venerdì 6 agosto 2021

LA SEMPLICE ARTE DEL DELITTO Raymond Chandler



LA SEMPLICE ARTE DEL DELITTO

Raymond Chandler 


Perché adoro Raymond Chandler? "Nell’arte occorre sempre un principio di redenzione. Può essere alta tragedia, può essere ironia, pietà o l’aspra risata del forte. Ma lungo la strada dei malviventi deve passare un uomo che non è un malvivente, che non è bacato e non ha paura. Nel giallo realistico quest’uomo deve essere l’investigatore. Dev’essere un uomo completo, un uomo comune, eppure un uomo che raramente s’incontra. Dev’essere, per usare una frase piuttosto trita, un uomo d’onore; per istinto, perché non può farne a meno. Dev’esserlo senza pensarvi e, sicuramente, senza mai parlarne. Dev’essere il miglior uomo di questo mondo, e un uomo abbastanza buono per qualsiasi mondo.Non m’interessa la sua vita privata; non è un eunuco e non è un satiro, se è questo che volete sapere. Lo immagino capace di sedurre una duchessa, ma posso garantire che non deflorerebbe una vergine; se uno è uomo d’onore in una cosa, lo è anche in tutte le altre.

  È relativamente al verde; e se no, perché farebbe l’investigatore privato? È un uomo comune, se no non riuscirebbe a mescolarsi alla gente comune. Ha un vero fiuto psicologico, se no il suo mestiere non potrebbe farlo come lo fa, cioè bene. Non accetta soldi sporchi da nessuno e da nessuno subisce insolenze senza prendersi una giusta e fredda vendetta. È un solitario e il suo orgoglio consiste proprio nel farsi rispettare come orgoglioso; chi non lo rispetta dovrà pentirsi, e anche amaramente, di essergli capitato tra i piedi. Parla come un uomo del suo tempo, ovvero con ruvido umorismo e un senso assai vivo del grottesco che ci circonda, col disgusto per l’insincerità e un sovrano disprezzo per le miserie umane.

Il romanzo, il racconto è l’avventura di quest’uomo alla caccia di una verità nascosta, e non sarebbe avventura se non toccasse a un uomo fatto apposta per affrontare l’avventura. La prontezza con cui il nostro eroe sa rendersi conto di un’infinità di cose può sorprenderci, ma è sua, di diritto; appartiene, infatti, al mondo in cui quest’uomo vive. Se di tipi come lui ce ne fossero in giro di più, sono convinto che questa terra sarebbe un posto probabilmente non molto sicuro, ma neppure tanto noioso da far venire la voglia di togliere il disturbo."

(La semplice arte del delitto, Raymond Chandler. Prefazione 1944).


LA SEMPLICE ARTE DEL DELITTO 

Introduzione
di Oreste del Buono

Nel febbraio del ’55 Raymond Chandler – forse il maggior scrittore uscito dalle file del romanzo poliziesco – compì quello che un suo amico doveva definire “il meno efficiente tentativo di suicidio che si ricordi.” Di quell’incidente si possiedono varie versioni, alcune delle quali tra le più fantasiose dovute allo stesso mancato suicida: il documento più sicuro è, tuttavia, il rapporto della polizia che Dorothy Gardiner e Kathrine Sorley Walker hanno parzialmente pubblicato, con l’omissione dei nomi dei funzionari coinvolti nel caso e con la maggiore discrezione possibile, nel loro Raymond Chandler Speaking. “Chandler drammatizzò in modo gravissimo la morte della moglie, la sua fervida immaginazione costituì uno dei moventi del gesto…” dice il rapporto.

La moglie, Pearl Cecily Hurlburt, era morta nel dicembre ’54. Da allora Chandler aveva continuato a manifestare propositi suicidi: erano sposati da trent’anni e lui era senz’altro molto attaccato alla donna, ma certo la capacità di fantasticare ebbe molta influenza sulla condotta dello scrittore. Avvisati da lui stesso o dalla cognata circa i propositi suicidi, i poliziotti di La Jolla, California, continuarono per giorni a far pazientemente la spola tra la loro sede e la casa di Chandler per convincerlo a desistere. Ma il pomeriggio del 22 febbraio lo scrittore parve proprio deciso a far sul serio, la cognata tornò ad avvisare i poliziotti di La Jolla: anche se la faccenda cominciava a diventare monotona fu fatto il possibile per scongiurare l’irreparabile. Chandler era piuttosto simpatico a tutti: il funzionario di servizio lo chiamò al telefono, cercando d’intrattenerlo sino all’arrivo di un agente. Lo scrittore, più agitato del solito, interruppe, però, la conversazione e l’agente giunse alla soglia della sua casa in tempo per sentire risuonare due colpi di pistola. Una volta di più, tuttavia, Chandler non aveva fatto sul serio. Lo trovarono in bagno, seduto sotto la doccia, in vestaglia, pigiama e pantofole, la pistola in grembo. L’agente gli strappò l’arma di mano, ma non c’era troppo da preoccuparsi, era scarica. I due colpi erano finiti nel soffitto: lo scrittore aveva sparato in alto, mancando qualsiasi possibile bersaglio. “Chandler era disperato per la morte della moglie. L’8 febbraio era ricorso l’anniversario del loro matrimonio e tale ricorrenza non lo aveva certo aiutato a ristabilirsi mentalmente. Venne inviato al reparto psichiatrico dell’ospedale della contea, poi trasferito, per intervento di amici, in una clinica privata…”.

Nella prosa burocratica, ma insolitamente affettuosa del rapporto poliziesco è un poco un ritratto in sintesi del creatore di uno dei più celebri poliziotti del mondo, Philip Marlowe. Un ritratto delle contraddizioni che intessono, animano la sua opera, del paradosso stesso che è costituito dalla sua vita, dal suo esempio di uomo e scrittore. Raymond Chandler, a suo modo, è stato persino più notevole, sorprendente, insolito del suo personaggio preferito. Chi non conosce Philip Marlowe? È l’eroe di romanzi polizieschi celebri come Il grande sonnoLa donna nel lagoAddio, mia amataIl lungo addio. Sullo schermo ha avuto di volta in volta i tratti di Dick Poivell, George Montgomery, Bob Montgomery e persino Humphrey Bogart. È il meno probabile realisticamente, anche se il più convincente artisticamente, dei grandi detectives. Davanti alla simpatia che è capace di suscitare, non solo il cavaliere Auguste C. Dupin di Edgar Allan Poe appare un fegatoso maniaco, non solo il poliziotto Lecoq di Emile Gaboriau appare un grossolano piedipiatti, non solo il sergente Cuff di Wilkie Collins appare un insopportabile sputasentenze, non solo l’infallibile Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle appare un’odiosa e arbitraria macchina calcolatrice, ma persino il padre Brown di Gilbert Keith Chesterton appare un’artificiosa macchietta, ma persino l’ispettore French di Freeman Wills Croft appare una mediocre nullità ma persino il commissario Maigret di Georges Simenon appare una specie di stucchevole sentina di bonomia e patetismo: la simpatia suscitata da Philip Marlowe sa di tenerezza e ammirazione, insieme, di rimpianto e compassione. Tenerezza perché è l’amico che tutti si vorrebbe possedere, ammirazione perché è l’eroe che tutti si vorrebbe essere, rimpianto perché è l’uomo ideale che tutti sappiamo non poter esistere, compassione perché, se per qualche scherzo del destino potesse esistere, sarebbe il più a malpartito, il più bistrattato, beffato, preso in giro da tutti, noi compresi. L’investigatore privato Philip Marlowe, infatti, ci viene presentato come un uomo onesto.

“Suppongo che Marlowe sia realmente una specie di me stesso segreto,” disse una volta Chandler a un giornalista inglese. “Io non sono in grado di vederlo chiaramente, oggettivato, come gli altri, ma posso trovare molto di me in lui. Siamo tutt’e due soli, sentimentali, cinici, tutt’e due incorruttibili…”. La differenza tra autore e personaggio sta nel fatto che, se Marlowe avesse deciso d’ammazzarsi perché definitivamente stanco di combattere il vizio, gli imbrogli, la disonestà o anche soltanto – soltanto? soprattutto – l’ineluttabilità della morte, ci sarebbe riuscito al primo colpo, non avrebbe avuto un polso tanto tremolante e riluttante da scrostare il soffitto del bagno invece di sfondare la tempia. Ne Il lungo addio, Marlowe – è il poliziotto, l’eroe stesso a raccontare, nei romanzi di Chandler – dice: “I suicidi si preparano in ogni specie di modi, alcuni con l’alcool, altri con elaborati pranzi a base di champagne, alcuni in abito da sera, altri senza abiti del tutto. La gente si è ammazzata sui muri, in una fossa, nella stanza da bagno…”. Chandler scelse per sé la stanza da bagno, nella sua casa di California, che non riusciva a considerare più sua da quando due mesi prima era morta la compagna di trent’anni della sua vita. L’arma era vecchia, arrugginita, con solo due proiettili in dotazione. Chandler premette il grilletto due volte. E non accadde nulla. Chandler conservò la vita e perse la dignità. “Il suicidio che riesce è una tragedia,” disse al suo intervistatore inglese, un anno dopo quel fallimento, “ma il suicidio che fallisce è una farsa. Il meno che possa pensare la gente è una mancanza di convinzione… Credo che ognuno abbia diritto a porre termine alla proprio vita quando questa gli pare di troppo. Ma non ci riproverò…”. È strano e quasi commovente ripensare a queste vecchie dichiarazioni di Chandler dopo che la vita gli è stata tolta naturalmente da anni.

Nacque a Chicago il 23 luglio 1888. Suo padre, Maurice Benjamin Chandler, era americano di Philadelphia, Pennsylvania, sua madre, Florence Dart Thornton era, invece, europea, di Waterford, Irlanda.

I genitori divorziarono quando lui aveva appena otto anni. La madre si portò il bambino a Londra: fu allevato al Dulwich College ed ebbe, quindi, un’educazione schiettamente europea, visse per qualche tempo anche in terra francese e tedesca. Fece le sue prime prove di giornalista in The AcademyThe Westminster Gazette, e The Spectator a Bloomsbury, prima di far ritorno, a ventiquattro anni, in patria. Ma presto doveva riattraversare l’oceano per prestar servizio durante la prima guerra mondiale nella prima divisione canadese e poi nel Royal Flying Corps, incaricato soprattutto di organizzare svaghi delle truppe e pic–nic degli ufficiali. Smobilitato nel ’19, si stabilì definitivamente in California, sempre accompagnato, protetto e probabilmente dominato dalla madre. Per sposarsi, per sposare l’amatissima Cissy più anziana, di sette anni, e più esperta, di due matrimoni, di lui, attese la morte della madre. Eppure Pearl Cecily Hurlburt aveva già divorziato da quattro anni dal suo secondo marito. Fu una moglie e una madre per Chandler, una donna capace di circondare del suo affetto un essere forse più sensibile che debole, ma marchiato dalla sensibilità peggio che da un’effettiva debolezza. Un essere che alle ferite della vita sapeva contrapporre solo la sua fervida immaginazione, con il risultato spesso di esasperarle in pericolose proiezioni invece di medicarle. Dal ’19 al ’32, Chandler cambiò spesso occupazione, tipo di lavoro; poteva anche cavarsela, stupido non era ed era capace anche di dimostrare un certo talento pratico; ma gli capitava di stancarsi, di cambiare idea, instabile, inquieto, apprensivo, con un certo gusto malato per l’apprensione in sé e per sé.

Leggeva parecchio, aveva sempre letto parecchio. Negli ultimi tempi soprattutto riviste poliziesche che divorava nella fioca luce notturna di qualche alberguccio, soprattutto Black Mask, il cui direttore, il capitano Joseph T. Shaw, chiedeva con piglio e inflessibilità veramente militareschi a ogni collaboratore azione e soltanto azione, una convulsa successione di violenze e di colpi di scena. Il suo autore preferito era Dashiell Hammett, un ex investigatore privato dell’agenzia Pinkerton, che, essendo stato costretto a lasciare la professione per una lesione ai polmoni riportata in guerra, s’era dato alla letteratura, improvvisandosi narratore efficace, essenziale, stilista ruvido ma quasi perfetto, da non sfigurare a volte nei confronti dello stesso Hemingway. Hammett raccontava storie che gli erano capitate quando era detective o che erano capitate a suoi colleghi o che gli avrebbero potuto, comunque, capitare. Attraverso quelle storie secche, martellanti, feroci appariva una realtà americana già avviata a diventare leggenda, la convulsa società del proibizionismo e della grande crisi economica, una società marcia eppure vitale. Quando il primo racconto di Chandler, Blackmailers Don’t Shoot apparve nel ’33 su Black Mask, la bibbia periodica del genere, Hammett aveva già pubblicato, oltre a tutta una serie di testi brevi, i suoi capolavori romanzeschi, Red Harvestnel ’29 e The Maltese Falcon nel ’30, aveva già posto alla ribalta il suo straordinario eroe, l’investigatore privato Sam Spade. Chandler ha sempre proclamato il suo debito nei riguardi di Hammett, di cui – ancora vivo, a quei tempi, ma già spento dai dolori fisici e morali della vita, dalle persecuzioni politiche e fiscali – è arrivato a pronunciare una toccante commemorazione. I ricattatori non sparano è, quindi, tutto d’impronta hammettiana. Deliberatamente, senza mezze misure, Chandler rinnova quel tentativo di narrazione oggettiva, un’oggettività che si spinge verso la tensione maggiore.

Nell’oggettività di Hammett c’era molto di cinematografico: il narratore si comportava almeno apparentemente con l’imparzialità di una macchina da presa, ovvero riproduceva con la massima fedeltà i fatti nudi e crudi senza indulgere a commenti o comunque a tentativi di interpretazione capaci di rivelare, o anche soltanto far sospettare una soggettività diversa separata dall’amalgama delle vicende. I fatti nudi e crudi, dunque la mera esteriorizzazione della condotta umana in determinate circostanze: almeno apparentemente, s’è detto, perché anche l’oggettività di Hammett avrebbe potuto essere assoluta, totale solo in teoria, nel caso che l’ex investigatore privato dell’agenzia Pinkerton si fosse dilettato di poetica. In realtà la narrativa è sempre scelta, e tutte le volte che si sceglie si rinuncia all’imparzialità. Quindi, già nella dura e dinamica superficie delle storie di Hammett s’incideva un’incrinatura tutt’altro che realistica, quella specie di donchisciottesco impulso che pare aver dominato la vita del romanziere della violenza. In Chandler, subito dal primo racconto, pur di piglio così hammettiano, non si tratta più di un’incrinatura ma d’una piaga che tende a espandersi, purulenta, a contagiare tutto. Il suo primo eroe, l’investigatore privato Mallory, capelli ricci e neri con una sfumatura di grigio leggera, occhi grigi distanti, naso sottile, mascelle quadrate ma bocca piuttosto delicata, passa attraverso delitti, esplosioni di furore omicida, in un mondo corrotto e perduto, patisce e sanguina, spietato all’occorrenza ma inguaribilmente sentimentale: è il ritratto iniziale d’una galleria di romantici paladini Tra cui, naturalmente, campeggia Philip Marlowe, il maggiore tra questi investigatori privati dai piedi forse non piatti ma dal cuore indubbiamente dolce, persino troppo dolce.

Al successo, e al capolavoro vero e proprio, Chandler pervenne con il suo primo romanzo, The Big Sleep che uscì nel ’39, dieci anni esatti dopo l’uscita del primo romanzo di Hammett. Il grande sonno è un’avventura celebre: chi non l’ha ancora letta in libro – e ha perso molto – l’ha almeno apprezzata sullo schermo nella versione sceneggiata da William Faulkner, diretta da Howard Hawks e interpretata da Humphrey Bogart. Philip Marlowe ci conquista subito, capelli castani scuri, occhi neri, bell’aspetto, ordinato, pulito, ben raso e sobrio, il figurino dell’investigatore privato elegante, un personaggio compito e memorabile, su cui si ha l’impressione di sapere sempre troppo poco. Tra le lettere raccolte in Raymond Chandler Speaking qualcuna concerne direttamente il nostro eroe preferito. Interrogato al proposito, Chandler rispondeva in data aprile ’51 a uno dei suoi lettori: “È molto gentile da parte vostra dimostrare tanto interesse per i fatti della vita di Philip Marlowe. La data di nascita è incerta, credo che a un certo punto dica di avere trentotto anni, ma questo è successo molto tempo fa, e oggi non pare più vecchio di allora. Non è nato in una località del Midwest ma in un posticino della California, Santa Rosa, una cinquantina di miglia a nord di San Francisco… Marlowe non ha mai parlato dei suoi genitori e forse non possiede parenti al mondo. Se necessario si può rimediare. Ha fatto i suoi anni di college… Non so perché sia venuto nella California del sud, forse perché tanti lo fanno, anche se non tutti, poi, si fermano. Pare abbia fatto esperienza come investigatore per una compagnia d’assicurazioni e poi agli ordini del procuratore distrettuale della contea di Los Angeles… Le circostanze in cui ha perso quest’ultimo impiego mi sono ben note, ma non posso specificarle. Vi basti sapere che si era dimostrato un poco troppo efficiente in un’epoca e in un luogo in cui l’efficienza era l’ultima cosa desiderata da quelli che comandavano…”

L’abbiamo detto: se avesse deciso di togliersi la vita, Marlowe ci sarebbe riuscito. Chandler non c’è riuscito. Era più debole in tutto, nei confronti del suo personaggio: in coraggio, forza fisica, aspetto. Tranne in una cosa, forse: nel cuore. Abbiamo il sospetto che Marlowe sia, tutto sommato, di cuore più dolce del suo stesso autore. A un altro lettore richiedentegli informazioni sul suo personaggio, Chandler rispondeva in data ottobre ’51: “Non credo che il mio amico Philip Marlowe s’interessi molto della questione se abbia o no una mente matura. E ammetto che la cosa non riesce a interessare neppure me… Se l’essere in rivolta contro una società corrotta vuol dire essere immaturi, allora Philip Marlowe è estremamente immaturo. Se il vedere lo sporco dove c’è significa una mancanza di coscienza sociale, allora Philip Marlowe è terribilmente mancante di coscienza sociale. Certo Marlowe è un fallimento, e lo sa. È un fallito perché non ha soldi. Un uomo senza tare fisiche che non può condurre una vita decorosa è sempre un fallito, fallito anche moralmente… Alla lunga scommetto che siamo tutti più o meno falliti, altrimenti non avremmo il mondo che abbiamo. Ma ricordatevi che Marlowe non è una persona reale, è una creatura della fantasia. Si trova, dunque, in una posizione falsa perché ce l’ho messo io. Nella vita reale un tipo come lui non farebbe il detective più di quanto potrebbe fare il rettore d’università. I nostri investigatori privati nella vita reale sono o ex poliziotti con molta esperienza pratica e il cervello d’una tartaruga o miserabili piccoli mercenari sempre affannati a correre in giro cercando di scoprire la pista di qualcuno…”. Chandler fu buono e caro, ma, insomma, almeno ai danni del suo eroe si sfogò. Cominciando dalla disagiata professione che gli impose.

Philip Marlowe, naturalmente, funziona benissimo come detective, risolve tutti i casi che gli vengono affidati, ma di pagina in pagina la sua tristezza di non potere cambiare il mondo aumenta, pare spogliarlo d’ogni possibile gioia, soffocarlo. I suoi soldi, se li suda, spesso se li sanguina, e non sono mai molti; certe volte, se non erriamo, non ci sono neppure; il delitto non pagherà sempre, la giustizia quasi mai.

Tra un delitto e l’altro, Marlowe pare incontrare un certo successo con le donne, questo non lo si può negare, ma non diremmo che ne approfitti troppo. Anzi, fa lo schizzinoso, si tira indietro. Un altro giornalista inglese chiese a Chandler perché Marlowe non si lasciasse mai andare. “Perderebbe qualcosa con la promiscuità,” fu la risposta. “C’è qualcuno che passa il tempo a scrivere sul sesso. Io no.” È vero che nelle avventure più recenti Marlowe ha una relazione, ma proprio l’ultimo racconto di Chandler, che pubblichiamo in questa raccolta ci rassicura o, per essere più esatti, c’inquieta al proposito: sebbene sia sulla trentina ormai, la fiamma di Marlowe, Anne Riordan, capelli rosso tiziano, occhi verde mare, si confessa vergine, offrendoglisi una volta di più. Macché, Marlowe dichiara di essere un uomo onesto e di non meritarla; le donne che si hanno e quelle che non si hanno vivono in mondi diversi. Peccato, Marlowe, era l’estrema occasione per te: o subito o mai più. The Pencil è uscito postumo. Il creatore di Philip Marlowe è morto il 26 marzo ’59 a La Jolla e s’è portato nella tomba l’innamorato troppo puro e virtuoso.

Chandler non ha scritto molto: era un lavoratore coscienzioso, uno stilista che s’accaniva sulla pagina con un preciso impegno ed evidenti ambizioni. Dobbiamo aggiungere: e con evidenti risultati. Nel suo celebre manifesto del romanzo poliziesco realista che pure qui pubblichiamo, Chandler riconosce appunto a Hammett il merito di avere iniziato il gran rinnovamento, ma sostiene che non ci si può accontentare neppure dei risultati del maestro – e parla proprio come se questi fosse morto, mentre Hammett era, invece, destinato a sopravvivergli sino agli inizi del ’61. Quindi, è chiaro che il creatore di Philip Marlowe si considera ancora più realista, ancor più oggettivo, ancora più imparziale. Un autentico realista, sostiene Chandler, dovrebbe descriverci il mondo com’è, un mondo non molto fragrante, ma il mondo in cui viviamo; dovrebbe freddamente saper trarre dal movimento afferrato, dal ritratto fermato sulla pagina canovacci interessanti e persino divertenti: non è strano che un uomo venga ammazzato, ma è strano, a volte, che venga ammazzato per così poco e che la sua morte sia il marchio di quella che chiamiamo civiltà. Chandler ha nel complesso della sua opera deviato dal miraggio realistico, sprofondando sia pure con ironia ed eleganza in una specie di compiacimento, di narcisismo, di malattia, è affogato in un sogno, il sogno partorito, alimentato, esasperato da un eccesso di sensibilità. Il male nel sogno di Chandler finisce per avere a tratti lo stesso carattere utopistico del bene.

Queste, però, non sono limitazioni di carattere artistico, almeno per noi. È chiaro che intendiamo il termine realistico nell’unico suo significato plausibile, quello di una precisa corrente letteraria, non quello – in uso nella confusione odierna di parole e concetti – di raggiungimento di un risultato di verità poetica. Altrimenti anche Chandler è realista: infatti, esprime, e piuttosto efficacemente, compiutamente, a tratti, la propria realtà, la realtà d’una debolezza, d’uno scompenso, d’una nevrosi, né più né meno di come Hammett ha espresso, e piuttosto efficacemente, compiutamente, a tratti, la propria realtà, la realtà d’una forza, d’una solitudine, d’una disperazione. La prosa di Chandler è più riflessa, manierata, quella di Hammett è più grezza, rudimentale, tra l’una e l’altra intercorre una differenza pari a quella intercorrente tra il jazz freddo e il primo jazz, una differenza di strumenti come di consapevolezza: Chandler non ha avuto il coraggio di Hammett, in lui qualcosa non è mai arrivato a maturazione, o, più esattamente, è arrivato a corrompersi artificialmente prima di maturare, ma ha avuto una maggiore astuzia e una maggiore vocazione letterarie. In questa raccolta di tutti i suoi racconti migliori, quelli da lui non rinnegati e non sviluppati in romanzi – Chandler è stato un inesausto rifinitore delle proprie pagine, non s’è mai accontentato della prima soluzione, ha sempre cercato di elaborare il più possibile i suoi accostamenti di parole – si può percepire la sua natura poetica forse ancora più chiaramente che nelle composizioni lunghe, i romanzi, in cui lo schema poliziesco finisce pur sempre per imporre una certa macchinosità, una certa puerilità. Si guardi, a esempio, una storia come I’ll be waitingche nella sua brevità intensa è esemplare: una storia commovente, irriducibile sotto l’etichetta d’un genere di letteratura amena.

Protagonista di Aspetterò non è Philip Marlowe, ma pur sempre un detective, il poliziotto privato d’un albergo, per l’esattezza: Tony Reseck, un ometto d’origine polacca, piccolo, di mezz’età, panciuto, occhi grigio mare e belle dita da prestigiatore. Di solito dopo l’una di notte l’atrio dell’albergo è regno suo, ma ora Reseck non riesce a restarvi solo, c’è una ragazza dai capelli rossi che non sa dormire e indugia attaccata alla radio. Reseck s’interessa a lei: c’è qualcosa che non torna nelle faccende di questa ragazza. Naturalmente, lui è un uomo cauto e, quando qualcuno lo chiama fuori dell’albergo, qualcuno dai modi troppo sbrigativi, esigenti, sicuri, qualcuno che si porta dietro una masnada di sicari, Reseck dice di sì alle intimazioni, assicura che allontanerà la ragazza, lo farà, non vuole guai, è pronto ad abbandonarla in balia dei suoi cacciatori. Lo dice, ma non lo fa: non è un fegataccio Reseck, eppure non lo fa, li vuole, i guai. Resta ad aspettarli accanto alla ragazza che finalmente si è addormentata, che continua a dormire, immobile, con quell’abbandono raccolto di molte donne e di tutti i gatti, il respiro impercettibile sommerso dal mormorio della radio. Anzi, Reseck, si appoggia addirittura alla spalliera d’una sedia e chiude tranquillamente gli occhi. Un racconto che vale, sempre per noi, The Killers di Ernest Hemingway. Un racconto tragico, roco, gentile: Tony Reseck è più ancora di Philip Marlowe vicino a Raymond Chandler, quasi troppo vicino.

Ma Aspetterò non è l’unico pezzo di questa raccolta che meriti la segnalazione. Ognuno di questi racconti ha un suo impulso, una sua giustificazione, un suo affascinante movimento stilistico. Questa raccolta può costituire per chi non ha mai letto Chandler o per chi ne ha letto solo qualche libro frettolosamente, l’occasione di far la conoscenza con un vero scrittore. Molto superiore a quel James M. Cain, l’autore di Serenade e di The Postman Always Rings Twice, che tanta influenza ha avuto sulla narrativa letteraria e cinematografica europea, da Pavese a Visconti, due nomi, tanto per fare un esempio, che hanno iniziato la carriera sotto il suo segno. Chandler ha un’altra dignità e un’altra sincerità, un’altra grazia. Non butta giù sceneggiature, ma scrive sempre, è sempre impegnato sino alle estreme sue risorse e possibilità nell’elaborazione e sfruttamento di un linguaggio che, in gara con le stilizzazioni d’un Ring Lardner, d’un Damon Runyon, persino d’un sofisticato Jerome D. Salinger, permetta di restituire ironicamente la cadenza del pensiero, il costume di un’epoca insieme con l’incalzare dei fatti.

Oreste del Buono

La semplice arte del delitto
di Raymond Chandler

In qualsiasi forma si sia presentata, la narrativa ha sempre teso al realismo. I romanzi di ieri possono oggi apparirci magari artificiosi e tronfi sino al limite del ridicolo, ma sicuramente non produssero una impressione simile sui loro primi lettori. È facile che autori come Fielding e Smollet ci appaiano ancor oggi dei realisti, nel senso che diamo attualmente alla parola, dato che i personaggi che presentano sono quasi tutti gente priva di freni inibitori, che non è in gattabuia per miracolo, e in genere è in libertà provvisoria; ma anche le cronache di Jane Austen, dove personaggi fin troppo dotati di freni inibitori si aggirano su uno sfondo di nobiltà rurale, possono accampare, persino ai nostri giorni, qualche merito realistico dal punto di vista della psicologia. Oggi si spreca addirittura questo genere di ipocrisia sociale e sentimentale. Aggiungetevi una bella porzione di pretese intellettualistiche e avrete il tono della pagina letteraria dei quotidiani e la fatua, faziosa atmosfera che aleggia sui gruppi d’avanguardia delle conventicole artistiche. Ecco la gente che crea il successo dei libri (vale a dire di quelle opere che, indirettamente solleticando gli istinti snobistici del pubblico, son fatte apposta per venir reclamizzate ed esaltate) e lo crea con la scorta attenta e fervida delle foche ammaestrate della consorteria dei critici, tra le più tenere premure di certi gruppi affaristico–politici, troppo potenti per conoscere ostacoli al loro unico e vero scopo: vender più libri che possono, pur continuando ad agitare, come esclusiva ragione della loro vita, la fiaccola della cultura. Ma provatevi a restare appena un poco indietro con il pagamento delle rate dei libri, e misurerete sin dove arriva in realtà tanto idealismo.

La narrativa poliziesca, per una e più ragioni, si presta poco ad esser reclamizzata ed esaltata. Di solito s’occupa di delitti, quindi è un poco a corto di elementi che assicurino una buona elevazione spirituale. Il delitto è l’annientamento dell’individuo, e, a dire il vero, l’annientamento della specie potrebbe avere, anzi ha senz’altro, una quantità di sottintesi sociali; ma ormai ne sono stati commessi tanti, di delitti, che uno più uno meno non può più costituire una gran novità. Se una storia poliziesca ha da essere completamente realistica (e quasi mai lo è) deve esser scritta con un certo distacco; altrimenti solo uno psicopatico potrebbe desiderare di scriverla o leggerla. Purtroppo il libro poliziesco è abituato a farsi i fatti suoi, a risolversi i propri quesiti da solo, a rispondere da sé alle proprie domande. Non lascia nulla o quasi in discussione, al massimo lascia da giudicare se sia o no scritto bene, ovvero se meriti la qualifica di buon romanzo; e la mandria che contribuisce a far salire le tirature oltre il mezzo milione di copie, non solo non è in grado di riconoscerlo, non è in grado neppure di porsi il problema. Scoprire la buona o la cattiva qualità di un romanzo è una faccenda seria anche per chi lo fa di mestiere e non tiene conto della quantità di copie vendute.

Il romanzo poliziesco – penso che, forse, mi convenga chiamarlo ancora così, dato che il mercato continua a esser dominato dalla formula inglese – per trovarsi un pubblico ha bisogno di un lento processo di distillazione. È un dato di fatto. Trova il suo pubblico lentamente, ma poi se lo tiene ben stretto e avvinto con tenacissimi legami; le ragioni del fenomeno le lascio allo studio di una mente più analitica della mia. Non intendo neppure sostenere che si tratti di una forma d’arte vitale e significativa. Non esistono forme d’arte vitali e significative in sé e per sé, esiste solo l’arte, e a dir la verità, in giro d’arte ce n’è ben poca. La continua crescita della popolazione del globo non ha aumentato in proporzione la quantità d’arte esistente: ha semplicemente acuito la abilità con cui si producono e si confezionano surrogati d’arte.

Credetemi, non è facile scrivere un buon romanzo poliziesco anche usando la formula più convenzionale.

I buoni romanzi di questo genere sono anche più rari dei buoni romanzi “seri.” Eppure i polizieschi di secondo ordine sopravvivono alla maggioranza dei romanzi di successo; tanti libri che addirittura non avrebbero dovuto mai nascere, si rifiutano semplicemente di morire. Eterni come i regolamenti dei parchi pubblici, e non meno insulsi.

Tutto questo fa rodere il fegato alla gente che si ritiene fornita del cosiddetto discernimento. Come mandar giù il fatto che romanzi importanti e profondi appena a qualche anno dalla prima edizione giacciano a pile negli scaffali delle librerie, già belli etichettati come “successi di ieri,” e la gente ne giri al largo (solo ogni tanto, ma di rado, qualche cliente miope si china a sbirciare e subito s’affretta a passar oltre); e invece persino le vecchie signore s’azzuffino davanti allo scaffale dei polizieschi ansiose di poter metter le grinfie su qualche esemplare non meno annoso e che per di più si fregia d’un titolo come Il delitto della petunia tripla oppure L’ispettore Pinchbottle alla riscossa? Come non ribellarsi all’idea che libri “veramente importanti” si patinino di polvere nell’attesa di un’ipotetica ristampa, mentre La morte in giarrettiere gialle dilaga nelle edicole dell’intero paese a ondate di cinquantamila e centomila copie per volta e senza dimostrare la minima intenzione di volersi tirar da parte?

Per essere sincero, non posso mandarla giù neppure io. Vedete, scrivo anch’io, nei momenti d’abbandono, libri polizieschi, e questa pervicace, diffusa immortalità che c’è in giro accresce e rinforza la concorrenza. Neppure Einstein potrebbe far molti progressi se tutti gli anni venissero immessi sul mercato trecento trattati di fisica superiore e per giunta continuassero a restar sulla breccia alcune migliaia di vecchi trattati, sani, vegeti e, quel che è peggio, letti.

Non ricordo dove, Hemingway dice che un vero scrittore ha da competere solo con i morti. Un vero scrittore di libri polizieschi (ce ne sarà pur qualcuno, in fin dei conti, non vi pare?) non deve gareggiare solo con i morti insepolti ma anche con le orde dei vivi. E quasi alla pari, giacché questa è una delle maledette caratteristiche di questo genere di romanzi: quel nonsoché, che induce la gente a leggerli, non passa mai di moda. La cravatta dell’eroe può anche non essere all’ultimo grido, il buon piedipiatti canuto può fare il suo arrivo in calesse invece che su un’ululante aerodinamica, ma, una volta sul posto, riattacca la vetusta, familiare solfa dei soliti specchietti cronologici, dei soliti ritagliucci di carta bruciata e il grande, sconvolgente problema di chi sia stato a calpestare il rigoglioso cespuglio d’erica sotto le finestre della biblioteca.

Il problema m’interessa, però, anche per motivi meno sordidi. A mio modesto parere, infatti, la produzione di romanzi polizieschi su scala così vasta e da parte di gente che ne ritrae guadagni immediati non eccessivi e nessun riconoscimento, o quasi, da parte della critica, sarebbe praticamente impossibile se l’impresa esigesse un minimo spreco d’ingegno. Da questo punto di vista lo schifiltoso inarcarsi delle sopracciglia dei critici e il gretto mercanteggiare degli editori sono ampiamente giustificati. Il libro poliziesco medio, con tutta probabilità o quasi, non è peggiore del romanzo medio, ma chi li legge più i romanzi medi? Non vengono neppur più pubblicati. Il poliziesco medio (o di poco superiore alla media), invece, si pubblica. Anzi, non soltanto viene pubblicato, ma anche venduto a piccole dosi alle biblioteche circolanti e poi consumato. C’è in giro persino qualche ottimista che lo compra senza sconto, al prezzo ufficiale di due dollari, invaghito dalla verginale aria neonata del volume e solleticato dal bel disegno di cadavere in copertina.

Il peggio è che l’esempio più insulso, assurdo e peggio che mediocre d’una narrativa quanto mai meccanica e astratta, non differisce molto, in fin dei conti, dai cosiddetti capolavori del genere.

Procede forse con un briciolo più di fatica, nel dialogo è un tantino più opaco, il cartone in cui sono ritagliati i personaggi è un pelo più sottile e i trucchi sono una sfumatura più trasparenti, ma fondamentalmente ci troviamo davanti allo stesso libro. Un bel romanzo è, invece, cosa diversa tout court da un romanzo brutto. Tanto per cominciare tratta argomenti diversi. Invece un buon romanzo poliziesco e un cattivo romanzo poliziesco prendono di mira esattamente gli stessi bersagli e li trattano in un modo molto simile. (Ci sono ragioni anche per questo, naturalmente, e ragioni delle ragioni; di ragioni, infatti, ce n’è sempre).

Suppongo che il principale problema del poliziesco tradizionale o classico o deduttivo o logico deduttivo, quel che volete voi, risieda nel fatto che, per farlo approdare alle rive della perfezione, ci vorrebbe un cocktail di dati che davvero non è tanto facile ritrovare in un unico scrittore. Di solito, infatti, chi sa impostare trame lucide e solide non è poi in grado di fornire personaggi vivaci e dialogo brillante; o gli manca il senso del ritmo narrativo o la profondità psicologica. Il romanziere dotato d’una logica ferrea è una patata lessa quanto a senso dell’atmosfera. Ammiro l’attrezzatissimo laboratorio di cui dispone l’investigatore scientifico, nuovo nuovo e sbrilluccicante, ma, ahimè, non riesco a ricordarmi mai della sua faccia: per me è come se non ne avesse mai avuta una. Chi sa sfoggiare una prosa vivace e colorita, in compenso, mai una volta che si addossi la massacrante fatica di smontare un alibi a prova di bomba.

L’abile esperto di psicologia veleggia nell’era delle crinoline. Ed è inevitabile: se si conosce quanto è bene sapere sull’arte della ceramica e dei ricami egizi, non si sa un cavolo della polizia. Chi sa che il platino si rifiuta categoricamente di fondere al di sotto dei 2800 gradi Fahrenheit, ma che invece si fonde subito, al primo limpido sguardo di due occhioni color cielo, se messo a contatto con un pane di stagno, non può non essere completamente all’oscuro sul come fanno all’amore i ragazzi del secolo XX. E, se uno è tanto documentato sulla scicchettosa flanerie degli habitués della Costa Azzurra d’anteguerra da ambientare in quei paraggi il suo raccontino, mi spiace ma certo non può nemmeno immaginare che due grosse pastiglie di barbitalio non solo non accoppano un ometto, ma neppure sono in grado di addormentarlo, purché l’ometto abbia un minimo di voglia di reagire alla sonnolenza.

Gli autori di libri gialli prendono tutti formidabili cantonate; nessuno saprà mai tutto. Conan Doyle commise balordaggini tali da invalidare in assoluto certi suoi racconti, ma era un pioniere; e Sherlock Holmes, in fin dei conti, cos’è? un atteggiamento azzeccato e qualche dozzina di battute memorabili. A lasciarmi a bocca aperta sono gli autori, e le autrici naturalmente, di quella che nel suo Murder for pleasure Howard Haycraft chiama l’età d’oro del poliziesco. Non si tratta di un’età remota. Secondo Haycraft attacca subito dopo la prima guerra mondiale e dura pressappoco fino al millenovecentotrenta. In pratica dura ancora. I due terzi o i tre quarti dei polizieschi che si pubblicano ai nostri giorni aderiscono con bella perseveranza alla formula creata, perfezionata, raffinata, e smerciata come teoremi di logica e deduzione, dai titani di quell’era.

Parole grosse? Non v’allarmate, sono appena parole. Piuttosto, se ci state, diamo un’occhiata a una gemma della letteratura poliziesca, uno dei capolavori dell’arte di metter fuori carreggiata il lettore senza ricorrere a trucchi sleali. Il titolo è The Red House Mistery, l’autore è A.A. Milne. Alexander Woolcott (un tipo abbastanza tirato in materia di superlativi) lo ha definito “uno dei tre migliori ‘romanzi del mistero’ di tutti i tempi.” Cose simili non si possono mica dire con leggerezza.

Il libro è stato pubblicato nel 1922, ma in realtà non ha data né tempo: potrebbe benissimo essere uscito nel luglio del 1939 o, con impercettibili cambiamenti, la settimana scorsa. Ha avuto tredici diverse edizioni e pare che nella sua veste originale sia stato ristampato per circa sedici anni. Fatto che capita a ben pochi libri di qualsiasi genere. Ed è un romanzo simpatico, leggero, divertente, con una dose d’umorismo tipicamente inglese e un’apparenza d’ingannevole naturalezza; ingannevole, dico, perché non è poi così elementare come cerca di dare a intendere.

Racconta d’un tale, certo Mark Ablett, che fa la bella pensata di assumere l’identità di suo fratello, certo Robert, per giocare uno scherzo agli amici. Mark è il proprietario di Red House, tipica residenza di campagna inglese con gran spreco di mimose rampicanti e portineria–chalet. Il segretario incoraggia e aiuta Mark a inscenare la farsa, ma sotto sotto, con l’intenzione, se l’iniziativa ha successo, di farlo fuori. Nessuno di quelli che stanno a Red House ha mai visto Robert, il quale è da quindici anni in Australia, e ha fama di tipo per male. Si dice che sia arrivata una sua lettera, ma nessuno ha modo di darci un’occhiata. Robert annuncia prossimo il suo arrivo, e Mark fa intuire che non muore certo dalla voglia di rivedere il fratello. Un pomeriggio, poi, il presunto Robert arriva, informa un paio di domestici della sua identità, si fa introdurre in biblioteca ove Mark (secondo quanto vien deposto all’inchiesta) lo raggiunge. In seguito Robert vien trovato morto stecchito, con un colpo di pistola in faccia, e di Mark neppure l’ombra. Naturalmente la polizia sospetta di Mark, porta via le misere spoglie e procede alle indagini e, a tempo debito, all’inchiesta.

Milne è ben consapevole qui d’una gravissima difficoltà e fa di tutto per superarla. Dato che il segretario farà fuori Mark appena questi riuscirà a spacciarsi per Robert, lo scambio di persona dovrà continuare dopo il delitto per gettar fumo negli occhi della polizia. Dato, inoltre, che tutti quelli che stanno a Red House conoscono benissimo Mark, non è possibile fare a meno d’un travestimento. Si provvede tagliando la barba a Mark, rovinandogli le mani (“non ha le mani curate da gentiluomo” secondo una deposizione) e facendogli adottare una voce arrogante e cattive maniere.

Ma non basta. I poliziotti avranno a disposizione il cadavere, i suoi indumenti e il contenuto delle sue tasche. Nulla perciò deve far minimamente ricordare Mark. Di conseguenza, Milne si dà una pena del diavolo per convincere il suo pubblico che Mark è un interprete tanto preso dalla sua parte da voler entrare non solo nei panni, ma nei calzini e nelle mutande del suo personaggio (il solerte segretario ha a ogni buon conto scucito da ogni indumento di Mark qualsiasi indicazione di provenienza), proprio come un guitto che per recitare il ruolo d’Otello si spalmi di nerofumo da capo a piedi. Se il lettore è disposto a mandarla giù (e pare che lo sia, a giudicare almeno dalle statistiche delle vendite), Milne sta in una botte di ferro. Eppure, con una struttura così esile, il romanzo viene esitato come un esempio del tipo logico–deduttivo.

D’altronde, se non è un problema logico–deduttivo, non è nulla di nulla. E cosa volete che sia? Anche se la situazione è equivoca, non lo si può considerare un romanzo brillante, perché ha una trama che non si addice a un romanzo brillante. Se il problema non è plausibile non è più un problema: quando la logica sgarra, la deduzione è impossibile. Se lo scambio di persona appare inverosimile, quando il lettore apprende come dovrebbe essere avvenuto, allora l’intero libro ha l’aria d’una truffa. Non una truffa deliberata, però, perché Milne non avrebbe cominciato a scrivere questa storia se avesse potuto supporre contro cosa sarebbe andato a sbattere. Contro un buon numero di impasses pericolosissime. Lui invece, non le ha neppure prese in considerazione. Né, per dir la verità, pare farci gran caso il lettore non prevenuto, anzi intenzionato a godersi la storia e quindi disposto a prender tutto per oro colato. Ma chi può pretendere che il lettore conosca i misteri della vita? Lo si pretenderebbe, piuttosto, dall’autore, che dovrebbe essere l’esperto in materia.

Ecco quello che nel nostro caso particolare l’autore dimostra di ignorare:

1) Il magistrato svolge un’inchiesta su un morto che non ha avuto un riconoscimento legale valido. Il magistrato, di solito nelle grandi città, qualche volta svolge anche un’inchiesta su un cadavere che non può identificare, se il verbale di tale inchiesta ha, o potrebbe avere, importanza (incendio, incidente, tentativo d’omicidio). Ma nel nostro caso ragioni tali non sussistono; eppure nessuno identifica il morto come vorrebbero le buone regole. Un paio di testi affermano di aver sentito l’uomo dichiarare di essere Robert Ablett. È una mera ipotesi e ha valore solo se non trova smentite. L’identificazione è condizione che deve precedere l’inchiesta. Anche dopo morto, uno ha diritto alla propria identità. Il magistrato deve fare del suo meglio, per quanto sta nelle possibilità umane, per non defraudare il cadavere d’un simile diritto. Non facendo del suo meglio, violerebbe i doveri del proprio ufficio.

2) Dato che Mark Ablett, irreperibile e sospetto d’omicidio, non può ovviamente difendersi, diventa prova di vitale interesse quanto si può sapere sui suoi movimenti prima e dopo il delitto (ad esempio, era in possesso di denaro sufficiente a permettergli la fuga?); eppure tutte le testimonianze in proposito vengono fornite, senza la minima convalida, dal segretario, ossia da un uomo che nel delitto è dentro fino al collo. Dunque, dovrebbero automaticamente esser considerate sospette, sinché non ne sia provata la verità.

3) La polizia, a mezzo d’indagini dirette, scopre che Robert non era ben visto al suo paese. Dunque, qualcuno in paese deve averlo conosciuto. Ma durante l’inchiesta non viene sentito nessuno dei suoi conoscenti. (Come avrebbe potuto continuare il romanzo, altrimenti?).

4) La polizia sa che nella supposta visita di Robert era implicita una minaccia, quindi giudica già stabilito, ovvio un legame tra tale minaccia e il delitto. Eppure non si prova neppure ad assumere informazioni sul conto di Robert in Australia, a chiedere come fosse considerato laggiù, chi frequentasse, o almeno se fosse realmente partito per l’Inghilterra e in compagnia di chi. Alla polizia sarebbe bastato appena occuparsene per far la bella scoperta che Robert era già defunto da tre anni.

5) Il perito settore esamina il cadavere, e non s’accorge che la barba è stata tagliata da poco (e quindi il mento è più pallido del resto della faccia), che le mani sono state rovinate artificialmente e che il corpo è quello d’un uomo ricco, abituato agli agi e che ha vissuto per molto tempo in un clima temperato, mentre Robert era un bifolco con quindici anni d’Australia sul groppone. Eppure questo dato era a disposizione del perito settore. Come mai non ha trovato niente di strano durante il suo esame?

6) Gli abiti sono anonimi, le tasche sono vuote, ogni etichetta è stata staccata. Ma l’uomo che indossava tali abiti ha dichiarato di essere una data persona, Il sospetto che debba, invece, trattarsi di qualcun altro è a questo punto addirittura travolgente. Pure nessuno muove foglia per chiarire minimamente la bizzarra circostanza. Anzi, non si accenna neppure al fatto che la circostanza è bizzarra.

7) Un tale, ben conosciuto nella zona, è sparito; all’obitorio giace un cadavere che gli somiglia in modo impressionante. È ammissibile che la polizia non si provi per prima cosa a escludere la possibilità che scomparso e morto siano la stessa persona? E sarebbe facile provarlo. L’incredibile è che non ci si pensi neppure. È così che dei poliziotti seri sono costretti a fare la figura dei cretini, per permettere a uno sfacciato dilettante di sbalordire il colto e l’inclita con una soluzione fasulla.

L’investigatore nel nostro caso particolare è un dilettante chiacchierone, certo Anthony Gillingham, simpatico ragazzo provvisto d’ospitale appartamentino londinese, di visione rosea della vita e di invidiabile improntitudine.

Non prende una lira per le sue prestazioni, ma è sempre disponibile appena i piedipiatti locali perdono la testa. La polizia ha l’aria di sopportarlo con il suo ben noto stoicismo; ma mi permettete di rabbrividire anche solo all’idea di cosa gli farebbero quelli della squadra omicidi del mio paese?

Ma ci sono esempi anche più discutibili di quello preso in esame. In Trent’s Last Case(spesso definito “il romanzo poliziesco perfetto”) bisogna prima accettare la premessa che un titano dell’alta finanza internazionale, uno a cui basta appena aggrottare la fronte per far tremare Wall Street come un cucciolo di Pomerania, prepari minuziosamente la propria morte per farne ricadere la colpa sul segretario; e che, per di più, il segretario, finito nelle grinfie della polizia, rispetti un aristocratico silenzio (probabilmente in ossequio ad una educazione etoniana). Ammetto di aver conosciuto un numero piuttosto esiguo di grandi finanzieri internazionali, ma ho il sospetto che l’autore del romanzo in questione ne avesse conosciuti (se possibile) anche meno di me.

C’è un romanzo di Freeman Crofts (autore che, nel suo genere, allestisce trame robustissime, quando non si lascia tentare dal fantastico) dove un assassino, servendosi d’un travestimento suggestivo, d’una tabella di marcia rigorosa al decimo di secondo e di una certa dose d’affascinante fumisteria, assume l’identità dell’uomo che ha appena fatto fuori e in tal modo riesce a provare che, a una data ora, costui era non solo vivo ma anche lontano dal luogo del delitto.

C’è un romanzo di Dorothy Sayers in cui un tale, una notte, mentre se ne sta solo in casa sua, viene soppresso per mezzo d’un peso sganciato da un meccanismo il cui funzionamento è provocato dall’abitudine della vittima d’accendere la radio sempre ad una certa ora, di porsi davanti all’apparecchio sempre in una certa posizione e di chinarsi giusto sino a quel certo punto. Basterebbero un paio di centimetri di scarto, da una parte o dall’altra, e i lettori non avrebbero pane per i loro denti. Questo volgarmente si dice avere il Padreterno dalla propria parte; e a un assassino che avesse bisogno di tanto aiuto dalla Provvidenza, io consiglierei di cambiar mestiere.

C’è poi una ingegnosa trama di Agatha Christie in cui Hercule Poirot, l’ingegnoso belga che s’esprime in una lingua che ricorda certe traduzioni letterali fatte dagli scolaretti di francese, dopo aver debitamente fatto funzionare le sue “piccole cellule grigie” decide che nessuno può aver compiuto da solo un certo delitto su un certo vagone letto, e che quindi quel tale delitto lo devono aver compiuto tutti insieme i passeggeri, suddividendosene la realizzazione secondo una catena di operazioni semplici come il montaggio d’uno sbattiuova. Ecco una trovata garantita, una trama capace di sbaragliare le intelligenze più poderose. Soltanto un deficiente congenito, infatti, potrebbe indovinare la soluzione.

È vero che esistono, degli stessi autori e di altri della medesima scuola, intrecci molto meglio congegnati. E magari può darsi persino che da qualche parte, chissà dove, uno ce ne sia che sappia reggere anche a un’analisi accurata. Sarebbe un piacere leggerlo, anche se si dovesse sapere di dovere continuamente tornare indietro, a pagina 47, per rinfrescarsi la memoria sull’ora esatta in cui l’aiuto giardiniere trapiantò la begonia color tè che aveva vinto il premio alla mostra dei fiori. In questi romanzi nulla sembra mai vecchio abbastanza, e nulla mai abbastanza nuovo. Ne ho citati solo di scrittori inglesi, dato che i competenti in materia (quali che siano) hanno tutta l’aria di ritenere che gli inglesi abbiano raggiunto il culmine della perfezione in questa desolante routine, e che invece gli americani, compreso il papà di Philo Vance (probabilmente il personaggio più pomposo e balordo della letteratura poliziesca), siano tutta gente che s’è fermata alle elementari.

Insomma, il romanzo poliziesco classico non solo mostra di non avere imparato nulla ma anche si rivela incapace di dimenticare nulla. Ogni settimana lo si ritrova, immutato, in fascicoli sempre più lucidi e voluminosi, elegantemente illustrato e doverosamente impegnato a rassegnare i propri omaggi all’amor virginale e alle più distinte marche di prodotti di lusso. Forse il ritmo s’è fatto un tantino più svelto e il dialogo un pochino più effervescente. Si ordinano più daiquiris e meno bicchieri di vecchio porto asprigno; vi son più toilettes ispirate da Vogue e più arredamenti ricalcati da House Beautiful; c’è in giro maggiore raffinatezza; ma quanto a mancanza di verità stiamo sempre lì. Trascorriamo più tempo negli alberghi di Miami e nelle colonie balneari di Capo Cod e passeggiamo un poco meno spesso sotto l’antica meridiana grigia, nel giardino elisabettiano.

Ma, alla base, il gruppetto d’indiziati è sempre lo stesso, scelto accuratamente; lo stesso lo stratagemma misterioso con cui qualcuno pugnalò la moglie del signor Pottington Postlewhaite III proprio mentre prendeva male l’acuto del Canto delle campane del Lakmé, alla presenza d’una quindicina di ospiti malassortiti; c’è sempre la stessa ingenua in pigiama con guarnizioni di pelliccia, ululante nella notte in modo da far schizzare da una stanza all’altra l’intera compagnia e buttare all’aria ogni tabella cronologica; c’è lo stesso corrucciato silenzio la mattina dopo il fattaccio, mentre gli individui sospetti siedono in ordine sparso a centellinare singapore, ostentando reciproco disprezzo, e una masnada di questurini con tanto di bombetta in testa, striscia e annusa in lungo e in largo e fin sotto i tappeti persiani.

Personalmente preferisco lo stile inglese. È meno fragile, i personaggi son più di questa terra e reagiscono in modo quasi normale. C’è un maggior senso dell’atmosfera, si ha l’impressione che Cheesecake Manor esista realmente, tutt’intera, e non solo per quell’angolino preso di mira dall’obbiettivo; vi si compiono un maggior numero di passeggiate tra verdi colline erbose e gli eroi non paiono avere tutti appena finito di girare un provino per la MGM. Forse gli inglesi non sono i più grandi scrittori del mondo; sono, comunque, senza dubbio, i più grandi scrittori insulsi.

Ma, in complesso, del genere, c’è da affermare una sola cosa: in fin dei conti, le trame di questi romanzi non costituiscono problemi intellettualmente più validi di quanto la loro scrittura non costituisca opera d’arte. Sono troppo ingenue e macchinose, e ignorano proprio tutto di quello che succede a questo mondo. Si sforzano d’essere oneste, ma anche l’onestà è un’arte. Il cattivo scrittore riesce disonesto senza sospettarlo, lo scrittore mediocre può diventar disonesto perché non riesce a immaginare a quale proposito esercitare la propria onestà. Per lui un complicato piano d’assassinio, che ha lasciato con un palmo di naso il lettore pigro cui non va di scomodarsi a studiare i dettagli, dovrebbe lasciare con un palmo di naso anche la polizia il cui mestiere è proprio quello di occuparsi dei particolari.

I ragazzi con i piedi sulla scrivania sanno per esperienza che il caso più facile da risolvere è senz’altro quello in cui qualcuno ha cercato di fare troppo il dritto; il delitto che può procurare, invece, i più seri grattacapi è quello su cui qualcuno ci ha pensato sì e no due minuti, prima di compierlo. Ma se i romanzieri di questa scuola parlassero dei delitti che succedono veramente, sarebbero obbligati a dare, alle proprie pagine, il sapore della vita vissuta. E dato che non ne sono capaci, fanno finta di credere che fanno proprio quello che ci vuole. Presentano, insomma, come fosse assioma un enunciato che è invece ancora da dimostrare… E i migliori sanno benissimo di barare.

Nella prefazione al primo Omnibus of Crime, Dorothy Sayers scrive: “[Il romanzo poliziesco] non approda e, in teoria, non approderà mai alle sublimi vette della letteratura”. Poco più oltre spiega il perché: si tratta, dice, di “letteratura d’evasione” e non di “letteratura d’espressione.” Mah! Ignoro quali siano le sublimi vette della letteratura e ho il forte sospetto che lo ignorassero anche Eschilo e Shakespeare; sono, comunque, sicuro che lo ignori soprattutto la signorina Sayers. Se ci fosse un poco di giustizia a questo mondo (ma non ce n’è), quanto più grandioso il tema, tanto più grandioso dovrebbe essere lo svolgimento corrispondentegli. Eppure su Dio sono stati scritti libri d’una noia infinita, e possediamo invece volumetti veramente ottimi sull’arte di arrangiarsi senza troppa disonestà. Tutto sta sempre nello scrittore; l’approdo dipende esclusivamente dalle sue forze.

Quanto a letteratura d’espressione e a letteratura d’evasione, si tratta di terminologia critica, un usare parole astratte come se avessero un valore concreto. Se una cosa è scritta con vitalità esprime vitalità; non esistono argomenti poco fecondi, esistono, purtroppo, cervelli poco fertili. Ogni lettore evade da una realtà particolare nel mondo della carta stampata; possiamo discutere la qualità del sogno, ma la catarsi che provoca è una necessità funzionale. Ogni uomo deve sfuggire ogni tanto al ritmo mortale dei suoi pensieri. Fa parte della regola della vita degli esseri pensanti. È l’unico particolare che li distingua dal bradipo a tre dita, il quale, pare – ma chi può mai esserne proprio sicuro? – è perfettamente soddisfatto di spenzolarsi, a testa in giù, da un ramo senza legger neanche una riga di Walter Lippmann. Non pretendo di sostenere che il poliziesco offra l’evasione ideale. Dico soltanto che tutto quel che si legge per proprio piacere, si tratti di greco, di matematica, d’astronomia, di Benedetto Croce o delle memorie dell’uomo più meschino, costituisce evasione. Chi dice il contrario, è uno snob intellettuale, e sta all’asilo dell’arte della vita.

Non credo, tuttavia, che siano state considerazioni del genere a spingere la signorina Sayers a erigere il suo bel campione di futilità critica.

Sono più portato a supporre che le rincrescesse dover constatare che il tipo di poliziesco che le piaceva era una formuletta arida, inadeguata a rispettare le sue stesse premesse. Era letteratura di second’ordine perché non si occupava degli argomenti che avrebbero potuto farne letteratura di prim’ordine. Se la signorina Sayers avesse tentato di descrivere gente in carne e ossa (e ne sarebbe senz’altro capace… lo dimostrano i suoi personaggi secondari) avrebbe dovuto ben presto obbligar questa gente a rigiri irreali per ubbidire allo schema artificioso della vicenda. Ora, appena compie un gesto irreale, un personaggio smarrisce la sua concretezza. Diventa una marionetta, un innamorato di cartone, un delinquente di cartapesta, un detective di squisita ma inverosimile gentilezza. Per potersi ritenere soddisfatto di simili prerogative, uno scrittore deve assolutamente mancar d’informazioni sulla realtà. I romanzi di Dorothy Sayers dimostrano che la loro autrice aveva in uggia siffatta frattaglia: il lato più debole delle sue storie è proprio il lato poliziesco, i punti migliori son quelli che potrebbero venire enucleati senza neppure sfiorare il “problema logico–deduttivo.” Eppure Dorothy Sayers non ha saputo, o non ha voluto, fornire ai suoi personaggi una mente propria e permettere loro di creare con le proprie risorse l’avventura misteriosa. Per farlo, sarebbe stata necessaria una mentalità più semplice e lineare della sua.

In The Long Week–end, profonda e documentata descrizione della vita e dei costumi inglesi del decennio susseguente alla prima guerra mondiale, Robert Graves e Alan Hodges si interessano un tantino anche del poliziesco. Graves e Hodges sono inglesi e tradizionalisti come le glorie dell’età d’oro del poliziesco e nel loro volume si occupano proprio dell’epoca in cui queste glorie eran universalmente famose e i loro libri si smerciavano a milioni di copie, e venivano tradotti in dozzine di lingue. Erano state proprio quelle glorie a stabilir la formula, a fissar le regole e a fondare il celebre Detection Club, il parnaso degli scrittori polizieschi inglesi (l’elenco dei suoi membri comprende praticamente tutti gli autori importanti del genere, da Conan Doyle in poi). Eppure Graves e Hodges finiscono per concludere che un solo romanziere di prim’ordine si dedicò al poliziesco durante il periodo suddetto. Un americano: il suo nome è Dashiell Hammett. Per quanto tradizionalisti, Graves e Hodges non sono morbosi maniaci della produzione di second’ordine. Tutt’e due vedono quanto succede nel mondo e si rendono conto che gli scrittori polizieschi della loro epoca invece non s’accorgono di nulla; e inoltre sanno che chi è in grado di produrre libri veri non produce libri fasulli.

Non è facile, oggi, stabilire sino a che punto Hammett sia stato uno scrittore originale, ammesso che la cosa abbia importanza. Faceva parte d’un gruppo: di questo gruppo è stato l’unico a ottenere un riconoscimento dalla critica, ma di sicuro non è stato l’unico a scrivere, o a provarsi a scrivere, romanzi polizieschi realistici. È il destino di tutti i movimenti letterari: un singolo individuo a un certo punto viene prescelto a rappresentare l’intera scuola: di solito, è quello che accentra in sé ogni caratteristica e l’esprime alla massima potenza. Hammett è stato l’asso, ma nella sua opera non c’è nulla che non si trovi, allo stato potenziale, anche nelle prime novelle e nei racconti di Hemingway.

Per quanto ne so io, tuttavia, Hemingway può aver imparato qualcosa da Hammett, come Dreiser, Ring Lardner, Carl Sandburg e Sherwood Anderson. Da un certo giorno in poi si va svolgendo una specie di epurazione decisamente rivoluzionaria nel linguaggio e nel materiale della narrativa. Dev’esser cominciata con la poesia, di solito capita così. Fatela risalire a Walt Whitman, se vi va, ve lo concedo. Ma Hammett l’ha messa in atto nel poliziesco, genere che, per via della sua spessa crosta di nobiltà inglese e pseudonobiltà americana, era piuttosto riottoso a smuoversi.

A voler essere sincero, dubito proprio che Hammett avesse precise mire artistiche; secondo me, tentava semplicemente di sbarcare il lunario, scrivendo su argomenti su cui disponeva d’informazioni di prima mano. Qualcosa se l’è inventato, naturalmente, tutti gli scrittori lo fanno, ma le sue invenzioni eran sempre fondate: eran costruite su una serie di fatti reali. L’unica realtà che gli autori inglesi conoscessero, invece, era il linguaggio dei salotti di Surbiton o Bognor Regis. Ma se dissertavano di duchi o vetri di Murano, la loro esperienza diretta non era superiore a quanto il ben fornito magnate hollywoodiano sa degli impressionisti francesi che fanno bella mostra di sé nel suo castello di Bel–Air, o dello stipo–chippendale–con–deschetto–da–ciabattino–annesso che lui usa come tavolino da caffè. Hammett ha tirato fuori il delitto dal vaso di cristallo e l’ha buttato in mezzo alla strada: non è mica indispensabile che vi resti in eterno, ma è stata un’ottima idea allontanarlo il più possibile, tanto per cominciare, dal galateo di Emily Post e dai suoi precetti su come una compita debuttante debba deliziosamente mordicchiare un’aluccia di pollo.

Dal principio sino quasi alla fine, Hammett ha scritto pensando a gente che prendeva la vita di petto, aggressivamente. Gente che non aveva paura delle vecchie conoscenze ovvero dei lati oscuri dell’esistenza. Che non si sgomentava davanti alla violenza: nel quartiere dove questa gente abitava, la violenza era roba di ordinaria amministrazione. Hammett ha restituito il delitto alla gente che lo commette per ragioni concrete, e non semplicemente per fornire un cadavere a dei lettori. E questo delitto lo ha fatto compiere con mezzi accessibili, non con pistole da duello intarsiate, curaro e pesci tropicali. Ha messo sulla carta i suoi personaggi com’erano e li ha fatti parlare e pensare nella lingua che si usa, di solito, per questi scopi.

Aveva uno stile, ma il suo pubblico mica se ne rendeva conto: si esprimeva, infatti, in un linguaggio che, comunemente, non è ritenuto capace di raffinatezze. Gli spettatori avevano l’impressione di trovarsi davanti un melodrammone succulento, scritto nel gergo che credevano di parlare anch’essi. Era così, infatti, ma certo era anche molto di più. Tutti i linguaggi nascono dalla lingua parlata, dalla lingua che parlano gli uomini comuni, ma, quando si evolvono al punto di diventare un mezzo letterario, della lingua parlata conservano solo l’aspetto esteriore. Nella sua forma peggiore lo stile di Hammett è essenziale quanto una pagina di Marius the Epicurean, nella sua forma migliore è in grado di esprimere praticamente tutto. Sono convinto che questo stile, non personale di Hammett né di alcun altro in particolare, ma patrimonio espressivo americano (e ormai neppure più esclusivamente americano) possa dire cose che Hammett non sapeva e forse neppure desiderava dire. Nelle sue mani non strideva, non lasciava echi, né evocava immagini sull’orizzonte lontano.

Si è accusato Hammett d’essere senza cuore, eppure tra i suoi romanzi preferiva quello che racconta della lunga devozione d’un uomo a un amico. Era scarno, controllato, crudo, ma rinnovò innumerevoli volte l’impresa che soltanto i grandi scrittori possono compiere: ha scritto scene che avevan l’aria di non essere mai state scritte prima.

Hammett, tuttavia, non ha distrutto il poliziesco classico. E chi potrebbe riuscirci? Il commercio richiede forme commerciabili. Per il realismo occorre troppo talento, troppo studio, troppa consapevolezza. Se mai, il poliziesco classico, Hammett l’avrà smussato in qualche punto e reso più mordente in qualche altro. È certo che, grazie a lui, tutti i tradizionalisti, naturalmente esclusi i più stupidi, come i più sfacciati, si rendono maggiormente conto dell’innaturalezza del loro lavoro.

Hammett, inoltre, ha fornito la dimostrazione che il poliziesco può essere letteratura “seria.” The Maltese Falcon può essere un’opera geniale o no, ma un’arte che è capace di produrre un’opera come questa non soffre “in teoria” di alcuna inibizione. Se un romanzo poliziesco arriva a essere così bello, soltanto i topi di biblioteca s’intesteranno a negargli la possibilità di essere ancor più bello.

Altra azione meritoria compiuta dal nostro Hammett è stata quella di rendere il poliziesco un genere di narrativa che si scrive con piacere, e non una massacrante caccia alla concatenazione degli indizi sballati. Senza di lui, come avrebbe potuto esistere un intelligente poliziesco regionale quale Inquest di Percivald Wilde o un acuto saggio d’ironia come Verdict of Twelve di Raymond Postgate? O uno sfrenato esempio di virtuosismo intellettuale come The Dagger of Mind di Kenneth Fearing? Non ci sarebbe stata una tragicomica idealizzazione dell’assassino come Mr. Bowling Buys a Newspaper di Donald Henderson, e forse neppure un’allegra, sconcertante, misteriosa pagliacciata hollywoodiana come Lazarus n. 7 di Richard Sale.

Certo, lo stile realistico è facilmente malmenabile. Per fretta, per incoscienza, per incapacità a superare l’abisso spalancantesi tra quanto lo scrittore vorrebbe arrivare a dire e quanto è realmente in grado di dire. È facile tradirlo. Scambiando brutalità per forza, impertinenza per umorismo, dimenticando che un eccesso di tensione può risultar tedioso come un eccesso di banalità e che i lascivi commerci con le bionde di facili costumi possono dare un autentico fastidio quando la descrizione è opera di adolescenti avidi solo di descrivere commerci lascivi con bionde di facili costumi. Di questa roba se n’è vista tanta, che se, in un poliziesco, un qualche eroe da strapazzo dice yeah invece di yes, l’autore viene issofatto catalogato tra i seguaci di Hammett.

C’è, inoltre, in giro un considerevole numero di persone pronte a sostenere che Hammett non avrebbe per nulla scritto libri polizieschi ma solo cronache aspre e crudeli di bassifondi: cronache nere con dentro, negligentemente avvoltolato, un qualche elemento di mistero, freddo e non sentito, come un’oliva in un martini. Questo lo dicono le vecchie signore affannate e confusionaria d’ambo i sessi (o prive d’ambo i sessi) fanatiche dei delitti profumati di magnolia e desiderose di non sentirsi rammentare a ogni piè sospinto che un assassinio è un atto d’insopportabile crudeltà, anche se chi lo compie ha l’aspetto d’un play–boy, d’un professore universitario o di un’adorabile signora dall’aria materna e dai soffici capelli inargentati a lente dosi.

E sopravvivono pure alcuni sparuti campioni del mistero classico intestarditi a sostenere che un poliziesco è indegno di rispetto se non propone un problema preciso e non vi accomoda tutt’intorno gli indizi accuratamente, scrupolosamente etichettati. Costoro fanno notare, a esempio, che durante la lettura di The Maltese Falcon, tutti se ne fregano altamente di chi abbia accoppato il socio di Spade, Archer (ossia dell’unico motivo tradizionale della storia), perché l’attenzione del lettore è continuamente calamitata da qualcos’altro. In The Glass–key invece, al lettore vien ricordato sino all’ossessione che bisogna scoprire chi abbia fatto fuori Taylor Henry, eppure l’effetto che si ottiene è esattamente lo stesso: movimento, curiosità, trepida incertezza. E, intanto, a poco a poco affiora la personalità di un uomo. In The Glass–key, in parole povere, si trovano tutti gli argomenti che il romanzo poliziesco è in diritto di trattare. Il resto è un gioco da salotto.

Ma tutto questo (Hammett compreso) secondo me non basta. Il realista poliziesco narra d’un mondo in cui i gangsters possono dominare le nazioni e poco manca non governino le città, un mondo in cui gli hotels, le case albergo, i ristoranti famosi appartengono a individui che hanno fatto fortuna con la gestione di bordelli, un mondo in cui una diva può far da palo a una gang e l’affascinante gentiluomo che abita in fondo al pianerottolo può essere a capo d’un giro di scommesse clandestine; un mondo in cui un magistrato con la cantina straripante di alcool di contrabbando può mandare in galera un tale pescato con un mezzo litro in tasca, un mondo in cui il sindaco della nostra città può per danaro chiudere un occhio, o tutti e due, su un assassinio, un mondo in cui nessuno può esser sicuro nel percorrere una strada buia, perché ordine e legge son parole che ricorrono sulle nostre labbra ma che la nostra condotta non rispetta; un mondo in cui si può assistere a una rapina in pieno giorno e vedere anche chi la compie ma poi ci s’affretta a scomparire tra la massa per non doverne riferire a nessuno, perché i rapinatori possono godere di amicizie provviste di pistola e arrivar lontano e, in ogni caso, l’avvocaticchio della difesa avrebbe il diritto di coprirci di fango da capo a piedi e di vituperare il nostro nome, in pieno tribunale, davanti a una giuria di coglioni assortiti, senza che il presidente infognato nella politica muova un dito per proteggerci.

Non è un mondo molto profumato, ma è il mondo in cui dobbiamo vivere; e certi scrittori rudi e violenti, forniti di fredda capacità d’analisi possono trarne canovacci interessanti e persino divertenti. Non è strano che un uomo venga ammazzato, ma è strano, a volte, che venga ammazzato per così poco e che la sua morte sia il marchio di quella che chiamiamo civiltà. A me, però, non basta.

Nell’arte occorre sempre un principio di redenzione. Può esser pura tragedia se è alta tragedia, può essere ironia, pietà o l’aspro riso del forte. Ma sulla strada dei criminali deve camminare un uomo che non è un criminale, che non è un tarato, che non è un vigliacco. Nel poliziesco realistico quest’uomo è il detective. È l’eroe, è tutto. Un uomo completo, un uomo comune eppure un uomo come se ne incontrano pochi. Dev’essere, per usare un’espressione un poco abusata, un uomo d’onore; per istinto, per necessità, per impossibilità a tralignare. Dev’esserlo senza pensarci e, certamente, senza mai parlarne troppo. Il miglior uomo di questo mondo è abbastanza buono anche per qualsiasi altro mondo. Non m’interessa la sua vita privata; non è un eunuco e non è un satiro, se è questo che volete sapere. Lo immagino capace di sedurre una duchessa, ma posso garantire che non deflorerebbe una vergine; se uno è uomo d’onore in una cosa, lo è anche in tutte le altre.

È relativamente al verde; e se no, perché farebbe l’investigatore privato? È un uomo comune, se no non riuscirebbe a mescolarsi alla gente comune. Ha un vero fiuto psicologico, se no il suo mestiere non potrebbe farlo come lo fa, cioè bene. Non accetta soldi sporchi da nessuno e da nessuno subisce insolenze senza prendersi una giusta e fredda vendetta. È un solitario e il suo orgoglio consiste proprio nel farsi rispettare come orgoglioso; chi non lo rispetta dovrà pentirsi, e anche amaramente, di essergli capitato tra i piedi. Parla come un uomo del suo tempo, ovvero con ruvido umorismo e un senso assai vivo del grottesco che ci circonda, col disgusto per l’insincerità e un sovrano disprezzo per le miserie umane.

Il romanzo, il racconto è l’avventura di quest’uomo alla caccia di una verità nascosta, e non sarebbe avventura se non toccasse a un uomo fatto apposta per affrontare l’avventura. La prontezza con cui il nostro eroe sa rendersi conto di un’infinità di cose può sorprenderci, ma è sua, di diritto; appartiene, infatti, al mondo in cui quest’uomo vive. Se di tipi come lui ce ne fossero in giro di più, sono convinto che questa terra sarebbe un posto probabilmente non molto sicuro, ma neppure tanto noioso da far venire la voglia di togliere il disturbo.

[1944]

Ancora sul poliziesco

A qualche amatore di stranezze dell’antiquariato letterario potrebbe un giorno venire in mente di scorrere gli archivi delle riviste poliziesche fiorite tra il venti e il trenta e di tentare la definizione di come e quando e per quali gradi la narrativa poliziesca si spogliò delle buone maniere per diventare selvatica. Ebbene, gli ci vorranno occhi acuti e mente aperta per ottenere un qualche risultato: la carta di quelle riviste non ha mai sognato posterità e la maggior parte di esse ha ormai assunto un color bruno sporco. Saranno necessari occhi molto acuti e mente molto aperta per guardare oltre le irritanti copertine di pessimo gusto, i titoli balordi, la quasi insopportabile pubblicità, e riconoscere la forza autentica d’un genere narrativo che, pur essendo manierato e artificioso al massimo, al confronto ha fatto apparire la gran parte della prosa dell’epoca scipita come una tazza di consommé tiepido in una sala da tè per zitelle.

Non voglio con questo stabilire un’equazione tra forza e violenza sebbene in questi racconti ci siano troppi morti ammazzati e il loro trapasso venga celebrato con un’attenzione troppo fedele al particolare. Certo, non si tratta di finezze di stile, poiché qualsiasi tentativo in tal senso sarebbe stato segnato con la matita blu dalla spietata redazione della rivista. Né era questione di grande originalità di intrecci o personaggi: la maggior parte degli intrighi era banale e i personaggi quasi sempre primitivi. O forse la loro forza stava proprio in quell’odor di paura che storie simili miravano a suscitare? I personaggi vivevano in un mondo malconcio, un mondo in cui, molto prima della bomba atomica, la civiltà aveva già creato la macchina per distruggersi e stava imparando a usarla con la stessa stupida delizia d’un gangster che s’esercita col suo primo mitra. La legge era qualcosa da potersi manipolare per profitto o prepotenza. Le strade erano oscurate da qualcosa di più buio della notte. La narrativa poliziesca diventò dura e cinica quanto a moventi ed eroi, ma non era davvero cinica negli effetti che cercava di produrre né nella tecnica che usava per produrli. Pochi furono i critici eccezionali che lo capirono a quel tempo: non ci si poteva aspettare di più, del resto. Il critico normale non capisce mai un’opera d’arte nel momento in cui gli si presenta. Può spiegarla soltanto quando ormai è stata accettata e codificata come tale dagli altri.

La base emotiva del racconto poliziesco tipico era sempre consistita nella scoperta del colpevole e nel compimento della giustizia. La base tecnica si era sempre esplicata nella relativa insignificanza di quanto non pertinesse alla conclusione, alla soluzione finale: la conclusione giustificava tutto, il resto era solo mezzo, passaggio. Nei racconti tipo Black Mask, invece, l’episodio prevale sulla trama, e si giudica buon intreccio quello che permette buone scene. La storia ideale è quella che leggereste anche se mancasse la fine. Noi che abbiamo cercato di scrivere storie di questo genere la pensavamo come gli autori di cinema. Quando arrivai a Hollywood, un produttore molto intelligente mi disse che da una storia poliziesca non si poteva trarre un film di successo perché il suo climax risiede nello scioglimento finale, e che questo, sullo schermo, non occupa più di pochi attimi e proprio mentre il pubblico già sta cercando il cappello. Sbagliava, ma perché pensava al genere sbagliato di narrativa poliziesca.

Quanto alla base emozionale della narrativa hard–boiled, è chiaro che non si può credere alla scoperta del colpevole e al compiacimento della giustizia – a meno che a far trionfare la medesima non ci si metta qualcuno di temperamento deciso. Le nostre storie parlavano, appunto, di tali individui. Erano rappresentati come duri, e quanto facevano, fossero agenti di polizia o investigatori privati o giornalisti, era lavoro duro, pericoloso. E non era difficile trovare un lavoro del genere. Ce n’era un mucchio, intorno. E non scarseggia neanche adesso. Indubbiamente le storie di quegli individui possedevano almeno un elemento fantastico. Fatti del genere succedevano, ma non così in fretta né dentro un giro così ristretto di persone e neppure secondo uno schema logico tanto rigoroso. La ragione è che a noi autori si richiedeva azione ininterrotta: se ci fermavamo a pensare, eravamo perduti. Avevi un dubbio? Subito far entrar qualcuno con in pugno una pistola. Sembrerà assurdo, ma a me, se mi rimproverano cose di questo genere, non fa né caldo né freddo. A mio parere uno scrittore che abbia paura di rischiare esagerando un po’, non è meno inadatto al suo mestiere di un generale che abbia paura di perdere. Quando prendo in esame i miei racconti, sarei stupido se non desiderassi che fossero migliori. Ma se fossero stati davvero migliori, nessuno me li avrebbe pubblicati. Se la formula fosse stata un poco meno rigida, molti libri di quel tempo avrebbero potuto sopravvivere. Alcuni di noi hanno cercato di rompere gli schemi, di uscirne, ma di solito venivano riacciuffati e rispediti indietro. Uscire dagli schemi di una formula senza distruggerla è il sogno di ogni scrittore popolare che non sia un mercenario disperato. Nelle mie storie ci sono cose che mi piacerebbe cambiare o tagliare. Può parere facile, in teoria, ma provateci, e scoprirete che, in pratica, è impossibile. Non riuscirete che a distruggere quanto c’è di buono, senza ottenere nessun effetto sul cattivo. Non potrete recuperare il clima, lo stato d’innocenza e tanto meno il gusto animalesco posseduto quando non possedevate quasi nient’altro. Tutto quello che uno scrittore può imparare sull’arte o l’abilità del narrare sottrae appena un poco al suo bisogno, al suo generico desiderio di scrivere. Alla fine, quando ha imparato tutti i trucchi, scopre di non aver più nulla da dire.

Circa la qualità letteraria delle mie prove, sono autorizzato a presumere, dalla celebrità del mio editore, di non aver bisogno d’ostentare una disgustosa umiltà. Come scrittore non sono mai stato capace di comportarmi con lo zelo e la smisurata seriosità che sono tra le caratteristiche più penose del mestiere. E sono stato fortunato a evitare ciò che il Punch (credo) ha definito “quella forma di snobismo che accetta la Amena Letteratura per il passato ma la rifiuta per il presente”. Tra le scemenze monosillabiche dei fumetti e le anemiche sottigliezze dei letterati esiste una vasta zona d’intervallo in cui la narrativa poliziesca può costituire (o non costituire) un grosso fatto. C’è chi la detesta in ogni sua forma. C’è chi l’apprezza solo se mette in scena personaggi simpatici (”Chi l’avrebbe mai pensato, che la deliziosa signora Jones potesse tagliar la testa al marito con un coltello da cucina? E lui, un signore così distinto!”) Certi ritengono violenza e sadismo termini intercambiabili; altri considerano la narrativa poliziesca una sottoletteratura, basandosi sul pretesto (debole) che solitamente non è impalchettata e ingarbugliata di subordinate, ha una punteggiatura disinvolta e non fa uso di congiuntivi ipotetici. Certi poi leggono la letteratura gialla solo quando sono stanchi e malati e, dal numero di romanzi polizieschi che son capaci di consumare, c’è da credere che siano quasi sempre o stanchi o malati. Ci sono anche i fanatici della deduzione pura (e di questi ho parlato altrove) o i maniaci sessuali, incapaci di far entrare nel loro cervellino in subbuglio il semplice fatto che il detective cartaceo è solo un catalizzatore e non un Casanova. I primi vogliono una piantina di Greythorpe Manor con l’esatta ubicazione dello studio, della sala d’armi, dell’ingresso principale, della scala e di quel tal passaggio che conduce a quella tale stanzetta sinistra dove il maggiordomo lucida gli argenti georgiani, muto e a labbra serrate, in attesa del tuono del Giudizio universale. I secondi invece sono convinti che la minor distanza tra due punti sia quella tra una bionda e il letto.

Non c’è autore che possa accontentarli tutti, e neppure che ci si provi mai. Le storie qui raccolte sono state buttate giù senza la presunzione di accontentare tutti; e per giunta radunate insieme dieci anni dopo la loro stesura originale. Quella poliziesca è una specie di narrativa cui non si addice l’ombra del passato, non è molto rispettosa per gli antenati, non ha il culto dei classici. È più che improbabile che uno scrittore contemporaneo possa produrre un romanzo storico migliore di Henry Esmond, una storia per ragazzi migliore di The Golden Age, una pittura sociale più acuta di Madame Bovary, una più armoniosa ed elegante evocazione di The Spails of Poynton, un intreccio più ampio e ricco di Guerra e pace o dei Fratelli Karamazov. Ma una storia poliziesca più plausibile di Il mastino dei Baskervilles o di La lettera smarrita non dovrebbe essere poi tanto difficile da costruire. Oggi, tutto sommato, la cosa più difficile sarebbe non costruirla. Non esistono i “classici” del delitto e dell’indagine. Neppure uno. Classico è il testo che esaurisce tutte le possibilità della forma e non può essere superato. Nessun racconto o romanzo poliziesco ci è ancora giunto. Qualcuno, pochi, ci sono passati vicino. Ecco una ragione per cui anche gente che la pensa in tutt’altro modo non smette di assaltare la roccaforte.

[1950]

Raymond Chandler 


I ricattatori non sparano (1933)

1.

L’uomo col vestito color blu cenere (che non sembrava color blu cenere alle luci del Club Bolivar) era alto, con occhi grigi distanti, naso sottile, mascelle quadrate. Aveva capelli ricci e neri, con una sfumatura di grigio leggera, quasi applicata da una mano incerta; e una bocca piuttosto delicata. I vestiti gli si attagliavano come se avessero un’anima loro, e non soltanto un passato dubbio.

Si chiamava Mallory.

In una mano, tra le dita forti e ben fatte, teneva una sigaretta. Si appoggiò completamente con l’altra mano sulla tovaglia bianca e disse:

“Le lettere vi costeranno dieci biglietti da mille, signorina Farr. E non è troppo.”

Guardò per un istante la ragazza davanti a lui; poi guardò, oltre i tavoli vuoti, la pedana centrale, dove le ballerine si muovevano al variare delle luci colorate. I clienti s’affollavano talmente intorno alla pedana, che i camerieri, tutti sudati, dovevano tenersi in equilibrio come funamboli per riuscire a passare fra i tavoli. Ma vicino al luogo dove stava seduto Mallory erano soltanto quattro persone.

Una bruna slanciata beveva qualcosa a un tavolo, davanti a un uomo il cui collo, grasso e rosso, luccicava di peluria madida di sudore. La donna guardava accigliata nel proprio bicchiere, e si trastullava con una grossa fiaschetta d’argento che teneva in grembo. Un po’ più in là, due uomini seri e annoiati fumavano sigarette lunghe e sottili, senza parlare.

Mallory disse pensieroso: “Dieci biglietti da mille vanno bene, signorina Farr.”

Rhonda Farr era molto bella. Per l’occasione, era tutta in nero, a eccezione del collo di pelliccia bianca, leggera come piuma, sul mantello da sera, a eccezione della parrucca bianca che la faceva sembrare molto bambina, mentre nell’intenzione era un travestimento. I suoi occhi erano azzurri come i fiordalisi, la sua pelle era adatta ai sogni di un vecchio libertino.

Disse rabbiosamente, senza alzare la testa: “È ridicolo.”

“Perché è ridicolo?” chiese Mallory: aveva un’espressione tra sorpresa e annoiata.

Rhonda Farr sollevò il capo e gli lanciò uno sguardo duro come il marmo. Poi prese una sigaretta da una scatola d’argento che stava aperta sul tavolo, e la introdusse in un lungo bocchino, pure nero. Proseguì:

“Le lettere d’amore di una stella del cinema? Sono calate di prezzo. Il pubblico non è più una cara vecchietta dai mutandoni col pizzo.”

I suoi occhi azzurri brillarono sprezzanti. Gli occhi di Mallory erano freddi.

“Però siete corsa qui per parlarne, senza perder tempo,” disse; “e con uno sconosciuto.”

Agitò con grazia il bocchino e rispose: “Debbo aver avuto un attimo di pazzia.”

Gli occhi di Mallory sorrisero. Non senza che le labbra si muovessero. “No, signorina Farr. Avete un’ottima ragione. Volete che ve la dica?”

Rhonda Farr lo guardò adirata. Poi guardò altrove, come se lo avesse dimenticato. Sollevò la mano, nella quale teneva il bocchino, e ostentatamente se la contemplò. Era una bella mano, senza anelli. Le belle mani sono rare come gli alberi di palissandro in fiore, in una città in cui le facce graziose sono comuni come le smagliature nelle calze da un dollaro.

Voltò il capo, sbirciò la bruna accigliata e, dietro a quella, l’assembramento intorno alla pedana. L’orchestra imperversava sdolcinata e monotona.

“Non posso soffrire questi posti. Sembra che esistano solo dopo il tramonto, come gli orchi. La gente qui è dissoluta senza grazia, e pecca senza ironia.” Abbassò la mano sulla tovaglia bianca. “Oh, sì, le lettere… Che cosa le rende così pericolose, ricattatore?”

Mallory rise. Aveva un riso squillante con una sfumatura di durezza, quasi uno stridore. “Siete un bel tipo,” disse. “Le lettere forse non lo sono tanto. Soltanto volgare pornografia. Le memorie di una ragazzina che è stata sedotta e non può fare a meno di parlarne.”

“Ecco una porcheria,” disse Rhonda Farr con voce vellutata e gelida.

“È l’uomo cui sono state scritte che le rende importanti,” continuò freddamente Mallory. “Un mascalzone, un giocatore, uno che non bada al sottile per far soldi. Eccetera. Un tale cui non potreste parlare in pubblico senza perder subito la vostra posizione.”

“Ma io non gli parlo, ricattatore. Non gli parlo da anni. Landrey era un buon ragazzo, quando l’ho conosciuto. La maggior parte di noi ha nel proprio passato qualcosa che preferirebbe non approfondire. E nel mio caso, il passato è proprio passato.”

“Ah sì? Datela a bere a un altro,” disse Mallory con una improvvisa risata. “Lo avete appena cercato per chiedergli di aiutarvi a riavere le vostre lettere.”

Lei alzò la testa di scatto. La sua faccia sembrò andare a pezzi, quasi fosse diventata soltanto un insieme di tratti senza controllo. I suoi occhi parvero preludere a un grido… ma soltanto per un secondo. Quasi istantaneamente riprese il controllo su se stessa. Sembrava che i suoi occhi avessero perso il loro colore, fossero diventati grigi quasi come quelli di lui. Posò con cura esagerata il bocchino nero e intrecciò le dita. Le nocche erano bianche.

“Conoscete tanto bene Landrey?” chiese amaramente.

“Forse sono soltanto uno che va in giro parecchio, e scopre le cose per caso… Vogliamo trattare o andare avanti a mostrarci i denti?”

“Dove avete preso le lettere?” La sua voce era ancora dura e amara.

Mallory scrollò le spalle. “Non si dicono cose di questo genere nei nostri affari.”

“Ho un motivo per chiederlo. Altra gente ha tentato di vendermi queste maledette lettere. Ecco perché sono qui: per curiosità. Ma anche voi sarete uno di loro, e cercate di convincermi alzando il prezzo.”

Mallory disse: “No; io lavoro per conto mio.”

Lei annuì. La sua voce era poco più di un bisbiglio. “Questo rende la faccenda più simpatica. Può darsi che qualcuno dotato di una certa intelligenza abbia pensato a un’edizione privata delle mie lettere. Fotocopie… Be’ non ho intenzione di pagare. Non mi gioverebbe in alcun modo. Io non tratto, ricattatore. Per quanto mi riguarda potete scegliere la prima notte buia per annegarvi, voi e le vostre sporche lettere!”

Mallory arricciò il naso, poi se lo guardò torcendo gli occhi, con un’aria di profonda concentrazione. “Ben detto, signorina Farr. Ma questo non serve a niente.”

“Non era nelle intenzioni. Potrei esprimermi meglio. E se avessi pensato a portare la mia pistola – ha il manico di madreperla – avrei potuto esprimermi a colpi di pistola e cavarmela ugualmente. Ma non è questo il tipo di pubblicità che cerco.”

Mallory alzò due delle sue dita sottili e le esaminò con aria critica. Sembrava divertito, quasi soddisfatto. Rhonda Farr posò la mano sulla sua parrucca bianca, ve la tenne un momento, poi la riabbassò. Un uomo seduto a un tavolo un po’ più in là si alzò improvvisamente e si diresse verso di loro.

Avanzava in fretta, camminando con passo agile e leggero e teneva contro la coscia un morbido cappello nero. Era tutto azzimato, in abito da pranzo.

Mentre l’uomo si avvicinava, Rhonda Farr disse: “Non pensavate che sarei venuta sola, no? Non vado sola nei ritrovi notturni.”

Mallory sogghignò. “Non avreste dovuto averne bisogno, bambola,” disse seccamente.

L’uomo arrivò al tavolo. Era piccolo, ben messo, scuro di capelli. Aveva baffetti neri, lucidi come seta e quel chiaro pallore che i latini apprezzano più dei rubini.

Con gesto lento, abbastanza melodrammatico, si chinò sul tavolo e prese una delle sigarette di Mallory dall’astuccio d’argento. L’accese con un gesto fiorito.

Rhonda Farr portò una mano alla bocca e sbadigliò. Poi aprì le labbra a un sorriso senza allegria, guardò Mallory e disse: “Ehilà, dritto.”

Aveva occhi scuri, quasi opachi, ma con lampi di luce calda. Rhonda Farr si strinse nel mantello, annuì leggermente, abbozzò un breve sorriso sarcastico sulle labbra delicate e si allontanò negli spazi liberi fra un tavolo e l’altro. Avanzava con la fronte alta e orgogliosa, con la faccia un po’ pensosa e circospetta di una regina in pericolo. Non senza paura, ma con sdegno. Una buona interpretazione.

I due uomini annoiati le diedero un’occhiata improvvisamente interessata. La bruna accudiva tetramente al compito di versarsi una dose di whisky capace di far crollare un cavallo. Quello dal grasso collo sudato, a quanto pareva, s’era addormentato.

Rhonda Farr salì i cinque scalini coperti d’un tappeto rosso, che conducevano all’atrio, oltrepassò un capocameriere, che s’inchinò, e sparve dietro una tenda dorata.

Mallory la osservò scomparire, poi guardò Erno. Disse: “Be’, pezzo da forca, a che stai pensando?”

Lo disse beffardamente, con un sorriso freddo. Erno si irrigidì. La sua mano sinistra, inguantata, scosse la sigaretta che teneva fra due dita, tanto che ne cadde un po’ di cenere.

“Stai scherzando, dritto?” chiese rapidamente.

“Su che cosa, pezzo da forca?”

Macchie rosse apparvero sulle pallide guance di Erno. Gli occhi diventarono due sottili fessure nere. Mosse un poco la mano destra, senza guanto, e piegò le dita tanto da far brillare le sue unghie rosa. Poi disse con voce opaca:

“Certe lettere, dritto. Dimenticale! Roba vecchia, roba vecchia!”

Mallory lo guardò con interesse studiato e cinico, e si passò le dita fra i crespi capelli neri. Poi disse adagio:

“Forse non so di che cosa parli, nano.”

Erno rise. Un riso metallico, sforzato e pernicioso. Mallory conosceva quel genere di riso; in certi posti faceva da preludio alla musica di una pistola. Osservò la mano destra di Erno piccola e mobile. Poi parlò in tono aspro.

“Sta’ alla larga, testa calda. Potrei decidere di spolverarti le labbra a schiaffoni.”

Il viso di Erno si contrasse. Le macchie rosse divennero ancor più visibili sulle sue guance. Sollevò la mano che teneva la sigaretta, la sollevò lentamente, e lanciò la sigaretta accesa dritto in faccia a Mallory. Mallory mosse un poco la testa e il piccolo cilindro bianco descrisse un arco sopra le sue spalle.

La sua faccia magra e fredda era senza espressione. Con tono lontano e profondo, come se fosse un’altra voce a parlare disse:

“Attenzione, pezzo da forca. C’è gente che si ritrova nei guai per cose come queste.”

Erno rise con lo stesso riso metallico e beffardo. “I ricattatori non uccidono, dritto, vero?”

“Vattene, lurido nano spagnolo.”

Le parole, il tono freddamente beffardo, fecero infuriare Erno. La mano destra ebbe un guizzo improvviso, come un serpente che si avventi a mordere, ed estrasse una pistola dal fodero sotto il braccio. Poi Erno stette immobile, con lo sguardo fisso. Mallory si piegò leggermente in avanti, con le mani sul bordo del tavolo, e le dita piegate al di sotto del bordo. Agli angoli della sua bocca apparve un sorriso pallido.

La bruna emise un grido sordo, non forte. Il colore abbandonò le guance di Erno, che rimasero pallide, emaciate. Con voce sibilante per l’ira disse: “Benissimo, dritto. Andremo fuori. Marsc…!”

Uno degli uomini annoiati, tre tavoli più in là, fece un piccolo movimento senza significato. Per quanto piccolo, non sfuggì all’occhio di Erno. Il suo sguardo si distolse per un attimo e il tavolo lo colpì nello stomaco gettandolo a terra.

Il tavolo era leggero, ma Mallory non era un peso piuma. Ci fu un complicato rumore sordo. Alcuni piatti e dell’argenteria caddero a terra. Erno era stato proiettato sul pavimento col tavolo sulle gambe. La pistola andò a cadergli a pochi centimetri dalle mani annaspanti. La sua faccia era convulsa.

Per un lungo momento fu come se la scena fosse stata racchiusa sotto una campana di vetro e non dovesse cambiare mai più. Poi la bruna strillò di nuovo, più forte. Tutto diventò un turbine di movimento. La gente si alzò in piedi da tutte le parti. Due camerieri alzarono le braccia al cielo e presero a urlare in puro napoletano. Un inserviente, dall’aria stanca e tutto sudato, accorse, più timoroso del capocameriere che della morte violenta. Un uomo paffuto e rosso in faccia con i capelli color grano, scese di corsa i gradini, agitando una manciata di menù.

Erno riuscì a liberare le gambe, barcollando si rimise in ginocchio ed afferrò la pistola. Si voltò sputando bestemmie. Mallory solo, indifferente in mezzo alla bolgia, si chinò e lasciò andare un violento pugno contro la debole mascella di Erno.

Ogni coscienza evaporò dagli occhi di Erno; si afflosciò come un sacco semivuoto di sabbia.

Mallory lo osservò attentamente per qualche secondo. Poi raccolse da terra il suo portasigarette. C’erano ancora due sigarette. Se ne pose una fra le labbra e mise via il portasigarette. Trasse alcuni biglietti dalla tasca dei calzoni, ne piegò uno nel senso della lunghezza e lo diede a un cameriere.

Si allontanò senza premura, verso i cinque scalini con il tappeto rosso, verso l’entrata.

Quello dal collo grasso aprì cautamente un occhio smorto. La bruna ubriaca si alzò in piedi traballando, con una specie di grido ispirato, afferrò con le piccole mani inanellate un recipiente pieno di cubetti di ghiaccio e, con discreta mira, li lasciò cadere sul ventre di Erno.

2.

Mallory uscì di sotto la tenda d’ingresso col suo cappello molle sotto il braccio. Il portiere gli lanciò uno sguardo interrogativo. Scosse il capo e camminò un po’ sul marciapiede curvo che costeggiava l’area semi circolare del posteggio privato. Si fermò al termine della curva, nell’oscurità, pensando. Dopo un momento una Cadillac gli passò accanto, adagio.

Era una macchina grande, enorme perfino per lo sfarzo studiato di Hollywood. Passò sotto le luci dell’entrata scintillando come il corpo di ballo di una rivista di lusso, poi tornò opaca, grigia e argento. Un autista in livrea teneva il volante, impettito come un manichino, con un berretto a visiera a sghimbescio su un occhio. Rhonda Farr sedeva sul sedile posteriore con la rigida immobilità di una figura di cera.

L’automobile scivolò silenziosa giù per il vialetto di ingresso, passò fra due tozzi pilastri di pietra e si perdette fra le luci del viale. Mallory si mise il cappello distrattamente.

Qualcosa si mosse dietro di lui, nell’oscurità, fra gli alti cipressi. Lui si girò di scatto e alla debole luce scorse la canna di una pistola.

L’uomo che impugnava la pistola era molto alto e grosso. Aveva un cappello di feltro all’indietro sulla testa, e una specie di indefinibile soprabito gli scendeva sulla pancia. Una vaga luce proveniente dall’alto illuminò due folte sopracciglia, un naso a uncino. Un altro uomo stava dietro di lui.

Disse: “Questa è una berta, amico. Fa pum–pum e la gente casca giù. Vuoi provare?”

Mallory lo guardò senza espressione, replicò: “Cerca di crescere, piedipiatti. Che commedia è questa?” L’omone rise. Il suo riso aveva un suono sordo, come quello del mare che si frange sugli scogli nella nebbia. Disse con evidente sarcasmo:

“Quest’intelligentone ci ha riconosciuto, Jim. Uno di noi deve aver l’aria da poliziotto.” Dette un’occhiata a Mallory e aggiunse: “T’abbiamo visto minacciare un poveretto indifeso con la pistola, là dentro. Ti par bello?”

Mallory gettò via la sigaretta, e ne seguì la traiettoria nel buio. Disse studiatamente:

“Basterebbero venti dollari a farvi veder le cose sotto un’altra luce?”

“Non stanotte. Qualunque altra notte, ma non stanotte.”

“Cento?”

“Nemmeno.”

“Questo,” disse Mallory, “dev’essere un affare di stato.”

L’omone rise di nuovo e si avvicinò. L’uomo che gli stava dietro sbucò dall’ombra e piantò una mano grassoccia sulla spalla di Mallory. Mallory si scansò da un lato, senza muovere i piedi, la mano lo lasciò. Disse: “Tieni giù le zampe, piedipiatti!”

L’altro emise uno strano suono gutturale. Qualcosa sibilò nell’aria. E qualcosa colpì molto forte Mallory dietro l’orecchio sinistro. Cadde in ginocchio. Rimase così per un momento, ondeggiando e scuotendo violentemente la testa. Poi la vista gli si rischiarò, e poté distinguere i disegni a losanghe del marciapiede. Allora si rimise in piedi piuttosto lentamente.

Guardò quello che lo aveva colpito con uno sfollagente e lo insultò con voce dura e sorda e con tale intensità e violenza da fare indietreggiare l’uomo, il quale continuava ad aprire e chiudere fiaccamente la bocca come gomma fusa.

L’omone disse: “All’inferno, Jim! Per che diavolo lo hai fatto?”

L’uomo chiamato Jim si portò alla bocca la mano grassoccia e si morse il pugno. Poi si ficcò lo sfollagente nella tasca laterale della giacca.

“Lascia perdere!” disse. “Prendiamoci questo figlio di… e andiamo. Ho bisogno di bere.”

Si inoltrò nella via, Mallory si volse adagio e lo seguì con lo sguardo, soffregandosi la testa da una parte. L’omone mosse la pistola e disse col tono d’un uomo d’affari:

“Andiamo, caro. Ora faremo una passeggiatina al chiar di luna.”

Mallory si mosse e l’omone gli si mise da una parte. L’uomo chiamato Jim gli si mise dall’altra e, dandosi un pugno nella bocca dello stomaco, ripeté:

“Ho bisogno di bere, Mac. Mi sento nervoso.”

L’omone disse bonariamente: “Ti credi d’essere solo, povero cocco?”

Raggiunsero un’automobile lunga, posteggiata vicino ai tozzi paracarri sul margine del viale. L’uomo che aveva colpito Mallory si mise al volante. L’altro fece sedere Mallory sul sedile posteriore e sedette accanto a lui. Tenendo la pistola sulle gambe, si spinse ancora più indietro il cappello e tirò fuori un pacchetto di sigarette tutto ciancicato. Si accese con cura una sigaretta, con la sinistra.

L’automobile procedette in un mare di luci, voltò un poco verso est, poi girò decisamente a sud e imboccò la lunga discesa. Le luci della città erano come uno sterminato mantello scintillante; le insegne al neon si accendevano e si spegnevano. Fra le nuvole più alte apparve il raggio languido di un riflettore.

“È così,” disse l’omone, facendo uscire il fumo dalle grosse narici “Ti abbiamo riconosciuto: stavi per vendere lettere false alla Farr.”

Mallory rise brevemente, senza allegria. Poi disse: “Voi piedipiatti mi date la nausea.”

L’omone sembrò pensare per un momento, guardando fisso davanti a sé. I fari che passavano proiettavano rapidi lampi sulla sua larga faccia. Dopo un po’ disse: “A ogni modo sei proprio tu. Nei nostri affari queste cose dobbiamo saperle.”

Gli occhi di Mallory diventarono piccoli nell’oscurità. Le sue labbra accennarono a un sorriso. Disse: “Che affari, poliziotto?”

L’omone spalancò la bocca, e la richiuse con un colpo secco. Poi disse: “Forse faresti meglio a parlare. È il momento giusto. Io e Jim siamo gente con cui si può trattare, ma abbiamo amici che non sono così affabili.”

Mallory disse: “E di che cosa dovrei parlare, tenente?” L’omone rise fra sé e non rispose. L’automobile oltrepassò il distributore di benzina a metà de La Cienega Boulevard, poi voltò in una via tranquilla, fiancheggiata da palme.

Si fermò a metà dell’isolato, davanti a un tratto di terreno non costruito. Jim spense il motore e i fari. Poi trasse dalla tasca dello sportello una bottiglia piatta e se la portò alla bocca, aspirò profondamente e passò la bottiglia dietro le spalle.

L’omone bevve un sorso, scosse la bottiglia e disse: “Dobbiamo aspettare qui un amico. Intanto chiacchieriamo un po’. Io mi chiamo Macdonald dell’ufficio investigativo. Tu stavi cercando di imbrogliare la signorina Farr. Poi è comparso il suo protettore e l’hai atterrato. Niente di male in questo: è piaciuto anche a noi. Ma quello che non ci è piaciuto, è il resto.”

Jim si voltò per riprendere la bottiglia di whisky, ne bevve un altro sorso e disse: “Questo liquore è schifoso.”

Macdonald continuò: “Eravamo stati chiamati per te. Ma non ci immaginavamo che tu giocassi così allo scoperto. Non ha senso.”

Mallory si appoggiò con un braccio a un fianco della macchina e guardò fuori il cielo calmo, azzurro, trapunto di stelle. Disse:

“Sai troppe cose, poliziotto. E non è la Farr che te le ha dette. Nessuna stella del cinema andrebbe dalla polizia per una faccenda di ricatti.”

Macdonald voltò la grossa testa. Gli occhi gli brillarono nell’oscurità della macchina.

“Non t’abbiamo detto da dove abbiamo preso le notte notizie, genio. Fatto sta che tentavi di truffarla, eh?”

Mallory disse con gravità: “La signorina Farr è una mia vecchia amica. Qualcuno sta cercando di ricattarla, ma non io. Io ho soltanto delle idee mie su questo affare.”

Macdonald disse in fretta: “E perché lo spagnolo ti ha puntato addosso la pistola?”

“Non gli andavo a genio,” disse Mallory con voce annoiata. “L’avevo trattato a male parole.”

Macdonald disse: “Vallo a raccontare al Kaiser.” Brontolò qualche altra cosa, arrabbiato.

L’uomo seduto al volante disse: “Dagli un pugno in faccia, Mac. Che se lo ricordi per un pezzo!”

Mallory allungò le braccia, muovendo le scapole come se fosse indolenzito a forza di stare seduto. Sentì la Luger pesargli sotto il braccio sinistro.

Disse adagio, con aria annoiata: “Dicevate che stavo vendendo delle lettere false. Che cosa vi fa credere che le lettere fossero false?”

Macdonald rispose piano: “Potrebbe darsi che sapessimo dove sono quelle autentiche.”

Mallory esclamò: “È quello che pensavo, poliziotto,” e rise.

Macdonald fece un movimento improvviso, alzò il pugno chiuso e lo colpì in faccia, ma non molto forte. Mallory rise di nuovo, poi si toccò con dita carezzevoli il punto dietro l’orecchio che gli bruciava.

“Ho colto nel segno, vero?” disse.

Macdonald imprecò adirato. “Forse sei soltanto un po’ troppo furbo, genio mio. Fra un po’ ce ne accorgeremo.” Tacque. L’uomo che sedeva al volante si tolse il cappello e si diede una grattatina nella zazzera di capelli grigi. Dei suoni staccati di clacson giunsero dall’isolato più avanti. Si vide un fascio di luce avvicinarsi perpendicolarmente alla strada. Dopo un momento due fari disegnarono un’ampia curva e proiettarono i loro raggi bianchi sotto le palme. Una massa scura avanzò fino a metà dell’isolato e si fermò presso il muro di fronte all’automobile. Le luci si spensero.

Un uomo venne fuori e attraversò la strada. Macdonald disse: “Ehi, Slippy. Com’è andata?”

L’uomo era un tipo alto e magro, con la faccia immersa nell’ombra di un cappello calato sugli occhi. Balbettava un poco nel parlare. Disse:

“Niente. Nessuno ha perso la testa.”

“Benissimo,” brontolò Macdonald. “Lascia là quella macchina e guida questa.”

Jim salì nella parte posteriore dell’automobile e si sedette alla sinistra di Mallory, premendogli contro con forza il gomito. Lo spilungone si piazzò al volante, accese il motore e guidò di nuovo verso La Cienega, poi a sud verso Wilshire, poi a ovest di nuovo. Guidava in fretta e bruscamente.

Attraversarono un incrocio senza badare al rosso, oltrepassarono un grosso cinematografo dalle luci quasi tutte spente e la gabbia di vetro della cassa completamente vuota; poi, attraverso Beverly Hills, raggiunsero la strada provinciale. Il rumore dello scappamento aumentò su per una lunga salita, con degli alti argini che fiancheggiavano la strada. Macdonald improvvisamente parlò:

“Ehi, Jim, ho dimenticato di perquisire il nostro amico. Tieni la berta un minuto.”

Si chinò su Mallory, vicinissimo a lui, alitandogli in faccia col fiato che sapeva di whisky. Una grossa mano gli palpò le tasche, l’interno della giacca vicino alle anche, il braccio sinistro. Si fermò un istante contro la Luger nel fodero sotto il braccio. Poi passò dall’altra parte e andò via.

“Benissimo, Jim. Niente pistole addosso al genio.”

Un lampo di meraviglia attraversò il cervello di Mallory fin nei più profondi recessi. Aggrottò le sopracciglia. Sentì la bocca arsa.

“Vi spiace se accendo una sigaretta?” chiese, dopo un momento.

Macdonald disse con ironica cortesia: “Perché mai dovrebbe spiacerci una cosuccia del genere, tesoro?”

3.

La casa d’appartamenti era situata su una collina sopra Westward Village, ed era nuova e d’aspetto piuttosto modesto. Macdonald, Mallory e Jim scesero là davanti, e l’automobile voltò dietro l’angolo e scomparve.

I tre uomini, attraversato un atrio tranquillo e oltrepassato un quadro di distribuzione presso il quale in quel momento non stava seduto nessuno, giunsero in ascensore al settimo piano. Percorsero un corridoio e si fermarono davanti a una porta. Macdonald trasse di tasca un passe–partout e aprì la porta. Entrarono.

Era una stanza nuovissima, molto luminosa e piena di fumo di sigaretta. I mobili erano coperti di stoffe a colori sgargianti, e il tappeto era un insieme di losanghe gialle e verdine. C’era un caminetto con sopra delle bottiglie.

Due uomini erano seduti a un tavolo ottagonale, con dei grossi bicchieri a portata di mano. Uno aveva i capelli rossi, le sopracciglia molto scure e una faccia pallidissima con degli occhi scuri e piccoli. L’altro aveva un orribile nasone a patata, era assolutamente privo di sopracciglia e i suoi capelli erano del colore dell’interno di una scatola di sardine. Questi depose adagio le carte che aveva in mano e attraversò la stanza con un ampio sorriso. Aveva un sorriso gioviale e un’espressione simpatica.

“Qualche seccatura, Mac?” disse.

Macdonald si grattò il mento e scosse la testa tristemente. Guardava l’uomo col nasone come se lo odiasse. L’uomo col nasone continuò a sorridere. Disse: “Perquisito?”

Macdonald abbozzò un sorrisetto e si avviò attraverso la stanza in direzione del camino e delle bottiglie. Disse in tono sgradevole:

“Quell’intelligentone non porta a spasso pistole. Lavora di testa. È un astuto.”

Riattraversò improvvisamente la stanza e colpì Mallory sulla bocca col dorso della mano rugosa. Mallory sorrise debolmente, ma non si mosse. Stava immobile davanti a un grosso divano giallognolo, costellato di orribili quadretti rossi. Teneva le braccia penzoloni, e il fumo della sigaretta gli si alzava di tra le dita per raggiungere la nuvola che già offuscava il ruvido soffitto a volta.

“Tieni le mani a posto, Mac,” disse l’uomo dal gran naso. “Hai fatto la tua parte. Tu e Jim filate, ora. Olio alle ruote, e via.”

Macdonald si arrabbiò: “Chi ti credi di essere per dare degli ordini? Io non mi muovo di qui finché quest’imbroglione non ha avuto ciò che gli spetta, Costello.” L’uomo chiamato Costello si strinse nelle spalle. L’uomo dai capelli rossi che stava al tavolo si voltò un pochino sulla sedia e osservò Mallory con l’aria impersonale di un collezionista che sta studiando un insetto infilzato. Poi prese una sigaretta da un grazioso astuccio nero e se la accese con calma con un accendisigari d’oro.

Macdonald ritornò presso il tavolino, versò in un bicchiere un po’ di whisky da una bottiglia quadrata, e lo bevve d’un fiato. Si appoggiò, accigliato, con le spalle al caminetto.

Costello si piantò in faccia a Mallory, facendo scricchiolare le nocche delle lunghe dita ossute.

Disse: “Da dove arrivi?”

Mallory lo guardò con aria sognante e si mise la sigaretta in bocca. “Dall’isola di McNeil,” rispose quasi divertito.

“Da quanto tempo?”

“Dieci giorni.”

“Perché eri dentro?”

“Per falso.” Mallory diede l’informazione con voce carezzevole.

“Mai stato qui prima?”

Mallory disse: “Ci sono stato. Non lo sapevi?”

La voce di Costello era gentile, quasi dolce. “No… non lo sapevo,” disse. “E che cosa sei venuto a fare, dieci giorni fa?”

Macdonald riattraversò la stanza, facendo dondolare le braccia. Colpì per la seconda volta Mallory sulla bocca, passando, per far questo, dietro le spalle di Costello. Un segno rosso si disegnò sulla faccia di Mallory, il quale scosse con forza la testa: i suoi occhi mandavano fiamme.

“Diavolo, Costello, questo moschino non viene da McNeil. Ti sta prendendo in giro.” Alzò la voce. “Questo intelligentone è solo un truffatore qualunque di Brooklyn o Kansas City… una di quelle città piene di teste calde dove i poliziotti sono tutti storpi.”

Costello alzò una mano e la batté gentilmente sulla spalla di Macdonald. “Non sei stato interpellato, Mac,” disse con voce piatta, quasi atona.

Macdonald serrò il pugno, adirato. Poi rise, fece un balzo improvviso in avanti e andò a cadere col tacco sul piede di Mallory.

Mallory disse: “…maledetto!” e si sedette di colpo sul divano.

L’aria della stanza era ormai priva di ossigeno. Soltanto in una parete c’erano finestre, e davanti ad esse vi erano delle pesanti tende di rete chiuse e fitte. Mallory estrasse un fazzoletto, si asciugò la fronte e si pulì le labbra. Costello disse: “Tu e Jim filate, Mac.”

Macdonald abbassò la testa e lo guardò fisso. Aveva il viso madido di sudore. Non si era levato il soprabito logoro e sgualcito. Costello non volse neppure il capo. Dopo un momento Macdonald ritornò verso il camino, diede una gomitata al poliziotto dai capelli grigi e afferrò la bottiglia quadrata di whisky.

“Chiama il capo, Costello,” disse voltando le spalle all’interpellato. “Non hai il cervello adatto a questi affari. Fa’ qualcosa invece di perderti in chiacchiere!” Si voltò un poco verso Jim, gli diede un colpetto sulla schiena e disse ridacchiando: “Volevi ancora un po’ da bere, poliziotto?”

“Che cosa sei venuto a fare?” chiese di nuovo Costello a Mallory.

“A cercar contatti.” Mallory lo fissò pigramente. Le fiamme erano svanite dai suoi occhi.

“Hai scelto un modo piuttosto strano, ragazzo.”

Mallory scrollò le spalle. “Pensavo che se avessi fatto un colpo sarei entrato in contatto con persone adatte.”

“Può darsi che tu abbia sbagliato nel genere di colpo,” disse Costello con calma. Chiuse gli occhi e si fregò il naso con l’unghia del pollice. “Certe volte queste cose sono difficili da immaginare.”

La voce dura di Macdonald rimbombò nella stanza chiusa. “Un intelligentone come questo non commette errori. Almeno non con il suo cervello!”

Costello aprì gli occhi e guardò indietro, alle proprie spalle, l’uomo dai capelli rossi. L’uomo dai capelli rossi si dondolava mollemente sulla sedia. La sua mano destra era abbandonata lungo la gamba, inerte, mezzo chiusa. Costello si voltò dall’altra parte e guardò Macdonald in faccia.

“Via,” disse freddamente. “Via, ora. Sei ubriaco, e non ho intenzione di discutere con te.”

Macdonald si appoggiò con le spalle al camino e si mise le mani nelle tasche laterali del soprabito. Aveva il cappello, schiacciato e senza forma, all’indietro sulla grossa testa quadrata. Jim, il poliziotto dai capelli grigi, si scostò un poco da lui, e lo guardò con occhi fissi, continuando a masticare.

“Chiama il capo, Costello!” gridò Macdonald. “Non puoi darmi degli ordini. E non mi sei abbastanza simpatico perché io li eseguisca.”

Costello esitò, poi si mosse in direzione del telefono.

I suoi occhi fissarono una macchia alta sul muro. Alzò il ricevitore e fece il numero voltando le spalle a Macdonald. Poi si appoggiò alla parete, sorridendo a Mallory e aspettando.

“Pronto… sì… Costello. Tutto bene eccetto Mac che è sbronzo. È piuttosto ostile… non vuole andarsene. Non so ancora… un ragazzo di fuori. Benissimo.”

Macdonald fece un gesto e disse: “Aspetta.”

Costello sorrise e mise giù il ricevitore senza fretta. Macdonald gli lanciò un’occhiata irata, furiosa. Sputò sul tappeto, in un angolo, tra una sedia e la parete. Poi disse:

“È un trucco da asilo infantile. Non puoi telefonare a Montrose da qui.” Costello fece un gesto vago con le mani. L’uomo dai capelli rossi si levò ritto. Si allontanò dal tavolo e restò in piedi, tranquillo, con la testa reclinata all’indietro tanto che il fumo della sigaretta sembrava gli uscisse dagli occhi.

Macdonald, in collera, oscillava sui tacchi. La linea bianca della sua mascella contrastava nettamente col paonazzo del viso. Gli occhi avevano un luccichio duro e profondo.

“Questa volta la vedremo,” dichiarò. Tolse con noncuranza le mani di tasca e con aria professionale fece compiere un piccolo arco alla sua scura pistola di servizio.

Costello guardò l’uomo dai capelli rossi e disse: “Prendilo, Andy.”

L’uomo dai capelli rossi si irrigidì, sputò lontano la sigaretta e alzò una mano con la velocità di un lampo.

Mallory disse: “Non sei abbastanza svelto. Guarda qua.”

Si era mosso così in fretta e così impercettibilmente che non era parso muoversi affatto. Si chinò un po’ in avanti sul divano. La lunga Luger nera si disegnava nettamente contro la pancia dell’uomo dai capelli rossi.

La mano di quest’ultimo si abbassò lentamente dal risvolto della giacca, vuota. La stanza era estremamente silenziosa. Costello guardò un momento Macdonald con estremo disgusto, poi alzò le mani davanti a sé a palme in su, e se le guardò con un sorriso vuoto.

Macdonald parlò adagio, con amarezza: “Un rapimento è un po’ troppo per me, Costello. Non voglio averci a che fare. Voglio tenermi alla larga da questa manica di pazzi. Ho contato sull’aiuto del nostro astuto amico.”

Mallory si alzò e si mosse obliquamente verso l’uomo dai capelli rossi. Quando fu giunto quasi a metà della distanza, il poliziotto dai capelli grigi, Jim, lanciò una specie di urlo e si gettò contro Macdonald, afferrandogli le tasche. Macdonald lo guardò con improvvisa sorpresa. Alzò la mano sinistra e prese insieme i due risvolti dello stretto soprabito di Jim, sollevandoli. Jim gli si lanciò addosso a pugni chiusi e lo colpì in faccia due volte. Macdonald strinse i denti e dicendo a Mallory: “Tienli d’occhio!” posò con molta calma la pistola sul tavolino, frugò le tasche di Jim e ne estrasse lo sfollagente di cuoio. Poi disse:

“Sei un porco, Jim. Sei sempre stato un porco.”

Disse queste parole piuttosto pensieroso, senza rancore. Poi agitò lo sfollagente e colpì l’uomo dai capelli grigi sulla testa, di lato. L’uomo dai capelli grigi si piegò adagio sulle ginocchia, cercando invano di aggrapparsi alle falde del soprabito di Macdonald. Macdonald si curvò e lo colpì di nuovo nello stesso punto, molto forte.

Jim rotolò per terra da una parte e giacque sul pavimento, senza cappello e con la bocca aperta. Macdonald palleggiava lentamente lo sfollagente da una parte all’altra. Una goccia di sudore gli scendeva lungo il naso.

Costello disse: “Sei duro, eh, Mac?” Parlò con espressione vuota e assente, come se ciò che stava accadendo avesse per lui un limitatissimo interesse.

Mallory avanzò verso l’uomo dai capelli rossi. Quando fu alle sue spalle disse:

“Su le mani, tu.”

Quando l’uomo dai capelli rossi ebbe obbedito, Mallory gli fece passare la propria mano libera sopra le spalle e lo perquisì sotto il soprabito. Estrasse una pistola da un fodero sotto il braccio e la gettò sul pavimento dietro di sé. Frugò dall’altra parte, tastò le tasche. Fece alcuni passi indietro e si occupò di Costello. Costello non aveva pistole.

Mallory andò dall’altro lato di Macdonald, e si fermò in modo che tutti quelli che erano nella stanza gli stessero di fronte. Poi disse:

“Chi è stato rapito?”

Macdonald riprese la sua pistola e il bicchiere di whisky. “La ragazza Farr,” disse. “Credo che l’abbiano presa mentre stava tornando a casa. Hanno organizzato tutto quando hanno saputo, da quel bel tipo di guardia del corpo spagnolo, dell’appuntamento al Bolivar. Non so dove l’abbiano portata.”

Mallory si piantò a gambe larghe e arricciò il naso. Teneva la sua Luger debolmente, senza stringerla. Disse: “Che significa questa commediola?”

Macdonald disse, arcigno: “Parlami della tua. Io t’ho fatto un favore.”

Mallory annuì: “Già… per motivi tuoi privati… Ero stato ingaggiato per cercare alcune lettere che appartengono a Rhonda Farr.” Guardò Costello, ma questi non mostrò alcuna emozione.

Macdonald disse: “Benissimo, per conto mio. Pensavo che ci fosse una specie di trappola. Ecco perché ho colto l’occasione. Io, per me, voglio starmene fuori da quest’imbroglio, ecco tutto.” E con la mano fece un ampio gesto, quasi a comprendere nelle sue parole la stanza e tutto quello che v’era dentro.

Mallory prese un bicchiere, vi guardò ben bene dentro per vedere se era pulito, poi si versò un po’ di whisky e lo bevve sorseggiando, passando e ripassando la lingua sulla bocca.

“Parliamo del rapimento,” disse. “A chi telefonava Costello?”

“Ad Atkinson. Un grosso avvocato di Hollywood. Serve loro da facciata. È anche l’avvocato della ragazza Farr. Bel tipo, Atkinson. Un gran porco.”

“Lo sa, del rapimento?”

Macdonald rise e disse: “Naturalmente.”

Mallory alzò le spalle e disse: “Si direbbe un modo d’agire molto stupido, per lui.”

Passò accanto a Macdonald, lungo la parete fino al punto in cui era appoggiato Costello. Piantò la bocca della Luger contro il mento di Costello, spingendogli la testa contro il gesso rugoso.

“Costello è un vecchio e simpatico amico,” disse pensieroso. “Non sarebbe capace di rapire una ragazza. Vero, Costello? Una piccola estorsione tranquilla, magari, ma niente di più violento. Giusto, Costello?”

Gli occhi di Costello si velarono. Deglutì. Disse a denti stretti: “Piantala. Non sei spiritoso.”

Mallory disse: “A me lo spirito aumenta man mano che passa il tempo. Ma forse tu non lo capisci.”

Alzò la Luger e ne appoggiò la bocca sul grosso naso di Costello, con forza, da una parte. Lasciò un segno bianco che si trasformò immediatamente in un cerchio rosso. Costello prese un’aria preoccupata.

Macdonald finì di cacciarsi nella tasca del soprabito una bottiglia di whisky quasi piena, e disse:

“Lascia che mi lavori io quel…”

Mallory scosse la testa gravemente, guardando Costello. “Troppo rumore. Sai come sono fatte queste cose. È Atkinson il tipo che dobbiamo vedere. Bisogna sempre vedere il capo, se ci si può arrivare.”

Jim aprì gli occhi, si appoggiò con le mani al pavimento e tentò di alzarsi. Macdonald alzò un piede e lo piantò con indifferenza in faccia all’uomo dai capelli grigi. Jim cadde di nuovo. Aveva la faccia terrea.

Mallory lanciò un’occhiata all’uomo dai capelli rossi e si diresse verso il telefono. Sollevò il ricevitore e compose maldestramente un numero con la mano sinistra.

Disse: “Sto telefonando all’uomo che mi ha ingaggiato… Possiede un’automobile grossa e veloce… Terremo al fresco questi ragazzi per un po’ di tempo.”

4.

La grossa Cadillac nera di Landrey avanzava silenziosa sulla salita che porta a Montrose. A sinistra, verso il fondo della valle, brillavano luci. L’aria era fredda e chiara, e le stelle molto luminose. Landrey guardava all’indietro dal sedile anteriore, tenendo un braccio sullo schienale, un lungo braccio nero che terminava con un guanto bianco.

Disse, per la terza o quarta volta: “E così proprio il suo avvocato le sta combinando questo tiro. Bene, bene, bene.”

Sorrise dolcemente, con intenzione. Tutti i suoi movimenti erano dolci e studiati. Landrey era alto e pallido, aveva denti bianchi e occhi neri scintillanti alla luce che veniva dall’alto.

Mallory e Macdonald sedevano sul sedile posteriore. Mallory non parlava: guardava fuori dal finestrino. Macdonald bevve un sorso dalla bottiglia quadrata di whisky; il tappo gli cadde sul fondo dell’automobile, e lui si mise a bestemmiare, cercandolo. Quando lo trovò, si lasciò andare all’indietro e fissò cupamente la chiara faccia pallida di Landrey sopra la sciarpa di seta bianca.

Disse: “Avete ancora quel locale ad Highland Drive?”

Landrey rispose: “Sì, poliziotto, ce l’ho ancora. E non va troppo bene.”

Macdonald grugnì. “È una vergogna, signor Landrey.” Poi appoggiò la testa contro lo schienale e chiuse gli occhi.

La Cadillac voltò, seguendo la salita. Sembrava che l’autista sapesse esattamente dove doveva andare. Girò in mezzo a uno sconnesso e complicato labirinto di case sparse. Sotto gli alberi, nell’oscurità, i ranocchi gracidavano, e si sentiva il profumo degli aranci in fiore.

Macdonald aprì gli occhi e si chinò in avanti. “La casa all’angolo,” disse all’autista.

La casa era ben in vista dopo un’ampia curva. Aveva un ampio tetto a tegole, un’entrata ad arco normanno, e delle lanterne di ferro battuto ai due lati della porta. Lungo il marciapede c’era una pergola coperta di rose rampicanti. L’autista spense i fari e guidò magistralmente verso la pergola.

Mallory sbadigliò e aprì lo sportello. C’erano macchine in posteggio all’angolo della strada. I punti rossi delle sigarette di due autisti in attesa spiccavano nell’oscurità.

“C’è una festa,” disse. “Tanto meglio.”

Uscì, e stette un momento a guardare al di là del prato. Poi attraversò un soffice tappeto d’erba fino a un sentiero di mattonelle scure, tanto distanziate fra loro da lasciare che l’erba vi crescesse in mezzo. Si fermò tra le lanterne di ferro battuto e suonò il campanello.

Una cameriera con grembiule e crestina aprì la porta.

“Mi dispiace disturbare il signor Atkinson, ma è importante. Il mio nome è Macdonald,” disse Mallory.

La cameriera esitò, poi ritornò nell’interno della casa, lasciando un pochino aperta la porta. Mallory la spalancò con noncuranza, e vide una stanza adibita ad anticamera, con tappeti indiani sul pavimento e alle pareti. Entrò.

Procedendo di pochi passi nell’anticamera, trovò una porta che dava in una stanza scura, piena di libri, che puzzava di sigaro. Cappelli e soprabiti erano sparsi sulle sedie, tutto intorno. Nella parte posteriore della casa la radio trasmetteva a gran voce musica da ballo.

Mallory estrasse la sua Luger e si nascose all’interno, contro lo stipite della porta.

Un uomo vestito da sera avanzò nell’atrio. Era grassoccio, con folti capelli bianchi che incorniciavano una faccia rossa, astuta ed irritabile. Il taglio elegante delle spalle non riusciva a distogliere l’attenzione dalla pancia un po’ troppo pronunciata. Le folte sopracciglia, aggrottate, formavano un unico arco. Camminava in fretta e sembrava di pessimo umore.

Mallory uscì dal suo nascondiglio e puntò la pistola nello stomaco di Atkinson.

“Stai cercando me,” disse.

Atkinson si fermò, ansimò un poco ed emise un suono strozzato. Gli occhi spalancati erano pieni di paura. Mallory sollevò la pistola e puntò la canna fredda contro la gola di Atkinson, proprio sopra la V formata dal suo colletto. L’avvocato sollevò una mano, come per liberarsi dell’arma; poi si fermò, lasciando la mano a mezz’aria.

Mallory disse: “Non parlare. Pensa soltanto. Sei stato tradito: Macdonald ti ha denunciato. Costello e altri due ragazzi sono in buone mani a Westwood. Noi vogliamo Rhonda Farr.”

Gli occhi di Atkinson erano di un azzurro cupo, opachi e senza luce interiore. Il nome di Rhonda Farr non sembrò averlo molto impressionato. Si divincolò sotto la pistola e disse:

“E perché siete venuti da me?”

“Pensiamo che tu sappia dove si trovi,” rispose Mallory tranquillamente. “Ma è meglio non parlare qui di queste cose. Andiamo fuori.”

Atkinson si agitò, balbettando: “No… no, ho ospiti.”

Mallory disse freddamente: “L’ospite che noi cerchiamo non è qui.” E premette la pistola.

Un’improvvisa ondata di emozioni si disegnò sul volto di Atkinson. Fece un piccolo balzo indietro ed afferrò la pistola. Mallory strinse le labbra. Fece compiere al proprio polso uno stretto cerchio e la canna della pistola colpì in pieno la bocca di Atkinson. Dalle labbra uscì sangue. Atkinson cominciò ad ansimare e diventò pallidissimo.

Mallory disse: “Tieni la testa a posto, grassone, e dopo stanotte potrai essere ancora vivo.”

Atkinson si voltò e uscì rapidamente, senz’altra resistenza, dalla porta spalancata.

Mallory lo prese per un braccio e lo spinse a sinistra, sull’erba. “Adagio, signore,” disse duramente.

Girarono intorno alla pergola. Atkinson gesticolò e vacillò in direzione dell’automobile. Un lungo braccio spuntò dalla portiera aperta e lo afferrò. Lui entrò e cadde sul sedile. Macdonald gli premette una mano sulla faccia, e lo spinse indietro contro lo schienale. Mallory balzò dentro e chiuse lo sportello.

Le ruote stridettero quando la macchina voltò improvvisamente e partì. L’autista percorse un isolato prima di riaccendere i fari. Poi voltò un pochino la testa e disse: “Dove, capo?”

Mallory disse: “Fa lo stesso. In città. Con calma.” La Cadillac tornò sullo stradone e iniziò la lunga discesa. Le luci brillavano ancora nella valle, piccole luci bianche che si muovevano impercettibilmente sul fondo. Erano fari.

Atkinson si abbandonò pesantemente sul sedile, estrasse un fazzoletto e si asciugò la bocca. Poi si rivolse a Macdonald e disse con calma:

“Qual è il piano, Mac? Farmi fuori?”

Macdonald rise. Poi ebbe un singulto. Era un po’ brillo. Disse asciutto:

“Santo cielo, no. I ragazzi hanno rapito la Farr, stasera, e questi suoi amici non sono molto soddisfatti Ma tu non ne sai niente di niente, vero, eccellenza?” Rise di nuovo, beffardamente.

Atkinson disse adagio: “È da ridere… ma non so niente.” Sollevò un poco la testa bianca e proseguì: “Chi sono costoro?”

Macdonald non gli rispose. Mallory accese una sigaretta, facendo riparo con la mano alla fiamma del cerino. Poi disse adagio:

“Non ha importanza, ti pare? O sai dove è stata portata Rhonda Farr, o ci puoi dare delle indicazioni. Pensaci. C’è un sacco di tempo.”

Landrey voltò il capo e guardò indietro. La sua faccia pallida risaltava nell’oscurità.

“Non chiediamo molto, signor Atkinson,” disse gravemente. Aveva una voce fredda, dolce e simpatica. Picchiettava con la mano guantata lo schienale del suo sedile.

Atkinson lo fissò per un po’, poi riappoggiò la testa indietro. “Supponiamo che io non sappia niente,” disse annoiato.

Macdonald alzò una mano e lo colpì in pieno sulla faccia. La testa dell’avvocato andò a sbattere contro i cuscini. Mallory disse, in tono freddo e spiacevole:

“Un po’ meno dei tuoi bei sistemi, poliziotto.”

Per tutta risposta Macdonald lanciò una bestemmia e voltò il capo. L’automobile proseguì.

Ora erano giù, nella valle. Il faro di un aeroporto, a tre colori, attraversava con la sua luce il cielo, non molto lontano. Cominciavano ad incontrare declivi boscosi e l’inizio di qualche vallata, tra i colli oscuri.

Un treno rimbombò uscendo dalla galleria di Newhall, passò veloce e sparì tra un rumore di ferraglia.

Landrey disse qualcosa al suo autista. La Cadillac voltò in un vicolo sporco. L’autista spense i fari e guidò al lume della luna. Il vicolo terminava in una macchia di erbe secche, scura, circondata da bassi cespugli. Sul terreno si scorgevano vecchie scatole di latta e pezzi di carta sparsi.

Macdonald tirò fuori la sua bottiglia, la sollevò e bevve un sorso. Atkinson disse balbettando:

“Mi sento un po’ debole. Datemi da bere.”

Macdonald si voltò, fece per porgergli la bottiglia, poi brontolò: “Oh, al diavolo!” e la ripose nel cappotto.

Mallory prese una lampadina tascabile dalla sacca dello sportello, la accese e ne diresse il raggio contro la faccia di Atkinson, dicendo:

“Parla, rapitore.”

Atkinson si mise le mani sulle ginocchia e guardò dritto il raggio della pila. I suoi occhi erano vitrei e aveva del sangue sul collo. Parlò:

“È un piano di Costello. Non conosco tutti i particolari, ma se c’è dentro Costello deve entrarci pure un certo Slippy Morgan. Ha una casetta su un pianoro nei colli Baldwin. Potrebbero aver portato Rhonda Farr là.” Chiuse gli occhi e una lacrima brillò al lume della lampadina.

Mallory disse adagio:

“Macdonald dovrebbe sapere queste cose.”

Atkinson, tenendo gli occhi chiusi, rispose: “Credo anch’io.” La sua voce era atona e priva di espressione.

Macdonald strinse il pugno, prese lo slancio e lo colpì di nuovo in faccia. L’avvocato emise un gemito e si piegò da un lato. La mano di Mallory si agitò, e agitò la lampadina. La sua voce proruppe adirata:

“Fallo ancora una volta e ti pianto una pallottola nella pancia, poliziotto. Giuro che lo faccio.”

Macdonald si scostò, con un riso stupido. Mallory spense la luce e disse, più calmo:

“Penso che tu stia dicendo la verità, Atkinson. Andremo alla ricerca della casetta di Slippy Morgan.”

L’autista voltò la macchina e riprese la strada verso le colline.

5.

Per un attimo, prima che si spegnessero i fari, si intravide una palizzata bianca. Dietro, su un rialzo, le snelle sagome di due derrick si stagliavano contro il cielo. L’automobile avanzò lentamente a luci spente e si fermò al lato opposto di un piccolo edificio. Da quel lato della strada non c’erano case, non c’era nulla tra l’automobile e il pozzo di petrolio. Dalla casa non veniva alcuna luce.

Mallory scese e attraversò. Un sentiero portava a un capannone senza porta. C’era una macchina da turismo sotto il capannone. L’erba del sentiero era molto calpestata e dietro si scorgevano i resti di qualcosa che un tempo era stato un prato. C’era una corda stesa per il bucato e una piccola rientranza con una porticina arrugginita. La luna illuminava tutto.

Oltre alla rientranza era una sola finestra, con gli scuri abbassati; ai lati degli scuri si poteva intravvedere un filo di luce. Mallory ritornò all’automobile, camminando senza il minimo rumore sull’erba secca e sulla superficie sporca della strada.

Disse: “Andiamo, Atkinson.”

Atkinson scese pesantemente, e passò la strada incespicando come se fosse mezzo addormentato. Mallory gli afferrò un braccio. I due uomini salirono silenziosamente gli scalini di legno e attraversarono il portico. Atkinson, a tastoni, trovò il campanello. Lo premette. Si udì un ronzio cupo nell’interno. Mallory si appiattì contro il muro, dalla parte dove non avrebbe potuto essere bloccato dall’aprirsi della porticina.

Poi la porta si socchiuse senza far rumore e si intravvide una figura dietro il battente. All’interno tutto era scuro. L’avvocato mormorò:

“Sono Atkinson.”

Il chiavistello venne tolto, e la porticina fu spalancata.

“Cosa ti è saltato in mente?” balbettò una voce che Mallory aveva già udito.

Mallory si mosse, tenendo la Luger all’altezza della vita. L’uomo che stava sulla soglia si girò di scatto. Mallory gli fu accosto in un istante, facendo schioccare la lingua fra i denti e scuotendo la testa in segno di disapprovazione. “Non avrai una pistola, vero, Slippy?” disse, toccandolo leggermente con la Luger. “Voltati adagio, Slippy. E quando sentirai qualcosa contro la spina dorsale va’ avanti. Sarà meglio per te.”

L’uomo alzò le mani e si voltò. Poi procedette nell’oscurità, con la pistola di Mallory piantata nella schiena. Il salotto emanava odor di polvere e di cucina improvvisata. Da una porta traspariva luce. L’uomo magro abbassò lentamente una mano ed aprì la porta.

Una lampadina, priva di paralume, pendeva dal centro del soffitto. Una donna sottile, con una sporca vestaglia bianca, stava in piedi in mezzo alla stanza, con le mani sui fianchi. Sotto una massa di capelli rossicci aveva occhi privi di espressione e di colore. Piegava e torceva le dita per un’involontaria contrazione dei muscoli. Emise un piccolo gemito, come un gatto affamato.

L’uomo magro entrò e si fermò lungo la parete dall’altro lato della camera, premendo le palme delle mani contro la tappezzeria. Sulla sua faccia era un sorriso immobile, senza espressione.

La voce di Landrey disse dal di fuori: “Mi occuperò io degli amici di Atkinson.”

Poi egli entrò nella stanza con una grossa automatica nella mano guantata. “È una casetta graziosa,” disse giovialmente.

In un angolo della stanza c’era un letto di metallo. Vi giaceva Rhonda Farr, avviluppata fino al collo in una scura coperta militare. La parrucca bianca le era andata fuori posto e lasciava vedere riccioli d’oro. La sua faccia era bluastra, una maschera sulla quale spiccava il rosso artificiale delle guance e delle labbra. Stava russando.

Mallory mise una mano sotto la coperta, tastò il polso di Rhonda Farr. Poi le sollevò una palpebra e guardò da vicino la pupilla rovesciata.

Disse: “Narcotizzata.”

La donnina in vestaglia si inumidì le labbra: “Un’iniezione di morfina,” disse lentamente. “Niente di male, signore.”

Atkinson sedette su una sedia molto dura che aveva sullo schienale un asciugamano sporco. Il bianco della sua camicia spiccava alla luce non schermata. Aveva la parte inferiore della faccia sporca di sangue coagulato. L’uomo magro lo guardò con disprezzo, e diede un colpo con le palme aperte sulla tappezzeria colorata. Poi Macdonald entrò nella stanza.

Era rosso e sudato. Esitò un istante e appoggiò una mano lungo lo stipite della porta. “Ehilà, ragazzi,” disse con tono vacuo. “Mi meriterei una promozione.”

L’uomo magro cessò di sorridere. Balzò da una parte come un fulmine, e nella sua mano comparve una pistola. Nella stanza si udì un rimbombo, alto e improvviso. E poi un altro colpo.

Il balzo dell’uomo magro si tramutò in scivolìo, e lo scivolìo divenne una caduta. Si adagiò sul tappeto come se stesse riposando. E vi giacque tranquillo, con un occhio semiaperto che sembrava guardasse Macdonald. La donnetta spalancò la bocca, ma non ne uscì alcun grido.

Macdonald afferrò lo stipite anche con l’altra mano, si piegò in avanti e cominciò a tossire. Sangue rosso vivo gli colò sul mento. Le sue mani scivolarono adagio lungo lo stipite. Poi le spalle gli si piegarono e cadde in avanti come un nuotatore che voglia rompere un’onda. Cadde sulla faccia, con il cappello ancora in testa e un ricciolo scomposto dei capelli color topo che faceva capolino sulla nuca.

Mallory disse: “E due,” e guardò Landrey con espressione di disgusto. Landrey diede un’occhiata alla sua grossa automatica e se la nascose nella tasca del mantello scuro.

Mallory si avvicinò a Macdonald e gli mise un dito alla tempia. Nessun battito. Gli tastò la vena giugulare con lo stesso risultato. Macdonald era morto, e puzzava ancora terribilmente di whisky.

Alla luce della lampadina si poteva notare una sottile traccia di fumo, il fumo acre della polvere. La donnetta sottile si curvò e sgattaiolò verso la porta. Mallory la fece tornare indietro, dandole una spinta nello stomaco.

“State bene dove siete, sorella,” gridò.

Atkinson tolse le mani dalle ginocchia e si mise a fregarsele come se avessero perso la sensibilità, Landrey si avvicinò al letto, abbassò la mano guantata e toccò la chioma di Rhonda Farr. “Ciao, bambola,” disse lietamente. “Non ci vediamo da un pezzo.” Poi uscì dalla stanza, dicendo: “Porto la macchina da questa parte della strada.”

Mallory guardò Atkinson, e disse in tono indifferente: “Chi ha le lettere, Atkinson? Le lettere che appartengono a Rhonda Farr?”

Atkinson alzò la faccia pallida, socchiudendo gli occhi come se la luce gli desse fastidio. Rispose con voce vaga e lontana.

“Io… io non so. Costello, forse. Io non le ho mai viste.”

Mallory emise una risata breve e dura, senza cambiare minimamente la fredda espressione del viso. “Sarebbe proprio maledettamente buffo, se fosse vero!” disse divertito.

Si chinò sul letto, nell’angolo, e avvolse strettamente Rhonda Farr nella coperta scura. Quando la sollevò, lei smise di russare, ma non si svegliò.

6.

Nella facciata della casa albergo soltanto due o tre finestre lasciavano filtrare della luce. Mallory alzò il polso e osservò l’orologio, che era girato dalla parte interna. Le sfere luminose segnavano le 3 e 30. Parlò rivolto a quelli nella macchina:

“Aspettate circa dieci minuti. Poi venite su. Mi occuperò delle porte.”

Il portone della casa era chiuso. Mallory lo aprì con un passe–partout. Nell’atrio una leggera luce era diffusa da una lampadina appesa al soffitto e da un’altra, schermata, sopra il quadro di distribuzione. Presso il quadro, su una sedia, dormiva un ometto magro dai capelli grigi. Aveva la bocca aperta e russava con un respiro lento, come il lamento di un animale in pena.

Mallory salì una rampa di scalini coperti da un tappeto. Al secondo piano schiacciò il bottone per chiamare l’ascensore. Quando questo arrivò rumoroso dall’alto, vi entrò e premette il bottone che portava il numero 7. Poi sbadigliò. Aveva gli occhi che gli si chiudevano per la stanchezza.

L’ascensore si arrestò bruscamente e Mallory uscì e percorse il corridoio silenzioso. Si fermò davanti a una porta di legno grigio oliva ed appoggiò l’orecchio al pannello. Poi introdusse piano la chiave nella serratura, la girò ed aprì un poco la porta. Ascoltò di nuovo e poi entrò.

C’era una lampada dal paralume rosso, accesa, al di sopra di una poltrona. Sulla poltrona era sdraiato un uomo, e la luce lo colpiva in pieno in faccia. Era legato ai polsi e alle caviglie con delle strisce di cerotto adesivo. Aveva del cerotto anche sulla bocca.

Mallory sistemò il saliscendi della porta e la chiuse. Attraversò la camera a passi veloci e silenziosi. L’uomo sulla poltrona era Costello. La faccia era color porpora al di sopra del cerotto bianco che gli teneva incollate le labbra. Il petto si muoveva a sbalzi e il respiro, uscendo dal grosso naso, rumoroso come se russasse.

Mallory strappò il cerotto dalla bocca di Costello e gliela aprì a forza. La cadenza del respiro cambiò leggermente. Il petto di Costello cessò di sussultare, e il colore purpureo della sua faccia diventò pallore. Si mosse ed emise un grugnito.

Mallory prese dal tavolino una bottiglia ancor chiusa di whisky e ne tolse coi denti la capsula metallica. Spinse indietro la testa di Costello, gli versò un po’ di liquore nella bocca aperta e lo schiaffeggiò con forza. Costello fece un verso soffocato, deglutendo convulsamente. Un po’ del liquore gli uscì dalle narici. Aprì gli occhi, cercò pian piano di raccapezzarsi, mormorando confusamente qualcosa.

Mallory andò oltre una tenda leggera che c’era davanti a una porta all’estremità della stanza e si trovò in un corridoietto. La prima porta dava in una stanza da letto con due letti gemelli. Un lume era acceso e su ogni letto era disteso un uomo legato.

Jim, il poliziotto dai capelli grigi, pareva addormentato o ancora senza conoscenza. Su un lato della testa aveva sangue rappreso. La pelle della sua faccia era color grigio sporco.

Gli occhi dell’uomo dai capelli rossi erano spalancati, lucidi e pieni d’ira. Con la bocca tentava di succhiare il cerotto. Era rotolato su un fianco ed era quasi giù dal letto. Mallory lo ricacciò nel mezzo, dicendo: “Spiacente, amico. Fa tutto parte del giuoco.”

Ritornò nel salotto e lo illuminò maggiormente. Costello si dibatteva sulla poltrona. Mallory estrasse un temperino, gli si mise dietro e tagliò il nastro isolante che gli legava i polsi. Costello allargò di colpo le braccia, brontolò e si fregò i polsi insieme, dove il nastro gli aveva strappato i peli. Poi si chinò e liberò le caviglie. Disse:

“Non m’ha fatto bene per niente, questo trattamento. Respiro con la bocca.” Parlava adagio, senza cadenza.

Si alzò in piedi, si versò due dita di whisky in un bicchiere, bevve d’un fiato e si risedette, appoggiando la testa contro l’alto schienale della poltrona. La sua faccia riprese vita e gli occhi, rischiarati, incominciarono a brillare.

Disse; “Che c’è di nuovo?”

Mallory agitò il cucchiaio in una coppa d’acqua che una volta era stata di ghiaccio, corrugò la fronte e si rassegnò a bere del whisky puro. Si fregò leggermente la parte posteriore della testa con la punta delle dita e indietreggiò. Poi si sedette e accese una sigaretta.

“Parecchio,” disse. “Rhonda Farr è a casa. Macdonald e Slippy Morgan sono fuori gara ormai. Ma questo non ha importanza. Sto cercando certe lettere che hai tentato di vendere a Rhonda Farr. Tirale fuori.”

Costello alzò la testa e brontolò. “Non ho le lettere.”

Mallory disse: “Fuori le lettere, Costello; subito.” Fece cadere con cura la cenere della sigaretta nel centro di un riquadro giallo e verde nel disegno del tappeto.

Costello fece un gesto di impazienza. “Non le ho,” insistette. “Lo giuro: non le ho mai viste.”

Gli occhi di Mallory erano grigi, freddissimi; parlava a scatti: “Quello che voi pezzi di… non sapete intorno alle vostre ribalderie è veramente spaventevole… Sono stufo, Costello. Non ho voglia di discutere. Offriresti un bello spettacolo con quel grosso naso schiacciato dalla canna di una pistola.”

Costello alzò la mano ossuta e si fregò la pelle arrossata intorno alla bocca, dove il cerotto l’aveva irritata. Diede un’occhiata alla stanza. Vi fu un movimento impercettibile della tenda di velluto, in fondo, come se fosse stata sollevata da una lieve brezza. Ma non era brezza. Mallory osservava il tappeto.

Costello si alzò dalla poltrona, adagio. Disse: “Ho una cassaforte a muro. Vado ad aprirla.”

Attraversò la stanza e andò alla parete in cui c’era la porta d’uscita, sollevò un quadro e lavorò attorno al quadrante di una piccola cassaforte rotonda incassata. Aprì lo sportellino ed introdusse una mano nella cassaforte.

Mallory disse: “Fermati così, Costello.”

Attraversò pigramente la stanza e introdusse nella cassaforte la mano sinistra, facendola passare al di sotto del braccio di Costello. La ritrasse con una piccola automatica con l’impugnatura di madreperla. Fece con le labbra un sibilo e mise la piccola pistola in tasca.

“Non imparerai mai niente, vero, Costello?” disse con voce stanca.

Costello alzò le spalle e riattraversò la stanza. Mallory ficcò le mani nella cassaforte e ne sparse il contenuto sul pavimento. Si chinò su un ginocchio. C’erano alcune buste bianche lunghe, un mucchio di ritagli tenuti assieme da un fermaglio, un libretto di assegni stretto e lungo, un piccolo album di fotografie, un libretto di indirizzi, alcune carte sciolte, delle distinte di banca con degli assegni. Mallory aprì una delle buste lunghe adagio, senza troppo interesse.

La tenda della porta in fondo si mosse di nuovo. Costello rimase immobile davanti al tavolino. Attraverso la tenda sbucò una pistola tenuta da una piccola mano molto ferma. Dopo la mano apparve un corpo magro, una faccia dagli occhi lucenti… Erno.

Mallory balzò in piedi, con le mani alzate, vuote.

“Più alte, dritto,” gracchiò Erno. “Molto più alte, bimbo!”

Mallory alzò ancora un po’ le mani, aggrottando pensieroso la fronte. Erno avanzò nella stanza. La faccia gli brillava di gioia. Un ciuffo di capelli neri molto impomatati gli scendeva su un sopracciglio. Mostrava i denti in un sorrisetto di scherno.

Disse: “Penso che aggiusteremo i conti proprio qui, traditore.”

La sua voce aveva quasi un accento interrogativo, come se aspettasse la conferma di Costello.

Costello non disse niente.

Mallory mosse un pochino la testa. Aveva la bocca asciutta. Guardò Erno negli occhi e ne notò lo sguardo attento. Poi disse piuttosto in fretta:

“Sei stato tradito, stupido, ma non da me.”

Il sorriso di Erno si trasformò in un sogghigno e lui voltò il capo. L’indice sul grilletto si piegò alla prima giuntura. Poi ci fu un rumore fuori della porta e questa venne improvvisamente spalancata.

Entrò Landrey. Con un colpo di spalla richiuse la porta e vi si appoggiò drammatico. Teneva tutte e due le mani nelle tasche laterali del suo soprabito scuro. Gli occhi, sotto le falde del molle cappello nero, erano vivi, diabolici. Sembrava divertito. Mosse il mento sepolto nella sciarpa da sera di seta bianca gettata con noncuranza intorno al collo. La sua bella faccia pallida era come scolpita in avorio antico.

Erno mosse la pistola ed attese. Landrey disse allegramente:

“Scommetto mille dollari che toccherai il pavimento per primo!”

Le labbra di Erno si contrassero sotto i baffetti ben curati. Due pistole spararono nello stesso istante. Landrey oscillò come un albero colpito da un turbine di vento; si riudì il colpo secco della sua 45, un po’ attutito dai vestiti e dalla vicinanza del suo corpo.

Mallory si abbassò dietro lo scrittoio, fece un balzo e si rialzò con la Luger stretta in pugno davanti a sé. Ma la faccia di Erno s’era già illividita.

Cadde lentamente; il suo corpo leggero sembrava trascinato a terra dal peso della pistola che teneva nella mano destra. Cadde sulle ginocchia, quindi scivolò in avanti sul pavimento. La schiena gli si curvò un istante, poi rimase immobile.

Landrey tolse la mano sinistra dalla tasca del soprabito ed allargò le dita, come se volesse respingere qualcosa. Lentamente e con gran difficoltà tolse dall’altra tasca la grossa automatica e l’alzò centimetro per centimetro, facendo perno sui calcagni. Voltò pian piano il corpo in direzione della rigida figura di Costello e premette ancora il grilletto. Un po’ di gesso cadde dal muro alle spalle di Costello.

Landrey sorrise vagamente, dicendo: “Maledetto!” con voce fioca. Poi stralunò gli occhi e la pistola gli cadde dalle dita prive di forza, e rimbalzò sul tappeto. Landrey cadde a poco a poco, con grazia; s’inginocchio, si agitò un istante prima di cadere di fianco, poi giacque sul pavimento quasi senza rumore.

Mallory guardò Costello, e disse con voce sforzata e rabbiosa: “Ne hai di fortuna, ragazzo mio!”

Il campanello trillò con insistenza. Tre piccole luci rosse si accesero nel quadro di distribuzione. L’ometto magro dai capelli bianchi chiuse la bocca di colpo e si sollevò insonnolito.

Mallory gli passò vicino con la testa voltata dalla parte opposta, uscì di corsa dall’atrio, uscì dal portone, scese i tre gradini di marmo e traversò correndo il marciapiede. L’autista di Landrey aveva già avviato il motore. Mallory saltò dentro vicino a lui, ansimando, e sbatté lo sportello.

“Parti subito!” riuscì a dire. “Sta’ lontano dai viali. I poliziotti saranno qui fra cinque minuti!”

L’autista lo guardò e disse: “Dov’è Landrey?… Ho sentito dei colpi.”

Mallory alzò la Luger e disse in fretta e con freddezza: “Presto, muoviti.”

L’automobile si mise subito in moto, poi la Cadillac balzò in avanti e l’autista voltò l’angolo con indifferenza, guardando la pistola con la coda dell’occhio.

Mallory disse: “Landrey ha smesso di comandare. È morto.” Alzò la pistola e mise la canna proprio sotto il naso dell’autista. “Ma non per colpa mia. Senti qua, amico! Con questa non è stato sparato nessun colpo!”

L’autista disse: “Gesù!” con grande agitazione, e si diede a guidare la grossa automobile con furia selvaggia, evitando per un pelo di sfracellarsi nelle curve. Stava per albeggiare.

7.

Rhonda Farr disse: “Pubblicità, tesoro. Soltanto pubblicità. Una qualsiasi pubblicità è meglio che nessuna. Non sono affatto sicura che il mio contratto venga rinnovato, e ne ho assolutamente bisogno.”

Era seduta in una poltrona, in una stanza lunga e larga. Volse a Mallory uno sguardo pigro e indifferente dagli occhi azzurri e allungò una mano verso un grosso bicchiere appannato. Lo prese e bevve.

La stanza era enorme. Tappeti cinesi a tinte tenui ricoprivano il pavimento. C’era una grande abbondanza di legno di tek e di lacca rossa. Sulle pareti brillavano cornici dorate, e il soffitto era lontano e indefinito, come il crepuscolo di un giorno afoso. Un’enorme radio intarsiata suonava pianissimo, irreale.

Mallory arricciò il naso con un’aria divertita e accigliata nello stesso tempo. Disse:

“Siete una piccola carogna. Non mi piacete.”

Rhonda Farr rispose: “Oh sì, vi piaccio, tesoro. Siete pazzo di me.”

Sorrise e introdusse una sigaretta in un bocchino di giada verde che andava d’accordo con il suo languido pigiama verde acceso. Alzò la bella mano ben curata e schiacciò il bottone di un campanello, che era sopra un tavolino di tek e madreperla, al suo fianco. Un silenzioso domestico giapponese vestito di bianco scivolò nella stanza e versò dell’altro liquore.

“Voi siete un ragazzo molto saggio, vero, caro?” disse Rhonda Farr quando questi si fu di nuovo dileguato. “E avete in tasca lettere che credete io darei anima e corpo per riavere. Niente affatto, signore, niente affatto.” Bevve un sorso. “Le lettere che avete sono false. Sono state scritte circa un mese fa. Landrey non le ha mai avute. Le sue lettere me le ha restituite da molto tempo… Quelle che avete sono roba senza valore.” Si passò una mano sulla bella capigliatura ondulata. Le peripezie della notte precedente non sembravano aver lasciato tracce su di lei.

Mallory la guardò attentamente. Poi disse: “Come potete provarlo, bambola?”

“La carta da lettera… se proprio devo provarlo. C’è un ometto giù all’angolo di Fourth Street e Spring Avenue che studia proprio questo genere di cose.”

Mallory disse: “E la scrittura?”

Rhonda Farr sorrise debolmente. “La scrittura è molto facile da imitare se si ha molto tempo a disposizione. O almeno così mi dicono. Comunque questa è la mia storia.”

Mallory annuì e sorseggiò il liquore. Mise una mano nella tasca interna della giacca e ne estrasse una busta piatta di carta di Manila, del formato legale corrente.

La appoggiò sulle ginocchia.

“Quattro uomini ci hanno rimesso la pelle ieri sera per merito di queste lettere false,” disse con noncuranza.

Rhonda Farr lo guardò dolcemente. “Due imbroglioni e un poliziotto che faceva il doppio giuoco, sono tre dei quattro. Devo proprio perdere il sonno per questo? Naturalmente mi spiace per Landrey.”

Mallory disse gentilmente: “È gentile da parte vostra essere spiacente per Landrey. Molto carino.”

Lei rispose in tono tranquillo: “Landrey, come vi ho già detto una volta, era un ragazzo a modo anni fa, quando tentò di entrare nel cinema. Ma poi ha scelto altri affari, e in questi affari era destino che incontrasse una pallottola, un giorno o l’altro.”

Mallory si fregò il mento. Disse: “È buffo che non si ricordasse di avervi già restituito le lettere. Veramente buffo.”

“Non gliene importava, caro. E invece gli piaceva far la scena, da quell’attore che era: gli offriva la possibilità di una magnifica parte.”

Mallory ebbe un’espressione di disgusto. Disse: “Quando me lo hanno proposto, mi sembrava un lavoro a posto. Non sapevo molto sul conto di Landrey, ma lui conosceva un mio buon amico di Chicago. Ha ideato un piano contro gli individui che vi stavano imbrogliando, ed io ho lavorato sulla sua idea. Poi sono successe cose che hanno reso il lavoro più facile… ma molto più movimentato.”

Rhonda Farr tamburellava con le piccole unghie lucide contro i piccoli denti lucenti. Disse: “Che cosa siete nella vita, mio caro? Uno di quei fantocci che si fanno chiamare poliziotti privati?”

Mallory rise, si mosse un po’ e si passò le dita fra i crespi capelli scuri. “Lasciamo perdere, bambola,” disse sottovoce. “Lasciamo perdere.”

Rhonda Farr gli lanciò un’occhiata piena di sorpresa, poi rise, piuttosto acuta. “C’è da impazzire, no?” Poi continuò con voce dura: “Atkinson mi ha estorto denaro per anni, in un modo o nell’altro. Ho falsificato le lettere e le ho messe dove avrebbe potuto impadronirsene facilmente. Sono scomparse. Pochi giorni dopo un uomo con una di quelle solite voci prepotenti mi ha telefonato e ha cominciato a farmi pressioni. Ho lasciato correre. Mi immaginavo che sarei riuscita comunque a far pizzicare Atkinson, e che lui e io messi insieme saremmo stati ottima materia per un articolo, che non mi danneggiasse troppo. Ma è sembrato che la cosa si risapesse, mi sono spaventata. Così ho pensato di chiedere aiuto a Landrey. Ero sicura che gli avrebbe fatto piacere.”

Mallory disse con poca cortesia: “Semplice, previdentissima bambola, vero? Semplicissimo!”

“Voi non vi intendete molto di questi imbrogli hollywoodiani, vero, caro?” disse Rhonda Farr. Piegò la testa da una parte e canticchiò in sordina. Le note di una musica da ballo echeggiarono pigramente nell’atmosfera tranquilla. “È una melodia meravigliosa… tratta da una sonata di Weber… La pubblicità deve colpirci un po’. Altrimenti nessuno le presta attenzione.” Mallory si alzò, prendendo dalle ginocchia la busta di Manila. Gliela gettò in grembo.

“Queste vi costano cinquemila dollari,” disse.

Rhonda Farr si appoggiò all’indietro e accavallò le gambe color verde giada. Una pantofolina verde cadde sul tappeto dal suo piede nudo, e insieme cadde anche la busta di Manila. Lei non si curò di raccogliere l’una né l’altra.

Disse soltanto: “Perché?”

“Sono un uomo d’affari, bambina. Ed esigo di essere pagato per il mio lavoro. Landrey non mi ha pagato. Cinquemila dollari era il prezzo stabilito. Il prezzo stabilito per lui, ed ora per voi.”

Lei gli lanciò uno sguardo quasi indifferente coi placidi occhi color fiordaliso e disse: “Niente da fare… ricattatore. Esattamente come vi ho detto al Bolivar. Avete tutta la mia riconoscenza, ma il mio denaro lo spendo come voglio io.”

Mallory tagliò corto: “Questo avrebbe potuto essere un modo splendido per spenderne una parte.”

Si chinò in avanti, prese il bicchiere di lei e bevve un sorso. Quando riposò il bicchiere rimase un istante a tamburellare con due dita contro il vetro. Un sorrisetto gli increspava gli angoli della bocca. Accese una sigaretta e gettò il fiammifero in un vaso di giacinti.

Disse adagio: “Naturalmente l’autista di Landrey ha chiacchierato e gli amici di Landrey vogliono vedermi. Vogliono sapere come mai Landrey è andato a farsi impallinare a Westwood. I poliziotti mi gireranno intorno per un po’. Qualcuno si prenderà la briga di informarli. Sono stato testimone di quattro assassinii, ieri sera, e naturalmente non ho intenzione di lasciarli perdere. Probabilmente dovrò spiattellare tutta quanta la storia. I poliziotti vi faranno molta pubblicità, bambola. E gli amici di Landrey… non so cosa faranno. Ma certo qualcosa che non sarà molto simpatica, penso.”

Rhonda Farr allungò un piede, cercando di riprendere con l’alluce la sua pantofola. Aveva gli occhi spalancati e lucenti.

“Vorreste… tradirmi?” mormorò.

Mallory rise. I suoi occhi erano duri e brillavano. Fissava sul pavimento una macchia di luce prodotta da una delle lampade a muro. Disse con voce annoiata: “Perché diavolo dovrei proteggervi? Non vi debbo niente. E siete troppo maledettamente attaccata al vostro denaro perché possiate farmi lavorare per voi. Non ho precedenti, ma voi sapete quanto i custodi della legge amino i tipi come me. E gli amici di Landrey penseranno soltanto che è stata una sporca trappola per ammazzare un buon ragazzo. Perbacco, perché dovrei correre questi rischi per un’avara come voi, bambola?”

Era visibilmente arrabbiato, e gettò la sigaretta nel vaso di giacinti. Macchie rosse apparvero sulle sue guance.

Rhonda Farr rimase immobile, scuotendo lentamente la testa. Poi disse: “Niente da fare, ricattatore… niente da fare.” La sua voce era debole e stanca, ma il suo mento diritto e coraggioso.

Mallory allungò una mano e prese il cappello. “Siete un diavolo di ragazza,” disse sorridendo. “Ma deve essere difficile andar d’accordo con voi donne di Hollywood!”

Improvvisamente si chinò, mise la mano sinistra dietro la testa di lei e la baciò sulla bocca. Poi le carezzò la guancia con la punta delle dita.

“Siete una ragazza simpatica… in un certo senso,” disse. “E una bella bugiarda. Proprio bella. Non avete falsificato nessuna lettera, bambina. Atkinson non sarebbe caduto in un tiro del genere.”

Rhonda Farr si alzò di scatto, raccolse dal tappeto la busta di Manila e ne fece saltar fuori il contenuto: un certo numero di fogli grigi, scritti fitto fitto, con il bordo colorato e un monogramma dorato. Li stette ad osservare, con le narici frementi.

Disse adagio: “Vi manderò il denaro.”

Mallory le mise una mano sotto il mento e le sollevò la testa, poi disse piuttosto gentilmente:

“Mi burlavo di voi, bambola. È una delle mie cattive abitudini. Ma ci sono due cose strane intorno a queste lettere. Non sono in una busta, e non c’è niente che dimostri a chi sono state scritte… niente del tutto. La seconda cosa è che Landrey le aveva in tasca quando venne ucciso.”

Fece un cenno affermativo col capo e si voltò.

Rhonda Farr disse, con voce acuta: “Aspettate!” Nella sua voce era un improvviso terrore. Si lasciò cadere sulla sedia e vi rimase inerte.

Mallory disse: “Il contraccolpo si sente sempre dopo, bambola. Bevete qualcosa.”

Avanzò ancora nella stanza, poi voltò il capo, dicendo: “Debbo andare. Ho un appuntamento con un pezzo grosso… Mandatemi fiori, bambina. Fiori azzurri e selvatici come i vostri occhi.”

Uscì da un arco. Una porta si aprì e si richiuse pesantemente. Rhonda Farr rimase a lungo immobile.

8.

Il fumo delle sigarette offuscava l’aria. Un gruppo in abito da sera sorseggiava dei cocktails al di qua di un arco che dava nella sala da giuoco. Attraverso la tenda si vedevano le luci basse che illuminavano un tavolo di roulette.

Mallory appoggiò un gomito al banco del bar, e il barista, lasciando due ragazze in abito da sera, distese una tovaglietta bianca sul piano di legno levigato davanti a lui. Disse: “Che cosa, capo?”

Mallory disse: “Una birra piccola.”

Il barista gliela porse, sorrise e ritornò alle due ragazze.

Mallory sorseggiò la birra, fece una smorfia e guardò lo specchio che correva dietro il bar, lungo tutta la parete, e che era un po’ obliquo, tanto che vi si poteva vedere il pavimento fino alla parete in fondo. Una porta si aprì ed entrò un uomo che indossava un abito da pranzo. Aveva la faccia scura e rugosa, e i capelli color paglia di ferro. Incontrò nello specchio lo sguardo di Mallory e attraversò la stanza, con un cenno di saluto.

Disse: “Sono Mardonne. Gentile da parte vostra essere venuto.” Aveva una voce fioca e rauca, la voce di un uomo grasso. Ma non era grasso.

Mallory disse: “Non era un invito mondano.”

Mardonne disse: “Andiamo su nel mio ufficio.”

Mallory bevve ancora un po’ di birra, fece un’altra smorfia e spinse il bicchiere lontano da sé, sul piano del bar. Passarono per la porta, salirono una scala coperta da un tappeto, che a metà s’incontrava con un’altra scala. Da una porta aperta veniva della luce. Entrarono dov’era la luce.

La stanza era stata una camera da letto, e non era stato fatto gran che per trasformarla in un ufficio. Le pareti erano grigie. C’erano due o tre stampe in piccole cornici, un grosso schedario, una robusta cassaforte, qualche sedia. Su un banco di noce stava una lampada dal paralume bruciacchiato. Un giovane biondissimo era seduto sull’angolo dello scrittoio, con le gambe accavallate. Portava un cappello floscio con un nastro vivace.

Mardonne disse: “Va bene, Henry, sono occupato.” Il giovane biondo scese dalla scrivania, sbadigliò, e si portò la mano alla bocca con un gesto affettato del polso. Su un dito gli brillava un grosso diamante. Guardò Mallory, sorrise, uscì adagio dalla stanza, chiudendo la porta.

Mardonne si sedette in una poltrona di pelle azzurra. Accese un sigaro e fece scorrere un portacenere sul piano lucido della scrivania. Mallory si sedette in fondo allo scrittoio, fra la porta e due finestre aperte. C’era un’altra porta, ma davanti a questa stava la cassaforte. Accese una sigaretta e disse:

“Landrey mi doveva del denaro. Cinquemila dollari. Nessuno qui si interessa di questo pagamento?”

Mardonne mise le mani scure sul bracciolo della sedia e la fece dondolare avanti e indietro. “Non siamo ancora a questo punto,” disse.

Mallory replicò: “Giusto. A che punto siamo?”

Mardonne socchiuse quei suoi occhi privi di vivacità. La sua voce era piana e atona: “A come Landrey è stato ucciso.”

Mallory mise la sigaretta in bocca e intrecciò le mani dietro la nuca, poi emise sbuffate di fumo e cominciò a parlare, attraverso il fumo, rivolto alla parete, al di sopra della testa di Mardonne.

“A forza di mettersi contro tutti finì per mettersi contro se stesso. Giocava troppe partite in una volta e se le confondeva. Era un pazzo, con una pistola. Quando aveva un’arma in mano doveva sparare a qualcuno. E qualcuno sparò a lui.”

Mardonne continuava a dondolare la sedia. Disse; “Forse potreste essere un po’ più preciso.”

“Certo… potrei raccontarvi una storia… a proposito di una ragazza che una volta ha scritto certe lettere. Credeva di essere innamorata. Erano lettere imprudenti, di quelle che può scrivere una ragazza che abbia più fegato di quanto sarebbe meglio avesse. È passato del tempo, e in qualche modo le lettere sono arrivate sul mercato dei ricattatori. Qualcuno ha pensato di spillar soldi alla ragazza. Non era una cifra molto alta, niente che avrebbe potuto darle un eccessivo fastidio, ma sembra che lei amasse risolvere le cose nel modo più difficile. Landrey ha pensato di poterla aiutare. Aveva un piano, e per il suo piano gli occorreva un uomo che fosse capace di portare la marsina, che sapesse comportarsi in società da gentiluomo, e non fosse conosciuto in questa città. E ha scelto me. Ho una piccola agenzia a Chicago.”

Mardonne si diresse verso le finestre aperte e si fermò un poco a fissare la cima degli alberi. “Poliziotto privato, eh?” brontolò impassibile. “Di Chicago.”

Mallory annuì, lo guardò un istante, e ritornò ad osservare la medesima macchia sulla parete. “E stimato all’altezza della situazione. Non lo credereste, a giudicare da certa compagnia che ho avuto più tardi.”

Mardonne ebbe un improvviso moto di impazienza, ma non disse niente.

Mallory proseguì: “Be’, ho dato all’affare una piega che è stato il mio primo errore, e il peggiore. Stavo cominciando a ingranare, quando il ricatto si è trasformato in un rapimento. Non andava troppo bene. Mi sono messo in contatto con Landrey e lui ha deciso di entrare in campo con me. Abbiamo trovato la ragazza senza troppa difficoltà, e l’abbiamo portata a casa. Avevamo ancora da ritrovare le lettere. Mentre stavo cercando di farmele dare dall’individuo che pensavo le avesse, uno di quei bravi ragazzi mi è arrivato alle spalle, con tutta l’intenzione di divertirsi un po’ con la pistola. Landrey ha fatto una magnifica entrata, si è messo in posa e ha ingaggiato con l’altro un duello, da pari a pari. E ci è rimasto. È stato un bello spettacolo, se vi piacciono spettacoli di questo genere, ma io sono rimasto nei guai. Così forse adesso sono indiziato. Ho dovuto tagliar la corda e raccogliere le idee.”

Gli occhi scuri di Mardonne rivelarono un improvviso lampo di emozione. “La storia della ragazza può anche essere interessante,” disse freddamente.

Dalla bocca di Mallory uscì una pallida nuvoletta di fumo. “Era narcotizzata e non sa nulla. E anche se sapesse, non parlerebbe. E io non so come si chiami.”

“Ma io sì,” disse Mardonne. “L’autista di Landrey ha fatto una chiacchierata con me. Così non ho da seccarvi su questo argomento.”

Mallory proseguì tranquillamente: “Questo è il racconto dall’esterno, senza deduzioni. Le deduzioni lo rendono più strano… e un bel po’ più sporco. La ragazza non ha chiesto aiuto a Landrey, ma lui sapeva del ricatto. Aveva avuto le lettere una volta, perché erano state scritte a lui. Il suo piano di sorprenderli nell’impresa, era, per conto mio, per giocare un brutto tiro alla ragazza stessa, farle credere che io avessi le lettere, attirarla ad un appuntamento in un ritrovo notturno, dove avremmo potuto essere visti dalle persone che la stavano imbrogliando. Sarebbe certamente venuta, perché aveva fegato per cose del genere. Sarebbe stata osservata, perché qualcuno avrebbe fatto la spia: la cameriera, o l’autista o qualcosa di simile. I ragazzi avrebbero voluto sapere qualcosa di me; mi avrebbero pescato e, purché non mi avessero messo fuori combattimento, avrei potuto imparare chi c’era dentro l’affare. Piano grazioso, non trovate?”

Freddamente Mardonne disse: “Un po’ slegato in alcuni punti… Andate avanti a raccontare.”

“Quando la trappola ha funzionato, ho capito come andavano le cose. Sono stato al gioco perché per il momento dovevo farlo. Dopo un po’ c’è stato un altro giuoco, questa volta non premeditato. Un grosso poliziotto, che riceveva soldi dalla banda, ha avuto fifa e ha cacciato i ragazzi nei pasticci. Non gli faceva molto effetto una piccola estorsione, ma un ratto era un salto nel buio, per lui. Questa novità ha reso le cose più semplici per me, e non è stato davvero nocivo per Landrey, perché il poliziotto non aveva mangiato la foglia. E il tipo che ha accoppato Landrey neppure, almeno credo. Era soltanto arrabbiato perché pensava che gli avessero fregato la sua parte.”

Mardonne dava continuamente dei colpetti al bracciolo della sedia con le sue mani scure, come un banditore che prosegue senza tregua una vendita all’asta. “Era previsto che arrivaste a questa conclusione?” chiese.

“Ho usato la testa, Mardonne. Non abbastanza presto, ma l’ho usata. Forse non ero stato ingaggiato per pensare, ma d’altra parte non mi era stato neppure spiegato che non dovevo farlo. Se l’avessi imbroccata, peggio per Landrey. Avrebbe dovuto pensare a una via d’uscita in questa evenienza. Se no, sarei rimasto l’essere più simile a una persona onesta che poteva permettersi il lusso d’avere intorno.”

Mardonne disse pacatamente: “Landrey aveva molto denaro. E un po’ di cervello. Non molto, ma un po’. Non si sarebbe mosso per un ricattuccio dappoco.”

Mallory rise forte: “Non era tanto dappoco per lui, Mardonne. Voleva la ragazza. Lei si era allontanata da lui, dal suo ambiente; e se lui non poteva alzarsi fino a lei, poteva però trascinare lei in basso. Le lettere non erano sufficienti a gettare del fango su di lei, aggiungete invece un rapimento e il finto aiuto di un primo amore diventato un pessimo soggetto, ed avrete una storia cui nessun giornale metterebbe la sordina. Se veniva spifferata, le avrebbe immediatamente fatto perdere il lavoro. Voi immaginate il prezzo per non andare in giro a raccontarla, Mardonne.”

Mardonne disse: “Eh, eh,” e continuò a guardar fuori della finestra.

Mallory proseguì: “Ma ora tutto questo è sul mio conto. Io ero stato ingaggiato per cercare delle lettere, e io le ho trovate… nella tasca di Landrey, quando c’è rimasto… Io gradirei esser pagato per il tempo che ho perso.”

Mardonne si voltò e posò le mani a palme aperte sul piano dello scrittoio. “Datemele,” disse, “e vedrò quanto possono valere per me.”

Mallory rise di nuovo, forte. Gli occhi gli divennero duri ed amari. Disse: “Il brutto con i tipi come voi è che non siete mai capaci di immaginare che qualcuno possa essere onesto… Le lettere sono state tolte dalla circolazione, Mardonne. Erano passate attraverso troppe mani, e si erano sciupate.”

“È una bella pensata,” ghignò Mardonne, “per qualcun altro. Landrey era mio socio, e me lo tenevo caro… Così voi date via le lettere, e io dovrei pagarvi perché avete lasciato che Landrey fosse ucciso. Questa sì che è degna di passare ai posteri! La mia opinione è che siate già stato pagato abbondantemente… dalla signorina Rhonda Farr.”

Mallory disse con sarcasmo: “Immaginavo che avreste avuto quest’impressione. Forse a voi la storia sarebbe piaciuta di più così… La ragazza era stufa di aver sempre Landrey tra i piedi. Ha scritto apposta alcune lettere compromettenti e le ha messe dove il suo astuto avvocato potesse prenderle e passarle a un uomo che era a capo d’una banda di delinquenti che l’avvocato usava talvolta per i suoi affari. La ragazza ha scritto a Landrey che la aiutasse e lui mi ha assunto. Poi ho avuto un’offerta migliore dalla ragazza. Lei mi ha pagato per farla a Landrey. Io mi sono barcamenato con lui, finché sono riuscito a condurlo faccia a faccia con la pistola di un tipaccio che doveva far mostra di avercela con me. Il tipaccio ha sparato invece a lui, e io ho sparato al tipaccio con la pistola di Landrey, per render le cose più semplici. Poi ho bevuto qualcosa e sono andato a casa a dormire.”

Mardonne si piegò in avanti e premette un bottone nel fianco dello scrittoio. Disse: “Quest’ultima versione mi piace molto di più. Sto pensando come renderla possibile.”

“Potreste provare,” disse Mallory pigramente. “Penso che non sarà il primo imbroglio che tentate di fare.”

9.

La porta della stanza si aprì ed entrò il ragazzo biondo. Le sue labbra erano atteggiate a un sorriso compiaciuto, e lasciarono scorgere la punta della lingua. Aveva in mano un’automatica.

Mardonne disse: “Non sono più occupato, Henry.”

Il biondo chiuse la porta. Mallory si alzò ed indietreggiò verso il muro. Disse ironicamente:

“Adesso viene il bello, eh?”

Mardonne si pizzicò con le dita scure la parte grassa del mento. Disse brevemente:

“Qui non ci devono essere sparatorie. In questa casa vengono persone per bene. Può darsi che non abbiate accoppato Landrey, ma non vi voglio vedere intorno. Mi date fastidio.”

Mallory continuò ad indietreggiare finché non ebbe le spalle contro la parete. Il ragazzo biondo aggrottò la fronte, e fece un passo verso di lui. Mallory disse:

“Sta’ dove sei, Henry. Ho bisogno di spazio per pensare. Potrai infilarmi con una pallottola, ma non potrai impedire che la mia pistola dica anche lei la sua. A me il rumore non darebbe affatto fastidio.”

Mardonne si appoggiò allo scrittoio, guardando da una parte. Il ragazzo biondo avanzava lentamente, continuando a tenere la lingua fra le labbra. Mardonne disse:

“Ho alcuni biglietti da cento in questa scrivania. Ne darò dieci ad Henry. Verrà con voi fino al vostro albergo. Vi aiuterà anche a fare le valige. Quando salirete sul treno dell’oriente, vi darà il denaro. Se tornerete ancora, dopo, si tratterà di un altro affare… e ci sarà poco da scherzare.” Abbassò adagio la mano ed aprì il cassetto del banco.

Mallory teneva gli occhi sul ragazzo biondo. “Henry potrebbe cambiare idea,” disse poco cortesemente. “Mi sembra un tipo piuttosto volubile.”

Mardonne si rizzò, e tolse la mano dal cassetto, mettendo una pila di biglietti sul banco. Disse:

“Non credo. Henry di solito fa quello che gli dico.”

Mallory sogghignò appena. “Forse è proprio di questo che ho paura,” disse. Il suo sorriso diventò più ironico, più brutto. I denti gli brillarono fra le labbra pallide. “Avete detto di possedere un’ottima opinione di Landrey, Mardonne. È una balla. Non vi importa un fico secco di Landrey, ora che è morto. Anzi, probabilmente vi siete impossessato anche della sua parte senza che nessuno vi seccasse con domande. Succede così in questi ambienti. Mi volete spedire perché credete ancora di poter vendere la vostra sporca merce (al momento buono) a più di quanto vi potrebbe rendere in un anno questo misero locale. Ma non potrete venderla, Mardonne. Il mercato è chiuso. Nessuno vi pagherà un soldo bucato, spifferiate o non spifferiate in giro la vostra sporca storia.”

Mardonne si schiarì la gola. Stava ancora nella medesima posizione, leggermente curvo, con tutte e due le mani sulla superficie della scrivania, coi biglietti di banca fra le due mani. Si leccò le labbra e disse: “Benissimo, testa fina. E perché no?”

Mallory fece un rapido gesto espressivo col pollice della mano destra.

“In quest’affare io sono il fesso e voi siete il furbo. Vi ho raccontato la storia giusta la prima volta e il dito mignolo mi dice che Landrey non era solo in questa graziosa impresa. Voi c’eravate dentro fino al collo!… Ma vi siete cacciato in un bell’imbroglio, lasciando che Landrey andasse in giro con quel pacco di lettere in tasca. La ragazza ora può parlare. Non dirà tutto, ma quel tanto che basta per potersi infischiare di qualunque chiacchiera, che non riuscirà certamente a rovinare una posizione di un milione di dollari soltanto perché un imbroglione qualunque vuol fare il furbo… Se il vostro denaro vuol significare qualcos’altro, riceverete un tal colpo che sarete costretto a tirarvi fuori i denti dalle calze, e vedrete la più meravigliosa messa in scena che Hollywood abbia mai immaginato.”

Si fermò, e lanciò una rapida occhiata al ragazzo biondo. “Ancora una cosa, Mardonne. Quando inventate drammi gialli, procuratevi un compare che conosca bene il suo mestiere. L’allegro caballero qui presente ha dimenticato di tirare indietro la sicura.”

Mardonne rimase impietrito. Gli occhi del ragazzo biondo si abbassarono per un secondo sulla pistola. Mallory fece un balzo lungo il muro e la Luger gli balenò in mano. La faccia del ragazzo biondo diventò truce, poi la sua pistola sparò. Sparò anche la Luger, e fece un buco nel muro, dietro il cappello di feltro del ragazzo biondo. Henry si abbassò con grazia, e sparò di nuovo. Il colpo fece cadere Mallory all’indietro contro il muro. La mano sinistra gli andò giù inerte.

Strinse le labbra con ira. Si rialzò: e la Luger fece sentire per due volte la sua voce, rapidamente.

La mano del ragazzo biondo che teneva l’arma fece un arco, e la pistola andò a battere contro la parete: lui spalancò gli occhi e la bocca, in una smorfia di dolore.

Poi fece un giro su se stesso, spalancò la porta e con un salto raggiunse le scale.

Dietro a lui si riversò la luce della stanza. Da qualche parte qualcuno gridò. Una porta venne sbattuta. Mallory guardò Mardonne, dicendo con indifferenza: “Mi ha colpito al braccio, porco!… Avrei potuto ucciderlo mille volte quel…”

La mano di Mardonne sbucò di sotto lo scrittoio impugnando una pistola. Una pallottola andò a conficcarsi nel pavimento ai piedi di Mallory.

Mardonne barcollò come ubriaco, e scagliò lontano l’arma come se fosse rovente. Alzò le mani in aria e rimase come impietrito dallo spavento.

Mallory disse: “Qui davanti a me! Sto andandomene.”

Mardonne venne fuori da dietro la scrivania. Si muoveva a scatti, come un burattino. I suoi occhi avevano la fissità delle ostriche non fresche. Aveva bava sul mento.

Qualcosa brillò sulla porta. Mallory si piegò da un lato e fece fuoco alla cieca contro la porta. Ma il suono della Luger fu sopraffatto dal potente scoppio di un’arma di grosso calibro. Un bruciore lancinante colpì il fianco destro di Mallory. Mardonne ricevette il resto della scarica e cadde in avanti sul pavimento, morto prima di toccar terra.

Un fucile a canna corta fece il suo ingresso nella stanza attraverso la porta aperta. Un uomo panciuto in maniche di camicia lo seguì proiettato in avanti attraverso la porta, e cadde stringendo l’arma. Dalla sua bocca uscì un singhiozzo soffocato, mentre una macchia di sangue si allargava sul davanti della sua camicia spiegazzata.

Un improvviso frastuono si levò al piano di sotto. Grida, correre affrettato, un’acuta risata isterica, un suono stridulo che avrebbe potuto essere un urlo. Fuori il rumore delle automobili che partivano, e lo strusciare delle ruote sulla strada. I clienti se ne andavano. In qualche luogo una vetrata andò in frantumi. Si udì un serrato rumor di passi sul marciapiedi.

Nulla si muoveva attraverso lo spazio illuminato che dava sulle scale. Il ragazzo biondo si lamentava piano, fuori, per terra, dietro all’uomo che stava sulla soglia.

Mallory si trascinò per la stanza, e si lasciò cadere sulla sedia accanto allo scrittoio. Con la mano che teneva la pistola si terse il sudore dagli occhi. Appoggiò il petto allo scrittoio, ansimando e tenendo d’occhio la porta.

Ora il braccio sinistro gli batteva, e la gamba sinistra gli sembrava una delle piaghe d’Egitto. Sangue cominciò a scorrergli nell’interno della manica, poi sulla mano, fin sulla punta delle dita.

Dopo un po’ distolse lo sguardo dalla porta, e lo posò sulla pila di biglietti che stavano sullo scrittoio, sotto la lampada. Li raggiunse e con la canna della pistola li fece cadere nel cassetto aperto. Con una smorfia di dolore, riuscì a chinarsi abbastanza da chiudere il cassetto. Poi aprì e richiuse gli occhi rapidamente, per molte volte, strizzandoli, e poi spalancandoli al massimo. Questo gli rischiarò un po’ le idee. Si avvicinò al telefono.

Da basso ora c’era silenzio. Mallory posò la Luger, staccò il ricevitore e lo posò accanto all’arma.

Poi disse forte: “Male, bambola… Forse ho sbagliato, dopo tutto. Forse quel vigliacco non aveva il fegato di farti del male, malgrado tutto… be’… ora ci sono parecchie cose di cui parlare.”

Mentre incominciava a fare il numero, l’urlo di una sirena lacerò l’aria, sempre più forte, venendo dalla salita di Sherman…

10.

L’ufficiale in divisa dietro la macchina da scrivere parlò in un dittafono, poi guardò Mallory e indicò col pollice una porta a vetri che portava scritto: “Capitano Squadra investigativa. Privato.”

Mallory si alzò a fatica da una sedia, attraversò la stanza, si appoggiò al muro per aprire la porta a vetri ed entrò.

La stanza in cui si ritrovò era pavimentata di sporco linoleum marrone, ed ammobiliata con quel particolare e spaventoso gusto del sordido che hanno soltanto gli uffici pubblici. Cathcart, il capo della Squadra investigativa, sedeva, solo, in mezzo alla stanza, tra uno scrittoio disordinato che doveva esser lì da non meno di vent’anni e un tavolo di quercia così grande che si sarebbe potuto giocarci sopra a ping–pong.

Cathcart era un irlandese grosso e trasandato, con la faccia sudata e un eterno sorrisetto sulle labbra cascanti. I suoi baffi bianchi erano sporchi di nicotina. Le mani erano molto pustolose.

Mallory gli si avvicinò lentamente, appoggiandosi a un bastone con il puntale di gomma. Gli pareva di avere la gamba destra enorme, gli bruciava. Aveva il braccio sinistro legato al collo con una sciarpa di seta nera. Si era rasato di fresco; il suo viso era pallido e gli occhi neri come l’ardesia.

Si sedette di fronte al poliziotto dalla parte opposta del tavolo, mise il bastone sul tavolo, prese una sigaretta e la accese. Poi disse con voluta disinvoltura.

“Qual è il verdetto, capo?”

Cathcart sorrise: “Come ti senti, amico? Sembri piuttosto malmesso.”

“Non male. Un po’ indolenzito.”

Cathcart annuì, si schiarì la gola, prese e posò senza necessità delle carte che aveva davanti. Poi disse:

“Sei a posto. È un brutto pasticcio, ma tu sei a posto. Chicago ti ha dato una camicia pulita, maledettamente pulita. La tua Luger ha preso Mike Corliss, un mascalzoncello qualsiasi. Mi tengo la Luger per ricordo, va bene?”

Mallory assentì e disse: “Va bene. E io mi comprerò una .25 con proiettili di rame, una pistola da campione. Non per far colpo, ma perché va meglio con l’abito da sera.”

Cathcart lo guardò attentamente per un momento, poi proseguì: “Sulla pistola grossa ci sono le impronte di Mike. E la pistola grossa ha colpito Mardonne. Nessuno ci piange su molto. Il biondo non è molto grave. L’automatica che abbiamo trovato sul pavimento recava le sue impronte, e questo servirà a tenerlo sott’occhio per un certo tempo.”

Mallory si fregò il mento pian piano:

“E gli altri?”

Il capitano inarcò le sopracciglia, e lo guardò con aria assente. Disse: “Non c’è niente che ti riguardi, ch’io sappia. E tu?”

“No, niente,” disse Mallory con enfasi. “Stavo solo pensando.”

Il capitano disse seriamente: “Non pensare. E non cercare di fare supposizioni, se qualcuno ti chiedesse… per esempio di quella faccenda di Baldwin Hills. Come ce la immaginiamo noi, Macdonald ha tirato le cuoia mentre faceva il suo dovere, e s’è portato con sé un ricattatore a nome Slippy Morgan. Abbiamo un mandato per la moglie di Slippy, ma credo che non la prenderemo. Mac non era al corrente del particolare del narcotico, ma quella notte non era di servizio, ed era un tipo cui piaceva andare in giro a investigare anche quando non era di servizio. Mac amava il suo lavoro.”

Mallory sorrise e disse gentilmente: “Davvero?”

“Sì,” rispose il capitano. “Nell’altro fatto sembra implicato questo Landrey, un noto imbroglione: era anche socio di Mardonne. Che buffa coincidenza! È andato a Westwood per ricever soldi da un tale di nome Costello che gestiva una sala clandestina di scommesse nei quartieri orientali. Jim Ralston, uno dei nostri ragazzi, lo ha seguito. Non avrebbe dovuto, ma conosceva Landrey molto bene. C’è stata una piccola discussione per il denaro. Jim ha ricevuto un colpo in testa con uno sfollagente, e Landrey e alcuni individui senza importanza si sono ammazzati. C’era anche un altro che non abbiamo pescato. Abbiamo preso Costello, ma non ha parlato e a noi non va di usar la forza con i vecchi. Lo porteremo in tribunale per via dello sfollagente. Confesserà, penso.”

Mallory scivolò nella sedia fino a che riuscì ad appoggiare la nuca contro lo schienale. Le sbuffate di fumo salivano dritte verso il soffitto sporco. Disse:

“E l’altra sera? O è stato allora forse che è scoppiata la roulette e un sigaro esplosivo ha fatto un buco nel pavimento del garage?”

Il capitano di polizia si fregò tutt’e due le guance, poi tirò fuori un enorme fazzoletto e si soffiò il naso.

“Oh, quello,” disse con noncuranza, “non è stato niente. Il ragazzo biondo, Henry Anson o qualcosa di simile, dice che è tutta colpa sua. Era la guardia del corpo di Mardonne, ma questo non significava che potesse sparare a chi gli saltava in mente. Per questo lo abbiamo fermato, ma se la caverà con poco, perché ha detto la verità.”

Il capitano si fermò bruscamente e guardò Mallory negli occhi. Mallory stava sorridendo. “Naturalmente… se non ti va la sua versione…” proseguì freddamente il capitano, con intenzione.

Mallory rispose: “Non l’ho ancora sentita tutta, ma sono sicuro che mi piacerà moltissimo.”

“Bene,” brontolò Cathcart, placato. “Allora questo Anson dice che Mardonne lo ha chiamato con il campanello mentre tu stavi parlando col capo. Stavi protestando per qualcosa, forse per una roulette irregolare nella sala. C’era denaro sul banco, e così lui ha pensato a una rapina. Avevi un’aria pericolosa, e lui, non sapendo che eri un poliziotto, è diventato nervoso e ha fatto fuoco per errore. Tu non hai sparato subito, ma quel povero disgraziato lascia andare un altro colpo e ti prende. Allora gli buchi una spalla: chi non l’avrebbe fatto? Fossi stato io, gli avrei riempito le budella di piombo. Poi entra il tipo col fucile e si mette a sparare senza chieder niente a nessuno, colpisce Mardonne e viene colpito da te. Al primo momento pensammo che quel tipo avesse voluto colpire Mardonne di proposito, ma il ragazzo dice di no, che ha inciampato sulla soglia, entrando… Diavolo, non è bello da parte tua aver fatto nascere tutto quel chiasso, essendo uno di fuori eccetera, ma un uomo deve pur avere il diritto di difendersi.”

Mallory disse con gentilezza: “Ci sono anche il procuratore distrettuale e il commissario capo. Cosa dicono? Perché a me piacerebbe andarmene pulito come quando sono arrivato.”

Cathcart aggrottò le ciglia e guardò il linoleum sporco, mordendosi il pollice come se volesse farsi male.

“Al commissario capo non importa niente di queste stronzate. E se il procuratore distrettuale trova qualcosa da ridire, posso ricordargli alcuni casi nei quali il suo ufficio non se l’è cavata molto pulitamente.”

Mallory alzò il bastone dalla tavola, spinse la sedia indietro, si appoggiò al bastone per alzarsi. “Avete un dipartimento di polizia veramente magnifico, qui,” disse. “Direi che non dovrebbero verificarsi mai delitti.”

Si diresse verso la porta. Il capitano disse alle sue spalle:

“Andate a Chicago?”

Mallory scosse con cautela la spalla destra, quella buona. “Forse rimarrò da queste parti,” rispose. “Uno degli studios mi ha fatto una proposta. Estorsioni, ricatti, eccetera.”

Il capitano rise di cuore. “Ottimo. L’Eclipse Films è un magnifico gruppo. Mi hanno sempre trattato bene. Un bel lavoro facile, quello dei ricatti. È difficile che uno possa mettersi nei guai.”

Mallory annuì solennemente. “Già, un lavoro leggero, capo. Quasi effeminato, no?”

Uscì, traversò il corridoio, entrò nell’ascensore e scese sulla strada. Prese un taxi. Faceva caldo nella macchina. Tornando all’albergo, si sentiva debole e stordito.