domenica 19 dicembre 2021

INCHIOSTRO SIMPATICO Patrick Modiano



 INCHIOSTRO SIMPATICO 

Patrick Modiano

Il libro

L’ultimo giorno di servizio, prima di lasciare l’agenzia di Hutte, Jean ha infilato nella sua valigetta una cartellina azzurra: il fascicolo su Noëlle Lefebvre. Jean, che ha poi cambiato mestiere – e tante vite –, conserva ancora il documento, l’unica traccia di quel periodo della sua giovinezza e del primo caso che Hutte gli aveva affidato in una primavera parigina di tanti anni prima.

Una scomparsa misteriosa, quella di Noëlle, la cui stessa identità sembra un rebus. Persino il cliente che si era rivolto a Hutte per ritrovarla, un certo Brainos, aveva fornito informazioni vaghe. Una scheda composta di tre brevi paragrafi, un indirizzo del quindicesimo arrondissement, una cartolina del fermoposta con una foto troppo scura: di questo e di poco altro disponeva Jean per le sue indagini.

Poi, grazie all’incontro fortuito con l’enigmatico Gérard Mourade, Jean era entrato in possesso dell’agenda di Noëlle. Qui, annotati in inchiostro blu in corrispondenza di alcune date, orari di treni, indirizzi incompleti, numeri di telefono, i versi di una poesia, e ancora nomi di luoghi e persone – il Dancing de la Marine, il castello di Chêne-Moreau, Pierre Mollichi, Miki Durac, Georges, Roger…

Alla fine di una serie di tentativi inconcludenti e secondo le indicazioni di Hutte, Jean aveva abbandonato le ricerche, ma le parole vergate da Noëlle, insieme a tutti gli altri particolari della sua scomparsa, hanno continuato a riecheggiare in lui negli anni successivi. Allora gli indizi, dapprima indecifrabili, o invisibili, si sono rivelati di volta in volta sotto una luce nuova, per caso.

Noëlle è per Jean come un ritornello che riaffiora inaspettato: per scoprire l’origine di quella melodia, Jean dovrà immergersi nelle profondità dei suoi ricordi e ricostruire l’itinerario tra memoria e oblio che lui e Noëlle hanno percorso insieme, inconsapevolmente. Le acque cristalline del lago di Annecy, certi vicoli deserti e silenziosi vicino al lungosenna, la Sologne, e poi l’Italia, forse Roma. E se fosse qui, nell’affascinante capitale italiana, che Jean potrà finalmente incontrare il passato, e conoscere la verità?

«Amore: di questo ci parla Inchiostro simpatico.

Magnetico, bello da togliere il fiato, è un altro tassello di una produzione letteraria in cui ogni libro rappresenta un tentativo di decifrare il passato, o forse l’esistenza nella sua totalità».

«Les Inrockuptibles»

Per un investigatore un caso irrisolto è sfida, rimorso, tormento, fantasma. Forse per questo Jean Eyben, che da giovane ha lavorato presso l’agenzia di Hutte, custodisce ancora il fascicolo sulla scomparsa di Noëlle Lefebvre. Pochi dettagli, sbiaditi dal tempo, che riportano Jean sulle ingannevoli piste seguite nella speranza di ritrovare quella donna misteriosa. Anche a distanza di anni, Jean continua a raccogliere indizi inattesi per le strade di Parigi, tra le righe dell’agenda di Noëlle, negli abissi della memoria. Ma la chiave per scoprire la verità sembra scritta con l’inchiostro simpatico: perché si riveli, Jean dovrà cercare la formula giusta. Nei suoi ricordi.

TRADUZIONE DI EMANUELLE CAILLAT


Ci sono spazi bianchi in quella vita, spazi bianchi che si intuiscono consultando il «fascicolo»: una semplice scheda in una cartellina azzurra sbiadita dal tempo. Quasi bianco, anche lui, quel vecchio azzurro. E la parola «fascicolo» è scritta al centro della cartellina. In inchiostro nero.

È l’unico documento che mi resta dell’agenzia di Hutte, l’unica traccia del mio passaggio nelle tre stanze di un vecchio appartamento con le finestre che davano su un cortile. Di certo non avevo piú di vent’anni. L’ufficio di Hutte si trovava nell’ultima stanza, quella con l’archivio. Perché quel «fascicolo» e non un altro? Forse per via degli spazi bianchi. E poi non si trovava nell’archivio, ma stava lí, abbandonato sulla scrivania di Hutte. Un «caso», come diceva lui, non ancora risolto – chissà se lo sarebbe mai stato –, il primo che mi aveva presentato la sera in cui mi aveva assunto «in prova», come era solito dire. E, qualche mese dopo, un’altra sera alla stessa ora, quando avevo rinunciato a quel lavoro e lasciato definitivamente l’agenzia, avevo infilato nella mia valigetta, all’insaputa di Hutte e dopo avergli detto addio, la scheda nella cartellina azzurra appoggiata sulla scrivania. Come ricordo.

Sí, la prima missione che Hutte mi aveva affidato era legata a quella scheda. Dovevo chiedere alla portinaia di un palazzo del quindicesimo arrondissement se aveva notizie di una certa Noëlle Lefebvre, una persona che per Hutte rappresentava un duplice problema: non solo era scomparsa da un giorno all’altro, ma c’erano anche dubbi circa la sua vera identità. Dopo l’incontro con la portinaia, Hutte mi aveva incaricato di passare in un ufficio postale, fornendomi una cartolina da esibire. Su questa figurava il nome di Noëlle Lefebvre, l’indirizzo e la sua foto, e serviva per ritirare la corrispondenza allo sportello del fermoposta. La cosiddetta Noëlle Lefebvre l’aveva dimenticata al suo domicilio. Successivamente dovevo recarmi in un caffè per sapere se di recente qualcuno avesse visto Noëlle Lefebvre; poi, sarei rimasto seduto a un tavolo fino alla fine del pomeriggio nel caso fosse apparsa Noëlle Lefebvre. Il tutto nello stesso quartiere e nell’arco della stessa giornata.

La portinaia del palazzo ci ha messo parecchio a rispondere. Avevo bussato al vetro della guardiola sempre piú forte. La porta si è dischiusa su un viso assonnato. All’inizio ho avuto l’impressione che il nome «Noëlle Lefebvre» non le ricordasse nulla.

– L’ha vista di recente?

Alla fine mi ha detto con voce asciutta:

– … No, mi dispiace… è da piú di un mese che non la vedo.

Non ho osato rivolgerle altre domande. Non ne avrei avuto il tempo, perché aveva subito richiuso la porta.

Allo sportello del fermoposta l’impiegato ha esaminato la cartolina che gli porgevo.

– Mi scusi, ma lei non è Noëlle Lefebvre.

– È fuori Parigi, – gli ho detto. – Mi ha incaricato di ritirarle la posta.

Allora si è alzato e si è diretto verso una fila di caselle. Ha controllato le poche lettere che conteneva. È tornato verso di me e mi ha fatto segno di no con la testa.

– Niente a nome di Noëlle Lefebvre.

Non mi restava che recarmi nel caffè che mi aveva indicato Hutte.

Era primo pomeriggio. Nessuno nella saletta, a parte un uomo dietro al bancone che leggeva il giornale. Non mi ha visto entrare e continuava la sua lettura. Non sapevo piú in che termini formulare la domanda. Porgergli semplicemente la cartolina del fermoposta di Noëlle Lefebvre? Ero a disagio per la parte che Hutte mi faceva recitare e che mal si conciliava con la mia timidezza. L’uomo ha alzato lo sguardo verso di me.

– Per caso ha visto Noëlle Lefebvre nei giorni scorsi?

Mi sembrava di parlare troppo in fretta, cosí in fretta che mi mangiavo le parole.

– Noëlle? No.

Mi aveva risposto in modo cosí conciso che ero tentato di rivolgergli altre domande riguardo a quella persona. Ma temevo di destare sospetti. Mi sono seduto a uno dei tavoli del piccolo dehors che si prolungava sul marciapiede. È venuto a prendere l’ordinazione. Era il momento di parlargli per ottenere altre informazioni. Nella mia mente si accavallavano frasi banali che avrebbero potuto far scaturire risposte precise da parte sua.

«L’aspetterò comunque… con Noëlle non si sa mai… Crede che abiti ancora nel quartiere?... Pensi che mi ha dato appuntamento qui… La conosce da tanto?»

Ma quando mi ha servito la granatina, non ho detto nulla.

Ho sfilato di tasca la cartolina che mi aveva consegnato Hutte. Oggi, un secolo dopo, arrivato alla pagina 6 del quaderno Clairefontaine, ho smesso un attimo di scrivere per guardare di nuovo quella cartolina contenuta nel «fascicolo». «Certificato di accordata autorizzazione alla ricezione di corrispondenza fermoposta senza sovrattassa. Autorizzazione n. 1. Cognome: Lefebvre. Nome: Noëlle, residente a Parigi XV. Via e N.: Convention, 88. Fotografia del titolare. È autorizzata a ricevere fermoposta, senza sovrattassa, la corrispondenza indirizzata a suo nome».

La foto è molto piú grande di una semplice fototessera. E troppo scura. Non si vede il colore degli occhi. Né dei capelli: castano? castano chiaro? Quel pomeriggio al tavolino del caffè fissavo con la massima attenzione quel viso di cui si distinguevano appena i tratti, e non ero sicuro che sarei riuscito a riconoscere Noëlle Lefebvre.

Ricordo che era l’inizio della primavera. Il piccolo dehors si trovava al sole e a tratti il cielo si annuvolava. Una tettoia sopra i tavolini mi proteggeva dagli acquazzoni. Quando lungo il marciapiede avanzava una figura che avrebbe potuto essere Noëlle Lefebvre, la seguivo con lo sguardo aspettando di vedere se entrasse nel caffè. Come mai Hutte non mi aveva dato indicazioni piú precise sul modo di avvicinarla? «Se la caverà. La talloni, cosí saprò se si aggira ancora nel quartiere». Sentendo il verbo «tallonare» ero scoppiato a ridere. E Hutte mi aveva osservato in silenzio, con le sopracciglia aggrottate, in un’espressione di rimprovero per la mia leggerezza.

Il pomeriggio scorreva lentamente ed ero ancora seduto a uno dei tavolini. Immaginavo i tragitti compiuti da Noëlle Lefebvre, dal suo palazzo alla posta, dalla posta al caffè. Forse frequentava altri luoghi nel quartiere: un cinema, qualche negozio… Due o tre persone che incrociava spesso per strada avrebbero potuto confermare la sua esistenza. O una sola persona che vivesse con lei.

Mi ero detto: andrò ogni giorno allo sportello del fermoposta. Prima o poi mi sarebbe capitata tra le mani una lettera, una di quelle lettere che non arrivano mai al destinatario. Trasferito senza lasciare indirizzo. Oppure sarei rimasto un po’ di tempo nel quartiere. Avrei preso una camera d’albergo. Avrei esplorato la zona compresa tra il palazzo, la posta e il caffè, e avrei allargato il mio campo di osservazione con un movimento concentrico. Avrei studiato con attenzione il viavai delle persone sul marciapiede per riconoscere i loro visi, come chi esamina le oscillazioni di un pendolo, pronto a captarne le onde piú furtive. Bastava avere un po’ di pazienza e, in quel periodo della mia vita, mi sentivo capace di aspettare per ore sotto il sole e sotto gli acquazzoni.

Alcuni clienti erano entrati nel caffè, ma tra loro non avevo riconosciuto Noëlle Lefebvre. Li osservavo attraverso la vetrina alle mie spalle. Erano seduti sui divanetti, tranne uno di loro che stava davanti al bancone e parlava con il titolare. Lo avevo notato subito. Doveva avere la mia età, comunque non piú di venticinque anni. Era alto, aveva i capelli scuri, e indossava una giacca di montone rovesciato. Il titolare mi indicava con un gesto quasi impercettibile e l’altro teneva gli occhi fissi su di me. Ma ci separava la vetrina e, ruotando leggermente la testa, per me era facile fare finta di non avere notato nulla.

– Signore, permette… Chiedo scusa…

A volte in sogno sento quelle parole, pronunciate con un tono fintamente amabile che, tuttavia, nascondeva una minaccia. Era il ragazzo con il montone rovesciato. Ho finto di non averlo visto.

– Permette… signore.

Il tono era piú asciutto, come di chi coglie qualcuno in flagrante. Ho alzato la testa verso di lui.

– Signore…

Ero stupito dal termine «signore» che usava, nonostante fossimo coetanei. Il suo viso era contratto, e sentivo in lui una certa diffidenza nei miei confronti. Gli ho rivolto un largo sorriso, ma quel sorriso pareva esasperarlo.

– Mi hanno detto che cercava Noëlle…

Rimaneva lí, davanti al tavolo, come se volesse provocarmi.

– Sí. Forse può darmi sue notizie…

– A che titolo? – mi ha chiesto con voce altezzosa.

Avrei voluto alzarmi e piantarlo lí.

– A che titolo? Be’, è un’amica. Mi ha incaricato di ritirarle la corrispondenza al fermoposta.

Gli ho mostrato la cartolina sulla quale era pinzata la foto di Noëlle Lefebvre.

– La riconosce?

Osservava la foto. Poi ha allungato un braccio come per afferrare la cartolina, ma gliel’ho impedito con un gesto brusco.

Alla fine si è seduto al mio tavolo, o meglio si è lasciato cadere sulla sedia di vimini. Mi ero accorto che adesso mi prendeva sul serio.

– Non capisco… Andava a ritirarle la corrispondenza al fermoposta?

– Sí. In un ufficio postale poco piú su, in rue de la Convention.

– Roger lo sapeva?

– Roger? Quale Roger?

– Non conosce suo marito?

– No.

Ho pensato che avevo letto troppo in fretta la scheda nell’ufficio di Hutte, una scheda brevissima, tre paragrafi appena. Eppure non mi sembrava fosse indicato che Noëlle Lefebvre era sposata.

– Intende Roger Lefebvre? – gli ho chiesto.

Ha scrollato le spalle.

– Assolutamente no. Suo marito si chiama Roger Behaviour… E lei, invece, chi è di preciso?

Aveva avvicinato il suo viso al mio e mi fissava con sguardo insolente.

– Un amico di Noëlle Lefebvre… L’ho conosciuta con il cognome da nubile…

L’avevo detto con una voce cosí calma che si è un po’ rabbonito.

– Strano, non l’ho mai vista con Noëlle…

– Mi chiamo Eyben. Jean Eyben. Ho conosciuto Noëlle Lefebvre pochi mesi fa. Non mi ha mai detto che era sposata.

Rimaneva in silenzio e sembrava davvero amareggiato.

– Mi ha chiesto di andare a ritirarle la corrispondenza al fermoposta. Pensavo che non abitasse piú in questo quartiere.

– Ma sí, – ha detto con voce grave. – Abitava qui con Roger. Al 13 di rue Vaugelas. Da allora non ho piú notizie.

– E lei come si chiama?

Mi sono subito pentito di avergli rivolto quella domanda in modo cosí diretto.

– Gérard Mourade.

Era chiaro, la scheda di Hutte presentava parecchie lacune. Non menzionava nessun Gérard Mourade. Tantomeno Roger Behaviour, il presunto marito di Noëlle Lefebvre.

– Noëlle non le ha mai parlato di Roger? né di me? Però che strano… Mi chiamo Gé-rard Mou-rade…

Aveva ripetuto il suo nome a voce molto alta, scandendo le sillabe, come se volesse convincermi una volta per tutte della sua identità, e risvegliare in me un ricordo perduto, o meglio convincermi dell’importanza di Gérard Mourade.

– … Ho l’impressione che non stiamo parlando della stessa persona…

Per tranquillizzarlo volevo rispondergli che aveva ragione e che, dopotutto, in Francia dovevano esserci di sicuro numerose Noëlle Lefebvre. E ci saremmo lasciati con queste belle parole.

Tento di trascrivere come meglio posso la conversazione che ho avuto quel pomeriggio con il cosiddetto Gérard Mourade, ma dopo cosí tanti anni ne restano solo frammenti. Avrei voluto che tutto fosse stato registrato su un nastro magnetico. Cosí oggi, ascoltandolo, non avrei avuto la sensazione che quel dialogo fosse avvenuto in un passato lontanissimo, ma che appartenesse a un presente eterno. Si sarebbe sentito in sottofondo, e per sempre, il frastuono di un pomeriggio di primavera in rue de la Convention, e anche gli schiamazzi dei bambini usciti dalla scuola vicina – bambini che oggi devono essere adulti di una certa età. E quella ventata di presente, capace di attraversare intatta quasi mezzo secolo, mi avrebbe fatto capire meglio quale fosse il mio stato d’animo di allora. Hutte mi aveva offerto un lavoro nell’agenzia – un lavoro decisamente da subalterno –, ma non desideravo in alcun modo imboccare quella strada. Avevo pensato che quel lavoro provvisorio potesse fornirmi una documentazione da cui trarre ispirazione piú tardi se mi fossi dedicato alla letteratura. Una scuola di vita, in un certo senso.

Mi aveva spiegato che, poche settimane prima, aveva ricevuto la visita di un «cliente» il cui nome figurava in cima alla scheda: Brainos, 194, avenue Victor-Hugo. Questi gli aveva chiesto di investigare sulla scomparsa di Noëlle Lefebvre. E cosí, appena mi ero trovato allo sportello del fermoposta, avevo sperato che una lettera o un telegramma indirizzato a Noëlle Lefebvre ci avrebbe messo sulle sue tracce. Seduto al caffè, e man mano che passava il tempo, avevo ricominciato a sperarci. Ero quasi certo che sarebbe riapparsa da un momento all’altro.

Era tardo pomeriggio. Gérard Mourade era ancora seduto di fronte a me.

– Parliamo della stessa persona, – gli ho detto.

Gli ho di nuovo mostrato la cartolina del fermoposta. L’ha esaminata a lungo.

– È proprio lei. Ma perché rue de la Convention? Abitava con Roger in rue Vaugelas.

– Non pensa che potrebbe essere l’indirizzo che aveva prima di sposarsi?

– Roger mi ha detto che quando l’ha incontrata era appena arrivata a Parigi.

Le informazioni raccolte da Hutte erano approssimative. Doveva avere compilato la scheda in fretta e furia, come uno scolaro poco diligente che fa i compiti delle vacanze.

– E lei, invece, mi piacerebbe sapere dove ha conosciuto Noëlle…

Mi osservava di nuovo con occhio diffidente. Sono stato tentato di dirgli la verità, talmente ero stanco di quel gioco a guardie e ladri. Ho cercato le parole: scheda… agenzia… Parole che mi imbarazzavano. E anche il cognome «Hutte» mi metteva a disagio per via della sonorità inquietante che fino a quel momento non aveva. Non ho detto nulla. Mi sono fermato in tempo. E, non avendogli rivelato la mia vera identità, ho provato lo stesso sollievo di chi ha scavalcato il parapetto di un ponte per buttarsi nel vuoto ma poi cambia idea. Sí, sollievo. E anche una leggera vertigine.

– Ho conosciuto Noëlle Lefebvre qualche mese fa da un certo Brainos.

Era il nome dell’uomo ricevuto da Hutte, e che voleva conoscere le ragioni della scomparsa di Noëlle Lefebvre. Ma quel giorno non mi trovavo in agenzia, e me ne rammaricavo. Hutte non mi aveva fatto alcuna descrizione dell’uomo.

– Lei lo conosce Brainos? – gli ho chiesto.

– Assolutamente no. Non ho mai sentito quel nome in bocca a Noëlle o Roger.

Si aspettava di certo che gli fornissi dei particolari sull’uomo, ma non sapevo niente di lui. E la scheda in cui veniva citato il suo nome precisava soltanto l’indirizzo: 194, avenue Victor-Hugo. Prima di spedirmi sul campo Hutte avrebbe potuto fornirmi qualche chiarimento riguardo al suo «cliente».

Di nuovo ero costretto a inventare qualcosa e dichiarare il falso per tentare di conoscere la verità. Di certo mi era sempre piaciuto introdurmi nelle vite degli altri, per curiosità e anche per il bisogno di capirle meglio e districare i fili ingarbugliati delle loro esistenze – cosa che spesso non erano in grado di fare da soli perché vivevano la loro vita da troppo vicino, mentre io avevo il vantaggio di essere un semplice spettatore, o meglio un testimone, come si dice nel linguaggio giuridico.

– Brainos… è un medico… Ho conosciuto Noëlle Lefebvre lo scorso maggio, un pomeriggio, nella sala d’attesa del suo ambulatorio…

Aveva aggrottato le sopracciglia, con l’aria un po’ dubbiosa.

– Al 194 di avenue Victor-Hugo… Lo scorso maggio…

Cercavo di aggiungere altri particolari per convincerlo che non stavo mentendo, ma ammetto che quel giorno non ci riuscivo. Forse avevo perso la mano?

– Credo che volesse una ricetta da quel dottor Brainos…

– Una ricetta per cosa?

Non ero in grado di rispondere. Prima di prendere il metrò fino alla stazione Javel avrei dovuto scrivermi qualche appunto su un taccuino, una specie di promemoria. Non improvvisare. «Dottor Brainos»… Suonava male.

– Era ansiosa… Era preoccupata per il lavoro… Aveva bisogno di tranquillanti…

– Lo crede davvero? Eppure era sollevata di lavorare da Lancel…

Lancel? Forse si trattava della grande pelletteria di place de l’Opéra. Era il momento di correre un rischio per saperne di piú, di bluffare, come dicono i giocatori di poker.

– Mi diceva che non le piaceva prendere il metrò per andare al lavoro, la mattina e la sera… Da casa sua fino alla pelletteria Lancel in place de l’Opéra bisogna cambiare almeno due volte, o sbaglio?

Annuiva, come per confermare. Sí, avevo indovinato. Eppure, in quel tardo pomeriggio, non me la sentivo piú di continuare a giocare a quel gioco. A furia di procedere alla cieca rischiavo di perdermi sul serio.

– È vero, – mi ha detto, – si lamentava spesso degli spostamenti in metrò fino alla pelletteria… Abitando in questo quartiere non era molto comodo…

– E Roger, che mestiere faceva?

Gli avevo rivolto la domanda con voce distratta, come se non mi interessasse affatto. Era un metodo che mi aveva suggerito Hutte per far parlare la gente. «Altrimenti, – mi diceva, – potrebbero irrigidirsi».

– Roger? Ah, un po’ tutti i mestieri… Quando l’ho conosciuto lavorava come autista per una ditta di traslochi… E poi da Orève, un fiorista del sedicesimo arrondissement… Qualche mese fa aveva trovato un posto di vicedirettore di scena in un teatro… grazie a me…

Mentre elencava i diversi impieghi di quel Roger, sembrava provare una certa ammirazione.

– Roger si rialzava sempre…

Apparentemente era un’espressione che lui e Roger ripetevano spesso, una specie di parola d’ordine. Ma appena l’aveva pronunciata, il suo sorriso si era indurito.

– E adesso, Dio sa dov’è finito… L’ultima volta che l’ho visto, mi ha detto che partiva alla ricerca di Noëlle…

– È scomparsa lei per prima? – ho chiesto.

– Sí. Una sera non è tornata in rue Vaugelas. Nemmeno il giorno dopo. Ho accompagnato Roger da Lancel. Lí non ne sapevano nulla.

– E né lei né il marito avete idea di cosa sia potuto succedere?

Avevo scelto una formula generica: «cosa sia potuto succedere», affinché si sentisse libero di confidarsi o confessare. Un altro insegnamento di Hutte: non fare domande troppo precise. Nel corso di un interrogatorio evitare modi aggressivi. Portare avanti «le cose con delicatezza».

Mi è sembrato di percepire in lui un certo imbarazzo, un’esitazione.

– Che intende dire con «cosa sia potuto succedere»?

Sí, era visibilmente a disagio, come se sospettasse che sapessi qualcosa. Ma cosa? Ho preferito rispondergli scrollando le spalle. In silenzio.

– E lei cosa fa nella vita?

Avevo assunto un tono leggero. Gli sorridevo. Sentivo di averlo nuovamente insospettito, e che forse mi nascondeva un particolare relativo a Noëlle Lefebvre, a suo marito e a se stesso. Due persone non spariscono cosí in fretta senza che nessuno dei loro conoscenti si sia fatto un’idea, seppur confusa, in proposito.

– Io? Faccio l’attore. Da un anno sono iscritto al corso Paupelix.

– E si guadagna?

Probabilmente ero stato sgarbato a rivolgergli quella domanda troppo diretta.

– Faccio comparse nei film, – mi ha detto asciutto. – Cosí posso pagarmi il corso.

Non avevo mai sentito parlare del corso Paupelix. Nei giorni seguenti ho preso informazioni, per questo oggi posso scrivere quel nome senza errori: Paupelix, professore d’arte drammatica, 37, rue de l’Arcade, Parigi VIII. Ed ecco spiegate certe espressioni del suo viso, certe pose e certi gesti un po’ troppo studiati che avevo notato e che senz’altro gli erano stati insegnati al corso Paupelix.

– Ma quindi vedeva spesso Noëlle? Non capisco davvero come mai non le abbia mai parlato di Roger…

Forse tentava di capire che tipo di rapporto ci fosse tra me e Noëlle Lefebvre, e questo destava in lui una certa preoccupazione.

– Però le parlava della sua vita almeno?

– Niente affatto, – gli ho detto. – Ci siamo incontrati solo tre o quattro volte… la sera, quando usciva dal lavoro… Nel caffè di fronte a Lancel, in boulevard des Capucines…

All’inizio della scheda erano indicati la data e il luogo di nascita, ma quest’ultimo in modo impreciso: «un paese nei dintorni di Annecy, Alta Savoia».

– Abbiamo scoperto che eravamo nati nella stessa regione. Dalle parti di Annecy. Ne parlavamo spesso.

Sembrava ignorare quel dettaglio della vita di Noëlle Lefebvre e non gli dava peso. Ma ero certo che Hutte la pensava come me: bisogna sempre sapere in quale quartiere e in quale cittadina sono nate le persone.

– E le lettere da ritirare al fermoposta, chi mai gliele scriveva?

– Non ne ho idea. Avevo notato che sulle buste c’era sempre la stessa calligrafia… in inchiostro blu Florida…

Mi sono chiesto se servisse a qualcosa inventare particolari del genere. Avrei voluto che anche lui mi fornisse altri dettagli riguardo a Noëlle Lefebvre. Ma niente da fare.

– Inchiostro blu Florida…?

Per qualche secondo ho pensato di averlo messo su una pista. E invece no. Semplicemente non capiva cosa volesse dire «blu Florida».

– Un blu molto chiaro, – gli ho detto.

– E le lettere arrivavano dalla Francia o dall’estero?

Mi aveva rivolto la domanda come se anche lui stesse svolgendo un’indagine.

– Purtroppo non ho fatto caso ai francobolli.

– Se l’avessi saputo, avrei detto a Roger di non fidarsi di lei…

La voce si era fatta metallica, e lo sguardo molto duro. Chissà se quel cambio repentino di espressione era una sua caratteristica oppure si trattava di una tecnica appresa al corso Paupelix.

Tento di mettere nero su bianco, con piú precisione possibile, le parole che ci siamo scambiati quel giorno. Ma molte mi sono sfuggite. Tutte le parole perse, alcune pronunciate da te, altre che hai sentito e di cui non hai serbato il ricordo, e altre ancora che ti sono state rivolte e non hai ascoltato con attenzione… E a volte al risveglio, o a notte fonda, ti torna in mente una frase, ma non sai chi te l’abbia sussurrata in passato.

Ha guardato l’orologio e si è alzato di scatto.

– Devo andare in rue Vaugelas… Forse avrò notizie di Roger e di Noëlle…

Chissà se, come me poco prima al fermoposta, sperava in una lettera, una lettera infilata sotto la porta.

– Posso accompagnarla?

– Se vuole… Roger mi ha affidato una copia delle chiavi del suo appartamento.

– Noëlle veniva spesso in questo caffè? – gli ho chiesto.

E mi sono sorpreso di averla chiamata per la prima volta con il suo nome.

– Sí. Io e Roger la incontravamo qui di sera, quando aveva finito di lavorare da Lancel. Ero cosí contento che Roger si fosse sposato… Sa, tra me e Noëlle non c’era nessuna rivalità nei confronti di Roger.

A quanto pare gli era venuto spontaneo confidarsi con me, ma dall’improvviso imbarazzo nello sguardo ho immaginato che se ne fosse già pentito.

Percorrevamo rue de la Convention verso est, e oggi non ho bisogno di consultare una mappa di Parigi per rendermi conto che ci dirigevamo verso l’interno, in fondo a Vaugirard.

– Ci vorrà circa un quarto d’ora a piedi, – mi ha detto. – Non le dispiace?

Per la prima volta mi dimostrava un po’ di simpatia. Chissà, forse era sollevato di camminare in compagnia, nell’ora in cui cala la notte e la scomparsa di Noëlle Lefebvre e Roger Behaviour doveva pesargli piú che in altri momenti della giornata. E pensavo anche che passeggiare con lui nel quartiere mi avrebbe aiutato a capire lo stile di vita che conducevano loro tre. La sera in cui Hutte mi aveva dato la scheda nella cartellina azzurra, sorrideva in modo ironico. «Ora sta a lei, vecchio mio. Deve arrangiarsi da solo! Non c’è niente di meglio che un’indagine sul campo».

Siamo passati davanti alla posta dove, nel primo pomeriggio, avevo sperato che mi dessero una lettera indirizzata a Noëlle Lefebvre. L’ufficio era ancora aperto. Stavo per proporre a Gérard Mourade di presentarmi di nuovo allo sportello del fermoposta. Forse c’era la consegna serale. Ma mi sono trattenuto in tempo. Preferivo andarci da solo, nei giorni successivi. Davvero non mi sembrava il caso di coinvolgere quell’individuo nella mia ricerca in modo troppo diretto. Ormai era una faccenda privata tra me e Noëlle Lefebvre.

– Insomma eravate ben inseriti nel quartiere? – gli ho chiesto.

Volevo sapere quali luoghi, quali persone frequentassero.

– Non durante il giorno. Ci ritrovavamo di sera.

– Anche lei abita da queste parti?

– Sí, in un monolocale in quai de Grenelle. Vicino a un dancing dove andavamo perché piaceva a Noëlle.

– Un dancing?

– Il Dancing de la Marine, sul lungosenna. E dire che io e Roger non ballavamo mai.

Sono rimasto sorpreso dal commento espresso con voce molto grave.

– Non ballavate mai?

Credo di avere assunto un tono ironico. Ma lui a quanto pare non aveva nessuna voglia di ridere. Sono giunto alla conclusione che il Dancing de la Marine non era un locale di suo gradimento.

– Roger conosceva il gestore… Noëlle non gliene ha mai parlato?

Mi aveva rivolto la domanda come se fosse un tema delicato.

– No, mai… Le ho già detto che Noëlle non mi parlava mai della sua vita privata… ma di cose leggere. Di Annecy, per esempio, che conoscevamo entrambi.

Sembrava sollevato. Forse aveva fatto allusione al Dancing e al suo «gestore» per sondare il terreno e capire se Noëlle Lefebvre mi avesse confidato qualcosa di compromettente.

– Roger aveva conosciuto il gestore quando lavorava per la ditta di traslochi… ecco… tutto qui…

Ho avuto la sensazione che non sarebbe servito a niente chiedergli altri particolari. Non avrebbe risposto.

Per il resto del tragitto abbiamo camminato fianco a fianco in silenzio. Mi ripetevo i nomi collegati a Noëlle Lefebvre, che lui mi aveva fornito e che non figuravano sulla scheda, per tenerli a mente: Roger Behaviour, Lancel, Dancing de la Marine… Non sarebbero bastati. Erano necessari altri dettagli, a prima vista senza alcun legame fra loro, per accumulare numerose tessere del puzzle. Poi non restava che metterle in ordine perché il quadro completo potesse forse rivelarsi.

– Possiamo tagliare da qui, – mi ha detto.

Eravamo arrivati a metà di rue Olivier-de-Serres, e mi indicava una strada senza uscita che si insinuava tra i palazzi. A distanza di tempo mi sembra che fosse alberata e che tra le pietre del selciato crescesse l’erba. Oggi mi appare come un viottolo di campagna, forse perché faceva buio. Abbiamo attraversato il cortile di un palazzo e siamo sbucati da un portone in rue Vaugelas.

Al pianoterra, tre piccole stanze. Una delle finestre dava sulla strada. Le tende non erano chiuse, tanto che un passante avrebbe potuto vedere me e Gérard Mourade. A volte, in sogno, il passante sono io. La notte scorsa, forse perché durante il giorno avevo scritto le pagine precedenti, ho percorso di nuovo il viottolo di campagna attraverso i palazzi. La finestra dell’appartamento era illuminata. Con la fronte appoggiata al vetro vedevo da dove proveniva la luce: la porta socchiusa della camera accanto. Un abat-jour che qualcuno aveva dimenticato di spegnere? Nell’attimo in cui stavo per bussare al vetro, mi sono svegliato.

Eravamo nella piccola stanza con la finestra che dava sul cortile. Gérard Mourade aveva acceso la lampada su un tavolino basso. La stanza doveva servire da soggiorno. Un divano e due poltrone in pelle.

– Ci sono ancora alcuni vestiti di Noëlle in un armadio, – mi ha detto Mourade. – Roger ha portato via tutte le sue cose come se non volesse tornare.

Quel particolare sembrava preoccuparlo molto. Stava accanto a me e rimaneva in silenzio.

– Però è strano che nessuno dei due si sia fatto vivo con lei, – gli ho detto.

Stava lí, immobile, perso nei suoi pensieri.

– Rimane qui un momento? – mi ha detto. – Vado dal vicino di sopra. Roger lo conosceva bene. Forse ha avuto notizie.

Ma avevo l’impressione che non ci sperasse tanto e che avesse pronunciato quella frase per farsi coraggio.

Mi sono ritrovato da solo nel piccolo soggiorno con la finestra sul cortile. Ho spento la lampada, e attraverso la porta socchiusa mi sono infilato nella stanza che dava sulla strada. Un letto abbastanza grande e una libreria bassa contro la parete. Non ho acceso l’abat-jour sul comodino per paura che un passante potesse vedermi attraverso i vetri.

Dalla finestra proveniva un vago chiarore, ed era sufficiente. Mi sono seduto sul bordo del letto, accanto al comodino, come se vi fossi stato attirato da una calamita e ritrovassi le abitudini di una vita precedente.

Ho sfilato il cassetto del comodino. Era lungo metà del mobile e rimaneva spazio per un doppiofondo. Ho infilato il braccio e ho trovato un taccuino con la copertina rigida che qualcuno aveva nascosto lí. Ho messo a posto il cassetto e, proprio mentre stringevo in mano il taccuino, ho sentito Gérard Mourade sbattere la porta d’ingresso.

– Dov’è? Nella camera di Noëlle e Roger?

Non gli ho risposto. Ho infilato il taccuino nella tasca interna della giacca e l’ho raggiunto.

– Perché ha spento?

– Temevo che vedendo la luce alla finestra mi scambiassero per un ladro…

Avrei potuto mostrargli il taccuino, ma ho pensato che non avrebbe affatto capito il mio gesto. Come spiegarglielo del resto? Eppure quel gesto che avevo compiuto come un sonnambulo, in uno stato di trance, era un gesto preciso e spontaneo, come se avessi saputo prima che in quel comodino, dietro il cassetto, c’era un doppiofondo e che vi era stato nascosto qualcosa. Hutte aveva affermato che una delle qualità necessarie per il suo mestiere era l’intuizione. E, per capire il gesto di quella sera, sto consultando proprio ora un dizionario. «Intuizione: forma di conoscenza immediata che non ricorre al ragionamento».

– Ha avuto notizie? – gli ho chiesto.

– Nessuna.

Ho sperato che grazie al taccuino appena scoperto si aprisse un varco in direzione di Noëlle Lefebvre.

– Dovrebbe chiedere informazioni ad altri che li conoscevano.

Ha scrollato le spalle. Non si era nemmeno preoccupato di accendere la luce, e stavamo entrambi in piedi, nella penombra, al centro del piccolo soggiorno.

– Noëlle andava d’accordo con suo marito?

– Sí, molto. Altrimenti non avrei consigliato a Roger di sposarsi.

Aveva di nuovo un tono altezzoso.

– E lei e Roger Behaviour non avete mai pensato di denunciare la scomparsa alla polizia?

– La polizia? Perché?

Non era per niente facile ottenere qualcosa da lui. Salivo una china scivolosa, senza alcun punto d’appoggio. Per un momento ho avuto la tentazione di tirare fuori il taccuino dalla tasca interna della giacca e proporgli di scoprire insieme ciò che Noëlle Lefebvre aveva scritto – poiché ero certo che quel taccuino le appartenesse.

– E lei? Visto che la conosceva, forse si farà viva con lei?

All’improvviso pareva disorientato e mi fissava con occhi incerti. Forse voleva confidarmi qualcos’altro.

Quindi credeva a tutto ciò che gli avevo detto su Noëlle Lefebvre. E in quel periodo mi introducevo con una tale facilità nella vita degli altri che mi sono chiesto se non l’avessi incontrata davvero, proprio lei, in quel caffè di boulevard des Capucines, una sera, dopo il lavoro.

– Se si fa viva con me la avvertirò senz’altro, – gli ho detto.

Siamo rimasti entrambi in piedi nella penombra ancora qualche istante. Forse provava la mia stessa sensazione: quella di essere entrato per effrazione in un appartamento vuoto e abbandonato da tempo, in cui gli ultimi abitanti non avevano lasciato alcuna traccia del loro passaggio.


Un’agenda rilegata in tessuto nero con il numero dell’anno a caratteri dorati.

La sera stessa ho ricopiato su un foglio bianco le poche cose che Noëlle Lefebvre vi aveva annotato. L’agenda le apparteneva visto che il suo nome figurava in alto sulla pagina di guardia ed era scritto con la stessa calligrafia larga e lo stesso inchiostro blu di tutto il resto.

L’ultimo appunto risaliva al 5 luglio: Gare de Lyon, ore 9.50. Da gennaio a giugno, alcuni nomi, indirizzi, luoghi e orari di appuntamenti:

7 gennaio

Hôtel Bradford ore 19

16 gennaio

Cook di Witting

12 febbraio

Andrée Roger e il piccolo Pierre rue Vitruve

14 febbraio

Miki Durac boulevard Brune

17 febbraio

La Boîte à Magie, 13 rue de la Félicité Parigi XVII ore 20

21 marzo

Jeanne Faber

17 aprile

Josée, 5 rue Yvon-Villarceau ore 16

15 maggio

Pierre Mollichi, Georges, Dancing de la Marine ore 19

7 giugno

Anita          PRO 76 74

8 giugno

telefonare al signor Bruneau

In data 10 giugno aveva ricopiato una poesia:

 

Il cielo è, al di sopra del tetto,

 

cosí azzurro, cosí calmo!

 

Un albero, al di sopra del tetto,

 

culla il suo ramo.

Somme di denaro scritte non in cifre ma per esteso:

3 gennaio

Seicento franchi

14 febbraio

Millesettecento franchi

In data 11 febbraio:

 

Treno arrivo Vierzon ore 17.27 Pruniers-en-Sologne – castello di Chêne-Moreau.

In data 16 aprile un appunto, il piú lungo di tutti quelli sull’agenda:

 

Chiedere a Marion Le Path Vinh da parte di Georges se può trovare un lavoro a Roger nella sua ditta di trasporti (Viot & Cie, 5, rue Cognacq-Jay)

E una frase, il 28 giugno, scritta con una calligrafia ancora piú ampia del solito:

 

Se avessi saputo…

Ecco ciò che completava la scheda di Hutte, in aggiunta ai nomi che mi ero scritto appena tornato dal quindicesimo arrondissement:

 

Roger Behaviour

 

Gérard Mourade

 

Corso Paupelix

 

Lancel

 

13, rue Vaugelas

 

Dancing de la Marine

Non un granché. Nei giorni seguenti mi sono recato agli indirizzi che lei aveva annotato sull’agenda. Purtroppo senza numeri civici. E il pomeriggio in cui sono approdato in boulevard Brune, tra due file di palazzi massicci che sembravano prolungarsi all’infinito, ho capito che non avevo nessuna possibilità di ritrovare Miki Durac in quel boulevard, e nemmeno Andrée Roger, né il piccolo Pierre in rue Vitruve. Al numero PRO 76 74 non rispondevano piú. Nessuna Anita. Impossibile identificare i nomi senza gli indirizzi. Confesso che non ho avuto il coraggio di recarmi in rue Yvon-Villarceau. Mi sono limitato a consultare la guida telefonica e a chiamare i vari numeri corrispondenti al civico 5. E a dire ogni volta: «Potrei parlare con Josée?» Ma dopo tre risposte negative mi sono stancato di ripetere quella frase. Insomma, l’agenda restituiva la stessa sensazione di vago della scheda redatta da Hutte, che già conteneva cosí pochi particolari. La data e il luogo approssimativo di nascita di Noëlle Lefebvre, il presunto indirizzo, l’88 di rue de la Convention nel quindicesimo arrondissement, il cosiddetto Brainos che aveva consegnato a Hutte la cartolina utilizzata da lei per ritirare la corrispondenza al fermoposta. E quel Brainos, senza che nient’altro fosse menzionato sul suo conto, affermava di essere «un amico di Noëlle Lefebvre».

Sí, c’erano senza dubbio spazi bianchi in quella vita. L’idea mi era venuta non tanto leggendo la scheda incompleta nella cartellina azzurra, ma sfogliando le numerose pagine intonse dell’agenda. Su trecentosessantacinque giorni, solo una ventina aveva catturato l’attenzione di Noëlle Lefebvre; lei aveva salvato quelle date dall’oblio grazie a brevissime annotazioni con quella sua ampia calligrafia. Nessuno sarebbe stato al corrente dei suoi appuntamenti, delle persone incontrate e dei luoghi dove era andata gli altri giorni. E, tra tutte le pagine bianche e vuote, quando sfogliavo l’agenda non riuscivo a distogliere lo sguardo da una frase che ogni volta mi coglieva di sorpresa: «Se avessi saputo…» Sembrava una voce che rompeva il silenzio, qualcuno che avrebbe voluto confidarsi ma vi aveva rinunciato o non ne aveva avuto il tempo.

L’indagine non faceva progressi. Un pomeriggio ho percorso di nuovo rue de la Convention fino all’ufficio postale, sperando di non incrociare Mourade. Ho aspettato davanti allo sportello del fermoposta. Dopo avere consultato la cartolina di Noëlle Lefebvre, l’uomo ha preso una lettera dal casellario. È tornato da me e mi ha fatto firmare un registro. Mi ha chiesto un documento d’identità. Gli ho presentato il passaporto belga. È parso stupito, ha girato lentamente le pagine e l’ha richiuso tenendo gli occhi fissi sulla copertina verde spento, come se sospettasse che il documento fosse falso. Ho pensato che non mi avrebbe mai dato la lettera. Ma con un gesto brusco mi ha consegnato il passaporto belga, la cartolina di Noëlle Lefebvre e la lettera.

Una volta fuori ho percorso rue de la Convention nell’altro senso. Avevo infilato la lettera in una tasca della giacca e camminavo a passi rapidi, come qualcuno che si accorge di essere pedinato. Di nuovo temevo di incontrare Mourade. Solo sul Pont Mirabeau, quando mi sono lasciato alle spalle la Rive gauche, ho aperto la lettera.

Noëlle,

Dopo la nostra ultima telefonata non sapevo piú se volevi rivedere Sancho e tornare con lui a Roma. Per te sarebbe stata la soluzione migliore.

Quando vi siete rivisti il mese scorso a La Caravelle, Sancho credeva che vi foste definitivamente riconciliati ed era deluso che non ti fossi piú fatta viva.

Sono passato dall’appartamento di rue de la Convention, ma l’ho trovato vuoto e sembra che tu abbia traslocato. Avevi dimenticato lí la cartolina del fermoposta. Visto che adesso non so come contattarti, spero che tu vada ancora a ritirare la corrispondenza – con una carta d’identità? Nel caso, ti spedisco questa lettera al fermoposta, e tra l’altro mi chiedo perché ci tenessi a farti recapitare lí la corrispondenza e di che genere di corrispondenza si trattasse. Ti ricordo che, come promesso, non ho mai comunicato il tuo indirizzo a Sancho e nemmeno gli ho detto che avevi trovato un lavoro da Lancel. Ma il mio obiettivo è sempre stato quello di farvi rimettere insieme e mi sembra che sia giunto il momento. Questa situazione non può continuare e lo dico per il tuo bene.

Sarebbe meglio che tu venissi a Chêne-Moreau e rimanessi qui per un po’. Sancho potrebbe raggiungerti e potreste tornare insieme a Roma.

Se ricevi questa lettera, dimmi cosa ne pensi e prendi una decisione in tempi rapidi. Paul Morihien verrebbe a prenderti alla stazione di Vierzon.

Telefonami il prima possibile.

GEORGES

Ps: Se vuoi lasciarmi un messaggio o contattarmi, puoi sempre andare a trovare Pierre Mollichi in ufficio, al Dancing de la Marine, come hai già fatto altre volte.

La busta presentava il timbro «Parigi – rue d’Anjou».

Quella sera ho mostrato la lettera a Hutte e gli ho fatto notare che i luoghi «Vierzon» e «Chêne-Moreau» figuravano anche sull’agenda di Noëlle Lefebvre.

– Pensa di aver trovato una pista?

Il tono era cosí disilluso che di colpo ho perso ogni speranza. Con aria seccata ha alzato la cornetta del telefono.

– Vorrei il numero del castello di Chêne-Moreau a Pruniers-en-Sologne.

C’è stata una lunga attesa durante la quale ho temuto che riagganciasse.

– Davvero?... va bene…

Stava a braccia conserte e mi osservava con un sorriso condiscendente.

– Al castello di Chêne-Moreau non hanno piú il telefono.

Si rendeva conto che ero deluso. Ha aggiunto:

– Forse basterebbe conoscere il nome del proprietario.

Ma non sembrava molto convinto che potesse funzionare.

– E sa qualcosa a proposito di quel Brainos che è venuto da lei? – gli ho chiesto.

– Ma certo… mi sono dimenticato di parlargliene… Le confesso che questo caso non mi appassiona piú di tanto…

Sfogliava con l’indice lo scadenzario sulla scrivania.

– Quel Brainos deve essere venuto la settimana scorsa, vero?

Quando ha individuato il giorno, si è chinato per leggere ciò che aveva annotato:

«Brainos Georges, 194, avenue Victor-Hugo. È residente a Parigi, ma pare che diriga alcune sale cinematografiche a Bruxelles».

Ha sospirato, come se avesse appena compiuto uno sforzo immane.

– Un uomo piuttosto ambiguo. Sulla cinquantina. Sembrava molto turbato per la scomparsa di quella Noëlle Lefebvre.

Ha aperto la cartellina azzurra che conteneva la scheda, la cartolina con la foto di Noëlle Lefebvre e gli appunti che avevo preso dopo la mia indagine sul campo, come diceva lui. E la lettera del fermoposta, firmata Georges. Georges Brainos.

– Grazie per tutte le informazioni aggiuntive. Quel Brainos non mi aveva precisato che lei fosse sposata, né che lavorasse da Lancel.

Mi sorrideva con un sorriso un po’ imbarazzato, sembrava pesasse le parole per non ferirmi.

– Vede, ragazzo, non mi pare un caso interessante. Ci sarà da fare tanto lavoro, e per niente. Quel cliente non sembra una persona molto attendibile. È deluso? Lei merita di meglio. A breve le affiderò un fascicolo piú solido.

Ma no, per me non si trattava affatto di un problema professionale. La scomparsa di Noëlle Lefebvre risvegliava in me echi molto piú profondi, cosí profondi che non li avrei decifrati facilmente.

– Si sbaglia, – gli ho detto. – Non sono deluso.

Anzi, ero sollevato al pensiero che lui non fosse interessato al caso. Ormai era una cosa mia. Non dovevo piú rendergli conto. Mi lasciava campo libero.

Sí, ecco cosa pensavo in quel momento. Ma oggi, proprio mentre sto scrivendo, mi rivedo davanti a Hutte, con le braccia conserte, appoggiato al bordo della scrivania, gli occhi blu oltremare fissi su di me con un’espressione paterna, e sento il bisogno di rettificare le righe precedenti. È stato lui a trascinarmi di proposito in quella mia ricerca. Senza dirmi una parola, sapeva tutto fin dall’inizio ma aveva deciso di fornirmi solo un fascicolo incompleto. Forse aveva intuito quanto fossi coinvolto in quel «caso», che con poche parole avrebbe potuto rivelarmi in ogni minimo particolare affinché facessi luce su me stesso. «Tra poco le affiderò un fascicolo piú solido». Allora ero troppo giovane per cogliere il senso di quella frase.

Era un modo discreto e affettuoso di ritirarsi e lasciarmi camminare con le mie gambe. Mi voleva bene. Mi aveva fornito qualche indizio. Spettava a me continuare il lavoro. Ormai avevo un’età in cui bisogna assumersi le proprie responsabilità. Mi lasciava campo libero intuendo che piú tardi avrei scritto tutto questo.


Ci sono spazi bianchi in una vita, ma a volte c’è anche un cosiddetto ritornello. Per periodi di tempo piú o meno lunghi non lo senti e sembra quasi che tu abbia dimenticato quel ritornello. Poi un giorno torna all’improvviso, quando sei da solo e nulla intorno a te può distrarti. Torna come le parole di una canzone per bambini che ancora ti rapisce.

Conto gli anni trascorsi e cerco di essere il piú preciso possibile: secondo la mia ricostruzione direi che erano passati dieci anni dalla mia breve formazione presso l’agenzia di Hutte e dai pochi pomeriggi in cui ero andato al fermoposta sulle tracce di quella Noëlle Lefebvre. E senza ottenere alcun risultato. Fuorché l’esile fascicolo con la cartellina azzurra che avevo conservato, ancora piú sottile dei fascicoli di polizia e di gendarmeria sui casi archiviati.

Mi trovavo nel piccolo salone di un barbiere in rue des Mathurins. Aspettavo il mio turno davanti a un tavolino dove erano impilate varie riviste e un annuario del cinema. Sulla copertina marrone era indicato l’anno di pubblicazione: 1970.

L’ho sfogliato e mi sono soffermato sulla sezione «fotografie di artisti». Mi è saltato agli occhi un nome: Gérard Mourade. Eppure devo confessare che per dieci anni non mi era mai venuto in mente quel nome. Ma, mentre «Noëlle Lefebvre» era rimasto impresso nei miei ricordi, avrei avuto difficoltà a citare, di punto in bianco, il nome preciso dell’uomo incontrato in un caffè nell’aprile di dieci anni prima.

Nella foto indossava la giacca di montone rovesciato che portava quando mi aveva rivolto la parola. Un berretto in pelle tirato indietro per tenere libera la fronte e un fazzoletto attorno al collo, molto stretto… Seduto sul bracciolo di una poltrona, sorrideva. Sotto la foto c’era un numero di telefono scritto con la matita rossa.

Il barbiere mi aveva visto consultare l’annuario e, quando mi sono seduto sulla poltrona girevole davanti allo specchio, mi ha avvolto in un grembiule bianco dicendomi:

– Si interessa di cinema?

– Ho trovato la foto di un amico sull’annuario.

Ero sorpreso di avergli fatto quella confidenza. Avevo praticamente dimenticato Mourade, e adesso era riapparso all’improvviso.

– Forse l’ho conosciuto. Sono stato per molto tempo truccatore per il cinema.

Chissà se era stato lui a scrivere il numero di telefono con la matita rossa. Ha preso l’annuario dal tavolino, gli ho indicato la foto di Mourade e l’ha osservata a lungo.

Non sembrava conoscerlo.

– Eppure è la mia calligrafia questa, a matita rossa… È venuto a tagliarsi i capelli…

Tendeva il braccio verso il lato opposto della strada, oltre la vetrina.

– Probabilmente aveva una piccola parte, lavorava in uno dei due teatri qui di fronte. Chissà quando è stato. Vanno, vengono… Sono talmente tanti… Alla fine te li dimentichi… Mi scusi, anche lei è attore?

– Non proprio.

– Sapesse quanti ne ho truccati, io, di attori…

Un’espressione di tristezza gli velava lo sguardo. Teneva in mano l’annuario del cinema.

– Glielo regalo. Forse troverà altri amici.

Per strada avrei voluto liberarmi dell’annuario che pesava parecchio. Ma no, lo avrei riposto in un cassetto. La fotografia di Gérard Mourade era un ulteriore indizio, come la scheda stilata da Hutte dieci anni prima, le esili informazioni supplementari che avevo trascritto su un paio di fogli, e la lettera a Noëlle Lefebvre recuperata al fermoposta. Un ulteriore indizio? Ho pensato a certi processi in corte d’assise, quando vengono esibiti i cosiddetti «reperti giudiziari», e in particolare a un processo del dopoguerra: dietro l’accusato, una trentina di valigie – le uniche tracce rimaste di persone scomparse.

Prima di riporlo nel cassetto, ho aperto l’annuario e ho guardato un’altra volta la foto di Gérard Mourade. Il berretto in pelle nera tirato indietro, il sorriso e la posa disinvolta non corrispondevano al giovane col quale avevo trascorso un pomeriggio nel quindicesimo arrondissement. Quel giorno lui mi era parso molto piú cupo. Certo, la scomparsa di Noëlle Lefebvre e quella successiva di Roger Behaviour risalivano a poche settimane prima, da cui la sua agitazione e preoccupazione. Ma cinque anni dopo, in quella foto, si era senz’altro fatto una ragione della loro assenza. Oppure aveva saputo qualcosa e, semplicemente, li aveva ritrovati.

Sotto la foto non era indicato il suo indirizzo ma quello di un agente.

Mi sono deciso a telefonargli. Mi ha risposto una donna, forse una segretaria.

– Vorrei contattare uno dei vostri artisti, – le ho chiesto.

– Sí, può dirmi di chi si tratta?

– Gérard Mourade.

– Come si scrive?

Ho compitato il cognome.

Silenzio. Poi un fruscio di fogli. Probabilmente stava consultando un fascicolo.

– Mourade, Gérard… I nostri uffici non si occupano piú di lui dal 1971, mi dispiace.

– Per caso avevate il suo indirizzo?

– Avevamo due indirizzi, uno a Parigi, quai de Grenelle numero 57, l’altro a Maisons-Alfort, rue Carnot numero 26. Nel 1969 gli avevamo trovato una piccola parte in uno spettacolo, La fine del mondo, al teatro Michel. È tutto ciò che posso dirle, mi dispiace.

A che scopo recarmi in quai de Grenelle, nel quartiere dove avevo seguito le tracce di Noëlle Lefebvre? Non ne avevo il coraggio. Né il tempo. E poi avrei avuto l’impressione di tornare indietro nel passato, nel periodo in cui la mia vita era ancora talmente incerta… Ma adesso non lo era piú, e ormai non vedevo proprio quale ruolo potesse avere un Gérard Mourade nella mia vita.

Verso sera ho cambiato idea. Non volevo avere rimpianti o meglio rimorsi. Ho preso il metrò, una linea che non percorrevo da dieci anni. Alla stazione Javel ho risalito il lungosenna fino al Pont de Grenelle. Ma giunto al ponte mi sono chiesto se valesse la pena proseguire. I palazzi del lungosenna erano stati demoliti, e al loro posto rimanevano soltanto terreni abbandonati e mucchi di macerie. Sembrava che ci fosse stato un bombardamento in quella zona; piú tardi sarebbe diventata il Front de Seine. E non era stato risparmiato nemmeno il primo edificio del lungosenna all’altezza del ponte, di cui rimaneva soltanto la facciata in cemento. Avrei quasi potuto pensare che si trattasse di una vecchia officina, se sopra l’entrata distrutta non avessi letto l’insegna a lettere rosse: «Dancing de la Marine».


Un altro pomeriggio a Parigi, in luglio, con un caldo torrido. Avevo sperato di trovare un po’ di aria fresca dalle parti del Bois de Boulogne e mi apprestavo a tornare verso il centro con l’autobus 63. Ma ho cambiato idea e mi sono incamminato fino all’imbocco di avenue Victor-Hugo.

Mi ero ricordato del nome di Georges Brainos che un tempo era stato ricevuto da Hutte in ufficio per segnalare la scomparsa di Noëlle Lefebvre, il Brainos della lettera che avevo recuperato al fermoposta. Ricordavo l’indirizzo, 194, avenue Victor-Hugo, perché avevo riletto a piú riprese i pochi appunti incompleti del fascicolo.

Nel paragrafo precedente ho usato l’espressione «un tempo». Si riferisce anche a quel pomeriggio di luglio che mi sembra cosí lontano da non riuscire a precisare l’anno: era prima o dopo essere andato dal barbiere e aver scoperto una foto di Mourade, oppure era lo stesso anno dell’incontro con Jacques B. detto «il Marchese»?

Ho percorso il viale camminando sul marciapiede di sinistra, quello con i numeri pari, e dopo poco sono arrivato davanti al 194, un villino con la facciata di mattoni e pietra e tutte le finestre con le imposte metalliche chiuse. La targa di ottone fissata sulla porta d’ingresso sembrava piuttosto recente, benché l’edificio desse un’idea di abbandono. Sulla targa era scritto a caratteri neri: «La Caravelle, società immobiliare. P. Mollichi». Anche quel nome, assieme a «194, avenue Victor-Hugo», figurava sui miei vecchi appunti.

Ho esitato qualche minuto, poi ho premuto il pulsante del campanello, con la certezza che nessuno avrebbe risposto. Il caldo, il quartiere deserto in luglio, la facciata con le imposte chiuse… Ma mi ha sorpreso il timbro stridente del campanello che ha squarciato quel pomeriggio di torpore. Avrebbe potuto svegliarmi dal sonno piú profondo.

La porta si è aperta subito, come se qualcuno fosse già dietro e aspettasse una visita. Un uomo piuttosto basso con la fronte stempiata, i tratti asciutti come scolpiti nel legno chiaro, gli occhi leggermente a mandorla, mi scrutava. Indossava un completo scuro attillato.

– Cercavo il signor Mollichi.

Avevo tentato di esprimermi con voce ferma.

– In persona.

Mi rivolgeva un sorriso asciutto come il viso, e non sembrava affatto sorpreso dalla mia visita. Mi ha lasciato entrare e si è chiuso la porta alle spalle.

Mi ha fatto accomodare in una stanza al pianoterra indicandomi una sedia davanti a un tavolo a cavalletto che, a giudicare dai numerosi fascicoli impilati sopra, doveva servirgli da scrivania.

– Cosa posso fare per lei?

Nel formulare la domanda era stato piuttosto amabile, direi quasi gioviale. E ciò era in contrasto con i tratti impassibili del viso.

– Vorrei semplicemente alcune informazioni.

Nella stanza era ancora piú caldo che fuori, e mi asciugavo la fronte con la manica della camicia. Ma lui non sembrava soffrire il caldo, nonostante il colletto molto alto e molto stretto, la cravatta, e la giacca sfiancata. Le imposte erano chiuse e la luce intensa che spioveva dal lampadario mi abbagliava.

– Si tratta di un’amica di cui non ho piú notizie da molto tempo e che conosceva il signor Georges Brainos.

Seduto alla scrivania con la schiena dritta pareva osservarmi con una certa benevolenza. Forse la mia visita lo distraeva dalla monotonia della giornata di lavoro. Ha notato che stavo sudando.

– Mi dispiace… Non ho niente di fresco da offrirle…

Ha fatto una pausa per poi aggiungere:

– Effettivamente sono stato segretario, poi collaboratore del signor Brainos. E ora gestisco la sua società. Il signor Brainos è morto l’anno scorso, a Losanna.

Per un attimo è calato il silenzio. Un pensiero mi ha attraversato la mente: «un altro testimone che si porta con sé i suoi segreti».

– E lei ricordava che il signor Brainos aveva abitato qui, immagino.

– Sí.

– Purtroppo tra qualche mese la casa verrà demolita. Per un’operazione immobiliare.

Sembrava dispiaciuto. Tamburellava sul tavolo con l’estremità di una matita.

– E come si chiamava la sua amica?

– Noëlle… Noëlle Lefebvre…

Aveva gli occhi fissi su di me, ma intuivo che non mi vedeva. Sembrava che si stesse sforzando di ricordare qualcosa.

– Devo averla incontrata… Parlo di una decina d’anni fa… Noëlle… Ma certo… Il signor Brainos le voleva molto bene…

Mi sorrideva. Era soddisfatto di avere ritrovato il ricordo di quella Noëlle.

– Era venuta varie volte a trovarmi al Dancing de la Marine…

Si è chinato verso di me e ha abbozzato un sorriso.

– È un nome un po’ singolare… Le spiego brevemente… In origine la società del signor Brainos controllava alcune sale cinematografiche di Bruxelles, e anche un negozio di ricambi per auto…

Aveva assunto un tono freddo come se stesse facendo una presentazione.

– In seguito il signor Brainos ha creato una società che gestiva il Dancing de la Marine, in quai de Grenelle, e La Caravelle, un ristorante nel quartiere degli Champs-Élysées… Il signor Brainos mi aveva nominato responsabile del Dancing de la Marine, ma dopo poco si è liberato di quell’attività…

Adesso tamburellava con la matita sul palmo della mano.

– Lo dico perché la ragazza è venuta diverse volte al Dancing de la Marine per portarmi delle lettere che scriveva al signor Brainos… E mi è capitato di consegnarle alcune lettere del signor Brainos.

Sembrava felice di avere un interlocutore con cui rievocare «il signor Brainos», come lo chiamava lui. In quell’ufficio con le imposte chiuse, i pomeriggi di luglio dovevano essere lunghi.

– Qualche volta, la sera, veniva al Dancing de la Marine con degli amici… Ma non mi sembrava affatto un luogo adatto a lei…

Taceva e mi chiedevo se non avesse dimenticato la mia presenza, ma visibilmente era in cerca di altri ricordi.

– Per un po’ di tempo ha anche abitato qui… in una delle camere di sopra… È tutto ciò che posso dirle su di lei, mi creda…

Sembrava scusarsi perché non sapeva altro su Noëlle Lefebvre.

– Il signor Brainos le avrebbe senz’altro fornito altre informazioni…

– È morto a Losanna?

Non so perché mi fosse sfuggita quella domanda.

– Purtroppo si muore ovunque. Anche a Losanna…

Mi fissava con occhi tristi.

– Ha per caso conosciuto un amico del signor Brainos, un certo Sancho? – gli ho chiesto.

– No. Questo nome non mi dice niente. Sa, in quanto responsabile e direttore commerciale, conoscevo soltanto le persone in affari con il signor Brainos, o meglio i suoi piú stretti collaboratori…

Aveva ripreso un tono professionale.

– Alla società La Caravelle lavorava con il signor Anselme Escautier, Othon de Bogaerde, la signora Marion Le Phat Vinh, il signor Serge Servoz…

Gli ultimi due nomi mi ricordavano qualcosa, ma in quel momento non riuscivo a fare mente locale.

– Sí, capisco bene, – gli ho detto per interromperlo, poiché temevo che la lista fosse ancora lunga. – Quindi sapeva che la ragazza aveva abitato qui per un po’ di tempo, in una delle camere di sopra?

– Sí. Quando è arrivata a Parigi… Credo che il signor Brainos l’avesse conosciuta in provincia. Le aveva dato un soprannome carino: «la pastorella delle Alpi». Ma non so altro. Eravate molto legati?

– Molto legati.

– E non sa che fine ha fatto?

– No.

– Ed è stata lei a parlarle del signor Brainos?

– Sí. Speravo che lui potesse darmi notizie.

– Capisco.

C’è stato un lungo momento di silenzio.

– Sto mettendo ordine nelle faccende piuttosto complicate del signor Brainos. E nelle sue carte. Se trovo qualcosa riguardo a questa Noëlle… Noëlle come, mi scusi?

– Lefebvre.

Ha annotato il nome su un foglio.

– Sarò lieto di poterglielo comunicare. Mi dica come posso contattarla.

Gli ho dato il mio nome e il mio numero di telefono. Lui stesso mi ha consegnato un biglietto da visita.

– Passi pure quando vuole. Sono in ufficio tutto il giorno. Anche nel mese di luglio.

Quando sono uscito dalla stanza, ho guardato il lampadario acceso sopra di noi, un lampadario di una grandezza impressionante. I nostri sguardi si sono incrociati.

– Questo era il salone. Ai tempi del signor Brainos.

Fuori l’aria era meno soffocante di prima. Non riuscivo a non pensare all’uomo nell’ufficio con le imposte chiuse, sotto la luce abbagliante del lampadario, con la schiena dritta, la cravatta stretta, senza la benché minima goccia di sudore sulla fronte. Mi chiedevo se avessi sognato e se dovessi tornare indietro per controllare che la facciata del civico 194 ci fosse ancora, che il villino non fosse già stato demolito «per un’operazione immobiliare», come mi aveva annunciato Pierre Mollichi.

Mi ero dimenticato di chiedergli informazioni sul castello di Chêne-Moreau a Pruniers-en-Sologne menzionato nella lettera di Georges Brainos e nell’agenda di Noëlle Lefebvre. Ma a che scopo? Ero certo che la sua risposta sarebbe stata imprecisa, come tra l’altro i pochi dettagli che mi aveva fornito sul conto di Noëlle Lefebvre.

Contavo solo su me stesso e ciò non mi scoraggiava affatto, anzi, mi procurava una certa euforia. Camminavo lungo il viale verso place de l’Étoile, e quella sera mi sentivo in «uno stato di trance», come stranamente si usa dire. Parigi non mi era mai sembrata cosí dolce e cosí amichevole, non mi ero mai spinto cosí tanto nel cuore dell’estate, stagione che un filosofo, di cui non ricordo il nome, definiva metafisica. E cosí Noëlle, la pastorella delle Alpi, aveva abitato per qualche tempo in una delle camere di sopra, a un centinaio di metri alle mie spalle… Il viale era deserto, eppure sentivo una presenza al mio fianco, l’aria era piú pungente del solito, la sera e l’estate piú luminescenti. E provavo la medesima sensazione ogni volta che mi avventuravo in una via traversa per potere annotare poi l’itinerario nero su bianco, ogni volta che vivevo un’altra vita – ai margini della mia vita.


Oggi comincio la quarantasettesima pagina di questo libro pensando che Internet non mi è di alcun aiuto. Lí non c’è traccia di Gérard Mourade, né di Roger Behaviour. Secondo il motore di ricerca, in Francia ci sarebbero diverse Noëlle Lefebvre, ma nessuna corrisponde a quella che riceveva le lettere al fermoposta.

Meglio cosí, altrimenti non ci sarebbe piú motivo di scrivere un libro. Basterebbe ricopiare le frasi che compaiono sullo schermo, senza fare nessuno sforzo di immaginazione.

E, come per le fotografie digitali, non vedremmo piú svilupparsi a poco a poco l’immagine nella camera oscura, quell’immagine e quella camera oscura di cui parlava uno scrittore dell’Ottocento in una lettera che avrei potuto trovare al fermoposta, dimenticata lí da piú di cento anni, e che mi avrebbe incoraggiato a proseguire la ricerca: «Continuo a non parlare con nessuno. Infatti, è in questa specie di camera oscura della solitudine che devo vedere nascere i miei libri prima di scriverli».

Forse sarebbe piú semplice rispettare l’ordine cronologico e, a tal fine, sfruttare i numerosi punti di riferimento. Le mie agende sono ancora piú vuote di quella di Noëlle Lefebvre, ritrovata nel doppiofondo del comodino. Tra l’altro, a dire il vero, non ho mai avuto agende e non ho mai tenuto un diario. Questo mi avrebbe facilitato le cose. Ma non volevo registrare la mia vita, la lasciavo scorrere come i soldi facili che filano via tra le dita. Non ero diffidente. Quando pensavo al futuro, ero convinto che nulla di ciò che avevo vissuto sarebbe andato perso. Nulla. Ero troppo giovane per sapere che da un certo momento in poi ti scontri con i vuoti di memoria.

Quando mi è tornato alla mente l’episodio del barbiere di rue des Mathurins e la foto di Mourade nell’annuario del cinema, mi sono reso conto di avere avuto un cosiddetto vuoto di memoria. Poco fa ho scritto che erano trascorsi dieci anni dal pomeriggio di primavera in cui Hutte mi aveva mandato «sul campo» alla ricerca di Noëlle Lefebvre. E cosí sembra quasi che per dieci anni non avessi piú pensato a quel brevissimo episodio della mia vita, che tutti gli incontri fatti e le varie vicende vissute in quei dieci anni avessero ricoperto quel pomeriggio nel quindicesimo arrondissement di una coltre di oblio. Ma non è cosí. D’ora in poi, per quanto possibile, devo sforzarmi di rispettare l’ordine cronologico, altrimenti mi perderò in quelle zone in cui si accavallano memoria e oblio.


Avevo lasciato l’agenzia di Hutte da appena due anni, credo. All’improvviso, un pomeriggio, camminando sul marciapiede, ho provato un turbamento, come se fossi bruscamente trascinato indietro nel tempo, o meglio come se quei due anni fossero stati cancellati. E di nuovo avevo la sensazione di portare avanti la mia ricerca.

Percorrevo lo spartitraffico di place de l’Opéra e mi apprestavo a scendere le scale della stazione del metrò, quando ho visto da lontano l’insegna e la vetrina della pelletteria Lancel. Per una frazione di secondo il marciapiede ha vacillato, tanto da farmi incespicare e risvegliare da un lungo sonno.

Sono entrato senza esitazione da Lancel e mi sono diretto verso una delle commesse in fondo al negozio:

– Mi perdoni. Vorrei avere notizie di Noëlle Lefebvre.

Lo avevo detto con voce sicura e scandendo le sillabe, ma lei non sembrava avere capito.

– Notizie di chi, mi scusi?

Mi osservava con una certa diffidenza e ho temuto che allertasse i suoi colleghi. Di certo non avevo l’aspetto di un cliente abituale.

– Noëlle Lefebvre. Lavorava qui due anni fa.

– Sono qui solo da sei mesi… Dovrebbe chiedere alla mia collega…

Indicava una donna bruna sulla trentina, seduta a una scrivania vicino all’ingresso del negozio.

Non mi aveva notato. Era assorta in un lavoro di contabilità. Stavo per lasciare il negozio il piú discretamente possibile, quando ha alzato gli occhi verso di me.

– Mi scusi… Per caso ha notizie di Noëlle Lefebvre…? Lavorava qui due anni fa…

Non mi staccava gli occhi di dosso, come se cercasse di capire con chi avesse a che fare. I miei vestiti erano sobri e il taglio di capelli classico. Le avevo rivolto la domanda con tono molto pacato. Non avevo niente da rimproverarmi.

– Era amico di Noëlle Lefebvre?

Ho intuito che il mio caso la interessava. Però mi turbava che avesse usato il passato.

– Sí, un amico intimo.

– Tra un’ora chiudiamo… Qui è difficile parlare… Se vuole possiamo trovarci di fronte, al caffè Khédive in boulevard des Capucines… Tra un’ora…

Si è alzata, mi ha accompagnato all’uscita del negozio e mi ha indicato il caffè.

Mi sono accomodato a un tavolo all’aperto. Due anni prima, quando tentavo di raccogliere informazioni, avevo detto a Gérard Mourade che dopo il lavoro incontravo Noëlle Lefebvre in quel caffè. E piú passava il tempo, piú mi chiedevo se ciò che avevo dichiarato a Mourade fosse davvero una bugia. Mi dispiaceva di non avere con me la cartolina del fermoposta per osservare la foto con occhio piú attento. Forse quella Noëlle Lefebvre l’avevo incontrata davvero. Nella vita ci sono spazi bianchi, ed eclissi della memoria. E se avevo preso sul serio la ricerca affidatami da Hutte – un «caso» piuttosto banale, poiché ci sono centinaia di persone che ogni giorno spariscono o cambiano indirizzo, o semplicemente rompono con la routine quotidiana per un colpo di testa – era senz’altro perché quel viso mi ricordava qualcosa, qualcuno che potevo avere incrociato sotto un altro nome.

L’ho vista mentre attraversava il boulevard e le ho fatto un cenno col braccio. È rimasta in piedi davanti al mio tavolo.

– Non le dispiace se camminiamo fino alla Madeleine? Prendo il metrò laggiú… Devo tornare a casa piú presto del solito…

Siamo passati davanti alla vetrina di Lancel e abbiamo attraversato la piazza. Rimaneva in silenzio. Fino alla Madeleine non c’era molto tempo per parlare. Stava a me attaccare discorso.

– Lei era amica di Noëlle Lefebvre?

– Sí. Siamo diventate amiche appena è arrivata da Lancel. Uscivamo spesso insieme.

Sembrava sollevata che avessi fatto io il primo passo, come se si trattasse di un tema delicato.

– E non ha piú nessuna notizia di lei?

– No. Da due anni.

– Nemmeno io.

Sul marciapiede di boulevard des Capucines era l’ora di punta. La gente usciva dagli uffici per prendere il metrò o il treno alla Gare Saint-Lazare. Avevo l’impressione che si dirigessero tutti nella direzione opposta alla nostra e temevo che ci perdessimo tra la folla, tanto piú che lei camminava in fretta e la seguivo con difficoltà. Sarebbe stato piú semplice e piú prudente prenderla a braccetto, ma quel gesto rischiava di sembrarle fuori luogo.

– E non ha idea di dove potrebbe essere?

– Nessuna. Suo marito è venuto da Lancel. Gli ho parlato. Anche lui non capiva.

Intuivo che evocava quel ricordo malvolentieri. E dopo tutti quegli anni mi chiedo se non avesse preferito ritrovarsi in mezzo alla folla anziché a tu per tu in un caffè per rievocare Noëlle Lefebvre.

– Conosceva bene suo marito?

– Non proprio. Devo averlo visto un paio di volte. Uscivamo sempre noi due, io e Noëlle.

– E ha conosciuto Gérard Mourade?

– Un ragazzo con i capelli scuri e ricci che frequentava un corso di teatro?

Aveva alzato lo sguardo verso di me. Sorrideva ironica.

– Una volta Noëlle mi aveva portata al suo corso d’arte drammatica… proprio dalle parti di Lancel…

Camminava cosí spedita che faticavo non solo a seguirla, ma perfino ad afferrare le sue parole. E aveva un timbro di voce molto basso.

– E lei ha conosciuto suo marito? – mi ha chiesto.

– No.

– Mi diceva che era un po’ depresso. Lei era sempre in cerca di un lavoro per lui. Tra l’altro, mi chiedo se fosse davvero suo marito…

Mi è tornato in mente un appunto sull’agenda di Noëlle Lefebvre, tra tutti quelli che conoscevo a memoria a furia di tentare di decifrarli, come se si trattasse di un codice segreto: «Chiedere a Marion Le Path Vinh se può trovare un lavoro a Roger nella sua ditta di trasporti».

– Pensa che non fosse suo marito?

– Credo che Noëlle avesse una vita sentimentale complicata e che a volte fosse preoccupata… Ma non si è mai confidata…

– Quindi voi due uscivate insieme?

Avevo la sensazione che se non le avessi fatto domande sarebbe rimasta in silenzio. Per lei la scomparsa di Noëlle Lefebvre era certamente un argomento doloroso. In quei due anni doveva averci pensato, come me, a intervalli sempre piú distanti, perché la vita quotidiana deve riprendere il suo corso.

– Sí, uscivamo insieme. A volte mi portava in strani posti. Per esempio un dancing in quai de Grenelle.

– La Marine?

– Sí. La Marine. Ci ha portato anche lei?

Ha smesso di camminare come se si aspettasse una risposta di una certa importanza.

– No. Mai.

– Strano, – mi ha detto. – Ho la sensazione di averla vista con lei, un giorno, nel caffè di poco fa… di fronte a Lancel…

– No. Si sbaglia…

– Allora era qualcuno che le somigliava…

Stavamo lontani dalla folla, all’imbocco della via senza uscita che porta al teatro Édouard VII. Era deserta, e ciò era in contrasto con il fiume di passanti sul boulevard, che dovevamo risalire controcorrente.

– E oltre al dancing, c’era anche un altro posto dove Noëlle mi portava spesso… era verso gli Champs-Élysées… all’imbocco di una strada senza uscita… come quella in cui ci troviamo ora…

Ha guardato l’orologio.

– Sono in ritardo… mi scusi…

Aveva ripreso a camminare, e continuavo a starle dietro a fatica tra la folla. Rimaneva in silenzio e sembrava preoccupata. Era come se avesse dimenticato la mia presenza e tutto ciò che riguardava Noëlle Lefebvre.

– A conti fatti, – le ho detto, – l’ha frequentata soltanto per qualche mese?

– Circa tre mesi. Ma eravamo parecchio amiche.

All’improvviso aveva assunto un tono molto grave. E, con mio stupore, mi ha preso a braccetto.

– E lei? La conosceva da tempo?

– Sí. Molto tempo. Eravamo nati nella stessa regione. Nei dintorni di Annecy.

Una frase che avevo detto a Mourade due anni prima. E quella sera, ripetendola, mi sembrava che non fosse piú davvero una bugia.

– Sapevo che era nata in un paese di montagna, ma non mi ha mai parlato di lei…

– Negli ultimi anni non ci vedevamo piú tanto spesso… Credo che si fosse fatta nuovi amici…

Volevo citarle un nome, ma mi sfuggiva. Poi mi è tornato in mente, per caso.

– Conosceva un amico di Noëlle che si chiamava Georges Brainos? Un uomo sulla cinquantina…

Sembrava riflettere, e continuava a tenermi a braccetto.

– Sulla cinquantina? Allora doveva essere il proprietario del Dancing de la Marine e del posto di cui le parlavo poco fa dalle parti degli Champs-Élysées… o forse un altro…

Non pareva molto interessata a quel Brainos. Era di nuovo silenziosa e io non sapevo piú cosa chiederle. Stavamo arrivando alla stazione Madeleine. Eravamo davanti all’entrata del metrò.

– Aveva anche un’altra amica… Miki Durac… Non so dove l’avesse incontrata. Quell’amica le ha fatto conoscere tanta gente… Ma io preferivo stare da sola con Noëlle… Ha conosciuto Miki Durac?

Mi fissava sospettosa. Non sembrava apprezzare particolarmente Miki Durac.

– No, non l’ho mai incontrata.

– Non abbiamo avuto molto tempo per parlare di Noëlle, – mi ha detto. – Se vuole possiamo rivederci…

Ha aperto la borsetta e mi ha consegnato un biglietto da visita. Era difficile rimanere lí, all’entrata del metrò, senza farsi urtare. L’ora di punta.

Mi ha stretto la mano. Ho intuito che volesse dirmi qualcosa.

– Senta… io cerco di darmi una spiegazione… credo che sia morta…

E poi mi ha lasciato di colpo, come trascinata dal fiume di gente che scendeva la scalinata.

Poco dopo ho temuto di avere perso il biglietto da visita. Ma era finito in fondo alla tasca dei pantaloni. Françoise Steur. Un indirizzo e un numero di telefono a Levallois-Perret. «Credo che sia morta». Lo aveva dichiarato con la sua voce bassa, e l’avevo sentita a fatica.

Per quanto ci riflettessi, non mi abituavo all’idea. Oggi, ripensandoci, mi dico che quella frase risolutiva, «Credo che sia morta», non corrispondesse con il vago e l’incertezza che per me circondavano Noëlle Lefebvre. Se si fosse solo trattato di mettere insieme le tessere di un puzzle per ottenere un’immagine precisa e definitiva, forse la frase non mi avrebbe sconvolto come quella sera, quando ero con Françoise Steur davanti all’entrata del metrò. Ma per quanto tu possa scrutare con la lente d’ingrandimento i particolari di una vita, vi rimarranno per sempre segreti e punti di fuga. E ciò mi sembrava il contrario della morte.

E un altro aspetto della questione adesso mi appare con piú chiarezza rispetto a quando ero giovane: è possibile fidarsi dei testimoni? Cosa mi avevano rivelato Gérard Mourade o Françoise Steur riguardo a Noëlle Lefebvre di davvero rilevante? Ben poco. Alcuni particolari sparsi e contraddittori che imbrogliavano tutto, come le interferenze alla radio che ti impediscono di ascoltare una musica. E quei testimoni sono cosí improbabili che li incontri una volta, rivolgi loro domande alle quali non rispondono nulla e non senti nemmeno il bisogno di rimanere in contatto.

Non è questo il caso di Françoise Steur, che ho rivisto piú tardi e di cui parlerò se troverò il coraggio. Ma Gérard Mourade? Quando ero uscito dal barbiere di rue des Mathurins con in mano l’annuario del cinema, mi ero detto che nei dieci anni precedenti non avevo pensato a lui nemmeno una volta. Eppure, se fossi stato piú curioso, avrei scoperto che aveva una piccola parte in La fine del mondo al teatro Michel, e sarei andato a trovarlo in camerino. Ma avrei rischiato di rimanere deluso: forse aveva dimenticato Noëlle Lefebvre e il nostro primo incontro. Per quanto riguarda Miki Durac, avevo rinunciato a ritrovarla due anni prima tra gli innumerevoli palazzi di boulevard Brune.


Mi piacerebbe rispettare l’ordine cronologico e annotare i momenti in cui Noëlle Lefebvre è tornata a occupare i miei pensieri nel corso di tutti questi anni, precisando ogni volta la data e l’ora. Ma è impossibile stendere un simile calendario su un lasso di tempo cosí lungo. Credo sia meglio far scorrere la penna. Sí, i ricordi affluiscono attraverso la penna. Non bisogna forzarli, ma scrivere evitando il piú possibile le cancellature. E nel flusso ininterrotto di parole e frasi, qualche particolare dimenticato o che hai sepolto, chissà perché, in fondo ai ricordi, tornerà in superficie a poco a poco. È importante non fermarsi, soprattutto tenere a mente l’immagine di uno sciatore che scivola in eterno su una pista piuttosto ripida, come la penna sulla pagina bianca. Le cancellature verranno dopo.

Uno sciatore che scivola in eterno. Oggi queste parole mi ricordano l’Alta Savoia dove ho trascorso qualche anno della mia adolescenza. Annecy, Veyrier-du-Lac, Megève, il Mont d’Arbois…

Un pomeriggio di luglio, l’anno in cui avevo scoperto la foto di Mourade nell’annuario del cinema, avevo incontrato all’incrocio Richelieu-Drouot un amico di Annecy, appunto, un certo Jacques B., soprannominato «il Marchese». E allora mi sono ricordato che Noëlle Lefebvre era nata in «un paese nei dintorni di Annecy». Non avevo dato molta importanza a quel particolare registrato sulla scheda di Hutte. La scheda era cosí incompleta e disseminata di cosí tante inesattezze, che mi chiedevo se non fosse stato Hutte in persona a scegliere un «paese nei dintorni di Annecy» come luogo di nascita di Noëlle Lefebvre, per liberarsi al piú presto di un «caso» che non gli interessava.

Erano dieci anni che non vedevo Jacques B., e tutte le persone che avevo conosciuto in Alta Savoia.

Mi ha detto che lavorava nella redazione di un giornale, poco lontano, e ci siamo ritrovati seduti uno di fronte all’altro a un tavolo del caffè Cardinal.

La sala era deserta. Per via della presenza del Marchese, mi sembrava di essere di nuovo sotto i portici della Taverne, ad Annecy, nel cuore di un pomeriggio d’estate.

Ho lasciato che il Marchese mi esponesse il suo «percorso», come diceva lui, dopo i bei tempi di Annecy. Un passaggio nella Legione straniera. Riformato dopo pochi mesi. Alcuni lavoretti a Lione, prima di prendere il treno per Parigi. E alla fine era diventato giornalista e scriveva nelle pagine di cronaca. Da due anni.

– Perché la Legione straniera? – gli ho chiesto.

Un tempo, sulla spiaggia dello Sporting e per le vie di Annecy, sembrava cosí disinvolto e spensierato che non avrei mai immaginato si potesse arruolare.

– Cosí, – mi ha detto scrollando le spalle. – Non avevo scelta…

E mi sentivo in colpa per non avere intuito allora in lui un certo male di vivere.

– Per caso ad Annecy hai conosciuto qualcuno chiamato Lefebvre?

– Con o senza «b»?

Ritrovavo il suo sorriso ironico, un sorriso che nei miei ricordi non lo abbandonava mai.

– Con la «b».

– Lefebvre…

E lo pronunciava calcando la lettera «b».

– Ma sí… Sancho Lefebvre…

Sancho Lefebvre. Quel nome ricordava qualcosa anche a me. Ma non l’avrei mai associato a Noëlle Lefebvre.

– Un tizio piú grande di noi… Non puoi averlo conosciuto… Non mi viene in mente nessun altro Lefebvre di Annecy… Ma cosa vuoi da Sancho Lefebvre?

Mi osservava con il suo eterno sorriso, e non sembrava sorpreso, soltanto un po’ incuriosito dal fatto che quel Sancho Lefebvre apparisse lí accanto a noi, come un fantasma, o forse come un morto.

– Deve avere lasciato Annecy quindici anni fa… Ma ogni tanto tornava… Viveva in Svizzera o a Roma… o addirittura a Parigi…

E all’improvviso mi sono ricordato di un primo pomeriggio d’estate ad Annecy. Mi ero rifugiato nella hall di un albergo di rue Sommeiller per ripararmi dal sole e dal caldo. Accanto a me erano sedute tre o quattro persone, e il nome di «Sancho Lefebvre» tornava spesso nella loro conversazione, ma non riuscivo a cogliere nessun’altra parola a parte quel nome, o meglio soprannome: Sancho. Lo stesso nome compariva nella lettera di Noëlle Lefebvre che avevo ritirato dieci anni fa al fermoposta.

– Un tipo strano… Ogni volta sapevamo che tornava ad Annecy per via dell’auto… un’auto sportiva inglese o italiana… o un’americana decappottabile…

– Adesso quanti anni potrebbe avere?

– Trentanove, quarant’anni.

– Era sposato?

– No.

Seduto davanti a me, Jacques B. sembrava perso nei suoi pensieri.

– L’ultimo anno ad Annecy, prima di arruolarmi nella Legione… Credo che ci siamo visti di nuovo quell’anno, o sbaglio…? Era il 1962 o il 1963… Ho sentito dire che Sancho Lefebvre era partito da Annecy con una ragazza di vent’anni… e pare che si fossero sposati…

– E non la conoscevi quella ragazza?

– No.

– Non si chiamava Noëlle?

– Non ho mai conosciuto una Noëlle ad Annecy.

Non c’era piú niente da aggiungere. Mi ero fatto qualche scrupolo per avergli rivolto tutte quelle domande e cercavo le parole giuste per fornirgli una spiegazione.

– Si tratta di un fatto di cronaca in cui si è trovato coinvolto un amico, dieci anni fa… una scomparsa… e siccome la ragazza era nata nei dintorni di Annecy, ho pensato che tu ne fossi al corrente…

– Un fatto di cronaca? Perché no? Con un tipo come Sancho Lefebvre, tutto era possibile.

Aveva parlato al passato. E di colpo ho provato una grande stanchezza nell’evocare il passato e i suoi misteri. Un po’ come chi, per anni e anni, ha tentato di decifrare una lingua molto antica. L’etrusco, per esempio.

Abbiamo parlato di cose banali nella lingua di oggi. Poi, dopo esserci scambiati indirizzi e numeri di telefono, l’ho accompagnato fino alla redazione in rue Richelieu. Prima di entrare nell’atrio, mi ha sorriso e mi ha detto:

– Se vuoi posso cercare di saperne di piú su Sancho Lefebvre.

Ricordo lo stato d’animo di quel giorno. Dopo aver lasciato Jacques B., detto «il Marchese», mi ero incamminato lungo i Grands Boulevards. Arrivato all’altezza del cinema Rex, avevo pensato che laggiú, a poche centinaia di metri, avrei ritrovato Françoise Steur. Ma chissà se lavorava ancora da Lancel. Se sí, mi avrebbe fatto aspettare un paio d’ore la fine del suo turno in negozio. A che scopo? Ignorava senz’altro l’esistenza di Sancho Lefebvre.

Ero perplesso. Ormai avevo la certezza che all’anagrafe Noëlle Lefebvre non si fosse mai chiamata Noëlle Behaviour, ma che era stata sposata all’uomo senza volto che non avevo potuto conoscere ad Annecy, come Jacques B. mi aveva detto. Signora Lefebvre. E il suo cognome da nubile? Non solo era scomparsa da dieci anni, ma adesso per me era diventata una ragazza senza cognome. E anche il nome, Noëlle, chissà se fosse quello giusto.


Nei giorni seguenti a piú riprese mi era venuta voglia di telefonare a Jacques B. per proporgli un nuovo appuntamento. Era l’unica persona con cui potessi parlare del periodo della mia vita in Alta Savoia. E il fatto che l’enigmatico Sancho Lefebvre e Noëlle Lefebvre fossero entrambi legati a quella regione mi turbava. Un cognome molto diffuso in Francia e senz’altro in quella zona.

Dovevo cavarmela da solo, e anche senza l’appoggio di Jacques B. Tentavo di stilare la lista di tutte le persone che avevo conosciuto in Alta Savoia, nella speranza che qualcuno mi mettesse sulle tracce di Sancho o di Noëlle Lefebvre. Devo ammettere che all’inizio era un lavoro faticoso. Mi sembrava di essere un uomo colpito da amnesia al quale hanno fornito un itinerario molto dettagliato da seguire in luoghi che un tempo gli erano familiari. Basta il nome di una cittadina a ricordargli di colpo tutto il passato.

Era la prima volta che mi dedicavo a un esercizio simile. Quando Hutte mi aveva mandato nel quindicesimo arrondissement in cerca di Noëlle Lefebvre, sapevo che era nata «in un paese nei dintorni di Annecy», come indicato sulla scheda che lui stesso aveva scritto, ma non avevo messo in relazione questo elemento con la mia permanenza in Alta Savoia. I ricordi di quel periodo erano ancora vividi, poiché gli ultimi risalivano ad appena tre anni prima. Ma non avevo l’abitudine né la propensione a voltarmi verso il passato.

Ero sorpreso che mi tornassero in mente cosí tanti nomi. Li annotavo su un taccuino, e i volti corrispondenti ai nomi sfilavano come diapositive. Alcuni volti con i lineamenti abbastanza precisi, altri sfocati al punto da non essere altro che una specie di alone o di vago contorno in cui si distinguevano appena la bocca e le sopracciglia. Benché la maggior parte dei volti non fosse riconoscibile, i nomi erano rimasti intatti.

Loulou Alauzet, Georges Panisset, Yerta Royez, signora Chevallier, dottor Besson, dottor Trevoux, Pimpin Lavorel, Zazie, Marie-France, Pierrette, Fanchon, Kurt Wick, Rosy, Chantal, Robert Constantin, Pierre Andrieux, e altri che continuavano ad affiorare… Ma per quanto me li ripetessi sottovoce, non collegavo nessuno dei nomi a quello di Sancho Lefebvre che avevo sentito pronunciare un pomeriggio d’estate, nella hall dell’albergo di rue Sommeiller da persone che non conoscevo. Anzi, mi sembrava di avere imboccato la strada sbagliata. A furia di ricordare tutte le persone che avevo incontrato in Alta Savoia in quel periodo, il cosiddetto Sancho Lefebvre e Noëlle, con lo stesso cognome, si sarebbero confusi in quella moltitudine, e non avrei avuto piú nessuna possibilità di ritrovarli. Sí, avevo scelto un metodo decisamente sbagliato. Quel flusso di ricordi troppo brusco rischiava di offuscarne altri, piú nascosti, e di coprire per sempre le tracce.

Tuttavia, ripensando a Jacques B. e alla nostra conversazione, sono tornato sulla strada dove avrei potuto incontrare Sancho Lefebvre. Mi è sembrato di sentire di nuovo, ma in modo piú chiaro rispetto alla prima volta, una frase di Jacques B., alla quale sul momento non avevo prestato particolare attenzione: «Un tipo strano… Ogni volta sapevamo che tornava ad Annecy per via dell’auto…» E a poco a poco si è fissata in me l’immagine di un’auto americana decappottabile, come se aspettassi lo sviluppo di una fotografia in una camera oscura. Durante un’estate torrida all’inizio degli anni sessanta, l’avevo vista a piú riprese parcheggiata lungo avenue d’Albigny in luoghi diversi, sul lato sinistro davanti alla prefettura o su quello di destra all’altezza dello Sporting. E anche davanti al caffè del casinò. Ma in quale estate di preciso? Un pomeriggio, sul presto, dalla spiaggia di Veyrier-du-Lac risalivo il sentiero per comprare il giornale nel negozietto che precede la posta e la chiesa. Sul giornale, in prima pagina, scritto in nero a caratteri cubitali, c’era un nome che non conoscevo e che mi aveva colpito per la sua sonorità: BIZERTE, un suono grave e inquietante, come le due sillabe che avevo imparato a leggere da bambino, nella penombra delle officine: CASTROL. Basterebbe cercare la data dei cosiddetti «fatti di Bizerte» per sapere quale estate fosse.

Doveva essere la prima estate che trascorrevo ad Annecy dopo un anno di collegio in un paese dei dintorni. Uscivo dal cinema del casinò. Era circa mezzanotte. Per raggiungere la mia stanza a Veyrier-du-Lac potevo fare il tragitto a piedi, ma sarebbe stato lungo. O fare l’autostop. O prendere la prima corriera in place de la Gare verso le sei di mattina. In quel momento ho visto avvicinarsi un ragazzo che avevo incontrato la settimana prima sulla spiaggia dei Marquisats, un certo Daniel V., piú grande di me. Dall’inizio delle vacanze V. guadagnava un po’ di soldi dando lezioni di tennis, ma aveva intenzione di lasciare definitivamente Annecy in ottobre, per «lavorare nel settore alberghiero a Ginevra o a Parigi», mi aveva detto. Si era già fatto un po’ d’esperienza, dopo un impiego di sei mesi come barman al Cintra di rue Vaugelas.

– Cosa ci fai qui da solo?

Gli ho detto che dovevo tornare a Veyrier-du-Lac, ma non sapevo come. A piedi, probabilmente.

– Ma no, figurati… ti accompagno io…

E mi aveva fatto un gran sorriso, come un barman che propone un nuovo cocktail a un cliente solitario che si è attardato al bancone.

Mi ha portato su avenue d’Albigny.

– Ho una macchina, un po’ piú in là…

A quell’ora il viale era deserto e silenzioso. Si sentiva il fruscio degli alberi. Man mano che andavamo avanti, eravamo illuminati soltanto dalla luna piena. Almeno nei miei ricordi.

All’altezza di villa Schmidt c’era un’auto americana decappottabile parcheggiata lungo il marciapiede. L’ho riconosciuta subito. Quello stesso giorno l’avevo vista posteggiata in rue Royale.

– Il proprietario lascia sempre la chiave inserita nel quadro.

Ha aperto la portiera e mi ha fatto segno di salire. Esitavo.

– Non ti preoccupare, – mi ha detto Daniel V. – Il tizio non si accorgerà di niente.

Mi sono seduto e Daniel V. ha sbattuto la portiera. Era troppo tardi per cambiare idea.

Daniel V. si è messo al volante. Ha acceso il motore e ho sentito il tipico rombo delle automobili americane che fin da bambino mi aveva sempre colpito, perché sembrava di essere sul punto di decollare.

Abbiamo superato la prefettura e percorrevamo la strada che costeggia il lago. Mi aspettavo di vedere sbucare un’auto della polizia.

– Non sembri molto a tuo agio, – mi ha detto Daniel V. – Stai tranquillo… Conosco a memoria gli orari di quel tizio. Non riprende mai la decappottabile prima delle tre di notte. Gioca al casinò.

– Ma perché lascia le chiavi nel quadro?

– La macchina è immatricolata in Italia, ha la targa di Roma… Deve essere un’abitudine di quelle parti lasciare le chiavi inserite nel quadro.

– E se ti chiedono la carta di circolazione?

– Dirò che il tizio mi ha prestato la macchina. Poi mi metto d’accordo con lui.

Alla fine la spensieratezza di Daniel V. mi aveva contagiato. Dopotutto non avevo neanche diciassette anni.

– L’ultima volta che gli ho preso la macchina sono andato fino a La Clusaz…

Guidava lentamente e non sentivo piú il motore. Percepivo un leggero rollio, come se stessimo galleggiando sull’acqua.

– Non conosco quel tizio… ma è nato qui in zona… Ogni tanto torna ad Annecy durante l’estate… Sono due anni che lo vedo e lo riconosco per via della macchina… Si chiama Serge Servoz…

Ha aperto il vano portaoggetti e mi ha dato la patente dove figurava proprio quel nome e la foto di un uomo piuttosto giovane, ma che mi è sembrato molto piú grande di noi. Nei giorni e nei mesi seguenti mi sarei accorto che il nome «Serge Servoz» mi era rimasto in mente.

– Stanotte potremmo approfittarne per andare fino a Ginevra, – mi ha detto Daniel V. – Cosa ne pensi?

Ma deve aver notato una certa preoccupazione nel mio sguardo, visto che mi ha dato una pacca sul ginocchio.

– Ma no… scherzavo…

Aveva rallentato ancora, e l’auto scivolava in silenzio come se procedesse in folle. Davanti a noi il viale deserto e i riflessi della luna sul lago. Superato Chavoire non mi sono piú preoccupato. Ormai avevo la sensazione che l’auto fosse nostra.

– Domani sera alla stessa ora potremmo fare un altro giro, – mi ha detto Daniel V.

– Credi che la macchina sarà parcheggiata nello stesso posto?

– Lí o davanti alla prefettura. Durante il giorno parcheggia sempre lungo i portici, nella prima via a destra dopo la Taverne.

Ero stupito da tanta precisione. Eravamo arrivati a Veyrier-du-Lac e lasciavamo alle nostre spalle il grande platano che segnava la fermata della corriera, quella che prendevo la domenica sera per rientrare in collegio.

Nel varcare il cancello spalancato dei «Tilleuls» ha spento il motore, e l’auto è scivolata lungo il vialetto in discesa fino all’ingresso della casa.

– Domani notte andiamo a Ginevra.

È ripartito in retromarcia e ha agitato il braccio in segno di addio.

Lo avrei rivisto a novembre dell’anno successivo, una domenica in cui rientravo in collegio. Quella sera, quando sono salito sulla corriera a Veyrier-du-Lac, non c’era piú posto a sedere. Stavo in piedi come altri passeggeri. Anche lui era in piedi, vicino a me, in uniforme.

– Ma certo, sono proprio io, – mi ha detto con un sorriso imbarazzato. – Faccio il servizio militare ad Annecy.

E mi ha spiegato che si era sposato con una ragazza, che da sei mesi abitavano insieme ai suoceri in un paesino, Alex, e che aspettavano un bambino. Aveva ottenuto dalle autorità militari il permesso di tornare a casa ogni sera.

Era cambiato per via dei capelli rasati e soprattutto, mi sembrava, per la tristezza dello sguardo.

– E tu? – mi ha chiesto. – Studi ancora?

– Già.

Ma non sapevo cos’altro aggiungere.

Prima che la corriera si fermasse ad Alex, mi ha preso a braccetto:

– Però si stava meglio nella macchina decappottabile di Serge Servoz rispetto a questa corriera, non trovi?

E come se volesse convincere se stesso, mi ha detto che non aveva rinunciato al progetto di lavorare all’estero nel settore alberghiero. Non a Ginevra, era davvero troppo vicino. Ma a Londra, forse.


Man mano che tento di aggiornare la mia ricerca provo una sensazione molto strana. Mi sembra che tutto fosse già scritto con l’inchiostro simpatico. Come lo definisce il vocabolario? «Inchiostro invisibile che scurisce solo se sottoposto all’azione di una determinata sostanza». Forse voltando pagina apparirà a poco a poco ciò che è stato redatto in inchiostro invisibile, e le domande che mi pongo da tanto tempo sulla scomparsa di Noëlle Lefebvre, e la ragione per cui mi faccio quelle domande, tutto ciò sarà risolto con la precisione e la limpidezza di un verbale di polizia. Con una calligrafia molto chiara e simile alla mia, verranno fornite spiegazioni, nei minimi dettagli, e i misteri saranno svelati. E forse alla fine tutto questo mi permetterà di conoscere meglio me stesso.

L’idea dell’inchiostro simpatico mi è venuta qualche giorno fa, sfogliando di nuovo l’agenda di Noëlle Lefebvre. In data 16 aprile: «Rivisto Sancho a La Caravelle, rue Robert-Estienne. Non sarei dovuta tornare in quel posto. Che fare?» Ero sicuro di non avere mai letto queste frasi e che la pagina fosse bianca. Le parole erano scritte con l’inchiostro blu, molto piú chiaro rispetto agli altri appunti, un blu quasi trasparente. E osservando da vicino e sotto una luce intensa le pagine bianche dell’agenda, avevo l’impressione di vedere in filigrana tracce di scrittura, ma non era possibile distinguere le lettere o le parole. Apparentemente tutte le pagine erano cosí, come se lei avesse tenuto un diario o menzionato un gran numero di appuntamenti. Mi informerò sulla «determinata sostanza» alla quale allude il vocabolario. Forse si tratta di un prodotto reperibile in commercio con facilità, e grazie al quale tutto ciò che Noëlle Lefebvre ha annotato nell’agenda risalirà in superficie sulla pagina bianca, come se lo avesse scritto il giorno prima. Oppure accadrà tutto in modo naturale, tutto diventerà leggibile da un giorno all’altro. Basta lasciare scorrere il tempo.

Ecco una prova: mi ci sono volute decine d’anni per sapere che l’ortografia del nome «Behaviour» era sbagliata.

L’avevo sentito soltanto da Gérard Mourade ed ero sicuro che si scrivesse all’inglese: Behaviour. E invece no. Mi sono reso conto dell’errore un pomeriggio, mentre percorrevo il lungosenna in direzione della Maison de la Radio.

Ero arrivato all’altezza della grande officina che precede la linea sopraelevata del metrò e la scalinata di square de l’Alboni. All’ingresso dell’officina un’insegna bianca presentava questa scritta in caratteri rossi:

OFFICINA DEL TROCADÉRO

R. Béavioure

Specialista Chrysler

giorno e notte

Conoscevo bene quel quartiere ed ero stupito di non avere mai notato l’insegna, e soprattutto il nome: BÉAVIOURE. Ma forse bisogna aspettare un certo lasso di tempo prima che appaiano le lettere e i nomi, come sulle pagine dell’agenda di Noëlle Lefebvre. Questo confermava la mia idea: anche se a volte hai dei vuoti di memoria, tutti i particolari della tua vita sono scritti da qualche parte con l’inchiostro simpatico.

Attraverso l’ampia vetrata potevo scorgere un uomo seduto a una scrivania in metallo, con la testa china, forse intento a consultare un fascicolo. Ho bussato al vetro. L’uomo ha alzato lo sguardo verso di me e mi ha fatto cenno di entrare.

Ero in piedi di fronte a lui. Un uomo sulla cinquantina, capelli bianchi tagliati corti, a spazzola, un non so che di giovanile nel viso, senz’altro per via dello sguardo e della pelle liscia e abbronzata in contrasto con i capelli bianchi.

– Desidera?

La voce era giovanile, con un lieve accento parigino.

– Roger Béavioure?

– In persona.

– È solo per un’informazione…

Indossava una giacca di tela blu scuro e una polo gialla che gli dava un’aria sportiva.

– Sono a sua disposizione…

Mi sorrideva, senz’altro aveva lo stesso sorriso di quando era giovane. E temevo che quel sorriso potesse contrarsi bruscamente quando sarei entrato in argomento.

– Riguarda il suo cognome…

– Il mio cognome…?

Aveva aggrottato le sopracciglia, e il sorriso era scomparso.

– Credo che abbia conosciuto alcuni miei amici, molto tempo fa…

La frase mi sembrava un po’ troppo diretta, ma avevo assunto un tono di voce molto amabile.

– Amici? Ma chi?

– Una ragazza che si chiamava Noëlle Lefebvre e un ragazzo che rispondeva al nome di Gérard Mourade. Sto parlando di tanto tempo fa… Penso che io e lei abbiamo piú o meno la stessa età…

Mi ero espresso nel miglior modo possibile per metterlo a suo agio, sforzandomi di assumere un tono distaccato. Ma provavo una certa apprensione.

Il suo sguardo si era incupito e rimaneva in silenzio.

Mi sono chiesto se le mie parole lo avessero messo in imbarazzo o se stesse cercando di ricordare.

– Le dispiace ripetere i nomi?

– Gérard Mourade e Noëlle Lefebvre. Noëlle Lefebvre è scomparsa all’improvviso. Sapevo che viveva con un certo Roger Béavioure…

– Il primo nome non mi dice proprio niente. Ma ho conosciuto una ragazza che si chiamava Noëlle. È stato nella notte dei tempi…

– Suppongo che sia la stessa persona… – gli ho detto. – All’epoca abitava in rue Vaugelas.

– No, ero io che abitavo in rue Vaugelas… Lei abitava in rue de la Convention.

Ha fatto un breve cenno del capo, come se volesse mettere fine alla conversazione.

– Ha mai saputo che fine ha fatto Noëlle Lefebvre?

– No.

Teneva gli occhi fissi su di me. Sembrava che cercasse le parole giuste.

– Lei pensa che Noëlle sia scomparsa. In realtà aveva semplicemente lasciato Parigi, se non ricordo male.

In quell’istante ha squillato il telefono sulla scrivania. L’uomo ha alzato la cornetta.

– Sono con un cliente… Ma puoi raggiungermi qui…

Ha riagganciato.

– Vede, ci sono periodi della vita che preferiamo non ricordare… E che tra l’altro finiamo per dimenticare… E va benissimo cosí… Ho avuto una giovinezza piuttosto difficile…

Continuava a sorridere, ma con un sorriso un po’ rigido.

– Capisco, – gli ho detto. – Anch’io ho avuto una giovinezza difficile. E abbiamo conosciuto la stessa persona. Non è un caso…

– E invece è un puro caso, mi dispiace.

Il tono della voce era molto meno gentile di prima.

– Mi parla di un periodo cosí lontano… E di una persona che ho conosciuto per pochissimo tempo… Appena tre mesi… Quindi, cosa potrei aggiungere?

Forse era sincero. In una vita tre mesi non sono nulla. E dopo tutti quegli anni, Noëlle Lefebvre per lui non era altro che una comparsa in un film con la pellicola velata, una comparsa di cui non si scorge nemmeno il viso, ma soltanto la sagoma di spalle, sullo sfondo.

– Capisco perfettamente… E mi dispiace di averla importunata.

Mi è sembrato sorpreso da quelle parole che forse avevo pronunciato con voce triste. Ho intuito che voleva fare uno sforzo nei miei confronti. Deformazione professionale? Dopotutto ero un cliente, come aveva detto lui stesso al telefono.

– Ma perché vuole ritrovarla? Noëlle era importante per lei?

Per la prima volta pronunciava il suo nome, come se si trattasse di una persona che conosceva.

– Cerco semplicemente di sapere come mai è scomparsa.

In quel momento è entrata nell’ufficio una donna con i capelli rossi, indossava una giacca scamosciata e un paio di pantaloni beige, vent’anni in meno di Béavioure. Mi ha salutato con un leggero cenno del capo.

– Ne hai ancora per molto?

– No, – ha detto Béavioure con aria imbarazzata. – Con il signore parlavamo di automobili. È un esperto.

Si è voltato verso di me.

– Mia moglie.

Lei mi ha guardato con occhio distratto.

– Farò il possibile per trovare quell’auto, – mi ha detto Béavioure prendendomi a braccetto e accompagnandomi verso la porta a vetri dell’ufficio. – Certo, le Chrysler Valiant non si trovano quasi piú sul mercato. Ma ho buone speranze.

Eravamo entrambi fuori, sul lungosenna. Si è chinato verso di me.

– Poco fa ha pronunciato il nome «Mourade»… Sí, devo avere conosciuto qualcuno che si chiamava cosí…

Sembrava che mi volesse confidare qualcosa.

– Ha abitato a casa mia per un po’… in rue Vaugelas… Era uno squilibrato… Raccontava un sacco di sciocchezze… Si è perfino denunciato alla polizia affermando di avere ucciso una persona…

Le parole gli uscivano di bocca a ritmo accelerato, come se temesse di essere interrotto.

– E cos’altro potrei dirle su Noëlle? Non saprei…

Lanciava occhiate preoccupate verso l’officina. Forse temeva che apparisse sua moglie.

– Ho conosciuto Noëlle al suo arrivo a Parigi… Veniva dalla provincia… da non so piú quali montagne… Era sposata con un uomo piú grande di lei… Io ero giovane, e mi aveva colpito il fatto che il tizio avesse una macchina americana decappottabile… E sa di che marca? Una Chrysler.

Mi ha teso la mano.

– Arrivederci… Non voglio piú pensare a quel periodo… Mi è andata bene… ma ho rischiato…

Salivo la scalinata di rue de l’Alboni per raggiungere la stazione del metrò. Ancora una volta avevo peccato di ingenuità pensando che Béavioure mi avrebbe detto tutto su Noëlle Lefebvre e mi avrebbe fatto capire perché mi interessavo a lei da cosí tanto tempo. E mi ero quasi convinto di essere alla ricerca di un anello mancante della mia vita.

Avevo rinunciato a prendere il metrò e ho imboccato il passage des Eaux, un luogo che mi ricordava, appunto, certi episodi della mia vita. Da tempo ero sicuro che, un giorno o l’altro, in quel vicolo avrei incrociato delle persone che avevo conosciuto. A destra, varie finestre appartenenti a non si sa quale palazzo e di cui non si sapeva nemmeno dove si trovassero i portoni d’ingresso. Bussando ai vetri sarebbe apparso un viso che non avevi visto da trent’anni o che avevi addirittura dimenticato – e quel viso non era cambiato. Diverse persone, di cui ti chiedevi che fine avessero fatto, abitavano lí, nelle stanze a pianterreno al riparo dal tempo. Ti avrebbero aperto le finestre. Il passaggio era deserto e silenzioso, come al solito. A sinistra, un muro di cinta oltre il quale si intuiva un parco o il limitare di un bosco. Lassú, in fondo al vicolo, una figura avanzava percorrendo la discesa, e stavamo per incrociarci. Noëlle Lefebvre? Pensavo all’insegna sul lungosenna e alle lettere rosse, «Officina del Trocadéro. R. Béavioure. Specialista Chrysler. Giorno e notte», e mi veniva da ridere. Non bisogna mai fidarsi dei testimoni. Il piú delle volte le loro presunte testimonianze su persone che avrebbero conosciuto sono imprecise e non fanno altro che confondere le acque. Dietro tutte quelle interferenze scompare la linea di una vita. Come possiamo discernere il vero dal falso se pensiamo ai segni contraddittori che una persona lascia dietro di sé? E non sappiamo molto nemmeno su noi stessi, a giudicare dalle mie bugie e omissioni, o dalle mie dimenticanze involontarie.

La figura si avvicinava e teneva un bambino per mano. Quando mi sono passati accanto, stavo per chiederle se si chiamasse Noëlle Lefebvre. Ma chissà se lo sapeva, o forse se l’era dimenticato. Non ho potuto fare a meno di seguirli con gli occhi fino a che sono scomparsi all’imbocco del passage des Eaux.


Temo che questa ricerca dia l’impressione che io le abbia dedicato molto tempo – già quasi ottanta pagine –, ma non è esatto. Mettendo uno dopo l’altro i momenti fin qui evocati in un certo disordine, risulterà a malapena una giornata intera. Che peso può mai avere una giornata nell’arco di trent’anni? E dalla primavera in cui Hutte mi aveva spedito al fermoposta fino all’incontro con Roger Béavioure, il cui cognome non si scriveva Behaviour, erano trascorsi proprio trent’anni. Insomma trent’anni durante i quali Noëlle Lefebvre avrebbe occupato davvero la mia mente per una sola giornata.

Bastava che il pensiero si presentasse qualche ora, o anche soltanto per qualche minuto, perché diventasse importante. Nel tracciato piuttosto rettilineo della mia vita quella era una domanda rimasta senza risposta. E se continuo a scrivere questo libro, è unicamente nella speranza, forse illusoria, di trovare una risposta. Ma mi chiedo se sia davvero necessario trovare una risposta. Ho paura che una volta ottenute tutte le risposte la vita si richiuda come una trappola, con il rumore delle chiavi di una cella di prigione. Non sarebbe meglio lasciare attorno a sé terreni incolti dove poter fuggire?

Ma, per completare al meglio il fascicolo, devo citare un episodio molto breve, talmente breve che, subito dopo, avevo dubitato che mi fosse successo davvero, e a piú riprese mi ero chiesto se non fosse stato soltanto un sogno.

Era giugno, verso le undici di sera nella farmacia di place Blanche. Davanti a me c’erano due uomini, e uno di loro, il piú basso, aveva dato alla farmacista una ricetta medica. Quello con il fisico massiccio si appoggiava alla spalla dell’altro, come se non riuscisse a reggersi in piedi. Mi è sembrato di riconoscere Gérard Mourade, nonostante la corporatura e i capelli biondi tinti di una tonalità troppo chiara, lui che una quindicina d’anni prima era bruno. Indossava una polo a righe. La mia impressione ha trovato conferma quando mi sono accostato. Il viso era piú o meno lo stesso di un tempo, a parte le guance piú piene. Ho incrociato il suo sguardo.

Quando sono usciti dalla farmacia, l’uomo che mi sembrava Gérard Mourade continuava ad appoggiarsi alla spalla dell’altro, e li ho seguiti.

Camminavano sullo spartitraffico di boulevard de Clichy. Li ho raggiunti.

– Mi scusi… Lei è Gérard Mourade?

Non mi ha sentito. L’altro si è girato verso di me.

– Desidera?

Un uomo moro piuttosto giovane, gli occhi neri e inquieti come certi cani terrier.

Si interponeva tra me e Mourade, come se fosse la sua guardia del corpo e volesse proteggerlo.

– Quell’uomo è Gérard Mourade, vero?

– No. Si sbaglia.

Mourade stava in disparte, lo sguardo rivolto verso di noi, uno sguardo indifferente.

– Cosa succede, Folco? – ha chiesto con voce molto gentile.

– Niente, – ha detto il ragazzo moro. – Quest’uomo l’ha scambiata per un’altra persona.

– Davvero?… Mi ha scambiato per un’altra persona?

E ha abbozzato un sorriso.

– Il signore si chiama André Vernet e non Gérard Mourade, – ha detto il ragazzo moro con tono perentorio.

– Gli chieda se ricorda Noëlle Lefebvre…

Ha parlato sottovoce all’orecchio di Mourade, e questi gli ha fatto cenno di no con la testa. Poi il ragazzo moro mi si è avvicinato.

– Non ricorda affatto quella persona.

E, di nuovo, Mourade – o Vernet – si è appoggiato alla spalla dell’altro e hanno camminato lentamente fino a una Volkswagen grigia parcheggiata lungo lo spartitraffico. Il ragazzo moro ha aperto la portiera e ha aiutato Mourade – o Vernet – a sedersi sul sedile del passeggero. Li osservavo da lontano.

L’auto, con l’uomo di nome Folco al volante, è passata davanti a me in direzione di Pigalle, poi l’ho vista sparire per sempre. Forse avrei dovuto segnarmi i numeri e le lettere della targa.


Avevo ricevuto una lettera di Jacques B. detto «il Marchese», forse qualche settimana dopo il nostro incontro all’incrocio Richelieu-Drouot. La lettera non era datata, ma non ha nessuna importanza. Non ho mai rispettato l’ordine cronologico. Per me non è mai esistito. Presente e passato si mescolano in un insieme traslucido, e ogni istante vissuto in gioventú mi appare staccato da tutto, in un presente eterno.

Jacques B. detto «il Marchese» mi scriveva:

Mio caro Jean,

Durante il nostro incontro ti avevo chiesto di citarmi i nomi delle persone che a tua conoscenza erano nella cerchia di quella Noëlle Lefebvre. Me li ero annotati pensando di poter trovare qualche elemento utile alla tua ricerca.

Avevi evocato un certo Gérard Mourade. Nell’archivio del giornale dove lavoro ho scoperto un breve articolo che lo riguarda risalente a cinque anni fa. Si tratta di un fatto di cronaca – il mio settore. Un fatto di cronaca strano che non ha avuto seguito, poiché negli anni successivi non si fa nessun riferimento a quel «caso», un «caso» che è stato senz’altro archiviato…

Jacques B. aveva allegato alla lettera la fotocopia dell’articolo:

ATTORE RAPITO UCCIDE

UNO DEI SEQUESTRATORI

Giovedí dell’Ascensione un uomo di nome André Vernet, residente a Maisons-Alfort, al 26 di rue Carnot, professione dichiarata attore di teatro con lo pseudonimo di Gérard Mourade, si è presentato al posto di polizia della Gare d’Austerlitz affermando di avere appena ucciso un uomo in rue de l’Essai.

Verificata la rispondenza dei fatti, André Vernet è stato accusato di omicidio volontario e sottoposto a interrogatorio dal giudice istruttore Marquiset, alla presenza del suo legale avv. Mariani.

L’accusato ha fornito un resoconto piuttosto rocambolesco della sua avventura.

Con un pretesto banale (Jacques B. aveva sottolineato e aggiunto a penna: «Ma quale pretesto?») l’11 maggio è stato attirato al 19 di rue Béranger dove, poco dopo, si è trovato in presenza di sei individui che gli hanno sottratto documenti, soldi e i gioielli che indossava. (Jacques B. aveva aggiunto a penna: «Perché i gioielli?») Quattro giorni dopo è stato portato in rue de l’Essai dove, nella notte tra il 17 e il 18, essendo custodito da due soli uomini, poi da uno solo, è riuscito a bloccare il sequestratore, uccidendolo durante la colluttazione che è seguita.

La lettera di Jacques B. proseguiva in questi termini:

Suppongo che quel Mourade abbia dovuto abbandonare il teatro… Forse ha lasciato una traccia di sé a Maisons-Alfort?

Per quel che riguarda Sancho Lefebvre, ho potuto ottenere qualche informazione da fonti attendibili ad Annecy.

In realtà si chiama Serge Servoz-Lefebvre detto «Sancho Lefebvre», nato ad Annecy il 6 settembre 1932. Durante l’adolescenza e la prima giovinezza ha lavorato in vari alberghi ad Annecy e a Megève. A Megève ha incontrato un certo Georges Brainos di cui è diventato segretario e poi socio. Questi era proprietario di alcune sale cinematografiche a Bruxelles e a Ginevra, e di una società che controllava due locali a Parigi: il Dancing de la Marine, quai de Grenelle numero 71 (XV arrondissement), e La Caravelle, rue Marbeuf numero 26 angolo rue Robert-Estienne numero 2 (VIII arrondissement). Sancho Lefebvre era coinvolto in quelle attività.

Avrebbe abitato in Svizzera e a Roma.

Il 4 agosto 1962, in arrivo dalla Svizzera, sarebbe stato fermato alla frontiera francese e nel bagagliaio della sua auto avrebbero scoperto un quadro del pittore Henri Matisse appartenente alla signora Charlotte Wendland (Versoix, Ginevra) la quale glielo avrebbe affidato per la vendita. Sul suo estratto di nascita non è menzionato alcun matrimonio.

Eppure nell’estate del 1963 o 1964 è stato visto ad Annecy con una ragazza chiamata proprio Noëlle e che lui presentava come sua moglie. Ho potuto interrogare alcuni amici piú vecchi di noi, li ricorderai senz’altro (Claude Brun, Paulo Hervieu, Guy Pilotaz), che me lo hanno confermato. La ragazza si faceva chiamare «signora Lefebvre». Ma non sanno nulla di lei e non sanno chi potrebbe fornirci informazioni. Mi hanno detto che, a quanto pare, era originaria di quella zona. Dopo l’estate del 1963 o 1964 né Serge Servoz-Lefebvre alias «Sancho» né «la signora» Lefebvre si sono piú fatti vedere ad Annecy.

Ecco qui, caro Jean. Chissà... forse avrò altre informazioni da comunicarti. Intanto ti auguro buon lavoro.

JACQUES

Sí, buon lavoro. Nonostante tutti gli sforzi, Jacques B. non era riuscito a identificare la «signora Lefebvre». «A quanto pare, era originaria di quella zona». Anche qui si restava sul vago. Quali erano i confini di quella zona? Annecy? Chambéry? Thonon-les-Bains? Ginevra? E gli stessi Claude Brun, Paulo Hervieu, Guy Pilotaz «non sapevano nulla di lei» e «non sapevano chi avrebbe potuto fornirci informazioni»…

Stavo per riporre la lettera di Jacques B. nel fascicolo. Conteneva già cosí tanti particolari, come i sentieri di una foresta che imbocchi uno dopo l’altro a caso, ai vari crocevia, e ti smarrisci sempre piú mentre scende la notte. O come i ricordi rari e imprecisi che hai di qualcuno, pur non sapendo nient’altro della sua vita. Qual era l’unico elemento tangibile del fascicolo? Una foto troppo buia su una cartolina del fermoposta, un viso in bianco e nero difficile da riconoscere per strada… Tutti gli altri particolari che avrei ancora potuto accumulare mi evocavano il fruscio sempre piú forte delle interferenze telefoniche. Che impediscono di sentire una voce che ti chiama da molto lontano.


Forse era un’illusione, ma le sembrava che a Roma ci fossero molti meno francesi rispetto a una volta. Non pensava ai turisti, ma ai francesi che ci vivevano già da una quindicina d’anni, quando lei era arrivata a Roma. Altri si erano trasferiti nel suo stesso periodo ed erano suoi coetanei, ma quel pomeriggio ricordava i piú vecchi e le tornavano in mente i nomi: Gallas, Cressoy, Sernas, Georges Brehat, e anche alcune donne: Corey, Andreu, Hélène Remy… Li incrociavi spesso negli stessi posti e li riconoscevi dalla parlata, un misto di francese e italiano, un misto che a poco a poco era diventato una nuova lingua, una specie di esperanto. Ma per quale misteriosa ragione una persona decide di esiliarsi a Roma? Esiliarsi da cosa? Apparentemente tutti avevano cancellato la prima parte della loro vita, quella vissuta in Francia. Roma era una città che aveva il potere di annullare il tempo, perfino il tuo passato, come la Legione straniera. Forse le era venuto quel pensiero a causa dell’uomo entrato poco prima nella galleria di via della Scrofa. Un uomo della sua età, un francese.

Aveva visto che si fermava davanti alla vetrina e leggeva l’insegna sulla porta: «Gaspard de la Nuit». Era il soprannome francese di un amico, un italiano che gestiva la galleria dove erano esposte e riunite numerose foto scattate da lui della vita notturna di Roma in una certa epoca. Adesso si era assentato per due mesi e le aveva chiesto di sostituirlo alla galleria «Gaspard de la Nuit».

L’uomo aveva esitato, poi era entrato aprendo la porta con un gesto deciso, come se si stesse tuffando in acqua. L’aveva salutata con un cenno del capo e aveva esaminato una dopo l’altra le foto esposte sulle pareti.

Era seduta dietro la piccola scrivania. L’uomo le si avvicinò:

– Lei è francese?

– Sí.

– E vive a Roma da molto tempo?

– Da sempre.

Diceva la verità. Sentiva di essere nata lí e le sembrava che gli avvenimenti occorsi prima del suo arrivo appartenessero a una vita passata di cui le restava soltanto qualche reminiscenza.

– Ed è stata lei a trovare «Gaspard de la Nuit»?

Le aveva rivolto la domanda con un leggero accento parigino, sorridendo.

– No. È stato il proprietario. Un ex fotografo che lavorava spesso di notte.

– Molto interessanti queste foto… Sono in vendita?

– Certo. E ce ne sono molte altre non esposte. Le può vedere nel deposito laggiú…

Indicava una porticina in fondo alla galleria. E all’improvviso si chiese se «deposito» fosse una parola francese o italiana, perché non era piú abituata a sostenere una conversazione in francese.

– Darei volentieri un’occhiata.

L’uomo non sapeva cos’altro dire. E anche lei rimaneva in silenzio.

– Mi piacerebbe conoscere il nome del fotografo.

– Gaspard Mugnani. Ecco un suo album, se le può interessare.

E gli porse una copia del volume che si trovava sulla scrivania.

Lui cominciò a sfogliarlo. Foto notturne di strade e piazze di Roma deserte o animate come la via Veneto di un tempo, con i dehors estivi e i clienti abituali i cui nomi erano citati a piè di pagina. Foto in bianco e nero, e qualcuna con i colori molto vivaci dei neon.

– Bisognerebbe aggiungere un testo a queste foto, non le pare?

Era stupita che le guardasse con tanta attenzione.

– Dovrebbe parlarne con il fotografo. In questo momento è assente, ma torna il mese prossimo.

Lo osservava con un sorriso ironico, perché sembrava sempre piú catturato dalle foto.

– E durante la sua assenza lei si occupa della galleria?

– Sí. Ma non ci sono molti clienti. Mi capita di venire un giorno sí e uno no.

Continuava a sfogliare l’album.

– Se lei è a Roma da tanto tempo suppongo che conosca tutte le persone fotografate qui?

E le mostrava una doppia pagina sulla quale figuravano le foto in bianco e nero di diverse persone, scattate di notte in via Veneto – come indicato dalla didascalia.

Le si era avvicinato e teneva l’album aperto per farle vedere bene le due pagine.

– Sí, li conoscevo piú o meno tutti di vista. Era il periodo in cui sono arrivata a Roma. Parecchi sono morti.

A dire il vero non aveva mai sfogliato quell’album. E le foto esposte sulle pareti, doveva averle guardate una volta sola con occhio distratto.

– E lei, – gli chiese, – abita a Roma?

Uno di quei francesi della sua età arrivati in città e che si erano trasferiti qui definitivamente? Molti di loro erano ancora vivi.

– No. Mi trattengo qualche giorno, il tempo di fare alcune ricerche per un saggio che scriverò.

– Lei è professore?

– Se vuole. Professore.

Aveva richiuso l’album e lo teneva in mano.

– Posso prenderlo in prestito?

– Con piacere.

All’improvviso, dal modo di parlare e dai gesti, le era sembrato di averlo già visto da qualche parte.

– Lei viene spesso a Roma?

– No. Mai. Abito a Parigi.

Si era sbagliata. Eppure, a guardarlo da vicino poteva abitare a Roma. Da cosa si intuiva? Non avrebbe saputo spiegarlo. Forse dallo sguardo e dal timbro di voce.

– Se domani viene qui le riporto l’album. Vorrei domandarle alcune cose a proposito della vita a Roma.

Perché la vita a Roma? Preferiva non chiederglielo subito.

– Venga domani a quest’ora. La mattina non ci sono mai.

L’uomo si richiuse piano la porta a vetri alle spalle. La donna pensò che teneva in mano il volume come uno scolaro la cartella.


Quella sera l’aria era piú fresca del solito. Di già l’autunno. Uscita dalla galleria decise di incamminarsi verso via Flaminia dove avrebbe incontrato un’amica. Era molto in anticipo per l’appuntamento, perciò poteva fare una deviazione che le avrebbe ricordato le lunghe passeggiate del suo primo soggiorno in città. Ogni volta, a quei tempi, si sforzava di memorizzare i nomi delle vie e delle piazze, ma poi se li dimenticava e finiva sempre col perdersi.

Quindi quell’uomo cercava informazioni sulla «vita a Roma»… Ma che cosa intendeva? Stava camminando a caso da un po’, quando si accorse di percorrere il portico di piazza Esedra, e si stupí di essersi allontanata tanto, come se avesse compiuto l’intero tragitto da sonnambula e si fosse appena svegliata. Ormai conosceva cosí bene la città che non poteva piú perdersi, e le dispiaceva.

Qui per lei non ci sarebbe stato piú niente di nuovo, e ben presto sarebbe riuscita a dirigersi da un punto all’altro a occhi chiusi. Bastava contare i passi, sempre lo stesso numero, per andare dalla galleria di Gaspard de la Nuit fino a piazza del Popolo.

Forse, a pensarci bene, era questa la «vita a Roma»: un ticchettio regolare ed eterno di metronomo, un ticchettio inutile, visto che il tempo si era fermato per sempre.

Si trovava all’inizio di via Veneto e si chiese se uscendo dalla galleria avesse davvero voluto guidare i suoi passi fino a quel punto, o piuttosto farsi guidare da loro. Un quartiere che aveva conosciuto bene nei primi tempi in cui abitava a Roma. In quel periodo i tavolini dei caffè che occupavano anche i marciapiedi erano ancora riparati da ombrelloni variopinti. E poi, con il passare degli anni, il viale era sempre meno animato, quasi che i giovani preferissero altri quartieri. Oppure quelli che si vedevano d’estate ai tavolini all’aperto, o che passavano lentamente nelle auto decappottabili in cerca di qualche compare per fare mattina, erano morti uno dopo l’altro.

Calava la notte. La donna risaliva il viale, piú buio delle altre sere. Un blackout? A meno che nella luce crepuscolare ancora non si fossero accesi i lampioni. Passava davanti al Café de Paris. Era chiuso. Una saracinesca con un lucchetto impediva l’accesso e, dietro la saracinesca, sullo scalino d’ingresso, un cumulo di vecchie carte, giornali, lettere, volantini, bottiglie di plastica vuote, come se la soglia non fosse stata varcata da un’eternità. Un po’ piú su, a destra, la massa scura dell’Hotel Excelsior. Un’unica luce a una finestra dell’ultimo piano. Piú lontano, la facciata della sala da tè Doney era spenta.

Lungo il viale non passava nessuno. Gaspard de la Nuit avrebbe dovuto scattare una foto di via Veneto deserta a quell’ora, e inserirla alla fine dell’album. Sarebbe stata in contrasto con le foto precedenti, e cosí avrebbe messo in risalto lo scorrere del tempo. La prossima volta che si sarebbero visti glielo avrebbe detto.

Lo scorrere del tempo. Lei aveva sempre vissuto nel presente, tanto che il percorso della sua vita era disseminato di vuoti di memoria. Non sapeva bene se si trattasse di vuoti di memoria o se fosse un modo per evitare di pensare ai vari avvenimenti della sua vita. Aveva un figlio partito per l’America. Rimpiangeva di non avere costruito una famiglia? Ma cos’era esattamente una famiglia? Era nata in un paese e in una famiglia, eppure non sarebbe stata in grado di rispondere a quella domanda.

La sua vita ormai era una storia lunga, troppo lunga, che avrebbe potuto raccontare solo a qualcuno con cui fosse stata in confidenza. Ma a chi? E perché? Quindi le restava soltanto il presente con i suoi punti di riferimento, qualche immagine fissa e immutabile: il pino di piazza Pitagora che vedeva dalle finestre di casa, le foglie morte dei platani, ogni autunno, sul lungotevere.

E tra l’altro chissà se lo scorrere del tempo esisteva davvero in una città che chiamavano eterna. Certo, con il passare degli anni, le persone sparivano, le luci si spegnevano, i luoghi in cui si era soliti udire il frastuono delle conversazioni e gli scoppi di risa diventavano silenziosi. E, nonostante questo, aleggiava un’atmosfera di eternità. Ecco cosa avrebbe potuto spiegargli domani, all’uomo che voleva informazioni sulla «vita a Roma». Ma chissà se avrebbe trovato le parole. Il modo piú semplice per fargli capire il suo stato d’animo da quando viveva a Roma era recitargli una poesia, l’unica che sapeva piú o meno a memoria:

Il cielo è, al di sopra del tetto,

cosí azzurro, cosí calmo!

Un albero, al di sopra del tetto,

culla il suo ramo.

E all’idea era scoppiata in una risata di cui le sembrava di sentire l’eco lungo il viale deserto.

Aveva ricopiato quella poesia su un’agenda tanto tempo prima, nel secolo scorso. Durante la sua brevissima permanenza a Parigi, prima di partire per Roma. Una permanenza di pochi mesi, che piano piano si era cancellata dalla memoria. I pochi mesi erano diventati poche ore, come se le avesse trascorse in una sala d’attesa aspettando una coincidenza. Non ricordava nessun viso, nemmeno il nome della via dove aveva vissuto. Il treno viaggiava troppo in fretta e lei non era riuscita a leggere i nomi delle stazioni sui cartelli. Se fosse riuscita a conservare l’agenda – l’unica mai posseduta in vita sua –, e se oggi l’avesse sfogliata, forse gli appuntamenti, i luoghi, i nomi le avrebbero ricordato qualcosa. Ma non ne era certa. L’agenda le era stata rubata: un tizio alto di cui non ricordava né il viso né il nome e che aveva incontrato con un amico di lui in un caffè. Abitavano tutti e tre nello stesso quartiere e si erano visti varie volte, ma la cosa non aveva avuto alcun peso, era come se avesse scambiato con due vicini sconosciuti poche parole andate perdute per sempre nella notte dei tempi.

Il tizio alto, per scherzo, le aveva preso l’agenda dove lei si era appena segnata un appuntamento, e non voleva restituirgliela. Poi era partita per Roma senza recuperarla. Tuttavia le erano rimasti impressi due dettagli banali: l’uomo senza volto e senza nome indossava camicie di tessuto goffrato sotto una giacca di montone rovesciato. E seguiva un corso d’arte drammatica. E l’amico che lo accompagnava sempre era allo stesso modo un uomo senza nome e senza volto. Si ricordava soltanto che lavorava in una ditta di traslochi.

Era arrivata all’altezza di via Aurora, vicino alla chiesa maronita. Ogni volta che passava di lí provava una leggera stretta al cuore. Quando aveva diciannove anni, spesso dopo una notte in bianco si fermava in via Aurora. All’inizio della via c’era un muro alto oltre il quale si scorgeva un giardino, probabilmente quello del casinò dell’Aurora. E d’estate, verso le sei del mattino, il muro era già inondato di luce. Sul marciapiede lungo il muro c’erano sempre un tavolo e una sedia. E lei si sedeva lí, sotto i raggi del sole, il sole ancora tiepido del mattino. Nonostante il passare degli anni, e perfino in questa sera immersa nel buio, le sembrava che quel sole non l’avesse mai lasciata e che l’avvolgesse come un’aurora boreale.

Un po’ piú in alto, lungo il viale, sulla vetrina del negozio inglese di Luciano Padovan era affisso un foglio con la data di ottobre dell’anno precedente: una segnalazione di scomparsa, con la foto di una cagnolina smarrita nel quartiere del piazzale Flaminio. Lesse il testo per esteso:

Cagnolina Greta smarrita il 17/10 in via Gian Domenico Romagnosi. Telefonare a: Italian International Film 063611377. Porta un collare rosso. Simil bassotto pelo corto.

Non aveva mai notato quel volantino che forse era attaccato in altre vie limitrofe. Quando ebbe finito di leggere, pensò al francese cui aveva prestato l’album di Gaspard de la Nuit. Non sapeva perché, ma se lo immaginava con un cane.


– Molto interessante questo album…

Lo teneva in mano e stava seduto sul divano rosso del «deposito», come diceva lei: un prolungamento della galleria, una stanza con una portafinestra socchiusa da cui si scorgeva un cortile assolato. Lei stessa si era accomodata di fronte a lui in una poltrona in pelle.

– Sono sempre piú convinto che bisognerebbe scrivere un testo a corredo…

Non osava chiedergli quale tipo di testo si potesse scrivere sulle foto di Gaspard de la Nuit. Le fotografie rappresentavano luoghi e persone che le erano familiari e che in qualche modo avevano fatto parte della sua vita quotidiana, tanto che un «testo» le sembrava inutile.

– Se ho ben capito, Roma le interessa molto?

E non aveva potuto fare a meno di rivolgergli un sorriso ironico.

– Molto. Ma a lei che vive qui da tanto tempo deve sembrare una semplice curiosità da turista…

Era esattamente la risposta che gli avrebbe dato. Quindi riuscivano a leggersi nel pensiero.

– È una città talmente diversa da Parigi…

Aveva pronunciato la frase senza pensarci, solo per rompere il silenzio.

– Lei ha vissuto a Parigi?

– Oh… solo qualche mese… tanto tempo fa. E mi vergogno a dirlo, ma non ricordo quasi nulla di Parigi…

– Davvero?

All’improvviso sembrava deluso che lei avesse cosí poca memoria o che dimostrasse tanta indifferenza o leggerezza.

– Non so se lo ha notato, ma ho l’accento italiano… e spesso faccio fatica a parlare francese…

– Mi dispiace costringerla a tale sforzo.

Lui parlava un francese forbito, con l’accento parigino.

– Mi interessano molto i francesi e tutti gli stranieri che si sono stabiliti a Roma nel Novecento. Penso che ci si possa scrivere un libro.

– Quindi lei è professore di storia?

– Esatto. Sono professore di storia…

Aveva risposto con un’aria scherzosa come se non volesse darle ulteriori dettagli sulla sua professione. Ma la cosa non la infastidiva. A Roma non si rivolgono mai domande indiscrete alle persone che incontri, riguardo alla loro vita privata e professionale. Si accettano tacitamente come se fossero vecchie conoscenze. Si intuisce tutto di loro senza chiedere nulla.

– Quindi l’album di Gaspard de la Nuit le è proprio piaciuto?

Non sapeva bene come riprendere il discorso. Sembrava stesse pensando a qualcosa che lo preoccupava. O a come formulare nel modo migliore una domanda che voleva rivolgerle.

– Era molto interessante. Sulle foto ho riconosciuto alcune persone. Ma lei deve conoscerle meglio di me, di sicuro.

L’uomo sfogliava l’album lentamente, come il giorno prima. Chissà quanto sarebbe durato. Pareva essersi dimenticato di lei. Si era fermato su una pagina.

– Qui è fotografato un uomo con un nome francese… Ma non riesco a capire di chi si tratta…

Le indicava una foto con tre persone sedute al tavolino di un caffè all’aperto. Una foto in bianco e nero, scattata una notte d’estate a giudicare dai vestiti da spiaggia. Sotto, la didascalia indicava: «da sinistra a destra, Duccio Staderini, Sancho Lefebvre e Giorgio Costa».

Lei si chinò sulla foto.

– Quale le interessa?

– Quello al centro, con il nome francese… Sancho Lefebvre…

Rimaneva lí, china sulla foto, senza parlare. Non sapeva se stesse esitando a rispondere o se quei volti non le ricordassero nulla, come se fosse stata colpita da un’improvvisa amnesia.

– Sancho Lefebvre? Sí, era un francese… Non si chiamava davvero Sancho, ma Serge…

– L’ha conosciuto?

– Appena. Quando sono arrivata a Roma, a diciannove anni.

E, cosa strana, dando un’occhiata alla foto non lo aveva subito identificato: un uomo bruno molto piú massiccio degli altri, l’unico dei tre che non sorrideva. Poi era scattato qualcosa: si era rivista nei panni della ragazza che aveva conosciuto Serge, detto Sancho Lefebvre. Ma era durato solo pochi secondi. La foto era tornata quella della prima occhiata, una persona ormai cosí distante…

– E sa cosa faceva nella vita e perché era a Roma?

– Non me lo sono mai chiesto. Lo incrociavo ogni tanto, come la maggior parte dei francesi che viveva qui.

Non voleva scendere nei particolari. Ad ogni modo erano particolari smussati. Senza nessun appiglio. L’oblio aveva coperto tutto con uno strato bianco e scivoloso. Uno strato di neve.

– Ieri mi ha detto che le piacerebbe avere informazioni su Roma… Che tipo di informazioni?

Cercava le parole. Le sembrava di non essere piú in grado di parlare francese. Doveva sforzarsi.

– Sa, non è facile… A Roma, un po’ alla volta, si finisce per dimenticare tutto…

Sí, aveva letto quella riflessione da qualche parte. In un romanzo giallo o su una rivista. Roma era la città dell’oblio.

All’improvviso si alzò dalla poltrona in pelle.

– Le dispiace se usciamo a fare due passi? Qui nel deposito si soffoca…

Lui parve sorpreso. Forse era per via della parola «deposito» e lei si chiese di nuovo se in francese esistesse quella parola.

Percorrevano via della Scrofa, fianco a fianco, lui ancora con l’album in mano.

– Deve essere noioso per lei rimanere tutto il giorno nella galleria…

– Oh, sa, ci passo soltanto due ore al giorno…

– Abita nel quartiere?

– Poco lontano da qui. E lei, invece, sta in albergo?

– Sí. Un albergo vicino a piazza del Popolo.

La conversazione diventava banale e riposante. Bastava lasciarsi trasportare. Però c’era qualcosa che la preoccupava.

– Ma perché si interessa a Sancho Lefebvre?

Chissà da quanti anni non pronunciava quel nome. Dal secolo scorso, probabilmente. E provava un certo disagio.

– Qualcuno a Parigi lo ha citato durante una conversazione… Mi aveva colpito il nome Sancho…

Si era voltato verso di lei e le sorrideva come per tranquillizzarla. Tranquillizzarla? Forse interpretava male quel sorriso.

– Sí… qualcuno che a quanto pare aveva conosciuto quel Sancho Lefebvre tanto tempo prima…

Si era fermato in mezzo al marciapiede, con l’aria di volerle confidare una cosa importante.

– A volte ci troviamo in certi luoghi tra persone che per lo piú non conosciamo… E non possiamo fare altro che ascoltare le conversazioni…

Lei non capiva esattamente le sue parole, ma annuiva in segno di assenso.

– Durante una conversazione casuale ho sentito il nome di Sancho Lefebvre… Ecco… Tutto qui… Tutto molto banale… Poi trovo la sua foto in questo album…

La prese a braccetto e continuarono a camminare. Arrivarono in piazza del Popolo.

– E durante quella conversazione, aveva parlato di Sancho Lefebvre un uomo di una certa età con i capelli ancora molto scuri, forse un greco o un sudamericano…

Lo osservava con curiosità, e sorrideva anche lei.

– Ma le cose che racconta sono un vero e proprio romanzo…

– Sí, dice bene… Un romanzo… L’uomo, a quanto pare, era stato amico di Sancho Lefebvre… Si chiamava Brainos, Georges Brainos…

Questa volta fu lei a fermarsi in mezzo alla piazza. Brainos. Un nome dimenticato per anni e anni e che non aveva mai piú sentito pronunciare da nessuno. Ecco perché riemergeva dal nulla con una certa violenza. Ma non riusciva ad abbinare alcun viso a quel nome, come se le due sillabe «Brai-nos» proiettassero su di lei una luce accecante.

– Com’è pallida… Deve essere stanca di camminare… E ho l’impressione di annoiarla con questa storia…

– Niente affatto… Potremmo sederci da qualche parte.

Aveva appena avuto un leggero capogiro, ma stava già meglio. Adesso il nome «Brainos» era per lei soltanto una luce intermittente sempre piú debole, quella di un faro quando ci si allontana dalla costa.

Chissà quanti anni avrebbe oggi quel Brainos se fosse ancora vivo. Cento anni? Poteva chiederglielo visto che diceva di averlo incontrato. «Forse un greco o un sudamericano»… Del suo viso ricordava soltanto i capelli neri pettinati all’indietro. E gli occhi neri.

Erano seduti fianco a fianco a un tavolo all’aperto del caffè Rosati.

– No… Non ho mai sentito parlare di questo Brainos… A Roma non ho mai conosciuto nessuno con quel nome…

Le dispiaceva mentire. Perché non dirgli la verità? Benché quell’uomo fosse ormai senza volto, la sonorità particolare del nome le ricordava qualcosa. Pensò di colpo ai due giovani, un ragazzo e una ragazza, i cui corpi intatti erano stati scoperti cinquant’anni dopo la morte, conservati in un ghiacciaio vicino al paese in Alta Savoia, dov’era nata. Anche i suoi ricordi erano rimasti in parte imprigionati nel ghiaccio, ed era bastato il nome «Brainos» perché riaffiorassero, seppure un po’ velati dal tempo. E cosí si chiedeva se avesse incontrato Brainos prima di Sancho Lefebvre, oppure se fosse stato Sancho Lefebvre a presentarle Brainos. Ma le sembrava di averli conosciuti entrambi un’estate, al Grand Hôtel di Menthon-Saint-Bernard dove aveva trovato lavoro. Ad ogni modo era stato Sancho Lefebvre a convincerla a lasciare «la provincia», come diceva, cosa che aveva fatto lui stesso qualche anno prima. E quell’estate lei aveva deciso addirittura di cambiare nome. Chissà perché aveva scelto Noëlle.

Ricordava una specie di castelletto in Sologne, «il castello di Brainos in Sologne», ripeteva spesso Sancho Lefebvre, prendendo in giro Brainos come se fosse il ritornello di una vecchia canzone francese, e un «castello» dove lei aveva trascorso diverse settimane con Sancho Lefebvre e con Brainos.

– Sembra davvero che stia scrivendo un romanzo… per il fatto che le interessano quelle persone dai nomi strani…

Si sforzava di assumere un tono allegro, ma era a disagio. Per la prima volta le erano tornati in mente quei ricordi, come un ricattatore che sei convinto di avere seminato da tempo e che una sera bussa piano alla tua porta…

– Sí, ha ragione… un romanzo…

Aveva scrollato le spalle e le sorrideva.

– Mi hanno parlato di una francese che vive a Roma… Tanto tempo fa le avevano dato un soprannome… «La pastorella delle Alpi»… Le dice qualcosa?

– No.

– Ma cosa l’ha convinta a trasferirsi per sempre a Roma?

– Il caso.

Non trovava un’altra parola. Non se lo era mai chiesto ma, avendo fatto un tuffo nel passato per via dei nomi sbucati all’improvviso dall’ombra – Sancho Lefebvre, Brainos –, si chiese quale potesse essere il suo stato d’animo di allora. Be’, molto semplicemente in quel periodo il suo stile di vita era la fuga. Per prima cosa fuggire dal luogo in cui era nata. E poi fuggire da Serge, detto Sancho Lefebvre, poco tempo dopo averlo conosciuto e avere vissuto con lui a Roma. Nascondersi a Parigi. E dopo che Serge, detto Sancho Lefebvre, l’aveva ritrovata, fuggire di nuovo a Roma con lui. E dopo la sua morte rimanere in questa città, il che corrispondeva a una fuga definitiva. Una fuga senza fine.

– Sí, il caso. Soltanto il caso…

Dopotutto non aveva nessun motivo di confidarsi con lui. Per farlo avrebbe dovuto conoscerlo meglio.

– E tornerà presto a Parigi?

– Non subito.

– Bisogna stare attenti. Se si rimane troppo tempo a Roma si rischia di rimanerci per sempre.

La conversazione era tornata su argomenti banali, e lei era sollevata. Le ombre di Sancho Lefebvre e Brainos si erano dissolte. Ma dopo qualche istante provò un certo imbarazzo. Chissà perché l’uomo aveva citato due persone legate entrambe a un periodo della sua vita – un periodo cosí lontano che lei stessa non ricordava piú? Una foto in un album tra centinaia di altre foto, un nome pronunciato da un fantasma, una sera, nel frastuono di una conversazione, come mai dettagli cosí sfocati avevano attirato la sua attenzione? Non poteva essergli totalmente sconosciuta, qualcuno doveva avergli parlato di lei. Altrimenti come spiegare quelle coincidenze? Si era decisa a chiederglielo.

Si voltò verso l’uomo che contemplava la piazza, le chiese gemelle e l’obelisco. Era scesa la notte, il caffè stava per chiudere. Eppure a entrambi pareva naturale restare lí: fino a quando? Erano seduti fianco a fianco, ma le sembrava che ai tavolini all’aperto dei caffè si dovesse stare faccia a faccia. Lo vedeva di profilo e, all’improvviso, quel profilo le ricordò qualcuno. Aveva sentito dire che spesso le persone sono piú riconoscibili di profilo che di fronte, e per una volta si fidava della sua memoria. Prima o poi avrebbe scoperto a chi apparteneva quel profilo. E poi la turbava il fatto che stessero fianco a fianco, come se viaggiassero in treno o in corriera.

– In quale quartiere di Parigi abita?

– Ho sempre abitato nel quindicesimo arrondissement.

Si chiese se non lo avesse incontrato nel periodo del tizio alto e bruno con la giacca di montone rovesciato e dell’altro, quello che lavorava in una ditta di traslochi. Ma non ricordava piú i loro nomi. E poi chissà se si trattava del quindicesimo arrondissement.

– Quell’arrondissement è cambiato molto…

– Il contrario di Roma. Qui non cambia mai niente… Questa piazza è la stessa da sempre…

– Conosce il quindicesimo arrondissement?

La guardava dritto negli occhi con una strana insistenza.

– Non credo.

– Potrei farle la lista di tutto quello che è cambiato laggiú, negli ultimi anni…

Non solo il profilo, ma anche lo sguardo le ricordava qualcuno.

– Hanno demolito tutti i palazzi sul lungosenna… perfino il Dancing de la Marine…

Scrollò le spalle e, con voce piú bassa, quasi sussurrando:

– E lo sportello del fermoposta, in rue de la Convention…

Sorrideva. Sembrava che le avesse citato il finale di una poesia, un po’ come il ritornello che Sancho Lefebvre ripeteva in un’altra vita: «Il castello di Brainos in Sologne…»

Di nuovo ebbe l’impressione di stare viaggiando accanto a lui nello scompartimento di un treno. O meglio su una corriera.


Lo aveva accompagnato al suo albergo, in una via che da piazza del Popolo portava fino al Tevere.

– Se vuole possiamo cenare insieme domani.

– Con piacere.

– Appuntamento alla galleria, stessa ora.

– Mi tengo l’album di Gaspard de la Nuit.

Per tornare a casa percorse via Flaminia. Nessuno. Non aveva idea dell’ora. Se fosse passato ancora il tram notturno lo avrebbe preso volentieri.

Frammenti di ricordi appartenenti a un unico periodo della sua vita si susseguivano in disordine. Una casetta sotto gli alberi accanto al castello di Brainos, in Sologne. Al pianterreno, nella stanza rivestita di legno scuro, si trovava un biliardo. La camera di lei era al primo piano. Alla stazione di Vierzon era venuto a prenderla un uomo, un certo Paul, di cui Sancho Lefebvre diceva che aveva «i denti della fortuna» per via dello spazio tra gli incisivi. Aveva ritrovato Sancho Lefebvre nel castello di Brainos. E poi, dopo qualche tempo, erano partiti insieme in auto. La Sologne. Annecy. La Svizzera. Roma. Oppure Annecy. La Costa Azzurra. Roma. Non ricordava piú se avessero attraversato la frontiera italiana a Ventimiglia o dalla Svizzera. Di ritorno a Roma non aveva piú lasciato la città. Il mese di novembre in cui era arrivata per la prima volta… Pioveva. Fino a Porta Pinciana il viale era deserto e buio, come un lungomare abbandonato dai villeggianti. Ma lei si ripeteva una frase sentita da qualche parte: «si avvicina la bella stagione».

Era la prima volta che faceva un simile sforzo di memoria. E all’improvviso si squarciava un velo, ricordi ancora piú distanti risalivano lentamente in superficie, legati a un paesaggio innevato, quello della sua infanzia, molto prima che cambiasse nome. Non era piú nell’auto di Sancho Lefebvre che dalla Sologne la portava in Italia, ma in una corriera, di quelle che si prendevano in place de la Gare ad Annecy. Sostavano davanti a un edificio con la facciata rivestita di assi sconnesse – un albergo scalcinato simile a una vecchia baita, di cui si chiedeva chi mai potessero essere i clienti.

Corriere invernali e corriere estive. Durante l’inverno si aspettavano al mattino prestissimo, e i fari illuminavano la neve con una luce gialla. Dal paese scendevano fino ad Annecy. Si fermavano in place de la Gare davanti all’albergo. Al pianterreno un caffè ancora aperto con alcuni clienti al bancone, gli ultimi clienti della notte.

E le corriere della domenica sera. Da Annecy, dopo diverse fermate, salivano fino al paese, e a lei sembrava che la domenica sera fosse sempre inverno. Corriere molto piú affollate. Spesso non c’era posto a sedere.

Le corriere estive. Le prendeva da Annecy, in place de la Gare, verso le sei di sera dopo il lavoro. Costeggiavano il lago da avenue d’Albigny. Attraverso il finestrino intuiva un profumo di vacanze e di crema solare. Oltre un ampio viale fiancheggiato di campi da tennis, si scorgeva la facciata dell’Hôtel Impérial che nascondeva la spiaggia. Ma presto la corriera prendeva una strada in discesa a sinistra e si allontanava dal lago verso l’entroterra. Ogni volta, in quel momento, le veniva voglia di scappare.

D’estate e d’inverno prendeva la corriera agli stessi orari. Si incontravano le stesse persone. Aveva notato un ragazzo della sua età. D’estate saliva sulla corriera delle sei di sera ad Annecy e scendeva a Veyrier-du-Lac, subito prima della curva sulla strada che portava nell’entroterra. La domenica sera saliva alla fermata di Veyrier-du-Lac e scendeva come lei all’ingresso del paese dove abitava.

Erano spesso seduti fianco a fianco nei posti in fondo. Un tardo pomeriggio, in una delle corriere estive, avevano cominciato a parlare. Lei tornava dal lavoro. Ma che lavoro faceva quell’estate? Cameriera in una pasticceria sotto i portici? Impiegata con altre ragazze nell’azienda Zuccolo? Allora non aveva ancora cambiato nome.

D’inverno lui rientrava in collegio con la corriera della domenica sera. Quelle volte rimanevano in piedi per tutto il tragitto, stretti l’uno contro l’altra. Si separavano in piazza, davanti al municipio. In piú occasioni lo aveva accompagnato lungo la stradina dritta che portava al collegio, e camminavano insieme lentamente per non scivolare sulla neve. Non dimentichiamo mai i passeggeri delle corriere estive e invernali prese in altri tempi. E se pensavamo di averli dimenticati, basta trovarsi un giorno insieme, fianco a fianco, e osservare il loro viso di profilo per ricordarseli.

Ecco a cosa pensava poco prima. Ma chissà se lui l’aveva riconosciuta. Non ne aveva idea. Domani avrebbe parlato per prima. E gli avrebbe spiegato tutto.