venerdì 10 aprile 2020


IL COMUNISTA 
Guido Morselli

[...] Ma non c'è metodo, non c'è decisione, non c'è la durezza. E sai chi lo diceva?. Gramsci, naturalmente. Ma anche l'uomo di Predappio.[...]
ADELPHI EDIZIONI


Laureato in giurisprudenza collaborò a Il Mondo, La Cultura, Il Contemporaneo e altri periodici. Riuscì a pubblicare in volume i due saggi Proust o del sentimento (Garzanti, Milano1943) e Realismo e fantasia. Dialoghi (Bocca,Milano 1947); i romanzi, sempre rifiutati dalle case editrici, uscirono a stampa solo dopo la morte, per suicidio, di Morselli: Roma senza Papa. Cronache romane di fine secolo ventesimo (1967; Adelphi Milano 1974); Contropassato prossimo (1969-70; ibid. 1975); Divertimento 1889 (1970-71; ibid. 1975); Il comunista (1964-65; ibid. 1976); Dissipatio H.G. (1972-73; ibid. 1977), l’estremo capolavoro di Morselli; Un dramma borghese (c.a. 1960; ibid. 1978); Incontro col comunista (1949-50; ibid 1980). Gli scritti saggistici sono raccolti in Fede e critica (ibid. 1977).

Avvertenza. Tesi e interpretazioni espresse dai personaggi del romanzo debbono riguardarsi come strettamente per-sonali all'autore.
Fatti e vicende, opinioni, discorsi, attribuiti nella fin-zione narrativa a individui esistenti (o a enti collettivi) identificabili, o nominati-vamente identificati, sono puramente immaginari.
Anche immaginari, in quanto connessi alla finzione, i riferimenti a giornali o a altri periodici. (Sono invece au-tentiche, e in genere testuali, le citazioni da opere clas-siche del socialismo).







IL COMUNISTA

I
Dibattito (e riposo) in Parlamento. Si stava discutendo un'interpellanza sulle condizioni, cattive, delle Ferrovie dello Stato e l'aula già con poca gente si sguerniva, come capita quando si trattano argomenti tecnici; tranne nel settore della sinistra, a cui apparteneva l'in-terpellante. Malgrado le voci alterne di questi e del ministro Angelini che gli rispondeva, l'ambiente era sonnacchioso; infastidita e divertita perplessità accolse il magro spunto polemico introdotto dall'estrema. L'interruzione si levò da un banco del MSI, la voce, a inflessioni fittamente siciliane, aveva pretese d'ironia.
- Tu critichi i treni in ritardo. Lo capisci, onorevole Boatta, che la tua critica ci riporta a tempi andati quando c'era in Italia oltretutto chi faceva marciare i treni in orario?
- Ci è costato caro - fu l'ovvia risposta del compa-gno Boatta. Ma l'altro incalzava:
- Non i soli treni marciavano, a quei tempi. Pur-troppo questa nostra Italia pusilla...
Qui Boatta perse la pazienza.
- Impara l'italiano, fascista! In italiano non si dice:
Itàlea.
- Sì, da te imparerò. Che dici Itaglia, con la 'g'. Buzzurro.
Qualcuno ridacchiò mentre dal centro, Dini, un lucchese, brontolava: - Be', si sa da un pezzo che non sapete pronunciare nemmeno Italia! - Dal pulpito della presidenza, Leone si sporse per far notare, con intenzione lepida, che 'dalla filologia' era il caso di tornare alla ferrovia. Il compagno Boatta tornò a alzare la barbetta grigia, e osservò che non c'era niente di borghese nel volere treni che rispettino l'orario, vagoni più moderni, ferrovieri vestiti di buon panno e non di saglia logora.
- Non sono soltanto i borghesi a servirsi dei treni, sono soprattutto i lavoratori, come sono lavoratori gli uomini che li fanno andare. Con fatica e sacrificio, ve lo potrebbe dire Ferranini, qui vicino a me, che è fi-glio di ferroviere morto per causa di servizio, ed è stato ferroviere anche lui.
- Del resto, - seguitò l'anziano Boatta nella rista-bilita disattenzione dei colleghi - oltre alle ferrovie abbiamo altri servizi pubblici disorganizzati e retro-gradi. Vanno forse bene i telefoni, così importanti per le attività produttive, e di riflesso per i lavoratori? Le poste italiane sono le più lente d'Europa. Ho avuto stamattina una lettera a Montecitorio. Mia nipote l'aveva impostata a Torino due giorni fa.
Intervenne Leone.
- Lei - gracidò - ha chiesto di interpellare il ministro dei Trasporti, non il ministro delle Poste. E la-sci la sua corrispondenza personale, non ci interessa!
Il compagno Ferranini ascoltava appena e sorride-va, in uno stato di torpore piacevole. Seduto attraverso il banco, i gomiti puntati alla tavoletta, si passava le dita fra i capelli ingrigiti. Riposava e poteva non rim-proverarselo; una bella cosa. Quando il compagno Boatta aveva fatto il suo nome, per un attimo aveva avuto paura, incongruamente, di essere chiamato a in-terloquire, lui che in cinque mesi di legislatura non si era trovato a prendere la parola una volta. Era stato aggregato a una commissione che si adunava di rado, una commissione che era la più pacifica e inconclu-dente di tutte, in cui il suo silenzio passava inosservato non meno che in aula. Anche al partito non gli chie-devano molto, forse perché a Roma, alla sede centrale dove non aveva mai messo piede prima della sua re-cente elezione, nessuno lo conosceva. All'infuori di qualche ispezione per conto degli uffici amministrativi, incarichi non gliene venivano. La domenica, i comizi assegnati per turno ai parlamentari; sinora non ne aveva tenuti che tre o quattro.
Ferranini Walter, da Reggio Emilia. Primo a non misurare come in lui la 'Kiev d'Italia' fosse bene rappresentata. Difetti e virtù.
Genuino elemento della base, abituato al contatto politico vivo e immediato, umano, della base, Ferranini non era privo di ambizioni personali (tutt'altro), ma le aveva sempre ristrette al suo ambiente, soddisfatte lì. Accettare la candidatura gli diede qualche ri-morso non superficiale, il timore di tradire la sua vera chiamata, un disagio da cui cominciava appena a gua-rire. Ai compagni di Reggio che lo avevano incluso nella lista diceva: «Dunque mi mandate in pensio-ne”. E per un verso si era sentito realmente messo da parte. Non si illudeva, negli intervalli che andava a passare a casa, di riavere il rapporto che si era interrotto fra lui e la sua gente, le sue responsabilità di prima. A Roma (e lo aveva previsto) nessuno sbocco gli si apriva nelle gerarchie dell'apparato, per le quali con onestà riconosceva di non avere preparazione né atti-tudini. I dodici anni di lavoro che si lasciava alle spal-le non gli sarebbero serviti, la sua esperienza organizzativa era troppo da specialista per adope-rarla in una sfera tanto più larga, staccata dalle situazioni e dagli uomini che gli erano familiari.
Per un altro verso a Roma non ci si era trovato male, sicché aveva finito in pratica con lo stabilircisi (quando tornava a Reggio, o al suo paese, Vimondino, venti chilometri da Reggio, ci si fermava una giornata al massimo); e la routine parlamentare, la funzione gre-garia che è tipica dei deputati in un grande partito («qui facciamo i coristi a bocca chiusa» aveva scritto al suo fedele Oscar Fubini), non gli dispiacevano. Non c'è niente da decidere, nessuna iniziativa: però, aveva detto allo stesso Fubini, c'è da informarsi e da capire tante cose. Scendeva a patti col parlamentarismo. Di-menticava che durante la campagna elettorale del '53, ai tempi della legge-truffa, aveva definito Montecitorio, con una certa enfasi scientifica che s'incontrava spesso nei suoi discorsi, il «luogo dei punti» della bugiarda democrazia formale.
Studiare era sempre stata una sua passione e quasi sempre gliene era mancato il tempo; adesso, con diver-se ore disponibili ogni giorno, se ne cavava la voglia. La sua conoscenza del marxismo, sebbene di prima mano, era disordinata, non organica. Si mise con tena-cia e scrupolo a perfezionarla; gli pareva una maniera di resistere contro l'inerzia e il conformismo, la reazio-ne di un buon socialista. I pochi che cercavano di sta-narlo dalla sua camera dì via del Leonetto, un alloggio non accogliente, e lui lo era anche meno, lo sorpren-devano a prendere appunti sui classici concentrato e arruffato, in maniche di camicia, come uno studente in vista degli esami. Il termos del caffè sul tavolino e, ultimo tocco al quadretto di genere, una gabbia con gli uccelli al davanzale della finestra. Stava impigrendosi, gli dava noia doversi cavare di lì per andare a Civita-vecchia o a Rieti per il comizio del sabato o della do-menica, lui che a Reggio usava girare la provincia tut-ta la settimana, tirando il collo alle macchine, e rien-trava la sera roco e con la schiena rotta.
Esagerando la sua pigrizia, forse l'unico che non la imputasse allo scirocco e al costume romano, si chiese se non derivasse da invecchiamento precoce. O peggio che peggio, non fosse il principio di una involuzione piccolo-borghese. Una sera si alzò da letto, compulsò inquieto i testi per vedere se il battere la fiacca non costituisse uno dei sintomi da cui si riconoscono quelle che Marx chiama «le mezze-coscienze» - Fu fortu-nato che pescò subito il passo: «Le mezze-coscienze sono i vili, i rinunciatari, gli affezionati del compro-messo»; e si addormentò in pace.
Una permanente fortuna era la sua di pagare mo-derata attenzione al suo privato io. Esami interiori, colloqui con se stesso non erano né frequenti né lun-ghi; concluse che a quarantaquattro anni finiti, la stan-chezza gli dava fuori. Si era sbattuto la sua parte. Ave-va cominciato da ragazzo a sfacchinare, a penare, un po' di vita buona non l'aveva fatta mai, poteva anche sentire il bisogno di mettersi giù. Un uomo da buttare via no, anzi dopo che stava a Roma le cose andavano meglio, ma qualche disturbino rimaneva, quei dolorino alla radice del collo, segni di ipertensione, e un po' d'affanno, un po' di aritmia, che un collega deputato, il compagno Amoruso, internista, aveva qualificato a lume di naso, senza poterlo visitare perché lui non vo-leva, sindrome da affaticamento, in quadro di lieve car-diopatia funzionale parzialmente soggettiva. Il partito, facendolo venire a riposare a Roma, gli dava una pro-va della sua provvida presenza nella vita del singolo, lui ne avrebbe usato per rimettersi ben bene in sesto. Il nuovo appello all'azione poteva giungere da un mo-mento all'altro, nel frattempo stare seduto lì in quel-l'aula con i suoi compagni, e i suoi capi, non era inu-tile. Anche lì si serviva. Non c'era mica niente di male. Se mai, pensò (senza unzione, non era l'individuo), un privilegio che non meritavo.
Boatta aveva terminato. Si era dichiarato insoddi-sfatto della risposta di Angelini, in realtà poco soddi-sfacente, e altre interroga-zioni subentravano, ora da parte democristiana, concordate col governo; una fin-zione senza interesse. Ferranini si stese più comoda-mente nel suo banco, rinunciò a sfogliare i giornali che aveva con sé. Due file più sotto, Olinto Maccagni stava sbrigando il suo corriere, scriveva indisturbato; sulla sua tavoletta una piccola pila di libri, e Ferranini riuscì a leggere il titolo del primo. Montaigne, Essais.
Fissò a lungo, con rispetto, ciò che poteva vedere della persona del suo leader, la tempia folta, scura ancora, le spalle e l'avambraccio fermi, tranquilli, da cui spi-rava una serenità, una forza che gli sembrarono au-guste, in cui si mescolavano l'azione e il pensiero. Trasalì: Taccagni si era interrotto, aveva fatto con la testa un mezzo giro, gli gettava attraverso le lenti uno sguardo. Ma non lo riconobbe. Aveva fama di non essere fisionomista, e con lui non aveva avuto che contatti brevissimi. Non importa; Ferranini gustava il piacere composito della subordinazione e della fiducia, con-tento di appartenere in qualche modo a quell'uomo.
Fra i giornali ritrovò un telegramma che gli avevano consegnato in principio di seduta. Veniva da Reggio, da casa sua in sostanza, l'unica (ma abbondante!) famiglia che avesse. Annunciava la visita di due amici, dirigenti della CAP di Guastalla, Cooperativa agricola produttori; e dovette sorridere: i due avevano firmato:
«Bignami Amos e Vittorio, direttori del primo kolchoz d'Italia». Vuoi scommettere che sono già arrivati e sono qua dentro? Alzò gli occhi, ed erano là difatti, proprio loro. Unici spettatori di quella scialba assemblea, che a braccia levate lo salutavano, i due cugini 'cappisti' col garofano rosso all'occhiello, dalla tribuna del pubblico. Rispose con un cenno che raccomandava la calma; erano capaci di chiamare forte, di farsi notare, e la cosa non sarebbe stata gradita a Maccagni. Aspettò leggicchiando i giornali che lui si movesse. Maccagni continuava a scrivere e rimase al suo posto un'altra mezz'ora, sino alle otto, e intanto i due lassù si vedevano parlottare fra loro e fare segni indican-dosi i vari settori della Camera.
Lo abbracciarono all'uscita; e poco dopo, esaminatolo alla luce di una vetrina per la strada, Amos Bignami lo rassicurò: - Non sei cambiato -. Ferranini fraintese.
- E dovrei essere cambiato? Montecitorio forse? Roma?
- Ma no, cosa dici. Sei sempre magro, sì, sempre coll'aria di un ragazzo, di un poeta. Il nostro Ferranini. Be', siamo qui per te, sai, per parlarti del tuo Vi-mondino il tuo paesello mezzo allagato dal Po.
- Sempre sott'acqua, casa nostra, a novembre. Ma possibile che non venite a chiedere aiuti contro la Federconsorzi?
- Dunque sai che stiamo combattendo a spada trat-ta. Como los mortos. Krüger contro Lopez, ti ricordi in Spagna? Così! E non se ne può fare a meno, credi a noi. Ci attaccano. Novità in Federazione, ma quelle le conosci.
- Con l'Interagraria, i rapporti come vanno?
- Non tanto lisci, nemmeno lì. Adesso ti diremo.
Li scortò alla sua trattoria in una traversa di via dei Coronari, un locale dove non ci bazzicavano parlamen-tari, e gli piaceva per questo. I Bignami, Amos più di Vittorio, riferirono diffusamente, nel tono deferente e cordiale di subordinati pieni d'iniziativa (da Ferranini non avevano mai preso che le direttive politiche), poi passarono a raccontare del paese. Non ci vivevano ma ci avevano tutti e due un po' di terra, conoscevano ogni cosa e persona. Parlarono in abbon-danza e non mangiarono altrettanto. Ferranini mangiò volentieri, al solito. Curvo sul piatto, la sinistra a premersi il to-vagliolo sul petto: concentrato, pur ascoltando e facen-do qualche domanda. Frugale, nel senso di uno che ama la roba semplice, ma gustava il mangiare, in silen-zio se poteva, con l'aspetto, e non era solo un'apparen-za, di chi mangiando non pensa ad altro. Nuccia (o Annuccia), la sua amica, trovava che senz'ombra di sen-sualità era un «mangiatore serio», profondo insomma, anche in quello, e scrupoloso; e lui le faceva notare che veniva da una famiglia che aveva patito la pellagra, la fame cioè, sino ben dentro il secolo ventesimo.
Bignami Vittorio, dalle guance vinose sebbene fosse astemio, era stato il primo aiutante di Ferranini, dal '46, quando cominciò il suo lavoro nelle cooperative, e voleva sapere se a Roma continuasse a occuparsene, se gli avevano dato incarichi e quali. Si meravigliò del-la risposta negativa.
- Ben, ma davvero, Ferranini, non te ne occupi? Tu che sei uno dei più grandi cooperativisti di oggi?
- Sì. Come la CAP di Guastalla è un kolkhoz - fece Ferranini. Aveva finito di mangiare, ripigliava a parlare.
- Non ti apprezzano, forse? E il Migliore, non ti conosce? Ma se eravate seduti vicino.
- Siamo centoquaranta, solo alla Camera. Ma poi, anche voi lo dovreste sapere che cos'è la base, che cos'è il centro: sono due mondi, come dire l'acqua e l'aria, e uno che vive nell'uno non è fatto per vivere nell'al-tro, gli mancano gli organi.
- Non è giusto.
- E’ giustissimo. Io sono qui per rappresentarla la base, non per mandarla avanti, dall'alto. Sono funzioni differenti, ci vogliono capacità differenti. Io vado al partito in media un paio di volte al mese e ancora non ho imparato come sono divisi gli uffici. Dovete pensare che il partito, qui, è una struttura enorme, complessa. Ma parliamo delle cose che conosciamo, gente mia. Vimondino. Terra pulita, terra grassa ma smorta, eh?
- Oh sta' buono, Ferranèin. Smorta. Smorta!
Paese di proprietari, e nemmeno piccoli, molti di venti, venticinque biolche e più. (Una biolca è sui tremila metri quadri). Lungo la ferrovia che da Reg-gio scende al Po; e in provincia lo chiamano il paese dei pioppi e dei preti, calunniandolo quanto ai preti che non sono che due, l'arciprete e il cappellano di San Donato, ma certo politicamente terra ingrata, scar-sa di consensi ai partiti progressivi, più aperta invece dal lato democristiano, non senza incancrenite soprav-vivenze fasciste: con duecentonovanta voti (su mille-duecento) al MSI, nelle elezioni del '53. La possidenza con-tadina a Vimondino risaliva ai primi del secolo. E cioè al tramonto del signore feudale, certo conte Giar-rentani di cui i vimondinesi erano mezzadri. Verso il 1902, ingolosito dalla fortuna fatta a Modena da un suo ex dipendente con una manifattura di carni in scatola, il Giarrentani aperse un salumificio a Reggio e prese a fare feroce concorrenza a quello, tra l'altro imitandogli il marchio di fabbrica. Quello studiò la sua vendetta. Attese che il prepotente s'ingrandisse e impegnasse il suo capitale, poi in poco tempo, calando i prezzi di settimana in settimana lo ridusse a dovergli cedere la fabbrica e infine, per interposta persona, la terra. Il Giarrentani, se conservò, a stento, la villa dove abitava a Vimondino, patì lo scorno di vedersi circon-dato dai suoi vecchi mezzadri diventati pari suoi, per-ché il concorrente vittorioso, non avendo interesse a tenere i terreni, li rivendette loro uno dopo l'altro, a condizioni molto vantaggiose, e così avvenne una vol-ta che da una guerra fra capitalisti nascesse la fortuna dei lavoratori.
Il paese era l'unico del Reggiano a produrre canapa, una canapa famosa per la sua qualità; venivano incet-tatori dall'Inghilterra e la portavano via tutta. Sotto re Giorgio, le gomene dell'attrezzatura in più di una nave di S.M. britannica erano intrecciate col tiglio vimon-dinese. I contadini fatti padroni reclutavano (li andavano a cercare nell'Appennino) i braccianti per le fatiche grosse. E si adagiarono in un benessere pigro e avaro, estraneo al fervore politico della provin-cia, anzi dell'Emilia. Nel suo socialismo impaziente, Ferri ca-pitò una volta a Vimondino per un comizio, che andò deserto, e non volle tornarci più. Definì Vimondino la «contro-Molinella». Il paese diede un paio di in-terventisti nel marzo-maggio del '15 e più tardi diversi squadristi per le imprese meno rischiose di Leandro Arpinati, il ras bolognese.
Bignami Amos, più anziano del cugino e di Ferranini, ricordava qualche cosa di quel tempo lontano.
I nostri di Vimondino, Arpinati li trattava da spazzapollai. So che un giorno disse preciso così: «Sie-te bravi a rubar le galline».
Fra i pochi, quasi tutti non nati nel paese, che tene-vano l'orec-chio aperto alla buona politica era Mirko Ferranini, il padre di Walter, venuto da Cesena a Reg-gio nel '10 a lavorare da fochista nella ferrovia Reggio-Guastalla; da ragazzo era stato iscritto a una cellula anarchica, filiazione di quella Lega Bakunin dei Gio-vani Romagnoli, che diede al movimento alcuni dei suoi uomini meno scalmanati e più coerenti; come il Capriani. Ma anche Mirko, sposatosi nel '16 dopo la promozione a macchinista, si ammansì. Un macchinista di ferrovia è un congegno di precisione, andava ripe-tendo e, s'intendeva, un uomo d'ordine. I fatti del do-poguerra, le leghe rosse, la mobilitazione delle forze popolari emiliane contro la reazione insorgente, non ebbero quasi eco a Vimondino, e nemmeno nel cuore di Ferranini Mirko. Solo nella primavera del '21 quan-do in America, a Dedham del Massachusetts, furono incriminati con minaccia (non vana, come poi appar-ve) di sedia elettrica Sacco e Vanzetti, lui capì che si sentiva rivivere. Erano martiri della sua fede antica, e soffrendo di lontano con loro, a Mirko gli parve infine di riscattarsi. Scrisse al più vecchio dei due, Bartolomeo Vanzetti, e dal carcere mesi dopo gli arrivò la risposta. Tornò a scrivere e Vanzetti rispose ancora, e nell'ultima di quelle lettere diceva: «Sì, gloria al-l'anarchia, ma adesso dobbiamo entrare nei ranghi. Non è giusto disperdere le nostre forze e sprecare le nostre speranze. La rivoluzione che ha trionfato sullo zar è degna di raccogliere i figli di Bakunin». Il fer-roviere, che aveva decorato di ritagli di giornale con le fotografie dei due martiri la cucina e la camera di casa sua, non comprese il consiglio del povero Vanzetti, o non credette di doverne parlare, ma il seme avrebbe dato il frutto in suo figlio. Walter Ferranini (uno dei pochi comunisti italiani d'oggi a avere conosciuto le opere di Malatesta e degli altri maestri dell'anar-chia) fu socialista anche prima di essere uomo.
Arrivò al socialismo per suo conto, senza supporre (né poterlo: si era fra il '29 e il '34, in Italia) che esistesse una dottrina, e una realtà, socialista. Intravide certe verità - la nozione di libertà formale, la sperso-nalizzazione capitalistica dell'individuo, del mondo umano - da sé, per improvvisa rivelazione interna, un poco come a quindici anni qualche ragazzo intuisce il corpo della donna. Ma era, e doveva rimanere, un'in-dole semplice, a dispetto di un incolto istinto specula-tivo che gli faceva cercare le idee e scavarle; e modesto con la spontaneità con cui di solito si è l'opposto. Del-la sua maturazione politica, certamente precoce, non fece mai molto conto. Più di una volta Ferranini pen-sò, e anche disse, forse proprio a uno dei cugini Bignami: «Se sono un buon socialista io non ho meriti. A mano destra non potevo tirare perché era andare contro natura. E a sinistra nemmeno, in senso anarchi-co-sindacalista, perché mi ricordavo di Vanzetti; da questa parte ero immunizzato a vita». (Quelle tre let-tere le aveva conservate, e si era promesso di andare a salutare le tombe di Vanzetti e Sacco, dove che fossero). Tentazioni ne ebbe anche lui. Ma non contro la fede, se mai da insidiare la sua chiamata di socialista mili-tante. La grande tentazione sua era attaccata a un bi-sogno strano e vitale, chissà di dove venuto, prepotente già nel bambino che d'estate in campagna si stendeva bocconi sull'orlo dei maceri, e su ne veniva un miasmo peggio che di fogna. Stava a covare lì, con gli oc-chi, la fauna di larve e lombrichi che brulica sul visci-dore verdastro a fior d'acqua. Era quel bisogno che lo mandava in città a cercare sui banchi al mercato le vec-chie edizioncine sfasciate di Fabre, la storia delle ter-miti di Maeterlinck. A stanare i ragni nel solaio e i rospi nei fossi, che poi inventariava; e la lente d'in-grandimento avuta in dono dal maestro di Vimondino Panasi (ferrarese e fascista, lo stesso che nel '27 a Porta Po di Ferrara fece andare a monte l'attentato a Italo Balbo) quella povera lente seguitò a ciondolargli dal collo, appesa a uno spago, per anni.
Poi il bisogno divenne cosciente, e il tredicenne Walter capì che a dargli uno sfogo bisognava sacrifi-carsi, e ciò che costava di più, chiedere sacrifici. «Tut-to quel che posso fare io,» gli disse suo padre «è di lasciarti studiare senza darti del matto e dell'ingrato». Il ragazzo era ostinato e ebbe anche fortuna, per un po'; bussò a molte porte, trovò a Reggio un farmacista Bignami (anche lui) che, pieno di figli, se lo prese in casa come bambinaio e garzone di bottega, e in cambio gli faceva pensione e gli permetteva di seguitare le scuole. Gli si affezionò, lo protesse, si mise persino in mente che potesse studiare da farmacista. Ferranini ne domandò a Amos, che stavano prendendo il caffè.
- Di', ti ricordi il farmacista vicino all'ospedale? Vedovo, con tanti figli?
- Altroché, era un parente nostro - rispose Amos.
- Alla lontana. Faceva il socialistello, di quelli di Tu-rati. Lo sai che cosa gli capitò a questo Bignami, subito dopo la grande guerra, a Bologna.
- No.
- Te, Vittorio, l'hai mai sentita? Fatto è che a Bologna c'era il congresso socialista al teatro Bru-netti, il farmacista, che era l'organizzatore, conobbe la Culisciòff, e si innamorò in lei. E lei in lui, sul mo-mento. Pensate che lei aveva passato i cinquanta. Apriti cielo. Turati era geloso come una bestia, per poco il socialismo italiano non si spaccava un'altra volta.
Con l'aiuto del farmacista, il ragazzo era arrivato alla fine del ginnasio, faceva la prima liceo. La meta si av-vicinava, si precisava ai suoi occhi affascinati: Bologna, l'università, biologia. «Biologia» raccontava Ferranini, un nome che per un pezzo, al solo sentirlo gli metteva il tremito come il nome del primo amore. Poi, il triste dicembre del '29. In un mese, suo padre am-mazzato da una polmonite, lui che dava addio alla scuola, che si ritrovava a Guastalla aiuto-commesso al magazzino-merci della ferrovia, per dare una mano alla madre, restata con novanta lire di pensione e la testa sconvolta dalla disgrazia, che i vicini temevano si buttasse sotto il treno. Invece della testa, le era andato il cuore; morì nel '31, avanti di fare i quarant'anni, di un aneurisma. Quello stesso anno, i carabinieri sco-persero nel magazzino-merci della stazione dove ancora il ragaz-zo lavorava, un pacco di manifestini che la sera avrebbe dovuto portarsi a casa. Da spargere fra i son-nolenti, o avversi, compaesani.
Cominciavano con le parole: «L'Emilia era, è e sarà rossa». Licenziato in tronco, orfano senza parenti e senza più casa, il ragazzo aveva imparato a conoscere direttamente, dolorosamente, il mondo vivo del lavoro. Alla ferrovia gli era capitato di dover caricare da solo, in un giorno, sessanta quintali di latte. La fatica lo aveva segnato in maniera definitiva, investendogli di una luce senza chiaroscuri certi aspetti e certi proble-mi del lavoro, che nessuno studio teorico ha mai inse-gnato. Lo presero in una piccola fabbrica di scarpe a San Donato (ci rimase sette anni), anche lì a penare, imballatore, autista, facchino, carica e scarica casse, ro-toli di pellami, damigiane di acidi, dalle sei la matti-na alle sette la sera. Non aveva la complessione per il lavoro pesante; e la fatica non gli si impresse soltanto nelle idee della sua mente. Alla visita di leva gli fu trovato un soffio al cuore.



Quello fu un bel colpo di fortuna: non vanno a dichiararlo inabile? (Finito di mangiare rivangava coi due Bignami quel pezzo della sua vita, tanto per far venire l'ora di levarsi da tavola). Se non era che lo scartavano, lo aspettava l'Abissinia, e poi magari la Spagna.
- E invece, - osservava Vittorio - la Spagna l'ab-biamo fatta dalla parte giusta.
Seguitò, credendo di dir bene.
- E’ per questo, vedi, che non si capisce perché non devi fare strada anche qui a Roma. Al partito. Le carte in regola ce le hai.
Ferranini, invece, quell'insistere lo impazientiva.
- Intanto ricordatevi che nella lotta partigiana io non c'ero. Uno della nostra età che non ha conosciuto la Resistenza è un comunista di secondo ordine.
- Non c'eri perché eri in America. Da quanto tempo?
- Cinque anni.
- E non per colpa tua. Ci sei andato dopo la Spagna perché qua non potevi tornare. E poi tu conosci l'URSS. Non siete mica in molti.
- Su, gente, non scherziamo - fece lui con poco garbo, già di malumore - sono stato quaranta giorni in Ucraina, e in campagna quasi sempre. Io dell'URSS ne so solo quel che basta per capire che le nostre coo-perative del Reggiano...
- Le tue cooperative.
- Insomma: sono a una barca di refe dall'impresa collettivistica. Dico dal lato della mentalità. Ve l'ho detto tante volte. Da noi quello che si fa, si fa per il proprio porco interesse.
I Bignami si guardarono, provarono a ridere.
- Cari miei, c'è poco da ridere. Siamo individuali-sti, cioè anti-socialisti, pensiamo alla terra come alle ciccette delle ragazze. Abbiamo la concupiscenza della proprietà, però usiamo il linguaggio collettivistico.
Si accalorava impegnandosi nel discorso. Una serietà spropor-zionata, che non era insolita in Ferranini.
- In Russia potranno essere meno avanti di noi co-me tecnica, mettiamo macchine e sementi, fertilizzanti e insetticidi, silos e case-ifici, imballaggi e lascia pur dire, ma quella mentalità, la concupi-scenza, loro l'han-no superata. La differenza è tutta qui, e mettetevela in testa, altrimenti avrò sempre predicato per niente.
- E’ l'ambiente - disse Bignami Vittorio. - L'am-biente capitalista.
- Ma porca matina, ragazzi, l'ambiente lo dobbia-mo cambiare sì o no?
- Abbiamo preso il caffè, - fece Amos con la buona volontà di distrarlo - e ci siamo scordati il formaggio. Che reggiani siamo?
Avanzava il cameriere per sparecchiare, gli ordinarono di portarne. Ripresero a mangiare in silenzio, e solo Bignami Vittorio trovò modo di ammirare le 'cic-cette' di due forestiere floreali e fuori stagione (tede-sche, inglesi? bisogna venire a Roma per vederne), che si mettevano a desco in quel momento a due passi da loro. Amos commentava il formaggio reggiano, a bocca piena:
- Questo è nostro autentico, invernengo. Latte di due mungiture. Una volta ce n'era tanto poco in mer-cato, che non arrivava, non dico a Roma, nemmeno a Bologna. Dopo la guerra, sono state le bacine di ferro al posto dei secchioni in legno, sono state le stufe elet-triche nelle casere a fare crescere il rendimento, e tu sai, Ferranini, che per questo ci sono voluti i consorzi dei lavoratori come la CAP, e le cooperative, ci sono voluti i Collina, i Maccaferri e (diciamolo!) i Bignami. Del lavoro ne abbiamo fatto, tu che ci sgridi. Sono miliardi che non vanno più in tasca ai padroni, se li spartiscono i lavoratori.
Ferranini, mangiando, alzò le spalle.
- Tu, - seguitava Amos - tu hai sempre sofferto di modestia, in Spagna, a casa, qui, dappertutto. Lo hai detto, al partito, che tu sai parlare russo? Glielo hai detto che vi scrivevate coi massimi scienziati dell'Unio-ne Sovietica?
Ferranini sogguardò d'intorno:
- Va' là Bignami, non farti sentire. Gli scienziati sovietici hanno da fare di meglio, che scrivere a me.
- Eppure l'abbiamo imparato da Fubini in Fede-razione, vero te, Vittorio? Come si chiamava pure quel professorone dell'università di Mosca che ti scriveva? Bosciàn?
Lui tornava a rannuvolarsi.
- Non diciamo sciocchezze, ero io che gli scrivevo, avevo imparato un po' di russo apposta. Scrissi a Opa-rin, a Bosciàn, alla Lepescinskaia: nel '47, ero ancora un ragazzo, in un certo modo. Mi sentivo quella pas-sione della biologia, studiacchiavo da me. Oparin ave-va scoperto da poco i suoi Koatzervatnyi sistem, i siste-mi coacervati, cose un po' difficili da spiegare.
- Be', Fubini diceva che anche loro ti scrivevano.
- Fubini dovrebbe occuparsi degli affari suoi. Mi risposero, ecco tutto. Mi ricordo che Bosciàn, uno dei più grandi biologi che ci siano mai stati, mi scrisse così: «Non molto Le posso dire, non sono che un ve-ternario». E voi dite che sono io modesto? Ma fatemi il piacere! Lui che possiede i misteri delle cellule, cioè della materia vivente.
L'altro Bignami, Vittorio, che dirigeva in Federa-zione l'ufficio organizzativo, si interpose al momento giusto; le cellule della materia vivente gli avevano ri-cordato le cellule, altrettanto importanti, che erano il suo pane quotidiano, quelle del partito, a Reggio e provincia. L'organizzazione, l'eterna perfettibile, era l'argomento che ci voleva, e la conversazione riprese animata. Ferranini si accorse che si poteva essere più indulgenti. Era stato ben contento di vedere i due com-pagni, e a parte questo, la fama di carattere difficile (onestis-simo, d'un pezzo solo, ma non si sa come pren-derlo; e così tanti gli stavano alla larga) era un'aureola a cui avrebbe rinunciato. Dopotutto sono sempre i po-litici ad avere bisogno della politica, più che la politica non abbia bisogno di loro.



Verso le dieci, stavano per andare via, il padrone del locale entrò ad annunciare all'onorevole che lo si chie-deva al telefono. Nuccia: possibile? Era raro che la sua amica si permettesse di chiamarlo in un luogo pub-blico, anche solo la trattoria. Le aveva tanto raccoman-dato di essere prudente.
Ma era proprio Nuccia. Parlava dalla stazione, stava aspettando il treno, convocata a Milano d'improvviso dalla sua Casa. La 'bottega' cominciava a dare fastidi. (L'avevano mandata a Roma da pochi mesi, a dirigere una libreria del centro). E sarebbero state storie per-ché, era vero, vendeva poco, lei che aveva ottenuto di venire a Roma col promettere che sarebbe riuscita a salvare una situazione commerciale pericolante. Ma non ne aveva colpa; la libreria era in uno stambugio, con personale avventizio, e i romani non leggono o leggono i giornali nell'autobus, di sopra la spalla del vicino.
- Pazienza, mi difenderò. Sta' certo che di qui non mi sloggiano. Mi preoccupa la Giulia, è a letto e ha la febbre. Ho ricevuto stasera una lettera da mio padre.
Separata dal marito, Nuccia affidava la figlia ai pro-pri genitori. Una bambina di sette anni. Troppo pic-cola, diceva Nuccia (e era sincera), per una mamma come lei, 'troppo vecchia’.
- Penso che sia influenza. A ogni modo più di due giorni non posso fermarmi. Riparto sabato sera, dome-nica mattina sono qui di nuovo.
- Senonché, - osservò Ferranini dopo averla lascia-ta dire - tu non puoi andare perché i treni non si muovono. C'è lo sciopero dei ferrovieri.
Aveva parlato lui, per incarico, al Sindacato perso-nale di macch-ina, a Roma Trastevere. E Boatta aveva dato notizia dell'inizio dell'a-gitazione nel suo interven-to alla Camera. Tre ore fa.
- Niente, Walter. «Contrordine compagni», nien-te sciopero. Difatti, io sono qui, i treni partono e arri-vano. Purtroppo. Ci avevo contato.
- Non è possibile.
- Caro, ti meravigli? Da noi le cose finiscono sem-pre così.
- Andiamo, qualunquista!
- Come preferisci - ribatté Nuccia, allegra. - Ma non c'è metodo, non c'è la decisione, non c'è la durez-za. E sai chi lo diceva? Gramsci, naturalmente. Ma an-che l'uomo di Predappio.
- Basta con le sciocchezze - la redarguì.
Su certi argomenti Ferranini non voleva che si scher-zasse; del resto lui non scherzava mai, su nessun argo-mento. E la vena qualunquistica di Nuccia era in-negabile.
- Qualche volta manchi di sensibilità. Sei una ex partigiana, non ti vergogni?
- La sensibilità io ce l'ho a nanna dove ti serve di più. Ah, ascolta. Avevo un'idea che forse ti piace. Ti 'dovrebbe' piacere.
La voce si abbassò.
- Sabato sera, va' a dormire da me. Trovi la chiave dalla portiera. Ti ho preparato il mio letto con le len-zuola di bucato.
Pausa: si aspettava che le dicesse, non ce n'era bi-sogno?
- Io arrivo alle sette, alle sette e mezzo sono a casa. Mi rinfresco un attimo. Alle otto meno un quarto, capito, Walter?, siamo felici. Capito?
Ci voleva poco. Senonché Ferranini era fedele alle sue abitudini (quanto fedele!), si sentiva a posto sol-tanto nella sua camera senza fronzoli e senza riscalda-mento. E i cambiamenti diletto lo disturba-vano, non era abbastanza giovane.
- Sicché, non ne hai voglia. Oh, Walter.
Ferranini si assicurò che il bugigattolo del telefono fosse ben chiuso:
- È roba da amanti di lusso. Troppo raffinato per me.
- Ma me lo dici che voti hai fatto, per entrare nel pici-i?
Silenzio.
- Bada, Walter, che mi perdi!
Lui rise, alla fine.
- No, che non ti perdo. Domenica mattina vengo a prenderti alla stazione, andiamo a casa subito. Piglia-mo una macchina.
- Meno male che non mi offri l'autobus - rispose lei conoscendo che la sua austerità era parsimoniosa oltretutto.
- Ciao. Pensa alla tua bambina.
La più lunga telefonata che ci fosse stata mai fra loro. Riagganciò sbuffando, tornò con sollievo ai cu-gini Bignami.

II
Ferranini, una natura incorrotta dalla cultura (bor-ghese): rispetto a qualche modulo corrente, persino vergine. In casa del collega e amico Reparatore, quel sabato pomeriggio, aveva sentito spasimare dal gira-dischi Renata Tebaldi per amore di Alfredo. Se ne intendeva di musica d'opera e di cantanti, eppure, come fosse la prima volta, l'amore croce e delizia de-lizia al cor, lo infervorò; venendo via di lì pensava alla sua amica, gli dispiaceva di non accontentarla. Si de-cise; lei abitava in via Ovidio dietro il Palazzaccio, il palazzo di giustizia. Ci andò in avanscoperta (oltretut-to una casa piena di magistrati), entrò in portineria con un pretesto, a vedere che tipo fosse la portinaia; ci tornò la sera, pigiama e ciabatte in un pacchetto, e disse che la signora Corsi sarebbe arrivata dopo mez-zanotte e che l'avrebbe aspettata di sopra. Stratagemmi suggeriti dalla situazione clandestina, e più ancora dal-la timidezza che gli stava fra pelle e pelle come un altro sistema nervoso. (Il paragone, risentito, era di Nuccia. Lei poi, anche per questo gli voleva bene, e per questo affidatamente e protettivamente).
Poi c'era una tortuosità in Ferranini, diritto e sin-cero per ogni cosa di sostanza. Dentro che fu, chiusa la porta a chiave (due camerine mobiliate, talmente mobiliate che non ci si moveva), non accese la luce e si cavò le scarpe, per non farsi notare dalla gente del casamento. Con tutto questo, siccome aveva il cuore in pace dormi non meno bene, nonostante il calori-fero, che nella sua fredda stanza di via del Leonetto.
Nuccia fu puntualissima alle sette e mezzo: non avendolo visto alla stazione aveva fatto i tre piani di corsa, senza respirare dalla speranza di trovarlo.
- Sei il Walter mio, della mia vita.
- E la bambina?
- Aveva la febbre anche ieri, ma è un'influenza.
- E se tu oggi fossi rimasta? - disse lui mentre Nuccia apriva la valigia.
- No, non occorreva. Solo un'influenza, e ci sono i nonni. Sono partita tranquilla. Di', ti pare che io sia attaccata a mia figlia?
- Sì.
- Ecco. Adesso però, non me ne parli. Adesso sono tutta per quello che sto per fare.
Cinque minuti più tardi, uscita dal gabinetto dopo sciacquii e scrosci, era ancora in tailleurino. Walter di nuovo a letto la interrogò:
- Cosa, non ti spogli?
- Qui, davanti a te. Non ti piace, non vuoi?
- L'aperitivo dici. Non mi fa bisogno.
Non era mai elegante in certe allusioni, e Nuccia ne soffriva. In compenso si comportò da affamato, ave-va avuto ragione. Dopo il risveglio (così lei lo chiama-va), Nuccia prese a raccontare, resa effusiva, lucida, da quella speciale riconoscenza che apre la mente alle donne per quanto la intorpida all'uomo. In ginocchio sul letto, nella poca luce della camera che avevano con-tribuito a surriscaldare, a lui pareva più magra, con qualche cosa di infantile e insieme di troppo teso, non piacevole. Eppure Nuccia, che nella vita aveva sofferto, dimostrava tutti i suoi trentotto anni. Fèimna magra fèimna agra, si diceva Ferranini distratto, ripetendosi una frase che aveva sentito da suo padre.
- Dunque il treno si muove, entro in cabina e mi metto subito per dormire, nella cuccetta di sopra. Sot-to c'era una donnetta sui trenta, grassa, che batteva su una portatile. Lettere commerciali. Si scusa, dice: c'è il commendatore che viene a Milano con me, e seguita a battere. Intanto io cercavo di dormire. Poi entra un tale, piccolotto, dal mio posto quasi non lo vedevo, si fa dare le lettere, comincia a discutere, le firma a una a una. Ora tornerà via, mi dico; era mezzanotte. Mac-ché. Finito il lavoro il giusto svago. Lei si era stesa sul letto, e lui suppongo a frugarla. Come in casa loro. Sta' buono Walter, ascolta questa. Lei faceva la ritro-sa: lo struscio sì, il solletico no. Lo struscio, hai capito? Io stavo per esplodere. L'uomo, in piedi, si reggeva con la mano posata all'orlo della mia cuccetta. Accendo la lampadina dietro a me, do un'occhiata a quella mano. Riconosco quella mano. Vuoi credere? Riconosco l'anello d'oro a sigillo. Sai chi era il commendatore? Era Cesare.
- E chi è Cesare?
- Come, chi è. Cesare Lonati!
- Tuo marito.
- Direi. L'avrei picchiato in testa, lì per lì. Vice-versa lo credi?, mi è venuto da ridere, ho tossito forte, e dopo un po' se ne è uscito. La mattina, all'arrivo a Milano, non l'ho incontrato, per buona sorte. Adesso mi permetti di tirare su la tapparella?
- Si, ma mettiti la vestaglia! - le gridò.
- Il tuo Lonati - riprese poi, meditativo. - Qual-cuno me ne ha parlato. Nel partito, qui a Roma, pare che lo stimano.
- Sai quando si è iscritto? Prima di sposarmi, nel '48, l'epoca della 'grande paura'. Il PCI imbarcava industriali a dozzine, che prendevano la tessera a scopo assicurativo. E sai perché lo stimano? Perché contribui-sce. Tutti gli anni sono ottanta, cento abbonamenti. E non basta, lui ha l'industria degli inchiostri, for-nisce l'«Unità» e a dicembre manda all'amministra-zione la fattura con su, di pugno suo: «Annullata. Auguri dal compagno Cesare Lonati».
- Vorrei sapere piuttosto perché l'hai sposato.
Si premette gli occhi col rovescio delle due mani:
- Proprio non ti so dire, Walter. Ed ero una ragaz-zina di ventotto anni. Mah. Insisteva, aveva una bella posizione (anche questo devo confessarlo). Con mia madre non andavo d'accordo. E a te ti volevo già bene; lo sai. Ti guardavo, in quei giorni là della Prefettura, e più ti guardavo, sparuto com'eri (e come sei), più mi piacevi. Glielo dissi a Cesare quando ci separam-mo: conosco uno che si chiama Ferranini, gli voglio bene, quello è l'uomo che è fatto per me. Tu ricordi quel dicembre del '47, in via Manforte, alla Prefet-tura. Erano tempi grandi. Un anno dopo, erano già tempi piccoli, flosci. E mi sono afflosciata anch'io. Mi son fatta sposare, ero tornata quella borghese che ero di nascita. Ora lo sto pagando.
Come suo padre, sindaco a Monticello, Nuccia Corsi aveva preso parte all'azione partigiana in Brianza e nell'Ossola. Dopo la guerra, mentre sgobbava «per portar via una laurea», divenne fiancheggiatrice attiva del movimento comunista senza mai volere una tessera, e nel '47 si trovò con le squadre che occuparono (e tennero alla disperata) il palazzo del governo a Milano, estremo episodio effettivo della Resistenza. In gran fretta, da varie località della Valpadana, erano accorsi elementi in aiuto a quegli audaci, e fra gli altri Ferranini, allora a capo della Sezione del PCI di Porta Castello, a Reggio Emilia.
Lui diffidava, si infastidiva di istinto del tono no-stalgico, proba-bilmente perché alla febbretta dei ri-cordi era disposto (senza saperlo) anche più di lei. Si allungò sul letto, si stiracchiò, e disse:
- Cambiamo discorso, che è meglio. Datti qua.
A mezzogiorno era già a casa, dove aperse una sca-toletta di carne prima di mettersi a lavorare, e mangiò issato a sedere sul davanzale, uno sfilatino sulle ginoc-chia e i piedi puntati al tavolino coperto di giornali e libri. Il compagno Ferranini aveva davvero gusti sem-plici da lavoratore e un po' da bohème, da studente di una volta. Nuccia era rimasta male quando se l'era visto vestirsi per uscire.
- Perché non vuoi riposarti. E dici che sei pigro. Passiamo la giornata insieme.
- Pigro? Altro che. Proprio perciò sono attivo. Ho passato la vita obbligandomi a essere il contrario di come ero.
O piuttosto: a fare il contrario di come gli piaceva. Studiare, gli era piaciuto sempre, ma qui, non ap-pena ne trovava il verso, si lasciava fare. A Roma di tempo ce n'era, quella vecchia camera in vicolo del Leonetto si scioglieva dal silenzio, argomenti non man-cavano. Dovevo aspettare i capelli grigi per potermi sgurare, pensò, mentre si metteva a tavolino.
(Sgurèr, nel dialetto di Vimondino e della Bassa: «pulire», «dirozzare»).
D'Aiuto, della Federazione di Roma, proprio in quei giorni l'aveva avvertito che stavano cercando un parlamentare da tenere qualche lezione sui rapporti fra Marx e Mazzini. Gli proponeva di assumersi l'in-carico. Ferranini rispose a D'Aiuto che il tema era in-teressante (è un punto su cui batte la propaganda bor-ghese), e avrebbe ascoltato molto volentieri qualcuno a parlarne. Insomma: lui era fuori per imparare, non per insegnare. Modestia sincera. E del resto non so-verchia, la sua preparazione essendo quella dell'auto-didatta. Non però (si noti) superficiale, da dilettante; anzi. Profonda, e se mai rimuginata, fatta sua, all'ec-cesso. A partire dal '46 quand'erano riapparsi nella biblioteca civica di Reggio, Ferranini aveva speso mol-te delle sue poche ore di riposo, per anni, a misurarsi coi testi classici del socialismo; dapprima nella vecchia edizione dell'«Avanti!», dalle pagine in ottavo grande, gialle e fragili come incunaboli. E tutto quel leg-gere frammentario e magari arbitrario, aggressivo, non gli aveva valso, certo, l'erudizione. Ma la marxizzazio-ne del reale che per tanti specialisti resta un estrinseco concetto, in Ferranini si era cambiata in visus, ottica, tramite naturale al vedere.
La fatica di tradurre i fatti in termini di materia-lismo storico, Ferranini era di quelli che se la possono risparmiare. Gli si presentavano da sé con quella mi-sura, in quella luce.
Viceversa, si trattava di allineare quell'ottica con un'altra in lui altrettanto naturale e necessaria, non sempre parallela, purtroppo, anche se gli pareva non meno rigorosa; la biologia, una conoscenza vitale, per lui, in tutti i sensi. Poi (soffrendola senza averla ben chiara) la difficoltà ancora di conciliare quelle due vi-suali con una sua anomala, furtiva, ambizione: a en-tificare (e astrarre); che gli faceva concludere sillogiz-zando immaginosamente lontano dalle premesse e dai dati. Un aberrante istinto, chissà come congenito. Ra-dicato in quest'uomo abbastanza stranamente, a tenere conto delle cose così ruvide e pratiche fra cui era nato e si dibatteva.
Dopo la nomina e l'insediamento a Roma, Ferranini aveva stabilito (programmatico come sono gli impul-sivi volonterosi) di ristudiarsi Marx e Engels riga per riga, come dire la più lunga e difficile navigazione che possa imprendere un intelletto da un secolo in qua. Sarebbe partito, sì, dalle opere e lettere successive al Capitale (con particolare riguardo alle trattazioni en-gelsiane di carattere scientifico-naturalistico), ma era stato prudente a calcolare di impiegarci la durata del-la legislatura, e da quattro mesi ci dava dentro. Tanto più che si aggiungevano gli scritti marxiani giovanili, che aveva scoperto da poco, e erano acquisto recente per tutti, in Italia. Meticoloso, si scriveva il sunto vol-ta per volta di quello che aveva studiato e se lo ripas-sava la mattina dopo, il quaderno aperto sul lavandino mentre si faceva la barba.
Confrontava Engels con Cope, De Vries, Mark Bald-win. Autori, ai suoi occhi, altrettanto prestigiosi.
Stava precisamente rileggendo un capitolo di Bald-win, luci e ombre di quella rivelazione definitiva, lui la vedeva tale, ben paragonabile al messaggio di Marx, che è la dottrina dell'evoluzione. E ci tornava su, pa-ziente, per il secondo giorno di seguito. (Nelle pagine di Baldwin, oltre alle asprezze del testo c'era un'insidia non precisamente teorica, un ricordo che le penetrava, che portava altri ricordi, più amari che dolci. La bi-blioteca di Camden, Pennsylvania; e lui era giovane. Si faceva dare il libro, andava a leggere steso sul prato davanti alla biblioteca. Ora, a cinquemila chilometri e tredici anni di distanza, doveva stare attento a scac-ciare l'odore di quell'erba, il chiarore di quel cielo di marzo striato di nuvole bianche e verdi, bianche e grige, mai più viste).
La cotta giovanile per le scienze, le scienze della na-tura vivente, gli si era maturata nella persuasione di una loro onestà e validità. Tenerne ben presenti le conclusioni gli pareva un impegno di coscienza, non solo un obbligo di coerenza intellettuale. Fra i due versanti del suo interesse, o della sua mentalità, lui esigeva un accordo; la verità non si spartisce a mez-zadria, inammissibile doverne una a Engels e un'altra diversa a Darwin. Testa ordinata un po' scolasticamen-te e linearmente, Ferranini cercava che i dati quadras-sero, da una parte e dall'altra; salvo alzare da quella pedana i suoi candidi voli speculativi. Nella valutazio-ne della realtà ci sono, si capisce, linguaggi distinti, vari orientamenti. Ma tutti devono restare comunicanti. A premio e conforto dello studioso che si dà la pena di andare a fondo, linguaggi e orientamenti in ultimo devono concordare, integrarsi. E così, perché non ci trovava questa sua ricerca e fiducia, non riusciva a intendersela con gli epigoni, i commentatori, i cri-tici. Nello sconfinato sottobosco della letteratura mar-xista si avventurava con diffidenza, persuaso oltretutto, che per vedere molto paesaggio non ci sia che starsene in vetta all'albero, zum Wipfel stehen; una frase che lo aveva colpito proprio in una lettera di Marx.



Alle quattro, cambiò l'acqua da bere ai due cardel-lini che pisolavano nella gabbia sul davanzale, gonfi del sole di novembre, e le carte che aveva davanti sul tavolino. (Niente riposa come alternare il lavoro). Si affacciò un momento; dalla finestra dirimpetto alla sua ma più alta d'un mezzo piano, le solite due ragazze cominciavano il bombardamento domenicale della gabbia dei cardellini, coi pezzetti di mollica di pane. Lo salutarono: - Buonasera professore! - Quando era sola, la più anziana delle due tentava anche, con le gambe, con la gonna, qualche fossetta invitante. Giù nella strada passavano vociando un gruppo di giova-notti dietro a un gagliardetto: l'insegna di una squa-dra di calcio. Le molliche di pane cambiarono bersa-glio, ma i tifosi non se ne accorgevano. - Toh fanatici! - gridarono quelle.
Adesso, c'era da finire di esaminare una piccola mon-tagna di opuscoli e documenti, che aveva ottenuti dopo lunghe insistenze (deputato, ma deputato 'dell'estre-ma') dall'Istituto di Statistica, dal ministero del La-voro e da quello degli Interni, o si era fatto venire, con meno fatica, dalla Francia, dalla Svizzera, dal Belgio.
Notizie, cifre, leggi sulla infortunistica. Una mate-ria che lo aveva sempre attratto e occupato nella sua esperienza pratica di lavoro, ma bisognava ora impa-dronirsene negli aspetti giuridici e legislativi, per sta-bilire un programma d'azione. Era arrivato in Parla-mento, aveva l'occasione di agire. Gli 'infortuni' (già in questa parola, ambigua, ingiusta) sono uno degli indici parlanti della condizione in cui seguita a essere tenuto il mondo del lavoro. Il modo come vengono trattati rivela, con sinistra chiarezza, i mali di cui sof-fre la comunità nazio-nale; scarsità e arretratezza di mezzi, confusione e inconcludenza di direttive, inca-pacità a prevedere le necessità e a fronteggiarle; sog-gezione agli interessi del padronato. In sintesi, l'Italia. Senza un mutamento dello stato di cose (nel senso marxiano, cioè senza il rovesciamento del sistema) i lavoratori non si vedranno mai ricono-sciuto il diritto a contare, entrando in officina o in cantiere, sulla ra-gionevole certezza di tornarne fuori integri almeno fi-sicamente, anatomicamente. A Ferranini questo era evidente. In attesa, però, qualche cosa si poteva fare, quindi si doveva. Ne aveva interessato i colleghi del gruppo con cui era in rapporti di amicizia. Reparatore e Amoruso. Amoruso Io incoraggiava, ma non era che un medico, vedeva la questione dal ristretto angolo professionale. Reparatore che era un sindacalista con-sigliava di non farsi illusioni: 
- Un progetto di legge d'iniziativa comunista (e di questa importanza) non passa. Siamo all'opposizione, che scherziamo?
- Io non scherzo.
- I comunisti non devono partecipare alla vita par-lamentare, devono stare a vedere, restare estranei! Questo è un principio che tu ammetti, anzi lo sostieni.
- E se c'è di mezzo un interesse immediato dei lavoratori?
Il peggio fu accorgersi che scarso o nessun appoggio gli poteva venire dal partito. Aveva interpellato l'uffi-cio Studi cavandone parole chiare abbastanza: del pro-blema ce ne occupiamo da un pezzo, è poco probabile che ci siano proposte veramente nuove da farci. A ogni modo siamo oberati di cose, se ne parlerà in seguito. Si era rivolto all'Ufficio Legislativo. La risposta era stata simile.
Per Ferranini fu grandine secca; per diversi giorni lo si vide tetro ingrognato, o non lo si vide affatto. Fosse o no contraddizione con la sua tesi (quella ricor-data da Reparatore), si sentì inutile, sentì inutili e oziosi i centoquaranta compagni del gruppo: «Dun-que siamo qui a perdere il tempo”.
Amos gli aveva appena scritto; ACLI e Bonomiana nel Reggiano alzavano la testa, capitava a un Bignami, mica niente, di trovarsi fra i piedi in campagna gli at-tivisti bianchi, altoparlanti sulle macchine e carta a quintali da dar via. (Emissari democristiani, prove-nienti da Verona e da Brescia). Si attaccò al pretesto, andò in su, e solo dopo quarantotto ore di assenza (a Camera aperta) fece partire un telegramma di giu-stificazione.
Tornato a Roma, ci pensò meglio. Decise che nien-te gli impediva di affrontare il problema, l'infortuni-stica, di studiarselo per conto suo. Prima o dopo qual-cuno lo avrebbe pure ascoltato.
Un abbozzo di progetto di legge lo preparò. E gli pareva anzi esauriente, articolato in tre sezioni, per cui aveva coperto della sua pessima scrittura un quinterno di carta rigata, da compito in classe. Primo: riforma istituzionale degli enti. Secondo: formazione di una apposita Polizia del Lavoro; formazione di organi tec-nici provinciali, senza il cui nullaosta non si possano eseguire progetti di nuove officine o stabilimenti indu-striali. Terza parte: riassetto generale delle norme re-pressive, con inasprimento delle ammende e delle san-zioni penali, e creazione di un 'albo nero' per regi-strare i nomi degli imprenditori recidivi nella trasgres-sione delle norme in materia; obbligo di esporre al pubblico, fuori degli stabilimenti e cantieri, cartelli che segnalino le trasgressioni che vi siano state riscon-trate. Ferranini leggeva a voce alta e ritmava i periodi con le dita che battevano i fogli.
La pubblicità da dare a questa gravissima categoria di reati sociali, ecco uno dei metodi più semplici, e diretti, per vincere la battaglia. In un immaginario colloquio col compagno Maccagni (era sempre lui l'in-terlocutore, in quei casi), si chiariva da sé le proprie idee:
«Vedi, Maccagni: in Francia, paese come tu sai du-ramente capitalistico, il Béesté, Burean pour la Sùreté du Travail, comunica ai giornali due volte al mese gli elenchi completi delle disgrazie accadute sul lavoro. E da noi? L'Automobile Club fa stampare le statistiche degli incidenti stradali. L'obbligo dei cartelli fuori dei cantieri edili in cui ci siano state disgrazie imputabili a datori di lavoro (è la fattispecie quasi normale), tu lo trovavi in Spagna vent'anni fa, sotto la repubblica. Compagno Maccagni, scusa se ti parlo con tanto fer-vore. Lo sai, che se penso ai lavoratori che a tutte le ore restano vittime della imprevidenza dello Stato ita-liano, e non solo dell'egoi-smo dei padroni, io mi sento rimorso di starmene qui a lavorare comodo comodo, e sicuro, col petto a un tavolino?»
Si fermò: stava ripetendo le parole di una lettera di Marx a Lafargue. A proposito degli operai tessili di Manchester. E con questo? A distanza di un secolo un socialista provava gli identici sentimenti di costerna-zione e di sdegno che aveva provato il Profeta. Segno che il socialismo è attuale oggi come sempre. Segno che c'è sempre da fare, da combattere.
- Ferranini - fece al suo fianco una vocetta velata di catarro.
Giordano, che aveva la bottega d'ebanista nel cortile e si prestava come portinaio, per risparmiarsi i tanti rami di scale mandava la sua bambina a portargli am-basciate o la posta.
- C'è una signora giù. Vuole salire.
Nuccia. Ma se dovevano trovarsi in trattoria? Erano le quattro e mezzo. Non si stava ai patti.
- Dille che venga.
L'uscio si aperse qualche minuto dopo, e venne den-tro una figura viriloide lunga, stretta in un impermea-bile da cui sbucava un maglione scuro. Entrò, e si se-dette senz'altro. Disinvolta, e pareva giovane.
- Vengo da Reggio, anche per incarico del dottor Viscardi. Io sono Ilde... - la ragazza pronunciò un nome che Ferranini non raccolse. Poi seguitò, mentre si ravviava tranquilla i capelli: Sono all'Ufficio Stampa della Federazione del PCI. Il dottor Viscardi le vuol far sapere qualcosa di confidenziale. Manda me. Ma prima, mi consenta, vorrei parlarle di una pic-cola faccenda che mi sta tanto a cuore. Una cosa mia personale. Mi ascolta? Parlo?
Lui, che non l'aveva mai vista né conosciuta, rior-dinava le sue carte sul tavolino.
- Parli - rispose senza alzare gli occhi.
- Io scrivo - riprese quella, con la voce stridula.
- Ho un saggio critico su Poesia e industria. Ne pre-paro uno sullo strutturalismo. Collaboro al «Mena-bò». Le piace il «Menabò»?
- E che cos'è?
- Adesso, - proseguì la ragazza imperturbata - vor-rei fare esaminare qualche cosa di mio da Carlo Levi, già che sono a Roma. Ci andrei domattina. Vorrei pre-garla (mi scusi eh) di farmi una presentazione a Carlo Levi.
- Non so chi sia - rispose Ferranini. Aggiunse:
- Sa, io sono un ex operaio, non sono mica un intel-lettuale.
Intanto si diceva: «Andiamo bene, da noi a Reggio prendono tipi come questa, la causa dei lavoratori è in buone mani. Son contento». Uno di quegli uomi-ni, Ferranini, che restano negati all'umorismo anche nelle circostanze più idonee. Quelle riflessioni gli si tingevano di nero, l'introdursi della sconosciuta nel suo lavoro gli parve istanta-neamente emblematico di una decadenza, di un tradimento in atto. La quinta colonna degli intellettuali balordi nelle sedi del Nord; se ne era già accorto.
- Oh, peccato, lei non conosce Carlo Levi! - escla-mò la ragazza. - Ma mi pare quasi impossibile.
- Se mai, vuole dirmi cosa c'entra la Federazione con le sue chiacchiere?
- Subito, ci vengo subito. Viscardi è il dirigente interinale. Lei questo lo sa. Ma gli stanno rendendo la vita difficile. Vorrebbe che lei intervenisse, per ap-poggiarlo. Mi ha incaricata di ricordarle l'appoggio che le diede il maggio scorso.
Nelle elezioni, lei intende. E allora, - ribatté Ferranini con notevole calma - lei ricordi a Viscardi che i miei elettori me li ero lavorati da me. A man-darmi deputato furono i lavoratori di Reggio. Ie set-temila preferenze che ottenni, sono venute da altret-tanti lavoratori che hanno avuto fiducia in me.
- Non mi sono spiegata, scusi! Viscardi fa appello alla loro amicizia. A Reggio ci sono elementi che gli fanno la guerra, e sa, con le calunnie. C'è Caprari, della Sezione di Porta Castello, che sparge calunnie. Lo criticano ad esempio perché ha messo su la Giu-lietta, quando la Giulietta l'aveva vinta l'anno scorso con una di quelle cassette di liquori che regalano per Natale, capisce. E Caprari dovrebbe pensare a se stes-so. A Reggio è di dominio pubblico che Caprari que-sta estate giocava a Campione. Al casinò.



Qui, Ferranini la calma la perse. Gli attacchi al suo privato individuo (se attacchi c'erano), ci passava so-pra, e non gli costava troppo, ma quel viscidume trito di pettegolezzi lo indignava, come una macchia, e una minaccia, alla organizzazione che gli era cara, dove si era fatto, dove aveva speso i suoi anni, lo offendeva dovere fiutare la grettezza, la sporcheria degli uomini che nel suo lavoro si preparavano a subentrare, a sosti-tuirlo. La ragazza lo vide torvo, coi muscoli del viso che balzavano, capì di avere sbagliato accento e cercò di rimediare.
Lei sa come vanno le cose. Caprari è pieno di am-bizioni, aspira lui alla Federazione. Viscardi è provvi-sorio, per intanto.
Ferranini esplose, parlando quasi afono, e si allen-tava il nodo della cravatta, strangolato dall'ira, si protendeva sul tavolino:
- Le ambizioni, dice! Ma queste sono il gioco poli-tico! Ne emergono dialetticamente i migliori. Viscardi è ambizioso, lo è il capo, Maccagni, io sono ambizioso.
Ma le Giuliette, e le bische, e le porcherie, li, non è ambizione. E’ miseria, viltà!
- Ma no, si calmi, scusi.
- Lasci dire! Sono concessioni al costume borghese, è un voltare le spalle ai lavoratori che dovremmo di-fendere e che crepano, lo capisce il mio italiano?, muoiono, intanto che noi ci incarogniamo coi simboli di una classe corrotta e, come si vede, sempre corrut-trice! E ora sgomberi, e presto. Vada, vada, vada!
Fece fatica a rimettersi. Sconvolto, più che altro fi-sicamente come a lui succedeva.
Poi, lo aiutò il suo gusto della riflessione. Prese a ripensare le parole che aveva detto. Percorreva con gli occhi gli appunti del suo schema di legge, e intanto un problema diverso, più difficile, gli si poneva davanti. Giustificare, esaltare quasi. le ambizioni degli altri, le sue. Con che diritto? Sono ingredienti necessari del-la lotta politica: sì però ci fanno entrare le rivalità meschine, i particolarismi. E la loro dialettica, se dia-lettica è, potrà anche ammettersi dentro i partiti bor-ghesi. Ma il comunista è un partito solo formalmente, in realtà una chiesa chiamata a fondare il regno del collettivismo, e a questo compito possono servire uo-mini che hanno a primo movente il bisogno di emer-gere, di differenziarsi dagli altri?
Non gli pareva affatto sicuro che per collettivizzare un sistema occorra in primo luogo rifiutare la parità coi propri simili. In URSS si sono bene accorti che il culto (da parte dei gregari) alla personalità dei capi, si oppone al libero sviluppo del collettivismo. Ma il problema, si stava dicendo Ferranini, consiste nel com-battere il culto della personalità (della propria!) negli stessi capi, o aspiranti tali: cioè in chi si assume, e ricerca, le responsabilità del potere, mentre non lo fa-rebbe, e non c'è da illudersi, se non avesse precisa-mente un tendenziale 'culto' di se stesso. Senza di questo, uno può avere la fede e magari il genio, ma resta nelle file, e in alto a dirigere mancano le perso-nalità, mancano le guide, i capi. Dunque se vogliamo avere i capi, bisogna accettare le ambizioni, che però come tali negano lo spirito del collettivismo.
Può anche darsi che l'aporia ammetta una semplice via d'uscita. Fatto è che Ferranini non la vedeva. Quei pensieri gli dibatterono dentro un bel pezzo, queruli e contraddittori: guardava distratto i due cardellini che si erano svegliati e si azzuffavano nella gabbietta troppo piccola.
Uscì di casa che era ancora sossopra, indispettito di non trovare Nuccia che avrebbe dovuto aspettarlo in via dell'Orso. Nuccia arrivò in ritardo, andarono a mangiare.
Vanità piccine lui perlomeno non ne aveva. Gli dava noia l'accoglienza del padrone della gargottina dove prendeva i suoi pasti, che lo squadernava agli avven-tori (Onorevole, Onorevole), sicché come ogni volta si diressero alla porticina del retro che si apriva sul cor-tile. Dirimpetto si affacciano i finestroni della Tipografia Sociale San Salvatore, e spesso, prima di man-giare, Ferranini si fermava coi tipografi (una ventina, tutti comproprietari); gli piaceva la carta stam-pata e vederla stampare. Sebbene fosse domenica, la tipogra-fia era illuminata, ci lavoravano. Con la dispensa ec-clesiastica, spiegò, ridendo, Gennaro, che faceva un po' da direttore. Del resto indistinguibile dagli altri nella tenuta e nelle mansioni.
- E’ venuto il parroco nostro, qui, a portarci le boz-ze dei bollettini parrocchiali, della sua parrocchia e di cinque o sei ancora. Lui è l'editore anche per i suoi colleghi. E domattina dobbiamo essere pronti.
Gennaro, un uomo di trent'anni, grasso, pallido, in-telligente, era nato e cresciuto da genitori trasteverini a Brooklyn. Questo gli aumentava l'interesse di Ferranini.
- Ci tornerebbe, Ferranini? Ci tornerebbe in Ame-rica?
- No. È qui che c'è da fare.
- Vede, - osservò Gennaro - qui forse qualche cosa cambia. Là non cambierà mai niente.
Aveva ragione.
- Di' su, Gennaro: Pella, Gonella, Togni e Ci., vi danno sempre lavoro?
La tipografia stampava qualcuno dei fogli di agenzia organi delle 'correnti' democristiane; un mestierac-cio, Gennaro confidava. Certe sere si doveva rifare la composizione tre volte. Pentimenti, rettifiche, contror-dini, telefonate nervose, rabbiose, messi che arrivavano da Piazza del Gesù, dal Viminale, da Montecitorio.
- Stiamo comprando la terza linotype - rispose Gennaro allegro, issandosi sopra un magazzino per ri-posare un momento. - È lei Ferranini che non ci dà lavoro. Nel suo partito correnti non ce n'è?
- Noi siamo compatti - disse Ferranini amaro.
Quando si furono seduti a tavola Nuccia lo fissava.
- Walter. Tu in America ci torneresti. Sii sincero.
Ma lui era sinceramente occupato in altri pensieri.
- Vedi, sono deputato nel terzo partito comunista del mondo. Ma se voglio avere un minimo contatto con la vita dei lavoratori devo andare a disturbare quelli là della tipografia. I deputati del PCI che fre-quento, sono dei notabili, dei borghesi, non sono la-voratori. Amoruso è un medico, Boatta un insegnante, Reparatore un ex notaio. Per questo a Roma io mi sento rimorso a starci.
- Che cosa hai fatto, oggi? - disse Nuccia che lo vedeva col viso grigio, tirato. - Non ti senti bene?
- Ho studiato.
- Che bisogno hai di sgobbare sui libri una mezza giornata? Per non perdere il contatto coi lavoratori non c'è bisogno di studiare tanto.
Silenzio. Ferranini 'faceva la passeggiata' sul piat-to: infilata una mollica nella forchetta ripuliva torno torno il piatto, finita la sua porzione (la prima, ne or-dinava poi sempre un'altra uguale) del baccalà alla veneta che gli preparavano tutte le domeniche.
- Ma sai, - disse Nuccia dopo un poco - non sei mica alla Camera, da stare zitto a questa maniera.
- Quando si mangia si combatte con la morte. Sen-za contare che con la morte ci combattiamo dal mo-mento che veniamo al mondo. Mi dispiace se non è allegro.
Tentò di ridere, e Nuccia si pentì della sua impa-zienza. Non si poteva dire che conoscesse bene il suo amico, erano stati insieme trenta volte o nemmeno. Ma aveva avuto sin da principio una specie di intui-zione di lui, quasi quella che si ha nei sogni delle persone, che riusciamo a identificare e sentire nei loro stati d'animo senza vederle mai chiaramente in viso. In quel momento, le sembrò di dovergli attribuire un presentimento organico. La confessione di una debili-tà profonda, rassegnata.
- Cos'hai, Walter?
- Niente.
- Non ti ho mai visto così giù. Non sei a posto, perché fai venire ancora quell'altra roba?
- Lasciami mangiare. Oggi mi sono inquietato, ec-co. È venuta una della Federazione di Reggio.
Le raccontò della visita, lasciando perdere i pette-golezzi che aveva ascoltato.
- Brutta sfacciata - esclamò Nuccia. - Ed è capace di tornare!
- No, è una, semplicemente, che si vuole mettere in vista. È una di noi. Tutti noi che stiamo nella po-litica (o ai margini) siamo sfegatati così. È già molto se siamo puliti! Ferranini è diverso? Tu credi? Dico per modo di dire, perché mi giudico da me, non ho bisogno del tuo parere.
- E sbagli. Il mio parere ti serve. Io so che diverso tu lo sei davvero.
- Mi giudico da me - ripeté lui convinto, e intanto cominciava il secondo piatto di polenta, annegata nel-la bagna grassa e fumante: - Sono compagno di que-gli altri. A venire a Roma non mi ci ha mica obbligato nessuno.
- Se eri un ambizioso ci potevi venire dieci anni prima. Ma poi, Walter, ricordati quando sei andato a Marcinelle. Chi ti aveva chiamato, o mandato? Eri un oscuro attivista in fondo a una provincia. Sei par-tito nella speranza (penso) di poter dare una mano a della povera gente che soffriva. Sei partito all'improv-viso, non avevi con te nemmeno la valigia.
Era esatto: nemmeno il rasoio o un colletto da cam-biarsi. Si fermò tre giorni al Bois-du-Cazier. Prima alla bocca del pozzo n. 6, il più disperato, poi in casa di una calabrese a tentare di consolare lei e la suocera, finché non seppero che il rispettivo marito e figlio si era salvato.
- E tu ricordi come sono venuta a saperlo. Lo lessi nell'«Unità»
- L'«Unità» riportava il mio nome. Non ci ero andato per nulla - osservò lui.
- E cosa vuol dire, strambo che sei? Tu non lo sa-pevi, andando, che il giornale avrebbe parlato. È colpa tua se l'inviato dell'«Unità» era un modenese, delle tue parti?
- Be' - troncò lui. - Passiamo a altro.
Erano rimasti soli nella saletta in disparte dove a Ferranini riservavano una tavola. Nuccia gli si sedette più vicino.
- No, sta' tranquillo, non sei un furbo. Puoi dire di essere un puro. Di una purezza démodée, teorica, da manuale per giovani proletari. Sin troppo puro, per i miei usi!
Lui fece una risatina.
- Ridi pure. Me lo dirai mai, sono innamorato an-ch'io, ti voglio bene anch'io? Se la Nuccia ti dicesse, ti sto preparando un figlio, vorrei proprio sapere la tua purezza come reagirebbe. Mi risponderesti, chiedo il nulla-osta alla Direzione del PCI?
Adesso Ferranini aveva alzato gli occhi a scrutarla.
- Walter, ora te lo posso raccontare, il mese scorso ho temuto, per diversi giorni. Ossia, non ho temuto affatto. Un figlio da te non mi farebbe paura.
- Siamo nel 1958 - disse lui, serio - e costruiamo il socialismo, la prossima generazione vedrà il comu-nismo. Mio padre diceva, del socialismo di quei tempi là, è tutto in tre b, bandiere, bande e banchetti.
Nuccia, che gli si era attaccata davvero, lo accettava com'era. Pensò: «Pazienza. L'importante è che stia bene».
E invece, tornato a casa, messosi a letto, Ferranini stette male. Ma male parecchio. Da meravigliarsi che 'la pompa’ gli andasse ancora.

III
Peggio dell'ultima volta.
L'ultima volta, quando? Marzo o aprile. Sempre al cambio di stagione. Ma peggio stavolta, molto peggio, e le grosse familiari imprecazioni padane, porca vita, porca matina, stavolta non gli vennero in bocca. A me-tà pomeriggio arrivò su la sua amica (aveva aspettato la solita telefonata, stava in pena). Era a letto, nel viso una affilatura che glielo ringiovaniva pietosamente. Voltato sul fianco, il riflesso della lampadina posava sulla nuca esile, e lei stentò a riconoscerlo.
Walter, sei matto, cosa succede.
Gli occhi che la guardarono avevano ancora un'e-spressione di meraviglia e di paura. Nuccia non se la dimenticò più.
Aveva avuto paura. La stretta era stata troppo lunga, troppo brutta. Con una consapevolezza desolata che gliene aveva fatto anticipare, misurare, tutti i momen-ti, il dolore dal collo alla spalla «il preavviso, prima di mettersi a letto», lo sprofondare della pressione, l'av-ventarsi e il lesinare della ’pompa'. L'affanno che di-ventava soffocazione. E lui lucido, a ripetersi i termini tecnici: bradicardia, dispnea. E disperato.
Non voleva crepare in quella stanza. Al buio. Solo, senza un aiuto; era troppo miseria. Il rumore che fa-ceva a respirare, non gli sembrava di essere lui, sem-brava una macchina. L'acqua zucchera-ta, la coramina, le aveva li. E non riusciva a sollevarsi tanto da pren-derle. Eppure, tutto era presente, era chiaro; a mez-zanotte, lo sbattere delle persiane al piano di sotto, qualcuno era tornato a casa.
Lo angustiava il buio; credeva di essere al buio, non si accor-geva della lampada accesa dietro la sua testa. Stava attento a sentire le ore, e sentì battere i quarti dal campanile sino all'una; quel senso lo aveva intatto, anche acuito, la goccia d'acqua che cadeva fuo-ri della porta sul pianerottolo, anche allucinato ogni tanto, una voce che gli ripeteva (e lui sapeva che non doveva crederci, era un sogno) delle parole come di rimprovero; una voce nota, doveva essere Nancy. Che cosa seguitava a dirgli? Ma l'aria, intanto. L'aria.
Sino dopo l'una la soffocazione aumentò. Invece, e se ne rende-va conto, lo sforzo muscolare riflesso, della respirazione, calava a poco a poco. Lo spasimo che gli sollevava il torace. Pensò: adesso ho finito.
Sudava, la fronte e il mento. Ci si era passato il faz-zoletto. Poi non aveva più potuto alzare il braccio. Il fazzoletto umido gli rimase sulla spalla.



A mattino fatto (non c'era nessuno che si incaricasse di chiamar-lo, di portargli il caffè) dormiva, buttato sulla seggiola vicino al tavoli-no, la testa premuta sul ta-volino, le braccia sconsolatamente allunga-te sulle sue carte.
Si svegliò, e la sorpresa di trovarsi lì a quel modo fu più importante dell'angoscia da cui veniva fuori. Stava già dimenticando. Il respiro tornava normale, solo un gran freddo e la mancanza di forze. Il dolore al collo ridotto a un indolenzimento. La ’stretta’ (l'at-tacco) era passata e Ferranini, recidivante da un quarto di secolo, aveva una discreta ripresa or-ganica, una reazione psichica persino troppo rapida.
Del resto pronto a tutto e senza passività fatalistica, ma poi anche ottimista sulla sua pelle. A curarsi non si decideva. E nemmeno a premunirsi, ad assicurarsi qualche assistenza. (Non ci aveva mai pensato, eppure in marzo quando gli capitò in casa di Furbini, il caffè che la mamma di Oscar gli aveva portato a letto era valso bene, in via suggestiva, a accorciargli l'attacco). Faceva assegnamento sulle autocompensazioni, sulla sostanziale semplicità dei suoi costumi, sulla mediocre appetibilità della sorte che gli era toccata. Convinto che i malanni non hanno fretta di portarsi via la gente che a questo mondo non se la gode troppo. In certi casi l'attacco gli si preannunciava, di solito il dolore al col-lo, alla spalla: allora coricandosi si preparava un bic-chiere d'acqua con qualche quadretto di zucchero. Il suo tonico cardiaco di primo intervento; e la coramina, dopo l'ultima esperienza, in marzo.
Ritornò a letto. Non si sentiva di aprire la finestra, la debolezza era in realtà estenuazione, il polso (se lo tastò) restava poco meglio che filiforme. Trascorse ore a cercare di decifrare le parole che aveva sognato, stra-ne parole che qualche cosa dovevano significare. The busiest muscle, the busiest muscle. Nella camera fred-da, arrivava sì e no dal cortile il rumore dei ferri di Giordano che lavorava.
E infine quelle parole si sciolsero. Una sera d'inver-no del ’42, rientrava a Camden, Pennsylvania, dal la-voro, e nevicava. Aveva avuto un malessere mentre era in auto, e lo avevano portato al posto di polizia. Lo sospettavano ubriaco e fecero venire il medico. Adesso l'episodio si lasciava ricomporre minutamente: il me-dico era un polacco, un povero diavolo anche lui, con la cravatta lisa e la borsetta sdrucita. Lo visitò con scrupolo, come si farebbe con un cliente, poi disse te-nendogli puntato l'indice sul petto:
- Well man. What is wrong with you it's the busiest muscle in your body.
The busiest muscle, il cuore sfessato: a ventotto anni. Buttò in faccia al dottore un ironico: - Yeah? - . Ma non era sincero.
Quello lo guardava con simpatia, a farsi perdonare la cattiva notizia.
- Da ragazzo hai lavorato duro?
- Ho fatto il facchino.
- Fa’ attenzione. Se c'è il blizzard non andare tanto in giro.
Nel sogno (e c'è chi i sogni li piglia sul serio) lui le parole del dottore polacco le prestava a sua moglie. Lui che si sarebbe lasciato impiccare prima di confessare a Nancy: sono ammalato. In due anni di matrimonio, Nancy non gli aveva chiesto una volta cori un briciolo di interesse: «come stai». Per mezza giornata, nella penombra umida della camera, Ferranini seguitò a masticare pensieri amari.
Nuccia, arrivando, lo trovò con la bambina del por-tinaio. La bambina sulla seggiola vicino al letto che lo fissava in silenzio, immobile, gli occhi spalancati. E lui sul fianco, che fissava la bambina accigliato e in silenzio. Se ne stavano così da un gran pezzo, quei due che non avevano niente in comune e tuttavia in qual-che curioso modo si comprendevano.
Gli aveva aggiustato il letto e acceso la stufa elet-trica. La bambina la mandò via. E intanto cercava di farlo parlare.
- Niente - fece Ferranini, che con quella negazio-ne volentieri apriva bocca. - Un po’ di stanchezza da smaltire. E tu cos'hai?
- Il tuo collega Amoruso è medico. Fatti visitare da Amoruso.
- Lo so da me quello che ho. Sono bolso, ho qua-rantacinque anni sonati.
- Non puoi ridurti a questo. Hai due occhi che chiedono pietà, sei irriconoscibile. Tu mi prometti...
- Non prometto mai niente a nessuno. Piuttosto devi dire giù al bar che mi mandino un latte e due panini. Ohi, domani voglio andare a Reggio.
E il giorno dopo, la Camera si era aggiornata a fine settimana, partì. Rimesso passabilmente; non restava che l'indolenzimento al collo.
A Termini, il controllore che era della Sezione Quarticciolo e lo conosceva, gli ricordò che il rapido a Reggio Emilia non fermava. - Ma non ci pensi. Avver-to il capotreno, si fa una fermata di servizio. Lei sta pronto... - Ferranini si arrabbiò. - Scherzate? Non si ferma un treno per un individuo. Fosse il compagno Krusciov, mi spiego? - Prese il rapido e cambiò a Bologna. Qui il Nord lo ricevette con la nebbia, senza fargli piacere; quella sua nebbia che di solito ne pativa la voglia e sarebbe tornato in su anche solo per ri-trovarla.
Come fu a Reggio scese dal treno nello stesso punto in cui una sera, sotto la pensilina, doveva essere il ’49, o ’50, aveva tenuto un comizio a un gruppo di ferro-vieri in sciopero. Aveva chiuso con le parole: «.... nel comunismo occidentale ci sono due centri dinamici, Catalogna e Emilia». Nemmeno di questo fu conten-to. «Ne ho fatta della retorica anch'io».
Andò subito in Federazione, e direttamente dal-l'amico Fubini.
Oscar Fubini era al tesseramento. Giovane, intelli-gente, ex assicuratore, possedeva bene la materia degli infortuni sul lavoro; chiese a Ferranini del suo pro-getto; promise dati e notizie. Ma Ferranini veniva per rendersi conto dello stato di cose là dentro. Dove, no-nostante tutto, seguitava a sentirsi padre e patrono, un po’ teneramente, un po’ dispettosamente. La carica di federale era scoperta, si trattava di confermare Vi-scardi, già dirigente a Bologna, che da tre mesi teneva la reggenza. Ma Viscardi restava un candidato discus-so; c’erano opposizioni, riserve, da molte parti, nello stesso Fubini.
- Viene da Bologna - questi osservava, parlando a voce bassa perché il Viscardi stava nel locale vicino.
- Il nostro è un ambiente diverso, un socialismo più fermentato, le masse sono diverse, difficili. Gli ci vor-rebbe energia. È nervoso, ha la mania di persecu-zione. Vede nemici dove non sono. Figurati qui. Qui, probabilmente ne avrebbe.
- È un debole. Del resto lo so, lo conosco abba-stanza.
- Non è vero, da partigiano ha fatto il suo dovere, è tutt'altro che un vigliacco. A casa sua, a Bologna, gode una certa popolarità e Dozza lo sostiene.
- Che vita fa?
- È appassionato delle corse al trotto, lo trovi tutte le domeniche all'Arcoveggio.
- Bella cosa!, per un comunista. Naturalmente ci va con la Giulietta.
Fubini si era offerto di accompagnarlo a Vimondino. Era stanco; preferì fermarsi in città, passò la notte allo Scudo d'Italia. Si svegliò tardi la mattina, in tempo a ricevere Bignami Vittorio che aveva chiamato per te-lefono. Sempre cordiale, aperto, informatissimo, Bi-gnami colorì il quadro della situazione che Fubini ave-va tratteggiato la sera: buona e anzi in progresso alla base, meno buona in alto per insufficienze, interferen-ze, disaccordi. Così nel campo che Ferranini conside-rava strettamente suo: la Lega Reggiana Cooperative, e così alla Interagraria, che aveva fondato lui nel ’53; creatura sua persino nel nome. Doveva essere una spe-cie di contrastare al filogovemativo e esoso Consorzio Agrario. Da un mese all'Interagraria c'era Ancillotti, Asvero Ancillotti, noto cumulatore di cariche, assesso-re al comune per l'istruzione, responsabile locale della FIO, vicepresidente alla Camera del Lavoro, e ades-so animatore delle società sportive. A Reggio lo si co-nosceva fra l'altro grazie al suo trasporto verso le don-ne e per essere fratellastro del vescovo di Modena.
- Ancillotti? Ci avete messo lui?
- Ci si è messo da sé.
E non bastava. Alla Lega, avanti di stabilirsi a Ro-ma, Ferranini si era preoccupato di far nominare con funzioni direttive una ex insegnante, comunista dal congresso di Livorno, la vecchia ma capacissima per quanto era modesta Sanguinetti. La Luigia; che lo an-dava a trovare, gli scriveva, era insomma una sua lunga mano, e per mezzo di lei non si sentiva estromesso del tutto, gli restava un adito al ritorno, alla ripresa. Ora la Luigia aveva confidato a Vittorio Bignami che non ne poteva più. Ancillotti le scalzava il terreno sotto i piedi. Insediatosi all'Interagraria si era messo in testa, ormai tutti lo sapevano in città, di mangiarsi anche la Lega.
Mancava un ora a mezzogiorno.
- Gli vado a parlare - disse Ferranini.
- Macché. È a Rovigo con la nostra squadra di calcio, la Reggiana, per una partita di recupero. È il nostro duce degli sportivi. Ma poi non devi scomodar-ti, te che gli sei superiore in tutto. Dopopranzo è facile che sia di ritorno, io lo avverto e vedrai che viene. Oh, ricordati che domani sei a Favellara da noi. Festeggia-mo il sessantesimo della Mutua Operaia e ti vogliamo.
Il «gobbo rosso» si fece aspettare sino a sera. Il so-prannome gli veniva, a parte la deformità, dall'accesa eloquenza politica; in una città che non è propria-mente tiepida o rosea. Anche dalla energia messa in opera nella lotta ai nazifascismi, nell'inverno ’44 - '45. Con Ferranini peraltro si mostrò timido, si diede l'aria di tenersi subordinato.
- Tu Ferranini ci hai insegnato a lavorare per il socialismo. A Porta Castello ci si trovava ogni sera in Sezione a sentir radio Praga e tu ci tenevi il commen-to. In politica estera e interna non esiste nessuna terza forza, o reazione o socialismo, o con noi o contro di noi. Era la tua idea fissa. Eravamo ragazzi, io, i due Bignami, Caprari, si lavorava con te. Ricordo una cosa. Doveva arrivare Saragat, a fare un comizio, e i Piselli avevano tappezzato i muri con tanti manifestini lun-ghi, stretti, con il nome «Saragat». Tu facesti stam-pare altrettanti cartelli con la scritta: «Sarà matt». Noi si andava a attaccarli sotto quegli altri.
- Come polemista, non ero un gran che - fece Ferranini asciutto.
- Come mai ti sei disturbato a venire di nuovo da Roma?
- Di nuovo? Ma se è un mese che non mi faccio vedere.
Ancillotti capì di non essere stato accorto e si cor-resse:
- Eh già, troppo di rado vieni, davvero
A Ferranini quel tono lusinghevole gli voltava lo stomaco, aggravando l'effetto della vocetta fessa, dello sguardo sfuggente. Era deciso a sbrigarsela al più presto.
- Guarda, piantiamola con le chiacchiere. Io t'ho invitato per dirti due cose. Primo: la Lega Mutue e Cooperative ha da continuare la sua strada in piena libertà e autonomia, perché svolge un compito che è differente da quello dell'Interagraria (che tu oggi con-trolli), e qualunque tentativo di limitare quell'auto-nomia è un attentato alla sua esistenza, quindi sabo-taggio verso la massa agricola e operaia. Secondo: a difendere l'esistenza della Lega io, Ferranini Walter, c'impegno tutta la mia decisione e quel po’ d'influenza che posso avere a Reggio. O fuori.
«Fuori» dove, a Roma? Non gli era capitato ancora, di sorprendersi a bluffare. Si irritò con se stesso, gli crebbe l'ira con quell'altro. Che si indignava, frat-tanto:
- Da quando in qua? Non capisco! La Luigia, tu pensi alla vecchia Sanguinetti. Due giorni fa eravamo insieme da Viscardi, in Federazione. Poi me la sono caricata in macchina, ci siamo fermati a bere un caffè al Caffè Boiardo, e l'ho portata a casa sua in via Vi-gnanella. Io e la Luigia siamo culo e camicia, scusa tanto!, e sì che è ebrea e con gli ebrei io non mi an-nuso. Ho preso le sue parti. Tempo fa, giusto al Caffè Boiardo, stavano raccontando che è andata a impego-larsi in una speculazione sui terreni, in periferia...
Il pettegolezzo doveva schizzar su, non se ne scap-pava. «Sti porci di Reggio mangiano polenta e grana, polenta e maldicenza.» Aveva l'«Unità»arrotolata nella destra, la puntò sul petto all'Ancillotti, sino a farlo arretrare. Urlò:
- Non andare avanti. Ti dico, non andare avanti!
L'altro si rassettò con premura la cravatta, stentorea in rosso, oro e blu. Dicevano che s'imponesse alle don-ne per la prepotente vistosità delle cravatte e camicie verdi o azzurre, oltre alla larghezza dei regali e l'attrat-tiva, irresistibile sul sesso inestetico, della gobba. Ma a Ferranini, l'Ancillotti sentiva che si sarebbe imposto con la calma, che è una superiorità effettiva su chi ha la debolezza di perderla.
- Tu mi fai vedere l'«Unità». Mi suggerisci la ri-sposta. Ecco, benissimo, noi dobbiamo cercare l'unità, che fa la forza. Io non faccio niente contro l'autonomia della Lega, ma è certo che non si giustifica, è un errore, è contraria alla compattezza delle nostre masse. Due organismi distinti sono troppi. Prima o dopo, all'unifi-cazione bisognerà pure venirci.
L'obbiezione era prevista e Ferranini la definiva un sofisma. Ma apprezzò il dominio di nervi del suo in-terlocutore e si ridusse a imitarlo:
- Niente! La Lega è un organismo di coordina-mento politico. L'Interagraria, e te lo so dire io che l'ho messa al mondo, è un organismo commerciale. Vende a buon prezzo sementi e concimi, macchine e attrezzi. Un bastone fra le ruote alla Federconsorzi in provincia. E perché il bastone serva, deve agire per conto suo. Se fosse apertamente comunista, i clienti non comunisti, i democristiani della Coltivatori Di-retti, li perderebbe uno dopo l'altro. Chiaro?
- Perfetto, caro Ferranini, perfetto. Sono dello stes-so parere. E difatti io, ripeto, non vorrei in nessuna maniera che le due cose si confondessero. Io penso a una stretta cooperazione come si potrebbe avere se le due cose fossero affidate a una direzione unitaria, che per intanto potrebbe essere collegiale. Non ho il culto della personalità, figurarsi! Non stiamo destaliniz-zando?
Bestia, pensò Ferranini. Che stavolta però si contenne.
- Però - seguitava Ancillotti - le due cose non si devono fare concorrenza, come sta succedendo. E nem-meno soltanto fronteg-giarsi. Le direttive devono es-sere strettamente concordate.
Eccetera. Un ripiegamento che lasciava immutata la questione, velando trasparente le intenzioni del Gob-bo: alla prima occasione annettersi la Lega in forma di unione personale, facendosi piazzare a capo della Lega come già spadroneggiava l'Interagraria. Ma Ferranini era stanco, il personaggio storto e anguillesco gli dava un fastidio fisico; quello da parte sua aveva fretta di andare, nessun interesse a prolungare un in-contro che sinora volgeva a suo vantaggio. E se ne andò, alzando grottesco il pugno chiuso a salutare l'avversario.
Via Vignanella. Ferranini non sapeva che la Luigia Sanguinetti abitasse in via Vignanella. In quella stra-da di periferia c'era una vecchia osteria semicampestre, e lui ci andava a mangiare un salame contadino, la rudéla, salame e pane, nel ’38, mentre era in attesa di partire per la Spagna. Voglio tornarci, pensò, a ve-dere se la riconosco. Uscì per prendere una vettura in piazza; la Vignanella doveva essere parecchio fuori. La nebbia lo respinse; non stava ancora bene, non reagiva al freddo. E poi rifletté: a che scopo? La Spagna, quel-la sua vecchia Reggio, erano lontane, perdute, come la gioventù. E rientrò allo Scudo d'Italia, per mandar giù un boccone e andare a dormire. Gli stava sempre davanti il giudizio che Lenin dà della musica e suoi cultori. «Non mi persuade» erano le due parole con cui giudicava (e, in teoria, congedava sull'esempio di Lenin) le occupazioni intempestive e non serie, tener dietro ai ricordi, leggere romanzi o interessarsi di sport, pensare all'amore quando si hanno i capelli gri-gi; e non era grato a chi gliene mettesse la voglia. Quanto ai ricordi meglio dimenticarli, e a ogni modo lasciare i morti al cimitero, gli sbagli giù per la loro china.
Era in programma Favellara, la mattina. Alle dieci vennero a prenderlo i due Bignami; stava entrando nella Dauphine di Vittorio quando qualcuno gli si fece incontro. In tweed e flanella, alto, elegante, spi-gliato: Viscardi, l'aspirante federale.
La guida del proletariato, nella Kiev italiana, era affidata a gente così.
- Ferranini, perbacco! Sei a Reggio una volta al mese e non ti fai vedere? Vieni dentro un momento, ho da parlarti.
- Di che si tratta? - ribatté, ormai diffidente.
- Politica, si capisce. Oggi vado dal prefetto, e tu mi accompagni. Ti spiego. Ci sediamo un istante nel-l'atrio.
Gli passò il braccio intorno alla spalla, lo spinse dentro.
- Già che ci sono. Ti voglio dire della mia posi-zione in Federazione. Ho trovato un ambiente ostile, mi tocca guardarmi da tutte le parti. È bello, questo? È nell'interesse del partito?
- Le posizioni personali non m'interessano. Dovevi parlarmi di politica. Sentiamo.
- Ma se ti parlo di me, anche questo è politica! Mi chiamate a Reggio, mi date una responsabilità. Datemi i mezzi...
Ferranini si alzò.
- Salve. Me ne vado.
- Diavolo! un momento, vengo all'altra faccenda. Dunque, la sede dove ci troviamo è insufficiente, in-vecchiata. Come tu sai. Ora per lavorare ci vuole spa-zio, respiro, qualche comodità. Ho fatto preparare un progetto di rialzo dello stabile, lo aumentiamo di un piano. Gli uffici del Comune non ci danno il permesso, con il pretesto del piano regolatore. E sì, perbacco, che il sindaco è comunista, la giunta comunista. Io giro l'ostacolo, mi sto procurando l'appoggio del prefetto.
A lui gli preme tenerci buoni. È il colmo, no? Doversi servire del prefetto.
Ferranini ebbe un sorriso un po' tirato:
- Tu conosci il Manifesto comunista del 1848? Di’ un po'. O conosci solo i manifesti delle corse al trotto?
La fronte liscia di Viscardi si offuscò.
- Sono sempre stato uno studioso, io.
- Ti consiglio di leggerlo. C'è una pagina che dice:
«La borghesia è formidabile come forza assimilatrice. Trasforma la gente a sua immagine e somiglianza. An-che quelli che dovreb-bero, dovrebbero, combatterla».
Ferranini era già sulla porta.
- Ti saluto, Viscardi!
Montò accanto a Bignami facendogli cenno di par-tire subito. Ma era contento di non aver perso la calma. E mentre l'auto spartiva nebbia e traffico della Via Emilia, cercò di riepilogare senza pessimismi. Non ave-va fortuna, quel ritorno a casa non era un successo. No. Però infine: Reggio può rimanere la Kiev italiana malgrado un Viscardi o un Ancillotti. Il culto della personalità è deformante anche in termini negativi, se significa la condanna di una situazione per un paio di prevaricanti individui.
Bignami lo richiamava a Favellara dove erano diret-ti. Molto attiva sul terreno cooperativistico, con i suoi tremila abitanti Favellara è stata in tempi non lontani un feudo dei riformisti turatiani, che puntavano, come dappertutto, sugli istinti affaristici degli operai. Av-venne fra l'altro che i muratori ben organizzati nelle loro mutue e solidali con quelli dei paesi vicini, im-ponessero per le costruzioni prezzi più alti di quelli delle imprese private, instaurandosi un mono-polio lo-cale, gretto e prepotente come i monopoli capitalistici.
- Sta’ tranquillo, - disse Bignami - non capita più. Quando ai riformisti si sostituiscono i comunisti, l'atmosfera cambia.
- Sei proprio sicuro? - domandò Ferranini. Rise, ma senza amarezza.
Furono accolti dal sindaco e dagli altri notabili, ar-ciprete compreso. Ricorreva il sessantesimo anniver-sario di una asso-ciazione operaia, una delle più antiche del Reggiano, e il paese era in festa. Visitarono una fabbrica di mattoni, un mobilificio, diverse stalle di nuovo impianto. Tutte aziende sociali. Dopo pranzo, ci fu una bicchierata alla Casa del popolo. Ferranini non se la sentiva di parlare. Pensava di cavarsela con quattro chiacchiere in dialetto ma gli venne in mente un'esperienza che aveva fatto varie volte. gli uomini più giovani di lui, operai, contadini, scansavano vo-lentieri il dialetto e il tono dialettale, persino fra loro. Ci vedevano i segni d'una arretratezza, di un isolamen-to che preferivano lasciarsi alle spalle; come la bici-cletta e la capparella col bavero di coniglio. Quando Mingoni, un giovane sui trent'anni che lui aveva cono-sciuto ragazzo e adesso era rappresentante sindacale e gerente della Casa del popolo, si fece avanti per por-gergli un saluto, il suo modo d'esprimersi fu semplice, cordiale e corretto.
- Non stare a fare un discorso Ferranini. Tanto, le idee che hai tu le abbiamo noi. Ci basta di vedere che ti sei ricordato di noi anche adesso che sei a Roma. E ti ringraziamo. Sinceramente.
- Sapete, ragazzi, - disse Ferranini, passando il braccio sotto quello di Mingoni - che cosa stavo pen-sando. Che adesso nei paesi parlate tutti in lingua, e questo è un bene perché: proletari di tutto il mondo unitevi, e per unirsi bisogna intendersi, raggiungere almeno il livello della lingua nazionale e lasciar per-dere il reggiano, il modenese o il piemontese. È la re-torica borghese, magari mascherata di sinistrismo, che vorrebbe confinare il mondo del lavoro nel pittoresco, pittoresco e approssimativo, del dialetto o del gergo. Sicché niente dialetto ma neanche discorsi di alta po-litica. Vi dico solo questo, se vogliamo resistere alla ostilità delle aziende private, noi delle cooperative, dobbiamo fare due cose...
- Ferranini, - interruppe una voce - bada che in Sezione il ritratto del compagno Stalin noi ce lo abbia-mo ancora!
- E se aspetti che io ti dica di levarlo, aspetti un pezzo. Due cose, dunque, dobbiamo fare: istruirci, guardarci dall'empirismo e dalla improvvisazione; se-condo: restare compatti, evitare le rivalità nel nostro stesso campo. C'è un'altra cosa, compagni, da evitare: di essere soltanto degli amministratori e di riprodurre l'idolatria del profitto e della proprietà che è tipica del capitalismo. Volerci bene tra di noi e non attaccarci troppo alle cose e al guadagno. L'essenziale è questo. E per questo conservate lo spirito proletario delle vo-stre organizzazioni, che devono restare proletarie in alto come in basso, negli scopi effettivi che si propon-gono e non solo nelle forme, e il partito vi aiuterà e io per quel che posso vi aiuterò.
Uno dei presenti, arrivavano al centinaio, alzò la mano. Era un giovanotto in tuta e parlò con accento meridionale:
Qui non siamo tutti iscritti al partito. Io non sono socialista e nemmeno comunista.
- Sei un lavoratore? - replicò Ferranini. - E allora basta. Prima viene il lavoro, e il lavoratore, poi i par-titi. Sentite. Vicino a Favellata nacque Camillo Pram-polini, che conoscerete almeno di nome. Un socialista, che potrà parere superato, ma una persona onesta e sincera. Una volta Prampolini disse: «Se dovessi sce-gliere fra la coerenza politica e il benessere dei lavo-ratori, sceglierei il bene dei lavoratori». Per i teorici, quella era un'eresia perché socialismo e benessere del proletariato debbono coincidere. E io credo che coin-cidono. Però vi garantisco che c'è una sola cosa impor-tante: fare in modo che i lavoratori soffrano un poco meno di quanto hanno sempre sofferto, da quando esiste la collettività umana. Tutti i lavoratori hanno diritto a questo e pazienza se non la pensano come noi.
Applausi, altra bicchierata. Bignami si fece largo, presentò a Ferranini un uomo sulla cinquantina, largo e ben vestito.
- È Minelli Sigfrido, amico mio e anche tuo. Lo riconosci?
Stentava a riconoscerlo.
- Spagna, Parigi e America insieme. Ohi, Ferranini, mi rinneghi?
Era esatto: per quasi due anni Sigfrido Vinelli, ex maestro di scuola a Favellata, aveva diviso la sua sorte, in Ispanga, a Passa, in America infine. E quando ave-va sposato Nancy, Vinelli aveva fatto da testimonio. No, non lo rinnegava. Lo seguì in casa della sorella dove era ospite, giunto giorni prima da New York, con moglie e passaporto statunitensi.
Due ore, e per Ferranini l'immersione forzata in ac-que torbide. Vinelli le rimescolava senza pietà, con l'ignaro piacere dell'individuo che del passato ha solo da lodarsi (e come!, fra l'altro si era arricchito). «Fatti ricordare dove abitavo a Queens», «Fatti ricordare la trattoria italiana a Camden, che ci andavamo per Pa-squa». Pareva una fatalità, ieri la Vignanella, oggi il compagno di esilio. Doveva pagarlo caro questo ritor-no a Reggio.
E dei ricordi, era prevedibile, non si sarebbe libe-rato presto.
Bignami lo depositò all'albergo, intesi che il giorno dopo lo avrebbe accompagnato a Vimondino, e lui salì in camera col fascio dei giornali. Ancora non ci aveva dato un'occhiata. Ma li mise da par-te. La mente fati-cosa gli dipanava persone, luoghi, cose, tastandovi un ordine, un senso. Un avvicendarsi di cadute, precedute però, se era un compenso, da ascensioni speranzose. La sua era una storia (così si diceva Ferranini) senza dialettica, senza superamenti. Senza progresso cioè, tut-ta una ripetizione ciclica e inutile. Cominciava, o ri-cominciava, con la Spagna. L'estate del ’38 era appena al culmine, quella furente estate del ’38 nemica ai ma-ceri di Vimondino, quando lui decise che doveva an-dare a combattere per il socialismo. Bisognava dunque disertare da quel campo trincerato che era l'Italia, e non ci voleva poco per un uomo di ventitré anni, sfug-gito sì al servizio militare ma schedato dalla polizia come sovversivo. Mesi andarono in pensieri, ricerche. Finché non gli sembrò di avere trovato la strada. E difatti fu lui a aprirla anche per i compagni che se-guirono, come gli stessi cugini Bignami.
Una domenica di ottobre, a Milano, si confuse fra gli operai della Borletti che partivano in gita per Lu-gano su un treno popolare, e era in giacca senza cap-pello, in tasca trecento lire.
Dalla Svizzera fu presto sconfinato in Francia. Da Ginevra a Marsiglia, a Tolosa, una catena di posti clandestini di reclutamento delle brigate internazio-nali, tutti privi di mezzi, ben provvisti soltanto di en-tusiasmo e di confusione. Peregrinò dall'uno all'altro, perse tem-po; rimasto a corto di quattrini si rassegnò a una sosta a Marsiglia, dove mise insieme lavorando in un cantiere come manovale il centi-naio di franchi necessario per proseguire il viaggio sino a Irun. E ol-tre, perché, varcata la frontiera spagnola, non ci fu modo di farsi arruolare; giunse sino nei pressi di Ma-drid per conto suo, inosservato in mezzo a uno scompi-glio enorme (il Nord del paese era tutto una ribol-lente retrovia), senza aiuti. A Segovia, a non molta di-stanza da Madrid, finalmente lo prese in forza il bat-taglione Thaelmann, dove si imbatté nel quasi com-paesano maestro di scuola Minelli. La Giunta stava facendo evacuare le opere d'arte del museo del Prado, e lui con Minelli e altri italiani fu aggregato ai mili-tari che eseguivano quell'operazione. (Durò parecchie settimane; i compagni lo avevano soprannominato «el Letrero» perché si era cucito sulle spalle un pezzo di stoffa con scritto di pugno suo: «La morte dei proprie-tari è la vita dei proletari». Poi si ammalò. La bron-copolmonite buscatasi pas-sando le notti nel cassone dell'autocarro sotto la pioggia, lo tenne a Burgos, all’ospedale, sino a gennaio; e siccome aveva febbre alta ogni giorno, da Burgos, d'autorità, lo trasferirono a San Sebastiano. Uscito dall'ospedale, alla stazione dove attendeva un treno da quasi una settimana, lo colse un deliquio che poi si rivelò crisi cardiaca. Stavolta lo portarono a Santona, in una villa requisita, dove stava-no decine di volontari stranieri feriti o ammalati (vi fu ricoverato anche Olinto Maccagni che allora portava il nome di battaglia Mario Correnti), e lo tennero là a forza. Come gli permisero di tornare al fronte era la fine di febbraio. A Madrid ritrovò Minelli ed ebbe il tempo di assistere alla resa dei repubblicani, dopo es-sere rimasto un giorno e due notti asserragliato con altri nella carcassa di un carro tedesco, poi in una can-tina. Un intermezzo, per lui, di esaltazione: subito ca-duta. Bisognava mettersi in salvo. Una marcia dispera-ta, attraverso il Leon coperto di neve e le Asturie, con-dusse i miliziani della Thaelmann, quasi tutti stranie-ri, alla costa. Si imbarcarono a San-tander. Fra loro, Minelli, Bignami, e lui, Ferranini; che se ne tornava inglorioso (a suo parere), scarnito sino all'osso, era ri-dotto a quarantasette chili, amareggiato e intronato.
Presero terra nei pressi di Arcachon e di là passa-rono nel Bor-dolese dove, se si fossero voluti adattare come famigli, avrebbero trovato lavoro; la regione pa-tiva penuria di manodopera. Ma quanti erano (italia-ni, polacchi, qualche tedesco della Renania) scelsero Parigi, e ci andarono a piedi, ostinatamente, per patire la fame. A Passy, in una baracca di bandone, per Ferranini, un polacco Weiss, Minelli, due fratelli Passarin di Boscochiesanuova, e Bignami, co-minciarono gior-nate di inerzia avvilente. A turno, uno andava a offrire sé e i compagni nei cantieri di case in costruzione e alle Halles. Weiss fu il più fortunato, era meccanico e un compatriota lo assunse in una officinetta ad ag-giustare automobili. Verso la fine del mese trovarono i Passarin e il Bignami, come scaricatori in un porto fluviale sulla Senna. Walter in quei giorni non era abbastanza in salute da resistere a un lavoro pesante; come andava a presentarsi la gente lo giudicava a un'occhiata. E peggio si stava riducendo. Arrivarono, lui e Minelli, a stare cinque, sei giorni - e durava l'in-verno mangiando cipolle e qualche etto di pane. Gli capitò la salvezza in persona di un certo Brighenti, modenese, che a Passy aveva uno spaccio di vino e com-mercio di Barletta, Trani e Squinzano che importava per il tradizionale incrocio coi vini locali. Il fratello di Brighenti viveva in America del Nord, a Chicago, fab-bricante di carni in scatola; questi cercava da tempo italiani settentrionali, se possibile emiliani, per ma-gazzinieri e custodi. Di rientrare in Italia non era il caso di pensarci; Ferranini e Minelli ebbero l'ingag-gio scritto, e accettarono. Lui non aveva dimenticato Sacco e Vanzetti. Per il viaggio ci volevano duemila franchi; se ne guadagnarono la metà sgobbando dietro il banco nella bottiglieria di Passy, ebbero in prestito gli altri da Brighenti, che si garantì sulle future paghe che avrebbe pagato il fratello.
Era la giornata del popolo francese, 14 luglio, quan-do partirono da Le Havre, e di lì Ferranini aveva im-postato una cartolina illustrata per un amico a Vimon-dino; scriveva: «Torno presto, salutami la Nella». Prima che tornasse a salutare la Nella (al cimitero, che intanto lei era morta in un mitragliamento sulla Via Emilia), dovettero passare sette anni. E ci sarebbe tor-nato vecchio, col cuore sfessato in tutte le maniere. Steso sul letto, con i suoi giornali da aprire, Ferranini ricordava e si irritava. Si irritava con sé e di sé proprio men-tre rendeva involontario omaggio alle due imper-sonali astrazioni opposte, il caso e la fatalità. Riandan-do alla sua storia gli si confermava quello che gli Pa-reva aver capito da un pezzo, una regolarità avversa e monotona che la dominasse. Sotto la varietà superfi-ciale un geometrizzarsi rigido, e i primi tempi che facevano l'amore aveva detto a Nuccia (con divertito stupore di lei, erano in camera alzatisi appena da quel-la loro faccenda): «Peggio per te che ti sei attaccata a un uomo parabolico». E si poteva anche ridere di-fatti, ma non era stata la sua vita un disegno di para-bole strette, ascensioni erte, iniziative e speranze e poi, inevitabile, la caduta? Il ramo discendente della para-bola si internava ben fondo nella delusione, salvo riemergere di slancio per un'altra salita, condannata a cambiarsi in precipizio.
Non c'era traccia di progresso dialettico. Niente al-tro che ripetizione nella sua vita. Da ragazzo, la pro-spettiva - se l'era aperta sudando - degli studi, verso l'università, le biblioteche, i laboratori. Nello spazio di quattro settimane dal banco di scuola si era trovato a caricare vagoni in una stazioncina. La Spagna. Pro-positi di sacrificio, la causa da difendere, la guerra di-sperata ma generosa, e belle chiacchiere tante. Per lui la Spagna doveva ridursi a una serie di ricoveri all’ospedale, finire con una fuga disperata, nella miseria nera di Passy.
E l'America. Sino a Boston quando aveva toccato la meta ideale, il cortile della prigione di Charleston, tutto era sembrato incamminarlo sia pure nella fatica, nell'isolamento, a quel culmine la lunga medi-tazione sotto lo sguardo paziente di un guardiano, sulle tombe (vuote) di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Il guar-diano paziente, forse ironico, non lo aveva avvertito che i due erano stati cremati.
Ma dopo, che crollo.
Sbarcato, quel 19 luglio, mentre Minelli si fermava a New York aveva tirato di lungo sino a Stickney, Chicago. Il fratello Brighenti lo vide volentieri, lo mise agli imballaggi. Lavoro grosso e senza orari, ma era contento, operaio fra altri operai, e presto se li conquistò seb-bene fossero di due razze e di tre o quat-tro nazionalità diverse. Brighenti, rozzo e testardo, non condivideva certo le idee socialiste del fratello di Passy; i dipendenti, bianchi o neri, non esistevano che come roba da sfruttare. Ferranini capì che il capitalista più strenuo è quello che passa a capitalista da proletario che era. Tuttavia l'uomo aveva una certa istintiva giustizia e pagava bene e puntuale; fu un colpo per tutti quando, alla fine del ’39, una pneumo-nia lo portò via.
Venne un periodo di scioperi. I due Vogeler, tede-schi naturalizzati, a cui la vedova aveva ceduto l'azien-da, pieni d'alterigia com'erano con i negri e gli italia-ni, dovettero ridurre il personale; lui fu sacrificato fra i primi. Passò a una casa di spedizioni, e anche quella chiuse provvisoriamente; lo sciopero teneva ferma mez-za Chicago. Andò a offrirsi a una compagnia di naviga-zione, che trasportava gra-no sui grandi laghi; lo pre-sero come avventizio, come prendevano chiunque fos-se disposto a sostituirsi agli scioperanti; il terzo giorno non poté presentarsi al porto, che era presidiato da picchetti di operai. Avrebbe dovuto sfidarli Ferranini il socialista? Fatto è che i suoi poveri risparmi dimi-nuivano e a lui, forestiero, i sindacati non davano sus-sidi. Provò da qualche altra parte, ed era sempre la stessa storia; le aziende non coinvolte erano messe in crisi per la paralisi delle rimanenti e si alleggerivano di personale, quelle dove si faceva sciopero ingaggia-vano a paghe doppie ma bisognava impe-gnarsi per iscritto al crumiraggio, esercitato sotto la scorta della polizia. La dinamica materiale e psicologica degli scio-peri Ferranini non la imparò sui libri. Era tornato dai Vogeler, dove per qualche settimana ebbe la pulizia dei magazzini e dell'ufficio. La paralisi intanto si era estesa ai servizi pubblici: gelo e inerzia pesavano sulla immensa città. Lui si sentiva sicuro, aveva tante spe-ranze. Ancora montava il ’ramo ascendente'. (Della solita parabola). Gli pareva che la sua vita cominciasse allora e che le difficoltà lo tenessero su, da ognuna ca-vava un insegnamento, misurava le sue forze, affinava le qualità positive che si sentiva affiorare. Scrutava at-tento il meccanismo del grande sciopero come stru-mento d'azione operaia, ma anche come sintomo della decadenza insita nel cuore del sistema.
Sempre solo, non un amico, non una donna, soffren-do il freddo (quell'inverno la baia di Hudson man-dava sulle pianure una bufera dopo l'altra), trovava il suo conforto nelle opere di Lenin, i capitoli in cui si riflettono gli anni dolorosi e ansiosi di Berna. Era con-tento le ore che spendeva in una biblioteca pubblica a studiare, perché gli servivano in tre maniere: veniva a contatto del più grande pensatore dei tempi moder-ni (dopo Marx) e padre della Rivoluzione, perfezio-nava sul testo tradotto il suo inglese (conoscere l'av-versario, cono-scerne anche la lingua), si rifaceva di tutto il freddo che pativa fuori. A farlo campare, un pasto e mezzo al giorno,. ma metteva qualche soldo da parte, bastavano i lavoretti di ripiego che trovava qua e là, nel botteghino di un cinema, in un garage. Si sentiva privilegiato; per la prima volta era indipen-dente, non aveva un padrone. Quando gli sembrò di essersi maturato a sufficienza per il pellegrinaggio alla tomba di Sacco e Vanzetti, decise la partenza da libero individuo, che non ha da abbassarsi a domandare per-messi. Denaro per il viaggio e da vivere qualche gior-no ne aveva. La Centrale del Capitalismo, non solo Chicago, beninteso, l'America, non era riuscita a do-marlo. Al contrario, se ne sentiva più che mai antago-nista e critico, ne aveva sperimentato la instabilità, la intima debolezza.
Nel treno, tornando verso l'Est, la commozione per il ’rito’ che andava a compiere (aveva messo da parte due dollari, povero ragaz-zo, per la cravatta nera e i fiori da portare ai martiri), quel pio entu-siasmo, gli si tingeva di orgoglio. «Da questi vostri lussuosi gior-nali, o borghesi, un giorno imparerete il mio nome fra i costruttori del socia-lismo». Aveva pensieri così.
Ferranini scese dal letto, intorpidito. Aperse i gior-nali, i modesti giornali di Roma e di Milano, il suo pane quotidiano. E nemmeno loro gli avevano mai dovuto dedicare una riga.
«Bei tempi» pensò a alta voce. «Bei tempi e belle buffonate».


IV
Il ragazzo dell'albergo aspettava da qualche momento sull'uscio. Ferranini non se n'era accorto.
La signora Corsi è arrivata.
- E chi è?
- Chiede di lei. Faccio salire?
- Ah. Falla salire.
Salutò Nuccia senza mostrare sorpresa di vedersela lì d'improvviso («Quasi quasi adesso mi piace più Roma» furono le sue parole), e Nuccia che temeva altro, poté rallegrarsene. Lui veramente la vedeva vo-lentieri; un po’ di calore dopo tutta quella nebbia, una voce rassicurante com'era la sua voce.
Per prima cosa Nuccia ispezionava la camera, lo sguardo diffidente della donna.
- Ti sei buttato sul letto, non stai ancora bene. Me lo immaginavo, vedi che sono venuta.
- Stavo facendo certi pensieri. La solita poltroneria. Ci sono novità?
- Una novità c'è e sarai contento, e anche per questo mi sono decisa. Ieri ti stavano cercando. Dal partito.
- Chi?
- Pare, ’pare', qualcuno che sta in alto, molto in alto.
Lui si era scosso. Maccagni? E perché no? Potevano averlo informato del lavoro che preparava. Dopotutto, la riforma della legge sull'infortunistica era una ma-teria importante, scottante. Degna della sua attenzio-ne. Ma la speranza gli si spense subito. Dei suoi amici non ce n'era uno che avesse accesso al Capo. E poi Mac-cagni lo aveva sempre ignorato. Macché! Impossibile. Fra l'altro gli pareva di aver sentito dire che fosse all'estero, in quei giorni.
- L'ho saputo ieri sera - proseguì Nuccia - dal-l'onorevole Amoruso.
- Amoruso conosce la tua esistenza?
Nuccia scoppiò a ridere.
- Non sono un microbo poi! E’ venuto in libreria.
- Allora Amoruso sa che io e te...
- E se non lo sa, lo immagina. Ti spaventa tanto?
Ferranini si teneva la testa fra le mani.
- Il treno di Roma - le disse - passa di qui alle 22 e 40. Abbiamo il tempo di prepararci.
- Ma tu vuoi che partiamo adesso? - Nuccia era costernata sul serio. - Partiamo domattina.
- Bisogna stare molto attenti. Questa città è un covo di pettegoli. Domani la gente racconta che mi faccio raggiungere dalla mia amante.
Si arrendeva. Tanto, a che scopo. Per avere una de-lusione di più? Se lo cercavano, era la convocazione del Gruppo. O un'altra baggianata compagna.
Cenarono presto, lì stesso nell'albergo, poi Ferranini preferì risalire perché, non glielo disse, seguitava a sentirsi stanco. Dopo essersi fatta dare una camera, Nuccia venne su da lui che si era appena spogliato. Stava entrando in letto, e le indicò il canapè sotto la finestra.
- Non avevo idea di venire a nanna con te, sai!
- Andiamo Nuccia, non fare i discorsini. Non è la giornata.
- E tu non fare il compagno Ferranini. Sei in pi-giama, che è una invenzione borghese.
Tuttavia, se ne andò buona a sedersi sul canapè, pensando di lasciarlo dopo poco perché dormisse. Con Amoruso non avevano parlato soltanto di affari poli-tici. Da certi segni, da qualche involontario accenno del collega, Amoruso aveva capito che Ferranini na-scondeva una forma cardiopatica (di origine nervosa gli pareva), che lui avrebbe cercato di conoscere me-glio a un'occasione che si fosse offerta, ma che andava cautamente seguita, frattanto. A lei turbata che insi-steva per sapere di più, oppose il gesto eloquente delle mani levate e aperte. (Era foggiano, ma vissuto a Napoli).
- Signora mia. Di più posso dirle? Dovrei visitarlo. Intuisco che il nostro amico è un cardiaco inveterato, forse non grave. Posso sbagliarmi in eccesso o in di-fetto.
- Fare l'elettrocardiogramma - disse lei.
- E che non sbaglia, pure l'elettrocardiogramma? Poi, se è un nervoso certi controlli, e allarmi, rischiano di aggravare la situazione.
Così, decise di raggiungerlo; aveva bisogno di rive-derlo subito. Andando in su, nel treno, continuò a pensarci. E per una trasposizione inconscia che era me-glio che irragionevole gelosia, al male di cuore del suo amico, di cui ormai non dubitava, veniva associando un male di cuore di tutt'altro genere. Walter mi è affe-zionato, e basta. Io sono cara e superflua nella sua vita. Lui continua a soffrire per la ex moglie. Si tor-menta, senza mai tirare fuori una parola.
Le braccia piegate sotto la nuca, Ferranini la guar-dava.
- Walter, ti farebbe bene essere sincero, dovresti parlare. I pensieri che facevi prima, quando sono ar-rivata. Tu pensavi a tua moglie.
Vuoi sapere cosa stavo pensando? All'America, al crollo che per me è stata l'America, gli ultimi quattro anni.
- Solo l'America, tu dici?
- Stamattina non vado a trovare un certo Minelli, che era là con me? Sigfrido Minelli. Fu lui a farmi conoscere Roger Demarr, la ditta dove poi sono entra-to. Ora io ero sbarcato un uomo libero e vivo, entran-do da Demarr cominciai ad andare giù, a sprofondare in un mondo spossessato, reificato, che doveva trasfor-marmi. E’ stata la crisi della mia vita. Io sai pure. Un tradimento.
- Il tradimento - fece lei - lo hai sofferto tu, poveretto.
- Dico che tradivo la mia fede. Ti rendi conto? Io giovane socia-lista, preso nell'ingranaggio, diventato io una ruota dell'ingranaggio.
Nuccia pensò: prima il preambolo ideologico poi passa a Nancy, a sua moglie. Invece Ferranini non aveva in mente che quello che diceva.
Roger Demarr, ma alla parrocchia di Altamura pro-vincia di Bari, dove nacque, registrato col nome di Ruggero De Marco, era, è stato sino a qualche anno fa, titolare di una ditta di coloniali a Camden. Un sobborgo di Filadelfia, Pennsylvania. Di italiani fra i piedi, a bottega, ne aveva sin troppi e non ne voleva di più; quando Ferranini gli si pre-sentò fece un'ecce-zione, perché veniva dall'Alta Italia e perché stentava a parlare americano, non sarebbe stato un chiacchie-rone. Lo assunse col grado di aiuto-commesso, second clerk, per sorve-gliare i furgoni-negozio della ditta iti-neranti a vendere a domicilio zucchero e caffè, cioc-colata e saponette, e nel giro di sei mesi lo promoveva impiegato di fiducia, con l'incarico di visitare i fornitori e ricevere i clienti importanti.
Non era postuma ingratitudine quella di Ferranini. Il fatto è che in quei veloci sei mesi il giovane sociali-sta, unico cultore superstite delle tombe di Sacco e Vanzetti, si venne cambiando in uno zelante, anche se a volte un po’ distratto, un po’imbronciato, dipendente della Demarr Incorporated, azienda bonariamente familiare ma con cin-quecentomila dollari di incassi all'anno. I primi tempi si era ingegnato di tenersi a galla. Troppo schietto per fare di nascosto, col fidu-cioso permesso del principale si allontanava da Camden mezzo sabato e domenica: andava in cerca di immigrati italiani della sua fede, li riu-niva, aiutato da Muielli, teneva lezioni di antifascismo, di marxismo elementare, li rincuorava, si rincuorava. Pensò di met-tersi in contatto con le organizzazioni sindacali locali. Qui lo stesso Minelli, meglio informato o accorto, provvide a sconsigliarlo; i sindacati sono peggio nell'Est che a Chicago, e del socialismo alla maniera no-stra non san-no niente, non vogliono sapere niente. Ma le conferenze ai compa-trioti, tutti meridionali, non gli davano il gusto che sperava. Piuttosto che un predicatore, come Ferranini tirava a essere, quelli chie-devano un assistente, un collocatore, e non fiutandone la capacità in Ferranini, alle discussioni teoriche si prestavano fiaccamente o si rifiutavano, finché finivano col non farsi più vedere.
Per giunta, la libertà, che la statua famosa all'in-gresso del continente aveva promesso a lui come a mi-lioni di altri transfughi, mostrava di non essere tanto generosa. Un pomeriggio di domenica in una cittadi-na del Massachusetts (una notte di treno per arrivar-ci), parlava a una piccola udienza di siciliani, calzolai, sarti e barbieri, uno di costoro si era alzato a doman-dare, in ottima lingua americana, se una persona che non sia sottosviluppata potesse ancora leggere la Bib-bia. Lui se ne stava illustrando la dottrina marxiana delle soprastrutture, e credette che la domanda posta in quei termini lo invitasse a parlare chiaro; rispose che una persona intelligente, quelle storie tutt'al più le racconta ai bambini. Il siciliano era un agente pro-vocatore? Arrivò a Camden un decreto della polizia di quella tale cittadina. Ferranini era diffidato «a non occuparsi della religione cristiana con intenti e lin-guaggio irrispettosi, in uno Stato cristiano e in un Paese cristiano» se gli era caro evitare le sanzioni pe-nali inclusa la prigione, previste dal «Blasphemy Act», legge federale.
Ferranini seguitava a parlare a bassa voce; la stanza d'albergo era grigia, il riscaldamento avaro. Una Sola lampada accesa sul lavandino che li lasciava nella Pe-nombra tutti e due.
- Se sapessi che malinconia mi sta venendo - disse Nuccia rannicchiata sul suo canapè.
- Allora va’ a dormire. Queste cose, ci torno per-ché me l'hai chiesto tu.
Come succede agli uomini che non hanno l'abitu-dine di parlare di sé, nel riferire Ferranini badava meno a esser capito che a essere d'accordo con se stesso. Nella terra incolta che era la sua memoria di quegli anni, apriva un solco rettilineo senza curarsi di ciò che lasciava inesplorato ai margini. E poi:
- Ti avverto - le disse - che l'individuo empirico, in questo che ti ho raccontato, non interessa niente. Interessa una cosa sola. L'involuzione di una coscienza.
Nuccia rise:
- E a me interessa l'individuo empirico, oh guarda! Tu non sai che buona volontà ci vuole a una donna per tener dietro a uno di voi, per poco che non sia un mediocre.
Ferranini, ricordando quegli anni, si sentiva ben meno che mediocre. Ma aveva avuto ragione lei, con-fessarsi fa bene, ed è una cosa giusta, a costo di qua-lunque pudore.
Perché c'era da vergognarsi.
Erano i primi mesi del ’40. Lui tenne altre lezioni e conferenze, tre o quattro, e poi smise. Ci rinunciò.
A levargli l'entusiasmo non era stato paura di vio-lenze poli-ziesche o dispetto di vedersi squagliare gli uditori. Peggio. Altri interessi s'insinuavano in lui, sintomi di un processo regressivo in atto, l'ambiente che se lo assimilava, così, e nel senso più preciso, estra-niandolo a lui stesso. La potenza di peristalsi che ca-ratterizza la società borghese.
In un anno scarso dal suo ingresso nella ditta di Camden, aveva avuto tre aumenti di stipendio, senza richiederli. Tre. Sicché non gli bastava più andare a Filadelfia, alla biblioteca municipale a prendere a pre-stito i libri che leggeva; cominciò a comperarsene. L'illusione dell'appropriazione, che è la realtà dell'alienazione; i libri dovevano essere suoi. Stanco di vivere a pensione presso un'italiana della Edgware Road, dirimpetto alla ditta, mise l'occhio su un appar-tamentino di due camere che era in vendita in fondo alla strada e ci si installò, sborsando disinvolto le prime due rate. L'America livel-latrice, all'attraente li-vello della sua way of life, laminava le velleità del giovane socialista sino a renderle inavvertibili o incon-sistenti ai suoi occhi; e Sacco e Vanzetti, la propaganda di classe, l'ateismo e la ingrata sorpresa del «Blasphemy Tac», si disponevano a sciogliersi nel limo dei ri-cordi spiacevoli. A principio di primavera si aggiun-se, inevitabile, l'acquisto di un'auto, e fu una modica ’Chevy’ di seconda mano.
La guerra aveva dato fuoco al mondo, milioni di uomini come lui ci si consumavano. Lui a vivacchiare pacifico badando alla carriera. Un impiegato della ditta, tedesco, era stato internato in un campo. Scri-veva che lo trattavano benissimo, ringraziava la gran-de nazione, liberale persino coi figli dei suoi nemici. Ferranini era costretto a prenderne atto, ad ammirare, ma prevedendo che l'Italia si sarebbe schierata con i nemici, paventava il momento in cui lo avrebbero messo a tener compagnia al collega. E invece, anche dopo la dichiarazione ufficiale di guerra, Ferranini, e con lui la più parte dei connazionali, non ebbe noie, seguitò a vivere come aveva vissuto, nessuno si curò di limitare i suoi movimenti. Minelli abitava a New York, era amico di una ragazza che lavorava al conso-lato d'Italia; era venuto a trovare Ferranini, gli aveva annunciato che il consolato stava chiudendo. «Adesso ci ficcano dentro, vedrai». Demarr a rassicurarli «I know better, voi state in pace. Pensate alla salute!».
- Infine, - si provò a dire Nuccia - Demarr ti voleva bene.
- Ho detto di no? Ma intanto mi aiutava a rinne-garmi. Lui aveva messo in moto l'ingranaggio che mi macinava. E non è che non me ne accorgessi, dicevo:
«Walter sta’ attento, ti stai perdendo, sei perduto». Americaniz-zato epidermicamente, nel modo di im-pugnare il sigaro e sino nella compiacenza di ornarsi l'ufficio del ritratto del quacchero Penn (ma accanto c'era quello di Pio XII), sposato a un'irlandese di quindici anni più giovane di lui che era di là dei cinquantacinque, marito e padre poco soddisfatto, Demarr era persuaso che la moglie e i due figli più grandi, ne aveva quattro in tutto, lo tollerassero appena, e cer-cava fuori di casa la sua rivincita. Al buon successo dell'azienda aveva tenuto dietro qualche carica parroc-chiale e municipale. Che non gli pareva sufficiente. Il titolo di «wholesale grocer» col quale figurava onorevolmente nell'annuario della Camera di com-mercio di Camden, non lo lusingava: gli piaceva chia-marsi «proprietario», e ne aveva il diritto da quando, nella liquidazione di un fallimento, si era impadronito di un bel pezzo di terra, che lui misurava a modo suo, a tòmoli e non a acri, con due fattorie, due stalle, una piccola segheria mossa da un torrente. Migliaia di piante, prati a perdita d'occhio. Ci passava un paio di settimane l'estate. Poi non poteva più andarci a causa della distanza perché era obeso, soffriva d'enfisema, e a viaggiare in automobile penava troppo. Saputo che Ferranini era nato in campagna e qualcosa capiva di lavori agricoli, prese a mandarci lui. Quelle spedizioni, che a Ferranini piacevano (troppo!), diedero tranquil-lità al suo principale. La Old Laurel Farm, si chia-mava così dai tempi della guerra civile, smise di esse-re passiva; avena e patate si seminarono, i foraggi fu-rono raccolti e venduti. Persino il bosco, aceri e quer-ce, che prima era incolto quant'era folto, cominciò a rendere. A questo punto il racconto si dettagliava, si infervorava.
Il sabato che era ancora notte partivo da Camden, mi ci volevano quattro ore per arrivare a vedere il grande lago. Il lago Erie grande come un mare. Una volta arrivato giravo per i campi .Facevo i conti con gli uomini. Avevo assunto due salariati e alla stagione giusta prendevo due altri avventizi, per il foraggio. Passavo delle ore nelle stalle. A mezzogiorno, mi buttavo sull’erba davanti la casa padronale vuota e chiusa. Stavo così sino a tardi stravaccato a guardare i campi della ‘mia’ tenuta, le praterie che scendevano sino alle rive distanti del lago. Non c'era un segno di abitazione. Lontano tagliava la campagna una linea ferroviaria a un binario, qualche raro treno che se ne andava col suo pennacchio di fumo.
Nuccia non aveva mai saputo che Walter si fosse interessato a un paesaggio. Quella descrizione, abbastanza lirica, La meravigliava.
- Ci avevo preso quello che si dice l'in fognatura. Correvo all’Old Laurel come fosse a un appuntamento. Vivevo per quello, avevo dimenticato di essere un uomo per quello.
- E eri contento.
- Avevo troppi rimorsi!
- Ma di che.
- Nelle Socinennija di Lenin, si legge che la musica è una cosa dolce, gradevole, e pericolosa. Come tutte le cose che distraggono dal reale.
Secondo me, - spiegò Ferranini - la natura è una realtà nemica, con cui devi lottare (il lavoro è questa lotta) per evitare che ti si imponga, ti assoggetti. Qualche volta prende un aspetto dolce, attraente come la musica di cui parla Lenin, e io mi abbandonavo, mi lasciavo incantare. Ma poi all'Old Laurel c’era qualche cosa di specifico, di più grave, lì la cam-pagna era un’arma subdola del mondo borghese che cercava di dominarmi. Com’è che in America danno tanta importanza al paesaggio, le riserve, i parchi nazionali, la wilderness? Per fare dimenticare alla gente la vera situazione della società. Se tu demistifichi il culto della natura e la relativa propa-ganda, scopri uno dei vari stupefacenti sociali, come lo sport o il cine-matografo. Intanto io mi lasciavo incantare, e lo sa-pevo benis-simo, non passava giorno che non mi di-cessi: sei una bestia. Sei una bestia. Sognavo mio padre che veniva a sgridarmi. Di fuori mi com-portavo come avessi perso la memoria, ma fra me e me era un con-tinuo farmi il processo. Tiravo avanti diviso in due come uno schi-zofrenico. Minelli, quando ci si vedeva mi diceva: «Perbacco, sei qui ché campi bene, non hai fastidi (lui si era sposato, aveva già una bambina), dovresti crepare di salute, e sei brutto e magro come i debiti». Non capiva che quella vita era una boiata, un'infelicità.
Nuccia si accusò di non capirlo molto di più. Fra l'altro, non era alla vigilia di incontrare il suo grande amore?
 - Mi capitava di far da spettatore a me stesso, assi-stevo alla mia involuzione. Mi accorsi che stavo imi-tando nel modo di parlare, a bocca storta, Demarr, il principale. Facevo i miei conti; se Demarr era il pa-ternalismo, io sarei stato il neocapitalismo. Avevo pre-so l'abitu-dine di dare un'occhiata al listino dei titoli sulla lavagna fuori dell'a-genzia della Chase Bank, dove avevo messo i risparmi. Ci passavo davanti tutte le mattine andando in ditta. Nessuno m'impediva di com-prarmi una mezza dozzina di Rio Tinto, o qualche altra fettina di capitalismo. In seguito, avrei fatto di più, per esempio avrei messo gli occhi sulla figlia del principale, come tu sai. Non avevo ancora compiuto trent'anni, l'America mi aveva preso che ero nudo come un lombrico; un po’ di strada l'avevo fatta. Ma c'era la mia fatalità. Tu sai, prima in su poi in giù, e anche il neocapitalista appena spuntato era destinato se Dio vuole a finire a capofitto. Tu sai in che modo. Queste cose le conosci, te le ho già dette.
I frammenti di quello che veniva dopo, una storia non molto allegra ma semplice, usuale, e borghese senza rimedio, Nuccia li possedeva già, più o meno precisi. Il lavoro di metterli insieme da sé, l'aveva oc-cupata tante volte.
- Ma non so il più importante. Mi hai sempre rac-contato la tua storia come la senti adesso, come la in-terpreti adesso. Vorrei sapere come la sentivi allora.
Ossia, come l'aveva vissuta.
Era, infine, una pretesa eccessiva. E poi, tornare in-dietro al suo matrimonio, al fidanzamento, ritrovare i fatti e gli stati d'animo, era come esporre un'altra per-sona (sua moglie, la sua Nancy) a un giudizio proba-bilmente non imparziale. Una persona, che Ferranini stesso non aveva voluto mai giudicare. No. Impossibile.
 Adesso facciamo notte. Va’ a dormire, che è tardi.



Dopotutto Nancy aveva rappresentato bene il mon-do in cui era nata, a cui apparteneva. Per quanto lui potesse averne sofferto, la sua unica colpa era quella.
Meadville, una cittadina che ospita un elegante col-legio femminile cattolico (Garden of Lisìeux), è il luogo abitato più vicino ai prati dell'Old Laurel. I Demarr marito e moglie, fedeli cattolici tutt'e due sebbene in maniera diversa, in quel collegio ci tene-vano la loro figlia maggiore. O meglio ce la lasciavano, perché, alla rispettabile età di ventidue anni, quella preferiva restarsene con le suore (suore non troppo ascetiche, way of life anche loro), a insegnare educazio-ne fisica e ’callisthenics', che non vivere in famiglia: a tu per tu con la madre di cui non poteva soffrire le crisi di nervi e l'accento irlandese. La domenica all'Old Laurel, c'era l'arrivo fragoroso di Nancy accompagnata da qualcuna delle compagne o allieve, che poi se non era freddo facevano colazione all'aperto. In di-sparte da lui. Lui intanto camminava per la tenuta dandosi da fare, o fingendo; per molti mesi, da fare non aveva proprio niente e gli bastava andare attorno, per quella strana campagna.
Abituato alla sua campagna emiliana tutta abitata (e sfruttata), Ferranini credeva sempre di esplorare uno sconfinato giardino pub-blico senza panchine né custodi e soprattutto senza pubblico, che con la sua presenza giustificasse quella bellezza; però guastandola (egoista si era fatto!). Era quella inutilità, la verde distesa tranquilla e immensa senza impegno né scopo, a piacergli. Un individuo nuovo e prevaricante, sordo alla voce della coscienza sociale, si fermava a ascoltare la voce del torrente, sulle pale che giravano a vuoto della segheria, nella piccola valle del Blue Creek; una segheria che da settant'anni non lavorava, non serviva a nessuno. Quello stesso individuo avrebbe avuto la pretesa che l'Old Laurel fosse una cosa sua. Lo ama-reggiava vedere aprirsi la casa, a metà luglio. L'inva-sione della tribù padronale, Demarr, moglie, figli, la serva negra; il fattorino che faceva da autista, portan-do la Graham-Paige grossa e colma come una diligenza. Per tre o quattro settimane, finché l'Old Laurel non tornava a appartenergli, Ferranini cercava pretesti per restarsene a Camden.
In questo andava d'accordo con la ragazza. Durante l'estate lei si faceva vedere il meno possibile. Come d'intesa si ritrovavano, salutandosi appena, quando gli altri erano partiti. Ma quelle intonazioni imperiose (da maestra di ginnastica) usate persino con le compa-gne, non erano intruse nel ristabilito silenzio dell'au-tunno; quei capelli pareva ripetessero con anche più calore le tinte, che tiravano all'oro e al bruno, dei fag-gi intorno alla casa. Accanirsi, sì, a de-mistificare la capziosità di quelle apparenze capitalistiche (che tali innegabilmente erano), i faggi trascoloranti, il Blue Creek, la varietà auburn dei riflessi che giocavano sulla testa di Nancy. Ma si trattava di resistere al loro fascino cospirante: una cosa un po’ diversa. Inutile far finta di non aver sentito gli ordini della padrona.
«Mi occorre una decorazione di vischio». «Stasera verrà a caricare gli sci sulla macchina». Come se la vedeva avvicinare co-minciava a dirsi: ricordati, questa è la figlia del plus-valore. Piuttosto portatela dietro a una siepe. Non serviva a niente, ben altri santi si sono accorti che non si esorcizza il diavolo con le giaculatorie.
Fatto è (a parte il vischio, le siepi e le belle ragaz-ze): si riesce meglio a mostrarsi eroici che a durare coerenti, e questa vecchia ve-rità Ferranini, adesso, cioè a quarantacinque anni, pronto a ricono-scerla a parole, stentava ancora ad applicarla alla gente della sua stessa specie, e fede. Casi come quello di Viscardi, di Ancillotti e altri che gli erano occorsi non lo avreb-bero colpito, e sviato, tanto, se si fosse persuaso che avere rischiato il muro combattendo i nazifa-scismi non immunizza un uomo dalle tentazioni della routine, o della vita buona.
Una mattina d'inverno, era ormai l'amministratore stabile dell'Old Laurel, Nancy Demarr lo incontrò uscendo dalla stalla; e facevano una copertina del «Saturday Evening Post», la neve, lo sfondo rustico, lei elegante in cappottino rosa, lui con la camicia di flanella a scacchi. Teneva un boccale di latte che si era fatta mungere apposta, e fosse capriccio o improv-visa cordialità, se lo staccò dalle labbra sorridenti per offrirglielo. Le buttò uno sguardo che pretendeva di essere sdegnoso. Lei a insistere: «Beva, prego». Do-veva lasciarsi imporre da quella smorfiosa? Girò sui tacchi. Buon per lui (o peggio) che la smorfiosa non si impermalì. Lo chiamò indietro. «Dove sta lei a mangiare? Perché non viene da noi?». Tirò fuori due parole corrette e fredde a ringraziarla. Mangiava, e dormiva, nel locale annesso al magazzeno, insieme con un polacco che aveva assunto per i lavori e che, immigrato da diversi anni, ancora non parlava l'americano e si faceva capire a grugniti; la compagnia che gli ci voleva. Nancy non insistette, ma la domenica dopo sul tetto della station-wagon in arrivo da Meadville c'era un paio di sci che cre-sceva. Ferranini accettò volen-tieri gli sci. Magro e agile, non gli ci volle molto a imparare a usarli; però era andato a fare le sue prove da un'altra parte, dove quelle non lo vedessero. Lei, Nancy, a cercarlo. Esperta in molte cose, e persino troppo versata e profonda in una che vedremo, da quel lato non era meno ingenua di lui.
E andò come doveva. A metà dicembre telefonarono dal Garden of Lisieux (il collegio), che la ragazza era ammalata d'influenza. Desiderava il «Green China tea», un certo tè di cui la ditta Demarr aveva l'esclu-siva. A Meadville non si trovava. Prevedibile che il papà, per farglielo avere d'urgenza, dovesse spedire Ferranini. Lo ac-compagnò Salvatore, il maggiore dei maschi di Demarr, sui quindici anni, ed entrarono in-sieme in quella camerina gremita di fiori, fiori di cam-po e piante in vaso, che pareva ci fosse un morto. (Spiegò Salvatore che era una mania di sua sorella, an-che a casa, di dormire con tanti fiori). Ofelia in mezzo ai fiori, e l'ex miliziano in convento. Andiamo bene, ebbe ancora lo spirito di dirsi Ferranini, mentre dal letto lei gli faceva cenno di venire avanti. Poi, dopo che si fu seduto e lei gli ebbe sorriso, e Salvatore che si annoiava fu uscito per andare a fare un giro a Meadville, a ironizzare non ci pensò più. Non pensò più a niente.
Ascoltarono un poco la radio, lei si fece leggere un poco il giornale, e infine stettero zitti. Non si permet-teva di guardarla; girava gli occhi intorno nella pe-nombra della piccola camera, un luogo, la camera da letto di una ragazza, che a Ferranini (non aveva avuto sorelle, non aveva avuto amori) era insolito, e intimidente, come una chiesa. Scoperse con meraviglia che sulla parete dietro il lettino d'ottone, squillavano le stelle e strisce della bandiera. E la Madonna, il cro-cefisso? Non c'erano.
Si sarebbe meravigliato di più se sin d'allora avesse saputo di che cosa amava occuparsi quella Ofelia. Era un'attivista, e da dargli dei punti, anche se devota a una causa che lui non avrebbe approvato. Figlia di immigrati, Nancy si era sentita, adolescente, la voca-zione della ’Americanhood'. Un nazionalismo introflesso, rivolto all'interno del paese, il culto degli usi, delle memorie, dei ’retaggi della stirpe', studiosa-mente alimentato da società e consorterie varie: nei programmi di queste il patriotismo si mescola al con-servatorismo sociale e sfiora l'ottusità razzistica. Di una o due, Nancy si era meritata il distinguished membership con la sua propaganda personale nel collegio e fuori. Non contenta, aveva fondato una lega per con-to suo, la «Vecchia America», con un centinaio di aderenti, ragazzini e ragazze, che sopraggiunta la guer-ra si accontentavano di raccogliere riviste, dischi e chincaglierie diverse da mandare ai soldati. E nel frat-tempo, languida sotto le stelle e strisce, Nancy allun-gava la sua mano sul letto sino a toccare la mano di Ferranini. Questo alien piovuto chissà di dove, estra-neo e forse irriducibile alla americanità come i mac-cheroni o il fandango.
Si fidanzarono quattro mesi dopo, che già gonfiava la primavera; e Nancy scese all'Old Laurel in crinolina e cappello di paglia, da un landò a due cavalli. Colorita e ridente, riesumava senza troppo sforzo lo stile coloniale, sotto i ciliegi puntualmente carichi di fiori. Il matri-monio, in cui Minelli fu uno dei testimoni, seguì a Camden alla Town Hall senza nes-suna festa, adeguato ai tempi duri. Il giorno prima gli aveva detto con garbo e schiettezza quello che le altre pensano e non dicono. «Ti sposo perché mi pia-ci, ma mi piace la libertà e ti sposo per averne di più, non per perderla». La pallida, la trasognata e sensi-bile signora Clementine, non simulò una soddisfazione che non provava, ma non si era opposta. Da parte sua, Demarr ci teneva troppo alla sua quiete per opporsi, sebbene avesse coltivato mag-giori ambizioni: «You're a lucky guy» si limitò a dire, come sempre in america-no perché all'infuori di quello non parlava che il dia-letto di Altamura, impenetrabile a Ferranini. Questi del resto gli pareva un uomo serio, era un impiegato di piena fiducia (non un grande vendi-tore), e restava Salvatore, il primogenito, a futuro erede dell'azienda.
Demarr finì col vedere di buona voglia la scelta della figlia. Quanto a Ferranini, tutto ciò sfumava nell'ir-realtà. I prati dell'Old Laurel fiorirono solo per lui, la gente esisteva appena, non aveva peso, non lo toc-cava. «A essere felice non sapevo nemmeno che cosa fosse. Ecco perché sono diventato egoista». Il suo tono vitale montava fra le nuvole svagate, quel labile cielo di primavera pennsylvana, come un aereo a decollo verticale; e quando era da solo nell'ufficio, in ditta, picchiava i pugni sulla scrivania, cantava, per sfogarsi. In principio, subito al fidanzamento, chiuso all'aspetto, timido con la fidanzata. Si sarebbe detto che seguitasse a sfuggirla. Ma ogni mattina era un'esal-tazione nuova, e non tutta contentezza ma ansia e me-raviglia, esultante e impaurita. «Non ci credo, non ci arrivo mica». Insomma la felicità, che non è vera se non cresce su di sé, se non si intorbida di timori, non si contraddice incredula.
E per di più l'incapacità a riconoscersi. «Sono mor-to e poi sono tornato al mondo un altro». Non era solo l'aspirante costruttore del socialismo a non lasciar-si più trovare, erano le sue supposte con-vinzioni ita-liane e emiliane, donne e buoi, e prima di sposarti riempi tre volte il granaio, era la sua familiare diffi-denza e selvaggeria; quel dominio di cui si era vantato tante volte (a ventitré anni, a ven-tiquattro anni!), che in 'lui le idee’ avrebbero avuto sul sentimento.
Dopo sposato, naturalmente si calmò, e ci ebbe parte oltretutto una responsabilità, nel senso più solenne della parola, che ricadeva intera su di lui. Rendersi conto che avrebbe dovuto bastare per sé e per la sua Nancy. Cavare dalla sua improvvisata esperienza (per soccorsa che fosse da quella tanta tenerezza) il molto di cui non disponeva sua moglie, e la cui mancanza lei si guardava dal dissi-mulare. «A te Walter i tuoi interessi,» diceva «a me i miei». Un principio che poteva anche andar bene, quando prima dei loro se-parati interessi o sopra quelli, ci fosse poi la solleci-tudine di stare vicini e conoscersi; e a ciò Nancy non badava. AI landò del loro ma-trimonio ci rimaneva un cavallo solo. Doveva essere lui a seguirla, a capirla e a farsi capire; impresa doppia. Come tornava, e le suc-cedeva di tornarne con un giorno di ritardo, da Mead-ville (ossia uffi-cialmente dal collegio dove ancora dava lezione tre volte la settima-na), Nancy era tutta conten-ta di vedere che la casa era calda, pulita, rifornita.
Candidamente persuasa che ciò avvenisse per mira-colo, e a ogni modo senza fatica, osservava che era «as-surdo» sacrificare tempo al servizio domestico «come fa Mrs. Brown o NIrs. White», perché le cose esistono per servire a noi, e non viceversa. E quanto nelle fac-cende intime dell'amore, altrettanto nella condotta usuale della vita, si trattasse di curarsi un raffreddore o di riservarsi un posto nell'aereo per Boston, dove bi-sognava che andasse ogni mese, Nancy era candida per davvero, e sprovveduta da fare cascare le braccia, e altro.



Versatissima in campi che a Ferranini parevano me-no essenziali. Per esempio nella politica municipale di Camden, e pronta, qui, a incoraggiare certe aspira-zioni di suo padre. Nancy se il marito le rimproverava di lasciarlo solo la domenica, o di riempirgli se mai la casa di gente, Nancy rispondeva con tutta serietà:
 «Che vuoi, non me ne intendo, sei il primo uomo della mia vita».
Passò un anno, nelle tre stanze un po’ basse e scure, all'ultimo piano della palazzina dei Demarr, in cui si erano adattati; e nel mondo la guerra, intanto, diven-tava più vasta e disperata. Ferranini si era rassegnato a rimettere i piedi per terra, anche se cercava di an-dare meno spesso all'Old Laurel, che gli metteva ma-linconia. Innamorato sempre, e con la patetica certez-za propizia all'amore che Nancy lo avrebbe fatto sof-frire. Sicuro, d'altra parte, di conoscerla; le faceva l'elenco dei suoi pregi e difetti.
- Sei onesta, non troppo espansiva. Sei orgogliosa, sei sincera. Testarda.
Non era che sbagliasse poi molto, ma in quanto a conoscerla ce ne correva, e sorprese ne avrebbe avute.
- Non sono testarda. E’ che ho sposato un uomo diverso da me. Se tu sapessi prendermi.
Non lo sapeva nemmeno lei in che modo dovessero prenderla, pure non aveva torto del tutto. C'era una capitale incoerenza in quel carattere, che si apriva in qualche imprevedibile momento, e diventava pasta molle come la sfoglia per quant'era tenace e imper-vio di solito. Ma chi fosse capitato a soffiarle all'orecchio un'idea, in uno di quegli intervalli di recettività (sta-to d'animo, stato fisico o qualche diverso impondera-bile), l'avrebbe avuta subito docile, disposta a lasciarsi invadere all'istante. Un'ora dopo nessuno l'avrebbe smossa, o si sarebbe fatto ascoltare. Quello che le ve-niva da una suggestione esterna anche casuale, insinua-ta al momento giusto, le si imponeva, la spingeva a imporsi agli altri. Uno psicologo si sarebbe incuriosito di questa particolarità pericolosa come difficile a so-spettarsi: i suoi, non si dice il povero Walter ma nem-meno i De-marr, i genitori, non ne ebbero mai il sospetto, mentre gli toccava di quando in quando goder-sene le conseguenze. La sua indole di ragazza che vuole la vita per sé, forse un'oscura consapevolezza della sua fragilità fisica, la portò a mettere al fidanzato questa con-dizione: non dovevano avere figlioli. Chissà quale suggerimento, non certo dall'ambiente in cui era cre-sciuta e l'avevano educata, alla vigilia del matrimonio fece che mettesse ai genitori quest'altra condizione. La cerimonia doveva essere solo civile, non religiosa. Per la signora Clementine fu uno scandalo, per il papà Demarr un dolore. Quell'intestatura rimase un mi-stero e finirono con l'attribuirla, a torto, all'ormai im-borghesito Ferranini. Ma si dovettero piegare.
A Boston viveva una sorella di Clementine Demarr, Rose. Le era morto da anni il marito, già cronista nella redazione locale di un giornale di New York. Nancy' andò a trovarla, dopo il suo matrimonio, poi ci tornò, e quelle gite diventarono un'abitudine. Da quanto Ferranini riuscì a scoprire, perché lei stava sulle sue, pa-reva che a Boston l'attirassero certi amici che ci aveva o che si era fatta da poco, e che erano degli intellet-tuali, scrivevano sui giornali. Andava a conferenze, o lezioni, non si sa bene su che argomenti. Nell'aprile ’45, ed era giusto il loro anniversario, arrivata dalla zia Rose, si prese un raffreddore. Telefonò per avver-tire che avrebbe tardato; difatti l'aspettarono quindici giorni. Tornò finalmente, e non era più lei. Il suo Walter, a ogni modo, concluse che faceva fatica a co-noscerla. Aveva cambiato persino lingua.
Non si rendeva conto che Nancy adesso parlava in-glese. Un King's English corretto secondo la fonetica di Harvard e con le inflessioni dei bostoniani dei quar-tieri alti. Ai Demarr, spiegò che non sarebbe più po-tuta andare con loro a messa in parrocchia. Si era con-vertita al rito presbiteriano scozzese (una denomi-nation molto accreditata, da quartieri alti anch'essa), e tirò fuori il certificato firmato dal reverendo rettore della cappella di St. George a Boston. A Walter disse due cose: che si aspettava che entrasse nell'esercito al più presto, per avere subito la cittadinanza, e che lo pregava frattanto di far le carte per il cambiamento del suo cognome, che richiedeva di essere anglosasso-nizzato. Com'era, suonava poco «decente».
Nei giorni del raffreddore qualcuno aveva colto il momento per inocularle il virus di un'altra malattia. Una malattia nota e diffusa negli Stati, dove è oggetto di studio per i sociologhi e di spasso per la gente di buon senso. Si manifesta nel non potere più tollerare niente che non sia (aristocratico) yankismo, che non attinga o richiami l'antica America di genitura anglo-sassone, così rara e chimerica nell'America nuova come la romanità di Catone è oggi ai Parioli o all'EUR.
Ad arruolarsi (voleva dire: mettersi la coscienza a posto ora che gli USA lottavano a fianco dell'URSS, e fare bella figura con Nancy) Ferranini ci aveva già pen-sato. Una certa mattina si era presentato a German-town, Filadelfia, a un ufficio di arruolamento dell'eser-cito. Visita rigorosa. I medici militari, a cui si guardò bene dal far parola del suo vecchio soffio al cuore, glielo stanarono subito. Come straniero, non potevano prenderlo con mansioni civili. Quindi, niente da fare; lo ripeté a sua moglie, e circa il cognome, disse che gli pare-va un lavoro inutile starne a cercare un altro. Nancy accolse male questo secondo discorso. In quan-to al primo, si sdegnò addirittura, come se lui ci aves-se colpa; lo accusò di averle nascosto, sin che erano in tempo, la sua minorazione. Ferranini non se ne offese; era innamorato. E si offriva sempre un pretesto valido alla sua indulgenza: Nancy aveva preso dalla madre il sistema nervoso irritabile, quelle stranezze, bisognava stare pazienti. (Da sua madre poi non prendeva quelle strie di rame nei capelli? e gli occhi d'un verde che ci si incantava a guardarlo). Ma la pazienza è la chiave della felicità coniugale, a patto che si sia in due a ser-virsene, e Nancy s'impettiva dei suoi malumori come del suo piccolo seno rotondo. Del resto anche coi ge-nitori, col vecchio Demarr, le cose non andavano lisce. Una sera in presenza loro e di alcuni amici, annunciò fieramente di essere entrata a far parte del comitato direttivo dell'«American Heritage» Boston. Era un'altra consorteria o lega (ben più potente di quelle che le davano tanto da fare in collegio) di conserva-tori, anche in politica, anzi estremisti in politica, col programma di «restaurare» 'integrità delle istituzio-ni, del costume (e della razza), com'era almeno all'epo-ca della guerra civile: per i cui campioni, sudisti e schiavisti, veniva raccomandata una speciale venerazio-ne. Il vecchio Demarr non sapeva molto dell'“Ame-rican Heritage”, ma gli risultava che fosse anti-cattolica. Fece le sue rimo-stranze alla figlia, le predisse che sarebbe finita nel Ku- Klux- Klan.
- A ogni modo, - ribatté Nancy - io vivrò e finirò da americana.
- E io? Io sono americano da trentadue anni!
Si senti dire che non aveva ancora imparato, in tanti anni, che per la festa del Thanksgiving Day si mangia il tacchino arrosto, non il cappone lesso.
Di questo era fatta la sua infatuazione, per ora. Ma doveva peggiorare. In camera si teneva un cartellone réclame del Corpo dei Marines, un longilineo soldato dai capelli color sabbia come l'at-tillatissima divisa, e tutt'intorno la scritta orgogliosa: «The Only Coun-try That Never Lost a War». A Ferranini toccava spo-gliarsi davanti al manifesto, lui bruno e non alto, sotto gli occhi della moglie e con lo sconforto del raffronto implicito. Frattanto lei leggeva i numeri della «Na-tional Review», un settimanale sciovinista e bellicoso; e contava anche di scriverci, disse. In Nancy Demarr come in parecchi suoi concittadini di quel tempo, an-che più anziani, colti e navigati di lei, lo snobismo an-dava maturandosi in una scelta ideologica; prendeva forza quel movimento d'opinione, o di pregiudizio, che si sarebbe poi chiamato genericamente ’rightismo’, de-strismo, e maccartismo. La reazione rinnovata, reazio-ne a Roosevelt, al New Deal economico, all'alleanza coi sovietici, agli ideali della pace e unità mondiali, si complicava del sempiterno disprezzo- timore delle borghesie dell'Est e del Sud verso i negri e gli immi-grati.
La propaganda era sottile, relativamente discreta a causa delle necessità della guerra, ma instancabile. Nancy fu di essa una delle tante conquiste, e vittime. Una vittima che senza precisamente volerlo diffondeva quel disordine contagiandone quanti le erano vicini. Non riusciva a perdonare ai genitori, e ormai li chia-mava soltanto that old folk, quei vecchi, di essere di sangue italiano e irlandese. Sulle sue tracce la signora Clementine scopriva che Demarr era troppo in là con gli anni, troppo semplice «per capirla» e Walter suo genero, un furbo, che si era accaparrato la moglie ric-ca. Un brutto giorno decise di essere malata grave (d'anima: per la incomprensione e meschinità degli altri); si fece portare a Vanport, sul mare, in una clinica-albergo specializzata per le malattie come la sua, con le relative cure psicanalitiche. E ci rimase. Demarr in un accesso di stizza, ma era anche sconforto poi, dolore, telefonò, e gli scappò detto che aveva fatto bene ad andarsene. Si pentì presto, la supplicò di tor-nare. Quella, forse offesa, ma isterica sul serio come spesso le introverse in attesa del climaterio, a decla-mare che le avevano calpestato l'anima e a giurare che non l'avrebbero riveduta più. Demarr scoppiava a piangere ogni sera come si metteva a tavola, e a conso-larlo non c'era che Ferranini; Nancy, né disappro-vava la madre né la difendeva, restava neutrale. Eppure, con tutti quei ragazzi, con Carmelo il più piccolo che non aveva sette anni, il vecchio era davvero da com-piangere. Siccome la figlia maggiore, che pure voleva molto bene ai fratellini, a quelle cose non ci aveva at-titudine e non trovava il tempo, bisognò che venisse per casa la Esposito, un'anziana impiegata della ditta che nelle ore libere facesse da governante. Fu lei la causa involontaria, se la situazione precipitò per Ferranini e per tutti.
Il marito della Esposito insegnava nella «primary school» dell'Istituto (privato e cattolico) di San Pao-lo, a Camden, sicché nel settembre ’45, come la scuola riaperse, quella pensò bene di iscrivere i ragazzi al San Paolo, e l'incauto Demarr non si oppose. La sua figlia maggiore venne a saperlo con ritardo. L'Esposito fu congedata sul momento. Dopodiché Nancy andò con l'automobile a prendere alla scuola i due fratellini, redarguì anche loro. Poi toccò al padre. I ragazzi do-vevano frequentare scuole pubbliche, scuole america-ne. Non degradarsi nella scuola dei polacchi, dei por-torichegni, degli italiani. Demarr, istruito dalla sorte subita con la moglie, stavolta era disposto a cedere. Era mezzogiorno passato, Ferranini stava nel cucinino, intento a rigirarsi nella casseruola una polenta. Quan-do colse quelle ultime parole di lei. Si buttò fuori strappandosi il grembiale. L'agguantò agli avambrac-ci, la sollevò, la tenne sospesa da terra, la piombò sulla seggiola. Demarr levò le mani non per difendere la figlia, per soccorrere lui. Livido, gli occhi velati, an-naspava. Arrivò all'uscio, barcollante, per andare, per sottrarsi, ma non fu capace d'aprire e rimase lì, attac-cato all'uscio.
Rientrò due sere dopo (dal Sud dove Demarr l'aveva mandato a svendere roba: l'azienda si appesantiva, c'era bisogno sempre più di liquido), con le parole già tutte in testa, che gli pulsavano come vene. Le do-mandò perdono, le parlò. Le fece vedere paziente-mente che sbagliava, in che maniera sbagliava. (In viaggio ci aveva riflettuto. Lei non aveva colpa. Era buona, lo aveva preso quando si era accorta che le vo-leva bene, lui povero diavolo. Dunque è buona, dun-que è ricuperabile, bisognava pulirla d'un fango di cui l'avevano sporcata, ci sarebbe riuscito, l'avrebbe riavuta, rimessa al mondo). Le prese il viso fra le ma-ni, le parlò calmo e serio, la bocca fra i suoi capelli. Ed era una dolcezza ragionarle così. Lei era giovane, e nuova e con tanto amore dalla sua parte, da godere, perché abbandonarsi a delle storture, vecchie, e scioc-che, e poco umane. L'America ha vinto la guerra, sì, ma prima hanno dovuto vincere, dentro l'America, le idee dell'umanità, e cioè poi un'idea sola, che siamo d'una razza, tutti, anche i portorichegni, e abbiamo tut-ti bisogno delle stesse cose per vivere, il nostro pane, una casa, e la nostra donna.
Si ridusse a dirle questo, povero Ferranini. «Da fi-danzati, mi chiedevi se ero un commy». (Un comuni-sta). «Tu pensa che anche un commy può essere un bravo lavoratore, un bravo cittadino USA».
Nancy lo aveva lasciato dire; incupita però, nel viso chiuso. E dopo, lui non se la trovò in camera, era an-data a dormire giù, coi fratellini. Non gli rivolse la parola per diversi giorni, finché venne la metà del mese, quando di solito partiva per la gita a Boston. Partì difatti, senza speciali preparativi, salutò il pa-dre, i fratelli, e a lui buttò un «so long”. Ferranini non si illuse, sapeva che la stava perdendo, ma si era imposto di avere coraggio, e ne ebbe. Passarono due mesi. Lei non si vedeva. Passò l'ultimo giovedì di novembre, il Thanksgiving Day, e lei non si vide. (Si era attaccato alla speranza che per quel giorno sarebbe tornata). Telefonava tutte le settimane al padre, o alla madre a Vanport, dando notizie di sé molto generiche e senza parlare delle sue intenzioni. Solo annunciò che da Boston si trasferiva a New York. Era stata assunta alla «National Review» come segretaria di redazione.
Demarr e Ferranini, vedovati d'un tratto tutti e due si guardavano in faccia, il vecchio sbalordito ancora e interrogativo, l'altro muto, inasprito oramai. Il suo cero cominciava a fargli discorsi che gli sembravano stupidi, a dir poco. Doveva esserci un altro uomo che tirava a portargliela via, andasse un po’ a vedere, se ci teneva al suo onore. Non è giusto abbandonare sola una ragazza di quest'età. «Ma smettetela» si rivoltò lui, una di quelle volte. «L'onore. Me ne frego ben io. Me ne frego di vivere! Capite?».
A lavorare ci stava ancora, puntiglioso e paziente, con la testa storna, che le precisioni contabili ci rim-balzavano come palline di celluloide. Ma non gli riu-sciva di restare fermo, era in perpetuo movimento dall'ufficio al magazzino e di nuovo in ufficio, e certe sere gli ci voleva un'ora al computometro per stilare una fattura. Si ritrovava col microfono alzato a non ricor-dare a chi o perché stesse telefonando. Però non ri-nunciò all'Old Laurel, dove da poco la neve alta aveva sepolto i colchici, e ci tornava (ci tornava per il quar-to anno e adesso senza che nessuno ce lo attendesse o lo mandasse); talmente poco esperto di se stesso e di quelle cose che non capiva che bisogno fosse il suo di tornarci, per inventariare quegli alberi a uno a uno, per riconoscerli, e i cespugli, e i sassi. Da pallido che era sempre stato diveniva giallo, e si trascurava, vestiario e il resto; sicché Demarr dovette ricordargli che in America ci si rade tutte le mattine perlomeno. E gli passò paterno un vasetto di sali iodati di Saint-Andrews che erano buoni, diceva, per il mal di fegato.
Era vissuto sin lì come un animale, contento di. non sperare e di non ricordarsi; non aveva tirato una con-clusione, cercato una giustificazione. La fine della guer-ra, parentesi enorme che si chiudeva anche per lui, non gli aveva causato sollievo; preferiva non tenerne conto, ignorarla, al modo che prima per tutti quegli anni gli annunci, i bollettini, la propaganda, comprese le no-tizie dello sfacelo del povero paese che si era lasciato alle spalle, quell'immenso frastuono era passato senza sfiorarlo, non lo aveva distratto nella sua ottusa tran-quillità. Si ripeteva, a intervalli, che lui era tutto un marcio, tutto uno schifo. Ma senza convinzione, lita-nie stracche.
Di farsi il processo, adesso che di materia ne aveva abbondante, non si curava più. Né di immaginare, e cominciare a disporre, un avvenire né di addossarsi il passato che così gli si era riempito di macerie. Da anni non leggeva un libro, non discuteva, non ragionava un problema. «Ho il cervello che non carbura» gli ba-stava a scusarsi. Quell'aguzzare una definizione sino al paradosso, quel grattare le idee sino a vederne la cor-da, che una volta (ma a vent'anni, a ventidue) lo im-pegnavano tanto senza togliergli l'ambizione degli ideali difficili, e poi il bisogno di reagire contro l'am-biente (per esempio contro l'anarchismo diffuso fra i suoi compagni in Spagna), tutto questo era finito e dimenticato. L'istinto che aveva avuto di imporsi, di imporre intorno a sé una mentalità, una disciplina.
Non si riandava, però, e non faceva confronti. Met-tersi gli occhi addosso, misurare quello che si è stati, sono cose che uno le fa se ha ancora un interesse a conoscersi, qualche speranza in se stesso. Lui si lasciava spingere, dai giorni, dalle ore che il calendario sulla scrivania, la sveglia in cucina, buttavano fuori; tirava avanti stra-scicando i piedi, a occhi chiusi. Il mondo per lui era da liquidare, scopi lui non ne aveva, in-teressi non ne aveva. Il vecchio Joe Sorrentino, un fornitore della ditta, gli confidò che si ritirava dal commercio, si era comperato una casetta in Florida; e Demarr, avrebbe seguitato a lavorare, a chi lasciava l'azienda? Lo guardò incredulo, stupito delle domande assurde come sé gli chiedessero notizie dell'aldilà.
C'era chi le decisioni le sapeva prendere, e per due. Ferranini le conobbe passata da poco la grama festa del Thanksgiving Day. Trovò la lettera sotto la porta del loro appartamento mentre tornava frastornato da un lungo sfogo di Demarr, che si impensieriva anche troppo per l'andamento degli affari. Addio guerra, ad-dio bonanza, sfumato il tempo che la gente comperava senza guardare ai prezzi né alla merce. Cominciata la smobilitazione dell'esercito e dell'in-dustria ricomin-ciava la disoccupazione, e vendere diventava difficile. Niente di nuovo, aveva pensato Ferranini ascoltandolo, niente da meravigliarsi: non siete capitalisti? Visto che chi ne soffre davvero non siete voi, avete sempre detto che «accettate» le crisi, la disoccupazione, come manifestazioni fisiologiche del sistema. Demarr era di un altro parere. La sua ditta contava specialmente sul-la clientela operaia delle periferie, e i disoccupati volevano dire più fatica a vendere e meno guadagni: dunque, per non andare sot-t'acqua, ridurre le spese. La guerra è finita, mettiamo la testa a posto. Cerchia-mo di fare economia, in bottega e a casa. Ci pensasse anche lui, lo aiutasse. L'Old Laurel, potremo più tenerlo?
Demarr però aveva ragione. E poteva ben parlare alla prima plurale. Ormai non era un capitalista anche lui, Ferranini? E se si era goduto senz'aprir bocca la vacca grassa, era onesto fare il critico, dire: «voi capi-talisti», solo perché la vacca cominciava a dimagrire? E così non poteva dare torto a sua figlia. In un altro campo bisognava che desse ragione anche a lei, se non era proprio un cialtrone d'un ipocrita. Socialismo è libertà, anche fra uomo e donna; aveva criticato da giovane la schiavitù matrimoniale borghese, e ora da marito ci si doveva aggrappare? E poco importa se la lettera era gonfia e misera, tenuta su con gli spilli d'una gentilezza bugiarda a coprire disamore e disprez-zo. L'America (divagava la lettera) doman-da il contri-buto attivo delle sue donne, come ai tempi della Fron-tiera, per salvarsi dai suoi nemici interni, e Nancy Demarr non sarebbe mancata all'appello. Gli sarebbe stata grata «con tutto l'animo» di aiutarla a ritrovare la disponibilità della sua persona. Fra loro non ci po-teva essere armonia anche perché i principi per cui loro due stavano erano opposti, e disgraziatamente non è possibile che uno che è fedele al comunismo sia fe-dele e leale verso gli S.U. Il silenzio di lui in quelle settimane la «incoraggiava» a credere che il suo giu-dizio fosse condiviso, perciò (questo il punto, che fra le inutili parole Ferranini aveva cercato con una gelida attenzione che sperò indifferenza) lei lo pregava di in-viare agli avvocati Lavv e Blumenstein, New York, N.Y., il suo consenso scritto per la loro mutua libera-zione. Grazie in anticipo, e grazie delle «buone gior-nate» che gli doveva, e che sarebbero «rimaste incan-cellabili» nel suo ricordo. Eccetera.
In ufficio la mattina dopo lo aspettava Demarr, in maniche di camicia davanti la finestra spalancata. La faccia apoplettica, il vecchio sudava e sbuffava sempre, anche d'inverno.
- Ne sai niente, Walter, abbiamo dozzine di galloni di solventi in magazzino. Perché non li mandi fuori. Dico, se capita un'ispezione non ci salva nemmeno la Madonna del Carmine.
Gli infiammabili dovevano essere man mano smista-ti al deposito che avevano fuori città. Da un mese Ferranini non dava gli ordini. Semplicemente se ne era dimenticato.
- Sono una bestia. - Ma lo disse torvo, senza giu-stificarsi. Demarr gli andò vicino, gli calcò le due mani sulle spalle:
- Non è che sei una bestia, stai uscendo matto; non capisci niente più. E io ti dico, falla tornare. Portatela a casa. E’ buona d'animo, credimi, è più buona del pa-ne, bisogna conoscerla. Senti questa, mi è tornata in mente poco fa. Volevamo farle un apparecchio per te-nerle a posto i dentini dinanzi, aveva nove anni. Non c'era verso di portarcela, e allora le dico: «Guarda, il tuo papà finché non vieni dal dentista non fuma più». E caccio la pipa nella stufa. Dopo mangiato, la sera, me ne stavo li zitto, con uno stecco in bocca. La bam-bina mi guardava. Poi si muove, mi prende per un braccio: «Papà, portami dal dentista». Cos'hai, Wal-ter? Ridi?
Non ci badate, Demarr. Lasciatemi perdere. Ma cosa, Walter? Non mi credi?
Gli sportellini del vecchio bimotore Dakota che lo avrebbe trasferito, scarrocciando malamente, oltre l'Atlantico, si chiusero per la partenza qualche minu-to dopo la mezzanotte del 30 dicembre '45, ossia quan-do si chiudeva per lui il trentunesimo anno d'età. Du-rante il lungo, non tranquillo, volo notturno lo colpì quella coincidenza; la gioventù era andata. L'America scompariva nella notte dietro di lui, con il suo buio e le sue luci, e così senza rimedio ma anche senza re-sidui, scompariva il suo passato, il buono e il cattivo che aveva avuto.
E naturalmente, anche qui sbagliava. Scesero a Shannon in ritardo, e la mezz'ora di attesa lui la impie-gò ad ascoltare avido, dalla ragazza che stava al chiosco dei giornali, dal personale della stazione, l'accento ir-landese che era l'accento della signora Clementine, di Nancy quando l'aveva conosciuta. Prima di ripartire, ci fu la visita alle carte dei passeggeri, e quelli di na-zionalità americana ebbero l'invito a formare un grup-po separato. Quasi senza saperlo, Ferranini si accodò agli americani. Intervenne l'ufficiale di dogana:
Prego. Lei dall'altra parte. Avrebbe bestemmiato.

v
I ferrovieri italiani conoscono bene la Provvida, lo spaccio che si trova in tutte le stazioni importanti e dove vanno, o mandano le loro donne, a fare la spesa. In quanto all'ex ferroviere Ferranini, c'erano motivi perché lui ne conservasse un ricordo speciale. Mentre aspettavano il treno delle 8 e 34 per Roma, indicò a Nuccia il locale.
- Ci ho passato i sei mesi più luridi della mia vita. A Reggio, luoghi e cose che gli richiamassero in qualche maniera la brutta avventura americana ne re-stavano davvero parecchi. Troppi.
- Appena arrivato da Camden, lavoravo là come ge-store. Uno stanzone che non ci avevamo che poche cas-sette di farina di piselli, latte condensato e scatole di macherello. Made in USA. Dalla Pennsylvania alla sta-zione FF.SS. di Reggio, così, di colpo.
Camminavano su e giù sotto la tettoia invasa dalla nebbia, che li isolava. Le parlava di quel ritorno: tut-to in quei primi mesi gli era estraneo («bada bene se non è una porcheria»), estraneo colpevolmente, come fosse un delitto per la gente parlare italiano, abitare in case fatte all'italiana. E ce ne volle del tempo per ri-pulirlo, farlo sentire come prima. A Parma era fermo un battaglione del 27th Rifles, americani della costa occidentale, la metà cinesi. Non andava più a Parma per non trovarsi a sentirli parlare, a sentire quell'odore di tabacco Virginia. Se la gente gli chiedeva: «Dove sei stato tutti questi anni?», non rispondeva, cambiava discorso.
Ti piace l'autocritica - disse Nuccia. - Sei un comunista di vocazione. Potresti ammettere semplice mente che eri innamorato.
Vennero questi della Ferrovia, della cellula della Ferrovia, a chiedermi di entrare, gennaio del ’46. Loro, mi credi? a braccia aperte. Che erano stati qui a patir la fame, a farsi ammazzare alle cantonate, mentre io me la godevo. E di questo, bada, mi vergognavo e quasi avevo pudore di farmi vedere a prendere la tes-sera. Ma del resto, no, dell'americaniste cretina non mi vergognavo, capisci?
Parlava forte. Qualcuno sotto la pensilina si voltò.
- Attento! Nuccia sorrise - a Reggio Emilia sei un'autorità.
Però era tenace la sua parte. Andò a pescare l'esem-pio di Carlo Marx:
- Tua moglie non se lo meritava, ma se uno è in-namorato non c'è tanto da vergognarsi. Marx era inna-morato della sua Jenny, una volta non si fece vedere a un congresso nel Belgio perché la Jenny lo aveva pre-gato di non lasciarla.
- Che c'entra Marx e i santi. Nel caso mio agiva l'automistificazione, mi spiego? Io lo sapevo bene che cosa stava dietro a mia moglie e all'America. Fingevo di non saperlo. Uno che la pensa come me è conti-nuamente minacciato dalla tentazione, finché vive in un mondo che non è socialista. Deve lottare. La por-cheria è che io quel mondo ce l'avevo dentro! Lo di-fendevo. Lo rimpiangevo.
A confermare che Ferranini era un'autorità soprag-giunse, sbu-cato proprio dal locale della Provvida, un uomo calvo, curvo in una spolverina grigia, la faccia che raggiava speranza:
- T'ho riconosciuto dalla voce. Tu non mi puoi conoscere, eppure sono, pensa bene, il tuo successore. Alla Provvida. Mi chiamo Zamboni, e scusa se appro-fitto. Ho un favore da chiederti, per mio figlio.
- Walter, il treno è in arrivo - avverti Nuccia.
- Prenderemo quell'altro. Di’ su, Zamboni.
- Due parole. Mio figlio era deviatore, qui in fer-rovia. Adesso è a casa per una psicastenia da fatica, e gli riconoscono la malattia, non la causa di servizio. Zamboni Ivan. Ti faccio un appunto su un pezzo di carta?
- Ma No. Ne parlo al capostazione, subito.
- Sarebbe qualcosa. E senti, Ferranini. Mio figlio è malconciato tanto. Tu che sei socialista: dite che gli sfruttatori dei lavoratori finiranno. Ma quando saremo liberati dal lavoro?
Il treno era arrivato e stava già ripartendo. Ferranini fece entrare Nuccia al caffè e andò in cerca del capostazione.
Era fuori, c'era un vicecapo. Un giovanotto di San Donato, frazione di Vimondino.
- Ti ricordi di Don Marx?
- E come.
- Io sono figlio di suo fratello.
Il vecchio, e morto da un pezzo, prete di Vimondino, Massimo Panciroli, si faceva chiamare Don Max e si lasciava chiamare Don «Marx» da qualcuno dei par-rocchiani. Pare che avesse detto dal pulpito che questa bestia nera, Carlo Marx, non è poi il diavolo e anzi non è molto lontano da Gesù Cristo visto che tutti e due avevano predicato contro Mammona e l'adorazio-ne della materia.
Dopo quel riferimento paesano, il giovane Panciroli presentò in termini di partito. Orgoglioso della sua speciale posizione.
- Dirigo il sindacato ferrovieri, qui di Reggio, affi-liato alla CGIL. Ufficialmente: in pratica ho altri in-carichi. Tu conoscerai il piano Keller.
- Ne conosco l'esistenza.
Keller era un collaboratore di Lenin, che dopo la caduta del governo provvisorio si rese benemerito del-la Rivoluzione risorga-nizzando le ferrovie russe. Col nome di Keller, quelli che ne sono informati indicano un piano disposto dal partito per la condotta delle fer-rovie dell'Italia centrale in caso di emergenza.
- Tu saprai, compagno, - proseguì Panciroli alzan-dosi per chiu-dere la porta dell'ufficio - che secondo il nostro piano le linee Piacen-za - Arezzo e Ferrara - An-cona sono divise in tanti tronchi, ognuno affidato a un gruppo, oltre ai tre comandi designati a assumere la direzione dei compartimenti di Bologna, Firenze e An-cona. Io sono responsabile di un gruppo, suddiviso in varie squadre per i diversi compiti. Perché sono pre-visti due tipi di intervento: l'operazione E (esercizio), e l'operazione 5 (sabotaggio e interruzione del traffi-co). Ho una squadra al deposito locomotive, una che si occupa della linea, un'altra della rete aerea, una quarta degli scambi e segnali eccetera.
Ferranini pensava al grosso ministero di via delle Botteghe Oscure, il piano Keller diventato una ’pra-tica’ fra migliaia di pratiche, chiuso e probabilmente dimenticato in una cassaforte, sotto un dito di polvere.
- Speriamo - disse - che l'ora X non venga troppo tardi.
- L'organizzazione è discreta - quello seguitava.
- Invece, lascia molto a desiderare l'elemento uomo. In un certo senso, vedi. Perché di iniziativa ce n'è, e anche troppa. Manca la disciplina. E vedi, tu che sei fuori dell'ambiente ferroviario, mi piace-rebbe che la prima volta che tornerai a Reggio te ne occupassi, co-me arbitro voglio dire, di una questione che esiste fra me e il mio sottocapogruppo. Il mio immediato dipen-dente nell'organico del Piano. Come grado in ferrovia è appena uno scambista ma mi sta ro-vinando il lavoro che ho fatto in due anni di fatica. Con la sua prepo-tenza. Mi aizza contro i nostri uomini. Vorrebbe met-tersi al mio posto, non vuole dipendere da me. E non è giusto, io la carica che ho, me la sono meritata, ho diritto di tenerla.
- Cristo, ma sono tutti così - sfuggì a Ferranini.
- Come dici, compagno?
- Niente. E chi è questo sotto-capogruppo? Non è un certo Zamponi Ivan?
- Si, Zamponi Ivan. Adesso si è dato ammalato, ol-tretutto è un lavativo. Tu lo conosci?
- Me ne hanno parlato.
- Vedi dunque? Fa parlare di sé, mentre anche i nomi degli individui, tutto dovrebbe essere segretissi-mo! Tu capisci.
- Sì sì, capisco - fece Ferranini, alzandosi. - E non vedo il momento di andarmene. A che ora c'è il treno per Roma?
- Alle 9 e 45 - rispose Panciroli, stupito. - Ma dimmi, compagno, tu sei venuto qui, avevi bisogno?
- Appunto. Di sapere a che ora c'è il primo treno per Roma. Arrivederci.
Partirono finalmente, e Ferranini se ne rimase zitto finché il treno, aprendosi la strada nella nebbia, rag-giunse e superò la grande galleria dell'Appennino. Come riuscirono al sole dell'altro versante Ferranini si rasserenò anche lui, e abbassò il vetro per fare en-trare l'aria nuova e pulita.
- Be', - si volse a Nuccia, terminando un suo riser-vato ragionamento - dopotutto valeva la pena di in-contrare quel povero Zamponi padre. Sai cos'ha detto in ultimo quello Zamponi? Ci promettete la liberazione dal capitale, ed è una bella cosa, però sarebbe più bella se ci liberaste dal lavoro.
- Dal lavoro? E come si fa, non è una sciocchezza?
- Non è una sciocchezza, tanto è vero che i classici prevedono una riduzione al minimo del lavoro dopo attuato il comunismo. Ma a me pare che il lavoro non potrà essere ridotto e tanto meno abolito. Lo impe-disce una legge che non è economica, è biologica, o è semplicemente fisica.
C'è, le spiegò, l'evoluzione, legge universale, legge eterna. Dire evoluzione, è come dire lotta per la vita, che si manifesta in due modi: la guerra (coi propri simili) e il lavoro. Il lavoro è ancora una guerra, con-tro la realtà ambiente, la natura. Gli uomini forse abo-liranno la guerra. Il lavoro no, non riusciranno a abolirlo.
- Tu sei un uomo politico - osservò Nuccia.
- Io? Un attivista del PCI, nient'altro e me ne vanto.
- A maggior ragione: non ti converrebbe di la-sciare le teorie ai teorici? Intendo, scusami sai, fermarti al credo in Dio padre, la dot-trinetta che insegna la Fe-derazione. Che tu devi insegnare ai tuoi della base.
Pensava che quel prender di petto, e gli succedeva, gli suc-cedeva, questioni troppo più grosse di lui, non fosse una cosa buona per il suo equilibrio, in nessun modo. Quei fervori un po’ noiosetti di autodidatta (e sotto le era facile indovinare, dell'autodidatta, la in-transigenza, la suscettibilità scontrosa) non promette-vano quiete. Nuccia aveva da parte sua una minuziosa preparazione filologica universitaria, un tirocinio di lavoro specializzato in un campo estre-mamente specifi-co, e le piaceva di infischiarsene, non ci dava im-portan-za nella sua vita. Era del parere che la cultura ha per beneficio principale di persuadere un certo scettico distacco, anzitutto dalle cose stesse della cultura. Qui lei e Ferranini si vedevano da angoli opposti. Si era trovata a pensare: fra me e Walter ci sono due dia-frammi, sua moglie e le scuole serali.
Ma aveva apparecchiato sulla tavoletta col cestino preso alla stazione (la proposta di andare al ristorante del treno era stata respinta), e Ferranini attaccava a mangiare. Quindi non lasciò più udire che i suoni, questi in abbondanza, della sua convinta masticazione. Serio; e ogni tanto si guardava intorno come se qual-cuno glielo dovesse minacciare il suo mangiare. Del resto mangiava e cambiava umore, in meglio. A cose finite arrivò a farsela sedere vicino, visto che erano soli, e passarle il braccio intorno ai fianchi, prémerle col gomito dove sapeva lei.
- Di’ che sei contento di tornare a Roma.
Avrebbe voluto che Walter ci si fosse attaccato, a Roma, patria del loro amore, come qualche volta si era arrischiata a dire.
- A Reggio adesso non ci sto volentieri di sicuro. Che poi mi piaccia Roma, è diverso.
- E allora l'America? La tua America?
I discorsi della sera, e della mattina, autorizzavano di più di quella modesta ironia, e Nuccia non è che fosse poco gelosa. Vedeva di nasconderlo, e si aiutava facendo conto sulla delebilità degli affetti maschili, non proprio a torto. La bella Nancy, infine era lonta-na, e non nel tempo soltanto.
- Di', ci torneresti in America?
- Tu scherzi. Il compagno Ferranini non può avere che un ideale.
- Il paradiso in terra - terminò lei.
Lui rise:
- L'URSS, naturalmente.
- Però, - osservò Nuccia - l'America ti ha fatto dimenticare la notizia che ti ho portato. Che c'è uno dei tuoi capi che vuole conferire con te.
- Può darsi che non me ne sia dimenticato. Io sono a scomparti, come questo vagone.
- Qualche scomparto eh?, resta al buio. Bada che un deputato comunista non può salvarsi nell'incon-scio! I classici non lo per-mettono.
La conversazione volgeva insolitamente al mondano. Ferranini sentì il bisogno di riprendersi.
- La verità è questa - disse rimandando Nuccia al suo posto. - Che il socialismo è una cosa difficile. Da una parte è meglio che tanti non lo sappiano.
All'arrivo, scendendo dal treno, Nuccia gli fece no-tare che aveva il tempo di passare alle Botteghe Oscu-re. In Direzione.
Lui non ci andava volentieri. Quel portone, quei corridoi e sale, erano una materializzazione inadeguata e insieme presuntuosa. Lo deludevano non senza met-terlo in soggezione. Pensava che il comunismo italiano diventava troppo Roma, là dentro. Se mai, quello che poteva attirarcelo era la speranza di incontrare (per caso) il compagno Maccagni. E la mattina aveva letto nell'«Unità» che Maccagni non si trovava in sede.
- E’ tardi - rispose.
- Qui la vita si sveglia a quest'ora, te ne sarai accorto.
E lo spinse in un tassi.
- Auguri, Walter.
- Auguri che cosa? Vado a prendere ordini, ecco tutto.
E ce ne fossero stati ordini. Nessuno ne aveva. Nes-suno notò la sua presenza, nemmeno lo riconobbe.
E c'era dunque anche la suscettibilità offesa: «dove sono un ignoto sono un intruso». Entrò in tre o quat-tro degli illuminatissimi uffici senza che una testa si alzasse. Percorse i corridoi incrociando indaffarati su-balterni (la Direzione era riunita sotto la presidenza del vicesegretario Mauro). Al solito l'ambiente lo re-spingeva, e lui tornava a dirsi niente di strano, il ti-pico rapporto con la base. Qua dentro io sono 'sol-tanto' la base!
Unica faccia amica a pararglisi innanzi, quella liscia e austera del dottor D'Aiuto. Un funzionario, addetto sino a qualche giorno prima alla Federazione di Roma. Uno della base, anche lui.
- Non mi risulta - rispose D'Aiuto - che ti ab-biano cercato. A ogni modo, se a avvertirti è stato Amoruso, sentiamo da lui.
Giusto, bastava telefonare a Amoruso. Chiamarono il suo alber-go, chiamarono la Camera, di Amoruso nessuna traccia.
- E’ un napoletanaccio, sempre a spasso, sarà magari al Caffè Rosati - concluse Ferranini. Voltò le spalle al D'Aiuto, si avviò per andarsene. Nell'anticamera s'imbatté in un usciere, ebbe la cattiva idea di fer-marlo.
- Di’ su, è vero che il compagno Maccagni è all’estero?
Quello alzò l'angolo della bocca, fissò con severità la punta delle scarpe di Ferranini:
- Mi spiace, non sono autorizzato a dirlo.
- Ouh, - fece lui - a sòun megga ’na spia, veh. Son Ferranini, di Reggio.
Più tardi ricordando con rammarico l'incidente, due fatti non riu-sciva a spiegarsi, la battuta nel suo dialet-to (che non usava), e come mai al primo mettergli le mani addosso, dalla giacca dell'individuo fosse caduto un bottone.
Entrava l'onorevole Boatta. Vide il collega che scuo-teva l'uomo, afferratolo con le due mani al risvolto. L'agguantò per un braccio, se lo tirò dietro nell'ascen-sore. Aveva capito subito, e siccome gli voleva bene a Ferranini, cercò la nota appropriata:
- Ma per forza! Qua non ci vieni mai, è logico che non ti conoscono. Fatti vedere più spesso. Cosa volevi sapere dall'usciere? Dov'è Maccagni? Era a Praga, e in questo momento sai dov'è e che cosa sta facendo? E’ a Mondragone, nel villino di sua nipote, quella sposata. Probabilmente Sta giocando al teatrino.
- Al teatrino?
Sì: seduto sul tappeto con i figlioli della nipote. Gli vuole un bene dell'anima. Il marito della nipote è un cattolico praticante e i bambini si preparano per la comunione. A istruirli viene per casa il parroco, e col parroco Maccagni ha (dicono) delle cordiali con-versazioni.
- Devo esserti sincero, Boatta? A me queste noti-ziette non mi vanno, per me Maccagni non è un uomo privato. Ti direi, che non glielo permetto di essere un uomo privato. Non so se mi capisci!
Intransigente.
Liberatosi da Boatta, costeggiava palazzo Bolognetti verso Piazza del Gesù, quando alle sue spalle si fermò un tassì e ne venne fuori Nuccia.
- Ho già fatto, sono stata in libreria, ora sto con te e tu racconta.
Ascoltò, disapprovò, poi decise che bisognava andare alla Camera.
- Non c'è seduta domani.
- Ci vai lo stesso. Ci puoi trovare Amoruso.
Ci andò la mattina, e non trovò nessuno dei colle-ghi. In tutto non vide più di una decina di deputati. Vuota la sala riservata al suo grup-po, semivuoti i cor-ridoi, persino la buvette. Quanto alla sua Commis-sio-ne, avrebbe ripreso i lavori solo il lunedì. Dopo avere speso un'ora a leggere i giornali, passeggiò di nuovo, bevve due caffè e invidiò quelli che fumavano. De-putato senza clientela, con pochissime relazioni fra i colleghi stessi, da quando frequentava quegli ambu-lacri ci si era sempre annoiato. «Quattrini spesi ma-le», in questo giudizio sommario aveva già conglobato l'architettura ridondante e lo spreco di bibite, il tem-po perso in chiacchiere e il troppo odore di cera da pavimenti (che gli rimaneva nel naso, emblematico e fastidioso). Alla fine si risolse a andarsene. Doveva pas-sare però all'ufficio postale. Davanti allo sportello, nel-l'ufficio, era china una schiena grigia, pode-rosa, e la rotonda voce diceva all'impiegato:
- Sono sotto fazia. Stampe sotto fazia.
Di politici romagnoli, incuranti di sottrarsi alla in-compatibilità regionale con lo sc, Ferranini ne ricorda-va due: e uno era quello che inventò il fascismo, ma non ne seppe mai pronunciare il nome passabilmente. L'altro era appunto il parlamentare, illustre, che stava spedendo il plico. Questi ricambiò il suo saluto, poi, notando la copia delle «Izvestija» che gli spuntava dalla tasca:
- Sono indiscreto se le chiedo per un attimo il suo giornale?
Il numero, vecchio di una settimana, portava un ar-ticolo sulla prevenzione (molto apparato, poca sostan-za) degli infortuni sul lavo-ro nei paesi dell'Europa ca-pitalistica. Mentre l'altro dava una scorsa al giornale, Ferranini pensò che non aveva buttato via la mattina. Erano mesi che aspettava l'occasione di presentarsi.
- Ferranini? - gli rispose Nenni con una cordia-lità che lo fece diventar rosso di gratitudine. - Ma io ti conosco. Tu sei emiliano mi pare, e del PCI. - E lo invitò a sedere vicino a lui.
- Ci conoscemmo, come dire diciotto anni fa - ag-giunse Ferranini.
- Dove, in Spagna?
Si erano veduti, invece, a Parigi, in un vecchio ri-storante della rue des Petites Ecuries, al Boulevard Poissonnière. Il vinaio di Pas-sy, Brighenti, a cui Ferranini avrebbe dovuto più tardi l'infausto pas-saggio in America, non aveva stoffa di esule politico ma era di fede socialista, era stato un sostenitore di Serrati e del massimalismo. Senza arrischiarsi in rapporti rego-lari coi nostri fuoriusciti, non li perdeva di vista, con la debita circospezione ne indicava i recapiti. Una sera Ferranini aveva fatto, a piedi, la lunga strada sino al centro di Parigi. Trovò nella trattoria, con altri con-nazionali, l'uomo che sarebbe stato il capo del risorto socialismo italiano; allora sui quarant'anni, con il vi-sus un po’ greve del miope. Modico all'appa-renza e nel parlare, ma vivo nell'azione come cauto e acuto nel pen-sarla: portava (e di questo Ferranini già a quel tempo aveva un'idea) il suo contributo di perseverante realismo a un partito che ne è sempre stato povero. La saletta del mezzanino dava su un cortile nebbioso, era male riscaldata. Nenni stava terminando di cenare con a fianco il ferrarese Albini, suo collaboratore nel foglio del partito che usciva in Francia, e il lombardo Casiraghi reduce anche lui dalla Spagna, dove aveva comandato un reparto della Listerò, e destinato a ca-dere cinque anni dopo a Cuneo, ucciso dai tedeschi. Nenni mangiava frugalmente e parlava anche meno.
Sotto la boìna azzurra che non si cavava mai, la fronte era chiara e distesa. Casiraghi e Albini si misero a di-scutere sulle diverse anzi contrastanti prospettive (in Italia) dei due movimenti, socialista e comunista. Nenni li lasciò dire, poi osservò, con semplicità:
- Avete mai parlato con un prete? Un prete vi dice che è cattolico, ma se ci pensa un po’ vi dirà che è cristiano prima di tutto. E noi, potremo essere serra-tiani o stalinisti o trotzkisti, ma prima di tutto saremo sempre marxisti. C'sa dit tè, Pirèin?
Pirèin, Piero, era l'Albini. A Ferranini sembrò, un'impressione che faceva onore al suo intuito, che Nenni avesse il gusto (che bisogna dire così raro, così umano) della tolleranza. Ma lui poco maturo com'era, anche per rendersi conto che tollerare non è transigere, non apprezzava quell'atteggiamento. Erano i giorni in cui cominciavano a diffondersi voci di un'intesa fra Mosca e Berlino. Casiraghi gli si rivolse per doman-dargli, polemicamente:
- Tu come te la spiegheresti, da comunista, una svolta così?
Ferranini aveva pronta la difesa.
- Stalin si tira indietro per lasciare che gli occiden-tali si sbranino fra loro. Perché dovrebbe mettersi con-tro i tedeschi? Non sono capitalisti anche i francesi e gli inglesi e i polacchi?
- Mo sé - fece Nenni, conciliante, e il Casiraghi non insistette.
Ma dietro al viso largo su cui sfavillavano gli oc-chiali, c'era ben meglio che una bonarietà dialettale. Lo aveva invitato a mangiare qualche cosa con loro (Ferranini aveva una lunga fame, disgraziato). Lo ave-va interrogato con simpatia, senza condiscendenza; quando si congedò, fu l'unico a alzarsi per stringergli la mano.
- Si sta preparando il cataclisma - gli disse. - E dopo la guerra, sarà la vittoria del socialismo, defini-tiva. Tutti noi potremo tornare alle nostre case, eppure quello che sta per succedere è talmente grave che io preferirei seguitare così, questa vita amara, se con ciò lo si potesse evitare.
Benché non gli restasse memoria dell'episodio (era logico), Nenni ci si interessò.
- E adesso che cosa fai, Ferranini, qual è la tua spe-cialità. Visto che dobbiamo essere tutti degli specia-listi, dicono!
Dopo la spiegazione di Ferranini, osservò.
- Le destre vi accusano di affarismo, proprio per-ché le vostre cooperative sono efficienti. Intendo, an-che dal lato economico.
Ferranini sorrise:
- Quando c'ero io, sino a meno d'un anno fa, le destre ci accusavano di mettere prima la politica del PCI che gli interessi dei nostri soci. Ora invece sento dire che ci considerano affaristi, e «scimmie del ca-ptialismo». Buon seguo. Io per me sono cont-entissimo.
- E come rispondete all'accusa?
- Tu sai come gli avversari giudicano le cose in Russia. Le cose dell'economia. Se vanno male, il co-munismo ne ha colpa. Se vanno bene, il comunismo secondo loro è incoerente, perché imita i metodi capi-talistici, e il merito, se mai, è di questi metodi. Lo stes-so per le cooperative emiliane. Ora che vedono che le cooperative sono prospere, i borghesi gridano all'affa-rismo. Ma io traduco: produt-tivismo. E ai compagni di Reggio consiglio: curate la produttività. Quello che va evitato non è il produttivismo, è il particolarismo, ossia l'interesse non come fatto solidale dell'organismo collettivo ma come profitto (e vanità) del singolo individuo. Il nemico numero uno, anche nella iniziativa cooperativistica come in tutte le espressioni del socia-lismo, è questo. Il particolarismo, il personalismo.
- D' accordo, Ferranini. Prèdico anch'io la stessa cosa.
Si alzò. Lui non si rese conto che lo stava accapar-rando, e gli tenne dietro, infervorato.
- Però tu capisci, compagno, che in pratica discri-minare non è facile. Lo stesso comportamento, è buo-no se ha per scopo l'incr-emento dell'organismo collet-tivo, è dannoso se parte dal presup-posto: «io, indivi-duo, devo far quattrini, io devo distinguermi, arric-chirmi, sorpassare gli altri». Distinguere non è facile, è questione di stati d'animo, intenzioni. Ti pare, com-pagno?
- Dici bene, Ferranini, imponderabili che diventa-no ponde-rabilissimi a lungo andare, nei loro effetti, E ci vediamo, vero? Ne riparliamo.
Un minuto dopo, era al telefono. Bisognava che an-nunciasse subito, che raccontasse.
- Dove sei? rispose Nuccia. - Ancora alla Ca-mera? Tutto bene?
- Si, sto bene, sto meglio, mi pare d'essere un altro. E che stesse meglio lo capì subito l'amico Amoruso, squadratolo con l'occhiata riassuntiva del medico. Si erano scontrati sul portone mentre Ferranini lasciava Montecitorio.
- A quest'ora arrivi. Ma se è mezzogiorno! - lo accolse lui.
- E che, dovrei stare qui alle nove? Ho cose più serie da fare!
Lui ebbe la spiegazione che cercava. L'onorevole Amoruso era il medico personale di Filippo Mauro, vicesegretario del partito, e lo visitava nel suo ufficio stesso, alle Botteghe Oscure. L'ultima volta Mauro gli aveva detto: «Ci sarà bisogno di Ferranini uno di questi giorni. Avvertilo che rimanga a Roma».
- Ma è ammalato, Mauro? - Ferranini domandò con interesse sincero. Dei capi del suo partito, era l'unico che avesse avvicinato, e gli piaceva per l'aspetto e il modo asciutto, piemontese della ’provincia granda’, Cuneo, lo attirava la sua fama di duro, la sua severità.
- Be' , te lo posso dire perché quello non ne fa mi-stero, se ne frega. Ha un'ulcera gastrica, grossa come una zinna di cagna, un po’ troppo grossa davvero, e se la cava rispettando un regime di vita da certosino.
Svoltavano da Piazza Colonna sul Corso. Amoruso lo prese a braccetto e seguitò, confidenziale.
- E’ la malattia dei dirigenti, dei dirigenti politici in ispecie, e di quelli del nostro partito ancora meglio. Perché «compatti» come canta l'inno saranno alla base (come è giusto), ma in su siamo ben altro, amico caro. Mauro e Della Vecchia. Mauro soprattutto, tira-no a sinistra, tirano all'azione per dir meglio, sono uo-mini da corazzata Potemkin, non da tattica possibili-stica. E bada bene che io come comunista, e comunista militante, son lontano dall'approvarli.
- Ah non ne dubito.
- Sicché, da tredici anni in qua Mauro e Della Vec-chia stanno rodendo il freno, ma don Filippo si sta rodendo la mucosa dello stomaco, che è peggio. Benin-teso: di conflitto non è il caso di parlare, don Filip-po è la disciplina in persona, ha lo spirito del luogo-tenente. Ubbidisce, asseconda, si uniforma. La sua lealtà è perfetta (dovesse esserci un secondo attentato speriamo che sparino a me, mi diceva), ma certo gli ci sarebbe voluto un altro condottiero, più sbaragliero, meno freddo, meno metodico, meno sapiente. Quanto al capo, lui è felice di aversi accanto un Mauro. Macca-gni ha due coscienze; e una è la sua propria, di tem-poreggiatore abilissimo, l'altra è la combattiva coscien-za di Mauro e Della Vecchia. E non è a dire che di questa duplice coscienza il PCI non si sia giovato, sia-mo sempre i più forti del mondo, dopo russi e cinesi. Del resto sono cose note, non le ho mica scoperte io.
- Sono chiacchiere - fece Ferranini, che ripensava con nostalgia al suo colloquio con il compagno Nenni.
- E adesso, - concluse Amoruso senza aversene a male - vengo con te a via dei Coronari, mangio un boccone con te. Perché io mi preoccupo anche di te, guaglione, e ho bisogno di vedere come mangi. Mo-strami come mangi e ti dirò come ti porti.
In Piazza del Popolo l'aspettava l'Oppia inzacche-rata di Amoruso, e ci montarono dopo una capatina da Rosati. Come furono alla trattoria, il portone accanto era parato di nero per un mortorio. E a lutto era l'in-gresso al laboratorio dei tipografi, in fondo al cortile. Che succede? Ferranini tirò il campanello e venne fuo-ri il garzone.
- Hanno portato via Gennaro, ora. Abitava qua so-pra. Morto ieri mattina in tipografia.
- Oh cribbio. Ma cosa.
Gennaro, il capo di quegli artigiani, l'oriundo ame-ricano, era stato fulminato da una sincope, si era pie-gato sul banco senza fare una parola.
- Il dottore - terminò il ragazzo - dice che ha faticato troppo.
- Hai sentito - disse Ferranini. - E non aveva trent'anni.
Si ricordò del discorso di Zamboni alla stazione di Reggio: «Quando aboliremo il lavoro?» e gli passò la voglia di mangiare.
- Io che mi sto occupando di legislazione degli in-fortuni - disse a Amoruso. - La verità è che il lavoro è sempre, e di per sé, un attentato alla vita. Con tutta la retorica che si continua a fare, da tutte le parti.
- Faticare è perverso - osservò Amoruso. - E a me lo dici, a me napoletano?
- Non scherzare, andiamo!
- Perché, io scherzo? Professionalmente constato che la fatica è un fatto anti- fisiologico, anzi, patologico.
- Senti - fece Ferranini. - Opporsi alla concezione del lavoro come dovere umano è difficile, e io stesso non ci riesco. Ma già da un pezzo io mi domando se possa esserci socialismo senza una sconsacrazione del lavoro.
Amoruso seguiva un suo diverso ragionamento:
- Il fisiologo - disse, e adesso parlava molto sul serio - ci insegna che il lavoro è, per definizione, pe-nosità. Il lavoro comincia dove un'azione diventa pe-nosa, in quanto è costretta a prolungarsi. Prova a la-sciare libero un cavallo lì in quel cortiletto e vedrai che sponta-neamente si aggirerà intorno a quel pila-strino. Ma tu lega il cavallo a una stanga, fallo girare per un'ora intorno al pilastro, e il cavallo si stancherà e cercherà di sottrarsi. Nell'uomo ci sono in più fattori psichici che contrastano alla ripetizione di una serie di gesti, anche quando non richiedono spreco di forza. Se poi, com'è normale, c'è spreco di forza, e per giunta di attenzione, la soglia della penosità viene raggiunta abbastanza presto.
- Tu ammetti che quel Gennaro, il tipografo, sia morto per affaticamento da lavoro.
- Possibilissimo, e non c'è bisogno di tirare in ballo concause costituzionali o acquisite. Fra le soprastrut-ture ideologiche, o menzo-gne, del capitalismo, ci trovi le teorie (anche teorie mediche) sulla salubrità del la-voro. E’ falso che il lavoro sia salubre, giovi alla salute. Un medico che sappia il fatto suo e non ubbidisca al conformismo capitalistico, dovrebbe arrivare alla con-clusione opposta.
Amoruso, e Ferranini se lo dovette confessare, lo scanzonato Amoruso era più ortodosso socialista di lui. Impostava la questione in termini di classe. Ci trovava un argomento contro le mistificazioni con cui i bor-ghesi contestano lo stato di fatto. A lui Ferranini, in-vece, si affacciavano perplessità. Si domandava se il fenomeno non avesse aspetti più vasti. Soltanto i borghesi?



Con l'impermeabile gocciolante ancora indosso, appena arrivata a casa Nuccia mise sul fornello il mezzo litro di latte che era la sua cena. Si sedette al tavolo del cucinino, e tirò fuori la scheda. Aveva fretta, erano le dieci e la ricevitoria sotto casa chiudeva presto. Dai rigori del sistemismo era tornata, da un bel po', al-l'empirismo fidu-cioso, quindi il caso e il lume di naso. SpaI-Palermo (e chi ne sa niente?). Pari. Pro Patria--Genoa?
In quell'esercizio c'era anche, per lei, e nient'affatto inconsa-pevole, l'intento di accedere al mito popolare, il piacere di trovarsi allo sportello della ricevitoria con la domestica dei ’signori’ dell'appartamento di fron-te, col commesso della drogheria dove aveva preso i biscotti e la confettura di amarene Cirio. Persuadersi, che le quattro cartelline consegnate in redazione aI «Paese-Sera» col suo commento alla teoria degli og-getti sociali (o strutture collettive) di Jean-Paul Sartre, non le costavano l'isolamento dalla brava gente che la-vorava (e sognava) a un passo dalla sua privata espe-rienza «pratico-inerte», come Sartre macchinoso la chiama. Cultura e culturetta le scusiamo ancora, pur-ché, si diceva Nuccia bravamente, senza privilegio e senza stüpidera. Senza pose o sciocchi atteggiamenti. E nello scansare i luoghi comuni, al figurato e al concre-to, per esempio Via Veneto, della ’intelligenza’ locale, poteva metterci anche troppo impegno, se non proprio civetteria. Si esponeva ai noti pericoli che insidiano l'anticonformismo, even-tualmente formalistico alla ro-vescia. In libreria, per rispondere agli amici-clienti che domandavano: «e tu cosa leggi?», aveva pronto sulla scrivania il volumone del Carnicina, lei che cenava con un caffellatte.
Neanche a Walter raccontava che stava sgobbando al saggio introduttivo di una raccolta di scritti di Bian-chot, Rousset, Barthes (dal Grado zero) per commis-sione del suo editore che la consi-derava, e glielo aveva detto, fra i pochi in Italia capaci di accostarsi critica-mente a quella irta tribù.
A questo punto interveniva una piega del carattere meno enco-miabile; e si sa che l'orgoglio-modestia ha una semeiotica sottile che tira a ingannare lo stesso sofferente, con possibile danno suo e non soltanto suo. Tipico il caso (a buon fine almeno per lei) in cui si cacciò mentre era nell'Ossola, fra le giovani volontarie che avevano seguito gli uomini di Alfredo Di Dio; il favoloso settembre del ’44.
Si era distinta per il fegato e la perfetta conoscenza della zona, sicché una volta le affidarono una spedizio-ne oltre valle, a sud, a incetta di medicinali. Una ra-gazza (lei), due giovanotti, tre muli; dovevano marcia-re in costa alla montagna il più alto possibile. Tutto bene. E, al ritorno, Nuccia trovò modo lasciando al sicuro compagnia e mercanzia, di avvicinarsi alla rota-bile e curiosare su una colonna di tedeschi, in sosta balneare lungo il fiume (molti facevano proprio il ba-gno) con carri e autoblindo. L'avanscoperta era stata sua iniziativa, e poteva pagarla con una fucilata; ebbe la debolezza (malintesa fierezza) di non volerne parla-re, neppure ai capi a cui l'informazione sarebbe stata utile: si mise in testa che dovessero complimentarla, premiarla, cose che sentiva immeritate e offensive al fervore del suo disinteresse.
Senonché poi i tedeschi si rimisero in moto, prece-duti da qual-che notizia incerta e allarmata; Nuccia pentendosi di avere taciuto decise che doveva ripetere la prova, e migliorarla. Mandava avanti con poco aiu-to uno dei giornaletti che si stampavano lassù per testi-monianza di una volontà di vita civile e ordinata (non per incuorare che non ce n'era bisogno); piantò i com-pagni con un pretesto, partì, da sola, infilate due scar-pette bianche e una racchetta da tennis sotto il brac-cio, e dopo una marcia furiosa per i sentieri discese incontro alla colonna sulla aperta strada. Li trovò mol-to prima di Cuzzago, verso sera, che accendevano con comodo i fuochi. Il suo coraggio era della specie luci-da, ironica, non comune davvero nelle donne. Si lasciò prendere e interrogare, rispose parlando in francese di essere una straniera in villeggiatura.
Naturalmente non fu creduta, né lei lo pretendeva; aveva la sua idea. La ficcarono per la notte dentro un'auto ferma, con un uomo sul sedile davanti a sor-vegliarla. Frattanto però niente le sfuggiva, si era ac-corta che i carri restavano indietro e c'era invece un viavai di Alpenjäger su una mulattiera che facilmente portava a Monte Zeda o Monte Tògano. Tentavano di aggirare l'isola ossolana da levante, mandando truppa e piccola artiglieria sulle alture. Buono a sapersi, adesso non restava che svignarsela. Se era fortunata ab-bastanza, perché il guardiano non dormiva, non le ri-spondeva, non accettava manco una sigaretta. Fu for-tunata. Attratto dall'odore di carne giovane un gat-taccio girava intorno alla gabbia. L'Oberstleutnant che l'aveva interrogata la sera; e lei gli fece segno. Era not-te, pioveva. Insistette a far segni, e con un doppio pun-tiglio (questo, Nuccia lo raccontava allegramente), da-to che anche a ventiquattro anni era senza bellezza, pur piccandosi di avere un visetto stuzzicante. Finché la spuntò. Il soldato di guardia venne allontanato, il grosso uomo dalle gambe brevi e il respiro rumoroso, l'Oberst, con un fare che Nuccia poi giudicò mezzo faunesco e mezzo paterno, se la portò via, gettatole un cappotto addosso, nel bosco che incombeva alla strada. Non ci fu una Giuditta ossolana; come si furono ac-cucciati sul muschio fradicio a discreta distanza dall'ac-campamento, Nuccia balzò. Era viscola-magra a quell'età. La fuga non ebbe eccessive emozioni, lei aveva calcolato giusto che l'uomo non avrebbe sparato o dato l'allarme; non gli conveniva.
Oggi, lontane e quasi incredibili quelle vecchie sto-rie dell'Ossola, c'era il totocalcio, la schedina. La spe-ranziella del sabato sera. Queste erano cose della su-perficie e del resto vitali anche loro, a loro modo, e non compromettevano nulla, a parte le duecento lire.
Di vincere, e vincere parecchio, Nuccia credeva di avere bisogno e con urgenza. Il conto lo aveva in testa semplicissimo: le ci vole-vano due milioni per poter prendere con sé la Giulia, mantenimento, scuola, cor-redo, le spese per cui provvedevano intanto i nonni. Un altro milione per farsi quello straccetto di Seicen-to, e per la scappata in America.
Fra i programmi immediati, il viaggio in America, quattro giorni andata e ritorno, figurava immancabil-mente. Nuccia non aveva mai perso tempo in indagini della sua anima. Perché bisognava che andasse a vede-re quella Nancy? Per cercare il modo di riconciliarli. Così si cavava i rimorsi, la pena, i dubbi. Ma io voglio il cuore caldo (si rispondeva) e non in pace, me ne frego tanto, scusate, della coscienza tranquilla. Dun-que ci andava per sentirle dire a quella donna, io del suo Walter non so che farmene, se lo tenga (e magari ribatterle, lei è una sciocca, non sa che uomo è Walter, e in ogni caso, non dubiti, me lo tengo si). Ma più ancora, ma soprattutto, per vederla coi suoi occhi. Si consumava, dalla curiosità di vederla. Poter dire, fi-nalmente: «Che? è tutta qui?».
Walter. Un colpo corto corto di campanello, era Walter. E lei incoerente: a nascondere in gran fretta la schedina del totocalcio.
- Che bellezza, non mi hai mai fatto una sorpresa così, dormi qui, ti fermi.
Ferranini difatti la sera non andava a trovarla. Con tanti magistrati, di sopra, di sotto, di fianco. Pronto a fare la rivoluzione socialista, ma uomo d'ordine.
- Ti vengo a avvertire che domattina alle sei parto. Mi mandano fuori. Viene con me il compagno Re-paratore.
- Allora hai veduto Mauro, ti ha chiamato?
Ferranini non aveva visto nessuno. Aveva ricevuto le disposizioni per lettera, a casa, niente altro. Non era di buon umore.
- Dove andate?
- Non lo so.
- E che cosa andate a fare?
- Non ti interessa.
- Eccolo il cospiratore! - fece Nuccia ma senza aversene a male. 
- Sta’ sicuro che non te lo scippo il segreto.
Lui si mise a sedere sulla tavola, per cavarsi le scar-pe che erano piene d'acqua, fuori diluviava.
- Resto via una giornata, non so perché dovrei chiacchierare. Di’ su, perché dovrei chiacchierare?
S'incattiviva. Buttò le due scarpe per terra:
- Avanti! perché dovrei chiacchierare. Va be', sei la mia amante. E allora? Se mi fai chiacchierare che gusto ci trovi. Sentiamo!
Nuccia gli supponeva un temperamento ossessivo.
Cioè lo aveva visto incapace a un certo punto di sot-trarsi a un pensiero (infesto), di riportare quel dato pensiero alla sua reale misura. Inutile cercare di diva-garlo. Bisognava innestare, su quel dubbio, o sospetto, un pensiero differente, affine però e che gli potesse parere altrettanto importante.
- Walter, da ieri a mezzogiorno sono comunista anch'io, te lo annuncio! Ho preso la tessera finalmente. Ieri alla Sezione Ludovisi.
Ferranini smise di stropicciarsi i piedi, la fissò.
- E perché?
- Perché? Intanto, l'idea mi è venuta parlando con Amoruso, l'altro giorno. Non voleva credere alla mia fede politica.
- Ah, andiamo bene.
- Non solo per questo, diamine! E’ logico che vo-glio allinearmi col mio uomo, avere un altro legame con te.
- Andiamo bene. Si entra nel partito non per al-linearsi col suo dovere, ma per allinearsi col suo uomo. Tu lo sai che cosa è il partito per i sovietici, come si entra nel partito in URSS?
A Nuccia le scappò la risposta sbagliata:
- Noi siamo in Italia!
- Quindi facciamo i nostri comodi, all'italiana.
- Ma insomma, mi hanno presa. E credevo che ti facesse piac-ere. Oh, Walter!
- Non dico che tu non abbia i titoli, hai un pas-sato che molti ti possono invidiare. Nel ’44 se ti pe-scavano finivi in una qualsiasi Villa Triste. Ma questa è un'altra faccenda.
- Mi pare la stessa faccenda.
Lui camminava su e giù, concitato. In calzini.
- Sei andata a iscriverti, come potevi andare dal profumiere a comprarti l'acqua di Colonia. E scegli la Ludovisi che è nei quartieri alti.
Nuccia esplorò un'altra via, un altro tono. Si sfilò la giacchetta del tailleurino, sotto non c'erano che le spalline del sottabito e il reggiseno.
- Sarò una comunista da strapazzo, la politica m'importa poco. Mi importi tu. Perché, non esiste la vita privata? Mauro fa sempre il vicesegretario del PCI, anche a letto con sua moglie?
- Lascia stare, guarda, è meglio.
- La vita privata piace anche a te, chi è che dice: nucciare? Ho voglia di nucciare? Su, sgelati, da bravo, chi l'ha inventata questa parola?
Ferranini non era forse un ossessivo ma era sfornito di senso umoristico, questo di sicuro. E abituato a prendere le cose sempre sul serio ne faceva merito alla sua origine: noi emiliani siamo tutti così.
- Non c'entra. La colpa è tua che me l'hai fatta trovare.
E accolse a muso duro la buona risata di lei.


VI