venerdì 17 dicembre 2021

LA SIGNORINA FELICITA OVVERO LA FELICITÀ Guido Gozzano

 


La signorina Felicita
ovvero
la Felicità

Estratto da "La signorina Felicita e le poesie dei Colloqui" 

Guido Gozzano

[...] Un richiamo s’alzò, querulo e rôco:

«È Maddalena inqueta che si tardi:

scendiamo: è l’ora della cena!». – «Guardi,

guardi il tramonto, là… Com’è di fuoco!…

Restiamo ancora un poco!». – «Andiamo, è tardi!». –

«Signorina, restiamo ancora un poco!…».[...]

10 luglio: Santa Felicita.

I

Signorina Felicita, a quest’ora

scende la sera nel giardino antico

della tua casa. Nel mio cuore amico

scende il ricordo. E ti rivedo ancora,

e Ivrea rivedo e la cerulea Dora

e quel dolce paese che non dico.

Signorina Felicita, è il tuo giorno!

A quest’ora che fai? Tosti il caffè:

e il buon aroma si diffonde intorno?

O cuci i lini e canti e pensi a me,

all’avvocato che non fa ritorno?

E l’avvocato è qui: che pensa a te.

Pensa i bei giorni d’un autunno addietro,

Vill’Amarena a sommo dell’ascesa

coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa

dannata, e l’orto dal profumo tetro

di busso e i cocci innumeri di vetro

sulla cinta vetusta, alla difesa…

Vill’Amarena! Dolce la tua casa

in quella grande pace settembrina!

La tua casa che veste una cortina

di granoturco fino alla cimasa:

come una dama secentista, invasa

dal Tempo, che vestì da contadina.

Bell’edificio triste inabitato!

Grate panciute, logore, contorte!

Silenzio! Fuga delle stanze morte!

Odore d’ombra! Odore di passato!

Odore d’abbandono desolato!

Fiabe defunte delle sovrapporte!

Ercole furibondo ed il Centauro,

la gesta dell’eroe navigatore,

Fetonte e il Po, lo sventurato amore

d’Arianna, Minosse, il Minotauro,

Dafne rincorsa, trasmutata in lauro

tra le braccia del Nume ghermitore…

Penso l’arredo – che malinconia! –

penso l’arredo squallido e severo,

antico e nuovo: la pirografia

sui divani corinzi dell’Impero,

la cartolina della Bella Otero

alle specchiere… Che malinconia!

Antica suppellettile forbita!

Armadi immensi pieni di lenzuola

che tu rammendi pazïente… Avita

semplicità che l’anima consola,

semplicità dove tu vivi sola

con tuo padre la tua semplice vita!

II

Quel tuo buon padre – in fama d’usuraio –

quasi bifolco, m’accoglieva senza

inquietarsi della mia frequenza,

mi parlava dell’uve e del massaio,

mi confidava certo antico guaio

notarile, con somma deferenza.

«Senta, avvocato…». E mi traeva inqueto

nel salone, talvolta, con un atto

che leggeva lentissimo, in segreto.

Io l’ascoltavo docile, distratto

da quell’odor d’inchiostro putrefatto,

da quel disegno strano del tappeto,

da quel salone buio e troppo vasto…

«… la Marchesa fuggì… Le spese cieche…»

da quel parato a ghirlandette, a greche…

«dell’ottocento e dieci, ma il catasto…»

da quel tic-tac dell’orologio guasto…

«… l’ipotecario è morto, e l’ipoteche…».

Capiva poi che non capivo niente

e sbigottiva: «Ma l’ipotecario

è morto, è morto!!…». – «E se l’ipotecario

è morto, allora…». Fortunatamente

tu comparivi tutta sorridente:

«Ecco il nostro malato immaginario!».

III

Sei quasi brutta, priva di lusinga

nelle tue vesti quasi campagnole,

ma la tua faccia buona e casalinga,

ma i bei capelli di color di sole,

attorti in minutissime trecciuole,

ti fanno un tipo di beltà fiamminga…

E rivedo la tua bocca vermiglia

così larga nel ridere e nel bere,

e il volto quadro, senza sopracciglia,

tutto sparso d’efelidi leggiere

e gli occhi fermi, l’iridi sincere

azzurre d’un azzurro di stoviglia…

Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi

rideva una blandizie femminina.

Tu civettavi con sottili schermi,

tu volevi piacermi, Signorina:

e più d’ogni conquista cittadina

mi lusingò quel tuo voler piacermi!

Ogni giorno salivo alla tua volta

pel soleggiato ripido sentiero.

Il farmacista non pensò davvero

un’amicizia così bene accolta,

quando ti presentò la prima volta

l’ignoto villeggiante forestiero.

Talora – già la mensa era imbandita –

mi trattenevi a cena. Era una cena

d’altri tempi, col gatto e la falena

e la stoviglia semplice e fiorita

e il commento dei cibi e Maddalena

decrepita, e la siesta e la partita…

Per la partita, verso ventun’ore

giungeva tutto l’inclito collegio

politico locale: il molto Regio

Notaio, il signor Sindaco, il Dottore;

ma – poiché trasognato giocatore –

quei signori m’avevano in dispregio…

M’era più dolce starmene in cucina

tra le stoviglie a vividi colori:

tu tacevi, tacevo, Signorina:

godevo quel silenzio e quegli odori

tanto tanto per me consolatori,

di basilico d’aglio di cedrina…

Maddalena con sordo brontolio

disponeva gli arredi ben detersi,

rigovernava lentamente ed io,

già smarrito nei sogni più diversi,

accordavo le sillabe dei versi

sul ritmo eguale dell’acciottolio.

Sotto l’immensa cappa del camino

(in me rivive l’anima d’un cuoco

forse…) godevo il sibilo del fuoco;

la canzone d’un grillo canterino

mi diceva parole, a poco a poco,

e vedevo Pinocchio, e il mio destino…

Vedevo questa vita che m’avanza:

chiudevo gli occhi nei presagi grevi;

aprivo gli occhi: tu mi sorridevi,

ed ecco rifioriva la speranza!

Giungevano le risa, i motti brevi

dei giocatori, da quell’altra stanza.

IV

Bellezza riposata dei solai

dove il rifiuto secolare dorme!

In quella tomba, tra le vane forme

di ciò ch’è stato e non sarà più mai,

bianca bella così che sussultai,

la Dama apparve nella tela enorme:

«È quella che lasciò, per infortuni,

la casa al nonno di mio nonno… E noi

la confinammo nel solaio, poi

che porta pena… L’han veduta alcuni

lasciare il quadro; in certi noviluni

s’ode il suo passo lungo i corridoi…».

Il nostro passo diffondeva l’eco

tra quei rottami del passato vano,

e la Marchesa dal profilo greco,

altocinta, l’un piede ignudo in mano,

si riposava all’ombra d’uno speco

arcade, sotto un bel cielo pagano.

Intorno a quella che rideva illusa

nel ricco peplo, e che morì di fame,

v’era una stirpe logora e confusa:

topaie, materassi, vasellame,

lucerne, ceste, mobili: ciarpame

reietto, così caro alla mia Musa!

Tra i materassi logori e le ceste

v’erano stampe di persone egregie;

incoronato delle frondi regie

v’era Torquato nei giardini d’Este.

«Avvocato, perché su quelle teste

buffe si vede un ramo di ciliegie?».

Io risi, tanto che fermammo il passo,

e ridendo pensai questo pensiero:

Oimè! La Gloria! un corridoio basso,

tre ceste, un canterano dell’Impero,

la brutta effigie incorniciata in nero

e sotto il nome di Torquato Tasso!…

Allora, quasi a voce che richiama,

esplorai la pianura autunnale

dall’abbaino secentista, ovale,

a telaietti fitti, ove la trama

del vetro deformava il panorama

come un antico smalto innaturale.

Non vero (e bello) come in uno smalto

a zone quadre, apparve il Canavese:

Ivrea turrita, i colli di Montalto,

la Serra dritta, gli alberi, le chiese;

e il mio sogno di pace si protese

da quel rifugio luminoso ed alto.

Ecco – pensavo – questa è l’Amarena,

ma laggiù, oltre i colli dilettosi,

c’è il Mondo: quella cosa tutta piena

di lotte e di commerci turbinosi,

la cosa tutta piena di quei «cosi

con due gambe» che fanno tanta pena…

L’Eguagliatrice numera le fosse,

ma quelli vanno, spinti da chimere

vane, divisi e suddivisi a schiere

opposte, intesi all’odio e alle percosse:

così come ci son formiche rosse,

così come ci son formiche nere…

Schierati al sole o all’ombra della Croce,

tutti travolge il turbine dell’oro;

o Musa – oimè – che può giovare loro

il ritmo della mia piccola voce?

Meglio fuggire dalla guerra atroce

del piacere, dell’oro, dell’alloro…

L’alloro… Oh! Bimbo semplice che fui,

dal cuore in mano e dalla fronte alta!

Oggi l’alloro è premio di colui

che tra clangor di buccine s’esalta,

che sale cerretano alla ribalta

per far di sé favoleggiar altrui…

«Avvocato, non parla: che cos’ha?».

«Oh! Signorina! Penso ai casi miei,

a piccole miserie, alla città…

Sarebbe dolce restar qui, con Lei!…».

«Qui, nel solaio?…». – «Per l’eternità».

«Per sempre? accetterebbe?…». – «Accetterei!».

Tacqui. Scorgevo un atropo soletto

e prigioniero. Stavasi in riposo

alla parete: il segno spaventoso

chiuso tra l’ali ripiegate a tetto.

Come lo vellicai sul corsaletto

si librò con un ronzo lamentoso.

«Che ronzo triste!». – «E la Marchesa in pianto…

La Dannata sarà, che porta pena…».

Nulla s’udiva che la sfinge in pena

e dalle vigne, ad ora ad ora, un canto:

O mio carino tu mi piaci tanto,

siccome piace al mar una sirena…

Un richiamo s’alzò, querulo e rôco:

«È Maddalena inqueta che si tardi:

scendiamo: è l’ora della cena!». – «Guardi,

guardi il tramonto, là… Com’è di fuoco!…

Restiamo ancora un poco!». – «Andiamo, è tardi!». –

«Signorina, restiamo ancora un poco!…».

Le fronti al vetro, chini sulla piana,

seguimmo i neri pipistrelli, a frotte;

giunse col vento un ritmo di campana,

disparve il sole fra le nubi rotte;

a poco a poco s’annunciò la notte

sulla serenità canavesana…

«Una stella!…». – «Tre stelle!…». – «Quattro stelle!…».

«Cinque stelle!». – «Non sembra di sognare?…».

Ma ti levasti su quasi ribelle

alla perplessità crepuscolare:

«Scendiamo! È tardi: possono pensare

che noi si faccia cose poco belle…».

V

Ozi beati a mezzo la giornata,

nel parco dei Marchesi, ove la traccia

restava appena dell’età passata!

Le Stagioni camuse e senza braccia,

fra mucchi di letame e di vinaccia,

dominavano i porri e l’insalata.

L’insalata, i legumi produttivi

deridevano il busso delle aiole;

volavano le pieridi nel sole

e le cetonie e i bombi fuggitivi…

Io ti parlavo, piano, e tu cucivi

innebriata dalle mie parole.

«Tutto mi spiace che mi piacque innanzi!

Ah! Rimanere qui, sempre, al suo fianco,

terminare la vita che m’avanzi

tra questo verde e questo lino bianco!

Se Lei sapesse come sono stanco

delle donne rifatte sui romanzi!

Vennero donne con proteso il cuore:

ognuna dileguò, senza vestigio.

Lei sola, forse, il freddo sognatore

educherebbe al tenero prodigio:

mai non comparve sul mio cielo grigio

quell’aurora che dicono: l’Amore…».

Tu mi fissavi… Nei begli occhi fissi

leggevo uno sgomento indefinito;

le mani ti cercai, sopra il cucito,

e te le strinsi lungamente, e dissi:

«Mia cara Signorina, se guarissi

ancora, mi vorrebbe per marito?».

«Perché mi fa tali discorsi vani?

Sposare, Lei, me brutta e poveretta!…».

E ti piegasti sulla tua panchetta

facendo al viso coppa delle mani,

simulando singhiozzi acuti e strani

per celia, come fa la scolaretta.

Ma, nel chinarmi su di te, m’accorsi

che sussultavi come chi singhiozza

veramente, né sa più ricomporsi:

mi parve udire la tua voce mozza

da gli ultimi singulti nella strozza:

«Non mi ten…ga mai più… tali dis…corsi!».

«Piange?». E tentai di sollevarti il viso

inutilmente. Poi, colto un fuscello,

ti vellicai l’orecchio, il collo snello…

Già tutta luminosa nel sorriso

ti sollevasti vinta d’improvviso,

trillando un trillo gaio di fringuello.

Donna: mistero senza fine bello!

VI

Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi

luceva una blandizie femminina;

tu civettavi con sottili schermi,

tu volevi piacermi, Signorina;

e più d’ogni conquista cittadina

mi lusingò quel tuo voler piacermi!

Unire la mia sorte alla tua sorte

per sempre, nella casa centenaria!

Ah! Con te, forse, piccola consorte

vivace, trasparente come l’aria,

rinnegherei la fede letteraria

che fa la vita simile alla morte…

Oh! questa vita sterile, di sogno!

Meglio la vita ruvida concreta

del buon mercante inteso alla moneta,

meglio andare sferzati dal bisogno,

ma vivere di vita! Io mi vergogno,

sì, mi vergogno d’essere un poeta!

Tu non fai versi. Tagli le camicie

per tuo padre. Hai fatta la seconda

classe, t’han detto che la Terra è tonda,

ma tu non credi… E non mediti Nietzsche…

Mi piaci. Mi faresti più felice

d’un’intellettuale gemebonda…

Tu ignori questo male che s’apprende

in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,

tutta beata nelle tue faccende.

Mi piaci. Penso che leggendo questi

miei versi tuoi, non mi comprenderesti,

ed a me piace chi non mi comprende.

Ed io non voglio più essere io!

Non più l’esteta gelido, il sofista,

ma vivere nel tuo borgo natio,

ma vivere alla piccola conquista

mercanteggiando placido, in oblio

come tuo padre, come il farmacista…

Ed io non voglio più essere io!

VII

Il farmacista nella farmacia

m’elogïava un farmaco sagace:

«Vedrà che dorme le sue notti in pace:

un sonnifero d’oro, in fede mia!».

Narrava, intanto, certa gelosia

con non so che loquacità mordace.

«Ma c’è il notaio pazzo di quell’oca!

Ah! quel notaio, creda: un capo ameno!

La Signorina è brutta, senza seno,

volgaruccia, Lei sa, come una cuoca…

E la dote… la dote è poca, poca:

diecimila, chi sa, forse nemmeno…».

«Ma dunque?». – «C’è il notaio furibondo

con Lei, con me che volli presentarla

a Lei; non mi saluta, non mi parla…».

«È geloso?». – «Geloso! Un finimondo!…».

«Pettegolezzi!…». – «Ma non Le nascondo

che temo, temo qualche brutta ciarla…».

«Non tema! Parto». – «Parte? E va lontana?».

«Molto lontano… Vede, cade a mezzo

ogni motivo di pettegolezzo…».

«Davvero parte? Quando?». – «In settimana…».

Ed uscii dall’odor d’ipecacuana

nel plenilunio settembrino, al rezzo.

Andai vagando nel silenzio amico,

triste perduto come un mendicante.

Mezzanotte scoccò, lenta, rombante

su quel dolce paese che non dico.

La Luna sopra il campanile antico

pareva «un punto sopra un I. gigante».

In molti mesti e pochi sogni lieti,

solo pellegrinai col mio rimpianto

fra le siepi, le vigne, i castagneti

quasi d’argento fatti nell’incanto;

e al cancello sostai del camposanto

come s’usa nei libri dei poeti.

Voi che posate già sull’altra riva,

immuni dalla gioia, dallo strazio,

parlate, o morti, al pellegrino sazio!

Giova guarire? Giova che si viva?

O meglio giova l’Ospite furtiva

che ci affranca dal Tempo e dallo Spazio?

A lungo meditai, senza ritrarre

la tempia dalle sbarre. Quasi a scherno

s’udiva il grido delle strigi alterno…

La Luna, prigioniera fra le sbarre,

imitava con sue luci bizzarre

gli amanti che si baciano in eterno.

Bacio lunare, fra le nubi chiare

come di moda settant’anni fa!

Ecco la Morte e la Felicità!

L’una m’incalza quando l’altra appare;

quella m’esilia in terra d’oltremare,

questa promette il bene che sarà…

VIII

Nel mestissimo giorno degli addii

mi piacque rivedere la tua villa.

La morte dell’estate era tranquilla

in quel mattino chiaro che salii

tra i vigneti già spogli, tra i pendii

già trapunti di bei colchici lilla.

Forse vedendo il bel fiore malvagio

che i fiori uccide e semina le brume,

le rondini addestravano le piume

al primo volo, timido, randagio;

e a me randagio parve buon presagio

accompagnarmi loro nel costume.

«Vïaggio con le rondini stamane…».

«Dove andrà?». – «Dove andrò! Non so… Vïaggio,

vïaggio per fuggire altro vïaggio…

Oltre Marocco, ad isolette strane,

ricche in essenze, in datteri, in banane,

perdute nell’Atlantico selvaggio…

Signorina, s’io torni d’oltremare,

non sarà d’altri già? Sono sicuro

di ritrovarla ancora? Questo puro

amore nostro salirà l’altare?».

E vidi la tua bocca sillabare

a poco a poco le sillabe: giuro.

Giurasti e disegnasti una ghirlanda

sul muro, di viole e di saette,

coi nomi e con la data memoranda:

trenta settembre novecentosette…

Io non sorrisi. L’animo godette

quel romantico gesto d’educanda.

Le rondini garrivano assordanti,

garrivano garrivano parole

d’addio, guizzando ratte come spole,

incitando le piccole migranti…

Tu seguivi gli stormi lontananti

ad uno ad uno per le vie del sole…

«Un altro stormo s’alza!…». – «Ecco s’avvia!».

«Sono partite…». – «E non le salutò!…».

«Lei devo salutare, quelle no:

quelle terranno la mia stessa via:

in un palmeto della Barberia

tra pochi giorni le ritroverò…».

Giunse il distacco, amaro senza fine,

e fu il distacco d’altri tempi, quando

le amate in bande lisce e in crinoline,

protese da un giardino venerando,

singhiozzavano forte, salutando

diligenze che andavano al confine…

M’apparisti così, come in un cantico

del Prati, lacrimante l’abbandono

per l’isole perdute nell’Atlantico;

ed io fui l’uomo d’altri tempi, un buono

sentimentale giovine romantico…

Quello che fingo d’essere e non sono!