mercoledì 15 aprile 2020


IL QUINTO FIGLIO
Doris Lessing
Edizione integrale 
Titolo dell’opera originale 
The Fifth Child (Jonathan Cape Ltd. London) © 1988 by Doris Lessing. 

  

Traduzione dall’inglese di 
Mariagiulia Castagnone 
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano 
Prima edizione ne “I Narratori” novembre 1988 
Prima edizione nell’“Universale Economica” marzo 1992 

Harriet e David si conobbero a una festa aziendale a cui nessuno dei due aveva avuto molta voglia di andare, e subito capirono di non aver atteso altro. Antiquati, vecchio stampo, retrogradi, timidi, troppo esigenti, così la gente li definiva, ma non terminava qui la lista di aggettivi poco teneri che si attiravano. Entrambi difendevano un’idea di sé a cui erano testardamente attaccati; quella di essere, a buon diritto, gente comune. 
A quella famosa festa circa duecento persone si accalcavano in una stanza lunga, solenne e troppo decorata che per trecentotrentaquattro giorni l’anno fungeva da sala riunioni. Tre ditte collegate, che in un modo o nell’altro avevano a che fare con l’edilizia, avevano unito le loro forze per organizzare la festa di fine d’anno. C’era un gran baccano. Il ritmo martellante di un’orchestrina scuoteva il pavimento e le pareti. Erano in molti a ballare pigiati assieme per mancanza di spazio; le coppie saltellavano in su e in giù o giravano su se stesse come su un perno invisibile. Le donne si erano tutte agghindate, alcune con abiti fatali, altre in modo bizzarro, altre ancora con colori sgargianti. Guardatemi! Guardatemi! parevano dire. Ma erano in molti anche tra gli uomini a chiedere la stessa attenzione. Addossata alle pareti c’era gente che non ballava, tra cui Harriet e David, che se ne stavano per conto loro con un bicchiere in mano, a guardare. Entrambi avevano l’impressione che i volti dei ballerini, soprattutto quelli delle donne, ma anche molti visi maschili, fossero distorti da una smorfia, più simile a un grido muto o a un’espressione di dolore che di piacere. C’era un che di febbrile e di forzato in quella scena... ma non era una sensazione, quella, che avrebbero mai pensato di dividere con qualcun altro. 
A un osservatore lontano, se pure qualcuno si fosse preso la briga di osservarla, in mezzo a tanta gente che faceva di tutto per essere notata, Harriet avrebbe fatto l’effetto di una chiazza color pastello. Come in un quadro impressionista, o in una fotografia truccata, la sagoma della ragazza pareva confondersi con ciò che le stava attorno. Harriet, che indossava un abito fiorito, si era messa vicino a un grande vaso di foglie e fiori secchi. Pian piano l’occhio dell’osservatore avrebbe individuato i capelli scuri e ricci, pettinati senza alcuna concessione alla moda... gli occhi azzurri dallo sguardo dolce ma pensieroso… le labbra un po’ troppo strette. 
I suoi lineamenti erano forti e onesti, e il corpo solido. Una giovane donna sana che, forse, sarebbe stata meglio in un giardino. 
David se ne stava da un’ora nello stesso posto, bevendo senza esagerare, mentre gli occhi blu-grigi dallo sguardo serio indugiavano su una coppia o una persona, e osservavano la gente che si avvicinava e si scostava quasi rimbalzando. A Harriet non dava l’impressione di essere saldamente piantato per terra, anzi, vedendolo così, in equilibrio sui talloni, le pareva che stesse quasi per librarsi in volo. Era un giovane esile in realtà sembrava più giovane di quanto non fosse con il viso tondo e ingenuo, e soffici capelli scuri in cui le ragazze sognavano di passare le dita, per poi desistere dal proposito, intimidite dal suo sguardo assorto. David le metteva a disagio. Tutte, ma non Harriet. Lei sapeva che quell’espressione guardinga e distante era lo specchio esatto della sua, così come sapeva che quell’aria spiritosa era finta. Anche David stava facendo mentalmente lo stesso tipo di osservazioni su di lei: a quella ragazza non piaceva la situazione in cui si trovavano, almeno quanto non piaceva a lui. Entrambi avevano scoperto la vera essenza dell’altro. Harriet lavorava nel settore vendite di una ditta che produceva materiali per l’edilizia, David faceva l’architetto. 
Ma cos’avevano quei due di tanto inconsueto e bizzarro? Era l’atteggiamento nei confronti del sesso, in contrasto con lo spirito degli anni sessanta! David aveva avuto una storia lunga e tormentata con una ragazza di cui si era, seppur con riluttanza, innamorato: lei aveva tutto quello che lui non voleva in una donna. Parlavano, scherzando, di attrazione fra opposti e lei, sempre scherzando, gli faceva notare che lui voleva cambiarla: «Vorresti che tutto tornasse com’era un tempo, a cominciare da me!» Da quando si erano lasciati, non senza dolore, lei era andata a letto più o meno con tutti, alla Sissons Blend & Co. Almeno così pensava David. Già, anche con le ragazze, non se ne sarebbe stupito. C’era anche lei, quella sera, vestita con un abito rosso guarnito di pizzo nero, che si ispirava con una certa ironia a quelli delle ballerine di flamenco. Da quell’insieme sbucava con grande risalto la testa, acconciata in puro stile anni venti; i capelli neri e lucenti, lisci al punto da sembrare laccati, formavano una punta sulla nuca e altre due ai lati delle guance sopra le orecchie, mentre un ricciolo le ricadeva sulla fronte. Dall’altra parte della stanza, dove volteggiava con il suo partner, indirizzò a David una serie di baci e frenetici gesti di saluto e lui le sorrise amichevolmente, senza rancore. Quanto a Harriet, era ancora vergine.  «Sei pazza,» le dicevano le amiche. «Sei proprio fuori dal tempo.» Per lei la verginità non era una condizione fisiologica da difendere a tutti i costi, ma piuttosto un regalo avvolto in molti strati di bella carta, da donare con discrezione alla persona giusta. Persino le sue sorelle la prendevano in giro. Le ragazze dell’ufficio assumevano un’aria di studiato divertimento quando lei annunciava: «Mi spiace, ma la promiscuità non fa per me.» Sapeva che si parlava di lei come di un caso interessante, anche se spesso con acredine. Con lo stesso freddo disprezzo con cui le buone borghesi appartenenti alla generazione della sua nonna avrebbero detto: «Non ha il minimo senso morale,» o «C’era da aspettarselo da una come lei,» e quelle della generazione di sua madre: «Va pazza per gli uomini,» o «È una ninfomane,» così le sue coetanee, tutte ragazze dalla mentalità aperta, commentavano tra loro: «Dev’essere stato qualche trauma infantile a ridurla così. Poveretta.» E per la verità le era anche capitato di sentirsi un’anormale, una donna incompleta, perché gli uomini che la invitavano a cena o al cinema prendevano il suo rifiuto più come l’espressione di una patologia che come mancanza di generosità. Per un po’ era, uscita con un’amica più giovane, ma poi anche questa era diventata «come tutte le altre»; era così che Harriet l’aveva definita con una certa amarezza, riservando per sé il termine di disadattata. Molte sere le passava da sola e il fine settimana tornava quasi sempre da sua madre. La quale le diceva: «Be’, sei una ragazza vecchio stampo, tutto qui. E ce ne sarebbero molte altre come te, se non si sentissero costrette a comportarsi diversamente.» 
I nostri due stravaganti amici, Harriet e David, lasciarono i loro rispettivi angoli contemporaneamente, diretti l’uno verso l’altra, un particolare che sarebbe diventato importante quando quella famosa festa fosse entrata a far parte della loro storia. «Già, nello stesso momento esatto...» Avanzarono strisciando contro quelli che, come prima loro, se ne stavano appoggiati alle pareti, tenendo i bicchieri alti sopra la testa per evitare che venissero urtati dai ballerini. Quando si raggiunsero, sorridendo con una punta di nervosismo, lui le prese la mano e insieme si fecero largo verso la stanza vicina, dove c’erano il buffet e un mucchio di gente vociante, e da qui sbucarono nel corridoio, popolato qua e là di coppie avvinghiate, fino alla prima porta la cui maniglia cedette alla pressione. Era un ufficio, con una scrivania, alcune sedie rigide e, guarda caso, un divano. E soprattutto un po’ di silenzio... be’, quasi. Sospirarono. Posarono i bicchieri e si sedettero l’uno di fronte all’altra, per potersi guardare liberamente. Poi cominciarono a parlare. Parlarono come se fino ad allora quella fosse stata un’attività proibita e tutt’a un tratto dovessero recuperare il tempo perduto. E continuarono, seduti vicini, finché il rumore nelle altre stanze si affievolì, dopodiché uscirono tranquilli e andarono a casa di David, poco lontano. Una volta lì si sdraiarono sul letto, tenendosi per mano e continuando a parlare, interrompendosi solo per baciarsi, finché non si addormentarono. Harriet, che divideva un grande appartamento con altri, si trasferì quasi subito da lui. Avevano già deciso di sposarsi in primavera. Perché aspettare? Erano fatti l’uno per l’altra. 
Harriet aveva due sorelle minori. Fu solo quando andò via di casa, a diciott’anni, che capì quale grande debito avesse nei confronti della sua infanzia: molti dei suoi amici avevano i genitori divorziati, vivevano in modo precario e senza obiettivi, o erano, come si usa dire, disturbati. Non così lei, che aveva sempre saputo cosa voleva. Dopo la scuola, dove se l’era cavata piuttosto bene, si era iscritta a un’accademia d’arte, prendendo il diploma di grafico, che le offriva la possibilità di passare il tempo piuttosto piacevolmente fino al momento in cui non si fosse sposata. Il problema se dedicarsi o meno alla carriera non l’aveva mai assillata, anche se non si rifiutava di discuterne. Non voleva certo sembrare più originale di quanto realmente fosse. Sua madre era una donna soddisfatta, che aveva tutto quello che poteva ragionevolmente volere, o almeno ne era convinta, e con lei le figlie. I genitori di Harriet davano per scontato che la vita di famiglia fosse il fondamento della felicità. 
L’ambiente in cui era cresciuto David era completamente diverso. Aveva sette anni quando i genitori avevano divorziato. Una delle sue battute preferite, che ripeteva un po’ troppo spesso, era quella di avere due serie complete di genitori: era stato uno di quei bambini che hanno una stanza in due case e un mucchio di gente preoccupata dei possibili traumi psicologici. Niente scenate, nessun atteggiamento meschino, ma un gran disagio che sconfinava spesso nell’infelicità, almeno per i bambini. Il secondo marito di sua madre, l’altro suo padre, era un accademico, uno storico, e la casa in cui vivevano era un grande edificio cadente, a Oxford. A David piaceva quell’uomo, Frederick Burke, che era gentile in una sua maniera remota, come sua madre del resto, gentile e remota anche lei. La stanza che aveva occupato lì era stata la sua vera casa e lo era ancora nelle sue fantasie, anche se presto insieme con Harriet ne avrebbe creata un’altra, che ne sarebbe stata un’appendice e un ampliamento. Il suo regno era stata una grande stanza da letto, che si affacciava su un giardino abbandonato, una stanza disordinata, piena delle sue cose e piuttosto fredda, secondo l’uso inglese. Il suo vero padre aveva sposato una donna simile a lui: rumorosa, gentile, competente, con il buonumore un po’ cinico dei ricchi. James Lovatt era un costruttore navale, e quando David acconsentiva a passare un po’ di tempo con lui, poteva capitargli di dormire in una cuccetta su uno yacht, oppure in una villa nel sud della Francia o nelle Indie occidentali. «E questa è la tua stanza, David!» gli veniva annunciato. Ma lui preferiva la casa a Oxford. Era cresciuto con la segreta certezza che per i suoi figli sarebbe stato diverso. Sapeva quello che voleva e il tipo di donna che gli serviva. Mentre Harriet vedeva il suo futuro alla vecchia maniera, con un uomo che le avrebbe donato le chiavi del suo regno, dove avrebbe trovato tutto quello che la sua natura esigeva – un diritto inalienabile a cui lei aveva sempre teso, prima inconsapevolmente, poi con grande determinazione, rifiutando pasticci e complicazioni -, lui vedeva il suo futuro come un obiettivo da raggiungere e tutelare. E anche sua moglie avrebbe dovuto sapere dov’era la felicità e cosa fare per conservarla. Quando aveva conosciuto Harriet aveva già trent’anni, molti dei quali passati a lavorare con la costanza e la disciplina dell’ambizioso, ma il suo vero scopo era stato quello di costruirsi una famiglia. 
Impossibile trovare a Londra il tipo di casa che volevano, per il tipo di vita che volevano. E non erano neanche certi che Londra fosse il posto giusto... ma no, certo che non lo era, molto meglio una cittadina più piccola, piena di atmosfera. Passarono molti fine settimana a guardarsi attorno, in una fascia situata a distanza ragionevole da Londra, e ben presto trovarono una grande casa vittoriana, immersa in un giardino abbandonato e straripante di vegetazione. Perfetta! Ma anche assurda per una giovane coppia, una casa a tre piani, completa di attico, piena di stanze, corridoi, pianerottoli... tutto lo spazio che ci voleva per un mucchio di bambini. 
Ma era esattamente questo che volevano. In modo un po’ provocatorio, per l’enormità delle loro pretese verso il futuro, si dissero che «non sarebbe stata una cattiva idea» quella di avere molti bambini. «Anche quattro o cinque...» 
«O sei,» annunciò David. «O sei!» ripeté Harriet, ridendo, sollevata, fino quasi alle lacrime. Continuarono a ridere insieme, rotolandosi sul letto e baciandosi con frenesia perché quello, il luogo dove entrambi si erano aspettati di andare incontro a una sconfitta o di accettare un compromesso – ed erano anche pronti a farlo – si era rivelato un porto sicuro. Ma se Harriet poteva dire a David, e David a Harriet: «Almeno sei figli,» con tutti gli altri la consegna era il silenzio. Nonostante lo stipendio di David, tutt’altro che modesto, e quello di Harriet, il mutuo sarebbe stato al di sopra delle loro possibilità. Ma in un modo o nell’altro ce l’avrebbero fatta. Lei avrebbe continuato a lavorare per un paio d’anni, andando avanti e indietro da Londra insieme con David, e poi... 
Il pomeriggio in cui comprarono la casa, si fermarono, mano nella mano, sul piccolo portico, mentre gli uccelli cantavano in giardino, dove le gemme ancora scure luccicavano, bagnate dalla pioggia fresca dell’incipiente primavera. Aprirono la porta d’ingresso con il cuore che batteva dalla felicità, e si trovarono in un locale molto ampio, da cui partiva un’imponente rampa di scale. Qualcuno dei proprietari precedenti doveva aver avuto le loro stesse idee in fatto di case. Le pareti interne erano state abbattute, rendendo la stanza grande quasi come l’intero piano. Una metà era stata trasformata in cucina ed era separata dal resto da un muretto basso, su cui, già lo sapevano, avrebbero sistemato dei libri, l’altra metà era costituita da un grande spazio dove avrebbero trovato posto divani, poltrone e tutto ciò che serviva a rendere comodo il locale di soggiorno di una grande famiglia. Avanzarono piano, con passo leggero, quasi trattenendo il respiro, sorridendo e guardandosi e sorridendo di nuovo perché entrambi avevano le lacrime agli occhi. Avanzarono sulle assi nude che presto sarebbero state coperte di tappeti, e poi salirono lentamente le scale dove degli antiquati fermastuoia di ottone attendevano di adempiere alla loro funzione. Arrivati al pianerottolo, si voltarono a guardare con meraviglia la grande stanza che sarebbe ben presto diventata il cuore del loro regno. Poi proseguirono. Al primo piano c’era una grande stanza da letto, la loro, e subito accanto una stanzetta che avevano destinato a ospitare, in successione, l’ultimo nato. Sul piano si aprivano altre quattro stanze piuttosto ampie. Più su, altre rampe di scale invitanti, anche se più strette delle precedenti, e altre quattro stanze le cui finestre, come quelle del piano inferiore, si affacciavano su alberi, giardini, prati, il paesaggio tipico dei sobborghi residenziali. All’ultimo piano c’era un enorme attico, perfetto per i bambini quando avessero raggiunto l’età dei giochi magici e segreti. 
Scesero lentamente le scale: una rampa, due, oltrepassando stanze dopo stanze che già immaginavano straripanti di bambini, parenti, ospiti, e tornarono nella loro camera, in cui era stato lasciato il letto, un grande letto fatto costruire espressamente dalla coppia che aveva venduto loro la casa. Per portarlo via avrebbero dovuto smontarlo, così aveva detto l’uomo dell’immobiliare, e comunque i suoi proprietari dovevano trasferirsi all’estero. David e Harriet si sdraiarono l’uno accanto all’altra e rimasero in silenzio, a guardare la stanza, quasi intimiditi da ciò che vedevano. L’ombra di un albero di lillà, proiettata da un sole incerto sembrava disegnare sul vasto soffitto la trama allettante degli anni che avrebbero passato in quella casa. Voltarono il capo verso la finestra dove si stagliava la cima del vecchio lillà, carica di gemme vigorose che presto si sarebbero trasformate in fiori. Poi si guardarono, le guance rigate di lacrime. Fecero all’amore, lì, sul loro letto. «No! Basta! Non dobbiamo!» fu sul punto di gridare Harriet. Non avevano forse deciso di aspettare due anni ad avere figli? Ma poi si lasciò vincere dall’atteggiamento deciso di David... sì, era così, lui stava facendo all’amore con gli occhi fissi nei suoi e un’intensità e una premeditazione tali da indurla ad accettarlo, accettare quella presa di possesso del futuro che era in lei. Harriet non aveva portato con sé i contraccettivi (entrambi, naturalmente, diffidavano della pillola) ed era al culmine del suo periodo di fertilità. Ma fecero ugualmente all’amore, in quel modo solenne e deciso. Una due volte. E in seguito, al buio, di nuovo. 
«Bene,» disse Harriet con una vocina, perché aveva paura, ma non voleva che si capisse. «L’abbiamo combinata grossa.» 
Lui scoppiò a ridere. Una risata sonora, sprezzante, quasi sfacciata, che pareva venire da un altro, non dal solito David, modesto, buffo, giudizioso. La stanza, immersa nell’oscurità, sembrava enorme, una grotta senza confini. Un ramo grattò contro un muro, poco distante. Stagnava un odore di terra fredda e bagnata, e di sesso. David sorrideva tra sé, ma quando sentì il suo sguardo, girò lentamente la testa comprendendo anche lei nel suo sorriso. Senza venire a patti, però; gli occhi brillavano di pensieri difficilmente comprensibili. A Harriet parve di non conoscerlo. 
«David,» si affrettò a dire per rompere l’incantesimo, ma lui la strinse a sé, afferrandole il braccio libero con una mano di cui la stupirono la forza e l’insistenza. Sta’ tranquilla, diceva quella stretta. 
Poi la realtà riaffiorò a poco a poco, e così poterono voltarsi nuovamente l’uno verso l’altra e tornare a scambiarsi i piccoli baci rassicuranti di sempre. Si alzarono e si vestirono nell’oscurità fredda; l’elettricità non era ancora stata allacciata. Scesero in silenzio le scale della casa di cui avevano già preso possesso e, attraversato il vasto soggiorno, uscirono nel giardino che restava misterioso e remoto, non ancora loro. 
«Bene,» osservò sorridendo Harriet mentre salivano in macchina per tornare a Londra. «Dove li troveremo i soldi per pagare tutto se sono rimasta incinta?» 
Già, dove li avrebbero trovati? Perché, quella sera piovosa nella loro camera da letto Harriet rimase davvero incinta. Passarono dei brutti momenti, pensando all’esiguità delle loro risorse e alla loro stessa fragilità. Quando i soldi non bastano è facile farsi prendere dall’insicurezza: Harriet e David si consideravano due tapini, inadeguati alla situazione, con nulla a cui attaccarsi se non le loro ostinate convinzioni, che gli altri avevano sempre criticato. 
David non aveva mai chiesto soldi ai suoi genitori ricchi, il padre e la matrigna. L’avevano mantenuto agli studi, nient’altro. (Avevano provveduto anche a Deborah, naturalmente, ma lei aveva preferito lo stile di vita paterno, mentre lui aveva optato per quello della madre. Non si vedevano molto, e quindi le differenze tra fratello e sorella, a parer suo, consistevano proprio nelle scelte diverse che avevano fatto.) E nemmeno ora aveva intenzione di batter cassa. Quanto ai suoi genitori inglesi – così definiva sua madre e il nuovo marito – entrambi professori universitari di modeste ambizioni, se la cavavano appena. 
Un pomeriggio David e Harriet, la madre di David, Molly, e Frederick se ne stavano nel grande soggiorno, accanto alle scale, a ispezionare il nuovo regno. Nello spazio riservato alla cucina era stato sistemato un grande tavolo, destinato a ospitare quindici o venti persone; dall’altra parte c’erano due grandi divani e alcune comode poltrone comprati di seconda mano a un’asta locale. 
Di fronte a quella ipercritica coppia di mezz’età, David e Harriet si sentivano palesemente stravaganti e fin troppo giovani. Molly e Frederick erano corpulenti e trasandati; entrambi avevano i capelli grigi e indossavano abiti comodi, senza nessuna concessione alla moda. Se ne stavano lì con aria benevola, simili a due covoni di fieno, evitando, però, di guardarsi, in un modo che David conosceva benissimo. 
«Coraggio,» disse allegramente, incapace di sopportare oltre la tensione. «Sono tutt’orecchi.» E circondò con un braccio le spalle di Harriet, che era pallida e tirata, perché ogni mattina l’assaliva la nausea e aveva passato una settimana a fregare pavimenti e a lavare vetri. 
«Volete aprire un albergo?» si informò Frederick in tono pacato, ben deciso a non fare polemiche. 
«Quanti figli pensate di avere?» domandò Molly ridacchiando, a indicare l’inutilità della protesta. 
«Molti,» rispose tranquillamente David. 
«Già,» confermò Harriet. «Proprio così.» Contrariamente a David, lei non poteva capire quanto fossero seccati quei due. Pur indulgendo, come molti del loro ambiente, ad atteggiamenti anticonformistici, erano entrambi la quintessenza della convenzione e detestavano qualsiasi manifestazione eccessiva, qualsiasi esagerazione. Come quella casa. 
«Su, andiamo, vi invitiamo a cena se c’è qualche albergo decente da queste parti,» disse la madre di David. 
A pranzo si parlò d’altro finché, arrivati al caffè, Molly osservò: «Ti rendi conto, vero, che dovrai chiedere aiuto a tuo padre?» 
David ebbe un piccolo sussulto, come se l’argomento lo facesse soffrire, ma sapeva che era vero; d’altronde quello che contava era la casa e la vita che vi avrebbero vissuto. Una vita che – e i suoi genitori glielo leggevano nello sguardo deciso e ostinato, carico, a parer loro, della spavalderia della gioventù – avrebbe annullato, assolto e cancellato tutte le pecche di quella che avevano condotto loro, Molly e Frederick, e i due assenti, James e Jessica. 
Mentre si salutavano, nel parcheggio buio dell’albergo, Frederick disse: «Per quello che mi riguarda siete matti tutti e due. O almeno incoscienti.» 
«Sì, non si può dire che abbiate riflettuto molto,» convenne Molly. «I figli... solo chi li ha avuti sa quanta fatica costano.» 
David scoppiò a ridere e quello che disse, certo non per la prima volta, costrinse Molly a fare buon viso con una risatina di comodo. «Tu non sei un tipo materno,» le disse. «Non è nella tua natura. Ma Harriet, sì.» 
«Come volete,» commentò Molly. «La vita è vostra.» 
Telefonò a James, il suo primo marito, che era a bordo di uno yacht vicino all’isola di Wight. La conversazione si concluse con le parole: «Credo che dovresti venire a vedere con i tuoi occhi.» 
«Senz’altro,» rispose lui, accettando sia quanto Molly aveva detto sia quanto aveva taciuto: la difficoltà nell’interpretare i messaggi indiretti della moglie era stata una delle cause principali della loro separazione. 
Poco dopo questa conversazione, David e Harriet si ritrovarono di nuovo in contemplazione della casa con gli altri due genitori di David. Questa volta la scena si svolgeva all’esterno. Jessica era in piedi in mezzo a un prato ancora coperto dalle foglie secche e dai pezzetti di legno lasciati dall’inverno e dal vento primaverile, e scrutava la casa con occhio critico. Le pareva triste e detestabile, come l’Inghilterra, del resto. 
Aveva la stessa età di Molly, ma dimostrava vent’anni di meno, snella e abbronzata com’era, e con la pelle che sembrava lustra di olio solare anche quando ne era priva. I capelli erano gialli, corti e luccicanti e gli abiti vivaci. Affondò nel terreno i tacchi delle scarpe verde giada e guardò James, suo marito. 
Lui aveva già visitato la casa e ora disse, come David si aspettava: «È un buon investimento.» 
«Sì,» rispose David. 
«Anche il prezzo è buono. Forse perché per molti è troppo grande. L’hai fatta periziare, no? E il parere è stato favorevole?» 
«Sì.» 
«In questo caso penserò io a pagare l’ipoteca. Quanto ci vorrà a estinguerla?» «Trent’anni.» 
«Sarò già morto, immagino. Be’, prendilo come un regalo di nozze. Non ti abbiamo dato molto quando ti sei sposato.» 
«Dovremo fare un regalo equivalente anche a Deborah,» disse Jessica. 
«Ha già avuto molto più di David,» commentò James. «E comunque possiamo permettercelo.» 
Lei scoppiò a ridere e si strinse nelle spalle: in gran parte erano soldi suoi. La loro vita assieme era sempre stata caratterizzata da una grande disinvoltura nei confronti del denaro, un atteggiamento che anche David aveva sperimentato e poi scartato con decisione, preferendo la parsimonia della coppia di Oxford, pur non avendolo mai ammesso in modo esplicito. Troppo brillante e comoda, ecco com’era la vita dei ricchi, ma ora anche lui in qualche modo ne avrebbe beneficiato. 
«Quanti figli contate di avere, se posso chiederlo?» si informò Jessica. 
Piantata lì, sul terreno umido, assomigliava a un pappagallino. 
«Molti,» rispose David. 
«Molti,» ribadì Harriet. 
«Buon per voi,» commentò Jessica, dopodiché i due lasciarono con sollievo il giardino e l’Inghilterra. 
A questo punto entrò in scena Dorothy, la madre di Harriet. Né a David né a Harriet venne mai in mente di pensare o dire: «Oh Dio, che incubo avere qualcuno per casa di continuo,» perché, se era la vita di famiglia ciò che avevano scelto, il fatto che Dorothy venisse ad aiutare Harriet per un po’ di tempo – pur ripetendo che avrebbe dovuto tornarsene presto alla sua vita – ne era la logica conseguenza. Dorothy era vedova, e «la sua vita» era essenzialmente andare a trovare le figlie. Dopo la vendita della casa, si era ridotta a vivere in un appartamentino e neanche molto carino, anche se lei non era certo tipo da lamentarsene. Quando riuscì a valutare appieno le dimensioni e il potenziale della nuova casa, rimase più in silenzio del solito per qualche giorno. Non era stato facile allevare tre figlie. Anche se suo marito, che faceva il chimico, di soldi ne aveva portati a casa parecchi, non si poteva dire che avessero nuotato nell’oro. Lei sapeva alla perfezione quanto costava una famiglia, anche quando era poco numerosa. 
Una sera a cena si provò a fare qualche osservazione in merito. Erano loro tre, David, Harriet, Dorothy. David era appena tornato a casa, più tardi del solito: il treno aveva avuto un ritardo. Il fatto di abitare così lontano dalla città non era certo divertente, anzi, era l’aspetto peggiore della faccenda. Per tutti, ma soprattutto per lui, che impiegava quasi due ore, due volte al giorno, per andare avanti e indietro. 
Quel sacrificio era il suo contributo al loro sogno comune. 
La cucina era quasi a posto: un grande tavolo con le pesanti sedie tutt’attorno, per ora solo quattro, ma ce n’erano altre in fila lungo la parete, destinate agli ospiti o a chi non era ancora nato, una grande stufa e una credenza antiquata, con tazze e boccali appesi agli uncini. E vasi pieni di fiori colti in giardino, dove l’estate aveva portato con sé un’esuberanza di rose e di gigli. Stavano mangiando un pudding tipicamente inglese, fatto da Dorothy, mentre, fuori, l’autunno dava i primi segni della sua presenza nelle foglie che volavano, spinte dal vento, e finivano contro i vetri delle finestre con un rumore sordo. Ma le tende, spesse e a fiori, erano chiuse. 
«Ho pensato molto a voi,» disse Dorothy a un tratto. David appoggiò il cucchiaio, disponendosi ad ascoltare con un’attenzione che non avrebbe mai prestato né al suo sofisticato padre né alla sua più semplice madre. «Credo che non dovreste avere tanta fretta... no, lasciatemi parlare. Harriet ha solo ventiquattro anni, venticinque tra poco. E tu ne hai solo trenta, David. Vi comportate come se temeste di perdere per sempre quello che non riuscite ad avere immediatamente. È questa l’impressione che mi date, sentendovi parlare.» 
David e Harriet stavano ad ascoltare. I loro sguardi si incrociarono, pensierosi, quasi preoccupati. Quella donna sana, schietta, generosa, con i suoi modi decisi e il suo buonsenso, non poteva essere ignorata. Era quasi un debito che avevano con lei, quello di starla ad ascoltare. 
«Ma è esattamente quello che penso,» disse Harriet. 
«Sì, bambina, lo so. Ti ho sentito, ieri, quando parlavi di avere un altro figlio subito. Be’, credo che te ne pentiresti.» 
«Ogni occasione lasciata è perduta,» commentò David, testardo. Era una frase eccessiva, che veniva dal profondo, entrambe le donne lo sapevano, e la cui gravità veniva sottolineata dal giornale radio, in onda in quel preciso momento. Brutte notizie da ogni parte del mondo; niente a confronto di quelle che sarebbero state trasmesse di lì a poco, ma pur sempre allarmanti. 
«Pensateci,» insisté Dorothy. «Vi prego. A volte voi due mi spaventate, non so neanch’io perché.» 
«Forse sarebbe stato meglio se fossimo nati in un altro paese,» protestò Harriet con vivacità. «Ci sono posti dove avere sei figli è un fatto normale, che non 
scandalizza nessuno... non ti trattano come un criminale, laggiù.» «Siamo noi europei gli anormali,» disse David. 
«Mi giunge nuova,» ribatté Dorothy, ostinata quanto loro. «Ma se voi abitaste in un paese come l’Egitto o l’India e decideste di mettere al mondo sei, o otto, o dieci figli... no, so benissimo cosa stai pensando, Harriet, ti conosco... be’, una metà morirebbe e l’altra crescerebbe senza un briciolo di istruzione. Non si può avere tutto. Certo, gli aristocratici possono continuare a far figli come conigli senza che nessuno si stupisca, ma hanno i soldi per mantenerli. E i poveracci possono far figli e vederne morire la metà e anche in questo caso nessuno si stupisce. Ma la gente come noi, il ceto medio, deve stare attenta a quanti figli mette al mondo, per evitare di non potersene occupare. Mi sembra che non ci abbiate riflettuto abbastanza... no, al caffè ci penso io, voi andate e sedervi.» 
David e Harriet passarono per l’ampio varco che divideva la cucina dal soggiorno e si sedettero sul divano tenendosi per mano, un giovane magro, cocciuto e piuttosto scosso e una donna enorme, rossa in volto e dai movimenti goffi. Harriet era incinta di otto mesi e la sua non era stata una gravidanza facile. Niente di grave, certo, ma le nausee non le avevano dato pace, dormiva poco e male per la cattiva digestione e, soprattutto, era scontenta di sé. Perché la gente li criticava sempre? si chiedevano. Dorothy portò il caffè, posò il vassoio e disse: «Li lavo io i piatti... no, restate lì seduti.» E tornò in cucina. 
«Ma quello che penso non conta niente?» osservò Harriet, stremata. 
«E cioè?» 
«Che i figli bisogna averli subito, finché si può.» 
Senza allontanarsi dal lavandino, Dorothy disse: «All’inizio dell’ultima guerra si pensava che mettere al mondo dei figli fosse da irresponsabili, eppure li abbiamo avuti, no?» E scoppiò in una risata. 
«Vedi?» intervenne David. 
«E ce li siamo tenuti,» soggiunse Dorothy. 
«Eccomi qua,» osservò Harriet. 
Il primogenito, Luke, nacque nel grande letto con l’assistenza della levatrice e, in parte, del dottor Brett. David e Dorothy rimasero con Harriet, a tenerle le mani. Inutile dire che il dottore aveva insistito perché si facesse ricoverare in ospedale, ma lei era stata irremovibile, attirandosi, naturalmente, la sua disapprovazione. 
Era una notte fredda e ventosa, tra Natale e Capodanno. La stanza era calda, una meraviglia. David pianse. Dorothy pianse. Harriet rise e pianse insieme. La levatrice e il dottore avevano un’arietta gioiosa e trionfante. Festeggiarono a champagne, versandone un po’ anche sulla testina del piccolo Luke. Era il 1966. 
Luke fu un bambino facile. Dormiva tranquillo nella stanzetta accanto alla grande camera da letto e veniva nutrito al seno con reciproca soddisfazione, sua e della madre. La felicità! Quando David usciva, al mattino, per prendere il treno che doveva portarlo a Londra, Harriet restava seduta a letto ad allattare il bambino e a sorseggiare il tè che il marito le aveva portato. Lui si chinava a baciarla e accarezzava la testa del piccolo con un forte senso di possesso che Harriet amava e capiva, perché l’oggetto di quel possesso non era lei né il bambino, ma la felicità stessa. La sua e quella di David. 
La Pasqua di quell’anno offrì l’occasione per la prima delle feste di famiglia. Nelle camere, ormai tutte arredate seppur alla buona, vennero alloggiate le due sorelle di Harriet, Sarah e Angela, con figli e mariti, Dorothy, sempre più nel suo elemento, e per un breve periodo Molly e Frederick i quali, pur trovando il soggiorno piacevole, ammisero che la vita di famiglia su quella scala non faceva per loro. 
Chi abbia familiarità con il mondo britannico si sarà ormai reso conto che, sulla base di quel metro potente, anche se non brevettato, costituito dal sistema di classi sociali esistente in Inghilterra, Harriet figurava qualche gradino più in basso di David. Cinque secondi dopo che i Lovatt o i Burke avevano incontrato i Walker, il fatto era già evidente, anche se, ovviamente, nessuno ne avrebbe parlato. I Walker non si stupirono che Frederick e Molly avessero deciso di fermarsi solo un paio di giorni, né che avessero cambiato idea all’arrivo di James Lovatt. Come molte coppie costrette a separarsi per incompatibilità di carattere, Molly e James erano felici di vedersi quando sapevano che il loro incontro sarebbe durato poco. Per la verità si trovarono tutti benissimo e furono d’accordo nel dire che la casa sembrava fatta per quel genere di riunioni. La gente si sedeva a lungo al grande tavolo, attorno al quale potevano essere sistemate tante sedie, a consumare il pasto o vi si radunava in altri momenti, a chiacchierare davanti a una tazza di tè o di caffè. E a ridere... Sentendo il suono delle risate o delle voci, il rumore della conversazione o quello dei bambini che giocavano, Harriet e David, sia che si trovassero in camera loro o stessero scendendo le scale, si prendevano per mano e sorridevano, lasciandosi invadere dalla felicità. Nessuno sapeva, nemmeno Dorothy – anzi, meno che mai Dorothy – che Harriet era di nuovo incinta. Luke aveva tre mesi. Avrebbero aspettato volentieri almeno un altro anno, ma era successo. «È colpa di questa stanza,» disse David ridendo. Si sentivano piacevolmente in colpa. Mentre, sdraiati sul letto, ascoltavano Luke che nella stanza accanto faceva i suoi versi da neonato, decisero di non dire una parola finché tutti non se ne fossero andati. 
Quando Dorothy lo seppe, si rabbuiò per un po’, poi disse: «Be’, presumo che avrete bisogno di me, o no?» 
Era vero. Anche questa gravidanza, come l’altra, ebbe un andamento normale, ma anche questa volta Harriet fu tormentata da tanti piccoli disturbi al punto da ammettere che, se non aveva cambiato idea sul numero di figli che voleva – sei, otto, dieci che fossero – si sarebbe assicurata almeno di lasciar passare un buon intervallo di tempo tra l’uno e l’altro. 
Fortunatamente Dorothy rimase con loro per il resto dell’anno, a occuparsi del piccolo Luke e a cucire le tende per le stanze del terzo piano. 
A Natale Harriet aveva di nuovo un gran pancione. Era incinta di otto mesi e scherzava sulle sue dimensioni e sulla goffaggine dei suoi movimenti. La casa straripava di gente. Tutti quelli che erano venuti a Pasqua erano tornati. Tutti riconobbero che Harriet e David erano dei padroni di casa straordinari. Arrivò anche una cugina di Harriet con i tre figli. Le era giunta notizia dei festeggiamenti pasquali, durati una settimana. Un collega di David venne con la moglie. Fecero festa per dieci giorni, quasi senza interruzione. Luke era nella sua carrozzina, al pianterreno e tutti si davano un gran daffare a viziarlo e a coccolarlo. I bambini più grandi lo portavano in giro come una bambola. Fece una breve comparsa anche Deborah, la sorella di David, una bella ragazza piuttosto fredda che avrebbe potuto tranquillamente essere figlia di Jessica invece che di Molly. Non si era sposata, anche se era stata molte volte sul punto di farlo. Il suo modo di comportarsi era così diverso da quello degli altri, tutti inglesi per la pelle, come si definivano contrapponendosi a lei, che le differenze finirono per diventare una continua ragione di scherzo. Aveva sempre amato il lusso, mentre aveva trovato insopportabili il disordine e il clima di austerità della casa materna. Odiava le convivenze numerose, ma dovette ammettere che il gruppo radunato in quella casa aveva qualcosa di interessante. 
In tutto erano una ventina: dodici adulti e dieci bambini. Ogni tanto si facevano vivi anche i vicini o altri invitati, ma la coesione familiare era così forte da escluderli. 
Harriet e David esultavano di fronte al miracolo compiuto dalla loro ostinazione, da ciò che tutti avevano criticato e deriso. Erano riusciti a unire persone che non avevano niente in comune e a far sì che godessero della reciproca compagnia. 
Anche la secondogenita, Helen, nacque come Luke nel grande letto coniugale circondata dalla stessa gente. Ancora una volta la testa della neonata fu spruzzata di champagne e tutti piansero. Luke, espulso dalla stanzina, passò in una camera adiacente e Helen prese il suo posto. 
Nonostante che Harriet fosse stanca, anzi stremata, la festa di Pasqua ebbe ugualmente luogo. Dorothy ne fu contrariata. «Sei stanca, bambina,» disse. «Sei tirata fino all’osso.» Poi, vedendo l’espressione di Harriet: «Va bene, d’accordo. Ma bada, non dovrai muovere un dito.» 
Le due sorelle e Dorothy si assunsero l’incarico di fare la spesa e di cucinare; i compiti più ingrati, insomma. 
Nella grande stanza al pianterreno, assieme a tutti gli altri – la casa si era di nuovo riempita – c’erano i due piccini, Helen e Luke, tutti riccioli biondi, occhi azzurri e guance rosa. Luke trotterellava, aiutato dai presenti e Helen era in carrozzina. 
Quell’estate – si era nel 1968 – la casa si riempì fino all’attico. Tutti avevano risposto all’appello. La cittadina era a una distanza ideale da Londra; gli ospiti partivano la mattina con David e tornavano la sera, e bastavano venti minuti di macchina per trovarsi in aperta campagna. 
La gente andava e veniva, diceva di fermarsi un paio di giorni e invece restava una settimana. Ma chi sosteneva le spese? Be’, tutti contribuivano naturalmente, ma com’era prevedibile sempre al di sotto delle necessità, forse perché sapevano che il padre di David era ricco. Se non si fosse accollato il mutuo, tutto quello sarebbe stato soltanto un sogno. Nonostante cercassero di risparmiare, i soldi erano pochi. Avevano comprato un gigantesco frigorifero usato, che avevano riempito di frutta e di verdura. Dorothy, Sarah e Angela preparavano conserve, marmellate e chutney. Cuocevano il pane e l’intera casa profumava del pane appena sfornato. Era la felicità, come ai vecchi tempi. 
Ma una nuvola l’oscurava. Sarah e William, suo marito, non erano felici. Litigavano di continuo, poi si rappacificavano, ma lei era in attesa del quarto figlio, per cui un divorzio era impensabile, almeno per il momento. 
Venne Natale – e fu di nuovo festa – poi passò. E ancora Pasqua... e tutti si chiedevano come facesse a starci tanta gente, in quella casa. 
La nube costituita dalle tensioni tra Sarah e William svanì, cancellata da un dramma ancora peggiore. La bambina di Sarah nacque con la sindrome di Down, e questo significava per i genitori la rinuncia a qualsiasi progetto di separazione. Dorothy a volte osservava che avrebbe dovuto dividersi in due. Sarah aveva bisogno di lei quanto Harriet, se non di più. Così Ogni tanto se ne andava a trovare la sua Sarah che, al contrario di Harriet, era così infelice. 
Jane nacque nel 1970, quando Helen aveva due anni. Troppo presto, protestò Dorothy. Che fretta c’era? 
Helen fu spostata nella camera di Luke e Luke in quella successiva. Jane cinguettava felice nella stanzetta, mentre i due fratelli si infilavano nel lettone dei genitori per giocare e farsi coccolare, o andavano nel letto della nonna e giocavano lì. 
Felicità. Una famiglia felice. E i Lovatt erano una famiglia felice. Era quello a cui avevano puntato, quello che si meritavano. Spesso, quando erano a letto e si voltavano a guardarsi avevano l’impressione che nel loro petto si aprisse una specie di porta, da cui fluiva, con un’intensità tale da lasciarli senza fiato, un senso di sollievo e di gratitudine. Dopotutto, non era stato facile aver pazienza così a lungo, né continuare a credere in sé e nelle proprie idee, quando lo spirito dei tempi, di quegli anni sessanta così avidi ed egoisti, si era precipitato a condannarli, a isolarli, a denigrare la loro parte migliore. Eppure avevano avuto ragione a tener duro, a conservare quella integrità che li aveva indotti a scegliere con tanta determinazione il meglio. La casa, la famiglia. 
Fuori da quel rifugio privilegiato infuriavano gli uragani del mondo. I bei vecchi tempi erano stati spazzati via per sempre. La ditta in cui lavorava David aveva risentito del difficile momento economico, tanto che non gli era stata concessa la promozione a cui aspirava, ma c’erano altri che avevano perso il posto e lui poteva ancora dirsi fortunato. Il marito di Sarah era disoccupato. Sarah diceva con tristezza che lei e William si attiravano tutte le disgrazie del clan. 
A quattr’occhi Harriet confidò a David che, secondo lei, la sfortuna non c’entrava. Doveva essere stata la loro infelicità, piuttosto, o quel loro continuo bisticciare, ad attirare la piccola mongoloide... sì, sì, lo sapeva benissimo che non bisognava chiamarli così. Ma la piccola non assomigliava un po’ a Gengis Khan? Un Gengis Khan in miniatura, con la faccia piatta e gli occhi a feritoia. A David non piaceva questo aspetto di Harriet, questo fatalismo così in contrasto con il resto della sua personalità. Le disse che quelli non erano discorsi da fare, che un’idea del genere poteva venire in mente solo a una donnetta sciocca e isterica. Harriet si offese e lui dovette chiederle scusa. 
La cittadina in cui vivevano era cambiata da quando erano arrivati, cinque anni prima. I crimini e gli episodi di violenza, che un tempo avrebbero scosso chiunque, erano diventati fatti di ordinaria amministrazione. Bande di giovani ciondolavano in alcuni bar e in certe strade, e non avevano rispetto per nessuno. La casa accanto a quella dei Lovatt era stata svaligiata dai ladri per ben tre volte. Da loro non erano ancora venuti, anche perché c’era sempre qualcuno. La cabina telefonica in fondo alla strada era stata danneggiata così spesso che le autorità avevano smesso di ripararla; era ancora lì, inutilizzabile. Harriet non si sarebbe più sognata di andare in giro da sola, la sera, mentre un tempo le sarebbe parso impensabile dover limitare la sua libertà di movimento. La situazione stava prendendo una brutta piega, quasi che in Inghilterra vivessero due popolazioni diverse, due gruppi nemici che si detestavano e rifiutavano di ascoltarsi. I giovani Lovatt si sforzavano di leggere i quotidiani e di guardare il telegiornale, anche se, istintivamente, ne avrebbero fatto volentieri a meno. Eppure dovevano sapere quello che succedeva fuori dalla loro roccaforte, dal loro regno dove crescevano tre preziosi rampolli e tante persone venivano a immergersi nella sicurezza, nel benessere e nella gentilezza. 
Il quarto figlio, Paul, nacque nel 1973, tra Natale e Pasqua. Harriet non era in gran forma: le sue gravidanze erano state tutte faticose, con molti piccoli problemi. Niente di grave, ma lei era stanca. 
La Pasqua fu la migliore che avessero mai trascorso. Anzi, l’intero anno era stato migliore degli altri. A ripensarci, era stato un unico lungo festeggiamento, frutto di un’affettuosa ospitalità, di cui Harriet e David erano i guardiani, iniziato a Natale, quando Harriet si era ritrovata di nuovo con il pancione e tutti si erano presi cura di lei, collaborando all’impresa di preparare dei pasti appetitosi, interessandosi al bambino in arrivo... sapendo che presto sarebbe venuta Pasqua, poi la lunga estate, e di nuovo Natale... 
La Pasqua durò tre settimane, più o meno come le vacanze scolastiche. La casa straripava di ospiti. I tre bambini, che dormivano ognuno in una stanza, vennero raggruppati assieme, per far spazio ai nuovi venuti. Ne furono, naturalmente, felici. «Perché non li fate dormire sempre insieme?» chiesero Dorothy e gli altri. «Una stanza ciascuno, per dei marmocchi simili, è uno spreco.» 
«È importante che ognuno abbia la sua stanza,» rispose senza esitazioni David. 
Gli sguardi si incrociarono, come capita sempre nelle famiglie quando si tocca un tasto delicato, e Molly, che si sentiva apprezzata, ma anche indirettamente criticata, disse: «Tutti al mondo devono avere la loro stanza! Tutti!» con l’intenzione di fare dello spirito. 
Questa scena avveniva alla prima colazione, in realtà si era già a metà mattina; nell’ampia stanza al pianterreno, la prima colazione durava all’infinito. Gli adulti, quindici in tutto, erano ancora seduti attorno al grande tavolo. I bambini giocavano tra i divani e le poltrone del soggiorno. Molly e Frederick erano seduti vicini, come sempre, con la solita aria di giudicare tutto secondo i criteri di Oxford che in quel consesso attirava loro non pochi sarcasmi. Ma non sembravano aversene a male, anche se si mettevano scherzosamente sulla difensiva. Molly aveva di nuovo scritto al padre di David, James, dicendogli che doveva «scucire» altri soldi, la giovane coppia non ce la faceva a dar da mangiare a tutte quelle bocche fameliche. Lui aveva spedito un assegno cospicuo e poi era venuto di persona. Ora era seduto di fronte alla prima moglie e al suo attuale marito e, come al solito, i due coniugi si osservavano di sottecchi, chiedendosi con stupore come avessero fatto un tempo a convivere. L’abbigliamento di James era quello dello sportivo, non a caso era in partenza per una vacanza sugli sci, come Deborah d’altronde, che se ne stava lì con l’aria di un uccello esotico capitato in uno strano posto e trattenutovi solo dalla curiosità (mai e poi mai avrebbe ammesso che potesse trattarsi di vero interesse). C’era anche Dorothy, che dispensava tè e caffè. Angela era seduta accanto al marito e i suoi tre bambini stavano giocando con gli altri. Energica ed efficiente «è una che se la cava benissimo da sola», diceva Dorothy, risparmiandosi di aggiungere «per fortuna», non faceva mistero del fatto che le sorelle si erano accaparrate le cure materne, escludendola. Era una donna sveglia, graziosa e furba come una volpe. Sarah, il marito di Sarah, cugini, amici... la grande casa era piena zeppa di gente che era stata sistemata in ogni angolo, persino sui divani del soggiorno. 
Già da tempo l’attico era stato trasformato in un dormitorio, attrezzato con materassi e sacchi a pelo e destinato ad accogliere i bambini. Nella stanza spaziosa e confortevole, dove bruciava un fuoco alimentato dalla legna raccolta il giorno prima durante una passeggiata nei boschi, giungeva, dal piano di sopra, il suono di una canzone che i ragazzi più grandi stavano imparando. In quella casa non si guardava molto la televisione, e questo suscitava l’ammirazione e l’invidia di chi non riusciva a ottenere lo stesso risultato a casa sua. 
Il marito di Sarah, William, non era a tavola con gli altri, ma se ne stava appoggiato al muretto divisorio, e quel suo appartarsi, seppure a breve distanza, era indicativo della sua posizione nei confronti della famiglia. Aveva lasciato Sarah due volte, ma era ritornato, anche se tutti sapevano che la cosa era destinata a ripetersi. Aveva trovato un lavoro piuttosto modesto in campo edile. Il problema era che le menomazioni fisiche lo atterrivano e la sua ultima nata, affetta da sindrome di Down, era per lui una continua fonte di angoscia. Ma a Sarah lo univa un legame profondo. Erano bene assortiti, entrambi alti, robusti, scuri come zingari, vestiti di colori sgargianti. Ora la povera piccina, coperta in modo da non turbare nessuno, era in braccio a Sarah, e William evitava accuratamente di guardarla. 
I suoi occhi si fissarono invece su Harriet che stava allattando il piccolo Paul, di soli due mesi, nella comoda poltrona che le era stata riservata perché era adatta a quella funzione. Aveva l’aria esausta. Jane era rimasta sveglia gran parte della notte perché le stavano spuntando i denti e aveva voluto la mamma, non la nonna. 
I quattro figli che aveva messo al mondo non l’avevano cambiata molto. Era seduta a capotavola, con la camicia celeste parzialmente slacciata a rivelare parte di un seno bianco venato di azzurro, contro il quale la testina di Paul oscillava energicamente. Le labbra strette nel suo modo caratteristico e gli occhi guardavano attenti, per non perdere nulla. Era una giovane donna attraente e sana, piena di vita. Ma stanca... Interrompendo i giochi, i bambini arrivarono di corsa con qualche loro problema e lei, innervositasi, li investì in tono brusco: «Perché non andate a giocare in mansarda?» Non era da lei... i presenti si scambiarono una serie di occhiate e intervennero a far star zitti i bambini. Alla fine fu Angela ad accompagnarli di sopra. 
Harriet si era pentita di aver perso la pazienza. «Non ho dormito quasi niente,» si scusò, ma William la interruppe, prendendo in mano la situazione e facendosi portavoce di ciò che tutti pensavano. Harriet lo sapeva, così come capiva perché dovesse essere proprio William, pessimo padre e marito, a parlare. 
«Guardiamoci bene in faccia, cognata Harriet,» proclamò William chinandosi leggermente in avanti, le mani in alto, come un direttore d’orchestra. «Quanti anni hai? No, lascia perdere, lo sappiamo tutti. E hai avuto quattro figli in sei anni...» A questo punto si guardò attorno per essere sicuro di avere l’appoggio degli altri. Erano tutti con lui. Anche Harriet se ne accorse e sorrise con ironia. 
«D’accordo, sono un’incosciente,» disse. 
«Prenditi un po’ di vacanza, Harriet. E tutto quello che ti chiediamo,» continuò William nel modo faceto, da istrione, che gli era caratteristico. 
«Parla lui, che di figli ne ha messi al mondo quattro,» osservò Sarah, cullando teneramente la sua povera Amy e sfidando tutti a dire ad alta voce quello che si stavano domandando in silenzio, e cioè perché mai si facesse in quattro per difenderlo. Lui le lanciò un’occhiata riconoscente, evitando tuttavia di guardare il patetico fagotto che lei si stringeva al petto con aria protettiva. 
«Già, ma almeno noi li abbiamo distribuiti in dieci anni.» 
«Comunque ce la prenderemo, la vacanza,» annunciò Harriet. E poi aggiunse, in tono di sfida: «Per almeno tre anni.» 
Ci fu un altro scambio di sguardi, che a lei parvero di condanna. 
«Cosa vi avevo detto?» commentò William. «Questi pazzi hanno intenzione di continuare.» 
«Potete starne certi,» intervenne David. 
«Anch’io vi ho avvertiti,» disse Dorothy. «Quando Harriet si ficca qualcosa in testa, non c’è niente che le faccia cambiare idea.» 
«Tale e quale sua madre,» disse Sarah con una punta di tristezza. Il commento si riferiva al fatto che Dorothy aveva deciso di restare con Harriet, convinta che questa avesse più bisogno di lei di quanto non ne avesse Sarah, nonostante la presenza della bambina handicappata. «Tu sei molto più forte di lei,» le aveva detto Dorothy. «Il guaio di Harriet è che ha sempre avuto gli occhi più grandi della pancia.» 
Dorothy, con in braccio la piccola Jane, che sonnecchiava, ancora agitata per la brutta notte trascorsa, era seduta accanto a Harriet, il busto eretto, solida, le labbra strette e gli occhi a cui non sfuggiva nulla. 
«E perché no?» disse Harriet. Poi, rivolgendosi alla madre con un sorriso: «Che c’è di male?» 
«Vogliono avere altri quattro figli,» annunciò Dorothy in tono implorante, come a pregare gli altri di intervenire. 
«Santo Dio,» esclamò James in tono ammirato e intimorito insieme. «Fortuna che i soldi non mi mancano.» 
David ci rimase male: arrossì, evitando di guardare gli altri. 
«Non fare così, David,» disse Sarah, sforzandosi di non suonare amara; con tutto il bisogno di soldi che aveva, era David, che aveva già un buon lavoro, a fare la parte del leone. 
«Non penserete davvero di mettere al mondo altri quattro figli?» si informò Sarah, sospirando, e a tutti fu chiaro che per lei significava sfidare il destino altre quattro volte. Appoggiò dolcemente la mano sulla testina di Amy, che dormiva coperta da uno scialle, come per proteggerla dal mondo. 
«Invece sì,» ribatté David. 
«Proprio così,» confermò Harriet. «In realtà è quello che vorrebbero tutti se non fossero così condizionati. Credetemi, tutti vorrebbero vivere come noi.» «Oh, le belle famiglie felici,» osservò Molly in tono critico. 
Il suo stile di vita ideale era quello in cui l’intimità domestica veniva confinata a far da sfondo alle cose che realmente contavano. 
«Siamo noi il centro della nostra famiglia,» disse David. «Harriet e io. Non tu, mamma.» 
«Dio me ne scampi,» commentò Molly e il suo viso tondo, già piuttosto roseo, si imporporò ulteriormente. Era evidentemente seccata. 
«Oh, insomma,» insisté suo figlio, «non mi dirai che avresti voluto vivere così!» 
«Nemmeno io, se è per questo,» intervenne James. «E non ho rimpianti.» 
«Oh, papà, tu sei stato straordinario,» cinguettò Deborah. «Davvero. E anche 
Jessica è stata una mamma stupenda.» 
La vera madre inarcò le sopracciglia pesanti. 
«Non mi sembra che tu abbia mai offerto a Molly molte possibilità di dimostrare le sue doti materne,» disse Frederick. 
«Ma fa così fre-e-eddo in Inghilterra,» si lamentò la ragazza. 
James, con quel suo aspetto attraente e ben conservato, e l’abbigliamento vivace, perfetto per un’estate nel sud, si concesse un sogghigno ironico, di quelli con cui le persone mature commentano la mancanza di tatto dei giovani, e guardò l’ex moglie e suo marito come a chiedere scusa per Deborah. «Comunque, ci tengo a ripetere che questo non è certo il mio ideale di vita,» disse. «E tu ti sbagli, Harriet. Semmai è vero il contrario. Il condizionamento è stato quello di far credere alla gente che la vita di famiglia sia il massimo. Per fortuna ormai è acqua passata.» 
«Se la pensi così, perché sei venuto?» domandò Harriet con un’aggressività sproporzionata alla serenità di quella scena mattutina. Poi arrossì ed esclamò: 
«Scusami, ho parlato senza riflettere.» 
«Ma certo,» intervenne Dorothy. «Il fatto è che sei troppo stanca.» 
«Siamo venuti perché qui si sta bene,» disse una ragazzina, cugina di David. Aveva alle spalle una vicenda familiare infelice, o quanto meno complicata, e aveva preso l’abitudine di passare le sue vacanze dai Lovatt, con il consenso dei genitori, ben contenti che potesse sperimentare un po’ di vera vita di famiglia. Si chiamava Bridget. 
David e Harriet, intenti come al solito a scambiarsi le lunghe occhiate complici, che servivano loro da incoraggiamento, non avevano sentito il commento della ragazza, che ora li guardava con un’espressione patetica. 
«Su, coraggio, dite a Bridget che è la benvenuta,» intervenne William. 
«Come? Cos’è successo?» chiese Harriet. 
«Bridget ha bisogno di sentirsi dire che è ben accetta,» spiegò William. «Be’, tutti ne abbiamo bisogno, di tanto in tanto,» soggiunse nel suo modo faceto e non poté evitare di lanciare un’occhiata alla moglie. 
«Ma certo che sei ben accetta, Bridget,» disse David guardando Harriet, che si affrettò ad aggiungere: «È ovvio.» Non c’era neanche bisogno di dirlo, questo era il senso della sua affermazione, che aveva in sé tutto il peso di una scelta perfettamente condivisa, tanto che Bridget scrutò prima uno, poi l’altro poi l’intera famiglia e infine sbottò. «E questo che voglio quando mi sposerò. Una vita come quella di David e Harriet, con una grande casa e un mucchio di bambini... siete tutti invitati.» 
Era una quindicenne dai capelli scuri, grassoccia e bruttina, in cui si intravedevano, tuttavia, i segni di una futura bellezza, cosa che non mancarono di farle notare. 
«È naturale,» osservò Dorothy in tono tranquillo. «Si apprezza sempre quello che non si ha.» 
«Non sono d’accordo,» commentò Molly. 
La ragazzina si guardò attorno, smarrita. 
«La mamma vuol dire che solo se si è conosciuto qualcosa si è in grado di apprezzarlo,» disse David. Ma io sono la prova vivente del contrario.» 
«Se intendi dire che non hai avuto una vera casa, ti sbagli di grosso,» disse Molly. 
«Anzi, ne hai avute due,» precisò James. 
«Avevo la mia stanza. Era quella la mia casa.» 
«Troppo buono,» commentò Frederick. «Non sapevo che ti fossero mancate tante cose.» 
«Non ha importanza. La mia stanza mi bastava.» 
Gli altri decisero di lasciar perdere; alzarono le spalle e scoppiarono in una risata. «A quanto pare, non vi siete neanche posti il problema di dare a tutti un’educazione,» disse Molly. «Almeno per ora.» 
Stava affiorando un’altra delle molte differenze che la vita in quella casa aveva così felicemente smussato. David, ovviamente, aveva frequentato solo scuole private. 
«Luke andrà a scuola qui da noi quest’anno,» dichiarò Harriet. «E Helen l’anno prossimo.» 
«Contenti voi,» ribatté Molly. 
«Le mie tre figlie sono andate alla scuola pubblica,» disse Dorothy con aria bellicosa, ma Molly non raccolse la sfida. «A meno che James non intervenga un’altra volta...» osservò, mettendo in chiaro che né lei né Frederick potevano o intendevano contribuire. 
James rimase in silenzio, evitando persino di assumere un’aria ironica. 
«Mancano ancora cinque e sei anni prima che si ponga seriamente il problema della scuola,» precisò Harriet in un tono che, ancora una volta, era irritato. 
«David è stato iscritto quando è nato,» insisté Molly. «E anche Deborah.» 
«Be’, non mi sembra che i compagni che ho frequentato mi abbiano resa migliore di Harriet... o di chiunque altro, se è per questo,» rispose Deborah. 
«Giusta osservazione,» disse James, che a ogni buon conto aveva pagato la retta dei collegi. 
«Non direi,» commentò Molly. 
William sospirò e decise di buttar tutto in ridere. «E noi che non abbiamo avuto niente. Povero William. Povera Sarah. Povera Bridget. Povera Harriet. Dimmi, Molly, secondo te se avessi frequentato un collegio esclusivo riuscirei ora a trovare un lavoro decente?» 
«Non è questo il punto.» 
«Forse vuol dire che chi ha avuto una buona educazione è comunque più felice, anche se è disoccupato o ha un lavoro squallido,» spiegò Sarah. 
«Insomma, le scuole pubbliche sono pessime e stanno ulteriormente peggiorando,» disse Molly. «Harriet e David hanno già quattro figli da mandare a scuola. E ce ne saranno altri, a quanto ho capito. Non potete contare su James in eterno. Al mondo può succedere di tutto.» 
«Appunto,» commentò William, poi rise, quasi a mitigare l’amarezza delle sue parole. 
Harriet si agitò sulla sedia, a disagio si staccò Paul dal seno con un’abilità nel non scoprirsi che suscitò l’ammirazione generale. «Basta con questi discorsi,» disse. 
«È una bella mattina...» 
«Naturalmente vi aiuterò. Entro certi limiti,» dichiarò James. 
«Oh, James...» disse Harriet, «grazie... grazie... Perché non andiamo a fare una passeggiata nei boschi?... Potremmo portare con noi il picnic...» 
La mattina era passata senza che se ne accorgessero. Era ormai mezzogiorno. Il sole accendeva i bordi delle belle tende rosse, facendole diventare arancione intenso, proiettando losanghe luminose color del fuoco sul tavolo, tra le tazze, i piattini e la fruttiera. I bambini, abbandonata la mansarda, si erano riversati in giardino, e gli adulti andarono a osservarli dalle finestre. Il giardino era, come al solito, in stato di abbandono; mancava il tempo per curarlo. L’erba cresceva a chiazze e i giocattoli erano disseminati un po’ dovunque. Gli uccelli cantavano tra gli arbusti, ignorando i bambini. La piccola Jane, che Dorothy aveva messo a terra, trotterellò per unirsi agli altri. Un gruppo di bambini giocava facendo un gran chiasso, ma lei era troppo piccola, un po’ seguiva il gioco, un po’ si appartava per chiudersi nel mondo privato dei suoi due anni, nonostante che gli altri cercassero ingegnosamente di adattarsi alle sue possibilità. La settimana precedente e più esattamente la domenica di Pasqua, il giardino si era trasformato in un grande nascondiglio, zeppo di uova colorate. Una giornata stupenda, in cui i bambini erano tornati ciascuno con un bottino di uova magiche, che Harriet, Dorothy e Bridget, la giovane studentessa, erano rimaste a decorare fino a tardi, la sera prima. 
David e Harriet erano insieme alla finestra. Lei aveva in braccio l’ultimo nato e lui la strinse a sé. Si scambiarono una rapida occhiata, sentendosi quasi in colpa per quel loro eterno sorridersi che, ne erano sicuri, prima o poi avrebbe finito per esasperare gli altri. 
«Siete incorreggibili,» disse infatti William. «Non cambieranno mai,» soggiunse poi, rivolto agli altri. «Be’, io ci ho provato. Allora, andiamo o no a fare questo picnic?» 
Si accalcarono tutti in cinque macchine, con i bambini in braccio agli adulti o infilati nei pochi spazi vuoti. 
L’estate non fu diversa: due lunghi mesi in cui i vari membri della famiglia andarono e vennero a più riprese. La povera Bridget rimase con loro tutto il tempo, disperatamente attaccata a quel miracolo di famiglia. Come, in fondo, anche Harriet e David. Più di una volta, osservando il viso della ragazzina, su cui era stampata un’espressione reverenziale, adorante, concentrata al punto da far pensare che temesse, distraendosi, di perdere qualche segno di magnanimità o di grazia, vi si vedevano riflessi. A volte con imbarazzo. C’era qualcosa di eccessivo in quello che vi scorgevano... di esagerato... Forse avrebbero dovuto dirle: «Senti un po’, Bridget, non farti troppe illusioni, la vita non è sempre così!» Ma la vita era così, se si sapeva scegliere per il meglio: perché non avrebbe potuto avere anche lei ciò di cui loro godevano con tanta larghezza? 
Ancor prima che la casa si riempisse per il Natale del 1973, Harriet si accorse di essere di nuovo incinta. Sia lei che David ne rimasero costernati. Com’era potuto succedere? E sì che erano stati attenti, tanto più dopo che avevano deciso di non avere per un po’ altri figli. «È colpa di questa stanza,» si sforzò di scherzare David. «È una fabbrica di bambini!» 
Non avevano ancora dato l’annuncio a Dorothy, la quale in quel momento era assente, perché Sarah si era lamentata del fatto che Harriet fosse l’unica a ricevere l’aiuto della madre. La verità era che Harriet non riusciva a cavarsela da sola. Tre ragazze in rapida successione vennero assunte per darle una mano; avevano appena terminato la scuola e non riuscivano a trovare lavoro. Ma non erano un granché, tanto che Harriet era convinta di essere lei a badare a loro più di quanto loro servissero a lei. Venivano quando ne avevano voglia e passavano gran parte del tempo sedute a prendere il tè con le amiche mentre Harriet sgobbava. Era stravolta, esaurita... anche l’umore non era più quello di un tempo. Perdeva le staffe, scoppiava in lacrime... David la vide seduta al tavolo di cucina con la testa tra le mani. Il nuovo feto la stava avvelenando, disse, mentre Paul piagnucolava nella sua carrozzina, ignorato. David prese un permesso di due settimane per restare a casa a dare una mano. Sapevano da sempre di dover molto a Dorothy, ma adesso ancor più di prima, ed erano certi che la notizia della nuova gravidanza l’avrebbe mandata in bestia. E molto anche. Chi avrebbe potuto darle torto? 
«Sarà tutto più facile durante le vacanze di Natale,» disse Harriet piangendo. 
«Vorrai scherzare,» rispose David, furioso. «Quest’anno non inviteremo nessuno.» 
«Ma è così comodo quando la casa è piena di gente,» protestò Harriet. «Tutti mi danno una mano.» 
«Per una volta saremo noi ad andare dagli altri,» disse David, ma l’idea venne subito accantonata; nessuno aveva lo spazio per ospitare sei persone in più. 
Sdraiata sul letto, Harriet piangeva. «Ma io voglio che vengano... Oh, ti prego, David, non mandare tutto a monte... tutta quella gente servirà a svagarmi.» 
Seduto sul bordo del letto, dalla parte opposta, David la guardava con imbarazzo, cercando invano di non avere un’aria critica. Per la verità non gli sarebbe dispiaciuto di non avere attorno tutta quella gente per quasi un mese. A parte il fatto che costava molto e loro erano sempre a corto di quattrini. Si era preso anche un secondo lavoro per guadagnare di più, e adesso gli toccava fare la bambinaia. 
«Hai bisogno di qualcuno che ti aiuti, Harriet. Se ti sforzassi di essere più accomodante e non le mandassi via subito...» 
Lei reagì con indignazione. «Sei ingiusto! Non sei tu che devi startene qui inchiodato... Sono tutte delle buone a nulla. Non sanno neanche da che parte si comincia.» 
«Una mano te l’hanno data... se non altro a lavare i piatti.» 
Dorothy telefonò annunciando che entrambe le figlie avrebbero dovuto fare a meno di lei. Aveva bisogno di un periodo di riposo e aveva deciso di tornarsene a casa e di prendersela comoda per qualche settimana. Harriet, in lacrime, non riusciva a spiccicare parola e Dorothy non poté cavarle il motivo di tanta disperazione. «Va bene, vuol dire che verrò anche questa volta,» osservò. 
Ora era seduta al grande tavolo con David, Harriet e i quattro bambini e fissava la figlia con espressione severa. Aveva capito che era incinta mezz’ora dopo il suo arrivo. Dall’espressione del viso, irata e decisa, si intuiva che aveva cose terribili da dire, qualcosa come: «A me non avete proprio mai pensato. Per voi non sono che una serva,» oppure: «Siete due terribili egoisti, due irresponsabili. « Erano queste le parole che aleggiavano nell’aria, ancora non dette, ma loro sapevano che, se Dorothy si fosse lasciata andare, quello non sarebbe stato che l’inizio. 
Era seduta a capotavola – il posto più vicino alla cucina – e mescolava il tè, con un occhio al piccolo Paul che si agitava sul seggiolone perché voleva essere preso in braccio. Anche Dorothy aveva l’aria stanca e i capelli grigi in disordine: stava per salire nella sua stanza a riordinarsi quando era stata inghiottita dagli abbracci congiunti di Luke, Helen e Jane, felici di riaverla e consapevoli del fatto che la tensione e l’impazienza che avevano regnato sulla casa da quel momento sarebbero scomparse. 
«Lo sapete, vero, che tutti si aspettano di tornare, a Natale,» osservò in tono grave, senza guardarli. 
«Oh sì, che meraviglia,» gridarono Luke e Helen, improvvisando una specie di danza tutt’attorno alla cucina. «E quando arrivano? Verranno anche Tony e Robin e Anne?» 
«Mettetevi a sedere,» sbottò David in tono severo e i bambini obbedirono, lanciandogli uno sguardo stupefatto. 
«È una pazzia,» continuò Dorothy. Era rossa in viso, in parte per il tè bollente, in parte per tutto ciò che si sforzava di non dire. 
«Ma io voglio che vengano,» proruppe Harriet, scoppiando in lacrime, e uscì di corsa dalla stanza. 
«Harriet ci tiene molto,» osservò David, a titolo di scusa. 
«E tu no?» La voce di Dorothy aveva un’intonazione sarcastica. 
«Il fatto è che Harriet non è più lei,» dichiarò David con gli occhi fissi su Dorothy, come per costringerla a guardarlo. Ma non vi riuscì. 
«Cosa significa che la mamma non è più lei,» domandò Luke, che aveva ormai sei anni, pronto a trasformare l’affermazione in un gioco di parole, o persino in un indovinello. E tuttavia si intuiva che era turbato. David allargò un braccio e il bambino corse a rifugiarsi da suo padre, stringendosi a lui e guardandolo in viso. 
«Non c’è niente di cui preoccuparsi, sta’ tranquillo,» gli disse David. 
«Dovete cercare qualcuno che vi aiuti,» osservò Dorothy. 
«Ci abbiamo provato.» David le spiegò come erano andate le cose con le tre ragazze, gentili ma indifferenti. 
«Non mi stupisce. Nessuno ha più voglia di faticare al giorno d’oggi. Ma voi non potete fare a meno di una domestica e per quanto mi riguarda non ho mai pensato di finire i miei giorni a servizio dalle mie figlie.» 
A questo punto Luke e Helen fissarono la nonna, increduli, e scoppiarono in lacrime. Dopo un breve attimo, Dorothy riprese il controllo su di sé e si affrettò a consolarli. 
«Su, su, non fate così,» disse. «Ora vado «a mettere a letto Paul e Jane. Voi due siete grandi, ormai, potete andarci da soli. Poi verrò a darvi la buonanotte e me ne andrò a dormire anch’io. Sono stanca morta.» 
I due bambini, avviliti, si avviarono su per le scale. 
Harriet non scese quella sera; suo marito e sua madre sapevano che stava male. Era una cosa a cui erano abituati... ma non lo erano ai malumori, alle lacrime, al nervosismo. 
Quando i bambini furono a letto, David sbrigò parte del lavoro che si era portato a casa, si preparò un pianino, e fu raggiunto da Dorothy, che era scesa a farsi un tè. Questa volta evitarono di punzecchiarsi, ma rimasero in silenzio, il silenzio solidale di due vecchi compagni che insieme ne avevano passate tante. 
Poi David salì nella grande stanza da letto buia. La luce proveniente da una finestra illuminata, all’ultimo piano di una casa distante una trentina di metri, creava sul soffitto un gioco di bagliori e di ombre. David, in piedi, guardò il letto matrimoniale dove Harriet era sdraiata. Dormiva? Il piccolo Paul le stava accanto, addormentato. Nel sonno si era scoperto. David si chinò, lo avvolse nella copertina e lo portò nella sua stanzetta. Gli occhi di Harriet che seguivano i suoi movimenti brillarono. 
Si infilò in letto e, come sempre, allungò il braccio, perché lei potesse appoggiarvi la testa e rannicchiarsi contro di lui. 
Ma lei disse: «Senti.» Poi gli prese la mano e se la appoggiò sul ventre. 
Era incinta di quasi tre mesi. 
Il feto non aveva ancora dato segni di vita indipendente, ma in quel momento David sentì un colpo sotto la mano, quasi un movimento brusco. 
«Non sarai per caso più avanti?» Sentì un altro colpo e rimase incredulo. 
Harriet aveva ripreso a piangere e David ebbe la sensazione – ingiusta, lo sapeva – che stesse infrangendo le regole di un loro tacito patto: le lacrime e l’infelicità non rientravano nei loro programmi. 
Harriet si sentiva respinta. Erano sempre stati felici di starsene lì sdraiati, l’uno accanto all’altra, a sentire una nuova vita, a darle il benvenuto. Per ben quattro volte lei aveva atteso i primi palpiti, così lievi all’inizio da indurre in errore, ma ben presto inconfondibili, la sensazione di una bolla d’aria emessa dalla bocca di un pesce, le reazioni impercettibili ai suoi movimenti, al tocco delle sue mani e persino – ne era convinta – ai suoi pensieri. 
Quella mattina, mentre era ancora sdraiata al buio, prima che i bambini si svegliassero, aveva sentito una botta nella pancia, un richiamo imperioso. Si era rizzata a sedere, incredula, fissando il ventre morbido, ma ancora piatto, e aveva sentito di nuovo il battito impellente, simile a quello di un piccolo tamburo. Quel giorno non si era fermata un attimo nel tentativo di ignorare gli appelli del nuovo essere, così diversi da quelli che aveva sperimentato in precedenza. 
«E meglio che vada a farti dare un’occhiata dal dottor Brett,» disse David. 
«Forse abbiamo sbagliato i conti.» 
Harriet non rispose; pensò che non era questo il punto, pur non sapendo perché. 
E tuttavia andò dal dottor Brett. 
«Posso anche essermi sbagliato di un mese,» le disse questi. «Ma se le cose stanno così, sei stata davvero imprudente, Harriet.» 
Era il rimprovero che tutti le muovevano, tanto che esplose: «Un incidente può capitare a tutti.» 
Il dottore aggrottò la fronte, sentendo i sobbalzi violenti nel suo ventre e osservò: «Non c’è niente di anormale in un feto che si muove, no?» Ma sembrava perplesso. Era un uomo non più giovane, dall’aria perennemente stanca, che, a quanto le avevano detto, aveva avuto un matrimonio difficile. In un certo senso Harriet si era sempre sentita superiore a lui. Ora invece le pareva di essere alla sua mercé e mentre se ne stava lì sdraiata, in balia delle sue mani, guardava quel volto chiuso e professionale desiderando ardentemente che lui le dicesse ancora qualcosa. 
Ma cosa? Una spiegazione, ecco cosa. Voleva una spiegazione. 
«Non deve farci caso,» le disse infine, voltandosi. 
«La fai facile tu,» gli bofonchiò tra i denti, dietro le spalle. Poi si pentì. Sei un’isterica, si disse. 
A Natale, gli ospiti vennero informati della nuova gravidanza di Harriet. Un incidente, certo, ma loro erano ugualmente contenti... «Buon per voi,» commentò Dorothy. Tutti dovettero darsi da fare, molto più che in passato. Harriet non poteva cucinare, né fare i lavori di casa, niente. Doveva essere accudita in tutto e per tutto. 
Nell’apprendere la notizia, tutti restavano a bocca aperta, poi ci scherzavano su. Ma quando David e Harriet entravano in una stanza, la gente ammutoliva, come se fosse stata sorpresa a scambiarsi commenti acidi. A Dorothy fu riconosciuto il merito di saper far fronte a una situazione domestica così faticosa. Si parlò anche di quanto la nuova situazione avrebbe inciso sullo stipendio di David, tutt’altro che lauto. E si ironizzò su James e su come avrebbe accolto la notizia. Poi la presa in giro si fece più pesante. David e Harriet vennero elogiati per la loro fertilità e si sprecarono le battute sull’influenza della loro camera da letto. Harriet e David stettero allo scherzo, ma le battute erano anche feroci e gli ospiti guardavano i giovani Lovatt con occhi diversi da prima. La pazienza e l’ostinazione che li avevano uniti, aiutandoli a creare quel mondo e quella casa che raccoglieva persone così diverse provenienti da tante parti del globo (James veniva dalle Bermuda, Deborah dagli Stati Uniti e persino Jessica aveva promesso che avrebbe fatto una capatina), le loro pretese nei confronti della vita, che in passato avevano attirato loro il rispetto generale, a volte elargito con generosità, altre volte a denti stretti, la loro peculiarità, così difficile da definire, mostravano ora l’altra faccia, e questa faccia era Harriet che giaceva pallida e scontrosa sul letto, o scendeva, decisa a socializzare, per poi ritirarsi di nuovo in camera, sconfitta; o era Dorothy, con la sua cupa tenacia, che lavorava dall’alba al tramonto e spesso anche di notte, o i bambini e soprattutto il piccolo Paul che si erano fatti piagnucolosi ed esigenti. 
Arrivò un’altra ragazza, mandata dal dottor Brett. Anche lei, come quelle che l’avevano preceduta era gentile, indolente, incapace di vedere quello che c’era da fare se qualcuno non si preoccupava di dirglielo e atterrita dalla quantità di lavoro che richiedevano quattro bambini. Ma le piacevano la gente che se ne stava amabilmente seduta a chiacchierare e l’atmosfera comunitaria, tanto che in un batter d’occhio si era già sistemata al tavolo con gli altri, a dividere i pasti e a farsi servire senza ritegno. Era chiaro che avrebbe trovato una scusa per andarsene, quando quella deliziosa compagnia si fosse sciolta. 
Come accadde più presto del solito. E non fu solo Jessica (vestita, come al solito, con un abbigliamento estivo che non faceva alcuna concessione all’inverno britannico, a eccezione di un leggero golfino) a ricordarsi che aveva promesso di andare a trovare altri amici. Lei fu la prima, assieme a Deborah. James poi le seguì. E Frederick, che doveva finire un libro. Bridget, l’adorante ragazzina, scoprì Harriet sdraiata sul letto con le mani premute sul ventre e le guance rigate di lacrime che si lamentava, in preda a un dolore non meglio specificato, e ne fu così turbata che anche lei scoppiò a piangere. Sapeva che era troppo bello per durare, disse, e tornò dalla madre, che si era appena risposata e avrebbe volentieri fatto a meno della sua presenza. 
Anche la giovane domestica tornò a casa sua e David decise di cercare a Londra una bambinaia con le carte in regola. Non avrebbe potuto permetterselo, ma James gli aveva promesso di intervenire un’altra volta. Finché Harriet non si fosse rimessa, aveva specificato con voce insolitamente dura, come se ci tenesse a chiarire che era stata lei a scegliere quella vita e quindi non poteva aspettarsi che ci fosse sempre qualcuno pronto a pagare di tasca sua. 
Ma la bambinaia fu introvabile: volevano tutte restare a Londra o andare all’estero con famiglie dove non ci fossero più di due bambini. Quell’insignificante cittadina e i quattro bambini, senza contare il quinto in arrivo, costituivano un ostacolo insormontabile. 
Ad aiutare Dorothy arrivò invece Alice, una cugina di Frederick, che era rimasta vedova senza mezzi per mantenersi. Alice era svelta, nervosa, sempre in movimento, come un piccolo terrier grigio. Aveva tre figli grandi e un certo numero di nipotini, ma non voleva essere di peso a nessuno, e l’affermazione suscitò da parte di Dorothy alcuni commenti caustici che Harriet prese come altrettanti rimproveri. Dorothy era tutt’altro che soddisfatta di dover dividere l’autorità domestica con una donna della sua stessa età, ma fu costretta a far buon viso a cattivo gioco. Harriet non era in grado di dare una mano in casa. 
Ritornò dal dottor Brett; l’incredibile energia del feto, che pareva deciso a squarciarle il ventre per uscire, le impediva di dormire e persino di riposare. 
«Guardi qui,» gli disse, mentre il suo ventre si gonfiava, si agitava tutto e tornava a placarsi. «E ha solo cinque mesi!» 
Il dottore la esaminò. «È molto grosso ma siamo ancora nella norma.» 
«Ha mai visto un caso del genere, prima d’ora?» gli domandò Harriet. Parlò con voce aspra, perentoria e il dottore le lanciò un’occhiata infastidita. 
«Be’, non è la prima volta che vedo un bambino pieno di vita,» rispose brusco, ma quando lei insisté: «Come questo? A cinque mesi?», evitò di risponderle e Harriet interpretò il suo silenzio come una mancanza di sincerità. «Le darò un tranquillante,» le disse poi. Apparentemente era destinato a lei, ma a lei parve un espediente per sedare il bambino. 
Per non rivolgersi al dottor Brett, prese a elemosinare tranquillanti dagli amici e dalle sorelle. Non disse a David quanti ne prendeva; quella era la prima volta che gli nascondeva qualcosa. Il feto restava tranquillo per circa un’ora dopo la pillola, permettendole di riprendersi almeno in parte dall’incessante martellio e dai continui colpi. Era un dolore così forte che a volte le capitava di gridare. David, la notte, la sentiva gemere e lamentarsi, ma aveva smesso di consolarla, perché sembrava che le sue carezze non le fossero più di alcun aiuto. 
«Dio mio,» si lamentava Harriet, e grugniva o mugolava e poi, all’improvviso, si metteva a sedere, o si alzava a precipizio e correva, piegata in due, fuori dalla stanza, come per fuggire dai terribili spasmi che la tormentavano. 
David non le appoggiava più la mano sul ventre nel suo solito modo partecipe e affettuoso, perché quello che sentiva ora gli riusciva quasi insopportabile. Non riusciva ad accettare che una creatura tanto piccola fosse dotata di una forza così spaventosa. Eppure era così. Ma niente di quello che diceva sembrava scuotere Harriet, che, come stregata da quella battaglia con il feto, da cui lui era escluso, aveva posto tra loro una distanza incommensurabile. Di notte, quando si svegliava la vedeva camminare avanti e indietro al buio un’ora dopo l’altra. Poi lei tornava a coricarsi, cercando di controllare la respirazione, ma all’improvviso si alzava di scatto con un’esclamazione e, sapendolo sveglio, scendeva nella grande stanza al piano di sotto, dove riprendeva a camminare avanti e indietro, tra gemiti, lacrime, imprecazioni al riparo dei suoi sguardi. 
Quando le due donne anziane, con l’avvicinarsi delle vacanze di Pasqua, buttarono lì qualche frase sui preparativi, Harriet disse: «No, quest’anno non se ne fa niente. E impensabile.» 
«Ma tutti se lo aspettano,» osservò Dorothy. 
«Vedrai che ce la caveremo,» insisté Alice. 
«Ho detto di no,» fu la risposta di Harriet. 
Pianti e proteste da parte dei bambini, ma lei fu irremovibile. 
La decisione rese Dorothy ancor più critica nei suoi confronti. Eccole lì, lei e Alice, due donne capaci, che si ammazzavano di lavoro, e Harriet... 
«Sei sicura di non volerli invitare?» le chiese David, che era stato implorato dai bambini di intercedere per farle cambiare idea. 
«Oh, fa’ come vuoi,» rispose Harriet. 
L’arrivo della Pasqua le diede ragione; quell’anno la festa non fu un successo. Quando, a tavola, se ne stava seduta dritta, irrigidita nell’attesa di un nuovo colpo, di un altro sobbalzo, il suo viso tirato e assorto frenava la conversazione, guastava l’atmosfera, il buonumore. «Cos’ha lì dentro? Un pugile?» le chiese William in tono scherzoso, anche se lievemente imbarazzato, accennando alle convulsioni del suo ventre. 
«Lo sa Dio,» rispose Harriet, ma il tono era amaro e non scherzoso. «Mi domando come farò ad arrivare a luglio,» disse con voce bassa e intimorita. «Non ne avrò la forza, lo sento.» 
Erano tutti convinti, David compreso, che il suo problema fosse la stanchezza, perché il bambino era arrivato troppo presto. Bisognava prenderla con dolcezza. 
Chiusa nel suo tormento – e non poteva essere altrimenti, lo sapeva, né biasimava la famiglia perché non accettava ciò che lei era stata lentamente costretta ad accettare – diventò silenziosa, cupa, sospettosa. Diffidava degli altri e di ciò che pensavano. L’unica cosa che l’aiutava era tenersi in movimento. 
Se un qualche sedativo calmava per un’ora il nemico, così ormai si riferiva alla creatura selvaggia che aveva dentro di sé, lei approfittava di quel breve intervallo per dormire, afferrando il sonno con avidità, trangugiandolo quasi, prima di balzare di nuovo dal letto, quando l’altro si svegliava con un movimento improvviso che le faceva venir voglia di vomitare. 
Allora si metteva a pulire la cucina, il soggiorno, le scale, a lavare i vetri, a spolverare i mobili, negando il dolore con tutta se stessa. Insisteva perché Alice e sua madre la lasciassero lavorare, e quando obiettavano che la cucina brillava già come uno specchio e che era inutile ricominciare, lei rispondeva: «Forse per la cucina è inutile, ma per me no.» Certe mattine cominciava a lavorare all’alba, tanto che, quando gli altri scendevano per la prima colazione, aveva già l’aria distrutta. Accompagnava David alla stazione e i due figli maggiori a scuola, poi parcheggiava la macchina e si metteva a camminare. Si avviava a passo di corsa, senza quasi sapere dove era diretta, continuando per ore e ore, finché capiva che il suo comportamento cominciava ad attirarle i commenti dei passanti. Allora prese l’abitudine di fermarsi appena fuori dall’abitato e di percorrere i viottoli di campagna di fretta, a volte correndo. I pochi che passavano in automobile si voltavano stupiti a guardare quella donna che procedeva come un’invasata, il viso esangue, i capelli al vento, la bocca aperta, il respiro affannoso e le braccia strette davanti a sé. Quando si fermavano per offrirle aiuto, lei scuoteva il capo e continuava a correre. 
Il tempo passava. Inesorabile. Anche se il suo tempo era diverso da quello di chi le stava attorno, e non era nemmeno quello dell’attesa, un tempo lento, uniforme, basato sulla crescita della creatura nascosta. Il suo era il tempo del dolore e della sopportazione. La sua mente era popolata di fantasmi e di chimere. È questo che deve provare la povera madre, pensava, quando gli scienziati, nel corso di un esperimento, uniscono due animali di dimensioni diverse. E si immaginava creature patetiche e deformi, che le facevano orrore, il frutto dell’unione di un alano o di un levriero con un piccolo cocker, di un leone con un cane, di un grande cavallo da tiro con un somarello, di una tigre con una capra. A volte le pareva che la tenera carne del suo ventre venisse dilaniata da zoccoli equini, altre da artigli. 
Nel pomeriggio andava a prendere i bambini a scuola e, più tardi, David alla stazione. In cucina, durante la cena, continuava a camminare, poi invitava i bambini a guardare la televisione e infine saliva al terzo piano e si metteva a percorrere il corridoio avanti e indietro. Il rumore dei suoi passi rapidi e pesanti arrivava fin giù, ai familiari, che evitavano di guardarsi. 
Il tempo passava. Fortunatamente. Il settimo mese andò meglio, soprattutto perché lei si imbottiva di tranquillanti. Turbata dalla distanza che si era creata tra lei e il marito, tra lei e i bambini, la madre, Alice, pianificava la giornata con un unico scopo in mente: quello di sembrare normale tra le quattro, quando Helen e Luke uscivano da scuola, e le otto o le nove, quando andavano a letto. I sedativi non avevano un grande effetto su di lei, ma era felice che arrivassero almeno al bambino, al feto, alla creatura cui era incatenata in quella lotta per la sopravvivenza. E in quelle ore la creatura se ne stava tranquilla o, se accennava a svegliarsi e a dibattersi, Harriet buttava giù un’altra pillola. 
Con che gioia l’avevano riaccolta tra loro, ora che sembrava tornata normale, la vecchia Harriet di un tempo; non sapevano quanto fosse stanca e tesa, perché così lei aveva deciso. 
David l’abbracciava dicendo: «Oh, Harriet, stai bene adesso, vero?» Ancora due mesi. 
«Sì, sì, sto bene. Davvero.» E si rivolgeva tacitamente all’essere annidato in grembo: «Vedi di star quieto, altrimenti prendo un’altra pillola,» con la sensazione che lui potesse sentirla e capire quello che gli diceva. 
Ora di cena. Una scenetta familiare in cucina. Harriet e David occupavano le due estremità del tavolo. Luke e Helen erano seduti l’uno accanto all’altra. Alice aveva in braccio il piccolo Paul, il cui bisogno d’affetto era inesauribile, anche perché da sua madre ne riceveva pochissimo. Il posto di Jane era vicino a quello della nonna, che in quel momento era in piedi davanti alla cucina con il mestolo in mano. Harriet guardava sua madre, una donna sana e robusta sulla cinquantina, con la zazzera di riccioli color acciaio, il viso tondo dalle guance rosa e i grandi occhi azzurri «due caramelle,» così dicevano scherzando in famiglia – e pensava, anch’io sono forte come lei. Ce la farò. Poi sorrideva ad Alice, sottile, nervosa, resistente, energica e pensava di nuovo, guarda quelle due, con l’età che hanno. Eppure se la sono sempre cavata. 
Dorothy stava versando nei piatti la minestra di verdura. Poi si sedette, con calma, portando» con sé il suo piatto. Si passarono il pane da un grande cestino. 
Era tornata la felicità e aveva trovato posto a tavola con loro... ma la mano di Harriet, nascosta sotto il piano del tavolo, era posata sul nemico. Sta’ tranquillo. 
«Dai, papà, raccontaci una storia,» disse Luke. 
Durante la settimana i bambini mangiavano presto e andavano subito a letto. Ma il venerdì e il sabato potevano cenare con i grandi e allora capitava che qualcuno raccontasse loro una storia. 
Nell’alveo ospitale della cucina, l’aria calda era impregnata di vapore e dell’odore della minestra. Il tempo fuori era burrascoso. Maggio. Le tende non erano state tirate. Un ramo si allungava attraverso la finestra, un ramo primaverile, carico dei primi fiori, pallidi nella luce del tramonto, ma il vento che si abbatteva sui vetri proveniva da un iceberg o dalle distese innevate del polo. Harriet trangugiava avidamente la minestra, in cui aveva lasciato cadere dei pezzi di pane. Il suo appetito era immenso, insaziabile, tale da riempirla di vergogna e da indurla a saccheggiare il frigorifero di nascosto. Di notte interrompeva le sue peregrinazioni per ingurgitare tutto quello che le capitava sottomano. Aveva persino dei nascondigli, simili a quelli degli alcolisti, solo che nel suo caso si trattava di cibo: cioccolata, pane, dolci. 
«C’erano una volta due bambini, un maschio e una femmina,» iniziò David. «Un giorno decisero di partire alla ventura e andarono nella foresta. Cammina e cammina, si spinsero nel folto degli alberi, dove faceva un bel freschino. Videro un cervo sdraiato a riposare. Gli uccellini si levarono in volo e si misero a cantare per loro.» 
David si interruppe per infilarsi in bocca un cucchiaio di minestra. Helen e Luke rimasero immobili, in attesa, con gli occhi fissi su di lui. Anche Jane l’aveva ascoltato, ma in modo diverso. Quattro anni: aveva guardato gli altri per vedere come reagivano e ora li imitava fissando il padre. 
«Perché, cantano per noi gli uccelli?» si informò Luke con aria dubbiosa, aggrottando la fronte. Aveva un viso forte, severo, e come al solito voleva la verità. «Vuoi dire che quando siamo in giardino e li sentiamo cantare, è per noi che lo fanno?» 
«Ma no, scemo,» intervenne Helen. «Questa è una foresta incantata.» «Ma anche quelli veri cantano per voi,» dichiarò Dorothy in tono fermo. 
I bambini, placati i primi morsi della fame, se ne stavano seduti con il cucchiaio in mano, fissando il padre a occhi sgranati. Harriet si sentiva oppressa: com’erano inermi e fiduciosi! La televisione era accesa e una voce professionale e fredda riportava la notizia di alcuni omicidi in un sobborgo di Londra. Muovendosi faticosamente andò a spegnere l’apparecchio, poi, con la stessa goffaggine, tornò al suo posto, si servì un altro piatto di minestra, vi spezzò dentro il pane... Sentiva la voce di David, a cui quella sera era affidato il ruolo del narratore, un ruolo che, lì in cucina, era già stato molte volte suo, di Dorothy... 
«Quando i bambini cominciarono ad avere fame, trovarono un cespuglio coperto di cioccolatini. Poi uno stagno di aranciata. Avevano sonno e si sdraiarono sotto un cespuglio accanto al cervo che li aveva accolti con amicizia. Quando si svegliarono, ringraziarono l’animale e proseguirono. 
«A un tratto la bambina si accorse di essere rimasta sola. Suo fratello doveva essersi perso. Come avrebbe voluto tornarsene a casa! Ma non sapeva da che parte andare. Si mise in cerca di un altro cervo, gentile come il primo, o di un passero, o di un uccellino qualsiasi che le dicesse dove si trovava e le indicasse la strada per uscire dalla foresta. Vagabondò a lungo finché ebbe di nuovo sete. Si inginocchiò accanto a uno stagno, chiedendosi se non fosse anche quello pieno di aranciata, ma scoprì invece che conteneva acqua, acqua di foresta, fresca e chiara, che sapeva di piante e di sassi. La prese nelle mani a coppa e bevve.» A questo punto i due bambini più grandi afferrarono i bicchieri, mettendosi a bere, mentre Jane intrecciò le dita a formare una coppa. 
«La bambina si sedette accanto allo stagno. Di lì a poco sarebbe calata la sera. Si chinò di nuovo sullo stagno nella speranza di vedere un pesce che potesse dirle come fare per uscire dalla foresta, ma scorse invece qualcosa che la lasciò di stucco. Era il volto di una bambina che, dal basso, ricambiava il suo sguardo. Un viso sconosciuto, che non aveva mai visto. La strana bambina le stava sorridendo, ma il suo sorriso era cattivo, ostile, tanto da farle temere che volesse balzar fuori dall’acqua per afferrarla e tirarla dentro...» 
Dorothy inspirò di colpo, turbata: quella storia era troppo spaventosa per raccontarla a dei bambini poco prima che andassero a letto. 
Ma i bambini erano così attenti da sembrare paralizzati. Il piccolo Paul, che si lamentava in grembo ad Alice, si beccò da Helen un imperioso: «Taci.» 
«Phillys, così si chiamava la bambina, non aveva mai visto degli occhi così 
terribili.» 
«Viene al mio asilo questa Phillys?» domandò Jane. 
«No,» disse Luke. 
«No,» ripeté Helen. 
David si era fermato, apparentemente in cerca di ispirazione. Aveva la fronte aggrottata e lo sguardo assente, come se gli fosse venuto mal di testa. Quanto a Harriet, avrebbe voluto urlargli: «Basta, smettila! Stai parlando di me... È così che mi vedi, vero?» Le pareva impossibile che David non se ne fosse accorto. 
«Cos’è successo poi?» domandò Luke. «Avanti, racconta!» 
«Aspetta,» disse David. «Lasciami mangiare...» 
«Ve lo dico io cos’è successo,» intervenne Dorothy, decisa. «Phillys decise di allontanarsi subito da quell’orribile stagno. Si mise a correre a gambe levate lungo un sentiero finché non si imbatté nel fratello. Anche lui la stava cercando. Dopodiché, prendendosi per mano, si precipitarono fuori dalla foresta e se ne andarono dritti a casa.» 
«Dove vissero felici e contenti,» concluse David. Sorrideva con aria mesta e leggermente perplessa. 
«È questa la fine? Davvero, papà?» domandò Luke, ansioso. 
«Certamente,» confermò questi. 
«E la bambina nello stagno chi era?» chiese Helen, guardando prima il padre, poi la madre. 
«Oh, una specie di fata,» disse David in tono indifferente. «Non ho idea. Una creatura incantata, che si è materializzata di colpo.» 
«Cosa vuol dire materializzata?» domandò Luke, pronunciando la parola con difficoltà. 
«Su, è ora di andare a letto,» annunciò Dorothy. 
«Papà, dimmi cosa vuol dire,» insisté Luke. 
«Ma non abbiamo mangiato il dolce!» gridò Jane. 
«Niente dolce, stasera, solo frutta,» disse Dorothy. 
«Cosa significa materializzata, papà?» Luke, sempre più ansioso, non intendeva darsi per vinto. 
«Vuol dire qualcosa che non c’era e che compare all’improvviso.» «Ma perché? Perché compare?» piagnucolò Helen, turbata. 
«Avanti, bambini. Di sopra,» intervenne Dorothy. 
Helen prese una mela, Luke un’altra, e Jane rubò del pane dal piatto della mamma con un sorriso rapido, furbo, consapevole. La storia non l’aveva turbata. 
I tre bambini salirono rumorosamente le scale e il piccolo Paul li seguì con gli occhi, sentendosi escluso, il viso atteggiato a una smorfia, sul punto di piangere. 
Tenendolo in braccio, Alice si avviò rapida su per le scale dietro ai bambini, commentando: «Nessuno mi ha mai raccontato le favole quando ero piccola!» Difficile dire se si trattasse di una lamentela o se all’affermazione non seguisse piuttosto un tacito «per fortuna». 
Improvvisamente Luke si sporse dal pianerottolo. «Verranno ancora tutti quest’estate per le vacanze?» 
David lanciò uno sguardo preoccupato a Harriet, poi distolse gli occhi. Dorothy, invece, la fissò decisa. 
«Sì,» rispose Harriet. «Naturalmente.» 
«Ha detto naturalmente,» comunicò Luke, voltando la testa verso l’alto. 
«Sarà appena nato il bambino,» osservò Dorothy. 
«Dipende da te e da Alice,» ribatté Harriet. «Se pensate di farcela, che vengano pure.» 
«Quanto a farcela, mi sembra che non ci siano dubbi,» commentò seccamente Dorothy. 
«Ma certo,» si affrettò a dire David. «Sei straordinaria.» 
«Mi domando cosa avresti fatto senza...» 
«Basta!» intervenne di nuovo David. Poi, rivolto a Harriet: «È molto meglio lasciar perdere e rimandare tutto a Natale.» 
«I bambini rimarranno delusi,» disse Harriet. 
Ma aveva l’aria apatica, indifferente. Niente a che vedere con l’entusiasmo di un tempo. Il marito e la madre la stavano esaminando con curiosità, o almeno così le parve; il loro sguardo era freddo e distaccato come per un’ispezione. Con voce cupa disse: «Be’, forse il bambino nascerà in anticipo. Mi stupirei del contrario.» Scoppiò in una risata triste, poi si alzò, dicendo: «Bisogna che mi muova!» e iniziò quel suo penoso, incessante andirivieni. Su e giù, avanti e indietro, per ore e ore. 
Allo scadere dell’ottavo mese andò dal dottor Brett e gli chiese di far nascere il bambino. 
Lui la guardò con aria di riprovazione e le disse: «Pensavo che fosse contraria.» 
«È così. Ma questa volta è diverso.» 
«Non vedo perché.» 
«Dica pure che non vuole. Ma non è lei che si porta dentro questo...» Evitò di dire mostro; preferiva non litigare. «Senta un po’,» proseguì invece, cercando di restare calma ma senza riuscire a eliminare dalla voce una nota irata, d’accusa. «Le sono mai sembrata una donna irragionevole? Isterica? Difficile? Una donnetta paurosa e incapace di controllarsi?» 
«Non è questo il problema. Lei è ridotta allo stremo, è stanca morta. Non ha mai avuto delle gravidanze facili, no? Se ne è dimenticata? L’ho assistita per ben quattro volte e so che non è mai andata liscia... Anche se bisogna ammettere che ha saputo sempre affrontarle con coraggio.» 
«Ma non è la stessa cosa, questa volta è diverso, non capisco perché si rifiuti di ammetterlo.» E spinse verso l’alto il ventre che si agitava come se ribollisse internamente. 
Il dottore lo fissò con aria perplessa, sospirò, poi compilò una ricetta, prescrivendole ancora dei sedativi. 
No, non riusciva a capire. O forse non voleva, era questo il punto. 
E non solo lui, ma tutti gli altri si rifiutavano di ammettere che questa non era una gravidanza come le altre. 
Mentre camminava rapida o correva lungo i viottoli di campagna, immaginava di prendere un grande coltello da cucina, di squarciarsi la pancia e di estrarne il bambino... ma quando se lo fosse trovato davanti, dopo quella lunga lotta al buio, cosa avrebbe visto? 
Poco dopo ebbero inizio le doglie, con circa un mese di anticipo. I suoi precedenti parti non erano mai durati molto. Dorothy telefonò a David, a Londra, e portò subito Harriet in ospedale. Si erano tutti stupiti che, per la prima volta, avesse chiesto di partorire fuori di casa. 
Già al momento del ricovero i dolori si erano fatti terribili, lancinanti, peggiori di quelli che aveva mai provato in passato. Sembrava che il bambino avesse deciso di aprirsi un varco con la forza. Era tutta contusa, ne era certa... dentro doveva essere un unico, enorme livido nero... ma gli altri non l’avrebbero mai saputo. 
E quando arrivò il momento culminante, al di là del quale c’era finalmente la pace, gridò: «Dio ti ringrazio, è finita!» Sentì un’infermiera dire: «Guardatelo, è un vero demonio.» Poi un’altra voce femminile che la chiamava. «Signora Lovatt, signora Lovatt, mi sente? Su, coraggio. Suo marito è qui, cara. Ha avuto un bel bambino, vispo e sano come un pesce.» 
«Un vero lottatore,» osservò il dottor Brett. «Pare che ce l’abbia con il mondo intero.» 
Harriet si tirò su a fatica, perché la parte inferiore del suo corpo le faceva così male da impedirle di muoversi. Le misero in braccio il bambino. Quasi cinque chili. Gli altri non avevano mai superato i tre chili. Era muscoloso, giallastro, lungo. Le puntava i piedi nel fianco come se volesse alzarsi. «Che tipetto buffo,» disse David con aria quasi sgomenta. 
Non era certo un bel bambino, anzi, non sembrava affatto un bambino. Aveva le spalle curve e la schiena ingobbita, come se stesse cercando di acquattarsi. La fronte sfuggiva in una sorta di pendio ininterrotto, dalle sopracciglia alla radice dei capelli. Questi avevano un andamento irregolare; a partire dalla punta centrale che scendeva nel mezzo della fronte, spiovevano in avanti in un fitto ciuffo giallastro, mentre ai lati e sulla nuca erano disposti normalmente. Le mani erano grosse e pesanti, con fasci di muscoli nel palmo. Il bambino aprì gli occhi e fissò sua madre bene in faccia. Gli occhi erano di un colore tra il verde e il giallo, opachi come pezzi di steatite. Harriet aveva atteso a lungo il momento in cui avrebbe incrociato lo sguardo con la creatura che, ne era certa, aveva cercato intenzionalmente di ferirla, ma negli occhi del bambino non lesse niente. Il suo cuore si strinse per la pietà: povera bestiolina, la mamma lo detestava... Eppure si sentì dire in tono nervoso, appena smentito da una risata: «Sembra uno gnomo o uno spirito maligno o qualche altra creatura malefica.» Poi lo cullò, come per farsi perdonare. Ma il bambino rimase rigido, duro. 
«Insomma, Harriet,» disse il dottor Brett, seccato. E lei pensò, ho vissuto quest’esperienza per quattro volte con il dannato dottor Brett e tra noi non sono mai sorti problemi, e adesso mi tratta come una scolaretta. 
Si scoprì il seno e offrì al bambino il capezzolo. Attorno a lei erano riuniti il dottore, le infermiere, sua madre e suo marito, con i visi atteggiati a un sorriso imposto dal momento. Eppure mancavano l’atmosfera festosa, il senso di trionfo, lo champagne. Anzi, tutti parevano tesi, allarmati. All’inizio sentì il seno che veniva succhiato con forza, poi due gengive dure si strinsero sul capezzolo, procurandole una smorfia di dolore. Il bambino la guardò e la morse di nuovo con protervia. 
«Ehi,» esclamò Harriet, sforzandosi di ridere mentre lo scostava. 
«Provi ad attaccarlo un’altra volta,» le disse l’infermiera. 
Il bambino non piangeva. Harriet lo tese con decisione alla donna, sfidandola con lo sguardo. Questa lo prese stringendo le labbra in segno di disapprovazione e lo depositò nella culla, senza che protestasse. Dopo le prime urla di disappunto o forse di sorpresa, il bambino non aveva più pianto. 
I quattro fratelli furono condotti nella stanza per conoscere il neonato. Le altre due donne che dividevano la camera con Harriet si erano già alzate per andare in una delle sale comuni. Harriet, invece, si era rifiutata di scendere dal letto. Aveva detto a dottori e infermiere che aveva bisogno di tempo perché le ferite interne si rimarginassero, il tutto in tono di sfida, con noncuranza, indifferente alle loro occhiate critiche. 
David era davanti a lei, ai piedi del letto, e teneva in braccio il piccolo Paul. Harriet aveva un’immensa nostalgia di quel bambino, del suo bambino, da cui era stata separata così presto. Come le piaceva, con quella sua faccina buffa, gli occhi azzurri dallo sguardo dolce – simili a campanule, le venne da osservare il corpicino tenero... sentiva la sua presenza con tanta forza che le parve quasi di toccarlo, di accarezzarlo tutto, di stringergli i piedini nelle mani. Un vero bambino, il suo bambino... 
Gli altri due fissavano il neonato, così diverso da loro; è fatto di un’altra pasta, pensò Harriet. In parte il suo giudizio dipendeva dal fatto che non riusciva a cancellare il ricordo di quanto era successo quando l’aveva ancora nel suo grembo, ma poi c’era quella sua compattezza goffa, quella sua pelle giallastra... e la testa, quella testa strana che digradava in un declivio assurdo fino alla linea delle sopracciglia. 
«Lo chiameremo Ben,» disse Harriet. 
«Davvero?» chiese David. «Sì, gli si addice.» 
Luke da una parte, Helen dall’altra presero le manine di Ben e lo salutarono. «Ciao, Ben.» «Ciao, Ben.» Ma il bambino non li guardò. 
La piccola Jane gli afferrò un piede prima con una mano, poi con entrambe, ma lui si liberò sferrandole un calcio. 
Harriet si scoprì a pensare, chissà qual è la madre che accoglierebbe con gioia questo... alieno. 
Rimase a letto una settimana, finché le parve che le fossero tornate le forze necessarie a sostenere la battaglia che l’attendeva, poi andò a casa con il nuovo rampollo. 
Quella sera stava allattando il bambino appoggiata a un mucchio di cuscini, sul letto. David la osservava. 
Ben succhiò così forte che le vuotò il primo seno in meno di un minuto. Ormai si era accorta che, quando un seno era quasi vuoto, il bambino stringeva forte le gengive, e quindi faceva in modo di staccarlo prima che succedesse. A un osservatore esterno poteva anche sembrare che volesse privare Ben del suo latte, e infatti udì il respiro di David che mutava di colpo. Ben urlò di rabbia, si attaccò come una sanguisuga all’altro seno e prese a succhiare così forte da darle l’impressione di volersi ingurgitare l’intero seno. Questa volta lo lasciò attaccato finché le morse forte il capezzolo e allora gridò, allontanandolo di scatto. 
«È incredibile,» disse David, dandole la solidarietà che chiedeva. 
«Sì, è vero, è assolutamente fuori dall’ordinario.» 
«Eppure non ha niente di anormale, è solo...» 
«Un bel bambino, vispo e sano come un pesce,» concluse Harriet in tono amaro, citando le parole dell’infermiera. 
David non le rispose; erano quella sua rabbia, quella sua asprezza che gli riusciva difficile accettare. 
Harriet tenne Ben sospeso in aria. Il piccolo lottava e si dibatteva, piangendo con quel suo verso caratteristico che sembrava un ruggito o un barrito, e invece di arrossire come qualsiasi altro bambino, divenne per la rabbia di un color bianco giallastro. 
Quando lo sollevò per fargli fare il ruttino, ebbe l’impressione che potesse reggersi con le sue forze e si sentì quasi mancare all’idea che fino a poco prima tutta quell’energia era stata dentro di lei tenendola in sua balia. Durante tutta la gravidanza aveva lottato per uscire, così come ora si dibatteva per liberarsi dalla sua stretta. 
Quando lo depose nella culla, ed era sempre con sollievo tanto le dolevano le braccia, lui strillò a pieni polmoni per la rabbia, ma presto si acquietò, pur restando sveglio, attento, lo sguardo vigile e tutto il corpo che si fletteva e si distendeva con un movimento violento che ricordava quello di una molla e che lei conosceva bene: era lo stesso che, quando il bambino era ancora nel suo grembo, le faceva temere di venire lacerata. 
Ora tornò a letto, di fianco a David, che allungò il braccio perché lei potesse distendersi, ma Harriet si sentiva sleale e infida perché lui non sarebbe stato felice se avesse potuto leggerle nel pensiero. 
In breve non ne poté più di allattare Ben. Anche se lui cresceva, eccome. Allo scadere del primo mese e se fosse nato a termine sarebbe stata solo una settimana – era aumentato di un chilo. 
Harriet aveva il petto dolorante. La necessità di produrre più latte di quanto non avesse mai prodotto le trasformava le mammelle in due globi bianchi, tesi fino allo spasimo, ben prima dell’ora della poppata. Ma con lo stesso anticipo Ben riprendeva a urlare per la fame e lei lo attaccava ai seni che venivano prosciugati nel giro di pochi minuti. Era come se le succhiasse via la vita. Da poco aveva preso un’altra abitudine, quella di interrompere la poppata più di una volta per chiudere le gengive, digrignandole con tanta forza da farla piangere di dolore. Gli occhi del bambino, piccoli e freddi, la guardavano con cattiveria. 
«Ho intenzione di passare al biberon,» disse Harriet a Dorothy, che osservava quella battaglia con lo sguardo che avevano tutti quando guardavano Ben. Era assolutamente immobile, attenta, affascinata, quasi ipnotizzata, ma in lei si intuiva anche la ripugnanza. O era paura? 
Harriet si era aspettata che sua madre protestasse con una frase del tipo: «Ma ha solo cinque settimane,» ma Dorothy invece disse: «Sì. Sarà meglio, se non vuoi ammalarti.» Poco dopo, guardando Ben che si contorceva, urlando e battagliando, osservò: «Tra non molto inizieranno le vacanze estive e li avremo tutti di nuovo qui.» Parlava in modo inconsueto, come se si stesse ascoltando per timore di dire cose sbagliate. Harriet conosceva bene quella sensazione, visto che la provava anche lei ogni volta che apriva bocca. Era il modo di parlare di quelli i cui pensieri seguono strade nascoste, che essi non vogliono rivelare. 
Quello stesso giorno Dorothy entrò in camera da letto mentre Harriet stava allattando Ben, e quando Harriet lo staccò dal seno notò che i capezzoli della figlia erano pieni di lividi. «Coraggio,» le disse. «Non aspettare oltre. Ho comprato il latte in polvere e i biberon. Li ho già messi a sterilizzare.» 
«Ma sì, svezzalo,» insisté David, subito d’accordo. Eppure gli altri erano stati allattati per mesi e di biberon in casa non se n’era vista neanche l’ombra. 
Erano seduti tutti e quattro attorno al grande tavolo, Harriet e David, Dorothy e Alice, mentre i bambini erano già andati a letto. Harriet decise che era il momento di vedere come reagiva Ben all’allattamento artificiale. Il bambino vuotò il biberon in un attimo, piegando le gambe verso il petto e allungandole di colpo, contraendosi e distendendosi come una molla, poi si mise a urlare a squarciagola. 
«Dagliene ancora,» disse Dorothy e si mise a preparare un altro biberon. 
«Che appetito,» commentò Alice con aria affabile: cercava di sembrare disinvolta, ma non riusciva a mascherare la paura. 
Ben vuotò il secondo biberon. Lo teneva tra i pugni, da solo. Harriet avrebbe anche potuto fare a meno di toccarlo. 
«L’uomo di Neanderthal in miniatura,» commentò Harriet. 
«Povero Ben, come lo tratti,» disse David, a disagio. 
«Oh, Dio, David, perché non povera Harriet?» 
«Va bene, va bene. Bello scherzo ci hanno fatto i geni.» 
«Sì, ma quale? Cos’è questo bambino?» 
Gli altri tre tacquero, o piuttosto manifestarono con il silenzio il loro desiderio di non affrontare le implicazioni della domanda. 
«D’accordo,» concluse Harriet. «Limitiamoci a dire che gode di un appetito straordinario, se questo vi fa più felici.» 
Dorothy prese in braccio la frenetica creatura e Harriet si afflosciò esausta nella sedia. Sentendo la massa dura del bambino, la sua intransigenza, Dorothy cambiò espressione e si spostò per evitare di essere raggiunta dai calci di Ben. 
In breve Ben finì per consumare una dose di latte doppia di quella consigliata: 
una decina di biberon al giorno, se non di più. 
Si prese un’infezione e Harriet fu costretta a portarlo dal dottor Brett. 
«Strano, i bambini allattati al seno di solito sono protetti dalle infezioni,» disse questi. 
«Ho smesso di allattarlo.» 
«Non la riconosco più, Harriet! Quanto tempo ha?» 
«Due mesi.» Si slacciò il vestito e mostrò i seni che continuavano a secernere latte, come se stessero ancora obbedendo all’appetito insaziabile di Ben. La pelle attorno ai capezzoli era tutta un livido. 
Il dottor Brett rimase a osservarli in silenzio, sotto lo sguardo di Harriet: il suo viso onesto esprimeva preoccupazione nei confronti di un problema più grande di lui. 
«Cattivello,» disse e Harriet si mise a ridere forte, incredula. 
Il dottore arrossì, la guardò per un attimo quasi ad ammettere il suo errore e poi distolse gli occhi. 
«Ho solo bisogno che mi prescriva qualcosa contro la diarrea,» disse Harriet, poi fissandolo deliberatamente, così da impedirgli di guardare altrove, soggiunse: «Nonostante tutto, non ho intenzione di ucciderlo, povera bestiolina.» 
Il medico sospirò, si tolse gli occhiali e si mise lentamente a pulirli. Aveva la fronte aggrottata, ma l’aria di disapprovazione era sparita. «Non è poi tanto strano che una madre rifiuti un figlio. L’ho già visto capitare molte volte. Purtroppo.» 
Harriet non rispose, ma continuò a sorridergli con aria ostile, consapevole di quello che faceva. 
«Va bene, gli darò un’occhiata.» 
Harriet tirò su Ben dalla carrozzina e lo posò sul tavolo. Il bambino si girò immediatamente sulla pancia e cercò di sollevarsi sulle ginocchia. Ci riuscì anche, per un attimo, poi le gambe gli cedettero. 
Harriet fissò di nuovo il dottor Brett con uno sguardo eloquente, ma questi andò alla scrivania a scriverle la ricetta. 
«Mi sembra perfettamente normale,» disse con il tono perplesso e risentito che la vista di Ben suscitava nella gente. 
«Ha mai visto un bambino di due mesi comportarsi così?» insisté lei. 
«No, devo riconoscerlo. Be’, mi tenga al corrente di come procede.» 
In famiglia si era già diffusa la notizia che il bambino era nato e che tutto si era svolto tranquillamente, il che voleva dire che Harriet stava bene. Furono in molti a telefonare e a scrivere, dicendo che non vedevano l’ora di venire per le vacanze estive. «Siamo ansiosi di conoscere l’ultimo nato,» dichiaravano. Oppure: «Come sta quell’angioletto di Paul? E sempre quel tesoro di bambino?» 
Arrivarono da ogni parte dell’Inghilterra, portando bottiglie di vino e prodotti della terra, e si diedero il turno ad aiutare Dorothy e Alice che lavoravano a tutto spiano a imbottigliare frutta e a fare chutney e marmellate. Una frotta di bambini giocava in giardino o veniva convogliata nei boschi dove si organizzavano i picnic. Il piccolo Paul, così tenero e buffo, era sempre in braccio a qualcuno e la sua risata squillava di continuo: la sua vera natura, che nella vita quotidiana veniva offuscata da Ben e dalle sue esigenze, finalmente riemergeva. 
La casa traboccava di gente, al punto che i bambini più grandi vennero messi a dormire in un’unica stanza. Ben era passato dalla culla a un lettino con le pareti fatte di stecche di legno, dove trascorreva il tempo a tirarsi su a sedere. Dopodiché cadeva, si girava e ci riprovava... All’inizio il lettino era stato sistemato nella stessa stanza degli altri bambini, nella speranza che la loro presenza potesse rendere Ben più socievole, meno aggressivo. Ma l’iniziativa fallì. Ben li ignorava, non rispondeva alle loro carezze e il suo pianto, o piuttosto le sue urla, irritavano Luke al punto che gli gridava: «Smettila! Taci!», per poi mettersi a piangere dal dispiacere di essere stato così sgarbato. Helen, che aveva già l’età per tenere in braccio un bambino di pochi mesi, cercò di prenderlo in braccio senza riuscirci; era troppo forte per lei. Allora i bambini vennero spostati in mansarda, dove potevano fare tutto il chiasso che volevano, e Ben tornò nella sua «stanzetta», da dove si udivano provenire i suoi grugniti, i suoi sbuffi e le sue urla di delusione quando si cimentava in qualche prova di forza senza successo. 
Per la verità Ben era finito in braccio a tutti quelli che avevano chiesto di tenerlo, ma era penoso vedere come cambiava l’espressione della gente, che, comunque, si affrettava a restituirlo. Un giorno Harriet entrò in cucina e udì sua sorella Sarah che diceva a una cugina: «Ben mi fa venire i brividi. Sembra uno gnomo, uno spirito maligno, o qualcosa di simile. Meglio la ‘ mia povera Amy, credimi.» 
Harriet si sentì stringere il cuore dal rimorso: povero Ben, respinto da tutti. Da lei per prima! Persino David, il padre perfetto, evitava di toccarlo. Lo tolse dal lettino, così simile a una gabbia, e lo depose sul letto matrimoniale, poi gli si sedette accanto. «Povero, Ben! Poverino!» cantilenò, accarezzandolo. Lui le si aggrappò alla camicia con entrambe le mani, si tirò su e rimase in piedi, sulla sua coscia. I piedini premevano forte facendole male. Si mise a coccolarlo, come per convincerlo ad abbandonarsi... Ma ben presto ci rinunciò e lo riadagiò nel suo lettino che pareva una gabbia... Ben emise un ruggito di malcontento nel ritrovarsi in quella posizione, e allora Harriet gli tese le mani, «povero Ben, Ben caro», e lui le afferrò e si tirò in piedi, dove riuscì a rimanere, grugnendo e gridando trionfante... Quattro mesi... Era davvero una creatura ultraterrena, collerica e ostile. 
Si prefisse di andare da lui ogni giorno, quando gli altri bambini erano impegnati in qualche attività, e di portarlo nel lettone per farlo giocare e coccolarlo, come aveva sempre fatto con i suoi figli. Ma mai, nemmeno una volta, lui cedette ai suoi gesti d’affetto. Anzi, faceva resistenza, lottava, si dibatteva, finché, girando il capo, non le prendeva tra le fauci il pollice. Non come avrebbe fatto qualsiasi altro bambino, per alleviare il dolore dei denti che spuntavano, o esplorare le possibilità della bocca o della lingua, no, lei sentiva l’osso cedere e vedeva il suo sogghignò freddo e trionfante. 
«Non riuscirai a farmi morire,» gli diceva. «Non te lo permetterò.» 
Ma per un po’ si sforzò di trattarlo come un bambino qualsiasi. Lo portava nell’ampio soggiorno dove si riuniva la famiglia e gli montava il recinto, finché la sua presenza non cominciava a infastidire gli altri, facendoli scappare dalla stanza. 
Oppure veniva con lui a tavola, tenendolo in braccio come aveva sempre fatto con gli altri, ma doveva rinunciarvi perché si agitava troppo. 
Nonostante Ben, le vacanze estive furono meravigliose. Due lunghi mesi, come sempre. E, come le altre volte, il padre di David, fermandosi per una breve visita, diede loro un assegno senza il quale non sarebbero riusciti a tirare avanti: «Questa casa sembra un panettone, pieno di uvette e canditi,» commentò James. «Non so come fate.» 
Ma in seguito, ripensando a quelle vacanze, Harriet dovette ammettere che il suo ricordo più vivo era il modo in cui la gente guardava Ben. Prima una lunga occhiata meditabonda, perplessa, ansiosa persino, poi la paura, nonostante tutti si sforzassero di nasconderla. E infine l’orrore, ed era questo che Harriet provava, un orrore sempre crescente. Finì per chiudere Ben nella sua stanza, lontano dagli sguardi. Non sembrava che gli importasse, forse non se ne accorgeva nemmeno. Era difficile capire cosa pensasse del mondo che lo circondava. 
Una notte, prima di addormentarsi, Harriet era sdraiata tra le braccia di David e insieme stavano chiacchierando di quello che era successo nel corso della giornata, come facevano sempre, quando lei osservò, seguendo il filo dei suoi pensieri: «Sai a cosa serve questa casa? O perché viene la gente? Per divertirsi, ecco perché.» 
David parve sorpreso. Un po’ turbato, persino. «Ma non è quello che vogliamo?» le domandò. 
«Non lo so,» rispose, in tono quasi smarrito. Poi voltò la faccia verso di lui e si mise a piangere nella nicchia formata dal suo braccio. Non avevano ancora ripreso a fare all’amore e non era mai successo che aspettassero tanto a lungo. Non era mai stato un problema per loro quello di fare all’amore durante la gravidanza o subito dopo. Ma ora entrambi pensavano: questa creatura è arrivata perché, come al solito, non abbiamo neanche considerato la possibilità di prendere delle precauzioni... e se ne arrivasse un’altra come questa? Entrambi, infatti, erano segretamente convinti – e non se lo dicevano perché si vergognavano dei sentimenti che provavano nei confronti di Ben – che lui si fosse imposto a loro, costringendoli a metterlo al mondo, invadendo la loro quotidianità, che era incapace di difendersi da lui o da quello che lui significava. Non fare all’amore era sì un sacrificio, ma rappresentava anche una barriera, un modo per rammentarsi di continuo di ciò che li minacciava. Così almeno pensavano. 
Poi accadde qualcosa di terribile. Un giorno, quando ormai tutti se ne erano andati e la scuola era iniziata, Paul entrò da solo nella stanza di Ben. Il piccolo era affascinato più degli altri da questo suo fratello. Dorothy e Alice, che erano insieme in cucina, mentre Harriet era andata a prendere i tre maggiori a scuola, sentirono urlare e si precipitarono al piano di sopra. Paul doveva aver infilato una mano tra le sbarre del lettino e Ben gliel’aveva afferrata, tirandolo violentemente a sé e piegandogli il braccio all’indietro. Le due donne lo liberarono, senza nemmeno curarsi di sgridare Ben, che era rimasto a osservare la scena, lanciando gridolini di gioia e di trionfo. Paul aveva il braccio lussato. 
Nessuno aveva mai avuto il coraggio di dire ai bambini: «State attenti a Ben,» ma dopo l’incidente non fu nemmeno necessario. Quella sera, quando i bambini appresero l’accaduto, non guardarono i loro genitori, né Dorothy o Alice, né tanto meno si guardarono tra loro, ma rimasero zitti, a capo chino. Allora gli adulti capirono che la loro opinione nei confronti di Ben doveva essersi già formata da un pezzo: ne avevano parlato e avevano preso le loro decisioni. Luke, Helen e Jane salirono in camera loro in silenzio, lasciando gli adulti con il cuore stretto. 
«Poveri piccini,» disse Alice, seguendoli con lo sguardo. 
«Che peccato,» osservò Dorothy. 
Harriet sentì che quelle due donne forti e resistenti, che erano state capaci di sopravvivere al peggio, la stavano condannando in base alla loro esperienza. Lanciò un’occhiata a David e capì che anche lui era dello stesso avviso. Condanna, biasimo, fastidio: erano questi i sentimenti e le reazioni che Ben provocava, facendoli emergere dal profondo, portandoli alla luce... 
Il giorno dopo l’incidente, Alice annunciò che ormai non avevano più bisogno di lei e che aveva deciso di tornarsene a casa. Dorothy se la sarebbe cavata benissimo da sola, ne era certa. Anche Jane aveva iniziato la scuola; a rigore era troppo piccola per restarvi tutto il giorno, ma avevano preferito mandarla con un anno di anticipo. A causa di Ben, ovviamente, anche se nessuno vi aveva accennato. Neanche quando Alice partì si parlò di Ben, ma lei aveva detto a Dorothy, che l’aveva riferito ai genitori, che Ben le faceva venire i brividi. Le sembrava una creatura diabolica. Dorothy, con la sua solita calma e il suo buonsenso, era scoppiata a riderle in faccia. «Sì, le ho riso in faccia,» raccontò. Dopodiché, rabbuiandosi all’improvviso: «Ma cosa mi è venuto in mente?» 
Quando David e Harriet chiacchieravano lo facevano sempre a bassa voce, nel tono un po’ incredulo e colpevole che Ben imponeva loro. Quel bambino, che non aveva ancora sei mesi, avrebbe finito per distruggere la famiglia. Già lo stava facendo. Bisognava che lo lasciassero in camera sua all’ora dei pasti e quando i bambini erano in soggiorno con loro; insomma, nei momenti più importanti della vita in comune. 
Ben finì per restare quasi sempre chiuso in camera, come in carcere. A nove mesi non stava già più nel lettino; Harriet lo sorprese nel momento esatto in cui stava per scavalcarne la fiancata e decise che era arrivato il momento di metterlo a dormire in un letto normale. Cominciò a camminare senza difficoltà appoggiandosi alle pareti o sorreggendosi alle sedie. Non aveva mai gattonato, ma si era subito messo dritto in piedi. Il pavimento era coperto di giocattoli, o più precisamente di giocattoli a pezzi. Invece di giocarci, li sbatteva contro la parete o il pavimento finché si rompevano. Il giorno che riuscì a stare in piedi da solo, senza sostegni, urlò trionfante. La prima volta che erano riusciti in quell’impresa, gli altri bambini erano scoppiati in una risata franca, o in una risatina soddisfatta, e avevano cercato affetto, ammirazione, lodi. Lui invece no. La sua era una gioia fredda; si muoveva barcollando, con gli occhi luccicanti di piacere, lo sguardo feroce, ignorando la madre. Harriet si chiedeva spesso cosa vedeva quando la guardava: non c’era niente nel suo modo di toccare o nella sua espressione che lasciasse intendere: questa è mia mamma. 
Una mattina presto, Harriet balzò dal letto con uno strano presentimento ed entrò nella stanza di Ben. Il bambino era in bilico sul davanzale. Era molto alto da terra, chissà come era riuscito a inerpicarsi fin lassù. Che peccato che sono entrata, fu il primo pensiero di Harriet... ma non ne restò turbata. Alla finestra furono messe delle grosse sbarre che Ben, appollaiato sul davanzale, afferrava cercando di scuoterle ed emettendo le sue grida rauche e inarticolate. Rimase chiuso in camera per tutte le vacanze di Natale. Era strano, la gente chiedeva: «come sta Ben?» poi si accontentava di un semplice: «oh, bene, grazie» e non faceva altre domande. A volte capitava che una conversazione venisse improvvisamente interrotta da un urlo proveniente dalla stanza di Ben. Allora sul viso dei presenti si dipingeva quell’espressione preoccupata che Harriet temeva e aspettava, sapendo che celava un commento o un pensiero che non poteva essere espresso. 
L’atmosfera familiare non era più la stessa, tutti si comportavano con un riserbo e una circospezione senza precedenti. Harriet sapeva che, quando lei era assente, gli altri salivano a vedere Ben, spinti dalla curiosità mista a imbarazzo, fors’anche a paura, che ispirava. E veniva a saperlo dal modo in cui, dopo, la guardavano. Come se fossi un criminale, protestava tra sé con furia. Passava gran parte del suo tempo in preda a una rabbia sorda, di cui non riusciva a liberarsi. Persino David, ne era convinta, la condannava. Un giorno gli disse: «Immagino che un tempo, nelle società primitive, fosse questo il modo in cui veniva trattata una donna che aveva messo al mondo un mostro. Come se fosse colpa sua! E poi saremmo un popolo civile!» 
«Stai esagerando, come al solito,» le disse nel tono paziente e controllato, che aveva ormai assunto con lei. 
«Esagero, certo! È un ottimo sistema per liquidare la situazione.» 
«Oh, Dio, Harriet,» ribatté lui cambiando voce, disarmato. «Non lasciamoci trascinare in questa trappola... dobbiamo stare insieme, altrimenti...» 
Fu a Pasqua che la giovane Bridget, tornata a vedere se quel regno miracoloso, quel paradiso di quotidianità esistesse ancora, si informò: «Cosa c’è? È mongoloide?» 
«Si dice sindrome di Down,» le rispose Harriet. «Nessuno li chiama più mongoloidi. Comunque no, non è mongoloide.» 
«E allora cos’ha?» 
«Niente,» disse Harriet con disinvoltura. «Perché, cosa dovrebbe avere?» Bridget se ne andò e non fece più ritorno. 
Altre vacanze estive. Quelle del 1975. Gli ospiti erano meno numerosi, questa volta, molti avevano scritto o telefonato per dire che non potevano permettersi il biglietto del treno o la benzina. «Tutte scuse,» commentò Dorothy. 
«Ma sono tempi duri, questi,» disse David. 
«E non erano duri allora, quando potevano permettersi di venire qui per settimane di fila a farsi mantenere da te?» 
Ben aveva ormai più di un anno. Non aveva ancora cominciato a parlare, ma per il resto era normale. Ormai era difficile tenerlo nella sua stanza. I bambini che giocavano in giardino sentivano le sue grida rauche, indistinte e, alzando gli occhi, lo vedevano in piedi sul davanzale, che cercava di divellere le sbarre. 
Fu così che lo fecero uscire dalla sua prigione perché si unisse agli altri. Pareva proprio che avesse capito che doveva comportarsi come loro. Se ne stava in piedi, testa bassa, a spiarli, per vedere come parlavano, ridevano, si sedevano attorno al grande tavolo o facevano conversazione in soggiorno, mentre i bambini correvano dentro e fuori. Posava gli occhi su un viso, poi su un altro, e tutti quelli che via via fissava, imbarazzati da quello sguardo insistente, smettevano di parlare, o gli voltavano la schiena o una spalla, per evitare di vederlo. Bastava la sua presenza a far star zitta una sala intera o pian piano a svuotarla: con una scusa o con l’altra la gente finiva per andarsene. 
Verso la fine delle vacanze qualcuno arrivò portandosi appresso un cane, un piccolo terrier. Ben non lo lasciava mai in pace, dove andava il cane andava anche lui. Non lo accarezzava, né gli parlava, si limitava a fissarlo. Un mattino, quando Harriet entrò in cucina per preparare la prima colazione per i bambini, scoprì il cane morto sul pavimento. Che avesse avuto un attacco di cuore? Con il fiato mozzo per il sospetto si precipitò di sopra per vedere se Ben era in camera. Era accucciato sul letto e, quando lei entrò, alzò gli occhi e si mise a ridere, con quella sua tipica risata senza suono, simile a un ringhio. Aveva aperto la porta e, oltrepassata la camera dei genitori immersi nel sonno, era sceso, aveva trovato il cane e l’aveva ucciso. Poi era tornato nella sua stanza, senza far rumore, e aveva richiuso la porta... e tutto da solo! Decise di chiuderlo dentro a chiave: se poteva uccidere un cane, perché non un bambino? 
Quando tornò da basso, trovò i bambini che facevano cerchio attorno al cane morto. Poi scesero anche gli adulti e non fu difficile intuire quello che stavano pensando. 
Certo, era impossibile... un bambino così piccolo che ammazzava un cane tanto vivace. Ufficialmente la morte del cane rimase un mistero; il veterinario disse che era stato strangolato. Quell’episodio rovinò irrimediabilmente le vacanze e la gente se ne tornò a casa prima del previsto. 
«Ci penseranno due volte prima di tornare,» fu il commento di Dorothy. 
Tre mesi dopo Mr. McGregor, il vecchio gatto grigio, fu ucciso allo stesso modo. Aveva sempre avuto paura di Ben, da cui si teneva prudentemente alla larga. Ma Ben doveva avergli teso un agguato, o forse l’aveva semplicemente sorpreso nel sonno. 
A Natale la casa era mezzo vuota. 
Quello fu l’anno peggiore della vita di Harriet, tanto che non le dispiacque nemmeno che la gente avesse deciso di evitarli. Ogni giorno era un lungo incubo. La mattina, quando si svegliava, stentava a credere che sarebbe arrivata fino a sera. Ben era sempre in movimento e andava tenuto continuamente d’occhio. Dormiva pochissimo e passava gran parte della notte in piedi sul davanzale a fissare il giardino, e se Harriet entrava in camera, si voltava e le rivolgeva una lunga occhiata, remota, raggelante. Acquattato lì in alto, nella semioscurità, sembrava davvero una creatura malefica, un babau. Di giorno, quando Harriet lo chiudeva a chiave, le sue urla riempivano la casa, tanto da far temere che avrebbero richiamato la polizia. A volte, senza alcuna ragione plausibile, correva in giardino e da lì, oltrepassato il cancello, usciva in strada. Un giorno Harriet lo inseguì per quasi due chilometri, con gli occhi fissi su quella figuretta tozza che fuggiva, ignorando i semafori, il traffico, i clacson e le proteste degli automobilisti. Lei correva, in lacrime, ansimante, terrorizzata, angosciata all’idea di non riuscire a riacchiapparlo in tempo, e al tempo stesso pregava, oh, investitelo, sì, per favore... Lo raggiunse prima di un grosso incrocio e lo afferrò, trattenendolo con tutte le sue forze mentre si dibatteva. Ben soffiava e sputava, agitandosi come un gigantesco pesce. Passò un taxi; Harriet lo chiamò, spinse dentro il bambino e si sedette a sua volta, tenendolo forte per un braccio che rischiava di rompersi tanto Ben lo scuoteva nel tentativo di liberarsi. 
Cosa poteva fare? Lo portò di nuovo dal dottor Brett, che lo visitò e sentenziò che almeno il fisico era perfettamente normale. 
Poi ascoltò attentamente Harriet che gli descriveva il suo comportamento. 
Di tanto in tanto gli si stampava in viso un’espressione di controllata incredulità e allora abbassava lo sguardo, mettendosi a giocherellare con la matita. 
«Chieda a David o a mia madre,» disse Harriet. 
«È un bambino ipercinetico... così li definiscono oggi,» osservò il dottor Brett, che era un medico all’antica. Ma era proprio per questo che Harriet l’aveva scelto. 
Alla fine non evitò più il suo sguardo e si decise a fissarla. 
«Cosa si aspetta da me, Harriet? Che lo imbottisca di tranquillanti? Be’, io sono contrario.» 
Harriet proruppe in un grido muto, sì, sì, sì, è esattamente quello che voglio! E invece disse: «Anch’io, naturalmente.» 
«Fisicamente è normale per la sua età. È molto forte e attivo, ma lo è sempre stato. Mi dice che non parla ancora, ma non ci vedo niente di strano. Helen stessa non ha cominciato a parlare tardi?» «Sì,» confermò Harriet. 
Riportò Ben a casa. Da allora rimase chiuso in camera tutto il giorno e anche la porta venne munita di pesanti sbarre. Fu tenuto sotto controllo costante; Harriet non lo perdeva di vista un solo istante, mentre sua madre badava a tutto il resto. 
«Come posso ringraziarti, Dorothy?» diceva David. «Non c’è ringraziamento che tenga per quello che fai.» 
«Cosa fatta, capo ha,» rispondeva Dorothy. 
Harriet era esausta, tirata, e aveva gli occhi perennemente arrossati. Aveva ripreso a piangere per qualsiasi sciocchezza. I bambini la evitavano. Per delicatezza o perché avevano paura di lei? Dorothy si offrì di restare sola con Ben per una settimana, in agosto, per permettere loro di andare via tutti assieme. 
In tempi normali Harriet e David non si sarebbero mai sognati di allontanarsi da casa, tanto vi erano affezionati. E cosa avrebbero detto ai soliti ospiti estivi? 
«Non mi sembra che siano stati in molti a prenotarsi,» osservò Dorothy. 
Partirono in automobile, diretti in Francia. Per Harriet fu un periodo di grande felicità. Aveva ritrovato i suoi figli. La loro compagnia non sembrava mai bastarle, e per i bambini era lo stesso. E Paul, il piccino a cui Ben l’aveva sottratta, quello straordinario bambino di tre anni, così tenero, un vero incanto... era tornato a essere tutto suo! Erano di nuovo una famiglia! Che felicità... solo ora si rendevano conto di tutto quello che Ben aveva tolto loro. 
Al loro ritorno trovarono Dorothy molto stanca e con due brutti lividi, uno sul braccio e l’altro sulla guancia. Non riuscirono a strapparle una parola di bocca. Ma una volta a letto i bambini, fu lei a dire: «Devo parlarvi e voglio che mi stiate ad ascoltare fino in fondo.» 
Harriet e David si sedettero in cucina al tavolo. 
«È arrivato il momento di guardare la realtà in faccia. Ben dev’essere messo in un istituto.» 
«Il dottore dice che è normale,» osservò Harriet, arcigna. 
«Non so in base a quali parametri lo giudica normale, certo non rispetto ai miei.» 
«Ma qual è l’istituto che se lo prenderà?» 
«C’è ne sarà bene uno,» ribatté Dorothy e scoppiò a piangere. 
Da quel giorno Harriet e David, la sera, rimanevano svegli a valutare le possibili soluzioni del problema. Avevano ripreso a fare all’amore, ma non era più come prima. «È così che dovevano sentirsi le donne prima che inventassero gli anticoncezionali,» diceva Harriet. «Terrorizzate.» Finché arrivavano le mestruazioni e allora potevano tirare il fiato perché la pena capitale era stata rinviata di un altro mese. E sì che non avevano il timore di mettere al mondo un demonio! 
Chiacchieravano con l’orecchio teso a cogliere i suoni provenienti dalla «stanza del neonato», un’espressione che ormai non usavano più, tanto era carica di echi dolorosi. Cos’altro sarebbe stato capace di fare Ben, che, loro non avevano previsto? E se fosse riuscito a piegare le pesanti sbarre che lo tenevano prigioniero? 
«Il guaio è che ci si abitua anche all’inferno,» diceva Harriet. «Dopo una giornata trascorsa con Ben è come se non esistesse o non fosse mai esistito nient’altro. Ogni tanto mi accorgo che sono ore che non penso a nessun altro. Ieri ho dimenticato persino di preparare la cena ai bambini. Dorothy era andata al cinema e quando sono scesa ho trovato Helen che cucinava.» 
«Non è poi la fine del mondo,» osservò David. 
«Ma ha solo otto anni!» 
La settimana trascorsa in Francia l’aveva aiutata a ricordare com’era stata bella la loro vita di famiglia, e come poteva ancora esserlo, e Harriet decise che non vi avrebbe più rinunciato. Si scoprì a rivolgersi ancora a Ben, minacciandolo in silenzio: «Non ti permetterò di distruggerci, né di rovinarmi...» 
Aveva deciso che il prossimo Natale sarebbe stato come quelli di un tempo e quindi scrisse o telefonò a tutti per invitarli, precisando che Ben era «molto migliorato, di recente.» 
Sarah chiese se faceva bene a portare Amy. Ciò significava che era stata informata – come tutti gli altri della fine del cane e del gatto. 
«Basta non lasciarla mai sola con Ben,» fu la risposta di Harriet, al che la sorella, dopo un lungo silenzio, le disse: «Oh, Dio, Harriet, il destino ci ha giocato un tiro mancino!» «Già,» rispose Harriet, anche se personalmente rifiutava l’idea di essere anche lei una vittima della sorte. Forse Sarah, con i suoi problemi coniugali e la figlia mongoloide, aveva ragione di sentirsi perseguitata. Ma lei no, lei non era nella stessa barca, vero? 
Ai bambini disse: «Vi affido Amy. Non lasciatela mai sola con Ben.» «Pensi che possa farle male come a Mr. McGregor?» domandò Jane. 
«Se è per questo l’ha ucciso,» dichiarò Luke con veemenza. «È stato lui, lo so.» «Già, e ha ucciso anche il cane,» aggiunse Helen. E il loro tono era accusatorio. 
«Sì,» confermò Harriet. «È anche possibile. È per questo che non dobbiamo mai perdere di vista la piccola Amy.» 
Come accadeva ormai spesso, i bambini si scambiarono un’occhiata che la escludeva e il cui messaggio era noto solo a loro. Poi uscirono senza guardarla. 
Anche se c’era menò gente degli anni precedenti, quel Natale fu un successo. L’atmosfera era allegra e chiassosa, ma Harriet non vedeva l’ora che tutto fosse finito. Era una fatica tremenda dover stare continuamente all’erta, sorvegliare Ben, sorvegliare Amy, che comunque era al centro dell’attenzione. La sua testa era troppo grossa, il corpo troppo tozzo, ma lei dispensava affetto e tenerezze e tutti l’adoravano. Helen, che aveva sempre desiderato vezzeggiare Ben, ora aveva un’adorazione per Amy. Ben osservava tutto in silenzio, ma Harriet non riusciva a leggere i pensieri che si celavano dietro quegli occhi freddi e giallastri. A volte le sembrava di sprecare la vita a cercare di capire quello che Ben sentiva o pensava. Amy, che si aspettava che tutti fossero affettuosi con lei, gli si faceva incontro ridendo, a braccia tese. Ma la piccola handicappata, che aveva il doppio dei suoi anni anche se ne dimostrava la metà, quell’infelice che irradiava affetto, tutt’a un tratto si faceva silenziosa, la desolazione le si dipingeva in volto, e poi retrocedeva senza smettere di fissarlo. Proprio come Mr. McGregor, il povero gatto. Poi cominciò a piangere appena lo vedeva. Gli occhi di Ben non la lasciavano mai, lei, sventurata come lui ma adorata da tutti. Chissà se era consapevole, Ben, della sua sventura. Se di sventura si trattava, poi. Ma allora chi era, cos’era? 
Anche Natale passò. Ben aveva ormai due anni e qualche mese quando il piccolo Paul fu mandato all’asilo in fondo alla strada per tenerlo lontano. Il bambino, che aveva un carattere allegro e affettuoso, stava diventando nervoso e irritabile. Scoppiava a piangere o veniva colto da improvvisi attacchi di furore, durante i quali si gettava per terra urlando o martellava di pugni le ginocchia di Harriet per attirare la sua attenzione, che pareva sempre concentrata su Ben. 
Dorothy partì per andare a trovare Sarah e la sua famiglia. 
Di giorno Harriet restava sola con Ben e si sforzava di comportarsi con lui come aveva fatto con gli altri. Si sedeva sul pavimento, tra i blocchi delle costruzioni e gli altri giocattoli da trainare. Gli mostrava figure dai colori vivaci. Gli cantava filastrocche. Ma Ben restava indifferente ai giocattoli o ai blocchi. Seduto in mezzo a quella massa di oggetti colorati, di tanto in tanto, metteva un blocco su un altro, guardando Harriet per controllare se aveva sbagliato. Fissava le figure che lei gli mostrava, cercando di decifrarne il linguaggio. Non si sedeva mai in braccio alla madre, ma le si accoccolava accanto e quando lei diceva: «Guarda, Ben, questo è un uccello, proprio come quello che c’è là fuori, su quel ramo. E questo è un fiore,» lui guardava e poi voltava la testa. Sembrava che quello che non riusciva a capire non fosse il modo in cui due blocchi si incastravano o cosa dovesse fare per metterli uno sopra l’altro, ma il senso di quelle operazioni, il significato dell’uccello o del fiore. 
Che fosse troppo avanti per un gioco del genere? Harriet a volte lo sospettava. Come unica reazione alle figure che lei gli mostrava Ben andò in giardino e si mise a dare la caccia a un tordo, avanzando a passo di corsa sul prato, con le ginocchia piegate e la schiena curva, e mancò poco che lo catturasse. Poi strappò delle primule e rimase a fissarle, tenendole in pugno. Infine le schiacciò e le lasciò cadere a terra. Poi si girò, vide che Harriet lo guardava, e parve chiedersi cosa volesse da lui. Fissò i fiori primaverili, alzò gli occhi verso un merlo posato su un ramo e tornò lentamente in casa. 
Un giorno si mise a parlare. All’improvviso. Non disse «mamma», «papà», o il suo nome. «Voglio torta,» fu quello che disse. Da principio Harriet non ci fece neanche caso. Poi lo annunciò a tutti. «Ben ha cominciato a parlare. Dice già delle frasi compiute.» Gli altri bambini lo incoraggiarono, come era loro abitudine. «Bravo, Ben!» «Sei in gamba!» Ma lui non li degnava della minima attenzione. Da allora in poi quando aveva un desiderio lo annunciava ad alta voce. «Voglio questo.» «Dammi quello.» «Subito passeggiata.» Aveva una voce goffa e incerta e scandiva lentamente le parole come se la sua mente fosse stata una sorta di solaio zeppo di idee e di oggetti che lui doveva identificare uno per uno. 
I bambini sembravano felici che parlasse normalmente. «Ciao, Ben,» diceva uno. «Ciao,» rispondeva Ben, restituendo con cautela quello che gli era stato dato. «Come stai, Ben?» gli chiese Helen. «Come stai?» rispose. «No,» disse Helen. «Devi dire, Bene, grazie, oppure sto benissimo.» 
Ben rimase a fissarla, mentre ci rifletteva. Poi rispose impacciato: «Bene, grazie.» 
Non levava mai gli occhi di dosso agli altri bambini, in particolare a Luke e a Helen. Studiava il modo in cui si muovevano, si sedevano, si alzavano, li copiava quando mangiavano. Aveva capito che i due maggiori erano socialmente più attendibili di Jane. Quanto a Paul, lo ignorava. Quando i bambini guardavano la televisione, si accoccolava accanto a loro e saettava lo sguardo dallo schermo alle loro facce, per imparare le reazioni di volta in volta più appropriate. Se gli altri ridevano, dopo un attimo emetteva anche lui una risata forte, sguaiata, dal suono innaturale. Ciò che era naturale in lui, quando si divertiva, era quella sorta di sogghigno ostile e malevolo che gli lasciava scoperti i denti. Quando invece, durante qualche scena cruciale, tutti ammutolivano e si immobilizzavano affascinati anche lui tendeva i muscoli e pareva concentrarsi su ciò che accadeva sullo schermo, ma in realtà non smetteva mai di fissarli. 
Nell’insieme poneva meno problemi di prima. Be’, Harriet pensava, i bambini fanno penare per circa un anno dopo che iniziano a camminare. Non sanno cosa sia la paura, non hanno il senso del pericolo, si buttano giù dai letti e dalle sedie, si lanciano nello spazio, corrono in strada, devono essere sorvegliati ogni secondo... Ma è anche vero che in quel periodo sono particolarmente deliziosi, teneri e buffi da spezzare il cuore. E poi, poco per volta, imparano a valutare la realtà e la vita diventa più facile. 
La vita le pareva più facile... ma era solo un’impressione, come Dorothy non mancò di ricordarle. 
Era tornata a casa dei Lovatt dopo quello che aveva definito un «intervallo» di qualche settimana, e Harriet capì subito che la madre si preparava a vuotare il sacco. 
«Forse penserai che sto ficcando il naso in faccende che non mi riguardano o che farei meglio a tenere per me i miei consigli...» 
Era già mattina avanzata e se ne stavano sedute a tavola con una tazza di caffè davanti. Ben era lì accanto, a portata di vista, come al solito. Dorothy stava cercando di assumere un tono scherzoso, ma Harriet si sentiva minacciata. Le sane guance rosse della madre erano accese per l’imbarazzo, gli occhi azzurri la guardavano con ansia. 
«No, mamma. No, naturalmente.» 
«E allora stammi a sentire.» 
Ma dovette fermarsi subito. Ben aveva preso a battere un sasso su un vassoio di metallo con tutte le sue forze, facendo un baccano tremendo. Le due donne aspettarono che finisse; se l’avessero interrotto si sarebbe arrabbiato e avrebbe cominciato a sbuffare e a sputare. 
«Tu hai cinque figli, non uno solo,» esordì Dorothy. «Lo sai che quando sono qui qualcuno mi potrebbe scambiare per la madre degli altri? No, non credo te ne renda conto, sei così presa da...» 
Ben riprese a battere freneticamente il sasso sul vassoio in una sorta di esaltazione. Sembrava che stesse martellando un pezzo di metallo per forgiarlo e non era difficile immaginarlo all’opera in qualche miniera sotterranea, con altri come lui... Attesero di nuovo che smettesse. 
«Non è giusto,» disse Dorothy e Harriet si ricordò dei molti «non è giusto» materni che avevano regolato la sua infanzia. 
«E c’è dell’altro,» continuò Dorothy. «Non posso andare avanti così, finirò per ammalarmi.» 
Sì, Dorothy era dimagrita, fin troppo. Avrei dovuto accorgermene prima, pensò Harriet, come al solito piena di rimorsi. 
«E c’è anche tuo marito,» disse Dorothy, ignara evidentemente del fatto che stava rigirando il coltello nella piaga. «È un bonaccione, ma non so come faccia a sopportare ancora questa situazione.» 
Il Natale seguente, Ben ormai aveva tre anni, la casa si riempì solo in parte. Una cugina di David aveva detto: «Mi hai dato l’ispirazione, Harriet. Dopotutto anch’io ho una casa. Non è grande come la tua, ma è accogliente e graziosa.» La famiglia si divise e una parte andò lì. Ma altri dissero che sarebbero venuti, lo considerano un dovere, si disse Harriet, ed erano anche i parenti più stretti. 
Arrivò anche un cane, un animale grosso, un bastardo vivace e giocherellone. Faceva compagnia ai figli di Sarah ed era il prediletto della povera Amy. Tutti i bambini lo adoravano, naturalmente, ma soprattutto il piccolo Paul e Harriet si sentivano stringere il cuore perché in casa loro non potevano tenere animali. Be’, ora che Ben è più tranquillo, arrivò a pensare... Ma sapeva che era impossibile. Notò che il grosso cane sembrava sapere che Amy, quell’anima bella in quel corpo grosso e brutto, doveva essere trattata con delicatezza, perché, quando era con lei, moderava la sua esuberanza. Amy gli si sedeva accanto, mettendogli il braccio intorno al collo e se lo stringeva troppo lui alzava il muso e le dava una spintarella, cercando di spostarla, o emetteva un breve brontolio di avvertimento come a dirle: «Sta’ attenta.» Sarah sosteneva che il cane faceva da balia ad Amy. «È come Nana in Peter Pan,» dicevano i bambini. Ma se Ben era presente il cane lo guardava fisso e andava a mettersi in un angolo, con la testa appoggiata alle zampe, irrigidito dalla paura. Una mattina, mentre tutti erano seduti attorno al tavolo a fare la prima colazione, Harriet voltò la testa d’istinto e vide Ben che si avvicinava al cane addormentato, tutto curvo e a passi felpati, con le mani protese in avanti... 
«Ben!» gridò Harriet. Vide gli occhi freddi che si giravano a guardarla, illuminati da bagliori di malvagità. 
Il cane, destato all’improvviso, si tirò su con il pelo ritto. Poi si mise a guaire terrorizzato e si spostò nella parte più popolata della stanza, rifugiandosi sotto il tavolo. 
Tutti avevano assistito alla scena. Il silenzio calò nella stanza, interrotto solo da Ben, che si avvicinò a Dorothy e disse: «Voglio latte.» Lei gliene versò un bicchiere e lui lo buttò giù d’un fiato. Poi fece scorrere lo sguardo sui presenti, che non smettevano di fissarlo. Ancora una volta parve che si sforzasse di capirli. Andò in giardino, dove tutti potevano vederlo, un piccolo gnomo tozzo che conficcava un bastone per terra. Gli altri bambini erano su, in mansarda. 
Attorno al tavolo erano riuniti Dorothy, che teneva in braccio Amy, e poi Sarah, Molly, Frederick, James e David. C’era anche Angela, la sorella fortunata, quella «riuscita», i cui bambini erano tutti normali. 
Allora Harriet disse in tono di sfida: «Coraggio, parliamone.» 
Non era casuale, o almeno così le parve, che fosse proprio Frederick a parlare per primo. «Senti, Harriet, non puoi più far finta di niente. Ben deve essere sistemato in un istituto.» 
«Allora dobbiamo trovare un medico che dichiari che non è normale. Il dottor Brett è escluso.» 
«Cerchiamone un altro,» intervenne Molly. «Una soluzione si trova sempre.» Imponenti e trasandati, con quei loro faccioni rossi, erano in perfetta sintonia; ogni vaghezza era sparita ora che avevano deciso che c’era una crisi e che questa crisi li minacciava, seppure indirettamente. Sembravano una coppia di giudici dopo un buon pasto, pensò Harriet, e lanciò un’occhiata a David per vedere se era del suo stesso parere, ma vide che fissava il tavolo, a labbra strette. Così anche lui faceva parte della congiura. 
«Tipico cinismo altoborghese,» osservò Angela, ridendo. 
Nessuno aveva mai toccato quel tasto prima, o almeno mai in modo così diretto. Una breve pausa, poi Angela attenuò la sua affermazione, dicendo: «Non che io sia contraria, anzi.» 
«Spero bene,» intervenne Molly con forza. «Chiunque abbia un minimo di buonsenso non può che essere d’accordo.» 
«Ma io alludevo al modo in cui l’hai detto,» spiegò Angela. 
«Non mi sembra il caso di fare questioni di forma,» commentò Frederick. 
«E chi si accollerà le spese?» domandò David. «Io non ce la faccio. Riesco a stento a provvedere all’ordinaria amministrazione grazie anche a quello che mi passa James.» 
«James dovrà accollarsi anche questo peso,» disse Frederick. «Ma noi faremo la nostra parte.» Era la prima volta che i due si offrivano di intervenire finanziariamente. «Tirchi come due scozzesi,» così venivano definiti in famiglia e il giudizio tornò in mente a tutti, in quel momento. Si presentavano con l’idea di fermarsi dieci giorni, portando due fagiani e un paio di bottiglie di vino pregiato. 
Tutti sapevano che il loro «contributo» non sarebbe stato granché. 
Rimasero per un attimo in silenzio, immersi in pensieri contrastanti. 
Infine James disse: «Farò tutto il possibile. Ma gli affari non vanno più come una volta. Di questi tempi non sono in molti a potersi permettere uno yacht.» Un altro silenzio, mentre tutti si voltavano a guardare Harriet. 
«Siete ben strani,» disse questa, prendendo le distanze dal gruppo. 
«Frequentate questa casa da troppo tempo per non sapere quale sia il problema... il vero problema, intendo. Che spiegazione daremo a quelli dell’istituto?» 
«Forse non saranno necessarie spiegazioni,» disse Molly. La sua figura matronale trasudava energia e forza di convinzione, come se si fosse inghiottita Ben e lo stesse digerendo, pensò Harriet. Riprese a parlare con una certa calma, ma stava tremando. «Cosa hai in mente? Uno di quei posti che prendono i figli di cui le famiglie vogliono sbarazzarsi?» 
«Le famiglie ricche vuoi dire,» commentò Angela con un sorrisetto di sfida. 
Molly, di fronte all’impertinenza, disse senza mezzi termini: «Sì, se è l’unica strada. Ma una cosa è ovvia: se non facciamo qualcosa, sarà la catastrofe.» 
«È già la catastrofe,» disse Dorothy, prendendo decisamente posizione. «Gli altri bambini... hanno sofferto fin troppo. E tu sei così presa da Ben che non te ne accorgi nemmeno.» 
«Insomma,» intervenne David, impaziente e furibondo perché il conflitto tra Harriet e gli altri lo dilaniava nel profondo. «Io sono d’accordo. E vedrete che prima o poi anche Harriet si convincerà. Per quanto mi riguarda è meglio che sia prima, anzi subito. Non ce la faccio più.» Finalmente si decise ad alzare gli occhi sulla moglie, cui rivolse uno sguardo implorante e sofferente. Ti prego, le stava dicendo, ti prego. 
«D’accordo,» dichiarò Harriet. «Fate un po’ voi...» E scoppiò in lacrime. 
In quel momento entrò Ben, che veniva dal giardino, e rimase impalato a guardarli, in disparte come al solito. Indossava una salopette marrone e una camicia dello stesso colore, entrambe di stoffa robusta. Tutto quello che portava doveva essere particolarmente resistente, altrimenti lo strappava immediatamente. Con quella sua zazzera gialla, la fronte bassa, gli occhi fissi e opachi, la schiena curva, le ginocchia piegate, i pugni stretti protesi in avanti, sembrava più che mai uno gnomo. 
«Sta piangendo,» osservò, riferendosi alla madre. Prese un pezzo di pane dal tavolo e uscì di nuovo. 
«Ma cosa andrete a raccontare?» disse Harriet. 
«Lascia fare a noi,» rispose Frederick. 
«Sì, tu non preoccuparti,» insisté Molly. 
«Dio mio!» esclamò Angela con una punta di amarezza, come se li stesse giudicando. «A volte, quando sto con voi, capisco perché l’Inghilterra va a rotoli.» «Grazie,» disse Molly. 
«Grazie,» ripeté Frederick. 
«Sei ingiusta, figliola,» intervenne Dorothy. 
«Ingiusta?» protestò Angela e con lei si schierarono quasi simultaneamente Harriet e Sarah. 
E finalmente tutti, tranne Harriet, scoppiarono a ridere. Il destino di Ben era stato deciso. 
Qualche giorno dopo Frederick telefonò dicendo che avevano trovato il posto e che un’automobile sarebbe venuta a prendere Ben. Prestissimo. Il giorno dopo. 
Harriet perse la testa. Che fretta, che... eh sì, che cinismo! Che razza di dottore era quello che aveva autorizzato il ricovero, posto che l’avesse autorizzato. E senza aver neanche visto Ben. Espresse energicamente la sua contrarietà, ma dalla reazione di David capì che molte cose dovevano essere già successe a sua insaputa. Forse i suoi genitori erano andati a trovarlo in ufficio e David aveva risposto qualcosa come: «Ci penso io,» di fronte alle insistenze di Molly, che Harriet improvvisamente sentiva di odiare. 
«O lui o noi,» disse ora a Harriet. Poi soggiunse con una voce gelida carica di ripugnanza. «Dev’essere piombato da Marte. Forse l’hanno spedito qui per vedere cosa succede da queste parti.» E scoppiò a ridere... una risata crudele, parve a Harriet, improvvisamente consapevole di ciò che in parte già sapeva, e cioè che Ben non sarebbe vissuto a lungo in quell’istituto, quale che fosse. 
«È un bambino,» insisté. «Nostro figlio.» 
«No,» rispose David, in tono definitivo. «Comunque, mio non è di certo.» 
Erano in soggiorno. Dal giardino, spogliato dall’inverno, le voci dei bambini si levavano acute e distanti. Spinti da un medesimo impulso, David e Harriet andarono alla finestra e scostarono le pesanti tende. Fuori si profilavano le sagome indistinte di alberi e cespugli, ma la luce proveniente dalla stanza calda raggiungeva, oltre il prato, un cespuglio annerito dall’inverno, traendo bagliori dalle gocce d’acqua che indugiavano sui rametti secchi, e il tronco bianco di una betulla. Due figurine, che i giubbotti imbottiti e variopinti, i calzoni e i berretti di lana rendevano identiche l’una all’altra, sbucarono da un gruppo di agrifogli. Erano Helen e Luke, impegnati in un loro gioco. Tenevano in mano un bastoncino che conficcavano qua e là nel tappeto di foglie lasciate dall’autunno precedente. 
«Eccola!» La voce di Helen si levò trionfante e i genitori videro sospesa all’estremità del bastoncino la palla rossa e gialla perduta l’estate prima che lentamente si levava nel fascio di luce. Era sporca e sgonfia, ma intera. I due bambini si abbandonarono a una sorta di girotondo improvvisato, portando in trionfo il bottino. Poi, all’improvviso, senza apparente ragione, si precipitarono verso le porte finestre. Le spalancarono e i genitori, che erano seduti di fronte, se li trovarono davanti, due creature snelle, eleganti, con le guance rosse per il freddo e gli occhi ancora carichi dell’eccitazione provocata da quel mondo selvaggio, là fuori, di cui fino a un attimo prima avevano fatto parte. Ora se ne stavano lì con il respiro affannoso, gli occhi che si adattavano lentamente alla realtà, alla stanza calda e illuminata e ai genitori che li guardavano. Per un attimo parve che due diverse forme di vita si stessero fronteggiando: i bambini erano appena riemersi da qualche antico rito iniziatico, la cui magia scorreva ancora nelle loro vene, nonostante il brusco rientro in famiglia avesse già fatto sfumare quel loro io selvaggio. Harriet e David sapevano tutto questo, erano con loro nella fantasia e nel ricordo, si vedevano bambini e al tempo stesso adulti, gli adulti che erano diventati, sottomessi, rassegnati, quasi da compatire per la distanza che li separava da una vita più libera e naturale. 
Vedendo i genitori lì da soli, senza altre persone attorno, e soprattutto senza Ben, Helen si avvicinò al padre e Luke alla madre, e Harriet e David strinsero in un abbraccio i due bambini, i loro due audaci piccoli, trattenendoli a sé. 
La mattina seguente un furgoncino nero arrivò a prendere Ben. Harriet se l’aspettava perché David non era andato a lavorare. Era rimasto a casa per «tenerla buona»! Suo marito salì al piano di sopra e ne discese con una serie di borse e valigie che aveva preparato mentre lei, in cucina, serviva la prima colazione. 
David buttò i bagagli nel furgone, poi, con un’espressione dura che Harriet non gli aveva mai visto, afferrò Ben, che se ne stava seduto sul pavimento del soggiorno, e lo infilò dentro. Tornò in fretta da Harriet, con lo stesso viso rigido, e circondandole le spalle con un braccio la fece voltare in modo da impedirle la vista del furgone che si era già avviato e da cui Harriet udiva provenire urla e suoni inarticolati. Poi la fece sedere sul divano dove, sempre tenendola stretta, prese a ripeterle con monotona insistenza: «Bisognava farlo, Harriet. Era inevitabile.» Lei era in lacrime, sconvolta e insieme sollevata, riconoscente che si fosse assunto lui tutte le responsabilità. 
Quando i bambini tornarono, vennero informati che Ben era andato a stare altrove. 
«Dove? Dalla nonna?» domandò Helen, ansiosa. 
«No.» 
Gli occhi dei bambini, da sospettosi e preoccupati, si illuminarono all’improvviso per il sollievo. Un sollievo isterico. I quattro fratelli si misero a danzare, incapaci di trattenersi, fingendo poi che si fosse trattato di un gioco inventato lì per lì. 
A cena non fecero altro che ridacchiare, in modo perfino eccessivo, tutti eccitati. In una pausa, tuttavia, Jane domandò: «Avete intenzione di mandare via anche noi?» Era una ragazzina quieta e un po’ lenta, una Dorothy in miniatura, che misurava le parole limitandosi a quelle strettamente necessarie. Ma ora i suoi grandi occhi azzurri fissavano angosciati il viso della madre. 
«Assolutamente no,» rispose David in tono brusco. 
«Hanno spedito via Ben perché non è uno di noi,» spiegò Luke. 
Nei giorni seguenti la famiglia si aprì come un fiore di carta nell’acqua. Harriet si rese conto di quale peso fosse stato Ben, di quanto aveva oppresso tutti loro e di come gli altri suoi figli ne avessero sofferto. Capì che i bambini avevano parlato tra loro più di quanto lei e David avessero mai sospettato, cercando in qualche modo di accettare quello strano fratello. Ma ora che Ben se n’era andato, i loro occhi avevano ripreso a brillare, il buonumore era tornato e non si staccavano dalla madre, a cui portavano di continuo piccoli doni, un giocattolo o una caramella. «Questo è per te, mamma.» Oppure si precipitavano a baciarla, ad accarezzarle la faccia o a strofinarsi contro di lei come giovani vitelli o puledrini. E David si prese qualche giorno di permesso per stare con loro... con lei soprattutto. Stava attento, era pieno di tenerezze. Come se fossi malata, si disse Harriet, bellicosa. Certo, lei non smetteva un attimo di pensare a Ben, prigioniero chissà dove. Cosa gli stavano facendo? Vedeva il furgoncino nero e risentiva le sue grida di rabbia mentre lo portavano via. 
I giorni passavano e la normalità era ritornata nella casa. Harriet udì i bambini che parlavano delle vacanze di Pasqua. «Andrà tutto bene ora che Ben non c’è più,» disse Helen. 
Avevano sempre capito molto più di quanto lei fosse stata disposta a riconoscere. 
Pur partecipando alla gioia generale, quasi incredula di aver potuto sopportare tanto a lungo una tensione simile, Harriet non riusciva a scacciare Ben dalla mente. Non pensava a lui con amore, nemmeno con affetto, e si disprezzava per la sua incapacità di provare sentimenti normali nei suoi confronti. A impedirle di dormire, la notte, erano l’orrore e il senso di colpa. E nonostante fingesse di nulla, era certa che David sapeva che era sveglia. 
Poi, un mattino, si svegliò di soprassalto. Aveva fatto un brutto sogno, quale non sapeva, e all’improvviso disse: «Voglio andare a vedere cosa stanno facendo a Ben.» 
David aprì gli occhi e rimase sdraiato in silenzio, schermandosi il viso con un braccio e fissando la finestra. Non si era destato da un sonno profondo, ma da un semplice dormiveglia e Harriet, che sapeva quanto lui avesse temuto quel momento, ebbe l’impressione che le stesse inviando un messaggio tacito: D’accordo, sei tu a volerlo. Ma non contare più su di me. «Devo andarci, David.» 
«Non farlo,» le disse lui. 
«Non posso.» 
Ancora una volta intuì da tutto il suo atteggiamento, dal fatto che continuava a non guardarla e che non aveva aggiunto niente a quel «non farlo», che stava prendendo delle decisioni, e che quelle decisioni andavano contro di lei. David rimase immobile ancora per qualche istante, poi si alzò, uscì dalla stanza e scese da basso. 
Harriet si vestì e telefonò a Molly, che reagì immediatamente, assumendo un tono irato e scostante. «No, non ho nessuna intenzione di dirti dov’è. Eri d’accordo anche tu, adesso non puoi rimangiarti tutto.» Ma alla fine le diede l’indirizzo. 
Chissà perché la trattavano sempre come una criminale, si domandò Harriet. Da quando Ben è nato, è la solita solfa, pensò. Era vero, tutti la condannavano in silenzio. Eppure si è trattato di una disgrazia, si disse, non ho commesso nessun crimine. 
Ben era stato portato in una località del nord dell’Inghilterra, a quattro o cinque ore di automobile, forse qualcuna in più se c’era traffico, cosa che si verificò puntualmente. Harriet compì il viaggio sotto una pioggia grigia, invernale, ed era già pomeriggio quando arrivò a un grande edificio solido di pietra scura, in una valle chiusa tra colline che la pioggia insistente e la nebbia le nascondevano quasi interamente. La casa si ergeva, dura e squadrata, circondata da sempreverdi dall’aspetto triste, stillanti pioggia. Le finestre, in tre file sovrapposte, erano chiuse da sbarre. 
Entrò in un ingresso poco spazioso; sulla porta interna c’era un cartello con una scritta a mano: «Si prega di suonare.» Eseguì e attese, ma non accadde niente. Il cuore le batteva forte. Era ancora animata dalla stessa determinazione che l’aveva indotta a venire, ma il lungo viaggio l’aveva stremata e quell’edificio opprimente le diceva al cuore, se non alla mente – perché in realtà non aveva prove a cui attaccarsi – che i suoi timori, pur vaghi e imprecisi, erano tuttavia fondati. Suonò di nuovo. L’istituto era immerso nel silenzio: non si udiva altro che lo squillo del campanello che si perdeva in lontananza. Ancora niente. Era sul punto di uscire, per girare verso la parte posteriore della casa, quando la porta si spalancò all’improvviso, rivelando una ragazza scialba, che indossava parecchi golf in strati sovrapposti e aveva attorno al collo una sciarpa spessa. Il viso era pallido sotto la massa dei capelli gialli e ricciuti, trattenuti sulla nuca da un nastro blu, che li faceva assomigliare alla coda di una pecora. Sembrava stanca. 
«Sì?» domandò. 
Harriet capì subito, con tutte le implicazioni che la cosa poteva avere, che di visitatori non se ne vedevano molti da quelle parti. 
«Sono la signora Lovatt e sono venuta a trovare mio figlio,» disse con una nota ostinata nella voce. 
Era un genere di richiesta, quella, che l’istituto non era pronto a soddisfare. 
La ragazza la fissò scuotendo piano la testa in segno di impotenza, poi rispose: «Il dottor MacPherson è assente questa settimana.» Anche lei era scozzese, il suo accento non lasciava dubbi. 
«Ci sarà qualcuno che lo sostituisce,» insisté Harriet con decisione. 
La ragazza cedette di fronte alla sua insistenza e la guardò con un sorriso incerto e l’aria preoccupata. «Aspetti un attimo,» borbottò ed entrò. Harriet fece per seguirla, ma la pesante porta si chiuse, escludendola. La ragazza si voltò a guardarla come per ribadire l’inevitabilità dell’esclusione, ma invece annunciò: «Vado a chiamare qualcuno,» e si addentrò in un corridoio buio, simile a una caverna, illuminato solo qua e là da qualche lampada attaccata al soffitto, che non modificava per niente la tetraggine del luogo. Nell’aria stagnava un odore di disinfettante. Silenzio assoluto. Eppure no, dopo un po’ Harriet cominciò a sentire uno strillo acuto che si levava dall’interno della casa, poi cessava e riprendeva di nuovo. 
Ancora niente. Harriet tornò nell’anticamera che la sera incipiente aveva lasciato al buio. La pioggia si era trasformata in un diluvio freddo, silenzioso e regolare. Le colline erano sparite. 
Suonò di nuovo, con forza, e tornò nel corridoio. 
Da lontano, sotto i piccoli cerchi di luce prodotti dalle lampade, vide due figure che le venivano incontro. Un giovane con un grembiule bianco e piuttosto sporco e la ragazza di prima, che si era accesa una sigaretta e si sfregava gli occhi, irritati dal fumo. Entrambi avevano un’espressione affaticata e incerta. 
Il giovane era un tipo comune, a parte l’aria esausta e l’aspetto trasandato: se lo si guardava con attenzione – mani, faccia, occhi – non aveva niente di speciale, ma in lui c’era una sorta di disperazione, nata dalla rabbia o dall’impotenza. 
«Non può entrare,» disse in tono vago, indeciso. «Qui non sono previste visite.» Aveva una voce piatta e nasale, e parlava con un forte accento londinese. 
«Ma io sono qui,» dichiarò Harriet. «E voglio vedere mio figlio, Ben Lovatt.» 
Un attimo di pausa, poi il giovane sospirò e guardò la ragazza, che sporse le labbra, alzando le sopracciglia. 
«Sentite,» insisté Harriet. «Forse non ci siamo intesi. Non ho nessuna intenzione di andarmene. Sono venuta per vedere mio figlio e lo vedrò.» 
Lui capì che non c’era modo di dissuaderla. Annuì lentamente, come per dire, sì, ma non è questo il punto. Poi la guardò fisso. In modo del tutto legittimo, la stava mettendo in guardia. Forse era davvero un poveraccio, esausto e malnutrito, costretto a svolgere quel lavoro perché non era riuscito a trovarne un altro, ma la sua posizione, per sgradevole che fosse, si imponeva con tutto il suo peso e i suoi occhi stanchi e arrossati dal fumo avevano uno sguardo severo, autorevole, tale da non poter essere preso alla leggera. 
«Quando la gente molla qui i suoi figli, non torna poi a trovarli,» affermò. 
«Lei non capisce,» soggiunse la ragazza. 
«Sono stufa di sentirmi dire che non capisco,» esplose Harriet. «Sono la mamma del bambino, di Ben Lovatt. Ci siamo, adesso?» 
Tutt’a un tratto si trovarono uniti da uno strano legame, basato su una muta comprensione e sull’accettazione disperata di una fatalità che li sovrastava. L’uomo annuì e disse: «Bene, vado a vedere...» «Vengo anch’io,» dichiarò Harriet. 
Questo lo mise in allarme. «Oh, no,» esclamò. «Lei resta qui!» Borbottò qualcosa alla ragazza, che si mise a correre rapidamente lungo il corridoio. «Mi aspetti,» ingiunse a Harriet e si lanciò dietro la ragazza. 
Harriet la vide voltare a destra e scomparire, e istintivamente aprì la porta alla sua destra. Notò che il giovane alzava un braccio in segno di avvertimento o di dispetto, ma ciò che era oltre la porta la ferì terribilmente. 
Si trovava all’estremità di una lunga corsia, con una quantità di letti e lettini addossati alle pareti. E nei letti... dei mostri. Mentre attraversava in fretta la corsia, diretta alla porta opposta, riuscì a vedere che ogni letto, ogni culla, ospitava un bambino in cui l’impronta umana era irrimediabilmente distorta, a volte lievemente, a volte in modo orribile. Un bambino simile a una virgola, con un’enorme testa in cima a un corpo sottile come uno stelo... poi un essere che assomigliava a un insetto acquatico, con giganteschi occhi sporgenti tra gli arti fragili come zampe di un ragno... una bambina informe, la cui carne pareva sciogliersi... una bambola dalle membra gonfie color del gesso, gli occhi come due chiazze azzurre, spalancati e privi di espressione, e la bocca aperta da cui sbucava la lingua gonfia. Un ragazzino alto il cui corpo era così malformato che una metà sembrava scivolar via dall’altra. Un bambino che a prima vista sembrava normale, ma la cui testa non aveva sfondo, era solo faccia, un volto irrigidito in un urlo muto. File di mostri, quasi tutti addormentati, quasi tutti zitti. Erano stati sedati al punto da aver perso conoscenza. Ma il silenzio non era totale; da un lettino con i fianchi protetti da coperte provenivano dei singhiozzi raggelanti. Gli strilli acuti e intermittenti, sempre più vicini, le davano sui nervi. Il puzzo di escrementi sovrastava quello del disinfettante. Riemerse finalmente da quel luogo d’incubo e si avviò lungo un altro corridoio, parallelo e identico al primo. All’altra estremità vide la ragazza e il giovanotto che le venivano incontro. A un tratto svoltarono a destra... Harriet si mise a correre. Udiva i suoi passi rimbombare sulle assi del pavimento e, sempre correndo, girò dove aveva visto sparire gli altri e si ritrovò in una stanzetta piena di carrelli carichi di medicinali. Continuò a correre e sbucò in un lungo andito dal pavimento di cemento su cui si apriva una serie di porte munite di sbarre per poter controllare all’interno. Il giovane e la ragazza ne stavano aprendo una quando lei si affiancò a loro. Tutti e tre respiravano affannosamente. 
«Merda,» disse il giovane, alludendo alla sua presenza. 
«Ce n’è un mucchio in giro,» commentò Harriet, mentre la porta si apriva su una stanza quadrata, con le pareti in lucida plastica bianca fermata qua e là da bottoni, che la facevano assomigliare a una costosa tappezzeria di finto cuoio. 
Su un materasso di gommapiuma verde, direttamente sul pavimento, era sdraiato Ben, privo di sensi. Era imprigionato in una camicia di forza, nudo. La lingua giallastra penzolava dalla bocca. La pelle era color del gesso, con una sfumatura verdognola. Tutto, dalle pareti al pavimento, a lui stesso, era sporco di escrementi. Accanto al materasso, impregnato di urina, si era formata una pozza color giallo carico. 
«Le avevo detto di non venire!» gridò il giovanotto, poi afferrò Ben per le spalle, mentre la ragazza lo prendeva per i piedi. I loro gesti erano privi di brutalità, notò Harriet. Già, non era questo il punto. I due sollevarono Ben, sempre tenendolo a quel modo – l’unico che permettesse loro di toccarne una minima parte – e lo portarono fuori dalla stanza. Proseguirono per un po’ lungo il corridoio ed entrarono in un’altra porta. Lei li seguì e rimase a osservarli. La stanza era munita di lavandini, fissati lungo tutta una parete, di un immenso bagno e di un piano inclinato di cemento con numerosi fori di scarico. I due vi posarono Ben, gli slacciarono la camicia di forza e, dopo aver regolato la temperatura dell’acqua, cominciarono a lavarlo con una canna di gomma attaccata a uno dei rubinetti. Harriet si appoggiò al muro. Li guardava ed era così sconvolta da non provare più nulla. Ben, sempre immobile, giaceva sul piano di cemento come un pesce morto. Ogni tanto il giovane fermava il getto d’acqua per permettere alla ragazza di girarlo e, al termine dell’operazione, entrambi lo portarono su un’altra lastra dove lo asciugarono e gli infilarono una camicia di forza pulita, presa da una pila lì accanto. 
«È proprio necessario?» domandò Harriet, indignata. Non le risposero. 
Presero il bambino così com’era, privo di sensi, legato come un fagotto, con la lingua penzolante, e lo portarono fuori, nel corridoio, fino a un’altra stanza, anche questa munita di un piano di cemento che assomigliava di più a un letto. Ci appoggiarono sopra Ben, poi si raddrizzarono e tirarono un grosso sospiro. 
«Ecco fatto,» disse il giovane. Chiuse gli occhi per un attimo, come per riprendersi dallo sforzo, e si accese una sigaretta. La ragazza tese la mano a indicare che ne voleva una anche lei e lui gliela porse. Rimasero lì a fumare, guardando Harriet con occhi che tradivano la fatica e la sconfitta. 
Lei era senza parole. Aveva una stretta al cuore, come se davanti a lei avesse avuto uno dei suoi figli, un figlio vero, perché non aveva mai visto Ben normale come in quel momento che i suoi freddi occhi da alieno erano chiusi. Patetico, ecco com’era; per la prima volta le sembrò patetico. 
«Credo che lo riporterò a casa.» 
«Affar suo,» rispose il giovane in tono brusco. 
La ragazza la fissava incuriosita, come se anche lei facesse parte di quel fenomeno che era Ben, come se ne condividesse la natura. «Cosa se ne farà?» le chiese. Poi soggiunse, e Harriet sentì la paura nella sua voce: «È così forte... Mai vista una forza simile.» 
«Nemmeno io,» confermò il giovane. 
«Dove sono i suoi vestiti?» 
L’altro scoppiò in una risata sarcastica. «Vuol dire che ha intenzione di vestirlo e di portarselo via? Da sola?» 
«E perché no? Comunque, era vestito quando è arrivato.» I due, infermieri o inservienti che fossero, si scambiarono un’occhiata, poi aspirarono una boccata di fumo. 
«Mi sembra che non capisca, signora Lovatt,» disse il giovane. «Tanto per cominciare, quanto dista da qui casa sua?» 
«Quattro o cinque ore di macchina.» 
Lui scoppiò di nuovo a ridere, tanto l’idea – o lei stessa – gli pareva assurda. «Si sveglierà durante il viaggio. E cosa farà allora?» 
«Be’, mi vedrà,» disse e si accorse subito, dall’espressione delle loro facce, che si stava comportando da stupida. «D’accordo, ditemi cosa devo fare.» 
«Gli lasci addosso la camicia di forza e lo avvolga in un paio di coperte,» disse la ragazza. 
«Poi pigi l’acceleratore e via a tutto gas,» completò il giovane. 
Rimasero in silenzio, guardandosi a vicenda, a lungo, con aria pensosa. 
«Non s’immagina che razza di lavoro sia questo. Bisogna provarlo per credere,» sbottò la ragazza all’improvviso, piena di rabbia contro il destino. «Per fortuna alla fine del mese me ne vado.» 
«Anch’io. Nessuno resiste qui più di qualche settimana,» ribadì il giovane. 
«State tranquilli. Non ho nessuna intenzione di protestare,» disse Harriet. «Deve firmare un modulo. Non vogliamo correre rischi.» 
Ma il modulo sembrava introvabile. Alla fine, dopo aver rovistato a lungo in un armadietto, i due tirarono fuori un foglio ciclostilato e ingiallito dal tempo in cui si diceva che il firmatario sollevava l’istituto da ogni responsabilità. 
Harriet tirò su Ben. Era la prima volta che lo toccava e lo sentì gelato. Le pareva di avere del piombo tra le braccia e per la prima volta capì il significato dell’espressione «peso morto». 
Uscì dalla stanza dicendo: «Non voglio più passare da quella corsia.» 
«Non so darle torto,» disse il giovane in tono sarcastico. Aveva trovato un mucchio di coperte; ne prese due e vi avvolse Ben. Poi lo portò alla macchina, lo caricò sul sedile posteriore e lo coprì ancora, in modo da lasciargli fuori solo il viso. 
Erano tutti e tre in piedi, accanto all’auto. Gli unici punti di luce erano i fari e i riquadri illuminati delle finestre, ma nel complesso la sera era così buia che riuscivano a stento a vedersi. I piedi sprofondavano nel terreno bagnato. Il giovane tirò fuori dalla tasca del grembiule un sacchetto di plastica contenente una siringa, un paio di aghi e qualche fiala. 
«È meglio che lo prenda,» le disse. 
Harriet esitò e la ragazza insisté: «Signora Lovatt, gli dia ascolto...» Allora lei annuì, prese il sacchetto e salì in macchina. 
«Può fargli fino a quattro iniezioni al giorno, ma non di più,» le disse il giovane. 
Mentre stava per lasciare la frizione, Harriet domandò: «Secondo voi, quanto avrebbe resistito ancora?» 
I loro visi erano due chiazze bianche nell’oscurità, ma lei riuscì a vedere il giovane che si girava, scuotendo il capo. Poi le arrivò la voce della ragazza. «Nessuno resiste a lungo. Ma questo qui... è molto robusto. Mai visto uno robusto come lui.» 
«Insomma, avrebbe resistito di più.» 
«No,» intervenne il giovane. «Non si tratta di questo. Il fatto è che, forte com’è, per tenerlo tranquillo bisogna iniettargli una dose maggiore. Alla lunga finiscono per lasciarci la pelle.» 
«Bene. Vi ringrazio,» disse Harriet. 
La seguirono con lo sguardo mentre si allontanava, ma quasi subito fu inghiottita dall’oscurità piovosa. Mentre curvava, li vide fermi sotto il portico male illuminato, vicini, quasi riluttanti a entrare. 
Harriet si lanciò sotto la pioggia invernale a tutta velocità, evitando le strade di grande traffico e continuando a tenere d’occhio il mucchio di coperte che aveva alle spalle. A circa metà strada vide il fagotto che si sollevava e cominciava ad agitarsi, finché Ben si svegliò con un ruggito e a furia di sobbalzi piombò sul fondo della macchina, dove rimase in un parossismo di urla. Niente a che vedere con gli strilli meccanici e penetranti che lei aveva sentito all’istituto; quelle erano vere e proprie urla di paura che le vibravano dentro. Resisté per mezz’ora, mentre la macchina oscillava sotto i colpi di Ben. Si guardò attorno in cerca di una piazzola dove non fossero parcheggiate altre auto e, quando ne trovò una, si fermò e senza spegnere il motore estrasse la siringa. Sapeva come usarla, perché aveva già dovuto servirsene durante qualche malattia dei bambini. Aprì la fiala priva di scritta e riempì la siringa. 
Poi si protese sopra lo schienale. Ben, tutto nudo a parte la camicia di forza e rosso dal freddo, si contorceva, sobbalzando e urlando. Alzò su di lei gli occhi percorsi da lampi di odio. Non mi riconosce, pensò Harriet. Non osava togliergli la camicia di forza e d’altra parte non si fidava di fargli l’iniezione vicino al collo. Finalmente riuscì ad afferrargli una caviglia; conficcò l’ago nella parte bassa del polpaccio e attese. Ben si afflosciò nel giro di pochi istanti. Che razza di roba era mai quella? 
Lo rimise sul sedile posteriore, sotto le coperte, e finalmente si decise a imboccare le strade principali. Arrivò a casa intorno alle otto. Pensò che i bambini dovevano essere già seduti a tavola. E anche David era sicuramente con loro, non era certo andato a lavorare. 
Tenendo tra le braccia l’involto imbacuccato che era Ben, di cui non si scorgeva più nemmeno la faccia, entrò in soggiorno e si mise a guardare, oltre il muretto, il gruppo seduto attorno al grande tavolo. Luke. Helen. Jane. Il piccolo Paul. E David, che aveva un’espressione dura, irata. E sembrava molto stanco. 
«Lo stavano ammazzando,» disse e capì che David non l’avrebbe mai perdonata per aver fatto quel commento di fronte ai bambini. Erano tutti visibilmente impauriti. 
Salì le scale, entrò in camera da letto e da questa passò nella stanzetta, dove posò Ben sul letto. Si stava svegliando. E tutto ricominciò come prima: Ben riprese a lottare e a dibattersi, urlando. Di nuovo cadde a terra, rotolandosi sul pavimento e di nuovo prese a rannicchiarsi e a tendersi di colpo, con gli occhi che erano due pozze di odio. 
Non poteva togliergli la camicia di forza. 
Scese in cucina a prendere del latte e dei biscotti, mentre gli altri la guardavano, in silenzio. 
Le urla e i colpi di Ben sembravano scuotere la casa. 
«Arriverà la polizia,» disse David. 
«Pensaci tu,» gli ordinò e risalì con le provviste. 
Vedendo quello che aveva in mano, Ben ammutolì e si immobilizzò di colpo, con gli occhi pieni di cupidigia. Lei lo sollevò come una mummia, accostandogli alle labbra la tazza di latte che lui trangugiò avidamente, a rischio di soffocare. Stava morendo di fame. Spezzò i biscotti e lo imboccò, badando bene a tenere le dita fuori della portata dei denti. Finito di mangiare, Ben riprese a urlare e a dimenarsi, allora gli fece un’altra iniezione. 
I bambini erano andati a sedersi davanti alla televisione, ma non prestavano attenzione a quello che passava sul teleschermo. Jane e Paul piangevano e David, ancora a tavola, si teneva la testa tra le mani. «D’accordo, sarò pazza,» Harriet disse piano perché la sentisse solo lui. «Ma lo stavano ammazzando. Sul serio.» 
Lui non si mosse e lei gli voltò le spalle. Non voleva vederlo in faccia. 
«Sarebbe morto nel giro di pochi mesi, o forse di qualche settimana.» Ancora silenzio. Finalmente Harriet si girò e si costrinse a guardarlo col cuore stretto dal dolore. Sembrava malato, ma lei sapeva che si trattava d’altro. 
«Non ho potuto resistere,» gli disse. 
«Pensavo che fossimo d’accordo,» le rispose con durezza. 
«Sì, ma tu non sai com’era, là dentro. Non hai visto, tu...» gridò. 
«Me ne sono guardato bene,» ribatté David. «Perché, cosa pensavi? Che l’avrebbero trasformato in un bambino modello per poi restituircelo e tante grazie?» Si stava prendendo gioco di lei, forse per sciogliere il nodo di lacrime che gli serrava la gola. 
Finalmente si guardarono. Un’occhiata dura, spietata, con cui si scandagliarono reciprocamente. Lei pensò, d’accordo, ha ragione lui e io ho avuto torto. Ma ormai è fatta. 
«È fatta ormai,» ripeté ad alta voce. 
«Puoi dirlo.» 
Harriet andò a sedersi con i bambini, sul divano e si accorse che avevano tutti il viso rigato di lacrime. Non poteva nemmeno consolarli, accarezzarli, perché era colpa sua se piangevano. 
Quando infine ordinò «A letto,» si alzarono all’istante e uscirono dalla stanza senza guardarla. 
Prese altre provviste per Ben e le portò in camera da letto. David si era trasferito in un’altra stanza. 
Alle prime ore del giorno, quando Ben si svegliò e riprese a urlare, lei lo nutrì, prima di sedarlo di nuovo. 
Poi preparò la prima colazione per i bambini, cercando di comportarsi normalmente. Anche loro si sforzarono di farlo e nessuno nominò Ben. 
«Accompagnali tu a scuola,» disse a David, quando questi scese. 
Infine in casa rimasero solo lei e Ben. Lui si svegliò, lei gli diede da mangiare, ma decise di non fargli l’iniezione. Lui gridò e si dibatté, anche se molto meno di prima, o almeno così le parve. 
Approfittando di un momento di calma, in cui Ben era troppo stanco per reagire, gli disse: «Ben, non sei più in quel posto. Sei tornato a casa.» Si accorse che l’ascoltava. 
«Quando la smetterai di fare chiasso, ti toglierò quell’affare che ti hanno messo addosso.» 
Ma era troppo presto. Ben, infatti, ricominciò a lottare. Tra gli urli Harriet distinse alcune voci e andò ad affacciarsi alla balaustra del pianerottolo. David non era andato in ufficio, ma era rimasto a casa ad aiutarla. Ora stava parlando con due giovani donne poliziotto, le quali dopo un po’ se ne andarono. 
Si domandò quali frottole avesse raccontato loro, ma a lui evitò di chiederlo. 
Quando i bambini stavano ormai per tornare a casa, disse a Ben: «Ora voglio che tu stia buono. Tra poco saranno qui e, se continui a urlare, finirai per spaventarli a morte.» 
Lui si calmò, soprattutto perché era esausto. 
Il pavimento dove giaceva era tutto segnato da chiazze di escrementi. Harriet lo portò in bagno, gli tolse la camicia di forza, lo mise nella vasca e prese a lavarlo. Notò che stava tremando di paura: evidentemente era stato cosciente quando l’avevano lavato all’istituto. Lo riportò a letto e disse: «Se ricominci a far storie, dovrò rimetterti addosso quella roba.» 
Lui digrignò i denti, guardandola con occhi fiammeggianti. Ma era visibilmente terrorizzato. Harriet capì che l’unico modo per tenerlo sotto controllo era fargli paura. 
Ripulì la stanza mentre Ben, disteso sul letto, muoveva lentamente le braccia come se stesse imparandone di nuovo l’uso. Doveva essere rimasto confinato in quella prigione di stoffa da quando era arrivato all’istituto. 
Poi si accovacciò, continuando a muovere le braccia e guardandosi attorno, e finalmente la riconobbe, e con lei la stanza. 
«Apri la porta,» le disse. 
«No, finché non sono sicura che ti comporterai bene.» 
Vide che stava per scatenarsi di nuovo e allora gli gridò: «Ben, dico sul serio! Provati a urlare e ti lego di nuovo.» 
Lui si calmò. Harriet gli porse dei panini che lui si ficcò in bocca, a rischio di soffocare. 
Aveva disimparato tutte le norme più elementari del vivere sociale che gli erano state insegnate con tanta fatica. 
Mentre mangiava, Harriet riprese a parlargli in tono pacato. «E adesso stammi bene a sentire. E cerca di capirmi. Comportati bene e tutto filerà liscio. Devi mangiare educatamente. Devi fare i tuoi bisogni nel vasino o al gabinetto. E devi smetterla di urlare e di agitarti.» Non era sicura che l’avesse sentita. Allora ripeté tutto daccapo. E continuò a ripeterlo, più di una volta. 
Quella sera rimase con Ben, senza degnare gli altri bambini neppure di uno sguardo. David si chiuse nella stanza dove si era trasferito, lasciandola di nuovo sola. Per lei il suo comportamento era dettato solo dal desiderio di proteggerli da Ben durante quel periodo, in cui lo stava rieducando alla vita familiare. Per gli altri, invece, lei aveva fatto una scelta precisa, voltando loro le spalle per entrare in quello strano mondo che era il mondo di Ben. 
Quella notte lo chiuse a chiave in camera, sperando che dormisse ugualmente, anche senza iniezione. Lui si addormentò, ma a un tratto si svegliò, urlando di terrore. Lei accorse e lo trovò addossato alla parete, in fondo al letto, con un braccio davanti al viso. Prese a parlare e a parlare, usando parole ragionevoli e persuasive contro la bufera di paura che imperversava in lui, ma sapeva che non poteva sentirla. Finalmente Ben si placò e lei gli diede da mangiare. Doveva essere rimasto digiuno per un pezzo a giudicare dalla fame insaziabile. Del resto, era stato quasi sempre sotto l’effetto dei sedativi e in quelle condizioni era impossibile che si fosse nutrito a sufficienza. 
Una volta sazio tornò ad accovacciarsi con le spalle al muro e gli occhi rivolti verso la porta, come se temesse di vedere entrare i suoi carcerieri. Non aveva ancora capito che era a casa. 
Poi si assopì, svegliandosi con un muggito... si assopì... si svegliò... Harriet lo tranquillizzò, finché lui non sprofondò nel sonno. 
Passarono i giorni. E le notti. 
Finalmente Ben capì che era al sicuro, a casa sua. Pian piano smise di mangiare come se ogni boccone fosse l’ultimo. E pian piano cominciò a servirsi del vasino e si lasciò prendere per mano e portare in bagno. Infine scese al pianterreno, saettando occhiate tutt’attorno per riuscire a scorgere il nemico prima di essere nuovamente catturato. Dal suo punto di vista era quello il luogo in cui era stato intrappolato. E da suo padre per giunta. La prima volta che posò lo sguardo su David, indietreggiò con un sibilo. 
David non si provò nemmeno a rassicurarlo. Per quel che lo riguardava, a Ben doveva pensare Harriet, mentre lui badava agli altri figli... quelli veri. 
Ben riprese il suo posto a tavola, tra i bambini. Ma non toglieva gli occhi dal padre, il traditore. «Ciao, Ben,» disse Helen. E Luke: «Ciao, Ben.» Poi toccò a Jane, ma Paul tacque. Era così infelice per quel ritorno che si allontanò, andando a sprofondarsi in una poltrona e fingendo di guardare la televisione. 
Finalmente Ben rispose: «Ciao.» I suoi occhi si spostavano da un viso all’altro. Erano amici o nemici? 
Continuò a osservarli durante tutto il pasto. Quando si spostarono davanti alla televisione li imitò per non correre rischi, fissando lo schermo perché lo facevano loro. 
E così tutto tornò a essere normale, se di normalità si poteva parlare. 
Ma Ben diffidava ormai di suo padre. David non poteva avvicinarsi senza che lui si irrigidisse, indietreggiando, o addirittura gli ringhiasse contro se veniva troppo vicino. 
Quando fu certa che Ben si era ormai ripreso, Harriet decise di mettere in atto un proposito che covava da tempo. L’estate precedente avevano assunto un ragazzo, un certo John, per lavorare nel giardino ormai completamente incolto. John era disoccupato e faceva qualche lavoretto saltuario. 
Per alcuni giorni aveva potato le siepi, sradicato i cespugli malati, tagliato i rami morti, tosato il prato. Ben gli era rimasto alle costole tutto il tempo. Si accoccolava accanto alle porte finestre in attesa che arrivasse, poi lo seguiva passo passo come un cucciolo. A John non dava fastidio. Era un ragazzone grande e grosso dall’aria sciatta, ma era cordiale, di buon carattere, paziente e trattava Ben in modo brusco, senza tante cerimonie, come se fosse stato davvero un cucciolo da addestrare. «No, adesso siediti e aspetta che finisca.» «Tienimi le cesoie, così, da bravo.» «Me ne vado, ma puoi accompagnarmi al cancello, se vuoi.» 
A volte Ben uggiolava e gemeva quando John se ne andava. 
Così Harriet si recò in un certo caffè, Betty’s Caff, così si chiamava, dove sapeva che John passava il tempo e lo trovò in compagnia di altri ragazzi come lui. Era una banda di giovani disoccupati, circa una decina, a cui ogni tanto si univa qualche ragazza. Harriet lasciò perdere i preliminari, sicura che non ci fosse bisogno di spiegazioni. Tutti capivano... tutti tranne gli esperti, i medici. 
Lì seduta, in mezzo a quei giovani, disse che ci volevano ancora due anni o forse più prima che Ben potesse andare a scuola. Un asilo normale, era inadatto a frequentarlo. Quell’«inadatto» lo pronunciò guardando John dritto negli occhi e lui si limitò ad annuire. Cercava qualcuno che badasse a Ben durante il giorno. L’avrebbe pagato bene. 
«Vuole che mi trasferisca a casa sua?» chiese John, e la sua domanda suonò come un «no» implicito. 
«Dipende da te,» disse Harriet. «Tu gli piaci, John. Ha fiducia in te.» 
Lui guardò i compagni, i quali, a loro volta, si consultarono con gli occhi. Poi annuì. 
Ora arrivava quasi tutte le mattine verso le nove e Ben se ne andava via con lui, in motocicletta. Partiva esultante, ridendo, senza degnare di un’occhiata la madre, il padre o i fratelli. L’accordo era che Ben dovesse restare fuori fino all’ora di cena, ma spesso capitava che tornasse a casa anche più tardi. Era entrato a far parte del gruppo di giovani disoccupati che ciondolavano sui marciapiedi, ammazzavano il tempo al bar, andavano al cinema, scorrazzavano su motociclette e automobili prese a prestito e, all’occasione, eseguivano qualche lavoretto. 
La famiglia tornò a essere una famiglia. Be’, non del tutto. 
David riprese il suo posto nel letto coniugale, ma tra loro si era creata una frattura ed era stato lui a volerla, perché Harriet l’aveva ferito nel profondo. Poteva anche capirlo. Lo informò che aveva cominciato a prendere la pillola. Fu un brutto momento per entrambi: era una decisione che andava contro tutto quello in cui avevano creduto, per cui avevano lottato in passato. Si erano sempre rifiutati di interferire nei processi naturali! Bisognava aver fiducia nella Natura, questo era stato il loro credo allora, non lo avevano dimenticato. 
Harriet telefonò a Dorothy e le chiese di venire per una settimana, poi implorò David di partire con lei per una breve vacanza, non importa dove. Da quando Luke era nato non avevano più avuto occasione di stare un po’ soli. Scelsero una tranquilla località di campagna, dove fecero lunghe passeggiate e si comportarono in modo premuroso l’uno verso l’altra. A tratti avevano il cuore stretto in una morsa di dolore, ma pareva che quella fosse ormai diventata una costante della loro vita. Spesso, soprattutto nei momenti felici, si ritrovavano con gli occhi umidi di lacrime. Ma la notte, quando era tra le braccia del marito, Harriet capiva che il loro rapporto non era che l’ombra di quello che era stato in passato. 
«E se avessimo degli altri figli?» gli propose. «In fondo l’abbiamo sempre desiderato?» 
Lo sentì irrigidirsi, pieno di rabbia. 
«Secondo te non è successo niente?» le chiese infine e lei capì che era davvero curioso di sentire cosa gli avrebbe risposto, tanto la sua proposta gli sembrava incredibile. 
«Se pensi a un altro Ben, è impossibile. Queste cose non capitano due volte.» 
«Il problema non è un altro Ben,» ribatté lui infine, cercando di controllare la voce per non far trasparire la rabbia che lo agitava. 
Sapeva che avrebbe potuto assalirla con lo stesso rimprovero che lei cercava invano di non farsi: salvando Ben, aveva colpito a morte la famiglia. «Sì, potremmo avere altri figli,» insisté lei. 
«E i quattro che abbiamo già, non contano?» 
«Forse servirebbe a riavvicinarci, a farci vivere meglio...» David non le rispose e quel silenzio l’aiutò a sentire quanto le sue parole suonassero false. 
Alla fine lui le chiese nello stesso tono piatto e controllato: «E a Paul non pensi?» Era stato Paul, infatti, a subire il trauma maggiore. 
«Forse riuscirà a venirne fuori,» disse lei, quasi disperata. 
«Non ne verrà fuori, Harriet.» E la voce di David vibrò per tutta l’emozione che aveva trattenuto fino a quel momento. 
Lei si scostò, mettendosi a piangere. 
Poco prima delle vacanze estive, Harriet scrisse a tutti una lettera molto cauta in cui spiegava che Ben non era quasi mai a casa. Quella lettera la fece sentire in colpa; le pareva di aver tradito qualcuno, ma chi? 
Qualcuno si fece vivo. Non Molly, e nemmeno Frederick, che non potevano perdonarla di essere andata a riprendersi Ben. Sua sorella Sarah arrivò in compagnia di Amy e di Dorothy, che era diventata il sostegno della nipotina, il suo scudo nei confronti del mondo. Ma i fratelli e le sorelle di Amy andarono a stare con gli altri cugini, i figli di Angela, e i piccoli Lovatt capirono che, a causa di Ben, sarebbero rimasti senza compagnia durante le vacanze. Venne anche Deborah, di sfuggita. Dall’ultima volta che l’avevano vista aveva fatto in tempo a sposarsi e a divorziare. Era una ragazza sottile, elegante, sempre più arguta e disperata che, in un suo modo spontaneo e irriflessivo, riusciva a essere un’ottima zia per i bambini, anche se li copriva di doni costosi e inadatti. Anche James arrivò. Ripeté parecchie volte, per pura gentilezza, che la casa era come un grande panettone. Vennero dei cugini già adulti, che non avevano altro di meglio da fare, e un collega di David. 
Ma dove se ne andava Ben? Un giorno Harriet stava facendo spese in città quando udì il rombo di una motocicletta alle sue spalle. Si voltò e vide una creatura simile a un fantino venuto dallo spazio, presumibilmente John, che se ne stava curva sopra il manubrio e dietro di lui un nanerottolo che gli si aggrappava forte: suo figlio Ben, con la bocca spalancata in quello che sembrava un urlo di esultanza. Era estasiato. Non l’aveva mai visto così... Felice? Era quella la parola? 
Sapeva che era diventato una specie di mascotte per quel gruppo di ragazzi, anche se lo trattavano bruscamente, senza gentilezza, affibbiandogli dei nomignoli denigratori: testone, microbo, Alien due, mostriciattolo. «Ehi, testone, scostati e fammi passare.» «Va’ a prendermi una sigaretta, mostriciattolo.» Ma lui era felice. La mattina si piazzava accanto alla finestra, in attesa che venissero a prenderlo e, se non si facevano vedere o telefonavano per dire che quel giorno erano occupati, lui girava per la casa, deluso, pestando i piedi e strillando, pieno di rabbia. 
La faccenda costava un bel mucchio di soldi. John e la sua banda se la spassavano a spese dei Lovatt, e non solo di James, il nonno, ma ormai anche di David, che si era caricato di altri lavori. Anzi, se ne approfittavano senza alcun scrupolo. «Se siete d’accordo, porteremmo Ben al mare.» «Sì, certo. Ottima idea.» «Sono venti sterline... senza la benzina, naturalmente.» E le automobili partivano rombando verso la costa, cariche di ragazze e ragazzine in mezzo Ben. E spesso, quando lo riportavano: «È costato più di quanto pensassimo.» «Quanto?» «Altre dieci sterline.» 
«Si sarà divertito moltissimo,» diceva qualche volta uno dei cugini, sentendo che Ben era stato al mare... come se si fosse trattato di una cosa normale, di una specie di gita premio. 
Ben rientrava dalla giornata trascorsa nel clima di sicurezza e di allegria creato da John e dai suoi compagni, che lo prendevano in giro e lo strapazzavano, ma in fondo lo accettavano, e si fermava accanto al tavolo dove erano seduti i suoi familiari con gli occhi fissi su di lui e i visi accigliati e attenti. «Voglio pane,» diceva. «Voglio biscotti.» 
«Siediti, Ben,» lo pregavano Luke, o Helen, o Jane, mai Paul, con il tono paziente e tollerante che assumevano sempre in questi casi e che tanto infastidiva Harriet. 
Lui si arrampicava con decisione su una sedia e si accingeva a imitarli. Sapeva che non doveva parlare con la bocca piena o masticare con la bocca aperta, Obbediva puntualmente ai divieti, contenendo tra le labbra serrate i movimenti energici e animaleschi delle mascelle e aspettando di avere la bocca vuota prima di dire: «Ben scende adesso. Ben vuole andare a letto.» 
Non stava più nella stanzetta, che era vuota, ma nella camera immediatamente adiacente a quella dei genitori. Non potevano più chiuderlo dentro, la notte: il rumore della chiave che girava nella serratura lo faceva esplodere in un parossismo di grida, in una ridda di pugni e di calci. Ma, come ultimo gesto prima di dormire, ora erano gli altri bambini a chiudersi dall’interno. Così Harriet, quando andava a letto, non poteva più entrare a dar loro un’occhiata o a curarli se erano malati. Eppure non voleva chiedere loro di lasciar perdere, né farne una tragedia o chiamare il fabbro per far mettere una serratura che si aprisse anche dall’esterno. Restava il fatto che in questo modo si sentiva esclusa dalla vita dei figli, definitivamente respinta. È vero che a volte si avvicinava piano a una delle porte e sussurrando chiedeva di entrare e che, quando le aprivano, era una festa di baci e abbracci, ma il pensiero che Ben potesse entrare era sempre presente... e spesso lui si era parato davvero sulla soglia, a osservare quella scena che gli era incomprensibile. 
Harriet era tentata di chiudere anche la loro porta e David in tono scherzoso le aveva promesso che un giorno o l’altro l’avrebbe fatto. Più di una volta lei si era svegliata e aveva visto Ben che, fermo al buio, li fissava in silenzio. Le ombre del giardino si muovevano sul soffitto, i confini della grande stanza si perdevano nell’oscurità, e là c’era quello gnomo di cui distingueva appena la sagoma. Lo sguardo insistente dei suoi occhi disumani era riuscito a penetrare persino nel suo sonno, svegliandola. 
«Torna a letto, Ben,» gli diceva piano, cercando di controllare la voce, perché non trapelasse la paura. Chissà cosa gli passava per la mente mentre se ne stava lì a guardarli dormire... Voleva forse far loro del male? Provava un’infelicità che a lei riusciva inimmaginabile per essere stato escluso dalla vita della casa e di coloro che l’abitavano? Voleva forse abbracciarla come gli altri bambini, ma non sapeva come? Ma quando era lei ad abbracciarlo non sentiva da parte sua né trasporto né calore, come se non si accorgesse nemmeno di essere toccato. 
Comunque, non era quasi mai in casa. 
«Stiamo tornando alla normalità,» Harriet disse a David con la voce piena di speranza, desiderando solo di essere rassicurata. Ma lui si limitò ad annuire, senza guardarla. 
Per la verità quei due anni, prima che Ben andasse a scuola, non furono poi tanto brutti, anzi, in seguito li avrebbe ricordati con un certo rimpianto. 
Quando Ben ebbe cinque anni, Luke e Helen annunciarono di voler andare in collegio. Avevano rispettivamente tredici e undici anni. Era una scelta che andava contro la loro filosofia di vita, e Harriet e David lo dissero e dissero anche che non potevano permettersi di pagare la retta. Ma ancora una volta dovettero arrendersi al fatto che i loro figli riflettevano e discutevano tra loro, facevano programmi e cercavano di realizzarli in piena autonomia. Luke aveva già scritto al nonno James, Helen alla nonna Molly. Le loro rette sarebbero state pagate. 
«Sapete, dicono anche loro che per noi è meglio così,» spiegò Luke nel suo tono ragionevole. «Sappiamo che non potete farci niente, ma a noi Ben non piace.» 
Questo succedeva dopo che Harriet, scendendo una mattina seguita da Luke e Helen, Jane e Paul, aveva trovato Ben seduto sul tavolo, con in mano un pollo crudo appena tolto dal frigorifero, il cui contenuto era sparpagliato sul pavimento. Ben l’aveva saccheggiato in preda a qualche suo istinto incontrollabile. Grugnendo di soddisfazione, aveva sbranato il pollo aiutandosi coi denti e con le mani, pulsante di forza selvaggia. Poi aveva alzato gli occhi dalla carcassa che aveva fatto a pezzi per fissarli su Harriet e sui fratelli, e aveva scoperto i denti in un ringhio. «Brutto Ben,» l’aveva sgridato lei e aveva visto spegnersi in lui la vitalità che prima l’aveva animato. Alzatosi in piedi sul tavolo, era balzato a terra e le si era parato di fronte, con i resti del pollo che gli penzolavano da una mano. 
«Povero Ben ha fame,» aveva piagnucolato. 
Aveva preso l’abitudine di usare quell’appellativo riferendosi a se stesso. Forse nel gruppo di ragazzi e ragazze che frequentava qualcuno aveva esclamato «povero Ben!» e lui si era subito appropriato dell’espressione, ritenendo, chissà, che gli si adattasse. Era questo che pensava di sé? Se fosse stato così, era una finestra che si apriva su un Ben segreto. Una vista che spezzava un cuore. Il cuore di Harriet, per la precisione. 
I bambini non avevano commentato la scena, ma si erano seduti a tavola, scambiandosi delle occhiate ed evitando, però, di guardare sia lei sia Ben. 
Non c’era modo di impedire che Ben andasse a scuola. Lei aveva rinunciato a leggergli delle storie, a giocare con lui, a insegnargli qualsiasi cosa, tanto non riusciva a imparare niente. Eppure le autorità scolastiche non l’avrebbero mai ammesso. Avrebbero sostenuto, in parte a ragione, che le molte nozioni che aveva gli garantivano un buon adattamento sociale. Perché di cose Ben ne sapeva. «Semaforo verde, avanti. Semaforo rosso, fermi.» Oppure «Mezza porzione di patatine, metà prezzo.» O ancora «Chiudi la porta perché fa freddo.» Ripeteva questi precetti, impartitigli probabilmente da John, in una sorta di monotona cantilena, guardando Harriet in cerca di una conferma. «Non mangiare con le mani, usa il cucchiaio.» «Aggrappati forte nelle curve.» A volte Harriet glieli sentiva canticchiare la sera, quando era già a letto e forse pensava ai momenti di gioia che l’aspettavano il giorno dopo. 
Quando seppe che doveva andare a scuola, si irrigidì in un rifiuto secco. Harriet gli spiegò che non c’era niente da fare, doveva andarci e basta, ma avrebbe continuato a frequentare John durante i fine settimana e le vacanze. Crisi di rabbia. Scene di disperazione. E tutta la casa che risuonava delle sue urla di protesta. «No! No! No!» 
Si convocò John, il quale si presentò in cucina con altri tre della banda. Istruito da Harriet, disse a Ben: «Stammi bene a sentire, amico. Bisogna proprio che tu ci vada, a scuola.» 
«Tu ci sarai?» domandò Ben, standogli quasi attaccato alla gamba e alzando su di lui lo sguardo fiducioso. Più degli occhi, che parevano quasi essersi ritratti nelle orbite dalla paura, era tutto il suo atteggiamento, la posa del viso sollevato verso l’alto, a esprimere fiducia. 
«No, ci sono già andato a scuola, io. Quando è stato il momento.» A questo punto i quattro scoppiarono a ridere, perché a scuola si erano fatti vedere di rado, come molti altri della giovane generazione. La scuola per loro non aveva mai contato niente. «Io sono andato a scuola. Rowland è andato a scuola. Barry e Henry sono andati a scuola.» 
«Già, proprio così,» confermarono gli interpellati, recitando la loro parte. 
«Anch’io sono stata a scuola,» disse Harriet. 
Ma Ben non la sentì nemmeno. Lei non contava. 
Finalmente si giunse a un accordo: Harriet l’avrebbe accompagnato a scuola il mattino e John si sarebbe incaricato di andare a riprenderlo e l’avrebbe tenuto con sé finché non fosse arrivato il momento di portarlo a dormire. 
Per il bene della famiglia, pensava Harriet. Per i bambini, per me e per David. Anche se David, ormai, tornava a casa sempre più tardi. 
Ma la famiglia non era più che un simulacro, era impossibile non accorgersene. Luke e Helen erano partiti per i loro rispettivi collegi e a casa erano rimasti solo Jane e Paul, che frequentavano la stessa scuola di Ben. Per fortuna, essendo più avanti di lui, non l’avrebbero visto spesso. Jane non era cambiata: solida, quieta, dotata di un gran buonsenso. Anche lei, come Luke e Helen, sapeva cavarsela. Era raro che tornasse a casa dopo la scuola; preferiva andare da qualche amica. Paul invece tornava. Per restare solo con Harriet, l’unica cosa – lei lo sapeva – che davvero volesse, di cui avesse bisogno. Era esigente, difficile, querulo, spesso piangeva. Dov’era finito il bambino incantevole e affettuoso di un tempo, il suo Paul, si chiedeva Harriet, mentre lui frignava e si lamentava. Aveva ormai sei anni, era un bambino esile, con grandi occhi azzurri perduti nel vuoto o pieni di protesta nei confronti del mondo. Era troppo magro, ma non aveva mai mangiato molto. Quando lei lo riportava a casa, gli si sedeva accanto e gli leggeva o gli raccontava una storia, nel tentativo di indurlo a buttar giù qualcosa. Paul non riusciva a concentrarsi. Piagnucolava di continuo e sognava a occhi aperti, poi si avvicinava a Harriet per toccarla o venirle in braccio come se fosse stato ancora un bambino piccolo. Era inquieto, scontento, incapace di darsi pace. 
Gli era mancata la mamma al momento giusto, era questo il guaio. 
Quando udiva il rombo della motocicletta che riportava a casa Ben, scoppiava a piangere o picchiava la testa nel muro. 
Era passato un mese dall’inizio della scuola senza che Harriet avesse ricevuto notizie spiacevoli, così decise di informarsi presso l’insegnante su come andavano le cose. Con grande sorpresa, si sentì dire: «È un bravo bambino. Ce la mette tutta.» 
Verso la fine del primo quadrimestre fu chiamata dalla direttrice, signora Graves. 
Era una donna efficiente, perfettamente informata su quanto succedeva nella scuola, e conosceva Harriet come la madre attenta di Luke, Helen, Jane e Paul. 
«Siamo tutti molto perplessi,» disse. «Ben ce la mette tutta, eppure stenta a inserirsi nella classe. Non sappiamo più da che parte prenderlo.» 
Come era già successo fin troppo spesso nel corso della breve vita di Ben, Harriet rimase in attesa di un qualsiasi accenno al fatto che forse, in quel caso, non si trattava di una semplice difficoltà di adattamento. «È sempre stato un tipo strano,» si decise a osservare. «Be’, ce n’è sempre uno nelle famiglie numerose,» ribatté affabile la signora Graves. «L’ho notato spesso.» Mentre chiacchieravano in modo così garbatamente superficiale, Harriet, sempre all’erta, ascoltava la conversazione segreta e parallela che l’esistenza di Ben rendeva inevitabile. 
«Quei ragazzi che vengono a prendere Ben... be’, è una cosa piuttosto insolita,» commentò la signora Graves con un sorriso. 
«Anche lui è un bambino insolito,» rispose Harriet, fissando con insistenza la direttrice, che annuì senza guardarla. Aveva la fronte aggrottata, come se un pensiero fastidioso le premesse alla mente per ottenere un’attenzione che lei non intendeva affatto concedergli. 
«Ha mai conosciuto un bambino come Ben?» domandò Harriet. 
In realtà la domanda era intesa a provocarne un’altra. «Cosa vuol dire esattamente, signora Lovatt?» E infatti fu proprio quello che la signora Graves le chiese, anche se in fretta e, quasi a impedirle di rispondere, precipitandosi a farfugliare: «Vuol forse dire che è un bambino iperattivo? Certo, il termine è molto generico, vago. Ma Ben ha un’energia straordinaria. Non riesce a stare fermo... be’, è un atteggiamento comune a molti bambini. La sua insegnante è soddisfatta perché si applica molto, ma dice che la impegna più di tutti gli altri messi assieme... Bene, signora Lovatt, la ringrazio di essere venuta. Mi è stata di grande aiuto.» Mentre usciva, Harriet si accorse che l’altra la scrutava, ispezionandola con un’occhiata lunga e preoccupata, segno di un inconsapevole disagio, quasi ai limiti dell’orrore, e legato all’«altra conversazione», quella vera. 
Verso la fine del secondo quadrimestre, Harriet ricevette una telefonata dalla scuola. Poteva venire subito, per favore? Ben aveva picchiato una bambina. 
Ecco, quello che aveva tanto temuto era successo. Ben aveva perso il controllo, aggredendo una ragazzina più grande sul campo da gioco. L’aveva buttata a terra, facendola cadere pesantemente sull’asfalto, tanto che aveva tutte le gambe graffiate. Poi l’aveva morsa e, afferratole un braccio, gliel’aveva piegato all’indietro finché non si era rotto. 
«Gli ho parlato, ma mi sembra che non provi alcun rimorso,» disse la signora Graves. «Verrebbe quasi da pensare che l’abbia fatto senza rendersene conto. Ma dopotutto ha sei anni compiuti e alla sua età un bambino dovrebbe sapere quello che fa.» 
Harriet prelevò Ben, ripromettendosi di tornare a prendere Paul. In realtà era lui che avrebbe voluto portare con sé: il bambino era stato informato dell’accaduto ed era in preda a un attacco isterico: Ben avrebbe ucciso anche lui, gridava. Ma Harriet doveva restare da sola con Ben. 
Ora Ben era seduto sul tavolo di cucina, con le gambe penzoloni, e mangiava pane e marmellata. Le aveva chiesto se John sarebbe venuto a prenderlo. Era lui che voleva. 
«Hai picchiato la povera Mary Jones, oggi,» gli disse Harriet. «Perché l’hai fatto, Ben?» 
Parve che non l’avesse udita, perché continuò a strappare il pane con i denti, ingoiando un boccone dopo l’altro. 
Harriet gli si sedette accanto perché non potesse più ignorarla e gli disse: «Ben, ti ricordi quel posto dove ti hanno portato in camioncino?» 
Lui si irrigidì. Girò lentamente la testa e la guardò. La mano che teneva il pane prese a tremare, tutto il suo corpo fu percorso da un brivido. Se lo ricordava, eccome! Lei non era mai ricorsa a quell’espediente prima di allora, anzi aveva sperato di non dovervi mai ricorrere. 
«Allora, te lo ricordi, sì o no?» 
I suoi occhi sembravano quelli di un animale braccato: se avesse potuto, sarebbe balzato giù dal tavolo per fuggire lontano, ma continuava a guardarsi attorno, facendo saettare gli occhi dagli angoli della stanza alle finestre, alle scale, come se temesse un agguato. 
«E ora stammi bene a sentire. Se farai ancora male a qualcuno, anche una sola volta, finirai di nuovo là dentro.» 
Gli tenne gli occhi addosso, nella segreta speranza che non capisse ciò che stava realmente pensando, e cioè che «là dentro» lei non ce lo avrebbe mai rimandato. 
Ben rabbrividì, scrollandosi come un cane bagnato, e inconsciamente si abbandonò a un intero repertorio di gesti che rimandavano ad altri identici, compiuti mentre era prigioniero. Alzò una mano a ripararsi la faccia e sbirciò tra le dita aperte, come se quella mano fosse uno scudo sufficiente a proteggerlo. Poi la abbassò improvvisamente e voltò il capo di scatto, premendosi il dorso dell’altra mano sulla bocca, con gli occhi pieni di terrore. Scoprì i denti in un ringhio, ma si riprese immediatamente e invece alzò il mento e aprì la bocca quasi avesse voluto emettere un lungo ululato animalesco. Harriet ebbe quasi l’impressione di udirlo, quell’ululato pieno di solitudine e di terrore... 
«Mi hai sentito, Ben?» gli chiese piano. 
Lui si lasciò scivolare giù dal tavolo e si avviò con passo pesante su per le scale, lasciandosi dietro una sottile scia di urina. Lei sentì la porta della sua stanza che si chiudeva e finalmente lo udì prorompere in quell’urlo di rabbia e di paura che aveva trattenuto fino a quel momento. 
Telefonò a John, al Betty’s Caff. Questi arrivò subito, da solo, come gli aveva chiesto. 
Appena informato dell’accaduto, salì da Ben. Harriet si fermò fuori dalla porta, in ascolto. 
«Non sai valutare la tua forza, mostriciattolo. È questo il tuo guaio. Non bisogna far male agli altri.» 
«Sei arrabbiato con Ben? Vuoi picchiare Ben?» 
«Non dire scemenze. Ma se picchi gli altri, finirai per prenderle anche tu, un giorno o l’altro.» 
«Mary Jones mi picchierà?» 
Silenzio. John non sapeva più cosa dire. 
«Mi porti al bar con te? Voglio venire, subito.» 
Harriet sentì che John si metteva a cercare una tuta pulita, e poi tentava di convincere Ben a cambiarsi. Allora scese in cucina. Dopo un attimo anche il ragazzo scese, tenendo per mano Ben. Le strizzò l’occhio e tirò su il pollice in segno di vittoria. Poi partì sulla moto, con Ben aggrappato dietro. Harriet tornò a scuola a prendere Paul. 
Chiese al dottor Brett di fissarle un appuntamento con uno specialista. «La prego di non descrivermi come una madre isterica,» si raccomandò. 
Portò Ben a Londra e l’affidò all’infermiera della dottoressa Gilly. La dottoressa preferiva visitare i bambini da sola, senza i genitori. Le parve un’idea sensata. 
Forse è anche lei una donna sensata, pensò, mentre se ne stava seduta ad aspettare in un baretto, davanti a una tazza di caffè. Ma poi si chiese, cosa sto dicendo, cosa mi aspetto questa volta? Quello che voleva era che qualcuno si decidesse finalmente ad ammettere la realtà, a dividere con lei quel peso. Certo, non si aspettava di venirne sollevata né che qualcosa potesse cambiare. Voleva solo che le fossero riconoscenti, che al suo fardello venisse dato il suo vero valore. 
Chissà se era possibile... Combattuta tra il desiderio di un appoggio e un ormai radicato scetticismo – cosa ti aspetti! – tornò e trovò Ben in una stanzetta adiacente alla sala d’aspetto, in compagnia dell’infermiera. Appoggiato con la schiena alla parete, Ben ne seguiva con gli occhi ogni movimento, come un animale selvatico. Quando vide sua madre, corse a rifugiarsi alle sue spalle. 
«Be’,» osservò l’infermiera, piccata. «Non è proprio il caso di comportarsi così, Ben.» 
Harriet gli disse di mettersi seduto ad aspettarla; sarebbe tornata presto. Lui andò a ripararsi dietro una sedia e rimase lì, all’erta, tenendo gli occhi fissi sull’infermiera. 
Poi Harriet si ritrovò seduta davanti a una donna dall’aria astuta e professionale, a cui era stato detto ne era sicura – che lei era una madre irragionevolmente ansiosa e che aveva un pessimo rapporto con il suo quinto figlio. 
«Verrò subito al punto,» disse la dottoressa Gilly. «Il vero problema non è Ben, signora Lovatt. Il vero problema è lei. Lei non ama suo figlio.» 
«Oh, Dio mio,» esplose Harriet. «Ci risiamo.» La sua voce aveva un tono querulo, lamentoso. Lo sguardo era fisso sull’altra donna per non perderne la reazione. «È stato il dottor Brett a dirglielo. Ha usato le sue stesse parole.» 
«Be’, signora Lovatt, vuol forse negarlo? Comunque, ci tengo a precisare subito che non gliene faccio una colpa. E in secondo luogo, le dirò che non è un fatto così raro. Avere un figlio è come giocare alla lotteria, non possiamo scegliere il numero che uscirà. E anche i figli, che le piaccia o no, non possiamo sceglierli. La cosa più importante è non farsene una colpa.» 
«Non è certo il mio caso,» disse Harriet. «Anche se non mi aspetto che ci creda. Sono gli altri che hanno fatto di tutto perché mi sentissi in colpa, rimproverandomi di averlo messo al mondo. Mi hanno trattata come se avessi commesso un crimine.» Durante questa tirata, pronunciata in un tono stridulo che le riusciva impossibile controllare, tale da far pensare che anni e anni di amarezza repressa avessero finalmente trovato una via di sfogo, la dottoressa Gilly non le tolse gli occhi di dosso. «È davvero straordinario! Nessuno mi ha mai detto, nemmeno una volta, che brava sei stata a mettere al mondo quattro splendidi bambini, perfettamente normali. Complimenti. Bel colpo, Harriet! Non le sembra strano che nessuno ci abbia pensato? Invece hanno tutti gli occhi addosso a Ben e mi considerano una criminale.» 
Dopo aver riflettuto un attimo su quello che aveva appena sentito, la dottoressa Gilly si informò: «Cos’è che non le va in particolare? Che Ben sia indietro rispetto agli altri bambini?» 
«Oh, Dio!» proruppe Harriet. «Lasciamo perdere!» 
Le due donne si scrutarono a vicenda. Harriet sospirò, svuotandosi di ogni aggressività. La dottoressa era in collera, ma cercava di non darlo a vedere. 
«Insomma,» riprese Harriet, «vuol forse dire che Ben è perfettamente normale? Che non ha niente di strano?» 
«Voglio solo dire che è nella norma. Certo, ho saputo che a scuola incontra molte difficoltà, ma ci sono bambini che crescono più lentamente di altri.» 
«Non riesco a crederci,» sbottò Harriet. «Senta, le chiedo un favore. Oh, si tratta di una sciocchezza. Un capriccio, diciamo. Preghi l’infermiera di portare qui Ben.» La dottoressa rifletté qualche istante, poi mise in funzione il citofono interno. 
Udirono Ben che urlava «No! No!» poi la voce suadente dell’infermiera. 
La porta si aprì e Ben piombò nella stanza, aiutato da una spinta dell’infermiera. Poi la porta si richiuse e lui vi si appoggiò, fissando infuriato la dottoressa. 
Aveva le spalle curve e le ginocchia piegate, come se fosse sul punto di spiccare un balzo. La sua figura era tozza, tarchiata e la sua grossa testa era coperta da un tappeto di setole gialle che finiva in una punta sulla fronte bassa e stretta. Il naso era corto, piatto, con le narici dilatate. La bocca carnosa si arricciava lasciando scoperti i denti. Gli occhi assomigliavano a due schegge di pietra opaca. Per la prima volta Harriet pensò che sembrava molto più vecchio dei suoi sei anni. Anzi, si sarebbe potuto quasi prenderlo per un uomo in miniatura, e non per un bambino. 
La dottoressa guardò Ben, mentre Harriet teneva d’occhio entrambi. 
Poi la donna disse: «Bene, puoi andare. La mamma arriverà tra un attimo.» 
Ma Ben sembrava pietrificato. La dottoressa Gilly ricorse nuovamente al citofono; la porta si aprì, Ben fu trascinato fuori ringhiante e sparì. 
«Mi dica, dottoressa Gilly, che cosa ha visto?» 
La dottoressa sembrava seccata e insospettita; forse stava calcolando quanto tempo mancava alla fine della visita. Non le rispose. 
Consapevole dell’inutilità della sua domanda, sospinta solo dal desiderio di formularla ad alta voce, di sentirla lei stessa, Harriet chiese: «Non è un essere umano, vero?» 
Tutt’a un tratto, inaspettatamente, la dottoressa Gilly manifestò quello che pensava. Si raddrizzò sulla sedia con un profondo sospiro, si appoggiò le mani sulla faccia e poi se le passò verso il basso finché rimase con gli occhi chiusi e le dita sulle labbra. Era una bella donna di mezza età con una grande padronanza di sé, ma per una frazione di secondo un’angoscia terribile e incontrollata si impadronì di lei, tanto che parve smarrirsi e vacillare come se fosse ubriaca. 
Poi decise di soffocare nuovamente quello che per Harriet doveva essere il momento della verità. Lasciò cadere le mani, sorrise e disse con tono scherzoso: «Cosa vorrebbe dire? Che viene dallo spazio? Da un altro pianeta?» 
«No. Be’, l’ha visto anche lei, no? Come si fa a sapere che tipo di gente sia vissuta su questo pianeta in passato? Quali razze, quali creature diverse da noi? Non lo sappiamo, infatti. E come si fa a escludere che gli gnomi o i folletti o altri esseri del genere siano mai vissuti? Il fatto stesso che esistano delle storie su di loro potrebbe voler dire che sono davvero esistiti. E comunque non possiamo nemmeno dimostrare il contrario.» 
«Secondo lei Ben apparterrebbe a questo mondo passato?» le domandò la dottoressa, come se l’idea non le risultasse del tutto inaccettabile. 
«Mi sembra ovvio,» rispose Harriet. 
Un’altra pausa, durante la quale la dottoressa concentrò la sua attenzione sulle mani ben curate. Un sospiro. Infine alzò gli occhi e fissando lo sguardo in quello di Harriet disse: «Se le cose stanno così, cosa si aspetta da me?» 
«Voglio sentirlo dire. Voglio che lo si ammetta. Voglio che qualcuno abbia il coraggio di riconoscerlo.» 
«Non capisce che non è compito mio? Sempre che sia vero, poi. Vuole che mi interessi per farlo chiudere in gabbia, allo zoo? O che ne faccia oggetto di una ricerca scientifica?» 
«Oh,. Dio, no. Questo no, certo.» Altro silenzio. 
«Grazie, dottoressa Gilly,» riprese Harriet, concludendo la visita secondo le regole. Si alzò. «Le dispiacerebbe prescrivergli un sedativo forte? Certe volte non riesco a controllarlo e ho bisogno di qualcosa che mi aiuti.» 
La dottoressa si mise a scrivere. Harriet prese il foglietto di carta, la ringraziò e la salutò. Arrivata alla porta, le lanciò un’occhiata. Sul suo viso vide esattamente quello che si aspettava: uno sguardo fisso e cupo che rifletteva i sentimenti della donna, orrore nei confronti dell’alieno, rifiuto da parte di un essere normale verso ciò che oltrepassava i confini dell’umano. Orrore nei confronti di Harriet, che aveva messo al mondo Ben. 
Quando entrò nella stanzetta trovò Ben che, rimasto solo, si era acquattato nell’angolo opposto alla porta e la guardava fisso, senza un battito di palpebra. Stava tremando. Gente in camice bianco, stanze che puzzavano di medicinali... Harriet capì che, involontariamente aveva reiterato le sue minacce. Se ti comporti male... 
L’aveva soggiogato. Ben le stava attaccato, non come un bambino alla madre, ma come un cane terrorizzato. 
Da allora in poi ogni mattina gli somministrava il sedativo che, tuttavia, non sembrava avere grande effetto su di lui. E tuttavia lei sperava che l’avrebbe tenuto tranquillo durante le ore di scuola, finché non avesse potuto andarsene sulla motocicletta rombante di John. 
Finalmente arrivò anche la fine del primo anno scolastico di Ben, il che significava che avrebbero potuto riprendere a far finta che il suo caso non fosse poi così grave, che in fondo si trattava solo di un bambino «difficile». Non imparava niente, ma non era certo l’unico per cui la scuola rappresentasse solo un luogo dove passare qualche ora. 
Quel Natale, Luke scrisse dicendo che voleva andare a trovare i nonni che si trovavano in barca in una località imprecisata lungo la costa della Spagna meridionale, mentre Helen si recò dalla nonna Molly, a Oxford. 
Dorothy venne solo per tre giorni e, quando ripartì, portò con sé Jane, la quale adorava Amy, la cuginetta handicappata. 
Ben trascorreva tutta la giornata con John. Harriet e David – che tuttavia lavorava al punto da passare quasi tutto il suo tempo fuori di casa – si dedicarono molto a Paul durante quelle vacanze. Paul era forse più difficile di Ben, ma era un bambino normale, anche se disturbato, non un alieno. 
Passava ore e ore davanti al televisore. Andava a rifugiarsi davanti allo schermo, osservandolo inquieto, muovendosi mentre lo guardava, e mangiando, mangiando, senza mai mettere su peso. Sembrava che avesse dentro una bocca insaziabile che diceva: nutrimi, nutrimi. Era sempre in preda a una sorta di bramosia... E di che, poi? Le braccia di sua madre non gli bastavano e, d’altronde, era troppo irrequieto per lasciarsi coccolare. Gli piaceva stare con David, ma non a lungo. Solo la televisione riusciva a placarlo. Guerre e sommosse, stragi e rapine, omicidi, furti e rapimenti... gli anni ottanta, i barbari anni ottanta avevano iniziato il loro cammino e Paul stava sdraiato davanti al televisore o girava per la stanza, mangiando e guardando... nutrendosi di un duplice nutrimento. Almeno così pareva. 
La vita di famiglia si era riorganizzata secondo uno schema destinato a durare nel tempo. 
Luke aveva preso a passare le sue vacanze con il nonno James, con cui andava tanto d’accordo. Gli piaceva anche la nonna Jessica, che trovava «uno spasso». Anche la zia Deborah era un tipo divertente: i suoi fallimenti matrimoniali costituivano una sorta di lungo serial, che lei raccontava con una buona dose di umorismo. Luke viveva tra i ricchi con gran soddisfazione, ma a volte James lo portava dai genitori, perché lo rattristava ciò che si verificava in quella casa e sapeva che Harriet e David desideravano ardentemente la compagnia del loro figlio maggiore. Anche loro andavano a fargli visita in collegio in occasione delle gare, mentre Luke tornava a casa a metà di ogni quadrimestre. 
Anche Helen era felice a casa di Molly. Viveva nella stanza che un tempo era stata l’unica vera casa di suo padre. Era la cocca del nonno Frederick e, come il fratello, qualche volta si recava a far visita ai genitori a metà quadrimestre. 
Jane aveva convinto Dorothy a venire a parlare con Harriet e David: aveva deciso di restare a vivere con la nonna, la zia Sarah, le tre cugine normali e la piccola mongoloide. Dorothy a volte la riportava a casa e i genitori si accorgevano che l’aveva persuasa a essere gentile con loro e a non dire una sola parola contro Ben. 
L’unico rimasto era Paul, che stava a casa molto più di Ben. 
«Dobbiamo fare qualcosa per Paul,» disse David a Harriet. «Cosa possiamo fare?» 
«Ha bisogno di cure. Dovrebbe andare da uno psichiatra.» 
«Per quello che gli servirà!» 
«A scuola va male. È un vero disastro, peggio di Ben! Almeno Ben è quello che è, ma Paul...» 
«E i soldi?» 
«Ci penserò io.» 
Così David aggiunse all’enorme mole di lavoro che già aveva un incarico di insegnante a metà tempo in un istituto tecnico. Di conseguenza non era quasi mai a casa e, se per caso tornava durante la settimana, era così tardi che si buttava sul letto esausto e si addormentava all’istante. 
Paul fu mandato a «fare due chiacchiere», come si suol dire. 
L’iniziativa si rivelò un successo. Paul ci andava quasi ogni pomeriggio dopo la scuola. Lo psichiatra aveva una quarantina d’anni, una famiglia normale e una casa piacevole. Paul si fermava spesso a cena e a volte andava a giocare con i ragazzi anche nei giorni in cui non aveva la terapia. 
A volte Harriet restava sola nella grande casa tutto il giorno, finché Paul non tornava a casa, verso le sette, e si metteva a guardare la televisione. Anche Ben si univa a lui, davanti al televisore, ma il suo modo di guardare era completamente diverso. La sua attenzione veniva catturata in modo imprevedibile, senza uno schema preciso, e mai più di qualche minuto alla volta. 
I due ragazzi si detestavano. 
Una volta Harriet trovò Paul incastrato in un angolo della cucina che, in punta di piedi, cercava di sfuggire alle mani di Ben, protese verso la sua gola. Ben, basso e possente. Paul, alto ed emaciato. Se Ben avesse voluto, l’avrebbe sicuramente ucciso. Harriet era sicura che avesse solo voluto spaventarlo, ma Paul era fuori di sé dalla paura. Ben sogghignava trionfante, con aria vendicativa. 
«Ben,» gli ingiunse Harriet. «Giù.» Lo ammoniva come se fosse un cane. «Giù, 
Ben, giù.» 
Lui si girò di scatto, la vide e abbassò le braccia. Lei lo fissò minacciandolo con gli occhi, sfoderando tutto il potere che aveva su di lui: i ricordi del passato. 
Ben scoprì i denti e ringhiò. 
Paul si mise a urlare, dando libero sfogo al terrore, poi si precipitò su per le scale, incespicando e cadendo, per sfuggire all’orrore rappresentato da Ben. 
«Se lo fai un’altra volta...» lo minacciò Harriet. Lentamente, Ben si avviò verso il tavolo e si sedette. Le parve che stesse riflettendo. «Se lo fai un’altra volta...» Alzò gli occhi a guardarla. Stava facendo i suoi calcoli, non c’era dubbio. Ma quali? Quegli occhi freddi, disumani... Cosa vedeva? Gli altri credevano che vedesse le stesse cose che vedevano loro, che vedesse un mondo umano. Ma forse i suoi sensi percepivano fatti e dati diversi. Chi poteva dire cosa stesse pensando. O come vedesse se stesso. 
«Povero Ben,» si ripeteva qualche volta. 
Harriet non parlò a David dell’incidente. Sapeva che era già al limite della sopportazione. E poi, cosa poteva dirgli? «Ben ha cercato di uccidere Paul oggi!» Andava ben al di là dei limiti che si erano posti, era inaccettabile. E inoltre lei era convinta che Ben non volesse uccidere Paul, ma piuttosto dargli una dimostrazione di quello che avrebbe potuto fargli se solo l’avesse voluto. 
Disse a Paul che Ben intendeva solo spaventarlo, e non fargli del male. Le parve di averlo convinto. 
Due anni prima che Ben lasciasse la scuola dove non imparava niente, ma dove almeno non aveva più fatto male a nessuno, John annunciò che sarebbe uscito dalla loro vita. Gli avevano offerto un posto a Manchester, a lui e a tre dei suoi amici, all’interno di un progetto di riqualificazione del lavoro giovanile. 
Anche Ben era presente. John l’aveva già informato, al Betty’s Caff, ma lui non l’aveva preso sul serio e così John aveva pensato di venire a dirlo a Harriet mentre c’era anche Ben, perché si convincesse. 
«Perché non posso venire anch’io?» domandò Ben. 
«Perché no, amico. Ma ci rivedremo, quando verrò a trovare i miei genitori.» 
Ben insisté: «Su, dimmi perché non posso venire.» 
«Perché dovrò andare a scuola anch’io. Non qui. In un posto lontano, molto lontano.» 
Ben si irrigidì, assumendo quella sua posizione curva, con i pugni protesi. Prese a digrignare i denti, con la cattiveria negli occhi. 
«Ben,» disse Harriet con il tono di voce che usava in quelle occasioni. «Piantala, Ben.» 
«Su da bravo, nanerottolo,» fece John, gentile anche se a disagio. «Non posso farci niente. Prima o poi dovevo andarmene da casa, non ti pare?» 
«Viene anche Barry? E Rowland? E Henry?» 
«Sì, andiamo tutti e quattro.» 
Improvvisamente Ben si precipitò in giardino, dove cominciò a mollare calci al tronco di un albero, strillando di rabbia. 
«Meglio l’albero di me,» commentò John. «O di me,» disse Harriet. 
«Mi spiace, ma è così.» 
«Non riesco a immaginare come ce la saremmo cavata senza di te.» 
John annuì, sapendo che era vero. Poi uscì dalla loro vita per sempre. Ben aveva passato con lui quasi tutti i giorni da quando aveva lasciato l’istituto. 
Ben la prese male. All’inizio stentò quasi a crederci. Quando Harriet arrivava a scuola a prenderlo, lo trovava al cancello che fissava la strada da dove, un tempo, John era comparso in tutta la sua gloria sulla motocicletta. Riluttante, si lasciava portare a casa, mettendosi a sedere sul sedile posteriore nell’angolo opposto a quello di Paul, se Paul non era dallo psichiatra, mentre i suoi occhi frugavano la strada in cerca di qualche segno dell’amico scomparso. Più di una volta sparì da casa e Harriet lo trovò al Betty’s Caff, che se ne stava seduto a un tavolino da solo, con gli occhi sulla porta, da cui, forse, sarebbero potuti entrare i suoi amici. Un giorno, per strada, Ben incontrò uno dei ragazzi della banda di John e si precipitò verso di lui, raggiante. Ma il giovane lo salutò con indifferenza. «Ehi, nano. Ciao, scemo!» Poi si voltò e se ne andò. Ben rimase come paralizzato, senza riuscire a credere ai suoi occhi, a bocca aperta come se fosse stato preso a schiaffi. Gli ci volle un bel po’ per capire. Appena tornava a casa con Harriet e Paul, ripartiva di nuovo di corsa per il centro della città. Lei aveva smesso di seguirlo. Tanto sarebbe tornato! Non sapeva dove andare e lei, del resto, era ben contenta di avere un po’ di tempo per starsene sola con Paul... se Paul non era dallo psichiatra. 
Un giorno Ben piombò in casa correndo con il suo passo pesante e si tuffò sotto il grande tavolo. Dietro di lui comparve una donna poliziotto che chiese a Harriet: 
«Cos’ha quel bambino? Sta bene?» «Sì, è sotto il tavolo,» rispose Harriet. 
«Sotto il... ma perché? Volevo solo assicurarmi che non si fosse perso. Quanti anni ha?» 
«È più vecchio di quel che sembra. Vieni fuori, Ben, non c’è da aver paura.» 
Ma lui si rifiutò. Se ne stava carponi, con il viso rivolto verso la donna e le guardava le scarpe nere e lustre. Forse si ricordava il giorno in cui qualcuno a bordo di un’auto l’aveva catturato e portato via. Ogni uniforme aveva per lui il sapore della prigionia. 
«Ehi, non ho intenzione di rapirti! Senta, se fossi in lei non lo lascerei andare in giro da solo. Potrebbe finire per farsi portar via sul serio.» 
«Non siamo così fortunati,» osservò Harriet, recitando la parte della mamma allegra e sicura di sé. «È più facile che sia lui a rapire gli altri.» 
«Ah, è così, eh?» 
E la donna poliziotto se ne andò con una risata. 
David e Harriet se ne stavano sdraiati l’uno accanto all’altra nel letto coniugale. Le luci erano spente, la casa immersa nel silenzio. Due stanze più in là, dormiva Ben... almeno così speravano, e altre due stanze dopo, in fondo al corridoio, dormiva Paul oltre una porta chiusa a chiave. Era tardi e Harriet sapeva che David si sarebbe addormentato nel giro di pochi istanti. Non si toccavano, ma nello spazio tra i loro due corpi non c’era più rabbia. Harriet sapeva che David era sempre troppo stanco per avere la forza di nutrire un sentimento del genere e che, comunque, aveva fatto di tutto per sopprimerlo perché lo stava annientando. Harriet sapeva sempre quello che David stava pensando e lui rispondeva spesso ad alta voce alle sue domande mute. 
A volte facevano all’amore, con la sensazione che fossero i fantasmi della giovane Harriet e del giovane David a stringersi e a baciarsi. 
Era come se la fatica di vivere le avesse strappato uno strato di carne, non vera carne forse, piuttosto una sostanza metafisica, invisibile e insospettabile finché non se n’era notata la mancanza. E David, a forza di lavorare, aveva perso quella sua caratteristica di uomo di famiglia. I suoi sforzi gli avevano assicurato il successo nella sua ditta e un lavoro migliore in un’altra. Era lì, ora, che si concentravano i suoi interessi. Gli eventi hanno una loro logica: David era diventato il tipo d’uomo che non avrebbe mai voluto essere. James aveva smesso di aiutarlo finanziariamente, si limitava a provvedere a Luke. Il candore e la franchezza che David aveva ricavato dalla fiducia testarda in se stesso erano spariti dietro questa sua nuova sicurezza. Harriet sapeva che, se l’avesse incontrato allora per la prima volta, l’avrebbe giudicato un duro. Ma non era così. In realtà quella sua componente granitica non era altro che sopportazione. E perseveranza. In fondo loro due non erano cambiati. 
Il giorno dopo – una domenica – David doveva andare ad assistere a una partita di cricket alla scuola di Luke, mentre Harriet si sarebbe recata a quella di Helen dove era in programma uno spettacolo teatrale. La mattina sarebbe arrivata Dorothy per permettere loro di assentarsi. Ma Jane non l’avrebbe accompagnata; una sua compagna di scuola dava una festa a cui non voleva assolutamente mancare. 
Paul sarebbe andato con suo padre. 
Ben sarebbe rimasto da solo con Dorothy che non lo vedeva da un anno. 
Harriet non si sorprese quando David le disse: «Secondo te, Dorothy si accorgerà che Ben è molto più vecchio di quanto sembra?» 
«Credi che dovremmo avvertirla?» 
«No, non ci metterà niente a capirlo.» 
Un attimo di silenzio. David era quasi addormentato, ma si riscosse quel tanto che bastava per dire: «Harriet, hai mai pensato che tra un paio d’anni Ben sarà un adolescente, con tutte le sue pulsioni sessuali?» 
«Sì. Ma lui non è della nostra stessa pasta.» 
«Chissà se anche la sua gente è passata attraverso l’adolescenza.» 
«Come facciamo a saperlo? Forse il sesso per loro non era così importante. 
Qualcuno ha detto che noi ci pensiamo troppo... Chi è stato? Ah, sì, Bernard Shaw.» 
«Comunque sia, il pensiero di Ben alle prese con il sesso mi terrorizza.» 
«È un pezzo che Ben non fa più male a nessuno.» 
Al termine di quel fine settimana Dorothy disse a Harriet: «Chissà se Ben si chiede mai perché è così diverso da noi.» 
«Mah, è difficile dirlo. Non riesco mai a capire cosa sta pensando.» 
«Forse crede che ci siano altri come lui da qualche parte.» 
«Già, può darsi.» 
«Purché non trovi una femmina!» 
«Ben non ti fa pensare... che tutta quella gente che è vissuta sulla terra un tempo, quegli esseri così diversi, siano sepolti dentro di noi, da qualche parte?» 
«Pronti a saltar fuori! Chissà, forse succede e non ce ne accorgiamo,» disse Dorothy. 
«Forse perché preferiamo ignorarlo.» 
«Questo è certo, per quel che mi riguarda. Soprattutto dopo aver conosciuto Ben... Harriet, vi rendete conto che Ben non è più un bambino? Noi continuiamo a trattarlo come se lo fosse, ma...» 
I due anni che ancora mancavano all’inizio della scuola superiore furono duri per Ben. Era molto solo, ma si rendeva conto di esserlo? Anche Harriet era molto sola, ma almeno lei lo sapeva... 
Come faceva Paul, tutte le volte che era in casa, anche Ben si precipitava davanti al televisore quando tornava da scuola. C’erano giorni in cui ci rimaneva dalle quattro fino alle nove o alle dieci di sera. Non dimostrava particolari predilezioni per un programma o per l’altro, né sembrava capire la differenza tra i programmi per bambini e quelli per adulti. 
«Qual è la trama di quel film, Ben?» 
«La trama,» ripeteva, saggiando incerto la parola con la sua voce rauca, inarticolata e tenendole gli occhi fissi addosso per scoprire cosa realmente volesse. 
«Cosa succedeva in quel film, quello che hai appena visto?» 
«Macchine grandi,» diceva. «Una motocicletta. Una ragazza che piange. Una macchina che insegue un uomo.» 
Per vedere se Ben riusciva a imparare da Paul, una volta chiese a quest’ultimo: «Raccontami la trama del film.» 
«Be’, parlava di una rapina in una banca,» esordì Paul, pieno di disprezzo nei confronti di quello stupido di Ben che lo ascoltava facendo scorrere gli occhi dal viso della madre al suo. «I banditi avevano scavato un tunnel sotterraneo, ma quando stavano per raggiungere la camera blindata, sono stati intrappolati dalla polizia. Li hanno messi in prigione, ma molti sono riusciti a evadere e due sono stati uccisi durante la fuga.» 
Ben l’aveva ascoltato attentamente. 
«E adesso ripeti tu, Ben.» 
«Banditi,» disse Ben. Poi ripeté quello che aveva raccontato Paul, impuntandosi con la voce nel tentativo di ritrovare le stesse parole usate dall’altro. 
«Bella forza, avevo già detto tutto io,» commentò Paul. 
Gli occhi di Ben si accesero di rabbia, per tornare subito opachi. Era come se si fosse detto: non devo far male a nessuno, altrimenti mi riporteranno in quel posto. Così pareva a Harriet, ma mentre sapeva sempre tutto quello che Paul pensava o sentiva, nel caso di Ben doveva tirare a indovinare. 
Chissà se Paul poteva riuscire involontariamente a insegnargli qualcosa... 
Lei leggeva a entrambi una storia e chiedeva a Paul di ripetergliela. Poi Ben imitava Paul, ma nel giro di qualche momento l’aveva dimenticata. 
Con Paul giocava al gioco dell’oca e a tavola mulino, sotto lo sguardo attento di Ben. Poi, quando Paul era a casa dalla sua famiglia adottiva, lo invitava a provare, ma Ben non riusciva a capire il meccanismo del gioco. 
Eppure c’erano film che guardava di continuo, senza mai stancarsi, grazie al videoregistratore che avevano noleggiato. Quelli che preferiva erano i film musicali: 
West Side Story, Oklahoma! e altri. 
«Ora sta per cantare,» diceva, quando lei gli chiedeva cosa stava succedendo. 
Oppure, «Ora si mettono a ballare, poi lei canta.» «Adesso la picchiano.» «La ragazza è scappata. Sta per cominciare la festa.» 
Ma non riusciva a raccontarle tutta la trama. 
«Cantami quella canzone, Ben. Cantala per me e per Paul.» 
Ma Ben non riusciva. Il motivo gli piaceva, ma non riusciva a emettere altro che un ruggito privo di intonazione. 
Harriet scoprì che Paul ne approfittava per prendersi gioco di lui. Gli chiedeva di cantare una canzone e poi lo sbeffeggiava. Gli occhi di Ben sfavillavano per l’ira e Harriet intimò a Paul di non provarcisi più. 
«Perché no?» gridava questi. «Già, perché no? Ben, sempre Ben, non c’è che Ben...» E agitava le braccia come per colpirlo mentre Ben con occhi minacciosi si preparava a balzare... 
«Ben,» lo ammoniva Harriet. 
Le pareva che tutti i suoi sforzi per renderlo umano non avessero altro risultato che quello di indurlo a ritrarsi al fondo di se stesso dove lui... già, cosa avrebbe fatto? Si sarebbe ricordato o avrebbe sognato quelli della sua razza? 
Un giorno in cui sapeva che era in casa, ma non riusciva a trovarlo, salì di piano in piano guardando in tutte le stanze. Il primo piano, con le camere da letto, la sua e di David, quella di Ben e quella di Paul; l’unico piano abitato anche se tre stanze erano ormai vuote, nonostante i letti fossero sempre pronti, con i cuscini sprimacciati e le trapunte fresche di bucato. Il secondo, con le sue stanze pulite, ma deserte. Il terzo.... quanto tempo era passato da quando le voci e le risate dei bambini vi avevano echeggiato, riversandosi in giardino dalle finestre aperte? Ma Ben era introvabile. Salì piano fino in mansarda. La porta era aperta. Dall’alto lucernario cadeva un rettangolo di luce in cui stava Ben, con il volto sollevato verso la pallida luce. Chissà cosa voleva, cosa sentiva, pensò Harriet. Poi lui la udì e a Harriet si rivelò finalmente il Ben che quella loro vita aveva tenuto soffocato: con un balzo raggiunse l’angolo più buio e sparì ai suoi occhi. Davanti a lei c’era soltanto l’oscurità della mansarda, apparentemente senza confini. Non si sentiva un rumore. Lui era là accucciato e la fissava... Sentì i capelli che le si drizzavano sulla nuca e un brivido freddo percorrerle tutto il corpo... una reazione istintiva perché, razionalmente, non ne aveva nessuna paura. E tuttavia era irrigidita dal terrore. 
«Ben,» disse piano, con un tremito nella voce. «Ben,» ripeté, con un’enfasi particolare, come per richiamarlo entro i confini di un mondo noto e insieme porre sotto il suo controllo quella pericolosa mansarda, da cui era partito per tornare a un remotissimo passato, che non conosceva essere umani. 
Nessuna risposta. Nulla. Un’ombra fuggevole attraversò per un istante la luce fioca che filtrava dal lucernario: era passato in volo un uccello che si spostava da un albero all’altro. 
Scese al pianterreno e andò a sedersi in cucina, sola e con il gelo nel cuore, davanti a una tazza di tè caldo. 
Poco prima che Ben cominciasse a frequentare un istituto tecnico, l’unico dove era stato possibile iscriverlo, ci fu un’altra di quelle riunioni di famiglia estive che erano state tanto frequenti in passato. Tutti si erano scritti o telefonati: «Quella povera gente... su, andiamo a trovarla, almeno per una settimana...» Povero David, perché era questo che pensavano, Harriet ne era certa. Solo di rado qualcuno diceva povera Harriet, il ritornello, semmai, era quell’irresponsabile di Harriet, quell’egoista di Harriet, quella pazza di Harriet... 
Solo perché non ho lasciato che lo uccidessero, si difendeva con violenza tra sé e sé, mai a voce alta. I principi stessi in base ai quali vivevano, quelli su cui si basava la società a cui appartenevano, non le avevano dato altra scelta che portare via Ben da quel posto. Ma il fatto stesso di averlo riportato a casa, di averlo salvato dalla morte, aveva causato la rovina della sua famiglia. Harriet aveva distrutto la sua vita... e con la sua quella di David, di Luke, di Helen, di Jane e di Paul. Già, Paul. Era stato lui a subire le conseguenze peggiori. 
Erano questi i pensieri che la tormentavano di continuo. 
David le ripeteva sempre che non sarebbe mai dovuta andare a riprendere Ben... 
ma una cosa del genere era impensabile, andava contro la sua stessa natura. E poi, anche se non ci fosse andata, era sicura che l’avrebbe fatto lui. 
Un capro espiatorio, ecco cos’era... Harriet, quella che aveva distrutto la famiglia. 
Ma sotto questi pensieri ne correvano altri più segreti. «Questa è la punizione,» disse a David. 
«E per cosa?» chiese lui sulla difensiva, perché la voce di Harriet aveva preso un’inflessione che detestava. 
«Per aver voluto troppo. Per aver pensato di poter essere felici. Felici perché l’avevamo deciso.» 
«Sciocchezze,» le disse. Era in collera. In collera con Harriet che gli parlava così. «È stato un caso. Sarebbe potuto capitare a chiunque. Ben è il prodotto di un gene sbagliato.» 
«Non credo,» insisté lei, testarda. «Siamo stati noi, con le nostre pretese di esser felici! Nessuno è felice, nessuno di quelli che ho conosciuto, almeno, ma noi avevamo deciso di esserlo. E siamo stati colpiti dal fulmine.» 
«Piantala, Harriet! Non capisci dove portano questi pensieri? Ai pogrom e alla punizione divina, ai roghi delle streghe e all’esistenza di un Dio vendicativo...!» Stava quasi urlando. 
«E ai capri espiatori,» proseguì Harriet. «Non dimenticare i capri espiatori.» 
«È roba da medioevo,» ribatté lui con foga, disturbato fin nel profondo. «Anzi, si torna alla vendetta biblica contro chi ha osato disobbedire.» 
«Ma chi eravamo noi per decidere qual era il corso da dare alla nostra vita?» 
«Che domanda mi fai? Io e te, eravamo. Harriet e David. Ci siamo presi le nostre responsabilità e abbiamo fatto le nostre scelte. E poi... la sfortuna. Tutto qui. Altrimenti ci saremmo riusciti, a fare la vita che volevamo, a realizzare i nostri progetti. Otto figli e una famiglia felice... almeno per quanto era possibile.» 
«E chi ha pagato per le nostre scelte? James. E anche Dorothy... No, non ti sto criticando, David, mi limito ai fatti.» 
Ma ciò che Harriet gli aveva detto aveva cessato da un pezzo di essere un punto dolente per David. «James e Jessica hanno un tal mucchio di soldi che avrebbero potuto sborsarne tre volte tanti,» rispose. «E comunque, sono stati felici di aiutarci. Quanto a Dorothy, certo, ha sempre detto di sentirsi sfruttata, ma quando si è stancata di noi è finita a fare la bambinaia di Amy.» 
«La verità è che volevamo essere meglio degli altri. Anzi, eravamo convinti di esserlo.» 
«No, non cambiare le carte in tavola. Non volevamo essere migliori, volevamo essere noi stessi.» 
«E ti pare poco,» osservò Harriet con finta disinvoltura. 
«Piantala, Harriet. Ti prego, smettila... E comunque se vuoi continuare, lasciami fuori. Non ho nessuna intenzione di seguirti su questa strada, di tornare alla preistoria.» 
«Forse ci siamo tornati senza saperlo.» 
Vennero Molly e Frederick, portando con loro Helen. Non avrebbero mai perdonato Harriet, ma non potevano non pensare a Helen. Era una bella ragazza di sedici anni, indipendente, che andava bene a scuola. Ma era fredda, distante. 
James arrivò con Luke, ormai diciottenne, anche lui bello, tranquillo, affidabile e sicuro di sé. Si sarebbe messo a costruire navi come il nonno. Ed era un attento osservatore, come il padre. 
Dorothy venne con Jane, quattordicenne. A scuola non brillava, ma «nessuno è mai morto per questo», insisteva Dorothy. «Io stessa non sono mai riuscita a passare un esame.» «Eppure...» avrebbe voluto aggiungere, anche se poi li sfidava con la sua stessa presenza, che, però, non era più importante come in passato. Era molto dimagrita e non si dava più lo stesso daffare di un tempo. Paul, a undici anni, era isterico, istrionico e a caccia continua di attenzioni. Parlava spesso della sua nuova scuola, una scuola pubblica qualsiasi, che detestava, e si domandava perché non potesse frequentare un collegio come gli altri. Anticipando James con un’occhiata orgogliosa, David disse che non c’erano problemi, avrebbe provveduto lui. 
«È ora che vi liberiate di questa casa,» disse Molly, ma il messaggio che stava mandando a quell’egoista di sua nuora era: «Così mio figlio potrà smetterla di ammazzarsi di lavoro per colpa tua.» 
David intervenne subito in difesa della moglie. «Harriet dice, e io sono d’accordo, che è meglio tenerla ancora un po’.» 
«Perché, cosa può cambiare?» domandò Molly, gelida. «Ben, certo no.» 
Ma in privato David confidò che in realtà sarebbe stato contento di vendere la casa. 
«È il pensiero di vivere con Ben in una casa piccola che mi tormenta,» disse Harriet. 
«Non è obbligatorio che sia piccola, ma neanche che abbia le dimensioni di un albergo.» 
David sapeva che, per quanto fosse assurdo, Harriet non aveva rinunciato all’idea che tutto potesse tornare come prima. 
Poi la vacanza finì. Complessivamente era stata un successo perché tutti si erano impegnati a fondo. Tranne Molly, a giudizio di Harriet. Ma lei e David, in veste di genitori, dovettero ingoiare più di un boccone amaro. I loro figli parlavano di gente sconosciuta, famiglie di compagni da cui erano stati invitati e i cui inviti non avrebbero mai potuto ricambiare. 
Nel settembre di quell’anno, allo scadere del suo undicesimo compleanno, Ben iniziò a frequentare la scuola media. Era il 1986. 
Harriet si preparò a ricevere l’inevitabile telefonata del direttore. Sarebbe arrivata, più o meno, verso la fine del primo quadrimestre. La nuova scuola avrebbe ricevuto l’altrettanto inevitabile rapporto dell’altra direttrice, la signora Graves, la quale si era sempre rifiutata di ammettere che in Ben ci fosse qualcosa di strano. «Ben non è certo un bambino portato per gli studi, ma...» Ma cosa? «Be’, ce la mette tutta.» Possibile che fosse tutto qui? Da un pezzo non si sforzava neppure più di capire quello che gli insegnavano, con il risultato che sapeva a malapena leggere e scrivere, anche se non aveva rinunciato a cercare di inserirsi nella classe, di copiare gli altri. 
Ma non arrivarono né telefonate né lettere. Ben, che Harriet esaminava ogni sera alla ricerca di qualche livido, sembrava essersi adattato senza difficoltà al mondo duro e spesso brutale della scuola secondaria. 
«Ti piace la scuola, Ben?» 
«Sì.» 
«Più dell’altra?» «Sì.» 
Come è noto, questo tipo di scuola ha una fascia, quasi un sedimento, di ragazzi ineducabili, irrecuperabili, che passano da una classe all’altra in attesa del momento felice in cui se ne andranno. E per la maggior parte si tratta di ragazzi che frequentano pochissimo, con grande sollievo degli insegnanti. Ben era subito entrato a far parte del gruppo. 
Qualche settimana dopo l’inizio della scuola aveva portato a casa un ragazzone scuro dall’aria trasandata, ma allegro e cordiale. John, aveva pensato Harriet. Dev’essere il fratello di John. E invece no, anche se era evidente che Ben era stato attratto dal ragazzo soprattutto perché gli ricordava il tempo felice che aveva passato con John. Ma quel tipo si chiamava Derek, aveva quindici anni e di lì a poco avrebbe lasciato la scuola. Perché aveva fatto amicizia con Ben, che era molto minore di lui? Harriet rimase a osservarli mentre vuotavano il frigorifero, si preparavano il tè e andavano a sedersi davanti al televisore, attenti più alle loro chiacchiere che allo schermo. Per la verità Ben sembrava più vecchio di Derek. I due ragazzi la ignoravano. Così come quando Ben era stato la mascotte, il favorito della banda di giovani e non aveva avuto occhi che per John, ora la sua attenzione era totalmente assorbita da Derek. E, ben presto, da Billy, Evans e Vic, quando anche loro cominciarono ad arrivare dopo la scuola, attingendo liberamente al frigorifero e comportandosi come se fossero stati a casa loro. 
Perché dei ragazzi di quell’età stavano con Ben? 
Harriet li spiava dalle scale, mentre scendeva in soggiorno: un gruppo di ragazzotti assai diversi tra loro, grandi o piccoli, magri o grassi, bruni, biondi, rossi, tra cui spiccava Ben, tarchiato, forte, con le spalle curve, le setole gialle disposte in quello strano modo e gli occhi sospettosi, strani. Ma non è più giovane di loro! pensava lei. Sì, forse è più piccolo, eppure sembra dominarli. Quando se ne stavano seduti attorno al grande tavolo, a chiacchierare in quel loro modo sboccato, chiassoso, quasi urlando con le voci rauche, tenevano sempre gli occhi fissi su Ben. Eppure lui parlava pochissimo, e quando diceva qualcosa, era spesso soltanto un sì o 
un no. Prendi questo! Portami quello! Dammi un panino, una Coca Cola. Ma non smetteva mai di osservarli. Era il capo della banda, che lo sapessero o no. 
Gli altri non erano che un branco di adolescenti insicuri e foruncolosi, lui era quasi un adulto. Fu questa la conclusione a cui arrivò Harriet, anche se per un certo periodo aveva creduto che quei poveri ragazzi, che si erano uniti perché gli altri li consideravano stupidi, inetti, inadatti a stare con i loro coetanei, amassero Ben perché era persino più goffo e grossolano di loro. E invece no! Scoprì che la banda di Ben Lovatt era la più invidiata della scuola e che un sacco di ragazzi, non solo i somari e gli emarginati, avrebbero voluto farne parte. 
Harriet guardava Ben tra i suoi amici e cercava di immaginarlo in mezzo a un gruppo di suoi simili, accoccolato all’imboccatura di una caverna, davanti a un fuoco scoppiettante. O non si era trattato forse di un insediamento di capanne nel folto di una foresta? No! La gente di Ben aveva vissuto sottoterra, ne era sicura, in caverne buie illuminate da torce, e forse quei suoi occhi così particolari erano stati creati per condizioni di luce molto diverse da quelle attuali. 
Harriet andava spesso a sedersi in cucina, per conto suo, mentre gli altri erano in soggiorno, oltre il muretto, a guardare la televisione. A volte restavano lì spaparanzati per ore e ore, tutto il pomeriggio e la sera. Si preparavano il tè, saccheggiavano il frigorifero, uscivano a comperarsi hamburger, pizze, patatine. Erano di bocca buona per quanto riguardava i programmi; non disdegnavano i lunghi serial pomeridiani, né le trasmissioni per bambini, ma preferivano di gran lunga le storie di violenza che venivano trasmesse di sera. Sparatorie e omicidi, torture e risse, era questo il loro nutrimento spirituale. Harriet li stava a guardare, con la sensazione che anche loro facessero in qualche modo parte di quello che passava sul teleschermo. Senza accorgersi si agitavano di continuo sogghignando, assumendo un’espressione trionfante o semplicemente crudele, emettendo grugniti o sospiri o urla d’eccitazione. «Perfetto, dacci sotto!» «Fallo a pezzi!» «Stendilo!» E le grida eccitate di partecipazione crescevano di tono quando una raffica di proiettili raggiungeva il bersaglio, il sangue sgorgava o la vittima urlava sotto le torture. 
In quei giorni sui giornali locali abbondavano le notizie di rapine, aggressioni, atti di vandalismo. A volte tutta la banda, Ben compreso, non si faceva viva per un giorno intero. Se non di più. 
«Dove sei stato Ben?» 
«Con i miei amici,» rispondeva con indifferenza. 
«Sì, ma dove?» 
«In giro.» 
Al parco, in un bar, al cinema e, quando riuscivano a farsi prestare (o a rubare) qualche motocicletta, via, verso le località a loro note. 
Harriet fu tentata di chiamare il direttore della scuola ma poi si domandò, a cosa servirebbe? Se fossi al suo posto, sarei felice di non averli tra i piedi. 
E la polizia? No, non avrebbe mai messo Ben nelle mani della polizia. 
La banda aveva sempre un mucchio di soldi. Più di una volta, scontenti di quanto avevano trovato nel frigorifero, erano andati a rifornirsi di grandi quantità di cibo, che avevano continuato a mangiare per tutta la sera. Era Derek, mai Ben, a offrirle qualcosa. 
«Ne vuoi un boccone, tesoro?» 
Lei accettava, ma andava a sedersi per conto suo, sicura che preferissero non averla attorno. 
Sui giornali... si era parlato anche di stupri. 
Esaminava quei visi, cercandovi qualche legame con quello che aveva letto. Erano normali visi di ragazzi che dimostravano forse di più della loro età. Derek aveva un’espressione idiota; nei momenti culminanti del film si metteva a ridere istericamente. Elvis era smilzo e biondo, in apparenza molto educato, ma sotto sotto, a giudicare dagli occhi freddi come quelli di Ben, duro e violento. Billy era una specie di gorilla stupido, dai gesti aggressivi. Si faceva catturare a tal punto dalle scene di violenza che balzava in piedi e si avvicinava allo schermo come se avesse voluto entrarvi. Gli altri allora si mettevano a schernirlo, al che lui si riscuoteva e tornava a sedersi. Billy la spaventava. Anche gli altri, per la verità. Ma, si diceva, non erano poi così intelligenti. Forse Elvis, chissà... Se erano loro a commettere quei furti (purché si trattasse solo di quello), chi era la mente, chi organizzava il piano? 
Ben, forse? «Non sa valutare la sua forza,» era la formula che l’aveva accompagnato per tutti gli anni di scuola. Come faceva a controllare gli attacchi di collera che l’assalivano all’improvviso, si chiedeva Harriet, sbirciandoli di continuo in cerca di graffi, lividi o tagli. A volte le capitava anche di vederne, ma non era mai niente di vistoso. 
Una mattina scese le scale e trovò Ben che faceva colazione in compagnia di Derek. Decise di non dire niente, pur sapendo che la faccenda non sarebbe finita lì. Presto arrivò a trovarne fino a sei, seduti al tavolo della prima colazione: li aveva sentiti salire molto tardi e sistemarsi nei vari letti la notte precedente. 
Si fermò accanto al tavolo, li guardò dritti in faccia, pronta a dar battaglia e poi disse: «Non crediate di poter restare a dormire tutte le volte che ne avete voglia.» I ragazzi continuarono a mangiare, senza alzare la testa. 
«Dico sul serio,» insisté Harriet. 
«Oh, scusa, scusa, mi dispiace tanto,» disse Derek con una risata insolente. 
«Non pensavamo che te la saresti presa così.» 
«E invece sì.» 
«È una casa tanto grande,» disse Billy, il gorilla, quello di cui lei aveva più paura. Non la guardò, ma si riempì la bocca di cibo, masticando rumorosamente. 
«Ma non è casa vostra,» ripeté Harriet. 
«Un giorno ce la prenderemo,» intervenne Elvis, ridendo sgangheratamente. 
«Non ne sarei troppo sicura.» 
Si lasciavano andare volentieri a rivendicazioni di quel tipo, quando se ne ricordavano. 
«Quando faremo la rivoluzione...» «A morte i ricchi di merda...» «Ci sono leggi per i ricchi e leggi per i poveri, lo sanno tutti.» Pronunciavano queste frasi amabilmente, con quell’aria tronfia che la gente usa quando imita gli altri o quando si sente parte di un movimento popolare. 
David tornava tardi dal lavoro, ma c’erano giorni in cui non tornava affatto. Si fermava a Londra, a casa di un collega. Una sera, tuttavia, in cui era tornato presto, si trovò davanti una decina di ragazzotti seduti davanti al televisore con un tappeto di lattine di birra, scatole di un take-away cinese, carta oleata unta di patatine. 
«Avanti, pulite,» ingiunse loro. 
I ragazzi si alzarono lentamente per eseguire l’ordine. David era un uomo, il capofamiglia. Ben si mise al lavoro con gli altri. 
«E ora basta,» disse David. «Andatevene tutti a casa.» 
Uscirono a uno a uno e Ben li seguì, senza che Harriet e David facessero niente per fermarlo. 
Era molto tempo che non stavano più assieme, da soli. Forse settimane, pensò Harriet. David avrebbe voluto parlare, ma si trattenne, timoroso di alimentare la rabbia sorda che gli covava dentro. 
«Ti rendi conto di quello che sta succedendo?» le domandò infine, sedendosi davanti a un piatto che aveva riempito a casaccio di roba presa dal frigorifero. 
«Vuoi dire che ce li troveremo qui sempre più spesso?» 
«Certo. E proprio per questo che dovremmo vendere la casa.» 
«Sì, lo so,» disse lei in tono pacato, ma lui fraintese l’intonazione della sua risposta. 
«Per l’amor di Dio, Harriet, cosa aspetti ancora? Non capisci che è una pazzia?» 
«Mi hai frainteso. L’unica cosa che mi trattiene è che forse i ragazzi sarebbero contenti se la tenessimo.» 
«Non abbiamo più figli, Harriet. O meglio, io non ho più figli. Tu hai Ben.» 
Se fosse a casa più spesso, non direbbe così, pensò Harriet. «Forse c’è qualcosa che ti sfugge, David,» osservò. 
«E sarebbe?» 
«Ben se ne andrà. Prima o poi se ne andranno tutti e Ben li seguirà.» 
Lui valutò l’affermazione e valutò anche lei, mentre la scrutava masticando piano. Aveva l’aria molto stanca e sembrava più vecchio di quello che era. Gli si sarebbero dati tranquillamente sessant’anni, invece che i suoi cinquanta. Era un uomo spento, curvo, con i capelli grigi e uno sguardo affaticato, lo sguardo circospetto di chi s’aspetta guai. Ed era questa l’espressione con cui la stava guardando in quel momento. 
«E perché dovrebbero andarsene? Possono venire qui quando vogliono, 
mangiare a sbafo e fare quello che gli pare...» 
«Ma questo posto non è abbastanza eccitante per loro. Vuoi mettere Londra o qualche altra grande città? La settimana scorsa sono stati via cinque giorni.» 
«E tu credi che Ben andrà con loro?» 
«Certo.» 
«E tu non correrai a riprenderlo?» 
Lei non gli rispose. Era un colpo basso, ma forse David se ne accorse perché dopo qualche istante soggiunse: «Scusami, sono così stanco che non riesco più a controllarmi.» 
«Quando Ben non ci sarà più, potremo anche prenderci una vacanza. Cosa ne dici?» 
«Già, è un’idea.» Dal suo tono sembrava quasi che ci credesse, che se lo augurasse perfino. 
Più tardi, mentre se ne stavano a letto, sdraiati l’uno accanto all’altra senza sfiorarsi, passarono a parlare di un’eventuale visita alla scuola di Jane. E bisognava anche andare a trovare Paul alla sua scuola, dove era stata organizzata una giornata per i genitori. 
Erano soli nella grande stanza dove erano nati tutti i loro figli tranne Ben. Sopra di loro, il deserto degli altri piani e della mansarda. Sotto, il grande soggiorno e la cucina, anch’essi vuoti. Avevano chiuso a chiave la porta d’ingresso. Se Ben avesse deciso di tornare a casa, quella notte, avrebbe dovuto suonare. 
«Se Ben non vivesse più qui,» disse Harriet, «potremmo vendere la casa e acquistarne una più pratica. Una volta che lui se ne sarà andato forse i ragazzi verranno a trovarci più spesso.» 
Nessuna risposta. David si era già addormentato. 
Qualche giorno dopo, Ben e gli altri partirono per una nuova spedizione. Li vide in televisione, durante un servizio su alcuni disordini scoppiati nella parte nord di Londra, che si prevedevano particolarmente violenti. I ragazzi non erano tra quelli che gettavano sassi, pezzi di ferro, mattoni, ma se ne stavano raggruppati in un angolo, sogghignando e lanciando grida di incitamento ai dimostranti. 
Il giorno seguente tornarono, ma erano inquieti, troppo agitati per guardare la televisione, tanto che uscirono di nuovo subito dopo. L’indomani sui giornali comparve la notizia che era stato rapinato un piccolo ufficio postale. Il bottino non era un granché, circa quattrocento sterline. Il direttore era stato legato e imbavagliato e l’unica impiegata picchiata fino a perdere i sensi. 
Tornarono alle sette, quella sera. Erano tutti tronfi ed eccitati, tranne Ben. Quando la videro, si scambiarono delle occhiate complici, soddisfatti di condividere un segreto di cui lei non era a parte. Lei notò che estraevano di tasca dei rotoli di banconote, li accarezzavano con gusto e li rimettevano via. Se fosse stata un poliziotto, sarebbero bastati a insospettirla i loro volti eccitati, l’intensità della loro esaltazione. 
A differenza degli altri, Ben era calmo, imperturbabile come al solito, come se neanche avesse partecipato all’impresa. Eppure era stato presente ai disordini, l’aveva visto lei con i suoi stessi occhi. 
«Vi ho visto in televisione,» azzardò. «Eravate tutti ai Whitestone Estates.» «Sì che c’eravamo,» si vantò Billy. 
«Eravamo proprio noi,» confermò Derek, alzando i pollici in segno di vittoria, mentre Elvis la trafiggeva quasi con gli occhi. Anche altri, che al momento erano presenti pur senza far parte del gruppo, presero un’aria soddisfatta. 
Qualche giorno dopo lei osservò: «È ora che sappiate che abbiamo intenzione di vendere questa casa. Forse non subito, ma molto presto.» 
Mentre parlava, teneva gli occhi fissi su Ben, ma lui si girò a guardarla, assimilando lentamente la notizia e non fece alcun commento. 
«Così pensate di vendere?» le domandò Derek, più per gentilezza che per altro, almeno le parve. 
Attese invano che Ben dicesse qualcosa. Possibile che la sua identificazione con la banda fosse così totale da non fargli più ritenere sua quella casa? 
Approfittando di un momento in cui si era staccato dagli altri, gli disse: «Ben, se per qualche ragione non dovessi più trovarmi qui, potrai raggiungermi all’indirizzo che ora ti darò.» Mentre parlava, si immaginò che David la stesse guardando con aria ironica disapprovandola. «D’accordo,» disse tra sé al marito invisibile. «Però so che ti comporteresti allo stesso modo... È così che siamo fatti e non ci resta che accettarlo.» 
Ben prese il pezzetto di carta su cui lei aveva scritto il suo nome, Harriet Lovatt, presso Molly e Frederick Burke, seguito dall’indirizzo di Oxford. La scelta le dava un certo piacere sadico. Ma poi trovò il pezzo di carta abbandonato sul pavimento della stanza di Ben e decise di lasciar perdere. 
Venne la primavera, poi l’estate e il gruppo si fece vedere sempre meno, sparendo certe volte per giorni interi. Derek aveva comprato una motocicletta. 
Ora, quando Harriet veniva a sapere che c’era stata una rapina, un’aggressione o uno stupro, ne attribuiva a loro la responsabilità, pur temendo a volte di essere ingiusta. Non si poteva certo accusarli di tutto quello che succedeva! Comunque, non vedeva l’ora che se ne andassero per sempre. Aveva una gran voglia di cambiare, di iniziare una nuova vita. Non ne poteva più di quella casa disgraziata e di tutti i pensieri che le suscitava. 
Ma loro continuavano a venire, inesorabili. Entravano in processione, come se non fossero mai partiti, senza dire dov’erano stati, e si sedevano davanti alla televisione, a volte in quattro o cinque, altre in più di dieci. Avevano smesso di saccheggiare il frigorifero, anche perché era quasi sempre vuoto, ma portavano enormi quantità di cibo dei paesi più diversi: pizze e quiches, piatti indiani e cinesi, pita ripiene di insalata, taco, tortilla, chili con carne, torte salate, dolci e panini. Tutto l’opposto dei ragazzini inglesi di stampo tradizionale, che non mangiavano nulla che non fosse stato già collaudato in famiglia! A loro, invece, sembrava che non importasse niente di quello che mandavano giù, purché fosse abbondante e potessero lasciare in giro croste, briciole e cartacce senza che nessuno li obbligasse a raccoglierle. 
Era Harriet a rimettere a posto e ogni volta pensava, non andrà avanti ancora per molto. 
Poi si sedeva da sola al grande tavolo di cucina, con loro dall’altra parte del muretto e il rumore della televisione che faceva da sfondo alle voci alte, chiassose e rauche, le voci di una tribù diversa, isolata, ostile. 
La grandezza del tavolo la consolava. Era stato scartato da un macellaio e, quando l’avevano comprato, il piano era apparso scabro, segnato da numerose ferite. Poi l’avevano piallato, finché non era emerso il colore caldo e cremoso degli strati sottostanti. L’avevano tirato a cera. Da allora un’infinità di mani, di dita, di maniche, di avambracci nudi nei mesi estivi, di guance di bambini addormentati in grembo agli adulti, di piedini grassocci, quando un piccolo ai suoi primi passi veniva messo a camminarci sopra tra gli applausi generali, insomma, la pressione e il contatto esercitati nel corso di vent’anni avevano conferito al vasto piano – un pezzo unico ricavato molto tempo prima da una quercia gigantesca – una superficie serica e luccicante, così liscia che le dita vi scivolavano sopra. Sotto la prima pelle si nascondevano i nodi e le spirali che lei ben conosceva. Ma anche questa pelle aveva le sue cicatrici. Ecco un semicerchio scuro nel punto in cui Dorothy aveva appoggiato una pentola troppo calda per poi sollevarla subito con un brusco gesto d’ira nei suoi stessi confronti. Poi un segno nero, come una frustata, alle cui origini era impossibile risalire. Se si guardava il tavolo da una certa angolatura, si notavano delle zone fitte di piccole ammaccature, dove erano stati sistemati i sostegni per impedire che il calore delle pentole potesse danneggiare la preziosa superficie. 
Protendendosi in avanti, si vide riflessa nel piano luccicante: un’immagine confusa, ma al tempo stesso abbastanza chiara da indurla a ritrarsi in fretta. Come David, anche lei sembrava vecchia. Nessuno avrebbe detto che avesse solo quarantacinque anni. Ma il suo non era il solito invecchiamento, fatto di capelli grigi e pelle stanca: era come se da lei fosse colato via un liquido invisibile, un ingrediente di cui nessuno sospettava l’esistenza, uno strato di sostanza immateriale. 
Tornando ad appoggiarsi allo schienale, da dove non poteva più vedere il suo riflesso, si lasciò andare al ricordo di tutte le volte in cui quel tavolo era stato apparecchiato per feste e riunioni... per la vita di famiglia. Ricreò le scene di venti, quindici, dodici, dieci anni prima, le varie fasi dei Lovatt, prima David e lei, ingenui e coraggiosi, con Dorothy, i genitori di lui e le sue sorelle... poi i bambini... e altri bambini... venti persone, trenta, raccolte attorno alla superficie lustra, che ne rimandava l’immagine... altri tavoli aggiunti alle due estremità con delle assi sui cavalletti per allargare il piano... vide il tavolo che si allungava e si allargava e i visi che si affollavano attorno, visi sorridenti, perché quel sogno non lasciava spazio alle critiche o al disaccordo. E i neonati... i bambini... sentì le risate dei piccoli, le loro voci e a un tratto la distesa luccicante del tavolo parve oscurarsi ed ecco Ben, l’alieno, il distruttore. Voltò piano la testa, come temendo di risvegliare in lui qualche senso rimosso che, ne era certa, possedeva e lo vide là, seduto in poltrona. Se ne stava discosto dagli altri, come sempre, e come sempre teneva gli occhi su di loro, attento. Occhi freddi? Così li aveva sempre giudicati, ma cosa vedevano davvero? O non erano forse pensierosi? Guardandolo si sarebbe detto che stesse davvero pensando, che stesse captando una serie di informazioni da ciò che lo circondava per riorganizzarle. In base a quale schema, né lei né nessuno era in grado di dirlo. 
Rispetto ai suoi amici, così rozzi e approssimativi, lui era maturo. Finito. Completo. Ebbe l’impressione di scorgere attraverso di lui una razza che aveva raggiunto il suo culmine migliaia e migliaia di anni prima che la civiltà facesse la sua apparizione. Forse la gente di Ben aveva abitato in caverne sotterranee mentre i ghiacci avvolgevano la terra, cibandosi di pesci pescati nei neri fiumi che si facevano strada nelle viscere del pianeta o sbucando di soppiatto oltre la gelida coltre nevosa per stanare un orso o un uccello o forse anche qualche essere umano, qualcuno dei primi antenati di Harriet. E forse quella gente aveva stuprato le femmine dei primi uomini, dando origine così a nuove razze che si erano sviluppate ed estinte, ma il cui seme era rimasto impresso nella matrice della stirpe per ricomparire qua e là, di tanto in tanto, come nel caso di Ben. (E se i geni di Ben si fossero già riprodotti in qualche feto che lottava per venire al mondo?) 
Chissà se si accorgeva di essere guardato, come ogni altro essere umano? A volte le ricambiava lo sguardo, non capitava spesso, ma qualche volta i loro occhi si incontravano. E Harriet metteva nel suo sguardo tutti i suoi dubbi, le domande, il suo bisogno, il cocente desiderio di saperne di più su di lui, su quell’essere che aveva messo al mondo portandolo in grembo per otto mesi a costo di morirne. Ma lui non percepiva tutto questo e distoglieva lo sguardo con indifferenza per tornare a posarlo sulle facce dei compagni, dei suoi seguaci. 
E cosa vedeva? 
Chissà se si ricordava che proprio lei, sua madre per quello che la parola poteva significare – era andata a scovarlo in quel posto e se l’era portato a casa... Che l’aveva trovato ridotto da far pietà, chiuso in una camicia di forza e mezzo morto. Sapeva che a causa del suo ritorno la casa si era vuotata e tutti se n’erano andati, lasciandola sola? 
E avanti, avanti, avanti: se l’avessi lasciato morire, tutti noi, tanti che siamo, saremmo stati felici, ma non potevo farlo e allora... 
Che ne sarebbe stato di lui, ora? Doveva già conoscere gli edifici cadenti, gli antri, le spelonche e i rifugi delle grandi città dove vivevano quelli che non riuscivano a trovare posto nelle case normali. Non poteva essere altrimenti, sennò dove aveva trovato riparo quando per giorni o settimane era rimasto lontano da casa? Se avesse continuato a mescolarsi alla folla e soprattutto a quella parte di essa che, a caccia di emozioni, era sempre presente dove c’erano disordini o manifestazioni, la polizia avrebbe finito per notarlo. E con lui i suoi amici. Non era uno che passasse facilmente inosservato... ma perché si preoccupava tanto? Nessuno che occupasse un posto di qualche importanza aveva mai accettato di considerare Ben per quello che era. Quando l’aveva visto alla televisione, vestito con una giacca dal colletto rialzato e con una sciarpa, le era sembrato il fratello minore di uno qualsiasi del gruppo, di Derek, di Billy, di Elvis. Un adolescente tarchiato, tutto lì. Si era forse vestito per camuffarsi? Significava dunque che era consapevole del suo aspetto? Già, chissà come si vedeva... 
E chissà se gli altri si sarebbero rifiutati in eterno di riconoscerlo per quello che era. 
Certo, ad ammettere la verità non sarebbe mai stata una persona con una carica pubblica, che in questo caso avrebbe dovuto assumersi le proprie responsabilità. Non c’era stato un insegnante, un medico o uno specialista che fosse riuscito a dire come stavano le cose, né l’avrebbe mai fatto un poliziotto o un assistente sociale. Ma se un giorno qualcuno con un grande interesse per la condizione umana, magari un antropologo, fosse riuscito davvero a vedere Ben com’era, incontrandolo per la strada con i compagni o nell’aula di un tribunale, e avesse proclamato la verità, avesse ammesso la sua stranezza? E allora? Era possibile che al giorno d’oggi Ben finisse sacrificato alla scienza? E cosa gli avrebbero fatto? L’avrebbero sezionato per esaminare quelle sue ossa grosse come clave o gli occhi? Avrebbero cercato di scoprire perché parlasse in quel modo, così goffo e impastato? 
Se questo non fosse successo – e lei in base alla sua esperienza ne dubitava – le previsioni erano ancora peggiori. La banda avrebbe continuato a vivere di furti e prima o poi sarebbe stata arrestata. E Ben con gli altri. Trovandosi in mano alla polizia si sarebbe ribellato, lottando e urlando, cieco di rabbia, costringendoli a riempirlo di sedativi per tenerlo tranquillo e in breve sarebbe ritornato a essere quello che era quando lei l’aveva trovato, quasi agonizzante, nella stretta del suo sudario pallido e molle come una lumaca gigantesca. 
Chissà, forse sarebbe anche riuscito a sfuggire alla cattura. Magari era abbastanza in gamba da farcela. I suoi compagni no, ne era sicura, l’eccitazione, quella loro esaltazione li avrebbe traditi. 
Harriet se ne stava lì seduta tranquilla, con il rumore della televisione e il suono delle loro voci che venivano dall’altra stanza, lanciando di tanto in tanto un’occhiata fugace a Ben e domandandosi quando se ne sarebbero andati per sempre, senza sapere che si trattava di una partenza definitiva. 
E perché avrebbero dovuto fermarsi in Inghilterra? Non era poi impossibile sparire in qualche altra metropoli, unirsi agli emarginati, vivere di espedienti. Forse molto presto nella nuova casa in cui sarebbe andata a vivere da sola con David, guardando alla televisione immagini da Berlino, da Madrid, da Los Angeles o da Buenos Aires, avrebbe visto Ben, un po’ discosto dalla folla, che fissava l’obiettivo con i suoi occhi da gnomo o che frugava tra i visi dei presenti in cerca di uno che gli assomigliasse.