relazione?» pensò, sbirciando il comandante.

Quando Bykov ebbe finito, il comandante fece qualche domanda.

Alcuni generali ammisero i propri errori. E si azzardarono a prevedere l’evolversi degli eventi sulle nuove linee di difesa lungo il Don.

Affrontarono anche la questione delle loro responsabilità per la ritirata dalla linea di difesa, per un ponte che avevano lasciato al nemico senza farlo saltare, per armi e mezzi perduti. La responsabilità era condivisa, dissero i militari lì riuniti. In cuor loro, però, tutti capivano che i tempi erano cambiati e che ora la responsabilità vera era un’altra, infinitamente più onerosa: quella del figlio verso la madre, del soldato verso la sua coscienza e il suo popolo.

«A questo ci ha portato la guerra di posizione» disse il generale di artiglieria, e tutti gli altri guardarono prima lui e poi il comandante.

Che a sua volta si girò a guardarlo e disse:

«E quindi?».

L’altro avvampò.

«Guerra di movimento! Movimento e manovra! Perché la guerra di posizione, le linee di difesa fortificate, insomma quelle cose lì...» e fece un gesto sprezzante. «Di fatto, non abbiamo una linea del fronte integra, in questo momento».

«Una bella manovra da Čuguev a Kalač, come no!» disse Bykov con un ghigno stizzito.

«Proprio così, una bella manovra!» ribatté il comandante scimmiottando Bykov. «Dal Donec al Don... Nessuno può negarlo: la guerra di oggi è guerra di movimento».

Novikov, nervoso, aveva le mani gelate. Il generale di artiglieria aveva dato voce a quello che lui aveva nel cuore. Ma né il comandante, né Novikov, né gli altri presenti alla riunione sapevano cosa bolliva in pentola, cosa stava maturando in gran segreto e avrebbe dato notizia di sé di lì a qualche giorno.

Proprio Stalingrado, dove persino i più conservatori erano disposti ad ammettere il trionfo pieno della guerra di movimento, sarebbe diventata teatro di una difesa di posizione senza eguali possibili nella storia del mondo, dall’assedio di Troia alla battaglia delle Termopili.

Scocciato, il comandante disse:

«Parliamo molto di tattica, ne discutiamo... Invece è tutta questione di iniziativa. Il buon tattico ha iniziativa».

Novikov si trovò a pensare che, forse, lui e la sua relazione erano come lo scacchista che osserva il gioco dell’avversario più esperto e, nervoso, muore dalla voglia di dargli un consiglio: è certo di vedere la mossa che deciderà la partita, ma non capisce se anche l’altro l’ha vista da un pezzo e sa già che è impossibile perché decine di altre combinazioni complesse e rischiose la rendono inefficace.

L’iniziativa!

«Il punto è uno solo, compagni» disse il comandante. «Fare il nostro dovere fino in fondo là dove il Comando supremo decide di mandarci».

Scese il silenzio. Poi il comandante si rivolse a colui cui aveva tolto la parola, il generale responsabile dei servizi di trasporto, e disse:

«Prego, continui».

«Volevo fornire qualche dato sui camion da riparare e sui ricambi a disposizione» disse il generale, imbarazzato dalla banalità del suo resoconto rispetto alla rilevanza di quanto appena sentito.

«La ascolto» disse il comandante, e inclinò la testa verso di lui, attento.

In altri momenti, quando ai suoi sottoposti toccava solo eseguire, il comandante sapeva essere intransigente e brusco se vedeva pigrizia mentale, incompetenza o prolissità anziché prontezza di riflessi e d’azione. Tutte cose che, forse, aveva davanti agli occhi anche in quel momento. In quei giorni l’iniziativa era in mano al nemico, ma di quella sventura somma non poteva né voleva incolpare i suoi uomini: una ritirata così dura non si doveva alle loro imperfezioni.

Quando la riunione finì e tutti raccolsero le carte, chiusero le borse e si alzarono, il comandante li salutò stringendo la mano a ciascuno di loro. Con uno spasmo che gli segnava il viso, strizzava gli occhi come a lottare con qualcosa che lo preoccupava e lo pungolava, qualcosa che gli bruciava dentro.

Gli autisti insonnoliti dei vari generali si svegliarono di soprassalto e misero subito in moto le rispettive macchine, mentre gli sportelli sbattevano sonori come colpi di pistola. La strada buia e deserta si riempì per un attimo di rumore e delle luci azzurre dei fari, poi tornò muta, buia. Il selciato e i muri delle case risputavano il calore accumulato durante il giorno, ma a solleticare le facce arrivava anche un alito fresco: il vento lo portava dal Volga. Novikov tornò al suo Stato maggiore a piedi, battendo i tacchi con grande convinzione affinché le pattuglie di ronda capissero con chi avevano a che fare e non lo fermassero.

Di colpo si scoprì a pensare a Evgenija Nikolaevna. Nonostante tutto quello che sapeva e aveva sentito, nel suo cuore si era comunque accesa l’attesa e la speranza di un po’ di felicità. Novikov non si spiegava da dove gli venissero tanta ostinazione spavalda, tanta convinzione in una felicità che andava contro la logica delle cose.

Il caldo soffocante che sentiva non si doveva al calore delle pietre. A togliergli il respiro erano i suoi pensieri intensi, agitati, contraddittori.

La mattina seguente, in mensa, Čeprak lo avvicinò e gli disse a mezza voce:

«Quello che le prospettavo ieri è diventato realtà. Hanno creato un nuovo Fronte: il comandante è volato a Mosca su un Douglas questa mattina all’alba».

«Ah sì?» fece Novikov. «Vorrà dire che chiederò di nuovo di passare al servizio attivo. In prima linea».

«L’ammazzeranno» disse Čeprak serio e tranquillo.

«Figurarsi» rispose Novikov tutto allegro. «Mi devo sposare, io».

E inaspettatamente, a sentire quella che doveva essere una semplice battuta, Novikov avvampò.

26

La dura marcia dello Stato maggiore e delle truppe del Fronte Sud-Occidentale da Valujki a Stalingrado si era compiuta.

Si diceva che, appena arrivato, il comandante – Maresciallo Timošenko – fosse andato subito a farsi un bagno nel Volga per togliersi di dosso la polvere di quella ritirata tremenda e straziante. Una polvere che era entrata nelle vene e nel cuore di tutti. La missione che gli si prospettava – portare in salvo uomini e armi – era stata faticosa e dolorosa insieme.

Il nemico aveva fatto di tutto per trasformare la ritirata in fuga. Più volte la linea del fronte era stata rotta, spezzata, frammentata, e le unità mobili tedesche erano arrivate a lambire le retrovie sovietiche. C’erano stati momenti, addirittura, in cui le colonne di carri armati tedeschi e quelle di camion sovietici carichi di soldati, armi e munizioni erano avanzate nella polvere su due strade parallele, scorgendosi da distante senza colpo ferire.

Nel giugno del 1941 era successo sulla carreggiabile di Kobrin, di Berëza-Kartuzskaja, di Sluck. Nel luglio dello stesso anno era capitato a L’vov, quando i carri armati tedeschi, avanzando da Rovno verso Novograd-Volynskij, Žitomir e Korostyšëv, si erano lasciati alle spalle le colonne di soldati sovietici che arretravano in direzione del Dnepr.

Timošenko era riuscito a portare in salvo oltre il Don diverse divisioni e armate, ma ci aveva rimesso qualcosa che i più alti gradi dell’esercito non avevano considerato: passando il Don, decine di migliaia di soldati persero la fiducia nella propria forza e nel futuro. Dell’entità di quella perdita poteva rendersi conto solo chi, nell’agosto del 1942, avesse visto con i propri occhi le colonne interminabili di uomini stremati che marciavano giorno e notte verso est con fucili e cannoni.

Il Maresciallo Timošenko portò comunque a termine la missione che gli avevano affidato e, una volta raggiunta Stalingrado, trascorse qualche ora nelle acque del Volga insieme ai suoi ufficiali.

Molti furono i soldati dell’Armata Rossa che scesero lungo i dirupi fino all’acqua per sedersi sulla sabbia scintillante di granelli di quarzo e frammenti madreperlacei di conchiglie. Erano maschere di smorfie quelle che camminavano sugli scogli puntuti di arenaria che il fiume aveva portato a riva, mentre il respiro dell’acqua accarezzava le palpebre infiammate. Lentamente i soldati si tolsero le scarpe. Alcuni di quei piedi piagati avevano marciato dal Donec al Volga, e il dolore era tale che ad acuirlo bastava un alito di vento. I soldati srotolavano le pezze con grande cautela, quasi fossero bende di una fasciatura.

I più ricchi si lavavano con un rimasuglio di sapone, gli altri si raschiavano il corpo con le unghie e la sabbia.

Polvere e sporco formavano sull’acqua chiazze nere e bluastre, fra i mugolii soddisfatti di chi si staccava di dosso uno strato di polvere secca che pareva carta vetrata.

Maglie e casacche lavate furono stese ad asciugare, fermate con i sassi perché il vento allegro del Volga non le trascinasse in acqua.

Mentre si lavavano collo e teste rasate sbruffando compiaciuti, i soldati capivano il senso recondito e simbolico di quelle abluzioni? Per le sorti della Russia, quel battesimo di massa nel Volga prima di una battaglia disperata per la libertà poteva risultare persino più fatale di quello nel Dnepr di mille anni prima.

Quando si furono lavati, i soldati si sedettero sulla riva, sotto i dirupi, a fissare la steppa cupa e sabbiosa dall’altra parte del Volga. In tutti gli occhi, fossero quelli di un vecchio autista, di un giovane puntatore o di Timošenko in persona, si leggeva la tristezza. Sotto i dirupi correva il confine estremo della Russia; dall’altra parte iniziavano le steppe del Kazakistan.

Se gli storici del futuro vorranno capire quale fu il punto di svolta della guerra, dovranno arrivare in quel tratto del Volga, immaginarsi un soldato seduto ai piedi della roccia e provare a figurarsi cosa stava pensando.

27

Ljudmila Nikolaevna, la figlia maggiore di Aleksandra Vladimirovna, non si riconosceva nella generazione più giovane degli Šapošnikov, e chi si fosse trovato a origliare mentre parlava con la madre di Ženja e Marusja avrebbe sicuramente pensato che a discorrere non fossero madre e figlia, ma due amiche o due sorelle.

Ljudmila Nikolaevna somigliava al padre: spalle larghe, robusta, occhi distanti e di un bell’azzurro chiaro, capelli biondi; egoista e sensibile insieme, affiancava alla caparbietà e al senso pratico una generosità spensierata, e alla dedizione al lavoro una quotidianità quasi sciatta.

Si era sposata per la prima volta a diciotto anni, ma non era rimasta a lungo col marito, da cui si era separata poco dopo la nascita di Tolja. Viktor Pavlovič Štrum lo aveva conosciuto da studentessa della facoltà di Fisica e Matematica e lo aveva sposato l’anno prima di laurearsi. Si era poi specializzata in chimica ed era arrivata a un passo dal dottorato, ma la famiglia l’aveva pian piano fagocitata, inducendola ad abbandonare il resto. La colpa, diceva Ljudmila, era stata della famiglia, delle mille incombenze e delle tante difficoltà della vita, ma forse era esattamente il contrario, dato che aveva detto addio al laboratorio proprio quando, grazie ai successi scientifici del marito, la famiglia poteva contare su un certo benessere.

Avevano, infatti, ottenuto un appartamento bello grande in un nuovo condominio sulla Kalužskaja e una dacia con un bel pezzo di terra a Otdych. E sull’onda dell’entusiasmo Ljudmila Nikolaevna aveva lasciato il lavoro per dedicarsi alle sue case. Passava le giornate in giro per negozi a comprare mobili e stoviglie, e in primavera già si occupava di orto e giardino: piantò meli e rose, e tentò anche con i tulipani e i pomodori ananas.

Che era scoppiata la guerra l’aveva saputo per strada, all’angolo fra l’Ochotnyj Rjad e piazza Teatral’naja. Era in mezzo alla gente, accanto a un altoparlante, aveva visto le donne in lacrime e si era resa conto che stavano scendendo anche a lei, lungo le guance...

Al primo bombardamento di Mosca, la sera del 22 luglio, a un mese esatto dall’inizio della guerra, aveva assistito col figlio dal tetto del palazzo. Quella notte spense lei stessa una bomba incendiaria, e il rosa dell’alba la trovò accanto a Tolja ancora sul tetto piatto del condominio, adibito a solarium: era pallida, scossa, con la polvere della soffitta addosso, ma fiera e risoluta. A est il sole sorgeva nel cielo senza nubi dell’estate, mentre a ovest si alzava un muro di fumo nero, spesso e pesante: andavano a fuoco la fabbrica di cartone catramato di Dorogomilovo e i depositi della stazione Bielorussia. Ljudmila Nikolaevna fissava senza alcuna paura quell’incendio sinistro; temeva solo per il figlio che aveva accanto, così lo abbracciò e lo strinse a sé.

Sempre di guardia sul tetto, Ljudmila era un rimprovero vivente per chi, invece, pur di evitare il proprio turno andava a dormire da amici e parenti vicino alla metropolitana. Teneva a mente i nomi di tutti coloro che avevano avuto paura dei bombardamenti, e se la prendeva soprattutto con un noto scienziato che ogni volta sgattaiolava in cantina ripetendo: «Servo troppo alla scienza per arrampicarmi su un tetto». Raccontava anche di uno scrittore di una certa fama, neanche vecchio, che appena iniziavano a bombardare perdeva la testa, si disperava, si profondeva in lamenti e continuava a fare avanti e indietro nel rifugio. Se la prendeva persino con la figlia Nadja, che sbiancava e cominciava a piangere appena la radio diceva: «Attenzione, allarme aereo», e sospettava persino del marito, che la sera andava sempre all’Accademia delle Scienze, dove gli scantinati erano profondi e sicuri. In quei mesi estivi la sua compagnia preferita furono i responsabili dei palazzi, i pompieri e i ragazzini che andavano a scuola senza paura, insieme agli studenti degli istituti professionali.

Nella seconda metà di agosto Ljudmila Nikolaevna partì per Kazan’ con Tolja e Nadja. Quando, prima che se ne andassero, il marito le consigliò di prendere con sé le cose più preziose che aveva, lei squadrò un servizio di porcellana che aveva comprato da un rigattiere e disse:

«Che me ne faccio di queste carabattole? Mi meraviglio di averci perso tanto tempo, piuttosto...».

Il marito guardò prima lei, poi il servizio nella credenza, ricordò quanta agitazione le erano costati piattini, tazzine e bricchi vari, scoppiò a ridere e disse:

«Fantastico! Se non te ne fai nulla tu, figurati io!».

A Kazan’ Ljudmila Nikolaevna e i suoi figli ebbero un piccolo bilocale vicino all’università. Il mese dopo arrivò anche Štrum, ma non trovò la moglie: se n’era andata a lavorare in un kolchoz tataro dalle parti di Laiševo. Viktor Pavlovič le scrisse per rammentarle tutti i malanni di cui soffriva – miocardite, disturbi del metabolismo, vertigini – e la esortò a tornare.

Ljudmila Nikolaevna rincasò in ottobre, dimagrita e abbronzata. Il lavoro al kolchoz aveva fatto per la sua salute molto più dei consigli di quattro luminari, della dieta, delle acque di Kislovodsk, di massaggi, bagni di conifere, e di foto-, elettro- e idroterapie.

Subito si mise alla ricerca di un lavoro; il marito voleva farla assumere alla facoltà di Chimica inorganica, ma lei rifiutò.

«Niente sconti» gli disse Ljudmila Nikolaevna. «Vado a fare il chimico in fabbrica».

E così fu. Non doveva avere chiesto sconti nemmeno al kolchoz, perché a fine dicembre una slitta si fermò di fronte a casa loro e un vecchio tataro si fece aiutare da un ragazzino a scaricare i quattro sacchi di grano che le spettavano come salario. Varja, la domestica, lo portò un po’ per volta al mercato per tutto l’inverno e fino a primavera, barattandolo con latte, mele e panna acida. A Varja piaceva far andare la lingua, e a ogni acquirente era fiera di raccontare che quel grano se l’era guadagnato in un kolchoz la sua padrona, che era la moglie di uno scienziato; per questo, quando arrivava fra i banchi del mercato, la accoglievano dicendo: «Ecco quella dello scienziato a cui piace la panna acida».

Fu un inverno durissimo. Tolja venne subito arruolato e mandato a Kujbyšev, alla scuola militare. Ljudmila Nikolaevna si prese una polmonite in fabbrica, restò a letto per più di un mese, e quando guarì non tornò a lavorare. Prima mise insieme un gruppo di donne che sferruzzavano maglie, guanti e calze per i soldati dimessi dall’ospedale. Poi fu assunta dal commissario politico di uno degli ospedali militari locali per leggere libri e giornali ai ricoverati. E siccome conosceva buona parte degli scienziati sfollati da Mosca, le riuscì anche di organizzare per i convalescenti qualche conferenza di esperti e docenti universitari.

Ripensava spesso, però, alle sue veglie sul tetto a Mosca. «Se non fosse per te e per Nadja,» diceva allora al marito «non ci resterei un giorno di più, qui, e me ne tornerei a Mosca difilato».

28

Il cognome del primo marito di Ljudmila Nikolaevna, il padre di Tolja, era Abarčuk. Ljudmila Nikolaevna l’aveva sposato al primo anno di università e aveva divorziato all’inizio del terzo. Abarčuk collaborava con le commissioni di dipartimento e di facoltà incaricate di individuare gli studenti di origine non proletaria, di iscriverli nell’apposita terza categoria NEPman e di esigere da loro il pagamento delle tasse universitarie.

Quando quel Robespierre mingherlino con le labbra sottili e la giacca di pelle lisa passava per i corridoi, fra le studentesse si levava un mormorio entusiasta. Abarčuk diceva sempre a Ljudmila che, per uno studente proletario, sposare una ragazza di origini borghesi era una follia, anzi un crimine.

Lavorava come un mulo. Le faccende dell’università lo impegnavano dalla mattina a notte fonda: preparava con gran cura i suoi interventi, creava e moltiplicava gli scambi fra università canoniche e università operaie, e si opponeva agli ultimi sostenitori delle sbronze per Santa Tat’jana, protettrice degli studenti. Nulla di tutto questo gli impediva di proseguire, indefesso, gli esperimenti di analisi qualitativa e quantitativa in laboratorio e di consegnare le relazioni, sempre con ottimi risultati. Dormiva non più di quattro-cinque ore al giorno. Era di Rostov sul Don, dove ancora viveva sua sorella, sposata con il contabile di una fabbrica. Il padre era stato infermiere ed era morto nei giorni degli scontri vicino a Rostov, ucciso da una pallottola degli uomini di Denikin che avevano attaccato la città; la madre era mancata prima della rivoluzione.

Quando Ljudmila gli chiedeva della sua infanzia, lui rispondeva con una smorfia: «Cosa ti devo dire? Di buono c’è stato poco: campavamo bene, da benestanti se non da borghesi».

La domenica andava a trovare i compagni di università all’ospedale e portava loro libri e giornali. Versava quasi tutta la sua borsa di studio al Soccorso Rosso Internazionale per i comunisti stranieri sotto il giogo del capitale.

Di fronte a pur minime violazioni del codice degli studenti proletari era implacabile e intransigente. Chiese l’immediata espulsione dal Komsomol di una ragazza che si era messa profumo e rossetto per la festa proletaria internazionale del Primo Maggio. Pretese che fosse espulso seduta stante anche uno studente della categoria NEPman che si era presentato in carrozza, giacca e cravatta al ristorante Livorno. E in un dormitorio svergognò pubblicamente una giovane che aveva la croce al collo.

Credeva che gli istinti borghesi, la psicologia borghese fossero impossibili da sradicare, che restassero sempre e comunque nel sangue e nel cervello. Se un’operaia sposava un uomo di famiglia borghese, per quanto costui potesse provare a emendarsi lavorando in fabbrica, i figli nati da quel matrimonio avrebbero continuato a diffondere l’ideologia borghese, e anche i figli dei figli avrebbero conservato nei meandri della loro psiche il germe di un contagio nefasto per la classe operaia. Il pensiero di cosa fare di quella gente era un tarlo costante, per lui. Quando gli chiedevano la sua opinione in merito, per timore di dare voce a ciò che davvero pensava, la risposta di Abarčuk era cupa e sbrigativa: «Per prima cosa vanno isolati con tutta la famiglia. Una volta che li avremo recisi dal tessuto sociale vedremo che farne». E nei suoi occhi gelidi passava un guizzo ambiguo.

I borghesi gli suscitavano un ribrezzo quasi fisico, e se in un corridoio stretto gli capitava anche solo di sfiorare una studentessa bella, ben vestita e sospettata di essere borghese, subito le dita spazzolavano dalla manica della giacchetta militare ogni traccia del contatto.

Sposò Ljudmila nel 1922, a un anno dalla morte del padre di lei. Il responsabile del dormitorio gli trovò una stanza di sei metri quadri tutta per loro, e di lì a poco Ljudmila rimase incinta. La sera cominciò a cucire le fasce per il bambino; poi comprò una teiera, due pentole, qualche scodella. Quegli acquisti irritarono e intristirono Abarčuk. La famiglia moderna, credeva, era chiamata ad affrancarsi totalmente dalla schiavitù della cucina. Moglie e marito dovevano mangiare alla mensa, i bambini all’asilo o a scuola. Per lui l’arredamento ideale di una stanza doveva essere di due scrivanie, una per lui e una per lei, la libreria, due letti ribaltabili che di giorno scomparivano nella parete e un piccolo armadio a muro. Fu in quel periodo che scoprì di avere un principio di tubercolosi. I compagni gli procurarono un soggiorno di due mesi in un sanatorio di Jalta, ma Abarčuk preferì cederlo a uno studente-operaio malato quanto lui.

Era buono e generoso, ma nelle questioni di principio diventava cocciuto e crudele. Sul lavoro era onestissimo, disprezzava gli agi e il denaro, ma era capace di chiedere un libro a un amico e di non restituirglielo, di leggere lettere destinate ad altri o il diario di qualcuno che conosceva appena trovato sotto un cuscino.

Ljudmila parlava di lui in toni entusiastici anche alla madre, che però la pensava diversamente:

«Dio mio, ma che unico e unico! Sapessi quanti ne ho conosciuti di giovani come lui nella mia vita, all’Università di Pietroburgo e da deportati con tuo padre. È gente che non sa combinare l’amore per l’umanità con quello per una singola persona».

«Ah no, ti sbagli proprio» ribatteva lei.

Davvero Ljudmila lo credeva unico: come lui non c’era né ci sarebbe mai stato nessuno. Prima della nascita del figlio ne era completamente soggiogata. Tuttavia, appena quella creaturina venne al mondo, i rapporti fra loro cominciarono a incrinarsi. Abarčuk dimenticava sempre più spesso i meriti rivoluzionari del padre di Ljudmila, e sempre più spesso le rimproverava l’esistenza del poco proletario nonno materno. A suo dire, gli istinti borghesi che Ljudmila aveva sempre covato si erano risvegliati con la nascita del bambino. Abarčuk la guardava contrito e scuro ogni volta che lei si metteva il grembiule e il fazzoletto in testa per preparare la minestrina, quando ricamava spedita orli e iniziali sulla biancheria del piccolo o strizzava gli occhi per vedere com’era venuto il tappetino per il letto. La stanza fu presto invasa da una marea di oggetti estranei, ostili e apparentemente innocui, e proprio per questo più difficili da contrastare.

La sua idea di mandare il bambino all’asilo nido e di farlo crescere nella comune operaia di una fabbrica metallurgica venne cassata senz’appello.

Un giorno Ljudmila gli disse che avrebbe passato l’estate in campagna dal fratello Dmitrij: aveva una dacia grande, ci sarebbero andate anche la madre e le sorelle e l’avrebbero aiutata col bambino. Il giorno della partenza ebbero una lite furibonda perché Ljudmila non intendeva chiamare il figlio Ottobre.

La prima notte in cui restò solo, Abarčuk staccò tutto dalle pareti e restituì alla stanza il suo aspetto iniziale, proletario. Poi tolse dal tavolo la tovaglia con le nappe e restò seduto fino all’alba per scrivere alla moglie. Nelle sei pagine della sua lettera argomentò nel dettaglio le ragioni per cui intendeva divorziare. Lui apparteneva alla classe nascente e avrebbe sconfitto quanto di individuale ed egoistico aveva dentro di sé, mentre lei (se n’era finalmente convinto) era ancora psicologicamente e ideologicamente legata a una classe che sarebbe presto scomparsa dal palcoscenico della storia; in lei gli istinti individuali avevano la meglio sul principio sociale, dunque le loro strade non solo non si incrociavano, ma andavano proprio in direzioni opposte. Non avrebbe riconosciuto il figlio: sapeva già che anche la sua forma mentis sarebbe stata borghese e dunque non voleva che portasse il suo cognome. Fu soprattutto questa parte a offendere Ljudmila fino alle lacrime. Quando rilesse la lettera, però, la rabbia contribuì a sanare le ferite ancora aperte.

Alla fine dell’estate Aleksandra Vladimirovna portò Tolja con sé a Stalingrado e Ljudmila tornò all’università.

Un giorno, quell’autunno, Abarčuk la avvicinò dopo una lezione e allungò una mano per salutarla:

«Buongiorno, compagna Šapošnikova».

Lei non rispose, nascose la mano dietro la schiena e con un filo di voce sibilò:

«Stia alla larga da me».

Nel 1924 ci fu una campagna di epurazione degli universitari sulla base dell’origine sociale. Gli studenti ne ridevano, cantavano: «Pago bene, un rublo bel bello, per una madre alla falce e un padre al martello», e ci scherzavano fra loro: «Madre contadina e padre operaio: beato te, amico mio!». Ljudmila seppe da un’amica che Abarčuk aveva fatto pressione perché la cacciassero, esponendo alla commissione la storia del suo matrimonio e i motivi del divorzio.

Due suoi compagni furono espulsi: Pëtr Knjazev e Viktor Štrum, «gli inseparabili», come li chiamavano. Nessuno dei due aveva mai lavorato prima dell’università, e non erano nemmeno iscritti al sindacato. Ma erano studenti troppo capaci, dunque i professori presero le loro parti. Ci vollero comunque tre mesi perché la commissione centrale revocasse la decisione della facoltà e li reintegrasse. Nel frattempo, però, Knjazev si era ammalato; una volta guarito non riprese gli studi e andò a stare dai genitori in provincia.

In quello stesso periodo anche Ljudmila venne convocata più volte per fornire spiegazioni aggiuntive, e più volte le capitò di incontrare Štrum. Quando a metà del terzo semestre lui poté finalmente tornare a frequentare, Ljudmila ne fu felice e gli fece le congratulazioni.

Chiacchierarono a lungo nella penombra dell’anticamera del rettorato, poi presero un bicchiere di varenec al caffè, dopo di che uscirono e si sedettero su una panchina nel parchetto dell’università.

Štrum non era il topo di biblioteca che Ljudmila si era immaginata: i suoi occhi ridevano in continuazione e tornavano seri solo quando le raccontava qualcosa di buffo; Štrum amava la letteratura, andava a teatro e non si perdeva un concerto. Gli piaceva uscire a bere e sentir cantare gli zingari, e adorava anche il circo.

Scoprirono che le loro famiglie si erano conosciute, tempo addietro. La madre di lui aveva studiato medicina a Parigi quando Aleksandra Vladimirovna e il marito erano emigrati là. E nell’estate del 1903 Aleksandra Vladimirovna aveva vissuto tre settimane in casa di Anna Semënovna Štrum. «Lo avevo sentito da mia madre, il cognome Štrum,» disse Ljudmila «ma neanche mi era passato per la testa che lei potesse essere il figlio della stessa Štrum di cui mia madre era stata ospite».

Quell’inverno Ljudmila e Štrum andarono spesso a teatro insieme, e anche al cinema Gigant nel palazzo del conservatorio; in primavera fecero delle gite a Kuncevo e ai Vorob’ëvy Gory, i Monti dei Passeri, e anche dei giri in barca sulla Moscova. Un anno prima della laurea si sposarono.

Aleksandra Vladimirovna si meravigliò non poco di vedere rifiorire e rafforzarsi la vecchia amicizia con Anna Semënovna grazie all’incontro trai due giovani. Nelle loro lettere, le amiche se ne stupirono e ne gioirono a lungo. Per Ljudmila e Štrum, invece, il fatto che i genitori si conoscessero restava una bizzarria di poco conto.

Con Štrum le cose andarono diversamente rispetto al primo matrimonio. Prima dell’università Viktor Pavlovič non aveva mai lavorato, e anche mentre frequentava non aveva dovuto pensare a guadagnarsi da vivere perché la madre gli mandava ottanta rubli al mese e, in più, un pacco tre-quattro volte l’anno. Da quegli stessi pacchi era evidente che la madre lo trattava come un ragazzino, e la musica non cambiò nemmeno dopo il matrimonio. In ogni cassa di legno ben sigillata con piccoli chiodi c’erano solitamente una torta di mele («strudel», si chiamava così), delle calze con le cifre ricamate in rosso, biancheria e fazzoletti da naso cifrati in rosso anche loro, mele e cioccolatini. Se dal primo marito Ljudmila si era sentita trattata da bambina se non da figlia, di colpo con Štrum si ritrovò donna di mondo quasi indulgente, con lui che in confronto era come un neonato.

Ljudmila conobbe Anna Semënovna quando andarono a trovarla durante le vacanze di Natale. Non avrebbe saputo dire perché quella donna la irritava tanto. Era molto premurosa anche nei suoi confronti, e in ogni pacco che mandava a Viktor c’erano sempre dei regalini anche per lei e Tolja. Ma questa cosa, chissà perché, la mandava in bestia.

«È ora che tagli il cordone» ripeteva spesso al marito.

Un giorno sì e uno no Viktor scriveva alla madre, e se per caso mancava all’appuntamento, Ljudmila riceveva subito un telegramma accorato: «Viktor sta bene?».

Se il marito le chiedeva di aggiungere due righe alla lettera, Ljudmila si arrabbiava: «Ossignore» diceva. «Alla mia capita che non scriva per due mesi interi! Ma chi ho sposato, te o lei?».

 

Abarčuk ci aveva messo un anno in più a laurearsi, distratto com’era dal lavoro di attivista. Ljudmila aveva pian piano dimenticato l’offesa e chiedeva spesso sue notizie. Non se la passava male, scoprì: scriveva, teneva conferenze, e per qualche tempo aveva anche avuto un ruolo di prestigio alla Direzione Scienza e Musei. Nel 1932, però, gli capitò un guaio. Si scagliò contro un docente affermando che usava una metodologia non dialettica e che la microtitolazione cui ricorreva era un procedimento borghese, e dimostrò che si era rifiutato di applicare il principio dialettico all’analisi dei gas. La questione arrivò fino alle alte sfere dell’istruzione e degli studi scientifici proprio in un momento in cui il partito stava prendendo decisioni importanti nell’ambito dell’arte e della scienza. Di lì a poco corse voce che colui che aveva il potere di dirimere la questione aveva sentenziato: «A tirar troppo la corda, i cretini sbattono le corna». Due anni dopo Ljudmila venne a sapere che Abarčuk era finito a dirigere una fabbrica di bottoni.

Non le scrisse mai, né mai le chiese del figlio. A un certo punto non se ne seppe più nulla; i giornali non lo citarono nemmeno quando scrissero dell’inaugurazione del complesso industriale di cui era noto che avesse diretto il cantiere. L’anno dopo Ljudmila seppe che lo avevano arrestato: nemico del popolo.

Quello stesso anno, il 1936, Viktor Pavlovič venne invitato negli Stati Uniti, a Harvard, a tenere un corso per professori e studenti. E quell’autunno fu ammesso all’Accademia delle Scienze quale membro corrispondente per la sezione di fisica. La sera della nomina ufficiale, durante la cena che diedero per festeggiare, si scoprì che nella sua storia l’Accademia non aveva mai eletto un ventiseienne, e che, nonostante fosse il più giovane fra i candidati, Štrum aveva ricevuto il maggior numero di voti.

Quando gli altri ospiti se ne andarono, con Ljudmila e Štrum rimasero solo Ženja e Krymov, suo marito. Ciò che Krymov disse quella sera sarebbe rimasto impresso a entrambi.

Štrum, che era geloso del primo marito di Ljudmila, volle prendersi una rivincita e disse:

«C’erano una volta due studenti. Lo studente numero uno voleva decidere il destino del numero due impedendogli di studiare, ma il numero due adesso è nell’Accademia delle Scienze. Domanda semplice semplice: cos’ha concluso il numero uno?».

«No,» ribatté Krymov «sbaglia a crederla una domanda semplice. Mi è capitato di vederlo diverse volte, il suo numero uno. La prima a Pietroburgo, alla testa di un plotone che dava l’assalto al Palazzo d’Inverno: era tutto fuoco e passione. La seconda sugli Urali: gli uomini di Kolčak lo avevano messo al muro, ma lui di notte strisciò fuori dalla fossa e si presentò coperto di sangue da noi, al comitato rivoluzionario. E il fuoco e la passione erano gli stessi. La logica delle cose non è così semplice, no, e vale la pena rifletterci. Lo studente numero uno ha lavorato con onestà quando si decideva il futuro rivoluzionario della Russia, se non del mondo. E ha pagato quel lavoro con sofferenza e sangue».

«Può essere» disse Štrum imbarazzato. «Ma di me ha quasi fatto un sol boccone».

«Il che non incide sul resto» sentenziò Krymov.

29

L’appartamento degli Štrum a Kazan’ era il tipico alloggio da sfollati. Nella prima stanza, ammonticchiate contro il muro, c’erano le valigie; sotto il letto erano invece schierati scarponi e scarpe, quasi a indicare che gli inquilini non erano lì per restare. Da sotto la tovaglia spuntavano le gambe del tavolo di pino malamente sgrossato. Pile di libri ostruivano il passaggio strettissimo fra il letto e il tavolo. Davanti alla finestra della stanza di Viktor Pavlovič c’era una grande scrivania sgombra come una pista di decollo per caccia: non gli piaceva avere ninnoli sul tavolo dove lavorava.

Ljudmila Nikolaevna aveva scritto ai suoi familiari che, se mai li avessero sfollati da Stalingrado, li aspettava «in branco» a Kazan’. E aveva già deciso dove sistemare le brandine. Un angolo, però, sarebbe rimasto sempre libero. Perché una notte Tolja sarebbe di sicuro tornato dal fronte, e in quell’angolo lei avrebbe sistemato il suo letto, che conservava nella rimessa. Dentro una valigia, intanto, c’erano la sua biancheria e una latta di spratti affumicati: Tolja li adorava. In quella stessa valigia c’erano anche tutte le sue lettere, legate con un nastrino. La prima era una paginetta di quaderno che conteneva a stento quattro parole: «Ciao mamma torna presto».

Di notte Ljudmila Nikolaevna si svegliava spesso, ma restava a letto a pensare ai figli, alla voglia tremenda di avere Tolja accanto, di fargli scudo col suo corpo da ogni pericolo, di scavare trincee al posto suo nella pietra o nell’argilla, giorno e notte. Sapeva che non era possibile, però.

L’amore che provava per lui non aveva paragoni possibili, e nessuna madre, o così credeva, poteva ambire a un sentimento simile. Lei lo amava perché non era bello, perché aveva le orecchie grandi, perché camminava come una papera ed era goffo, e lo amava perché era timido. Lo amava perché voleva imparare a ballare, ma si vergognava, e perché era capace di mangiarsi venti cioccolatini uno dietro l’altro, tirando su col naso. L’amore arrivava al culmine quando, incupito e con gli occhi bassi, Tolja le riferiva di un brutto voto in letteratura, e non quando, cedendo alle sue insistenze, le mostrava accigliato i compiti di fisica e di trigonometria con il solito «ottimo» e bofonchiava: «Capirai che sforzo...».

Prima della guerra il marito si arrabbiava sempre con lei perché lo lasciava andare al cinema ogni giorno, invece di farsi aiutare in casa. «Non sono stato tirato su nella bambagia, io» le diceva, dimenticandosi pur senza malizia che da piccolo la madre lo aveva viziato e protetto non meno di quanto la moglie faceva con Tolja.

Nei momenti di rabbia Ljudmila Nikolaevna era capace di dire a Štrum che Tolja non gli voleva bene, ma non era vero, e lo sapeva.

Tolja aveva dato presto segno del suo interesse per le scienze esatte; la letteratura non gli piaceva, il teatro gli era indifferente. Poco prima che la guerra scoppiasse, Štrum lo aveva sorpreso a ballare davanti allo specchio. Ballava con addosso i vestiti di Viktor Pavlovič – giacca, cravatta e cappello – e sorrideva graziosamente a qualcuno, cui faceva anche l’inchino.

«Mi sa che non lo conosco così bene» aveva detto Štrum a Ljudmila.

Alta, magra, un po’ curva, Nadja era molto legata al padre. Un giorno, quando aveva dieci anni, era entrata in un negozio con i genitori. Ljudmila Nikolaevna doveva scegliere del velluto per le tende e aveva chiesto al marito di calcolare quanti metri ne servivano. Štrum si era messo a moltiplicare base per altezza per numero di tende, e si era subito perso. La commessa aveva accennato un sorrisetto di circostanza e aveva fatto il conto in pochi secondi, commentando con Nadja, imbarazzatissima: «Non è un gran matematico, eh, il tuo papà?».

Da quel momento, le era rimasto il sospetto recondito che il padre non avesse vita facile, al lavoro; una volta, di fronte ad alcuni suoi fogli manoscritti coperti da cima a fondo di segni e formule spesso cancellate e corrette, aveva sospirato, mesta: «Povero, povero papà».

Ogni tanto Ljudmila Nikolaevna la vedeva entrare nello studio del padre, avvicinarsi in punta di piedi alla sua poltrona e coprirgli delicatamente gli occhi con le mani; lui restava immobile per qualche secondo, poi la abbracciava e la baciava. La sera, se qualcuno passava a trovarli, capitava che Viktor Pavlovič si accorgesse di colpo di due occhioni attenti e tristi che lo fissavano. Nadja leggeva molto e molto velocemente, ma con scarsa attenzione. Ogni tanto si fermava come distratta, assorta, e rispondeva a casaccio; una volta, per andare a scuola, si era messa due calzini scompagnati. «La nostra Nadja è un po’ tocca» aveva cominciato a dire la domestica da quel giorno.

Quando la madre le chiedeva cosa voleva fare da grande, lei rispondeva: «Non lo so. Magari niente».

Lei e Tolja erano molto diversi, e da piccoli litigavano in continuazione. Stuzzicare il fratello era facile, Nadja lo sapeva e non perdeva occasione per farlo; lui si arrabbiava, le tirava le trecce o la prendeva a calci, lei si infuriava, metteva il broncio, ma riusciva a trattenere le lacrime, stoica, e riattaccava imperterrita a tormentarlo chiamandolo «schifoso ciccione», «lecchino» e «cocco di mamma», oppure con uno strano appellativo che lo mandava in bestia: «lattonzolo».

Poco prima della guerra Ljudmila Nikolaevna si era accorta che i ragazzi avevano smesso di bisticciare. Lo raccontò a due conoscenti di una certa età, che commentarono all’unisono: «Si cresce», accompagnando la frase con un sorriso triste ed eloquente.

Un giorno, mentre tornava dallo spaccio dell’Accademia delle Scienze, Nadja trovò il postino sulla porta con una lettera triangolare11 indirizzata alla madre. Tolja scriveva che il suo desiderio si era avverato: aveva finito la scuola militare ed era in partenza, probabilmente per la città dove abitava la nonna.

Ljudmila Nikolaevna non chiuse occhio per gran parte della notte, e se ne restò nel letto stringendo la lettera fra le mani; l’aveva riletta più volte a lume di candela, lentamente, parola per parola, quasi che in quelle poche righe frettolose le fosse dato di indovinare il destino del figlio.

30

Da Kazan’ il professor Štrum era stato convocato a Mosca. Insieme a lui aveva ricevuto la convocazione un membro dell’Accademia suo conoscente, Postoev, anch’egli sfollato a Kazan’.

Viktor Pavlovič lesse il telegramma e si preoccupò: non era chiaro da chi e perché lo avesse ricevuto, ma decise che doveva esserci di mezzo il suo progetto di ricerca, ancora in attesa di approvazione.

Era un progetto ambizioso, e lo sviluppo di alcune sue parti teoriche necessitava di fondi ingenti.

Quella mattina Štrum vide il suo amico e consigliere Pëtr Lavrent’evič Sokolov e gli mostrò il telegramma. Nel piccolo ufficio accanto all’aula magna dell’università i due passarono in rassegna i pro e i contro del progetto che avevano elaborato l’inverno prima.

Pëtr Lavrent’evič aveva otto anni meno di Štrum. Aveva finito il dottorato poco prima che scoppiasse la guerra, e i suoi lavori avevano subito destato un certo interesse in Unione Sovietica e all’estero. Una rivista francese aveva pubblicato una sua nota biografica con tanto di fotografia. Chi scriveva si diceva perplesso circa il fatto che un giovane fuochista del Volga avesse prima finito il liceo, poi l’Università di Mosca, e si occupasse ora dei fondamenti teorici di una delle branche più complesse della fisica.

Non troppo alto, biondissimo, fronte alta, spalle larghe e testa grossa, di aspetto Sokolov era agli antipodi rispetto a Štrum, che le spalle le aveva strette ed era scuro di capelli.

«Difficile che il progetto venga approvato integralmente» disse. «Ricorda cosa ci ha detto Ivan Dmitrievič Suchov? E poi come facciamo a procurarci il tipo di acciaio necessario per gli strumenti, ora che la produzione di metallo di qualità soddisfa a stento le richieste della Difesa? Inoltre avremo bisogno di testare diverse leghe, mentre adesso i forni devono produrre acciaio per armi e blindati. Chi ci approverebbe mai un progetto simile, e dove lo troviamo un altoforno per qualche centinaio di chili in tutto?».

«Capisco benissimo,» disse Štrum «ma Suchov ha lasciato la sua bella poltrona di direttore due mesi fa. Quanto all’acciaio, ha ragione, certo, ma solo sulla carta. E poi l’accademico Čepyžin ha già approvato l’idea di base del progetto. Le ho letto la sua lettera, no? Lei sa essere poco concreto, Pëtr Lavrent’evič».

«Mi perdoni, Viktor Pavlovič, ma qui il poco concreto è lei» disse Sokolov. «Cosa c’è di più concreto della guerra?».

Erano entrambi nervosi e battibeccarono a lungo su ciò che avrebbe dovuto dire Štrum nel caso in cui a Mosca avessero contestato il progetto.

«Lungi da me insegnarle qualcosa,» diceva Sokolov «però a Mosca ci sono molte porte, e lei non sa a quale è bene bussare».

«Lei, invece, è espertissimo» gli ribatteva Štrum. «Talmente esperto che ancora non ha il permesso di risiedere a Kazan’ e le è toccato il peggiore fra gli spacci riservati agli scienziati».

Rinfacciarsi reciprocamente la mancanza di senso pratico, però, per loro era una sorta di complimento.

Sokolov pensava che a occuparsi del suo permesso di residenza dovesse essere l’università: lui era troppo orgoglioso per chiedere. Ovviamente non lo ammise e si limitò a scuotere la testa.

«Sa bene quanto poco mi interessino certe cose» disse.

Successivamente pensarono a come organizzare il lavoro in assenza di Štrum.

Nel pomeriggio un impiegato del municipio, un uomo butterato con calzoni militari blu a sbuffo, squadrò Štrum perplesso e incredulo e gli allungò il lasciapassare e il biglietto per il rapido del giorno seguente. Ingobbito, magro, con una zazzera di capelli arruffati più adatta a un compositore di romanze zigane che a un fisico dedito a complesse questioni scientifiche, Štrum aveva poco del professore universitario. Si infilò in tasca il biglietto e, senza nemmeno chiedere a che ora era il treno, andò a salutare i suoi collaboratori.

Promise di portare i saluti di ciascuno di loro ad Anna Stepanovna, la capoassistente che era rimasta a Mosca con una parte dell’attrezzatura, si sorbì i gridolini delle colleghe – «Ah, Viktor Pavlovič, che invidia! Dopodomani sarà a Mosca!» – e poi, scortato da una fanfara di auguri di buon viaggio, buona fortuna e buon ritorno, prese la via di casa per andare a mangiare.

Strada facendo, Štrum continuò a pensare al progetto non ancora approvato, e tornò con la memoria all’inverno prima e all’incontro con il direttore Suchov, che in dicembre era arrivato a Kazan’ da Kujbyšev.

In quell’occasione Suchov era stato insolitamente affabile, gli aveva stretto entrambe le mani, gli aveva chiesto come stava, come stavano i suoi cari, come se la passava. Il tutto, però, con il tono di chi era appena arrivato non da Kujbyšev, ma dalle trincee della prima linea, e si ritrovava a parlare con un civile spaurito e inerme.

Quanto al progetto che Štrum gli aveva sottoposto, si era detto contrario.

A Suchov interessava poco la sostanza delle questioni; ad appassionarlo erano gli annessi e connessi. La sua abilità si riduceva al fatto di saper sempre intuire cosa avrebbero considerato importante e necessario i superiori, coloro da cui dipendevano la sua carriera e la sua posizione. Perciò, era già capitato che criticasse con veemenza quanto il giorno prima aveva lodato con entusiasmo.

Chi cedeva alla foga e non temeva di lanciarsi in una discussione senza conoscere al meglio gli equilibri diplomatici era per lui un ingenuo che non sapeva come andava il mondo.

In qualunque conversazione su cose o persone, Suchov sottolineava sempre che in quanto diceva non c’era nulla di personale e che per lui contava solo l’interesse comune. Non sembrava notare, però, una cosa bizzarra: le sue opinioni erano sempre armoniosamente accordate alle esigenze della sua carriera.

«Ivan Dmitrievič,» gli aveva detto Štrum il giorno in cui avevano discusso del suo progetto «come facciamo a sapere, io e lei, quali ricerche scientifiche contano davvero per il popolo? L’intera storia della scienza dice che... E comunque, senta, non posso cambiare i princìpi che guidano la mia vita da che ero bambino. Piuttosto, lasci che le racconti di quando mi hanno comprato l’acquario...». Vedendo, però, il sorriso compassionevole che Suchov aveva stampato in faccia, Štrum aveva corretto il tiro bofonchiando: «Mi scuserà se può sembrare che quanto dico non abbia alcun legame col progetto, e invece, sarà strano, ma i legami sono molti».

«La capisco benissimo,» aveva detto Suchov «però cerchi di capirmi anche lei: l’acquario non ci deve interessare. Stiamo parlando di cose ben più importanti. E questo non è il momento di pensare alla teoria».

Štrum si era offeso e si era reso conto che di lì a un attimo sarebbe esploso e non avrebbe più controllato ciò che gli usciva di bocca. E davvero non si era controllato.

«Nel bene e nel male, qua dentro la teoria e la fisica sono roba mia» aveva tagliato corto. «Cosa vuole insegnarmi, lei che è un passacarte? Converrà che la logica è poca».

Štrum aveva visto Suchov avvampare e gli altri lanciargli occhiate di disapprovazione. E si era detto che non avrebbe più potuto chiedergli di intercedere presso chi di dovere per trovargli un alloggio migliore. Si era stupito, però, che Suchov non sembrasse indignato ma, piuttosto, colpevole: gli tremavano le ciglia come a un bambino che sta per scoppiare a piangere. Era stata cosa di un attimo in tutto, comunque.

«È evidente che lei ha bisogno di riposare,» aveva detto «non ha i nervi a posto». E aveva aggiunto: «Quanto al suo progetto, non posso che ripeterle ciò che le ho già esposto: a mio parere non risponde alle necessità del momento e voterò contro».

Da Kazan’ Suchov era tornato a Kujbyšev e da lì a Mosca, dove era rimasto per un mese e mezzo, prima di avvertire con un telegramma del suo ritorno a Kazan’.

Dove non era mai arrivato. Lo avevano convocato al Comitato centrale, i suoi metodi erano stati criticati aspramente, lo avevano sollevato dall’incarico e mandato a insegnare a Barnaul in un istituto di meccanica agraria. A sostituirlo provvisoriamente avevano chiamato Pimenov, che a suo tempo era stato un dottorando di Štrum. E mentre camminava perle strade di Kazan’, era all’imminente incontro con lui a Mosca che pensava Viktor Pavlovič.

31

Ljudmila Nikolaevna accolse il marito all’ingresso e subito, mentre gli spazzolava di dosso la polvere di Kazan’, gli chiese del viaggio e si informò quanto ai dettagli di cui sempre si curano le mogli che vogliono vedere debitamente riconosciuta la gloria dei loro consorti.

Gli domandò chi aveva mandato il telegramma, se era prevista una macchina che lo portasse in stazione e in che classe avrebbe viaggiato – se nel vagone cuccette, in prima o sui sedili di legno della seconda. Commentò con un ghigno soddisfatto che il professor Podkopaev, di cui non sopportava la moglie, non aveva ricevuto telegrammi di sorta. Poi fece un gesto stizzito con la mano e aggiunse:

«Sono tutte sciocchezze, comunque. Giorno e notte, mi martella in testa un solo pensiero: Tolja, Tolja, Tolja...».

Nadja rincasò tardi; era stata a casa della sua amica Alla Postoeva.

Štrum capì che era lei dai passi cauti e leggeri, e pensò:

«Com’è magra! S’è seduta sul divano senza strappargli neanche un cigolio».

«Buonasera, figlioletta» disse senza nemmeno voltarsi e continuando a scrivere svelto svelto. Lei non rispose.

Dopo qualche lungo attimo di silenzio, Štrum chiese di nuovo, e di nuovo senza voltarsi:

«Allora? Come sta Postoev? Fa i bagagli?».

E di nuovo Nadja non rispose. Štrum picchiettava le dita sul tavolo come a invitare qualcuno al silenzio. Prima di partire voleva risolvere un problema matematico che, se lasciato incompiuto e senza verifica, non gli avrebbe dato pace per tutto il viaggio; a Mosca, poi, gli sarebbero mancati tempo e concentrazione per occuparsene.

Sembrava essersi dimenticato della figlia, invece di punto in bianco si voltò verso di lei e disse:

«Perché tiri su col naso, brontolona mia?».

Lei lo guardò con rabbia e disse d’un fiato:

«Io in agosto a lavorare nei campi di un kolchoz non ci vado. Neanche Alla ci va. Invece la mamma ha fatto tutto di testa sua, è andata a scuola e mi ha iscritta senza dirmi niente. Si torna a settembre e avrò subito le lezioni, e in più le altre ragazze dicono che nei kolchoz si mangia poco e si fatica talmente tanto che è già molto se si riesce a fare un bagno al fiume».

«Va bene, va bene. Va’ a dormire, adesso. Non è niente di grave» disse Štrum.

«Non sarà niente di grave, per carità,» disse Nadja, e alzò sdegnata prima una spalla e poi l’altra «ma tu nei campi non ci vai, o pare a me?». E poi aggiunse, beffarda: «Tu vai a Mosca, no? Ho un padre senza coscienza sociale, io...».

Nadja si alzò, e già sulla porta sbottò:

«Ol’ga Jakovlevna mi ha detto che ieri sera è andata alla stazione a portare i regali ai feriti. Sai chi ha incontrato su un treno ospedale? Maksimov. Lo hanno ferito due volte, era in viaggio per Sverdlovsk. Appena esce dall’ospedale militare lo rispediscono in facoltà a Mosca».

«Maksimov chi? Il sociologo?» chiese Štrum.

«Ma no, accidenti! Il nostro vicino di dacia, il biochimico! Quello che è passato a prendere un tè subito prima che scoppiasse la guerra! Hai capito adesso?» disse Nadja.

Štrum ne fu turbato.

«Magari il treno è ancora in stazione... Io e la mamma potremmo farci un salto».

«No, è ripartito. Hanno annunciato la partenza quando Ol’ga Jakovlevna era nel suo vagone. Non è riuscito a dirle niente».

Quella notte, prima di dormire, Štrum litigò con la moglie.

Indicandole le braccia di Nadja, magre e scurite dal sole, Štrum le disse che faceva male a insistere per mandarla in un kolchoz; la lasciasse riposare, piuttosto, prima di un inverno che si annunciava impegnativo.

Ljudmila Nikolaevna gli rispose che all’età di Nadja tutte le ragazze erano magre, che lei all’età sua era persino peggio, e che c’erano migliaia di famiglie con ragazzi che in estate lavoravano in fabbrica o sgobbavano nei campi.

«Io dico che mi pare dimagrita,» ribatté Štrum «e tu mi sfoderi subito le tue manfrine. Guardale le clavicole, guarda che labbra pallide da anemica. Non capisco davvero perché insisti tanto. È come se volessi che i tuoi figli soffrissero entrambi. Proprio non capisco, no».

Ljudmila Nikolaevna lo guardò con un misto di dolore e rimprovero.

«Non mi pare che ti curi granché della sorte di Tolja, tu» gli disse. «Ma hai ragione, come sempre. Come fai, però, a non capire che certe volte ho bisogno di sentire che hai compassione, e non ragione?».

«Però neanche io la sento, la tua compassione, sai?» le rispose puntuto Štrum.

Lei lo guardò con occhi improvvisamente giovani che sprizzavano saette di dolore.

«Hai di nuovo ragione tu» disse Ljudmila, e uscì sbattendo la porta.

Discutevano spesso, a volte litigavano anche, ma le loro liti avevano vita breve.

Viktor Pavlovič non si faceva grandi domande sul suo matrimonio, che era entrato in quella fase in cui un’abitudine vecchia di anni toglie significato e importanza a rapporti che la quotidianità ha logorato. La fase in cui era entrato, però, era anche quella in cui gli scossoni della vita aiutano a capire che la vicinanza quotidiana e un’abitudine vecchia di anni sono quanto di significativo e poetico – nel senso autentico e sommo del termine – tiene insieme due persone che hanno camminato l’una accanto all’altra dalla giovinezza ai capelli bianchi. Viktor Pavlovič, infatti, non sembrava nemmeno notare quello di cui tutti i suoi cari ridevano, e cioè che, appena entrava in casa, la prima domanda ai figli era:

«La mamma c’è?... No?!... E dov’è?... Quando torna?».

Se poi Ljudmila Nikolaevna tardava, Štrum smetteva di lavorare, faceva avanti e indietro per la stanza lamentoso, insisteva per andare cercarla e riattaccava:

«Ma dove si sarà cacciata? Che strada avrà fatto? Stava bene, quand’è uscita? E perché se ne va in giro a quest’ora, con questo traffico?».

Appena la moglie tornava, Štrum si calmava di colpo, si rimetteva alla scrivania e a qualunque domanda di lei rispondeva brusco:

«Eh? Cosa? Zitta, che sto lavorando!».

Una scena che Nadja – nei momenti di allegria contagiosa che spesso sono propri delle persone malinconiche e riflessive – imitava perfettamente per Tolja e Varja, in cucina. E se Tolja rideva di gusto, Varja gridava: «Oh, per carità! È uguale, uguale sputato!».

Un altro sentimento non abbandonava mai Štrum e illuminava tutto il suo mondo interiore. Nel profondo del suo cuore ardeva sempre la luce calma e triste che lo aveva accompagnato per tutta la vita: l’amore di sua madre.

32

A Ljudmila Nikolaevna i parenti del marito non piacevano e li vedeva sempre controvoglia. I parenti di Viktor Pavlovič si dividevano fra quelli di successo (pochi) e quelli di cui si parlava al passato: «Lui era un avvocato di fama, sua moglie la donna più bella della città», «Lui al Sud era una celebrità, aveva una voce splendida». Viktor Pavlovič era sempre affettuoso con i suoi e chiacchierava sempre con vivo interesse delle vicende familiari, tanto più che gli anziani, ricordando il passato, gli raccontavano non della loro giovinezza comunque remota, ma di epoche quasi mitologiche in cui a essere giovani erano i parenti della generazione ancora precedente.

Ljudmila Nikolaevna non riusciva a orientarsi nella complessa ragnatela delle parentele: cugini primi, cugini secondi, zie e zii d’età veneranda...

«Ma come, è semplicissimo!» le diceva il marito. «Marija Borisovna è la seconda moglie di Osip Semënovič, che è figlio del povero zio Il’ja, di cui ti ho tanto parlato perché era un giocatore di carte incallito, oltre che fratello di mio padre. Veronika Grigor’evna, invece, è la nipote di Marija Borisovna, cioè la figlia di sua sorella Anna, e al momento è sposata con Pëtr Grigor’evič Motylëv. È facile».

«No, mi scuserai,» gli rispondeva lei «ma certe cose le capite tu e forse Einstein. Io sarò scema, ma non ci arrivo».

Anche con la suocera i rapporti erano freddi. Viktor Pavlovič era il suo unico figlio, e la madre era rimasta vedova quando lui aveva tre anni.

Allegra e chiassosa, da giovane Anna Semënovna era l’anima della compagnia; adorava il teatro e, ancora liceale, era capace di passare diverse notti in fila al botteghino quando Stanislavskij e la sua troupe arrivavano in tournée a Odessa. Si era laureata a Berna, aveva vissuto a Parigi e a Ginevra, e in Italia aveva lavorato con oculisti di fama. A Parigi era rimasta due anni, e per circa un mese, mentre Šapošnikov era a Londra per un congresso di partito, aveva ospitato Aleksandra Vladimirovna, che portava ancora la piccola spilla con le violette smaltate che Anna Semënovna le aveva regalato in quei giorni.

Quando era nato Vitja, però, era a lui e alla sua istruzione che Anna Semënovna aveva consacrato forze, tempo e pensieri. Lo portava ogni estate sul Baltico e ogni autunno in campagna. E siccome Vitja aveva spesso una leggera febbriciattola, le ghiandole ingrossate e i nervi fragili, in inverno gli toccavano sempre un paio di visite da illustri pediatri. Viaggi, scuole e consulti medici costavano cari, e così, per garantire al figlio tutto il necessario, Anna Semënovna lavorava dalla mattina alla sera.

Nel 1914 erano come ogni estate sulle coste del Baltico, e lì, a Kauguri, li aveva colti l’inizio della prima guerra mondiale. All’epoca Vitja aveva dieci anni. Anna Semënovna non volle rientrare prima del tempo, come fecero invece gli altri villeggianti temendo un attacco dal mare; lasciò che il periodo di cure stabilito per Vitja terminasse, e solo allora tornarono a Kiev.

Quell’autunno Vitja iniziò la Realschule. In più, un giorno sì e uno no prendeva lezioni private da un’insegnante inglese, e due volte alla settimana studiava musica con un’altra. Il pianoforte lo avevano noleggiato: non c’erano abbastanza soldi per comprarlo, «lo strumento», come lo chiamava l’insegnante.

Le amiche si stupivano della sua dedizione fanatica al figlio e di come fosse cambiata. Non usciva quasi mai; se lo faceva, andava da amici che avevano figli dell’età di Vitja e lo portava con sé. Faceva spesso visita a Ol’ga Ignat’evna Bibikova, vedova di un capitano di lungo corso che le aveva sempre portato una gran quantità di regali da paesi lontani: collezioni di farfalle e di conchiglie, statuette d’avorio o di pietra. Per il figlio quelle visite serali valevano molto più delle lezioni a scuola e a casa, ma con ogni probabilità, Anna Semënovna non se ne rendeva conto.

Vitja era particolarmente affascinato da una collezione di piccole conchiglie raccolte sulle coste del Giappone: erano d’oro e arancio come tramonti di soli minuscoli, oppure azzurre, verdi e rosa lattiginoso come un’alba su mari in miniatura. Avevano forme strane: sembravano spade sottili, cappelli di pizzo, petali di fiori di ciliegio, fiocchi di neve e stelle di gesso. Accanto c’era la scatola di vetro delle farfalle tropicali, ancora più sgargianti: sulle loro enormi ali c’erano volute di fumo viola e lingue rosse di fuoco. Da bambino, Vitja pensava che le conchiglie fossero come le farfalle, che volassero anche loro fra le alghe, sott’acqua, rischiarate da un sole verde-azzurro sommerso.

Era attratto dagli erbari, dalle collezioni di insetti, e aveva sempre tasche e cassetti pieni di metalli e minerali. Una volta, alla dacia, rischiò di affogare perché, tuffandosi in acqua dalla barca, si dimenticò di avere le tasche piene di quarzo, granito e feldspato: gli amici lo ripescarono a stento.

Oltre a quelle collezioni, Ol’ga Ignat’evna aveva due grandi acquari. Fra boschi e radure subacquee pascolavano pesciolini di bellezza pari alle farfalle e alle conchiglie dell’oceano: gourami lilla e madreperla con le pinne di trine; pesci del paradiso col musetto furbo da gatto e il corpo a righe rosse, verdi e arancione; pesci di vetro con il corpo trasparente di mica che lasciava intravedere lo scuro degli intestini e delle lische; pesci telescopio con gli occhi enormi; e anche pesci cometa, sorta di piccole patate viventi che amavano avvilupparsi nella loro lunga coda, sottile come fumo di sigaretta.

Anna Semënovna era combattuta fra la voglia di viziare il figlio e quella di inculcargli un’abitudine rigorosa all’impegno quotidiano, prolungato e inderogabile. Ogni tanto Vitja le sembrava pigro, viziato e capriccioso. «Taugenichts!», «Perdigiorno!», gli gridava se portava a casa brutti voti. A Vitja piaceva leggere, ma c’erano momenti in cui nessuna forza al mondo sarebbe riuscita a fargli aprire un libro. Finiva di mangiare e subito correva fuori; tornava a sera fatta, eccitato e col fiato corto, come fosse stato inseguito da un branco di lupi fino alla porta di casa. Divorava la cena a tutta velocità, si metteva a letto e si addormentava all’istante. Un giorno, dalla finestra, Anna Semënovna sentì quel suo figlioletto timido e malaticcio gridare per tutto il cortile: «Brutta bestia, ora ti prendi una sassata sul muso!». Anzi, l’aveva urlato come un ragazzaccio di strada, quel «brutabèstia».

Una volta la madre lo picchiò: Vitja le aveva detto che andava a studiare da un amico, invece le aveva preso i soldi dalla borsa ed era andato al cinema. Quella notte si svegliò sentendosi addosso lo sguardo severo della madre, si mise in ginocchio sul letto e le buttò le braccia al collo. Lei lo respinse.

Vitja cresceva, cambiava d’aspetto, cambiava modo di vestire. E insieme all’aspetto, alle ossa che si ingrossavano, alla voce e ai vestiti, cambiavano anche il suo cuore e le sue passioni, cambiava il suo amore per la natura.

A quindici anni si appassionò all’astronomia, si procurò delle lenti e riuscì a costruirsi un cannocchiale.

Dentro di lui la sete d’esperienza pratica e l’interesse per l’astrazione e la teoria pura si sfidavano costantemente. Con tutta evidenza, seppur in modo inconsapevole, all’epoca cercava ancora di conciliarli, quei due mondi: l’interesse per l’astronomia andava di pari passo con il sogno di costruire un osservatorio sui monti, e la scoperta di nuove stelle evocava fantasie di viaggi difficili e pericolosi. La contraddizione tra il fare e la sua forma mentis astratta era radicata nel profondo, ma ci vollero anni e anni perché se ne rendesse conto anche lui, perché lo capisse.

L’infanzia era stata l’epoca della passione per le cose: Vitja spaccava le pietre col martello, accarezzava le facce lisce dei cristalli e si stupiva di quanto pesassero piombo e mercurio. Guardare i pesci nell’acquario non gli bastava più, e allora si rimboccava una manica e li pescava, stringendoli con cautela e senza tirarli fuori dall’acqua. Voleva catturare il mondo meraviglioso e vivido delle cose con la rete della vista, dell’odorato e del tatto.

A diciassette anni si commuoveva leggendo libri di fisica matematica con pagine in cui comparivano giusto una decina di paroline sbiadite come «pertanto», «ne consegue», «di qui», e dove tutto il pathos e la potenza del pensiero si esprimeva in trasformazioni ed equazioni differenziali tanto necessarie quanto stupefacenti.

A quel periodo risaliva la sua amicizia con un compagno di scuola, Petja Lebedev, che aveva una gran passione per la fisica e la matematica ed era sei mesi più grande di lui. Leggevano insieme i manuali e sognavano di fare chissà quali scoperte nel campo della struttura della materia. Poi però, dopo avere superato l’esame di ingresso all’università, Lebedev era partito per il fronte con una formazione del Komsomol, finendo ammazzato vicino a Darnica. Il destino dell’amico aveva scosso molto Štrum: pensava in continuazione a quel ragazzo che aveva lasciato la via della scienza per quella della rivoluzione.

L’anno seguente si iscrisse alla facoltà di Fisica e Matematica dell’Università di Mosca. Lo appassionava la ricerca sull’energia del nucleo e degli elettroni.

Il mistero più profondo della natura aveva una poesia immensa. Piccole stelline viola si accendevano sullo schermo scuro; sfrecciando, le particelle invisibili lasciavano dietro di sé scie brumose di vapore addensato simili a code di cometa; l’ago sottile di un elettrometro ultrasensibile fremeva, rilevando la scossa provocata da diavoli invisibili dotati di forza e velocità folli. Sotto la superficie della materia ribollivano forze possenti. I lampi sullo schermo scuro, lo spettrografo di massa che misurava la carica del nucleo, l’annerimento di una lastra fotografica: erano queste le prime spie di forze gigantesche che si agitavano nel sonno per poi riassopirsi...

Certe volte se le immaginava come il vapore leggero che si alza da un enorme orso addormentato nella sua tana; altre gli sembravano gli schizzi di un pesciolino sopra l’abisso senza fine in cui da secoli sonnecchiano mostruosi lucci e pesci siluro... E lui voleva guardarci, sotto quella superficie verde, voleva rimestarla, voleva sollevare l’enorme mostro dall’abisso fangoso e portarlo alla luce, voleva trovare il bastone lungo e flessibile che avrebbe costretto l’orso a ruggire e a uscire dall’oscurità della tana scrollando le spalle brune e pelose.

E il passaggio a doppio senso del confine che divide e unisce la materia e i quanti di energia nella cornice di un’unica trasformazione matematica! E gli strumenti prodigiosi per complessità e – insieme – semplicità di principio quasi rozza, ponte fra l’erta rocciosa delle percezioni e delle rappresentazioni consuete e il regno ancora nascosto nella nebbia sordomuta delle forze del nucleo!

Eppure, oh prodigio!, oh stupore!, proprio quel regno sordomuto di quanti e protoni racchiudeva l’essenza più sublime della materia del mondo.

Mentre frequentava l’università, Štrum annunciò alla madre che lo studio non gli bastava più e che si era fatto assumere come operaio nel reparto peggiore della fabbrica chimica di Butyrki: le vernici. Quell’inverno studiò e lavorò, e l’estate seguente saltò le vacanze e continuò a lavorare in fabbrica.

Era davvero cambiato. Però la sensazione che provava da bambino, osservando e inseguendo i pesciolini che spuntavano come dal nulla nel verde denso dell’acqua, ritornava ogni volta che, fra elucubrazioni contraddittorie ed esperimenti poco precisi che portavano talvolta a conclusioni esatte, o esperimenti precisissimi che potevano condurre invece a un vicolo cieco o di fronte a un muro di assurdità, di colpo arrivava l’intuizione, un miracolo di luce che finalmente si lasciava catturare.

Ora la materia non si toccava più, non si vedeva più, ma la realtà della sua esistenza, la realtà di atomi, neutroni, protoni non era meno eclatante della realtà della terra e degli oceani.

Štrum sembrava avere toccato con mano il sogno di quand’era ragazzo. Eppure, una certa insoddisfazione restava. In alcuni momenti aveva l’impressione che la vita gli scorresse accanto, mentre lui voleva esserne parte, voleva coniugare il suo lavoro di ricerca con ciò che avveniva nelle fabbriche, nelle miniere, nei cantieri di tutto il paese; voleva costruire un ponte tra la fisica teorica e la nobile fatica di milioni di operai. Pensava spesso all’amico degli anni lontani della sua infanzia con l’elmetto dell’Armata Rossa e il fucile in spalla, e quel ricordo bruciava e lo scuoteva.

33

Un ruolo importante nella vita di Viktor Štrum lo aveva avuto Dmitrij Petrovič Čepyžin, suo professore all’università.

Scienziato di fama mondiale e tra i fisici russi di maggior talento, con le sue spalle larghe, le mani grandi e la fronte alta sembrava piuttosto un vecchio fabbro.

A cinquant’anni, aiutato dai due figli universitari, si era tirato su una dacia in campagna sgrossando i tronchi con le sue mani, e con le sue mani aveva anche scavato il pozzo accanto alla casa, costruito la banja e aperto un sentiero nel bosco.

Gli piaceva raccontare di un vecchietto di quelle parti, Foma, che lui chiamava Tommaso l’Incredulo perché dubitava sempre delle sue competenze di carpentiere. Un giorno, però, il vecchio gli aveva dato una bella pacca sulla spalla, riconoscendolo finalmente come suo pari e gran lavoratore, e passando al tu gli aveva chiesto:

«Senti, Petrovič, ti pago il giusto: me la fai tu la rimessa?».

A Čepyžin non piaceva starci in estate, in quella casetta fuori città; di solito in estate lui e la moglie Nadežda Fëdorovna partivano per lunghi viaggi di un paio di mesi. Erano stati nella tajga dell’Estremo Oriente e sulle montagne del Tian Shan vicino a Naryn, sul lago Teleckoe vicino a Ojrot-Tura e sul Bajkal; avevano ridisceso in barca a remi la Moscova, l’Oka e il Volga fino ad Astrachan’; avevano battuto le foreste di Brjansk da Karačev fino a Novgorod Severskij e quelle della Meščëra fino a oltre Rjazan’. Avevano iniziato ai tempi dell’università e continuato imperterriti anche a un’età cui di solito si addicono soggiorni termali o in campagna, e non scarpinate zaino in spalla fra boschi e montagne. Durante quei viaggi Dmitrij Petrovič teneva un diario con un’apposita sezione «lirica» consacrata alla bellezza della natura, a tramonti e albe, agli acquazzoni estivi in montagna, alle tempeste notturne nei boschi, alle notti di stelle e di luna. Quelle pagine, però, Čepyžin le leggeva solo alla moglie. Quanto a caccia e pesca, non gli interessavano.

Quando in autunno, di ritorno dal viaggio, si ritrovava a presiedere le riunioni dell’Istituto di Fisica o a partecipare alle sessioni dell’Accademia delle Scienze, della cui presidenza era membro, la sua faccia risaltava fra quelle dei colleghi canuti e degli allievi già grigi che avevano trascorso l’estate a Barvicha, a Uzkoe, o in dacia a Luga, Sestroreck o nei dintorni di Mosca. Con i capelli scuri quasi senza canizie, sedeva con severo cipiglio e con la grossa testa poggiata sul pugno nodoso, mentre con l’altra mano si accarezzava il mento largo e le guance magre perennemente abbronzate. Un’abbronzatura simile di solito segna faccia, collo e nuca di gente costretta a lavori pesanti e a una vita che lo è altrettanto: operai nelle torbiere, soldati, sterratori. È l’abbronzatura di chi raramente ha un tetto sotto cui dormire, l’abbronzatura che si deve non soltanto al sole, ma anche alla notte, ai venti notturni che bruciano, ai primi geli, alle brume fredde che precedono l’alba. Rispetto a Čepyžin, i vecchietti macilenti con i capelli bianchi e soffici e la pelle di un rosa lattiginoso solcato dal blu delle vene sembravano vecchie pecore o piccoli putti con gli occhi cerulei accanto a un enorme orso bruno.

Štrum non aveva dimenticato che da giovani lui e il povero Lebedev avevano parlato spesso di Čepyžin. Lebedev sognava di incontrarlo. Avrebbe voluto lavorare sotto la sua ala e discutere con lui le implicazioni filosofiche della fisica. Ma Lebedev non era riuscito né a diventare suo allievo né a discuterci.

A stupire chi conosceva Čepyžin non era che gli piacesse vagare per i boschi o lavorare di pala e d’accetta, che scrivesse poesie e dipingesse. A stupirli e a suscitare la loro ammirazione era che, pur con questo ventaglio di interessi, pur con tutti i suoi hobby, Dmitrij Petrovič aveva una passione sola. Chi davvero lo conosceva – la moglie e gli amici più cari – sapeva che tutti i suoi interessi avevano un unico fondamento. Di fatto l’amore per le foreste e i prati russi, la sua raccolta di tele di Levitan e Savrasov, l’amicizia coi vecchi contadini – che poi andavano a trovarlo a Mosca –, gli enormi sforzi che aveva dedicato alla creazione delle università operaie moscovite, l’interesse per le vecchie canzoni popolari e per settori nuovissimi dell’industria moderna, l’amore appassionato per Puškin e Tolstoj, la premura commovente (e ridicola, per alcuni) nei confronti delle creature che vivevano nei boschi e nei campi intorno alla sua casa (ricci, cinciallegre e ciuffolotti) – tutte queste cose erano l’unico fondamento su cui poggiava l’edificio apparentemente staccato da terra della sua scienza.

Tutto l’universo di quel pensiero astratto giunto ad altezze siderali da dove sembrava non si distinguessero non solo mari e continenti, malo stesso pianeta Terra, tutto quell’universo aveva invece radici ben salde nella sua terra natale, da cui traeva linfa viva e senza la quale, verosimilmente, non sarebbe sopravvissuto.

Le persone come Čepyžin racchiudono in sé fin dagli anni più verdi un sentimento semplice e forte insieme. Questo sentimento è la consapevolezza di avere un unico scopo nella vita, ed è un sentimento – e una consapevolezza – che lungo tutta la vita li accompagna fino ai capelli bianchi, fino all’ultimo dei loro giorni. È il sentimento che Nekrasov descrisse nel poema Sul Volga, rammentando il giuramento prestato da ragazzino la prima volta che vide gli alatori; ed è il sentimento che, ancora adolescenti, scosse Herzen e Ogarëv sui Vorob’ëvy Gory.12

C’è gente, però, che ritiene la consapevolezza del proprio scopo nella vita un ingenuo residuo del passato che si conserva per puro caso e senza necessità alcuna. È gente, questa, con l’animo tutto preso da emozioni e pensieri legati alle quisquilie del quotidiano; gente non incline alle trasformazioni interiori che, come le trasformazioni matematiche, riducano le grandezze casuali che complicano la sostanza dei fenomeni senza determinarli; gente non incline a ridurre, omettere, ignorare ciò che potrebbe e dovrebbe essere ignorato. Molti subiscono la malia della varietà di colori sulla superficie della vita. E in questa varietà non colgono l’unità intrinseca. È gente che capirà solo in punto di morte, nel momento fatale, quanto poco contino preoccupazioni occasionali, ingannevoli e che presto svaniscono, e solo allora tornerà a cogliere la cosa più semplice e importante, che a suo tempo era parsa ingenua o inaccessibile. Sono quelli di cui si dice: «Sulla via del tramonto capì che...», «Guardandosi indietro si rese conto e comprese...». È gente che nella vita vince battaglie piccole, ma di grande soddisfazione materiale. Però è anche gente che non vincerà mai la sua guerra con la vita, così come mai vincerà il comandante che non ha una strategia, che non è guidato e ispirato dall’amore per il suo popolo, che non ha uno scopo semplice e nobile: potrà strappare una città al nemico, potrà sconfiggere un reggimento o una divisione, ma non vincerà mai la guerra. Spesso la capacità di discernere fra ciò che è importante e ciò che di importanza è privo arriva tardi e non è più d’aiuto. È una capacità che si acquisisce quando si tirano le somme di una vita e si pronunciano parole amare che a nulla servono, ormai, parole come: «Ah, se mai rinascessi...».

Ci sono caratteri e indoli per i quali questo sentimento semplice, terso come sanno essere solo i sentimenti di gioventù, radicato nel profondo del cuore e della coscienza, questa idea del senso e dello scopo della vita, è ciò che determina azioni, scelte, progetti – la vita intera. Sono caratteri e indoli che per buona parte lasciano una traccia nel consesso umano; le loro opere, il loro pensiero mirano a fare e a combattere, e non a faccende piccole e meschine, a movimenti molecolari che obbediscono solo agli interessi dell’oggi e che ne troveranno di nuovi l’indomani, quando gli interessi dell’oggi svaniranno.

Un desiderio semplice come «voglio che chi lavora possa vivere libero, felice, ricco, e voglio una società libera e giusta» è stato alla base delle vite straordinarie di molti combattenti e pensatori rivoluzionari.

E gli esempi potrebbero moltiplicarsi e comprendere anche uomini di scienza, viaggiatori, agronomi, costruttori, irrigatori di deserti. Questo sentimento terso e puro come quelli di gioventù, oltre che la consapevolezza di un grande scopo, è anche di moltissimi sovietici, edificatori di un nuovo mondo: operai, kolchoziani, ingegneri, scienziati, insegnanti, medici... Che lo coltivano fino alla vecchiaia.

 

Štrum non aveva dimenticato la prima lezione di Čepyžin, la sua voce spessa e leggermente roca, quella voce ora indulgente e lenta, ora di colpo svelta e appassionata, che sembrava appartenere più a un propagandista politico che a un professore universitario nell’atto di esporre una teoria fisica ai suoi studenti. Neanche le formule che scriveva alla lavagna erano l’espressione fredda della nuova meccanica del mondo invisibile delle superenergie e delle supervelocità, ma parevano piuttosto striscioni o slogan: il gesso cricchiava sbriciolandosi, oppure, a volte, quando quella mano avvezza a maneggiare non solo la penna e i delicati strumenti in quarzo e platino, ma anche la pala e l’accetta, conficcava platealmente un punto come fosse stato un chiodo o tracciava il collo di cigno di un integrale, i colpi sembravano revolverate. Quelle formule rammentavano frasi piene di contenuto umano, frasi che parlavano di dubbio, fiducia e amore. E Čepyžin era bravo a enfatizzare l’impressione spargendo sulla lavagna punti interrogativi, puntini di sospensione e trionfanti punti esclamativi come neanche in un volantino politico o in una lettera d’amore. Quando poi, a lezione finita, il bidello cancellava dalla lavagna le file di radicali, integrali, differenziali e simboli trigonometrici, le varie alfa, delta, epsilon e csi greche che la mente e la volontà umana avevano intruppato in un unico plotone, il dolore era quasi tangibile. Avrebbero dovuto conservarla, quella lavagna, come si conservano i manoscritti preziosi.

E sebbene da allora fossero trascorsi molti anni, sebbene a insegnare agli studenti e a scrivere col gesso sulla lavagna ora fosse lui, Štrum, la sensazione che aveva provato assistendo alla prima lezione del suo maestro restava vivissima.

Štrum si emozionava ogni volta che andava nell’ufficio di Čepyžin, e di ritorno dall’università si vantava come un bambino con familiari e amici: «Oggi con Čepyžin abbiamo fatto una bella passeggiata fino alla torre radio di Šabolovo...», «Čepyžin ha invitato me e Ljudmila per Capodanno...», «Čepyžin crede che il mio laboratorio stia lavorando nella giusta direzione...».

Štrum ricordava uno scambio di opinioni su Čepyžin che aveva avuto con Krymov. Era successo qualche anno prima della guerra. Krymov e Ženja erano andati a trovarli alla dacia dopo giorni e giorni di intenso lavoro.

Ljudmila aveva convinto Krymov a togliersi la casacca militare e a mettersi un pigiama del marito. Seduto all’ombra di un tiglio in fiore, Krymov aveva stampata in faccia l’espressione beata di chi arriva in campagna e, dopo lunghe ore trascorse in stanze troppo calde e impregnate di fumo, scopre di colpo la felicità fisiologica pura e semplice di un mondo fatto d’aria pulita e profumata, d’acqua fresca di pozzo e del frusciare del vento fra i rami dei pini.

A Štrum l’espressione beata sul viso stremato di Krymov era rimasta impressa: nulla sembrava poterlo sottrarre a quella pace. E forse proprio per questo lo aveva colpito il cambiamento repentino del cognato non appena dalla bontà delle fragoline di bosco con il latte e una spolverata di zucchero erano passati ad argomenti più «urbani».

Il giorno prima Štrum aveva visto Čepyžin, che gli aveva parlato di quanto si prefiggeva di fare il nuovo laboratorio dell’Istituto di Fisica.

«Uno scienziato monumentale» aveva commentato Krymov. «Peccato che quando si allontana dalla sua materia e si addentra nella filosofia gli capiti di cadere in contraddizione: di dialettica marxista non capisce davvero nulla».

Ljudmila Nikolaevna era andata su tutte le furie e lo aveva subito zittito:

«Non si azzardi a parlare così di Čepyžin!».

Krymov si era incupito, quasi che a bearsi sotto il tiglio, poco prima, ci fosse stato qualcun altro e non lui.

«Esimia compagna, in casi del genere un marxista ha una sola parola, che si parli di suo padre, di Čepyžin o di Newton in persona».

Štrum sapeva che Krymov aveva ragione, e anche il povero Lebedev gliel’aveva fatto notare più volte. Ma il tono brusco di Krymov aveva irritato anche lui.

«Vede, Nikolaj Grigor’evič,» aveva ribattuto «per quanto lei abbia ragione, dovrebbe fermarsi a riflettere sul motivo per cui persone sicuramente imperfette quanto alla teoria della conoscenza risultino poi fortissime nella sua pratica».

Krymov lo aveva squadrato, stizzito, e poi aveva detto:

«Non è un argomento valido, in una disputa filosofica. Lei mi insegna che la storia della scienza offre esempi di studiosi che nei loro laboratori erano autentici paladini del marxismo dialettico, suoi seguaci e suoi figli, ma che si scoprivano inermi e impotenti non appena se ne allontanavano... Tuttavia, nel momento in cui quelle stesse persone elaboravano una propria filosofia, con cotanta filosofia da strapazzo non riuscivano a spiegare alcunché, e nemmeno capivano che stavano andando contro le loro stesse, eccezionali conquiste scientifiche. Se mi mostro intransigente è perché ho cari tanto quanto lei gli scienziati come il suo Čepyžin e il loro straordinario lavoro».

Gli anni erano passati, ma il legame fra Čepyžin e i suoi studenti di un tempo, che ora svolgevano ricerche in proprio, non si era indebolito. Era un legame vivo, libero e democratico che univa maestro e allievi in un vincolo più stretto e più forte di tanti altri che l’essere umano ha instaurato coi suoi simili.

34

La mattina in cui Štrum doveva partire per Mosca era fresca e tersa.

Viktor Pavlovič guardava fuori dalla finestra aperta e intanto ascoltava le ultime istruzioni di Ljudmila, che gli spiegava cosa gli aveva messo dentro la valigia: in tempo di guerra, chi parte per un viaggio è come l’esploratore polare che lascia il caldo della base per affrontare le distese di ghiaccio.

E dunque nella valigia c’erano qualche barattolo di burro, miele e strutto, bustine di sale, uova liofilizzate, tè, pane fresco e pane secco, e un pacco di semolino per prepararsi la minestra. Ci aveva messo anche i calzini, la biancheria, il piretro, ago e filo bianco e nero, dei sacchettini di fiammiferi e delle lamette di ricambio, un pezzo di sapone da bucato, qualche foglio di giornale per le sigarette, due mezzi litri di vodka per ricompensare eventuali servigi di una certa consistenza, una bella scelta di me dicinali (aspirina, antipiretico, antibiotico e tintura di iodio), cinque lampadine, un thermos con l’acqua calda per il tè, le pile di scorta per la torcia elettrica, e tutta una serie di altre cose da mangiare o per cavarsela in ogni frangente.

Ljudmila Nikolaevna gli disse anche in che ordine aveva sistemato tutto quanto, cosa mangiare prima e cosa lasciare per ultimo, e in più gli chiese di restituirle barattoli e bottiglie vuote: a Kazan’ procurarsele era una gran fatica.

«E non dimenticarti la lista delle cose che devi assolutamente portarmi da Mosca e dalla dacia» disse ancora. «Te l’ho messa nel portafoglio, accanto ai documenti».

«Mi ricordo ancora il primo viaggio in treno che ho fatto da solo durante la guerra civile» disse Štrum. «La mamma mi aveva messo i soldi in un sacchettino che aveva cucito nella parte interna della maglia, mi aveva strofinato di tabacco dalla testa ai piedi per tenere lontani i pidocchi del tifo, e mi avrà ripetuto cento volte di non comprare latte crudo e semi di girasole nelle stazioni e di non mangiare le mele senza lavarle. Il tifo e i ladri: all’epoca erano quelli i pericoli maggiori...».

Ljudmila non rispose: quei ricordi lontani erano inutili, quando c’era da pensare a un distacco imminente.

Le sembrava che il marito si curasse poco di come stava lei e della sua fatica, che non apprezzasse le sue premure né si preoccupasse delle questioni materiali della quotidianità, indifferente com’era a molti dei problemi della famiglia.

Ljudmila lo salutò abbracciandolo e aggiunse:

«Non stancarti troppo, ricordati di mangiare e promettimi che in caso di allarme aereo scenderai subito in cantina».

Salendo in macchina, Štrum le gridò:

«Chiama Postoev e digli di aspettarmi giù in strada con la valigia, che abbiamo poco tempo!».

Quando poi partì, si rese conto di avere già dimenticato tutte le consegne della moglie. Il sole del mattino rischiarava gli alberi, il selciato lucido di rugiada, i vetri impolverati delle case, gli intonaci scrostati e i mattoni sbeccati dei palazzi.

Pasciuto e barbuto, Postoev lo aspettava fuori dal portone di casa; superava di tutta una testa ciascuno dei suoi familiari: la moglie, la figlia Alla e il figlio universitario, pallido e smunto.

Salì in macchina, si avvicinò più che poté a Štrum e, controllando con la coda dell’occhio le orecchie a sventola dell’autista canuto, disse:

«Ricorda che si parlava di far sfollare altrove le famiglie? Alcuni più svegli di noi già le mandano a Sverdlovsk e Novosibirsk. Siamo due sprovveduti, io e lei. Ce l’ha presente Adol’f Fëdoro vič? Ieri ha spedito i suoi a Sverdlovsk e fra una settimana li raggiunge. A mille chilometri da qui».

«Sì» bisbigliò Štrum. «Quel che mi meraviglia, però, è che nessuno di loro dica chiaro e tondo: “Ho paura dei bombardamenti, ho paura dei tedeschi”. Tutti che sospirano e tirano in ballo il lavoro: “Stavo così bene a Kazan’, ma per lavoro mi tocca andare a Sverdlovsk”».

«Averci paura è normale!» disse l’autista voltandosi di colpo. «E fanno bene ad andare via. Fra un po’ ci arriva il fronte, qui da noi, e infatti già scavano intorno alle fabbriche e oscurano le finestre. Ci sono stato ieri, in una fabbrica, e mi hanno detto che un ricognitore li ha sorvolati tutta la notte per fare le fotografie. Non sono lontani: risalgono il Volga, tra un mese arriveranno a Kazan’. Hanno macchine migliori delle nostre, e pure i pezzi di ricambio».

«Per lavoro, come no, per lavoro...» disse Postoev, vago. «Del ricognitore l’ho sentito anch’io...».

La macchina si fermò davanti alla stazione; i passeggeri scaricarono le valigie l’una accanto all’altra e, con lo sguardo fisso su alcuni ragazzini scalzi e scarmigliati che subito erano apparsi poco distante, si passarono il palmo sulla giacca per controllare che documenti, biglietti e permessi fossero al loro posto.

«Bisogno per le valigie?» domandò uno dei ragazzini.

«No no» rispose svelto Postoev, e subito allungò le mani aperte come a proteggere i bagagli.

«Almeno dammi da fumare» disse arrabbiato l’altro, allungando anche lui la mano secca e scura.

In quel mentre arrivò un facchino col grembiule bianco.

«Fanno cinquanta rubli. E due chili di pane».

«Che cosa?!» disse Postoev. «Mica deve caricarcele chissà dove, le valigie. Siamo in cuccetta, deve giusto arrivare al vagone».

L’altro, un vecchio tataro, girò i tacchi e fece per andarsene.

«Va bene, va bene. Aspetti» lo richiamò frettolosamente Postoev.

«Bravo babaj13» disse il facchino. «Sono babaj anch’io e non si tira sul prezzo» e cominciò a legare insieme le valigie.

«Questa no, la porto da solo» disse babaj Postoev, che afferrò un’elegante valigetta piatta e bisbigliò a Štrum: «Non le pare sospetto, il facchino? Non ha neanche la targhetta...».

Nemmeno il sole vivido del mattino riusciva a mitigare la tristezza cupa della stazione in tempo di guerra: i bambini che dormivano su casse e fagotti, i vecchi che ruminavano un tozzo di pane, le donne intontite dalla stanchezza e dal pianto dei figli, le reclute con i loro grandi sacchi in spalla, i feriti con la faccia pallida, i soldati in partenza per nuove destinazioni...

In tempo di pace a prendere il treno non c’era solo chi partiva per lavoro: c’erano i villeggianti allegri, gli studenti in vacanza e quelli pronti per il tirocinio, le anziane madri garrule e vispe in visita ai figli che si erano fatti una vita altrove, i figli in visita ai genitori anziani, e soprattutto i tanti che tornavano a casa, là dov’erano nati.

Ora la guerra rendeva tutto diverso, e anche le persone sui treni e in stazione avevano un’aria triste e cupa.

Nella sala della stazione, Štrum si apriva un varco inseguendo il facchino. Di colpo un grido: nella calca avevano rubato soldi e documenti a una kolchoziana. Un bambino coi pantaloni corti di tela mimetica le si stringeva addosso in cerca di riparo e conforto, e mentre provava a consolarlo con un altro figlio al collo, la donna gridava disperata: come avrebbe fatto, adesso, senza biglietto, senza soldi e senza l’autorizzazione del kolchoz? Qualcuno le andò vicino, ma per guardarla con mesta indifferenza; altri le dissero che aveva poco da berciare e che la scema era stata lei, però se avessero preso il ladro lo avrebbero ammazzato a calci. E davvero, in tempi in cui l’anima ha i calli della sofferenza, più che mostrare compassione per le vittime è facile maledire i carnefici. Anziché sospirare cose del tipo: «Ha il marito al fronte, poveraccia, chi l’aiuterà?», le vecchie le davano consigli sciocchi e inutili: «Li dovevi nascondere meglio, soldi e documenti», «Va’ a vedere fra l’immondizia, magari li hanno buttati lì». La maggior parte delle persone, però, si sforzava di ignorarli, lei e i suoi figli urlanti: preoccupazioni, disgrazie e dolori non mancavano neppure a loro.

Quando Štrum le passò accanto, per un attimo la donna si zittì e lo guardò: gli occhi sofferenti di lei incontrarono quelli di Viktor Pavlovič, e la poveretta sperò che quell’uomo ben vestito, col cappello e il soprabito chiaro, volesse aiutarla e avesse per lei biglietti e documenti.

In un altro lato della sala un ubriaco con gli occhi rossi e sgranati avanzava ciondoloni squadrando tutti con odio e angoscia. E nella sua angoscia ora imprecava, ora cantava, ora minacciava gli altri e li spintonava, o ancora si metteva a ballare. In mezzo a quella folla era solo: nessuno voleva cantare con lui, nessuno con lui se la prendeva. Voleva tenere distante l’angoscia e prima ancora sé stesso: per questo s’era sbronzato e per questo cercava rogne. Avrebbe voluto darle e persino prenderle, pur di non pensare, ma nessuno lo aiutava a scappare da sé e dalla sua sbronza. Non aveva nemmeno il consueto codazzo di ragazzini curiosi: restavano accucciati sui loro fagotti, cupi e assorti.

L’ubriaco adocchiò il facchino con le valigie gialle, vide il tipo con la barba bianca, le guance colorite e il cappello, e il tale che aveva accanto, col nasone e il cappello pure lui, e un soprabito chiaro. Gli scappò persino un grido di gioia: proprio di loro aveva bisogno, e si mise a correre per raggiungerli. Non ebbe fortuna: inciampò, cadde e, quando si tirò su, i due elegantoni – il canuto e il nasuto – e il facchino con le valigie gialle erano già sul binario cui una pattuglia consentiva l’accesso solo col biglietto del rapido per Sverdlovsk.

«Nossignore» disse Postoev. «Al diavolo il mio cuore debole, la prossima volta prendo l’aereo. Non voglio più vederle, certe cose».

La locomotiva arrivò pesantemente in una nuvola di vapore, seguita dalla fila dei vagoni impolverati. Il cuccettista non sembrava fidarsi troppo dei viaggiatori che salivano nelle stazioni intermedie e volle controllare i biglietti. I passeggeri più navigati, gli ufficiali di ritorno dall’ospedale e gli ingegneri delle fabbriche degli Urali diretti a Mosca per lavoro saltavano giù dal treno, prendevano informazioni – «Il mercato... è lontano?... L’acqua potabile dov’è?... Notizie dal fronte?... Cosa dicono alla radio?... Dove trovo del sale?... Le mele a quanto stanno?» – e subito scattavano verso la stazione.

Postoev e Štrum salirono sul treno; appena videro il tappeto nel corridoio, gli specchi polverosi e i rivestimenti azzurri dei divanetti, furono colti da un senso di quiete. I rumori della stazione non arrivavano fin lì, ma la sensazione di agio e serenità si mescolava comunque alla tristezza e all’angoscia: lì dentro tutto rimandava a giorni di pace, ma intorno c’erano comunque strazio e sventura. Il treno non rimase fermo a lungo; presto ci fu un tonfo sommesso (un’altra locomotiva era stata agganciata ai vagoni) e riapparvero anche ufficiali e ingegneri, chi con tazze e teiere in bilico, chi stringendo al petto pomodori, cetrioli e involti di carta di giornale con pesci e pane.

Venne poi il momento penoso e imbarazzante in cui chi deve partire aspetta il sussulto della carrozza, quello in cui anche chi saluta i propri cari e la propria casa ha voglia di andare, quasi che la casa sia ad attenderli altrove e non la stessero invece lasciando. Nel corridoio una donna che aveva già perso ogni interesse per Kazan’ mormorò pensierosa:

«Il cuccettista ha detto che arriveremo a Murom nel pomeriggio. Pare che là le cipolle siano a buon mercato».

E una voce maschile disse:

«L’hai letto il bollettino di oggi? Io li conosco, quei posti, e ti dico che i tedeschi al Volga ci arrivano presto».

Postoev si mise il pigiama, coprì la pelata con una tjubetejka, versò sulle mani un po’ d’acqua di colonia da un flacone sfaccettato con il tappo di nichel, pettinò la fitta barba canuta, si fece aria alle guance con un fazzoletto a scacchi, dopo di che si appoggiò allo schienale e disse:

«Bene. Si va, direi».

Štrum intendeva sbarazzarsi al più presto del pesante senso di angoscia che provava, e per distrarsi guardava fuori dal finestrino oppure fissava il rubicondo e pacioso Postoev.

Rispetto al collega più giovane, Postoev aveva un numero maggiore di riconoscimenti scientifici. In più, i suoi modi, la voce tonante, le battute con cui metteva a proprio agio gli altri e gli aneddoti su scienziati famosi che chiamava per nome e patronimico facevano sempre un certo effetto. Per lavoro gli capitava spesso, più spesso che agli altri, di incontrare i pezzi grossi, i commissari del popolo e i direttori delle grandi fabbriche. Migliaia di ingegneri sapevano chi era, e il suo famoso manuale era adottato in molte università. A convegni e conferenze, a Štrum faceva comodo essere considerato suo amico, perciò gli si sedeva volentieri accanto e andava a fare due passi con lui durante gli intervalli. Quando però si capacitava di tanta meschina vanità, prima se la prendeva con sé stesso e poi, considerato che tenersi il muso da soli non è cosa semplice, anche con Postoev.

«Ha presente la donna alla stazione, quella coi bambini?» chiese all’improvviso Štrum.

«Che pena, poveretta, ce l’ho ancora davanti agli occhi» rispose Postoev tirando giù la valigia, e con il tono serio e schietto di chi ben comprende i sentimenti del suo interlocutore proseguì: «Che fatica, caro mio, che fatica...». Ancora accigliato, aggiunse poi: «Che ne direbbe di mettere qualcosa sotto i denti? Ho del pollo arrosto».

«Approvo con entusiasmo» disse Štrum.

Il treno aveva raggiunto il ponte sul Volga e prese a scatenacciare come il carretto che dalla strada non battuta si ritrova sul selciato.

Sotto di loro il fiume era increspato dal vento e scopriva qualche secca sabbiosa; non era chiaro in che verso scorresse. Da lì sopra, il Volga non sembrava bello: era grigio, torbido. Sui colli e nelle vallette si stagliavano le lunghe bocche da fuoco della contraerea, più a valle due soldati camminavano fra le trincee reggendo un grosso calderone e senza degnare di uno sguardo il treno che passava.

«Per la teoria delle probabilità, un aviatore tedesco che sorvolasse il nostro ponte ad alta quota, ad alta velocità e con queste raffiche di vento non avrebbe alcuna speranza di centrarci con una bomba. Per questo i ponti strategici sono il posto migliore dove stare, durante un bombardamento» disse Postoev. «Spero proprio di scampare ai raid, a Mosca. Sarò franco: non ci voglio nemmeno pensare». Postoev guardò il fiume e dopo qualche momento soprappensiero aggiunse: «I tedeschi sono sempre più vicini al Don. Davvero fra poco anche loro guarderanno il Volga come lo stiamo guardando noi ora? Mi si gela il sangue, all’idea...».

Nello scompartimento accanto una fisarmonica attaccò: «Oltre l’isola, sul fiume...».14 Passato il ponte, anche lì parlavano del Volga, verosimilmente. Dopo qualche altro accordo fu la volta di una canzone popolare: «Con queste mani ho piantato il giardino...».

«La Russia non si intende con il senno...»15 commentò Postoev con una strizzatina d’occhio in direzione dello scompartimento accanto.

E dopo aver parlato dei figli e della vita a Kazan’, aggiunse:

«Ho sempre fatto caso ai miei compagni di viaggio, e ho notato che da Kazan’ a Murom l’argomento sono le cose di casa propria. A Murom, invece, si volta pagina: da lì in poi parlano solo di quanto troveranno a Mosca e non di quello che hanno lasciato a Kazan’. Come un corpo che si muove nello spazio, l’essere umano che viaggia su un treno prima subisce l’attrazione gravitazionale di un sistema, poi di un altro. Può verificarlo su di me, se crede. Fra poco mi addormenterò, e vedrà che quando riaprirò gli occhi parlerò sicuramente di Mosca».

E davvero si addormentò. Štrum si stupì che dormisse in silenzio come un bambino: un gigante della sua stazza avrebbe dovuto russare della grossa, secondo lui.

Štrum guardava fuori dal finestrino ed era sempre più nervoso. Era il suo primo viaggio a Mosca da che se n’era andato, nel settembre del 1941. E quello che in giorni normali sarebbe stato un fatto banale era adesso un avvenimento: tornava a Mosca!

Per quanto sul treno la quotidianità di Kazan’ e le sue preoccupazioni si fossero sbiadite, e per quanto anche la tensione costante per il lavoro (che mai lo abbandonava, per strada o a casa che fosse) paresse essersi scaricata almeno un po’, Štrum non si era affatto calmato come sempre gli capitava durante viaggi lunghi e confortevoli. Altri pensieri e altri sentimenti avevano alzato la testa, quelli che di solito venivano rintuzzati dal lavoro e dalle preoccupazioni familiari.

L’intensità, la forza di quei pensieri lasciati in sospeso e di quei sentimenti non vissuti fino in fondo arrivarono a turbarlo. Che uomo era allo scoppio della guerra? Si aspettava che scoppiasse? Pensò all’accademico Čepyžin. E pensò al professor Mak simov, di cui Nadja aveva parlato la sera prima e a cui erano legati i ricordi delle ultime settimane di pace.

Era trascorso un anno, l’anno più lungo della sua vita, e stava tornando a Mosca! Eppure l’angoscia non passava, non passavano le brutte notizie dal fronte, e la guerra era arrivata al Don.

Štrum pensò a sua madre. Quando si scopriva a dirsi che era morta, non ci credeva mai del tutto, non ci credeva col cuore. Chiuse gli occhi e provò a immaginarsi il viso di lei. Per quanto strano, i visi delle persone care sono più difficili da immaginare rispetto a quelli dei conoscenti. Il treno andava a Mosca. Lui andava a Mosca! E di colpo, con una sicurezza che sprizzava gioia, Štrum pensò che la madre era viva e che si sarebbero sicuramente rivisti.

35

Nell’estate del 1941 Anna Semënovna Štrum aveva compiuto sessantotto anni e viveva in una piccola città ucraina verde e tranquilla. Andava a trovare il figlio ogni paio d’anni. Con la nuora era in rapporti cortesi, ma freddi. Anna Semënovna scriveva a Viktor Pavlovič tre volte alla settimana, e lui le rispondeva con una cartolina. Ogni tanto gli mandava anche dei pacchi con qualche mela per i nipoti, e ancora calzini, fazzoletti e biancheria cifrata per lui. Per le feste di Capodanno e i compleanni di figlio e nipoti era solita spedire un telegramma di auguri. Viktor Pavlovič le rispondeva anche lui con un telegramma, mentre per il compleanno della madre si riprometteva ogni volta di farle gli auguri e ogni volta se ne scordava: puntualmente, l’agenda dove se l’appuntava gli capitava fra le mani un paio di settimane dopo. A Ljudmila Anna Semënovna non scriveva mai, ma in ogni lettera al figlio si informava sulla sua salute e lo pregava di salutarla. Come spesso capita, Viktor Pavlovič si dimenticava di farlo; inoltre, quando a scrivere era lui, neanche chiedeva più alla moglie di aggiungere due righe. Si limitava a infilarci di suo pugno: «Saluti da Ljudmila».

Anna Semënovna Štrum lavorava al policlinico, dove due giorni alla settimana riceveva i pazienti con disturbi agli occhi; era a mezzo servizio, come scriveva al figlio, perché andare tutti i giorni era troppo faticoso. Il figlio le aveva chiesto di smettere del tutto e le aveva detto che avrebbe pensato lui a mandarle ogni mese di che vivere, ma lei gli aveva risposto che senza lavorare si annoiava. Difatti, quando non era al policlinico dava lezioni di francese a diversi bambini, maschi e femmine.

Al figlio scriveva che le piaceva non dipendere da nessuno; in più, per aiutarla lui avrebbe dovuto sottrarre due-trecento rubli al bilancio familiare, mentre con quello che lei riusciva a guadagnare poteva mandargli dei piccoli pacchi come ai tempi in cui era studente, cosa che le faceva un gran piacere. Ma soprattutto, gli diceva, in vita sua aveva sempre lavorato, senza lavorare sarebbe impazzita, e lavorare fino all’ultimo giorno di vita era sempre stato il suo sogno. Ogni tanto nelle sue lettere riportava strane espressioni in yiddish dei suoi vicini – in città buona parte della popolazione era ebrea; le trascriveva in caratteri cirillici, ma il figlio non conosceva lo yiddish e le chiedeva di tradurglieli. Nelle lettere la madre gli parlava dei parenti, dei pazienti e dei suoi piccoli allievi, e gli descriveva la vita di provincia. Amava molto la natura. Sotto la sua finestra cresceva un bel pero selvatico tozzo, e nelle lettere raccontava sempre nel dettaglio cosa accadeva alla vecchia pianta: i rami spezzati dalle bufere invernali, gemme e foglioline che spuntavano, e dopo le foglie i fiori; in autunno Anna Semënovna si intristiva: «La rivedrò ancora sbocciata, la mia vecchia amica pianta? Le foglie già ingialliscono e cadono». Le sue lettere erano sempre molto pacate, serene. Solo una volta gli aveva scritto: «Sapessi che voglia ho di morire, mi sento così sola!». Quelle parole avevano allarmato Viktor Pavlovič, che le aveva mandato una lunga lettera chiedendole se desiderava che andasse a trovarla; lei aveva risposto scusandosi per averlo fatto preoccupare, assicurandogli che stava bene e spiegando le sue parole con un momento di cattivo umore.

Nel marzo del 1941, però, gli aveva descritto la primavera con un’angoscia strana e incomprensibile. «C’è stato un caldo non di stagione; per ricchezza di sole e di luce sembravano giorni di maggio. Sono arrivate le cicogne, che sempre hanno vissuto in gran numero da queste parti. Il giorno in cui sono arrivate, il tempo è peggiorato bruscamente e, quasi sentissero odore di guai, per la notte si sono rifugiate tutte quante in una palude fuori città, nel parco di una vecchia tenuta vicino a una conceria. Nella notte è arrivato un vento gelido e fortissimo da nord, c’è stata una bufera di neve, e le cicogne sono morte a decine: alcune di freddo nella palude, altre perché hanno raggiunto la strada barcollando stordite (forse per cercare aiuto dagli esseri umani) e qualche ragazzino le ha finite a colpi di bastone (vuoi per pietà, vuoi per cattiveria), oppure sono state investite dai camion. Per giorni la lattaia mi ha raccontato di quei poveri uccelli congelati riversi lungo il ciglio della strada, con il becco aperto e gli occhi velati. Di tutte le cicogne che sono arrivate, nessuna è riuscita a riprendere il volo». Era stato, quello, un passo molto strano e angoscioso della lettera di sua madre. Štrum lo aveva letto ai suoi amici, e tutti ne erano rimasti colpiti nel profondo. La madre aggiungeva che in estate sarebbe andata sicuramente a trovarlo, e che sentiva tanto la sua mancanza nonostante lo sognasse quasi ogni notte e quasi ogni notte chiacchierassero. Pensava che ormai non ci fosse modo di evitarla, la guerra, e ogni volta che accendeva la radio temeva di sentire la ferale notizia. «Mi aggrappo alle nostre lettere,» gli scriveva «e la sola idea che qualcosa potrebbe separarci mi terrorizza... Non puoi immaginare quanti brutti pensieri mi passano per la testa quando la notte mi corico, guardo il buio e penso, penso, e non riesco a prendere sonno».

A Štrum quella paura della guerra sembrava vana. E scrisse alla madre che, secondo lui, i suoi timori erano eccessivi.

Di lì a poco lei gli scrisse che era arrivato il caldo vero, e per tutta conferma infilò nella busta una violetta, un filo d’erba e qualche petalo della sua amica pianta in fiore. Fu una lettera serena, quella, persino buffa.

Štrum la aspettava alla dacia per i primi di luglio, ma poi ad arrivare era stata la guerra. L’ultima cartolina la ricevette il 30 di giugno. Nelle sue poche righe, la madre sembrava alludere a un bombardamento aereo: «Durante il giorno capita spesso di avere paura, ma ho i vicini che mi aiutano a scendere in cantina. Non darti pensiero per me, figlio mio. Sarà di me quel che sarà di tutti». In un’aggiunta fatta con mano tremante, la madre gli chiedeva di porgere i suoi saluti a Ljudmila e a Tolja, gli domandava di Nadja e lo pregava di baciare «i begli occhi tristi» della figlia. Era sempre stata la sua preferita.

 

Insomma, i pensieri di Štrum erano tornati all’epoca in cui la guerra ancora maturava in segreto. Grande era la voglia di mettere insieme, di legare gli eventi colossali della storia del mondo con la sua vita, con le sue preoccupazioni, con gli affetti e il dolore.

36

Nei giorni che precedettero la guerra era già lampante che Hitler aveva avuto la meglio su una decina di nazioni europee quasi senza sforzo, e che la sua potenza militare ne era uscita indenne. Un numero enorme di soldati era ormai concentrato nell’Est Europa. Nessuno perdeva l’occasione per azzardare sempre nuove combinazioni politiche e militari. E tutti attendevano notizie importanti dalla radio; gli annunciatori, però, si limitavano a lunghi e solenni resoconti sulle Olimpiadi giovanili in Baškirija, e liquidavano sbrigativamente gli incendi di Londra e i raid aerei a Berlino. Chi possedeva una radio, però, di notte ascoltava le emittenti straniere. L’etere trasmetteva le dichiarazioni di Hitler: il destino della Germania e del mondo era deciso per i mille anni a venire.

In famiglia, nei centri di vacanza, negli uffici, la gente parlava di politica e di guerra. Poteva sembrare che le questioni sociali, diplomatiche e belliche avessero scalzato gli interessi personali, ma così non era. Era, invece, il momento tremendo in cui i fatti del mondo e il destino dei singoli diventavano tutt’uno, in cui decidere le vacanze estive al mare, l’acquisto di nuova mobilia o di un cappotto per l’inverno dipendeva dai bollettini alla radio e da dichiarazioni e trattati di cui si leggeva sui giornali. I matrimoni, le nascite, le scelte dei figli dopo gli studi superiori: tutto era passato al vaglio di quanto accadeva in Europa, di successi o insuccessi di Hitler, dei discorsi di Roosevelt, degli interventi di Churchill in parlamento, di smentite laconiche o comunicati stringati della TASS.

Le discussioni su guerra e diplomazia erano appassionate per non dire isteriche. Si litigava spesso e si arrivava a mettere a rischio amicizie di lunga data. Le liti peggiori riguardavano la forza della Germania e cosa della Germania si pensava.

In quella cornice il vecchio professor Maksimov, il biochimico, era tornato da un viaggio di lavoro in Austria e Cecoslovacchia, con brevi tappe in Danimarca e Norvegia. Štrum non provava per lui alcuna particolare simpatia. Canuto e rubizzo, con le sue movenze delicate, il sorriso cordiale e quel modo posato, sussurrato di parlare, a Štrum Maksimov sembrava un’anima bella, pavida e senza volontà. «Con quel sorriso ci si può zuccherare il tè» diceva. «Due sorrisi per tazza e sei a posto».

Maksimov aveva fatto un resoconto del suo viaggio in una riunione ristretta di professori, e se nulla aveva detto della parte scientifica della visita, molto aveva riferito delle sue impressioni e delle chiacchiere con i colleghi, descrivendo la vita nelle città occupate dai tedeschi.

Parlando della situazione della scienza in Cecoslovacchia, la sua voce si era incrinata, e a un certo punto Maksimov era sbottato:

«Come faccio a raccontarvelo? Bisogna vederle, certe cose! Il pensiero scientifico è alla catena! Hanno tutti paura della loro ombra, oltre che dei colleghi, e i professori hanno paura degli studenti. Il fascismo è ovunque: nei pensieri, nei legami familiari e d’amicizia, persino nel cuore delle persone. Un vecchio compagno di studi con cui ho lavorato a diciotto sintesi di chimica organica e a cui mi lega un’amicizia trentennale mi ha scongiurato di non fargli domande. È a capo di una facoltà importante e si comporta come un ladruncolo che teme d’essere acciuffato. “Non chiedermi niente, amico mio” mi ha detto. “Non è solo dei colleghi che ho paura. Ho paura della mia stessa voce, dei miei stessi pensieri”. Era terrorizzato all’idea che potessi riferire qualche suo aneddoto e che la Gestapo lo riconoscesse anche senza che citassi luoghi, persone, università. Il fascismo domina la scienza. E quelle che oggi sono teorie terrificanti, domani saranno la pratica. Anzi, lo sono già. Perché già si parla di eugenetica e sterilizzazione, e un medico mi ha raccontato che hanno cominciato a uccidere i malati di mente e i tisici. Cuori e cervelli sono completamente ottenebrati. Parole come “libertà”, “coscienza” e “compassione” sono proscritte, è vietato pronunciarle in presenza dei bambini o scriverle nelle lettere. Questi sono i fascisti. Che siano maledetti!».

Le aveva gridate, quelle ultime parole, e aveva battuto con foga entrambi i pugni sul tavolo; più che un professore canuto col sorriso cortese e la voce suadente pareva un marinaio del Volga fuori dai gangheri.

Il suo intervento aveva colpito tutti quanti. Dopo un lungo silenzio, il primo a prendere la parola era stato il direttore dell’Istituto.

«Ivan Ivanovič, se non è troppo stanco, ci piacerebbe che riferisse anche degli esiti scientifici del suo viaggio, dato che...».

Štrum lo aveva interrotto stizzito:

«Ivan Ivanovič ci ha già riferito dell’esito principale del suo viaggio. Gli altri non contano. Piuttosto, Ivan Ivanovič, è suo preciso dovere mettere nero su bianco e pubblicare ogni impressione. È importantissimo». Štrum aveva poi riflettuto un attimo, prima di aggiungere: «Sono pronto a pubblicargliele io nel bollettino dell’Istituto di Fisica. Insieme alla parte scientifica, ovviamente».

Da una delle poltrone in prima fila qualcuno si era messo a ridere, e con il tono con cui di solito gli adulti si rivolgono ai bambini aveva detto:

«Primo, non è una novità. Secondo, direi che stiamo esagerando un po’. Terzo, non è certo il caso di pubblicare cose del genere riguardo a un nostro alleato: è una questione di diplomazia. In più, è nei nostri interessi che la politica di pace venga rafforzata, e non scossa».

In quei mesi Viktor Pavlovič aveva discusso spesso con il suo vecchio amico Jakovlev, professore di meccanica teorica. Secondo Jakovlev la Germania aveva trovato la forma perfetta di organizzazione sociale, al momento era il paese più potente al mondo, e la potenza militare aveva sempre determinato il corso della storia e della vita – tanto materiale quanto intellettuale. E l’esempio che citava sempre era la sconfitta della Francia. Se Viktor Pavlovič gli contestava che la sconfitta della Francia era stata solo un imprevisto senza senso, Jakovlev batteva il pugno sul tavolo gridando: «Lei non capisce niente! Lei non ha visto niente e confonde il vecchio con il nuovo!».

E davvero Štrum aveva cominciato a pensare che Jakovlev avesse ragione: non capiva niente. Per questo avrebbe tanto voluto fare due chiacchiere con Krymov, che di politica parlava sempre con grande acume e di solito sapeva più di quanto dicessero i giornali.

«Proprio non mi spiego perché quella sciocca di Ženja l’ha lasciato» aveva detto una volta alla moglie, stizzito. «Sarebbe il momento perfetto per parlare con Krymov, questo. Solo che non so dove trovarlo. E se anche lo sapessi, mi sentirei a disagio e in colpa per via di quella sciocca della tua bellissima sorella».

 

Il 15 giugno 1941, domenica, Štrum era in dacia con tutta la famiglia.

A tavola lui e la moglie discussero riguardo a quale stanza lasciare ad Anna Semënovna e quale ad Aleksandra Vladimirovna e Serëža, che sarebbero arrivati da Stalingrado dopo gli esami di quest’ultimo. Viktor Pavlovič riteneva che le due «mamme» a vrebbero preferito restare al piano terra, e che Serëža si sarebbe divertito di più con Tolja al primo piano. Ljudmila Nikolaevna, al contrario, sosteneva che Anna Semënovna sarebbe stata meglio al primo piano, e sua madre e Serëža al piano terra.

«Mia madre faticherebbe a fare quegli scalini ripidi, lo sai».

«Però di sopra starebbe meglio. Prima di tutto avrebbe più spazio, e poi c’è il balcone, e a lei i balconi piacciono».

«Sei stranamente premurosa. C’è qualcosa che devo sapere?».

«Senti, voglio che Tolja abbia una stanza tutta per sé. Gli esami finali lo hanno stremato e deve anche prepararsi per l’ammissione all’università. Serëža gli sarebbe d’intralcio. Di sopra le pareti sono sottili».

«Alla buon’ora: attentavamo ai privilegi del delfino!» cantilenò Viktor Pavlovič. «Bastava dirlo subito e non fingere di curarti di mia madre e della sua comodità. Ti sei comportata da ipocrita, tu che hai sempre in bocca giustizia e correttezza».

«Ossignore» disse Ljudmila Nikolaevna. «Perché quando si tratta di decidere dove mettere mia madre non c’è mai nessun problema, ma appena tocca alla tua spuntano un milione e duecentomila difficoltà e diventa subito una questione di principio? Quando la vecchia arriverà, starà dove le verrà detto di stare: c’è comunque un sacco di posto».

«La vecchia? Ma che modi sono?» e Viktor Pavlovič si alzò a chiudere la finestra che dava sulla casa dei vicini, consapevole che avrebbe alzato la voce.

«Perché? È giovane? Cos’ho detto di male?».

Ljudmila Nikolaevna vedeva bene che il marito se l’era presa e si stava arrabbiando, ma lo faceva apposta a insistere. Era arrabbiata anche lei, perché lui non sembrava preoccuparsi minimamente per Tolja. Due giorni prima si era diplomato, e Viktor Pavlovič si era limitato a uno sbrigativo «Rallegramenti»; tanto meno aveva pensato a un regalo, nonostante lei gliel’avesse ricordato due volte e avesse sottolineato che, per un ragazzo, il diploma contava probabilmente più della laurea. Come se non bastasse, Tolja le aveva detto di volersi iscrivere a Elettrotecnica perché gli interessava studiare come pilotare gli aerei via radio. Lei ci era rimasta malissimo: non voleva che il figlio si dedicasse alle scienze applicate.

«Vuole fare l’elettricista!» era sbottata con il marito, e gli aveva chiesto di parlarci seriamente, visto che era l’unico di cui Tolja riconoscesse l’autorità.

Quel sabato a cena Štrum era particolarmente distratto, e appena Tolja era andato nello studio a telefonare, lei gli aveva sussurrato stizzita:

«Mio caro, non è che ne approfitteresti per parlare con lui dell’università? O l’hai dimenticato come hai dimenticato il regalo?».

Quando Tolja era tornato, Štrum gli aveva chiesto, serio:

«Dov’è che hai deciso di iscriverti?».

«A Elettrotecnica».

«A-ha» aveva fatto Štrum, attaccando a battere il cucchiaino sul tavolo, assorto e immusonito.

«Perché?» gli aveva chiesto preoccupato Tolja, fissandolo. «Secondo te sbaglio?».

«Mmmh» aveva mugugnato Štrum, e poi aveva sorriso. «Ma no, perché dovresti sbagliare? Anzi, fai bene...».

Dall’espressione distratta, però, si capiva che l’aveva detto senza pensarci, come lo scolaretto che risponde a vanvera alla maestra perché è troppo intento a osservare una mosca sul bianco della parete.

Štrum si era poi avviato nel suo studio portando con sé il cucchiaino, mentre Ljudmila Nikolaevna si era alzata platealmente e rumorosamente ed era andata in camera sua, scandendo stentorea:

«Dio mio, quanto non sopporto certe cose, quanto mi offendono!».

Tolja trovava noiosissime le liti fra i genitori, iniziava a sbadigliare e bofonchiava fra sé e sé: «Non mi sposerò mai, io, mai!». Quando invece Viktor Pavlovič esplodeva e parlava con voce tremante, per non scoppiare a ridere Tolja doveva girarsi dall’altra parte.

Su Nadja quelle liti avevano un effetto diverso: sbiancava e sgranava gli occhi come se avesse avuto davanti esseri tremendi e incomprensibili. Durante la notte, poi, arrivava persino a piangere e a domandarsi: «Perché? Perché?».

 

Dopo pranzo Štrum, Nadja e Tolja erano seduti in giardino.

Nadja sentì il cigolio del cancello e gridò tutta contenta:

«Arriva qualcuno! Ah, è Maksimov!».

Viktor Pavlovič gli andò incontro; ripensando al battibecco con la moglie, e si scoprì stranamente risentito con sua madre. «Accidenti,» pensò «i soliti problemi ogni volta che viene. Meglio farebbe ad andarsene a Odessa. Non ho tempo di pensare a queste cose, ma nemmeno posso fingere di non notarle...».

Maksimov era una persona molto cortese, ma di una cortesia più sfiancante della scortesia degli scortesi. Anche quel giorno esordì fra inchini e sorrisi scusandosi verbosamente d’essersi presentato senza invito. Štrum era felice di vederlo e non lo nascose. Maksimov, però, non mancò di chiedere se aveva disturbato il loro pranzo, né sembrò meno impensierito quando l’altro rispose che avevano già finito di mangiare.

«Avrebbe preferito riposare, magari?».

Viktor Pavlovič lo tranquillizzò:

«No, Ivan Ivanovič, non riposo mai dopo mangiato. Venga, entri».

«Forse intendeva lavorare, dopo mangiato?» gli chiese a quel punto.

Štrum lo rassicurò: era abituato sin dai tempi dell’università a non lavorare di domenica.

Maksimov provò allora a capire se il suo arrivo avesse disturbato un’eventuale passeggiata di riflessione o se Štrum avesse in mente di andare a trovare qualcuno. Il tono, oramai, era supplice. Viktor Pavlovič cominciava a innervosirsi.

«Senta, Ivan Ivanovič,» tagliò corto «le assicuro che sono molto felice che sia venuto. Finiamo qui l’interrogatorio. Sono felice, felice e ancora felice di averla con noi».

Maksimov non era ancora convinto, ma disse comunque:

«Ricorda il desiderio che aveva espresso dopo la mia relazioncina? Le ho scritte, le mie considerazioni». E tirò fuori un dattiloscritto arrotolato. «È venuto bello corposo,» si scusò con un sorriso «sono ottanta pagine a macchina. Mi piacerebbe sentire cosa ne pensa... Se vorrà e se troverà un’oretta di tempo, certo. Ma senza fretta, per carità di dio... Se e quando ne avrà occasione... Le lascio una copia, può tenerla tutto il tempo che crede».

E fu l’inizio di un’altra lunga, estenuante, assurda discussione: Štrum diceva a Maksimov di essere molto interessato e Maksimov diceva a Štrum di rimandare fino a che non avesse avuto quantità inenarrabili di tempo libero. E andò avanti così finché Štrum non sbottò:

«Ivan Ivanovič, ma perché l’ha portata, allora? Se non voleva che la leggessi, bastava lasciarla a casa...».

Si sedettero sulla panchina all’ombra di un abete frondoso, e Štrum cominciò a chiedergli a mezza voce di alcune cose che lo avevano incuriosito e che temeva di non ritrovare per iscritto nelle impressioni di viaggio.

Ljudmila Nikolaevna si presentò in giardino proprio in quel momento; Maksimov le andò subito incontro, le baciò la mano, si perse in salamelecchi senza fine e ricominciò a scusarsi per l’intrusione, rifiutando all’infinito, per timore di disturbare, il tè che lei gli offriva.

Non ci fu modo di impedirgli di andare a prendere le sedie sulla terrazza, né di evitare, poi, che aiutasse la padrona di casa ad apparecchiare e si preoccupasse di capire dov’era meglio che si sedesse per non avere il sole negli occhi; in più, nessuno riuscì a determinare se lui avrebbe o non avrebbe gradito del miele o della marmellata di fragole. Mentre prendevano il tè parlò soltanto di argomenti che sapeva graditi alla padrona di casa: Tolja che si era diplomato con il massimo dei voti benché la scuola secondaria fosse sempre più difficile; la poesia che Nadja aveva scritto e di cui disse meraviglie; Tolja che voleva iscriversi a Elettrotecnica e l’opportunità o meno che lo facesse.

A un certo punto Štrum cominciò a sbadigliare vistosamente: la conversazione languiva.

Dopo il tè Ljudmila Nikolaevna portò Maksimov a fare un giro nell’orto e gli mostrò il suo orgoglio: sei tipi diversi di fragole, un piccolo albero di melo che dava fino a cinquecento frutti l’anno e che era andata a prendere personalmente a Juchnov da un vecchio selezionatore, e ancora l’uva spina con dei chicchi grossi quanto una prugna, e le prugne grosse quanto una mela.

La conversazione avvinceva entrambi. Anche Maksimov era appassionato di giardinaggio e floricoltura, e le promise una pianta di flogo color corallo e un giglio particolare che sembrava un’orchidea.

«Straordinario, straordinario!» disse Maksimov prendendo congedo. «Se avessimo tutti un paio di quei suoi piccoli meli, credo che non avremmo bisogno di guerre e il fascismo sarebbe debellato. Quei rami nodosi sembrano braccia oneste e schiette in grado di salvare il mondo dal pericolo della guerra, dell’abbrutimento e della morte».

Maksimov si scusò di nuovo per l’intrusione e per avere arrecato tanto disturbo ai padroni di casa scombussolando i loro programmi, e di nuovo scongiurò Viktor Pavlovič di leggere le sue note solo quando avesse avuto un bel po’ di tempo libero.

Di fascismo, dunque, non si parlò.

Appena se ne fu andato, Štrum attaccò con le critiche:

«Ragazzi miei, avete appena visto il tipico rappresentante dell’intelligencija russa: troppe parole e troppo poca volontà, e cortese al punto di diventare un tormento per chi ha accanto. Che ce ne facciamo di questi nostri Don Chisciotte russi in un’epoca di Sturm und Drang?».

Il dattiloscritto di Maksimov rimase sul tavolino accanto al divano; Štrum aveva deciso che l’avrebbe letto la domenica seguente.

Ma la domenica seguente, con quanto si era appena scatenato, non ci fu più tempo per Maksimov e la sua relazione.

A un mese dallo scoppio della guerra, qualcuno disse a Štrum che, a cinquantaquattro anni suonati, Maksimov aveva lasciato la cattedra, si era unito alle truppe volontarie ed era partito per il fronte.

 

Štrum avrebbe mai dimenticato quelle giornate di giugno e luglio?

La cenere grigia che incombeva sulle strade e ricadeva sulla Piazza Rossa e su piazza Sverdlov: bruciavano gli archivi dei commissariati del popolo e dei consorzi. Niente più piani per il futuro, diceva quella cenere. E se non c’erano più piani, non c’era più futuro, sembrò a molti. Con gli archivi andavano in cenere la memoria dei primi anni della rivoluzione e anche il ricordo del primo piano quinquennale e degli anni duri ma entusiasmanti dell’edificazione socialista.

I camion che la notte passavano rombando. Le mattine in cui ci si bisbigliava l’un l’altro che l’ennesimo commissariato del popolo era stato trasferito a Omsk. La valanga era ancora distante, lambiva Kiev, Dnepropetrovsk, Smolensk, Novgorod, ma a Mosca già ci si rassegnava all’inevitabile con il cuore in una morsa: le sere e il loro cielo sfuggente, le notti che stentavano a passare, nell’attesa delle prime luci del giorno... E il primo bollettino, quello delle sei, sempre pieno di notizie infauste.

A un anno di distanza, sul treno che lo stava portando a Mosca, Štrum ripensò alle parole del primissimo bollettino del Comando supremo dell’Armata Rossa, che non avrebbe più scordato: «All’alba del 22 giugno 1941, truppe regolari dell’esercito tedesco hanno attaccato le nostre unità di confine su un fronte che si estende dal Mar Baltico al Mar Nero...».

Il bollettino del 23 giugno confermò che dal Mar Baltico al Mar Nero già si combatteva: le direttrici erano quelle di Šjauljaj, Kaunas, Grodno-Volkovysk, Kobrin, Vladimir-Volynskij, Brody...

A ogni nuovo bollettino spuntavano nuove direttrici, e a casa, per strada e all’Istituto altro non si udiva che: «Sentito? Attaccano su un’altra direttrice...». Štrum metteva l’una accanto all’altra le varie notizie e pensava torvo: «In che senso “si combatte intorno a Vilnius”? A est della città? A ovest?». E scrutava con occhi vacui la carta o la pagina di giornale...

In tre giorni, diceva il bollettino, l’aviazione sovietica aveva perso trecentosettantaquattro aerei e il nemico trecentottantuno... E di nuovo Štrum si fermava a fissarli, quei numeri, cercando di spremerne l’esito del prosieguo del conflitto.

Nel golfo di Finlandia era stato affondato un sottomarino nemico... Bene! Un aviatore prigioniero aveva dichiarato: «Non la vogliamo, la guerra. Neanche sappiamo per cosa si combatte...». Un soldato tedesco si era consegnato volontariamente ai sovietici e aveva scritto un volantino per esortare tutti a rovesciare il regime di Hitler. Altri soldati tedeschi prigionieri avevano dichiarato: «Prima di mandarci all’attacco ci danno la vodka...».

Štrum aveva addosso una gioia smaniosa: un altro paio di giorni e avrebbero prima rallentato e poi fermato l’avanzata dei tedeschi, che sarebbero stati respinti...

Il 26 giugno il bollettino annunciò una nuova direttrice di attacco tedesca: Minsk. I panzer nemici avanzavano. Il 28 si parlò di grossi scontri fra blindati verso Luck, con circa quattromila carri armati coinvolti... Il 29 Štrum lesse che il nemico provava a sfondare dalle parti di Novograd-Volynskij e Šepetovka, e che già si combatteva sulla Dvina... Corse voce che Minsk era stata occupata e che i tedeschi procedevano verso Smolensk direttamente sull’autostrada.

Štrum si consumava. Aveva smesso di conteggiare gli aerei abbattuti e i carri armati distrutti, non spiegava più a familiari e colleghi che avrebbero fermato i tedeschi sul vecchio confine, non calcolava più quanto carburante al giorno consumavano i panzer, né divideva per questa cifra le scorte presumibili di benzina e gasolio.

Aspettava, nervoso, che i bollettini cominciassero a parlare di un’offensiva sulla direttrice di Smolensk prima e di Vjaz’ma poi. Guardava in faccia la moglie, i figli, i colleghi di lavoro, gli sconosciuti per strada e pensava: «Che ne sarà di noi?».

La sera di mercoledì 2 luglio Viktor Pavlovič andò con la moglie alla dacia: Ljudmila Nikolaevna voleva riportare in città alcune cose che le servivano.

Si sedettero qualche momento in giardino, in silenzio; l’aria era fresca, i fiori rilucevano nella penombra. Non sembravano passate due settimane, dall’ultima domenica di pace, ma tutta un’eternità.

Štrum disse alla moglie:

«Sarà strano, ma io continuo a pensare al mio spettrometro di massa e alle ricerche sui positroni... Perché? Per che cosa? È assurdo. Sarà la forza d’inerzia? Sarà una mia ossessione?».

Lei non rispose. Continuarono a fissare il buio senza parlare.

«A cosa pensi?» le chiese Štrum.

«Sempre alla stessa cosa» rispose lei. «A Tolja. Lo manderanno presto al fronte».

Nel buio Štrum trovò la mano della moglie e la strinse.

Quella notte sognò di entrare in una stanza piena di cuscini e lenzuola gettate a terra e di avvicinarsi a una poltrona che ancora conservava il calore di chi ci stava seduto fino a poco prima. La stanza era vuota, chi ci abitava l’aveva abbandonata all’improvviso nel cuore della notte. Štrum guardò a lungo un fazzoletto che penzolava dal bracciolo e capì di colpo che in quella poltrona si era assopita sua madre. Era vuota, adesso, in una stanza vuota...

La mattina seguente, di buon’ora, Štrum scese al piano terra, scostò le tende dell’oscuramento, aprì la finestra e accese la radio.

Sentì una voce lenta. Era Stalin.

«La guerra con la Germania nazista,» diceva «non è una guerra come le altre. Non è solo una guerra fra due eserciti. È al contempo la grande guerra di tutto il popolo sovietico contro le truppe naziste tedesche...».

«Sulla nostra Patria incombe un pericolo serio...» continuò Stalin, prima di chiedere a brutto muso: «Com’è potuto accadere che la nostra gloriosa Armata Rossa abbia lasciato al nemico città e regioni? Davvero le truppe della Germania nazista sono invincibili?».

Štrum se l’era fatta un sacco di volte, quella domanda, e l’aveva fatta anche ai suoi cari. Non aveva mai creduto alla forza del nazismo. Ma quei dieci giorni tremendi, quei convogli di uomini e armi che avanzavano ventiquattr’ore su ventiquattro verso est, le forze enormi che erano state opposte al nemico e che non erano bastate a non perdere la Lituania e altre regioni, province, città, paesi... Davvero i tedeschi erano più forti, davvero erano invincibili?

Anche Stalin ripeté quella stessa domanda:

«Davvero le truppe della Germania nazista sono invincibili come strombazzano le fanfare della loro vanagloriosa propaganda?».

Štrum trattenne il fiato e si avvicinò alla radio. Cosa avrebbe detto? Come avrebbe risposto? In quell’istante preciso Stalin tuonò:

«Certamente no! La storia dimostra che nessun esercito è invincibile!».

Dopo quella mattina Štrum avrebbe conosciuto la paura, l’apprensione, il dolore. Ma non più l’angoscia di quei primi dieci giorni di guerra.

 

La partenza di Viktor Pavlovič sul treno dell’Accademia delle Scienze da Mosca a Kazan’ era prevista per la metà di settembre del 1941.

Il giorno stabilito ci fu un bombardamento aereo pesantissimo, il treno non partì e i passeggeri vennero fatti scendere nella metropolitana. Coprirono di giornali i binari e la pietra sporchi d’olio e lì rimasero, sottoterra, fino all’alba.

La mattina seguente, appiccicosi di sudore e stremati dal caldo, riaffiorarono pallidi, muti. Nel momento stesso in cui riconquistarono la superficie, per un breve attimo ognuno di loro sentì un’esplosione di felicità, una gioia che gli esseri viventi per i quali vivere è consuetudine non percepiscono e non apprezzano: la luce, l’aria, il sole caldo del mattino sulla pelle...

Il treno rimase fino a sera su un binario morto. E verso sera avevano tutti i nervi a pezzi.

I palloni di sbarramento erano già alti, l’azzurro del cielo ormai sbiadito, e le nuvole si erano tinte di rosa: i colori del tramonto, colori di pace, riempivano i cuori di apprensione e angoscia.

Alle otto il treno si avviò sferragliando dal binario rovente verso il fresco dei campi, piano piano, come se lui per primo non credesse di farcela.

Sul terrazzino del suo vagone Viktor Pavlovič guardava i fili elettrici che scivolavano via sempre più veloci, il rosa-grigio del cielo, le case e le strade di Mosca, gli ultimi tram diretti verso la periferia. La nostalgia si faceva via via più forte. Stava lasciando Mosca, e forse per sempre. Per un attimo pensò di buttarsi sotto il treno. Non lo fece: voleva tornarci, a Mosca.

Quaranta minuti dopo ci fu un allarme aereo. Il convoglio si fermò in un bosco. I passeggeri scesero. Sopra Mosca si levò la cappa azzurrastra dei proiettori da ricerca che oscillavano come se stessero respirando affannosamente, mentre le scie della contraerea – fili colorati cuciti da un ago invisibile – ricamavano il cielo di trine vive rosse e verdi. Della contraerea si accendevano anche le esplosioni, e si udiva il rombo dei cannoni più potenti. Ogni tanto da terra si staccavano battiti di pesanti ali gialle e subito giungeva un boato sordo, cupo, lento: erano le bombe ad alto potenziale che esplodevano per le strade di Mosca.

Nel bosco faceva fresco, il tappeto scivoloso e ispido degli aghi di pino odorava di tristezza e d’autunno; buoni, mansueti come vecchietti, i tronchi si stagliavano nell’aria ferma della sera. L’anima non riusciva ad accogliere un sentimento complesso e contraddittorio fatto del fresco della sera, di pace e tensione e di una sensazione di sicurezza che convivevano, però, con fiamme e fumo, con la morte che imperversava su Mosca, con silenzio e boati in uno stesso spazio, con il desiderio istintivo di scappare verso est e la vergogna straziante e fastidiosa di provarlo, quel desiderio fisiologico.

Fu un viaggio difficile: il treno che avanzava lentamente, il caldo soffocante, le lunghe soste a Murom, a Kanaš... Le centinaia di persone – funzionari, scienziati, scrittori, compositori – che durante quelle soste vagavano per i binari e parlavano solo d’acqua potabile e patate... Štrum era perplesso: di solito alcuni di loro li incontrava ai concerti al conservatorio, alle mostre, durante le vacanze estive a Gaspra e Teberda...

Un grande appassionato di Mozart che andava apposta a Leningrado ogni volta che eseguivano il Requiem si rivelò un tipo bisbetico e insensibile: si prese la cuccetta superiore, la più comoda, e non volle saperne di cederla a una donna con un bambino piccolo.

Un altro, che Štrum conosceva bene, un sodale garbato e cortese quando si trattava di gite in Crimea sulle Lincoln dell’Inturist a Bachčisaraj o Čufut-Kale, ora nascondeva ai compagni di viaggio il cibo che si era portato, e la notte, nella cuccetta di sopra anche lui, lo si sentiva scartocciare e masticare a lungo. Una mattina Štrum trovò dentro a uno scarpone una crosta di formaggio: era sicuramente caduta al collega durante il banchetto notturno.

Accanto alle meschinerie e alla durezza di cuore di alcuni, altri si mostravano generosi, e come sempre puri e nobili d’animo, di pensiero e d’azione.

A sovrastare tutte quelle emozioni, però, c’era un’ansia che montava inesorabile, un futuro fosco e oscuro...

A un certo punto, mentre nel finestrino guardava sfilare lentamente un treno merci, Štrum indicò a Sokolov la scritta «ferr. Mosca Kiev Voron.» su un vagone e disse: «Perfectum». Sokolov annuì, gli indicò a sua volta un vagone con su scritto «ferr. Asia centr.» e commentò: «Futurum».

Erano poi venute le stazioni affollate; i visi noti che si aggiravano tra i vagoni merci, tra cumuli di sporcizia e di immondizia non raccolta: qualcuno aveva in mano delle patate lesse, altri un osso già spolpato.

 

Ripensando, ora, a quei giorni tristi, Štrum capì che la folla che in quell’autunno gli era sembrata debole e inerme, debole non lo era affatto; era lui a non avere capito la forza che serrava fra loro milioni di persone, le loro competenze, la loro dedizione al lavoro, il loro amore per la libertà... Erano la loro fatica e la loro lotta a tenere accesa la fiamma di quella guerra di liberazione.

E malgrado l’amarezza e l’angoscia, una scintilla di felicità balenò nel profondo del suo cuore, e Štrum pensò: «I presagi dello scorso anno erano sbagliati: mia madre è viva e la rivedrò».

37

Arrivarono a Mosca verso sera. A quell’ora la città aveva un fascino triste e angoscioso. Mosca non contrastava il sopraggiungere delle tenebre, non accendeva luci alle finestre né lampioni su piazze e strade. Scivolava senza un sussulto dalla penombra al buio proprio come nel nero della notte si stemperano ogni volta i monti e le valli. In tempo di pace nessuno potrà sperare di rivedere un cielo come quello che c’era sopra Mosca oscurata in quelle sere d’estate, la calma convinta con cui il buio si posava sui muri dei palazzi e faceva scomparire i marciapiedi e il selciato delle piazze. Al chiaro di luna, l’acqua del fiume sotto le pietre lisce del Cremlino brillava placida come sotto la luna brilla un ruscello di campagna fra due ali di giunchi. Di notte i viali, i parchi cittadini, i giardinetti parevano impenetrabili, senza sentieri né stradine ad attraversarli. Non un solo raggio, pur fioco, di luce artificiale disturbava il lavoro lento della sera. Nel cielo grigio-blu campeggiava solo il bianco dei palloni di sbarramento, che a tratti parevano nuvole argentate.

«Che strano cielo» disse Štrum una volta sceso sul binario della stazione per Kazan’.

«Il cielo è strano, sì,» disse Postoev «ma sarà ancora più strano se troveremo ad attenderci la macchina che ci hanno promesso».

I passeggeri si dispersero velocemente e in silenzio; era comunque un treno in tempo di guerra: nessuno aspettava sul binario, e fra chi era arrivato non c’erano né donne né bambini. Da buona parte dei vagoni scesero militari in cappa o pastrano e con gli zaini verdi in spalla. Camminavano a passo svelto, senza fiatare, alzando ogni tanto gli occhi al cielo.

All’hotel Moskva Postoev disse all’addetta di soffrire di cuore e chiese una stanza non oltre il terzo piano. Lei gli rispose che le stanze dei primi tre piani erano tutte occupate, ma che non doveva preoccuparsi, l’ascensore funzionava perfettamente.

«Soffrono tutti di cuore, adesso» aggiunse con un sorriso. «E tutti odiano i bombardamenti».

«Ah no» rispose Postoev. «A me i bombardamenti piacciono molto».

Domandò se accettavano la tessera per i pasti, chiese l’orario di colazione, pranzo e cena, e si informò quanto a vino e vodka.

«Vino e vodka, compagno accademico?» commentò l’altra. «Lei che soffre di cuore?».

Postoev ignorò la frecciata: l’argomento era troppo importante. Abbassò la voce e chiese esplicitamente se erano previsti pasti «di categoria superiore»; l’addetta gli scrisse nome, cognome e patronimico del direttore dell’hotel: era con lui che doveva parlare.

Per i corridoi incontrarono molti militari e molte belle ragazze che salutarono garrule e birichine l’erculeo Postoev; dovevano avere notato il guizzo altrettanto birichino negli occhi di lui.

Da oltre le porte chiuse arrivavano voci tonanti e le note di una fisarmonica. Camerieri canuti e mal sbarbati portavano sui vassoi le sobrie pietanze dell’anno 1942: kaša e patate bollite grigiognole. La frugalità del cibo veniva oltremodo esaltata dai bagliori delle imponenti pietanziere nichelate. Soprattutto, però, su ogni vassoio non mancava mai una bella caraffa panciuta piena di vodka: era il grande lusso dell’hotel Moskva, ragion per cui molti in città provavano a convincere camerieri e inservienti a cedere loro un po’ del prezioso liquido.

Entrarono nella stanza e si tolsero il soprabito. Postoev ispezionò i letti, tastò le tende dell’oscuramento, poi andò dritto al telefono.

«Chiamo il direttore» disse. «La stanza non mi piace e voglio parlargli anche dei pasti».

«Senta,» gli disse Štrum «non credo che il direttore salirà fino al settimo piano. Chieda quando lo può trovare in ufficio, piuttosto, e vada lei».

Postoev diede un’alzata di spalle e sollevò la cornetta.

Avevano appena finito di rinfrescarsi che qualcuno bussò alla porta: era un uomo prestante con la pelle olivastra.

«Leonid Sergeevič?» domandò.

«Sono io, sì» rispose Postoev andandogli incontro. «E questo è Viktor Pavlovič Štrum».

Il direttore si limitò a un cenno del capo verso Štrum: chi lo interessava era chiaramente Postoev.

Si accordarono subito riguardo ai pasti e Postoev spiegò al direttore che avrebbe gradito due stanze comunicanti al primo o secondo piano.

Il direttore annuì, prese nota in un taccuino e disse:

«Domani dovrei potervi offrire quanto chiedete. Verrò personalmente a informarvi».

Štrum aveva osservato Postoev: non c’era traccia di piaggeria nella sua voce, solo una grande fermezza. Postoev non chiedeva. Postoev esponeva le sue necessità con una leggera stizza, comunque bonaria: siccome il direttore non aveva capito da solo quant’era ovvio che capisse e facesse, lui glielo stava chiarendo. La spiegazione delle sue arti magiche, pensò Štrum, era tutta in tanta schiettezza e sicurezza di sé: a chiunque incontrava Postoev veniva naturale credere che i viaggi in prima classe e il vitello invece delle patate fossero un suo diritto sacrosanto.

La sicurezza che sfoggiava parlando con direttori, receptionist o cuccettisti gli veniva da un’altra sicurezza: il suo lavoro era importante e necessario, la sua erudizione era preziosa, e molto valeva anche la sua esperienza scientifica e tecnica.

Postoev era il mentore della produzione sovietica di acciaio di qualità. Tanta sicurezza di sé, perciò, aveva fondamenta solidissime.

Il direttore cominciò a elencare luminari e accademici che erano scesi al suo hotel: ricordava con precisione straordinaria le stanze in cui avevano soggiornato Vavilov, Fersman, Vedeneev e Aleksandrov, ma non aveva idea, era evidente, di chi fra loro fosse il geologo, il fisico o il metallurgo. Il direttore era abituato ai grandi nomi, e parlava con una calma e una determinazione che gli consentivano di muoversi agilmente sul filo della lama che separava una cordialità rispettosa dall’evidenza (per gli altri) dell’immane fatica che gli costava il suo lavoro. Era chiaro che ascrivesse il nome di Postoev al novero dei suoi ospiti di maggior riguardo: quando si rivolgeva a lui, cordialità e rispetto prevalevano nettamente sulla fatica, che quasi svaniva.

Quando se ne andò, Štrum alzò le braccia al cielo:

«Tanto così,» esclamò «e avrebbe fatto venire un coro di vergini in peplo bianco e ghirlanda di rose!».

Postoev scoppiò a ridere, spalle e barba sussultarono, la sedia fece altrettanto, e il bicchiere accanto alla caraffa dell’acqua tintinnò, scosso dai sobbalzi di quel corpo erculeo divertito.

«Ohiohi» fece Postoev riprendendo fiato. «Lo sa, nell’aria degli hotel ci dev’essere un qualche microbo della frivolezza che si infila nel cervello!».

Quella notte faticarono a prendere sonno nonostante la stanchezza, ma nemmeno avevano voglia di chiacchierare. Lessero entrambi. Una buffa coincidenza volle che per il viaggio avessero scelto lo stesso libro: Le avventure di Sherlock Holmes. Postoev si alzava di continuo, camminava per la stanza, prendeva le sue medicine.

«Non dorme neanche lei?» chiese a Štrum in un sussurro. «Ho come un peso sul cuore. Ci sono nato, io, a Mosca, e in pieno centro. A Mosca c’è tutta la mia vita, tutto ciò che ho di più caro e che amo. I miei genitori sono sepolti al cimitero di Vagan’kovo, e anche io vorrei risposare insieme a loro... Sono vecchio, ormai... Però i soldati di Hitler avanzano, maledetti».

La mattina seguente Štrum decise di non andare in macchina con Postoev; preferì camminare: sarebbe passato da casa e da lì avrebbe raggiunto l’Istituto.

«Io sarò al comitato dalle due. Mi chiami. Ora passo ai vari commissariati del popolo» gli disse Postoev.

Era vispo, aveva gli occhi allegri, era felice per gli incontri che gli si prospettavano; non sembrava la stessa persona che la notte prima aveva parlato di guerra, morte e vecchiaia.

38

Štrum si avviò all’ufficio postale per spedire un telegramma alla moglie. Risalì via Gor’kij lungo il grande marciapiede deserto, costeggiando le vetrine protette da assi di legno e sacchi di sabbia.

Quando ebbe spedito il telegramma scese verso l’Ochotnyj Rjad, deciso ad attraversare il Ponte di Pietra e il quartiere Jakimanka fino a piazza Kalužskaja.

Sulla Piazza Rossa passava un plotone di soldati. E Štrum, improvvisamente, si trovò a collegare l’immensità della piazza, il mausoleo di Lenin, le mura e le torri del Cremlino, l’autunno dell’anno prima in cui credeva di avere detto addio per sempre a Mosca dal terrazzino di un treno, e poi quel cielo e le facce stremate e austere dei soldati.

L’orologio della torre batté le dieci.

Štrum camminava per le strade di Mosca, e ogni minuzia, ogni nuovo dettaglio lo commuoveva. Vide le finestre con i nastri di carta blu incollati sopra, vide un palazzo distrutto dalle bombe, uno steccato abbattuto, le barricate di tronchi e sacchi di terra con le fessure per fucili e mitragliatrici, vide i nuovi condomini alti coi vetri lucidi e quelli vecchi con l’intonaco scrostato in più punti, e su una freccia bianca e vivida vide la scritta: «Rifugio antiaereo».

Vide i ranghi diradati di quella che adesso era la folla per le strade di Mosca, città ormai vicino al fronte: molti soldati, molte donne in stivali e casacca militare. Vide i tram semivuoti, i camion militari che sfilavano spediti carichi di soldati, vide le auto con le chiazze verdi e nere della mimetizzazione e i fori dei proiettili sui parabrezza.

Vide le file di donne silenziose fuori dai negozi e i bambini che giocavano nei cortili e ai giardinetti, ed ebbe l’impressione che tutti sapessero che era arrivato da Kazan’ la sera prima e che non l’aveva passato con loro, quell’inverno crudele e freddo.

Mentre armeggiava con la serratura, la porta dell’appartamento vicino si aprì e ne spuntò la faccia vispa di una giovane donna, che con voce a un tempo ridanciana e severa gli chiese:

«Lei sarebbe...?».

«Io? Il padrone di casa, direi» rispose Štrum.

Entrò e il naso gli si riempì subito di aria viziata, chiusa. Era tutto come l’avevano lasciato partendo. Solo il tozzo di pane rimasto sul tavolo da pranzo si era coperto di una soffice muffa verdastra; il pianoforte era incanutito per la polvere, e canute erano anche le librerie. Le scarpette bianche estive di Nadja facevano capolino da sotto il letto; i pesi di Tolja, invece, erano accostati in un angolo.

Tutto gli metteva tristezza, sia quello che era cambiato, sia quello che cambiato non era.

Štrum aprì la dispensa e in un angolo trovò tentoni una bottiglia di vino; prese un bicchiere che era sopra il tavolo e cercò un cavatappi. Con uno strofinaccio tolse la polvere da bottiglia e bicchiere, bevve il vino, fumò una papirosa.

Beveva di rado, e il vino fece subito effetto: la stanza gli sembrò d’un tratto luminosa ed elegante, e di colpo smise anche di sentire il calore polveroso dell’aria.

Si sedette al pianoforte e cauto, assorto provò i tasti, concentrandosi sul suono...

Gli girava la testa, e quel ritorno a casa lo rendeva allegro e triste insieme: era una strana sensazione di ritorno, appunto, e abbandono, di famiglia e solitudine, di legami e libertà...

Era tutto consueto, conosciuto, noto, ed era anche tutto nuovo, sconosciuto, ignoto. Lui stesso era un altro, rispetto a come si conosceva.

«Mi sentirà suonare, la vicina?» pensò Štrum. «E la giovane con gli occhi allegri che ha fatto capolino dalla casa del professor Men’šov? Chi sarà? Sono sfollati già a luglio del ’41, loro».

Quando smise di suonare, l’inquietudine fu istantanea: il silenzio lo opprimeva. Era nervoso: fece il giro delle stanze, arrivò in cucina e si rivestì.

Per strada incontrò il responsabile del palazzo; parlarono di quant’era stato freddo l’inverno appena trascorso, dei tubi del riscaldamento che erano scoppiati, dell’affitto da pagare e degli appartamenti vuoti.

«Piuttosto,» gli chiese «chi c’è dai Men’šov? Non sono tutti a Omsk?».

«Stia pure tranquillo» gli disse l’altro. «È una loro conoscente di Omsk che è qui per lavoro. Ha due settimane di domicilio autorizzato. Se ne va a giorni». Dopo di che voltò di scatto la faccia rugosa verso Štrum, strizzò l’occhio e aggiunse malizioso: «Gran bella donna, eh, Viktor Pavlovič? Accidenti!». E scoppiò a ridere. «Peccato che Ljudmila Nikolaevna non sia venuta anche lei» continuò. «Con i custodi ricordiamo sempre la volta che abbiamo spento le bombe incendiarie...».

Štrum si avviò all’Istituto pensando: «Quasi quasi vado a prendermi la valigia e mi trasferisco a casa».

39

Gli bastò arrivare all’Istituto e vedere il prato, la panchina, i pioppi e i tigli del parco, le finestre dell’ufficio e del laboratorio per dimenticare tutto quanto.

Sapeva già che l’Istituto non aveva risentito dei bombardamenti.

Tutta l’attrezzatura del primo piano, il piano «nobile» dove si trovava il suo laboratorio, era stata affidata alle cure della capoassistente Anna Stepanovna.

Era una donna di una certa età, l’unica senza una preparazione specifica. Poco prima della guerra il personale era stato passato al vaglio e qualcuno aveva proposto di rimpiazzarla con un assistente più qualificato. Štrum e Sokolov si erano opposti entrambi e Anna Stepanovna era rimasta al suo posto.

Il custode gli disse che le chiavi delle stanze al primo piano le aveva tutte lei; la porta del laboratorio, però, era aperta.

Il sole estivo inondava lo stanzone. I vetri delle enormi finestre splendevano, e il laboratorio era tutto un brillio di nichel, vetro e rame; l’assenza della strumentazione più costosa, spostata a Kazan’ e a Sverdlovsk dall’autunno prima, non si notava immediatamente.

Štrum fumava e aveva il fiato corto; gli girava la testa, ma non sapeva se per l’agitazione o per il vino che aveva bevuto. Si resse al muro con la mano e rimase qualche istante così, sulla porta, a guardare. Il laboratorio era l’unico posto dove la sua sbadataggine svaniva. Perché era un gran sbadato, Štrum, e lo era ovunque: a casa, con gli amici, nei viaggi in barca, a teatro, nelle lettere; e questo perché concentrava tutta la sua attenzione e tutta la sua energia nelle stanze al primo piano dell’Istituto di Fisica. Lì non gli sfuggiva nulla; appena varcava la soglia del laboratorio, vista, udito e attenzione si facevano più acuti, precisi, esigenti.

Vedeva tutto anche in quel momento, Štrum: i vetri delle finestre senza neanche un granello di polvere, il parquet tirato a lucido, il metallo nobile degli strumenti che trasudava pulizia e salute. Alla parete vide appesa la curva della temperatura annuale: nei mesi invernali non era mai scesa sotto i dieci gradi.

Vide la pompa a vuoto sotto una campana di vetro e vide gli strumenti di misurazione riposti dentro alla vetrinetta e cosparsi di cloruro di calcio in granuli per timore dell’umidità. E su un bancone, esattamente dove intendeva sistemarlo lui prima della guerra, vide anche il generatore elettrico.

Sentì dei passi svelti e leggeri e si girò.

«Viktor Pavlovič!» gridò la donna che gli correva incontro.

Štrum guardò Anna Stepanovna e si stupì di quanto fosse cambiata. Tutto quello che le aveva affidato era rimasto tale e quale, mentre lei era così diversa!

Turbato, sprecò un fiammifero per la sigaretta già accesa. Era molto invecchiata, Anna Stepanovna; i capelli le si erano imbiancati; da paffuto e roseo che era, il viso si era scavato, la pelle era ingrigita, e la fronte alta e serena era segnata da due rughe incrociate.

Štrum le prese la mano. Era piena di calli, la pelle era scura e graffiava come carta vetrata.

Che cosa aveva fatto lei durante l’inverno era chiaro senza bisogno di domande. Cosa poteva fare lui, invece? Ringraziarla a nome dell’Istituto, dei professori e del presidente dell’Accademia, magari?

Le baciò la mano senza fiatare.

Lei lo abbracciò e lo baciò sulle labbra.

Poi si presero a braccetto e fecero un giro per il laboratorio chiacchierando e ridendo; dalla porta il vecchio custode li guardava e sorrideva.

Andarono nell’ufficio di Štrum.

«Com’è riuscita a portare su il bancone dal piano terra?» le domandò lui. «Ci vuole una mezza dozzina abbondante di uomini robusti, almeno!».

«Quella è stata la cosa più semplice» disse Anna Stepanovna. «Per tutto l’inverno abbiamo avuto nel parco una batteria di artiglieri. Ho chiesto a loro. Spostare da sola sei tonnellate di carbone su una slitta da un capo all’altro del cortile: quello è stato difficile».

Poi il vecchio Aleksandr Matveevič, il custode notturno, portò una teiera di acqua calda, Anna Stepanovna cavò dalla borsa un pacchettino di carta con delle gelée rosse tutte appiccicate, stese un foglio di giornale e tagliò qualche fettina di pane, e lì, nell’ufficio di Štrum, chiacchierarono tutti e tre bevendo il tè nei becher.

Anna Stepanovna porse le caramelle a Štrum e disse:

«Senza complimenti, Viktor Pavlovič. Ho riscosso la tessera per lo zucchero questa mattina».

Aleksandr Matveevič raccolse le molliche del pane con le dita macchiate dal fumo, scure ed esangui insieme, le masticò lentamente, assorto, e poi disse:

«Eh, Viktor Pavlovič, è stato un inverno duro, per i vecchietti come me. Fortuna che i soldati mi hanno dato una mano». Poi, temendo che Štrum potesse prenderlo come un rimprovero e non s’azzardasse a toccare pane e caramelle, aggiunse: «Adesso va meglio, però. E questo mese anche con la mia tessera mi daranno un po’ di zucchero».

Poi Štrum li vide prendere con gran cura, lentamente, i quadratini di pane per masticarli con la faccia seria, solenni; gli bastò quel gesto per capire com’era stato l’inverno di Mosca.

Finito il tè, Štrum e Anna Stepanovna fecero un altro giro del laboratorio e degli uffici e parlarono di lavoro.

Lei gli disse del programma di ricerca che le avevano sottoposto in inverno, quando il direttore era ancora Suchov.

«Ah, Suchov, Suchov! Prima che partissi da Kazan’, con Sokolov ripensavamo a quando è venuto a parlarci del programma» disse Štrum.

Anna Stepanovna gli riferì dei suoi incontri con Suchov.

«Lo scorso inverno sono andata al comitato a chiedergli più carbone. Sapesse com’è stato gentile e cordiale! Mi ha fatto molto piacere, certo, ma ho colto in lui una sorta di sconforto professionale: tira una brutta aria, ho pensato. Poi in primavera l’ho incrociato all’ingresso dell’edificio principale, mi sono avvicinata e ho subito visto che era diverso rispetto all’inverno: aveva lo sguardo sfuggente, era untuoso, freddo. Ma sa cos’ho pensato? Evviva, sta tornando tutto a posto!».

«Eh no, per lui non è tornato a posto proprio niente» disse Štrum. «Fra l’altro: il telefono funziona?».

«Certamente».

E con un propiziatorio «Che dio ce la mandi buona», Štrum compose il numero. In treno aveva preso più volte la rubrica e controllato il numero di telefono, ma una volta a Mosca aveva continuato a rimandare la chiamata. Anche adesso, con la cornetta in mano, l’agitazione era forte, e Štrum sperò che a rispondere fosse la segretaria. «Il direttore non c’è,» contava di sentire «torna fra tre giorni».

Invece quella che sentì era proprio la voce di Pimenov.

Anna Stepanovna lo capì subito dalla faccia seria e tesa che fece.

Pimenov era contento della telefonata, volle sapere com’era andato il viaggio e se l’albergo era di suo gusto; disse che l’avrebbe raggiunto volentieri, ma non voleva disturbare la cerimonia di ricongiungimento col laboratorio. Poi, finalmente, pronunciò le parole che Štrum aspettava con ansia e che non sperava di sentire:

«L’Accademia ha deciso di stanziare l’intera somma necessaria» disse Pimenov. «Vale per tutti gli istituti in generale e per il suo laboratorio in particolare, Viktor Pavlovič. La sua ricerca è stata approvata. Il progetto ha avuto l’imprimatur dell’accademico Čepyžin. Che, tra l’altro, dovrebbe rientrare da Sverdlovsk. Una sola questione ha sollevato qualche perplessità: riuscirà a procurarsi il metallo necessario per la strumentazione?».

Štrum riagganciò, andò da Anna Stepanovna, le prese le mani e disse:

«Mosca è grande, Mosca è grande...».

E lei, ridendo, gli rispose:

«Visto che accoglienza?».

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