giovedì 19 agosto 2021

BLANCA E L'ADDIO Estratto da "La città di Vapore" Di Carlos Ruiz Zafón



BLANCA E L'ADDIO 

Estratto da "La città di Vapore"

Di Carlos Ruiz Zafón 


Blanca e l’addio

(Dalle memorie mai accadute di un certo David Martín)

1

Ho sempre invidiato la capacità di dimenticare che possiedono alcune persone per le quali il passato è come un cambio di stagione, o come un paio di scarpe vecchie che basta condannare in fondo a un armadio perché siano incapaci di ripercorrere i passi perduti. Io ho avuto la disgrazia di ricordare tutto e che tutto, a sua volta, ricordasse me. Ricordo una prima infanzia di freddo e solitudine, di istanti morti passati a contemplare il grigiore dei giorni e quello specchio nero che stregava lo sguardo di mio padre. Non conservo quasi memoria di alcun amico. Posso evocare i volti dei bambini del quartiere della Ribera con cui a volte giocavo o facevo a botte per strada, ma non ce n’è nessuno che desideri riscattare dal paese dell’indifferenza. Nessuno tranne quello di Blanca.

Blanca aveva un paio di anni più di me. La conobbi un giorno di aprile davanti al portone di casa mia mentre camminava per mano a una domestica che era andata a ritirare dei libri in una piccola libreria antiquaria di fronte al cantiere dell’Auditorium. Il destino volle che quel giorno la libreria non aprisse fino a mezzogiorno e che la domestica arrivasse alle undici e mezzo, lasciando una lacuna di attesa di trenta minuti nei quali, senza che lo sospettassi, sarebbe stato suggellato il mio destino. Fosse stato per me, non mi sarei mai azzardato a scambiare una parola con lei. Il suo abbigliamento, il suo profumo e il suo atteggiamento patrizio da ragazzina ricca, blindata di seta e tulle, non lasciavano alcun dubbio sul fatto che quella creatura non apparteneva al mio mondo, e ancora meno io al suo. Ci separavano soltanto pochi metri di strada, ma leghe e leghe di leggi invisibili. Mi limitai a osservarla come si ammirano gli oggetti sacri in una vetrina o sugli scaffali di uno di quei bazar le cui porte sembrano aperte, ma che si sa che non si oltrepasseranno mai nella vita. Ho pensato spesso che, se non fosse stato per il fermo atteggiamento di mio padre rispetto alla mia pulizia personale, Blanca non si sarebbe mai accorta di me. Mio padre era dell’opinione che avesse visto abbastanza sudiciume durante la guerra da riempirci nove vite e, sebbene fossimo più poveri di un topo di biblioteca, mi aveva insegnato fin da piccolo a familiarizzarmi con l’acqua gelata che sgorgava, quando voleva, dal rubinetto del lavatoio, e con quelle saponette che odoravano di candeggina e strappavano via perfino i rimorsi. E fu così che, a otto anni appena compiuti, il sottoscritto, David Martín, lindo e pinto pezzente e futuro aspirante letterato di terza fila, riuscì a mettere insieme la presenza di spirito per non distogliere lo sguardo quando quella bambolina di buona famiglia posò gli occhi su di me e sorrise timidamente. Mio padre mi aveva sempre detto che nella vita bisogna sempre ripagare la gente con la stessa moneta con cui si viene pagati. Lui si riferiva agli schiaffoni e ad altri gesti d’arroganza, ma io decisi di seguire i suoi insegnamenti e di rispondere a quel sorriso, aggiungendo come mancia un lieve cenno di assenso. Fu lei ad avvicinarsi lentamente e, guardandomi dall’alto in basso, mi tese la mano, un gesto che mai nessuno mi aveva riservato, e disse:

«Mi chiamo Blanca».

Blanca tendeva la mano come le signorine nelle commedie neoclassiche, con il palmo in basso e con la languidezza di una damigella parigina. Non mi resi conto che sarebbe stato opportuno chinarmi e sfiorarla con le labbra, e dopo un po’ Blanca ritirò la mano e inarcò un sopracciglio.

«Io sono David.»

«E sei sempre così maleducato?»

Stavo lavorando a una via d’uscita retorica per compensare la mia condizione di zotico plebeo con uno sfoggio d’ingegno e brillantezza che salvasse il mio profilo, quando la domestica si avvicinò con aria costernata e mi guardò come si guarda un cane rabbioso che se ne va liberamente in giro per strada. La domestica era una donna molto giovane dall’aspetto severo e dagli occhi neri e profondi che non mostravano alcuna simpatia nei miei confronti. Prese Blanca per un braccio e la allontanò dalla mia portata.

«Con chi sta parlando, signorina Blanca? Lo sa che a suo padre non piace che lei parli con gli estranei.»

«Non è un estraneo, Antonia. Questo è il mio amico David. Mio padre lo conosce.»

Rimasi di sasso mentre la domestica mi osservava in tralice.

«David come?»

«David Martín, signora. Per servirla.»

«Antonia non la serve nessuno, David. È lei che serve noi. Non è vero, Antonia?»

Fu appena un istante, un’espressione che nessuno avrebbe avvertito eccetto me, che la stavo guardando attentamente. Antonia lanciò un’occhiata breve e oscura a Blanca, uno sguardo avvelenato d’odio che mi gelò il sangue, prima di nasconderlo con un sorriso rassegnato e di scuotere la testa come per non dare importanza alla faccenda.

«Ragazzini» borbottò di soppiatto, allontanandosi per tornare alla libreria, che stava ormai aprendo le porte.

Blanca, allora, accennò a sedersi sul gradino del portone. Perfino un cafone come me sapeva che quel vestito non poteva entrare in contatto con i materiali meschini e ricoperti di carbonella con cui era costruita la mia casa. Mi tolsi il giaccone rappezzato di toppe e lo stesi al suolo a mo’ di tappetino. Blanca si sedette sul mio migliore indumento e sospirò, osservando la strada e le persone che passavano. Antonia non ci toglieva gli occhi di dosso dall’ingresso della libreria, e io facevo finta di non accorgermene.

«Abiti da queste parti?» chiese Blanca.

Indicai la proprietà vicina, annuendo.

«E tu?»

Blanca mi guardò come se quella fosse la domanda più stupida che avesse ascoltato nella sua breve vita.

«Certo che no.»

«Non ti piace il quartiere?»

«Puzza, è buio, fa freddo e la gente è brutta e fa rumore.»

Non mi era mai passato per la testa di riassumere in quel modo il mondo da me conosciuto, ma non trovai argomenti solidi con cui contraddirla.

«E perché vieni qui?»

«Mio padre ha una casa vicino al mercato del Born. Antonia mi porta da lui quasi ogni giorno.»

«E tu dove abiti?»

«A Sarriá, con mia madre.»

Perfino un sempliciotto come me aveva sentito parlare di quel posto, ma la verità è che non c’ero mai stato. Lo immaginavo come una cittadella di grandi ville e viali fiancheggiati da tigli, lussuose carrozze e frondosi giardini, un mondo popolato di persone come quella bambina, però più alte. Senza dubbio il suo era un mondo profumato, luminoso, con fresche brezze e cittadini silenziosi e di bell’aspetto.

«E come mai tuo padre vive qui e non con voi?»

Blanca si strinse nelle spalle, distogliendo lo sguardo. L’argomento sembrava metterla a disagio e preferii non insistere.

«È soltanto per un periodo» aggiunse. «Presto tornerà a casa.»

«Certo» dissi, senza sapere bene di cosa stessimo parlando, ma adottando quel tono di compatimento di chi nasce già sconfitto ed è bravissimo a raccomandare rassegnazione.

«La Ribera non è così male, vedrai. Ti abituerai.»

«Non voglio abituarmi. Non mi piace questo quartiere, e non mi piace la casa che ha comprato mio padre. Non ho amici qui.»

Deglutii.

«Io posso essere tuo amico, se vuoi.»

«E tu chi sei?»

«David Martín.»

«Questo l’hai già detto.»

«Immagino che sono anch’io uno che non ha amici.»

Blanca si voltò e mi guardò con un misto di curiosità e diffidenza.

«Non mi piace giocare né a nascondino né a palla» avvertì.

«Neanche a me.»

Blanca sorrise e mi tese di nuovo la mano. Stavolta ci misi tutto il mio impegno per baciarla.

«Ti piacciono i racconti?» domandò.

«È quello che più mi piace al mondo.»

«Ne so alcuni che pochissime persone conoscono» disse. «Mio padre li scrive per me.»

«Anch’io scrivo racconti. Be’, me li invento e li imparo a memoria.»

Blanca corrugò la fronte.

«Vediamo. Raccontamene uno.»

«Adesso?»

Blanca annuì, con aria di sfida.

«Spero che non parli di principessine» minacciò. «Odio le principessine.»

«Be’, c’è una principessa… però è molto cattiva.»

Il viso le si illuminò.

«Cattiva quanto?»

2

Quella mattina Blanca divenne la mia prima lettrice, il mio primo pubblico. Le raccontai come meglio potei la mia fiaba di principesse e stregoni, di malefici e baci avvelenati in un universo di incantesimi e palazzi viventi che strisciavano per le lande di un mondo di tenebre come belve infernali. Al termine della narrazione, quando l’eroina si immergeva nelle gelide acque di un lago nero con una rosa maledetta fra le mani, Blanca fissò per sempre la rotta della mia vita versando una lacrima e mormorando, emozionata e liberata da quella verniciatura da signorina di buona famiglia, che la mia storia le era sembrata stupenda. Avrei dato la vita perché quell’istante non svanisse mai. L’ombra di Antonia che si allungava ai nostri piedi mi restituì alla prosaica realtà.

«Ce ne andiamo, signorina Blanca, a suo padre non piace che arriviamo tardi a pranzo.»

La domestica la strappò via da me e se la portò giù per la strada, ma io continuai a guardarla negli occhi finché il suo profilo scomparve e la vidi salutarmi con la mano. Raccolsi il mio giaccone e me lo infilai di nuovo, sentendomi addosso il calore e l’odore di Blanca. Sorrisi tra me e, sebbene fosse durato soltanto pochi secondi, capii che per la prima volta nella mia vita ero stato felice e che, adesso che avevo assaggiato il sapore di quel veleno, la mia esistenza non sarebbe mai più stata uguale.

Quella sera mio padre, mentre cenavamo con pane e zuppa, mi guardò con severità.

«Ti vedo diverso. È successo qualcosa?»

«No, papà.»

Andai a letto presto, fuggendo dall’umore cupo di mio padre. Mi stesi al buio pensando a Blanca, alle storie che volevo inventare per lei, e mi resi conto di non sapere né dove abitasse né quando, caso mai, l’avrei rivista.

Trascorsi i giorni successivi cercando Blanca. Dopo pranzo, non appena mio padre si addormentava o chiudeva la porta della sua stanza e si consegnava al suo oblio privato, io uscivo e mi dirigevo verso la parte bassa del quartiere per percorrere i vicoli stretti e bui che circondavano il paseo del Born con la speranza di incontrare Blanca o la sua sinistra domestica. Giunsi a conoscere a memoria ogni meandro e ogni ombra di quel labirinto di strade i cui muri sembravano convergere gli uni contro gli altri per chiudersi in una rete di tunnel. Le vecchie strade delle corporazioni medievali tracciavano un reticolo di anditi che partivano dalla basilica di Santa María del Mar e si intrecciavano in un nodo di passaggi, archi e curve impossibili in cui la luce del sole penetrava a stento per pochi minuti al giorno. Gargolle e rilievi segnavano gli incroci tra antichi palazzi in rovina e edifici che crescevano gli uni sugli altri come rocce su una scogliera di finestre e torri. Al tramonto, esausto, tornavo a casa giusto quando mio padre si era appena svegliato.

Al sesto giorno, mentre cominciavo a credere di aver sognato il mio incontro, imboccai calle de los Mirallers guardando la porta laterale di Santa María del Mar. Una nebbiolina densa era calata sulla città e si trascinava per le strade come un velo biancastro. Il portico della chiesa era aperto. Fu lì che vidi, stagliate sull’ingresso del tempio, le sagome di una donna e di una bambina vestite di bianco che, un secondo dopo, la nebbia avvolse nel suo abbraccio. Corsi verso di loro ed entrai nella basilica. La corrente d’aria trascinava la nebbia all’interno dell’edificio e un manto spettrale di vapore aleggiava sopra la fila di banchi della navata centrale, agganciato alla luce delle candele. Riconobbi Antonia, la domestica, inginocchiata in uno dei confessionali con un’espressione contrita e di supplica. Non avevo dubbi che la confessione di quell’arpia doveva avere la tonalità e la consistenza del catrame. Blanca stava aspettando seduta su un banco con le gambe penzoloni e lo sguardo perso sull’altare. Mi avvicinai all’estremità del banco e lei si voltò. Nel vedermi, le si illuminò il volto e sorrise, facendomi dimenticare di colpo gli interminabili giorni di miseria che avevo trascorso cercando di trovarla. Mi sedetti accanto a lei.

«Cosa ci fai qui?» domandò.

«Venivo a messa» improvvisai.

«Non è orario di messa» rise.

Non avevo voglia di mentirle e abbassai lo sguardo. Non ci fu bisogno di dirle nulla.

«Anche tu mi sei mancato» disse. «Pensavo che ti saresti dimenticato di me.»

Scossi la testa. L’atmosfera di nebbia e sussurri mi armò di coraggio e decisi di rivolgerle una di quelle dichiarazioni che avevo confezionato per uno dei miei racconti di magia ed eroismo.

«Non potrei mai dimenticarmi di te» dissi.

Erano parole che sarebbero risultate vuote e ridicole, tranne che in bocca a un ragazzino di otto anni che forse non sapeva quello che stava dicendo, però lo sentiva. Blanca mi guardò negli occhi con una strana tristezza che non apparteneva allo sguardo di una bambina e mi strinse forte la mano.

«Promettimi che non ti dimenticherai mai di me.»

La domestica, Antonia, apparentemente ormai libera dal peccato e pronta a ricascarci, ci osservava con astio dall’ingresso della fila di banchi.

«Signorina Blanca?»

Blanca non distolse lo sguardo da me.

«Promettimelo.»

«Te lo prometto.»

Ancora una volta la domestica si portò via la mia unica amica. Le vidi allontanarsi lungo il corridoio centrale della basilica e scomparire dalla porta posteriore che dava sul paseo del Born. Stavolta, però, una punta di malizia impregnò la mia malinconia. Qualcosa mi diceva che la domestica era una donna dalla coscienza fragile e che doveva passare assiduamente dal confessionale per espiare le sue mancanze. Le campane del tempio suonarono le quattro, e il germe di un piano cominciò a formarsi nella mia mente.

A partire da quel giorno, ogni pomeriggio alle quattro meno un quarto mi presentavo nella basilica di Santa María del Mar e mi sedevo in uno dei banchi vicini ai confessionali. Non erano passati due giorni quando le vidi comparire di nuovo. Aspettai che la domestica si inginocchiasse davanti al confessionale e mi avvicinai a Blanca.

«Un giorno sì e uno no, alle quattro» mi disse in un sussurro.

Senza perdere un istante, la presi per mano e me la portai a spasso per la basilica. Avevo preparato per lei un racconto ambientato proprio lì, fra le colonne e le cappelle del tempio, con un duello finale che si svolgeva nella cripta sotto l’altare, tra uno spirito malefico fatto di cenere e sangue e un eroico cavaliere. Quella sarebbe stata la prima puntata di una serie di avventure, orrori e storie d’amore di alta precisione che avevo inventato per Blanca con il titolo Gli spettri della Cattedrale e che nella mia immensa vanità di autore novellino mi sembravano poco meno che oro fino. Terminai il primo capitolo giusto in tempo per tornare al confessionale e trovarci la domestica, che stavolta non mi vide perché mi nascosi dietro una colonna. Per un paio di settimane Blanca e io ci incontrammo lì ogni due giorni. Condividevamo storie e sogni da bambini mentre la domestica martirizzava il parroco con il prolisso resoconto dei suoi peccati.

Alla fine della seconda settimana, il confessore, un sacerdote con l’aria da pugile ritirato dal ring, notò la mia presenza e non tardò a collegare i capi sciolti. Stavo per svignarmela quando mi fece cenno di avvicinarmi al confessionale. Il suo aspetto da pugile mi convinse e obbedii all’ordine. Mi inginocchiai al confessionale, tremando all’evidenza che il mio stratagemma era stato scoperto.

«Ave Maria Purissima» mormorai attraverso la grata.

«Secondo te, bestia, ho una faccia da monaca?»

«Mi perdoni, padre. Non so cos’è che si dice.»

«A scuola non te l’hanno insegnato?»

«Il maestro è ateo e dice che voi preti siete uno strumento del capitale.»

«E lui, di chi è strumento?»

«Non l’ha detto. Credo che si ritenga un giocatore svincolato.»

Il prete rise.

«Dove hai imparato a parlare così? A scuola?»

«Leggendo.»

«Leggendo cosa?»

«Quello che posso.»

«Leggi già la parola del Signore?»

«Il Signore scrive?»

«Continua a fare il furbo e finirai a bruciare all’inferno.»

Deglutii.

«Devo raccontarle adesso i miei peccati?» mormorai, angosciato.

«Non ce n’è bisogno. Li hai stampati in fronte. Cos’è questa storia con quella cameriera e quella bambina quasi ogni giorno?»

«Quale storia?»

«Ti ricordo che questo è un confessionale e, se menti a un prete, magari quando esci Nostro Signore ti incenerisce con un fulmine devastante» minacciò il confessore.

«È sicuro?»

«Io, se fossi in te, non rischierei. Forza, parla.»

«Da dove inizio?» chiesi.

«Salta i toccamenti e le parolacce e dimmi cosa ci fai quasi tutti i giorni alle quattro nella mia parrocchia.»

La genuflessione, la penombra e l’odore di cera hanno qualcosa che invita a scaricare la coscienza. Confessai anche il primo starnuto. Il prete ascoltava in silenzio, schiarendosi la voce ogni volta che mi fermavo. Al termine della mia dichiarazione, quando immaginavo che mi avrebbe mandato dritto all’inferno, sentii che il prete rideva.

«Non mi dà una penitenza?»

«Come ti chiami, ragazzino?»

«David Martín, signore.»

«Padre, non signore. Signore è tuo padre, o l’Altissimo, e io non sono tuo padre, sono unpadre, in questo caso padre Sebastián.»

«Perdoni, padre Sebastián.»

«“Padre” basta e avanza. E quello che perdona è il Signore. Io amministro soltanto. Ora, dove eravamo rimasti? Per oggi ti lascio andare soltanto con un avvertimento e un paio di avemaria. E siccome credo che il Signore, nella sua infinita saggezza, abbia scelto questa strada insolita per farti avvicinare alla chiesa, ti propongo un accordo. Mezz’ora prima di incontrare la tua damigella, ogni due giorni, vieni qui e mi aiuti a pulire la sacrestia. In cambio io terrò la domestica occupata almeno una mezz’ora per darti tempo.»

«Farà questo per me, padre?»

«Ego te absolvo in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. E adesso sparisci.»

3

Padre Sebastián dimostrò di essere un uomo di parola. Io arrivavo mezz’ora prima e lo aiutavo in sacrestia, perché il poverino era mezzo zoppo e a malapena ce la faceva da solo. Gli piaceva ascoltare le mie storie, che secondo lui erano piccole bestemmie di carattere veniale, ma lo divertivano, specialmente quelle di spettri e incantesimi. Mi parve un uomo solitario quanto me, che aveva accettato di aiutarmi quando gli avevo confessato che Blanca era la mia unica amica. Io vivevo per quegli incontri.

Blanca era sempre pallida e allegra, vestita di color avorio. Portava scarpe nuove e collanine con medaglie d’argento. Ascoltava i racconti che inventavo per lei e mi parlava del suo mondo e della casa grande e buia in cui suo padre era andato a vivere non lontano da lì, un posto che le faceva paura e che detestava. A volte mi parlava di sua madre, Alicia, con cui viveva nell’antica casa di famiglia a Sarriá. Altre volte, quasi piangendo, si riferiva a suo padre, che adorava, ma che, diceva, era malato e non usciva quasi di casa.

«Mio padre è uno scrittore» raccontava. «Come te. Ma non mi scrive più racconti come prima. Adesso scrive soltanto storie per un uomo che ogni tanto va a trovarlo a casa di notte. Io non l’ho mai visto, ma una volta che sono rimasta lì a dormire li ho sentiti parlare fino a molto tardi, chiusi nello studio di mio padre. Quell’uomo non è buono. Mi fa paura.»

Ogni pomeriggio, quando mi accomiatavo da lei, tornavo a casa sognando a occhi aperti il momento in cui l’avrei salvata da quell’esistenza di assenze, da quel visitatore notturno che la spaventava, da quella vita tra la bambagia che le rubava la luce ogni giorno che passava. Ogni pomeriggio mi dicevo che non l’avrei dimenticata e che, soltanto ricordandola, avrei potuto salvarla.

Un giorno di novembre, di cielo azzurro e brina alle finestre, uscii come sempre per incontrarla, ma Blanca non venne al nostro appuntamento. Per due settimane attesi ogni giorno invano nella basilica che la mia amica facesse atto di presenza. La cercai dovunque, e quando mio padre mi sorprese a piangere di notte gli mentii e gli dissi che mi facevano male i denti, anche se nessun dente poteva mai fare male come quell’assenza. Padre Sebastián, che cominciava a preoccuparsi vedendomi ogni giorno ad aspettare lì come un’anima in pena, un giorno si sedette accanto a me e cercò di consolarmi.

«Forse dovresti dimenticare la tua amica, David.»

«Non posso. Le ho promesso che non l’avrei mai dimenticata.»

Era trascorso un mese dalla sua scomparsa quando mi resi conto che cominciavo a dimenticarla. Avevo smesso di andare in chiesa ogni due giorni, di inventare racconti per lei, di trattenere la sua immagine al buio ogni sera quando mi addormentavo. Avevo iniziato a dimenticare il suono della sua voce, il suo profumo e la luce del suo volto. Quando compresi che la stavo perdendo, andai da padre Sebastián per supplicarlo di perdonarmi, di strapparmi via quel dolore che mi divorava dall’interno e mi diceva in faccia che avevo infranto la mia promessa ed ero stato incapace di ricordare l’unica amica che avessi avuto nella vita.

Vidi per l’ultima volta Blanca agli inizi di quel mese di dicembre. Ero sceso in strada e stavo osservando la pioggia dal portone quando la scorsi. Camminava da sola sotto la pioggia, con le scarpe di vernice bianche e il vestito color avorio macchiati dall’acqua delle pozzanghere. Corsi verso di lei e vidi che stava piangendo. Le chiesi cosa fosse successo e mi abbracciò. Blanca mi disse che il padre era molto malato e che lei era scappata di casa. Le dissi di non temere nulla, che saremmo fuggiti insieme, che avrei rubato i soldi per due biglietti del treno, se occorreva, e che saremmo scappati per sempre dalla città. Blanca mi sorrise e mi abbracciò. Rimanemmo così, abbracciati in silenzio sotto le impalcature del cantiere dell’Orfeón, finché una grande carrozza nera si fece largo tra la nebbia del temporale e si fermò davanti a noi. Ne scese una sagoma scura. Era Antonia, la domestica. Mi strappò Blanca dalle braccia e la fece salire in carrozza. Blanca gridò, e quando cercai di afferrarla per un braccio la domestica si voltò e mi diede uno schiaffo con tutte le sue forze. Caddi di schiena sul selciato, intontito dalla botta. Quando mi rialzai, la carrozza si stava allontanando.

La inseguii sotto la pioggia fino al cantiere per l’apertura di vía Layetana. Il nuovo viale era una lunga valle di fossati cosparsi di pozzanghere che avanzava distruggendo a colpi di dinamite e gru da demolizione la giungla di vicoli e case del quartiere della Ribera. La carrozza schivò buche e pozzanghere, guadagnando terreno. Nel tentativo di non perdere le sue tracce salii su un monticello di sampietrini e terra che fiancheggiava un fossato inondato dalla pioggia. All’improvviso sentii il terreno cedermi sotto i piedi e scivolai. Rotolai nel fossato fino a cadere a faccia in giù nel pozzo d’acqua che ci si era formato. Riuscii a toccare il fondo con il piede e a tirare la testa fuori dal liquido, che mi arrivava alla vita. Mi resi allora conto che l’acqua era avvelenata e percorsa da ragni neri che galleggiavano e camminavano sulla superficie. Gli insetti si lanciarono su di me e mi coprirono le mani e le braccia. Urlai, agitando gli arti superiori e scalando in preda al panico le pareti di fango del fossato. Quando riuscii a uscire dalla buca inondata ormai era tardi. La carrozza si perdeva verso la parte alta della città e la sua sagoma svaniva nel manto della pioggia. Fradicio fino alle ossa, mi trascinai a casa, dove mio padre dormiva ancora, chiuso nella sua stanza. Mi tolsi i vestiti e mi misi a letto tremante di rabbia e di freddo. Vidi che avevo la pelle delle mani e delle braccia ricoperta di piccoli punti rossi che sanguinavano. Punture. I ragni del fossato non avevano perso tempo. Sentii il veleno bruciarmi nel sangue e persi conoscenza, cadendo in un abisso di oscurità tra la coscienza e il sonno.

Sognai di percorrere le strade deserte del quartiere alla ricerca di Blanca sotto il temporale. La pioggia nera crivellava le facciate e il bagliore dei lampi lasciava intravedere delle sagome in lontananza. Una grande carrozza nera si trascinava fra la nebbia. Blanca era al suo interno e urlava battendo sui vetri con i pugni. Seguii le sue urla fino a una strada stretta e tenebrosa, dove scorsi la carrozza che si fermava davanti a una grande casa buia che si torceva in un torrione che pugnalava il cielo. Blanca scendeva dalla carrozza e mi guardava, allungando le mani verso di me in un gesto di supplica. Io volevo correre da lei, ma i miei passi mi permettevano a stento di guadagnare qualche metro. Era allora che l’enorme sagoma scura compariva sulla porta della casa, un grande angelo con un volto di marmo che mi guardava e sorrideva come un lupo, dispiegando le sue ali nere sopra Blanca e avvolgendola nel loro abbraccio. Io gridavo, ma un silenzio assoluto era calato sulla città. In un istante infinito la pioggia rimase sospesa in aria, un milione di lacrime di cristallo che galleggiavano nel vuoto, e vidi l’angelo baciarla sulla fronte, mentre le sue labbra le marchiavano la pelle come un ferro rovente. Quando la pioggia sfiorò il suolo, erano entrambi scomparsi per sempre.