sabato 3 agosto 2024

RICORDI. Mio padre(2): E si levò il cappello..





RICORDI. Mio padre(2): E si levò il cappello..


Non ricordo di essermi mai seduto da solo con mio padre a parlare. Era di poche parole. Il tema rapporto con i figli era delegato a mia madre. Le parole che ricordo sono : " Paulin, 'o taca' al caval, dai che a go da da' l'aqua a la vida" (Paolino, ho attaccato il cavallo, dai vieni che devo dare il pesticida alla vite). Quella mattina come sempre andammo per "dar l'aqua a la vida", io ero seduto dietro il sedere del cavallo sulla stanga di sinistra, della botte del veleno, mentre mio padre teneva lo spruzzo per irrorare la vite. Il mio ruolo era far fare due metri al cavallo e poi fermarmi per dar tempo al papa' di irrorare. Ma io nell'attesa mi guardavo intorno e fantasticavo sul volo delle farfalle nel prato, sul leprotto che scappava al rumore, sui contadini che lontano "si davano la voce". Cosi' quella mattina il cavallo, probabilmente disturbato dalle mosche, fece uno scatto in avanti e trascino' mio padre che non aveva finito quel tratto. Disse, senza alzare la voce, "Oh vacca...", si levo' dalla testa il cappello, lo butto' per terra, lo schiacciò con rabbia tre volte, destro sinistro destro, lo raccolse, se lo rimise in testa, e mi disse "tiral in dre' " (fai arretrare il cavallo)'. La crisi era superata.





A mi padre


Pedro Garfias


¿Por qué no hablamos nunca, largamente,


tú y yo padre, cuando esto era posible,


como dos hombres, como dos amigos


o dos desconocidos que se encuentran


en el camino y echan un cigarrillo


y se sientan al borde de la vida


mirando pasar la tarde y el camino


y hablan, hablan y callan, pausas de humo,


miradas vagas, las palabras caen


y se quedan flotando en el silencio,


a veces dicen su verdad primera,


el origen, la fuente, y se desnudan,


las palabras desnudas amanecen,


por qué no hablamos nunca, solos, largo?...


Ver métrica de este poema



ALTERIAMO L'AMORE CON LA MEMORIA

Come dice Marcel Proust (Dalla parte di Swann): "A quell'epoca della vita l'amore ci ha già colpiti parecchie volte; la sua evoluzione non segue più soltanto le proprie leggi ignote e fatali davanti al nostro cuore stupefatto e passivo. Noi gli andiamo in aiuto, lo alteriamo con la memoria, con la suggestione. Riconoscendo uno dei suoi sintomi ricordiamo, facciamo rinascere gli altri. Dal momento che la sua canzone, incisa per intero dentro di noi, ci è familiare, non occorre che una donna ce ne suggerisca l'attacco - pieno dell'ammirazione suscitata dalla bellezza - per recuperarne il seguito. E se comincia a metà [la canzone] - là dove i cuori si avvicinano, dove si parla di non vivere più che l'uno per l'altra - siamo abbastanza esperti di questa musica per poter subito raggiungere la nostra partner al punto esatto in cui ci aspetta."

RICORDI. Mio padre(1): "scultar, capir e taser"



RICORDI. Mio padre(1): "scultar, capir e taser" 


Con sette figli,  mia mamma, e una zia che non si era mai sposata, la moglie del figlio maggiore, che a sua volta aveva quattro figli, la casa era piena di voci e rumore sempre. Per questo non mi ricordo che mio padre sia mai arrivato a tavola a mangiare con tutti noi. Il suo "turno", per scelta, era quando tutti avevano finito. Arrivava dai campi, col cappello di panno in testa, estate ed inverno,  che non si toglieva mai, e andava in cucina a recuperare l'avanzo  di minestra, e quando, raramente, c'era il pollo, di solito alla domenica, non aveva che da mangiare il collo e la testa. I figli e nipoti famelici, questo gli lasciavano. Non mi ricordo di averlo mai sentito parlare a tavola. Non cosi' mia madre che approfittava per tutte le lamentele, che di solito consistevano in"ti avevo detto di fare ... " oppure " non ti sei ricordato di...", oppure ancora "quando ti decidi a fare..." . Lui ascoltava con la testa bassa e il cappello sempre in testa, e non diceva niente. Ma capitava che alla domenica, pur in ritardo, fosse a tavola con tutti noi. E allora, mi ricordo che un giorno una discussione era stata particolarmente animata , anche perche', come sempre, avveniva con voci sovrapposte, dove nessuno ascoltava gli altri. A un certo punto lo sentimmo che diceva, come fra sé e sé, "scultar, capir e taser, l'e na gran fatiga". Ascoltare, capire e tacere e' una gran fatica. E il suo interloquire nella discussione si fermo' , senza altro aggiungere.

RICORDI. Sul Po fino a 15 anni. (1) L'alluvione.



RICORDI. Sul Po fino a 15 anni. (1) L'alluvione. 

 Fino ai quindici anni la grande ed unica passione che ebbi, fu il Po. Credo di averlo amato tanto perché mi ha fatto capire il significato della vita. Oh, il fiume, che scorreva calmo d'estate, dove ci bagnavamo timorosi di quei gorghi in agguato che avevano fatto annegare, si raccontava, proprio quelli che si sentivano bravi nuotatori. Io non lo ero e nuotavo, poco, vicino alla riva. Ma durante l'inverno diventava fangoso, portando alberi e rottami d'ogni tipo verso il mare, lontano. Premeva sugli argini, ed era sempre pericoloso per le case come la nostra, che stava a poche centinaia di metri. Era l'alluvione del 1951. Fu allora che abbiamo portato le mucche sull’argine, il Po non aveva ancora rotto nel Polesine e continuava a crescere, ormai al livello dell’argine. Ricordo che guardando dall’argine si vedeva una gobba dell’acqua che nel mezzo era, o sembrava, più alta dell’argine per un effetto tipo quello che si osserva nei capillari. Uomini e donne senza sosta portavano sacchi di sabbia per creare un rialzo. Si facevano i turni di sorveglianza dell'argine, insieme ai contadini delle cascine vicine. In casa si viveva nel timore che arrivasse l'acqua. Fuori si sentiva il vento minaccioso e la pioggia che non cessava. Avevamo portato i mobili su al primo piano. Si mangiava e dormiva tutti insieme, coi materassi per terra, in una stanza dove c'era la stufa. Le altre due stanze erano piene di mobili, che avevamo portato dal pian terreno. Ricordo che Zia Francesca, quando abbiamo deciso di portare al primo piano i mobili, per prima cosa mise in salvo la sua scopa. Quando ha rotto a Polesine ha incominciato improvvisamente a calare anche da noi. E abbiamo incominciato a sperare che non rompesse anche da noi. Erano un ricordo lontano le passeggiate lungo le sponde piene di gigli d'acqua, e ombreggiate dai salici e pioppi, mentre le rane saltavano in acqua per non rischiare di essere catturate da noi ragazzini. Quanto ho amato quei colori, profumi di fiori, di un amore istintivo che partiva dagli occhi per invadere il corpo, che gioia spontanea, naturale. Ricordi del levar del sole tra le nebbie mattutine, come bianchi vapori, che si alzavano al comparire del sole a illuminare i prati lucenti di rugiada.

NOI SIAMO FATTI COME LA MUSICA.




NOI SIAMO FATTI COME LA MUSICA.

Noi siamo fatti, come la musica, di toni diversi, alti bassi, dolci e duri, acuti e bassi, molli e gravi. Ogni giorno, li mettiamo insieme, li fondiamo, per trarne la musica della nostra vita. Mi piace la musica che mi accompagna. 



RICORDI. MIO FRATELLO

Cresciuti insieme, avevamo studiato all'universita', condividendo lo stesso appartamento freddo ed umido, a Bologna.  Divisi ora, dalle diverse professioni, ci ritrovavamo due o tre volte all'anno, nella vecchia casa dei genitori nella bassa mantovana, oppure a casa mia su in valle sopra il lago di Como. Un giorno passeggiavamo, salendo per il ripido sentiero di sassi dietro la casa su in valle. In silenzio volgevamo il capo a tratti per godere la vista dei boschi e prati interrotti dalle case di paesini abbarbicati ai pendii della montagna. Non avevamo bisogno di parlare. I nostri pensieri si incontravano senza bisogno delle parole, per non rompere i silenzi della valle. 


RICORDI Lezione di latino (2)Un indimenticabile insegnamento



RICORDI Lezione di latino (2)Un indimenticabile insegnamento

All'inizio fu un trauma. "A te non piace il latino, perche' non sai cosa fartene" disse mio fratello (non ricordo ahimè, se fosse Don Aldo o Amadio) assumendo un ruolo di insegnante di "ripetizione", ma che, da fratello maggiore, non si era neanche posto il problema di chiedere cosa io pensassi, capissi o non capissi. Di quelle ripetizioni ricordo poco. Ma in realtà non era vero che non amassi il latino. Solo, forse, ero pigro mentalmente. In realtà ricordo bene una lezione dell'insegnante di latino, che mi aveva fatto capire quanto quella lingua morta fosse vivissima nella nostra vita.
"Ragazzi ascoltatemi", disse l'insegnante, " perche' è fondamentale amare ciò che noi facciamo. È bene allora che insieme iniziamo a scoprire l'importanza del latino. Il 90% delle parole in Italiano derivano dal latino. Incominciamo da 'deficiente' (mi ricordavo l'uso nei miei confronti dei fratelli maggiori) deriva da de+facio, cioe' incapace di fare. 'Facio' dal verbo 'facere' " A quel punto fu come se quella dura e severa insegnante avesse aperto uno spiraglio da cui una luce incominciava ad entrare. Mi sentivo da una parte intimidito, perchè mi vergognavo della mia pochezza, ma al tempo stesso sentivo, che a quella insegnante sempre pronta a bruciarti con uno sguardo quando sbagliavo una declinazione, non interessava dimostrare di essere gentile e comprensiva della mia difficolta', perche' considerava piu' importante scuotermi affinche' reagissi. " A voi piace andare sul Po a pescare o giocare con i rivoli d'acqua sui sentieri quando piove," continuò, " 'rivolo', sta per piccolo rivo, cioè piccolo canale, fiume...ma non sapete che "rivale", che vuol dire antagonista, nemico, deriva dal latino 'rivus', perche' i nemici spesso erano i vicini da cui erano separati da un corso d'acqua. Pensai subito ai rivoli vicino al trattore e alle dighe e deviazioni che facevamo. "Quindi, come vedete da questi due semplici esempi, il latino apre la mente sul significato delle parole. Attraverso la parola noi indaghiamo la nostra civiltà, e l'evoluzione umana, la nostra cultura. Ecco la parola "cultura", attraverso la sua origine vi racconterà una parte dell’avventura umana. Indagando scoprireste che la parola nacque dal termine latino "colo", che e' un verbo che significa «coltivare», «abitare», «venerare»". Guardavo ormai rapito quella insegnante che si stagliava nella luce del finestrone (*) proiettando un ombra sui banchi della prima fila. Pensando che, mentre io facevo fatica a realizzare la sufficienza nella scuola media, lei era lanciata nelle sue spiegazioni, ispirata da un'ansia di trasmettere le emozioni del sapere. Allora mentalmente sentii che svaniva l'angoscia di ricordare "aliquis, alicuius, aliqui, aliquem, e com'era l'ablativo aliqu...? " Mentre lei diceva "Vedete, noi viviamo in campagna e non abbiamo esperienza del passaggio dal nomadismo alla condizione sedentaria, che ha voluto dire aver imparato a coltivare la terra, abitando un luogo, e venerandone la divinità, che ha fatto nascere il termine "cultura" inteso come radicamento alle proprie origini, alla propria terra, da cui trarne e svilupparne i frutti. E i frutti non sono solo materiali ma dello spirito e della religione". Allora mi sentivo sempre piu' colpevole, nel non aver visto nel Latino, tutte queste possibilita'. Vedevo la mia insegnante come diversa perchè mi aveva svelato quei segreti che non sarebbero piu' stati tali usando la chiave del Cicerone di " errat si quis hoc existimat". 
(*) Il finestrone nella cui luce si staglia la figura dell’insegnante era uno dei finestroni del palazzo sopra il chiostro dei secolari. Alle aule si accedeva dallo scalone di Barberini (1674) che biforcava a destra verso le aule dell’Avviamento e a sinistra verso le Elementari e in fondo le Medie.(Roberto)

RICORDI Lezione di Latino(1)

RICORDI Lezione di Latino(1)
Era una signora di eta', per me, indefinibile, l'insegnante di latino. Non molto alta, magra, sempre vestita di nero, non credo sposata, capelli corvini stretti a crocchia, occhiali con montatura pesante di tartaruga, con una voce dai toni acuti quando si arrabbiava per gli errori di declinazione : rosa, rosae... In seconda media inferiore, come si chiamava allora, si iniziava a studiare il latino. Non mi ricordo molto delle lezioni a scuola. Ma cosa mi e' rimasto nella memoria sono le ore di sofferenza a casa, mandare a memoria regole grammaticali e sintattiche.
Arriva la fine dell'anno scolastico di seconda media e la pagella mi dice che il voto in latino e' un misero "cinque": condannato a studiare per la "riparazione" a settembre. La regola nella mia famiglia, consolidata dalla storia scolastica dai miei quattro fratelli e una sorella, maggiori di eta', era che nessun insegnante di "ripetizione" poteva essere autorizzato. Non c'erano soldi per pagarlo, e inoltre se uno era "rimandato" era perche' non aveva fatto il "proprio dovere", studiando per quanto bastava. Espressioni tipo "poverino non ce l'ha fatta, ha bisogno di aiuto", non esistevano. Per giunta i fratelli maggiori, piu' comprensiva mia sorella, al massimo ti dicevano "ma non ti vergogni di essere cosi' ignorante".... in dialetto mantovano: "tze n'ignorant"... Ma non era solo questo. In estate tutti, adulti e bambini, dovevano contribuire ai lavori della campagna, ognuno secondo la propria eta'. Poco tempo per studiare materie, per le quali uno aveva avuto tutte le ore necessarie durante l'anno scolastico. Avevamo quattordici mucche. Le coltivazioni erano: erba medica per il fieno, frumento, granoturco (mai conosciuto allora la parola mais), e poi vite, e frutta varia da raccogliere. A giugno quando finiva la scuola era tempo di tagliare il grano, gli adulti con le falci, e i bambini con le donne, una volta raccolto, andavano a "spigolare", che volevs dire raccogliere le spighe che erano rimaste a terra. C'era la raccolta delle pesche, albicocche e susine...per donne e bambini soprattutto. C'era da dare una mano a " rastrellare" il fieno. C'era da "guidare il cavallo" che tirava la botte, mentre il papa' "dava al velen" alle viti per evitare l'attacco della peronospera, oidio ecc.. Ogni giorno mio fratello primogenito, l'unico rimasto con mio papa' a coltivare la poca terra, chiamava per assegnare il lavoro ai bambini: cioè a me e a mio fratellino di quattro anni piu' giovane di me.Il lavoro che piu' piaceva, a noi due, era la sorveglianza del trattore che pompava l'acqua di irrigazione, di solito per il granoturco, piu' bisognoso di acqua nei mesi di luglio e agosto, quando la pianta sviluppava le pannocchie, e quindi determinante per la quantita' e qualita del futuro raccolto. Il nostro trattore non era un Landini, quello lo aveva, un vicino che era chiamato "Mignolin" (non mi ricordo nè nome nè cognome). Non dimentico che dormivamo al conciliante tumtumtum del suo Landini, che entrava dalle finestre aperte per il caldo, perchè Mignolin lo faceva andare tutta la notte. Il nostro era un Fiat R25 che non andava a benzina agricola, economica ma non abbastanza, e nemmeno a nafta come il Landini di Mignolin. Andava a petrolio agricolo che tenevamo nella cisterna sulla quale a volte sedevo per gioco. Da qualche parte dovrebbe esservi anche una foto che mi immortala su quella cisterna. Vicino al trattore avevamo un "canestar" di petrolio col quale dovevamo rifornire il trattore, ogni due ore, cercando di non versarcene addosso. Non ci siamo mai riusciti. La nostra attività, in riva al fossato, da dove si traeva l'acqua, era di usare la regolare perdita delle tubature, per fare giochi basati su piccoli canali nel terreno, costruendo microscopiche dighe, immaginando castori e lontre e gallinelle d'acqua che nuotassero, sguazzassero, nei canali da noi disegnati. Oppure ci dedicavamo alla caccia delle rane, inseguendole sulla riva, battendo con un legno, con scarsi risultati di cattura. Tutto questo avveniva pero' nel momento piu' bello della giornata: tra l'una e le quattro del pomeriggio mentre il fratellone e il papa' facevano la pennichella, e noi eravamo on the job, ma fuori da occhiute attenzioni. Di notte stavamo in una tenda, probabilmente militare, vicino al trattore a fare la guardia perché non ce lo rubassero. Verso mezzanotte arrivava Enrico che ci dava il cambio e dormiva nella tenda fino al mattino.
Ps. Ringrazio mio fratello Roberto per suggerimenti

SONETTO XLIII William Shakespeare





SONETTO XLIII

William Shakespeare

Traduzione di Chiara Lombardi.

"Quando più li chiudo, allora meglio i miei occhi vedono,

ché tutto il giorno cose indegne di vista scorgono;

ma quando dormo, nei sogni ti guardano,

e, luminosamente bui, il buio illudendo lo illuminano.

Allora tu, la cui ombra le ombre di luce accende

quale felice visione formerebbe la forma della tua ombra

al chiaro giorno con la tua molto più chiara luce,

quando a occhi ciechi così tanto la tua ombra risplende?

Quanto, dico, benedetti sarebbero i miei occhi,

quando nella morta notte incompleta la tua bella ombra

il sonno pesante penetra e su occhi ciechi si posa!

Tutti i giorni sono notti a vedersi finché non vedo te,

tutte le notti giorni radiosi quando i sogni ti mostrano a me."


Sonnet XLIII

"When most I wink, then do mine eyes best see,

For all the day they view things unrespected;

But when I sleep, in dreams they look on thee,

And darkly bright are bright in dark directed.

Then thou, whose shadow shadows doth make bright,

How would thy shadow’s form form happy show

To the clear day with thy much clearer light,

When to unseeing eyes thy shade shines so!

How would, I say, mine eyes be blessed made

By looking on thee in the living day,

When in dead night thy fair imperfect shade

Through heavy sleep on sightless eyes doth stay!

All days are nights to see till I see thee,

And nights bright days when dreams do show thee me."

    

Nel Sonetto 43, Shakespeare si tormenta sull’assenza della persona amata, giocando sulle similitudini fra gli opposti.

Questo è un sonetto di antitesi, vedere e non vedere, giorno e notte, ombra e forma, buio e luminoso, morto e vivo.

È anche un poema di assenza, e si collega tematicamente ai successivi sette sonetti (43-52, escluso 49).

Assenza e presenza come quando vorresti che ci fosse lì con te e dentro di te una persona lontana.

Tutte parole di una intimità sconvolgente. 

Il sonetto elabora una particolare concezione dell'eros/teoria dell'amore. Abbiamo il tema delle cecità metaforica, intesa come rimozione della vista reale, che viene sostituita da una forma di 'veggenza" d'amore, dalla visione della mente. Questa visione si manifesta nel sogno e nell'immaginazione, oppure nella memoria. Questo perché il ricordo del fair youth può aprire gli occhi della mente fino ad immaginare.

 Nel verso "Quando più li chiudo, allora meglio i miei occhi vedono" troviamo un'intuizione fondamentale della poetica di Shakespeare. Da questa frase paradossale, infatti, si costruisce tutta la composizione in cui la visione prevalente è quella della mente. In questo caso, dunque, l'immaginazione prevale sulla percezione della realtà, che è considerata indegna. Quindi al chiarore del giorno si oppone la luce emanata dall'ombra dell'amato, che si figura nella mente durante il sonno/il ricordo o il sogno Nella seconda strofa, si pone l'ipotesi di un incontro tra la propria immaginazione e la realtà, uno spettacolo felice "happy show", che si rivelerà impossibile

 La musicalità del sonetto è evidente da un'analisi a livello fonico: ad esempio nel ritmo cadenzato dei pentametri giambici, che sono collocati in versi a rime alternate (ABAB nelle tre quartine) e con la conclusione in rima baciata del distico finale.

NON SOLO VOGLIO VIVERE
Paolo Bolzani

Io non solo voglio vivere, ma voglio anche capire perché vivo. È la mia essenza di essere umano che mi fa porre questa domanda. La mia identità più profonda nasce più dalla domanda che dalla risposta. Il mio vivere e progredire dipende dalla continua curiosità. Il cercare di capire cosa succede, il cercare relazioni con gli altri, il pormi domande sulla mia esistenza.... tutto questo è anche il segreto per "non invecchiare". Oggi mi chiedo: quanta parte della mia vita ho vissuto senza riflettere sul significato della mia frenetica attività, senza fermarmi un attimo per chiedermi se veramente valeva la pena vivere in quel modo?. Ecco, fermarmi per pormi questa domanda, questo da senso alla mia vita. La domanda, non la risposta.


RICORDI: IL PO
Portammo le mucche sull'argine 

Paolo Bolzani
Fino ai quindici  anni l'unica, grande ed unica passione che ebbi, fu il Po.  Credo di averlo amato tanto perché mi ha fatto capire il significato della vita. Oh, il fiume, che scorreva calmo d'estate, per i nostri tuffi e le nuotate. E la pesca del pesce gatto, delle tinche, dei "gobbi", del luccio, delle anguille, delle carpe. 
Ma durante l'inverno diventava fangoso, portando alberi e rottami  d'ogni tipo verso il mare, lontano. Premeva sugli argini, ed era sempre pericoloso per le case come la nostra, che stava a poche centinaia di metri. Ricordo l'alluvione del 1951. Aveva rotto nel Polesine con migliaia di famiglie rimaste senza casa. La nostra casa era minacciata. Portammo le mucche sull'argine dove uomini e donne senza sosta portavano sacchi di sabbia per creare un rialzo. Si facevano i turni di sorveglianza, insieme ai contadini delle cascine vicine. In casa avevamo portato i mobili su al primo piano. Si mangiava e dormiva tutti insieme, coi materassi per terra, in una stanza dove c'era la stufa. Le altre due stanze erano piene di mobili, che avevamo portato dal pian terreno. Fuori si sentiva il vento minaccioso e la pioggia che non cessava. 
Erano un ricordo lontano le passeggiate lungo le sponde piene di gigli d'acqua,  e ombreggiate dai salici e pioppi, mentre le rane saltavano in acqua per non rischiare di essere catturate da noi ragazzini. Quanto ho amato quei colori, profumi di fiori, di un amore istintivo che partiva dagli occhi per invadere il corpo, che gioia spontanea, naturale. Ricordi  del levar del sole tra le nebbie  mattutine, come bianchi vapori, che si alzavano al comparire del sole a illuminare i prati lucenti di rugiada.

RICORDI. Mi piace raccontare....


RICORDI. Mi piace raccontare....

Mi piace raccontare, spizzichi della mia vita, perchè penso non sia la più piatta e monotona delle esistenze. Come tutti abbiamo aspetti del passato, più o meno emozionanti, abbiamo una quotidianità fatta di abitudini ma anche episodi unici, inaspettati, che si presentano per cambiare il corso delle cose, per arricchirti, o per metterti alla prova. Per questo ho amato molto leggere Ángeles Mastretta "L'emozione delle cose" dove ci racconta i piccoli frammenti di passato, di presente, di vita quotidiana che in un modo o nell'altro hanno condizionato o condizionano la sua vita. Cose che l'hanno fatta sorridere e cose che l'hanno fatta e ancora la fanno stare male. Così ci racconta della morte della madre che fatica ad accettare, ma che scrivendo cerca di affrontarne il lutto. Racconta dei nonni, delle loro origini, dei lutti in famiglia come dei momenti di gioia, del suo diventar grande, dell'amore, dei suoi figli. Così leggendo il racconto della sua vita sono portato a pensare alla mia e mi viene voglia di raccontarla. Ma mi accorgo di non essere Ángeles Mastretta.

RICORDI. Vacanze a Bordighera (2) l sassi della spiaggia.



RICORDI. Vacanze a Bordighera (2) l sassi della spiaggia. 
Mi scrive mio fratello Roberto, di quelle vacanze a Bordighera:"Ero molto piccolo, di Bordighera ricordo la spiaggia di sassi levigati dall'acqua, alcuni di colore verde quasi trasparenti, sembravano vetri corrosi dall'acqua, i nostri preferiti. Quelli più piatti erano ottimi per il lancio a pelo d'acqua in modo da farli saltare più volte. Per arrivare alla spiaggia dalla casa in cui abitavamo passavamo in un tunnel sotto la ferrovia.  Dopo il tunnel si apriva la spiaggia e la vista del mare. Di Bordighera ricordo lo zio Joffre che mi incuteva soggezione, come si diceva italianizzando il dialettale "sugesiun". 
Ma ricordo soprattutto i profumi. Al mattino mentre andavamo al mare il profumo dei garofani di cui erano pieni balconi e giardini. Al ritorno dal mare il profumo dell'olio di oliva che dalle padelle si diffondeva nelle vie esaltato dal profumo della legna, anche quella di ulivo, usata nelle stufe per preparare la cena.
Foto di autore ignoto. Conservata da Roberto Bolzani


RICORDI. Vacanze a Bordighera: (1) Il viaggio.



RICORDI. Vacanze a Bordighera: (1) Il viaggio.
Arrivammo a Bordighera a notte fonda. Era di giugno nell'anno 1947. Quell'anno presi una brutta broncopolmonite per un colpo di vento freddo mentre giocavo, sudato, in spiaggia. Mi salvò la penicillina arrivata con l'esercito americano. Eravamo partiti da casa "con il primo treno", uscendo alle cinque del mattino anche se la distanza con il "biroccino" si copriva in massimo 20 minuti, per due ragioni: bisognava arrivare prima per sicurezza, e soprattutto bisognava evitare di trovare il passaggio a livello chiuso, in quanto la stazione si trovava al di là delle rotaie e il casellante chiudeva con largo anticipo. Si partiva con "il primo treno" perchè mia mamma non ha mai pensato che potesse esistere un orario da poter usare per studiare le lcoincidenze, e visto che, partendo da San Benedetto Po, avremmo dovuto cambiare svariate volte per arrivare a Bordighera. I cambi di treno erano: Suzzara, Modena, Parma, La Spezia, e poichè prendevamo la prima coincidenza senza controllare se il treno arrivasse a Ventimiglia, anche Genova.
Abbiamo viaggiato tutto il giorno. Con noi aveva viaggiato anche mio fratello Roberto. All'arrivo la mamma aveva gli occhi arrossati. Portava una grossa valigia di "fibra" legata con lo spago, e sembrava affaticata dalla lunga giornata. Ci attendeva fuori della stazione di Bordighera il cugino Joffre, con il suo calesse.


RICORDI. TRASGRESSIONI
A quell'età si ha sempre un maestro di vita...Giovanni aveva allora sedici anni, uno più di me, e mi trattava come chi non sa ancora niente della vita. Ed era vero. Io restavo per otto mesi in collegio e solo d'estate potevamo vederci. Ci incontravamo alla domienica pomeriggio, perchè nei giorni feriali dovevo dare una mano in campagna. Il luogo era "al monument", cioè il monumento ai caduti in piazza a lato della Basilica di San Benedetto Po. Seduti fianco a fianco, Giovanni mi impartiva lezioni di vita. La prima lezione mi sembra sia stata una sigaretta. Dal tabaccaio, allora si potevano comprare anche sciolte: il pacchetto intero costava troppo per le nostre povere tasche. Con la sigaretta fra le dita, guardandomi con aria da "chi la sa lunga" mi faceva domande imbarazzanti per me. L'argomento preferito erano ovviamente "le femmine". Non diceva "le ragazze" o "le donne", ma proprio le femmine. Lui aveva il filarino. Una ragazza che conoscevo anch'io e che era nostra compagna alle medie. Quindi poteva raccontare incontri bollenti, magari in gran parte inventati, ricchi però di descrizioni per me sorprendenti, nuove, non avendo mai avuto un incontro a due con una ragazza. Pendevo dalle sue labbra. Fu Giovanni a portarmi a vedere un film "proibito". In paese c'erano due sale cinema: quella "dei preti" e quella di un altro gestore che proiettava film, proibitissimi, vietati ai minori di 14 anni. Film scandalosi come "Riso amaro", storia torbida e poi quelle braghette corte e quel petto (si diceva "petto"). Ma a quei tempi (ma ancora adesso) io ero un appassionato dei film "horror" di Corman con le storie di Dracula, Frankenstein, la casa degli Usher, etc. Ovviamente quando avevo abbastanza monete avevo il permesso di andare al cinema, ma solo a quello " dei preti". Dai preti ho visto il grande cinema di John Ford, e tutti, ma proprio tutti i film di John Wayne, nonchè i "colossal' da "I Dieci Comandamenti" a "Ben Hur". Questi ultimi massacrati perchè duravano troppo e dovevano finire alle 17, ora delle funzioni vespertine. Ma quella domenica proiettavano non so cosa "dai preti" e nell'altro invece "Il vampiro del pianeta rosso" di Corman, un mitico fanta-horror. Il parroco aveva l'abitudine di mettersi nella piazza della chiesa, con alle spalle il cinema "virtuoso" e controllare chi andava, al cinema "peccaminoso", la cui entrata era a non più di cinquanta metri dal primo. Tra i due cinema ci stava "la Jolanda" con il suo carrettino/banchetto dove vendeva spagnolette, lupini, ceci, carrube, e altre prelibatezze, come i mitici "disoccupati", omini di gomma di colore nero. Con pochi centesimi potevi andare al cinema con cartoccio, sempre di carta di giornale, e fare ogni rumore mangiando, per lasciare uno strato per terra che avrebbe prodotto sinistri scricchiolii sotto le nostre scarpe, all'uscita. Dovevo riuscire ad andare a vedere il film "proibito" senza che mi vedesse il parroco. Sarebbe stato un disastro la mattina dopo perchè certamente l'avrebbe detto a mia mamma, quando sarebbe arrivata, puntuale come ogni mattina, alla messa delle sei. Mi immaginavo che avrebbe fermato la mamma mentre scendeva dalla bicicletta e: "Maria, a set cus la fat Paulin?. Le andà a vedar an filmas". Per questo serviva un piano con la complicità attiva del mio amico Giovanni. Mentre mi sarei avvicnato , coperto alla vista dal carrettino della Jolanda, e avrei comprato semi di zucca e ben n. dieci "disoccupati", lui avrebbe raggiunto il Parroco, con aria contrita e lo avrebbe impegnato in una conversazione, basata su scuse per la non assidua frequentazione delle lezioni settimanali di catechismo. Il parroco, come usava fare si sarebbe concentrato a rafforzare questa inaspettata " conversione" di un ben noto "malnat" e cattiva compagnia e io sarei sgattaiolato di corsa verso l'ambita meta. E lo stratagemma funzionò. 
Foto: "Al monument"

RICORDI. PRIMO AMORE...AVEVO 15 ANNI.

RICORDI. PRIMO AMORE...AVEVO 15 ANNI.

Avevo 15 anni ed ero in collegio a Brescia. Non ho mai avuto il coraggio di dire a Mara che mi piaceva e che volevo uscire con lei. Una sera sotto i portici di Brescia l'ho vista con un altro. Uscivo da una pizzeria, ho avuto un sussulto di nausea. Con la pizza mi sono riconcigliato a Napoli in Piazza Dante, 25 anni più tardi. Lei era del mio paese. La vedevo solo quando tornavo a casa Natale e Pasqua. Era più giovane di me di un paio d'anni. Stando lontano dal paese, quando tornavo non ero inserito in nessun giro di amici se non di ex compagni di scuola. Soffrivo perchè tutti avevano un "filarino" ed io neache parlavo con una qualsiasi ragazza. Mi sentivo bruttino e stortarello, magro magro, con una testa troppo grossa su un corpo minuto. In piazza, in paese, le poche volte che andavo, perchè abitavamo fuori, “lumavo” le ragazze. Non sapevo fare una battuta che mi permettesse di scherzare con chi mi piaceva. Quel Natale ebbi l'occasione tanto desiderata di essere invitato ad una "festina" al pomeriggio di Santo Stefano. Andrea mio ex compagno delle medie mi disse che dalle 14.00 a casa di Mara ci sarebbe stata musica e ballo. Ma io non sapevo ballare. Ma mi ero detto che l'avrei invitata, quando ci fosse stato "un lento". Che emozione in quella stanza con le sedie al muro e il giradischi. Le persiane erano chiuse per fare effetto notte. Mara era lì e scherzava con Francesco, che era più grande e andava all'università. Cambiavo i dischi e non sono riuscito neanche a dirle ciao. A letto quella notte ho pianto.

RICORDI:AL ME PUPÀ



RICORDI:AL ME PUPÀ
Il sentimento, ripensando a mio padre, trova il proprio nutrimento nei ricordi dei gesti più semplici, nelle piccole complicità di ogni giorno. Mio padre parlava ai figli pochissime volte. Solo per cose pratiche legate alla vita quotidiana. Non ricordo un rimprovero. Se sbagliavo, come quella volta nel controllare il cavallo, la reazione era un gesto, uno sguardo. Erano i fatti concreti che significavano l'attenzione e la presenza. Non i con i discorsi ma con l'esempio.

    Al me pupà, che viene dal fienile con le uova fresche nel cappello.


RICORDI. S-ciancol


RICORDI. S-ciancol

Ormai con la famiglia ci si vede tre volte all'anno. Gli appuntamenti fissi sono Natale, Pasqua, e per la festa del nedar (anatra) inizio ottobre. Grandi mangiate con fratelli, nipoti, cugini: oltre una ventina che arrivano nella casa paterna dove è rimasta solo una nipote e la sua mamma, moglie di Rico. Ma non è solo questo il rito. Dopo mangiato e dopo aver fatto una gita nella campagna, si torna e qualcuno di noi grida la parola fatidica: "S-ciancol!". Le donne in genere vanno in casa e i ragazzi più o meno maturi iniziano il torneo.
Lo S-ciancol: in dialetto mantovano e' il nome del gioco Lippa . Il gioco della “lippa” consiste nel far saltare un pezzo di legno appuntito alle sue due estremità, battendolo con un bastone e percuo­tendolo poi in volo per mandarlo il più lontano possibile. Ha fasi e regole che lo fanno considerare precursore del baseball: la base, il lancio, la presa, giocatore in difesa e in attacco, perdita della base....Da dove deriva il nome?: Il nome sembra derivare da “halip” dal caldeo e significa “lancio, getto”. L'origine orientale e' rafforzata dal fatto che il gioco e' ancora diffusissimo in India (chiamato gillidanda).
Ha origini antiche: al Petrie Museum di Londra (museo di archeologia egizia), tra i tantissimi reperti sono conservati dei bastoncini di legno, alcuni dei quali appuntiti alle estremità e catalogate come lippe. Da questa testimonianza potremmo collocare la sua lontana origine a circa 3500 anni fa. Ma poi troviamo tracce in pitture all'interno di tombe etrusche e romane.
Lo troviamo ianche nel cinema: ricordiamo: "Guardie e ladri", con Totò e A. Fabrizi (IT. 1950), "I soliti ignoti" con Totò, M. Mastroianni, V. Gasman (IT. 1958), "Stanlio ed Onlio nel paese della meraviglie" (USA 1934), "Altrimenti ci arrabbiamo" con Bud Spencer e Terence Hill (USA 1974)
Lo troviamo in letteratura: ne parla John Steinbeck in La valle dell'Eden, a pag 33 Edizione Mondadori (*)
(*) "L'affetto tra i ragazzi era cresciuto con gli anni. Può darsi che il sentimento di Charles fosse in parte disprezzo, comunque era un disprezzo protettivo. Una sera i ragazzi giocavano nel cortile a "peewee", un gioco nuovo per loro. Si metteva per terra un bastoncino appuntito e poi lo si colpiva vicino alla punta con una mazza. Il bastoncino volava per l'aria e poi con un altro colpo lo si faceva volare il più lontano possibile.
Adam non valeva molto, per i giochi. Ma a quel gioco lì, per qualche fortunato caso di occhio e di tempismo, batté il fratello. Per quattro volte fece volare il bastoncino più lontano di Charles. Fu una nuova esperienza per lui, e si sentì talmente inebriato da non avvertire lo stato d'animo del fratello, cosa di cui solitamente si preoccupava. La quinta volta che batté il bastoncino, questo volò via lontano ronzando come un'ape. Si voltò tutto contento verso Charles e agghiacciò a un tratto. L'odio che gli si leggeva in volto lo aveva spaventato. -Forse è stato solo un caso disse barbugliando; -scommetto che non ce la faccio una seconda volta."

RICORDI



RICORDI
Dovremmo accorgerci che le risposte alle domande che ci poniamo oggi sono spesso custodite già, in buona parte, nel nostro bagaglio di esperienze. Per questo è positivo ricreare con il ricordo lo stesso stato sperimentato nell’istante che abbiamo vissuto quella esperienza, anche se questo significa richiamare emozioni non sempre gradevoli, a volte imbarazzanti. Basta che non abbiamo paura a richiamare quei momenti. 

PASSIONE. Estratto da Elias Canetti. “La Provincia Dell'uomo.”

PASSIONE
Estratto da Elias Canetti. “La Provincia Dell'uomo.” ADELPHI EDIZIONI,1993.
“Una passione può essere indicibilmente bella quando torna a nascere cieca, avventata, dalla domesticazione, dall’ordine e dalla consapevolezza. Si salva proprio perché minaccia distruzione. Chi vive senza passione non vive; chi la padroneggia sempre, vive a metà; chi in essa va in rovina, ha per lo meno vissuto; chi la ricorda ha futuro, e chi l’ha bandita non ha altro che passato.”

venerdì 2 agosto 2024

LA RUSSIA RIABILITA STALIN Centro Studi Problemi Internazionali giugno 2013 di Cristina Carpinelli

 


LA RUSSIA RIABILITA STALIN

Centro Studi Problemi Internazionali 

 giugno 2013 

di Cristina Carpinelli Comitato Scientifico, CESPI 

  Eric Hobsbawm 

“Gli storici sono indispensabili al nazionalismo quanto i coltivatori di oppio del Pakistan lo sono per  i tossicodipendenti: entrambi forniscono le materie prime per il mercato”. 

Il 5 marzo 2013, in occasione del 60° anniversario della morte di Iosif 

Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin, si sono svolte in Russia solenni commemorazioni. Dopo oltre mezzo secolo, la figura del “piccolo padre” (batjuška) ritorna ancora in auge. La sua popolarità è, infatti, cresciuta nell’ultimo decennio: il 49% dei russi esprime un giudizio positivo su di lui, il 36% lo considera il personaggio storico più importante del paese (Euronews). 

In Georgia, dov’è nato, è ricordato come un grande leader. In base a un sondaggio condotto tra un campione di cittadini russi nel 2011 dal Centro di ricerca sull’opinione pubblica “Levada” di Mosca, il cui direttore è Lev Gudkov, “Stalin avrebbe svolto un ruolo complessivamente positivo nella vita del paese, nonostante le repressioni (negli ultimi 8-10 anni questa opinione risulta condivisa mediamente da più della metà degli intervistati: 51-53%; mentre una valutazione negativa dell’operato di Stalin è espressa dal 30-33%). (…) La maggioranza assoluta dei russi se da una parte ritiene che non sia assolutamente giustificabile che il popolo sovietico abbia avuto tante vittime durante l’epoca staliniana, dall’altra però sostiene che “senza Stalin la guerra non sarebbe stata vinta” (68% dei russi)”.  

I cittadini russi non rinnegano i crimini di Stalin, ma in un momento di grandi incertezze indotte dalla crisi globale, che si è manifestata anche in Russia dal 2008, in presenza di uno Stato sempre più corrotto e coercitivo, dove mancano forti riferimenti morali e intellettuali, essi esprimono in ultima analisi un’opinione favorevole nei confronti dello statista georgiano, “reagendo alla frustrazione della conoscenza delle repressioni staliniane con il desiderio di chiudere un occhio su tutto quanto è avvenuto ” (Lev Gudkov). Molti sono i russi che lo considerano, infatti, “una persona che ha saputo come portare avanti le cose e tenere tutto quanto sotto controllo”. 

Putin ha subito colto l’importanza del potenziale unitario dell’identità nazionale in un clima di prostrazione della società, e ha fatto della memoria storica il collante di una rinnovata strategia di “nationbuilding”, entro cui la figura di Stalin ha acquisito un ruolo centrale. 

Ma Oleg Chlevnjuk, senior researcher all’Archivio di Stato della Federazione russa (Mosca) ha sostenuto sulle pagine del quotidiano “The Moscow Times” che “anche sotto Stalin il tasso di criminalità era molto alto, i burocrati erano corrotti e la media delle persone viveva in assoluta povertà”. Secondo lo storico, questi miti non sono altro che il riflesso delle ansie per la Russia contemporanea: “Le preoccupazioni per la corruzione, il crimine e lo status del paese hanno dato vita a un passato immaginario”. Per il sociologo russo Lev Gudkov: “La verità sull’era staliniana è stata cancellata, sostituita da un culto devoto per l’uomo forte, il leader efficiente. Il valore di un grande Stato, la tutela della sua integrità e della sua potenza giustificano ogni mezzo usato dalla politica. Inoltre, si conferma l’incommensurabilità degli obietti della politica dello Stato o dei significati valoriali dello Stato rispetto ai valori e alle opinioni del semplice cittadino, ivi compreso il valore delle vite umane”.  

Su decisione dell’amministrazione comunale di Volgograd, in occasione della parata, tenutasi il 2 febbraio 2013, che ha celebrato il 70° anniversario della vittoriosa battaglia di Stalingrado, la città ha ripreso per alcuni giorni il suo nome originario: Stalingrado, appunto (era stata così denominata nel 1925 in riconoscimento del ruolo svolto da Stalin e dagli abitanti della città nella guerra civile contro le truppe anti-bolsceviche che seguì la Rivoluzione d’Ottobre). E tornerà ad essere chiamata la “città di Stalin” in tutti gli anniversari legati alla storia militare nazionale. Concorre all’idea di ribattezzare, anche se non per sempre, la città di Volgograd (acquisì il nome di “città del Volga” nel 1961, in seguito alla “destalinizzazione”), il sentimento che la Russia ancora oggi sia sotto la minaccia di un Occidente aggressivo. 

 

Il presidente russo Vladimir Putin ha partecipato alla grande sfilata militare, con centinaia di soldati vestiti con l’uniforme dell’Armata Rossa. Alla vigilia della stessa, Putin aveva affermato: 

“Dobbiamo fare di tutto per mantenere viva la memoria di Stalingrado. Dobbiamo combattere contro i tentativi di raccontare bugie sugli eventi della Seconda guerra mondiale e contro coloro che mistificano quei fatti e che spudoratamente cancellano gli atti eroici di coloro che liberarono il mondo”. 

Inoltre, dal 2 febbraio fino al 9 maggio, in occasione delle celebrazioni della vittoria del Secondo conflitto mondiale, cinque autobus con l’effige di Stalin sulle fiancate hanno circolato per le vie delle città di Volgograd, Čita e San Pietroburgo. L’iniziativa non è nuova. È ripetuta da almeno tre anni. Alcuni leader dell’opposizione hanno espresso la loro indignazione, sottolineando che la vittoria della Grande Guerra Patriottica “non è stata ottenuta grazie al genio militare di Stalin, ma grazie alla resistenza eroica del popolo russo”. L’ombudsman del Cremlino, Vladimir Lukin, ha dichiarato che si tratta di una decisione “demagogica”, che “insulta la memoria dei caduti di Stalingrado”. 

Queste iniziative rientrano nel clima di patriottismo promosso dalla Russia di Putin. La riproposizione dell’orgoglio russo è il cavallo di battaglia del conservatorismo autoritario del presidente russo. E l’autoritarismo come tipo di sistema socio-politico ha bisogno di appoggiarsi alla tradizione. Questa era stata rispolverata con diversi interventi: nel 2001, un anno dopo la sua prima “incoronazione” a presidente del paese, Putin aveva riabilitato la vecchia melodia dell’inno nazionale sovietico e per il testo aveva richiamato in servizio il poeta di Stato Sergej Michalkov, già autore dei testi degli inni sovietici del 1944 e 1977. Aveva giustificato questa scelta, dichiarando che “i valori russi fondamentali sono il patriottismo, l’amore per la propria patria, per il proprio popolo, per i propri principi culturali. Tutto ciò fa di noi una nazione, che è la fonte della nostra unicità, di tutto ciò di cui possiamo essere fieri“. 

È noto che in Russia il principale canale di riproduzione del mito staliniano è costituito dalla televisione, trasformata in un potente meccanismo di propaganda e manipolazione dell’opinione pubblica. Dalla fine del 2003 al maggio del 2005, la televisione aveva mandato in onda ogni giorno per alcune ore film o documentari a sfondo patriottico. 

Sempre dentro questa campagna di nazionalizzazione della memoria, la Russia aveva lanciato nel 2005 una nuova emittente televisiva “Svezdà” (The Star), il primo canale televisivo a carattere militare patriottico, che aveva come obiettivo quello di propagandare la retorica della madrepatria. In anni più recenti (2007, 2008, 2009 e 2010) era stata trasmessa la serie-Tv “Stalin-live” (40 episodi), che ripercorre tutta la vita dello statista, esaltandone le sue doti di salvatore del popolo sovietico, della patria e, persino, di tutta l’umanità, avendo sconfitto il nazismo. Nella seconda metà del 2008 l’emittente televisiva Rossija-1 aveva mandato in onda il programma “Imja Rossija” (Il nome Russia), che aveva come obiettivo la scelta delle più importanti personalità della storia russa, attraverso il meccanismo del voto via internet, via radio e del televoto. Il programma era strutturato in maniera similare all’inglese “100 Greatest Britons”. 

Il nome del vincitore fu annunciato nel dicembre dello stesso anno. A classificarsi primo fu l’eroe nazionale Aleksandr Nevskij, seguito dal primo ministro russo Pëtr Stolypin e dal Segretario generale del Pcus Stalin. 

Quest’ultimo era stato votato perché simbolo insigne della grandezza della Russia, sinonimo di gloria nazionale. Nel 2009 veniva introdotto nelle scuole medie superiori (classi 10° e 11°) il manuale di storia contemporanea “Storia della Russia (1945-2008)” di Aleksandr Filippov, Aleksandr Danilov e Anatolij Utkin, dove contro le “distorsioni storiografiche” la figura di Stalin veniva riabilitata. Lo statista era qui raffigurato come un 

“manager efficiente”, che aveva realizzato la veloce modernizzazione della Russia. 

L’inedita esaltazione dei meriti dello Stalin modernizzatore aveva spesso offuscato la condanna dei crimini da lui commessi, anche nelle parole di Vladimir Putin. Lo storico russo, ed ex deputato liberale, Vladimir Ryžkov, aveva denunciato su “The Moscow Times” che nel nuovo manuale erano giustificati tutti i crimini di 

Stalin durante la Seconda guerra mondiale. Tra questi, “la firma del Patto Molotov-Ribbentrop, l’invasione della Finlandia e l’annessione degli Stati baltici, della Polonia orientale e di parte della 

Romania”. Il manuale non solo giustificava i crimini di Stalin, ma l’adorazione per la Russia stalinista e la glorificazione di Putin erano temi costanti. Nella collana “Žizn’ zamečatel’nych ljudej” (Biografie di persone famose) vengono ogni anno pubblicati studi sempre più numerosi dedicati a politici, militari, scienziati, scrittori e artisti protagonisti del secolo. Predomina un interesse per personaggi quali Stalin, Lenin e Trockij, con particolare attenzione verso il primo. 

Un buon esempio è costituito dall’ampia monografia dedicata qualche anno fa da Vladimir Nevežin a Stalin, dove, con ricco apparato bibliografico scientifico, veniva condotta un’approfondita analisi di alcuni suoi discorsi pubblici pronunciati in diverse occasioni negli anni 1933-1945 (“Stalin o vojne. Zastol’nye reči - 1933-1945 gg.”, 2007). 

Grande diffusione di massa avevano avuto anche altri libri di storia patriottica (“otečestvennaja istorija”), dove centrale era sempre la figura di Stalin: “Stalin davanti al giudizio dei pigmei”(2008); “Perché è necessario Stalin”(2008); “L’impero popolare di Stalin” (2009); “Attenti! Arriva Stalin. La segreta magia del Leader” (2009)”; “Stalin vivo” (2010); “L’Urss - la civiltà del futuro. Le innovazioni di Stalin” (2010). La casa editrice “Eksmo” tra il 2010-2011 aveva pubblicato la serie monografica “Lo stalinista”. Opere di questa serie sono:  “Berija. Il miglior manager del XX secolo”, che tratteggia un quadro apologetico del personaggio; “Perché hanno ucciso Stalin? Il crimine del secolo”; “Stalin proibito”; “Inorgoglirsi, non pentirsi. La verità sull’epoca di Stalin”; “1937. La giustizia di Stalin. Nessun appello!”; “Stalin, il vincitore. La guerra santa del Leader”; “Il manuale dello stalinista”.  

Il denominatore comune di tutti questi libri era lo spirito nazionalista che li animava, il misconoscimento della natura e della portata delle purghe e delle repressioni di massa degli anni Trenta, archiviate come “miti antisovietici” o “calunnie degli storici occidentali”. Nel 2010 era stato pubblicato il libro “Storia della Russia 1917-2009” di Aleksandr Barsenkov e Aleksandr Vdovin dell’Università Statale di Mosca. Il libro, originariamente pensato come manuale universitario, era un ottimo esempio di “neo-stalinismo storiografico”. Era stato definito dal giornale “The New Times” un tentativo di “far indossare a Stalin un vestito candido”. 

Nell’estate del 2009 era ricomparsa sul muro della stazione Kurskaja della metropolitana di Mosca l’altisonante frase: “Stalin ci ha cresciuti nella fedeltà verso il popolo e ci ha ispirati nel lavoro e nelle imprese eroiche” (la frase era stata ripresa dalla versione originale dell’inno sovietico. Negli anni ’50, quella frase era stata tolta dall’inno su disposizione di Chruščëv). La riapparizione della frase sul muro non era casuale. Sergej Michalkov, l’uomo che aveva composto le liriche di tutte e tre le versioni dell’inno sovietico e russo (quella stalinista, post-stalinista e post-comunista) era morto a 96 anni proprio il 27 agosto di quell’anno. 

Oggi in Russia la ricorrenza del 4 novembre, Giornata dell’Unità nazionale (data che risale al lontano 4 novembre 1612, quando, dopo i lunghi anni dei Torbidi, i russi riuscirono a trovare la via dell’unità per difendere la sovranità del paese minacciata dagli invasori stranieri e dai traditori), è ricordata con solenni celebrazioni e liturgie, perché questa possa rappresentare “la giornata dei buoni propositi, in cui ognuno si senta figlio della Patria”. 

Una ricorrenza, in cui non tutti si riconoscono ancora, ma il cui scopo è di far dimenticare nel tempo quella del 7 novembre (giorno della Rivoluzione d’Ottobre). “Ci vorrà del tempo prima che la gente dimentichi il 7 novembre con il suo rituale sovietico” - afferma il politologo Leonid Rešetnikov - “Per decenni dopo la rivoluzione fu imposta la festa del 7 novembre. Chi non era d’accordo andava incontro alle repressioni del regime. Adesso possiamo chiederci con calma se la festa del 4 novembre sia una festa oppure no. Ma si fa strada l’idea che in essa c’è il simbolo di una nuova rinnovata unità nazionale”. 

Nell’ambito della riforma dell’istruzione secondaria superiore (2012), con lo scopo di dare lezioni finalizzate all’educazione degli scolari nello spirito delle idee patriottiche, e per svolgere lavori di ricerca sui “campi della gloria militare”, era stato introdotto il nuovo corso di storia politica patriottica: “Russia nel mondo”. Tra gli obiettivi elencati nel testo per illustrare la riforma, si poteva leggere: “delineare uno sguardo sul mondo con gli occhi di cittadino russo, secondo il punto di vista degli interessi nazionali della Russia”; e ancora, “formare la capacità di contrastare le falsificazioni storiche ai danni degli interessi nazionali della Russia”. 

Nel 2011 un gruppo di difensori dei diritti civili e politologi aveva chiesto all’allora presidente Medvedev di avviare una campagna di “destalinizzazione”, senza la quale si ritenevano impossibili sia la “modernizzazione della Russia” sia il “consolidamento dello stato di diritto” proclamati dallo stesso Medvedev. Ma Medvedev aveva risposto che “sulla base di quanto avvenuto negli ultimi vent’anni, il periodo sovietico e soprattutto l’epoca staliniana appaiono come un periodo se non ideale almeno romantico, un periodo di successi nel lavoro e nella guerra. Il simbolo di questo periodo è proprio Stalin. (…) I liberali vogliono distruggere Stalin in quanto capiscono che oggi, di fronte alla minaccia di una totale dipendenza dall’Occidente, nel paese cresce la domanda sociale di una personalità come quella di Stalin”.

Parole che corrispondevano agli stereotipi ideologici della guerra fredda, poiché vedevano nell’Occidente il nemico esterno da combattere, che vuole imporre alla Russia una democrazia tale da trasformare il paese in una colonia-riserva di materie prime. 

La figura di Stalin incarna oggi il simbolo che oppone in Russia i diversi schieramenti politici. Costituisce l’elemento determinante della mitologia politica, utilizzata sia dal Cremlino per legittimare il regime di Putin sia dai suoi oppositori (comunisti e liberaldemocratici) per criticare il presidente e il partito al potere “Russia Unita”, pur se da posizioni contrapposte. Nel contesto attuale della Russia, il richiamo a questa figura svolge un ruolo importante di restaurazione di una “ideologia dello Stato centralizzato forte”. Negli anni ’90, il nome di Stalin, dopo la dura critica dello stalinismo fatta nel periodo della perestrojka e post-perestrojka, era pressoché scomparso, per tornare ad avere una funzione significativa con l’avvento di Putin. Il crollo dell’Urss aveva provocato un forte trauma all’identità collettiva. Per questo, Putin, con lo scopo di rafforzare il suo potere, aveva rotto con la riabilitazione di zar e zarine (riabilitazione legata al nome del suo predecessore, Boris El’cin), e aveva fatto del richiamo al grande passato dell’Impero sovietico e della rinascita nazionale il suo cavallo di Troia. 

Tra i simboli della Grande Potenza un ruolo centrale era svolto dalla vittoria della Seconda guerra mondiale e, quindi, da Stalin in quanto comandante in capo delle vittoriose forze armate sovietiche. Dice bene lo studioso Mariusz Wołos (ved: “La storia dell’Unione Sovietica e delle relazioni sovietico-polacche”, Roma, 2010) quando sostiene che nella storiografia russa contemporanea,  “ancora oggi è proprio questa guerra che, più di qualunque altro avvenimento nella storia della Russia e dell’Urss, costituisce il principale elemento di formazione della coscienza storica dei russi contemporanei. Lo testimoniano nel migliore dei modi i sontuosi festeggiamenti del 9 maggio: Giorno della vittoria sulla Germania nazista e fine della seconda guerra mondiale, una data che supera di gran lunga le altre festività celebrate dai russi”.   

 

Nell’opera di riabilitazione dell’“uomo di acciaio”, i crimini del regime staliniano e le repressioni di massa sono stati minimizzati per dare spazio alla figura di Stalin come “il vincitore della Grande guerra patriottica: stratega geniale e comandante dotato di capacità politiche straordinarie”. Il suo pragmatismo e il suo presunto grande senso di realismo politico hanno velato quasi del tutto le decisioni crudeli dello statista. Il tema del “leader”, del vincitore di guerre, nella struttura del mito nazionale, è molto importante per la coscienza collettiva, perché compensa complessi nazionali d’inferiorità e umiliazione. 

In quest’opera complessiva di nostalgica mitizzazione della storia, è riapparso sulla scena, durante le celebrazioni del 60° anniversario della morte di Stalin, un libro di memorie scritto dal decano di Canterbury, Johnson Ewlett, detto “The Red Dean of Canterbury” (per il suo tenace supporto all’Unione sovietica e ai paesi ad essa alleati), che aveva avuto modo di visitare l’Urss due volte negli anni Trenta (1934 e 1937). 

Nel 1941, il reverendo raccolse i resoconti “positivi” dei suoi viaggi attraverso l’Urss nel libro “The Soviet Power”, dopo aver sottolineato di aver visitato “cinque Repubbliche Sovietiche e numerose città Sovietiche”, camminato per “lunghissime ore in varie occasioni e completamente da solo”, e visto “tutte le zone delle varie città e dei villaggi attraversati, ad ogni ora del giorno e della notte”. Il libro, concentrato sugli anni Trenta dell’Urss, è un esempio di esaltazione di un’epoca contrassegnata da grandi conquiste. Sono, infatti, i successi di epoca staliniana, nell’ambito del processo di modernizzazione del paese, il fulcro delle memorie. Il volto crudele della Russia sovietica che si era concretizzato nei gulag, nella repressione, nel Grande Terrore della seconda metà degli anni Trenta, è stato completamente ignorato dall’autore, poiché ha voluto “soprattutto mettere in evidenza quegli aspetti che gli sono apparsi veramente creativi e fondamentalmente buoni”. 

 Ne emerge una rappresentazione agiografica e romantica del periodo, che (forse) piace per il messaggio positivo ed entusiasta che è in grado di comunicare. Dopo la guerra, il decano fu insignito all’Ordine della Bandiera Rossa del lavoro per il suo “eccezionale operato come presidente del comitato misto per l’aiuto sovietico”. Nel 1948 divenne leader della  “Great Britain-USSR Friendship  Organisation”, e nel 1950 ricevette il “Premio Stalin per la pace” (ribattezzato poi “Premio Lenin per la pace”).