lunedì 20 dicembre 2021

UNA BAMBINA SMANIOSA Estratto da "Tutti i racconti" Giuseppe Berto

 


UNA BAMBINA SMANIOSA 

Estratto da "Tutti i racconti" Giuseppe Berto 

Seduti l’uno accanto all’altra al tavolino del caffè, essi scambiavano parole rade, pacatamente, come persone alle quali non manchi il tempo. Egli era un poco assorto, però, in pensieri che non dovevano intaccare la sua pace. Non profondamente, almeno. Talvolta alzava la testa verso un volo di colombi, se passavano bassi facendo rumore.

Anche la donna accanto a lui, una donna già matura nel corpo e nell’espressione, era come in pace, benché in un modo innaturale, quasi temendo che altrimenti gli avrebbe dato fastidio. Essa guardava la piazza, l’andirivieni di gente nell’ora del passeggio, coi colombi che si scostavano dai loro passi all’ultimo momento, e di quando in quando accadeva che due o tre prendessero il volo, quasi insieme. Lei, naturalmente, non badava ai colombi, né ad alcuna altra cosa in particolare, eccetto, forse, le ragazze giovani, quelle che potevano avere non più di vent’anni, ed erano quasi tutte già vestite da estate, benché ancora non fosse proprio estate. Faceva caldo, però, e la basilica in fondo aveva qua e là splendori d’oro, perché il sole ora arrivava a batterle sulla facciata. A lui non piaceva quella chiesa, né la piazza, né la gente, provava una specie di intimo rancore contro la città intera, tuttavia ci veniva non appena aveva qualche ora libera, e lei sapeva che ci veniva per scorgere una ragazza a lei ignota, una che si portava sempre dentro anche quando non ne parlava, perfino quando non ci pensava l’aveva dentro, e poteva essere questa o quella delle molte che passeggiavano avanti e indietro nella piazza, e da qui veniva quel suo modo innaturale d’essere in pace, poiché evidentemente in pace non poteva essere, dato che lui anche senza pensarci o volerlo si portava sempre dentro un’altra. Intanto il sole più alto saliva sull’edificio alle loro spalle, la linea d’ombra veniva avanti, e poiché già da troppo tempo stavano senza dirsi più nulla, essa disse: «Tra poco saremo anche noi nel sole».

Egli allora si distolse dai vaghi pensieri che aveva, alzò gli occhi per guardare quanto fosse ancora lontano il confine tra ombra e sole, e così la vide, un poco più avanti. Certo, non poteva aspettarsi di scorgerla proprio in quel momento ma siccome sapeva bene che un giorno o l’altro l’avrebbe incontrata, la cosa in fondo non aveva niente di straordinario. Essa stava seduta ad un tavolino con dell’altra gente. Non parlava, guardava qualcuno parlare, di fronte a lei, sicché egli la vedeva di profilo, col suo naso piuttosto ossuto e pronunciato, ma si capisce che il naso non aveva alcuna importanza, ora, niente aveva importanza all’infuori del fatto di guardarla, e in realtà non le staccava gli occhi di dosso.

«Cos’hai?» gli domandò la donna dopo un poco.

«Niente» egli rispose.

Allora, con grande coraggio, la donna guardò nella direzione dei suoi occhi, e vide l’altra, subito tra la gente al tavolino vide chi era l’altra, una fanciulla ancora, coi lunghi capelli castani e magra, come lui le aveva detto, con un’aria di ambigua soavità, come lui le aveva detto. Non stette a guardarla, ma fermò gli occhi sul piano giallo del tavolino, dove il nome del caffè era scritto con dei fregi intorno, che formavano uno stemma nobiliare. Aveva serrato tra i denti il labbro di sotto.

«Ora deve voltarsi» egli disse ad alta voce, senza riguardo o pietà per lei che sentiva, e d’altra parte non aveva pensiero di lei e della sua probabile sofferenza, niente altro ora esistendo al mondo se non il rapporto con l’altra che non si era ancora accorta di lui. Ogni sua forza era concentrata nel suo cervello, l’energia di infinite piccole arterie vi batteva con vitale potenza, per far sì che lei si voltasse. Ed essa si voltò, infatti, dopo qualche tempo, si voltò con grande semplicità, come chiamata da qualcuno. Non da lui, si capisce, ma da qualcuno che lei potesse aspettarsi di trovare di fronte a sé, per quanto, dalla naturalezza con cui gli sorrise per salutarlo, tutto ci si potesse immaginare, perfino che lei in qualche misterioso modo già prima di voltarsi sapesse che era lui che si sarebbe trovata di fronte. Tutto poteva essere, ammettendo, contro ogni ragionevole considerazione, che lei l’avesse aspettato con almeno una piccolissima parte del desiderio con cui lui l’aveva pensata e cercata, in tutti quegli anni.

Alzandosi, sentì che le gambe gli tremavano, peggio che nei più brutti momenti della sua vita. Ma ormai non poteva più fermarsi, naturalmente. Per un solo attimo ebbe la percezione della propria donna lì seduta e le disse: «Scusami», ma senza voltarsi verso di lei. Continuava a guardare l’altra, la fanciulla che frattanto si era alzata e gli veniva incontro. E la sua donna non vide niente di questo, non volle vedere niente, perché rimase china sul piano giallo del tavolino, col suo stemma dipinto.

Ora lui stava di fronte alla fanciulla, proprio vicino, e la guardava fisso, improvvisamente accorgendosi che le gambe non gli tremavano più, proprio come in guerra pensò perfino, quando il pericolo non è più una cosa da venire ma uno ci si trova dentro fino al collo, benché fosse assurdo farsi venire in mente pericoli o cose del genere, nel presente momento. Si sentiva assolutamente calmo, addirittura pronto ad accettare con una specie di indolenza qualsiasi cosa che da quell’incontro potesse nascere. Ora, invece, era la fanciulla che non riusciva a nascondere una propria emozione, si vedeva bene che una parte della bocca le tremava, ed essa nel tentativo di fermarla faceva una smorfia, una contrazione che assumeva caratteristiche dolorose, ma la bocca non si fermava.

«Ti trema la bocca» egli le disse.

«Lo so» essa rispose, in un tono che sapeva di dispetto.

Egli sentì che di colpo s’era ristabilito tra loro due l’antico rapporto di soggezione, per cui, sia pure provvisoriamente, cioè fino a quando l’avesse avuta vicina, lui era il più forte. In un certo senso, almeno. «Andiamo a camminare un poco insieme» disse, e senza neanche aspettare che lei rispondesse, s’incamminò tra i tavolini, verso i portici. E poiché gli capitò di passare accanto al tavolino dove la sua donna stava seduta, le disse: «Scusami», senza guardarla.

Arrivato ai portici si fermò. «Dove vuoi che andiamo?» chiese alla fanciulla che l’aveva seguito.

«Dove vuoi tu» essa rispose.

Si avviò a caso verso la piazzetta del Palazzo Ducale, che non si vedeva perché l’ultimo arco dei portici, in fondo, aveva una tenda contro il sole, che il vento gonfiava, senza tuttavia riuscire a scostarla. Camminavano vicini, ed egli senza voltarsi la sentiva accanto, così alta com’era diventata in quegli anni, con la testa molto al disopra della sua spalla. Non parlavano, come se niente avessero da dirsi. Arrivati in fondo, girarono a destra sotto l’altra fila di portici, ed ebbero contro il vento della laguna, e il vestito di lei si schiacciò contro il corpo di lei fanciulla. Nonostante la magrezza, il corpo rivelava ora forme di donna, sul ventre e sul seno, ed egli provò per quel suo essere cresciuta un senso come di disagio o addirittura fastidio, quasi preferisse avere per lei solo dei desideri repressi, come quando lei era bambina.

Non volle guardare. Sullo sfondo, l’ultimo arco non aveva tenda, ed era pieno del colore dell’aria, e più sotto del colore dell’acqua, colori fatti chiari dal sole. Invece il portico era quasi oscuro per gli archi con le tende abbassate, e così lo sfondo di luce pareva fosse immensamente lontano. Ma poi ci arrivarono, e sul limite del sole egli domandò: «Dove vuoi che andiamo?».

«Dove vuoi tu» essa rispose.

S’incamminarono sulla riva, andando proprio sul bordo della fondamenta, vicino all’acqua. Le gondole legate ai loro pali si agitavano ogni volta che un vaporetto o un motoscafo passava un poco al largo. Il sole era caldo e le pietre sotto i piedi erano calde. Lei portava sandali bassi, senza calze. E le sue gambe erano esili, quasi come le gambe di lei bambina.

Dal bordo della fondamenta dovettero scostarsi per passare un ponte, ma subito dopo vi tornarono, e appena trovarono una balaustra sulla riva vi si appoggiarono contro, piegati in avanti guardando l’acqua. L’acqua era verde chiaro, piena di sole, e aveva in superficie una quantità di onde piccolissime che le faceva il vento, e anche onde più ampie per i vaporetti o i motoscafi che passavano un poco al largo. Egli aveva ora una sconfortata sensazione che il tempo stesse passando invano, e probabilmente quello non era un tempo di cui si potesse disporre a volontà, come con l’altra donna. Comunque, non era neppure un tempo che avesse delle necessità, nel senso che non era obbligatorio parlarsi o capirsi se non avevano nulla da spiegare, cioè se la storia era arrivata già molti anni prima ad un punto morto, o se, per essere più precisi, non era mai esistita. Perché, non c’era dubbio, era una storia fatta di poche azioni dal significato confuso, mentre tutto il resto si riduceva a stati d’animo e ricordi e attese, tutte sensazioni che non richiedono una partecipazione comune per sussistere. Attualmente era molto dubbio, chi dei due fosse il più forte. Cominciò a frugarsi nelle tasche, con negligenza, impiegando due o tre minuti per delle cose semplici come trovare sigarette e fiammiferi. Poi stentò ad accendere, per il vento che gli spegneva il fuoco. Infine sentì nella bocca il sapore necessario del fumo.

«Non mi dai una sigaretta?» essa domandò.

«Fumi?»

«Pensi a com’ero debole di polmoni?» Sorrise alzando le spalle: «Qualche volta fumo».

Egli le diede una sigaretta, lentamente gliel’accese con la brace della sua, e intanto la studiava nel viso, spostando percettibilmente gli occhi da una parte all’altra per studiare tutto del suo viso. Il sole dall’alto le penetrava tra i capelli, e il sole dall’acqua le portava sulle guance, sulla fronte, negli occhi, mobili riflessi pieni di trasparenze. «Sei bella» egli le disse. «Non pensavo che saresti diventata tanto bella.»

Essa chiuse un istante gli occhi, riacquistando un po’ della sua antica, ambigua soavità. «Non sono bella» disse.

Egli la guardava sempre, e forse lei non era tanto bella. Aveva ancora quelle buffe sopracciglia che s’incontravano crescendo anche sopra il naso. E la bocca era troppo piccola, a labbra sottili, irregolare. Una bocca che se non sorrideva sembrava cattiva, e non andava d’accordo col resto del suo viso.

«Ciò che più mi piace di te» egli disse «è la bocca. È la stessa bocca di te bambina.»

«Sì?» essa disse.

«E anche gli occhi» egli disse.

«Sì?» essa disse.

«Ma gli occhi sono cresciuti» egli disse. «Ora mi stai guardando come guarda una persona grande.» Rimase un attimo a pensare, e poi disse ancora: «Però anche allora c’era qualcosa di maturo nei tuoi occhi. Qualcosa di morboso».

«Morboso, si dice?» essa disse, insistendo su di un tono che non si capiva se fosse di provocazione o di malinconia.

«Non so come si dica» egli rispose. «Certo che qualche volta il tuo sguardo era troppo maturo, per una bambina.»

«Sì» essa disse, ora con chiara malinconia, e tornò a guardare in basso.

Anch’egli tornò a guardare in basso, le piccole onde e le onde più grandi, nell’acqua piena di sole. «Ora hai quasi vent’anni» egli disse. «Ti mancano tre settimane ai vent’anni. Allora avevi quattordici anni, neppure li mostravi, e io ero innamorato di te.»

«Eri innamorato di me?» essa disse.

«Oh, lo sai bene che ero innamorato» egli disse. «Ti amavo come un pazzo, giorno e notte il tuo pensiero fisso nella testa, e non potevo farlo vedere. Non potevo fare vedere che m’ero innamorato di una bambina di quattordici anni, che oltre a tutto ne mostrava dodici. E a te seccava questo. Avresti voluto che tutti vedessero che un uomo di trentacinque anni si era innamorato di te. Eri una bambina smaniosa.»

«Non ne avevi neppure trentaquattro, di anni» essa disse.

«Ti sembra che cambi molto?»

«Mi facevi sempre piangere» essa disse. «Andavi sempre con le altre ragazze. E una volta mi dicesti che ero stupida, e io mi misi a piangere, e nessuno riusciva a consolarmi. Forse non ho mai più sentito disperazione più grande, nella mia vita. Neanche tu quella volta riuscisti a consolarmi.»

«Sì?» egli disse. «Non ricordo.»

«E un’altra volta, quando mi dicesti che saresti andato in guerra, alla sera, a letto, io mi misi a piangere che credevo di morire. Poi venne mia madre, vide che piangevo, e io dovetti dirle che piangevo perché tu saresti andato in guerra. Mi gonfiò il viso a forza di schiaffi. Credo che da allora abbia cominciato ad odiarti.»

«Sì» egli disse.

«E poi una volta mi hai baciata.»

Egli sorrise, vagamente, e non disse nulla.

«Non ti ricordi di avermi baciata?» essa domandò.

Egli tardò un poco a rispondere. «Forse è stata l’unica cosa che ho sbagliato, in tutte quelle che sono accadute fra noi due.»

«Ti ricordi anche come fu che mi baciasti?»

«Sì, ricordo» egli rispose, un poco a fatica.

«Potresti anche raccontarmelo?» essa insistette.

Egli non rispose.

«Raccontamelo» essa disse con impazienza.

Vi era nella sua ostinazione un’aggressività maliziosa, o forse no, si trattava soltanto d’una sopravvivenza della sua smania di bambina, ma in ogni caso egli ne provava imbarazzo, e peggio ancora senso di colpa, o chissà mai quale altra cosa, ad esempio commozione legata a quel ricordo. Comunque, ora conveniva liberare il fatto da ogni sovrastruttura emozionale, ridurlo alla sua elementare semplicità. «Tu eri una bambina smaniosa» egli disse. «Sempre volevi che io ti baciassi. E io sempre ti baciavo, sui capelli, o sulla fronte, qualche volta anche sulla bocca, ma come si può baciare una bambina.»

«Sì» essa disse.

«Anche quella volta ti avevo baciata come si può baciare una bambina. Ma tu eri smaniosa. Dicesti che volevi essere baciata come una persona grande. E i tuoi occhi mi guardavano come può guardare una persona grande, e anche la tua bocca in quel momento era da persona grande, così io la vidi.»

«Allora ti baciai come si può baciare una persona grande.»

«E dopo?»

«Ricordo il tuo viso pieno di stupore, e subito dopo di sgomento.»

«Ma cosa feci?»

Egli non capiva se lei insistesse soltanto per fargli del male, o anche per una specie di triste nostalgia della sua incerta innocenza. Ad ogni modo i fatti erano fatti, non si potevano cambiare. «Subito dopo scappasti sulla porta del giardino, e sputasti fuori. E io fui pieno di vergogna e confusione a causa del tuo gesto: del tuo primo bacio avevo fatto una cosa disgustosa.»

«A me sembravi piuttosto pieno di rabbia perché avevo sputato.»

«Sì, ero anche pieno di rabbia.»

«E mi dicesti una cosa cattiva.»

«Ti dissi che eri una ridicola mocciosa, e che ci saremmo rivisti quando tu avessi avuto diciotto anni.»

«Sedici anni, dicesti.»

Egli scosse la testa con fastidio. «Può darsi» disse. «Allora ero anch’io più giovane.» Si mise a cercare nelle tasche sigarette e fiammiferi, nervosamente questa volta, e lo stesso impiegò molto tempo prima di trovarli e accendere.

«Fammi fumare» essa disse.

Egli le porse il pacchetto delle sigarette.

«No. Fammi fumare dalla tua.»

Egli aspirò a lungo, poi le passò la sigaretta e si mise a guardare sull’acqua i fiammiferi spenti che vi aveva buttati, da quale parte il vento, o la corrente, li portasse via. La sentiva ora aderire tutta contro il suo fianco, con sconcertante dolcezza. In fondo, avrebbe preferito che lei continuasse ad aggredirlo con le sue domande e i ricordi, dove di consistente non c’era nient’altro che un bacio sbagliato.

«Quando ebbi sedici anni, io ti aspettai» essa disse con deliberata lentezza. «Non puoi credere quanto ti abbia aspettato. Volevo che tu venissi a baciarmi, come avevi promesso.»

Senza guardarla, egli sorrise tristemente. «C’era la guerra: sapevi bene che non potevo venire.»

«Ma io volevo che tu venissi» essa disse.

Egli smise di sorridere. «Il giorno che tu compivi sedici anni» disse, «io stavo già in un campo di prigionieri, in mezzo all’India. Avevo un chiodo e un pezzo di legno duro, di tek. Tutto il giorno graffiai il legno col chiodo. Alla fine ne venne fuori una croce.»

«Perché una croce?» essa chiese.

«Chissà» egli rispose. «Forse mi sentivo anch’io crocifisso.»

«Tu non puoi credere come ti ho aspettato, quando avevo sedici anni» essa disse con monotonia. «Non sapevo niente di te, potevi anche essere morto, ma ti aspettavo. Sui quaderni di scuola non facevo che scrivere il tuo nome. Pagine intere del tuo nome.»

Egli era sospeso tra amarezza e compiacimento, mentre guardava i fiammiferi andarsene verso il largo, poiché la marea stava calando. Molto era rimasto di lei bambina in lei fanciulla, anche la puntigliosa tenerezza con cui sapeva cercare ciò che voleva. Pertanto egli era incerto se dire o non dire ciò che aveva nell’animo, comprendendo bene che dirlo sarebbe stato un po’ come affidarsi a lei, alla sua stravagante capacità di fargli del male. Poi concluse che il peggior male non gli poteva venire che da se stesso, poiché passato, sofferenze, emozioni, tutto era vivo fino a quando trovava in lui sufficienti ragioni di vita. «La peggior cosa di un campo di concentramento è la solitudine» disse. «Anche in guerra, la stessa cosa. Giorno e notte vivi insieme a centinaia o migliaia di persone eguali a te, nelle trincee o dentro il filo spinato, e sei solo, non puoi avere un momento di tenerezza per nessuno. Io non ero mai solo, perché ti facevo stare con me sempre, come un’ossessione. In tutti i giorni degli anni che sono stato in guerra e poi chiuso dentro i campi per prigionieri, io ti pensavo, sempre pensavo come dovevi essere cresciuta in quel momento, e forse ora avrei potuto baciarti senza la vergogna di aver baciato una bambina.»

«Vergogna è una parola stupida» essa disse.

«Lo so. Ma io ti sto dicendo anche come ero stupido.»

«Vai avanti» essa disse.

«Appena tornato ti cercai. Per prima cosa ti scrissi, senza ricevere risposta. Era una lettera che non diceva niente. Che ero tornato, che stavo bene, che speravo che anche tu stessi bene. Avresti potuto rispondere senza comprometterti.»

«Vai avanti» essa disse.

«Allora cominciò a saltar fuori tutta quella solitudine alla quale ero sfuggito negli anni di guerra e di prigionia. A stare a casa mi veniva l’angoscia. Non potevo sopportare padre e madre e fratelli e sorelle, quella loro pietà che non riusciva mai a trovare il segno giusto. Venivo qui a cercarti, lungo le Mercerie, in Piazza, nelle calli per andare a casa tua. Mi avevano detto che eri diventata alta e che avevi i capelli come la paglia. Sempre cercavo in mezzo alla gente una ragazza coi capelli come la paglia.»

«Me li ero ossigenati» essa disse. «Poi mi sono pentita e li ho lasciati ricrescere come prima.»

«Sì» egli disse. «Ma io allora cercavo fra la gente una ragazza coi capelli come la paglia, e non la trovavo mai. E dopo un po’ di tempo, forse un mese, provai a telefonarti. Due volte telefonai a casa tua.»

«Sì, lo so» essa disse.

«La prima volta mi dissero che eri ammalata.»

«Ero ammalata» essa disse.

«E la seconda volta mi dissero che eri uscita. Ma io sentii che non dovevi essere uscita.»

«Non ero uscita. Fu mia madre che fece rispondere così.»

«Anch’io pensai che doveva essere stata tua madre. Ma da quel giorno smisi di cercarti, per un po’ di tempo almeno, fin che mi fu possibile non cercarti. Immaginavo che in un modo o nell’altro avresti potuto farti viva, pur che lo avessi voluto. Perché non ti sei fatta viva?»

Si era infine voltato a guardarla in viso, mentre le faceva la domanda. Ma lei piegò la testa in basso e rispose alzando le spalle: «Così».

«Tu hai sempre fatto le cose così» egli disse aspro. «Anche quando eri bambina, io non sono mai riuscito a scoprire dei motivi ragionevoli nel tuo modo di fare le cose.»

«Che c’entro io?» essa rispose alzando di nuovo le spalle. «È la mia natura, questa.»

«Lo so. In fondo, per quanto ti cercassi, avevo anche paura d’incontrarti. Per il tuo carattere, ma anche per tante cose che mi avevano detto di te.»

«Che ti avevano detto di me?» essa domandò vivacemente.

«Tutto quello che si può dir di male di una ragazza» egli rispose.

«E tu hai creduto?»

«Come potevo credere o non credere?» egli rispose con noncuranza. «Non ti avevo ancora vista. E poi, non ha importanza quello che dice la gente. Si può essere buoni anche avendo fatto tutto ciò che dicono male. E si può essere cattivi anche non avendo fatto niente di ciò che dicono male. Dipende dalle circostanze, e dal modo come uno si sente dentro, capisci?»

«Sì» essa disse.

«Ed era il tuo modo di sentirti dentro di te, che mi faceva paura. Poteva essere venuta fuori qualsiasi cosa da quella bambina che eri a quattordici anni.»

«E ora che mi hai vista, cosa credi di me?» essa domandò. E poiché egli non rispondeva, lo afferrò per un braccio. «Guardami. Puoi rispondere quel che ti pare, sai? Tanto, per quel che me ne importa.»

«Ora non credo niente» egli rispose, restando a guardare l’acqua.

Gli occhi di lei si strinsero, per il dispetto, e le labbra divennero sottili sulla bocca tirata. «Io sono andata a letto con un sacco d’uomini» disse. «Dieci o dodici, perlomeno. E il primo era più vecchio di te. L’ho fatto per la rabbia che non l’avessi fatto tu, quand’era il tuo tempo.»

«Vuoi farmi crescere il mio senso di colpa?» egli disse. «Ne ho già abbastanza. Ad ogni modo, non c’è mai stato il nostro tempo. Avrebbe potuto essere ora. Ma forse nessuno di noi due ha più niente di ciò che l’altro cercava.»

«Potrei venire a letto anche con te, se tu volessi.»

Egli ora alzò il viso a guardarla, e la guardò a lungo, tentando di afferrare il significato vero di quella proposta. Finché lei, sentendosi a disagio, disse spavalda: «Dico sul serio, sai? Ora ho imparato a baciare, e tante altre cose».

«Si potrebbe fare» egli rispose. «Ma non è questo di cui vado in cerca.»

«Tu vai sempre in cerca della luna» essa disse.

«È giusto, no?» egli disse. «Te l’immagini, se dopo averti cresciuta dentro di me per tanti anni, nel modo più disperato e meraviglioso, tutto ora si riducesse ad andare a letto per una volta o due? Già, perché questo tu potresti darmi. O c’è qualche altra cosa? Dillo, se c’è qualche altra cosa.»

Stavano a guardarsi direttamente, ora, anche lei giunta sul limite di una indifesa sincerità, con una parte della bocca che le tremava, come prima al momento in cui s’erano visti. Ma riuscì a fermarla e chiese: «È tua moglie, quella donna al caffè?».

Invece di rispondere, egli distolse il viso e si mise a cercare nelle tasche il pacchetto delle sigarette.

«Quanti anni ha?» essa insistette a chiedere.

Forse non c’era cattiveria nella domanda, ma poteva anche essercene. «Gli anni giusti» rispose. «Cinque meno di me.»

«E ti sei sposato con amore o senza amore?»

«Dove vuoi andare a finire?»

«Niente» essa rispose. «Ma ognuno può avere il suo senso di colpa. Perfino io.»

Egli si accese la sigaretta e aspirò senza fretta alcune boccate, prima di rispondere. «È difficile dire. Sai, quando uno torna da sei anni di guerra e di prigionia, si trova con una quantità di idee balorde in testa. Io, per esempio, non volevo che nessuno mi pulisse le scarpe. Chi ero io, perché mia madre, o mia sorella, mi dovesse pulire le scarpe? Da solo dovevo pulirmele. Per un paio di mesi andai in giro con le scarpe sporche. Poi feci finta di niente e lasciai che me le pulissero.»

«Che c’entra questo con tua moglie?» essa chiese.

«Forse niente. Ma volevo farti capire in quale stato ero tornato, e come fosse inevitabile andare incontro a compromessi. Ci mancava del tutto il senso della realtà. Del resto, mia moglie è una donna buona. Non pensare che faccia dell’ironia. Dico buona sul serio, cioè possiede esattamente ciò che manca a te.»

«Ma non la amavi» essa disse puntigliosamente.

«Quando la conobbi, era per me il momento peggiore. Tu non ti facevi viva e io ogni giorno di più mi sentivo soffocare dall’angoscia della solitudine. Avevo deciso di morire, piuttosto che cercarti ancora. Ma stavo male, e la sposai proprio per un tentativo di non essere così solo come mi sentivo. Lei lo sapeva. Disse che non importava che non fossi innamorato di lei, pur che non fossi innamorato di nessun’altra. Allora le parlai di te.»

«Che le dicesti di me?»

«Che non ero sicuro di non essere innamorato di nessun’altra, fino a quando non ti avessi incontrata ancora una volta. Magari solo intravista per la strada, in mezzo alla gente.»

«E lei che disse?» essa domandò.

«Disse che forse non ti avrei mai più incontrata» egli rispose.

«E adesso?» essa domandò con la sua aggressiva vivacità. «Adesso ci siamo incontrati.»

Egli si mise a guardarla, a studiarla proprio attraverso gli occhi, in cerca dentro di lei di un nucleo di verità, che non fosse soltanto la smania che aveva da bambina di affrontare cose per le quali non era matura, senza darsi alcun pensiero delle conseguenze. Era una ricerca difficile, forse inutile.

«Non rispondi?» essa lo provocò.

«Adesso niente» egli rispose.

Essa non diede segno di sofferenza o dispetto, solo tornò a chinarsi per guardare l’acqua. Il sole le faceva caldo sulla testa, e sotto vi era l’acqua che si muoveva, e dove il sole batteva, la luce si spezzava nei riflessi. «Fammi fumare» essa disse dopo un poco.

Egli le passò la sigaretta che stava fumando, ed essa aspirò due volte sole, e poi buttò il lungo mozzicone lontano nell’acqua. «Devo tornare a casa» disse.

«Va bene» egli rispose, e guardando l’acqua stette ad aspettare che lei si muovesse.

E dopo un poco essa si staccò dalla balaustra, e anch’egli si staccò, insieme camminarono tornando indietro verso il ponte. E poi, passato il ponte, stettero in mezzo alla gente, non cercarono più l’estremità solitaria della fondamenta. «Abbiamo parlato un’ora e non mi hai lasciato capire niente di te» egli disse. «Perché non ti sei fatta viva quando sono tornato e ti cercavo?»

«Se ti dicessi che è stato perché mia madre non voleva, mi crederesti?»

«Non sei tipo da farti imporre niente da nessuno, tu.»

Essa voleva sorridere. Le due pieghe che aveva ai lati della bocca si approfondirono, ma non arrivò a sorridere. «Potrei dirti che è stato perché mi sentivo indegna di te, ma egualmente non mi crederesti.»

«Infatti, sarebbe difficile crederti.»

«Allora facciamo che è stato perché in quel tempo ero occupata: uno dei dieci o dodici.»

«Questo può anche darsi» egli disse. Per qualche passo stette zitto a pensare, e poi disse ancora: «Ora tu va’ un poco avanti e io resto un poco indietro, e così ci perderemo».

Sempre camminando, essa chiuse un istante gli occhi, soavemente. «Così va bene» disse.

Egli rallentò il passo per lasciarla andare avanti, e subito ci furono due o tre persone tra di loro, e poi sempre altre persone, così che solo di quando in quando egli poteva scorgerla, la sua esile figura di fanciulla, col vento che le gonfiava il vestito da una parte, e i capelli lunghi castani, non tinti di giallo, come gli avevano detto. A mano a mano che si allontanava, essa dimostrava una sempre più perfetta aderenza con tutti i suoi passati pensieri, ed egli ebbe la chiara percezione che gli sarebbe costato ancora molto dolore liberarsene. Due o tre altre volte la scorse, mentre si allontanava nel flusso di gente della Piazzetta San Marco, poi definitivamente la perdette di vista.

Continuò a camminare adagio anche dopo che arrivò ai portici ed entrò nella penombra delle tende abbassate. Ebbe il vento alle spalle, lo sentiva con sollievo tra i capelli sulla nuca. Ma una volta girato l’angolo verso la Piazza, ebbe subito la testa pesante, perché il vento della laguna non arrivava da quella parte, e camminava un poco incerto, come nei sogni, quando ci si trova la terra gonfia sotto i piedi, più alta di quel che dovrebbe essere. Fu contento, arrivando dalla sua donna. Lì niente era cambiato, eccetto che il sole era venuto avanti, e la donna era nel sole, adesso.

Essa non lo guardò venire. Non lo guardò neppure quando egli fu di nuovo vicino e disse: «Scusami», prima di tornare a sedersi sulla sedia che era rimasta vuota. Era una donna buona, e non lo guardò. Invece disse, con voce pacata: «Adesso c’è il sole, qui. Vuoi che ci mettiamo all’ombra?».

«Non importa» egli rispose, e si appoggiò con la schiena alla spalliera e chiuse gli occhi.

Soltanto allora la donna lo guardò. Stringendosi un poco tra i denti il labbro di sotto, essa studiò a lungo, con ansia appena contenuta, quel volto sul quale tante sofferenze erano passate, ed ora ne stava passando un’altra, non meno brutta delle altre. Era una donna saggia, oltre che buona: non sperava molta felicità, per il futuro, ma un po’ di serenità sì, a questo le sembrava di avere diritto, per tutti e due. Ed era certa, in questo momento più che mai certa, che ci sarebbero arrivati. Perciò lasciò andare il labbro di sotto, e anch’essa appoggiandosi indietro chiuse gli occhi nel calore del sole.