martedì 24 agosto 2021

UN UOMO INUTILE Sait Faik Abasıyanık

 



 UN UOMO INUTILE 

Sait Faik Abasıyanık
«Lui è nato per osservare il mondo con meraviglia» scrive Sait Faik Abasıyanık di uno dei suoi tanti doppi che compaiono in questi racconti. «Per stupirsi senza capire nulla. Camminare per le strade, vedere e non vedere che cosa fa la gente». E poi? «Indugiare su un ponte e guardare in basso il colore dell'acqua, ammirare le gambe di una ragazza» - e chiedersi: «quella ragazza, chi riuscirà a baciarla?». Un incorreggibile flâneur: questo è stato Sait Faik, uno dei massimi scrittori turchi del Novecento. Dopo studi irregolari, una manciata di anni trascorsi in Francia, fiacchi tentativi, sempre falliti, di rassegnarsi a un qualsivoglia mestiere, il perdigiorno bramoso di «amare la gente» non ha fatto altro che immergersi nell'esistenza brulicante e misera dei quartieri cosmopoliti di Istanbul, e osservare avidamente, con gli occhi sempre un po' lucidi per il troppo rak?, non solo gli esseri umani - lo attraggono, in particolare, certi «ragazzi di vita» che quasi mai trova il coraggio di abbordare - ma anche i cani, gli uccelli, i pesci, il cielo, il mare, i tram, le chiatte, i taxi... È qui che, tra osterie, bordelli, pasticcerie e alberghetti, vagabonda e beve per tutta la sua breve vita, fino a morire, a soli quarantotto anni, di cirrosi epatica. Eppure questo irriducibile sfaccendato riesce a perseguire con indomabile tenacia la propria vocazione letteraria, e a tracciare, un racconto dopo l'altro, una pennellata dopo l'altra, un affresco partecipe e struggente del mondo stambuliota della prima metà del Novecento - «venditori di giornali, di fiammiferi, di stecche per baveri e bustini, mercanti d'amore ... costruttori, pizzicagnoli, teatranti, scrittori, librai, acquaioli, tabaccai, professori, lustrascarpe, studenti...» - in una prosa asciutta e affilata, e insieme ebbra, franta, trafelata come dopo una lunga corsa, nella quale baluginano, qua e là, folgoranti accensioni liriche: «Desiderava tanto baciare delle labbra: morbide, umide, insipide o saporite, crepitanti come capelli elettrici... Voleva impazzire al calore di una mano».
UN UOMO INUTILE

Il samovar

«Ali, senti la chiamata alla preghiera del mattino. Alzati, figliolo, arriverai tardi al lavoro!».

Ali aveva finalmente trovato un’occupazione; da una settimana andava in fabbrica. Sua madre ne era felice. Aveva appena pregato e compiuto le sue devozioni e, con l’Onnipotente nel cuore, entrò nella camera del figlio. Sulle prime non trovò il coraggio di svegliarlo, quel ragazzone, alto, grande, dal volto fresco: stava sognando macchinari, batterie, lampadine e ampolle, olio lubrificante nei meccanismi di un borbottante motore diesel. Era tutto sudato e rosso in viso come se fosse appena uscito dal lavoro.

Al levar del sole, la ciminiera della fabbrica di Halıcıoğlu sembrava un gallo con la cresta alzata, fiero, di fronte all’alba che saliva sui pendii di Kağıthane. Tra poco avrebbe cantato.

Ali infine si svegliò, e abbracciò sua madre. Come ogni mattina, si tirò la coperta sulla testa. La madre gli fece il solletico sui piedi che spuntavano. Lui saltò su, e quando ricaddero insieme sul letto, la donna, ridente come una giovane, poteva considerarsi felice. Non erano forse figli di un quartiere dove la gente felice era assai rara? Avevano forse altre risorse, che non fossero quelle che una madre ha per un figlio e un figlio per la madre? Passarono nella sala da pranzo, a braccetto. Un profumo di pane tostato riempiva la stanza. Come bolliva rassicurante, il samovar... Ali paragonava il samovar a una fabbrica senza sofferenze, scioperi, incidenti. Una fabbrica di odori buoni, vapori e felicità dell’alba.

Ali adorava il samovar del mattino, e anche il bollitore di salep che c’era davanti alla fabbrica. E poi i suoni: la tromba della scuola militare di Halıcıoğlu, la sirena della fabbrica, che fischiava così a lungo da riecheggiare in tutto il Corno d’Oro. Ecco, quelle cose accendevano in lui tanti desideri, e tanti ne spegnevano. Insomma, il nostro Ali aveva un po’ l’animo del poeta. E se anche la sensibilità di un operaio elettricista di Büyükdeğirmen è la stessa dei grossi transatlantici che entrano nel Corno d’Oro, ebbene, anche noi – tutti gli Ali, i Mehmet, gli Hasan – siamo un po’ così. Nel cuore di ciascuno di noi sonnecchia un leone.

Ali baciò la mano di sua madre, poi si leccò le labbra come se avesse assaggiato qualcosa di dolce. Sua madre rise... Ali lo faceva ogni volta che le baciava la mano. Nel giardinetto di casa c’erano dei vasi di basilico. Il figlio ne stropicciò una foglia e si allontanò annusandosi le dita.

Il mattino era fresco, e brumoso il Corno d’Oro. Trovò i suoi compagni nella barchetta al molo: tutti ragazzi forti. In cinque passarono dall’altra parte, a Halıcıoğlu.

Oggi Ali è in vena di lavorare con piacere, slancio, entusiasmo; ma non vuole apparire superiore ai suoi compagni. Per loro lavorerà con modestia, senza ostentazione. Eppure, il modo di farsi notare l’avrebbe. Il suo maestro era il miglior elettricista di Istanbul. Un tedesco. Voleva molto bene ad Ali. Gli aveva insegnato i trucchi e le accortezze del mestiere: «Il segreto per superare quelli che sono bravi quanto te sta tutto nella destrezza, nella velocità, nello spirito sportivo: insomma, nella giovinezza!» usava dire.

La sera, tornò a casa soddisfatto, sicuro di essere un buon amico per i suoi amici, e un buon collega, e per i suoi capi un operaio affidabile.

Dopo aver abbracciato la madre scappò di corsa al caffè di fronte, dagli amici. Giocarono a carte, e poi rimase a guardare un’avvincente partita di tric-trac. Poi riprese la via di casa. La madre stava recitando la preghiera della sera. Come sempre, lui le si inginocchiò davanti, fece delle capriole sul tappeto e le mostrò la lingua. Quando alla fine riuscì a farla ridere, la poveretta stava per concludere le orazioni col saluto rituale.

Gli disse:

«Ali, è peccato, figliolo! È peccato, davvero, ragazzo mio, devi smetterla!».

E Ali, di rimando:

«Dio perdona, mamma».

Poi, spontaneo e innocente, le chiese:

«Dio non ride mai?».

Dopo cena, Ali sprofondò nella lettura di un romanzo di Nat Pinkerton. La madre sferruzzava un maglione per lui. Stesero poi sul pavimento dei materassi che profumavano di lavanda, e si coricarono.

La madre svegliò Ali mentre il muezzin chiamava alla preghiera del mattino.

Come bolliva rassicurante, il samovar, nella stanza che odorava di pane tostato... Ali paragonava il samovar a una fabbrica senza sofferenze, scioperi, incidenti. Una fabbrica di odori buoni, vapori e felicità dell’alba.

 

 

La morte visitò la madre di Ali come un’ospite discreta, quasi una vicina coperta dal velo della preghiera! La madre, in tutta la sua giornata, preparava il tè al ragazzo e due piatti per la cena. Tuttavia, in un angolo del cuore, sentiva un certo dolore, e quando la sera saliva le scale di casa, nel corpo sciupato che sapeva di mussolina, provava un senso di stanchezza, un sudore, un languore.

Una mattina, prima di svegliare Ali, proprio davanti al samovar la colse un malore: crollò sulla sedia lì vicino. Crollò per sempre.

Ali, confuso dal fatto che la madre quel giorno non l’avesse chiamato, ci mise un po’ a capire che era tardi. La sirena della fabbrica giungeva attutita attraverso i vetri, senza il suo stridore, quasi attutita attraverso una spugna. Balzò fuori dal letto, si fermò sulla porta della sala da pranzo. Osservò la donna morta che sembrava sonnecchiare, con le mani sulla tavola. Pensò che stesse dormendo. Avanzò piano. Le posò le mani sulle spalle. Quando sfiorò con le labbra le sue guance ormai fredde, rabbrividì.

Di fronte alla morte, qualunque cosa facciamo, non siamo diversi da un bravo attore che recita la sua parte. Solo dei bravi attori. Nient’altro.

L’abbracciò e la portò nel proprio letto. La coprì con la coperta, cercò di riscaldare quel corpo che cominciava a raffreddarsi. Si sforzò di trasmettere calore e vitalità a quell’essere freddo. Poi, impotente, si gettò sul divano d’angolo. Per quanto lo desiderasse, quel giorno non riuscì a piangere. Bruciavano, bruciavano gli occhi, ma non ne uscì una sola lacrima. Si guardò allo specchio. Di fronte al suo più grande dolore, non riusciva ad assumere altro aspetto che non fosse quello di un uomo che ha passato la notte in bianco?

Ali avrebbe voluto smagrire di colpo, ritrovarsi coi capelli bianchi, piegarsi in due per le fitte di un dolore atroce, essere d’un tratto vecchio di cent’anni. Poi la guardò un’altra volta: non era affatto spaventosa.

Al contrario, il volto restava affettuoso come prima, dolce come prima. Con mano ferma, le chiuse le palpebre semiaperte. Si precipitò fuori. Informò la vecchia che abitava dirimpetto. I vicini accorsero a casa sua. Quanto a lui, andò alla fabbrica. In cammino, sulla barca, gli parve d’essersi già abituato alla morte.

Avevano dormito fianco a fianco, abbracciati, sotto la stessa coperta. La morte, confidente e familiare, era entrata nella sua mamma e le aveva preso tutte le sensazioni, i sentimenti, la tenerezza, la dolcezza che erano in lei. Adesso era solo un po’ fredda. La morte non era così brutta come si pensava. Solo un po’ fredda, tutto qui.

Ali si aggirò per giorni nelle stanze vuote. Di notte si metteva seduto, senza accendere la luce. Ascoltò la notte. Pensò a sua madre. Ma non riuscì a piangere.

Una mattina, in sala da pranzo, si ritrovarono l’uno di fronte all’altro. Quello, calmo e lucente sull’incerata della tavola; il sole come raggelato sul metallo giallo. Lui lo prese per i manici, lo ripose in un posto che lo rendesse invisibile. Sprofondò su una sedia. E pianse tanto, come una pioggia silenziosa. E in casa, quello, non bollì mai più.

Poi, nella vita di Ali entrò un bollitore di salep.

Nei dintorni del Corno d’Oro, l’inverno è più rigido, più brumoso che a Istanbul. E quelli che andavano presto a lavorare, rompendo i blocchi di fango ghiacciato sui marciapiedi, come i maestri di scuola, i commercianti e i macellai, si riposavano un po’ davanti alla fabbrica; si addossavano all’enorme muro e bevevano il salep caldo cosparso di zenzero e cannella.

Operai biondi, maestri, negozianti, macellai, e talora persino dei poveri scolari, le mani preziose protette da guanti di lana, strette intorno alla tazza di salep, i nasi raffreddati, le teste in sciopero, fumanti come un samovar d’ottone, appoggiavano la schiena all’enorme muro della fabbrica: e a piccoli sorsi bevevano il salep cosparso delle briciole dei loro sogni.

La seconda casa di mio padre

Quel giorno non sapevo perché fossimo andati nella casa di campagna dove, in cucina, trovammo un’anatra arrosto, il bulgur cotto nel sugo dall’anatra, e la helva. Oggi, inquieto e solitario, mentre guardo passare i tram dalla finestra dell’hotel, non potrò dire per quale ragione fossimo finiti in quella casa di campagna, verso sera, in silenzio, come se vi fossimo attesi.

Il richiamo alla preghiera serale era già stato intonato nel paese vicino. I cavalli li avevamo abbeverati un poco. Mio padre, fin dall’uscita dalla città, si era incupito. Dovevano averlo reso nervoso il cielo grigio, la polvere o la strada dissestata. Forse sarebbe bastata una mia sola parola per tornare indietro. Saremmo passati di nuovo a briglia sciolta per le strade del borgo, nel silenzio rotto dall’abbaiare dei cani; avremmo legato i cavalli nella stalla, lui sarebbe andato al caffè del municipio e io mi sarei chiuso in camera mia. Meglio tacere, invece. Intanto, mi ero innervosito anch’io. Per distrazione, feci inciampare il mio cavallo un paio di volte.

Allora notai in mio padre un battito di ciglia. Non mi rivolse nemmeno un’occhiata, però; e dire che, in situazioni simili, quando incrociava il mio sguardo, non sapeva trattenersi dal fare un sorrisetto ipocrita e beffardo, a labbra strette. Il suo cavallo non incespicava mai. Quando raggiungemmo la casa in questione, un giovane contadino, delicato come un ricamo, una trina, prese in consegna i cavalli. Credendo che stessi osservando il garofano infilato nel bordo del suo berretto, me lo porse. Ma io avevo solo guardato i suoi occhi, color paglia bagnata, e la pelle del viso, dello stesso colore. Chissà, forse mi offrì il garofano perché le altre cose non avrebbe potuto darmele. Nel frattempo, mio padre mi volgeva le spalle. Dapprima, odorai il fiore. Poi, quando me lo stavo infilando tra il cappello e l’orecchio, vidi che mio padre mi stava osservando. Non un sorriso. Ma non era neppure serio: una faccia inespressiva, incolore, molto calma. Credo di essere arrossito. Mi cadde lo sguardo su un tacchino. Com’era grande e grossa quella bestia, nella penombra, con il collo rubizzo e spelacchiato! E come doveva essere forte.

«Su, tontolone!» mormorò mio padre.

Mentre ci accingevamo a entrare in casa, il ragazzo faceva girare, piano piano, i cavalli.

È naturale: appena si mette piede in una casa di campagna si sente un leggero odore di paglia e sterco. E più ci si avvicina, più sarà irritante per il nostro naso un aspro sentore di ayran proveniente dal cantone delle zangole. Abbiamo salito una scala di quattro o cinque gradini.

Una donna anziana stava recitando le preghiere su una sorta di predella, o cattedra di scuola, o, meglio ancora, una tribuna come quelle dove gli oratori rivolgono al pubblico parole a vanvera in occasione delle feste nazionali. Fu una breve attesa: mio padre sul quinto gradino, io sul terzo. Avevamo lasciato le scarpe fuori dalla porta, e immaginavo che con le calze di lana non avessimo fatto il benché minimo rumore dentro la stanza. Prevedevo quindi che la donna si sarebbe accorta di noi all’improvviso, alla fine delle preghiere, e che avrebbe riscosso tutto il villaggio a grida e strilli; l’imponente figura di mio padre, sul fondo, dentro quella stanza di ombre, sarebbe apparsa ancor più vaga e favolosa. Niente di tutto questo. Trovandoci noi alla sua destra, lei ci notò fin dall’inizio delle devozioni. Le osservai le labbra, gli occhi mobili e tranquilli, gli zigomi sporgenti. Quando girò la testa dall’altra parte, fui come attraversato da una ventata di affetto. E mi dissi: «Oh, vorrei odorare il suo velo». Era bianco, di mussola. Come quello di mia nonna. Questa nonna girò di nuovo verso di noi il volto affettuoso. Indicando la porta di fronte con un’identica dolcezza, disse:

«Caro Ömer Ağa, Fatma è dentro. Entrate, vi prego».

E mio padre:

«Sì, sì, entriamo. E tu, come stai? Tutto bene, nonna?».

La donna annuì, e ci avviammo verso la stanza. Là si trovava una giovane donna. Intonava canti alla sera. Al nostro ingresso, si alzò e sorrise. La stanza era impregnata di un odore di frutta guasta. A terra, il kilim di Kocaeli, di un rosso bagnato. Sotto la lampada a gas stava bollendo una strana marmellata.

Quel viaggio così misterioso mi spingeva a stare attento a tutto; ma proprio mentre mi accingevo a esplorare ogni angolo mio padre, senza ancora aver risposto al saluto della giovane, mi disse:

«Su, figliolo, vai ad aiutare Emin. E non mettete a ricovero i cavalli senza prima averli fatti pisciare, eh?».

I cavalli avevano pisciato ed erano già nella stalla, davanti a un mucchio di fieno. Sulla soglia stava seduto Emin. Con il coltellino in mano, era intento a scortecciare un ramo. Mi misi a sedere accanto a lui. Non mi guardò. Mi accorgevo che cercava un pretesto per dirmi qualcosa, mentre con il suo temperino spellava nervoso il bastone. Con l’occhio fisso sul ramo, gli chiesi:

«Che legno è?».

Per un po’ non mi rispose. Si era appena fatto un taglio alla mano. Con la lingua appuntita come quella di un gatto, aguzza, rosata, si leccò a lungo il dito. Disse poi, fra le labbra rosso corniola:

«Corniolo».

Non parlammo più.

Questo ragazzo, fresco e tiepido come il caldo d’estate sul bordo dell’acqua, sembrava da tempo pentito della familiarità che mi aveva mostrato. Da casa, una rauca voce femminile ci chiamò. Mangiammo l’anatra arrosto, il bulgur cotto nel sugo dell’anatra e la helva. La tavola era semplice, bassa, di legno, con i tovaglioli di tela spessa; i cucchiai di legno. Per me e mio padre avevano messo anche le forchette. Si era svolta di recente, al chiaro di luna, nel campo di mais, una singolare, crudele battuta di caccia al cinghiale. La bestia, inferocita, aveva squarciato in due, all’ombelico, un bambino come Emin. L’anziana donna raccontò la tragedia lentamente, dilungandosi nei dettagli. Ricordò in quale campo si erano svolti i fatti, chi era il bambino, elencò a uno a uno i nomi dei cacciatori. Mio padre aveva l’aria di chi conosce bene tutti quanti. Emin non distoglieva gli occhi da me.

Noi tre uomini e la vecchia mangiavamo. La donna giovane ci serviva. Potevo vedere l’henné sui palmi delle sue mani quando appoggiava i tegami sulla tavola. Cenammo dove la vecchia aveva pregato. Dopo cena, salimmo al piano di sopra, in una stanza col camino. Emin accese il fuoco. Si inginocchiò su di una pelle di montone nero e poi ci si stese sopra. Superava di poco la misura della pelle sotto di lui.

La donna anziana sonnecchiava sul divano. Io le sedevo vicino, la mia mano nella sua. Il sonno, come una malattia contagiosa, passava dalla sua mano alla mia, e mi si chiudevano gli occhi. Liberai la mia mano da quella tenera, rassegnata, della donna. L’allungai più in là, verso la pelle di montone di Emin.

Intanto, mio padre e la donna giovane stavano comodi sul divano. La sigaretta di mio padre emanava magiche faville avvolte nel fumo. Parlavano di matrimoni, di ragazze, di giovanotti. Il viso di Emin arrossiva come brace, nel crepitio della legna gettata sulle fiamme. Dormii.

Mi risvegliai allo spuntare dell’alba. Mentre tornavamo nel borgo, verso la casa di ricchi in cui mio padre era entrato come genero, sul mio volto raggelato dalla nebbia del mattino restavano ancora i vapori e l’odore del latte di bufala, e sulla mia fronte le labbra dell’anziana donna, e le dita robuste di mio fratello Emin erano ancora strette alle mie.

Ho custodito a lungo queste sensazioni, come le istantanee prese dai fotografi. Poi, piano piano, hanno finito per sbiadire e farsi indistinte.

Il fazzoletto di seta

L’ampia facciata della fabbrica di seta emanava riflessi di luna. Davanti al portone passarono alcune persone, di gran fretta. Mentre camminavo, svogliato, a passi incerti e senza meta, il guardiano fece alle mie spalle:

«Dove vai?».

«Passeggio un po’, così» risposi.

«Non vai a vedere il funambolo?».

Vedendo che non rispondevo, aggiunse:

«Ci vanno tutti. Uno così non era mai venuto, qui a Bursa».

«Non mi interessa» risposi.

Mi pregò con insistenza, e alla fine mi persuase a sorvegliare la fabbrica. Mi sedetti per un po’, fumai una sigaretta, mi misi a canticchiare. Poi mi prese la noia. Che cosa potrei fare, pensai. Mi alzai, raccolsi il bastone chiodato che era nella stanza del guardiano, e uscii a fare un giro nella fabbrica.

Non appena superai la bigattiera dei bachi da seta, dove lavorano le ragazze, udii un rumore. Accesi la torcia elettrica che avevo in tasca e la feci girare tutt’intorno. Nel vivido fascio di luce apparvero due piedi nudi che cercavano di scappare. Gli corsi dietro e acchiappai il fuggiasco.

Trascinai il ladro nella stanza del guardiano, e accesi la lanterna gialla.

Oh, era così piccolo questo ladro! La mano che stavo stritolando nella mia era minuscola. Gli occhi luccicanti.

Ci misi un po’ a lasciargli la mano, e fu per farmi una risata, una fragorosa risata.

Mi si gettò contro con un coltellino. E mi ferì al mignolo, lo scaltro. Afferrai il furfantello stretto stretto. Gli perquisii le tasche. Trovai del tabacco di contrabbando e un paio di cartine della stessa provenienza, e un fazzoletto pulito. Premetti il tabacco sul dito sanguinante; strappai il fazzoletto e mi fasciai la mano. Col tabacco rimanente rollammo due sigarette belle cariche, e iniziammo a chiacchierare come se ci conoscessimo.

Aveva quindici anni. Di solito non faceva quelle cose, ma è la giovinezza! Qualcuno gli aveva chiesto un fazzoletto di seta... già, la giovane vicina di cui si era innamorato, ecco! Soldi per comprarlo al mercato non ne aveva. Aveva pensato e ripensato ed era giunto a questa soluzione.

«D’accordo,» dissi «il laboratorio però è da questa parte; tu cosa cercavi dall’altra parte?».

Rise. Che cosa ne sapeva lui, di dov’era il laboratorio.

Ci accendemmo l’un l’altro le nostre rustiche sigarette e diventammo buoni amici.

Halis era di Bursa, nato e cresciuto là. In tutta la sua lunga vita – aveste visto la sua faccia mentre lo diceva – non era mai sceso a Istanbul; solo una volta a Mudanya.

Avevo avuto anch’io degli amici con quel carattere, quella tempra, quando giocavamo con le slitte al chiaro di luna, vicino alla moschea di Emir Sultan.

Sono sicuro che anche la sua pelle, come la loro, si abbronzava nelle polle del Gökdere, di cui sento ancora lo sciabordio. So che di stagione in stagione prende il colore della buccia dei frutti.

Lo guardai, era del colore bruno della noce ormai spoglia del mallo verde. E di una noce fresca era il biancore dei suoi denti candidi e fragili. Lo so bene: dall’inizio dell’estate fino alla stagione delle noci le mani dei bambini di Bursa odorano di prugne e pesche; i loro petti, che spuntano fra i bottoni strappati delle camicie a righe, sanno di foglie di nocciolo. In quel momento l’orologio del guardiano suonò mezzanotte. Lo spettacolo del funambolo stava per finire.

«Ora devo scappare» disse.

Stavo ancora pensando a quanto mi era dispiaciuto vederlo andar via senza il fazzoletto di seta, quando sobbalzai per un rumore proveniente da fuori. Era il guardiano, che stava rientrando nella stanza e ringhiava. Dietro di lui c’era anche il ladruncolo...

Questa volta gli tirai le orecchie. Il guardiano gli colpì i piedi nudi con un rametto di salice. Fortunatamente il padrone non c’era, altrimenti l’avrebbe di sicuro consegnato alla polizia, commentando: «Un bambino ladro a quest’età! Che finisca in prigione, a rinsavire!».

Lo spaventammo molto, ma non pianse. I suoi occhi erano quelli dei bimbi sull’orlo del pianto, ma sulle sue labbra non comparve il minimo tremore, e le sopracciglia immobili non persero mai l’espressione ferma, decisa. Ebbero solo un lieve fremito.

Quando lo lasciammo, guizzò come una rondine liberata. Scappò, fendendo la luce lunare e il campo di mais come un’ala tagliente.

 

 

A quei tempi dormivo nel deposito delle merci, sopra il laboratorio. Che bella era la mia stanza! Era dolce come una poesia, specialmente nelle notti di plenilunio.

Proprio fuori dalla mia finestra c’era un gelso. Il chiaro di luna filtrava fra le foglie di gelso e si spandeva qua e là nella stanza. Lasciavo quasi sempre la finestra aperta, d’estate e d’inverno. Che freschi, che strani venti soffiavano. Poiché lavoravo anche sui battelli, riconoscevo e distinguevo i venti dal loro odore: libeccio, bora, maestrale, ponente. Quanti venti passarono sulla mia coperta, come tanti strani sogni.

Ho il sonno leggerissimo. Mancava poco all’alba. Sentii un rumore provenire da fuori. Come se sul gelso ci fosse qualcuno. M’impaurii al punto da non riuscire a muovermi o a urlare. Proprio in quel momento alla finestra apparve un fantasma.

Era lui, e si calò piano dentro la stanza. Chiusi gli occhi mentre mi passava davanti. Rovistò a lungo dentro gli armadi; mise a soqquadro tutto ciò che era impilato. Io non emisi un suono. In realtà, di fronte a tanto coraggio, non avrei fiatato nemmeno se si fosse portato via tutto. Non dissi neanche una parola, pur sapendo che l’indomani il padrone mi avrebbe licenziato con un calcio sul sedere e un’urlata, ammonendomi: «Animale, hai fatto il morto sepolto, eh?».

Ma quello, così come era arrivato, a mani vuote, sgusciò in silenzio fuori dalla finestra e se ne andò. In quell’attimo udii anche un ramo scricchiolare. Era caduto. Quando scesi, attorno a lui si erano raccolte alcune persone, insieme al guardiano.

Era sul punto di morire. Il guardiano gli aprì il pugno serrato e contratto. Dal palmo della mano zampillò come acqua un fazzoletto di seta.

Eh, sì... i fazzoletti di seta buona, pura, sono fatti così. Li stringi, li stropicci quanto vuoi: poi apri la mano e fiottano come acqua.

L’uomo che aveva dimenticato la città

Era tempo che non scendevo in città. Quel giorno, quando ho aperto la porta dell’hotel con l’intenzione di amare l’umanità intera e tutte le persone, il primo essere che ho incontrato era un portabagagli, un bambino.

Ho guardato le sue guance pallide, sporche, i suoi piedi nudi, non tanto con pietà quanto piuttosto con amore... Del resto, non avevo forse varcato la soglia con questo preciso scopo? Mi sono fermato con il desiderio di abbracciarlo, di comprargli delle scarpe di gomma dal calzolaio dell’angolo, e pantaloni di tela bianca dal mercante ebreo più in là.

«Perché mi guardi, signore?» mi ha domandato. «Hai bisogno di un facchino?».

«No, piccolo mio» gli ho risposto.

Stavo per dirgli: «Vieni, che ti prendo dei pantaloni e delle scarpe» ma alla vista dei suoi occhi, ho lasciato perdere. Erano attenti e penosi, quasi volessero scoprire una strana malattia nei miei sguardi pieni d’amore; anzi, quasi l’avessero già scoperta.

Ho tirato fuori comunque venticinque piastre, e gliele ho date; poi ho ripreso a camminare. Mi è corso dietro e me le ha restituite. Non l’ho visto in faccia, ma il gesto delle sue mani era risoluto:

«Non prenderti troppa confidenza!».

Mi sono rimesso in tasca le venticinque piastre. Ho proseguito senza dargli una risposta. E ho sentito che tutto il mio slancio si era infranto, col fragore di una vetrata che va in pezzi.

Con gli occhi ho raccattato e ammucchiato tutti i frantumi ai miei piedi. Sono tornato indietro e ho raggiunto la mia stanza, a casa mia.

Quattro muri, una finestra, qualche libro in una valigia e un letto di ferro... insomma, molto simile a una prigione benedetta; e lì, senza pensare, senza mettermi a leggere, ho preso a camminare in tondo.

Quando ho iniziato a meditare, ho osservato che tutto ciò che si era rotto dentro di me andava ricomponendosi, un po’ come nei film quando le parti di certe macchine fracassate si riassemblano in fretta. Avevo ritrovato il mio buonumore. E sono uscito in strada per amare gli uomini.

Si stava facendo sera. Sono passato dal tabaccaio dell’angolo. Il sole batteva sulle riviste letterarie rimaste invendute. Mi sono messo a guardarle, nel tentativo, avresti detto, di dare corpo a un sogno, una relazione tra le riviste letterarie nel negozio e la luce della sera che batteva su di loro.

Avevo dato un biglietto da una lira al tabaccaio. Mi sembrava che passasse un po’ troppo tempo, e non ricevevo né il resto, né il pacchetto di sigarette. Mi trovai costretto ad alzare lo sguardo sul venditore. La lira mi ballava davanti alla punta del naso.

«Signore, la banconota è strappata da destra a sinistra, quindi non è valida. Se fosse lacerata in verticale, allora l’avrei accettata: così, però, niente da fare».

«Ma come non è valida, ohi! Certo che è valida; se no, io, come l’avrei ricevuta?».

«È la legge, signore, la legge a tutela della moneta».

So bene che l’ignoranza della legge non permette di schivare le sanzioni. Non potevo certo oppormi alla legge. Ho cercato invano le venticinque piastre di prima, e ho ripreso a camminare.

Non mi andava di tirar fuori un altro biglietto da una lira per le sigarette. Escogitare garbugli per sfuggire alla legge non è solo cosa da avvocati: è un diritto dei cittadini. Ecco perché ho ritenuto una mossa intelligente quella di presentare la stessa lira a un altro tabaccaio. Quest’ultimo, presa la lira, mi ha dato il pacchetto, ma mentre stava per allungarmi il resto, forse insospettito dalla mia fretta e dall’agitazione evidente, ha avuto l’accortezza di scrutare meglio la lira. E con un sorriso:

«Sarebbe davvero una gran gentilezza, se voleste favorirmi un’altra lira» ha detto.

«Perché?».

«Questa non è valida...».

Senza chiedere altre spiegazioni, mi sono ripreso la mia lira. Arrabbiato, senza puntare in faccia ai tabacchini i miei occhi, stupiti e turbati, capaci di svelare in modo lampante pensieri e fantasie, sono passato di tabaccheria in tabaccheria. Alla fine, mi sono convinto che non avrei potuto spacciare quei soldi. Nel portafogli mi restava un’ultima piccola lira, tutta nuova, tutta stirata, senza una piega. Ho girato e rigirato da ogni parte la mia lira, così verde, così marezzata che non si poteva rovinarla e romperla in spiccioli per undici centesimi e mezzo di tabacco; però, alla fine, gira e rigira, il desiderio irresistibile di una sigaretta mi ha assalito, mi ha avvolto il corpo intero. Non riesco a ricordare come io abbia ridotto in monete quella banconota, con che brama abbia strappato il pacchetto, né con quale foga mi sia infilato tra le labbra la sigaretta e l’abbia accesa. Forse con la stessa passione provata al primo approccio a una donna.

Il fumo azzurro è sgorgato dalla mia bocca come la vena gonfia e calda di un polso. Con uno stato d’animo confuso come quello in cui mi trovavo quando stringevo e coprivo di baci le dita amate, succhiavo la sigaretta e mi credevo ritornato ai miei diciotto anni. L’ultimo bullone guasto della mia esistenza si era rimesso al passo con la dinamica della vita. Ero felice. Di amare la gente, di andare a caccia di uccelli gialli e dorati confusi nelle luci dei lampioni della città. Ero felice, sì: di dire buongiorno a qualcuno, di stringere la nuca folta a un altro, di prendere fra le mie dita le belle dita di qualcuno un passo più avanti.

«Ma è matto quello là? Guarda come ride!».

Ragazze allegre. Da tutte le membra esalavano un odore di periferia. La loro parlata era passabile, con l’accento tonico ben collocato. Due amiche. Bruciate dal sole, spandevano aloni d’amore, sudate e sole, dai loro vestitini estivi dalle maniche strette sopra il gomito. Nelle mie condizioni d’innamorato incosciente, senza volerlo, devo aver sorriso a quella che prima mi aveva dato del matto: né lei ha saputo trattenere uno sguardo dolce dolce. Mi sono sentito incoraggiato e le ho seguite. Camminavano veloci. Era difficile raggiungerle. Di tanto in tanto si giravano a guardare e ridevano. Infarcito di versi romantici, mi vedevo capace di compiere prodezze eroiche, cavalleresche.

E che mai avrei potuto dire? Talvolta, temerario e con una battuta pronta sulle labbra, mi sono perfino avvicinato alle ragazze. Ma poi la mia frase non mi è garbata più, e non sono riuscito a dirla. Maledicendo la mia goffaggine, mi sono mantenuto in una posizione leggermente arretrata. Questa volta sono state loro a fermarsi. E io avanzavo con molta esitazione. Naturalmente, quando le avessi raggiunte, avrei detto loro qualcosa di bello, dettato dall’ispirazione. Non ero forse un poeta da giovane? In quell’attimo di smarrimento l’ispirazione mi avrebbe soccorso, come il santo Elia-Hızır che non negava mai la sua leggendaria assistenza ai bisognosi. Ero ormai quasi alla loro altezza. L’ispirazione batteva le ali. La mia frase era in corso d’incubazione. Pareva che i miei denti macinassero, affinassero le parole. E di colpo, l’altra stavolta, non quella che aveva parlato prima, saltò su a dirmi:

«Signore, se ci seguite ancora di un passo, saremo costrette a chiamare la polizia».

Da un momento all’altro un nugolo di bambini greci, nudi, ci avrebbero circondati, degli europei d’acqua dolce, francesi, si sarebbero bisbigliati l’un l’altro la mia situazione delicata, e quelle madmuaselcivettuole e carine mi avrebbero squadrato dalla testa ai piedi, dalla berretta alle pantofole, coi loro occhi sgranati.

Ho girato i tacchi per darmi alla fuga; ma ecco che un uomo ricco, grasso, benvestito, in ordine e pulito, guance rasate e paffutelle, deputato o imprenditore, incravattato, s’intromette e osserva:

«Aspettate, signore: ma non vi vergognate a molestare le donne?! A guardarvi, potreste sembrare una persona ammodo, ma siete un gran bel maleducato».

Interviene allora anche una delle due ragazze:

«Di grazia, lasciate perdere, signore: non vale mai la pena di aver a che fare con individui del genere».

La mia gioia aveva raggiunto il culmine. Sentivo i bulloni belli stretti, oliate e ingrassate le giunture. Mi sono allontanato fischiettando come una macchina rombante. Un autista, passandomi accanto, mi ha apostrofato:

«Non preoccuparti, giovanotto; che vuoi che sia?».

«Nessuno si preoccupa, qui» ho replicato. «Che può mai succedere?».

«È ubriaco, è sbronzo» ha detto qualcuno alle mie spalle.

Ero ubriaco. Il tempo, le luci, la città mi inebriavano in un modo tutto particolare. La gente mi attirava a sé, con la forza di una calamita. E io avrei voluto abbracciare il mondo e la città senza ipocrisia.

Le chiatte

Sul ponte non c’era più nessuno. Soltanto un uomo, si sarebbe detto un operaio, insieme a un suo coetaneo in abiti da marinaio. Fumavano in silenzio l’uno accanto all’altro, guardando verso Üsküdar.

Üsküdar si era addormentata ormai, e appariva come un borgo strano e bello; era lontana e irraggiungibile nel buio, punteggiata di rade luci rossastre. Disse il marinaio all’altro:

«Ho una zia, a Üsküdar. Andiamo a trovarla un giorno o l’altro».

«Sì, andiamo...».

Nel silenzio, la loro attenzione fu attirata da un rimorchiatore che passava sotto il ponte trascinando una fila di chiatte, coperte di tela incerata. Sotto le incerate c’era qualcosa di morbido; frumento forse, o granoturco, orzo, cereali.

All’operaio venne l’impulso di gettarsi dal ponte... sull’ultima chiatta, sopra quella morbidezza che immaginava fatta di grano. Cercò di tenere per sé il desiderio, ma non ci riuscì:

«Ah, avrei voluto saltarci dentro!».

«Come al cinema?».

L’operaio non rispose. Non rispose, ma sorrise. È una notte di Ramadhan, è inverno. Guardarono verso Istanbul e le moschee illuminate.

«Che belle quelle luci...» disse il marinaio.

«Belle sì!» confermò l’operaio.

Passavano il fine settimana l’uno a Galata, l’altro a Şehzadebaşı. Qualche volta andavano sul ponte, nel buio, a guardare la notte, e nella notte vedevano le luci di Üsküdar, i grandi vaporetti di Galata, quelli piccoli attraccati agli scali, e i rimorchiatori che passavano sotto il ponte trainando le chiatte, cariche o vuote. In serate simili, bastavano quattro o cinque frasi perché capissero di nutrire una fiducia reciproca, di essere buoni amici. Ogni volta che si trovava sul ponte, quando passavano le chiatte cariche di grano, l’operaio sentiva quella voglia di salire sul parapetto di ferro e lasciarsi cadere giù a piedi uniti. Ogni tanto lo diceva al suo amico, e quello rispondeva:

«Come al cinema?».

Poi tornavano a casa a dormire, oppure... Oppure, se era ancora presto, quasi sulla spinta di quella battuta, andavano a sedersi nelle prime file di un cinema a Yüksekkaldirim. Qualunque fosse il film sorridevano ed erano contenti. E una volta a casa, si zittivano. L’uno pensava a come avrebbe baciato la sua amica di Galata, imitando il tizio del cinema, l’altro a come avrebbe inumidito il palmo della mano della sua donna a Şehzadebaşı, in una stradina buia: e questi pensieri li rendevano inquieti, impedendo loro di dormire.

E l’uno chiedeva all’altro:

«Ti sei addormentato?».

E l’altro:

«Sì, dormo».

Se l’uno rideva, l’altro si addormentava, e se non rideva, allora si era già addormentato.

 

 

Era una notte chiara, di luna piena. I vaporetti all’attracco emettevano un filo di fumo e ispiravano il desiderio di un lungo viaggio. Di tanto in tanto si accostava allo scalo un rimorchiatore con un’imbarcazione al traino, illuminata, e tre o quattro persone ne scendevano in fretta dalla passerella.

L’operaio disse di colpo:

«E se ce ne andassimo anche noi?».

Rispose quell’altro:

«Andiamocene».

 

Dormivano nella stessa stanza. Uno era di Sivas. L’altro di Izmir. Uno faceva l’ormeggiatore al molo dei battelli. L’altro lavorava in un mulino. Nella stanza presa in affitto a quattro lire al mese non passavano mai la serata insieme. Si incrociavano di rado. Uno finiva il lavoro alle nove. L’altro rientrava a mezzanotte e andava dritto a dormire. La stanza era sempre al buio e la luce del sole penetrava a stento dalla piccola finestra con le inferriate, che dava su un cortile tetro, umido, ammuffito. Il letto di uno stava a destra, quello dell’altro a sinistra. L’operaio non aveva coperte e dormiva vestito, l’altro in mutande e camicia.

Al mattino, uno doveva arrivare al vaporetto alle sei. L’altro, invece, iniziava al pomeriggio... Le volte che si svegliavano entrambi alle sei, l’operaio, alle dipendenze di un padrone greco, diceva:

«Buongiorno a te, figliolo, kalimera».

E l’altro, che capiva «caramella», augurava:

«Dolcetti anche a te!». E ridevano.

Un giorno licenziarono il marinaio, per colpa di un diverbio con un impiegato allo scalo. Il marinaio lo raccontò asciutto all’amico:

«Mi ha dato dell’asino e io gli ho spaccato il muso».

«Non dovevi farlo» osservò l’operaio.

Queste parole fecero così soffrire l’altro, ma così tanto, che se ne andò in giro per tre giorni senza mangiare, e senza nemmeno chiedere aiuto all’amico. L’operaio, pensando che quello vivesse dei suoi risparmi, non badò a informarsi su come campasse. Poi il marinaio trovò lavoro presso la vetreria Paşabahçe. Si congedò dall’amico perché sarebbe andato a vivere nella fabbrica. Si abbracciarono, e la loro ultima serata la passarono sul ponte.

«Alla fine non siamo andati da mia zia a Üsküdar» disse l’operaio.

E quello di Sivas:

«No, non siamo riusciti... Ma vedrai, se Dio vuole, ci andremo!».

La luna era così bella, in cielo... Nell’intimo dell’animo precipitava la stranezza meravigliosa del mondo lunare. Nasceva spontaneo il pensiero: «Chissà essere lassù, dentro la luna...». Solo che nessuno lo disse all’altro, lì accanto. Proprio in quel momento, dalle acque ferme arrivò il suono scoppiettante di un rimorchiatore con le chiatte al seguito. C’era sempre il gran carico di grano. L’operaio guardò passare le chiatte con i cumuli di frumento. Per la prima volta, dentro di lui, dentro di loro, non si affacciò la voglia di buttarsi giù.

Il sonno nel bosco

Nelle notti d’estate, seduto su una panchina Tiring Galata,1 sotto un grande pino, mi incantavo a osservare le lampade delle barche che pescavano grancelle e granchi, e mi veniva alla memoria la mia infanzia, con la mensa apparecchiata sotto un ampio gelso, mio padre a capotavola con gli amici attorno, i bicchieri di rakı, le more che cascavano nei piatti dall’albero e l’agnello legato al pruno, le libellule dalle ali cangianti, viola e verdi, posate sul laghetto del borgo e nei canneti vicini, e la mia bruna e calda amica... per la quale ero pronto a sacrificare l’orologio che portavo al polso, gli agnelli, i romanzi che mio padre teneva sotto chiave, gli uccelli, le formiche, i polli...: ma dove siete mai, tutti quanti?

Da due anni esatti evitavo la gente. Il motivo non era chiaro: era gioia, la mia, o tristezza? Fingevo di amare. La lingua era secca, il sonno inquieto. Ma non credo sia mai esistita quella mia malattia. La curavano le luci dei pescatori. Non ho più bisogno né di bromuro né di fosfato. In me sta prendendo forma una persona a metà fra il poeta e il medico. E così dico: «Ogni sera, dopo cena, mescolate l’acetilene delle lampade dei pescatori di grancelle con una bella dose d’acqua di mare, e bevetelo. L’intero mondo cambierà colore. Dormirete il sonno della vostra infanzia. Come una pianta in perenne crescita, una creatura viva, ogni giorno più alta, senza che lo si noti».

Nei giorni di malattia, i miei sensi e i miei pensieri erano indescrivibili, manifestavano i tratti di una poesia oscura. Scoprivo rapidamente le ragioni del mio disamore per gli uomini. Ero immerso nel rancore, nell’odio. Ogni cosa bella mi trascinava oltre i piaceri della convenzione; quando le mie labbra sfioravano un altro labbro, ecco che sentivo i passi di una morte, di una apatia. Gli uomini, morendo, sarebbero spirati a quel modo? Se è così, quale orrenda cosa doveva essere la celebrazione del cosiddetto ultimo respiro. Avrei finito per stringermi a un’altra persona: con l’ardore di chi ha perso qualunque capacità di reazione... Per essere un uomo completamente nuovo, talora, eruttavo come un vulcano.

I pescatori erano andati dall’altra parte dell’isola. Mi alzai dalla panchina. Ritornai a casa lungo la strada ormai buia e come mi distesi sul letto mi addormentai.

Avevo dormito di un sonno profondo, e ora la stanza era inondata di sole. Sentii cantare un uccello. Mi parve di vedere per la prima volta le foglie dell’albero davanti alla finestra, e provai un fresco amore per quella pianta. Osservai a lungo, con gioia, le lucide foglie d’argento. Guardai i bambini che trasportavano i catini con il pesce lungo le vie deserte del paese. Offrii qualche moneta ai bimbetti dalle gambe esili come penne, macilenti, rachitici. Accesi la mia sigaretta con quella di un inserviente di settant’anni, in una residenza sul mare. Scesi giù alla spiaggia.

Era una ragazza di un bianco candido. Sul naso e tutt’intorno aveva le lentiggini. Era quel che si dice «piena», e dovunque in lei era presente un senso di pienezza. Il suo viso era quello di una bambina di quattro o cinque anni; pallido, minuto, nitido. Con il labbro inferiore più spesso del superiore. Ogni volta che vedevo ragazze simili, mi riempivo di malinconia e un desiderio insopprimibile mi svigoriva i nervi. Cercavo invano di fare qualcosa, invano inghiottivo la saliva, ero scosso. Ora tutte quante quelle sensazioni mancavano. La bellezza di quella ragazza era normale, e il suo effetto su di me rientrava del tutto nella norma.

Ora avrei potuto allungare la mano e toccare la creatura stesa nell’acqua scintillante accanto a me. Un tempo usavo farlo. Un tempo speravo che un tocco lieve della mia mano avrebbe raffreddato un poco il mio desiderio tanto rovente. Ora sapevo che il desiderio, anziché venir meno e placarsi, si sarebbe invece arroventato. Entrai in una cabina a spogliarmi. Mi distesi vicino alla ragazza. La osservai. Aveva degli orecchini azzurri.

Dopo mangiato mi allontanai per una passeggiata nelle campagne. Feci da arbitro per dei bambini che giocavano a pallone in un prato. Correvo insieme a loro; nei litigi scatenati dai falli, per essere imparziale, non li guardavo in faccia, nessuno. Certi bambini erano così belli che...

 

 

Quella sana fanciulla sui quindici, sedici anni che ho visto ieri in spiaggia mi piaceva così tanto che in meno di cinque minuti ho trovato un amico di quelli che sanno far ridere le ragazze:

«Amico,» gli ho detto «riusciamo a parlare con quella ragazza?».

La luna dava al mare un aspetto che spingeva a berlo.

All’inizio avevo provato anch’io il desiderio di riuscire a camminare sul mare. Poi il desiderio di chinarmi a berlo, l’orecchio attento ai suoni intorno, proprio come un animale selvatico, sì, ma inoffensivo; e poi ancora, chissà, con la fregola di quello stesso animale, mi è venuta voglia di annusarmi con la ragazza dietro un cespuglio.

L’amico mio, in dieci minuti, aveva già ottenuto ciò che gli avevo chiesto. Due piccoli orecchini di un azzurro brillante appesi ai lobi. Non vedo nient’altro che quelli. Ieri mattina, la stessa cosa. Avevo visto solo quei gioielli. Strano.

«Scusate, ma a voi quali desideri infonde la luce della luna?».

Non aspettai una risposta:

«A me» dico io «quello di piangere. Davvero, vorrei piangere. Sa, io sono un inguaribile sentimentale, mia giovane signora».

«A me ispira la voglia di dormire; di dormire sotto una zanzariera per proteggermi dalle mosche».

L’amico mio aveva trovato argomenti di conversazione su amore e matrimonio. E la ragazza interviene così:

«Secondo i nostri usi, è la ragazza a comprare l’uomo. Molte ragazze povere infatti non trovano marito. I nostri giovanotti non sanno che cos’è l’amore. Sostengono che una cosa simile non esiste al mondo».

«Da noi invece comprano le ragazze, i nostri maschi».

«Ancora peggio» osservò lei.

«E questo dimostrerebbe che l’amore non c’è? Oppure che sono gli interessi reciproci a crearlo?».

L’amico mio disse queste parole in francese. Io non capii pienamente il senso della frase, ma sembrava suggerire che il denaro si ricambia con l’affetto.

Disse la ragazza, con modi da persona matura:

«Ho voglia di dormire. Niente e nessun braccio di giovanotto potrà impedirmi di dormire un’altra ora. Non amo nessuno. Danzare ogni tanto mi piace, a patto che io mi trovi fra parenti. Non sono sentimentale al chiaro di luna, né nel buio della notte. Sono giovane e ho voglia di dormire».

«Se è così, che Iddio vi conceda tutto l’agio del mondo. Buona notte! Anch’io ho voglia di dormire».

Nella mia stanza si riversa il chiaro di luna, e mi addormento preparandomi a un sogno con la ragazza dagli orecchini azzurri.

In sogno ho visto quanto segue.

Al chiaro di luna sono di nuovo un animale selvatico, con orecchie più grandi di un lago, dritto sulle mie quattro lunghe gambe; sto all’erta, nell’ansia e nel timore che un animale più feroce mi sorprenda mentre mi abbevero chinando il mio lungo collo nell’acqua. Poi, con le orecchie drizzate, veloce come una lepre, corro verso il bosco, verso i cespugli, in mezzo a fragole e fichi. Il vento del sud mi reca alle narici un odore di femmina, vicina. L’aria è carica di elettricità, ho il pelo lucente... Ai piedi di un pino mi accoppio con una femmina, sudata per la gran corsa. Di colpo mi sveglio. Ho guardato l’orologio del salotto. Le undici e mezzo di notte. Esco in strada. Ora mi sono inerpicato su una salita. Non un albero intorno, e una grande luce. Tutto sembra brillare. Sotto di me, la piccola città. Casupole e palazzi non si distinguono fra loro. Qualche passo più in su comincia a profilarsi una pineta. Le cicale non smettono di frinire. Se non fosse così, uno potrebbe credere di stare ancora sognando, da sonnambulo, e nel terrore si sveglierebbe di soprassalto al minimo crepitio. Forse, per alcuni minuti, cercherebbe di tornare in sé e riconoscere ciò che lo circonda. Ho attraversato tutta la pineta, da una parte all’altra. Ora mi trovo sulla terrazza di un piccolo caffè all’aperto. All’improvviso ho visto, sotto una pergola, il balenare di una sigaretta. In silenzio, ho camminato e mi sono seduto.

Adesso sto sentendo una canzone francese in cui sono ripetute più volte le parole «viaggio» e «villaggio», tra voci dialettali. Rumore di passi strascicati su una pista... Ballano i giovani che non dormono nelle ore in cui tutti gli altri dormono. In un caffè di campagna, nascosto, oscuro, e al chiaro di luna. Questa è la felicità. Mi sento così sereno...; proprio io che nei locali da ballo, nei bar, non posso soffrire la danza. Mi irrita. Mi sembra che là sia un solo pensiero a imporsi: quello di sedurre una donna. Il resto sono mezzucci, la musica, le luci, i bicchieri, la danza. Qui non la penso così. Qui, mi dico, una donna è una donna ormai. Non viene sedotta, semmai è lei a sedurre. È meglio, è più giusto. Così è avvenuto. A che cosa sto pensando? Che cos’è la seduzione? Sedurre, essere sedotti: qui, in questo caffè di campagna, al chiaro di luna, isolato, oscuro, quelle due parole non hanno più senso. Mi sembra di essere in un altro mondo, qui. Un minuto dopo, cambio idea; forse, mi dico, il chiaro di luna e il caffè all’aperto non hanno alcuna influenza sui giovani che stanno volteggiando. È come se fossero in un salone da ballo. Le regole di quel mondo là valgono anche qui. Chi non balla, seduto ai margini della pista, con la sigaretta accesa, segretamente controlla chi è sulla pista. Forse sono i genitori di quelli che girano in cerchio. Quindi il problema di sedurre ed essere sedotti c’è anche qui.

In ogni caso, sto vedendo da lontano un mondo come lo voglio io: senza insinuazioni, senza finzioni. Se il chiaro di luna rende uguali una bicocca e un palazzo, deve agire allo stesso modo sugli uomini. Ogni abitante di una bicocca risiede allora in un palazzo. E questo vale anche per me.

Ho sentito scricchiolare un ramo, vicino. Mi sono scosso. Ho guardato alle mie spalle. A una distanza che ho stimato di circa dieci passi, un’apparizione stava poggiata a un albero. E guardava verso di me. Mi sono fatto avanti. È fuggita. L’ho inseguita. Di lì a poco, entrambi, trafelati, siamo crollati ai piedi di un pino.

Chi era, che cos’era, era bella, brutta, aveva gli orecchini azzurri? Non lo so... Ciò che ricordo è la sua pelle gelida a causa del sudore. Ma questa è una cosa che succede a tutti quelli che sudano. Ricordo poi che era di una giovinezza travolgente. La giovinezza si intuisce dall’odore di una bocca. Un sentore di uccello, di piume.

Ingaggiammo una lotta silenziosa, senza strepiti. Il suo volto era coperto di sudore. Mi rivedrò sempre davanti la sua fronte bianca, sudata; un poco stretta. Baciavo senza interruzione i suoi occhi, per ciò non li ho visti. Non ci vedremo più. Baciare sugli occhi non porta fortuna. Bene, bene! Ma dentro di me sento voci che dicono in coro: «Che peccato, che peccato!». Annusavo il suo respiro. La sua bocca era aperta dentro la mia. Non baciava, non mordeva. Sembrava stare a bocca aperta dallo stupore, dalla meraviglia. Di lì a poco, mormoravo: «Mon enfant, ma sœur».

Alla fine i miei piedi si sono sciolti dai suoi, i suoi fianchi si sono staccati dalle mie mani. Mi sono rannicchiato in un angolo, come un bambino colto dalla vergogna. Con le ginocchia tirate su fino al naso, come i bambini che dormono, la osservavo:

Si era alzata in piedi, mi dava le spalle. Ha compiuto una serie di movimenti, si piegava, si tirava su, arretrava. I capelli erano scomposti, e che bella la sua nuca! Si è voltata a guardare. Con la mano ha fatto un gesto largo, affettuoso, simile a un addio rassegnato, a un saluto. Ho chiuso gli occhi e mi sono addormentato.

Sono disteso in un metro di neve, su un altopiano. Ho freddo, freddo. In un libro che ho letto da piccolo c’era un cavaliere che avanzava in una piana nevosa. A un certo punto notava un palo. Legava il cavallo al palo, si tirava sopra la testa la sua rozza pelliccia di montone e dormiva.

Al mattino si risvegliava con un sole splendido. Si trovava nel cortile di una chiesa. Andava in cerca del suo cavallo. Il cavallo nitriva in cima alla torre del campanile. Sento che la neve piano piano si sta sciogliendo, e io sto lentamente scendendo fino al livello del cortile della chiesa. Da bambino mi ero messo a pensare, mi domandavo: ma come avrà fatto il cavaliere a calare giù dal campanile il suo cavallo? Me lo chiedo ancora. Stavo quasi per uscire dal sogno. Per un minuto sentivo il vento, il grammofono, e poi giù, ricadevo a dormire.

Era mattino. La cosa che più mi disgusta al mondo. Proprio come un parigino, detesto il mattino. Sono anni che non assisto più al sorgere del sole. Sono anni che non vedo più come rinasce la vita. E nemmeno lo desidero. Soltanto dopo che ogni cosa aveva ripreso il suo aspetto quotidiano, allora uscivo in strada. Di notte mi capitava di vagare con stupore e malinconia per le strade di Istanbul, quando i negozi erano già chiusi dalle dieci e le finestre avevano le luci spente. In me si addensava vischiosa una gran pena. Ma quel mattino mi ero svegliato presto, prima del sorgere del sole, come un commerciante musulmano che, aperta la bottega, si strofinasse sulla barba i soldi ricevuti dal primo cliente della giornata. Vivono in me una gioia, una pigrizia, una tenerezza, una sensualità tutte meridionali. L’anima mia anela a stendersi al sole, tal quale un marsigliese, uno del Pireo, un napoletano, uno di Alessandria. Mi trovavo a Napoli un giorno di febbraio. Vidi un bambino dal volto di una bellezza straordinaria: dormiva raggomitolato davanti a un edificio che lo riparava dal freddo del vento del nord. Poco dopo attraversai una piazza, e anche là vidi un gran numero di uomini, distesi sotto il sole del mattino, con una pigra voluttà. Al Pireo avevo visto dei lustrascarpe turchi, che parlavano con accento anatolico, che d’autunno dormivano accanto ai panieri d’uva rossa. In Egitto non sono stato, ma pure laggiù i bambini del Sud si svegliano presto nei giorni afosi, ma più tardi sono catturati da un sopore greve, e ricadono nel sonno, con l’eterna sensualità che circola nel loro sangue; assopiti, intorpiditi, saturi di pigrizia. Pensavo ai popoli delle piovose città del Settentrione, senza un attimo di tregua, perennemente in giro di corsa per accumulare soldi e ancora soldi; e pensavo che nel frattempo la gente del Sud resta povera, misera, indolente, seppur dotata di bontà e senso artistico. In ogni profitto eccessivo e nella civiltà del Settentrione vedevo un’ingiustizia ai danni dei bambini del Meridione. I giocatori d’azzardo di Napoli e il facchino che dorme sui gradini della moschea Yeni Cami sono sciagurati e buoni nella loro pigra sensualità. Il nordico è ricco e cattivo... No, l’uomo del Nord è brillo e buono, con le sue osterie, la pioggia e l’alcol. Ossignore!

Sull’umana felicità influiscono in qualche misura sensualità e indolenza? Un autentico equilibrio di civiltà potrebbe forse nascere dalla differenza di spirito e indole che c’è fra l’uomo del Settentrione e quello del Meridione? Mi sono messo a meditare se fosse una cosa davvero malvagia lavorare molto e guadagnare molto. Ogni foglia del bosco, nel folto, rifletteva la luce. Ero come immerso in un mare. Il vento soffiava. Ho sentito un respiro. Per quanto agitati dal vento, il sonno degli alberi del bosco proseguiva?

Poso la nuca sui palmi delle mani; dapprima penso a un tè bello scuro e caldo, al pane grigliato, a un formaggio con i buchi, a un bicchier d’acqua, a un grappolo d’uva. Poi, il pensiero va agli uomini, alla vita, ai frutti, al cibo, a come si inspira ed espira, alla sensualità, e al mondo. Com’è bello, qui dentro al bosco, risvegliarsi felici! Che cosa buona è amare gli uomini, amare la vita. Non possiamo che amarli, gli uomini. Ma come può un unico uomo amare l’umanità intera? Due sono le maniere. Una, essere un grand’uomo. Che bello, allora! Ma chi può sapere quante e quali sofferenze comporta un simile impegno? Attraverso quali tormenti si diventa un grande uomo? Esiste poi l’altra maniera, quella di amare gli uomini da avventuriero. E questo significa amare di più la vita che gli uomini. La differenza tra un avventuriero e un grand’uomo consiste nel fatto che il primo conosce di più la vita, mentre l’altro conosce di più gli uomini. Capisco ora la differenza fra Don Chisciotte e Cervantes.

Poso gli occhi sul petto di spine del bosco, e li sposto oltre, lassù, nel cielo azzurro, e penso alla differenza tra l’amare gli uomini in qualità di grande uomo e l’amare la vita da avventuriero.

E in me sorge l’ambizione di diventare un uomo che ama molto, ma molto, gli uomini, e per loro vuole compiere grandi imprese. Percepisco la tensione del mio corpo, dei nervi. Sento, però, da una parte quanto il desiderio sia grande, e dall’altra quanto presto finiscano in frantumi queste mie aspirazioni. Il mio stato mentale non è incline alla disillusione, e subito mi sento invaso dallo spirito dell’avventuriero. Cavalcare a briglia sciolta un’avventura. Poi, ancora, mi ritrovo a pensare ai miei sonni e sogni infranti, alle mie gioie familiari, a questo, a quello, alle stanze con i caloriferi, a una camera per gli ospiti, a un salotto arredato secondo i dettami moderni, come la radio che parla, e ai cinema, ai film capaci di irretire tutti i sogni delle persone in città, di soffocare le fantasie. No, sarà impossibile. E allora? Allora resta pur sempre la possibilità di amare gli uomini, nella misura, nella dimensione di una piccolissima molecola di uomo, secondo le potenzialità di una formichina...

Questa mattina, quale piccola molecola di uomo, amo di un amore vano tutti quanti, i bambini, gli uccelli, i miserabili e gli affamati e, senza concedere tempo alla tristezza, scatto in piedi con un balzo. Corro a prendere il primo traghetto. Aspetto. E dal primo traghetto scendono tantissimi forestieri. Non riesco a individuare un solo volto amico, tra loro. Ho bisogno di raccontare tante cose. Se dal traghetto non scende nessuno, be’, pazienza, allora sarà a carta e penna che mi consegnerò.

Chi se ne importa

La casa in cima alla collina, vista da giù, è una casa ideale. Una casa come avrebbero sognato di averne, da giovani, negozianti, mercanti o scialacquatori; dove desidererebbero invano trascorrere i loro ultimi giorni un professore pensionato, uno scrittore di romanzi o un politico in esilio.

Si affaccia su un sentiero che dev’essersi formato quasi da solo, per il franare e lo smottare delle rocce. Le domeniche vi s’imboscano alcune coppie di amanti; gli altri giorni, lo stesso tratturo sembra chiudersi in quella estraniata solitudine che non appartiene solo alle stradine. Sull’isola c’è chi ama passare di là, ma si tratta soprattutto di persone che vanno a fare una passeggiata quando è buio, per osservare le stelle, o almeno così penso io.

Il lato al di qua della strada è il luogo meno battuto dell’isola. I pini sono fitti, aggrovigliati tra loro. Non ci sono cammini, percorsi. Per questo sotto ai pini non si trovano fazzoletti sporchi di rossetto, pagine di giornali, o scatolette di sardine. Sull’altro versante della strada, invece, si vede una bella casa in lontananza, ma a ben guardare sono due, piuttosto brutte. La facciata dà sulla strada, mentre su tutti gli altri lati le case sono avvolte dalla pineta.

Nessuno conosceva gli abitanti di quella casa, che da lontano faceva desiderare di vivere in essa giorni felici, respirando il profumo di pigne e di grecale; a esser precisi, a conoscere quella gente era soltanto un venditore ambulante, il quale saliva fin lassù chissà per quale ragione: o per vendere i suoi ceci tostati, o per dormire sotto un pino, pensando a un paese senza orti né pinete. Così vivevano quelli di lassù, tranquilli... Certi giorni d’inverno, il barbiere, vedendo passare un uomo biondo non più giovane che correva per non perdere il vaporetto, diceva al cliente: «È il vecchio che vive lassù». E lì finiva ogni pettegolezzo. L’uomo ritornava carico di fagotti e non sarebbe sceso più per settimane.

Gli isolani, che sparlavano sempre l’uno dell’altro, se ne astenevano solo quando arrivavano i pescatori dal Mar Nero; allora si davano da fare per affittare le loro case di nascosto. Se non l’avessero fatto di nascosto, i turisti che sarebbero arrivati d’estate per riposarsi e fare i bagni non avrebbero mai preso quelle case in affitto. Perché i pescatori erano scapoli: scapoli e pescatori... E si dice, vero o non vero che sia, che le camicie dei pescatori siano piene di pulci. La gente dell’isola, pur sapendo bene chi affittava ai pescatori, manteneva il segreto fino all’estate, ricacciandolo giù per il gozzo ogni volta che saliva sulla punta della lingua. In quei giorni di segreto travaglio, nessuno si era accorto che il vecchio biondo non scendeva dalla collina da settimane.

Era una di quelle belle e limpide giornate invernali. I pescatori se ne erano andati in città. Le strade del paese erano deserte. Comparve per le vie una donna magra, dal viso giovane nonostante i capelli biondi un po’ incanutiti. Nel caffè, il gestore, che al momento era senza clienti, si stava facendo radere dal barbiere.

«E chi è quella donna?» chiese.

Il barbiere la fissò con molta attenzione. Gli occhi piccoli, saettanti, sembravano chiedersi: «Dio, chi è mai questa? Mi pare di conoscerla».

«Non so chi sia» ammise.

La donna guardò nel caffè. Due pescatori del posto, greci, giocavano a backgammon in un angolo. Il proprietario si faceva radere. Gettò dentro solo una breve occhiata, e corse al molo. Uno dei pescatori notò la donna.

«È la signora che vive nella casa sulla collina».

«Ah!» fecero gli altri.

La donna andò dall’impiegato del molo. Gli chiese aiuto perché suo marito era morto la notte prima, perché suo figlio era affamato, per il funerale, per la sepoltura. Era la prima volta che l’impiegato riceveva una simile istanza. Non era un problema di lasciapassare, né di estorcere cinque o dieci lire; era una situazione difficile.

«E che cosa posso farci, io?» si lamentò l’uomo. «Il mio lavoro è badare ai vaporetti».

«Ma non sei musulmano?» insinuò la donna.

«Signora, siamo musulmani, ringraziando Iddio! Ma siamo anche impiegati al molo. Non posso lasciare questo posto, ne rispondo io. Prova dal capo facchino».

Il capo facchino viveva proprio nel centro del paese, in una bella casetta a due piani. Mentre la donna si avvicinava alla casa, quello assunse l’atteggiamento di chi voglia dire qualcosa alle vampe che escono dalla stufa. Per un attimo, sembrò mettersi a rollare una sigaretta con fili di tabacco color giallo ambra estratti da una scatola di cristallo, mentre il vicino racconta le novità in una stanza dove arde la stufa.

La donna bussò alla porta.

Accanto a una stufa in lamiera, fra due bambini, un maschio e una femmina, sedeva un uomo scuro che leggeva un vecchio giornale ingiallito. Portava gli occhiali. Da sotto la vestaglia, spuntavano due polpacci robusti e pelosi, erculei, uno incrociato sull’altro. Una ciabatta era caduta a terra, e un orrendo piede nudo, violaceo e grosso come un neonato, guardava verso la donna.

«Prego, signora, ascolto».

La donna espose anche a lui il suo problema, come aveva fatto con l’impiegato del molo.

«La scorsa notte, mio marito...».

«Signora,» disse lui «e i soldi?! Come faccio a mandare lassù un facchino con questo gelo? Non salgono, quei maiali! Sono tutti affamati. Hanno finito da tempo i guadagni dell’estate. Se non si spartissero il pesce, morirebbero tutti di fame. Qualcosa per te lo posso fare. Lo posso fare, sì, ma senza due soldi non si combina».

«Non ho più nulla da vendere. L’ho detto. Ho pure mio figlio affamato, a casa».

«Non riesci a trovare dei soldi da qualche parte?».

«Se avessi i soldi per scendere a Istanbul... forse».

«Bene, ecco qua undici piastre e dieci lire».

La donna uscì, ringraziando. Corse al forno. Comprò una pagnotta e risalì verso la collina. A metà strada, una bambina si attaccò alla sua gonna. Dopo dieci minuti, voleva ancora altro pane. Così era successo.

La donna scese di nuovo giù in paese. Le venne in mente il medico della mutua. Il medico d’inverno si dedicava a esperimenti chimici. Scioglieva nitrati, tingeva la cartina al tornasole dal blu al rosso, dal rosso al blu, produceva clorina, analizzava l’acqua, generava correnti elettriche e sniffava ozono.

Quando gli dissero che una donna voleva vederlo era nel suo piccolo laboratorio e stava analizzando la propria urina. Vi aveva appena aggiunto qualcosa per scoprire se ci fosse glucosio.

Dall’urina bluastra prima uscì una quantità di gas, poi diventò di colpo color rosso mattone. «Ecco!» si disse il dottore. «L’abbiamo beccato. Lo sospettavo. Bere tutta quell’acqua! Non dormire! Dio dà agli uomini quello che si meritano!».

Sua moglie si affacciò alla porta.

«Mio signore, una donna vuole vedervi».

«Arrivo» replicò, con un tono che diceva: «Glielo faccio vedere io a questa signora, che non mi deve disturbare».

«Sentiamo. Qual è il problema, signora?».

La donna gli spiegò.

«Non può alzarsi prima che io lo visiti» sentenziò.

«Ma non è malato, è morto».

«Se è morto, lo vedremo. Come posso saperlo?».

«Almeno dite che lo portino via».

«Non posso salire fin lassù. Sono malato anch’io, signora. Ho il diabete. Sono anziano, mi affatico presto. Se c’è un asino che mi carichi, salgo, altrimenti non muovo un passo».

La donna uscì, dicendo: «Va bene, cerco di trovare un asino».

Non appena fu in strada, notò con stupore che l’aria estiva della mattina era improvvisamente svanita. Tirava un vento pungente. Le nuvole correvano a frotte verso i pini, verso casa sua, come la processione di un grande funerale. Corse a casa. Avvolse il corpo in un lenzuolo, lo calò giù dal letto e poi fuori. Iniziava a nevicare. In un minuto il suo vestito era diventato bianco. Un po’ trasportò, un po’ trascinò la salma fino in cima alla collina. Superato il crinale, si fermò in un pianoro sull’altro versante. Il vento lì non arrivava. C’era di nuovo l’aria estiva di poco prima. Intorno era silenzio, e quasi tiepido. In quel tepore svolazzavano placidi i fiocchi di neve. Solo il libeccio riusciva a raggiungere quel ripido passo. Il grecale sfiorava a malapena le punte dei pini più in alto.

C’erano dei dirupi proprio davanti a lei. Con un movimento impercettibile delle labbra – una preghiera o un brivido di freddo – la donna fece rotolare giù il cadavere. Dapprima non sentì alcun rumore. Poi le giunse qualcosa. Era solo il rumore della ghiaia che rotolava fino al mare.

Per tre giorni cadde la neve. Per tre giorni soffiò il vento. In quei tre giorni, solo tre vaporetti raggiunsero l’imbarcadero. Il capo facchino sedeva vicino alla stufa, leggeva giornali vecchi di due anni, faceva scoppiettare i chicchi di granoturco. Il dottore, con la scusa dell’analisi quotidiana delle urine, mangiava almeno un boccone di pilaf. Non si ricordava più della donna che gli aveva fatto visita.

L’impiegato del molo era un uomo magro, secco e nervoso. Di tanto in tanto sentiva un fuoco dentro di sé. Un momento si ricordava di una donna che gli aveva chiesto di aiutarlo a seppellire il marito; il momento dopo se ne dimenticava.

Solo che, in quel lampo di memoria, era come se vedesse la propria salma che giaceva insepolta per giorni.

Arrivò un’altra bella giornata con l’aria estiva. Il barbiere che stava radendo il suo cliente si fermò. Indicando fuori dalla vetrina con la lama del rasoio, disse: «La donna della casa sulla collina... E adesso dove va?».

Una donna dal viso pallidissimo stava andando verso l’imbarcadero. Poi si fermò, come se avesse cambiato idea, e si mise a camminare lungo la banchina. Vi passeggiava anche un uomo anziano. Aveva l’aria di uno di quegli uomini che, col pretesto del bel tempo, ne approfittano per inoltrarsi fino alle isole.

La donna andò verso di lui. Come se volesse parlargli. Poi lasciò stare, e con un lieve sorriso, quasi ricordandosi qualcosa di buffo, si diresse verso l’imbarcadero per prendere il vaporetto che stava doppiando il promontorio dell’isola di fronte.

Era l’unica donna sul battello. L’unica senza biglietto. Ma alla fermata di Kadıköy scesero tante persone quanti erano i biglietti. Né più, né meno.

Un cercatore di tesori

Davanti alla porta di casa, un braciere, sul braciere un tubo; la puzza del carbone che brucia male ha invaso il viottolo stretto. Per chi non ci è abituato, è un odore che dà il mal di testa.

Davanti a casa sua e dietro al braciere sta seduto Fındık Ali, le maniche rimboccate, a sbudellare pesci.

È sera, una bella sera d’estate. Una sera estiva che pare proprio fatta per mangiare pesce e bere rakı. Fındık la stava aspettando da giorni. Aveva pescato quattro pagelli, di quattro chili ciascuno, e qualche chilo di pagelli fragolini, roba da cento grammi l’uno. I pesci grossi li aveva venduti ai ricchi, e si era comprato circa quattro litri di vino. In casa, l’aceto c’era. Quanto all’olio, poi, Fındık Ali detestava doverlo pagare; aveva dunque raccontato mille storie al droghiere Istauri per avere mezzo litro d’olio d’oliva, a credito, in teoria. Aveva accumulato debiti per cinque o dieci piastre – promettendo di pagare quando fosse diventato ricco – con il droghiere, il fornaio, l’anguriaro e il tabaccaio. Se fosse diventato molto ricco li avrebbe pagati: «Per Dio, giuro su Dio che pagherò» dichiarava.

Chi diceva che non sarebbe diventato ricco? Eh, chi?

Ma questo era... l’anno degli sciagurati.

Si apprestava a fare una bella insalata e poi, scaldato il tegame, a friggere i piccoli pagelli per la sua personale soddisfazione. E disse, parlando da solo: «Alla puttana non do neanche un pesce. Che mangi pece, quella schifosa».

Findik Ali era pescatore. Un giorno, quattordici anni prima, aveva comprato un sandalo sfasciato per sei lire. Prima di allora aveva fatto il facchino, l’imbianchino, il giornalaio e, brutto a dirsi, il ladro! Ma, non appena si era ritrovato padrone di un sandalo, aveva deciso di dedicarsi al commercio del pesce nel tempo libero, un po’ per diletto, un po’ per guadagno.

Fındık Ali aveva una moglie. Era una ragazza scura. Gestiva un piccolo caffè. Ma era piuttosto scaltra. Ciò che più faceva imbestialire Ali era il suo atteggiamento: come se non fosse la moglie del pescatore Fındık Ali. Sembrava piena di sé, orgogliosa, non solo con lui, ma anche con chi le stava intorno. Era una cosa che lo mandava su tutte le furie.

«Ma chi si crede di essere, lei? Di chi è la moglie, lei? Cos’è quell’aria da sultana?».

Certe sere d’estate, belle come questa, di pesce non se ne prendeva. Ed era allora che si scatenava l’inferno. La Sultana non gli avrebbe dato un soldo. Ma Fındık Ali non poteva trascorrere una sera estiva limpida e fresca senza vino. Di due debolezze, infatti, soffriva Ali: il vino e i giornali vecchi. E qualche volta un narghilè affumicato, custodito in un angolo nel sotterraneo; mai sbiaditi i disegni che decoravano l’esterno, di colore azzurro e rosso, ma con l’interno torbido, nuvoloso, quasi il tabacco persiano rimanesse fumante. Ma questa terza debolezza era riservata ai giorni pregni di un piacere straordinario. La pesca era andata bene, la Sultana, in modo inatteso e accidentale, gli era apparsa come una moglie amabile, e quel giorno, si pensi, non aveva ingaggiato alcun diverbio con i pescatori, per lui intollerabili, e, per giunta, Istauri non gli aveva detto una parola pur avendolo sorpreso che pizzicava quattro o cinque cipolle nella bottega: erano, quelli, giorni pregni di un piacere straordinario.

Fındık Ali non considerava dunque la dipendenza dal narghilè una malattia. Di contro, se non beveva vino, se in un paio di giorni non ne tracannava almeno quattro litri, il mondo cambiava colore. Vedeva l’aria già fosca, e lui voleva sfocarla. Il vino era la causa di tutti i litigi con la moglie. Ma quando si era assuefatto a un simile veleno? Dapprima, allievo alla Scuola Militare, si era dato al vino con i suoi amici; dopo essere stato espulso dalla seconda classe aveva preso l’abitudine di consolarsi con il rakı. Circa una volta alla settimana era sbronzo. Poi, quando aveva iniziato a lavorare per gli Ittihatçı,2 le sue tasche avevano cominciato a vedere dei soldi. Dopo il Fatto del Ponte,3 ogni sera poteva buttar giù anche tre litri di roba.

Diventato capostazione di Arifiye, aveva preso il vezzo di fumare il narghilè la sera, seduto a contemplare i campi di mais e le montagne di Sapanja. Risaliva a quel periodo la sua passione per i vecchi giornali.

Durante l’Armistizio4 aveva fatto il poliziotto. «Questa puttana l’ho presa allora» usava dire. Dove l’avesse presa, non lo specificava. Quarant’anni da peccatore, poi, un bel giorno, penitente... Lei era una donna che non poteva fare a meno di sorridere agli uomini, ed era anche una che amava passar fuori la notte, a bere... allora si alzava e si metteva a ballare... «Amico mio, non sono chiacchiere: nelle mie tasche tintinnavano le monete d’oro di Napoleone. Ma da casa non ci passavo mai. Solo una volta al mese, o all’anno. Oltre a non lasciare mai un soldo a mia moglie, le sere che tornavo la battevo anche con la scopa».

La donna aveva un debole per i bei giovanotti, alti, ben messi. «A dir la verità,» diceva lui «non penso che mi abbia tradito, ma quasi sicuramente beveva rakı e ballava davanti ad altri uomini. Quando poi riteneva arrivato il momento opportuno, credo che li cacciasse di casa». E continuava: «Di che cosa dovrei preoccuparmi? Non è mai venuto nessuno a dirmi: “Ho dormito con tua moglie”. Durante l’Armistizio gli inglesi mi hanno rinchiuso in un posto a Galata. Mi hanno bastonato sino a sfinirmi. E dopo, ogni sera, mi davano del vino. E io mi prendevo sbornie di consolazione. Sostenevano che io avessi fatto fuggire della gente in Anatolia.5 Non dico certo di no! Portammo via anche delle armi, ma devo precisare che non ho mai fatto niente senza ricevere in cambio monete d’oro. Ah, quanto bene ho ricevuto da quelli là, quanti bei ricordi!».

A quel tempo abitavano a Kumkapı.6 Fındık Ali, dopo essere sfuggito agli inglesi, aveva messo a ferro e fuoco Istanbul. Stando a quanto racconta lui stesso, Fındık Ali – chiamato così perché era basso –7 era stato un tremendo teppista. Se le strade di Galata avessero la lingua e potessero parlare delle sue azioni spavalde...

Dopodiché Fındık Ali subisce un improvviso cambiamento. Lo vediamo con un vestito blu di lana grezza, stivaletti gialli ai piedi. Il giorno dell’arrivo a Istanbul di Refet Pascià,8 i greci dell’isola di Burgaz, vedendo Ali in una stretta baracca – una delle proprietà abbandonate laggiù – che fumava il narghilè con la moglie Sultana di fronte e il suo gallone di vino davanti, gli rivolgevano saluti del tipo:

«Salve, signor Ali, come state?».

«Sto una meraviglia, e voi, ragazzi?».

A quel tempo è a servizio presso un signore. Si occupa del giardino, e d’inverno vigila sulla residenza vuota. Lui si definisce maggiordomo, e viene puntualmente corretto dagli altri: «Eri un servo». Ma quando lui ribatte: «Vabbe’, ero un servo, e allora?», nessuno ha più niente da ridire, e lui continua: «È rimasta forse qualche attività che io non abbia svolto? Ho pulito anche i cessi. E ho pulito anche gente come voi. Eh sì, in fede mia!».

Sennonché, un giorno, dopo aver preso un sacco di legnate da un pescatore nel bel mezzo della piazza del mercato, ecco in lui una nuova metamorfosi, repentina. A quel punto solo un gallone di vino poteva riportarlo al suo antico stato; solo allora si aggrappava stretto a religione, fede, donne, libri.

Di lì a qualche tempo scomparve all’improvviso. E per anni, in paese, non lo si vide più.

 

 

Era quello un aprile di gelo e di pioggia torrenziale; da piccoli dossi scorrevano in mare gonfie e violente fiumane. Per poter essere allegri almeno quanto i poveri a piedi scalzi, ecco che chi aveva sciarpe intorno al collo e scarpe di gomma andava di corsa ai cinema della metropoli.

Una sera, mentre la bora frustava le cime dei glicini e saliva in alto, verso le pinete, vidi le stelle. La terra e la strada, trapunte di camomilla, emanavano un odore denso, buono. Le stelle erano vicinissime; un gatto bianco attraversò il buio fra due case.

Il silenzio e la luce trapelavano dalle tende incerate. La gente non dormiva. Ancora si cantava, ancora si tesseva, ancora si parlava con voce sommessa.

Quando passai dal caffè dei pescatori, MadamSultana mi si avvicinò con aria indulgente:

«Un tè di salvia?».

«Ma sì, facciamo un tè di salvia» risposi.

Quel tè era come la primavera che segue agli inverni e agli autunni, alla pioggia e alla neve. Il bicchierino da tè – a puntini rossi e blu, i fianchi stretti e sinuosi –, con i suoi vapori caldi, con i suoi profumi, portava alla mia memoria il ricordo della commemorazione della nascita del profeta Muhammed, l’uso di rievocare un defunto a quaranta giorni dalla sua morte, un senso di sicurezza, di protezione dalle sventure; i pescatori parlavano della furia della bora, di pane e di barche sfasciate. Sultana faceva scivolare i suoi capelli – schiariti con l’estratto di camomilla – a contatto con il mio naso. Allora dimenticavo il profumo di salvia del mio tè.

«Tua figlia... dov’è, Sultana?» le chiedevo.

«Dove potrà mai essere la figlia di Sultana, eh? Dove? Ah, che razza di briccone sei!».

«Ma no, Sultana... Dimmelo, no? Dov’è tua figlia, insomma?».

Certo, davo l’impressione di chi aveva voglia di dire cose leggere, amenità. Di nuovo:

«Ah,» faccio io «vorrei rivederla, la tua figliola. Il pensiero si insinua nella mia mente insieme al profumo di salvia».

«Ah, mascalzone!».

Io so che le piace sentire parlare della bellezza di sua figlia. Poi guarda fuori, il vento e le stelle, la costa e le barche, e segue il fascio di un proiettore che scivola sul mare:

«Facciamo una partita a carte?» mi dice.

Ma com’è bello parlare, poter parlare mentre si gioca a carte. Quando si cala una briscola bisogna iniziare lunghi discorsi. Un gioco può dirsi tale solo se lo si fa per cambiare la forma della conversazione.

«Sultana, dov’è tua figlia?».

«È andata via, e basta... Sempre con quel tizio. E poi lui ancora la pianterà. E lei finirà ancora in una brutta casa. E ancora andrò a riprenderla, e la riporterò qui».

«Allora, Sultana, sarà che forse lo ama?».

«Lo ama... ma no, no che non lo ama. Perché dovrebbe amarlo? È che sai, i soldi... vestiti, cappelli, abiti da sera sempre eleganti...».

«Vuol dire che non è la persona giusta per tua figlia...».

«Certo che non lo è... E ne ha tanti di uomini intorno... Solo che a lei piacciono i gioielli e il lusso».

«Però tua figlia è molto bella, Sultana...».

«Taci, imbroglione! È già uscito il dieci bello?».

«Non lo so».

«Lo sai, invece. E vincerai tu».

«Ah, Sultana, era bella, tua figlia!».

«Fermo lì, mi hai confusa. Hai vinto con una coppia di due? Vergogna! Ho perso. Ci facciamo un altro tè di salvia? Te lo offro io».

«E fallo, Sultana. Che buon profumo, la salvia... Dove la trovi, Sultana?».

Sultana tornava con due tazze, e cominciava a raccontare, stavolta in greco:

«A quei tempi avevamo in gestione dei bagni. Mio marito era un tremendo cacciatore di donne. Esiste una donna che non si lasci sedurre da un bell’uomo di quarant’anni? Certe sere faceva sbronzare me e Dimitra e ci picchiava. “Puttane” ci urlava. “Quando io non ci sono, voi due ne combinate di tutti i colori. Mi dicono che ricevete gli uomini in casa”. Era vero. Se lo faceva lui, volevi che io me ne stessi lì, ferma come una statuina? Allora i soldi erano molti. Mia figlia diciassette anni, io trentaquattro e fresca come una rosa. Ah, i ragazzi che mi passavano fra le mani... Che tenerelli... Li sceglievo ai bagni. Anche adesso, sai? Se non vedo il corpo di un uomo non ci vado a letto. Poi c’è da dire che erano tempi in cui il fisico di un uomo mi trasportava in un altro mondo. Era lo stesso con ogni Adamo, e io ero l’unica Eva. E la sentivo, davvero, questa mia essenza di Eva.

«Ogni domenica prendevo botte da Fındık Ali. Un giorno, una domenica, rientrò sfinito e disperato. Per giorni e giorni non uscì in strada. L’inverno aveva riempito l’isola di tonnetti e di barcaioli migranti del Mar Nero. Anche noi ne avevamo accolti un paio in casa nostra. Ali una volta mi sorprese insieme a loro.

«Senza dirmi una parola, mi guardò in faccia. Adesso, a ripensarci, mi pare che mi avesse fissato per un giorno e una notte. Un tempo lunghissimo! Poi andò verso il molo. Sciolse la cima della sua barca. Tornò di nuovo a casa di corsa: prese il cassone per i pesci e partì. Fu una partenza definitiva.

«In seguito sentimmo che se n’era andato all’isola Hayırsız.9 Non tornò per sette anni interi. Si faceva portare il pane dai pescatori di qui. Una volta, verso sera, mi era piombato addosso un gran senso di colpa. Ali, di una bellezza irresistibile, era sulla mensola. Una fotografia dei tempi in cui eravamo fidanzati. I capelli spettinati, i baffi che gli entravano fin dentro la bocca. Sembrava che volesse buttare sottosopra il mondo intero. Il mare era piatto, senza un alito di vento. Sono corsa fuori di casa come una matta. Sentivo Ali come fosse dentro di me.

«Ho sciolto la cima. Dopo aver remato un paio d’ore, sono arrivata davanti a Yassıada.10 Era ormai buio. Sulla destra, dove ci sono le rovine inglesi, ho visto una luce fioca. Tirata a riva la barca, ho camminato in quella direzione. Attorno a un fuoco, c’erano dieci uomini armati, Ali era nel mezzo.

«“Su, raccontaci un po’,” stavano dicendogli “dove sono le monete d’oro? Sappiamo che hai trovato il tesoro. Parla!”.

«Non c’era nessuno che non conoscesse la storia del tesoro nascosto da qualche parte sull’isola. La permanenza di Ali laggiù, per anni e anni, da solo, era stata attribuita appunto a quel tesoro. I pescatori greci avevano sparso in giro, in segreto, la voce che Ali lo avesse trovato. Non ti nascondo che uno dei motivi della ricerca di Ali quella notte era pure questo. Se l’aveva trovato davvero, perché mai restava là? Avremmo preso un piccolo appartamento a Beyoğlu. Comodi e felici, saremmo andati al cinema tutte le sere.

«“Per Dio, non lo so, ragazzi. Lo giuro, non lo so proprio” rispondeva Ali.

«Gli diedero pugni e schiaffi. A ogni pugno lui barcollava, crollava a terra. Ma non posso negare che qualcosa, nel suo atteggiamento, lasciava intendere che il tesoro lo avesse trovato; però non lo diceva.

«“Se l’avessi trovato, credete che non l’avrei detto?”.

«“No che non l’avresti detto, figlio di cane” rispondevano quelli.

«Gli avvicinarono i piedi al fuoco, e sentii un crepitio. Uno gli accendeva i capelli con i fiammiferi, un altro glieli spegneva con l’acqua di mare. Durò per ore, l’interrogatorio. Ali, all’inizio giurava soltanto, limitandosi a dire: “Se lo sapessi, non ve lo direi?!”.

«Poi non parlò più. Urlava, e basta. Dalla paura, dal terrore, rimasi là immobile, come un pezzo di ghiaccio.

«Verso l’alba, un uomo barbuto, ma giovane, non riuscì a trattenersi. Gli premette due volte sulla faccia un pezzo di legno ormai divorato dalle braci. Gli altri si diressero alle loro barche e se ne andarono.

«Erano rimasti solo loro due. “Parlerai, a me sì che lo dirai” gli diceva quell’uomo.

«Ali si lamentava. Provò ad alzarsi in piedi, ma ricadde a terra. L’altro lo tirò su. Avanzarono verso un angolo delle rovine. Di lì a quindici, venti minuti, l’uomo riemerse da solo. Non riuscii a vederlo bene in volto. Camminò a passi svelti. Poco dopo sentii lo scoppiettio di un motore.

«Andai di corsa verso le rovine. Trovai Ali in una cavità, morto, con una ferita da pugnale. Il pugnale era stato conficcato nel petto e poi mosso di qua e di là, a squarciarlo».

Pioggia

Non avrei dovuto farlo. Ma è successo. Mi sono comportato da maleducato. Niente di così importante. Però me ne vergogno ancora. Sentite com’è andata:

Avevo bevuto quattro o cinque pinte di birra. Fuori scrosciava una pioggia spaventosa. La gente si era riparata sotto un cornicione. Poi la forza della pioggia è diminuita. I rivoli sopra i vetri non formavano più ruscelli e i ruscelli non formavano fiumi. Dalle colline l’acqua fangosa ora scendeva giù calma, lenta, verso i viali. Quelli che avevano fretta di tornare a casa sono corsi in strada, dagli usci in cui si erano rintanati. Fra questi anche solo chi amava la pioggia, immagino. Io, per esempio. Sulle spalle avevo un parapioggia. Non mi riparava affatto. E pazienza! L’ebbrezza di cinque boccali di birra e la carica di simpatia che mi danno gli acquazzoni mi hanno scaraventato sul viale. «Prenderò il tram alla fermata più avanti, non a questa» mi son detto. Adesso la pioggia era fitta, cadevano dei bei goccioloni cristallini. Lontano pioveva sui campi e sulle carrarecce. L’aria era satura di quell’odore di terra e ozono. Il vapore sulle schiene lucide delle bestie. Su una strada vidi dei contadini, bambini con le teste rasate a piedi nudi sui viottoli di campagna. Da sotto un albero di gelsi sbucò una ragazzina, la bocca ancora umida. Dietro di lei un giovanotto cercava di trattenerla:

«Sta passando, sta passando,» le diceva «sono nuvole passeggere».

E lei: «Siamo già in ritardo...».

Un esile rivolo d’acqua scorreva veloce dentro alle rotaie del tram. Questo il genere di cose cui fa pensare l’ebbrezza: come fila veloce l’immondizia nella rotaia del tram! Buon viaggio!

Gli ubriachi sono dei teneri folli.

L’ho notato molte volte. Come sono meravigliosamente belle le persone quando nevica o durante acquazzoni come questo. I miopi, per esempio: strizzano gli occhi e guardano da vicino quelli a cui nessuno bada. Anch’io sono uno di quelli che i miopi guardano, e so che le persone che desiderano guardarsi nella pioggia si trovano belle incrociando gli sguardi.

Mi viene in mente una frase dell’Idiota, che ho appena letto: «C’est la beauté qui sauvera le monde».

Forse la pioggia ci farà sembrare bella la persona che non sappiamo amare, e l’ameremo. Da quanti giorni mi fa rimuginare, questa strana frase dell’Idiota. «La bellezza salverà il mondo». Sotto molti aspetti, è vero...

Non sono la bontà o la cattiveria, né il piacere o il disgusto, né la letteratura, la bassezza, l’amore, o l’istinto... Niente può salvare il mondo. Ogni giorno ci avviciniamo di più al dolore e alle pene. Lo sa anche un idiota. «La bellezza salverà il mondo».

Questo il ruolo della letteratura sulla faccia della terra: cercare la bellezza. Le donne si truccano per farsi belle. Quest’uomo per essere bello si lascia crescere i baffi. Quel bambino, se vuole, potrebbe mantenere il suo bel viso fino a cinquant’anni. Anzi, più che mantenerlo potrebbe perfino migliorarlo, ammesso che viva fino a cent’anni. Quanto sono belli i volti delle persone sane, anche se imperfetti. La bellezza leziosa dura solo tre o quattro giorni.

A che serve dimostrare l’idea dell’Idiota? Accettiamola.

Accanto a me passa di fretta una ragazza meravigliosamente bella. Ho fatto qualcosa che non avevo mai fatto in vita mia. Ho accelerato anch’io. La pioggia cade sui suoi capelli biondi. Per un istante li vedo brillare e luccicare. Solo un istante.

Come se una strana, odorosa e segreta spugna assorbisse la pioggia. In quell’attimo capisco le allusioni e lo spirito degli antichi poeti, quando scrivevano: se solo fossi il pettine tra i tuoi capelli, l’ombra sulle tue palpebre, il pennello sulle sopracciglia, prigioniero del tuo ricciolo... Scrivo anch’io le mie brutte poesie: «Ben venga la pioggia sui tuoi capelli».

A un certo punto, la ragazza si ferma dal tabaccaio a comprare una rivista in francese. Mi viene voglia di parlare in francese. Poi mi sembra insostenibile l’idea di parlare francese tra due turchi, tra due persone di Turchia, soprattutto a Beyoğlu. A volte lo trovo perfino brutto, disdicevole. Nondimeno, esordisco in francese:

«Non si volti. Ho solo bisogno di parlarle. Non si giri a guardarmi. Pensi a un uomo che ha bevuto un bel po’ di birra. Quell’uomo sente il bisogno di dire delle cose a una persona sconosciuta, ma incontrata all’improvviso, che trova straordinariamente bella. Tenga conto di questo e ascolti. Se si voltasse, se mi vedesse, proverebbe un senso di disgusto. Mi chiamerebbe scemo. Se vedesse i miei vestiti, la mia incerata sporca, il mio misero cappello mi riderebbe in faccia. Senza girarsi può dare un senso al mio volto. Può perfino farmi indossare un abito dello stile a lei più gradito. Allora somiglierei forse agli attori del cinema, e che male ci sarebbe? Talvolta li trovo belli anch’io».

Mi sono fermato un minuto. Ho smesso di parlare, intendo. Ma continuavamo a camminare. La ragazzina stava per girarsi a guardarmi. Ma non sono riuscito a vederla in viso. Ho intuito che sorrideva e che aveva deciso di non voltarsi più. Ho rallentato un po’. La pioggia invece si era molto infittita.

Ho ripreso: «Mi ero preparato un discorso frettoloso. Ma l’ho dimenticato, dato che lei non si volta. E allora le dirò quello che mi viene in mente. Ecco: amo una ragazza. Somiglia a lei. O forse no. Ma non importa. La ragazza non mi ama per niente. Neanche questo importa. Con chi posso parlare di lei sotto questa pioggia? Chi mi ascolterà? Tutti sono persi nelle loro carte quotidiane. Siedono a bere acquavite. Ognuno ha qualcosa da dire. Ma chi mai si siederebbe ad ascoltarmi? E se anche qualcuno lo facesse, non mi vergognerei della mia confessione l’indomani, ritrovandolo? A lei invece posso dire tutto, quanto io ami tutto della mia amata, e quanto la mia amata non ami nulla di me... Sì, perché lei non vedrà neppure il mio volto. Nel caso ci incontrassimo ancora, non ci riconosceremmo. Lei è l’amica più bella che la pioggia potesse donarmi. In questo momento quasi non penso nemmeno alla mia amata. Mi basta la sua amicizia. Non creda che le stia facendo una dichiarazione d’amore. No! Dico solamente ciò che sento. Ma non creda neppure di essere una ragazza che non fa innamorare. Lei è più bella del mio amore e di questa pioggia. Già il suo comportamento, il fatto che mi stia ascoltando, è un gesto di vera, intima amicizia.

«Ci sono quelli che abbordano le donne cercando di fare gli amici, ma senza successo. Alcuni sì, ce la fanno. Ma io non sono il tipo. Non ho mai fatto una cosa del genere in vita mia. È la prima volta che mi accade. Forse tra una decina d’anni, in un giorno di pioggia, se avrò bevuto quattro o cinque birre, mi troverò a fare le stesse stupidaggini».

La ragazza aveva rallentato l’andatura, confusa. Io mi ero fatto ancora più sensibile.

«Cara infermierina,» ho esordito «vede che bisogna perdonare gli uomini che seguono le ragazze? Hanno qualcosa da dire, come me, oppure si avvicinano a una persona che trovano strana e bella solo per dire che non c’è niente da dire. Ecco cosa ti dico, bambina mia, mia infermiera!». A questo punto ho ripetuto esattamente una frase di Baudelaire: «“Il mondo è bello malgrado tutto”. Che bella la pioggia! Che bella la mia amata! Che peccato che non mi ami. Questo dolore ha un gusto. Una sbronza, un tremore, un sussulto, un assaggio di esistenza. Che bella la pioggia. Oh, è gelida! Che bella anche tu. Tu, la tenera ragazza che mi sta ascoltando sotto la pioggia. Amo anche te, come la mia amata. Viva il mondo».

Poi ho aggiunto in turco:

«Evviva il mondo!».

La ragazza all’improvviso ha accelerato. Arrivata davanti a uno dei palazzi di Taksim, senza voltarsi, mi ha fatto un saluto con la mano. E se n’è andata, infilandosi nel portone.

Ero felice come un bambino che ha ricevuto un tamburello in dono per la prima volta. Tanto così.

Un uomo inutile

Sono diventato un tipo piuttosto strano. Non vedo nessuno, non voglio che nessuno bussi alla mia porta. Neanche i postini, gli uomini più amabili del mondo. Sono molto soddisfatto del mio quartiere. È da sette anni, devo dirvi, che non esco di lì; e nemmeno un amico sa dove vivo. Quello che chiamo quartiere, il posto in cui abito da sette anni – a parte quando esco, una volta ogni tre mesi, per andare a Karaköy a riscuotere l’affitto di una bottega –, non conta che tre o quattro strade.

Tre delle strade sono parallele e una le attraversa in perpendicolare, e poi c’è la mia via, tagliata fuori dalle altre, così corta e stretta che a stento può dirsi un vicolo. Ho numerato queste strade in ordine d’importanza: 1, 2, 3, 4. La mia strada non ha un numero. Non ho saputo dargliene.

Sotto il mio appartamento c’è un lattaio, e di fronte due falegnami. Non ho mai avuto a che fare con un falegname. Mi sono sempre chiesto come si guadagnino da vivere. Quei due lavorano fino a sera. Vuol dire che non tutti sono come me: accidenti, in quarantotto anni esatti non ho mai avuto bisogno di un falegname. Mi chiedo quante persone a Istanbul possano servirsi di un falegname. E chissà quanti ce ne sono, in questo luogo chiamato Istanbul.

Tutte le mattine, appena alzato, vado dritto al caffè. Un locale pulitissimo, con sette, otto tavoli. I clienti vanno e vengono in silenzio. In un angolo si gioca a bazzica, a battaglia, a scacchi. La padrona è un’ebrea francese. La donna migliore che ci sia al mondo. Non appena entro al caffè le dico:

«Bonjur Madam».

«Bonjur Mösyö, komantalevu».

Rispondo come si deve. Lei non si accontenta della risposta. Mi rivolge in francese delle chiacchiere senz’altro amabili. Alcune le capisco, altre no. Dico quanto serve, e tra questi  ogni tanto infilo qualche no. Proseguiamo tranquillamente. Mi mette tra le mani una rivista francese. Guardo le figure, annoto da qualche parte le parole che non capisco, e rientrato a casa le cerco sul dizionario; il mattino dopo, quando riguardo la rivista, mi dico: «Ah, ecco, caspita!».

Chiede la donna: «An kapucina?».

E io pronto: «Certo».

Poi, per dare un che di francese, aggiungo: «Sesà».

Madam si rallegra. E inizia a spiegarmi, in tedesco, come fa lei il cappuccino.

 

 

Verso le undici m’incammino per una stradina in salita, arrivo sulla via del tram, giro a sinistra e dopo quindici passi sono davanti a una libreria. Lì acquisto una rivista francese illustrata. Appena esco, col giornale sottobraccio, raggiungo svelto la nostra strada. Ah! Che sollievo tornare indietro! Le persone sono diverse qui, non somigliano affatto a quelle della via del tram. Mi fanno paura, quelli della via del tram.

È un periodo, questo, che il più delle volte non ho voglia di mangiare. Nel nostro quartiere c’è un trippaio. Un uomo pulito, e anche la sua zuppa è buona. La bottega non ha niente a che vedere con le altre sudice tripperie. Come scodelle usa stoviglie antiche, e la trippa è bianca come neve.

«La vuole speziata, signor Mansur?» chiede.

«Sì, Bayram, speziata» gli rispondo.

Che si chiami Bayram o Muharrem, per me il nome di qualunque trippaio è Bayram.

«Metto aceto e aglio, signor Mansur?».

«Non metterne oggi. L’altro giorno l’ho digerita male, ho avuto aria nello stomaco. Manda il ragazzino a comprare un limone e spremicelo».

«C’è ancora il vostro mezzo limone dell’altro giorno».

«Ma davvero?».

Il fatto che sia rimasto il mio mezzo limone mi fa felice come un bambino. E Bayram prova la stessa gioia infantile nel farmi contento con il mio limone.

«Lo spremo tutto, il vostro mezzo limone, signor Mansur?».

«Spremi, spremi, Bayram, così viene bella aspra».

Mangio la trippa bella aspra, poi vado in camera mia. Mi addormento davanti al vocabolario di francese, mentre cerco di tradurre le didascalie della rivista che ho comprato. Mi sveglio alle quattro e mezza precise. È l’ora della mia passeggiata. Esco di casa, giro a destra, supero la strada numero 1, non attraverso quella del tram ma cammino veloce sul marciapiede di sinistra e poi svolto nella strada numero 2, parallela alla strada numero 1.

È una strada fangosa, stretta, sporca. Sulla destra c’è un bar, poi una panetteria, poi una trattoria. Ho l’impressione che in quella trattoria si vendano cibi e frutti proibiti. Ogni sera è frequentata dalle stesse donne e dagli stessi uomini malinconici e strani. Forse mangiano carne di rana, topo, corvo, gatto, cane, e magari carne umana. Oltrepassato quel posto, mi ritrovo in cima alla nostra via. Giro a destra, dico: «Salve» alla donna che vende frutta secca, e lei mi dice: «Salve, signore». I suoi occhi sono davvero belli. Esito nel girare a destra... Il motivo?

Lo spiego: si tratta della mia passeggiata pomeridiana. Quando si passeggia ci si guarda intorno, ci si ferma ad ammirare una vetrina, a osservare qualche volto, si cammina senza fretta. Ebbene, non posso farlo. Quando arrivo in quella strada io accelero il passo e guardo dritto davanti a me, come se fossi scocciato, costretto a passare da quella via. Il motivo? Adesso ve lo spiego.

In una di queste case c’era una povera ragazza ebrea, con dei bei lineamenti (ha una macchia nera in un occhio, ma non è un problema!) e delle mani, come dicevano le donne di una volta, così paffute da poterci posare delle nocciole nelle fossette, i seni prosperosi, una scollatura in cui scende una linea scura, con un’ombra di sporco. Sedeva davanti a una finestra a due ante, a rammendare. A volte usciva sulla porta, guardava per ore a destra e a manca, se incontrava qualcuno si lasciava andare ai pettegolezzi. E aveva delle gambe così robuste, ben salde a terra. Com’è particolare la bellezza bruna degli ebrei... Quanto avrei voluto baciarle, le gambe di quella ragazza, almeno una volta in vita mia.

Un giorno imboccai quella famigerata via. La ragazza ebrea stava sulla porta. E davanti alla sua porta c’era anche il falegname di fronte. Arrivato esattamente dov’erano loro, mi si para di fronte il falegname:

«Stammi a sentire, mollaccione! Se passi un’altra volta di qua, ti spacco la faccia!».

Da quel giorno, passare da quella strada è diventato per me qualcosa di irresistibile.

Che batticuore mi veniva, per non cedere alla tentazione di fare il giro di là durante la passeggiata! Ci siamo, adesso il falegname mi spacca la faccia, ora! Che giorni ho trascorso! Erano anni che avevo allontanato il cuore da quel genere di palpitazioni. Il mio polso per settimane non perdeva un battito. Lo controllavo: sessantatré, sempre sessantatré.Succedeva perfino che scendesse a sessantadue. «Camminando, il battito si normalizza» mi aveva detto un amico dottore. Ma mica mi fermo per strada a misurare il polso! E invece mi sono fermato un momento, ho ordinato un cappuccino e, siccome nessuno guardava dalla mia parte, di nascosto ho sbirciato l’orologio; era tutto a posto: sessantatré. Non c’era una donna a guardarmi negli occhi, né poteva turbarmi che il prezzo di un’arancia salisse da cinque a venticinque kuruş: per cinque affare fatto, per venticinque, niente arancia! Dopo che anche la strada numero 3 mi ebbe irritato, com’era successo con Istanbul, la mia passeggiata pomeridiana non ebbe più il sapore di una volta. Ero come prigioniero tra due strade. Ma non mi annoiavo. Il mio quartiere, per quanto tranquillo, è anche piuttosto animato. Un quartiere dove metà degli abitanti sono ebrei e levantini come può non essere animato? Specialmente gli ebrei...! Che persone buone, dolci, gioviali, innamorate della vita! Gli ebrei del mio quartiere non appartengono a una classe molto ricca; in realtà, io coi ricchi non ho niente a che spartire. Salomon, il mio venditore di arance, è l’uomo più amabile del mondo quando incassa più di quaranta piastre; ma se anche qualcosa mi sembra troppo caro non mi lancia occhiatacce alle spalle, né si lamenta se gli propongo un prezzo improbabile. Anzi, mi dà ragione.

È sera. Capisco che si è fatta sera quando sulla vetrina della pasticceria di Madam si abbassa la tenda a balze. Dentro si spande un tenue chiarore giallo: Madam ha acceso la luce. Poi Salomon pianta una candela tra le arance nella cesta. Il venditore di stoccafisso infila nella presa il cavo della lampadina da trecento candele. Le sue labbra rosse e le sue unghie dipinte, insieme con la cipolla color ciclamino, luccicano che è una bellezza. Il trancio di tonnetto ricorda le cosce di una donna greca, mora e pingue.

Quando esco dalla taverna, la mia strada mi si struscia addosso con la miseria delle donnine in cerca di abbandono. La mia povera strada!

Nella via numero 1 ci sono due taverne in cui si suona il liuto. I taxi aspettano lì davanti. C’è un viavai di autisti e prostitute. Quello stecco bianco, sul davanti delle auto, ogni volta mi sembra un parafulmine che cattura un lampo nella pioggia, e invece, a quanto ho capito, è un’antenna. Mi piace la fila di auto che somiglia a un enorme animale, il suo ondeggiare isterico, minaccioso.

Fermo di fronte al trippaio, sotto la pioggia, mi copro le orecchie col cappello, guardo i passanti coi miei occhiacci che immagino diventati enormi, come se fossi piombato qui da un remoto paese senza donne e ne stessi cercando una con cui trascorrere la notte e condividere il mio dolore...

Dopo dieci minuti arriva un uomo molto più vecchio di me. Un uomo grande e grosso, coi baffi grigi; i capelli ce li ha ancora tutti, ma bianchi. Non appena lo vedono, gli autisti fanno:

«Omaggi, omaggi, Padrino».

E lui: «Buonasera, ragazzi!».

E snocciola dei distici di Füzūlī. Dopo che se n’è andato, gli autisti commentano:

«È un uomo di cultura ma ha un brutto vizio, va con le ragazzine. Se non sono piccole o fra le più squallide, non se le prende, povero scemo!».

L’uomo s’infila nel bar di fronte. Poco dopo ci vado anch’io. Si siede proprio davanti ai musicisti. Ha un aspetto pulito. Le mani, i capelli, i baffi sono ben curati. Non dimostra più di cinquant’anni. Sul palco angusto ci sono una, due, tre, quattro, cinque donne. E lui punta gli occhi sulla più giovane. Lei si fa offrire un cocktail da lui. Gli servono un sorbetto al melograno, con due o tre gocce d’alcol. Ne portano un altro. L’uomo chiama la ragazza che serve ai tavoli, graziosa, gli occhi dolci e tondi, le dice qualcosa all’orecchio. Poi si addormenta. Dorme coi gomiti appoggiati sul tavolo. Apre un occhio solo quando il violinista con gli occhiali scuri inizia a improvvisare con le voci rauche delle donne, suoni sincopati, ma regolari. Allora sbotta: «Dio, Dio!». Bekir, il cameriere, mi racconta: mette la testa sul petto delle ragazze con cui è stato, e piange, dorme, canta, recita poesie. Non fa mai una sesta cosa (tipo ridere) oltre a queste cinque. Poi si rimette a sonnecchiare. Non si sveglia nemmeno se un balordo del quartiere irrompe urlando nel locale; certe sere capita che tutti vengano alle mani e il proprietario originario del Mar Nero alla fine butta fuori due o tre mascalzoni, e va pure in pezzi qualche vetro del locale; niente, lui è lì che dorme. Ogni tanto, con la pioggia e la neve, entra un giovane dall’aria invecchiata, corpulento, le guance unte, il collo, i capelli e i baffi unti, il bavero del cappotto macchiato; si abbottona i pantaloni da suonatore di trombetta, prende posto su uno sgabello lasciato libero da uno dei cantanti esausti, o forse solidali, fraterni, e soffia suoni spaventosi in quella trombetta. La sua è l’ultima esibizione in sala, arriva poco prima delle undici. Vaga col corpo saldo sulle gambe corte e robuste, si toglie il cappotto col bavero di velluto, lo lascia in un angolo buio, si ferma a salutare il violinista cieco. Il percussionista sussurra al violinista cieco che il suonatore di trombetta lo sta salutando. S’increspa di mille rughe, all’improvviso, il volto teso del suonatore di salterio, fresco di rasatura e di dopobarba, che quasi mai si riesce a vedere alle spalle dei cantanti. Il nostro suonatore di trombetta si è seduto. Gli mancano i bottoni sul davanti dei pantaloni, o saltano via ogni volta? Sbucano le punte di un foulard verde. Chi se ne accorge ride. Il proprietario del locale glielo segnala con un cenno del capo e con gli occhi. Il suonatore di trombetta si alza in piedi, imbarazzato. Per lunghi minuti dà le spalle ai clienti, si sistema i pantaloni, torna a sedersi, si guarda un momento intorno. Poi prende dalla tasca una tabacchiera. Penserete che stia per farsi una sigaretta, invece no, prende uno dei bocchini di bambù dello strumento, lo rimette al suo posto, ne prende un altro, come a voler scegliere il più adatto, quello giusto per la serata. In quel momento, io mi alzo sempre.

All’infuori di questa strada, da sette anni non vado da nessuna parte a Istanbul. Mi fa paura. Mi spaventa l’idea che possano picchiarmi, aggredirmi, derubarmi – che ne so, insomma? cose del genere... In altri luoghi la stranezza mi assale. Ho paura di tutti. Chi sono gli uomini che brulicano nelle strade? Quant’è piena, quest’immensa città, di uomini sconosciuti gli uni agli altri! Se sono incapaci di volersi bene, perché costruiscono delle città in cui devono mescolarsi tra di loro? Non riesco a capirlo. Per criticarsi, uccidersi, tradirsi? Come fanno a vivere in una stessa città persone così diverse, così estranee tra loro?

Il quartiere è il quartiere, se non altro. La mia bottega potrebbe bruciare, potrei patire la fame. Ma sento che, finché vivrò, il trippaio dove mangio la zuppa carica di limone mi sfamerà. Il venditore di arance Salomon, quando distribuirà arance marce ai bambini ebrei cenciosi, ne darà sempre un paio anche a me. Quei giorni potrei avere vestiti così logori da dover restare fuori, ma la Madam mi lascerebbe bere un cappuccino sulla porta della pasticceria.

Sono fantasie, ma, ecco, il mio quartiere mi piace così tanto! Soprattutto, non voglio proprio vedere i conoscenti di un tempo. Ogni tanto ne incrocio qualcuno qua in giro:

«Oh là! Ma sei finito qui?».

Io piego il collo e lo guardo come a dire: che vuoi farci?

«Chissà che combini» dice.

E poi: «Non hai rinunciato a vagabondare, eh?!».

Ho rinunciato, più che a vagabondare, a me stesso, ma è un dolore che non riesco a spiegare.

Dice qualcuno:

«Ti conosco, maiale, chissà a chi corri dietro...».

Non corro dietro nemmeno a me stesso. Ma l’amica del falegname, la ragazza ebrea, bruna, con la macchia nera nell’occhio e tutte quelle fossette sulle mani, mi fa impazzire. Chissà che bontà certi angoli, che odorosi certi suoi posti, e poi quelle gambe carnose.

Ieri ho deciso all’improvviso di provare a uscire dal quartiere. Passando da Unkapanı sono arrivato fino a Saraçhane. Istanbul è cambiata tantissimo. Sono rimasto sbalordito. Da un lato, mi è anche piaciuta: asfalto pulito, strade enormi... Che bello quell’acquedotto! A un chilometro di distanza sembra un arco di trionfo! La Medrese di Gazanferağa, incantevole, è di un bianco immacolato. Ho visto parchi, alberi. Ho visto gente. Ho vagato impaurito. Ho proseguito fino a Kıztaşı. Ho camminato da Fatih in giù. Sono arrivato a Saraçhane. Ho alzato lo sguardo sul tetto di un edificio, dei demolitori lo stavano buttando giù. «C’era un hammam, lì» mi sono detto. Era proprio quello che stavano abbattendo. E allora mi ha assalito la voglia di lavarmi in un hammam.

Bene, ormai che abbiamo superato l’imbarazzo, vi dirò anche questo: non mi lavavo da sette anni. Non mi era nemmeno passato per la testa. Mi è venuto un prurito, ma un prurito...! Mi sembrava di essere ricoperto di pulci. Sono entrato in un hammam. Mi sono lavato, oh come mi sono lavato! Scendeva sporcizia a volontà. Però mi sono rilassato. Che sudata, che bella sudata mi sono fatto! Mi rimaneva in mano qualcosa... pelle morta? grasso? sporcizia? ovunque strofinassi. Mi ha sconvolto come un essere umano possa avere addosso così tanta lordura... di quante croste ci ricopriamo.

Uscito dall’hammam ho preso il tram. Arrivo a casa, mi son detto, e poi stasera vado dalle parti di Teşvikiye. Sono tornato a casa. Mi sono disteso un attimo sul letto, ho preso sonno e ho dormito per un giorno intero, è stato un tutt’uno. Quando mi sono svegliato, erano le due del giorno dopo. Avevo dormito quasi per ventiquattro ore. Sono andato di corsa dal trippaio.

«Per Dio,» ha commentato Bayram «ha davvero un bel colorito, signor Mansur».

Certo non potevo rispondergli: «Eh, sono andato all’hammam». Gli ho detto solo di non mettere l’aglio nella zuppa. Ho vagato. All’imbrunire ero giunto a Maçka. Un altro mondo là... Al rientro a casa, mi ero ripromesso di non uscire più dal quartiere per altri sette anni; ma è impossibile. Questi due giorni mi hanno stravolto la vita, mi hanno dato alla testa. Per un attimo sapete cosa ho pensato? Vendo la casa e la bottega a Karaköy. Sapete quel locale dove fanno musica di cui ho parlato prima? Ecco, là c’è quella ragazza che riceve le ordinazioni fuori, quella con la fronte stretta, la prendo come concubina. Poi dopo un anno muoio.

Un giorno salgo su un vaporetto del Bosforo. Mi siedo sulla panca a poppa, e all’altezza di Bebek e di Arnavutköy, mi alzo e mi guardo intorno: se non c’è nessuno, mi lascio cadere in mare.

L’uomo nella birreria

Mi sono lasciato prendere da una fantasia: osservando il volto di uno sconosciuto qualsiasi per strada, in una bottega, in un luogo affollato, è possibile imbastire una storia su un frammento della sua vita. Le righe che seguono ne sono il risultato.

A Karaköy, in una birreria, ho notato un uomo che stava bevendo una birra e sono rimasto a guardarlo. Portava un vecchio cappello, il soprabito era macchiato, gli stivaletti senza le punte rialzate, lustri. Ho cercato di indovinare il suo mestiere: nessun lavoro in particolare, però, gli stava a pennello. Poteva essere un impiegato di banca, un cancelliere del tribunale... O un capufficio, un tabaccaio, un venditore di biglietti della lotteria, un controllore del tram in abiti civili. Non sono insomma riuscito a prendere una decisione precisa, del tipo: quest’uomo fa il tale mestiere. Ma era di condizioni modeste. Non un alto funzionario, né un commerciante rotondetto, né uno speziale, né un sensale poco onesto.

Prima delle mani, gli ho guardato la faccia. Di sicuro si era fatto la barba, ma doveva essersi alzato molto presto, radendosi in fretta: in certi punti del viso ne restavano delle tracce. Segno che apparteneva a quel numero di persone tenute ad arrivare senza ritardi sul posto di lavoro, al punto di radersi e precipitarsi in strada ancora intorpidite dal sonno. Non era dunque quel che usa dirsi padrone di sé stesso.

I miei occhi si soffermarono sui suoi. Non rivelavano la minima traccia di pena, o di inquietudine. Nemmeno fra le rughe degli occhi apparivano segni di dolore. Dev’essere un uomo che non ha mai sofferto a causa di una donna, mi dissi. Gli scrutai le mani: nessun segno, né unghie rovinate o annerite che potessero orientarmi; non un residuo di vernice, un taglio o un callo che indicassero un lavoro manuale qualsiasi.

Non era magro, ma nemmeno poteva dirsi grasso; un po’ di pancetta l’aveva, sì, ma contenuta, non di quelle che cominciano esattamente sullo stomaco, la sua partiva più in basso. Soffiava sulla birra che beveva. Ha ordinato un panino caldo. Ha aperto una gran bocca. Ha mangiato il suo panino tra soffi e sbuffi, rigirandosi i bocconi nella cavità orale. Nel frattempo, gettava sguardi obliqui alla birretta, e sorrideva. Denti gialli, radi, sporchi. Non doveva esserseli mai spazzolati.

Mangiando e bevendo non pensava a niente – anche se dicendolo so bene di sbagliarmi. Nel mio caso, per esempio, sarebbe impossibile. Quando ascolto, persino quando scrivo, io penso sempre a qualcos’altro. Ne sono sicuro: ogni persona è così. Eppure, considerando l’atteggiamento di quest’uomo, sono disposto a cadere in errore, sostenendo che lui, quando mangiava e quando beveva, non pensava a un bel niente.

D’un tratto, qualcosa ha attirato la mia attenzione: un piccolo anello al mignolo. Sì, al mignolo, non all’anulare. Mi è venuto da supporre che l’anello venisse da una donna. Ma, badate, non perché lo portasse al mignolo. L’ho capito perché era un anello da donna. Un oggetto molto fine, elegante, con tre castoni affiancati: in due sfavillavano due pietrevermiglie; il terzo era vuoto. Quelle pietre, separate l’una dall’altra da fili d’oro esilissimi, lavorati come merletti, disegnavano il motivo di un occhiello, e sempre da fili d’oro erano unite all’anello. Sì, era una verità assoluta: l’anello proveniva da una donna. Altrettanto vero che quell’anello gli dava l’aria di un uomo ingannato dall’amante. Quasi l’avesse strappato a forza dal dito di una signora.

Bene, ora dispongo di alcuni elementi attraverso i quali architettare una costruzione, un edificio: una quarantina d’anni, il soprabito sporco, così come il cappello, scarpe e camicia pulite, un anello da donna portato al mignolo, denti mai spazzolati, non un velo di apprensione sugli occhi. Se è così, non è stato ingannato da una donna, e vado annaspando in questo mio dubbio...

Sapete? Se anche mi definisco autore, non è che io debba pensare cose diverse da quelle che pensate voi. Di fatto, non posso figurarmi cose differenti dalle vostre. Dunque, quale può essere la storia di quest’uomo? Badate a non aspettarvi da me grandi rivelazioni.

Abitava nel quartiere di Fatih. Era impiegato in un deposito di Malatya Ikbal, sposato, padre di quattro figli. Guadagnava cento lire al mese. Si era formato direttamente sul campo, con l’esperienza. Trasmetteva qualche soffiata sull’andamento della borsa nera. La cosa che più lo spaventava era la mancanza di scarpe: cresciuto in povertà, da quattro o cinque anni portava calzature dalla punta piatta. Lasciava un paio di scarpe sul posto di lavoro: al mattino, quando arrivava al magazzino, si toglieva quelle piatte e s’infilava quelle dalla punta rialzata, mentre la sera eseguiva l’operazione contraria. Da ragazzo aveva camminato scalzo fino a quindici, sedici anni.

Sorseggiare tre birre la sera: questo era l’unico suo piacere. Talvolta, ci mescolava anche un bicchiere di vino. L’anello che portava l’aveva acquistato per la primogenita in occasione delle ultime feste; ne era caduta una pietra, e la figlia, quel mattino, glielo aveva infilato a forza sul mignolo. Ma lui, che aveva la testa per aria, si era già dimenticato che doveva far rimettere la pietra. Aveva un gran timore di perdere l’anello; avrebbe significato non bere birra per una settimana.

Possedeva una voce molto bella. Nella gita annuale dell’azienda, sulla barca che prendevano a nolo per andare alle acque, il numero delle liriche che intonava equivaleva a quello dei bicchieri scolati – e il rakı tracannato in quella occasione equivaleva a quello bevuto in un anno. Non fumava. Teneva in tasca un bel temperino, fornito anche di una limetta per le unghie. Notò che guardavo quell’aggeggio con attenzione; me lo allungò, e me ne mostrò nove funzioni. Soggiunse poi:

«Mi pare di conoscervi, signore; che fate di mestiere?».

Balbettai qualcosa. Capì che non avevo un lavoro. Si guardò dall’insistere, mentre io, da parte mia, cercai di inventarmi una professione non così lontana dall’improbabile.

Quando il mio sguardo si soffermò sull’anello che portava a quel dito, ecco che lui cominciò a raccontare tutto ciò che ho appena scritto. Quella sera bevve alla mia salute cinque birre. Alla quinta mescolò del vino, e un bicchiere di vino lo offrì anche a me.

«Ho esagerato, col vostro permesso...» disse, come a scusarsi.

Io ero determinato a spingere le cose ben oltre; ad arrivare alla tragedia, alla commedia. Non l’avrei mollato, quell’uomo. Sarei entrato in casa sua, avrei ascoltato i suoi piccoli guai, i suoi problemi più seri. O meglio, li avrei immaginati davanti a una birra.

Lui era ancora sulla soglia della birreria. La pioggia colava dalla gronda. Si tirò su il colletto del soprabito.

Un anello da donna al mignolo, un soprabito sporco, scarpe lucidate con cura, un uomo che ormai non interessa più a nessuno cammina, anzi corre, per prendere il tram.