martedì 28 dicembre 2021

I CONSOLATORI Muriel Spark

 


I CONSOLATORI 

Muriel Spark

I consolatori è il romanzo d'esordio di Muriel Spark, scrittrice scozzese che iniziò la sua carriera solo dopo la conversione al cattolicesimo, nel 1954. Il personaggio di Caroline, anche lei da poco passata alla fede cattolica, con la sua condotta austera e mai compassionevole - spesso sarcastica, ci dice molto sull'autrice, sulla sua critica a quei credenti “perdutamente innamorati della propria immagine tragica”. Con la sua scrittura leggera e raffinata, la Spark ci permette di entrare pian piano nella trama piena di imprevisti e scoprire la storia di questi personaggi legati l'un l'altro da un filo narrativo che cuce insieme le loro particolarità. Accompagnati dalle voci e dal ticchettio della macchina da scrivere che Caroline sente “come se uno scrittore che vive su un piano esistenziale parallelo stesse scrivendo una storia su di noi”, assistiamo al fluire della trama, spiazzati e sorpresi, passando da un personaggio all'altro. A volte ci troviamo come in un film, a guardare scorrere i titoli di coda, quando l'autrice specifica che “tutti i personaggi del romanzo sono immaginari, e ogni riferimento a persone esistenti è puramente casuale”. Oppure quando, come in un film, ascoltiamo i commenti della voce narrante che a volte 'esce' dalla descrizione dei fatti ed esprime il suo giudizio sull'avanzare della trama. Allora - e solo allora - ci rendiamo conto che il mistero sapientemente costruito ci verrà svelato solo se rimarremo incollati fino all'ultima pagina

                                I CONSOLATORI 

                                                     1

Il primo giorno di vacanza Laurence Manders si svegliò sentendo da sotto la voce di sua nonna.

«Mi porti una pagnotta integrale, grande. Ho qui mio nipote per una settimana. Lavora alla BBC, sa. È il figlio di mia figlia, Lady Manders. Non mangia assolutamente pane bianco, è una delle sue fisse».

Laurence le urlò dalla finestra: «Nonna, io adoro il pane bianco e non ho nessuna fissa».

Lei gli rivolse un sorriso tutto grinze.

«È quello che urla dalla finestra» disse al fornaio.

«Mi hai svegliato» disse Laurence.

«Mio nipote» aggiunse. «Una pagnotta integrale grande, e non si dimentichi di passare mercoledì».

Laurence si guardò allo specchio. «Bisogna proprio che mi alzi» disse, infilandosi di nuovo a letto. Si diede sette minuti.

I rumori che filtravano nitidi attraverso il vecchio pavimento del cottage gli permisero di seguire le mosse di sua nonna. A settantotto anni Louisa Jepp faceva tutto con estrema lentezza ma con altrettanta attenzione, come chi sa di essere un po’ brillo. Laurence sentì un tintinnio e poi una pausa, un altro tintinnio e un’altra pausa: stava apparecchiando per colazione. I passi ticchettavano come un orologio che si sta scaricando mentre andava avanti e indietro fra la dispensa e la piccola cucina surriscaldata; per niente al mondo avrebbe strascicato i piedi.

Quando fu mezzo vestito Laurence aprì un cassettino nella parte superiore del vecchio comò mastodontico. Conteneva alcuni effetti personali della nonna, che gli aveva ceduto la sua stanza. Contò tre forcine per capelli, otto palline di naftalina; trovò anche un pezzetto di velluto nero con tante perline di jais che ormai penzolavano dal filo. A occhio e croce il pezzo di stoffa sarà stato un sei centimetri per quattro. In un altro cassetto trovò un pettine con qualche capello di sua nonna impigliato e notò che l’oggetto non era particolarmente pulito. Trasse un certo piacere dall’essersi imbattuto in quei reperti – tre forcine, otto palline di naftalina, un pettine non particolarmente pulito – appartenenti a sua nonna, lì in casa sua, nel Sussex, in quel preciso momento, tempo presente. Laurence era fatto così.

«È una malattia» gli aveva detto ultimamente sua madre. «Per il resto sei del tutto sano di mente, ma questo modo che hai di notare i dettagli più strambi è assurdo, davvero».

«Sono fatto così» disse Laurence.

Come sempre, lei sapeva che con quella frase erano arrivati a un punto morto, ma continuò lo stesso:

«Be’, non è normale. Perché a volte vedi cose che non dovresti vedere».

«Per esempio?».

Lei non disse nulla, ma sapeva benissimo che era entrato nella sua stanza e aveva ficcato il naso nel cassetto dove teneva alla rinfusa i cosmetici, rovistando fra le boccette come un gatto e leggendone il nome ad alta voce. Non c’era modo di fargli capire che queste cose non si fanno. Dopotutto, era una violazione della privacy.

Laurence le diceva spesso: «Sarebbe sbagliato se lo facessi tu, ma se lo faccio io no».

E Helena Manders, sua madre, rispondeva ogni volta: «Non capisco» o «Non sono d’accordo», anche se in un certo senso non era vero.

Da bambino Laurence aveva terrorizzato tutta la famiglia dicendo semplicemente la pura verità.

«Lo zio Ernest usa la crema antirughe sui gomiti, se la spalma tutte le sere per mantenerli morbidi» ... «Eileen ha le sue cose» ... «Quando si dimentica di strapparli Georgina Hogg ha tre peli sul mento. Georgina ha ricevuto una lettera da suo cugino e io l’ho letta».

Queste dichiarazioni rimasero memorabili. Altre, pronunciate nello stesso periodo – per esempio: «Sul terzo ballatoio c’è una ragnatela da due settimane, quattro giorni e quindici ore, senza contare il tempo per farla» –, a seconda dell’umore erano accolte con divertimento o indifferenza, e poi dimenticate.

Sua madre continuava a dirgli: «Continuo a dirti di non entrare nella stanza delle cameriere. Dopotutto, anche loro hanno diritto alla loro privacy».

Crescendo Laurence imparò a nascondere la parte più sensazionale di quello che sapeva, lasciando trapelare solo quanto era sufficiente a promuovere la sua reputazione di osservatore straordinario. A quei tempi, sulla base di una pagella, suo padre era stato capace di dire:

«Ho sempre saputo che Laurence avrebbe superato quella fase morbosa».

«Speriamo» aveva detto Helena Manders. I genitori cambiano. A quei tempi, Laurence se ne rendeva conto benissimo, sua madre lo sospettava di chissà quale perversione sessuale che non sapeva precisare, non voleva immaginare e da cui lui comunque non era affetto. Fu quasi per tranquillizzarla, per comunicarle che era sempre lo stesso Laurence di un tempo, che più tardi, durante le vacanze dell’ultimo trimestre di scuola, le disse:

«Eileen aspetta un bambino».

«Ma è una brava ragazza cattolica» protestò Helena; era cattolica anche lei, da quando si era sposata. Sta di fatto che quando torchiò Eileen in cucina, l’affermazione del figlio si rivelò veritiera. Oltretutto Eileen ebbe la faccia tosta di non dirle il nome del padre. A fornirle l’informazione fu di nuovo Laurence.

«Non mi perderei la corrispondenza di Eileen per niente al mondo» spiegò. «È un modo per ravvivare le vacanze».

«Sei entrato nella stanza di quella povera ragazza, hai letto le sue lettere di nascosto, poverina!».

«Vuoi che ti dica cosa le scriveva il moroso?» disse Laurence, tirannico.

«Sai benissimo che sono sconvolta» disse lei, conscia che quelle parole lo scalfivano ben poco. «Come hai potuto, tu, un bravo cattolico... e poi, a parte questo, credo che sia illegale leggere le lettere indirizzate ad altri» concluse, sconfitta.

Solo per lasciarle l’ultima parola, lui le fece notare: «Be’, adesso grazie a te si sposeranno, cara mia. Un bel matrimonio cattolico. Sarai anche sconvolta, ma guarda a cosa ha portato la mia lettura approfondita della corrispondenza di Eileen».

«Il fine non giustifica i mezzi».

Esattamente come Laurence aveva previsto. Una risposta per tutto. E tuttavia, episodi come questo attenuarono la batosta quando la madre si rese conto che lui stava abbandonando, e infine aveva proprio abbandonato la religione.

 

 

Louisa Jepp era seduta al tavolo e aspettava Laurence riempiendo la schedina del totocalcio.

«Scendi o no?» disse rivolta al soffitto «E smettila di ficcanasare, caro».

Appena si presentò gli disse: «Se la settimana scorsa avesse vinto il Manchester City adesso avrei trentamila sterline».

A quel punto Louisa ripiegò la schedina e la mise sotto l’orologio. Poi rivolse tutta la sua attenzione a Laurence e alla sua colazione.

Aveva sangue gitano: l’unica bruna e la più giovane di una grande famiglia di gente dai capelli rossi, che al tempo della sua nascita doveva il proprio benessere al successo del padre nel commercio del mais. Un successo dovuto in primo luogo alla fortuna, e al fatto che era riuscito a evadere dal carcere prima di comparire davanti al giudice, disertando per sempre la sua tribù di zingari. Centotrent’anni dopo quell’episodio Louisa sedeva al tavolo della colazione insieme a Laurence.

I capelli di Louisa sono ancora neri, i pochi che le rimangono. È piccola, e soprattutto vista di profilo, con la sua mole bulbosa e le gambette magre sotto l’ampia sottana marrone, somiglia a una patata doppia appena raccolta, con la piccola testa rotonda e le radici ancora attaccate alla parte più grossa. Vista di fronte, la faccia è squadrata, coi lati che digradano come un prisma. Le rughe principali sono marcate, come se fossero incise fino all’osso, e devono esser diventate via via più evidenti a partire dai trent’anni. Ma le altre sono appena accennate, sfiorano la superficie della pelle, vanno e vengono come innumerevoli stelle ogni volta che il viso si increspa in un sorriso o rivela sorpresa. Gli occhi sono infossati e neri. Le mani e i piedi piccolissimi. Porta un paio di occhiali senza montatura. È ancora viva, non troppo diversa dal giorno in cui Laurence scese a far colazione con lei. Quel giorno indossava un vestito marrone, un golfino di lana marrone coi bottoni dorati e un paio di orecchini di brillanti che affondavano nei lobi delle orecchie.

Dopo averla squadrata da capo a piedi, come faceva sempre con tutti, Laurence tuffò la forchetta in un vasetto e ne estrasse qualcosa di bianchiccio conservato in salamoia.

«E questo cosa sarà mai?».

«Cervella di maiale» disse lei. «È una bontà».

Era abituato alla cucina di Louisa: rigaglie di pollo, lumache di mare, latte e uova di pesce, coratella e animelle, interiora di vari ruminanti. Louisa li preparava con tutta calma, mediante infiniti processi di infusione, diffusione e immersione che richiedevano recipienti su recipienti di salamoia, innumerevoli spurgature e bolliture, ripetute marinature e aggiunte graduali di sostanze edulcoranti. Era raro che comprasse un taglio di carne normale o un arrosto, e sosteneva che chi passava la vita ignorando gli organi vitali di bestie e molluschi non aveva in nessun conto la propria salute.

«Cosa faresti se vincessi trentamila sterline al totocalcio?» disse Laurence.

«Mi comprerei una barca» rispose lei.

«E io ti porterei a spasso su e giù per il fiume» disse Laurence. «Un’idea carina sarebbe una casa galleggiante. Ti ricordi che il mio primo anno di collegio ci abbiamo passato due settimane?».

«Io veramente pensavo a una barca per navigare in mare. Comunque è vero, ci siamo divertiti sulla casa galleggiante».

«Uno yacht? Oh, che lusso».

«Insomma, una barca di una certa dimensione,» disse Louisa «ecco cosa comprerei. Adatta a attraversare la Manica».

«Un cabinato a motore» suggerì Laurence.

«Più o meno» disse lei.

«Oh, che lusso».

Louisa non rispose, perché con quel «Oh, che lusso» aveva davvero passato il segno.

«Potremmo fare il giro del Mediterraneo» disse lui.

«Oh, che lusso» gli fece il verso lei.

«Ma non sarebbe più divertente comprare una casa?». Laurence si era appena ricordato la preghiera di sua madre: «Se solo riuscissi a convincerla ad accettare un po’ di soldi da noi per vivere in santa pace, a casa sua».

Louisa rispose: «No. Ma se vincessi una somma inferiore comprerei questo cottage. Sono sicura che il signor Webster me lo venderebbe».

«Oh, sarei felicissimo se il cottage diventasse tutto tuo. Smugglers Retreat è una casetta adorabile». Mentre pronunciava quelle parole Laurence era consapevole che espressioni come «tutto tuo» e «casetta adorabile» rivelavano dove stava andando a parare; non erano nello stile di sua nonna.

«Lo so dove stai andando a parare» disse Louisa. «Prendi una sigaretta».

«Ho le mie. Perché non lasci che papà ti compri il cottage? Se lo può permettere».

«Me la cavo benissimo da sola» disse Louisa. «Fuma una di queste... vengono dalla Bulgaria».

«Oh, che lusso». Poi si corresse: «Una sciccheria; da dove arrivano?».

«Dalla Bulgaria. Passando prima per Tangeri, credo».

Laurence esaminò le sigarette. Sua nonna: una continua sorpresa. E sì che doveva pagare l’affitto e viveva come una vecchia pensionata.

Sua figlia Helena ripeteva sempre: «Sa Dio come fa a cavarsela. Eppure a vederla si direbbe che viva nell’abbondanza».

Agli amici diceva: «Mia madre non accetterebbe mai un soldo. Un carattere estremamente indipendente; le virtù protestanti, sapete. Sa Dio come fa a cavarsela. Certo, è mezza zingara, arrangiarsi per lei è istintivo».

«Ma davvero! Allora anche tu hai sangue gitano, Helena? Ma pensa, e dire che hai la pelle così chiara. Che cosa romantica, chi avrebbe mai pensato...».

«Oh, qualche volta viene fuori, sai» diceva Helena.

Nel corso degli ultimi quattro anni, dopo la morte di suo marito – che l’aveva lasciata senza un soldo –, a poco a poco e impercettibilmente Louisa aveva rivelato una propensione per una serie di arcani generi voluttuari provenienti dall’estero.

I Fichi Sciroppati Manders’, col loro marchio di fabbrica vecchio di settant’anni – la sagoma drappeggiata di una donna orientale protesa verso un fico, come in adorazione – erano l’unico omaggio che Louisa fosse disposta ad accettare da parte della figlia. Distribuiva i vasetti sigillati marrone tra le sue conoscenze, a rammentare a tutti la realtà sottesa alla loro tradizione orale: «La figlia della Jepp era una gran bellezza, si è sposata con Manders, quello dei fichi sciroppati».

«Di’ a tuo padre» disse Louisa «che non gli ho scritto per ringraziarlo perché tanto è troppo impegnato per leggere le lettere. Le sigarette bulgare gli piaceranno. Hanno un odore molto intenso. E i fichi che ho fatto io, gli sono piaciuti?».

«Oh, sì, era molto divertito».

«Me l’ha detto anche tua madre, l’ultima volta che mi ha scritto. Insomma, gli sono piaciuti o no?».

«Li ha trovati squisiti, ne sono certo. Ma a tutti quanti è sembrata un’idea spassosissima».

Louisa, con la sua passione per le conserve e le marmellate, si tiene al passo coi metodi più recenti. Alcuni alimenti si conservano meglio nei vasetti di vetro, altri in lattine chiuse con l’inscatolatrice domestica. Quando i fichi sciroppati di Louisa, due vasetti con le etichette elegantemente vergate a mano, erano arrivati in omaggio a Sir Edwin Manders, Helena sulle prime si era sentita a disagio.

«Li avrà mandati per scherzo, Edwin?».

«Naturalmente».

Helena non era sicura di che genere di scherzo si trattasse. Scrisse a Louisa che l’avevano trovato tutti molto divertente.

«Ma gli sono piaciuti i fichi?» insisté Louisa.

«Sì, erano una delizia».

«Sono buoni come i fichi Manders’, caro, ma non dirlo a tuo padre».

«Anche meglio» disse Laurence.

«Allora li hai assaggiati anche tu?».

«In effetti no. Ma so che sono stati molto apprezzati, l’ha detto mamma» (Helena non aveva detto niente del genere).

«Bene, per questo ve li ho mandati. Per farveli apprezzare. Ve ne arriveranno ancora. Chissà cosa avranno voluto dire con “molto divertente”. Di’ a tuo padre che anche le sigarette gliele regalo perché le possa apprezzare. Diglielo, caro».

Laurence stava fumando la sua sigaretta bulgara. «Davvero inebriante» disse. «Ma a mamma viene un colpo quando mandi regali costosi. Sa che devi negarti tante cose e...».

Stava per dire «tirare la cinghia», usando le parole patetiche di sua madre; ma la nonna si sarebbe impermalita. Oltretutto, l’espressione era palesemente inesatta; sua nonna aveva tutto il necessario, e dietro aleggiava perfino un sospetto di lusso misurato. Anche i suoi piatti bizzarri sembravano scelti in base a una più ampia economia dello spirito, e non a una valutazione del loro prezzo in denaro.

«Helena è tanto cara, ma si inganna. Non mi manca niente, come potrebbe constatare benissimo se si prendesse la briga. Non c’è bisogno che Helena si strugga per me».

 

 

Laurence restò via tutto il giorno, rannicchiato con le lunghe gambe dentro la sua piccola auto scattante, a zonzo per quei luoghi familiari, la campagna e la costa, a trovare amici simili a lui per ambiente e formazione, che talvolta portava a casa per mostrar loro orgoglioso la sua adorabile, simpaticissima nonna. Nel corso della giornata Louisa Jepp fece parecchie cose. Diede da mangiare ai piccioni e si riposò. Animata da un certo fervore andò a prendere una forma di pane bianco, tagliò via la crosta a un’estremità, esaminò la pagnotta, tagliò un’altra fetta e diede un’altra occhiata. Dopo la terza fetta cominciò dall’altra parte, tagliando via la crosta e scrutando la pagnotta finché, arrivata alla quarta fetta, sorrise di ciò che vide, e rimettendo insieme le fette ripose il tutto nella latta con la scritta «pane».

Alle nove Laurence tornò. Il salotto, da cui si vedeva il paese, era lungo e stretto. Vi trovò sua nonna con degli ospiti, tre uomini. Avevano giocato a ramino, ma adesso, seduti lungo ogni lato del rettangolo, si stavano rifocillando coi manicaretti di Louisa. Uno degli ospiti era in sedia a rotelle; un giovanotto di non più di ventiquattro anni.

«Il signor Hogarth, mio nipote; mio nipote, il signor Webster; e questo è il giovane Hogarth. Mio nipote lavora alla BBC; è il figlio di mia figlia, Lady Manders. Lo avrete sentito fare la radiocronaca delle partite di calcio e delle corse di cavalli, Laurence Manders».

«L’ho sentita sabato scorso». Era stato il signor Webster a parlare, l’ospite più anziano, vecchio quasi come Louisa.

«E io l’ho vista questa mattina» disse Laurence.

Il signor Webster parve sorpreso.

«Col furgone del pane» aggiunse Laurence.

Louisa disse: «Laurence ha un grande spirito d’osservazione: è essenziale, per il lavoro che fa».

Laurence, col colorito di chi ha ingollato diversi bicchieri, pronunciò la cortesia di rito: «Non dimentico mai una faccia», e rivolgendosi al vecchio Hogarth disse: «Per esempio, sono sicuro di aver già visto la sua da qualche parte». A questo punto però cominciò a perdere sicurezza. «O perlomeno... lei assomiglia a qualcuno che conosco ma non so più chi».

Il vecchio Hogarth guardò stranito Louisa, mentre suo figlio, il ragazzo in sedia a rotelle, disse: «Assomiglia a me. È me che ha già visto?».

Laurence lo guardò.

«No,» disse «nel modo più assoluto. Io uno come lei non l’ho mai visto in vita mia».

Poi, sospettando di aver detto qualcosa di sbagliato, visto che il giovanotto era invalido, Laurence ricominciò a parlare a ruota libera.

«Potrei anche decidere di fare l’investigatore, uno di questi giorni. Sarebbe proprio il lavoro adatto a me».

«Ma no, Laurence, non potresti mai fare l’investigatore» disse Louisa, serissima.

«Ma senti, e perché no?».

«Per fare l’investigatore bisogna essere molto astuti. Quelli della polizia criminale sono dei furbastri, e i detective privati ricorrono a qualunque mezzuccio. Tu furbastro non lo sei proprio, caro».

«Però noto cose straordinarie» si vantò Laurence con noncuranza, lasciando ciondolare la testa bruna sulla spalliera del divano. «Cose che gli altri pensano siano nascoste. Sono tremendo, no?».

Laurence ebbe la sensazione di non riscuotere simpatia, anzi, di essere guardato con sospetto. Si innervosì, e sembrava che non ne dicesse una giusta. Più ripeteva in maniera forzata che gran poliziotto sarebbe stato, più l’antipatia cresceva. Nel frattempo non smetteva di scrutarli tutti quanti, proprio come un poliziotto.

La presenza di quei tre a casa di sua nonna era strana e sorprendente, e proprio per questo non lo sorprendeva affatto. Louisa versa il tè. Si rivolge al giovane Hogarth chiamandolo «Andrew». Suo padre è «Mervyn». Webster è «il signor Webster».

Il signor Webster, con i capelli e i baffi bianchi e la giacca blu alla marinara, non è facilmente identificabile con l’apparizione della mattina: il fornitore a domicilio in grembiule marroncino col furgone del pane. Laurence è soddisfatto di sé per averlo riconosciuto: il signor Webster, con le sue scarpe di camoscio marroni numero 44, a occhio e croce, presumibilmente sui settantacinque e, a giudicare dall’accento, originario del Sussex.

Mervyn Hogarth era piccolo e mingherlino, con un’abbronzatura sbiadita. Louisa gli aveva preparato una fettina di pane integrale imburrato.

«Mervyn deve mangiare poco e spesso, per via dei suoi problemi di stomaco» spiegò Louisa. A giudicare dalla parlata, il vecchio Hogarth è uno smaliziato esemplare metropolitano. Dio solo sa cosa ci faccia a casa di Louisa, perché i rapporti tra i due siano così familiari da giustificare nomi di battesimo e confidenze gastriche. Ma Laurence non era tipo da porsi domande. Notò che il vecchio Hogarth portava pantaloni di flanella stazzonati e una vecchia giacca di tweed color mattone con l’aria di uno che può permettersi di essere trasandato. Il figlio Andrew aveva le labbra rosse e carnose, una faccia larga e squadrata e portava gli occhiali. Aveva una paralisi alle gambe.

Quando Louisa chiese a Laurence: «Ti sei divertito fuori, caro?» Andrew gli fece l’occhiolino.

Laurence ne fu infastidito, trovandolo ingiusto nei confronti di sua nonna. Non aveva intenzione di stabilire una complicità paternalistica con Andrew; era in vacanza per un motivo ben preciso, legato a una relazione sentimentale, e voleva sfuggire per un po’ alle complicazioni che gli derivavano dall’appartenere a un ambiente sociale sofisticato. Sua nonna era una ventata d’aria fresca, non avrebbe permesso a nessuno di liquidarla con l’occhiolino. Perciò Laurence sorrise a Andrew, come a dire: «Ho visto che hai fatto l’occhiolino, non so se ne capisco il senso. Immagino che non fosse niente di sgradevole».

Andrew cominciò a guardarsi intorno; sembrava che nella stanza mancasse qualcosa che secondo lui avrebbe dovuto esserci. Alla fine il suo sguardo si fissò sul pacchetto di sigarette bulgare sulla credenza di Louisa; lo aprì e ne prese una. Il signor Webster cercò di scambiare con Louisa un’occhiata di disapprovazione per il comportamento dell’ospite, ma lei non raccolse. Si alzò e passò il pacchetto aperto a Laurence.

«Sono bulgare» lo informò Andrew.

«Sì, lo so. Piuttosto strane, vero?».

«Dopo un po’ vedrai che ti piacciono» commentò Andrew.

«Bulgare!» esclamò suo padre. «Allora devo proprio provarne una!».

Louisa le fece circolare in silenzio. Con un cenno discreto del capo in direzione di Laurence, gli trasmise un dato di fatto innegabile: nel portacenere accanto alla sedia di Mervyn Hogarth erano stati spenti tre grassi mozziconi bulgari.

Rimase passivamente seduta ad assistere allo spettacolo di Hogarth che fingeva di godersi una sigaretta di una marca mai provata.

«Mia cara Louisa, davvero esotiche! Non credo che potrei fumarne molte. Sono così forti e così... come dire?».

«Pungenti» lo assecondò Louisa, come se avesse già sentito la stessa parola pronunciata dallo stesso uomo nello stesso posto.

«Pungenti» ripeté Mervyn, come se lei avesse centrato in pieno l’unico termine adeguato.

Poi continuò: «Un aroma di... di Balcani, un sentore come di... di...».

Louisa lo soccorse di nuovo: «Latte di capra».

«Esattamente! Latte di capra».

Come due sfavillanti bottoni neri, gli occhi di Louisa si volsero apertamente a Laurence. Lui stava scrutando il viso di Mervyn; lanciò un’occhiata verso il portacenere con la prova tangibile della messinscena, poi lo guardò di nuovo in faccia. Louisa si mise a ridacchiare in silenzio, come se stesse agitando una boccetta di sciroppo per la tosse dentro di sé. Il signor Webster colse il movimento con la coda dell’occhio. Dal punto in cui era seduto, e dato che aveva il torcicollo, per vedere meglio Louisa dovette ruotare tutto il busto. A questo segnale il viso di lei si increspò un poco, ma subito tornò compunto come quello di una scolara.

Laurence disse a Andrew: «Vivete da queste parti?».

Padre e figlio risposero simultaneamente. Mervyn disse: «No»; e Andrew: «Sì».

A quel punto Louisa fu sopraffatta dall’ilarità, e anche se le labbra rimasero sigillate cominciò a nitrire piano dal naso come un pony. Il signor Webster posò la tazza nel piattino con un rumore secco, come se avessero parlato i muri.

Subito gli Hogarth cercarono di rimediare. Entrambi riattaccarono insieme:

Mervyn: «Be’, perlopiù abitiamo a Londra...».

Andrew: «Insomma, passiamo qui la maggior parte del tempo...». Il padre decise di lasciar parlare il figlio, che concluse fiaccamente: «E ogni tanto andiamo all’estero».

Laurence guardò l’orologio e in tono sbrigativo disse a Andrew: «Vieni a bere qualcosa? Il pub chiude fra un quarto d’ora». Poi si rese conto della gaffe. Per un attimo il ragazzo era sembrato del tutto normale, tutt’altro che invalido.

«Stasera no, grazie. Un’altra volta, se rimani» disse Andrew, senza mostrare sorpresa.

«Laurence si ferma fino alla fine della settimana» disse Louisa.

Laurence si affrettò a uscire. Sentirono i suoi passi che attraversavano la strada silenziosa e si avviavano verso il paese e in direzione del Rose and Crown.

Il signor Webster fu il primo a parlare. «Un ragazzo adorabile».

Louisa disse: «Sì, ed è così intelligente».

«Un tipo interessante» disse Mervyn.

«Mi domandavo...» disse Andrew.

«Cosa, caro?» gli chiese Louisa.

«Non sarebbe meglio se ci togliessimo dai piedi fino alla prossima settimana?».

Il signor Webster ruotò il busto per guardare in faccia la vecchia signora. «Signora Jepp,» disse «non credevo che avrebbe permesso a suo nipote di incontrarci. Avevo capito che stasera sarebbe rimasto fuori. Spero che non sia un problema».

«Perdiana!» cinguettò Louisa. «Certo che no. I giovani di oggi sono molto democratici».

L’aveva frainteso. Fu la volta di Mervyn.

«Le farà delle domande. Dopotutto è naturale, Louisa, cosa si aspetta?» e si accese una sigaretta bulgara.

«Che domande dovrebbe fare?».

«Di sicuro si chiederà...» disse Andrew.

«Di sicuro si chiederà chi siamo, cosa ci facciamo qui» disse Mervyn.

Il signor Webster guardò mestamente Mervyn, addolorato da una certa brutalità nelle sue parole.

«Perdiana!» ripeté Louisa. «Certo, Laurence mi chiederà tutto di voi. Un’altra partita, signori?».

Mervyn guardò l’orologio.

Andrew disse: «Tornerà subito dopo la chiusura del pub, no?».

Il signor Webster rivolse un sorriso paterno a Louisa. «La faccenda non è urgente,» disse «possiamo rimandare alla fine della settimana, una sera in cui suo nipote è fuori».

«Possiamo benissimo discutere di fronte a Laurence» disse lei. «È un caro ragazzo».

«Ma certo».

«È proprio questa la nostra preoccupazione» disse Andrew. «Dobbiamo evitare che quel caro ragazzo si domandi...».

Louisa sembrò spazientirsi un po’. Qualcosa non le tornava. «Speravo» disse «che l’arrivo di Laurence non avrebbe cambiato nulla. Vi assicuro che con un po’ di discrezione potremo dire tutto quello che vogliamo anche in sua presenza. Non è sospettoso di natura».

«Ah, la discrezione,» disse il signor Webster «cara signora Jepp, la discrezione è una gran bella cosa».

Louisa gli rivolse un caloroso sorriso, come se fosse l’unico in grado di capirla.

Fu la volta di Mervyn: «Io la capisco, Louisa. Lei non sopporta di appartenere a due mondi separati. Lei è portata all’unità, a conciliare gli elementi discordi dell’esperienza; la sua passione è cogliere i fenomeni sporadici della vita e ricomporli. Questo è il suo ideale, ed era anche il mio. Tuttavia nella realtà non c’è posto per gli idealisti. Alla sua età è difficile comprendere qualcosa di cui è sempre rimasta all’oscuro, ma...».

«Non capisco dove vuole andare a parare,» disse Louisa «e non lo capirei a qualunque età».

«Certo».

«Lei è troppo filosofo per me» aggiunse lei, ma poi saltò su: «Senta, Mervyn, se pensa che io sia troppo all’antica la capisco benissimo. Può sempre recedere dai nostri accordi».

Mervyn, che si era alzato, tornò a sedersi. Andrew fece una risata senza allegria e Louisa lo guardò sorpresa.

Andrew reagì: «Laurence ha detto di voler fare l’investigatore. Sembra un tipo abbastanza sveglio».

«Laurence fa benissimo il suo lavoro alla radio. Non potrebbe mai fare l’investigatore, sarebbe dequalificante per lui».

«Ma sarebbe un ottimo informatore» disse Andrew, squadrandola con l’autorevolezza della sua sedia a rotelle.

«Santo cielo, Andrew caro, non sei costretto ad andare avanti se hai delle preoccupazioni. Nel qual caso, ovviamente, nemmeno noi siamo costretti ad andare avanti, no?». Guardò Mervyn e il signor Webster, ma nessuno dei due rispose. Poi si alzarono per andarsene. Dandole la mano il signor Webster disse: «Vede, signora Jepp, il suo caro nipote sembra molto perspicace. Era questo l’unico motivo per cui mi chiedevo se fosse il caso...».

Louisa si mise a ridere: «Ah, non gli sfugge niente. Non ho mai incontrato nessuno capace di notare i minimi dettagli come lui. Ma sapete, quel tesoro di ragazzo non sa fare due più due».

«Vuol dire» disse Mervyn «che non ha capacità di riflessione?».

«Voglio dire» disse la nonna di Laurence «che per certi versi potrebbe essere più intelligente. Ma è abbastanza in gamba per cavarsela nella vita, e a ha un buon carattere, è questo quello che conta».

«E se fa delle domande...» disse Andrew.

«Oh, le farà di sicuro» gli rispose Louisa.

Non c’era proprio niente da fare, con lei.

«Senta, signora Jepp, conto sulla sua discrezione, eh? Sono sicuro di poterci contare» disse il signor Webster.

«Mio nipote non sa fare due più due... non ci arriva, al quattro». Il fatto che trovasse la cosa divertente li metteva abbastanza a disagio.

«Parte venerdì?» disse Mervyn.

«Sì, temo di sì».

«Venerdì sera?» disse ancora Mervyn.

«Sì» rispose malinconicamente lei.

«Ci vediamo venerdì allora» disse Andrew.

«Grazie per la bellissima serata, signora Jepp» disse il signor Webster.

 

 

Visto che Laurence si era messo a scrivere una lettera, col foglio appoggiato su un libro che teneva su un ginocchio, Louisa stava sbarazzando una parte del tavolo: «Vieni a sederti qui, tesoro, è più comodo» disse.

«No, scrivo sempre così».

Louisa stese una tovaglietta bianca sull’angolo riservato a Laurence.

«Metti sempre una tovaglietta bianca sotto il foglio quando scrivi una lettera. È riposante per gli occhi perché riflette la luce. Su, caro, vieni a sederti qui».

Laurence si spostò al tavolo e continuò a scrivere. Dopo qualche minuto disse: «Fa davvero una bella differenza con la tovaglietta bianca. È molto più piacevole».

Louisa, che era distesa sul divano accanto alla finestrella sul retro dove ogni pomeriggio faceva un riposino fino all’ora del tè, replicò con voce assonnata: «Quando ho detto di questo trucchetto a Mervyn Hogarth, lui ha cominciato ad almanaccare per capire se poteva essere efficace o no. Pensa che ha perfino tirato in ballo i fenomeni ottici. “Provaci, Mervyn,” gli ho detto “provaci una volta, così ti renderai conto che ho ragione”».

«Certo» rifletté Laurence soprappensiero «potrebbe essere un fatto psicologico».

«Ma certo che è un fatto psicologico» disse Louisa, sorprendente e imponderabile. Dopodiché chiuse gli occhi.

Li riaprì qualche secondo dopo per dire: «Se stai scrivendo a tua madre salutamela caramente».

«Per la verità sto scrivendo a Caroline».

«Salutami caramente anche lei e dille che spero stia meglio che a Pasqua. Come si è sentita di recente?».

«Malissimo. Si è ritirata in qualche comunità religiosa al Nord per riposare».

«Ma in una comunità religiosa non si riposerà granché».

«È quello che ho pensato anch’io. Ma è una delle solite idee di mamma. Si mette in combutta coi suoi preti e costruiscono degli edifici, poi li dedicano a un santo. Dopodiché mamma ci manda le sue amiche a passarci un po’ di tempo».

«Ma Caroline non è mica cattolica».

«Lo è appena diventata».

«Ah, ecco, mi era parsa dimagrita. E tu come la vivi?».

«Be’, certo, Caroline mi ha lasciato, in un certo senso. O perlomeno è andata a vivere da un’altra parte».

«Ma pensa!» disse la vecchia. «Che bella cosa!».

«Un giorno potremmo anche sposarci».

«Ah, e se no?». Lo guardò con misurato stupore e aggiunse: «Ma Caroline sa quello che fa? Per una donna l’unico modo sicuro per tenersi un uomo è lasciarlo per la religione. L’ho visto più di una volta. Lui può trovarsi un’altra ragazza, ma dopo esser stato lasciato per motivi religiosi non sarà mai felice con nessun’altra. Lei se lo è accaparrato per sempre».

«Sul serio?» disse Laurence. «Che allegria. Devo proprio dirlo a Caroline».

«Senti, tesoro, tutto procede per il meglio. Spero che vi sposerete presto. Non sarai costretto a convertirti al cattolicesimo, devi solo promettere di crescere i figli da bravi cattolici. E poi, al giorno d’oggi, i ragazzi decidono da soli. E non c’è niente di male a essere cattolici, se uno ci tiene proprio».

«È un po’ complicato» disse Laurence. «La povera Caroline non sta bene».

«Povera ragazza. Ecco come ti riduce la religione. Salutamela caramente e dille di venirmi a trovare. La rimpinzerò a dovere, e sono sicura che andrà tutto a posto».

«La nonna si è appisolata di nuovo,» scrisse Laurence «ma prima mi ha chiesto di te. Alla notizia della tua conversione il suo viso ha preso un’espressione seria. Sembrava una di quelle vecchie di Rembrandt, ma un attimo dopo le è tornata la sua solita faccia da Louisa. Vuole che tu la venga a trovare, per propinarti i suoi manicaretti.

«Mi è dispiaciuto vederti partire alla stazione di Euston, e andandomene ho pensato di seguirti col treno della sera. Ma nella metropolitana di Piccadilly ho incontrato il barone e tornando con lui verso la libreria mi sono lasciato influenzare e ho deciso per il no. Il suo ragionamento è stato questo: “La presenza di un miscredente in un’istituzione cattolica è fonte di disturbo, se il miscredente non aspira a convertirsi alla loro fede. In teoria posti del genere si dicono sempre disposti ad accogliere gli eretici a braccia aperte. Tuttavia, se ci vai solo per Caroline ne saranno turbati e sarai un ospite sgradito. Non solo, se la prenderanno con Caroline, per il fatto che ai tuoi occhi è palesemente più desiderabile lei della loro fede”. Insomma, ho deciso che piombare lì sarebbe stata una stupidaggine, e comunque è meglio che io stia qui.

«Non ce la facevo a tornare a casa da solo, perciò sono andato a Hampstead. Papà era in casa, mamma no. A un certo punto lui ha buttato lì una cosa che mi preoccupa abbastanza. A quanto pare nel posto dove stai c’è una donna che si chiama Hogg. È una specie di organizzatrice. È stata mamma a trovarle il lavoro, Dio solo sa perché. Nessuno di noi la può sopportare. In realtà è proprio questo il motivo per cui ci siamo sempre fatti in quattro per lei. È quella Georgina Hogg di cui credo di averti già parlato, lavorava da noi come bambinaia quando non andavamo ancora a scuola. A un certo punto si è sposata, ma il marito l’ha lasciata. Poveraccio, per forza. Noi lo compativamo. Lei è cronicamente convinta di essere la depositaria di ogni virtù, esercita una sorta di costante ricatto morale sugli altri. Mamma ha dei sensi di colpa nei suoi confronti... per il fatto di detestarla tanto, cioè, e anche se non lo ammette ne è terrorizzata. Papà l’ha soprannominata la Mortificazione dei Manders. In realtà è del tutto innocua, se riesci a mantenere i nervi saldi. Io sono convinto di saperle tener testa, almeno una volta era così. Ma è meglio se la eviti, tesoro. Mi auguro che tu non debba averci a che fare. Me la sono anche presa con mamma perché ti ha mandata in un posto dove c’è anche Georgina, oltretutto in un momento in cui sei così giù di corda. Mi è sembrato che si sentisse un po’ in colpa ma ha detto: “Oh, Caroline metterà Georgina al suo posto”. Lo spero proprio. Se ti dà del filo da torcere vattene immediatamente e vieni in campagna a farti rimpinzare. Ne capitano delle belle, qui!

«Sono arrivato sabato sera. La mia nonnina è un portento, come ho sempre saputo. Le cose che non ho scoperto! È a capo di una banda! Non ho la più pallida idea di che genere di banda, ma a occhio e croce potrebbero essere spie comuniste. Tre uomini. Un padre e un figlio. Il figlio è paralitico, poveraccio. Il padre ha l’aria del fallito. Il terzo delinquente è adorabile, sembra un marinaio in pensione, vecchiotto. Ha un debole per la nonna. È il fornaio della zona e consegna di persona il pane a domicilio.

«Non so fino a che punto la nonna sia coinvolta nelle loro attività, ma sono sicuro che il capo è lei. È decisamente benestante, credo che ritiri la pensione solo per evitare sospetti. Lo sai dove tiene la sua fortuna? Nel pane. Ci nasconde i diamanti. Senza esagerazioni: ho trovato una pagnotta che stranamente era stata affettata da entrambe le parti, e da una parte c’erano dei diamanti, veri. All’inizio mi sono chiesto cosa diavolo fossero, e facendo molta attenzione ne ho tirato fuori uno. I diamanti sembrano molto diversi se non sono montati su un gioiello. Quando ho visto cos’era, ho rimesso la pietra a posto. La nonna non ha idea della mia scoperta, naturalmente. È o non è un fenomeno? Chissà che traffici ha. Naturalmente non penso che siano davvero spie, ma certo sono una banda di delinquenti. La cosa più interessante è che non stanno usando la nonna, è lei a mandare avanti la baracca. È fondamentale che mamma non venga a sapere nulla, perciò stai molto attenta a quello che dici, amore.

«Ho intenzione di scoprire tutto, anche se significa prendermi un’altra settimana e rovinarmi le vacanze di Natale. Ho cominciato a compilare un dossier.

«Se hai qualche idea in proposito, fammelo sapere. Personalmente, sono convinto che la nonna se la stia spassando come non mai, ma potrebbe finire nei guai se quelli si fanno acchiappare. Non riesco proprio a immaginare per cosa. Potrebbero essere ladri di gioielli, ma non mi sembra in linea col carattere del vecchio marinaio simpatico. Quanto alla nonna, qualunque cosa sarebbe in linea col suo carattere.

«Lei li chiama apertamente “la mia banda”, disinvolta come una bella di Soho. Dice che vengono da lei a giocare a carte. L’altra sera li ho incontrati, e da allora ho cominciato a spiarli. Vorrei che venissi anche tu per qualche giorno e mi aiutassi a “fare due più due”, come dice la nonna. Spero non ti sia fatta spaventare al Santa Filomena. Dammi retta, in Inghilterra bisogna andarci coi piedi di piombo a frequentare i cattolici, quelli del tipo sbagliato sono capaci di farti uscire di testa. Mamma sa di aver fatto male a mandarti in quel posto. Cosa vuoi farci, la sua passione è fondare questi centri e riempirli di gente, è più forte di lei. Papà è sicuro che prima o poi darà avvio a uno scisma.

«Mi auguro di ricevere tue notizie domani. Voglio sentire che hai la Hogg sotto controllo. In un certo senso sarebbe perfino divertente se arrivaste a una zuffa. Mi piacerebbe esser lì a vedere. Nascosto, però».

Louisa aprì gli occhi e disse: «Metti a bollire l’acqua, caro».

Laurence posò la penna. Poi le chiese: «Lo sai chi è responsabile del centro religioso in cui si trova Caroline?».

«Chi, caro?».

«La signora Hogg».

«Responsabile! Credevo fosse un convento».

«No, è semplicemente un centro. Georgina è una specie di factotum».

«E tua madre lo sa?».

«Sì, è stata lei a trovarle il lavoro».

«Credo proprio che qualcosa non funzioni nella testa di Helena» disse Louisa.

«La Hogg! Prova a immaginartela, nonna, mentre cerca di circuire Caroline!».

«La Hogg» disse Louisa, come se non avesse mai sentito un nome simile. «La Hogg. Be’, Caroline la metterà al suo posto».

Laurence andò a riempire il bollitore, e di lì gridò:

«Non l’hai vista di recente?».

Sua nonna non rispose. Ma quando tornò e mise il bollitore sulla stufa a carbone nera, Louisa gli disse:

«Sono anni che non la vedo. Qualche mese fa tua madre mi ha scritto proponendomela come dama di compagnia».

Laurence ridacchiò.

«Neanche dipinta, avrai detto tu».

«Le ho detto che non avrei voluto quella serpe in casa mia nemmeno per cinque secondi. Una persona del genere non ti predispone certo bene verso i cattolici».

Laurence riprese in mano la penna.

«Detesto quella donna» disse Louisa.

«La nonna adesso è sveglia» scrisse Laurence. «Mi ha appena comunicato le sue opinioni su mamma Hogg. “Una serpe”, è il suo giudizio. Mi fa un po’ pena la vecchia Hogg, è così detestabile. Davvero, bisogna provare per credere».

«Di’ a Caroline» lo interruppe Louisa «di stare attenta alla Hogg. È un tipo pericoloso».

«Gliel’ho detto» disse Laurence.

Finì la lettera e la rilesse.

Dopo aver preso il tè aggiunse: «P.S. Ho dimenticato di dirti del libretto di assegni della nonna. A giudicare dalle matrici ogni settimana devolve la cifra esatta della sua pensione all’Associazione per il Sostegno dei Carcerati».

Sigillò la busta, poi uscì a imbucarla.

2

Una violenta tempesta bloccò le imbarcazioni alla foce del Mersey, poi si estese anche all’entroterra impedendo a Caroline Rose di uscire. Rinchiusa lì dentro, camminava su e giù per i corridoi verdolini. Un pensatoio di corridoi verdi. Il Centro di Pellegrinaggio di Santa Filomena.

«Fa un po’ di movimento». Ecco la Hogg che la arpionava: era esasperante. Fa un po’ di movimento. Non era una domanda, ma un’asserzione.

«Buongiorno» disse Caroline.

«E si sente sola» disse la signora Hogg con quella specie di sorriso. Si sente sola, fa un po’ di movimento. Caroline non rispose. La piccola idea perfetta che si stava formando nella sua mente andò in fumo. D’accordo, sono a tua disposizione. Divorami, prenditi tutto quanto, porca miseria. Mi sento sola. Ha parlato Roma.

«La prossima volta» disse la signora Hogg «non le conviene venire per un ritiro privato. Le conviene venire in estate, assieme a un bel gruppo di altri pellegrini per una delle grandi festività».

«Ah sì?» disse Caroline.

«Sì» disse la signora Hogg. «Le conviene. A proposito, mi chiami pure Georgina. Io la chiamerò Caroline. Qualche volta arriviamo a ospitare anche centotrenta pellegrini per volta. E naturalmente ai pellegrinaggi in giornata arrivano a migliaia. Sir Edwin, Lady Manders e padre Ingrid non avevano idea di cosa stavano mettendo in piedi quando hanno fondato Santa Filomena. Devo farle conoscere i Manders».

«Li conosco» disse Caroline.

«Ah, davvero? È una di quelli che hanno convertito? Sono in tanti a convertirsi per merito loro».

«Convertirsi a cosa?» disse Caroline, determinata a mettere l’altra in difficoltà. Recitò dentro di sé la sua formula privata: Tu sei dannata. Ti condanno alle fiamme eterne. Sei Kaputt, spacciata, sei proprio fregata, mia cara. Ben più espressivo, e dunque molto più gratificante, di un semplice «Va’ all’inferno», e appena meno efficace del «Bang bang, ti ammazzo!» di un bambino.

«Alla fede, naturalmente» stava dicendo la signora Hogg.

 

 

Nel corso dei tre giorni già passati al Centro di Santa Filomena aveva già avuto modo di osservare la Hogg. La prima sera la sentì dire a un’altra persona:

«Qui deve mangiare quello che le mettono davanti. Qualche volta abbiamo anche centotrenta pellegrini. Immagini se centotrenta persone volessero tutte quante il tè senza latte...».

La sua vittima, un giovane avvocato appena uscito dall’alcolismo, aveva replicato: «Ma io le ho solo detto di non disturbarsi a metterci il latte...».

«Lei prenda quello che le danno».

Più tardi si sedettero tutti intorno a un fratino di quercia e consumarono una cena grondante strutto, che evidentemente rappresentava l’ideale monastico di Santa Filomena. Le bocche ruminavano in silenzio, ritmicamente, mastica-pausa-mastica-pausa-inghiotti-pausa-mastica. Una suora del vicino convento leggeva ad alta voce i testi sacri previsti per l’ora del desinare. Caroline riconobbe l’Epistola di san Giovanni e ascoltò, fissando lo sguardo sulla camicetta bianca della signora Hogg, che sedeva di fronte a lei. Ben presto la sua mente si concentrò sulla donna, e la recente discussione sul tè. Cominciò a notare ogni dettaglio: una faccia angolosa, capelli bianchi cortissimi, niente ciglia, occhiali senza montatura, naso piccolo e carnoso che fremeva in punta mentre la proprietaria mangiava, collo sottilissimo, petto colossale. Caroline si rese conto che fissava i seni della signora Hogg da un po’, e allo stesso tempo si accorse che attraverso la camicetta di cotone si intravedevano i capezzoli scuri e puntuti della donna. Evidentemente sotto non indossava nulla. Nauseata dallo spettacolo, Caroline si affrettò a distogliere gli occhi, perché era molto pudica; anche nei peccati carnali era sempre stata schizzinosa.

Quella fu la prima sera.

E questo era il terzo giorno. In fondo al lungo corridoio svoltarono. Caroline guardò l’orologio. La signora Hogg non accennò ad andarsene.

«Dunque sono stati i Manders a farla convertire. Fanno sempre convertire qualcuno».

«No, non nel mio caso. Non sono stati loro».

«I Manders sono ottime persone» disse la Hogg in tono di difesa.

«Persone incantevoli».

«Molto perbene» insisté l’altra.

«Sono d’accordo» disse Caroline.

«Vorrei ben vedere. Com’è che si è fatta cattolica, allora?».

«Ci sono diverse ragioni,» disse Caroline «che non sono facili da spiegare: perciò preferisco non discuterne».

«Mmm... ho capito che tipo è lei,» disse la signora Hogg «l’ho capito la sera del suo arrivo. Ha ancora molto della protestante. Dovrà sbarazzarsi delle sue abitudini. Lei è il tipo che non si mescola con gli altri. I cattolici invece sono molto gregari. Perché non mi parla della sua conversione? La conversione è una cosa meravigliosa. Non parlarne non è affatto cattolico».

A modo suo la vecchia era divertente. Improvvisamente Caroline si sentì sollevata. Ridacchiò e guardò di nuovo l’orologio.

«Devo andare».

«La benedizione non comincia fino alle tre».

«Sì, ma io sono venuta per riposarmi e stare tranquilla».

«Ma non è mica in ritiro».

«Ma certo che lo sono». Poi Caroline si ricordò che negli ambienti religiosi il significato comune di «ritiro» era quello di una faccenda organizzata, non un allontanamento privato dalle consuete attività per disporre in pace della propria anima. Allora aggiunse: «Volevo dire che mi sono ritirata da Londra, e adesso sono qui per riposarmi e stare tranquilla».

«Stamattina però non la smetteva più di parlare con quel giovane avvocato».

Per privato e nevrotico divertimento Caroline decise di cedere. Si sarebbe concessa per altri dieci minuti alla Hogg. La pioggia si mise a scrosciare con furia improvvisa contro i vetri mentre si rivolgeva alla donna con un tono carico di tollerante superiorità.

«Mi dica di lei, signora Hogg».

La Hogg era stata nominata da poco Responsabile della Refezione. «Se non fosse per la fede non riuscirei a reggere questo lavoro. In piedi dalle sei alle due, poi di nuovo alle tre, due ore di pausa fino all’ora di cena e poi ancora la colazione da preparare. Per non parlare delle croci che devo portare. Quel suo giovane amico avvocato, per esempio, l’altra sera ha detto: “Niente latte nel tè”... l’ha sentito? Qualche volta ospitiamo anche centotrenta persone per volta. Immagini un po’ se in centotrenta non volessero il latte nel tè...».

«Be’, non mi sembrerebbe una difficoltà insormontabile» disse Caroline.

«Ma pensi se ciascuno volesse una cosa diversa».

«Tutti nello stesso momento?».

Vedendo l’espressione della signora Hogg, Caroline pensò: «Adesso si sarà convinta che sono una nemica della fede».

Ma la signora Hogg ci ripensò; il suo meccanismo era regolato per una chiacchierata.

«Adesso le racconto come sono arrivata qui... è stato un miracolo. È stata la Madonna a mandarmi».

Ma Caroline aveva cambiato umore di nuovo. La sua sofisticata tolleranza era scomparsa, sostituita da un senso di oppressione; l’altra le provocava un’irritazione tormentosa, come fosse in presenza di qualcosa di abominevole che non riusciva a sopportare. Ebbe un improvviso, intenso desiderio di lavarsi i denti.

«Oh, mi dica tutto di questo miracolo» disse. Il tono era lievemente minaccioso. «Mi racconti tutti i particolari». Queste psicopatiche coi loro miracoli. Caroline pensò: «Odio tutte le donne e più di tutte la Hogg. Ho di nuovo i nervi a pezzi. I prossimi minuti sono importanti, non passeranno mai. Devo stare attenta a quello che dico. Mantenere il sangue freddo. Controllarmi a tutti i costi».

«Be’,» stava dicendo la signora Hogg «ero incerta se accettare un’offerta a Bristol da una signora che stava per partorire in casa: sono un’ostetrica diplomata, sa, anche se perlopiù ho lavorato come governante. A un certo punto ho fatto anche la perpetua, per due anni. A Birmingham, da un prete che nel 1935 è stato trasferito in Canada. Quando ci siamo salutati mi ha detto: “Bene, signora Hogg...”».

«E il miracolo?» disse Caroline, e per dissimulare l’irritazione volle strafare e aggiunse: «Sa, i miracoli sono la mia passione...».

Dentro di sé si consolò con le parole: «Piccola cara,» – così infatti si rivolgeva a se stessa di tanto in tanto – «domattina riceverai qualche lettera dal mondo civile».

«Sa,» stava dicendo la Hogg «per me è stato davvero un miracolo. Stavo cercando di decidere se accettare il lavoro a Bristol o un impiego fisso al Nord, a casa di una sorda. Un martedì mattina mi arrivò una lettera nella quale mi informavano che la signora di Bristol era stata ricoverata in ospedale per qualche complicazione, e avrebbe partorito lì. Il marito mi inviava la somma corrispondente a una settimana di lavoro. Nel pomeriggio arrivò una lettera dall’altro posto. No, forse mi sbaglio, arrivò la mattina dopo. La sorda era morta. Eccomi dunque senza lavoro. Perciò invocai la Madonna: “E adesso cosa farò?”, e la Madonna rispose: “Torna a Santa Filomena e rifletti sul da farsi”. Ci ero già stata in occasione di uno dei grandi ritiri...».

«Ha sentito davvero una voce?» si informò Caroline.

«Una voce?».

«Quello che intendo è: quando dice “La Madonna rispose”, vuol dire che l’ha sentita davvero pronunciare le parole?».

«Oh, no. Ma è così che si rivolge sempre a me la Madonna. Io le faccio una domanda e lei risponde».

«E come fa a sentire la risposta?».

«Mi arrivano le parole... ma è chiaro che lei non può capire. Non ha abbastanza esperienza della vita spirituale».

«E come fa a sapere che le parole arrivano proprio dalla Santa Vergine?» insisté Caroline senza darsi per vinta. La signora Hogg stirò il labbro superiore in un sorriso indecente. Caroline pensò: «Pregusta l’estasi di assassinarmi nel corso di un lungo rito orgiastico; vede che sono magra, spigolosa, acuta, curiosa; vede che sono implacabile nella ricerca della verità; che sono ben vestita e attraente. Forse percepisce la mia debolezza, il mio disgusto per la carne umana quando la mole supera l’intelligenza».

La signora Hogg continuò: «So che il messaggio arrivava dalla Madonna per via di quello che è successo dopo. Sono venuta a Santa Filomena, e ho visto Lady Manders che era in visita proprio in quei giorni. Quando le ho raccontato della mia situazione ha detto: “Ma qui un lavoro per lei c’è, se vuole provare. Vogliamo sbarazzarci della Responsabile della Refezione, non è abbastanza forte per questo compito. È un lavoro duro, ma la Madonna l’assisterà”. E così sono stata in prova per un mese. Ho cominciato l’autunno scorso, e adoro questo lavoro».

«Questo è stato il miracolo» disse Caroline.

«Ah, può ben dirlo. Pensi, sono arrivata proprio quando Lady Manders voleva sostituire qualcuno del personale. In realtà io ero venuta soltanto a riflettere sulla situazione. Ma le garantisco che adesso non sto certo a scaldare la sedia. È un lavoro duro. E per me viene sempre prima il dovere, prima di qualunque altra cosa. E il lavoro non mi spaventa: la Madonna mi assiste. Quando le ragazze in cucina brontolano, io dico sempre: “Il lavoro lo farà la Madonna al vostro posto”. Ed è così».

«Allora tanto vale che non facciano niente» disse Caroline.

«Senta, Caroline» disse la signora Hogg. «Lei deve parlare con un sacerdote. Non ha ancora ben capito come funziona la fede cattolica. Deve parlare con padre Ingrid».

«Si sbaglia» disse Caroline. «L’ho già sentito una volta dal pulpito. Mi basta e avanza. Adesso devo andare».

Stava suonando la campana della benedizione. «La cappella non è da quella parte» le gridò dietro la Hogg mentre Caroline si incamminava in fretta per i corridoi verdolini.

Caroline non rispose. Andò in camera sua e cominciò a fare i bagagli, senza fretta e con la massima cura. Santa Filomena era un bidone, si disse; «Per chi pretende molto dalla vita, c’è sempre una certa dose di esperienza da scartare appena si scopre che è inutile».

Era bravissima a fare le valigie. Si disse: «Sono brava a fare le valigie», formulando le parole nella sua mente per impedire che vi affiorassero altre parole, altri pensieri. I tre giorni a Santa Filomena richiedevano un’elaborazione urgente, ma li tenne a bada mormorando: «Le scarpe qui. I libri qui. Spazzola e pettine nell’angolo. Le camicette stese sul letto. Piegare le maniche. Così. Poi ripiegare. Così, così. Borsa dell’acqua calda. È tutto ben fissato al suo posto. Il crocifisso avvolto nella bambagia. L’opuscolo della Catholic Truth Society da leggere in treno. Sto facendo quello che sto facendo».

In questo modo riuscì a sottomettere Santa Filomena per mezz’ora. Aveva escogitato questa tecnica nella sala di lettura del British Museum quasi un anno prima, in un periodo in cui il suo cervello era come un’esplosione di fuochi d’artificio a Capodanno, con le idee che scoppiettavano in ogni direzione.

 

 

In treno Caroline gettò la valigia sul ripiano portabagagli e si sedette. Un angolo della valigia sporgeva e si alzò per raddrizzarla. Aveva lo scompartimento tutto per sé. Dopo un po’ si alzò di nuovo e spostò la valigia al centro del ripiano, usando lo specchio sottostante per misurare uno spazio uguale da entrambe le parti. Poi si sedette di fronte, sul sedile d’angolo. Rimase perfettamente immobile mentre i suoi pensieri si ottenebravano. Di tanto in tanto una cinica lucidità si impadroniva di una parte della sua mente, obbligandola a commentare il furore che pervadeva l’altra metà. Era doloroso. Osservò: «La carogna prende il sopravvento».

«Molto divertente, molto divertente» disse ad alta voce. Una donna che stava passando in quel momento nel corridoio la guardò mentre parlava da sola. Allora Caroline pensò: «Dio mio, il guaio è che ormai la gente se ne accorge».

Lo shock di esser stata osservata le diede un po’ di sollievo. Mentre l’angoscia scemava, Caroline cominciò a riflettere. «Ho le mie buone ragioni? Eccome, porca miseria!». Di proposito, con metodo, cominciò a ricapitolare la sua esperienza a Santa Filomena.

La seconda sera, quando aveva raggiunto gli altri ospiti nella sala della ricreazione, pensò: «Devo ricordarmi che si chiamano “pellegrini”». Riferendosi a loro come «ospiti» aveva già fatto una gaffe.

Sia come sia, erano otto, oltre a Caroline. Seduta sul treno che la stava portando a Londra, immobile come un palo del telegrafo, li richiamò alla mente uno per uno.

Quella sera non si era presa la briga di osservarli troppo, ma adesso, ripensandoci, li scrutò negli occhi, ispezionò i loro abiti, esaminò perfino la pelle dei loro visi.

Se li ricordò uno per uno, poi tutti insieme mentre sedevano a semicerchio intorno al caminetto; rivide anche se stessa.

E mentre il treno procedeva verso sud continuò a pensare al gruppo, e nel frattempo ripeteva mentalmente le formule del rosario sgranandolo segretamente in tasca, come faceva sempre per l’effetto esteriore che questa pratica aveva su di lei: quell’atto automatico le impediva di dimenarsi e di parlare da sola, restando così inosservata. Ripensando alle persone raccolte intorno al caminetto di Santa Filomena infatti le montava il sangue alla testa; dopotutto, anche nei momenti migliori era una donna molto suscettibile.

Due sere fa quelle persone si erano scambiate una serie di aneddoti sul trattamento riservato ai cattolici in Inghilterra da parte dei non cattolici. Era il loro argomento preferito.

«Pensate che dove abita mia madre non assumono i cattolici nel trasporto pubblico».

«Nessun alunno cattolico ha ottenuto una borsa di studio...».

«I cattolici erano il quaranta per cento, ma nemmeno uno...».

Era risaputo, disse un donnone prosperoso che veniva dall’Irlanda occidentale, che l’Università di Cambridge non ammetteva gli studenti cattolici.

«Oh, no, questo non è vero» protestò immediatamente Caroline.

«E cercano di spaccarli in ogni modo, i cattolici» continuò la donna dell’Irlanda occidentale.

«Non me ne sono mai accorta» disse Caroline.

Il giovane avvocato era d’accordo con lei, ma la sua testimonianza era sospetta. L’irlandese bisbigliò platealmente al suo vicino:

«È un ex alcolizzato, povero ragazzo».

L’avvocato aggiunse: «Naturalmente in certi ambienti ci sono ancora dei pregiudizi», e questo lo riabilitò agli occhi di tutti.

«Quando alla biblioteca pubblica scoprirono che mio fratello era cattolico...».

Man mano che le atrocità si accumulavano, la donna dell’Irlanda occidentale incalzava la povera Caroline: «E di questo cosa mi dice?... Non è orribile? Cosa ne pensa?».

«Penso che sia molto curioso» disse infine Caroline, alzandosi per andarsene.

Per tutta la riunione la signora Hogg non aveva smesso un attimo di dire la sua. Anche lei aveva offerto le sue chicche, raccontando diversi episodi di persecuzione, e i suoi occhi si erano puntati spesso sull’equivoca Caroline.

Ricordando questi fatti, a Caroline tornò in mente un’analoga riunione intorno al caminetto con la parte ebraica della sua famiglia e i loro amici, che si era lasciati alle spalle tanto tempo prima. Li rivide, anche loro disposti a semicerchio, che si leccavano tutti insieme le ferite abbandonandosi a una baldoria di artificiose sofferenze: «Pregiudizi!», «... un vero insulto!». Cattolici ed ebrei, pensò Caroline: gli eletti, perdutamente innamorati della propria immagine tragica. È la loro comicità a renderli tragici. Ma il pensiero di quei martiri da caminetto, ebrei e cattolici, era così ridicolo che Caroline ne fu rivoltata. Avrebbe potuto azionare l’allarme, pensò, fermare il treno, creare una distrazione che le avrebbe impedito di pensarci: e mentre pianificava quel gesto rifletté che in realtà non sarebbe stata in grado di compierlo.

Ma nella sua brama di sofferenza, Caroline afferrò e trattenne le immagini del mondo che aveva lasciato anni prima e di quello in cui aveva fatto di recente il suo ingresso. Maneggiò il rosario che aveva in tasca mentre i suoi pensieri, acuminati come denti, tornavano a macinare le immagini delle congregazioni di finti martiri intorno al caminetto, il contrasto coi martiri veri... quello sì che era un insulto.

Fu nel vagone ristorante che Caroline tornò ancora una volta alla signora Hogg. Quella donna era incastrata nella sua mente come un boccone nell’esofago. All’improvviso si rese conto che si stava ingozzando, e contemporaneamente la colpì il ricordo dei pasti a Santa Filomena, con la visione della signora Hogg che masticava al ritmo delle Scritture scandite nelle inflessioni raffinate della suora: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri poiché l’amore è da Dio ... Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odia il proprio fratello, è un mentitore ... chi ama Dio, ami anche il proprio fratello».

Caroline pensò: «Le richieste della religione cristiana sono esorbitanti, esagerate. I cristiani che non se ne rendono conto fin dall’inizio non hanno fede. Sono disonesti; i loro maestri parlano nel sonno. “Amiamoci... fratelli, carissimi... tuo fratello, il tuo prossimo, ama, ama, ama”... ma lo sanno davvero quello che stanno dicendo?».

Aveva smesso di mangiare ed era consapevole di due cose soltanto: un mal di testa feroce e la signora Hogg. E quelle litanie insensate sul tema dell’amore, chissà se la Hogg si era mai posta il problema? Tornando alla sua carrozza Caroline incrociò una coppia sposata che aveva incontrato a Santa Filomena. Stavano andando al vagone ristorante. Facevano parte anche loro del gruppo raccolto intorno al caminetto. Ricordò che la loro partenza era prevista per oggi.

«Oh, è lei, signorina Rose! Non pensavo che partisse così presto».

Altri passeggeri stavano cercando di passare, e questo diede modo a Caroline di defilarsi. «Sì, ho ricevuto una telefonata...» disse, allontanandosi.

I due erano stati accolti nella Chiesa due mesi prima, così avevano detto al resto del gruppo.

In loro la scoperta della nuova fede si esprimeva in un violento disprezzo per la Chiesa d’Inghilterra, di cui il padre della donna era sacerdote. «Papà era furioso quando ci siamo convertiti. Lui naturalmente è anglo-cattolico; certo, hanno anche loro l’acqua benedetta e tutti i santi; tutto tranne la fede: troppo faticosa». Era una donna dall’ossatura grossa e una muscolatura possente, sui trentacinque anni. Aveva raggiunto il culmine dello sviluppo alle medie, quando era caposquadra del gruppo di atletica. Aveva qualche pelo in faccia e la piega del labbro inferiore ricordava vagamente quella di un pugile. Dei due era lei la più scalmanata, ma il marito, che col suo viso smunto e liscio e il colorito roseo sembrava non avesse mai bisogno di sbarbarsi, le faceva da spalla. A un certo punto disse: «La cosa meravigliosa dell’essere cattolici è che rende la vita così facile. È facile essere salvati e si può vivere felicemente. Tutte quelle piccole cose che i protestanti odiano, come le statue e le medagliette, ci aiutano a vivere felici». Qui si interruppe, come se avesse fatto i compiti e non ci fosse bisogno di dire altro; appoggiandosi allo schienale della sedia si pulì gli occhiali e accavallò le gambe.

A questo punto subentrò l’Irlanda occidentale, ammonendoli: «I convertiti hanno molto da imparare. Si nota subito la differenza tra chi si è convertito e chi è cattolico dalla culla. C’è qualcosa di diverso».

L’avvocato affetto da alcolismo, col suo abito blu un po’ liso, disse: «A me i convertiti sono simpatici», e sorrise debolmente a Caroline. Il sorriso svanì di fronte a quello del tutto diverso della signora Hogg.

 

 

A Crewe, Caroline si ritrovò di nuovo sola nello scompartimento. Rifletté che la signora Hogg poteva facilmente diventare un’ossessione, il demone di quell’ipocrisia carnale che si abbatteva su di lei quando era coinvolta in una riunione di cattolici o di ebrei impegnati nei loro morbosi piaceri comuni. Cominciò a pensare alla sua vita a Londra, al suo lavoro, a Laurence, al quale doveva inviare un telegramma; il suo resoconto dei giorni passati a Santa Filomena lo avrebbe divertito. Si mise a ridacchiare, poi, insonnolita, si sistemò nel suo angolo e si addormentò.

3

Quando Laurence tornò al cottage dopo aver imbucato la lettera per Caroline, sua nonna gli consegnò un telegramma.

Lo lesse. «È di Caroline. È tornata a Londra».

«Sì, è strano, avevo come la sensazione che fosse suo». Non di rado Louisa rivelava, seppure in forma attenuata, le doti paranormali degli zingari. «Ma pensa! Che disdetta aver mandato la lettera a Liverpool!».

Preparandosi a tornare all’ufficio postale per telefonare a Caroline, Laurence domandò: «Posso chiederle di venire qui?».

«Ma certamente» disse Louisa con quell’inclinazione del capo che era una versione modificata del gesto regale. Quando Laurence era piccolo gli diceva sempre: «Non rispondere solo “Sì”; di’ “Sì, certamente”, è così che risponde sempre la regina Mary».

«E tu come fai a saperlo, nonna?».

«Ma l’ha detto una persona».

«E sei sicura che questa persona dicesse la verità?».

«Oh sì, certamente».

«Di’ a Caroline» gli gridò dietro Louisa «che ho fatto la conserva di more», intendendo con questo comunicare a Laurence il suo autentico desiderio di vedere Caroline.

«D’accordo, glielo dico».

«E di’ a quelli delle poste di ridarti la lettera. Non c’è motivo di mandarla fino a Liverpool».

«Oh, non andranno certo a ripescarla come se niente fosse» le disse Laurence. «Non ti ridanno una lettera già spedita come se niente fosse».

«Oh, che peccato!».

«Non importa» disse Laurence. «Tanto la vedrò presto. Chissà come mai se ne è già andata».

«Sì, me lo chiedo anch’io».

Quando provò a telefonare a Caroline il numero era occupato. Il cielo si era rasserenato e il basso sole autunnale lambiva la campagna. Decise di andare a Ladle Sands, una passeggiata di mezz’ora, e da lì avrebbe potuto riprovare a chiamarla; nel frattempo avrebbero aperto i pub. Era impaziente di parlarle. Il suo desiderio di interessarla e coinvolgerla nel mistero che circondava sua nonna era quasi l’appagamento di un desiderio ancora più impellente, quello di asserire la continuità della loro relazione.

Quella sera Laurence non riuscì a telefonarle. Ci provò con insistenza crescente, spiegando alle centraliniste che era urgente; loro continuarono a rispondergli in toni ottusi e fatalistici che il telefono era guasto, avevano trasmesso la segnalazione.

 

 

Poco prima di mezzanotte uno strano ronzio condusse Caroline al telefono. «Ha il ricevitore staccato. Abbiamo cercato di passarle una chiamata dal Sussex». Erano arrabbiatissimi.

«Non era staccato» disse Caroline.

«L’avrà messo giù male. Lo sistemi, per favore».

«E la chiamata? Me la passa?».

«No. Hanno riattaccato».

«Be’, ritelefonerà domani mattina» pensò Caroline. Si distese sul divano letto e si mise a guardare il cielo notturno oltre il balcone, troppo stanca per tirare le tende. La confortava sapere che Laurence era a portata di mano, che voleva parlarle. Avrebbe potuto contare sul suo sostegno, se si fosse trovata in difficoltà con Helena per la sua improvvisa partenza da Santa Filomena. Ma tutto sommato era convinta che con Helena non ci sarebbe stata alcuna difficoltà.

Proprio in quel momento sentì il rumore di una macchina da scrivere. Sembrava venisse dal muro alla sua sinistra. Poi il rumore si interruppe, e fu immediatamente seguito da una voce che captava i suoi pensieri. La voce disse: Ma tutto sommato era convinta che con Helena non ci sarebbe stata alcuna difficoltà.

Poi sembrò che le voci fossero più d’una: era un recitativo, cantato all’unisono da più persone. Somigliava a una serie simultanea di echi. Caroline balzò in piedi e corse alla porta. Sul ballatoio non c’era nessuno, e nemmeno per le scale. Richiuse e tornò in salotto. Era tutto tranquillo. La parete da cui erano arrivati i suoni separava il suo salotto dal ballatoio del primo piano. La casa era stata divisa in appartamenti e quello di Caroline occupava l’intero piano. Era sicura che i suoni fossero arrivati dal ballatoio. Si mise a ispezionare il piccolo appartamento. La parete opposta separava il salotto, che fungeva anche da camera da letto, dal bagno e dalla cucina. Lì era tutto tranquillo. Uscì sul balcone dal quale si vedeva Queen’s Gate in tutta la sua lunghezza. Due militari passarono rumorosamente e svoltarono in Cromwell Road. I balconi vicini erano bui e deserti. Caroline tornò nella stanza, chiuse le finestre e tirò le tende.

Aveva affittato l’appartamento quattro settimane prima. La casa era divisa in sei appartamenti, perlopiù occupati da coppie sposate o giovanotti che passavano la giornata in ufficio. Caroline conosceva gli altri inquilini solo di vista, per aver scambiato un saluto con loro sulle scale. Ogni tanto la sera si sentivano dei rumori, quando qualcuno riceveva amici, ma di solito era una casa tranquilla. Caroline cercò di ricordarsi gli inquilini dell’appartamento sopra il suo, ma non era sicura di chi fossero; per salire passavano tutti dal suo ballatoio e lei non era mai andata oltre il primo piano.

Una macchina da scrivere e un coro di voci: cosa diavolo staranno facendo a quest’ora della notte? si chiese Caroline. In realtà a preoccuparla erano le parole che avevano pronunciato, esattamente coincidenti con i suoi pensieri.

Poi cominciò di nuovo. Tap-tappete-tap: la macchina da scrivere. E ancora, le voci: Caroline corse sul ballatoio, certa che i suoni provenissero da lì. Non c’era nessuno. La cantilena la raggiunse mentre rientrava nella stanza, con queste precise parole:

Cosa diavolo staranno facendo a quest’ora della notte? si chiese Caroline. In realtà a preoccuparla erano le parole che avevano pronunciato, esattamente coincidenti con i suoi pensieri.

E poi di nuovo la macchina da scrivere: tap-tap-tap. Caroline rimase paralizzata. «Oddio!» gridò. «Sto diventando matta?».

Non appena ebbe pronunciato queste parole e udito il suono della sua voce, la sua mente fu pervasa da un bisogno disperato di conservare la sanità mentale. Era stato il «si chiese Caroline» a trafiggerla. Allora, seppure scossa, Caroline cominciò subito a domandarsi se i suoni che aveva sentito fossero reali o illusori. Anche se la atterriva l’idea di essere perseguitata da persone, spiriti o esseri inanimati, insomma da qualche entità in grado di leggere nei suoi pensieri, o perfino nel suo cuore, non poteva certo augurarsi l’orribile alternativa. Quella le faceva ancora più paura; temeva che quei rumori, così reali che sembravano provenire dall’altra parte del muro, fossero allucinazioni prodotte dalla sua mente. Per mezz’ora Caroline rimase seduta, sbalordita e terrorizzata, chiedendosi cosa fare. Paventava una ripetizione dell’esperienza, e tuttavia pregava di avere un segno che la sua mente non era in preda alla follia. Sembrava che dovesse essere lei a dover decidere: era come essere di fronte alla scelta tra sanità e follia.

Aveva già stabilito che il rumore non poteva provenire da nessun inquilino della casa. Il fatto che le sue sensazioni e le sue riflessioni venissero registrate sembrava rimandare a una fonte invisibile, il che lasciava aperta la questione se fosse una fonte reale o immaginaria. Se i suoni provenivano da una macchina da scrivere e da voci reali e invisibili, Caroline riteneva di essere in pericolo, di rischiare perfino di impazzire, ma l’esperienza in sé non era un segno di follia. A questo punto era assolutamente convinta che quello che aveva sentito non fosse il prodotto della sua immaginazione. «Non sono pazza. Non sono pazza, è chiaro. Sono in grado di riflettere sulla mia situazione. Qualcuno mi sta perseguitando, e non sono io». Nel frattempo tremava, fuori di sé dalla paura, sebbene il suo terrore non fosse del tutto irrazionale.

Tap-clic-tap. Di nuovo le voci: Nel frattempo tremava, fuori di sé dalla paura, sebbene il suo terrore non fosse del tutto irrazionale.

«Gesù!» disse. «Chi è?». Anche se aveva ragionevolmente concluso che nessuno in quella casa poteva essere responsabile di quei suoni, nondimeno quando udì ancora le voci, così nitide, appena al di là del muro, balzò in piedi e cominciò a ispezionare ogni angolo dell’appartamento, anche sotto il divano letto, sebbene fosse troppo basso per nascondere un corpo umano; frugò perfino nell’armadietto dove era sistemato il contatore del gas. Tutto questo daffare placò un po’ il suo panico e, pur sapendo che in quel modo non avrebbe trovato gli aguzzini, mise nella ricerca tutta la sua energia, spostando mobili, aprendo e chiudendo porte. I suoi sospetti riguardavano tutto, anche le cose più improbabili; non escludeva neppure che i suoni potessero provenire da un aggeggio piccolissimo, una scatola con dentro un meccanismo controllato a distanza. Si comportò di conseguenza, esaminando scrupolosamente ogni oggetto alla ricerca di qualcosa di strano.

All’improvviso dal soffitto arrivarono dei colpi. Caroline schizzò fuori dall’appartamento e accese le luci del ballatoio.

«Chi c’è?» gridò verso i piani superiori. «Chi è?» e per il terrore la voce le uscì molto più acuta del solito.

Avvertì un movimento sopra di lei, oltre la curva delle scale. Un trepestio, e una porta che si apriva al secondo piano. Una voce femminile bisbigliò furibonda: «Silenzio!».

Guardando dritto sopra di sè, Caroline vide la metà superiore di una donna che si sporgeva dalla ringhiera, con lunghi ciuffi di capelli grigi che le ricadevano in faccia e un indumento largo e bianco che sbucava dalla ringhiera. Caroline lanciò un urlo: quando riconobbe l’inquilina del piano di sopra era troppo tardi.

«È ubriaca?» sibilò la vicina, furiosa. «Come le salta in mente di svegliare tutta la casa a quest’ora della notte? È l’una e ventidue, ed è un’ora che sposta mobili e sbatte porte facendo un fracasso del diavolo. Non sono ancora riuscita a chiudere occhio. Io domani mattina devo andare a lavorare».

Si aprì un’altra porta al secondo piano, e una voce maschile disse: «Tutto a posto? Ho sentito una ragazza che urlava». La donna, che era in camicia da notte, rientrò precipitosamente e finì di lamentarsi sporgendo la testa dalla porta.

«È stata la signorina di sotto. È un’ora che disturba. Non l’ha sentita?».

«Be’, certo ho sentito un urlo» disse la voce maschile.

Caroline salì di corsa fino alla curva della scala per vedere i due in faccia. «Quando l’ho vista mi è venuto un colpo» spiegò alla donna. «Era lei a picchiare sul soffitto?».

«Certo che ero io» disse la donna. «E domani mattina mi lamenterò con chi di dovere».

«E stava anche scrivendo a macchina?» indagò Caroline. Era inerme e tremebonda. «Ho sentito una macchina da scrivere, e delle voci».

«Lei è proprio matta!» disse la donna ritirandosi e chiudendosi dentro. Anche il giovanotto di sopra era rientrato.

Caroline tornò in casa, e in fretta ma con circospezione cominciò a preparare una valigetta, chiedendosi dove avrebbe passato il resto della notte. Una solitaria camera d’albergo era un’opzione impensabile; doveva andare a casa di amici. Si muoveva qua e là afferrando di scatto il necessario, come se temesse che una mano invisibile celata in ogni oggetto afferrasse prima la sua. Stava attenta a fare meno suoni possibile, ma era così nervosa che andò a sbattere contro un mobile facendo cadere un piatto di vetro. Per proteggersi dal rumore prodotto dai suoi movimenti contrasse un muscolo tra naso e gola, e questo produsse nelle sue orecchie un effetto simile al frusciare del vento: il rumore dei suoi passi adesso le giungeva attutito, illudendola che tutta l’operazione fosse molto più silenziosa.

Caroline chiuse la valigetta. Aveva deciso dove avrebbe passato la notte. Il barone: era sveglio, o perlomeno disponibile, a qualunque ora. Riaprì la valigia, ricordandosi di aver infilato dentro anche i soldi; le sarebbero serviti per il taxi che l’avrebbe accompagnata a casa del barone, a Hampstead. Mentre frugava tra i vestiti, tutta presa dall’urgenza di uscire di lì il più presto possibile non si accorse nemmeno, nonostante la sua tendenza all’auto-osservazione, di aver buttato dentro il necessario per la notte alla rinfusa. La differenza tra questa operazione frenetica e la calcolata precisione con cui meno di ventiquattr’ore prima, nonostante la rabbia, aveva piegato e sistemato i suoi effetti personali a Santa Filomena non la sfiorò minimamente.

Tap-tic-tap. Tap. Non si accorse nemmeno, nonostante la sua tendenza all’auto-osservazione, clic-tappete di aver buttato dentro il necessario per la notte alla rinfusa. La differenza tra questa operazione frenetica e la calcolata precisione con cui meno di ventiquattr’ore prima, nonostante la rabbia, aveva piegato e sistemato i suoi effetti personali a Santa Filomena non la sfiorò minimamente. Tap.

Soprabito... cappello... borsetta... valigia: Caroline afferrò tutto quanto e si scaraventò fuori dalla porta, sbattendola alle sue spalle. Scese rumorosamente le scale e uscì dal portone, che sbatté a sua volta. In fondo a Queen’s Gate, all’imbocco di Old Brompton Road, fermò un taxi, salì e si tirò dietro la portiera sbattendo anche quella.

 

 

«È una cosa piuttosto comune» disse Willi Stock. «È lo stress». Parlava il barone. Era in piedi vicino al caminetto elettrico dove guizzavano carboni ardenti finti, e sorseggiava un bicchiere di Curaçao.

Rannicchiata sul divano Caroline sorseggiava il suo, in lacrime. Assimilando il calore del caminetto e del liquore, provò un moto di affetto e gratitudine verso il barone, che aveva passato l’ultima ora a spiegarle la sua condizione mentale. A consolarla tuttavia non erano le spiegazioni, ma il fatto di avere di fronte una faccia nota, i limiti mentali del suo ospite, così familiari, e la realtà dell’appartamento caldo e della bottiglia di Curaçao.

Per la prima volta nella sua vita ebbe la sensazione che Willi Stock fosse un vecchio amico. Includendolo in quella categoria, riuscì a sentirsi la coscienza a posto in sua compagnia. Il fatto è che il barone apparteneva a uno dei tanti demi-monde frequentati da Caroline in passato, dai quali si era gradualmente staccata; era un ambiente che aveva quasi dimenticato, e che ormai considerava assolutamente riprovevole. Non vedeva il barone da più di un anno. Ma Laurence si era tenuto in contatto con lui, nominandolo di tanto in tanto, e questo corroborava la sua impressione di essere in compagnia di un vecchio amico. Aveva un gran bisogno della protezione di un vecchio amico fino alla mattina dopo.

«Eleanor è in tournée, in questo momento» disse lui.

«Lo so, Laurence ha ricevuto una sua cartolina» disse Caroline.

Eleanor Hogarth era l’amante del barone.

«Ah, sì?» disse il barone. «Quando?».

«Oh, la settimana scorsa, mi sembra. Me l’ha detto en passant».

Lo chiamavano il barone perché si presentava come barone Stock. Caroline non sapeva da quale aristocrazia gli venisse quel titolo, e nessuno aveva mai indagato; era però certa che non fosse inventato, come insinuava qualcuno. Era nato nel Congo Belga, aveva viaggiato in Medio Oriente, vagabondato per l’Europa e infine si era stabilito in Inghilterra dove aveva ottenuto la cittadinanza inglese. Tutto ciò era accaduto quindici anni prima, e adesso aveva quasi cinquant’anni. Caroline aveva sempre avuto la sensazione che il barone avesse sangue africano, sebbene nei suoi tratti somatici non ve ne fosse traccia. Ma era stata in Africa, e per certe cose aveva un sesto senso. Per lei era pura curiosità; aveva tuttavia notato, qualche anno prima, durante una discussione sui problemi razziali dell’Africa a cui aveva partecipato anche il barone, che lui si era scagliato contro i neri con una violenza del tutto sproporzionata all’occasione. Il che aveva confermato l’idea di Caroline; per non parlare dell’espressione piena di pathos che assumeva talvolta il suo viso, e che lei aveva visto solo in altre persone di sangue misto. E poi c’era qualcosa nel bianco dei suoi occhi, anche se non avrebbe saputo dire cosa. Ma tutto sommato, pur avendo notato tutto questo, non le importava granché.

Il barone aveva aperto una libreria in Charing Cross Road, una di quelle che si rivolgono esclusivamente agli intellettuali. Anzi, «Intellettuaaali», secondo la pronuncia del barone. E poi aggiungeva: «Certo, ammesso che in Inghilterra ci siano, gli intellettu aaali».

Caroline e Laurence si divertivano un mondo ricordando la volta che erano andati in libreria e l’avevano trovato alle prese con uno scricciolo di donna che gli chiedeva:

«C’ha dei libri per bambini sulle ferrovie?».

Il barone rispose: «Libri per bambini sulle ferrovie, signora? Temo proprio di no, signora». Indicò fiaccamente gli scaffali: «Abbiamo libri di stoooria, biografiiie, teologiiia, teosofiiia, psicologiiia, religiooo ne, poesiiia, ma libri per bambini sulle ferrovie... Provi da Foyles, subito di fronte, signora».

Volgendosi verso Laurence e Caroline alzò allo stesso tempo le spalle e le sopracciglia. «Mio padre» disse «conosceva un tizio del corpo diplomatico belga che aveva scritto un libro per bambini sulle ferrovie. Ebbe molto successo e andò subito esaurito. Una copia fu inviata a una famiglia in Iugoslavia. Naturalmente il libro conteneva un messaggio in codice. L’autore stava rivedendo il libro per la seconda edizione quando fu arrestato. Questa storia è l’unica esperienza che ho di libri per bambini sulle ferrovie. Avete letto questo saggio su Kafka? È appena arrivato, miei cari, caro Laurence e cara Caroline».

In questo senso il barone Stock poteva considerarsi un vecchio amico.

 

 

Caroline era distesa su un divano letto, al calduccio nella stanza buia. Quando il barone l’aveva lasciata sola erano appena scoccate le quattro. Aveva smesso di piangere. Lui le aveva lasciato una boccetta di aspirine su una sedia accanto al divano, nel caso le fossero servite. Caroline prese la boccetta, svitò il tappo e tirò fuori il batuffolo di cotone che sperava di trovare. Se ne ficcò un pezzetto in ciascun orecchio. Adesso che era sola, le sembrava di aver recitato un ruolo falso col barone. Era l’inevitabile conseguenza del suo arrivo in preda al panico, a quell’ora della notte: «Willi! Fammi entrare, ho sentito delle voci!».

Dopodiché era stata costretta ad accettare la sua protezione, la sua benevolenza; anzi, ne era stata felice. E così quando lui l’aveva sistemata accanto al fuoco:

«Caroline, mia cara, come sei magra, come sei agitata! Che genere di voci? Davvero interessante. È stata un’esperienza religiooosa?».

Lei era scoppiata a piangere, profondendosi in mille scuse.

«Caroline, mia cara, come tu ben sai io non vado mai a letto. Sul serio, non ci vado mai a meno che sia l’unica alternativa possibile. Non ho parole per dirti quanto sono felice... Caroline, mia cara, per me è un onore... la tua angoscia, mia cara... vorrei che riuscissi a capire i miei sentimenti».

E così aveva dovuto recitare la parte. Adesso, sola nel buio, pensò: «Avrei dovuto affrontare la faccenda da sola. Non sarei dovuta scappare di casa».

Il barone, chiaramente, era convinto che soffrisse di allucinazioni.

«Succede a moltissime persone, mia cara. Non c’è davvero nulla di cui preoccuparsi. Se l’esperienza dovesse ripetersi farai un ciclo di sedute dallo psicoanalista o prenderai qualche pillola e vedrai che le voci se ne andranno. Ma dubito che il fenomeno si ripeterà. A quanto ho saputo, per te è stato un periodo molto stressante, da quando tu e Laurence avete troncato i rapporti».

«In realtà non ci siamo lasciati, sai».

«Ma mi sembra che non viviate più sotto lo stesso tetto, no?».

«Sì, io mi sono trasferita a Kensington. Laurence per il momento terrà l’appartamento in cui abitavamo insieme. Adesso però è in campagna. Domani per prima cosa devo contattarlo». A quel punto gli diede la netta impressione di non voler dire altro.

«In Sussex? Dalla signora Jepp?».

«Sì».

«Una volta l’ho incontrata, tre anni fa. Me l’ha presentata Laurence. Una signora squisita. Un fenomeno, per la sua età. Davvero straordinaria. La vedi spesso?».

«L’ho vista a Pasqua,» disse Caroline «è stata splendida».

«Sì, è una persona splendida. Naturalmente non viene mai a Londra, vero?».

«No» disse Caroline. «L’ultima volta deve essere stata quando l’hai conosciuta tu. Da allora non è più venuta».

«Non ci tiene a partecipare alla vita di famiglia a Hampstead?».

«Be’, è uno spirito libero» disse Caroline in tono assente.

Aveva seguito i discorsi del barone soltanto a metà, anche se lui non la finiva più di parlare di Louisa.

«Per prima cosa devo contattare Laurence» ripeté Caroline. «La signora Jepp non ha il telefono. Manderò un telegramma. Oh, Willi! Quelle voci... era l’inferno!».

Adesso, mentre giaceva al buio, sveglia, Caroline ripensò a tutta la conversazione, rimpiangendo di essersi mostrata così supinamente dipendente dal barone. Continuava a rimuginare: «Sarei dovuta rimanere a casa e affrontare tutto quanto da sola». Sapeva di avere parecchie risorse. E ora, tormentandosi per aver ceduto alla debolezza, cercò faticosamente di ricordare l’ultima ora con lui; ripensò ad alcune delle frasi che la sua mente trasognata aveva lasciato scivolare via. Tra l’altro l’aveva colpita il fatto che il barone fosse così interessato alla nonna di Laurence. Chi si sarebbe aspettato che uno come lui si ricordasse – addirittura per nome – di una vecchietta come tante a cui era stato presentato per caso tre anni prima? La signora Jepp non era tipo da far colpo sugli estranei, e certo non sul barone.

Nel buio Caroline sentì un rumore che proveniva dal lato del camino. Tap. La macchina da scrivere. Si alzò a sedere mentre le voci attaccavano:

L’aveva colpita il fatto che il barone fosse così interessato alla nonna di Laurence. Chi si sarebbe aspettato che uno come lui si ricordasse – addirittura per nome – di una vecchietta come tante a cui era stato presentato per caso tre anni prima? La signora Jepp non era tipo da far colpo sugli estranei, e certo non sul barone.

Caroline strillò: «Willi! Oh, mio Dio, le voci... Willi!».

Lo sentì muoversi dall’altra parte della parete.

«Mi hai chiamato, Caroline?».

Un momento dopo entrò ciabattando e accese la luce.

Caroline si avvolse la grossa vestaglia che lui le aveva prestato intorno alle spalle, gli occhi azzurri impietriti dal terrore. Aveva afferrato il rosario che aveva infilato sotto il cuscino prima di coricarsi, aggrappandosi con le dita tremanti ai grani come un bambino si aggrappa al suo orsetto.

«Mia cara Caroline, ma sei un incanto! Sta’ ferma così un secondo, non muoverti: sto cercando di ricordare... un momento, una scena del passato o un quadro dimenticato... Una delle amiche di mia sorella, forse... o la mia bambinaia. Caroline, mia cara, non c’è visione più intensa di quella di una donna sorpresa con un rosario tra le mani».

Caroline appese il rosario allo schienale della sedia. «È un essere osceno» le balenò in mente all’improvviso. Di colpo gli lanciò un’occhiata penetrante cogliendolo di sprovvista; aveva gli occhi e la bocca cascanti di chi muore dal sonno, e stava trattenendo uno sbadiglio. «Dopotutto è una brava persona; era solo una posa».

«Dimmi delle voci» disse lui. «Io non ho sentito niente. Da che parte venivano?».

«Da lì, di fianco al camino» rispose.

«Vuoi un po’ di tè? Credo ne sia rimasto».

«Un caffè, magari? Mi fai un caffè? Non credo che riuscirò a dormire».

«Lo faccio per tutti e due. Rimani lì».

Caroline pensò: «Sta dicendo che nemmeno lui riuscirà a dormire». Poi disse: «Mi dispiace tantissimo, Willi. Sembrerà ridicolo, ma in realtà è davvero spaventoso. E tu starai morendo dal sonno».

«Caffè e aspirine. Mia cara Caroline, non c’è niente di cui scusarsi, mi fa solo piacere...».

Ma era evidente che crollava dal sonno. Tornando col caffè e una bottiglia di brandy su un vassoio, disse, col tono di uno che continua a conversare amabilmente malgrado in giardino sia entrata una tigre: «Devi raccontarmi tutto di queste voci». Vide che Caroline si toglieva i batuffoli di cotone dalle orecchie, ma fece finta di nulla. «Sono sempre stato convinto che qualche essere disincarnato abitasse questa stanza,» continuò «e adesso ne ho la certezza. Dico sul serio, sono sicuro... sono fermamente convinto, Caroline, che tu sia in contatto con qualche entità. Rimpiango di non averti potuto dare del fenobarbitone, un ottimo sedativo, o qualcos’altro per farti dormire. Ma è ovvio che rimarrò sveglio con te, ormai sono quasi le cinque...».

Di allucinazioni non parlò più, e da questo Caroline dedusse che a quel punto la considerava pazza completa. Docilmente, buttò giù il caffè a piccoli sorsi convulsi, piangendo senza sosta. Gli chiese di lasciarla sola.

«Non ci penso nemmeno. Voglio sapere tutto delle voci. È incredibilmente affascinante».

Lo sforzo di descrivere quello che era successo la fece sentire meglio, anche se le rodeva il fatto che per lui quella faccenda fosse un peso e una seccatura. Ma nel proprio interesse continuò, implacabile. E mentre parlava si accorse che il barone si era rassegnato ad ascoltarla, ma come se le sue parole non fossero tanto dei simboli quanto dei sintomi.

Apprese dunque da Caroline che le voci erano sempre precedute dal ticchettio di una macchina da scrivere, e talvolta il ticchettio accompagnava i discorsi. Quante fossero le voci, non avrebbe saputo dirlo. Voci maschili o femminili? Entrambe, disse lei. Era impossibile isolarle, perché parlavano all’unisono; solo il variare dei timbri indicava che si trattava di un coro e non di una voce sola. «In effetti,» continuò affannata «sembra una persona sola che parla contemporaneamente in toni diversi».

«E usa sempre il passato?».

«Sì. E sono voci beffarde».

«E dici che il coro commenta i tuoi pensieri e azioni?».

«Non sempre,» disse Caroline «è questa la cosa strana. Dice “Caroline pensava o faceva questo e quello”... poi qualche volta aggiunge un commento personale».

«Fammi un esempio, cara. Sono ottuso... non ci arrivo...».

«Be’,» disse Caroline, scrollandosi di dosso l’improvvisa certezza del disinteresse del barone «prendi stanotte. Mi stavo addormentando, e ripensavo a quello che ci eravamo detti... come è normale...» aggiunse «... e mi è tornato in mente che ti eri ricordato di aver conosciuto la nonna di Laurence; mi era sembrato strano. Subito dopo, ho sentito la macchina da scrivere e le voci. Ripetevano esattamente i miei pensieri, più o meno così: “Le venne in mente che il barone” – lo sai che ti chiamiamo sempre il barone – “il barone aveva mostrato molto interesse per la nonna di Laurence”. Le voci hanno detto così. E poi hanno aggiunto più o meno che il barone era l’ultima persona al mondo che si sarebbe ricordata, addirittura per nome, di una vecchia come la signora Jepp, che gli era stata presentata per caso tre anni prima. Vedi, Willi, sono parole insignificanti...».

«Tu sei matta» disse di punto in bianco il barone.

A queste parole Caroline si sentì sollevata, sebbene confermassero la sua angoscia, o forse proprio per questo. Era un sollievo sentire il barone dire esattamente ciò che pensava: proprio quello che aveva previsto, la reazione di una persona normale alla sua storia. Temendola, era stata di proposito vaga quando, qualche ora prima, aveva spiegato che cos’era ad affliggerla tanto: «Una macchina da scrivere seguita da un coro di voci. Parlano al passato. Mi sbeffeggiano».

Adesso che era stata più esplicita e lui le aveva dato della matta, provava una soddisfazione perversa e insieme la sensazione soffocante che non sarebbe mai riuscita a comunicare davvero quello che aveva sentito.

Il barone si corresse subito. «Intendo “matta” in senso lato, naturalmente. Nel senso che siamo tutti matti, capisci. Un po’ stravaganti, sai. Nel nostro ambiente... insomma, l’intellighenzia... siamo tutti un po’ matti, mia cara Caroline, ed è questo a renderci così interessanti. Delle persone sane di mente non vale la pena di occuparsi».

«Oh, ma certo» disse Caroline. «Capisco cosa vuoi dire». Allo stesso tempo si domandò il motivo di tanta brutalità: «Tu sei matta!» le aveva detto, come un cane che cerca di acchiappare una mosca. Forse lei aveva mancato di tatto. Rimpianse di non aver citato un altro esempio delle voci.

«Qualcuno mi sta perseguitando, ecco la verità» disse Caroline, sperando così di esimersi dalla responsabilità di aver offeso il barone.

Lui sembrava aver dimenticato il ruolo dell’ascoltatore affascinato, e mentre le spiegava esattamente perché era rimasto colpito dalla signora Jepp perse quell’aria di curiosità disinteressata. «Vedi, è davvero un personaaaggio. Così minuta eppure con un vigore... quel viso invecchiato e allo stesso tempo così vivo. Così scura, così piccola. Non potrei mai dimenticarmi una faccia del genere».

Sorpresa, Caroline pensò: «Si sta difendendo».

«E che eleganza, che disinvoltura, mia cara, con quel cappellino di velluto azzurro intenso. Quelle rughe abbronzate. Uno spettacolo».

«È stato tre anni fa, vero, Willi?».

«Quasi tre anni... me lo ricordo come se fosse ieri. Laurence me l’ha portata in negozio, e lei ha detto “Quanti libri!”».

Rise di cuore, ma Caroline non lo imitò. Pensava all’ultima visita di Louisa Jepp a Londra, tre anni prima. Certo all’epoca non aveva ancora il cappellino azzurro, perché Caroline conosceva i cappelli di Louisa uno per uno. Ne acquistava uno a ogni morte di papa. Solo a Pasqua dell’anno prima l’aveva accompagnata a Hayward’s Heath, dove avevano passato un intero pomeriggio decidendosi infine per quel cappellino di velluto azzurro che a Louisa era piaciuto tanto da indossarlo, in seguito, in ogni circostanza.

«Un cappellino azzurro?» disse Caroline.

«Azzurro, mia cara, che tu ci creda o no. Me lo ricordo perfettamente. Velluto azzurro, ben calcato in testa, con una soffice piuma nera su un lato. Non dimenticherò mai quel cappellino e nemmeno la faccia che c’era sotto».

Era proprio quello.

Di fronte alla palese bugia del barone – e a che pro, poi? – e al fatto evidente che era stato il suo resoconto sulle voci a provocarla, Caroline si rinfrancò un po’. Il barlume di un mistero che non aveva a che fare col suo problema specifico si rivelò una benedizione, un antidoto alla sua confusione. Si mise a sorseggiare tranquillamente il caffè, consapevole di essersi almeno liberata da quell’ulteriore beffa: il barone che faceva l’ingenuo e il comprensivo, col suo esasperante sproloquio sui fenomeni paranormali, mentre in realtà non vedeva l’ora che fosse mattina per consegnarla a Laurence o a chiunque si assumesse la responsabilità. Il barone poteva anche considerarla una squilibrata, ma grazie al cielo era riuscita a convincerlo, seppure involontariamente, che il suo stato rappresentava un pericolo per lui. Insomma, l’aveva costretto a prenderla sul serio, al punto che si giustificava e mentiva.

Considerò le cose da questo punto di vista, ma quando lo guardò, e lo vide sempre affabile nonostante l’estrema stanchezza, le salirono di nuovo le lacrime agli occhi.

«Oh, Willi! Come potrò mai ringraziarti? Sei così gentile».

«Così gentile» ripeté, anche lei come una bambina esausta con la lingua inceppata su un’unica frase. «Così gentile, così gentile...». E così, nella sua gratitudine, perse qualunque vantaggio si fosse aggiudicata e tornò a essere una povera donna coi nervi a pezzi che cercava la protezione di un vecchio amico.

Come se volesse concederle qualcosa anche lui, e ansioso di porla in una luce meno patetica, il barone le chiese:

«Cosa stai scrivendo in questo periodo?».

«Oh, sempre lo stesso libro. Ma negli ultimi tempi non ho fatto grandi progressi».

«Il saggio sul romanzo del Novecento?».

«Sì, quello. La forma del romanzo moderno».

«E finora come va?».

«Non c’è male. Ho qualche difficoltà col capitolo sul realismo».

Improvvisamente Caroline provò una grande rabbia nei confronti delle voci, che avevano mandato all’aria tutti i suoi programmi. Aveva progettato di mettersi a lavorare quella settimana, dimenticandosi tutti i problemi personali. E adesso questa esperienza orribile, umiliante.

Crollò di nuovo. «Non doveva succedere a me! Una cosa del genere non dovrebbe succedere a una donna intelligente!».

«Invece queste cose succedono proprio alle persone intelligenti» disse il barone. Stavano bevendo tutti e due brandy liscio.

Dopo un po’ il barone preparò dell’altro caffè, e poi, grazie a Dio, spuntò l’alba.

 

 

Dapprima il barone aveva protestato, ma alla fine le aveva permesso di andarsene. Animata da quell’inspiegabile energia a cui hanno accesso le persone nervose, con la luce del giorno si era ripresa, non solo a dispetto di una notte insonne e sconvolgente ma quasi in virtù di quella. Il barone aveva protestato, ma poi l’aveva lasciata andare con la promessa che si sarebbe fatta sentire nel corso della giornata. Caroline voleva andarsene da quella casa. Voleva tornare a Kensington e mettersi in contatto con Laurence. L’avrebbe sicuramente raggiunta a Londra. Una volta a casa le sarebbe toccato affrontare il custode; era sicura che gli altri inquilini si fossero lamentati per il trambusto della notte prima. «È un animale, Willi» aveva detto Caroline raccogliendo le sue cose.

«Dàlle dieci scelliiini» disse il barone.

«È un uomo».

«Allora due sterline».

«Una basta e avanza» disse Caroline. «Be’, Willi, ti ringrazio davvero».

«Con due sterline dovresti stare tranquilla» insisté il barone.

«Arriverò al massimo a trenta scellini» disse Caroline, seria.

Il barone si mise a ridacchiare piano. Poi, dopo averci pensato su un attimo, cominciò a ridere anche Caroline.

«Mi piace contrattare».

«Piace a tutte le donne».

Prima di arrivare alla metropolitana di Hampstead, mandò un telegramma a Laurence. «Raggiungimi immediatamente. Stop. C’è un mistero da risolvere. Stop».

«Le voci potrebbero non farsi mai più sentire» pensò. In un certo senso sperava che non fosse così. Laurence poteva essere il modo per stanarle, gli sarebbe bastato dire una frasetta innocente delle sue. Era convinta che le voci non si sarebbero manifestate mentre era in compagnia di qualcun altro, ma Laurence avrebbe fatto le sue ricerche. In quello stato innaturale di euforia provava quasi un senso d’avventura. Era una giornata di sole intenso. Sul treno, infilò un biglietto da una sterlina e uno da dieci scellini in uno scomparto separato della borsetta, e sorrise; quelli erano per il custode. Tutto sommato sperava che le voci tornassero, così da potersi accertare della loro esistenza e rintracciarne l’origine.

Quando arrivò a Queen’s Gate erano quasi le nove e trenta. Un orario perfetto. Gli inquilini erano già andati in ufficio e il custode non si era ancora materializzato. Chiuse piano il portone e scivolò di sopra.

 

 

Laurence lasciò aperta la porta della cabina telefonica per far entrare il sole e l’aria del mattino autunnale.

«Ancora nessuna risposta?».

«Mi dispiace, nessuna risposta».

«È sicura che il numero sia...».

Ma la centralinista aveva riattaccato. Era sicuro che avesse fatto male il numero... o almeno... chissà... Caroline doveva aver passato la notte da un’altra parte. O forse era andata a messa.

A quel punto Laurence telefonò a casa dei propri genitori. No, Miss Rose non si era fatta sentire. Sua madre era a messa. Suo padre era appena uscito. Le inviò un telegramma dall’ufficio postale del villaggio, poi, esasperato, andò a fare una passeggiata, durante la quale recuperò il buonumore pregustando l’arrivo di Caroline a casa di sua nonna. Aveva deciso di prolungare la vacanza di un’altra settimana. Quando arrivò al cottage mezz’ora dopo trovò un telegramma di Caroline.

«All’ufficio postale hanno fatto un po’ di confusione» disse a Louisa.

«Come, caro?».

«Ho mandato un telegramma a Caroline, e a quanto pare me ne ha mandato uno anche lei. Ma per qualche motivo devono aver confuso i due messaggi. Questo è quello che ho mandato a Caroline, parola per parola».

«Come, caro? Leggimelo, non capisco».

«Vado a parlare con quelli dell’ufficio postale» disse Laurence in fretta e furia, uscendo immediatamente. Non voleva dare l’impressione di nasconderle il telegramma, dopo averle detto che conteneva il messaggio scritto da lui. Lo rilesse. «Raggiungimi immediatamente. Stop. C’è un mistero da risolvere. Stop». E alla fine: «Con affetto, Caroline».

All’ufficio postale, dove alcuni vicini di Louisa stavano comprando il tè e altre cose, l’arrivo di Laurence provocò un certo fermento. Il messaggio che aveva mandato fu confrontato con quello appena ricevuto. Sentì chiaramente il direttore, nel piccolo ufficio sul retro, dire alla figlia: «Hanno usato esattamente le stesse parole. Sarà un codice, o qualcosa di losco che hanno concordato prima».

Uscì e disse a Laurence: «I due telegrammi sono identici, signore».

«Be’, certo è curioso. C’è un mistero da risolvere» ripeté Laurence.

«Sì, proprio così» disse l’altro.

Laurence se la batté prima che la confusione aumentasse e la faccenda diventasse pubblica. Si avviò verso la cabina telefonica e chiese il numero di Caroline. Suonava libero. Lei rispose immediatamente.

«Caroline?».

«Laurence, sei tu? Oh, sono appena tornata e ho trovato un telegramma. L’hai mandato tu?».

«Sì, e tu?».

«Sì, ma cosa c’era scritto sul tuo? Sono così spaventata».

 

 

Un forte odore di lucido impregnava il minuscolo parlatorio del convento benedettino; le quattro sedie, il tavolo, i pavimenti, il ripiano sotto la finestra riposavano sotto una patina lustra, come se già prima dell’alba quei pezzi di legno si fossero sottoposti a chissà quale improba fatica. Fuori, il sole serale di fine ottobre illuminava il lembo di giardino sul davanti e Caroline, in attesa nel parlatorio, ascoltava i suoni familiari degli uccelli e i passi sulle strade fuori città. Conosceva quella stanza e la sua aria lustra; da tre mesi ci veniva tutte le settimane a ricevere gli insegnamenti per entrare nella Chiesa cattolica. Osservò una mosca posarsi per un attimo sul tavolo; le sembrò in grave pericolo, come se potesse finire inghiottita dalla superficie lucida su cui pattinava. Invece volò via senza problemi. Quando la porta si aprì Caroline si girò con un sussulto. Poi si alzò all’ingresso del suo amico prete, il vecchio padre Jerome. Lo conosceva da tanti anni che non ricordava nemmeno più quando si fossero incontrati la prima volta. Erano rimasti in contatto per lunghi periodi, e a tratti si erano persi di vista. E quando, dopo che aveva deciso di convertirsi e di frequentare il convento a scadenze settimanali, i suoi amici chiedevano:

«Perché fai tanta strada per ricevere gli insegnamenti religiosi? Perché non vai in Farm Street?».

Caroline rispondeva: «Be’, lì conosco il prete».

E se erano cattolici, gli amici dicevano:

«Oh, non serve un prete particolare. Il migliore è sempre quello più vicino».

E Caroline rispondeva: «Be’, lì lo conosco».

Adesso si chiese se lo conosceva davvero. Come sempre sorrideva con quel viso giallastro, zoppicando con la gamba malandata, reggendo una cartellina sbiadita da cui spuntava un fascio di fogli stropicciati. «La settimana scorsa mi sono preso due giorni liberi e ho copiato qualche passo della Vita di Nostra Signora di Lydgate al British Museum. Li ho qui con me. Ce l’hai presente? Te ne leggerò subito un pezzo. È stupendo. Che cosa stai scrivendo? Hai l’aria stanca, dormi? Mangi come si deve? Cosa hai mangiato a colazione?».

«È una settimana che non dormo» disse Caroline. Poi gli raccontò delle voci.

«E tutto questo è successo dopo che sei tornata da Santa Filomena?».

«Sì. Oggi fa una settimana. È da allora che è cominciato tutto. Succede quando sono sola durante la giornata. Laurence mi ha raggiunta dalla campagna e si è trasferito a casa mia. Non ce la faccio a stare sola di notte».

«Allora dorme lì?».

«Nell’altra stanza» disse Caroline. «Non c’è niente di male, vero?».

«Per il momento» disse il prete in tono assente.

Di punto in bianco si alzò e uscì dalla stanza. Mille pensieri attraversarono il cervello di Caroline: «Forse è andato a chiamare un altro prete; pensa che sia pericolosa. O è andato a chiamare un dottore? Pensa che mi debbano internare, dichiarare malata di mente». Poi si rese conto che erano pensieri assurdi, perché padre Jerome aveva l’abitudine di uscire di punto in bianco quando si ricordava di dover fare qualcosa da un’altra parte. Sarebbe tornato subito.

Tornò di lì a poco, infatti, e si sedette senza un commento. Un attimo dopo entrò un fratello laico che le mise davanti un vassoio con un bicchiere di latte e un piatto di biscotti. Quel gesto le restituì tutta la familiarità che provava per quel luogo e quella persona; ripensò alle sere buie dopo il catechismo, l’inverno precedente, quando padre Jerome andava a prenderle nella biblioteca del convento le ponderose edizioni dei Padri della Chiesa, che lei adorava sfogliare. Poi, dopo averla lasciata nel parlatorio caldo a girare una pagina dopo l’altra e a prendere appunti, le mandava il frate con un bicchiere di latte e i biscotti.

Adesso, mentre lei sorbiva il latte, padre Jerome si mise a leggere ad alta voce un passo della Vita di Nostra Signora. Aveva già cominciato a tradurlo in inglese moderno, e la consultò su un paio di questioni. Caroline sentì tornare il vecchio senso di intimità che provava in compagnia del prete; non la trattava mai come se fosse una persona del tutto diversa da quella che era. Non la trattava solo come una bambina; né solo come un’intellettuale, una donna coi nervi a fior di pelle, un tipo bizzarro; a quanto pare la accettava semplicemente per quella che era. Quando glielo chiese, gli spiegò meglio la faccenda delle voci.

«Credo» disse «che in realtà siano toni diversi di un’unica voce. Che appartengano a una sola persona».

Poi aggiunse: «Credo di essere posseduta». «No,» disse lui «non lo sei. Forse soffri di ossessioni, ma dubito anche di questo».

«Pensa che sia un’allucinazione?».

«Come posso saperlo?».

«Crede che sia pazza?».

«No. Ma non stai bene».

«È vero. Pensa che sia affetta da nevrosi?».

«Senza dubbio. Su questo non ci piove».

Rise anche Caroline. Un tempo poteva definirsi nevrotica senza che le apparisse come un presagio; era semplicemente il distintivo della sua tribù.

«Se non sono pazza,» disse «lo diventerò presto, se questa faccenda continua».

«I nevrotici non impazziscono mai» disse lui.

«Ma è una situazione insopportabile».

«Non credi che dipenda da come la prendi?».

«Padre,» disse Caroline, quasi come se parlasse a se stessa per chiarirsi le idee «se solo sapessi da dove arrivano queste voci. Sono convinta che sia una persona sola. Usa la macchina da scrivere e parla al passato. È come se qualcuno mi osservasse attentamente e mi leggesse nel pensiero; è come se questa persona aspettasse solo di balzare su un pensiero o un’azione qualsiasi con lo scopo di distorcerla per renderla significativa. E poi, come fa a sapere di Laurence e dei miei amici? E l’altro giorno c’è stata una strana coincidenza. Io e Laurence ci siamo mandati un telegramma perfettamente identico, e nello stesso momento. È stato terrificante. Come la predestinazione».

«Sono cose che possono succedere» disse padre Jerome. «Una coincidenza, o una qualche forma di telepatia».

«Ma la macchina da scrivere e le voci... è come se uno scrittore che vive su un piano esistenziale parallelo stesse scrivendo una storia su di noi». Appena ebbe pronunciato queste parole, Caroline si convinse di aver scoperto la verità. Dopodiché smise di parlare della faccenda.

Mentre si accingeva ad andarsene, lui le chiese come si era trovata a Santa Filomena.

«Malissimo,» disse «ci sono rimasta solo tre giorni».

«Certo,» disse lui «ero sicuro che non fosse il posto giusto per te. Avresti dovuto scegliere un convento benedettino. È più il tuo genere».

«Ma se è stato lei a suggerirmi Santa Filomena! Non si ricorda, quel pomeriggio da Lady Manders, come avete insistito tutti e due perché andassi lì?».

«Oh, mi dispiace. Sì, credo che tu abbia ragione. Che cosa non ti è piaciuto?».

«La gente».

Lui ridacchiò. «Ah, sì, la gente. Dipende da come la prendi».

«Mi sa proprio di sì» disse Caroline come se le fosse appena venuto in mente qualcosa.

«Allora, che Dio ti benedica. Cerca di dormire e fatti sentire».

Quando tornò a Queen’s Gate trovò Laurence in casa ad aspettarla. Stava trafficando con un oggetto nero, una specie di scatola, che sulle prime scambiò per una grossa macchina da scrivere.

«Cos’è?» disse, quando la vide da vicino.

«Ascolta» disse lui.

Laurence schiacciò un tasto. Si sentì un brusio e la macchina cominciò a parlare con una voce maschile impostata su una nota forzatamente bassa: «Caroline, tesoro, vorrei darti un consiglio». Poi continuò dicendo qualcosa di divertente ma impubblicabile.

Caroline si lasciò cadere sul divano con una risata di sollievo.

Laurence armeggiò ancora con lo strumento e il brontolio riprese.

«Ho riconosciuto subito la tua voce» disse Caroline.

«Invece scommetto di no. Sono stato bravissimo a camuffarla. Ascolta».

«No!» disse Caroline. «Potrebbe sentire qualcuno. Sei proprio uno sporcaccione».

Lui le fece risentire tutto da capo e risero entrambi a crepapelle.

«Perché diavolo ti sei portato dietro quella roba?» disse Caroline. «Potevo spaventarmi a morte».

«Per registrare le tue voci dell’aldilà. Adesso guarda. Inserisco qui il disco. Se le senti di nuovo, schiacci questo. A quel punto registrerà qualunque voce a portata d’orecchio».

Aveva piazzato l’aggeggio contro il muro da cui provenivano le voci.

«Dopodiché» spiegò «possiamo tirar fuori il disco e riascoltarlo».

«Magari sono voci che non si riescono a registrare» disse Caroline.

«Se ci sono vengono registrate di sicuro. Qualunque suono ha un impatto. Se è un’entità oggettiva verrà registrata».

«Ma questo suono potrebbe essere un’entità d’altro tipo ed essere comunque reale».

«Be’, prima vediamo di esaurire le possibilità d’ordine naturale».

«Ma noi non conosciamo tutte le possibilità d’ordine naturale».

«Se non viene registrato, possiamo dare per scontato che o non esiste, o appartiene a qualche ordine sovrannaturale» spiegò Laurence.

Caroline insisté: «Esiste senz’ombra di dubbio. E credo che sia un suono naturale. Ma non credo che quella macchina sarà in grado di registrarlo».

«Non vuoi nemmeno provare?». Sembrava quasi deluso.

«Ma certo. È una splendida idea».

«E migliore di qualunque idea abbia avuto tu finora» disse lui.

«Adesso però ne ho una ottima» disse Caroline. «Sono sicura che sia quella giusta. Mi è venuta parlando con padre Jerome».

«Sentiamo» disse lui.

«Non ancora. Prima voglio raccogliere le prove».

 

 

Caroline era felice. Laurence si guardò allo specchio, sorrise e si disse: «E così sarei uno sporcaccione».

L’appartamento era in disordine. A Caroline piaceva che Laurence mettesse sottosopra le sue cose. Quella adesso era l’abitazione di una coppia. Al custode avevano detto che si erano sposati. Il custode ci aveva creduto solo a metà, ma l’altra metà l’avrebbe messa sul conto, predisse Laurence. Lei si era subito abituata a sentirsi chiamare «signora Manders»: era semplice, come se non si fossero mai separati, anche se entrambi erano ben coscienti che si trattava di una messinscena dovuta all’emergenza. Un’altra settimana al massimo, e poi avrebbero dovuto prendere una decisione. Si era pentita di aver parlato dei suoi problemi col barone: da quel momento non aveva fatto altro che insistere perché Laurence la facesse ricoverare in una clinica privata. Non era tanto il consiglio a contrariarla, quanto quel che vi era sotteso. «Una clinica privata». Cioè un manicomio di lusso. Laurence si era opposto: voleva portarla con sé a casa di sua nonna. Il barone aveva riferito tutto a Helena, che si era offerta di pagare le spese di una clinica privata cattolica. Anche se Helena non pensava certo a un manicomio.

«Qualche settimana di riposo in una clinica privata non mi dispiacerebbe» disse Caroline a Laurence. «Non credo che possano eliminare le voci, ma per un po’ forse non le sentirei. Sarebbe un bel sollievo».

Ma Laurence non era assolutamente d’accordo.

E poi aveva un mistero tutto suo da risolvere. «Ti ho scritto raccontandoti tutto. Avevo appena spedito la lettera a Santa Filomena quando ho ricevuto il tuo primo telegramma, in cui dicevi che eri tornata a Londra. Immagino che te la inoltreranno».

«Racconta». Caroline si aspettava quasi che lui fosse alle prese con un «mistero» simile al suo.

«Be’, la faccenda è che la nonna è immischiata con alcuni individui altamente sospetti. Sulle prime ho pensato che fosse lei a capo della banda, ma adesso, tutto considerato, penso che faccia semplicemente da spalla».

«No» disse Caroline. «Assolutamente, non la vedo proprio a far da spalla a chicchessia».

«Lo credi davvero?... È quello che penso anch’io, in realtà. Devi venire a vedere coi tuoi occhi».

«Ci penserò» aveva detto Caroline.

La settimana prima, mentre Laurence era fuori, aveva sentito la macchina da scrivere e le voci per ben quattro volte.

L’aveva detto a Laurence. «Sentirò padre Jerome. Se mi consiglia una clinica privata, ci andrò. Se invece mi dirà di andare da tua nonna, verrò. Potrò sempre andarci dopo, in clinica».

Poi però si era dimenticata di prospettare al prete le due alternative. E adesso aveva la sensazione che non avesse importanza.

«Verrò nel Sussex» disse.

«Sul serio? È stato il sant’uomo a consigliartelo?».

«No. Pensa che mi sono dimenticata di dirglielo. Lui mi ha solo consigliato di mangiare e dormire».

Laurence conosceva bene le reazioni nervose di Caroline riguardo al cibo e al sonno, anche nei momenti migliori. Ma lei non rise con lui. Disse invece: «Mi sento meglio. Credo che il peggio sia passato; comincio a vedere la luce del giorno».

Era abituato ai recuperi rapidi di Caroline, ma solo quando si trattava di malattie fisiche. Negli anni passati l’aveva vista prostrata dalle complicazioni respiratorie cui andava soggetta: bronchite, pleurite, polmonite. Un paio di volte era rimasta a letto per parecchi giorni con la febbre alta. Poi, nel corso della notte, o da un’ora all’altra del pomeriggio, o al risveglio la mattina tardi dopo una notte passata tra i fumi della febbre, si assisteva a un cambiamento repentino, una ripresa fulminea del suo fisico provato, e Caroline diceva: «Sto meglio. Mi sento decisamente bene». Dopodiché si sedeva sul letto e cominciava a parlare. La temperatura tornava normale. Era quasi come se lei fosse soggetta a una decisione, come se il suo fisico in quei momenti non aspettasse altro che una sua parola, e Caroline stessa rimanesse in docile attesa di un’autorizzazione segreta dentro di lei, che alla fine le avrebbe permesso di dire: «Sto meglio. Mi sento bene». Dopo questi rapidi capovolgimenti Caroline piombava nella depressione, bramava quell’attenzione dovuta a un malato, della quale non aveva sentito il bisogno nei momenti di autentico pericolo. Spesso, nei giorni che seguivano, diceva: «A dire il vero non mi sento poi così bene. Sono ancora debole». In realtà lo diceva senza molta convinzione. Alla fine diventò uno scherzo, e a distanza di mesi dalla malattia Laurence continuava a dire: «Sei ancora invalida. Non ti sei ancora ripresa», e anche Caroline diceva: «Prepara tu la colazione oggi, tesoro. Io sono ancora invalida. Mi sento decisamente poco bene».

A Laurence tornò in mente tutto questo quando, al ritorno dal convento, la sentì dire: «Mi sento meglio... comincio a vedere la luce del giorno». Riconosceva quel segnale; negli ultimi sei anni era stato lui a curarla quando era malata. Erano stati perlopiù tempi di ristrettezze, prima che i suoi genitori accettassero il suo legame irregolare con Caroline; prima di ottenere il lavoro alla BBC; prima che Caroline cominciasse a farsi una reputazione nell’ambiente letterario.

Caroline sapeva benissimo cosa stava passando per la testa di Laurence. Non si era certo aspettato di vederla riprendersi così all’improvviso da quel tipo di malattia, di cui negli ultimi sei mesi aveva avuto tutte le avvisaglie.

E adesso rifletteva: «E così sta meglio. Vede la luce del giorno. È così semplice dunque? Che abbia ragione? Niente più esaurimento. Niente più panico all’idea di incontrare degli estranei. Niente preoccupazioni, niente voci? Solo la formalità della convalescenza, il periodo da “invalida”, e poi di nuovo la vecchia Caroline. Possibile?».

Caroline gli vide in faccia un’espressione che ricordava di aver già visto. Era un’aria sconcertata, sorpresa, come di chi si trovi davanti a un’esperienza assolutamente nuova e del tutto irrazionale; un’aria in parte spaventata, in parte indignata, in parte incuriosita, ma soprattutto esultante. L’altra occasione in cui gli aveva visto quell’espressione era stata durante una lite, quando gli aveva comunicato la sua decisione di convertirsi, e quindi di lasciarlo. Erano entrambi sconvolti, entrambi si rendevano a malapena conto di quello che stavano dicendo. In risposta a un’osservazione di Laurence aveva ribattuto, perfidamente: «Amo Dio più di te!». Era stato allora che gli aveva visto in faccia quel misto di sorpresa e sgomento, dentro cui si annidava una strana gioia inconscia, che adesso gli sembrò di scorgere di nuovo mentre gli diceva: «Il peggio è passato. Vedo la luce del giorno».

«Ma non dimenticare che sono ancora un’invalida» aggiunse. A quell’uscita lui rise parecchio. Le dispiaceva doverlo deludere: sapeva che Laurence si aspettava una «guarigione» diversa da quella che si stava prospettando, e che pensava: «Come fa a sapere che non sentirà più quelle voci?».

Lui disse: «Pensi davvero che adesso sia tutto a posto, tesoro?».

«Sì» disse lei. «Sto benone. Sono solo un po’ stanca, ma adesso almeno so cosa sono quelle voci, capisci. È un’esperienza raccapricciante, ma sono in grado di affrontarla. Sono sicura di aver scoperto la vera causa. Ho un piano. Te ne parlerò a breve».

Si distese sul divano letto e chiuse gli occhi.

«Mi preoccupi» disse lui.

«Vuoi dire che ti preoccupano le voci. Nel senso che se continuo a sentirle non potrò certo star bene».

Lui ci pensò un attimo. «Vediamo se questa macchina registra qualcosa».

«D’accordo» disse Caroline. «Ma se anche non le registra, che differenza fa?».

«Be’, in quel caso credo che dovresti cercare di vedere l’esperienza sotto una luce simbolica».

«Ma le voci sono voci. Certo che sono dei simboli. Ma sono anche voci. C’è anche la macchina da scrivere... è un simbolo, ma è anche una macchina da scrivere vera. La sento».

«Mia cara Caroline,» disse lui «spero che non la sentirai più».

«Io invece sì».

«Sì? E perché?».

«Perché adesso so di cosa si tratta. Adesso sto sul chi vive» disse Caroline. «Vedi, sto davvero meglio. Sono solo stanca». Alzando un po’ la voce aggiunse: «E se qualcuno è in ascolto, prenda pure appunti».

Bene, bene...

«Scommetto che hanno paura» gongolò Laurence.

Lei si sfilò la gonna, e scivolò tra le lenzuola del divano letto.

Lui pensò: «Eppure sta davvero meglio. Quasi bene come prima, solo un po’ stanca».

Quando la lasciò si stava appisolando; doveva correre a Hampstead a trovare sua madre, che gli aveva telefonato convocandolo con una certa urgenza. Promise a Caroline di tornare in tempo per portarla fuori a cena. Prima di andarsene le ricordò il registratore.

«Se dovesse succedere qualcosa non dimenticarti di premere questo tasto» disse. «Sei sicura di star bene?».

«Assolutamente» disse Caroline con voce assonnata. «Dormirei per due settimane».

«Ottimo. Dormi bene, allora. Se ti serve qualcosa, basta che telefoni a mia madre, lo sai. Io sarò lì tra una ventina di minuti».

Caroline si addormento presto. E mentre dormiva, si gustava il sonno; sono sei mesi che non dormo così bene, si disse. Ordinò a se stessa di continuare a dormire, perché di lì a poco si sarebbe svegliata, e allora avrebbe preso il toro per le corna.

A questo punto della storia, è forse opportuno specificare che tutti i personaggi del romanzo sono immaginari, e ogni riferimento a persone esistenti è puramente casuale.

Tap-tappete-tap. A questo punto della storia... Caroline balzò a sedere e schiacciò il tasto del dittafono. Poi afferrò il taccuino e la matita che aveva preparato all’uopo e stenografò tutto il paragrafo; cominciò a tremare solo quando la cantilena fu cessata. Rimase distesa e tremebonda nella stanza sempre più buia, a riflettere su quella nuova forma di sofferenza, adesso che stava di nuovo bene e teneva a rimanere in buona salute.

4

C’erano crisantemi e aster nei vasi, crisantemi e aster a malapena visibili sulle fodere flosce e sbiadite del salotto. Bisognava cambiarle, ma Helena Manders non lo aveva mai fatto, perché il titolo di cavaliere, sopraggiunto quando le fodere non erano già più al loro meglio, non doveva far differenza. Per questa stessa ragione i Manders sopportavano molti disagi. Però in occasione della visita di Laurence avevano acceso il fuoco nel camino. Niente camino fino a novembre, era la regola.

«Sei di fretta?» disse Helena, perché Laurence, da quando era arrivato, non aveva smesso di guardare l’orologio. Sapeva che quando sua madre lo convocava per qualche motivo particolare, di solito se ne dimenticava finché lui era pronto ad andarsene, e questo lo obbligava a rimanere a cena o addirittura a dormire; oppure se ne dimenticava del tutto, nel qual caso gli telefonava di nuovo e lui era costretto a tornare.

A Laurence non dispiaceva far visita ai suoi a Hampstead; anzi era contento di rimanere a cena, o di passarci qualche giorno o settimana; a patto però che avvenisse secondo i suoi tempi, quando i tempi erano maturi, quando per lui era tempo di dirsi: «Ho voglia di fare un salto a Hampstead». Quando erano i suoi a convocarlo, invece, ne avrebbe fatto volentieri a meno.

Per questo guardava l’orologio. Disse: «Ho solo un’ora di tempo. Ceno con Caroline. Avrei portato anche lei, ma è andata a riposare».

«Come sta?».

«Dice che sta meglio. Credo proprio che sia vero».

«Sul serio? E le allucinazioni, sono scomparse? Povera ragazza, a me non ha voluto raccontare quasi nulla».

«Non so» disse Laurence. «In realtà non lo so se sta meglio. Lei dice di sì».

«Non ha intenzione di farsi ricoverare in una clinica? Sarebbe la soluzione migliore».

«No. Domani la porto con me dalla nonna».

«Sono preoccupata, Laurence».

Lo era davvero. Il viso tradiva insicurezza, e aveva una calza smagliata. Aveva detto che voleva vederlo con urgenza, e nel giro di cinque minuti era già arrivata al punto. Altri segni indicavano quanto fosse preoccupata.

«Ti ho chiesto di venire, Laurence, perché sono molto preoccupata».

Lui si sedette sul bracciolo della sua poltrona, le cinse le spalle e disse:

«C’entra con me e Caroline?».

«No» disse lei.

Laurence si alzò e si versò da bere. Sua madre non gli aveva offerto niente. Era preoccupata.

«Ieri è venuta a trovarmi Georgina Hogg».

«Ah! E cosa voleva?».

«Non lo so. Mi ha raccontato una storia pazzesca. Sono così preoccupata».

«Per Caroline? Te l’avevo detto che Caroline se ne è andata da Santa Filomena per via di Georgina Hogg. Non vorrai fargliene una colpa?».

«No, certo che no».

«Non avresti dovuto mandarla laggiù. Lo sai com’è Georgina».

«Ma era d’accordo anche padre Jerome...».

«Lui non conosce Georgina Hogg. Non avresti mai dovuto procurarle quel lavoro. Come ti è venuto in mente? Quella donna fa una pessima pubblicità alla Chiesa».

«Mi sono illusa» disse Helena. «A volte uno cerca di fare del bene. Mi sono illusa. Lei diceva che era stato un miracolo a riportarla da me. “Forse è cambiata” ho pensato. Nella nostra fede, non si sa mai. A chiunque può succedere qualunque cosa».

«Be’, a quanto pare Georgina non è cambiata. Dal punto di vista psicologico è sempre una canaglia. Credo davvero che sia lei la responsabile della ricaduta di Caroline. Probabilmente ha toccato un nervo scoperto».

Helena disse: «Versami qualcosa da bere, Laurence».

«Che cosa?».

«Quello che bevi tu».

Laurence le versò qualcosa di forte, e in quell’occasione lei non protestò.

«Allora, cara, dimmi quel che pensi. Cos’altro vuole Georgina?».

«Non lo so. È venuta per dirmi qualcosa».

«Ha pensato che fosse suo dovere, come al solito? Cosa ti ha raccontato di Caroline?».

«Sì, ha detto proprio così, che era suo dovere. Di Caroline non mi ha detto granché, ma mi ha raccontato una storia incredibile su mia madre, che secondo lei è implicata in un traffico assolutamente illegale. Ha insinuato che la nonna è una ricettatrice di merce rubata».

«Ma che cosa le viene in mente?».

Helena aveva l’aria contrita. Non sapeva come dire a Laurence cosa aveva fatto la sua protetta.

«Non so come dirtelo, Laurence. Credevo che Georgina fosse cambiata. E naturalmente ha tirato fuori una giustificazione... una scusa, ossia che Caroline non ha lasciato il suo indirizzo. Dice che il giorno dopo la sua partenza è arrivata una lettera per Caroline. Georgina si è assunta la responsabilità di aprirla, solo per vedere l’indirizzo del mittente, ha detto, con l’intenzione di rispedirgliela. A quel punto ha scoperto che gliela avevi scritta tu, così l’ha letta, ritenendo che fosse suo dovere nei miei confronti. Capisci, Laurence, ha una scusa pronta per tutto».

«Ma è illegale! Nessuno ha il diritto di leggere una lettera indirizzata a qualcun altro. Possono farlo solo all’ufficio postale, quando non si riesce a rintracciare il destinatario. E anche in questo caso, almeno ufficialmente, guardano solo la firma e l’indirizzo del mittente. Nessuno, in nessun caso, ha il diritto di leggere il contenuto di una lettera indirizzata a qualcun altro» disse Laurence. Era furibondo.

«Gliel’ho detto, Laurence. Sono preoccupata, caro».

«Cosa intendeva dicendo che leggere la mia lettera a Caroline era un suo dovere nei tuoi confronti?».

«Non lo so. Forse pensava che tra voi ci fosse qualcosa di cui io non ero al corrente. L’ho tranquillizzata».

«Gliel’hai detto che ha commesso un reato grave?». Laurence era al terzo whisky.

«Shhh, tesoro,» disse sua madre, dimenticandosi che aveva a che fare con un uomo grande e grosso «non so se siamo nella posizione di parlare di reati a Georgina Hogg. Dimmi tutto quello che sai sulla nonna. Dovevi dirmelo subito».

«La Hogg ti ha mostrato la mia lettera, o ti ha semplicemente detto cosa c’era scritto?».

«Mi ha chiesto se volevo leggerla. Le ho detto di no».

«Bene» disse Laurence. «Almeno si sarà resa conto che non ci abbassiamo al suo livello».

Sua madre accennò un sorriso e lo guardò. Poi però ricominciò subito ad angustiarsi. «Per quanto riguarda quello che hai scritto su di lei, qualunque cosa sia, Georgina si è comportata con grande dignità».

«Immagino che non si sia offerta di restituirmi la lettera, vero? Appartiene a me».

«No, si è rifiutata» disse Helena.

«E con quale scusa, questa volta?».

«Ritiene che sia suo dovere. Dice che queste cose vengono messe a tacere troppo spesso».

«Un ricatto?» disse Laurence.

«Non ha chiesto niente» disse Helena. Poi, come se questi scambi di idee fossero solo una serie di noiosi preliminari, disse, arrivando al sodo: «Laurence, allora è vero... quello che hai scritto a Caroline sulla nonna?».

«Sì. Però non credo che la nonna sia una delinquente. Non ho detto questo. È possibile che una banda di criminali si stia approfittando di lei». Non sembrava particolarmente convinto.

Helena disse: «E io che non mi sono accorta di niente. In questi ultimi quattro anni, dopo la morte di mio padre, sono stata troppo distratta. Avrei dovuto occuparmi di mia madre. Avrei dovuto convincerla ad accettare...».

«E adesso dov’è Georgina? È tornata a Santa Filomena?».

«No. Ha dato le dimissioni. Non ho idea di dove sia andata ad abitare. Ero troppo allibita per chiederglielo».

«Cos’ha intenzione di fare della lettera?».

«Ha detto che l’avrebbe tenuta lei, tutto qua».

«E per quanto riguarda la nonna?».

«Non me l’ha detto. Oh, Laurence, sono così preoccupata per lei. Dimmi quello che sai di questa storia. Raccontami tutto».

«Io non so tutto».

«Questa faccenda dei diamanti nel pane. Non riesco a crederci, eppure Georgina sembrava serissima. Voglio vederci chiaro. Raccontami cos’hai scoperto».

«D’accordo» disse Laurence. Sapeva che sua madre confidava, in modo tutto particolare, che il male non potesse sfiorarla. Per questo si adattava con facilità alle nuove idee. Laurence l’aveva vista superare senza troppi traumi una stravaganza dopo l’altra del figlio. E adesso, osservandola mentre, tutta preoccupata, sedeva nel suo salotto trascurato col suo logoro vestito azzurro, la preziosa collana di perle e una calza smagliata, Laurence pensò: «Potrebbe attraversare una giungla e ne uscirebbe senza un graffio».

Quando ebbe finito di parlare sua madre disse: «Quando parti per Ladylees?».

«Domani, il prima possibile. In treno; devo portare la macchina dal meccanico. Ne noleggerò una a Hayward’s Heath per qualche giorno».

«Non portare Caroline con te».

«Perché?».

«Penso che non sia abbastanza in forze per essere coinvolta in una situazione del genere».

«Io invece credo che le farebbe bene».

«Ma ti intralcerebbe nelle indagini».

«No, Caroline è troppo in gamba».

«Allora raccomandale di tenersi in contatto con me. Dille di telefonare tutti i giorni per raccontarmi cosa succede. Mi fido di lei».

«Il whisky ti rende spocchiosa. Puoi fidarti anche di me».

«Allora cerca di convincere con le buone la nonna a dirti la verità» lo implorò.

Quando lui fu sul punto di uscire, gli disse timidamente, nell’eventualità che scoprisse qualcosa di illecito: «Cerca di capire quanto ci costerebbe toglierla dalle grinfie di quei truffatori».

Laurence disse: «In realtà non sappiamo chi sia nelle grinfie di chi. Per ora è meglio non dir niente a papà; potrebbe rivelarsi una cosa del tutto innocente, uno dei soliti giochetti della nonna...».

«Con papà al momento non ne farò parola» lo assicurò lei in tono sbrigativo. «Ha una tale ammirazione per mia madre». Poi aggiunse: «Pensa, la nostra fida domestica che fa una cosa del genere...».

Che ipocrisia, pensò lui... «la nostra fida domestica»!

«Pensi che sia un’ipocrita, vero?» disse sua madre.

«Certo che no,» replicò «perché dovrei?».

 

 

«Tutto a posto?».

Sentendo la voce di Laurence, Caroline si svegliò. Era ancora molto assonnata; quel risveglio difficile era un altro segnale che si stava riprendendo. Ancora intontita, non era sicura se Laurence avesse detto «Tutto a posto?» o se quella domanda non fosse ancora stata pronunciata, e toccasse a lei farla. Perciò, stordita com’era, ripeté mettendosi a sedere: «Tutto a posto?».

Laurence si mise a ridere.

Lei si alzò col viso assonnato e andò in bagno a lavarsi e cambiarsi, lasciando la porta aperta per continuare a parlare.

«Novità?» disse Laurence.

Adesso era sveglia. «Sì» disse. «Alla radio c’è Lord Tom Noddy».

«Chi?».

«Madama Butterfly».

«E ti sei ricordata il registratore?».

«Mmm... Ho premuto il tasto, ma non so se ha registrato qualcosa».

Sembrava incerta. Laurence disse:

«Proviamo a sentire?». Temeva che l’esperimento potesse turbarla, compromettendo la sua salute ritrovata.

«Sì, prova».

Laurence sistemò la macchina e schiacciò un tasto. Emise un debole ronzio, dopodiché la voce di Laurence tuonò: «Caroline, tesoro...» e poi il consiglio divertente e impubblicabile.

Caroline uscì dal bagno per ascoltare, con l’asciugamano tra le mani. Erano entrambi ansiosi di ascoltare il resto. Era una voce femminile. Laurence alzò bruscamente gli occhi mentre la voce diceva: «È una schifosa bugia. Cominci ad aver paura, credo. Perché all’improvviso ti nascondi dietro un’affermazione del genere?».

Nient’altro. «Gesù santo!» disse Laurence.

Con un certo imbarazzo, Caroline spiegò: «Quella sono io, stavo rispondendo alle voci. Sembra che non siano registrabili. Ne ero convinta anche prima».

«Cosa ti hanno detto? Perché hai risposto così? Perché hai detto “È una bugia”?».

Gli lesse gli appunti stenografati.

«Perciò vedi,» disse con una risata amara «i personaggi sono tutti immaginari».

Laurence, soprappensiero, si mise ad armeggiare col registratore. Quando lei si interruppe, le disse di sbrigarsi a vestirsi. Poi la baciò come si bacia una bambina.

Mentre si truccava Caroline gli disse nervosamente: «Ho trovato la risposta. Adesso so come comportarmi con la voce».

Si aspettava che lui le chiedesse: «Dimmi come». Invece no; si limitò a guardarla, come se in cuor suo continuasse a considerarla alla stregua di un’adorabile bambina.

Poi disse: «Mia madre è preoccupata. Temo che scoppierà un gran putiferio per la faccenda della nonna».

A quel punto Laurence si rese conto che una Caroline bambina non era esattamente ciò che voleva. Sentiva il bisogno della sua mente raziocinante per mettere insieme gli elementi misteriosi della vita di sua nonna. Si sentiva impotente.

«Mi aiuterai con la nonna, vero?» disse.

«Perché?» disse lei in tono allegro. «Cos’hai intenzione di farle?». Assunse un’aria scherzosamente minacciosa. Era chiaro che stava meglio. Laurence spostò lo sguardo dal suo viso agli appunti stenografati sul tavolo, dalla prova della sua normalità a quella del suo delirio. Forse, pensò, ci sono persone che possono vivere tutta la vita con una piccola mania e per il resto rimanere perfettamente normali. Forse era solo riguardo alle suggestioni acustiche che Caroline era una bambina.

Disse: «La Hogg ha letto la lettera che ti ho mandato a Santa Filomena».

«Stai dicendo che ha aperto una lettera indirizzata a me e l’ha letta?».

«Sì, è terribile. Anzi, è un reato».

Caroline fece un mezzo sorriso. Laurence ricordò che sul viso di sua madre quel pomeriggio era guizzato lo stesso tipo di sorriso, nonostante la preoccupazione. Allora si rese conto che le due donne avevano sorriso per lo stesso motivo, e capì anche quale.

«Ammetto che è capitato anche a me di leggere le lettere di qualcun altro. In un certo senso lo capisco. Ma questo è un caso diverso. È spaventoso».

Dopo avergli mostrato, con quel sorriso, che non lo considerava del tutto adulto, Caroline disse: «Dimmi la verità, è una faccenda seria?» e cominciò a interrogarlo da pari a pari.

Spensero i caminetti e la luce, poi, continuando a parlare, uscirono dall’appartamento.

Verso le undici e mezzo, visto che avevano deciso di godersi la serata, andarono a ballare al Pylon, in Dover Street, un locale quasi completamente buio. Grazie a Dio, pensò Caroline.

 

 

Infatti, dopo la cena in un ristorante di Knightsbridge, erano stati a Soho. Prima in un pub, dove inaspettatamente avevano incontrato un gruppo di persone della BBC che chiamavano Laurence «Larry»; una gran seccatura dal punto di vista di Laurence. Lui continuava a pensare a sua nonna, e alla propria equanimità, la propria pace rovinate dalla signora Hogg. Inoltre era in ferie, e non aveva messo in conto di incontrarsi coi colleghi in quelle settimane. Dopodiché si erano spostati in un pub di letterati, dove fu presto chiaro che il barone aveva divulgato a destra e a manca la storia di Caroline e della notte di isteria che aveva passato a casa sua.

Nel primo pub, dopo che se ne erano andati, un amico di Laurence aveva detto: «Larry ha quel tipo di perversione... belle e nevrotiche. Devono essere per forza nevrotiche».

Era sottinteso che qualsiasi legame stretto fra due persone era considerato una perversione. All’uscita dal pub Caroline percepì l’impressione che avevano avuto di lei i colleghi di Laurence. Anche Laurence ne era consapevole, naturalmente, ma non gli importava; accettava, per esempio, che «perversione» fosse la parola in codice usata dai suoi amici per descrivere i gusti personali di chiunque in amore. Mentre si avviavano verso il secondo pub, l’amico di Laurence stava dicendo: «Tutte le ragazze di Larry sono sempre state nevrotiche». Ed era vero.

Più tardi, in taxi, Caroline chiese a Laurence: «Credi che si noti che sono nevrotica?».

Aveva gli occhi intensi e stralunati, ma gli altri tratti del viso esprimevano una certa capacità di giudizio.

«Sì, ma in modo del tutto accettabile». E subito aggiunse: «Tutte le mie ragazze sono sempre state nevrotiche».

Caroline lo sapeva, ma fu felice di sentirlo di nuovo dalle sue labbra; quelle parole coincidevano con quelle che immaginava stessero dicendo al pub da cui erano appena usciti. Conosceva quasi tutte le ragazze nevrotiche che l’avevano preceduta; lei era quella che era durata di più.

Di nuovo Laurence si affrettò a dire:

«Le donne nevrotiche hanno sempre qualche dettaglio più interessante delle altre. Non sai mai che sorprese ti possono riservare, in se stesse e nel loro comportamento».

Nel secondo pub, dove un poeta grasso e biondo disse a Caroline: «Raccontami tutto delle tue visioni, cara»; e una poetessa con una mantella e una bocca gigantesca disse: «Attualmente il satanismo è molto in auge all’interno della Chiesa cattolica, vero?»; e uno scrittore sopra i cinquanta chiese a Caroline chi fosse il suo psicoanalista, e le disse il nome del proprio – in quel pub Caroline arguì, da diversi segnali, che il barone era andato a raccontare di tutto su di lei agli eterni ragazzi e ragazze che capitavano nella sua libreria in Charing Cross Road.

Il poeta grasso continuò a insistere sulle «visioni» di Caroline; diceva che sarebbero state un buon modo per farsi pubblicità. Caroline e Laurence avevano bevuto parecchi superalcolici, ed erano entrambi piuttosto ubriachi.

«Un’ottima pubblicità» concordarono.

E il tipo sopra i cinquanta, che indossava una giacca di stoffa pelosa, insisté:

«Potrei consigliarti uno psichiatra che...».

«Noi ne conosciamo uno» disse Laurence «specializzato in castagne matte».

Caroline chiese alla ragazza con la mantella se sapeva che Eleanor Hogarth aveva lasciato il barone.

«No!».

«Invece sì. La settimana scorsa lui mi ha ospitata per una notte a casa sua, e di lei non c’era più traccia. Non rimaneva nemmeno una fotografia. L’ha nominata una sola volta. Ha detto che era in tournée, il che era vero; del fatto che avessero rotto non mi ha detto niente. È stato Laurence a scoprirlo con certezza... per forza, lui scopre sempre tutto».

«Se ne è andata con un altro?».

«Non lo so, davvero. Ma è stata lei a lasciarlo, non viceversa: questo lo so per certo».

«Povero Willi».

«Be’, non la si può biasimare» disse Caroline, soddisfatta che di lì a poco la storia sarebbe stata di dominio pubblico.

La ragazza con la mantella disse: «Hai cercato di convertire il barone?».

«Io? No».

«I cattolici cercano sempre di convertire tutti, anche quando è evidente che non c’è speranza. Credevo fosse una specie di obbligo».

Per rincarare la dose, Caroline disse del barone una frase che aveva sentito pronunciare su qualcun altro: «Quando è diventato inglese ha esaurito ogni capacità di convertirsi».

In effetti, il barone aveva un concetto ben preciso di cosa significasse essere inglese e vi si atteneva scrupolosamente, e il suo disprezzo per gli inglesi, il loro intelletto, i loro modi, nasceva dalla loro frustrante abitudine di non conformarsi meglio a quel concetto. Di questo tenore erano dunque le opinioni che Caroline scambiava con la ragazza con la mantella.

«Sai,» disse la ragazza «c’è però un’altra faccia di Willi Stock. È un orgiasta in incognito».

«Un... cosa?».

«È un fanatico delle messe nere. Un satanista. Con ogni probabilità è per questo che Eleanor l’ha lasciato. Lei è così terribilmente borghese».

Di colpo Caroline cominciò a sentirsi oppressa dall’atmosfera del pub e dai suoi avventori. La parola «borghese» ebbe un effetto deprimente sulla sua serata; apparteneva a quel linguaggio trito e impreciso che era prerogativa del demi-monde che si era lasciata alle spalle più di due anni prima.

Laurence parlava col poeta grasso e biondo che lo stava invitando a una festa a casa di qualcun altro la settimana dopo, descrivendogli il tipo di persone che ci sarebbero andate; e quando Caroline si alzò, Laurence intercettò il suo sguardo proprio mentre l’altro stava dicendo: «Non puoi proprio mancare».

Laurence la pilotò verso il taxi, perché già al loro arrivo Caroline barcollava. Ma la reazione di fastidio le aveva fatto momentaneamente passare la sbornia.

Andarono in un caffè, poi si diressero verso il West End e il Pylon, dove Caroline ringraziò Dio che le luci fossero basse e la gente non troppo riconoscibile. Il West End era un altro demi-monde del passato di Caroline.

 

 

Eleanor scrutò attentamente la coppia che si muoveva nella penombra torpida davanti a lei. I due si erano conquistati trenta centimetri quadrati di pista da ballo, che utilizzavano con perizia e armonia, muovendosi insieme in quel limitato raggio d’azione come creature uscite da un libro di scienze naturali. Eleanor ne fu affascinata; per qualche minuto rimase strabiliata alla vista di Caroline e Laurence in un posto del genere, non avendoli mai visti in un nightclub, e tanto meno ballare.

Eleanor li salutò con un cenno della mano; erano troppo lontani dal suo tavolo per chiamarli con un minimo di decoro. Alla fine Caroline la vide. «Oh, guarda, c’è Eleanor».

Ed eccola lì, assieme al suo socio in affari, Ernest Manders, coi suoi capelli bianchi e il viso da ragazzo. Era lo zio di Laurence, il fratello minore di suo padre, che ai fichi sciroppati aveva preferito il balletto.

Quando Laurence era ancora piccolo aveva informato sua madre:

«A zio Ernest piacciono gli uomini».

«Sì, tesoro, è davvero una persona meravigliosa» aveva risposto lei tutta giuliva, ed era andata a ripetere le parole del figlio a diverse persone prima che suo marito le facesse capire il significato di quella frase. Dopodiché, la famiglia si era fatta un preciso dovere di pregare per zio Ernest; era inteso che ogni occasione di preghiera fosse buona per tirare in ballo lo zio. E con un certo successo, a quanto pare, perché al compimento del quarantesimo anno, quando i suoi rapporti con gli uomini stavano diventando sempre più violenti, per amor di quiete vi rinunciò; non che li avesse mai sostituiti con le donne. Un giorno Laurence aveva spiegato a Caroline:

«Pian piano ho dovuto superare il disprezzo che provavo per lo zio Ernest».

«Perché era omosessuale?».

«No. Perché eravamo sempre lì a pregare per lui».

Era un uomo gradevole e molto religioso. Caroline si trovava bene con lui. Diceva che come cattolico era proprio il suo genere, osservante e critico allo stesso tempo. Ernest conveniva sempre con Caroline che la Vera Chiesa era terribile, anche se, sfortunatamente, non si poteva negare che fosse anche l’unica vera.

In quel periodo Caroline trovava Eleanor insopportabile, anche se era stata lei a presentargli Laurence. In passato le due donne erano state amiche, anzi molto amiche; si era ai tempi di Cambridge, quando, nelle loro stanzette, appoggiate agli ignobili mobili di legno sui quali innumerevoli tazzoni di cioccolata avevano lasciato le loro impronte circolari, avevano discusso di tutto un po’; ma soprattutto dell’arroganza dei loro compagni d’università e di quella degli adulti, che non riconoscevano i loro potenziali talenti. Le univa l’insoddisfazione per quel posto in quanto tale; i servizi in comune e le loro piastrelle, le stanzette minuscole riservate agli studenti e il lusso arrogante degli altri locali. Eleanor se ne era andata dopo un paio di semestri per dedicarsi alla danza; avrebbe potuto iscriversi a una scuola d’arte, perché aveva anche doti artistiche. Era stata Eleanor a spostare da uno dei corridoi del pianterreno, e dal posto che occupava sul muro, il ritratto di un precedente rettore, tenendolo per un’intera notte, nel corso della quale, grazie a una serie di innumerevoli tocchi, aveva apportato una sottile ma decisa modifica al ritratto che a tutt’oggi non è stata notata.

In realtà, sosteneva Caroline, il vero talento di Eleanor era quello di imitatrice, al punto che avrebbe potuto intraprendere qualunque professione, perché doveva solo imitare al meglio ciò che era già stato fatto nel relativo settore, guadagnandosi così la fama di esperta.

All’epoca del matrimonio dell’amica, Caroline era all’estero; di quel periodo non seppe mai molto, solo che Eleanor aveva lasciato il marito dopo la guerra, e col nome da sposata aveva fondato una scuola di danza con un socio di sesso maschile: Ernest Manders. Qualche mese dopo, Caroline e Laurence erano andati a vivere insieme, e a quel punto la relazione tra Eleanor e il barone era diventata stabile. A irritare Caroline era il fatto che essenzialmente Eleanor non sembrava cambiata dagli anni di Cambridge, e a quanto pare era soddisfatta di sé così com’era. È vero che era così anche per Laurence, ma a Caroline piacevano molte caratteristiche di Laurence che negli altri non tollerava. Ed era consapevole dell’irrazionalità e del pregiudizio impliciti in tutti questi sentimenti, pur non essendo in grado di metterli a tacere.

Perciò, per mascherare il disprezzo che provava per Eleanor, disse:

«Guarda il capo del complesso. Non ti sembra che assomigli a qualcuno?», e le ricordò un docente di Cambridge, con gli occhiali senza montatura e la bocca storta. Eleanor non la smetteva di ridere. Quella sera aveva bevuto più di Caroline. «È vero» disse. Poi raccontò a Caroline una storia da cui risultò che il docente era morto.

«Non lo sapevo» disse Caroline, scandalizzata che l’altra avesse potuto ridere del suo scherzo. Quando vide l’espressione di Caroline farsi involontariamente seria, Eleanor dichiarò: «Comunque quel tipo è proprio lui sputato, non c’è niente da fare».

A quel punto Eleanor cominciò a indicarle altri membri del complesso, paragonandoli a individui che avevano disprezzato entrambe ai tempi della loro amicizia. E riuscì a far ridere anche Caroline, riconducendo l’incontro su un terreno praticabile di comicità, visto che in teoria erano lì per divertirsi: e questo fu possibile solo appellandosi all’unica cosa affettuosa che unisse ormai le due donne, la loro amicizia ai tempi dell’università. Caroline superò il disappunto per essersi fatta sorprendere con quell’espressione religiosamente funerea quando Eleanor aveva osato ridere della buonanima. E mentre si lasciava contagiare dall’ilarità dell’altra, si sentì una stupida per aver sospettato che Eleanor la assecondasse per via della sua nevrosi. Invece non si era sbagliata affatto; era proprio quella l’intenzione di Eleanor, seduta accanto a lei con la testa castano scuro accostata a quella ancora più scura di Caroline.

Dalla penombra erano sbucate due bottiglie di gin. Laurence, arrivato al terzo bicchiere della prima, dichiarò:

«Non mi sono mai sentito tanto sobrio in vita mia. Ci sono occasioni in cui l’alcol è come acqua fresca, non ti ubriachi e basta».

Eleanor lo guardò con pietà, come se sapesse che erano le preoccupazioni che gli dava Caroline a ridurlo così. Caroline si irritò, perché sapeva che la sua preoccupazione maggiore era la nonna.

Mentre ballava con Ernest, un partner davvero insolito, etereo, quasi assente, che la faceva sentire come un missile lanciato da una grande distanza, vide che Laurence esaminava il portasigarette di Eleanor con la sua espressione da segugio, e pensò: «Si sforza sempre di scoprire quello che sta cercando nella vita». Ammirava la sua capacità di cominciare sempre da capo; il suo coraggio, anche se si trattava solo di un portasigarette.

Ben presto furono Laurence e Eleanor a ballare insieme, poi, quando si sedettero, Caroline vide Eleanor che parlava come se si confidasse; faceva dei piccoli movimenti circolari col bicchiere, interrompendosi solo per sospirarci pensosamente dentro prima di bere un altro sorso, come spesso accade verso la fine di una serata, quando una donna si confida con un uomo a proposito di un altro uomo.

Tutt’intorno, appese alle pareti del Pylon, almeno fin dove si potevano scorgere, c’erano grandi cornici dorate. All’interno di ciascuna, dove avrebbe dovuto esserci il quadro, c’era invece un rettangolo di velluto nero: era quello il tipo di effetto che doveva comunicare il Pylon. Mentre strusciava lievemente i piedi con l’efebico Ernest sulla loro porzione di pista da ballo, Caroline colse l’immagine della testa di Eleanor sullo sfondo di un rettangolo di velluto nero, vagamente delineata e bisognosa di qualche ritocco, come un ritratto incorniciato.

5

«Gli ho detto: “Willi, non possiamo andare avanti così, è impossibile”». Eleanor stava scivolando nel patetico. Non era una donna particolarmente nevrotica, ma non era questo il motivo per cui a Laurence non piaceva. Era solo che a lui il barone era simpatico, e Eleanor, fermo restando che le sue infedeltà erano affar suo, non era mai stata capace di tenerle segrete, tranne che al barone, che non sospettava nulla.

Laurence, fissando attentamente il piccolo portasigarette dorato come se fosse il libro della vita stessa, accolse quelle confidenze annuendo a più riprese.

«Se mi fosse stato infedele,» continuò lei «avrei potuto capire, avrei potuto perdonarlo. Ma un’indecenza simile... che a quanto pare va avanti da anni... non la sospettavo proprio. Certo, ho sempre saputo che era un cultore del satanismo e di quel genere di cose, ma ero convinta che fosse solo un interesse teorico. Tutti quei libri... pensavo li collezionasse e basta. Ma a quanto pare sono anni che va avanti così... le messe nere, tutte quelle cose spaventose che fanno... chiedi a Caroline, sono sicura che lei sa tutto delle messe nere. Io lo sento come un insulto personale, alla mia persona, capisci, come se lo avessi scoperto con una prostituta. E così gli ho detto: “Willi, devi scegliere. O me o quelle pratiche schifose... non puoi avere tutte e due”. Perché capisci, Laurence, a parte tutto, è stato un insulto alla mia intelligenza. Lui ha detto che trovava comica la mia reazione. Comica. Ma io non ho certo fatto una scena melodrammatica, e oltretutto non sono nemmeno religiosa, però so che le messe nere hanno un influsso profondamente negativo, davvero, Laurence. Sai, non mi sorprenderebbe se avesse fatto qualcosa a Caroline».

«Cosa intendi dire, cara?».

«Be’, non so se sia vero, ma ho sentito che lei ha passato una notte da Willi, di recente...».

«Sì, e lui è stato un tesoro. In quel periodo non stava bene, credo sia stato il momento peggiore. Ho l’impressione che adesso si stia riprendendo».

«Ma ho sentito che da quella notte ha cominciato a sentire delle voci. Uno non può fare a meno di sentire certe voci, per quanto inverosimili, se la gente te le viene a dire».

Laurence si stava sforzando di decodificare quella frase quando Eleanor insisté:

«Insomma, Caroline le ha sentite o no queste voci?».

«Su di te, cara?».

«Ma no, delle voci. Degli spiriti. Ha sentito...».

«Vieni a ballare» disse Laurence.

Era la seconda volta che ci provavano. Lei era ancora più malferma di prima e lui dovette mettercela tutta per tenerla in piedi. Poi disse: «Troppa gente, eh?».

«Sì,» disse lei «sediamoci e beviamo qualcosa».

Ernest e Caroline erano già tornati. Eleanor disse, senza preamboli: «Caroline, tu cosa pensi delle messe nere?».

Caroline sprizzava una sorta di allegria fisica e continuava a muovere le mani a ritmo con la musica. «Non ne so niente,» rispose «dovresti chiedere al barone. È lui l’esperto, o almeno così mi dicono». Poi si ricordò che avevano rotto, così disse: «Laurence, smetti di guardare il portasigarette di Eleanor, sembri un vecchio ebreo che controlla i carati».

«Sto solo cercando di leggere il motto» disse Laurence.

Sul coperchio c’era un piccolo stemma in rilievo. Caroline accostò la testa a quella di Laurence ostentando un’esagerata curiosità. «È una testa di lupo» disse Laurence. «Cosa dice il motto? Non riesco a leggere».

«Fidelis et... In questo momento non ricordo» disse Eleanor. «Eppure lo sapevo. È lo stemma degli Hogarth. Paccottiglia vittoriana, immagino. Me l’ha regalato il mio ex marito quando ci siamo sposati. Aveva la mania di mettere lo stemma di famiglia dappertutto. Cucchiai, spazzole, una cosa mai vista. Sul serio, Caroline, non credi che queste messe nere siano la causa degli influssi malvagi di cui siamo vittima tutti noi? Su Willi ho scoperto tutto. Immagino che tu ne fossi al corrente da tempo, ma io non me lo sognavo nemmeno. E gli incontri si svolgono a Notting Hill Gate, come probabilmente saprai».

Laurence le aveva servito qualcosa di leggero, ma adesso, sorseggiandolo, lei se ne accorse e rimproverò Ernest: «Questa roba è praticamente limonata. Piantala di lesinare sul gin, Ernest».

Caroline era affascinata dal numero di Eleanor. Sì, era pura recitazione; il suo fascino consisteva nella totale capacità di calarsi in qualunque ruolo dovesse interpretare. Era chiarissimo che non era lei a scegliere la parte, le veniva imposta e vi si assoggettava completamente. In quel momento sembrava sotto il controllo dell’alcol; ma era anche, e soprattutto, sotto il controllo della sua messinscena: quella della svampita che aveva alzato il gomito. La sua personalità era coinvolta in maniera totale, al punto che era impossibile distinguere tra Eleanor e il personaggio da cui era posseduta in quelle ore; era come cercare di distinguere il mare dall’acqua che c’è dentro.

Caroline era affascinata e inorridita. In passato, il mimetismo di Eleanor era ben riconoscibile. Cambiava personalità come se cambiasse vestito, a seconda dell’occasione, e osservarla era divertente: Eleanor lo sapeva e ci scherzava su. Ma adesso aveva perso tutto il suo distacco; guardarla era come guardare il destino che l’aspettava. Da piccola, quando Caroline faceva le smorfie, gli adulti la sgridavano: «Guarda che se continui rimarrai così». Adesso, guardando Eleanor, aveva l’impressione che fosse proprio ciò che stava accadendo a quella donna. Le sue personalità fittizie stavano cominciando a rimanerle appiccicate addosso; ben presto una le sarebbe rimasta incollata per sempre, inestirpabile e grottesca.

«Non riesce proprio a togliersele dal cervello, le messe nere» stava sospirando Ernest.

«Non ci riusciresti nemmeno tu, se avessi vissuto con un satanista» disse Eleanor, con il viso contratto richiesto dal ruolo del momento. E rivolgendosi a Caroline disse con voce strascicata, posando una mano sulla sua e guardandola intensamente negli occhi:

«Caroline, mia povera Caroline. Sei posseduta dagli spiriti, eh? E tu lo sai chi c’è dietro a tutto questo, vero?».

Ora stava diventando stucchevole. Caroline cercò di tornare all’atmosfera farsesca di prima, quando avevano giocato alle somiglianze.

«Eppure è chiaro che è posseduta» disse Eleanor, continuando a fissare Caroline.

Caroline non si era mai sentita meno posseduta in vita sua. Fu quasi turbata nello scoprire che il palese crollo dell’amica le dava un senso di padronanza di sé.

«Non mi sono mai sentita meno posseduta in vita mia» disse.

«Io invece sono posseduto dal fatto che siamo vicini al fallimento, e Eleanor ha abbandonato la nostra unica fonte di sicurezza» disse Ernest.

«Willi non può sottrarsi alle sue responsabilità finanziarie. Ma ci rovinerà tutti in un altro modo, lo so, lo sento. Sta mettendo in atto qualcosa di tremendo contro di noi» biascicò Eleanor.

«Come hai detto che si chiamava tuo marito?» le chiese Laurence.

«Tu sei posseduta eccome, cara la mia ragazza» insisté Eleanor, continuando a fissare Caroline in faccia.

«Hogarth». Fu Ernest a fornire il nome, sorridendo come un prestigiatore che ha tirato fuori il coniglio dal cappello.

«Mervyn» disse Eleanor in ritardo.

«Credo di averlo conosciuto. Abita per caso a Ladle Sands nel Sussex?».

«Sì» disse Eleanor. «Non ricordarmelo, per favore. Dovrebbe essere in prigione. La mia vita è stata una tragedia, Laurence. Vero, Ernest, che la mia vita è stata una tragedia?».

«Tragicamente vero» confermò Ernest.

«Per non parlare della tragedia di quel povero ragazzo storpio» disse Eleanor. «Caroline, non ti ho mai raccontato del mio matrimonio. Che disastro. Lui aveva un figlio dal matrimonio precedente, un povero essere indifeso. Ma io cosa potevo fare? Sono gli influssi degli spiriti maligni a provocare queste tragedie, di questo sono sicura. Ernest, questa è limonata pura, piantala di lesinare sul gin».

«Guarda che ti stai sbronzando» disse Ernest.

«E non ho le mie buone ragioni? Caroline, ma tu capisci l’incommensurabile potenza di una messa nera? E queste cose accadono di continuo».

«Io non me ne preoccuperei troppo» disse Caroline. «Sono solo eccessi puerili. Non possono fare troppi danni».

«Sei mai stata a una messa nera?».

«No. Sono troppo presa da quella bianca la domenica».

«Cos’è la messa bianca? Ernest, spiegami cos’è la messa bianca».

«Intende la messa tout court, cara. La normale messa cattolica» disse Ernest.

«Ah, ma quella è un’altra cosa. La messa nera ha un potere tremendo. Può far muovere gli oggetti senza che nessuno li tocchi. Si muovono da soli. Ho letto un sacco di roba in proposito. Ci sono delle ragazze nude che dicono le parole a rovescio. E dicono anche un mucchio di oscenità. Ernest, visto che non mi credi, perché non vai a una messa nera, così vedi coi tuoi occhi? Vediamo se hai il coraggio. Io non oserei mai, credo che morirei».

Caroline e Laurence dissero all’unisono: «Ai cattolici non è permesso assistere alle messe nere».

«È proibito» spiegò Ernest.

«Vi trattano come dei mocciosi, non è vero, Laurence?» disse Eleanor, sapendo che lui aveva perso la fede.

«Hai ragione» disse lui bonariamente.

«Ma perché è proibito assistere alle messe nere, se non c’è niente di così terribilmente malefico?» insisté Eleanor, con la mano su quella di Caroline.

«Non dico che non sia malefico,» riprese Caroline «dico solo che sono un sacco di baggianate».

«Io non le prenderei troppo sottogamba» disse Ernest.

«Dipende dal tuo concetto di male» continuò Caroline. «Se lo confronti col potere del bene, cioè. L’efficacia della messa nera, per esempio, è del tutto insignificante, finché continua a esistere la vera messa».

«Io però non sottovaluterei il potere del male» insisté Ernest. «Ovviamente esiste».

«Ero convinta» disse Eleanor «che i cattolici credessero tutti la stessa cosa. Ma vedo che nel vostro caso non è così».

«Caroline ha tendenze mistiche» disse Ernest.

«Caroline è una mistica» disse Eleanor. «Io l’ho sempre detto. È vero che Caroline è una mistica, Laurence?».

«Non c’è dubbio» disse Laurence amabilmente.

«E il guaio coi mistici è che teorizzano sulla base delle sofferenze altrui, e finiscono per sminuire la sofferenza. Caroline, se tu avessi sofferto quanto me, non parleresti come se fossi fuori dal mondo».

«Ah, non mi metto certo a competere con te, quando si tratta di sofferenza» disse Caroline acidamente, perché dopotutto le piaceva vedersi come una creatura sofferente.

«Povera ragazza, sei posseduta dagli spiriti maligni» disse Eleanor, che a quel punto avrebbe esasperato anche un santo. «Fossi in te mi terrei alla larga da Willi» continuò. «Dammi retta, stanne alla larga».

«Povero Willi!» disse Caroline con una risata gaia, ma in realtà era piena di malanimo.

«Il barone è un grande, che Dio lo benedica» disse Laurence in tono assente, perché stava discutendo con Ernest su chi dovesse pagare il conto.

«Willi ci guadagna, con le messe nere» dichiarò Eleanor. «Gli fruttano un bel po’ di soldi, ne sono sicura».

«Ma dài, non posso credere che sia una questione di soldi» intervenne di nuovo Laurence.

«Certo hanno un bel traffico di ostie consacrate» disse Eleanor.

«Di cosa?» disse Caroline, per la prima volta seriamente turbata dall’inizio della discussione.

«Dubito che gli importi granché se le ostie sono consacrate o no» disse Laurence.

«E invece sì» disse Ernest. «Temo proprio che le messe nere si basino proprio su questo».

«Ma al giorno d’oggi sono eventi rarissimi» disse Caroline. «L’interesse per il satanismo si è esaurito negli anni Venti».

«Ah, tu credi?» disse Eleanor, preparandosi a controbattere.

Laurence le interruppe: «Perché hai detto che il tuo ex marito dovrebbe essere in prigione?».

«Fatti gli affari tuoi, tesoro». Eleanor increspò il viso in un sorriso ebbro.

«Sai per caso se è imparentato con una certa Georgina Hogg?».

«Vedo» disse Caroline «che abbiamo raggiunto lo stadio in cui ognuno disquisisce delle proprie ossessioni personali, senza curarsi...».

«Una semplice curiosità,» spiegò Laurence «perché quello stemma sul portasigarette di Eleanor è lo stesso che c’è su alcuni effetti personali di Georgina».

Eleanor non rispose. Aveva un’espressione di così totale ubriachezza che avrebbe potuto nascondere qualunque emozione.

«È possibile che l’origine sia la stessa» suggerì Caroline. «Hogg, Hogarth».

Quando si alzarono per andare a recuperare i cappotti Caroline dovette dare il braccio a Eleanor per impedirle di cadere, sebbene lei stessa sentisse una certa elettricità risuonarle nelle membra. Nel guardaroba Eleanor si riprese un po’, e mentre si ritoccava il rossetto passò di nuovo al tono da donna a donna. «Gli uomini sono delle bestie.

«E mi raccomando, Caroline, sta’ alla larga dal barone.

«E Laurence non diceva qualcosa a proposito di una tale che si chiama Hogg? Non ho capito bene... Oh, che sonno, sono proprio sbronza...». E a dimostrazione fece uno sbadiglio che le inghiottì completamente la faccia.

Caroline rispose con esagerata precisione, irritata di dover ripetere quello che Eleanor già sapeva.

«Sì. Faceva la bambinaia o la governante dai Manders anni fa. Laurence pensa che ci possa essere qualche collegamento fra lei e tuo marito perché lo stemma sul tuo portasigarette è lo stesso che c’è su alcuni effetti della signora Hogg, a quanto pare».

«Una bambinaia con lo stemma di famiglia?».

«Così sembrerebbe. È possibile» disse Caroline.

«Forse i nomi Hogg e Hogarth hanno la stessa origine» disse Eleanor, come se non avesse sentito l’osservazione di Caroline in merito e fosse farina del suo sacco.

«Già» tagliò corto Caroline, ma Eleanor non sembrò soddisfatta.

Mentre aspettavano i cappotti Eleanor domandò:

«Dove abiti adesso?».

«A Queen’s Gate, abbastanza vicino alla casa dove vivevo con Laurence».

«E Laurence?».

«Laurence abita sempre là».

«Ufficialmente, vuoi dire?» disse Eleanor.

«Dove vuoi andare a parare?».

«Be’, cara la mia Carrie, ho sentito che Laurence non riesce proprio a staccarsi da te, e si è trasferito a casa tua».

«Oh, è solo una situazione provvisoria. Non sono stata bene».

«Una situazione provvisoria! Certo che voi cattolici ve la cavate sempre! Un saltino in confessionale tra una situazione provvisoria e l’altra, e siete a posto».

«Si dà il caso che dormiamo in camere separate». Poi Caroline si infuriò con se stessa per aver cercato di giustificarsi. Anche Laurence l’avrebbe trovato fuori luogo. «Per me conta infinitamente di più l’amicizia dell’amore erotico» aggiunse, cercando di rimediare, ma in realtà peggiorando le cose.

Fuori Laurence e Ernest avevano già fermato un taxi.

«Facciamo un pezzo a piedi, così prendiamo una boccata d’aria» disse Caroline rivolta a Laurence.

«Oh, allora veniamo anche noi. È una buona idea» disse Eleanor.

Ma Ernest, che era un uomo pieno di tatto, la fece salire sul taxi. Prima dei saluti, Eleanor sbraitò: «Mi raccomando, Laurence, prenditi cura di Caroline. Mi ha appena detto che dormite in camere separate. Gran bella cosa, ammesso che ci riusciate. E comunque dev’essere uno stress spaventoso. Non mi stupisce che Caroline sia posseduta».

 

 

Partirono da Londra il giorno dopo, e invece del treno presero la macchina, sebbene l’MG di Laurence non fosse ancora stata riparata. Questo perché si erano alzati tardi e avevano sprecato la giornata in chiacchiere: prima su quella poveretta di Eleanor – giudizio su cui si trovarono entrambi d’accordo –, poi su loro due.

Caroline aveva dormito male. Tanto per cominciare erano già le quattro passate quando si era separata da Laurence, che dormiva su una brandina in cucina. Era rimasta distesa, sveglia, per circa mezz’ora, poi aveva cominciato a sentire le voci, precedute dalla macchina da scrivere. Era la prima volta che succedeva con Laurence in casa.

Appena sentì il ticchettio familiare lo chiamò a bassa voce; lui era lì, a pochi metri da lei, e la porta era aperta.

«Sei sveglio?».

Lui si svegliò immediatamente. «Sì?».

«Non alzarti. Ascolta. C’è di nuovo quel rumore. Sta’ zitto».

La tiritera era già cominciata. Caroline accese la luce e afferrò taccuino e matita. Perse l’inizio, ma poi sentì:

... da Londra il giorno dopo, e invece del treno presero la macchina, sebbene l’MG di Laurence non fosse ancora stata riparata. Questo perché si erano alzati tardi e avevano sprecato la giornata in chiacchiere: prima su quella poveretta di Eleanor – giudizio su cui si trovarono entrambi d’accordo –, poi su loro due. Clic. Clic.

«Hai sentito?» gridò allora a Laurence.

«No, cara, non ho sentito un bel niente».

Si era alzato e adesso era entrato nella stanza, con un’espressione preoccupata. «Stai bene?».

Lei era seduta sul letto, con gli occhi fissi sugli appunti stenografati.

«Non mi raccapezzo» disse. «Non mi raccapezzo proprio».

Gli lesse quello che aveva scritto.

«Stai già pensando a domani. Non ti preoccupare. Possiamo dormire fino a tardi e prendere un treno nel pomeriggio».

«Queste parole non me le sono immaginate. Mi sono state dette» asserì, ma senza recriminare.

«Vengo vicino a te?».

«Prima fai un po’ di tè».

Lui obbedì, mentre Caroline continuava a fissare il taccuino.

Quando le portò il tè insisté: «Vengo vicino a te».

Era un divano letto a una piazza e mezza, perciò il posto c’era. Caroline considerò la situazione mentre beveva il tè, poi disse:

«Sto bene da sola, davvero».

«In cucina fa freddo» disse Laurence.

Fece per infilarsi sotto le lenzuola.

«Metto un cuscino in mezzo» disse Caroline.

«Cosa ne dici di un coltello da pane e un libro di preghiere?».

«Smamma» disse Caroline.

«Voglio solo farmi una bella dormita».

«Idem per quanto mi riguarda» disse lei.

Alla fine andarono a prendere la brandina in cucina e la sistemarono di fianco al divano letto. Lui rifletté su quanto fosse strano che i rapporti sessuali sarebbero diventati impraticabili fra loro, adesso che Caroline li considerava peccaminosi. Lei stava pensando la stessa cosa.

Quando si svegliarono erano le undici passate.

Fu mentre si cucinavano delle omelette per pranzo che Caroline spiegò a Laurence, come se fosse un dato di fatto, la sua teoria: qualcuno stava ricavando un libro dalle loro vite.

Laurence sapeva che chi soffre di manie ossessive è in grado di raccogliere prove per corroborare le sue più folli convinzioni. Da quando aveva saputo delle voci, non aveva smesso di ragionare tra sé su cosa avrebbero potuto comportare nella sua relazione con Caroline. Aveva sperato che la mancata registrazione dei rumori le avrebbe dimostrato che si ingannava, e quando il suo piano era fallito si era chiesto se sarebbe riuscito ad assecondare le sue fantasie a tempo indefinito, in modo che lei potesse rimanere la stessa Caroline di sempre, a parte quell’unica differenza nella loro idea di realtà; o se invece la realtà li avrebbe costretti a separarsi, se a un certo punto sarebbe arrivato il momento di dirle brutalmente: «Caroline, ti sbagli, sei pazza. Non c’è nessuna voce, nessuna macchina da scrivere: sono solo allucinazioni. Devi andare da uno psichiatra».

Queste parole le aveva sulla punta della lingua quando lei, friggendo uova e pancetta in vestaglia, gli disse: «Ho trovato il bandolo»; il bandolo, risultò di lì a poco, era quell’idea campata per aria che qualcuno stesse usando loro due e i loro amici come personaggi di un romanzo.

«Come fai a sapere che è un romanzo?».

«“Tutti i personaggi del romanzo sono immaginari”» citò con una risata assolutamente folle.

«In effetti» continuò «ho cominciato a studiare l’esperienza da un punto di vista oggettivo. Questo significa che sto di nuovo bene, non credi?».

Lui credeva di no. «Il tuo saggio sulla forma del romanzo...» si azzardò a suggerire «non pensi che forse la tua mente...».

«Il fatto che io sappia qualcosa sulla forma del romanzo è sicuramente d’aiuto» disse Caroline.

«Sì» disse lui.

Poi Laurence cercò di ragionare, le fece qualche domanda. L’autore era un’entità astratta? (Lei non lo sapeva). Se lo era, come faceva a usare una macchina da scrivere? E come faceva lei a sentirlo? E come faceva un solo autore a parlare come un coro di voci? (Questo lei non lo sapeva, questo lei non lo sapeva). E l’autore era un essere umano o uno spirito, e in questo caso...?

«Come faccio a rispondere a queste domande? Ho appena cominciato a pormele io. Ovviamente l’autore esiste in una dimensione diversa dalla nostra. È questo che renderà difficile qualunque indagine».

A quel punto lui si rese conto che stava aggiungendo follia a follia, e si trovava di fronte a una rivelazione privata. Rimpianse quasi di non essere più un credente, così da poter polemizzare con quell’esperienza non condivisibile con tutta l’autorevolezza di un cattolico praticante.

«Dal punto di vista cattolico, avrei detto che una convinzione simile nasconda dei pericoli spirituali».

«I pericoli spirituali sono ovunque. Dal punto di vista cattolico il pericolo maggiore, quando si tratta di una convinzione, è la tentazione di negarla».

«Ma dovresti sottometterla alla ragione».

«È quello che sto facendo. Infatti ho cominciato a indagare» disse Caroline, chiaramente soddisfatta dalla piega che stava prendendo la conversazione.

Lui allora disse: «Non ritieni che l’idea di una persona invisibile che si sintonizza con la tua vita possa turbare la tua fede?».

«Ma certo. Per questo la persona in questione dovrebbe essere sottomessa alla ragione!».

«Insomma,» disse lui stancamente «non si è mai sentito di un cattolico a cui sia permesso trafficare con l’ignoto a questo modo».

«È l’autore quello che traffica» spiegò lei. «Ma gli darò del filo da torcere, vedrai».

«Tutta questa faccenda è di gran lunga troppo gnostica».

Lei trovò l’osservazione molto divertente. «Molto divertente» disse. «Ti esprimi come se fossi più cattolico del papa».

«Tesoro, a me non importa un fico secco che tu sia un’eretica, perché sei troppo carina. Ma prima o poi ti scontrerai con l’autorità. Hai detto a padre Jerome di questa idea?».

«Gliene ho accennato. Mi era appena venuta in mente».

«E lui non ci ha trovato niente da ridire?».

«No, perché? Non è mica un peccato essere un po’ picchiati in testa». Poi aggiunse: «Guarda che lo so di essere mezza matta».

«Ma no,» disse lui con tenerezza «sei perfettamente normale, Caroline».

«Dal tuo punto di vista» insisté lei «ho perso il lume della ragione. Sarebbe umanamente indegno negarlo».

Però, astuto da parte sua aggirare il problema così, pensò lui, e poi si ricordò che astuzia e follia non sono affatto in contraddizione l’una con l’altra.

«Soffri solo di un lieve disturbo nervoso» disse.

«Soffro di quelle che dovresti chiamare manie. Dal punto di vista di chiunque questo è un fatto oggettivo».

«Caroline, tesoro, non affliggerti».

«Il punto di vista di chiunque non può non affliggermi, perché è un fatto, come lo è l’autore e come lo sono le questioni che riguardano la fede. Per me sono tutti fatti dolorosi, ciascuno a modo proprio».

«Cosa posso fare?» disse lui, come aveva detto tante volte negli ultimi giorni. «Come posso aiutarti?».

«Sarai in grado di fare ogni tanto qualche piccola concessione alla logica della mia follia?» gli chiese lei. «Perché tra noi due sarà necessario. Altrimenti, saremo davvero separati». L’idea di essere completamente separata da Laurence la terrorizzava.

«Ma non ci ho sempre provato, a penetrare nel tuo mondo?».

«Sì, ma quello in cui mi trovo ora è un mondo molto remoto».

«In realtà no» disse lui. «Per il resto sei praticamente normale».

Si domandò se questo l’avesse ferita. Si domandò anche perché non avesse il coraggio di consigliarle una cura psichiatrica.

Lei disse: «Dovremo mantenere il segreto. Non ci tengo alla nomea di squilibrata più di quanto sia strettamente necessario. Il barone ha già divulgato abbastanza la notizia».

 

 

Laurence aveva accettato di fare quel patto, ma meno di due ore dopo si rese conto di quanto potesse essere irritante.

Avevano già sprecato la parte migliore della giornata, ed erano le quattro passate quando Laurence, dopo aver telefonato alla stazione per informarsi sui treni, disse:

«È meglio andare in macchina. Fin lì ci arriva, e poi le farò dare subito un’occhiata a Hayward’s Heath. E potremo usarla quando ci pare, sarà molto più comodo».

«Oh, puoi benissimo noleggiare una macchina a Hayward’s Heath» tagliò corto Caroline. «Io voglio andare in treno. Dobbiamo assolutamente prendere il treno».

«Non essere difficile. Vestiti, mentre io vado a tirare fuori la macchina. I treni sono uno strazio quando uno può viaggiare comodamente in macchina».

«Ma è proprio come sarò d’ora in avanti: difficile» ribatté Caroline.

Si mise a frugare dappertutto alla ricerca dei taccuini.

«Mi sono appena accorta con orrore» disse «che la nostra giornata si sta svolgendo esattamente come hanno predetto le voci. Allora, abbiamo parlato di Eleanor. Poi di noi. D’accordo. Abbiamo sprecato la giornata. Il romanzo dice che siamo andati in macchina; benissimo, quindi dobbiamo andare in treno. Lo capisci, no, Laurence? Si tratta di esercitare il libero arbitrio».

Laurence capiva. «Perché diavolo dobbiamo essere schiavi delle sue fantasie segrete?» pensò.

«Non vedo perché» disse «dovremmo farci influenzare in un senso o nell’altro. Comportiamoci in maniera normale».

Ma si rese conto che Caroline si era messa in testa di farla in barba al suo fantasma.

«D’accordo, allora» disse. Aveva la sensazione che la sua integrità fosse messa a dura prova. Desiderava che il loro rapporto continuasse con meno cambiamenti possibile, ma da quando lei si era convertita aveva cominciato pian piano ad alterarsi. Non gli sembrava che rispetto a un tempo si fossero allontanati, ma gli sembrava che adesso Caroline si trovasse su un terreno incerto, e da un momento all’altro potesse esser trascinata in un luogo dove non sarebbe più stato in grado di raggiungerla. Non era sicuro di avere la flessibilità mentale necessaria a mantenersi in contatto con lei, né che ne sarebbe valsa la pena, se a un certo punto Caroline fosse diventata irriconoscibile.

Questi timori quasi lo soffocavano mentre diceva a Caroline:

«Va bene, andiamo in treno».

Ma quando, a queste parole, lei tornò allegra, lui pensò più che altro: «Nonostante la malattia mi sarà d’aiuto con la nonna. E poi la vacanza le farà bene. Abbiamo ancora bisogno l’uno dell’altra». E pensò anche: «Io la amo». E per qualche motivo l’eccitazione che gli procurava l’idea di decifrare i misteri di sua nonna rendeva Caroline ancora più degna di essere amata.

 

 

Si era vestita e aveva preparato i bagagli per tutti e due, per ringraziare Laurence della sua concessione. Erano le cinque e mezzo. Laurence stava mandando un telegramma a sua nonna, per avvertirla che sarebbero arrivati intorno alle otto.

«Probabilmente ci aspettava per pranzo» disse, abbassando il ricevitore.

«Che villanata, Laurence».

«Ma sarà così contenta di vederci che non dirà niente. Sei pronta?».

In piedi vicino alla scrivania a telefonata conclusa, Laurence aveva strappato qualche foglio dal calendario.

«Così almeno sai che giorno è» disse.

«Quando mi siedo alla scrivania» commentò lei malinconica «li strappo automaticamente, giorno per giorno. Se il calendario rimane indietro è come un rimprovero. Sul serio, devo tornare al più presto al mio libro».

Erano pronti per la partenza. Laurence prese le valigie, ma lei continuava a fissare il calendario.

«Che giorno è oggi?» chiese. «Non è il primo novembre, vero?».

«Sì. Siamo già a novembre. Su, sbrigati».

«Ognissanti,» continuò lei «lo sai cosa significa?».

Come per molti di coloro che hanno ricevuto un’educazione cattolica, a Laurence veniva naturale ricordare quel genere di cose. «È una festa di precetto» disse.

«E io non sono andata a messa!».

«Oh be’, ormai non c’è niente da fare. Non preoccuparti. Non è considerato un peccato mortale se te ne sei davvero dimenticata».

«Ma visto che me ne sono ricordata, adesso sono obbligata a andarci, se c’è la possibilità. Probabilmente c’è l’ultima messa alla Chiesa del Cuore Immacolato di Maria. Alle sei e mezzo, mi sa. Devo andare a quella. Tu lo capisci, vero, Laurence?».

«Sì, lo capisco». Era vero: non aveva difficoltà a capire gli obblighi imposti dalla religione cattolica, erano parte del suo ambiente. Trovava molto più facile far fronte al recente cattolicesimo di Caroline che alle sue recenti tendenze paranormali. Trovò anche facile dire:

«Non possiamo piantare di nuovo in asso la nonna. Non ti sembra una buona giustificazione per perdere la messa?».

La risposta di lei non lo stupì:

«Parti tu in macchina, io arriverò più tardi col treno».

E perciò, felice di aver recuperato la libertà di andare in macchina, Laurence disse in tono conciliante:

«Sarà più piacevole se ci andiamo insieme dopo la tua messa. Potremmo partire tutti e due alle otto, in macchina».

Tutto sommato lei si sentì sollevata. Il suo grande desiderio di viaggiare in treno fu dissipato dall’indiscutibile necessità di andare a messa, e di non creare ulteriori seccature a Laurence.

Subito lui aggiunse: «Non ti dispiace, vero?», perché gli pareva che per lei la faccenda fosse sistemata e voleva evitare di passare per tiranno. Così poté concedersi il lusso di chiederle varie volte: «Sei sicura che per te vada bene, cara? Non ti dispiace venire in macchina?».

«Dopotutto,» disse lei «moralmente non si può dire una sconfitta. La messa è un obbligo preciso. Ma l’acquiescenza alle esigenze del romanzo di chissà chi sarebbe stata ignobile».

Lui considerò quell’affermazione da un punto di vista accademico e osservò: «L’acquiescenza è accidentale, ragion per cui la nobiltà della condotta è salva».

«Ma capisce benissimo!» pensò lei. «Perché non è cattolico, allora?». Gli sorrise sopra il bicchiere, perché a quel punto non c’era più fretta e Laurence aveva ripescato dalla propria valigia la bottiglia che lei vi aveva riposto accuratamente in un angolo.

 

 

Quando era gremita la Chiesa del Cuore Immacolato di Maria la opprimeva; era così mostruosamente grande. Come sempre, appena entrata le venne in mente quel versetto dal Libro di Giobbe: «Ecco, Behemoth, che io ho creato al pari di te».

Prima dell’inizio della messa, visto che era la festa di Ognissanti, c’erano parecchie attività in corso davanti alle floride statue di pietra. A colpire erano le candele votive, una moltitudine di fiammelle raccolte intorno a ciascun altare; Caroline aggiunse la propria al gruppo più vicino. Le venne da pensare che questa chiesa era il tipo di posto che si sarebbe rievocato con affetto, dopo una lunga assenza. Ma lei nell’immediato non era in grado di affrontare quel luogo fervente e smisurato, abituata com’era ad affrontare le cose a poco a poco, con cautela.

Aveva passato le ultime due settimane quasi sempre in compagnia di Laurence, e adesso, sola tra tutte quelle facce, in mezzo alla terrificante collettività, percepì più intensamente che mai il suo isolamento come una prova divina. Ormai era pienamente consapevole di essere sotto la saltuaria osservazione di un intruso. E subito la sua mente cominciò a divagare, indugiando sulla stranezza della sua nuova vita; i suoi occhi e le sue orecchie avevano seguito per tutto il tempo la messa, ma fu solo al momento dell’offertorio che riprese il controllo di sé. Justorum animae... per puro sforzo mentale, con l’avvicinarsi del culmine della messa riuscì a metter da parte tutti i suoi affanni, almeno per il momento.

«Dopo la messa sei sempre di cattivo umore» osservò Laurence mentre attraversavano la città.

«Lo so» disse lei. «È una delle prove della fede, per quanto mi riguarda. È un segno della verità della messa, non capisci? La carne si affligge».

«Ma questo è soggettivismo puro» disse lui. «Sei un po’ quietista, mi sembra. E abbastanza manichea. Una catara». La sua formazione lo rendeva un esperto nella distinzione fra un’eresia e l’altra.

«C’è altro?».

«Scriba e farisea,» disse lui «a seconda dell’umore».

«È l’arredamento di quella chiesa a farmi star male» gli disse, trovando un’altra giustificazione. In effetti, quando lui era passato a prenderla dopo la messa era stata particolarmente sgradevole.

«Non si parla di arredamento riferendosi a una chiesa,» disse lui «almeno non credo».

«E allora qual è il termine giusto?».

«Non saprei. Però non l’ho mai sentito chiamare arredamento».

«Certo che la tua educazione cattolica torna sempre utile» disse Caroline. «Noi convertiti possiamo sempre far conto su quelli come te per renderci edotti dei dettagli più trascurabili».

Finalmente la strada era sgombra. Caroline prese la coperta di scorta dal sedile posteriore e se la avvolse intorno alle spalle e alla testa, in modo da isolarsi nella sua tenda e non farsi vedere da Laurence; lui allora immaginò che stesse cercando di nascondere la sua irritazione. In effetti, era sempre più esasperata dal fatto che lo sguardo illecito di un osservatore fosse sempre puntato su di loro. La sua decisione di comportarsi normalmente a dispetto della situazione la metteva ancora più a disagio.

Laurence stava pensando a sua nonna, e intanto accelerò.

Erano passati due giorni dalla funesta visita della signora Hogg a sua madre. Stranamente, quando Caroline l’aveva saputo aveva stentato a crederci; e anche adesso, quando lui tornò sull’argomento:

«No. Helena si sbaglia sicuramente. Non posso credere che la Hogg la stia ricattando».

«Eppure hai visto anche tu che tipo è».

«Non credo che il ricatto sia nelle sue corde. Che abbia aperto la tua lettera... quello me lo immagino benissimo. Ho l’impressione che sia il genere di persona che agisce d’istinto: farebbe qualunque nefandezza “a fin di bene”. Ma non pianificherebbe mai un’azione malvagia. È troppo superstiziosa. In realtà, la Hogg è semplicemente un atroce prodotto del cattolicesimo, come le medagliette e i santini del Sacro Cuore. Non me la vedo come una fredda ricattatrice. Quelle implicite minacce Helena deve essersele immaginate». E Caroline continuò il suo sproloquio, presa dall’impulso di parlare, di ripetere mille volte ogni affermazione come alternativa all’assoluto silenzio. Perché proprio in quel silenzio si celava la follia più profonda di Caroline, un terrore destituito di prove, un sospetto di cui diffidare assolutamente: incastrata dentro di lei, come un boccone che non andava né su né giù, l’idea informe che in un modo o nell’altro la Hogg fosse in combutta col suo persecutore invisibile. Ma di questo si rifiutava di parlare, e perfino di articolarlo nella sua mente.

Laurence non riusciva a vederla in faccia, nascosta com’era dalla coperta. Il fatto che apparentemente Caroline prendesse le parti della Hogg, seppure in maniera sfumata, lo esasperava.

«Noi la conosciamo da più di vent’anni. La conosciamo meglio di te, cara. È una serpe».

Lei reagì malamente. E così, bisognoso che i loro rapporti tornassero sereni, Laurence disse in tono pacificante:

«Voglio credere che Georgina sia animata dalle migliori intenzioni. Ma ha fatto parecchi danni in un modo o nell’altro, e questa volta ha davvero passato il segno. Non possiamo permettere che qualcuno tormenti la nonna, alla sua età, anche se stesse combinando qualche marachella. Sei d’accordo?». Fu così che Laurence cercò di placare l’irascibilità di Caroline e di guadagnarsi la sua solidarietà.

Caroline in effetti si addolcì un po’, ma poi lo sorprese dichiarando con veemenza: «Non mi risulta che la signora Hogg stia tormentando tua nonna. Non posso pensare che Louisa sia coinvolta in qualche attività illegale. Sono convinta che tu ti sia immaginato tutto, sulla base di qualche semplice coincidenza».

Che strano. A rigore, quella concessione da parte di Laurence, quel «Voglio credere che Georgina sia animata dalle migliori intenzioni» avrebbe dovuto suscitare una reazione conciliante da parte di Caroline.

Ci riprovò. «C’è un’altra cosa che dobbiamo considerare: l’indizio che ho visto sul portasigarette di Eleanor. Sono sicuro che lo stemma è lo stesso di Georgina. C’è un nesso tra Georgina e i due Hogarth, ne sono convinto».

Lei non rispose.

«Strano, vero, che io abbia notato quello stemma, e per puro caso?».

«Per puro caso». Caroline ripeté le parole in tono forzato.

«Quello che voglio dire» si affrettò a spiegare Laurence, fraintendendola «è che è stato Dio a farmelo notare, che sia benedetto. Be’, il mondo è piccolo. Incontriamo per caso Eleanor e...».

«Laurence,» disse Caroline «non credo di poterti essere di grande aiuto a Ladylees. Mi sono già presa una vacanza abbastanza lunga. Mi fermerò un paio di giorni ma poi voglio tornare a Londra e rimettermi al lavoro. Mi dispiace di aver cambiato idea, ma...».

«Va’ all’inferno» disse Laurence. «Senz’offesa, va’ all’inferno».

Dopodiché si fermarono in un pub. Quando ripartirono Caroline cominciò pazientemente a esporre le proprie argomentazioni. Avevano perso mezz’ora, e Laurence filava a tutta velocità nel Sussex.

«Dal mio punto di vista è chiaro che a metterti in testa queste idee è l’influsso di un romanziere che sta inventando una trama cervellotica. È chiaro che la tua mente è manovrata dalle esigenze di qualcun altro, e il potere di suggestione di uno scrittore irresponsabile ti sta riducendo a un poliziotto dilettante in un giallo da quattro soldi».

«Come fai a sapere che la trama è artificiosa?» disse lui, dimostrando una certa bontà d’animo.

«Non ho passato tre anni a studiare il romanzo senza imparare a distinguere qualche trucchetto tecnico. In questo caso mi sembra che siamo davanti a un tentativo di organizzare le nostre vite dentro una trama bell’e fatta e ingannevolmente brillante. Ti sembra verosimile che tua nonna sia un gangster?».

Davanti a loro una macchina da corsa nera scoperta con due ragazze a bordo schizzò avanti sulla strada bagnata. Automaticamente accelerò anche Laurence, ascoltando allo stesso tempo Caroline con attenzione, perché era difficile seguire i suoi ragionamenti a quel livello lunare.

«È una Sunbeam Alpine» le fece osservare.

«Ma mi stai ascoltando, caro?».

«Ti ascolto, davvero» disse.

«Trasformare tua nonna in un gangster significa spingersi troppo in là. È un personaggio inverosimile, capisci?».

«Lei è la persona più verosimile che conosca. È in grado di ingannare chiunque. È questa la difficoltà».

«Intendo come personaggio, capisci. È del tutto implausibile. Lo stesso vale per la Hogg. Ti sembra plausibile che quella vecchia bigotta sia una ricattatrice?».

«Ritengo plausibile che a te abbia causato parecchio danno. Deve averti fatto saltare i nervi. È una presenza malvagia. Da quando l’hai incontrata non sei più la stessa».

Sopra il rumore pulsante del motore e il picchiettio della pioggia, la sentì dire: «Non sai neanche quello che stai dicendo!».

«No» convenne lui.

«Laurence, sei davvero convinto che la coincidenza dello stemma sul portasigarette di Eleanor con quello sulle spazzole della Hogg sia verosimile?».

«Be’,» disse lui «mica l’ho inventata io la coincidenza. Me la sono trovata davanti agli occhi».

«Appunto».

La Sunbeam Alpine li stava seminando. Laurence accelerò, e a quel punto il fracasso del motore rese la conversazione impossibile. Ma appena ebbe riguadagnato terreno e si assestò sugli ottanta all’ora sull’asfalto bagnato e luccicante, lei gli chiese:

«Vuoi cercare di capire il mio punto di vista, Laurence?».

«Certo cara, come no. Cerca di essere ragionevole, però».

«È una questione di scelta» disse lei. «Se tu non fossi stato alla ricerca di un nesso tra gli Hogarth e quella poveraccia non avresti notato quello stemma. E non l’avresti nemmeno cercato, se non fossi stato spinto in quella direzione. Per poco non ci sono cascata anch’io, la notte che sono stata a casa del barone. Ha buttato lì un commento; a sentirlo si poteva sospettare che nell’ultimo anno lui abbia spiato tua nonna, e a più riprese. Ma, per quanto mi riguarda, ho deciso di ignorare quel sospetto... mi rifiuto di lasciare il controllo dei miei pensieri e delle mie azioni a un essere sconosciuto, forse sinistro. Intendo sottometterlo alla ragione. Si dà il caso che io sia cristiana. Si dà il caso...».

«Credi che il barone si incontri con mia nonna?» la interruppe Laurence. «Come ti è venuto in mente? È molto importante, cara, devi dirmelo».

La Sunbeam Alpine era di nuovo davanti a loro. La ragazza al volante disse qualcosa alla compagna, che si girò a guardarli. Era chiaro che si aspettavano una gara. Laurence accelerò.

«No» disse Caroline. «È proprio questo il punto. Se ci riesco, non mi lascerò coinvolgere in questa trama romanzesca. Anzi, mi piacerebbe mandarla all’aria. Se avessi campo libero bloccherei l’azione. Lo considero un dovere».

«Dimmi cosa ti ha detto il barone su mia nonna» disse Laurence. «Cerca di essere ragionevole, cara».

«No, così mi farei coinvolgere. Intendo starne fuori e vedere se il romanzo ha qualcosa di autentico a parte questa trama artificiale. Si dà il caso che io sia cristiana».

Poi lanciò una serie di altre critiche alla trama. Scoraggiato, Laurence si disse: «È davvero pazza, dopotutto. Non c’è niente da fare, Caroline è pazza». E pensò all’eventualità dei lunghi mesi e forse anni a venire in cui avrebbe dovuto sopportare la vista di Caroline, la donna che amava, nel suo caos mentale, magari rinchiusa in manicomio per mesi, per anni.

Lei continuò a dilungarsi sull’artificiosità della trama. A un certo punto si interruppe per avvertirlo.

«Laurence, non cercare di star dietro a quelle ragazze. Hanno il turbo».

Ma lui non la sentì nemmeno, e lei continuò ad assicurarlo della sua intenzione di rimaner fuori dal romanzo di chicchessia.

Caroline aveva un bell’insistere su quello che funzionava o non funzionava in fatto di trame. Un bel decidere di bloccare l’azione. Era facile criticare. Laurence accelerò ancora e toccò i centodieci, dopodiché sbandarono e andarono a schiantarsi. La Sunbeam Alpine rallentò e tornò indietro. Nonostante il dolore tremendo al torace, Laurence era ancora cosciente quando vide le ragazze scendere dalla sfavillante auto da corsa e avvicinarsi alla sua, dove giaceva intrappolato tra le lamiere.

Vide anche Caroline, di fianco a lui, con la faccia coperta di sangue, una gamba ripiegata sotto il corpo in modo assolutamente innaturale: una visione insopportabile dopo averla sentita torcersi ed emettere un solo, flebile gemito.

6

La donna delle pulizie andava da Louisa Jepp tre giorni alla settimana. Fu in uno di quei giorni che la Hogg si presentò al cottage.

Tenendola sulla soglia, la signora Jepp disse:

«Non posso farla entrare, signora Hogg. La donna sta lavando i pavimenti. Si tratta di qualcosa di particolare?».

«Allora nel pomeriggio, magari» disse la Hogg, e intanto sbirciava alle spalle di Louisa per vedere dentro, fino al giardino frondoso sul retro.

«No. Nel pomeriggio vado a trovare mio nipote all’ospedale. Il signorino Laurence ha avuto un incidente. Si tratta di qualcosa di particolare, signora Hogg?».

«Vorrei parlare con Laurence».

«È molto gentile da parte sua. Il signorino Laurence si sta riprendendo, e anche la signorina Caroline, che però è più grave. Dirò che è venuta». Louisa lasciò chiaramente intendere che per lei la conversazione finiva lì.

«Ho un messaggio per Laurence. Per questo sono passata di persona».

«Fin dal Nord dell’Inghilterra» sottolineò Louisa.

La signora Hogg disse: «Sono venuta in giornata. Arrivo da Londra».

«Passi dal retro, ci mettiamo in giardino».

Era una mite giornata di luce e sole novembrini. Louisa attraversò il praticello guidando l’altra tra i colombi fino alla panchina di fronte al cespuglio di more.

La signora Hogg si sedette accanto a lei e dopo aver pescato dalla borsa della spesa una vecchia mantellina di volpe ingiallita se la sistemò lisciandosela sulle spalle.

«In questa stagione» disse.

Louisa pensò: «La serva adesso vuole fare la signora. E pensare che è di buona famiglia». Poi disse: «C’è qualcosa di specifico che voleva dire al signorino Laurence?». Poi, visto che l’altra tardava a rispondere, ci ripensò e aggiunse: «È perfettamente in grado di leggere, anche se deve rimanere disteso. Perciò, se vuole scrivergli due righe...».

«Oh, no» disse la Hogg.

«Lo sapevo» pensò Louisa.

«No, non voglio disturbarlo, povero Laurence, le lettere possono creare disturbo» disse la signora Hogg. Sembrava contenta di potersi riposare un po’ dopo la camminata in salita dalla stazione. Stava visibilmente recuperando le forze mentre Louisa sedeva di fianco a lei, ben decisa a non rispondere.

«Ho saputo» disse la signora Hogg «che lei va a dire in giro che sono una serpe».

«Questa mi giunge nuova» disse Louisa, e gli occhi neri si mossero impercettibilmente mentre la testa si metteva al lavoro. La signora Hogg vedeva solo le mani piccole sul grembo fasciato di stoffa marrone.

«Non crede che per lei sia giunto il momento di ammettere i suoi peccati e prepararsi alla morte?».

«Lo diceva anche a mio marito» ribatté Louisa. «Per colpa sua non ha potuto morire in pace».

«Ma se l’ho assistito giorno e notte...».

«No. Solo la notte. E solo finché ho scoperto cosa gli diceva».

«Suo marito avrebbe dovuto darmi retta e parlare con un prete».

«Signora Hogg, cosa voleva dire al signorino Laurence?».

«Solo che non deve preoccuparsi. Non ho intenzione di intraprendere alcuna azione legale, almeno non contro di lui. Lui capirà. Certo che lei, signora Jepp,» continuò «si sentirà sola a vivere qui senza nessuno».

«Macché sola. Di sicuro non trasmetterò al signorino Laurence queste stupidaggini. Se ha delle rimostranze le consiglio di scrivere a Sir Edwin. Mio nipote non può essere disturbato in questo momento».

«Ma c’è la faccenda della diffamazione. Nella mia posizione capirà che la mia reputazione è molto importante».

«Lei si è impadronita della lettera di Laurence alla signorina Caroline» disse Louisa col tono che usava talvolta dopo aver vinto una partita a ramino per aver pescato le carte giuste.

«Lei dovrebbe ricordarsi dell’età che ha» disse la signora Hogg. «Non può continuare a comportarsi come se fosse una ragazzina».

«Non ho nessuna intenzione di chiederle di venire a stare da me» disse Louisa.

«Ma ha bisogno di una dama di compagnia».

«Non sono mica giù di testa. E non lo sarò mai abbastanza da scegliere lei, comunque».

«Perché nasconde i diamanti nel pane?».

Louisa quasi non batté ciglio. L’unico pensiero che le attraversò la mente fu: tipico di Laurence, aver scoperto il nascondiglio!

«Non lo nego, è una mia abitudine».

«Lei è carica di peccati».

«Di reati» disse Louisa. «E “carica” non mi sembra la parola giusta...».

A quel punto la signora Hogg si alzò, e gli occhi senza ciglia si fissarono sulle mani scure dell’altra, posate sul grembo altrettanto scuro. Ma allora era proprio rimbambita?

«Aspetti. Si sieda,» disse Louisa «le racconterò tutto». Alzò i vecchi occhi neri sulla signora Hogg, guardandola apertamente. Un’occhiata supplice, piuttosto convincente.

Incoraggiata, la Hogg disse: «Deve parlare con un prete», poi però si sedette ad ascoltare la confessione di Louisa.

«Mi occupo di contrabbando» disse Louisa. «Non starò a spiegarle il perché e il percome, per via della mia memoria, ma sono a capo di una banda, cara Georgina. Niente male, eh?», e Louisa sbirciò la Hogg con la coda dell’occhio, sporgendo le labbra come a baciare il vento. La signora Hogg sbarrò gli occhi. Era forse ubriaca? Ma a settantotto anni, in fin dei conti...

«Una banda?» disse infine.

«Una banda. Siamo in quattro. Io sono il capo. Gli altri sono tre signori che contrabbandano diamanti dall’estero».

«E li nascondono nel pane?».

«Non starò a spiegarle i dettagli. Dopodiché io li smercio attraverso il mio contatto a Londra».

La signora Hogg disse: «Sua figlia non ne sa niente. Ammesso che sia vero».

«Lei sarà stata a trovare Lady Manders, naturalmente. Le ha raccontato cosa ha letto nella lettera che ha rubato?».

«Lady Manders è molto preoccupata per lei».

«Certo, certo. Ho intenzione di chiarire tutto. Senta, adesso le dirò i nomi delle persone coinvolte nel traffico. Quando saprà tutto sono sicura che non vorrà più creare preoccupazioni a mia figlia».

«Di me può fidarsi» disse la Hogg.

«Come no. C’è un certo signor Webster, è il fornaio della zona. Una persona veramente perbene. Lui però all’estero non ci va. È meglio che non le dica che ruolo ha nel traffico. Gli altri due sono padre e figlio... una storia molto triste, il ragazzo è paralitico ma i viaggi all’estero gli fanno davvero bene, e anche al padre. Si chiamano Hogarth. Mervyn è il padre e Andrew il figlio. E questa è la banda».

La faccia della Hogg faceva spavento. L’orrida pelliccetta le scivolò di sbieco sulle spalle. Poi esclamò con veemenza: «Mervyn e Andrew!».

«Esatto. Di cognome fanno Hogarth».

«Lei è un essere malvagio» disse la signora Hogg.

«Quella lettera non le servirà,» disse Louisa «ma può tenersela lo stesso».

La signora Hogg si aggiustò la mantelletta di pelliccia sul seno voluminoso, e parlando senza muovere il labbro superiore – una stranezza che non mancò di affascinare Louisa – disse: «Lei è una donna malvagia. Una vecchia criminale malvagia, una vecchia malvagia» e intanto se ne andò. Louisa salì in soffitta, da dove, in un avvallamento, si scorgeva la stazione; poi, col vecchio cannocchiale di suo padre, vide apparire sul binario la signora Hogg, gialla come una vespa.

Quando scese da basso, disse alla donna di servizio: «Quella tizia che mi è appena venuta a trovare».

«Sì, signora Jepp?».

«Vuole occuparsi di me perché dice che sono una vecchia bacucca».

«Uh!».

Louisa aprì un cassetto della credenza, prese una tovaglietta bianca ripiegata e la stese con cura sul lato del tavolo vicino alla finestra. Poi tirò fuori la carta da lettere per posta aerea e la stilografica e scrisse un messaggio di sei righe. Infine piegò la lettera e la posò sulla credenza mentre riponeva la tovaglietta bianca nel cassetto. Mise via la stilografica, poi la carta da lettere, prese il messaggio e uscì in giardino. Lì si sedette al tepore novembrino, mormorando ripetutamente: «Uh uh! Uh uh!». Di lì a poco un piccione uscì all’improvviso dalla piccionaia e andò a posarsi di fianco a lei sulla panchina. Louisa ripiegò il foglio sottile fino a ridurlo a una pallottolina, la fissò alla fascetta sulla zampa argentea dell’uccello, gli accarezzò il becco con le dita brune e lo lasciò andare. Lui volò via in direzione di Ladle Sands.

 

 

Può accadere che un uomo forgiato da mezzo secolo di stretta osservanza religiosa, cresciuto giorno per giorno nella quintessenza della fede, che continui a salire fiducioso la stretta scala che porta al Cielo e, per non tralasciare proprio nulla, integri due volte al giorno le sue meditazioni con esercizi di respirazione profonda, può accadere che quest’uomo si faccia prendere dal panico nel momento in cui si trovi faccia a faccia con un problema estraneo alle categorie a lui familiari. Quando questo succede, gli altri rimangono esterrefatti. Per chiunque sia abituato a rispettare la saggezza e l’autorità di una creatura contemplativa, lo spettacolo della sua incapacità di affrontare una normale emergenza è angosciante. Solo gli estremisti spirituali esultano: il Demonio, che si gode il suo bruto trionfo, e i fanatici religiosi, che scorgono in un simile comportamento la prova che la natura umana è fallibile a dispetto della pratica regolare della preghiera e della respirazione profonda.

Ma per fortuna è una situazione che si verifica di rado. L’istinto comune sa misurare i limiti della santità umana, e chiunque si sia fatto la reputazione di anima pia con la preghiera, la respirazione profonda e un paio di opere buone accettabili, in cambio verrà raramente coinvolto in problemi straordinari.

Per questo quasi nessuno chiedeva a Sir Edwin Manders favori speciali o lo importunava con richieste inusitate.

È vero, aveva saputo affrontare il trauma dell’incidente: grazie a lui Laurence e Caroline erano in buone mani. Grazie alla sua forza di carattere aveva tenuto a bada l’ansia di Helena. Forse sarebbe anche riuscito a confortare amabilmente la moglie in merito all’altra faccenda che la preoccupava, le sospette attività criminali della madre. Forse avrebbe trasformato quello sconvolgimento della propria tranquillità sociale in un qualche vantaggio personale e spirituale; o forse no. Helena però istintivamente non l’aveva messo alla prova. Non aveva idea di cosa stesse combinando Louisa, ma intuiva che non si trattava di una difficoltà risolvibile col libretto degli assegni dei Manders. Non voleva che il marito precipitasse nella costernazione. Edwin andava a messa tutte le mattine, si confessava una volta alla settimana, ospitava cardinali. Era in grado di rimanere seduto in silenzio per un’ora intera, in profonda contemplazione, così immobile che si sarebbe sentito il respiro di una falena. «No, è inconcepibile» pensò Helena, provando a immaginarsi il medesimo Edwin alle prese con la notizia che sua suocera era a capo di una banda di delinquenti e nascondeva i diamanti nel pane... diamanti rubati, probabilmente. Ne parlò invece a suo cognato Ernest, che nel mare della vita veleggiava sempre dove soffiavano i venti più propizi, e per la cui anima aveva tanto pregato.

«Penso sia meglio tener fuori Edwin da questa faccenda. Sai quanto è devoto... Te ne rendi conto, vero, Ernest?».

«Sì, certo, cara Helena, ma sai anche che io sono l’ultima persona che possa affrontare quella banda di malviventi. Se potessi invitarli a pranzo al mio club...».

«Sono sicura che potresti, se sono in combutta con la mamma» disse Helena.

Una settimana dopo, Helena andò a Queen’s Gate, nell’appartamento dove abitava Caroline al momento dell’incidente. Bisognava portar via i suoi effetti personali: la frattura l’avrebbe tenuta in ospedale almeno per un altro mese. Il custode, un omino dall’aria malaticcia che, alle discrete domande di Helena, si rivelò tutt’altro che malato ma semplicemente un peso mosca in pensione, la fece entrare. Simpatico, pensò, riflettendo che lei con la gente ci sapeva proprio fare: Laurence e Caroline le avevano detto che era tremendo.

Helena stava aspettando che Ernest la raggiungesse. Si sedette un momento sul divano letto di Caroline; poi lo trovò così riposante che decise di sdraiarsi sui cuscini ammucchiati finché lui non fosse arrivato. La stanza era stata riordinata, ma era chiaro che Laurence e Caroline abitavano sotto lo stesso tetto. Per Helena rendersene conto non fu particolarmente traumatico; per un attimo trasalì, ma le passò subito. Già da anni si era fatta una ragione del rapporto tra Laurence e Caroline, e quando si erano lasciati aveva sì piamente esultato, ma allo stesso tempo si era abbandonata a una sorta di romantica tristezza, domandandosi perché non si sposassero senza quell’incomprensibile ritardo. Tuttavia trasalì appena al vedere le prove di quello che già sapeva, e cioè che Laurence e Caroline abitavano insieme, in tutta innocenza ma senza che le apparenze lo comprovassero. Il custode le aveva detto: «Come stanno i signori Manders? Che sfortuna, appena sposati!». Helena era rimasta sulle sue. Era stato quel commento – e quel posto, con una cravatta di Laurence sullo schienale della sedia – a causarle un qualche trasalimento, ma solo per un attimo.

«Stavo riposando. Sono così stanca, non faccio altro che correre avanti e indietro tra Londra e la campagna» disse a Ernest quando entrò accompagnato dall’omino simpatico.

 

 

Nei giorni immediatamente successivi all’incidente, prima che Caroline emergesse tutta ammaccata dal suo lungo sonno, Helena aveva dormito un po’ in un albergo della zona e un po’ a Ladylees da sua madre. Era stata ben attenta a non dire nulla che potesse turbarla. Una notte aveva rimuginato sulla possibilità di sputare il rospo: Mamma, sono già sconvolta da questo incidente, non posso preoccuparmi anche per te. Laurence mi ha detto... lui pensa che... la tua banda... i diamanti nel pane... dimmi, è vero o no? A che gioco giochiamo... qual è la tua fonte di reddito...?

Ma se invece non ci fosse stato niente di vero? Una vecchia di settantotto anni, rifletteva Helena svegliandosi di continuo. E se le fosse preso un colpo? Helena si tratteneva spesso dal dire quel che pensava a Louisa per non farle venire un colpo: era una sua vecchia paura.

Perciò non disse nulla che potesse turbarla, ma si allarmò più che mai quando una sera, al suo ritorno dall’ospedale, Louisa le disse: «È venuta a trovarmi la tua amica Georgina Hogg».

A quel punto Helena non riuscì più a nascondere l’inquietudine.

«Ma io l’ho cacciata via,» disse Louisa «e non credo che la rivedrò mai più».

«Oh, mamma, e che cosa voleva?».

«Farmi da dama di compagnia, cara. Ma io me la cavo benone da sola».

«Davvero non hai delle preoccupazioni, mamma? Oh, come vorrei che ci permettessi di aiutarti!».

«Perdiana!» disse Louisa. «Vi giuro che mi siete tutti di grande conforto, e una volta che i ragazzi si saranno ripresi saremo in pace con il mondo».

«Bene,» disse Helena «ero così contenta che Laurence stesse meglio che ti ho portato un regalo da Hayward’s Heath».

Era un apriscatole elettrico. La vecchia tirò fuori il cesto dei pomodori in cui teneva a portata di mano alcuni attrezzi. Helena teneva l’elettrodomestico sulla porta della dispensa mentre sua madre lo fissava maneggiando il cacciavite con le vecchie dita ancora ferme.

«In realtà è una gran vita se ti mantieni in forze» osservò Louisa sistemando le viti al loro posto.

«Questo ti tornerà comodo,» disse Helena «vero?».

«Sì, certo» disse Louisa. «Proviamolo subito». Aprirono un barattolo di uva spina. «Era proprio quello che mi mancava per aprire le scatole» disse Louisa. «Devi averlo indovinato. Hai anche tu un pizzico del nostro intuito zingaro, cara. Il guaio è che non lo coltivi».

«Oh, mamma, non esagerare. Il fatto che ti abbia comprato un apriscatole non dimostra nessuna attitudine paranormale, non credi?».

«Se la metti così no» disse Louisa.

Helena aveva già approfittato di una delle uscite della madre per ispezionare il portapane. Non c’erano diamanti in vista, né lì né nei barattoli del riso e dello zucchero, né annidati tra le foglie di tè o sui ripiani della piccola dispensa. Lì Louisa teneva anche, diligentemente etichettati, i barattoli e le bottiglie sigillate delle conserve che preparava una stagione dopo l’altra.

«Georgina non si sarà comportata in modo terribile, spero?». Era l’ultimo tentativo di Helena.

«Non è una persona gradevole per natura. Non riesco a immaginare come abbia fatto tu ad averci a che fare. Io certo non me la sarei mai messa in casa».

«Ha avuto una vita difficile. Ci faceva pena. Non credo che possa fare del male a qualcuno. Almeno... be’, non credo proprio, tu cosa ne dici?».

«Chiunque può fare del male, che lo voglia o no. Ma la signora Hogg non è certo una brava persona».

Calò un silenzio di tomba, e Helena si domandò se Laurence non si fosse sbagliato, se la sua stupida lettera non fosse inservibile nelle mani della Hogg.

 

 

E questo raccontò a Ernest quando la raggiunse a casa di Caroline. Aveva lasciato che quella speranza crescesse in lei nelle settimane successive all’incidente quando, sola o col marito, aveva guidato avanti e indietro tra Londra e l’ospedale di campagna. Laurence aveva solo le costole rotte, sarebbe potuto tornare a casa presto. Caroline aveva ripreso i sensi, ma aveva ancora la testa fasciata, la gamba ingabbiata nel gesso e sospesa in aria. Aveva cominciato a lamentarsi del dolore, e questo era buon segno. Avrebbe potuto andare molto peggio.

«Dubito fortemente che ci sia qualcosa di vero nei sospetti di Laurence. Questa storia mi ha tolto il sonno, e poi c’è stato anche l’incidente. Avrebbe potuto andare molto peggio ma io sono logora».

«Sai, cara, sono logoro anch’io» disse Ernest.

Quei toni, quei gesti rivelatori! Guardò Ernest che raccoglieva la vestaglia in broccato azzurro di Caroline con l’intenzione di piegarla, per aiutare Helena, ma ecco... prima di rendersi conto di quello che stava facendo si era messo in posa davanti al lungo specchio, con la stoffa azzurra drappeggiata su un fianco. «Che tessuto magnifico!».

Helena restò sorpresa dalla mitezza del proprio disgusto.

«Si sente la presenza di Caroline in questa stanza» osservò. «Mi sembra di vedere tutto attraverso i suoi occhi, sai?».

«Anche a me,» rispose lui «adesso che me lo dici».

Helena si inginocchiò vicino alla grossa valigia che aveva portato con sé. Sotto lo strato impalpabile di trucco la pelle chiara era tirata.

«Potremmo prepararci un tè, Ernest. Forse bisogna mettere uno scellino nel contatore».

Lui mise a bollire l’acqua mentre Helena rifletteva sulla vita difficile del cognato. Caroline non aveva mai avuto problemi con quelli come lui. Certo, pensò, era più semplice accettare l’effeminatezza di Ernest adesso che aveva rinunciato al vizio ed era rientrato nella Chiesa; ma anche prima, in un’occasione in cui avevano discusso di lui, Caroline aveva dichiarato: «Io credo che Dio direbbe: “Non disprezzate questo Mio infelice figlio, non disprezzate l’omosessuale”».

Helena aveva risposto: «Certo. Ma se ci sembra contro natura rispettare queste persone... Oh, l’amore è così difficile».

«Ho anch’io i miei pregiudizi,» aveva detto Caroline «perciò ti capisco. Ernest non rientra nei miei, tutto qui».

Persa in queste reminiscenze, Helena si accorse che stava fissando suo cognato. Sollevò il ricevitore, e al custode che chiedeva «Che numero?» rispose: «Potremmo avere un po’ di latte, per favore? Abbiamo fatto il tè e in casa non ce n’è nemmeno una goccia».

Qualunque cosa avesse detto l’uomo, la reazione di Helena, abbassato il ricevitore, fu:

«Che tipo sgarbato! E pensare che prima mi era sembrato così gentile».

Quando arrivò il latte si scusò per il disturbo, ma il custode non rispose nemmeno.

«Quell’uomo è un selvaggio, Ernest» disse. «Sa benissimo in che tristi circostanze ci troviamo qui».

Ma a quel punto si accomodò vicino a Ernest, osservando la posa peculiare del polso – se ne vedeva un bel pezzo – mentre versava il tè. Caroline, col suo senso della mitologia, avrebbe visto in lui uno splendido ermafrodita, pensò, e arrivò quasi a considerarlo anche lei sotto quella luce.

«Ieri sono riuscito a vedere Laurence,» disse Ernest «sta decisamente bene, considerato quello che è successo, vero?».

«Grazie a Dio» disse Helena.

«Mi ha dato questo» – un taccuino rosso – «e mi ha detto quello che sapeva sugli amici di tua madre».

«Senti, Ernest, credo proprio che non ci sia niente da temere. Nei pochi giorni che ho passato al cottage ho tenuto gli occhi aperti, ma non ho notato niente di sospetto. Non posso fare a meno di pensare che Laurence si sia sbagliato. E a quanto pare anche la Hogg è giunta alle stesse conclusioni; sai, mentre ero fuori è letteralmente piombata su mia madre, che si è mantenuta calmissima, limitandosi a mandarla via. Anche se la mamma non mi ha detto niente, sono sicura che la Hogg è andata a parlarle della lettera di Laurence».

«È esattamente come pensavo. Esattamente». Ernest stava piegando la vestaglia azzurra di Caroline con estrema attenzione. «Però» disse «si dà il caso che io conosca di vista uno degli uomini della banda della signora Jepp».

«Oh, e chi è?».

«Mervyn Hogarth. È l’ex marito di Eleanor. Ecco, lui è proprio un tipo strano. Laurence è convinto che lui e la Hogg siano parenti».

Helena disse che era improbabile. «Non l’ho mai sentita pronunciare quel nome». Gli prese di mano il taccuino e si mise a sfogliarlo. Lo scarno dossier messo insieme da Laurence sembrava spietatamente reale e ravvivò i suoi timori. Helena era più contenta quando la vita si poteva ridurre a metafora; quando invece raggiungeva le vette più alte della letteralità la opprimeva. Studiò gli appunti stringenti vergati nella calligrafia di Laurence.

«Cosa ne pensi, Ernest? Credi che mia madre sia coinvolta o no?».

«Perché non lo chiedi a lei?».

«Oh, non me lo direbbe mai».

Ernest disse: «Laurence pensa che dovremmo indagare. Anzi gliel’ho promesso».

Helena lesse ad alta voce una di quelle intollerabili pagine:

«Mervyn Hogarth: Green House, Ladle Sands. Vive col figlio invalido (vedi Andrew Hogarth). Niente domestici. Laboratorio nell’ex biblioteca. Arnesi sul banco da lavoro. Ripara (?) statuine di gesso rotte. Sant’Antonio. San Francesco. Immac. Concez. – altre irriconoscibili. Non risultano a S.H. Ex Eleanor».

«Non mi raccapezzo più» disse lei. «Statuine di gesso rotte, i santi... ma allora gli Hogarth sono cattolici?».

«Non credo» disse Ernest.

«Cosa significa S.H.?».

«Somerset House, l’anagrafe. A quanto pare non sono registrati. Magari sono nati all’estero. Chiederò a Eleanor, lei lo sa di sicuro».

«Laurence ti ha spiegato il senso di tutti questi appunti?».

«Più o meno. Per favore, Helena, cerca di stare calma».

«Ma io credevo che non ci fosse più niente da temere! Spiegami tutto, per favore».

Continuò a voltare le pagine, sperando di trovare qualche piccola incongruità che dimostrasse quanto era assurda l’idea che la sua vecchia madre fosse coinvolta in un’organizzazione criminale. Provò il forte impulso di strappare il taccuino.

«Non c’è stato il tempo di parlarne a fondo con Laurence. Adesso vuole che vada a stare da quelle parti per un paio di settimane, in modo da poter fare indagini sotto la sua supervisione e consultarlo ogni giorno».

«Non mi sembra una buona idea» disse Helena. «Dobbiamo evitare che Laurence si stanchi, viste le sue condizioni. Appena è possibile voglio farlo trasferire a Londra».

Ernest le diede ragione. «Per me sarebbe un bel problema allontanarmi da Londra in questo periodo dell’anno. Ma Laurence ha insistito molto. Forse c’è qualche altro modo...».

Helena guardò Ernest: adesso si era accasciato lui sul divano letto di Caroline, come se fosse del tutto svuotato. Non si costruiscono castelli sulle sabbie mobili. Ma Helena si chiese se il cognato non fosse una persona più solida di quanto lo considerasse il resto della famiglia. Si rese conto di non conoscerlo a fondo: Caroline era molto più lucida al riguardo.

«Certo,» disse Helena «lo tirerebbe davvero su di morale avere qualcuno che lo va a trovare tutti i giorni. Adesso che sono entrambi fuori pericolo io riesco ad andare solo due volte alla settimana. E poi Caroline, andresti a trovare anche Caroline?».

«Non sono sicuro di potermi muovere da Londra».

«Ernest, ti pagherei io le spese, naturalmente». Era quasi contenta che opponesse resistenza, dimostrava una certa concretezza.

«Certo questo sarebbe d’aiuto. Ma dovrò parlarne con Eleanor. Questo periodo dell’anno è difficile, e al momento le cose non stanno andando troppo bene».

«Per favore, non dire niente a Eleanor».

«Oh, non tirerò in ballo nessuna questione di famiglia».

Continuarono a scambiarsi opinioni finché a Helena non parve necessario che Ernest si trasferisse a Hayward’s Heath per due settimane.

«Dobbiamo andare a fondo di questo intrigo senza turbare mia madre» dichiarò. «Laurence questo lo capisce benissimo. Sono sicura che la sua guarigione dipende dalla nostra capacità di iniziativa. Dobbiamo agire. So che sei una persona discreta, Ernest. Non voglio che alla mamma venga un colpo. E dobbiamo pregare».

«Cercherò di vedere Hogarth» promise lui. «Forse posso convincerlo a incontrarmi a Londra».

Stava versando a entrambi una seconda tazza di tè, col polso ormai decisamente scoperto, piegato in quel modo femmineo che minava la fiducia di Helena.

«Sono serena,» dichiarò «ho un’assoluta fiducia in te, Ernest».

«Santo cielo» disse Ernest. Lei pensò a quando Caroline, con la sua propensione a «collocare» le persone nello scenario storico più adatto a loro, aveva messo Ernest alla corte francese del Seicento. «È nato fuori dal suo tempo» aveva spiegato Caroline. «È un suo pregio, ai giorni nostri». E Laurence aveva detto placidamente, poco tempo prima: «Ernest non si compra mai una cravatta, se le fa fare. Un centimetro e mezzo più larghe degli altri».

I genitori imparano molto dai figli su come affrontare la vita. I figli sono in grado di guastare o migliorare i genitori. Grazie a Laurence, e negli ultimi anni anche grazie a Caroline, l’organizzazione mentale di Helena era cambiata. Perlomeno si era abituata all’idea che Ernest non fosse semplicemente qualcuno da tollerare nello spirito di quella che considerava carità cristiana, ma da apprezzare di per sé, comprese le sue deviazioni dalla norma. Helena provava perfino una certa ammirazione per quello che chiamava il suo ravvedimento. Ma quando lui aveva rinunciato alle sue relazioni omosessuali si era quasi aspettata un cambiamento esteriore; e fu delusa e sconcertata quando si rese conto che il suo aspetto e i suoi atteggiamenti erano rimasti così irrimediabilmente effeminati. Poi capì che quelle leziosaggini non disturbavano affatto persone come Laurence e Caroline. Helena aveva delle porcellane francesi, statuine del Seicento a cui teneva moltissimo, ma provare amore per Ernest quando si trovava in sua presenza era così difficile da provocarle un’istintiva ostilità: un sentimento che si sforzava di dominare.

Ernest aveva piegato tutto e lei ripose le cose in valigia. Quello che non ci entrava era pronto per essere portato in macchina. «Abbiamo lavorato sodo, adesso fumiamoci una sigaretta».

«Quell’apparecchio è di Caroline, immagino» disse lei. «Sarà meglio chiamare il custode per esser sicuri di non lasciare niente di nostro, e di non prendere qualcosa del padrone di casa».

Ernest, rannicchiandosi su un basso sgabello, sollevò il coperchio dall’apparecchio. «È un registratore. Credo che a Caroline servisse per il suo lavoro».

«Ho un’assoluta fiducia in te, Ernest. Mi sono rivolta a te prima che a chiunque altro. Non voglio crearti problemi, naturalmente, e se è una questione di soldi...».

«Grazie, Helena. Ma non posso prometterti niente... Ci proverò, certo... in questo periodo dell’anno ci sono le prenotazioni, le lezioni. Forse Hogarth accetterà di venire a Londra».

«Ti sono così grata, Ernest».

Lui armeggiò un po’ col registratore, spinse la leva. L’aggeggio emise un ronzio indistinto, poi la voce attaccò in tono esageratamente sdolcinato: «Caroline, tesoro...».

In capo a pochi secondi Helena aveva riconosciuto la voce di Laurence; una breve pausa e seguì quella di Caroline. Il primo discorso la scandalizzò, del secondo non capì nulla.

Ernest disse: «Iiih, bricconcelli!».

Helena prese il soprabito e lasciò che Ernest la aiutasse a infilarselo.

«Ti dispiace far salire il custode, Ernest? Dagli una sterlina e chiedigli se è tutto a posto. Io intanto comincio a portare qualcosa in macchina. No, aspetta, bastano dieci scellini».

Si sentiva praticamente sola al mondo, stremata e incapace di comprendere Laurence e Caroline. Tutte quelle rivelazioni scioccanti, quell’obbligo perenne da parte sua di accettare quello che andava contro i suoi princìpi... Aveva voglia di un bel bagno caldo a casa sua; era stanca e preoccupata e non sapeva nemmeno lei che cos’altro.

Mentre era sul punto di uscire, Ernest, che stava telefonando al custode, disse:

«Guarda lì. È un taccuino, sono sicuro che è di Caroline».

Un taccuino rosso tascabile era posato sul ripiano inferiore del tavolino che reggeva il telefono. Ernest lo prese e lo porse a Helena.

«Per fortuna l’hai trovato. Mi ero quasi dimenticata, Caroline mi ha chiesto di portarglielo. Un taccuino con degli appunti stenografati, me l’ha chiesto con insistenza». Helena lo sfogliò per assicurarsi che fosse proprio quello. Gli appunti erano quasi tutti stenografati, ma una pagina conteneva una lista scritta normalmente. Riuscì a distinguere le parole: «Possibile identità».

«Deve avere a che fare con le indagini di Laurence» disse Helena.

In macchina, mentre aspettava Ernest coi bagagli, esaminò di nuovo la pagina ma non riuscì a venire a capo di nulla. Sotto «Possibile identità» c’era una lista di parole:

Satana
una donna
ermafrodita
un’Anima Pia in Purgatorio

«Non mi raccapezzo» disse Helena, rimettendo a posto il taccuino tra le cose di Caroline. «Davvero non mi raccapezzo più».


7

Erano da poco passate le due di un mite pomeriggio di cielo bluastro quando un vecchio alto e diritto entrò in libreria. Trovò il barone Stock solo ad aspettarlo.

«Ah, signor Webster, che puntualità, e com’è stato gentile a venire fin qui. Venga, venga di là».

I tanti conoscenti del barone Stock – di amici intimi ne aveva pochi – quando capitavano nella libreria di Charing Cross Road venivano invariabilmente accolti con quell’invito: «Venga di là». I clienti, i turisti e i fornitori non erano ammessi oltre la parte antistante del negozio, dov’erano esposti i libri; il barone era estremamente circospetto riguardo al «di là», quel locale sul retro trascurato, accogliente e per nulla minaccioso, dove i libri e gli schedari erano impilati e sparsi ovunque salvo che sulle tre vecchie poltrone e il rettangolo di logora moquette rossa, al centro del quale troneggiava una rumorosa stufa a cherosene dall’aspetto esotico. Chi vi veniva ammesso, se conosceva le abitudini del barone, prima di sedersi aspettava che lui mettesse un foglio di giornale su ciascun sedile. «È tutto sommerso dalla polvere, cari, qui a pulire non entra nessuno». Quando i pomeriggi cominciavano ad accorciarsi, il barone accendeva una lampada a cherosene sulla scrivania: da tempo nel locale sul retro mancava l’elettricità, ma, spiegava il barone, «non mi sogno nemmeno di far entrare qui dentro gli elettricisti, sporcano tutto». Ogni tanto un amico gli diceva: «Sembra una cosa abbastanza semplice, se vuoi te le sistemo io le luci, Willi». «È molto gentile da parte tua». «Ma figurati. Vengo tra una settimana». Ma la settimana dopo non si era mai presentato nessuno.

«E come sta la signora Jepp?» disse il barone dopo aver fatto accomodare Webster su un foglio di giornale pulito.

Webster si sedette dritto impalato, ruotando solo il busto per rispondere al barone.

«Sono lieto di informarla che sta bene, ma mi duole altresì informarla che è preoccupata per il nipote».

«Sì, un brutto incidente. Conosco Laurence da anni, naturalmente. Un pessimo guidatore. Ma tornerà a casa la prossima settimana, ho sentito».

«Sì, l’ha scampata bella. La povera signorina si è fratturata una gamba, ma anche a lei poteva andar peggio, pare».

«Povera Caroline, la conosco da anni. Ha uno squarcio sulla fronte, ho sentito».

«Solo qualche graffio, mi par di capire, niente di serio».

«Che sollievo. In questo negozio sento di tutto, ma i miei informatori esagerano sempre. Poeti, perlopiù, o bugiardi professionisti d’altro genere; bisogna essere tolleranti. Sono felice di sapere che la testa di Caroline non presenta alcuna cavità permanente. La conosco da anni. La prossima settimana ho intenzione di andarla a trovare».

«Permetta che glielo dica, barone, se si trova dalle nostre parti credo sia meglio non far visita alla signora Jepp, almeno per il momento. Gli Hogarth hanno dovuto rinunciare al loro viaggio nel continente e sono spesso al cottage».

«Cosa è successo? Perché non sono partiti?».

«La signora Jepp ha avuto la sensazione che i Manders stessero per indagare sui suoi affari. Ritiene che non si debbano fare altri viaggi fino alla primavera. Gli Hogarth erano pronti a partire, ma lei li ha fermati all’ultimo momento. Non è affatto preoccupata».

«A me invece sembra tutto piuttosto preoccupante. Gli Hogarth non sospettano che io sia coinvolto nei vostri piani?».

«Non deve avere timori in merito. La signora Jepp e io stiamo molto attenti a non fare nomi. Lei è semplicemente “il contatto a Londra” della signora. Non hanno mai mostrato ulteriori curiosità».

«E i Manders? Suppongo che sia stato Laurence a metterli in guardia. Quel ragazzo ha uno spirito d’osservazione spaventoso. Sono sempre sulle spine quando va al cottage».

«La signora Jepp gli è molto affezionata».

«Diamine, è naturale. Anch’io sono molto affezionato a Laurence. Conosco i Manders da anni. Ma Laurence è un ficcanaso. Ritiene che i Manders possano sospettare il mio ruolo?».

«Se dovessero avere dei sospetti, riguarderebbero me e gli Hogarth. Non credo che lei debba preoccuparsi, barone».

«Le dirò perché sono in ansia. In realtà non rischio di essere denunciato né dagli Hogarth né dai Manders. Nel primo caso sono coinvolti anche loro, nel secondo è la signora Jepp a essere coinvolta, e se venisse fuori qualcosa è ovvio che i Manders vorrebbero mettere tutto a tacere. Ma si dà il caso che io sia interessato a Mervyn Hogarth in relazione a qualcos’altro. Ho fatto in modo che me lo presentino, e non vorrei confondere le due questioni».

Il signor Webster pensò: «Ah, c’entra la donna, l’ex moglie di Hogarth», ma si sbagliava.

«Anche Hogarth è a Londra oggi» disse. «L’ho visto sul treno, ma ho preferito defilarmi».

«È sicuro che non si sia accorto di lei? Non potrebbe averlo seguito fin qui per curiosità?».

«No, in effetti sono stato io a non perderlo di vista finché si è infilato in un club a Piccadilly. Ah, ah, barone».

Gli consegnò un elegante pacchettino. «Meglio che non mi dimentichi di darle questo» disse, continuando a ridacchiare come fanno i vecchi.

Il barone svolse con attenzione un vasetto su cui si leggeva, nella calligrafia ferma di Louisa: «Latte di pesce».

«La signora Jepp ci teneva particolarmente a farle assaggiare il vero latte di pesce» disse Webster. «Mi ha pregato di dirle che è molto nutriente e che è esclusa qualunque contaminazione derivante dagli altri contenuti del vasetto».

«Lo assaggerò,» disse il barone «lo assaggerò senz’altro».

Fece scivolare il vasetto nella valigetta, poi aprì un cassetto chiuso a doppia mandata e ne estrasse un fascio di banconote da cinque sterline. Le contò. Ne prese un altro fascio e fece lo stesso, poi un terzo; da un quarto tolse un certo numero di banconote che aggiunse alle tre mazzette. Ripose il resto nel cassetto e lo richiuse a chiave prima di consegnare i soldi al signor Webster. Infine compilò tre assegni e gli consegnò anche quelli.

«Sono datati con un intervallo di tre settimane tra l’uno e l’altro. Per favore, controlli la cifra,» disse «poi le darò questa bella busta spessa per mettere dentro tutto».

«È in assoluto il modo più sicuro» disse il signor Webster come sempre, riferendosi non alla busta ma al metodo di pagamento. «È in assoluto il modo più sicuro nel caso qualcuno controlli» aggiunse come sempre.

Quando la transazione fu conclusa, e i soldi chiusi nella busta e al sicuro dentro la borsa del signor Webster, il barone disse:

«E adesso un sigaro, signor Webster, e un goccio di Curaçao».

«Molto bene, grazie. Ma non devo attardarmi troppo, vista la stagione».

La porta del negozio tintinnò. «Tin-tin» fece il barone, e alzandosi sbirciò nel negozio con la moquette grigia; un divisorio lo separava dalla stanzetta calda e trascurata sul retro. «Un barbaro che vuole un libro» commentò andando a servire il cliente.

Tornò nel giro di pochi secondi e disse:

«Sa niente del satanismo?».

«Ho visto praticare la stregoneria molte volte, ai miei tempi; prima che lei nascesse, barone; soprattutto nei porti del Sudamerica».

«Ah, dunque lei è un marinaaaio» disse il barone. «Ho sempre pensato che fosse un marinaaaio».

«Ero un marinaio della marina mercantile. La stregoneria l’ho vista, barone. In quei paesi può essere terrificante, glielo garantisco».

«Io sono molto interessato al satanismo. È un puro interesse intellettuale, le assicuro».

«Ah, ne sono certo, barone. Non è una cosa adatta ai climi temperati».

«Per questo» disse il barone «mi interessa Mervyn Hogarth. Lei lo definirebbe un uomo mite e temperato?».

«Be’, barone, non è che Hogarth dica granché, anche se parla molto. A me non è simpatico, ma la signora Jepp è molto, molto tollerante. Forse le sta a cuore il figlio di lui, poveretto. Sa, questi nostri commerci per lui sono una ragione di vita. Povero figliolo, povero figliolo».

«Signor Webster, la sorprenderebbe sapere che Mervyn Hogarth è il più importante cultore del satanismo in questo paese?».

«Mi sorprende che possa essere il più importante in qualcosa».

«Mi dica, lei che impressione ne ha?».

«Detto tra noi, barone, mi dà l’impressione, detto tra noi, eh, di un cinico, e di un misantropo. Un uomo pesante».

«Però è molto affezionato al figlio, vero?».

«Non lo so, davvero. Col ragazzo si comporta bene. Ma la signora Jepp è convinta, e resti tra noi, barone, che non si stacchi dal ragazzo solo per far dispetto alla sua ex moglie. O almeno questa è stata la sua impressione quando li ha incontrati la prima volta».

«Il traffico di diamanti è stata un’idea della signora Jepp, vero?».

«Oh, sì. E si diverte un mondo, sarebbe l’ultima a negarlo».

«Gli Hogarth non hanno bisogno di quei soldi?».

«No. Hogarth è più che benestante. È quel giovane sfortunato che adora farla in barba ai doganieri, barone».

Il barone sorrise portandosi un dito alle labbra. Abbassando la voce il signor Webster ringraziò il suo ospite, che gli aveva riempito di nuovo il bicchiere.

«Il contrabbando ha cambiato la vita al giovane Andrew Hogarth. Gli ha dato fiducia in se stesso» bisbigliò il signor Webster.

«Quando la signora Jepp venne in negozio a propormi questo accordo... perché è stata lei, sa, a presentarmi il suo piano... ci eravamo conosciuti grazie a Laurence qualche giorno prima e lei venne subito qui e mi espose il suo progetto in maniera mirabile; ebbi così modo di apprezzare il suo stile. Bene, quando mi sottopose il piano aggiunse che se avessi accettato di collaborare con lei mi sarei dovuto impegnare a non indagare sui metodi usati dai suoi collaboratori più attivi. Dopo aver riflettuto sulla proposta ed essermi convinto che il piano era originale e ben concepito – a parte il solito margine di rischio che non mi dispiace affatto –, ho accettato esattamente alle sue condizioni. Lo dico perché, a esser sincero, non avrei il diritto di chiedere a lei, signor Webster, in che modo gli Hogarth trasportino i valori. Fino a pochi mesi fa non ero interessaaato a questo aspetto delle transazioni, ma adesso lo sono molto, visto il mio interesse per le attività di Mervyn Hogarth».

«Io non conosco i loro metodi» disse il signor Webster, e il barone non riuscì a capire se stesse dicendo la verità o no, tanto gli intensi occhi azzurri rimasero imperturbabili.

«Hogarth è un cultore del satanismo. Sono estremamente interessaaato a Hogarth perché sono interess aaato alla psicologia del satanismo. Lei non immagina a che punto si possa spingere l’ossessione di uno studioso. Essere interessati e allo stesso tempo disinteressati...».

«Lo capisco benissimo, barone. Ma non avrei mai pensato che il vecchio Hogarth indulgesse in queste pratiche esotiche. Mi sembra un uomo senza illusioni, tutt’altro che un entusiasta».

«È questo il lato interessante» disse il barone, ormai su di giri. «Da tutto ciò che ho scoperto riguardo alla sua personalità, è un uomo del tutto disincantato, intelligente ma annoiato; non ha successo con le donne, è indifferente all’amicizia. Eppure, è un cultore fanatico del satanismo. Conto sulla sua discrezione, signor Webster».

«Non dubiti, barone. E adesso devo proprio andare».

«Un fanatico» disse il barone accompagnando il signor Webster nel negozio. «È un peccato che gli Hogarth non siano all’estero, sarei andato a trovare la signora Jepp. Forse l’avrei convinta a dirmi di più su Mervyn Hogarth. A ogni modo lo incontrerò presto, credo».

«Buona giornata, barone».

«I miei ossequi alla signora Jepp». Poi aggiunse: «Stia tranquillo, signor Webster, il rischio è miiinimo».

«Oh, Hogarth non è affatto pericoloso».

«Non parlavo di Hogarth. Parlavo del nostro florido commercio. Noi siamo dei dilettanti. C’è una speciale provvidenza per quelli come noi. Quante volte falliscono le potenti organizzazioni di professionisti! Cadono come Lucifero...».

«Proprio così, barone».

«Invece le anime innocenti come noi nessuno riesce a fermarle».

«Proprio innocenti non direi. Ah, ah!» disse il signor Webster uscendo.

«Appunto...». Ma il vecchio ormai non lo sentiva più.

 

 

«Non ho certo la pretesa di capire le donne» dichiarò Mervyn Hogarth sorseggiando il brandy. Guardò il suo commensale come se non fosse sicuro di aver detto la cosa giusta, perché c’era qualcosa di donnesco, di sognante in quell’uomo coi capelli bianchi e la faccia da bambino.

«L’agnello non era granché, temo, o forse era colpa della salsa» disse pensosamente Ernest Manders. Alla fine non era andato nel Sussex. Aveva escogitato un piano migliore.

«Lei parla in buona fede, immagino?» stava dicendo Mervyn Hogarth.

«Per l’agnello...?».

«No, no, per l’argomento di cui stavamo discutendo, lei...».

«Lo immagini pure, signor Hogarth».

«Manders, non intendevo certo offenderla. Volevo chiarirmi le idee... solo questo. Mi sembra un consiglio decisamente bizzarro da parte di Eleanor. Eleanor sa come la penso, lo sa benissimo».

«È solo che, vede, al momento siamo in difficoltà. Il barone Stock ha smesso di sostenerci. È naturale che Eleanor abbia pensato a lei. È lusinghiero».

«Oh, senz’altro».

«E se lei non può, non può, va da sé» disse Ernest.

«Si è rivolto a suo fratello?».

«Sì. Edwin è un mistico. La danza non gli interessa e non investirebbe mai in qualcosa che non gli interessa. Però ci ha dato cinquanta sterline. Eleanor le ha usate per comprarsi un vestito».

«Ah, me lo immagino».

«Per quanto mi riguarda non sono per niente attaccato ai soldi,» spiegò Ernest «per questo me ne servono tanti. Non te ne accorgi nemmeno, ti scivolano via così».

Si appoggiò allo schienale della poltrona come se avesse a disposizione tutto il pomeriggio. Il suo ospite aveva scoperto che la proposta d’affari per la quale era stato convocato era del tutto svantaggiosa.

«Le tre meno un quarto» disse Mervyn Hogarth. «Perbacco, è proprio vero che il tempo vola. Ho un paio di cose da fare, questo pomeriggio. Gente da vedere. Seccature».

«In realtà volevo parlarle anche di un’altra cosa,» disse Ernest «ma se ha fretta magari gliene parlo un’altra volta».

«Magari un’altra volta»... ma Mervyn Hogarth fece rapidamente qualche conto nella sua testa che, se fosse stato elaborato per esteso, sarebbe suonato più o meno così:

Costo del biglietto 13 scellini, ma doveva venire a Londra comunque; pessimo cibo ma gratis; delusione riguardo all’argomento della discussione (Ernest l’aveva invitato per discutere «questioni di grande interesse per lei») ma godimento per la rottura tra Eleanor e Stock e le conseguenti difficoltà economiche; irritazione per la richiesta di soldi ma soddisfazione per aver rifiutato; perdita di tempo ma adesso Manders stava per dire qualcosa che forse avrebbe potuto salvare l’incontro o al contrario confermare che si trattava di un bidone.

Tutto questo gli attraversò la mente come uno schiocco di dita, perciò, quando Ernest disse: «In realtà volevo parlarle anche di un’altra cosa, ma se ha fretta...».

«Un’altra cosa?» rispose Hogarth.

«Magari un’altra volta» disse Ernest.

«Oh, posso benissimo aspettare un’altra mezz’ora. Continui, la prego».

«Bene,» disse Ernest «può interessarle oppure no. Sa, ho la sensazione di averla delusa facendola venire a Londra... onestamente ero convinto che le avrebbe fatto piacere avere un legame concreto con la scuola di ballo... Eleanor poi ne era sicura... spero che non la consideri un’impertinenza da parte nostra».

«È come una donna» pensò Mervyn. «È come andare a pranzo con una donna». Lo assicurò che non gli era dispiaciuto affatto: «Mi rincresce solo di non potervi dare un penny. Qual era l’altra questione di cui mi voleva parlare?».

«Sì, be’, può interessarle oppure no. Dipende da lei. L’agnello era davvero strano, devo scusarmi. Non ricordo di aver mai mangiato così male in questo club. Manderei un biglietto con le mie rimostranze, ma il fatto è che sono stato nella difesa civile col cuoco, che è davvero delizioso e non ha quasi mai una giornata storta come questa».

«Un ottimo pranzo» disse mestamente Mervyn.

«Lei è davvero un tesoro» disse Ernest.

«Allora, l’altra questione...?».

«Davvero ha tempo? Mi piacerebbe accennargliene, forse potrebbe interessarle. Lei conosce mio fratello Edwin?».

«Non ho mai incontrato Sir Edwin Manders».

«È molto ricco. Conosce Helena?».

«Sua moglie, cioè? Ne ho sentito parlare».

«È adorabile. Ha mai incontrato sua madre?».

«Sì, conosco la signora Jepp».

«La signora Jepp» ripeté Ernest.

«Una vecchia signora molto distinta. Abita piuttosto vicino a casa mia» disse Mervyn.

«Sì, lo so» disse Ernest. «La va a trovare regolarmente, ho sentito».

«Ho sentito» disse Mervyn «che il nipote ha avuto un incidente».

«Si è solo rotto una costola. Si sta riprendendo rapidamente».

«Ah, questi giovani. Sì, il nipote l’ho incontrato».

«Lo so» disse Ernest.

 

 

Pian piano si stavano facendo le tre e i bicchieri erano già stati riempiti due volte. Ernest pensò che se la stava cavando piuttosto bene. Mervyn sperava ancora, ma era una lotta contro il tempo, e in realtà non c’era più nessuna scusa per prolungare il pomeriggio. Ernest gli aveva fatto capire, nel suo stile impeccabile ma fermo, che la famiglia Manders aveva cominciato a fiutare i traffici di Louisa Jepp. Mervyn, che avrebbe voluto picchiarlo per i suoi modi femminei, disse:

«Manders, mi dispiace, ma non posso rivelarle le confidenze che mi ha fatto la signora Jepp».

«Certo che no. Andrà presto all’estero?».

«Mi sembra di capire che questa farsa dell’invito a pranzo per chiedermi un prestito fosse in realtà un pretesto per chiedermi...».

«Oddio, che disastro» disse Ernest. «Sono così... così spiacente per il pranzo. “Farsa” è proprio la parola giusta. Come vorrei averle consigliato di prendere l’anatra. Sono davvero addolorato, pensavo proprio che l’accademia di danza l’avrebbe interessata, è una scuola assolutamente di prim’ordine, se solo Eleanor avesse il capitale. Amico mio, che cosa terribile, e anche per me, spaventosa».

«Le sue domande sulla signora Jepp... non posso proprio rispondere» disse Mervyn guardando l’orologio senza determinazione, sistemandosi meglio sulla poltrona. Ernest in cuor suo si congratulava con se stesso: «Sta aspettando altre domande, altri indizi per scoprire quanto so della faccenda». Disse al suo ospite: «Allora non la trattengo. È stato un piacere».

Mervyn si alzò. «Senta...» disse, poi si interruppe.

«Sì?».

«Niente, niente». Ma poi si fermò sul gradino dell’entrata e prima di accomiatarsi disse: «Dica a Eleanor che rifletterò sulla sua proposta. Forse dopotutto ci ripenserò e riuscirò a mettere insieme qualcosa per darle una mano. Ma è un periodo difficile, capisce, e poi devo badare al mio povero figliolo. È un grosso impegno economico».

«Non si preoccupi assolutamente» disse Ernest. «Non ci pensi nemmeno».

«Dica a Eleanor che farò quello che posso».

Per circa quattro minuti dopo il commiato Ernest rimase davvero perplesso da quelle parole pronunciate all’ultimo minuto. Poi si lasciò andare su una soffice poltrona color cioccolato e la sua faccia da ragazzo si aprì in un gran sorriso, che gli sollevò la fronte increspandogliela fino all’attaccatura dei capelli bianchissimi.

Nel giro di mezz’ora era a Kensington, alla scuola di danza. In uno dei camerini al piano di sopra vide Eleanor, ed eseguì un’aggraziata piroetta per attrarre la sua attenzione.

Lei si lisciò i jeans di velluto sui fianchi e strinse la cintura come faceva sempre quando voleva raccogliere le idee.

«Com’è andata? Hai combinato qualcosa?».

«Credo di sì» disse lui.

«Ha intenzione di tirar fuori i soldi?».

«Credo di sì».

«Ernest, devi avere un fascino incredibile con gli uomini. Avrei giurato che non saresti riuscito a scucire nemmeno un penny da Mervyn, soprattutto visto che sarei io a beneficiarne. Di regola è così taccagno. Cos’ha detto? Come hai fatto?».

«L’ho ricattato» disse Ernest.

«Come hai fatto, caro?».

«Te l’ho detto. Ancora non c’e niente di certo, naturalmente. Eppure... sono abbastanza sicuro che avrai i soldi, tesoro».

«Ma come ci sei riuscito?».

«Ricatto involontario».

«Ossia? Raccontami tutto».

«L’ho invitato a pranzo. Gli ho spiegato le tue difficoltà, poi gli ho chiesto un prestito. Lui ha detto di no. Poi gli ho fatto delle domande a proposito di un’altra questione, e lui le ha prese per una forma di ricatto. Poi, prima di andarsene, ha capitolato».

«Ma che domande... come mai ha pensato che stessi cercando di ricattarlo?... Cosa gli hai chiesto?».

«Mi dispiace, questo non posso dirtelo, tesoro. È una faccenda privata».

«Riguarda me?» disse Eleanor.

«No, niente che abbia a che fare con te, davvero».

«Niente che abbia a che fare con me, davvero?».

«Davvero».

Questo le bastò. Ernest la lasciò a fare i suoi calcoli, comprendendo il contributo di Mervyn Hogarth. Eleanor si sedette a gambe incrociate su un tappeto bianco ricciuto, con fogli e penna, a sommare e moltiplicare, come se ogni preoccupazione fosse svanita, come se il giorno prima non avessero parlato di fallimento. Prima che Ernest uscisse gli disse: «Non dimenticarti di mettere il pranzo in conto spese».

 

 

«Helena?».

«Rimanga un attimo in linea».

«Helena?».

«Chi parla? Ah, sei tu, Ernest».

«Ho visto Hogarth».

«Di già? Dove?».

«Al mio club. Per pranzo. Un ometto spaventosamente serio in giacca di tweed».

«Ernest, sei fantastico. Mi permetterai di rimborsarti, naturalmente».

«Ho pensato che volessi sapere com’è andata. Che ometto deprimente».

«Raccontami tutto. Non sto più nella pelle».

«Laurence ha ragione. Di sicuro c’è qualcosa di losco fra tua madre e Hogarth».

«Di losco?».

«Lui non ha voluto dire niente, è chiaro. Ma si tratta di qualcosa di abbastanza grave da creargli dei problemi, e da renderlo ansioso di rabbonirci. Un nanetto dall’aria tetra. Abbiamo mangiato da cani, l’agnello sembrava corteccia, non esagero. È convinto che sappiamo più di quanto sappiamo in realtà. Questo ci mette in vantaggio, direi».

«Certo. Puoi venire qui adesso, Ernest? Potresti prendere un taxi».

«Mi costerebbe dieci scellini».

«Da dove chiami?».

«Dalla metropolitana di South Kensington».

«E allora vieni in metropolitana, se preferisci. Ma se vuoi prendi un taxi».

«Arrivo subito».

Quel pomeriggio, mentre Ernest telefonava a Helena, Mervyn Hogarth saliva gli scalini davanti a una casa grigia e malandata di Chiswick. Suonò il campanello. Non sentì alcun rumore perciò suonò di nuovo, premendo a lungo il tasto. Probabilmente era rotto. Mentre sbirciava attraverso la fessura della posta la porta si aprì e Mervyn rischiò di cascare addosso all’uomo che l’aveva aperta, un tipo dall’aria equivoca in abito blu con la camicia senza colletto.

«La signora Hogg abita qui in questo periodo?» disse Mervyn.

Conosceva bene quel posto, la residenza abituale di Georgina quando era a Londra. Ci era già stato e non gli piaceva nemmeno un po’.

 

 

Quel giorno in ospedale Caroline Rose sentì il ticchettio di una macchina da scrivere, e poi le solite voci:

Conosceva bene quel posto, la residenza abituale di Georgina quando era a Londra. Ci era già stato e non gli piaceva nemmeno un po’.

Non è facile eliminare Caroline Rose. A questo punto del racconto è confinata in un letto d’ospedale, e non bisognerebbe permettere a nessuna delle sue esperienze di interferire. Sfortunatamente soffriva d’insonnia. Non aveva mai dormito bene. E durante le ore della notte, invece di suonare il campanello e chiedere un sedativo all’infermiera, preferiva godersi la sua insonnia, un lusso reso più intenso dal sonno profondo delle altre sette donne in corsia. Lì, tra le compagne addormentate, quando la gamba non la distraeva troppo, Caroline rivolgeva la mente all’arte del romanzo, interrogandosi e rimuginando per ore e ore, esercitando un influsso del tutto inopportuno e inconsapevole sulla narrazione dalla quale dovrebbe scomparire per un po’.

Tap-tic-clic. Lì, tra le compagne addormentate, quando la gamba non la distraeva troppo, Caroline rivolgeva la mente all’arte del romanzo, interrogandosi e rimuginando per ore e ore, esercitando un influsso del tutto inopportuno e inconsapevole sulla narrazione dalla quale dovrebbe scomparire per un po’.

 

 

La signora Hogg era molto imbarazzata dal suo seno immane: non era una questione di vanità, ormai era troppo in là con gli anni, semplicemente non sapeva cosa farne.

Quando, all’età di trentacinque anni, era andata a fare la bambinaia dai Manders, Edwin Manders aveva detto alla moglie:

«Non è troppo prosperosa per averla per casa?».

«Non essere sgradevole, per favore, Edwin. È una persona di buon carattere».

Laurence e Giles (il figlio maggiore, morto in guerra), invece, erano estasiati dal petto abbondante di Georgina. Tra i due fu Giles a creare le immagini più poetiche per descriverlo: sosteneva che sotto la camicetta Georgina nascondesse due poponi, due cuccioli di balena, due Cattedrali di St Paul, due bocce per i pesci rossi. L’interesse di Laurence per lo straripante davanzale di Georgina era più documentale. Si familiarizzò con la sua vasta collezione di busti, lunghe pezze di stoffa rosa o giallina, alcuni rigidi come canovacci, altri di consistenza più cedevole, provvisti di nastri incrociati o di asole per infilare intrichi di lacci, o di ganci e occhielli ben collaudati. Era sempre in grado di dire esattamente quale di quegli indumenti indossasse Georgina in un dato momento; uno le creava quattro seni, un altro faceva l’effetto di un giubbotto di salvataggio, come quelli che Laurence aveva visto sui libri di perigliose avventure marine. Il giorno in cui indossò il reggiseno su misura che le aveva comprato a caro prezzo sua madre, se ne accorse subito. Fu quando Georgina si licenziò per sposarsi. Il nuovo capo di biancheria fu una delusione per i bambini, che ritenevano la facesse sembrare normale, solo, naturalmente, molto più abbondante. E si accorsero che la madre era a disagio riguardo a quelle nuove sporgenze modellate che, con piglio araldico, precedevano sempre Georgina di un bel pezzo; d’accordo, i vecchi busti non le donavano, ma questo nuovo marchingegno era forse decente?

«O sacri colli» cantilenava il piccolo Giles con grande divertimento della servitù.

I bambini non condividevano l’opinione della madre sul carattere di Georgina. Furono contentissimi quando se ne andò per sposare suo cugino.

«Quel cugino deve avere qualcosa che non va!».

«Zitto, Laurence, la signorina Hogg ti sente».

Avevano scoperto che era falsa come Giuda, oltre che una subdola tiranna. Il collegio, l’anno seguente, fu un’oasi di franchezza, al confronto.

I capelli d’un tenue oro rosso, i tondi occhi celesti, il viso roseo da porcellino: al tempo del suo matrimonio Georgina Hogg aveva le sue attrattive. Nel corso dei «tragici» anni che seguirono (perché quando la sfortuna si abbatte su persone un po’ ridicole o meschine è per loro una vera tragedia: cala con un colpo sordo che loro non si aspettano, non provoca la compassione o il timore degli astanti, anzi è più probabile che provochi repulsione; per questo la sciagura che capitò a Georgina Hogg non ebbe nulla di grandioso, fu solo patetica), e per tutto il tempo che durò il suo matrimonio cercò invano un indumento efficace per imbrigliare il suo petto sempre più smisurato. Quello sforzo le costò più denaro di quanto potesse permettersi; era come cercare di arginare il mare. Al tempo in cui incontrò Caroline Rose a Santa Filomena aveva ormai preso l’abitudine di non mettersi niente sotto le ampie casacche. «Così come Dio m’ha fatta» pensava forse per giustificarsi, con un senso di liberazione tutto nuovo.

 

 

... «Così come Dio m’ha fatta» pensava forse per giustificarsi, con un senso di liberazione tutto nuovo.

«Di pessimo gusto» commentò Caroline. «Addirittura ripugnante». Aveva «captato» buona parte del brano precedente, tutto sulla signora Hogg e i suoi seni.

«Di pessimo gusto»: tipico commento di Caroline Rose. Ma non era forse stata lei a notare con repulsione la casacca trasparente della signora Hogg, quella volta a Santa Filomena? Era stata Caroline a introdurre nella storia la questione del petto della signora Hogg.

Tap-tap. Era stata Caroline a introdurre nella storia la questione del petto della signora Hogg.

Distesa nel suo letto d’ospedale, Caroline Rose sospirò, riandando col ricordo alla signora Hogg. «Non è certo un personaggio realistico,» commentò infine «solo una figura grottesca».

Mervyn Hogarth, una volta introdotto dal figlio della padrona di casa, un giovanotto pigro con la passione delle corse dei cani, si diresse verso la camera di Georgina. Mentre saliva le scale, udì dei topi zampettare lesti lesti, come se quella parte della casa fosse disabitata. Bussò e aprì di scatto la porta. La vide subito, col suo infausto sorriso, il petto colossale sistemato in modo ancora più bizzarro del solito – e sì che l’aveva visto modellato in tante forme straordinarie –, tutto sbilenco, un lato che si gonfiava verso l’alto e l’altro che rotolava giù, perché, forse nell’agitazione dell’attesa, la spallina destra del reggiseno si era spezzata.

Lui contemplò quell’apparizione senza assimilarla fino in fondo, tanto era ansioso di dire quel che aveva da dire, avvertirla e mettersi l’animo in pace.

Per quanto sbilenca, la signora Hogg si ricompose e disse:

«Sei in ritardo, Mervyn».

Lui si sedette con circospezione su una poltrona mentre lei fece per accendere il fornello sotto il bollitore dell’acqua.

«Non lo prendo, il tè» le disse. «Raccontami perché hai deciso di intrometterti. Sei stata a trovare la Jepp. A che gioco stai giocando?».

«Io so a che gioco giochi tu» disse lei. «Il contrabbando». Si sedette sulla poltrona vicino alla finestra in modo da nascondere il lato sul quale le era saltato il reggipetto.

«Questo te lo ha detto la Jepp».

«Sì, ed è vero. Lei può permettersi di dire la verità».

«È coinvolto anche Andrew» disse lui.

«Ah, certo, tu non ti smentisci mai. Quel ragazzo l’hai già rovinato, c’era da aspettarselo che ne avresti fatto un delinquente».

«Si può sapere perché sei andata dalla Jepp?».

«So di poterle fare del bene, se solo me ne dà la possibilità. È una vecchia malvagia. Ma non sapevo che fosse invischiata con te e Andrew. Quando mi ha detto “Mervyn e Andrew Hogarth” mi sono sentita trafiggere il cuore». E, prendendo il fazzoletto, si trafisse anche un occhio, e poi l’altro.

Guardandola, Mervyn Hogarth pensò: «Non ho l’abitudine di commiserarmi. Uno spirito meno forte sarebbe distrutto dalla sorte perversa che mi è toccata. Avrei proprio di che commiserarmi, se fossi uno che si lascia andare all’autocommiserazione».

Georgina aveva riattaccato: «Prima bigamia, e adesso contrabbando di diamanti. Contrabbando di diamanti» e ripeté questa suprema scelleratezza con sdegno teatrale, sollevando il profilo. Di profilo assomigliava molto a Mervyn.

Lui decise di spaventarla, anche se era andato solo per avvertirla.

Quel pomeriggio Georgina Hogg avrebbe potuto benissimo evitare di preoccuparsi del suo aspetto bizzarro, perché anche se Mervyn la fissava era come se non la vedesse. Aveva risvegliato in lui, come sempre, un coacervo di vecchie sventure, al punto che Mervyn non era più in grado di vedere Georgina nelle sue turbolente dimensioni mitiche, lei che era la consumazione di un errore durato una vita, lei che se non l’avesse spaventata avrebbe continuato a risucchiarlo nel suo gorgo.

 

 

Non doveva temere che la donna il cui profilo si stagliava contro la finestra lo denunciasse apertamente per il suo matrimonio bigamo con Eleanor.

Da piccolo aveva osservato come Georgina trattava gli altri cugini: a dieci anni, arrivando alla fattoria per le vacanze estive con la sua faccia esangue, i capelli rossicci, gli occhi senza ciglia, la sua ingordigia, Georgina diceva agli altri bambini:

«Io so i pensieri che avete in testa».

«Tu non lo sai a cosa sto pensando adesso, Georgina».

«Invece sì».

«Che cosa?».

«Non te lo dico. Ma lo so perché vado a scuola dalle suore».

Aveva sempre qualcosa in bocca: erba... Se non c’era altro da mangiare le andava bene anche l’erba.

«Georgina-cicciona, Georgina-cicciona!».

«Perché avete preso il gatto per la coda, poveretto?».

Scopriva sempre le loro trasgressioni e ne approfittava, anche se non faceva mai la spia. Rovinava tutti i loro giochi.

«Da grande sarò la regina del Cile».

«Ah ah, Georgina la panzona, regina delle fate!».

Perfino Mervyn, che era un bambino silenzioso, le faceva il verso: «Sarò la regina del porcile!».

«Tu hai rubato due penny», e mentre gli lanciava quest’accusa Georgina gongolava come se stesse divorando un tramezzino gigante. Mervyn fu sopraffatto da quelle parole, si domandò se fossero vere e col passare delle ore finì per crederci.

A trentadue anni, invece di scolpire la sua immagine nella pietra, l’aveva sposata. Non fu il suo primo errore, e quella figura girata verso la finestra che si asciugava furiosamente gli occhi gli rimandava un’indesiderata conoscenza di se stesso che era come una pugnalata.

«Ho la scultura nel sangue, se solo trovassi gli strumenti giusti... l’ambiente giusto... il clima giusto... una splendida visione del corpo femminile, se solo trovassi la modella giusta... gli appoggi giusti», e poi, una volta arrivato ai quarant’anni:

«Ce l’avevo nel sangue... se solo avessi trovato i maestri giusti».

Ma a quel punto, invece di scolpire la sua immagine nella pietra, l’aveva già sposata. Un errore. Non era affatto la donna per lui. Tanto le sue forme erano generose, tanto i suoi princìpi morali erano piatti; la sua conversazione diventava sempre più acida man mano che i suoi seni si gonfiavano per la gravidanza. La lasciò in capo a quattro mesi. Georgina gli negò il divorzio: sposare una cattolica era stato un altro errore. Non gli faceva vedere il figlio; anche sposare una cugina era stato un errore, perché il figlio era paralizzato dalla nascita, e Georgina se lo trascinava dietro per ospedali e conventi, ovunque la portassero i suoi vari lavori. Nelle sue poche lettere indirizzate a Mervyn, faceva la martire e cercava di concupirlo. Lui le mandava del denaro, ma si guardava bene dal rispondere.

Nel corso dei successivi vent’anni Georgina continuò a presentarsi a scadenze regolari a casa dei Manders a Hampstead, e lì non faceva che rimasticare i suoi problemi. Helena non si rifiutava quasi mai di riceverla, sebbene tollerasse a malapena la sua presenza. Anno dopo anno subiva quelle sessioni con la detestabile ex domestica, esprimendole la sua solidarietà di circostanza, infilandole in mano piccole somme in regalo e, dopo che la donna se ne era andata, «offrendo a Dio» lo sgradevole colloquio per le anime del purgatorio. Ogni tanto Helena le trovava un lavoro; la raccomandava a privati e istituti provando un indiscriminato ma disperato senso di colpa.

«Sono sicura che se la cava molto meglio senza il signor Hogg» le diceva spesso quando Georgina si lamentava per l’abbandono del marito.

«È la volontà di Dio» la consolava quando l’altra si lamentava della deformità del figlio.

«Sì, meglio storpio piuttosto che pagano come il signorino Laurence» rispondeva Georgina.

Era questo il genere di cose che sopportava Helena, non si sa se per debolezza o per coraggio.

Un giorno, dopo una lunga assenza, Georgina era piombata lì come ai vecchi tempi, con la sua sfrenata rettitudine ferita. In quell’occasione diede un calcio al gatto dei Manders proprio mentre Helena entrava nella stanza. Helena finse di non accorgersene e come al solito si sedette ad ascoltare.

«Lady Manders,» esordì Georgina asciugandosi gli occhi «mio figlio se ne è andato».

Lì per lì Helena pensò che fosse morto.

«Andato?» ripeté.

«È andato a vivere col padre» disse la signora Hogg. «Pensi, mi ha ingannata. Quell’uomo abietto andava a trovare mio figlio al pensionato, alle mie spalle. È successo per mesi, Lady Manders, è un peccato grave. Il padre è ricco, sa, e il mio povero figliolo, un bravo cattolico...».

«Il padre l’ha portato via?».

«Sì. Andrew è andato a vivere con lui».

«Ma il signor Hogg sicuramente non ha il diritto di fare una cosa del genere. Deve esigere che lo riporti indietro. E i responsabili dell’istituto cosa hanno detto? Mi informerò io, Georgina».

«Andrew è maggiorenne. È andato di sua volontà. Gli ho scritto, l’ho implorato di spiegarmi, di incontrarci. Lui si rifiuta, si rifiuta e basta».

«Ma la direzione non l’ha informata prima che Andrew fosse portato via?» domandò Helena.

«No. È successo tutto all’improvviso, un pomeriggio. Dicono che non avevano l’autorità per impedirlo, e io in quel momento ero a Bristol per quel lavoro temporaneo. È una cosa spaventosa, una tragedia».

Più tardi Helena disse al marito:

«Povera signora Hogg. Aveva le sue ragioni per essere angosciata. Vorrei tanto provare amicizia per lei, ma c’è qualcosa di morboso in quella donna».

«Eccome!» disse lui. «Ai bambini non è mai piaciuta, ricordatelo».

«Chissà, magari non piaceva nemmeno a suo figlio».

«Non mi sorprenderebbe».

«Forse Andrew sta meglio col padre».

«Neppure questo mi sorprenderebbe».

C’era solo una catastrofe che Georgina aveva taciuto ai Manders. Era la faccenda del matrimonio bigamo di Mervyn sotto il falso nome di «Hogarth».

 

 

La signora Hogg si spostò dalla finestra per accendere la stufa a gas.

Poi disse a Mervyn:

«Fare di Andrew un delinquente!».

«A lui il gioco non dispiace».

«Prima la bigamia» disse lei «e adesso il contrabbando. Un giorno potresti avere una bella sorpresa. Non starò certo ad aspettare che tu rovini quel ragazzo».

Ma lui sapeva che Georgina non avrebbe mai sprecato il prezioso segreto che poteva usare contro di lui provocando uno scandalo. Contava sempre, e a ragion veduta, sulla ricattatrice morale che albergava in Georgina, e fin dall’infanzia conosceva i suoi istinti predatori nei confronti dei più sordidi segreti altrui. Più di tutto Georgina tesaurizzava gli illeciti punibili per legge, e per questa ragione proteggeva gelosamente la sua preda dall’attenzione della giustizia. Non c’era pericolo che Georgina cantasse, a lei interessava chi aveva commesso il reato e, se poteva metterci le grinfie, la sua pace mentale. Perciò Mervyn aveva approfittato della sua natura senza timore che svelasse a qualcuno la faccenda della bigamia (un altro dei suoi «errori»), e tanto meno la sua attività di contrabbando. Ormai erano passati tre anni da quando la signora Hogg aveva fatto l’eccezionale scoperta che Mervyn era bigamo. Aveva semplicemente ricevuto una lettera anonima. La informava che il marito, sotto il nome di Hogarth, aveva contratto matrimonio in un ufficio di stato civile con la donna che da quel momento aveva abitato sotto il suo tetto. Georgina ritenne la notizia molto probabile... troppo probabile per confidarla a Helena, che avrebbe potuto fare indagini causando uno scandalo.

Fu Georgina, invece, a farle. La lettera, prima di tutto: a un esame attento, era chiaro che era stata scritta da Andrew. La gioia che provò davanti a quella dimostrazione di slealtà nei confronti del padre fu pari all’agitazione che la colpì, insieme a una forma di trionfo, leggendo il contenuto.

Era vero. Georgina si presentò a Ladle Sands, nel Sussex, dove la coppia si era stabilita, e fece una scenata a Eleanor.

«Lei convive con mio marito da alcuni anni».

«È vero» disse Andrew, che era presente.

«Devo chiederle di andarsene» aveva continuato a ripetere Eleanor, sentendosi mancare la terra sotto i piedi.

Tutto qua.

Eleanor lasciò Mervyn Hogg, a quel punto Hogarth, poco dopo questa rivelazione. Inscenò più volte l’episodio a beneficio del barone. Ce la metteva tutta, ma le sue doti d’attrice erano inferiori alla sua inventiva teatrale, e quello che lei aggiungeva alla scena guastava in realtà l’inequivocabile dell’originale, che ormai sopravviveva solo nei ricordi di Andrew e Georgina, entrambi esultanti, ciascuno per conto proprio e per ragioni diverse. E tuttavia il barone rimase impressionato dalla ripetuta affermazione di Eleanor: «La Hogg è una strega!».

Georgina brandì la faccenda della bigamia con un misto di trionfo e terrore. La paura che Eleanor denunciasse il bigamo era in parte mitigata dal fatto che aveva fama di tenersi alla larga dagli scandali.

«Ma il mio nome sarebbe infangato più del suo. Io sono sempre stata una donna rispettabile, mentre lei è una ballerina» dichiarò Georgina nel corso di una delle sue sgradite incursioni a Ladle Sands. Contando sulla bigamia andava e veniva liberamente dalla casa di Mervyn.

«Inoltre,» proclamò «per il bene di Andrew questa storia non deve assolutamente saltare fuori».

«Per me non c’è problema» disse Andrew.

«Immaginate se lo venissero a sapere i miei amici Manders» disse Georgina, raddrizzando un’immaginetta di santa Teresa di Lisieux sulla caminiera.

Per un anno andò a trovarli spesso, finché Mervyn minacciò di costituirsi. «Varrebbe la pena farsi da sei a dodici mesi di galera in cambio di un po’ di pace» disse.

«Buona idea» disse Andrew.

«Sei posseduto dal demonio» gli disse sua madre mentre usciva di lì per l’ultima volta con un’occhiata sprezzante a certe statuine di gesso rotte sul tavolo. «Mervyn si è dato alle statuine, vedo!».

 

 

Seduto in quella stanza a Chiswick nel tardo pomeriggio, Mervyn continuava a ripetersi che se fosse stato incline ad autocommiserarsi ne avrebbe avuta ampia possibilità. Un errore dopo l’altro. Gli venne in mente che una volta, nei suoi anni di matrimonio con Eleanor, era scivolato sul pavimento molto incerato della sala da ballo della moglie. Incerare i pavimenti era un errore, si era rotto un canino superiore e di conseguenza, sosteneva, aveva perso l’olfatto. Continuavano a tornargli in mente altre calamità, altri errori.

Non temeva che Georgina andasse a raccontare in giro le sue malefatte, ma era terrorizzato dai danni che quella donna era in grado di arrecare al corpo e all’anima con la sua fanatica invadenza morale, che sfiorava un’assoluta, primordiale follia.

Georgina stava parlando. «Pentiti e convertiti, Mervyn».

Ingobbito sulla sedia lui rabbrividì, sentendosi penetrare dal gelo del pericolo. Il desiderio bramoso di convertire gli altri alla propria fede era terrificante, perché per fede Georgina intendeva se stessa. Si sentì ridotto a una preda considerevole, approdata sulle rive della sua bocca mostruosa e pronta a essere masticata fino a diventare una poltiglia irriconoscibile e a scivolare giù per quell’abominevole forra, quella gola che riusciva quasi a scorgere mentre lei sfoderava un sorriso di perdono. «Pentiti, Mervyn. Convertiti». E nel timore di esser convertito, magari attraverso un processo chimico, in una cellula personale di quell’immenso nulla lui balzò in piedi con un ghigno.

«Rinuncia alla tua vita di peccato» disse lei. «Liberati dalle grinfie della signora Jepp».

«Tu non sai cosa sia il peccato,» disse lui sulla difensiva «e nemmeno la differenza tra il bene e il male... confondi Dio con l’ufficio delle tasse e Dio sa cosa». E in quel momento si ricordò diversi esempi del confuso senso morale di Georgina, e ripensò a tutti gli errori della propria vita: la sua arte e il suo talento sprecato, i suoi matrimoni, il giorno in cui era scivolato rompendosi il canino superiore e un’altra occasione, poco tempo prima, in cui non aveva più trovato i suoi travellers’ cheque dopo aver passato mezz’ora a Boulogne con un conoscente di gioventù incontrato per caso. Per di più aveva l’ulcera, certo dovuta a tutti quegli errori. Pensò a Ernest Manders, ai soldi che avrebbe dovuto sborsare per farlo tacere. Si sedette di nuovo e si preparò a tener testa a Georgina.

«Vuoi che ti dica cos’è successo grazie alla tua intrusione nei miei affari? I Manders sono sulle nostre tracce».

«I Manders? Non oseranno fare nulla. Quando ho detto a Lady Manders dei miei sospetti era molto, molto spaventata per sua madre».

«L’hai detto a Lady Manders? Vedo che ti sei data da fare. Non c’è da stupirsi che ormai la faccenda sia sulla bocca di tutti».

«Mi duole dire che era più spaventata che addolorata» disse Georgina. «Visto che è coinvolta sua madre non oserà intervenire».

«La vecchia ha un ruolo assolutamente marginale nel nostro piano. Credi che ci metteremmo nelle mani di una megera rimbambita?».

«Rimbambita non direi».

«La Jepp ha ben poco a che fare con noi. Quasi niente. I Manders sono sul piede di guerra; vogliono far scoppiare uno scandalo. Non capisci qual è la loro strategia? Spacciarci per sfruttatori di una povera vecchia indifesa. È la posizione che ha assunto Ernest Manders quando l’ho incontrato ieri».

«Ernest Manders!» disse Georgina. «Hai visto quel pervertito».

«Sì, ci sta ricattando. Grazie alla tua intromissione. Ma non mi lascerò certo intimidire. Qualche anno di prigione non mi spaventa, dopo tutto quello che ho passato. Andrew la scamperà, voglio sperare, viste le sue condizioni. Al massimo lo metteranno in riformatorio speciale. Non gliene importerebbe un fico secco. Salterebbe fuori il nostro vero nome, naturalmente, e tu saresti chiamata a testimoniare. A Andrew non importa. Proprio l’altro giorno mi ha detto: “Non me ne importa un fico secco”».

«Tu lo hai rovinato» dichiarò lei, come sempre.

Lui rispose: «Stavo per portare Andrew in pellegrinaggio al santuario di Einsiedeln, ma abbiamo dovuto rinunciare grazie alla tua intromissione».

«In pellegrinaggio, tu!» esclamò lei. «Non ci credo che uno come te vada in pellegrinaggio, non ci credo proprio».

 

 

Sir Edwin Manders era in ritiro spirituale da due settimane.

«Edwin è in ritiro spirituale da due settimane» disse Helena.

Ernest, che cenava con lei, notò che da quando era arrivato l’aveva già detto tre volte, quasi come se parlasse da sola. «Immagino che lo ami» pensò, e fu colpito dalla stranezza di quell’amore, qualunque fosse la sua natura; non che suo fratello non ne fosse degno, nel senso più ampio e generoso del termine, ma era difficile immaginare che una moglie potesse amare Edwin così com’era da qualche anno, sempre più distaccato dal mondo, sebbene fosse sempre amabile, sempre amabile, di un’amabilità assolutamente uniforme.

Quanto a lui, avere a che fare col fratello gli provocava un insopportabile imbarazzo. Ernest aveva deciso che il suo ultimo tentativo doveva rimanere tale.

«Una difficoltà temporanea, Edwin. Abbiamo dovuto apportare una serie di costose modifiche alla scuola. Sfortunatamente Eleanor non ha testa per gli affari. Era convinta che gli interessi finanziari del barone Stock fossero indipendenti da questioni di carattere... di carattere, come dire... capisci, mentre in realtà l’impegno del barone si è rivelato limitato, una pura forma di mecenatismo. Non credi che per te sarebbe un investimento redditizio, oltre che gratificante, promuovere quello che stiamo cercando di fare io e Eleanor?», e così via.

Edwin, amabile come sempre, aveva detto: «Per essere onesto, Ernest, l’idea di investire nelle scuole di ballo non mi attira molto. Senti, ti firmo un assegno. Non devi restituirmi niente. Sono sicuro che è il modo migliore di risolvere il problema».

Consegnò a Ernest l’assegno firmato e debitamente piegato. Palesemente quel gesto non gli creava alcun imbarazzo; nella transazione in sé non c’era nulla che potesse causare un ragionevole risentimento, ma Ernest era nervoso e tremendamente a disagio, nessuno avrebbe saputo dire perché.

Cominciò a sdilinquirsi: «Non so come ringraziarti, Edwin, non sai quanto Eleanor...». In realtà avrebbe voluto dire: «Non sappiamo cosa farcene di un regalo... questa è una proposta d’affari», ma il sorriso del fratello gli ricacciò le parole in gola.

«Oh, lascia stare...». Edwin aveva l’aria sorpresa, come se l’assegno fosse cosa di vent’anni prima.

Ernest si ficcò il regalo in tasca e il nervosismo accentuò i suoi movimenti effeminati. Il fratello cominciò a parlare bonariamente di danza classica, dei ballerini famosi che aveva visto; era una dimostrazione di buona volontà; Ernest sapeva che da molti anni il fratello si era ritirato in una vita di filosofia interiore, o almeno immaginava che si potesse definire così. Aveva smesso di coltivare le arti. Era gentile da parte sua parlare di danza, ma Ernest ne fu terribilmente infastidito, e in fin dei conti doveva andare a casa a dormire. Il giorno dopo si ricordò dell’assegno, lo guardò e poi lo portò a Eleanor.

«Cinquanta sterline! Che spilorcio! Tuo fratello è abbastanza ricco da investire!». Il suo tono irritò Ernest.

«Per favore, modera i toni» disse. «Non ha intenzione di investire nella scuola, non capisci? Ha cercato in tutti i modi di essere gentile. Cinquanta sterline sono un regalo generoso».

Eleanor si comprò un vestito di canneté nero elegantemente rétro, così adatto alle sue pose lascive che Ernest si sentì meglio. Col rimanente Eleanor pagò un deposito per un braccialetto d’ambra.

«Tuo fratello non rimarrebbe costernato se sapesse come è stato speso il suo sacro denaro?».

«No, non si arrabbierebbe affatto» disse Ernest. «Non ne sarebbe neppure sorpreso».

 

 

Helena mormorò per la quarta volta:

«Edwin è in ritiro spirituale da due settimane».

«Quando torna» disse Ernest «devi raccontargli tutto dal principio, sono certo che è la cosa migliore».

«Prima dobbiamo sistemare questa storia. Non parlo mai dei miei problemi con Edwin finché non li ho risolti».

«Secondo me non c’è più da preoccuparsi. Hogarth era davvero spaventato, povero ometto bilioso. Ho bluffato alla grande».

«Se era spaventato significa che i nostri sospetti sono fondati. Aveva ragione Laurence».

«Che importanza ha se non scopriremo mai esattamente cosa combinava tua madre, visto che siamo riusciti a bloccare tutto?».

«Io vorrei saperne di più» disse Helena. «Ma la mamma ha una personalità molto complessa, Ernest. Così complessa, eppure a modo suo così innocente. È un mio limite non riuscire ad accettare la sua innocenza senza chiedermi come funzioni. Mi riferisco a quei diamanti nascosti nel pane, e alle sue fonti di reddito. È un mio grave difetto, Ernest, ma non posso fare a meno di farmi delle domande, è naturale».

«Assolutamente, cara,» disse Ernest «e non starei a rimproverarmelo».

«Oh, ma tu non hai proprio niente da rimproverarti, caro Ernest».

Quello che intendeva dire Ernest era: «Se fossi in te farei a meno di rimproverarmelo», ma non la corresse. Una lieve pioggia aveva cominciato a picchiettare sulle finestre.

«Ingaggiamo una squadra di investigatori privati e facciamola finita» propose.

«Oh, no, potrebbero scoprire qualcosa» disse lei, perfettamente seria.

Ernest, che detestava bagnarsi, se ne andò subito dopo cena, temendo che l’acquazzone si trasformasse in un diluvio.

Alle nove e mezzo era uscito da quasi mezz’ora. Helena stava pensando di recitare il rosario e poi, visto che si gelava, di infilarsi a letto con la borsa dell’acqua calda, quando squillò il campanello. Di lì a poco la governante, una donna di mezz’età, si sporse dalla porta del salotto.

«Chi è, Eileen?».

«La signora Hogg. L’ho fatta accomodare nell’atrio. Desidera vederla. Ha detto che ha visto la luce in salotto». Questa Eileen conosceva la signora Hogg; era la domestica il cui matrimonio era stato accelerato tanti anni prima da Laurence, che aveva letto le sue lettere d’amore. Sebbene fosse tornata a servizio dai Manders solo di recente, dopo essersela allegramente spassata di qua e di là, si ricordava abbastanza bene dei suoi giorni da sguattera e soprattutto della Hogg; era quindi infastidita dalle continue apparizioni di quella donna e dai suoi colloqui con Lady Manders in salotto.

«Stavo proprio per andare a letto, Eileen. Pensavo che andare a dormire presto...».

«Vado a dirglielo» disse Eileen, e sparì.

«No, la mandi su» la richiamò Helena.

Eileen si sporse dentro di nuovo con l’espressione di chi si aspetta una decisione definitiva.

«La mandi su,» disse Helena «però le dica che stavo proprio per andare a letto».

Mentre il rumore di passi sulle scale si avvicinava, nella mente di Helena si formò un pensiero assurdo. Pensò: «È meraviglioso essere quello che sono» e per un istante le balenarono in testa tutte le sue doti personali, come se i suoi pensieri appartenessero a qualcun altro: le sue buone maniere e il suo patrimonio, la sua salute, la sua disponibilità, la sua modestia e la sua generosità; e si sentì eccitata all’idea di affrontare la signora Hogg. Avvertiva la propria forza; un’elegante indifferenza, la libertà di schierarsi dalla parte di sua madre se necessario.

Ma non fu necessario. La signora Hogg si mostrò remissiva. Cominciò scusandosi per la precedente visita, quando aveva portato con sé la lettera di Laurence. «Avevo i nervi a pezzi. A Santa Filomena ho lavorato troppo. Fino a centotrenta pellegrini al giorno...».

«Ma certo, Georgina» disse Helena.

Georgina le spiegò che aveva riflettuto. Chiaramente aveva frainteso la lettera del signorino Laurence. Era tutto uno scherzo, adesso l’aveva capito.

«Prima di tutto non avrebbe dovuto leggerla. Non era indirizzata a lei» disse Helena.

«L’ho fatto a fin di bene» disse la signora Hogg tamponandosi gli occhi e consegnandole la lettera.

«E questa cos’è?» disse Helena.

«La lettera di Laurence. Leggendola si renderà conto di come mi sono ingannata».

Helena la strappò in due e la gettò nel fuoco.

«Spero che non ne farà più niente» disse Georgina.

«In che senso? Ormai l’ho bruciata. Cos’altro dovrei farne?».

«Parlo di sua madre. Povera donna, sono sicura che è un’anima pia,» disse Georgina, poi aggiunse, guardando Helena in faccia «in fondo in fondo».

Il colloquio continuò per mezz’ora prima che Helena si accorgesse di quanto l’altra fosse ansiosa di fermare tutte le indagini. Era passato solo un mese da quando la Hogg era piombata a casa di sua madre. Helena era sconcertata da quel cambiamento, e tuttavia i suoi sospetti si placarono quando vide la donna che si asciugava gli occhi pieni di lacrime.

«Sono contenta che sia tornata in sé, Georgina».

«Ho fatto tutto a fin di bene, Lady Manders».

«So che è andata a trovare mia madre. Perché?».

Georgina era sulle spine. Helena vide confermato uno dei suoi sospetti: tra sua madre e la signora Hogg era successo qualcosa di più di quel che sapeva lei.

«Pensavo che le potesse servire una dama di compagnia» disse la signora Hogg con un filo di voce. «Sembrava di questo parere anche lei, non molto tempo fa».

Helena sentì montare il coraggio. «Intende dire che ha offerto i suoi servigi alla signora Jepp quando era ancora convinta che fosse una delinquente?».

«Un cattolico può fare molto per le anime depravate».

«Mia madre non è depravata, Georgina».

«Sì, me ne rendo conto».

Un colpo alla porta, e «La borsa dell’acqua calda è nel letto, Lady Manders».

«Grazie, Eileen».

La signora Hogg si alzò. «Allora mi garantisce che la faccenda è chiusa».

«Di cosa si preoccupa, Georgina? Certo, non c’è più bisogno di fare niente» disse Helena.

«Grazie a Dio! Adesso potrò stare tranquilla».

«Dove è sistemata adesso? Ha un lavoro?» disse Helena con la forza dell’abitudine.

«No, Lady Manders».

«Ha in mente qualcosa?».

«No. Sono molto angustiata».

«Venga a trovarmi domani alle cinque».

Prima di andare a dormire Helena telefonò a Ernest.

«Sei ancora alzato, Ernest?».

«No, sono a letto».

«Oh, ti ho svegliato, mi dispiace».

«No, ero sveglio».

«Solo per dirti, Ernest, che dopo che te ne sei andato è passata la Hogg. Per qualche motivo è ansiosissima di fermare tutte le indagini. Si è scusata per i suoi sospetti».

«Be’, tanto meglio, no?».

«Sì, lo so, Ma non ti sembra che questo improvviso cambiamento sia piuttosto strano, proprio adesso?».

«Sei sicura che non ha niente a che fare con Hogarth?» disse Ernest in tono più sveglio.

«Be’, non l’ha mai nominato. È cattolico anche lui?».

«Non credo».

«Allora è escluso che siano amici. È fissata con la religione».

«Non pensi che voglia tentare di ricattarci? È curioso quanti ricattatori circolino, sai».

«No. Mi ha perfino restituito la lettera di Laurence. L’ho bruciata di fronte a lei. Me la sono cavata bene, Ernest».

«Certo. Insomma, per quanto riguarda la Hogg non abbiamo più niente di cui preoccuparci».

Gli fu grata per quell’«abbiamo». «Forse no. Le ho detto di venirmi a trovare domani per discutere di un lavoro. Voglio tenerla d’occhio».

«Buona idea».

«Personalmente, però,» disse Helena «comincio a pensare che Georgina non ci sia tutta con la testa».

 

 

A quell’ora il signor Webster era disteso a letto sopra la panetteria e ripercorreva nella sua mente le soddisfazioni della giornata. Nonostante la stanchezza, al suo ritorno da Londra era andato dritto dalla signora Jepp, le aveva riportato fedelmente e nei minimi particolari la sua conversazione col barone, e insieme avevano calcolato il pagamento e i profitti, come sempre.

«Sono contenta di avergli mandato il latte di pesce» disse Louisa. «Stavo per mandargli delle conserve di frutta, ma il latte di pesce sarà un bel cambiamento per il barone Stock. Il pesce favorisce l’intelligenza».

«Che giornata!» disse il signor Webster, sorridendo ai muri prima di accomiatarsi.

 

 

Anche per il barone Stock era stata «una giornata». Detestava esser costretto a guadagnare, ma bisognava pur farlo. La libreria, se non come rutilante aggiunta alla sua personalità, era solo un grattacapo.

Dopo che il caro vecchio Webster se ne fu andato, il barone decise che per quel giorno poteva anche chiudere e, portando con sé il latte di pesce di Louisa Jepp, tornò a casa. Una volta arrivato aprì il barattolo, e rovesciando il contenuto su un piatto esaminò gli strati umidicci di pallidi embrioni d’aringa. Prese un coltello e sollevando gli strati uno per uno estrasse delicatamente le pallottoline di carta oleata bianca sistemate tra l’uno e l’altro; e quando le ebbe recuperate tutte le mise in un piattino. Le aprì quando si fu comodamente seduto davanti al fuoco. I diamanti erano stupendi, e quando il barone si spostò vicino alla finestra per vederli meglio fu abbagliato dal loro scintillio dinamico, una luce dura come il ghiaccio.

«Azzurro purissimo» disse un’ora più tardi, seduto nel retro di un negozio di Hatton Garden.

Il gioielliere non rispose. Aveva un occhio strizzato e con l’altro scrutava a turno quelle piccole meraviglie attraverso la lente. In seguito, come sempre, il barone pensò: «Devo cambiare il contratto. Quest’uomo mi imbroglia». Ma poi si ricordò che era un tipo impassibile e di poche parole, così diverso da quei rivenditori di pietre preziose che, incontrandosi sui marciapiedi di Hatton Garden, non riuscivano a contenere la loro verve commerciale nemmeno per due secondi, né trattenersi dall’esibire lì sui due piedi le loro preziose mercanzie, estratte dalle tasche dei panciotti e avvolte nella carta velina. Era inconcepibile che il silenzioso gioielliere del barone si facesse vedere per strada; forse non tornava neppure a casa, forse non ce l’aveva nemmeno, una casa, ma se ne stava lì sveglio e senza mangiare dall’alba fino all’alba successiva, a concludere i suoi laconici affari con chiunque andasse a vendergli dei diamanti.

Più tardi, quella sera, il barone rientrò e si mise a sorseggiare un Curaçao; decise che fare affari era estenuante. Una volta ogni tre mesi quel viaggio a Hatton Garden e la fiacca trattativa col gioielliere dalla quale usciva spossato. Si adagiò come in un’amaca di pensieri, cullandosi avanti e indietro sulla giornata trascorsa, e prima di andare a letto cominciò a scrivere una lettera a Louisa.

«Il latte di pesce, mia cara signora Jepp, è stata una cenetta deliziosa dopo una giornata davvero estenuante (sebbene molto fruttuosa). L’ho spalmato sul pane e poi ho messo tutto a grigliare: una delizia! Apprezzo molto il suo metodo per preparare le conserve. Il contenuto del barattolo era più raffinato delle ostriche, più sopraffino del...». Ma la sua mente andò ad altre raffinatezze, al misterioso Mervyn Hogarth, alla magia nera, così interessaaante.

Che giornata era stata, anche per Mervyn Hogarth, che al suo ritorno a Ladle Sands aveva trovato Andrew di pessimo umore, come accadeva talvolta. In quei casi, Andrew ce l’aveva con tutti. Era stato affidato a una donna del villaggio che aveva maltrattato al punto da indurla ad andarsene prima del previsto, lasciando il giovane paralitico solo proprio quando cominciava a calare il buio. Quando Mervyn finalmente si coricò cercò di leggere qualche pagina prima di addormentarsi, ma gli «errori» della giornata cominciarono a tormentarlo; rimase disteso al buio, a rodersi per l’astuzia di Ernest Manders, il pranzo scipito, il ricatto; e fino a mezzanotte passata mormorò pateticamente tra sé: «Che giornata, che giornata».

E che giornata anche per la signora Hogg, quel personaggio grottesco, che dopo esser salita fino alla sua stanza nella topaia di Chiswick, aprendo la porta aveva visto appunto due topi infilarsi rapidamente uno dopo l’altro nella loro tana di fianco al contatore del gas.

E comunque, appena la signora Hogg entrava nella sua stanza spariva, spariva e basta. Non aveva assolutamente una vita privata. Dio solo sa dove andava quando gli altri non la vedevano.

8

È molto improbabile che in vita sua Mervyn Hogarth avesse mai rivolto qualcosa di più di un pensiero fugace a qualunque forma di magia nera o di scienza occulta. Sicuramente non poteva essere accusato di aver coltivato un interesse prolungato per il satanismo, la stregoneria, il demonismo o altri simili culti, e tanto meno di averli praticati. Il barone però era convinto del contrario.

Fu solo con l’arrivo dell’anno nuovo che il barone fu in grado di raccogliere le prove. Ne parlava spesso con Caroline, perché da quando era tornata a Londra si incontravano spesso, come ai vecchi tempi o quasi. Lei viveva adesso in un appartamento a Hampstead, abbastanza vicino a quello del barone, e ormai era solo una leggera fitta alla gamba al primo accenno di pioggia a ricordarle la frattura, e al ricordo si accompagnava la sorpresa di aver avuto un grave incidente.

«Non capisco» disse il barone «il modo in cui mi ha lasciato Eleanor, le sue ragioni. Ti ha mai detto niente?».

«Per quanto ne so, sospettava che tu partecipassi alle messe nere, e ad altre cose del genere» rispose Caroline.

«Non mi sorprende. Una donna di intelligenza così limitaaata come Eleanor non è in grado di distinguere tra interesse e partecipazione a una data attività. Per esempio, io mi interesso di religiooone, poesiiia, psicologiiia, teosofiiia, scienze occulte, e naturalmente di demonologiiia e satanismo, ma non partecipo certo in prima persona, non pratico nulla di tutto ciò».

«E il tuo interesse principale è il satanismo» osservò Caroline.

«Ah sì, il principale, assolutamente. Come ho cercato di spiegare a Eleanor a suo tempo, considero queste mie ricerche un’attività adulta; ma partecipare in prima persona a quei rituali assurdi sarebbe infantile».

«Certo» disse Caroline.

«Naturalmente ho partecipato a qualche messa nera e a qualche cerimonia di altri culti, ma in qualità di puro osservatore».

Caroline disse: «Mmm».

Era una giornata ventosa, e dalle finestre dell’appartamento all’ultimo piano di Caroline si vedeva solo il cielo e il passaggio di alcune nuvolette rapide. Era una giornata ideale per starsene in casa, a perdere il pomeriggio in confidenze tra persone superiori prima di accendere la stufetta elettrica.

«Eleanor è una persona irragionevole» continuò il barone. «Per un motivo o per l’altro l’idea di vivere con un uomo che nel tempo libero si occupava di magia nera la atterriva. Ma nel frattempo, ironia della sorte, ho scoperto che il suo ex marito Mervyn Hogarth è un satanista di prima grandezza, cara Caroline. Ovviamente lei lo ha lasciato per questo».

«Non te la prendere, Willi. Adesso che tra voi è tutto finito state meglio tutti e due».

«Ormai è una faccenda superata. E anche tu» disse «te la passi bene senza Laurence».

«Il nostro caso è diverso» rispose lei stizzita. «Tra noi c’è ancora amore, ma tra te e Eleanor no».

«No,» disse lui «ma quando penso a lei sto ancora male».

«Certo» disse lei con affetto.

«Ma non abbastanza, mia cara Caroline, da rinunciare alle mie ricerche. Gli esseri umani sono insondabili. Barbarie e superstizione si annidano tra le persone più insospettabili. L’argomento mi appassi ooona, e anche le personalità coinvolte. Al momento la mia attenzione è puntata quasi esclusivamente su questo Mervyn Hogarth. Ti assicuro, Caroline, che è il più importante satanista del regno. Sono arrivato al punto di ingaggiare degli agenti segreti. Lo faccio sorvegliare».

«Ma dài!» esclamò Caroline.

«Sul serio» disse il barone. «Te lo assicuro. Ricevo dei rapporti, ho addirittura messo insieme un dossier. Spendo una fortuna. La psicologia di quest’uomo è la mia occupazione principale».

«Santo cielo. Eleanor deve mancarti più di quanto pensassi».

«Cosa intendi dire?».

«È evidente che la tua ossessione per l’uomo che ti ha preceduto è in realtà un’ossessione per Eleanor. Stai cercando in lui qualcosa di nascosto in lei, non capisci? È evidente che stai seguendo lui perché non puoi seguire lei, lei ti sfugge, non capisci? È evidente...».

«Medico, cura te stesso» disse il barone, fiero di quella risposta ad hoc.

«Oh, posso anche sbagliarmi» batté in ritirata Caroline. L’idea del pomeriggio in casa improvvisamente si afflosciò e le tornò in mente la sua imprudenza quando, all’ospedale, aveva cominciato a confidare il suo stato d’animo al barone in occasione delle sue visite. Sapeva che non avrebbe tenuto quelle confidenze per sé più di quanto avrebbe fatto lei con le sue.

Ma volendo strafare disse: «Ma perché ti turba tanto che Hogarth sia un satanista? Capirei il tuo accanimento se avessi una religione da difendere. Forse a tua insaputa sei molto religioso».

«Io non ho religione» proclamò lui. «E non disapprovo affatto il satanismo. Per quanto mi riguarda, non è un interesse morale; è semplicemente una passione intellettuale».

Senza badare alle proprie parole, lei lo punzecchiò. «Mi ricordi uno stregone africano che dà la caccia a una strega. Forse è un retaggio del Congo... non è lì che sei nato?». Poi, vedendo la sfumatura nelle cornee del barone che qualche volta le aveva fatto sospettare che avesse sangue indigeno, si rese conto del suo errore. Lui fu oltremodo irritato da quell’osservazione.

«Perlomeno,» ribatté «io perseguo un obiettivo ben chiaro. Il satanismo esiste; lo confermano gli schedari di qualunque biblioteca. Il satanismo si pratica: se hai voglia di accompagnarmi a Notting Hill Gate in certe sere posso dimostrartelo... A meno che, naturalmente, tu sia troppo legata alle regole superstiziose della tua Chiesa. Mervyn Hogarth esiste. Ha praticato il satanismo; è un’informazione che può ottenere chiunque si prenda la briga di promuovere indagini private sulla sua condotta. Tu, al contrario,» disse «asserisci una serie di fatti indimostrabili. Quel coro di voci, chi le ha sentite oltre a te? Le tue teorie... le tue congetture sulla fonte dei rumori? Io credo, mia cara Caroline, che tu sia molto più simile a uno stregone di me».

Quest’uscita la infastidì, e da quel momento si dedicò al servizio da tè, con movimenti rapidi, un tintinnio minuto di piattini e cucchiaini. Nel frattempo protestò oscuramente:

«La prova sarà nel libro».

 

 

Bisogna sapere che un giorno, nel corso di una visita del barone all’ospedale, Caroline gli aveva detto:

«Quelle voci, Willi... Da quando sono all’ospedale le sento sempre. Ma di una cosa sono convinta,» e indicò la gamba che si era leggermente gonfiata dentro il gesso e la tormentava parecchio «questo dolore fisico mi rassicura che non sono solo il personaggio di un romanzo. Ho anche una mia vita indipendente».

«Santo cielo,» disse il barone «ne dubitavi?».

A quel punto gli raccontò, in maniera del tutto confidenziale, della sua teoria. Lui ne fu affascinato. Lei si infervorò, trascinata dall’atmosfera cospiratoria favorita dai toni bassi della conversazione, perché erano in una corsia da otto letti.

«E dimmi, Caroline, sono anch’io un personaaaggio di questo libro misterioso?» domandò lui.

«Sì, Willi».

«E lo sono tutti quanti? Quelle persone, per esempio?», e indicò gli altri sette letti con le loro occupanti, i parenti in visita e la confusione generale.

«Non lo so» disse Caroline. «So solo quello che suggeriscono le voci, piccoli frammenti strampalati di un romanzo. Può darsi che ci siano personaggi di cui non so nulla».

Il barone andava a trovarla ogni fine settimana. Ogni volta discutevano della teoria di Caroline. E sebbene dentro di sé Caroline sapesse che il barone non era tipo da tenere per sé le confidenze, quando arrivava e poi ripartiva finiva sempre per dirsi: «È un vecchio amico, dopotutto».

Un giorno lo informò: «Lo Spirito della Macchina da Scrivere non ha registrato alcun particolare vivido su questa corsia d’ospedale. Dipende dal fatto che l’autore non è in grado di descrivere una corsia. Di conseguenza questa parentesi della mia vita non fa parte del libro». Fu con osservazioni esasperanti come questa che Caroline Rose continuò a interferire col libro.

Gli altri pazienti la annoiavano o la irritavano. Lei voleva solo patire le sue sofferenze fisiche in santa pace. Quando provava dolore, a renderlo intollerabile era la presenza abrasiva delle altre sette donne nei loro letti, le loro ciance e lamentele, il cinguettare e il chiocciare delle infermiere.

«I fastidi che si frappongono tra noi e la nostra sofferenza sono la cosa più dura da sopportare. Ah, se solo potessimo apprezzare il dolore puro» disse Caroline al barone.

Una volta un prete in visita al reparto le consigliò di «offrire» le sue sofferenze per il sollievo di qualche anima in purgatorio.

«È quello che faccio,» dichiarò Caroline «col risultato che il mio dolore non si è affatto alleviato, anzi si intensifica. Tuttavia continuo a farlo».

«Coraggio, coraggio» disse il prete, un giovanotto fresco di seminario, con gli occhi azzurri dietro le lenti degli occhiali.

«È così che vanno le cose, secondo la mia esperienza» disse Caroline.

Lui sembrò un po’ spaventato, e da quel momento non si fermò al capezzale di Caroline più dello stretto necessario.

In quei pomeriggi di sabato il barone sembrava fornire a Caroline un ambiente più congeniale, e per le sei settimane di confino nell’ospedale di campagna lei si protesse con quella frase, «è un vecchio amico, dopotutto», dalla certezza che il barone, senza il minimo scrupolo, avrebbe ripetuto e infiorettato le sue osservazioni e congetture a beneficio dei conoscenti di Charing Cross Road. In quelle settimane furono in molti a psicoanalizzare Caroline nel retrobottega del barone, mentre lei se ne stava in corsia a criticare il libro. Una corsia nel reparto di ortopedia, piuttosto disordinata rispetto ad altre corsie d’ospedale, a causa dei gessi sparsi qua e là, i telai per la trazione sopra i letti e il carrello vicino alla finestra con gli strumenti necessari per le ingessature, tra cui un enorme paio di forbici simili a cesoie da giardinaggio, il tutto coperto da un bianco lenzuolo bozzoluto; qui, a orari prestabiliti, arrivavano i fisioterapisti a massaggiare, spronare e manipolare le pazienti.

È pur vero che il barone, quando discuteva con lei del «libro», non aveva idea che il lunedì successivo sarebbe andato a raccontare a cani e porci:

«Caroline si è impegolata in un’allegoria paranormale di cui sta cercando di venire a capo mentre è a letto con la gamba rotta in quella spaventosa, spaventosa corsia d’ospedale. Vi ho raccontato delle voci e della macchina da scrivere. Adesso ha concepito l’idea che queste voci rappresentino i pensieri di un romanziere disincarnato – mi seguite? – che sta scrivendo un libro con la sua macchina da scriiivere. A quanto pare Caroline è un personaggio del libro, e io pure, miei cari».

«Una teoria affascinante. Ma non ci crederà mica letteralmente, vero?».

«Invece sì. Per quanto riguarda tutto il resto ragiona in maniera normale».

«Ma pensa, Caroline!».

«Oh, è il genere di cosa che succede a una mente razionale come la sua, assolutameeente. Sono molto affezionato a Caroline. Sono convinto che sia una cosa innocua. All’inizio ero convinto che fosse sull’orlo di una malattia mentale grave. Ma da quando ha avuto l’incidente si è stabilizzata, e non vedo perché non dovrebbe coltivare questa sua fantasia, se la rende felice. Siamo tutti un po’ matti, chi per un verso e chi per l’altro».

«Come no, Willi!».

Laurence fu dimesso qualche settimana prima di Caroline.

«Non so cosa ti abbia spinta a fidarti del barone» disse quando finalmente riuscì a vederla. «Mi hai chiesto di non dire a nessuno delle tue folli idee e naturalmente ho messo a tacere le voci che corrono sul tuo conto. È imbarazzante, per me».

«Che voci?».

«Ne circolano tante. Ma in parole povere, in giro dicono che hai abbandonato il cattolicesimo e hai abbracciato una nuova religione».

«Quale?».

«La fantascienza».

Lei scoppiò a ridere e poi fece una smorfia, perché il minimo tremito le provocava dolori alla gamba.

«Scusa» disse Laurence, che aveva promesso di non farla ridere.

«Non mi sono mai aspettata che il barone mantenesse i segreti» disse. «Ma mi piace parlare con lui, è divertente. Sono stata così sola qui, oltre a sentirmi male».

Si accorse che a Laurence seccavano di più le attenzioni che il barone aveva per lei che le confidenze che gli aveva fatto Caroline.

 

 

Ma torniamo a quel pomeriggio all’inizio dell’anno in cui Caroline offese senza volerlo il barone paragonandolo a uno stregone africano.

Dopo il tè, che Caroline aveva preparato in due teiere diverse – verde per il barone e un semplice Ceylon per sé –, il barone cercò di moderare la sua rabbia raccontandole una storia in gran segreto, anche se prima di sera Caroline l’aveva già riferita a Laurence.

«Una volta, per conto di Eleanor – poco dopo il suo divorzio dal demoniaco Hogarth –, andai a trovarlo a casa sua a Ladle Sands, per sistemare alcune questioni di carattere finanziario. Non l’avevo avvertito della mia visita, convinto che altrimenti si sarebbe rifiutato di ricevermi. Speravo di coglierlo di sorpresa... Ti garantisco che ho fatto a Eleanor favori di questo tipo diverse volte. Insomma, andai a casa sua. È piuttosto grande, con una facciata di una certa eleganza in stile regina Anna, lontana dalla strada e nascosta da un semicerchio di platani. Intorno c’è una siepe molto alta che non veniva potata da mesi. Anche il giardino era molto trascurato. La casa era deserta. Sbirciando dalla buca della posta vidi una quantità di opuscoli posati sul tavolo dell’entrata. Da ciò dedussi che gli Hogarth erano via da qualche settimana, e avevano disposto che la corrispondenza personale fosse inviata a un altro indirizzo. Feci il giro della casa per dare un’occhiata. Ero incuriosito. A quell’epoca ero molto innamorato di Eleanor, capisci, e la casa dove aveva abitato con Hogarth mi interessaaava perché mi forniva un contatto fisico con un periodo del suo passato di cui sapevo solo quello che aveva deciso di dirmi lei.

«Il retro era tenuto anche peggio del davanti. L’orto era andato in malora, e poi c’è un’altro dettaglio importante. Vicino alla porta di un capanno c’era un mucchio di cianfrusaglie. Scatole vuote, attrezzi da giardino malandati e arrugginiti, scarpe vecchie. E in mezzo un numero impressionante di statuine di gesso rotte... Quella paccottiglia religiosa che si vende come il pane nelle botteghe dei santuari. Erano state mutilate in maniera bizzarra. A molte mancava la testa, e in certi casi erano tutte ridotte in frantumi. Ce n’erano troppe per pensare che fossero state rotte accidentalmente. Già allora – a quel tempo non avevo la più pallida idea delle attività occulte di Hogarth – indovinai che quello era il frutto di una furia indiscriminata con intenti iconoclasti. Nei casi in cui il corpo era intatto ed erano state staccate solo la testa o gli arti, notai che la spaccatura era netta, come se fosse stata prodotta da uno strumento, certo non da una semplice caduta.

«E adesso, Caroline, ti dirò cosa accadde mentre esaminavo quegli strani cocci. Dietro la casa, a una trentina di metri dal capanno, c’era una striscia di terreno boscoso. Sentii un cane che ringhiava e mi girai a guardare in quella direzione, e di lì a poco vidi il cane che sbucava dal bosco e mi veniva incontro. Era uno spaniel nero, ben curato. Presi in mano un bastone temendo che avesse intenzione di attaccarmi. Continuò ad avvicinarsi con un ringhio orribile. Non veniva dritto verso di me, però. Quando fu a cinque metri di distanza cominciò a girarmi intorno. Mi girò intorno tre volte, Caroline. Poi balzò verso il mucchio di statuine rotte e si mise a sedere lì davanti, come se volesse proteggerlo.

«Naturalmente me ne andai, camminando con disinvoltura per timore che il cane mi saltasse addosso. Ma quello che sto cercando di dirti, Caroline, è che quel cane nero era Mervyn Hogarth».

«Cos’hai detto?» disse Caroline.

«In quel momento non me ne resi conto,» disse il barone, mescolando il tè verde «mi sembrò solo un cane dal comportamento insolito. Naturalmente tutto questo deve rimanere tra noi, non è il genere di cosa che uno andrebbe a raccontare a destra e a manca. Ma ho la sensazione che tu mi possa capire, visto che tu stessa hai delle capacità soprannaturali, extrasensoriali e...».

«Cos’è che hai appena detto a proposito di quel cane?» disse Caroline.

«Il cane era Mervyn Hogarth. Trasformato per magia, naturalmente. Non sono fenomeni del tutto...».

«Tu sei pazzo, Willi» disse Caroline in tono amabile.

«Ma no,» disse il barone «niente affatto».

«Oh, non intendo letteralmente pazzo, sai» disse Caroline. «Solo un pochino, solo un pochino. Certo, una storia bellissima, sembra quasi una barzelletta».

«Non mi sarei mai aspettaaato che non mi cred eeessi, proprio tu!».

«Insomma, Willi, tu ci crederesti?».

Lui si fece serio. «E come ti spieghi le statuine dei santi fatte a pezzi?».

«Forse ne avevano la casa piena, si sono stufati e le hanno buttate via. Forse rompono le statuine per divertirsi. In fin dei conti, la maggior parte di quella roba è atroce dal punto di vista artistico, si può anche capire l’impulso».

«Per divertirsi» ripeté il barone. «E il cane come te lo spieghi?».

«I cani non si spiegano, sono immanenti. Sarà stato il cane degli Hogarth...».

«No. Mi sono informato, non hanno nessun cane».

«Allora il cane di un vicino. O un randagio in cerca di qualcosa da mangiare».

«E cosa dici del fatto che mi è girato intorno tre volte?».

«Mio caro Willi, non ho parole».

«Infatti,» disse il barone «non sei in grado di rispondere. Ma non mi sono convinto che Hogarth sia un negromante solo grazie all’esperienza che ti ho appena descritto. Non ti ho ancora detto dei piccioni viaggiatori, e di molti altri fenomeni che si sono verificati in seguito. Sei libera a cena stasera? Se lo sei posso raccontarti tutta la storia, dopodiché, cara Caroline, non ti sognerai più di dire che Willi è pazzo».

«Siamo tutti un po’ pazzi, Willi. È questo a renderci così simpatici, caro. No, non sono libera stasera, mi dispiace. Mi avrebbe fatto piacere, davvero...».

Lui le stampò un bacio amicale sulla guancia e la salutò. Appena Caroline sentì scendere l’ascensore traballante andò in bagno, tirò fuori una bottiglietta di antisettico e ne versò una discreta quantità in un bicchiere di acqua calda. Poi intrise un batuffolo di cotone in quella soluzione concentrata e si strofinò la pelle là dove il barone aveva depositato il suo bacio.

 

 

«Il barone è fuori di testa».

A Laurence fece piacere sentire Caroline che pronunciava quelle parole, perché negli ultimi tempi si era infastidito per la rinnovata amicizia tra i due.

«Il barone» rincarò lei «è completamente andato col cervello. Questo pomeriggio è venuto a prendere il tè a casa mia. Mi ha raccontato la storia più strampalata che abbia mai sentito».

E così riferì a Laurence quello che le aveva raccontato. Da principio lui ne fu vagamente divertito, poi il divertimento si tramutò in un’ilarità sfrenata. «E bravo il nostro barone!» disse. «In effetti ha scovato un indizio, un indizio molto importante, mi sa».

«Un indizio di cosa?» disse lei.

«Mia nonna».

«Cos’ha a che fare il cane nero con tua nonna?».

«L’indizio è nelle statuine rotte. Perché non ci ho pensato prima?».

«Tua nonna non romperebbe mai qualcosa. Cosa ti succede, caro mio?».

«Lei no, ma Hogarth sì».

«Sei ossessionato anche tu da Hogarth, esattamente come il barone».

Da quando avevano avuto l’incidente Laurence era sempre sul chi vive. Caroline si rendeva conto che non riusciva a stare lontano da lei, in parte perché era spaventato; ma non le andava affatto di alimentare quel nuovo tipo di potere che esercitava nei suoi confronti. Il fatto che lui avesse paura la deprimeva. Per quella ragione smise del tutto di discutere con lui la mistica privata della sua vita. Gli diceva ciò che pensava solo quando veniva colta di sorpresa nel corso di una conversazione, come quando lui le chiese in modo del tutto innocente:

«E il tuo libro?» riferendosi al suo lavoro sulla struttura del romanzo moderno.

«Penso che si stia avvicinando alla fine» rispose lei.

Lui ne fu sorpreso, perché solo pochi giorni prima gli aveva detto che il saggio procedeva a rilento.

 

 

Di un’altra cosa si era sorpreso.

Avevano progettato una vacanza insieme all’estero per le ultime due settimane di marzo.

All’inizio Caroline aveva obiettato che sarebbe stato meglio aspettare la bella stagione. Laurence però si era fissato su quella data, e aveva già chiesto un permesso per assentarsi dal lavoro senza nemmeno consultarla. Quando poi le annunciò che sarebbero andati a Losanna, a lei sembrò che stesse davvero esagerando.

«Losanna a marzo! Neanche per sogno!».

«Fidati di me» disse lui. «Sono o non sono sempre stato un buon amico?».

«Sì, sì, ma Losanna a marzo!».

«Credimi, ho le mie ragioni. Per favore».

Caroline sospettava che la sua scelta del momento e del luogo dipendesse dalla curiosità divorante che aveva per le faccende di sua nonna. Ernest e Helena avevano finito per credere che non ci fosse più alcun pericolo. Qualunque fosse l’attività illecita in cui era stata impegnata Louisa, era stata stroncata dall’intervento di Ernest e dalla sua capacità di bluffare. Non si ricordavano neppure più di aver avuto ragione di preoccuparsi. Ma Laurence, che nel corso dell’inverno aveva passato diversi fine settimana al cottage, sembrava convinto che le imprese di sua nonna fossero ancora in pieno svolgimento. Poco tempo prima, arrivando inaspettatamente la sera di un giorno feriale, Laurence aveva trovato l’allegra brigata riunita a giocare a carte come la prima volta. Louisa era serena come sempre, e il nipote aveva appreso dalle sue labbra che da gennaio gli Hogarth erano stati all’estero due volte.

Era colpa dell’incidente, pensava Laurence, se non era riuscito a risolvere brillantemente e in quattro e quattr’otto il mistero di sua nonna. Tutta colpa di quel maledetto incidente. Allo stesso tempo era stimolato dalla scoperta che, fra tutti e due, Ernest e Helena erano solo riusciti a mettere la banda sul chi vive. A lui il compito di far luce sulle furberie della vecchia. Era quello il suo più ardente desiderio: non contento di metter fine alle attività di Louisa, Laurence voleva a tutti i costi conoscerle.

Quelle brevi puntate al cottage lo avevano illuso per tutto l’inverno. Le sue indagini a Ladylees e Ladle Sands non avevano portato ad alcun risultato; ormai gli era chiaro che la banda non voleva esporsi. Ernest aveva mandato all’aria le sue ricerche. In particolare Laurence cercava di indurre sua nonna a essere più aperta. Non che stesse particolarmente sulle sue, ma stava ben attenta a non svelare il suo segreto. L’unica cosa che era riuscito a carpirle era che gli Hogarth avevano in programma un viaggio a Losanna nelle ultime due settimane di marzo.

«Certo che gli Hogarth vanno spesso all’estero, nonna».

«Oh, hanno la passione dei viaggi, quei due!». Altro non riuscì a cavarle di bocca. Chiese dunque un permesso per quindici giorni a partire dal 15 marzo.

Helena era stata a tal punto emancipata da parte del figlio che non vide niente di male nel suggerirgli:

«Perché non porti anche Caroline? Ha bisogno di una vacanza e non può permettersela, povera ragazza».

Fu allora che Laurence dovette affrontare l’obiezione di Caroline: «Losanna a marzo! Ma perché proprio Losanna, poi? Sarà terribilmente cupa in quel periodo».

Ma quando lui disse: «Sono o non sono sempre stato un buon amico? Ti prego, dammi retta, solo per questa volta», lei accettò.

Questo successe a metà febbraio. Due settimane dopo lei gli disse che aveva cambiato idea.

«Sono andata a trovare padre Jerome al monastero» esordì.

«Molto bene!» disse Laurence. Negli ultimi tempi Caroline si era accorta che Laurence accoglieva con entusiasmo ogni suo contatto con la religione, pur continuando da parte sua a professare un allegro scetticismo. Caroline trovava la cosa piuttosto divertente. Una delle ultime domeniche aveva deciso di non andare a messa a causa di un mal di gola e lui si era mostrato preoccupatissimo: le aveva offerto una sciarpa, gargarismi, un passaggio con la sua macchina nuova sia all’andata sia al ritorno, in modo che lei ottemperasse ai suoi obblighi. «Molto bene!» disse Laurence sentendo che era andata a trovare il vecchio prete che lui conosceva fin da piccolo.

«Dice che non dovrei venire a Losanna con te» annunciò Caroline.

«Ma mi conosce! Sa benissimo che può fidarsi di noi, che è solo una vacanza tra amici. Santo cielo, lo fanno tutti, anche le persone timorate di Dio. Ho sempre pensato che fosse un prete ragionevole e di ampie vedute».

«Ha detto che visti i nostri rapporti passati, dovremmo evitare di farci vedere in circostanze che potrebbero dare scandalo».

«Ma è impossibile che sia un peccato. Lo so per certo. Non dimenticarti che sono stato indottrinato ben bene anch’io».

«Non è un peccato, ma lui ha detto che sarebbe poco edificante» disse Caroline.

«Non c’è bisogno che lo diciamo a tutti. Ed è praticamente impossibile che qualcuno ci veda a Losanna in marzo».

«Un viaggio clandestino sarebbe peggio di uno alla luce del sole. Ancora meno edificante. Mi dispiace davvero».

Lui ci era rimasto male, più di quanto Caroline avesse previsto. Non le aveva detto che il viaggio a Losanna aveva a che fare col suo pallino investigativo, ma Caroline l’aveva indovinato. Lei non aveva capito quanto avesse bisogno della sua partecipazione, e più Laurence spiegava il suo punto di vista più Caroline si convinceva che fosse meglio starne fuori. Quella situazione le ricordava troppo la sequenza di eventi che avevano preceduto l’incidente.

Laurence non insisté troppo. Accettò la sua decisione con quello strano timore che aveva adesso di essere troppo pressante e causare un litigio. Fu in quell’occasione che, soffocando la delusione, le chiese in tono amichevole:

«E il tuo libro?», e lei rispose distrattamente: «Penso che si stia avvicinando alla fine».

«Davvero? Ma se solo l’altro giorno mi dicevi che ti rimaneva ancora parecchio da scrivere».

Lei si rese subito conto del malinteso, e se ne rese conto anche Laurence. Lui prese un’aria inerme, come fosse in trappola. Lei non sopportava quel ruolo di tiranna spirituale: avrebbe tanto voluto liberarlo dai complessi demoni dei propri pensieri, che a Laurence erano così estranei.

«Certo, non vedo l’ora che finisca,» disse «in un certo senso per avere un po’ di pace».

«Io intendevo il libro che stai scrivendo, naturalmente, non il “libro” nel quale sei convinta di avere un ruolo» disse Laurence improvvisamente irritato.

«Lo so cosa intendevi tu» disse lei in tono gentile. E per alleggerire l’atmosfera pesante gli rivolse il suo bel sorriso cortese e aggiunse: «Ti ricordi quel brano di Proust in cui l’autore discute dell’uso ambiguo della parola “libro”, e dice...».

«Al diavolo Proust» disse Laurence.

«Senti,» disse Caroline «io non vengo a ficcare il naso nelle tue faccende fantastiche, perciò lascia stare le mie. E poi» continuò «stasera non abbiamo niente da dirci. Io torno a casa. Vado a piedi».

Stavano cenando in un ristorantino a pochi minuti da casa di Caroline, perciò quel «vado a piedi» non suonò arcigno com’era nelle sue intenzioni, ma anzi divertì Laurence.

«Faccio fatica a starti dietro in questo periodo». E per rabbonirla aggiunse: «Perché dici che il “libro” si sta avvicinando alla fine?».

Lei era riluttante a rispondere, ma l’atteggiamento di Laurence la convinse.

«Per via di una serie di episodi che si sono verificati nell’ambito della nostra consapevolezza, e della loro sequenza. Soprattutto le notizie sull’amico di tua nonna».

«Quale amico?».

«Uno di quelli sui quali nutri i tuoi demenziali sospetti. Andrew Hogarth. A quanto pare era paralitico, e suo padre l’ha portato in un piccolo santuario della Madonna nelle Alpi francesi. Insomma, sono tornati ieri e in effetti il ragazzo ha cominciato a muovere l’arto paralizzato. Helena dice che è un miracolo. Io non lo so, ma sembra il tipo di episodio che risolve la trama e porta un libro a compimento. Per me non sarà certo un dispiacere».

«Ma se è da gennaio che non vanno all’estero! Avevano progettato di partire solo alla fine di marzo, almeno così avevo capito io. Ho delle buone ragioni per credere che gli Hogarth siano dei trafficanti di diamanti, non capisci?».

«Chiedi a tua madre» disse Caroline. «Lei sa tutto. È una miniera di notizie».

«A questo punto» disse Laurence «non mi sembra più così importante andare a Losanna in marzo».

 

 

«Assolutamente perfetto... Un passaggio all’indietro... un’entrata fallosa ed ecco il fischio dell’arbitro... è uscito il sole, è tutto assolutamente perfetto, con le giacche rosse della banda... quella sensazione di... di tensione... e rieccoci di nuovo per il secondo tempo... il primo sensazionale... assolutamente perfetto... calcio d’angolo e poi ecco, gol al Manchester City... splendido, assolutamente...».

Louisa Jepp era seduta vicino alla radio, e tra un’interferenza e l’altra si godeva i toni entusiastici di Laurence.

Lo stesso giorno, molto più tardi, dopo aver frenato rumorosamente davanti al cottage con la macchina nuova ed esser sprofondato in una poltrona accanto alla stufa con una bottiglia di birra appena aperta, lui disse:

«Sono vere le notizie sul giovane Hogarth?».

«Sta seguendo un trattamento fisioterapico» disse lei, perché usava anche le parole più improbabili con la massima precisione, oppure non le usava affatto.

«E ha davvero recuperato l’uso delle gambe?».

«Sì, si muove un po’. È troppo presto per dire che cammina».

«Ma prima era proprio paralitico».

«Perdiana se lo era. I viaggi all’estero gli hanno fatto bene. Io ne sono sempre stata convinta».

«Immagino che gli Hogarth abbiano rinunciato al viaggio a Losanna» disse Laurence.

«Certo. Non c’è necessità che vadano in giro a marzo. Fa troppo freddo. Molto meglio che se ne stiano a casa. Andrew sta seguendo un trattamento».

«Immagino che ripartiranno all’inizio dell’estate, allora».

«Ma certo non andranno all’estero» disse la vecchia signora. «Nel Somerset o in Cornovaglia, se il ragazzo è abbastanza in forze».

«Immagino che questo significhi che la partita è chiusa, nonna».

«Santo cielo, caro,» disse lei «mentre ti ascoltavo alla radio, oggi, pensavo che per il tuo bene sarebbe stato meglio se ci avessi presi con le mani nel sacco. Deve essere stata una bella delusione per te, tesoro. Ma non importa, tutti quanti abbiamo le nostre frustrazioni, e alla radio sei stato magnifico, assolutamente perfetto».

«Avevo tutti gli indizi, nonna. Mi serviva solo un po’ di tempo. Se non avessi avuto l’incidente ti avrei beccata l’autunno scorso».

«Dài, lascia perdere».

«Ma sei in pericolo! Una persona che conosciamo è sulle tue tracce. L’ho saputo per caso da Caroline. Si chiama Willi Stock, un sedicente barone...».

«No, guarda che è un barone a tutti gli effetti».

«Allora lo conosci?».

«L’ho incontrato» disse lei.

«Insomma,» disse Laurence «in novembre, proprio prima dell’incidente, Caroline mi ha detto che l’anno scorso il barone ti ha visto. Lui ha descritto il cappello che portavi. Caroline l’ha riconosciuto e ha dedotto...».

«Il barone ha fatto una stupidaggine, com’è nel suo stile, anche se è una brava persona...».

«Io però non mi sono fidato molto di quello che mi ha detto Caroline. Ero convinto che se lo stesse sognando».

«Be’, non puoi essere sempre il più furbo!».

«Era un ottimo indizio» disse Laurence. «Avrei dovuto seguirlo. Avrei potuto beccarti subito. Hai paura del barone? Perché in questo caso...».

«No, no. È il mio complice londinese. O almeno lo era».

«Il barone era in combutta con voi! Credevo che foste solo voi quattro».

«Siamo solo noi quattro, sì. Il barone Stock era semplicemente il nostro agente a Londra».

«Allora avete chiuso la partita?».

«Aspetta, quale partita?» disse lei increspando le labbra, come per incoraggiarlo a recitare la lezione.

«Traffico di diamanti nascosti dentro statuine di gesso».

«Qualche volta anche dentro grani di rosario» disse Louisa. Tutto il suo corpo sembrava sprizzare piacere, e per non lasciar dubbi sul suo stato d’animo passò a Laurence un bicchiere e una bottiglia di birra scura perché gliela aprisse. Guardò il liquido bruno che riempiva il bicchiere e lo strato di schiuma che si alzava fino all’orlo senza traboccare, come se assistesse a una scena degna di essere ricordata.

«Hai corso un bel rischio, nonna».

«Il rischio era minimo» disse lei. «E comunque sono stati gli Hogarth a correrlo, per come la vedo io».

Si avvicinò alla stufa e sorseggiò la birra con trasporto.

«Mi sono fatta delle belle risate» disse «pensando a come arrivava la merce».

«Parecchie volte all’anno, a occhio e croce».

«In quattro anni e otto mesi ci sono state fasi alterne» disse lei. «Alcuni viaggi andavano meglio di altri. Dipendeva molto dai nostri soci all’estero. Era difficile procurarsi i calchi giusti per le statuine. Coi rosari era più semplice. Ma Andrew preferiva le statuine».

«Avrei giurato che alla dogana tutto quell’andirivieni sarebbe risultato sospetto. Un bel rischio».

«Il rischio è dappertutto» disse lei. «Che risate mi sono fatta quando Mervyn mi raccontava cosa si dicevano i doganieri. Mervyn invece non rideva, quell’aspetto non gli piaceva per niente. Sai, ufficialmente erano viaggi della speranza: immaginati un po’ Andrew in sedia a rotelle, con la faccia lunga da baciapile e le statuine tra le braccia. Per ingannare quelli della dogana, capisci. Ogni volta andavano in qualche santuario della Vergine Maria, e il nostro contatto, un tipo molto distinto, credo, li incontrava nella città vicina. Però pretendevo che Mervyn e Andrew visitassero i santuari come autentici pellegrini, nell’eventualità che qualcuno li sorvegliasse. Non si sta mai troppo attenti coi poliziotti del continente, sono delle canaglie».

«Ma gli Hogarth sono cattolici?».

«Oh, no. Non sono affatto religiosi. Era tutta una messinscena, capisci. Ah, come mi sono divertita, tesoro».

«Alla mamma è giunta voce che Andrew Hogarth sta meglio» disse Laurence.

«Sì, gliel’ho scritto io. Ho pensato che le interessasse sapere che un giovanotto mio vicino di casa fosse guarito in un santuario cattolico. Queste storie la mandano in brodo di giuggiole».

«Allora pensi anche tu che sia stato un miracolo?».

«Certo,» disse lei «io credo che ci siano posti che portano fortuna, se è il tuo momento fortunato. In passato Andrew è stato sfortunato. Due anni fa, a Lourdes, si è preso un’infezione alle vie urinarie, ma Myans, dove tra l’altro credo ci sia una Madonna nera, gli ha portato fortuna. E ti dirò, una volta ho conosciuto un signore con la mania dei bei tempi andati che soffriva di balbuzie e uscì dalla Torre di Londra completamente guarito».

«Ma qui entra in gioco il fattore psicologico» disse Laurence.

«Oh, io la chiamo fortuna» disse Louisa.

«Allora non credi che nel caso di Andrew si tratti inequivocabilmente di un miracolo?».

«Non c’è dubbio che sia un miracolo, se vedi quel ragazzo adesso. Può muovere le gambe dal ginocchio in giù, stando seduto. Prima non poteva».

«E i medici cosa dicono?».

«Dicono che ha bisogno di fisioterapia. Sta già migliorando».

«E come lo spiegano?».

«Dicono che è un prodigio ma non parlano esattamente di miracoli. Hanno portato una folla di studenti all’ospedale perché lo vedessero. Andrew però ha messo subito fine alla lezione imprecando e sputando. Ha un caratteraccio».

«Buon per lui!» disse Laurence. «Immagino che sia entusiasta di poter muovere le gambe».

«Credo di sì. Però che ha un caratteraccio è vero» disse, e passandogli la scatola di sigarette: «Fatti una bulgara».

Laurence sorrise, confrontando quella descrizione di Andrew col quadretto del giovane miracolosamente risanato partorito dall’immaginazione di sua madre. Agli occhi di Helena, l’evento giustificava in pieno i traffici loschi degli Hogarth. E giustificava anche Louisa. Helena sembrava poco propensa a indagare a fondo nei passati intrighi della madre: a suo parere Ernest l’anno prima aveva già usato la mano pesante al pranzo con Mervyn Hogarth, riuscendo così a metter fine ai guai, di qualunque natura fossero.

Quando Helena gli raccontò di come Andrew fosse guarito nel santuario sulle Alpi, Laurence osservò:

«Allora avranno ripreso le attività».

«Ma figurati» rispose Helena. «Semmai le avranno concluse, qualunque cosa fossero. Sono convinta che entrambi si convertiranno al cattolicesimo. Il ragazzo lo farà di sicuro».

«Helena vuole trasformarla in una faccenda di Chiesa» disse Louisa a Laurence. «Ma non ci riuscirà. Mi dispiace per lei, ma agli Hogarth le chiese non interessano proprio».

«Sono come me, allora» disse Laurence.

«No, per niente. Non sono interessati, ma in un modo completamente diverso dal tuo».

Louisa aveva lasciato passare lunghi intervalli tra un sorso di birra e l’altro. Laurence rimase affascinato nel vedere come gli avesse dato l’idea di bere in sua compagnia pur essendo il suo bicchiere quasi pieno.

«Immagino» disse «che fra tutti avrete fatto un bel mucchio di soldi».

«Sì. Avevo progettato di ritirarmi quest’anno, comunque fossero andate le cose».

Helena aveva sviluppato una nuova e solida teoria sui moventi della madre. «Sono sicura che si è fatta coinvolgere in quell’incresciosa faccenda solo per aiutare il ragazzo. Mia madre è molto astuta. È capacissima di averlo mandato in quei santuari ventilandogli la ricompensa economica».

Laurence riferì la teoria a sua nonna. Lei arricciò il naso e bevve un sorso dal bicchiere. «Certo, sapevo che quei viaggi avrebbero fatto bene a Andrew dal punto di vista psicologico. Lo tenevano occupato e per lui erano un diversivo. La parte che riguardava gli affari invece faceva bene a me. Anche a me dal punto di vista psicologico. Mi mancherà tutto questo, caro, era un tale divertimento. Perdiana, com’è sentimentale Helena!».

«E il ruolo del signor Webster qual era, nonna?».

«Oh, il brav’uomo faceva il pane, e qualche volta andava a Londra al mio posto».

«Adesso dimmi quando entra in scena il pane» disse Laurence.

«Quando hai trovato i diamanti nella pagnotta hai scritto subito a Caroline per raccontarglielo. Questo ha causato parecchi problemi». Laurence, che dopo la giornata di lavoro, il caldo e la birra cominciava ad avere sonno, si chiese se aveva sentito bene o se si era sognato quelle parole.

«Cosa hai detto, nonna?».

Lei si era portata il bicchiere alle labbra. «Niente, caro» disse dopo aver bevuto un altro sorso.

«Raccontami del pane. Chi trasferiva i diamanti nel pane? Tu sai che una volta li ho visti».

«Il signor Webster» disse lei. «Questo perché quando gli Hogarth tornavano dal continente desideravo avere la merce in fretta. Per mandarla al più presto a Londra. Di tanto in tanto, all’inizio, c’è stato qualche piccolo ritardo, perché Andrew dopo il viaggio non si sentiva bene e tormentava Mervyn. Perciò abbiamo stabilito che Mervyn rompesse le statuine e i rosari subito. Tornavano sempre la mattina. Mervyn telefonava a Webster... usano il telefono, loro, io invece sono fedele ai miei piccioni. E così Webster andava dagli Hogarth a consegnare il pane».

«Apparentemente».

Louisa chiuse gli occhi. «Consegnava il pane a tutti gli effetti. La prudenza non è mai troppa. E si faceva pagare».

«E intanto prendeva i diamanti».

«Eh, tu sì che sai fare due più due, caro. Il signor Webster è stato prezioso. La mattina dopo mi portava la merce nascosta nel pane mio. Non mi sembrava carino che mi infilasse in mano quelle cosine come se ci fosse dietro chissà che mistero o qualcosa di losco».

«Davvero ingegnoso» disse Laurence.

«Era uno spasso».

«Ma la faccenda del pane era del tutto superflua» disse Laurence.

«No, invece, era necessaria. Non mi è mai piaciuta l’idea di portare di qua e di là i diamanti sfusi».

«Immagino anche il perché» osservò all’improvviso Laurence. «La polizia».

«Naturalmente» disse lei. «Non mi fido della polizia. L’agente del nostro distretto è un brav’uomo, ma quando si arriva al dunque sono tutti uguali, è così in tutto il mondo».

Laurence si mise a ridere. In famiglia avevano sempre scherzato sull’avversione di Louisa per la polizia. «In cuor suo è ancora una zingara» spiegava Helena.

«Non avrei mai pensato che ci fosse bisogno di precauzioni così complesse per farsi consegnare la merce in campagna» disse Laurence.

«Non si sa mai. E poi era uno spasso» disse Louisa.

Dopo un po’ Laurence disse: «Credo che la signora Hogg ti abbia creato qualche problema».

«Niente affatto,» disse lei «e non li creerà».

«Pensi che si rifarà viva? Ha delle prove contro di te, nonna?».

«Questo non lo so. Ma non mi darà noia, di questo sono sicura. Forse ci proverà, ma cascherà male». Poi aggiunse: «Ci sono questioni che riguardano la signora Hogg di cui tu sei all’oscuro».

In seguito, quando Laurence apprese del legame tra la signora Hogg e gli Hogarth, si ricordò dell’osservazione di sua nonna e pensò che si riferisse a quello.

 

 

«E ti assicuro, Caroline, che dietro un altare laterale, con indosso i paramenti sacri, c’era Mervyn Hogg, altrimenti detto Hogarth, intento a servire i cocktail». Così il barone concluse la descrizione della messa nera a cui aveva partecipato di recente a Notting Hill Gate.

«Mi sembra una cosa così infantile» disse Caroline, ricadendo senza rendersene conto nella tipica abitudine cattolica di sminuire ciò che segretamente si teme.

«Tu, da cattolica, chiaramente pensi che sia un peccato» disse il barone. «Io invece non giudico il bene e il male. Giudico in base a ciò che reputo interessante o no».

«Non mi sembra che questa faccenda lo sia» disse Caroline.

«In effetti hai ragione. Dal punto di vista della turpitudine non era granché. Perché una messa nera sia davvero efficace ci vuole un prete rinnegato, e in questi tempi di fede tiepida sono rari. Ma è Hogg a interessaaarmi. Si fa chiamare Hogg nel lato oscuro della sua vita e Hogarth alla luce del giorno, per così dire. Sto scrivendo una monografia sulla psicologia del satanismo e della magia nera.

«E ho saputo da fonti certe che Hogarth ha di recente liberato da una stregoneria il figlio, un ragazzo poco sopra i vent’anni che dall’infanzia soffre di paralisi degli arti inferiori a causa di un sortilegio. Questo dimostra che i poteri magici di Hogarth non sono esclusivamente volti al male, dimostra...».

«Dimmi un po’,» disse Caroline «hai mai parlato con Mervyn Hogarth?».

«Con lui in carne e ossa no. Ma lo farò presto. A questo punto bisogna proprio che organizzi un incontro in privato. In via ufficiosa, credo che una volta sia venuto in libreria tramutato in donna».

«Willi, sono sicura che tu soffra di disturbi emotivi dovuti al fatto che Eleanor ti ha lasciato» disse Caroline. «Sono sicura che dovresti andare da uno psichiatra».

«Se quello che dici fosse vero,» disse lui «sarebbe una terribile mancanza di tatto da parte tua dirmelo. Ma considerato lo stato in cui versi ti perdono».

«Ma allora il mondo è un manicomio? Siamo tutti dei pazzi beneducati disposti a perdonare le turbe degli altri?».

«In gran parte sì» disse il barone.

«Mi ribello a questa teoria» disse Caroline.

«Questo è un atteggiamento intollerante».

«È l’unico modo per non confermarla» disse Caroline.

«Non so proprio perché continuo a condividere i miei pensieri con te» disse il barone.

 

 

In diverse occasioni il barone aveva detto a Caroline attraverso quali stadi fosse giunto alla conclusione che Mervyn Hogarth era un satanista e un negromante. Il primo cenno gli era giunto da Eleanor. «Mi disse che in precedenza il suo ex marito era stato sposato con una strega. Eleanor l’aveva vista, era una donna ripugnante. In effetti, fu proprio quando la strega cominciò a presentarsi nella casa di Ladle Sands che Eleanor lasciò Hogarth».

«Io non darei un gran peso a quello che dice Eleanor. È sempre esagerata» disse Caroline, e a stento si trattenne dall’aggiungere che Eleanor, quando era all’università, aveva l’abitudine di inviare lettere d’amore a se stessa. Non lo disse solo perché non era del tutto sicura che fosse vero.

«Sì, ma in seguito ho avuto modo di verificare le sue affermazioni. Le mie indagini hanno dimostrato che Hogarth è il più importante satanista del regno. Bisogna parlare in base alle proprie esperienze e alle proprie scoperte. Tu, Caroline, non fai eccezione. Le tue particolari esperienze sono meno spiegabili delle mie: io ho le prove. Le immagini religiose fatte a pezzi: una pratica satanica ben nota. Il cane nero. Se solo tu consideraaassi un po’ più attentamente l’argomento ti renderesti conto che ho ragione».

Cercava dunque di estorcere la simpatia di Caroline, e le appariva sempre più come un creditore ansioso di riscuotere. «Ecco il risultato di essere andata a confidargli i miei problemi l’autunno scorso» si disse lei. «In quell’occasione ha recitato la parte del vecchio amico e adesso si aspetta lo stesso da me, ma è impossibile».

Perciò gli disse: «Mi stai chiedendo di credere a cose a cui mi è impossibile credere. Quello che asserisci può essere vero o no; io ne dubito, dunque non posso avallarle. Per quanto riguarda le esperienze mie, invece, non mi aspetto di esser creduta da chicchessia. Puoi anche chiamarle allucinazioni, per quel che mi importa. Io ho solo preso nota delle mie scoperte».

Negli ultimi tempi Caroline aveva riflettuto sul caso di Laurence e la sua incredibile convinzione che sua nonna fosse da anni a capo di una banda di trafficanti di diamanti. Aveva meditato anche sul caso del barone e la sua incredibile convinzione che Mervyn Hogarth avesse poteri magici. Il barone cominciava a mostrare una stomachevole somiglianza con Eleanor. Pensò a Eleanor, col suo vizio di dar libera voce a ogni sorta di accuse irresponsabili. La realtà dei fatti invece, pensava Caroline, veniva sempre occultata. Sentiva che il libro nel quale era coinvolta non era ancora terminato. Adesso, quando rifletteva sull’intreccio, lo faceva in privato, annotando i fatti man mano che si accumulavano. A questo punto era in possesso di una gran mole di appunti consistenti nelle trascrizioni delle voci, e li studiava attentamente. La sensazione di essere un personaggio del libro era dolorosa. Ignara della propria continua influenza sullo svolgimento del romanzo, era impaziente che l’intreccio giungesse a una soluzione, sapendo che non sarebbe mai stato coerente ai suoi occhi finché lei non si fosse finalmente trovata all’esterno del libro, e allo stesso tempo dentro di esso fino in fondo.

Alla fine disse al barone che la magia nera non le interessava, tutto qui. Si rifiutò di tornare sull’argomento.

«Mi irrita, Willi. Non approvo il tuo interesse per le scienze occulte. In futuro parlami di qualcos’altro».

«Ormai sei completamente estraniata dal mondo delle idee» disse lui con rimpianto. «E pensare che avevi la stoffa dell’intellettuaaale, Caroline. Pazienza!».

 

 

Una mattina Caroline ricevette una visita inaspettata. Immaginando che fosse una consegna, aveva aperto la porta senza problemi. Per un secondo ebbe l’impressione che non ci fosse nessuno, ma subito dopo vide una donna dalla corporatura pesante ferma sulla soglia e riconobbe il sorriso indecente della signora Hogg, esattamente lo stesso dell’ultima volta che l’aveva vista a Santa Filomena.

«Posso scambiare due parole con lei, signorina Rose?». La donna era già entrata nel piccolo ingresso quadrato, occupandolo quasi tutto con la sua stazza.

«Ho da fare» disse Caroline. «La mattina lavoro. Si tratta di qualcosa di urgente?».

La signora Hogg la fulminò coi suoi occhietti. «È importante» disse.

«Vuole entrare, allora?».

La Hogg si accomodò proprio sulla poltrona di Caroline e diede una rapida occhiata al taccuino con gli appunti. Era posato su un tavolino. Caroline si sporse in avanti e lo chiuse di scatto.

«Si tratta di un certo barone Stock» disse la signora Hogg. «Stanotte è rimasto a casa sua fino all’una passata. Martedì è rimasto fino alle due passate. Due settimane fa lei è rimasta da lui fino a mezzanotte passata. Se pensa di acchiappare Laurence Manders con questa manfrina...».

«Lei è un’insolente» disse Caroline. «Se ne vada».

«Fino alle due passate del mattino di martedì. Il barone Stock è più attraente di Laurence Manders, non ci sono dubbi, ma ritengo che il suo sia un comportamento volgare e lo penserebbe chiunque...».

«Esca subito di qui» disse Caroline.

La Hogg se ne andò, patetica e goffa come una reazione pubblica. Caroline afferrò rabbiosamente il telefono e chiamò Helena.

«Ti dispiace togliermi dai piedi questa Hogg? È appena venuta qui a fare delle insinuazioni deliranti sulla mia vita privata, tirando in ballo Willi Stock. Deve aver passato settimane a sorvegliare casa mia. Non hai nessun controllo su di lei? Helena, io credo davvero che sia troppo indulgente con quella donna abominevole. Se mi molesta un’altra volta chiamo la polizia, diglielo».

«Santo cielo, non vedo la signora Hogg da mesi! Mi dispiace tanto, Caroline. Perché non vieni a pranzo? L’autunno scorso le avevo trovato un lavoro a Streatham. Poi non l’ho più sentita. Abbiamo fatto il risotto secondo una nuova ricetta, niente di complicato, e ce n’è in abbondanza. Edwin non torna a pranzo. Hai visto Laurence di recente?».

«Non dovresti raccomandare la signora Hogg. È una persona abietta».

«Oh, si cerca sempre di far del bene. Le darò una lavata di capo. Ti ha turbata davvero, Caroline?».

«No. Cioè, sì. Ma non è quello che dice a turbarmi, è quello che è».

«Non c’è tutta con la testa» disse Helena.

Subito dopo, Caroline spruzzò nella stanza un prodotto per eliminare germi e insetti.

9

«Che meraviglia avere una giornata intera senza programmi» disse Caroline. «È come un foglio bianco da riempire secondo l’ispirazione del momento».

Era estate, e Laurence trovava la giornata assolutamente perfetta per un picnic sul fiume. Individuarono il posto adatto e presero i cesti dalla macchina. Era il giorno libero di Laurence, e anche Helena aveva deciso di prendersi una tregua.

«Ho lavorato così tanto per i comitati, e Edwin è in ritiro spirituale... Mi piacerebbe proprio passare un giorno in campagna» ammise quando Laurence la invitò a unirsi a lui e Caroline. «Però non voglio intromettermi. Certo voi due vi divertite di più da soli, andate voi».

Ma quando anche Caroline insisté, cedette subito.

«D’accordo, ma andate avanti voi. Vi raggiungo prima di pranzo, se mi dite dove trovarvi».

Descrissero la zona dove avevano intenzione di lasciare la macchina, sulle rive del Medway, al confine tra il Kent e il Sussex.

Lì si trovavano a mezzogiorno, a crogiolarsi al sole controllando di tanto in tanto se vedevano la macchina di Helena.

Lei arrivò alle dodici e mezzo, e vedendo la vettura che procedeva a scossoni sul sentiero si accorsero che Helena aveva portato con sé altre due persone, un uomo che sedeva di fianco a lei e una donna con un cappello nero sul sedile posteriore.

Erano il barone e la signora Hogg.

Helena, incerta dell’accoglienza che avrebbe ricevuto, e insolitamente nervosa, cominciò a giustificarsi ancor prima di essere scesa:

«Che buffo, Willi mi ha telefonato subito dopo la vostra partenza e pensate un po’, era da tempo che pensava di venire quaggiù alla prima occasione. Vuole visitare un’abbazia da queste parti, non è vero, Willi? E così gli ho detto di venire anche lui. E ho portato anche la povera signora Hogg, ho invitato anche lei. È stato un bel giretto, vero? Povera Georgina, aveva una nevralgia. È capitata da noi per puro caso subito dopo la vostra partenza, così le ho detto di venire. Una giornata in campagna le farà benissimo, Georgina. Non abbiamo intenzione di interferire coi vostri programmi, Laurence. Abbiamo portato qualcos’altro da mangiare e voi potete andarvene per i fatti vostri se volete, mentre noi ce ne stiamo qui seduti al sole».

Helena aveva l’aria un po’ scossa. Mentre preparavano il pranzo colse l’occasione per scambiare due parole a quattr’occhi con Caroline.

«Spero che non ti dispiaccia troppo, cara, se ho portato anche Georgina. Quando si è presentata era così affranta, ed era evidente che stavo preparando il cesto del picnic. D’impulso le ho proposto di venire e come c’era da aspettarsi non se lo è fatto ripetere due volte... Dopo mi sono ricordata che non la puoi soffrire e mi è dispiaciuto terribilmente. Ti prego, cerca di ignorarla, e se per caso ti dice qualcosa di sgradevole tu lascia perdere. Capisco benissimo cosa provi nei suoi confronti perché anch’io a volte non la sopporto, ma si cerca sempre di fare del bene».

«Non ritieni di avere una concezione sbagliata di quel che significa fare del bene?» disse Caroline.

«Be’,» disse Helena «a fare del bene si comincia a casa. E Georgina ha fatto parte della nostra famiglia».

«Per quanto mi riguarda la signora Hogg non è assolutamente una persona di famiglia» disse Caroline.

«Oddio, adesso mi pento di averle chiesto di venire. Sono stata una sciocca, ti ho rovinato la giornata».

«La giornata non è ancora finita» disse Caroline in tono conciliante, perché il tempo era davvero stupendo.

«Mi pento lo stesso di averla portata, anche per un’altra ragione. Mentre venivamo qui è successo qualcosa, Caroline. Sono rimasta molto turbata». Caroline in effetti vedeva che era angosciata.

«Per favore, vieni a darmi una mano a tirar fuori le bottiglie,» disse Caroline «e raccontami che cosa è successo».

«Prima di partire ho dato a Georgina un antinevralgico,» disse Helena «e l’ho messa ben comoda sul sedile posteriore della macchina. Uscendo da Londra mi sono girata per dirle: “Tutto bene, Georgina?”. Lei ha risposto che aveva sonno. Ho continuato a chiacchierare con Willi e non ci ho più badato. Ho immaginato che si fosse addormentata perché sentivo il suo respiro pesante».

«Infatti russa» disse Caroline. «Ricordo che a Santa Filomena la sentivo a sei porte di distanza».

«Insomma, sì, russava» disse Helena. «E ho pensato che dormire le avrebbe fatto bene. Dopo un po’ ha smesso. Ho detto a Willi: “Dorme come un sasso”. Poi l’accendino di Willi si è guastato e lui mi ha chiesto dei fiammiferi. Ero convinta che dietro ce ne fossero ma non volevo svegliare Georgina, perciò mi sono fermata. E quando mi sono girata per prendere i fiammiferi, non l’ho più vista».

«Santo Dio, e cos’era successo?».

«Non c’era e basta» dichiarò Helena. «Ho detto a Willi: “Cielo! Dov’è Georgina?” e Willi ha detto: “Dio mio! È scomparsa!”. Non aveva ancora finito di dirlo che lei era di nuovo lì. Si è materializzata all’improvviso davanti a noi sul sedile posteriore, seduta nella stessa identica posizione, e sbatteva gli occhi come se si fosse appena svegliata. È stato come al cinema quando va via la corrente. Ero convinta di essermi sognata tutto, ma a quanto pare Willi ha vissuto la stessa esperienza. Ha detto: “Dove era andata a finire, signora Hogg? È sparita, vero?”. Lei sembrava davvero sorpresa, e ha detto: “Mi ero addormentata, signore”».

«Potrebbe essere stata una specie di illusione telepatica tua e di Willi» disse Caroline. «Non mi preoccuperei troppo».

«Forse è così. Non ho avuto modo di discuterne a tu per tu con Willi. È stato tutto così strano; davvero, mi pento di aver portato Georgina con noi. Qualche volta mi sembra di saperla gestire, ma in altre occasioni ho l’impressione che sia lei ad avere la meglio su di me».

«Forse per lei è normale sparire quando si addormenta» disse Caroline con una risatina sarcastica, in modo che Helena non la prendesse troppo sul serio.

«Che idea raccapricciante. Insomma, ti giuro che sembrava proprio sparita. Quando mi sono girata ho visto solo il sedile vuoto».

«Forse non ha una vita privata» disse Caroline, e ridacchiò per nascondere la sfumatura sinistra delle sue parole.

«Oh, ma certo che non ha una vita privata, povera anima» concordò Helena, intendendo che la Hogg non aveva amici.

A pranzo la Hogg mangiò a quattro palmenti. Caroline si sedette il più possibile lontano da lei per evitare la visione di quella bocca smisurata che masticava, e il ricordo di quando, nel refettorio di Santa Filomena, l’aveva osservata per la prima volta seduta di fronte a lei, gnam-pausa-gnam-pausa. La signora Hogg parlava poco, ma era irrimediabilmente presente.

Dopo pranzo, mentre Caroline riponeva un cesto vuoto nel bagagliaio della macchina di Helena, parcheggiata un po’ discosto dalla comitiva, il barone le si avvicinò.

«L’estate ti dona, mia cara Caroline» disse. «Hai un prendisole incantevole. Stai bene vestita di verde, e ti sei arrotondata. A pranzo era una delizia guardarti, così isolata nella tua personalità fiera, come sempre, e con quell’aria così vigile».

Caroline apprezzava l’adulazione, tanto più se era ben espressa e sfacciatamente esagerata, perché allora sentiva che l’adulatore ce l’aveva davvero messa tutta. Perciò sorrise languida e aspettò il resto, per nulla sorpresa che quei complimenti fossero un preludio a una delle «confidenze» che il barone era sempre così ansioso di farle. Va detto che da quando gli aveva proibito di parlarle di magia nera, il barone era stato palesemente infelice. Caroline si rese conto che l’aveva scelta come ricettacolo del suo segreto entusiasmo proprio perché lei era sempre sulle spine. Se, come il resto dei suoi amici, si fosse limitata a mostrare un interesse salottiero per le sue propensioni esoteriche, traendone spunto per qualche battuta – «Dài, Willi, spiegaci la formula magica per trasformarsi in una mosca. Potremmo spiare tutti i nostri amici... Pensa se poi finiamo in un vasetto di marmellata...» –, se solo si fosse mostrata divertita e condiscendente col barone, lui non l’avrebbe mai perseguitata con quegli argomenti.

Dopo aver preparato il terreno con quell’esordio lui si gettò subito a capofitto:

«Caroline, devo raccontarti una cosa davvero bizzarra che è successa in macchina mentre venivamo qui. Quella donna, la signora Hogg...».

Caroline si sforzò di essere cortese. «Helena me l’ha già raccontato. È chiaro che l’hai contagiata con le tue fantasie. È chiaro che...».

«Caroline, ti assicuro che non ho mai discusso di scienze occulte con Helena. Scelgo con attenzione i miei confidenti. Però lo strano fenomeno che si è verificato in macchina si spiega solo accettando il fatto che la Hogg è una strega».

«Non è detto,» disse Caroline «anche se fosse davvero scomparsa. Penso che sia troppo ignorante per esserlo». Poi aggiunse: «Non che io creda particolarmente alle streghe».

«Ho anche fatto una curiosa scoperta» continuò inesorabile il barone. «Non capisci... questa Hogg, ormai ne sono sicuro, è la strega con la quale è stato sposato Mervyn Hogarth. Coincide tutto... è noto che a un certo punto lui si presentava col nome di Hogg, come ti ho detto. Le mie fonti dicono che da giovane si faceva sempre chiamare così. Questa Georgina Hogg dunque è la moglie strega».

«Ma è assurdo. È una vecchia domestica dei Manders. Mi pare che avesse sposato un cugino. Ha anche un figlio invalido da qualche parte».

«Sul serio? Allora è sicuramente lei, la strega, la moglie! È suo figlio quello che qualche mese fa è guarito grazie alle arti magiche di Hogarth! Deve essere per forza lo stesso ragazzo!».

«Ma è del tutto inverosimile» disse Caroline. «E poi tutto questo mi annoia, Willi». In realtà la turbava, e lui se ne accorse. «Lo stemma degli Hogarth sul portasigarette di Eleanor» stava pensando Caroline. «Laurence l’ha riconosciuto, era lo stesso della signora Hogg...». Decise che più tardi ne avrebbe parlato con Laurence.

Proprio in quel momento Helena gridò:

«Caroline, portami per favore il mio libro... l’ho buttato in fondo al baule insieme al cuscinetto per la testa. Mi porteresti anche quello?».

«Porca miseria!» mormorò Caroline.

Significava svuotare completamente il baule. Il barone aiutò Caroline a tirar fuori tutto da quello spazio ristretto, continuando a parlare più in fretta che poteva, come se nei pochi momenti successivi volesse rovesciarle addosso il maggior numero possibile delle sue preziose confidenze.

«È lo stesso ragazzo,» disse «vedrai che ho ragione».

«Ti sbagli sicuramente» disse Caroline col fiato corto, sollevando i cesti del picnic, vecchie taniche di benzina e altra robaccia. Stava ricordando a se stessa che solo pochi giorni prima Helena aveva detto: «Che strano, ho raccontato alla signora Hogg dell’incredibile miracolo di cui è stato protagonista il giovane Hogarth. Pensavo che le desse qualche speranza per suo figlio, anche lui invalido. Ma lei, pensa un po’, non ha creduto che fosse un miracolo... ha detto che se fosse stato un vero miracolo il ragazzo si sarebbe fatto cattolico. Ma purtroppo il ragazzo se ne è andato con una donna... una ricca teosofa, mi par di capire. Forse questo a Georgina non avrei dovuto dirlo».

«Ti sbagli sicuramente» disse Caroline al barone. «Helena è a conoscenza di tutto ciò che riguarda Georgina Hogg. Chiedi a lei, ti confermerà che la Hogg non ha niente a che fare con Hogarth». Di nuovo si interrogò sullo stemma.

«Helena non sa proprio niente» disse il barone. «E c’è un’altra cosa, Caroline. Questo pomeriggio vedrò Mervyn Hogg. Non sto più nella pelle. Sono stato informato che si trova in un’abbazia a pochi chilometri da qui. Perché mai dovrebbe soggiornare in un’istituzione religiosa? Sta sicuramente fingendo di essere un cattolico in ritiro spirituale. Suppongo che sia questo il metodo per rubare gli oggetti consacrati da usare durante le messe nere. Deve pur prenderli da qualche parte...».

Caroline lo afferrò per la manica e fece un cenno del capo verso la siepe a pochi metri dalla macchina. Lui guardò in quella direzione. Il cappello nero era appena sprofondato dietro le piante.

«La signora Hogg ci stava ascoltando» disse Caroline ad alta voce.

«Mi ha chiamata, signorina Rose?».

La signora Hogg sbucò dal suo nascondiglio come se niente fosse.

«Davvero bello, qui» disse col suo solito sorriso. «Mi ha chiamata? Mi è sembrato di sentire “Signora Hogg”».

Caroline si allontanò in fretta, seguita dal barone, mentre la signora Hogg se la filò lungo l’argine.

Caroline consegnò il libro a Helena. «Era finito proprio sul fondo,» disse «ho dovuto spostare tutto. Sono stanca come dopo una giornata di duro lavoro».

«Oh, non dovevi... credevo che i pesi li sollevasse Willi. Willi, perché non hai sollevato tu i pesi?».

«Ma l’ho fatto, cara Helena» disse il barone.

«La signora Hogg era accovacciata dietro la siepe ad ascoltare quello che stavamo dicendo» disse Caroline.

«Anch’io ho una concezione orientale della fatica fisica» disse Laurence. Era sdraiato all’ombra screziata di un albero.

«Non ha niente al mondo,» disse Helena «è quello il suo guaio. È sempre stata una ficcanaso. È solo perché non ha una vita sua. Mi dispiace di averla portata. Tremo all’idea di doverla riaccompagnare a casa».

«Invece è stato carino da parte tua» ciangottò Laurence. Helena non gli aveva detto della sinistra esperienza avuta con Georgina la mattina.

«L’ho mandata a fare una passeggiata» disse Helena, guardandosi intorno. «Non vorrei che le succedesse qualcosa». Georgina non si vedeva da nessuna parte.

«Non la si vede da nessuna parte» disse in tono preoccupato.

«L’hai mandata via, e lei se ne è andata» disse Laurence. «Smettila di agitarti. Rilassati. Leggi il tuo libro. Qui si parla troppo».

«Da che parte è andata?» domandò Helena.

«Sul fiume, lungo l’argine» rispose Caroline.

«Silenzio» disse Laurence. «Nulla ti turbi,» scandì «nulla ti spaventi, tutto passa...».

«Dio non cambia» continuò Helena, sorpresa che ricordasse ancora quelle parole.

Il barone stava esaminando una carta geografica. «Dovrei essere qui subito dopo le quattro» disse. «Va bene?».

«Perfetto» disse Laurence. «Se gentilmente puoi smammare...».

«L’abbazia è dall’altra parte del fiume,» disse il barone «ma a poco più di tre chilometri da qui c’è un ponte. Sarò di ritorno subito dopo le quattro».

Si mise in cammino con la giacca appesa al braccio. Gli altri rimasero pigramente a guardarlo mentre spariva oltre una curva.

«Chissà perché vorrà vedere l’abbazia,» disse Helena «dal punto di vista architettonico non è niente di speciale».

«Sta cercando un uomo che è convinto sia lì. Un tale che si chiama Mervyn Hogarth» disse Caroline in maniera calcolata.

Helena rimase sbigottita. «Mervyn Hogarth! Allora Willi lo conosce?».

«Per sentito dire» disse Caroline.

«È il padre del ragazzo che è guarito» disse Helena. «Forse si è convertito al cattolicesimo, chissà».

«Il barone è convinto che sia un negromante» disse Caroline. «È anche convinto che Mervyn Hogarth sia a capo di un circolo di persone dedite alle messe nere, e che si trovi all’abbazia fingendosi in ritiro spirituale, ma in realtà con l’intento di rubare l’ostia consacrata».

«Oh, ma è orribile, orribile!».

«È una fissazione del barone» intervenne Laurence.

«Proprio così» disse Caroline.

«In effetti sembra una storia inverosimile» disse Helena. «Voi credete che non sia vero niente?».

«Assolutamente» disse Caroline. «Mi sorprenderebbe che trovasse Mervyn Hogarth all’abbazia. E mi sorprenderebbe ancor di più se i suoi sospetti si rivelassero fondati».

«Sarebbe spaventoso» disse Helena. «Ma se anche lo fossero, perché gli importa tanto? Ha intenzione di denunciarlo?».

«No, ha intenzione di scrivere una monografia».

Caroline rivolse i palmi delle mani verso il sole per farli abbronzare.

«È convinto di essere del tutto distaccato, sostiene che quello per la magia nera sia un puro interesse intellettuaaale. Invece ne è irrimediabilmente attratto». Poi citò: «“Asservita è la natura al lavoro, qual mano di tintore. Pietà di me...”».

«Willi è sempre stato un eccentrico» osservò Helena.

«Fa parte della sua ferma volontà di essere inglese» disse Laurence.

«Sarà interessante sentirlo al suo ritorno» disse Helena.

«Non fargli parola di quello che ti ho raccontato,» disse Caroline «è così suscettibile, povero Willi».

Provò un sottile piacere nel pronunciare quelle parole: «Povero Willi!». Alleviavano il suo risentimento per il «Povera Caroline!» del barone, che aveva sicuramente concluso più d’una sessione pomeridiana a Charing Cross Road. Era contenta di poterlo screditare, soprattutto con Helena. Ogni tanto quest’ultima, con estrema delicatezza, le chiedeva se andava tutto bene... c’era forse qualcosa che la preoccupava? Caroline ne arguiva che il barone le avesse raccontato qualcosa. In realtà, Helena aveva scoraggiato i pettegolezzi del barone. Un giorno, all’inizio della primavera, lui le aveva chiesto senza tanti giri di parole:

«Allora tra Caroline e Laurence è tutto finito?».

«No, non credo. Stanno aspettando».

«Che cosa? Mia cara, non sono mica dei bambini» disse il barone.

«Suppongo che prima Caroline voglia liberarsi del libro. Ma in realtà non so niente degli affari loro. Vorrei tanto che si decidessero una volta per tutte, ma per il momento le cose stanno così».

«Ah, sì, il “libro” di Caroline» disse lui. «Parli del libro che sta scrivendo o di quello in cui vive?».

«Suvvia, Willi! Caroline non è una sciocca. Lo so, a un certo punto era un po’ disturbata e si immaginava le cose. E poi c’è stato l’incidente. Ma da allora è in perfetta forma».

«Mia cara Helena, ti assicuro che Caroline ha continuato a ricevere le comunicazioni dei Fantasmi della Macchina da Scrivere».

«Ma è assurdo, Caroline è del tutto sana di mente. Chi credi che vincerà alle corse di Lincoln, Willi?».

E così, di tanto in tanto, quando Helena le chiedeva: «Va tutto bene adesso, cara?» o «C’è forse qualcosa che ti preoccupa?», Caroline soffriva e si crucciava per quelle domande.

Per questo il giorno del picnic non perse l’occasione di discutere con Helena dell’ultima fantasia del barone.

«Avrà sviluppato una teoria basandosi sulle voci e i sospetti» disse Helena. «Io detesto il dubbio e il sospetto» proclamò con insolita energia.

Caroline pensò: «È preoccupata per la Hogg. Non riesce a togliersi dalla testa quello che è successo in macchina. Povera Helena! Forse non le piacerebbe affatto sapere come stanno davvero le cose».

 

 

Laurence rimase disteso a godersi il tepore del sole e ad ascoltare le loro voci, felicemente ignaro di quello che dicevano. Era troppo assonnato per partecipare alla conversazione e troppo estasiato dalla sensazione che gli dava la giornata estiva per sprecarla dormendo. Osservò i movimenti di una donna giovane e grassa su una casa galleggiante ormeggiata a poca distanza da loro. Di tanto in tanto spariva all’interno a prendere qualcosa. Prima un foulard a colori vivaci per proteggersi la testa dal sole. Poi un cuscino. Dopodiché scese nella stiva e ci rimase tanto a lungo, o almeno così parve a Laurence, da convincerlo che non sarebbe più tornata. Invece a un certo punto riemerse con una tazza di tè, che cominciò a bere dopo essersi sistemata con tutta la sua mole sulla minuscola passerella. Laurence la seguì un sorso dopo l’altro, godendosi l’infinita vanità di quei lunghi momenti d’ozio. Gli sarebbe piaciuto essere il proprietario dell’imbarcazione. In effetti si chiese dove fosse il padrone di casa, perché era sicuro che ci fosse anche un uomo: «Il mio amico» lo avrebbe definito Cicciabomba. A Laurence sarebbe piaciuto rimanere lì a dormicchiare e allo stesso tempo andare a curiosare in cabina, dare un’occhiata alla cucina, alle cuccette, al motore. Poi fu attratto da una barchetta a remi tirata in secco di fianco alla casa galleggiante.

All’improvviso si rese conto che Caroline stava dicendo: «Metto su l’acqua per il tè».

Aveva appena acceso il fornello a spirito quando Helena disse:

«Il tuono».

«No» disse Laurence. «Non può essere. Stavo giusto pensando che potremmo riuscire a farci prestare quella barchetta e attraversare il fiume».

«Anche a me sembra di aver sentito un rombo» disse Caroline.

«No».

«Sono le quattro e un quarto» disse Helena. «Chissà dov’è finita Georgina?».

«Svanita come uno spirito» disse argutamente Laurence.

Helena lo esortò ad andarla a cercare.

«Sono sicura che sta per piovere» disse.

Il cielo si era rannuvolato, e a dispetto delle proteste di Laurence era innegabile che si sentisse l’esplosione dei tuoni in lontananza.

«Il tuono è sulle colline, a parecchi chilometri da qui,» disse Laurence «a valle non pioverà». Però si alzò lo stesso e andò in cerca della signora Hogg, fermandosi prima a dare un’occhiata da vicino alla casa galleggiante. La ragazza grassoccia era entrata.

Caroline e Helena cominciarono a caricare in macchina le coperte e le tazze da tè.

«Anche se il temporale non arriva fin qui» disse Helena «nel giro di dieci minuti comincerà sicuramente a piovere».

All’improvviso videro comparire il barone sulla riva opposta. Gridò qualcosa, ma era troppo lontano per farsi sentire. Descrivendo un cerchio con le mani segnalò che sarebbe tornato attraversando di nuovo il ponte.

«Si bagnerà tutto» disse Caroline. «Povero Willi!». Ma prima che lui si muovesse gli fece segno di fermarsi.

«Chiedo di prestarmi la barca» disse «e vado a prenderlo».

«Ah, che idea carina» disse Helena. «Sei sicura di farcela?».

Ma Caroline, con l’impermeabile di Laurence sulle spalle, si era già avvicinata alla casa galleggiante. Sull’altra sponda il barone rimase perplesso per un attimo. Vide Caroline chinarsi e bussare alla finestrella. Allora capì cosa aveva in mente e aspettò. Dopo qualche minuto Caroline gli fece segno che il proprietario le aveva dato il permesso di usare la barca.

Si era messo a piovere, ma era una pioggerella fine e il fiume era calmo. Caroline lo raggiunse nel giro di pochi minuti. Lui salì sulla barca e le tolse i remi di mano.

«Sono riuscito a vedere Hogarth,» disse immediatamente «altrimenti detto Hogg, ma si presentava sotto altre spoglie. Rispetto all’uomo che ho visto celebrare la messa nera era irriconoscibile. Viste le circostanze non l’ho avvicinato, ero troppo atterrito».

«E come hai fatto a sapere che era Mervyn Hogarth, allora?».

«Ho chiesto a uno dei fratelli laici. Mi ha confermato che Mervyn Hogarth stava soggiornando da loro, e me lo ha indicato. Loro credono che sia andato all’abbazia per la pesca».

«Quale pesca?».

«A quanto pare l’abbazia affitta una striscia di terreno sul fiume a chi vuole andare a pescare. I pescatori vengono sistemati nelle stanze del monastero» disse il barone. «Ah, se sapessero chi hanno accolto sotto il loro tetto! Hogarth, altrimenti detto Hogg» disse.

«Io credo che tu ti confonda, Willi». Caroline si mise l’impermeabile sulla testa per ripararsi i capelli. «Quello della messa nera sarà stato un altro Hogarth».

«Oh, no, quello si chiamava Hogg. Hogarth è il nome che usa alla luce del giorno. So per certo che alla nascita Mervyn Hogarth si chiamava Mervyn Hogg».

«Allora quello della messa nera sarà stato un altro Hogg».

«Io ho il quadro di tutta la situazione, tu no» disse il barone. «Questo pomeriggio, mentre uscivo dal parco dell’abbazia, ho visto la strega, la signora Hogg, che entrava. Ho fatto dietrofront e l’ho seguita. Ho visto – con questi occhi, Caroline – la Hogg che si avvicinava a Hogarth. In quel momento lui stava armeggiando con la lenza. Naturalmente l’ha riconosciuta. Sembrava prostrato. Hanno scambiato qualche parola. Ben presto lui si è allontanato lasciandola lì. Chiaramente si conoscono».

Erano sbarcati. Caroline ringraziò la donna mentre il barone legava la barca.

«Di Georgina non c’è traccia» disse Helena mentre raggiungevano la macchina. «Laurence è tornato ed è andato a cercarla di nuovo. Che seccatura».

«Era anche lei all’abbazia» disse il barone. «L’ho vista mezz’ora fa».

«Che seccatura. Be’, dovremo aspettarla. Proviamo a prendere ancora un po’ di tè sul sedile di dietro».

Il tuono era ancora distante. Il temporale che infuriava a qualche chilometro da lì probabilmente non li avrebbe raggiunti, ma ormai pioveva forte.

«Da che parte è andato Laurence?» disse il barone.

«Verso il ponte».

«Prendo la sua macchina e gli vado incontro. Immagino che per strada incontrerò la signora Hogg. A questo punto lui sarà arrivato al ponte».

Dopodiché il barone partì. A intervalli regolari Helena sporgeva la testa dal finestrino. «Spero che si incontrino davvero» disse. «Laurence è andato via solo con la giacca. Oh, ecco Georgina!».

Sulla riva opposta la signora Hogg stava raggiungendo il fiume per un sentiero che si snodava tra gli alberi. Vide Helena e alzò la mano in segno di riconoscimento.

Helena si mise a gesticolare freneticamente. La signora Hogg rimase in attesa con aria ebete.

«Caroline,» disse Helena «per favore...».

«Vuoi che la vada a prendere» affermò Caroline.

«Mettiti l’impermeabile sulla testa» Helena era tesissima. «Ci metterà secoli per trascinarsi fin qui passando per il ponte, e noi dovremo aspettarla. Sono tre chilometri da una parte e tre dall’altra. Io muoio dalla voglia di andare a casa».

Non ottenendo risposta, Helena si rese conto che forse era chiederle troppo.

«Ci vado io, cara» disse subito. «Dammi l’impermeabile. Sono sicura di farcela».

Caroline invece era sicura di no. Balzò fuori dalla macchina e corse via, pronta ad affrontare gli elementi.

Con una semplice maglia sopra il vestito estivo nonostante la pioggia, Helena la seguì. Raggiunse Caroline alla casa galleggiante, e porse anche lei i suoi sentiti ringraziamenti alla proprietaria. Mentre Caroline mollava gli ormeggi disse:

«Questa è davvero un’opera buona, Caroline. La povera Georgina si bagnerebbe fino al midollo se fosse costretta ad attraversare il ponte».

Troppo orgogliosa per mostrarsi in preda a un terrore nevrotico, Caroline le rivolse un sorriso amabile. Il terrore in realtà riguardava un’inezia: sapeva che avrebbe dovuto tendere la mano alla signora Hogg per farla salire in barca. L’idea di quel contatto fisico, la sua mano in quella della signora Hogg, anche solo per un istante, riempiva Caroline d’orrore. Era un’inezia, ma il ribrezzo che provava era qualcosa di viscerale.

«Metta il piede lì, signora Hogg. Su quel sasso. Mi dia la mano. Faccia attenzione, il fiume è profondo in questo punto».

Sull’argine si era accumulato molto fango ma c’erano anche diversi punti d’appoggio sicuri. Tenendo le gambe divaricate, Caroline si allungò e afferrò saldamente la mano della signora Hogg. Un piede lì, adesso lì. «Me la sto cavando bene» pensò Caroline, tenendo la mano della donna stretta nella sua. La consapevolezza di quella mano la invase.

La signora Hogg portava delle scarpe con la suola di gomma tutte infangate. Pur facendo molta attenzione scivolò sui talloni, barcollò all’indietro con la mano ancora in quella di Caroline e la barca oscillò pericolosamente. Un attimo dopo con un tonfo la Hogg fu in acqua e Caroline, che nell’incontrollabile necessità di superare l’orrore era ancora aggrappata a lei, la seguì. La signora Hogg annaspava strillando in preda al panico: «Non so nuotare!».

Caroline le mollò un ceffone. «Si tenga alle mie spalle» urlò. «Io so nuotare, invece». Ma l’altra nella sua frenesia le era saltata al collo. Caroline vide la barchetta che si allontanava ballonzolando giù per il fiume. Poi una delle manone della signora Hogg le piombò ad artiglio sugli occhi bloccandole la visuale, mentre l’altra le stringeva la gola. Il corpo della signora Hogg, comprese le gambe, la stava stritolando, Caroline non riusciva a muovere nemmeno le braccia. A quel punto si rese conto che se non fosse riuscita a liberarsi sarebbero annegate tutte e due.

Rimasero sott’acqua per un po’. Più tardi Helena disse che la testa di Caroline era riemersa dopo pochi secondi. Ma in quel breve lasso di tempo le due donne si cimentarono in un’interminabile gara per vedere chi riusciva a trattenere il respiro più a lungo. Caroline aveva fatto nuoto subacqueo, ma lo stesso non si poteva dire della Hogg, che rimase aggrappata al collo di Caroline fino all’ultimo. Solo quando finalmente aprì la bocca ingollando un’enorme quantità d’acqua mollò la presa e Caroline riuscì a liberarsi, coi polmoni che anelavano il respiro vitale. La signora Hogg si inabissò. Dio solo sa dove andò a finire.

Caroline ebbe la sensazione di essere trascinata lungo una superficie sconnessa, di esser scaricata a terra con un tonfo come un pesce boccheggiante. Subito dopo svenne.

 

 

«Per fortuna c’era qui il mio amico. Io non so nuotare».

Distesa su una cuccetta nella casa galleggiante, Caroline non si rendeva conto del luogo in cui si trovava e nemmeno le importava granché. Riconobbe Helena, poi la donna grassoccia e un tipo bizzarro che si stava togliendo di dosso gli indumenti fradici. Caroline ebbe la sensazione di essere tornata bambina, e chiuse gli occhi.

«Dell’altra nessuna traccia» stava dicendo l’uomo. «Mi sa che ci è rimasta. Una parente?».

«No» disse la voce di Helena.

«Prima però ha dato del filo da torcere a questa qua» disse l’uomo. «Guardate come le ha ridotto la faccia. Scommetto che è allenata, altrimenti ci sarebbe rimasta anche questa qua».

La donna della casa galleggiante aiutò Caroline a bere qualche sorsata da un bicchiere caldo.

«Non ha qualcosa da metterle sui graffi?». Quella era la voce di Helena.

Subito dopo Caroline sentì che le spalmavano una sostanza dalla consistenza morbida sul viso e sulla gola. Le faceva male il collo. Si ritrovò di nuovo a sorseggiare qualcosa di caldo e dolce, mentre Helena le sollevava le spalle.

L’uomo disse: «Ho provato a ripescare anche l’altra, ho fatto quello che potevo. È affondata in quel punto là. Suppongo che prima o poi salterà fuori il cadavere. Cinque estati fa c’è stata un’altra tragedia e il corpo l’abbiamo recuperato dopo due giorni».

«Lei è stato meraviglioso» mormorò Helena.

Prima di addormentarsi del tutto, Caroline sentì la voce di Laurence all’esterno della casa galleggiante, poi quella del barone, poi di nuovo quella di Helena.

«Eccoli, sono tornati col dottore».

 

 

Sir Edwin Manders era al suo ritiro autunnale. 24 ottobre, festa di San Raffaele Arcangelo: era arrivato al monastero nel pomeriggio, in tempo per la benedizione.

La finestra della sua camera si apriva su un chiostro erboso disseminato di foglie secche. Fissando lo sguardo sul quadrato di verde e foglie illuminato dal sole, si mise a pensare alle sue sorprendenti questioni familiari.

Quando era in ritiro, di solito quest’uomo dedicava il tempo a contemplare lo stato della propria anima, sotto la guida di un direttore spirituale. Nel corso degli ultimi mesi aveva avuto motivo di domandarsi se quei ritiri non fossero troppo frequenti. A casa succedevano strane cose: eventi straordinari di cui aveva sentito parlare solo a posteriori.

«Perché non mi hai informato subito, Helena?».

«Ma eri in ritiro, Edwin».

Fu allora che cominciò a interrogarsi. Ne parlò al suo direttore spirituale. «Forse avrei fatto meglio a passare il tempo a casa. La mia famiglia ha dovuto affrontare tante difficoltà... mio figlio... mio fratello... mia suocera... una delle nostre vecchie domestiche... forse sarebbe stato meglio se non fossi venuto in ritiro così spesso».

«O forse sarebbe stato peggio» disse quel vecchio furbacchione del sacerdote, e aveva l’aria di pensarlo davvero. Era un’idea umiliante, cosa peraltro giovevole per l’anima.

«Se la cavano in maniera ammirevole anche senza di me» ammise Edwin Manders.

E così eccolo di nuovo in ritiro. In realtà in quell’occasione avrebbe preferito non andare, ma Helena aveva insistito. Perfino Ernest, nella sua maniera schiva, aveva detto: «Qualcuno deve pregare per noi, Edwin». E Laurence aveva aggiunto: «Rinunciare al tuo ritiro autunnale? Ah, no, non puoi», senza offrire nessuna ragione. Caroline Rose l’aveva accompagnato alla stazione in macchina.

Da anni si sentiva attratto dalla vita contemplativa. Per dedicarvisi appieno aveva di fatto lasciato la fabbrica di fichi sciroppati. Helena era fiera che il marito frequentasse così spesso i monasteri. Ora Edwin, rendendosi conto di quanto la moglie avesse efficacemente alimentato la leggenda della sua «certa santità», era pieno di imbarazzo. Si era sentito sempre più attratto dalle forme esteriori dell’ascetismo, ma quell’autunno, mentre esitava a partire, ebbe per la prima volta l’impressione che fossero gli altri a spingerlo.

Quando arrivò a destinazione si tranquillizzò. Il fascino di quel luogo cominciò a pervaderlo. La sua cella austera era come una droga. Il levarsi e il morire dei canti gregoriani dalla cappella lo invitavano in un mondo di incorruttibile purezza. Silenziosi, immutabili, i fratelli laici attendevano con letizia alle loro faccende, e in presenza di quelle anime elette Edwin Manders assaporava la propria umiltà. Grazie al cielo in quel momento ignorava che ci fosse un gran scompiglio negli alloggi dei frati causato dall’allagamento di metà delle camere – era scoppiato un tubo –, che uno dei fratelli laici fosse stufo marcio della vita, che l’abate temesse di avere il conto in rosso. Era perciò sufficientemente libero dalle distrazioni materiali da vedere la propria tentazione spirituale – quella nostalgia voluttuosa, quello stupore oppiaceo – per quella che era, e da poterle quindi tutto sommato resistere, perché in fondo sapeva che non sarebbe mai diventato un vero religioso. Rivolse dunque la mente all’esame delle questioni familiari.

Le cose imbarazzanti erano due, dal momento che entrambe erano finite sul giornale. Non era sicuro di quale fosse la più penosa, il caso di Louisa Jepp o quello di Georgina Hogg. Tutto sommato quello di Georgina, decise. E per una buona mezz’ora si concentrò su di lei, che adesso, a parere di tutti, era sepolta nel fango del Medway, visto che il corpo non era mai stato trovato. Sui giornali londinesi della sera era comparso un articolo in cui si citavano i nomi di Helena, Laurence, Caroline, il barone Stock e la coppia della casa galleggiante. C’era stata un’inchiesta. Povera Helena. Gli tornò in mente che a casa, un tempo, chiamavano Georgina la Mortificazione dei Manders.

Come Edwin venne a sapere in seguito, perché all’epoca dei fatti era in ritiro spirituale, Helena aveva incaricato Laurence di raccogliere informazioni sul figlio della povera signora Hogg. Il ragazzo risultò essere una persona davvero sfortunata. Il padre era bigamo. Helena interruppe le indagini appena venne a sapere che era coinvolta anche Eleanor Hogarth; sicuramente non aveva colpa, ma era in società con suo fratello Ernest, un’altra fonte di imbarazzo... Helena aveva messo tutto a tacere. Era stata meravigliosa.

«Abbiamo avuto una specie di premonizione della morte della signora Hogg. Io e Willi Stock stavamo raggiungendo gli altri per il picnic, con Georgina sul sedile posteriore...».

Le donne naturalmente hanno molta immaginazione. Edwin si domandava spesso se ci fosse qualcosa di vero nella storia della guarigione miracolosa del figlio della signora Hogg. Helena ne era fermamente convinta. Non si era mai saputo niente di ufficiale al riguardo. Il ragazzo era finito sotto l’ala protettiva di una donna facoltosa, una teista o teosofa, o qualcosa del genere. E in ogni caso le ultime notizie lo davano in Canada – nel frattempo se ne era andato dalla casa della donna –, dove era impegnato in un giro di conferenze che avevano per tema la sua guarigione.

«A dispetto di tutto questo,» pensò Edwin «il giovane Hogarth è forse una persona migliore di me».

Allo stesso modo, quando rifletteva sul barone Stock, mormorava: «Miserere mei, Deus». Il barone, che con ogni probabilità era una persona molto migliore di lui, era ricoverato in una clinica psichiatrica privata e, a quanto dicevano tutti, si trovava benissimo. Edwin pensava a suo fratello Ernest, così mondano eppure così perennemente al verde e forse neppure troppo interessato a quella ballerina. Si sforzava di considerare anche Eleanor... «Tutte queste persone hanno sofferto mentre io prosperavo a forza di digiuni». Lo pensava sul serio, e dunque non era poi così limitato come sembrava.

E che dire di sua suocera! A quel punto rifletté impavido anche sulla questione di Louisa Jepp. Di nuovo non riusciva a capire... traffico di diamanti, una banda, sembrava tutto un romanzo d’avventure. Poi c’era la follia di Louisa, quella vera, un’altra faccenda decisamente imbarazzante. Con un atto di autentico eroismo riandò con la mente a quel giorno di settembre in cui, a colazione, Helena gli aveva passato fiaccamente una lettera. Era di Louisa. Era accompagnata dal ritaglio di un giornale locale. Il ritaglio si intitolava «Matrimonio al tramonto». Era un pezzo piuttosto lungo. Cominciava così: «Giunti all’autunno delle loro vite, due anziani di Ladylees si sono uniti nel sacro vincolo del matrimonio. Sabato scorso, nella Chiesa di Tutti i Santi, la signora Louisa Jepp, di 78 anni, residente a Smugglers’ Retreat, Ladylees, ha concesso la sua mano al signor J.G.L. Webster, residente a Old Mill, Ladylees ... La sposa ha promesso di “obbedire” ...». Seguiva un resoconto esauriente della vita di Webster e della sua carriera nella marina mercantile, e l’articolo finiva così: «La signora Jepp (coniugata Webster) ha una figlia, Lady Manders, sposata con Sir Edwin Manders, proprietario della famosa fabbrica Fichi Sciroppati Manders’. Il reverendo R. Socket, che ha celebrato la cerimonia, ha dichiarato: “Questa è un’occasione davvero lieta e del tutto straordinaria. Sebbene non frequenti la chiesa con regolarità, la signora Jepp è una figura molto amata e rispettata nella nostra zona”».

La lettera che accompagnava l’articolo era breve. Louisa scriveva: «Non è del tutto esatto dire che non frequento la chiesa con regolarità, perché ci vado regolarmente per la commemorazione dei caduti di guerra».

«Non siamo noi a doverla giudicare» aveva detto Helena cupamente.

Edwin fissò il quadrato di verde fuori dalla finestra, le foglie spazzate dal vento. Miserere nobis... Abbi misericordia.

Laurence e Caroline invece erano entusiasti del matrimonio di Louisa. Da Laurence c’era da aspettarselo. Aveva sempre adorato sua nonna; e lei era davvero, davvero adorabile.

Quanto a Caroline, Edwin si chiese se il matrimonio le interessasse.

«Sta aspettando che Laurence ritorni in seno alla Chiesa» diceva Helena.

Lui non ne era poi così sicuro. Come cattolica, Caroline era davvero strana: nessuna passione, solo raziocinio.

«Per fortuna Caroline si è ripresa rapidamente dalla terribile esperienza con la povera Georgina» aveva detto Helena. «Deve avere una costituzione forte. In effetti, da allora sembra molto più spensierata. Sembra che qualcosa la diverta, non capisco cosa».

Caroline aveva finito il suo libro sul romanzo. A quel punto annunciò che si sarebbe presa una lunga vacanza. Aveva intenzione di scrivere un romanzo.

«Ma allora che vacanza è,» disse Helena «se hai intenzione di passarla a scrivere un romanzo?».

«Diciamo che è una festa di precetto» rispose Caroline.

«E quale sarà il tema?».

«I personaggi di un romanzo» rispose Caroline.

Edwin aveva detto: «Mi raccomando, scrivi una bella storia tradizionale come andava di moda una volta, non una di quelle mistificazioni moderne. Falla finire con la morte del cattivo e il matrimonio della protagonista».

Caroline rise e disse: «Sì, finirà proprio così».

 

 

Qualche settimana dopo, il personaggio di nome Laurence Manders stava curiosando qua e là nell’appartamento di Caroline Rose. Lei era andata nel Worcestershire a scrivere il suo romanzo, e Laurence era andato a casa sua a cercare alcuni libri che Caroline gli aveva chiesto di mandarle.

Si mosse senza fretta. In realtà, i libri erano l’ultima cosa che cercava.

Pensò: «Cosa sto cercando?» e passò in rassegna i vestiti appesi nell’armadio.

Trovò i libri che voleva Caroline, ma prima di andarsene si sedette alla scrivania e le scrisse una lettera.

«Ho passato due ore e ventotto minuti a casa tua [scrisse]. Ho trovato i libri che mi hai chiesto, e ho dato un’occhiata in giro. Perché hai chiuso a chiave il cassetto a destra nell’armadio a muro? Ho avuto difficoltà ad aprirlo, e poi ho trovato solo dei bigodini in una scatola e le sciarpe in un’altra, oltre a un paio di guanti bianchi. Non riesco più a chiuderlo. A quel punto mi sono chiesto cosa stavo cercando.

«Nell’armadio ho trovato anche un enorme fascio di appunti per il tuo romanzo nello scatolone con la scritta Conservare in Luogo Fresco. Perché li hai lasciati qui? Che senso ha prendere appunti se poi non li usi per la stesura del libro?

«Vuoi che ti mandi anche gli appunti?

«Chissà, forse li hai lasciati qui apposta, perché io li leggessi.

«Però mi ricordo che una volta hai detto che prendevi sempre un mucchio di appunti prima di scrivere un libro, e poi non li consultavi nemmeno. Sono parecchio irritato da questa faccenda.

«Ti dirò cosa penso dei tuoi appunti:

«1. Dài un’immagine sbagliata di tutti noi.

«2. È ovvio che tu sei la figura della martire. “Martirio per incomprensione”. Ma in realtà sei tu a non capire gli altri: per esempio il barone, mio padre, io stesso, siamo tutti martiri della tua incomprensione.

«3. Ti amo. Ma penso che tu sia irrimediabilmente egoista.

«4. Non mi piace essere un personaggio del tuo romanzo. Come andrà a finire?».

Laurence scrisse una lunga lettera, la rilesse, poi la piegò e la mise in una busta, sigillandola. Se la infilò in tasca, ammucchiò gli appunti di Caroline nello scatolone e li ripose di nuovo nell’armadio.

Quando sbucò a Hampstead Heath il pomeriggio autunnale stava cedendo il passo al buio della sera. La religione aveva talmente cambiato Caroline... A un certo punto Laurence aveva pensato che le avrebbe semplificato la vita, e indirettamente avrebbe semplificato anche la sua. «Devi impegnarti in prima persona» aveva detto Caroline una volta, e il tono saccente di quelle parole l’aveva mandato su tutte le furie. Almeno, pensò, io sono onesto: io non capisco Caroline. Nella lettera che aveva appena scritto non era riuscito a esprimere la sua disapprovazione. Se la tolse di tasca, la stracciò e sparse i frammenti sull’erba, dove il vento li spazzò via. Vide i pezzettini di carta posarsi qua e là, alcuni sul terreno sterposo, altri fra le erbacce dell’acquitrino, e un pezzetto su un biancospino; e in quel momento non poteva certo prevedere che in seguito si sarebbe domandato, con meraviglia e uno strano tripudio, come avesse fatto la lettera a finire nel libro.