sabato 21 agosto 2021

COMINCIA A FAR MALE James Lasdun

 


COMINCIA A FAR MALE

James Lasdun 

Un uomo ansioso

Joseph Nagel, la testa tra le mani, crollò in avanti.

«Oddio», gemette.

Elise spense bruscamente l'autoradio.

«Joseph, calmati».

«Da quando siamo arrivati sono quattro giorni consecutivi».

«Joseph, per favore».

«Di quanto siamo sotto, secondo te, sessanta, ottantamila?».

«Vedrai che risalirà».

«Avremmo dovuto vendere tutto dopo i primi ventimila. Allora sarebbe stata una perdita accettabile, visto che eravamo troppo stupidi per vendere quando eravamo sopra...».

Joseph s'accorse che aveva una nota di stizza nella voce, si disse di chiudere la bocca ma continuò l'affondo. «L'avevo detto che saremmo dovuti uscire, no? Francamente è stato da irresponsabili impegnare tutti quei soldi» - chiudi la bocca, chiudi la bocca - «per non parlare poi dell'inopportunità di comprare quando hai...» -santo cielo...

Sua moglie fu glaciale. «Quando eravamo sopra non ti ho sentito lamentare».

«D'accordo, ma non è questo il punto. Il punto è che...».

«Che cosa?».

Per la rabbia il viso le si era contratto, tutto rughe e ossa.

«È che...». Ma Joseph aveva perso il filo e restò imbambolato, attanagliato da un dolore sordo che per un attimo gli parve impossibile attribuire al denaro o a qualsiasi altra cosa tangibile.

Elise scese dall'auto.

«Darcy, andiamo a farci una nuotata, che dici?».

Aprì la portiera posteriore alla figlia e la portò con sé.

Rabbuiato, Joseph le guardò camminare mano nella mano tra le querce e i pini verso il ciglio sabbioso del laghetto.

Raccolse in grembo i due sacchetti frutto del giro di acquisti, ma rimase in macchina immobile, pesante.

Soldi... Per la prima volta in vita loro disponevano di un certo capitale, ricavato dalla vendita dell'appartamento che Elise aveva avuto in eredità. In famiglia aveva scatenato delle forze instabili. Pur non trattandosi di una cifra enorme - sotto i duecentocinquantamila dollari, tasse di proprietà pagate -, era sufficiente, se considerata una risorsa e non un gruzzolo di risparmi, a cementare le basi del sogno di una ricchezza vera, sogno a cui Joseph si era inaspettatamente scoperto molto sensibile. Il denaro che guadagnava con la sua attività di antiquario e rivenditore di stampe antiche, unito alle entrate di Elise coi suoi lavori occasionali di web designer, era sufficiente a garantire loro un modesto agio - due macchine, un villino ad Aurelia con le siepi di serenella e una pergola di vite, il viaggio annuale lì a Cape Cod - ma non restava molto da mettere da parte per l'università di Darcy e tanto mento per la pensione. In passato queste faccende non lo avevano impensierito granché, ma con l'arrivo di quel denaro si era sentito improvvisamente richiamato a nuove e pressanti responsabilità. Alla loro età non avrebbero dovuto preoccuparsi ogni anno di come pagare l'assicurazione medica, giusto? O discutere se potevano permettersi anche il pacchetto delle cure dentistiche e oculistiche. E non era ora di costruire uno studio dove Elise potesse dedicarsi alla pittura?

Più rifletteva, più queste cose gli sembravano necessarie - e non semplicemente desiderabili -, così aveva cominciato a pensare che tirare avanti ancora a lungo rinunciandovi avrebbe significato accettare un fallimento, un'esistenza a margine che senza dubbio, col passare del tempo, avrebbe continuato nelle ristrettezze per terminare in miseria.

Riconosciuta la validità del testamento e venduta la casa, lui ed Elise erano andati da un tizio di Wall Street, un gestore finanziario che di regola non si occupava di conti bancari sotto il milione di dollari ma che, come favore esclusivo al comune conoscente che aveva suggerito loro di rivolgersi a lui, aveva accettato di permettere ai Nagel di investire il loro capitale in uno dei suoi fondi.

Quell'uomo si chiamava Morton Dowell. Fissando il laghetto che scintillava tra i pini, a Joseph sembrò di averlo davanti: ben abbronzato, sorridente, occhi color zaffiro, indosso una camicia a righe col colletto e i polsini bianchi e un coprimanica argenteo elasticizzato intorno al braccio.

Un giovane assistente, serioso e coi capelli radi, li aveva fatti accomodare nel salottino, una stanza rivestita di ciliegio che dava su Governor Island. Sprofondati nelle poltrone di pelle trapuntata, Joseph ed Elise avevano ascoltato Dowell elucubrare, in un accento pesante e strascicato - la testa inclinata in un modesto sminuirsi -, sullo «straordinario corso fortunato» che lo aveva assistito negli ultimi vent'anni, quando l'assistente aveva mormorato che a lui veniva in mente una parola migliore di «fortuna»: immagine dopo immagine, in tono disinteressato, aveva evocato i cambiamenti che Dowell aveva apportato nella vita dei suoi assistiti citando, con noncuranza, le eccellenti relazioni che l'uomo coltivava nei circoli dell'alta finanza, le quali gli avevano consentito di realizzare tali cambiamenti.

«È una gran soddisfazione, a mio parere, aiutare la gente a ottenere quello che vuole nella vita», aveva detto Dowell, «uno yacht, una casa nell'isola di Saint Barth, uno Steinway per il figlio con un buon orecchio per la musica...».

Joseph era rimasto incantato ad ascoltarlo, osando a malapena sperare che un simile grandioso personaggio avrebbe acconsentito a scuotere la sua bacchetta magica sul loro limitato capitale. Alla fine dell'incontro, quando l'uomo sembrava deciso a ritenerli dei clienti ben accetti e aveva mandato l'assistente a prendere il prospetto dei Sovereign Mutual Fund perché lo portassero a casa, Joseph era stato quasi sopraffatto dalla gratitudine.

«Che carogna!», aveva bisbigliato Elise mentre aspettavano l'ascensore fuori dall'ufficio. «Non lo lascerei da solo in una stanza col salvadanaio di Darcy».

Stordito, Joseph aveva aperto la bocca per difenderlo ma d'un tratto gli erano mancate le parole. Sua moglie forse aveva ragione... Lui sapeva di avere scarsa capacità di giudizio con le persone. Era in grado di individuare un'abile copia di una scrivania stile coloniale o di un letto stile Impero semplicemente standogli di fronte qualche istante, ma era meno sicuro di se stesso quando si trattava di esseri umani. Tendeva a provare simpatia per principio, ma aveva una percezione di cosa fossero in sostanza le persone che si rivelava imprecisa, incerta, caratteristica che sospettava fosse collegata a una sua intima corrispondente forma di incertezza. Elise, invece, poco interessata alle cose materiali (e tutto considerato l'eredità l'aveva scombussolata meno) mostrava un acuto, per quanto in certa misura distaccato, interesse verso gli altri ed era accorta nel valutarli.

Già mentre l'ascensore cominciava a scendere, Joseph si era accorto che l'impressione avuta di quell'uomo cominciava a sfaldarsi. E quando erano arrivati a casa si era del tutto ribaltata. Ma certo, aveva pensato rivedendo nella mente quel sorriso abbronzato e gli scintillanti coprimanica, è un ipocrita sfacciato! Un tipo abbietto! Aveva sentito un brivido ripensando alla facilità con cui si era lasciato ingannare.

«Sai una cosa? Dovresti investire i soldi da sola», aveva detto a Elise.

«Era una cosa che avevo pensato».

«Dovresti farlo, Elise! Non può essere tanto difficile». Di fronte a quell'idea si era sentito pervaso da un improvviso entusiasmo.

«Forse farò un tentativo».

«Dovresti proprio! Hai un buon istinto ed è quello che conta. I gestori finanziari non fanno che tirare a indovinare come chiunque altro. Sarai brava quanto loro».

E difatti era sembrata andare così. Dopo aver aspettato il momento opportuno per diverse settimane, Elise aveva preso l'iniziativa con un'audacia che lo aveva sbalordito. Era stato subito dopo gli attentati dell'11 settembre, alla riapertura dei mercati sotto shock. Per dieci giorni, mentre il Dow Jones annaspava ancora, sua moglie non aveva fatto altro che comprare con fredda determinazione, e lui, dibattuto tra la spaventosa certezza che l'intero sistema capitalistico stava per collassare, colmo di colpevole terrore di incorrere nella punizione degli dèi per cercare di trarre profitto da una tragedia e carico di crescente entusiasmo nel momento in cui la marea era girata, le si agitava intorno: da dietro le spalle di Elise, sulla pagina web di Schwab, vedeva aumentare di giorno in giorno la somma nella colonna degli "Utili Totali", a straripante riprova dell'istinto della donna. Lo aveva pervaso un immenso senso di compiacimento. Grazie a Dio, Elise aveva tenuto i soldi lontano dalle grinfie di quel demonio di Dowell!

La marea però era girata di nuovo. Il numero che nella colonna degli "Utili Totali" era cresciuto tanto in fretta, mettendo su una terza, una quarta e poi una quinta cifra, come una nave che spieghi le vele nel forte vento della prosperità tornato in apparenza a spazzare l'America, aveva rallentato fino a fermarsi, ammainando le vele a una a una e poi, con orrore, aveva cominciato ad andare a picco. E d'un tratto la perspicacia di Elise, l'innato acume finanziario che lui le aveva attribuito, aveva cominciato a somigliare soltanto alla fortuna del principiante, e lì dove c'era stato compiacimento, in Joseph, aveva cominciato ad agitarsi una massa di ansie...

Che situazione estenuante. Come la odiava! Sembrava che Elise, investendo i soldi, senza volerlo lo avesse collegato tramite invisibili fili a un'immensa, ribollente psiche collettiva che non aveva mai pace. Se prima non aveva mai badato alla finanza, a quel punto sembrava esserne diventato schiavo. Appena il Dow Jones o il NASDAQ scendevano, lo trascinavano giù insieme a loro, rendendolo incapace di godersi una bella giornata, un buon pasto e perfino la partita a dama serale con sua figlia. Cosa quasi peggiore, nelle rare occasioni in cui gli indici risalivano, per la felicità uno stordimento strano lo afferrava, non contava quale disastro potesse accadergli attorno. E più del suo semplice umore, sembrava consegnato ai mercati il controllo dell'intero suo senso della realtà. Scorrendo le pagine economiche del «New York Times» (che prima avrebbe buttato direttamente nell'apposito bidone per la carta), in un articolo sui fondi comuni d'investimento che sfidavano la tendenza al ribasso, aveva visto che tra i pochi fortunati c'era il Sovereign Fund di Morton Dowell, e all'improvviso si era sentito un cretino per aver permesso che quello che d'un tratto gli era parso un segno di scarsa capacità di giudizio lo avesse allontanato da quell'uomo notevole, capace...

Santo cielo! Come se non bastasse c'era stato anche l'incubo di scoprire che una volta entrato nel vortice, non riesci comunque a uscirne, non riesci a vendere quando sei sopra perché potresti lasciarti sfuggire un'ulteriore salita del titolo, e neanche quando sei sotto perché il mercato potrebbe riprendersi la settimana prossima e piantarti in asso nelle tue perdite; anche se, inutile dirlo, quando continua a sprofondare ti vorresti strappare i capelli per non aver avuto l'umiltà di riconoscere l'errore e, cosa più triste ma più sensata, di salvare il salvabile...

Qualunque iniziativa prendessi, sembravi destinato a pentirti o di averla presa o di non averla presa prima... Era come se una malevola potenza superiore, dopo aver scandagliato i meccanismi della mente umana, avesse calibrato uno strumento per tormentarla capace di agire esattamente sugli istinti del desiderio e della prudenza, il cui compito è consentirle la sopravvivenza. Non sapevi cavarti d'impaccio più di quella cincia bigia che aveva fatto il nido nella serenella fuori del soggiorno, la quale, per giornate intere a ogni primavera, non riusciva a smettere di scagliarsi contro il proprio riflesso sulla finestra, malgrado ogni testata dovesse procurarle una sensazione terribile e sconcertante.

Stancamente Joseph scese dalla macchina.

In cucina, mentre toglieva la spesa dai sacchetti, fece l'intenzionale sforzo di scacciare il proprio umore cupo. Era in vacanza da quattro giorni e doveva ancora rilassarsi. Era assurdo. Il tempo era perfetto, la casa in affitto silenziosa, il laghetto d'acqua dolce trasparente come vetro, le spiagge sull'oceano oltre il laghetto magnifiche. E a trecento dollari al giorno solo per la casa non poteva permettersi di non godersela...

La mano, dentro il sacchetto, si poggiò su un pacchetto freddo e morbido. Ah sì, ecco una cosa a cui guardare con inequivocabile piacere: sette etti di capesante fresche per il barbecue serale.

Le aveva comprate al negozio di Taylor mentre Elise e Darcy erano a fare la spesa dal verduraio accanto.

Taylor era uno dei vanti di Cape Cod e quel pomeriggio, come sempre del resto, era affollato di villeggianti: schiacciati contro il ripiano inclinato di zinco, tenevano gli occhi ansiosi addosso alle cataste di filetti di spigola bianco neve o di tranci di tonno rosa scintillante che diminuivano davanti a loro, difendendo il loro posto in fila con un piede mentre allungavano il collo per vedere quali tesori color sabbia dorata c'erano quel giorno nel vassoio del pesce affumicato.

Era accaduto un episodio spiacevole: due donne avevano reclamato entrambe l'ultima coppia di aragoste rimaste nella vasca. La prima della fila, appena era arrivato da lei il commesso adolescente, si era distratta per cercare qualcosa nella borsetta. La seconda, alta e bronzea, un top di tessuto leggero sospeso come una rete a delle sottili catenelle di perline d'oro, aveva alzato due dita in silenzio e aveva indicato le aragoste: quando la prima aveva capito cosa stava succedendo, il ragazzo le stava già pesando. La prima aveva protestato dicendo che era il suo turno, ma l'altra l'aveva semplicemente ignorata e con un gran sorriso aveva porto al ragazzo diverse banconote invitandolo a tenere il resto. Il commesso era stato colto da una specie di paralisi, dovuta, a quanto pareva, sia all'impeccabile fascino femminile che gli si riversava addosso, sia all'imbarazzante situazione. «Più tardi ne porteranno delle altre», aveva biascicato goffamente alla prima della fila. «Accidenti però...», aveva risposto quella concitata, mentre l'altra, ancora sorridente, si allontanava serena con due aragoste vive che le dondolavano nel sacchetto pieno di ghiaccio tritato.

Joseph, che aveva assistito a tutta la scena, aveva avuto il vago sentore di dover difendere la prima della fila. Nessuno però si era mosso e dopotutto non sembrava una questione di grande importanza, così aveva finito per non fare nulla, cosa di cui, mentre lasciava il negozio, si era vergognato un po'.

A ogni buon conto aveva le sue capesante, enormi, succose col loro corallo roseo e squisito ancora attaccato. Per fortuna le aveva comprate prima di sentire le quotazioni del giorno, pensò con un leggero sorriso, altrimenti davanti al prezzo astronomico che Taylor chiedeva all'etto si sarebbe tirato indietro. Le posò sul tavolo con un senso di minimo trionfo come se le avesse strappate alle fauci del NASDAQ.

 

Scendendo verso il laghetto non c'era traccia né di sua moglie né di sua figlia. In piedi sul piccolo pontile privato che apparteneva alla casa, si chiese se qualcuno lo stesse punendo per aver criticato Elise sul momento in cui aveva deciso di investire. Sua moglie aveva un tratto vendicativo e le parole che le aveva rivolto erano state senza dubbio offensive. Tuttavia non era da lei scomparire senza dirgli nulla.

Dentro gli si destò una leggera ansia. Cercò di combatterla: negli ultimi tempi aveva notato in se stesso una progressiva tendenza a preoccuparsi e sapeva bene di doverla dominare. Dovevano essere andate a raccogliere le more, si disse, o forse avevano deciso di scavalcare le dune e arrivare fino all'oceano. A ogni modo, lui, prima di lasciarsi prendere dall'apprensione, si sarebbe fatto una nuotata fino all'altra riva del laghetto e ritorno.

Entrò nell'acqua limpida, camminò finché la ebbe al ginocchio, poi si tuffò per avanzare a comode bracciate. L'acqua nei centimetri superiori era riscaldata dal sole; sotto diventava subito fredda. Non c'era anima viva. Davanti, la superficie brulicava di insetti pattinatori grandi quanto l'unghia di un pollice; erano migliaia e si muovevano a scatti in ogni direzione.

Il "laghetto" (che lui avrebbe chiamato pure lago) era lungo quattrocento metri. Per attraversarlo gli ci volevano venti minuti e con uno sforzo di volontà deciso riuscì a non voltarsi indietro neppure una volta per vedere se Elise e Darcy erano tornate. Arrivato allo scoglio più lontano si arrampicò per toccare terra, poi si girò, in parte convinto che il suo autocontrollo sarebbe stato ricompensato dalla vista di qualche sagoma sul pontile sotto la casa.

Non c'era nessuno.

Stai calmo, si intimò mentre rientrava in acqua. C'era ancora il tragitto di ritorno prima di avere il permesso ufficiale di preoccuparsi davvero, ma sapere di avere la legittimazione a cedere all'ansia non era molto diverso dal cedervi subito. Una volta passata la metà del laghetto, lo sentiva già, lo avrebbe preso una rabbia crescente contro Elise per non averlo informato di cosa intendeva fare e la rabbia, mentre continuava a nuotare, si sarebbe trasformata a poco a poco in paura: il che era anche peggio perché sarebbe stata a indicare che la mente - non era forse vero? -, raggiunto un certo limite di ragionevole speranza, non avrebbe più scommesso che lei e Darcy fossero sane e salve da qualche parte, ma forse vittime di una disgrazia...

Com'era faticoso e umiliante avere così poca fede in tutto, essere miseramente alla mercé di ogni brivido di paura che attraversa la mente... Sgravato dalla zavorra di convinzioni ben definite (le convinzioni, gli piaceva scherzare, erano per i vinti) pareva che stesse andando alla deriva nel regno della pura e semplice superstizione. Se evito di ascoltare le notizie della Borsa per tre giorni, il Dow Jones si riprenderà come per miracolo: non era accaduto. Se chiudo gli occhi e trattengo il respiro per diciassette bracciate, Elise e Darcy saranno sul molo...

Non c'erano.

Continuò a nuotare con spinte violente delle spalle, cordoni d'acqua fredda che gli scivolavano intorno alle caviglie mentre batteva i piedi più forte che poteva per annientare il ronzio dei suoi pensieri.

 

Il sole era basso nel cielo e ricopriva ogni increspatura di una glassa color crema. La luce di quel posto: ecco un'altra cosa di cui godere! La mattina presto, quando sorgeva il sole, sembrava brillare dall'interno degli alberi riversandosi di foglia in foglia: era di un verde carico, dorato. Di pomeriggio diventava di un argento giallastro e allora era della luce stessa che ci si rendeva conto, non delle cose che illuminava. In effetti in quel momento, mentre Joseph guardava dall'altra parte del laghetto, il bagliore della luce diretta riflessa dall'acqua era così forte da non riuscire a vedere la sponda lontana. Sembrava una circostanza propizia e, con un atto di resa, si trattenne dal provare a scrutare attraverso i raggi sfolgoranti. Era riuscito a cogliere quel momento sul laghetto già una o due volte, col suo splendore misterioso e sublime che trasportava fuori da se stessi. Tutto sembrava un'emanazione della luce: l'acqua che, ogni volta che alzava il braccio prima dell'affondo, scorreva come vetro, le bollicine che scivolavano sulla cresta dei piccoli rivoli; gli insetti pattinatori che non percepiva più come orde esagitate ma come dischi di luce galleggianti; l'intera massa scintillante dei fenomeni che diventava così coinvolgente da svuotare i sensi da tutto ma non dalla luce: e per qualche istante si aveva l'impressione non solo di vederla ma di poterne sentire il sapore, l'odore, la consistenza sulla pelle, e udirla risuonare tutt'intorno come uno scampanio.

Quando Joseph emerse dal bagliore, Darcy era in piedi in fondo al pontile. Si sporgeva verso l'acqua con un retino da pesca in mano. Accanto a lei c'era un'altra bambina più bassa e pienotta che teneva un secchiello giallo. Dietro, un po' più lontano sulla spiaggia, Elise sedeva intenta a disegnare sul suo blocco degli schizzi.

Per un attimo lui tentò di resistere al gioioso sollievo che gli procurava quella vista (il sollievo era l'esatto opposto dell'ansia irrazionale da cui stava cercando di curarsi, e pertanto altrettanto indesiderabile) ma ne fu pervaso. Eccole tutt'e due, non era capitato loro niente di male! Continuò a nuotare felice. Com'era agile e flessuosa sua figlia in costume da bagno, le belle gambe levigate che le si stavano allungando, i capelli castani già con delle ciocche schiarite dal sole.

Dentro sentì un impeto d'amore e insieme un senso di vergogna. Che follia lasciarsi sfuggire le cose di mano in questo modo, consentendo ai soldi di essergli più presenti nella mente di sua figlia! Poche sere prima Darcy gli stava raccontando per filo e per segno la trama di un film che aveva visto e lui aveva finto di prestarle attenzione, ma era talmente assorto nelle perdite di quel giorno che non era riuscito neanche a fingere. Ricordava con una fitta di dolore lo sguardo sgomento sul viso della bambina non appena aveva capito che lui non era stato a sentire neppure una parola. Come aveva potuto farlo? Era imperdonabile!

Mentre si avvicinava al pontile le bambine corsero via lungo il sentiero che girava intorno al laghetto. Elise rimase sulla sdraio imbottita e lo salutò con uno sguardo cordiale.

«Sei arrivato fino all'altra sponda?», gli chiese.

«Eh già. Vedo che Darcy ha trovato un'amichetta».

«Sì, abita nella casa subito dopo la nostra. Ci hanno invitato per un aperitivo più tardi».

«Un aperitivo, addirittura!».

«Gli ho detto di sì, Darcy è così contenta di avere un'amichetta con cui giocare».

«Si annoia qui?».

«No, ma sai com'è...».

«Pensavo che domani avremmo potuto affittare le biciclette e andare a guardare le balene».

«Un'idea non male».

«Come? Ah!».

Gli stava sorridendo. Joseph rise: essere riabilitato nelle grazie di sua moglie era un altro degli inequivocabili piaceri della vita. Si strofinò con un asciugamano. Una volta asciutto, sentì una sensazione di freschezza, leggero sulle gambe.

 

Un'ora dopo, lui ed Elise raggiunsero la figlia a casa della sua nuova amica. Una donna alta con una caraffa di liquido violetto li accolse sulla terrazza.

«Lo chiamano il Cape Cod», disse porgendo la mano libera a Joseph. «Salve, Veronica».

Era la donna che aveva visto alla pescheria di Taylor.

Si era cambiata: non indossava il top di tessuto leggero ma un lungo abito senza maniche di morbido lino color pesca, ciononostante Joseph riconobbe immediatamente in lei la trionfatrice dello spiacevole episodio delle aragoste.

La donna versò da bere e rivolta verso casa chiamò: «Tesoro...».

In terrazza uscì un uomo più anziano, abbronzato, con un viso dai tratti forti e smagriti e dei vigorosi ciuffi di peli argentei che gli spuntavano dalla camicia aperta. «Hai Kaplan», disse afferrando la mano di Joseph ed esibendo, nel sorriso, uno sbarramento di denti bianchi splendenti.

Veronica versò da bere e i quattro adulti presero posto a un tavolo d'acciaio mentre le bambine giocavano vicino al laghetto. Lei parlava spedita, i grandi occhi che si muovevano con penetrante cordialità tra Elise e Joseph.

Nel giro di pochi minuti aveva accelerato la conversazione oltre i convenevoli, passando a temi e confidenze più intimi che le procuravano un evidente e spudorato piacere. Sia lei che Hal erano al terzo matrimonio, raccontò di sua spontanea iniziativa; si erano incontrati durante una gita in elicottero nel Grand Canyon. La bambina, Karen, era la figlia della seconda moglie di Hal, morta in un incidente su un fuoribordo. Insieme, lui e Veronica, cercavano da un anno di avere un figlio proprio. Nessuno dei due aveva problemi fisici, ma dato che lei si stava avvicinando ai quaranta e non volevano rischiare di mancare l'obiettivo, avevano deciso di rivolgersi a una costosa clinica per la fecondazione in vitro, procedimento che la donna descrisse con scherzosa minuzia, compresi i venti minuti di permanenza del marito nel "masturbatorium". Non datemi retta, sembrava dire il suo tono di voce mentre andava avanti con le confidenze, non sono una persona da dover prendere sul serio... «E voi?», chiese. «Come vi siete conosciuti?». Mentre rispondeva, Joseph si ritrovò a pensare che se non l'avesse incontrata prima da Taylor, l'avrebbe scambiata per l'incantevole persona frivola e piacevole che Veronica sembrava voler apparire. E in effetti lui detestava a tal punto avere un'opinione negativa della gente che permise in fretta all'impressione del momento di eclissare la precedente.

Hal, suo marito, aveva fatto per venticinque anni il chirurgo oftalmico a Miami, e adesso, così disse, viveva della sua perspicacia. A giudicare dalla casa che avevano preso in affitto - più grande, elegante e con più vetrate della loro - come perspicacia non se la cavava niente male.

«Karen si è innamorata di vostra figlia», disse Veronica a Elise, «s'è proprio innamorata».

Elise bisbigliò che anche Darcy era contenta.

Le rondini si lanciavano sul laghetto per prendere gli insetti pattinatori. Mentre il sole calava dietro gli alberi, l'acqua divenne nero verdastra con delle increspature infuocate. Le bambine tornarono avvolte negli asciugamani, un po' tremanti. Elise guardò l'orologio.

«Perché non restate a cena con noi?», chiese Veronica.

Elise sorrise. «Eh no, non possiamo proprio...».

«Non sarebbe alcun disturbo, davvero».

«Mamma, di' di sì!», esclamò Darcy.

«Mettiamo qualcosa sulla griglia, tutto qui. Sembra un vero peccato dividere queste due...».

«Papà può andare a prendere le capesante...».

Elise si voltò verso Joseph. Credendo che la titubanza della moglie non fosse altro che buona educazione, lui compì quello che riteneva fosse il gesto atteso: timidamente accettò.

«Be'...».

E pochi minuti dopo stava tornando dalla cucina con le capesante e una bottiglia di vino.

Hal aveva acceso il barbecue. Joseph si versò un altro Cape Cod e lo raggiunse.

«Giornate pessime sui mercati», disse con una risatina mesta.

La faccia lunga e rettangolare dell'uomo, un cuoio pieno di grinze, si aprì in un gran sorriso.

«Giochi in borsa?».

«Abbiamo qualche piccolo investimento qua e là».

«È ora di continuare a comprare, te lo dico io».

«Sì? Credi che risalirà?».

«Come un missile».

«Davvero? Anche il NASDAQ?».

«Non si discute. Ovunque ci sono investimenti raccomandati dagli esperti. Io adesso sto comprando a rotta di collo».

«Davvero?». Il cuore di Joseph aveva fatto un balzo.

«Ci puoi scommettere! L'Intel a venti dollari? La Lucent sotto i quattro? Secondo qualsiasi stima sono prezzi da saldo di magazzino. La Nortel a due e cinquanta? Non comprare a due dollari e cinquanta l'azione?». Hal fece un altro sorriso, le labbra unite al centro e gli angoli divaricati che lasciavano intravedere i denti.

«Molto, molto interessante», disse Joseph godendosi l'inaspettata sensazione di benessere che lo aveva assalito. «Quindi pensi che sia imminente una ripresa?».

«È dietro l'angolo, amico mio, dietro l'angolo».

Era come bere un sorso di liquore infuocato, potente!

Con un forchettone Hal rigirò la brace nel barbecue e disse a Veronica: «Amore, portale pure!».

Veronica entrò in cucina e ne uscì col sacchetto di Taylor. Lo posò sul tavolo e rimescolando tra il ghiaccio tritato tirò fuori le due aragoste, una per mano, e le portò alla graticola.

«Joseph, mi faresti un favore? Taglieresti gli elastici?». Teneva le bestiole protese nella sua direzione.

Con cautela lui tolse gli elastici gialli dalle chele bluastre che si agitavano scomposte.

«Attento», disse la donna.

Lo guardò negli occhi con un inaspettato sorriso malizioso. Poi posò le aragoste vive sulla graticola. Joseph non lo aveva mai visto fare. Lo spettacolo dei crostacei che si torcevano e sibilavano sulla brace ardente gli provocò un involontario brivido di orrore, anche se pochi minuti dopo mangiava tutto contento la sua porzione.

Alle tre del mattino si svegliò con la bocca asciutta e la vescica piena. Scese dal letto e andò in bagno con passo incerto. Dalla porta aperta del soggiorno intravide il divano dove dormiva Darcy ma lì per lì, rendendosi conto che era vuoto, s'arrestò. Poi ricordò che la figlia era rimasta a dormire a casa della sua nuova amica.

Una sensazione oscura fatta di senso di colpa e velato timore gli ricordò come era andata la cosa.

Continuò incespicando verso il bagno, orinò, poi rimase a guardare il laghetto nel buio. Era sorta la luna e la superficie dell'acqua, increspata qua e là dai pesci che arrivavano in superficie, risplendeva entro l'anello di alberi neri.

Aveva bevuto troppo, non c'era dubbio, e aveva esagerato nel mangiare.

Gli ritornò alla mente la strana euforia che gli era salita dentro nel corso della serata, un'esuberanza inconsueta. In parte erano state le sorprendenti previsioni ottimistiche di Hal sul mercato. Più volte Joseph aveva riportato la conversazione sull'argomento sollevando diverse obiezioni a quella visione fiduciosa, ma soltanto per la gioia di sentirle minimizzate da quel vecchio oracolo strapazzato dal sole. E in parte era stata anche Veronica. Con pochi sguardi e qualche leggero tocco la donna aveva sapientemente stabilito una piccola corrente sotterranea che aveva fluito tra loro per tutto il corso della cena. Joseph era un marito fedele, non era affatto tentato seriamente da un tradimento fisico, ma vedersi stuzzicato da una donna attraente gli aveva dato una sferzata incredibile. In realtà Veronica non era così attraente come lui aveva pensato in un primo momento. Aveva il mento lungo, il naso sembrava aver subito una frattura. Però, la sua evidente convinzione di essere desiderabile era più che sufficiente a renderla tale. Alla fine della serata Joseph era in uno stato di euforia, ubriaco, eccitato, sazio, lusingato nella vanità, stordito al pensiero dei mercati che sarebbero risaliti «come un missile».

Al momento di andarsene, Elise aveva chiamato Darcy, con l'unico risultato di sentirsi dire dalle due bambine che Karen l'aveva invitata a dormire da lei e sua figlia aveva accettato.

«Stasera no», aveva detto Elise con più fermezza di quanto Joseph avesse ritenuto cortese nei confronti dei padroni di casa.

Le bambine si erano rivolte immediatamente agli altri adulti. Veronica le aveva difese rassicurando Elise che Darcy era assolutamente ben accetta.

«Ci fa molto piacere avere dei bambini a dormire da noi. E poi abitiamo soltanto a cento metri di distanza...».

Elise aveva guardato Joseph perché le venisse in aiuto. Nello stesso istante Veronica si era voltata verso di lui. «Si divertiranno molto, non credi?». Gli aveva poggiato una mano sul braccio e in un empito di prodigalità lui aveva annunciato che dato che erano in vacanza non vedeva perché Darcy non dovesse dormire da loro.

Elise non aveva detto niente: non era nel suo stile discutere in pubblico. Però, appena si erano allontanati un po', lasciando la figlia con la nuova amica, si era rivolta a Joseph in preda a un'ira fredda. «Prima ci obblighi a cenare con quella gente e poi mi passi sopra come se niente fosse sulla storia del dormire. Sei incredibile».

Più della ferocia del suo tono, del desiderio risentito di ricordarle che era stata lei - e non lui - ad accettare l'invito iniziale di andare a prendere un aperitivo, più dello sconcerto di tanta avversione al fatto di lasciar dormire Darcy dalla nuova amica, erano state le parole "quella gente" che lo avevano allarmato. Per tutto il tempo in cui lui si era beatamente divertito, si rendeva conto che lei era stata a studiare quella coppia ergendosi a loro giudice e, in silenzio, aveva stilato il suo verdetto di condanna. Su quali basi? Voleva saperlo. Ma appena aveva aperto bocca per chiedere una spiegazione, ancora una volta, nei confronti del proprio istinto, aveva provato la consueta sensazione di incertezza.

E adesso, mentre ascoltava le rane toro gracidare insonni nel laghetto, gli tornò in mente l'immagine di Veronica che usciva tranquilla dal negozio di Taylor con le aragoste, e con un senso di colpevole meraviglia sulle capacità intuitive di sua moglie se ne tornò a letto inquieto.

 

Al risveglio la giornata era coperta. Joseph era da solo. Mentre apriva le tende, vide Elise risalire a grandi passi le scale che portavano al laghetto. La donna entrò precipitosamente dalla porta della cucina.

«Sono fuori di me dalla rabbia».

«Che è successo?».

«Se ne sono andati».

«Che significa?».

«Che se ne sono andati, la macchina non c'è».

«Con Darcy?».

«Sì, con Darcy».

«No».

«Sì».

Joseph sentì qualcosa allentarsi dentro.

«Hai controllato dentro casa?».

«Le porte sono chiuse, ho gridato. Non c'è nessuno».

Joseph si buttò l'accappatoio addosso e si precipitò giù per gli scalini che portavano al sentiero. Sulla boscaglia aveva cominciato a crepitare la pioggia. Raggiunta l'altra casa, girò sulla terrazza bussando alle porte e alle finestre e chiamando Darcy. La villa era vuota. Le finestre dentro avevano delle zanzariere che impedivano di vedere bene l'interno non illuminato, ma a quello che non riuscivano a vedere gli occhi supplì con vividezza l'immaginazione: le stanze vuote, le valigie preparate di nascosto e in tutta fretta nel cuore della notte, Darcy spinta in macchina insieme agli altri e trascinata via nell'immensità del paese.

Dentro gli montò il terrore. Ripercorse barcollando il sentiero e gli scalini, le gambe gli tremavano, il cuore gli martellava nel petto. Elise era al telefono.

«Stai chiamando la polizia?».

Con espressione accigliata, sua moglie scosse la testa.

Se lei non stava chiamando la polizia doveva significare che non pensava che la situazione fosse troppo seria. La cosa calmò Joseph, anche se quella calma aveva la stessa brillantezza innaturale che conosceva dalle rare giornate positive del Dow Jones, come se in quel momento non fosse stato conteggiato qualche dato essenziale. Poi si ricordò di nuovo che Elise non aveva assistito alla scena nel negozio di Taylor e all'improvviso gli parve che sua moglie non avesse idea del tipo di gente con cui avevano a che fare.

La donna riattaccò il telefono e compose un altro numero. Lui capì che stava chiamando i ristoranti vicini per vedere se magari i rapitori di sua figlia fossero andati fuori a colazione. Gli parve un'idea terribilmente ingenua. Impotente, immobile, Joseph rimase a scrutare tra la pioggia che rinforzava.

Elise riattaccò di nuovo. «Basta così».

«Che vogliamo fare?».

«Tu che proponi?».

«Secondo me dovremmo chiamare la polizia. Che macchina hanno?».

«Cristo santo, non mi ricordo neanche come si chiamano di cognome!».

«Chiama la polizia».

«Per dire cosa? Chiamali tu».

Joseph prese il ricevitore ma si scoprì riluttante a comporre il numero, come se farlo conferisse alla situazione un senso di realtà maggiore di quanto era pronto a sopportare.

«Forse è uscito soltanto uno di loro e l'altro è ancora qui intorno con le bambine».

«A fare cosa?».

«Non so, a raccogliere more... o forse sono andati al mare».

«Con questo tempo?».

«Prima non pioveva. Che ne dici, vado a controllare? Aspettami qui...».

Uscì nuovamente di corsa. Il sentiero sabbioso girava intorno al laghetto e portava alle dune, gli alberi lasciavano posto alle rose selvatiche, poi ai giunchi marini i cui margini affilati gli tagliuzzavano le caviglie. Mentre si arrampicava la sabbia gli franava sotto i piedi e a ogni falcata faceva un mezzo passo indietro. Quando raggiunse la cima aveva il respiro affannato. Il vento gli sferzava la faccia di pioggia e spruzzi salmastri. Guardò lungo la costa. Nelle mattine assolate, lo stretto lembo di sabbia tra le dune e le onde sarebbe già stato ricoperto di asciugamani, ombrelloni svolazzanti e piccole sagome umane col costume dai colori chiassosi - un'immagine che a Joseph era sempre sembrata commovente: la vita sbocciava fragile tra due elementi inospitali. Adesso quel lembo era vuoto, lungo il chilometro e mezzo di sabbia bagnata non si vedeva neppure un'ombra. Le onde nere arrivavano precipitose col vento per andare a deflagrare sulla spiaggia. I gabbiani volavano stridendo sulla cresta delle onde.

Era questa? Era questa la catastrofe che dentro aveva sentito prepararsi? L'oscura, costante sensazione di essere un essere umano caduto, pieno di difetti, d'un tratto sembrò chiarirsi: era colpevole e lo stavano punendo. Lo afferrò un senso di terrore. Nella mente gli si affacciarono dei pensieri infantili: propiziazione, sacrificio... C'era un orologio, un prezioso orologio da tavolo Crystal Regulator, che quell'anno aveva comprato a un prezzo stracciato a Asheville. Se sua figlia fosse stata a casa quando lui tornava lo avrebbe sacrificato. Lo avrebbe distrutto in mille pezzi nel retro del suo negozio. Anzi no, meglio, lo avrebbe riportato al rivenditore che glielo aveva venduto chiedendogli perdono per essersi approfittato di lui... E intanto, per dimostrare che in cambio di una ricompensa assicurata non era soltanto pronto a un sacrificio (la forma di religiosità primitiva in cui era caduto sembrava completa dei più squisiti principi dogmatici), promise solennemente, su due piedi, di cambiare tutta la sua vita. Sì, si sarebbe dedicato ai poveri e ai bisognosi, avrebbe smesso di bere, mangiare esageratamente, flirtare, ossessionarsi coi mercati; anzi, avrebbe detto a Elise di vendere le azioni e avrebbero sopportato le perdite insieme... Quel pensiero lo riempì di una penetrante, quasi dolorosa euforia: Joseph pareva scorgervi l'opportunità di una nuova esistenza, di un'immensa calma gioiosa. E anche se in un'altra parte di se stesso sapeva bene che non esisteva la minima possibilità di mantenere una sola delle sue promesse (l'orologio era destinato a pagare la vacanza), tornò lungo il sentiero pieno di fede e speranza.

Quando arrivò, Veronica era a casa con le due bambine. Stava parlando con Elise sulla terrazza fuori della cucina. Vedendo Joseph sventolò la mano in segno di saluto, ridendo.

«Stavamo giocando in una casetta su un albero del bosco», disse a gran voce. «Hal è andato a comprare le paste».

«Ah!».

«Chiudiamo sempre a chiave la porta. A Hal piace tenere un mucchio di contanti».

«Capisco, capisco».

«Siamo tornate indietro appena vi abbiamo sentito chiamare...»

Mentre Joseph entrava in terrazza Veronica gli fece un gran sorriso. Portava una maglietta bianca e delle scarpe sportive dorate, le gambe nude color oro contro la pioggia grigia. Sul viso le apparve uno sguardo malizioso.

«Che cosa avevate pensato?».

Appena aveva visto sua figlia Joseph si era sentito sollevato, ma ora provava imbarazzo.

«Niente... Ci stavamo solo chiedendo, sai, dove eravate».

Gli toccò il braccio. «Ti abbiamo spaventato a morte, eh?».

«No, no...».

Joseph si voltò, come se fosse davanti a una fastidiosa luce abbagliante. Biascicando una scusa, entrò in cucina. Il panico provato sulla spiaggia gli sembrava già assurdo, quasi vergognoso. Come si era agitato! Accese la radio. Stavano per trasmettere Resoconto mattutino dei mercati. Prese un cocomero dal frigo, lo posò sul ripiano e se ne tagliò una grossa fetta. Nervoso, la mangiò mentre ascoltava.

L'ordine naturale

«Allora, porti sempre la fede?».

«Sì».

«Io non porterei mai uno di quegli anelli. E come dire che sei proprietà di qualcun altro».

«Continuiamo da questa parte o risaliamo la gola?».

«Risaliamo».

Abel imboccò la svolta che portava in cima. Il paesaggio era fittamente alberato, con le pareti di granito che per una quindicina di chilometri fendevano i verdi pendii delle montagne.

«E tu davvero, in tutti gli anni in cui sei stato sposato, non sei mai stato infedele ad Antonia?».

«No».

«Neanche ieri notte, eh?».

«Come?».

«Era solo una domanda».

Arrivarono alla fine della strada asfaltata e procedettero sobbalzando su uno stretto sentiero pietroso che si inerpicava in mezzo a una macchia di ginestra fiorita. Ai due lati della strada apparvero delle strane formazioni rocciose, piccole roccaforti di alte torri sottili erose dal vento. Stewart chiese ad Abel di fermare la macchina per scendere a fotografarle.

Solo nell'auto, Abel lo guardò saltare leggero di roccia in roccia, la macchina fotografica stretta in una mano, il treppiede nell'altra. Dentro gli ardeva un'ostilità opaca. Per via di comuni amici, conosceva Stewart da parecchi anni, da quando lo scozzese era arrivato negli Stati Uniti. Loro due, però, non erano mai stati in stretti rapporti se non nelle ultime tre settimane, in cui, viaggiando insieme, erano stati costretti a una intimità che per Abel si era rivelata ben presto inquietante; in particolare, a snervarlo, era il continuo e assoluto assillo di Stewart per il sesso.

Non che fosse una sorpresa vera e propria; in qualche maniera Abel aveva sempre saputo della sua reputazione da dongiovanni. E anche se propendeva a non credere alle tante storie che aveva sentito - ragazze che lo avvicinavano per strada, che gli entravano nell'appartamento, che lui abbordava nei caffè e portava a letto senza averci scambiato neppure una parola -, aveva senza dubbio notato che le donne erano attratte da lui: alto e di fianchi stretti, vantava la rara combinazione di capelli neri e occhi azzurri, i capelli in folte ciocche ondulate, gli occhi gioiosi con un tocco di laconica crudeltà. Il viso, sempre ben rasato, sembrava angoloso ma al tempo stesso levigato, come un bell'oggetto fabbricato al solo scopo di creare nella mano il desiderio di accarezzarlo. Indossava sempre camicie di seta a colori sgargianti, che dovevano rosicchiargli una fetta spropositata dei suoi guadagni di fotografo freelance non molto affermato.

Durante la prima parte del viaggio, Abel aveva capito che quelle storie probabilmente erano frutto più di riserbo che di esagerazione. Non aveva mai avuto occasione di studiare le abitudini di un donnaiolo vero e quel che gli capitava sotto gli occhi era una rivelazione.

Il giorno dopo il loro arrivo ad Atene, una ragazza con una giacca di cuoio blu aveva notato Stewart nel salone dell'albergo (Abel aveva osservato il breve, involontario soffermarsi dello sguardo della donna mentre attraversava la stanza). La mattina dopo aveva visto Stewart consegnare la giacca di pelle all'addetto alla reception.

«La piccola se n'è andata prima che mi svegliassi», gli aveva detto Stewart con noncuranza. «S'è dimenticata la giacca».

Pochi giorni dopo, a Meteora, avevano notato entrambi una giovane cinese che accompagnava una comitiva turistica in visita a un monastero. All'imbrunire Stewart aveva ritrovato la donna, aveva scoperto che parlava inglese e l'aveva invitata a bere qualcosa con lui e Abel dopo cena. Le maniere della giovane erano quasi americane quanto a disinvoltura, anche se Abel s'era accorto che, quando si voltava, lo fissava più a lungo di quanto avrebbero fatto tante statunitensi. Aveva avuto la sensazione che non fosse per corteggiarlo, piuttosto per un remoto, spassionato interesse: un impero che prendeva le misure all'altro. Ciononostante si era sorpreso a tentare di farla girare verso di lui tutte le volte che poteva. Non si era reso conto di essere in competizione con Stewart, ma quando la ragazza si era alzata per andarsene e Stewart si era offerto di riaccompagnarla in albergo, e lei aveva accettato senza obiettare, quasi fosse già stabilito da un pezzo, Abel aveva sentito una fitta decisa al cuore. Quella notte divideva la stanza col compagno di viaggio e si era accorto del suo ritorno a ora tarda: Stewart se la rideva sottovoce, non ubriaco ma in qualche modo ebbro.

«Senti qua», gli aveva detto tendendogli la mano, «odore di figa cinese».

Mentre dalle sue dita si propagava l'aroma pungente, in Abel si era liberata una massa di sensazioni: shock, una vaga rabbia e anche desiderio, invidia.

«Però non me l'ha data completamente. Che cazzo, ci crederesti?». Stewart aveva riso di nuovo. Mentre misurava la stanza a lunghi passi con indosso una delle sue vivaci camicie e i jeans neri, aveva un'aria carica e tesa, una selvatichezza, una vitalità intensa e penetrante di cui Abel aveva capito di non aver ancora preso pienamente atto.

Una sera avevano incontrato due ragazze inglesi poco più che ventenni, in giro con i loro sacchi a pelo per un mese di rave e feste sulle spiagge delle isole. Una aveva i capelli biondi a spazzola e un piercing al naso. L'altra era alta e con gli occhi sognanti, i riccioli tinti di henné che le ricadevano fino alla vita scoperta. Nel giro di pochi minuti Stewart aveva compiuto la sua caratteristica prima mossa con la più alta, un'insolenza scherzosa calibrata con cura per riscaldare il clima, tanto che i due si erano impelagati in un vero litigio tra innamorati, uno di quelli che come sempre va a finire in uno scambio di tenerezze.

«Non ho mai incontrato una ragazza inglese che in fondo in fondo non sia ossessionata dall'idea di sposarsi...».

«Come sei ingiusto!».

L'altra aveva lanciato un'occhiata ad Abel. Lui aveva notato una dolcezza d'espressione che non gli era saltata subito agli occhi visti i capelli a spazzola e il piercing al naso. La ragazza aveva le guance soffici come una bambina, gli occhi color ruggine, dolci. Abel aveva ripensato ad Antonia e al bambino rimasti in Connecticut. Dove saranno stati a quell'ora? Forse fuori, a oziare in veranda o a dar da mangiare alle galline. Aveva tentato di immaginarseli, ma la ragazza si era intromessa tirando fuori una fiaschetta tascabile e bevendo un lungo sorso...

«È brandy greco», Abel aveva sentito dirle. «Letale al cento per cento».

Pochi mesi prima c'era stato un attimo in cui lui e Antonia si trovavano nel vecchio granaio dove il padre di lei ospitava una piccola casa editrice di libri di viaggio. Fuori dalla finestra il sole invernale scioglieva i ghiaccioli e nella gelida luce di miele che riempiva lo stanzone con le alte travi, Abel si era sentito inondare da un'inaspettata euforia. Guardando sua moglie impaginare un libro, il loro bambino in fasce dormire nella culla accanto a lei, aveva provato dei sentimenti d'amore più forti di quanto avesse mai immaginato di poter sentire. Era come se la piena realtà del suo matrimonio - il suo straripante bastare - gli fosse apparso per la prima volta in tutta la sua radiosità. Quell'attimo era passato, ma la rivelazione gli era sopravvissuta dentro intatta, illuminata dallo scintillio dei ghiaccioli che si scioglievano, appagandolo pienamente ogni volta che vi ripensava.

«Vuoi un goccio?». La ragazza gli stava offrendo la fiaschetta.

«Ah. No, grazie».

«Tu sei l'americano tranquillo, vero?».

«Come, scusa? Ah... Non proprio, sono solo quello stanco».

Si era alzato e mentre si scusava e se ne andava aveva colto un lampo di contrarietà negli occhi della ragazza.

In camera aveva ripensato a lei. Possibile che fosse davvero interessata a lui? Si era guardato allo specchio e come al solito si era preso uno spavento per la differenza tra l'idea ostinatamente giovanile che aveva del suo aspetto fisico e l'immagine che si ritrovava davanti: i capelli sulle tempie erano radi, il torace appariva informe nella comoda giacca antivento beige che si era portato per le serate più fresche. Hors de combat, l'aveva definita scherzosamente Stewart la prima volta che gliel'aveva vista indosso... Abel aveva abbozzato un sorriso. Era un uomo di mezza età.

La mattina dopo aveva scoperto che tutt'e due le ragazze avevano passato la notte con Stewart.

A colazione con loro tre - lui, sulle spine perché non voleva sembrare né pruriginoso parlando di come era andata la nottata né moralista evitando vistosamente l'argomento; loro, calmi, sazi, avvolti nella reciproca soddisfazione - si era sentito incomprensibilmente preso in giro e, ancor più incomprensibilmente, provava vergogna.

Questo era accaduto la settimana prima. Da allora c'era stata una donna in un tubino con la cerniera che lavorava nell'ufficio informazioni turistiche di Salonicco, la commessa con gli occhiali di un negozio di fotografia, la proprietaria sfiorita di un alberghetto... Quello che combina Stewart non sono affari miei, si era detto Abel, ma aveva cominciato a provare una strana oppressione. Non aveva mai pensato alla sua condizione di soddisfatta monogamia come a una stranezza o uno stato di cui giustificarsi, ma il comportamento di Stewart aveva avuto l'effetto di farlo sentire come chi, consapevolmente, abbia adottato un modo di vita bislacco, quasi anomalo. Per la prima volta si era chiesto se la sua fedeltà fosse frutto di una scelta voluta o di passiva acquiescenza. Aveva soffocato di proposito le sue voglie di potenziale casanova per godere di una felicità più grande, oppure la sua vita aveva preso la forma che aveva perché quelle voglie non gli appartenevano affatto? O, più semplicemente, il suo amore per Antonia era così forte che la fedeltà gli veniva naturale?

Nello stile di vita di Stewart, aveva considerato, c'erano delle cose che avrebbe di sicuro potuto adottare senza scendere a compromessi con se stesso. Intanto poteva migliorare il suo aspetto. Essere sposati non voleva dire rinunciare per forza a ogni pretesa di essere considerato un animale fisico, ma per qualche motivo lui era arrivato a questo. Indossava vestiti ormai trasandati, informi, pratici. Si era reso conto che lo smalto e la linea che prima badava a mantenere avevano ceduto all'apparente desiderio di confondersi sullo sfondo di qualsiasi situazione. Aveva provato un'improvvisa repulsione per tutto quello che aveva in valigia: ampi stracci di cotone e velluto color polvere; l'orribile giacca antivento beige con la fodera a rete, l'elastico in vita a costine e i bottoni a Olivetta di plastica. Altro che hors de combat: quell'affare somigliava più a un sacco per i cadaveri! Durante il viaggio, però, lo aveva indossato quasi tutte le sere... Cristo santo! Che gli era successo?

Erano a Kastoria, vicino alla frontiera albanese, a concedersi un giorno di riposo. La cittadina era un antico centro per il commercio delle pellicce; i pellicciai, coi negozi ancora allineati lungo le vie in collina, tenevano appese fuori dalle botteghe le lucenti pelli dei castori, i visoni, gli ocelot, i cincillà... Non era proprio quel che aveva avuto in mente Abel, ma quella vista gli aveva confermato la sua sensazione di trascuratezza.

Da un barbiere si era fatto tagliare i capelli lasciando che l'uomo gli lisciasse le ciocche rade all'indietro con manciate di gel verdastro. Aveva comprato tre camicie di lino cariche di colore e un paio di pantaloni nero fumo di una stoffa serica che gli cadeva intorno alle gambe con le linee fluide e invitanti del drappeggio di una statua d'epoca classica. In un'altra vetrina, una giacca di camoscio aveva catturato la sua attenzione. L'ultima l'aveva avuta da ventenne, quando era andato a vivere in Europa per un paio di anni. Guardandola, aveva provato una voglia matta di possederla. Era entrato, l'aveva provata. Di taglia giusta, era costosa ma non in modo esorbitante. L'aveva comprata, pagata in contanti nell'ansia di entrarne in possesso, la folta mazzetta di denaro soffice proprio come il camoscio. Le scarpe: non si potevano indossare quei vestiti con le scarpe da ginnastica di tutti i giorni, le cuciture e le imbottiture scricchiolanti che le facevano sembrare dei giganti bruchi sformati. Aveva comprato un paio di scarpe nere a punta quadrata con la fibbia cromata. Non molto utili in montagna, ma in fondo c'erano anche altri fattori...

Quando era tornato in albergo, Stewart era fuori. Abel si era fatto una doccia nel bagno che le loro due stanze avevano in comune e si era asciugato davanti al lavandino con lo specchio. All'inizio del viaggio era rimasto colpito dalla quantità di prodotti da toeletta che si portava dietro lo scozzese, ma a parte un automatico pizzico di condiscendente divertimento, alla faccenda non aveva più pensato. In quel momento però, mentre guardava la schiera di vasetti di balsamo, i tubetti di creme idratanti, le bottigliette di shampoo, le piccole fiale infiocchettate di oli essenziali e le lozioni dopobarba, i cristalli deodoranti, i tagliaunghie, le forbici e le forbicine scintillanti, l'elegante rasoio da viaggio e il pennello da barba in pelo di tasso, aveva avvertito di nuovo la piena realtà della discreta dedizione fanatica di Stewart al proprio aspetto e quella volta si era scoperto carico di invidia piuttosto che di condiscendenza.

Gli era venuto in mente che Stewart, da lui vagamente ritenuto sempre inferiore, fosse in un certo senso - un senso importante che non aveva mai considerato nella maniera giusta - un essere di ordine superiore. L'idea lo aveva fatto trasalire, in un modo strano lo aveva sconquassato, voleva quasi liberare un lamento... Però era vero: sotto la grossolanità di quell'uomo sembrava ardere una splendida fiamma luminosa. Se ne poteva quasi avere la sensazione fisica: l'incandescenza costante di un interesse sessuale per il mondo, la cui viva brillantezza era l'inconfutabile dimostrazione della sua esistenza.

Aveva qualche possibilità di conquistare anche lui quel tratto? L'aveva mai avuta? Cosa più dolorosa a cui Abel si era ritrovato di fronte: l'aveva mai voluto davvero? La domanda sembrò far riaffiorare dal profondo un antico sospetto oscuramente covato: forse quel che lui voleva davvero non era affatto essere vivo e si era industriato in tutti i modi perché la sua vita si approssimasse il più possibile alla condizione di non esserlo. Era quello il vero significato dell'icona di sua moglie e suo figlio fissata nella gelida luce invernale del granaio di suo suocero? Il bambino in fasce che dormiva silenzioso; la moglie immobile, scultorea... Non la presenza di gioia, bensì l'assenza di dolore: equivaleva a questo l'appagamento domestico che pensava di aver trovato? E se era così, da dove veniva questa strana propensione a farsi pietra? Da qualche subdola ferita psichica? Da una più colpevole mancanza dello spirito? Era stata una sua scelta? Era possibile cambiare?

Aveva stappato una fiala di vetro e aveva aspirato: lozione di Bay Rum. Se ne era spruzzata qualche goccia nei capelli e aveva frizionato. Tornato in camera, si era vestito con cura indossando gli abiti nuovi: la camicia di lino color cremisi, i pantaloni nerofumo, le scarpe con la fibbia cromata. L'aria della sera era già abbastanza fresca da giustificare la giacca di camoscio. Infilatala, si sentiva quasi come dieci anni prima, quando in Europa aveva vissuto una fantasia bohemien, pronto a uscire nelle strade di Copenhagen o di Madrid per i suoi vagabondaggi notturni, un'allegra deriva accompagnata da una chiara e lieve sensazione di promessa infinita.

Era sceso al ristorante.

Stewart era già a tavola a mangiare mezécon un gruppo di americani.

«Ti sei tagliato i capelli», aveva osservato mentre Abel si univa a loro. Lo scozzese aveva esaminato la giacca toccando la manica con aria d'approvazione. «Bene, bene. Guarda un po' se stasera non siamo sul belloccio! Dai, fai conoscenza con gli altri: come vi chiamate tutti quanti?».

Gli americani si erano presentati. Escursionisti in gita sulle montagne settentrionali, erano quasi tutti tra i cinquanta e i sessant'anni, coppie facoltose con abiti e accessori che calzavano loro addosso con tutta l'inassimilabile rigidità delle cose comprate sui cataloghi. Tra loro però c'era una donna sui trent'anni, all'apparenza da sola. Indossava un paio di jeans e un vecchio giubbotto sempre di jeans, blu. Aveva un'aria buffa, gentile, sorrideva partecipe alle osservazioni dei suoi compagni di viaggio, che però, aveva intuito Abel, la deprimevano un po'. Si chiamava Rose.

Stewart a tavola aveva preso posto vicino a lei. Parlava a tutto il gruppo, intrattenendoli piacevolmente con le avventure di viaggio sue e di Abel, ma era ovvio a chi fosse destinato quel teatrino. Stava recitando una scena a cui Abel aveva già assistito, la scena dell'incolto facondo, che consisteva nel rispolverare il suo particolare accento e indossare la maschera dello scozzese rude e laconico.

«Comunque, quella testa di cazzo era convinto che noi non avessimo le palle di affrontare un marcantonio balcanico come lui, così il mio amico qui, che vi assicuro di solito è il più mansueto dei cristiani, prende il telefono e comincia a fare il numero della polizia turistica. Be', quella troia è di cattivo umore...».

Gettando un'occhiata alla donna più giovane, oltre il suo vicino di tavolo, Abel era rimasto sorpreso scoprendo che lei lo stava guardando. Gli aveva sorriso. Gli occhi, sotto le folte ciglia dorate, erano dello stesso azzurro stinto del giubbotto. A quanto pareva non stava ascoltando la storia di Stewart.

«Stai scrivendo un libro?», gli aveva chiesto sottovoce.

«Eh... se vuoi chiamarlo libro. È una guida di viaggio».

«È pur sempre un libro».

«Be'...».

«Non è Guerra e pace, giusto?».

Abel aveva annuito; era rimasto sorpreso di trovare una persona sconosciuta che fosse anche solo lontanamente sulla sua lunghezza d'onda.

«Prima lavoravo nell'editoria», aveva continuato lei, «ho smesso per andare a vivere nel deserto con uno dei miei autori».

Aveva riso, probabilmente della sua follia. Si erano appoggiati allo schienale della sedia disertando la cerchia intenta ad ascoltare Stewart. Dopo poco, rendendosi a malapena conto di aver preso l'iniziativa, Abel si era ritrovato a un tavolo da solo con lei, il piatto davanti e una brocca metallica rossa di retsina che scintillava tra loro. Erano sprofondati nella conversazione.

«...Diventavamo sempre più lenti. Certe mattine riuscivo sì e no a salire sull'amaca. Restavo in piedi a guardarla, come se mi fossi trasformata in un cactus o roba del genere. Un uccello mi avrebbe potuto fare il nido sulla spalla. Tu vivi in Connecticut, hai detto?».

«Sì. Ma poi cosa è successo?».

«Mah, non so... Sembra che io sia in un posto nel nord della Grecia a partecipare a delle escursioni insieme a dei simpaticissimi signori col doppio della mia età, ma non sono del tutto sicura di come ci sia finita e perché ci sia venuta».

«Conosco questa sensazione».

A un certo punto Stewart era comparso al loro tavolo con un bicchiere in mano. La sua tavolata si era sciolta. Abel e Rose gli avevano sorriso e avevano continuato a parlare. Stewart aveva preso un lembo della camicia nuova di Abel tra le dita: «Gli sta bene il cremisi, che dici?».

«Sì, è vero», aveva risposto Rose.

«Fa' un po' John Travolta, però. Forse più tardi hai in mente di farci vedere qualcuno dei tuoi numeri da discoteca?».

«Forse».

Guardando prima Abel e poi Rose, Stewart all'improvviso aveva sbadigliato e se ne era andato.

I due erano rimasti in silenzio un momento. Rose lo guardava, un distante benvenuto negli occhi azzurri come stinti dal sole. Lui sentì la leggera pressione delle dita della donna sulla mano.

«Quella è la fede?».

«Già».

Lei lo aveva guardato di nuovo, nell'espressione una nota interrogativa, un tocco di diffidenza. Abel aveva sostenuto con occhio fermo il suo sguardo: era come camminare su un lungo sentiero caldo sotto la volta azzurra d'aria asciutta, profumata. Era già stato in un luogo del genere, anche se vi mancava da molto tempo. Negli occhi della donna tornò l'espressione calda, divertita. Dava il senso di essere profondamente sola al mondo. Tra il nero delle pupille e l'azzurro delle iridi c'erano dei bagliori giallastri, come i raggi abbaglianti del sole durante un'eclissi a mezzogiorno. Più la guardava, più gli sembrava inconsueta, simpatica, affascinante. Più affascinante, notò, delle donne che di solito erano attratte da lui.

Avevano finito di bere la retsina. Il ristorante cominciava a chiudere. Ad Abel era sembrato di vedere con assoluta chiarezza quello che sarebbe venuto. Appena pronti, avrebbero camminato lungo il viottolo ricoperto dalla pergola di vite e dall'albergo sarebbero arrivati al forte diroccato che dominava la cittadina. Una volta in cima avrebbero continuato a parlare per un po'; poi sarebbero rimasti ad ascoltare la notte in silenzio. Le mani si sarebbero toccate, si sarebbero impadronite le une delle altre... Più tardi si sarebbero trovati nella stanza di lui o di lei a fare l'amore. E il giorno dopo avrebbero proseguito per strade diverse, ognuno portandosi il prezioso carico di un nuovo essere umano dentro.

Aveva sempre pensato che se fosse stato infedele ad Antonia, sarebbe successo in uno stato di ebbrezza convulsa. Invece adesso provava una sensazione di maggiore calma, più simile all'accettazione di un decreto emanato da un'autorità impersonale. Era una cosa che doveva semplicemente accadere, una realtà che si era imposta da sé.

 

«Allora, come mai non te la sei scopata?».

«Cristo santo, Stewart».

«Ti piaceva, no?».

«Era affascinante, sì».

«Anche a lei piacevi».

«Come fai a saperlo?».

«Me l'ha detto».

 

Erano passati due giorni e Abel era di umore nero. Per un attimo aveva guardato Stewart nello specchietto ma non aveva parlato.

Stavano andando a Zagoria, l'ultima tappa del viaggio. Le colline coi loro intrecci di ulivi polverosi diventavano sempre più alte e più verdi, l'aria un po' più fresca. L'automobile presa in affitto aveva rallentato fino quasi ad arrancare mentre il rettilineo cominciava a risalire in stretti tornanti l'impervio paesaggio dell'Epiro.

Ad Abel il proprio comportamento di quella sera era già cominciato a sembrare illeggibile. Dubitava perfino che fossero accurati i ricordi relativamente chiari che aveva. A un certo momento era lanciato lungo una traiettoria che avrebbe proiettato lui e Rose nella notte calda e il momento dopo era da solo a letto con la sensazione di aver appena commesso un violento atto innaturale. Le aveva dato la buonanotte o si era semplicemente girato sui tacchi e se n'era andato? Aveva avuto il brutto presentimento che si trattasse della seconda ipotesi, anche se la prima non gli pareva affatto meno spaventosa. Fuori dalla finestra di camera sua aveva visto il biancore lunare sparso sulle foglie della pergola all'uscita dell'albergo. L'uva pendeva nell'ombra. In quel momento, se non se ne fosse andato, lui e Rose avrebbero camminato là sotto a passo lento, forse allungandosi per prenderne un grappolo maturo... Riusciva quasi a sentire di essere là fuori con lei, e che il ritrovarsi a letto da solo era una lieve anomalia della natura, come la presunta presenza fantasma di una particella in un posto mentre quella stessa particella viene osservata irrevocabilmente in un altro. La versione di se stesso fuori con Rose possedeva una realtà assai più corposa di quella in cui si trovava. Ma intanto eccolo lì... Quello che provava, più dell'imbarazzo per il proprio comportamento e ancor più del desiderio spezzato che gli rimbalzava dentro, era un sentimento di perdita. La vita offriva così pochi esseri umani con cui prendere in considerazione un'intimità che voltare le spalle a uno di loro sembrava uno spreco folle e immorale. Evocò l'immagine di sua moglie e suo figlio nella luce invernale del granaio in Connecticut, a casa sua. Per la prima volta, dentro non gli smosse nulla. L'immagine sembrava piatta, come se avesse esaurito tutti i suoi poteri di riportarlo indietro dall'orlo di qualche abisso e non fosse altro che un'inerte riproduzione di se stessa.

«Lei, quando te l'ha...». Abel si era sentito lanciare la domanda, sebbene avesse deciso di stare zitto. «Quando te l'ha detto?».

«Detto cosa?».

«Che le... piacevo».

Stewart aveva fatto un sorriso sghembo.

«Ah, dopo che te ne sei andato».

«Pensavo che fossi a letto». Finiscila, si era intimato Abel.

«L'ho vista giù in terrazza tutta sola. Aveva l'aria di una a cui un po' di compagnia non avrebbe fatto male».

«Quindi sei sceso?».

«Eh sì, sono sceso».

Stewart gli aveva dato un'occhiata nello specchietto: aveva un'aria di cordialità laconica, ma sotto c'era qualcosa di distante, padrone di sé, quasi altezzoso nella sua indifferenza. Non aveva aggiunto altro e Abel aveva tentato di evitare ulteriori domande.

«Te la sei scopata?», gli era uscito di bocca.

Stewart era rimasto un momento in silenzio. Poi con calma, quasi con dolcezza: «Che ti posso dire? Voleva farsi una chiavata».

«Capisco».

«Ti dà fastidio?».

«No! Puoi chiavarti chi ti pare. Perché dovrebbe importarmene?».

«Ho la sensazione che invece te ne importi».

«Be', ti sbagli, non me ne importa niente».

 

In serata erano arrivati in un villaggio sopra la gola. Era abbastanza pittoresco per quel che interessava loro, ma desolato. In quelle zone, durante la guerra civile, erano state commesse tremende atrocità: un massacro e poi le rappresaglie. Il borgo - a momenti sembrava per propria volontà - stava lasciandosi risprofondare nel pietrisco di montagna da cui era sorto. Vecchie avvolte nello scialle nero li fissavano dalle porte delle poche case che non erano chiuse con le assi. Galline scheletriche se ne stavano sul sentiero lastricato di pietra che portava all'albergo dove, unici ospiti, Abel e Stewart avevano preso una stanza.

La mattina successiva pioveva. Abel era rimasto in camera sua a scrivere le allegre insulsaggini richieste dalla collana "Europa selvaggia" di suo suocero: «Dalla fortezza dell'albergo con le strette finestre a fenditura, le pietre che rivestono le mura scabre come le scaglie di una carpa antidiluviana, scendono i ripidi viottoli acciottolati (attenti alle galline faraone!) verso la bella basilica di San Nikos Dukas, una gemma dell'architettura bizantina...». Da giovane aveva pensato di diventare drammaturgo, e benché avesse fatto pace molto tempo prima con l'idea di aver fallito nell'impresa, fondando la sua felicità non più sui trofei negati dal mondo esterno ma sulle ricompense elargite a piene mani dalla vita domestica, provava una perversa soddisfazione nel consumare queste banalità linguistiche. Si vendicava coi luoghi comuni...

Dopo un paio d'ore, però, già sbadigliava. Si sentiva inquieto e intorpidito insieme. Voleva essere da un'altra parte ma non sapeva dove. A casa? Non sembrava. Il pensiero di casa sua aveva un che di esile e astratto. Vi sarebbe tornato tra tre giorni e poi, aveva pensato, tutto avrebbe riacquistato realtà a sufficienza. Al momento, però, quel mondo - sua moglie, il figlio, i parenti, il quieto trantran quotidiano nella vecchia cascina - gli si era assopito dentro. Era anche annoiato senza sapere cosa voleva fare. Grandi colonne aeree di pioggia scorrevano contro le montagne per finire nelle grigie e lontane profondità della gola. Si era ritrovato a pensare a Rose. Rivedeva lo sguardo di caldo, sincero benvenuto nei suoi occhi azzurri. Dentro aveva sentito un impotente struggimento. A quanto pareva gli si era offerta davvero. Lui l'aveva desiderata e tuttavia l'aveva rifiutata. Il comportamento corretto di un uomo felicemente sposato. Ora però gli sembrava che nell'essere stato ligio al protocollo umano avesse violato una più vasta legge di natura. Altrimenti perché aveva addosso quella oscura, malsana sensazione di vergogna?

Aveva capito che quell'incontro avrebbe trovato posto tra gli avvenimenti che costituivano il senso ultimo di ciò che lui era. Un pensiero deprimente vista la palese mediocrità di spirito che sembrava rivelare... Si era alzato. Forse una passeggiata sotto la pioggia gli avrebbe fatto bene.

Nel cassetto c'era la sua fidata giacca antivento, ripiegata con aria schiva dentro una delle sue stesse tasche. L'aveva indossata, il nylon beige comprensivo e informe come un panno per spolverare posato su una vecchia sedia, insidiosa la rassicurazione che dava il suo familiare abbraccio.

Mentre scendeva le scale, aveva sentito delle risate -femminili - risuonare forte sulle disadorne superfici di pietra dell'albergo. Stewart era seduto a un tavolo del salone, davanti a lui due donne.

Una scossa incredula, una specie di fitta attraversò Abel. Non aveva sentito nessuna automobile fermarsi, né l'animazione di un arrivo... Quell'uomo benedetto, da che caspita di cilindro aveva tirato fuori quelle due creature?

«Vieni a sederti con noi», gli aveva detto Stewart facendogli cenno di avvicinarsi.

«Veramente stavo andando a fare una passeggiata».

«Uff, ci andremo dopo. Melina dice che tra un'ora il tempo si rimetterà. Vero, Melina?». Aveva sorriso altero a una delle due donne. «Melina è una veggente sensitiva. Stava leggendo i fondi del caffè. Sa anche leggere nella mente per cui non fare pensieri osceni».

Di nuovo aveva risuonato la risata forte e piena. Sul tavolo Abel aveva visto dei bicchieri di ouzo e delle tazze di caffè greco. Non era in vena di festeggiamenti. Ma a meno di non voler avere un atteggiamento molto villano, gli era chiaro che, prima o poi, doveva sedersi con loro.

Riluttante, si era avvicinato al tavolo. Stewart li aveva presentati. Melina era chiara di capelli e ampia - non grassa, ma come gonfia grazie a una specie di morbidezza superflua della carne di un pallore argenteo. Le soffici braccia bianche formavano ai gomiti delle fossette, che aveva anche ai lati delle labbra pallide. Gli occhi erano di un verde intenso. Abel li aveva guardati mentre lo percorrevano fugacemente osservando i suoi capelli radi, il viso segnato dalle rughe, il sudario della giacca antivento beige con gli alamari e le cerniere. La donna si era voltata. Al polso portava un volant di seta rosa. Le mani paffute e le dita affusolate che sembrano prive di giunture avevano la levigata compattezza di membra colate in cera. Intorno vi scintillavano degli anelli di opale e occhio di tigre, e Abel, in certa misura affascinato, ne aveva notato un altro tempestato di diamanti che, doppio, univa due dita, l'indice e l'anulare della mano destra.

L'altra donna, Xenia, era terrea e spigolosa, con un viso ossuto, quasi cartilagineo, la pelle olivastra tesa sul nasino affilato, le orecchie piccole ma sporgenti come quelle di una nervosa creatura dei boschi. Sembravano orientabili. Per un attimo i suoi occhi scuri avevano incrociato quelli di Abel.

Stewart gli aveva ordinato un caffè.

«Faremo leggere il tuo futuro a Melina. Al sottoscritto ha previsto catastrofi di tutti i generi. Melina, digli quello che hai detto a me».

La donna si era girata pigramente verso Abel. «Si sposerà prima della fine dell'anno».

«Ah, davvero?».

«Sì, si sistemerà in una grande casa con la vista sul porto e sarà fedele a sua moglie per il resto della vita».

«A quanto sembra, sono destinato a sposare la prossima donna che bacerò», aveva detto Stewart soffocando una risatina.

Lei si era girata di nuovo dalla sua parte: statuaria e disinvolta nella sua sofficità un po' corpulenta.

«Be', è vero, andrà così». Gli aveva sorriso compiaciuta.

Un uomo senza un braccio aveva portato il caffè. Melina gli aveva parlato in greco e l'uomo aveva annuito.

 

«Bevi», aveva detto Stewart, «così ti dirà cosa riserva a te il futuro».

«Credo di non volerlo sapere».

Però aveva bevuto quello sciroppo granuloso e aveva lasciato che Melina gli prendesse la tazza. Aveva fatto girare la posa del caffè perché aderisse alla porcellana bianca. Era rimasta a fissarla inespressiva per un lungo momento.

«Non sono buone notizie», aveva detto.

«Allora non le voglio sapere di sicuro».

«E dai», aveva fatto Stewart, «non potrà essere peggiore della quisquilia della mia condanna a morte».

«Divorzierà. Perderà la casa e il figlio. Anche il lavoro».

«Bene, grazie», aveva risposto Abel, «per fortuna non sono superstizioso».

Melina lo aveva guardato. Sembrava in uno stato di voluttuosa apatia per l'indifferenza che lui mostrava nei suoi confronti.

«Bene», aveva detto, «allora non sei obbligato a crederci».

Si era passata entrambe le mani, curatissime, tra le due ali di capelli folti e soffici, prima l'una, poi l'altra. Si era levato un profumo dolciastro e la seta stretta intorno al polso aveva ricordato ad Abel la carta bianca frastagliata con cui si ornano gli arrosti nelle rosticcerie di lusso.

L'uomo senza un braccio era tornato al loro tavolo con un vassoio di dolci: le baklava;dei piccoli turbanti col pistacchio al centro; un affare che sembrava un piccolo manoscritto immerso nella crema pasticcerà. Se c'era una cosa su cui Abel e Stewart andavano d'accordo era il fatto che non amavano i dolci greci e quando Melina li aveva offerti loro, entrambi avevano rifiutato. Impassibile, la donna aveva fatto spallucce e aveva cominciato a mangiare. L'anello doppio, che le impacciava i movimenti dell'indice e dell'anulare, più che un gioiello sembrava una strana fascia per immobilizzare gli arti. Xenia mangiucchiava un turbante.

D'un tratto il tempo si era rimesso. Stewart aveva guardato Abel. «Andiamo a dare un'occhiata al costone della gola?».

Mentre si alzavano per andarsene, le due donne avevano avuto un rapido scambio in greco. Melina aveva fatto un gran sorriso a Stewart.

«Vorremmo invitarvi a cena stasera. Tutt'e due». La donna parlava con l'affettata timidezza di chi è chiaramente abituato a ottenere ciò che vuole. «Chiederemo all'albergo di organizzare una festicciola. Siete nostri ospiti, è sottinteso».

 

Questo era accaduto il giorno prima. Abel e Stewart lasciarono il villaggio la mattina. Il giorno dopo sarebbero stati di ritorno ad Atene, il giorno seguente a casa.

Arrivarono a una svolta della stretta strada.

«Continuiamo da questa parte o risaliamo la gola?».

«Risaliamo».

Abel prese per una strada ancora più stretta.

«E davvero tu, in tutti gli anni in cui sei stato sposato, non sei mai stato infedele ad Antonia?»

«No».

«Neanche ieri notte, eh?».

«Come?».

«Era solo una domanda».

Ecco le strane torri di roccia erose dal vento.

«Ti dispiace fermarti un momento? Dovrei scattare qualche fotografia».

Solo nell'auto, Abel guardò Stewart saltare di roccia in roccia con la macchina fotografica e il treppiede. Dentro era in tumulto, ingolfato dalle sensazioni. La serata era stata calda e avevano cenato all'aperto. Dopo averli fatti aspettare un'ora, le due donne si erano presentate in terrazza in abiti appariscenti, tutti luccichii: Melina in un bustino di pizzo argentato, l'ombelico nudo come una danzatrice del ventre, larghi pantaloni di lino che ricadevano morbidamente sui fianchi larghi, il volant di seta al braccio; Xenia in una gonna di pelle color malva e un top di raso allacciato sul collo, le braccia lentigginose, simili per magrezza a quelle di una bambina, piene di braccialetti. Portavano entrambe tacchi alti e trucco. I capelli erano freschi di messa in piega, e il profumo che indossavano, mescolandosi, le precedeva nell'aria calda, morbido e aggressivo, come le fragranze che ti investono entrando nel reparto cosmetici di un grande magazzino.

«E che cos'è, una serata per cuori solitari nel mezzo del niente?», aveva chiesto Stewart.

Melina aveva riso e si era seduta vicino a lui, Xenia vicino ad Abel, con un sorriso nervoso perché, secondo lui, non si sentiva a suo agio in quella tenuta.

«Stai bene», si era sentito dire, un'insolita frase galante che mentre pronunciava gli era suonata assai strana, ma di cui lei gli era stata grata.

Le due donne avevano organizzato un bel festino. Dalla città più vicina, a una ventina di chilometri, avevano fatto venire champagne e vini dell'isola e un capretto scannato.

Mentre l'uomo con un braccio solo portava piatti di polpo e formaggio fritto, avevano rapidamente svuotato due bottiglie di champagne.

«Ci chiedevamo: secondo voi che facciamo di lavoro?», aveva detto Melina. «Che dici, Abel?».

Confuso, vedendosi rivolgere per la prima volta la parola da lei, Abel aveva detto in tono aggressivo: «Io? Non ne ho la minima idea...».

«Tu, la tenutaria di un bordello», aveva risposto Stewart, «e la tua amica, l'assassina solitaria».

Le due avevano riso come isteriche. Santo cielo, aveva pensato Abel, che razza di imbecille rincoglionito sono diventato? Aveva svuotato il bicchiere e intanto Melina continuava: «Veramente lavoriamo tutt'e due a Wall Street, siamo consulenti finanziarie di una banca greca. Volete provare a indovinare quanto guadagniamo l'anno?».

«No», aveva risposto Stewart, «ma secondo me ti piacerebbe dirlo».

«Un po' più di un milione di dollari».

«Tutto qui?», era intervenuto Abel intravedendo l'opportunità di riscattarsi. «Il mio autista lo pago di più».

Per questo sforzo aveva incassato la risata entusiasta di Xenia e un sorriso accennato di Melina.

Xenia fumava mangiando, e dopo il quinto o il sesto bicchiere di champagne Abel aveva deciso di chiederle una sigaretta anche se erano anni che non ne toccava una. Lei gliela aveva data, ne aveva presa un'altra per sé e gli aveva porto l'accendino perché lui le accendesse entrambe. Mentre Abel teneva la fiamma davanti alla sigaretta di Xenia, lei le aveva chiuso le mani intorno a coppa anche se non c'era un alito di vento. Lui si era reso conto della natura banalissima di quel gesto, ma al contempo - altrettanto banale, a quanto pareva, era la natura del suo meccanismo di reazione - si era sentito attraversare da una scossa di desiderio.

Mentre aspirava aveva guardato lo strano viso della donna. Era avvizzito anzitempo, lievemente, come se in passato fosse stata denutrita o anoressica. Non era affatto il suo tipo, ma si era ritrovato attratto da lei, un poco, quasi fosse strattonato da un sottile filo di curiosità erotica che come per mistero si era risvegliata. La nicotina gli galleggiava nel cervello dandogli il capogiro. Il cielo sulle montagne si era fatto violaceo. L'uomo senza un braccio aveva cominciato a tagliare a pezzi il capretto arrostito su un braciere.

«Secondo te, il braccio, come l'ha perso?», aveva chiesto Stewart.

Melina lo aveva domandato subito all'uomo. Mentre quello rispondeva, il viso rugoso, attempato, gli si era avvitato in un sorriso. Aveva combattuto contro i comunisti, aveva tradotto Melina; era un cecchino, li abbatteva dalle creste delle montagne quando si trovavano nelle loro basi. Poi lo avevano catturato, gli avevano fracassato il dito con cui sparava. Avevano intenzione di giustiziarlo ma lui era fuggito. Si era nascosto tra le montagne e la mano gli era andata in cancrena, che poi gli si era estesa a tutto il braccio... L'uomo era scoppiato a ridere e aveva servito il capretto.

«Ammazzava i comunisti, eh?», aveva fatto Stewart. «Allora gli sta bene».

«I comunisti erano peggio di quegli altri», aveva ribattuto Melina.

«E che, oltre a essere una porca capitalista, difendi pure i nazisti?».

Stewart lo aveva detto con un sorriso, e Melina gli aveva risposto con gongolante indignazione. Avevano finito il capretto, scolando intanto diverse bottiglie. Melina aveva parlato con l'uomo senza un braccio, che aveva annuito e si era dileguato. Un attimo dopo si era sentito il bercio di una ruvida musica ritmica - clarinetto, fisarmonica, tamburo - e sulla terrazza era comparso un gruppo di musicisti dall'aspetto cencioso.

«Sono albanesi», aveva detto Melina in mezzo a quel casino di strumenti, «li abbiamo trovati a Ioannina».

«Sant'Iddio, è davvero una serata per cuori solitari», aveva commentato Stewart.

«Abbiamo pensato che magari vi sarebbe piaciuto ballare».

«Io non ballo con le naziste».

Melina aveva aperto la bocca per ridere ma, vedendo che Stewart non sorrideva, l'aveva richiusa e per la prima volta era sembrata insicura del fatto suo.

«Però mi farò ancora qualche bicchiere. Non di quel vino1 di merda. Preferisco il Mumm». Stewart aveva alzato il bicchiere perché lei glielo riempisse, però Melina gli aveva passato la bottiglia, imbronciata.

«Oh oh, una nazista col muso!».

La donna non aveva replicato. Abel non aveva capito se si trattava del solito metodo Stewart di dare il via a una schermaglia amorosa. Gli pareva inverosimile che lo scozzese si rifiutasse di andare a letto con una donna per via delle sue idee politiche, ma nei suoi occhi sembrava esserci un riflesso di vera cattiveria. I quattro erano rimasti seduti in silenzio. I musicisti avevano cominciato a battere i piedi e a lanciare urla come se avessero paura che non incoraggiando i clienti sarebbero stati cacciati. Per rompere la tensione Abel aveva invitato Xenia a ballare. Lei aveva accettato sollecita e per la gioia degli albanesi le danze erano cominciate.

Abel aveva bevuto abbastanza da non sentire l'impaccio di lasciarsi andare al versatile, dimesso passo strascicato che aveva perfezionato da ragazzo senza più sentire la necessità di affinarlo. Xenia, che gli stava davanti, sembrava danzare per lui, vorticandogli intorno, allontanandosi di qualche passo al fine esclusivo, pareva, di riavvicinarglisi nuovamente. Ogni volta lo guardava negli occhi e l'effetto su di lui era prepotente. Si era reso conto di non trovarla affascinante, eppure se ne sentiva sempre più ammaliato. Con la coda dell'occhio aveva notato che Melina, nel cerchio di luce della candela sul tavolo, li stava osservando, mentre Stewart le sedeva accanto bevendo in silenzio. I musicisti avevano cominciato a suonare un lento. Xenia gli si era avvicinata di nuovo, questa volta con uno sguardo esitante, interrogativo negli occhi. Abel le aveva preso le mani e l'aveva tirata a sé. Era immensa la differenza tra il ballare con lei e il tenerla tra le braccia: la sensazione di distacco era svanita. Con una mano sulla piccola e ossuta spalla nuda, con l'altra a stringere appena quella della donna, per la prima volta dopo tanti anni aveva sentito la vivida realtà di un corpo femminile che non fosse quello di sua moglie. Sembrava irrilevante stabilire se lei era semplicemente piacevole o addirittura affascinante. L'aveva tirata più vicino a sé, aveva sentito i capelli sfiorargli setosi il viso, poi la freschezza della sua pelle contro la guancia. Gli pareva che il corpo intero gli si espandesse. Ubriaco, si era domandato se tutto quello che ci voleva era dire di sì invece di no, se in questo consisteva la superiore vitalità di Stewart che gli era parso di intravedere a Kastoria. Girandosi lentamente, lo aveva visto alzarsi da tavola.

«Ora di andare a nanna», gli aveva sentito borbottare Abel, «grazie per il rancio. 'Notte...».

Barcollando, Stewart era tornato in albergo. Per un po' Melina era rimasta seduta da sola a guardarli, la seta arricciata intorno al polso a quel punto aveva un'aria piuttosto tragica, simile al nastro di un regalo non voluto. La donna si era passata le mani tra i capelli, prima l'una, poi l'altra. Poco dopo Abel si era accorto che era sparita anche lei.

 

Sotto le ruote, l'alta strada di montagna trasudava la pioggia che il giorno prima l'aveva inzuppata. All'improvviso terminava in un sentiero. Loro due scesero e camminarono. L'aria odorava di pietra bagnata, greggia.

«Che tipe, però. Proprio due tipe deprimenti. Spero che noi non arriveremo mai a essere così disperati, eh?».

Abel non disse niente.

«Sant'Iddio, quella Melina! Dovrebbero metterle un campanaccio al collo e mungerla. E poi quella scimmietta...».

«...Sembrava che la mandassi su di giri. Melina, intendo».

«Te ne sei accorto?». Stewart alzò un sopracciglio sardonico. «Mi ha fatto una visitina notturna. Entra nella mia stanza con uno di quei cosi di pizzo girofiga, lacrime di coccodrillo agli occhi, e mi dice che non riesce a dormire perché l'avevo sconvolta. Alla fine ho lasciato che mi facesse un bocchino».

«Cosa che deve averla tirata parecchio su di morale».

«Se me la scopavo ero fottuto. Cristo santo, ma ti rendi conto!».

Il sentiero era arrivato alla gola, un improvviso salto netto a strapiombo su un vuoto rivestito di granito. Abel avvertì la nausea della vertigine nello stomaco.

«Tutto a posto?», sentì che gli chiedeva Stewart.

«Sì».

«Hai paura dell'altezza?».

«No».

Per qualche istante gli fu impossibile farsi un'idea delle dimensioni a cui si trovava davanti: la sottile striscia luccicante sotto le volute di vapore era un ruscello o un fiume vero e proprio?

«Insomma quello scimpanzé... pensavo proprio che te ne facessi una per tutti noi».

«Eh?».

«Sai... una ricompensa per il Mumm. La bottarella de politesse».

«Se vuoi dire che secondo te ci sono andato a letto, la risposta, Stewart, è no, non ci sono andato».

Un diniego formale, pensò mentre si ascoltava pronunciarlo. Chissà se era stato convincente, si chiese Abel. Andando alla questione vera, come lo faceva sentire? In ansia, in colpa? Cercò di immaginarsi a casa con Antonia, di dirle la stessa bugia o, se non dirla, di viverla... Davvero, una volta tornato, avrebbe continuato come se niente fosse? Lo afferrò una remota sensazione d'orrore, come negli incubi ricorrenti in cui qualcuno gli rivelava una qualche indicibile atrocità che aveva commesso. Eccoli di nuovo affacciarsi all'occhio della mente, fissati nella pallida luce invernale del granaio di suo suocero: il bambino in fasce che dorme silenzioso; sua moglie di una immobilità serena e marmorea, in un certo senso vitrea... Come La Pietàdietro il cristallo, pensò ricordando il viaggio che avevano fatto in Italia per la collana di suo suocero, prima che nascesse il bambino. Avevano dovuto guardare la scultura attraverso un vetro antiproiettile che era stato montato dopo che un uomo l'aveva sfregiata con un martello.

Dentro però Abel sentì salire anche un senso di euforia. Per tutta la mattina, a ondate, gli tornava la sensazione di Xenia nuda tra le sue braccia, sulla terra fredda del bosco: le mani coi braccialetti sul suo corpo, il caldo profumo muschiato della gola e del seno elettrizzante e reale nella memoria come in carne e ossa. Era difficile stabilire se era rimasto più sbalordito lui o lei dall'improvviso, quasi convulso desiderio che si era scatenato in loro nel momento in cui Abel aveva avvicinato le labbra disponibili di lei alle proprie e l'aveva baciata, mezzo assordato dal clamore del gruppo albanese. Lasciando i musicisti col cameriere senza un braccio, si erano incamminati tra gli alberi finché non erano caduti su un tappeto di aghi di pino, e frenetici si erano slacciati bottoni e cerniere come se l'essere stati separati fino ad allora fosse il risultato di una lontananza forzata e non del semplice fatto che non si conoscevano. Penetrandola, mentre lei gli stava aggrappata alla vita, le unghie affilate, i polsi tintinnanti, aveva sentito un inconsueto giubilo selvaggio, più simile al piacere di spaccare qualcosa che a quello di fare l'amore. Dopo erano andati nella stanza di lui e avevano dormito insieme sul letto. Quando all'alba si era svegliato per partire con Stewart, diretti alla gola, lei se ne era andata. Su un pezzetto di carta, però, vicino al letto, gli aveva lasciato il suo numero di New York, scarabocchiato con quello che sembrava un pennarello rosso cremisi.

Con Xenia aveva scambiato ben poche parole. Sapeva a malapena chi fosse, non aveva idea di cosa pensava di lei e se aveva voglia di rivederla. Tra due giorni sarebbe stato a casa. Cercò di immaginarsi la scena ma la mente gli si svuotò. Si mise la mano in tasca. Ecco il pezzetto di carta col numero di telefono. Sbarazzatene, si disse, buttalo giù nel dirupo... Guardò Stewart che, indaffarato a sistemare la macchina fotografica, sorrideva tra sé e sé fischiettando una canzoncina. Tirato fuori il pezzetto di carta, Abel vide che il numero in realtà era scritto col rossetto. Sentì sprigionarsi il profumo della bocca di Xenia che gli guizzò dentro come una soffice fiamma calda. Con bizzarra lucidità si ritrovò a immaginare Antonia che mentre gli disfaceva le valigie scovava tra le sue cose il pezzetto di carta, lo prendeva in mano, si girava verso di lui con aria interrogativa... Dalla gola gli sfuggì una risata dal suono strano.

Rimase immobile a fissare l'abisso dello spazio vuoto.

L'incommensurabile gesto vitale

Richard Timmerman, direttore della scuola elementare di Aurelia, una mattina notò un gonfiore sotto il mento. Facendo finta di niente (convinto che si trattasse di un virus contro cui stava combattendo) si sbarbò e andò al lavoro. Una settimana dopo il gonfiore c'era ancora ma lui continuò a fare finta di niente. Aveva un lavoro impegnativo, una famiglia e molte altre cose a cui pensare.

Tra quest'ultime c'era un problema che lo assillava ormai da diverse settimane. I suoi genitori, che l'anno precedente erano morti a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro, avevano lasciato la casa a lui e a sua sorella. Sua sorella, Ellen, vi si era trasferita qualche anno prima col pretesto di dare una mano a occuparsi del padre malato, ma in realtà (come sapeva chiunque conoscesse la famiglia) perché non poteva permettersi di comprare o affittare un posto per conto suo. Da giovane era stata una sconsiderata, aveva viaggiato in giro per l'Europa al seguito di una compagnia teatrale, poi aveva vissuto in degli ashram in India ed era approdata alla mezza età con uno schianto: due divorzi, un figlio piccolo, dei grossi debiti e nessuna prospettiva decente di guadagnarsi da vivere. Ora si rifiutava di lasciare la casa.

Non era una casa grande, ma Richard di certo avrebbe potuto fare buon uso della parte che gli spettava, indipendentemente da quanto valesse. Si sarebbe rivolto a un avvocato per affrontare la faccenda ma aveva degli scrupoli a sfrattare sua sorella, e poi aveva un po' paura che un'azione del genere si ripercuotesse sulla reputazione di cui godeva nella piccola comunità in cui abitavano. A turbarlo ulteriormente era il fatto di essere stato messo nella posizione di doversi comportare o da vittima della egoista cocciutaggine di Ellen o, altrimenti, da prepotente. Soprattutto detestava il modo in cui il problema, con tutti i sentimenti infantili che suscitava, si era impadronito della sua mente, tormentandolo quando era a letto o guidava per andare al lavoro. Sia che dentro fumasse di rabbia contro Ellen, sia che cercasse di obbligarsi a essere più comprensivo, Richard non riusciva a pensare ad altro. Si riteneva un idealista, una persona al di sopra di simili meschinità, ma intanto dentro, appena aveva un momento di pace, era invaso da quel fastidioso brusio. Se sua sorella avesse avuto la decenza di ammettere la colpa, o esprimere anche soltanto un po' di rimorso per averlo privato di ciò che gli spettava, gli sarebbe riuscito più facile mostrare indulgenza. Lei però sembrava essere convinta di avere tutti i diritti a restare dov'era, e invece di chiedergli con garbo di essere generoso e paziente, aveva assunto un piglio ipocrita e ostile, come se fosse lui ad avere torto. Per di più, nel momento in cui lo faceva sentire un po' come un criminale perché dal punto di vista economico lui stava molto meglio di lei (come se in qualche maniera i fratelli avessero il diritto naturale di godere in parti uguali di quel che il mondo ha da offrire), gli trasmetteva un superbo disprezzo proprio per quelle comodità che distinguevano la sua vita dalla propria: un'automobile decente, le sporadiche vacanze, abbastanza denaro per fare la spesa nel negozio bio della cittadina invece di inseguire gli sconti sui banchi della frutta all'ipermercato. Le loro conversazioni telefoniche erano diventate estremamente fredde.

Tre settimane dopo essersene accorto, il gonfiore non era ancora diminuito. Su insistenza di sua moglie aveva preso un appuntamento col dottor Taubman, il medico di famiglia, a East Deerfield.

Il dottore era un uomo basso, azzimato ed elegante, con un pizzetto ben curato e un paio di sfavillanti occhiali a mezzaluna. Soprattutto per via di quest'ultimi, Richard s'era fatto l'idea che fosse una persona con delle propensioni intellettuali come lui, anche se, sempre come lui, più interessata a provvedere agli altri (ai corpi nel caso del dottore, alle giovani menti nel proprio caso) che a perseguire egoisticamente una conoscenza fine a se stessa. Sentiva un'affinità con quell'uomo, e anche se le loro conversazioni non si erano mai spinte molto lontano, avvertiva l'esistenza di un tacito rispetto reciproco.

Il dottor Taubman, dopo aver esaminato il nodulo, prese in mano una penna d'argento. Rimase in silenzio per un momento, poi si schiarì la gola.

«Non voglio dire che abbia nulla a che fare con un linfoma», disse rigirandosi la penna fra le dita, «potrebbe essere assolutamente benigno, un linfonodo gonfio per via di un'infezione, come pensava lei. Però a questo punto è necessario farlo vedere a uno specialista perché credo debba essere asportato».

Richard batté le palpebre, troppo stordito per parlare.

«Intende per via chirurgica?».

«Eh già».

Con uno strano sorriso il dottore disse a Richard di sottoporsi a una TAC il prima possibile e prendere un appuntamento con un otorinolaringoiatra per la biopsia. Come prevedendo il suo tentativo di scacciare la paura che gli montava dentro, aggrappandosi alla speranza che gli esami si rivelassero negativi, il dottore lo avvertì che alcuni tumori sono radiopachi e potrebbero non risultare nell'immagine. Aggiunse che lo specialista avrebbe quasi certamente optato per l'intervento chirurgico poiché, a prescindere dai risultati della biopsia, questi non sono completamente affidabili.

Mentre gli raccomandava un collega della zona, si alzò in piedi ancora col sorriso, attendendosi chiaramente che Richard osservasse un protocollo clinico non scritto in cui si stabiliva di comportarsi come se una diagnosi di probabile cancro non fosse niente di straordinario e di sicuro non un motivo per cui perdere la testa, per lo meno non nel suo studio. Tenuto conto della grande stima che nutriva per quell'uomo, Richard non poté evitare la sensazione di essere trattato in maniera piuttosto brusca. Incespicando uscì nel parcheggio, come se lo avessero mandato per la sua strada con un carico di oggetti enormi e ingombranti, affidatigli contro la sua volontà e di cui non sapeva minimamente che fare.

Dopo l'appuntamento pensava di sbrigare alcune commissioni a East Deerfield, e invece tornò a casa, le mani scivolose sulla plastica fredda del volante.

Una volta parcheggiato nel vialetto rimase in piedi qualche istante, la testa che gli girava. Il rivestimento esterno della casa, bianco con le finiture azzurre, brillava nel sole di primavera. Al di là, sull'ampio prato, c'erano gli alberi frondosi sopravvissuti a parecchie generazioni di uomini: il salice piangente, il gigantesco e natalizio abete del Colorado, l'acero da zucchero e l'ippocastano, uno accanto all'altro, coi rami che si intrecciavano. Erano come li aveva lasciati un'ora prima, eppure sembravano già carichi di diffidenza, quasi la brutta notizia li avesse già raggiunti.

Dal retro della casa comparve Sara, sua moglie, indosso i guanti da giardinaggio, le ciocche umide di corti capelli ingrigiti incollate al viso.

«Che ti ha detto il dottore?».

Durante il racconto del marito la donna annuiva. Un estraneo che avesse osservato la scena avrebbe potuto pensare che la notizia stranamente non la preoccupasse. La sua reazione contenuta però era dovuta soltanto al suo modo di fare, alla lenta e scrupolosa maniera in cui assimilava le questioni importanti. Fu lei a insistere perché Richard, invece di fare la TAC e la biopsia lì da loro, andasse a New York, e fu lei, nel suo modo efficiente e riservato, a fissargli gli appuntamenti.

Una settimana dopo lui prese il treno per New York ed entrò in un edificio dell'Upper West Side. Dal giorno in cui era andato dal dottor Taubman non aveva quasi dormito. Di notte, alcuni farmaci da banco gli avevano fornito qualche ora di lieve oblio, ma subito dopo il sentimento di terrore che avevano precariamente arginato gli si rovesciava dentro per il resto della nottata, riempiendogli la mente di un'insonnia fredda e martellante. Per caso quella settimana a scuola fu intensa - un incontro coi consiglieri d'amministrazione, una riunione per vagliare il progetto di un nuovo edificio delle scienze, l'assemblea mensile per il programma "Comunità" che aveva introdotto da poco -, e lo sforzo per cercare di comportarsi con la sua solita cordialità aggravò lo stress, lasciandogli una sensazione ovattata, torpida, come di piombo, che al contempo era anche in certo qual modo di assenza di peso e di nervi scorticati, scoperti.

Nell'ascensore c'era un silenzio assoluto; la cabina non sembrava muoversi affatto, così quando si aprirono le porte, era come se l'atrio si fosse semplicemente trasformato in un corridoio con un'insegna di vetro su cui erano tracciate le parole «RADIOLOGIA LIFESTREAM».

Richard entrò nella sala d'aspetto e sentì la paura farsi un po' più vivida. Era la morte a spaventarlo? Non proprio. L'idea di non esistere non gli pareva particolarmente minacciosa e spesso si era chiesto perché la gente ne facesse un tale dramma. Era più impressionante la prospettiva della mente degli altri che dalla categoria dei vivi lo avrebbero passato a quella dei morituri, cosa che gli appariva come una sorta di catastrofe improvvisa, una brusca, funesta caduta in basso, con tutto il disonore e la vergogna che accompagnano simili circostanze. E al di là di questo c'era tutto quel periodo, terrificante da contemplare, che piano piano, a viva forza e con dolore lo avrebbe strappato alla propria esistenza. Gli parve che questa fase fosse già cominciata, che tra lui e la vita che si era costruito - la moglie e i figli che amava, la casa in cui la loro felicità aveva prosperato, il lavoro impegnativo ma fonte di inesauribili soddisfazioni - si fosse aperta una crepa. La crepa era ancora invisibile, ma come in un lastrone di ghiaccio che s'incrina, è soltanto questione di tempo prima che le due parti si distacchino.

Dopo venti minuti chiamarono il suo nome e venne accompagnato in una stanza dove una radiologa, i capelli grigi disordinati e una croce di legno al collo, lo preparò per l'esame.

«Le farò una iniezione di iodio, il liquido di contrasto radiologico», disse con uno sguardo affaticato degli occhi sporgenti, «dopo di che potrebbe sentire nausea o il bisogno di andare in bagno. È importante però che rimanga completamente immobile e cerchi di non deglutire perché questo potrebbe alterare l'immagine».

Richard abbassò lo sguardo reprimendo il desiderio infantile di mettersi a piangere.

«Se è pronto possiamo procedere...».

Le pareti della sala erano senza finestre, ricoperte da enormi, vivaci riproduzioni fotografiche di cascate color zaffiro e prati alpini verde smeraldo. Al centro c'era la monumentale ciambella bianca dell'apparecchiatura col lettino sotto. Nelle immagini che aveva visto di questi macchinari, Richard aveva notato come fossero una strana fusione di era spaziale e primeva, ma ciononostante le grandi dimensioni e la spettrale fluorescenza dello strumento lo spaventarono. Si stese sulla stretta pedana. La donna gli infilò un ago nel braccio. Dentro gli salì un calore pressurizzato, formicolante. Non era doloroso ma sconvolgente. Mentre quella sostanza gli scorreva nelle vene gli tornò in mente la parola "insulto" nella sua accezione medica: dentro sentì un corrispondente fremito di offesa, di mortificazione. Doveva vomitare? L'intestino lo avrebbe tradito? Dietro un vetro divisorio c'erano due facce illuminate che lo guardavano sospese nel vuoto. L'apparecchiatura cominciò a ronzare. Sopra di lui c'era la radiologa con l'espressione lievemente inorridita, i capelli lunghi e radi bluastri per effetto della luce del macchinario. La donna premette un interruttore e il lettino fece entrare lentamente il suo corpo prono sotto il pannello arcuato di quadranti e sensori. Rispettoso dei limiti e dei confini per natura, Richard rimase a fissare con orrore il grande portale circolare che lo sovrastava.

All'improvviso deglutì, un riflesso troppo forte per riuscire a controllarlo.

«Mi scusi!».

«Non fa niente. Abbiamo quello che cercavamo».

Prima che lui riuscisse a far proprie queste parole, la donna si era rifugiata dietro il divisorio di vetro, a consultarsi in modo inintelligibile con le due figure stazionate là. Ricomparve dopo pochi minuti con una grossa busta, la croce di legno intorno al collo che mandava un bagliore opaco. Gli porse la busta scandendo lentamente: «Questa deve portarla allo specialista».

Richard ringraziò e si infilò la giacca. Mentre se ne andava si voltò e con la voce roca si sentì dire: «Ha... ha visto qualcosa?».

La donna distolse lo sguardo, rivolgendolo all'apparecchiatura.

«Oh, non sono io a leggere le TAC».

Allora aveva visto qualcosa! Era una persona religiosa e anche una piccola bugia la metteva a disagio. Richard uscì vacillante sotto la fresca luce primaverile. Lo studio dello specialista era a sud di Central Park. Camminava immerso nello stesso panico stordito di prima, ma più compenetrato in ciò che lo determinava. Ecco Broadway coi suoi cartelloni pubblicitari sostenuti dalle impalcature, e ancora cartelloni e ancora impalcature. Un camion, svoltando, vomitò fuliggine su un'aiuola di tulipani bianchi. Perché gli succedeva una cosa del genere?, si chiese. Cosa aveva trasgredito senza saperlo? Aveva violato qualche legge fondamentale che governava la sua vita? Era stato cresciuto in una famiglia osservante e anche se lui non credeva più in dio o nella vita dopo la morte, l'abitudine di cercare il significato delle vicende che lo toccavano gli veniva naturale. Dentro custodiva la sensazione di aver scoperto, a un certo punto, le condizioni precise secondo cui l'esistenza si preparava ad alimentare le sue particolari qualità umane e di averle rispettate con tutta la coscienziosità di cui era capace. Molte cose lo interessavano: la musica popolare, la matematica, la filosofia, il design. Aveva pensato di diventare un accademico, poi un ingegnere, ma ogni volta, quando era sul punto di intraprendere una di queste strade, qualche tassello ostinato della sua indole aveva protestato: queste professioni avranno anche il loro fascino, ma mancano di una particolare radiosità, senza la quale la sua natura non si sarebbe realizzata. Si trattava della radiosità della virtù attiva, del sacrificio di se stessi nel prendere parte diretta agli sforzi di elevarsi dei suoi simili. Non aveva considerato fondamentale esplorare come mai ciò fosse diventato per lui una necessità vitale, ma intanto questa necessità c'era, come l'ago di una bussola che aveva seguito fedelmente quando l'aveva portato nell'ambito della didattica, guidandolo verso le teorie progressiste che davano espressione ai suoi istinti, indicandogli la via su cui evolversi a ogni snodo della sua carriera... Gli educatori, aveva letto in un saggio che gli era rimasto scolpito nella memoria, erano «i sacerdoti della vita nell'era nuova». Erano «gli adepti» - conosceva il passo come un tempo conosceva il Credo niceno - «dell'oscuro mistero della vita, coloro che non hanno paura di nulla se non della vita stessa, e non sono soggetti a nulla se non alla riverenza che provano verso l'incommensurabile gesto vitale...».

L'incommensurabile gesto vitale... Eppure in gola gli si stava sviluppando la morte! Si ricordò la visita che lui e Sara avevano fatto a un parente di lei a Minneapolis. Avevano percorso a piedi il tratto di strada dal Nicollet Mall al fiume, ed erano arrivati in un posto chiamato Parco dei Sopravvissuti al Cancro. Il nome, in lettere di metallo disposte sopra il cancello, lo aveva scioccato. La sua sfacciata letteralità, mentre ci si sarebbe magari aspettati un eufemismo poetico, conferiva a quell'appello a commemorare gli afflitti un tocco di aggressività che gli aveva fatto venire voglia di fare il contrario: scansare il solo pensiero di quegli esseri mostruosi. Invece adesso la sua unica speranza era diventare uno di loro !

«Qualche spicciolo, signore?».

Un poveraccio aveva infilato nella sua visuale un bicchiere di plastica. Richard vi lasciò cadere qualche moneta. Gli occhi dell'uomo andarono dritti a contarle; si allontanò senza neanche una parola di ringraziamento.

Dentro, lui sentì come una sberla, una sensazione familiare che veniva a ricordargli quanto detestava New York. Nel periodo in cui vi aveva vissuto la trovava elettrizzante, ma adesso lo urtava sempre di più. Ogni volta che vi andava gli sembrava più dura, più rude, più mercantile, la gente che accalcava le strade più folle e grottesca. L'ultima volta aveva visto una donna coi tacchi a spillo che portava al guinzaglio un orsetto lavatore. Non si riteneva un censore, e ancor meno uno che si scandalizzava facilmente, ma quel posto pareva riportargli a galla un certo fondo puritano della sua personalità. Era percorso da un flusso costante di osservazioni critiche, che gli venivano spontanee. Anche in quella circostanza si ritrovò a contemplare arcigno nuovi abissi di follia, cose nuove assolutamente superflue - gadget, vestiti, gioielli, servizi, intrattenimenti - reclamizzati su qualsiasi superficie disponibile in sgradevoli modi nuovi, pubblicità che seguivano una loro logica di crescente pacchianeria. All'uscita dalla metropolitana ce n'era una per un sito di incontri con una coppia seminuda che sorrideva nella beatitudine post-coitale. Su di loro scintillavano due cuori intrecciati ma avrebbero potuto benissimo essere anche organi genitali. Lo stato di cose ideale, sembrava sottintendere il tutto, è un'orgia perpetua. Se non sei una persona desiderabile, allora tingiti i capelli, passa la giornata in un centro abbronzatura, iscriviti in una di quelle palestre che attraverso i finestroni a livello della strada sbattono sotto il naso dei passanti i loro soci robotici fasciati di Lycra. Trasforma l'interno della tua testa in uno stadio rock privato... Particolarmente costernante era l'inarrestabile puntare del mercato convenzionale su quel che un tempo erano stati fenomeni marginali o underground. In passato, quando ti stancavi di uno di quei mondi, a livello mentale potevi passare a un altro, ma ora si erano fusi e non c'era modo di scappare. Il mondo intero, come aveva letto da qualche parte, era un quartiere malfamato. Descrivendo New York a una persona progressista di cinquant'anni prima, ti avrebbe risposto che doveva essere arrivata l'apocalisse...

Mentre era sprofondato in questi pensieri, però, lo afferrò un improvviso sconcerto. Da dove gli venivano? Su cosa si basava questa sua indignazione? Su quale granitiche convinzioni si fondava? Se non credeva in Dio, nell'anima o nella vita dopo la morte, l'essere umano che cosa era se non mera carne viva? E se le cose stavano così, allora era naturale voler essere sani, sessualmente attraenti, robusti, vigorosi... Molto meglio che essere carne infetta, come nel suo caso! Senza dubbio era lui l'essere grottesco, con quel piccolo seme di morte che gli cresceva in gola.

Lo studio dello specialista era in un fastoso edificio d'angolo. Degli scalini di granito conducevano dalla strada alberata alle porte girevoli. Dietro, c'era un atrio scuro con un portiere in uniforme che mandò Richard al settimo piano. Lo studio era di una melliflua modernità, rivestito di acciaio satinato e legno chiaro. La giovane segretaria era vestita come una modella, con uno sbuffo di chiffon rosa intorno alla gola. Sulla scrivania non c'erano né documenti né cartelle. Di tanto in tanto lei parlava nel nulla rispondendo a un invisibile, non udibile telefono.

Lo specialista, un certo dottor Jameson, era molto più giovane di quanto Richard si fosse aspettato: tra i trenta e i quarant'anni, aveva dei folti capelli chiari e sul viso da ragazzino delle grandi lentiggini. Le lunghe ciglia rossicce gli donavano uno sguardo sonnolento, edonistico.

«S'accomodi, signor, mmh, Timmerman», disse gettando un'occhiata a dei fogli.

Lo fece sedere su un aggeggio simile alla sedia del dentista e intanto dava un'occhiata, a quanto sembrava per la prima volta, alla documentazione medica che aveva ricevuto. «Mmh», fece in tono neutrale. Con un gesto delicato lasciò cadere i fogli sulla scrivania.

«Vediamo un po'».

Si chinò su Richard tastando i tessuti molli sotto il mento con le dita forti e ben curate. Portava un orologio senza numeri né lancette, a quanto pareva, e mandava un profumo leggero di vaniglia.

Dopo averlo esaminato, l'unico suo commento fu un altro laconico «mmh». Ritornò alla scrivania e dalla busta che Richard gli aveva portato sfilò la TAC. La esaminò a lungo, in silenzio.

«Questo, mmh, East Deerfield è a nord, nello Stato di New York?».

«Sì». Richard sentì la voce tremargli. Era ovvio che il dottore stesse per consigliargli di avvicinarsi a un'area urbana con delle strutture ospedaliere all'avanguardia. In quel caso era spacciato.

«Perché?», gli chiese.

«Così, volevo solo...».

Il dottore sbadigliò.

«Mi scusi. Mi dispiace. Ha un calcolo alla ghiandola salivare. Un piccolo deposito di calcio. Il termine medico è scialolitiasi. Se comincia a darle fastidio, può farlo asportare per via chirurgica, forse frantumarlo con gli ultrasuoni. Altrimenti è probabile che venga espulso spontaneamente. Comunque sia non è una cosa grave».

A Richard pareva di essere levitato sulla sedia.

«Vuole dire che non c'è... nessun linfoma?».

«No».

Soltanto quando riprese l'ascensore per uscire colse la nota di lieve disprezzo nella domanda su East Deerfield, la divertita sufficienza del professionista cosmopolita nei confronti di un collega sperso nei boschi. Sulle labbra di Richard affiorò un sorriso. Con esso, la mente lucida per la grande gioia del momento, gli tornò alla memoria l'oscura sensazione di essere stato congedato con troppa fretta dal dottor Taubman, come se avesse avuto paura che lui gli si cominciasse a decomporre là nello studio e mettesse in fuga gli altri pazienti. Gli sarebbe piaciuto entrare impettito nella sua stanza, non tanto per rimproverarlo dell'errore quanto per sbattergli in faccia lo stato di salute appena certificatogli...

Fuori c'era ancora il sole. Lentamente se ne andò verso la stazione, consapevole di quanto fosse raro gustare in modo così pieno il piacere puro di essere vivo. Ogni cosa che guardava, ogni viso che oltrepassava, gli sembrava parte integrante di quella sensazione, un violento fulgore irradiato anche sulle cose più banali. Accanto gli sfrecciò un fattorino, su una bicicletta carica di contenitori di plastica trasparenti da cui s'intravedevano i vividi colori degli affettati e delle insalate rinchiusi ognuno nel proprio scomparto, simili - a suo parere - ai motivi geometrici di un rosone sulla facciata di un'antica cattedrale. In un parcheggio, dietro a una fila di alberi in fiore, un braccio idraulico d'acciaio sollevava senza alcuno sforzo una macchina color porpora, scintillante. Che meraviglia! Mentre passava s'accorse che da giorni, da quando aveva visto il dottor Taubman, non pensava alla lite con sua sorella. Come sembrava sciocca tutta quella faccenda. E che assurdità farsene sconvolgere così tanto. Nell'euforia del momento la soluzione gli apparve ovvia: doveva chiamare Ellen immediatamente, dirle che poteva rimanere nella casa tutto il tempo che voleva. Nel profondo del suo cuore aveva sempre saputo che era questa la cosa giusta da fare, solo che non aveva trovato la convinzione necessaria per appellarsi al sentimento di magnanimità che richiedeva quel gesto. Adesso, comunque, ne aveva in abbondanza. Era vero, aveva contato sulla somma che gli spettava dalla vendita per mettere via una cifra consistente da destinare all'università dei figli, forse anche per costruire una veranda con le zanzariere dove mangiare fuori d'estate. E allora? Lui aveva una vita sua - in tutti i sensi! - mentre Ellen non aveva niente. Se sua sorella ci teneva tanto a vivere nella casa di famiglia, gliela avrebbe lasciata. Che così fosse! La decisione accrebbe il suo senso di euforia. Mentre tirava fuori il telefono, gli parve di scorgere davanti a sé lo schiudersi di uno stato esistenziale vasto, luminoso.

Compose il numero.

«Che c'è?», disse la voce familiare.

«Ellen, sono io, Richard».

«Lo so. Che vuoi?».

«Volevo solo...». S'interruppe. Il tono ostile di sua sorella, sebbene nient'affatto diverso dal suo solito modo di parlargli da quando era cominciata la lite, era un ostacolo inaspettato. Prima di rivelarle la memorabile decisione sembrava necessario farla partecipare al suo effervescente stato d'animo.

«Sono a New York. Il nostro dottore, siccome mi si era gonfiato un nodulo sotto il mento, pensava che avessi un linfoma e ho passato l'ultima settimana credendo di stare per morire. Ma non è vero. Sono appena uscito dallo studio dello specialista e mi ha detto che sto bene. È solo un calcolo!».

Si zittì. Ellen non disse niente.

«Ho pensato di chiamarti, sai...». Snervato dal silenzio dall'altra parte, la voce gli morì in gola.

«Capisco», disse lei infine. «Be', meno male. Mi fa piacere che tu non stia per morire. Ora però devo uscire. Mi si è rotta di nuovo la macchina e io e Scott dobbiamo andare a piedi alla posta per pagare le bollette, prima che chiuda. Altrimenti il tempo di farmi una chiacchierata con te l'avrei avuto».

Era una specialità di sua sorella quel tono da martire. Provò a non cadere nella provocazione.

«Ascolta, Ellen, voglio parlarti della casa».

«Ah, mi pareva».

Santo cielo, quella donna era impossibile! Lo conosceva abbastanza bene da avere un'idea di dove lui cercava di arrivare. Ma avrebbe mostrato un po' di garbo? Neanche per sogno! Aveva intenzione di rendere le cose il più difficile possibile. Richard sentiva già montargli dentro il vecchio acuto fastidio. Com'era facile cedervi: inveirle contro perché faceva pagare agli altri il prezzo del suo sventurato modo di vivere, darle un inflessibile, risoluto ultimatum... Ma si trattenne. Si sarebbe dato la zappa sui piedi da solo se le avesse permesso di fermarlo dal compiere il suo grande gesto di magnanimità. Se non per amor suo, lo avrebbe fatto per amor proprio.

«Quello che volevo dirti», fece lui cavandosi a forza le parole di bocca, «è che ho deciso di lasciarti rimanere nella casa per tutto il tempo che ne hai bisogno, tutto qui».

Ci fu un lunga pausa.

«Be', la tua generosità, Richard, è straordinaria, e sono contenta che tu non voglia provare a sfrattare me e Scott da casa nostra. Ma visto che non avevo nessuna intenzione di andarmene comunque, le cose non cambiano molto, vero? Ora se non ti dispiace dovrei scappare».

Ellen riattaccò il telefono.

Richard continuò a camminare per la Settima Avenue, stordito. Si disse che aveva detto quello che voleva e che questa era l'unica cosa che contava; che, comunque sua sorella la prendesse, lui si era comportato con dignità e compassione. Inoltre aveva scritto la parola fine sotto la loro seccante, indecorosa lite e a quel punto, finalmente, avrebbe potuto tornare a occuparsi di faccende più elevate.

Tutta la sua iniziale esuberanza, però, era scomparsa; al suo posto sentiva una sensazione tetra, cinerea, quasi attraverso il telefono gli fosse entrata dentro l'acredine della squallida esistenza di sua sorella.

E per un momento si sentì come se alla fin fine non avesse ancora incontrato il dottor Jameson; come se stesse ancora aspettando, spaventato e incerto, la diagnosi.

La sorellastra

La casa era uno squadrato edificio vittoriano, la facciata di stucchi bianchi e i balconi con la balaustra. Dodici scalini di granito protetti da una copertura in vetro portavano al massiccio portone, al centro una testa leonina d'ottone dallo sguardo truce.

Il martedì pomeriggio alle cinque Martin Sefton saliva gli scalini per impartire la lezione settimanale di chitarra classica ai figli dei Knowles. Ad aprire la porta veniva un'au pair. Attraversato il corridoio che odorava di cera e fiori freschi, Martin si caricava la chitarra fino all'ultimo piano della casa, nella stanza dei ragazzi, per quattro rampe di scale. Salendo, dalle finestre dei ballatoi vedeva il giardino sul retro e a volte si fermava a contemplare il prato di considerevoli dimensioni circondato da una moltitudine di foglie e fiori.

Era stato in un giardino molto simile a quello che a dodici anni aveva avuto l'ispirazione di diventare un chitarrista classico. Durante una festa estiva a Highgate, un uomo con una camicia psichedelica aveva suonato dei pezzi di grande effetto col suo strumento color miele, circondato, tra l'erba, da alcune belle donne estasiate. Guardando il giardino dei Knowles, in Martin echeggiava un ricordo distante e in un certo senso sconsolato di quell'episodio. Malgrado i diligenti studi seguiti al Royal College, dove gli insegnanti lo avevano incoraggiato a sperare in grandi cose, la sua carriera d'interprete non aveva decollato. Quando aveva accettato il fatto che non sarebbe mai accaduto, ormai aveva consumato tutte le energie tese alle grandi ambizioni. Per di più non c'era nient'altro che volesse fare.

Dopo la lezione ai ragazzi, scendeva di sotto, dove, sul tavolo dell'ingresso con le gambe arcuate, lo aspettava una busta con dentro un assegno della signora Knowles. Al pari dei figli, la Knowles aveva i capelli neri e la pelle chiara, due luminosi occhi azzurri e il genere di delicati, poliedrici lineamenti inglesi che nelle persone come Martin, che non li posseggono, riescono a suscitare un vago senso di inferiorità. La Knowles coltivava il proprio aspetto con estrema raffinatezza, e la prima volta che lui si era recato da loro le era apparsa più vecchia della sua età. Quando era arrivato, stava sistemando dei fiori in un vaso sul tavolo dell'ingresso e mentre gli parlava aveva continuato, alzando a stento gli occhi nella sua direzione dopo un iniziale, indagatore sorriso di benvenuto. Da allora Martin l'aveva vista soltanto una volta, mentre parlava a un telefono cordless in un corridoio, un sorriso misterioso sulle labbra. Portava lo smalto rosa, orecchini di perle e una maglia di seta bianca, sotto la quale i seni spuntavano come due aculei. Martin le aveva fatto un cenno col capo, ma benché lei lo guardasse, non aveva dato segno di averlo visto.

Un pomeriggio, pochi mesi dopo aver cominciato a insegnare, lo aveva sorpreso sulle scale un grosso signore uscito a grandi passi da un corridoio.

«Salve, sono John Knowles. Finalmente ho il piacere di conoscerla». L'uomo gli diede una calorosa stretta di mano, squadrandolo apertamente da capo a piedi. «Come se la cavano i ragazzi?».

«Molto bene, mi pare».

«Ottimo. Favoloso».

L'uomo gli era molto vicino. Aveva una voce possente, non tonante ma abbastanza poderosa da dare a Martin l'impressione di star mormorando. Nel modo in cui parlava si sentiva un residuo d'accento delle Midlands. Doveva aver superato la cinquantina; di costituzione massiccia, aveva le sopracciglia grigio argento e ciuffi di peli scuri nelle narici e nelle orecchie. Con modi cordiali e una certa minuziosità, cominciò a chiedere a Martin della sua vita anche se all'apparenza sembrava mostrare ben poco interesse alle sue risposte. «Ottimo, ottimo», diceva spiccio dopo ognuna, poi impaziente cambiava argomento. Dove aveva studiato Martin? I suoi erano ancora vivi? In che parte di Londra abitava?

«E la sua carriera... di concertista e... cose così», con un gesto indicò la chitarra nelle mani di Martin, «va bene, sì?».

«Non c'è male, grazie», rispose Martin prudente. L'intesa, o per lo meno la messinscena convenuta con coloro che lo pagavano per istruire la propria prole, era di aiutare un artista in cattive acque, non di assumere un musicista da strapazzo.

«Ottimo, ottimo. C'è da sgobbare, immagino, a farsi un nome nel campo».

«Non è semplice».

«Giusto. Il mondo pullula di virtuosi della malora! Ma almeno non ci sono figli e moglie da mantenere. O forse sì?». Gli occhi grigio-giallastri dell'uomo si posarono per un momento su quelli di Martin, decisi ma anche a disagio, come se in fondo si aspettassero di sentirsi dire di farsi gli affari propri.

«No».

«Ecco una cosa di cui essere grati, eh?». L'uomo diede in una spavalda risata, a cui Martin rispose con un sorriso educato.

«Be', una di queste sere, dopo aver finito coi ragazzi, si fermi a bere un aperitivo con noi, che dice?».

«Va bene, grazie».

Due settimane dopo Martin si sentì di nuovo rivolgere la parola dall'uomo:

«L'aperitivo di cui le parlavo... stasera le andrebbe bene?».

Martin era indeciso. Preferiva non intrattenere rapporti coi suoi datori di lavoro. Meno era obbligato a rivelare sulla sua posizione di musicista, meglio era. Non che non avesse fatto pace con lo stato delle cose di quella parte della vita, ma non gli piaceva fingere entusiasmo per una cosa che a quel punto era soltanto un mezzo per pagare l'affitto. Cercò un modo inoffensivo di declinare l'invito, ma di fronte all'imperiosa presenza del signor Knowles, seppure di natura assai particolare - una strana mescolanza di risolutezza e mellifluità -, la mente gli si svuotò.

«Con piacere», rispose quando ormai era trascorso il momento per sfoderare una scusa plausibile, «grazie».

«Ottimo, ottimo. Allora ci vediamo dopo. Siamo solo noi di famiglia. Tristan le farà strada».

Alle sei e mezza il maggiore dei ragazzi lo scortò nel grande salone al pianoterra, le luci soffuse, la carta da parati di seta a righe e due portefinestre che si aprivano sul giardino. La signora Knowles sedeva sul divano accanto al figlio più giovane. Aveva i capelli scuri raccolti in trecce sistemate a crocchia e qualche ciocca sparsa le ricadeva sulle orecchie minute. A cingerle la pelle sopra la scollatura del vestito da sera c'era un'intricata rete di zaffiri.

«Gentile da parte sua unirsi a noi», disse. «Tristan, corri a dire a papà che il nostro ospite è arrivato». Fece un sorriso distaccato a Martin. «Tra un momento mio marito le preparerà qualcosa da bere». Si voltò verso il figlio minore, gli scompigliò i capelli e gli arrangiò il colletto della camicia. Martin registrò l'apparente indifferenza che la Knowles mostrava nei suoi confronti. Una volta un comportamento del genere lo avrebbe offeso, ma adesso non gliene poteva importare di meno. Osservò la donna spassionatamente. La sua particolare bellezza altera gli ricordava un dipinto che aveva visto in un'età impressionabile, il ritratto di un'aristocratica che indossava un enorme manicotto e passeggiava nei campi sotto un turbolento cielo scuro, l'elaborata pettinatura scompigliata dal vento; l'espressione, al contempo dura e appassionata, suggeriva l'idea provocatoria di una donna diretta a un convegno amoroso. Il suo sguardo fu attratto dagli zaffiri, che le affioravano sulla carnagione pallida come un aggregato cristallino del suo sangue blu. Vedendo Martin che li guardava, la donna si portò una mano alla gola, in un gesto che sembrava quasi difensivo, sebbene paresse sorpresa di trovarveli.

«Ah. Siamo invitati a cena all'ambasciata nigeriana. John sta costruendo una diga vicino a Lagos».

«Oh».

«Per questo mi sono vestita elegante».

Martin sorrise chiedendosi se quelle parole volessero significare che non si era vestita elegante per lui e notò che neanche una perentoria mortificazione, se di questo si trattava, ormai aveva il potere di sfiorarlo. La propria capacità di distaccarsi dalle situazioni era per lui una fonte di compiacimento, anche se a volte si domandava dove lo avrebbe portato quella sua glaciale impermeabilità.

Knowles entrò nella stanza incravattato di nero, le guance arrossate per la rasatura. Insieme a lui c'era una strana, robusta ragazza sui venticinque anni in un informe vestito marrone.

«Eccoci qua», disse l'uomo, «mi spiace averla fatta attendere. Che cosa prende?».

Martin chiese un gin tonic.

«A proposito, questa è mia figlia, Charmian, la sorellastra dei ragazzi».

Martin le fece un cenno con la testa. Lei mormorò un saluto e si sedette su una sedia ai margini della stanza; fissava dinanzi a sé con un'espressione simile alla paura, anche se quasi di sicuro era dovuta agli occhi prominenti e distanziati in un modo poco naturale. La Knowles accennò un vago sorriso nella sua direzione, di fronte al quale la ragazza si mostrò recalcitrante. Era di una bruttezza penosa.

«Charmian è quasi sempre nel Devon», disse suo padre, «sta imparando a fare la floricultrice o una cosa del genere. Ma di tanto in tanto riceviamo l'onore di una sua visita. Whisky, ha detto?».

«Gin tonic».

«Ha ragione. Amore, raccontagli dei giardini. Lavora come una schiava per un'azienda paesaggistica, fa di tutto, dall'invasare le azalee allo scavare grandi canali con una ruspa della malora, e questo senza quasi nulla in cambio. Cosa che a me pare un po' da sempliciotti, se si pensa che con quel che le abbiamo dato avrebbe potuto comprare l'azienda già dieci volte, ma tanto vale: lei vuole farsi strada da sola piegando la schiena. Non che io sia contrario, badi bene...».

Il viso della ragazza, mentre il padre parlava, arrossiva sempre più. Torceva una ciocca di capelli flosci, marroncini, sbattendo le palpebre sugli occhi sporgenti. La circondava un'aura di sfibratezza, come chi abbia combattuto duramente ma abbia subito una sconfitta cocente in quei lati della vita che riguardano l'esteriorità e il buon garbo. All'improvviso Martin s'accorse che aveva un occhio fisso, senza più luce nell'iride grigia. Distolse lo sguardo bevendo un sorso e si chiese quando sarebbe potuto andare via.

Knowles alla fine tacque e poiché la ragazza non apriva bocca, Martin pensò che fosse arrivato il momento di dare il proprio apporto alla conversazione, se non altro per dimostrare che a lui il buon garbo non mancava del tutto. Si rivolse alla signora Knowles.

«A proposito di giardini, il vostro è molto bello».

«Grazie. Ci teniamo tanto».

«A me è l'unica cosa che manca, dove vivo».

«La capisco, un giardino vuol dire molto in una casa».

«L'idea di diventare un chitarrista mi è venuta in un giardino simile a questo».

Non sapeva che l'avrebbe detto quando aveva preso l'argomento, ma il pensiero che avrebbe obbligato la Knowles ad ascoltare un suo aneddoto intimo, personale, lo riempì di una certa gioia malevola. Martin si rese conto che alla fin fine le sue maniere brusche lo avevano irritato.

«Eh?». Cautamente la Knowles si ricompose sul divano; le labbra contratte, le si formarono ai lati delle fossette di garbata attesa. Con un tono di velata autoironia, Martin cominciò a descrivere la festa a cui era stato da bambino. In principio si sentì padrone di sé e sciolto nel parlare, a tal punto che si ritrovò quasi a immaginare di essere uno degli ospiti alla cena all'ambasciata a cui era diretta la Knowles: accanto a lei sedeva qualche cortese diplomatico che la incantava coi suoi racconti, e protetto per un momento dalla dolcezza di questa fantasia, si permise di ammettere a se stesso che quella donna sprezzante - più giovane di lui, si rese conto - gli aveva suscitato dei vaghi desideri. Per un minuto o due divenne espansivo e con leggerezza evocò la piccola visione di edonismo e amore per l'arte che aveva avuto nell'altro giardino. Nel mentre, però, sentì un'inaspettata fitta dolorosa, come se quell'episodio conservasse ancora la carica luminosa originale che aveva rilasciato un improvviso sussulto vendicativo. Scosso, sentì il tono della voce farsi incerto. Poi, con suo sgomento, si perse nel racconto e, senza volerlo, scivolò su una nota di autocommiserazione piuttosto stucchevole. Per un attimo la Knowles lo guardò senza dire niente, ma non gli lasciò alcun dubbio sul fatto di essere incappato in un'umiliazione.

Nel frattempo Martin si era reso conto che la sorellastra era stata ad ascoltarlo con attenzione. Le lanciò un'occhiata. La sua storia sembrava averla toccata dentro, il viso era il ritratto di una solidarietà angosciosa. A ripensarci non era poi così certo che l'occhio della ragazza fosse fisso - forse era un po' strabico o aveva un deficit visivo - e sotto il suo sguardo si sentì a disagio, trasparente. Sembrava che Charmian stesse per rivolgergli la parola. Si girò di scatto.

«Quindi le piace stare all'aperto?», sentì dire a Knowles. «Le piacciono le piante, gli alberi e via discorrendo?».

«Be'... direi di sì».

«Proprio come a Charmian! Ha sempre amato stare all'aperto, non è vero, amore? Pensavamo di comprarle una casa con un po' di terra che è stata messa in vendita vicino al nostro cottage. Un posto dove, il giorno in cui sarà pronta, possa occuparsi della sua azienda paesaggistica...».

«Ah...».

«Sì, un pezzo di terra fenomenale, quasi quattro ettari. Nel Dorset, vicino al mare. Le piace il mare?».

«Sì».

«Be', ci vogliono cinque minuti per arrivarci. Splendido. Non so se conosce quella costa ma a mio modestissimo parere batte qualsiasi posto di quel cacchio di Mediterraneo...».

Così s'andò avanti per un'altra mezz'ora. Poi la Knowles guardò in maniera ostentata l'orologio e qualche istante dopo Martin, sollevato, era nell'atrio per i saluti.

Il signor Knowles gli afferrò la mano. «Ora che ci penso», disse, «domani sera ha qualche impegno particolare?».

«Non so... dovrei...».

«È che ho due biglietti per il Covent Garden. Peter Grimes, vero, tesoro?».

La Knowles annuì. «Dei posti piuttosto buoni, direi».

«Purtroppo noi non possiamo andare», continuò lui. «Le interessano forse?».

Martin detestava l'opera, ma c'era una donna che aveva incontrato da poco, una ballerina che lavorava al ristorante macrobiotico dove lui ogni tanto si recava a mangiare, sulla quale un invito al Covent Garden avrebbe potuto far colpo. Era indeciso.

«Non vedevamo l'ora di andare», insisteva Knowles, «ma proprio quella sera ho un cliente venuto da Dubai che sta soltanto un giorno e vuole cenare da uno di quei celebri chef, e quindi pace. Che dice?».

Rebecca si chiamava la donna, sottile e alta con delle soffici labbra rosse e senza anellini al naso o alle sopraciglia. Si studiavano da un paio di settimane, flirtando con aria casuale. Da un po' di tempo Martin pensava che fosse l'ora di fare una mossa più decisa.

«Be'», fece con cautela, «se siete sicuri che...».

«E so che Charmian è entusiasta di andare, vero, amore? Quindi un biglietto è sistemato. E visto che voi due, ragazzi, non volete saperne, abbiamo pensato che lei avrebbe gradito l'altro. Essendo un appassionato di musica, immagino di sì».

Martin, mentre assimilava quelle parole, guardava Knowles a bocca aperta. All'improvviso sembrò rivelarsi in tutta la sua ampiezza e profondità l'insinuante, coercitiva personalità di quell'uomo, come una strana creatura che dispieghi delle ali di cui non si sospetta l'esistenza. Capì di essere stato messo in una posizione in cui non aveva scelta, se non quella di accompagnare la ragazza a vedere l'opera. Mentre si ascoltava accettare, si rese conto che la Knowles si allontanava serena dall'atrio, con l'aria di chi abbia visto tutto quello che desiderava di una faccenda un po' sconveniente; che i ragazzi guardavano lui e il padre con un'espressione di arbitri neutri; e che Charmian, la sorellastra, stava con la testa china sotto quel che sembrava il peso inibente di una desolata vergogna, le grandi mani aggrappate alla stravagante spira in cui terminava la ringhiera, quasi a sorreggersi.

«Splendido. Allora siamo a posto», stava dicendo Knowles. «Ci vediamo qui domani sera intorno alle sei, giusto?».

«Va bene», rispose Martin, mentre stizzito si imponeva, appena tornato a casa, di telefonare con una scusa.

Mentre si girava per andarsene, la ragazza alzò lo sguardo. «Non deve venire se non ne ha voglia». La voce era bassa e sorprendentemente melodica.

«Di che parli, figliola?», disse imperioso e accigliato il padre. «Se ha appena detto che vuole venire!».

«Insomma, se dovesse scoprire che per qualche ragione non può, non fa nulla».

Per un istante Martin la guardò dritta negli occhi. Quella ragazza aveva un viso davvero strambo, largo e ovale, con un tratto propiziatorio come un vassoio su cui vengano offerte in rassegna una serie di oggetti curiosi e senza nesso.

«Sono sicuro che non ci saranno problemi», farfugliò. «Ci vediamo domani».

Avvertì subito che lei sapeva che era una bugia. Di nuovo Martin si sentì completamente allo scoperto, come se Charmian riuscisse a vedere non soltanto attraverso quel piccolo inganno, ma fin dentro la sua persona, oltre lo stoicismo e le delusioni che giacevano sotto, e riconoscesse la misteriosa pecca iniziale che li provocava. E assai lontana da un piglio accusatorio, sembrava curiosamente indulgente, con un'espressione di infinita solidarietà trattenuta. Martin si girò di scatto e se ne andò.

Sull'autobus che lo portava a casa mise insieme una storia su una zia malata nel Surrey a cui doveva fare visita un giorno prima di quanto avesse previsto. Come scusa avrebbe funzionato. Che diamine passava per la testa a quella gente? Che avrebbe fatto finta di prendersi una cotta per quella tizia? Si rese conto con una vampata d'ira che per tutto quel periodo, mentre saliva e scendeva le scale di quella casa silenziosa, lo avevano tenuto discretamente d'occhio, lo avevano soppesato e ritenuto un candidato adatto (adatto per modestia di aspirazioni, cioè, o perché a corto di quattrini e opportunista?) a mettere fine a quel che doveva essere stato, da parte della famiglia, un ripetuto tentativo di sbarazzarsi di una merce avariata. In mente gli tornò il viso dolente della ragazza. «Non deve venire se non ne ha voglia», la sentì dire nuovamente con la sua voce affabile. Girò la testa di scatto.

Dai finestrini guardò scorrere la lustra abbondanza di Fulham Road, poi il fiume, color bronzo con le rosse increspature di un tramonto di luglio. Nella mente si crogiolò in un'altra fantasia, in parte vendicativa, in parte erotica: si immaginò di sposare Charmian, di vivere con lei in una grande casa di campagna. Nei fine settimana, mentre lei invasava le azalee o lavorava con la ruspa da qualche parte, la Knowles avrebbe attraversato i campi nei suoi abiti eleganti per correre da lui, che l'aspettava in una stalla o in un fienile scuro. Se la raffigurò riluttante che, soggiogata dai propri desideri, si spogliava per lui e gli offriva i seni appuntiti. Poi riapparve l'immagine del viso di Charmian: largo, triste, supplichevole, indulgente... Un'espressione sarcastica gli increspò le labbra: lei almeno sapeva distinguere le cose. Peccato che non fosse più graziosa. In un mondo diverso sarebbe stato possibile essere felici con una ragazza del genere, ma non in questo. E non lui. Guardò di nuovo fuori cercando di cancellare l'immagine della ragazza. Comparve la parte di Londra in cui abitava, i mezzi grattacieli scalcagnati di mattoni ocra. Gli piaceva quella zona, il suo anonimato e la sua totale mancanza di pretese. Appena fosse arrivato a casa, avrebbe telefonato ai Knowles con la scusa che aveva pensato. E poi? Forse sarebbe andato al ristorante macrobiotico, avrebbe mangiato la sua solita carne di soia col riso, seduto al bancone mosaicato chiacchierando con Rebecca. Magari le avrebbe detto di andare a bere una cosa appena finito il servizio. Lei lo avrebbe guardato un momento occhi negli occhi, a sufficienza per comunicargli che aveva capito cosa le stava chiedendo, poi avrebbe contratto le soffici labbra e gli avrebbe risposto di sì o di no. Se fosse stato un sì, avrebbero bevuto qualcosa in un bar aperto fino a tardi vicino alla fermata della metro, poi quella notte stessa o quella dopo sarebbero andati a casa sua. Prima di infilarsi tra le lenzuola, lui avrebbe tirato fuori la chitarra e le avrebbe suonato due dei suoi cavalli di battaglia: la Sarabandadi Bach e un minuetto di Sor. La relazione poteva durare qualche settimana, forse un paio di mesi. Poi sarebbero ricominciate le solite stronzate: sarebbero saltati fuori altri amanti, insopportabili carissimi amici, abitudini e bisogni incompatibili, problemi che nulla avrebbe potuto risolvere se non un serio innamoramento. Avendo però lui abbandonato l'idea di diventare un marito e un padre di una sorta che riteneva accettabile, si era imposto molto tempo prima di non innamorarsi. La sua vita seguiva questi binari. Non aveva alcun desiderio di cambiarli e nessuna intenzione di permettere a nessuno di cambiarglieli.

Intanto continuava a ondeggiargli dentro lo strano viso della sorellastra, che lo fissava con il suo sguardo di solidarietà non richiesta. Di nuovo sentì la sua voce: «Non deve venire se non ne ha voglia». Martin scosse il capo con veemenza. «Ti ci puoi giocare le palle che non ne ho voglia», borbottò mentre scendeva dall'autobus. La gente che saliva lo guardò ma lui non se ne accorse. Era nel bel mezzo di una battaglia, e gli pareva di aver bisogno di ogni grammo di forza per difendersi.

Il vecchio

Le due donne comparvero nell'ufficio di Conrad un tardo pomeriggio di marzo. Olga, la madre, aveva le guance imbellettate rugose come gusci di noce e sulle dita bitorzolute parecchi anelli. La figlia era bionda, con un bel viso dagli zigomi piatti e un figurino pieno che portava con sicurezza. Secondo il suo curriculum, aveva trentotto anni. Si chiamava Lydia Krasnova.

Le due erano arrivate da quella che un tempo era la Cecoslovacchia, dove avevano lavorato in una cooperativa di floricoltori fino alla caduta del regime comunista. Dopo essere approdate negli Stati Uniti, si erano stabilite ad Albany, nello Stato di New York, e con l'aiuto di un prestito ricevuto dal fondo commerciale per gli emigrati, avevano aperto un banco di fiori vicino a Rensselaer, la stazione ferroviaria. Quindi avevano battuto la zona in cerca di un appezzamento di terra dove avviare la loro coltivazione. A pochi chilometri dalla città avevano trovato un terreno di circa un ettaro, con una casa in cui si erano trasferite e un rustico cadente che avevano affittato. Ora erano in cerca di denaro per cominciare a costruire le serre.

La madre, che masticava appena l'inglese, osservava Conrad in silenzio mentre Lydia parlava. L'esposizione del progetto fu elegante e minuziosa: avevano dei costosi impianti per il riscaldamento, dei sistemi per la ventilazione e l'innaffiatura; avevano trovato dei fornitori di additivi e fertilizzanti; avevano preso contatto coi distributori e definito i primi accordi coi venditori all'ingrosso di New York.

Conrad ascoltò senza interrompere. Alla fine disse loro che aveva bisogno di fare alcuni calcoli per conto proprio, ma sapeva già che avrebbe dato loro la piccola somma richiesta. Aveva più di vent'anni di esperienza col genere di piccole aziende di cui le due donne parlavano e aveva sviluppato un buon istinto per le proposte valide.

Mentre si avviavano alla porta, la madre puntò col dito ossuto la foto incorniciata sulla scrivania di Conrad. «Sua figlia?».

«No, mia moglie».

«Giovane!».

«Be'... È morta. Nove anni fa».

«Oh! Io... dispiace».

«Non si preoccupi».

Disarmata, l'anziana donna guardò la figlia. Lydia, con un movimento disinvolto, si girò e guardò la foto, poggiando una mano sulla scrivania, vicino alla cornice.

«Deve mancarle», disse.

«Sì».

«Come si chiamava?».

«Margot».

«È bella».

«Grazie».

Se ne andarono. Conrad rimase nella stanza silenziosa a guardare fuori dalla finestra. Sul fiume illuminato dalla luce della sera passava una chiatta che trasportava cemento. Si muoveva lentamente, quasi troppo perché Conrad riuscisse a percepirne il movimento, ma rimase a fissarla finché non scomparve.

 

L'allestimento del cantiere ebbe inizio quell'estate. La prima volta che Conrad si recò in visita, Lydia e sua madre erano in stivali di plastica a seguire il taglio degli alberi. I taglialegna avevano abbattuto una folta distesa di piante e stavano portando via i tronchi dal terreno. All'inizio di un nuovo progetto predomina sempre il caos, per un motivo o per l'altro, e anche in questo caso non era diverso, a parte forse il crudo aspetto fisico di quel disordine e il fatto che all'origine ci fossero due donne, una anziana e curva, l'altra impeccabile nella sua eleganza. Il posto somigliava al cratere di una bomba, i lunghi tronchi mutilati in cataste, grossi viluppi di radici divelte che sembravano contorcersi alla luce, e un odore potente, quasi animale, di linfa. I tronchi sarebbero stati venduti al deposito del legname e le donne, che apparivano pratiche di queste cose, stavano dicendo agli operai come nascondere le falle dei ceppi battendo la superficie col bordo dentato della cucchiaia dell'escavatore.

«Ancora! Ancora!», strillava la vecchia al manovratore sopra il rombo sferragliante del grande macchinario. «Bene! Stop!».

Una settimana dopo le ruspe spianarono la terra e poco dopo il costruttore portò l'acciaio e il vetro per le serre. Sarebbe costato meno costruirle con tubi e teli di plastica, ma d'inverno sarebbe stato più difficile riscaldarle e sotto quell'aspetto, come sotto ogni altro, le due donne avevano convinto Conrad che la scelta più costosa era l'unica che meritava di essere presa in considerazione. In loro, a suo parere, c'era un non so che di signorile, quasi di aristocratico, che si sentiva di ammirare. Lydia, col suo portamento regale e il suo calmo senso pratico, aveva cominciato ad affascinarlo.

A madre e figlia piaceva giocare a bridge, e appena scoprirono che Conrad conosceva i rudimenti del gioco, lo invitarono a unirsi a loro, chiamando come quarto l'inquilino a cui avevano affittato il piccolo rustico vicino casa.

Era un vecchio con gli occhietti sbigottiti cerchiati di rosso e i capelli bianchi a ciuffi che gli stavano dritti sulla testa come se avesse visto un fantasma. Si chiamava Mirek ed era ceco anche lui, un loro lontano parente che, riuscito a emigrare negli Stati Uniti negli anni Sessanta, aveva vissuto a Brooklyn, dove aveva commerciato in libri usati fino a pochi anni prima, quando era scaduto il contratto d'affitto del suo minuscolo negozio. Una volta che Olga e Lydia avevano fatto un salto a trovarlo, lui svolgeva umili servizi presso un rivenditore di monete e di stampe a Manhattan. Si era talmente lamentato delle difficoltà di tirare avanti a New York che in seguito, quando per le due donne era giunto il momento di trovare un inquilino per il piccolo rustico, avevano deciso di chiedere a Mirek se gli sarebbe piaciuto trasferirvisi. Dapprima il vecchio aveva rifiutato, ancor meno sicuro su come se la sarebbe potuta cavare non in città, ma fuori. Due cose, però, accadute in rapida successione, avevano contribuito a fargli cambiare idea: era stato rapinato in metropolitana e il rivenditore per cui lavorava si era trasferito in Florida. E così aveva deciso di provare ad andare da loro. L'unico lavoro che aveva trovato fino a quel momento era imbustare la spesa per i clienti del supermercato Grand Union, a tre chilometri da casa, ma lui sembrava ottimista e sereno sulle prospettive future.

Tutto questo venne fuori nel corso di diverse serate in cui le partite a bridge si trasformarono in regolari incontri settimanali. I quattro sedevano al tavolo da gioco del salotto, arredato in un pesante stile antiquato, con le tende di tulle, la carta da parati a strisce dorate e un divano color cremisi coi corprischienale di pizzo. La posta era bassa, sebbene la madre si assicurasse che i debiti fossero pagati prontamente e per questo aveva una scatola di latta piena di monete. Conrad e il vecchio facevano coppia e, poiché perdevano quasi sempre, tra di loro si stabilì un legame dolente, riuscendo a porre rimedio al fatto, a volte imbarazzante, di non capire l'uno una parola dell'altro con un'incessante pantomima di gesti di commiserazione: sospiri, smorfie, mani tese.

Dopo la partita veniva servito il caffè; poi Olga raccoglieva le tazze e si ritirava in cucina, segnale per il vecchio che era ora di andare. Conrad e Lydia si attardavano in salotto a parlare con crescente agio e familiarità.

Una sera, dopo che Mirek era tornato a casa e Olga era scomparsa in cucina, i due si ritrovarono seduti insieme in un silenzio insolitamente teso. Che altro c'era da dire? Sapevano l'uno dell'altro tutto quello che poteva svelare la conversazione. Conrad le aveva raccontato tutto del suo passato: crescere a Troy figlio di un commerciante di elettrodomestici e una vicepreside, la sua costante fortuna come investitore nelle aziende locali, i sentimenti che ancora provava per sua moglie, le brevi relazioni che aveva avuto con altre donne dopo la sua morte, l'inspiegabile tensione tra lui e sua figlia, undicenne alla morte della madre e ora studentessa, in un'università a tremila chilometri distanza, di materie di cui non aveva mai neppure sentito parlare. Lydia, da parte sua, aveva parlato in modo spassionato della sua infanzia passata in ristrettezze; di suo padre alcolizzato, morto quando lei era ancora una ragazzina; del suo ex marito, allora funzionario di partito, che le aveva dato un pugno nella pancia quando era incinta provocandole un aborto. Aveva descritto tutte queste cose con un distacco voluto, con una vaga ripugnanza, come se la parabola discendente del padre e il comportamento del marito fossero argomenti che la offendevano perché la mettevano in cattiva luce. Una donna del suo valore, sembrava lasciar intendere, avrebbe dovuto mostrare più buonsenso per quanto riguardava gli uomini della sua vita.

E tutto questo aveva destato una forte impressione su Conrad. Il pensiero di quella donna affascinante, intelligente, che la natura aveva chiaramente destinato a una vita lussuosa e confortevole, costretta invece a tirare avanti in quelle condizioni, aveva risvegliato in lui un istinto di protezione, mentre la sua capacità di non piangersi addosso lo aveva riempito di ammirazione.

Guardandola adesso, in silenzio sotto la luce calda dei paralumi rosati, gli occhi schietti e risoluti fissi nei suoi, era conquistato e senza parole. Col trascorrere dei secondi il silenzio sembrava spingerli sempre più verso un punto di misteriosa comunione. Fu Lydia a parlare.

«Perché non mi fai vedere casa tua? Non ci siamo mai stati».

«Adesso?».

«Non è lontana...».

«Va bene, sì».

Conrad guidò fino ad Albany, la presenza di lei accanto simile a un palpito luminoso, fonte di una nuova energia che sembrava irrompere nella sua vita scacciando la pesante solitudine che, da quando era a lutto, gli insisteva dentro come una immobile nube grigia.

La casa era su una strada silenziosa in una delle parti più vecchie della città. Mentre salivano i gradini verso la porta d'entrata, Lydia lo prese sottobraccio. Entrò per prima e attraversò a passo lento le stanze del pianoterra mentre lui, dietro, accendeva le luci. Era tutto pulito e ordinato, arredato in modo semplice secondo i gusti di Margot: qualche pezzo in stile primitivo o di antiquariato neoclassico americano, un lavamano di porcellana con le bacinelle e le brocche smaltate; le composizioni di fiori secchi che facevano lei e sua figlia, sbiadite se non per un'ultima ombra di colore.

Lydia gli si voltò con un sorriso. «Non hai cambiato niente, vero?».

«Da quando c'era Margot? Non credo».

«Ti sembra strano portarmi qui?».

«Non so, forse un po'».

«A me lo sembrerebbe».

La donna avanzò, salì le scale dopo i ripostigli del primo pianerottolo, montò un'altra rampa e diede un'occhiata alla stanza che Margot aveva usato come studio, alla vecchia camera da letto della figlia, al salottino con una stufa olandese di maioliche, e intanto Conrad, quando lei si spostava di stanza in stanza, accendeva le luci. Sulla soglia della camera da letto che avevano diviso lui e Margot trattenne Lydia e le diede un bacio sulle labbra. Mentre lei gli s'appoggiava contro con delicatezza, lui si sentì favorito da un dono straordinario della fortuna. Non era un uomo molto amante della compagnia, e di certo non era il tipo a cui veniva facile stringere nuove relazioni. Le poche donne di sua conoscenza che gli si erano gettate tra le braccia dopo la morte di Margot non lo avevano interessato davvero, e nonostante alcune brevi storie, aveva cominciato a sospettare di essere troppo vecchio o troppo poco attraente per quelle che attraevano lui. A occuparlo erano i suoi affari - delle quote di un magazzino di moquette, interessi in una catena di lavanderie a gettone e una ditta che affittava box - e c'erano ancora delle coppie dei tempi in cui era sposato che lo invitavano a cena. Era però arrivato a pensare che la sua vita di uomo, in quanto parte del sesso maschile, era sostanzialmente finita. Ora, comunque, mentre Lydia rispondeva al suo abbraccio sulla porta con un calore tenero e privo di complicazioni, avvertiva la possibilità di ricominciare quella vita, appassionata come sempre, forse anche più ricca per via delle ombre proiettate dalla perdita e dal dolore. Quando la guidò oltre la soglia, dentro la stanza, provò una grande gioia.

Entrarono allora in una fase di sempre maggiore e rapida intimità. Era possibile a cinquant'anni sentire all'improvviso il desiderio di attraversare i giorni come un violento corso d'acqua sgorgato da una sorgente sotterranea? Cose simili seguivano una logica e una vita tutta propria. In poco tempo in loro sparì ogni traccia di riserva nel fare l'amore. Non c'era stata donna prima, neppure Margot, che da nuda fosse così toccante, così del tutto nuda come Lydia quando si svestiva, e nessuna era entrata nel suo letto con tale esplicito piacere. L'effetto su Conrad fu inebriante. Ogni mattina entrava in ufficio come se avesse passato la nottata a bere alla fonte della giovinezza. Quell'inverno le chiese di sposarlo e lei accettò con una risoluta serenità che gli sembrò confermare la sua sensazione di profonda assennatezza nel perseguire quell'unione, un concordare con le forze del destino.

Intanto furono finite le serre: una fila di quattro vivai, i vetri nitidi che scintillavano nelle strutture d'acciaio e i tetti spioventi. Avevano assunto un capovivaista messicano, che insieme ai suoi operai aveva piantato diverse centinaia di cespugli nella terra preparata con cura. Davanti c'era un cortile di ghiaia con una fontana che, dalla vasca di granito, mandava grossi fiotti d'acqua a formare dei petali. Di sera l'acqua era illuminata dal basso da una potente luce color cremisi. Le due donne ne avevano visto una del genere in uno degli impianti visitati mentre progettavano il proprio e avevano deciso di costruirla uguale. A quel punto, avvicinandosi alla casa dopo il tramonto sulla serpeggiante strada provinciale, si vedeva prima il crescente rossastro dorato delle luci che di notte illuminavano il cielo oltre le cime degli alberi, poi gli scintillanti vetri delle serre inondati di luce e davanti la fontana che brillava come un'enorme rosa fiammeggiante.

Si accese qualche discussione sul luogo in cui tutti loro sarebbero andati a vivere dopo il matrimonio, fissato per l'aprile seguente. Conrad aveva dato per scontato che Lydia e sua madre avrebbero voluto trasferirsi a casa sua, più grande e importante, ma di lasciare le serre non ne volevano sapere.

«No, no, trasloco no», disse la vecchia, scuotendogli il dito davanti quasi l'avesse minacciata di trasferirla a forza.

«Tesoro mio, vieni tu a vivere qui», disse Lydia. «Se vuoi facciamo dei lavori per ampliare la casa».

La fermezza della donna lo stupì, ma più ci rifletteva, più la cosa gli pareva ragionevole. Si rese conto di non aver minimamente pensato all'imbarazzo che avrebbe potuto provare Lydia trasferendosi nella casa che lui aveva condiviso con Margot. Passarci la notte da amante era un conto, ma viverci da moglie per lei era senza dubbio una prospettiva meno allettante. Gli venne in mente che se lui voleva far funzionare al meglio quella nuova vita, aveva bisogno di dare un taglio netto a tutto ciò che simboleggiava quella avuta con Margot. Decise che avrebbe venduto la casa, avrebbe messo all'asta i mobili d'antiquariato, si sarebbe sbarazzato di tutte le polverose ghirlande e composizioni floreali. Quella decisione - la prese mentre andava in auto al lavoro - gli trasmise una strana e vertiginosa emozione. Quasi a smorzare ogni dubbio o resistenza si mise a correre premendo a fondo il pedale dell'acceleratore. Pochi minuti dopo, entrando in ufficio, prese la foto incorniciata di Margot. Era in piedi, sul balcone di un hotel della Costa Rica: sorrideva, i capelli scuri sciolti sotto la luce del sole, ai due lati la bordatura di fiori azzurri tra il ferro battuto della ringhiera. Era stato poco dopo il ritorno da quella vacanza che le avevano diagnosticato un cancro al pancreas, ed era morta quello stesso anno. Con un gesto brusco, quasi violento, Conrad infilò la foto, con la cornice e tutto il resto, in una busta imbottita e la portò di sotto in cantina, in un armadio di metallo che aveva preso in affitto, mettendola in uno scomparto pieno di vecchi contratti e prospetti. Tornato di sopra rimase davanti alla finestra sbalordito per quello che aveva fatto, ma dicendosi che presto quell'agitazione sarebbe passata. Margot l'aveva amata e per lei aveva sofferto, ma stava nascendo un nuovo giorno e gli sembrava che anche lei avrebbe voluto che lui non se lo lasciasse sfuggire.

 

Sua figlia Beth arrivò pochi giorni prima del matrimonio. Anche se Conrad aspettava con impazienza le sue visite, quando si avvicinava il giorno stabilito a poco a poco gli montava l'ansia. A dire il vero la sua presenza lo inquietava: Beth era diventata una giovane donna guardinga e accorta, e aveva un modo di usare il silenzio che lo faceva sentire come se fosse sempre sotto giudizio e risultasse in fallo. Era contento che venisse al matrimonio, ma lo innervosiva il pensiero che gettasse il suo sguardo sardonico su Lydia e sua madre.

L'incontro doveva avvenire a cena, a casa delle donne, due sere prima della cerimonia.

Partirono al tramonto. Era una sera umida, con delle strie di foschia primaverile nell'aria. Sulle cime degli alberi, a cinquecento metri da casa, apparve la crescente incandescenza delle luci, più nitida del solito, quasi la nebbiolina le rendesse più intense. Come sempre, quella vista riempiva Conrad di una specie di contentezza, un'incandescenza di rimando. Ecco la fontana che proiettava i suoi archi d'acqua illuminati come lingue di lava. Poi le serre, quattro cristalli fiammeggianti che spuntavano dalla terra, e dentro i cespugli di rose inondati di luce dorata. A Conrad, misteriosamente, il posto parve più sfolgorante del solito, come se emanasse un'energia ultraterrena. Perfino Beth, mentre scendevano dalla macchina, ne sembrò colpita anche se non disse nulla.

Lydia era sulla porta ad accoglierli. Strinse le mani di Beth nelle sue, la baciò su entrambe le guance e l'abbracciò con affetto. «Finalmente, sono molto contenta di conoscerti!».

Attraversarono il salotto, saturo dell'odore della carne arrosto. Olga uscì dalla cucina: il viso rugoso era imbellettato, sulle labbra il rossetto, sotto il grembiule una gonna nera gitana con una bordatura a fiori sgargianti, geometrici. Piazzò la sua figura curva davanti a Beth osservandola per qualche istante.

«Ti piace champagne?», berciò.

«Eh... sì, certo».

«Prendo bottiglia».

La vecchia tornò a passo strascicato in cucina e loro tre si accomodarono a sedere, Lydia che con spigliata categoricità si prendeva carico di Beth. La ragazza sembrava soggiogata, forse anche un po' rapita, secondo Conrad, dalla compostezza e dall'eleganza della sua futura moglie. Vista la rapidità con cui Beth assumeva un atteggiamento sprezzante, gli sembrò un segno confortante. Prendendole la mano, Lydia si diffuse in un resoconto divertito di tutto quello che rischiava di andare storto nelle imminenti celebrazioni: i due padiglioni riscaldati non erano ancora arrivati; lo scultore del ghiaccio non la richiamava; il ristoratore stava venendo meno alla promessa di fornire le carpe fresche...

Olga tornò portando un vassoio con lo champagne e quattro bicchieri.

«Per favore, apri», disse a Conrad. Mentre lui si alzava per prendere la bottiglia, attraverso la finestra della cucina vide le luci accese nel piccolo rustico di Mirek, sul retro della casa. Tra i preparativi per il matrimonio e le distrazioni della storia amorosa, avevano dovuto interrompere le partite a bridge ed erano passate diverse settimane da quando aveva visto il vecchio.

«Come sta Mirek?», chiese togliendo la capsula alla bottiglia. «Una volta o l'altra non dovremmo invitarlo?».

Ci fu silenzio.

«Mirek?», fece Lydia accigliata. «Non te l'ho detto?».

«No?».

«È andato via».

Conrad, che aveva cominciato ad allentare la gabbietta, si fermò.

«Che vuoi dire?».

«È andato via. Abbiamo dovuto levarcelo di torno».

«Che è successo?».

Lydia si girò. «Chiedi alla mamma».

Conrad guardò la madre che aveva contratto le labbra arancioni in una smorfia.

«Tre mesi!». Scagliò fuori le parole con violenza. «Tre mesi senza paga affitto. Niente! Gli dico, "Mirek, tu devi pagare". Lui porta venti dollari. Venti! Mese dopo di nuovo niente!».

Conrad riprese ad allentare la gabbietta. Sentiva la figlia guardarlo e all'improvviso gli sembrò indispensabile comportarsi come se non fosse stato detto nulla di particolare.

«E il lavoro?», chiese fingendo un interesse del tutto casuale.

La vecchia sollevò in aria le mani in un gesto di grande esasperazione.

Gli rispose Lydia: «Non c'è più andato. Si è fatto male a un ginocchio e allora a piedi era troppo lontano».

«Non sapeva guidare?».

«Non voleva. Mi sono offerta di insegnargli appena è arrivato».

«Non voleva lavorare!», s'intromise la vecchia.

Con molta cautela Conrad sfilò la gabbietta dal tappo.

«Insomma... dov'è andato?».

«Caro, non lo so», disse Lydia. «Forse è tornato a New York. In ogni caso io l'ho lasciato alla stazione. Perché lo vuoi sapere?».

«Così... mi interessa».

«Avremmo dovuto permettergli di stare qui senza pagare?».

«Certo che no!».

La guardò evitando gli occhi di sua figlia, benché ne avvertisse già il familiare bagliore sardonico.

«Bene...», gli fece Lydia con un sorriso. Portava i capelli raccolti e indossava un pullover di cashmere chiaro che le aderiva al corpo con delle morbide anse lucenti. Nella luce fioca della lampada i suoi lineamenti sembravano quasi asiatici: gli occhi bruno-verdastri inarcati un po' all'insù, le labbra piene al centro che però sfumavano in fretta nelle ombre arricciolate delle fossette, piccole ma esuberanti. Era incantevole, pensò Conrad nella confusione dell'ansietà che gli cresceva dentro, mentre lei lo guardava con un'espressione d'amore puro.

«Comunque», continuò la donna, «le cose sono andate per il meglio. Siamo riusciti a metterci Fernando con sua moglie e il bambino piccolo. Vivevano a Troy in un appartamento di due stanze con un'altra famiglia...».

Fernando era il capovivaista che avevano assunto per le serre.

«Capisco», rispose Conrad. Gli sembrava di aver ricevuto un'informazione importantissima che aveva bisogno di assimilare, ma al tempo stesso non sapeva bene perché dovevano mai preoccuparlo queste faccende, e tanto meno perché lasciarsene turbare.

«Caro, c'è qualcosa che non va?», chiese Lydia.

«No, nient'affatto».

«Be'... hai intenzione di aprire lo champagne?».

«Sì, sì».

Ora lo guardavano tutt'e tre. Sembravano aspettare una spiegazione su che cosa all'improvviso lo aveva reso così riluttante ad aprire la bottiglia. Lui si rese conto che nel suo silenzio impietrito si nascondeva un pericolo; che più andava avanti, più aveva da rimetterci. E tuttavia, per un po' di tempo, fu incapace di muoversi.

Gli annali del segretario onorario

Non è nota quale fu la prima volta che Lucilie Thomas fece la sua comparsa tra noi. Rimane altrettanto un mistero chi la portò o per lo meno chi fu a dirle dove si riunisce il nostro circolo. Uno o due aderenti si accaniscono su tale distinzione, pur avendo ben poco da offrire in fatto di prove. Quasi tutti i saltuari interventi che risalgono al periodo precedente alla sua prima esibizione sono finiti nel dimenticatoio; quelli che sono sopravvissuti hanno il tanto amato lustro dell'apocrifo.

Tutti concordano sul fatto che prima del suo debutto era stata presente ai nostri incontri forse per un anno. In quel periodo aveva mantenuto un atteggiamento di attenzione più o meno silenziosa. Non ricordo che abbia mai posto una domanda nei momenti dedicati al dibattito, né che nelle discussioni meno formali abbia mai colto l'occasione di mettersi in mostra con qualche battuta intelligente o polemica.

Io stesso non le avevo badato molto fino a pochi giorni prima del suo debutto, quando certi segnali consueti - un preciso carico di intenzionalità nei gesti, un vivo interesse improvviso per i nostri modi di procedere - mi parlavano di un silenzio sul punto di interrompersi.

In quel periodo ci incontravamo nella casa dei Kur-wen vicino alla circonvallazione nord di Londra. Il grande salone doppio era affollato di gruppi di persone in piedi o sedute sulle sedie di velour e sui divani. Avevamo appena ascoltato una relazione e si era levato il solito mormorio dei commenti. Io ero seduto tra Brenda e Donald Kurwen e mi ricordo di aver fatto un cenno verso il fondo della stanza, dove vicino a una finestra sedeva Lucilie, che allora non era ancora conosciuta come tale, e di aver detto che secondo me ne avremmo sentito parlare presto.

«Bene, bene», disse Brenda. «Sapete mica chi è?».

«No».

Donald si tolse la pipa di bocca e sorrise. «Meglio così».

Non c'era niente di insolito nel non sapere il nome della giovane donna. Le nostre porte sono aperte a chiunque desideri unirsi a noi. Il carattere sconcertante e spesso uggioso delle nostre presentazioni tende a respingere le persone, tranne coloro che accetteremmo comunque. Ogni tanto, solitamente nella speranza di attirare l'attenzione di uno dei nostri patrocinatori, cerca di intrufolarsi tra noi un ciarlatano. La maggior parte, tuttavia, viene in buona fede e non abbiamo mai avvertito il bisogno di imporre delle regole formali, quali la presentazione o la raccomandazione da parte di terzi, per accettare degli aderenti.

I Kurwen e io guardammo la giovane donna dall'altra parte della stanza. Stava sorseggiando un caffè tenendo la tazza e il piattino vicini alle labbra, come se temesse di versarlo sul tappeto. Dietro la testa leggermente ovale, la luce del pomeriggio, tra i disordinati capelli castani, li rivelava sottili e accentuava le irregolarità del lungo viso scarno. Nel corso degli anni hanno varcato la nostra soglia parecchi giovani dall'aspetto simile (io sono uno di quelli), e niente lasciava supporre che costei si sarebbe mostrata diversa dalla media: seria e composta, senza talento ma abbastanza colta da apportare un valido contributo.

 

Un sabato pomeriggio di ottobre presi la metropolitana per la stazione di Bounds Green e da lì raggiunsi a piedi la casa dei Kurwen. Era una giornata fredda, umida, e le lunghe strade residenziali erano prive di vita, se si esclude lo sporadico guizzo colorato dello schermo di un televisore contro le finestre. Durante il tragitto a piedi ricordo un malinconico senso di desolazione, il cielo grigio e l'odore dell'asfalto nuovo, bagnato.

Nel salone dei Kurwen c'erano forse venti persone, un numero niente male per un giorno di pioggia. Erano presenti quasi tutti i vecchi habitué: Ellen Crowcroft, Marc e Sabine Chenier, Janice Hall e, ovviamente, i Kurwen. Senza dubbio, come nel mio caso, avevano tutti fatto il possibile per venire, un gesto di cortesia nei confronti di un'esordiente: era stato annunciato che la giovane Lucilie Thomas avrebbe fatto il suo debutto.

Mi sedetti sulla poltrona accanto a Ellen Crowcroft. Per l'occasione portava l'apparecchio acustico e si era messa la cipria, di cui si scorgevano i granelli nelle rughe sotto il mento. Dall'altra parte, su una fila di sedie di legno, c'erano diversi giovani che parevano conoscersi. Ellen si voltò verso di me, il grande petto asmatico che sotto il vestito si sollevava un po' affannato.

«Stasera sangue fresco», bisbigliò, e ci scambiammo il sorriso scettico ma sempre speranzoso di due veterani.

L'orologio sulla pedana in fondo alla stanza segnò le quattro. Era l'orario ufficiale d'inizio, ma come sempre aspettammo qualche momento per i ritardatari. Dai bovindo entrava una luce pallida, invernale, che si posava con un riflesso ostico sull'elaborata caffettiera accanto a cui erano disposte file di tazze e piattini verdi.

Trevor McWilliam, che avrebbe aperto la giornata, sedeva su una sedia in prima fila scartabellando tra i suoi fogli. Era un uomo schivo, con noi da diversi anni; non aveva talento ma di solito la sua opera teorica era interessante, anche se tendeva a consolidare quanto già esplorato piuttosto che dare impulso alle nostre ricerche.

Nella stessa fila, separata da cinque o sei sedie vuote, c'era Lucilie. A quanto pareva non aveva con sé né fogli né altri strumenti. Immaginai che ciò fosse sinonimo di un discorso a braccio e mi ricordo la sensazione d'ansia che provai per lei.

Donald Kurwen, tirando boccate alla pipa, venne avanti.

«Credo che si possa cominciare», disse.

Trevor parlò per un'ora. Come sempre la sua presentazione era dotta, leggermente sconclusionata, con una o due battute pedanti che provocavano le doverose risate. Alcuni di noi, che avevano seguito le sue ricerche più da vicino di me, mentre lui leggeva prendevano in fretta appunti sui loro taccuini. Io ero pago di starmene lì a sedere e lasciare che i pensieri vagassero a loro piacimento: a un certo punto si arriva a riconoscere i limiti intellettuali di una persona e in genere, anche se non alla lettera, si sa in anticipo che cosa dirà su ogni argomento.

Il dibattito che seguì fu breve. Donald Kurwen salì di nuovo sulla pedana, ringraziò Trevor e pronunciò alcune parole di benvenuto nei riguardi dell'esordiente Lucilie Thomas, che sarebbe salita sul palco dopo di lui. Era evidente che Donald non avesse più idea degli altri di cosa aspettarsi e dopo averle porto i migliori auguri ed espresso gratitudine da parte di tutti noi, le sorrise e diede avvio al battimani con cui di consueto diamo il benvenuto a un debutto.

La giovane salì sulla pedana e rimase quasi sull'orlo, in piedi, senza tenere in alcun conto la sedia e il leggio. La stanza ormai era buia. La lampada alle sue spalle le colmava di ombre gli incavi irregolari delle guance e gli occhi.

Ci fu una decisa richiesta di silenzio, come sempre accade quando sul palco sale qualcuno alla sua prima volta. Per tutti noi è un momento di speranza e d'emozione. Per quanto l'esperienza ci abbia insegnato ad aspettarci una delusione o, nel migliore dei casi, una riuscita limitata, il solo sentire che esiste una possibilità, una promessa non ancora mancata, tende a riempire di un senso d'imminente rivelazione anche i più annoiati tra noi.

«Me ne rimango semplicemente qui in piedi», disse Lucilie.

Restò nella parte anteriore della pedana, le mani lungo i fianchi, la giacca che le pendeva sciattamente intorno al busto magro, i capelli che le ricadevano in ciocche flosce. Ci apparve chiaro che la sua presentazione sarebbe stata di carattere pratico, non teorico, e d'un tratto l'attenzione già intensa divenne ancora più spasmodica. Com'è ovvio, le persone che hanno effettivamente talento (o credono di averlo) sono in minima proporzione rispetto a quelli tra noi che sono dei semplici curiosi ed entusiasti, e di conseguenza le dimostrazioni "pratiche" sono rare. Come se ciò non bastasse, la maggior parte tende a fallire sia per impreparazione, autoillusione, mancanza di sangue freddo, sia magari per un lieve scompenso nell'atmosfera.

In brevissimo tempo, comunque, fu chiaro che la presentazione di Lucilie non sarebbe andata ad allungare l'elenco degli insuccessi. Assai meno certo era in quali termini valutarne la riuscita (ancora oggi se ne discute), ma nessuno dubitò che stesse accadendo qualcosa di straordinario, e credo che tutti, nel giro di pochi secondi, capimmo di essere in presenza di una fuoriclasse.

Le parole non rientravano nella presentazione di Lucilie, e probabilmente non avrebbero trasmesso affatto meglio quell'esperienza di quanto, diciamo, in un libro di astronomia i mucchi di tripli zeri possano trasmettere le dimensioni fisiche dello spazio.

Ellen Crowcroft disse con la massima semplicità, e forse con la massima accuratezza, che all'improvviso, mentre guardava la ragazza, aveva cominciato a sentirsi morire. Janice Hall invece riferì che le aveva ricordato una mattina in cui si era svegliata da un sogno meraviglioso ed era rimasta per diversi secondi immersa nella sua luce diradante finché, con un irresistibile senso di desolazione, non le era rimasto che il crudo ricordo di suo marito il quale, due settimane prima, se ne era andato senza più tornare. In generale, fu per tutti noi un'esperienza di perdita delle illusioni piuttosto che il contrario. Alcuni avvertirono soltanto quel po' di abbattimento che un buon bicchiere basta a risollevare. Uno degli aderenti più giovani riferì di aver avuto delle idee suicide. Un uomo di cui ignoro il nome disse che gli aveva ricordato la radioterapia a cui era stato sottoposto per un tumore, lo stesso angosciante senso di cedere anzitempo l'integrità della propria carne a una forza venuta dall'universo inorganico, le stesse intense e innominabili sensazioni di pericolo e tormento. Quanto a me ricordo questo: prima un brusco passaggio dal chiedermi cosa avrebbe fatto quella ragazza sulla pedana al rendermi conto che su di me agiva una forza fuori del mio controllo. Poi la sensazione di essere rapidamente svuotato delle energie: una sensazione di pesantezza agli arti, di torpido affaticamento degli occhi e della mente. Quindi, per circa un minuto, una tristezza quasi da capogiro, come se dal corpo fuoriuscisse la sostanza che rende tollerabile la vita. Infine mi sentii intontito e apatico, senza più curiosità per me stesso, la ragazza sul palco e la gente che mi circondava.

Al termine della dimostrazione me ne andai subito. La sensazione di stordimento mi era passata abbastanza da sentirmi assai scombussolato da quanto era successo e volevo riflettere in pace sulle sue implicazioni. Tornai alla stazione della metropolitana percorrendo le stesse strade che prima mi avevano colpito per la loro oppressiva monotonia e ripetitività. Questa volta però, forse per reazione fisiologica all'esperienza appena avuta, le case, i pali dei lampioni, le cassette della posta, le siepi di lauro potate, le staccionate impregnate di creosoto, i ciliegi, le automobili, i piccioni, il crepuscolo stagnante, le nuvole gonfie e il sole che scompariva mi si ripercuotevano addosso sotto una luce del tutto diversa, una luce di delicato e misterioso incanto, quasi il mio rapporto con tali cose fosse mutato in modo sottile, rivelando vivificanti sfumature di ombre e di profondità che prima mi erano invisibili. Dentro mi invase una sensazione di tranquilla felicità: calda, rasserenante, vasta. Andai a casa con quel senso di emozione che accompagna il rendersi conto, fatto raro a una certa età, di aver assistito a una cosa completamente nuova.

Nel corso delle settimane successive Lucilie ripeté la sua dimostrazione diverse volte. La voce si diffuse e a ogni saggio il doppio salone dei Kurwen era più affollato. Tutte le volte, qualche secondo dopo che la ragazza era salita sulla pedana, si riversava sugli spettatori ammutoliti la stessa nube annichilente. Durante la discussione a seguire si riferivano le stesse sensazioni palpabili di svuotamento, depressione, languidezza e apatia simili a strati archeologici sovrapposti che vengono riportati alla luce da uno strumento affilato e meticoloso. Pochi tra noi dubitavano di vedervi rivelato qualcosa di profonda importanza. Cos'era, però? Dalle risposte che Lucilie dava alle nostre domande, era evidente che non capisse meglio di noi il talento di cui era dotata. Di certo non sembrava ricavarne alcun piacere o trarne un motivo d'orgoglio. Non faceva che restare in piedi sulla pedana, ferma, ingobbita, con l'aria un po' derelitta, gli occhi fissi sul pavimento e le mani abbandonate lungo i fianchi. Dopo, se mai, aveva un'espressione e una voce ancora più sconfortate. Sembrava offrirsi come si offre la vittima di una malattia sconosciuta all'esame di un'équipe medica, non tanto nella speranza di essere guarita, quanto di riscattare l'inanità di una sofferenza altrimenti inutile concedendole almeno l'utilità potenziale dei dati medici.

 

Un giorno - doveva essere la sua quarta o quinta esibizione - Donald Kurwen annunciò che Lucilie avrebbe fatto qualcosa di diverso e voleva che ci avvicinassimo in modo da poter vedere.

La ragazza si sedette su una sedia al margine della pedana. Saremo stati più di cinquanta, il circolo al completo, compresi coloro che non si facevano vivi da diversi anni. Con qualche difficoltà ci stringemmo in cerchio davanti a Lucilie e alla pedana. Era rimasta accesa soltanto una luce incassata nel soffitto che cadeva direttamente su di lei. La ragazza teneva una mano chiusa a pugno, e dopo che ci fummo sistemati in modo da poter vedere chiaramente, distese il braccio e lo poggiò sul ginocchio accavallato, aprendo le dita.

Nel palmo c'era quello che dapprima sembrava un fiocco di polvere biancastra, ma che a un esame più attento si rivelò una piuma vellutata non più lunga di tre centimetri, con un rachide bianco sottile come un ago da cui spuntava una prima corona di peluria, poi, per circa un centimetro, dei filamenti bianchi affusolati che, uncinandosi gli uni agli altri tramite le minute barbule gelatinose, formavano una punta triangolare. Certo era parente stretta di un fiocco di polvere e, proseguendo per quel ramo della famiglia, era cugina del niente assoluto. Ovviamente, però, tra questi ultimi due termini stava l'intera creazione e tra i primi due quasi tutta l'evoluzione, e nonostante la sua fragilità e la sua incorporeità, il legame della piuma con l'esistenza era intimo e inestricabile. Lo sottolineo perché, appena cominciò a scomparire sotto i nostri occhi, disfacendosi in modo graduale ma progressivo ai margini esterni, quel che provammo non fu la gradevole ma insignificante differenza tra il suo essere sul palmo della mano di Lucilie e il suo non esserci - differenza che sarebbe stata frutto di una percezione puramente estetica della scomparsa -, ma una sensazione di disagio molto forte, sia fisico sia, per mancanza di un termine migliore, etico: sembrava che stando intorno a Lucilie subissimo la sollecitazione di un'immensa forza acceleratrice o centrifuga, e che con atroce e incredibile violenza si strappasse via qualcosa dal fitto continuum spaziale tra noi e gli oggetti circostanti.

Quell'inverno, sotto lo sguardo impassibile di Lucilie, si trasformarono in nulla altre due o tre fragili cose: un moscone azzurro morto, una forcina per i capelli, un minuscolo ramoscello di sempreverde, questi ultimi, all'apparenza, con uno sforzo maggiore di quanto la ragazza si fosse aspettata. Dopo aver cominciato a svanire ai margini esterni, invece di scomparire, gli oggetti ripresero tremuli la loro forma, quasi combattessero per riaffermarsi a dispetto della forza che Lucilie impiegava contro di loro. Pochi minuti dopo, però, cedettero di nuovo e si dissolsero in modo progressivo.

 

Venne la primavera e con essa la nostra festa per il nuovo anno. Seguendo le consuetudini di civiltà più capaci della nostra nei riti del rinnovamento e della rigenerazione (si pensi ai tartari della Persia, ai mandei della Mesopotamia), abbiamo stabilito che l'equinozio di primavera è il primo giorno del nostro calendario comune e lo festeggiamo ogni anno a casa di uno dei nostri patrocinatori. Se i tabù della nostra civiltà rendono problematica un'orgia vera e propria (il modello ortodosso per tali celebrazioni), ci sbizzarriamo come possiamo col cibo, l'alcol, la musica e la danza per sprigionare in noi quello stato di eudemonismo considerato necessario in questa solenne circostanza.

Quell'anno la festa doveva essere tenuta a casa di Helen Van Kemp, una ricca e generosa vedova di St. John's Wood.

Era una serata fresca, umida. Arrivai al cancello della villa della Van Kemp contemporaneamente a Janice Hall, e ricordo che lei sottolineò come nell'aria si sentisse l'odore della primavera. A fare ala al breve sentiero del giardino c'erano delle torce che mandavano delle guizzanti fiamme gialle. Una cameriera prese i nostri soprabiti e restammo per qualche istante a controllare il nostro aspetto nello specchio dell'ingresso. Se si esclude qualche tipo più teatrale, i nostri adepti tendono a non interessarsi particolarmente di questioni sartoriali e agli occhi di un estraneo il più delle volte potremmo sembrare un branco di sciattoni. Per la festa di fine anno, però, era tradizione vestirsi in modo elegante: per gli uomini cravatta bianca o nera, fascia dello smoking color porpora e oro, medaglie di guerra, foulard di seta e così via; per le donne abito da sera, tacchi alti, rossetto e profumo. Janice, ricordo, indossava un vestito verde di taglio castigato ma aderente che le stava davvero molto bene. Aveva una pettinatura diversa che la ringiovaniva e una collana di perle abbinata agli orecchini. Mi fece tornare in mente che l'avevo sempre considerata una bella donna, sin da quando si era unita a noi, prima che suo marito la lasciasse e in lei prendesse il sopravvento una spiccata trasandatezza, come se tentasse di razionalizzare a posteriori quell'inaspettato rifiuto. Le dissi che era molto elegante e lei mi ringraziò sorridendomi nello specchio.

Helen Van Kemp arrivò in corridoio per accoglierci con i suoi modi espansivi e premurosi. Come tante persone molto ricche, si impegna a fondo per dare a chi le sta di fronte la sensazione di essere un vecchio, carissimo amico da cui, nell'intervallo di tempo trascorso, l'avevano tenuta lontana soltanto le circostanze più straordinarie. Era entrata a far parte del nostro gruppo dieci o dodici anni prima, quando Ellen Crowcroft - allora più attiva di oggi - l'aveva messa in contatto diverse volte con suo marito, Sir Clyde, rimasto ucciso in un incidente col suo aereo privato sull'isola di Man. Anch'io fui presente all'ultima di queste occasioni, clamorosa e profondamente toccante. Dopo circa venti minuti la stanza rischiarata a lume di candela si era riempita all'improvviso dell'odore oppressivo di carburante. Avevamo il terrore che esplodesse tutto. Ellen fu rapita dall'estasi; piegò indietro la testa e dalle sue labbra atteggiate a un sorriso radioso uscì la voce di un uomo, attutita appena come dall'elettricità statica ma perfettamente intelligibile, e con una sorta di tenerezza spiccia e grossolana che ci mosse rapidamente alle lacrime. «Helen cara», disse, «sono qui. Mi manchi molto. Non posso restare. Pensami sempre». Nient'altro. Ellen non accettò di essere pagata e invece propose alla Van Kemp di diventare una delle patrocinatrici del gruppo, cosa che la donna accettò di buon grado. Da allora finanzia le ricerche di tanti dei nostri giovani più promettenti e più di una volta si è offerta di ospitare la festa per il nuovo anno.

Quella di quell'anno era già in pieno svolgimento. Con Janice seguimmo Helen lungo la teoria di splendide sale, alcune delle quali erano state in parte sgombrate per le danze. C'era una meravigliosa atmosfera di festa. Un'orchestrina jazz circondata da palme in vaso stava eseguendo musica da ballo. Molti avevano portato la famiglia o altri ospiti. I bambini scorrazzavano nei loro begli abiti; i camerieri in guanti bianchi si aprivano un varco tra i drappelli ciarlieri portando vassoi di champagne. Nella sala da pranzo erano stati disposti i tavoli del buffet carichi di salmone, carne fredda, pane, insalate, tortini alla frutta e altri dessert. Tutte le stanze erano decorate con fiori primaverili. Intorno alle finestre erano sistemati rami di lillà e forsizia; nei vasi c'erano giunchiglie, mughetti e giacinti che riempivano la stanza di un fresco profumo di primavera.

La vecchia guardia era presente al completo: Donald e Brenda Kurwen; i Chenier con le loro timide gemelle vestite entrambe con abitini bianchi e rosa; Ellen Crowcroft splendida nella sua stola bianca, che si sosteneva su un bastone nodoso col pomo d'argento e l'apparecchio acustico che le scintillava nell'orecchio più simile a una decorazione totemica che a un dispositivo medico. Restammo insieme a chiacchierare dei vecchi tempi, e dopo aver mangiato, ce ne andammo sulla pista per un'ora di danze briose.

A mezzanotte salimmo in una stanza al piano di sopra dove, intorno a una pedana, avevano sistemato dei posti a sedere. Per ringraziare i nostri benefattori di solito presentiamo loro il saggio di uno dei nostri adepti più dotati. In tali occasioni sono sempre apprezzati il braidismo, le dimostrazioni di forza ectenica, gli esperimenti di "mesmerismo" e via dicendo, e ho il sospetto che l'atmosfera debba somigliare a certi salotti del secolo scorso, quando gli artisti più celebri venivano in visita bussando sui tavoli, suonando il piano invisibili ed eseguendo altri trucchi. Lo scorso anno in effetti Ellen Crowcroft ricreò un esperimento della fine dell'Ottocento, compiuto su Mme de St. Paul da J.H. Petetin della Società medica lionese: una persona in un'altra stanza - nel nostro caso la padrona di casa - si metteva in bocca cibi diversi ed Ellen, con l'amabile sorriso che le appare sempre sul viso quando cade in trance, diceva ad alta voce con impeccabile accuratezza: menta, maionese, aceto di lamponi, acciughe e così via.

È naturale che avessimo scelto Lucilie per rappresentarci alla festa di quell'anno. Sapevamo di distaccarci da una tradizione di dimostrazioni festose, forse un po' banali, ma per noi, va da sé, era fuori discussione lasciare spazio a qualcun altro. Del resto la nostra benefattrice aveva sentito parlare di lei e voleva vederla all'opera.

Il rivelarsi di un grande talento, mentre entra nella storia, si lascia sempre dietro una scia di miti. Nel caso di Lucilie la mitizzazione, a mio parere, avvenne in concomitanza col saggio in cui si produsse. Di fronte ad avvenimenti così particolari ed esasperati la mente, senza rendersene conto, tende a tradurre quanto vede in termini più familiari alla propria esperienza rispetto a quelli in cui hanno vita i fenomeni. In questo caso, poiché nel saggio erano coinvolte le nostre percezioni, il senso che avemmo di ciò che realmente accadde probabilmente doveva essere ancora più lontano del normale da una memoria "oggettiva". Per giunta, sembra che in pratica ciascuno di noi sia uscito da lì con una propria versione dell'accaduto, e mentre la sostanza è la stessa, pochi sono i dettagli comuni.

Io, per esempio, restai del tutto ignaro della maggior parte dei fenomeni riferiti dagli altri testimoni. Non vidi i fiori appassire o quelli di lillà e di forsizia avvizzire e annerirsi sui rami. Restai ignaro dello strato di muffa che andò a ricoprire i piatti mezzi vuoti nella sala da pranzo. Il puzzo opprimente di carne marcia e rancidume che a quanto pare alcuni ricordavano così netto a me non rimase affatto impresso. Né mi accorsi delle falene che altri videro ammassarsi a grappoli sulle giacche e sui vestiti. Sebbene sia io il primo ad attribuire queste lacune nella mia testimonianza al fatto che difetto di una certa ricettività, resto convinto che quel che accadde sul serio in quella stanza era così distante dalla nostra esperienza che ciascuno di noi dovette ricrearla in quel preciso istante con una specie di valanga di metafore di fortuna.

Quello che invece ricordo, a parte l'immediato pandemonio che scaturì quando Lucilie salì sulla pedana e la voce della Van Kemp le gridava di mettere fine a quanto aveva innescato, è questo: un sentimento di acre ripugnanza verso quanto mi stava sia dentro sia fuori; la sensazione di essermi in parte disintegrato, addirittura pietrificato e di essere circondato da una masnada di esseri orripilanti, simili a cadaveri. Ricordo di aver guardato Donald Kurwen, uno dei miei amici di più vecchia data e a me più cari, con un senso di disgusto improvviso, soffocante, quasi avesse cominciato a decomporsi in modo spudorato davanti ai miei occhi. Janice Hall, in cui prima avevo scorto quello che mi era parso un rifiorire della sua bellezza giovanile, mi guardava all'improvviso pallida, gonfia e inconsistente, come una specie di organismo fungino che non appena lo tocchi si dissolve in uno sbuffo di spore. Sembravano essere marciti anche i suoi gioielli, che più che brillare emettevano una specie di luminescenza fosforescente. Ricordo alla perfezione che le gemelle Chenier per un istante mi sembrarono due vecchie befane con gli abitucci bianchi e rosa, come in una parodia cadaverica dell'infanzia. A spinte e a manate, insieme a tutti gli altri, mi feci strada verso la porta mentre intravedevo Ellen Crowcroft lanciarsi verso il buio del palco al grido agghiacciato di: «Lucilie!». Fuori era freddo e pioveva. Le torce si erano spente. Vicino all'entrata s'attardava qualcuno ma la maggior parte degli ospiti era fuggita nella notte per tornarsene a casa per la propria strada.

Di fatto quel saggio fu l'atto finale della carriera di Lucilie, almeno per quanto riguarda la sua partecipazione al nostro circolo. In casa Kurwen non si fece più viva. Nessuno di noi sapeva dove viveva, e poiché non è nostra abitudine sollecitare un incontro o dare avvio a qualsiasi operazione di ricerca, ci astenemmo dal tentare di trovarla. Ciascuno di noi, com'è ovvio, ha le proprie congetture su quel che ne fu di lei. Alcune sono più bizzarre di altre. Personalmente tendo a credere che i suoi poteri si consumarono in quell'istante di delirante fulgore. E piuttosto che restare tra noi, a guardarci diventare sempre più disincantati nei suoi confronti, ebbe il buonsenso di non farsi più vedere. Usando un'analogia tratta dalla poesia, il talento di Lucilie sembrava lirico invece che epico, e come quasi tutti i talenti di natura lirica, ebbe vita breve. D'altro canto, l'esegesi critica ha soltanto avuto inizio.

Pulizia

Era il giorno in cui si sposava suo padre. Roland era arrivato a Londra la sera prima e aveva dormito nell'hotel dietro Russell Square, lo stesso in cui aveva soggiornato negli ultimi giorni della malattia di sua madre. La cerimonia, fissata per mezzogiorno, si sarebbe svolta nella chiesa parrocchiale vicino alla nuova casa di suo padre nel Suffolk, dove sarebbe poi seguito il rinfresco. Roland si svegliò tardi e con sua sorpresa scoprì di aver fatto un sogno erotico. Provò a ricordarlo ma il solo tentativo ne disperse le ultime tracce che gli indugiavano nella mente.

Sotto la doccia lavò via i residui fisici del sogno, poi si vestì con cura davanti allo specchio; suo padre era sempre stato uno strenuo fautore della tradizione e sull'invito aveva fatto stampare le parole «abbigliamento formale».

L'abito che aveva affittato, completo di cappello a cilindro grigio, cravatta di seta, camicia inamidata e perfino di garofano rosso, gli stava a pennello, e nonostante le code assurde che gli arrivavano a metà gamba, era soddisfatto di quello che vedeva nello specchio.

Attraversò Londra su una Citroen verde - anch'essa presa in affitto - e dopo poco imboccò l'autostrada. Era una giornata luminosa, fresca, con qualche bava ricurva di nuvola ad attraversare l'azzurro. Cirrus uncinus, disse tra sé e sé. Suo padre, naturalista, da ragazzo gli aveva fatto imparare i nomi delle nuvole e lui li ricordava ancora.

Il vecchio ormai aveva passato la settantina. Sua moglie, Rosemary, aveva poco più di trent'anni. Se si fosse trattato di un altro uomo, Roland si sarebbe sorpreso del divario di età, ma non con suo padre. Agile e forte, coi folti capelli argentei tirati indietro sulla fronte, gli occhi fieri che scrutavano intenti il mondo dal suo viso da poiana, non aveva concesso al passare del tempo molto più di una specie di vetrosa solidificazione.

Roland aveva conosciuto Rosemary a una festa, in occasione della sua ultima visita. Lei era una biologa e aveva incontrato suo padre durante una spedizione scientifica nella Terra del Fuoco. Era una donna dall'aria intelligente, con un viso interessante, che a Roland aveva fatto venire in mente un particolare tipo di attrezzo - un martello a doppia testa circolare, forse? - per via delle superfici e concavità ben tornite, dell'aria di essersi evoluta per arrivare a eseguire una qualche funzione molto complessa e specifica.

Lei gli era andata incontro con un'espressione che racchiudeva sì timidezza, ma anche un non so che di conciliante. Sembrava volergli trasmettere la sua intenzione di non voler neanche lontanamente intromettersi nel rapporto con suo padre; sembrava volerlo rassicurare della sua affabilità e addirittura chiedergli in un certo senso perdono per qualsiasi cosa in quella situazione potesse causargli disagio. Non avevano parlato a lungo ma Roland se ne era andato sentendosi ben disposto nei confronti della donna.

Durante quella visita l'aveva incontrata un'altra volta. Rosemary era venuta a Londra a passare la giornata e lo aveva chiamato in hotel, invitandolo a pranzo. Avevano mangiato in un ristorante greco e poi avevano passato un'ora girovagando per le strade silenziose intorno a Hanover Square. Ecco un'altra volta la sensibilità, i modi concilianti che avevano tranquillizzato Roland e lo avevano messo a suo agio. Si sentiva disteso e, per reazione alla delicata, ma evidentemente schietta curiosità della donna, le aveva parlato a ruota libera della sua vita: il lavoro ben pagato in una banca di Bruxelles, lavoro che suo padre disapprovava (al pari di qualsiasi professione non espressamente dedicata al miglioramento della condizione umana), il suo matrimonio che andava a rotoli, l'infanzia.

In un ospedale non lontano da dove stavano passeggiando si era conclusa l'infelice esistenza di sua madre, e mentre si avvicinavano alle strade più squallide che durante le sue visite giornaliere alla donna gli erano diventate tanto familiari, in Roland cominciarono a riaffacciarsi tutte le difficili emozioni di quel periodo. Fosse per caso, fosse per qualche curioso potere d'intuizione, fu proprio in quel momento che Rosemary cominciò a fargli delle domande su di lei. Colto alla sprovvista, con la guardia abbassata, sempre tenuta saldamente alzata sin dalla sua morte, Roland si era ritrovato a parlare a lungo e con passione di tutto il dolore e l'esasperazione che aveva tenuto dentro negli ultimi tre anni. Senza criticare suo padre, cercò di trasmettere la sua convinzione, irrazionale ma non per questo meno profonda, dell'esistenza di una simbiosi segreta tra la vigoria di quell'uomo e il costante declino di sua madre. Nonostante le tante arringhe che aveva tenuto il vecchio perché lei non aveva perseguito una carriera, non andava dallo psichiatra quando cadeva in depressione, beveva troppo, fumava dopo che le era stato diagnosticato il cancro, c'era in suo padre un qualcosa (e a questo proposito Roland aveva ammesso di non aver alcuna prova se non un istinto del tutto soggettivo), come un'assoluta necessità che lei continuasse per la via del crollo, al pari di una pianta sana che per crescere rigogliosa necessita della costante decomposizione degli organismi che vivono nella terra intorno. E per un qualche contorto effetto della psiche, l'irreprensibile preoccupazione di quell'uomo per il bene di sua moglie aveva ottenuto esattamente il risultato opposto a quello che in apparenza sembrava voler raggiungere. L'aveva tenuta schiava del proprio fallimento.

 

Lasciata da circa venti minuti l'autostrada, Roland capì di essersi perso. La cartina di suo padre, che passava dalla A alla Z senza prendere in considerazione nessuna delle possibili deviazioni offerte dalle strade di campagna, non corrispondeva a nulla di ciò che Roland aveva davanti agli occhi.

Continuò a guidare sperando di riconoscere un nome sui cartelli stradali: non ebbe fortuna. Passando davanti ad alcune case pensò di fermarsi a chiedere indicazioni, ma si sentì in imbarazzo all'idea di attraversare il giardino di un estraneo con l'abito da cerimonia, e prima di riuscire a decidersi, le case ormai erano alle sue spalle.

Si rese conto che se non ritrovava la strada alla svelta sarebbe arrivato in ritardo per il matrimonio, cosa che il vecchio non avrebbe mandato giù volentieri. A quel punto, però, Roland era sperduto tra le campagne. Su entrambi i lati si stendevano campi d'orzo maturo; qua e là c'era qualche fienile ma in vista neanche una casa. Comparivano delle stradine senza segnali che lo obbligavano a una breve schermaglia sul fatto di esplorarle o meno, rendendo ancora più gravosa la sua costernazione. Alla fine arrivò all'imbocco di un passo carrabile col nome di una fattoria scritto su un cartello.

La stradina segnava una curva brusca attraverso il bosco, poi usciva in un brullo campo marrone cosparso di squamosi monconi di cavolo. Dal finestrino della macchina entrò l'odore inconfondibile, come di interiora, dei maiali, anche se prima di arrivare davanti al cancello della fattoria passarono altri quattrocento metri. Roland parcheggiò a lato del cancello. Le eleganti curve francesi della Citroen, lì, sembravano quasi fuori posto, come del resto lui col garofano rosso e le code della giacca. Dietro al cancello, in stato di abbandono, c'era un cortile coi porcili e dentro decine di maiali - grigi e pelosi con delle macchie rosa - che grufolavano e sbuffavano. Mentre Roland passava, i maiali si affollarono davanti alle sbarre di ferro, emettendo forti e rudi stridii e grugniti. I porcili affondavano in parecchi centimetri di fanghiglia. Negli angoli erano ammucchiati enormi cumuli di rifiuti.

Nel cortile non soltanto i maiali, ma tutto il resto era ricoperto di fango: i secchi, le parti di macchinari, una piccola roulotte abitata dalle galline e perfino le galline. C'era una quercia derelitta con le foglie ricoperte di fango e una carriola così incrostata di terra bagnata che sembrava un modello d'argilla di se stessa.

Roland scelse con cautela il percorso fino all'entrata della fattoria e bussò. Alla porta venne una donna con un abito a maniche corte e le ciabatte. Lo squadrò dalla testa ai piedi. Lui le spiegò di essere diretto a un matrimonio e di essersi perso.

«Poverino, è meglio che le procuri una cartina. Entri».

Lo portò in cucina dove trovò una cartina che distese sul tavolo. La donna aveva circa quarant'anni, era grossa, con le braccia paffute e pallide. Il corpo nel vestito di cotone sottile mandava un odore farinoso - un misto di profumo e cenere di sigarette. Gli occhi avevano un'espressione sopita, quasi intontita, ma ogni tanto si posavano su Roland con una gentilezza premurosa.

«Chi si sposa?».

«Mio padre».

«Uh, bello».

Sulla cartina trovarono la strada. Ringraziandola per l'aiuto, Roland si girò per andarsene. In quel mentre vide un uomo in piedi sulla porta che teneva un coniglio bianco vivo per le orecchie. Tutt'e due, l'uomo e il coniglio, lo fissavano con un'espressione meravigliata.

«Ha perso la strada», gli spiegò la donna. «Sta andando al matrimonio di suo padre».

L'uomo non disse niente. Roland lo superò sulla soglia, gli fece un cenno col capo ma l'altro non rispose. Mentre se ne andava sentì uno schiocco e un colpo sordo, e qualche istante dopo una testa di coniglio bianco, con lo sguardo ancora meravigliato, lo sorpassò nell'aria per andare a finire in uno dei porcili. I maiali vi si rovesciarono sopra in una cacofonia di strida. Roland si accorse che una goccia di sangue della testa mozzata gli era finita sulle lustre scarpe nere. Si girò verso la casa, sconcertato dall'aggressività dell'allevatore, ma l'uomo era già rientrato.

Il cancello sulla stradina dove era parcheggiata la Citroen era bloccato da un gigantesco trattore rosso. Roland si fermò, scosso nel trovarsi di fronte a qualcosa di simile a un profondo squarcio apertosi nella memoria: dove aveva già visto un trattore del genere? Aveva l'impressione di averne visto uno uguale identico di recente anche se quella era la prima volta dopo anni che usciva fuori Londra e gli era difficile immaginare dove potesse essere accaduto. Tuttavia c'era qualcosa di familiare.

Mentre gli si avvicinava capì che non sarebbe riuscito a passarci accanto senza sporcarsi il vestito. Cercò un'altra uscita. Aveva su entrambi i lati del denso fango nero bagnato. Un pochino sulla sinistra, in ogni modo, c'erano delle tavole allineate a terra che portavano a un'apertura del muro. Vi salì sopra e adagio andò a vedere.

Intanto ripensava a come si era comportato l'allevatore. Gli venne in mente che avrebbe potuto essere un marito geloso a cui era venuto il dubbio di aver sorpreso la moglie durante un incontro clandestino con l'amante. Così abbigliato, forse lui rappresentava una certa immagine archetipica, per quanto grottesca, che agli occhi di un temperamento geloso poteva apparire molto sospetta. E poi magari, pensò Roland mentre procedeva con cautela sulle assi, lui aveva davvero la faccia dell'adultero. Le azioni più significative di un uomo forse si imprimono in qualche modo nella sua anatomia, anche se risultano visibili solo all'occhio inconscio degli altri. Le sue infedeltà matrimoniali gli avevano lasciato un'impronta sulla carne? Magari l'agricoltore lo aveva intuito, seppure in modo vago? Aveva forse ragione a qualche livello, mentre lo squadrava, pensando che Roland avesse delle mire su sua moglie? In maniera clinica, distaccata, riportò alla mente la donna, immaginò di essere a letto con lei e si eccitò - fatto rassicurante -, sorrise a quella assurdità, poi all'improvviso ricordò dove aveva già visto il trattore. Se lo era trovato davanti quando aveva aperto gli occhi sul pavimento della stanza dei bambini dove lui e la tata olandese avevano fatto sesso la prima volta. A differenza di quello della fattoria era un giocattolo coi pedali, ma per qualche istante gli era sembrato grosso e stranamente minaccioso, forse perché sopra c'era seduto suo figlio di tre anni.

A quel punto Roland era arrivato alla fine delle tavole, davanti all'apertura, e aveva visto che il muro circondava una pozza piena di viscoso liquido verde che puzzava come se si trattasse di una fossa biologica all'aperto. Non c'era modo di arrivare al prato più avanti e si era voltato per tornare indietro. Era stato in quel momento che improvvisamente gli era tornato alla memoria il trattore, rovesciandogli addosso un'ondata di ansia che sembrava contenere l'intera catastrofe del suo matrimonio - la ferita in apparenza inconsolabile inferta a sua moglie, il silenzio in cui si era rifugiato suo figlio, l'amaro disgregamento della loro famiglia -, un sentimento che gli era montato dentro con una forza che per un momento l'aveva travolto. Poggiò male il piede sulle assi. Annaspando nell'aria per recuperare l'equilibrio cadde all'indietro nella pozza maleodorante.

Seguì un istante di abbandono totale. Era un lusso curioso e Roland si rese conto di cercare di prolungarlo il più possibile. Benché la giornata fosse freddina, il liquido era caldo e in quello stato di abbandono sentiva filtrare dalla giacca e dai pantaloni una sensazione non del tutto spiacevole. Guardò i vecchi edifici della fattoria intorno a lui, i campi coltivati dietro, il cielo in alto: per un po' provò quasi uno stato di beatitudine. Quando però si rialzò dalla pozza, come un animale delle paludi che grondi melma, cominciò ad avvertire l'oscenità della sua condizione. Non sentiva dolore, neppure un forte disagio fisico, ma la sensazione di disgustosa sporcizia che lo inzuppava esternamente e trasudava dalla sua persona era orrenda. Arrancando nel fango (che bisogno c'era a quel punto della passerella di tavole?), tornò al cancello bloccato dal trattore parcheggiato in mezzo alla strada. Allora si vide davanti quello che prima era riuscito a lasciarsi sfuggire: a lato del cancello principale ce n'era uno piccolo attraverso cui sarebbe potuto passare senza rischi per l'abito.

Strappando dei ciuffi di romice (Rumex crispus) cercò di pulirsi alla bell'e meglio. Prima di sedersi sul sedile della Citroen lo ricoprì di gambi e foglie per proteggerlo. In questo stato, puzzolente, trasudando schifezze verdastre, riprese il viaggio.

 

Raggiunse il paese di suo padre con più di un'ora di ritardo. Arrivando alla chiesa vide che la cerimonia era già finita e andò alla villa.

Era un grande edificio di mattoni e pietra. Dall'ampia facciata anteriore sporgeva aggraziata una serra circolare, folta senza dubbio degli esemplari di piante di suo padre. In fondo al grande prato una banda d'ottoni suonava sotto un padiglione coi gagliardetti svolazzanti, dove ai circa duecento ospiti veniva servito champagne. Sotto i rami ispidi di un cedro erano disposti dei lunghi tavoli con decorazioni floreali.

Le grandi riunioni familiari avevano sempre intimidito Roland. Sin da giovanissimo le associava agli aspetti più inquietanti della personalità di sua madre: gli scandalosi commenti - crudeli, snobistici o semplicemente bizzarri - che ogni gruppo di persone al di sopra di una certa massa critica sembrava garantito le strappasse e poi, più tardi, da ubriaca, gli eccessi di pianto, di imprecazioni, perfino di violenza che la reazione di dignitoso silenzio di suo padre riusciva soltanto a spingere a picchi ancora più distruttivi.

Rifletté sullo strano modo in cui l'immagine di sua madre si era trasfigurata nella sua coscienza. Da viva quella donna era stata una fonte perenne di dolore e umiliazione, addirittura di astio. Da moribonda, gli aveva suscitato una sorta di sollecitudine morbosa, tanto da fargli prendere due mesi di permesso dal lavoro per occuparsi di lei, prima quando era stata portata da casa sua a una residenza sanitaria assistita, poi all'ospedale e quindi al crematorio. Da morta, nella fantasia del figlio si era trasformata in un essere fragile, simile a un fiore ma resistente, per cui lui provava una tenerezza e un amore inaspettati. La sentiva parlare, con voce bassa e triste, come se gli fosse di nuovo accanto. «Non è per me», diceva dopo ogni tentativo abbandonato di far qualcosa della sua vita: la volontaria, il lavoro nell'amministrazione dell'università, il negozio di articoli da regalo... «Non è per me, tutto qui...». Roland fu pervaso da una familiare e oscura impotenza. A tratti, nei propri disastri riusciva a scorgere un atto quasi intenzionale, una confusa, subdola solidarietà... All'improvviso gli tornò in mente il sogno di quella mattina: la donna che vi compariva era sua madre. Si sentì dilaniare dallo sgomento. Un sogno erotico su sua madre, pensò, quasi esausto. E poi, cos'altro?

Appiccicaticcio, sempre maleodorante, coi pezzetti di paglia e le foglie lacere incollate alla poltiglia sul vestito, si diresse verso gli invitati. Prima di raggiungerli scorse suo padre: sempre un po' più basso di come lo ricordava, ma coi capelli argentei fulgidi di una singolare vitalità che per un attimo inducevano a chiedersi se non si era capito tutto al contrario, se in fin dei conti l'argento non è il colore della gioventù e il castano, il nero e il biondo quello della vecchiaia. Accanto gli stava Rosemary, slan-ciata nel suo abito bianco, il velo appuntato dietro, i fiori e le piccole perle che risplendevano tra la seta e i pizzi del vestito.

Avanzando verso la folla degli invitati, Roland aveva l'impressione di entrare a far parte di un grande, unico organismo vivente. Il vecchio aveva sempre avuto un dono per le cerimonie, le sfilate, tutte le occasioni che richiedevano di armonizzare un particolare complesso di forze. I rettori universitari si consultavano regolarmente con lui per le processioni accademiche e i giubilei, come del resto gli organizzatori delle sagre del paese. A che sfolgorante entità aveva dato vita in quel caso? Mentre Roland si avvicinava gli sembrava che l'epidermide di quella entità si contraesse, come se delle vibrisse o delle antenne avessero scovato in lui un nemico della propria frusciante lucentezza.

Suo padre lo vide.

«Ah, eccoti qui», gli disse, non senza gentilezza. Nella realtà i suoi modi erano meno scostanti di quanto fossero nell'immaginazione di Roland. Ma quando vide in che condizioni era suo figlio, s'irrigidì.

«Per l'amor del cielo, che cosa...?».

«Mi spiace...».

Mentre Roland gli si avvicinava, lui indietreggiava tirando via con sé Rosemary. Lei, tuttavia, liberò il braccio e guardò Roland con la stessa affettuosità che lui le aveva visto negli occhi la prima volta. Per qualche istante sembrò che la donna non si fosse accorta delle condizioni in cui era, ma quando Roland sentì suo padre dire: «Rosemary, sta' attenta, è indecente», e la vide continuare a camminare nella sua direzione, gli parve che non le importasse. Sull'odore d'acquitrino sentì la fragranza dei mughetti. Lei gli chiuse le lunghe braccia fasciate di seta intorno e lo tirò a sé, l'abito bianco che senza dubbio si copriva di grandi macchie ovali. Nell'abbraccio della donna Roland ripensò al sogno: il corpo incontinente di sua madre, intero, cedevole sotto le sue mani; i seni nudi caldi e dolci nella sua bocca. Disgustoso! Eppure, mentre stava lì, si sentiva come se stesse per essere ripulito dalle confusioni, dagli orrori viscosi della giornata, e invece di staccarsi da Rosemary la tirò ancora di più a sé, sprofondando la testa nella sua spalla profumata, all'orecchio la voce ovattata di suo padre che, dietro di lei, si innervosiva e disapprovava. E Roland dentro sentì una strana esultanza, come se finalmente il grande miasma che aveva avvolto la sua vita così a lungo da sembrargli parte della sua natura stesse forse per disperdersi.

La donna alla finestra

Un giovane inglese stava camminando per una strada del West Village a Manhattan. Era arrivato in città per uno stage presso la filiale newyorkese della casa d'aste per cui lavorava a Londra e stava andando a valutare un dipinto nell'abitazione di un collezionista privato.

In anticipo sull'appuntamento, procedeva senza fretta gettando occhiate d'ammirazione verso le boutique lungo la strada. New York gli piaceva. Ovunque, a metà prezzo rispetto a Londra, erano disponibili versioni migliori di tutto quello che nella vita lo attirava - gli abiti, i cocktail, i libri d'arte, i pranzi al ristorante - e ovunque andasse la gente sembrava innamorarsi perdutamente della sua britannicità così pura: l'accento, i modi impeccabili, la bellezza pallida.

A Londra aveva una ragazza che lavorava per un istituto di intermediazione finanziaria. Le parlava ogni mattina al telefono e ogni sera le mandava un'email, di solito con qualche aneddoto scelto per solleticare il suo senso dell'assurdo: il mendicante a cui aveva dato una manciata di spiccioli solo per sentirsi controbattere sdegnato che lui non accettava «quei centesimi stramaledetti»; la festa sulla spiaggia a cui era andato a East Hampton con maglietta e pantaloncini corti mentre tutti gli altri erano arrivati in vestito di lino e cravatta... E anche questo raccogliere storielle da condividere con la sua ragazza rientrava nel piacere di stare a New York.

Svoltò in una strada più silenziosa di edifici di mattoni con le fioriere alle finestre e i piccoli giardini racchiusi dalle cancellate di ferro. A metà percorso sentì una voce che gli gridava sopra la testa: «Signore, signore, mi scusi, signore...».

Alzò lo sguardo. Una donna si sporgeva da una finestra all'ultimo piano.

«Potrebbe aiutarmi, per favore? La maniglia interna della porta s'è rotta e non riesco a uscire di casa...».

Il giovane esitò non sapendo come reagire.

«Mi sento una tale idiota ma non so cosa fare... sono rimasta intrappolata dentro!».

«Eh...».

«Se la faccio entrare, forse crede di potermi aprire la porta dall'esterno?».

La donna parlava lentamente con una voce acuta, piuttosto lamentosa. I capelli castani le brillavano nel sole. Indossava un maglione chiaro a collo alto.

«Be'... Va bene...».

«Grazie! È l'appartamento 4 A. Non c'è ascensore, mi dispiace!».

Il portone si aprì e lui entrò nello scuro androne con le mattonelle di marmo incrinate e una fila di cassette della posta in ottone. Mentre saliva le scale di legno pensò che lo avessero attirato in una trappola per derubarlo. Senza dubbio era un vecchio trucco conosciuto a tutti i newyorkesi, ma ancora buono con un nuovo arrivato come lui. Probabilmente, appena aveva girato l'angolo, la donna lo aveva visto - si era detta che dalla giacca a spina di pesce o dalle scarpe basse e robuste lucidate di fresco potesse essere un inglese - e aveva avvertito il proprio complice, un delinquente che lo aspettava dietro la porta col coltello o la pistola... Sarebbe dovuto uscire immediatamente, si disse lui, girare i tacchi e andarsene. Ma qualcosa - un orgoglio perverso o la galanteria - lo trattenne. Salì le scale non spaventato ma con un senso di malinconica rassegnazione.

La porta del 4 A era di un beige smorto con un pomello d'ottone ovale. Bussò. Nello spioncino ci fu un movimento, poi si sentì la voce della donna, ora più sommessa: «Salve...».

«Che devo fare?».

«Girare il pomello, credo».

Lui lo girò ma non sembrava collegato a niente.

«Secondo me deve essere uscito il perno».

«Ah. Be', allora provi a spingere».

Diede una spinta alla porta.

«Non sembra che succeda niente».

«Spinga più forte».

Spinse più forte che poteva. La porta non si mosse.

«Forse dovrebbe prendere la rincorsa», disse la donna.

Lui si fermò. Nella mente, al posto della rapina immaginata, spuntò un'ipotesi più sinistra. Lo avrebbero accusato di violazione di domicilio o come caspita chiamavano quel reato da quelle parti, lo avrebbero ripreso con una telecamera nascosta, ricattato... Nella mente gli scorse un dramma imbarazzante di cui entravano a far parte la polizia e i suoi superiori al lavoro. Tuttavia, con la stessa rassegnazione fatalistica di prima, indietreggiò sul pianerottolo e si scagliò a tutta velocità contro la porta.

La porta questa volta si spalancò - e lui si ritrovò faccia a faccia con la donna. Lei dimostrava una quarantina d'anni, i lineamenti con qualche ruga ma ancora giovani, una stretta gonna grigio ferro le spuntava sotto il maglione aderente. In casa non sembrava esserci nessun altro, a guardarlo pareva un monolocale con le pareti di mattoni a vista, gli scaffali pieni di riviste e piante e nell'angolo più lontano un letto mezzo nascosto da un separé. Dopo qualche istante di silenzio sbalordito la donna aprì bocca. «Accidenti, c'è riuscito».

«Sembrerebbe di sì».

«È meraviglioso! Non so come avrei fatto. Stavo... stavo cercando di uscire di casa».

«Be', sono contento di esserle stato d'aiuto».

Prima lei sorrideva ma ora cominciava ad avere l'aria agitata, gli occhi che saettavano nella stanza come per appigliarsi agli oggetti familiari. La situazione, anche se evidentemente non rischiosa, a lui parve impertinente e imbarazzante. Lo colpiva il fatto che dopo aver sfondato la porta, anche se a chiederglielo era stata la donna, era passato nella posizione dell'intruso. Per un momento si sentì davvero tale, il che gli smosse dentro qualcosa di inaspettato. E quel qualcosa di inaspettato si trasformò nel pensiero di doversene andare immediatamente, per non dare l'idea di volersene approfittare in basso modo. Si sistemò la giacca. La donna lo guardò con un sorriso nervoso. «Non so come ringraziarla...».

«Oh, non ce n'è bisogno».

«Le posso offrire un caffè?».

«No, ma molto gentile da parte sua».

«Qualcosa da bere?».

Lui si mise a ridere. «È un po' presto».

«Allora...».

«Allora la saluto. Arrivederla».

«Arrivederla».

Scese le scale sorridendo tra sé. Già mentre usciva per strada elaborava nella mente l'email che avrebbe spedito quella sera alla sua ragazza. Avrebbe trasformato la storia in un raccontino eroicomico pervaso da un sentimento d'attesa e d'inquietudine ingiustificati: la donna avrebbe rivestito i panni di una fanciulla da salvare e lui quelli del cavaliere ingenuo ma cortese, troppo generoso per ignorare una richiesta d'aiuto. Avrebbe descritto l'androne cupo, il senso di essere attirato in trappola, il mesto obbligo di andare avanti comunque, la stranezza di entrare nell'appartamento di una sconosciuta... Avrebbe omesso quell'istante di regressione maschile, ma avrebbe cercato di descrivere la donna.

In fondo però che c'era da dire su di lei? Una newyorkese di un certo tipo tutto curato: più glam della sua omologa inglese, il viso truccato con più artificio, i capelli acconciati in maniera più appariscente, i modi insieme più diretti e più distaccati che facevano uno strano effetto di intimità e inconoscibilità.

Se la raffigurò di nuovo mentre gli stava davanti sulla porta con l'espressione stordita e un po' agitata, la luce del pomeriggio che le si rifletteva sulla superficie dei capelli. Gli tornò in mente la sua voce, acuta e un po' funerea: «Stavo solo cercando di uscire di casa...». Per qualche istante si sentì preda di una vaga inquietudine, come se nel quadro ci fosse stata qualche complicazione che gli era sfuggita. Cercò di definire cosa fosse, ma mentre l'inseguiva la cosa sembrò ritrarsi, e quando arrivò a destinazione a Washington Street decise di essersi sbagliato. Era come aveva pensato: l'aspetto meno interessante di tutta quella faccenda era la donna.

Andò dritta all'angolo cottura e si versò un martini vodka in uno dei bicchieri da cocktail messi a raffreddare nel congelatore. Ascoltando i passi dell'uomo sull'ultima rampa di scale, buttò gli steli dei crisantemi nel secchio della spazzatura e andò alla finestra a guardarlo uscire dal portone e avviarsi lungo l'isolato.

Mentre lo seguiva fino a vederlo scomparire dall'altra parte di Greenwich Street, sorseggiava il suo cocktail.

«Stramaledetto inglese», disse.

Il suo accento l'aveva mandata nel pallone, scatenandole dentro un assurdo e colpevole nervosismo. E poi anche il fatto che fosse molto più giovane di quanto avesse pensato.

Il sole scomparve dietro il tetto di fronte e la stanza scolorì; soltanto i crisantemi sul tavolino brillavano ancora di giallo come se fossero stati immersi in una tintura luminosa.

Un errore, erano stati, la nota stonata. Doveva essersene resa conto inconsciamente. Li aveva scelti d'impulso mentre tornava dalla bottiglieria con la Stolichnaya, poi li aveva dimenticati fino a che lui era già entrato nella palazzina, così li aveva dovuti scartare, spuntare e metterli nel vaso, tutto questo mentre lui saliva le scale; poi però si era dimenticata di buttare i gambi, il che aveva significato che per tutto il tempo in cui lui era stato lì lei non aveva fatto altro che pensare se li aveva notati o meno e, in quel caso, se era ragionevole o paranoide immaginare che ne aveva dedotto che lei non stava davvero per uscire ma era appena rientrata...

«Mah, chi se ne importa», disse la donna svuotando il bicchiere.

Rimase lì in piedi a interrogare la propria irrequietezza. Dopo qualche minuto le spuntò un sorriso. Era così che doveva andare? Il mondo aveva i suoi modi di imporsi e non restava altra scelta che cedere. Ma c'erano anche dei modi per trasformare la propria debolezza in forza. Al liceo lei e la sua amica avevano scoperto che qualsiasi cosa gli altri le sfidavano a fare avrebbero potuto farla contando fino a tre, e che il castigo se si fossero tirate indietro sarebbe stata la dannazione eterna. Uno, due, tre e via, senza tentennamenti, attraversare a occhi chiusi la superstrada alla fine della via della scuola; mandare una barca giocattolo carica di piccole bombe carta per farla esplodere sul laghetto, in mezzo alla flotta di vascelli in miniatura dei ragazzi; fumare, sniffare, mandare giù la misteriosa sostanza... Nel tempo, l'aver osservato il rito tante volte l'aveva rafforzato finché era arrivato a possedere una forza quasi magica, senza bisogno di evocare il castigo per rispettarlo. Lei aveva continuato a metterlo in pratica all'università e nella vita adulta, servendosene non soltanto per spericolate imprese gratuite ma anche per semplici scopi pratici. Uno, due, tre e si tuffava nel lago gelato che la famiglia di suo marito aveva nel Maine. Uno, due, tre e si costringeva a chiamare suo fratello nello studio legale di Atlanta per chiedergli un prestito. Non era questione di forza di volontà: era questione di sottomissione. Questo la mandava al settimo cielo.

Si precipitò al tavolino, prese il vaso e lo portò sull'angolo cottura, buttando i fiori nella spazzatura. Basta novità. Andò poi alla porta e usando una graffetta, come aveva scoperto durante l'estate, ricacciò indietro di qualche millimetro lo spesso perno d'ottone della serratura. Quindi, dopo aver spinto la porta fino a sentire un piccolo scatto, attraversò la stanza per riprendere la posizione accanto alla finestra a ghigliottina.

Il cielo era limpido, solo qualche formazione nuvolosa a pattugliare il fiume, illuminata di rosa dal basso. Per strada nessuno di interessante. Aspettò pensando alla prima volta che era successo. Era davvero rimasta chiusa dentro, e strattonando la maniglia si era sfilato anche il meccanismo rendendo impossibile far scattare la serratura. Nel panico della claustrofobia, aveva chiamato dalla finestra la prima persona che aveva visto passare, un uomo in giacca e cravatta, un venditore di scarpe, come era poi venuto fuori, che andava a dare un'occhiata a una nuova vetrina. Era stata un'idea di lui, non sua, quella di lanciarsi contro la porta dopo che ogni altro tentativo era fallito. Quando si era spalancata e si erano ritrovati faccia a faccia, l'avevano sentito tutt'e due il senso di qualcosa d'inaspettato che montava, che li invadeva. Era stato solo questione di arrendervisi. L'uomo era rimasto lì con lo sguardo confuso, senza tentare né di andarsene né di entrare. Lei gli aveva offerto un caffè, poi prima che lui riuscisse a trovare una risposta, si era sentita aggiungere: «Qualcosa da bere», al che lui aveva sorriso con molta dolcezza. Al ricordo, ora, sorrideva anche lei.

Sulla strada spuntò un uomo proveniente da Greenwich Street, e mentre si avvicinava lei lo studiò attentamente. Era alto, magro, coi capelli sale e pepe, lunghi. Giacca di pelle, jeans, stivali da cowboy consumati. Forse un po' animalesco, col mento che non sembrava sbarbato, ma dopo Mr Spinadipesce forse era quello che ci voleva. .. Afferrò le maniglie della finestra e la tirò su. La attraversò una specie di vertigine come se l'avesse aperta su un vuoto senza fondo. Uno, due, tre contò in silenzio. Poi si sentì gridare: «Signore, signore, mi scusi, signore...».


Una storia borghese

Ho letto la lettera con un senso di disagio, poi l'ho posata in uno dei raccoglitori sulla scrivania dello studio e ho preparato la borsa per andare a lavoro. Dalla rastrelliera in mogano ho scelto un periodico da leggere sulla metropolitana, una raccolta di relazioni riguardanti le cause legali per incidenti nelle spedizioni marittime di tutto il mondo.

Karen era in quello che noi chiamiamo il tinello a dar da mangiare alla nostra piccola, Sophie.

Dalla finestra filtrava la luce primaverile, biancastra, con una sfumatura di verde dovuta agli alberi frondosi del giardino comune, e dal ciliegio nel nostro giardino si sentivano cantare gli uccelli. Ho notato che l'albero stava per fiorire.

Sono entrato nella stanza per salutare. Karen mi ha sorriso calma continuando a imboccare Sophie.

«Non hai mai incontrato Dimitri, vero?», le ho chiesto.

Lei ha scosso la testa.

«È un mio vecchio amico. Mi ha mandato una lettera».

«Ah». Mia moglie ha portato il cucchiaio dal barattolo di omogeneizzato alla bocca a bocciolo di nostra figlia e poi di nuovo al barattolo. Illuminati dalla finestra alle sue spalle, le superfici del suo viso con gli zigomi alti sembravano levigate e compatte come la pietra. I capelli chiari erano già tirati su, spazzolati all'indietro sulla fronte spaziosa e raccolti in uno stretto chignon. Le labbra, piene al centro, piccole e ben fatte al pari del teso nodo dei capelli, erano chiuse, come sempre quando finiva di parlare, un particolare che dava alle sue parole un senso di irrevocabilità.

«Siamo andati a scuola insieme», ho detto, «poi all'università, finché lui non ha lasciato perdere».

Karen ha alzato di nuovo il viso: sereno, materno, non particolarmente interessato.

«Erano anni che non avevo sue notizie».

Lei non ha detto niente anche se mi ha rivolto uno sguardo gentile, come a chiedermi di perdonare la sua indifferenza. Per la verità ho sempre ammirato il suo atteggiamento verso il mio passato, come se a paragone dello straordinario fatto di esserci sposati, le nostre vite precedenti non fossero altro che schizzi insignificanti, prime stesure piene di esperimenti maldestri e deviazioni infruttuose.

Passando per andare nel soggiorno che portava all'ingresso, ho dato un bacio a lei e a Sophie.

Quasi ora si sentisse al riparo da una lunga conversazione, Karen mi ha detto forte: «È bello che il tuo amico ti abbia scritto. Che dice?».

«Non molto. Vuole rivedermi».

«Ne hai voglia?».

«Credo di sì».

 

Sulla metropolitana mi sono accorto di non riuscire a concentrarmi sulle relazioni legali. Non vedevo Dimitri da quasi quindici anni ma lo avevo ancora in mente con chiarezza: occhi scuri, luminosi; riccioli rossi tagliati corti; torace largo e sporgente, una quindicina di centimetri più basso di me... Quando ero in sua compagnia dovevo sempre chinarmi e non mi spiaceva pensare che la mia postura leggermente curva fosse una testimonianza della nostra amicizia, che si era consolidata in me come il gomito di una pianta che si è piegata per troppo tempo verso la stessa fonte di luce.

All'università vivevamo nella stessa casa in comune, una villetta vittoriana alla fine di una schiera di edifici cadenti. Non ripensavo a quel posto da anni e in quel momento l'ho ricordato con affetto. La grande cucina era stato il centro della vita sociale studentesca, una peculiare miscela di edonismo e fanatismo puritano. Sulla musica reggae dello stereo si levava la voce di Dimitri, un brusio da calabrone che spiegava con scrupolosità a qualche tizio perché Bakunin e Marx si disprezzavano, come si fosse sviluppato il socialismo corporativo dal sindacalismo, che differenza c'era tra il falansterio di Fourier e la New Lanark di Robert Owen... Trasportato dal vortice della fraternità oceanica capace di inondare la mente di un diciottenne di vaste letture, Dimitri aveva scoperto la politica radicale: Marx e Kropotkin, poi Kautsky, Plechanov, Gramsci, G.D.H. Cole... Com'erano gloriosi allora quei nomi! Doveva essere il 1976 o 1977, un periodo di imponente retorica e azione politica in tutta la Gran Bretagna. Per qualche tempo Dimitri aveva perfino cominciato a riferirsi alla politica del paese come il Grande Duello, riprendendo le parole di Heinrich Heine: «Il grande duello dei destituiti con l'aristocrazia della ricchezza...». Sotto la sua guida, che seguivo con cautela, avevo immerso anch'io la punta del piede in quelle acque. Mentre il treno della metropolitana andava verso

Lincolns Inn, mi sono scoperto a ripensare ai picchetti a cui avevo partecipato accanto a lui, alle fiaccolate della Lega Antinazista contro il Fronte Nazionale, al periodo in cui aveva lanciato una bomba di farina contro un comiziante del reazionario Monday Club... Vedevo ancora la faccia tozza di quell'uomo che simulava una composta imperturbabilità mentre il sacchetto di carta gli scoppiava sul gessato.

Alla fine del secondo anno, per Dimitri anche il magro privilegio di poter studiare all'università si era trasformato in uno schiaffo ai suoi principi. Per lo sgomento dei professori si ritirò e andò a vivere a Leeds, dove aveva sede il partitino rivoluzionario di cui era entrato a far parte, cominciando a lavorare come operaio in una ditta di demolizioni.

Una volta lo andai a trovare, fu una deviazione estemporanea durante un viaggio a Edimburgo con la mia ragazza di allora. Avevamo telefonato dall'autostrada e avevamo seguito le sue indicazioni per arrivare a un complesso fatiscente alla periferia della città.

Dire che fummo accolti in tono minore è dire poco. Dimitri non era molto curioso della mia vita e quando gli avevo chiesto della sua, era stato laconico: guardava fuori dalla finestra come se la nostra presenza lo opprimesse e cercasse di trarre forza dall'agglomerato dei sobborghi e dalla distesa di fabbriche abbandonate.

Quella era stata l'ultima volta che ci eravamo visti.

 

«Quando andavo all'università conoscevo gente del genere. Ce n'era un gruppo intero che era entrato in uno di quei partiti e poi aveva abbandonato gli studi in massa. Pensavo che fossero dei veri idioti».

Era sera. Karen e io eravamo in camera da letto.

«Non mi guardare. Ho tutta la crema».

Mi sono girato.

«Comunque, mi stupisce che tu voglia riprendere l'amicizia con un tizio che ti ha trattato in quel modo». Karen ha richiuso per bene le labbra.

«Andiamo solo a bere qualcosa insieme. Io non direi che si tratti di riprendere l'amicizia».

Karen si è stretta nelle spalle e si è alzata per andare in bagno. Dopo un po' ho sentito i suoi passi leggeri in corridoio, diretti alla stanza di Sophie.

Io intanto me ne sono rimasto sdraiato a ripensare a Dimitri. Che cosa poteva averlo spinto a farsi vivo dopo tanto tempo? La lettera, che mi era stata rispedita da casa dei miei, diceva soltanto che era tornato a vivere a Londra e gli sarebbe piaciuto incontrarmi. Non alludeva minimamente al fatto che non ci fossimo visti per oltre dieci anni. In questa omissione ho letto l'altezzosità, la nota di leggera condiscendenza che aveva sempre caratterizzato il suo modo di trattarmi. E al telefono, quando lo avevo chiamato per metterci d'accordo, sembrava quasi sbrigativo, come se non fosse stato lui a interrompere il lungo silenzio tra noi. Con un tono indifferente aveva proposto di incontrarci in un pub di Dalston, il quartiere dove viveva allora, distante chilometri da dove vivevo o lavoravo io. Ho sorriso tra me e me ricordandomi l'arrendevolezza, anzi il buon grado con cui avevo accettato.

Karen è tornata in camera e mi si è stesa accanto poggiata sui gomiti. «Non volevo essere scortese riguardo al tuo amico».

«Non ti preoccupare, secondo me se lo merita».

«Forse di questi tempi si sentirà piuttosto solo».

«Probabile».

«E anche stupido».

L'ho guardata.

«Voglio dire, con tutto quello che è successo nel mondo. Come uno che avesse puntato tutto sul cavallo sbagliato».

«Ah... No, non credo che lui la veda così...».

Mi sono alzato per andare in bagno; poi ho attraversato il corridoio per dare un'occhiata a Sophie. Dormiva tranquilla, le mani ai lati della testa come due stelline di mare. Sono rimasto lì qualche istante ripensando alle ultime parole di Karen. Era un pensiero che avrei potuto benissimo formulare anch'io, ma curiosamente mi disturbava sentirlo in bocca ad altri. Tra me e me avevo seguito con sentimenti contrastanti i fatti nei paesi oltre quella che un tempo si chiamava "Cortina di ferro"; era stato stranamente disorientante vedermi in un certo senso giustificato nella circospezione, nell'infinita capacità di giocare sull'ambiguo, nel definitivo attaccamento alle comodità e all'agiatezza che mi avevano portato dove ero adesso. Avevo l'impressione di averla fatta franca, ma soltanto perché il reato di cui mi ero macchiato era stato reso legale. «Va bene», mi era sembrato che mi sussurrasse complice la Storia nell'orecchio, «non hai niente di cui vergognarti...». La particolare economia della mia coscienza pareva arrivata a fare assegnamento sull'ipotesi di un universo che si opponeva con brutalità al mio, cosa senza la quale a volte, pensando alla mia vita, mi sarei sentito stranamente soffocare.

Sotto le coperte di cotone il piccolo petto di Sophie si alzava e abbassava in modo appena percettibile: su e giù, su e giù, ogni movimento regolare e prevedibile, anche se la cosa mi sorprendeva ancora. Come sempre, mentre la osservavo, dentro mi assaliva un senso impellente di protezione. A ben guardare era superfluo, considerate le sponde del lettino, lo spesso tappeto di pile sotto, la radio trasmittente, il termostato... Non sapendo che fare me ne sono tornato zitto zitto in camera.

Karen aveva spento la luce. Il pallido lampione al sodio nel giardino comune proiettava le ombre dei rami nodosi del ciliegio sulla stoffa sottile delle tende. Mi sono ricordato della prima volta che eravamo venuti a vedere la casa. Doveva essere stato quasi esattamente due anni prima, perché l'albero era in piena fioritura. Karen era incinta e io ero appena passato dal diritto comunitario al diritto marittimo, cosa che aveva significato un aumento clamoroso del nostro reddito. Vedendo l'albero dalla finestra della camera eravamo scoppiati a ridere tutt'e due, increduli. I grappoli di fiori che con straordinaria abbondanza prorompevano anche dai rami più sottili ci erano sembrati comici, un calcolo della natura dagli esiti assolutamente eccessivi, assurdi e generosi, come un enorme errore bancario a proprio favore.

 

Quando sono arrivato il pub era buio e silenzioso. Sugli arredi ingombranti si stendeva freddo il pallido riflesso delle lampade d'ottone. Le sedie e gli sgabelli vuoti erano sparsi intorno come giganteschi pezzi degli scacchi.

Una sagoma in un separé a forma di ferro di cavallo ha fatto un cenno informale con la mano. «Paul, eccomi».

«Dimitri!».

Lì per lì non lo avevo riconosciuto. I capelli, ora più lunghi e sciatti, erano spenti e il viso scarnito e giallastro. Indossava un ruvido cappotto grigio aperto su una maglietta e un sottile fazzoletto bianco al collo.

«Dimitri, bello rivederti».

«Anche per me. Ti trovo bene».

L'ho visto osservare con un leggero lampo sardonico il mio vestito e il soprabito.

Davanti, sul tavolo, aveva una pinta di birra, un tumbler di whisky e un pacchetto di tabacco da rollare. Aveva appena bevuto, ma quando gli ho offerto un altro giro ha accettato.

«Salute», ha detto mentre tornavo con tre bicchieri.

«Salute, Dimitri».

Abbiamo bevuto in fretta. All'inizio lui era espansivo, senza l'altezzosità con cui si era comportato a Leeds. Per gran parte dei dieci anni passati era stato all'estero, mi ha raccontato, aveva lavorato in Nicaragua fino alla caduta dei sandinisti per un collettivo di coltivatori di caffè, poi a Cuba, dove era andato su invito del governo con altri membri del suo partito, il PSRL, Partito Socialista Rivoluzionario dei Lavoratori.

«Ammirevole».

Dimitri, leccando la colla della cartina, si è stretto nelle spalle.

«È stato interessante, direi». Ha cominciato a raccontare dei suoi viaggi, anche se mentre parlava avevo l'impressione che quell'esperienza gli fosse diventata indifferente: le sue parole in qualche modo sembravano logore. S'è interrotto.

«In realtà non credo più nell'idea del paese singolo, che sia Cuba o qualsiasi altro».

«Eh?».

«Per quanto riesco a capire, una nazione è soltanto l'espressione dell'incapacità umana di fottersene della vita e della morte degli uomini che vivono oltre un determinato confine. Oppure, detto in altre parole, è un modo per organizzare e strutturare il desiderio della gente, sconfinato a quanto pare, di schiacciare gli altri».

Ho sorriso. Così mi pareva più simile al vecchio Dimitri.

«Quella che percepisco è una nota di disincanto?».

«Rispetto a cosa?». Di fronte mi trovai uno sguardo truce, di un'ostilità sorprendente.

«Rispetto... alla razza umana, immagino». Che non era esattamente quello che intendevo dire.

«Oh, che cazzo». Dimitri si girò irritato.

Svuotò il bicchiere di birra, buttò giù il whisky e si alzò per offrire un altro giro.

«E tu?», mi chiese al ritorno. «Per caso ho incontrato John Mackenzie». John aveva vissuto nella nostra casa. «Mi ha detto che sei diventato avvocato. Deve essere stata una sfacchinata...».

«Sì, è stato impegnativo».

«Ma ti pagano bene?».

Ho annuito, diffidente. «Non si guadagna male».

«Mackenzie mi ha detto che hai comprato una casa in una delle piazze private di Holland Park».

«È vero. Non è una delle grandi ville...».

«M'ha detto che ti porti a casa oltre duecentomila sterline, quando va male».

Ha sorriso ghignante. Mi sono sentito improvvisamente arrossire.

«È ridicolo, lo so, ma che posso dire?».

«Che la fortuna ti assista! Ecco che dico io». Dimitri, ancora ghignante, ha sollevato il bicchiere.

Il pub ha cominciato a riempirsi un po'. Come risvegliato da uno spintone, il Jukebox s'è scosso e ha iniziato a pompare musica piena di energia. Per la mente mi è passato che quella sera Dimitri mi avesse chiamato perché aveva bisogno di soldi. Mi sono messo a fare qualche calcolo. Quanto potevo prestargli senza far arrabbiare Karen? Mille sterline? Forse qualche centinaio. O forse era meglio rifiutare e basta e, in modo educato ma fermo, offrirgli un aiuto di altro genere... Dimitri ha svuotato il bicchiere. Ho indicato il suo e il mio.

«Te ne prendo un altro?».

«Grazie».

Ho chiesto da bere e sono tornato.

«Non mi hai ancora detto cosa ti ha portato a Londra».

Dimitri ha aggrottato le sopracciglia. «Che cosa mi ha portato a Londra?». Ha preso il pacchetto del tabacco. «Vediamo... La noia. Penso che sia questo. Sì, la noia, per quanto mi è dato di ricordare».

L'ho guardato senza aprire bocca.

«A Leeds non c'è quasi più niente. Il PSRL è finito in una bolla di sapone. Sulla carta esiste ancora ma non ci possiamo più permettere di mantenere la sede e il giornale».

«Santo cielo...».

«Sì, non è un vero peccato?». Gli occhi di Dimitri hanno scintillato caustici. «Ma intanto è così». Ha sputato un pezzetto di tabacco rimastogli sulla lingua e ha acceso la sigaretta, che ha preso fuoco, acre e sgradevole.

«E adesso che fai?», gli ho chiesto. «Dove abiti?».

«Qui dietro. Una residenza di lusso: pavimento, soffitto, maniglie alle porte... Quanto a me... io, eh» - ha fatto una tirata alla sigaretta - «in realtà curo una nuova rivista».

«Davvero?».

«Sì, ho pensato che ti avrebbe interessato. Se i tuoi amici hanno qualche progetto in piedi agevola parecchio le cose, altrimenti perché essere amici?».

Ho sorriso a disagio.

«Che tipo di rivista?».

«Be'... internazionale. Utopica. Il socialismo nell'era post-sovietica. Il comunismo dopo la morte del comunismo. .. Su questo genere».

«Bellissimo!».

«Buffo che quando ne parlo mi dicano in tanti la stessa cosa... come se mi fossi offerto di salvare un bambino caduto nella fogna...».

Avevo l'impressione che stesse per arrivare il discorsetto sul prestito e d'impulso ho deciso che lo avrei sorpreso con la mia generosità. Non avrebbe neppure finito di chiederlo che gli avrei compilato un assegno con qualsiasi somma avesse detto. Dentro di me sentivo già montare l'imminente soddisfazione.

«Ha un nome, la rivista?», ho domandato.

«"Demos". L'ho ripreso dal giornale "L'humanité" di Jean Jaurès. Conosci Jaurès? Nel 1905 era il capo dei comunisti francesi. Si definiva un marxista idealista, una voluta contraddizione in termini perché Marx ha liquidato l'idealismo individuale definendolo irrilevante... Come metto in evidenza nel mio primo editoriale - uh, che impressione dirlo - Marx stesso non aveva per niente le idee chiare a questo proposito. Per un verso...».

Un'altra ondata di loquacità, questa volta piuttosto inquietante, si è impossessata di Dimitri. Parlava con una strana energia che ricordava i suoi anni studenteschi, senonché il sincero e fanatico entusiasmo di un tempo sembrava essersi trasformato in una specie di suo caustico rovescio... Gli occhi, arrossati, gli si sono rimpiccioliti, aspri come se stesse cercando di esorcizzare un vago disgusto, o quantomeno un risentimento indirizzato a me, alla sua rivista e a se stesso.

«Marx, secondo quanto scrive Jaurès, aveva una visione della razza umana come di una persona addormentata che galleggi sul fiume trasportata dalla corrente. Secondo Jaurès un tempo era stato più che vero, ma ormai il dormiente era stato svegliato dal ciclone della Storia e se non voleva affondare doveva prendersi le proprie responsabilità. Quello che chiedo nel mio... nel mio editoriale è se Jaurès non abbia scambiato le proprie energie, che erano titaniche, per un risveglio della specie umana più durevole di quanto non sia in realtà. Perché, a quel che vedo io, abbiamo già esaurito quel breve sprazzo di coscienza e vogliamo tornarcene a dormire...».

Si è interrotto con una smorfia, s'è alzato in piedi di scatto, come se le sue stesse parole lo avessero irritato, ed è andato a prendere un altro giro.

«Sicuro che non vuoi un whisky?».

«Sì, grazie».

Qualche secondo dopo è tornato. «Sembra che mi manchino un paio di sterline».

Con prontezza ho tirato fuori il portafoglio e gli ho dato i soldi. Quando è tornato, Dimitri era di nuovo taciturno. Fra noi è caduto un lungo e penoso silenzio. Ho cominciato a sentire una strana apprensione, la sensazione di essere del tutto impreparato.

«Sai», ho sentito me stesso dire, «non mi aspettavo di rivederti dopo il nostro ultimo incontro».

Dimitri ha aggrottato le sopracciglia come se cercasse di ricordare. Sembrava abbastanza ubriaco, confuso.

«La volta che sono venuto a trovarti a Leeds».

«Ah».

«Credevo che mi avessi iscritto tra le cause perse».

Ha aggrottato di nuovo le sopracciglia e s'è girato.

«È stata proprio un gran sorpresa ricevere la tua lettera. Una sorpresa molto bella, ma del tutto inaspettata».

All'improvviso mi ha guardato in viso. Ecco fatto, ho pensato. Di nascosto mi sono toccato la tasca del soprabito: c'era il portassegni in pelle col libretto dentro. Dimitri sedeva dritto respirando forte dal naso, il petto largo che gli s'alzava e abbassava sotto il cappotto. Piano piano, volutamente, ha appoggiato le mani aperte sul tavolo, prima l'una e poi l'altra, e s'è afferrato al bordo. Per un istante è sembrato quasi fuori di senno, come se stesse per rovesciare il tavolo. Poi negli occhi gli è comparso un improvviso luccichio maligno.

«Poco tempo fa ho letto un libro sulle formiche», ha detto, «che mi ha fatto pensare a te. Ce n'è una specie chiamata formiche da miele che si nutrono di melata. Nella stagione secca la melata, sia quel cazzo che sia, non si trova, così si sono dovute inventare un modo per immagazzinarla. C'è un'intera categoria di formiche chiamate otri, delle incontrollabili mangiatrici che hanno sviluppato un addome che si estende come una sacca di gigantesche proporzioni. Nella stagione umida le operaie rimpinzano le otri di melata finché si gonfiano come palloncini. A quel punto le otri non riescono a camminare, né a fare molto altro, così le operaie le alzano e le appendono per le zampe posteriori al soffitto, come quelle bottiglie là» - ha indicato le bottiglie capovolte dietro il bancone - «e nella stagione secca, appena hanno sete, gliene cavano un cicchetto lisciando loro la testa. Facile come mettere un bicchiere sotto un dosatore».

Ha ridacchiato.

«Sono io, vero, la formica otre?», ho detto.

«Devo ammettere che tutto considerato ti sta a pennello... senza offesa».

Ho sorriso cercando di sembrare tranquillo. Dentro, però, l'insulto mi attraversava con una forza e una velocità singolari, come se niente vi opponesse resistenza.

Detta la sua, Dimitri sembrava aver perso interesse a continuare la conversazione. Non riuscivo a credere che mi avesse invitato lì solamente per insultarmi, eppure sembrava che non avesse altro da aggiungere. Forse era l'aggressività dell'alcol, mi sono detto, e nello sforzo di non concludere la serata su una nota sgradevole, ho cercato di cambiare argomento.

«Ti ho detto che sono diventato padre?».

«No».

«Una bambina, Sophie, diciassette mesi. Bellissima».

Dimitri mi ha dato un'occhiata incerta. Per qualche minuto ho mantenuto viva la conversazione - pressoché in modo unilaterale - parlando della paternità. Annunciata la chiusura del pub, mi sono zittito e Dimitri ha sbadigliato e si è alzato in piedi abbottonandosi il cappotto.

«È ora di togliere le tende».

Siamo usciti fuori. Mi sono girato verso di lui per salutarlo in un modo consono, che gli esprimesse il mio affetto deluso ma senza sfumature di rancore.

«Se vuoi posso darti una copia della rivista», mi ha detto lui prima che riuscissi a formulare il mio pensiero.

«Ah... grazie».

«Sali con me. Abito dall'altro lato della strada».

L'ho seguito fino a casa sua. Una scala di legno spoglia portava a uno stretto ingresso che odorava di cibo stantio. Abbiamo salito quattro piani di scale e percorso un corridoio fino a una porta di metallo tutta ammaccata. Dietro c'era una stanza delle dimensioni del nostro tinello, con un materasso sulle assi nude del pavimento e una bacinella striata di giallo vicino alla finestra.

Scalciando Dimitri si è tolto le scarpe e ha indicato l'angolo più lontano. «Eccole, puoi prenderne una».

C'era una pila di fogli spillati in fascicoli di circa trenta pagine ciascuno. Avvicinandomi, sul frontespizio ho visto la parola «Demos» scritta a grandi lettere nere con una mascherina.

«Sono due anni che è uscita. Sto cercando di metterne insieme un altro numero. Magari non ti dispiacerebbe scrivere qualcosa».

L'ho guardato credendo che facesse del sarcasmo. Si è semplicemente stretto nelle spalle e s'è lasciato cadere sul materasso.

Ho preso la copia rendendomi conto che non avevo creduto davvero che la rivista esistesse. Odorava d'inchiostro e mi sembrava che mi macchiasse l'indice e il pollice.

«Quanto la metti?», ho chiesto.

Dalla figura prona venne uno smorzato: «Prendila per le due sterline che ti devo».

Ho infilato la rivista nella borsa.

«Be', Dimitri... mi ha fatto piacere vederti».

«Già, già. Ora levati dalle palle».

«Allora... buonanotte».

 

Quando sono arrivato a casa in salotto c'era la luce accesa. Ho salito i gradini fino al portone e ho guardato nella stanza attraverso le fessure della veneziana non del tutto chiusa.

C'era Karen coi nostri amici Jane e Ed Maddox. Vivevano dall'altra parte del giardino comune e spesso venivano a bere qualcosa dopo cena. Lavoravano tutt'e due nel mondo della finanza.

Sul tavolo erano disposte delle bottiglie di liquore e le tazze da caffè. I caffè al liquore erano una delle specialità di Karen.

Sono rimasto nell'aria fresca a guardare dentro. Era il salotto di casa mia e quelli erano i miei amici, ma la prospettiva di sedermi con loro era più di quanto riuscissi ad affrontare in quel momento. In silenzio ho girato la chiave e sono sgattaiolato dentro, camminando piano in corridoio e per le scale.

Sono entrato in camera e mi sono tolto il soprabito. Al piano di sotto ho sentito delle risate. Appena ho visto la borsa sul pavimento mi sono ricordato della rivista di Dimitri, mi sono seduto sul letto e l'ho tirata fuori, sotto la pallida luce del lampione in giardino. Era una pubblicazione scalcinata, rudimentale, un avanzo del breve momento trascorso tra la caduta del Comunismo e l'ascesa del computer, messo insieme, occhio e croce, con una macchina da scrivere e una fotocopiatrice. Sulla prima pagina c'era l'editoriale di cui Dimitri mi aveva parlato: «L'idealismo nella storia: Jean Jaurès e il millennio». Con gli occhi ho scorso i fitti paragrafi, alcuni dei quali erano stati incollati storti sulla copia originale producendo un effetto erratico. Delle linee grigie spezzate dovute alle troppe copiature percorrevano le pagine come una specie di interferenza visiva. Ho cercato di leggere l'articolo ma ho smesso dopo poche frasi. Sembrava una cosa deprimente oltre ogni dire, anche un po' malsana, un avanzo non ancora completamente imputridito.

L'ho messa via, mi sono alzato e sono andato alla finestra. Nello stomaco e nel petto mi si agitavano ondate di un'inquietudine ansiosa.

«Paul...».

Sulla porta c'era mia moglie.

«Perché non sei venuto a salutare?».

«Arrivo», mi sono sentito dire, «stavo scendendo».

Karen mi ha guardato, le labbra serrate. Dopo un istante è tornata di sotto. Fuori, nella semioscurità, brillavano i foltissimi grappoli di petali del ciliegio. Dietro, sui tetti a mansarda delle case di fronte, punteggiavano la calotta del cielo azzurro bronzeo alcune stelle luminose alternate a un'infinità di altre più flebili. Per un momento mi è sembrato che questa dovizia di cose fosse quasi una beffa: l'albero assurdamente prolifico; dietro, nel giardino comune, le fitte bordature fiorite di peonie, rose, aquilegie e camelie; i grandi platani gialli e marroni con i rami già appesantiti dalla gran quantità di gemme; poi, in cielo, lo scintillio brulicante di una sfrenata, inesauribile creazione.

Sono andato al piano di sotto. Dal salotto provenivano i rumori della convivialità. Karen stava raccontando ai Maddox che ero appena stato a Dalston.

«A fare quattro chiacchiere con un trotzkista che non vedeva dai tempi dell'università», le ho sentito dire, «se riuscite a immaginarvi».

Mentre aprivo la porta ho ripensato alle formiche di cui mi aveva parlato Dimitri, alle "otri", e per un istante mi sono visto tutto gonfio e dilatato che pendevo a testa in giù dal soffitto del salotto in attesa di essere munto. Grottesco... Eppure mi sono reso conto che mi ci sarebbe voluto molto tempo prima di liberarmi da quell'immagine.

Appena sono entrato nella stanza Ed e Jane mi hanno sorriso; mentre li salutavo ho cercato di assumere un'aria allegra.

«Dalston?», ha fatto Ed.

Ho annuito.

«Alla faccia! Meglio che ti prendi qualcosa da bere, pisellone, e poi ci racconti tutto».


Toh, la morte

I Peebles, padre e figlio, quando ci trasferimmo qui cinque anni fa, vennero da noi a presentarsi. Dean, il padre, era lento nel parlare, impacciato. Rick però era ciarliero, gli occhi che vagavano indiscreti su di noi e sugli scatoloni con le nostre cose. Uno strato irsuto di stoppie rosse gli ricopriva la testa ben arrotondata e il mento appuntito. La voce era morbida, quasi vellutata, con una predisposizione allo scatto, ogni parola come una nota pizzicata sulle corde di un banjo. Ci disse che faceva un po' di tutto nei boschi e in edilizia, il suo lavoro preferito però era la potatura degli alberi, e più complicato era più gli piaceva. Con l'imbracatura e gli scarponi chiodati si arrampicava per abbattere i rami degli alberi troppo vicini alle case, quelli che non sarebbero caduti in modo rituale, oppure col suo pick-up andava a districare i rami aggrovigliati degli alberi semiabbattuti dalla tempesta, poi li tagliava per farne legna da ardere. «Di qualsiasi lavoretto del genere abbiate bisogno», ci disse, «sono la persona giusta».

Qualche tempo dopo quella visita io e mia moglie superammo in auto due bambini piccoli che risalivano il ripido pendio di Vanderbeck Hollow. Erano in lacrime tutt'e due e ci fermammo per vedere se potevamo essere d'aiuto. La mamma, ci dissero, li aveva fatti scendere dalla macchina perché litigavano e se ne stavano tornando a casa a piedi.

La casa, venne fuori, era quella di Rick. Rick aveva incontrato la loro madre, Faye, qualche settimana prima a un raduno della Harley-Davidson e la donna si era trasferita da lui portandosi i suoi due figli. Il padre di Rick aveva già sloggiato. Faye la conoscemmo quando facemmo scendere dalla macchina i bambini. Non sembrava importarle che avessimo interferito nella sua punizione. Era una donna magra coi capelli neri e la pelle butterata, gli occhi azzurri luminosi e una chiazza rosso scura al centro del labbro superiore. Non disse molto.

L'anno dopo ebbero la loro prima figlia. Rick, mentre lavorava davanti alla casa per aggiustare i furgoni o affilare la lama delle motoseghe, si sistemava la bimba nella cacciatora. Gli piaceva essere padre - sin dall'inizio aveva trattato i figli di Faye come se fossero suoi - ma divenne presto chiaro che le nuove responsabilità lo logoravano. Dopo una giornata trascorsa a manovrare una frantumasassi nella cava di Andersonville o a tagliare barre d'acciaio per un cantiere in città, tornava a casa, cenava, poi accendeva le fotoelettriche che aveva montato intorno all'edificio e si metteva a spaccare legna da ardere per racimolare qualche soldo in più. La vendeva a settanta dollari ogni tre metri steri, che era poco anche allora. Spesso gliela compravo anch'io per la stufa economica. Una volta mi chiese come mi guadagnavo da vivere. «Sfrutto il sistema a mio vantaggio», replicai con l'intenzione di divertirmi a essere sibillino. «Devi essere bravo», fu tutto quello che mi rispose lui indicando la nostra nuova Subaru.

Comprò un'automobile a Faye e per pagarla tagliava legna fino a ore sempre più tarde, con uno spaccalegna meccanico affittato dalla ferramenta e circondando la casa di enormi cataste di ciocchi. Nel suo modo di parlare affiorò una nota esasperata; sembrava sconcertato dalla difficoltà di arrivare a fine mese. Era un uomo giovane, nel pieno del suo vigore, capace di provvedere ai suoi bisogni concreti, di spianarsi il viale d'accesso, aggiustarsi il tetto, cacciare e macellare la carne, eppure ogni giorno era una lotta. Se non erano i soldi, erano le ferite all'orgoglio, teso come una corda di violino al pari di tutta la sua persona. Rick non faceva che raccontare (rivivendole, sembrava quasi) gli insulti e gli affronti ricevuti dai suoi vari principali e da altri rappresentanti del mondo ufficiale e le risposte insolenti che lui dava in cambio. La volta in cui Faye trovò lavoro a Hannaford e fu trattenuta oltre l'orario - faceva il turno di notte -, lui chiamò il responsabile del negozio. «A quel figlio di buona donna gli ho detto di mandarla a casa», mi raccontò con un ghigno soddisfatto. Poco dopo Faye fu licenziata.

Per scaricarsi guidava sparato il pick-up su e giù per la montagna, smuovendo nuvole di polvere dalla ghiaia. Oppure si portava sei lattine di birra nei boschi sopra la strada e se ne stava a bere tra le querce e i frassini del crinale. Spesso trovavo una lattina di Molson tra le felci, ai piedi della roccia dove l'aveva buttata: era la sua orma scintillante. Una volta mi disse che stava costruendo un rifugio sull'altra parte del crinale. Era terra del demanio ma secondo lui nessuno se ne sarebbe curato. A che gli serviva?, gli chiesi. Si strinse nelle spalle. «Così, un posto dove andare...».

In un'altra occasione mi disse di aver visto un leone di montagna.

«Un leone di montagna?».

«Già. Un coguaro».

«Non sapevo che vivessero da queste parti». In realtà avevo letto che nonostante gli avvistamenti di cui correva voce, in quella zona di coguari non ce n'erano.

Mi guardò e vidi che prendeva nota del mio scetticismo ma anche che non me ne voleva. «Già. È arrivato fin davanti al rifugio. Quel frescone è rimasto sulla stradina, grosso come un bufalo del cacchio. Ho conservato una delle orme che ha lasciato per terra. Ho scavato, l'ho presa e l'ho fatta seccare. Un giorno te la faccio vedere...».

Da ragazzo, quando la proprietà dei Peebles segnava la fine della strada, lui aveva libero accesso a Vanderbeck Hollow, cacciava cervi e tacchini selvatici e pescava trote nei laghetti rocciosi che si formavano lungo il corso d'acqua che si snodava giù per il ripido canalone tra Spruce Clove e Donell Mountain. Non era quel che si dice un modello di consapevolezza ecologica, con le sue lattine di birra e le perdite d'olio del fuoristrada che usava per trascinare le carcasse degli alberi fino al pick-up, per non parlare poi dello strepitante, fumoso gatto delle nevi che per tutto l'inverno guidava lungo i sentieri per il trasporto dei tronchi. Conosceva però i boschi di quelle parti con una tale familiarità che la sua sembrava essere una forma d'amore. Una mattina di primavera andai con lui a piedi a una delle vecchie cave e mi ritrovai a fruire di una dettagliata narrazione sulla fauna e la flora locale. Al mio occhio ignaro gli alberi e le piante erano pressappoco una massa indifferenziata di materia verde e marrone, e grazie a Rick, al suo indicare e nominare, era come vedere accendersi intorno a me, stella dopo stella, una piccola galassia. «Eritronio», disse, e sotto un masso s'accese una distesa di fiori gialli. «Capraggine», e da un prato a pochi metri brillò una pianta col gambo argentato. «Alloro di montagna», continuò indicando degli arbusti verde scuro, «a tarda primavera fanno dei fiori veramente belli. Ma non se ne parla almeno per un altro mese e anche più. Quando cresce folto come qui lo chiamano alloro del diavolo. È velenoso; dicono che lo sia anche il miele ricavato dai suoi fiori. Vedi qui, questo ringrosso?». Poggiò il dito su un'escrescenza dura, una specie di nodo. «I vecchi li usavano per fare le pipe. Mio padre ne ha una...».

In vita sua Rick aveva visto la strada allungarsi di due chilometri oltre la proprietà di famiglia, la terra intorno venduta ad appezzamenti di otto ettari, e villette di legno coi tetti spioventi e le piscine e le recinzioni di rete metallica e i cartelli «DIVIETO DI CACCIA» che ogni anno si estendevano sempre più in alto sulla montagna: era una cosa che lui odiava con tutto se stesso, anche se, fatto caratteristico, la sua ostilità non arrivava a riversarsi sull'effettivo essere umano responsabile di quelle invasioni. Un pomeriggio era con me sul ciglio della strada che si lamentava dell'arrivo degli escavatori - per le fondamenta della nuova casa da costruire sulla proprietà di Cora Chastine, la vicina del terreno più a valle -, quando Cora uscì dal suo viale in groppa a una cavalla saura. Vedendolo lo ringraziò per un favore che le aveva fatto la sera prima, tirare fuori da un fossato, all'una di notte, l'auto di uno dei suoi ospiti a cena. Con un sorriso galante Rick la rassicurò che non era stato niente e che non gli dispiaceva essere svegliato a quell'ora. «Una signora simpatica», disse con la sua voce vibrata non appena la donna riprese a cavalcare, come se nella mente di Rick non ci fosse alcun nesso apprezzabile tra la donna e il suo contributo alla distruzione dei suoi luoghi di sempre.

Lui e Faye ebbero un secondo figlio, un'altra bambina. Quell'anno arrivò un uragano, cosa insolita da quelle parti. Per alcuni giorni era caduta una pioggia torrenziale che aveva smosso la terra intorno alle radici e col vento gli alberi erano caduti come fossero birilli di venti metri. I boschi si erano trasformati nel teatro di una carneficina: le piante giacevano tra la linfa e le foglie, gli arti spezzati come le vittime di un massacro, le larghe fosse delle radici simili ai crateri di una bomba. Nell'area dell'uragano si abbatterono anche delle trombe d'aria, una delle quali segnò una linea di devastazione attraverso i boschi. Rick si offrì di ripulire la nostra parte, segnalandoci che c'erano alcune piante di valore da poter rivendere come legname. Propose di fare tutto il lavoro da solo nel corso dell'anno e, per trascinare via i tronchi, di usare un tiro di cavalli di un suo cugino in modo da evitare l'erosione che causano i grossi macchinari. Li avrebbe poi caricati con una carrucola e un verricello a manovella, avrebbe fatto a pezzi le chiome per bruciarle e quindi trasportato i ceppi nella discarica del paese.

Io restai sul vago sapendo che non aveva l'assicurazione e intuendo che se si fosse fatto male ci sarebbero stati dei problemi. Un amico avvocato ci disse di non lasciargli fare il lavoro per nessun motivo e così chiamammo una ditta di boscaioli professionisti e in regola. Portarono uno skidder delle dimensioni di un rimorchiatore, una ruspa, due trattori e una gru con un artiglio che poteva afferrare un tronco spesso un metro e sollevarlo in aria di dieci. Per diverse settimane i macchinari lacerarono i nostri boschi: ammonticchiarono massi, rami e ceppi in enormi cataste antiestetiche e aprirono un pesto sentiero rosso attraverso il letto dei torrenti e le radure piene di felci per arrivare alla strada, allo spiazzo dove caricavano i tronchi mutilati sui lunghi rimorchi per venderli al deposito del legname. Durante queste operazioni incontrai diverse volte Rick per strada. Non mi rimproverò mai di aver affidato il lavoro ad altri; anzi, mi diede dei buoni consigli su come non farci fregare la percentuale che ci spettava sulla vendita. Io però ero in imbarazzo quando lo vedevo passare, quasi gli avessi portato via un lavoro che gli spettava di diritto.

L'estate seguente lui e Faye si sposarono. Fummo invitati al ricevimento, che prevedeva la cottura alla brace di un maiale intero. Fu una grande festa: i vecchi pick-up malconci erano allineati lungo la strada fino a metà collina e c'erano venti o trenta moto parcheggiate nel viale d'accesso. Riconoscemmo qualche vicino, ma per il resto c'erano i motociclisti amici di Faye e Rick, coi giubbotti di pelle e la bandana. Al centro del giardino appena ripulito era stata improvvisata una pista da ballo con delle lastre di pietra che Rick doveva aver preso da una delle vecchie cave tra i boschi. Accanto c'era un gruppo che suonava della musica veloce, vorticosa: due violini, una chitarra, un banjo e un mandolino, i musicisti che sferzavano gli strumenti ricavandone turbinanti armonie.

Mi piaceva questa musica montanara. Avevo cominciato ad ascoltarla qualche anno prima e mi ero scoperto sensibile alle sue atmosfere e ai suoi colori mercuriali, soprattutto da quando ci eravamo trasferiti tra quelle montagne, dove la musica sembrava scaturire direttamente dall'irto e tetragono paesaggio, con il suo rapido succedersi di dolore e tenerezza, tensione e abbandono, frugalità e straripante ricchezza che nasceva direttamente dai dirupi boscosi e dai burroni oscuri, dalle radure assolate e dagli scintillanti ruscelli increspati dal vento. La ascoltavo in macchina mentre andavo al lavoro, un'ora di autostrada. La mia redditizia, ingrata professione mi lasciava con un senso di svuotamento, come se avessi trascorso la giornata addormentato o morto, ma durante il tragitto di andata e ritorno mettevo il CD dei Clinch Mountain Boys a tutto volume e mentre la loro energia sfrenata, propulsiva mi invadeva, ululavo a più non posso, impassibile davanti alle stonature, seguendo Ralph Stanley che cantava Bright Morning Star, Little Birdie, Black Mountain Rag. E mi nasceva dentro un senso di gioia come se un altro me stesso, pieno di vitalità ardente e appassionata, fosse sul punto di risvegliarsi.

Poco dopo il nostro arrivo un furgone entrò nel giardino. Dentro c'era il maiale da arrostire. Come scherzo agli sposi, gli amici avevano fatto in modo che l'animale fosse consegnato vivo invece che morto. Due di loro aiutarono il macellaio a tirarlo fuori, gli legarono una corda intorno alla testa recalcitrante, gli occhi iniettati di sangue, il didietro che schizzava merda, e lo trascinarono fino a Rick. Uno dei due gli diede un coltello lucente.

«Che roba è?».

Rick guardò l'animale che si divincolava convulsamente tra le corde.

Era comparsa Faye con una gonna jeans e gli stivali da cowboy rossi. Fumando una sigaretta rimase a guardare con una specie di interesse neutro ma attento.

«Devi fare gli onori di casa, bello», disse uno dei motociclisti, «spetta allo sposo».

Si levarono delle sonore risate, una voce gridò: «E dai, tagliagliela 'sta maledetta gola».

«La taglio a te, quella gola maledetta», borbottò Rick. Entrò in casa e ci fu una breve pausa d'imbarazzo. Tornò con un fucile da caccia. Faye si girò.

«Ehi, non puoi fare così, deve morire dissanguato, no?», disse un ospite guardando il macellaio che con una scrollata di spalle si disinteressava della cosa.

Senza badare a nessuno, Rick caricò il fucile e sparò dritto alla testa del maiale, schizzando sé e alcuni altri ospiti di sangue e cervella. Tra i motociclisti la cosa provocò qualche bella sghignazzata e anche Rick si lasciò sfuggire un sorriso. «Vado a prendere il verricello», disse. Sollevarono il maiale - con un apparato di corde, attrezzi e carrucole di legno dall'aria arcaica - e lo appesero a un albero per le zampe posteriori. Il macellaio aprì il ventre della bestia con un coltello, rovesciando le interiora in un secchio, poi infilarono l'animale nello spiedo e lo sistemarono su un fusto di latta tagliato a metà e trasformato in barbecue. I musicisti, che durante questa scena si erano fermati, ripresero a suonare, tre voci acute che deflagrarono intonando: «Ti mancheròòòòò?», seguite da un unico cupo brontolio del baritono barbuto: «Mancherò quando me ne andròòòòò...».

Rick venne da noi con una bottiglia di brandy di sidro che disse di aver fatto lui stesso con le mele del vecchio orto in fondo alla proprietà, piantate da suo nonno ai tempi del proibizionismo. Insistette perché ne prendessimo un sorso dalla bottiglia - era puro fuoco liquido -, poi se ne andò vacillante e trascinò Faye a ballare sulla pista di lastre di pietra.

Fu in quel momento, mentre lo guardavo saltellare intorno alla sposa con una mano sul fianco e l'altra che brandiva in aria la bottiglia - Faye fissava il polveroso fianco verde smeraldo del monte Donell dall'altra parte della valle - che colsi per la prima volta nell'espressione della donna, sotto la più palese fredda severità, un'ombra di tristezza.

Stetti via per quasi tutto l'anno successivo e a parte qualche incontro fugace non li vidi fino all'autunno, alla festa di un vicino. Arshin e Leanne, i padroni di casa, erano dei terapeuti buddisti, parte del locale "centro alternativo" per la cura delle anime: Leanne aveva la testa rasata come un monaco tibetano; Arshin, magro e scuro, una collana di grani che gli tintinnavano eternamente tra le dita. I loro amici erano in gran parte agopuntori o praticanti di Qi Gong. Rick e Faye stavano in un angolo a bere birra, in compagnia di un uomo alto con un giubbotto di pelle consumato e un paio di scarponi da lavoro infangati. I tre sembravano fuori posto tra quei fantasmi scalzi che sorseggiavano tè. Andai a salutarli. Rick mi presentò Schuyler, l'altro uomo, che definì un suo «grande amico». Sulla nuca di quel tizio notai una fila di numeri tatuati, come un numero di serie. Schuyler annuì, poi tornò in fretta a eclissarsi in quello che sembrava un piacevolissimo sogno a occhi aperti. Soltanto allo scopo di fare conversazione, chiesi a Rick se quell'autunno pensava di vendere ancora legna da ardere.

«Forse».

«Vorrei comprarne tre metri steri».

«Okay».

Non sembrava affatto interessato a chiacchierare. Me ne andai chiedendomi se lo avevo offeso tirando in ballo il lavoro durante un'occasione mondana. Schuyler e Faye lasciarono la festa, ma Rick rimase e continuò a bere. A un certo punto cominciò a chiedere alle donne se volevano ballare, anche se la serata era di tutt'altro genere. Una o due risposero di sì soltanto per assecondarlo.

La notte dopo, alle due del mattino, Rick si mise a sparare col fucile. La stessa cosa accadde per parecchie notti di seguito. Chiamai per sapere cosa stava succedendo. Rick rispose al telefono dicendo: «Pronto, qui è il bordello e clinica per aborti di Vanderbeck Hollow», poi riagganciò. Pochi giorni dopo tornai a casa dalla stazione e trovai una catasta di ciocchi scaricata sul prato. Era vero che gli avevo chiesto la legna, ma nella normalità avremmo discusso sul prezzo e dell'ora della consegna prima che la portasse, e mi avrebbe aiutato ad accatastarla. Quella sera lo chiamai. Senza scusarsi mi disse che voleva centoventi dollari.

«È parecchio di più di quello che chiedi di solito».

«Il prezzo è questo».

Accatastai la legna. Non sembravano tre metri steri e glielo dissi il giorno dopo, quando gli portai l'assegno. Rick era fuori a parlare con Faye, accanto al forno a legna che aveva costruito in giardino. Mentre mi rivolgevo a lui quasi non mi guardò.

«Erano tre metri steri precisi», fu tutto quello che disse prendendo l'assegno. «Li ho misurati».

Fu soltanto qualche giorno dopo, mentre parlavo con Arshin, quando lo vidi fuori sulla veranda a far tintinnare la collana di grani, che cominciai a capire il comportamento di Rick. E solo da poco, dopo aver parlato con suo cugino, impiegato all'ufficio postale, ho cominciato a mettere insieme la sequenza di avvenimenti del mese successivo.

Schuyler, con loro alla festa di Arshin, non era affatto un amico di Rick, e tanto meno un «grande amico», ma una vecchia conoscenza di Faye. Allora ignoravano tutti la vera natura del loro rapporto; quel che si sapeva era che Schuyler si era presentato a casa di Rick appena uscito di prigione, dove aveva trascorso diciotto mesi per aver venduto metanfetamine. Il giorno dopo la festa, Faye era scappata via con lui lasciando a casa i quattro bambini. Era stata via cinque notti, le notti in cui Rick aveva sparato col fucile. Era tornata; loro due avevano litigato e si erano riconciliati; poi lei era andata via di nuovo. L'episodio si era ripetuto una terza volta, dopo di che Rick le aveva intimato di non mettere più piede in casa. Poteva prendersi i bambini o lasciarli, ma doveva andarsene. A quel punto Faye aveva dato in escandescenze e aveva lanciato piatti e mobili contro il muro, finché uno dei bambini più grandi aveva chiamato la polizia. Prima che arrivassero, Rick aveva messo la sicura al fucile e lo aveva portato via da casa. «Così i poliziotti avrebbero visto che in casa non c'erano armi da fuoco», mi disse il cugino. Quando si erano presentati alla porta, Faye aveva ormai sbollito la rabbia. Con molta calma aveva raccontato loro che Rick aveva minacciato di uccidere lei e i bambini e poi di uccidersi. La polizia, obbligata a prendere sul serio minacce del genere, aveva portato Rick al reparto psichiatrico dell'ospedale di Andersonville perché vi trascorresse una settimana di trattamento sanitario obbligatorio. Quando era uscito, Faye aveva ottenuto un'ingiunzione del giudice in base alla quale Rick non poteva avvicinarsi alla casa a meno di un chilometro.

I pochi giorni seguenti erano rimasti un mistero, offuscati da versioni contraddittorie e da lacune nei racconti. Quel che si sapeva per certo era che Rick li aveva passati a casa di una parente, una donna di nome Esther, che lui chiamava la sua «seconda madre», visto che la prima era scomparsa quand'era bambino. Era sconvolto, beveva molto ma cercava anche un lavoro, deciso a mantenere la famiglia anche se non gli era permesso vederla. Il sabato dopo la festa del Ringraziamento aveva accettato un lavoro per un architetto paesaggista che era stato assunto per curare la sistemazione delle piante in una proprietà giù in paese. La prima volta che sentimmo dell'incidente fu quando Arshin chiamò per chiedere se era vero che Rick fosse rimasto ucciso il giorno prima, impiccato a un albero. Un'ora dopo aveva telefonato di nuovo per confermare la notizia. Un grosso ramo, ancorato al suolo perché cadesse in una determinata direzione, era stato investito da una raffica di vento e spinto nella direzione sbagliata, facendo tendere la corda intorno al collo e al petto di Rick che era morto asfissiato. Era sospeso a venti metri e i vigili del fuoco non erano riusciti ad arrivarci con i loro mezzi. Erano stati costretti a rimediare un'autoscala. Un appaltatore del luogo ne portò una e lo tirarono giù. Il corpo ormai era blu. L'elicottero del servizio di emergenza, che stava arrivando da Albany, fu rimandato indietro.

Il funerale avvenne in paese, al Pinewood Memorial Home. Quando arrivammo la cappella era già piena: giovani, vecchi, giacche e cravatte, tute da lavoro, giubbotti da motociclista, tutti in preda a un vivo dolore. Firmammo il registro ed entrammo. Intorno i bisbigli s'alzavano e s'abbassavano, forti, agitati, la rabbia scorreva lucente insieme alle lacrime. Si stava già diffondendo e concretizzando una nuvola di versioni diverse sugli ultimi giorni di Rick, di dettagli scambiati e raccolti, di varianti controverse. I due figli maggiori sedevano nel primo banco a un lato della cappella, l'aria spaventata come la prima volta che li avevamo visti, mentre al tramonto risalivano da soli il pendio di Vanderbeck Hollow. All'altro lato c'erano i parenti di Rick; il padre sedeva rigido, le mani sulle ginocchia, la schiena larga immobile.

Faye entrò da una stanza laterale con le due bambine e scivolò accanto ai due figli più grandi, un breve sguardo lanciato oltre la spalla ai presenti, il viso affranto, benché fosse difficile dire se si trattasse di dolore, senso di colpa o terrore. Sembrava una figura solitaria, scollata dal resto anche seduta in mezzo ai suoi figli.

Venne il prete e ci disse di alzarci. Lesse dalla Bibbia il passo sulla valle delle ombre della morte, dove camminare senza temere il male. Cantammo un inno e alcuni andarono a parlare. Raccontarono episodi della scuola superiore; storie di pesca, la volta in cui Rick fu cacciato dal suo giardino da un orso... Si alzò in piedi una donna alta coi capelli argentati. Appena cominciò a parlare, mi resi conto che era Esther, la «seconda madre» di Rick. Disse che pochi giorni prima della sua morte, quando Rick stava da lei, avevano fatto una lunga chiacchierata.

«A ripensarci», continuò, «e stento a crederlo, capisco di dover considerare quella chiacchierata il modo in cui Rick ha espresso i suoi ultimi desideri».

Con lo sguardo fermo sulla cappella affollata, ci comunicò che lui aveva detto di amare ancora Faye. «Sperava ancora, sono state le sue parole, di avere da lei un altro figlio, un maschio».

Si fermò un momento, poi concluse: «Perciò, Faye, ti rendo omaggio in quanto sua vedova e ti voglio bene».

A quelle parole mi attraversò una sensazione inaspettata, rasserenante. Ero arrivato al funerale convinto, senza dubbio come tutti gli altri, che Rick si fosse ritrovato su quell'albero in uno stato di offuscamento mentale, se non di vera disperazione suicida, come diretta conseguenza del comportamento di Faye. Credevo ancora che fosse così, ma la richiesta implicita di Esther di avere compassione nei suoi confronti mi colse in contropiede. Nello spirito, se non in qualche particolare specifico, quel discorso era in sintonia con la mia vaga sensazione che la storia di Faye che mi era stata raccontata fosse incompleta, mancasse di qualcosa. Avevo contribuito anch'io a emettere il verdetto generale contro di lei, ma doveva essermi rimasto qualche lieve scrupolo. In ogni caso, ripensai all'espressione che avevo colto sul suo viso il giorno del matrimonio, mentre a fine estate vagava con lo sguardo sul verde della conca, e sebbene adesso non avessi idea di cosa significasse più di quanta ne avevo avuta allora, mi chiesi se forse, nella natura del tormento che stava alla base della sua condotta, non ci fosse qualcosa di più oltre a un semplice, banale egoismo e a una capacità di manipolare gli altri con cui fino a quel momento lo avevo spiegato.

La funzione terminò. Non so se di proposito o per inconscia adesione di tutti, l'uscita dalla cappella fu più solenne dell'ingresso: si formò una lenta processione che, scorrendo in fila indiana, passava davanti alla bara per poi allontanarsi. La bara era aperta e non ci si poteva sottrarre dal guardare dentro. Sul raso bianco che foderava il coperchio erano appuntate delle buste col nastrino. «Caro papà», c'era scritto in una calligrafia infantile. Salii il gradino facendomi forza per sostenere l'incontro. Eccolo lì, gli occhi chiusi, la barba appena spuntata, le guance e le labbra truccate senza andare troppo per il sottile, le mani di gesso congiunte a tenere una penna di tacchino. Avevo lo sguardo fisso, cercavo di riconoscere in quell'assemblaggio la persona che mi aveva abitato accanto negli ultimi sette anni. Per un attimo mi sembrò di poter cogliere una traccia del vecchio sorriso malizioso che gli spuntava anche nei momenti di scarsa fortuna e mi parve - Dio sa perché - l'espressione di chi sa che, nonostante nella vita gli sia andato tutto storto, su un altro piano andava tutto bene.

Era novembre. Con quello che so adesso - che sappiamo tutti - torno al fantasma di quel sorriso e scopro di dovervi leggere una nota di rassegnazione oltre che di apparente compiacimento: il sottomettersi a uno stato di cose inesorabilmente fuori dalla portata dell'influenza umana, come il colpo di vento che gli aveva tolto la vita. Per la stessa ragione però torno allo sguardo sul viso di Faye durante il matrimonio e scopro, oltre alla tristezza generale, l'espressione propria di chi alla fin fine vede che nulla, neppure l'incanto del giorno in cui si sposa, è abbastanza potente da liberarla dal veleno del passato o da fare in modo che non le intossichi il futuro. Se questo rende conto della "banalità" del suo comportamento, non ne sono sicuro, visto che quella situazione in un certo senso era l'esatta quintessenza della banalità. Schuyler era il figlio della famiglia a cui Faye era stata data in affidamento, aveva quindici anni quando lei ne aveva undici. Arshin aveva saputo la storia da un conoscente che lavorava per i servizi sociali di Andersonville. Nel corso di diversi anni, in una casetta nel quartiere noto come Depot Flats, il fratello adottivo l'aveva - cosa? - "sedotta"? Si era "approfittato" di lei? L'aveva "stuprata"? Non c'è parola che sembri adatta, che giovi a qualcosa, vale a dire che possa in qualche modo rendere conto del difforme, instabile coacervo di desideri, bisogni, idiosincrasie e paure che l'esperienza sembra aver affidato a Faye: l'evidente determinazione a interporre una distanza tra lei e Schuyler, o quanto meno l'ostacolo rappresentato da un altro uomo, la sua altrettanto evidente vulnerabilità di fronte al fratello adottivo, i suoi modi freddi, lo strano potere di far comunque innamorare di sé un uomo affettuoso come Rick.

Faye rimase nella casa per tutto dicembre e gennaio, anche se la vidi a malapena. Arshin diceva che Schuyler viveva con lei, arrivava di soppiatto la sera e se ne andava la mattina presto, ma di lui non vedemmo alcuna traccia. A febbraio andammo in vacanza. Al ritorno, fuori dalla casa c'era il cartello di un'agenzia immobiliare. Faye se ne era andata all'improvviso - in Iowa, venimmo a sapere in seguito, dove aveva dei parenti - e il padre di Rick aveva deciso di vendere. Fu acquistata in fretta, da una coppia di New York che voleva una casa per i fine settimana.

Pochi giorni dopo incontrai Cora Chastine che scendeva per la strada in groppa alla sua cavalla. Ci fermammo a parlare e a un certo punto osservai che Vanderbeck Hollow, senza Rick che rombava avanti e indietro col suo pick-up, era silenziosa. Cora per un istante sembrò assente, e mi chiesi se con l'età non stesse perdendo la memoria. Poi però, con quella sua voce serena e melodiosa, mi disse: «Sai di cosa mi sono accorta l'altro giorno? Che Rick è la prima persona di cui ho visto la vita per intero, dalla nascita alla morte. Vivevo qui quando è nato, e vivo ancora qui adesso che non c'è più. Non è una cosa straordinaria?».

Per educazione annuii. La donna schioccò appena le briglie e proseguì.

Era nei miei programmi fare la solita passeggiata del tardo pomeriggio fino in cima alla strada e ritorno, ma qualcosa mi rendeva inquieto: senza dubbio un leggero senso di vergogna per non aver protestato che l'esistenza di Rick poteva ben essere considerata una cosa diversa dal puro e semplice indice della forza di sopravvivenza di quella nobile cavallerizza, e invece di voltarmi continuai per il sentiero del trasporto dei tronchi che dalla fine della strada portava ai boschi del crinale.

Erano passati anni dall'ultima volta che ero stato lì. Il sentiero era fangoso e pieno di pozzanghere per il disgelo tardivo, però il sorbo aveva i fiori - delle stelle irregolari -, e le foglie nuove degli aceri e delle querce formavano grandi cupole attraverso cui filtrava in diverse gradazioni di verde l'ultima luce del giorno. Raggiunto il crinale, seguii il sentiero che scendeva dalla parte più lontana, oltre il cancello arrugginito col cartello «TERRENO DEMANIALE», e continuava giù per il pendio disabitato che guarda a nord verso Spruce Hollow.

Gli alberi erano diversi: abeti e pini con degli arbusti a foglie scure che vi crescevano in mezzo, le fronde sostenute da rami grigi sottili, nudi, tortuosi, simili a strani calici. Mi ci volle un po' per riconoscervi l'alloro di montagna - i cervi dovevano averli spogliati nella parte inferiore dando loro quell'aspetto spettrale - e stavo cercando di ricordare cosa mi aveva detto Rick di quella pianta la volta che eravamo andati insieme nei boschi. In lontananza però una scura macchia squadrata mi catturò lo sguardo, e sbirciando nel groviglio del sottobosco capii che avevo davanti una costruzione.

Lasciato il sentiero mi avviai da quella parte e vidi che si trattava di una casetta fabbricata con tronchi d'albero, al centro di una piccola radura. Le pareti erano alte circa un metro e mezzo, i tronchi privi di corteccia, incastrati agli angoli. Il tetto era coperto di sterpi legati in fasci. All'entrata c'era una porta fatta di assi tagliate con l'accetta. La spinsi; si aprì su uno spazio in penombra che, per una rapida reazione a catena di stimolo esterno e memoria, mi resi improvvisamente conto essere il rifugio che Rick si era costruito per avere, come diceva lui, «un posto dove andare».

Gli ultimi centimetri della parete posteriore, sotto la grondaia, erano rimasti aperti permettendo una ristretta visuale su Spruce Clove. Sul pavimento di terra c'era un sedile ricavato da un ceppo di pino, con un'asse per scaffale, fissata nella parete accanto all'altezza della vita. Sopra c'era una lattina non stappata di Molson e accanto quello che sembrava un improvvisato portacenere di argilla.

Mi sedetti sul ceppo pensando che sarebbe potuto essere un buon rifugio dal mondo se anch'io avessi mai sentito il bisogno di "un posto dove andare". E allora, mentre valutavo la possibilità di usare lo scaffale come scrivania, vidi che quello che avevo creduto un portacenere non lo era affatto. Lo presi: era un pezzo di argilla seccata, cava per l'impronta di un'enorme zampa con gli artigli.

Fui scosso da un timore improvviso. Nonostante il forte impulso a girarmi e andarmene, mi fermai: non mi piace cedere alla superstizione. Anche così, mentre seduto guardavo il granito che affiorava su Spruce Clove, striato dall'oro della sera, avevo la sensazione quasi insopprimibile di essere osservato: di essere fissato con sconcertata meraviglia da una creatura selvaggia che stava sulla porta.

Cranley Meadows

«Che farò? Continuare a guardare, credo».

Lev Rosenberg, mentre parlava alla moglie, rimase curvo, l'occhio contro le lenti di un tozzo telescopio da quaranta centimetri puntato attraverso la piccola cupola dell'osservatorio.

Era una notte fredda di ottobre, luminosa. Mentre lui muoveva lentamente lo strumento nei cieli, sua moglie vedeva, nella parte traslucida dell'iride del marito, deboli cascate di luce stellare ingrandita. Dall'apertura della cupola si vedevano l'università e le terre coltivate intorno, profili familiari resi spettrali dall'intensa luce lunare. Ai piedi dell'osservatorio il gelo brillava già sulle capsule irrigidite delle asclepias.

«Non che un professore di fisica cinquantaquattrenne che non abbia apportato dei ritocchi alla teoria della relatività sia esattamente una merce rara sul mercato. Ce ne stiamo rendendo conto, mi pare».

Bryony, la moglie di Lev, non disse nulla.

«Non è vero?».

«Suppongo di sì».

L'estate precedente l'università aveva licenziato diciotto professori tra cui Lev. Soltanto due di loro avevano trovato un posto da un'altra parte. Qualcuno aveva abbandonato il campo e la maggior parte di quanti erano rimasti, poco più di una decina, avevano una casa nella zona, un mutuo da pagare, una famiglia da mantenere. L'indennità di licenziamento sarebbe finita entro pochi mesi. E poi che fare? Vendere la casa? Ritirare i figli dall'università?

Per un atto di cortesia avevano permesso a Lev di continuare a usare l'osservatorio. Veniva quasi tutte le notti; sembrava fargli bene al morale. Quella sera Saturno stava sorgendo nei Pesci a un'angolazione insolita rispetto alla Terra e Lev aveva portato Bryony per mostrarglielo.

«Non hai freddo, no?».

«Sto bene».

«Non voglio che quei tizietti si prendano un'infreddatura. Si può prendere un colpo di freddo dentro la pancia?».

«Non lo so».

«Ah... eccolo. Ecco Saturno. Vieni, vieni a dare un'occhiata...».

Lev si staccò dalle lenti e sorrise alla moglie. Gli occhi grigio giallastri lacrimavano per il freddo. Nella barba nera gli scintillavano dei fili grigi, spuntati dopo il licenziamento.

Si tirò indietro per farle spazio all'oculare.

«È uno spettacolo capace di rimettere nella giusta prospettiva i nostri piccoli problemi».

 

Lev era arrivato a Shalehaven dall'Unione Sovietica dodici anni prima. A quei tempi l'università era ricca di mezzi e ospitale verso gli esuli: allora dava prestigio accogliere un dissidente e l'ateneo, per dimostrare la propria gratitudine, aveva costruito un piccolo osservatorio secondo le indicazioni di Lev. E lì era cominciata la sua relazione con Bryony.

Allora lei era una studentessa - sedici anni in meno di lui - e alta, più alta di Lev, con una riservata compostezza che lo aveva sedotto. Durante le vacanze estive dell'ultimo anno era rimasta al campus a scrivere la tesi. Quando calava il buio sulle sere calde, se ne andava all'osservatorio ad annotare le posizioni dell'ammasso stellare che stava studiando. Lev era nell'ufficio di sotto a leggere o a scrivere. Le offriva qualcosa da bere - a quei tempi un gesto non così scandaloso - e prima di andare di sopra restavano a parlare.

Verso la fine dell'estate le loro chiacchierate avevano cominciato ad assumere un tono più personale. Lev le aveva raccontato di quando era stato arrestato per aver distribuito degli opuscoli vietati dalla censura, le aveva descritto il campo di lavoro in Siberia dove costruiva strade ferrate per la miniera di bauxite finché, a trentasette anni, era crollato per un infarto. Le aveva detto degli anni di confino a Tomsk, dov'era stato custode di un vecchio edificio commerciale. Le aveva mostrato una foto della grigia costruzione di legno con le grondaie intagliate e le aveva confidato che, come lì, non era mai stato felice da nessuna parte. «Fino a ora. Adesso però raccontami della tua vita». Bryony parlò dei propri genitori, entrambi medici nel Maine; di suo fratello, cadetto della Marina; dell'anno che tutta la famiglia aveva trascorso nella clinica di una riserva in Alaska... «In realtà non c'è molto da dire». A Lev però, nella stravaganza della sua nuova esistenza, la normalità della vita di quella giovane donna aveva fatto un grande effetto. La prima volta si erano baciati nell'osservatorio, al piano di sopra, con l'odore del legno appena messo in opera a fondersi col leggero profumo di sapone della pelle di Bryony e l'aroma dolciastro delle sigarette Tekel che fumava lui; fuori, l'aria era segnata dalle bave argentee delle capsule delle asclepias che, mature, avevano cominciato ad aprirsi. Lev non riusciva neanche allora a salire gli scalini di metallo a griglia che portavano alla cupola senza ricordare i sentimenti di tumultuosa tenerezza che gli avevano ispirato quelle serate.

Bryony guardò nell'oculare del telescopio. A galla nel nero farinoso si vedeva brillare Saturno, gli anelli che si muovevano verso la Terra come la falda di un cappello vista dall'altezza degli occhi.

«Sbalorditivo, non ti pare?».

«Sì».

«Mmh».

Lev sospirò.

«È sbalorditivo, Lev».

Ci fu silenzio. Riuscivano a sentire il leggero ronzio del motorino di rotazione mentre il telescopio monitorava il cielo.

«Dieter stramaledetto», borbottò Lev.

«Andrà tutto a posto, verrà fuori qualcos'altro».

Due mesi prima un suo vecchio amico, Dieter Kaufmann, gli aveva telefonato per dirgli che nel suo dipartimento in Texas si era aperto un posto. Lev aveva presentato la domanda ed era arrivato nella rosa dei tre finalisti. Una settimana prima era andato in Texas per il colloquio: oggi Dieter gli aveva comunicato telefonicamente che non aveva ottenuto l'incarico.

«Dieter cerca di consolarmi dicendomi che quel posto non è di livello adatto a una persona del mio prestigio. Secondo te che significa?».

«Che vogliono uno più giovane, a mio parere».

«Esatto. Ah, almeno posso contare su chi non usa mezzi termini!».

«Forse, Lev, è anche probabile che vogliano una donna. Sai come stanno le cose. O magari qualcuno che appartiene a una minoranza. O tutt'e due le cose insieme».

«Sì, sì. Be', a questo io sono sempre stato favorevole».

Bryony si raddrizzò.

«Lev, guarda tu, sta già uscendo dalla visuale».

Mentre si scambiava di posto con la moglie, lui colse il suo sguardo.

«Che c'è?».

«Niente».

La fissò un momento. Alla luce della luna la pelle elastica che ricopriva le fattezze della donna sembrava quasi liquida, come acqua cristallina su dei massi levigati. Provava ancora un attaccamento quasi doloroso per lei.

«Sei preoccupata per me?».

«Be'...».

«Non esserlo. Sono sopravvissuto a cose ben peggiori».

«Sì».

Le sfiorò le labbra con un bacio, poi riportò l'occhio alle lenti.

«Comunque a Dieter la notizia l'ho data».

«Quale notizia, Lev?».

«Di quei tizietti. Che altro?».

«Pensavo che non lo avremmo detto ancora a nessuno».

«Be'... Volevo parlare di un argomento un po' più umano, altrimenti la conversazione diventava così formale...».

Qualche anno prima Lev e Bryony avevano cercato di avere un figlio, ma senza riuscirvi. Una breve sortita nel campo delle terapie riproduttive - Clomid, Pergonal, inseminazione intrauterina - li aveva lasciati scossi e disgustati e avevano rinunciato. Dopo il licenziamento però Lev aveva improvvisamente deciso di voler ritentare.

«Ho cinquantaquattro anni», aveva detto, «presto sarò vecchio. Tu te ne andrai con un altro, ma almeno avremo un figlio nostro, ti farai sentire».

«Io non vado con nessun altro», gli aveva risposto lei a voce bassa.

C'era però anche una considerazione di ordine pratico: l'assicurazione medica dell'università copriva una parte delle spese e loro ne avrebbero goduto ancora per un periodo di tempo limitato.

Quella volta perciò erano andati fino in fondo. Bryony aveva ricominciato a prendere le medicine che le avevano procurato delle ovulazioni prodigiose e il chirurgo era riuscito a estrarre dieci ovuli. Lei si era prestata al trattamento in uno stato di sognante, semiestatica passività. Il chirurgo aveva combinato gli ovuli con lo sperma di Lev e ne aveva innestato tre nella donna. Due erano stati fertilizzati. Era a questi che Lev si riferiva chiamandoli «quei tizietti».

 

«Forse dovremmo tornare dentro», disse Lev mentre ancora guardava attraverso le lenti. «Non ha senso rischiare».

«No... rimaniamo qui. Io voglio rimanere».

«Va bene. Vediamo cosa riesco a trovarti. Non so più quanto ti interessi ancora...».

«Mi interessa, Lev».

Era vero, però; il suo delicato, quasi schivo interesse per l'astronomia era diventato, alla luce abbagliante della passione di Lev, quasi invisibile perfino a lei stessa. Nonostante le sollecitazioni del marito, Bryony aveva da tempo abbandonato l'idea di esercitare la professione. Nel suo modo svagato era arrivata a pensare che Lev avesse abbastanza passione per entrambi.

Dall'apertura della cupola guardò il panorama monocromo, la guglia bianca intagliata della chiesa unitariana di Shalehaven. Nella casa vicina era accesa una luce. Era Paula Kitson, anche lei aveva perso il lavoro in quel giro di licenziamenti. L'ultima volta che Bryony l'aveva incontrata, Paula le aveva raccontato una storia strana, sconclusionata. Era andata in paese a fare la spesa e quando era tornata a casa sul tavolo della cucina aveva visto un sacchetto, uguale identico a quello che aveva in mano, con dentro gli stessi acquisti. «Ma ti pare?», aveva detto mettendosi a ridere. «Dovevo già essere stata al supermercato e poi averlo completamente rimosso».

Più lontano, oltre il pallido riverbero del fiume Sawkill, Bryony riuscì a distinguere, nei contorni, la cupola a bulbo della Hurley Mansion Carriage House, la vecchia rimessa delle carrozze. Ci viveva Sterling McCullough.

«Ieri ho visto Sterling», disse lei. «A Cranley Meadows».

«Ah. Come stava?».

«Aveva una brutta cera».

«Poveretto».

Sterling aveva insegnato scienze politiche per quasi vent'anni. In quel periodo non aveva pubblicato molto, ma coi suoi eleganti capelli bianchi, gli accesi occhi azzurri e il dono dell'invettiva era stato d'ispirazione per un devoto seguito di studenti di diverse generazioni. Appena apparvero all'orizzonte le difficoltà finanziarie e furono indicate le misure per tagliare i costi, era stato lui a dare il tono di feroce indignazione alle proteste con cui avevano reagito i professori più combattivi, Lev compreso. E in seguito, quando l'amministrazione aveva tirato fuori gli artigli e assestato la zampata, abolendo incarichi e licenziando un quarto del corpo docente, era stato lui a organizzare i professori licenziati in un comitato d'azione, i Diciotto di Shalehaven. Ma era stato sempre lui quello che - dopo un'estate euforica di proteste e campagne stampa che si erano risolte in un nulla di fatto - a soffrire più profondamente per il colpo infetto alla sua carriera.

Era come se all'improvviso avesse capito che insieme al lavoro gli era stata tolta l'armatura della sua personalità. In una sorta di crollo ritardato, come quello di un edificio che, le travi ormai marce, rimanga in piedi per pura abitudine alla stazione verticale, d'un tratto aveva cominciato a sgretolarsi su se stesso. Sembrava diventato vecchio: gli occhi spenti, la voce impastata, la sua presenza era diventata grigia e indefinita.

 

«Sembra che tu mi voglia dire qualcosa. Ho ragione?».

«No... niente di particolare».

Bryony lo guardò: l'ampia corporatura incurvata emanava un senso di calore umano. Avvertì l'impulso di toccarlo, o piuttosto di essere tra le sue braccia.

«Cranley Meadows», disse Lev. «Che ci faceva Sterling da quelle parti?».

«Non lo so. Era seduto su una panchina del centro commerciale. Non sembrava avere voglia di parlare. Non sono neanche sicura che quando l'ho salutato mi abbia riconosciuta».

Bryony aspettò che fosse Lev a farle altre domande.

«Ecco Hamal», fu tutto quello che disse lui. «E Mirach, Alamach... Schedir e Cassiopea. La supernova di Tycho Brahe. Sai che si fece fare un naso d'oro dopo aver perso il suo con un colpo di spada?».

«Sì, mi ricordo».

«Scusami, parlo da professore. Un'abitudine difficile da eliminare... Dai, vuoi guardare la Luna? Stanotte è luminosa».

«Non importa, Lev, guarda tu».

«A sentirti sembra che non ci sia abbastanza Luna».

«Non è quello che intendevo».

Una macchia di betulle bianche, scintillanti nel bosco scuro come fili scamiciati, catturarono l'attenzione della donna.

«Ti ricordi la famosa domanda di Leibniz?», chiese Lev.

«Rinfrescami la memoria».

«Perché dovrebbero esistere essere e sostanza? Perché non dovrebbe esistere il nulla?».

«Ah sì».

«Per me questa è ancora la domanda risolutiva. Me la faccio ogni volta che guardo attraverso uno di questi aggeggi e vedo tutta la massa di ceneri e gas inabitabili. Perché l'universo dovrebbe darsi tanta pena di esistere? A Leningrado...».

Le betulle scintillavano così intensamente da poter distinguere le piccole scalfitture nere dei tronchi. Bryony pensò a quanto Lev amasse quegli alberi: gli ricordavano i suoi giorni felici a Tomsk. Con un sospiro passava le mani sulla corteccia liscia, pallida dei tronchi tondi. Durante una passeggiata, poche settimane prima, ne aveva toccato uno e aveva fatto un salto indietro fingendo di aver sentito, sotto la corteccia liscia, il calcio di un bambino. Era stato in mattinata che Bryony e Lev, nello studio del dottore, avevano sentito per la prima volta il leggero, rapido battito cardiaco dei gemelli che correvano loro incontro dal futuro.

«...L'esistenza di tutta questa materia inerte è forse in qualche modo necessaria a far sviluppare un unico pianeta? Ti sto annoiando?».

«No, va' avanti».

«Prima dicevi che ti piaceva ascoltarmi riflettere per libere associazioni sull'universo».

«Era vero, Lev, e lo è ancora».

«Mmh».

Per un momento Lev tacque.

«E tu, Bryony?», le chiese. «Che ci facevi a Cranley Meadows?».

Ecco.

«Be'...», gli rispose.

Ora però che le aveva fatto la domanda, sembrava paralizzata da una cappa di terrore.

Nella cameretta con gli scuri abbassati, e il Demerol che battito dopo battito le fluiva nel sangue, le era parso che tutto possedesse una chiara finalità. L'immagine del viso emaciato di Sterling McCullough, lo sguardo velato, incapace di riconoscerla, aveva aggiunto alla sua decisione uno strato, un qualcosa che somigliava alla violenza. Ripensando a lui, a tutti loro, i Diciotto di Shalehaven, Bryony aveva sentito una curiosa sensazione di distacco. Le pareva che il loro dramma non avesse niente a che fare con lei., Erano amici di Lev e dunque suoi, ma fondamentalmente non si era mai sentita parte del loro mondo. Mentre erano ancora in cattedra, non era riuscita a scrollarsi di dosso la naturale timidezza dello studente in mezzo ai professori. Ma ora, nella sconfitta, quelle figure cineree le mulinavano in testa come fantasmi: sfiniti e vagamente disgustosi.

Quando era entrato il dottore, e le aveva infilato i piedi nelle staffe posizionando poi il grosso apparato aspiratore, si era sentita come se le risucchiassero via una materia fredda, grigia, simile alla lava, che l'aveva quasi completamente fagocitata. Sembrava che dal suo corpo prono stesse per prendere il volo una nuova creatura luminosa.

 

«Non è là che l'anno scorso hanno tirato una bomba incendiaria, nella clinica per le donne?».

Bryony annuì.

Lev la guardò con tenerezza.

«Ha riaperto, però, mi pare?».

«Sì».

Aveva parlato o soltanto mosso le labbra?

«Sì», ripeté lei più forte.

Lev, dopo una pausa, parlò con calma. «Be', te l'ho sempre detto, lo sai, qualsiasi cosa tu faccia a me sta bene».

«Lo so, Lev».

Un'altra volta l'impulso di essere tra le sue braccia. Lo combatté. Ora fu più difficile, l'impulso portava con sé le tracce di una vecchia dolcezza, di sentimenti carichi di sottintesi, così per qualche istante le fu necessario stare immobile e interrompere volontariamente la corrente della memoria: le prime sere trascorse lassù col loro delicato carico di tensioni e slanci, Lev che le incombeva sul cuore come il lembo di un'ombra ricca di fermenti, le capsule delle asclepias, morbide come camoscio, che stavano per maturare, che si aprivano a lanciare i semi abbandonando alla deriva i filamenti baluginanti...

Lo guardò muovere il telescopio per riuscire a vedere la Luna. La parte bianca dell'occhio gli s'inondò di una luce intensa, nivea. Lentamente, mentre Bryony la osservava guizzare su quella specie di pellicola in fondo all'iride, si sentì ritornare padrona di sé. Aveva l'impressione di veder sfolgorare, dentro il bulbo oculare del marito, gli argentei contorni dei crateri e dei monti lunari. Le venne in mente che, una volta, conosceva i nomi di ognuno. Ormai li aveva dimenticati tutti.

Bocconcino

Dopo il divorzio June accettò di lasciare ad Alan l'appartamento di Londra e trasferirsi nella casetta che avevano nel Sussex. Era un posto solitario, un vecchio cottage di campagna ai limiti del pascolo demaniale, a quasi due chilometri dal paese di Three Bells Green. Un secolo prima i paesani vi raccoglievano legna da ardere e vi allevavano gli animali, ma a quel punto ci andavano in ben pochi e i pascoli erano ritornati rovi, al centro un bosco folto, pieno di fagiani semidomestici scappati dai pollai.

Anche la casa aveva un piccolo giardino trascurato coi meli e i cespugli di rose dappertutto, e una delle cose che June pregustava nel trasferirsi era l'idea di riportare un po' d'ordine in quella giungla. Aveva anche pensato di riprendere a suonare il piano e di leggere tutti i libri che aveva comprato durante gli anni di matrimonio ma che non aveva mai trovato il tempo di aprire.

Era cresciuta in una famiglia colta dove si apprezzavano la poesia e la musica e le riunioni tra amici erano un'occasione di conversazione elevata. Nella vita adulta, però, le cose avevano preso una piega diversa. June da giovane era stata una bella donna: figura piena, capelli neri e occhi allungati da cui irradiava un'intensa luce azzurra. Ventiduenne, aveva avuto una figlia da un maestro di tennis che dopo pochi anni se ne era andato a vivere in Australia. La figlia si era poi riunita al padre a tredici anni, appena le avevano dato la possibilità di scegliere. Allora June era già sposata con Alan, dirigente di una società per le esplorazioni petrolifere.

A ripensarci a posteriori, il matrimonio era stato un susseguirsi di stizzose distrazioni. A farsi l'amante aveva cominciato prima suo marito, poi lei. Quasi tutti i loro amici avevano amanti. E li avevano i politici, e la famiglia reale. Da un momento all'altro la parola "bocconcino" aveva cominciato a essere sulla bocca di tutti ed era come se quel modo di dire, che sembrava associare la camera da letto alla cucina, avesse il potere magico di affrancare tutta Londra dalle proprie inibizioni e la città intera si fosse imbarcata in una selvaggia, allegra scappatella. Per un po' era stato davvero divertente: era bello essere ammirata e corteggiata in segreto; avere un appuntamento clandestino all'hotel Knightsbridge o in un bed and breakfast in campagna; incontrare un dottorando a una festa quando Alan era all'estero e passare quattro giorni con lui in uno squallido monolocale; poi cambiare amante con uno che insisteva nel mandarle gioielli costosi da intercettare prontamente con la posta del mattino e da nascondere con molta attenzione a suo marito, uomo estremamente geloso anche se, nel frattempo, infedele a sua volta.

Essendo la più avvenente tra i due, June era più brava in fatto di tradimenti. Per cercare di tenersi al passo, Alan era diventato incauto e acritico, e correva dietro a quasi tutte le donne che incontrava, esponendosi perciò a una percentuale di rifiuti più alta rispetto ai successi, con l'umiliazione aggiuntiva di dover far ricorso a quantità crescenti di alcol per stordirsi, cosa che lo rendeva ancora più maldestro e grossolano. Una notte era tornato a casa barcollante, col vestito tutto imbrattato di pittura rossa. Il giorno dopo una delle amiche più care di June, una pittrice, le aveva telefonato per dirle che era stata lei a gettargliela addosso, perché Alan era entrato come una furia nel suo studio e non voleva andarsene. «L'ho fatto, cara, per essere sicura che appena ti avessi raccontato cosa era successo mi avresti creduto», aveva detto. «Sai come possono essere strambe le donne quando si tratta di difendere l'onore dei loro maschi. ..». Ormai tutta quella manfrina della vita londinese aveva cominciato a logorarla. Al ricordo della casa tranquilla della sua infanzia aveva provato disgusto, soprattutto verso se stessa. L'ultimo atto nei confronti di suo marito - una relazione col fratello maggiore - era stato di una crudeltà deliberata e vendicatrice che l'aveva lasciata piena di rimorsi.

Dunque eccola qui: una donna di quarantadue anni, un po' appesantita, ancora capace di catturare l'attenzione degli uomini elargendo con accortezza la luce azzurra che le si riversava dagli occhi - anche se sempre più spesso sceglieva di non farlo -, e che nel frattempo viveva da sola nelle ondulate campagne del Sussex, nel Weald. L'assegno di liquidazione avuto col divorzio le sarebbe bastato per un paio di anni, dopo di che avrebbe dovuto trovarsi un lavoro.

Non faceva fatica a tenersi occupata. Si era iscritta come volontaria alla Meals on Wheels, la distribuzione di pasti caldi a domicilio per i malati e gli anziani, e aiutava a organizzare la festa del paese. Leggeva, faceva lunghe passeggiate e sedeva davanti al pianoforte della sua infanzia, talvolta intraprendeva esitante qualche esercizio mezzo dimenticato, altre volte osservava soltanto il vecchio strumento malconcio, respirandone l'odore di polvere e legno e vernice che era il profumo stesso dell'infanzia. Dopo meno di un anno pensava già a quella come alla sua "nuova vita" e ne era contenta, più o meno.

Oltre la strada che fiancheggiava il lato più lontano del pascolo demaniale, alla fine di un lungo viale d'accesso, c'era una villa rinascimentale venduta di recente. A marzo erano comparsi i nuovi proprietari: un chirurgo, di quelli con un importante studio privato, e la sua famiglia.

June incontrò prima la moglie, una donna magra, tesa e pallida, che una domenica mattina comparve con due bassotti che le trotterellavano dietro in quel terreno che un tempo era stato pascolo. Dopo aver stabilito che anche June era stata fino a poco tempo prima una frequentatrice domenicale della zona come lei, la donna toccò l'argomento che più preoccupava i nuovi arrivati, vale a dire trovare una donna delle pulizie affidabile. June le scrisse il numero della propria, la signora Dolfuss, che lavorava per un compenso orario eccezionalmente basso, si metteva in sella alla bicicletta con qualsiasi tempo e la cui unica seccante mania era quella di lasciare ogni tanto un opuscolo religioso sul tavolo della cucina. Entusiasta, la signora Crawford la salutò con le parole: «Dobbiamo averla a cena da noi uno di questi fine settimana». L'invito puntualmente arrivò per un sabato di aprile.

Era una serata fresca, nell'aria un odore di terra umida. June attraversò il terreno demaniale con la mente gradevolmente sgombra. Le piaceva incontrare gente nuova, ma sarebbe stata felice anche di rimanere a casa da sola, e questa consapevolezza le procurava una tranquilla fiducia in se stessa.

A guardia della ghiaia appena gettata sul viale c'era un nuovo cancello elettrico. Coi precedenti proprietari la tenuta era andata quasi in rovina, ma i Crawford sembravano averla risistemata a dovere. Erano stati rivestiti i tetti delle dépendance, riparato il muro del giardino, l'essiccatoio per il luppolo attiguo al corpo principale della villa convertito in garage e sullo spiazzo scintillavano imperiose una Range Rover e una compatta auto sportiva.

La Crawford-Hazel, di nome - aprì la porta coi due cani che, accanto a lei, zampettavano sul parquet. Dimenando la coda saltarono incontro a June e cominciarono a leccarla.

«S'accomodi. Non faccia caso ai cani, hanno appena preso il vermifugo e sono in cerca del sale sulle mani. Non è schizzinosa, vero?».

June sorrise. «No, affatto».

All'interno, la villa, dal suo stato di abbandono, era stata trasformata in una comoda casa borghese coi divani e le poltrone di chintz e le tende di cotone rasato rosa.

Un uomo di circa cinquant'anni, alto, molto ben vestito e di una bellezza elegante, appena June entrò in soggiorno, si alzò.

«Paul Crawford, piacere. Le siamo immensamente debitori per la vostra signora Dolfuss. È quel che credo si dica un tesoro e ha un'incantevole rigidità di vedute».

«Avevo avvertito sua moglie...».

«No, per noi è un immenso piacere. A proposito, sono curioso di conoscere le suevedute, non sulla religione, ma piuttosto sugli sport venatori».

«Mh?».

«Glielo chiedo poiché mia moglie mi ha appena comunicato di non essersene accertata, nonostante abbia in programma a breve una cena a base di colombacci che mio figlio e io abbiamo cacciato. Le posso offrire qualcosa da bere?».

Dallo scintillio negli occhi grigi June comprese che l'uomo pensava di essere interessante e di spirito. Gli sorrise arrendevole.

«Prendo un whisky, grazie. E gusterò con piacere i colombacci che lei e suo figlio avete cacciato. A suo tempo anch'io ne ho preso qualcuno».

Paul si fece una sonora risata e le versò uno scotch porgendoglielo con una risoluta occhiata d'apprezzamento, uno sguardo a lei familiare dalle centinaia di serate tra amici: in passato di rado aveva mancato di innescare in lei una reazione, anche se l'uomo che lo scoccava non la attraeva particolarmente. Per combinazione quello che aveva davanti apparteneva a un genere per cui lei effettivamente aveva un certo debole: sicuro di sé, bei lineamenti e un interesse per le donne basato, a quanto sapeva per esperienza, su un disprezzo indiscriminato in cui si celava, come un pugnale, una sorta di desiderio umiliato, violento. Pur rendendosi conto di quel fascino, mentre prendeva il bicchiere riuscì ad assicurarsi di non aver alcuna intenzione di perseguirne le implicazioni. Distolse lo sguardo.

A cena furono raggiunti anche dai figli - che in effetti erano due, sebbene uno soltanto sembrasse concentrare l'interesse del padre. Si trattava del maggiore, Rob, con la sua fidanzata. Frequentava il secondo anno a Oxford, bello come il genitore, con lo stesso sguardo negli occhi grigi. I due, padre e figlio, conducevano un gioco delle parti in cui il figlio scandalizzava il genitore con gli strali delle sue idee politiche di scioccante fanatismo, che parevano concepite di proposito, e il padre, a ognuna di queste uscite, uggiolava di sdegno gioioso esponendo per filo e per segno le sue concezioni più illuminate per poi passare a provocare un altro strale dal ragazzo.

Il figlio minore, Martin, aveva diciassette anni: era un ragazzo timido, molto alto, coi capelli rossi e le ciglia rosso pallido che si spalancavano su dei grandi occhi da bambino. Sebbene parlasse poco, e balbettando, il suo viso esangue registrava ogni variazione d'atmosfera. Il padre lo ignorava liquidando i suoi pochi contributi alla conversazione con un'espressione impaziente. Non riusciva neppure ad accettare che il ragazzo concordasse con lui contro Rob e in un'occasione gli disse: «Taci pure, Martin. In te si sta sviluppando un'infelice combinazione di ampollosità e petulanza». Girandosi verso June aggiunse con un sorriso: «Mi piace scherzare dicendo che il nostro ultimogenito corre il grave pericolo di diventare non un Martin ma un martinet2». June diede un'occhiata al ragazzo: aveva il viso in fiamme ma non disse niente, e a lei non venne in mente nulla da aggiungere anche se avrebbe tanto voluto.

Intanto, in presenza del marito, la moglie pareva completamente eclissata. Lui la trattava con distaccata sollecitudine, considerandola, a quando pareva, un'invalida; non le versava più di mezzo bicchiere di vino e la rimproverava quando usciva dalla cucina con un vassoio di pesanti scodelle: «Hazel, ti ho detto di non continuare a comportarti come un sollevatore di pesi bulgaro, tra cinque anni sarai sciancata».

Paul si rivolse a June: «Mia moglie soffre di artrite alla colonna vertebrale. Martin, prendi il vassoio a tua madre. Avanti! Non avrai mica paura di romperti i polsi?».

Rob e la fidanzata, dopo cena, uscirono per andare a una festa e June si congedò di lì a poco. Paul l'accompagnò alla porta.

«Spero che questa cenetta in famiglia non l'abbia annoiata», le disse guardandola da vicino.

«Ma no, è stato un piacere».

«La prossima volta le scoverò un uomo disponibile. Si divertirà di più, suppongo».

June sorrise appena e ripeté che era stata una serata piacevole.

«Dov'è la sua macchina?», disse l'uomo guardando nello spiazzo.

«Sono venuta a piedi. Lo faccio sempre quando posso».

Lui si girò verso l'interno della casa: «Martin!», gridò. «Vieni, accompagna la nostra ospite a casa».

«Per favore lo lasci stare», disse June, «non c'è alcun problema. Ho una torcia e c'è perfino la luna...».

«Martin!», chiamò di nuovo Paul senza prenderla in considerazione.

Comparve Martin con un paio di scarpe da ginnastica e le stringhe slacciate, disordinate. Il padre diede loro un'occhiata: «Sant'Iddio, non c'è mai una moda troppo volgare per te?».

Il ragazzo si chinò ad allacciarsi le scarpe.

Fuori era freddo. Sulla ghiaia del viale brillava la rugiada. I campi digradanti con le boscaglie nere in ogni loro anfratto erano illuminati dalla luna, che si perdeva sull'orizzonte scuro tutta lucentezza e ombre. Martin le camminava al fianco silenzioso, alto e impacciato. Lei provava pena per quella timidezza che gli rubava la parola, e si sforzava di conversare nonostante le seccasse di vedersi imposta quella compagnia. Gli chiese dei suoi interessi. Dapprima lui rispose a monosillabi, ma a poco a poco si rilassò e una volta raggiunta la fine del viale era diventato quasi loquace: grato, sembrava, di aver trovato un orecchio comprensivo.

«Le piace Bruckner?», chiese all'improvviso mentre attraversavano la strada verso il terreno demaniale.

«Le cose che ho letto mi piacciono...».

«No, Bruckner il compositore».

«Ah. Non credo di...».

«Per me è un dio. È stato completamente frainteso. Pensano tutti che sia un compositore delicato, un sognatore, ma è uno tosto!».

Seguirono altri entusiasmi: un'accozzaglia di compositori, artisti e scrittori che, a parere di Martin, avevano in comune un'ingannevole delicatezza ma che sotto sotto erano dei "duri", dei "tosti", degli "spietati". E parecchi furono anche proclamati suoi "dei".

Il sentiero entrava nel bosco che occupava la parte centrale del terreno demaniale.

«Questo è un bosco di campanule», disse June.

«In che senso?».

«Un bosco col tappeto di campanule: non lo hai mai visto? Aspettati una bella sorpresa allora, uno di questi giorni, te lo dico io».

Da un albero davanti a loro si scatenò un battere d'ali che fece frullare una sagoma scura in cielo.

«Forse non dovremmo parlare, stiamo svegliando i fagiani».

Camminarono in silenzio. Il bosco era molto scuro, gli alberi inghirlandati d'edera si stagliavano contro la luna e June dopo tutto si rese conto di essere contenta della compagnia del ragazzo. Appena arrivarono a casa sua lei lo invitò per un ultimo bicchiere.

«Una cosa veloce», disse pentendosi immediatamente dello slancio, «non sono una tiratardi». Poi, preoccupata di essere stata scortese, aggiunse: «Ti preparo uno scotch caldo col miele e il limone. Ho imparato la ricetta da un barman della Closerie des Lilas, un bar di Parigi».

Martin si sedette al tavolo di cucina mentre lei metteva su il bollitore e tagliava i limoni. La seguiva con gli occhi, grandi e innocenti nel viso ovale chiazzato di rosa per la camminata. Era di nuovo sprofondato nel suo silenzio impacciato e per un po' non riuscì neppure lei a trovare qualcosa da dire. Gli diede i limoni da spremere. Con le spalle rivolte al fornello lo guardava in silenzio. Aveva le mani molto grandi, le dita lunghe e magre con un barbaglio di peluria dorata sotto le nocche; le giunture superiori, mentre spremeva le metà dei limoni sul vetro scanalato dello spremiagrumi, erano rivolte un po' all'indietro, come le mani degli angeli nei dipinti antichi.

Martin rimase forse un quarto d'ora, per lo più a guardare dentro il bicchiere fumante, ma sembrava felice di essere lì e per lei la sua presenza era rilassante. Appena arrivati si era sentita stanca, ma dopo che lui se ne fu andato ebbe la piacevole sensazione di essere sveglia, vitale. Ripensando con un sorriso agli "dèi" del ragazzo, andò al pianoforte e cominciò a scartabellare tra i vecchi spartiti. Di Bruckner non ne aveva, ma in una vecchissima miscellanea della Schirmer trovò un suo brano dal titolo Erinnerung. In una nota era tradotto 'Ricordo' e il pezzo veniva descritto come una prova giovanile composta molto prima delle sue più celebri opere orchestrali. June cominciò a suonare. Sulle prime non era difficile: una melodia semplice e mobile per la mano destra con lenti accordi minori per la sinistra. Mano a mano però che procedeva si faceva più difficile e lei si perse. Ebbe comunque la sensazione che, se avesse ripreso a esercitarsi come si deve, sarebbe riuscita a padroneggiare la melodia. Andò al piano di sopra lasciando il brano aperto sul leggio del pianoforte.

Dopo circa un'ora, finito di leggere e sul punto di addormentarsi, sentì bussare forte, una volta sola, alla porta. Mentre stava per sprofondare nel sonno, nella mente le girovagavano resti di immagini del ragazzo e non pensò a chiedersi se poteva essere qualcun altro. Scese di sotto stringendosi addosso la vestaglia e cercando un modo per mandarlo a casa immediatamente, senza ferirlo.

Invece era il padre.

June, davanti alla porta, fece un passo indietro, i piedi scalzi sulle mattonelle della cucina.

«Salve», disse lui, «posso accomodarmi?».

Entrò in casa chinandosi per passare sotto l'architrave.

June lo guardò diffidente.

«Cosa ci fa qui?».

«Sono venuto a trovarti».

«Perché?».

Paul non rispose.

«È ubriaco?».

«Forse. In un certo senso».

Le era vicino, l'alta figura eretta che oscillava in modo appena percettibile. Le guance, lunghe e scavate come scudi che ricadevano dagli zigomi alti, erano rosso scarlatto, le labbra rosso-azzurrastre atteggiate al sorriso. June fece un altro passo indietro e poggiò la mano sul tavolo di cucina.

«Perché è venuto qui?».

«Perché ci sei tu».

«Ma che sta dicendo?».

«Secondo me lo sai».

«È una follia assoluta».

«Non mi trovo in completo disaccordo».

«Lei è pazzo. Ci siamo appena incontrati...».

«Mi pare che questo non cambi le cose».

«E sua moglie?».

«In stato comatoso. Le somministro personalmente la dramamina. Ammetti che non sei del tutto sorpresa di vedermi».

«Lo sono eccome. E non in modo piacevole».

«Davvero?». Paul poggiò la mano sulla sua. Lei cercò di sfilare la propria ma lui pigiò più forte immobilizzandola al tavolo.

«Lasciami andare».

Con le dita Paul le cinse la mano stringendo forte.

«Ti prego di lasciarmi andare, mi fai male».

«Sì?». Strizzò più forte.

«Santo cielo, dove pensi di arrivare?». Con una violenta torsione del corpo June si liberò. «Esci fuori da casa mia!».

Paul rimase impalato fissandola con calma.

«Capisco», disse.

«Fuori!».

«Di buon grado. Come ho sempre ritenuto, pur non avendo mai avuto occasione di dirlo a una rappresentante del tuo sesso, e non in queste circostanze, ubi nihil vales, ibi nihil velis. Tra l'altro...», l'uomo, rivolto verso la porta, si girò per guardarla con un sorriso sbilenco, «sbaglio forse nel credere che tu sia la donna che era sposata con Alan Houghton? Sì, immaginavo. Ho sentito molto parlare di te. Io ero a scuola con Alan. Un tipo simpatico a quei tempi. Buonanotte».

Dopo che se ne fu andato, per un po' June fu sull'orlo di esplodere. Ai suoi tempi aveva incontrato dei porci ma nessuno come quello. Sedeva al tavolo di cucina furibonda. A momenti, peggio della sua arroganza di presentarsi alla porta, era pensare che conoscesse il suo passato: la sua vita coniugale e Dio sa che altro. La cosa le riportò in mente il sapore amaro di quel periodo: quel circolo di gelosia e di stizzoso trionfo, la rabbia costante, nebulosa. Si chiese se sapeva della scappatella col fratello maggiore di Alan, e l'idea che la risposta fosse quasi sicuramente sì la costrinse a rivisitare il mortificante ricordo di quella breve disavventura. In se stessa era stata poco più di una serata alticcia trascorsa col fratello nell'appartamento a Belgravia, mentre Alan era via per lavoro. Tutto quel che vi stava attorno però - il geloso antagonismo di Alan verso il fratello con più successo, noto a tutti, l'episodio rivelato a un'affollata riunione famigliare durante un brutto litigio per questioni politiche, quando Alan aveva insinuato che il fratello preferiva gli uomini alle donne col solo risultato di vedersi sbattuto in faccia, come prova contraria, il fatto di essere un cornuto - tutto questo, aggiunto al sapore incestuoso di quell'infedeltà, aveva conferito all'episodio un'aura di scandalo mitico, e perfino a June sembrava frutto di un momento di follia, in quell'istante incomprensibile ai suoi stessi occhi, sebbene ogni volta che ci pensava provasse un'angoscia viva, cocente.

 

Il weekend successivo era Pasqua. Quel venerdì June stava pulendo la casa (era fuori questione che la signora Dolfuss venisse quella settimana) quando bussarono alla porta.

Era Martin; in mano teneva un mazzo di campanule.

«Ti ho portato queste».

«Oh...».

Dietro a lui c'erano i cani che la guardavano nel loro entusiasmo agitato, le lingue rosee a penzoloni.

«Li ho raccolti laggiù, nel bosco. Ho aspettato che sbocciassero».

«Be', sei... veramente gentile».

«Sono dello stesso colore dei tuoi occhi».

June sorrise appena. Aveva ancora viva in mente la visita del padre e per un istante si chiese se Paul e il figlio minore fossero davvero così diversi come aveva pensato.

«Trovo un vaso per metterli in acqua», disse. «Aspetta qui».

Le parve che quella circostanza imponesse un atteggiamento affabile ma di lieve severità. Mise i fiori nell'acqua e tornò alla porta.

«Ascolta, sono commossa, ma non avresti dovuto farlo. Tanto per cominciare non avresti dovuto raccoglierli - sono una specie protetta. E poi...».

Il ragazzo la guardava, solenne nella sua attenzione. Una ventata gli agitò un lembo della camicia, portata fuori dei pantaloni.

«E poi io sono abbastanza vecchia - insomma, mettiamola così, ho una figlia che in pratica ha la tua età. Mi capisci?».

Martin aveva un'espressione vuota, ma annuì.

«Quindi...».

La guardò di nuovo come se si aspettasse qualcosa.

«Quindi niente più sciocchezze, va bene?».

Sul viso gli apparve uno sguardo avvilito, ma il ragazzo sembrò accettare il rifiuto: arricciò le labbra e si girò.

June, rimasta sola, guardò i fiori. Nella sua vita adulta gliene avevano mandati tanti da perdere quasi completamente il loro significato. I fiori erano una cosa da scartare, ammirare con mille esclamazioni, sistemare in un vaso e poi gettare via prima che cominciassero a puzzare. Quelli lì però parvero riportarla a un'epoca precedente, quando un dono del genere aveva ancora il potere di emozionarla.

Aveva fatto la cosa giusta, immaginava, a mandare via il ragazzo. Tuttavia, inaspettatamente, si sentì invasa da una forte emozione: un piacere che le toglieva le forze. Guardando quei fiori azzurro pallido che ciondolavano sugli steli nel vaso di vetro, ebbe la sensazione di aver appena sacrificato l'occasione di una rara, innocua intimità per un'idea di decenza di cui a lei non importava assolutamente niente.

Di punto in bianco, come se quel pensiero paradossalmente l'avesse liberata da una tenace resistenza interiore, andò al piano e cominciò a studiare seriamente il brano di Bruckner, Erinnerung.

Nei tre giorni seguenti fece poco altro. Come aveva supposto, il pezzo rientrava nell'ambito di quel che forse un tempo era in grado di suonare e impararlo le parve la sfida di cui aveva bisogno per recuperare la disciplina e l'agilità che aveva da ragazzina. Una volta iniziato, ritrovò la concentrazione che negli ultimi anni non aveva più. Non era uno sforzo sedere al piano per due o tre ore consecutive. Le dolevano le mani ma le sentiva sciogliersi, le dita recuperavano la memoria degli intervalli e delle progressioni. La musica, anche nei passaggi più complessi, era un po' vacua e June si chiese se il compositore, mentre la scriveva, avesse avuto veramente qualcosa da ricordare. Ciononostante non la lasciava indifferente, la riempiva di una sensazione di pulizia, di chiarezza, e più la suonava, più le piaceva essere immersa nella sua atmosfera.

Una volta, mentre suonava, vide Martin portare a spasso i cani nel terreno demaniale. La famiglia doveva essersi trattenuta per le vacanze di Pasqua. Mentre passava il ragazzo alzò gli occhi diverse volte verso la casa e June fu contenta: quelle occhiate sembravano confermare che lei non lo aveva scoraggiato completamente. Sarebbe stato facile uscire a salutarlo, ma se ne rimase dov'era per paura di scoprirsi obbligata un'altra volta a dire qualcosa di "responsabile". Lo guardò, invece, e la cosa era appagante quasi quanto parlargli, i jeans larghi e la camicia di cotone fuori dai pantaloni che nel vento di aprile gli si gonfiava sul fisico magro mentre, sognante, lui avanzava sul sentiero.

Giovedì era il giorno di Meals on Wheels. Ritirò i pasti nelle borse termiche all'Apetito Center nella zona industriale fuori Mayborough, pochi chilometri dopo Three Bells Green, e li consegnò agli assistiti dei quartieri lì intorno. Le piaceva stare con gli anziani, vedere l'effetto vivificante che aveva su di loro mentre distribuiva i pasti, nel frattempo mettendo un po' in ordine. Certe case erano di uno squallore estremo, il cibo dimenticato a marcire in posti impensabili, la puzza insopportabile dell'incontinenza. Con sua sorpresa, però, aveva scoperto che queste cose le facevano venire voglia di restare a dare una mano invece di scappare via il più presto possibile. Le venne in mente che sarebbe potuta essere una buona assistente sanitaria a domicilio, se quel servizio fosse esistito ancora, e in qualche angolo del cervello le passò imprecisa l'idea, quando fosse venuto il momento di cercare un impiego, di seguire dei corsi per prepararsi a quello o a qualsiasi altro lavoro in campo sociale.

Dopo aver finito andò in centro per alcune commissioni. Stava uscendo da un fruttivendolo di High Street quando vide arrivare Hazel Crawford coi cani. June le sorrise preparandosi all'incontro, ma la donna, appena la scorse, si girò di scatto dall'altra parte e attraversò la strada.

Quell'affronto, se tale era, non la colpì personalmente - Hazel Crawford non era una persona di cui le importasse in alcun modo la buona opinione. Certo fu un fatto singolare, e l'allarmante mistero che celava si rovesciò sul buonumore degli ultimi giorni, non scacciandolo completamente ma velandolo come uno schermo semiopaco.

Il giorno dopo doveva venire la signora Dolfuss. Una donna davvero originale: onesta fino all'eccesso (se trovava un centesimo lo poggiava bene in vista sulla mensola del camino), ma di poche parole ed eccezionalmente priva di senso dell'umorismo. Aveva sempre intimorito June. Parlava con le idiosincrasie grammaticali degli anziani del luogo, la erre un po' arrotata stranamente mista a un accento straniero, e June ricordava vagamente di essere venuta a sapere che era una rifugiata, o era arrivata insieme a dei rifugiati, anche se non aveva idea da dove o come fosse finita in quello sperduto posto di campagna. Tutto ciò che sapeva della sua vita era che gravitava intorno a una chiesa di Mayborough, dove, a giudicare dagli opuscoli che la Dolfuss lasciava in casa, si praticava una forma di cristianesimo particolarmente rigido. Appena June le aveva detto di essere divorziata, la donna aveva mostrato un disagio quasi fisico, come se all'improvviso quella notizia avesse riempito di tensione il suo rapporto con la casa. Da allora aveva dato l'impressione di venire di malavoglia, strettamente in ossequio a un impegno purtroppo vincolante.

Quel venerdì la signora Dolfuss arrivò in bicicletta all'ora stabilita, con un impermeabile marrone e un berretto da pescatore di incerata nero. Piovigginava, ma ciononostante a June parve che nel suo aspetto ci fosse una nota più volutamente ostile. Invece di usare la chiave, restò fuori dalla porta a bussare finché lei le aprì.

«Signora Houghton, sono venuta a darvi il preavviso», disse guardando con espressione truce la sua datrice di lavoro. «Avevo pensato di telefonare ma poi sono venuta perché non ho paura di dire quello che penso. Il fatto è che lavorare qui è contro la mia coscienza, così se gentilmente mi vuole pagare fino all'ultima volta che sono venuta, me ne vado».

«Di cosa parla?», le chiese stordita June. «Che sta dicendo?».

Il viso rotondo, sparuto della donna sembrò dilatarsi nell'aria grigia, come se si gonfiasse di quella sua dirittura morale oscuramente offesa. Spostò il peso del corpo sull'altra gamba: «Signora Houghton, quello che dico è che non giudico gli altri perché sono affari loro come si comportano, ma sono affari miei dove e per chi lavoro».

«Che sta dicendo?».

«Che ci sono dei comportamenti in cui non voglio essere tirata in mezzo. Perciò se mi dà quello che mi deve della paga non la incomodo più».

D'un tratto sembrò che June avesse capito cosa era successo.

«Va bene, le porto i soldi», disse. Andò dentro a cercare il portafoglio e sbatté i soldi in mano alla signora Dolfuss. Per un attimo la donna, ferma a sgocciolare sulla porta come se aspettasse che June si difendesse, forse addirittura che la pregasse di ripensarci, rimase sbalordita: riuscire a opporsi a quella aspettativa fu per June una piccola vittoria gratificante.

«Che aspetta?», le domandò.

Più tardi si pentì di essere stata così burbera. Era ovvio che la Dolfuss fosse stata manovrata e altrettanto ovvio da chi. Di rado June aveva provato la voglia di vendicarsi, ma in fondo non le era una cosa del tutto estranea. Conosceva bene la sensazione di esuberante, quasi voluttuosa distruttività che essa sprigiona, andando ben oltre ogni giustificata funzione punitiva. Nel comportamento di Paul Crawford le pareva di scorgere una cosa simile, un puro piacere della perfidia. Senza dubbio c'era anche una componente pratica, almeno dal punto di vista dell'uomo: prevenire qualsiasi attacco alla propria reputazione di padre di famiglia, di rispettato professionista e via dicendo, minando la credibilità di lei per coloro i quali, magari, contava qualcosa. June avvertiva però anche un'altra cosa: un gusto freddo, maligno nello scoprire il potere di farle del male. Addirittura la notte in cui le si era presentato alla porta aveva captato non soltanto la pura e semplice libidine, ma qualcosa di più ostile. Di sicuro Paul non aveva affatto in mente una parola giocosa come "bocconcino".

Continuò a piovere per tutto il fine settimana e l'inizio della settimana dopo. June rimase a casa a rimuginare su quello che era successo. Con chi altro l'aveva calunniata a parte la signora Dolfuss? Che cosa aveva detto precisamente? Le passò per la testa che non c'era ragione per cui si fosse limitato a raccontare la sua storia col fratello di Alan. Poteva aver inventato qualsiasi genere di pettegolezzo sul suo conto. All'improvviso le venne in mente che avesse raccontato a sua moglie, quando dopo cena l'aveva accompagnata alla porta, che lei gli aveva fatto delle avances. Sì, se lo immaginava come se lo avesse davanti, a parlare con quel suo tono affettato: bel tipo, quella signora Occhi Dolci. Voleva trascinarmi a casa sua col pretesto di dover attraversare il bosco al buio. Ho dovuto mandare Martin per liberarmi dalle sue grinfie... Per questo sua moglie aveva cambiato strada? Nel frattempo, cos'altro aveva potuto mettere in giro sul suo conto? Non le venne in mente niente di preciso, ma la sensazione di essere oggetto di chiacchiere, di commenti nel negozio del paese, di domande capziose al bar White Hart, di insinuazioni buttate là nell'ufficio postale la inquietò vivamente. Le sembrò che avessero inquinato l'aria rinfrancante e tersa della sua nuova vita in campagna, che l'avessero insudiciata.

I suoi vicini la obbligavano a ben strane oscillazioni emotive: le campanule del ragazzo, l'affronto della madre, il brano al pianoforte e adesso questa faccenda! Trascorse la settimana altalenando tra quei due stati d'animo. Era come se davanti le mettessero due realtà che si escludevano a vicenda. Un momento suonava Bruckner calma e attenta, con la sensazione di essere vicina alla fonte di una forza misteriosa, e il momento dopo si ritrovava immersa nella caustica atmosfera creata dal padre del ragazzo, ferita, infuriata, piena di pensieri di vendetta sempre più realistici.

Quel sabato pomeriggio, mentre a Mayborough stava per lasciare il parcheggio del supermercato, vide entrare una Range Rover con un viso familiare dietro il volante. Senza farsi vedere osservò Paul Crawford uscire dalla macchina e avviarsi verso l'entrata di Sainsbury's. Le venne in mente un'idea, le si dischiuse un'immagine improvvisa, irresistibile nella sua assoluta, annichilente magnificenza. .. Rimase impalata un momento, sorpresa nel sentir rinverdire la sua vecchia audacia, poi fece un sorriso tra sé e sé e dalla borsa prese una penna e un foglietto. Stava per cominciare a scrivere quando le venne un'idea migliore ed entrò nel supermercato.

Era affollato ma fu facile individuare l'alta figura dell'uomo nel suo soprabito sportivo di tweed: era al banco del pollame a esaminare i rispettivi pregi di alcuni rosei anatroccoli. Era bello, inutile negarlo. I rasi capelli argentei sembravano setole capaci di solleticare le terminazioni nervose della carne. Il profilo del mento appena rasato si protendeva in avanti.

June a Londra aveva scoperto che si poteva dire qualsiasi cosa alla gente, calandosi nei panni di un'attrice di teatro, preferibilmente di una commedia brillante. Sfacciataggine, malignità, tenerezza, flirt spudorato: se riuscivi a tirare fuori quella marcata sicurezza da palcoscenico era possibile qualsiasi cosa. Fermandosi un momento per attrezzarsi - mentalmente - di pubblico e riflettori, si avvicinò adagio al suo vicino.

«Stavo per lasciarti un biglietto sulla macchina», disse senza guardarlo.

Paul prese tempo prima di rispondere.

«Davvero».

«Sì. Ti dico cosa volevo scrivere?».

«Non vedo come impedirlo».

«Ah, secondo me ti farà piacere. Ti ripeto le parole esatte». Si schiarì la gola: «"Mi accorgo alla fin fine di non riuscire a smettere di pensarti. Vieni da me stasera a mezzanotte, troverai la chiave fuori. Ti aspetto al piano di sopra". Questo». Si girò per guardarlo. «E niente RSVP. Ciao».

Fissandolo brevemente, in modo esplicito negli occhi, che ancora una volta sembravano soppesarla con quell'aria distaccata e divertita da intenditore, June si voltò e senza fretta uscì dal supermercato. Sulla strada di casa si fermò in una ferramenta a prendere un barattolo di pittura rossa.

Era pomeriggio tardi. Quando arrivò davanti al terreno demaniale, il sole, arancione, si stava fondendo alle cime degli alberi. In casa si versò un bicchiere di vino. Aveva parecchie ore da far passare. Era conscia di essere in uno stato d'animo precario, un'eccitazione forte e impetuosa appena tinta di timore. La rendeva irrequieta la smania ansiosa di ripassare più e più volte in mente il suo piano, di rassicurarsi della sua ingegnosità e logica invincibili. Cominciarono ad assalirla dei piccoli dubbi. Forse Paul non sarebbe venuto. Be', poco male. Forse, se al contrario veniva, non se ne sarebbe andato neanche dopo avergli buttato addosso la pittura. Impossibile: non era il tipo da rischiare di mettersi in guai seri. Be', allora la pittura: non le avrebbe combinato uno spaventoso disastro in casa? Ne valeva la pena, si rassicurava. Guardò il terreno demaniale. A quell'ora, a volte, si vedeva una volpe muoversi tra gli alti gambirossi. Talora le planava accanto un barbagianni, pesante come un aereo da carico.

Un movimento catturò la sua attenzione: nel folto del bosco una figura, ora nascosta dagli alberi, ora allo scoperto. Non si riusciva a distinguere nessun particolare, neppure per capire se era un uomo o una donna, ma lei la riconobbe immediatamente. All'improvviso fu colta da un vivo stupore: tante cose parevano accadere contemporaneamente. Il suo "piano", nella propria fragile ingegnosità, parve crollare di punto in bianco e dissolversi come un'esile illusione. Nel frattempo però, al suo posto, spuntò un'altra trovata, ancora più brillante. Mentre le si rivelava, sentì svanire all'improvviso i dubbi che la invadevano. Ecco cosa ci voleva, si rese conto: una vendetta che fosse anche un atto di dolce, straordinaria magnanimità... Non doveva neanche imbrattare i muri di pittura: il colpo d'occhio che avrebbe atteso il suo antagonista mentre apriva la porta sarebbe stato l'equivalente di tutta la pittura rossa di cui magari aveva bisogno.

Spalancate le finestre, si sedette al piano e cominciò a suonare Erinnerung.

Sembrava più semplice che mai. I passaggi che fino a qualche giorno prima continuavano a sfuggirle si dispiegavano con una fluidità che finalmente dava loro un senso. Era come se si fosse sciolto un ultimo blocco, restituendole le capacità che non aveva più sentito da quando se ne era andata da casa dei genitori, lasciandosi alle spalle le lezioni di piano e tutte le altre cose dell'infanzia. Mentre le mani percorrevano la tastiera, la mente le volava via non tanto per pianificare cosa fare ma per precorrerlo, come se quello che l'aspettava fosse scritto con la stessa chiarezza e inequivocabilità delle note segnate sui pentagrammi, e a tempo debito sarebbe diventato l'indelebile materia di un ricordo.

Aveva riconosciuto il brano, le avrebbe detto lui mentre gli apriva la porta. Poi lei avrebbe versato un bicchiere di vino a entrambi. Sentiva già avvolgerla l'aura enigmatica del ragazzo, non proprio quella dell'adulto ma neppure quella di un bambino. E neppure completamente di questo mondo, a suo parere. Martin somigliava a uno stato d'animo che aveva provato molto tempo prima, ritrovato come per miracolo e messole davanti. Si sarebbero seduti sul divano, a parlare. In un momento di silenzio lei avrebbe tirato in ballo le campanule: quel pomeriggio si era pentita di averlo mandato via, gli avrebbe detto. E prendendogli la mano gli avrebbe chiesto:

«Mi perdonerai?».

La sagoma dinoccolata era uscita dal bosco. Nella sera che imbruniva June diffondeva le semplici melodie del brano. Dopo un istante lo vide guardare la casa. Lentamente, come attirato contro la sua volontà, cominciò a camminare nella sua direzione, a quanto pareva stregato dai fraseggi che le sue dita tiravano fuori dallo strumento. Mentre si avvicinava, June abbassò lo sguardo pur avvertendo la sua presenza sempre più prossima, come se le si insinuasse nella coscienza. Poi appena attraversò il cancello del giardino e arrivò davanti alla finestra aperta, lei si girò senza preoccuparsi di fingere sorpresa, con un semplice sorriso, rivolto a lui che la guardava, alla luce che lo contornava, i vestiti larghi trasparenti contro il sole basso, i capelli illuminati come un cerchio di fiamme rosse.

«Martin!», esclamò.

E per un momento sentì salirle dentro un tormento improvviso, quasi il convergere del desiderio con la realtà fosse in fondo un'esperienza affine al dolore quanto al piacere.

Poi, data un'occhiata all'orologio, gli aprì la porta.

La terza moglie di Peter Kahn

In una gioielleria di Soho la giovane commessa stava indossando una collana per un cliente venuto a comprare un regalo alla sua fidanzata.

«Una cosa speciale», aveva detto lui, e la ragazza gli aveva mostrato un astuccio con una collana di diamanti color rosa e limone. L'uomo ne era rimasto incantato, ma dopo aver saputo quanto costava era esploso in una risata.

«Temo che sia fuori dalla mia portata».

«Le mostro qualcos'altro».

Allora lo aveva portato davanti a un altro scaffale. «Queste sono più accessibili, sono pietre semipreziose».

L'uomo aveva annuito e si era sporto verso la teca illuminata.

«Per qualsiasi domanda», gli aveva detto la commessa, «sono a sua completa disposizione».

L'uomo per un po' aveva guardato in silenzio.

«Sa cosa le dico?», aveva fatto all'improvviso, «diamo un'altra occhiata alla prima collana».

«Quella di diamanti?».

«Sì».

E così adesso la ragazza aveva preso la costosa collana dall'astuccio e la indossava mentre lui, seduto su una sedia davanti a lei, osservava come si adagiava sulla pelle sotto la gola della ragazza.

Per lei era parte del suo lavoro, ma nei sette mesi in cui era stata nella gioielleria non ci si era ancora abituata. La imbarazzava starsene seduta sotto gli occhi di uomini che non conosceva e che le sembravano anche loro a disagio. O facevano difficoltà a guardarla apertamente o altrimenti ne sentiva gli sguardi troppo intensi, quasi ritenessero un dovere maschile cercare di conquistare qualsiasi donna che si sottoponeva di propria spontanea volontà ai loro sguardi.

Quell'uomo però non era né schivo né sfrontato. In quella situazione di intimità artificiale era a suo agio, assorto nel proprio minuzioso esame senza cercare di farsi avanti.

Aveva passato la trentina, secondo lei; era scuro e tarchiato, con folte ciocche di ricci castani.

L'uomo annuì lentamente. «Va bene», disse in tono perplesso, non tanto come se decidesse quanto piuttosto come se scoprisse in quel momento le sue intenzioni, «la prendo».

Qualche istante dopo firmava - Peter Kahn - le ricevute delle tre carte di credito sulle quali aveva dovuto dividere il pagamento. Poi uscì dal negozio con la scatola piatta della collana nella tasca del cappotto.

 

Nei due anni seguenti si ripresentò nella gioielleria diverse volte per comprare i regali d'anniversario e di compleanno per sua moglie. La commessa, che si chiamava Clare Keillor, indossava gli articoli che gli interessavano e ogni volta, sotto il suo sguardo, sperimentava la stessa tranquillità. Era come se per un momento si sentisse trasportata in un regno sotto vetro, separato dal mondo di tutti i giorni, dove era consentita una forma di scambio tra estranei che nelle relazioni umane quotidiane non si poteva esprimere a parole.

Non aveva idea se Kahn provasse qualcosa di simile, se addirittura si ricordasse di lei da una visita all'altra, ma Clare si ritrovò a rigirare nella fantasia quegli incontri, e se trascorrevano parecchi mesi senza che Kahn tornasse al negozio, cominciava a chiedersi se avrebbe mai provato di nuovo quel particolare, quasi impersonale effetto rassicurante.

Una volta mentre indossava un paio di orecchini per lui, a Kahn squillò il cellulare. Lui si scusò dicendo che era una chiamata importante e lei aspettò che finisse. Da quello che gli sentiva dire, capì che era un importatore di vini e stava cercando di convincere un socio a fare un'offerta per una partita di rare bottiglie francesi che sarebbe stata messa all'asta. Evidentemente incontrava delle resistenze e si accalorò.

«Assaggialo!», disse Kahn. Poi descrisse il vino nei termini più sontuosi, cosa che sembrò provocare ancora maggior resistenza. «Va bene allora, troviamo dei clienti a cui gliene frega qualcosa!», gridò. Quindi richiuse di scatto il telefono.

Si scusò per l'interruzione e cercò di concentrarsi nuovamente sugli orecchini, ma era chiaro che aveva la mente occupata dal litigio appena avvenuto. Dietro gli occhi gli vorticavano ancora le emozioni forti che la discussione gli aveva provocato e per un istante, guardando Clare, sembrò aver dimenticato perché la stava osservando. La fissava come se sapesse che c'era una ragione importante per farlo, ma non gli era chiaro quale fosse. Poi, mentre lei ricambiava lo sguardo, sembrò smettere di arrovellarsi per ricordare, accettando semplicemente che quella era la cosa che si trovava a fare in quel momento. E a quel punto, per la prima volta, Clare ebbe l'impressione che lui la vedesse come lo vedeva lei, che anche Kahn fosse entrato in quella atmosfera tersa e ve la incontrasse con la stessa sensazione di naturalezza. Poi quel momento passò e tornarono tutt'e due nella realtà quotidiana della loro vita.

Kahn decise di non prendere gli orecchini e se ne andò senza guardare altro.

 

Passarono altri due anni. Poi, in una calda mattina di luglio Kahn riapparve nel negozio.

Veniva dal bollore e dalla luce accecante della strada e rimase un istante sull'entrata per ambientarsi alla semioscurità fresca dell'aria condizionata. Sembrava meno giovanile, più in carne e le guance erano più arrossate, ma era ancora bello e aveva un'aria più importante.

«Sto cercando un regalo di matrimonio», disse, «per la mia fidanzata. Una cosa un po'... speciale».

Prima di rispondergli Clare lo fissò un istante. Lui non diede segno di riconoscerla e, nonostante sapesse che non c'era motivo perché accadesse, rimase sgomenta. Pochi minuti dopo, tuttavia, mentre indossava dei nuovi articoli per lui, negli occhi di Kahn apparve una luce sbigottita.

«Ancora qui!».

«Sì».

«Non l'ho riconosciuta, mi scusi». Fece una smorfia imbarazzata. «Chissà che penserà di me, già alla seconda moglie!».

«Oh, io non...».

«Be', succede». Scoppiò a ridere e ritornò padrone di sé. «Comunque siamo molto innamorati. Che le devo dire?».

«Molto bene. Congratulazioni».

Comprò un paio di orecchini e un costoso braccialetto di smeraldi: i soldi non sembravano più essere una grande preoccupazione.

«Per lo meno possiamo dire che sono fedele al negozio in cui compro i gioielli per le mie mogli!», disse nel tentativo di congedarsi in modo spiritoso. Clare gli fece un sorriso educato, da commessa. La frase «siamo molto innamorati» l'aveva infastidita, e mentre Kahn usciva dal negozio decise che quella doveva essere stata l'espressione con cui aveva annunciato la notizia alla moglie di cui si era liberato, «siamo molto innamorati...», quasi lui e la sua nuova fidanzata non potessero fare a meno di sposarsi. Clare s'immaginò la moglie - un grumo indistinto di dolore senza corpo - e la fidanzata, più giovane, fresca e carina. Le venne in mente che Kahn non l'aveva riconosciuta perché anche lei aveva cominciato a invecchiare.

 

Esisteva quel regno, la sfera di vetro in cui avvenivano quegli incontri, e poi il mondo reale e anche in questo Clare aveva la sua vita. Sposò un uomo di nome Neil Gehrig, un analista industriale impiegato in una compagnia aerea, di dodici anni più grande di lei.

Una sera a una cena qualcuno elogiò il vino e il padrone di casa disse: «Sì, è un Kahn».

Guardando la bottiglia Clare vide il nome sull'etichetta intorno al collo: «Importato da Peter Kahn», e si sentì scossa da una forte emozione, inaspettata. Erano passati tre o quattro anni dal loro ultimo incontro e la forza dei suoi sentimenti la colse in contropiede.

«Ha fondato una ditta per importare i vini degli ultimi piccoli produttori francesi e italiani», diceva il padrone di casa. «Noi ci prendiamo tutte le bottiglie in catalogo che ci possiamo permettere».

Clare si sentì dire: «Lo conosco».

«Ah sì?».

«Veniva in negozio».

«Davvero? Com'era?».

Lei si strinse nelle spalle, conscia che suo marito la stava guardando dall'altro lato del tavolo, pentita di aver parlato. «Sembrava un tipo a posto...».

«Ti parlava di vino?», chiese il padrone di casa.

Intervenne il marito. «Perché avrebbe dovuto farlo? È una gioielleria».

«Per lui è un'ossessione», gli rispose l'altro. «Noi riceviamo il notiziario che scrive: quel tizio ha una missione, vuole salvare il mondo del vino dalla globalizzazione».

«Che idea originale», commentò il marito poggiandosi allo schienale della sedia.

«Una volta ha risposto al cellulare», proseguì Clare d'impeto. «L'ho sentito descrivere un vino che voleva comprare come il rosone della cattedrale di Chartres che si scioglie sulla lingua».

«Santo cielo, è anche un poeta!».

Clare sorrise al marito. La gelosia di Neil era venuta a galla poco dopo il matrimonio e ora viveva con loro come una terza persona di cui bisognava riuscire a gestire con cura il comportamento volubile. Una volta, dopo una cena come quella, Neil le aveva dato un manrovescio sulla bocca accusandola di aver flirtato con uno degli invitati.

Quel novembre Kahn ricomparve in negozio. Indossava un morbido cappello di feltro e una sciarpa di alpaca. Negli occhi aveva una luce malinconica. Con lui c'era una donna: la seconda moglie, pensò Clare.

Quando la vide Kahn le fece un sorriso un po' sorpreso. Ancora qui?, sembrava chiedere quell'espressione.

«Stiamo cercando», disse, «ehm, stiamo cercando un anello di fidanzamento».

Ci volle qualche istante perché Clare recepisse le implicazioni della frase. Facendo di tutto per nascondere la sorpresa, tirò fuori un'anelliera da uno scaffale.

La donna si tolse i guanti di capretto. Aveva il viso levigato e simmetrico. I lineamenti sembravano destinati soltanto a imporre la parola "bellezza" nella mente di chiunque li guardasse.

Diede un'occhiata veloce agli anelli. «Non ci siamo, caro».

Kahn, stringendosi nelle spalle, si rivolse a Clare: «Mi dispiace».

«Oh, non fa nulla».

Lui le sorrise.

«Vogliamo vedere qualcos'altro?», chiese allora alla donna.

«Magari, visto che ci siamo».

Sembrò interessarla una collana di rubini e piccole losanghe d'oro.

«Perché non la proviamo?», disse Kahn, e invece di porgere la collana alla fidanzata, la porse a Clare. Alla donna sfuggì una risata un po' strozzata; Kahn, accortosi del grossolano errore, le poggiò una mano sulle sue.

«Scusami, sono abituato a venire da solo».

«A quanto pare».

«Provala tu allora».

Senza tenere conto delle sue parole, la donna si girò verso Clare.

«Come si chiama?», le chiese.

«Clare».

«Si metta la collana, Clare».

Clare se la mise. Sentiva lo sguardo di Kahn su di lei, ma stava attenta a tenere gli occhi rivolti alla donna. Dopo aver dato una rapida scorsa alla collana, la donna si voltò verso Kahn. Mentre i tre sedevano a guardarsi l'un l'altro, Clare avvertì che il suo rapporto con quell'uomo si era evoluto in un modo strano. All'improvviso tutto pareva essersi tramutato nel suo opposto: la vicinanza fisica di lui sembrava l'espressione esatta della sua insuperabile lontananza, l'aria tra loro una barriera impenetrabile come vetro. Le sembrava che sulla faccia della terra nessuno le fosse più distante di quell'uomo seduto a neanche mezzo metro da lei, in compagnia della sua terza fidanzata.

Ma anche se questi erano i suoi sentimenti, si permise di gettargli uno sguardo e d'un tratto, malgrado se stessa, ritrovò la vecchia naturalezza, la sensazione di un'agevole compatibilità.

 

Poco tempo dopo Clare smise di lavorare nel negozio. Neil, che guadagnava bene, non faceva che rivolgerle commenti sempre più sprezzanti sul fatto che avesse scelto un'occupazione noiosa quando non ne aveva bisogno, e lei accettò di lasciarla.

Disprezzava suo marito, ma proprio il fatto di non farsi illusioni era per lei fonte di una perversa soddisfazione: in quell'irrimediabile assenza d'amore pareva che le bastasse odiare.

Nel nuovo tempo libero impostole, Clare iniziò a coltivare i vezzi di una signora capricciosa. Fece rifoderare il salotto di seta grezza. Comprò un paio di scarpe modello "Selvaggia" per settecento dollari. Neil voleva tanto avere un bambino e anche lei fece finta di desiderarlo, arrivando a mettere un calendario vicino al letto con segnate sopra le notti ideali per il concepimento. In una morbosa estasi di tortura autoinflitta, quelle sere gli permetteva di fare l'amore mentre lei, in segreto, badava a non rimanere incinta.

Intanto sottoponeva i propri sentimenti per Kahn a un deliberato tentativo di annientamento, tempestandoli con gli strali della derisione. Non erano altro che i sintomi di una malattia, si diceva, una fissazione uscita da un manuale di disturbi mentali. La relazione tra loro in un mondo "diverso" era un'invenzione patetica, tutta sua. Kahn poi non era niente, uno zero su cui lei aveva proiettato le sue fantasie romantiche, frivole e poco originali come quelle di una scolaretta sovreccitata. Che cosa poteva volere lei, dal punto di vista di una persona sana di mente, da un uomo del genere? Perché mai doveva sognare di prendere parte al disastroso melodramma della sua vita?

Intorpidita, annoiata, distaccata perfino dalla sua stessa desolazione, Clare continuò ad andare alla deriva.

Una sera si ritrovò di nuovo a cena con gli amici affezionati alla selezione di vini di Kahn. Aveva dimenticato quel collegamento finché il suo vicino di tavola, un giovane francese, aveva detto qualcosa sul vino e lei, con una familiare fitta d'impotenza, aveva rivisto il nome familiare sulla bottiglia.

Venne fuori che il suo vicino di tavola e il suo compagno, seduto di fronte, si occupavano di ristorazione e conoscevano Kahn personalmente. Dallo sguardo che si scambiarono, apparve evidente che nel loro ambiente quell'uomo era una fonte di pettegolezzi piccanti.

Clare lanciò un'occhiata a suo marito: stava tenendo una conferenza sulle statistiche delle linee aeree al padrone di casa.

«Raccontami di Peter Kahn», disse sottovoce a Jean-Luc, il suo vicino.

«Uh, non saprei da dove cominciare!», rispose il giovane scoppiando a ridere.

Mark, il suo compagno americano, si voltò verso di lei. «Lo conosci?».

«Un po'».

I due uomini sogghignarono con un'espressione maliziosa, attenta.

«Hai sentito del matrimonio?», le chiese Jean-Luc.

«No».

«Oh santo cielo! Raccontaglielo tu, Mark».

«Era fidanzato con Diane Wolfe, no?, la modella che qualche anno fa era tanto famosa. Peter era al terzo matrimonio e aveva detto a tutti di aver trovato finalmente la donna giusta e per dimostrarlo aveva organizzato uno spettacolare matrimonio romantico a Venezia. Aveva affittato un palazzo sul Canal Grande, aveva invitato centocinquanta persone, affittato un jet personale per portarle a Venezia, trovato il miglior chef veneto per la cena e al Lido li aspettava uno yacht per la crociera di luna di miele sull'Adriatico. Be', indovina un po'?».

Clare non disse niente; il cuore aveva cominciato a batterle forte.

«L'ha piantata?», chiese un altro ospite.

«All'altare, capisci: all'altare. Sabine e George, dei nostri amici, erano lì, ci hanno raccontato tutto. La chiesa era piena di invitati. Diane aspettava in sagrestia tutta elegante con l'abito e il velo disegnati apposta per lei, ovviamente; i minuti passavano, la gente diventava sempre più impaziente, finché è arrivato un tizio, un emerito sconosciuto, un turista a quanto sembra. Peter lo aveva fermato per strada dopo che il suo testimone si era rifiutato di prestarsi a quella parte e aveva letto un foglietto: "Signore e signori, Peter Kahn mi ha pregato di dirvi che il matrimonio è annullato. Si rammarica profondamente per il dolore che ciò provocherà... "».

Clare ascoltava intontita.

«E dopo?», si sentì chiedere.

«È scappato da Venezia a gambe levate, te lo dico io!».

«Ora che fa?». Il discorso aveva catturato l'attenzione della tavola e Clare si rese conto che suo marito la guardava.

Jean-Luc le rispose: «Sembra che si sia ritirato a vita privata. Ha venduto l'azienda e tagliato i ponti con tutti gli amici. L'ultima cosa che abbiamo saputo è che si è trasferito a nord di New York, nella regione dei Finger Lakes, in cerca di un'azienda vinicola da comprare».

«E dove precisamente?». Clare fece un vago tentativo di non apparire troppo interessata.

«Non lo so, ma se vuoi possiamo scoprirlo». Gli occhi del giovane francese saettarono gioiosi da Clare a suo marito. Lei, senza guardare, sentiva la bocca di Neil irrigidirsi agli angoli.

«Davvero?».

«Certo».

«Ti do il mio indirizzo email».

Sul taxi verso casa Neil rimase in silenzio. L'interrogatorio cominciò appena si richiusero dietro la porta dell'appartamento. «Perché ti interessa tanto quel Kahn?».

«Non c'è un motivo particolare».

«Hai in mente di andarlo a trovare? È per questo che volevi tanto avere il suo indirizzo esatto?».

Clare si strinse nelle spalle, ben sapendo di essere esasperante ma incapace di smetterla.

«Non ci avevo pensato, era soltanto curiosità».

«Ma non l'hai escluso, di andare a trovare un uomo che sembra che tu conosca appena».

«Non lo so, Neil, non ci ho pensato».

Suo marito batté le palpebre, per un momento parve vacillare. Si alzò in piedi. Lei girò lo sguardo, gli occhi le si fissarono su un ricciolo di lanugine sul tappeto.

«Che è successo tra voi due?».

«Che vuoi dire?».

«Sai benissimo cosa voglio dire. Veniva in negozio, se non sbaglio». «Sì».

«Perché?».

«Comprava gioielli».

«Avevi una relazione con lui?».

«No».

«Guardami quando parli con me, maledizione!».

Clare sentì improvviso lo schiocco della mano di Neil sulla bocca. Lo guardò.

«D'accordo», disse.

«D'accordo cosa?».

«D'accordo... l'avevo».

«Avevi cosa?».

«Una relazione con lui».

Gli occhi di Neil si spalancarono. Senza volerlo aveva un'espressione sbalordita. Anche Clare era spaventata dalla potenza inaspettata delle sue parole. Era come se avendole pronunciate avesse gettato luce su una verità insospettata.

«Quando? Prima che ci sposassimo o dopo?».

«Prima. E dopo. Veniva in negozio quando Ishiro andava a casa». Ishiro era lo stilista padrone del negozio. «Chiudevo la porta a chiave e andavamo nell'ufficio di Ishiro».

«E scopavate?».

«Sì. Tutti i giorni. Sulla sedia, sul tavolo...».

Le arrivò un colpo sulla guancia.

«Sul pavimento...».

Un altro la colpì allo stomaco. Clare si piegò in due coprendosi il viso con le mani. Neil urlava ma le sue parole le sembravano una lingua straniera o i ruggiti di un animale. Quando sentì la porta dell'appartamento aprirsi e richiudersi, lei era di nuovo nel suo mondo di vetro, come se fosse entrata dentro un diamante. Quasi avesse la scena davanti agli occhi, vide distintamente se stessa nel verde calmo di un pomeriggio estivo, lo sguardo di Kahn spalancarsi come un sole su di lei che si avvicinava; dietro, in lontananza, l'azzurro scintillante dell'acqua. Clare si scoprì il viso. I Finger Lakes, si disse. E quel che restava da fare le apparve chiaro come il giorno.

Lime in salamoia

Il padre di Anna, non ancora divorziato, ci portò a cena alla Madras Chop House. In quei giorni lontani per noi era pur sempre una novità mangiare fuori e non eravamo mai stati in un vero ristorante indiano. Il signor Hamilton, buongustaio e amante della bella vita, nell'apprenderlo era rimasto scioccato. «Tra poco non è il tuo compleanno?», aveva chiesto ad Anna. «Porterò Matthew e te alla Madras Chop House».

Andai a prendere Anna a scuola a Hammersmith. Era presto, come spesso accadeva in quei giorni. Io avevo finito quella stessa scuola un anno prima e a parte lavorare la mattina in un negozio di Belle Arti avevo ben poco da fare per impiegare il tempo.

Passando per il cortile andai nei tranquilli giardini sul retro dove sapevo che Anna tirava di scherma. C'erano più o meno una decina di ragazze a praticare stoccate e parate sotto la guida della loro insegnante. I flessibili fioretti spuntati fendevano la frizzante aria primaverile e schioccavano l'uno contro l'altro brillando nella luce pomeridiana. Tutte le ragazze erano vestite con la stessa uniforme, la testa coperta da una maschera, ma riconobbi Anna immediatamente. Il profilo perfetto delle spalle nel giubbotto imbottito bianco neve, i fianchi da ragazzo e le gambe magre negli attillati pantaloni bianchi, come arboscelli di betulla ricoperti dalla nuova corteccia, erano inconfondibili in mezzo alle corporature più piene delle altre. Mentre la osservavo avanzare decisa contro la sua avversaria, una mano sul fianco, l'altra inguantata che faceva roteare il fioretto con movimenti rapidi, aggraziati e precisi, sentii scintillare dentro la cristallina asperità della sua anima come un qualcosa di vivo e fresco che mi riempì dell'euforia ancora nuova di essere innamorato per la prima volta.

La lezione di scherma finì. Anna si tolse la maschera e sul giubbotto bianco le ricaddero ordinati i lunghi capelli scuri. Vedendomi mi sorrise e mi corse incontro per darmi un bacio sulle labbra. Le sue amiche, ridendo, mi fecero un cenno di saluto con la mano. Nei pochi mesi in cui eravamo stati insieme eravamo diventati un'istituzione: fedeli, inseparabili, oggetto di invidia benevola e bonario divertimento.

Anna si fece la doccia e si cambiò e poi andammo sulla Broadway a prendere un autobus per il West End. I semafori e le finestre illuminate degli uffici cominciavano a scintillare nel crepuscolo. Quando adesso ripenso alla particolare dolcezza delle nostre vite in quel periodo, spesso mi scopro a ricordare quei tragitti serali in autobus attraverso Londra: il profumo del sapone di scuola sulla pelle di Anna, i ruvidi sedili a disegni scozzesi, i bigliettai che si muovevano con passo incerto lungo il corridoio, i loro aderenti guanti neri, e fuori dai finestrini la città che furtivamente si trasformava da un agglomerato di mattoni e malta in una piccola galassia di luci elettriche ancorata a terra.

Sull'autobus diedi ad Anna il suo regalo di compleanno. Era una conchiglia, un nautilus senza la minima imperfezione, pesante e lucente come se fosse stato ricavato da una grande perla.

«Matthew, è bellissimo...».

Se lo tenne accostato all'orecchio, poi se lo rigirò tra le mani ammirando il biancore argenteo assumere i riflessi lillà e verde smeraldo dalle luci che scorrevano fuori. Anche se nel suo modo silenzioso, Anna sembrava molto contenta.

«Lo metteremo sul tavolo di pietra», disse, «quello che guarda il mare».

Nella nostra immaginazione avevamo costruito una casa su un'isola greca dove saremmo andati a vivere. Se si considera che nella realtà, dopo la fine della scuola di Anna, pensavamo di passare l'estate in Grecia, non era solo una fantasia. Allora, tecnicamente, eravamo ancora vergini tutt'e due e "Grecia" era diventato sinonimo del momento in cui saremmo diventati amanti nel vero senso della parola. Avremmo trovato un'isola tranquilla nell'Egeo, un alberghetto sulla spiaggia e lì, senza essercelo detto esplicitamente, ci saremmo finalmente concessi l'uno all'altra. Quell'immagine di elementi semplici - le montagne, la luce delle stelle, il mare sfavillante - era sembrata propizia a entrambi.

Quando raggiungemmo il ristorante era già scuro. Il padre di Anna arrivò subito dopo di noi, le guance accese di quando tornava dal Garrick, il prestigioso club dove conduceva quasi tutti i suoi affari. Di figura corpulenta, portava un elegante gessato a tre pezzi confezionato su misura, dal taschino spiccava un lucente fazzoletto di seta.

Con nostra grande sorpresa non era da solo.

«Vi presento una mia amica», disse con un vago imbarazzo, «Lesley McLaughlin».

Una donna un po' più giovane di lui, in pelliccia con un corto abito di alpaca color malva e stivali di pelle a tacco alto, venne avanti e ci tese la manina fredda.

«È un vero piacere», disse con un sorriso che lasciò scoperta una fila di denti bianchi splendenti. Aveva la voce acuta, tremula, stranamente infantile. I capelli leggermente cotonati erano in parte raccolti sulla nuca con un nastro di velluto e le ricadevano morbidi, color ottone, sulle spalle imbottite.

Anna guardò prima lei e poi suo padre. Negli ultimi anni, da quando aveva cominciato la scuola a Londra, lei e Hamilton durante la settimana vivevano in un piccolo appartamento a Bayswater di proprietà dell'uomo, per tornare poi per il fine settimana nella casa nel Suffolk dove la signora Hamilton viveva coi due figli più piccoli. Anna non aveva mai pensato che quella sistemazione rispecchiasse qualcosa di diverso da una comodità. Dagli occhi color nocciola leggermente spalancati per l'apprensione appariva chiaro che la presenza della donna stava cominciando a risvegliarla dal sogno.

«Lesley vive, ehm, non lontano da qui», fu tutto quel che disse Hamilton a mo' di spiegazione.

«Sì, ho un piccolo appartamento a Poland Street», confermò la donna con un sorriso ansioso, «èproprio qui dietro l'angolo».

«Scrive canzoni», disse Hamilton, «e canta. È una cantante meravigliosa».

«Roland, preferirei che non dicessi cose del genere. Non le pensi davvero».

«Ma al contrario, le penso sinceramente».

Fummo accompagnati a un tavolo nel buio interno del ristorante, illuminato da luci color cremisi. Intorno andavano e venivano i camerieri in turbante e giacca di seta ricamata portando grandi vassoi di piatti coperti. Calandosi nel suo ruolo preferito di caloroso padrone di casa, Hamilton si fece espansivo. Indossò un paio di occhiali a mezzaluna e ispezionò la carta degli aperitivi.

«Magnifico», disse, «prendiamo un cocktail, che vi pare? Sono sicuro che qui siano passabili. Che dite, un Martini, un Bloody Mary?».

Era un uomo gioviale, a quel tempo faceva l'agente di attori e cantanti di buon successo, con una certa astuzia sottaciuta rivelata più dal lampo degli occhi che da qualsiasi suo gesto o parola.

Congedato il cameriere con le istruzioni per l'aperitivo, estrasse dalla tasca un pacchetto avvolto nella carta velina e lo porse alla figlia. «Cara, un pensierino per il tuo compleanno».

Anna l'aprì. Dentro c'era una collana d'oro di foglie d'edera sul verde. Per qualche istante la osservò in silenzio.

«Non è incantevole?», disse Lesley. «La cosa più incantevole che tu abbia mai visto?».

«È molto carina», rispose Anna.

«Non te l'avevo detto che le sarebbe piaciuta, Roly?».

«Infatti».

«Siamo andati da Asprey's. Una figlia compie diciassette anni soltanto una volta, gli ho detto, quindi spese pazze».

Anna le diede un'occhiata di assoluta incomprensione.

Poi si sporse a baciare la guancia di suo padre. «È bella, papà, grazie».

«Non vuoi provarla?», chiese Lesley.

«Sì, va bene».

«Aspetta, te l'allaccio io».

La donna si sporse e gliela agganciò dietro al collo. Sulla giacca da ragazzina di Anna, coi ricami disposti in file come in un campionario, il contrasto era violento. Ma anche così la collana era piuttosto bella.

Hamilton osservò sua figlia e annuì.

«Afrodite, inghirlandata di foglie d'oro», citò rivolto verso di lei. «È Saffo, nel caso non lo sapessi».

Distese davanti a sé il menù come fosse la mappa di un generale che si preparava a travolgere i nostri palati inesperti. Arrivarono i cocktail. A me andò dritto alla testa. Mi sentivo vigile, con la netta consapevolezza di essere in un ristorante costoso. Il trambusto dei londinesi facoltosi presi nelle conversazioni che competevano con il vibrare e pulsare delle tabla, col gemere del sitar, mi faceva sentire parte della vita ricca e spavalda della metropoli - cosa che non mi succedeva spesso allora. Appena ebbi trangugiato l'ultima goccia del mio bicchiere, Hamilton mi gratificò con un cenno d'assenso del capo e un sorriso da conoscitore, come se avessi compiuto un atto che richiedeva grande tecnica e raffinatezza.

«Complimenti! Ne vuoi un altro?».

Quando è cominciato ad arrivare il cibo in pratica ero ubriaco. Secondo i suoi soliti modi eccessivi Hamilton aveva ordinato assai più di quanto potessimo mangiare. Sul tavolo arrivarono frotte di vassoi coperti finché non ci fu più posto e i camerieri dovettero apparecchiare uno sgabello pieghevole per poggiare il resto. Tolte le campane, i vassoi fumavano e sfrigolavano liberando i loro profumi nell'aria. Hamilton ci descriveva da intenditore gli ingredienti di ciascuna pietanza che ci serviva. Parole come trigonella, cardamomo e assafetida, mentre ne assaggiavo i sapori sul mio palato cautamente avventuroso, acquistarono per la prima volta un significato. Un piatto di uova di pivieri al curry era cosparso di polvere d'oro commestibile. «Eh sì, non è divertente questa usanza?», disse Hamilton.

A quell'epoca ero fortemente influenzabile dalle nuove sensazioni: i gusti nuovi, i suoni nuovi possedevano un mistero che si amplificava in maniera assolutamente indipendente dalla realtà oggettiva. Arrivò un vassoio di code di aragoste in una cremosa salsa masala. Né Anna né io avevamo mai mangiato l'aragosta e tirammo fuori la coda dall'armatura rosa scuro secondo le istruzioni di Hamilton. Addentata la polpa succulenta, mi parve, senza esagerare, di essere stato trasportato oltre la soglia di un nuovo universo di piaceri.

Guardai Anna dall'altra parte del tavolo. Silenziosa, era assorta nelle sue fantasticherie, sopraffatta, a quanto pareva, dalla stranezza della situazione: la presenza poco rassicurante dell'amica di suo padre, la novità del cibo, le stravaganti foglie d'edera oro e verde che le brillavano intorno al collo. Guardandola provai tenerezza: nella sua espressione si mescolavano sbalordimento, coraggio e delicatezza.

A un certo punto Leslie andò alla toilette. Con gli occhi sulla donna che scompariva alla vista, Anna si rivolse al padre con uno sguardo più apertamente interrogativo.

«Ah sì», fece lui abbassando le palpebre. Sulle labbra gli guizzò un sorriso imbarazzato. «Ti domandi chi sia questa mia amica. Temo di non aver avuto altra scelta stasera se non portarla con me. Devo dirti però che a mio parere è stata una cosa di poco buonsenso».

Alzò gli occhi su sua figlia.

«Purtroppo, vedi, ho fatto l'errore di prometterle che ti avrei parlato di, insomma, che ti avrei detto di... noi due. Me e Lesley, intendo. E poi devo confessare con imbarazzo che la scorsa settimana le avevo detto di avertene già parlato, perciò ha insistito perché la portassi stasera per incontrarti. Ma ovviamentenon te l'avevo detto...».

«Capisco», riuscì a dire Anna con la voce sommessa.

«Cara, non ce l'hai con me ora, vero?».

«No».

Hamilton, prima di decidere di prendere la figlia in parola, per un istante la guardò incerto.

«Be', devo dire che sono contento che sia venuta fuori questa faccenda». Le diede dei colpetti affettuosi sulla spalla e fece un gran sorriso. «Non bisognerebbe mai tenersi dentro queste cose, sai, fa male alla digestione». Spianò il tovagliolo e s'aggiustò il fazzoletto di seta, un triangolo, a mo' di fiamma. «Adesso, se non ti dispiace, quando torna Leslie preferirei che non ne parlassimo. È molto permalosa e se scopre che non ti avevo detto nulla fino a poco fa potrebbe non prenderla troppo bene».

Nel silenzio che seguì, sul viso dell'uomo apparve un'espressione maliziosa.

«Ecco», disse, «non credo che l'abbiate già provato, sbaglio?».

Da un piattino al centro della tavola ci distribuì un cucchiaio di un qualcosa.

«Mangiatelo tutto insieme», ci consigliò, «vedrete che vi piacerà».

Appena mettemmo il cucchiaio in bocca sul palato ci esplose un gusto acre e piccante: era come se ci avesse dato da mangiare un carbone ardente o una cucchiaiata di acido muriatico.

«Lime in salamoia», disse, e scoppiò a ridere.

Finita la cena voleva che andassimo all'appartamento di Lesley per ascoltarla cantare. Attraversammo Soho, Hamilton che ci precedeva a passo solenne osservando con tranquillo, imperturbato interesse ogni cosa a cui passavamo davanti: i locali di spogliarello con le tende di perline e le ragazze in minigonna che ci invitavano a entrare, le vetrine coperte dei sexy-shop. Lesley gli tacchettava accanto mantenendo viva una cinguettante conversazione che lui per gran parte ignorava.

Anna mi camminava accanto, stretta al braccio. Dall'altra spalla le pendeva lo zainetto di scuola, dentro il nautilus che avremmo messo sul tavolo di pietra della nostra casa sull'isola. Le foglie d'edera le tintinnavano in modo strano intorno al collo.

Entrammo in un edificio di mattoni quasi nuovo e salimmo un piano di scale fino a una porta che Lesley aprì. Dentro, la casa era tutta tessuti floreali in tono pastello con tanti volant e passamanerie plissé. Ovunque c'erano cuscini bordati di pizzo e su una mensola una serie di bambole vestite da damine. In un angolo c'era un piano elettrico.

Io e Anna ci sedemmo su un divano mentre Hamilton ci versava da bere. Lesley abbassò le luci e, dopo la doverosa manifestazione di ritrosia, attaccò una canzone al piano e si mise a cantare.

Non aveva una brutta voce - roca e, cosa sorprendente, grave - ma ai nostri orecchi intolleranti e schizzinosi, i brani (da quel che mi ricordo, per la maggior parte ballate di Broadway) erano insopportabili. Mentre cantava - con accento americano - faceva una serie di espressioni fisse, esagerate. Sbatteva le palpebre, gettava indietro la testa, arricciava le labbra per fingere "avversione", illustrava caparbiamente qualsiasi passaggio del testo come se in mente avesse un pubblico straniero o non udente. Hamilton applaudiva alla fine di ogni canzone con un'imperturbabilità provocante. A un certo punto, mentre lei cantava un brano il cui ritornello diceva: «M'attizza perché mi stuzzica», lo fissava con amore. Anna guardava il padre come se si aspettasse... che cosa? Una semplice strizzatina d'occhio? L'ammissione che a dir poco era un'aberrazione? Lui però evitava di proposito il suo sguardo. Perfino nel mio stato d'ebbrezza avvertivo la penosità della situazione. Anna mi stava aggrappata quasi per proteggersi. Mentre mi si appoggiava contro avvertivo la sua perplessità, il sottile brivido di paura e d'orrore che la percorreva. Era come se davanti agli occhi vedesse dissolversi in una soluzione corrosiva i diciassette anni di vita familiare nella casa col mulino in Suffolk, coi suoi passatempi rispettabili e i rituali innocenti.

«Tesoro, diventerai una star. Ne sono assolutamente convinto», disse Hamilton appena Lesley concluse.

«Oh, Roland, che fastidio quando mi fai la sviolinata. È un continuo ma io tanto non gli credo. Credo di aver capito che cosa ha in testa».

L'uomo si alzò in piedi. «Ascolta: perché non lasciamo qui loro due e noi ci prendiamo un taxi? Anna ha la faccia di chi è pronta per andare a dormire e Matthew sono sicuro che a quest'ora di notte non ha voglia di trascinarsi fino a Wood Green, vero, ragazzo mio?».

«Be'...».

S'intromise Lesley: «Ma certo! Ottima idea. Qui c'è tutto quello che vi serve. Vi prendo gli asciugamani, ma le lenzuola le ho cambiate proprio stamattina».

Un po' incerto Hamilton si girò verso sua figlia: «Che ne pensi, angelo mio?».

Anna lo guardò, impotente; per quella sera sembrava aver raggiunto il livello di saturazione.

«Va bene».

Ci furono consegnati dei vaporosi asciugamani rosa. Ci furono mostrate la camera da letto coi motivi floreali, la stanza da bagno calda e senza finestre, dove il tubo cromato della doccia se ne stava avvolto intorno ai rubinetti della grande vasca ovale.

Poi uscirono.

 

Questo accadeva vent'anni fa. Lo scorso mese sul «Times» ho letto il necrologio di Hamilton. Ormai era divorziato e tra le costose inclinazioni sue e di Lesley, e di quelle che vennero dopo, era andato in rovina. Per un po' aveva vissuto nell'appartamento di Bayswater, poi si era trasferito in una serie di alberghi sempre più squallidi.

Pochi anni fa andai a trovare Anna nella sua casa a Muswell Hill. Anche lei era già divorziata, con due figli adolescenti, uno dei quali aveva problemi di droga. Nel lavello erano ammucchiati i piatti sporchi, sul soffitto c'era una grande macchia di umidità. Sfinita, anche se bene in carne e sorprendentemente robusta, Anna mi disse che suo padre aveva preso l'abitudine di venire a "farle una visitina" per qualche giorno e poi qualche mese alla volta. Era diventato sciatto e irascibile, si ubriacava spesso e, sebbene le facesse pena, la sua presenza in casa era sempre più dura da sopportare. Alla fine gli aveva chiesto di andarsene.

Mentre leggevo il necrologio, mi ritrovai a pensare ancora una volta alle serata alla Madras Chop House. Ricordai l'aria disinvolta con cui lui si era presentato insieme alla sua fidanzata, la collana di foglie d'edera dorate che aveva regalato ad Anna e il tintinnio snervante mentre camminavamo per Soho. Pensai alle canzoni di Lesley e alla sospetta pantomima di lui che fingeva piacere mentre le ascoltava e, inutile dirlo, al loro repentino commiato che lasciò me e Anna con la notte da trascorrere da soli. Era la prima volta che potevamo passare la notte insieme ma più che renderci euforici le circostanze ci avevano depresso. Tutto ci allontanava l'uno dall'altra: l'arredamento zuccheroso dell'appartamento di Lesley; le grandi rivelazioni della serata, per quanto minimizzate; l'inaspettata libertà a cui ci metteva davanti la notte. Sul letto c'era un cuscino di raso a forma di cuore. I lenzuoli erano profumati. Ci spogliammo e ci infilammo sotto le coperte, stretti l'uno all'altra nel tentativo di ritrovare la nostra complice intimità. Ricordai la sensazione di desiderio, sottile e quasi fuori luogo, che si era risvegliata in me. Anna mi guardava con la sua espressione fragile, ancora abbastanza sconcertata. «No», aveva detto, «non adesso. In estate...». Poco dopo, però, non eravamo più vergini.

E mi ricordai anche la cucchiaiata di lime in salamoia che Hamilton ci aveva fatto mangiare con l'inganno, la sua risata mentre la lingua ci bruciava, allibita - rude, caustica, nient'affatto benevola -, le spalle che si scuotevano, gli occhi che gli si inumidivano per il piacere quasi quanto i nostri per la sofferenza. Allora quello scherzo mi era sembrato semplicemente stupido e crudele, ma nel ricordarlo ora mi appare stranamente divertente. E sul viso mi compare un sorriso involontario. In gola mi sale una risatina roca. Mi vengono le lacrime agli occhi...

Anna, prima che me ne andassi dalla casa di Muswell Hill, mi portò in camera da letto dicendo che mi voleva mostrare una cosa. Sul caminetto, pallido nella luce gri-già di Londra, c'era il nautilus che le avevo regalato per il suo diciassettesimo compleanno. Nel corso del tempo ci eravamo tenuti in contatto, anche se in comune avevamo ben poco oltre a una fetta sempre più sottile di passato. Forse equivocai il suo gesto di portarmi di sopra, ma mi sentii a disagio lì impalato, e vedendo la conchiglia - ancora intatta, ancora in vita - la mia reazione fu di soffocante oppressione. Con tutta la delicatezza di cui fui capace trovai una scusa e me ne andai.

Da allora non l'ho più vista.

Comincia a far male

«Pranzato bene, signor Bryar?».

«Magnificamente».

«Da Sorleys?».

«No, in un... ristorante cinese».

«Ha telefonato sua moglie».

Fece il numero di casa; gli rispose lei:

«Dove diavolo sei stato?».

«Scusami, cara, è stato un pranzo complicato...».

Strano mentirle ancora una volta. E a proposito di un funerale!

«Arriva Tom. Fermati da Dalgliesh - va bene? - e compra un salmone. Prendilo selvaggio, che dici? Anzi, è meglio se ci vai subito, magari li finiscono».

Era luglio, un'estate cocente. Camminava lento pensando alla cerimonia a cui aveva appena assistito. Tra i cinque o sei partecipanti conosceva soltanto l'avvocato che dieci anni prima gli aveva presentato Marie e la settimana scorsa lo aveva informato della sua morte. La notizia lo aveva lasciato di stucco; non sapeva che fosse malata, ma del resto erano anni che non la vedeva. Per tutta la funzione aveva pianto senza riuscire a controllarsi.

Da Dalgliesh il negoziante tirò fuori da sotto un manto di alghe e ghiaccio un pesce lungo come il suo braccio.

«Che dice?».

«Va bene. Potrebbe...».

«Pulirglielo, signore?».

«Per favore».

L'uomo aprì la pancia del grosso pesce con un coltello corto e gettò le molli interiora color crema in un secchio. Sciacquò via la rete maculata delle scaglie, sciacquò la carne rossa all'interno, poi lo avvolse nella carta e lo mise in un sacchetto di plastica.

Il pesce era una quindicina di centimetri di troppo per il frigorifero dell'ufficio.

«Bastardo».

Scese in magazzino. Intorno c'erano le trappole a colla coi topi e gli scarafaggi morti, ma era più fresco che al piano di sopra. Con qualche sforzo mise il salmone nel cassetto di un vecchio schedario di metallo.

Lavorò per il resto del pomeriggio a dei nuovi annunci immobiliari di case in affitto. Quando smise gli bruciavano gli occhi. Era tardi e doveva affrettarsi alla stazione della metropolitana. Sudato e ansimante arrivò a Charing Cross appena in tempo per prendere il treno delle sei e mezza.

Nella carrozza affollata di viaggiatori del fine settimana ripensò a Marie. Non potevano permettersi degli hotel, così fingevano che lei fosse una cliente interessata a una delle proprietà affidate alla sua agenzia. Ogni casa in cui entravano era un mondo diverso. Fare l'amore nel "villino vittoriano sfarzosamente arredato" o nell'"accogliente appartamento con giardino" significava avventurarsi in tante vite possibili, ognuna con le sue gioie sconsiderate: un pomeriggio erano una ricca coppia mondana, quello dopo due studenti bohémien... Per tre anni si era sentito l'uomo più felice della terra, e il più fortunato: Marie non gli aveva mai chiesto di lasciare la famiglia e anche questo lo considerava parte della sua fortuna. E poi, di punto in bianco, lei aveva troncato. «Sono innamorata di te», gli aveva detto in tono pragmatico, «e comincia a far male».

Sua moglie lo aspettava fuori della stazione.

«Dov'è il salmone?».

Lo invase un'improvvisa sensazione d'orrore.

«L'ho... l'ho lasciato in ufficio».

La donna si girò di scatto e poi per un momento tornò a fissarlo.

«Sei un cretino», gli disse, «sei uno stramaledetto pezzo di cretino».

Bruchi

All'inizio avevano pensato che le cose bianche sugli alberi fossero dei sacchetti di plastica. A Brooklyn vedevi sempre spazzatura luccicante impigliata nei rami dei ginko e dei sicomori lungo i marciapiedi. Ma ora, nel mezzo della campagna francese, era uno shock.

«Gli esseri umani sono indecenti», disse Craig con calma.

Avvicinandosi, però, videro che quel che stavano guardando erano di fatto dei nidi con delle ombre di bruchi che si muovevano all'interno.

Gli alberi erano pini e i bruchi avevano assicurato i nidi alle flessibili fronde di vari rami usandole per tenderli come si fa con le funi di un tendone. Sotto i bozzoli di lanugine lattea erano rimasti intrappolati ammassi di aghi.

Craig li studiò. «Deve essere una specie di bruco tessitore».

Caitlin sorrise con circospezione. «Ah, bene, per lo meno non sono state delle persone...».

L'uomo si strinse nelle spalle; non era da lui rimangiarsi quanto detto.

Luke, il figlio di Craig, batté con un bastone su un nido: si mossero i rami ma le fibre opache, fitte, rimasero intatte. Diede un'altra botta, più forte.

«Non farlo», gli disse Craig.

Continuarono a camminare, attraversarono delle vigne e un lungo mandorleto. Arrivati all'estremità trovarono un'altra pineta coi nidi. Questa volta erano più numerosi e gli alberi sembravano danneggiati in misura maggiore, i rami intorno a quella rete lanuginosa erano ricurvi e i ciuffi di aghi marroni morti pendevano dai ramoscelli. I tre affrettarono il passo.

All'ora di pranzo, su una collina, fecero un picnic sotto una torre di guardia in pietra. Lassù c'erano querce e betulle e neanche un nido. Quando però ripresero a camminare e svoltarono sul sentiero che riportava all'albergo, passarono di nuovo attraverso la pineta e ovunque guardassero c'erano bozzoli bianchi incuneati tra i rami verdi e grandi quantità di aghi disseccati e marroni. Dentro i bozzoli, tra i sembianti mobili dei bruchi, si intravedevano attraverso la rete lattea ciuffi di aghi marroni soffocati. Dai tronchi pendevano deformi i rami ormai morti. Alcuni alberi avevano dieci o dodici nidi sparsi in diversi punti.

Caitlin si girò verso Luke. «Somigliano un po' a degli invalidi, gli alberi, non ti pare? Tutti ricoperti di bende...».

Il bambino le diede la scoraggiante occhiata di traverso che fino a quel momento aveva accolto quasi ogni tentativo della donna di farselo amico.

All'albergo il proprietario disse loro che quei bozzoli erano di processionarie, «chenilles processionnaires»,così chiamate perché si spostano in una lunga fila indiana, la testa dell'una congiunta all'estremità posteriore dell'altra. L'inverno di solito ne uccide abbastanza perché non siano un problema, ma gli ultimi inverni erano stati caldi e ora si ritrovavano infestati. Mentre parlava sorrise come se fosse una cosa di cui andare fieri.

Craig chiese se in quella zona se ne trovassero dappertutto. Entusiasta l'uomo annuì: «Ici, oui, partout».

Agitando il dito aggiunse: «Faut pas les toucher...».Badate a non toccarle altrimenti vi verrà un doloroso eritema.

Il giorno seguente avevano in programma un'altra passeggiata, dal paese a una grotta con un lago sotterraneo. Ma dopo quella conversazione Craig disse che sarebbe stato troppo deprimente passare un altro pomeriggio circondati da alberi mezzi morti e che sarebbe stato meglio partire la mattina presto.

«Andiamocene in montagna».

«E la grotta?», chiese Luke.

«Ci saranno altre cose da vedere».

Così la mattina dopo guidarono fino alle montagne. Mentre salivano si tappavano loro le orecchie. L'aria divenne più fresca. Le vigne lasciarono il posto ai campi sassosi di lavanda e ai pascoli per le pecore delimitati dai bassi muretti a secco. Sopra cominciava un grande bosco di pini.

I tre, mentre guardavano fuori dal finestrino, si zittirono. Gli alberi sembravano abbastanza sani, alti e diritti, i rami che ammantavano di intenso verde scuro i costoni spigolosi e i pendii delle montagne. Su quelli più ripidi le piante si facevano più rade e nel mezzo si vedeva il pietrisco grigio, ma anche in quelle zone sembravano in ottima salute, i grossi rami rivolti verso l'alto, folti di aghi verde-nerastro incontaminati.

Quando il bosco tornò di nuovo a essere interrotto dai pascoli, Caitlin vide un nido, uno soltanto, scintillante come una matassa di zucchero filato tra i rami alti di un albero sopra la strada. Non disse niente: gli altri non sembravano averlo notato.

La strada, ora di ghiaia, scorreva lungo un fiume poco profondo, quindi li portò agli edifici di pietra dell'agriturismo dove avrebbero alloggiato. Dopo essersi registrati e aver pranzato, Craig aprì la cartina degli itinerari escursionistici. Nella zona c'erano delle bergerie che voleva vedere, vecchi rifugi per le pecore coi muri a secco dichiarati patrimonio storico. Secondo la guida ci si poteva arrivare solamente a piedi, cosa che per Craig era parte del loro fascino. Erano appollaiate sotto un alto costone e la donna che gestiva il ristorante indicò loro un sentiero circolare che li avrebbe condotti davanti a ogni bergerie prima di tornare indietro in tempo per la cena.

La prima parte del sentiero scavalcava una sella di pascoli con le pecore a brucare. Non c'erano piloni dell'alta tensione o ripetitori per i cellulari che turbassero Craig e di questo Caitlin fu grata. Non che a lei queste cose piacessero, ma le diatribe di lui avevano il potere di agitarla. Da quando stava con Craig aveva scoperto che era necessario custodire, con una certa attenzione, quel che restava del suo attaccamento alla propria specie.

Dopo il valico il sentiero scendeva per una valle fino a un ruscello e poi entrava in un bosco scuro di alberi decidui. Il ruscello in alcuni punti era profondo, formava pozze d'acqua verde sotto cornici di roccia ricoperte di muschio. Lungo le rive c'erano macchie color giallo cremoso che risultarono essere primule. C'erano anche dei fiori viola che secondo Craig erano di erba trinità.

«È bello questo posto», azzardò Caitlin.

«Niente male», convenne Craig.

Appena uscirono dal bosco e cominciarono a risalire, sul sentiero videro una cosa che somigliava a un lungo serpente scuro avanzare molto lentamente nella polvere rossa.

Luke gli corse incontro.

«Sono i bruchi!».

Si avvicinarono a controllare. Erano creature lunghe quattro centimetri, grigie, con una striscia arancione sul dorso e ricoperte di peluria chiara: la testa lucida e nera di ciascuna era attaccata all'estremità di quella che la precedeva. Progredivano lentamente lungo il sentiero, ma le gommose sacche trapuntate dei loro corpi si muovevano ondulando in modo deciso.

Craig si accovacciò. Dopo aver esaminato i bruchi con attenzione per un po' chiamò suo figlio. «Luke, vieni qua».

Il bambino gli si accovacciò vicino.

«Noi non uccidiamo gli animali».

«Noi no, mamma sì. Uccide i topi».

«D'accordo, ma io non li uccido, tu neanche e Caitlin neppure. Questi animali qua, però, penso... non sono esattamente parte della natura. Ci sono perché gli inverni non sono abbastanza freddi da ucciderli e sai a cosa è dovuto, giusto?».

Il bambino rimase a pensare per qualche istante.

«Ah», disse con la voce triste, «il riscaldamento globale».

«Giusto. Che fa di loro, in parte, un fenomeno dovuto all'uomo. Ora, guarda quei pini». Craig indicò il costone alberato davanti a loro. «Questi signorini probabilmente ne sentono l'odore da qua, e immagino che per loro sia un odore buono. Hanno intenzione di andare fin lassù per fare il nido, il che significa che molto presto questa foresta sarà infestata come quella che abbiamo visto ieri».

Il bambino spalancò gli occhi, poi allargò un gran sorriso.

«Papà, li uccidiamo?».

«Sì, ma voglio essere sicuro che tu capisca il perché. Ci sei?».

«Sì, sì. Come facciamo?».

«Così».

Craig si alzò in piedi e calpestò il primo bruco della colonna spiaccicandolo sotto la spessa suola degli scarponi. La fila si ruppe immediatamente, ciascun elemento si staccò dall'altro e andò per la propria strada, gonfio di peli, disorientato e nel panico. Luke saltò su un gruppo, maciullando i bruchi fino a farli diventare una poltiglia scura mista alla polvere. In questo modo eliminarono l'intera colonna.

«E questa è fatta», disse Craig.

Un po' più avanti, però, incontrarono un'altra processione che strisciava lenta verso il costone. Questa volta padre e figlio procedettero alla distruzione senza tanti discorsi, Luke che gridava di gioia mentre saltava loro sopra, Craig che manteneva un atteggiamento neutrale come se si ritenesse lo strumento di una forza necessaria del tutto impersonale.

Dopo non videro altri bruchi. Il sentiero si arrampicava in una zona odorosa di macchie di ginepro e rosmarino selvatico che avevano imparato a chiamare garigue. Luke e Craig chiacchieravano tranquilli per la prima volta dopo diversi giorni. Caitlin camminava dietro, ben sapendo che bisognava lasciarli per conto loro.

Quando il sentiero svoltò verso la parte finale e più ripida della salita, videro affiorare verso di loro, sul ciglio del costone, un duecento metri più avanti, un luccichio. Era una macchina, un SUV argentato - del tipo europeo, di piccole dimensioni - che scendeva lungo il sentiero. Qualche secondo dopo ne apparve dietro un altro uguale identico, poi un altro e un altro ancora. I quattro veicoli vennero giù sulla parte finale del sentiero, che sembrava quasi verticale, e poi girarono sul tratto orizzontale che deviava lungo il costone verso le bergerie. Da lì, in convoglio serrato, la polvere che si levava da sotto le ruote, continuarono lenti fino a scomparire tra gli alberi.

«Che cazzo di storia è questa?», disse Craig.

Spiegò la cartina.

«Sono su un sentiero per escursioni a piedi», disse, «qui non c'è strada e non c'è neanche sul versante da dove vengono». Ripiegò la cartina accelerando il passo verso il costone come se pensasse di poter riprendere le auto. Ovviamente, quando i tre raggiunsero il bivio, le macchine non si vedevano più. Ma nell'aria c'era l'odore dei gas di scarico e sopra il tintinnio dei campanacci delle pecore giù nella valle si sentiva ancora il rumore dei motori.

«Vanno in macchina su un cazzo di sentiero per escursionisti!», sbottò Craig.

Presero la stessa svolta che avevano preso le auto. Entrati nel bosco videro che ovunque, sui pini, c'erano in realtà dei nidi di processionaria. Caitlin lanciò un'occhiata a Craig che però non sembrava interessato a considerare i risvolti di quello spettacolo. Aveva la mascella tesa, gli occhi grigi che guardavano torvi il sentiero davanti. Come sempre era calmo nei modi, ma lei capiva che dentro ribolliva di rabbia. Sentiva che avrebbe voluto schiacciare le macchine come aveva fatto coi bruchi. All'improvviso Craig lasciò il sentiero per addentrarsi nel bosco. Si chinò, poi riemerse trascinando il tronco slavato di un albero caduto.

«Luke, dammi una mano!».

Il bambino aiutò il padre a trascinare l'albero sul sentiero.

«Che stiamo facendo?».

«Diamo uno spunto di riflessione a quella gente appena tornerà dalla spedizione. Un piccolo blocco stradale».

«Uh, figo».

«Anzi, magari tanti blocchi stradali», disse Craig scrutando di nuovo il bosco. «Assicurati che afferrino il concetto. Sarà come quelle stazioni della croce che c'erano fuori da quel primo paese. Delle piccole occasioni di riflessione. Ecco un altro albero...».

Mentre proseguivano, con Luke trascinarono fuori dal bosco diversi tronchi, li sistemarono di traverso lungo il sentiero, uno ogni circa cinquanta metri. Caitlin stava a guardare incerta se si trattasse di una buona idea, ma senza alcun desiderio di impegolarsi in una discussione. Se volevi contraddire Craig, dovevi essere assolutamente convinta di quello che sostenevi e Caitlin aveva il sospetto che i propri dubbi non fossero altro che vigliaccheria. E poi non voleva intromettersi quando lui e Luke se la intendevano in quel modo.

A un certo punto padre e figlio trovarono dei grossi massi.

«Useremo anche questi», disse Craig.

I due cominciarono a spingerli finché li spostarono in mezzo alla strada.

Un po' più avanti videro il copertone di un trattore accanto al cancello d'entrata di un campo. Lo misero in piedi. Era enorme, alto quasi quanto Luke. Insieme lo fecero rotolare fino al sentiero, lo rovesciarono a terra e, mentre cadeva, da uno squarcio laterale uscì dell'acqua.

«Okay», fece Craig, «dovrebbe funzionare».

Continuarono sul tratto pianeggiante e sassoso del sentiero. Dopo un po' Luke cominciò a rimanere indietro.

«Aspettatemi!», gridava.

«Muoviti», rispondeva Craig, «abbiamo ancora parecchia strada da fare».

Prima di arrivare alla prima bergerie ci volle un'altra mezz'ora. Le quattro auto erano parcheggiate in fila in cima a un prato che declinava ripido, in mezzo al quale c'era il piccolo ovile e il rifugio per il pastore col tetto a cupola. Fuori era riunito un gruppo di persone intorno a una donna corpulenta, vestita di tweed color malva.

«È meglio se aspetto Luke qui, che dici?», disse Caitlin al margine del prato. Il bambino era rimasto di nuovo indietro. Craig si strinse nelle spalle, poi iniziò la discesa.

Lei lo guardò avvicinarsi alle costruzioni. Nel gruppo diverse facce si voltarono verso di lui con sorrisi di benvenuto, e Caitlin guardava la figura alta e diritta passare loro davanti a grandi falcate ed entrare in una delle costruzioni senza gettare neanche un'occhiata nella loro direzione. Lei non riusciva a vedergli il viso ma sapeva bene che aveva un'espressione severa. Mentre l'immaginava l'assalì una sensazione mista di paura e ammirazione. Per quel che la riguardava, le era difficile giudicare il comportamento degli altri anche quando vedeva che era sbagliato. Per Craig però era un obbligo. Una volta le aveva detto che se fosse nato in un'epoca in cui era possibile credere in un dio, si sarebbe trovato costretto a diventare prete. Invece aveva imparato a costruire mobili, riuscendo però a trasformare anche quel mestiere in una sua crociata personale, con tutti i suoi materiali riciclati, e mordenti e vernici assolutamente naturali, e rifiutando nei modelli che disegnava qualsiasi elemento ornamentale e di comfort superfluo. «Gesù avrebbe fatto lo stesso se non avesse smesso di fare il falegname», diceva per scherzo. O forse non proprio per scherzo, ma con una luce negli occhi che si aveva la sensazione desse il permesso di prenderla come una battuta. Lei non era mai stata con un uomo come lui. Non era davvero amore quello che provava nei suoi confronti, nel senso consueto di volersi sempre sbaciucchiare e fare gli scemi. Lui non le piaceva neppure, pensava certe volte mentre osservava i suoi modi freddi con le persone che non approvava, vale a dire quasi l'intera razza umana. In qualche modo però quell'uomo l'aveva travolta, si era radicato nella sua immaginazione come se le avessero dato da risolvere un grosso problema, corposo e impossibile.

Quando Luke la raggiunse, il gruppo si era avviato di nuovo verso le macchine. La donna vestita color malva stava parlando in inglese con un accento francese:

«Nella prossima bergerienoterete una tecnica costruttiva completamente diversa. Invece dei soffitti a volta come in questa, vedrete che è costruita a mo' di galleria...».

Erano quasi tutte persone di mezza età, una parte degli uomini indossava la cravatta e un giaccone sportivo sotto a una cerata verde, le donne erano vestite di lana e tweed come la guida, anche se a colori più smorzati. Sembravano dei professori, pensò Caitlin. Le sorrisero e con disagio lei restituì il sorriso con il rammarico di averli dovuti incontrare così, di persona.

La guida, passando, le fece un educato cenno col capo. Gli occhi indugiarono qualche istante su Luke. Caitlin si girò e vide che il bambino si era alzato la maglietta e si grattava forte la grossa pancia. Era un po' imbarazzante ma non riteneva spettasse a lei dirgli di smetterla. Sopra, dietro il bambino, gli altri stavano risalendo in auto.

Craig spuntò dall'interno scuro dell'ovile. Rimase sull'entrata a guardare le macchine che ripartivano in fila indiana sul sentiero, diretti alla seconda bergerie.

«Pensavo», disse, «che se fossero stati sulla sedia a rotelle o roba del genere avrebbero potuto avere una scusante, ma non sono sicuro nemmeno di questo. Se io fossi un vecchio o un invalido non mi sentirei certo autorizzato a essere portato in macchina in posti dove non posso arrivare a piedi. Quella gente, comunque, è perfettamente in grado di camminare. Sono soltanto dei pigri e degli egoisti».

Girovagarono tra le costruzioni. Craig spiegava come erano stati realizzati gli archi e le volte, senza nessun attrezzo e senza cemento, soltanto accatastando e bilanciando le pietre più piatte che i pastori riuscivano a trovare nei dintorni. Nella voce aveva un insolito tono d'approvazione e Caitlin s'illuminò come sempre le accadeva in quelle occasioni. Craig amava quella maestria paziente, anonima, e quando ne parlava il suo entusiasmo le faceva venire voglia di spronarlo ad andare avanti, anche se personalmente non trovava la cosa così appassionante.

Dopo aver finito la visita ritornarono sul sentiero e cominciarono a camminare verso la seconda bergerie. Il bambino si stava di nuovo grattando.

«Che fai?», gli chiese Craig.

«Mi prude».

«Smettila. Cos'è, una puntura di zanzara?».

Guardò lo stomaco del figlio. «Non vedo niente, a parte un po' troppo di questo», e tra le dita gli prese il rotolo di grasso sulla pancia. «Forza, bruciamone un po'».

Riprese a camminare a passo sostenuto. Il bambino ricominciò a rimanere indietro.

«Aspetta!».

Craig si girò. «Tieni il passo, giovanotto. E smettila di grattarti».

Luke mentre li raggiungeva aveva il fiatone. Il viso era chiazzato di rosa.

«Non riesco a camminare così veloce», disse. Ora si grattava il braccio strofinando forte con le dita paffute e le unghie rosicchiate.

«Che hai?», chiese Craig.

«Non lo so».

«Su, smettila di grattarti. E cerca di tenere il passo». Gli diede una scompigliata ai capelli. «Vuoi giocare alle domande sulla natura?».

«No».

Camminarono in silenzio lungo il sentiero. Il sole era calato dietro il costone e ora i tre procedevano nell'ombra. Dai pini sopra di loro pendevano qua e là dei nidi chiari, tesi tra i rami e così gonfi che a Caitlin fecero venire in mente il muco espettorato dai polmoni. Cercava di non guardare. Poco dopo il bambino era rimasto di nuovo indietro.

«Aspettami!», piagnucolò.

Questa volta, quando li raggiunse, aveva il viso rosso porpora e sulle braccia delle bolle giallastre.

«Oddio», fece Caitlin, «ti senti bene?».

Lui la ignorò come al solito. Craig gli esaminò le braccia.

«Sembra orticaria. A volte gli vengono delle allergie. Non è che hai toccato uno di quei bruchi? Sulla pelle?».

«No».

«Senti, non siamo neanche a metà strada. Abbiamo ancora un paio d'ore di cammino. Pensi di farcela?».

«Non mi sento bene».

«Lo so. Quando torniamo ti diamo un antistaminico. Ma ti va bene se continuiamo, vero?».

«Sono stanco».

«Posso riaccompagnarlo indietro io per la strada da cui siamo venuti», si sentì dire Caitlin, «insomma, se tu vuoi continuare...».

«No!», fece il bambino aggrappandosi al padre.

Craig spiegò la cartina. Per un po' non disse niente.

«Sarebbe più corta?», chiese Caitlin.

«Per tornare indietro?».

«Mh».

La guardò: negli occhi una vaga luce sardonica come ad accettare una sfida, piccola ma inaspettata.

«Un po'. Già, mi sa che sarebbe parecchio più corta».

Craig guardò di nuovo Luke. Il bambino sembrava intontito. La parte molle intorno agli occhi aveva cominciato a gonfiarsi e gli occhi erano iniettati di sangue.

«Va bene», disse Craig piegando la cartina e mettendola via. «Torniamo indietro. Torniamo per la strada da cui siamo venuti».

E così si girarono e cominciarono a ripercorrere il sentiero da cui erano arrivati. Questa volta adottarono l'andatura di Luke; per ritornare alla bergerie ci vollero buoni venti minuti, il doppio dell'andata.

«Possiamo riposarci?», chiese il bambino mentre passavano oltre le costruzioni. Ansimava forte.

«No, adesso dobbiamo continuare a camminare».

«Ma sono stanco, mi fanno male gli occhi».

«Forza».

Il bambino rimase fermo sul sentiero. «Non ce la faccio!». Gli tremavano le labbra. «Non voglio più camminare!».

Craig lo guardò negli occhi. «D'accordo. Mettiti a cavalcioni sulle mie spalle».

Si chinò e Luke gli si arrampicò sulle spalle. Piano piano, vacillando appena all'indietro, Craig si raddrizzò, la magra corporatura che sembrava pericolosamente sbilanciata per il fardello che le gravava sopra.

«Cristo santo», borbottò.

Camminavano sul sentiero avanzando ancora più lenti di prima. Luke stava raggomitolato su suo padre, la guancia gonfia poggiata alla testa del genitore. L'aria era fresca ma dopo un po' dalla faccia di Craig cominciarono a colare gocce di sudore. Sulla fronte gli pulsava una vena. Guardò Caitlin. «Non ce la farò a portarlo sulle spalle per tutta la strada».

Lei annuì senza dire niente. Non c'era niente che le venisse in mente.

Pochi minuti dopo, alle loro spalle, Caitlin sentì le macchine che tornavano lungo il sentiero. Era rimasta con l'orecchio teso per captarne il rumore ma ciononostante l'assalì la paura. Fu una sensazione che le sprofondò dentro roteando lentamente come un oggetto pesante che affondi nell'olio. Mentre le auto si avvicinavano Luke alzò la testa e si girò indietro, intontito. Gli occhi erano due sottili fessure rosse nel turgido della carne. Craig si spostò al lato del sentiero ma continuò a camminare a passo regolare facendo finta di niente.

A Caitlin venne in mente che non sarebbe stato capace di chiedere un passaggio. Riuscì a sentire quell'impossibilità come se per un istante fosse lui. Non poteva portare il bambino in spalla per tutta la strada ma piuttosto di chiedere aiuto a quelle persone si sarebbe spezzato la schiena. Tuttavia doveva pure riuscire a capire che non avrebbe risolto nulla. In modo oscuro le parve che in qualche punto dell'ostinata trama dei suoi pensieri dovesse aver calcolato che il passaggio lo chiedesse lei e che in tal caso sarebbe stato accettabile. Qualcosa le si ribellò dentro a sentire che si contava su di lei in quel modo. Per un istante fu tentata di non stare al gioco, per vedere che cosa avrebbe combinato Craig, ma perfino nel momento in cui cercava di assumere il necessario atteggiamento d'indifferenza, capi che lui aveva calcolato giusto: le sarebbe mancato il coraggio di far finta di niente. Si girò verso le auto con un sorriso disperato e la mano tesa per fermarle: le auto però si stavano fermando comunque e il finestrino del conducente della prima si stava abbassando.

«Il est malade, le petit?»,arrivò la voce della guida.

«Scusi?».

«Il bambino sta male?».

«Sì, sì, sta male!», disse Caitlin, poi gridò: «Ci potete aiutare? Craig, ferma!».

Craig si girò lentamente, il viso grondante di sudore.

La guida scese dalla macchina e guardò Luke.

«Che gli è successo?».

Caitlin rispose: «Non lo sappiamo, forse un'allergia...».

«Prima quando l'ho visto l'ho pensato. Si è avvicinato a uno di quei bruchi che fanno questi nidi?». Indicava gli alberi.

«Si è avvicinato ma non li ha toccati».

«Non c'è bisogno di toccarli. Può essere pericoloso anche solo avvicinarsi e respirare l'aria. Soprattutto per gli occhi». Andò accanto a Craig, che teneva ancora il bambino sulle spalle. «Oh! Ma dovete portarlo subito all'ospedale! Venite, vi ci portiamo noi».

Craig non disse niente ma fece scendere Luke. La guida si occupò di farli salire tutti e tre sul sedile posteriore; una coppia coi capelli grigi, per far loro spazio, si strinse. Nel sedile del passeggero c'era un uomo col viso appuntito e scaltro. Mentre la donna rimetteva in moto il convoglio, tutti loro fecero dei versi affettuosi rivolti a Luke. Il bambino nascose la testa nella spalla del padre.

«Dove alloggiate?», chiese la guida. Guidava veloce, molto più di prima.

Caitlin le diede il nome dell'agriturismo.

«Ah, da questo versante della montagna. L'ospedale è sull'altro. Dovrete prendere un taxi dopo...».

Inchiodò. «Mais c'est quoi...?».

Erano arrivati davanti al copertone di un trattore.

«Lo sposto io», disse Craig aprendo la portiera. Dalle auto dietro scesero dei passeggeri. Caitlin pensò di rimanere in macchina con Luke anche se quando cercava di abbracciarlo il bambino si divincolava. Guardò gli altri aiutare Craig a spostare l'enorme gomma e ritornare alle loro macchine tra le risate, l'espressione perplessa in viso; sentì qualcuno dire che doveva averla lasciata un agricoltore. Craig si rimise a sedere con lo sguardo fisso fuori del finestrino. Mentre l'auto ripartiva e riprendeva la corsa, il cuore di Caitlin batteva veloce, le palpitava quasi in petto.

«Siete tutti professori?», chiese. «Per questo siete...».

«Santo cielo, no!». L'uomo davanti ridacchiò.

La donna della coppia disse: «Siamo soci di un gruppo per la conservazione rurale del Suffolk. Ogni anno facciamo una gita all'estero».

La guida inchiodò di nuovo.

«Mais...!».

Erano arrivati ai massi.

Craig era sceso dalla macchina quasi prima che si fermasse. Di nuovo lo raggiunsero anche gli altri per dargli una mano, questa volta senza tante risate. L'uomo sul sedile davanti guardò Caitlin nello specchietto retrovisore; lei si voltò e arrossì. Quando ripartirono l'uomo disse qualcosa in francese alla guida, parlava rapidissimo. La donna aveva l'aria incredula ma al primo albero caduto si fermò in modo più graduale come se un po' se lo aspettasse. Craig saltò fuori dall'auto e questa volta andarono ad aiutarlo soltanto un paio di persone dalle macchine dietro. All'albero seguente non andò nessuno. Le quattro macchine rimasero coi motori accesi mentre lui trascinava il pesante tronco scheletrico di nuovo nel bosco. Poi procedettero lentamente fino a quello dopo e lui scese un'altra volta. Craig sembrava essersi trincerato dietro una sorta di stoico distacco; per Caitlin tutto si svolgeva con una chiarezza straziante. Lo guardò scendere e rimuovere uno dopo l'altro gli ostacoli che restavano. Da solo sul sentiero le parve una figura strana, avvizzita, distante, assediata. Il viso non aveva espressione, ma mentre trascinava i tronchi morti tra la polvere e le pietre i muscoli sotto sforzo del collo e il sudore sul viso gli davano un aspetto angosciante. Sentì il desiderio di consolarlo anche se sapeva che Craig avrebbe disdegnato il minimo accenno di commiserazione. Dopo l'ultimo albero, ripreso posto in macchina, lui tirò fuori un fazzoletto per asciugarsi il viso. La guida lo guardò nello specchietto retrovisore.

«Questo è l'ultimo?», chiese.

Craig la fissò un momento.

Poi annuì e lei proseguì.

In macchina non parlò più nessuno. A Caitlin quel silenzio faceva un effetto estenuante. A peggiorare le cose era il fatto che non ci fosse dove guardare per trovare un po' di sollievo. Craig, Luke, la guida, gli altri passeggeri, gli alberi fuori coi nidi, tutto sembrava aggiungere il suo carico oppressivo a quel momento.

All'incrocio svoltarono a destra e passarono dall'altro versante del costone. Sotto, la valle era molto più ampia di quella che avevano attraversato venendo dalla fattoria ed era tutta edificata. Le case cominciavano a metà pendio, prima sparse, ma poi più fitte verso il fondovalle, le luci pallide contro il fianco grigio-verde della montagna. Caitlin diede un'occhiata a Craig, poi si girò di scatto. Si disse che laggiù c'era l'ospedale, che quelle persone che li stavano aiutando venivano anche loro da qualche punto del fondovalle. Le era impossibile però non pensare ai nidi. Chiuse gli occhi ma se li vedeva davanti comunque, pallide forme nel buio dietro le palpebre, con le ombre dei bruchi che vi strisciavano dentro.

 

 

Finito di stampare

nel mese di aprile 2011

nello stabilimento grafico

Puntoweb S.r.l. di Ariccia (Roma)

per conto di

Fazi Editore

 

 

 

 

 Z,z,,