lunedì 20 aprile 2020


NESSUNO SCRIVE AL COLONNELLO 
Gabriel García Márquez

(El coronel no tien quien le escriba, 1958)
Traduzione di Enrico Cicogna

Introduzione

Nessuno scrive al colonnello è considerato la prova più riuscita ed equilibrata, più completa ed esatta del primo periodo dell'attività letteraria di García Márquez. Per ritmo e misura, per densità e asciuttezza di stile.
In Nessuno scrive al colonnello lo scrittore colombiano ha narrato una storia che, tradotta in fabula, mi sembra poco definire patetica: un vecchio colonnello attende da quindici anni la pensione per una ormai dimenticata guerra civile, alla quale ha partecipato degnamente, anche come tesoriere; ogni venerdì si reca ad aspettare la posta che arriva con una lancia, al porto, dalla lontana capitale; nel frattempo, vive una vita di stenti e di privazioni, accanto a una moglie, vecchia come lui, malata d'asma, e solo un po' meno illusa e sognatrice di lui; possiede un gallo da combattimento, a cui sacrifica tutto, persino i magri pasti, pure in questo caso in attesa di un improbabile guadagno per future scommesse e vittorie; coltiva, infine, con la moglie, il ricordo d'un figlio ucciso dalla polizia per motivi politici nel recinto dei galli.
Ma tutto il patetico effettivo o apparente della storia viene superato e assorbito in due modi. In primo luogo, grazie a un umorismo di situazione, che attenua o addirittura annulla tutti i dati naturalistici della vicenda, e grazie a un dialogo di luoghi comuni rovesciati, di cui il colonnello si serve abilmente per rispondere ai colpi di buon senso della moglie ("Questo è il miracolo della moltiplicazione dei pani"; "L'unione fa la forza"; "Chi ha aspettato tanto può aspettare ancora"; ecc.). In secondo luogo, caricando il personaggio del colonnello di una eroicità semplice e solenne, che si risolve in una scienza del vivere più forte delle sue stesse ossessioni: così la sua attesa sfuma nel simbolo, o nella proliferazione di simboli, quali il gallo, la posta, la fame, il rifiuto, la non rassegnazione, il vivere nonostante tutto. Già, a proposito del gallo, Cesare Segre, nel suo saggio su García Márquez, aveva notato: "Il gallo è un simbolo bivalente. Esso materializza le speranze del colonnello, ma nel contempo è il relitto di una precedente e maggiore tragedia: l'uccisione del figlio del colonnello, che ha allevato con passione l'animale, da parte della polizia. Così attraverso il gallo passa un legame di solidarietà col popolo conculcato, la vittoria del gallo potrebbe essere l'unica possibile rivalsa dei vinti, oltre che del colonnello ridotto alla fame: una rivalsa che, si prevede, non ci sarà". Non va infatti dimenticato che tutto il racconto si muove tra i termini contrapposti di solitudine (la solitudine divenuta secolare nel titolo del libro più famoso) e solidarietà: entro i quali si compendia la visione dello scrittore, ancorato a una scelta di campo politica ben precisa che scandisce e inquadra la narrazione (i ricordi del passato rivoluzionario, la censura, lo stato d'assedio, lo scambio di notizie e volantini, ecc). Il testo ci fornisce, su questo punto, due spie assai evidenti, affidate entrambe ad affermazioni del colonnello: la prima, quando egli asserisce, perentorio, "Non sono solo"; e la seconda, quando risponde alla moglie che "l'illusione non si mangia, ma alimenta".
Dario Puccini
Nota-bibliografica
Gabriel García Márquez è nato il 6 marzo 1928 ad Aracataca. Aracataca è un piccolo centro periferico della costa della Colombia e fa parte di quella vasta regione tropicale che si è soliti designare con il nome di Caribe o Caraibi. Quel grosso paese, oggi povero e dimenticato, possiede tutti i lineamenti e i caratteri che lo scrittore poi concentrerà nel paese immaginario di Macondo: caldo spesso soffocante; stagione di piogge torrenziali, o brevi o lunghissime; un passato di guerre civili e violenze; una passeggera prosperità all'epoca dell'espansione della coltura delle banane; abitanti fantasiosi e bizzarri; ecc.
Ad Aracataca García Márquez ha trascorso l'infanzia, per qualche tempo solo nella casa avita con i nonni materni, il colonnello Nicolás Márquez Iguarán e sua moglie (nonché cugina) Tranquilina Iguarán Cotes. Proprio nel 1928 ci fu nella costa lo sciopero dei bananieri, represso nel sangue dall'esercito: un ricordo indelebile per tutti gli abitanti di quelle zone.
Nel 1936 i genitori di Gabriel si trasferirono a Sucre e lo mandarono a studiare prima a Barranquilla, poi a Zipaquirá. Nel 1947, terminata la scuola media, egli si recò a Bogota per seguire gli studi di giurisprudenza. Non fu studente assiduo e disciplinato, e ben presto si orientò verso la carriera giornalistica, sua prima vocazione reale. Nel 1948, anno in cui venne assassinato Jorge Eliecer Galán, ministro liberale e candidato alla presidenza della repubblica, ed ebbe inizio quel periodo funesto che prese il nome di "epoca della violenza", García Márquez cominciò a lavorare presso «El Universal» di Cartagena, dove tenne una rubrica intitolata "Punto y aparte" (Punto e a capo). Nel 1950 passò a «El Heraldo» di Barranquilla, e qui conobbe ed entrò a far parte di un gruppo letterario che doveva avere grande peso sulla sua formazione di scrittore. Infine, nel 1954, già autore di alcuni racconti certamente originali, fu chiamato nella redazione de «El espectador», giornale di Bogotá. Su questo giornale scrisse, nel 1955, quel reportage sul naufragio del marinaio Velasco, che fu poi pubblicato in volume col titolo Racconto di un naufrago (1970; ed. it., Roma, Editori Riuniti, 1976).
Un po' a causa dello scandalo politico provocato dal reportage, un po' per le peggiorate condizioni politiche e sociali della Colombia, caduta sotto la dittatura di Rojas Pinilla, fatto è che García Márquez decise di emigrare in Europa come corrispondente dello stesso giornale. Trascorse alcuni mesi a Roma presso il Centro Sperimentale di Cinematografia come allievo regista, poi si trasferisce a Parigi, dove, per via della chiusura di «El espectador» da parte del dittatore, soffre gli stenti e la fame. Ma è qui che nasce prepotente la vocazione letteraria di Márquez: già egli aveva pubblicato Foglie morte (La hojarasca) a Bogotá, nel 1955. Ora pubblica il lungo racconto Nessuno scrive al colonnello (El coronel no tiene quien le esciba), 1955 (ed. it., Milano, Feltrinelli, 1969).
La vittoria della rivoluzione cubana lo trova a Caracas, dove prosegue il lavoro di giornalista. Visita Cuba e diventa corrispondente da Bogotá dell'agenzia «Prensa Latina». Nel Messico, dove si ferma alcuni anni, lavora anche per il cinema, come soggettista e sceneggiatore, e pubblica i racconti riuniti sotto il titolo Los funerales de la Mamá Grande (1962) e vince un premio letterario con il romanzo La mala hora (1962; ed. it., Milano, Feltrinelli, 1970). E finalmente, nel 1967, pubblica il suo romanzo più celebre e importante, Cien años de soledad (Cent'anni di solitudine, ed. it., Milano, Feltrinelli, 1968). Dal 1967 al 1975 García Márquez si ferma a vivere a Barcellona, in Spagna, dove consolida la sua fama mondiale e dove stampa, nel 1972, i racconti riuniti sotto il titolo del più lungo di essi, La increible y triste historta de la cándida Eréndira y de su abuela desalmada (L'incredibile e triste storia della candida Eréndira e di sua nonna snaturata, ed. it., Milano, Feltrinelli, 1973) e, nel 1975, El otoño del patriarca (L'autunno del patriarca, ed. it., idem, 1975), storia allucinante di un dittatore mitico.
Nel 1975 torna in Messico, dove ora risiede in forma stabile. Riprende anche il lavoro di giornalista, con grossi servizi sull'Angola e sulla lotta politica in Argentina, pubblicati in Italia dall'«Espresso». Infine, dà alle stampe il romanzo breve, Crónica de una muerte anunciada (Cronaca di una morte annunciata, 1981, ed. it., Milano, Mondadori, 1982).
Grazie alla vasta fortuna internazionale, ottenuta soprattutto con la maggiore delle sue opere, si sono recentemente moltiplicate le edizioni dei suoi libri precedenti, mentre vengono riuniti in volume tutti i suoi racconti (1975), e persino si ristampano in libro le sue vecchie rubriche giornalistiche, in Obra periodistica - di cui sono usciti per ora i primi due volumi, cioè Textos costeños, dell'epoca 1948-1952 (Barcellona, Bruguera, 1981) e Entre cachacos, degli anni 1954-1955 (idem, 1982) - come già era in parte avvenuto per i servizi di Cuando era feliz e indocumentado (1973; ed. it., Un giornalista felice e sconosciuto, Milano, Feltrinelli, 1974).
Molto vasta è la bibliografia su Gabriel García Márquez. Tra i libri più considerevoli usciti in lingua spagnola citiamo quello dello scrittore Mario Vargas Llosa, G.M.: historia de un deicidio (Barcellona, Sei Barral, 1971); tra quelli usciti in Italia, il saggio di Cesare Segre su I segni e la critica, Torino, Einaudi, 1969, e i volumi di Elena Clementelli, G.M., Firenze, "Il Castoro", 1974, di vari autori in Materiali critici: G.G.M., a cura di P.L. Crovetto, Genova, Tilgher, 1979 e quello di Roberto Paoli, Invito alla lettura di G.M., Milano, Mursia, 1981.
(a cura di D. P.) 

Nessuno scrive al colonnello
1
Il colonnello aprì il barattolo del caffè e si accorse che ne era rimasto appena un cucchiaino. Tolse il pentolino dal focolare, rovesciò metà dell'acqua sul pavimento di terra battuta, e con un coltello raschiò l'interno del barattolo sul pentolino finché si distaccarono gli ultimi rimasugli di polvere di caffè misti a ruggine di latta.
Mentre aspettava che l'infusione bollisse, seduto vicino al focolare di mattoni in un atteggiamento di fiduciosa e innocente attesa, il colonnello provò la sensazione che nelle sue viscere nascessero funghi e muffosità velenose. Era ottobre. Una mattina difficile da cavar fuori, anche per un uomo come lui che era sopravvissuto a tante mattine come quella. Per cinquantasei anni — da quando era finita l'ultima guerra civile — il colonnello non aveva fatto altro che aspettare. Ottobre era una delle poche cose che arrivavano.
Sua moglie alzò la zanzariera quando lo vide entrare nella stanza col caffè. Quella notte aveva sofferto una crisi di asma e ora era prostrata in uno stato di sopore. Ma si sollevò per prendere la tazza.
"E tu," disse.
"L'ho già preso," mentì il colonnello. "Ne era rimasta ancora una cucchiaiata grande."
In quel momento cominciarono i rintocchi. Il colonnello si era dimenticato del funerale. Mentre sua moglie beveva il caffè, staccò l'amaca da un'estremità e l'arrotolò nell'altra, dietro la porta. La donna pensò al morto.
"È nato nel 1922," disse. "Esattamente un mese dopo nostro figlio. Il sette aprile."
Continuò a bere il caffè nelle pause della sua respirazione rantolosa. Era una donna costruita soltanto di cartilagini bianche su una spina dorsale inarcata e inflessibile. I disturbi respiratori la costringevano a far domande affermando. Quando finì il caffè stava ancora pensando al morto.
"Deve essere orribile essere sepolto in ottobre," disse. Ma suo marito non le fece caso. Aprì la finestra. Ottobre si era insediato nel patio. Osservando la vegetazione che prorompeva in verdi intensi, le minuscole cupole dei vermi nel fango, il colonnello sentì di nuovo il mese funesto negli intestini.
"Ho le ossa umide," disse.
"È l'inverno," ribatté la donna. "Da quando è cominciato a piovere ti sto dicendo di dormire senza toglierti le calze."
"È da una settimana che dormo con le calze."
Pioveva adagio ma ininterrottamente. Il colonnello avrebbe preferito avvolgersi in una coperta di lana e rimettersi nell'amaca. Ma l'insistenza delle campane fesse gli ricordò il funerale. "È ottobre," mormorò, e si mosse verso il centro della stanza. Soltanto allora si ricordò del gallo legato al piede del letto. Era un gallo da combattimento.
Dopo aver portato la tazza in cucina andò nel salotto a caricare una pendola in cornice di legno intagliato. A differenza della stanza da letto, troppo angusta per la respirazione di una asmatica, il salotto era ampio, con quattro sedie a dondolo di vimini attorno a un tavolino con un tappeto e un gatto di gesso. Sulla parete opposta a quella dell'orologio, c'era il quadro di una donna avvolta in veli, circondata da amorini in una barca carica di rose.
Erano le sette e venti quando terminò di caricare l'orologio. Poi portò il gallo in cucina, lo legò a un sostegno del focolare, cambiò l'acqua alla bacinella e vi mise vicino un pugno di granturco. Un gruppo di bambini entrò dallo steccato sconnesso. Si sedettero intorno al gallo, a contemplarlo in silenzio.
"Smettetela di guardare quell'animale," disse il colonnello. "I galli si sciupano, a furia di guardarli."
I bambini non si scomposero. Uno di loro attaccò sull'armonica gli accordi di una canzone di moda. "Oggi non si suona," gli disse il colonnello. "C'è un morto in paese." Il bambino si infilò lo strumento nella tasca dei pantaloni e il colonnello andò nella stanza a vestirsi per il funerale.
Il vestito bianco non era stirato a causa dell'asma della donna. Di modo che il colonnello dovette decidersi per il vecchio vestito di panno nero che dopo il suo matrimonio usava soltanto in speciali occasioni. Gli costò fatica trovarlo in fondo al baule, avvolto nei giornali e preservato contro le tarme con palline di naftalina. Rigida sul letto la donna continuava a pensare al morto.
"Deve aver già incontrato Agustín," disse. "Può darsi che non gli racconti la situazione in cui ci siamo trovati dopo la sua morte."
"A quest'ora staranno discutendo di galli," disse il colonnello.
Trovò nel baule un ombrello enorme e antico. Lo aveva vinto la donna a una tombola politica destinata a raccogliere fondi per il partito del colonnello. Quella stessa sera avevano assistito a uno spettacolo all'aperto che non era stato interrotto malgrado la pioggia. Il colonnello, sua moglie e suo figlio Agustín — che allora aveva otto anni — avevano assistito allo spettacolo fino alla fine, seduti sotto l'ombrello. Ora Agustín era morto e la fodera di raso lucido era stata distrutta dalle tarme.
"Guarda che cosa è rimasto del nostro ombrello da pagliaccio di circo," disse il colonnello con una sua antica frase. Spalancò sul capo un misterioso sistema di stecche metalliche. "Ora serve soltanto per contare le stelle."
Sorrise. Ma la donna non si prese la briga di guardare l'ombrello. "Tutto è così," mormorò. "Stiamo marcendo vivi." E chiuse gli occhi per pensare più intensamente al morto.
Dopo essersi fatto la barba a tastoni — dato che lo specchio mancava da molto tempo — il colonnello si vestì in silenzio. I pantaloni, attillati alle cosce quasi quanto le mutande lunghe, chiusi alle caviglie con fettucce scorrevoli, si sostenevano alla vita con due linguette dello stesso panno che passavano tra due fibbie dorate cucite all'altezza delle reni. Non usava cintura. La camicia color cartone antico, dura come cartone, si chiudeva con un bottone di rame che serviva al tempo stesso per allacciare il colletto inamidato. Ma il colletto inamidato era rotto e così il colonnello rinunciò alla cravatta.
Faceva ogni cosa come se fosse un'azione trascendentale. Le ossa delle sue mani erano foderate di cute lucida e tesa, coperta di chiazze brune come la pelle del collo. Prima di infilarsi gli stivaletti di vernice grattò via il fango incrostato nelle cuciture. Sua moglie lo vide in quell'istante, vestito come il giorno del suo matrimonio. Soltanto allora si accorse come era invecchiato suo marito.
"Ti sei messo come per un avvenimento," disse.
"Questo funerale è un avvenimento," disse il colonnello. "È il primo morto di morte naturale da molti anni a questa parte."
Smise di piovere dopo le nove. Il colonnello stava per uscire quando sua moglie lo tirò per la manica della giacca.
"Pettinati," disse.
Cercò di dominare con un pettine di corno le setole color acciaio. Ma fu uno sforzo inutile.
"Devo sembrare un pappagallo," disse.
La moglie lo esaminò. Pensò di no. Il colonnello non sembrava un pappagallo. Era un uomo arido, con ossa solide articolate a bulloni e cacciavite. Considerata la vivacità dei suoi occhi non sembrava conservato nella formaldeide.
"Così stai bene," ammise la donna, e aggiunse mentre suo marito stava uscendo:
"Chiedi al dottore se in questa casa c'è troppo sole, secondo lui."
Abitavano in fondo al paese, in una casa col tetto di palma con muri di calce stonacata. L'aria era ancora umida, ma non pioveva. Il colonnello scese verso la piazza lungo un vicolo di case addossate l'una all'altra. Quando imboccò la strada principale rabbrividì. Fin dove giungeva il suo sguardo il paese era tappezzato di fiori. Sedute sulla soglia delle case le donne in nero aspettavano il funerale.
In piazza cominciò di nuovo a piovigginare. Il proprietario della sala da biliardo vide il colonnello dalla porta del suo locale e gli gridò spalancando le braccia:
"Colonnello, aspetti e le presto un ombrello." Il colonnello rispose senza girare la testa.
"Grazie, va bene così."
Il funerale non era ancora uscito. Gli uomini — vestiti di bianco con cravatta nera — chiacchieravano sulla porta sotto gli ombrelli. Uno di loro scorse il colonnello che saltava sulle pozzanghere della piazza.
"Si ripari qui, compare," gridò.
Fece posto sotto l'ombrello.
"Grazie, compare," disse il colonnello.
Ma non accettò l'invito. Entrò subito nella casa per le condoglianze alla madre del morto. La prima cosa che sentì fu l'odore di molti fiori diversi. Poi cominciò il caldo. Il colonnello cercò di farsi strada tra la folla che stipava la camera da letto. Ma qualcuno gli mise una mano sulla spalla, lo spinse in fondo alla stanza lungo una galleria di visi perplessi fino al luogo dove si trovavano — profonde e dilatate — le fosse nasali del morto.
Lì c'era la madre, che scacciava mosche dal feretro con un ventaglio di palme intrecciate. Altre donne vestite di nero contemplavano il cadavere con la stessa espressione con la quale si guarda la corrente di un fiume. Improvvisamente sorse una voce in fondo alla stanza. Il colonnello spinse da parte una donna, si trovò davanti il profilo della madre del morto e le mise una mano sulla spalla. Strinse i denti.
"Le mie sentite condoglianze," disse.
La donna non girò il capo. Aprì la bocca ed emise un ululato. Il colonnello sussultò. Si sentì spinto contro il cadavere da una massa deforme che proruppe in un vibrante urlio. Cercò una presa con le mani ma non trovò il muro. Trovò invece altri corpi. Qualcuno disse vicino alla sua orecchia, adagio, con voce assai delicata: "Piano, colonnello." Girò la testa e si trovò davanti il morto. Ma non lo riconobbe perché era duro e dinamico e sembrava sconcertato quanto lui, avvolto in panni bianchi e con la cornetta tra le mani. Quando alzò la testa per boccheggiare al di sopra delle grida vide la cassa chiusa sballottata verso la porta, sotto un dirupo di fiori che si sminuzzavano contro le pareti. Sudò. Gli dolevano le articolazioni. Un momento dopo capì di trovarsi in strada perché la pioggia gli ferì le palpebre e qualcuno lo afferrò per il braccio e gli disse:
"In fretta, compare, la stavo aspettando."
Era don Sabas, il padrino di suo figlio morto, l'unico dirigente del suo partito che era sfuggito alla persecuzione politica e che continuava a vivere nel paese. "Grazie, compare," disse il colonnello, e camminò in silenzio sotto il paracqua. La banda attaccò la marcia funebre. Il colonnello sentì che mancava un ottone e per la prima volta ebbe la certezza che il morto era morto.
"Poveraccio," mormorò.
Don Sabas si schiarì la gola. Teneva l'ombrello con la mano sinistra, col manico quasi all'altezza della testa perché era più basso del colonnello. Gli uomini cominciarono a chiacchierare quando il corteo lasciò la piazza. 
Don Sabas rivolse allora verso il colonnello il suo viso desolato e disse:
"Compare, come va il gallo?"
"Il gallo va bene," rispose il colonnello.
In quel momento si udì un grido:
"Dove state andando con quel morto?"
Il colonnello alzò lo sguardo. Vide l'alcalde affacciato al balcone della caserma in atteggiamento discorsivo. Era in mutande e maglia, con la barba lunga sulla gota gonfia. La banda interruppe la marcia funebre. Un momento dopo il colonnello riconobbe la voce di padre Angel che scambiava urli con l'alcalde. Decifrò il dialogo attraverso il crepitio della pioggia sugli ombrelli.
"E allora?" chiese don Sabas.
"Allora niente," rispose il colonnello. "È che il funerale non può passare davanti alla caserma della polizia."
"Me n'ero dimenticato," esclamò don Sabas. "Dimentico sempre che siamo in stato d'assedio."
"Ma questa non è una rivolta," disse il colonnello. "È un povero musicista morto."
Il corteo cambiò direzione. Nei quartieri bassi le donne lo videro passare mordendosi le unghie in silenzio. Ma subito dopo uscirono in mezzo alla strada e lanciarono grida di lode, di gratitudine e di commiato, come se credessero che il morto le sentisse dentro il feretro. Nel cimitero il colonnello si sentì male. Quando don Sabas lo spinse contro il muro per lasciar passare gli uomini che trasportavano il morto, girò il viso sorridente verso di lui, ma cozzò con un volto duro.
"Cosa le succede, compare?" chiese. Il colonnello sospirò.
"È ottobre, compare."
Tornarono dalla stessa strada. Non pioveva più. Il cielo si fece profondo, di un azzurro intenso. "Non piove già più," pensò il colonnello, e si sentì meglio, ma continuò a camminare assorto. Don Sabas lo interruppe.
"Compare, si faccia visitare dal dottore."
"Non sono malato," disse il colonnello. "È che in ottobre sento come se avessi delle bestie nelle budella."
"Ah," fece don Sabas. E si accomiatò sulla soglia della sua casa, un edificio nuovo, a due piani, con finestre di ferro battuto. Il colonnello si avviò verso la sua, impaziente di liberarsi del vestito da cerimonia. Tornò a uscire un momento dopo per comprare nel negozio all'angolo un barattolo di caffè e mezza libbra di granturco per il gallo.
2
Il colonnello continuò a badare al gallo anche se il giovedì avrebbe preferito rimanere nell'amaca. Ci fu brutto tempo per parecchi giorni. Nel corso della settimana esplose la flora delle sue viscere. Passò diverse notti in bianco, tormentato dai sibili polmonari della asmatica. Ma l'ottobre concesse una tregua il venerdì pomeriggio. I compagni di Agustín — sarti, come lui, e fanatici del combattimento di galli — approfittarono dell'occasione per esaminare il gallo. Era in forma.
Il colonnello tornò nella stanza quando rimase in casa solo con sua moglie. La donna si era ripresa.
"Cosa dicono," chiese.
"Entusiasti," informò il colonnello. "Stanno tutti risparmiando per scommettere sul gallo."
"Non so che cosa ci trovino in quel gallo così brutto," disse la donna. "A me sembra un fenomeno: ha la testa molto piccola e le zampe troppo grosse."
"Loro dicono che è il migliore del Dipartimento," ribatté il colonnello. 
"Vale cinquanta pesos all'incirca."
Ebbe la certezza che quell'argomento giustificasse la sua decisione di conservare il gallo, eredità del figlio crivellato nove mesi prima nell'arena dei galli perché aveva distribuito notizie clandestine. "È una illusione che costa caro," disse la donna. "Quando finirà il granturco dovremo alimentarlo coi nostri fegati." Il colonnello pensò con calma prima di rispondere, mentre cercava nell'armadio i pantaloni di cotone.
"È questione di pochi mesi," disse. "Si sa già con certezza che ci saranno combattimenti in gennaio. Poi potremo venderlo a un prezzo migliore."
I pantaloni non erano stirati. La donna li ripassò sul focolare con due piastre di ferro scaldate a carbone.
"Perché hai fretta di uscire," chiese. La posta.
"Mi ero dimenticata che oggi è venerdì," disse la donna tornando nella stanca. Il colonnello era vestito ma senza i pantaloni. Lei gli guardò le scarpe.
"Ormai sono da buttare via," disse. "Mettiti gli stivaletti di vernice." Il colonnello si sentì sconsolato.
"Sembrano scarpe da orfano," protestò. "Ogni volta che me li metto mi pare di essere scappato da un asilo."
"Noi siamo orfani di nostro figlio," disse la donna.
Anche questa volta lo persuase. Il colonnello si diresse verso il porto prima che le lance si mettessero a fischiare. Stivaletti di vernice, pantaloni bianchi senza cintura e camicia senza colletto inamidato, chiusa in alto col bottone di rame. Osservò la manovra delle lance dal magazzino del siriano Moisés. I viaggiatori scesero scombussolati dopo un viaggio di otto ore senza cambiare posizione. Gli stessi di sempre: venditori ambulanti e la gente del paese che se ne era andata la settimana prima e tornava come al solito.
L'ultima era la lancia della posta. Il colonnello la guardò attraccare, con un'angosciosa inquietudine. Sul tetto, legato ai tubi del vapore e protetto da un'incerata, vide il sacco della posta. Quindici anni di attesa avevano acuito la sua percezione. Il gallo aveva acuito la sua ansia. Dal momento in cui l'impiegato postale salì sulla lancia, slegò il sacco e se lo buttò sulla spalla, il colonnello non lo perse di vista.
Lo seguì lungo la strada parallela al porto, un labirinto di negozi e di baracche con merci variopinte in mostra. Ogni volta che lo faceva, il colonnello provava un'ansietà assai diversa ma angustiosa quanto il terrore.
Il dottore aspettava i giornali nell'ufficio postale.
"Mia moglie mi ha detto di chiederle se per lei in casa nostra c'è troppo sole, dottore," disse il colonnello.
Era un medico giovane, col cranio coperto di riccioli lucidi. C'era qualcosa di incredibile nella perfezione del suo apparato dentale. Si interessò della salute della asmatica. Il colonnello propinò un'informazione dettagliata senza perdere d'occhio i movimenti dell'impiegato che ripartiva le lettere nelle caselle classificate. Il suo modo di fare indolente esasperava il colonnello.
Il dottore ricevette la corrispondenza col pacco dei giornali. Mise da parte i bollettini di propaganda scientifica. Poi lesse superficialmente le lettere personali. Nel frattempo, l'impiegato distribuì la posta tra i destinatari presenti. Il colonnello osservò la casella che portava l'iniziale del suo cognome. Una lettera aerea coi bordi azzurri aumentò la tensione dei suoi nervi.
Il medico ruppe la fascetta dei giornali. Lesse le notizie di rilievo mentre il colonnello — con gli occhi fissi sulla sua casella — aspettava che l'impiegato vi si avvicinasse. Ma non lo fece. Il medico interruppe la lettura dei giornali. Guardò il colonnello. Poi guardò l'impiegato seduto davanti all'apparecchio del telegrafo e poi di nuovo il colonnello.
"Andiamo," disse.
L'impiegato non alzò la testa.
"Niente per il colonnello," disse.
Il colonnello provò vergogna.
"Non aspettavo niente," mentì. Rivolse al medico uno sguardo del tutto infantile. "A me non scrive nessuno."
Tornarono in silenzio. Il medico concentrato nei giornali. Il colonnello col suo solito modo di camminare che sembrava quello di un uomo che ritorna sui suoi passi in cerca di una moneta perduta. Era un pomeriggio lucido. I mandorli della piazza perdevano le ultime foglie morte.
Cominciava a far sera quando arrivarono alla porta dell'ambulatorio.
"Che notizie ci sono?" chiese il colonnello.
Il medico gli diede qualche giornale.
"Non si sa," disse. "È difficile leggere tra le righe quello che la censura permette di pubblicare."
Il colonnello lesse i titoli. Notizie internazionali. In alto, a quattro colonne, una cronaca sulla nazionalizzazione del canale di Suez. La prima pagina era quasi completamente occupata dalle partecipazioni di un funerale.
"Non c'è speranza di elezioni," disse il colonnello.
"Non sia ingenuo, colonnello," disse il medico. "Noi siamo ormai troppo grandi per aspettare ancora il Messia."
Il colonnello fece per restituirgli i giornali ma il medico si oppose.
"Se li porti a casa," disse. "Li legge questa notte e domani me li restituisce."
Poco dopo le sette suonarono al campanile i rintocchi della censura cinematografica. Padre Angel usava quel sistema per rendere nota la classificazione morale della pellicola in conformità all'elenco valutativo che riceveva tutti i mesi per posta. La moglie del colonnello contò dieci rintocchi.
"Sconsigliata a tutti," disse. "È già quasi un anno che le pellicole sono sconsigliate a tutti."
Abbassò la zanzariera e mormorò: "Il mondo è corrotto." Ma il colonnello non fece alcun commento. Prima di coricarsi legò il gallo al piede del letto. Chiuse la casa e fumigò insetticida nella stanza. Poi mise la lampada per terra, attaccò l'amaca e si coricò per leggere i giornali.
Li lesse in ordine cronologico e dalla prima pagina fino all'ultima, incluse le inserzioni. Alle undici si udì la tromba del coprifuoco. Il colonnello terminò la lettura mezz'ora più tardi, aprì la porta del patio verso la notte impenetrabile, e orinò contro il puntello dello steccato, infastidito dalle zanzare. Quando tornò nella stanza, sua moglie era sveglia.
"Non dicono niente dei veterani," chiese.
"Niente," disse il colonnello. Spense la lampada prima di stendersi nell'amaca. "Prima per lo meno pubblicavano l'elenco dei nuovi pensionati. 
Ma saranno cinque anni che non dicono nulla."
Si mise a piovere dopo mezzanotte. Il colonnello conciliò il sonno ma si svegliò un attimo dopo, messo in agitazione dai suoi intestini. Sentì gocciare da qualche parte nella casa. Avvolto fino alla testa in una coperta di lana cercò di individuare nel buio il foro del tetto. Un filo di sudore gelato gli scivolò lungo la colonna vertebrale. Aveva la febbre. Si sentì galleggiare in cerchi concentrici in una cisterna di gelatina. Qualcuno parlò. Il colonnello rispose dalla sua branda di rivoluzionario.
"Con chi stai parlando," chiese la donna.
"Con l'inglese mascherato da tigre che è comparso nell'accampamento del colonnello Aureliano Buendía," rispose il colonnello. Si rigirò nell'amaca, bruciando nella febbre. "Era il duca di Marlborough."
Si risvegliò all'alba, sfinito. Al secondo rintocco della messa saltò dall'amaca e si ritrovò in una torbida realtà turbata dal canto del gallo. La testa gli continuava a girare in circoli concentrici. Provò nausea. Uscì nel patio e si avvicinò al gabinetto passando attraverso il minuzioso bisbiglio e gli oscuri odori dell'inverno. L'interno dello stanzino di legno col tetto di lamiera era rarefatto dai vapori ammoniacali dello scarico. Quando il colonnello alzò il coperchio, dal foro uscì un alito di mosche triangolari.
Era un falso allarme. Accoccolato sulla piattaforma di assi grezze provò la delusione dell'anelito frustrato. L'affanno fu sostituito da un sordo dolore al tubo digerente. "Non c'è dubbio," mormorò. "In ottobre mi succede sempre la stessa cosa." E assunse il suo atteggiamento di fiduciosa e innocente attesa finché si calmarono i funghi delle sue viscere. Allora tornò nella stanza per occuparsi del gallo.
"Questa notte stavi delirando di febbre," disse la donna.
Aveva cominciato a far ordine nella stanza, rimessa dopo una settimana di crisi. Il colonnello fece uno sforzo per ricordare.
"Non era febbre," mentì. "Era di nuovo il sogno delle ragnatele."
Come sempre succedeva, la donna era tutta eccitata dopo la crisi. Nel corso della mattinata mise sossopra la casa. Cambiò di posto ad ogni cosa, tranne all'orologio e al quadro della ninfa. Era così sottile ed elastica che quando passava con le sue pantofole di panno e il vestito nero completamente chiuso sembrava dotata della virtù di passare attraverso i muri. Ma prima di mezzogiorno aveva riacquistato la sua densità, il suo peso umano. In letto era un'inconsistenza. Ora, movendosi tra i vasi di felce e di begonie, la sua presenza straripava dalla casa. "Se fosse passato l'anno di Agustín mi metterei a cantare," disse, mentre mescolava nella pentola dove bollivano tagliate a pezzi tutte le cose da mangiare che la terra del tropico era in grado di produrre.
"Se hai voglia di cantare, canta," disse il colonnello. "Fa bene per la bile."
Il dottore venne dopo pranzo. Il colonnello e sua moglie bevevano il caffè in cucina quando il medico spinse la porta di strada e gridò:
"I malati sono morti."
Il colonnello si alzò per riceverlo.
"Proprio così, dottore," disse entrando in salotto. "Ho sempre detto che il suo orologio è regolato su quello degli avvoltoi."
La donna andò nella stanza a prepararsi per la visita. Il dottore rimase nel salotto col colonnello. Nonostante il caldo, il suo vestito di lino ingualcibile esalava un alito fresco. Quando la donna disse di essere pronta, il medico consegnò al colonnello tre fogli in una busta. Entrò nella stanza, dicendo: "È quello che non dicevano i giornali di ieri."
Il colonnello lo supponeva. Era una sintesi degli ultimi avvenimenti nazionali, stampata in ciclostile per la distribuzione clandestina. Rivelazioni sulla situazione della resistenza armata nell'interno del paese. Si sentì abbattuto. Dieci anni di informazioni clandestine non gli avevano insegnato che nessuna notizia era più sorprendente di quella del mese entrante. Aveva finito di leggere quando il dottore tornò in salotto.
"Questa paziente sta meglio di me," disse. "Con un'asma come quella io sarei pronto a vivere per cento anni."
Il colonnello gli rivolse uno sguardo cupo. Gli restituì la busta senza pronunciare parola, ma il medico la respinse.
"La faccia circolare," disse a bassa voce.
Il colonnello mise la busta nella tasca dei pantaloni. La donna uscì dalla stanza dicendo: "Un giorno di questi muoio e lei viene all'inferno con me, dottore." Il medico rispose in silenzio con lo stereotipato smalto dei suoi denti. Tirò una sedia vicino al tavolino e tolse dalla borsa qualche boccetta di campioni gratuiti. La donna passò al largo e andò in cucina.
"Aspetti e le scaldo il caffè."
"No, grazie," disse il medico. Scrisse la dose su un foglietto del ricettario. "Mi rifiuto decisamente di darle la possibilità di avvelenarmi."
La donna si mise a ridere dalla cucina. Quando terminò di scrivere, il dottore lesse le indicazioni ad alta voce perché era conscio che nessuno era in grado di decifrare la sua scrittura. Il colonnello cercò di stare attento. Tornando dalla cucina la donna scoprì nel suo viso i danni della notte precedente.
"Questa mattina ha avuto la febbre," disse, riferendosi a suo marito. "Ha continuato per due ore a dire stramberie sulla guerra civile." Il colonnello sussultò.
"Non era febbre," insistette, ricomponendosi. "E poi," disse, "il giorno in cui mi sentirò male non mi metto nelle mani di nessuno. Mi butto io stesso nel bidone della spazzatura."
Andò nella stanza a cercare i giornali.
"Grazie per il complimento," disse il medico.
Camminarono insieme verso la piazza. L'aria era asciutta. Il caldo cominciava a sciogliere l'asfalto delle strade. Quando il medico si accomiatò, il colonnello gli chiese a bassa voce, a denti stretti:
"Quanto le dobbiamo... dottore."
"Per ora niente," disse il medico, e gli diede un colpetto sulla schiena. 
"Le presenterò un conto salato non appena il gallo vincerà."
Il colonnello si diresse verso la sartoria per portare la lettera clandestina ai compagni di Agustín. Era il suo unico rifugio da quando i suoi compagni di partito erano stati uccisi o espulsi dal paese, e lui si era trasformato in un uomo solo senza altra occupazione che quella di aspettare la posta tutti i venerdì.
Il caldo del pomeriggio stimolò il dinamismo della donna. Seduta tra le begonie del patio, accanto a una scatola di roba inservibile, compì di nuovo l'eterno miracolo di creare indumenti nuovi dal nulla. Ricavò colletti dalle maniche e polsini di tela dalla schiena, e fece rammendi quadrati, perfetti, anche se con ritagli di differente colore. Una cicala stabilì il suo stridìo nel patio. Il sole maturò. Ma la donna non lo vide agonizzare sulle begonie. Alzò la testa solo verso sera quando il colonnello tornò a casa. Allora si strinse il collo con le due mani, fece scricchiolare le giunture; disse: "Ho il cervello teso come un palo."
"Lo hai sempre avuto così," disse il colonnello, ma poi osservò il corpo della donna interamente coperto di ritagli colorati. "Sembri un'ape operaia coperta di polline."
La donna sorrise e distese una camicia composta di stoffa di tre differenti colori, tranne il collo e i polsini che erano dello stesso colore. "A carnevale ti basterà togliere la giacca."
La interruppero i rintocchi delle sei. "L'angelo del signore annunciò a Maria," pregò ad alta voce, dirigendosi con la roba verso la stanza da letto. Il colonnello si intrattenne coi bambini che uscendo da scuola erano venuti a guardare il gallo. Poi si ricordò che non c'era più granturco per il giorno dopo ed entrò nella stanza da letto per chiedere soldi a sua moglie.
"Credo che ormai non rimangano che cinquanta centavos," disse la donna.
Teneva il denaro sotto la stuoia del letto, annodato nella punta di un fazzoletto. Era il ricavato della macchina per cucire di Agustín. Per nove mesi avevano consumato quel denaro a poco a poco, dividendolo tra i loro bisogni e quelli del gallo. Ora c'erano solo due monete da venti e una da dieci centavos.
"Compra una libbra di granturco," disse la donna. "Con quello che rimane compra il caffè per domani e quattro once di formaggio."
"E un elefante dorato per appenderlo sulla porta," proseguì il colonnello. 
"Soltanto il granturco costa quarantadue."
Rifletterono per un momento. "Il gallo è un animale e quindi può aspettare," cominciò a dire la donna. Ma l'espressione di suo marito la costrinse a tacere. Il colonnello si sedette sul letto, coi gomiti appoggiati alle ginocchia, facendo tintinnare le monete in mano. "Non è per me," disse dopo un momento. "Se dipendesse da me questa sera stessa farei un arrosto di gallo. Deve essere molto buona un'indigestione di cinquanta pesos." Fece una pausa per schiacciare una zanzara sul collo. Poi seguì con lo sguardo la donna che girava per la stanza.
"Quello che mi preoccupa è che quei poveri ragazzi stanno risparmiando."
Allora la donna cominciò a pensare. Fece un giro su se stessa con la bombola dell'insetticida. Il colonnello scoprì qualcosa di irreale nel suo atteggiamento, come se stesse convocando per consultarli gli spiriti della casa. Alla fine mise la bombola sull'altarino delle litografie e puntò gli occhi color sciroppo negli occhi color sciroppo del colonnello.
"Compra il granturco," disse. "Saprà Dio come faremo per arrangiarci."
3
"Questo è il miracolo della moltiplicazione dei pani," ripeteva il colonnello ogni volta che si sedettero a tavola nel corso della settimana seguente. Con la sua sorprendente destrezza nell'aggiustare, cucire e rammendare, la donna sembrava aver scoperto la chiave per sostenere nel vuoto l'economia domestica. Ottobre prolungò la tregua. L'umidità fu sostituita dal sopore. Riconfortata dal sole di rame la donna dedicò tre pomeriggi alla sua laboriosa pettinatura. "Ora comincia la messa cantata," disse il colonnello il pomeriggio in cui sua moglie cominciò a districare le lunghe ciocche azzurre con un pettine dai denti radi. Il secondo pomeriggio, seduta nel patio con un lenzuolo bianco sul grembo, si servì di un pettine più fine per liberarsi dai pidocchi che avevano prolificato durante la crisi. Alla fine si lavò la testa con acqua di lavanda, aspettò che si asciugasse, e si arrotolò i capelli sulla nuca in due volute, assicurandoli con un pettine alto. Il colonnello aspettò. Di notte, non riuscendo a dormire, si tormentò per molte ore pensando al gallo. Ma il mercoledì lo pesarono e lo trovarono in forma.
Quella sera stessa, quando i compagni di Agustìn lasciarono la casa facendo allegri progetti sulla vittoria del gallo, anche il colonnello si sentì in forma. Sua moglie gli tagliò i capelli. "Mi hai tolto vent'anni di dosso," disse, tastandosi la testa. La donna pensò che suo marito aveva ragione.
"Quando sto bene sono capace di risuscitare un morto," ammise.
Ma la sua convinzione durò pochissime ore. In casa non era rimasto più nulla da vendere, tranne l'orologio e il quadro. Il giovedì notte, nell'ultimo estremo dei ricorsi, la donna manifestò la sua inquietudine per la situazione.
"Non preoccuparti," la consolò il marito. "Domani arriva la posta." Il giorno dopo attese la lancia davanti all'ambulatorio del medico.
"L'aereo è una cosa meravigliosa," disse il colonnello, con gli occhi fissi sul sacco della posta. "Dicono che può arrivare in Europa in una notte."
"Proprio così," disse il medico, facendosi vento con una rivista illustrata. Il colonnello scorse l'impiegato postale in un gruppo che aspettava che terminassero le manovre per saltare sulla lancia. Saltò per primo. Ricevette dal capitano una busta sigillata. Poi salì sul tetto. Il sacco della posta era legato tra due bidoni di petrolio.
"Ciò non toglie che l'aereo sia ancora pericoloso," disse il colonnello. Perse di vista l'impiegato, ma lo rintracciò tra le bottiglie colorate del carrettino delle bibite. "L'umanità non progredisce d'un colpo solo."
"Attualmente è più sicuro di una lancia," disse il medico. "A ventimila piedi di altezza si vola sopra le bufere."
"Ventimila piedi," ripeté il colonnello, perplesso, senza concepire la nozione della cifra.
Il medico continuò a parlare. Stirò la rivista con le due mani finché ottenne una immobilità assoluta.
"C'è una stabilità perfetta," disse.
Ma il colonnello guardava l'impiegato. Lo vide bere una bibita spumosa di color rosa reggendo il bicchiere con la sinistra. Teneva con la destra il sacco della posta.
"E poi, in mare ci sono delle navi ormeggiate in permanente contatto con
gli aerei notturni," continuò il medico. "Con tante precauzioni è più sicuro di una lancia."
Il colonnello lo guardò.
"Certamente," disse. "Deve essere come i tappeti."
L'impiegato si mosse direttamente alla loro volta. Il colonnello indietreggiò, spinto da una irresistibile ansietà, cercando di decifrare il nome scritto sulla busta sigillata. L'impiegato aprì il sacco. Consegnò al medico il pacchetto dei giornali. Poi lacerò la busta della corrispondenza privata, verificò l'esattezza della consegna e lesse sulle lettere i nomi dei destinatari. Il medico aprì i giornali.
"Ancora il problema di Suez," disse, leggendo i titoli di testa. 
"L'occidente perde terreno."
Il colonnello non lesse i titoli. Fece uno sforzo per reagire contro il proprio stomaco. "Da quando c'è la censura, i giornali non fanno altro che parlare dell'Europa," disse. "La cosa migliore da fare sarebbe che gli europei venissero qui e che noi ce ne andassimo in Europa. Così tutti saprebbero che cosa succede nei loro rispettivi paesi."
"Per gli europei l'America del sud è un uomo coi baffi, con una chitarra e una pistola," disse il medico, ridendo dietro i giornali. "Non capiscono il problema."
L'impiegato gli consegnò la corrispondenza. Mise il resto nel sacco e lo chiuse di nuovo. Il medico si preparò a leggere due lettere personali. Ma prima di aprire le buste guardò il colonnello. Poi guardò l'impiegato.
"Niente per il colonnello?"
Il colonnello si sentì terrorizzato. L'impiegato si buttò il sacco sulla spalla, scese dal marciapiede e rispose senza girare la testa:
"Al colonnello non scrive nessuno."
Contrariamente alle sue abitudini non andò direttamente a casa. Bevve il caffè nella sartoria mentre i compagni di Agustín sfogliavano i giornali. Si sentiva defraudato. Avrebbe preferito rimanere lì fino al prossimo venerdì per non presentarsi a casa da sua moglie a mani vuote. Ma quando chiusero la sartoria dovette affrontare la realtà. La donna lo stava aspettando.
"Niente," chiese.
"Niente," rispose il colonnello.
Il venerdì seguente tornò alle lance. E come tutti i venerdì rientrò a casa senza la lettera attesa. "Ormai è inutile sperare," gli disse quella sera sua moglie. "Occorre proprio avere la pazienza da bue che hai tu per aspettare una lettera per quindici anni." Il colonnello si coricò nell'amaca a leggere i giornali.
"Bisogna aspettare il turno," disse. "Il nostro numero è il milleottocentoventitré."
"Da quando stiamo aspettando, quel numero è uscito per due volte alla lotteria," ribatté la donna.
Il colonnello lesse, come sempre, dalla prima all'ultima pagina, annunci inclusi. Ma questa volta non si concentrò. Durante la lettura pensò alla sua pensione di veterano. Diciannove anni prima, quando il congresso aveva promulgato la legge, si era iniziato un procedimento di giustificazione che era durato otto anni. Poi ce n'erano voluti altri sei per essere incluso nei ruoli. Quella era stata l'ultima lettera che aveva ricevuto il colonnello.
Terminò di leggere dopo il coprifuoco. Quando stava per spegnere la lampada si accorse che sua moglie era ancora sveglia. "Hai ancora quel ritaglio?" La donna pensò.
"Sì. Deve essere con le altre carte."
Uscì dalla zanzariera e tolse dall'armadio uno scrigno di legno con un pacchetto di lettere ordinate secondo la data e legate con un elastico. Trovò un annuncio di una agenzia di avvocati che si impegnava a un attivo espletamento delle pensioni di guerra.
"Da quando ho cominciato a dirti di cambiare avvocato a oggi avremmo avuto perfino il tempo di mangiarci i soldi," disse la donna, consegnando a suo marito il ritaglio del giornale. "Quando saremo ben morti non ci servirà a nulla."
Il colonnello lesse il ritaglio che portava la data di due anni prima. Lo infilò nel taschino della camicia appesa dietro alla porta.
"Il guaio è che per cambiare avvocato ci vuol denaro."
"Niente affatto," decise la donna. "Si scrive dicendo che scontino quello che gli si deve dalla pensione stessa quando la incasseranno. È l'unico modo per obbligarli a darsi da fare."
E così nel pomeriggio del sabato il colonnello andò a trovare il suo avvocato. Lo trovò rovesciato in un'amaca. Era un negro monumentale con due unici canini nella mandibola superiore. Infilò i piedi in un paio di pantofole con la suola di legno e aprì la finestra dell'ufficio su una pianola polverosa con mucchi di scartafacci al posto dei rulli: ritagli del Diario Oficial incollati in vecchi quaderni da contabilità e una collezione incompleta dei bollettini dell'Ispettorato. La pianola senza tasti serviva al tempo stesso da scrivania. L'avvocato si sedette in una sedia a molle. Il colonnello espose la sua preoccupazione prima di rivelare la ragione della sua visita.
"Io l'avevo avvertita che la cosa non si sarebbe risolta da un giorno all'altro," disse l'avvocato in una pausa del colonnello. Era stroncato dal caldo. Schiacciò indietro le molle della sedia e si fece vento con un cartoncino pubblicitario.
"I miei agenti mi scrivono spesso dicendo che non bisogna disperare."
"È da quindici anni che lo sento dire," ribatté il colonnello. "Mi pare la storia del gallo cappone."
L'avvocato fece una descrizione assai dettagliata delle trafile amministrative. La sedia era troppe stretta per le sue natiche monumentali. "Quindici anni fa era più facile," disse. "Allora esisteva l'associazione municipale dei veterani composta da elementi dei due partiti." Si riempì i polmoni di aria infocata e pronunciò la massima come se l'avesse appena inventata:
"L'unione fa la forza."
"In questo caso non l'ha fatta," disse il colonnello, rendendosi conto per la prima volta della sua solitudine. "Tutti i miei compagni sono morti aspettando la posta."
L'avvocato non si turbò.
"La legge è stata promulgata troppo tardi," disse. "Non tutti sono stati fortunati come lei che è diventato colonnello a vent'anni. E inoltre, non si è deciso uno stanziamento speciale, di modo che il governo ha dovuto fare degli emendamenti nel preventivo."
Sempre la stessa storia. Ogni volta che il colonnello la sentiva soffriva un sordo rancore. "Questa non è una elemosina," disse. "Non si tratta di farci un favore. Ci abbiamo rimesso la pelle per salvare la repubblica." L'avvocato spalancò le braccia.
"Proprio così, colonnello," disse. "L'ingratitudine umana non ha limiti."
Il colonnello conosceva anche quella storia. Aveva cominciato a sentirla il giorno dopo il trattato di Neerlandia, quando il governo aveva promesso indennità di trasferta e altri aiuti ai duecento ufficiali della rivoluzione. Accampato attorno alla gigantesca ceiba di Neerlandia un battaglione rivoluzionario composto in gran parte di adolescenti scappati da scuola, aveva aspettato per tre mesi. Poi erano tornati alle loro case coi propri mezzi e lì avevano continuato ad aspettare. Quasi sessanta anni dopo il colonnello continuava ad aspettare.
Eccitato dai ricordi assunse un atteggiamento trascendentale. Appoggiò sull'osso della coscia la mano destra — pure ossa tenute assieme da fibre nervose — e mormorò:
"Comunque ho deciso di prendere una risoluzione." L'avvocato lo fissò sorpreso.
"E cioè?"
"Cambio avvocato."
Un'anatra seguita da una fila di anatroccoli gialli entrò nell'ufficio. L'avvocato si alzò per farla uscire. "Come vuole, colonnello," disse, scacciando gli animali. "Faccia come vuole. Se io potessi fare miracoli non rimarrei certo a vivere in questo porcile." Mise una sbarra di legno alla porta del patio e tornò a sedersi.
"Mio figlio ha lavorato per tutta la vita," disse il colonnello. "La mia casa è ipotecata. La legge della pensione di riposo è stata in realtà una pensione vitalizia per gli avvocati."
"Per me no," protestò l'avvocato. "Fino all'ultimo centesimo è stato speso in pratiche."
Il colonnello ritenne di essere stato ingiusto e ne fu spiacente.
"Intendevo dire proprio così," corresse. Si asciugò la fronte con la manica della camicia. "Con questo caldo il cervello si arrugginisce."
Un momento dopo l'avvocato mise sossopra lo studio in cerca della procura. Il sole avanzò verso il centro della squallida stanza costruita con tavole di legno grezzo. Dopo aver cercato inutilmente dappertutto, l'avvocato si mise a carponi, sbuffando, e prese un rotolo di carte sotto la pianola.
"Eccola."
Consegnò al colonnello un foglio di carta bollata. "Dovrò scrivere ai miei agenti perché annullino la copia," concluse. Il colonnello scosse la polvere e mise il foglio nel taschino della camicia.
"La stracci lei stesso," disse l'avvocato.
"No," rispose il colonnello. "Sono venti anni di ricordi." E aspettò che l'avvocato continuasse a cercare. Ma quello non lo fece. Si avvicinò all'amaca e si asciugò il sudore. Da lì guardò il colonnello attraverso un'atmosfera accecante.
"Ho bisogno anche dei documenti," disse il colonnello.
"Quali?"
"La giustificazione."
L'avvocato spalancò le braccia.
"Questo sarà proprio impossibile, colonnello."
Il colonnello si inquietò. Come tesoriere della rivoluzione nella circoscrizione di Macondo aveva compiuto un faticoso viaggio di sei giorni con i fondi della guerra civile in due bauli legati sul dorso di una mula. Era arrivato all'accampamento di Neerlandia, trascinando la mula morta di fame, mezz'ora prima che si firmasse il trattato. Il colonnello Aureliano Buendía — intendente generale delle forze rivoluzionarie nel litorale Atlantico — aveva firmato la ricevuta dei fondi e aveva incluso i due bauli nell'inventario della resa.
"Sono documenti di valore incalcolabile," disse il colonnello. "C'è una ricevuta scritta di pugno dal colonnello Aureliano Buendía."
"D'accordo," disse l'avvocato. "Ma quei documenti sono passati da migliaia e migliaia di mani in migliaia e migliaia di uffici fino ad arrivare in chissà quale dipartimento del ministero della guerra."
"Documenti di quel genere non possono passare inavvertiti a nessun funzionario," disse il colonnello.
"Ma negli ultimi quindici anni i funzionari sono stati cambiati parecchie volte," precisò l'avvocato. "Pensi che ci sono stati sette presidenti e che ogni presidente ha cambiato per lo meno dieci volte il suo gabinetto e che ogni ministro ha cambiato i suoi impiegati per lo meno cento volte."
"Ma nessuno si sarà portato quei documenti a casa sua," disse il colonnello. "Ogni nuovo funzionario li avrà trovati al loro posto." L'avvocato era disperato.
"E poi, se quei documenti escono ora dal ministero perderanno il loro turno nei ruoli."
"Non importa," disse il colonnello.
"Sarà questione di secoli."
"Non importa. Chi ha aspettato tanto può aspettare ancora."
4
Mise sul tavolino del salotto un blocco di carta a righe, la penna, il calamaio, e un foglio di carta asciugante, e lasciò aperta la porta della stanza nel caso avesse bisogno di consultarsi con sua moglie. La donna recitò il rosario.
"Quanti ne abbiamo oggi?"
"27 ottobre."
Scrisse assumendo il portamento composto, con la mano che reggeva la penna sul foglio di carta asciugante, con la colonna vertebrale diritta per favorire la respirazione, che gli avevano insegnato a scuola. Il caldo si fece insopportabile nella stanza chiusa. Una goccia di sudore cadde sulla carta. Il colonnello la asciugò con la carta assorbente. Poi cercò di cancellare le parole offuscate, ma fece una macchia. Non si disperò. Scrisse un richiamo e annotò in margine: "diritti acquisiti." Poi lesse tutto il paragrafo. "In che giorno mi hanno incluso nei ruoli?"
La donna non interruppe la preghiera per pensare.
"Il 12 agosto 1949."
Un momento dopo cominciò a piovere. Il colonnello riempì il foglio di scarabocchi grandi, un po' infantili, gli stessi che gli avevano insegnato nelle scuole pubbliche di Manaure. Poi riempì per metà un secondo foglio, e firmò.
Lesse la lettera a sua moglie. La donna approvò ogni frase con la testa. 
Quando finì la lettura il colonnello chiuse la busta e spense la lampada. "Puoi chiedere a qualcuno che te la scriva a macchina."
"No," rispose il colonnello. "Sono stanco di chiedere favori in giro."
Per mezz'ora ascoltò la pioggia battere contro le foglie di palma del tetto. Il paese s'immerse nel diluvio. Dopo il coprifuoco la goccia cominciò a cadere da qualche parte nella casa.
"È una cosa che si doveva fare da molto tempo," disse la donna. "È sempre meglio intendersi direttamente."
"Non è mai troppo tardi," disse il colonnello, attento alla goccia. "Può darsi che tutto sia già risolto quando scadrà l'ipoteca della casa." "Mancano due anni," disse la donna.
Il colonnello accese la lampada per individuare la goccia in salotto. Vi mise sotto la bacinella del gallo e tornò nella stanza incalzato dal rumore metallico dell'acqua nella latta vuota.
"È possibile che con la speranza di guadagnarsi i soldi risolvano la cosa prima di gennaio," disse, e si autoconvinse. "Allora sarà già passato l'anno di lutto e potremo andare al cinema."
La donna rise a bassa voce. "Non mi ricordo neanche più di come è fatto," disse. Il colonnello cercò di vederla attraverso la zanzariera.
"Quando sei stata al cinema l'ultima volta?"
"Nel 1931," disse la donna. "Davano La volontà del morto."
"C'erano bòtte?"
"Non si è mai saputo. È cominciato a piovere quando il fantasma cercava di rubare la collana alla ragazza."
Il rumore della pioggia li fece assopire. Il colonnello sentì un leggero malessere al ventre. Ma non si allarmò. Stava per sopravvivere a un altro ottobre. Si avvolse nella coperta di lana e per un attimo sentì la rauca respirazione della donna — lontana — navigante in un altro sonno. Allora parlò, perfettamente cosciente.
La donna si svegliò.
"Con chi stai parlando."
"Con nessuno," disse il colonnello. "Stavo pensando che nella riunione di Macondo avevamo ragione quando abbiamo detto al colonnello 
Aureliano Buendía di non arrendersi. È stato quello a mandarci a rotoli."
Piovve per tutta la settimana. Il due di novembre — contro il parere del colonnello — la donna portò i fiori alla tomba di Agustín. Tornò dal cimitero con una nuova crisi. Fu una settimana dura. Più dura delle quattro settimane di ottobre alle quali il colonnello non aveva creduto di sopravvivere. Il medico andò a visitare la paziente e uscì dalla stanza gridando: "Con un'asma come quella io sarei pronto a seppellire tutto il paese." Ma parlò in disparte col colonnello e prescrisse un regime speciale.
Anche il colonnello ebbe una ricaduta. Agonizzò per parecchie ore nel gabinetto, sudando ghiacciò, sentendo che la flora delle sue viscere imputridiva e cadeva a pezzi. "È l'inverno," si disse senza disperarsi. "Tutto sarà diverso quando smetterà di piovere." E lo credette realmente, sicuro di essere vivo nel momento in cui sarebbe arrivata la lettera.
Questa volta toccò a lui rammendare l'economia domestica. Dovette stringere i denti parecchie volte per ottenere credito nei negozi vicini. "Fino alla prossima settimana," diceva, senza convinzione. "È qualche soldo che doveva arrivarmi venerdì scorso." Quando ebbe superato la crisi, la donna lo scrutò con stupore.
"Sei tutto pelle e ossa," disse.
"Sto facendo una cura per vendermi," disse il colonnello. "Mi ha già prenotato una fabbrica di clarinetti."
Ma in realtà resisteva soltanto per la speranza della lettera. Sfinito, con le ossa peste per la veglia, non riuscì a occuparsi nello stesso tempo delle sue necessità e di quelle del gallo. Nella seconda quindicina di novembre credette che l'animale sarebbe morto dopo due giorni di digiuno. Allora si ricordò di un pugno di fagioli che aveva messo in giugno sopra il fornello. Aprì i baccelli e porse al gallo una bacinella di grani secchi.
"Vieni qui," disse.
"Un momento," rispose il colonnello, notando la reazione del gallo. "Quando si ha fame non si guarda tanto per il sottile."
Trovò sua moglie che stava cercando di alzarsi a sedere sul letto. Il corpo distrutto esalava un alito di erbe medicinali. Pronunciò le parole a una a una, con una precisione calcolata:
"Sbarazzati immediatamente di quel gallo."
Il colonnello aveva previsto quel momento. Lo stava aspettando fin dal pomeriggio in cui avevano crivellato suo figlio e lui aveva deciso di conservare il gallo. Aveva avuto tempo per pensare.
"Non vale più la pena," disse. "Tra tre mesi ci sarà il combattimento e allora potremo venderlo a un prezzo migliore."
"Non è questione di soldi," disse la donna. "Quando verranno i ragazzi di' loro che se lo portino via e ne facciano quello che vogliono."
"È per Agustín," disse il colonnello afferrandosi a un argomento previsto. "Immaginati la faccia con la quale sarebbe venuto a comunicarci la vittoria del gallo."
La donna pensò a suo figlio.
"Quei maledetti galli sono stati la sua rovina," gridò. "Se il tre gennaio fosse rimasto a casa non lo avrebbe sorpreso la mala ora." Puntò verso la porta un indice scheletrito e esclamò:
"Mi pare ancora di vederlo quando è uscito col gallo sotto il braccio. L'ho avvertito che non andasse in cerca di una mala ora nell'arena e lui mi ha mostrato i denti e mi ha detto: 'Taci, che questa sera saremo così pieni di soldi da marcirci dentro.'"
Cadde estenuata. Il colonnello la spinse dolcemente sul cuscino. I suoi occhi incontrarono altri occhi esattamente uguali ai suoi. "Cerca di non agitarti," disse, sentendo i sibili dentro i suoi stessi polmoni. La donna cadde in un sopore momentaneo. Chiuse gli occhi. Quando li riaprì il suo respiro sembrava più calmo.
"Io dico per la situazione in cui ci troviamo," disse. "È peccato toglierci il pane di bocca per buttarlo a un gallo."
Il colonnello le asciugò la fronte col lenzuolo.
"Nessuno muore in tre mesi."
"E intanto che cosa mangiamo?" chiese la donna.
"Non lo so," disse il colonnello. "Ma se dovevamo morire di fame saremmo già morti."
Il gallo era perfettamente vivo davanti alla bacinella vuota. Quando vide il colonnello emise un monologo gutturale, quasi umano, e spinse la testa indietro. Il colonnello gli rivolse un sorriso di complicità:
"La vita è dura, camerata."
Uscì. Vagò per il paese in siesta, senza pensare a nulla, non cercando neppure di convincersi che il suo problema non aveva alcuna soluzione. Girò per strade dimenticate finché non si sentì esaurito Allora tornò a casa. La donna lo sentì entrare e lo chiamò dalla stanza.
"Cosa?"
La donna rispose senza guardarlo.
"Potremmo vendere l'orologio."
Il colonnello ci aveva già pensato. "Sono sicura che Alvaro ti dà quaranta pesos subito," disse la donna. "Ricorda come ha comprato la 
macchina per cucire senza starci a pensare sopra."
Si riferiva al sarto dove aveva lavorato Agustín.
"Gli si può parlare domani mattina," ammise il colonnello.
"Niente parlare domani mattina," precisò la donna. "Gli porti subito subito l'orologio, glielo metti sul tavolo e gli dici: 'Alvaro, le porto questo 
orologio perché me lo compri.' Lui capirà subito." Il colonnello si sentì avvilito.
"È come camminare col santo sepolcro sulla schiena," protestò. "Se mi vedono in strada con un cassone simile mi fanno il ritornello in una canzone di Rafael Escalona."
Ma anche quella volta sua moglie lo convinse. Lei stessa staccò l'orologio dal muro, lo avvolse in fogli di giornale e glielo mise tra le braccia. "Non tornare senza i quaranta pesos," disse. Il colonnello si avviò verso la sartoria col pacco sotto il braccio. Trovò i compagni di Agustín seduti sulla soglia.
Uno di loro gli offrì da sedere. Il colonnello aveva le idee confuse. "Grazie," disse. "Stavo passando." Alvaro uscì dalla sartoria. Appese una pezza di panno umido su un filo di ferro teso su due pali nel patio. Era un ragazzo ossuto, angoloso e con lo sguardo allucinato. Anche lui lo invitò a sedersi. Il colonnello si sentì rinfrancato. Accostò lo sgabello contro lo stipite della porta e si sedette ad aspettare che Alvaro rimanesse solo per proporgli, l'affare. Improvvisamente si rese conto che era circondato da visi ermetici.
"Non voglio interrompere," disse.
I ragazzi protestarono. Uno si curvò per dirgli, con voce appena percettibile:
"Ha scritto Agustín."
Il colonnello scrutò la strada deserta. "Cosa dice?"
"Le cose di sempre."
Gli diedero il foglio clandestino. Il colonnello lo mise nella tasca dei pantaloni. Poi rimase in silenzio, tamburellando sul pacco finché si rese conto che qualcuno se n'era accorto. Gli mancò il respiro.
"Cosa c'è in quel pacco, colonnello?"
Il colonnello eluse gli occhi verdi e penetranti di Germán.
"Niente," mentì. "Porto l'orologio dal tedesco perché me lo ripari."
"Non sia sciocco, colonnello," disse Germán, cercando di prendere il pacco. "Aspetti che lo guardo io.
Il colonnello rifiutò. Non disse nulla ma le sue palpebre si fecero violette. Gli altri insistettero.
"Lo lasci fare, colonnello. Lui s'intende di meccanica."
"Non voglio che si disturbi."
"Che disturbo e non disturbo," ribatté Germán. Prese l'orologio. "Il tedesco le ruba dieci pesos e non lo guarda neppure."
Entrò nella sartoria con l'orologio. Alvaro stava cucendo a macchina. In fondo alla bottega, sotto una chitarra attaccata a un chiodo, una ragazza attaccava bottoni. C'era un cartello inchiodato sulla chitarra: "Proibito parlare di politica." Il colonnello si sentì imbarazzato. Appoggiò i piedi alla traversa dello sgabello.
"Merda, colonnello."
Sussultò. "Lasciamo perdere le parolacce," disse.
Alfonso si aggiustò gli occhiali al naso per esaminare meglio gli stivaletti del colonnello.
"È per le scarpe," disse. "Lei sta sfoggiando delle scarpe del cacchio."
"Ma si può dire senza parolacce," disse il colonnello, e mostrò le suole dei suoi stivaletti di vernice. "Questi mostri hanno quarant'anni ed è la prima volta che sentono una parolaccia."
"Ecco fatto," gridò Germán da dentro nel preciso momento in cui la campana dell'orologio rintoccò. Nella casa vicina una donna bussò nella parete divisoria; gridò:
"Smettetela con quella chitarra, che non è ancora passato l'anno di 
Agustín."
Scoppiò una risata. "È un orologio."
Germán uscì col pacco.
"Non era niente," disse. "Se vuole l'accompagno a casa per metterlo a livello."
Il colonnello rifiutò l'offerta.
"Quanto ti devo?"
"Non si preoccupi, colonnello," rispose Germán tornando al suo posto nel gruppo. "In gennaio paga il gallo."
Il colonnello trovò allora una occasione propizia.
"Ti propongo una cosa," disse.
"Cosa?"
"Ti regalo il gallo," esaminò i visi che lo fissavano. "Vi regalo il gallo. A tutti voi."
Germán lo guardò con perplessità.
"Sono già troppo vecchio per queste storie," continuò il colonnello. Impresse alla sua voce una severità convincente. "È una responsabilità troppo grande per me. Da qualche giorno ho l'impressione che quell'animale stia morendo."
"Non si preoccupi, colonnello," disse Alfonso. "Il fatto è che in questa epoca sta mettendo le penne. Ha la febbre nelle vene." "Il mese prossimo starà bene," confermò Germán.
"In ogni modo, non lo voglio," disse il colonnello.
Germán lo trafisse con le pupille.
"Si renda conto, colonnello," insistette, "che la cosa importante è che sia lei a mettere nell'arena il gallo di Agustín."
Il colonnello rifletté. "Me ne rendo conto," disse. "Per questo l'ho tenuto fino a oggi." Strinse i denti ed ebbe il coraggio di continuare: "Il guaio è che mancano ancora tre mesi." Fu Germán a capire al volo.
"Se non è che questo, non ci sono problemi," disse.
E propose la sua formula. Gli altri accettarono. Verso sera, quando entrò in casa col pacco sotto il braccio, sua moglie sentì venir meno la sua illusione.
"Niente," chiese.
"Niente," rispose il colonnello. "Ma adesso non ha più importanza. I ragazzi si incaricheranno di dar da mangiare al gallo."
5
"Aspetti, le presto un ombrello, compare."
Don Sabas aprì un armadio a muro nell'ufficio. Svelò un contenuto confuso, con stivali ammonticchiati, staffe e redini e un vaso di alluminio pieno di speroni. Nella parte superiore erano appesi una dozzina di ombrelli e un parasole da donna. Il colonnello pensò ai relitti di una catastrofe.
"Grazie, compare," disse, appoggiando i gomiti al davanzale della finestra. "Preferisco aspettare che spiova." Don Sabas non richiuse l'armadio. Si insediò alla scrivania nell'orbita del ventilatore elettrico. Poi tolse dal cassetto una siringa ipodermica avvolta nel cotone. Il colonnello guardò i mandorli plumbei attraverso la pioggia. Era un pomeriggio deserto.
"La pioggia è diversa da questa finestra," disse. "È come se stesse piovendo in un altro paese."
"La pioggia è pioggia da qualsiasi parte," ribatté don Sabas. Mise a bollire la siringa sul ripiano di vetro della scrivania. "Questo è un paese di merda."
Il colonnello scosse le spalle. Fece qualche passo verso l'interno dell'ufficio: una stanza a mattonelle verdi con mobili foderati di tela a colori vivaci. In fondo, ammucchiati in disordine, sacchi di sale, orci di miele e selle da montare. Don Sabas lo seguì con uno sguardo completamente vacuo.
"Io al suo posto non la penserei così," disse il colonnello.
Si sedette, incrociò le gambe e posò il suo sguardo tranquillo sull'uomo curvo sullo scrittoio. Un uomo piccolo, voluminoso ma con la carne flaccida, con una tristezza da rospo negli occhi.
"Si faccia visitare dal medico, compare," disse don Sabas. "Dal giorno del funerale lei ha un aspetto un po' macabro." Il colonnello alzò la testa.
"Mi sento perfettamente bene," disse.
Don Sabas aspettò che la siringa bollisse. "Vorrei poterlo dire anch'io," si lamentò. "Fortunato lei che ha uno stomaco di ferro." Osservò il dorso peloso delle sue mani punteggiate di nei giallastri. Portava un anello con pietra nera sulla fede matrimoniale.
"Proprio così," ammise il colonnello.
Don Sabas chiamò sua moglie dalla porta che comunicava col resto della casa. Poi iniziò una piagnucolosa spiegazione del suo regime alimentare. Tolse un flaconcino dal taschino della camicia e mise sulla scrivania una pastiglia bianca della grandezza di un pisello.
"È un martirio dover andare in giro con questo," disse. "È come portare la morte in tasca."
Il colonnello si avvicinò alla scrivania. Esaminò la pastiglia nella palma della mano finché don Sabas lo invitò ad assaggiarla.
"È per addolcire il caffè," gli spiegò. "È zucchero, ma senza zucchero."
"Già," disse il colonnello. Aveva la saliva impregnata di una triste dolcezza. "È un po' come rintoccare ma senza campane."
Don Sabas appoggiò i gomiti alla scrivania col viso tra le mani, dopo che sua moglie gli aveva fatto l'iniezione. Il colonnello non sapeva come comportarsi. La donna spense il ventilatore elettrico, lo posò sulla cassaforte e poi si avvicinò all'armadio.
"L'ombrello ha qualcosa a che vedere con la morte," disse.
Il colonnello non le badò. Era uscito di casa alle quattro con l'intenzione di andare ad aspettare la posta, ma la pioggia lo aveva costretto a rifugiarsi nell'ufficio di don Sabas. Pioveva ancora quando si udì la sirena delle lance.
"Tutti dicono che la morte è una donna," continuò la donna. Era robusta, più alta di suo marito, e con una verruca pelosa sul labbro superiore. Il suo modo di parlare faceva pensare al ronzio del ventilatore elettrico. "Ma a me non sembra che sia una donna," disse. Chiuse l'armadio e si girò per consultare lo sguardo del colonnello:
"Io credo che sia un animale con le zampe."
"È possibile," ammise il colonnello. "Certe volte succedono cose molto strane."
Pensò all'impiegato postale che saltava sulla lancia con un impermeabile di tela cerata. Era già trascorso un mese da quando aveva cambiato avvocato. Aveva diritto di aspettarsi una risposta. La moglie di don Sabas continuò a parlare della morte finché si accorse dell'espressione assorta del colonnello.
"Compare," disse. "Lei deve essere preoccupato." Il colonnello si riscosse.
"Proprio così, comare," mentì. "Sto pensando che sono già le cinque e non hanno ancora fatto l'iniezione al gallo." La donna sembrò sbigottita.
"Una iniezione a un gallo come se fosse un essere umano," gridò. 
"Questo è un sacrilegio."
Don Sabas non resistette. Alzò il viso congestionato.
"Chiudi la bocca un momento," ordinò a sua moglie. E la donna si portò effettivamente le mani alla bocca. "È da mezz'ora che stai seccando il mio compare con le tue scempiaggini."
"Niente affatto," protestò il colonnello.
La donna sbatte la porta. Don Sabas si asciugò il collo con un fazzoletto impregnato di lavanda. Il colonnello si avvicinò alla finestra. Pioveva implacabilmente. Una gallina con lunghe zampe gialle stava attraversando la piazza deserta.
"È vero che stanno facendo iniezioni al gallo?"
"È vero," disse il colonnello. "Gli allenamenti cominciano la prossima settimana."
"È un rischio," disse don Sabas. "Lei non se ne intende di queste cose."
"D'accordo," disse il colonnello. "Ma questa non è una buona ragione per torcergli il collo."
"È una testardaggine idiota," disse don Sabas avvicinandosi alla finestra. Il colonnello notò una respirazione ansimante. Gli occhi del suo compare gli facevano pietà.
"Segua il mio consiglio, compare," disse don Sabas. "Venda quel gallo prima che sia troppo tardi."
"Non è mai troppo tardi," disse il colonnello.
"Non sia illogico," insistette don Sabas. "Prende due piccioni con una fava. Da un lato si toglie quel mal di capo e dall'altro si mette in tasca novecento pesos."
"Novecento pesos," esclamò il colonnello.
"Novecento pesos."
Il colonnello assaporò la cifra.
"Lei crede che sarebbero disposti a pagare così tanto per il gallo?"
"Non è che lo credo," rispose don Sabas. "Ne sono assolutamente sicuro."
Era la cifra più alta a cui il colonnello avesse mai pensato da quando aveva restituito i fondi della rivoluzione. Quando uscì dall'ufficio di don Sabas sentiva torcersi gli intestini ma sapeva che questa volta non era colpa del tempo. Nell'ufficio postale si diresse direttamente all'impiegato:
"Sto aspettando una lettera urgente," disse. "Per via aerea."
L'impiegato cercò nelle caselle classificate. Quando terminò di leggere ripose le lettere nello scaffale ma non disse nulla. Si strofinò le mani e rivolse al colonnello un'occhiata significativa.
"Doveva arrivare oggi senza fallo," disse il colonnello.
L'impiegato scrollò le spalle.
"L'unica cosa che arriva senza fallo è la morte, colonnello."
Sua moglie lo stava aspettando con un piatto di zuppa di granturco. Il colonnello mangiò in silenzio, con lunghe pause tra una cucchiaiata e l'altra. Seduta davanti a lui, la donna si accorse che nella casa era cambiato qualcosa.
"Cosa succede," chiese.
"Sto pensando all'impiegato da cui dipende la pensione," mentì il colonnello. "Tra cinquant'anni noi saremo tranquilli sotto terra mentre quel povero diavolo agonizzerà tutti i venerdì aspettando la sua pensione."
"Brutto sintomo," disse la donna. "Questo vuol dire che stai già pensando a rassegnarti." Continuò a mangiare. Ma un attimo dopo si accorse che suo marito era ancora assorto.
"Per adesso non devi far altro che goderti la zuppa."
"È buonissima," disse il colonnello. "Da dove è saltata fuori?"
"Dal gallo," rispose la donna. "I ragazzi gli hanno portato tanto granturco, che lui ha deciso di dividerlo con noi. Così è la vita."
"Così è," sospirò il colonnello. "La vita è la cosa migliore che sia stata inventata."
Guardò il gallo legato al piede del focolare e questa volta gli sembrò un animale diverso. Anche la donna lo guardò.
"Questo pomeriggio ho dovuto mandar fuori i bambini con un bastone," disse. "Hanno portato una gallina vecchia per farle far razza col gallo."
"Non è la prima volta," disse il colonnello. "È la stessa cosa che facevano nei paesi col colonnello Aureliano Buendía. Gli portavano le ragazzine per fargli far razza."
La donna rise. Il gallo emise un suono gutturale che risonò nel patio come una sorda conversazione umana. "Certe volte penso che quell'animale stia per parlare," disse la donna. Il colonnello lo guardò di nuovo.
"È un gallo contante e sonante," disse. Fece dei calcoli mentali mentre inghiottiva una cucchiaiata di zuppa. "Ci darà da mangiare per tre anni." "L'illusione non si mangia," disse la donna.
"Non si mangia, ma alimenta," ribatté il colonnello. "È qualcosa come le pasticche miracolose di don Sabas."
Quella notte dormì male cercando di cancellare cifre nella sua testa. Il giorno dopo per pranzo ci furono ancora due piatti di zuppa di granturco e la donna consumò il suo tenendo la testa bassa, senza parlare. Il colonnello si sentì contagiato da un'atmosfera pesante.
"Cos'hai?"
"Nulla," disse la donna.
Ebbe l'impressione che questa volta toccasse alla donna mentite. Cercò di consolarla. Ma la donna insistette.
"Non è niente di strano," disse. "Sto pensando che sono già passati due mesi dal funerale e che non sono ancora andata a fare le condoglianze."
Ci andò prima di notte. Il colonnello l'accompagnò alla casa del morto e poi si diresse verso il locale del cinema, richiamato dalla musica degli altoparlanti. Seduto sulla soglia del suo ufficio, padre Angel sorvegliava l'ingresso per controllare chi avrebbe assistito allo spettacolo nonostante i suoi dodici ammonimenti. I fiotti di luce, la musica stridente e le grida dei bambini opponevano una resistenza fisica nel settore. Uno dei bambini minacciò il colonnello con un fucile di legno.
"Come sta il gallo, colonnello?" chiese con voce autoritaria.
Il colonnello alzò le mani.
"Il gallo sta bene."
Un manifesto a quattro colori copriva quasi completamente la facciata del locale: "Vergine di mezzanotte." Era una donna in abito da ballo con una gamba nuda fino alla coscia. Il colonnello continuò a gironzolare nei dintorni finché iniziò il brontolio di tuoni e lampi lontani. Allora andò a prendere sua moglie.
Non la trovò in casa del morto. E nemmeno in casa sua. Il colonnello calcolò che mancava poco al coprifuoco, ma l'orologio era fermo. Aspettò, sentendo che la bufera si avvicinava al paese. Stava per uscire di nuovo quando sua moglie entrò in casa.
Portò il gallo nella stanza da letto. La donna si cambiò d'abito e andò a bere acqua nel salotto nel momento in cui il colonnello terminava di caricare l'orologio e aspettava il segnale del coprifuoco per regolare l'ora.
"Dov'eri?" chiese il colonnello.
"In giro," rispose la donna. Mise il bicchiere nella tinozza senza guardare suo marito e tornò nella stanza da letto. "Chi avrebbe detto che sarebbe ricominciato a piovere così presto." Il colonnello non fece alcun commento. Quando suonò il coprifuoco mise l'orologio sulle undici, chiuse lo sportello, e rimise la sedia al suo posto. Sua moglie stava recitando il rosario.
"Non hai risposto a una mia domanda," disse il colonnello. "Dove sei andata?"
"Sono andata in giro a chiacchierare un po'," disse la donna. "Era da tanto tempo che non uscivo."
Il colonnello appese l'amaca. Chiuse la casa e fumigò la stanza. Poi mise la lampada sul pavimento e si coricò.
"Ti capisco," disse malinconicamente. "La cosa peggiore della brutta situazione è che uno è costretto a mentire." La donna emise un lungo sospiro.
"Sono andata da padre Angel," disse. "Gli ho chiesto un prestito con la garanzia delle fedi matrimoniali."
"E cosa ti ha risposto?"
"Che è peccato commerciare con le cose sacre."
Continuò a parlare dalla zanzariera. "Due giorni fa ho cercato di vendere l'orologio," disse. "Non interessa a nessuno perché stanno vendendo a rate degli orologi moderni coi numeri luminosi. Si può vedere l'ora anche al buio." Il colonnello capì che quarant'anni di vita in comune, di fame in comune, di sofferenze in comune, non gli erano stati sufficienti per conoscere sua moglie. Sentì che qualcosa era invecchiato anche nell'amore.
"E non vogliono nemmeno il quadro," disse la donna. "Quasi tutti ne hanno uno uguale. Sono andata perfino dai turchi." Il colonnello si sentì amareggiato.
"Di modo che ora tutti sanno che stiamo morendo di fame."
"Sono stanca," disse la donna. "Gli uomini non si rendono conto dei problemi della casa. Parecchie volte ho messo a cuocere i sassi per far sì che i vicini non sappiano che da molti giorni non abbiamo niente da mettere in pentola."
Il colonnello si sentì offeso.
"Questa è una vera umiliazione." disse.
La donna uscì dalla zanzariera e si avvicinò all'amaca. "Sono stufa di parole e di riflessioni," disse. La sua voce andava facendosi cupa per la 
collera. "Ne ho piene le scatole di rassegnazione e di dignità." Il colonnello non mosse un muscolo.
"Venti anni ad aspettare gli uccellini colorati che ti hanno promesso dopo ogni elezione e di tutto questo non ci resta che un figlio morto," 
continuò la donna. "Nient'altro che un figlio morto." Il colonnello era abituato a quei tipi di recriminazioni.
"Abbiamo fatto il nostro dovere," disse.
"E loro si sono fatti il dovere di guadagnare mille pesos al mese al senato per vent'anni," ribatté la donna. "Guarda il tuo compare Sabas, con una casa a due piani che non gli basta a contenere tutti i suoi soldi, un uomo che è arrivato qui vendendo medicine con un serpente arrotolato intorno al collo."
"Ma sta morendo di diabete," disse il colonnello.
"E tu stai morendo di fame," disse la donna. "Perché tu capisca che la dignità non si mangia."
La interruppe il fulmine. Il tuono si infranse nella strada, entrò nella stanza e passò rotolando sotto il letto come una frana di pietre. La donna si precipitò verso la zanzariera in cerca del rosario.
Il colonnello sorrise.
"Questo succede perché non tieni la lingua a freno," disse. "Ti ho sempre detto che Dio è dalla mia parte."
Ma in realtà si sentiva amareggiato. Un momento dopo spense la lampada e si mise a pensare nell'oscurità squarciata dalla luce dei fulmini. Si ricordò di Macondo. Il colonnello aveva aspettato dieci anni che si realizzassero le promesse di Neerlandia. Nel sopore della siesta vide arrivare un treno giallo e polveroso con uomini e donne e animali ammucchiati fino al tetto dei vagoni, semiasfissiati dal caldo. Era la febbre del banano. In ventiquattro ore avevano trasformato il paese. "Me ne vado," aveva detto allora il colonnello. "L'odore di banano mi scompone gli intestini." E aveva lasciato Macondo col treno di ritorno, il mercoledì ventisette giugno del millenovecentosei alle due e diciotto minuti del pomeriggio. Gli ci era voluto mezzo secolo per rendersi conto di non aver avuto un minuto di tranquillità dopo la resa di Neerlandia.
Aprì gli occhi.
"E allora non pensiamoci più," disse.
"Cosa."
"La storia del gallo," disse il colonnello. "Domani vado a venderlo al mio compare Sabas per novecento pesos."
6
Dalla finestra entrarono nell'ufficio gli strilli degli animali castrati mescolati alle urla di don Sabas. "Se non viene tra dieci minuti, me ne vado," si ripromise il colonnello, dopo due ore di attesa. Ma aspettò altri venti minuti. Stava per uscire, quando don Sabas entrò nell'ufficio seguito da un gruppo di contadini. Passò varie volte davanti al colonnello senza guardarlo. Se ne accorse soltanto quando i contadini se ne andarono.
"Lei mi sta aspettando, compare?"
"Sì, compare," disse il colonnello. "Ma se lei ha da fare posso passare più tardi."
Don Sabas non rimase ad ascoltarlo dall'altra parte della porta.
"Torno subito," disse.
Era un pomeriggio incandescente. L'ufficio era illuminato dal riverbero della strada. Imbambolato dal caldo, il colonnello chiuse gli occhi involontariamente e subito cominciò a sognare di sua moglie. La moglie di don Sabas entrò in punta di piedi.
"Non si svegli, compare," disse. "Chiudo le persiane perché questo ufficio è un inferno."
Il colonnello la seguì con uno sguardo completamente incosciente. La donna, dopo aver chiuso la persiana, parlò nella penombra.
"Lei sogna spesso?"
"Di tanto in tanto," rispose il colonnello, vergognandosi di essersi assopito. "Quasi sempre mi sogno di essere avvolto nelle ragnatele."
"Io ho gli incubi ogni notte," disse la donna. "E finalmente sono riuscita a sapere chi è quella gente sconosciuta che si incontra nei sogni."
Innestò il ventilatore elettrico. "La settimana scorsa mi è apparsa una donna al capezzale del letto," disse. "Ho avuto il coraggio di chiederle chi era e lei mi ha risposto: sono la donna che è morta dodici anni fa in questa stanza."
"La casa è stata costruita appena due anni fa," osservò il colonnello.
"Infatti," disse la donna. "Questo vuol dire che perfino i morti sbagliano."
Il ronzio del ventilatore rafforzò la penombra. Il colonnello si sentì impaziente, tormentato dal sopore e dal borbottio della donna che era passata direttamente dai sogni al mistero della reincarnazione. Attendeva una pausa per accomiatarsi, quando don Sabas entrò nell'ufficio col suo capoccia.
"Ti ho riscaldato la minestra quattro volte," disse la donna.
"Se vuoi, riscaldala dieci volte," disse don Sabas. "Ma adesso non rompermi le scatole."
Aprì la cassaforte e consegnò al capoccia un rotolo di banconote, accompagnandolo con una sequela di istruzioni. Il capoccia socchiuse le persiane per contare il denaro. Don Sabas vide il colonnello in fondo all'ufficio ma non ebbe alcuna reazione. Continuò a parlare col capoccia. Il colonnello si alzò nel momento in cui i due uomini stavano per uscire dall'ufficio. Don Sabas si fermò prima di aprire la porta.
"Desidera qualcosa, compare?"
Il colonnello si accorse che il capoccia lo stava guardando.
"Niente, compare," disse. "Volevo parlare con lei."
"Qualunque cosa sia, me la dica subito," disse don Sabas. "Non posso perdere un minuto."
Rimase in attesa, con la mano appoggiata alla maniglia della porta. Il colonnello sentì passare i cinque secondi più lunghi della propria vita. 
Strinse i denti.
"È per la faccenda del gallo," mormorò.
Allora don Sabas si decise ad aprire la porta. "La faccenda del gallo," ripeté sorridendo, e spinse il capoccia nel patio. "Il mondo sta andando a pezzi e il mio compare non pensa ad altro che a quel gallo." E poi, dirigendosi al colonnello:
"Benissimo, compare. Torno subito."
Il colonnello rimase immobile in mezzo alla stanza finché non sentì più lo scalpiccio dei due uomini in fondo al patio. Poi uscì e cominciò a camminare nel paese paralizzato dalla siesta domenicale. Nella sartoria non c'era nessuno. L'ambulatorio del medico era chiuso. Nessuno sorvegliava la merce esposta nei magazzini dei siriani. Il fiume era una lastra d'acciaio. Un uomo dormiva nel porto, accovacciato su quattro barili di petrolio, col viso protetto dal sole da un cappello. Il colonnello si diresse verso casa con la certezza di essere l'unica cosa mobile nel paese.
La donna lo stava aspettando con un pranzo completo.
"Ho chiesto credito con la promessa di pagare domani mattina," spiegò.
Mentre mangiava, il colonnello le raccontò che cosa era successo nelle ultime tre ore. La donna lo ascoltò con impazienza.
"Il guaio è che non hai carattere," disse subito. "Ti presenti come se andassi a chiedere un'elemosina e invece dovresti andare con la testa alta e chiamare in disparte il compare e dirgli: 'Compare, ho deciso di venderle il gallo.'"
"A te sembra facile," disse il colonnello.
La donna assunse un atteggiamento energico. Quella mattina aveva riordinato la casa ed era vestita in un modo insolito, con le vecchie scarpe di suo marito, un grembiule di tela cerata e uno straccio legato in testa, con due nodi sulle orecchie. "Non hai il minimo senso degli affari," disse. "Quando si va a vendere una cosa bisogna fare la stessa faccia di quando si va a comprare."
Il colonnello scoprì qualcosa di divertente nel suo viso.
"Resta così come sei," la interruppe sorridendo. "Sei uguale all'omettino dell'avena Quaker."
La donna si tolse lo straccio dai capelli.
"Ti sto parlando sul serio," disse. "Adesso porto subito il gallo al compare e scommetto quello che vuoi che torno tra mezz'ora coi novecento pesos."
"Ti sono andati gli zeri alla testa," disse il colonnello. "Stai già cominciando a giocarti i soldi del gallo."
Fece fatica a dissuaderla. La donna aveva passato l'intera mattinata a organizzare mentalmente il programma di tre anni senza l'agonia dei venerdì. Aveva preparato la casa per ricevere i novecento pesos. Aveva fatto un elenco delle cose essenziali di cui erano privi, senza dimenticare un paio di scarpe nuove per il colonnello. Aveva stabilito il posto per lo specchio nella stanza da letto. La momentanea frustrazione dei suoi progetti le causò una confusa sensazione di vergogna e di risentimento.
Fece una breve siesta. Quando si alzò, il colonnello era seduto nel patio.
"E adesso cosa fai," gli chiese.
"Sto pensando," disse il colonnello.
"Allora il problema è risolto. Potremo far calcolo su quei soldi tra cinquant'anni."
Ma in realtà il colonnello aveva deciso di vendere il gallo quel pomeriggio stesso. Pensò a don Sabas, solo nel suo ufficio, in attesa dell'iniezione quotidiana davanti al ventilatore elettrico. Aveva già calcolato le sue risposte.
"Porta il gallo," gli consigliò sua moglie vedendolo uscire. "La faccia del santo fa il miracolo."
Il colonnello si oppose. La donna gli andò dietro fino alla porta di strada con una ansietà esasperante.
"Anche se nel suo ufficio ci dovessero essere i soldati," disse, "tu lo prendi per un braccio e non lo lasci muovere finché non ti darà i novecento pesos."
"Crederanno che stiamo preparando una rapina." La donna non lo ascoltò.
"Ricordati che sei tu il padrone del gallo," insistette. "Ricordati che tu sei quello che gli sta facendo un favore."
"Va bene."
Don Sabas era nella stanza da letto col dottore. "Approfitti adesso, compare," disse sua moglie al colonnello. "Il dottore lo sta preparando per un viaggio alla fattoria, e non tornerà prima di giovedì." Il colonnello lottò contro due forze opposte: nonostante la sua decisione di vendere il gallo desiderò di essere arrivato un'ora più tardi per non trovare don Sabas.
"Posso aspettare," disse.
Ma la donna insistette. Lo portò nella stanza dove suo marito era seduto sul letto monumentale, in mutande, con gli occhi scoloriti fissi sul dottore. Il colonnello aspettò fino a quando il medico scaldò la provetta con l'orina del paziente, annusò il vapore e rivolse a don Sabas un cenno di approvazione.
"Bisognerebbe fucilarlo," disse il medico rivolto al colonnello. "Il diabete è troppo lento per far fuori i ricchi."
"Lei ha già fatto tutto il possibile con le sue maledette iniezioni di insulina," disse don Sabas, e sobbalzò sulle natiche flaccide. "Ma io sono un osso duro da mordere." E poi, al colonnello:
"Avanti, compare. Quando sono venuto questo pomeriggio a cercarla non c'era nemmeno il suo cappello."
"Non lo uso per non dovermelo togliere davanti a nessuno."
Don Sabas cominciò a vestirsi. Il dottore si infilò nel taschino della giacca una provetta di vetro con un campione di sangue. Poi riordinò la borsa. Il colonnello pensò che era in procinto di andarsene.
"Al posto suo manderei al mio compare un conto di centomila pesos, dottore," disse. "Così non sarebbe tanto occupato."
"Gli ho proposto l'affare ma la somma era un milione," disse il medico. 
"La povertà è la cura migliore contro il diabete."
"Grazie per la ricetta," disse don Sabas, cercando di costringere il ventre voluminoso nei pantaloni da cavallo. "Ma non la accetto per evitarle la calamità di essere ricco." Il medico vide i suoi stessi denti riflessi nella chiusura nichelata della borsa. Diede un'occhiata all'orologio senza mostrare impazienza. Mentre stava infilando gli stivali, don Sabas si rivolse intempestivamente al colonnello.
"Bene, compare, e dunque cosa mi dice di quel gallo?"
Il colonnello si accorse che anche il dottore stava aspettando la sua risposta. Strinse i denti.
"Niente, compare," mormorò. "Vengo a venderglielo." Don Sabas terminò di infilarsi gli stivali.
"Benissimo, compare," disse freddamente. "È la cosa più saggia che poteva venirle in mente."
"Sono troppo vecchio per mettermi in questi pasticci," si giustificò il colonnello davanti alla espressione impenetrabile del medico. "Se avessi vent'anni di meno, sarebbe diverso."
"Lei avrà sempre vent'anni di meno," ribatté il medico.
Il colonnello riprese fiato. Attese che don Sabas dicesse qualcosa di più, ma non lo fece. Si infilò una giacca di pelle con la cerniera lampo e fece per uscire dalla stanza.
"Se vuole ne parliamo la settimana prossima, compare," disse il colonnello.
"È proprio quello che stavo per dirle," disse don Sabas. "Ho un cliente che forse le potrà dare quattrocento pesos. Ma dobbiamo aspettare fino a giovedì".
"Quanto?" chiese il medico.
"Quattrocento pesos."
"Ho sentito dire che valeva molto di più."
"Lei mi aveva parlato di novecento pesos," disse il colonnello, facendosi scudo della perplessità del dottore. "È il miglior gallo del Dipartimento." Don Sabas rispose al medico.
"In altri tempi chiunque l'avrebbe pagato mille," spiegò. "Ma ora nessuno si arrischia a mettere un gallo nell'arena. C'è sempre il pericolo di essere fatto fuori a fucilate." Si rivolse al colonnello con un'espressione di desolazione caricata.
"Ecco cosa volevo dirle, compare." Il colonnello approvò con la testa.
"Bene," disse.
Lo seguì nel patio. Il medico rimase nella stanza da letto, trattenuto dalla moglie di don Sabas che gli chiedeva una medicina, "per quelle tali cose che vengono d'un tratto e che non si sa cosa sono." Il colonnello lo aspettò nell'ufficio. Don Sabas aprì la cassaforte, si mise denaro in tutte le tasche e porse quattro banconote al colonnello.
"Ecco sessanta pesos, compare," disse. "Quando venderemo il gallo aggiusteremo i conti."
Il colonnello accompagnò il medico attraverso i bazar del porto che cominciavano a rivivere col fresco della sera. Un barcone carico di canna da zucchero scendeva lungo il filo della corrente. Il colonnello avvertì nel medico un'insolita impenetrabilità.
"E lei come sta, dottore?"
Il dottore scrollò le spalle.
"Normalmente," disse. "Credo di aver bisogno di un medico."
"È l'inverno," disse il colonnello. "A me scompone gli intestini."
Il medico lo osservò con un'occhiata del tutto priva di interesse professionale. Salutò successivamente i siriani seduti sulla soglia dei loro negozi. Sulla porta dell'ambulatorio, il colonnello espose la sua opinione sulla vendita del gallo.
"Non potevo fare altro," gli spiegò. "Quell'animale si nutre di carne umana."
"L'unico animale che si nutre di carne umana è don Sabas," disse il medico. "Sono sicuro che rivenderà il gallo per novecento pesos."
"Lo crede?"
"Ne sono sicuro," disse il medico. "È un affare vantaggioso proprio come il suo famoso patto patriottico con l'alcalde."
Il colonnello non voleva crederlo. "Il mio compare ha stipulato quel patto per salvare la pelle," disse. "Per questo è potuto rimanere in paese."
"E per questo ha potuto comprare per metà prezzo i beni dei suoi stessi compagni di partito che l'alcalde ha fatto espellere dal paese," ribatté il medico. Bussò alla porta perché non riuscì a trovare le chiavi. Poi affrontò l'incredulità del colonnello.
"Non sia ingenuo," disse. "A don Sabas interessano i soldi molto di più che la sua stessa pelle."
La moglie del colonnello andò a far compere quella sera stessa. Il colonnello l'accompagnò fino ai negozi dei siriani, ruminando le rivelazioni del medico.
"Va subito a cercare i ragazzi e di' loro che il gallo è stato venduto," gli disse la donna. "Non bisogna continuare a illuderli."
"Il gallo non si deve considerare venduto finché non tornerà il mio compare Sabas," rispose il colonnello.
Alvaro stava giocando alla roulette nella sala da biliardo. Il locale era affollato in quella serata domenicale. Il caldo sembrava ancora più intenso a causa delle vibrazioni della radio aperta a tutto volume. Il colonnello fissò i numeri dipinti a vivaci colori su un lungo tappeto di tela cerata nera, illuminati da una lampada a petrolio posata su una cassa in mezzo al tavolo. Alvaro si intestardì a perdere sul ventitré. Seguendo il gioco dietro le sue spalle, il colonnello osservò che l'undici era uscito quattro volte su nove giocate.
"Punta sull'undici," mormorò all'orecchio di Alvaro. "È un numero che continua a uscire."
Alvaro osservò il tavolo. Non puntò subito. Prese il denaro dalla tasca dei pantaloni, e col denaro un foglio di carta. Lo consegnò al colonnello, passandolo sotto il tavolo.
"È di Agustín," disse.
Il colonnello mise in tasca il foglio clandestino. Alvaro puntò forte sull'undici.
"Comincia con poco," disse il colonnello.
"Può essere il gran colpo," ribatté Alvaro. Un gruppo di giocatori ritirò le puntate da altri numeri e puntò sull'undici mentre la grande ruota colorata cominciava a girare. Il colonnello si sentì oppresso. Per la prima volta provò il fascino, il soprassalto, l'amarezza dell'azzardo.
Uscì il cinque.
"Mi spiace," disse il colonnello imbarazzato, e osservò con un irresistibile senso di colpa il rastrello di legno che raccoglieva il denaro di Alvaro. "Questo succede quando mi intrometto in cose che non mi interessano."
Alvaro sorrise senza guardarlo.
"Non si preoccupi, colonnello. Provi con l'amore."
Improvvisamente cessarono le trombe del mambo. I giocatori si sparpagliarono con le mani in alto. Il colonnello sentì dietro le spalle lo scatto secco, articolato e freddo dell'otturatore di un fucile. Comprese che era caduto fatalmente in una retata della polizia, col foglio clandestino in tasca. Fece mezzo giro senza togliere le mani dalle tasche. E allora vide da vicino, per la prima volta in vita sua, l'uomo che aveva sparato a suo figlio. Era esattamente davanti a lui con la canna del fucile puntata contro il suo ventre. Era piccolo, meticcio, con la pelle scura, e emanava un lezzo infantile. Il colonnello strinse i denti e scostò dolcemente con la punta delle dita la canna del fucile.
"Permesso," disse.
Fissò un paio di occhi piccoli e rotondi da pipistrello. In un attimo si sentì inghiottito da quegli occhi, triturato, digerito e immediatamente espulso.
"Lei può passare, colonnello."
7
Non ebbe bisogno di aprire la finestra per riconoscere dicembre. Lo scoprì nelle proprie ossa mentre tagliava in cucina la frutta per la colazione del gallo. Poi aprì la porta e la vista del patio confermò la sua intuizione. Era un patio meraviglioso, con l'erba e gli alberi e la stanzetta del gabinetto che galleggiavano nel chiarore, a un millimetro sopra il livello del suolo.
Sua moglie rimase a letto fino alle nove. Quando comparve in cucina, il colonnello aveva già riordinato la casa e chiacchierava con i bambini vicino al gallo. La donna dovette girare al largo per avvicinarsi al fornello.
"Levatevi di torno," gridò. Rivolse all'animale un'occhiata torva. "Non vedo l'ora di sbarazzarmi di quell'uccello di malaugurio."
Il colonnello valutò attraverso il gallo l'umore di sua moglie. Non si poteva rimproverargli nulla. Era pronto per gli allenamenti. Aveva il collo e le cosce spennacchiate e paonazze, la cresta sottile, un aspetto dimesso e un'aria indifesa.
"Affacciati alla finestra e non pensare più al gallo," disse il colonnello quando i bambini se ne andarono. "Con una giornata così vien voglia di farsi fotografare."
La donna si affacciò alla finestra ma la sua espressione non rivelò alcuna emozione. "Mi piacerebbe piantare delle rose," disse tornando al fornello. 
Il colonnello appese lo specchio a un chiodo e cominciò a radersi.
"Se vuoi piantare le rose, piantale," disse.
Cercò di far conciliare le sue mosse a quelle dell'immagine.
"Se le mangiano i porci," disse la donna.
"Meglio," disse il colonnello. "Devono essere molto buoni i porci ingrassati con le rose."
Cercò la donna nello specchio e si accorse che non aveva mutato espressione. Al bagliore del fuoco il suo volto sembrava modellato nel materiale del fornello. Senza rendersene conto, continuando a seguirla con lo sguardo, il colonnello continuò a radersi al tasto come aveva fatto per molti anni. La donna pensò, in un lungo silenzio.
"Non voglio piantarle."
"Bene," disse il colonnello. "E allora non piantarle."
Si sentiva bene. Dicembre aveva fatto appassire la flora delle sue viscere. Fu un po' contrariato quando cercò di mettersi le scarpe nuove. Ma dopo essersi sforzato invano di infilarle capì che sarebbe stato inutile e calzò gli stivaletti di vernice. Sua moglie si accorse del cambio.
"Se non ti metti quelle nuove non finirai mai di ammansirle," disse.
"Sono scarpe da paralitico," protestò il colonnello. "Le scarpe dovrebbero venderle già usate da un mese almeno."
Uscì stimolato dal presentimento che quel pomeriggio sarebbe arrivata la lettera. Dato che non era ancora l'ora delle lance andò ad aspettare don Sabas nel suo ufficio. Ma lo informarono che non sarebbe tornato prima di lunedì. Non si spazientì, nonostante non avesse previsto quel contrattempo. "Prima o poi deve tornare," si disse, e si diresse verso il porto, in un prodigioso istante, fatto di un chiarore ancora intonso.
"Dovrebbe essere dicembre tutto l'anno," mormorò, seduto nel negozio del siriano Moisés. "Ci si sente come se si fosse di vetro."
Il siriano Moisés dovette fare uno sforzo per tradurre l'idea nel suo arabo quasi dimenticato. Era un orientale placido foderato fino al cranio di una pelle liscia e tesa, con dense mosse da annegato. Sembrava davvero salvato dalle acque.
"Così era prima," disse. "Se ora fosse lo stesso io avrei ottocentonovantasette anni. E tu?"
"Settantacinque," disse il colonnello, seguendo con lo sguardo l'impiegato postale. Solo allora si accorse del circo. Riconobbe il telone rammendato sul tetto della lancia della posta, tra un mucchio di oggetti variopinti. Per un attimo dimenticò l'impiegato per cercare le belve tra le casse ammonticchiate sulle altre lance. Non riuscì a scorgerle.
"È un circo," disse. "È il primo che viene da dieci anni a questa parte."
Il siriano Moisés controllò l'informazione. Parlò con sua moglie in una mescolanza di arabo e di spagnolo. La donna rispose dal retrobottega. Il siriano fece un commento destinato a se stesso e poi tradusse la sua preoccupazione al colonnello.
"Nascondi il gatto, colonnello. I ragazzi li rubano per andarli a vendere al circo."
Il colonnello si preparò a seguire l'impiegato.
"Non è un circo di belve," disse.
"Non importa," ribatté il siriano. "I saltimbanchi mangiano gatti per non rompersi le ossa."
Seguì l'impiegato attraverso i bazar del porto fino alla piazza. Lì lo sorprese il turbolento frastuono dell'arena dei galli. Qualcuno, passando, gli disse qualcosa del suo gallo. Soltanto allora si ricordò che quel giorno dovevano iniziare gli allenamenti.
Sorpassò l'ufficio postale. Un attimo dopo era immerso nella turbolenta atmosfera dell'arena. Vide il suo gallo in mezzo alla pista, solo, indifeso, con gli speroni coperti di stracci, con una specie di panico evidente nel tremito delle zampe. L'avversario era un gallo triste e grigiastro.
Il colonnello non provò alcuna emozione. Fu una serie di assalti uguali. Un subitaneo turbinio di penne, e zampe e colli in mezzo a una confusa ovazione. Spinto contro le tavole del recinto, l'avversario girava su se stesso e tornava all'assalto. Il suo gallo non attaccò. Respinse ogni assalto e ricadde esattamente nello stesso posto. Ma ora le sue zampe non tremavano.
Germán scavalcò il recinto, sollevò il gallo con le sue mani e lo mostrò al pubblico delle gradinate. Ci fu una frenetica esplosione di applausi e di grida. Il colonnello notò la sproporzione tra l'entusiasmo della ovazione e la intensità dello spettacolo. Gli sembrò una farsa alla quale — volontariamente e coscientemente — si prestavano anche i galli.
Guardò la galleria circolare, spinto da una curiosità un po' sprezzante. La folla esaltata si precipitò dalle gradinate verso la pista. Il colonnello osservò la confusione di visi infocati, ansiosi, terribilmente vivi. Era gente nuova. Tutta la gente nuova del paese. Rivisse — come in un presagio — un istante cancellato nell'orizzonte della propria memoria. E allora scavalcò la barriera, si fece largo tra la folla concentrata nell'arena e affrontò lo sguardo tranquillo di Germán. Si guardarono senza palpebrare.
"Buona sera, colonnello."
Il colonnello gli tolse il gallo dalle mani. "Buona sera," mormorò. E non disse altro, perché la calda e profonda palpitazione dell'animale lo fece rabbrividire. Pensò che non aveva mai tenuto una cosa così viva tra le mani.
"Lei non era in casa," disse Germán, perplesso.
Lo interruppe una nuova ovazione. Il colonnello si sentì intimidito. Tornò a farsi largo, senza guardare nessuno, stordito dagli applausi e dalle grida, e uscì col gallo sotto il braccio.
Tutto il paese uscì a vederlo passare seguito dai bambini della scuola. Un negro gigantesco in piedi su un tavolo e con una serpe arrotolata intorno al collo vendeva medicine senza licenza in un angolo della piazza. Un gruppo numeroso di persone che veniva dal porto si era fermato per ascoltare il suo imbonimento. Ma quando passò il colonnello col gallo, l'attenzione si spostò su di lui. La strada verso casa non gli era mai sembrata così lunga.
Non si pentì. Da molto tempo il paese era prostrato in una specie di sopore, corrotto da dieci anni di storia. Quel pomeriggio — un altro venerdì senza lettera — la gente si era svegliata. Il colonnello si ricordò di un'altra epoca. Vide se stesso con sua moglie e suo figlio seduti sotto l'ombrello ad assistere a uno spettacolo che non era stato interrotto nonostante la pioggia. Si ricordò dei dirigenti del suo partito, scrupolosamente pettinati, che si facevano vento nel patio della sua casa al ritmo della musica. Rivisse quasi la dolorosa eco del rimbombo nei suoi intestini.
Passò per la strada parallela al fiume e anche lì si imbatté nella folla tumultuosa delle lontane domeniche elettorali. Assistevano alle operazioni di sbarco del circo. Dall'interno di un negozio una donna gridò qualcosa a proposito del gallo. Il colonnello continuò a camminare assorto verso casa, continuando a udire voci disperse, come se lo inseguissero i rimasugli della ovazione dell'arena.
Sulla soglia di casa si rivolse ai bambini.
"Tutti a casa vostra," disse. "Chi entra lo butto fuori a cinghiate."
Mise la sbarra e andò direttamente in cucina. Sua moglie uscì soffocando dalla stanza da letto.
"Se lo sono portati via a forza," gridò. "Gli ho detto che il gallo non sarebbe uscito da questa casa finché io fossi rimasta in vita." Il colonnello legò il gallo al piede del fornello. Cambiò l'acqua nella bacinella, incalzato dalla voce frenetica della moglie.
"Hanno detto che se lo sarebbero preso anche se avessero dovuto scavalcare i nostri cadaveri," disse. "Hanno detto che il gallo non era nostro ma di tutto il paese."
Solo quando ebbe finito col gallo il colonnello affrontò il viso sconvolto di sua moglie. Scoprì senza stupore che l'espressione della donna non gli provocava né rimorso né compassione.
"Hanno fatto bene," disse con calma. E poi, frugandosi nelle tasche, aggiunse con una specie di insondabile dolcezza:
"Il gallo non si vende."
La donna lo seguì fin nella stanza da letto. Lo sentì completamente umano, ma inafferrabile, come se lo stesse vedendo sullo schermo di un cinema. Il colonnello prese dall'armadio un rotolo di banconote, le aggiunse a quelle che aveva tolto di tasca, contò il tutto e lo ripose nell'armadio.
"Qui ci sono ventinove pesos da restituire a don Sabas," disse. "Il resto glielo pagheremo quando arriverà la pensione."
"E se non arriva," chiese la donna.
"Arriverà."
"Ma se non arriva."
"E allora non lo paghiamo."
Cercò le scarpe nuove sotto il letto. Tornò all'armadio per prendere la scatola di cartone, pulì la suola con uno straccio e mise le scarpe nella scatola, come gliele aveva portate sua moglie la domenica sera. La donna non si mosse.
"Le scarpe si restituiscono," disse il colonnello. "Sono tredici pesos in più per il mio compare."
"Non le prendono indietro," disse la donna.
"Devono prenderle indietro," ribatté il colonnello. "Me le sono messe solo due volte."
"I turchi non vogliono capire queste cose," disse la donna.
"Devono capire."
"E se non capiscono."
"E allora che non capiscano."
Si coricarono senza mangiare. Il colonnello attese che sua moglie terminasse di recitare il rosario prima di spegnere la lampada. Ma non riuscì a dormire. Sentì i rintocchi della censura cinematografica, e quasi subito dopo — tre ore dopo — il segnale del coprifuoco. La rantolosa respirazione della donna si fece angosciosa con l'aria gelata dell'alba. Il colonnello aveva ancora gli occhi aperti quando la donna parlò con voce calma, conciliante.
"Sei sveglio."
"Sì."
"Cerca di ragionare," disse la donna, "Va a parlare domani con don Sabas."
"Non arriva prima di lunedì."
"Meglio," disse la donna. "Così avrai tre giorni per riflettere." "Non c'è niente da riflettere," disse il colonnello.
L'aria viscosa di ottobre era stata sostituita da una brezza fresca e tranquilla. Alle due non aveva ancora potuto prender sonno. Ma sapeva che anche sua moglie era sveglia. Cercò di cambiare posizione nell'amaca. "Sei ancora sveglio," disse la donna.
"Sì."
La donna rifletté per un momento.
"Non siamo in condizioni di comportarci in quel modo," disse. "Pensa un po' a quanto fanno quattrocento pesos tutti insieme."
"Ormai manca poco all'arrivo della pensione."
"Stai dicendo la stessa cosa da quindici anni."
"Per questo," disse il colonnello. "Ormai non può più tardare molto."
La donna fece una pausa. Ma quando tornò a parlare, al colonnello parve che il tempo non fosse trascorso.
"Ho l'impressione che quei soldi non arriveranno mai," disse la donna.
"Arriveranno."
"E se non arrivano."
Il colonnello non trovò la forza di rispondere. Al primo canto del gallo si scontrò con la realtà ma tornò ad immergersi in un sonno denso, sicuro, senza rimorsi. Quando si svegliò, il sole era già alto. Sua moglie dormiva. Il colonnello ripeté metodicamente, con due ore di ritardo, i suoi movimenti mattutini, e aspettò sua moglie per far colazione.
La donna si alzò, impenetrabile. Si augurarono il buon giorno e sedettero a mangiare senza parlare. Il colonnello bevve una tazza di caffè nero accompagnata da un pezzo di formaggio e da un panino. Trascorse tutta la mattinata nella sartoria. Alla una tornò a casa e trovò sua moglie che stava rammendando tra le begonie.
"È ora di pranzo," disse.
"Non c'è pranzo," disse la donna.
Il colonnello scrollò le spalle. Cercò di riparare lo steccato del patio per evitare che i bambini entrassero in cucina. Quando tornò nel patio la tavola era preparata.
Durante il pranzo il colonnello comprese che sua moglie stava sforzandosi di non piangere. Quella constatazione lo spaventò. Conosceva il carattere di sua moglie, naturalmente duro, e indurito ancor di più da quarant'anni di amarezze. La morte di suo figlio non le aveva strappato una lacrima.
Fissò direttamente nei suoi occhi uno sguardo di rimprovero. La donna si morse le labbra, si asciugò le palpebre con una manica e continuò a mangiare.
"Sei uno sconsiderato," disse.
Il colonnello non aprì bocca.
"Sei capriccioso, caparbio e sconsiderato," ripete la donna. Incrociò le posate sul piatto ma subito dopo corresse superstiziosamente la posizione. "Ho passato tutta la vita a mangiare terra per scoprire soltanto adesso che merito meno considerazione di un gallo."
"È diverso," disse il colonnello.
"È lo stesso," ribatté la moglie. "Dovresti renderti conto che sto morendo, che quello che ho non è una malattia ma una agonia." Il colonnello non parlò fin quando non terminò di mangiare.
"Se il dottore mi garantisce che vendendo il gallo l'asma ti passa, lo vendo subito," disse. "Ma se no, no."
Quel pomeriggio portò il gallo nell'arena. Quando tornò trovò sua moglie prossima alla crisi. Andava su e giù nel patio, coi capelli sciolti sulle spalle, con le braccia aperte, cercando un po' d'aria attraverso il sibilo dei suoi polmoni. Rimase in quello stato fin quando cominciò a far sera. Poi si coricò senza mai rivolgersi a suo marito.
Masticò orazioni fino a poco dopo il segnale del coprifuoco. Allora il colonnello fece per spegnere la lampada. Ma la donna si oppose.
"Non voglio morire al buio," disse.
Il colonnello lasciò la lampada per terra. Cominciava a sentirsi sfinito. Desiderava dimenticare ogni cosa, dormire per quarantaquattro giorni di fila e svegliarsi il venti gennaio alle tre del pomeriggio, nell'arena e nel momento esatto di lasciare andare il gallo. Ma si sapeva minacciato dalla veglia della moglie.
"È la stessa storia di sempre," cominciò la donna qualche attimo dopo. "Noi facciamo la fame per permettere agli altri di mangiare. È la stessa storia da quarant'anni a questa parte."
Il colonnello non parlò fin quando la moglie fece una pausa per chiedergli se fosse sveglio. Rispose di sì. La donna continuò con un tono piano, fluente, implacabile.
"Tutti guadagneranno su quel gallo, meno noi. Siamo gli unici a non avere un centesimo da puntare."
"Il padrone del gallo ha diritto al venticinque per cento."
"Avevi diritto anche che ti dessero un posto quando ti mettevano a romperti la schiena durante le elezioni," ribatté la donna. "Avevi diritto anche alla tua pensione di veterano dopo aver rischiato la pelle durante la guerra civile. Adesso tutti si sono sistemati e tu sei morto di fame, completamente solo."
"Non sono solo," disse il colonnello.
Cercò di spiegare qualcosa ma fu vinto dal sonno. La donna continuò a parlare sordamente fin quando si accorse che suo marito dormiva. Allora uscì dalla zanzariera e si mise a vagare per il salotto buio. Continuò a parlare da sola. Il colonnello la chiamò verso l'alba.
La donna comparve sulla soglia dell'uscio, spettrale, illuminata dal basso dalla luce della lampada quasi estinta. La spense prima di entrare sotto la zanzariera. Ma continuò a parlare.
"Facciamo una cosa," la interruppe il colonnello.
"L'unica cosa che si può fare è vendere il gallo," disse la donna.
"Si può vendere anche l'orologio."
"Non lo comprano."
"Domani cercherò di farmi dare i quaranta pesos da Alvaro."
"Non te li dà."
"E allora si vende il quadro."
Quando la donna riprese a parlare era uscita di nuovo dalla zanzariera. Il colonnello sentì il suo alito impregnato di erbe medicinali.
"Non lo comprano," disse.
"Vedremo," disse il colonnello dolcemente, senza traccia di alterazione nella voce. "Ora dormi. Se domani non si può vendere nulla, penseremo a qualcosa d'altro."
Cercò di tenere gli occhi aperti ma il sonno lo vinse. Cadde in fondo a una sostanza senza né tempo né spazio, dove le parole di sua moglie avevano un significato diverso. Ma un attimo dopo si sentì scuotere alla spalla.
"Rispondimi."
Il colonnello non riuscì a capire se aveva sentito quella parola prima o dopo il sonno. Stava albeggiando. La finestra si stagliava nel chiarore verde della domenica. Pensò che forse aveva un po' di febbre. Gli bruciavano gli occhi e dovette compiere un grande sforzo per riacquistare la lucidità.
"Che cosa possiamo fare se non si può vendere niente," ripete la donna.
"Per allora sarà già il venti gennaio," disse il colonnello, perfettamente cosciente. "Il venti per cento lo pagano quello stesso pomeriggio."
"Se il gallo vince," disse la donna. "Ma se perde. Non hai pensato che il gallo può perdere."
"È un gallo che non può perdere."
"Ma supponi che perda."
"Mancano ancora quarantacinque giorni prima di cominciare a pensarci," disse il colonnello.
La donna si disperò.
"E nel frattempo che cosa mangiamo," chiese, e afferrò il colonnello per il collo della maglia. Lo scosse energicamente.
"Dimmi, cosa mangiamo."
Il colonnello ebbe bisogno di settantacinque anni — i settantacinque anni della sua vita, minuto per minuto — per giungere a quel momento. Si sentì puro, esplicito, invincibile, nell'istante in cui rispose: "Merda."
Parigi, gennaio 1957
FINE