martedì 7 dicembre 2021

I REIETTI DELL'ALTRO PIANETA Ursula K Le Guin



 I REIETTI DELL'ALTRO PIANETA 

Ursula K Le Guin 

[...]Parlarono sulla natura della felicità. – La sofferenza è un malinteso – disse Shevek, piegato in avanti, con gli occhi chiari spalancati. Era ancora magro, con grandi mani, orecchie sporgenti, giunture nodose, ma nel pieno della salute e delle forze, da giovane adulto, era assai bello. I capelli, color sabbia come quelli degli altri, erano fini e dritti: li portava alla loro piena lunghezza e li teneva discosti dalla fronte con un nastro. Di tutti i presenti, soltanto uno portava un’acconciatura diversa: una ragazza dagli zigomi alti e dal naso largo; si era tagliata i capelli neri in modo da formare una calotta lucente intorno al capo. Questa ragazza fissava ora Shevek con uno sguardo serio e fermo. Le sue labbra erano unte per avere mangiato le frittelle, e sul mento c’era una briciola. – Essa esiste – diceva Shevek, allargando le mani. – È reale. Io posso chiamarla un malinteso, ma non posso pretendere che non esista, o che una volta o l’altra non esisterà più. La sofferenza è la condizione a cui viviamo. E quando arriva, la riconosciamo. La riconosciamo come la verità. E, certamente, è giusto curare le malattie, prevenire la fame e l’ingiustizia, come fa l’organismo sociale. Ma nessuna società può cambiare la natura dell’esistenza. Non possiamo prevenire la sofferenza. Questo dolore qui e quel dolore là, certo, ma non il Dolore. Una società può alleviare soltanto la sofferenza sociale, la sofferenza innecessaria. Ma rimane il resto. La radice, la realtà. Tutti noi qui presenti conosceremo il dolore per cinquant’anni. E alla fine moriremo. Questa è la condizione a cui siamo nati. E io ho paura della vita! Ci sono dei momenti in cui io… ne ho molta paura. E la felicità sembra banale. E tuttavia michiedo se non sia tutto un malinteso: questo rincorrere la felicità, questa paura del dolore… Se invece di averne paura e di fuggirlo, si potesse… attraversarlo, portarsi al di là. Al di là di esso c’è qualcosa. È la nostra personalità, che soffre; e c’è un punto nel quale la personalità individuale, il «sé»… cessa. Non so come dirlo. Ma credo che la realtà… la verità che riconosco nella sofferenza e che dimentico nel benessere e nella felicità… credo che la realtà del dolore non sia un dolore. Se riuscite a superarlo. Se potete sopportarlo fino in fondo. – La realtà della nostra vita sta nell’amore, nella solidarietà – disse la ragazza alta, dagli occhi dolci. – L’amore è la vera condizione della vita umana. Bedap scosse il capo. – No. Shevek ha ragione – disse. – L’amore è semplicemente uno dei modi per superare il dolore, e come tale può fallire, può non avere successo. Ma il dolore non fallisce mai. Dunque, non abbiamo molta scelta sul fatto di sopportarlo o no! Lo sopportiamo, volenti o nolenti. La ragazza dai capelli corti scosse il capo con veemenza. – No, non lo sopportiamo! Uno su cento, uno su mille compie l’intero tragitto, arriva dall’altra parte. Gli altri continuano a pretendere di essere felici, oppure, semplicemente, si rifugiano nell’ottusità. Noi soffriamo, sì, ma non abbastanza. E dunque soffriamo per niente. – Che cosa dovremmo fare? – disse Tirin. – Batterci in testa col martello per un’ora al giorno, in modo da essere certi di soffrire abbastanza? – State creando un culto del dolore – disse un altro. – Le mete Odoniane sono sempre positive, mai negative. La sofferenza non è funzionale, salvo che come avviso per l’organismo, contro un pericolo. Ma psicologicamente e socialmente è soltanto distruttiva. – E allora, da che cosa sarebbe stata motivata, Odo, se non da un’eccezionale sensibilità nei riguardi della sofferenza… la sua e quella di altri? – obiettò Bedap. – Ma tutto il principio della mutua assistenza è inteso per prevenire la sofferenza! Shevek era seduto sul tavolo; le sue lunghe gambe dondolavano fuori del bordo, il suo viso aveva un’espressione attenta e pacata. – Avete mai visto morire qualcuno? – domandò agli altri. Molti di loro avevano già assistito alla morte, vuoi in domicilio, vuoi in servizio volontario presso un ospedale. Tutti, meno uno, avevano aiutato una volta o l’altra a seppellire i morti. – C’era un uomo, quando ero in un campo nel Sudest. È stata la prima volta in cui ho visto qualcosa di simile. C’era qualche difetto nel motore dell’aereo: si è schiantato nel decollo e ha preso fuoco. Quando l’hanno estratto dai rottami, quell’uomo era tutto ustionato. È sopravvissuto per circa due ore. Non lo si sarebbe potuto salvare in alcun caso; non c’era ragione perché sopravvivesse tanto a lungo, nessuna giustificazione per quelle due ore. Noi aspettavamo un altro aereo con gli anestetici, dalla costa. Io rimasi con quell’uomo, insieme con due delle ragazze. Eravamo laggiù, avevamo fatto il carico dell’aeroplano. Non c’erano dottori. Non si poteva fare nulla per quell’uomo, eccetto che stare lì, stare con lui. Era traumatizzato, ma per la maggior parte del tempo conservò la conoscenza. Aveva dolori spaventosi, soprattutto nelle mani. Non credo che sapesse che il resto del suo corpo era completamente ustionato, sentiva soprattutto il dolore alle mani. Non si poteva toccarlo per confortarlo, pelle e carne venivano via al minimo tocco, e lui gridava. Non si poteva fare nulla per lui. Non c’era assistenza che gli si potesse dare. Forse sapeva che eravamo accanto a lui, non so. Ma il fatto che gli fossimo accanto, non gli servì assolutamente a nulla. Non si poteva fare nulla per lui. E fu allora che compresi… vedete… compresi che non puoi fare nulla per nessuno. Non possiamo salvarci mutuamente. O salvare noi stessi. – E cosa ti rimane, allora? Isolamento e disperazione. Tu neghi la fratellanza, Shevek! – gridò la ragazza alta. – No… no, niente affatto. Io cerco di esprimere quella che, secondo me, è in realtà la fratellanza. Essa comincia… essa comincia nella condivisione del dolore. – E dove finirebbe? – Non lo so. Ancora non lo so.[...]

Recensione

Anarres e Urras sono due pianeti legati profondamente dalle origini delle loro civiltà. Dal ricco e prosperoso paradiso capitalista di Urras, in un lontano passato secessionista, alcuni ribelli comunisti – i reietti dell’altro pianeta – fuggirono per fondare una colonia basata su parità, eguaglianza e rivoluzione permanente. Sebbene al centro di un ecosistema povero, sabbioso, privo di vita e di vegetazione, il sogno dei reietti prese vita. Alla guida della carismatica Odo, profeta femminile della comunità, i coloni svilupparono una società che negli anni arrivò a stratificazione in società, quindi popolo. Il romanzo sviluppa la storia di un giovane fisico visionario, Shevek. Anarresiano atipico, questo scienziato prodigio si accorge, contro ogni convenzione comune, della potenza e della profonda bellezza della condivisione. Inviato eccezionalmente su Urras di vedrà impegnato a studiare e ricercare una chimera : la nuova teoria fisica della contemporaneità temporale, per scoprire poi, ovviamente, di essere stato usato al soldo di un sistema iniquo e spietato come quello capitalistico. Il romanzo insomma è un direttissimo richiamo alle ideologie politiche che hanno solcato il mondo attuale, nonché una lunga riflessione sui temi di uguaglianza e condivisione. Il testo pone profonde domande politico filosofiche, forzando il contesto semplice ma efficace di un dualismo ideologico e morale come una semplice rivalità socio politica. L’autrice approfitta del palcoscenico autoriale per anticipare con fermezza temi odiernissimi: il ruolo delle donne nella società, il cambiamento climatico e l’ecologia di massa. Un testo dipanato come una partita di ping pong, dove l’attenzione del lettore passa da un pianeta all’altro attraverso l’alternanza dei capitoli. Brevi, eppur numerosissimi, ritagli di letteratura visionaria, stilisticamente  molto raffinata. Paga, in fondo alla lettura, la lunghezza del testo e la verbosità di un romanzo zeppo di dialoghi e scarno di eventi. Un grande, enorme, elogio all’uguaglianza, al colloquio e alla ricchezza della diversità.


CAPITOLO 1

C’era un muro. Non pareva importante. Era fatto di ciottoli uniti senza pretese, con un po’ di malta. Gli adulti potevano guardare senza sforzo al di là del muro, e anche i bambini non avevano difficoltà di scavalcarlo.

Dove incontrava la strada, invece di avere un cancello degenerava in una pura geometria, una linea, un’idea di confine. Ma l’idea era reale. E importante. Da sette generazioni non c’era nulla di più importante, al mondo, di quel muro.

Come ogni altro muro, anch’esso era ambiguo, bifronte. Quel che stava al suo interno e quel che stava al suo esterno dipendevano dal lato da cui lo si osservava.

Osservato da un lato, il muro recingeva un campo spoglio, di una sessantina di acri, chiamato Porto di Anarres. Il campo comprendeva un paio di grosse gru, una piazzola di atterraggio per í razzi, tre magazzeni, una rimessa per gli autocarri e un dormitorio. Il dormitorio aveva un aspetto duraturo, severo, melanconico. Non si vedevano giardini, né bambini: era chiaro che non vi abitava nessuno, che chi arrivava non si fermava a lungo.

In effetti si trattava di una zona di quarantena. Il muro chiudeva al suo interno non soltanto il campo di atterraggio, ma anche le navi che scendevano dallo spazio, gli uomini che giungevano con le navi, i mondi da cui provenivano e, complessivamente, il resto dell’universo. Chiudeva nel suo interno l’universo e lasciava fuori Anarres, libera.

Osservato dall’altro lato, il muro chiudeva Anarres. Al suo interno c’era tutto il pianeta: un grande campo di prigionia, isolato dagli altri mondi e dagli altri uomini, in quarantena.

Varie persone percorrevano la strada, dirette al campo d’atterraggio; altre erano ferme accanto al punto dove la strada tagliava il muro.

La gente veniva spesso al Porto dalla vicina città di Abbenay, nella speranza di vedere una nave spaziale, o semplicemente per guardare il muro.

Dopotutto, era l’unico muro di cinta esistente su quel mondo. In nessun altro posto si poteva vedere un cartello che dicesse: «Non entrare». Gli adolescenti, in particolare, ne erano attratti. Si portavano fino al muro e si mettevano a sedere in cima. A volte lo spettacolo consisteva in una squadra di lavoro, occupata a portare nei magazzeni le casse venute coi camion. A volte c’era addirittura un’astronave mercantile, ferma nella piazzola. I mercantili scendevano otto volte l’anno, e il loro arrivo era noto unicamente agli addetti interni del Porto; così, per gli spettatori che avevano la buona fortuna di vederne uno, erano oggetto di molta emozione, all’inizio. Ma es-si rimanevano sul muretto, a sedere, e la nave rimaneva nella piazzola, accovacciata: una torre nera e tozza, tra incastellature mobili, lontano, in fondo al campo. E dopo un po’ una donna lasciava la squadra di lavoro e si avvicinava dicendo: — Per oggi si chiude, fratelli. — La donna portava il bracciale della Difesa: una vista quasi altrettanto rara quanto una nave spaziale. L’arrivo della donna era molto emozionante. Ma anche se il tono era blando, non ammetteva repliche. La donna era a capo della squadra, e in caso di provocazione si sarebbe fatta aiutare dai suoi addetti. E comunque non c’era nulla da vedere. Gli stranieri, gli uomini di un altro mondo, rimanevano nascosti nella nave. Niente spettacolo.

E lo spettacolo era noioso anche per gli addetti della Difesa. A volte la caposquadra si augurava che qualcuno cercasse di superare il muro: un membro dell’equipaggio straniero nell’atto di abbandonare la nave, o un ragazzo di Abbenay sgattaiolato a dare un’occhiata da vicino al mercantile.

Ma queste cose non succedevano mai. Non succedeva mai nulla. E quando invece successe qualcosa, la caposquadra non era preparata ad affrontarlo.

Il capitano della nave mercantile Pensiero le disse: — Che vuole, quella gente? Ce l’hanno con la mia nave?

La caposquadra osservò a sua volta, e scorse una vera folla accanto al passaggio: cento persone, forse più. Rimanevano laggiù ferme, senza sedersi e senza camminare, come la gente che rimaneva immobile davanti al-le stazioni, durante la Carestia, ad attendere che passassero i convogli del cibo. La vista le fece venire i brividi.

— No. Quella gente, ah, protesta — disse nel suo iotico lento e stentato.

— Protesta contro il, ah, lei lo sa. Passeggero?

— Ah, ce l’hanno col bastardo che dobbiamo prendere a bordo? E chi vogliono fermare? Lui… o noi?

La parola «bastardo», intraducibile nella lingua della caposquadra, non aveva significato per lei, salvo quello di un termine vago straniero per indicare i suoi compatrioti, ma il suono della parola non le era mai piaciuto, e neppure il tono del capitano, né, in fin dei conti, il capitano. — Potete provvedere a voi stessi? — gli chiese, tagliando corto.

— Al diavolo, certo. Lei cerchi solo di scaricare la merce alla svelta. E

di accompagnare a bordo il bastardo passeggero. Non c’è banda di Odoniani che possa far paura a noi. — Toccando la cosa che portava alla cintura, un oggetto di metallo, simile a un pene deforme, fissò con superiorità la donna disarmata.

La donna rivolse all’oggetto fallico (che, come sapeva, era un’arma) u-n’occhiata gelida. — Il carico sarà completato per le ore quattordici — disse. — Tenete a bordo l’equipaggio al sicuro. Partenza alle quattordici e quaranta. Se vi occorrerà aiuto, registrerete un messaggio presso il Centro di Controllo. — E si affrettò ad allontanarsi, prima che il comandante potesse trovare altre occasioni per ostentare superiorità. L’ira la indusse a rivolgersi con veemenza ai suoi subordinati e alla folla. — Laggiù, lasciate libero il passaggio! — ordinò, quando fu vicino al muro. — Passano gli autocarri, si rischiano ferimenti. Toglietevi di mezzo!

Uomini e donne della folla si misero a muoverle obiezioni e cominciarono a discutere tra loro. Continuarono ad attraversare la strada; alcuni passarono all’interno del muro. E tuttavia lasciarono libero il passaggio, o quasi. Come la caposquadra non aveva esperienza nel dare ordini a una folla, così anche quegli uomini e quelle donne non avevano esperienza nel formare una folla. Membri di una comunità, non elementi di una collettivi-tà, non erano spinti da sentimenti di massa; c’erano altrettante emozioni diverse, tra loro, quante erano le persone. E, non aspettandosi che gli ordini potessero essere arbitrali, non avevano pratica nel disobbedirli. La loro i-nesperienza salvò la vita del passeggero.

Alcuni di loro erano venuti per uccidere un traditore. Altri erano venuti per impedirgli di lasciare il pianeta, o per lanciargli delle invettive, o semplicemente per vederlo; e tutti questi altri ostruirono il percorso breve e diretto degli assassini. Nessuno aveva armi da fuoco, ma un paio aveva un coltello. Un’aggressione, per loro, significava attacco diretto, corpo a corpo; volevano avere il traditore fra le mani. Erano convinti che sarebbe arrivato sotto sorveglianza, in un veicolo. Mentre cercavano di ispezionare un camion e discutevano con l’autista indignato, l’uomo che cercavano arrivò a piedi lungo la strada, da solo. Quando lo riconobbero, aveva già attraversato una buona metà del campo, seguito da cinque addetti della Difesa. Coloro che avevano desiderato di ucciderlo si consolarono con l’insegui-mento, troppo tardi, e col lancio di pietre, non troppo tardi. Riuscirono soltanto ad affannare l’uomo da loro cercato, che giunse esausto alla nave, ma un ciottolo da un chilo colpì un addetto della Difesa sulla tempia, ucciden-dolo sul colpo.

I portelli della nave si chiusero. La squadra della Difesa tornò indietro, portando con sé il collega morto; non fecero alcun tentativo di fermare i primi della folla che correva di gran carriera verso la nave, anche se la caposquadra, pallida per l’ira e lo shock, li maledì mentre le passavano davanti, ed essi deviarono per evitarla. Una volta giunti alla nave, i capintesta della folla si dispersero e rimasero fermi, irresoluti. Il silenzio della nave, gli imprevisti movimenti dei grandi, scheletrici paranchi, lo strano aspetto calcinato del terreno, l’assenza di ogni cosa costruita su scala umana, li di-sorientarono. Un soffio di vapore o di gas di qualche ordigno connesso con la nave ne fece sobbalzare alcuni; alzarono gli occhi con inquietudine verso i razzi, spalancati sopra di loro come grandi tunnel oscuri. Una sirena emise un fischio di avvertimento, lontano, dall’altra parte del campo. Prima una persona, poi un’altra, cominciarono a ritornare al muro e al passaggio.

Nessuno le fermò. In dieci minuti il campo rimase vuoto; la folla si disperse a gruppetti lungo la strada per Abbenay. E parve che non fosse successo nulla, dopotutto.

All’interno della nave Pensiero stavano succedendo molte cose. Poiché il centro di Controllo aveva anticipato l’orario della partenza, tutte le routine dovevano essere eseguite di corsa. Il capitano aveva ordinato di legare il prigioniero con le cinture di sicurezza e di chiuderlo nel quadrato dell’equipaggio, insieme con il medico, per toglierseli dai piedi tutt’e due. C’era un teleschermo, nel quadrato, e se desideravano guardare il decollo, potevano guardarlo da lì.

Il passeggero osservava lo schermo. Vedeva il campo, e il muro che lo circondava, e lontano, al di là del muro, le pendici dei Ne Theras, punteg-giati di holum cespugliosi e di rade, argentee spine di luna.

Tutto questo, d’improvviso, si precipitò verso il basso con vertiginosa rapidità. Il passeggero si sentì premere la testa contro l’appoggio imbottito.

Era come l’esame del dentista: la testa tirata all’indietro, la mascella tenuta aperta con la forza. Non riusciva a prendere il fiato, si sentiva male, si sentiva sciogliere le budella per la paura. L’intero suo corpo gridava alle enormi forze che si erano impadronite di lui: Non ora, non ancora, aspetta-te!

Gli occhi lo salvarono. Ciò che continuavano a vedere e a riportargli con insistenza lo fece uscire dall’autismo del terrore. Ora sullo schermo compariva una strana vista, un grande, pallido pianoro di pietra. Era il deserto, visto dalle montagne che dominavano la Valle Grande. Come era tornato alla Valle Grande? Cercò di dire a se stesso che era su un velivolo. No, su una nave spaziale. Il bordo del pianoro brillava con la lucentezza della luce sull’acqua, della luce che giunge dall’altra sponda di un mare lontano. Non c’era acqua in quei deserti. Che cosa stava osservando, allora? Il pianoro di pietra non era più un piano, ma una cavità, una grossa tazza piena di luce.

Mentre la guardava meravigliato, divenne meno profonda, e versò fuori del bordo la sua luce. D’improvviso una linea l’attraversò: una linea astratta, geometrica, la perfetta sezione di un cerchio. Al di là di quell’arco c’era l’oscurità. E l’oscurità rovesciò l’intera immagine, facendola diventare negativa. La parte reale, la parte di pietra, non era più concava e piena di luce, bensì convessa, e rifletteva, rimandava la luce. Non era né un piano né una tazza, ma una sfera, una palla di pietra bianca che cadeva nell’oscurità, che s’allontanava. Era il suo mondo.

— Non capisco — disse a voce alta.

Qualcuno gli rispose. Per qualche tempo non riuscì a comprendere che la persona ferma accanto alla sua poltroncina si rivolgeva a lui, gli rispondeva: in quel momento non sapeva più che cosa fosse una risposta. Era chiaramente consapevole di una cosa soltanto: il suo totale isolamento. Il mondo gli era caduto via da sotto i piedi, ed egli era rimasto solo.

Aveva sempre temuto che succedesse una cosa simile, più di quanto non avesse temuto la morte. Morire è perdere se stessi e riunirsi al resto. Egli aveva mantenuto se stesso, e aveva perso il resto.

Alla fine riuscì ad alzare lo sguardo sull’uomo che gli stava accanto. Era uno straniero, naturalmente. D’ora in poi ci sarebbero stati unicamente stranieri. L’uomo si rivolgeva a lui in lingua straniera: iotico. Le parole avevano senso. Tutte le piccole cose avevano un senso; soltanto l’intero, la totalità, non l’aveva. L’uomo diceva qualcosa a proposito delle cinghie che lo tenevano legato alla poltroncina. Toccò qualcosa sotto lo schienale, che si raddrizzò e per poco non lo fece cadere a terra, nella sua condizione di stordimento e di mancanza di equilibrio. L’uomo cominciò a chiedere se qualcuno s’era fatto male. Di chi parlava? «È sicuro che non si è fatto ma-le?» La forma educata con cui ci si rivolgeva a un’altra persona in iotico era la terza persona. L’uomo parlava di lui. Ed egli non capiva perché dovesse essere ferito; l’uomo continuava a parlare di gente che tirava le pietre. Ma la pietra non giungerà mai a colpire, pensò. Posò lo sguardo sullo schermo, cercando la pietra bianca che cadeva nell’oscurità, ma lo schermo era spento.

— Mi sento bene — disse infine, scegliendo la frase a caso.

Non parve avere il potere di tranquillizzare l’uomo. — Per favore, venga con me. Sono un dottore.

— Mi sento bene.

— Per favore, venga con me, dottor Shevek!

— Lei è un dottore — rispose Shevek, dopo una breve pausa. — Io no.

Io mi chiamo Shevek.

Il dottore, un uomo di bassa statura, dalla pelle chiara, calvo, gli rivolse un sorriso ansioso, stentato. — Lei dovrebbe trovarsi nella sua cabina, signore… pericolo d’infezione… lei non avrebbe dovuto incontrare altri che me, ho passato due settimane in zona di disinfezione per niente, accidenti a quel capitano! Per favore, venga con me, signore. Mi riterranno responsabile se…

Shevek si accorse che quel piccolo uomo era scosso. Non provava nessun rimorso, nessun dispiacere per lui; ma anche nella condizione in cui era in quel momento, nella solitudine assoluta, la legge fondamentale era valida: l’unica legge che avesse sempre rispettato. — Va bene — disse, e si alzò in piedi.

Si sentiva ancora stordito, e la spalla destra gli doleva. Sapeva che la na-ve si stava muovendo, ma non avvertiva nessuna sensazione di moto; c’era soltanto il silenzio, un silenzio spaventoso, profondo, dall’altra parte delle paratie. Il dottore lo condusse per silenziosi corridoi di metallo, fino a una stanza.

Era una stanza molto piccola, con pareti spoglie, segnate da linee. Shevek provò un senso di repulsione, ricordando un luogo che non desiderava ricordare. Si arrestò sulla soglia. Ma il dottore insistette e pregò, ed egli entrò.

Si sedette sul letto a forma di scaffale, e, con la testa ancora leggera e sonnolenta, osservò, privo di curiosità, il dottore. Sentiva che avrebbe dovuto provare curiosità: quell’uomo era il primo urrasiano da lui visto. Ma era troppo stanco. Avrebbe preferito stendersi sul letto e mettersi immediatamente a dormire.

Era rimasto sveglio tutta la notte precedente, occupato a imparare le proprie carte. Tre giorni prima, aveva provveduto a mandare a Pace e Abbondanza Takver e i bambini, e da quel momento in poi era stato occupa-tissimo, a correre alla torre radiofonica per scambiare messaggi dell’ultimo istante con gente di Urras, a discutere progetti e occasioni con Bedap e gli altri. Per tutti quei giorni precipitosi, da quando era partita Takver, non gli era parso di essere lui a fare le cose, ma che fossero le cose stesse a farlo agire, di loro volontà. Si era trovato nelle mani di altre persone. La sua volontà non aveva agito. Non c’era stato bisogno che agisse. Ma era stata la sua volontà a dare l’avvio a tutto, a creare il momento ch’egli viveva, le pareti che lo circondavano. Quanto tempo prima? Anni. Cinque anni prima, nel silenzio della notte, a Chakar, sulle montagne, quando aveva detto a Takver: «Andrò ad Abbenay ad abbattere i muri.» E già prima di allora; molto prima, nella Polvere, negli anni della carestia e della disperazione, quando aveva promesso a se stesso che non avrebbe mai agito se non per propria libera elezione. E seguendo quella promessa era giunto lì: a quel momento senza un tempo, a quel luogo senza una terra, a quella piccola stanza, quella prigione.

Il dottore aveva esaminato la sua spalla contusa (la contusione aveva sorpreso Shevek; la tensione e la fretta non gli avevano fatto comprendere bene ciò che era successo al campo di atterraggio, e non si era accorto della pietra che lo aveva colpito di striscio). Ora il dottore si voltò verso di lui, con in mano una siringa ipodermica.

— Non voglio — disse Shevek. Il suo iotico parlato era lento, e, come aveva notato nelle comunicazioni radiofoniche, pronunciato male, ma la grammatica era abbastanza giusta. Aveva più difficoltà a capire che a parlare.

— È vaccino per il morbillo — disse il dottore, professionalmente sordo alla richiesta.

— No — disse Shevek.

Il dottore si morsicò il labbro per un istante e poi disse: — Signore, sa che cos’è il morbillo?

— No.

— Una malattia. Contagiosa. Spesso assai grave negli adulti. Su Anarres non la conoscete; le misure profilattiche adottate nel corso del primo insediamento del pianeta sono riuscite a tenerla lontano. Su Urras è molto diffusa. Potrebbe ucciderla. Come, del resto, un’altra decina di infezioni da virus altrettanto comuni. Lei non ha acquisito la resistenza. Che mano usa, signore, la destra?

Shevek, automaticamente, scosse la testa. Con la grazia di un prestigia-tore, il dottore gli infilò l’ago nel braccio destro. Shevek sopportò in silenzio questa e altre iniezioni. Non aveva né il diritto di diffidare né quello di protestare. Si era consegnato a quelle persone; aveva rinunciato al suo diritto di decisione, nato insieme con lui. Quel diritto se n’era andato, era caduto insieme con il suo mondo, con il mondo della Promessa, la pietra spoglia.

Il dottore riprese a parlare, ma egli non l’ascoltò.

Per ore o giorni esistette in un vuoto: un vuoto miserabile e secco, privo di passato e di futuro. Le pareti s’innalzavano opprimenti intorno a lui. Al di là di esse c’era il silenzio. Braccia e natiche gli dolevano a causa delle iniezioni; la febbre non si alzò mai fino al delirio, ma lo mantenne in un limbo tra la ragione e l’assenza di ragione, in una terra di nessuno. Il tempo non passava. Il tempo non esisteva. Egli era il tempo: egli soltanto. Era il fiume, la freccia, la pietra. Ma non si muoveva. La pietra rimaneva immobile nel mezzo della traiettoria. Non c’erano né giorno né notte. A volte il dottore spegneva la luce, o l’accendeva. C’era un orologio, incassato nella parete accanto al letto; la lancetta passava dall’uno all’altro dei venti numeri del quadrante, senza significato.

Si destò dopo un sonno lungo e profondo, e poiché era rivolto in direzione dell’orologio, lo osservò in modo ancora sonnolento. La lancetta era poco più avanti del numero 15, la qual cosa, se anche quel quadrante iniziava dalla mezzanotte, come gli orologi anarresiani da 24 ore, significava che era pomeriggio inoltrato. Ma come poteva esistere il pomeriggio nello spazio tra due mondi? Be’, la nave doveva seguire un proprio fuso orario, in fin dei conti. Il fatto di essere riuscito a spiegarsi tutto questo lo rincuo-rò immensamente. Si rizzò a sedere e non provò stordimento. Scese dal letto e cercò di stare in piedi: l’equilibrio era soddisfacente, anche se gli pareva che le piante dei piedi non fossero perfettamente a contatto con il pavimento. Il campo di gravità della nave, evidentemente, doveva essere piuttosto debole. Quella sensazione non gli piacque: le cose che più gli occorrevano erano la stabilità, la solidità, la realtà ferma. Per poterle trovare, cominciò metodicamente a ispezionare la piccola stanza.

Le pareti spoglie erano piene di sorprese, pronte a rivelarsi a un tocco su un piccolo pannello: lavandino, cesso, specchio, tavolino, sedia, armadio, ripiani. C’erano vari apparecchi elettrici assolutamente misteriosi, relativi al lavandino, e il rubinetto dell’acqua non si chiudeva automaticamente una volta terminata la pressione, ma continuava a versare fino a quando non lo si chiudeva: un’indicazione, pensò Shevek, o di una grande fiducia nella natura umana, o di una grande disponibilità di acqua calda. Pensando che la seconda ipotesi fosse quella giusta, si lavò completamente, e, non scor-gendo alcuna salvietta, si asciugò per mezzo di uno degli strumenti misteriosi, che emetteva un soffio piacevole e solleticante di aria calda. Poiché non gli riuscì di trovare i suoi abiti, indossò nuovamente quelli che si era trovato addosso al risveglio: calzoni larghi e annodati in vita, tunica priva di forma, entrambi di colore giallo vivo con piccole macchie blu. Si osservò allo specchio. Gli parve che l’effetto complessivo fosse assai sgraziato.

Così, dunque, si vestivano su Urras? Cercò invano un pettine, rimediò con le dita, e, ripulito, fece per lasciare la stanza.

Non poté lasciarla. La porta era chiusa a chiave.

L’incredulità iniziale di Shevek si trasformò in rabbia: una rabbia, un cieco desiderio di violenza, quale egli non aveva mai sperimentato in precedenza, in tutto il corso della sua vita. Cercò di spezzare la robusta mani-glia della porta, picchiò le mani contro il metallo liscio, poi si voltò e colpì con il pugno il pulsante di chiamata, da usare, gli aveva detto il dottore, in caso di necessità. Nulla accadde. C’erano altri piccoli pulsanti numerati, di colori differenti, sul pannello dell’intercom; picchiò le mani su tutti, in una sola volta. L’altoparlante della parete cominciò a brontolare: «Che diavolo sì vengo metta a posto dalla ventidue…».

Shevek superò tutte quelle voci: — Aprite la porta!

La porta si aprì, e il dottore fece capolino. Alla vista della sua testa calva, della sua faccia giallognola e preoccupata, la collera di Shevek si raffreddò e andò a ritirarsi in una sua tenebra interiore. Disse: — La porta era chiusa a chiave.

— Mi dispiace, dottor Shevek… una precauzione… contagio… per chiudere fuori gli altri…

— Chiudere fuori, chiudere dentro: il medesimo atto — disse Shevek, abbassando sul dottore il suo sguardo chiaro, lontano.

— Le precauzioni…

— Precauzioni? Devo star chiuso in una scatola?

— Il quadrato ufficiali — si affrettò a proporre il medico, come offerta di pace. — Ha fame, signore? Forse desidera vestirsi prima che andiamo nel quadrato.

Shevek osservò i vestiti del dottore; calzoni azzurri aderenti, infilati in stivali che parevano levigati e sottili come il tessuto; tunica color viola, aperta sul davanti e allacciata con alamari d’argento; al di sotto di questa, visibile soltanto al collo e ai polsi, una camicia di maglia d’i un bianco ab-bagliante.

— Non sono vestito? — chiese Shevek, alla fine.

— Oh, il pigiama può andare benissimo, dopotutto. Non ci sono formalità su una nave mercantile!

— Pigiama?

— Quello che lei indossa. Indumenti per dormire.

— Indumenti da indossare mentre si dorme?

— Sì.

Shevek batté le palpebre. Non fece commenti. Domandò: — Dove sono gli abiti che indossavo?

— I suoi abiti? Li ho fatti pulire… Sterilizzazione. Spero che la cosa non le dia fastidio, signore… — Andò a ispezionare un portellino che Shevek non aveva notato, e ne trasse un pacchetto avvolto in un foglio di carta di color verde chiaro. Svolgendo la carta, ne trasse il vecchio abito di Shevek, che pareva molto pulito e forse leggermente ridotto di taglia, accartocciò il foglio di carta verde, azionò un altro pannello, gettò la carta nel contenitore che era apparso, e rivolse a Shevek un sorriso incerto. — Ecco fatto, dottor Shevek.

— Che cosa succede alla carta?

— Carta?

— La carta verde.

— Oh, l’ho messa nella spazzatura.

— Spazzatura?

— Sì, come l’immondizia. La bruciano.

— Voi bruciate la carta?

— Oh, forse si limitano a gettarla nel vuoto. Non so. Non ho studiato medicina dello spazio, dottor Shevek. Mi è stato conferito l’onore di attendere alle sue necessità, signore, a causa della mia esperienza con altri visitatori extramondani: gli ambasciatori di Terra e di Hain. Io mi occupo delle procedure di decontaminazione e di acclimatazione per tutti gli stranieri che giungono in A-Io. Non che lei, beninteso, sia uno straniero nello stesso senso, naturalmente. — Rivolse un’occhiata timida a Shevek, che non riuscì ad afferrare tutte le parole, ma che riconobbe la natura ansiosa, diffidente, bene intenzionata sotto le parole.

— No — lo rassicurò Shevek, — forse abbiamo una bisavola in comune, duecento anni fa, su Urras. — Cominciò a rimettersi i suoi vecchi vestiti, e mentre infilava la testa nella camicia vide che il dottore cacciava gli «indumenti per dormire» blu e gialli nel contenitore della «spazzatura». Shevek s’interruppe, con ancora il colletto all’altezza del naso. Infilò completamente la testa, si inginocchiò e aprì il contenitore. Era vuoto.

— Gli indumenti vengono bruciati?

— Oh, si trattava di un pigiama di poco conto, di quelli per servizio.

Metti e butta via, come si suol dire; costa meno che farlo pulire.

— Costa meno — ripeté Shevek, in tono meditativo. Pronunciò quelle parole nel modo in cui un paleontologo poteva osservare un fossile: il fossile che rivela la datazione di un intero strato geologico.

— Temo che il suo bagaglio sia andato perduto in quell’ultimo tratto di corsa, per raggiungere la nave. Spero che non vi fosse qualcosa di realmente importante.

— Non ho portato nulla — disse Shevek. Anche se il suo abito era stato candeggiato fino quasi a diventare bianco e si era ristretto un poco, gli andava ancora bene, e il contatto ruvido e familiare della tela di holum era assai piacevole. Tornò a sentirsi se stesso. Si sedette sul letto, davanti al dottore, e disse: — Vede, so che voi non vi limitate a prendere le cose, co-me noi. Nel vostro mondo, su Urras, una persona deve comprare le cose.

Io sono venuto nel vostro mondo, non ho denaro, non posso comprare, e dunque dovrei portare con me ciò che mi occorrerà. Ma quanto posso portare? Vestiti, sì, potrei portare due vestiti. Ma il cibo? Come posso portare una quantità sufficiente di cibo? Non ne posso portare, non ne posso comprare. Se volete che viva, dovete darmelo. Io sono anarresiano, e costringo gli urrasiani a comportarsi come gli anarresiani; dare, invece di vendere.

Se volete. E, naturalmente, non è necessario che mi teniate in vita! Io sono il Mendicante, capisce?

— Oh, ma niente affatto, signore, no, no. Lei è un ospite che ci fa un al-tissimo onore. La prego, non giudichi tutti noi dall’equipaggio di questa nave: sono persone molto ignoranti, molto limitate… non ha idea dell’acco-glienza che riceverà al suo arrivo su Urras. Dopotutto lei è uno scienziato di celebrità mondiale… anzi, galattica! Ed è il nostro primo visitatore di Anarres! Le garantisco, le cose saranno molto diverse quando arriveremo al Campo di Pei.

— Non dubito che saranno diverse — rispose Shevek.

La Rotta Lunare richiedeva normalmente quattro giorni e mezzo all’andata e altrettanti al ritorno, ma questa volta vennero aggiunti al volo di ritorno cinque giorni di acclimatazione a vantaggio del passeggero. Shevek e il dottor Kimoe li trascorsero in vaccinazioni e conversazioni. Il capitano del Pensiero li passò in orbita attorno a Urras, bestemmiando. Quando doveva parlare con Shevek, lo faceva in modo imbarazzato e irrispettoso. Il dottore, che era sempre pronto a spiegare qualsiasi cosa, aveva già pronta una propria analisi: — È abituato a considerare tutti gli stranieri come inferiori, come persone non pienamente umane.

— La creazione di pseudo specie, così la definiva Odo. Già. Pensavo che forse, su Urras, la gente avesse cessato di pensare a quel modo, dato che avete molte lingue e molte nazioni, e perfino visitatori provenienti da altri sistemi solari.

— Be’, assai pochi di questi, dato che il viaggio interstellare è così costoso e lento. Ma forse non sarà sempre così — aggiunse il dottor Kimoe, con l’intenzione, evidentemente, di fare un complimento a Shevek o di farlo parlare. Shevek ignorò tale intenzione.

— Il Secondo Ufficiale — disse, — pare avere timore di me.

— Oh, per quello là si tratta di fanatismo religioso. È un epifanista di stretta osservanza. Recita i Primi ogni sera. Una mente completamente priva di elasticità.

— Dunque egli mi vede… in che modo?

— Come un pericolosissimo ateo.

— Ateo! E perché mai?

— Be’, perché lei è un Odoniano di Anarres… su Anarres non ci sono religioni.

— Non ci sono religioni? E che siamo, su Anarres, pietre?

— Voglio dire religioni regolari… chiese, sette… — Kimoe era facile a confondersi. Aveva la sicurezza sbrigativa tipica dei medici, ma Shevek gliela sconvolgeva continuamente. Ogni sua spiegazione terminava, dopo due o tre domande di Shevek, in confusioni. Ciascuna risposta dava per as-sodate talune relazioni che l’altro, invece, non riusciva neppure a scorgere.

Ad esempio, la curiosa faccenda della superiorità e dell’inferiorità. Shevek sapeva che il concetto di superiorità, di altezza relativa, era importante per gli urrasiani; essi spesso usavano la parola «superiore» come sinonimo di

«migliore» nei loro scritti, in punti in cui un anarresiano avrebbe detto

«più centrale». Ma che aveva a vedere, il fatto di essere più alto, con il fatto di essere straniero? Era un enigma tra centinaia d’altri.

— Comprendo — disse ora, mentre un altro enigma si chiariva. — Voi non ammettete religioni al di fuori delle chiese, così come non ammettete moralità al di fuori delle leggi. Lei sa, non avevo capito neppure quello, nonostante tutte le mie letture di libri urrasiani.

— Be’, oggigiorno qualsiasi persona illuminata ammette…

— Il vocabolario rende tutto difficile — disse Shevek, portando avanti la propria scoperta. — In pravico, la parola religione è scarsa. No, come dite voi? … rara. Non usata frequentemente. Naturalmente si tratta di una delle Categorie: il Quarto Modello. Poche persone imparano a praticare tutti i Modelli. Ma i Modelli sono costituiti di naturali capacità della mente, e potreste voi credere seriamente che noi non abbiamo capacità per la religione? Che noi siamo capaci di conoscere la fisica ma siamo tagliati fuori dalla relazione più profonda che l’uomo abbia col cosmo?

— Oh, no, niente affatto…

— Allora, sì, saremmo davvero una pseudo specie!

— Una persona istruita riuscirebbe certamente a comprenderlo, ma questi ufficiali sono ignoranti.

— Soltanto ai fanatici, allora, si permette di uscire nel cosmo?

Tutte le loro conversazioni erano simili a questa: spossanti per il dottore, e poco soddisfacenti per Shevek, ma profondamente interessanti per entrambi. Erano l’unico modo per Shevek di esplorare il nuovo mondo che lo attendeva. La nave stessa, e la mente di Kimoe, erano il suo microcosmo.

Non c’erano libri a bordo del Pensierogli ufficiali evitavano Shevek e gli uomini dell’equipaggio venivano tenuti rigorosamente lontani da lui. E per ciò che riguardava la mente del dottore, per quanto fosse intelligente e certamente bene intenzionata, era un guazzabuglio di artefatti intellettuali ancor più sconcertanti di tutti quegli aggeggi, accessori e servizi vari di cui l’astronave era piena. Questi ultimi parevano assai divertenti a Shevek; ogni cosa era data in tale abbondanza, era così elegante ed estrosa; ma Shevek non trovò altrettanto agevole l’arredamento interno della mente di Kimoe. Le idee di Kimoe non parevano mai capaci di procedere lungo un cammino rettilineo; ogni volta dovevano aggirare questo, evitare quello, e poi finivano a sbattere in pieno contro qualche muro. C’erano delle muraglie attorno a ciascuno dei suoi pensieri, ed egli pareva assolutamente in-consapevole della loro esistenza, anche se eternamente continuava a nascondersi dietro di esse. Solo una volta Shevek ne vide cadere una, in tutte le loro giornate di conversazione tra i mondi.

Gli aveva chiesto perché non c’erano donne sulla nave, e Kimoe aveva risposto che il funzionamento di una nave spaziale non era lavoro da donne. I corsi di storia seguiti, la conoscenza degli scritti di Odo, fornivano a Shevek un contesto entro cui collocare questa risposta tautologica, ed egli non aggiunse altro. Ma il dottore a sua volta gli rivolse una domanda a proposito di Anarres: — È vero, dottor Shevek, che le donne, nella vostra società, sono trattate esattamente come gli uomini?

— Sarebbe uno spreco di ottimo materiale — disse Shevek, ridendo; poi rise ancora quando si rese conto di quanto fossero ridicole le piene impli-cazioni di quell’idea.

Il dottore esitò, evidentemente occupato ad aggirare nel modo migliore uno degli ostacoli interni della sua mente, poi parve confuso e disse: —

Oh, no, non intendevo riferirmi al lato sessuale… è chiaro che lei… che le donne… volevo dire, per quanto riguarda il loro stato sociale.

— Stato ha ora il significato di classe?

Kimoe cercò di spiegare lo stato sociale, non ci riuscì e infine ritornò al-l’argomento di partenza. — Non c’è veramente distinzione tra il lavoro degli uomini e quello delle donne?

— Be’, no, mi parrebbe una base un po’ troppo meccanica per la divisione del lavoro, non dice? Una persona si sceglie il lavoro in base agli interessi, alla disposizione, alla robustezza… che c’entra il sesso con questo?

— Gli uomini sono fisicamente più forti — affermò il dottore, con sicurezza professionale.

— Sì, varie volte, e anche più grossi, ma che importanza ha, se si hanno macchine? E anche se non si hanno le macchine, se occorre scavare col badile o portare sacchi sulle spalle, gli uomini forse lavorano più in fretta…

almeno, quelli più grossi… ma le donne lavorano più a lungo. Spesso mi sarebbe piaciuto avere la resistenza di una donna.

Kimoe lo fissò ad occhi sbarrati. Lo stupore gli aveva fatto perdere le buone maniere. — Ma la perdita di… di ogni cosa femminile… della delicatezza… e del rispetto di se stessi del maschio… Lei non pretenderà, certo, nel suo lavoro, che le donne siano uguali a lei? In fisica, in matematica, nel ragionamento? Lei non vorrà pretendere di abbassarsi continuamente al loro livello?

Shevek appoggiò la schiena alla poltrona imbottita, comoda, e si guardò intorno, nel quadrato ufficiali. Sullo schermo visivo, la curva brillante di Urras era sospesa nel vuoto, immobile contro il nero dello spazio, simile a una opale verdazzurra. Quella piacevole vista, e il quadrato, erano divenuti familiari a Shevek in quegli ultimi giorni, ma ora i colori luminosi, le poltrone curvilinee, l’illuminamento indiretto, i tavolini da gioco e gli schermi televisivi e i tappeti morbidi, ogni cosa gli pareva estranea come la prima volta in cui l’aveva vista.

— Non penso di pretendere molto, Kimoe — disse.

— Naturalmente, anch’io ho conosciuto donne molto intelligenti, donne che potevano pensare proprio come un uomo — si affrettò a dire il dottore, accorgendosi di avere quasi urlato… di avere, pensò Shevek, picchiato i pugni contro la porta chiusa a chiave e di avere urlato.

Shevek cambiò argomento, ma continuò a pensare alla cosa. La faccenda della superiorità e dell’inferiorità doveva essere una questione centrale nella vita sociale degli urrasiani. Se per rispettare se stesso Kimoe doveva considerare inferiore a sé metà della razza, come facevano le donne a rispettare se stesse? Consideravano gli uomini inferiori? E come si ripercuo-teva tutto questo nella loro vita sessuale? Egli sapeva, dagli scritti di Odo, che duecento anni prima le principali istituzioni sessuali urrasiane erano state il «matrimonio», un’unione autorizzata e fatta rispettare mediante sanzioni legali ed economiche, e la «prostituzione», che pareva semplicemente un termine più vasto, copulazione secondo le modalità mercantili. Odo le aveva condannate entrambe, e tuttavia Odo era stata «sposata». Comunque, le istituzioni potevano avere subìto dei notevoli cambiamenti in duecento anni. Se egli contava di andare a vivere su Urras in mezzo agli urrasiani, avrebbe fatto meglio a informarsi sull’argomento.

Era strano che anche l’attività sessuale, che gli era stata fonte di tanto sollievo, delizia e gioia per così tanti anni, potesse divenire da un giorno all’altro un territorio sconosciuto, in cui si doveva muovere con attenzione, conscio della propria ignoranza; eppure era così. Gliene avevano dato l’avviso non soltanto la strana esplosione di collera e dispetto da parte di Kimoe, ma anche una vaga impressione avuta qualche tempo prima, e che ora veniva messa a fuoco dall’episodio. Appena giunto a bordo della nave, nelle lunghe ore di febbre e di disperazione, Shevek si era sentito distrarre, a volte in modo piacevole, a volte in modo irritante, da una sensazione smaccatamente semplice: la morbidezza del letto. Sebbene non fosse altro che una cuccetta, il materasso cedeva sotto il suo peso con una morbidezza voluttuosa. Si arrendeva a lui, con tanta insistenza che egli ne avvertiva sempre la presenza, quando era sul punto di addormentarsi. Tanto il piacere quanto l’irritazione prodotti in lui erano di natura decisamente erotica. E

poi c’era lo strumento salvietta che soffiava aria calda da un orifizio: aveva lo stesso, identico effetto. Un solleticamento. E la linea dei mobili del quadrato ufficiali, le curve plastiche e lisce fatte assumere con la forza a legni e metalli robusti, la levigatezza e la delicatezza delle superfici dei materiali: non erano anche queste debolmente, insistentemente erotiche? Shevek si conosceva abbastanza bene da sapere che pochi giorni senza Takver, anche sotto quella tensione, bastavano ad accumulare in lui una carica tale da spingerlo a vedere una donna in ogni tavolino. A meno che la donna non vi fosse veramente dentro.

Che i mobilieri urrasiani fossero tutti celibi?

Rinunciò a queste speculazioni: l’avrebbe scoperto abbastanza presto, su Urras.

Poco prima che si legassero per la discesa, il dottore venne nella sua cabina per controllare il progresso delle varie immunizzazioni, l’ultima delle quali, un’inoculazione contro la peste, gli aveva fatto venire nausee e ca-pogiri. Kimoe gli diede una nuova compressa. — Questa — gli disse, — la metterà in forma per l’atterraggio. — Stoicamente, Shevek la trangugiò. Il dottore cincischiò con la sua attrezzatura medica, poi d’improvviso attaccò a parlare rapidamente: — Dottor Shevek, non penso che potrò ancora attendere a lei, in futuro, anche se forse lo potrò, ma se non potrò desideravo dirle che è, che io, che è stato un grande privilegio per me. Non perché…

ma perché… sono giunto a rispettare… ad apprezzare… che semplicemente come essere umano, la sua gentilezza, vera gentilezza…

Poiché il mal di capo gli impediva di trovare una risposta più adatta, Shevek tese la mano e strinse quella di Kimoe, dicendo: — Ma allora incontriamoci nuovamente, fratello! — Kimoe gli restituì una stretta di mano nervosa, alla maniera urrasiana, e uscì di fretta. Quando se ne fu andato, Shevek si accorse di avergli parlato in pravico, chiamandolo ammarfratello, in una lingua che l’altro non poteva comprendere.

L’altoparlante della parete lanciava ordini. Legato alla cuccetta, Shevek li ascoltò con mente annebbiata e distaccata. Le sensazioni della discesa ispessirono la nebbia; fu conscio di poche cose, salvo della fonda speranza di non vomitare. Non si accorse che la nave era atterrata fino a quando Kimoe non giunse di corsa in cabina e lo trascinò fuori, nel quadrato ufficiali. Lo schermo visivo che per tanto tempo aveva mostrato l’immagine luminosa e velata di cordoni di nubi di Urras, era spento. La stanza era piena di gente. Da dove era venuta? Fu sorpreso e compiaciuto della propria capacità di stare in piedi, camminare, stringere mani. Si concentrò su queste azioni, e lasciò che il significato gli sfuggisse. Voci, sorrisi, mani, parole, nomi. Il suo nome, che continuava a essere ripetuto: dottor Shevek, dottor Shevek… Ora egli e tutti gli sconosciuti intorno a lui scendevano per una rampa tappezzata, le voci erano forti, le parole echeggiavano sulle pareti. Il rumore delle voci si assottigliò. Una strana aria gli sfiorò il viso.

Alzò gli occhi verso il cielo, e mentre muoveva il piede dall’ultimo scalino della rampa al terreno, inciampò e per poco non cadde. Pensò alla morte, in quell’intervallo di vuoto fra l’inizio di un passo e il suo termine, e alla fine del passo era su una nuova terra.

Una sera ampia e grigia lo circondava. Luci azzurre, velate dalla foschia, erano accese assai lontano, all’altro estremo di un campo nebbioso. L’aria che gli sfiorava il viso e le mani, che gli entrava nelle narici, nella gola e nei polmoni, era fredda, umida, carica di molti profumi indefinibili, dolce.

Non la sentiva affatto straniera. Era l’aria del mondo da cui era giunta la sua razza, era l’aria di casa.

Qualcuno l’aveva preso per il braccio quando era incespicato. Lampi di luce lo colpirono. I fotografi stavano filmando la scena per i notiziari: «Il primo uomo dalla Luna»; una figura alta e fragile in mezzo a una folla di dignitari e professori e agenti di pubblica sicurezza, con la testa bella e ir-suta molto eretta (in modo che i fotografi potessero coglierne ogni conno-tazione) come se cercasse di guardare al di sopra dei proiettori, nel cielo: il grande cielo di nebbia che nascondeva le stelle, la Luna, tutti gli altri mondi. I giornalisti cercarono di irrompere al di là degli anelli di poliziotti:

«Volete farci una comunicazione, dottor Shevek, in questo momento stori-co?» Furono cacciati indietro, immediatamente. Gli uomini intorno a lui lo spinsero avanti. Venne portato all’automobile che lo attendeva, emi-nentemente fotografabile fino all’ultimo istante grazie alla statura, ai lunghi capelli e la strana espressione di dolore e di rimembranza che aveva sul volto.

Le torri della città s’innalzavano nella nebbia, simili a grandi e strette scale a pioli nella luce confusa. In alto passavano i treni, nastri luminosi e urlanti. Poderose muraglie di pietra e di vetro si affacciavano sulle strade, al di sopra della corsa di auto e di tram. Pietra, acciaio, vetro, luce elettrica.

E nessun volto.

— Qui siamo a Nio Esseia, dottor Shevek. Ma è stato deciso che fosse meglio tenerla lontano dalla folla cittadina, per il momento. Ora ci rechiamo direttamente all’Università.

C’erano cinque uomini con lui nell’interno buio, morbidamente imbottito dell’auto. Gli indicarono dei punti importanti, ma nella nebbia non poté capire quale di quei grandi, vaghi, fuggevoli edifici fosse l’Alta Corte, quale il Museo Nazionale, il Direttorato e il Senato. Attraversarono un fiume, o un estuario; i milioni di luci di Nio Esseia, diffuse dalla nebbia, tremolaro-no sull’acqua scura, dietro di loro. La strada si fece più buia, la nebbia si fece più spessa, l’autista rallentò la velocità del veicolo. I fari illuminavano la nebbia come un muro che continuava a ritirarsi davanti a loro. Shevek si sporse leggermente in avanti, per osservare. I suoi occhi non erano a fuoco, e neppure la sua mente, ma il suo viso aveva un aspetto grave e distaccato, e gli altri parlavano piano, rispettosi del suo silenzio.

Che cos’era quell’oscurità più profonda che scorreva interminabilmente a fianco della strada? Alberi? Possibile che avessero viaggiato, fin da quando avevano lasciato la città, in mezzo ad alberi? Gli venne in mente la parola iotica: «foresta» Non si sarebbe aperto improvvisamente davanti a lo-ro il deserto. Gli alberi continuavano senza fine, sul pendio davanti a loro e su quello che lo seguiva, e poi sul successivo, ritti nel dolce freddo della nebbia; senza fine, una foresta che copriva tutto il mondo, un rapporto reciproco di vite in lotta tra sé, un oscuro movimento di foglie nella notte.

Poi, mentre Shevek ancora se ne meravigliava, mentre l’auto, uscendo dalla nebbiosa valle del fiume, entrava in un’atmosfera più chiara, apparve a fissarlo, dall’oscurità sotto le fronde affacciate sulla strada, per un solo istante, una faccia.

Non assomigliava ad alcuna faccia umana. Era lunga come il suo braccio, e bianca in modo spettrale. Il respiro usciva sotto forma di vapore da quelle che dovevano essere le nari, e terribile, inconfondibile, c’era un occhio. Un occhio grande, scuro, melanconico, forse cinico? che sparì nel lampo dei fari del veicolo.

— Che cos’era?

— Un asino, no?

— Un animale?

— Sì, un animale. Santo Dio, è vero! Non avete animali di grossa taglia su Anarres, no?

— Gli asini sono un po’ come i cavalli — spiegò un altro degli uomini, e un terzo, con voce ferma, da persona anziana: — Quello era davvero un cavallo. Non ci sono asini di quella taglia. — Avrebbero voluto parlare con lui, ma Shevek aveva nuovamente smesso di ascoltare. Pensava a Takver.

Chiese ancora cosa avrebbe potuto dire a Takver quello sguardo profondo, asciutto, scuro, uscito dall’oscurità. Takver aveva sempre saputo che tutte le vite sono una comunità, gioito della propria consanguineità con i pesci delle vasche del suo laboratorio, cercato di conoscere, di sperimentare, le esistenze che giacciono al di là del confine umano. Takver avrebbe saputo come restituire lo sguardo a quell’occhio spuntato dall’oscurità sotto gli alberi.

— Ecco Ieu Eun, là davanti. C’è una vera folla in attesa di conoscerla, dottor Shevek; il Presidente, molti Direttori, e il Cancelliere, naturalmente, e ogni tipo di pezzi grossi. Ma se lei è stanco, cercheremo di ridurre i convenevoli al minimo possibile.

I convenevoli durarono parecchie ore. Egli, in seguito, non riuscì mai a ricordarli con chiarezza. Venne spinto fuori dalla piccola scatola nera della vettura, fino a una grossa scatola illuminata piena di gente: centinaia di persone, sotto un soffitto dorato da cui pendevano lampade di cristallo.

Venne presentato a tutti. Ciascuno di loro era di statura inferiore alla sua, e calvo. Le poche donne presenti erano glabre perfino sulla testa; poi comprese che dovevano radersi tutto il corpo: radersi la peluria sottile, morbida, corta della sua razza, e anche i capelli. Ma li sostituivano con abiti me-ravigliosi, clamorosi nel taglio e nel colore: le donne in gonne lunghissime che spazzavano il suolo, il seno nudo, la vita il collo e il capo adorni di gioielli e pizzi e veli, gli uomini in calzoni e cappe o tuniche rosse, azzurre, viola, oro e verde, con maniche aperte e sbuffi di merletto, o lunghi gonnellini rossi, verde cupo o nero che si aprivano al ginocchio per mostrare calzini bianchi, dalle giarrettiere argentate. Un’altra parola iotica venne in mente a Shevek, una parola che non aveva mai saputo a cosa ap-plicare, anche se il suono gli piaceva: «splendore». Ecco, questa gente aveva splendore. Vennero tenuti discorsi. Il Presidente del Senato della nazione di A-Io, un uomo dagli occhi strani, gelidi, propose un brindisi: «Al-la nuova èra di fratellanza tra i Pianeti Gemelli, e al messaggero di questa nuova èra, il nostro eminente e graditissimo ospite, il dottor Shevek di Anarres!» Il Cancelliere dell’Università gli parlò in modo affascinante, il Primo Direttore della Nazione gli parlò in modo assai serio, venne presentato ad ambasciatori, astronauti, fisici, politici, decine di persone, ognuna delle quali aveva lunghe liste di titoli e onoreficenze sia prima che dopo il nome, ed esse gli parlarono, ed egli rispose loro, ma più tardi non ricordò nulla di quanto aveva detto ciascuno, e men che meno ciò che aveva detto lui. Molto tardi, quella notte, si trovò insieme con un piccolo gruppo di uomini che camminava sotto la pioggia tiepida in un grosso parco o in una piazza. Si sentiva sotto i piedi la cedevolezza elastica dell’erba verde; la riconobbe perché aveva camminato nel Parco Triangolare di Abbenay. Quel vivo ricordo e l’ampio, freddo tocco del vento notturno lo destarono. La sua anima uscì dal nascondiglio.

I suoi accompagnatori lo condussero a un edificio e una stanza che, co-me gli spiegarono, era «sua».

Era ampia, lunga circa dieci metri, ed evidentemente si trattava di una camerata comune, dato che non c’erano divisioni né predelle per dormire; evidentemente, i tre uomini rimasti con lui dovevano essere i suoi compagni di stanza. Era una bellissima camerata, con una parete composta inte-ramente di una serie di finestre, divise tra loro mediante sottili colonne che si innalzavano, simili ad alberi, fino a formare un doppio arco, in cima. Il pavimento era ricoperto di un tappeto rosa, e all’altro estremo della stanza c’era un fuoco, in un focolare aperto. Shevek attraversò la stanza e si fermò davanti al fuoco. Non aveva mai visto bruciare del legno per riscaldarsi, ma ormai non si stupiva più di nulla. Tese le mani verso il piacevole tepore, e si sedette su una panca di marmo levigato, accanto al focolare.

Il più giovane dei suoi accompagnatori si sedette di fronte a lui. Gli altri due erano ancora intenti a parlare tra loro. Parlavano di fisica, ma Shevek non aveva tentato di ascoltare il loro discorso. Il giovane disse in tono tranquillo: — Mi chiedo come si possa sentire, dottor Shevek.

Shevek allungò le gambe e si piegò in avanti per sentire sul volto il tepore del fuoco. — Mi sento pesante.

— Pesante?

— Forse la gravità. O sono stanco.

Alzò lo sguardo sull’altro, ma tra loro c’era il bagliore del fuoco, e il volto del suo accompagnatore non si distingueva chiaramente: soltanto il luccichio di una catena d’oro e il rosso scuro e brillante della toga.

— Non conosco il suo nome.

— Saio Pae.

— Oh, Pae, già. Conosco i suoi articoli sul Paradosso.

Parlava con voce pesante, insonnolita.

— Ci dev’essere un bar, qui. Le stanze degli Anziani di Facoltà hanno sempre l’armadietto dei liquori. Desidera qualcosa da bere?

— Acqua, sì.

Il giovane riapparve con un bicchiere d’acqua mentre gli altri due si avvicinavano per unirsi a loro accanto al fuoco. Shevek bevve avidamente l’acqua e si mise a fissare il bicchiere che stringeva in mano: un oggetto fragile, delicatamente sagomato, che rifletteva il bagliore del fuoco sul bordo dorato. Si accorse della presenza dei tre uomini, del loro atteggiamento, mentre stavano accanto a lui, in piedi o seduti, protettivi, rispettosi, proprietari.

Sollevò lo sguardo su di loro, e osservò un volto dopo l’altro. Tutti lo fissarono, in attesa. — Bene, mi avete — egli disse. E sorrise. — Avete il vostro anarchico. Che cosa contate di farne?

CAPITOLO 2

All’interno di una finestra quadrata, nel muro bianco, c’è il cielo luminoso e nudo. Al centro del cielo c’è il sole.

Ci sono undici bambini piccoli nella stanza, quasi tutti stipati a coppie, o a tre per volta, dietro la ringhiera di lettini imbottiti, e scivolanti pian piano, tra movimenti ed elocuzioni, nel riposo del sonno. I due più vecchi so-no ancora in libertà: uno grasso e attivo, intento a smontare un gioco di co-struzioni, e uno magro e nodoso, seduto nel quadrato di luce gialla proveniente dalla finestra, con lo sguardo fisso nel sole e sul viso un’espressione sciocca e tranquilla.

Nell’anticamera, la governante (una donna con un occhio solo e dai capelli grigi) parla con un uomo alto, dall’aria mesta, sulla trentina. — La madre ha ricevuto un incarico ad Abbenay — dice l’uomo. — Ma preferisce che lui resti qui.

— Dobbiamo tenerlo nel nido a giornata piena, allora, Palat?

— Sì. Io tornerò ad abitare in un dormitorio.

— Non preoccuparti, qui ci conosce tutti! Ma certo la Divisione Lavoro ti manderà presto a raggiungere Rulag? Visto che siete compagni, ed ingegneri entrambi? …

— Sì, ma lei è… Ecco, l’hanno chiamata loro, vedi, dall’Istituto Centrale d’Ingegneria. Io non sono bravo come lei. A Rulag è stato assegnato un lavoro molto importante.

La governante annuì col capo, e sospirò. — Ma anche così! … — incominciò con energia, poi non aggiunse altro.

Lo sguardo del padre era puntato sul bambino magro, il quale non aveva ancora notato la sua presenza, dato che si interessava solamente della luce.

Il bambino grasso, in quel momento, si stava avvicinando a lui con rapidità, anche se con un’andatura piuttosto raggomitolata, causata da un pannolino bagnato e tendente a scivolare via. Si avvicinò spinto dalla noia o per socievolezza, ma una volta giunto nel quadrato di luce scoprì che laggiù era caldo. Si sedette a terra pesantemente accanto al bambino magro, e lo spinse nell’ombra.

L’espressione vacua e rapita del bambino magro lasciò immediatamente il posto a una smorfia di rabbia. Spinse il bambino grasso, strillando: —

Via!

La governante fu immediatamente sul luogo del dissenso. Raddrizzò il bambino grasso. — Shev, non devi spingere gli altri.

Il bambino magro si drizzò in piedi. Il suo viso era illuminato dal sole e distorto dalla rabbia. Il pannolino minacciava di cadere. — Mio! — esclamò con voce acuta, penetrante. — Mio, sole!

— No, non è tuo — disse la donna senza un occhio, con la pacatezza di chi enuncia una profonda certezza. — Non c’è niente di tuo. Ogni cosa è da usare. Da dividere con gli altri. Se non sei disposto a dividerla, non puoi neppure usarla. — E prese con mani delicate e inesorabili il bambino magro e lo trasportò via lontano dal quadrato di luce solare.

Il bambino grasso rimase lì seduto, con lo sguardo assorto, indifferente.

Quello magro si agitò tutto, strillò: — Mio, sole! — e scoppiò in lacrime di rabbia.

Il padre lo prese in braccio. — Su, basta, Shev — disse. — Su, sai bene che non puoi avere le cose. Cosa c’è, che non va? — La sua voce era bassa, e tremava come se anch’egli non fosse molto lontano dal pianto. Il bambino sottile, lungo, leggero fra le sue braccia piangeva con passione.

— C’è qualcuno che non riesce a non prendersela, tutto qui — disse la donna senza un occhio, fissandoli con simpatia.

— Ora lo porto al domicilio per una visita. La madre parte questa sera, capisci.

— Fai pure. Spero che vi diano presto un incarico comune — disse la governante, sollevando il bambino grasso e ponendoselo sull’anca come un sacco di grano. Aveva un’espressione melanconica sul viso e batteva le palpebre dell’occhio buono. — Ciao ciao, Shev, cuoricino mio. Domani, sentimi bene, domani giocheremo a fare il carrettino.

Ma il bambino non l’aveva ancora perdonata. Singhiozzò, stretto al collo del padre, e nascose la faccia nell’oscurità del suo sole perduto.

L’Orchestra aveva bisogno di tutte le panche, quel mattino, per le prove, e il gruppo di danza era occupato a ballare nella stanza più grande del centro d’apprendimento, cosicché i bambini che lavoravano al Parlare e Ascoltare sedevano in cerchio sul pavimento di pomice del laboratorio. Il primo volontario, un bambino allampanato di otto anni, con mani e piedi lunghi, si alzò. Stava in piedi molto dritto, da bambino in buona salute; il suo viso velato di una leggera peluria era pallido, all’inizio, ma presto divenne rosso, mentre aspettava che gli altri bambini gli dessero ascolto. — Parla, Shevek — disse il direttore del gruppo.

— Be’, avevo un’idea.

— Più forte — disse il direttore, che era un uomo di corporatura massiccia, di poco più di vent’anni.

Il bambino sorrise con imbarazzo. — Be’, vedi, pensavo: diciamo, ad esempio, che tu getti una pietra contro qualcosa. Contro un albero. Tu la getti, e la pietra viaggia nell’aria e colpisce l’albero. Giusto? Ma invece non può farlo. Perché… posso avere la lavagna? Ecco, questo sei tu che getti la pietra, e questo è l’albero — tracciò dei segni sulla lavagna, — ecco, questo dovrebbe essere l’albero, e qui la pietra, a metà strada tra i due. — I ragazzi ridacchiarono di fronte al suo disegno di una pianta di holum, ed egli sorrise. — Per passare da te all’albero, la pietra deve trovarsi a metà strada tra te e l’albero, vero? E poi deve trovarsi a metà tra la metà e l’albero. E

poi a metà tra lì e l’albero. Non importa dov’è arrivata: c’è sempre un punto, che però in realtà è un tempo, posto a metà strada tra l’ultimo punto do-ve l’abbiamo messa e l’albero…

— Ti pare che sia tanto interessante? — lo interruppe il direttore.

— Ma perché non può raggiungere l’albero? — chiese una bambina di dieci anni.

— Perché deve sempre andare fino a metà della strada che deve ancora fare — disse Shevek, — e le rimane sempre da fare metà della strada già fatta… capisci?

— Diciamo allora che hai tirato male la pietra — disse il direttore, con un sorriso tirato.

— Non ha importanza come la tiri. La pietra non può raggiungere l’albero.

— Chi ti ha dato questa idea?

— Nessuno. L’ho vista da me. Ma credo di poter anche dire come fa la pietra a colpire davvero…

— Basta così.

Alcuni degli altri bambini stavano parlando fra loro, ma tacquero immediatamente, come se fossero diventati tutti muti. Il ragazzino con la lavagna rimase immobile, nel silenzio. Pareva impaurito, e aveva aggrottato la fronte.

— Parlare è dividere… un’arte cooperativa. Tu non dividi; tu egoizzi, e basta.

Le sottili, vigorose armonie dell’orchestra echeggiarono nella sala.

— Tu non l’hai vista da te, l’idea non è stata spontanea. Ho letto qualcosa di molto simile in un libro.

Shevek fissò il direttore ad occhi spalancati. — Che libro? Ne abbiamo uno qui?

Il direttore si alzò in piedi. Era alto quasi il doppio e pesante quasi il tri-plo del suo oppositore, e gli si leggeva in faccia che provava un’antipatia intensissima per il bambino; ma nella sua posizione non c’era minaccia di violenza fisica: solamente un’asserzione di autorità, che era uscita indeboli-ta dalla reazione irritata alla strana domanda del bambino. — No! E smetti di egoizzare! — Poi riprese, con il suo tono melodioso di pedante: — Questo genere di cosa è in realtà direttamente contrario a ciò che cerchiamo di ottenere in un gruppo di Parlare e Ascoltare. La parola è una funzione con andata e ritorno. Shevek non è ancora pronto a capirlo, mentre invece gli altri di voi lo sono già, e così la sua presenza è un elemento di disgrega-zione per il gruppo. Lo capisci anche tu, vero, Shevek? Ti consiglio di trovare un altro gruppo che lavori al tuo livello.

Nessuno altro parlò. Il silenzio e la musica forte e sottile continuarono mentre il ragazzo consegnava la lavagna e usciva dal circolo. Uscì in corridoio e vi restò. Il gruppo da lui lasciato cominciò, sotto la guida del direttore, una storia di gruppo, raccontata a turno. Shevek ascoltò le loro voci sommesse e il proprio cuore che ancora batteva a precipizio. Aveva nelle orecchie una nota ronzante, che non veniva dall’orchestra, ma che era il suono che sorge quando ci si trattiene dal piangere; aveva già notato varie volte, in passato, lo stesso suono ronzante. Non gli piaceva ascoltarlo, e non voleva pensare alla pietra e all’albero, cosicché volse la propria mente al Quadrato. Era composto di numeri, e i numeri erano sempre spassionati e solidi; quando si sentiva in difetto, egli poteva volgersi a quelli, poiché essi non avevano difetti. Aveva visto il Quadrato nella propria mente qualche tempo prima: un disegno nello spazio, simile ai disegni che la musica faceva nel tempo: un quadrato dei primi nove numeri interi, con 5 nel centro. In qualunque modo sommavi le righe, il risultato era sempre uno, tutte le diseguaglianze si pareggiavano; era piacevole da osservare. Se soltanto avesse potuto organizzare un gruppo che amasse parlare di cose come quella; ma soltanto un paio di ragazzi e ragazze più adulti amavano farlo, ed erano occupati. E che dire del libro di cui il direttore aveva parlato? Era un libro di numeri? Avrebbe mostrato come fa la pietra a raggiungere l’albero? Egli era stato uno sciocco a raccontare la celia della pietra e dell’albero, nessuno si era accorto che era una celia, il direttore aveva ragione. La testa gli faceva male. Volse lo sguardo interiormente, verso le configurazioni calme.

Se un libro fosse stato scritto completamente con numeri, sarebbe stato vero. Sarebbe stato giusto. Nulla detto a parole usciva perfettamente pa-reggiato, mai. Le cose dette a parole si ingarbugliavano e cozzavano tra lo-ro, invece di rimanere dritte e di incastrarsi bene le une nelle altre. Ma al di sotto delle parole, al centro, come al centro del Quadrato, tutto si pareggiava. Ogni cosa poteva cambiare, eppure nulla si sarebbe perduto. Se vedevi i numeri potevi vederlo: l’equilibrio, lo schema armonioso. Vedevi le fondamenta del mondo. Ed esse erano solide.

Shevek aveva imparato ad attendere. E in questo era molto bravo: un ve-ro esperto. Aveva imparato inizialmente quest’arte aspettando che sua madre Rulag ritornasse, anche se la cosa era successa così tanto tempo prima che egli non la ricordava più; poi aveva approfondito l’arte aspettando il proprio turno, aspettando di dividere, aspettando la propria parte. All’età di otto anni chiedeva perché, e come, e cosa succederebbe se, ma raramente chiedeva quando.

Attese fino a quando giunse il padre per portarlo con sé in visita domici-liare. Fu una lunga attesa: sei decadi. Palat aveva preso un breve incarico di manutenzione all’Impianto Recupero Acque di Monte Tamburo, e alla fine dell’incarico contava di prendersi una decade ai bagni di Malennin, dove intendeva nuotare, riposarsi e copulare con una donna chiamata Pi-par. Aveva spiegato tutto questo al figlio. Shevek si fidava di lui, ed egli non deludeva questa fiducia. Alla fine dei sessanta giorni, Palat apparve al dormitorio dei bambini di Piano Grande: un uomo alto e sottile, con lo sguardo più melanconico che mai. Copulare non era in realtà ciò che voleva. Rulag lo era. Quando vide il ragazzo, sorrise, e la sua fronte si increspò con dolore.

Ciascuno prese piacere dalla compagnia dell’altro.

— Palat, hai mai visto un libro con tutti numeri?

— Cosa vuoi dire, di matematica?

— Forse sì.

— Come questo?

Palat prese dalla tasca un libro. Era piccolo, fatto per stare in tasca, e come quasi tutti i libri era rilegato in verde, con il Cerchio della Vita im-presso sulla copertina. Era stampato fitto, in caratteri piccoli e con margini esigui, poiché la carta è una sostanza che richiede molte piante di holum e molta fatica umana per la propria produzione, come il dispensatore del centro di apprendimento faceva sempre notare a chi impiastricciava un foglio e andava a farsene dare un altro. Palat porse a Shevek il libro aperto.

Le due pagine erano una serie di colonne di numeri. Eccoli lì, proprio co-me li aveva immaginati. Nelle sue mani ricevette il pegno dell’eterna giustizia. Tavole dei Logaritmi, Base 10 e 12, diceva il titolo sulla copertina, al di sopra del Cerchio della Vita.

Il bambino studiò la prima pagina per un certo tempo. — A che cosa servono? — chiese, poiché evidentemente quelle configurazioni di numeri non erano presentate esclusivamente per la loro bellezza. L’ingegnere, seduto su un duro pagliericcio accanto a lui, nella stanza comune del domicilio, fredda e scarsamente illuminata, cominciò a spiegargli i logaritmi. Due vecchi, dall’altra parte della stanza, ridacchiavano, occupati a giocare a

«Punto più Alto». Entrò una coppia di adolescenti, che chiese se la camera singola era libera per quella notte e che poi vi si recò. La pioggia colpì con rumore sordo il tetto metallico del domicilio a un solo piano, e poi si fermò. La pioggia non durava mai a lungo. Palat prese il proprio regolo calcolatore e ne mostrò a Shevek il funzionamento; in cambio Shevek gli mostrò il Quadrato e il principio della sua disposizione. Era già molto tardi quando compresero che si era fatto tardi. Fecero di corsa la strada, attraverso l’oscurità fangosa, meravigliosamente profumata di pioggia, fino al dormitorio dei bambini, e si presero la rituale sgridata del sorvegliante notturno. Si baciarono frettolosamente, entrambi scossi dal riso, e Shevek corse nella grande camerata, e poi alla finestra, da cui poté vedere il padre che ripercorreva in senso inverso l’unica strada di Piano Grande, nell’oscurità umida e blu.

Il bambino andò a letto con le gambe ancora sporche di fango, e sognò.

Sognò di percorrere una strada, in mezzo a una landa spoglia. Molto avanti a sé, attraverso la strada, scorse una linea. Quando vi si avvicinò, vide che era un muro. Si stendeva da un orizzonte all’altro, e attraversava tutta la landa spoglia. Era denso, scuro, e molto alto. La strada giungeva fino ai suoi piedi, e veniva arrestata.

Egli doveva andare avanti, e non poteva. Il muro lo fermava. Una dolorosa, rabbiosa paura sorse in lui. Doveva andare avanti, altrimenti non sarebbe mai riuscito a ritornare a casa. Ma davanti a lui s’innalzava il muro.

Non c’era modo di passare.

Picchiò le mani contro la superficie levigata e urlò. La voce gli uscì priva di parole, gracchiante. Spaventato dal suono della propria voce, si rannicchiò a terra e allora udì un’altra voce che diceva: «Guarda». Era la voce di suo padre. Gli pareva che anche sua madre Rulag fosse presente, ma non la vide (non aveva ricordo del suo viso). Gli pareva che la madre e Palat fossero entrambi nell’oscurità sotto il muro, chini sulle quattro zampe, più massicci degli esseri umani e con forma diversa. Indicavano qualcosa, gli mostravano qualcosa sul terreno, sulla polvere aspra da cui non cresceva nulla. E là c’era una pietra. Era scura come il muro, ma su di essa, o nel suo interno, c’era un numero; un 5, egli pensò in un primo istante, poi lo prese per un 1, e infine comprese che cosa fosse: il numero primario, che era insieme l’unità e la pluralità. «Ecco la pietra angolare» disse una voce a lui caramente familiare, e Shevek venne trapassato dalla gioia. Non c’era alcun muro nelle ombre, ed egli si accorse di essere tornato, di essere a ca-sa.

In seguito non riuscì a ricordare i particolari del sogno, ma non dimenticò mai quell’accesso di penetrante gioia. Non aveva mai conosciuto nulla di simile; così certa era la prova della sua permanenza, come basta un’occhiata sola a una luce che brilla incessantemente, che non pensò mai a quella gioia come a qualcosa d’irreale, anche se l’aveva sperimentata unicamente nel sogno. Solo che, per quanto fosse sicuramente laggiùegli non poté più riacquistarla, né col desiderio né con un atto di volontà. Riuscì solamente a ricordarla, da sveglio. Quando sognò nuovamente il muro, come a volte gli occorse, il sogno era greve, privo di sbocco.

Avevano trovato l’idea di «prigione» in alcuni episodi della Vita di Odo,

letta in quel periodo da tutti coloro che avevano scelto di lavorare alla Storia. Il libro aveva molti punti oscuri, e a Piano Grande nessuno conosceva abbastanza la storia per poterli spiegare; ma una volta giunti agli anni di Odo nel Forte di Drio, il concetto di «prigione» si chiarì da sé. Un insegnante itinerante di storia giunse alla cittadina e spiegò ulteriormente l’argomento, con la riluttanza provata da ogni adulto di onesti sentimenti che debba spiegare ai giovani un’oscenità. Sì, disse, una prigione era il luogo dove uno Stato metteva chi disobbediva alle sue Leggi. Ma perché quelle persone non se ne andavano? Non potevano, le porte erano chiuse a chiave. Chiuse a chiave? Sì, come le porte di un furgone in moto, per non farti cadere giù, sciocco! Ma che cosa facevano, standosene in una stanza tutto il giorno? Niente; non avevano niente da fare. Avete visto le illustrazioni di Odo nella cella della prigione di Drio, no? Quell’immagine di sfida paziente, la testa grigia china, i pugni stretti, immobile fra le tenebre incom-benti. A volte i prigionieri venivano condannati a lavorare. Condannati?

Be’, significa che un giudice, una persona che ha ricevuto il potere dalla Legge, ordinava loro di compiere qualche tipo di lavoro fisico. Ordinava loro? e se non volevano farlo? Ebbene, li costringevano; se non lavoravano, venivano battuti. Un brivido percorse l’uditorio, composto di ragazzi di undici, dodici anni: nessuno di loro era mai stato percosso, né aveva mai visto percuotere alcuno, eccetto che in qualche occasione in cui esplodeva improvvisamente la collera, e sempre a livello personale.

Tirin formulò la domanda che ciascuno aveva in mente: — Vuoi dire che molte persone ne picchiavano una sola?

— Sì.

— E perché gli altri non le fermavano?

— Le guardie erano armate, i prigionieri no — rispose l’insegnante. Parlava in tono violento, come chi è costretto a dire cose detestabili, e ne prova imbarazzo.

Il fascino discreto della perversione fece convergere Tirin, Shevek e altri tre ragazzi. Le ragazze erano state eliminate dalla loro compagine, anche se nessuno di loro ne avrebbe saputo dire il motivo. Tirin aveva trovato una prigione ideale, nei sotterranei dell’ala ovest del centro d’apprendimento. Era un recesso grande a sufficienza per ospitare una persona sola, seduta o distesa, ed era formato da tre pareti di cemento delle fondazioni e dalla parte inferiore della soletta del pavimento sovrastante; dato che le fondazioni costituivano un’unica struttura cementizia, pavimento e pareti formavano un blocco solo; una grossa lastra della pietra usata per i rivestimenti poteva chiudere completamente l’accesso. Ma occorreva sbarrare la porta.

Provando, scoprirono che due cavalletti, incuneati fra la lastra e la parete dirimpetto, la tenevano chiusa con una sicurezza insormontabile. Nessuno dall’interno sarebbe riuscito ad aprire quella porta.

— E la luce?

— Niente luce — affermò Tirin. Parlava con autorevolezza, in casi come questo, poiché la sua immaginazione lo calava direttamente nella situazione. Usava sempre le informazioni che aveva, certo, ma non erano le informazioni, ora, a dargli la certezza. — Nel Forte di Drio mettevano i prigionieri a sedere al buio. Per anni interi.

— L’aria, però — osservò Shevek. — Quella porta chiude la cella come una camera stagna, quasi. Bisogna fare un buco.

— Occorrono ore per forare quella pietra. E poi, chi vuoi che resti chiuso in quella scatola talmente a lungo da finire l’aria!

Coro di volontari e di proteste.

Tirin rivolse agli altri uno sguardo di derisione. — Siete pazzi, tutti voi.

Chi può desiderare di venire chiuso realmente in un posto come quello? E

a che scopo? — L’idea di fare la prigione era sua, ma a lui bastava l’idea; non comprendeva che per molte persone non è sufficiente immaginare: devono entrare nella cella, cercare di aprire le porte inespugnabili.

— Voglio sapere cosa si prova — disse Kadagv, un ragazzo dodicenne, dalle spalle ampie e dalla personalità seria, dominatrice.

— Usa la testa, allora! — schermì Tirin, ma gli altri diedero ragione a Kadagv. Shevek andò a prendere un trapano in laboratorio, e praticarono un foro di due centimetri di diametro, all’altezza del naso. Occorse quasi un’ora per fare il foro, come Tirin aveva predetto.

— Quanto tempo vuoi rimanere dentro, Kadagv? Un’ora?

— Senti — rispose, — se sono io il prigioniero, allora non posso deci-derlo. Io non sono libero. Spetta a voi decidere quando farmi uscire.

— Questo è giusto — disse Shevek, un po’ infastidito da una simile logica.

— Non puoi rimanere molto, Kadagv. Voglio il mio turno anch’io! —

fece il più giovane di loro, Gibesh. Ma il prigioniero non si degnò di rispondere, ed entrò nella cella. La porta venne rizzata e spinta a posto con un tonfo, poi vennero collocati i due cavalletti; i quattro carcerieri vi pic-chiarono sopra con entusiasmo per farli andare a posto. Poi tutti si affolla-rono attorno al foro di aerazione per vedere il prigioniero, ma poiché l’unica luce della cella proveniva dal foro, non riuscirono a vedere nulla.

— Non succhiate tutta l’aria di quel povero scemo.

— Soffiamone un po’ dentro.

— Sì, a scorregge!

— Quanto gli diamo?

— Un’ora.

— Tre minuti.

— Cinque anni!

— Tra quattro ore spengono le luci. Dovrebbe bastare.

— Ma anch’io voglio il mio turno!

— Va bene. Vuol dire che starai dentro tutta la notte.

— Be’, intendevo dire domani…

Quattro ore più tardi, spinsero via i cavalletti e liberarono Kadagv. E-merse con lo stesso dominio della situazione mostrato nell’entrare, e disse di avere fame e che si trattava di una cosa da nulla; si era limitato a dormire per la massima parte del tempo.

— Saresti disposto a ripetere l’esperienza? — lo sfidò Tirin.

— Certo.

— No, io voglio il secondo turno…

— Taci, Gibesh. Allora, Kadagv? Saresti disposto a rientrare subito dentro, senza sapere quando ti faremo uscire?

— Certo.

— Senza cibo?

— No, ai prigionieri davano da mangiare — si intromise Shevek. — Ed è questa la parte più strana di tutta la cosa.

Kadagv sollevò le spalle. La sua aria di alterigia e di superiorità era insopportabile.

— Sentite — disse Shevek ai due ragazzi più giovani, — andate in cucina a prendere qualche avanzo, e prendete anche una bottiglia, o qualcosa di simile, piena d’acqua. — Si rivolse nuovamente verso Kadagv: — Ti da-remo un mucchio di roba, in modo che tu possa rimanere in quel buco finché ti pare.

— Finché pare a voi — lo corresse Kadagv.

— D’accordo. Entra dentro! — La sicurezza ostentata da Kadagv aveva fatto affiorare la vena beffarda, commediante, di Tirin. — Sei un prigioniero. Tu non rimbecchi nessuno, capito? E adesso girati dall’altra parte. Porta le mani alla nuca.

— E per quale motivo?

— Rinunci?

Kadagv lo fissò con aria torva.

— Tu non puoi chiedere il motivo. Perché se lo fai, noi ti possiamo pic-chiare, e tu devi limitarti a prenderle, e nessuno può venire ad aiutarti. Perché ti possiamo dare calci nelle balle finché vogliamo, e tu non puoi resti-tuircene neppure uno. Perché non sei lìbero. Allora, hai ancora intenzione di andare fino in fondo?

— Certo. Colpiscimi.

Tirin, Shevek e il prigioniero, fermi uno di fronte all’altro, formavano uno strano gruppo di figure immobili: la lampada nel mezzo, e intorno a loro l’oscurità e i massicci muri di fondazione dell’edificio.

Tirin gli rivolse un sorriso arrogante, esagerato. — Non venirmi a insegnare il mio lavoro, tu, bieco profittatore. Zitto, e fila dentro! — Mentre Kadagv si voltava per obbedire, lo spinse nella schiena con il braccio teso, sbattendolo in fondo alla cella. Emise una esclamazione soffocata di sorpresa o di dolore, e si sedette a terra, succhiandosi un dito ammaccato o graffiato. Shevek e Tirin non dicevano nulla. Immobili, col viso privo di espressione, erano immersi nel loro ruolo di guardie. Ormai non stavano più recitando una parte: la parte aveva preso il sopravvento e dominava sulle loro azioni. I ragazzi più giovani tornarono con un po’ di pane di holum, un melone, una bottiglia d’acqua. Al loro arrivo stavano ancora parlando, ma il curioso silenzio della cella si impadronì anche di loro. Cibo e acqua vennero cacciati dentro, la porta venne rizzata e fermata con i cavalletti. Kadagv rimase solo, nel buio. Gli altri si raccolsero attorno alla lampada. — E dove piscia? — bisbigliò Gibesh.

— A letto — rispose Tirin, con chiarezza ironica.

— E se deve andare al cesso? — continuò Gibesh, mettendosi a ridere piano.

— Che c’è, che fa ridere, nel cesso?

— Pensavo… se non vede… nel buio… come fa… — Gibesh non riuscì a terminare la descrizione della buffa scena da lui immaginata. Tutti cominciarono a ridere senza bisogno di spiegazione: risero forte, fino a rimanere senza fiato. Ciascuno di loro era cosciente del fatto che il ragazzo chiuso nella cella poteva udire le loro risa.

Era già passata l’ora in cui le luci del dormitorio dei ragazzi venivano spente, e molti adulti dormivano già, anche se qualche luce era ancora accesa, nei domicili. La strada era vuota. I ragazzi la percorsero disordinatamente, vociando e ridendo tra loro: li rendeva sfrenati il piacere di condividere un segreto, di disturbare gli altri, di sommare una malvagità in cima a un’altra. Destarono una buona metà dei ragazzi del dormitorio mettendosi a giocare ad acchiapparsi per i passaggi e in mezzo ai letti. Nessun adulto interferì; dopo poco, il clamore si spense da solo.

Tirin e Shevek rimasero a sedere a lungo, occupati a bisbigliare tra loro, sul letto di Tirin. Alla fine decisero che Kadagv se l’era voluto e che sarebbe rimasto due intere notti in prigione.

Il loro gruppo si riformò nel pomeriggio, al laboratorio del recupero legno, e il caposquadra chiese dove fosse Kadagv. Shevek lanciò un’occhiata a Tirin. Si sentiva astuto, provava un senso di potenza nell’evitare di rispondere. Ma quando Tirin rispose senza esitazioni che forse si era unito a un altro gruppo per quel giorno, la menzogna sconvolse Shevek. Il senso di una potenza segreta si trasformò d’improvviso in una sensazione di disagio; gli prudevano le gambe, gli bruciavano le orecchie. Quando il caposquadra gli rivolgeva la parola, Shevek sobbalzava per l’allarme, o la paura, o un altro sentimento affine a questi; un sentimento ch’egli non aveva mai provato, simile all’imbarazzo ma assai peggiore: interiore e abietto.

Continuò a pensare a Kadagv, anche mentre riempiva di mastice i fori dei chiodi nelle tavolette di compensato, e le levigava con la carta a vetro fino a renderle perfettamente lisce. Ogni volta che guardava nell’interno della propria mente vi scorgeva Kadagv. Era un’esperienza odiosa.

Gibesh, che era rimasto di guardia, si recò da Tirin e Shevek alla fine del pasto serale. Pareva a disagio. — Mi sembra di avere sentito parlare Kadagv, là dentro. Aveva una voce strana.

Pausa. — Lo facciamo uscire — disse Shevek.

Tirin lo guardò. — Su, via, Shevek — disse, — non piagnucolare. Non diventare altruista! Lascia che finisca il suo tempo, concedigli il rispetto di se stesso: arrivare alla fine del periodo stabilito.

— Altruista un corno. Si tratta del rispetto di me stesso — disse Shevek, e si avviò verso il centro di apprendimento. Tirin lo conosceva; non perse a tempo a discutere con lui, ma lo seguì. I due undicenni si accodarono. Stri-sciando sotto l’edificio, raggiunsero la cella. Shevek sbatté via un cavallet-to, Tirin l’altro. La porta della prigione cadde al suolo con un tonfo sordo.

Kadagv era disteso a terra, rannicchiato su un fianco. Si mise a sedere, poi, molto lentamente, si alzò e venne fuori. Stava più curvo del necessario, sotto il soffitto basso, e batté più volte le palpebre alla luce della lampada, ma non pareva diverso da sempre. Il fetore che uscì insieme con lui fu incredibile. Aveva sofferto, per qualche motivo, di diarrea. La cella era tutta lorda, e macchie gialle di materia escrementizia gli sporcavano la camicia. Quando la luce della lampada gliele mostrò, cercò di nasconderle con la mano. Nessuno disse molto.

Una volta strisciati all’esterno dell’edificio, lungo la strada del dormitorio, Kadagv chiese: — Quanto è stato?

— Circa trenta ore, se contiamo le prime quattro.

— Abbastanza lungo — disse Kadagv, senza convinzione.

Dopo averlo accompagnato alle docce perché si ripulisse, Shevek dovette correre alla latrina. Laggiù si piegò su una tazza, e vomitò. I conati non vollero smettere prima di un quarto d’ora. Era tremante ed esausto quando ebbero fine. Si recò nella stanza comune del dormitorio, lesse un po’ di fisica e andò a letto presto. Nessuno dei cinque ragazzi tornò mai più alla prigione sotto il centro di apprendimento. Nessuno di loro parlò mai dell’accaduto, ad eccezione di Gibesh, che una volta se ne vantò con alcuni ragazzi e ragazze più grandi. Ma questi non capirono, ed egli finì col lasciar cadere l’argomento.

La Luna era già alta al di sopra dell’Istituto Regionale Settentrionale per le Scienze Nobili e Materiali. Quattro ragazzi di quindici e sedici anni, seduti sulla cima di una collinetta, in mezzo a macchie contorte di holum cespugliosi, guardavano in basso verso l’Istituto Regionale, e in alto verso la Luna.

— Strano — disse Tirin. — Non ho mai pensato…

Commenti degli altri tre sulla verità di queste parole.

— Non ho mai pensato — riprese Tirin, senza scomporsi, — al fatto che forse ci sono delle persone sedute su una collinetta, lassù, su Urras, che guardano verso Anarres, verso di noi, e dicono: «Guarda, c’è la Luna». La nostra terra è la loro Luna; la nostra Luna è la loro terra.

— Dove starà, dunque, la Verità? — declamò Bedap.

— Nella collina dove ciascuno ha la ventura di sedere — disse Tirin.

Continuarono tutti a fissare il turchese brillante, velato, sospeso su di lo-ro: non era perfettamente rotondo, il giorno aveva passato la pienezza. La calotta polare settentrionale era accecante. — È chiaro, là nel nord — disse Shevek. — C’è sole. E quella sporgenza lassù, di colore marrone, è l’A-Io.

— Sono tutte sdraiate nude a prendere il sole — disse Kvetur, — con un gioiello nell’ombelico e senza neppure un pelo.

Silenzio.

Erano saliti sulla collina per rimanere tra maschi. La presenza di femmine risultava opprimente per tutti. Pareva loro che negli ultimi tempi il mondo si fosse riempito di ragazze. Dovunque posassero gli occhi, svegli o addormentati, vedevano ragazze. Tutti avevano provato a copulare con le ragazze; alcuni, disperati, avevano anche cercato di non copulare con le ragazze; la cosa non faceva differenza. Le ragazze c’erano lo stesso.

Tre giorni prima, in un corso di Storia di Movimento Odoniano, tutti avevano assistito alla stessa lezione visiva, e l’immagine dei gioielli iride-scenti nella cavità levigata degli addomi femminili oliati e abbronzati, si era ripresentata a ciascuno di loro, privatamente.

Avevano anche visto i cadaveri di bambini, pelosi come loro, ammuc-chiati come rottami di metallo, rigidi e rugginosi, su una spiaggia, e uomini che versavano petrolio sui bambini e davano fuoco. «Una carestia nella Provincia di Bachifoil della Nazione di Thu — aveva detto la voce del commentatore. — I corpi di bambini morti di inedia e di malattia sono bruciati sulle spiagge. Sulla spiaggia di Tius, ad alcune centinaia di chilometri di distanza, nella nazione di A-Io (e lì arrivavano i gioielli nell’ombelico), donne riservate per l’uso sessuale di appartenenti maschili alla classeabbiente (venivano usate le parole iotiche, dato che in pravico non esistevano gli equivalenti di nessuna delle due), sdraiate sulla sabbia tutto il giorno, finché non viene servito loro il pranzo da appartenenti alla classenon abbiente.» Primi piani del pranzo: bocche delicate che mangiano e sorridono, mani lisce che prendono manicaretti glassati da piatti d’argento.

Poi brusco ritorno al volto cieco e torvo di un bambino morto: la bocca aperta, vuota, nera, secca. «A fianco a fianco» aveva detto la voce tranquilla.

Ma l’immagine che si era innalzata come bolla iridescente nel cervello dei ragazzi era stata uguale per tutti.

— Quanto hanno, quei film? — disse Tirin. — Sono di prima dell’Insediamento, o sono di oggi? Non ce lo dicono mai.

— Che importa? — disse Kvetur. — Vivevano così, su Urras, prima della Rivoluzione Odoniana. Tutti gli Odoniani se ne andarono e vennero qui su Anarres. Perciò, probabilmente, non è cambiato nulla… continuano a fa-re così, lassù. — Indicò la grande Luna verdazzurra.

— Come possiamo dirlo?

— Spiegati meglio, Tirin — chiese Shevek.

— Se quelle immagini hanno un secolo e mezzo, le cose potrebbero essere molto diverse, su Urras, oggi. Non dico che lo siano, ma, se lo fossero, come potremmo saperlo? Noi non andiamo su Urras, non parliamo con loro; non ci sono comunicazioni. In verità non abbiamo idea di come sia la vita, oggi, su Urras.

— La gente del CDP lo sa. Parlano con gli urrasiani dei mercantili che scendono al Porto di Anarres. Si tengono informati. Ed è necessario che lo siano, in modo da poter mantenere gli scambi con Urras, e anche per sapere con esattezza l’entità della minaccia che rappresentano per noi. — Bedap parlava con ragionevolezza, ma la risposta di Tirin fu brusca: — Allora, forse il CDP è informato, ma noi no.

— Informato! — esclamò Kvetur. — Sento parlare di Urras fin da quando ero al nido d’infanzia! E vorrei evitare di vedere altre fotografie di città urrasiane piene di sporcizia e di corpi urrasiani pieni di grasso!

— Appunto — disse Tirin, con il brio di chi sta seguendo un processo logico. — Tutto il materiale su Urras disponibile per gli studenti è sempre uguale. Disgustoso, immorale, escrementale. Ma ascoltate. Se stavano tanto male quando i Primi Coloni partirono, come hanno fatto ad andare avanti per un altro secolo e mezzo? Se erano così malati, perché non sono morti? Perché la loro società proprietaristica non si è sfasciata? Che cosa te-miamo tanto, noi?

— L’infezione — disse Bedap.

— Siamo così deboli da non poter sopportare una piccola esposizione? E

poi, non possono essere tutti malati. Indipendentemente da quel che è la lo-ro società, alcuni di loro devono essere delle brave persone. La gente, qui da noi, varia molto; perché non dovrebbero variare anche loro? Siamo tutti dei perfetti Odoniani, noialtri? Guardate quel moccolone di Pesus!

— Ma in un organismo malato, anche le cellule sane sono condannate

— disse Bedap.

— Oh, si può provare qualsiasi cosa, usando l’Analogia; e tu lo sai. E

poi, come facciamo, noi, effettivamente, a sapere che la loro società è malata?

Bedap si rosicchiò l’unghia del pollice. — Tu stai ora affermando che il CDP e l’organizzazione di distribuzione sussidi didattici ci mentono a proposito di Urras.

— No; ho detto semplicemente che sappiamo soltanto ciò che ci viene detto. E sai che cosa ci viene detto? — Il volto scuro, dal naso camuso, di Tirin, ora chiaro sotto la luce chiara e azzurrognola della Luna, si volse verso di loro. — Kvetur l’ha nominato un attimo fa. Ha afferrato il messaggio. Voi l’avete udito: detestate Urras, odiate Urras, abbiate paura di Urras.

— E perché no? — domandò Kvetur. — Guarda come hanno trattato noi Odoniani!

— Ci hanno dato la loro Luna, no?

— Sì, per impedirci di sfasciare la loro società di profittatori e di instaurare lassù la società della giustizia. E non appena si sono sbarazzati di noi, ci scommetterei, si sono messi ad organizzare governi ed eserciti più in fretta che mai, dato che non c’era più nessuno a fermarli. Se noi aprissimo loro il Porto, credi che verrebbero come amici e fratelli? Un miliardo di lo-ro e venti milioni di noi? Ci spazzerebbero via tutti, oppure ci renderebbero, com’è quella parola, schiavi, a lavorare nelle miniere per loro.

— Va bene. Sono d’accordo sul fatto che sia saggio, probabilmente, avere paura di Urras. Ma perché odiare? L’odio non è funzionale; perché ce lo insegnano? O forse la spiegazione è che se sapessimo com’era in realtà Urras, essa ci piacerebbe… qualche sua parte… a una parte di noi? Che la cosa che il CDP intende evitare non sia, semplicemente, che alcuni di loro ven-gano qui, ma che alcuni di noi desiderino di andare lassù?

— Andare su Urras? — disse Shevek, stupito.

Discutevano perché amavano le discussioni, amavano la rapida corsa della mente libera lungo i sentieri delle possibilità, amavano mettere in dubbio ciò che non veniva mai messo in dubbio. Erano intelligenti, le loro menti erano già disciplinate alla chiarezza della scienza, e avevano sedici anni. Ma a questo punto il piacere della discussione cessava per Shevek, come già era cessato per Kvetur. Si sentiva a disagio. — Chi vuoi che desideri andare su Urras? — domandò. — E a che scopo?

— Per scoprire com’è fatto un altro mondo. Per vedere che cos’è un «cavallo»!

— Infantile — disse Kvetur. — C’è vita anche su alcuni altri sistemi solari — e indicò con la mano il cielo illuminato dalla Luna, — così ci dicono. E allora? Noi abbiamo avuto la fortuna di nascere qui!

— Se fossimo migliori di ogni altra società umana — disse Tirin, — allora dovremmo aiutarla. Ma questo ci è proibito.

— Proibito? Parola non organica. Chi lo probisce? Stai esternalizzando la funzione integrativa stessa — disse Shevek, piegandosi in avanti e parlando con passione. — L’ordine non sono «ordini». Noi non lasciamo Anarres perché noi siamo Anarres. Dato che tu sei Tirin, non puoi lasciare la pelle di Tirin. Forse ti piacerebbe cercare di essere qualcun altro, per vedere cosa si prova; ma tu non puoi farlo. E allora, forse ti viene impedito con la forza? E noi, siamo tenuti qui con la forza? Quale forza… quali leggi, governi, polizia? Nessuno. Semplicemente la nostra natura di Odoniani. È

la tua natura quella di essere Tirin, ed è la mia natura quella di essere Shevek, e nostra comune natura è quella di essere Odoniani, responsabili l’uno all’altro. E questa responsabilità è la nostra libertà. Evitarla, sarebbe perdere la nostra libertà. A te, piacerebbe davvero vivere in una società nella quale tu non avessi alcuna responsabilità e alcuna libertà, alcuna scelta, soltanto la falsa opzione dell’obbedienza alla legge, o la disobbedienza seguita poi dalla punizione? Vorresti davvero andare a vivere in una prigione?

— Oh, diavolo, no. E lasciami parlare! Il guaio, con te, Shevek, è che non dici niente fino a quando non ti sei messo da parte un vagone di argo-mentazioni maledettamente pesanti, e a quel punto le scarichi addosso tutte assieme, senza poi curarti del povero corpo lacero e contuso che giace sotto il mucchio…

Shevek raddrizzò la schiena, vendicato.

Ma Bedap, che era un ragazzo di corporatura massiccia, dalla mascella quadrata, continuò a rosicchiarsi l’unghia e disse: — Comunque, le parole di Tirin restano vere. Sarebbe bello essere sicuri di sapere tutta la verità su Urras.

— Chi credi che ci stia mentendo? — domandò Shevek. Placidamente, Bedap incontrò il suo sguardo. — Chi, fratello? Chi altri, se non noi stessi?

Il pianeta gemello continuò a illuminarli, sereno e brillante: un bellissimo esempio dell’improbabilità del reale.

L’imboschimento del Litorale Temeniano Occidentale era una delle grandi opere del quindicesimo decennio dell’Insediamento di Anarres: vi furono impiegate quasi diciottomila persone per un periodo di due anni.

Sebbene le lunghe spiagge del Sudest fossero fertili, e mantenessero varie comunità di pescatori e di agricoltori, il terreno arabile consisteva solamente in una piccola striscia a fianco del mare. Verso l’interno e verso ovest, per tutta la pianura del Sudovest, la zona era disabitata, ad eccezione di alcune città minerarie isolate. Era la regione chiamata la Polvere.

Nella precedente èra geologica, la Polvere era stata un’immensa foresta di holum, l’onnipresente, dominante genere vegetale di Anarres. Il clima attuale era più caldo e più secco. Millenni di siccità avevano ucciso gli alberi e prosciugato il suolo fino a ridurlo a una polvere grigia e sottile che adesso si innalzava ad ogni soffio di vento, formando montagnole altrettanto pure di linea e altrettanto spoglie quanto ogni duna di sabbia. Gli anarresiani speravano di ridare fertilità a quel terreno mobile piantando nuovamente la foresta. Questo, pensava Shevek, in accordo con il principio di Riversibilità Causale, ignorato dalla scuola Sequenziale della fisica attualmente in auge su Anarres, ma pur sempre un elemento tacito, intimo, del pensiero Odoniano. A Shevek sarebbe piaciuto scrivere un articolo sulla relazione tra le idee di Odo e quelle della fisica temporale, in particolare l’influsso della Riversibilità Causale nel modo in cui Odo aveva trattato il problema delle finalità e dei mezzi. Ma a diciott’anni le sue conoscenze non erano sufficienti a permettergli di scrivere un articolo simile, e non lo sarebbero mai state se non si fosse affrettato a tornare alla fisica e ad andarsene via da quella maledetta Polvere.

La notte, nei campi del Progetto, tutti tossivano. Il giorno tossivano me-no; avevano troppo da fare, per tossire. La polvere era il loro nemico, le particelle fini e asciutte che intasavano gola e polmoni; il loro nemico e la loro cura, la loro speranza. Un tempo quella polvere era stata all’ombra degli alberi, ricca e scura. Alla fine del loro lungo lavoro, forse lo sarebbe stata di nuovo.

Ella fa nascere la foglia verde dalla pietra,

Dal cuore di roccia la chiara acqua corrente.

Gimar canticchiava sempre un motivo, ed ora, nel caldo del tramonto, mentre tornavano al campo per la pianura, ne cantò le parole a voce alta.

— Chi? — chiese Shevek. — Chi è che fa nascere la foglia?

Gimar sorrise. Il suo viso largo e liscio era sporco e incrostato di polvere, i suoi capelli erano pieni di polvere, ed aveva un forte e simpatico odore di sudore.

— Sono nata negli Altipiani del Sud — rispose. — Dove ci sono le miniere. È un canto dei minatori.

— Minatori?

— Non lo sai? Gente che era già su Anarres quando sono giunti i Coloni. Alcuni di loro sono rimasti e sono entrati nella solidarietà. Cercatori d’oro e di stagno. Conservano ancora qualche loro festa e qualche loro canto. Il tadde era un minatore, me la cantava sempre quando ero piccola.

— Be’, allora, chi è la donna della canzone?

— Non lo so: so solo che la canzone dice così. Ma non si tratta della co-sa che facciamo qui, ora? Far nascere dalla pietra le foglie verdi!

— Sembra qualcosa di religioso.

— Tu e le tue parole da sapiente! Si tratta solo di una canzone. Oh, come vorrei essere all’altro campo per farmi una nuotata. Puzzo!

— Anch’io puzzo.

— Puzziamo tutti.

— Nella solidarietà…

Ma il campo distava quindici chilometri dalle rive del Temeniano, e c’e-ra solo la polvere in cui nuotare.

Nel campo c’era un uomo il cui nome, pronunciato, assomigliava a quello di Shevek: Shevet. Quando veniva chiamato uno dei due, rispondeva l’altro. Shevek sentiva una sorta di affinità con lui: una relazione più stretta di quella della fratellanza comune, a causa di questa somiglianza acciden-tale. Un paio di volte si era accorto che Shevet lo adocchiava. Ma non si erano ancora mai parlati.

Le prime decadi di Shevek al progetto di imboschimento erano passate nella stanchezza e il risentimento muto. La gente che aveva eletto di lavorare in campi di centrale utilità come la fisica non avrebbe dovuto venire chiamata a far parte di questi progetti, con leve speciali! Non era immorale fare un lavoro che non dava gioia a chi lo faceva? Quel lavoro andava fatto, certo, ma c’era un mucchio di persone a cui non piacevano mai gli incarichi che ricevavano, e queste persone cambiavano continuamente occupazione; loro, avrebbero dovuto offrirsi come volontari. Qualsiasi stupido avrebbe potuto fare quel lavoro. Anzi, molti stupidi sarebbero stati capaci di farlo meglio di lui. Egli era orgoglioso della propria forza, e si era sempre offerto volontario per i «lavori pesanti» quando giungeva il decimo giorno, dei servizi a rotazione; ma qui si trattava di farli un giorno dopo l’altro, ot-to ore al giorno, in mezzo alla povere e al caldo. Per tutta la giornata non pensava che alla sera, al momento in cui avrebbe potuto starsene da solo a pensare, e nell’istante in cui metteva piede nella tenda dormitorio, dopo il pasto serale, la testa gli ciondolava ed egli dormiva come un sasso fino al-l’alba, e neppure un pensiero gli si formulava nella mente.

Trovò i propri compagni di lavoro stupidi e villani; perfino quelli più giovani di lui lo trattavano come un bambino. Indispettito e risentito, traeva piacere soltanto dallo scrivere agli amici Tirin e Rovab con un codice che avevano inventato all’Istituto: una serie di parole equivalenti ai simboli caratteristici della fisica temporale. Scritte per disteso, queste parole parevano avere senso come messaggio ma in verità non avevano alcun significato, salvo quello della equazione o della formula filosofica che dovevano mascherare. Le equazioni di Shevek e di Rovab erano genuine. Le lettere di Tirin erano molto divertenti e avrebbero convinto chiunque del fatto che si riferissero ad emozioni e ad eventi reali, ma la fisica in esse contenuta era perlomeno dubbia. Shevek continuò a inviare spesso questi rompicapi, dopo essersi accorto che poteva studiarseli mentalmente mentre scavava buchi nella roccia con una pala ammaccata in mezzo a una tempesta di sabbia. Tirin gli rispose varie volte, Rovab soltanto una. Rovab era una ragazza fredda, ed egli lo sapeva già. Ma nessuno degli altri, all’Istituto, sapeva quanto fosse disperato Shevek. Nessuno di loro era stato incaricato, proprio mentre incominciava a svolgere una ricerca indipendente, presso un maledetto progetto per piantare alberi. La loro funzione centrale non veniva sprecata. Essi lavoravano: facevano ciò che desideravano fare. Egli non agiva. Egli veniva agito.

E tuttavia era strano l’orgoglio che provavi verso ciò che avevi fatto in quel modo — tutti insieme — la soddisfazione che ti dava. E alcuni dei compagni di lavoro erano delle persone veramente straordinarie. Gimar, per sempio. Dapprima la bellezza muscolosa della ragazza l’aveva messo un po’ in soggezione, ma adesso egli era abbastanza forte da provare desiderio di lei.

— Vieni con me questa notte, Gimar.

— Oh, no — rispose lei, e lo guardò con tanta sorpresa che egli le disse, con la dignità del dolore: — Credevo che fossimo amici.

— E lo siamo.

— Allora…

— Ho un compagno. È rimasto a casa.

— Avresti potuto dirmelo — disse Shevek, arrossendo.

— Be’, non ho pensato che avrei dovuto farlo. Mi spiace, Shevek. — Lo fissò con aria così addolorata che egli fece, con qualche speranza: — E

non credi che…

— Non. Non puoi mandare avanti un’unione in questo modo, un po’ per il tuo compagno e un po’ per gli altri.

— Il prendere un compagno per tutta la vita, secondo me, è fondamentalmente in contrasto con l’etica Odoniana — disse Shevek, secco e pedante.

— Sciocchezze — disse Gimar, con la sua voce pacata. — Possedere è sbagliato; dividere è giusto. E che cosa puoi meglio dividere che la tua intera personalità, la tua intera vita, ogni notte e ogni giorno?

Egli si sedette con le mani tra i ginocchi, la testa china: un bambino lungo, magro, sconsolato, non terminato. — Io non ce la farei — disse, dopo un poco.

— Tu?

— Io non ho mai conosciuto veramente nessuno. Hai visto come non ti ho capito. Sono tagliato fuori. Non posso entrare. Non lo potrò mai. Sarebbe sciocco per me pensare a un’unione. Questo genere di cose è per… per gli esseri umani…

Con timidezza che non era ritrosia sessuale, ma l’esitazione del rispetto, Gimar gli posò la mano sulla spalla. Non lo rassicurò. Non gli disse che era come tutti gli altri. Gli disse: — Non conoscerò mai più una persona come te, Shevek. Non ti dimenticherò mai.

Tuttavia, un rifiuto è sempre un rifiuto. Nonostante tutta la gentilezza di Gimar, Shevek si allontanò da lei con l’animo dolente, incollerito.

Il clima era molto caldo. Non c’era frescura se non nell’ora che precedeva l’alba.

L’uomo chiamato Shevet si recò da Shevek una sera, dopo il pasto. Era un tizio massiccio, piacente, di trent’anni. — Sono stufo di venire confuso con te — disse. — Fatti chiamare in qualche altra maniera.

Quella rozza aggressività avrebbe messo nell’imbarazzo Shevek, tempo prima. Ora egli, semplicemente, rispose per le rime. — Cambia tu il tuo nome, se non ti va — gli disse.

— Tu sei uno di quei piccoli profittatori che vanno a scuola per non sporcarsi le mani — disse l’uomo. — Ho sempre desiderato togliere un po’

di merda di dosso, a uno di voi.

— Non darmi del profittatore! — esclamò Shevek; ma non era una battaglia a parole. Shevet gli assestò un pugno che lo fece piegare in due.

Shevek riuscì a restituirgli qualche colpo, poiché aveva le braccia lunghe e più grinta di quel che si fosse aspettato l’avversario: ma era in svantaggio.

Varie persone si fermarono a guardare, videro che era un combattimento onesto ma non particolarmente interessante, e proseguirono per la loro strada. Essi non erano né offesi né richiamati dalla semplice violenza.

Shevek non aveva chiesto aiuto, e dunque la cosa riguardava soltanto lui.

Quando rinvenne era disteso sulla propria schiena, nella terra grigia, in mezzo a due tende.

Gli rimasero un ronzio nell’orecchio destro per un paio di giorni, e una spaccatura al labbro che richiese molto tempo per rimarginarsi, a causa della polvere che irritava le ferite. Egli e Shevet non si parlarono più. Lo vide da lontano, ad altri bivacchi da campo, privo di animosità. Shevet gli aveva dato ciò che aveva da dargli, ed egli aveva accettato il dono, anche se per molto tempo non gli accadde di valutarlo o di considerarne la natura. Quando lo fece, era indistinguibile da un altro dono, da un’altra tappa della sua crescita. Una ragazza, che si era unita recentemente alla sua squadra di lavoro, giunse a lui come era giunto Shevet, nell’oscurità, mentre lasciava il bivacco, e il suo labbro non era ancora guarito… Non poté mai ricordare cosa la ragazza avesse detto; l’aveva provocato; anche questa volta egli rispose semplicemente. Uscirono nella pianura, quella notte, e laggiù lei gli diede la libertà della carne. Questo fu il suo dono, ed egli l’accettò. Come tutti i bambini di Anarres, egli aveva avuto liberamente esperienze sessuali con bambine e bambini, ma tutti loro erano piccoli; non era mai andato più in là del piacere in cui credeva consistesse tutta la cosa.

Beshun, esperta in delizie, lo condusse nel cuore della sessualità, dove non esiste né rancore né inettitudine, dove i due corpi che lottano per unirsi cancellano il momento, nella loro lotta, superano la personalità e il tempo.

Era tutto facile, adesso, così facile, e bello, nella polvere tiepida, alla lu-ce delle stelle. I giorni erano lunghi, caldi, e luminosi, e la polvere aveva l’odore del corpo di Beshun.

Ora lavorava in una squadra di piantatori. I camion erano giunti dal Nordest pieni di minuscoli alberi: migliaia di piantine da collocare a dimo-ra, nate nelle Montagne Verdi, dove pioveva fino a mille millimetri l’anno, nella cintura delle piogge. Ed essi piantarono i piccoli alberi nella polvere.

Quando ebbero terminato, le cinquanta squadre che avevano lavorato nel secondo anno del progetto si allontanarono sui camion scoperti, e mentre se ne andavano si guardarono alle spalle. Videro cosa avevano fatto. C’era una spolverata di verde, molto debole, sul pallore delle curve e delle ter-razze del deserto. Sulla terra morta si stendeva, assai leggermente, un velo di vita. Essi salutarono, cantarono, urlarono da un camion all’altro. Negli occhi di Shevek brillarono delle lacrime. Pensò: Ella fa nascere la fogliaverde dalla pietra… Gimar era stata inviata nuovamente agli Altipiani del Sud, molto tempo prima. — Che cos’è che ti fa fare queste smorfie? — gli chiese Beshun, stringendosi a lui sul camion che sobbalzava e passando la mano avanti e indietro sul suo braccio duro, imbiancato dalla polvere.

— Le donne — disse Vopek, nello scalo dei camion, a Stagno del Sudovest. — Le donne pensano che tu sia di loro proprietà. Nessuna donna può essere realmente un’Odoniana.

— E Odo stessa? …

— Teoria. E niente vita sessuale dopo l’uccisione di Asieo, vero? Comunque ci possono essere sempre delle eccezioni. Ma per la maggior parte delle donne, l’unica relazione con un uomo è avere. Avere o essere avuta.

— E tu credi che siano differenti dagli uomini, in questo?

— Non lo credo: lo so. Ciò che vuole un uomo, è la libertà. Ciò che vuole una donna, è la proprietà. Ti può lasciar andare soltanto se può barattarti con qualcosa d’altro. Tutte le donne sono proprietariste.

— Be’, è una gran brutta cosa da dire su metà della razza umana — disse Shevek, chiedendosi se l’uomo avesse ragione. Beshun aveva pianto fino a star male quando egli era stato incaricato di nuovo al Nordovest; aveva gridato e pianto, e aveva cercato di fargli dire che non poteva vivere senza di lei; aveva ripetuto che non poteva vivere senza di lui e che dovevano diventare compagni. Compagni, come se lei fosse stata capace di rimanere sei mesi di fila con lo stesso uomo!

La lingua parlata da Shevek, l’unica che conosceva, non aveva termini possessivi per l’atto sessuale. In pravico non aveva senso per un uomo dire che aveva «avuto» o «posseduto» una donna. La parola più vicina come significato a «fottere», e provvista anch’essa di un uso secondario come ingiuria, era un termine preciso: significava violentare. Il verbo solitamente usato, e che richiedeva un soggetto plurale, si può tradurre soltanto con un termine neutro come copulare. Significa qualcosa fatto da due persone, e non fatto, o avuto, da una persona sola. Questa cornice di parole non poteva contenere la totalità dell’esperienza, esattamente come ogni altra cornice, e Shevek avvertiva l’esistenza di un’area non compresa in essa, anche se non era perfettamente certo della natura di tale area. Certo egli aveva sentito di avere Beshun, di possederla, in alcune di quelle notti stellate, nella Polvere. Ed ella aveva sentito di possedere lui. Ma entrambi si erano sbagliati; anche Beshun, nonostante la sua sentimentalità, lo sapeva; alla fine gli aveva dato, sorridendo, il bacio dell’addio, e l’aveva lasciato andare. Lei non lo aveva avuto. Il corpo stesso di lui, nel suo primo scoppio di passione sessuale adulta, lo aveva posseduto, certo… e aveva posseduto lei. Ma la cosa era conclusa. Era successa. Non sarebbe mai più accaduto (egli pensava, a diciott’anni, seduto con un amico di viaggio nello scalo dei camion di Stagno a mezzanotte, davanti a un bicchiere di succo di frutta dolce e sciropposo, in attesa di trovare un passaggio su un convoglio diretto a nord), non sarebbe mai più potuto accadere. Molte cose sarebbero ancora successe, ma egli non si sarebbe fatto cogliere fuori guardia una seconda volta, stendere a terra, sconfiggere. La sconfitta, la resa, avevano le loro e-stasi. Forse Beshun non avrebbe mai cercato una gioia esterna ad esse. E

perché avrebbe dovuto farlo? Era stata lei, nella sua libertà, a liberare lui.

— Sai, non sono d’accordo — disse a Vopek, un uomo dal viso affilato, che faceva il chimico agricolo ed era diretto ad Abbenay. — Io penso che siano soprattutto gli uomini, coloro che devono imparare ad essere anarchici. Le donne invece non devono impararlo.

Vopek scosse il capo. — Si tratta dei figli — disse. — Avere bambini.

Le rende proprietariste. Non vogliono rinunciare. — Sospirò. — Un contatto e via, fratello, questa è la regola. Non lasciarti mai prendere in proprietà.

Shevek sorrise e sorbì il succo di frutta. — No di certo — disse.

Era una gioia ritornare all’Istituto Regionale, rivedere le basse alture ricoperte a macchie da cespugli di holum dalle foglie color del bronzo, gli orti, i domicili, i dormitori, le officine, le aule, i laboratori tra cui era vissuto da quando aveva tredici anni. Per lui, il ritorno avrebbe avuto sempre la stessa importanza del viaggio di partenza. Andare via non gli era sufficiente: gli bastava soltanto a metà, ed egli doveva tornare indietro. Forse, in questa tendenza, si adombrava già la natura dell’immensa esplorazione ch’egli avrebbe compiuto in direzione dei margini del comprensibile. Probabilmente non si sarebbe mai avviato lungo quell’impresa pluriennale se non avesse avuto la fonda certezza che fosse possibile il ritorno, anche se egli stesso non fosse dovuto ritornare: che in realtà nella natura stessa del viaggio, come in una circumnavigazione del globo, era implicito il ritorno.

Non scenderai due volte allo stesso fiume, né potrai tornare nuovamente a casa. Ed egli lo sapeva: anzi, era questa la base della sua visione del mondo. Eppure, da una simile accettazione della transitorietà, egli aveva svi-luppato la sua vasta teoria, in cui ciò che è più mutabile veniva mostrato essere più pieno di eternità, e in cui la tua relazione con il fiume, e la relazione del fiume con te, e con se stesso, risulta essere insieme più complessa e più rassicurante di una mera mancanza di identità. Tu puoi davvero tornare a casa, così afferma la Teoria Temporale Generale, purché tu comprenda che «casa» è un luogo in cui non sei mai stato.

Egli era lieto, dunque, di tornare al luogo che, entro i termini in cui egli ne aveva avuta, o desiderato, una, si avvicinava maggiormente a una casa.

Ma trovò i suoi amici, laggiù, alquanto privi di esperienza. Egli era matu-rato molto, nell’anno precedente. Alcune delle ragazze si erano tenute alla pari con lui, o l’avevano superato: erano diventate donne. Egli si limitò, comunque, ad avere contatti estremamente cauti e formali con le ragazze, poiché non cercava, ora come ora, un’altra dose di sesso; aveva altro da fa-re. Notò che anche le ragazze più brillanti, come ad esempio Rovab, si comportavano in modo altrettanto cauto; nei laboratori, nelle squadre di lavoro e nelle stanze comuni del dormitorio si comportavano come buone amiche, ma niente di più. Le ragazze intendevano completare il loro addestramento e cominciare le ricerche o trovare un incarico di loro piacimento prima di avere figli; non si sentivano più soddisfatte dalle sperimentazioni sessuali dell’adolescenza. Desideravano una relazione matura, non una relazione sterile; ma non ora, non ancora.

Queste ragazze erano buone colleghe, amichevoli e indipendenti. I ragazzi dell’età di Shevek, invece, parevano essersi fermati al limitare di una fanciullezza che diventava un po’ lisa e arida. Erano iper-intellettuali. Non parevano intenzionati a dedicarsi né al lavoro né al sesso. A sentir parlare Tirin, pareva che fosse stato lui a inventare la copulazione, ma tutte le sue relazioni erano con ragazze di quindici o sedici anni; si ritraeva da quelle della sua età. Bedap, che non era mai stato molto attivo dal punto di vista sessuale, accettava l’omaggio di un ragazzo più giovane, che nutriva un’in-fatuazione idealistico-omosessuale nei suoi riguardi, e tanto gli bastava.

Pareva non prendere nulla sul serio, era divenuto ironico e misterioso.

Shevek si sentì isolato dalla sua amicizia. Nessuna amicizia resisté: anche Tirin era troppo egocentrico, e negli ultimi tempi troppo capriccioso, per ricostituire l’antico sodalizio… se Shevek avesse avuto l’intenzione di rico-stituirlo. Ma, in realtà, Shevek non ne aveva l’intenzione. Diede il benvenuto all’isolamento, con tutto il cuore. Non pensò mai che il riserbo incontrato in Bedap e Tirin potesse essere una reazione; che il suo carattere, gentile ma ormai già eccezionalmente ermetico, potesse creare intorno a sé un suo proprio ambiente circostante: un ambiente che richiedeva o una grande forza, o una grande devozione, per farsi sopportare. In verità, l’unica cosa notata da Shevek fu ch’egli, finalmente, aveva tempo per lavorare.

Giù nel Sudest, dopo essersi assuefatto alla continua fatica fisica, e dopo avere smesso di sprecare il cervello sulle lettere in codice e di sprecare lo sperma in polluzioni notturne, gli erano cominciate a venire delle idee. E

adesso era libero di lavorare su di esse, per vedere se contenevano qualcosa d’importante.

Il fisico anziano dell’Istituto si chiamava Mitis, ed era una donna. Ella non dirigeva in quel momento i corsi di fisica, poiché tutti i lavori ammini-strativi rotavano anno per anno tra i venti incaricati permanenti, ma lavorava già da vent’anni laggiù, e tra tutti aveva la miglior mente. C’era sempre una sorta di spazio psicologico vuoto intorno a Mitis, come l’assenza di folla intorno alla cima di una montagna. La mancanza di ogni tipo di ac-centuazione dell’autorità, e di ogni tipo di misure per farla rispettare, rendevano evidente l’autorità quando ci si trovava davvero alla sua presenza.

Ci sono persone in cui l’autorità è innata; certi imperatori hanno davvero i vestiti nuovi.

— Ho inviato il tuo articolo sulla Frequenza Relativa a Sabul, ad Abbenay — disse a Shevek nel suo modo brusco e amichevole. — Ti interessa la risposta?

Spinse sul piano del tavolo un pezzo stracciato di carta; evidentemente si trattava di un angolo di un foglio più grande. Sopra, in minuscole lettere tracciate a penna, c’era un’equazione:

ts / 2 ( R) = 0

Shevek si appoggiò alla superficie del tavolo con le mani e osservò il pezzo di carta, con lo sguardo fisso. Aveva gli occhi chiari, e la luce proveniente dalla finestra li colmava in modo da farli parere trasparenti come l’acqua. Aveva diciannove anni. Mitis ne aveva cinquantacinque. E ora lo osservava con compassione e ammirazione.

— Ecco cosa mancava — disse lui. La sua mano incontrò una matita sulla tavola. Cominciò a scrivere sul frammento di carta. Mentre scriveva, il suo volto pallido, inargentato di peluria corta e sottile, divenne rosso.

Mitis aggirò silenziosamente il tavolo per andarsi a sedere. Aveva di-sturbi circolatori alle gambe, e non poteva stare in piedi a lungo. Quel movimento disturbò Shevek. Egli alzò gli occhi, con un’espressione di fastidio nello sguardo.

— Posso finirlo in un giorno o due — disse.

— Sabul desidera vedere i risultati, quando avrai finito.

Ci fu una pausa. Il colore di Shevek tornò normale, ed egli ridivenne consapevole della presenza di Mitis, ch’egli amava molto. — Perché hai mandato a Sabul quel mio articolo? — le chiese. — Con quel buco dentro!

— Sorrise; il piacere di avere colmato il buco logico del ragionamento lo rendeva raggiante.

— Pensavo che potesse trovare il punto dove ti sbagliavi. Io non c’ero riuscita. E inoltre, volevo fargli vedere cosa stai facendo… Ti chiederà di andare laggiù ad Abbenay, sai.

Il giovanotto non rispose.

— Tu, vuoi andare?

— Non ancora.

— Così pareva anche a me. Ma devi andare. Per i libri, per le menti che potrai trovare laggiù. Non sprecherai la tua intelligenza in un deserto! —

Mitis parlò con passione. — È tuo dovere cercare il meglio, Shevek. Non permettere mai a un falso egalitarismo di danneggiarti. Lavorerai con Sabul, è bravo, ti farà lavorare sodo. Ma dovrai essere libero di trovare il fi-lone che desideri seguire. Resta qui ancora una stagione, poi vai. E fai attenzione, ad Abbenay. Mantieniti libero. Ogni centro comporta potere. Tu stai per recarti nel centro di tutto. Io non conosco bene Sabul; non posso dire nulla contro di lui, ma tieni in mente soprattutto una cosa: sarai un uomo suo.

Le forme singolari dei pronomi e aggettivi possessivi erano usate, in pravico, soprattutto come forme enfatiche: l’uso colloquiale le evitava. Un bambino piccolo poteva dire «la mia mamma», ma presto imparava a dire

«la madre». Per dire: «Questo è il mio e quello è il tuo», in pravico si diceva: «lo uso questo, tu usi quello.» Le parole di Mitis: «Sarai un uomo suo»

avevano un suono strano. Shevek la fissò sorpreso.

— Hai un lavoro da fare — disse Mitis. Aveva gli occhi scuri: ora lam-peggiarono, come per l’ira. — Fallo! — Poi uscì dalla stanza, poiché un gruppo la attendeva in laboratorio. Confuso, Shevek abbassò gli occhi sul frammento di carta. Pensò che Mitis intendesse dirgli di fare in fretta a cor-reggere le equazioni. Soltanto molto tempo più tardi comprese cosa avesse inteso dirgli in realtà.

La notte precedente la sua partenza per Abbenay, gli altri studenti organizzarono una festa in suo onore. Le festicciole erano frequenti, bastava il minimo pretesto, ma Shevek fu sorpreso nel vedere con quanta energia gli altri la organizzarono, e si chiese perché fosse una così bella festa. Poiché gli altri non lo influenzavano, egli non si era mai accorto di avere influenza su di loro; non aveva idea del fatto che gli altri lo amassero.

Molti di loro dovevano avere risparmiato sulle proprie razioni quotidiane, in vista della festa, per giorni e giorni. C’erano incredibili quantità di cibo. L’ordinazione di pasticceria era così grande che il fornaio del refettorio aveva dato libero corso alla propria fantasia e aveva prodotto raffina-tezze inedite: cialde speziate, piccoli quadrati dal gusto pizzicante, per accompagnare il pesce affumicato, frittelle dolci, unte e appetitose. C’erano succhi di frutta, frutta conservata della regione del Mare Kerano, minuscoli gamberetti, montagnole di patatine fritte, dolci. L’abbondanza e la ricchezza del cibo era intossicante. Tutti erano molto allegri, e alcuni finirono con lo star male.

Ci furono imitazioni e altri intrattenimenti, alcuni preparati, altri im-provvisati. Tirin si mise addosso tutta una raccolta di stracci, tolti dal secchio della riciclazione, e prese a girare in mezzo a loro come l’Urrasiano Povero, il Mendicante: una delle parole iotiche che tutti avevano imparato studiando storia. — Datemi del denaro — gemeva, agitando la mano sotto il loro naso. — DenaroDenaro! Perché non mi date del denaro? Non ne avete? Bugiardi! Sporchi proprietaristi! Profittatori! Guardate tutto quel cibo: come l’avete preso, se dite di non avere denaro? — Infine si mise in vendita. — Ombratemi, ombratemi, per solo un po’ di denaro — si mise a ripetere in tono suadente.

— Non si dice ombraresi dice comprare — lo corresse Rovab.

— Ombratemi, compratemi, chi se ne frega, guardate che corpo affascinante, non lo desiderate? — ripeteva Tirin, agitando i fianchi magri, e battendo le palpebre. Alla fine venne ucciso pubblicamente con un coltello per il pesce e riapparve vestito normalmente. Tra di loro c’erano bravi suo-natori d’arpa e cantanti, e ci fu molta musica e danza, ma ancora di più ci furono parole. Parlavano tutti come se l’indomani dovessero diventare mu-ti.

Con il proseguire della notte i giovani amanti si allontanarono per copulare, nelle stanze singole; altri, colti dal sonno, si recarono nei dormitori; infine rimase soltanto un piccolo gruppo, fra i bicchieri vuoti, le lische di pesce e le briciole di pane: tutta pulizia da fare prima del mattino. Ma al mattino mancavano ancora varie ore. Parlarono. E mentre parlavano man-giucchiavano questo e quello. C’erano Bedap e Tirin e Shevek, un paio di altri ragazzi, tre ragazze. Parlarono della rappresentazione spaziale del tempo sotto forma di ritmo, e della connessione delle antiche teorie delle Armonie Numeriche con la moderna fisica temporale. Parlarono dello stile preferibile per nuotare sulle lunghe distanze. Parlarono del fatto se la loro fanciullezza fosse stata felice. Parlarono sulla natura della felicità.

— La sofferenza è un malinteso — disse Shevek, piegato in avanti, con gli occhi chiari spalancati. Era ancora magro, con grandi mani, orecchie sporgenti, giunture nodose, ma nel pieno della salute e delle forze, da giovane adulto, era assai bello. I capelli, color sabbia come quelli degli altri, erano fini e dritti: li portava alla loro piena lunghezza e li teneva discosti dalla fronte con un nastro. Di tutti i presenti, soltanto uno portava un’ac-conciatura diversa: una ragazza dagli zigomi alti e dal naso largo; si era tagliata i capelli neri in modo da formare una calotta lucente intorno al capo.

Questa ragazza fissava ora Shevek con uno sguardo serio e fermo. Le sue labbra erano unte per avere mangiato le frittelle, e sul mento c’era una briciola.

— Essa esiste — diceva Shevek, allargando le mani. — È reale. Io posso chiamarla un malinteso, ma non posso pretendere che non esista, o che una volta o l’altra non esisterà più. La sofferenza è la condizione a cui viviamo.

E quando arriva, la riconosciamo. La riconosciamo come la verità. E, certamente, è giusto curare le malattie, prevenire la fame e l’ingiustizia, come fa l’organismo sociale. Ma nessuna società può cambiare la natura dell’esistenza. Non possiamo prevenire la sofferenza. Questo dolore qui e quel dolore là, certo, ma non il Dolore. Una società può alleviare soltanto la sofferenza sociale, la sofferenza innecessaria. Ma rimane il resto. La radice, la realtà. Tutti noi qui presenti conosceremo il dolore per cinquant’anni. E al-la fine moriremo. Questa è la condizione a cui siamo nati. E io ho paura della vita! Ci sono dei momenti in cui io… ne ho molta paura. E la felicità sembra banale. E tuttavia mi chiedo se non sia tutto un malinteso: questo rincorrere la felicità, questa paura del dolore… Se invece di averne paura e di fuggirlo, si potesse… attraversarlo, portarsi al di là. Al di là di esso c’è qualcosa. È la nostra personalità, che soffre; e c’è un punto nel quale la personalità individuale, il «sé»… cessa. Non so come dirlo. Ma credo che la realtà… la verità che riconosco nella sofferenza e che dimentico nel benessere e nella felicità… credo che la realtà del dolore non sia un dolore. Se riuscite a superarlo. Se potete sopportarlo fino in fondo.

— La realtà della nostra vita sta nell’amore, nella solidarietà — disse la ragazza alta, dagli occhi dolci. — L’amore è la vera condizione della vita umana.

Bedap scosse il capo. — No. Shevek ha ragione — disse. — L’amore è semplicemente uno dei modi per superare il dolore, e come tale può fallire, può non avere successo. Ma il dolore non fallisce mai. Dunque, non abbiamo molta scelta sul fatto di sopportarlo o no! Lo sopportiamo, volenti o nolenti.

La ragazza dai capelli corti scosse il capo con veemenza. — No, non lo sopportiamo! Uno su cento, uno su mille compie l’intero tragitto, arriva dall’altra parte. Gli altri continuano a pretendere di essere felici, oppure, semplicemente, si rifugiano nell’ottusità. Noi soffriamo, sì, ma non abbastanza. E dunque soffriamo per niente.

— Che cosa dovremmo fare? — disse Tirin. — Batterci in testa col mar-tello per un’ora al giorno, in modo da essere certi di soffrire abbastanza?

— State creando un culto del dolore — disse un altro. — Le mete Odoniane sono sempre positive, mai negative. La sofferenza non è funzionale, salvo che come avviso per l’organismo, contro un pericolo. Ma psicologi-camente e socialmente è soltanto distruttiva.

— E allora, da che cosa sarebbe stata motivata, Odo, se non da un’ecce-zionale sensibilità nei riguardi della sofferenza… la sua e quella di altri? —

obiettò Bedap.

— Ma tutto il principio della mutua assistenza è inteso per prevenire la sofferenza!

Shevek era seduto sul tavolo; le sue lunghe gambe dondolavano fuori del bordo, il suo viso aveva un’espressione attenta e pacata. — Avete mai visto morire qualcuno? — domandò agli altri. Molti di loro avevano già assistito alla morte, vuoi in domicilio, vuoi in servizio volontario presso un ospedale. Tutti, meno uno, avevano aiutato una volta o l’altra a seppellire i morti.

— C’era un uomo, quando ero in un campo nel Sudest. È stata la prima volta in cui ho visto qualcosa di simile. C’era qualche difetto nel motore dell’aereo: si è schiantato nel decollo e ha preso fuoco. Quando l’hanno e-stratto dai rottami, quell’uomo era tutto ustionato. È sopravvissuto per circa due ore. Non lo si sarebbe potuto salvare in alcun caso; non c’era ragione perché sopravvivesse tanto a lungo, nessuna giustificazione per quelle due ore. Noi aspettavamo un altro aereo con gli anestetici, dalla costa. Io rimasi con quell’uomo, insieme con due delle ragazze. Eravamo laggiù, avevamo fatto il carico dell’aeroplano. Non c’erano dottori. Non si poteva fare nulla per quell’uomo, eccetto che stare lì, stare con lui. Era traumatizzato, ma per la maggior parte del tempo conservò la conoscenza. Aveva dolori spaven-tosi, soprattutto nelle mani. Non credo che sapesse che il resto del suo corpo era completamente ustionato, sentiva soprattutto il dolore alle mani.

Non si poteva toccarlo per confortarlo, pelle e carne venivano via al minimo tocco, e lui gridava. Non si poteva fare nulla per lui. Non c’era assistenza che gli si potesse dare. Forse sapeva che eravamo accanto a lui, non so. Ma il fatto che gli fossimo accanto, non gli servì assolutamente a nulla.

Non si poteva fare nulla per lui. E fu allora che compresi… vedete… compresi che non puoi fare nulla per nessuno. Non possiamo salvarci mutuamente. O salvare noi stessi.

— E cosa ti rimane, allora? Isolamento e disperazione. Tu neghi la fratellanza, Shevek! — gridò la ragazza alta.

— No… no, niente affatto. Io cerco di esprimere quella che, secondo me, è in realtà la fratellanza. Essa comincia… essa comincia nella condivisione del dolore.

— E dove finirebbe?

— Non lo so. Ancora non lo so.

CAPITOLO 3

Quando Shevek si destò, dopo avere dormito senza interruzioni per tutta la sua prima mattina su Urras, aveva il naso intasato, la gola irritata e una tosse insistente. Ritenne di essersi preso un raffreddore — neppure l’igiene Odoniana era riuscita a evitare il raffreddore comune — ma il dottore che attendeva di eseguire su di lui un controllo medico completo, un uomo anziano e dall’aria solenne, gli disse che si trattava, molto probabilmente, di un attacco di febbre da fieno: una reazione allergica al pulviscolo e al pol-line di Urras, che non erano familiari al suo organismo. Gli prescrisse delle compresse e un’iniezione, che Shevek accolse con filosofia, e il vassoio della colazione, che Shevek accolse con appetito. Il dottore gli chiese ancora di non uscire dall’appartamento, poi se ne andò. Non appena ebbe terminata la colazione, Shevek si dedicò all’esplorazione di Urras, una stanza alla volta.

Il letto, un letto massiccio, montato su quattro piedini, con un materasso assai più soffice di quello della cuccetta della nave, con coperte complicate, alcune lisce e sottili, altre calde e spesse, e con un mucchio di cuscini che parevano nubi e cumuli, disponeva di un’intera stanza. Il pavimento era ricoperto di un tappeto cedevole ed elastico; c’erano una cassettiera di legno mirabilmente scolpito e lucidato, un ripostiglio abbastanza grande da accogliere gli abiti di un dormitorio per dieci persone. Poi c’era la grande stanza comune con il focolare, da lui già osservata la sera prima, e una terza stanza, che conteneva una vasca da bagno, un lavandino e un cesso complicatissimo. Questa stanza era destinata evidentemente al suo uso esclusivo, dato che la sua porta d’accesso dava sulla stanza da letto, e dato che conteneva soltanto una serie di oggetti da bagno, sebbene ciascuno di tali oggetti fosse lussuoso in un modo talmente sensuale da spingersi assai al di là del semplice erotismo e da costituire, secondo Shevek, qualcosa come l’insuperabile apoteosi dell’escrementale. Egli passò circa un’ora in questa terza stanza, occupato a usare ciascuno degli oggetti, a turno, e così raggiungendo, incidentalmente, un alto grado di pulizia personale. Lo spiegamento delle acque era meraviglioso. I rubinetti continuavano a versare finché non li si chiudeva; la vasca da bagno teneva sessanta litri; il cesso usava non meno di cinque litri d’acqua ogni volta. Ma in realtà la co-sa non costituiva una sorpresa. La superficie di Urras era per cinque sesti composta d’acqua. Perfino i suoi deserti erano di ghiaccio, ai poli. Non c’e-ra bisogno di economizzare; non c’era siccità… Ma dove finivano gli escrementi? Se lo chiese a lungo, inginocchiato accanto alla tazza del cesso, do-po aver studiato il meccanismo dello sciacquone. Probabilmente li filtravano in qualche impianto per la produzione di concime. Anche su Anarres c’erano delle comunità marine che usavano un simile sistema per il loro recupero. Si ripromise di chiedere informazioni su questo particolare, ma in seguito non se ne presentò mai l’occasione. C’erano molte domande ch’egli non fece mai, su Urras.

Nonostante la testa pesante, si sentiva abbastanza bene, e desideroso di attività. Le stanze erano talmente calde ch’egli rinunciò a vestirsi, e continuò a girare nudo per l’appartamento. Si recò alle finestre della camera più grande e rimase lì fermo, a guardare fuori. La stanza era molto in alto. La sua prima reazione fu di sorpresa: si tirò indietro, poiché non era abituato a edifici di altezza superiore a un piano. Era come guardare giù da un dirigibile; ci si sentiva distaccato dalla terra, dominante, non coinvolto in quanto vi accadeva. Le finestre si affacciavano sulle cime di un boschetto e, al di là di questo, si scorgeva un edificio bianco con una aggraziata torre di forma quadrata. Dietro all’edificio, il terreno digradava a formare un’ampia vallata. Tutta la superficie era coltivata, poiché le innumerevoli macchie di verde che la coloravano erano rettangolari. E anche dove il verde svaniva nella distanza azzurrina, si potevano distinguere le righe nere delle strade, delle siepi divisorie e dei filari d’alberi: una rete altrettanto fine quanto il sistema nervoso di un organismo vivente. E infine si innalzavano delle montagne, che facevano da limite alla valle, una piega blu dopo l’altra, morbide e scure sotto il grigio pallido, ininterrotto, del cielo.

Era il più bel panorama che Shevek avesse visto. La delicatezza e la vitalità dei colori, la mescolanza del disegno rettilineo umano con i margini robusti, proliferanti, della natura, la varietà e l’armonia degli elementi, davano un’impressione di complessa integrità quale egli non aveva mai visto, ad eccezione, forse, di quella adombrata in piccola scala su taluni volti umani sereni e pensosi.

Paragonata a questa, qualsiasi scena che Anarres potesse offrire, perfino la Piana di Abbenay, e i massicci dei Ne Theras, era poca cosa: appariva spoglia, arida, approssimativa. I deserti del Sudovest possedevano la bellezza nella loro vastità, ma era una bellezza ostile, senza tempo. Anche là dove Anarres era coltivata in modo più estensivo, il paesaggio pareva un abbozzo senz’arte, in gesso giallo, a paragone con questa piena magnificenza di vita, ricca sia di storia sia di stagioni a venire, inesauribile.

Ecco come dovrebbe essere un mondo, pensò Shevek.

E in qualche punto, là fuori, in quello splendore verde e azzurro, qualcosa stava cantando: una piccola voce acuta, che iniziava e poi cessava, incredibilmente dolce. Di che cosa si trattava? Una piccola voce, chiara e imprevedibile, una musica sospesa nell’aria.

Egli ascoltò, e il respiro gli si fermò nella gola.

Ci fu un bussare alla porta. Voltandosi incuriosito, nudo così come si trovava, e volgendo le spalle alla finestra, Shevek disse: — Venga avanti!

Entrò un uomo, portando sulle braccia vari pacchetti. Si arrestò non appena varcata la soglia. Shevek attraversò la stanza in direzione del nuovo venuto, e pronunciò il proprio nome, secondo il costume anarresiano; insieme, secondo il costume urrasiano, tese la mano.

L’uomo, che pareva sulla cinquantina e che aveva il volto solcato da rughe, consumato, disse una frase di cui Shevek non afferrò neppure una parola, e non strinse la mano che gli veniva offerta. Forse erano i pacchetti a impedirglielo, ma egli non fece mossa di spostarli per liberarsi la mano. Il suo viso aveva un’espressione estremamente seria. Era possibile che fosse in imbarazzo.

Shevek, che era certo di avere imparato i modi di salutare degli urrasiani, era sconcertato. — Venga avanti — ripeté, e quindi aggiunse, dato che gli urrasiani erano avvezzi a usare titoli ad ogni piè sospinto: — Signore!

L’uomo se ne uscì con un’altra delle sue frasi incomprensibili, e intanto scivolò verso la camera da letto. Questa volta Shevek riconobbe alcune parole iotiche, ma non riuscì a capire le altre che le accompagnavano. Non cercò di fermare l’uomo, dato che pareva intenzionato a recarsi in camera da letto. Forse si trattava di un compagno di stanza? Ma c’era un letto solo.

Shevek lasciò perdere la cosa e tornò alla finestra, e l’uomo si affrettò a entrare nella stanza; Shevek lo sentì muoversi lì dentro ancora per alcuni minuti. Proprio mentre Shevek era giunto alla conclusione che si trattava di qualche lavoratore che faceva il turno di notte e che usava quella stanza durante il giorno, come a volte si faceva in caso di temporanei sovraffol-lamenti dei domicili, l’uomo riapparve dalla stanza. Disse qualche parola («Ecco fatto, signore», forse?) e piegò la testa in un modo alquanto bizzarro, come se credesse che Shevek, che distava da lui almeno cinque metri, stesse per dargli un pugno in faccia. Poi se ne andò. Shevek rimase fermo accanto alla finestra, intento a comprendere lentamente come per la prima volta qualcuno gli avesse rivolto un inchino.

Entrò nella camera da letto e scoprì che il letto era stato rifatto.

Lentamente, pensosamente, si rivestì. Si stava infilando le scarpe quando udì battere all’uscio una seconda volta.

Si trattava di un gruppo di persone, che entrarono in modo assai diverso dal precedente; entrarono in modo normale, pensò Shevek, come se avessero il diritto di trovarsi lì, o in qualsiasi altro posto in cui piacesse loro di andare. L’uomo con i pacchetti si era comportato in modo esitante, era entrato in modo quasi furtivo. E tuttavia il suo volto, le sue mani, i suoi abiti corrispondevano all’idea che Shevek aveva dell’aspetto di un normale essere umano: vi corrispondevano molto più che non l’aspetto dei nuovi venuti.

L’uomo furtivo si era comportato in modo strano, ma era sembrato un anarresiano. I quattro che erano giunti ora si comportavano come anarresiani. ma il loro aspetto, con quel loro viso rasato e quei vestiti sgargianti, pareva quello di individui appartenenti a una specie diversa, di un altro mondo.

Shevek riuscì a riconoscere Pae in uno di essi; gli altri erano persone che erano rimaste accanto a lui per tutta la sera precedente. Spiegò di non avere afferrato bene i loro nomi, ed essi ripeterono le presentazioni, con un sorriso: dottor Chifoilisk, dottor Oiie e dottor Atro.

— Oh, accidenti! — esclamò Shevek. — Atro! Come sono lieto di in-contrarti! — Posò le mani sulle spalle dell’uomo più anziano e gli baciò la guancia, prima che gli venisse in mente che quel saluto fraterno, comunis-simo su Anarres, qui forse era inaccettabile.

Atro, invece, lo abbracciò a sua volta con trasporto, e lo fissò con occhi grigi e lucidi. Shevek si accorse che era quasi cieco. Mio caro Shevek —

disse, — benvenuto in A-Io… benvenuto su Urras… benvenuto a casa!

— Per tanti anni ci siamo scritti soltanto delle lettere, distruggendoci reciprocamente le teorie!

— Tu sei sempre stato il miglior distruttore. Ecco, tieni, ti devo dare una cosa. — Il vecchio si frugò nelle tasche. Sotto la toga universitaria di velluto indossava una giacca, e sotto di essa un panciotto, poi, sotto ancora, una camicia, e probabilmente un altro strato di indumenti ancora. Ciascuno di questi, e anche i calzoni, aveva tasche. Shevek rimase a guardare, affascinato. Atro che esplorava in successione sei o sette tasche, ciascuna delle quali conteneva alcuni oggetti di sua proprietà, e poi tirava fuori un piccolo cubo di metallo giallo montato su un pezzo di legno levigato. — Ecco

— disse, portandoselo davanti agli occhi. — Il tuo premio. Il premio Seo Oen, sai già. L’assegno ti è stato versato nel conto. Tieni. Nove anni di ritardo, ma è meglio tardi che mai. — Gli tremavano le mani mentre consegnava a Shevek l’oggetto.

Era pesante; il cubo giallo era d’oro massiccio. Shevek rimase immobile, con il premio in mano.

— Non so cosa vogliate fare voialtri giovanotti — disse Atro, — ma io adesso mi siedo. — Tutti si accomodarono nelle poltrone profonde e morbide; Shevek le aveva già esaminate in precedenza, ed era incuriosito dal materiale di cui erano coperte: un materiale marrone che non era un tessuto e che al tatto pareva pelle. — Quanti anni avevi, nove anni fa, Shevek?

Atro era il più importante fisico urrasiano vivente. Non c’era in lui soltanto la dignità degli anni, ma anche la schietta sicurezza delle persone abi-tuate a venire rispettate. Non si trattava di una cosa nuova per Shevek. Atro aveva esattamente l’unico tipo di autorità che Shevek potesse ammettere. Inoltre gli piaceva, finalmente, che qualcuno si rivolgesse a lui parlan-dogli in modo tanto familiare.

— Avevo ventinove anni quando finii i PrincìpiAtro.

— Ventinove? Santo Dio. Sei quindi il più giovane Premio Seo Oen negli ultimi cento anni. Non si sono decisi a darmi il mio finché non ho avuto sessant’anni o giù di lì… Quanti anni avevi allora, quando mi hai scritto per la prima volta?

— Circa venti.

Atro sbuffò. — Ti avevo preso per un quarantenne, all’epoca! — disse.

— E Sabul? — domandò Oiie. Oiie aveva una statura ancora più bassa di quella media degli urrasiani, che parevano tutti piccini a Shevek; aveva volto pacioso e ovale, occhi neri come giaietto. — C’è stato un periodo di sei, sette anni in cui lei non ci ha scritto, e i contatti con noi venivano tenuti da Sabul; ma Sabul non ha mai parlato con noi mediante il ponte radio del vostro pianeta. Ci siamo spesso chiesti quale fosse il rapporto tra voi.

— Sabul è il membro anziano per la fisica all’Istituto di Abbenay — disse Shevek. — Io lavoravo con lui.

— Un rivale più anziano; geloso; ha messo le mani nei libri di Shevek; la cosa era abbastanza chiara. Non c’è bisogno di spiegazione, Oiie — disse il quarto del gruppo, Chifoilisk, con voce brusca. Era di mezza età: un uomo di carnagione più scura, robusto, con le mani curate della persona che lavora a tavolino. Era l’unico di loro che non si radesse completamente la faccia: si era lasciato la peluria sul mento, per equilibrare i capelli corti, color grigio ferro. — Non è il caso di pretendere che tutti voi fratelli odoniani siate pieni di amore fraterno — disse. — La natura umana è sempre quella.

L’assenza di una risposta da parte di Shevek sarebbe potuta parere assai significativa, ma egli venne salvato da una serie di starnuti. — Non ho un fazzoletto — si scusò, strofinandosi gli occhi.

— Prendi il mio — disse Atro, ed estrasse da una delle proprie tasche un fazzoletto, bianco come la neve. Shevek lo prese, e mentre così faceva, un ricordo importuno gli strinse il cuore. Ricordò la propria figlia Sedik, una bambina piccola, dagli occhi scuri, che gli diceva: — Puoi dividere con me il fazzoletto che uso. — Quel ricordo, che gli era molto caro, ora risultò in-sopportabilmente doloroso per lui. Per sfuggire a quel peso, sorrise a caso e disse: — Sono allergico al vostro pianeta. Così dice il dottore.

— Santo Dio, non continuerai eternamente a starnutire come adesso? —

gli chiese il vecchio Atro, scrutandolo attentamente.

— Non è ancora arrivato il suo addetto? — disse Pae.

— Il mio addetto?

— Il cameriere. Doveva portarle alcune cose. Tra cui i fazzoletti. Quel che le può occorrere per i primi momenti, finché lei andrà a scegliersi quello che più le piace. Niente di lussuoso… anzi, temo che non si possa trovare nulla di lussuoso, tra la roba su misura, per un uomo della sua altezza!

Quando Shevek ebbe dipanato tutto questo discorso (Pae parlava rapidamente, senza pronunciare bene le parole: questo si adattava ai suoi lineamenti delicati e aggraziati), disse: — È stato un pensiero assai gentile. Mi sento… — Guardò Atro. — Io sono, devi sapere, il Mendicante — disse al-l’uomo più anziano, come già aveva detto al dottor Kimoe sulla nave. —

Non ho potuto portare denaro, noi non ne usiamo. Non ho potuto portare doni, non usiamo nulla di cui voi abbiate bisogno. E così sono venuto, da buon Odoniano, «a mani vuote».

Atro e Pae gli assicurarono che era un ospite, che non si doveva assolutamente parlare di pagamento, che era per loro un onore. — E inoltre —

intervenne Chifoilisk con la sua voce acida, — il Governo lotico paga il conto.

Pae gli rivolse un’occhiataccia, ma Chifoilisk, invece di restituirgliela, fissò negli occhi Shevek. Sul suo viso scuro compariva un’espressione ch’egli non cercò di nascondere in alcun modo, ma che Shevek non riuscì a interpretare: avvertimento, o complicità?

— Ha parlato il thuviano impenitente — disse il vecchio Atro, con il suo sbuffo abituale. — Ma cosa intendi dire, Shevek, che non hai portato nulla con te… nessuno scritto, nessun nuovo lavoro? Aspettavo con ansia un tuo libro. Una nuova rivoluzione nella fisica. Vedere mettere a posto questi giovanotti invadenti, come hai messo a posto me con i Princìpi. Su che co-sa hai lavorato, negli ultimi tempi?

— Be’, ho letto l’articolo di Pae… del dottor Pae sull’universo-blocco, il Paradosso e la Relatività.

— Ottimo. Saio è il nostro divo del momento, non c’è dubbio. Soprattutto nella sua stessa mente, eh, Saio? Ma che cosa c’entra con i nostri affari?

Dov’è la tua Teoria Temporale Generale?

— Qui, nella mia testa — disse Shevek con un sorriso ampio, allegro.

Ci fu una brevissima pausa.

Oiie gli chiese se avesse visto il lavoro sulla teoria della relatività scritto da un altro fisico, Ainsetain di Terra. Shevek non l’aveva visto. Tutti si in-teressavano animatamente dell’argomento, ad eccezione di Atro, che ormai si era lasciato alle spalle, con l’età, l’animazione. Pae corse alla propria stanza a prendere una copia della traduzione per Shevek. — Ha già alcune centinaia di anni, ma contiene delle idee freschissime per noi — disse.

— Può darsi — disse Atro. — Ma nessuno di questi forestieri riesce a seguire la nostra fisica. Gli Hainiti la chiamano materialismo, e i Terrestri la chiamano misticismo: a questo punto, entrambi lasciano perdere. Non lasciarti portare su un binario morto da queste mode per tutto ciò che è forestiero, Shevek. In esse non c’è niente per noi. Scavati da te le tue patate, come diceva sempre mio padre. — Ripeté il suo sbuffo senile e si alzò a forza di braccia dalla poltrona. — Vieni a fare un giro in giardino con me.

Non c’è da stupirsi che tu abbia il naso chiuso, a stare in gabbia qui dentro.

— Il dottore dice che devo rimanere in questa stanza per tre giorni. Potrei essere… infettato? Infettivo?

— Non dare mai ascolto ai dottori, caro amico.

— Forse sì, in questo caso, dottor Atro — suggerì Pae, col suo tono tranquillo, conciliante.

— Dopo tutto, quel dottore viene dal Governo, no? — disse Chifoilisk, con chiara malignità.

— Il migliore che hanno potuto trovare, ne sono certo — disse Atro, senza sorridere, e se ne andò senza insistere con Shevek. Chifoilisk se ne andò con lui. I due uomini più giovani rimasero con Shevek, a parlare di fisica, per lungo tempo.

Con immenso piacere, e con il senso profondo di riconoscere qualcosa, di trovare che una cosa è esattamente come dovrebbe essere, Shevek scoprì per la prima volta nella sua vita la conversazione di persone uguali a lui.

Mitis, sebbene fosse stata una splendida insegnante, non era mai stata capace di seguirlo nelle nuove aree di teoria che egli, con l’incoraggiamen-to di lei, aveva cominciato a esplorare. Garab era l’unica persona da lui incontrata la cui istruzione e la cui abilità fossero paragonabili alla propria, ma egli e Garab si erano incontrati troppo tardi, quasi alla fine della vita di lei. Da allora Shevek aveva lavorato con molte persone di talento, ma poiché egli non era un membro a tempo pieno dell’Istituto di Abbenay, non era stato capace di portarle abbastanza avanti: esse rimanevano impantana-te nei vecchi problemi, la classica fisica Sequenziale. Egli non aveva avuto uguali. Qui, nel regno dell’ineguaglianza, egli finalmente li incontrò.

Fu una rivelazione, una liberazione. Fisici, matematici, astronomi, logici, biologi, tutti erano all’Università, e si recavano da lui o lo accoglievano in visita, e parlavano con lui, e dalle loro parole nascevano mondi nuovi. È

nella natura delle idee il fatto di essere comunicate: scritte, dette, fatte. L’idea è come l’erba. Brama la luce, ama le folle, s’irrobustisce con gli incroci, cresce più forte se la si calpesta.

Già in quel primo pomeriggio all’Università, con Oiie e Pae, egli seppe di avere trovato qualcosa che gli era mancato fin da quando, da ragazzi e su un livello da ragazzi, egli e Tirin e Bedap solevano parlare fino a tarda notte stuzzicandosi e sfidandosi reciprocamente a voli mentali sempre più temerari. Egli ricordava ancora vivacemente alcune di quelle serate. Gli parve di vedere Tirin; Tirin che diceva: «Se sapessimo com’è veramente Urras, forse qualcuno di noi desiderebbe andarci.» Ed egli era stato così sconvolto dall’idea, che era balzato addosso a Tirin, e Tirin si era immediatamente tirato indietro; si era tirato indietro ogni volta, povera anima inquieta, e aveva sempre avuto ragione.

La conversazione era cessata. Pae e Oiie stavano in silenzio.

— Mi spiace — egli disse. — La testa è pesante.

— Come va, con la gravità? — chiese Pae, con il sorriso affascinante di un uomo che, come un bambino intelligente, faccia affidamento sulle proprie attrattive.

— Non me ne accorgo — disse Shevek. — Solo nelle, come si dice?

— Ginocchia… articolazioni delle ginocchia.

— Sì, ginocchia. La funzione ne è diminuita. Ma mi abituerò. — Fissò Pae, quindi Oiie. — C’è una domanda. Ma non vorrei offendere.

— Non abbia paura, signore! — disse Pae.

Oiie disse: — Non credo che saprebbe come fare. — Oiie non era un ti-po simpatico come Pae. Anche nel parlare di fisica, aveva un modo di fare evasivo, riservato. Eppure, al di sotto del modo di fare, c’era qualcosa, Shevek sentiva, di cui fidarsi; mentre invece sotto il fascino di Pae che co-sa c’era? Bene, lasciamo perdere. Doveva avere fiducia in ciascuno di loro, e si ripromise di averla.

— Dove sono le donne?

Pae rise. Oiie sorrise e chiese: — In che senso?

— In tutti i sensi. Ho conosciuto donne al ricevimento, ieri sera… cinque, dieci… e centinaia di uomini. Nessuna di esse era uno scienziato, credo. Chi erano, allora?

— Mogli. Una di esse era mia moglie, anzi — disse Oiie, con il suo sorriso riservato.

— Dove sono le altre donne?

— Oh, nessuna difficoltà sotto questo aspetto, signore — si affrettò a di-re Pae. — Basta che lei ci dica le sue preferenze, e non ci sarà difficoltà a procurargliele.

— Si sentono delle illazioni assai pittoresche sui costumi che regnano su Anarres, ma credo che possiamo trovare qualsiasi cosa lei abbia in mente

— disse Oiie.

Shevek non aveva idea di cosa stessero dicendo. Si grattò la nuca. — Allora, tutti gli scienziati, qui, sono degli uomini?

— Scienziati? — disse Oiie, incredulo.

Pae tossichiò. — Scienziati. Oh, sì, certamente, sono tutti uomini. Ci so-no alcune insegnanti nelle scuole femminili, com’è naturale. Ma non superano quasi mai il livello del diploma.

— Perché no?

— Non riescono a capire la matematica; non hanno testa per il pensiero astratto; non è roba loro. Lei sa com’è, quello che le donne chiamano «pensare» viene fatto con l’utero! E naturalmente ci sono sempre delle eccezioni. Donne con tanto di cervello, e con l’atrofia vaginale.

— Voi Odoniani, invece, fate studiare scienze alle donne? — domandò Oiie.

— Be’, se ne trovano nelle varie scienze, sì.

— Non molte, spero.

— Ecco, metà e metà.

— Ho sempre sostenuto — disse Pae, — che le assistenti non laureate, trattate adeguatamente, potrebbero togliere dalle spalle degli uomini una buona dose di lavoro, in tutte le situazioni di laboratorio. Sono effettivamente più abili e più svelte degli uomini nei lavori ripetitivi, e più docili…

si annoiano meno facilmente. Potremmo rendere disponibili gli uomini molto prima perché svolgano lavori originali, se ci servissimo delle donne.

— Non certo nel mio laboratorio, però — disse Oiie. — Che se ne restino al loro posto.

— Lei ha incontrato qualche donna capace di lavoro intellettuale originale, dottor Shevek?

— Be’, è più esatto dire che sono state loro a trovare me. Mitis, nell’Insediamento del Nord, è stata mia insegnante. E così pure Garab; voi la conoscete, credo.

— Garab era una donna? — disse Pae, genuinamente sorpreso. Poi rise.

Oiie non parve convinto. Sembrava offeso, anzi. — Non si può mai capire dai vostri nomi, naturalmente — disse con freddezza. — Voi vi fate un punto d’onore, suppongo, di non fare distinzioni tra i sessi.

Shevek disse in tono blando: — Odo era una donna.

— Ecco la spiegazione — disse Oiie. Non alzò le spalle, ma parve quasi che stesse per farlo. Pae assunse un’aria quasi deferente, e annuì col capo, esattamente come faceva quando il vecchio Atro diceva qualcosa a vanve-ra.

Shevek si accorse di avere toccato in questi uomini una animosità impersonale che si spingeva fino a livelli molto profondi. Evidentemente an-ch’essi, come i tavolini dell’astronave, contenevano una donna: una donna rimossa, messa in silenzio, ridotta a una bestia; una furia ingabbiata. Egli non aveva il diritto di stuzzicarli. Essi non conoscevano altra relazione che il possesso. Erano posseduti.

— Una donna dolce e virtuosa — disse Pae, — è la migliore ispirazio-ne… la cosa più preziosa che esista al mondo.

Shevek si sentiva estremamente a disagio. Si alzò e si recò alla finestra.

— Il vostro mondo è bellissimo — disse. — Sarei lietissimo di conoscerlo meglio. Mentre dovrò restare chiuso qui dentro, mi potete dare dei libri?

— Ma certo, signore! Che libri?

— Storia, fotografie, racconti, qualsiasi cosa. Forse è meglio che siano libri per bambini. Vedete, io so pochissimo. Sì, ci insegnano qualcosa di Urras, ma si tratta quasi sempre di fatti risalenti all’epoca di Odo. E prima di lei ci sono stati ottomila e cinquecento anni! Inoltre, dall’epoca dell’Insediamento di Anarres è passato un secolo e mezzo; e dopo il giorno in cui l’ultima nave ha portato gli ultimi coloni… ignoranza completa. Noi vi i-gnoriamo; voi ci ignorate. Voi siete la nostra storia. Noi siamo forse il vostro futuro. E io desidero imparare, e non ignorare. È questa la ragione che mi ha spinto a venire. Dobbiamo conoscerci reciprocamente. Noi siamo dei primitivi. La nostra mentalità non è più quella tribale, non può esserlo.

Una simile ignoranza è un torto, da cui possono nascere solamente altri torti. Così, sono venuto per imparare.

Aveva parlato con grande sincerità. Pae annuì, con calore. — Esattamente, signore! Tutti noi siamo perfettamente d’accordo con i suoi scopi!

Oiie lo sogguardò con quei suoi occhi neri, opachi, ovali, e disse: — Allora lei è giunto qui, sostanzialmente, come emissario della sua società?

Shevek tornò a sedere sulla panca di marmo, accanto al focolare: il luogo che egli sentiva già come la propria sede, il proprio territorio. Voleva un territorio. Sentiva l’urgenza che l’aveva portato a spingersi al di là dell’abisso inospitale che separava i due mondi: il bisogno di comunicare, il desiderio di abbattere i muri.

— Sono giunto — disse, facendo attenzione alle parole, — come membro del Gruppo dell’Iniziativa: il gruppo che ha parlato per radio con Urras negli scorsi due anni. Ma non sono, sappiate, l’ambasciatore di alcuna autorità, di alcuna istituzione. Spero che non mi abbiate richiesto qui in tale veste.

— No — disse Oiie. — Noi abbiamo chiesto lei… Shevek il fisico. Con l’approvazione del suo… — Esitò.

Shevek sorrise. — Del mio governo?

— Noi sappiamo che nominalmente non c’è alcun governo su Anarres.

Tuttavia è palese che ci deve essere una qualche sorta di amministrazione.

E ci pare di capire che coloro che l’hanno mandata, il suo Gruppo, sono una specie di partito o fazione; forse una fazione rivoluzionaria.

— Ogni persona su Anarres è un rivoluzionario, Oiie… La rete amministrativa e dirigenziale è chiamata CDP: Coordinamento della Distribuzione della Produzione. Costituisce un sistema di coordinazione per tutti i gruppi, le cooperative e gli individui che svolgono attività produttive. Non governa le persone: amministra la produzione. Non ha né l’autorità di soste-nermi né quella di fermarmi. Può soltanto riferire al mio gruppo l’opinione pubblica nei nostri confonti… la nostra posizione nella coscienza sociale. È

questo, ciò che desiderate sapere? Bene, allora: io e i miei amici incontriamo prevalentemente la disapprovazione. La maggior parte della gente di Anarres non vuole sapere nulla di Urras. Temono Urras, e non vogliono avere nulla a che spartire con i proprietaristi. E mi spiace se sono sgarbato!

Ma la stessa cosa accade anche qui, per una parte della gente, no? Il disprezzo, la paura, il tribalismo. Bene: a causa di questo stato di cose, io so-no venuto qui, per cominciare a cambiare la situazione.

— Totalmente per sua iniziativa personale — disse Oiie.

— È l’unica iniziativa che riconosco — disse Shevek, sorridendo, con la massima serietà.

Trascorse i successivi due giorni a parlare con gli scienziati che venivano a trovarlo, a leggere i libri che Pae gli aveva portato, e a volte, semplicemente, a starsene fermo a quelle finestre dal doppio arco, per osservare l’arrivo dell’estate nella grande valle, e per ascoltare le brevi, dolci conversazioni che si svolgevano all’aria aperta. Uccelli: ora conosceva il nome dei piccoli cantori, e il loro aspetto, grazie alle illustrazioni dei libri, ma ancora, ogni volta che udiva il canto o coglieva il frullo di un’ala tra due alberi, rimaneva immobile, meravigliato come un bimbo.

Aveva pensato che su Urras si sarebbe sentito strano, sperduto, estraneo, confuso: e invece non provava nulla di tutto ciò. Naturalmente c’erano infinite cose ch’egli non comprendeva. Aveva soltanto un avviso, ora, di quanto fosse grande il loro numero: l’intera società, incredibilmente complessa, con tutte le sue nazioni, classi, caste, culti, costumi, e la sua magnifica, stupefacente, interminabile storia. E ciascun individuo da lui incontrato era un enigma, pieno di sorprese. Ma non erano i grossolani, freddi egoisti che egli si aspettava: erano altrettanto complessi e diversificati quanto la loro cultura, quanto il paesaggio che li circondava; ed erano intelligenti; ed erano gentili. Lo trattavano come un fratello, e facevano tutto ciò che potevano per farlo sentire non uno sperduto, non un estraneo, ma un uomo che è a casa propria. Ed egli si sentiva davvero a casa. Non poté evitarlo. L’intero mondo, la morbidezza dell’aria, la luce solare che illuminava le montagne, l’attrazione stessa esercitata da quella gravitazione superiore, gli dicevano che questa era davvero la sua casa, il mondo della sua razza; ed ogni sua bellezza gli apparteneva per diritto di nascita.

Il silenzio, il profondo silenzio di Anarres: egli vi pensava la notte. Laggiù nessun uccello cantava. Laggiù non c’erano altre voci all’infuori di quelle umane. Il silenzio, e il terreno spoglio.

Il terzo giorno, il vecchio Atro gli portò una pila di quotidiani. Pae, che frequentemente teneva compagnia a Shevek, non disse nulla, ma quando l’uomo più anziano si allontanò, disse a Shevek: — Robaccia di nessun valore, questi giornali, signore. Divertenti, ma non creda a nulla di ciò che vi leggerà.

Shevek prese il giornale in cima alla pila. Era stampato malamente su carta ruvida: il primo oggetto malfatto che gli fosse venuto in mano su Urras. In verità sembrava il bollettino del CDP, o i rapporti regionali che su Anarres servivano da giornali, ma il suo stile era molto diverso dalle pubblicazioni anarresiane, seriose, pratiche, scarne. Il giornale urrasiano era pieno di fotografie e di punti esclamativi. C’era una foto di Shevek davanti all’astronave, con Pae che, corrucciato, lo teneva per il braccio. IL PRIMO

UOMO DALLA LUNA! diceva la grossa scritta al di sopra della fotografia. Affascinato, Shevek continuò a leggere:

Il suo primo passo sulla terra! Il primo visitatore proveniente dall’Insediamento di Anarres da 170 anni, dott. Shevek, fotografato ieri al suo arrivo con la nave regolare della linea lunare, allo spazioporto di Pei. Il famoso scienziato, vincitore del premio Seo Oen per i servizi resi a tutte le nazioni mediante la sua scienza, ha accettato una cattedra di professore alla Università di Ieu Eun, un onore mai prima accordato a nessun extramondano. Richiesto di quali fossero le sue impressioni nel vedere per la prima volta Urras, l’imponente, celebre fisico ha risposto: «È un grande onore venire invitato sul vostro bellissimo pianeta. Spero che una nuova èra di amicizia pancetiana stia ora per cominciare, un’èra nella quale i Pianeti Gemelli procederanno uniti e affra-tellati.»

— Ma io non ho detto nemmeno una parola! — disse Shevek, rivolto a Pae.

— Naturalmente, no. Non abbiamo permesso che il mucchio di giornalisti le arrivasse vicino. Ma questo non è certo d’ostacolo per l’immaginazione di un giornalista scandalistico! Riferiranno sempre che avete detto ciò che a loro più garba, indipendentemente da quello che avrete, o non avrete, detto.

Shevek si mordicchiò il labbro. — Be’ — disse infine, — se avessi detto qualcosa, si sarebbe trattato di qualcosa di simile. Ma cosa vuol dire «pan-cetiano»?

— I Terrestri ci chiamano Cetiani. Dalla parola con cui indicano il nostro sole, mi pare. La stampa popolare ha raccolto questa parola negli ultimi tempi: è una sorta di moda del momento.

— Allora «pan-cetiano» significa Urras e Anarres insieme?

— Penso di sì — disse Pae, con ostentato disinteresse.

Shevek continuò la lettura del giornale. Lesse che era un uomo gigante-sco, torreggiante, che non si radeva e che possedeva una «criniera», di qualunque cosa si trattasse, tendente al grigio, che aveva trentasette, quarantra-tré e cinquantasei anni; che aveva scritto una grande opera di fisica chiamata (il nome esatto variava a seconda dei giornali), Principali della Simultaneità Princìpi di Simultenìache era un ambasciatore amichevole proveniente dal governo degli Odoniani, che era vegetariano, e che, come ogni altro Anarresiano, non beveva. A questo, interruppe la lettura e rise fino a provare dolore alle costole. — Accidenti, hanno davvero dell’immaginazione! Cosa credono, che viviamo di vapore acqueo, come il muschio?

— Intendono dire che lei non beve alcolici — rispose Pae, anch’egli ridendo. — L’unica cosa che tutti sanno, a proposito degli Odoniani, secondo me, è il fatto che non bevete alcolici. Anzi, è vero?

— Alcuni distillano alcool dalle radici fermentate di holum, per berlo.

Dicono che dà libero gioco al loro inconscio, come l’addestramento delle onde cerebrali. Ma la maggior parte della gente preferisce quest’ultimo modo: è molto semplice e non causa la malattia. Qui è molto comune?

— Be’, bere alcolici è comune. Quanto alla malattia, non saprei. Come si chiama?

— Alcolismo, mi pare.

— Oh, comprendo… Ma come fanno i lavoratori, su Anarres, per avere un po’ di allegria, per sfuggire per una sera a tutte le sventure del mondo messe insieme?

Shevek parve sorpreso. — Be’, noi… Non so. Forse alle nostre sventure non si può sfuggire?

— Curioso — disse Pae, e sorrise in modo disarmante.

Shevek continuò a leggere. Uno dei giornali era scritto in una lingua ch’egli non conosceva, e uno addirittura in un altro alfabeto. Il primo veniva da Thu, spiegò Pae, e il secondo dal Benbili, una nazione dell’emisfero occidentale. Il giornale proveniente da Thu era ben stampato e aveva un aspetto assai sobrio; Pae spiegò che si trattava di una pubblicazione edita dal governo. — Qui in A-Io, vede, la gente istruita apprende le notizie per telefono, per radio e per televisione, e leggendo i settimanali. I giornali come questi vengono letti quasi esclusivamente dalle classi inferiori… sono scritti da semianalfabeti per semianalfabeti, come lei stesso ha potuto vedere. In A-Io c’è completa libertà di stampa, la qual cosa, inevitabilmente, comporta che si stampi un mucchio di robaccia. Il giornale thuviano è scritto molto meglio, ma riporta unicamente i fatti che il Presidio Centrale Thuviano desidera rendere noti. La censura è assoluta, in Thu. Lo stato è tutto, ed ogni cosa è per lo stato. Non è certamente il posto più adatto a un Odoniano, eh, signore?

— E questo giornale?

— Non ne ho idea. Il Benbili è una nazione arretrata. Laggiù c’è sempre qualche rivoluzione.

— Un gruppo di persone abitanti nel Benbili ci ha inviato un messaggio sulla lunghezza d’onda del nostro gruppo, poco prima che lasciassi Abbenay. Affermavano di essere Odoniani. Ci sono dei gruppi come quello, qui in A-Io?

— No, per quanto ne posso sapere io, dottor Shevek.

Il muro. Shevek ormai sapeva riconoscere il muro, quando arrivava vicino ad esso. Il muro era costituito dalla simpatia di questo giovanotto, dalla sua cortesia, dalla sua indifferenza.

— Ho l’impressione che lei abbia paura di me, Pae — disse d’improvviso, amichevolmente.

— Paura di lei, signore?

— Sì, poiché io sono, con la mia esistenza stessa, una testimonianza contro la necessità dello stato. Ma che c’è, di temibile? Io non le farò mai del male, Saio Pae, lei lo sa. Io, come persona, sono del tutto innocuo…

anzi, senta, io non sono un dottore. Noi non usiamo titoli. Io mi chiamo Shevek, e basta.

— Lo so, mi scusi, signore. Ai nostri occhi, capisca, sembra una mancanza di rispetto. Non sembra giusto, ecco tutto… — Si scusava in modo accattivante, aspettandosi il perdono.

— Non può semplicemente accettarmi come un suo uguale? — chiese Shevek, guardandolo senza collera, ma anche senza mostrare di averlo perdonato.

Per una volta, Pae rimase imbarazzato. — Ma veramente, signore, lei è, lo sa, un uomo tanto importante…

— Non c’è allora motivo di cambiare le sue abitudini per me — disse Shevek. — Non importa. Pensavo che lei potesse essere lieto di liberarsi di una cosa non necessaria, tutto qui.

Dopo tre giorni di confino tra quattro mura, Shevek era carico di energie superflue, e quando ritornò libero sottopose a un notevole sforzo coloro che lo scortavano, nella sua sete iniziale di vedere tutto, e tutto insieme. Lo condussero a visitare l’Università, che era una città completa in se stessa, e la facoltà. Con i suoi dormitori, refettori, aule, sale di riunione, e così via, non era molto diversa da una qualsiasi comunità Odoniana, ad eccezione del fatto che era molto antica, esclusivamente maschile, incredibilmente lussuosa e non era organizzata federativamente, bensì gerarchicamente, dalla cima al fondo. Tuttavia, pensò, dava il senso di una comunità. Egli dovette ricordare a se stesso le differenze.

Venne condotto fuori in auto prese a nolo: macchine splendide, di un’e-leganza bizzarra. Non ce n’erano molte per la strada: il noleggio era caro, e poche persone possedevano un’auto personale, poiché erano tassate pesantemente. Tutti quei lussi che, se fossero stati permessi liberamente al pubblico, avrebbero consumato risorse naturali insostituibili o avrebbero in-quinato l’ambiente con prodotti di scarico, erano strettamente controllati per mezzo di leggi e di tasse. Le sue guide sottolinearono questi particolari, con un certo orgoglio. A-Io era da secoli all’avanguardia, gli dissero, nel controllo ecologico e nella preservazione delle risorse naturali. Gli eccessi del Nono Millennio erano storia antica, e il loro unico effetto duraturo era la scarsità di taluni metalli, che fortunatamente potevano essere importati dalla Luna.

Viaggiando in auto o in treno, egli vide paesi, case coloniche, cittadine; fortezze risalenti ai giorni del feudalesimo; le torri in rovina di Ae, antica capitale di un impero, vecchie di quarantaquattro secoli. Vide i campi coltivati, i laghi e le montagne della provincia AEana, cuore dell’A-Io, e, all’orizzonte settentrionale, le cime dei Monti Meitei, bianche e gigantesche. La bellezza della terra e il benessere dei suoi abitanti furono per lui una continua meraviglia. Le sue guide avevano ragione: gli urrasiani sapevano come usare il loro mondo. Gli era stato insegnato da bambino che Urras era una massa in suppurazione di ineguaglianza, iniquità e spreco. Ma tutta la gente che incontrava, e tutta la gente che vedeva, nei minimi paesini di campagna, era ben vestita, ben nutrita, e, contrariamente alle sue previsioni, assai industriosa. Non se ne stava ferma immobile, con lo sguardo torvo, in attesa che qualcuno le desse l’ordine di fare una certa cosa. Esattamente come gli anarresiani, si dava da fare, semplicemente, per fare ciò che andava fatto. La cosa lo rese perplesso. Egli aveva dato per certo che se aveste tolto a un essere umano il suo incentivo naturale verso il lavoro — la sua iniziativa, la sua spontanea energia creativa — e la aveste sostituita con una motivazione e una coercizione esterna, ne avreste fatto un lavoratore pigro e trascurato. Ma non erano certo dei lavoratori trascurati coloro che accudivano a quei bellissimi campi, o costruivano quelle auto superbe e quei treni comodissimi. Il richiamo e la pressione del profitto erano evidentemente, come sostituto dell’iniziativa naturale, assai più efficaci di quanto non avesse creduto.

Gli sarebbe piaciuto parlare con qualcuno di quei robusti, dignitosi individui ch’egli scorgeva nelle piccole città, per chiedere loro, per esempio, se ritenevano di essere poveri; poiché, se quelli erano i poveri, egli avrebbe dovuto cambiare il significato che aveva sempre attribuito alla parola. Ma pareva che non ce ne fosse mai il tempo, con tutto ciò che le sue guide desideravano mostrargli.

Le altre grandi città dell’A-Io erano troppo distanti per poterle raggiungere in una sola giornata di viaggio, ma egli venne condotto a Nio Esseia, a cinquanta chilometri dall’Università, varie volte. E laggiù venne tenuta in suo onore tutta una serie di ricevimenti. Egli non li apprezzò molto, poiché non corrispondevano affatto alla sua idea di una festa. Tutti erano molto educati e parlavano molto, ma non di cose interessanti; e sorridevano così tanto da parere ansiosi. Ma i loro abiti erano sgargianti, e in verità pareva che tutta la spensieratezza che mancava nel loro comportamento venisse messa nei vestiti, nel cibo, in tutte le diverse cose che bevevano, e nel mobilio e nella decorazione sovrabbondante dei palazzi, in cui si tenevano i ricevimenti.

Gli vennero mostrate le bellezze di Nio Esseia, città di cinque milioni di abitanti… un quarto della popolazione del suo pianeta natale. Lo portarono nella piazza del Campidoglio e gli mostrarono le alte porte bronzee del Direttorato, sede del Governo di A-Io; gli fu concesso di assistere a un dibattito nel Senato e a una riunione di un comitato di Direttori. Lo portarono allo Zoo, al Museo Nazionale, al Museo della Scienza e delle Industrie. Lo portarono in una scuola, dove affascinanti bambini in uniforme bianca e turchina cantarono per lui l’inno nazionale dell’A-Io. Gli fecero visitare una fabbrica di componenti elettroniche, un’acciaieria completamente automa-tizzata, e un impianto a fusione nucleare, in modo ch’egli potesse vedere con quale efficienza conduceva le proprie industrie energetiche e manufat-turiere un’economia proprietaristica. Gli mostrarono un nuovo quartiere re-sidenziale finanziato dal governo, in modo che egli potesse vedere come lo stato pensava al popolo. Lo accompagnarono in un viaggio su battello lungo l’estuario del Sua, affollato dei commerci marittimi di tutto il pianeta, fino al mare. Lo portarono all’Alta Corte di Giustizia, ed egli trascorse u-n’intera giornata ad ascoltare procedimenti civili e penali, esperienza che lo lasciò stupito e incredulo; ma gli altri ripetevano che doveva vedere ciò che era da vedere, e che doveva venire accompagnato dovunque chiedesse di andare. Quando chiese, con una certa diffidenza, se poteva vedere il luogo dove era sepolta Odo, lo portarono immediatamente al vecchio cimi-tero nel distretto Trans-Sua. Permisero perfino ad alcuni giornalisti dei quotidiani indecorosi di fotografarlo fermo nell’ombra dei grandi, antichi salici, intento a fissare la tomba disadorna e ben tenuta: Laia Asieo Odo

698-769

Essere intero è essere parte;

vero viaggio è il ritorno.

Venne portato a Rodarred, sede del Concilio dei Governi Mondiali, per rivolgere un indirizzo di saluto al consiglio plenario di quell’organismo.

Egli aveva sperato di poter finalmente conoscere, o almeno vedere, laggiù gli stranieri, gli ambasciatori di Terra o di Hain, ma la lista degli incontri era già troppo fitta per permetterlo. Egli aveva lavorato con molto impegno al proprio discorso, una perorazione a favore della libera comunicazione e del mutuo riconoscimento tra il Nuovo e il Vecchio Pianeta. Il discorso venne raccolto da un’ovazione in piedi, durata dieci minuti. I rispettabili settimanali commentarono con approvazione il discorso, chiamandolo un

«gesto morale disinteressato di umana fratellanza compiuto da un grande scienziato», ma non ne citarono alcun brano, né ne citarono i quotidiani popolari. In realtà, nonostante la lunga ovazione, Shevek aveva la curiosa impressione che nessuno l’avesse ascoltato.

Gli vennero fatti molti onori e venne condotto in molti luoghi: il Laboratorio di Ricerca sulle Onde Luminose, gli Archivi Nazionali, i Laboratori di Tecnologie Nucleari, la Libreria Nazionale di Nio, l’Acceleratore di Me-afed, la Fondazione per le Ricerche Spaziali di Nio. Anche se tutto ciò che vedeva su Urras gli destava il desiderio di vedere ancora, alcune settimane di vita da turista erano sufficienti: ogni cosa era così affascinante, stupefacente, meravigliosa, da divenire, alla fine, quasi oppressiva. Shevek desiderava potersi sistemare all’Università per lavorare e ripensare a ciò che aveva visto. Ma come ultima cosa chiese di vedere la Fondazione per le Ricerche Spaziali. Pae sembrò molto compiaciuto quando gli rivolse la richiesta.

Molto di ciò che aveva visto negli ultimi tempi gli aveva ispirato un re-verente timore poiché era così vecchio: vecchio di secoli, perfino di millenni. La Fondazione, invece, era nuovissima: costruita negli ultimi dieci anni, nello stile elegante, sovrabbondante del momento. Un’architettura spettacolare, in cui erano usate grandi macchie di colore e le altezze e le distanze erano esagerate. I laboratori erano chiari e spaziosi, le fabbriche e le officine che li servivano erano ospitate dietro splendidi porticati con archi e colonne in stile neo-setano. Le rimesse delle navi erano immense cupole multicolori, traslucide e fantastiche. Gli uomini che lavoravano nel lo-ro interno, per contrasto, erano invece assai tranquilli e posati. Sottrassero Shevek alle attenzioni delle sue scorte abituali e gli mostrarono l’intera Fondazione, compreso ogni stadio del sistema sperimentale di propulsione interstellare su cui stavano lavorando, dai calcolatori elettronici e dai tavoli da disegno, fino a una nave per metà completa, che appariva enorme, sur-reale sotto le luci arancione, viola, gialle, all’interno della vasta cupola ge-odetica.

— Avete così tanto — disse Shevek all’ingegnere che lo accompagnava, un uomo chiamato Oegeo. — Avete così tanto con cui lavorare; e lavorate così bene. È tutto magnifico: la coordinazione, la cooperazione, la gran-dezza dell’impresa.

— Non potete fare niente su una scala come questa, eh, al suo paese? —

disse l’ingegnere, sorridendo.

— Astronavi? La nostra flotta spaziale è costituita delle navi con cui i Coloni sono giunti da Urras… navi costruite qui su Urras, quasi duecento anni fa. Anche solo la costruzione di una nave che trasporti il grano da una riva all’altra, una chiatta, richiede una pianificazione di un anno, costituisce un grande sforzo per la nostra economia.

Oegeo annuì. — Be’, noi abbiamo i mezzi, certo. Ma lei sa, lei è la persona che ci può dire di fare rottame di tutta questa roba… di gettarla via.

— Gettarla via? Cosa intende dire?

— Il viaggio a una velocità superiore a quella della luce — disse Oegeo.

— Trasmissione istantanea. La vecchia fisica dice che non è possibile. I terrestri dicono che non è possibile. Ma gli Hainiti, i quali, in fin dei conti, hanno inventato il sistema di propulsione che noi usiamo, dicono che è possibile, ma che loro non conoscono il modo di farlo, dato che soltanto adesso cominciano a imparare la fisica temporale da noi. Evidentemente, se c’è qualcuno che può fare questa scoperta, qualcuno che abiti sui mondi conosciuti, dottor Shevek, questa persona è lei.

Shevek gli rivolse uno sguardo dall’alto in basso. I suoi occhi erano duri e chiari. — Io sono un teorico, Oegeo. Non un progettista.

— Se lei fornirà la teoria, l’unificazione della Sequenza e della Simultaneità entro una teoria generale di campo del tempo, noi progetteremo le navi. E arriveremo su Terra, o su Hain, o sulla galassia accanto, nello stesso istante in cui lasciamo Urras! Questa tinozza — e guardò verso il fondo della rimessa, la gigantesca incastellatura della nave incompiuta che pareva nuotare fra lance di luce viola e arancione, — risulterà anacronistica come un carro a buoi.

— Lei sogna nella stessa dimensione su cui costruisce: superbamente —

disse Shevek, chiuso e ritirato. Oegeo e gli altri avrebbero voluto mostrargli molte altre cose e continuare a discutere con lui, ma dopo breve tempo egli disse, con una semplicità che escludeva ogni interpretazione ironica:

— Credo che fareste meglio a riportarmi ai miei guardiani.

Così fecero; si diedero l’addio con reciproco calore. Shevek salì sulla vettura, ma poi ne uscì nuovamente. — Dimenticavo — disse. — Abbiamo ancora tempo di vedere una cosa a Drio?

— Non c’è altro da vedere, a Drio — disse Pae, cortese come sempre, anche se non riusciva a nascondere completamente il fastidio procuratogli dalla scappata di cinque ore di Shevek fra gli ingegneri.

— Mi piacerebbe vedere il forte.

— Quale forte, signore?

— Un vecchio castello risalente ai tempi dei re, e che in seguito venne usato come prigione.

— Questo genere di cose è stato demolito, probabilmente. La Fondazione ha completamente ricostruito la città.

Quando furono all’interno della vettura e l’autista stava chiudendo le por-tiere, Chifoilisk (la cui presenza, molto probabilmente, era un’altra delle cause del malumore di Pae) chiese:

— Perché mai voleva vedere un altro vecchio castello, Shevek? Pensavo che ormai avesse fatto una scorpacciata di antiche rovine.

— Il Forte di Drio è il luogo dove Odo ha passato nove anni — Shevek rispose. Il suo viso si era indurito quando aveva parlato con Oegeo, e da allora non si era più rilassato. — Dopo l’Insurrezione del 747. Laggiù scrisse le Lettere dalla prigionee anche l’ Analogia.

— Mi spiace che sia stato demolito — disse Pae, addolorato.

— Drio era una città moribonda, e la Fondazione ha tolto tutto ed è partita da zero.

Shevek annuì. Ma quando la macchina corse parallela agli argini del fiume, diretta verso la strada che portava a Ieu Eun, e passarono davanti a un colle, in una curva del fiume Seisse, in alto, sulla cima del colle, apparve una costruzione massiccia, diroccata, implacabile, con torri sbreccate di pietra nera. Nulla sarebbe potuto essere più remoto dagli spettacolari, spensierati edifici della Fondazione per le Ricerche Spaziali, con le loro cupole vistose, le fabbriche luminose, i prati e i viali ben curati. Nulla avrebbe potuto meglio farli parere altrettanti pezzi di carta colorata.

— Quello, mi pare, è il Forte — osservò Chifoilisk, con il consueto piacere nel piazzare osservazioni prive di tatto là dove erano meno desiderate.

— Tutto una rovina — disse Pae. — Dev’essere vuoto.

— Desidera fermarsi a dargli un’occhiata, Shevek? — disse Chifoilisk, pronto a battere le nocche sul vetro che li divideva dall’abitacolo dell’autista.

— No — rispose Shevek.

Aveva visto ciò che desiderava vedere. C’era ancora un Forte a Drio.

Non aveva bisogno di entrare, di cercare per corridoi in rovina la cella in cui Odo aveva passato nove anni. Egli sapeva già com’era fatta una cella di prigione.

Con il viso ancora rigido e freddo, alzò lo sguardo alle mura nere e pesanti che ora giganteggiavano sopra la vettura. Sono qui da un tempo immemorabile, diceva il forte, e qui resto.

Quando fu di nuovo nelle proprie stanze, dopo avere consumato il pasto serale nel Refettorio degli Anziani di Facoltà, si mise a sedere da solo, accanto al focolare non acceso. In A-Io era estate, e si appressavano i giorni più lunghi dell’anno: erano già passate le otto, ma non era ancora buio. Al di là degli archi delle finestre si vedeva ancora una traccia del colore diur-no del cielo: un puro, tenero turchino. L’aria era tiepida, e sapeva di erba tagliata e di terra umida. C’era una luce nella cappella, al di là del prato, e una debole eco di musica nell’aria debolmente mossa. Non era il canto degli uccelli, bensì una musica umana. Shevek ascoltò. Qualcuno stava eser-citandosi sulle Armonie Numeriche. Erano altrettanto familiari a Shevek quanto ad ogni urrasiano. Odo non aveva cercato di rinnovare le relazioni fondamentali della musica, quando aveva rinnovato le relazioni degli uomini. Ella aveva sempre rispettato ciò che era necessario. I Coloni di Anarres si erano lasciati alle spalle le leggi dell’uomo, ma avevano portato con sé quelle dell’armonia.

La stanza grande e tranquilla era silenziosa e si stava oscurando con l’avanzare della sera. Shevek si guardò intorno, fissando il perfetto doppio arco delle finestre, il pavimento di legno lucido che rifletteva debolmente il chiarore, la curva robusta e le ombre del caminetto di pietra, le pareti coperte di pannelli, ammirevoli per le loro proporzioni. Era una stanza bellissima e accogliente. Questa Casa degli Anziani di Facoltà, gli avevano detto, era stata costruita nell’anno 540, quattrocento anni fa, duecento e trenta anni prima dell’Insediamento di Anarres. Generazioni di studiosi erano vis-sute, avevano lavorato, parlato, pensato, dormito, erano morte in quella stanza prima ancora che fosse nata Odo. Le Armonie Numeriche erano di-lagate sul prato, fra le scure foglie del boschetto, per secoli. Sono qui da un tempo immemorabile, diceva la stanza a Shevek, e qui resto. Ma tu, qui, che cosa fai?

Ed egli non aveva risposta. Egli non poteva vantare alcun diritto a tutta la grazia e l’abbondanza di quel pianeta: una grazia e un’abbondanza gua-dagnate e conservate dal lavoro, la devozione, la fedeltà del suo popolo. Il paradiso è per coloro che lo fabbricano. Egli non vi apparteneva. Egli era un uomo delle frontiere, apparteneva a una stirpe che aveva negato il proprio passato, la propria storia. I Coloni di Anarres avevano voltato la schiena al Vecchio Pianeta e al suo passato, avevano optato per il solo futuro. Ma, esattamente come il futuro diviene il passato, il passato diviene il futuro. Negare non è raggiungere, non è conseguire. Gli odoniani che avevano lasciato Urras erano in torto, in torto pur col loro disperato coraggio, nel negare la loro storia, nel rinunciare alla possibilità del ritorno. L’esploratore che non ritorna o che manda indietro le proprie navi a riferire la sua storia non è un esploratore, ma solamente un avventuriero, e i suoi figli sono partoriti nell’esilio.

Egli era venuto per amare Urras, ma a che valeva la sua sete di amore?

Egli non ne faceva parte di Urras. Né faceva parte del mondo che gli aveva dato i natali.

La solitudine, la certezza dell’isolamento, che egli aveva sperimentato nella sua prima ora a bordo della nave spaziale, si gonfiarono ora in lui e si affermarono come la sua vera condizione: ignorata, rimossa, ma assoluta.

Egli era solo, su Urras, poiché veniva da una società che si era messa vo-lontariamente in esilio. E sul proprio mondo era sempre stato solo perché si era esiliato dalla propria società. I Coloni avevano fatto un passo in avanti. Egli ne aveva fatti due. E faceva parte a sé, era solo, poiché aveva affrontato il rischio metafisico.

Ed era stato talmente sciocco da pensare di poter riunire due mondi ai quali non apparteneva.

Il blu del cielo notturno, dietro la finestra, richiamò i suoi occhi. Al di sopra della vaga oscurità delle fronde e della torre della cappella, al di sopra del vago profilo delle montagne, che sempre, di notte, parevano più piccole e remote, una luce si stava allargando: un’ampia, morbida radianza.

Si alza la Luna, pensò, con un grato senso di familiarità. Non c’è frattura nell’integrità del tempo. Egli aveva visto sorgere la Luna da bimbo, dalle finestre del domicilio di Ampio Piano, insieme con Palat; l’aveva vista alzarsi sulle colline della sua adolescenza; sulle aride piane della Polvere; sui tetti di Abbenay, con Takver che la osservava accanto a lui.

Ma non questa Luna.

Le ombre si spostavano accanto a lui, ed egli rimase a sedere senza muoversi, mentre Anarres si innalzava al di sopra delle montagne straniere; Anarres piena, bigia maculata e bianco-azzurrina, splendente. La luce del suo mondo gli riempì le mani vuote.

CAPITOLO 4

La luce del tramonto, battendogli sul viso, destò Shevek quando il dirigibile, superato l’ultimo passo dei Ne Theras, voltò verso sud. Aveva dormito per la maggior parte della giornata: la terza del lungo viaggio. La sera della festa d’addio era mezzo mondo alle sue spalle. Egli sbadigliò e si stropicciò gli occhi e scosse il capo, cercando di allontanare dalle proprie orecchie il profondo ronzio dei motori del dirigibile; infine si destò del tutto, e comprese che il viaggio era quasi terminato, che dovevano ormai essere vicini ad Abbenay. Accostò il viso al finestrino polveroso, ed effettivamente, in basso sotto di loro, tra due rugginose creste montane c’era un grande campo chiuso da un muro: il Porto. Lo scrutò con impazienza, cercando di scorgere se ci fosse una nave sulla pista d’atterraggio. Per spre-gevole che fosse, Urras era pur sempre un altro mondo; egli desiderava vedere una nave di un altro mondo, un viaggiatore che avesse attraversato l’abisso asciutto e terribile, una cosa costruita da mani straniere. Ma non c’erano navi nel Porto.

I mercantili di Urras giungevano soltanto otto volte l’anno, e si fermavano esattamente quel tanto che bastava per le operazioni di carico e di scarico. Non erano visitatori graditi. Anzi, per qualche anarresiano le navi erano un’umiliazione che si rinnovava ogni volta.

Le navi portavano petrolio e derivati petroliferi, certe delicate parti mec-caniche e certe piccole componenti elettroniche che le industrie anarresiane non erano attrezzate a produrre, e spesso anche una nuova specie di alberi da frutto o di cereali da provare. Riportavano a Urras un pieno carico di mercurio, rame, alluminio, uranio, stagno, e oro. E per gli urrasiani era un ottimo affare. La divisione di questi carichi, otto volte l’anno, era la funzione più prestigiosa dell’urrasiano Concilio dei Governi Mondiali e il massimo avvenimento della borsa mondiale di Urras. Di fatto, il Libero Mondo di Anarres era una colonia mineraria di Urras.

La cosa irritava. Ogni generazione, ogni anno, nei dibattiti del CDP ad Abbenay, fiere proteste si alzavano: «Perché continuiamo queste transa-zioni d’affari da profittatori con i proprietaristi guerrafondai?». E teste me-no calde fornivano la risposta, sempre uguale: «Per gli urrasiani sarebbe più costoso venire di persona a scavare i minerali loro occorrenti; per questo non ci invadono. Ma se noi rompessimo i trattati commerciali, gli urrasiani userebbero la forza.» È assai difficile, tuttavia, per persone che non hanno mai pagato denaro per qualcosa, capire la psicologia del costo, l’argomento del prezzo di mercato. Sette generazioni di pace non avevano portato la fiducia.

Pertanto l’incarico di lavoro chiamato Difesa non aveva mai bisogno di sollecitare volontari. La maggior parte del lavoro della Difesa era talmente noioso che non veniva neppure chiamato «lavoro» in pravico, lingua che usava la stessa parola per «lavoro» e per «gioco», ma kleggichsfacchina-ta, compito ingrato. Gli addetti alla Difesa equipaggiavano le dodici navi interplanetarie, le riparavano e le tenevano in orbita come rete di guardia; prestavano servizio presso stazioni radar e radiotelescopiche collocate in luoghi isolati; svolgevano lavori noiosi al Porto. E tuttavia c’era sempre una lunga lista di candidati. Per quanto fosse pragmatica la moralità che un giovane anarresiano assorbiva dall’ambiente, egli traboccava ugualmente di vita, e questa vita gli chiedeva altruismo, sacrificio della propria persona, spazio per il gesto assoluto. Solitudine, stato di allarme, pericolo, astronavi; tutte queste cose avevano l’attrattiva del romanzesco. E fu questo gusto del romanzesco a indurre Shevek a schiacciare il naso contro il finestrino finché il Porto vuoto non si fu allontanato alle spalle del dirigibile, e a lasciarlo in preda al disappunto poiché non aveva potuto vedere sulla piattaforma una delle intoccabili navi minerarie.

Sbadigliò nuovamente, si stiracchiò, e poi guardò fuori, in direzione della prua del dirigibile, per vedere se ci fosse qualcosa da vedere. Il dirigibile passava accanto all’ultima bassa cresta dei Ne Theras. Davanti ad esso, a partire dai bracci della catena montana, allargandosi verso sud, brillante sotto il sole del pomeriggio, giaceva in leggera discesa una grande baia verdeggiante.

La fissò con meraviglia, come l’avevano già fissata, seimila anni prima, i suoi antenati.

Nel Terzo Millenio di Urras i sacerdoti astronomi di Serdonou e Dhun avevano osservato le stagioni cambiare la lucentezza marrone dell’Altro Mondo, e avevano dato mistici nomi alle pianure e alle catene montuose, e ai mari che riflettevano il sole. La regione che rinverdiva prima di ogni altra nel nuovo anno lunare era stata da loro chiamata Ans Hos, il Giardino della Mente: l’Eden di Anarres.

Nei millenni successivi i telescopi avevano dimostrato che gli antichi sacerdoti non s’erano sbagliati. Ans Hos era davvero il punto più favorevole di Anarres; e il primo veicolo spaziale con un uomo a bordo che scese sulla Luna, scelse proprio quel punto per scendere, quell’area verde tra le montagne e il mare.

Ma l’Eden di Anarres risultò essere asciutto, freddo e ventoso, e il resto del pianeta risultò essere ancora peggio. La vita sul pianeta si era evoluta soltanto fino ai pesci e alle piante senza fiori. L’aria era sottile, come quella di Urras a un’elevata altitudine. Il sole bruciava, il vento raggelava, la polvere era soffocante.

Per duecento anni, dopo quella prima discesa, Anarres venne esplorato, cartografato, studiato, ma non colonizzato. Perché trasferirsi in un deserto terribile quando c’era abbondanza di spazio nelle dolci vallate di Urras?

Tuttavia, venne scavato. Le epoche del Nono e dell’inizio del Decimo Millennio, saccheggiatrici di se stesse, avevano svuotato le riserve minerarie di Urras; con il perfezionamento dell’astronautica, divenne più economico scavare la Luna che estrarre da minerali poveri o dall’acqua del mare i metalli occorrenti.

Nell’anno urrasiano IX-738 venne fondata una colonia ai piedi dei Monti Ne Theras, sede di una miniera di mercurio, nell’antica zona di Ans Hos. Il punto venne chiamato Città Anarres. Non era però una città: non c’erano donne. Gli uomini firmavano un contratto per due o tre anni come minatori o come tecnici, poi tornavano a casa, sul mondo reale.

La Luna e le sue miniere erano sotto la giurisdizione del Consiglio dei Governi Mondiali, ma nell’altra parte della Luna, nell’emisfero orientale, la nazione di Thu aveva un piccolo segreto: una base di astronavi e una colonia di minatori, con moglie e figli. Essi abitavano veramente sulla Luna, e la cosa era nota esclusivamente al loro governo. Fu il crollo di quel governo nell’anno 771 a far nascere la proposta, nel Consiglio dei Governi Mondiali, di dare la Luna alla Società Internazionale degli Odoniani: di comprarli con un mondo, prima che minassero fatalmente l’autorità della legge e la sovranità nazionale su Urras. Città Anarres venne evacuata, e dal bel mezzo della confusione che regnava in Thu partì in fretta un’ultima coppia di razzi che dovevano raccogliere i minatori. Ma non tutti i minatori decisero di ritornare. Ad alcuni di loro piaceva il deserto terribile.

Per più di vent’anni le dodici astronavi assegnate ai coloni Odoniani dal Consiglio dei Governi Mondiali fecero la spola tra i mondi, finché il milione di anime che avevano scelto la nuova vita non fu completamente trasportato al di là dell’abisso asciutto. Poi il porto venne chiuso all’immigra-zione e aperto solamente ai mercantili dell’Accordo Commerciale. A quell’epoca Città Anarres accoglieva già centomila persone, ed era stata ri-battezza Abbenay, che significava, nella nuova lingua della nuova società,

«La Mente».

Il decentramento era stato un elemento essenziale nei progetti di Odo per la società ch’ella non poté mai vedere. Ella non aveva avuto intenzione di de-urbanizzare la civiltà. Anche se aveva suggerito che il limite naturale delle dimensioni di una comunità stava nella dipendenza dalla regione immediatamente circostante per ottenere il cibo e l’energia che le erano indispensabili, ella pensava che tutte le comunità dovevano essere collegate da reti di comunicazione e di trasporto, in modo che le merci e le idee potessero accorrere dove erano richieste, l’amministrazione potesse operare con semplicità e velocità, e tutte le comunità potessero giovarsi degli scambi reciproci. Ma la rete non doveva essere diretta dall’alto. Non ci doveva essere nessun centro di controllo, nessuna capitale, nessuna sede in cui potesse instaurarsi il meccanismo autoriproducentesi della burocrazia e potesse stabilirsi l’impulso di dominio di individui che cercassero di diventare capitani, comandanti, capi di stato.

I piani di Odo, tuttavia, si erano basati sulla terra generosa di Urras. Sull’arida Anarres le comunità dovettero distribuirsi a larghi intervalli per trovare le risorse naturali, e poche di esse poterono risultare autosufficienti, indipendentemente dal limite a cui facessero retrocedere il loro concetto di ciò che è sufficiente al sostentamento. Lo ridussero in modo davvero dra-stico, ma raggiunsero un limite al di sotto del quale non erano disposte ad andare: non volevano regredire al tribalismo pre-urbano, pre-tecnologico. I Coloni sapevano che la loro anarchia era il prodotto di una civiltà molto al-ta, di una cultura complessa e differenziata, di un’economia stabile e di una tecnologia altamente industrializzata che potevano mantenere un’alta produzione e un rapido trasporto delle merci. Per quanto vaste fossero le distanze fra di loro, gli insediamenti si attennero agli ideali dell’organicismo complesso. Costruirono per prime le strade, per seconde le case. Le risorse e le produzioni di ogni particolare regione venivano scambiate continuamente con quelle di altre regioni, con un processo complicato di equilibri: l’equilibrio di differenze che è caratteristico della vita, dell’ecologia naturale e sociale.

Ma come si diceva nel modello analogico, non si può avere un sistema nervoso senza avere almeno un ganglio, e preferibilmente un cervello. Occorreva che ci fosse un centro. I computer che coordinavano l’amministrazione, la divisione del lavoro, la distribuzione delle merci e le federative centrali dei principali gruppi di lavoro, furono in Abbenay, fin dall’inizio.

E fin dall’inizio i Coloni furono consapevoli del fatto che quell’inevitabile centralizzazione costituiva una minaccia costante, che andava rintuzzata mediante una costante vigilanza.

O bimba Anarchia, infinita promessa

Infinita attenzione.

Io ascolto, ascolto nella notte

Accanto alla cuna profonda mentre la notte

È gentile con la bimba.

Pio Atean, che prese il nome pravico Tober, scrisse questi versi nel quat-tordicesimo anno dell’Insediamento. I primi tentativi degli Odoniani per trasformare il loro nuovo linguaggio, il loro nuovo mondo, in poesia, furono rigidi, sgraziati, commoventi.

Abbenay, mente e centro di Anarres, era adesso davanti al dirigibile, nell’ampia pianura verde.

Il verde brillante e profondo dei campi era inconfondibile: un colore che non era quello nativo di Anarres. Solo qui e sulle tiepide coste del Mare Kerano attecchivano i cereali del Vecchio Pianeta. In ogni altro punto, la produzione principale di cereali era costituita di holum di terra e di mene erbacea.

Quando Shevek aveva nove anni, il suo lavoro scolastico pomeridiano, per vari mesi, era stato quello di accudire alle piante ornamentali della comunità di Piano Alto: piante delicate, esotiche, che dovevano venire nutrite e poste al sole come neonati. Egli aveva aiutato un vecchio in quel lavoro tranquillo ed esigente, e aveva amato il vecchio e aveva amato le piante, la terra, il lavoro. Quando vide il colore della Piana di Abbenay ricordò il vecchio, e l’odore del letame dei pesci da olio, e il colore dei butti sui sottili rami nudi, il verde chiaro e vigoroso.

Egli scorse nella distanza, tra i campi vividi, una lunga chiazza di bianco, che si risolse in cubi, come sale versato, quando il dirigibile la sorvolò.

Un ammasso di lampi accecanti al bordo orientale della città lo costrinse a strizzare le palpebre e per un istante gli fece vedere delle macchie scure: i grandi specchi parabolici che fornivano calore solare alle raffinerie di Abbenay.

Il dirigibile prese terra a una stazione per le merci al confine meridionale della città, e Shevek pose piede nelle strade della più grande città del mondo.

Erano strade ampie e pulite. Non avevano ombre, poiché Abbenay giaceva a poco meno di trenta gradi a nord dell’Equatore, e tutti gli edifici erano bassi, ad eccezione delle torri, robuste e sottili, delle turbine a vento.

Il sole bianco splendeva nel cielo duro, scuro, azzurro cupo. L’aria era chiara e pulita, priva di fumo e di umidità. Le cose erano vivide, rigide nei bordi e negli angoli, nette. Ogni cosa si stagliava separatamente, risaltava in se stessa.

Gli elementi che componevano Abbenay erano uguali a quelli di ogni altra comunità Odoniana, ripetuti varie volte: botteghe, fabbriche, domicili, dormitori, centri d’apprendimento, sale di riunione, distributori, stazioni, refettori. Quasi sempre, gli edifici più grandi erano raggruppati intorno a spazi aperti, dando alla città una struttura cellulare: una sotto-comunità o quartiere dopo l’altro. Le industrie pesanti e gli impianti per le lavorazioni alimentari tendevano a raggrupparsi alla periferia della città, e il modulo cellulare veniva ripetuto, nel senso che le industrie facenti parte di uno stesso ciclo di lavorazioni quasi sempre sorgevano a fianco a fianco lungo una determinata strada o piazza. Il primo di questi raggruppamenti attraversato da Shevek era una serie di piazze, il distretto tessile, pieno di impianti per la lavorazione della fibra di holum, di laboratori per la filatura e la tessitura, tintorie e distributori di tessuto e di abiti; nel centro di ciascuna piazza era infissa una piccola foresta di aste piene da cima a fondo di bandiere e pennoni di tutti i colori prodotti dai tintori, che così affermavano con orgoglio le capacità locali. In maggior parte, gli edifici della città erano simili tra loro: disadorni, costruiti solidamente in pietra o in pomice artificiale. Alcuni edifici parevano enormi agli occhi di Shevek, ma quasi tutti avevano un piano solo, a causa della frequenza dei terremoti. Per la stessa ragione le finestre erano piccole, di una dura plastica al silicone che non si infrangeva. Erano piccole, ma assai numerose, poiché non veniva fornita illuminazione artificiale da un’ora prima dell’alba a un’ora dopo il tramonto. Non veniva fornito riscaldamento quando la temperatura esterna superava i 18 gradi. E questo non perché Abbenay fosse priva di energia elettrica — non lo era affatto, grazie alle turbine a vento e ai generatori basati sulla differenza di temperatura tra la superficie e l’interno della terra, usati per il riscaldamento — ma perché il principio dell’economia organica, così essenziale per il funzionamento della società, non poteva fare a meno di ripercuotersi profondamente sulla sua etica ed estetica. «L’eccesso è escremento» aveva scritto Odo nella Analogia. «L’escremento ritenuto entro il corpo è veleno».

Abbenay non aveva veleni: una città spoglia, luminosa, dai colori chiari e duri, dall’aria pura. Era tranquilla. Si poteva vederla tutta, larga e distesa come il sale versato.

Nulla era nascosto.

Le piazze, le strade austere, i bassi edifici, i cortili delle botteghe privi di muri di cinta, erano carichi di vitalità e di attività. Mentre Shevek passava, era continuamente consapevole della presenza di altre persone che camminavano, passavano, voci che gridavano, bisbigliavano, cantavano, gente viva, gente che faceva delle cose, che camminava a piedi. Botteghe e fabbriche si affacciavano su piazze o sui propri cortili aperti, e le loro porte erano spalancate. Passò davanti a una vetreria: l’uomo che vi lavorava pe-scò un grossa bolla di vetro fuso con la noncuranza con cui un cuoco serve un cucchiaio di minestra. Accanto alla vetreria c’era un largo cortile in cui veniva gettata la pomice artificiale. Il capo della squadra, una donna grande, con un grembiule tutto bianco di polvere, stava controllando il riempi-mento della forma con un flusso verbale forte e variopinto. Dopo, vennero una piccola fabbrica di fil di ferro, una lavanderia distrettuale, la bottega di un liutaio dove gli strumenti musicali venivano costruiti e riparati, il distributorio distrettuale di piccole merci, un teatro, una fabbrica di tegole. L’attività che si svolgeva in ciascuno di questi luoghi era affascinante, e quasi sempre esposta in piena vista. Intorno ai lavoratori si muovevano bambini, alcuni occupati ad aiutare gli adulti, altri fra i piedi, a fare torte di fango, altri ancora intenti a giocare per la strada, una bambina appollaiata sul tetto del centro d’apprendimento, con il naso affondato in un libro. Il fabbricante di filo aveva decorato l’architrave con figure di viticci in filo dipinto, allegri e ornati. L’espio sione di vapore e di chiacchiere provenienti dalle porte spalancate della lavanderia colpiva come un pugno. Nessuna porta era sbarrata, poche erano chiuse. Non c’erano cose celate e non c’erano avvisi pubblicitari. Era tutto aperto: tutto il lavoro, tutta la vita della città, aperti all’occhio e alla mano. E di tanto in tanto, lungo la Strada della Stazione, giungeva una cosa, dondolando e suonando una campanella: un veicolo pieno zeppo di gente, altra gente appesa come festoni a sbarre sulla sua parte esterna, vecchie donne che imprecavano vivacemente se dimenticava di rallentare alla loro fermata in modo che esse potessero uscire, un bambino piccolo, su un triciclo fatto in casa, che lo rincorreva follemente, scin-tille elettriche che piovevano azzurre dai fili sospesi in alto, agli incroci; come se la tranquilla e profonda vitalità delle strade si accumulasse di tanto in tanto su qualche punta di scarica e colmasse la distanza con uno schianto, una scintilla azzurrina e il puzzo di ozono. Erano gli omnibus di Abbenay, e quando passavano veniva il desiderio di salutarli con la mano.

La Strada della Stazione terminava in una zona ampia e ariosa dove convergevano altre cinque strade; al centro c’era un parco triangolare di alberi e d’erba. In maggior parte, i parchi di Anarres erano dei terreni di gioco, con il fondo di sabbia o di terra, e un’aiola di holum arborei o cespugliosi. Ma questo parco era diverso. Shevek attraversò il lastricato privo di traffico ed entrò nel parco; lo attiravano sia il fatto di averlo visto spesso nelle fotografie, sia il desiderio di vedere alberi stranieri, di tipo urrasiano, da vicino, dal di sotto, per sperimentare il verde colore di quelle moltitudi-ni di foglie. Il sole stava declinando, il cielo, ampio e chiaro, allo zenit si stava scurendo fino ad assumere un colore violaceo; era il buio dello spazio, che si mostrava attraverso l’atmosfera sottile. Entrò sotto gli alberi, con attenzione e sospetto. Non erano uno spreco, quelle foglie così affolla-te? Gli alberi di holum se la cavavano assai efficacemente con le loro spine e i loro aghi, senza averne troppi. Tutto questo fogliame fantasioso non era forse puro eccesso, escremento? Simili alberi non potevano vivere senza un terreno ricco, un continuo innaffiamento, molta attenzione. Egli ne disapprovava la prodigalità, lo sfarzo. Camminò sotto di essi, in mezzo ad essi. L’erba straniera era assai soffice sotto il suo piede. Pareva di camminare su carne viva. Intimorito, ritornò al sentiero battuto. Le scure braccia degli alberi si tesero al di sopra della sua testa, fermando su di lui le numerose mani ampie e verdi. Shevek si sentì prendere da un timore reverenzia-le.

Sentì di avere ricevuto una benedizione ch’egli non aveva chiesto.

A poca distanza, davanti a lui, in fondo al sentiero ormai in ombra, c’era una persona, seduta a leggere su una panca di pietra.

Shevek andò avanti con molta lentezza. Raggiunse la panca e rimase fermo in piedi davanti ad essa, a osservare la figura che sedeva con la testa china sul libro, nel crepuscolo verde e dorato al di sotto degli alberi. Era una donna di cinquanta o sessant’anni, vestita in modo strano, con i capelli raccolti sulla nuca in un nodo. La mano sinistra, portata al mento, celava a metà la bocca decisa; la destra teneva fermi i fogli di carta, sul ginocchio.

Erano pesanti, quelle carte; la fredda mano su di esse era pesante. La luce smoriva rapidamente, ma la donna non alzò gli occhi. Continuò a leggere le bozze dell’ Organismo sociale.

Shevek rimase a osservare Odo per vario tempo, quindi si sedette sulla panca accanto a lei.

Non aveva alcun concetto di cose come rango, stato, condizione, e sulla panca c’era molto spazio. Era spinto dal puro impulso di cercare compagnia.

Osservò il profilo forte e triste, le mani: le mani di una donna anziana.

Alzò gli occhi sui rami ombrosi. Per la prima volta della sua vita comprese che Odo, il cui viso gli era noto fin dall’infanzia, le cui idee erano centrali e durevoli nella sua mente, come pure nella mente di tutti coloro ch’egli conosceva, Odo non aveva mai messo piede su Anarres: Odo era vissuta, e morta, ed era sepolta, all’ombra di alberi dalle foglie verdi, in città inim-maginabili, fra gente che parlava lingue ignote, su un altro pianeta. Odo era una straniera: un’esule.

Il giovanotto rimase a sedere accanto alla statua nella luce della prima sera, e l’uno era quasi immobile come l’altra.

Infine, accorgendosi che si stava facendo buio, Shevek si alzò e ritornò alle strade, chiedendo a un passante dove fosse l’Istituto Centrale delle Scienze.

Non era lontano: vi giunse poco dopo l’orario di accensione delle luci.

Un’archivista o inserviente notturna stava nel piccolo ufficio accanto al-l’ingresso, e leggeva. Dovette bussare sulla porta aperta per richiamare la sua attenzione. — Shevek — disse. Era usuale iniziare la conversazione con una persona sconosciuta offrendole il proprio nome, come una sorta di appiglio a cui l’altra si potesse afferrare. Non c’erano molti altri appigli da offrire. Non c’erano ranghi sociali, non c’erano parole che li indicassero, non c’erano forme convenzionali per rivolgersi a una persona indicando rispetto.

— Kokvan — rispose la donna. — Ma non pensavi di arrivare ieri?

— Hanno cambiato programma di dirigibile merci. C’è un letto vuoto in qualcuno dei dormitori?

— La numero 46 è vuota. Dall’altra parte del cortile, l’edificio a sinistra.

Sabul ha lasciato una nota per te. Dice di passare da lui domattina nell’ufficio di fisica.

— Grazie! — disse Shevek, e si avviò a grandi passi per il vasto cortile lastricato, dondolando nelle mani il suo bagaglio (un soprabito pesante e un paio di stivali da fatica). In tutto il perimetro del quadrangolo le luci erano accese. C’era un brusio, una presenza di persone, entro quello stato di quiete. Qualcosa si agitava nell’aria chiara e tagliente della notte cittadina: un senso di incombenza, di promessa.

L’ora del pasto serale non era terminata ed egli compì una rapida devia-zione al refettorio dell’Istituto per vedere se c’era qualche avanzo per un arrivato dell’ultimo momento. Scoprì che il suo bel nome era già inserito nella lista regolare, e trovò eccellente il cibo. C’era perfino il dolce: frutta conservata, cotta a vapore. Shevek amava i dolci, e poiché era uno degli ultimi convittori e molti avevano avanzato la loro razione, ne prese un secondo piatto. Mangiò da solo, a un piccolo tavolo. Ai tavoli più grandi, accanto a lui, gruppi di giovani erano intenti a conversare, davanti ai piatti già vuoti; origliò discussioni sul comportamento dell’argo a temperature molto basse, sul comportamento di un insegnante di chimica a un collo-quio, sulle curvature putative del tempo. Un paio di persone gli lanciarono un’occhiata; non si avvicinarono a parlargli, a differenza di quanto avrebbero fatto in una piccola comunità all’arrivo di un forestiero; i loro sguardi non mostravano inimicizia, forse, tutt’al più, sfida.

Trovò la Stanza 46 in un lungo corridoio di porte chiuse nel domicilio.

Evidentemente si trattava di stanze singole, e non di camerate, ed egli si chiese perché l’archivista l’avesse spedito lì. Da quando aveva due anni era sempre stato in dormitori, stanze contenenti da quattro a dieci letti. Bussò alla porta del 46. Silenzio. Aprì il battente. La stanza era una singola, piccola, vuota, scarsamente illuminata dalla luce proveniente dal corridoio.

Accese la lampada. Due sedie, una scrivania, un regolo calcolatore usato, alcuni libri, e, ben piegata sul palchetto del letto, una coperta di colore arancione, tessuta a mano. Qualcun altro viveva già lì, l’archivista aveva commesso un errore. Chiuse la porta. L’aprì di nuovo per andare a spegne-re la lampada. Sulla scrivania, sotto la lampada, c’era un messaggio, scri-bacchiato su un pezzetto di carta: «Shevek, ufficio fisica, mattino, 2-4-1-154. Sabul».

Appoggiò il soprabito su una sedia, gli stivali sul pavimento. Rimase in piedi ancora per vario tempo, e lesse i titoli dei libri: normali testi di fisica e di matematica, rilegati in verde, con il Cerchio della Vita stampigliato sulla copertina. Poi appese il soprabito nell’armadio e ritirò gli stivali. Tirò attentamente la tendina dell’armadio. Attraversò la stanza da lì alla porta: quattro passi. Rimase esitante ancora un attimo, e poi, per la prima volta nella sua vita, chiuse la porta della propria stanza.

Sabul era una persona di quarant’anni, di bassa statura, robusto, trasan-dato. La sua peluria facciale era più scura e più fitta del normale, e sul mento si iscuriva fino a formare una regolare barbetta. Portava una pesante sovratunica invernale, e dall’aspetto della sovratunica doveva averla addosso dall’inverno precedente: gli orli delle maniche erano neri di sudiciu-me. Aveva modi bruschi e rancorosi. Parlava a pezzi e bocconi, così come scribacchiava gli appunti su pezzetti di carta. Borbottava. — Devi imparare lo iotico — borbottò a Shevek.

— Imparare lo iotico?

— Ho detto imparare lo iotico.

— E perché?

— Per leggere la fisica urrasiana! Atro, To, Baisk, questa gente. Nessuno li ha tradotti in pravico, nessuno li tradurrà mai. Sei persone, al massimo, su Anarres, sono capaci di capirli. In qualsiasi lingua.

— E come posso imparare lo iotico?

— Grammatica e dizionario!

Shevek non si arrese. — E dove li pesco?

— Qui — brontolò Sabul. Frugò in mezzo agli scaffali polverosi, pieni di piccoli libri dalla copertina verde. Aveva movimenti bruschi e nervosi.

Trovò due volumi spessi e non rilegati su uno scaffale basso e li sbatté sullo scrittoio. — Dimmi quando sarai capace di leggere Atro in iotico. Di te non posso far nulla prima di allora.

— Che tipo di matematica usano gli urrasiani?

— Nessuna che non possa usare tu.

— C’è qualcuno, qui, che lavora sulla cronotopologia?

— Sì, Turet. Puoi consultarlo. Non hai bisogno di seguire il suo corso.

— Preventivavo di assistere alle lezioni di Garab.

— E perché?

— Il suo lavoro sulla frequenza e il ciclo…

Sabul si sedette e poi si rialzò. Il modo con cui si muoveva era insopportabile: non stava mai fermo, eppure era sempre tutto rigido, una raspa d’uomo. — Non sprecar tempo. Sei già molto più avanti di quella donna nella teoria della Sequenza, e le altre idee che tira fuori non valgono nulla.

— Mi interessano i princìpi della Simultaneità.

— La Simultaneità! Ma che razza di roba da profittatori vi rifila Mitis, laggiù tra i monti? — Il fisico aveva gli occhi di brace; sotto i capelli grossi e corti, le vene delle tempie si gonfiavano.

— Io stesso ne ho organizzato un corso come suo assistente.

— Cerca di crescere. Cerca di crescere. È l’ora di maturare. Adesso sei qui. Noi lavoriamo sulla fisica, non sulla religione. Butta via il misticismo, e cresci. Quanto impiegherai a imparare lo iotico?

— Mi sono occorsi alcuni anni per imparare il pravico — disse Shevek.

Piccola ironia che non venne assolutamente recepita da Sabul.

— Io l’ho imparato in dieci decadi. Abbastanza per leggere l’ Introduzione di To. Oh, al diavolo, ti serve un testo per lavorare. Potresti prendere quello. Ecco. Aspetta. — Cercò in un cassetto colmo a scoppiare, e infine ottenne un libro: un libro dall’aspetto curioso, rilegato in azzurro, senza Cerchio della Vita in copertina. Il titolo era stampigliato in lettere dorate e pareva dire Poilea Afio-iteparole che non significavano nulla per Shevek; le forme di alcune delle lettere gli erano poco familiari. Shevek lo fissò, lo prese dalle mani di Sabul, ma non lo aprì. Finalmente la stringeva in mano, la cosa che aveva desiderato vedere, l’oggetto costruito dagli stranieri, il messaggio venuto da un altro pianeta.

Ricordò il libro che Palat gli aveva mostrato, il libro di tutti numeri.

— Ritorna quando sarai capace di leggerlo — brontolò Sabul.

Shevek si volse per allontanarsi. Sabul alzò di tono il suo brontolio: —

Tieni con te quei libri! Non sono per il pubblico consumo.

L’uomo più giovane si arrestò, si volse indietro, e disse dopo un momento, con la sua voce pacata e un po’ diffidente: — Non comprendo.

— Non farli leggere a nessun altro!

Shevek non gli diede risposta.

Sabul si alzò di nuovo in piedi e gli si avvicinò: — Ascolta. Ora sei membro dell’Istituto Centrale delle Scienze; sei un addetto di Fisica, al lavoro con me, Sabul. Hai seguito il filo? Privilegio equivale a responsabilità. Corretto?

— Sto per acquisire conoscenze che non dovrò condividere — disse Shevek, dopo una breve pausa, scandendo la frase come se fosse stata una proposizione di logica.

— Se trovi un pacchetto di detonatori esplosivi per la strada, ti metti a

«condividerli» con tutti i ragazzini che passano? Questi libri sono esplosi-vo. Ora capisci?

— Sì.

— Benissimo. — Sabul si voltò, accigliato a causa di quella che pareva una collera endemica, non specifica. Shevek uscì dalla stanza, portando con attenzione la dinamite con sé, con un misto di ribrezzo e di bruciante curiosità.

Si mise all’opera per imparare lo iotico. Lavorava da solo, nella Stanza 46, sia per l’avvertimento di Sabul, sia perché gli veniva molto naturale il lavorare da solo.

Fin da quando era molto giovane si era accorto di essere, in certi aspetti, assai diverso da tutte le altre persone a lui note. Per un bambino la consa-pevolezza di queste differenze è assai dolorosa, in quanto, non avendo ancora compiuto nulla ed essendo incapace di compiere alcunché, il bambino non può giustificarla. La presenza di adulti affezionati e sui quali si possa fare affidamento, i quali siano anch’essi, a loro modo, diversi, è l’unica rassicurazione che un simile bambino può avere; e Shevek non aveva mai go-duto di questa rassicurazione. Suo padre era affezionato, certo, e su di lui si poteva fare affidamento. Qualsiasi cosa Shevek fosse, e qualsiasi cosa facesse, Palat la approvava, sinceramente. Ma Palat non aveva avuto la maledizione della diversità. Egli era uguale agli altri, uguale a tutti quegli altri ai quali la comunità veniva così facilmente. Egli amava Shevek, ma non poteva mostrargli che cosa fosse la libertà: quel riconoscere la solitudine di ciascuna persona, un riconoscimento che è l’unica cosa che tra-scenda tale solitudine.

Shevek si era dunque abituato a un isolamento interiore, interrotto da tutti i contatti occasionali quotidiani, dagli scambi della vita in comune e dalla compagnia di un ristretto numero di amici. Qui ad Abbenay egli non aveva amici, e poiché non era stato messo nell’abituale situazione del dormitorio, non se n’era fatto nessuno. Egli era troppo consapevole, a vent’an-ni, delle particolarità della propria mente e del proprio carattere per comportarsi in modo estroverso; si comportava in modo ritirato e altezzoso; e i suoi colleghi studenti, avvertendo che quella superiorità era reale, cercavano raramente di avvicinarsi a lui.

L’isolamento della sua stanza non tardò a divenirgli caro. Egli assaporò fino in fondo la propria totale indipendenza. Lasciava la stanza soltanto per il pasto del mattino e della sera al refettorio e per una piccola corsa quotidiana per la città, allo scopo di tenersi in allenamento i muscoli abituati al-l’esercizio; poi ritornava alla Stanza 46 e alla grammatica di iotico. Una volta ogni decade o due, era chiamato per i lavori a rotazione del «decimo giorno» della comunità, ma le persone con cui lavorava erano stranieri, non amici stretti come sarebbero stati in una piccola comunità, cosicché i giorni di lavoro manuale non portavano nessuna interruzione psicologica al suo isolamento né ai suoi progressi nella lingua iotica.

La grammatica stessa, essendo complicata, illogica, e schematizzata, gli dava piacere. Il suo apprendimento proseguì rapidamente quando ebbe accumulato un vocabolario fondamentale, poiché egli conosceva ciò che stava leggendo; conosceva il campo e i termini, e ogni volta che incontrava un ostacolo, o la sua intuizione o un’equazione matematica gli mostravano dove fosse giunto. Spesso si trattava di punti dove non si era mai spinto in precedenza. La Introduzione alla Fisica Temporale di To non era un libro per principianti. Una volta che si fu aperto la strada fino a metà del libro, Shevek non lesse più iotico, ma fisica; e comprese perché Sabul gli avesse fatto leggere i fisici urrasiani prima di ogni altra cosa. Essi erano assai più avanti di quanto si era fatto su Anarres negli ultimi venti o trent’anni. Le più brillanti intuizioni contenute nelle opere di Sabul sulla Sequenza erano in realtà delle traduzioni dallo iotico, non confessate.

Si tuffò negli altri libri che Sabul tirava fuori per lui, le opere più importanti dei fisici urrasiani contemporanei. La sua vita divenne ancor più da eremita. Egli non era attivo nel gruppo studentesco, e non presenziava alle riunioni di altri gruppi o federative, ad eccezione della letargica Federazione dei Fisici. Gli incontri di questi gruppi, veicoli sia di azione sociale, sia di rapporti sociali, erano il tessuto della vita in qualsiasi piccola comunità, ma qui in città parevano meno importanti. Non ci si sentiva indispensabili al loro funzionamento; c’erano sempre degli altri, pronti a fare ciò che doveva essere fatto, e che lo facevano abbastanza bene. Ad eccezione dei lavori del decimo giorno e dei soliti incarichi di pulizia del suo domicilio e dei laboratori, il tempo di Shevek era solamente suo. Egli spesso trascura-va gli esercizi fisici, e occasionalmente anche i pasti. Tuttavia non mancò alle lezioni dell’unico corso da lui seguito, le lezioni di Garab sulla Frequenza e il Ciclo.

Garab era abbastanza anziana da perdere spesso il filo e divagare. La frequenza alle sue lezioni era scarsa e assai variabile. Presto s’accorse che il giovanotto magro dalle orecchie grandi era il suo unico costante ascoltatore. Ed ella cominciò a tenere per lui le lezioni. Gli occhi chiari, fissi, intelligenti, del giovanotto si incontravano con i suoi, le davano stabilità, la destavano, ed ella ritornava a brillare, ritrovava la visione perduta. Garab saliva sempre più in alto, e gli altri studenti la fissavano confusi e sorpresi, perfino spaventati, se qualcuno di loro ne aveva l’intelligenza necessaria.

Garab scorgeva un universo assai più vasto di quello che la maggioranza delle persone riesce a vedere, e questo universo faceva loro chiudere gli occhi. Il giovanotto dagli occhi chiari la osservava senza battere ciglio. Ed ella gli vedeva nel volto la propria gioia. Ciò che ella offriva, ciò che ella aveva offerto per l’intera sua vita, ciò che nessun altro aveva mai condiviso con lei, egli prendeva, condivideva. Era suo fratello, di là dal golfo di cinquanta anni, ed era la sua redenzione.

Quando si incontravano negli uffici di fisica o nel refettorio, a volte si mettevano direttamente a parlare di fisica, ma altre volte l’energia di Garab non era sufficiente a farlo, e allora trovavano poco da dirsi, poiché la vecchia donna era altrettanto timida quanto il giovane uomo. — Tu non mangi abbastanza — lei gli diceva. Egli sorrideva e le orecchie gli diventavano rosse. Nessuno dei due sapeva cos’altro dire.

Dopo essere stato metà anno all’Istituto, Shevek diede a Sabul una tesi di tre pagine intitolata: «Una critica dell’ipotesi dell’Infinita Sequenza di Atro». Sabul gliela ritornò dopo una decade, brontolando: — Traducila in iotico.

— L’ho già scritta in partenza quasi completamente in iotico — disse Shevek, — poiché usavo la terminolgia di Atro. Copierò l’originale. A che scopo?

— A che scopo? Perché quel maledetto profittatore di Atro possa leggerla! C’è una nave il quinto della prossima decade.

— Una nave?

— Un mercantile di Urras!

Così Shevek scoprì che non soltanto petrolio e mercurio viaggiavano avanti e indietro tra i mondi separati, e non soltanto libri come quelli ch’egli aveva letto, ma anche lettere. Lettere! Lettere a proprietaristi, a sudditi di governi basati sull’iniquità del potere, a individui che erano inevitabilmente sfruttati e sfruttatori, poiché consentivano ad essere elementi della Macchina-Stato. E tali persone scambiavano davvero idee con uomini liberi in maniera non aggressiva, volontaria? Potevano veramente ammettere l’eguaglianza e prendere parte alla solidarietà intellettuale, o cercavano soltanto di dominare, di affermare il proprio potere, di possedere? L’idea di scambiare veramente lettere con un proprietarista lo allarmava, ma sarebbe stato interessante scoprire…

Tante erano le scoperte che erano state forzate in lui nel corso di quel primo mezzo anno ad Abbenay, che egli aveva dovuto ammettere di essere stato — e forse di essere tuttora? — assai ingenuo; ammissione non facile per un giovane intelligente.

La prima, e tuttora la più dura da accettare di queste scoperte era che doveva imparare lo iotico, ma doveva tenere per sé le proprie conoscenze: una situazione così nuova per lui, e così conturbante dal punto di vista morale, che egli non l’aveva ancora analizzata fino in fondo. Evidentemente, il fatto ch’egli non dividesse la propria conoscenza con gli altri non recava loro alcun danno. D’altra parte che danno poteva venire loro dal fatto di sapere ch’egli conosceva lo iotico, e che anch’essi potevano impararlo?

Certo la libertà stava piuttosto nell’apertura che nella segretezza, e la libertà valeva sempre il rischio. Comunque, non poteva vedere quale fosse il rischio. Una volta pensò che Sabul desiderasse tenere riservata la nuova fisica urrasiana… possederla, come una proprietà, una fonte di potere sui suoi colleghi di Anarres. Ma questa idea era talmente contraria ai modi di pensare di Shevek che ebbe grande difficoltà a formularsi nella sua mente, e quando si formulò, egli la cancellò immediatamente, con disprezzo, co-me un pensiero sinceramente disgustoso.

Poi c’era la faccenda della stanza privata, un’altra spina morale. Da bambino, dormire solo in camera singola voleva dire che avevi dato talmente fastidio agli altri del dormitorio che non erano più disposti a sopportarti; avevi egoizzato. Solitudine uguale essere in disgrazia. Da adulti, il principale riferimento per le stanze singole era sessuale. Ciascun domicilio aveva un certo numero di singole, e una coppia che desiderasse copulare usava una di queste singole non occupate per una notte, una decade o finché avesse voluto. Una coppia che si fosse dichiarata compagni prendeva una stanza doppia; in una piccola città in cui non fosse disponibile alcuna camera doppia, spesso se ne costruiva una a un’estremità di un domicilio, e in questo modo, una stanza alla volta, venivano a crearsi strani edifici lunghi, bassi, sinuosi, che venivano chiamati «treni di compagni». A parte l’ac-coppiamento sessuale, non c’era motivo di non dormire in dormitorio. Potevate sceglierne uno piccolo o uno grande, e se i compagni di camerata non vi piacevano, potevate trasferirvi in un altro dormitorio. Ciascuno aveva la bottega, il laboratorio, lo studio, il capannone o l’ufficio che gli occorreva per il proprio lavoro; si poteva essere riservati quanto si voleva nei bagni; l’isolamento sessuale era liberamente disponibile e socialmente rac-comandato; ma al di là di questo, l’isolamento non era funzionale. Era eccesso, spreco. L’economia di Anarres non avrebbe potuto sostenere la costruzione, la manutenzione, il riscaldamento, l’illuminamento di case o appartamenti singoli. Una persona che fosse per natura genuinamente antiso-ciale doveva allontanarsi dalla società e provvedere a se stessa. Ed era completamente libera di farlo. Poteva costruirsi una casa dove preferiva (tuttavia, se avesse rovinato un buon panorama o un lembo di terra fertile, avrebbe rischiato di subire gravi pressioni da parte dei vicini, miranti a farlo traslocare). C’era un buon numero di solitari e di eremiti ai margini delle più vecchie comunità anarresiane: solitari che pretendevano di non far parte di una specie sociale. Ma per coloro che accettavano il privilegio e l’ob-bligazione della solidarietà umana, l’isolamento aveva valore solamente quando serviva a una qualche funzione.

La prima reazione di Shevek nell’essere messo in una stanza singola, dunque, fu per metà di disapprovazione e per metà di vergogna. Perché l’avevano messo lì dentro? Presto ne scoprì la ragione. Era il giusto genere di luogo per il suo genere di lavoro. Se le idee gli giungevano a mezzanotte, egli poteva accendere la lampada e metterle subito su carta; se gli venivano all’alba, non gli venivano sbalzate via dalla mente dalla conversazione e dal trepestio di quattro o cinque compagni di camerata che si alzavano; se non gli venivano affatto ed egli doveva trascorrere intere giornate seduto a tavolino, a fissare fuori della finestra, non c’era nessuno dietro la sua schiena a chiedersi perché stesse in ozio. L’isolamento, quindi, era quasi altrettanto desiderabile nella fisica quanto nel sesso. Ma, tuttavia, era necessario?

Al pasto serale, al refettorio dell’Istituto, c’era sempre il dolce. A Shevek piaceva molto: quando ne rimanevano delle razioni, se ne serviva due piatti. E la sua coscienza, la sua coscienza di membro di una società organica, faceva indigestione. Non ricevevano tutti, in ogni refettorio, da Abbenay all’ultimo paesino, la stessa razione, parti esattamente uguali? Questo gli era stato sempre detto, e questo egli aveva sempre riscontrato. Naturalmente c’erano delle varianti regionali: specialità locali, mancanze, sovrabbon-danze, rimedi estemporanei in situazioni come i Campi di Progetto, cuochi inetti, cuochi esperti, in effetti una varietà infinita entro la cornice immuta-bile. Ma nessun cuoco poteva avere il talento di fare il dolce se mancavano gli ingredienti. La maggior parte dei refettori serviva il dolce una o due volte per decade. Qui veniva servito ogni sera. Perché? I membri dell’Istituto Centrale delle Scienze erano forse migliori dell’altra gente?

Shevek non rivolse a nessuno queste domande. La coscienza sociale, l’opinione degli altri, era la massima forza morale che motivasse il comportamento degli anarresiani, ma in Shevek era leggermente meno forte che in tanti altri. Una gran parte dei suoi problemi apparteneva a un genere non compreso dagli altri, ed egli si era abituato ad analizzarseli da solo, in silenzio. Così egli fece per questi nuovi problemi, che erano molto più diffi-cili per lui, in un certo senso, che non quelli della fisica temporale. Non chiese l’opinione di nessuno. Smise di prendere il dolce al refettorio.

Tuttavia non si trasferì in un dormitorio. Soppesò il disagio morale rispetto al vantaggio pratico, e trovò che il secondo pesava di più. Egli lavorava meglio nella stanza privata. Il lavoro ch’egli svolgeva meritava di essere fatto, ed egli lo stava svolgendo bene. Era centralmente funzionale per la sua società. La responsabilità giustificava il privilegio.

Ed egli lavorò.

Perse peso; camminò leggero sulla terra. Mancanza di lavoro fisico, mancanza di varietà di occupazione, mancanza di rapporti sociali e sessuali, nessuna di queste cose gli pareva una mancanza, bensì una libertà. Egli era l’uomo libero: poteva fare ciò che desiderava fare quando lo desiderava fare per tutto il tempo che desiderava farlo. Ed egli lo fece. Egli lavorò.

Egli lavorò/giocò.

Stava stendendo degli appunti per una serie di ipotesi che portavano a una teoria coerente della Simultaneità. Ma questa cominciò ad apparirgli una meta alquanto angusta: ce n’era una assai più grande, una teoria unificata del Tempo, che poteva raggiungere, se fosse soltanto riuscito a portarsi fino ad essa. Gli pareva di essere in una stanza chiusa a chiave in mezzo a una grande pianura aperta: sarebbe stata tutt’intorno a lui, se avesse potuto trovare il modo di uscire, il cammino libero. Questa intuizione divenne la sua ossessione. Nel corso di quell’autunno e di quell’inverno, perse sempre più l’abitudine di dormire. Un paio di ore durante la notte e un altro paio lungo la giornata gli erano sufficienti, e questi brevi sonni non erano il tipo di sonno profondo ch’egli aveva sempre avuto in precedenza, ma quasi una veglia su un altro livello, tanto erano pieni di sogni. Egli sognava vividamente, e i sogni erano parte del suo lavoro. Vedeva il tempo ri-piegarsi su se stesso, come un fiume che scorreva a monte, verso la sor-gente. Egli teneva la contemporaneità di due momenti nella sinistra e nella destra; come allontanava le mani, sorrideva nel vedere che i momenti si separavano come bolle di sapone in divisione. Allora si alzava e scara-bocchiava, senza essere pienamente desto, la formula matematica che l’aveva eluso per giorni interi. Vedeva lo spazio chiudersi su di lui come le pareti di una sfera che crollasse su se stessa, verso il proprio centro e verso un vuoto centrale; lo spazio si chiudeva sempre più, ed egli si destava con un grido di «aiuto!» chiuso nella gola, lottando in silenzio per sfuggire alla conoscenza della propria eterna vacuità.

In un freddo pomeriggio, verso la fine dell’inverno, egli si fermò all’ufficio di fisica, mentre tornava dalla biblioteca alla propria stanza, per vedere se c’era una lettera per lui nella scatola. Non aveva ragione di aspettarne, dato che non ne aveva scritto alcuna agli amici dell’Istituto Regionale Settentrionale; ma negli ultimi due giorni non si era affatto sentito bene, aveva confutato alcune delle proprie ipotesi più affascinanti e si era riportato, dopo mezzo anno di duro lavoro, giusto al punto da cui era partito, il modello a fasi era troppo vago per risultare utile, la gola gli doleva: sperava che ci fosse una lettera di qualche conoscente, o anche soltanto qualcuno, in ufficio, a cui rivolgere due parole. Ma c’era soltanto Sabul.

— Guarda qui, Shevek.

Ed egli osservò il libro che l’uomo più anziano gli porgeva: un libro sottile, rilegato in verde, con il Cerchio della Vita sulla copertina. Lo prese e osservò la pagina del titolo: «Una critica dell’ipotesi della Sequenza Infinita di Atro». Erano il suo saggio, la risposta e difesa di Atro, e la sua replica. Il tutto era stato tradotto o ritradotto in pravico, e stampato dalle Edizioni del CDP di Abbenay. C’erano due nomi degli autori: Sabul, Shevek.

Sabul sporse il collo sulla copia che Shevek teneva in mano, e la fissò con un sorriso maligno. Il suo brontolio divenne aspro e inframmezzato di sorrisini: — Abbiamo spacciato Atro. L’abbiamo spacciato, quel maledetto profittatore! Che si provino ancora, a cercare di parlare di «puerile imprecisione»! — Sabul covava da dieci anni un risentimento verso la Rivista diFisica dell’Università di Ieu Eun, che aveva parlato dei suoi lavori teorici dicendo che erano «tarpati dal provincialismo e dalla puerile imprecisione con cui il dogma Odoniano infetta ogni area del pensiero.» — Lo vedran-no, ora, chi è provinciale! — disse, sogghignando. In quasi un anno da che lo conosceva, Shevek non poteva dire di averlo mai visto sorridere.

Shevek andò a sedersi dall’altra parte della stanza, e per farlo dovette togliere da una panca una pila di libri; l’ufficio di fisica era ovviamente un ufficio comune, ma Sabul teneva questa seconda stanza, delle due dell’ufficio, sempre piena di materiali usati da lui, in modo tale che non pareva ci fosse mai abbastanza posto per qualcun altro. Shevek osservò il libro che ancora teneva in mano, poi alzò gli occhi verso la finestra. Si sentiva malato, e ne aveva l’aspetto. Aveva anche l’aspetto preoccupato; ma con Sabul non era mai stato timoroso o ritroso, come spesso gli capitava con le persone che desiderava conoscere. — Non sapevo che l’avessi tradotto — gli disse.

— L’ho tradotto, l’ho curato redazionalmente. Ho messo in chiaro alcuni dei punti più complessi, ho aggiunto i passaggi che avevi tralasciato, e così via. Lavoro di un paio di decadi. Dovresti essere orgoglioso del libro. Le tue idee formano gran parte degli spunti del libro finito.

Il libro era composto da cima a fondo di idee di Shevek e di Atro.

— Già — disse Shevek. Si guardò le mani. Infine disse: — Mi piacerebbe pubblicare l’articolo che ho scritto in questi ultimi mesi sulla Reversibilità. Dovrebbe andare ad Atro. Sono cose che gli interessano. Si è fermato sulla causalità.

— Pubblicarlo? E dove?

— In iotico, voglio dire… su Urras. Invialo ad Atro, come l’altro, e lui vedrà di farlo pubblicare su una delle riviste locali.

— Non puoi dare loro da pubblicare neppure una parola che non sia stata in precedenza stampata qui.

— Ma con questo libro è successo proprio così. Tutto il materiale del libro, eccetto la mia conclusione, è uscito sulla Rivista di Ieu Eun… prima che il libro venisse pubblicato qui.

— Sì, non ho potuto evitarlo, ma perché credi che mi sia affrettato a far pubblicare il libro? Credi che tutti, al CDP, approvino il fatto che scam-biamo idee con Urras in questo modo? La Difesa chiede che ogni parola che lascia Anarres su quelle navi sia controllata da un esperto approvato dal CDP. E inoltre, credi che i fisici provinciali che non riescono ad appro-fittare di questo canale di comunicazione con Urras approvino il fatto che lo usiamo? Credi che non siano invidiosi? C’è gente che aspetta unicamente che noi facciamo un passo falso. E se noi venissimo scoperti a farlo, perderemmo la cassetta postale sulle navi di Urras. Ti è chiaro il quadro complessivo, ora?

— E come ha potuto, fin dall’inizio, l’Istituto avere quella cassetta postale?

— L’elezione di Pegvur al CDP, dieci anni fa. — Pegvur era un fisico di una certa distinzione. — E io ho sempre proceduto con la massima attenzione per non perderla, da quando c’è. Capisci?

Shevek annuì.

— E poi, Atro non ha voglia di leggere quel tipo di roba. Ho esaminato l’articolo e te l’ho restituito la scorsa decade. Quando ti deciderai a smettere di perdere tempo su quelle teorie reazionarie a cui si abbarbica Garab?

Non vedi che ha sprecato tutta la vita su di esse? Se continuerai, riuscirai soltanto a renderti ridicolo. La qual cosa, certo, è un tuo diritto inaliena-bile. Ma non riuscirai a rendere ridicolo me!

— E se presentassi l’articolo per la pubblicazione qui, in pravico?

— Tempo perso.

Shevek assorbì queste parole con un piccolo cenno del capo. Si rialzò, allampanato e ossuto, e rimase immobile per un attimo, lontano fra i suoi pensieri. La arcigna luce invernale gli lambiva i capelli, ch’egli adesso portava raccolti sulla nuca, a coda, e il viso immobile. Si recò alla scrivania e prese una copia dalla piccola fila dei nuovi libri. — Mi piacerebbe mandare uno di questi a Mitis — disse.

— Prendine quanti ne vuoi. Ascolta. Se pensi di sapere meglio di me ciò che fai, allora presenta quell’articolo alle Edizioni. Non hai bisogno del permesso! Qui non è una sorta di gerarchia, lo sai! Io non posso fermarti.

L’unica cosa che posso fare, è darti un consiglio.

— Tu sei il consulente dell’Associazione Edizioni per i manoscritti di fisica — disse Shevek. — Pensavo che fosse un risparmio di tempo per tutti chiedertelo subito.

La sua gentilezza era inflessibile; poiché non intendeva competere per il dominio, egli non era domabile.

— Risparmio di tempo, cosa vuoi dire? — brontolò Sabul, ma anche Sabul era un Odoniano: si torceva come se fosse fisicamente torturato dalla propria ipocrisia; distolse lo sguardo da Shevek, tornò a guardarlo, e disse in tono sprezzante, con la voce spessa di collera: — Fai pure, allora! Presenta quel maledetto articolo! Mi dichiarerò incompetente a dare un giudizio. Dirò loro di chiederlo a Garab. E lei l’esperto di Simultaneità, non io.

La mistica elucubratrice! L’universo è una gigantesca corda d’arpa, oscil-lante dentro e fuori dell’esistenza! E che nota suonerà mai, per inciso?

Brani dalle Armonie Numeriche, probabilmente? Il fatto è che io non sono competente… o, in altre parole, non desidero… dare pareri per le Edizioni o per il CDP sugli escrementi intellettuali!

— Il lavoro che ho fatto per te — disse Shevek, — è parte del lavoro che ho svolto seguendo le idee di Garab sulla Simultaneità. Se vuoi l’uno, devi pigliare anche l’altro. Il grano cresce meglio nella merda, come diciamo noi nell’Insediamento Settentrionale.

Rimase fermo ancora un istante, e non ricevendo parole di risposta da Sabul, disse addio e uscì.

Sapeva di avere vinto una battaglia, e facilmente, senza visibile violenza.

Ma violenza c’era stata.

Come aveva predetto Mitis, egli era «l’uomo di Sabul». Sabul aveva cessato da anni di essere un fisico funzionante; la sua alta reputazione era costruita sull’espropriazione da altre menti. Shevek doveva fornire le idee, e Sabul ne avrebbe preso il credito.

Ovviamente era una situazione intollerabile sotto l’aspetto etico, che Shevek doveva denunciare e lasciar subito cadere. Solo, Shevek non intendeva farlo. Egli aveva bisogno di Sabul. Egli intendeva pubblicare ciò che scriveva, e mandarlo alle persone che potevano capirlo, i fisici urrasiani; aveva bisogno delle loro idee, dei loro commenti, della loro collaborazio-ne.

E dunque avevano contrattato, egli e Sabul: contrattato come profittatori.

Non era stata una battaglia, ma una vendita. Tu mi dai questo e io ti do quello. Tu lo rifiuti a me, e io lo rifiuto a te. D’accordo? D’accordo! La carriera di Shevek, come l’esistenza della sua società, dipendeva dalla conti-nuazione di un fondamentale, inconfessato, contratto di profitto. Non una relazione di aiuto reciproco e di solidarietà, ma una relazione di sfruttamento; non organica, ma meccanica. Può la vera funzione nascere dalla fondamentale disfunzione?

Ma io desidero solamente che il lavoro sia svolto, si giustificava Shevek nella propria mente, mentre percorreva il viale, diretto al quadrangolo do-miciliare nel pomeriggio grigio e ventoso. È il mio dovere, è la mia gioia, è lo scopo di tutta la mia vita. L’uomo con cui devo lavorare è competitivo, cercatore di dominio, profittatore, ma io non posso cambiare questo stato di cose; se voglio lavorare, devo lavorare con lui.

Pensò a Mitis e al suo avvertimento. Pensò all’Istituto dell’Insediamento Settentrionale e alla festicciola della sera precedente la sua partenza. Gli pareva, ora, che fosse passato molto tempo, e che fosse un luogo così in-fantilmente tranquillo e sicuro che per poco non pianse per la nostalgia.

Mentre passava sotto l’arco dell’Edificio delle Scienze Vitali, una ragazza girò la testa a guardarlo, ed egli pensò che assomigliava alla ragazza —

come si chiamava? — dai capelli corti, quella che aveva mangiato tante frittelle la sera della partenza. Si fermò e si voltò, ma la ragazza era già scomparsa dietro l’angolo. E, comunque, aveva i capelli lunghi. Andato: tutto se n’era andato. Uscì dal riparo del portico e s’immerse nel vento. Nel vento c’era una pioggia fine, rada. La pioggia era sempre rada, quando c’e-ra. Quel pianeta era un pianeta asciutto. Asciutto, pallido, ostile. «Ostile!»

disse forte Shevek, in iotico. Non aveva mai sentito parlare la lingua; aveva un suono assai strano. La pioggia gli colpiva la faccia come ghiaia. Era una pioggia ostile. Alla gola dolente si era aggiunto un terribile mal di ca-po, di cui si accorgeva solamente ora. Entrò nella Stanza 46 e si stese sulla predella del letto, che gli parve assai più bassa del solito. Tremava, e non poteva smettere di tremare. Si coprì con la coperta arancione e si rannicchiò tutto, cercando di dormire, ma non riuscì a non tremare, perché era sottoposto a un costante bombardamento atomico da tutte le parti, che au-mentava con l’aumento della temperatura.

Non era mai stato malato, e non aveva mai conosciuto un fastidio fisico peggiore della stanchezza. Non avendo idea di che cosa fosse una febbre alta, egli pensò, durante gli intervalli di lucidità di quella lunga notte, che stesse impazzendo. Il timore della follia lo spinse a cercare di nuovo aiuto quando giunse il giorno. Aveva troppa vergogna di se stesso per chiedere aiuto ai vicini di corridoio; si era sentito delirare nella notte. Si trascinò al-la clinica locale, a otto isolati di distanza, e le fredde strade illuminate dall’alba gli girarono solennemente intorno. Alla clinica diagnosticarono la sua pazzia con un leggero attacco di polmonite e gli dissero di andare a letto nella Corsia Due. Egli protestò. L’infermiera lo accusò di egoizzare e gli spiegò che se fosse tornato a casa avrebbe recato a un medico il fastidio di andare a visitarlo laggiù e di fornirgli delle cure private. Egli andò in un letto della Corsia Due. Tutte le altre persone della corsia erano dei vecchi.

Giunse un’infermiera che gli porse un bicchiere d’acqua e una compressa.

— Che cos’è? — chiese Shevek, sospettoso. I suoi denti avevano ripreso a battere.

— Antipiretico.

— E sarebbe?

— Porta giù la febbre.

— Non ne ho bisogno.

L’infermiera alzò le spalle. — D’accordo — disse, e se ne andò.

Molti giovani anarresiani pensavano che fosse una vergogna essere malati: un risultato dell’ottima profilassi della loro società, e anche forse una confusione che nasceva dall’uso analogico delle parole «sano» e «malato».

A loro, la malattia pareva un crimine, anche se involontario. Cedere all’impulso criminale, compiacerlo prendendo sostanze che lenivano il dolore, era immorale. Si tenevano alla larga da compresse e iniezioni. Con l’arrivo della maturità e della vecchiaia, molti di loro cambiavano idea. Il dolore diveniva più forte della vergogna. L’infermiera diede ai vecchi della Corsia Due le medicine, ed essi scherzarono con lei. Shevek osservò la scena con opaca incomprensione.

Più tardi ci fu un dottore con un ago ipodermico. — Non voglio — disse Shevek. — Piantala di egoizzare — disse il medico. — Girati dall’altra parte. — Shevek obbedì.

Più tardi ancora ci fu una donna con una tazza d’acqua per lui, ma egli tremava talmente che l’acqua si rovesciò, bagnando la coperta. — Lasciami solo — egli disse. — Chi sei? — Lei glielo disse, ma lui non capì. Le disse di andarsene, si sentiva bene. Poi le spiegò perché l’ipotesi ciclica, sebbene improduttiva per se stessa, fosse essenziale per i suoi passi verso una possibile teoria della Simultaneità, fosse una pietra angolare. Egli parlò in parte nella propria lingua e in parte in iotico, e scrisse le formule e le equazioni su una lavagna con un pezzo di gesso, in modo che lei e il resto del gruppo potessero capire, dato che temeva che non capissero la faccenda della pietra angolare. Lei gli toccò la fronte e gli legò i capelli dietro la testa. Le sue mani erano fredde. In tutta la vita non aveva mai sentito nulla di più piacevole che il tocco di quelle mani. Tese la mano per afferrarglie-la. Lei non c’era, se n’era andata.

Molto tempo più tardi, egli si destò. Poteva respirare. Stava perfettamente bene. Ogni cosa era a posto. Non si sentiva portato a muoversi. Muoversi avrebbe disturbato il momento perfetto, stabile, l’equilibrio del mondo.

La luce invernale sul soffitto era bella in modo inesprimibile. Rimase steso a guardarla. I vecchi della corsia ridevano tra loro: vecchie risate secche e scoppiettanti, un suono bellissimo. La donna arrivò e si sedette accanto al-la sua branda. Lui la guardò e sorrise.

— Come ti senti?

— Come appena nato. Chi sei?

Anche lei sorrise. — La madre.

— Rinascita. Ma pensavo di ricevere un corpo nuovo, non lo stesso che usavo già.

— Di che cosa al mondo stai parlando?

— Niente al mondo. A Urras. La rinascita fa parte della loro religione.

— Hai ancora la testa leggera. — Gli toccò la fronte. — Non hai febbre.

— La sua voce, nel pronunciare queste parole, toccò e colpì qualcosa, molto profondo nell’intimo di Shevek: un luogo buio, un luogo chiuso tra mu-ra, e lì venne respinto e respinto indietro nell’oscurità. Egli guardò la donna e disse con terrore: — Sei Rulag.

— Te l’ho detto. Diverse volte!

Ella assunse un’aria di spigliatezza, perfino di umorismo. Per Shevek invece non era questione di assumere qualcosa. Non aveva la forza di muoversi, ma si ritrasse da lei senza nascondere il timore, come se non si fosse trattato di sua madre, ma della sua morte. Se ella notò quel debole movimento, non diede segno di essersene accorta.

Era una bella donna, dai capelli scuri, con lineamenti fini e ben propor-zionati che non mostravano linee dovute all’età, anche se doveva avere più di quarant’anni. Ogni cosa, nella sua persona, era armoniosa e controllata.

La sua voce era bassa, piacevole di timbro. — Non sapevo che tu fossi qui ad Abbenay — disse, — né dove fossi; anzi non sapevo neppure se c’eri ancora. Ero nel magazzino delle Edizioni, a guardare tra le nuove pubblicazioni, a scegliere per la bilioteca di Ingegneria, e ho visto un libro di Sabul e Shevek. Sabul lo conoscevo, naturalmente. Ma chi era Shevek?

Perché il nome mi suonava così familiare? Ci ho messo almeno un minuto per arrivarci. Strano, no? Ma la cosa non mi pareva ragionevole. Lo Shevek che conoscevo avrebbe avuto soltanto vent’anni, ed era poco probabile che fosse co-autore di trattati di metacosmologia con Sabul. Ma ogni altro Shevek avrebbe dovuto avere meno di vent’anni! … Dunque andai a vedere. Un ragazzo del domicilio mi disse che eri qui… È una clinica in cui manca un mucchio di personale. Non so perché gli addetti non si facciano assegnare una quota più alta di incarichi di lavoro dalla Federazione Medica, oppure non riducano il numero delle accettazioni; alcuni tra infermie-ri e dottori lavorano otto ore al giorno! Naturalmente ci sono delle persone, nelle arti mediche, che desiderano proprio questo: l’impulso all’autosacrifi-cio. Sfortunatamente, però, non porta al massimo di efficienza… È stato strano trovarti. Non ti avrei mai riconosciuto… Sei sempre in contatto con Palat? Come sta?

— È morto.

— Ah. — Non ci fu pretesa di trauma o di dolore nella voce di Rulag, soltanto una specie di triste assuefazione, una nota tetra. Shevek ne fu commosso: riuscì a vederla, per un momento, come una persona.

— Quand’è morto?

— Otto anni fa.

— Avrà avuto al massimo trentacinque anni.

— C’è stato un terremoto a Piani Ampi. Vivevamo là da cinque anni, era ingegnere edile per la comunità. Il terremoto danneggiò il centro di apprendimento. Egli era con gli altri; cercava di portare fuori alcuni bambini intrappolati nell’interno. Una seconda scossa di terremoto fece crollare tutto l’edificio. Ci furono trentadue morti.

— C’eri anche tu?

— Ero partito per cominciare il mio addestramento all’Istituto Regionale circa dieci giorni prima del terremoto.

Ella rifletté, con il viso liscio e immobile. — Povero Palat. È stato un po’

da lui… morire con altri, un elemento statistico, uno su trentadue…

— La statistica sarebbe stata più alta se non si fosse recato all’interno dell’edificio — disse Shevek.

Lei, allora, lo guardò. Lo sguardo non indicava quali emozioni provasse o non provasse. Ciò che diceva poteva essere spontaneo oppure deliberato, non c’era modo di capirlo. — A te piaceva molto Palat.

Egli non rispose.

— Tu non gli assomigli. Anzi, tu assomigli piuttosto a me, eccetto che nel colore dei capelli. Pensavo che tu assomigliassi a Palat. Lo davo per certo. È strano come la nostra immaginazione dia alcune cose per certe.

Egli rimase con te, dunque?

Shevek annuì.

— Fu fortunato — disse Rulag. Non sospirò, ma nella sua voce c’era l’e-co di un sospiro.

— Anch’io.

Ci fu una pausa. Rulag sorrise debolmente. — Sì. Avrei potuto mantenere i contatti con voi. Mi biasimi, per non averlo fatto?

— Biasimarti per questo? Non ti ho mai conosciuta.

— No. Io e Palat ti abbiamo tenuto con noi nel domicilio, anche dopo svezzato. Entrambi eravamo d’accordo nel farlo. In quei primi anni il contatto individuale è essenziale; gli psicologi l’hanno dimostrato senza possibilità di dubbio. La piena socializzazione può svilupparsi soltanto da quell’inizio affettivo… Io ero disposta a restare compagni. Ho cercato di far avere a Palat un incarico qui ad Abbenay. Non c’è mai stata un’apertura nel suo tipo di lavoro, ed egli non voleva venire senza un incarico. Aveva i suoi lati ostinati… Dapprima mi scriveva, di tanto in tanto, per dirmi come stavate, poi cessò di scrivere.

— Non importa — disse il giovanotto. Il suo viso, assottigliato dalla malattia, era coperto di goccioline sottilissime di sudore, che facevano parere le guance e la fronte argentee, come oliate.

Cadde di nuovo il silenzio, e Rulag disse con la sua voce controllata, piacevole: — Be’, sì; importava, e importa ancora. Ma Palat era più adatto a stare con te e a farti superare i tuoi anni integrativi. Tendeva a sostenere, era parentale, e io non lo sono. Il lavoro viene per prima cosa, per me. È

sempre venuto per primo. Comunque, sono contenta che tu adesso sia qui, Shevek. Forse potrò esserti di qualche utilità, ora. So che Abbenay è un posto scostante, ai primi tempi. Ci si sente sperduti, isolati, privi della semplice solidarietà che si trova nelle città più piccole. Conosco delle persone interessanti, che forse ti piacerebbe incontrare. È gente che ti potrebbe essere utile. Conosco Sabul; ho una certa idea degli ostacoli che hai potuto incontrare, con lui e con l’intero Istituto. Amano giocare a dominare, laggiù. Occorre una certa esperienza per sapere come batterli al loro stesso gioco. In ogni caso, sono lieta che tu sia qui. Mi dà un piacere che non ho mai cercato… una specie di gioia… Ho letto il tuo libro. È tuo, vero? Altrimenti, perché Sabul lo pubblicherebbe come co-autore insieme a uno studente di vent’anni? Il suo argomento è fuori della mia portata. Io sono soltanto un ingegnere. Confesso di essere orgogliosa di te. È strano, no? Irra-gionevole. Proprietaristico, addirittura. Come se tu fossi qualcosa che mi appartenesse! Ma quando si diventa più vecchi si ha bisogno di certe rassi-curazioni che non sono, tutte le volte, completamente razionali. Per andare avanti.

Egli vide la sua solitudine. Vide il suo dolore, e se ne offese. Quel dolore lo minacciava. Minacciava la dedizione di suo padre, l’amore chiaro e costante in cui aveva preso radice la sua vita. Che diritto aveva Rulag, che aveva lasciato Palat nel bisogno, di venire nel momento del proprio bisogno al figlio di Palat? Egli non aveva nulla, nulla da dare a lei, o a chiunque altro. — Sarebbe stato meglio — disse, — che tu avessi continuato a pensare anche a me come a un numero di una statistica.

— Ah — disse lei: la debole, abituale, desolata risposta. Distolse gli occhi da lui.

I vecchi all’estremità della corsia la stavano ammirando, facendosi l’un l’altro cenni col capo.

— Suppongo — disse lei, — di avere cercato di avanzare delle pretese su di te. Ma pensavo che tu avresti potuto avanzare delle pretese su di me.

Se tu l’avessi voluto.

Egli non disse nulla.

— Noi non siamo, eccetto che dal punto di vista biologico, madre e figlio, naturalmente. — Aveva riacquistato il suo debole sorriso. — Tu non ti ricordi di me, e il bambino che ricordo non è l’uomo di vent’anni. Tutto ciò appartiene al passato, è irrilevante. Ma noi siamo fratello e sorella, qui, ora. Ed è questo ciò che realmente importa, non è vero?

— Non lo so.

Lei rimase seduta senza parlare per un minuto, poi si alzò in piedi. — Tu hai bisogno di riposare. Stavi molto male la prima volta che sono venuta.

Dicono che adesso starai perfettamente bene. Non penso che ritornerò.

Egli non parlò. Lei disse: — Addio, Shevek — e, mentre parlava, si volse per andarsene. Egli ebbe una rapida visione o un’immagine da incubo del suo volto, che, mentre parlava, cambiava drasticamente, s’infrangeva, andava a pezzi. Ma doveva essere stata immaginazione. Ella uscì dalla corsia con il passo misurato e aggraziato di una bella donna, ed egli la vide fermarsi a parlare, sorridendo, con l’infermiera, nel corridoio.

Allora lasciò libera di esprimersi la paura che era giunta con lei, il senso della rottura delle promesse, dell’incoerenza del tempo. Non riuscì a fermarsi. Cominciò a piangere, cercando di nascondere il volto dietro lo scudo del proprio braccio, poiché non aveva la forza di voltarsi. Uno dei vecchi, uno dei vecchi malati, si avvicinò a lui, si sedette sulla sponda della branda e gli picchiò con la mano sulla spalla. — Non è niente, fratello.

Andrà tutto a posto, fratellino — mormorò. Shevek lo udì e sentì il tocco della mano, ma non ne ricevette conforto. Neppure dal fratello può venire conforto nell’ora cattiva, nel buio ai piedi del muro.

CAPITOLO 5

Shevek pose fine con sollievo alla propria carriera di turista. Il nuovo anno accademico si apriva, a Ieu Eun; ora poteva stabilirsi per vivere, e per lavorare, in Paradiso, invece di limitarsi a guardarlo dall’esterno.

Si incaricò di due seminari e di un corso aperto di lezioni. Nessuna attività di insegnamento gli era richiesta, ma egli aveva chiesto di insegnare, e gli amministratori gli avevano organizzato i seminari. Il corso aperto non era stato idea sua, né loro. Era venuta una delegazione di studenti e gli aveva chiesto di tenerlo. Egli aveva accettato subito: era uno dei modi in cui si organizzavano i corsi nei centri di apprendimento di Anarres: o per iniziativa degli insegnanti, o degli studenti e degli insegnanti insieme. Quando seppe che gli amministratori erano rimasti scossi dalla cosa, egli rise.

— Si aspettano che gli studenti non siano anarchici? — disse. — E che altro possono essere i giovani? Quando sei al fondo, devi organizzarti per portarti su! — Non aveva intenzione di farsi allontanare da un corso per ragioni degli amministratori (aveva già combattuto in precedenza lo stesso tipo di battaglia) e poiché egli comunicò agli studenti la propria fermezza, anch’essi tennero duro. Allo scopo di evitare una pubblicità negativa, i Rettori dell’Università rinunciarono e Shevek iniziò il suo corso con un’aula piena, duemila persone. Ma la frequenza diminuì subito. Egli si attenne al-la fisica, senza mai passare al caso personale o alla politica, e si trattava di fisica di livello molto avanzato. Eppure alcune centinaia di studenti continuarono a venire. Alcuni venivano per pura curiosità, allo scopo di vedere l’uomo giunto dalla Luna; altri erano attirati dalla personalità di Shevek, dai barlumi dell’uomo e del libertario che riuscivano a cogliere nelle sue parole anche se non riuscivano a seguire i suoi passaggi matematici. E un numero sorprendentemente alto di studenti era capace di seguire sia la filosofia, sia la matematica.

Erano superbamente addestrati, quegli studenti. La loro mente era fine, acuta, pronta. Quando non lavoravano, riposavano. Non venivano resi ottusi e distratti da una decina di altri impegni. Non cadevano mai addormentati in aula perché erano stanchi dopo avere prestato servizio nei lavori a rotazione, il giorno precedente. La loro società li manteneva in assoluta libertà dal bisogno, dalla distrazione e dalle preoccupazioni.

Quel che erano liberi di fare, tuttavia, era un altro discorso. Pareva a Shevek che la loro libertà da altri impegni fosse esattamente proporzionale alla loro mancanza di libertà d’iniziativa.

Egli rimase stupefatto del loro sistema di esami, quando gli venne spiegato; gli pareva che il procedimento di ficcarsi in testa informazioni per ri-gettarle a richiesta dovesse essere quanto di più efficace per disamorare il naturale desiderio di imparare che ciascuno porta in sé. Dapprima rifiutò di fare esami e di dare voti, ma ciò sconvolse talmente gli amministratori dell’Università che, non volendo essere scortese con i suoi ospiti, egli rinunciò. Chiese ai suoi studenti di scrivere una tesina sull’argomento della fisica che più li interessava, e comunicò che avrebbe dato a ciascuno il voto più alto, in modo che i burocrati avessero qualcosa da scrivere sui loro moduli e sui loro elenchi. Con sua grande sorpresa, molti studenti vennero da lui a lamentarsene. Desideravano che fosse lui a stabilire i problemi, a rivolgere le domande giuste; essi non volevano pensare alle domande, ma soltanto scrivere le risposte che avevano imparato. E alcuni di loro erano fortemente contrari al fatto che desse a tutti lo stesso voto. Come si poteva distinguere gli studenti diligenti da quelli che non avevano studiato nulla?

A che scopo lavorare tanto? Se non c’erano delle classifiche competitive, tanto valeva non fare nulla.

— Certo, naturalmente — disse Shevek, preoccupato. — Se non volete fare il lavoro, allora non dovete farlo.

Se ne andarono via insoddisfatti, ma cortesi. Erano dei piacevoli giovani, con modi franchi e civili. Le letture di Shevek sulla storia urrasiana l’avevano portato alla convinzione che in realtà fossero, anche se la parola era caduta in disuso, degli aristocratici. All’epoca feudale l’aristocrazia aveva mandato i propri figli all’università, conferendo superiorità all’istituzione. Oggi avveniva l’inverso: l’università conferiva superiorità all’uomo.

Con orgoglio, dissero a Shevek che la competizione per le borse di studio di Ieu Eun diventava ogni anno più severa, così dimostrando la sostanziale democraticità dell’istituzione. Egli rispose: — Avete messo un ulteriore lucchetto alla porta, e lo avete chiamato democrazia. — Amava i suoi cortesi, intelligenti studenti, ma non sentiva molto trasporto verso nessuno di loro. Progettavano di far carriera come scienziati accademici o industriali, e ciò che apprendevano da lui costituiva per loro soltanto un mezzo per ottenere tale fine, per ottenere il successo nella propria carriera. Essi avevano già, o ne negavano l’importanza, ogni altra cosa ch’egli avrebbe potuto offrire loro.

Shevek si trovò, pertanto, senza altre occupazioni che la preparazione dei suoi tre corsi; il resto del tempo era completamente suo. Non si era mai trovato in una situazione simile da quando aveva vent’anni o poco più, nei suoi primi anni all’Istituto di Abbenay. Dopo quell’epoca, la sua vita sociale e personale era diventata sempre più complicata ed esigente. Egli era stato non soltanto un fisico, ma anche un compagno, un padre, un Odoniano, e infine un riformatore sociale. E in quanto tale non era stato protetto, né si era aspettato protezione, dalle cure e dalle responsabilità che gli toc-cavano. Non era stato libero da alcuna cosa: era stato soltanto libero di fare ogni cosa. Qui avveniva l’inverso. Come tutti gli altri studenti e i professori, egli non aveva altro da fare che il suo lavoro intellettuale: nulla, lette-ralmente nulla, del resto. I letti venivano rifatti per loro, le stanze venivano spazzate per loro, ogni lavoro relativo alla loro permanenza veniva svolto da altri, veniva loro resa agevole la strada. E niente moglie, niente famiglia. Nessuna donna. Gli studenti dell’Università non avevano il permesso di sposarsi. I professori sposati di solito abitavano nei cinque giorni di lezione della settimana in appartamenti per scapoli, nell’area accademica, e andavano a casa soltanto per il fine settimana. Nulla che potesse distrarre.

Completa tranquillità per lavorare; tutto il materiale a portata di mano; stimoli intellettuali, discussioni, conversazioni quanto si voleva; nessuna pressione. Il vero paradiso! Ma egli non pareva capace di mettersi al lavoro.

C’era qualcosa che mancava… in lui, si disse, non nell’ambiente. Egli non ne era all’altezza. Non era abbastanza forte per accettare ciò che gli veniva offerto con tanta generosità. Si sentiva prosciugato e arido, come una pianta del deserto, in questa bellissima oasi. La vita su Anarres l’aveva cauterizzato, aveva serrato ermeticamente la sua anima; le acque della vita sgorgavano tutt’intorno a lui, ma egli non riusciva a bere.

Si costrinse a lavorare, ma anche nel lavoro non trovò alcuna certezza.

Gli pareva di avere perso l’intuito che, quando egli provava a dare un giudizio di se stesso, gli pareva costituire il suo vantaggio su molti altri fisici, il senso di dove stesse il problema veramente importante, l’indizio che conduceva all’interno, verso il centro. Qui, non gli pareva di avere alcun senso della direzione. Egli lavorò al Laboratorio di Ricerca, lesse molto, e scrisse tre articoli nel corso dell’estate e dell’autunno: un mezzo anno molto pro-duttivo, secondo il suo metro normale. Ma sapeva che in realtà non aveva fatto nulla di concreto.

In verità, quanto più egli viveva su Urras, tanto meno concreto il pianeta diveniva per lui. Gli pareva che gli sfuggisse di mano: il mondo vitale, magnifico, inesauribile che egli aveva visto dalle finestre della stanza il suo primo giorno sul pianeta. Scivolava via dalle sue mani goffe, forestie-re, lo eludeva: e quando egli provava di nuovo a guardare, teneva in mano qualcosa di molto diverso, qualcosa ch’egli non aveva mai desiderato: fatto di carta straccia, involucri, spazzatura.

Riceveva denaro per gli articoli che scriveva. Già aveva in un conto della Banca Nazionale le 10.000 Unità Monetarie Internazionali del Premio Seo Oen, e una borsa di 5000 del Governo lotico. Quella somma venne ora aumentata dal suo stipendio di professore e dal denaro a lui pagato dalle Edizioni Universitarie per le tre monografie. Dapprima tutto ciò gli parve ridicolo; poi lo turbò. Non doveva respingere in blocco, con la scusa che era ridicola, una cosa che dopotutto aveva un’importanza soverchiante su Urras. Cercò di leggere un testo elementare di economia; lo trovò noioso in modo insopportabile, come ascoltare qualcuno che raccontasse interminabilmente un sogno lungo e stupido. Non riusciva a costringersi a capire come funzionavano le banche e così via, poiché le operazioni del capitali-smo erano altrettanto prive di significato, ai suoi occhi, quanto i riti di una religione primitiva: altrettanto barbariche, altrettanto complicate e inneces-sarie. In un sacrificio umano agli dèi ci poteva almeno essere una terribile, malintesa bellezza; nei riti dei cambiavalute, in cui si dava per assodato che l’ingordigia, l’ignavia e l’invìdia fossero gli unici moventi degli atti umani, perfino il terribile diveniva banale. Shevek osservò con disprezzo questa mostruosa meschinità, senza interesse. Egli non ammise, non poté ammettere, che in verità lo spaventava.

Saio Pae l’aveva accompagnato a «fare acquisti» nel corso della sua seconda settimana in A-Io. Anche se non aveva intenzione di tagliarsi i capelli — i capelli, dopotutto, facevano parte di lui — egli desiderava un abito alla moda urrasiana e un paio di scarpe. Non aveva intenzione di appari-re più straniero del minimo indispensabile. La semplicità del suo vecchio abito lo rendeva chiaramente un’ostentazione, e i suoi morbidi, rozzi stivali da deserto apparivano davvero strambi, in mezzo alle fantasiose calzature iotiche. Così, dietro sua richiesta, Pae l’aveva accompagnato nella Passeggiata Saemtenevia, la strada dei negozi eleganti di Nio Esseia, da un sarto e da un calzolaio.

L’intera esperienza era risultata così sbalorditiva per lui, che se l’era cancellata di mente non appena possibile; ma aveva continuato per mesi a so-gnarla, ad avere incubi. La Saemtenevia era lunga due miglia, ed era una massa compatta di persone, di traffico e di cose: cose da comprare, cose da vendere. Soprabiti, vestiti, gonne, giacche, calzoni, calzoncini, camicie, bluse, cappelli, scarpe, calze, sciarpe, scialli, panciotti, mantelli, ombrelli, vestiti da indossare mentre si dormiva, mentre si nuotava, mentre si giocava a qualche gioco, a un ricevimento pomeridiano, a un ricevimento serale, a un ricevimento in campagna, in viaggio, a teatro, in sella ai cavalli, facendo giardinaggio, ricevendo gli ospiti, andando in barca, andando a ce-na, andando a caccia, tutti diversi, tutti in centinaia di taglie, modelli, colori, spessori, materiali. Profumi, orologi, lampade, statuine, cosmetici, can-dele, quadri, macchine fotografiche, passatempi, vasi, sofà, bricchi, rompicapi, cuscini, bambole, colini, gualdrappe, gioielli, tappeti, stuzzicadenti, calendari, un sonaglino da neonato in platino con impugnatura di cristallo di rocca, una macchina elettrica per fare la punta alle matite, un orologio da polso con i numeri di diamante; figurette e ricordi e gingilli e non mi scordare e fronzoli e carabattole, ogni cosa inutile fin dall’inizio, o talmente ornamentata da nasconderne l’uso; ettari di articoli di lusso, ettari di escrementi. Al primo isolato Shevek si era fermato per dare un’occhiata a un soprabito peloso, maculato, esibizione centrale di una lucente vetrina di abiti e gioielli. — Quel soprabito costa 8400 unità? — domandò incredulo, poiché recentemente aveva letto in un giornale che il «salario medio» era di circa 2000 unità all’anno. — Oh, certo, è pelliccia naturale, molto rara oggi che gli animali sono protetti — aveva detto Pae. — Bel mantello, ve-ro? Le donne amano le pellicce. — Ed erano andati avanti. Dopo un altro isolato, Shevek si era sentito completamente esausto. Non poteva più guardare. Avrebbe voluto chiudersi gli occhi.

E la cosa più strana, riguardo alla strada degli incubi, era che nessuna cosa, dei milioni che vi erano contenute, veniva fatta laggiù. Dov’erano le botteghe, le fabbriche, dov’erano i contadini, gli artigiani, i minatori, i tes-sitori, i chimici, gli scultori, i tintori, i disegnatori, i meccanici, dove erano le mani, le persone che producevano? Fuori vista, da qualche altra parte.

Dietro muri. Tutte quelle persone, in ciascuno dei negozi, erano o compra-tori o venditori. Non avevano altra relazione con le cose se non quella del possesso.

Venne a sapere che una volta date le sue misure, egli poteva ordinare per telefono ogni altra cosa che gli occorreva, e decise di non tornare mai più alla strada dell’incubo.

Il vestito e le scarpe gli vennero consegnati nel giro di una settimana.

Egli li indossò e si mise davanti allo specchio della camera da letto, lungo fino al pavimento. La giacca lunga e aderente, grigia, la camicia bianca, i calzoni neri a mezza gamba, i calzettoni e le scarpe lucide si adattavano bene alla sua lunga, sottile figura e ai suoi piedi sottili. Si chinò a toccare con circospezione la superficie di una scarpa. Era fatta dello stesso materiale che ricopriva le poltrone dell’altra stanza, il materiale che al tatto pareva pelle; aveva chiesto a qualcuno, recentemente, che cosa fosse, e gli era stato risposto che si trattava veramente di pelle: pelle di animale, o cuoio, come veniva chiamata. Aggrottò la fronte a quel contatto, si raddrizzò e voltò le spalle allo specchio, ma non prima di essere costretto a riconoscere che, così vestito, la somiglianza con sua madre Rulag era più forte che mai.

Ci fu una lunga interruzione tra i trimestri di studio, a metà dell’autunno.

Molti studenti si recarono a casa a trascorrere le vacanze. Shevek si recò in campeggio sui monti Meitei per alcuni giorni con un gruppo di studenti e di ricercatori del Laboratorio, poi ritornò per farsi assegnare alcune ore al grosso computer, che durante il periodo scolastico era sempre impegnato.

Tuttavia, stanco di un lavoro che non portava a nulla, egli lavorò senza ec-cessivo impegno. Dormì più del solito, camminò, lesse, e si disse che il guaio stava nel fatto che aveva avuto troppa fretta, tutto qui; non si può afferrare un intero nuovo mondo in pochi mesi. I prati e i boschetti dell’Università erano bellissimi e disordinati, foglie dorate che s’illuminavano e vo-lavano via nel vento piovigginoso, sotto un morbido cielo grigio. Shevek cercò le opere dei grandi poeti iotici e le lesse; ora riusciva a capirli quando parlavano di fiori, e del volo degli uccelli, e del colore delle foreste in autunno. Questa comprensione scese in lui come un grande piacere. Era piacevole ritornare al crepuscolo alla propria stanza, che con la sua tranquilla bellezza di proporzioni non cessava mai di soddisfarlo. Adesso s’era abituato a quella grazia e a quella comodità: gli era divenuta familiare. Co-sì come le facce che vedeva alla Refezione Serale, i colleghi, alcuni amati di più, altri di meno, ma tutti, ormai, familiari. Così gli era familiare il ci-bo, con tutta la sua varietà e quantità, che all’inizio l’avevano sorpreso. Le persone che servivano a tavola conoscevano i suoi desideri e lo servivano come egli stesso si sarebbe servito da sé. Continuava a non mangiare carne; aveva provato, per educazione e per mostrare a se stesso che non nutriva pregiudizi irrazionali, ma il suo stomaco aveva delle ragioni proprie, che la ragione non conosceva, e si era ribellato. Dopo un paio di mezzi di-sastri, aveva rinunciato al tentativo ed era rimasto vegetariano, senza tuttavia perdere l’amore del cibo. Amava molto la cena. Aveva acquistato tre o quattro chili da quando era giunto su Urras; ora aveva un aspetto molto sa-no, abbronzato dalla vacanza in montagna, riposato dalla festa. Era una figura che colpiva, quando si alzava, come ora, dal tavolo nella grande sala da pranzo dal soffitto a travi molto alto, nell’ombra, le pareti a pannelli, piene di ritratti, e le tavole illuminate da fiamme di candela e porcellana e argento. Salutò qualcuno a un tavolo e fece per andarsene, con un’aria di tranquillo distacco. Dall’altra parte della sala. Chifoilisk lo scorse e lo se-guì, raggiungendolo sulla porta.

— Ha qualche minuto per me, Shevek?

— Sì. Andiamo nella mia stanza? — Adesso era abituato all’uso continuo degli aggettivi possessivi, e riusciva a pronunciarli senza imbarazzo.

Chifoilisk parve avere un attimo di esitazione. — Che ne direbbe della biblioteca? Dobbiamo passarle davanti, e devo entrare a prendere un libro.

Si diressero verso il lato opposto del quadrilatero, verso la Biblioteca della Nobile Scienza (vecchio termine per indicare la fisica, che in certi usi si era conservato anche su Anarres), camminando a fianco a fianco nell’oscurità interrotta dal picchiettio della pioggia. Chifoilisk aveva aperto l’om-brello, ma Shevek camminava nella pioggia come gli iotici camminavano al sole, con gioia.

— Si bagna — brontolò Chifoilisk. — E ha già la tosse, no? Dovrebbe fare più attenzione.

— No, adesso sto bene — disse Shevek, e sorrise mentre camminava a grandi passi nella pioggia fine e fresca. — Il dottore del Governo, lei l’ha visto, mi ha dato varie cure, inalazioni. Funzionano; non tossisco più. Ho chiesto al dottore di descrivere il procedimento e i farmaci usati, per radio, al Gruppo dell’Iniziativa di Abbenay. E lui l’ha fatto. Era contento di farlo.

È una cosa molto semplice, e può alleviare molte sofferenze causate dalla tosse da polvere. Ma perché, perché non è stato fatto prima? Perché noi non lavoriamo insieme, Chifoilisk?

Il thuviano emise un brontolio ironico. Erano giunti alla sala di lettura della biblioteca. Corridoi di vecchi libri, sotto delicati doppi archi di marmo, erano fermi nella serenità e nella semioscurità; le lampade poste sui lunghi tavoli di lettura erano delle semplici sfere di alabastro, disadorne.

Non c’erano altri lettori, ma un bibliotecario si affrettò a seguirli e ad accendere il fuoco nel caminetto di marmo e a chiedere loro se desiderassero altro, poi si ritirò nuovamente. Chifoilisk, fermo davanti al caminetto, osservò il fuoco che si propagava lentamente alla legna. Al di sopra dei suoi occhi piccoli, le sopracciglia erano ispide; il suo viso ordinario, scuro, intelligente, pareva più anziano del solito. — Desidero dirle delle cose anti-patiche, Shevek — esordì con la sua voce roca. E aggiunse: — Non che questa sia una novità, penso… — Un’umiltà che Shevek non aveva mai cercato in lui.

— Cosa sarebbe?

— Desidero sapere se lei sa cosa sta facendo, qui.

Dopo una pausa, Shevek rispose: — Credo di sì.

— Lei si rende conto, quindi, di essere stato comprato?

— Comprato?

— Diciamo assunto, se preferisce. Ascolti. Per quanto sia intelligente, un uomo non può vedere le cose che non sa come guardare. Come può lei capire la sua situazione, qui, in un’economia capitalista, in uno stato pluto-cratico, oligarchico? Come può riconoscerla, lei che viene da una piccola comune di idealisti morti di fame, lassù nel cielo?

— Chifoilisk, ci sono molti idealisti su Anarres, glielo assicuro. I Primi Coloni erano degli idealisti, certo, a lasciare questo mondo per il nostro deserto. Ma questo accadde sette generazioni fa! La nostra società è pratica. Forse troppo pratica, troppo preoccupata della semplice sopravvivenza.

Che cosa c’è di idealistico nella cooperazione sociale, nella reciproca assistenza, quando si tratta dell’unico modo per rimanere vivi?

— Non posso discutere i valori dell’Odonianismo con lei. Anche se la cosa mi piacerebbe! Sa, conosco abbastanza il vostro movimento. Siamo molto più vicini ad esso, nel mio paese, che non questa gente dell’A-Io.

Siamo entrambi dei prodotti del grande movimento rivoluzionario dell’ot-tavo secolo… siamo socialisti, come voi.

— Ma voi siete archisti. Lo Stato di Thu è ancor più centralizzato che lo Stato dell’A-Io. Una singola struttura di potere controlla ogni cosa: il governo, l’amministrazione, la polizia, l’esercito, l’istruzione, le leggi, i commerci, la produzione. E mantenete un’economia monetaria.

— Un’economia monetaria basata sul principio che ciascun lavoratore viene pagato come merita, per il valore del suo lavoro… non dai capitalisti che è costretto a servire, ma dallo stato di cui è un membro!

— È lui che fissa il valore del proprio lavoro?

— Perché non viene in Thu, a vedere come funziona il vero socialismo?

— Conosco già come funziona il vero socialismo — disse Shevek. —

Potrei spiegarvelo, ma il vostro governo me lo lascerebbe spiegare, in Thu?

Chifoilisk spostò col piede un ceppo che non aveva preso fuoco. L’espressione del suo volto, mentre fissava le fiamme, era amara; i solchi tra il naso e gli angoli delle labbra erano assai profondi. Non rispose alla domanda di Shevek. Dopo un po’, disse: — Non intendo giocare a botta e risposta con lei. Non serve; e comunque non voglio. La cosa che devo chiederle è la seguente: sarebbe disposto a venire in Thu?

— Non ora, Chifoilisk.

— Ma che cosa può riuscire a fare… qui?

— Il mio lavoro. E poi, qui sono vicino alla sede del Consiglio dei Governi Mondiali.

— Il Consiglio? Da trent’anni il Consiglio è una creatura dell’A-Io. Non conti su di esso per salvarsi!

Pausa. — Dunque, sono in pericolo?

— Non s’è accorto neppure di questo?

Altra pausa.

— Riguardo a chi, precisamente, intende avvertirmi? — chiese Shevek.

— Riguardo a Pae, in primo luogo.

— Oh, sì, Pae. — Shevek appoggiò le mani sulla cappa scolpita, intar-siata in oro, del caminetto. — Pae è un ottimo fisico. È molto servizievole.

Ma non mi fido di lui.

— Perché?

— Be’… evade.

— Sì. Un giudizio psicologico molto acuto. Ma Pae non è pericoloso per lei perché è una persona sfuggente, Shevek. Pae è pericoloso perché è un agente leale e ambizioso del Governo lotico. Fa rapporto su di lei, e su di me, con regolarità, al Ministero della Sicurezza Nazionale… la polizia segreta. Non intendo sottovalutare le sue capacità, Shevek, Dio sa, ma lei non si accorge che la sua abitudine di accostarsi a ciascun individuo come a una persona, un individuo a sé, non funziona, qui, non può funzionare?

Lei deve comprendere i poteri che stanno alle spalle dei singoli individui.

Mentre Chifoilisk parlava, l’atteggiamento rilassato di Shevek si era irri-gidito; adesso stava dritto come Chifoilisk, e fissava il fuoco. Disse: —

Come fa a sapere di Pae?

— Esattamente come so che la sua stanza, Shevek, contiene un microfono nascosto, al pari della mia. Lo so perché è il mio mestiere saperlo.

— Anche lei è un agente del suo governo?

Il volto di Chifoilisk si abbassò; poi egli si voltò bruscamente verso Shevek, e disse piano, con odio: — Sì, naturalmente. Se non lo fossi, non sarei qui. Lo sanno tutti. Il mio governo invia all’estero soltanto persone delle quali si può fidare. E di me si fida! Perché io non mi sono lasciato comprare, come tutti questi maledetti ricchi professori iotici. Io credo nel mio governo, nel mio paese. Ho fede in loro. — Forzava le parole a uscire, come in una specie di tormento. — Lei deve guardarsi intorno, Shevek!

Lei è come un bambino in mezzo ai ladri. Sì, sono gentili con lei, le danno una bella stanza, lezioni da tenere, studenti, denaro, visite ai castelli, visite alle fattorie modello, visite ai graziosi paesini. Soltanto il meglio di ogni cosa. Tutto bello, graziosissimo! Ma per quale motivo? Perché l’hanno portata qui dalla Luna, le fanno dei complimenti, le stampano i libri, la tengono così bene nella bambagia, al calduccio, in aule scolastiche e laboratori e biblioteche? Crede che lo facciano per disinteresse scientifico, per amore fraterno? Qui siamo in una economia di profitto, Shevek!

— Lo so. E sono venuto per contrattare con essa.

— Contrattare? Dare cosa?… E in cambio di che?

Il volto di Shevek aveva assunto la stessa espressione fredda, grave, che aveva nel lasciare il Forte di Drio. — Lei sa che cosa voglio, Chifoilisk.

Voglio che il mio popolo esca dall’esilio. Sono venuto qui perché non credo che vogliate la stessa cosa, in Thu. Voi avete paura di noi, laggiù. Voi temete che noi possiamo riportare in vita la rivoluzione, la vecchia rivoluzione, quella vera, la rivoluzione per la giustizia che voi avete cominciato e poi fermato a mezza via. Qui nell’A-Io hanno meno paura di me, perché hanno dimenticato la rivoluzione. Qui non credono più ad essa. Qui pensano che quando il popolo può possedere abbastanza cose, è contento di vivere in prigione. Ma io non lo crederò mai. Io voglio che i muri cadano. Io voglio la solidarietà, la solidarietà umana. Voglio il libero scambio tra Urras e Anarres. Ho lavorato per esso come ho potuto su Anarres, ora lavoro per esso come posso su Urras. Laggiù ho agito. Qui, scambio.

— Che cosa?

— Oh, lei lo sa, Chifoilisk — disse Shevek con voce bassa, in tono diffidente. — Lei lo sa, cosa vogliono da me.

— Sì, lo so, ma non credevo che lo sapesse lei — disse il thuviano, parlando anch’egli a voce bassa; la sua voce roca divenne un mormorio ancora più roco, tutto respiro e fricative. — Ci è arrivato, allora… la Teoria Generale Temporale?

Shevek lo fissò, forse con una punta di ironia.

Chifoilisk insistette: — Esiste già in forma scritta?

Shevek continuò a fissarlo per un lungo istante, e poi rispose direttamente alla domanda: — No.

— Ottimamente!

— Perché?

— Perché se esistesse, l’avrebbero già presa.

— Cosa intende dire?

— Esattamente ciò che ho detto. Senta, non è stata proprio Odo a dire che dove c’è proprietà c’è furto?

— «Per fare un ladro, fai un padrone; per creare un crimine, crea delle leggi.» L’organismo sociale.

— Bene. Dove ci sono degli scritti in una camera chiusa a chiave, là ci sono delle persone con le chiavi della serratura!

Shevek fece una smorfia. — Sì — disse infine, — è una cosa molto spiacevole.

— Spiacevole per lei. Non per me. Io non ho i suoi scrupoli morali indi-vidualistici, lei lo sa. Sapevo già che non ha una copia scritta della Teoria.

Se avessi creduto diversamente, avrei fatto qualsiasi sforzo per averla, con la persuasione, con il furto, o con la forza, se avessi pensato di poterla ra-pire senza entrare in guerra con l’A-Io. Qualsiasi cosa, pur di toglierla a questi grassi capitalisti iotici e di consegnarla al Presidio Centrale del mio paese. Poiché la più alta causa che io possa servire sono la potenza e il be-ne del mio paese.

— Lei mente — disse Shevek, tranquillo. — Io credo che lei sia un pa-triota, sì. Ma lei colloca al di sopra del patriottismo il suo rispetto per la verità, la verità scientifica, e forse anche la sua lealtà verso le singole persone. Lei non mi tradirebbe.

— Lo farei, se potessi — disse Chifoilisk, violentemente. Fece per dire qualcosa, s’interruppe, e infine disse, con rabbia e rassegnazione: — La pensi come crede. Io non posso spalancarle gli occhi per lei. Ma, ricordi, noi la desideriamo. Se una volta o l’altra arriverà a vedere cosa succede quaggiù, venga in Thu. Lei ha scelto le persone sbagliate per cercare di farne i suoi fratelli! E se… no, non spetta a me dirlo. Comunque, non conta… se non vuole venire da noi in Thu, almeno non dia la sua Teoria agli iotici. Non dia niente agli usurai! Se ne vada. Torni a casa. Dia al suo popolo ciò che ha da dare!

— Il mio popolo non lo vuole — disse Shevek, senza alcuna particolare inflessione. — Crede che non abbia già provato?

Quattro o cinque giorni più tardi, Shevek, che aveva chiesto di Chifoilisk, venne a sapere che era tornato in Thu.

— Per non più tornare? Non mi aveva detto di essere di partenza.

— Un thuviano non sa mai quando arriverà un ordine del suo Presidio

— disse Pae, poiché, naturalmente, era stato Pae a riferirlo a Shevek. —

L’unica cosa che sa, è che quando l’ordine arriva è meglio non perdere tempo. E non soffermarsi a prendere commiato per strada. Povero Chifoilisk! Mi chiedo cosa avrà fatto di sbagliato.

Shevek si recò una volta o due a visitare Atro nella sua bella casetta ai bordi dell’area universitaria; Atro vi abitava con un paio di servitori, vecchi quanto lui, che se ne prendevano cura. A quasi ottant’anni, era, come diceva lui stesso, un monumento a un fisico di prima categoria. Anche se non aveva visto finire nell’oblio il suo lavoro, come era successo a Garab, la semplice età gli aveva fatto raggiungere una condizione di disinteresse simile a quella della donna. Il suo interesse per Shevek, almeno, pareva essere completamente personale: una sorta di relazione cameratesca. Egli era stato il primo fisico Sequenziale convertito al modo di Shevek di accostarsi alla comprensione del tempo. Aveva combattuto, con le armi di Shevek, per le teorie di Shevek, contro l’intero corpus della rispettabilità scientifica, e la battaglia era durata per alcuni anni, fino alla pubblicazione di Princìpidella Simultaneità nella stesura integrale, seguita immediatamente dalla vittoria dei Simultaneisti. Quella battaglia era stata il punto culminante della vita di Atro. Egli non sarebbe stato disposto a combattere per qualcosa di meno che la verità, ma era stata la lotta ad essere amata da lui, più che la verità.

Atro poteva far risalire la propria genealogia per undici secoli, tra generali, principi, grandi latifondisti. La famiglia era tuttora proprietaria di un territorio di tremila ettari, con quattordici villaggi, nella provincia di Sie, la zona più rurale dell’A-Io. Egli aveva delle espressioni verbali provinciali, degli arcaismi che conservava con orgoglio. La ricchezza non gli faceva alcuna impressione, ed egli si riferiva al governo del paese dicendo che erano «demagoghi e politici senza spina dorsale». Il suo rispetto non era in vendita. Eppure egli lo dava, liberamente, a qualsiasi sciocco provvisto di quello che egli definiva «il giusto cognome». Per alcuni versi risultava assolutamente incomprensibile a Shevek… un enigma: l’aristocratico. Eppure il suo genuino disprezzo per il denaro e il potere faceva sì che Shevek lo trovasse più vicino a lui di ogni altra persona incontrata su Urras.

Una volta, mentre sedevano insieme nel porticato chiuso da vetrate in cui coltivava ogni tipo di fiori rari e fuori stagione, gli avvenne di usare la frase «noi Cetiani». Shevek la notò e gli chiese: — «Noi Cetiani»… non è una parola dei merli? — «Merli» era una parola del gergo giornalistico per indicare la stampa popolare, i quotidiani, le trasmissioni radio, la narrativa, fabbricati ad uso delle masse lavoratrici urbane.

— «Merli!» — ripeté Atro. — Mio caro amico, dove diavolo vai a pe-scare questi volgarismi? Con «Cetiani» intendo appunto ciò che gli scritto-ri dei quotidiani e i loro lettori, gente che muove ancora le labbra quando legge, intendono con questo termine. Urras e Anarres!

— Mi sorprendeva che tu usassi una parola straniera… una parola in-Cetiana, anzi.

— Definizione per esclusione — il vecchio si difese ridendo. — Cento anni fa non avevamo bisogno di questa parola. «Umanità» bastava. Ma le cose sono cambiate, una sessantina di anni fa. Avevo diciassette anni, era una bella giornata di sole all’inizio dell’estate, ricordo ancora perfettamente. Esercitavo il cavallo, e la mia sorella maggiore si sporse dalla finestra per gridare: «Stanno parlando con qualcuno venuto dallo Spazio Interstellare, per radio!». La mia povera cara mamma pensò che fossimo giunti alla fine: diavoli stranieri, capirai. Ma si trattava semplicemente degli Hainiti, che facevano grandi parole sulla pace e la fratellanza. Be’, oggi «umanità»

è una parola che copre un campo un po’ troppo vasto. Che cosa definisce la fratellanza se non la non-fratellanza? Definizione per esclusione, mio caro!

Noi due siamo parenti. I tuoi antenati probabilmente menavano a brucare le capre nelle montagne mentre i miei opprimevano servi a Sie, alcuni secoli fa; ma siamo membri della stessa famiglia. Per accorgersene, basta so-lo incontrare… o ascoltare… uno straniero. Un essere di un altro sistema solare. Un uomo, cosiddetto, che non ha nulla in comune con noi ad eccezione della disposizione pratica di due gambe, due braccia e una testa con una specie di cervello dentro!

— Ma gli Hainiti non hanno dimostrato che siamo…

— Tutti di origine straniera, figli dei coloni interstellari Hainiti, mezzo milione di anni fa, o un milione, o due o tre milioni, sì, lo so. «Dimostrato»! Per il Numero Primario, Shevek, mi sembri una matricola al primo esame! Come puoi parlare seriamente di testimonianze storiche, lungo un intervallo di tempo così vasto? Quegli Hainiti lanciano in aria i millenni come se fossero palle di gomma, ma la loro è soltanto l’arte del giocoliere.

«Dimostrazione»! Nientemeno. La religione dei miei padri mi informa con uguale autorevolezza che io sono discendente di Pinra Od, che Dio esiliò dal Giardino poiché aveva avuto l’ardire di contarsi le dita delle mani e dei piedi, sommandole fino a venti, e così scatenando il Tempo sull’universo.

E io preferisco questa storia a quella degli Hainiti, se devo scegliere!

Shevek rise; l’allegria di Atro gli dava piacere. Ma il vecchio era serio.

Picchiò sul braccio di Shevek, e, aggrottando le sopracciglia e torcendo le labbra come sempre faceva quando parlava con convinzione, disse: —

Spero che tu provi gli stessi sentimenti, mio caro. Lo spero sinceramente.

Ci sono molte cose ammirevoli, ne sono certo, nella tua società, ma essa non vi insegna ad operare delle distinzioni… cosa che, dopotutto, è la migliore che ci insegni la civiltà. Non voglio che quei maledetti stranieri giungano a fare breccia in te servendosi dei tuoi concetti sulla fratellanza e l’assistenza mutua e così via. Ti rovesceranno addosso interi fiumi di «umanità comune» e «lega di tutti i mondi» e così via, e mi spiacerebbe che li trangugiassi interi. La legge dell’esistenza è la lotta, la competizione, l’e-liminazione del debole… una guerra spietata per la sopravvivenza. E io desidero che siano i migliori a sopravvivere. Il tipo di umanità che conosco. I Cetiani. Noi due: Urras e Anarres. Noi siamo davanti a loro, ora come ora; a tutti quegli Hainiti e Terrestri e come altro si chiamano, e dobbiamo continuare a stare in testa. Sono stati loro a portarci il viaggio interstellare, ma le navi interstellari che noi costruiamo oggi sono migliori delle loro.

Quando arriverai a pubblicare la tua teoria, spero sinceramente che tu pensi al tuo dovere nei riguardi del tuo popolo, della tua razza. A quel che significa la lealtà, e a chi è dovuta. — Le facili lacrime della vecchiaia erano sorte negli occhi quasi ciechi di Atro. Shevek posò la mano sul braccio dell’uomo più anziano, per rassicurarlo, ma non disse nulla.

— Anch’essi avranno la Teoria, naturalmente. A suo tempo. E meritano di averla. La verità scientifica si diffonderà, non puoi nascondere il sole sotto un sasso. Ma prima che la abbiano, voglio che la paghino! Voglio che noi abbiamo il posto che ci spetta. Voglio il rispetto: ed è questo, ciò che tu ci puoi ottenere. Il trasporto istantaneo… se noi divenissimo padroni del trasporto istantaneo, il loro motore interstellare non varrebbe più un fa-giolo. E non è il denaro che voglio, lo sai. Voglio che la superiorità della scienza Cetiana sia riconosciuta, la superiorità della mente Cetiana. Se ci dev’essere una civiltà interstellare, allora, per Dio, non voglio che il mio popolo sia un suo membro di bassa casta! Noi dobbiamo entrarci come dei grandi signori, con un grande dono nelle mani… così deve essere. Bene, bene, a volte mi scaldo un po’ su queste cose. E, detto per inciso, come va il tuo libro?

— Ho lavorato sull’ipotesi gravitazionale di Skask. Ho l’impressione che si sbagli nell’usare soltanto equazioni differenziali parziali.

— Ma anche il tuo ultimo articolo era sulla gravità. Quando ti deciderai a dedicarti alla cosa importante?

— Sai che per noi Odoniani i mezzi sono il fine — disse Shevek, in tono leggero. — Inoltre, non posso presentare una teoria del tempo che trascuri la gravità, non ti pare?

— Vuoi dire che ce la dai a pezzi e bocconi? — chiese Atro, con sospetto. — Non mi era venuto in mente. Farò meglio a riguardare quel tuo ultimo articolo. Alcune sue parti non mi erano molto chiare. Mi si stancano così tanto gli occhi, di questi tempi. Credo che quel maledetto affare in-granditore proiettore che devo usare per leggere si sia guastato. Non mi pa-re che proietti chiaramente le parole.

Shevek fissò il vecchio fisico con rimorso e affezione, ma non gli disse altro sullo stato della sua teoria.

Inviti a ricevimenti, dediche, inaugurazioni e così via venivano recapitati a Shevek quasi ogni giorno. Egli si recò ad alcuni, poiché era venuto su Urras con una missione, e doveva cercare di svolgerla: doveva promuovere l’idea di fraternità, doveva rappresentare, con la sua stessa persona, la solidarietà dei due Pianeti. Egli parlava, e la gente lo ascoltava e diceva: — Ha proprio ragione.

Si chiese perché il governo non gli impedisse di parlare. Chifoilisk doveva avere esagerato, in vista dei propri interessi, la portata del controllo e della censura che potevano esercitare. Egli parlava parole di pura anarchia, ed essi non lo fermavano. Ma avevano davvero bisogno di fermarlo? Gli pareva ogni volta di parlare alle stesse persone: ben vestite, ben nutrite, beneducate, sorridenti. Era quello l’unico tipo di persone esistente su Urras? — È il dolore, che porta gli uomini ad unirsi — diceva Shevek, ritto davanti a loro, ed essi annuivano e dicevano: — Ha proprio ragione.

Cominciò a odiarli, e, quando se ne accorse, smise da un giorno all’altro di accettare i loro inviti.

Ma questo era accettare il fallimento e accrescere il suo isolamento. Egli non stava facendo ciò che era venuto a fare. Non erano stati gli altri a iso-larlo, si disse; era stato — come sempre — egli stesso a isolarsi da loro.

Egli era solo, soffocantemente solo, tra tutte le persone che vedeva ogni giorno. Il guaio era che non era in contatto. Egli sentiva di non avere toccato nulla, nessuno, su Urras in tutti quei mesi.

Nel Refettorio degli Anziani di Facoltà, a tavola, una sera disse: — Sapete, non so come vivete, qui. Vedo le case private, sì, ma dall’esterno.

Dall’interno conosco solo la vostra vita non privata… sale di riunione, refettori, laboratori…

Il giorno successivo, Oiie, un po’ rigidamente, chiese a Shevek se voleva venire a cena e fermarsi per la notte, il prossimo fine settimana, a casa sua.

La casa era situata ad Amoeno, un paese a poche miglia da Ieu Eun, ed era, per il metro urrasiano, una modesta casa della classe media, forse più antica del normale. Era stata costruita circa trecento anni prima, in pietra, con stanze dai pannelli di legno. Il doppio arco caratteristico iotico compariva nelle finestre e nelle porte. Una relativa mancanza di mobili piacque subito a Shevek: le stanze avevano un aspetto austero, spazioso, con le loro grandi distese di pavimenti lucidi e profondi. Si era sempre sentito a disagio fra le decorazioni eccessive e l’arredo degli edifici pubblici in cui si tenevano i ricevimenti, le inaugurazioni e così via. Gli urrasiani avevano molto gusto, ma spesso questo gusto pareva in conflitto con un impulso verso l’ostentazione, verso la spesa elevata. L’origine naturale, estetica del desiderio di possedere cose veniva nascosta, pervertita dalle pressioni economiche e competitive, che a loro volta emergevano sotto forma di qualità delle cose: così tutto ciò che raggiungevano era una specie di meccanica prodigalità. Qui invece c’era della grazia, raggiunta mediante la limitazione.

Un servitore prese loro il cappotto all’ingresso. Giunse la moglie di Oiie, a salutare Shevek, dalla cucina seminterrata, dove stava dando ordini al cuoco.

Parlando prima di pranzo, Shevek scoprì di rivolgere la parola quasi esclusivamente alla donna, con un’amichevolezza, un desiderio di esserle simpatico, che sorprese lui per primo. Ma era così bello parlare di nuovo con una donna! Niente di strano che la propria esistenza gli fosse parsa isolata, artificiale, tra uomini, sempre tra uomini, priva della tensione e dell’attrazione della differenza sessuale. E Sewa Oiie era attraente. Osservando le linee delicate della nuca e delle tempie, egli dimenticò le proprie obiezioni alla moda urrasiana di radere la testa femminile. Sewa era reticente, piuttosto timida; egli cercò di farla sentire a proprio agio con lui, e rimase assai compiaciuto quando gli parve di esserci riuscito.

Si avviarono per il pranzo e vennero raggiunti a tavola da due bambini.

Sewa Oiie disse, a mo’ di scusa: — Sa, non si riescono più a trovare bam-binaie decenti, da questa parte del paese. — Shevek annuì, senza sapere che cosa fosse esattamente una bambinaia. Osservava i bambini con lo stesso sollievo, lo stesso diletto di sempre. Non aveva più visto bambini da quando aveva lasciato Anarres.

Erano bambini molto puliti, posati, che parlavano quando si rivolgeva loro la parola, vestiti in giacchetta azzurra di velluto e calzoni corti. Adoc-chiarono Shevek con timore, come se si fosse trattato del Mostro Venuto dallo Spazio. Il bambino di nove anni si comportava in modo severo con quello di sette; gli mormorò di non fissare l’ospite, lo pizzicò selvaggiamente quando gli disobbedì. Il più piccolo gli restituì il pizzicotto e cercò di dargli un calcio da sotto la tavola. Il Principio della Superiorità non pareva ancora instaurato bene nella sua mente.

Oiie, a casa, era un uomo completamente diverso. Lo sguardo reticente scompariva dalla sua faccia; non strascicava le parole. La famiglia lo trattava con rispetto, ma nel rispetto c’era reciprocità. Shevek aveva ascoltato in abbondanza le opinioni di Oiie sulle donne, e si sorprese nel vedere che trattava la moglie con cortesia, perfino con delicatezza. «Questa è cavalle-ria» pensò Shevek, che aveva imparato recentemente la parola, ma presto si disse che era qualcosa di migliore. Oiie era affezionatissimo alla moglie, e ne aveva la massima fiducia. Si comportava con lei e con i bambini nel modo in cui avrebbe potuto comportarsi un anarresiano. In effetti, a casa, egli d’un tratto si rivelava come un tipo semplice e fraterno di uomo, un uomo libero.

Parve a Shevek un ambito di libertà molto piccolo, una famiglia molto piccola, ma si sentiva così bene, così libero anch’egli, che non provava desiderio di criticare.

In una pausa della conversazione, il bambino più piccolo disse con la sua voce chiara, piccola: — Il signor Shevek non sa bene le buone maniere.

— Come mai? — chiese Shevek, prima che la moglie di Oiie facesse in tempo a sgridare il bambino. — Che cosa ho fatto?

— Non ha detto grazie.

— E di che cosa?

— Quando le ho passato il piatto dei sottaceti.

— Ini! Stai bravo!

Sedik! Non egoizzare! Il tono era esattamente lo stesso.

— Pensavo che tu li stessi dividendo con me. Erano invece un dono?

Noi diciamo grazie soltanto per i doni, al mio paese. Ci dividiamo le altre cose senza neppure parlarne, sai. Vuoi che ti ridia i sottaceti?

— No, non mi piacciono — disse il bambino, alzando gli occhi scuri, molto luminosi, sul volto di Shevek.

— Questo rende particolarmente agevole condividerli — disse Shevek.

Il bambino maggiore fremeva dal desiderio represso di pizzicare Ini, ma Ini si mise a ridere, mostrando i piccoli denti bianchi. Dopo qualche tempo, nel corso di una pausa, disse con voce bassa, piegandosi verso Shevek:

— Le piacerebbe vedere la mia lontra?

— Certo.

— È nel giardino. Mamma l’ha messa fuori perché pensava che potesse darle fastidio. Alcuni grandi non amano gli animali.

— A me piace vederli. Non abbiamo animali, nel mio paese.

— No? — disse il bambino maggiore, fissandolo ad occhi spalancati. —

Babbo! Il signor Shevek dice che non hanno animali!

Anche Ini lo fissò ad occhi spalancati. — Ma che cosa avete?

— Gente. Pesci. Vermi. E alberi di holum.

— Che cosa sono gli alberi di holum?

La conversazione andò avanti per mezz’ora. Era la prima volta che a Shevek era stato chiesto, su Urras, di descrivere Anarres. I bambini rivolgevano le domande, ma i genitori ascoltavano con interesse. Shevek si tenne scrupolosamente lontano dal modello etico; non era venuto per fare opera di proselitismo sui figli del proprio ospite. Semplicemente, spiegò loro com’era la Polvere, che aspetto aveva Abbenay, che tipo di abiti si portava, che cosa faceva la gente quando voleva un nuovo abito, che cosa facevano i bambini a scuola. Quest’ultima parte divenne propaganda, nonostante le sue intenzioni. Ini e Aevi erano affascinati dalla sua descrizione di una scuola che comprendeva giardinaggio, falegnameria, recupero, tipografia, riparazione di impianti idraulici, riparazione della strada, dramma-turgia, e tutte le altre occupazioni della comunità degli adulti, e dalla sua ammissione che nessuno veniva mai punito per alcunché.

— Anche se a volte — egli disse, — ti fanno andare avanti per conto tuo per un certo periodo di tempo.

— Ma che cos’è — disse d’improvviso Oiie, come se la domanda, tratte-nuta per molto tempo, gli venisse fuori sotto pressione, — che cos’è che tiene in ordine la gente? Perché non si derubano e non si ammazzano tutti?

— Nessuno possiede alcunché che si possa rubare. Se uno vuole una co-sa, la prende dal deposito. E per quanto riguarda la violenza, be’, non saprei, Oiie; lei pensa che proverebbe desiderio di uccidermi, ordinariamente? E se lo provasse, pensa che basterebbe una legge a fermarla? La coercizione non è il mezzo più efficace per ottenere l’ordine.

— D’accordo, ma come convincete la gente a fare i lavori sporchi?

— Che lavori sporchi? — chiese la moglie di Oiie, che aveva perso il fi-lo.

— Raccogliere la spazzatura, seppellire i morti — disse Oiie; Shevek aggiunse: — Scavare il mercurio — e per poco non disse: «Lavorare la merda» ma ricordò il tabù iotico sulle parole scatologiche. Aveva medita-to, fin dai primi tempi della sua permanenza su Urras, sul fatto che gli urrasiani vivevano tra montagne di escremento, ma non nominavano mai la merda.

— Be’, li facciamo tutti. Ma nessuno è costretto a farli per molto tempo, a meno che non ami quei lavori. Un giorno ogni decade, il comitato manutenzione della comunità o il comitato di isolato o chi altri ha bisogno può chiedere a una persona di unirsi a quei lavori; fanno delle liste a rotazione.

Gli incarichi di lavoro spiacevoli, o quelli pericolosi come le miniere di mercurio e le macine, di solito durano soltanto mezzo anno.

— Ma allora l’intero personale sarà costituito di persone che stanno ancora imparando il lavoro.

— Sì. Non è molto efficiente, ma che altro si può fare? Non si può dire a un uomo di lavorare in un incarico che finirà per storpiarlo o per ucciderlo in pochi anni. Perché dovrebbe accettare?

— E può rifiutare l’ordine?

— Non è un ordine, Oiie. Egli va al Div-Lab… l’ufficio per la divisione del lavoro… e dice: «Voglio fare questo e quest’altro, che cosa potete darmi?» E laggiù gli dicono dove ci sono posti vuoti.

— Ma allora, come mai la gente accetta di fare i lavori sporchi? Perché accetta il ciclo del giorno su dieci?

— Perché quei lavori sono fatti insieme… e per altre ragioni. Deve sapere, la vita su Anarres non è ricca come qui. Nelle piccole comunità non ci sono molti intrattenimenti, e c’è un mucchio di lavoro da fare. Così, se uno lavora, per esempio, a un telaio meccanico, ogni dieci giorni è piacevole uscire all’aperto e posare un tubo o arare un campo, con un gruppo differente di persone… E poi c’è la sfida. Qui voi pensate che l’incentivo per il lavoro sia finanziario, il bisogno di denaro o il desiderio di profitto, ma dove non c’è denaro i veri motivi sono più chiari, forse. La gente ama fare le cose. Ama farle bene. La gente si assume i lavori duri, pericolosi, perché trae motivo d’orgoglio dal farli, perché può… «egoizzare», noi lo chiamia-mo… mettersi in mostra?… con i più deboli. «Ehi, guardate qua, pivelli, come sono forte!» Capite? Una persona ama fare le cose che sa fare bene…

In realtà, si tratta della questione dei mezzi e dei fini. Dopotutto, il lavoro viene fatto per amore del lavoro. È il piacere durevole della vita. La coscienza individuale lo sa. E anche la coscienza sociale, l’opinione dei vicini. Non c’è altra ricompensa, su Anarres, altra legge. Il proprio piacere, e il rispetto dei propri vicini. Nient’altro. Ed essendo così, vedete come l’opinione dei vicini divenga una forza davvero potente.

— Nessuno vi si oppone mai?

— Forse non abbastanza spesso — disse Shevek.

— Ciascuno lavora così duramente, dunque? — chiese la moglie di Oiie.

— Che cosa succede a un uomo che, semplicemente, non vuole cooperare?

— Be’, si trasferisce. Gli altri si stancano di lui, sapete. Si fanno beffe di lui, o lo trattano male, lo battono; in una piccola comunità, possono mettersi d’accordo nel togliere il suo nome dalla lista dei pasti, in modo che debba cucinare e mangiare da solo; questo è umiliante. Così si trasferisce, e resta per un po’ di tempo in un altro luogo, e poi magari si trasferisce di nuovo. Alcuni continuano a farlo per tutta la vita. Nuchnibivengono chiamati. Io sono una specie di nuchnib. Sono qui perché sono fuggito dal mio incarico di lavoro. Mi sono spostato più degli altri. — Shevek parlava con tranquillità; se ci fu amarezza nella voce, i bambini non riuscirono a discernerla, né gli adulti a spiegarsela. Ma un breve silenzio fece seguito alle sue parole.

— Non so chi faccia i lavori sporchi qui — disse. — Non vedo mai nessuno che li faccia. È strano. Chi li fa? Perché li fa? Sono pagati di più?

— I lavori pericolosi, a volte. Per i lavori semplicemente manuali, no.

Sono pagati meno.

— E perché li fanno, allora?

— Perché una paga bassa è migliore di niente paga — disse Oiie, e l’amarezza della sua voce fu pienamente avvertibile. La moglie cominciò a dire qualcosa, nervosamente, per cambiare argomento, ma Oiie continuò:

— Mio nonno faceva il cameriere. Ha lavato pavimenti e cambiato lenzuola sporche in un albergo per cinquant’anni. Dieci ore al giorno, sei giorni la settimana. Lo faceva perché lui e la famiglia potessero mangiare. — Oiie s’interruppe bruscamente, e rivolse a Shevek il suo vecchio sguardo di riserbo, di diffidenza, e poi, quasi con aria di sfida, fissò la moglie. Ella non sostenne il suo sguardo. Sorrise e disse con voce nervosa, infantile: — Il padre di Demaere ebbe molto successo nella vita. Quando morì, possedeva quattro compagnie. — Aveva il sorriso di una persona in pena, e le sue mani sottili e abbronzate si stringevano fortemente una sull’altra.

— Non credo che abbiate uomini di successo, su Anarres — disse Oiie, con pesante sarcasmo. Poi giunse il cuoco per cambiare i piatti, e Oiie cessò immediatamente di parlare. Il bambino Ini, come se sapesse che i discorsi seri non sarebbero ripresi nel corso della permanenza del servitore nella stanza, disse: — Mamma, il signor Shevek può vedere la mia lontra alla fine del pranzo?

Quando tornarono in salotto, Ini ebbe il permesso di portare il suo ani-maletto: una lontra di terra non ancora completamente cresciuta, un animale molto comune su Urras. Erano state addomesticate, spiegò Oiie, fin dall’epoca preistorica, prima per servirsene per il riporto dei pesci, poi come animale da salotto. La creatura aveva gambe corte, schiena flessuosa e ar-cuata, pelame marrone scuro e lucente. Era il primo animale non in gabbia visto da Shevek a breve distanza, e aveva meno paura di quanta ne avesse Shevek. I denti bianchi e aguzzi erano impressionanti. Allungò la mano con cautela per strofinare la schiena dell’animale, come gli suggeriva Ini.

La lontra si rizzò sulle zampe posteriori e lo fissò. I suoi occhi erano neri, spruzzati d’oro, intelligenti, curiosi, innocenti. — Ammar — bisbigliò Shevek, colpito da quello sguardo al di là del golfo dell’essere… — Fratello.

La lontra emise un suono, ritornò sulle quattro zampe ed esaminò con interesse le scarpe di Shevek.

— La trova simpatico — disse Ini.

— Anch’io — rispose Shevek, un po’ tristemente. Ogni volta che vedeva un animale, il volo degli uccelli, lo splendore degli alberi autunnali, la tri-stezza scendeva in lui e dava al piacere un orlo tagliente. Egli non pensava consciamente a Takver in quei momenti, non pensava alla sua assenza.

Piuttosto, era come se Takver fosse presente anche se egli non pensava a lei. Era come se alla bellezza e alla bizzarria delle bestie e delle piante di Urras fosse stato affidato un messaggio per lui da parte di Takver, che non le avrebbe mai viste, i cui antenati per sette generazioni non avevano toccato la pelliccia tiepida di un animale o visto un frullo d’ali all’ombra degli alberi.

Passò la notte in una camera da letto sotto il cornicione. Era fredda, co-sa, che gli piacque dopo l’eterno surriscaldamento delle stanze dell’Università, e molto alla buona: il letto, gli armadi dei libri, una cassapanca, una sedia e un tavolo di legno verniciato. Era come a casa, pensò, dimenticando l’altezza del letto e la morbidezza del materasso, le fini coperte di lana e le lenzuola di seta, le statuine di avorio sulla cassapanca, le rilegature in cuoio dei libri, e il fatto che la stanza, e ogni cosa in essa contenuta, e la casa di cui faceva parte, e il terreno su cui la casa sorgeva, erano proprietà privata, proprietà di Demaere Oiie, anche se egli non l’aveva costruita e non ne lavava i pavimenti. Shevek lasciò perdere queste fastidiose discriminazioni. Era una bella stanza, e non era poi tanto diversa da una stanza singola di un domicilio.

Dormendo in quella stanza, egli sognò di Takver. Sognò che era con lui nel letto, che le sue braccia erano intorno a lui, i loro corpi si stringevano…

ma in che stanza, in che stanza erano? Dove erano? Erano sulla Luna insieme, faceva freddo, e camminavano accanto. Era un posto piatto, la Lu-na, tutto coperto di neve bianco-azzurrina, sebbene la neve fosse sottile e si potesse facilmente scostarla col piede per mostrare il luminoso terreno bianco. La Luna era morta, era un luogo morto. — Non è veramente così

— egli diceva a Takver, accorgendosi che era intimorita. Stavano camminando verso qualcosa, una linea lontana, di una materia che pareva mobile e luccicante come plastica, una remota, quasi invisibile barriera che attraversava il bianco pianoro innevato. Nel suo cuore, Shevek aveva paura di avvicinarsi, ma disse ugualmente a Takver: — Presto lo raggiungeremo.

— Lei non gli rispose.

CAPITOLO 6

Quando Shevek venne rimandato a casa dopo una decade trascorsa all’ospedale, il suo vicino della Stanza 45 venne a trovarlo. Era un matematico, molto alto e allampanato. Aveva uno strabismo divergente, cosicché non potevi mai essere certo se fosse lui a guardare te, o tu a guardare lui. Egli e Shevek coesistevano amichevolmente, a fianco a fianco nel dormitorio dell’Istituto, ormai da un anno, senza essersi mai rivolti una frase completa.

Desar ora entrò e fissò Shevek (o i punti al suo fianco). — Niente? —

chiese.

— Mi sento bene, grazie.

— Portarti il pasto dal refettorio?

— Col tuo? — disse Shevek, influenzato dallo stile telegrafico di Desar.

— D’accordo.

Desar portò un vassoio con due pasti dal refettorio dell’Istituto, e man-giarono insieme nella stanza di Shevek. Lo fece nuovamente, mattino e se-ra, per tre giorni, finché Shevek non si sentì nuovamente in grado di muoversi. Era difficile capire perché Desar lo facesse. Non era un tipo amichevole, e i legami di fratellanza parevano significare poco, per lui. Una delle ragioni per le quali si teneva lontano dalla gente era quella di nascondere la propria disonestà; egli era stupefacentemente pigro o francamente proprietarista, poiché la Stanza 45 era piena di cose che non aveva diritto, o motivo, di tenere: piatti della mensa, libri di biblioteche, una scatola di arnesi per scolpire il legno, presi a un deposito di forniture per artigiani, un mi-croscopio proveniente da qualche laboratorio, otto diverse coperte, un armadio pieno di abiti, alcuni dei quali, chiaramente, non erano della misura di Desar né lo erano mai stati, altri che dovevano essere le cose che metteva addosso quando aveva otto anni, dieci. Pareva ch’egli si recasse nei depositi e nei magazzini a prendere le cose a manciate, indipendentemente dal fatto che gli occorressero o no. — Perché tieni tutte quelle cianfrusa-glie? — gli chiese Shevek, la prima volta che venne ammesso nella stanza.

Desar fissò accanto a lui. — Boh, la roba si accumula da sola… — rispose, vagamente.

Il campo scelto da Desar nelle matematiche era talmente esoterico che nessuno, tanto nell’Istituto quanto nella Federativa di Matematica, avrebbe potuto controllare con coscienza di causa i suoi progressi. E questo era esattamente il motivo per cui Desar l’aveva scelto. Egli aveva dato per assodato che i motivi di Shevek fossero identici. — Diavolo — disse una volta,

— lavoro? Bell’incarico, qui. Sequenza, Simultaneità, sterco. — Alcune volte Shevek provava simpatia per Desar, altre lo detestava, per gli stessi motivi. Rimase con lui, però, e deliberatamente, come parte della sua decisione di cambiare vita.

La malattia gli aveva fatto comprendere che se avesse cercato di andare avanti da solo sarebbe andato incontro a un crollo totale. Lo vedeva in termini morali, e si giudicava senza pietà. Aveva continuato a tenersi per se stesso, contrariamente all’imperativo etico della fratellanza. Shevek a ventun anni non era esattamente un pedante, con la sua moralità appassio-nata e severa; ma essa combaciava ancora con una matrice rigida, l’Odonianesimo semplicistico insegnato ai bambini da adulti mediocri, una pre-dica interiorizzata.

Si era comportato male. Doveva comportarsi bene. E così fece.

Si proibì la fisica cinque sere su dieci. Si offrì per il lavoro di comitato nell’amministrazione dei domicili dell’Istituto. Presenziò alle riunioni della Federativa di Fisica e dell’Unione dei Membri dell’Istituto. Si iscrisse a un gruppo che praticava la retroazione biologica e il condizionamento delle onde cerebrali. In refettorio si costrinse ad accomodarsi a tavoli grandi, invece che a piccoli tavoli, con un libro davanti.

Fu una sorpresa: pareva che gli altri fossero lì ad aspettarlo. Lo prendevano con sé, gli davano il benvenuto, lo invitavano a dividere il letto e l’allegria. Lo portarono in giro con loro, e in tre decadi egli imparò più cose su Abbenay di quante non ne avesse imparate in un anno. Si recò con gruppi di persone giovani e allegre in campi sportivi, centri artistici, pisci-ne, feste, musei, teatri, concerti.

I concerti: furono una rivelazione, una scossa di gioia.

Non si era mai recato a un concerto ad Abbenay, in parte perché pensava alla musica come a qualcosa che si fa, piuttosto che qualcosa che si ascolta. Da bambino aveva sempre cantato, o suonato uno strumento, nei cori e nei complessi locali; l’esperienza gli era sempre piaciuta, ma egli non aveva molto talento. E lì si fermavano le sue conoscenze musicali.

I centri di apprendimento insegnavano tutte le tecniche che preparavano alla pratica di una qualsiasi arte: insegnavano canto, metrica, danza, uso della spazzola, dello scalpello, del coltello, del tornio e così via. Tutto in modo pragmatico: i bambini imparavano a vedere, parlare, ascoltare, spo-stare, maneggiare. Non veniva fatta distinzione tra arte e artigianato; l’arte non veniva considerata come una cosa che avesse un suo posto nella vita, ma come una tecnica fondamentale della vita, come ad esempio la parola.

In questo modo l’architettura aveva prodotto, fin dall’inizio, spontaneamente, uno stile coerente, puro e semplice, dalle proporzioni sottili. La pittura e la scultura servivano prevalentemente come elementi dell’architettura e della pianificazione urbana. Per quanto riguardava le arti delle parole, poesia e narrativa tendevano ad essere effimere, legate al canto e alla danza; solo il teatro risaltava con un posto tutto suo, e solo il teatro veniva chiamato «l’Arte», qualcosa di completo in se stesso. C’erano molti gruppi tea-trali regionali e itineranti di attori e danzatori, gruppi di repertorio, spesso con il loro drammaturgo fisso. Recitavano tragedie, commedie su cano-vaccio, mimi. Erano accolti con la felicità con cui si accoglieva la pioggia nelle solitarie cittadine del deserto, erano l’evento dell’anno dovunque giungevano. Capace di racchiudere l’isolamento e la comunalità dello spirito anarresiano, e nato da essi, il teatro drammatico aveva raggiunto una forza e una luminosità straordinarie.

Shevek, tuttavia, non era molto sensibile al teatro. Gli piaceva lo splendore verbale, ma l’intera idea della recitazione non gli era molto congenia-le. Soltanto in quel secondo anno ad Abbenay finalmente scoprì la sua Ar-te: l’arte che si fa usando come materiale il tempo. Qualcuno lo condusse a un concerto all’Unione Musicale. La sera successiva, egli vi ritornò. Si re-cò a tutti i concerti: con i suoi nuovi amici, se possibile, o anche da solo, all’occasione. La musica era un bisogno più pressante, una soddisfazione più profonda, dello stare insieme con altri.

I suoi sforzi per uscire dalla reclusione essenziale costituivano, in realtà, un insuccesso, ed egli lo sapeva. Non si fece alcun amico. Copulò con alcune ragazze, ma la copulazione non era la gioia che sarebbe dovuta essere. Era la semplice soddisfazione di un bisogno, come l’evacuazione, ed egli in seguito ne provava vergogna, poiché implicava il fatto di usare un’altra persona come un oggetto. La masturbazione era preferibile, ed era il corso più giusto per un uomo come lui. La solitudine era il suo destino; era intrappolato nella sua stessa eredità genetica. Lei l’aveva detto: «Il lavoro viene per primo.» Rulag l’aveva detto con calma, come per asserire una realtà di fatto, impotente a cambiarla, a uscire fuori della propria gelida cella.

E lo stesso valeva per lui. Il suo cuore anelava verso di loro, le anime giovani e gentili che lo chiamavano fratello, ma egli non poteva raggiungerle, né esse potevano raggiungere lui. Era nato per essere solo, un maledetto, freddo intellettuale, un egoista.

Il lavoro veniva per primo, ma non portava a nulla. Come il sesso, sarebbe dovuto essere un piacere, e non lo era. Egli continuava a macinare gli stessi problemi, senza avvicinarsi di un passo alla soluzione del Paradosso Temporale di To, per non parlare poi della Teoria della Simultaneità, che l’anno precedente gli era parsa quasi a portata di mano. Quella sicurezza, oggi, gli sembrava incredibile. Si era davvero creduto capace, all’età di vent’anni, di sviluppare una teoria che avrebbe cambiato le fondamenta della fisica cosmologica? Doveva essere stato fuori di sé per vario tempo, prima della febbre, evidentemente. Si iscrisse a due gruppi di lavoro sulle matematiche filosofiche, convincendosi che ne aveva bisogno e rifiutando-si di ammettere che avrebbe potuto dirigere entrambi i corsi con la stessa capacità degli istruttori. Evitò Sabul quanto più poté.

Nella sua prima fiammata di nuovi propositi, si era riproposto di conoscere meglio Garab. La donna reagì come meglio poté, ma l’inverno era stato severo con lei; era malata, e sorda, e vecchia. Diede inizio a un corso primaverile, ma dovette poi lasciarlo. Era imprevedibile, una volta quasi non riconosceva Shevek, l’altra se lo trascinava in domicilio a parlare con lei tutta la sera. Shevek aveva già superato da tempo le posizioni di Garab, e trovava piuttosto faticose le chiacchierate serali. Era costretto a lasciare che Garab lo annoiasse per ore, con cose che egli già sapeva o che aveva dimostrato parzialmente scorrette, oppure doveva addolorarla e confonder-la nel tentativo di condurla sulla giusta strada. La cosa era superiore alla pazienza e al tatto di qualsiasi persona della sua età, ed egli finì con l’evitare Garab quando poteva, e sempre con un rimorso di coscienza.

Non c’erano altre persone con cui parlare di lavoro. Nessuno all’Istituto conosceva abbastanza la fisica temporale pura da potersi tenere al suo livello. Gli sarebbe piaciuto insegnarla, ma non gli era ancora stato assegnato un incarico d’insegnamento o un’aula all’Istituto; l’Unione dei Membri degli studenti di facoltà respinse la sua richiesta. Non volevano mettersi in urto con Sabul.

Con il procedere dell’anno, cominciò a spendere un mucchio di tempo scrivendo lettere ad Atro e ad altri fisici e matematici di Urras. Poche di queste lettere vennero spedite. Alcune le scrisse e semplicemente le stracciò. Scoprì che il matematico Loai An, a cui aveva scritto una lettera di sei pagine sulla reversibilità temporale, era morto da venti anni; si era dimenticato di leggere la premessa biografica del libro di An, Geometrie delTempo. Altre lettere, che egli cercava di far recapitare dai mercantili di Urras, venivano fermate dagli amministratori del Porto di Anarres. Il Porto era sotto il diretto controllo del CDP, poiché le sue operazioni richiedeva-no il coordinamento di molti gruppi di produzione, e alcuni dei coordinato-ri conoscevano lo iotico. Questi amministratori del Porto, con le loro conoscenze particolari e con la loro importante posizione, tendevano ad acquisire la mentalità burocratica: dicevano «no», automaticamente. Diffida-vano delle lettere ai matematici, poiché parevano messaggi in codice, e nessuno poteva assicurare loro che non si trattasse di messaggi in codice.

Le lettere dirette ai fisici venivano passate se Sabul, che era il loro consulente, le approvava. Egli non approvava quelle che si occupavano di argomenti estranei alla sua branca di fisica Sequenziale. «Non rientra nella mia competenza» egli brontolava, restituendo la lettera. Shevek la mandava ugualmente agli amministratori del Porto, e la lettera gli ritornava indietro con la stampigliatura «Non approvata per l’esportazione».

Portò tutta la questione alla Federativa di Fisica, alle cui riunioni Sabul si prendeva raramente la briga di assistere. Nessuno laggiù dava importanza alla libera comunicazione con il nemico ideologico. Alcuni dei presenti tennero sermone a Shevek per il fatto che lavorava in un campo talmente arcano che, per sua stessa ammissione, non c’era un’altra persona su tutto il pianeta capace di comprenderlo. — Ma si tratta soltanto dal fatto che è un campo nuovo — egli disse, la qual cosa non lo fece approdare a nulla.

— Se è nuovo, condividilo con noi, non con i proprietaristi!

— Da un anno chiedo ogni trimestre di fare un corso. Voi dite ogni volta che non c’è sufficiente richiesta. Ne avete paura perché è nuovo?

Questo non gli procurò alcun amico. Se ne andò incollerito.

Continuò a scrivere lettere a Urras, anche se non ne inviava nessuna. Il fatto di scrivere per qualcuno che poteva capire — che avrebbe potuto capire — gli rendeva possibile scrivere, pensare. In altro modo non gli era possibile.

Le decadi passarono, e così i trimestri. Due o tre volte all’anno giungeva il premio: una lettera di Atro o di un altro fisico di A-Io o di Thu, una lunga lettera, scritta fittamente, fitta di dimostrazioni, tutta teoria dal saluto al-la firma, tutta profonda astrusa fisica temporale metamatematico-etico-cosmologica, scritta in una lingua ch’egli non sapeva parlare, da uomini ch’egli non conosceva, che cercavano ferocemente di rintuzzare e distruggere le sue teorie, nemici della sua patria, rivali, stranieri, fratelli.

Per giorni interi, dopo aver ricevuto una lettera, era irascibile e gioioso, lavorava giorno e notte, sprizzava idee come una fontanella. Poi, lentamente, con sforzi disperati, divincolandosi, egli ritornava sulla terra, sulla terra arida, prosciugata.

Stava terminando il terzo anno all’Istituto quando Garab morì. Egli chiese di parlare al suo rito funebre, che venne tenuto, come si usava, nel luogo dove la persona defunta aveva lavorato: in questo caso una delle aule di lezione, nell’edificio dei laboratori di Fisica. Fu lui l’unico oratore. Nessuno studente venne ad assistere; Garab non aveva insegnato negli ultimi due anni. Vennero alcuni anziani membri dell’Istituto, e c’era anche il figlio di Garab, un uomo di mezza età che faceva il chimico agrario nel Nordest.

Shevek si mise dove si metteva sempre Garab per fare lezione. Disse a questa gente, con la voce arrochita dalla tosse che ormai lo colpiva ogni inverno, che Garab aveva gettato le fondamenta della scienza del tempo, e che era il massimo cosmologo che avesse mai lavorato all’Istituto. — Noi fisici abbiamo ora la nostra Odo — disse. — L’abbiamo, e non l’abbiamo mai onorata. — Dopo l’orazione, una vecchia lo ringraziò, con le lacrime agli occhi. — Prendevamo sempre il decimo giorno insieme, io e lei, a far le pulizie nel nostro isolato; ci divertivamo così tanto a chiacchierare —

disse, rabbrividendo al vento gelido mentre uscivano dall’edificio. Il chimico agrario mormorò convenevoli e scappò via di corsa per trovare il passaggio che lo riportasse nel Nordest. In una collera di dolore, impazienza, senso di futilità, Shevek si allontanò dall’Istituto e si mise a camminare senza meta per le vie cittadine.

Tre anni all’Istituto, e che cosa aveva combinato? Un libro, di cui si era appropriato Sabul; cinque o sei articoli inediti; e un’orazione funebre per una vita sprecata.

Nulla di quanto faceva veniva compreso. Per dirlo più onestamente, nulla di quanto faceva era significativo. Egli non svolgeva alcuna funzione necessaria, personale o sociale. In realtà — fenomeno non raro nel suo campo — si era bruciato a vent’anni. Non avrebbe mai raggiunto qualcosa di più. Era definitivamente giunto al muro.

Si fermò davanti all’auditorium dell’Unione Musicale per leggere il programma della decade. Quella sera non c’era concerto. Si voltò per allontanarsi dal manifesto e si trovò a faccia a faccia con Bedap.

Bedap, sempre sulla difensiva e un po’ miope, non diede segno di riconoscimento. Shevek lo prese per il braccio.

— Shevek! Accidenti, sei proprio tu! — Si abbracciarono, si baciarono, si staccarono, si abbracciarono una seconda volta. Shevek era sopraffatto dall’amore. Perché mai? Non aveva provato molto affetto per Bedap neppure in quell’ultimo anno, all’Istituto Regionale. Non si erano mai scritti, nei tre anni passati da allora. La loro amicizia risaliva agli anni dell’adolescenza, era passata. Eppure c’era dell’amore: fiammeggiava come carboni scossi.

Camminarono, si parlarono, e nessuno dei due si accorse della direzione che prendevano. Gesticolavano e si interrompevano. Le ampie strade di Abbenay erano tranquille nella notte invernale. A ciascun incrocio il pallido lampione creava una polla argentea, in cui si agitava una neve secca, simile a frotte di minuscoli pesci, che rincorreva le loro ombre. Con la ne-ve si era alzato un vento gelido, tagliente. Le labbra insensibili e il battito di denti cominciarono a disturbare la conversazione. Presero l’omnibus delle dieci, l’ultimo, per l’Istituto; il domicilio di Bedap era lontano, alla periferia orientale della città, una lunga camminata nel freddo.

Egli osservò la Stanza 46 con ironica meraviglia. — Shevek, tu vivi co-me un marcio profittatore urrasiano.

— Su, via, non sono a quel punto. Prova a indicare qualcosa di escrementale! — La stanza, infatti, conteneva quasi esclusivamente ciò che conteneva quando Shevek vi era entrato la prima volta. Bedap indicò: —

Quella coperta.

— Quella c’era già al mio arrivo. Qualcuno deve averla fatta a mano e poi lasciata qui quando se n’è andato. Ti pare che una coperta sia eccessiva in una notte come questa?

— Si tratta chiaramente di un colore escrementale — disse Bedap. —

Come analista di funzioni, devo farti notare che non c’è bisogno dell’arancione. L’arancione non svolge alcuna funzione vitale nell’organismo sociale, né al livello cellulare né a quello organico, e certamente non al livello olo-organismico, cioè a quello di maggiore centralità etica; in questo caso la tolleranza è una scelta molto meno buona che non l’escrezione. Devi tingerla verde marcio, fratello! E che cos’è tutta questa roba?

— Appunti.

— In cifrario segreto? — chiese Bedap, curiosando in un quaderno con la freddezza che, come Shevek poteva ricordare, gli era caratteristica. Il suo senso della sfera privata, della proprietà privata, era addirittura inferiore a quello di gran parte degli anarresiani. Bedap non aveva mai avuto una matita preferita ch’egli amasse portare con sé, o una vecchia camicia di cui si fosse innamorato e che non volesse mai gettare nel contenitore della riciclazione, e se gli veniva fatto un dono, egli cercava di tenerlo con sé per riguardo verso il donatore, ma finiva sempre per perderlo. Si vergognava un po’ di questo suo tratto e diceva che dimostrava come egli fosse meno primitivo degli altri, un primo esempio dell’Uomo Promesso, il vero ed o-riginario Odoniano. Eppure egli aveva il senso del riserbo. Cominciava nel cranio, suo o di qualsiasi altro, e di lì in poi era completo. Non spiava mai.

Ora disse: — Ricordi le stupide lettere che ci scrivevamo in codice quando eri al progetto d’imboschimento?

— Questo non è un cifrario segreto: è iotico.

— Hai imparato lo iotico? Perché lo usi per scrivere?

— Perché nessuno, su questo pianeta, capisce ciò che dico. Né desidera capirlo. L’unica persona che lo capiva è morta tre giorni fa.

— Sabul è morto?

— No. Garab. Sabul non è morto. Sarebbe bello!

— Qual è il guaio?

— Il guaio con Sabul? Per metà l’invidia, per l’altra metà l’incompetenza.

— Pensavo che il suo libro sulla causalità fosse eccellente. Lo dicevi tu.

— Anch’io lo pensavo, finché non ne ho letto le fonti. Sono tutte idee urrasiane. E neppure nuove, per giunta. Sono vent’anni che non fa niente di originale. E che non fa un bagno.

— E tu, cosa pensi? — chiese Bedap, posando una mano sul quaderno e fissando Shevek con uno sguardo preoccupato. Bedap aveva occhi piccoli, tendenti a socchiudersi come avviene per i miopi, viso robusto, corporatura massiccia. Si mangiava le unghie, che, dopo anni di questa pratica, si erano ridotte a semplici strisce sui polpastrelli spessi e sensibili.

— Niente di buono — rispose Shevek, sedendosi sulla predella del letto.

— Mi sono messo nel campo sbagliato?

Bedap sorrise con ironia. — Tu?

— Penso che alla fine del trimestre chiederò un altro incarico.

— Che incarico?

— Non so. Insegnamento, ingegneria. Devo togliermi dalla fisica.

Bedap si accomodò sulla sedia della scrivania, si mordicchiò un’unghia, e disse: — Mi pare assurdo.

— Mi sono accorto dei miei limiti.

— Non sapevo che tu ne avessi. Nel campo della fisica, intendo dire. Tu hai sempre avuto ogni sorta di limiti e di difetti. Ma non nella fisica. Io non sono un fisico temporale, lo so. Ma non occorre saper nuotare per riconoscere un pesce, non occorre mandar luce per riconoscere una stella…

Shevek guardò l’amico e fece, o meglio si lasciò scappare, l’affermazione che non era mai stato capace di dire chiaramente a se stesso: — Ho pensato al suicidio. Spesso. Mi pare la cosa migliore.

— Non è certo la strada che ti porterà dall’altra parte della sofferenza.

Shevek sorrise, impacciato. — Ricordi quella conversazione?

— Benissimo. È stata una conversazione molto importante per me. E per Takver e Tirin, penso.

— Davvero? — Shevek si alzò in piedi. Lo spazio in cui passeggiare avanti e indietro si riduceva a quattro passi, ma non poteva rimanere fermo.

— Era importante per me, a quell’epoca — disse, fermandosi accanto alla finestra. — Ma qui sono cambiato. C’è qualcosa di sbagliato, qui. Non so che cosa sia.

— Io lo so — disse Bedap. — Il muro. Sei arrivato al muro.

Shevek si voltò, con uno sguardo spaventato negli occhi. — Il muro?

— Nel tuo caso, il muro pare essere Sabul, e i suoi sostenitori nelle unioni scientifiche e nel CDP. Per quanto riguarda me, sono ad Abbenay da quattro decadi. Quaranta giorni. E mi sono stati sufficienti per capire che anche in quarant’anni, qui, non riuscirei a combinare nulla, nulla di nulla, di ciò che desidero fare: migliorare l’istruzione scientifica nei centri d’apprendimento. A meno che le cose non cambino. O che io mi unisca ai nemici.

— Nemici?

— Gli uomini piccini. Gli amici di Sabul! La gente che detiene il potere.

— Ma cosa dici, Bedap! Non abbiamo strutture di potere, qui.

— No? Che cos’è che rende Sabul così forte?

— Non certo una struttura di potere, un governo. Qui non siamo su Urras, dopotutto!

— No. Noi non abbiamo governo e non abbiamo leggi, giusto. Ma per quel che posso vedere, le idee non sono mai state controllate dalle leggi e dal governo, neppure su Urras. Se lo fossero state, come avrebbe potuto, Odo, sviluppare le sue? Come avrebbe potuto, l’Odonianesimo, divenire un movimento mondiale? Gli archisti cercarono di cancellarlo con la forza, ma non ci riuscirono. Non puoi schiacciare le idee cercando di reprimerle.

Puoi schiacciarle soltanto ignorandole. Rifiutandoti di pensare, rifiutandoti di cambiare. E questo è precisamente ciò che fa adesso la nostra società!

Sabul si serve di te quando può, e quando non può ti impedisce di pubblicare, di insegnare, perfino di lavorare. Giusto? In altre parole, egli ha del potere su di te. E da dove ottiene quel potere? Non da un’autorità investita, non ne esistono. Non dalla superiorità intellettuale, non l’ha. Lo ottiene dalla codardia innata della normale mente umana. La pubblica opinione!

Questa è la struttura di potere di cui fa parte, ed egli sa come usarla. L’inconfessato, inconfessabile governo che comanda la società Odoniana soffocando le menti individuali!

Shevek appoggiò le mani al davanzale della finestra, e al di là delle deboli riflessioni del vetro fissò l’oscurità esterna. Infine disse: — Parole folli, Bedap.

— No, fratello, sono perfettamente sano di mente. La cosa che fa impazzire la gente è cercare di vivere al di fuori della realtà. La realtà è terribile.

Ti può uccidere. E, a darle abbastanza tempo, finisce certamente per ucciderti. La realtà è dolore… sei stato tu stesso a dirlo! Ma sono le menzogne, l’evasione dalla realtà, a farti impazzire. Sono le bugie: quelle che ti spin-gono a desiderare di ucciderti.

Shevek si voltò verso di lui e lo fissò. — Ma non puoi parlare seriamente di un governo, qui su Anarres!

— Dalle Definizioni di Tomar: «Governo: l’uso legale del potere per conservare ed estendere il potere.» Basta che tu sostituisca «legale» con

«basato sulla consuetudine» e hai subito Sabul, e l’Unione dell’Istruzione e il CDP.

— Il CDP!

— Il CDP è, oggi come oggi, fondamentalmente una burocrazia archisti-ca.

Dopo un istante Shevek rise, ma con poca naturalezza, e disse: — Su, dai, Bedap, è divertente, ma è un discorso un po’ malato, no?

— Shevek, non hai mai pensato che la cosa che viene chiamata «malattia» nel modello analogico, la disaffezione sociale, lo scontento, l’aliena-zione, potrebbe venire chiamato, analogicamente, dolore… la cosa a cui ti riferivi quando hai parlato del dolore, della sofferenza? E che, come il dolore, riveste una sua funzione nell’organismo?

— No! — disse Shevek, con violenza. — Parlavo in termini personali, spirituali.

— Ma hai parlato della sofferenza fisica, di un uomo che moriva per le bruciature. E io parlo della sofferenza spirituale! Di gente che vede il proprio talento, il proprio lavoro, la propria vita sprecati! Di cervelli di primo piano che si devono sottomettere a cervelli stupidi. Di forza e coraggio strangolati dall’invidia, dalla sete di potere, dalla paura del cambiamento. Il cambiamento è libertà, il cambiamento è vita… c’è forse qualcosa di altrettanto fondamentale per il pensiero Odoniano? Ma ormai non c’è più nulla che cambi! La nostra società è malata. Tu lo sai. Tu stai soffrendo a causa della sua malattia. La sua malattia suicida!

— Basta, Bedap. Piantala!

Bedap non disse altro. Cominciò a rodersi l’unghia del pollice, metodicamente, pensosamente.

Shevek si sedette di nuovo sulla predella del letto e si prese la testa fra le mani. Seguì un lungo silenzio. La neve non cadeva più. Un vento secco, buio, premeva contro la finestra. La stanza era fredda; nessuno dei due giovani si era tolto il soprabito.

— Senti, fratello — disse infine Shevek. — Non è la nostra società a frustrare la creatività individuale. È la povertà di Anarres. Questo pianeta non è fatto per reggere una civiltà. Se ci rilassassimo reciprocamente, se non rinunciassimo ai nostri desideri in vista del bene comune, nulla, nulla di questo mondo spoglio potrebbe salvarci. La solidarietà umana è la nostra unica risorsa.

— La solidarietà, certo! Perfino su Urras, dove il cibo piove a terra dagli alberi, perfino laggiù Odo diceva che la solidarietà umana è la nostra sola speranza. Ma noi abbiamo tradito tale speranza. Abbiamo permesso che la cooperazione divenisse obbedienza. Su Urras hanno il governo da parte di una minoranza. Qui abbiamo il governo della maggioranza. Ma è governo!

La coscienza sociale non è più una cosa vivente, ma una macchina, una macchina di potere, controllata da burocrati!

— Io e te potremmo offrirci volontari e venire assegnati dalla lotteria al CDP, nel giro di poche decadi. Questo ci trasformerebbe forse in burocrati, in capi?

— Non si tratta dei singoli individui che vengono assegnati al CDP, Shevek. Molti di loro sono simili a noi. Anzi, fin troppo simili a noi. Bene intenzionati, ingenui. E non è solo il CDP. È ogni cosa di Anarres. Centri di apprendimento, istituti, miniere, macine, pescherie, fabbriche di alimentari, progetti agricoli e stazioni di ricerca, comunità monoprodotto: dovunque la funzione richieda degli esperti e una stabile istituzione. Ma questa stabilità dà spazio all’impulso autoritaristico. Nei giorni iniziali dell’Insediamento ne eravamo coscienti, stavamo sul chi vive. La gente compiva delle discriminazioni molto accurate tra quel che è l’amministrazione di oggetti e il governo di persone. L’hanno fatto talmente bene da farci di-menticare che la volontà di dominio è altrettanto centrale negli esseri umani quanto l’impulso verso l’assistenza reciproca, e deve venire educata in ciascun individuo, in ogni nuova generazione. Nessuno nasce odoniano, come nessuno nasce civilizzato! Ma noi l’abbiamo scordato. Noi non edu-chiamo alla libertà. L’istruzione, l’attività più importante dell’organismo sociale, è divenuta rigida, moralistica, autoritaria. I bambini imparano a ripetere a memoria le parole di Odo come se fossero legge… la massima bestemmia che si possa immaginare!

Shevek esitò a rispondere. Egli stesso aveva sperimentato ripetutamente il tipo d’insegnamento ricordato da Bedap, quando era bambino, e anche all’Istituto, e non poteva certo negare quelle accuse.

Bedap approfittò senza rimorso di quel varco. — È sempre più agevole non pensare con la propria testa. Trovare una piccola, sicura gerarchia, e accomodarsi entro di essa. Non cambiare nulla, non rischiare la disapprovazione, non mettere in agitazione i colleghi. È sempre più facile lasciarsi governare.

— Ma non è governo, Bedap! Gli esperti e i più anziani finiranno sempre per dirigere ogni gruppo, ogni federativa; conoscono meglio il lavoro.

Il lavoro deve essere fatto, in fin dei conti! E il CDP, sì, potrebbe diventare una gerarchia, una struttura di potere, se non fosse organizzato in modo da evitare proprio questo. Guarda come è organizzato! Volontari, scelti a sorte; un anno di addestramento; poi quattro anni di Servizio; poi fuori. Nessuno potrebbe accumulare potere, nel senso archista, con solo quattro anni a disposizione.

— Alcuni restano più di quattro anni.

— Consiglieri? Non conservano il voto.

— I voti non sono importanti. Ci sono persone, dietro le quinte, che…

— Via! Questa è paranoia! Dietro le quinte… come? che quinte? Ogni persona può assistere alle riunioni del CDP, e se è coinvolta direttamente, può prendere la parola e votare! Cerchi di pretendere che abbiamo dei politicanti? — Shevek era infuriato con Bedap. Le sue orecchie sporgenti erano rosse, la sua voce si era alzata. Era tardi, nel quadrilatero non si vedevano luci accese. Desar, dalla Stanza 45, batté sulla parete per avere silenzio.

— Dico quello che sai — rispose Bedap, con voce assai più bassa. —

Che persone come Sabul dominano in realtà il CDP, anno dopo anno.

— E se sai questo — lo accusò Shevek, parlando sottovoce, in tono secco, — perché non hai dato pubblicità alla cosa? Perché non hai chiesto nella tua federativa una seduta di critica, se ne hai le prove? Se le tue idee non sopportano l’esame pubblico, non le voglio neppure come bisbigli notturni.

Gli occhi di Bedap si erano fatti molto piccoli, come due perline di acciaio. — Fratello — disse, — sei ipocrita. Lo sei sempre stato. Guarda un po’ al di fuori di quella tua maledetta coscienza pura, una volta tanto! Vengo da te a bisbigliare perché so che di te posso fidarmi, maledizione! A chi altri posso parlare? Credi che voglia fare la fine di Tirin?

— La fine di Tirin? — La sorpresa aveva fatto alzare la voce a Shevek.

Bedap gli fece segno di non gridare, indicando la parete. — Che cos’è successo a Tirin? Dov’è?

— Al Manicomio dell’Isola Segvina.

— Al Manicomio?

Bedap, accomodandosi di lato sulla sedia, sollevò le gambe e avvolse le braccia intorno ad esse. Poi parlò tranquillamente, con riluttanza.

— Tirin scrisse un dramma e lo mise in scena, l’anno dopo la tua partenza. Era divertente… un po’ pazzo… conosci il suo tipo di cose. — Bedap si passò una mano sui capelli arruffati e chiari, sciogliendoseli sulla nuca. —

Poteva sembrare anti-Odoniano, a uno stupido. E in giro c’è un mucchio di stupidi. Ci fu molto rumore. Ebbe una reprimenda. Pubblica. Io non ne avevo mai viste. Tutti vengono alla riunione della tua federativa e ti espri-mono disapprovazione. Era il modo usato per riportare in riga un caposquadra o un amministratore con tendenze a comandare. Ora lo usano soltanto più per dire a un individuo di smettere di pensare con la propria testa.

Fu una cosa molto brutta. Tirin non riuscì a superarla. Io credo che l’abbia fatto davvero uscire di senno, un poco. Dopo di allora, ebbe l’impressione che tutti fossero contro di lui. Cominciò a parlare troppo… parole amareg-giate. Non discorsi irrazionali, ma sempre critici, sempre amari. E parlava in quel modo a chiunque incontrava. Be’, terminò l’Istituto, si qualificò come insegnante di matematica e chiese un incarico. Ne ebbe uno. In un gruppo per la riparazione delle strade, nell’insediamento del Sud. Protestò, dicendo che si trattava di un errore, ma i calcolatori della Divisione del Lavoro ripeterono quella assegnazione. E così egli vi andò.

— Tirin non ha mai lavorato all’aperto nel periodo in cui l’ho conosciuto

— lo interruppe Shevek. — Da quando aveva dieci anni. È sempre riuscito a ficcarsi in lavori a tavolino. La Divisione del Lavoro gli ha dato quanto si meritava.

Bedap non gli badò. — Non so bene cosa sia successo, laggiù. Mi scrisse varie volte, e ogni volta da una nuova assegnazione. Sempre lavori fisici, in piccole comunità isolate. Mi scrisse che lasciava l’incarico e tornava nell’Insediamento Settentrionale per vedermi. Ma non arrivò mai. Smise di scrivermi. Infine lo rintracciai tramite gli Archivi del Lavoro di Abbenay.

Mi mandarono una copia del suo cartellino, e l’ultima voce era solo: «Cura.

Isola Segvina.» Cura! Tirin aveva ucciso qualcuno? Aveva violentato qualcuno? Per che altri motivi ti mandano al Manicomio, oltre a questi?

— Non è vero che ti mandino al Manicomio. Sei tu che richiedi di venire assegnato ad esso.

— Non dirmi queste stronzate — fece Bedap, colto da collera improvvisa. — Tirin non ha mai chiesto di venirvi mandato! Loro l’hanno fatto impazzire, e poi l’hanno sbattuto laggiù. Sto parlando di Tirin; di Tirin: non lo ricordi?

— Lo conoscevo prima ancora di te. E cosa credi che sia, il Manicomio… una prigione? È un rifugio. Se ci sono assassini e scansafatiche cro-nici, è perché hanno chiesto di recarsi laggiù, dove non sono sottoposti a pressioni, sono liberi da punizioni. E poi, chi è questa gente che continui a citare, «loro»? «Loro l’hanno fatto impazzire», eccetera. Vuoi dire che l’intero sistema sociale è malvagio, che in realtà «loro», i persecutori di Tirin, i tuoi nemici, «loro» siamo noi… l’organismo sociale?

— Se puoi cancellarti dalla coscienza Tirin dicendo che era uno «scansafatiche», allora credo di non avere altro da dirti — rispose Bedap, raggo-mitolato sulla sedia. C’era un tale dolore, chiaro e semplice, nella sua voce, che la collera ipocrita di Shevek sparì subito.

Per lungo tempo, nessuno dei due parlò.

— Farei meglio ad andarmene a casa — disse Bedap, sciogliendosi faticosamente dalla posizione e alzandosi in piedi.

— C’è un’ora di cammino, da qui. Non dire sciocchezze.

— Be’, io pensavo… visto che…

— Non dire sciocchezze.

— D’accordo. Dov’è il cesso?

— A sinistra. Terza porta.

Quando ritornò, Bedap propose di dormire sul pavimento, ma siccome non c’era tappeto e c’era una sola coperta, la proposta era, come ripeté con voce monotona Shevek, una sciocchezza. Entrambi erano cupi e irosi; ac-cigliati, come se avessero fatto a pugni senza aver sfogato tutta la loro collera. Shevek srotolò il materasso ed entrambi vi si stesero sopra. Spenta la luce, un’oscurità argentea penetrò nella camera: la semioscurità di una notte cittadina, quando c’è neve sul terreno e la luce viene riflessa debolmente verso l’alto dal suolo. Faceva freddo. Ciascuno accolse con piacere il tepore del corpo del compagno.

— Ritiro quanto detto sulla coperta.

— Senti, Bedap, non intendevo…

— Oh, riparliamone domattina.

— Giusto.

Si accostarono maggiormente. Shevek si stese prono, e in un paio di minuti cadde addormentato. Bedap lottò per mantenere la conoscenza, scivolò nel tepore, più profondamente, nell’assenza di difesa, nella fiducia del sonno, e dormì. Nella notte uno di loro pianse forte, a causa di un sogno.

L’altro, ancora assonnato, allungò un braccio, mormorando parole rassi-curanti, e il peso cieco e tiepido del suo tocco superò tutte le paure.

S’incontrarono nuovamente la sera successiva, e discussero se fosse il caso di unirsi per qualche tempo, come avevano fatto quando erano adolescenti. Occorreva discuterlo, poiché Shevek era decisamente eterosessuale, e Bedap decisamente omosessuale; il piacere della coabitazione sarebbe stato prevalentemente di Bedap. Shevek era pienamente d’accordo, tuttavia, nel riconfermare la vecchia amicizia; e quando si accorse che il suo elemento sessuale aveva una grande importanza per Bedap, che era, per lui, una vera consumazione, allora prese la guida e si assicurò con molta tenerezza e molta ostinazione che Bedap passasse nuovamente con lui la notte.

Presero una singola libera in un domicilio del centro, e vi abitarono insieme per una decade; quindi si separarono nuovamente: Bedap ritornò al suo dormitorio e Shevek alla Stanza 46. In nessuno dei due il desiderio sessuale era abbastanza forte da rendere duraturo il vincolo. Avevano semplicemente riaffermato la reciproca fiducia.

Eppure Shevek a volte si domandò, continuando a vedere Bedap quasi quotidianamente, che cosa fosse ciò ch’egli amava, la cosa di cui si fidava, nell’amico. Trovava detestabili le opinioni nutrite in quel periodo da Bedap, e trovava fastidiosa la sua insistenza nel parlarne. Discutevano ferocemente tra loro quasi ogni volta. Si causavano reciprocamente molto dolore. Nel lasciare Bedap, spesso Shevek si accusava di volere soltanto rimanere caparbiamente abbarbicato a una amicizia che ormai aveva fatto il suo tempo, e si riprometteva con rabbia di non rivedere Bedap.

La verità, tuttavia, era che egli amava Bedap, da uomo, più di quanto non l’avesse mai amato da ragazzo. Inetto, insistente, dogmatico, distrutti-vo: Bedap poteva essere tutto ciò; ma aveva raggiunto una libertà di mente che Shevek cercava, anche se ne odiava l’espressione. Egli aveva cambiato la vita di Shevek, e Shevek lo sapeva: sapeva che finalmente stava andando avanti, e che era stato Bedap a permettergli di andare avanti. Combatté Bedap ad ogni passo del cammino, ma continuò ad avanzare, a discutere, a fare del male e a riceverlo, a trovare — nella rabbia, nella negazione, nel rifiuto — ciò che cercava. Non sapeva che cosa cercasse. Ma sapeva dove cercarlo.

Era, consciamente, un anno altrettanto infelice per lui quanto l’anno che l’aveva preceduto. Continuava a non fare alcun progresso nel suo lavoro; anzi, in realtà aveva abbandonato del tutto la fisica temporale ed era ritornato all’umile lavoro di laboratorio, aiutato da un tecnico abile e taciturno, a studiare le velocità subatomiche. Era un campo molto frequentato, e il suo tardivo ingresso venne accolto dai colleghi come l’ammissione che aveva finalmente smesso di cercare di essere originale. L’Unione dei Membri dell’Istituto gli assegnò un corso d’insegnamento, fisica matematica per studenti del primo anno. Non ricavò alcun senso di trionfo dal fatto che finalmente gli fosse dato un corso, poiché era proprio così: il corso gli era stato dato, gli era stato permesso. Ricavava scarso piacere da ogni cosa. Il fatto che le pareti della sua coscienza rigorosa e puritana si stessero allargando immensamente non gli era affatto di conforto. Si sentiva freddo e sperduto. Ma non aveva luogo in cui ritirarsi, non aveva riparo, così continuò ad addentrarsi nel freddo, perdendosi sempre più.

Bedap si era fatto molti amici, un gruppo instabile e disaffezionato, e alcuni di loro presero in simpatia il giovane timido. Non si sentiva più vicino a loro di quanto non si sentisse vicino alle persone, più convenzionali, ch’egli conosceva all’Istituto, ma trovava assai più interessante la loro indipendenza di mente. Essi conservavano l’autonomia della coscienza anche a costo di diventare degli eccentrici. Alcuni di loro erano dei nuchnibi intellettuali che da anni non lavoravano a un’assegnazione regolare. Shevek li disapprovava severamente, quando non era con loro.

Uno di essi era un compositore chiamato Salas. Salas e Shevek desideravano imparare l’uno dall’altro. Salas conosceva poco la matematica, ma finché Shevek riusciva a spiegare la fisica con modelli analogici o espe-rienziali, era un ascoltatore intelligente e insaziabile. Allo stesso modo Shevek ascoltava ogni cosa che Salas potesse dirgli sulla teoria musicale, ed ogni cosa da lui suonata su nastro o col suo strumento, la portativa. Ma alcune cose che Salas gli disse gli parvero estremamente preoccupanti. Salas aveva un incarico in un gruppo di escavazione di un canale nella Piana del Temae, ad oriente di Abbenay. Veniva in città nei tre giorni liberi di ogni decade, e andava da una o dall’altra delle ragazze. Shevek aveva dato per scontato che avesse scelto quell’incarico perché voleva un po’ di lavoro all’aperto, tanto per cambiare; ma poi seppe che Salas non aveva mai avuto un’assegnazione in campo musicale, soltanto assegnazioni da manovale non qualificato.

— Come sei elencato alla Divisione del Lavoro? — chiese, perplesso.

— Gruppo di fatica comune.

— Ma sei addestrato! Hai fatto sei, otto anni al conservatorio dell’Unione Musicale, no? Perché non ti assegnano a insegnare musica?

— Mi hanno assegnato. Mi sono rifiutato. Non sarò pronto a insegnare se non tra una decina d’anni. Sono un compositore, ricorda, non un esecu-tore.

— Ma ci devono essere degli incarichi per compositori.

— E dove?

— All’Unione Musicale, suppongo.

— Ma i membri dell’Unione non amano le mie composizioni. E al momento non ci sono molti altri che le amino. Non posso fare un’unione da solo, non ti pare?

Salas era una persona ossuta e di bassa statura, era già calvo sul cranio e sulla parte superiore del viso; quel che gli restava dei capelli, lo portava corto, a mo’ di frangia chiara che gli copriva il mento e la nuca. Aveva un sorriso dolce, che copriva di rughe il suo volto espressivo. — Capisci, io non scrivo nel modo in cui mi hanno insegnato a scrivere al conservatorio.

Scrivo musica disfunzionale. — Sorrise in modo ancora più dolce del solito. — Loro desiderano i corali. Io aborro i corali. Vogliono pezzi ampiamente armonici, come quelli scritti da Sessur. Io odio la musica di Sessur.

Ora sto scrivendo un pezzo di musica da camera. Pensavo che potrei chia-marlo Il principio di simultaneità. Cinque strumenti, ciascuno dei quali suona un tema ciclico indipendente; nessuna causalità melodica; il processo in avanti sta completamente nei rapporti tra le parti. Ne viene una bella armonia. Ma loro non lo ascolteranno. Non possono!

Shevek meditò un poco sulle sue parole. — Se lo chiamassi Le gioie della solidarietà — disse, — lo ascolterebbero?

— Accidenti! — disse Bedap, che stava ascoltando. — Questa è la prima frase cinica da te pronunciata in tutta la tua vita, Shevek. Benvenuto nel gruppo!

Salas rise. — L’ascolterebbero, ma non l’accetterebbero per la registra-zione o l’esecuzione regionale. Non è nello Stile Organico.

— Niente di strano che non abbia mai ascoltato musica moderna quando ero nell’Insediamento Settentrionale. Ma come possono giustificare questo tipo di censura? Tu scrivi musica! La musica è un’arte cooperativa, organica per definizione, sociale. Forse è la più nobile forma di comportamento sociale di cui siamo capaci. È certamente una delle gioie più nobili che un individuo possa assumersi. E per sua natura, per la natura comune di tutte le arti, è una condivisione. L’artista divide con altri, è questa l’essenza del suo atto. Indipendentemente da ciò che possono dire i membri della tua Unione, come può giustificare, la Divisione del Lavoro, il fatto che non ti sia dato un incarico nel tuo stesso campo?

— Non vogliono condividerla — disse Salas, allegramente. — La temo-no.

Bedap parlò con maggiore serietà: — Possono giustificarlo perché la musica non è utile. Scavare canali è importante, lo sai; la musica è semplice decorazione. Si è fatto tutto il giro del cerchio, fino a ritornare alla più vile forma di utilitarismo profittatoriale. La complessità, la vitalità, la libertà d’invenzione e d’iniziativa che erano il centro dell’ideale Odoniano, le abbiamo gettate via tutte. Siamo tornati direttamente alla barbarie. Se una cosa è nuova, fuggila subito; se non puoi mangiarla, gettala via!

Shevek pensò al proprio lavoro e non ebbe nulla da obiettare. Eppure non poteva unirsi alla critica di Bedap. Bedap l’aveva costretto a comprendere di essere, in realtà, un rivoluzionario; ma egli sentiva profondamente di essere tale a causa della sua educazione e della sua istruzione di Odoniano e anarresiano. Non poteva ribellarsi contro la sua società, poiché la sua società, giustamente concepita, era una rivoluzione, una rivoluzione permanente, un processo continuo. Per riaffermarne la validità e la forza, egli pensava, bastava soltanto agire, senza timore di punizione e senza speranza di premio: agire dal centro della propria anima.

Bedap e alcuni suoi amici avevano progettato di passare una decade insieme, facendo il giro dei Ne Theras. Egli aveva persuaso Shevek a venire.

Shevek amava la prospettiva di dieci giorni sulle montagne, ma non quella di dieci giorni di opinioni di Bedap. La conversazione di Bedap ricordava un po’ troppo le Sedute di Critica, l’attività comune che gli era sempre piaciuta meno, in cui ciascuno si alzava e si lamentava dei difetti di funzionamento della comunità, e, di solito, anche dei difetti del carattere dei vicini. Tanto più s’avvicinava la data della vacanza, tanto meno gliene piaceva l’idea. Ma si ficcò in tasca un quaderno, in modo da poter andar via e pretendere di lavorare, e partì anche lui.

Si incontrarono dietro la stazione dei camion della zona orientale, il mattino presto: tre donne e tre uomini. Shevek non conosceva nessuna delle donne, e Bedap gliene presentò soltanto due. Come si avviarono lungo la strada delle montagne, si portò al fianco della terza. — Shevek — disse.

La donna rispose: — Lo so.

Comprese che doveva già averla incontrata da qualche parte, e che avrebbe dovuto ricordare il suo nome. Le sue orecchie divennero rosse.

— Vuoi scherzare? — fece Bedap, mettendosi alla sua sinistra. — Takver era all’Istituto Settentrionale con noi. Abita ad Abbenay da due anni.

Non vi siete più visti da allora?

— L’ho visto un paio di volte — disse la ragazza, e rise, voltandosi verso di lui. Aveva la risata di una persona che ama mangiare bene, una risata larga e infantile. Era alta e piuttosto sottile, con braccia tonde e fianchi ampi. Non era molto bella; aveva volto scuro, intelligente e allegro. Nei suoi occhi c’era un carattere di nero, che non era l’opacità degli occhi scuri e luminosi, ma qualcosa di profondo, che ricordava la cenere nera e spessa, sottile, molto soffice. Shevek, incontrando i suoi occhi, seppe di avere commesso una mancanza imperdonabile nel dimenticarla, e, nello stesso istante, seppe anche di essere stato perdonato. Di essere in fortuna. Che la sua fortuna era cambiata.

Cominciarono a salire sulle montagne.

Nella fredda serata del loro quarto giorno di escursione, egli e Takver sedevano sul ciglio spoglio di una gola. Quaranta metri più in basso, un torrente di montagna scendeva tra le rocce, fra sponde bagnate dagli spruz-zi. C’era poca acqua corrente su Anarres; anche l’acqua da tavola era scarsa in molte località; i fiumi erano corti. Solo nelle montagne c’erano acque che scorrevano rapidamente. Il rumore dell’acqua che gridava e picchiet-tava e cantava era nuovo per loro.

Si erano arrampicati su e giù per simili gole per tutta la giornata, fra le montagne, e avevano male alle gambe. Gli altri del gruppo erano nel Rifugio, una costruzione di pietra eseguita da persone in vacanza per persone in vacanza, ben tenuta; la Federativa dei Ne Theras era il più attivo dei gruppi di volontarii che amministravano e proteggevano le poche zone «panora-miche» di Anarres. Un guardiano antincendi che abitava laggiù nel corso dell’estate aiutava Bedap e gli altri a preparare un pasto con i rifornimenti delle dispense. Takver e Shevek erano usciti, nell’ordine, separatamente, senza dire la loro destinazione e, in realtà, senza saperla.

Egli l’aveva trovata sul ciglio, seduta fra i delicati cespugli di spina di luna, simili a matasse di trina, che crescevano sulle montagne; i rami rigidi e fragili avevano colore argenteo nel crepuscolo. In un varco tra le cime, ad est, la pallida luminosità del cielo annunciava il sorgere della luna. Il ruscello era rumoroso nel silenzio delle montagne alte e spoglie. Non c’era vento, non c’erano nubi. L’aria al di sopra delle montagne era simile ad ametista, dura, chiara, profonda.

Sedevano già da qualche tempo, senza scambiarsi parola.

— Non mi sono mai sentito attratto verso una donna, in tutta la mia vita, come lo sono da te. Fin da quando abbiamo iniziato questa gita. — Il tono di Shevek era freddo, quasi risentito.

— Non intendevo rovinarti la vacanza — rispose lei, con la sua risata larga e infantile, troppo forte per il crepuscolo.

— Non si rovina affatto!

— Ah, bene. Pensavo che volessi dire che ti distraggo.

— Distrarmi! È come un terremoto.

— Grazie.

— Non dipende da te — disse lui, seccamente. — Dipende da me.

— Questo è ciò che credi — rispose.

Ci fu una pausa piuttosto lunga.

— Se desideri copulare — disse lei, — perché non me l’hai chiesto?

— Perché non sono certo che sia la cosa che desidero.

— Neanch’io. — Il suo sorriso era sparito. — Ascolta — disse. La sua voce era morbida, e non aveva molto timbro; aveva la stessa caratteristica soffice dei suoi occhi. — Devo proprio dirtelo. — Ma la cosa che doveva dirgli rimase inespressa per molto tempo. Infine egli la fissò con una tale aria di apprensione e di implorazione che lei si affrettò a dire, tutto d’un fiato: — Ecco, devo dirti che non voglio copulare con te, ora. Né con chiunque altro.

— Hai rinunciato al sesso?

— No! — disse lei, indignata, ma senza spiegazioni.

— Io potrei anche averlo fatto — disse lui, gettando un ciottolo nel ruscello. — Oppure sono diventato impotente. Sarà quasi mezzo anno, e poi era con Bedap. In realtà sarà quasi un anno. Diventava ogni volta meno soddisfacente, e alla fine ho smesso. Non c’era niente. Non ne valeva la pena. Eppure ricordo che so come dovrebbe essere…

— Sì, è così — disse Takver. — Anch’io copulavo molto, per passatem-po, fino a diciotto, diciannove anni. Era una cosa emozionante, interessante, piacevole. E poi… non saprei. Come dici tu, diventava insoddisfacente.

Non mi interessa il piacere. Il solo piacere, intendo.

— Vuoi bambini?

— Sì, quando sarà il momento.

Egli gettò un altro ciottolo nel ruscello, che ora svaniva nell’ombra della gola, lasciando dietro di sé solamente il suono: un’incessante armonia di suoni disarmonici.

— Io voglio terminare un lavoro.

— E il fatto di essere celibe, ti aiuta?

— C’è un legame. Ma non so quale sia, e non è una connessione di causa ed effetto. All’incirca all’epoca in cui il sesso cominciava a diventarmi insoddisfacente, la stessa cosa mi succedeva per il lavoro. Sempre più. Tre anni senza arrivare a nulla. Sterilità. Sterilità su ogni lato. A perdita d’occhio, un solo deserto arido, bruciato dal calore spietato di un sole senza misericordia, una desolazione senza vita, senza orme, senza scudo e senza copule, qua e là segnata dalle ossa calcinate dei viaggiatori sfortunati…

Takver non rise; emise una risata lamentosa, come se la risata le facesse male. Egli cercò di distinguere chiaramente il suo viso. Dietro la sua testa scura, il cielo era duro e chiaro.

— Che c’è di sbagliato nel piacere, Takver? Perché non lo vuoi?

— Non c’è nulla di sbagliato. E poi, io lo voglio. Solo, non ne ho bisogno. E se prendessi le cose che non mi occorrono, non arriverei mai a prendere quelle che mi occorrono davvero.

— E qual è la cosa che ti occorre?

Ella guardò in basso, facendo scorrere l’unghia sulla superficie di una sporgenza rocciosa. Non disse nulla. Si sporse in avanti per cogliere un rametto di spina di luna, ma non lo raccolse, si limitò a toccarlo, a sentire lo stelo peloso e la foglia delicata. Shevek vide, dalla tensione dei movimenti, che Takver cercava con tutta la forza di trattenere, di frenare una tempesta di emozioni, in modo da poter parlare. E quando parlò, parlò a voce bassa, un po’ bruscamente. — Mi occorre il legame — disse. —

Quello vero. Corpo, mente e tutti gli anni della vita. Niente di inferiore.

E alzò lo sguardo su di lui con sfida, forse con odio.

Una gioia stava sorgendo misteriosamente in lui, simile al suono e all’odore dell’acqua corrente che giungevano attraverso l’oscurità. Provava un senso di illimitatezza, di chiarezza, di chiarezza totale, come se fosse stato messo in libertà. Dietro la testa di Takver, il cielo si stava rischiarando con il sorgere della luna; le vette lontane s’innalzavano chiare e argentee. — Sì, è proprio questo — egli disse, privo di imbarazzo, privo del senso di parlare con un’altra persona; diceva ciò che gli veniva in mente, pensoso. —

Non me ne ero mai accorto.

Nella voce di Takver c’era ancora un po’ di risentimento. — Tu, non te ne sei mai dovuto accorgere.

— E perché?

— Perché, credo, non ne hai mai visto la possibilità.

— Cosa intendi dire, la possibilità?

— La persona!

Egli pensò a queste parole. Sedevano a circa un metro di distanza l’uno dall’altra, con le braccia strette attorno ai ginocchi poiché stava scendendo il freddo. Il respiro arrivava in gola come acqua ghiacciata. Potevano vedere il loro respiro, il pallido vapore nella luce lunare che si alzava progres-sivamente.

— Il momento in cui me ne accorsi — disse Takver, — fu la notte prima che tu lasciassi l’Istituto Regionale. C’era una festa, lo ricorderai. Alcuni di noi rimasero a parlare per tutta la notte. Ma è successo quattro anni fa. E tu non conoscevi neppure il mio nome. — Il rancore era scomparso dalla sua voce; pareva desiderasse fornirgli delle scusanti.

— Tu vedesti in me, quella notte, ciò che io ho visto in te in questi quattro giorni?

— Non lo so. Non posso dirlo. Non si trattava soltanto di una cosa sessuale. Io ti avevo già notato prima, sotto quell’aspetto. Ma quella volta fu differente; io ti vidi. Non posso sapere cosa tu veda ora. E allora non sapevo veramente cosa io vedessi. Non ti conoscevo molto bene. Però, quando parlasti, mi parve di vedere chiaro dentro di te, fino al centro. Ma tu potevi essere totalmente diverso dal modo in cui io ti pensavo. Non sarebbe stata colpa tua, in fin dei conti — aggiunse. — Semplicemente, sapevo che ciò che vedevo in te era ciò che mi occorreva. Non solamente ciò che potevo desiderare!

— E sei ad Abbenay da due anni e non…

— Non ho fatto cosa? Era tutto dalla mia parte, nella mia testa, tu non conoscevi neppure il mio nome. Una persona sola non può fare un’unione, dopotutto!

— E avevi paura che, venendo da me, io avrei potuto non desiderare il legame.

— Non paura. Sapevo che eri una persona che… non si sarebbe lasciata forzare… Be’, sì, avevo paura. Avevo paura di te. Non di fare un errore.

Sapevo che non era un errore. Ma tu eri… tu. Tu sei diverso da tanti altri, lo sai. Io avevo paura di te perché sapevo che eri un mio uguale! — Il suo tono, nel terminare, era fiero, ma dopo un istante disse molto gentilmente, con tenerezza: — Non ha veramente importanza, sai, Shevek.

Era la prima volta che le sentiva pronunciare il suo nome. Si voltò verso di lei e le disse incespicando, quasi soffocando sulle parole: — Non ha importanza? Prima mi fai vedere… mi fai vedere qual è la cosa importante, la cosa veramente importante, la cosa che mi è mancata per tutta la vita… e poi dici che non ha importanza!

Erano a faccia a faccia, adesso, ma non si erano toccati.

— È quello che ti occorre, allora?

— Sì. Il legame. La possibilità.

— Adesso… per la vita?

— Adesso e per la vita.

Vita, ripeteva il flusso di acqua scorrente sotto di loro, sulle rocce, nella fredda oscurità.

Quando Shevek e Takver tornarono dalle montagne, si trasferirono in una stanza doppia. Non ce n’era nessuna libera negli isolati vicino all’Istituto; ma Takver ne conosceva una non molto distante, in un vecchio domicilio all’estremità nord della città. Per avere la stanza si recarono dall’amministratore delle abitazioni dell’isolato — Abbenay era divisa in circa duecento zone amministrative locali, chiamate isolati — una donna che molava lenti e che teneva in casa i suoi tre bambini piccoli. Per tale motivo teneva le schede delle abitazioni in un ripiano in cima a un armadio, in modo che i bambini non potessero metterci le mani. Controllò che la stanza fosse registrata come vuota. Shevek e Takver la registrarono come occupata apponendo le loro firme.

Neppure il trasloco fu complicato. Shevek portò una scatola piena di carte, i suoi stivali da inverno, e la coperta colore arancione. Takver dovette fare tre viaggi. Il primo ebbe come destinazione il deposito distrettuale di capi d’abbigliamento, per prendere un vestito nuovo a ciascuno dei due, at-to che le pareva oscuramente, ma fortemente, essenziale all’inizio del loro legame di compagni. Poi si recò al proprio vecchio dormitorio, una volta per i suoi vestiti e le sue carte, e una seconda volta, con Shevek, per prendere una quantità di curiosi oggetti: complesse strutture concentriche di fil di ferro, che si muovevano in modo lento, cambiando intimamente, quando venivano appese al soffitto. Le aveva fatte lei, con pezzi di filo e arnesi del deposito strumenti per artigiani, e le chiamava Occupazioni di Spazi Disabitati. Una delle due sedie della stanza era decrepita, cosicché la portarono in una bottega di riparazioni, dove ne presero una sana. Con questa, la stanza fu arredata. La nuova stanza aveva soffitto molto alto, e ciò la faceva parere spaziosa e lasciava un mucchio di posto per le Occupazioni. Il domicilio era costruito su una delle basse colline di Abbenay, e la stanza aveva una finestra d’angolo da cui entrava la luce del pomeriggio: da quella finestra si godeva la vista della città, le strade e le piazze, i tetti, il verde dei parchi, la pianura al di là della città.

L’intimità dopo la lunga solitudine, la gioia improvvisa, misero alla prova sia la stabilità di Shevek sia quella di Takver. Nelle prime decadi egli ebbe grandi oscillazioni dalla spensieratezza alla angoscia; ella ebbe scatti di collera. Entrambi erano ipersensibili e inesperti. La tensione non durò, a mano a mano che divennero esperti l’uno dell’altra. La loro fame sessuale continuò come diletto appassionato, il loro desiderio di unione veniva quotidianamente rinnovato perché veniva quotidianamente esaudito.

Era ormai chiaro a Shevek, e gli sarebbe parsa follia pensare diversamente, che i suoi anni di disperazione in quella città erano parte della sua grande felicità presente, poiché l’avevano portato ad essa, l’avevano prepa-rato ad essa. Ogni cosa che gli era successa faceva parte di ciò che gli stava succedendo ora. Takver non vedeva una simile oscura concatenazione di effetto/causa/effetto, ma Takver non era un fisico temporale. Ella vedeva il tempo in modo ingenuo, come una strada stesa. Tu avanzavi, e arrivavi in qualche parte. Se eri fortunato, arrivavi in qualche parte che valeva la pena di andarci.

Ma quando Shevek prese quella metafora e la riformulò nei propri termini, spiegando che, a meno che il passato e il futuro non divenissero parte del presente mediante il ricordo e l’intenzione, non c’era, in termini umani, alcuna strada, alcun punto dove andare, ella annuì prima ch’egli fosse giunto a metà. — Esattamente — disse. — Questo è ciò che ho fatto per gli scorsi quattro anni. Non è tutta fortuna. Soltanto una parte.

Takver aveva ventitré anni: uno meno di Shevek. Era cresciuta in una comunità agricola, Valle Rotonda, nel Nordest. Era un posto isolato, e prima di giungere all’Istituto Regionale Settentrionale, ella aveva lavorato più duramente del normale, per un giovane anarresiano. Non c’erano abbastanza persone a Valle Rotonda per fare i lavori che occorrevano, ma non era una comunità abbastanza grande, o abbastanza produttiva nell’economia generale, per ottenere la priorità dai calcolatori della Divisione del Lavoro. Doveva badare a se stessa. A otto anni, Takver toglieva pagliuzze e sassolini dal grano di holum al mulino, tre ore al giorno, dopo tre ore di scuola. Poca della sua istruzione pratica di bambina era rivolta all’arric-chimento personale: era solo parte dello sforzo della comunità per sopravvivere. Nelle stagioni della semina e del raccolto, ogni persona superiore ai dieci anni e inferiore ai sessanta lavorava nei campi, tutto il giorno. A quindici anni era stata incaricata di coordinare i carichi di lavoro sui quattrocento campi coltivati dalla comunità, e aveva assistito il dietetista nel refettorio della cittadina. Non c’era niente d’inconsueto in tutto ciò, e Takver non vi dava molto peso, ma inevitabilmente queste esperienze avevano plasmato certi elementi del suo carattere e delle sue opinioni. Shevek era lieto di avere fatto la propria parte di kleggichdi lavoro duro, perché Takver disprezzava la gente che cercava di evitare la fatica fisica. —

Guarda Tinan — diceva, — che piange e si lamenta perché l’hanno comandato per quattro decadi al raccolto delle radici di holum. È così delicato che potresti crederlo un uovo di pesce! Avrà mai toccato il letame? —

Takver non era molto caritatevole, e aveva un carattere facile ad andare in collera.

Ella aveva studiato biologia all’Istituto Regionale Settentrionale, con sufficiente distinzione, cosicché aveva deciso di recarsi all’istituto Centrale per approfondire gli studi. Dopo un anno, le era stato chiesto di unirsi a un nuovo gruppo che stava allestendo un laboratorio per studiare tecniche che permettessero di aumentare e migliorare le riserve di pesce commestibile dei tre oceani di Anarres. Quando la gente le chiedeva che lavoro facesse, ella rispondeva: — Sono una genetista dei pesci. — Il lavoro le piaceva; esso combinava due cose a cui attribuiva molto valore: l’accurata, docu-mentata ricerca, e uno scopo specifico di aumento o miglioramento. Lontana da un simile lavoro, ella non si sarebbe sentita soddisfatta. Ma il lavoro non esauriva i suoi interessi. Gran parte di ciò che passava per la mente e nello spirito di Takver aveva poco a che vedere con la genètica dei pesci.

Il suo interesse per i paesaggi e le creature viventi era appassionato.

Questo interesse, che limitativamente si poteva chiamare «amore per la natura», pareva a Shevek qualcosa di assai più ampio che il semplice amore.

Ci sono delle anime, egli pensava, il cui cordone ombelicale non è mai stato reciso. Esse non si sono mai svezzate dall’universo. Esse non concepi-scono la morte come un nemico; attendono il giorno in cui si disferanno per ritornare nell’humus. Era strano vedere Takver che prendeva una foglia in mano, o anche una pietra. Ella diveniva un’estensione della foglia, e la foglia un’estensione di lei.

Ella mostrò a Shevek le vasche di acqua marina, al laboratorio di ricerca: cinquanta e più specie di pesci, grandi e piccoli, grigi o vivaci, eleganti e grotteschi. Egli ne fu affascinato e anche un po’ intimorito.

I tre oceani di Anarres erano altrettanto pieni di vita quanto la sua terraferma ne era priva. I mari erano isolati tra loro da vari milioni di anni, e le forme di vita avevano seguito processi indipendenti di evoluzione. La loro varietà era stupefacente. Non era mai venuto in mente a Shevek che la vita potesse proliferare così selvaggiamente, in modo così esuberante, che, an-zi, forse l’esuberanza fosse la qualità essenziale della vita.

Sulla terraferma, le piante se la cavavano abbastanza bene, nella loro maniera rada e spinosa, ma gli animali che avevano provato a respirare aria avevano rinunciato quasi tutti al progetto quando il clima del pianeta era entrato in un’èra millenaria di polvere e siccità. Sopravvivevano i batteri, dei quali molti erano litofagi, e qualche centinaia di specie di vermi e cro-stacei.

L’uomo si era inserito con attenzione, e con rischio, in questa ristretta ecologia. Se avesse pescato, ma non troppo avidamente, e se avesse colti-vato, usando soprattutto come concime rifiuti organici, si sarebbe potuto inserire. Ma non poteva inserire altro. Non c’era erba per erbivori. Non c’erano erbivori per i carnivori. Non c’erano insetti per fecondare le piante con fiori; gli alberi da frutto importati venivano tutti fertilizzati a mano.

Nessun animale venne importato da Urras, per non mettere a repentaglio il delicato equilibrio della vita. Giunsero soltanto i Coloni, e così ben puliti esternamente e internamente che portarono con sé solamente una minima parte della loro fauna e flora personale. Neppure la pulce era riuscita ad arrivare su Anarres.

— Amo la biologia marina — Takver disse a Shevek, davanti alle vasche dei pesci, — perché è così complessa: una vera rete. Questo pesce mangia quel pesce che mangia pesciolini neonati che mangiano ciliati che mangiano batteri e qui ritorni al punto di partenza. Sulla terraferma ci sono soltanto tre gruppi, tutti non-cordati… se non conti l’uomo. È una strana situazione, biologicamente parlando. Noi anarresiani siamo isolati in modo innaturale. Sul Vecchio Pianeta ci sono diciotto gruppi di animali terrestri; ci sono alcune classi, come quella degli insetti, che contengono un numero così ampio di specie che non sono mai state contate tutte, e alcune di queste specie hanno popolazioni di miliardi di individui. Prova a pensarci: dovunque tu guardi, animali, altre creature, che condividono la terra e l’aria con te. Ti potresti sentire tanto più una parte. — Il suo sguardo seguì il movimento di un piccolo pesce azzurrino, entro l’acqua semibuia della vasca. Shevek, attento, seguì la traiettoria del pesce e quella dello sguardo di lei. Rimase fra le vasche per vario tempo, e spesso in seguito ritornò con lei al laboratorio e agli acquari, sottomettendo la sua arroganza di fisico a quelle piccole e strane vite, all’esistenza di esseri per i quali il presente è eterno, esseri che non spiegano se stessi e che non devono neppure giustificare all’uomo le loro vie.

La maggior parte degli anarresiani lavorava da cinque a sette ore al giorno, con da due a quattro giorni di riposo ogni decade. I particolari riguardanti la regolarità, la puntualità, i giorni di riposo e così via venivano decisi, tra l’individuo e la sua squadra di lavoro, o gruppo, o federativa di coordinamento, al livello a cui si raggiungeva meglio la cooperazione e l’efficienza. Takver conduceva da sola i suoi progetti di ricerca, ma il lavoro e i pesci avevano le proprie esigenze indifferibili: ella passava da due a dieci ore al giorno nel laboratorio, senza giorni di riposo. Shevek aveva adesso due incarichi d’insegnamento: un corso di matematica avanzata in un centro di apprendimento, e un altro all’Istituto. Entrambi i corsi erano al mattino, ed egli tornava alla stanza a mezzogiorno. Di solito Takver non era ancora rientrata. L’edificio era silenzioso. La luce del sole non aveva ancora raggiunto la doppia finestra che guardava a sud e ad ovest sulla città e il piano; la stanza era fredda e ombreggiata. Le delicate, concentriche scultu-re mobili appese a diversi livelli in alto si muovevano con la precisione in-troversa, il silenzio, il mistero degli organi del corpo e dei processi della mente raziocinante. Shevek si sedeva al tavolo sotto le finestre e cominciava a lavorare, a leggere o prendere appunti e fare calcoli. Gradualmente la luce del sole faceva il suo ingresso, scorreva sui fogli posati sul tavolo, sulle sue mani posate sui fogli, e riempiva la stanza di luminosità. Ed egli lavorava. Le false partenze e le perdite di tempo si rivelarono essere basi, fondamenta, gettate nel buio, ma gettate bene. Su di queste, metodicamente e con attenzione, ma con una destrezza e una sicurezza che non gli pareva qualcosa di suo, bensì una conoscenza che si servisse di lui per operare, che lo usasse come veicolo, egli edificò la magnifica, robusta struttura dei Principi della Simultaneità.

Takver, come ogni uomo o donna che accetta la vicinanza dello spirito creatore, non sempre lo trovava facile. Sebbene la sua esistenza fosse necessaria a Shevek, la sua presenza concreta poteva essere una distrazione.

Non voleva tornare a casa troppo presto, poiché egli spesso cessava di lavorare quando lei tornava a casa, e le pareva che questo fosse sbagliato.

Più avanti nel tempo, quando sarebbero stati anziani e sazi, egli avrebbe potuto ignorarla, ma a ventiquattr’anni non poteva. Pertanto Takver regolò i suoi compiti in laboratorio in modo da non arrivare a casa fino al pomeriggio avanzato. Ma neanche questo era perfetto, poiché egli aveva bisogno di attenzioni. Nei giorni in cui non aveva lezione, all’ora di arrivo di Takver egli poteva essere a tavolino da sei, otto ore, senza interruzione.

Quando si alzava, barcollava dalla stanchezza, gli tremavano le mani e non era del tutto coerente. Il modo con cui lo spirito creatore usa i propri veicoli è assai rude; esso li consuma, poi li scarta e si procura un nuovo modello. Per Takver, invece, non ci potevano essere sostituzioni, e quando vedeva fino a qual punto Shevek fosse usato, ella protestava. Avrebbe potuto gridare, come una volta aveva fatto il marito di Odo, Asieo: «Per l’amor di Dio, donna! Non puoi servire la Verità un poco alla volta?» salvo il particolare che la «donna» era lei, e che non aveva dimestichezza con Dio.

Allora si mettevano a parlare, uscivano a passeggiare o si recavano ai bagni, e poi a pranzare alla mensa dell’Istituto. Dopo il pranzo c’erano riunioni, o un concerto, o si incontravano con gli amici: Bedap e Salas e le lo-ro conoscenze, Desar e altri dell’Istituto, i colleghi e gli amici di Takver.

Ma le riunioni e gli amici erano periferici, per loro. Non era loro necessaria né la partecipazione sociale né quella semplicemente socievole; il loro legame era sufficiente, e non potevano nascondere che lo fosse. Tuttavia la cosa non pareva offendere gli altri. Anzi, al contrario, Bedap, Salas, Desar e gli altri venivano a loro come gli assetati alla fontana. Gli altri erano periferici per loro, ma essi erano centrali per gli altri. Non che facessero molto; non erano più amichevoli di tanti altri, né erano conversatori più brillanti; eppure i loro amici li amavano, contavano su di loro, e continuavano a portare loro regali… le piccole offerte che circolavano tra quelle persone, che possedevano nulla e tutto: una sciarpa fatta all’uncinetto, un pezzo di granito picchiettato di granati rosa, un vaso fatto a mano alla bottega della Federativa dei Vasai, una poesia sull’amore, una serie di bottoni di legno scolpiti a mano, una conchiglia del Mare di Sorruba. Davano il regalo a Takver, dicendo: — Ecco, a Shevek potrebbe piacere come fermacarte —

oppure a Shevek, dicendo: — Ecco, a Takver potrebbe piacere questo colore. — Nel donare cercavano di condividere ciò che si condividevano Shevek e Takver, di celebrare, di lodare.

Fu una lunga estate, calda e luminosa: l’estate del 160° anno dell’Insediamento di Anarres. Abbondanti piogge nella primavera avevano inverdi-to i Piani di Abbenay e portato via la polvere, cosicché l’aria era straordi-nariamente chiara; di giorno il sole era caldo, e di notte le stelle splendevano fitte. Quando la Luna era in cielo si potevano distinguere i profili delle coste e dei continenti, sotto i ricci bianchissimi delle sue nubi.

— Perché ha un aspetto così bello? — disse Takver, stesa accanto a Shevek sotto la coperta arancione, con la luce spenta. Su di loro erano so-spese, oscuramente, le Occupazioni di Spazi Disabitati; fuori della finestra era sospesa la Luna, brillante. — Pur sapendo che è un pianeta come questo, con solamente un clima migliore e degli abitanti peggiori, pur sapendo che sono tutti proprietaristi, e che combattono guerre, e fanno leggi, e mangiano mentre altri muoiono di fame, e comunque invecchiano tutti e incontrano le loro sfortune, e hanno i reumatismi e i calli ai piedi esattamente come la gente di qui… pur sapendo tutto questo, perché sembra così felice, come se la vita lassù dovesse essere tanto gioiosa? Io non posso guardare quella luminosità e pensare che ci possa vivere qualche orribile ometto con le maniche sudice e la mente atrofizzata come Sabul; non posso, e basta.

Le loro braccia e i loro petti nudi erano illuminati dalla Luna. La fine, sottile peluria sul viso di Takver componeva un’aureola che le offuscava í lineamenti; i capelli e le ombre erano neri. Shevek le toccò il braccio argenteo con la propria argentea mano, meravigliandosi al tepore del contatto in quella sera fresca.

— Quando puoi vedere una cosa nella sua totalità — egli disse, — ti pa-re sempre bellissima. I pianeti, le vite… Ma da vicino, un mondo è tutto terra e rocce. E, da un giorno a un altro giorno, la vita è un lavoro duro, ti stanchi, ne perdi la forma generale. Hai bisogno della distanza, di un intervallo. Il modo per vedere quanto sia bella la terra, è vederla dalla Luna. Il modo per vedere quanto sia bella la vita, è vederla dalla posizione elevata della morte.

— Questo è giusto per Urras. Teniamocene lontani, e lasciamo che resti la Luna… io non la voglio! Ma non intendo salire su una tomba e abbassare gli occhi sulla vita e dire: «Oh, che bella!». Io voglio vederla intera da in mezzo ad essa, qui, ora. Non me ne importa un fischio dell’eternità.

— Non ha niente a che vedere con l’eternità — disse Shevek, sorridendo: un uomo magro e irsuto di argento e di ombra. — La sola cosa che de-vi fare, per vedere la vita nella sua totalità, è di guardarla in quanto morta-le. Io morirò; tu morirai; altrimenti, come potremmo amarci diversamente?

Il sole sta ogni momento per scoppiare, altrimenti non potrebbe continuare a brillare.

— Ah! i tuoi discorsi! la tua maledetta filosofia!

— Discorsi? Non sono discorsi. Non è la ragione. È il tocco della mano.

Io tocco la totalità, la stringo. Qual è la luce della Luna, qual è Takver?

Come posso temere la morte? Se la stringo, se stringo nella mia mano la luce…

— Non fare il proprietarista — mormorò Takver.

— Cuore mio, non piangere.

— Non piango. Sei tu, che piangi. Sono le tue lacrime.

— Ho freddo. La luce della Luna è fredda.

— Stenditi. — Un grande brivido gli percorse tutto il corpo quando lei lo strinse fra le braccia.

— Ho paura, Takver — bisbigliò.

— Fratello, anima cara, taci.

Dormirono l’uno fra le braccia dell’altra quella notte, molte notti.


CAPITOLO 7

Shevek trovò una lettera nella tasca del nuovo soprabito bordato di pelliccia che aveva ordinato per l’inverno al negozio della via degli incubi.

Non aveva idea di come la lettera ci fosse arrivata. Certamente non era nella posta che gli veniva recapitata tre volte al giorno, e che consisteva inte-ramente di manoscritti ed estratti dei fisici di tutta Urras, di inviti a ricevimenti, di rozzi messaggi scritti da bambini delle scuole. Questa era invece un sottile foglio di carta incollato su se stesso, senza busta; non portava francobollo né la stampigliatura di una delle tre compagnie di recapito concorrenti.

La aprì, con una vaga apprensione, e lesse: «Se sei un Anarchico perché lavori con il sistema del potere tradendo il tuo Mondo e la Speranza Odoniana o sei qui per portarci questa Speranza? Sofferenti per l’ingiustizia e la repressione noi guardiamo al Mondo Gemello la luce di libertà nella notte buia. Unisciti a noi tuoi fratelli!» Non c’era firma, non c’era indirizzo.

La lettera agitò Shevek tanto moralmente quanto intellettualmente, dan-dogli una scossa che non era di sorpresa, bensì di una sorta di panico. Sapeva che c’erano, ma dove? Non ne aveva incontrato, non ne aveva visto nessuno, non aveva mai incontrato un povero. Aveva permesso che co-struissero un muro intorno a lui, e non se n’era neppure accorto. Aveva accettato il riparo, proprio come un proprietarista. Si era lasciato comprare…

come aveva detto Chifoilisk.

Ma non sapeva come abbattere il muro. E se lo avesse abbattuto, dove andare, poi? Il panico si serrò su di lui ancora più soffocantemente. A chi potersi rivolgere? Era circondato da ogni parte dai sorrisi dei ricchi.

— Vorrei parlarti, Efor.

— Certo, signore. Mi scusi, signore, faccio posto posare questa roba.

Il servitore si destreggiò abilmente con il pesante vassoio, tolse i copri-piatti, versò il cioccolato amaro nella tazza, lo fece alzare schiumeggiando fino all’orlo, senza farlo traboccare e senza spandere gocce. Era chiaro ch’egli amava il rito della colazione del mattino e la propria abilità nell’of-ficiarlo, ed era altrettanto chiaro che desiderava non subisse inopinate interruzioni. Parlava quasi sempre in modo molto chiaro, in iotico, ma ora, non appena Shevek gli aveva manifestato il desiderio di parlargli, Efor era scivolato nel locale dialetto cittadino. Shevek aveva un poco imparato a seguirlo; le trasformazioni della pronuncia risultavano coerenti a una loro logica, una volta imparata la regola, ma le elisioni lo lasciavano brancolan-te nel buio. Metà della frase veniva omessa. Era come un linguaggio cifra-to, si disse: come se i «Nioti», come essi stessi si definivano, non volessero farsi capire dagli estranei.

Il servitore rimase fermo a lato della tavola, attendendo che Shevek si servisse. Egli sapeva — fin dalla prima settimana aveva imparato simpatie e antipatie di Shevek — che Shevek non voleva che gli porgesse la sedia, né essere servito mentre mangiava. La posa eretta e attenta sarebbe stata più che sufficiente a scoraggiare qualsiasi intenzione di instaurare un dia-logo privo di formalità.

— Vuoi sederti, Efor?

— Se lei vuole, signore — rispose l’uomo. Mosse la sedia di mezzo cen-timetro, ma non si sedette.

— È appunto questa la cosa di cui vorrei parlarti. Sai che non amo darti ordini.

— Cerco fare cose come vuole signore senza fastidio di ordinare.

— Certo… non mi riferivo a questo. Sai, al mio paese nessuno dà ordini.

— Così credo di avere sentito dire, signore.

— Ecco, desidero conoscerti come mio uguale, mio fratello. Tu sei l’unico che io conosca, qui, che non sia ricco… non sia uno dei padroni. Desidero parlare con te, desidero sapere della tua vita…

S’interruppe, disperato, vedendo il disprezzo sul volto rugoso di Efor.

Aveva fatto tutti gli errori possibili. Efor l’aveva preso per uno sciocco, un paternalista, un curioso.

Lasciò cadere le mani sul tavolo in segno di disperazione e disse: — Oh, al diavolo, scusami, Efor! Non riesco a dire quello che volevo dire. Ti prego di dimenticarlo.

— Come dice lei, signore. — Efor si ritirò.

Così finiva la cosa. Le «classi non possidenti» rimanevano lontane da lui come quando ne aveva letto nei corsi di storia, all’Istituto Regionale Settentrionale.

Intanto, aveva promesso agli Oiie di passare una settimana con loro, tra gli esami invernali e primaverili.

Oiie l’aveva invitato a cena varie volte, dal giorno della sua prima visita, e sempre in modo rigido, come per obbedire a un dovere d’ospitalità, o forse a un ordine del governo. Nella sua casa, comunque, anche se non abbas-sava mai la guardia nei riguardi di Shevek, Oiie era sinceramente amichevole. Con la sua seconda visita, i due bambini avevano deciso che Shevek era un vecchio amico, e la loro sicurezza della reazione di Shevek aveva ovviamente messo nell’imbarazzo il padre. Lo rendeva perplesso; egli non poteva realmente approvarla; ma non poteva dire che fosse ingiustificata.

Shevek si comportava con loro come un vecchio amico, come un fratello maggiore. Essi lo ammiravano, e il più giovane, Ini, giunse ad amarlo con vera passione. Shevek era gentile, serio, onesto, e raccontava delle bellissime storie sulla Luna; ma c’era anche dell’altro. Egli rappresentava qualcosa, per il bambino, che Ini non sapeva descrivere. Anche molto più tardi nella sua vita, che venne profondamente e oscuramente influenzata da quel fascino infantile, Ini non trovò parole per esso, ma soltanto parole che conservavano un’eco di quel fascino: la parola viaggiatorela parola esule.

L’unica forte nevicata dell’inverno cadde quella settimana. Shevek non aveva mai visto una nevicata più alta di un paio di centimetri. La bizzarria, la semplice quantità della tempesta lo esilarò. Lo dilettò il suo eccesso. Era troppo bianca, troppo fredda, silenziosa e indifferente per poter essere definita escrementale anche dal più sincero Odoniano; volerla vedere in mo-do diverso da una innocente magnificenza sarebbe stata soltanto piccolezza d’animo. Non appena il cielo si schiarì, egli uscì nella neve con i ragazzi, che la amavano esattamente quanto lui. Corsero per l’ampio giardino della casa di Oiie, si gettarono palle di neve, costruirono gallerie, castelli e fortezze di neve.

Sewa Oiie era ferma dietro la finestra, insieme con la cognata Vea, e osservava i bambini, l’uomo e la piccola lontra intenti a giocare. La lontra aveva trovato uno scivolo su una parete del castello di neve e continuava a scivolare giù sulla pancia e a risalire eccitata. Le guance dei ragazzi erano roventi. L’uomo, con i capelli lunghi e disordinati, color sabbia, legati sulla nuca con un cordino e le orecchie rosse per il freddo, eseguiva con energia operazioni di scavo. — Non qui! — Scava qui! — Dov’è la paletta? — Ho del ghiaccio in tasca! — le voci acute dei bambini echeggiavano in conti-nuazione.

— Ecco il nostro forestiero — disse Sewa, sorridendo.

— Il più grande fisico vivente — disse la cognata. — Che buffo.

Quando egli entrò, soffiando e pestando i piedi per togliersi la neve dalle scarpe e respirando con quel fresco, gelido vigore e quel senso di salute che soltanto le persone appena uscite dalla neve posseggono, venne presentato alla cognata. Tese la mano grande e dura, fredda, e abbassò su Vea uno sguardo gentile. — Lei è la sorella di Demaere? — disse. — Sì, gli assomiglia. — E questo commento, che se fosse provenuto da chiunque altro sarebbe parso scipito a Vea, le piacque immensamente. «È un uomo» ella continuò a pensare quel pomeriggio, «un vero uomo. Che cosa avrà mai?»

Vea Doem Oiie era il suo nome, all’uso iotico; suo marito Doem era a capo di un grosso cartello industriale e viaggiava molto, passando all’estero una buona metà dell’anno come rappresentante d’affari del governo. Co-sì venne spiegato a Shevek, mentre egli la osservava. In lei la sottigliezza di Demaere Oiie, il colorito pallido e gli occhi neri e ovali si erano tra-sformati in bellezza. Il petto, le spalle e le braccia erano tondi, soffici, e molto bianchi. Shevek sedette accanto a lei a tavola per il pranzo. Continuò a fissarle il petto nudo, tenuto sollevato dal corpetto rigido. L’idea di andarsene così seminuda in quella gelida temperatura era bizzarra, ma bizzarra come la neve, e anche i piccoli seni avevano un candore innocente, come la neve. La curva della sua nuca sfumava senza scosse nella curva della testa orgogliosa, rasata, delicata.

È molto attraente, Shevek informò se stesso. È come i letti di qui: soffice. Innaturale, però. Perché parla con tanta affettazione?

Egli si afferrò alla sua voce sottile e ai suoi modi affettati come a una pagliuzza in mezzo all’oceano, e non se ne accorse: non si accorse di affo-gare. Vea tornava a Nio Esseia col treno della sera: era venuta soltanto a passare il pomeriggio, ed egli non l’avrebbe vista più.

Oiie aveva il raffreddore, Sewa aveva da fare con i bambini. — Shevek, pensa che potrebbe accompagnare Vea alla stazione?

— Santo Dio, Demaere! Non costringere quel poveretto a venirmi a proteggere! Credi che ci siano i lupi per la strada? O pensi che i Mingrad selvaggi faranno un’incursione nell’abitato e mi rapiranno per i loro harem?

Mi troveranno sulla soglia dell’ufficio del capostazione, domattina, con una lacrima congelata all’angolo dell’occhio e le minuscole, rigide manine strette a un mazzolino di fiori appassiti? Oh, questo non mi dispiacerebbe!

— Sul chiacchiericcio scoppiettante e tintinnante, la risata di Vea s’infran-se come un’onda: un’onda cupa, levigata, poderosa, che spazzava via ogni cosa e lasciava vuota la sabbia. Non rideva entro di sé, ma di sé, la risata nera, che spazza via le parole.

Shevek si infilò il cappotto in corridoio e l’attese alla porta. Camminarono in silenzio per un isolato. La neve scricchiolava e si schiacciava sotto i loro piedi.

— Davvero, lei è fin troppo cortese per…

— Per cosa?

— Per un anarchico — disse lei, nella sua voce sottile e strascicata con affettazione (era la stessa intonazione che veniva usata da Pae; e da Oiie quando era all’Università). — È un disappunto. Pensavo che fosse rozzo e pericoloso.

— Lo sono.

Lei lo guardò dalla coda dell’occhio. Aveva in testa uno scialle di colore rosso, legato sulla nuca; i suoi occhi risaltavano neri e luminosi su quel colore vivace e sul biancore della neve che li circondava.

— Ma ora mi accompagna in modo molto pacifico alla stazione, dottor Shevek.

— Shevek — disse lui, in tono blando. — Senza «dottore».

— È questo l’intero suo nome… nome e cognome?

Egli annuì, sorridendo. Si sentiva bene, vigoroso, gli piaceva l’aria luminosa, il calore del cappotto ben fatto che indossava, la bellezza della donna al suo fianco. Né preoccupazioni né pensieri pesanti potevano fare presa su di lui, oggi.

— È vero che ricevete il nome da un calcolatore?

— Sì.

— Che squallore, ricevere il nome da una macchina!

— Perché «squallore»?

— È una cosa così meccanica, così impersonale.

— Ma che cosa ci può essere, di più personale che un nome che non è portato da nessun’altra persona vivente?

— Nessun’altra persona? Lei è l’unico Shevek?

— Finché vivo. Ce ne sono stati altri, prima di me.

— Parenti, intende dire?

— Non diamo molta importanza alle parentele; siamo tutti parenti, capisce? Non so chi siano, salvo una, nei primi anni dell’Insediamento. Una donna, che ha progettato un tipo di cuscinetto che viene usato nei macchi-nari pesanti: lo chiamano ancora oggi un «shevek». — Sorrise di nuovo, più ampiamente. — Ecco una buona immortalità!

Vea scosse il capo. — Santo Dio! — esclamò. — Come fate a distinguere gli uomini dalle donne?

— Be’, abbiamo scoperto alcuni metodi…

Dopo un momento, giunse la sua risata morbida e pesante. Vea si passò il dorso della mano sugli occhi, che tendevano a lacrimare nell’aria fredda.

— Sì, davvero, lei è rozzo! … Hanno preso tutti dei nomi prefabbricati, allora, e hanno imparato una lingua prefabbricata… tutto nuovo?

— I Coloni di Anarres? Sì. Erano persone romantiche, credo.

— E lei no?

— No. Oggi siamo tutti molto pragmatici.

— Si può essere entrambe le cose — disse lei.

Shevek non si era aspettato alcuna sottigliezza di mente da lei. — Sì, è vero — disse.

— Che ci può essere, di più romantico della sua venuta qui da noi, tutto solo, senza una moneta in tasca, a perorare per il suo popolo?

— E a venire guastato dal lusso mentre sono qui.

— Lusso? In una camera dell’Università? Santo Dio! Poverino! Non l’hanno portata in nessun posto decente?

— Vari posti, ma tutti uguali. Mi piacerebbe conoscere meglio Nio Esseia. Ho visto soltanto l’esterno della città… la carta del pacchetto. — Usò quella frase perché era rimasto affascinato fin dall’inizio dall’abitudine urrasiana di avvolgere ogni cosa in carta pulita, allegra, o plastica, o cartone o stagnola. Roba di bucato, libri, verdura, vestiti, medicine, ogni cosa arrivava dentro strati e strati di avvolgimenti. Perfino i pacchi di carta venivano avvolti in vari strati di carta. Nessuna cosa doveva entrare in contatto con un’altra. Egli aveva cominciato a pensare che anch’egli era stato im-pacchettato con cura.

— Lo so. L’hanno fatta andare al Museo Storico, e poi la visita del Monumento Dobunnae, e ascoltare un’orazione al Senato! — Egli rise, poiché quello era stato esattamente l’itinerario, un giorno della precedente estate.

— Lo so! Sono così sciocchi con i forestieri. Ci penserò io a farle vedere la vera Nio!

— Mi piacerebbe.

— Conosco ogni tipo di gente meravigliosa. Io faccio collezione di persone. Qui lei è intrappolato tra tutti questi professori e politicanti ammuffi-ti… — E continuò a raccontargliela su questo tono. Egli traeva piacere dalle chiacchiere scombussolate di Vea, esattamente come dal sole e dalla ne-ve.

Giunsero alla piccola stazione di Amoeno. Ella aveva già il biglietto; mancava poco all’arrivo del treno.

— Non resti qui ad aspettare, gelerà.

Egli non rispose, e si limitò a rimanere lì fermo, massiccio nel cappotto bordato di pelliccia, e a fissarla amabilmente.

Ella abbassò gli occhi su un polsino del cappotto e scostò un fiocco di neve dal ricamo.

— Lei ha moglie, Shevek?

— No.

— Non ha famiglia?

— Oh… sì. La compagna, le nostre figlie. Mi scusi, pensavo a qualcosa di diverso. Una «moglie», vede, mi fa pensare a qualcosa che esiste solo su Urras.

— Che cos’è una «compagna»? — Lo fissò maliziosamente negli occhi.

— Penso che voi direste una moglie.

— Perché non è venuta con lei?

— Non desiderava venire; e la figlia più piccola ha solo un anno… no, due, adesso. Inoltre… — Esitò.

— Perché non desiderava venire?

— Be’, là ha del lavoro da fare, qui no. Se avessi saputo quanto le sarebbero piaciute tante cose che avete qui, le avrei chiesto di venire. Ma non gliel’ho chiesto. C’è la questione della sicurezza, sa.

— La sicurezza qui?

Egli esitò ancora, e infine disse: — Anche quando tornerò a casa.

— Che cosa le succederà? — chiese Vea, ad occhi spalancati. Il treno stava risalendo la collina, appena fuori città.

— Oh, forse nulla. Ma alcuni mi considerano un traditore. Perché cerco di fare amicizia con Urras, vede. Potrebbero fare qualcosa quando tornerò a casa. Non voglio che succeda a lei e ai bambini. Ne abbiamo provato un po’, prima che partissi. Abbastanza.

— Sarà in pericolo di vita, vuol dire?

Si chinò verso di lei per sentire, poiché il treno stava entrando in stazione con un clangore di ruote e respingenti. — Non so — disse, sorridendo.

— Sa che i nostri treni sono molto simili a questi? Un buon progetto non ha bisogno di cambiamenti. — Andò con lei a un vagone di prima classe.

Poiché ella non apriva lo sportello, lo aprì lui. Infilò la testa nello scom-partimento, quando Vea fu entrata, guardandosi intorno. — All’interno non sono affatto uguali, però! Questo è tutto privato… per lei sola?

— Oh, certo. Detesto la seconda classe. Uomini che masticano gomma di maera e sputano in terra. La gente mastica maera, su Anarres? No, certamente no. Oh, ci sono così tante cose che vorrei sapere di lei e del suo paese!

— Mi piace parlarne, ma nessuno me le chiede.

— Ma allora incontriamoci davvero e parliamone! La prossima volta che sarà a Nio, mi telefonerà? Promessa.

— Lo prometto — rispose lui, sorridendo.

— Ottimo! So che lei non rompe le promesse. Non so ancora niente di lei, eccetto questo. Questo posso vederlo. Arrivederci, Shevek. — Posò la mano guantata sulla sua per un istante, mentre egli teneva ancora aperto lo sportello. La locomotiva diede il segnale a due note della partenza; egli chiuse lo sportello e rimase a guardare il treno che si allontanava, e il viso di Vea simile a un guizzo di bianco e di rosso al finestrino.

Ritornò dagli Oiie con lo spirito molto allegro, e fece a palle di neve con Ini fino a quando non scese il buio.

RIVOLUZIONE IN BENBILI! DITTATORE FUGGE!

CAPI RIBELLI TENGONO LA CAPITALE!

SEDUTA DI EMERGENZA AL CGM. PROBABILITÀ

A-IO POSSA INTERVENIRE.

Il giornale popolare raggiungeva, a causa dell’eccitazione, i caratteri ti-pografici più grossi. L’ortografia e la grammatica si erano perse per strada; si leggeva come le frasi di Efor: «Con ieri notte ribelli tengono tutto l’occi-dente di Meskti e costringono in ritirata l’esercito…». Era il tempo dei verbi Nioti: passato e futuro pigiati in un unico presente, fortemente carico e instabile.

Shevek lesse i giornali e cercò nell’Enciclopedia del Consiglio dei Governi Mondiali una descrizione del Benbili. La nazione era formalmente una democrazia parlamentare, di fatto una dittatura militare, in mano a generali. Era un vasto paese dell’emisfero occidentale, montagne e savane aride, spopolato, povero. «Sarei dovuto andare nel Benbili» Shevek pensò, poiché l’idea del paese lo attirava; immaginava pianure pallide, il vento che soffiava. La notizia l’aveva scosso in modo strano. Egli ascoltava i bollettini alla radio, che in passato non aveva quasi mai acceso dopo avere scoperto che la sua funzione fondamentale era quella di fare pubblicità a cose in vendita. I rapporti della radio, e quelli del telex ufficiale nelle stanze di riunione, erano brevi e asciutti: bizzarro contrasto con i giornali popolari, che gridavano Rivoluzione! in ogni pagina.

Il generale Havevert, il Presidente, era riparato indenne nel suo famoso aereo blindato, ma alcuni generali di rango inferiore erano stati presi ed e-virati, punizione che i Benbili preferivano tradizionalmente all’esecuzione.

L’armata in ritirata bruciava i campi e le città del proprio popolo mentre passava. Guerriglieri partigiani tendevano agguati ai militari. I rivoluzionari di Meskti, la capitale, aprirono le prigioni, dando amnistia a tutti i carce-rati. Leggendo questo, Shevek sentì il cuore balzargli in petto. C’era speranza, c’era ancora speranza… Seguì le notizie della lontana rivoluzione con crescente interesse. Il quarto giorno, osservando la trasmissione di un dibattito al Consiglio dei Governi Mondiali, vide l’ambasciatore iotico al CGM annunciare che l’A-Io, muovendosi a sostegno del governo democra-tico del Benbili, inviava rinforzi armati al Presidente Generale Havevert.

I rivoluzionari Benbili, in gran parte, non erano neppure armati. Le truppe iotiche sarebbero arrivate con cannoni, carri armati, aerei, bombe. Shevek lesse sui giornali la descrizione del loro equipaggiamento e si sentì male allo stomaco.

Si sentiva male ed era incollerito e non aveva nessuno a cui parlare. Pae era fuori discussione. Atro era un ardente militarista. Oiie era un uomo probo, ma le sue insicurezze private, le sue ansie di possidente, lo portavano ad afferrarsi a concetti rigidi di legge e di ordine. Poteva accettare la sua simpatia personale per Shevek soltanto rifiutando di ammettere che Shevek fosse un anarchico. La società Odoniana si definiva anarchica, egli diceva, ma in effetti erano semplicemente dei populisti primitivi il cui ordinamento sociale funzionava senza un visibile governo perché erano pochi e perché non avevano altri stati confinanti. Una volta che la loro proprietà fosse minacciata da un rivale aggressivo, essi si sarebbero dovuti svegliare, e riconoscere la realtà, o sarebbero stati spazzati via. I ribelli del Benbili si stavano accorgendo proprio ora della realtà: stavano scoprendo che la libertà non vale niente se non si hanno dei cannoni per appoggiarla.

Egli spiegò queste cose a Shevek nell’unica discussione che ebbero sull’argomento. Non aveva importanza chi governasse, o pensasse di governare, il Benbili: la politica della realtà riguardava la lotta di potere tra l’A-Io e il Thu.

— La politica della realtà — ripeté Shevek. Guardò Oiie e disse: — Ec-co una curiosa frase, sulle labbra di un fisico.

— Niente affatto. Tanto il fisico quanto il politico trattano le cose che sono, con delle forze reali: con le leggi fondamentali del mondo.

— Lei mette le sue basse miserabili «leggi» per proteggere la ricchezza, le sue «forze» di cannoni e di bombe, nella stessa frase con la legge dell’entropia e la forza di gravità? Avevo un’idea assai più alta della sua mente, Demaere!

Oiie si ritirò da quella folgore di disprezzo. Non disse altro, e Shevek non disse altro, ma Oiie non dimenticò mai l’accaduto. Rimase fissato nella sua mente, da quel giorno in poi, come il momento più vergognoso della sua vita. Perché se Shevek l’illuso e semplicistico utopista l’aveva messo a tacere così facilmente, la cosa era vergognosa; ma se Shevek il fisico e l’uomo che egli non poteva fare a meno di amare, ammirare, a tal punto ch’egli ambiva di guadagnarsene il rispetto, come se fosse, chissà come, un grado di rispetto più appetibile di quello che si poteva comunemente trovare da altre parti, se questo secondo Shevek lo disprezzava, allora la vergogna era intollerabile, ed egli doveva nasconderla, chiuderla a chiave per il resto della propria vita nella stanza più buia della propria anima.

L’argomento della rivoluzione nel Benbili aveva reso più acuti certi problemi per Shevek: soprattutto il problema del proprio silenzio.

Era difficile per lui non fidarsi delle persone con cui viveva. Egli era cresciuto in una cultura che si basava deliberatamente e continuamente sulla solidarietà umana, sull’assistenza reciproca. Per alienato che egli fosse sotto alcuni aspetti da quella cultura, e straniero come egli era per quella di Urras, tuttavia l’abitudine di tutta una vita non si era cancellata: egli partiva dal presupposto che la gente avrebbe aiutato. Si fidava degli altri.

Ma gli avvertimenti di Chifoilisk, che egli aveva cercato di minimizzare, continuavano a ritornare a lui. Le sue stesse percezioni e il suo istinto li rafforzavano. Che gli piacesse o no, doveva imparare la sfiducia. Egli doveva rimanere in silenzio, doveva tenere per se stesso la sua proprietà; doveva conservare il proprio potere contrattuale.

Parlava poco, in quei giorni, e scriveva ancor meno. La sua scrivania era un ammasso di carte insignificanti; ma i suoi pochi appunti di lavoro erano sempre con lui, in una delle sue numerose tasche urrasiane. Non si alzava mai dal calcolatore da tavolo senza cancellarne tutte le memorie.

Egli sapeva di essere molto vicino a raggiungere quella Teoria Generale Temporale che gli iotici desideravano così ardentemente per le loro navi spaziali e il loro prestigio. E sapeva anche di non averla ancora raggiunta, forse di non poterla raggiungere mai. Non aveva mai ammesso chiaramente né la prima cosa né la seconda davanti a un’altra persona.

Prima di lasciare Anarres, egli aveva creduto di avere la teoria in pugno.

Aveva le equazioni. Sabul sapeva ch’egli le aveva, e gli aveva offerto la ri-conciliazione, il riconoscimento, in cambio della possibilità di stamparle e di prendersi parte della gloria. Egli le aveva rifiutate a Sabul, ma non era stato un grande gesto morale. Il gesto morale, dopotutto, sarebbe stato quello di darle alla propria tipografia, al Gruppo dell’Iniziativa, ed egli non aveva fatto neppure quello. Non era completamente sicuro di essere pronto per la pubblicazione. C’era qualcosa che non era perfettamente giusto, qualcosa che richiedeva una piccola rifinitura. E dato ch’egli aveva lavorato per dieci anni sulla teoria, non ci sarebbe stato niente di male nel dedi-carle ancora qualche tempo, per renderla perfettamente levigata.

Il piccolo «qualcosa» che non era perfettamente giusto continuò a parer-gli sempre più sbagliato. Un piccolo errore di ragionamento. Un grosso errore. Una crepa che raggiungeva le fondamenta… La notte prima di lasciare Anarres aveva bruciato ogni sua carta sulla Teoria Generale. Era giunto a Urras con niente. Da mezzo anno, egli, per usare i loro termini, li imbrogliava.

O imbrogliava se stesso?

Era possibile che una teoria generale della temporalità fosse una meta il-lusoria. Oppure che, pur essendo possibile unificare sotto una teoria generale la Sequenza e la Simultaneità, egli non fosse l’uomo destinato a unifi-carle. Aveva cercato di farlo per dieci anni, e non c’era riuscito. I matematici e i fisici, atleti dell’intelletto, compiono da giovani i loro grandi lavori.

Era più che possibile… era probabile… che egli fosse ormai bruciato, finito.

Era perfettamente consapevole di essersi trovato nello stesso umore abbattuto e di avere avuto gli stessi presagi di insuccesso in tutti i periodi che avevano preceduto i suoi momenti di massima creatività. Scoprì che cercava di incoraggiare se stesso con questa considerazione, e si infuriò per la propria ingenuità. Interpretare l’ordine temporale come ordine di causa era la cosa più stupida che un filosofo temporale potesse fare. Stava già perdendo la propria intelligenza a causa dell’età? Era meglio limitarsi a mettersi al lavoro sul piccolo, ma pratico, compito di rifinire il concetto di intervallo. Sarebbe potuto risultare utile a qualcun altro.

Ma anche in questo, anche nel parlarne con altri fisici, egli si accorgeva di trattenere qualcosa. E anch’essi se ne accorgevano.

Era stufo di trattenere, stufo di non parlare, di non parlare della rivoluzione, di non parlare di fisica, di non parlare di nulla.

Stava attraversando il parco, diretto all’aula di lezione. Gli uccelli cantavano sugli alberi nuovamente ricoperti di foglie. Non li aveva uditi cantare per tutto l’inverno, ma ora essi cantavano, riversavano le dolci note. Rii-tii,

cantavano, tii-daa. Questo è mia proprietà-taa, questo è territorio mio-oo,appartiene a me-ee.

Shevek rimase immobile per alcuni istanti sotto gli alberi, ad ascoltare.

Poi lasciò il sentiero, percorse il parco in un’altra direzione, verso la stazione, e prese un treno del mattino per Nio Esseia. Ci doveva essere una porta aperta da qualche parte di quel maledetto pianeta!

Egli pensò, mentre sedeva sul treno, di cercare di uscire dall’A-Io; di recarsi nel Benbili, magari. Ma non esaminò seriamente il pensiero. Avrebbe dovuto viaggiare su una nave o un aeroplano, e l’avrebbero seguito e fermato. L’unico posto in cui poteva sottrarsi alla vista dei suoi ospiti benevoli e protettivi era nella loro stessa grande città, sotto il loro naso.

Non era una fuga. Anche se fosse riuscito a uscire dal paese, egli sarebbe stato ugualmente prigioniero, chiuso entro Urras. Non la potevate chiamare fuga, indipendentemente dal nome che gli archisti, con la loro mistica dei confini nazionali, potevano darle. Ma d’improvviso si sentì allegro, come non si era più sentito da giorni, al pensiero che i benevoli e protettivi ospiti potevano temere, per qualche tempo, che egli fosse scappato.

Era il primo giorno veramente mite di primavera. I campi erano verdi, e luccicavano di acque. Sui terreni da pascolo ogni animale da allevamento era accompagnato dal proprio piccolo. Le piccole pecore erano particolarmente affascinanti, rimbalzavano come bianche matasse di elastico, la co-da girava e girava. Tutto solo in un recinto, il padre del gregge, ariete, toro o stallone, dal collo possente, se ne stava fermo sulle quattro zampe, potente come una nube di tempesta, carico di generazioni. I gabbiani passavano su polle traboccanti, bianco su azzurro, e nuvole candide illuminavano il cielo turchino. I rami degli alberi da frutta avevano la punta rossa, e alcuni boccioli erano aperti, rosa e bianchi. Osservando dal finestrino del treno, Shevek trovò che il suo umore inquieto e ribelle era pronto a sfidare perfino la bellezza del giorno. Era una bellezza ingiusta. Che cosa avevano fatto, gli urrasiani, per meritarsela? Perché era stata data a loro con tanta prodigalità, con tanta grazia, e ne era stata data così poca, pochissima, al suo popolo?

Sto ragionando come un urrasiano, disse a se stesso. Come un maledetto proprietarista. Come se il merito significasse qualcosa. Come se si potesse guadagnare la bellezza, o la vita! Cercò di non pensare a nulla, di lasciarsi trasportare avanti e di osservare la luce del sole nel cielo gentile e le piccole pecore che rimbalzavano nei campi primaverili.

Nio Esseia, città di cinque milioni di anime, innalzava le sue torri delicate e lucenti al di là delle verdi paludi dell’Estuario, e pareva costruita di nebbia e di luce solare. Quando il treno deviò senza scosse su un lungo viadotto, la città si innalzò più alta, più luminosa, più solida, finché d’improvviso racchiuse completamente il convoglio nella ruggente oscurità di un raccordo sotterraneo, venti binari paralleli, e poi liberò treno e passeggeri negli spazi enormi e brillanti della Stazione Centrale, sotto la cupola di color avorio e turchino che godeva fama di essere la più vasta cupola innalzata su qualsiasi mondo dalla mano dell’uomo.

Shevek vagabondò per quelle migliaia di metri quadrati di marmo levigato, sotto l’immensa volta eterea, e giunse infine al lungo schieramento di porte da cui folle di persone entravano e uscivano continuamente: ogni persona con la propria finalità, ognuna separata dall’altra. Tutte parevano, a lui, ansiose. Egli aveva già visto, spesso, quell’ansia sul volto degli urrasiani, e se ne era chiesto la ragione. Era forse dovuta al fatto che, per quanto denaro avessero, dovevano sempre preoccuparsi di averne di più, per non morire in povertà? O era dovuta alla colpa, poiché, per poco che fosse il denaro da essi posseduto, c’era sempre qualcuno che ne aveva di meno?

Qualunque fosse la causa, essa dava a tutti i volti una sorta di identità, ed egli si sentiva molto solo in mezzo a loro. Nello sfuggire alle sue guide e ai suoi guardiani, non aveva considerato cosa si provava trovandosi abban-donati a se stessi in una società in cui gli uomini non si fidavano l’uno dell’altro, in cui il postulato morale fondamentale non era la reciproca assistenza, ma la reciproca aggressione. Si sentiva un po’ spaventato.

Si era vagamente immaginato di andare in giro per la città e di scambiare qualche parola con la gente, con dei membri della classe non possidente, se essa ancora esisteva, o delle classi lavoratrici, come essi si definivano. Ma tutta quella gente gli passava davanti di corsa, per affari, e non desiderava chiacchiere oziose, non desiderava sprecare il proprio tempo prezioso. La loro fretta infettò anche Shevek. Doveva andare da qualche parte, pensò, mentre si affacciava sulla luce solare e sull’affollata magnificenza di Via Moie. Dove? La Biblioteca Nazionale? Lo Zoo? Ma egli non voleva pano-rami.

Incapace di decidere, si fermò davanti a un negozio, accanto alla stazione, che vendeva giornali e gingilli. I titoli di prima pagina dicevano THU

INVIA TRUPPE A SOSTEGNO BENBILI RIBELLI, ma egli non ebbe alcuna reazione. Egli guardava le fotografie a colori nell’espositore, e non i giornali. Gli era venuto in mente di non avere alcun ricordo di Urras.

Quando si viaggiava, era bene portare con sé, al ritorno, un ricordo. Gli piacevano quelle fotografie, scene dell’A-Io: le montagne che aveva scala-to, i grattacieli di Nio, la cappella dell’Università (era quasi il panorama che vedeva dalla finestra!), una contadina nell’elegante abito della sua provincia, le torri di Rodarre, e quella che aveva colpito immediatamente la sua vista, un piccolo di pecora in un prato fiorito, che zampettava e, a quanto pareva, rideva. La piccola Pilun avrebbe apprezzato quella pecora.

Prese una cartolina di ciascun tipo e le portò al banco. — Cinque fa cinquanta e con l’agnellino sessanta; e una piantina, ecco qui, signore, una e quaranta. Bella giornata, la primavera finalmente è arrivata, vero, signore?

Non ha niente di più piccolo, signore? — Shevek aveva mostrato una ban-conota da venti unità monetarie. Pescò in tasca gli spiccioli che aveva ricevuto quando aveva acquistato il biglietto, e, con un piccolo studio delle denominazioni dei biglietti e delle monete, mise insieme una unità e quaranta. — Esatto, signore. Grazie, e le auguro una piacevole giornata!

Il denaro aveva comprato anche la cortesia, oltre che le cartoline e la piantina? Che cortesia avrebbe mostrato il negoziante se egli fosse entrato come entravano gli anarresiani in un distributorio di merci: per prendere ciò che volevano, fare un cenno del capo al contabile e poi uscire?

Inutile, inutile fare questi ragionamenti. Quando sei nel Paese dei Proprietaristi, pensa da proprietarista. Vestiti come lui, mangia come lui, agi-sci come lui, sii come lui.

Non c’erano parchi nel centro della città di Nio: il terreno era troppo prezioso per sprecarlo in frivolezze. Egli continuò a immergersi sempre più nelle stesse strade larghe e sfavillanti che gli avevano fatto percorrere varie volte. Giunse alla Saemtenevia e la attraversò in fretta, per evitare una ripetizione dell’incubo ad occhi aperti. Giunse così nel distretto commercia-le. Banche, uffici, edifici governativi. Era tutta così, Nio Esseia? Grandi scatole lustre di pietra e di vetro, immensi, decorati, enormi pacchetti vuoti, vuoti.

Passando davanti a una vetrina con la scritta «Galleria d’Arte», egli en-trò, pensando di poter sfuggire alla claustrofobia morale delle strade e di trovare nuovamente in un museo la bellezza di Urras. Ma tutti i quadri del museo avevano dei cartellini col prezzo incollati alla cornice. Rimase a fissare un nudo dipinto con abilità. Il cartellino diceva 4000 UMI. — Si tratta di un Fei Feite — disse un uomo scuro, comparso al suo fianco senza fare rumore. — La settimana scorsa ne avevamo cinque. La cosa più grossa del mercato artistico, tra poco tempo. Un Feite è un investimento sicuro, signore.

— Quattromila unità è il denaro che occorre per mantenere in vita due famiglie per un anno in questa città — disse Shevek.

L’uomo lo esaminò e disse, strascicando le parole: — Sì, certo, signore, ma quella, lei vede, è un’opera d’arte.

— Arte? Un uomo fa dell’arte perché deve farla. Per quale motivo è stato fatto quel quadro?

— Lei è un artista, vedo — disse l’uomo, ora con chiara insolenza.

— No, sono un uomo che riconosce la merda quando la vede! — Il mercante indietreggiò, allibito. Quando fu uscito dalla portata di Shevek, cominciò a mormorare qualcosa sulla polizia. Shevek sogghignò e uscì dal negozio. Giunto a metà isolato, si fermò. Non poteva andare avanti così.

Ma dove poteva andare?

Da qualcuno… da qualcuno, un’altra persona. Un essere umano. Qualcuno disposto a dargli aiuto, non a venderlo. Chi? Dove?

Pensò ai figli di Oiie, i bambini che lo amavano, e per qualche tempo non riuscì a pensare ad altri. Poi gli si formò nella mente un’immagine, lontana, piccola e chiara: la sorella di Oiie. Come si chiamava? «Prometta di telefonarmi» gli aveva detto, e da allora gli aveva inviato due volte lettere d’invito a ricevimenti, scritte con grafia chiara e infantile, su carta spessa, profumata in modo dolciastro. Egli le aveva ignorate, come gli inviti di estranei. Ora le ricordò.

Insieme ricordò anche l’altro messaggio, quello che era comparso ine-splicabilmente nella tasca del suo cappotto: Unisciti a noi tuoi fratelli. Ma non poteva trovare alcun fratello, su Urras. Entrò nel negozio più vicino.

Era un negozio di dolci, tutto ghirigori dorati e stucchi rosa, con file di casse di vetro piene di scatole, piatti, cestini di paste e cioccolate rosse, brune, color crema e oro. Chiese alla donna dietro le casse se lo poteva aiutare a trovare un numero di telefono. Ora si sentiva sottomesso, dopo l’accesso di collera dal venditore di quadri, e così umilmente ignorante e straniero che la donna ne fu conquistata. Non solo lo aiutò a cercare il no-me nella ponderosa guida dei numeri telefonici, ma compose per lui il numero al telefono del negozio.

— Pronto?

Egli disse: — Shevek. — Poi tacque. Per lui il telefono era il veicolo di urgenti necessità: comunicazioni di morti, nascite, e terremoti. Non aveva idea di che cosa dire.

— Chi? Shevek? Davvero? Come è stato caro a telefonare! Non mi dà nessun fastidio svegliarmi, se si tratta di lei.

— Dormiva ancora?

— Dormivo come un sasso, e sono ancora a letto. Si sta bene e al calduccio. Da dove mi telefona?

— Sono in via Kae Sekae, mi pare.

— E che ci fa? Venga qui. Che ore sono? Santo Dio, è quasi mezzogiorno. So dov’è, troviamoci a metà strada. Al laghetto delle barche, nei giardini del Vecchio Palazzo. Riesce a trovarlo? Senta, lei si deve assolutamente fermare, ho un ricevimento veramente paradisiaco questa sera. —

Continuò a parlargli per un po’; egli disse sì a tutte le sue parole. Quando ebbe terminato la conversazione e passò davanti al banco, la donna del negozio gli sorrise. — Meglio portarle una scatola di dolci, non le pare, signore?

Egli si arrestò. — Devo farlo?

— Non guasta mai, signore.

Nella voce della donna c’era qualcosa di sfacciato e di allegro. L’aria del negozio era dolce e tiepida, come se tutti i profumi di primavera vi si fossero affollati. Shevek, fermo in mezzo alle casse di piccole graziose lus-suosità, alto, pesante, con la testa fra le nuvole, ricordava quei pesanti animali nei recinti, gli arieti e i tori stupefatti dal trepido tepore primaverile.

— Le do io una cosa adatta — disse la donna, e riempì una piccola scatola metallica, squisitamente smaltata, di minuscole foglie di cioccolata e rose di zucchero. Avvolse la scatola in carta morbida, infilò il pacchetto in un’altra scatola, di cartone argentato, avvolse la scatola di cartone in un foglio di carta spesso, di colore rosa, e legò il tutto con un nastro di velluto verde. In tutti i suoi abili movimenti si poteva avvertire una sorridente e simpatica complicità, e quando diede a Shevek il pacchetto completato, ed egli lo prese mormorando un ringraziamento e si voltò per andare, non ci fu nulla di pungente nella sua voce che gli ricordava: — Fa dieci e sessanta, signore. — Avrebbe forse potuto lasciarlo andare, compatendolo, come le donne usano compatire la forza; ma egli, obbedientemente, tornò indietro e le contò il denaro.

Trovò il modo di arrivare con la metropolitana ai giardini del Vecchio Palazzo, e si recò al laghetto delle barche, dove bambini vestiti in modo affascinante facevano navigare battelli giocattolo, meravigliose piccole im-barcazioni con corde di seta e finiture in bronzo simili a gioielli. Scorse Vea dall’altra parte dell’ampio, chiaro cerchio dell’acqua e fece il giro del laghetto per raggiungerla, cosciente del sole, del vento di primavera, e degli scuri alberi del parco che mettevano le prime foglie di colore verde pallido.

Fecero colazione a un ristorante del parco, su un terrapieno coperto da un’alta cupola di vetro. Alla luce del sole, entro la cupola, gli alberi erano in piena foglia: salici, ai bordi di un laghetto dove grassi uccelli bianchi nuotavano e osservavano con indolente avidità coloro che mangiavano, in attesa di briciole. Vea non si incaricò di ordinare, indicando chiaramente che era ospite di Shevek, ma abili camerieri lo consigliarono in modo così accorto che egli ebbe l’impressione di fare ogni cosa da solo; e fortunatamente aveva molto denaro in tasca. Il cibo era straordinario. Egli non aveva mai assaggiato simili sottigliezze di gusto. Abituato a consumare due pasti al giorno, di solito saltava la colazione di mezzogiorno caratteristica degli urrasiani, ma oggi la consumò da cima a fondo, mentre invece Vea si limitò delicatamente a pizzichi e assaggi. Infine dovette fermarsi, ed ella rise nello scorgere la sua espressione colpevole.

— Ho mangiato troppo.

— Due passi possono servire.

Furono proprio «due passi»: una lenta passeggiata di dieci minuti sull’erba, e poi Vea si lasciò scivolare graziosamente all’ombra di un’alta sie-pe, schiarita da fiori gialli. Egli si sedette accanto a lei. Una frase usata da Takver gli venne in mente, mentre guardava i piedi sottili di Vea, decorati di piccole scarpine bianche dal tacco vertiginosamente alto. «Una speculatrice del corpo», così Takver chiamava le donne che usavano la loro sessualità come arma in una lotta di potere con gli uomini. A osservarla, Vea era la speculatrice del corpo capace di mettere fuori combattimento tutte le altre. Scarpe, abiti, cosmetici, gioielli, gesti, ogni cosa di lei gridava provocazione. Era così elaboratamente, ostentatamente un corpo femminile, che non pareva quasi più un essere umano. Incarnava tutta quella sessualità repressa degli iotici che si affacciava nei loro sogni, romanzi e poesia, nei loro infiniti quadri di nudi femminili, nella loro musica, nella loro architettura a cupole e curve flessuose, nei loro dolci, nei loro bagni e nei loro ma-terassi. Vea era la donna dentro il tavolino.

La sua testa, completamente rasata, era spolverata di una cipria conte-nente minuscole scagliette di mica, e un debole luccichio offuscava la nudità dei contorni. Indossava una sciarpa o uno scialle trasparente, sotto il quale la forma e il tessuto delle sue braccia nude si mostravano ammorbi-diti e protetti. Il seno era coperto; le donne iotiche non uscivano di casa a seno nudo: riservavano la sua nudità a chi la possedeva. I polsi erano carichi di braccialetti d’oro, e nel cavo della gola un singolo gioiello azzurro risaltava contro la pelle soffice.

— Come fa, a stare su?

— Che cosa? — Poiché non poteva vedere direttamente il gioiello, ella poteva pretendere di non sapere d’averlo, costringendo Shevek a indicarlo, e forse a portare la mano al di sopra del suo seno per toccare la gemma.

Shevek sorrise e la toccò. — È incollata?

— Oh, quella. No, ho un piccolissimo magnetino lì, e la pietra ha un piccolissimo pezzettino di metallo nella parte posteriore, oppure è il contrario? Comunque, rimaniamo appiccicati insieme.

— Lei ha un magnete sotto la pelle? — domandò Shevek, schiettamente disgustato.

Vea sorrise e sollevò lo zaffiro, in modo ch’egli potesse vedere come ci fosse soltanto una minuscola cicatrice argentea. — Lei mi disapprova in modo così assolutamente totale… è un sollievo. Sento che qualsiasi cosa io faccia o dica, non posso cadere più in basso, nella sua opinione, poiché ho già raggiunto il fondo!

— Non è affatto vero — egli protestò. Sapeva che la donna celiava, ma conosceva poche regole di quel gioco.

— No, no; so riconoscere l’orrore morale quando lo vedo. Così. — Aggrottò la fronte in segno di disgusto; entrambi risero. — Sono davvero così diversa dalle donne di Anarres?

— Oh, certo, davvero.

— Sono tutte terribilmente forti, coi muscoli? Mettono gli stivali, hanno grossi piedi piatti, abiti senza forma, e si depilano una volta al mese?

— Non si depilano affatto.

— Non si depilano mai? Da nessuna parte? Oh, Dio! Parliamo d’altro.

— Parliamo di lei. — Appoggiò la schiena al terreno coperto d’erba, abbastanza vicino a Vea da essere avvolto dai profumi naturali e artificiali del suo corpo. — Vorrei sapere, le donne urrasiane sono contente di essere sempre inferiori?

— Inferiori a chi?

— Agli uomini.

— Oh… quello! Che cosa le fa credere che io lo sia?

— Mi pare che ogni cosa fatta dalla vostra società sia fatta da uomini.

L’industria, le arti, l’amministrazione, il governò, le decisioni. E per tutta la vita portate il nome del padre e quello del marito. Gli uomini vanno a scuola, e voi non ci andate; sono maschi tutti gli insegnanti, i giudici, la polizia, e il governo, no? Perché lasciate che comandino tutto? Perché non fate ciò che vi pare?

— Ma noi lo facciamo! Le donne fanno esattamente quello che vogliono. E non devono sporcarsi le mani, o infilarsi elmetti di bronzo, o mettersi a gridare da un banco del Direttorato, per ottenerlo.

— Ma che cos’è, quello che fate?

— Come, comandare gli uomini, naturalmente! E lei deve sapere, non c’è nessun pericolo a dirlo, poiché non saranno mai disposti a crederlo. Dicono: «Ah ah, sei proprio divertente, piccola!» e ti danno un buffetto sulla nuca e poi se ne escono a passo dell’oca, pienamente soddisfatti, con tutte le medaglie che tintinnano.

— E voi siete soddisfatte?

— Naturalmente, sì.

— Non ci credo.

— Perché non si accorda con i suoi princìpi. Gli uomini hanno sempre qualche teoria, e le cose devono sempre accordarsi ad essa.

— No, non per qualche teoria, ma perché posso vedere che lei non è contenta. Che lei è inquieta, insoddisfatta, pericolosa.

— Pericolosa! — Vea rise, raggiante. — Che complimento assolutamente meraviglioso! Perché sono pericolosa, Shevek?

— Be’, perché lei sa che agli occhi degli uomini è soltanto una cosa, qualcosa che si possiede, si compra, si vende. E dunque lei pensa soltanto a ingannare il possessore, a vendicarsi…

Lei gli pose deliberatamente la piccola mano sulle labbra. — Silenzio —

disse. — So che non intende essere volgare. La perdono. Ma ora basta.

Egli si aggrottò ferocemente di fronte all’ipocrisia, e di fronte alla comprensione che forse poteva averla davvero ferita. Sentiva ancora sulle labbra il breve tocco della sua mano. — Mi spiace! — disse.

— No, no. Come può capire, lei, che viene dalla Luna? E poi, lei è soltanto un uomo…. Comunque, le dirò una cosa. Se prendeste una delle vostre «sorelle», lassù sulla Luna, e le deste la possibilità di togliersi gli stivali, e di fare un bagno e un massaggio e una depilazione, e di infilarsi un paio di sandaletti allegri, e di mettersi un gioiello all’ombelico, e del profumo, la cosa le piacerebbe, glielo assicuro. E piacerebbe anche a voi! Oh, come vi piacerebbe! Ma voi non lo fareste mai, voi, povere cose, con le vostre teorie. Tutti fratelli e sorelle, e niente divertimento.

— Ha ragione — disse Shevek. — Niente divertimento. Mai. Su Anarres stiamo tutto il giorno a scavare piombo nelle budella delle miniere, e quando viene la notte, dopo il solito pasto di tre grani di holum cotti in un cucchiaio di acqua di mare, recitiamo antifonicamente i Detti di Odo, fino all’ora di andare a letto. Cosa che facciamo tutti separatamente, e senza sfi-larci gli stivali.

La sua conoscenza pratica dello iotico non era sufficiente a permettergli i voli verbali che avrebbe potuto fare nella propria lingua, una di quelle e-stemporanee fantasticherie che soltanto Takver e Sedik avevano ascoltato con frequenza sufficiente da non badare più ad esse; tuttavia, per quanto fossero zoppe, le sue parole sorpresero Vea. Proruppe la sua risata nera, pesante e spontanea. — Santo Dio, ma lei è anche spiritoso! C’è qualcosa che lei non sia?

— Un venditore — egli rispose.

Lei lo studiò, sorridendo. C’era qualcosa di professionale, da attrice, nella sua posa. Le persone di solito non si osservano con attenzione a brevissima distanza, a meno che non siano madre e bambino piccolo, o dottori con pazienti, o amanti.

Egli si rizzò a sedere. — Vorrei ancora camminare — disse.

Ella allungò la mano perché lui la prendesse e la aiutasse ad alzarsi. Il gesto era indolente e invitante, ma ella disse con una tenerezza incerta nella voce: — Lei è davvero come un fratello… Prenda la mia mano. Poi la lascerò andare!

Passeggiarono lungo i sentieri del grande giardino. Entrarono nel palazzo, conservato come museo degli antichi tempi della regalità, poiché Vea disse che le piaceva guardare i gioielli che conteneva. Ritratti di principi e baroni arroganti li fissavano dalle pareti tappezzate di broccato e dall’alto di caminetti scolpiti. Le stanze erano piene di argento, oro, cristallo, legni rari, tappezzerie e gioielli. Accanto ai cordoni di velluto stavano ferme le guardie. Le loro uniformi nere e scarlatte si sposavano bene agli splendori, ai tendaggi in filo d’oro, alle coperte di piume intessute, ma i loro volti rompevano quell’armonia: erano volti annoiati e stanchi, stanchi di starsene in piedi tutto il giorno, in mezzo a sconosciuti, per svolgere un lavoro inutile. Shevek e Vea giunsero a una teca di vetro nella quale era contenuto il mantello della Regina Teaea, fatto con le pelli conciate di ribelli spellati vivi, che quella donna terribile e spavalda indossava quando andava tra la propria gente flagellata dalla peste a pregare Dio di porre fine alla malattia, quattordici secoli prima. — Mi sembra pergamena — disse Vea, esami-nando lo straccio scolorito e macchiato dal tempo esposto nella vetrina.

Alzò lo sguardo su Shevek. — Si sente bene?

— Penso che preferirei allontanarmi da questo luogo.

Una volta in giardino, il suo viso riprese colore; ma si guardò alle spalle, in direzione delle mura del palazzo, con odio. — Perché il vostro popolo si tiene stretto alle proprie vergogne? — disse.

— Ma è soltanto storia. Quelle cose non potrebbero più succedere, oggi!

Ella lo condusse a uno spettacolo pomeridiano a teatro, una commedia su giovani persone sposate, piena di battute sulla copulazione in cui la copulazione non veniva mai espressamente citata. Shevek si sforzò di ridere quando rideva Vea. Dopo di questo si recarono in un ristorante del centro, un luogo di incredibile opulenza. Costo del pranzo cento unità. Shevek ne toccò ben poco, avendo mangiato a mezzogiorno, ma cedette alle insistenze di Vea e bevve due o tre bicchieri di vino, che risultò più piacevole di quanto non si fosse aspettato, e che non parve avere effetti deleteri sul suo ragionamento. Non aveva denaro sufficiente a pagare il pranzo, ma Vea non fece alcuna offerta di condividere la spesa, e si limitò a suggerirgli di compilare un assegno, cosa che egli fece. Quindi presero una vettura a no-lo per recarsi all’appartamento di Vea; ella gli lasciò anche pagare l’autista.

Che Vea, si domandò lui, fosse in realtà una prostituta, quella entità misteriosa? Ma le prostitute, nella descrizione di Odo, erano donne povere, e certo Vea non era povera; il «suo» ricevimento, gli aveva detto, era in corso di allestimento da parte del «suo» cuoco, della «sua» cameriera e del

«suo» maggiordomo. Inoltre, gli uomini dell’Università parlavano delle prostitute con disprezzo, dicendo che erano creature oscene, mentre Vea, nonostante il suo continuo adescamento, mostrava una tale sensibilità nei riguardi del linguaggio schietto, sulle questioni relative al sesso, che Shevek controllava le proprie parole, come avrebbe potuto fare, a casa, con un bambino timido di dieci anni. Nel complesso, non sapeva che cosa esattamente fosse Vea.

Le stanze di Vea erano grandi e lussuose, con bellissime viste delle luci di Nio, e arredate completamente di bianco, perfino i tappeti. Ma Shevek stava diventando insensibile al lusso, e inoltre aveva sonno. Gli ospiti non sarebbero giunti ancora per un’ora. Mentre Vea si cambiava gli abiti, egli cadde addormentato in un’ampia, bianca poltrona del soggiorno. La cameriera, posando rumorosamente qualcosa sul tavolo, lo svegliò in tempo per vedere Vea di ritorno, vestita, ora, nell’abito ufficiale che le donne iotiche indossavano la sera, una gonna pieghettata che partiva dalle anche e scendeva fino a terra, lasciando nudo tutto il torso. Nel suo ombelico luccicava un piccolo gioiello, proprio come nelle riprese che egli aveva visto, insieme con Tirin e Bedap, un quarto di secolo prima, all’Istituto Regionale delle Scienze dell’Insediamento del Nord, identico… Semidesto e pienamente eccitato, egli la fissò ad occhi spalancati.

Lei gli restituì lo sguardo, con un debole sorriso.

Si sedette su un basso sgabello imbottito, accanto a lui, in modo da poterlo guardare in faccia. Si aggiustò la bianca gonna sulle caviglie e disse:

— Ora, mi dica come è veramente tra uomini e donne, su Anarres.

Era incredibile. La cameriera e l’uomo maggiordomo erano nella stessa stanza; Vea sapeva che egli aveva una compagna, ed egli sapeva che l’aveva anche lei; e non una parola che riguardasse la copulazione era passata tra loro. Eppure il suo vestito, i movimenti, il tono… che cos’erano se non l’invito più aperto?

— Tra un uomo e una donna c’è quello che vogliono ci sia tra loro —

disse, piuttosto bruscamente. — Entrambi e insieme.

— Allora è vero, davvero non avete moralità? — chiese lei, come se fosse stata scossa, ma anche compiaciuta.

— Non capisco cosa voglia dire. Ferire una persona laggiù è esattamente come ferire una persona qui.

— Vuole dire che avete tutte le identiche vecchie regole? Deve sapere, io credo che la moralità sia soltanto un’altra superstizione, come la religione. Finirà col venire ripudiata.

— Ma la mia società — egli disse, completamente frastornato, — è un tentativo di raggiungerla. Ripudiare il moralismo, sì… le regole, le leggi, le punizioni… in modo che le persone possano vedere il bene e il male e scegliere tra i due.

— Dunque avete gettato via tutti i «devi fare così» e «non devi fare co-sà». Ma, sa, penso che voi Odoniani non abbiate capito tutta la faccenda.

Avete ripudiato sacerdoti e giudici e leggi sul divorzio e tutto il resto, ma avete conservato tutti i guai che stanno loro dietro. Vi siete limitati a cac-ciarli nell’interno, nelle vostre coscienze. Ma sono ancora lì. Siete altrettanto schiavi quanto lo eravate prima! Voi non siete veramente liberi!

— Come può dirlo?

— Ho letto l’articolo di una rivista, sull’Odonianesimo — disse lei. — E

siamo stati insieme tutto il giorno. Io non la conosco, ma conosco alcune cose di lei. So che lei ha una… una Regina Teaea dentro di lei, proprio dentro quella sua testa chiomata. E le dà ordini tutto il giorno, proprio come li dava ai suoi servi la vecchia tiranna. Dice: «Fai questo!», e lei lo fa, e

«Non fare questo!» e lei non lo fa.

— Ed è quello il posto che le compete — disse lui, sorridendo. — Nella mia testa.

— No. Meglio averla in un palazzo. Così potreste ribellarvi contro di lei.

Lei si sarebbe ribellato! Il nonno del suo trisavolo l’ha fatto; almeno egli è corso sulla luna per sfuggire. Ma ha portato con sé la Regina Teaea, e voi l’avete ancora!

— Forse. Ma ella ha imparato, su Anarres, che se mi ordina di far male a un’altra persona, io faccio male a me stesso.

— La solita vecchia ipocrisia. La vita è lotta, e vince il più forte. Tutto ciò che la civiltà fa, è nascondere il sangue e mascherare l’odio dietro le belle parole!

— La vostra civiltà, forse. La nostra non nasconde nulla. È tutto in piena luce. La Regina Teaea indossa la propria pelle, laggiù. Noi seguiamo una sola legge, soltanto una, la legge dell’evoluzione umana.

— La legge dell’evoluzione è quella della sopravvivenza del più forte!

— Sì, e il più forte, nell’esistenza di ogni specie sociale, è colui che è più sociale. In termini umani, più morale. Vede, non abbiamo né prede né nemici, su Anarres. Abbiamo solo l’un l’altro. Non si può guadagnare forza dal ferimento reciproco. Solo debolezza.

— Non m’importa di ferire o non ferire. Non m’importa dell’altra gente, e non importa neppure a nessun altro. Gli altri fingono che a loro importi.

Io non voglio fingere. Io voglio essere libera!

— Ma Vea… — egli cominciò, con tenerezza, poiché le perorazioni sulla libertà lo commuovevano sempre, ma in quel momento il campanello suonò. Vea si alzò, stirò la gonna con la mano e si fece avanti sorridendo per dare il benvenuto agli ospiti.

Nel corso dell’ora seguente giunsero trenta o quaranta persone. Dapprima Shevek si sentì indispettito, insoddisfatto e annoiato. Era semplicemente uno dei soliti ricevimenti in cui tutti se ne stavano tra i piedi con un bicchiere in mano a parlare forte e a sorridere. Ma presto divenne più interessante. Cominciarono a nascere discussioni e polemiche, la gente si sedette a parlare, cominciò a sembrare una festa a casa. Delicati piccoli pasticcini con pezzetti di carne e pesce cominciarono a circolare, i bicchieri venivano continuamente riempiti dall’attento cameriere. Shevek accettò una bevan-da. Ormai vedeva da mesi gli urrasiani trangugiare alcool, e non gli pareva che qualcuno di loro si fosse ammalato. Il liquido sapeva di medicina, ma qualcuno gli spiegò che era quasi tutta acqua con acido carbonico, che gli piaceva. Aveva sete, e quindi lo bevve subito.

Un paio di persone parevano decise a parlare di fisica con lui. Una di es-se era assai cortese, e Shevek riuscì a sfuggirgli per qualche tempo, poiché trovava difficile parlare di fisica con coloro che non fossero fisici. L’altro era asfissiante, e non era possibile sfuggirgli; ma l’irritazione, Shevek scoprì, rendeva assai più facile parlare. L’uomo sapeva tutto, evidentemente perché aveva un mucchio di soldi. — Secondo me — egli informò Shevek,

— la sua Teoria della Simultaneità, semplicemente, nega il fatto più ovvio che riguardi il tempo, il fatto che il tempo passa.

— Be’, in fisica una persona sta attenta a quello che chiama «fatti». È

diversa dal mondo degli affari — disse Shevek, molto pacatamente e gentilmente, ma c’era qualcosa, nella sua pacatezza, che portò Vea, che chiac-chierava con un altro gruppo, a voltarsi per ascoltare. — Entro i termini ri-gorosi della Teoria della Simultaneità, la successione non è considerata come un fenomeno fisicamente obiettivo, bensì soggettivo.

— Su, cerchi di non spaventare Dearri, e ci dica che cosa significa in parole adatte ai bambini — disse Vea. L’acutezza della donna fece sorridere Shevek.

— Be’, noi pensiamo che il tempo «passi», scorra davanti a noi; ma se invece fossimo noi a muoverci in avanti, dal passato al futuro, scoprendo sempre il nuovo? Sarebbe come leggere un libro, vedete. Il libro è già lì, tutto insieme, tra le copertine. Ma se volete leggere la storia e capirla, dovete cominciare dalla prima pagina, e andare avanti, sempre con ordine.

Così l’universo sarebbe un libro grandissimo, e noi saremmo dei lettori pic-colissimi.

— Ma il fatto è — disse Dearri, — che noi sperimentiamo l’universo come una successione, un flusso. In tal caso, a che serve la teoria che su qualche piano superiore possa essere già tutto esistente nell’eternità? Per divertire voi teorici, forse, ma non ha applicazioni pratiche, non ha peso nella vita reale. A meno che non ci dica che possiamo costruire una macchina del tempo! — aggiunse con una sorta di dura, falsa giovialità.

— Ma noi non sperimentiamo l’universo soltanto come una successione

— disse Shevek. — Lei non sogna mai, signor Dearri? — Era contento di essersi, almeno per una volta, ricordato di chiamare qualcuno «signore».

— E cosa c’entra?

— Soltanto nello stato cosciente, a quanto pare, noi sperimentiamo il tempo. Un bambino neonato non ha tempo; non può distanziarsi dal passato e capire come si collega al presente, o pianificare il modo in cui il suo presente potrebbe collegarsi al suo futuro. Egli non sa che il tempo passa; non comprende la morte. Anche la psiche inconscia dell’adulto è simile, abitualmente. Nel sogno non c’è tempo, e le successioni cambiano, e causa ed effetto sono tutti mescolati tra loro. Nel mito e nella leggenda non c’è tempo. A quale passato si riferisce la fiaba, quando dice: «C’era una volta»? E così, quando il mistico compie la riconnessione della sua ragione e del suo inconscio, egli vede ogni cosa divenire come una singola entità, e comprende l’eterno ritorno.

— Sì, i mistici — disse l’uomo timido, con ansia. — Tebore, nell’Ottavo Millennio. Egli scrisse: La mente inconscia si coestende con l’universo.

— Sì, ma noi non siamo neonati — interruppe Dearri, — noi siamo uomini razionali. La sua Simultaneità è una sorta di regressivismo mistico?

Ci fu una pausa, mentre Shevek si serviva una pasta di cui non aveva voglia, e se la portava alle labbra. Aveva già perso la pazienza una volta, oggi, e si era reso ridicolo. Una volta era sufficiente.

— Forse la potreste vedere — disse, — come un tentativo di raggiungere un punto d’equilibrio. Vede, la Sequenza spiega meravigliosamente il nostro senso del tempo lineare, e i documenti dell’evoluzione. Essa include la creazione, e la mortalità. Ma qui si ferma. Si occupa di tutto ciò che cambia, ma non può spiegare perché le cose, anche, durino. Parla solamente della freccia del tempo… mai del cerchio del tempo.

— Il cerchio? — chiese l’interlocutore più cortese, con una tale evidente sete di conoscenza che Shevek dimenticò Dearri e si tuffò nell’argomento con entusiasmo, gesticolando con le mani e le braccia come per mostrare all’ascoltatore, materialmente, le frecce, i cicli, le oscillazioni di cui parlava. — Il tempo procede a cicli, oltre che su una linea. La rivoluzione di un pianeta: capisce? Un ciclo, un’orbita attorno al sole, e fa un anno, no? E

due orbite due anni, e così via. Si possono contare le orbite interminabilmente… un osservatore può farlo. E in realtà un simile sistema è quello che ci permette di computare il tempo. Costituisce il cronometro, l’ orologio.

Ma all’interno del sistema, del ciclo, dov’è il tempo? Dov’è l’inizio, dov’è la fine? L’infinita ripetizione è un processo atemporale. Deve essere paragonato, riferito a qualche processo ciclico o non ciclico, per poter essere visto come temporale. Bene, questo è molto strano e interessante, vede. Gli atomi, come lei sa, hanno un moto ciclico. I composti stabili sono fatti di costituenti che hanno un moto regolare, periodico, relativo l’uno all’altro.

Di fatto, sono i piccoli cicli, reversibili nel tempo, degli atomi a dare alla materia una permanenza sufficiente a rendere possibile l’evoluzione. Le piccole intemporalità sommate insieme compongono il tempo. E anche sulla scala più ampia, il cosmo: ebbene, lei sa che noi pensiamo che l’intero universo sia un processo ciclico, un’oscillazione tra espansione e contrazione, senza un «prima» e un «dopo». Soltanto all’interno di ciascuno dei grandi cicli in cui viviamo, soltanto là c’è il tempo lineare, l’evoluzione, il cambiamento. Così dunque il tempo ha due aspetti. C’è la freccia, il fiume che scorre, senza di cui non c’è cambiamento, non c’è progresso, direzione, creazione. E c’è il cerchio o ciclo, senza di cui è il caos, la successione priva di significato di istanti, un mondo senza orologi, o stagioni, o promesse.

— Non potete asserire due affermazioni contraddittorie sulla stessa cosa

— disse Dearri, con la calma conferita da una conoscenza superiore. — In altre parole, uno di questi «aspetti» è reale, e l’altro è semplicemente un’illusione.

— Molti fisici hanno detto la stessa cosa — annuì Shevek.

— Ma lei cosa dice? — chiese colui che voleva sapere.

— Be’, io credo che sia un modo troppo facile per sfuggire alla difficoltà… Si può rifiutare l’essere o il divenire, con la scusa che è un’illusione? Il divenire senza l’essere non ha significato. L’essere senza il divenire è una grande noia… Se la mente è capace di percepire il tempo in entrambi questi modi, allora una vera cronosofia dovrebbe fornire un campo nel quale la relazione tra i due aspetti o processi del tempo possa venire compresa.

— Ma a cosa serve questa specie di «comprensione» — disse Dearri, —

se non dà come risultato delle applicazioni pratiche, tecnologiche? Soltanto un gioco di parole, ecco.

— Lei fa domande come un vero speculatore — disse Shevek, e neppure un’anima, lì dentro, seppe che l’aveva insultato con la parola più offensiva del suo vocabolario; anzi, Dearri fece un piccolo cenno d’assenso, accet-tando il complimento con soddisfazione. Vea tuttavia avvertì la tensione e s’intromise: — Io, realmente, non capisco una parola di quanto lei dice, lo sa, ma mi pare che se ho davvero capito ciò che ha detto a proposito del libro… che ogni cosa, in realtà, esiste già ora… dunque noi potremmo predi-re il futuro? Se è già qui? …

— No, no — disse l’uomo timido, che per l’occasione aveva perso ogni timidezza. — Non è qui come può esserlo un divano o una casa. Il tempo non è lo spazio. Non ci si può camminare dentro! — Vea annuì, felice, come se il fatto di essere stata rimessa al suo posto le desse sollievo. E

come se avesse ricevuto coraggio dal fatto di avere scacciato la donna dai reami del pensiero superiore, l’uomo timido si voltò verso Dearri e disse:

— Mi pare che l’applicazione della fisica temporale sia nel campo dell’etica. Lei è d’accordo, dottor Shevek?

— L’etica? Be’, non saprei. Io mi occupo prevalentemente di matematica, sa. Non si può mettere sotto equazioni il comportamento morale.

— Perché no? — chiese Dearri.

Shevek lo ignorò. — Ma è vero, la cronosofia tocca davvero l’etica. Poiché il nostro senso del tempo tocca la nostra abilità nel separare causa ed effetto, fini e mezzi. Il bambino, anche questa volta, o l’animale: essi non vedono la differenza tra ciò che compiono ora e ciò che succederà a causa di questa loro azione. Non sono capaci di azionare una carrucola, o di fare una promessa. Ma noi sì. Vedendo la differenza tra l’ adesso e il non adessonoi possiamo fare la connessione. E qui fa il suo ingresso la moralità.

La responsabilità. Dire che un fine buono nascerà da un mezzo cattivo è come dire che se tiro questa corda della carrucola solleverò il peso appeso a quell’altra corda. Infrangere una promessa equivale a negare la realtà del passato; pertanto è negare la speranza di un vero futuro. Se tempo e ragione sono l’uno funzione dell’altra, se noi siamo creature del tempo, allora è meglio che lo sappiamo, e che cerchiamo di trarne il bene. Di agire respon-sabilmente.

— Ma senta — disse Dearri, con ineffabile soddisfazione a causa della propria acutezza, — lei ha appena detto che nel suo sistema della Simultaneità non ci sono un passato e un futuro, ma solo una sorta di eterno presente. Così, come si può essere responsabili del libro che è già stato scritto? L’unica cosa che si può fare è quella di leggerlo. Non resta scelta, non resta libertà d’azione.

— Questo è il dilemma del determinismo. Lei ha ragione, è implicito nel pensiero simultanista. Ma anche il pensiero Sequenziale ha il suo dilemma.

Si potrebbe esprimerlo con una piccola immagine sciocca… lei getta una pietra contro un albero, e se lei è un Simultanista, la pietra ha già colpito l’albero, mentre se lei è un Sequenzialista, non potrà mai colpirlo. Quale scegliere, allora? Forse lei preferirà scagliare pietre senza preoccuparsi della cosa, senza operare la scelta. Io invece preferisco complicare le cose, e le scelgo entrambe.

— E come… e come le riconcilia? — chiese l’uomo timido, con ansia.

Shevek quasi rise per la disperazione. — Non lo so. Sto lavorando da molto tempo per farlo! Dopotutto, la pietra colpisce davvero l’albero. Né la pura sequenza né la pura unità potranno spiegarlo. Noi non vogliamo la purezza, ma la complessità, il rapporto di causa ed effetto, fini e mezzi. Il nostro modello del cosmo dev’essere inesauribile come il cosmo stesso.

Una complessità che comprenda non solo la durata, ma anche la creazione, non solo l’essere, ma anche il divenire, non solo la geometria, ma anche l’etica. Non è la risposta, ciò che cerchiamo, ma soltanto il modo corretto di formulare la domanda…

— Tutto molto bello, ma l’industria ha bisogno di risposte — disse Dearri.

Shevek si voltò lentamente, abbassò gli occhi su di lui e non disse parola.

Cadde un pesante silenzio, nel quale Vea si infilò subito, con grazia e incoerenza, per tornare al suo tema della predizione del futuro. Altri vennero richiamati dall’argomento, e tutti cominciarono a riferire le proprie esperienze con indovini e chiaroveggenti.

Shevek decise di non dire più nulla, indipendentemente da ciò che gli avessero chiesto. Aveva più sete del solito; lasciò che il cameriere gli riempisse ancora il bicchiere, e sorseggiò il liquido frizzante e piacevole.

Si guardò intorno, cercando di dissipare la collera e la tensione osservando gli altri. Ma anche gli altri si comportavano in modo molto emotivo, per degli iotici: gridavano, ridevano forte, si interrompevano l’un l’altro. Una coppia indulgeva in preliminari sessuali, in un angolo. Shevek distolse lo sguardo, disgustato. Ma egoizzavano perfino nel sesso? Accarezzarsi e copulare davanti a gente non accoppiata era altrettanto volgare quanto mangiare davanti a persone affamate. Riportò la propria attenzione al gruppo che stava intorno a lui. Avevano lasciato la predizione, ora, ed erano passati alla politica. Stavano discutendo della guerra, di quel che il Thu avrebbe fatto come mossa successiva, di quel che l’A-Io avrebbe fatto, di quel che il CGM avrebbe fatto.

— Perché parlate soltanto in astratto? — egli domandò d’improvviso, chiedendosi, mentre parlava, perché mai avesse aperto bocca, visto che aveva deciso di non parlare più. — Non sono nomi di paesi, sono persone che si ammazzano tra loro. Perché i soldati vanno? Perché una persona va a uccidere degli stranieri?

— Ma questa è proprio la funzione dei soldati — disse una donna piccola e graziosa, con un’opale nell’ombelico. Vari uomini cominciarono a spiegare a Shevek il principio della sovranità nazionale. Vea li interruppe.

— Lasciatelo parlare. Come risolverebbe, lei, questo pasticcio, Shevek?

— La soluzione è perfettamente visibile.

— E dove?

— Anarres!

— Ma ciò che la sua gente fa sulla Luna non risolve i nostri problemi di qua.

— I problemi dell’uomo sono sempre uguali. Sopravvivenza. Di specie, di gruppo, di individuo.

— La difesa nazionale… — cominciò a gridare qualcuno.

Essi ribatterono ed egli ribatté. Sapeva ciò che intendeva dire, e sapeva che avrebbe convinto tutti, poiché era chiaro e sincero, ma per qualche motivo non riusciva a dirlo nel modo giusto. Tutti urlavano. La donna piccola e graziosa batté la mano sull’ampio bracciolo della poltrona su cui sedeva, ed egli vi si accomodò. La testa rasata, luccicante della donna spiò da dietro il suo braccio. — Salve, Uomo della Luna! — disse. Vea si era mo-mentaneamente unita a un altro gruppo, ma adesso era tornata accanto a lui. Aveva il viso arrossato; i suoi occhi parevano grandi e liquidi. Gli parve di vedere Pae dall’altra parte della stanza, ma le facce erano tante, si confondevano tra loro. Le cose accadevano a pezzi e brandelli, infram-mezzate da vuoti, come se gli fosse stato concesso di assistere al funzionamento del Cosmo Ciclico dell’ipotesi della vecchia Garab, da dietro le quinte. — Il principio dell’autorità legale deve essere sostenuto, altrimenti degenereremmo nella mera anarchia! — tuonava un uomo grasso e accigliato. Shevek disse: — Sì, sì, degenerate pure! Noi l’apprezziamo da un secolo e mezzo. — I piedi della donna piccola e graziosa, calzati in sandaletti d’argento, fecero capolino da sotto la gonna, su cui erano cucite centinaia e centinaia di perline che la ricoprivano tutta. Vea disse: — Ma ci parli di Anarres… com’è, realmente? È davvero così bello, lassù?

Egli era seduto sul bracciolo della poltrona, e Vea era rannicchiata sul cuscino accanto alle sue ginocchia, eretta e flessuosa, con i soffici seni che lo fissavano con i loro occhi ciechi, con il volto sorridente, compiaciuto, arrossato.

Qualcosa di cupo ruotava nella mente di Shevek, oscurando ogni cosa.

Aveva la bocca secca. Terminò il bicchiere che il cameriere gli aveva appena servito. — Non so — rispose; sentiva la lingua quasi paralizzata. —

No. Non è bello. È un mondo molto brutto. Non è come questo. Anarres è tutto polvere e colline aride. Tutto magro, tutto asciutto. E la gente non è bella. Hanno mani e piedi grossi, come me e come il cameriere che ci serve. Ma non hanno la pancia grossa. Diventano molto sporchi, e tutti fanno il bagno insieme, nessuno qui lo fa. Le città sono molto piccole e brutte, sono orribili. Non ci sono palazzi. La vita è noiosa, ed è un duro lavoro.

Non sempre si può avere quello che si vuole, e neppure quello di cui si ha bisogno, perché non c’è abbastanza. Voi urrasiani avete abbastanza. Abbastanza aria, abbastanza pioggia, erba, oceano, cibo, musica, edifici, fabbriche, macchine, libri, vestiti, storia. Voi siete ricchi, voi possedete. Noi siamo poveri, noi manchiamo. Voi avete, noi non abbiamo. Ogni cosa è bella, qui. Fuorché le facce. Su Anarres non c’è nulla di bello, fuorché le facce. Le altre facce, gli uomini e le donne. Noi abbiamo solo quello, solo gli altri. Qui voi guardate i gioielli, là guardate gli occhi. E negli occhi vedete lo splendore, lo splendore dello spirito umano. Perché i nostri uomini e donne sono liberi… non possedendo nulla, sono liberi. E voi, i possessori, siete posseduti. Siete tutti in prigione. Ciascuno è solo, isolato, con il fagotto di ciò che possiede. Voi vivete in prigione, morite in prigione. E la sola cosa che posso vedere nei vostri occhi… il muro, il muro!

Tutti lo stavano fissando.

Udì la propria voce echeggiare ancora nel silenzio, sentì le orecchie bruciare. L’oscurità, il vuoto, rigirò ancora una volta nella sua mente. — Ho il capogiro — disse, e si alzò in piedi.

Vea accorse al suo braccio. — Venga da questa parte — disse, ridendo un poco, e senza fiato. La seguì mentre si faceva strada tra la gente. Ora sentiva di avere il viso molto pallido; e il capogiro non gli passava; sperava che lo stesse portando nella camera da bagno, o a una finestra dove avrebbe potuto respirare aria fresca. Ma la stanza in cui giunsero era grande e illuminata debolmente da luci indirette. Contro una parete si distingueva la mole di un letto grande, bianco; uno specchio copriva metà di un’altra parete. C’era una vicina, dolce fragranza di stoffe e di biancheria, e del profumo usato da Vea.

— Lei è troppo — disse Vea, portandosi direttamente davanti a lui e fissandolo in viso, nella semioscurità, con quella risata ansante. — Davvero troppo… lei è impossibile… è magnifico! — Gli posò le mani sulle spalle.

— Oh, la faccia che facevano! Devo proprio darle un bacio per questo! —

E, sollevandosi in punta di piedi, gli presentò la bocca, e la gola bianca, e i seni nudi.

Egli la strinse e le baciò la bocca, forzandole indietro la testa, e poi la gola e il seno. Ella cedette in un primo momento, come se non avesse ossa, poi si contorse un pochino, ridendo e spingendolo via debolmente, e cominciò a dire: — Oh, no, no, adesso si comporti bene — e poi: — Su, ragioni, dobbiamo tornare dagli altri. No, Shevek, si calmi, questo non va affatto! — Non le prestò attenzione. La spinse con sé verso il letto, ed ella venne, pur continuando a parlare. Con una mano, Shevek armeggiò con i complicati vestiti che indossava e riuscì a sbottonare i calzoni. Poi c’era il vestito di Vea, la gonna bassa ma stretta, ch’egli non riuscì a sollevare. —

Ora basta — disse lei. — No, ora mi ascolti, Shevek, non va proprio, non ora. Non ho preso contracettivi, se resto gravida sarò in un bel pasticcio, mio marito torna tra quindici giorni! No, mi lasci — ma egli non poteva lasciarla; premeva la faccia contro la sua pelle soffice, sudata, profumata.

— Ascolti, non mi rovini il vestito, la gente se ne accorgerà, per l’amor del Cielo. Aspetti… abbia solo pazienza, possiamo predisporlo, possiamo trovare un posto dove incontrarci, devo stare attenta alla mia reputazione, non posso fidarmi della cameriera, abbia pazienza, non ora… Non ora! Non o-ra! — Spaventata infine dalla sua cieca urgenza, dalla sua forza, lo spinse via con tutta la forza, premendogli le mani contro il petto. Egli fece un passo indietro, confuso dal suo improvviso tono impaurito e dalla sua resistenza; ma ormai non si poteva più fermare, la resistenza della donna era servita soltanto a eccitarlo maggiormente. La strinse a sé, e il suo seme schizzò contro il bianco tessuto della gonna.

— Mi lasci! Mi lasci! — ripeteva lei, con lo stesso bisbiglio acuto di prima. Egli la lasciò. Rimase immobile, stordito. Armeggiò con i calzoni, cercando di chiuderli. — Io… mi spiace… pensavo che volesse…

— Per l’amor di Dio! — esclamò Vea, guardandosi la gonna nella semioscurità, afferrando le pieghe con due dita. — Ma guarda solo! Adesso mi dovrò cambiare!

Shevek rimase lì imbambolato, con la bocca aperta, respirando con difficoltà, le braccia penzoloni; poi d’improvviso si voltò e uscì incespicando dalla stanza semibuia. Ritornato nella stanza illuminata del ricevimento, passò tra la gente che vi si affollava, inciampò in una gamba, si trovò la strada bloccata da corpi, abiti, gioielli, seni, occhi, fiamme di candela, mobilio. Finì a sbattere contro una tavola. Su di essa c’era un vassoio d’argento nel quale piccole paste piene di carne, salse ed erbe erano disposte in cerchi concentrici, simili a un grande, pallido fiore. Shevek annaspò per respirare, si piegò su se stesso e vomitò sul vassoio.

— Lo porto a casa — disse Pae.

— Se lo porti via, per l’amor di Dio — disse Vea. — Lo stava cercando, Saio?

— Oh, un poco. Fortunatamente Demaere le ha telefonato.

— Glielo regalo.

— Non darà alcun fastidio. Si è addormentato in corridoio. Posso fare una telefonata, prima di uscire?

— Dia un bacio per me al Capo — disse Vea, ironicamente.

Oiie era giunto con Pae nell’appartamento della sorella, e con lui se ne andò. Si accomodarono nel sedile di mezzo della grossa auto governativa che Pae riusciva sempre ad avere con una telefonata: la stessa auto che era andata a prendere Shevek allo spazioporto l’estate precedente. Ora Shevek era steso dove l’avevano buttato, sul sedile posteriore.

— È stato con sua sorella tutto il giorno, Demaere?

— A partire da mezzogiorno, a quanto so.

— Grazie a Dio!

— Perché si preoccupa del fatto che sia andato nella zona povera? Ogni Odoniano è già convinto che siamo un mucchio di oppressi e di schiavi sa-lariati; che differenza fa, anche se vede qualcosa che gli incoraggia la convinzione?

— Non m’importa di ciò che vede. Non vogliamo che sia visto. Non ha letto i quotidiani dei merli? O i manifestini che circolavano la scorsa settimana nella Città Vecchia, che parlavano del «Precursore»? Il mito dell’uomo che annuncia il millennio, «uno straniero, un proscritto, un esule che porta nelle mani vuote il tempo che verrà». Citavano queste parole. La marmaglia ha uno di quei suoi maledetti attacchi apocalittici. Cerca un personaggio da seguire. Un catalizzatore. Parlano di sciopero generale.

Non impareranno mai. Hanno sempre bisogno di una lezione. Maledette bestie rivoltose, mandiamole a combattere il Thu, è l’unica cosa buona che riusciremo a cavarne.

Nessuno dei due disse altro, per tutto il viaggio.

Il guardiano notturno della Casa degli Anziani di Facoltà li aiutò a portare Shevek nella sua stanza. Lo misero sul letto. Cominciò subito a russare.

Oiie rimase ancora per togliere a Shevek le scarpe e per stendere una coperta sopra di lui. Il fiato dell’ubriaco puzzava; Oiie si allontanò dal letto, il timore e l’amore che provava per Shevek si alzavano in lui, e ciascuno sof-focava l’altro. Aggrottò la fronte e mormorò: — Brutto scemo. — Spense la luce e tornò nell’altra stanza. Pae, fermo accanto alla scrivania, esami-nava le carte di Shevek.

— Andiamo — disse Oiie, la cui espressione di disgusto si era fatta più intensa. — Venga. Sono le due. Ho sonno.

— Ma cosa ha continuato a fare, il bastardo, Demaere? Qui non c’è ancora nulla, assolutamente nulla. Che sia un imbroglio completo? Ci siamo fatti fregare da un maledetto paesano ingenuo proveniente dall’Utopia?

Dov’è la sua teoria? Dov’è il nostro volo spaziale istantaneo? Dov’è il nostro vantaggio sugli Hainiti? Nove, dieci mesi che nutriamo il bastardo, per niente! — Comunque, s’infilò in tasca uno dei fogli prima di seguire Oiie alla porta.

CAPITOLO 8

Erano fuori all’aperto, sui campi atletici del Parco Settentrionale di Abbenay, ed erano in sei, nel lungo color oro, nel calore e nella polvere della sera. Erano piacevolmente sazi, poiché il pasto era durato buona parte del pomeriggio: una festa in strada e cottura su fuochi all’aperto. Era la festa dell’estate, il Giorno dell’Insurrezione, che commemorava il primo grande sollevamento di Nio Esseia nell’anno urrasiano 740, circa due secoli prima.

Cuochi e lavoratori delle mense venivano onorati come ospiti dal resto della comunità, quel giorno, poiché era stato un gruppo di cuochi e camerieri a dare inizio agli scioperi che avevano condotto all’insurrezione. C’erano varie altre feste e tradizioni di questo tipo su Anarres, alcune istituite dai Coloni, e altre, come la fine del raccolto e la Festa del Solstizio, sorte spontaneamente dai ritmi della vita sul pianeta e dal bisogno, di coloro che lavorano insieme, di fare festa insieme.

Stavano chiacchierando, tutti in modo piuttosto disordinato, eccetto Takver, che aveva danzato per ore, aveva mangiato spaventose quantità di pane fritto e sottaceti e si sentiva piena di brio. — Perché Kvigot è stato assegnato alle pescherie del Mare Kerano, dove dovrà ricominciare tutto da capo, mentre Turib gli subentra qui nel suo programma di ricerca? —

stava dicendo. Il suo gruppo di ricerca era stato incorporato in un progetto controllato direttamente dal CDP, ed ella era divenuta una forte sostenitri-ce di alcune idee di Bedap. — Perché Kvigot è un buon biologo che non va d’accordo con le teorie antiquate di Simas, e Turib è una nullità che gratta la schiena a Simas nei bagni. E sai chi prenderà la direzione del programma quando Simas si ritirerà? La prenderà Turib, ci scommetto!

— Che cosa significa questa espressione? — chiese qualcuno che non si sentiva molto portato per la critica sociale.

Bedap, che aveva acquistato peso in cintola e affrontava seriamente il problema dell’esercizio fisico, stava trotterellando animatamente nel campo d’allenamento. Gli altri sedevano su un’aiola polverosa, sotto gli alberi, e facevano esercizio verbale.

— È un verbo iotico — disse Shevek. — Un gioco che gli urrasiani fanno con le probabilità. Colui che indovina riceve una proprietà dall’altro. —

Già da tempo aveva smesso di rispettare il divieto di Sabul di parlare dei suoi studi di iotico.

— E come ha fatto a entrare nel pravico una delle loro parole?

— I Coloni — disse un altro. — Dovettero imparare il pravico da adulti; devono avere continuato a pensare nella vecchia lingua per molto tempo.

Ho letto da qualche parte che la parola dannazione non esiste nel Dizionario Pravico… anch’essa è iotica. Farigv non ci ha fornito nessuna parola per imprecare, quando ha inventato il linguaggio, oppure i suoi calcolatori non ne hanno compreso la necessità.

— Che cos’è l’ infernoallora? — chiese Takver. — Una volta pensavo che significasse il deposito di letame della città dove sono cresciuta. «Vai all’inferno!» Il luogo peggiore dove andare.

Desar il matematico (che ora aveva un incarico permanente tra il personale dell’Istituto ma continuava a girare nell’orbita di Shevek), sebbene rivolgesse raramente la parola a Takver, disse, nel suo stile crittografico: —

Significa Urras.

— Su Urras, significa il posto dove vai se sei dannato.

— Cioè un’assegnazione nel Sudovest in estate — disse Terrus, un’eco-loga, vecchia amica di Takver.

— È nel modello religioso, in iotico.

— So che devi leggere lo iotico, Shevek, ma devi anche leggere la religione?

— Parte della vecchia fisica urrasiana è tutta nel modello religioso. Sal-tano fuori concetti come quello. «Inferno» significa il luogo del male assoluto.

— Il deposito del letame a Valle Rotonda — Takver disse. — Come di-cevo.

Giunse Bedap, affannato, bianco di polvere, segnato di rivoletti di sudore. Si sedette accanto a Shevek e si mise a respirare pesantemente.

— Di’ qualcosa in iotico — chiese Richat, una studentessa dei corsi di Shevek. — Che effetto fa?

— Lo sai già: Va’ all’inferno! Dannazione!

— Piantala di ingiuriarmi — disse la ragazza, ridacchiando. — Pronuncia una frase completa.

Shevek pronunciò allegramente una frase in iotico. — In realtà non so come si pronunci — aggiunse. — È solo un tentativo.

— E cosa voleva dire?

— Se il passaggio del tempo è un aspetto della coscienza umana, passato e futuro sono funzioni della mente. Da un pre-Sequentista, Keremcho.

— Che strano, pensare a gente che parla senza che si possa capirla!

— Non riescono a capirsi neppure tra loro. Parlano centinaia di lingue diverse, tutti quei pazzi archisti della Luna…

— Acqua, acqua… — disse Bedap, ancora ansante.

— Non c’è acqua — disse Terrus. — Non piove da diciotto decadi. Per essere precisi, 183 giorni. Da quarant’anni non c’era una siccità così lunga ad Abbenay.

— Se continua, dovremo riciclare l’urina, come hanno fatto nell’anno 20.

Un bicchiere di piscio, Shevek?

— Non scherzare — disse Terrus. — Camminiamo su un filo. Pioverà a sufficienza? Il raccolto di foglie degli Altipiani del Sud è già perduto.

Laggiù non piove da trenta decadi.

Tutti levarono lo sguardo al cielo velato, color dell’oro. Le foglie dentel-late degli alberi sotto cui sedevano, alte piante esotiche del Vecchio Pianeta, pendevano polverose dai rami, arricciate dalla siccità.

— Mai più una Grande Siccità — disse Desar. — Moderni impianti de-salazione. Evitano.

— Potrebbero contribuire ad alleviarla — disse Terrus.

Quell’anno l’inverno giunse precocemente, freddo e asciutto, nell’emisfero settentrionale. Polvere gelida trasportata dal vento nelle basse, ampie strade di Abbenay. Acqua dei bagni strettamente razionata: sete e fame portavano in seconda posizione la pulizia. Il cibo e i vestiti dei venti milioni di abitanti di Anarres venivano dalle piante di holum, dalle loro foglie, semi, fibre, radici. C’era qualche riserva di tessuti nei magazzini e nei depositi, ma non c’erano mai state grandi riserve di cibo. L’acqua andava alla terra, per tenere vive le piante. Il cielo al di sopra della città era privo di nubi e sarebbe stato chiaro se non fosse stato ingiallito dalla polvere portata dal vento da zone più secche, a sud e ad ovest. A volte, quando il vento soffiava da nord, dai Ne Theras, la caligine gialla si schiariva e lasciava un cielo terso e brillante, di un colore azzurro cupo che s’induriva verso il viola allo zenit.

Takver era gravida. In prevalenza era sonnolenta e benevola. — Io sono un pesce — diceva, — un pesce nell’acqua. Sono all’interno del bambino che è dentro di me. — Ma a volte era sovraccarica di lavoro, o aveva fame a causa della leggera riduzione nella quantità di cibo dei pasti alla mensa.

Le donne gravide, al pari dei bambini e dei vecchi, potevano consumare un pasto sovrannumerario al giorno, colazione alle undici, ma spesso Takver la perdeva perché l’orario del suo lavoro non glielo permetteva. Lei poteva perdere un pasto; i pesci delle vasche del suo laboratorio, no. Gli amici spesso le portavano qualcosa che avevano risparmiato dal proprio pasto o che era stato avanzato alla loro mensa, un panino imbottito o un frutto. El-la mangiava ogni cosa con piacere, ma continuava a desiderare dolci, e i dolci erano scarsi. Quando era stanca, era ansiosa e si agitava per un non-nulla; la sua collera si accendeva per una parola.

Verso la fine dell’autunno, Shevek terminò il manoscritto dei Principidella Simultaneità. Lo diede a Sabul per l’approvazione per la stampa. Sabul lo tenne per una decade, due, tre e non disse nulla riguardo ad esso.

Shevek gli chiese notizie. Egli rispose che non aveva ancora trovato il tempo di leggerlo, aveva troppo da fare. Shevek attese. Era ormai pieno inverno. Il vento secco soffiava giorno dopo giorno; il terreno era gelato.

Ogni cosa pareva giunta a un arresto, un arresto preoccupato, in attesa della pioggia, in attesa della nascita.

La stanza era buia. Le luci si erano appena accese nella città; parevano deboli sotto il cielo grigio, scuro, alto. Takver entrò, accese la lampada, si accoccolò con ancora il soprabito accanto alla grata del calore. — Oh che freddo! Spaventoso. Mi sento i piedi come se avessi camminato su un ghiacciaio, per poco non mi mettevo a piangere per la strada, tanto mi facevano male. Maledetti stivali profittatori! Perché non siamo buoni a fare un paio di stivali decenti? Come mai stai seduto al buio?

— Non so.

— Sei andato alla mensa? Io ho mangiato un boccone mentre tornavo a casa. Ho dovuto fermarmi, le uova di Kukuri si schiudevano, dovevamo togliere i piccoli dalla vasca prima che gli adulti li mangiassero. Hai mangiato?

— No.

— Non fare lo scontroso. Per favore non fare lo scontroso proprio questa sera! Se mi va storta ancora una cosa, mi metto a piangere. Sono stufa di piangere tutto il tempo. Maledetti stupidi ormoni! Vorrei poter avere i bambini come i pesci, deporre le uova, nuotare via, e tutto finisce lì. A meno di nuotare indietro per mangiarli… Non startene seduto come una statua. Non lo sopporto. — Stava già quasi piangendo, accovacciata accanto al soffio di aria calda della grata, mentre cercava di slacciarsi gli stivali con le dita intirizzite. Shevek non disse nulla. — Ma che cosa hai?

Non puoi startene lì come un morto!

— Sabul mi ha convocato oggi. Non raccomanderà i Princìpi per la pubblicazione, e neppure per l’esportazione.

Takver smise di lottare con la stringa e si sedette. Guardò Shevek da dietro la spalla. Infine disse: — Che cosa ha detto, esattamente?

— Il commento che ha scritto è sul tavolo.

Takver si alzò, raggiunse il tavolo camminando su uno stivale solo, e lesse il biglietto, piegandosi sul tavolo, con le mani nelle tasche del soprabito.

— «Che la Fisica Sequenziale sia la strada maestra del pensiero cronoso-fico nella Società Odoniana è un principio mutuamente accettato fin dall’Insediamento d’i Annares. Le divagazioni egoistiche da questa solidarietà di princìpi possono dare come risultato soltanto la sterile tessitura di ipotesi impratiche, prive di utilità sociale organica, oppure la ripetizione delle speculazioni superstizioso-religiose degli scienziati irresponsabili e vendu-ti degli Stati Profittatori di Urras…» Oh, lo sporco profittatore! Il meschi-no, invidioso, piccolo sputasentenze Odoniane! E manderà questo commento alle Edizioni?

— L’ha già mandato.

Takver si chinò per togliersi lo stivale. Alzò lo sguardo diverse volte in direzione di Shevek, ma non si recò accanto a lui né cercò di toccarlo, e per qualche tempo non disse nulla. Quando infine parlò, la sua voce non era forte e tesa come prima, e riaveva la sua naturale caratteristica robusta, vellutata. — Che cosa conti di fare, Shevek?

— Non c’è niente da fare.

— Stamperemo il libro. Formeremo un gruppo tipografico, impareremo a comporre, lo stamperemo.

— La carta è a razioni minime. Non si stampano cose inessenziali. Solo le pubblicazioni del CDP, finché non saranno salve le piantagioni di holum.

— Allora non puoi cambiare in qualche modo l’esposizione? Camuffare quello che scrivi. Decorarlo con fronzoli Sequenziali. In modo che lo accetti.

— Non puoi camuffare il nero da bianco.

Non gli chiese se fosse possibile aggirare Sabul o scavalcarlo. Nessuno, su Anarres, scavalcava un’altra persona. Non c’erano vie traverse da cui aggirare qualcuno. Se non potevi lavorare in solidarietà con i colleghi, allora lavoravi da solo.

— E se… — Ma subito s’interruppe. Si alzò e portò gli stivali accanto al soffio d’aria calda, ad asciugare. Si tolse il soprabito, andò ad appenderlo, e si mise uno scialle pesante, fatto a mano, sulle spalle. Si sedette sulla predella del letto, brontolando un poco negli ultimi centimetri. Poi alzò lo sguardo su Shevek, seduto di profilo, tra lei e le finestre.

— E se gli offrissi di firmare come co-autore? Come il primo articolo che hai scritto.

— Sabul non metterà mai il suo nome su delle «speculazioni superstizioso-religiose».

— Ne sei certo? Sei certo che non sia proprio ciò che desidera? Sabul sa cos’è, sa cos’hai fatto. Hai sempre detto che è astuto. Sa che ficcherà lui e tutta la sua scuola Sequenziale nel secchio della riciclazione. Ma se invece potesse condividere il credito? Tutto ciò che fa, è egoistico. Se potesse dire che è il suo libro…

Shevek disse con rancore: — Preferirei condividere te con lui, che quel libro.

— Non guardare la cosa sotto questo aspetto, Shevek. È il libroche è importante… le idee. Ascolta. Noi desideriamo tenere con noi il bambino che nascerà, tenerlo fin dai primi giorni, noi vogliamo amarlo. Ma se per qualche ragione la sua permanenza presso di noi lo facesse morire, se potesse vivere soltanto nell’incubatrice, e noi non potessimo mai vederlo e conoscere il suo nome… se dovessimo fare questa scelta, come ci compor-teremmo? Lo faremmo morire per tenerlo tra noi, oppure gli daremmo la vita?

— Non so — rispose lui. Appoggiò la testa fra le mani, strofinandosi dolorosamente la fronte. — Sì, certo. Sì. Ma questo… Ma io…

— Fratello, cuore caro — disse Takver. Serrò i pugni, poi li abbassò sul grembo, senza toccare Shevek. — Non ha importanza il nome scritto sul libro. La gente lo saprà ugualmente. La verità è il libro.

— Io sono quel libro — egli disse. Poi serrò le palpebre, e rimase a sedere immobile. Takver si avvicinò a lui, allora, timidamente, toccandolo con la delicatezza con cui avrebbe toccato una ferita.

All’inizio dell’anno 164, la prima versione, incompleta e drasticamente corretta, dei Princìpi della Simultaneità venne stampata ad Abbenay, con Sabul e Shevek come co-autori. Il CDP stampava soltanto documenti e direttive essenziali, ma Sabul aveva influenza alla divisione Stampa e Informazione del CDP e la aveva convinta del valore propagandistico del libro, su Urras. Urras, egli diceva, si rallegrava della siccità e della possibile carestia di Anarres; l’ultimo arrivo di giornali iotici era pieno di maligne pro-fezie sull’imminente collasso dell’economia Odoniana. Quale confutazione migliore, diceva Sabul, che la pubblicazione di un’importante opera di pensiero puro, «un monumento della scienza», scrisse nel nuovo giudizio,

«che s’innalza sulle avversità materiali per dimostrare l’insoffocabile vitalità della Società Odoniana e il suo trionfo sul proprietarismo archista in ogni area del pensiero umano».

Così l’opera venne stampata, e quindici delle trecento copie salirono a bordo del mercantile iotico Pensiero. Shevek non aprì mai una copia del libro stampato. Nel pacco per l’esportazione, tuttavia, egli infilò una copia del manoscritto completo, originale, ricopiata a mano. Una nota sulla copertina pregava di darla al dottor Atro del Collegio della Nobile Scienza dell’Università di Ieu Eun, con gli omaggi dell’autore. Era ovvio che Sabul, il quale doveva dare l’approvazione finale al pacco, avrebbe notato l’aggiunta. Se avrebbe tolto il manoscritto o se lo avrebbe lasciato, Shevek non lo sapeva. Sabul poteva confiscarlo per dispetto; oppure poteva lasciarlo, sapendo che l’edizione evirata da lui preparata non avrebbe avuto sui fisici urrasiani l’effetto desiderato. Non disse nulla del manoscritto a Shevek.

Shevek non gliene parlò.

Shevek parlò poco con tutti, quella primavera. Prese un assegnamento volontario, lavoro di costruzione in un nuovo impianto di riciclazione dell’acqua, nel sud di Abbenay, e per la maggior parte del giorno fu occupato a insegnare o al nuovo lavoro. Ritornò ai suoi studi nel campo subatomico, e spesso passò la sera all’acceleratore dell’Istituto o nei laboratori con gli specialisti in particelle. Con Takver e gli amici era tranquillo, taciturno, gentile, e freddo.

Takver divenne molto grossa e cominciò a camminare come una persona che trasportasse un cesto di biancheria largo e pesante. Continuò a lavorare al laboratorio dei pesci finché non ebbe trovato e istruito un’adeguata sosti-tuta, poi si recò a casa e le vennero le doglie, con più di dieci giorni di ritardo rispetto alla data prevista. Shevek arrivò a casa a metà del pomeriggio. — Vai a chiamare la levatrice — disse Takver. — Dille che le contra-zioni avvengono a quattro o cinque minuti tra loro, ma non accelerano, e quindi non c’è molta fretta.

Ma egli si affrettò, e quando scoprì che la levatrice era uscita, cadde in preda al panico. Tanto la levatrice quanto il medico dell’isolato erano fuori, e nessuno dei due aveva lasciato un avviso sulla porta per dire dove lo si poteva trovare, come era abitudine. Il cuore di Shevek prese a battere al-l’impazzata, ed egli cominciò bruscamente a vedere le cose con una terribile chiarezza. Vide che questa mancanza di assistenza era un segno infau-sto. Egli si era ritirato da Takver a partire dall’inverno, a partire dalla decisione sul libro. Takver era stata sempre più tranquilla, passiva, paziente.

Ed egli adesso capiva quella passività: era la preparazione della morte. Era stata lei a ritrarsi da lui, ed egli non aveva cercato di seguirla. Egli aveva osservato soltanto la propria amarezza di cuore, e non aveva mai visto la paura di Takver, o il suo coraggio. L’aveva lasciata sola perché voleva essere lasciato solo, ed ella aveva continuato ad allontanarsi, troppo lontano, sarebbe andata avanti da sola, per sempre.

Corse alla clinica dell’isolato, e vi giunse talmente trafelato e incerto sulle gambe che i medici pensarono che gli fosse venuto un attacco cardiaco.

Poi spiegò. Essi inviarono una comunicazione a un’altra levatrice e gli dissero di andare a casa, la compagna avrebbe apprezzato la sua presenza.

Tornò a casa, e ad ogni passo cresceva in lui il panico, il terrore, la certezza della perdita.

Ma una volta a casa non poté inginocchiarsi davanti a Takver, chiederle perdono, come avrebbe voluto disperatamente. Takver non aveva tempo per le scene emotive; aveva da fare. Aveva tolto ogni cosa dalla predella del letto, ad eccezione di un lenzuolo pulito, e stava dandosi da fare a par-torire un figlio. Non urlava né si lamentava, poiché non provava dolore, ma quando una contrazione arrivava, si tratteneva con il controllo del respiro e dei muscoli, e poi lasciava andare un grande uff di respiro, come una persona che compie uno sforzo terribile per sollevare un grande peso.

Shevek non aveva mai visto un lavoro che facesse appello come quello a tutta la forza del corpo.

Non poteva osservare un simile lavoro senza cercare di aiutare. Egli poteva servire come appoggio e come aiuto quando Takver doveva fare leva.

Trovarono quasi subito la posizione con un paio di prove, e continuarono in quel modo anche dopo l’arrivo della levatrice. Takver partorì in posizione eretta, accovacciata, con la faccia premuta contro la coscia di Shevek, le mani strette alle sue braccia. — Ecco fatto — disse tranquillamente la levatrice, al di sotto dell’ansito pesante, simile a quello di un muratore, del respiro di Takver, e afferrò la creatura scivolosa, ma chiaramente umana, che era apparsa. Seguì un fiotto di sangue, e una massa amorfa di qualcosa che non era umano, che non era vivo. Il terrore dimenticato si riaffacciò nella mente di Shevek, raddoppiato. Era la morte, ciò che vedeva. Takver gli aveva lasciato le braccia e si era rannicchiata ai suoi piedi, esausta. Egli si chinò su di lei, rigido per l’orrore e il rimorso.

— Fatto — disse la levatrice. — Aiutala a spostarsi, in modo che io possa ripulire.

— Voglio lavarmi — disse Takver, debolmente.

— Aiutala, aiutala a lavarsi. Ci sono dei panni sterili… qui.

— Wew wew wew — disse un’altra voce.

La stanza parve piena di persone.

— Adesso — disse la levatrice, — senti, riportale il bambino, al seno, per aiutare a far cessare l’emorragia. Io voglio mettere questa placenta in frigorifero, alla clinica. Torno tra dieci minuti.

— Dov’è… dov’è…

— Nel lettino! — disse la levatrice, uscendo. Shevek trovò quel letto piccolissimo, che era pronto da quattro decadi in un angolo della stanza, e il bambino neonato che vi stava dentro. In qualche maniera, nell’estremo precipitare degli avvenimenti, la levatrice aveva trovato il tempo di ripulire il neonato e di mettergli perfino un abitino, cosicché pareva meno scivolo-so, meno simile a un pesce, di quando lo aveva visto per la prima volta. Il pomeriggio si era rabbuiato con la solita rapidità, la solita assenza di un senso del passaggio del tempo. La lampada era accesa. Shevek sollevò il bambino per portarlo a Takver. Il suo viso era incredibilmente piccolo, con grandi palpebre chiuse, dall’aspetto fragile. — Portalo qui — diceva Takver, — oh, ma sbrigati, fai presto a darmelo.

Lo trasportò per la stanza e con molta cautela lo appoggiò sullo stomaco di Takver. — Ah! — disse lei, piano, con tono di puro trionfo.

— Che cos’è? — chiese dopo un poco, con voce assonnata.

Shevek era seduto al suo fianco, sul bordo della predella. Indagò con attenzione, leggermente sorpreso dalla lunghezza del vestitino in contrasto con l’estrema brevità delle gambe. — Una bambina.

Intanto era ritornata la levatrice, che si aggirava per la stanza mettendo a posto cose. — Avete fatto un ottimo lavoro — disse, a tutt’e due. Essi an-nuirono debolmente. — Verrò a vedere domattina — disse, uscendo. La bambina e Takver erano già addormentati. Shevek posò la testa accanto a quella di Takver. Era abituato al piacevole odore di muschio della sua pelle. Adesso era cambiato; era divenuto un profumo, pesante e vago, pesante di sonno. Molto delicatamente posò su di lei un braccio, mentre giaceva su un fianco con la bambina contro il petto. Poi, nella stanza pesante di vita, s’addormentò.

Un Odoniano intraprendeva la monogamia esattamente come intrapren-dere una qualsiasi attività in comune con altre persone, una produzione, un balletto, un lavoro manuale. Il rapporto tra due compagni era una unione liberamente istituita come ogni altra. Finché funzionava, funzionava; se non funzionava, cessava di sussistere. Non era un’istituzione, bensì una funzione. Non aveva altre sanzioni che quella della coscienza personale.

Questo era pienamente in accordo con la teoria sociale Odoniana. La validità delle promesse, anche delle promesse a scadenza indefinita, era profondamente intessuta nel pensiero di Odo; sebbene potesse parere che la sua insistenza sulla libertà di cambiamento invalidasse l’idea di voto o di promessa, in realtà era la libertà a rendere significativa la promessa. Una promessa è una direzione scelta, una auto-limitazione della scelta. Come Odo aveva fatto notare, se non si prende alcuna direzione, se non si va da nessuna parte, non avviene alcun cambiamento. La propria libertà di scegliere e di cambiare non verrà usata, esattamente come se si fosse in una prigione: una prigione di propria costruzione, un labirinto in cui nessuna direzione è migliore di un’altra. Così Odo giunse a vedere la promessa, il pegno, l’idea di fedeltà, come un elemento essenziale nella complessità della libertà.

Molte persone pensavano che questa idea di fedeltà non si applicasse correttamente alla vita sessuale. La femminilità di Odo l’aveva portata, dicevano queste persone, verso il rifiuto della vera libertà sessuale; qui, più che in altri punti, Odo non aveva scritto per gli uomini. E poiché questa obiezione veniva mossa tanto da uomini quanto da donne, si aveva l’impressione che Odo non avesse capito non tanto il mondo maschile, quanto piuttosto tutto un genere o parte dell’umanità, le persone per le quali la spe-rimentazione è il cuore del piacere sessuale.

Anche se poteva non averle capite, e se probabilmente le considerava deviazioni proprietaristiche dalla norma — dato che la specie umana è, se non una specie a coppie fisse, almeno una specie che trasmette le esperienze alle generazioni successive — Odo tuttavia provvide meglio alle persone dalle abitudini promiscue che non a coloro che tentavano il rapporto duraturo di compagni. Non c’erano leggi, limiti, pene, punizioni o disapprovazioni che riguardassero l’attività sessuale, di qualsiasi tipo essa fosse, ad eccezione della violenza carnale su un bambino o una donna, che probabilmente veniva vendicata sommariamente dai vicini dello stupratore se costui non si rifugiava più che in fretta tra braccia, assai più gentili, di un centro di cura. Ma le molestie sessuali erano estremamente rare in una società in cui la completa soddisfazione era la norma dalla pubertà in poi, e in cui l’unico limite sociale imposto alla vita sessuale era la debole pressione a favore dell’isolamento, una sorta di pudore imposto dalla comunalità della vita.

Dall’altra parte, invece, coloro che sceglievano di formare una coppia di compagni e di continuare tale forma di rapporto, sia omosessuale sia eterosessuale, incontravano problemi ignorati da coloro che si accontentavano dell’attività sessuale che trovavano. Dovevano affrontare non soltanto la gelosia, il possessivismo e le altre malattie della passione a cui l’unione monogamica fornisce un così buon terreno di crescita, ma anche le pressioni esterne dell’organizzazione sociale. Una coppia che sceglieva il rapporto di compagni, lo sceglieva pur sapendo che potevano venire separati in qualsiasi momento dalle esigenze della distribuzione del lavoro.

DivLab, l’amministrazione della divisione del lavoro, cercava di tenere unite le coppie, e di riunirle, a richiesta, non appena possibile; ma questo non sempre poteva essere fatto, specialmente quando c’erano degli incarichi urgenti, né la gente si aspettava che la Divisione del Lavoro mandasse all’aria intere liste e riprogrammasse calcolatori per cercare di farlo. Per la sopravvivenza, per la prosecuzione della vita, un anarresiano sapeva di dover essere pronto a recarsi dove c’era bisogno di lui, per svolgere il lavoro che doveva essere fatto. Cresceva con la conoscenza che la distribuzione del lavoro era un fattore importante della vita, un’immediata, permanente necessità sociale; mentre invece la coniugalità era una questione personale, una scelta che poteva venire fatta soltanto all’interno della scelta più importante.

Ma quando una direzione viene scelta liberamente e seguita con piena convinzione, può sembrare che ogni cosa contribuisca a rendere più agevole il cammino. Così, la possibilità della separazione, o la sua realtà, spesso avevano l’effetto di rafforzare la lealtà della coppia. Conservare una fedeltà spontanea e genuina in una società che non aveva sanzioni morali o legali nei riguardi dell’infedeltà, e conservarla nel corso di separazioni liberamente accettate che potevano giungere in qualsiasi momento e potevano durare anni, costituiva una sorta di sfida. Ma l’essere umano ama venire sfidato, cerca la libertà nell’avversità.

Nell’anno. 164, molte persone che non l’avevano mai cercato assaggia-rono il sapore di questo tipo di libertà, e lo amarono, ne amarono il senso di cimento e di pericolo. La siccità iniziata nell’estate del 163 non trovò sollievo nell’inverno. Con l’estate del 164 cominciarono le privazioni, e la minaccia di disastro se la siccità fosse continuata.

Il razionamento era stretto; le chiamate lavorative erano indispensabili.

La lotta per coltivare sufficiente cibo e distribuirlo divenne convulsa, disperata. Eppure la gente non era affatto disperata. Odo aveva scritto: «Un bambino libero dalla colpa della proprietà e dal fardello della competizione economica crescerà con il desiderio di fare ciò che deve essere fatto e la capacità di provare gioia nel farlo. È il lavoro inutile che rabbuia il cuore.

La gioia della madre che allatta, dello studioso, del cacciatore fortunato, del buon cuoco, dell’artigiano abile, di chiunque compia un lavoro necessario e lo compia bene… questa gioia duratura è forse la fonte più profonda dell’affetto umano e della socialità intera.» Ci fu una sotterranea corrente di gioia, in tal senso, ad Abbenay quell’estate. Ci fu una felicità di lavorare nonostante la pesantezza del lavoro, una disponibilità a lasciare ogni pre-occupazione non appena fosse stato fatto ciò che si poteva fare. La vecchia etichetta della «solidarietà» era ritornata in vita. Si prova esaltazione nello scoprire che il legame è più forte, in fin dei conti, di tutto ciò che lo mette alla prova.

All’inizio dell’estate, il CDP affisse manifesti che suggerivano di ridurre di un’ora la giornata lavorativa, poiché la distribuzione di proteine alle mense era adesso insufficiente per un normale dispendio di energia. L’attività esuberante delle strade cittadine cominciava già ad allentarsi. La gente, uscita presto dal lavoro, si attardava nelle piazze, giocava a bocce nei parchi asciutti, sedeva sulla soglia delle botteghe e attaccava conversazione con i passanti. La popolazione della città era visibilmente diminuita, poiché migliaia di persone si erano offerte volontarie per il lavoro agricolo di emergenza o vi erano state assegnate. Ma la fiducia reciproca alleviava la depressione e l’angoscia. — Ci aiuteremo reciprocamente a superare questo momento — dicevano, serenamente. E scorrevano grandi impulsi di vitalità, proprio sotto la superficie. Quando i pozzi della periferia settentrionale si prosciugarono, condotte temporanee collegate con altri distretti vennero posate da volontari che lavoravano nel loro tempo libero, gente esperta e no, adulti e adolescenti, e il lavoro venne fatto in trenta ore.

Verso la fine dell’estate, Shevek venne assegnato a una leva agricola di emergenza alla comunità di Fonti Rosse, negli altipiani del sud. Con la promessa di un po’ di pioggia caduta nella stagione equatoriale delle tem-peste, si cercava di piantare un raccolto di grano di holum e di mieterlo prima che ritornasse la siccità.

Si era già aspettato una assegnazione di emergenza, poiché il suo lavoro di costruzione era finito, ed egli si era elencato come disponibile per le assegnazioni generali di lavoro. Per tutta l’estate non aveva fatto altro che tenere i suoi corsi, leggere, prestare assistenza ogni volta che c’era qualche lavoro volontario da svolgere nel loro isolato o in città, e poi tornare a casa da Takver e dalla bambina. Takver era tornata al laboratorio, soltanto la mattina, dopo cinque decadi. Come madre in allattamento aveva diritto a un supplemento di proteine e di carboidrati alla mensa, ed ogni volta ne approfittava; i loro amici non potevano più dividere con lei cibo fuori razione, non c’era più cibo fuori razione. Takver era magra, ma stava bene, e la bambina era piccola, ma robusta.

Shevek traeva molto piacere dalla bambina. Poiché era affidata a lui la mattina (la lasciavano al nido soltanto quando insegnava o svolgeva lavoro volontario), egli provava quel senso di essere necessario che è il fardello e la ricompensa della condizione di genitore. La bambina, attenta e sensibile, forniva a Shevek un perfetto uditorio per quelle fantasie verbali che egli tendeva sempre a frenare e che Takver sosteneva essere il suo lato folle. Si metteva la bimba sulle ginocchia e le dedicava scombussolate lezioni di cosmologia, spiegandole come il tempo in realtà fosse soltanto lo spazio girato su se stesso, e il cronone fosse l’intestino rovesciato del quanto, e la distanza una delle proprietà accidentali della luce. Dava alla bambina no-mignoli stravaganti e sempre diversi, e le recitava ridicole filastrocche: Tempo è un vincolo, Tempo è tirannico, Supermeccanico, Superorganico

— POP! — e al pop la bambina balzava di pochi centimetri nell’aria, strillando e agitando i pugni grassi. Entrambi ricevevano grandi soddisfazioni da questi esercizi. Quando ricevette l’assegnamento, fu come una lacera-zione. Aveva sperato qualcosa nei pressi di Abbenay, non negli Altipiani del Sud, agli antipodi. Ma insieme con la spiacevole necessità di lasciare Takver e la bambina per sessanta giorni c’era la ferma sicurezza di tornare da loro. Finché l’avesse avuta, non si sarebbe lamentato.

La notte prima della partenza, Bedap venne a mangiare al refettorio dell’Istituto con loro, e tornarono tutti insieme alla stanza. Rimasero seduti a parlare nella notte calda, con la lampada spenta, le finestre aperte. Bedap, che mangiava a una piccola mensa dove i desideri speciali non rappresen-tavano un fastidio per i cuochi, aveva risparmiato per una decade le sue razioni di bevande speciali e le aveva prese tutte insieme sotto forma di una bottiglia da un litro di succo di frutta. La mostrò con orgoglio: una festa della partenza. Se la passarono in giro e la gustarono fastosamente, schioc-cando la lingua. — Ricordi — disse Takver, — tutto quel mangiare, la sera prima di lasciare l’Istituto? Ho mangiato nove di quelle frittelle.

— Portavi i capelli corti, allora — disse Shevek, sorpreso dal ricordo, che in precedenza non aveva mai associato a Takver. — Eri tu, no?

— E chi credevi che fosse?

— Accidenti, com’eri giovane a quell’epoca!

— E così tu, sono passati dieci anni da allora. Mi tagliavo i capelli per sembrare diversa e interessante. Mi è servito molto, davvero! — Rise con la sua risata forte e allegra, e subito la soffocò per non svegliare la bambina, addormentata nel lettino dietro il paravento. Nulla però sarebbe riuscito a destare la bimba, una volta addormentata. — Avrei voluto così tanto essere differente. Chissà perché?

— C’è un momento, verso i vent’anni — disse Bedap, — in cui devi scegliere se essere come tutti gli altri per il resto della vita, oppure rendere virtù le tue particolarità.

— O almeno accettarle con rassegnazione — disse Shevek.

— Shevek ha uno dei suoi attacchi di rassegnazione — disse Takver. —

È la vecchiaia che incalza. Dev’essere terribile avere trent’anni.

— Non preoccuparti, tu non sarai rassegnata neppure a novanta — disse Bedap, dandole una pacca sulla schiena. — Ti sei rassegnata al nome della bambina, finalmente?

I nomi di cinque o sei lettere distribuiti dal calcolatore dell’anagrafe centrale, essendo univocamente caratteristici di ciascun essere umano vivente, prendevano il posto dei numeri che altrimenti una società computerizzata avrebbe dovuto attribuire ai suoi membri. Un anarresiano non aveva bisogno di altre identificazioni che del proprio nome. Il nome, pertanto, veniva sentito come una parte importante della propria persona, anche se una persona non poteva sceglierselo più di quanto non si potesse scegliere il naso o la statura. A Takver non piaceva il nome dato alla bambina, Sedik. —

Suona come una manciata di sassi in bocca — disse, — non è adatto a lei.

— A me piace — disse Shevek. — Suona come una ragazza alta e sottile, dai capelli lunghi e neri.

— Ma è una ragazza piccola e grassa, con capelli invisibili — osservò Bedap.

— Dalle tempo, fratello! Ascoltate, devo fare un discorso.

— Discorso! Discorso!

— Shhh…

— Perché «shh»? Quella bambina non si sveglierebbe neppure per un cataclisma.

— Stai calmo. Sono emozionato. — Shevek alzò la tazzina di succo di frutta. — Io desidero dire… Desidero dire questo. Sono lieto che Sedik sia nata ora. In un anno duro, in un periodo duro, in cui ci occorre la fratellanza. Sono lieto che sia nata ora, e qui. Sono lieto che sia una di noi, un’Odoniana, nostra figlia e nostra sorella. Sono lieto che sia sorella di Bedap.

Che sia sorella di Sabul, perfino di Sabul! Io bevo a questa speranza: che, finché vivrà, Sedik ami le sue sorelle e i suoi fratelli così gioiosamente, così fortemente, come io li amo questa sera. E che venga la pioggia…

Il CDP, il principale utente di radio, telefono e posta, coordinava i mezzi di comunicazione interurbani, così come coordinava i viaggi e le spedizioni tra le città. Non essendoci «affari» su Anarres, nel senso di ricerche di mercato, pubblicità, investimenti, speculazioni e così via, la posta era costituita principalmente di corrispondenza tra le varie federative industriali e professionali, delle loro direttive e i loro bollettini, di quelli del CDP, e di una piccola quantità di lettere private. Vivendo in una società dove ciascuno poteva trasferirsi dove voleva, in ogni momento, un anarresiano tendeva a cercare amici nel luogo in cui abitava, non in quello da cui era venuto via. I telefoni venivano usati raramente all’interno di una comunità: le comunità non erano così grandi. Perfino Abbenay manteneva lo schema regionale nei suoi «isolati», i quartieri semiautonomi entro cui si poteva raggiungere a piedi la persona o la cosa desiderata. Quindi la maggior parte delle telefonate erano interurbane, e passavano attraverso il CDP: le chiamate personali dovevano venire prenotate per posta, oppure non si trattava di vere conversazioni, ma semplicemente di messaggi lasciati ai centri del CDP. Le lettere viaggiavano aperte, non per legge, naturalmente, ma per abitudine. La comunicazione personale a lunga distanza è costosa in tempo e materiali, e poiché l’economia privata e quella pubblica erano la stessa cosa, c’era una certa antipatia nei riguardi delle lettere e delle telefonate inutili. Era un’abitudine frivola; puzzava di isolamento, di egoizzazione.

Questo era probabilmente il motivo per il quale le lettere viaggiavano aperte: non avevate il diritto di chiedere a una persona di portare un messaggio che egli non potesse leggere. Una lettera viaggiava su un dirigibile postale del CDP se eravate fortunato, e su un treno di prodotti agricoli se non lo eravate. Alla fine arrivava alla stazione postale della città destinataria, e laggiù si fermava, poiché non c’erano postini, finché qualcuno non diceva al destinatario che c’era una lettera per lui, ed egli passava a prendersela.

Era l’individuo, comunque, a decidere ciò che era necessario e ciò che non lo era. Shevek e Takver si scrissero regolarmente, cirta una volta ogni decade. Egli scrisse:

Il viaggio non è stato male, tre giorni, un treno passeggeri senza soste. È un grosso assegnamento, tremila persone, dicono. Gli effettidella siccità sono molto peggiori, qui. Non però le carenze. Il cibodella mensa è la stessa razione di Abbenay, ma qui danno foglie digara bollite a tutt’e due i pasti ogni giorno perché ce n’è un’eccedenzalocale. Anche noi cominciamo a credere di averne un’eccedenza. Ma èil clima, qui, che è brutto. Qui siamo nella Polvere. L’aria è secca, e ilvento soffia sempre. Ci sono brevi piogge, ma meno di un’ora dopo lafine della pioggia il terreno si sgretola e la polvere comincia ad alzarsi. Qui, in questa stagione, è piovuto meno della metà della mediadegli scorsi anni. Tutti al Progetto hanno le labbra screpolate, il nasoche sanguina, gli occhi irritati e la tosse. Tra la gente che vive a FontiRosse c’è un mucchio di tosse da polvere. Per i bambini piccoli è particolarmente dura, ne vedo molti con la pelle e gli occhi infiammati.

Mi domando se avrei notato la cosa mezzo anno fa. Si diventa piùacuti quando si hanno dei figli. Il lavoro è lavoro, e tutti sono amici,ma il vento secco ti stanca. Ieri sera ho pensato ai Ne Theras, e nellasera il suono del vento era come il fruscio del ruscello. Non rimpian-gerò questa separazione. Mi ha permesso di vedere che avevo cominciato a dare di meno, come se ti possedessi e tu possedessi me, e nonci fosse altro da fare. In realtà, non ha niente a che vedere con il possesso. La cosa che noi facciamo è affermare l’integrità del Tempo.

Dimmi cosa fa Sedik. Nei giorni liberi tengo un corso a gente che mel’ha chiesto; una ragazza è un matematico naturale che raccomanderòall’Istituto. Tuo fratello, Shevek.

Takver gli scrisse:

Sono preoccupata da una cosa molto strana. Le lezioni del terzotrimestre sono state assegnate tre giorni fa, e sono andata a vedere ituoi turni all’Istituto, ma non era segnata nessuna classe e nessunaaula per te. Pensavo che avessero lasciato fuori il tuo nome per un errore, così sono andata alla Federativa dei Membri e lì mi hanno dettoche ti volevano dare la classe di Geometria. Sono allora andata all’ufficio di Coordinamento dell’Istituto da quella vecchia col nasone e leinon sapeva nulla, no, non so nulla, vai all’Ufficio Centrale delle Assegnazioni! Questa è un’assurdità, le ho detto, e sono andata da Sabul.

Ma non era negli uffici di Fisica e io non l’ho ancora visto, anche seci sono già passata altre due volte. Con Sedik che ha un bellissimocappellino bianco che Tellus le ha fatto all’uncinetto con filo di recupero e ha un’aria spaventosamente seducente. Mi rifiuto di andare acaccia di Sabul nella stanza, o tana da vermi, o quel che è, in Cui abita. Magari è fuori città a fare lavoro volontario, ah, ah! Forse ti con-viene telefonare all’Istituto per scoprire che razza di pasticcio abbiano combinato? In realtà sono poi andata all’Ufficio Centrale delle Assegnazioni della Divisione del Lavoro, e non c’erano nuovi posti perte. La gente laggiù era a posto, ma la vecchia col nasone è inefficientee non dà una mano, e nessuno si interessa di nulla. Bedap ha ragione,abbiamo permesso che la burocrazia si insinuasse tra noi. Per favore,ritorna (con la ragazza genio matematico, se necessario), perché laseparazione è istruttiva, d’accordo, ma la tua presenza è l’istruzioneche io desidero. Prendo mezzo litro di succo di frutta con razione dicalcio ogni giorno perché cominciava a mancarmi il latte e S. piangeva molto. I buoni dottori! Tutta, sempre, T.

Shevek non ricevette mai questa lettera. Aveva già lasciato l’Altipiano del Sud prima che la lettera arrivasse alla stazione postale di Fonti Rosse.

C’erano circa 4000 chilometri da Fonti Rosse ad Abbenay. Un singolo individuo che si fosse trasferito si sarebbe semplicemente limitato a farsi dare un passaggio, poiché tutti i veicoli per il trasporto merci erano disponibili come veicoli passeggeri per tutte le persone che potevano contenere; ma poiché c’erano da ridistribuire al loro regolare assegnamento nel Nordovest circa 450 persone, venne allestito un treno per loro. Era composto di carri passeggeri, o almeno di carri che venivano usati come carri passeggeri per l’occasione. Il meno richiesto era il carro coperto che aveva recentemente trasportato un carico di pesce affumicato. Dopo un anno di siccità, le normali linee di trasporto risultavano insufficienti, nonostante i notevoli sforzi dei lavoratori del trasporto per soddisfare alla domanda. Essi costituivano la più vasta federativa della società Odoniana: auto-organizzata, naturalmente, in gruppi regionali, coordinati da rappresentanti che si incontravano e lavoravano con i CDP locali e centrali. La rete della federativa dei trasporti era efficace in tempi normali e anche in limitate emergen-ze; era flessibile, adattabile alle circostanze, e gli Addetti ai Trasporti avevano un grande orgoglio professionale e di gruppo. Davano alle locomotive e ai dirigibili nomi come IndomabileResistenteDivora-Vento; avevano dei motti — Noi Arriviamo Sempre; Nulla È Troppo! — ma ora che intere regioni del pianeta erano minacciate di carestia immediata se non fosse stato portato cibo da altre regioni, e che occorreva trasportare grandi chiamate d’emergenza di lavoratori, il peso che gravava sui trasporti cominciava a essere troppo. Non c’erano veicoli sufficienti, non c’erano sufficienti persone per condurli. Ogni cosa che la federativa avesse su ruote o in volo venne messa in servizio, e apprendisti, lavoratori in ritiro, volontari e assegnati d’emergenza aiutarono a equipaggiare i furgoni, i treni, le navi, i porti, i cantieri.

Il treno che portava Shevek andava avanti a forza di brevi corse e lunghe attese, poiché tutti i treni che portavano vettovaglie avevano la precedenza su di esso. Poi si fermò totalmente per venti ore. Un ferroviere stanco o i-nesperto aveva fatto un errore in uno scambio, e c’era un guasto alla linea.

La piccola città dove il treno s’era fermato non aveva cibo fuori razione nelle mense o nei magazzini. Non era una comunità agricola, ma una cittadina industriale in cui si fabbricavano cemento e pomice artificiale, costruita sulla fortunata confluenza di un deposito di calcare e di un fiume navigabile. C’erano degli orti, ma era una città che dipendeva dal trasporto per le provviste alimentari. Se le quattrocentocinquanta persone del treno avessero mangiato, non avrebbero mangiato le cento e sessanta persone locali. Idealmente, avrebbero dovuto condividere tutti, e tutti mangiare a me-tà e digiunare a metà, insieme. Se ci fossero state sul treno cinquanta, o anche cento persone, la comunità avrebbe fatto loro almeno un’infornata di pane. Ma quattrocentocinquanta? Se ne avessero dato una razione a un numero così elevato di persone, ne sarebbero rimasti privi per giorni. E sarebbe ancora giunto il treno delle provviste, in giorni come quelli? E quanto grano avrebbe portato? Non diedero nulla.

I passeggeri, che quel giorno non avevano mangiato nulla a colazione, dovettero digiunare per sessanta ore. Non consumarono un pasto finché la linea non fu riparata e il loro treno non ebbe percorso altri duecentocin-quanta chilometri, fino a una stazione con refettorio rifornito per passeggeri.

Fu la prima esperienza della fame per Shevek. A volte aveva saltato il pasto quando era al lavoro, perché non voleva perdere tempo a mangiare, ma due pasti completi al giorno erano sempre stati disponibili: costanti come l’alba e il tramonto del sole. Non gli era mai occorso di pensare a quel che si poteva provare essendo costretti a farne a meno. Nessuno della sua società, nessuno al mondo, doveva farne a meno.

Mentre diventava sempre più affamato, mentre il treno rimaneva immobile ora dopo ora sul binario laterale, tra una cava butterata e polverosa e un mulino chiuso, egli ebbe scuri pensieri sulla realtà della fame, e sulla possibile incapacità della sua società di superare una carestia senza perdere quella solidarietà che era la sua forza. Era facile dividere quando ce n’era sufficienza, magari il minimo sufficiente, per tutti. Ma quando non ce n’era abbastanza? Allora entravano in gioco la forza; la potenza divenuta diritto; il potere e il suo strumento, la violenza, e il suo alleato più devoto, l’occhio distolto per non vedere.

Il risentimento dei passeggeri nei riguardi degli abitanti della cittadina divenne molto amaro, ma era meno allarmante che non il comportamento degli abitanti stessi: il modo in cui si nascondevano dietro i «loro» muri con la «loro» proprietà, e ignoravano il treno, non gli rivolgevano neppure uno sguardo. Shevek non era l’unico passeggero depresso; una lunga conversazione serpeggiava a fianco dei vagoni fermi, con gente che vi entrava e ne usciva, obiettava e annuiva, tutta sullo stesso tema generale seguito dai suoi pensieri. Venne seriamente proposta una spedizione agli orti della cittadina, venne dibattuta con acrimonia, e sarebbe stata anche eseguita se il treno, finalmente, non avesse emesso il fischio della partenza.

Ma quando poi giunse alla stazione successiva, e tutti poterono consumare un pasto — una mezza forma di pane di holum e una scodella di minestra — la loro amarezza lasciò posto al sollievo. Quando arrivavate alla fine del piatto vi accorgevate che la minestra era molto rada, ma il primo assaggio, il primo assaggio era stato meraviglioso: valeva la pena di digiunare per esso. Tutti furono d’accordo su questo. Risalirono a bordo del treno ridendo e scherzando insieme. Aiutandosi reciprocamente, avevano superato l’avversità.

Un treno di vettovaglie accolse a Monte Equatoriale i passeggeri diretti ad Abbenay e li trasportò per gli ultimi ottocento chilometri. Giunsero in città tardi, in una notte ventosa di primo autunno; le strade erano vuote. Il vento passava in mezzo a loro come un fiume turbolento e secco. Al di sopra dei deboli lampioni, le stelle splendevano di una luce trepida e chiara.

Le secche folate dell’autunno e della passione trasportarono Shevek lungo le strade, quasi correndo, per cinque chilometri fino al quartiere settentrionale, solo, nella città oscura. Fece d’un balzo i tre scalini dell’ingresso, corse per il corridoio, giunse alla porta, la aprì. La stanza era buia. Le stelle bruciavano nelle finestre buie. — Takver! — egli disse, e udì il silenzio.

Prima di accendere la lampada, laggiù nell’oscurità, nel silenzio, d’improvviso, egli conobbe che cos’è la separazione.

Nulla mancava. Non c’era nulla che potesse mancare. Soltanto Sedik e Takver mancavano. Le Occupazioni di Spazi Inabitati giravano lentamente, luccicando piano, nella corrente d’aria che proveniva dalla porta aperta.

C’era una lettera sul tavolo. Due lettere. Una di Takver. Era concisa: aveva ricevuto un’assegnazione di emergenza al Laboratorio Sperimentale per lo Sviluppo delle Alghe Commestibili, nel Nordest, per un periodo in-determinato. Aveva scritto:

In coscienza non potevo rifiutare ora. Sono andata a parlare conloro, alla Divisione del Lavoro, e ho anche letto il progetto che hannomandato al reparto Ecologia del CDP, ed è vero che hanno bisognodi me, poiché ho lavorato proprio su questo ciclo alga-ciliato-crostaceo-kukuri. Ho chiesto a DivLab che tu venissi assegnato aRolny, ma naturalmente non faranno nulla se non lo chiederai anchetu, e se questo non sarà possibile a causa del lavoro all’Istituto, tu nonlo farai. Dopotutto se andrà avanti troppo alle lunghe dirò loro diprendersi un altro genetista e tornerò indietro! Sedik sta molto bene edice già le prime parole. Non durerà a lungo. Tutta, per la vita, la tuasorella, Takver. Oh ti prego vieni se puoi.

L’altra nota era scritta su un minuscolo pezzo di carta: «Shevek, ufficio Fisica al tuo ritorno. Sabul».

Shevek si aggirò infuriato per la stanza. La tempesta, l’impeto che lo aveva spinto lungo le strade, erano ancora in lui. Ma erano arrivati al muro.

Non poteva andare più avanti, eppure doveva muoversi. Guardò nell’armadio. C’era soltanto il suo soprabito invernale e una camicia che Takver, che amava i lavori fini, gli aveva ricamato; i pochi abiti di Takver mancavano.

Il paravento era ripiegato, e si vedeva il lettino vuoto. Il letto non era fatto, ma la coperta color arancione copriva le lenzuola e il materasso arrotolati.

Shevek arrivò di nuovo contro il tavolo, lesse di nuovo la lettera di Takver.

I suoi occhi si riempirono di lacrime di collera. Una rabbia di disappunto lo scuoteva, una collera, un presagio.

Non si poteva dare la colpa a nessuno. E questo era il lato peggiore di tutto l’accaduto. C’era bisogno di Takver, c’era bisogno di lei per lavorare contro la fame… la fame di lei, di lui, di Sedik. La società non era contro di loro. Era per loro; era con loro; erano loro.

Ma egli aveva rinunciato al suo libro, e al suo amore, e a sua figlia. A quante cose si può chiedere a un uomo di rinunciare?

— All’inferno! — disse forte. Il pravico non era una buona lingua per imprecare. È difficile imprecare quando il sesso non è una cosa impura e la bestemmia non esiste. — Oh, all’inferno! — ripeté. Accartocciò vendicati-vamente il piccolo sudicio messaggio di Sabul, e batté le nocche sull’orlo del tavolo, due, tre volte, cercando il dolore nella propria collera. Ma non c’era niente. Non c’era niente da fare, e nessun posto ove andare. Alla fine gli rimaneva soltanto il letto da preparare, e poi mettersi a letto da solo e cercare di dormire, con brutti sogni e senza conforto.

Come primo avvenimento del mattino successivo, Bunub bussò. Egli la accolse sulla porta e non si fece di lato per lasciarla entrare. Bunub era la loro vicina di corridoio; una donna di cinquant’anni, operaia nella fabbrica di Motori per Veicoli Aerei. Takver riusciva sempre a divertirsi di lei, ma Bunub aveva la capacità di fare andare in collera Shevek. Per prima cosa, desiderava la loro stanza. L’aveva chiesta la prima volta che si era resa libera, così diceva, ma l’inimicizia della contabile dell’isolato le aveva impedito di averla. La stanza in cui abitava non aveva la finestra d’angolo, oggetto della sua perenne invidia. Era una stanza doppia, tuttavia, ed ella vi abitava da sola, la qual cosa, considerata la carenza di alloggi, era egoisti-ca; ma Shevek non avrebbe mai perso tempo a disapprovare la donna se non fosse stata lei stessa a costringerlo a forza di lagnanze. Quella donna spiegava, spiegava. Lei aveva un compagno, un compagno per la vita,

«proprio come voi due», e qui un sorriso sciocco. Solo, dov’era il compagno? Chissà come, veniva sempre citato al passato. Intanto la doppia stanza era più che giustificata dalla successione di uomini che passavano per la porta di Bunub, un uomo diverso ogni notte, come se lei fosse una ruggente diciassettenne. Takver osservava la processione con ammirazione. Bunub arrivava e le raccontava ogni cosa di quegli uomini, e si lamentava, si lamentava. Il fatto di non avere la camera d’angolo era soltanto una delle sue innumerevoli afflizioni. Aveva una mente che era insieme insidiosa e invidiosa, capace di scoprire il male in ogni cosa e dargli direttamente vo-ce. La fabbrica dove lavorava era una velenosa massa d’incompetenza, fa-voritismo e sabotaggio. Le riunioni del suo gruppo erano veri e propri ma-nicomi, pieni di insinuazioni vergognose, tutte dirette contro di lei. L’intero organismo sociale si dedicava alla persecuzione di Bunub. Tutte queste co-se facevano ridere Takver, a volte incontrollatamente, proprio in faccia a Bunub. — Oh, Bunub, mi fai così ridere! — diceva, e la donna, con i suoi capelli grigi, la bocca sottile e gli occhi bassi, sorrideva debolmente, senza dir nulla, senza per nulla offendersi, e continuava le sue mostruose recite.

Shevek sapeva che Takver aveva ragione di ridere di lei, ma non gli riusciva di farlo.

— È terribile — disse la donna, scivolando dietro di lui e recandosi direttamente al tavolo per leggere la lettera di Takver. La prese; Shevek gliela tolse di mano con una rapidità e una calma che la donna non aveva previsto. — Perfettamente terribile. Neppure una decade di preavviso. Soltanto: «Vieni qui! Immediatamente!». E poi dicono che siamo un popolo libero, che dovremmo essere un popolo libero. Che beffa! Rompere una coppia felice in questo modo. Ed è proprio questa la ragione per cui l’hanno fatto, lo sai. Sono contro il legame di compagni, lo puoi vedere ad ogni piè sospinto, danno assegnazioni differenti a ciascuno dei due. È quello che è successo a me e Labeks, esattamente la stessa cosa. Non ritorneremo mai più insieme. No di certo, con tutta la Divisione del Lavoro schierata contro di noi. Oh, il piccolo lettino vuoto. Povera creaturina! Non ha smesso di piangere per queste quattro decadi, giorno e notte. Mi ha tenuto sveglia per ore. Sono le carenze, certo; Takver non aveva abbastanza latte. E poi, mandare una madre in allattamento a un incarico a centinaia di chilometri di distanza così, immagina solo! Non credo che riuscirai a raggiungerla dove l’hanno mandata; dov’è che l’hanno mandata?

— Nordest. Voglio uscire per la colazione, Bunub. Ho fame.

— È proprio tipico come l’hanno fatto mentre eri lontano.

— Che cosa hanno fatto, mentre ero lontano?

— L’hanno mandata via… hanno rotto la coppia. — Leggeva la nota di Sabul, che aveva ridisteso con cura. — Ah, loro sanno quando devono farsi sotto! Suppongo che lascerai questa stanza, ora, no? Non ti permetteran-no di tenerne una doppia. Takver parlava di tornare indietro presto, ma era chiaro che cercava soltanto di tenersi su di morale. Libertà, dicono che siamo liberi. Bello scherzo! Sballottati qua e là…

— Oh, accidenti, Bunub, se Takver non avesse voluto l’assegnazione, l’avrebbe rifiutata. Sai anche tu che c’è la minaccia di carestia.

— Be’, mi sono chiesta se non fosse lei che desiderava cambiare. Succede spesso, dopo che arriva un bambino. Io lo pensavo già da tempo, avreste dovuto dare la bambina al nido. E come piangeva. I figli vengono tra compagni. Li tengono legati. È naturale, proprio come dici, che lei volesse cambiare, e che abbia approfittato della prima occasione.

— Non ho detto questo. Vado a colazione. — Uscì, vibrando ancora in cinque o sei punti sensibili che Bunub gli aveva accuratamente ferito. L’orrore di quella donna stava nel fatto che dava voce alle sue paure più me-schine. Ora la donna rimase nella stanza, probabilmente per studiarvi il proprio trasferimento.

Aveva dormito troppo, e giunse alla mensa proprio mentre chiudevano le porte. Ancora affamato dopo il viaggio, prese una doppia razione, tanto di pane quanto di minestra. Il ragazzo dietro il banco lo guardò accigliato.

In quei giorni nessuno prendeva doppie razioni. Shevek gli restituì lo sguardo accigliato e non disse nulla. Nelle ultime ottanta ore aveva mangiato due scodelle di minestra e un chilo di pane, e aveva il diritto di recuperare ciò che aveva perso: ma che gli venisse un accidente se era disposto a spiegarlo. L’esistenza è la sua stessa giustificazione, il bisogno è diritto.

Egli era un Odoniano, il senso di colpa lo lasciava ai profittatori.

Si sedette a un tavolo da solo, ma Desar si unì immediatamente a lui, sorridendo e guardandolo, o meglio, guardando dei punti di fianco a lui con i suoi sconcertanti occhi strabici. — Stato via molto — disse Desar.

— Incarico agricolo. Sei decadi. Come sono andate le cose, qui?

— Magre.

— Diventeranno ancora più magre — disse Shevek, ma senza reale convinzione, poiché egli stava mangiando, e la minestra aveva un gusto stra-ordinariamente buono. Frustrazione, ansia, carestia! dicevano i suoi lobi frontali, sede dell’intelletto; ma il talamo, l’impenitente selvaggio accovac-ciato nella profonda oscurità del suo cranio, diceva: Cibo ora! Cibo ora!

Buono! Buono!

— Visto Sabul?

— No. Sono arrivato tardi ieri notte. — Alzò lo sguardo su Desar e disse, con finta indifferenza: — Takver ha avuto un’assegnazione da carestia; è dovuta partire quattro giorni fa.

Desar annuì, con indifferenza genuina. — Sentito dire. Sentito la riorga-nizzazione dell’Istituto?

— No. Che succede?

Il matematico allargò sulla tavola le mani lunghe e sottili, e abbassò lo sguardo su di esse. Era sempre stato impacciato nella parola, telegrafico nel parlare; in realtà, balbettava; ma se fosse un balbettio verbale o morale, Shevek non l’aveva mai capito. Come aveva sempre amato Desar senza sapere perché, così c’erano dei momenti in cui Desar gli era stato profondamente antipatico, anche allora senza sapere perché. Questo era uno di tali momenti. C’era doppiezza nell’espressione della bocca di Desar, nei suoi occhi bassi, come negli occhi bassi di Bunub.

— Scossone. Riducono al personale funzionale. Shipeg messo fuori. —

Shipeg era un matematico notoriamente stupido che era sempre riuscito, adulando assiduamente gli studenti, a procurarsi un corso su richiesta degli studenti ogni anno. — Mandato via. Qualche istituto regionale.

— Farà meno danni zappando l’holum — disse Shevek. Ora che aveva mangiato, gli pareva che la siccità, in fin dei conti, potesse rendere un servizio all’organismo sociale. Le priorità stavano ritornando nuovamente chiare. Debolezze, punti delicati, punti malati sarebbero stati ripuliti, organi pigri riportati alla loro piena funzione, il grasso sarebbe stato eliminato dalla politica del corpo sociale.

— Ho messo una parola per te, alla riunione di Istituto — disse Desar, alzando lo sguardo, ma senza incontrare, poiché non poteva incontrare, gli occhi di Shevek. E mentre Desar lo diceva, Shevek, anche se non aveva ancora capito cosa intendesse dire, seppe che Desar mentiva. Lo seppe con certezza. Desar non aveva messo una parola per lui, bensì una parola contro di lui.

La spiegazione dei momenti in cui detestava Desar gli apparve chiara, ora: il riconoscimento, mai ammesso in precedenza, dell’elemento di pura malvagità presente nella personalità di Desar. Che Desar lo amasse e cercasse di ottenere potere su di lui era altrettanto chiaro, e, per Shevek, altrettanto detestabile. Le strade trasverse della possessività, i labirinti dell’amore/odio, non avevano significato per lui. Arrogante, intollerante, egli passava direttamente attraverso i loro muri. Non parlò più con il matematico; terminò la colazione e si avviò verso il lato opposto del quadrilatero, nel chiaro mattino del primo autunno, in direzione degli uffici di Fisica.

Si recò nella stanza posteriore che tutti chiamavano «ufficio di Sabul», la stanza dove s’erano incontrati la prima volta, dove Sabul gli aveva dato la grammatica e il dizionario iotici. Sabul guardò con diffidenza da dietro la scrivania, alzando la testa, poi la riabbassò, indaffarato con le sue carte, da scienziato distratto, che lavora duramente; poi permise alla coscienza della presenza di Shevek di filtrare nel suo cervello sovraccarico; infine divenne, per uno come lui, espansivo. Sembrava dimagrito e invecchiato; quando si alzò, zoppicò più del solito: un difetto di andatura che aveva un effetto pacificante. — Brutti tempi — disse. — Brutti tempi!

— E peggioreranno — disse Shevek, in tono leggero. — Come vanno le cose, qui?

— Male, male. — Shevek scosse la testa grigia. — È un brutto momento per la pura scienza, per l’intellettuale.

— Perché, c’è mai stato un momento buono?

Sabul emise una risata innaturale.

— È arrivato qualcosa per noi nelle spedizioni estive da Urras? — chiese Shevek, facendo spazio sulla panca per sedersi. Si sedette e incrociò le gambe. La sua pelle chiara si era abbronzata e la fine peluria che gli copriva la faccia si era schiarita fino a un colore bianco argenteo mentre lavorava nei campi del Sud. Aveva un aspetto frugale, robusto, e giovane, a confronto di quello di Sabul. Entrambi erano coscienti del contrasto.

— Niente d’interessante.

— Nessuna recensione dei Principi?

— No. — Il tono di Sabul era sgarbato, più adatto alla sua normale personalità.

— Nessuna lettera?

— No.

— Strano.

— Perché, che c’è di strano? Cosa ti aspettavi, un invito alla Università di Ieu Eun? il premio Seo Oen?

— Mi aspettavo recensioni e repliche. Il tempo c’è stato. — Disse questo mentre Sabul diceva: — Non è ancora passato abbastanza tempo per le recensioni.

Ci fu una pausa.

— Devi comprendere, Shevek, che la semplice convinzione di essere nel giusto non costituisce la propria giustificazione. Hai lavorato duramente sul libro, lo so. E anch’io ho lavorato duramente per correggerlo, cercando di rendere chiaro che non era soltanto un attacco irresponsabile contro la Sequenza, ma che aveva anche degli aspetti positivi. Ma se altri fisici non vedono alcun valore nel tuo lavoro, allora devi cominciare a esaminare i valori che sostieni, e a vedere dove sta la divergenza. Se non significa nulla per l’altra gente, a che cosa vale? Qual è la sua funzione?

— Io sono un fisico, non un analista di funzioni — disse Shevek, gentilmente.

— Ogni Odoniano deve essere un analista di funzioni. Hai trent’anni, no? Alla tua età un uomo dovrebbe sapere non soltanto la propria funzione cellulare, ma anche la sua funzione organica… quale sia il suo ruolo ottimale nell’organismo sociale. Forse non ti è occorso di pensarci tanto quanto altra gente…

— No. Fin da quando avevo dieci o dodici anni sapevo già il tipo di lavoro che dovevo fare.

— Quel che un ragazzo pensa gli piacerà fare non è sempre la cosa di cui la sua società ha bisogno da lui.

— Ho trent’anni, come hai detto anche tu. Un po’ grandicello, come ragazzo.

— Hai raggiunto questa età in un ambiente particolarmente difeso, protetto. Prima l’Istituto Regionale Settentrionale…

— E un progetto d’imboschimento, e progetti agricoli, e addestramento pratico, e comitati d’isolato, e lavoro volontario dall’inizio della siccità; la solita quota di kleggich necessario. Anzi, in realtà non mi dispiace. Ma faccio anche la fisica. Dove vuoi arrivare?

Poiché Sabul non gli rispondeva e si limitava a guardarlo e ad aggrottare le sopracciglia folte e untuose, Shevek aggiunse: — Potresti anche dirlo chiaro, visto che non ci puoi arrivare facendo appello alla mia coscienza sociale.

— Pensi che il lavoro da te compiuto all’Istituto sia funzionale?

— Sì. «Tanto più grande è l’ambito organizzato, tanto più centrale è l’organismo: la centralità qui implica il campo della funzione reale.» Tomar, Definizioni. Poiché la fisica temporale tenta di organizzare ogni cosa comprensibile alla mente umana, essa è per definizione una attività centralmente funzionale.

— Non mette pane in bocca alla gente.

— Ho appena terminato sei decadi di lavoro per contribuire a farlo.

Quando sarò di nuovo chiamato a farlo, andrò di nuovo. Intanto resto fede-le al mio lavoro. Se c’è della fisica da fare, rivendico il mio diritto a farla.

— La cosa di cui devi renderti conto, è il fatto che a questo punto non c’è fisica da fare. Non il tipo di fisica che fai tu. Dobbiamo limitarci alla praticità. — Sabul cambiò posizione sulla sedia. Aveva un aspetto scontroso e inquieto. — Abbiamo dovuto lasciare libere cinque persone per una nuova assegnazione. Mi spiace dirti che sei una di loro. Ecco come stanno le cose.

— Proprio come pensavo che stessero — disse Shevek, anche se in realtà non aveva compreso fino a quel momento che Sabul lo cacciava via dall’Istituto. Non appena udite quelle parole, però, gli parve che la notizia gli fosse già nota; e non era disposto a dare a Sabul la soddisfazione di vederlo sconvolto.

— Ciò che ha lavorato contro di te è stata una combinazione di cose. La natura astrusa, irrilevante, della ricerca da te compiuta in questi ultimi an-ni. Più una certa sensazione, non necessariamente giustificata, ma diffusa tra molti membri, insegnanti e studenti, dell’Istituto, che tanto il tuo insegnamento quanto il tuo comportamento riflettano una certa disaffezione, un grado di privatismo, di non altruismo. Così è stato detto in riunione. Io ho parlato a tuo favore, naturalmente. Ma io sono soltanto un membro tra tanti altri.

— Da quando in qua l’altruismo è una virtù Odoniana? — disse Shevek.

— Bene, lasciamo perdere. Capisco cosa intendi dire. — Si alzò. Non riusciva più a stare seduto, ma per tutto il resto era pienamente in controllo di sé, e parlava con perfetta naturalezza. — Devo pensare che non mi hai rac-comandato per un posto d’insegnamento altrove.

— A cosa sarebbe servito? — disse Sabul, quasi melodioso nella propria discolpa. — Nessuno vuole nuovi insegnanti. Insegnanti e studenti lavorano fianco a fianco, in lavori di prevenzione della carestia su tutto il pianeta.

Ma, naturalmente, questa crisi non durerà. In un anno o giù di lì potremo guardarla dal di fuori, orgogliosi dei sacrifici da noi fatti e del lavoro da noi compiuto, l’uno a fianco dell’altro, ciascuno una parte uguale. Ma ora come ora…

In piedi, rilassato, Shevek fissava dalla finestra piccola e graffiata il cielo spoglio. C’era un prepotente desiderio, in lui, di dire a Sabul, definitivamente, di andare all’inferno. Ma fu un impulso diverso, più profondo, a trovare parole. — In realtà — disse, — hai probabilmente ragione. — Così detto, rivolse un cenno del capo a Sabul e uscì.

Prese un omnibus diretto verso il centro. Aveva ancora fretta, si sentiva incalzato. Seguiva lo schema delle cose, e desiderava giungerne alla fine, giungere al riposo. Si recò agli uffici Centrali d’Assegnazione della Divisione del Lavoro per richiedere un’assegnazione alla comunità dove era andata Takver.

DivLab, con i suoi calcolatori e il suo vasto compito di coordinazione, occupava un’intera piazza; i suoi edifici erano belli, imponenti per la norma anarresiana, con delle linee eleganti e spoglie. All’Interno, l’Assegnazione Centrale era simile a un granaio con un alto soffitto, era piena di gente e di attività, con le pareti ricoperte di avvisi di assegnazione e di informazioni riguardanti il banco o il dipartimento a cui chiedere questo o quello. Mentre Shevek attendeva in una delle code, ascoltò le persone che lo precedevano, un ragazzo di sedici anni e un uomo sulla sessantina. Il ragazzo si offriva volontario per un’assegnazione di prevenzione della carestia. Era pieno di nobili sentimenti, traboccava di fratellanza, desiderio d’avventura, speranza. Era felice di andarsene via da solo, lasciando dietro di sé l’infanzia. Parlava molto, come un bambino, con una voce non ancora abituata ai toni più profondi. Libertà, libertà! suonavano le sue frasi eccita-te, ogni parola; e la voce del vecchio la contrastava con il suo brontolio e il suo rimbombo: lo stuzzicava senza però minacciare, lo prendeva in giro senza però disarmarlo. La libertà, la possibilità di andare in qualche luogo e di fare qualche cosa, la libertà era ciò che il vecchio apprezzava e amava nel giovane, anche mentre ne derideva la presunzione. Shevek li ascoltò con piacere. Ponevano fine alla teoria di figure grottesche da lui incontrata nel corso della mattinata.

Non appena Shevek spiegò dove desiderasse andare, l’impiegata fece la faccia preoccupata e si recò a prendere un atlante, che poi aprì sul banco in mezzo a loro. — Guarda qui — disse. Era una donna piccina e brutta con incisivi sporgenti; le sue mani sulle pagine colorate dell’atlante erano svelte e soffici. — Questa è Rolny, vedi, la penisola che sporge nel Nord Temeniano. È soltanto un grosso mucchio di sabbia. Non c’è niente su di es-sa, ad eccezione dei laboratori marini, laggiù in punta, capisci? Poi la costa è tutta paludi e acquitrini salmastri finché non fai tutto il giro e arrivi ad Armonia… mille chilometri. E ad ovest c’è solo il Montante Costiero. Il punto più vicino a Rolny che potresti raggiungere sono certe cittadine delle montagne. Ma laggiù non hanno chiesto nessuna assegnazione di emergenza; sono autosufficienti. Certo, potresti andarci lo stesso… — aggiunse, in un tono leggermente diverso.

— Troppo lontano da Rolny — disse, osservando la carta e notando nelle montagne del Nordest la piccola cittadina isolata dove Takver era cresciuta, Valle Rotonda. — E al laboratorio marino non hanno bisogno di un custode? Di uno statistico? Di qualcuno che dia da mangiare ai pesci?

— Vado a controllare.

La rete di archivi umani e computerizzati della Divisione del Lavoro era allestita con efficienza mirabile. In meno di cinque minuti l’impiegata trasse l’informazione desiderata dall’enorme massa di dati in ingresso e in uscita, riguardanti ogni lavoro svolto, ogni incarico desiderato, ogni lavoratore richiesto, e le priorità di ciascuno nell’economia generale della società mondiale. — Hanno appena riempito la quota di una chiamata d’emergenza… si tratta della compagna, vero? Hanno trovato tutti coloro che desideravano, quattro tecnici e un pescatore esperto. Personale completo.

Shevek appoggiò i gomiti sul banco e chinò il capo, grattandosi la fronte: un gesto di confusione e di sconfitta nascosto dall’imbarazzo. — Be’ —

disse, — non so proprio cosa fare.

— Senti, fratello, quanto tempo dura l’incarico della compagna?

— Indefinito.

— Ma è un lavoro di prevenzione della carestia, no? Non continuerà ad andare avanti per sempre. Non può! Pioverà, quest’inverno.

Egli alzò lo sguardo sul viso onesto, simpatico, preoccupato della propria sorella. Sorrise debolmente, poiché non poteva lasciare senza risposta quel tentativo di dargli una speranza.

— Ritornerete uniti. E intanto…

— Sì. Intanto — egli disse.

La donna attese la sua decisione.

Doveva decidere lui, e le possibilità erano infinite. Poteva rimanere ad Abbenay, e organizzare corsi di fisica se avesse trovato studenti volontari.

O recarsi nella Penisola di Rolny e vivere con Takver, sebbene privo di un qualsiasi posto nella stazione di ricerca. Oppure poteva recarsi in qualsiasi posto e non fare altro che muoversi due volte al giorno per andare alla mensa più vicina e farsi nutrire. Poteva fare ciò che gli piaceva.

L’identità delle parole «lavoro» e «gioco» in pravico aveva, naturalmente, un forte significato etico. Odo aveva visto il pericolo che sorgesse un rigido moralismo dall’uso della parola «lavoro» nel suo sistema analogico: le cellule devono lavorare insieme, il lavoro svolto da ciascun elemento e così via. Cooperazione e funzione, i due concetti fondamentali della Analogiaimplicavano lavoro. Odo aveva visto la trappola morale. «Il santo non è mai troppo indaffarato» ella aveva detto, forse con una punta di tri-stezza.

Ma le scelte di un essere sociale non sono mai compiute da lui solo.

— Be’ — disse Shevek, — sono appena arrivato da un’assegnazione di prevenzione della carestia. C’è qualche altra cosa simile che occorra fare?

L’impiegata gli rivolse un’occhiata da sorella maggiore, d’incredulità e insieme di perdono. — Ci sono circa settecento chiamate Urgenti affisse in giro per la sala — disse. — Quale preferisci?

— Nessuna che richieda matematici?

— In prevalenza agricoltori e operai specializzati. Hai fatto studi di ingegneria?

— Poca roba.

— Be’, allora c’è la coordinazione del lavoro. Certamente ci vuole una testa abituata alle cifre. Ti va questo?

— D’accordo.

— È nel Sudovest; nella Polvere, lo sai.

— Sono già stato nella Polvere altre volte. E poi, come hai detto tu, un giorno pioverà…

Ella annuì, sorrise e batté a macchina sulla sua scheda Div-Lab: DA Abbenay, N.O., Ist. Centr. Scienze, A Gomito, S.O., coord. lav., fosfatificio N.

1: INCAR. EMGZA: 5.1.3.165-indefinito.

CAPITOLO 9

Shevek venne destato dalle campane della torre della cappella, che suonavano la Prima Armonia per annunciare le funzioni religiose del mattino.

Ciascuna nota fu per lui come un pugno alla nuca. Era talmente pieno di nausea, e tremante, che non riusciva a rimanere seduto sul letto che per brevi periodi. Infine riuscì a trascinarsi nella stanza da bagno e a fare un lungo bagno freddo, che servì ad alleviargli il mal di capo; ma continuò a sentire l’intero suo corpo come una cosa estranea: a sentirlo, inesplicabil-mente, come una cosa vile. Quando ritornò nuovamente in grado di pensare, si affacciarono alla sua mente frammenti e istanti della sera precedente, scene vivide e prive di significato del ricevimento a casa di Vea. Cercò di non pensarvi, ma in breve si accorse di non poter pensare ad altro. Ogni cosa, tutto divenne vile. Si sedette alla scrivania e rimase a sedere immobile, assolutamente miserabile, e a fissare nel vuoto, per più di mezz’o-ra.

Si era trovato in imbarazzo abbastanza spesso, e si era accorto molte volte di avere fatto la figura dello scemo. Da giovane aveva sofferto della sensazione che gli altri lo ritenessero strambo, diverso da loro; in anni successivi aveva sperimentato, dopo averla deliberatamente invitata, la collera e il disprezzo di molti suoi colleghi anarresiani. Ma non aveva mai accettato veramente, realmente, il loro giudizio. Non si era mai vergognato di se stesso.

Non sapeva che la paralizzante umiliazione che provava era una conse-guenza chimica del fatto di essersi ubriacato, al pari del mal di testa. Né la conoscenza di questo particolare avrebbe contato molto per lui. La vergogna — la sensazione di essere una cosa vile, il senso di distacco da sé —

fu una rivelazione. Egli vide con una nuova chiarezza, una chiarezza spaventosa; e vide molto più in là di quei ricordi incoerenti della sera passata in casa di Vea. Non era stata soltanto la povera Vea a tradirlo. Non era stato soltanto l’alcool che aveva cercato di vomitare; era stato tutto il pane ch’egli aveva mangiato su Urras.

Appoggiò i gomiti sul piano della scrivania e si prese la testa tra le mani, premendo sulle tempie: la posizione rannicchiata del dolore; poi osservò la propria vita alla luce della vergogna.

Su Anarres egli aveva scelto, sfidando le attese della propria società, di fare il lavoro che si sentiva individualmente chiamato a fare. Fare quel lavoro era ribellarsi: rischiare la persona per amore della società.

Qui su Urras, quell’atto di ribellione era un lusso, era indulgere alle proprie passioni. Essere un fisico su Urras equivaleva a servire non la società, non l’umanità, non la verità, bensì lo Stato.

Nella sua prima sera in quella stanza, egli aveva domandato loro, in tono di sfida e di curiosità: — Che cosa intendete fare di me? — Ed egli sapeva, adesso, che cosa avevano fatto di lui. Chifoilisk gli aveva detto la semplice realtà. Essi lo possedevano. Aveva pensato di poter mercanteggiare con lo-ro: un’idea estremamente ingenua, da anarchico. L’individuo non può mercanteggiare con lo Stato. Lo Stato non riconosce altra moneta che il potere: e batte la moneta da sé.

Vedeva ora — nei particolari, un episodio dopo l’altro, fin dall’inizio —

di avere commesso un errore nel venire su Urras; il suo primo grosso errore, e un errore che probabilmente gli sarebbe durato per il resto della vita.

Una volta visto ciò, una volta riesaminate tutte le prove che aveva rimosso e negato per mesi (e per farlo gli occorse un lungo tempo, seduto immobile alla scrivania) e giunto alla ridicola e abominevole ultima scena con Vea, e rivissuta anche quella, e sentita la propria faccia diventare rovente e le orecchie fischiare: a questo punto, tutto terminò. Anche in quella sua po-stalcolica valle di lacrime, egli non provava alcun senso di colpa. Era tutto finito, ora, e ciò a cui doveva pensare era: che cosa doveva fare, adesso?

Essendosi chiuso in prigione, come poteva agire da uomo libero?

Non era disposto a fare fisica per i politici. Questo era chiaro, ormai.

Se avesse cessato di lavorare, lo avrebbero lasciato andare a casa?

A questo pensiero, trasse un lungo respiro e sollevò la testa, fissando, senza vederlo, il panorama verde illuminato dal sole fuori della finestra.

Per la prima volta si era concesso di pensare al ritorno a casa come a una genuina possibilità. Quel pensiero minacciò di abbattere le saracinesche e di sommergerlo di desiderio incalzante. Parlare pravico, parlare con amici, vedere Takver, Pilun, Sedik, toccare la polvere di Anarres…

Non l’avrebbero lasciato partire. Non aveva ancora pagato il prezzo del viaggio. Ed egli stesso non poteva concedersi di andare: di rinunciare, scappare via.

Seduto alla scrivania, avvolto dalla chiara luce del mattino, picchiò le nocche sull’orlo del tavolo nettamente e seccamente, due, tre volte; il suo volto era calmo e pareva pensoso.

— Dove vado? — disse forte.

Un colpo alla porta. Efor entrò con il vassoio della colazione e i giornali del mattino. — Venuto alle sei come sempre, ma ancora dormiva — osservò, posando il vassoio con mirabile destrezza.

— Mi sono ubriacato, ieri sera — disse Shevek.

— Bellissimo finché dura — disse Efor. — Questo è tutto, signore? Be-ne — e uscì con la stessa destrezza, rivolgendo sulla soglia un inchino a Pae, che era entrato mentre egli usciva.

— Non intendevo piombare nel bel mezzo della colazione! Mentre tornavo dalla cappella, ho pensato di dare un’occhiata.

— Si sieda. Prenda un po’ di cioccolata. — Shevek non sarebbe riuscito a mangiare se Pae non avesse almeno fatto il gesto di mangiare insieme con lui. Pae prese un panino al miele e lo spezzettò su un piattino. Shevek si sentiva ancora un po’ scosso, ma aveva fame, e si dedicò alla colazione con gusto. Pae parve trovare più arduo del normale dare inizio alla conversazione.

— Riceve ancora quella robaccia? — chiese infine, in tono divertito, toccando i giornali ripiegati che Efor aveva messo sulla tavola.

— Li porta Efor.

— Li porta lui?

— Gliel’ho chiesto io — disse Shevek, adocchiando Pae: un’occhiata brevissima, esplorativa. — Aumentano la mia comprensione del vostro paese. Mi interessano le vostre classi inferiori. Quasi tutti gli anarresiani venivano dalle classi inferiori.

— Sì, certo — disse l’altro, con un’aria rispettosa e un cenno d’assenso.

Mangiò un pezzetto di pane al miele. — Mah, dopotutto, penso che potrei prendere una tazza di cioccolata — disse, e suonò il campanello posato sul vassoio. Efor apparve alla porta. — Un’altra tazza — disse Pae, senza voltarsi. — Be’, signore, desideravamo portarla in giro ancora qualche volta, adesso che il tempo ritorna bello, per mostrarle altre zone del paese. O anche una visita all’estero, magari. Ma questa maledetta guerra ha messo la parola fine ai nostri progetti, temo.

Shevek guardò i titoli del giornale in cima alla pila: A-IO, THU SI SCONTRANO PRESSO CAPITALE BENBILI.

— C’erano notizie più recenti per televisione — disse Pae. — Abbiamo liberato la capitale. Il Generale Havevert sarà reintegrato.

— Allora, la guerra è finita?

— Non ancora, poiché il Thu tiene ancora le due province orientali.

— Capisco. Dunque, il vostro esercito e quello del Thu si combatteranno nel Benbili. E non qui?

— No, no. Sarebbe una pazzia che ci invadessero, o che noi li invades-simo. Abbiamo superato quel tipo di barbarie che portava ogni volta la guerra nel cuore di stati altamente civilizzati! L’equilibrio del potere viene conservato da questo tipo di azioni di polizia. Comunque, noi siamo ufficialmente in guerra. E tutte le solite noiose restrizioni ritorneranno in effetto, temo.

— Restrizioni?

— La segretezza di tutte le ricerche compiute nel Collegio della Nobile Scienza, per esempio. Niente d’importante, comunque, soltanto un timbro governativo. E a volte un ritardo nella pubblicazione di qualche articolo, quando i pezzi grossi pensano che sia pericoloso perché non lo capiscono!… E gli spostamenti saranno un po’ limitati, specialmente per lei e gli altri stranieri presenti tra noi, temo. Finché durerà lo stato di guerra, lei non dovrebbe lasciare l’area universitaria, penso, senza il permesso del Cancelliere. Ma non ci badi. Posso farla uscire quando desidera, senza farle fare tutta la tiritera.

— Lei tiene le chiavi — disse Shevek, con un sorriso ingenuo.

— Oh, sono un assoluto specialista in questo genere di cose. Mi piace aggirare le leggi e far fesse le autorità. Forse sono per natura un anarchico, eh? Dove diavolo s’è cacciato quel vecchio rimbambito, lui e la mia tazza?

— Per prenderla, deve scendere fino alle cucine.

— Be’, non dovrebbe metterci mezza giornata. Va be’, non ho voglia di aspettare. Non voglio portarle via quanto le resta del mattino. Tra l’altro, ha visto l’ultimo Bollettino della Fondazione per le Ricerche Spaziali?

Hanno presentato i piani di Reumere per l’ansible.

— Che cos’è l’ansible?

— È quel che lui chiama uno strumento di comunicazione istantanea.

Dice che se i temporalisti… e qui si riferisce a lei, naturalmente… tirassero soltanto fuori le equazioni dell’inerzia temporale, gli ingegneri… che sarebbe lui… potrebbero costruire il maledetto apparecchio, provarlo, e così, per inciso, dimostrare la validità della teoria, nel giro di pochi mesi o poche settimane.

— Gli ingegneri sono già di per se stessi una dimostrazione dell’esistenza della reversibilità causale. Vede come Reumere ha già costruito il suo effetto prima che io gli abbia fornito la causa. — Sorrise di nuovo, ma questa volta in modo assai meno ingenuo. Quando Pae si fu chiuso la porta alle spalle, Shevek si alzò di scatto. — Sporco bugiardo profittatore! —

esclamò in pravico, livido di rabbia, con le mani serrate a pugno per non cedere alla tentazione di afferrare qualcosa e scagliarlo contro Pae.

Entrò Efor, portando un vassoio con una tazza e un piattino. Si arrestò sulla soglia, con uno sguardo d’apprensione.

— Non è niente, Efor. Pae… Non voleva più la tazza. Puoi portare via tutto.

— Benissimo, signore.

— Senti. Non vorrei visite, per un certo periodo. Puoi tener fuori la gente?

— Molto facilmente, signore. Nessuno in particolare?

— Sì, lui. E tutti. Di’ che lavoro.

— Sarà lieto di saperlo, signore — disse Efor, e le sue rughe si sciolsero per un istante in una smorfia maliziosa; poi, con familiarità rispettosa: —

Faccio passare nessuno che lei non vuole — e infine, con proprietà di linguaggio e tono ufficiale: — Grazie, signore, e felice giornata a lei.

Il cibo, e l’adrenalina, avevano fatto svanire la paralisi di Shevek. Cominciò a passeggiare su e giù per la stanza, nervoso e inquieto. Voleva fare qualcosa. Ormai aveva perso quasi un anno senza fare nulla, oltre che rendersi ridicolo. Era ora che facesse qualcosa.

Dunque, per fare che cosa, era venuto su Urras?

Per fare della fisica, per asserire, con il suo talento, un diritto di ogni cittadino di ogni società: il diritto di lavorare, di venire mantenuto mentre lavorava, e di condividere il prodotto con tutti coloro che lo desideravano. Il diritto di ogni Odoniano e di ogni uomo libero.

I suoi ospiti benevoli e protettivi gli permettevano di lavorare, e lo man-tenevano mentre lavorava, d’accordo. Il guaio veniva nella terza parte della cosa. E neppure lui era ancora arrivato a quello stadio. Non poteva condividere ciò che non possedeva.

Ritornò alla scrivania, si sedette e prese un paio di ritagli di carta fittamente vergati che teneva nella tasca meno accessibile, meno usata, dei suoi calzoni stretti ed eleganti. Allargò con le dita i due ritagli e cominciò a os-servarli. Gli venne in mente ch’egli stava diventando come Sabul: scriveva molto piccolo, abbreviato, su pezzetti di carta. Ora sapeva perché Sabul lo facesse: Sabul era possessivo, tendeva a nascondere, a celare. Quello che su Anarres era psicopatia, su Urras era un comportamento razionale.

Di nuovo Shevek tornò a sedersi immobile, con la testa china, e a studiare i due piccoli pezzi di carta su cui aveva annotato alcuni punti essenziali della Teoria Temporale Generale, fin dove arrivava.

Per i tre giorni successivi sedette alla scrivania e fissò i due pezzetti di carta.

A volte si alzava e camminava per la stanza, o scriveva qualcosa, o usava il calcolatore da tavolo, o chiedeva a Efor di portargli qualcosa da mangiare o si stendeva sul letto e cadeva addormentato. Poi tornava a sedersi alla scrivania.

La sera del terzo giorno era seduto, tanto per cambiare, sulla panca di marmo accanto al fuoco. S’era seduto su quella panca la prima sera ch’era entrato in quella stanza, in quella graziosa cella di prigione, e di solito andava a sedere laggiù quando aveva visite. In quel momento non aveva visite, ma pensava a Saio Pae.

Come tutti i cercatori di potere, Pae era sorprendentemente miope. La sua mente aveva qualcosa di frivolo, di abortivo; le mancavano profondità, affetto, immaginazione. Era, in effetti, uno strumento ben primitivo. Eppure aveva delle reali potenzialità, che, sebbene deformate, non erano andate perdute. Pae era un fisico molto astuto. O, più esattamente, era molto astuto nelle cose che riguardavano la fisica. Non aveva mai fatto nulla di originale, ma il suo opportunismo, il senso innato che gli faceva indovinare do-ve potesse trovarsi un vantaggio, lo portavano ogni volta al campo più promettente. Aveva il fiuto per dove mettersi al lavoroesattamente come lo aveva Shevek, e Shevek rispettava questo fiuto tanto in lui quanto in se stesso, poiché esso costituisce per uno scienziato un attributo di singolare importanza. Era stato Pae a dare a Shevek il libro tradotto dalla lingua della Terra, il simposio sulla teoria della Relatività, le cui idee, negli ultimi tempi, erano giunte a occupare sempre di più la sua mente. Era possibile che, dopotutto, fosse venuto su Urras soltanto per incontrare Saio Pae, il suo nemico? Che fosse venuto a cercarlo, sapendo di poter ricevere dal proprio nemico ciò che non poteva ricevere dai suoi amici e fratelli, ciò che nessun anarresiano poteva dargli: la conoscenza di qualcosa di forestiero, di esterno: ricevere delle nuove…

Dimenticò Pae. Pensò al libro. Non avrebbe saputo dire con chiarezza neppure a se stesso che cosa, esattamente, egli avesse trovato così stimo-lante nel libro. Buona parte della fisica in esso contenuta era, in fin dei conti, arretrata; i metodi erano farraginosi, e l’atteggiamento di quegli stranieri, talvolta, del tutto antipatico. I Terrestri erano stati degli imperialisti intellettuali, dei gelosi costruttori di muri. Perfino Ainsetain, colui che aveva dato origine alla teoria, si era sentito in dovere di avvertire che la sua fisica non abbracciava altro modello che quello fisico, e che non si doveva ritenere che vi fossero compresi il metafisico, il filosofico e l’etico. La qual cosa, naturalmente, era superficialmente vera; eppure egli aveva usato il numeroil ponte tra il razionale e il percepito, tra la psiche e la materia. «Il Numero, l’Indisputabile» come l’avevano chiamato gli antichi fondatori della Nobile Scienza. Impiegare la matematica in questo senso equivaleva a impiegare il modello che precedeva tutti gli altri e ad essi conduceva.

Ainsetain l’aveva saputo; con accattivante cautela aveva ammesso ch’egli credeva che la sua fisica descrivesse veramente la realtà.

Stranezza e familiarità: in ciascun movimento del pensiero Terrestre, Shevek trovò questa combinazione, e ne fu costantemente affascinato. E

provò simpatia: anche Ainsetain aveva cercato una teoria unificante dei campi. Dopo avere spiegato la forza di gravità come una funzione della geometria dello spaziotempo, egli aveva cercato di estendere la sintesi fino a includere le forze elettromagnetiche. Non c’era riuscito. Già nel corso della sua vita, e per molti decenni dopo la sua morte, i fisici del suo mondo si erano allontanati dai suoi tentativi e dai suoi fallimenti, per dedicarsi alle magnifiche incoerenze della teoria quantistica e alla ricca messe tecnologi-ca dei suoi risultati, e per concentrarsi infine sul modello tecnologico in modo talmente esclusivo da arrivare a un punto morto, una catastrofica mancanza d’immaginazione. E tuttavia la loro intuizione originaria era giusta: al punto in cui erano, il progresso era da cercare nell’indeterminatezza che il vecchio Ainsetain si era rifiutato di accettare. E il suo rifiuto era stato ugualmente giusto… a lunga scadenza. Solamente, gli erano mancati gli strumenti per dimostrarlo: le variabili di Saeba e le teorie della velocità infinita e della causa complessa. Il suo campo unificato esisteva, nella fisica Cetiana, ma esisteva in base a condizioni ch’egli forse non sarebbe stato disposto ad accettare; la velocità della luce come fattore limite era essenziale alle sue grandi teorie. Entrambe le sue Teorie della Relatività erano altrettanto belle, altrettanto valide, e utili, come sempre, anche dopo i secoli trascorsi, eppure dipendevano da una ipotesi che non poteva essere dimostrata vera, e che anzi, poteva essere, ed era stata dimostrata, in talune condizioni, falsa.

Ma una teoria in cui tutti gli elementi fossero dimostrabilmente veri non era una semplice tautologia? Nella regione dell’indimostrabile, o perfino del confutabile, giaceva l’unica possibilità di spezzare il cerchio e di pro-gredire.

In tal caso, l’indimostrabilità dell’ipotesi della coesistenza reale — il problema contro cui Shevek aveva battuto disperatamente la testa in quegli ultimi tre giorni, e, anzi, in quegli ultimi dieci anni — aveva davvero importanza?

Egli aveva cercato a tentoni di afferrare in pugno la certezza, come se si trattasse di qualcosa che si potesse possedere. Egli aveva preteso una sicurezza, una garanzia, che non è data, e che, se fosse data, diverrebbe una prigione. Prendendo come semplice assunto, come postulato, la validità della coesistenza reale, gli si offriva la possibilità di usare le belle geome-trie della relatività; e di lì sarebbe stato possibile andare avanti. Il passo successivo era perfettamente chiaro. La coesistenza della successione poteva venire trattata con uno sviluppo in serie di trasformate di Saeba; con questo modo di affrontarle, la successività e la presenza non presentavano alcuna antitesi. La fondamentale unità dei punti di vista della Sequenza e della Simultaneità diveniva palese; il concetto di intervallo serviva a collegare gli aspetti statico e dinamico dell’universo. Come aveva potuto fissare in faccia la realtà per dieci anni senza vederla? Non ci sarebbe stata alcuna difficoltà nell’andare avanti da lì. Anzi, egli era già andato avanti. Era già arrivato. Aveva visto tutto ciò che doveva venire in questo primo, apparen-temente superficiale, barlume del metodo, fornitogli dall’avere compreso un insuccesso vecchio di secoli. Il muro era abbattuto. La visione era chiara e integra. Ciò ch’egli vedeva era semplice, più semplice di ogni altra co-sa. Era la semplicità: e in essa era contenuta ogni complessità, ogni promessa. Era la rivelazione. Era la strada sgombra, la strada di casa, la luce.

Il suo spirito era come un bambino che correva fuori, verso la luce del sole. Senza fine, senza fine…

Eppure nella sua profonda tranquillità e felicità egli tremò di paura; le sue mani tremarono, e i suoi occhi si riempirono di lacrime, come se egli avesse fissato il sole. Dopotutto, la carne non è trasparente. Ed è strano, estremamente strano, sapere che la propria vita è stata esaudita.

E tuttavia continuò a guardare, e ad andare sempre più avanti, con la stessa gioia infantile, finché, d’improvviso, non poté più andare avanti; tornò indietro e guardandosi intorno, attraverso le lacrime vide che la stanza era buia e le alte finestre erano piene di stelle.

Il momento era andato; ed egli l’aveva lasciato andare. Non cercò di afferrarsi ad esso. Sapeva di esserne parte, non il momento parte di lui. Egli gli era affidato.

Dopo qualche tempo, si alzò con ancora un brivido e accese la lampada.

Girò un poco nella stanza, toccando cose, la legatura di un libro, un para-lume, lieto di essere ritornato tra questi oggetti familiari, di essere ritornato nel suo mondo… poiché in quell’istante la differenza tra questo pianeta e quello, tra Urras e Anarres, non aveva per lui maggiore significato della differenza di due granelli di sabbia sulle spiagge del mare. Non c’erano più abissi, non c’erano più muri. Non c’era più esilio. Aveva visto le fondazioni dell’universo, ed esse erano solide.

Si recò nella stanza da letto, camminando lentamente e con passo leggermente incerto, e si lasciò cadere sul letto senza spogliarsi. Vi giacque con le braccia dietro la testa, di tanto in tanto prevedendo e risolvendo un particolare o l’altro del lavoro che occorreva fare, assorto in un solenne e delizioso stato di ringraziamento, che gradualmente sfumò in una serena fantasticheria, e infine in sonno.

Dormì per dieci ore. Si destò pensando alle equazioni che avrebbero espresso il concetto di intervallo. Si mise a tavolino e cominciò a lavorare su di esse. Quel pomeriggio aveva una lezione, e andò a tenerla; andò a pranzare alla mensa degli Anziani di Facoltà e parlò con i colleghi laggiù incontrati del tempo e della guerra, e degli altri argomenti ch’essi portarono all’attenzione. Se essi notarono qualche cambiamento in lui, egli non se ne accorse, poiché non era realmente consapevole della loro presenza. Tornò alla sua stanza e lavorò.

Gli urrasiani dividevano il giorno in venti ore. Per otto giorni passò da dodici a sedici ore quotidiane alla scrivania, o a passeggiare per la stanza, spesso con i suoi occhi chiari rivolti alla finestra, al cui esterno splendeva la tiepida luce del sole di primavera, e le stelle e la Luna giallastra e calan-te.

Quando giunse con il vassoio della colazione, Efor lo trovò disteso sul letto, vestito per metà, con gli occhi chiusi, che pronunciava frasi in una lingua straniera. Lo destò. Shevek si svegliò con una scossa convulsa, si alzò e raggiunse faticosamente l’altra stanza, la scrivania, che era perfettamente vuota; fissò il calcolatore, che era stato cancellato, e poi rimase fermo accanto ad esso, come un uomo che è stato colpito alla testa e non se n’è ancora accorto. Efor riuscì a farlo tornare a letto e disse: — Signore, febbre. Chiamo il medico?

— No!

— Ne è sicuro, signore?

— No! Non far entrare nessuno, Efor. Di’ che sono malato.

— Allora andrebbero subito a chiamare il medico. Posso dire che lavora ancora, signore. A loro piace sentirlo dire.

— Chiudi a chiave la porta, quando esci — disse Shevek. Il suo corpo non trasparente l’aveva tradito; era debole per l’esaurimento, e pertanto irri-tabile e spaventato. Aveva paura di Pae, di Oiie, di una squadra di ricerca della polizia. Ogni cosa da lui letta, udita, semicompresa a proposito della polizia urrasiana, della polizia segreta, gli tornò in mente in modo vivido e terribile, come quando un uomo, ammettendo a se stesso la propria malattia, ricorda ogni parola da lui letta sul cancro. Fissò Efor con la desolazione della febbre.

— Lei può fidarsi di me — disse l’uomo, nel suo modo sommesso, svelto, ambiguo. Portò a Shevek un bicchiere d’acqua e uscì, e la serratura della porta d’ingresso scattò dietro di lui.

Si occupò di Shevek nel corso dei due giorni successivi, con un tatto che era del tutto estraneo al suo addestramento di cameriere personale.

— Avresti dovuto fare il dottore, Efor — gli disse Shevek, quando la sua debolezza divenne un’apatia soltanto fisica, non spiacevole.

— Quel che dice la mia vecchia. Non vuole mai che nessun altro la curi fuori di me quando ha qualcosa. Mi fa: «Tu hai il tocco». E io credo che l’ho davvero.

— E non hai mai lavorato con i malati?

— No. signore. Non voglio neppure metterci piede negli ospedali. Brutto giorno quando mi toccherà morire in una di quelle fogne.

— Gli ospedali? Perché, che hanno?

— Niente, signore, non quelli dove portavano lei se stava peggio — disse Efor, con gentilezza.

— Che tipo di ospedali intendi dire, allora?

— I nostri. Sporchi. Buchi di culo — disse Efor, senza violenza nella voce, descrittivamente. — Vecchi. Morto un figlio in uno. Ci sono buchi per terra, grossi, si vede le travi, capisce? Gli ho detto: «Ma come?». Sa, i topi salgono su dai buchi, ti arrivano nel letto. Mi fanno: «Edificio vecchio, fa da ospedale da seicento anni». Stabilimento della Divina Armonia per i Poveri, si chiama. Un buco di culo, ecco cos’è.

— Ti è morto un bambino in quell’ospedale?

— Sì, signore, mia figlia Laia.

— Di che cosa è morta?

— Valvola del cuore, hanno detto. Non è cresciuta molto. Due anni, aveva, quand’è morta.

— Hai altri figli?

— Nessuno vivo. Nati tre. È stata dura, per la mia vecchia. Ma adesso dice: «Oh, be’, non devo farmi il sangue marcio su di loro, in fin dei conti stanno meglio così!». C’è ancora qualcosa che posso fare per lei, signore?

— Il brusco passaggio alla sintassi delle classi superiori fece sobbalzare Shevek; disse con impazienza: — Sì! Continua a raccontare.

Poiché aveva parlato spontaneamente, o poiché non stava bene e occorreva venirgli incontro, questa volta Efor non s’irrigidì. — Pensavo di fare il medico militare, una volta — disse, — ma loro mi hanno preso prima. Di leva. Mi fanno: «Attendente, tu fai l’attendente». E così l’ho fatto. Buona qualifica, attendente. Venuto fuori dall’esercito, subito passato a fare il cameriere personale.

— Avresti potuto imparare a fare il medico, nell’esercito? — chiese Shevek. La conversazione continuò. Era difficile per Shevek seguirla, sia come linguaggio, sia come sostanza. Gli venivano riferite cose di cui non aveva esperienza. Non aveva mai visto un topo, o una caserma, o un mani-comio, o un ospizio di mendicità, o un negozio di prestiti su pegno, o un’esecuzione capitale, o un ladro, o una casa d’affitto, o un esattore della pi-gione, o un uomo che voleva lavorare e non trovava lavoro da compiere, o un bambino morto in un rigagnolo. Tutte queste cose comparivano nei ricordi di Efor come fatti abituali o come abituali orrori. Shevek dovette mettere a prova la propria immaginazione e fare ricorso ad ogni briciola di conoscenza di cui disponeva su Urras, per capirle. Eppure gli erano familiari in un modo diverso da ogni altra cosa da lui finora vista su Urras, ed egli ne sapeva il motivo.

Questa era la Urras che gli era stata mostrata a scuola, su Anarres. Era il mondo da cui i suoi antenati erano fuggiti, preferendo la fame e il deserto e l’esilio senza fine. Questo era il mondo che aveva formato la mente di Odo e l’aveva incarcerata otto volte per averne parlato. Questa era la sofferenza umana in cui affondavano le radici gli ideali della sua società, il terreno da cui scaturiva.

Non era la «Urras reale». La dignità e la bellezza della stanza in cui egli ed Efor si trovavano erano altrettanto reali quanto lo squallore in cui era nato Efor. Per Shevek, il compito di un pensatore non era quello di negare una realtà a spese dell’altra, ma di includere e di collegare. Non era un compito facile.

— Mi sembra di nuovo stanco, signore — disse Efor. — Meglio riposare.

— No, non sono stanco.

Efor lo studiò per un momento. Quando Efor svolgeva funzione di servitore, la sua faccia solcata di rughe, completamente rasata, era totalmente priva di espressione; nel corso della precedente ora, Shevek l’aveva vista passare attraverso straordinari cambiamenti di asprezza, ironia, cinismo e dolore. Al momento la sua espressione era comprensiva benché distaccata.

— Diverso da tutto questo, il posto da dove viene lei, no? — disse Efor.

— Molto diverso.

— Nessuno è mai senza lavoro, lassù.

C’era un debole tono d’ironia, o forse di domanda, nella sua voce.

— No.

— E nessuno ha fame?

— Nessuno ha fame mentre un altro mangia.

— Ah.

— Ma siamo stati affamati. Abbiamo patito a lungo la fame. C’è stata una carestia, devi sapere, otto anni fa. Ho conosciuto una donna, a quell’epoca, che ha ucciso il figlio, perché non aveva latte, e non c’era nient’altro, nient’altro da dargli. Non è tutto… tutto latte e miele su Anarres, Efor.

— Non ne dubito affatto, signore — disse Efor, con uno dei suoi bizzarri ritorni alla forma elegante. Poi disse con una smorfia, mostrando i denti:

— Comunque, laggiù non c’è nessuno di loro!

— Loro?

— Sì, signor Shevek. Quelli che lei ha nominato una volta. I padroni.

La sera successiva, Atro passò a trovarlo. Pae doveva essere stato di ve-detta, poiché qualche minuto dopo che Efor ebbe fatto entrare l’anziano studioso, anch’egli giunse, come se si fosse trovato da quelle parti per caso, e chiese con affascinante partecipazione notizie sull’indisposizione di Shevek. — Lei ha lavorato troppo nelle ultime settimane, signore — disse. —

Non dovrebbe stancarsi così. — Non si sedette, e si accomiatò molto presto: la vera anima della urbanità. Atro continuò a parlare della guerra nel Benbili, che stava diventando, come la mise lui, «un’operazione su grande scala».

— Il popolo di questo paese, approva la guerra? — Shevek chiese, inter-rompendo un discorso di strategia. Lo rendeva perplesso l’assenza di giudizi morali, nei giornali popolari, sull’argomento. Avevano lasciato il tono retorico ed eccitato, ed ora le loro parole, frequentemente, erano le stesse dei bollettini televisivi emanati dal governo.

— Approvarla? Non penserai che siamo pronti a gettarci per terra e a lasciare che i maledetti thuviani marcino sopra di noi? La nostra condizione di potenza mondiale è in ballo!

— Ma intendo il popolo, non il governo. Il… il popolo che deve combattere.

— Che cosa vuoi che sia, per loro? Sono abituati alla coscrizione di massa. È la loro funzione, mio caro amico! Combattere per il loro paese.

E, lasciamelo dire, non c’è miglior soldato al mondo che il soldato iotico, una volta che si sia abituato a prendere ordini. In tempo di pace può fare grandi parole sentimental-pacifistiche, ma il suo coraggio è sempre lì, pronto a mostrarsi. Il soldato semplice è sempre stato la nostra massima risorsa come nazione. È così che siamo diventati la potenza che siamo.

— Arrampicandovi su una catasta di bambini morti? — disse Shevek, ma la collera, o, forse, un’inconfessata riluttanza a ferire i sentimenti del vecchio scienziato, gli fece tenere bassa la voce; e Atro non lo udì.

— No — continuava a dire Atro, — troverai che l’animo del popolo è saldo come l’acciaio, quando il paese è minacciato. Sì, alcuni provocatori a Nio e nelle città industriali fanno chiasso tra una guerra e l’altra, ma è grande vedere come il popolo faccia quadrato quando la bandiera è in pericolo. Tu non lo crederai, lo so. Il guaio dell’Odonianesimo, lo sai, mio caro amico, è che è femmineo. Esso, semplicemente, non include il lato virile della vita. «Sangue, acciaro e fulgor di battaglia», come dice l’antico poeta.

Non capisce il coraggio… l’amore per la bandiera.

Shevek rimase in silenzio per un istante, poi disse, gentilmente: — Questo può essere vero, in parte. Voglio dire, non abbiamo bandiere.

Quando Atro se ne fu uscito, Efor entrò per ritirare il vassoio del pranzo.

Shevek lo fermò. Gli andò vicino, dicendo: — Scusami, Efor — e posò sul vassoio una striscia di carta. Su di essa aveva scritto: «C’è un microfono in questa stanza?».

Il servitore chinò il capo e lesse, lentamente, poi alzò lo sguardo su Shevek e gli diede una lunghissima occhiata, da vicino. Quindi i suoi occhi si spostarono per un attimo verso il caminetto.

«Stanza da letto?» chiese Shevek, con lo stesso sistema.

Efor scosse il capo, posò il vassoio e seguì Shevek nella camera da letto.

Chiuse la porta dietro di sé con l’assenza di rumore caratteristica di un buon servitore.

— Notato il primo giorno, spolverando — disse, con un sogghigno che trasformò le sue rughe in rigidi solchi.

— Non ce ne sono, qui dentro?

Efor alzò le spalle. — Mai visto nessuno. Potremmo aprire l’acqua, signore, come nelle storie di spie.

Passarono avanti, raggiungendo il magnifico tempio d’oro e d’avorio del cesso. Efor aprì i rubinetti e poi diede un’occhiata alle pareti. — No — disse. — Non credo. E gli occhi spia li potrei vedere. Trovati quando lavoravo per uno di Nio, una volta. Se li vedi una volta non ti scappano più.

Shevek prese un altro pezzo di carta dalla tasca e la mostrò a Efor. —

Sai da dove provenga?

Era il messaggio che aveva trovato nel soprabito: «Unisciti a noi tuoi fratelli.»

Dopo una pausa (leggeva lentamente, muovendo le labbra chiuse), Efor disse: — Non so da dove proviene.

Shevek rimase deluso. Pensava che lo stesso Efor era in una posizione eccellente per far scivolare qualcosa nelle tasche del suo «padrone».

— No, so da chi viene. In un certo senso.

— Chi? Come posso raggiungerli?

Altra pausa. — Pericolosa faccenda, signor Shevek. — Distolse la faccia e andò ad aumentare il flusso dell’acqua dei rubinetti.

— Non voglio coinvolgerti. Se potessi soltanto dirmi… dirmi dove andare. Cosa dovrei chiedere. Mi basta un nome.

Una pausa ancora più lunga. Il volto di Efor aveva un aspetto tirato, du-ro. — Non… — cominciò a dire, poi s’interruppe. Poi disse, bruscamente, a voce molto bassa: — Senta, signor Shevek, Dio sa come la vogliono, come abbiamo bisogno di lei, ma senta, lei non ha idea di come sia. Come pensa di nascondersi? Un uomo come lei? Con l’aspetto che ha lei? È una trappola, qui, ma è una trappola dappertutto. Lei può scappare, ma non può nascondersi. Non so cosa dirle. Darle dei nomi, sicuro. Chieda a qualsiasi Niota, le dirà dove andare. Ne abbiamo abbastanza. Dobbiamo avere un po’ d’aria da respirare. Ma se la prendono, la fucilano, come mi sento? Lavoro per lei da otto mesi, sono arrivato ad amarla. Ad ammirarla. Vengono da me tutti i momenti. Io dico: «No. Lasciatelo stare. Una brava persona, non c’entra coi nostri guai. Lasciatelo tornare da dove viene dove la gente è libera. Lasciate che qualcuno sia libero da questa prigione maledetta da Dio dove viviamo!».

— Non posso tornare. Non ancora. Voglio incontrare queste persone.

Efor rimase in silenzio. Forse fu l’abitudine di tutta una vita come servitore, come uno che obbedisce, a farlo annuire, infine, e dire, bisbigliando:

— Tuio Maedda, quello che cercate. Strada dei Giochi, nella Città Vecchia. La drogheria.

— Pae dice che non mi è permesso di lasciare la zona universitaria. Mi possono fermare se mi vedono salire sul treno.

— Taxi, magari — disse Efor. — Ne chiamo uno, lei scenda per le scale.

Conosco Kae Oimon al posteggio. Ha del buon senso. Ma non so…

— Benissimo. Subito. Pae è appena passato, mi ha visto, pensa che non uscirò di casa perché sono malato. Che ora è?

— Sette e mezza.

— Se parto adesso, ho tutta la notte per trovare dove devo andare.

Chiamami il taxi, Efor.

— Le preparo la valigia, signore.

— Una valigia di cosa?

— Le serviranno degli abiti…

— Ho già addosso degli abiti! Vai.

— Non può andar via senza niente — Efor protestò. Era questo a renderlo ansioso e inquieto più di ogni altra cosa. — Ha soldi?

— Oh… già. Devo prenderli.

Shevek era già pronto a uscire; Efor si grattò la fronte, fece faccia triste e severa, ma si recò al telefono del corridoio per chiamare il taxi. Al suo ritorno trovò Shevek accanto alla porta del corridoio, con già addosso il soprabito. — Scenda — disse Efor, di malavoglia. — Kae viene alla porta di servizio, tra cinque minuti. Gli dica di uscire per la Strada del Parco, laggiù non c’è il controllo come alla porta principale. Non passi dalla porta, la fermano di sicuro.

— Sarai punito per questo, Efor?

Entrambi parlavano a bisbigli.

— Io non so che lei è uscito. Domattina, dico che lei non s’è ancora alzato. Dorme. Li terrà lontani un po’.

Shevek lo prese per le spalle, lo abbracciò, gli strinse la mano. — Grazie, Efor!

— Buona fortuna — disse l’uomo, sorpreso. Shevek era già partito.

La costosa giornata con Vea aveva consumato a Shevek la maggior parte del denaro spicciolo, e la corsa in taxi fino a Nio gli richiese altre dieci unità. Scese a una stazione principale della metropolitana, e servendosi della piantina raggiunse con la metropolitana la Città Vecchia, una sezione della città ch’egli non aveva mai visto. La Strada dei Giochi non era ripor-tata sulla piantina, ed egli scese dal vagoncino alla fermata centrale della Città Vecchia. Quando uscì dalla spaziosa stazione di marmo e risalì sulla strada, si arrestò, confuso. Non sembrava affatto Nio Esseia.

Cadeva una pioggia fine, nebbiosa, ed era molto buio; non c’erano lampade stradali. C’erano i lampioni, ma le luci non erano accese, o le lampade erano rotte. Qua e là, da finestre chiuse da scuri, filtravano aloni giallogno-li. Più avanti, lungo la strada, veniva della luce da una porta aperta, attorno alla quale oziava un gruppo di uomini, che parlavano forte. Il lastrico della strada, lucido di pioggia, era sporco di pezzi di carta e di rifiuti. Le vetrine dei negozi, a quanto poteva distinguere, erano basse ed erano completamente coperte di pannelli di metallo o di legno, ad eccezione di uno che era stato sventrato dal fuoco ed era vuoto e annerito, con alcune schegge di vetro ancora aderenti alla cornice della vetrina infranta. La gente tirava dritto, ombre frettolose e mute.

Una vecchia donna veniva per la scala dopo di lui, ed egli si voltò per chiederle la strada. Alla luce del globo giallo che contrassegnava l’ingresso della metropolitana, la vide chiaramente in faccia: bianca e segnata, con lo sguardo spento e ostile della stanchezza. Grandi orecchini di metallo le dondolavano sulle guance. Saliva le scale laboriosamente, china per la fatica, o per l’artrite o per qualche deformità della colonna vertebrale. Ma non era vecchia come egli aveva pensato; doveva avere meno di trent’anni.

— Può dirmi dov’è la Strada dei Giochi? — le chiese, balbettando. La donna lo guardò con indifferenza, affrettò il passo quando raggiunse la ci-ma della scala, e si allontanò senza una parola.

Shevek si diresse a casaccio per la strada. L’emozione della decisione improvvisa e della fuga da Ieu Eun si era trasformata in apprensione, in un senso di venire spinto, di essere inseguito. Evitò il gruppo di uomini accanto alla porta: l’istinto lo avvertiva che uno straniero isolato non si doveva avvicinare a quel tipo di gruppo. Quando vide un uomo davanti a lui che camminava da solo, lo raggiunse e gli ripeté la domanda. L’uomo rispose:

— Non lo so — e si voltò dall’altra parte.

Non c’era altro da fare che andare avanti. Giunse a un incrocio meglio illuminato, a una strada che si snodava nella pioggia e nella foschia, in entrambe le direzioni, in una triste, opaca vistosità di insegne pubblicitarie luminose. C’erano molti negozi di vino e di prestiti su pegno, e alcuni di essi erano ancora aperti. Nella strada c’erano molte persone, che passavano in fretta davanti a Shevek, o entravano e uscivano dai negozi di vino. Un uomo giaceva per terra, accanto al bordo del marciapiede, con il cappotto tirato fin sopra la testa, steso alla pioggia, addormentato, malato, morto.

Shevek lo fissò con orrore, lui e gli altri che passavano senza guardare.

Mentre era fermo, paralizzato, qualcuno si fermò accanto a lui e sollevò la faccia per guardarlo in viso: un uomo di bassa statura, non rasato, dal collo torto, di cinquanta o sessanta anni, con occhi rossi e la bocca senza denti aperta in una risata. Rideva in modo privo di senno dell’uomo grande e atterrito che gli stava davanti, e puntava contro di lui la mano tremolante.

— Ma dove li hai presi, tutti quei capelli, eh, eh, dove li hai presi, tutti quei capelli — borbottava.

— Può… mi può dire dov’è la Strada dei Giochi?

— Certo, ci gioco, non gioco, non ho più niente. Se ne hai tu, hai qualcosa per un goccio in una notte fredda? Qualcosa ce l’hai di sicuro.

Si avvicinò. Shevek si ritrasse, vide la mano aperta ma non capì.

— Dai, signore, giochiamo, dammi qualcosa — mormorava l’uomo, senza minacciare e senza supplicare, meccanicamente, con la bocca ancora aperta in un ghigno privo di significato, la mano protesa.

Shevek capì. Si frugò in tasca, trovò il denaro che gli rimaneva, lo cacciò nelle mani del mendicante, e poi, raggelato da una paura che non era paura per se stesso, spinse via l’uomo, che continuava ancora a mormorare e a cercare di afferrarsi al suo cappotto, e si tuffò nella più vicina porta aperta. C’era un’insegna che diceva: «Pegni e Oggetti Usati Ottime Occasioni». All’interno, tra rastrelliere di soprabiti consumati, scarpe, scialli, pentole ammaccate, lampade rotte, piatti spaiati, taniche, cucchiai, perline, cocci e frammenti, ciascun pezzo di rigatteria marcato col suo prezzo, si arrestò e cercò di calmarsi.

— Cerca qualcosa?

Ripeté ancora una volta la richiesta d’informazioni.

Il negoziante, un uomo bruno, alto quasi quanto Shevek, ma curvo e molto magro, lo guardò attentamente. — Cosa vuole andarci a fare?

— Cerco una persona che abita laggiù.

— Da dove viene?

— Devo arrivare laggiù, Strada dei Giochi. È molto distante?

— Da dove viene, signore?

— Vengo da Anarres, dalla Luna — disse Shevek, con ira. — Devo andare nella Strada dei Giochi, adesso, questa sera.

— Ma è proprio lei? Lo scienziato? Che diavolo fa, qui?

— Scappo dalla polizia! E lei vuole dire alla polizia che sono qui, o vuole aiutarmi?

— Dannazione — disse l’uomo. — Dannazione. Senta… — Esitò, fu sul punto di dire qualcosa, poi sul punto di dire qualcosa di diverso; infine disse: — Basta che prosegua — e con lo stesso fiato, sebbene, a quanto pareva, con un completo rovesciamento di mente, aggiunse: — Va bene, chiu-do. La porto io. Aspetti. Dannazione!

Andò a frugare nel retrobottega, spense le luci, uscì con Shevek, abbassò delle serrande di metallo e le chiuse a chiave, mise il lucchetto alla porta, e si avviò a passo svelto, dicendo: — Venga!

Camminarono per venti o trenta isolati, immergendosi nel labirinto di strade tortuose e vicoli che costituiva il cuore della Città Vecchia. La pioggia greve di foschia cadeva ovattata nell’oscurità illuminata in modo discontinuo, e sollevava odore di marcio, di pietra e metallo bagnati. Svol-tarono in uno stretto vicolo privo d’illuminazione, tra due alti e antichi edifici da abitazione, il cui piano terreno era tutto costituito di negozi. La guida di Shevek si fermò e bussò alla serranda della vetrina di uno di questi:

«V. Maedda, Drogheria e Pasticceria». Dopo un tempo piuttosto lungo, la porta venne aperta. L’uomo del banco dei pegni conferì con una persona all’interno, poi fece un gesto a Shevek, e tutt’e due entrarono. A farli entrare era stata una ragazza. — Tuio è dietro, venga — disse, alzando la testa per fissare Shevek, alla debole luce proveniente da un corridoio. — Ma è proprio lei? — Aveva una voce debole e ansiosa; sorrise in modo strano.

— Ma è proprio lei? — ripeté.

Tuio Maedda era un uomo di carnagione bruna, sui quarant’anni, con volto tormentato, intellettuale. Chiuse un’agenda in cui stava scrivendo qualcosa, e si alzò rapidamente in piedi al loro ingresso. Salutò per nome l’uomo dei pegni, ma non distolse lo sguardo da Shevek.

— È venuto da me in negozio a chiedere come si arrivava qua, Tuio. Di-ce di essere lui, sai, quello di Anarres.

— Ed è proprio lei, eh? — Maedda disse lentamente. — Shevek. E che cosa ci fa, qui? — Fissò Shevek con occhi luminosi, allarmati.

— Cerco aiuto.

— Chi l’ha mandata da me?

— Il primo a cui l’ho chiesto. Non so chi lei sia. Gli ho chiesto dove potevo andare, e mi ha detto di venire da lei.

— Qualche altra persona sa che lei è qui?

— Non sanno che sono uscito. Domani lo sapranno.

— Va’ a chiamare Remeivi — Maedda disse alla ragazza. — Si acco-modi, dottor Shevek. Le converrebbe dirmi cos’è successo.

Shevek si sedette su una sedia di legno ma non si sbottonò il cappotto.

Era stanco, tremava. — Sono scappato — disse. — Dall’Università, dalla prigione. Non so dove andare. Forse è tutta una prigione, qui. Sono venuto qui perché parlano delle classi inferiori, delle classi lavoratrici, e io ho pensato, guarda, sono come la mia gente. Gente che potrebbe aiutarsi tra loro.

— Che tipo di aiuto cerca?

Shevek si sforzò di calmarsi. Si guardò attorno, nell’uficio piccolo e sporco, e infine guardò Maedda. — Io ho una cosa che loro desiderano —

disse. — Un’idea. Una teoria scientifica. Sono venuto qui da Anarres perché pensavo che qui avrei potuto fare il lavoro e pubblicarlo. Non capivo che qui un’idea è una proprietà dello Stato. E io, per uno Stato, non lavoro.

Non posso prendere il denaro e le cose che mi danno. Io voglio andarmene. Ma non posso tornare a casa. Dunque sono venuto qui. A voi non serve la mia scienza, e forse anche a voi non piace il vostro governo.

Maedda sorrise. — No. Non mi piace affatto. Ma anche il mio governo non vuole molto bene a me. Lei non ha scelto il posto più sicuro dove recarsi, né per lei né per noi… Non si preoccupi. Oggi è il giorno; decidere-mo adesso cosa fare.

Shevek prese il messaggio che aveva trovato in tasca al cappotto e lo porse a Maedda. — Questa è la cosa che mi ha fatto venire. Proviene da gente che lei conosce?

— «Unisciti a noi tuoi fratelli…». Non so. Forse.

— Voi siete Odoniani?

— Parzialmente. Sindacalisti, libertari. Lavoriamo con i thuvianisti, il Sindacato Socialista dei Lavoratori, ma siamo anticentralisti. Lei è arrivato in un momento molto caldo, sa.

Maedda annuì. — È annunciata una dimostrazione, a tre giorni da oggi.

Contro il reclutamento, le tasse di guerra, l’aumento di prezzo degli alimentari. Ci sono quattrocentomila disoccupati a Nio Esseia, e loro alzano le tasse e i prezzi. — Aveva continuato a fissare attentamente Shevek per tutta la durata della conversazione; ora, come se l’esame fosse finito, distolse lo sguardo e appoggiò la schiena alla sedia. — Questa città è pronta a tutto. Quel che ci occorre è uno sciopero, uno sciopero generale, e dimostrazioni con grande partecipazione di massa. Come lo sciopero del Mese Nono, guidato da Odo — aggiunse con un sorriso asciutto, forzato. — Ci servirebbe una Odo, oggi. E loro non hanno nessuna Luna con cui com-prarci, questa volta. Faremo giustizia qui, o in nessun luogo. — Fissò nuovamente Shevek, e infine disse in tono più dolce: — Lei sa che cosa ha significato la vostra società, qui, per noi, negli ultimi centocinquant’anni? Sa che la gente, qui da noi, quando vuole augurarsi buona fortuna, dice: «Possa tu rinascere su Anarres!». Sapere che esiste, che c’è una società senza governo, senza polizia, senza sfruttamento economico, in modo che loro non possano più ripetere che si tratta soltanto di un miraggio, di un sogno da idealisti! Mi chiedo se lei capisce pienamente la ragione per cui l’hanno tenuta così bene nascosta laggiù a Ieu Eun, dottor Shevek. Perché non le hanno mai permesso di comparire in una riunione aperta al pubblico. Perché le saranno dietro come cani dietro a un coniglio, nel momento in cui si accorgeranno che lei è scomparso. Non è soltanto per il fatto che vogliono quella sua idea, dottor Shevek. Ma perché lei stesso è un’idea. Un’idea pericolosa. L’idea dell’anarchia, fatta carne. Che cammina tra noi.

— Allora avete la vostra Odo — disse la ragazza con la sua voce debole e ansiosa. Era rientrata mentre Maedda stava parlando. — Dopotutto, Odo era soltanto un’idea. Il dottor Shevek ne è la dimostrazione.

Maedda rimase in silenzio per un istante. — Una dimostrazione indimostrabile — disse poi.

— Perché?

— Se la gente sapesse che è qui, lo saprebbe anche la polizia.

— Che venga pure, e che provi a prenderlo — disse la ragazza, e sorrise.

— La dimostrazione dovrà essere assolutamente non violenta — disse Maedda, con improvvisa violenza nella voce. — Anche il Sindacato Socialista ha accettato questa condizione!

— Io non l’ho accettata, Tuio. Non conto di lasciarmi spaccare la faccia o di sparare in testa dai cappotti neri. Se mi colpiranno, restituirò il colpo.

— Unisciti a loro, se ti piacciono i loro metodi. La giustizia non si ottiene con la forza!

— E il potere non si ottiene con la passività.

— Noi non cerchiamo il potere. Noi cerchiamo la fine del potere! Che ne dice lei? — Maedda fece appello a Shevek. — I mezzi sono il fine. Odo l’ha ripetuto per tutta la vita. Soltanto la pace porta la pace, solo gli atti giusti portano giustizia! Non possiamo essere divisi su questo punto alla vigilia dell’azione!

Shevek portò lo sguardo sull’uomo, e sulla ragazza, e sull’uomo dei pegni, che ascoltava accanto alla porta, teso. Disse con voce stanca e tranquilla: — Se potete usarmi, usate me. Forse potrei pubblicare un comuni-cato a questo proposito, su uno dei vostri giornali. Non sono venuto su Urras per nascondermi. Se tutta la gente sapesse che sono qui, forse il governo avrebbe paura di arrestarmi in pubblico? Non so.

— È così — disse Maedda. — Naturalmente. — I suoi occhi scuri arde-vano di eccitazione. — Dove diavolo è Remeivi? Va’ a chiamare sua sorella, Siro, dille di cercarlo e di farlo venire qui… Scriva perché è venuto qui, scriva di Anarres, scriva perché non vuole vendersi al governo, scriva cosa desidera… noi lo stamperemo. Siro! Chiama anche Meisthe… Noi la na-sconderemo, ma per Dio, faremo sapere ad ogni uomo dell’A-Io che lei è qui, che lei è con noi! — Le parole uscivano da lui a valanga, le sue mani tremavano mentre parlava; cominciò ad andare avanti e indietro, rapidamente, per la stanza. — E poi, dopo la dimostrazione, dopo lo sciopero, vedremo. Forse le cose saranno differenti! Forse non dovrà più nascondersi!

— Forse tutte le porte delle prigioni si spalancheranno da sole — disse Shevek. — Su, datemi un po’ di carta, fatemi scrivere.

La ragazza Siro si avvicinò a lui. Sorridendo, si piegò come per inchi-narsi a lui, un poco timorosamente, con decoro, e lo baciò sulla guancia; poi uscì. Il tocco delle sue labbra era freddo, ed egli lo sentì sulla guancia per lungo tempo.

Passò un solo giorno nella soffitta di una casa della Strada dei Giochi, e due notti e un giorno in una cantina, sotto un negozio di mobili usati, uno strano posto buio, pieno di specchiere vuote e di letti rotti. Scrisse. Gli portarono ciò che aveva scritto, stampato, entro poche ore: dapprima nel giornale Età Modernae in seguito, quando la tipografia dell’ Età Moderna venne chiusa e i redattori arrestati, come volantini stampati in una tipografia clandestina, insieme con piani e incitamenti per le dimostrazioni e lo sciopero generale. Non rilesse ciò che scriveva. Non ascoltò Maedda e gli altri, che gli descrivevano l’entusiasmo con cui venivano letti i volantini, l’approvazione dilagante per il piano degli scioperi, l’effetto che la sua presenza alla dimostrazione avrebbe fatto agli occhi del mondo. Quando lo lasciavano solo, a volte prendeva un piccolo notes che teneva nel taschino della camicia e guardava gli appunti e le equazioni, scritti in cifrario, della Teoria Temporale Generale. Li guardava e non riusciva a leggerli. Non li capiva. Rimetteva di nuovo il notes nel taschino e sedeva con la testa tra le mani.

Anarres non aveva bandiere da agitare, ma tra i cartelli che inneggiavano allo sciopero generale, e le bandiere azzurre e bianche dei Sindacalisti e dei Lavoratori Socialisti c’erano molti cartelli fabbricati in casa che mostravano il verde Cerchio della Vita, il vecchio simbolo del Movimento Odoniano di due secoli prima. Tutte le bandiere e le insegne splendevano bravamente al sole.

Era bello stare all’aperto, dopo le stanze dalle porte chiuse a chiave, i nascondigli. Era bello camminare, dondolando le braccia, respirando l’aria pura di un mattino di primavera. Essere in mezzo a così tante persone, una folla così immensa, migliaia di persone che marciavano insieme, che riempivano tutte le trasversali oltre che gli ampi corsi lungo cui marciavano: era terribile, ma era anche esilarante. Quando cantavano, tanto l’esilara-mento quanto la paura divenivano un’esaltazione cieca; gli occhi di Shevek si riempivano di lacrime. Era profondo, nelle strade profonde, temperato dall’aria aperta e dalle distanze, indistinto, soggiogante, quel sollevarsi di migliaia di voci in un solo canto. Il canto del fronte della marcia, assai lontano, al fondo della strada, e delle folle infinite che lo seguivano erano sfa-sati dalla distanza che il suono stesso doveva percorrere, cosicché il motivo pareva sempre indugiare e poi recuperare rispetto a se stesso, come un canone, e tutte le parti del canto venivano cantate nello stesso tempo, nello stesso momento, anche se ogni persona che cantava intonava il motivo come una linea, dall’inizio alla fine.

Shevek non conosceva i loro canti, e si limitava ad ascoltare e a lasciarsi trasportare dalla musica, finché a partire dal fronte si spinse all’indietro, travolgente, di onda in onda, lungo il grande e lento fiume di persone, un canto ch’egli conosceva. Sollevò il capo e lo cantò con loro, nella propria lingua, nelle parole in cui l’aveva imparato: l’Inno dell’Insurrezione. Era stato cantato in quelle strade, in quelle medesime strade, duecento anni prima, dalla stessa gente, la sua gente.

O luce dell’est, ridesta

Coloro che han dormito!

Il buio verrà infranto,

La promessa mantenuta.

Le file accanto a Shevek tacquero per ascoltarlo da lui, ed egli cantò con tutta la sua voce, sorridendo, procedendo con loro.

C’erano forse centomila esseri umani in Piazza del Campidoglio, o forse due volte tanto. Gli individui, al pari delle particelle della fisica atomica, non potevano venire contati, né si potevano determinare le loro posizioni, né prevedere il loro comportamento. Eppure, come massa, quella enorme massa fece ciò che gli organizzatori dello sciopero avevano previsto: si raccolse, marciò ordinatamente, cantò, riempì la Piazza del Campidoglio e tutte le strade circostanti, rimase immobile nella sua innumerabilità, inquieta ma paziente nel chiaro mezzogiorno ad ascoltare gli oratori, le cui singole voci amplificate in modo irregolare battevano e riecheggiavano sulle facciate illuminate dal sole del Senato e del Direttorato, raschiavano e sibilavano al di sopra del mormorio continuo, attutito, vasto della folla stessa.

C’erano più persone, ferme nella Piazza, di quante ne vivessero in tutta Abbenay, pensò Shevek, ma era un pensiero senza significato, un tentativo di quantificare l’esperienza diretta. Era fermo con Maedda e gli altri sui gradini del Direttorato, davanti alle colonne e alle alte porte di bronzo, e vedeva il campo tremulo e scuro di facce, e ascoltava gli oratori come li ascoltavano anch’esse: non ascoltare e comprendere nel senso in cui la mente razionale individuale percepisce e comprende, ma piuttosto come una persona guarda una cosa o ascolta i propri pensieri, o come un pensiero percepisce e comprende il Sé. E quando egli parlò, parlare non fu molto diverso dall’ascoltare. Non era la sua volontà cosciente a muoverlo, in lui non c’era coscienza di se stesso. La multipla eco della sua voce proveniente da altoparlanti lontani e riverberata dalle facciate di pietra dei massicci edifici, tuttavia, lo distrasse un poco, facendolo esitare di tanto in tanto e facendolo parlare molto lentamente. Ma non esitò mai per cercare le parole. Egli disse la loro mente, il loro essere, nella loro lingua, anche se si limitò a dire ciò che aveva già detto dal proprio isolamento, dal centro del proprio essere, molto tempo addietro.

— È la nostra sofferenza che ci porta insieme. Non è l’amore. L’amore non obbedisce alla mente, e diventa odio quando viene forzato. Il legame che ci unisce è al di là della scelta. Noi siamo fratelli. Siamo fratelli in ciò che condividiamo. Nel dolore, che ciascuno di noi deve soffrire da solo, nella fame, nella povertà, nella speranza, conosciamo la nostra fratellanza.

Lo sappiamo, perché abbiamo dovuto impararlo. Sappiamo che il solo aiuto per noi è quello che ci diamo reciprocamente, che nessuna mano ci salverà se non tenderemo la mano. E la mano che voi tendete è vuota, come la mia. Voi non avete nulla. Voi non possedete nulla. Voi non siete proprietari di nulla. Voi siete liberi. Tutto ciò che avete è ciò che siete, e ciò che da-te.

«Io sono qui perché voi vedete in me la promessa, la promessa da noi fatta duecento anni fa in questa stessa città… la promessa mantenuta. Noi l’abbiamo mantenuta, su Anarrés. Noi non abbiamo altro che la nostra libertà. Noi non abbiamo altro da darvi che la vostra libertà. Noi non abbiamo altra legge che il singolo principio dell’aiuto reciproco tra individui.

Non abbiamo altro governo che il singolo principio della libera associazio-ne. Non abbiamo stati, non abbiamo nazioni, presidenti, capi del governo, capi militari, generali, principali, banchieri, padroni di casa, non abbiamo salari, ospizi, polizia, soldati, guerre. E le cose che abbiamo non sono molte. Siamo compartecipanti, e non proprietari. Non siamo prosperi. Nessuno di noi è ricco. Nessuno di noi ha potere. Se è Anarres ciò che volete, se Anarres è il futuro che cercate, allora vi dirò che dovete accostarvi ad esso con mani vuote. Dovete raggiungerlo da soli, e nudi, come il bambino giunge nel mondo, nel futuro, senza alcun passato, senza alcuna proprietà, dipendente in tutto da altri per la sua vita. Non potete prendere ciò che non avete dato, e dovete dare voi stessi. Non potete comprare la Rivoluzione.

Non potete fare la Rivoluzione. Potete soltanto essere la Rivoluzione. È

nel vostro spirito, oppure non è in alcun luogo.»

Quando stava finendo di parlare, il rombo degli elicotteri della polizia che si avvicinavano cominciò a sommergere la sua voce.

Si allontanò dai microfoni e guardò in alto, stringendo le palpebre contro il sole. Poiché molti nella folla fecero come lui, il movimento delle loro teste e delle loro mani fu simile al passaggio del vento su un campo di grano illuminato dal sole.

Il frastuono delle pale rotanti delle macchine nell’ampia scatola di pietra della Piazza del Campidoglio era intollerabile: strepiti e stridori come la voce di un mostruoso robot. Esso sommerse il crepitio delle mitragliatrici sparate da bordo degli elicotteri. Anche quando il suono della folla si alzò in tumulto, il rombo degli elicotteri fu ancora udibile al di sopra di esso: l’urlo privo di mente delle armi, la parola senza significato.

Il fuoco degli elicotteri era puntato sulle persone ferme sui gradini del Direttorato o nelle immediate vicinanze. Il portico a colonne dell’edificio offerse immediato rifugio a coloro che stavano sui gradini, e in pochi istanti divenne una compatta massa di persone. Il rumore della folla, mentre la gente incalzava, presa dal panico, verso le otto strade che si allontana-vano dalla Piazza del Campidoglio, si innalzò in un lamento simile a un grande vento. Gli elicotteri erano vicino alla folla, su di essa, ma non si poteva capire se avessero cessato il fuoco o stessero ancora sparando; i morti e i feriti nella folla erano premuti troppo strettamente per cadere.

Le porte foderate di bronzo del Direttorato cedettero con uno schianto che nessuno udì. La gente premeva e inciampava verso di esse per mettersi al riparo, per sottrarsi alla pioggia di metallo. Si spinsero a centinaia nelle alte sale di marmo: alcuni rannicchiandosi per nascondersi nel primo rifugio che scorgevano, altri andando avanti per trovare l’uscita posteriore, altri fermandosi a spaccare tutto ciò che potessero prima dell’arrivo dei soldati. Quando i soldati arrivarono, risalendo in marcia, nei loro bei cappotti neri, i gradini, tra uomini e donne morti e morenti, videro sulla parete alta, grigia, levigata del grande atrio una parola scritta all’altezza degli occhi di un uomo in piedi, con grandi macchie di sangue: ABBASS.

Spararono al morto che giaceva più vicino alla parola, e in seguito, quando il Direttorato fu riportato all’ordine, la parola venne lavata via dalla parete con acqua, sapone e stracci: ma rimase; era stata pronunciata; aveva significato.

Comprese ch’era impossibile andare più avanti con l’uomo che era con lui: l’uomo diventava debole, cominciava a inciampare. Non c’era alcun posto dove andare, soltanto lontano dalla Piazza del Campidoglio. E non c’era alcun posto dove fermarsi, anche. La folla si era due volte raccolta in Viale Mesee, cercando di presentare un fronte alla polizia, ma i carri armati dell’esercito erano giunti di rincalzo alla polizia, e avevano spinto la folla innanzi a sé, verso la Città Vecchia. Né l’una né l’altra volta i soldati spara-rono, ma si poteva udire il crepitio delle mitragliatrici da altre strade. Gli elicotteri percorrevano avanti e indietro le strade; da sotto di quelli non si poteva scappare.

L’uomo insieme a Shevek respirava ad ansiti, boccheggiava mentre a-vanzava faticosamente. Shevek l’aveva per metà trasportato per vari isolati, e adesso si trovavano alquanto indietro rispetto alla massa principale della folla. Era inutile cercare di raggiungerla. — Ecco, siediti qui — disse al-l’uomo, e lo aiutò a sedersi sullo scalino più alto della scala che portava al-l’ingresso seminterrato di una qualche sorta di deposito, sulle cui finestre chiuse era scritta col gesso la parola SCIOPERO, a grandi lettere. Scese fi-no alla porta del seminterrato e provò ad aprirla; era chiusa a chiave. Tutte le porte erano chiuse a chiave. La proprietà era privata. Egli raccolse un pezzo di lastra rotto da un angolo degli scalini e colpì fino a staccare dalla porta il lucchetto e l’anello, lavorando né furtivamente né vendicativamen-te, bensì con la sicurezza di una persona che lavorasse sulla propria porta d’ingresso. Guardò all’interno. Il seminterrato era pieno di casse e vuoto di persone. Aiutò l’altro uomo a scendere gli scalini, chiuse la porta alle loro spalle e disse: — Siediti, sdraiati, se vuoi. Vado a cercare acqua.

Il luogo, evidentemente un deposito di sostanze chimiche, aveva una fila di lavandini, e un sistema di idranti per gli incendi. L’altro uomo era svenuto, quando Shevek fu di ritorno. Egli colse l’occasione per lavare la ma-no dell’uomo con un filo d’acqua del tubo e per dare un’occhiata alla sua ferita. Era peggiore di quanto pensasse. Più di un proiettile doveva averla colpita, staccandogli nette due dita e fracassandogli il palmo e il polso.

Spuntavano schegge d’osso simili a stuzzicadenti. L’uomo era fermo accanto a Shevek e Maedda quando gli elicotteri avevano cominciato a fare fuoco, e, colpito, si era afferrato a Shevek per sostenersi. Shevek aveva tenuto un braccio intorno a lui per tutta la durata della fuga nell’interno del Direttorato; due persone riuscivano a stare in piedi meglio di una sola, nella prima, selvaggia calca.

Fece quanto poté per fermare il sangue con un fazzoletto arrotolato, e per bendare, o almeno coprire, la mano fracassata, e fece bere all’uomo un po’ d’acqua. Non conosceva il suo nome; dalla fascia bianca al braccio doveva essere uno degli Operai Socialisti; pareva avere l’età di Shevek, sulla quarantina, o forse qualche anno di più.

Alle cave del Sudovest, Shevek aveva visto uomini feriti molto più gra-vemente di questo in incidenti, e aveva imparato che la gente può sopportare e superare cose incredibili, in ciò che riguardava le gravi ferite e il dolore. Ma laggiù ci si era presa cura dei feriti. C’era un chirurgo per amputa-re, plasma per compensare le perdite di sangue, un letto su cui giacere.

Si sedette sul pavimento accanto all’uomo, che adesso era in stato di se-mincoscienza, nello shock, e si guardò attorno, osservando le file di casse, i lunghi corridoi bui in mezzo ad esse, il lucore bianchiccio del giorno, che filtrava dalle fessure delle finestre chiuse, sulla parete anteriore, le bianche righe di salnitro sul soffitto, i segni degli stivali degli operai e delle ruote dei carrelli sull’impolverato pavimento di cemento. Un’ora centinaia di migliaia di persone che cantavano sotto il cielo aperto; un’ora dopo, due uomini nascosti in un seminterrato.

— Siete spregevoli — disse Shevek, in pravico, all’altro uomo. — Non potete tenere aperte le porte. Non sarete mai liberi. — Toccò delicatamente la fronte dell’uomo; era fredda e sudata. Allargò per qualche momento la fasciatura, poi si alzò, attraversò il buio seminterrato fino alla porta e si affacciò sulla strada. La squadra di carri armati era passata. Pochi sbandati della dimostrazione gli passarono davanti, di corsa, con la testa bassa, in territorio nemico. Shevek cercò di fermarne due; un terzo finalmente si arrestò. — Mi serve un dottore, c’è un ferito. Puoi mandare qui un dottore?

— Meglio portarlo via.

— Aiutami a trasportarlo.

L’uomo si allontanò. — Vengono di qua — gli disse ancora, girando indietro la testa. — Fai meglio a scappare.

Non passò nessun altro, e infine Shevek scorse una fila di soldati dal cappotto nero, in fondo alla strada, lontano. Ritornò al seminterrato, chiuse la porta, si riavvicinò al ferito, si sedette accanto a lui sulla polvere del pavimento. — Al diavolo — disse.

Dopo un poco, prese dalla tasca della camicia il piccolo notes e cominciò a studiarlo.

Nel pomeriggio, guardando con cautela all’esterno, vide un carro armato stazionato dall’altra parte della strada, e due altri, messi di traverso, all’incrocio. Questo spiegava le grida che aveva udito: dovevano essere soldati che si passavano ordini tra loro.

Atro gli aveva spiegato, una volta, come si facesse, come i sergenti potessero dare ordini ai soldati, i tenenti potessero dare ordini a soldati e sergenti, i capitani… e così via fino ai generali, che potevano dare ordini a tutti e non dovevano prenderne da nessuno, eccetto il comandante in capo.

Shevek aveva ascoltato con disgusto e incredulità. — La chiami organizzazione? — aveva domandato. — La chiami addirittura disciplina? Ma non è nessuna delle due cose. È un meccanismo coercitivo di straordinaria inef-ficienza… una sorta di macchina a vapore del settimo millennio! Una struttura così rigida e fragile, che cosa può fare che ne valga la pena? — Questo aveva dato modo ad Atro di parlare del valore della guerra come nutri-ce del coraggio e della virilità ed eliminatrice degli inadatti, ma per il filo stesso del suo ragionamento era costretto a concedere l’efficacia della guer-riglia, organizzata dal basso, autodisciplinata. — Ma essa funziona soltanto quando la gente pensa di combattere per qualcosa di proprio… sai, la lo-ro casa o un’idea o l’altra — aveva detto l’anziano scienziato. Shevek aveva cambiato argomento. Adesso continuò la discussione, nel buio seminterrato, tra le pile di casse di sostanze chimiche prive di etichetta. Spiegò ad Atro ch’egli adesso capiva perché l’esercito fosse organizzato nel modo in cui era organizzato. Anzi, era necessario che fosse così. Nessuna forma razionale di organizzazione sarebbe servita allo scopo. Egli, semplicemente, non aveva capito che lo scopo era quello di permettere a uomini con mitragliatrici di uccidere uomini e donne disarmati, facilmente e in grande quantità, quando veniva loro ordinato di farlo. Solo, non riusciva ancora a capire come il coraggio, la virilità o l’adattamento c’entrassero.

Di tanto in tanto parlò anche con l’uomo che era con lui, quando cominciò a scendere il buio. L’uomo era adesso sdraiato con gli occhi aperti, e un paio di volte aveva emesso dei gemiti in un modo che aveva toccato il cuore di Shevek, gemiti pazienti, quasi infantili. Aveva compiuto un generoso sforzo per tenersi in piedi e per continuare ad andare avanti, per tutto il periodo in cui erano avvolti dal primo panico della folla che li aveva spinti nel Direttorato e fuori di esso, e quando si erano messi a correre, e poi a camminare, verso la Città Vecchia; aveva tenuto sotto il cappotto la mano ferita, premuta contro il fianco, e aveva fatto del suo meglio per continuare ad andare avanti e non far rimanere indietro Shevek. La seconda volta che aveva emesso un gemito, Shevek gli aveva preso la mano sana e aveva bi-sbigliato: — No, no. Sta’ quieto, fratello — soltanto perché non poteva sopportare di udire il suo dolore senza poter fare nulla per lui. L’uomo probabilmente aveva pensato ch’egli intendesse dire che doveva stare quieto per non tradire alla polizia la loro presenza, poiché annuì debolmente e strinse le labbra.

I due resistettero laggiù per tre notti. Per tutto quel periodo vi furono combattimenti sporadici nel distretti dei magazzini, e lo sbarramento dell’esercito non si spostò da quell’isolato del Viale Mesee. I combattimenti non giunsero mai molto vicino allo sbarramento, che era fortemente presi-diato, cosicché i due uomini nascosti non ebbero alcuna opportunità di uscire senza farsi catturare. Una volta, quando il suo compagno era sveglio, Shevek gli domandò: — Se ci consegnassimo alla polizia, che cosa farebbero?

L’uomo sorrise e bisbigliò: — Ci sparerebbero.

Poiché si erano sentite molte sventagliate di mitragliatrice, vicino e lontano, per ore, e di tanto in tanto qualche forte esplosione e il rombo degli elicotteri, questa opinione pareva giustamente fondata. La ragione del sorriso era assai meno chiara.

Morì a causa della perdita di sangue quella notte, mentre giacevano l’uno accanto all’altro per riscaldarsi, sul materasso apprestato da Shevek con paglia da imballaggio trovata nelle casse. Era già rigido quando Shevek si svegliò, e si rizzò a sedere, e ascoltò il silenzio nel grande seminterrato buio, e, fuori, nella strada e in tutta la città, un silenzio di morte.

CAPITOLO 10

Nel Sudovest, le linee ferroviarie correvano per la maggior parte su una massicciata alta un metro o più al di sopra dei piani. Su un binario elevato si depositava meno polvere, ed esso inoltre permetteva ai viaggiatori una bella vista del deserto.

Il Sudovest era l’unica delle otto Divisioni di Anarres che fosse priva di un grosso corso d’acqua. Paludi si formavano per lo scioglimento dei ghiacci polari all’estremo sud, in estate; verso l’Equatore c’erano soltanto laghi alcalini poco profondi in ampie depressioni salate. Non c’erano montagne; ogni cento chilometri circa, correva da nord a sud una catena di basse colline spoglie, screpolate, in cui le intemperie avevano scavato guglie e burroni. Avevano strisce viola e rosse, e, sulle facce dei burroni, il muschio, una pianta che viveva in qualsiasi estremo di calore, freddo, aridità e vento, cresceva in forma di decise macchie verticali color verde e grigio, formando una scacchiera con le striature dell’arenaria. L’unico ulteriore colore del paesaggio era il marrone sporco, che si sbiancava nei bassipiani salati semicoperti dalla sabbia. Rare nubi di tempesta sfilavano sui pianori, bianco vivo sul cielo violetto. Da esse non veniva pioggia, ma soltanto ombra. La massicciata e le rotaie luccicanti correvano dritte alle spalle del treno, a perdita d’occhio, e dritte davanti ad esso a perdita d’occhio.

— L’unica cosa che si può fare col Sudovest — disse il macchinista, —

è arrivare alla sua fine.

L’uomo che era con lui non rispose, poiché s’era addormentato. La sua testa sobbalzava con le oscillazioni del motore. Le sue mani, indurite dal lavoro e annerite dal gelo, erano appoggiate alle cosce, il suo volto rilassato era segnato da rughe, triste. Era salito sul treno alla Montagna del Rame, e, non essendoci altri passeggeri, il macchinista gli aveva chiesto di viaggiare nella locomotiva per tenergli compagnia. Si era addormentato immediatamente. Il macchinista gli dava un’occhiata di tanto in tanto, con disappunto ma con simpatia. Aveva visto così tanta gente consumata dalla stanchezza, negli ultimi anni, che essa gli pareva la condizione normale.

Verso la fine del lungo pomeriggio l’uomo si destò, e dopo essersene rimasto a guardare il deserto per un lungo tempo, chiese: — Tu fai sempre da solo questo viaggio?

— Negli ultimi tre, quattro anni.

— S’è mai guastata la macchina, quaggiù?

— Un paio di volte. C’è un mucchio d’acqua e di razioni nell’armadietto.

Hai fame, anzi?

— Non ancora.

— Mandano il carro attrezzi dal Solitario in un giorno o due.

— È la città più vicina?

— Sì. Millesettecento chilometri dalle Miniere di Sedap al Solitario. Il tragitto più lungo tra due città di Anarres. Io lo faccio da undici anni.

— E non sei stufo?

— No. Mi piace lavorare da solo.

Il passaggero annuì.

— E poi, è tranquillo. Mi piace un lavoro sempre uguale; ti lascia pensare. Quindici giorni di viaggio, quindici giorni di riposo con la compagna a Nuova Speranza. Con l’anno che viene, con l’anno che va; con la siccità, con la carestia, con quel che c’è. Niente cambia, c’è sempre la siccità, da queste parti. Amo questo percorso. Mi tiri fuori l’acqua, eh? È al fresco sotto l’armadio, in fondo.

Entrambi trassero una lunga sorsata dalla bottiglia. L’acqua aveva un sapore piatto, alcalino, ma era fresca. — Ah, com’è buona! — disse il passeggero, contento. Rimise a posto la bottiglia, e, tornato al suo sedile nella parte anteriore della cabina, sbadigliò e si stirò, premendo le mani contro il soffitto. — Allora hai un legame di compagni — disse. Nel modo in cui lo disse, c’era una semplicità che piacque al macchinista, il quale gli rispose:

— Da diciotto anni.

— Sei appena agli inizi.

— Accidenti, sono d’accordo! Ora, è proprio la cosa che alcuni non capiscono. Ma come la vedo io, se vai molto in giro a copulare quando sei un ragazzo, è quello il periodo migliore, ma poi finisci per accorgerti che è sempre la stessa cosa. Una gran bella cosa, però! Comunque, ciò che è diverso non è la copula; è l’altra persona. E diciott’anni è appena l’inizio, giu-stissimo, se vuoi capire fino in fondo quella differenza. Almeno, se quella che vuoi capire è una donna. Una donna non ammetterà mai che un uomo sia altrettanto un problema, ma forse le donne fanno finta… Comunque, è proprio questo il piacere della cosa. Il problema, le finte e controfinte e co-sì via. La varietà. Ma per avere la varietà non basta semplicemente andare in giro. Io giravo tutta Anarres, da giovane. Ho portato macchine in ogni Divisione. Avrò conosciuto cento ragazze in tante città diverse. E la cosa diventava noiosa. Allora sono tornato qui, e faccio questo percorso ogni tre decadi, anno dopo anno in. questo deserto, sempre lo stesso, dove non si distingue una collina di sabbia dall’altra ed è tutto uguale per tremila chilometri da qualunque parte uno guardi, e torno a casa dalla stessa compagna… e non mi annoio neppure una volta. Non è il cambiare sempre da un posto all’altro, che ti tiene interessato. È l’avere il tempo dalla tua. Lavorare con esso, non contro di esso.

— Proprio così — disse il passeggero.

— Dove hai la compagna?

— Nel Nordest. Da quattro anni, ormai.

— Così è un periodo troppo lungo — disse il macchinista. — Vi avrebbero dovuto assegnare insieme.

— Non dove ero io.

— Che sarebbe?

— Gomito, e poi Valle Grande.

— Ho sentito di Valle Grande. — Ora fissò il passeggero con il rispetto che si tributa a un superstite. Vide l’aspetto asciutto della sua pelle abbronzata, una sorta di stagionatura che giungeva fino alle ossa: l’aveva già visto in altri che avevano passato nella Polvere gli anni della carestia. — Non avremmo dovuto cercare di tenere in funzione quelle cave.

— Occorrevano i fosfati.

— Ma dicono che quando il treno delle provviste è stato bloccato a Portale, hanno continuato a tenere in funzione le cave, e la gente moriva di fame sul lavoro. Si metteva un po’ più in là, si stendeva in terra e moriva. È

stato proprio così?

L’uomo annuì. Non disse nulla. Il macchinista non chiese altro; disse, dopo un po’: — Mi chiedevo che cosa avrei fatto se il mio treno fosse stato assalito.

— Non lo è mai stato?

— No. Sai, io non porto vettovaglie; tutt’al più un carico per Sedep Superiore. Questo è un percorso minerario. Ma se fossi su un percorso delle vettovaglie, e se mi fermassero, che cosa farei? Metterli sotto e portare il cibo dove deve andare? Ma, all’inferno, investire dei bambini, dei vecchi?

Sì, fanno una cosa non giusta, ma tu vuoi ucciderli per quello? Non so co-sa dire!

I binari dritti e lucenti scorrevano sotte le ruote. Ad ovest le nubi tesse-vano grandi miraggi trepidi sul piano: l’ombra del sogno di laghi prosciu-gati da dieci milioni d’anni.

— Un collega, un amico che conosco da anni, ha fatto proprio così, su a nord, nel ‘66. Volevano staccargli dal treno un carro di grano. Lui ha fatto andare indietro il treno, ne ha ucciso un paio prima che lasciassero liberi i binari; erano come vermi sulla carne marcia, fitti, diceva. Diceva: ci sono ottocento persone che aspettano quel grano, e quanti di loro moriranno se non lo riceveranno? Più di due, molti di più. E così sembra che avesse ragione. Ma dannazione! Io non riesco a fare conti di quel tipo. Non so se sia giusto contare le persone come si contano i numeri. Però, come fare? Quali decidi di uccidere?

— Il secondo anno che lavoravo a Gomito… laggiù tenevo le liste dei turni… la federativa delle cave ridusse le razioni. La gente che faceva sei ore di lavoro nella fabbrica aveva razione intera… giusto il minimo sufficiente per quel tipo di lavoro. La gente che faceva orario ridotto aveva tre quarti di razione. Se erano malati o troppo deboli per lavorare, metà. Con metà razione non potevi guarire. Non potevi ritornare al lavoro. Tutt’al più potevi rimanere vivo. E io avrei dovuto mettere della gente a mezza razione, gente che era già malata. Io lavoravo a tempo pieno, otto, a volte dieci ore, a tavolino, e così avevo razione intera: me la guadagnavo. Me la guadagnavo facendo elenchi di persone che sarebbero morte di fame. — Gli occhi chiari del passeggero fissarono avanti, nella luce asciutta. — Come hai detto tu. Dovevo contare le persone.

— Te ne sei andato?

— Sì, me ne sono andato. Sono andato a Valle Grande. Ma qualcun altro si incaricò degli elenchi, alle fabbriche di Gomito. C’è sempre qualcuno disposto a fare elenchi.

— E questo è sbagliato — disse il macchinista, aggrottando la fronte al riverbero del deserto. Aveva volto bruno e testa calva, non gli restavano capelli tra le guance e l’occipite, anche se non doveva avere più di quaran-tacinque anni. Era un volto robusto, duro e innocente. — È sbagliato marcio. Avrebbero dovuto chiudere le cave. Non puoi chiedere a un uomo di fare quel genere di cose. Non siamo forse Odoniani? Un uomo può perdere la ragione, certo. È ciò che è successo alla gente che ha assalito i treni. Aveva fame, i bambini avevano fame, erano affamati da troppo tempo, c’è del cibo che ti passa davanti e non è per te, e allora perdi la ragione e cerchi di prenderlo. E lo stesso è successo al mio amico: quella gente faceva a pezzi il treno che gli era stato affidato, lui ha perso la ragione e ha innesta-to la retromarcia. Ma non si è messo a contare le teste. Non sul momento!

Più tardi, magari. Perché ha avuto la nausea quando ha visto ciò che aveva fatto. Ma quello che ti volevano far fare… dire: «Questo qui vive e quello là muore…» non è un lavoro che una persona abbia il diritto di fare, o di chiedere a un altro di fare.

— Sono stati tempi duri, fratello — disse il passeggero, con gentilezza, osservando il pianoro abbacinante dove l’ombra dell’acqua ondeggiava e si allontanava spinta dal vento.

Il vecchio dirigibile da trasporto dondolò un’ultima volta sulla montagna e attraccò all’aeroporto di Monte Rene. Ne scesero tre passeggeri. Proprio mentre l’ultimo dei tre toccava terra, il suolo si raccolse e sgroppò. — Terremoto — disse; era di quelle parti, e tornava a casa. — Maledizione, guarda che polvere! Un giorno scenderemo qui e non troveremo più il Monte.

Due dei passeggeri attesero che venisse fatto il carico sui furgoni, poi vi salirono anch’essi. Shevek preferì camminare, poiché l’uomo di quelle parti gli aveva detto che Chakar distava solamente sei chilometri, a valle.

La strada scendeva con una serie di lunghe curve, con una piccola salita alla fine di ciascuna curva. Le pendici in salita, a sinistra della strada, e le pendici in discesa, a destra, erano coperte di cespugli di holum; filari di alti alberi di holum, distanziati così bene da parere piantati dalla mano dell’uomo, seguivano vene di acqua corrente lungo i fianchi della montagna.

Dalla cima di un’altura, Shevek vide il chiaro colore dorato del tramonto al di sopra delle montagne scure e molteplicemente ripiegate. L’unico segno dell’uomo intorno a lui era la strada stessa, che scendeva fra le ombre.

Quando cominciò a scendere, l’aria brontolò un poco ed egli provò una sensazione di stranezza: non una scossa, non un tremito, ma uno sposta-mento, una convinzione che ci fosse qualcosa di sbagliato. Terminò il passo, e il terreno era lì a incontrare il suo piede. Andò avanti; la strada continuò a rimanere distesa. Non aveva corso pericoli, ma mai, in nessun pericolo, egli si era sentito così vicino alla morte. La morte era in lui, sotto di lui; la terra stessa era incerta, inattendibile. Il sicuro, l’attendibile, è una promessa fatta dalla mente umana. Shevek sentì la fredda, pulita aria nella bocca e i polmoni. Ascoltò. Lontano, un torrente di montagna scrosciava sotto di lui, da qualche parte, nell’ombra.

Giunse a Chakar nel tardo crepuscolo. Il cielo era viola scuro al di sopra delle montagne nere. I lampioni splendevano, luminosi e solitari. Le facciate delle case parevano incompiute, abbozzate nella luce artificiale, le zone disabitate erano scure dietro di esse. C’erano molti terreni incolti, molte case singole: una vecchia città, una città di frontiera, isolata, disper-sa. Una passante indicò a Shevek il Domicilio Otto: — Da quella parte, fratello, dopo l’ospedale, alla fine della strada. — La strada si tuffava nel buio ai piedi della montagna e terminava davanti alla porta di un basso edificio. Egli entrò e trovò un atrio da domicilio di città di campagna che lo riportò alla sua fanciullezza, ai luoghi di Libertà, Monte Tamburo, Piano Grande, dove aveva abitato insieme con il padre: la luce scarsa, le stuoie rappezzate; un volantino che descriveva un gruppo locale di addestramento per meccanici, l’annuncio delle riunioni di una federativa, e il volantino per la recita di un dramma, tre decadi prima, affisso alla bacheca degli avvisi; un dipinto dilettantesco, con cornice, di Odo in prigione, sopra il sofà della stanza comune; un armonium fatto in casa; la lista dei residenti e l’avviso delle ore di distribuzione dell’acqua calda ai bagni cittadini, affisso a fianco della porta.

Sherut, Takver, N. 3.

Bussò, osservando i riflessi della lampada del corridoio sulla superficie scura della porta, che non era perfettamente in quadro negli stipiti. Una donna disse: — Entra! — Egli aprì la porta.

La lampada della stanza era dietro di lei. Non poté vedere abbastanza bene, per qualche istante, ed essere sicuro che fosse Takver. Ella gli stava di fronte. Alzò il braccio, come per allontanarlo o per afferrarlo: un gesto incerto, non terminato. Egli le prese la mano, e poi si abbracciarono, si unirono e rimasero fermi, stretti, sull’inattendibile terra.

— Entra — disse Takver, — oh, entra, entra.

Shevek aprì gli occhi. In mezzo alla stanza, che ancora gli appariva lu-minosissima, egli scorse il viso serio, attento di una bambina piccola.

— Sedik, questo è Shevek.

La bambina si avvicinò a Takver, si tenne alla sua gamba, e scoppiò in pianto.

— Ma non piangere, perché piangi, animuccia?

— E perché piangi tu? — bisbigliò la bambina.

— Perché sono felice! Solo perché sono felice. Siediti sulle mie ginocchia. Ma Shevek, Shevek! La tua lettera è arrivata soltanto ieri. Intendevo andare al telefono portando Sedik a dormire. Dicevi che avresti chiamato questa sera. Non che saresti venuto questa sera! Oh, non piangere, Sedik, guarda, io non piango più, no?

— Anche l’uomo piangeva.

— Certo che piangevo.

Sedik lo guardò con curiosità e diffidenza. Aveva quattro anni. Aveva la testa rotonda, la faccia tonda, era tonda, scura, ricciolina, morbida.

L’unico mobilio della stanza erano le due predelle dei letti. Takver si sedette su una con Sedik sulle ginocchia, Shevek si sedette sull’altra e allungò le gambe. Si asciugò gli occhi con il dorso della mano e mostrò le nocche a Sedik. — Vedi — le disse, — sono umide. E mi cola il naso. Hai un fazzoletto?

— Sì. Perché, tu no?

— Io lo avevo, ma si è perso in una lavanderia.

— Puoi dividere con me il fazzoletto che uso — disse Sedik, dopo una pausa.

— Non so dove sia — le disse Takver.

Sedik scese dalle ginocchia della madre e andò a prendere un fazzoletto nell’armadio a muro. Lo diede poi a Takver, che lo passò a Shevek. — È

pulito — disse Takver, con il suo largo sorriso. Sedik osservò attentamente mentre Shevek si soffiava il naso.

— C’è stato un terremoto, poco tempo fa? — chiese.

— Trema sempre, alla fine non te ne accorgi più — disse Takver, ma Sedik, felice di dispensare informazioni, disse con la sua voce, acuta ma un po’ rauca: — Sì, ce n’è stato uno grosso, prima di pranzo. Quando c’è un terremoto le finestre grattano e il pavimento dondola, e devi andare alla porta o fuori di casa.

Shevek guardò Takver; lei gli restituì lo sguardo. Pareva invecchiata più di quattro anni. Non aveva mai avuto i denti molto a posto, ed ora gliene mancavano due, quelli dietro i canini superiori, e si vedevano i buchi quando sorrideva. La sua pelle non aveva più la levigatezza tesa della gioventù, e i capelli, ben pettinati all’indietro, erano opachi.

Shevek vide chiaramente che Takver aveva perso la propria grazia gio-vanile, e aveva l’aspetto di una donna ordinaria, stanca, vicina alla metà della vita. Lo vide più chiaramente di quanto lo avrebbe potuto vedere chiunque altro. Vide ogni cosa di Takver in un modo in cui nessun altro la avrebbe potuto vedere, la vide dalla posizione in cui lo mettevano gli anni di intimità e gli anni d’attesa. La vide come era.

I loro occhi si incontrarono.

— Come… come è andata qui? — egli chiese, arrossendo tutto d’un tratto e ovviamente dicendo la frase a caso. Ella sentì l’onda tangibile, l’impeto del suo desiderio. Anch’ella arrossì leggermente, e sorrise. Disse con la sua voce roca: — Oh, come quando ci siamo parlati al telefono.

— Ma è stato sei decadi fa!

— Le cose non cambiano molto, quaggiù.

— È molto bello, qui… le montagne. — Vide negli occhi di Takver l’oscurità delle valli montane. L’acutezza del suo desiderio sessuale aumentò bruscamente, ed egli per un istante ne fu stordito, poi riuscì momentanea-mente a superare la crisi e cercò di comandare alla propria erezione di pla-carsi. — Pensi di voler rimanere qui? — disse.

— Non ne ho voglia — disse lei, con la sua voce strana, scura, roca.

— Il naso ti gocciola ancora — osservò Sedik, con precisione, ma senza particolari connotati emotivi.

— Ringrazia che non c’è altro — disse Shevek. Takver disse: — Sta’ zit-ta, Sedik, non egoizzare! — Entrambi gli adulti scoppiarono a ridere. Sedik continuò a studiare Shevek.

— La cittadina mi piace, Shevek. La gente è simpatica… sono delle sa-gome. Ma il lavoro non è gran cosa. È soltanto lavoro di laboratorio all’ospedale. La mancanza di tecnici è quasi superata, e io, presto, potrò andarmene via senza lasciarli nei pasticci. Mi piacerebbe ritornare ad Abbenay, se questa è la cosa a cui pensi. Ti sei fatto dare un nuovo assegnamento?

— Non l’ho chiesto e non ho controllato. Sono stato per la strada per una decade.

— E cosa facevi per la strada?

— Ci viaggiavo sopra, Sedik.

— Ha fatto il giro di mezzo mondo, dal sud, dal deserto, per venire da noi — disse Takver. La bambina sorrise, si sedette più comodamente sulle sue ginocchia, e sbadigliò.

— Hai mangiato, Shevek? Sei stanco? Devo accompagnare a dormire la bambina, stavamo giusto per partire quando hai bussato.

— Dorme già nel dormitorio?

— Fin dall’inizio di questa stagione.

— Avevo già quattro anni — affermò Sedik.

— Devi dire: ho già quattro anni — disse Takver, posandola gentilmente a terra per prendere il cappotto dall’armadio. Sedik rimase ferma, di profilo rispetto a Shevek; era estremamente attenta a lui, e dirigeva a lui le sue osservazioni. — Ma io avevo quattro anni; adesso ne ho più di quattro.

— Una temporalista, come il padre!

— Non puoi avere quattro anni e più di quattro anni nello stesso tempo, vero? — chiese la bambina, avvertendo l’approvazione, e parlando, ora, direttamente a Shevek.

— Oh, sì, certo. E puoi avere quattro anni e quasi cinque nello stesso tempo, anche. — Seduto sulla bassa predella, Shevek poteva tenere la testa allo stesso livello di quella della bambina, in modo ch’ella non dovesse alzare lo sguardo. — Ma dimenticavo che hai quasi cinque anni, vedi. L’ultima volta che ti ho vista, eri poco più di niente.

— Davvero? — Il tono della bambina era civettuolo, Shevek ne era certo.

— Sì. Eri lunga più o meno così. — Allargò le mani, non molto.

— E sapevo già parlare?

— Dicevi weee qualche altra cosa.

— Svegliavo tutti nel domicilio, come il bambino di Cheben? — domandò lei, con un sorriso largo, allegro.

— Certamente.

— E quando ho imparato davvero a parlare?

— A circa mezzo anno — disse Takver, — e da allora non hai più chiuso la bocca. Dov’è il cappello, Sedik?

— A scuola. Non mi piace il cappello che porto — informò Shevek.

Accompagnarono la bambina lungo le strade battute dal vento, fino al dormitorio del centro d’apprendimento, e la condussero nella sala comune.

Anche questa era un luogo piccolo, sciupato, ma rallegrato da disegni dei bambini, vari bei modellini di bronzo di motori, una scatola di casette giocattolo e di figure di legno dipinte. Sedik diede alla madre il bacio della buona notte, poi si voltò verso Shevek e alzò le braccia; egli si chinò verso di lei; lei lo baciò in modo prosaico ma fermo, e disse: — Buona notte! —

Poi si allontanò con la custode notturna, sbadigliando. Udirono ancora la sua voce, e la voce pacata della custode che le diceva di tacere.

— È bellissima, Takver. Bellissima, intelligente, robusta.

— È rovinata, temo.

— No, no. Hai fatto bene, fantasticamente bene… in tempi come questi…

— Non è stata tanto dura, qui, non come nel sud — disse, guardandolo in viso mentre lasciavano il dormitorio. — I bambini avevano da mangiare, qui. Non molto bene, ma abbastanza. Questa comunità può coltivarsi il cibo. E se non c’è niente, ci sono sempre gli arbusti di holum. Puoi raccogliere semi di holum selvatico e pestarli. Nessuno è morto di fame, qui. Ma io ho davvero rovinato Sedik. L’ho allattata fino a tre anni, naturalmente: perché no, visto che non c’era niente di buono con cui svezzarla! Ma lo di-sapprovavano, alla stazione di ricerca di Rolny. Volevano che la mettessi nel nido a giornata piena. Dicevano che mi comportavo da proprietarista nei riguardi della bambina e non contribuivo con tutte le mie forze allo sforzo sociale in un momento di crisi. E avevano ragione, in realtà. Ma erano così moralisti! Nessuno di loro capiva cosa vuol dire essere soli. Facevano tutti un gruppo, nessuno di loro faceva a sé. Erano le donne a pun-zecchiarmi perché allattavo ancora. Vere speculatrici del corpo. Rimanevo là perché il cibo era buono… ad assaggiare le alghe per vedere se hanno gusto gradevole, a volte arrivavi a superare una razione normale, anche se avevano gusto di colla… finché non trovarono da sostituirmi con qualcuno più adatto al posto. Allora passai a Nuova Partenza per circa dieci decadi.

Era in inverno, due anni fa, quel lungo periodo in cui la posta non arrivò, quando le cose erano così gravi laggiù dove eri tu. A Nuova Partenza ho visto che cercavano qualcuno per una assegnazione qui, e sono venuta. Sedik è rimasta con me nel domicilio fino a questo autunno. Continuo a sentire la sua mancanza. La stanza è così silenziosa.

— Non hai una compagna di stanza?

— Sherut; è molto gentile, ma lavora al turno di notte all’ospedale. Era ora che Sedik se ne andasse, le fa bene abitare con gli altri bambini. Cominciava a diventare timida. È stata molto brava, quando si è trattato di andare laggiù, molto stoica. I bambini sono stoici Piangono se cascano in terra, ma prendono le grandi cose così come vengono, non piagnucolano come tanti adulti.

Si avviarono per la strada a fianco a fianco. Le stelle del cielo autunnale erano comparse: incredibili come numero e come fulgore, tremolanti e quasi ammiccanti a causa della polvere sollevata dal terremoto e dal vento, cosicché l’intero cielo pareva tremare: uno scotimento di schegge di diamante, una scintillazione di luce solare su un mare nero. Sotto quell’inquieto splendore, le montagne erano scure e solide, i tetti spigolosi, la luce delle lampade stradali lieve.

— Quattro anni fa — disse Shevek. — Quattro anni fa, giunsi ad Abbenay, da quel posto degli Altipiani del Sud, come si chiamava? Fonti Rosse.

Era una notte come questa, ventosa, con le stelle. L’ho fatta di corsa: ho fatto di corsa tutta la strada da Via dei Piani al domicilio. E tu non c’eri, te n’eri andata. Quattro anni!

— Nel momento stesso in cui ho lasciato Abbenay ho capito di essere stupida ad andare. Carestia o non carestia. Avrei dovuto rifiutare l’assegnazione.

— Non avrebbe fatto molta differenza. Sabul mi aspettava Per dirmi che avevo finito all’Istituto.

— Se ci fossi stata io, non saresti andato a finire nella Polvere.

— Forse no, ma non saremmo riusciti ad avere gli assegnamenti insieme. Per qualche tempo è parso che nulla stesse insieme, vero? Le città del Sudovest… non c’era nessun bambino. E ancora non ce ne sono. Li mandarono al nord, in regioni dove c’era cibo locale, o qualche possibilità di averlo. E gli adulti rimasero per mandare avanti le cave e le fabbriche. È

una meraviglia essere riusciti a farcela, tutti noi, no?… Ma, dannazione, adesso voglio fare il mio lavoro per un po’ di tempo!

Lei gli strinse il braccio. Egli si arrestò bruscamente, come se il suo tocco l’avesse fulminato con una scossa elettrica, lì sul posto. Lei lo spinse, sorridendo. — Non hai mangiato, vero?

— No. Oh Takver, sono stato male dal desiderio di te, sono stato male!

Giunsero insieme, stringendosi fieramente, al tratto di strada buio e privo di lampade, sotto le stelle. Si staccarono bruscamente, e Shevek indietreggiò fino alla parete più vicina. — Farei meglio a mangiare qualcosa —

disse, e Takver rispose: — Sì, altrimenti cascherai in terra! Andiamo. —

Percorsero un isolato fino alla mensa, l’edificio più grande di Chakar. Il pranzo regolare era terminato, ma i cuochi stavano mangiando, e diedero al viaggiatore un piatto di minestra e tutto il pane che voleva. Sedettero tutti alla tavola più vicina alla cucina. Le altre tavole erano già state ripulite e apparecchiate per l’indomani mattina. La grande sala era cavernosa, il soffitto s’innalzava nelle ombre, e l’altra estremità, di fronte a loro, era oscura, ad eccezione dei punti dove un piatto o una tazza luccicava su una tavola scura, riflettendo la luce. I cuochi e i servitori erano una squadra tranquilla, stanca dopo la giornata di lavoro; mangiavano in fretta, senza molto parlare, senza prestare molta attenzione a Takver e allo straniero. A uno a uno, essi terminarono e si alzarono per portare i piatti a coloro che li lavavano in cucina. Una vecchia donna disse, alzandosi: — Non abbiate fretta, ammarihanno ancora un’ora di roba da lavare. — Aveva il volto severo e pareva dura, non materna, non benevola; ma parlava con compassione, con la carità degli uguali. Per loro non poteva fare di più che dire: «Non abbiate fretta», e guardarli per un istante con lo sguardo dell’amore fraterno.

Ed essi non potevano fare di più per lei, e poco di più l’uno per l’altro.

Ritornarono al Domicilio Otto, Stanza 3, e laggiù il loro lungo desiderio venne esaudito. Non accesero neppure la lampada; ad entrambi piaceva fa-re l’amore al buio. La prima volta entrambi vennero quando Shevek entrò in lei, la seconda volta lottarono e piansero in una rabbia di gioia, prolun-gando il loro culmine come procrastinare il momento della morte, la terza volta erano entrambi semiaddormentati, e girarono attorno al centro d’infi-nito piacere, attorno al reciproco essere, come pianeti che girassero cieca-mente, tranquillamente, nella marea della luce solare, intorno al centro comune di gravità, oscillando, circolando interminabilmente.

Takver si destò all’alba. Si appoggiò sul gomito e guardò al di là di Shevek al rettangolo grigio della finestra, e poi a lui. Egli era sdraiato sulla schiena, e respirava così tranquillamente che il suo petto non pareva neppure muoversi; il suo volto era un po’ tirato all’indietro, e appariva remoto e austero nella luce sottile. Siamo venuti, pensò Takver, da una grande distanza, l’uno incontro all’altro. Abbiamo sempre fatto così. Superando grandi distanze, superando gli anni, superando abissi di fortuna. Ed è perché egli viene da tanto lontano, è per questo che niente ci può separare.

Niente, nessuna distanza, nessun intervallo di tempo può essere più grande della distanza che c’è già tra noi, la distanza del nostro sesso, la differenza del nostro essere, della nostra mente; lo iato, l’abisso che scavalchiamo con un’occhiata, con un tocco, con una parola, la cosa più facile al mondo.

Guarda quanto è lontano, quando è addormentato. Ma ritorna, ritorna, ritorna…

Takver diede notizia della partenza all’ospedale di Chakar, ma rimase finché non poterono sostituirla in laboratorio. Lavorava otto ore al suo turno: nel terzo trimestre dell’anno 168 molte persone continuavano con i lunghi turni lavorativi delle assegnazioni di emergenza, poiché, sebbene la siccità fosse terminata nell’inverno del 167, l’economia non era affatto ritornata alla normalità. «Turno lungo e mensa corta» era ancora la regola per le persone che svolgevano lavori specializzati, ma ora il cibo era ade-guato al lavoro della giornata, cosa che non era stata vera un anno e due anni prima.

Shevek non fece quasi nulla per un certo periodo. Non si considerava malato; dopo i quattro anni di carestia, ciascuno era così abituato agli effetti della fatica e della denutrizione che li prendeva come la norma. Aveva quella tosse da polvere che era endemica nelle comunità meridionali del deserto, un’irritazione cronica dei bronchi simile alla silicosi e alle altre malattie dei minatori, ma anche questa era una cosa che si dava per sconta-ta nei posti dove era stato. Egli si limitava a gioire del fatto che, anche se si fosse sentito di fare qualcosa, non ci sarebbe stato nulla ch’egli avrebbe potuto fare.

Per alcuni giorni egli e Sherut condivisero la stanza durante la giornata, entrambi dormendo fino al tardo pomeriggio, poi Sherut, una placida donna sulla quarantina, si trasferì con un’altra donna che faceva il turno di notte, e Shevek e Takver ebbero tutta la stanza a disposizione per le quattro decadi che passarono ancora a Chakar. Quando Takver era al lavoro, egli dormiva, o usciva a camminare nei campi o sulle montagne asciutte e nude che dominavano sulla città. Si recava al centro d’apprendimento nel tardo pomeriggio, e osservava Sedik e gli altri bambini sul campo dei giochi, si lasciava attirare, come spesso capitava agli adulti, in uno dei progetti dei bambini: un gruppo di falegnamini pazzi di sette anni, o un paio di seris-simi geometri dodicenni che avevano dei guai con la triangolazione. Poi tornava con Sedik alla camera; andavano a prendere Takver quando usciva dal lavoro e andavano tutti insieme ai bagni e alla mensa. Un’ora o due do-po il pranzo, egli e Takver riportavano la bambina al dormitorio e ritorna-vano alla stanza. I giorni erano pieni di pace, nella luce autunnale, nel silenzio delle montagne. Era per Shevek un tempo fuori del tempo, a lato del suo flusso, irreale, durevole, incantato. A volte egli e Takver parlavano fi-no a tardi; altre volte andavano a letto non più tardi del buio e dormivano nove ore, dieci, nel profondo, cristallino silenzio della notte montana.

Egli era giunto con del bagaglio: una logora valigetta di cartone, con il suo nome scritto a grandi lettere in inchiostro nero; ogni anarresiano portava con sé delle carte, dei ricordi, un paio di stivali di ricambio, nello stesso tipo di valigia da viaggio, di cartone color arancio, pieno di graffi e ammaccata. La sua conteneva una camicia nuova ch’egli aveva preso mentre passava da Abbenay, un paio di libri e alcuni appunti, e un curioso oggetto, che, dentro la valigia, sembrava fatto di una serie di anelli piatti di fil di ferro e di alcune perline di vetro. Egli lo rivelò, con molto mistero, a Sedik, la seconda sera dopo il suo arrivo.

— È una collana — disse la bambina, con soggezione. La gente, nelle piccole città, portava un mucchio di gioielli. Nella sofisticata Abbenay il senso del contrasto tra il principio di non proprietà e l’impulso ad ornarsi era più forte, e un anello o una spilla erano il limite del buon gusto. Ma negli altri luoghi il profondo legame tra l’estetico e l’acquisitivo veniva semplicemente lasciato perdere; la gente si riempiva di gioielli senza vergogna. Molti distretti avevano un gioielliere di professione che svolgeva il suo lavoro per amore e per fama, oltre che le botteghe d’arte, dove potevate assecondare il vostro gusto con i modesti materiali disponibili: rame, argento, perline, spinello, e i granati e i diamanti paglierini degli Altipiani del Sud. Sedik non aveva visto molte cose lucenti e delicate, ma sapeva cos’erano le collane, e l’aveva riconosciuta.

— No; guarda — disse il padre, e con solennità e abilità alzò l’oggetto per mezzo del filo che univa i numerosi anelli. Sospeso alla sua mano, esso si animò, gli anelli ruotarono liberamente, descrivendo aeree sfere l’uno entro l’altro, le perline rifletterono la luce della lampada.

— Oh, che bello! — disse la bambina. — Che cos’è?

— Bisogna appenderlo al soffitto; c’è un chiodo? Il portamantello potrà andare bene, finché non avrò preso un chiodo ai Rifornimenti. Sai chi l’ha fatto, Sedik?

— No… L’hai fatto tu.

— L’ha fatto lei. La madre. Lei. — Si voltò verso Takver. — È il mio favorito, quello che stava sopra la scrivania. Ho dato gli altri a Bedap. Non li avrei certamente lasciati lì per la vecchia, come si chiama, Mamma Invidia, la nostra vicina di corridoio.

— Oh… Bunub! Da anni non pensavo più a lei! — Takver rise, con un fremito. Guardò la scultura mobile come se ne avesse paura.

Sedik fissava attentamente la scultura che ruotava senza far rumore alla ricerca del proprio equilibrio. — Mi piacerebbe — disse infine, facendo attenzione alle parole, — poterla condividere per una notte, sopra il letto do-ve dormo in dormitorio.

— Te ne farò una, cara. Per tutte le notti.

— Sei davvero capace di farle, Takver?

— Be’, una volta ero capace. Penso di essere ancora capace di farne una per te. — Le lacrime erano ora pienamente visibili negli occhi di Takver.

Shevek l’abbracciò. Entrambi erano ancora nervosi, tesi. Sedik li osservò per un istante mentre erano abbracciati, con uno sguardo calmo, curioso, poi ritornò a guardare la Occupazione di uno Spazio Disabitato.

Quando erano soli, la sera, Sedik era spesso l’oggetto dei loro discorsi.

Takver era per alcuni aspetti eccessivamente attenta alla bambina, per mancanza di altri rapporti, e il suo forte buon senso era oscurato da ambi-zioni e ansie materne. Questo non era naturale per lei; né la competitività né la protettività erano forti motivazioni nella vita degli anarresiani. Ella era lieta di dar voce alle proprie preoccupazioni e di sbarazzarsi di esse, cosa che le era finalmente permessa dalla presenza di Shevek. Le prime se-re fu quasi sempre lei a parlare, ed egli la ascoltò come avrebbe potuto ascoltare della musica o il suono dell’acqua corrente, senza cercare di rispondere. Negli ultimi quattro anni, Shevek non aveva parlato molto; aveva perso l’abitudine della conversazione. Lei lo liberò da quel silenzio, come aveva sempre fatto. Più tardi fu quasi sempre lui a parlare, anche se continuò a dipendere da lei per le risposte.

— Ricordi Tirin? — le chiese una notte. Faceva freddo, era arrivato l’inverno, e la stanza, la più lontana dal bruciatore del domicilio, non si riscal-dava mai bene, neppure con tutta la grata aperta. Avevano preso i materas-si delle due predelle e stavano entrambi, ben infagottati, sulla predella più vicina alla grata. Shevek indossava una camicia molto vecchia, stinta, per riscaldarsi il petto, poiché amava rimanere seduto sul letto. Takver, che non aveva niente addosso, era infilata sotto le coperte fino alle orecchie. —

Che ne è della coperta arancione? — lei chiese.

— Che proprietarista! L’ho lasciata.

— A Mamma Invidia? Peccato. Non sono una proprietarista. Sono soltanto sentimentale. È stata la prima coperta sotto la quale abbiamo dormito insieme.

— No, non è stata quella. Mi pare che abbiamo usato una coperta anche sui Ne Theras.

— Se l’abbiamo usata, non la ricordo — disse Takver, ridendo. — Di chi mi chiedevi?

— Tirin.

— Non ricordo.

— All’Istituto Regionale. Un ragazzo bruno, dal naso camuso…

— Oh, Tirin! Certamente. Pensavo ad Abbenay.

— L’ho visto, nel Sudovest.

— Hai visto Tirin? Come stava?

Per un certo tempo, Shevek non disse nulla, limitandosi a passare il dito sulle cuciture della coperta. — Ricordi cosa Bedap ci disse di lui?

— Che continuava a ricevere assegnazioni kleggich, e ad essere trasferito, e che alla fine è andato all’Isola Segvina, no? E lì Bedap perse traccia di lui.

— Hai visto il dramma che ha messo in scena, quello che l’ha messo nei guai?

— Alla Festa dell’Estate, dopo che tu partisti? Oh, sì. Non ricordo bene, è passato tanto tempo. Era una sciocchezza. Spiritosa, però… Tirin era spiritoso. Ma era una sciocchezza. Parlava di un urrasiano, già. Questo urrasiano si nasconde in una vasca idroponica sul mercantile della Luna, e respira con una cannuccia e mangia le radici delle piante. Te l’ho detto, era una stupidaggine! E così, riesce ad arrivare clandestinamente su Anarres. E

allora gira da tutte le parti, cercando di comprare cose ai depositi e di ven-derle alla gente, e mettendo da parte pepite d’oro finché ne ha così tante che non riesce neppure a muoversi. Così deve rimanere seduto dove si trova, e costruisce un palazzo e si fa chiamare il Padrone di Anarres. E c’era una scena divertentissima dove lui e una donna vogliono copulare, e lei è aperta e pronta, ma lui non riesce a fare niente se prima non le dà le pepite d’oro, per pagarla. E lei non le vuole accettare. Faceva proprio ridere, con lei per terra che agita le gambe e lui che si lancia su di lei, e poi salta indietro come se l’avesse morsicato, dicendo: «Non devo! Non è morale! Non è un buon commercio!». Povero Tirin, era così simpatico, così pieno di vita.

— Ha fatto lui la parte dell’urrasiano?

— Sì. Ed era meraviglioso.

— Mi ha fatto vedere il dramma, varie volte.

— Dove l’hai incontrato, a Valle Grande?

— No, prima, a Gomito. Era lo spazzino della fabbrica.

— E aveva scelto lui quell’incarico?

— Non credo che Tirin avesse ancora la facoltà di scegliere, ormai…

Bedap ha sempre pensato che sia stato forzato ad andare a Segvina, che gli abbiano fatto richiedere le cure psicologiche mediante pressioni e minacce.

Io non lo so. Quando l’ho visto, vari anni dopo le cure, era un uomo distrutto.

— Pensi che a Segvina gli abbiano fatto qualcosa che…

— Non lo so. Penso che il Manicomio cerchi davvero di offrire un riparo, un rifugio. A giudicare dalle loro pubblicazioni, devono essere degli altruisti, come minimo. Non credo che abbiano spinto Tirin nel baratro.

— Ma che cos’è stato, allora, a spezzarlo? Semplicemente il fatto di non trovare un’assegnazione che gli piacesse?

— È stata la sua commedia a spezzarlo.

— La commedia? Il chiasso che quei vecchi stronzi hanno fatto per colpa sua? Oh, ma senti, per diventare pazzo a causa di quelle prediche mora-listiche, devi già essere pazzo in partenza. Bastava che le ignorasse.

— Tirin era già pazzo in partenza. Per il metro della nostra società.

— Cosa vuoi dire?

— Be’, penso che Tirin sia un artista nato. Non un artigiano: un creatore.

Un inventore-distruttore, il tipo che deve prendere ogni cosa e girarla al contrario, rovesciarla. Un autore di satire, un uomo che giudica con la rabbia.

— Era davvero così buono, il suo dramma? — chiese Takver, ingenua-mente, tirando fuori di un paio di centimetri la testa dalle coperte e studiando il profilo di Shevek.

— No, non credo. Dev’essere stato divertente, sulla scena. E aveva soltanto vent’anni, in fin dei conti, quando l’ha scritto. Continua sempre a ri-scriverlo. Non ha mai scritto altro.

— Continua a scrivere la stessa commedia?

— Continua a scrivere la stessa commedia.

— Uhg — disse Takver, con pietà e disgusto.

— Ogni due decadi veniva da me e me la faceva leggere. E io la leggevo o facevo finta di leggerla e cercavo di parlarne con lui. Egli desiderava disperatamente parlarne, ma non riusciva a farlo. Aveva troppa paura.

— Paura di che? Non capisco.

— Di me. Di tutti. Dell’organismo sociale, della razza umana, della fratellanza che lo aveva rifiutato. Quando un uomo si sente solo contro tutto il resto, ha ben ragione di essere spaventato.

— Vuol dire che soltanto perché alcune persone hanno definito immorale la sua commedia e hanno detto che non bisognava dargli un incarico di insegnamento, egli ha ritenuto che tutti fossero contro di lui? Mi pare un po’ una sciocchezza!

— Ma chi c’era a tenere le sue parti?

— C’erano Bedap… tutti i suoi amici.

— Ma egli li perse. Venne assegnato in un’altra zona.

— E perché non rifiutò l’assegnazione, allora?

— Ascolta, Takver. Anch’io mi sono detto la stessa cosa, esattamente. È

la cosa che diciamo tutti. Tu che l’hai detta ora, avresti dovuto rifiutare l’assegnazione a Rolny. E io stesso, non appena giunto a Gomito, mi dissi: Sono un uomo libero, non avrei dovuto venire qui! … Noi lo pensiamo sempre, e lo diciamo sempre, ma non lo facciamo mai. Teniamo la nostra iniziativa ben nascosta all’interno della nostra mente, la teniamo di riserva, come una stanza dove possiamo recarci per dire: «Io non devo fare nulla, io faccio da solo le mie scelte, io sono libero.» E poi usciamo dalla piccola stanza della nostra mente, e andiamo dove il CDP ci assegna, e ci rimaniamo finché non ci dà un assegnamento nuovo.

— Oh, Shevek, non è vero. Questo succede soltanto dalla siccità in poi.

Prima di quella, non c’era neppure la metà di tutte queste assegnazioni. La gente lavorava dove voleva lavorare, e si univa a una federativa o ne fondava una nuova, e poi si registrava presso DivLab. DivLab si occupava soprattutto di dare assegnazioni a coloro che preferivano rimanere nella Ma-nodopera Generale non Qualificata. E adesso ritornerà a essere così.

— Non so. Dovrebbe ritornare così, naturalmente. Ma già prima della carestia, le cose non stavano andando in quella direzione, bensì nella direzione opposta. Bedap aveva ragione: ogni emergenza, perfino ogni leva di lavoro, tende a lasciare dietro di sé un aumento dei meccanismi burocratici all’interno del CDP, e una sorta di rigidità: questo è il modo in cui si faceva una cosa, questo è il modo in cui la si fa, questo è il modo in cui la si deve fare… C’era già una forte dose di questi ragionamenti, prima della siccità.

Cinque anni di stretto controllo possono avere fissato permanentemente la tendenza. Non fare una faccia così scettica! Ascolta, dimmi quanta gente conosci che si è rifiutata di accettare un’assegnazione… anche prima della carestia?

Takver considerò la domanda. — Lasciando fuori i nuchnibi?

— No, no. I nuchnibi sono importanti.

— Be’, diversi amici di Bedap… quel simpatico compositore, Salas, e anche alcuni dei suoi amici disordinati. E i veri nuchnibi: passavano spesso da Valle Rotonda quando ero bambina. Ma ho sempre pensato che fossero degli imbroglioni. Raccontavano delle storie e delle bugie così belle, e leg-gevano la fortuna; tutti erano lieti di vederli e di tenerli con noi e di dar lo-ro da mangiare per tutto il tempo che si fermavano. Non si fermavano mai per molto tempo. Ma c’era anche gente che si limitava a far fagotto e ad andarsene dalla città; di solito si trattava di ragazzi, alcuni di essi odiavano il lavoro dei campi, lasciavano il loro posto e se ne andavano. La gente lo fa dappertutto, ha sempre fatto così. Si trasferiscono, cercano qualcosa di meglio. Non puoi dire che questo sia rifiutare un’assegnazione!

— E perché non potrei?

— Dove vuoi arrivare? — brontolò Takver, ritirandosi sotto le coperte.

— A questo. Al fatto che ci vergogniamo di dire di avere rifiutato un’assegnazione. Al fatto che la coscienza sociale domina completamente sulla coscienza individuale, invece di raggiungere l’equilibrio con essa. Noi non cooperiamo: noi obbediamo. Abbiamo paura di venire messi fuori dal gruppo, di sentirci dire che siamo pigri, che siamo disfunzionali, che e-goizziamo. Abbiamo timore dell’opinione dei nostri vicini più di quanto non rispettiamo la nostra libertà di scelta. Tu non mi credi, Takver, ma prova, prova soltanto a scavalcare la linea, soltanto nell’immaginazione, e guarda cosa provi. Comprenderai allora che cosa è Tirin, e perché è un rottame, un’anima perduta. È un criminale! Abbiamo creato il crimine, esattamente come lo crearono i proprietaristi. Noi costringiamo un uomo a uscire dalla sfera della nostra approvazione, e poi lo condanniamo per il fatto di essere uscito. Abbiamo fatto delle leggi, leggi di comportamento convenzionale, innalzato muri tutt’intorno a noi stessi, e non li possiamo vedere, poiché sono parte del nostro modo di pensare. Tirin non ha mai fatto questo. Lo conosco da quando avevamo dieci anni. Egli non l’ha mai fatto, non è mai stato capace di innalzare muri. Egli era un ribelle naturale.

Era un Odoniano naturale… uno vero! Era un uomo libero, e il resto di noi, suoi fratelli, l’ha fatto impazzire come punizione per il suo primo atto di libertà!

— Non credo — disse Takver, con la voce attutita dalle coperte, in tono difensivo, — che Tirin fosse una personalità molto forte.

— No, era estremamente vulnerabile.

Cadde un lungo silenzio.

— Non mi stupisco che ti atterrisca — disse lei. — La sua commedia. Il tuo libro.

— Ma io sono più fortunato. Uno scienziato può fingere che il suo lavoro non sia lui stesso, sia soltanto la verità impersonale. Un artista non può nascondersi dietro la verità. Non può nascondersi da nessuna parte.

Takver lo studiò dall’angolo dell’occhio per qualche tempo, poi si rigirò e si mise a sedere, tirandosi la coperta fin sulle spalle. — Brr! Che freddo… Ho sbagliato, vero, riguardo al libro. A lasciare che Sabul lo facesse a pezzi e ci mettesse il proprio nome. Mi sembrava giusto. Mi sembrava di mettere il lavoro davanti all’autore, l’orgoglio davanti alla vanità, la comunità davanti all’Io individuale, e così via. Ma non si trattava di niente di simile, vero? Si trattava di una capitolazione. Una resa all’autoritarismo di Sabul.

— Non so. Ottenne il risultato di far stampare il libro.

— Il fine giusto, ma i mezzi sbagliati! Ho pensato a lungo a questo, a Rolny, Shevek. Ora ti dico che cosa c’era di sbagliato. Le donne gravide non conoscono etica. Soltanto il genere più primitivo di impulso al sacrificio. Al diavolo il libro, il legame di compagni, e la verità, se minacciano il prezioso feto! È un impulso alla preservazione razziale, ma può operare direttamente in contrasto con la comunità: è un impulso biologico, non sociale. Un uomo dovrebbe essere lieto del fatto che non cade mai in preda ad esso. Ma farebbe meglio a comprendere come una donna possa cadervi, e a mantenere la vigilanza. Penso che sia questo il motivo per cui il vecchio archismo usava le donne come proprietà. Perché le donne lo permettevano? Perché erano sempre gravide… perché erano già possedute, schia-ve!

— Giusto, forse, ma la nostra società, qui, è una vera comunità dove incorpora veramente le idee di Odo. È stata una donna a fare la Promessa!

Che cosa fai? Ti lasci andare a sentimenti di colpa? sguazzi nel fango? —

La frase da lui usata non fu «sguazzare nel fango», non essendoci su Anarres animali che potessero sguazzare nel fango; fu un composto, che significava alla lettera «ricoprire in continuità con uno spesso strato di escrementi». La flessibilità e la precisione del pravico si prestavano alla creazione di vivaci metafore assolutamente impreviste dai suoi inventori.

— Be’, no. È stato bello avere Sedik! Ma mi sono davvero sbagliata sul libro.

— Ci siamo sbagliati entrambi. I nostri sbagli li facciamo sempre insieme. Non crederai davvero di avermi fatto prendere tu la decisione?

— In questo caso penso di sì.

— No, il fatto è che nessuno di noi decise. Nessuno di noi fece la scelta.

Lasciammo che Sabul decidesse per noi. Il nostro Sabul personale, interio-rizzato… le convenzioni, il moralismo, la paura dell’ostracismo sociale, la paura di essere differenti, la paura di essere liberi! Be’, mai più. Io imparo lentamente, ma imparo.

— Che cosa conti di fare? — chiese Takver, con un tremito di calore e di eccitazione nella voce.

— Andare ad Abbenay con te e fondare un gruppo, un gruppo di edizioni. Stampare i Princìpiintegrali. E ogni altra cosa che ci piace. Abbozzo diun’istruzione aperta nelle scienzedi Bedap, che il CDP non farebbe circolare. E la commedia di Tirin. È per me un dovere. È stato lui a insegnarmi cosa sono le prigioni, e chi le costruisce. Coloro che costruiscono i muri sono prigionieri di se stessi. Intendo andare a svolgere la funzione che mi spetta nell’organismo sociale. Intendo andare ad abbattere i muri.

— Finirà col circolare un mucchio di vento — disse Takver, raggomitolata sotto le coperte. Si appoggiò a lui, ed egli le circondò le spalle con il braccio. — Prevedo di sì — egli rispose.

Per lungo tempo dopo che Takver si fu addormentata, Shevek rimase desto, con le mani sotto la nuca, a fissare nell’oscurità e ad ascoltare il silenzio. Pensò al lungo viaggio che l’aveva portato via dalla Polvere, ricordando i livelli e i miraggi del deserto, il macchinista dalla testa calva e abbronzata e gli occhi candidi, il quale aveva detto che si doveva lavorare con il tempo e non contro di esso.

Shevek aveva imparato qualcosa sulla propria volontà, in quegli ultimi quattro anni. Nella frustrazione della sua volontà ne aveva imparato la forza. Nessun imperativo sociale o morale la uguagliava. Neppure la fame poteva allontanarla. Tanto meno egli aveva, tanto più assoluto diveniva il suo bisogno di essere.

Egli riconobbe quel bisogno, in termini Odoniani, come la sua «funzione cellulare», il termine analogico per l’individualità dell’individuo, il lavoro ch’egli può meglio compiere, e pertanto il suo contributo ottimale alla società. La società gli doveva lasciar esercitare liberamente quella sua funzione ottimale, e doveva trovare la propria libertà e la propria forza nella coordinazione di tutte quelle funzioni. Era questa un’idea centrale della Analogia di Odo. Il fatto che la società Odoniana di Anarres non avesse raggiunto l’ideale non poteva, agli occhi di Shevek, diminuire le sue responsabilità verso di essa; anzi, era vero il contrario. Eliminato il mito dello Stato, la reale mutualità e reciprocità della società e dell’individuo diveniva chiara. Poteva venire richiesto agli individui il sacrificio, ma non il compromesso: poiché sebbene soltanto la società potesse dare sicurezza e stabilità, soltanto l’individuo, la persona, aveva il potere della scelta morale: il potere di cambiare, la funzione essenziale della vita. La società Odoniana era concepita come una rivoluzione permanente, e la rivoluzione comincia nella mente che pensa.

Tutto questo Shevek aveva pensato, e in questi termini, poiché la sua coscienza era totalmente Odoniana.

Egli era pertanto certo, a questo punto, che la sua volontà incondizionata e radicale di creare era, in termini Odoniani, la giustificazione di se stessa.

Il suo senso di primaria responsabilità verso il proprio lavoro non lo isola-va dai suoi simili, dalla sua società, come aveva creduto. Lo impegnava con essi in modo assoluto.

Sentiva anche come un uomo che avesse questo senso di responsabilità verso una cosa, fosse obbligato a portarlo avanti fino in fondo in tutte le cose. Era un errore vedersi come il suo veicolo e niente altro, sacrificare ad essa ogni altro obbligo.

Questa disposizione a sacrificare era ciò che Takver aveva riconosciuto in se stessa quando era in gestazione: ne aveva parlato con una punta di orrore, di vergogna, poiché anch’ella era Odoniana, anche per lei la separazione dei fini dai mezzi era falsa. Tanto per lei quanto per lui non c’era fi-ne. C’era il processo: il processo era tutto. Potevi andare in una direzione promettente o potevi sbagliare, ma non partivi con la previsione di fermarti in qualche punto, mai. Ogni responsabilità, ogni impegno così assunti ac-quistavano sostanza e durata.

Così il suo reciproco impegno con Takver, la loro relazione, era rimasta pienamente viva nel corso dei loro quattro anni di separazione. Entrambi avevano sofferto a causa della separazione, e sofferto molto, ma a nessuno di loro era venuto in mente di sfuggire alla sofferenza negando l’impegno.

Perché dopotutto, egli ora pensò, giacendo nel calore del sonno di Takver, la cosa che entrambi cercavano era la gioia: la completezza dell’essere. Se sfuggi alla sofferenza, sfuggi anche alla possibilità della gioia. Puoi ottenere il piacere, o i piaceri, ma non sarai mai appagato, esaudito. Non conoscerai mai il ritorno a casa.

Takver sospirò piano nel sonno, come per dire che era d’accordo con lui, e si voltò dall’altra parte, seguendo qualche suo tranquillo sogno.

L’esaudimento, pensò Shevek, è una funzione del tempo. La ricerca del piacere è circolare, ripetitiva, atemporale. La ricerca di varietà dello spetta-tore, del cacciatore di emozioni, di colui che pratica la promiscuità sessuale, termina sempre nello stesso punto. Ha una fine. Giunge alla fine e deve ricominciare. Non è un viaggio di andata e ritorno, ma un ciclo chiuso, una stanza chiusa a chiave, una cella.

Al di fuori della stanza chiusa a chiave c’è il passaggio del tempo, in cui lo spirito può, con la fortuna e il coraggio, costruire le fragili, improvvisa-te, improbabili strade e città della fedeltà: un paesaggio abitabile dagli esseri umani.

Soltanto quando un atto si svolge entro il paesaggio del passato e del futuro esso è un atto umano. La fedeltà, che asserisce la continuità di passato e futuro, e collega il tempo in un tutto unico, è la radice della forza umana; non c’è alcun bene che si possa compiere senza di essa.

Così, guardando indietro a quei quattro anni, Shevek li vide non come anni sprecati, ma come una parte dell’edificio che egli e Takver stavano costruendo con le loro vite. Il valore del lavorare con il tempo, invece che contro di esso, egli pensò, è che così non è sprecato. Anche il dolore conta.

CAPITOLO 11

Rodarred, l’antica capitale della Provincia AEana, era una città costituita di punte: una foresta di pini, e al di sopra delle guglie dei pini, una più ae-rea foresta di torri. Le strade erano scure e strette, muschiose, spesso neb-biose, al di sotto degli alberi. Soltanto dai sette ponti che attraversavano il fiume si poteva alzare lo sguardo e vedere la cima delle torri. Alcune di es-se erano alte cento metri e più, altre erano dei semplici germogli, come se fossero case normali andate a seme. Alcune erano fatte di pietra, altre di porcellana, di mosaico, fogli di vetro colorato, coperture di rame, stagno, oro, ornate in modo incredibile, delicate, luccicanti. In queste strade affascinanti e allucinanti aveva sede l’urrasiano Consiglio dei Governi Mondiali fin dall’inizio dei suoi trecento anni d’esistenza. Anche molte am-basciate e consolati presso il Consiglio e l’A-Io si raggruppavano a Rodarred, a meno di un’ora da Nio Esseia, sede nazionale del governo.

L’ambasciata di Terra al Consiglio era ospitata nel Castello del Fiume, che si allargava basso e pesante tra l’autostrada per Nio e il fiume, e che ergeva soltanto una torre larga e triste, dal tetto quadrato e dalle feritoie simili ad occhi socchiusi. Le sue mura aveva resistito alle armi e alle pre-cipitazioni di quattordici secoli. Alberi cupi si affollavano presso il suo la-to più lontano dal fiume, e in mezzo ad essi c’era un ponte levatoio, sopra un fossato. Il ponte levatoio era abbassato, e le sue porte erano aperte. Il fossato, il fiume, l’erba verde, le mura nere, la bandiera in cima alla torre, tutti s’illuminarono tra la foschia quando il sole s’innalzò al di sopra della nebbia del fiume e tutte le campane delle torri di Rodarred affrontarono il loro compito prolungato e assurdamente armonioso di suonare le sette del mattino.

Un impiegato seduto a una modernissima scrivania, all’interno del castello, era impegnato in un tremendo sbadiglio. — Non siamo veramente aperti fino alle otto — disse cavernosamente.

— Voglio vedere l’Ambasciatore.

— L’Ambasciatore sta facendo colazione. Lei dovrà farsi dare un appun-tamento. — Così dicendo, l’usciere si strofinò gli occhi assonnati e per la prima volta poté osservare chiaramente il visitatore. Lo fissò imbambolato, mosse le labbra varie volte e disse: — Chi è lei? Da dove… Che cosa vuole?

— Voglio vedere l’ambasciatore.

— Resti solo qui — disse l’usciere nel più puro accento Niota, continuando a fissarlo, e allungò la mano verso il telefono.

Un furgone si era intanto fermato nello spazio compreso tra la porta del ponte levatoio e l’ingresso dell’Ambasciata, e ne stavano uscendo vari uomini: i bottoni di metallo dei loro cappotti neri luccicavano al sole. Due altri uomini avevano appena messo piede nell’atrio, provenienti dal corpo centrale della costruzione, e parlavano tra loro: persone dall’aspetto strano, stranamente vestite. Shevek girò intorno alla scrivania dell’usciere e si av-viò verso di loro, cercando di correre. — Aiuto! — disse.

I due alzarono lo sguardo, sorpresi. Uno si tirò indietro, aggrottando la fronte. L’altro guardò alle spalle di Shevek e vide il gruppo in uniforme, che stava entrando in quel momento nell’Ambasciata. — Entri qua — disse con freddezza; prese il braccio di Shevek e si chiuse con lui in un piccolo ufficio laterale: il tutto in due passi e un singolo gesto, precisi come quelli di un ballerino. — Che succede? Lei viene da Nio Esseia?

— Voglio vedere l’Ambasciatore.

— È uno scioperante?

— Shevek. Mi chiamo Shevek. Vengo da Anarres.

Gli occhi dello straniero si spalancarono, brillanti, intelligenti, nel suo volto nero come il giaietto. — Mio Dio! — mormorò il Terrestre, e poi, in iotico: — Intende chiedere asilo?

— Non so. Io…

— Venga con me, dottor Shevek. La porterò in un posto dove potrà sedere.

Ci furono corridoi, scale, e la mano dell’uomo dalla pelle nera sul suo braccio.

Delle persone cercavano di togliergli il cappotto. Si divincolò per impedirglielo, temendo che cercassero il notes che aveva nella tasca della camicia. Qualcuno parlò con autorità in una lingua straniera. Qualcun altro gli disse: — Va tutto bene: vogliamo soltanto vedere se è ferito. C’è del sangue sul suo cappotto.

— Un altro — disse Shevek. — È il sangue di un altro.

Riuscì a rizzarsi a sedere, anche se la testa gli girava. Era su un divano, in una stanza grande, illuminata dal sole; evidentemente doveva essere svenuto. Accanto a lui c’erano un paio di uomini e una donna. Li guardò senza capire.

— Lei si trova nell’Ambasciata di Terra, dottor Shevek. Qui è in suolo Terrestre. È perfettamente al sicuro. Può rimanere qui finché lo desidera.

La pelle della donna era di colore giallo-bruno, come terra ferrosa, ed era glabra, ad eccezione della testa; non depilata, ma glabra. I lineamenti erano strani e infantili: bocca piccola, naso corto, occhi con ciglia lunghe e piene, guance e mento arrotondati, imbottiti di grasso. L’intera figura era arrotondata, morbida, infantile.

— Lei qui è al sicuro — ripeté la donna.

Egli cercò di parlare, ma non ne fu capace. Uno degli uomini lo spinse leggermente sul petto, dicendo: — Si sdrai, si sdrai. — Egli si distese, ma mormorò ancora: — Voglio vedere l’Ambasciatore.

— Sono io l’Ambasciatore. Mi chiamo Keng. Siamo lieti che lei sia venuto da noi. Lei qui è al sicuro. Per favore, ora si riposi, dottor Shevek.

Parleremo più tardi. Non c’è fretta. — La voce della donna aveva una strana caratteristica, come una cantilena, ma era roca, come la voce di Takver.

— Takver — egli disse, nella propria lingua, — non so cosa fare.

Lei gli rispose: — Dormi — ed egli si addormentò.

Dopo due giorni di sonno e di pasti, vestito nuovamente del suo abito grigio iotico, che nel frattempo era stato ripulito e stirato, egli venne intro-dotto nella sala privata dell’Ambasciatore, al terzo piano della torre.

L’Ambasciatore non gli fece un inchino né gli strinse la mano, ma unì le palme delle mani davanti al petto e sorrise. — Sono lieta che lei si senta meglio, dottor Shevek. No, devo dire soltanto Shevek, vero? Prego, si ac-comodi. Mi spiace di dover parlare con lei in iotico, che è una lingua straniera per entrambi. Non conosco la vostra lingua. Mi è stato detto che è una lingua molto interessante, l’unico linguaggio inventato razionalmente che è divenuto la lingua di un grande popolo.

Egli si sentiva grosso, pesante, peloso, a confronto di questa soave straniera. Si sedette in una delle profonde, morbide poltrone. Anche Keng si sedette, ma nel sedersi fece una smorfia. — Ho mal di schiena — disse, —

a forza di sedere in queste poltrone troppo comode! — E Shevek comprese in quel momento che non era una donna di trent’anni o meno, come egli aveva pensato, ma che doveva avere sessant’anni o più; la pelle liscia e il fisico infantile l’avevano tratto in inganno. — A casa — continuò la donna,

— sediamo prevalentemente su cuscini appoggiati in terra. Ma se lo faces-si qui, dovrei alzare ancora di più la testa per parlare con le persone. Voi Cetiani siete così alti!… C’è un piccolo problema. Cioè, non siamo proprio noi ad averlo, ma il governo dell’A-Io. La sua gente di Anarres, le persone che mantengono comunicazione radio con Urras, sa, ha chiesto di parlare urgentemente con lei. E il Governo Iotico è imbarazzato. — Sorrise: un sorriso di puro divertimento. — Non sa cosa rispondere.

Era calma. Era calma come una pietra levigata dall’acqua che, a contem-plarla, ti calma. Shevek si appoggiò allo schienale e lasciò passare un tempo molto considerevole prima di rispondere.

— Il Governo Iotico sa che sono qui?

— Be’, non ufficialmente. Noi non abbiamo detto nulla, e loro non hanno fatto domande. Ma molti impiegati e segretarie iotici lavorano qui nell’Ambasciata. Perciò, naturalmente, lo sanno.

— È per voi un pericolo… il fatto che io stia qui?

— Oh, no. La nostra ambasciata è accreditata presso il Consiglio dei Governi Mondiali, non presso la nazione dell’A-Io. Lei aveva pienamente il diritto di venire qui, e il resto del Concilio potrebbe costringere l’A-Io ad ammetterlo. E, come le ho detto, questo castello è suolo Terrestre. — Sorrise di nuovo. Il suo volto liscio si ripiegò in molti piccoli solchi, poi si di-spiegò di nuovo. — Una deliziosa fantasia dei diplomatici! Questo castello, distante undici anni luce dalla Terra, questa stanza in una torre di Rodarred, nell’A-Io, sul pianeta Urras del sole Tau Ceti, è suolo Terrestre.

— Allora, potete dire loro che mi trovo qui.

— Ottimo. Semplificherà le cose. Volevo il suo consenso.

— Non c’erano… messaggi per me, da Anarres?

— Non lo so. Non ho chiesto. Non avevo pensato alla cosa dal suo punto di vista. Se c’è qualcosa che la preoccupa, potremmo trasmettere noi ad Anarres. Conosciamo la lunghezza d’onda usata dalla sua gente, naturalmente, ma non l’abbiamo mai usata perché non siamo mai stati invitati a farlo. Ci è parso meglio non forzare le cose. Ma possiamo facilmente pre-disporre una conversazione per lei.

— Avete un trasmettitore?

— Possiamo usare la nave come amplificatore… la nave Hainita in orbita attorno a Urras. Hain e Terra lavorano insieme, come forse lei sa. L’Ambasciatore di Hain sa che lei è con noi; è l’unica persona che ne sia stata in-formata ufficialmente. La radio è quindi a sua disposizione.

Egli la ringraziò, con la semplicità di una persona che non guarda dietro l’offerta per vedere le motivazioni dell’offerente. Lei lo studiò per un momento, con gli occhi acuti, diretti, quieti. — Ho ascoltato il suo discorso —

disse.

Egli la fissò come da una grande distanza. — Discorso?

— Quando lei ha parlato alla grande dimostrazione in Piazza del Campidoglio. Oggi fa una settimana. Noi ascoltiamo sempre la radio clandestina, le trasmissioni degli Operai Socialisti e dei Libertari. Che, naturalmente, trasmettevano in diretta dalla dimostrazione. L’ho sentita parlare. Ne sono rimasta profondamente commossa. Poi si è udito un rumore, uno strano rumore, e si poteva sentire che la folla cominciava a gridare. Non ne spiegarono il motivo. Ci furono delle urla. Poi la trasmissione cessò bruscamente. Era terribile, terribile da ascoltare. E lei era laggiù. Come è riuscito a scappare da una cosa simile? La Città Vecchia è ancora isolata da un cordone di truppe; ci sono tre reggimenti dell’esercito nella città di Nio; ar-restano ancora oggi scioperanti e sospetti a decine e centinaia al giorno.

Come ha fatto ad arrivare qui?

Egli fece un pallido sorriso. — Con un taxi.

— Superando tutti i posti di blocco? E con addosso quel cappotto macchiato di sangue? E tutti conoscono la sua faccia.

— Ero nascosto sotto il sedile posteriore. Il taxi era stato requisito, si di-ce così? È stato un rischio che alcune persone si sono volute assumere per me. — Abbassò gli occhi sulle proprie mani, che teneva strette in grembo.

Era perfettamente tranquillo e parlava con voce calma, ma c’era una tensione interna, uno sforzo, che traspariva nei suoi occhi e nelle linee intorno alla sua bocca. Meditò per un istante, poi proseguì nello stesso modo distaccato: — È stata fortuna, all’inizio. Quando sono uscito dal nascondiglio, ho avuto la fortuna di non essere arrestato subito. Comunque, arrivai alla Città Vecchia. E di lì in poi non fu soltanto fortuna. Si chiesero dove potessi andare, studiarono il modo di farmi arrivare qui, corsero rischi. —

Disse una parola nella propria lingua, poi la tradusse: — Solidarietà…

— È molto strano — disse l’Ambasciatore della Terra. — Non conosco quasi nulla del suo mondo, Shevek. So soltanto ciò che ci hanno detto gli urrasiani, dato che il suo popolo non ci permette di scendere. So, naturalmente, che il pianeta è arido e spoglio, e so il modo in cui è stata fondata la colonia, che è un esperimento di comunismo non autoritario, che sopravvive da centosettant’anni. Ho letto qualcosa degli scritti di Odo… non molto.

Pensavo che tutto questo non fosse molto importante per ciò che accade oggi su Urras, che fosse una cosa lontana, un interessante esperimento. Ma sbagliavo, vero? È davvero importante. Forse Anarres è la chiave per capire Urras… I rivoluzionari di Nio: vengono dalla stessa tradizione. Non scioperavano soltanto per salari migliori o per protestare contro la coscrizione. Non sono soltanto socialisti, sono anarchici: scioperavano contro il potere. Capisce, la dimensione della dimostrazione, l’intensità del sentimento popolare, e la reazione di panico del governo, tutto sembrava molto difficile da comprendere. Perché tanta agitazione? Il governo di qui non è dispotico. I ricchi sono molto ricchi, certo, ma i poveri non sono poi così poveri. Non sono né schiavi né ridotti alla fame. Perché non si accontenta-no del pane e dei discorsi? Perché sono così sensibili?… Ora comincio a capire il perché. Ma la cosa che mi resta ancora inesplicabile è che il governo dell’A-Io, sapendo che questa tradizione libertaria era ancora viva, e conoscendo lo scontento che regnava nelle città industriali, la abbia portata ugualmente su Urras. Come avvicinare il fiammifero al barile della polvere!

— Non mi sarei mai dovuto avvicinare al barile della polvere. Dovevo rimanere lontano dal popolo, vivere tra gli scienziati e i ricchi. Non vedere i poveri. Non vedere nulla di brutto. Dovevo rimanere avvolto nella bambagia, in una scatola dentro una confezione dentro una cassa di cartone dentro una pellicola di plastica trasparente, come ogni cosa di qui. E lì dovevo essere felice di fare il mio lavoro: il lavoro che non potevo fare su Anarres. E quando l’avessi terminato, l’avrei dato a loro, in modo che potessero servirsene per minacciarvi.

— Minacciarci? La Terra, intende dire, e Hain e le altre potenze spaziali interstellari? Minacciarci di cosa?

— Di annullare lo spazio.

Ella rimase in silenzio per alcuni secondi. — È questa, la cosa che lei fa?

— disse con la sua voce pacata, divertita.

— No. Non è quello che faccio io! In primo luogo, non sono un inventore, un ingegnere. Sono un teorico. La cosa che vogliono da me è una teoria. Una teoria del Campo Generale nella fisica temporale. Lei sa di che cosa si tratta?

— Shevek, la vostra fisica Cetiana, la vostra Nobile Scienza, è totalmente al di fuori della mia portata. Non ho studiato matematica, fisica, filosofia, e mi pare sia costituita di tutte queste cose, e della cosmologia, e d’altro ancora. Ma so cosa intende quando dice Teoria della Simultaneità, un po’ come so cosa si intende con Teoria della Relatività; cioè, so che la teoria della relatività ha condotto a certi risultati pratici assai notevoli; e quindi penso che la sua fisica temporale può rendere possibili certe conquiste tecnologiche.

Egli annuì. — La cosa che desiderano — disse, — è il trasferimento istantaneo di materia attraverso lo spazio. La transilienza. Viaggio spaziale, capisce, senza attraversamento di spazio o passaggio di tempo. Forse ci si arriverà; ma non con le mie equazioni, penso. Ma con le mie equazioni possono costruire l’ansible, se vogliono. Gli uomini non possono scavalcare il grande vuoto, ma le idee sì.

— Che cos’è l’ansible, Shevek?

— Un’idea. — Egli sorrise senza molta allegria. — Uno strumento che permetterà la comunicazione senza alcun intervallo di tempo fra due punti dello spazio. Lo strumento non trasmetterà messaggi, naturalmente; simultaneità è identità. Ma per la nostra percezione, quella simultaneità funzionerà come trasmissione, invio. Così potremo usarlo per parlare tra i mondi, senza le lunghe attese perché il messaggio vada e la risposta torni indietro, attese richieste dagli impulsi elettromagnetici. In realtà si tratta di una cosa molto semplice. Come una specie di telefono.

Keng rise. — La semplicità dei fisici! Così io potrei prendere l’… l’ansible?… e usarlo per parlare con mio figlio a Delhi? E con la mia nipotina, che aveva cinque anni quando sono partita, e che è vissuta per quindici an-ni mentre io viaggiavo dalla Terra a Urras in una nave a velocità prossima a quella della luce. E potrei sapere che cosa succede a casa adessoe non undici anni fa. E si potrebbero prendere delle decisioni, fare degli accordi, e comunicare delle informazioni. Io potrei parlare ai diplomatici di Chif-fewar, lei potrebbe parlare con i fisici di Hain, non occorrerebbe una generazione per trasmettere un’idea da un mondo all’altro… Lei sa, Shevek, credo che la sua cosa molto semplice potrebbe cambiare la vita di tutti i miliardi di persone dei nove Mondi Conosciuti?

Egli annuì.

— Renderebbe possibile una lega dei pianeti. Una federazione. Siamo stati sempre lontani a causa degli anni, dei decenni fra la partenza e l’arrivo, tra la domanda e la risposta. È come se lei avesse inventato il linguaggio umano! Possiamo parlare, finalmente possiamo parlare insieme.

— E che cosa vi direte?

La sua amarezza sorprese Keng. Ella lo guardò e non disse nulla.

Egli si piegò in avanti sulla poltrona e si strofinò dolorosamente la fronte. — Vede — disse, — devo spiegarle perché sono venuto da voi, e anche perché sono venuto su questo mondo. Sono venuto per l’idea. Per amore dell’idea. Per imparare, per insegnare, per condividere l’idea. Su Anarres, vede, ci siamo isolati. Non parliamo con l’altra gente, il resto dell’umanità.

Laggiù non potevo terminare il mio lavoro. E se fossi stato capace di ter-minarlo, essi non l’avrebbero voluto, non sapevano cosa farsene. Perciò sono venuto qui. Qui c’è quello che cerco: parlare, condividere, un esperimento al Laboratorio che dimostra una cosa che non avrebbe dovuto dimostrare, un libro sulla Teoria della Relatività proveniente da un altro mondo, lo stimolo che mi occorre. E così ho finito il lavoro, finalmente. Non l’ho ancora scritto tutto per disteso, ma ho tutte le equazioni e i vari punti del ragionamento: è finito. Ma le idee che ho nella testa non sono le uniche idee importanti per me. Anche la mia società è un’idea. Io sono stato fatto da essa. Un’idea di libertà, di cambiamento, di solidarietà umana, un’idea importante. E anche se sono stato molto stupido, alla fine ho visto che portando avanti l’una, la fisica, tradivo l’altra. Permettevo ai proprietaristi di comprare la verità da me.

— Che altro poteva fare, Shevek?

— Non c’è alternativa al vendere? Non esiste una cosa come il donare?

— Sì…

— Non capisce che voglio darla a voi… e ad Hain e agli altri mondi… e alle nazioni di Urras. Ma a voi tutti! In modo che uno di voi non possa usarla, come vorrebbe fare l’A-Io, per ottenere potere sugli altri, per diventare più ricco o per vincere più guerre. In modo che non possiate usare la verità per il vostro profitto privato, ma soltanto per il bene comune.

— Alla fine, la verità si pregia di servire soltanto il bene comune — disse Keng.

— Alla fine, sì, ma io non ho voglia di aspettare questa fine. Io ho una sola vita e non intendo spenderla per l’avidità, il profitto e le menzogne. Io non intendo servire nessun padrone.

La calma di Keng era qualcosa di molto più forzato, voluto, di quanto non lo fosse stata all’inizio della loro conversazione. La forza della personalità di Shevek, non frenata da alcun imbarazzo e da alcuna considerazione apologetica, era terribile. Ella era rimasta scossa dalle sue parole, e lo fissava commossa e un po’ in soggezione.

— Com’è — domandò, — come può essere, la società che l’ha fatta, Shevek? L’ho sentita parlare di Anarres, nella Piazza, e ho pianto nell’ascoltare le sue parole, ma in realtà non le ho creduto completamente. Gli uomini parlano sempre così della loro casa, della loro terra lontana… Ma lei non è affatto come gli altri. In lei c’è una differenza.

— La differenza dell’idea — egli disse. — Ed è per questa idea, inoltre, che sono venuto qui. Per Anarres. Poiché il mio Popolo si rifiuta di guardare all’esterno, ho pensato che avrei potuto indurre gli altri a guardare noi.

Pensavo che sarebbe stato meglio, anziché tenerci lontano, dietro un muro, essere una società come le altre, un pianeta tra gli altri, che dà e che prende. Ma qui mi sbagliavo… mi sbagliavo da cima a fondo.

— Perché? Certamente…

— Perché non c’è nulla, assolutamente nulla su Urras di cui noi anarresiani abbiamo bisogno! Noi lo lasciammo con le mani vuote, cento e set-tanta anni fa, e avemmo ragione. Noi non prendemmo nulla. Poiché qui non c’è altro che gli Stati e le loro armi, i ricchi e le loro bugie, e i poveri e la loro miseria. Non c’è modo di agire rettamente, con un cuore trasparente, su Urras. Non c’è nulla che possiate fare in cui non entrino il profitto, e la paura di una perdita, e il desiderio di potere. Non puoi dire buongiorno a una persona senza sapere chi di voi è «superiore» all’altro, o senza cercare di dimostrarlo. Non puoi agire come un fratello verso le altre persone; devi manipolarle, o comandarle, o obbedire loro, o imbrogliarle. Non puoi toccare un’altra persona, eppure non ti lasceranno mai solo. Non c’è libertà. È

una scatola… Urras è una scatola, un pacchetto, con tutta la sua meravigliosa confezione del cielo turchino e dei prati e delle foreste e delle grandi città. E tu apri la scatola, e cosa ci trovi dentro? Una cantina buia piena di polvere, e un uomo morto. Un uomo cui fu troncata la mano perché la tendeva agli altri. Sono stato nell’inferno, infine. Desar aveva ragione; è Urras; l’inferno è Urras.

Nonostante tutta la sua passione, egli parlava semplicemente, con una sorta di umiltà, e anche ora l’Ambasciatrice della Terra lo osservò con meraviglia, leggermente guardinga ma con piena comprensione, come se non sapesse come accogliere quella semplicità.

— Siamo entrambi stranieri, qui, Shevek — disse infine. — E io vengo da assai più lontano nel tempo e nello spazio. Eppure comincio a pensare di essere meno straniera a Urras di quanto non lo sia lei… Mi permetta di dirle come appare, a me, questo mondo. Per me, e per tutti i miei colleghi della Terra che hanno visto questo pianeta, Urras è il più gentile, il più vario, il più bello dei mondi abitati. È il mondo che più si avvicina, nei limiti del possibile, al paradiso.

Lo fissò con calma e con profondità; egli non disse nulla.

— So che è pieno di mali, pieno di ingiustizia umana, avidità, follia, sprechi. Ma è anche pieno di bene, di bellezza, di vitalità, di successi! È

come un pianeta dovrebbe essere! È vivo, tremendamente vivo… vivo, nonostante tutti i suoi mali, di speranza. Non è vero?

Egli annuì.

— Ora, lei, uomo di un mondo che io non so neppure immaginare, lei che vede il mio paradiso come l’inferno, vuol chiedermi com’è invece il mio mondo?

Egli non disse nulla; la fissava attentamente, i suoi occhi chiari erano impassibili.

— Il mio mondo, la mia Terra, è una rovina. Un pianeta rovinato dalla specie umana. Ci siamo moltiplicati e ci siamo ingozzati e abbiamo combattuto finché non è rimasto più nulla, e poi siamo morti. Non abbiamo controllato né gli appetiti né la violenza; non ci siamo adattati. Abbiamo distrutto noi stessi. Ma prima abbiamo distrutto il nostro mondo. Non ri-mangono più foreste sulla mia Terra. L’aria è grigia, il cielo è grigio, fa sempre caldo. È abitabile, è ancora abitabile, ma non come questo mondo.

Questo è un mondo vivo, un’armonia. Il mio è una dissonanza. Voi Odoniani avete scelto un deserto; noi Terrestri abbiamo fatto un deserto… Laggiù noi sopravviviamo, come voi. La gente è resistente! C’è quasi mezzo miliardo di noi. Una volta ce n’erano nove miliardi. Puoi vedere ancora dappertutto le vecchie città. Le ossa e i mattoni vanno in polvere, ma i piccoli pezzi di plastica no… anch’essi non s’adattano. Noi abbiamo fallito come specie, come specie sociale. Noi siamo qui, ora, a trattare da pari a pari con le altre società umane sugli altri mondi, soltanto grazie alla carità degli Hainiti. Essi vennero da noi; essi ci portarono aiuto. Costruirono navi e ce le donarono, in modo che potessimo lasciare il nostro mondo rovinato.

Ci trattano gentilmente, caritatevolmente, come un uomo forte può trattare uno malato. Sono un popolo molto strano, gli Hainiti; più antichi di qualsiasi altro; infinitamente generosi. Sono degli altruisti. Sono spinti da un sentimento di colpa che noi non riusciamo neppure a capire, nonostante tutti i nostri crimini. Essi sono spinti, in tutto ciò che fanno, io credo, dal passato, dal loro interminabile passato. Ebbene, abbiamo salvato il salvabi-le, e organizzato una sorta di vita nelle rovine, su Terra, nell’unico modo in cui la si poteva organizzare: centralizzazione totale. Totale controllo sull’u-so di ogni acro di terreno, ogni pezzo di metallo, ogni grammo di carbu-rante. Totale razionamento, controllo delle nascite, eutanasia, coscrizione universale nella forza lavoro. L’assoluta irreggimentazione di ciascuna vita per raggiungere la meta della sopravvivenza razziale. Eravamo arrivati a questo, quando giunsero gli Hainiti. Essi ci portarono… un po’ più di speranza. Non molta. Noi l’abbiamo oltrepassata… Noi possiamo soltanto guardare a questo splendido mondo, a questa vitale società, a questo Urras, questo paradiso, dall’esterno. Siamo capaci solo di ammirarlo, e forse di invidiarlo un poco. Non molto.

— Allora Anarres, come l’avete sentita descrivere da me… che cosa significherebbe Anarres per lei, Keng?

— Nulla. Nulla, Shevek. Abbiamo perduto per sempre la possibilità di una Anarres secoli fa, prima ancora che Anarres venisse alla vita.

Shevek si alzò e si recò alla finestra, una delle lunghe feritoie orizzontali della torre. C’era una nicchia nel muro, sotto la feritoia, su cui salivano gli arcieri per guardare in basso e prendere di mira gli assalitori del ponte; se non si saliva su di essa, non si poteva vedere nulla dalla feritoia, ad eccezione del cielo illuminato dal sole, leggermente coperto di foschia. Shevek si fermò sotto la finestra e guardò fuori, con la luce che gli riempiva gli occhi.

— Lei non capisce che cos’è il tempo — disse. — Lei dice che il passato se n’è andato, il futuro non è reale, non c’è cambiamento, non c’è speranza.

Lei pensa che Anarres sia un futuro che non può essere raggiunto, esattamente come il vostro passato non può essere cambiato. Dunque non c’è nient’altro che il presente, questo Urras, il presente ricco, reale, stabile, il momento attuale. E lei pensa che è qualcosa che si può possedere! Lei lo invidia un poco. Lei pensa che sia qualcosa che le piacerebbe avere. Ma non è reale, lo sa. Non è stabile, non è solido… nulla lo è. Le cose cambiano, cambiano. Lei non può avere nulla… E meno di tutto può avere il presente, a meno che non accetti con esso anche il passato e il futuro. Non soltanto il passato, ma anche il futuro, non soltanto il futuro, ma anche il passato! Perché essi sono reali: soltanto la loro realtà rende reale il presente. Non otterrete, non comprenderete neppure, Urras se non accetterete la realtà; la realtà duratura, di Anarres. Lei ha ragione, noi siamo la chiave.

Ma quando l’ha detto, lei non vi credeva realmente. Lei non crede in Anarres, lei non crede in me, anche se io sono qui con lei, in questa stanza, in questo momento… La mia gente aveva ragione, e io mi sbagliavo: noi non possiamo venire a voi. Voi stessi non ce lo permettereste. Voi non credete nel cambiamento, nel caso, nell’evoluzione. Voi distruggereste, piuttosto di ammettere la nostra realtà, piuttosto di ammettere che c’è speranza! Noi non possiamo venire a voi. Noi possiamo soltanto aspettare che voi veniate da noi.

Keng aveva sul viso un’espressione sorpresa e pensosa, forse leggermente confusa.

— Non capisco… non capisco — disse infine. — Lei è come qualcuno del nostro passato, gli antichi idealisti, i visionali della libertà; eppure non la capisco, come se lei cercasse di raccontarmi cose appartenenti al futuro; eppure, come lei dice, lei è qui, ora!… — Non aveva perso la sua acutezza.

Disse, dopo qualche istante: — Allora, perché è venuto da me, Shevek?

— Oh, per darle l’idea. La mia teoria, lei sa. Per evitare ad essa di divenire una proprietà degli iotici, un investimento o un’arma. Se lei è disposta, la cosa più semplice sarebbe quella di trasmettere per radio le equazioni, darle ai fisici di tutto il mondo, e agli Hainiti e agli altri mondi, non appena possibile. Lei sarebbe disposta a farlo?

— Più che disposta.

— In tutto, basteranno poche pagine. Le dimostrazioni e parte delle im-plicazioni richiederebbero di più, ma queste possono venire in seguito, e altre persone potrebbero lavorarci sopra se non potessi farlo io.

— E che cosa farà, lei, dopo? Intende ritornare a Nio? La città è tranquilla, ora, almeno a quanto si può vedere; l’insurrezione sembra sconfitta, almeno per il momento; ma temo che il governo iotico la consideri un in-surrezionista, Shevek. Ci sarebbe sempre il Thu, naturalmente…

— No, non voglio rimanere qui. Non sono un altruista! Se lei fosse disposta ad aiutarmi anche in questo, potrei tornare a casa. Forse gli iotici potrebbero essere disposti a mandarmi a casa, potrebbe essere. Sarebbe coerente, penso: farmi scomparire, negare la mia esistenza. Naturalmente, potrebbero giudicare più semplice provvedere alla cosa uccidendomi o mettendomi in prigione per tutta la vita. Io non voglio ancora morire, e soprattutto non voglio morire qui all’Inferno. Dove va la tua anima, se muori all’Inferno? — Rise; aveva riacquistato tutta la sua gentilezza di comportamento. — Ma se lei potesse mandarmi a casa, penso che tirerebbero un respiro di sollievo. Gli anarchici morti diventano dei martiri, lei lo sa, e continuano a vivere per secoli e secoli. Ma quelli assenti si possono di-menticare.

— Pensavo di sapere che cosa fosse il «realismo» — disse Keng. Sorrise, ma era un sorriso molto tirato.

— Come può, se non conosce la speranza?

— Non ci giudichi troppo duramente, Shevek.

— Io non vi giudico affatto. Io chiedo soltanto il vostro aiuto, e in cambio di questo aiuto non ho nulla da darvi.

— Nulla? Lei chiama «nulla» la sua teoria?

— Mettete sull’altro piatto della bilancia la libertà di un singolo spirito umano — egli disse, voltandosi verso di lei, — e quale dei due peserà di più? Lei può dirlo? Io no.

CAPITOLO 12

— Desidero presentare un progetto — disse Bedap, — del Gruppo dell’Iniziativa. Come sapete, siamo in contatto radio con Urras da una ventina di decadi…

— In opposizione ai suggerimenti di questo consiglio, alla Federativa della Difesa, e a un voto di maggioranza della Lista!

— Sì — disse Bedap, squadrando colui che aveva parlato, ma senza protestare per l’interruzione. Non c’erano regole di procedura parlamentare al-le riunioni del CDP. A volte le interruzioni erano più frequenti delle affermazioni. Il procedimento, paragonato a una riunione amministrativa ben diretta, era come un pezzo di carne cruda paragonato con uno schema elettrico. Ma la carne cruda, tuttavia, funziona meglio di quanto non potrebbe funzionare uno schema elettrico, al suo posto… all’interno di un animale vivente.

Bedap conosceva tutti i suoi vecchi oppositori al Consiglio Importazione-Esportazione; da tre anni, ormai, veniva lì a combatterli. Ma colui che aveva parlato era nuovo: un giovane, probabilmente un nuovo assegnato dalla estrazione a sorte alla Lista del CDP. Bedap lo guardò con benevo-lenza e proseguì: — Non rimettiamoci a litigare i vecchi litigi, vero? Ora ne propongo uno nuovo. Abbiamo ricevuto una interessante comunicazione da un gruppo di Urras. È arrivata sulla lunghezza d’onda usata dai nostri corrispondenti iotici, ma è giunta fuori degli orari preventivati, e il segnale era debole. Pare provenga da una nazione chiamata Benbili, non dall’A-Io.

Il gruppo dava a se stesso il nome «Società Odoniana». A quanto pare, si tratta di Odoniani post-Insediamento, che trovano modo di esistere, chissà come, in qualche scappatoia ancora permessa dalle leggi e dai governi di Urras. Il messaggio era diretto ai «fratelli di Anarres». Potete leggerlo sul bollettino del Gruppo, è interessante. Chiedono se potrebbero avere il permesso di inviare gente qui da noi.

— Inviare gente qui? Lasciar venire qui degli urrasiani? delle spie?

— No, verrebbero come coloni.

— Vorrebbero riaprire l’Insediamento, è così, Bedap?

— Dicono che il loro governo dà loro la caccia, e sperano che…

— Riaprire l’Insediamento! Ad ogni profittatore che si protesta Odoniano?

Riportare in ogni particolare un dibattito amministrativo anarresiano sarebbe difficile; si svolgeva molto rapidamente, spesso più persone parlavano tutte insieme, nessuno parlava a lungo, c’erano un mucchio di frasi sar-castiche, un mucchio di cose restavano inespresse; il tono era emotivo, spesso fieramente personale; si raggiungeva una fine, ma non c’era una conclusione. Era come una discussione tra fratelli, o tra i pensieri di una mente che non ha ancora preso la decisione.

— Se lasciassimo venire questi pretesi Odoniani, come penserebbero di raggiungerci?

Aveva parlato l’oppositore che Bedap temeva maggiormente, la donna fredda e intelligente chiamata Rulag. Per tutto l’anno era stata il suo oppositore più agguerrito e brillante. Bedap lanciò un’occhiata a Shevek, che per la prima volta era venuto ad assistere alla riunione del consiglio, per richiamare la sua attenzione sulla donna. Qualcuno aveva detto a Bedap che Rulag era un ingegnere, ed egli aveva trovato in lei la chiarezza e il prag-matismo mentali dell’ingegnere, e in più l’avversione dei meccanicisti verso la complessità e l’irregolarità. Avversava il Gruppo dell’Iniziativa su ogni punto, compreso quello del suo diritto all’esistenza. Le sue argomen-tazioni erano buone, e Bedap la rispettava. A volte, quando parlava della forza di Urras, e del pericolo di trattare con il forte da una posizione di debolezza, egli le credeva.

Infatti c’erano dei momenti in cui Bedap si chiedeva, in cuor suo, se egli stesso e Shevek, quando si erano riuniti nell’inverno del ‘68 e avevano di-scusso i modi con cui un fisico frustrato avrebbe potuto stampare la propria opera e comunicarla ai fisici di Urras, non avessero dato il via a un’in-controllabile catena di eventi. E quando infine avevano stabilito contatto radio, gli urrasiani si erano rivelati più desiderosi di parlare, di Scambiare informazioni, di quanto non si fossero aspettati; e quando avevano stampato i rapporti delle loro comunicazioni, l’opposizione su Anarres era stata più virulenta di quanto avessero previsto. Su entrambi i pianeti, la gente prestava loro troppa attenzione perché si potessero sentire veramente tranquilli. Quando il nemico ti abbraccia con entusiasmo, e i tuoi compatrioti ti rifiutano amaramente, è difficile non chiederti se non sei, in effetti, un traditore.

— Penso che verrebbero con un mercantile — rispose. — Da buoni Odoniani, scroccherebbero il viaggio. Se il loro governo, o il Consiglio dei Governi Mondiali, desse loro il permesso. Ma glielo darebbero? Gli archisti farebbero un favore agli anarchici? Ecco il punto che mi piacerebbe scoprire. Se invitassimo un piccolo gruppo, sette o otto di quelle persone, che cosa succederebbe su Urras?

— Curiosità lodevole — disse Rulag. — Conosceremmo meglio il pericolo, certo, se conoscessimo meglio come vanno le cose su Urras. Ma il pericolo sta proprio nell’atto di scoprirlo. — Si alzò in piedi, per indicare che voleva tenere l’attenzione per più di una frase o due. Bedap fece una smorfia, e guardò di nuovo Shevek, seduto accanto a lui. — Attento a questa — mormorò. Shevek non rispose, ma Shevek era sempre timido e riservato alle riunioni, non valeva niente a meno che non venisse profondamente commosso da qualcosa, nel qual caso si rivelava un oratore sorprendentemente valido. Era seduto al suo posto e si fissava le mani. Ma mentre Rulag parlava, Bedap notò che la donna, sebbene parlasse a lui, continuava a lanciare occhiate verso Shevek.

— Il vostro Gruppo dell’Iniziativa — disse, sottolineando l’aggettivo

«vostro», — ha proceduto a costruire un trasmettitore, a trasmettere a Urras e a ricevere da questo, e a pubblicare le comunicazioni. Tutto ciò è stato da voi compiuto contrariamente alle opinioni della maggioranza del CDP, e alle crescenti proteste di tutta la Fratellanza. Non ci sono state ancora rappresaglie contro la vostra attrezzatura o contro voi stessi, soprattutto, io credo, per il fatto che noi Odoniani ci siamo disabituati alla stessa idea che qualcuno adotti un corso d’azioni dannoso agli altri e persi-sta in esso a dispetto degli avvisi e delle proteste. È un evento assai raro. In realtà, voi siete i primi di noi che si siano comportati nel modo sempre predetto dai critici archisti quando parlavano del comportamento dei membri di una società priva di leggi: con totale mancanza di responsabilità nei riguardi del bene della società. Non intendo ritornare sul danno da voi già compiuto, il passaggio di informazioni scientifiche a un nemico potente, la confessione della nostra debolezza rappresentata da ciascuna delle vostre trasmissioni a Urras. Ma ora, ritenendo che ci siamo già assuefatti a tutto questo, voi proponete qualcosa di assai peggiore. Che differenza ci può essere, voi direte, tra parlare con alcuni urrasiani sulle onde corte e parlare con alcuni di essi qui ad Abbenay? Qual è la differenza? Qual è la differenza tra una porta chiusa e una porta aperta? Apriamo la porta… ecco che cosa ci dite, voi lo sapete, ammari. Apriamo la porta, lasciamo venire gli urrasiani! Sette o otto pseudo Odoniani sul prossimo mercantile. Set-tanta o ottanta profittatori iotici su quello che verrà dopo, per esaminarci bene e vedere come ci possono suddividere come proprietà tra le nazioni di Urras. E col viaggio seguente verranno settecento o ottocento navi da guerra armate: cannoni, soldati, una forza d’occupazione. Fine di Anarres, fine della Promessa. La nostra speranza giace, da centosettant’anni, nei Termini dell’Insediamento: Nessun urrasiano scenderà dalle navi, eccetto i Coloni, né allora né mai. Nessuna mescolanza. Nessun contatto. Abbandonare quel principio ora, equivale a dire ai tiranni che un tempo abbiamo sconfitto: L’esperimento è fallito, venite di nuovo a renderci schiavi.

— Niente affatto — disse subito Bedap. — Il messaggio è chiaro: L’esperimento è riuscito, ora siamo abbastanza forti da affrontarvi come uguali.

La discussione continuò come prima, un rapido martellare di botta e risposta. Non durò a lungo. Non si fece una votazione, come al solito. Quasi tutti i presenti sostenevano fortemente il rispetto dei Termini dell’Insediamento, e non appena questo divenne chiaro, Bedap disse: — D’accordo, ri-tengo chiusa la questione. Nessuno verrà qui con il Forte di Kuieo o il Pensiero. Sulla questione di portare urrasiani su Anarres, l’intenzione del Gruppo deve chiaramente cedere all’opinione complessiva della società: abbiamo chiesto il vostro parere e lo seguiremo. Ma c’è un altro aspetto della stessa questione. Shevek?

— Be’, c’è la questione — disse Shevek, — di mandare un anarresiano su Urras.

Si alzarono esclamazioni e domande. Shevek non alzò la voce, che era poco più di un mormorio, e continuò: — Non farebbe alcun danno e non minaccerebbe nessuno che viva su Anarres. E mi pare che sia una questione di diritti individuali; una specie di prova di questi diritti, in effetti. I Termini dell’Insediamento non lo proibiscono. Proibirlo ora sarebbe un’as-sunzione di autorità da parte del CDP, una restrizione del diritto dell’individuo Odoniano di dare inizio ad azioni innocue per gli altri.

Rulag si sporse in avanti, senza alzarsi dalla sedia. Sorrideva un poco.

— Ciascuno è libero di lasciare Anarres — disse. I suoi occhi chiari passarono da Shevek a Bedap e a Shevek. — Può andare dove vuole, se le navi dei proprietaristi sono disposte a prenderlo. Ma non può tornare indietro.

— Chi dice che non può? — chiese Bedap.

— I Termini della Chiusura dell’Insediamento. Nessuno potrà allontanarsi dalle navi mercantili al di là della cinta del Porto di Anarres.

— Su, via, nelle intenzioni, questo si doveva certamente riferire agli urrasiani, non agli anarresiani — disse un vecchio consigliere, Ferdaz, che amava tuffare nell’acqua il proprio remo anche se esso allontanava la barca dalla rotta da lui voluta.

— Urrasiano è chi viene da Urras — disse Rulag.

— Legalismi, legalismi! Cosa sono tutti questi cavilli? — disse una donna calma, pesante, chiamata Trepil.

— Cavilli! — gridò il nuovo membro, il giovane. Aveva l’accento degli Altipiani del Nord e una voce profonda, forte. — Se non ti piacciono i cavilli, senti questo. Se quaggiù ci sono delle persone a cui non piace Anarres, lasciatele andare. Darò una mano anch’io. Le porterò io stesso al Porto, ce le spingerò a calci! Ma se cercheranno di strisciare indietro, troveranno alcuni di noi, laggiù, ad aspettarle. Alcuni veri Odoniani. E non li troveranno sorridenti, a dire: «Benvenuti a casa, fratelli.» Si troveranno i denti cacciati in gola a pugni, le balle rincalcate in pancia a calci. Questo lo capite? È abbastanza chiaro per tutti?

— Chiaro, no; aperto, sì. Aperto come una scorreggia — disse Bedap.

— La chiarezza è una funzione del pensiero. Dovresti imparare un po’ di Odonianesimo, prima di aprire la bocca qui dentro.

— Tu non sei degno di pronunciare il nome di Odo! — urlò il giovane.

— Tu sei un traditore, tu e tutto il tuo Gruppo! Su tutta Anarres ci sono persone che vi sorvegliano. Tu pensi che noi non sappiamo che a Shevek è stato chiesto di andare su Urras, di andarci per vendere la scienza anarresiana ai profittatori? Credi che non sappiamo che tutti voi piagnoni vorre-ste andarci per vivere la vita dei ricchi e farvi battere manate sulle spalle dai proprietaristi? Potete andare! Grazie per averci liberati di voi! Ma se cercherete di ritornare nuovamente qui, farete l’incontro con la giustizia!

Si era alzato e si sporgeva sul tavolo, urlava direttamente in faccia a Bedap. Bedap alzò lo sguardo su di lui e disse: — Tu non vuoi dire giustizia, tu vuoi dire punizione. Credi che siano la stessa cosa?

— Vuol dire violenza — disse Rulag. — E se ci sarà violenza, l’avrete causata voi. Voi e il vostro Gruppo. E ve la sarete meritata.

Un uomo sottile, piccolo, di mezza età, vicino a Trepil, cominciò a parlare, dapprima così piano, con una voce resa roca dalla tosse da polvere, che pochi dei presenti lo udirono. Era un osservatore proveniente da un gruppo di minatori del Sudovest, e non ci si aspettava che prendesse la parola su quell’argomento. — … si meriti un uomo — stava dicendo. — Poiché ciascuno di noi merita ogni cosa, ogni lusso che fu mai accumulato nelle tombe dei defunti sovrani, e ciascuno di noi non merita nulla, neppure un boccone di pane quando ha fame. Non abbiamo noi forse mangiato mentre un altro moriva di fame? Ci punirete per questo? Ci premierete per la virtù di morire di fame mentre altri mangiava? Nessun uomo si merita una punizione, nessun uomo si merita un premio. Liberate la vostra mente dall’idea del meritare, e allora comincerete a essere capaci di pensare. — Si trattava, naturalmente, di parole di Odo tratte dalle Lettere dalla Prigione,

ma così pronunciate, dalla voce debole, roca del minatore, facevano uno strano effetto, come se le concepisse egli stesso in quel momento, parola per parola: come se provenissero dal suo stesso cuore, lentamente, con difficoltà, così come l’acqua sgorga lentamente, lentissimamente, dalle sabbie del deserto.

Rulag ascoltò, con la testa eretta, il viso teso come quello di una persona che cerca di vincere un dolore. Di fronte a lei, dall’altro lato del tavolo, Shevek era ancora seduto, con la testa china. Le parole lasciarono dietro di sé un silenzio, ed egli alzò lo sguardo e parlò in quel silenzio.

— Vedete — disse, — la cosa che noi cerchiamo è di ricordare a noi stessi che non siamo venuti su Anarres per la sicurezza, ma per la libertà.

Se dobbiamo essere tutti d’accordo, tutti lavorare insieme, allora non siamo migliori di una macchina. Se un individuo non può lavorare in solidarietà con i suoi colleghi, allora è suo dovere lavorare da solo. Suo dovere e suo diritto. Noi stiamo dicendo, sempre e sempre più spesso: tu devi lavorare con gli altri, tu devi accettare il comando della maggioranza. Ma ogni comando è tirannia. Il dovere dell’individuo è quello di non accettare nessun comando, di essere l’iniziatore dei propri atti, di essere responsabile. Soltanto se egli così farà, la società vivrà, e cambierà, e si adatterà, e sopravviverà. Noi non siamo i sudditi di uno Stato fondato sulla legge, bensì i membri di una società fondata sulla rivoluzione. La rivoluzione è il nostro obbligo: la nostra speranza di evoluzione. «La Rivoluzione è nello spirito individuale, oppure non è da nessuna parte. È per tutto, oppure non è niente. Se la si vede come qualcosa che abbia un fine preciso, una fine precisa, non avrà mai veramente inizio.» Noi non possiamo fermarci qui. Noi dobbiamo proseguire. Dobbiamo assumerci i rischi.

Rulag rispose, calma come lui, ma molto freddamente: — Non hai diritto di esporci tutti a un rischio che sei spinto ad assumerti per motivi personali.

— Nessuno che non sia disposto ad andare fino a dove voglio andare io ha diritto di impedirmi di andare — rispose Shevek. I loro occhi si incontrarono per un attimo; entrambi abbassarono lo sguardo.

— Il rischio di un viaggio su Urras non tocca altro che la persona che parte — disse Bedap. — Non cambia nulla dei Termini dell’Insediamento, e nulla del nostro rapporto con Urras, eccetto che, forse, moralmente… a nostro vantaggio. Ma non credo che siamo pronti, che nessuno di noi lo sia, per decidere su questo argomento. Per il momento ritiro la questione, se gli altri sono d’accordo.

Gli altri assentirono, ed egli e Shevek lasciarono la riunione.

— Devo andare all’Istituto — disse Shevek, quando uscirono dall’edificio del CDP. — Sabul mi ha mandato uno dei suoi ritagli delle unghie… il primo dopo anni. Che avrà in mente, mi chiedo?

— Che cosa avrà in mente quella Rulag, mi chiedo io! Quella donna ha del rancore personale nei tuoi riguardi. Invidia, credo. Non bisogna più mettere voi due alla stessa tavola, altrimenti non approderemo mai a niente. E anche quel giovane degli Altipiani del Nord è una brutta novità. Comando della maggioranza e la forza che diventa diritto! Riusciremo a far ascoltare il nostro messaggio, Shevek, o stiamo soltanto facendo irrigidire l’opposizione?

— Forse dovremmo davvero inviare qualcuno su Urras… dimostrare il nostro diritto per mezzo dell’azione, se le parole non basteranno.

— Forse. Purché non si tratti di me! Sono disposto a diventare viola a forza di parlare del nostro diritto di lasciare Anarres, ma se dovessi essere io a farlo, dannazione, mi taglierei la gola.

Shevek rise. — Io devo andare. Sarò a casa tra un’ora, più o meno. Vieni a mangiare con noi questa sera.

— Vado ad aspettarti alla stanza.

Shevek si avviò per la strada con la sua lunga falcata; Bedap rimase fermo davanti all’edificio del CDP, esitante. Si era a metà del pomeriggio, e la giornata primaverile era ventosa, soleggiata, fredda. Le strade di Abbenay erano chiare, terse, vive di luce e di persone. Bedap si sentiva insieme eccitato e abbattuto. Ogni cosa, comprese le sue emozioni, era promettente, ma insoddisfacente. Si avviò in direzione del domicilio dell’isolato Pekesh dove Shevek e Takver abitavano ora, e trovò, come aveva sperato, Takver in casa con la bambina.

Takver aveva abortito due volte e poi era giunta Pilun, tardi e un po’ i-nattesa, ma assai benvenuta. Era piccola alla nascita, ed ora, avvicinandosi ai due anni, era ancora piccola, con braccia e gambe minute, molto sottili.

Quando Bedap la teneva, era sempre vagamente allarmato o respinto dal contatto di quelle braccia, così fragili ch’egli avrebbe potuto romperle con un semplice movimento della mano. Amava molto Pilun, era affascinato dai suoi occhi grigi e nebbiosi, conquistato dalla sua profonda fiducia, ma ogni volta che la toccava, capiva consciamente, come in precedenza non gli era mai occorso, quale sia l’attrazione della crudeltà, perché il forte tormenta il debole. E perciò — sebbene egli non fosse capace di spiegare le ragioni di quel «perciò» — capiva anche una cosa che non aveva mai avuto molto senso per lui, anzi che non l’aveva mai interessato affatto: il sentimento paterno. Provava un piacere straordinario quando Pilun lo chiamava tadde.

Si sedette sulla predella del letto sotto la finestra. Era una stanza di buone dimensioni, con due predelle. Sul pavimento c’era una stuoia; non c’era altro arredamento, né sedie né tavolo, soltanto un piccolo recinto mobile che delimitava uno spazio di gioco o proteggeva il letto di Pilun. Takver aveva aperto il cassetto lungo e largo dell’altra predella, e metteva a posto pile di fogli di carta in esso contenute. — Tienimi Pilun, caro Bedap! —

disse con il suo largo sorriso, quando la bambina cominciò ad avviarsi verso di lui. — Mi ha pasticciato questi fogli almeno dieci volte, ogni volta che li ho messi a posto. Qui avrò finito tra un minuto… dieci, anzi.

— Non metterti fretta. Non ho voglia di parlare. Mi basta stare qui a sedere. Vieni qui, Pilun. Cammina… ecco, così si fa! Cammina da Tadde Bedap. Adesso ti ho preso!

Pilun si sedette contenta sulle sue ginocchia e cominciò a studiargli la mano. Bedap si vergognava delle sue unghie, che, anche se non se le rosic-chiava più, erano ormai deformate, e dapprima chiuse la mano per nasconderle; poi si vergognò di averne vergogna, e aprì la mano. Pilun cominciò a battervi sopra.

— Questa è una bella stanza — disse. — Con la luce a nord. È sempre tranquillo, qui dentro.

— Sì. Zitto, sto contandoli.

Dopo un poco, Takver mise via le pile di fogli e chiuse il cassetto. —

Fatto! Scusa, ma avevo detto a Shevek che avrei messo il numero a quelle pagine. Vuoi bere?

Il razionamento era ancora in forza per molti cibi, anche se era molto meno restrittivo di cinque anni prima. I frutteti degli Altipiani del Nord avevano sofferto meno la siccità, e si erano ripresi più in fretta, delle regioni coltivate a grano, e l’anno precedente la frutta secca e i succhi di frutta erano stati tolti dalla lista delle razioni. Takver aveva una bottiglia sul davanzale della finestra, dietro gli scuri. Ne versò a tutti e due, in tazzine di terracotta un po’ bitorzolute che Sedik aveva fatto a scuola. Si sedette di fronte a Bedap e lo guardò, sorridendo. — Be’, come va al CDP?

— Sempre lo stesso. Come va al laboratorio dei pesci?

Takver fissò la propria tazza, muovendola per guardare il riflesso della luce sulla superficie del liquido. — Non so. Pensavo di andarmene.

— Perché, Takver?

— Meglio andarsene che sentirsi dire di andarsene. Il guaio è che il lavoro mi piace, e che sono anche brava, nel mio campo. Ed è l’unico del suo tipo ad Abbenay. Ma non puoi essere un membro di una squadra di ricerca che ha deciso che non sei un suo membro.

— Se la prendono con te, eh?

— Ed è sempre peggio — disse lei, e lanciò un’occhiata alla porta, rapidamente e meccanicamente, come per assicurarsi che non ci fosse Shevek, ad ascoltare. — Alcuni di loro sono incredibili. Be’, tu sai com’è. Non serve a niente parlarne.

— No, ed è questo il motivo per cui sono lieto di averti trovato da sola.

Io, in realtà, non so affatto com’è. Io, e Shevek, e Skovan, e Gezach, e tutti gli altri che passano la maggior parte del tempo alla stamperia o alla torre radio, non abbiamo assegnazioni di lavoro, e perciò non vediamo molta gente al di fuori del Gruppo dell’Iniziativa. Io passo un mucchio di tempo al CDP, ma lì si tratta di una situazione speciale, lì mi aspetto dell’opposizione perché me la creo apposta. Ma, tu, contro che cosa ti sei imbattuta?

— L’odio — disse Takver con la sua voce cupa, bassa. — Vero odio. Il direttore del mio progetto non mi parla più. Be’, non è una gran perdita.

Non mi è mai stato simpatico. Ma alcuni degli altri mi dicono ciò che pensano… C’è una donna, non nel laboratorio dei pesci, ma qui nel domicilio.

Io sono nel comitato di igiene dell’isolato, e dovevo parlare con lei di qualcosa. Non mi ha lasciato parlare. «Non cercare di entrare in questa stanza, vi conosco, io, voialtri maledetti traditori, voialtri intellettuali, egoizzatori»

eccetera eccetera, e poi mi ha sbattuto la porta in faccia. Una scena grotte-sca. — Takver rise tristemente. Pilun, vedendola ridere, sorrise, raggomitolata nel cavo del braccio di Bedap, e poi sbadigliò. — Ma, sai, mi ha spaventato. Sono codarda, Bedap. Non mi piace la violenza. Non mi piace neppure la disapprovazione!

— Ovviamente no. L’unica sicurezza che abbiamo è l’approvazione dei nostri vicini. Un archista può infrangere una legge e sperare di farla franca, senza subire punizione, ma tu non puoi «infrangere» un costume; è la cornice della tua vita con l’altra gente. Noi stiamo appena cominciando a provare che cosa voglia dire essere dei rivoluzionari, per dirla con le parole usate da Shevek alla riunione di oggi. Non è una cosa comoda.

— Ma alcune persone capiscono — disse Takver, sforzandosi di essere ottimista. — Una donna sull’omnibus, ieri, non so dove l’ho incontrata, lavoro del decimo giorno da qualche parte, credo; mi ha detto: «Dev’essere bello vivere con un grande scienziato, dev’essere così interessante!» E io le ho risposto: «Sì, almeno c’è sempre qualcosa di cui parlare.» … Pilun, non ti addormentare, piccola! Shevek arriverà a casa tra poco e andremo a mensa. Dondolala un po’, Bedap. Be’, comunque, vedi, quella donna sapeva chi fosse Shevek, ma non mostrava né odio né disapprovazione, era molto gentile.

— La gente sa bene chi egli sia — disse Bedap. — È curioso, perché non possono capire il suo libro più di quanto possa capirlo io. Alcune centinaia di persone possono capirlo, pensa lui. Quegli studenti dell’Istituto Divisionale che cercano di organizzare corsi di Simultaneità. Io penso che venti, venticinque persone sia un numero più aderente alla realtà, per conto mio. Eppure la gente sa di lui, hanno la sensazione che sia qualcosa di cui andare fieri. Ecco una cosa che il Gruppo ha fatto, se non altro. Ha stampato i libri di Shevek. Può essere l’unica cosa saggia che abbiamo fatto.

— Oh, adesso! Devi avere avuto una seduta dura, oggi al CDP.

— L’abbiamo davvero avuta. Mi piacerebbe darti delle buone notizie, Takver, ma non posso proprio. Il Gruppo sta colpendo assai vicino al legame fondamentale societario, la paura dello straniero. C’era un giovanotto, oggi alla riunione, che minacciava apertamente delle rappresaglie. Be’, è una povera risposta, ma troverà altri pronti ad appoggiarla. E quella Rulag, maledizione, è una opponente formidabile!

— E sai chi è, Bedap?

— Chi è?

— Shevek non te l’ha mai detto? Be’, non ama parlarne. È la madre.

— La madre di Shevek?

Takver annuì. — L’ha lasciato quando aveva due anni. Il padre rimase con lui. Nulla d’inconsueto, naturalmente. Eccetto i sentimenti di Shevek.

Egli sente di avere perduto qualcosa di essenziale… tanto lui quanto il padre. Non cerca di trarne qualche principio generale, che i genitori dovrebbero sempre tenere con sé i figli, o qualcosa di simile. Ma l’importanza che la fedeltà riveste per lui, io credo, va ricondotta a questo.

— Quel che è inconsueto — disse Bedap, forte, dimenticando la presenza di Pilun. che gli si era addormentata in braccio, — nettamente inconsueto, sono i sentimenti di Rulag verso di lui! Aspettava soltanto ch’egli si presentasse a una riunione dell’Importazione-Esportazione; la cosa era chiarissima, oggi. Sa che è l’anima del gruppo, e ci odia per causa sua. Perché? Sentimento di colpa? La Società Odoniana si è talmente corrotta che siamo oggi motivati dai sentimenti di colpa… Sai, adesso che mi hai detto questo, quei due si assomigliano. Soltanto che, in lei, è tutto indurito, duro come pietra… morto.

La porta si aprì mentre egli parlava. Entrarono Shevek e Sedik. Sedik aveva dieci anni, era alta per la sua età ed era sottile, tutta lunghe gambe, flessuosa e fragile, con una nube di capelli neri. Dietro di lei venne Shevek; e Bedap, osservandolo nella strana nuova luce della sua parentela con Rulag, lo vide come una persona può qualche volta vedere un amico di lunga, lunghissima data, con una nitidezza a cui contribuisce tutto il passato: la faccia splendida e reticente, piena di vita ma consumata, consumata fino all’osso. Era una faccia intensamente individuale, e tuttavia i connotati erano non soltanto simili a quelli di Rulag, ma anche a quelli di molti anarresiani, un popolo selezionato da una visione di libertà, e adattato a un mondo spoglio: un mondo di distanze, silenzi, solitudini.

Nella stanza, intanto: molta intimità, commozione, comunione; saluti, ri-sa, Pilun che passava dall’uno all’altro, con poca soddisfazione dell’interes-sata, per venire coccolata, e la bottiglia che veniva passata dall’uno all’altro per bere; domande, conversazioni. Sedik, inizialmente, fu al centro dell’attenzione, poiché, di tutta la famiglia, era colei che veniva nella stanza con minore frequenza; poi il centro dell’attenzione passò su Shevek. — Che cosa voleva il vecchio sudicione?

— Sei stato all’Istituto? — chiese Takver, voltandosi verso di lui, che le si era seduto accanto.

— Ci sono andato adesso. Sabul mi aveva lasciato questa mattina un messaggio al Gruppo. — Shevek bevve il suo succo di frutta e abbassò la tazza, rivelando un curioso atteggiamento della sua bocca: una non-espressione. — Ha detto che la Federativa di Fisica ha libero un incarico a tempo pieno. Autonomo, permanente.

— Per te, vuoi dire? Laggiù? All’Istituto?

Egli annuì.

— Te l’ha detto Sabul?

— Cerca di arruolarti — disse Bedap.

— Sì, lo credo anch’io. Se non riesci a sradicarlo, addomesticalo, come dicevamo nell’Insediamento del Nord. — Shevek rise, bruscamente e spontaneamente. — E divertente, no? — disse.

— No — disse Takver. — Non è divertente. È disgustoso. Anzi, come hai potuto andare a parlare con lui? Dopo tutte le calunnie che ha diffuso sul tuo conto, le bugie sul fatto che i Princìpi erano stati rubati a lui, e il non averti detto che gli urrasiani ti avevano dato quel premio, e poi, l’anno scorso, quando ha fatto sciogliere quei ragazzi che avevano organizzato la serie di lezioni e li ha fatti allontanare a causa della tua «influenza cripto-autoritaristica» su di loro… proprio tu, un autoritarista! … è stato vomitevo-le, imperdonabile. Come puoi comportarti urbanamente con un uomo simile?

— Be’, non è soltanto Sabul, lo sai. Sabul è solo il portavoce.

— Lo so, ma a lui piace fare il portavoce. E si è comportato in modo schifoso per tanto tempo! Be’, cosa gli hai detto?

— Ho temporeggiato… come diresti tu — disse Shevek, e rise di nuovo.

Takver lo osservò nuovamente, poiché adesso era certa che, nonostante il suo controllo, egli era in uno stato di tensione o di eccitazione estrema.

— Dunque, non gli hai detto un no deciso?

— Ho detto che alcuni anni fa mi ero ripromesso di non accettare alcuna assegnazione regolare di lavoro, per essere in grado di svolgere lavoro teorico. E così egli ha detto che, trattandosi di un incarico autonomo, sarei stato pienamente libero di portare avanti la ricerca che stavo facendo, e che lo scopo di dare a me l’incarico era quello di… sentite come l’ha messa lui… «facilitare l’accesso alla strumentazione sperimentale dell’Istituto, e ai regolari canali di pubblicazione e di diffusione.» Le edizioni del CDP, in altre parole.

— Be’, allora hai vinto — disse Takver, guardandolo con una strana espressione. — Hai vinto. Stamperanno ciò che tu scrivi. È quello che vole-vi quando siamo tornati qui cinque anni fa. I muri sono stati abbattuti.

— Ci sono dei muri dietro ai muri — disse Bedap.

— Avrò vinto soltanto se accetterò l’incarico. Sabul mi offre di… lega-lizzarmi. Di rendermi ufficiale. Allo scopo di separarmi dal Gruppo dell’Iniziativa. Non appare anche a te che sia questo il suo motivo, Bedap?

— Certo — disse Bedap. La sua faccia era cupa. — Dividi per indeboli-re.

— Ma riportare Shevek nell’Istituto, e stampare nelle edizioni del CDP

ciò ch’egli scrive, è dare implicitamente un’approvazione a tutto il Gruppo, no?

— Potrebbe significare questo per molte persone — disse Shevek.

— No, non lo significherebbe affatto — disse Bedap. — Verrà spiegato.

Il grande fisico è stato fuorviato da un gruppo di dissidenti, per un certo periodo. Gli intellettuali si lasciano sempre fuorviare, poiché essi pensano a cose irrilevanti come il tempo, lo spazio e la realtà, cose che non hanno niente a che vedere con la vita quotidiana, e così vengono facilmente in-gannati dai cattivi deviazionisti. Ma i buoni Odoniani dell’Istituto gli hanno cortesemente spiegato i suoi errori, ed egli è ritornato sul sentiero della verità social-organica. Privando così il Gruppo dell’Iniziativa del suo unico concepibile elemento capace di richiamare seriamente l’attenzione di tutti gli abitanti di Urras e Anarres.

— Non intendo abbandonare il Gruppo, Bedap.

Bedap sollevò la testa e disse dopo un attimo: — No, so che non intendi farlo.

— Bene. Andiamo a pranzo. Ho la pancia che borbotta: la senti, Pilun?

Rrowr, rrowr!

— Ohp! — disse Pilun, in tono di comando. Shevek la afferrò e poi si raddrizzò, portandola sulla propria spalla. Dietro la sua testa e quella della bambina, l’unica scultura mobile appesa nella stanza oscillò piano. Era una grossa scultura, fatta di fili appiattiti, che, di lato, quasi scomparivano alla vista; avevano forma ovale, e questi ovali, di tempo in tempo, sparivano; ugualmente sparivano, in certe condizioni di luce, le sottili e trasparenti bolle di vetro che si muovevano nell’interno dei fili ovali e che formavano orbite ellissoidali intorno al centro comune, senza mai incontrarsi completamente, senza mai totalmente separarsi. Takver la chiamava Abitazione del Tempo.

Si recarono alla mensa di Pekesh, e attesero che la tabella indicasse una rinuncia, in modo da poter portare Bedap come ospite. Bedap si registrò presso la mensa, e questo suo atto lo cancellò dalla mensa in cui mangiava di solito: il sistema era coordinato da un calcolatore, sull’intera città. Era uno dei «processi omeostatici» altamente meccanizzati favoriti dai primi Coloni e che persistevano soltanto ad Abbenay. Come vari altri metodi meno sofisticati che venivano usati altrove, esso non funzionava mai perfettamente; c’erano carenze, eccessi e frustrazioni, ma niente di grave. Le rinunce alla mensa di Pekesh erano rare, poiché la sua cucina godeva la fama di essere la migliore di Abbenay e aveva una tradizione di grandi cuochi. Infine apparve un’apertura, ed essi entrarono. Due giovani che Bedap conosceva di vista e che erano vicini di domicilio di Shevek e Takver si unirono a loro al tavolo. Altri non vennero… o non vollero venire? Qual era l’ipotesi corretta? Non parve importare. Mangiarono un buon pasto e passarono piacevolmente il tempo chiacchierando tra loro. Ma ogni tanto Bedap provò l’impressione che intorno a loro ci fosse un cerchio di silenzio.

— Non so che cosa inventeranno ancora gli urrasiani — disse, e sebbene stesse parlando senza impegno, scoprì, con fastidio, di avere abbassato la voce. — Hanno chiesto di venire qui, e hanno chiesto a Shevek di andare da loro; quale sarà la loro prossima mossa?

— Non sapevo che avessero chiesto a Shevek di andare da loro — disse Takver, corrugando leggermente la fronte.

— Sì, lo sapevi — disse Shevek. — Quando mi hanno detto di avermi dato il premio, sai, il Seo Oen, mi hanno chiesto se potevo andare, ricordi?

Per prendere il denaro del premio! — Shevek sorrise, radioso. Anche se c’era un cerchio di silenzio intorno a loro, egli non se ne preoccupava: era sempre stato solo.

— Vero. Lo sapevo. Soltanto, non mi era parsa una possibilità concreta.

Da decadi parlate di suggerire alla riunione del CDP che qualcuno si rechi su Urras, tanto per sconvolgerli.

— Ed è quanto abbiamo finalmente fatto, oggi pomeriggio. Bedap mi ha indotto a dirlo.

— E ne sono rimasti sconvolti?

— Gli si sono rizzati i capelli, usciti gli occhi dalle orbite…

Takver rise. Pilun sedeva su un seggiolone accanto a Shevek e si eserci-tava i denti su un pezzo di pane di holum e la voce facendo versi. — O

manieri bateri — proclamò, — abberi abberi babberi dab! — Shevek, sempre versatile, le rispose nella stessa vena. La conversazione degli adulti continuò senza molta attenzione e con interruzioni. Bedap non se la prese; da tempo aveva imparato che occorreva accettare Shevek con tutte le sue complicazioni, oppure lasciarlo perdere. La più silenziosa di tutti era Sedik.

Bedap rimase con loro ancora per un’ora, dopo il pasto, nella camera comune del domicilio, ch’era bella e spaziosa, e quando Sedik si alzò per uscire, si offrì di accompagnarla al dormitorio della scuola, che era sulla sua strada. A queste parole, accadde qualcosa, uno di quegli eventi o di quei segnali che risultano chiari soltanto ai membri della stessa famiglia; l’unica cosa che Bedap capì, fu che Shevek, senza mostrare fastidio e senza dir nulla, li accompagnò. Takver doveva andare a dare da mangiare a Pilun, che diventava sempre più rumorosa. Takver diede il bacio del saluto a Bedap, che si allontanò con Sedik e Shevek, chiacchierando con luì. Parlavano fitto, e non si accorsero di avere superato il centro di apprendimento.

Tornarono indietro, e trovarono Sedik ferma davanti all’entrata del dormitorio. Era immobile, dritta e sottile, con il viso teso, nella debole luce della lampada stradale. Shevek rimase altrettanto immobile per un momento, poi si avvicinò a lei. — Che cosa è successo, Sedik?

La bambina rispose: — Shevek, posso rimanere nella camera per la notte?

— Certamente. Ma cos’è successo?

Il viso lungo, delicato, di Sedik tremò e parve frammentarsi. — Non gli piaccio, a quelli del dormitorio — disse, con la voce stridula per la tensione, ma ancor più morbida di prima.

— Non gli piaci? Che intendi dire?

Non si erano ancora toccati. Sedik gli rispose con disperato coraggio. —

Perché non gli piace… non gli piace il Gruppo, e Bedap, e… e tu. Vi chiamano… La sorella grande della stanza, ha detto che voi… che noi siamo tutti tra… Ha detto che siamo dei traditori — e nel pronunciare la parola, la bambina sobbalzò come se fosse stata colpita da un proiettile; Shevek la prese fra le braccia. Sedik si tenne a lui con tutta la sua forza, piangendo con grandi singhiozzi. Era troppo vecchia, troppo alta perché Shevek la prendesse in braccio. Rimase fermo ad abbracciarla, accarezzandole i capelli. Alzò gli occhi al di sopra della testa della bambina e guardò Bedap.

Anche i suoi occhi erano pieni di lacrime. Disse: — Tutto a posto, Bedap, vai pure.

Bedap non poteva fare altro che lasciarli, l’uomo e la bambina, in quell’unica intimità ch’egli non poteva condividere, la più dura e la più profonda, l’intimità del dolore. Il fatto di andarsene non gli diede alcun senso di sollievo o di fuga; invece, si sentì inutile, sminuito. «Ho trentanove anni»

pensò, mentre si dirigeva al proprio domicilio, la stanza da cinque uomini in cui viveva in perfetta indipendenza. «Quaranta tra poche decadi. Che cosa ho fatto? Che cosa continuo a fare? Nulla. Mettermi in mezzo. Mettermi in mezzo nella vita degli altri perché non ne ho una mia. Non me ne sono mai dato il tempo. E il tempo mi sfuggirà, tutto d’un tratto, e io non avrò mai avuto… quello.» Si guardò alle spalle, nella strada lunga e tranquilla, dove le lampade formavano morbide pozze di luce nell’oscurità di vento, ma ormai si era allontanato troppo per vedere ancora il padre e la figlia, oppure essi se n’erano andati. Non avrebbe saputo dire cosa intendesse con «quello», sebbene fosse bravo con le parole; eppure sentiva di comprenderlo chiaramente, sentiva che tutta la sua speranza stava in quella comprensione, e che se voleva salvarsi doveva cambiare vita.

Quando Sedik si fu calmata abbastanza per lasciarlo, Shevek la lasciò a sedere sul primo scalino del dormitorio, ed entrò a dire alla guardiana che la bambina sarebbe rimasta con i genitori per la notte. La guardiana gli parlò con freddezza. Gli adulti che lavoravano nei dormitori dei bambini avevano una naturale tendenza a disapprovare le visite domiciliari notturne, poiché le trovavano negative; Shevek si disse che probabilmente era sbagliato voler vedere nella guardiana qualcosa di diverso da questa disapprovazione. I corridoi del centro d’apprendimento erano fortemente illuminati ed echeggiavano di rumori, suoni di strumenti musicali, voci di bambini. Erano i vecchi suoni, odori, ombre, echi dell’infanzia che Shevek ricordava, e con essi ricordò anche le paure. Le paure si dimenticano.

Uscì e ritornò a casa con Sedik, tenendole il braccio sulla spalla sottile.

La bambina taceva, era ancora agitata. Disse bruscamente, quando giunsero al loro ingresso, nel domicilio principale di Pekesh: — So che non siete molto contenti, tu e Takver, di avermi con voi per la notte.

— Come mai questa idea?

— Perché volete stare in intimità, le coppie adulte hanno bisogno d’intimità.

— C’è Pilun.

— Pilun non conta.

— E neppure tu.

Sedik tirò su col naso, cercando di sorridere.

Quando giunsero alla luce della stanza, però, la faccia bianca e chiazzata di rosso, gonfia, della bambina, sorprese Takver, che disse: — Che cosa è successo? … — e Pilun, interrotta nel pasto, tolta bruscamente al suo stato di gioia, cominciò a gemere, e questo fece di nuovo piangere Sedik, e per qualche tempo si ebbe l’impressione che tutti piangessero, e si confortasse-ro reciprocamente, e rifiutassero il conforto. Il tutto terminò quasi bruscamente in un completo silenzio, con Pilun sulle ginocchia della madre, Sedik su quelle del padre.

Quando la bambina piccola fu sazia e venne messa a dormire, Takver disse, a voce bassa ma tesa: — Allora, che cosa c’è?

Anche Sedik s’era per metà addormentata, appoggiando la testa sul petto del padre. Egli la sentì raccogliersi per rispondere. Le accarezzò i capelli per tenerla tranquilla, e rispose per lei. — Alcune persone al centro di apprendimento non ci approvano.

— E che accidenti di diritto hanno di disapprovarci?

— Ssst, ssst. Il Gruppo.

— Oh — disse Takver, con uno strano timbro gutturale; nello sbottonar-si la tunica, strappò, senza volerlo, il bottone. Abbassò gli occhi sul bottone, allargando il palmo. Poi guardò Shevek e Sedik.

— Da quanto va avanti?

— Un mucchio di tempo — disse Sedik, senza alzare la testa.

— Giorni, decadi, tutto il trimestre?

— Oh, più ancora. Ma diventano… Sono peggio, nel dormitorio, adesso.

La notte. Terzol non le ferma. — Sedik parlava come una sonnambula, e in tono molto sereno, come se la questione non la riguardasse.

— E che cosa fanno? — chiese Takver, anche se un’occhiata di Shevek la avvertì di non insistere.

— Be’… mi trattano male, tutto qui. Non mi fanno entrare nei giochi e in tutto il resto. Tip, la conoscete, era mia amica, veniva sempre a parlare con me, una volta spente le luci. Ma ha smesso di farlo. Adesso nel dormitorio la sorella grande è Terzol, e non le… e dice: «Shevek è… Shevek è un…»

Egli la interruppe, accorgendosi della crescente tensione nel corpo della bambina, della ritrosia e del modo in cui cercava di raccogliere il proprio coraggio, una combinazione insopportabile: — Le dice: «Shevek è un traditore, Sadik è una egoizzatrice»… Sai benissimo che cosa le dice, Takver!

— I suoi occhi fiammeggiavano. Takver venne avanti e toccò la guancia della figlia, una volta soltanto, in modo piuttosto timido. Disse, a bassa vo-ce: — Sì, lo so — e andò a sedere sull’altra predella, di fronte a loro.

La bambina piccola, messa a dormire accanto al muro, russava leggermente. Le persone della camera accanto ritornarono a casa dalla mensa, si udì sbattere una porta, qualcuno nella piazza diede la buona notte ed ebbe risposta da una finestra aperta. Il grosso domicilio, duecento stanze, era desto, tranquillamente vivo intorno a loro; come la loro esistenza entrava nella sua, così la sua esistenza entrava nella loro, una parte di una totalità.

Infine Sedik scivolò via dalle ginocchia del padre e si sedette sulla predella, al suo fianco, accanto a lui. I suoi capelli neri erano arruffati e le scendevano davanti agli occhi.

— Non volevo dirvelo perché… — la voce della bambina suonava sottile e bassa. — Ma diventa sempre peggio. Una spinge l’altra.

— Allora non devi più tornarci — disse Shevek. La circondò col braccio, ma lei gli resistette, rimase a sedere eretta.

— Se andassi a parlare io… — disse Takver.

— Non serve a niente. Non cambiano idea.

— Ma contro che cosa ci siamo messi? — chiese Takver, stupita.

Shevek non rispose. Continuò a circondare Sedik con il braccio, ed ella infine cedette, appoggiando la testa contro il suo braccio, con stanchezza, con pesantezza. — Ci sono altri centri d’apprendimento — disse infine, senza molta sicurezza.

Takver si alzò. Non riusciva a starsene ferma, e voleva fare qualcosa, agire. Ma non c’era molto da fare. — Lascia che ti pettini, Sedik — disse a bassa voce.

Pettinò i capelli della bambina e li dispose a treccia; poi misero il paravento in mezzo alla stanza e infilarono Sedik accanto alla bambina piccola, che dormiva. Sedik stava quasi per scoppiare un’altra volta in lacrime nel dare loro la buona notte, ma in meno di un quarto d’ora compresero dal suo respiro che si era addormentata.

Shevek si era seduto ai piedi della loro predella con un quaderno per appunti e la lavagna che usava per calcolare.

— Ho messo le pagine al manoscritto — disse Takver.

— Quante pagine erano?

— Quarantuna, con le appendici.

Egli annuì. Takver si alzò in piedi, guardò dietro il paravento le due bambine addormentate, ritornò e si sedette sull’orlo della predella.

— Sapevo che c’era qualcosa che non andava. Ma non mi aveva detto niente. Non mi ha mai detto niente, è stoica. Non pensavo che fosse così.

Pensavo che fosse soltanto un nostro problema, non mi è venute in mente che potessero prendersela con i nostri figli. — Takver parlava piano, con amarezza. — Aumenta, aumenta sempre più… Pensi che in un’altra scuola sarebbe differente?

— Non so. Se passerà molto tempo con noi, probabilmente no.

— Non vorrai mica dire che…

— No. Ho solo detto una realtà di fatto. Se scegliamo di dare alla bambina l’intensità dell’amore individuale, non possiamo evitarle ciò che gli si accompagna, il rischio del dolore. Dolore da noi, e attraverso di noi.

— Non è giusto che debba essere tormentata per ciò che facciamo noi. È

così brava, così gentile, è come l’acqua chiara… — Takver tacque, soffocata da un breve accesso di lacrime, si asciugò gli occhi, strinse le labbra.

— Non è «ciò che facciamo noi». È ciò che faccio io. — Abbassò il quaderno. — Anche tu hai sofferto per questo.

— Non m’importa quello che pensano.

— Sul lavoro?

— Posso scegliere un altro posto.

— Non qui, non nel tuo campo.

— Be’, vuoi che vada da un’altra parte? I laboratori di Sorruba a Pace e Abbondanza mi prenderebbero. Ma tu dove andresti? — Lo fissò. — Re-steresti qui, penso.

— Potrei venire con te. Skovan e gli altri studiano lo iotico, tra un po’

saranno in grado di occuparsi della radio, ed è questa attualmente la mia principale funzione al Gruppo. Posso occuparmi di fisica a Pace a Abbondanza come qui. Ma a meno che io non mi tolga direttamente dal Gruppo dell’Iniziativa, questo non risolve il problema, no? Il problema sono io.

Sono io quello che dà origine ai fastidi.

— Darebbero peso alla cosa, in un piccolo paese come Pace e Abbondanza?

— Temo di sì.

— Shevek, quanto di questo odio hai già incontrato tu? Anche tu sei rimasto zitto, come Sedik?

— E come te. Be’, a volte. Quando sono andato a Concordia, la scorsa estate, le cose sono state un po’ peggiori di quanto non ti abbia detto. Hanno tirato pietre e c’è stata anche baruffa. Gli studenti che mi avevano chiesto di andare hanno dovuto fare a pugni per difendermi. Ma io me ne andai subito; li mettevo in pericolo. Be’, gli studenti amano il pericolo. E dopotutto abbiamo chiesto noi la rissa, abbiamo deliberatamente agitato la gente. E c’è un mucchio di gente con noi. Ma ora… ora comincio a chiedermi se non metto in pericolo te e i bambini, Takver. Rimanendo con voi.

— Tu non sei in pericolo, vero? — disse lei, con violenza.

— Io l’ho chiesto. Ma non avevo pensato che avrebbero esteso a voi il loro risentimento tribale. Il sentimento che provo verso il vostro pericolo non è come quello che provo verso il mio.

— Altruista!

— Forse. Non posso farci nulla. Mi sento responsabile, Takver. Senza di me, voi potreste andare dove volete, o rimanere qui. Tu hai lavorato per il Gruppo, ma la cosa che ti rimproverano è la tua fedeltà a me. Io sono il simbolo. Perciò non c’è nessun posto… dove potrei andare.

— Vai su Urras — disse Takver. La sua voce era così dura che Shevek arretrò come se avesse ricevuto uno schiaffo.

Takver non sostenne il suo sguardo, e ripeté, più piano: — Vai su Urras… Perché no? Laggiù ti vogliono. Qui non ti vogliono! Forse comince-ranno a vedere cosa hanno perduto, quando te ne sarai andato. E tu hai voglia di andarci. Me ne sono accorta questa sera. Non ci avevo mai pensato, prima, ma quando abbiamo parlato del premio, a pranzo, me ne sono resa conto, dal modo in cui sorridevi.

— Io non ho bisogno di premi e compensi!

— No, ma hai bisogno di sentirti apprezzato, e di discutere, e di studenti… senza che ci sia attaccato nessun codicillo di tipo Sabul. E ascolta. Tu e Bedap parlate sempre di spaventare il CDP con l’idea che qualcuno vada su Urras per dimostrare il suo diritto all’auto-determinazione. Ma se ne parlate sempre e nessuno va, non fate altro che irrobustire la loro parte… di-mostrate soltanto che il costume è infrangibile. Ora che avete portato la questione a una riunione del CDP, qualcuno dovrà andare. E quel qualcuno devi essere tu. Hanno chiesto che tu vada laggiù; hai una ragione per andare. Vai a prendere la tua ricompensa… il denaro che hanno messo da parte per te — terminò, con una risata improvvisa e genuina.

— Takver, io non ho voglia di andare su Urras!

— Sì, invece; so che l’hai, anche se non so bene perché.

— Be’, naturalmente mi piacerebbe conoscere alcuni dei fisici… e vedere i laboratori di Ieu Eun dove fanno esperimenti con la luce. — Pareva vergognoso di dirlo.

— È tuo diritto farlo — disse Takver, con fierezza e sicurezza. — Se è parte del tuo lavoro, dovresti andare.

— Contribuirebbe a tener viva la Rivoluzione… da entrambe le parti…

non ti pare? — disse. — Che folle idea! Come nella commedia di Tirin, ma al contrario. Io che vado a sovvertire gli archisti… Be’, almeno dimo-strerebbe loro che Anarres esiste. Parlano con noi alla radio, ma non penso che credano realmente in noi. In ciò che siamo.

— Se lo credessero, potrebbero spaventarsene. Potrebbero venire qui e cancellarci via dal cielo, se tu riuscissi davvero a convincerli.

— Non credo. Io potrei fare un’altra piccola rivoluzione nella loro fisica, ma non nelle loro idee. È qui, qui su Anarres, che io posso avere influenza sulla società, anche se qui non vogliono prestare attenzione alla mia fisica.

Tu hai ragione. Ora che ne abbiamo parlato, dobbiamo farlo. — Ci fu una pausa. Poi disse: — Mi chiedo che tipo di fisica facciano le altre razze.

— Quali altre razze?

— Gli stranieri. Gente di Hain e di altri sistemi solari. Ci sono due am-basciate straniere su Urras: Hain e Terra. Sono stati gli Hainiti a inventare il motore interstellare che gli urrasiani usano oggi. Penso che lo darebbero anche a noi, se fossimo disposti a chiederlo. Sarebbe interessante… — Non terminò.

Dopo un’altra, lunga pausa, si voltò verso di lei e disse in tono diverso, sarcastico: — E tu, che cosa faresti mentre io andrei a visitare i proprietaristi?

— Andrei sulla costa di Sorruba con le bambine, a vivere una tranquilla vita di tecnico di laboratorio dei pesci. Fino al tuo ritorno.

— Ritorno? Non so se potrei ritornare.

Lei lo fissò negli occhi. — Che cosa te lo impedirebbe?

— Forse gli urrasiani. Potrebbero trattenermi. Laggiù nessuno è libero di andare e venire come gli pare, lo sai. O forse la nostra stessa gente. Potrebbero impedirmi di scendere. Alcuni, al CDP, hanno minacciato di farlo, oggi. Rulag era una di loro.

— Rulag lo farebbe. Rulag conosce soltanto la negazione. Soltanto come negare la possibilità del ritorno a casa.

— È perfettamente vero. La definisce completamente — disse lui, rad-drizzando la schiena e fissando Takver con ammirazione. — Ma Rulag non è la sola, purtroppo. Per molte persone, chiunque andasse su Urras e cercasse di tornare indietro sarebbe semplicemente un traditore, una spia.

— E che cosa farebbero, concretamente?

— Be’, se convincessero la Difesa del pericolo, potrebbero abbattere la nave.

— E la Difesa sarebbe tanto stupida?

— Non credo. Ma chiunque, al di fuori della Difesa, potrebbe fare degli esplosivi con polvere da mina e far saltare la nave una volta atterrata. Oppure, com’è più probabile, assalirmi una volta che io sia sceso dalla nave.

Credo che questa sia quasi una certezza. Dovrebbe venire inclusa in ogni progetto di viaggio di andata e ritorno nelle zone turistiche di Urras.

— E varrebbe la pena per te… affrontare il rischio?

Per un lungo istante, egli fissò nel vuoto. — Sì — disse. — In un certo senso varrebbe il rischio. Se potessi finire la teoria laggiù, e darla a loro…

a noi, a loro, a tutti i mondi, capisci… mi piacerebbe farlo. Qui mi sento chiuso tra muri. Anchilosato. Mi è difficile lavorare, fare esperimenti, sono sempre senza strumenti, senza colleghi e senza studenti. E quando faccio il lavoro, non lo vogliono. Oppure, se lo vogliono, come Sabul, vogliono che io abbandoni l’iniziativa in cambio delle approvazioni. Useranno il lavoro che faccio, dopo che sarò morto: succede sempre così. Ma perché devo da-re il lavoro di tutta la mia vita in regalo a Sabul, a tutti i Sabul, ai meschini, intriganti, avidi di un singolo pianeta? Io vorrei condividerlo. È un grande campo, quello in cui lavoro. Dovrebbe venire dato in giro, passato agli altri. Non c’è certamente il pericolo che si esaurisca!

— Allora, d’accordo — disse Takver. — Vale il rischio.

— Vale cosa?

— Il rischio. Di forse non poter tornare.

— Non poter tornare — egli ripeté. Fissò Takver con uno sguardo strano, profondo, eppure distratto.

— Penso che ci sia molta più gente dalla nostra parte, dalla parte del Gruppo, di quanto non pensiamo. Si tratta soltanto del fatto che finora non abbiamo ancora fatto molto… non abbiamo fatto nulla per raccoglierli…

non abbiamo corso alcun rischio. Se tu corressi il rischio, credo che verrebbero ad aiutarti. Se tu aprissi la porta, fiuterebbero di nuovo l’aria pura, fiuterebbero la libertà.

— E potrebbero buttarsi di corsa a chiudere la porta.

— Se lo faranno, peccato per loro. Il Gruppo potrà difenderti quando at-terrerai. E poi, se la gente sarà ancora così ostile e piena di odio, la mande-remo all’inferno. Che vale una società anarchica che ha paura dell’anarchia? Andremo a vivere al Solitario, a Sedep Superiore, all’Infimo, andremo a vivere in solitudine sulle montagne, se occorrerà. C’è posto. Ci sarà gente che verrà con noi. Faremo una nuova comunità. Se la nostra società scivola verso la politica e la ricerca del potere, allora noi la lasceremo, faremo un’Anarres dopo Anarres, un nuovo inizio. Che ne dici?

— Bellissimo — disse lui, — bellissimo, cara. Ma io non andrò su Urras, lo sai.

— Oh, sì, invece. E tornerai — disse Takver. I suoi occhi erano molto scuri, un’oscurità morbida, come quella di una foresta nella notte. — Se decidi di farlo. Tu arrivi sempre dove ti proponi di andare. E torni sempre indietro.

— Non dire sciocchezze, Takver. Io non vado su Urras!

— Sono stanca — disse Takver, stirandosi e piegandosi per appoggiare la fronte contro il suo braccio. — Andiamo a dormire.

CAPITOLO 13

Prima che lasciassero l’orbita, gli oblò erano pieni del turchese nebbioso di Urras, immenso e bellissimo. Ma la nave si voltò, e le stelle giunsero in vista, e Anarres tra queste, simile a una pietra rotonda e luminosa: in movimento eppure immota, scagliata da una mano che, descrivendo cerchi senza tempo, crea il tempo.

Mostrarono a Shevek tutta la nave: l’astronave interstellare Davenant.

Era molto diversa dal mercantile Pensiero. Dall’esterno appariva bizzarra e fragile come una scultura di vetro e fil di ferro; non aveva l’aspetto di una nave, di un veicolo: non aveva neppure un’estremità anteriore e una posteriore, poiché non viaggiava mai in un’atmosfera che avesse consistenza maggiore di quella del vuoto interplanetario. All’interno era spaziosa e robusta come una casa. Le stanze erano grandi e intime, le pareti erano coperte di pannelli di legno o di tappezzerie in stoffa; i soffitti erano alti. Solamente, era una casa con gli scuri accostati, poiché poche cabine avevano oblò, ed era molto tranquilla. Anche il ponte e le sale motori avevano la stessa tranquillità, e le macchine e gli strumenti avevano la stessa semplicità e praticità di forma degli apparati di una nave a vela. Per la ricreazione c’era un giardino, la cui illuminazione aveva le caratteristiche della luce solare, e l’aria era dolce dell’odore del terreno e delle foglie; durante la notte della nave il giardino veniva oscurato, e i suoi oblò aperti sulle stelle.

Anche se i viaggi interstellari duravano soltanto alcune ore o alcuni giorni di nave, un’astronave a velocità prossima a quella della luce come questa poteva passare mesi ad esplorare un sistema solare, o anni in orbita intorno a un pianeta dove l’equipaggio fosse sceso a vivere o esplorare.

Pertanto era fatta in modo spazioso, a misura umana, abitabile, per coloro che dovevano vivere a bordo. Il suo stile non aveva né l’opulenza di Urras né l’austerità di Anarres, ma toccava l’equilibrio tra i due, con quella grazia priva di sforzo che è caratteristica della lunga pratica. Si poteva immaginare di condurre quella vita ristretta senza irritarsi per le sue restrizioni, ac-contentandosi, meditando. Erano gente meditabonda, gli Hainiti dell’equipaggio: individui civili, controllati, piuttosto cupi. C’era poca spontaneità in loro. Il più giovane degli Hainiti a bordo pareva più vecchio di ciascuno dei Terrestri.

Ma Shevek non li osservò molto, Terrestri e Hainiti, nel corso dei tre giorni in cui il Davenantviaggiando a propulsione chimica a velocità convenzionali, effettuò il tragitto da Urras ad Anarres. Replicava quando gli parlavano; rispondeva volentieri alle domande, ma ne rivolgeva poche.

Quando parlava, parlava da un silenzio interiore. Le persone del Davenant,

soprattutto le più giovani, erano attratte da lui, come se egli avesse qualcosa che a loro mancava o se fosse qualcosa che esse desideravano essere.

Parlavano molto tra loro, ma erano timide con lui. Egli non se ne accorse.

Non badava quasi a loro. Badava soltanto ad Anarres, davanti a sé. Badava alla speranza ingannata e alla promessa mantenuta; all’insuccesso; e alle sorgenti entro lo spirito, finalmente dissigillate, di gioia. Era un uomo liberato dalla prigione, che tornava a casa alla famiglia. Ogni cosa che un simile uomo vede lungo il proprio cammino, egli la vede soltanto come riflessi di luce.

Il secondo giorno di viaggio, egli si trovava in sala comunicazioni, e parlava con Anarres per radio, prima sulla lunghezza d’onda del CDP, ed ora su quella del Gruppo dell’Iniziativa. Sedeva chino in avanti, e ascoltava o rispondeva con un fiotto della lingua chiara ed espressiva che era la sua lingua madre; a volte gesticolava con la mano libera, come se il suo interlocutore potesse vederlo, a volte rideva. Il nostromo della Davenantun Hainita chiamato Ketho, che si occupava del contatto radio, lo osservava con attenzione. Ketho aveva passato un’ora dopo il pranzo, la sera prima, con Shevek, insieme con il comandante e altri membri dell’equipaggio; gli aveva chiesto, in un modo tranquillo, privo di pretese, Hainita, un mucchio di cose su Anarres.

Shevek si voltò finalmente verso di lui. — D’accordo, finito. Il resto può attendere finché non sarò a casa. Domani si metteranno in contatto con lei per disporre le procedure di atterraggio.

Ketho annuì. — Ha avuto qualche buona notizia — disse.

— Sì, certo. Almeno, alcune, come dite?, notizie vivaci. — Dovevano parlarsi in iotico. Shevek lo conosceva meglio di Ketho, il quale lo parlava in modo molto corretto e rigido. — L’atterraggio sarà una cosa emozionante — continuò Shevek. — Un mucchio di nemici e un mucchio di amici si troveranno sul campo. La buona notizia sono gli amici… Pare che ce ne sia un numero maggiore di quello che c’era alla mia partenza.

— Questo pericolo di aggressione, quando lei atterrerà — disse Ketho.

— Certo i funzionari del Porto di Anarres pensano di poter controllare i dissidenti? Non le diranno deliberatamente di scendere per venire ucciso?

— Be’, mi proteggeranno. Ma sono anch’io un dissidente, dopotutto. Ho chiesto di correre il rischio. È il mio privilegio, sa, di Odoniano. — Sorrise a Ketho. L’Hainita non gli restituì il sorriso. Aveva la faccia seria. Era un bell’uomo di una trentina d’anni, alto e chiaro di pelle come un Cetiano, ma quasi glabro come un Terrestre, con lineamenti forti, virili.

— Sono lieto di poterlo condividere con lei — disse. — Sarò io a portarla giù con il battello d’atterraggio.

— Ottimo — disse Shevek. — Non tutti amerebbero accettare i nostri privilegi!

— Più di quanti lei non creda, forse — disse Ketho. — Se permetteste loro di accettarli.

Shevek, la cui mente non aveva badato molto alla conversazione, stava per lasciare la stanza; le ultime parole lo fecero fermare. Fissò Ketho, e dopo un momento disse: — Vuol dire che le piacerebbe scendere con me?

L’Hainita rispose con uguale franchezza. — Sì, mi piacerebbe.

— Il comandante glielo permetterebbe?

— Sì. Come ufficiale di una nave esploratrice, anzi, fa parte del mio dovere esplorare e investigare un nuovo mondo quando è possibile. Io e il comandante abbiamo esaminato la possibilità. L’abbiamo discussa con i nostri ambasciatori prima di partire. La loro opinione è che non debba venire fatta una richiesta ufficiale, dato che la politica del suo popolo è impedire agli stranieri di atterrare.

— Uhm — disse Shevek, poco amichevole. Si avvicinò alla parete di fronte e rimase immobile per qualche momento davanti a un quadro, un paesaggio Hainita, molto semplice e sottile, un fiume scuro che scorreva fra le canne, sotto un cielo pesante. — I Termini della Chiusura dell’Insediamento di Anarres — disse, — non permettono agli urrasiani di scendere, eccetto che all’interno dei confini del Porto. Questi termini sono ancora accettati. Ma lei non è un urrasiano.

— Quando Anarres fu colonizzata, non c’erano altre razze conosciute.

Per implicazione, quei termini comprendono tutti i forestieri.

— Così decisero i nostri amministratori, sessant’anni fa, quando il suo popolo giunse in questo sistema solare e cercò di parlare con noi. Ma io credo che si sbagliassero. Essi non fecero altro che costruire nuovi muri.

— Si voltò e fissò, con le mani dietro la schiena, l’altro uomo. — Perché vuole scendere, Ketho?

— Desidero vedere Anarres — rispose l’Hainita. — Ancor prima che lei venisse su Urras, già m’incuriosiva. Cominciò quando lessi le opere di O-do. Divenni vivamente interessato. Ho anche… — esitò, come se provasse imbarazzo, ma continuò nel suo modo coscienzioso, represso: — Ho imparato un po’ di pravico. Non molto, però.

— Allora è un desiderio suo… una sua iniziativa?

— Totalmente mia.

— E si rende conto che potrebbe essere pericolosa?

— Sì.

— Le cose… sono un po’ uscite di controllo, su Anarres. È ciò che mi dicevano i miei amici per radio. È sempre stata nostra intenzione… il nostro Gruppo, questo mio viaggio… scuotere un po’ le cose, svegliare, infrangere certe abitudini, indurre la gente a porsi delle domande. Comportarsi da anarchici! E tutto ciò è continuato mentre io ero via. Così, lei capirà, nessuno sa bene che cosa accadrà. E se lei atterrerà con me, altre cose ancora voleranno in aria. Io non posso spingere troppo. Non posso portarla come rappresentante ufficiale di qualche governo straniero. Questo non servirebbe, su Anarres.

— Lo so.

— Una volta che lei sia sceso, una volta che abbia superato il muro con me, lei, come io vedo la cosa, sarà uno di noi. Noi siamo responsabili verso di lei e lei è responsabile verso di noi, lei diventa un anarresiano, con le stesse opzioni di tutti gli altri. Ma non sono opzioni sicure. La libertà non è mai molto sicura. — Si guardò attorno nella stanza tranquilla e ordinata, con i suoi semplici quadri di comando e i suoi delicati strumenti, il suo alto soffitto e le sue pareti senza finestre, e riportò lo sguardo su Ketho. — Lei si troverà molto solo — disse.

— La mia razza è molto antica — disse Ketho. — Siamo civili da mille millenni. Abbiamo storie di centinaia di questi millenni. Abbiamo provato ogni cosa. L’anarchia, con il resto. Ma io non l’ho provata. Dicono che non ci sia niente di nuovo sotto nessun sole. Ma se ogni vita non è nuova, ogni singola vita, allora perché nasciamo?

— Siamo i figli del tempo — disse Shevek, in pravico. L’uomo più giovane lo fissò per un momento, e poi ripeté le parole in iotico: — Siamo i figli del tempo.

— Giusto — disse Shevek, e rise. — Giusto, ammar! Faresti meglio a chiamare nuovamente Anarres sulla radio… prima il Gruppo… Ho detto a Keng, l’ambasciatrice, che non avevo nulla da dare in cambio di ciò che il suo popolo e il tuo hanno fatto per me; be’, forse posso darvi qualcosa in cambio. Un’idea, una promessa, un rischio…

— Parlerò al comandante — disse Ketho, serio come sempre, ma con un leggerissimo tremore di eccitazione, di speranza nella voce.

Molto tardi, la successiva notte della nave, Shevek era nel giardino del Davenant. Le luci erano spente, ed era illuminato soltanto dalla luce delle stelle. L’aria era fredda. Un fiore che sbocciava di notte, proveniente da qualche mondo inimmaginabile, si era aperto fra le foglie scure e diffon-deva il proprio profumo con paziente e vana dolcezza per attirare qualche inimmaginabile falena, a trilioni di chilometri di distanza, nel giardino di un mondo che ruotava intorno a un’altra stella. Le luci solari sono differenti, ma c’è soltanto una oscurità. Shevek era fermo accanto all’alto, chiaro oblò, e osservava la parte notturna di Anarres, una curva oscura su metà delle stelle. Si chiedeva se Takver sarebbe stata presente laggiù, al Porto.

Non era ancora arrivata ad Abbenay da Pace e Abbondanza l’ultima volta che aveva parlato con Bedap, cosicché egli aveva lasciato a Bedap l’incarico di discutere e di decidere con lei se sarebbe stato saggio recarsi al Porto.

«E credi che potrei fermarla, se non lo fosse?» aveva detto Bedap. Si chiedeva anche che tipo di viaggio avesse fatto dalla costa di Sorruba; un dirigibile, si augurava, se aveva portato le bambine. Viaggiare col treno era duro, se si era accompagnati da bambini. Ricordava ancora i disagi del viaggio da Chakar ad Abbenay, nel ‘68, quando Sedik aveva avuto il mal di treno per tre mortali giorni.

La porta della cabina giardino si aprì, aumentando la scarsa illuminazione. Il comandante della Davenant guardò dentro e disse il proprio nome; Shevek rispose; il comandante entrò, con Ketho.

— Abbiamo ricevuto dal vostro controllo lo schema di atterraggio per il nostro battello — disse il comandante. Era un Terrestre di bassa statura, color del ferro, freddo e pratico. — Se lei è pronto a venire, potremo cominciare le procedure del lancio.

— Certo.

Il comandante gli rivolse un cenno del capo e si allontanò. Ketho si accostò a Shevek davanti all’oblò.

— Sei sicuro di voler attraversare questo muro con me, Ketho? Sai, per me è facile. Qualsiasi cosa succeda, io torno a casa. Ma tu lasci la tua casa.

«Vero viaggio è il ritorno…».

— Spero di tornare — disse Ketho con la sua voce pacata. — A suo tempo.

— Quando dobbiamo salire sul battello d’atterraggio?

— Tra circa venti minuti.

— Io sono pronto. Non ho bagagli da fare. — Shevek rise: una risata di chiara, incondizionata felicità. L’altro uomo lo guardò con gravità, come se non fosse sicuro di quel che fosse la felicità, eppure la riconoscesse o forse la ricordasse da un tempo lontano. Rimase fermo accanto a Shevek come se desiderasse chiedergli qualcosa. Ma non lo chiese. — Sarà mattina presto al Porto di Annares — disse infine, e si accommiatò per andare a prendere le sue cose prima di incontrarsi con Shevek al portello di lancio.

Rimasto solo, Shevek si voltò di nuovo verso l’oblò, e vide la curva ab-bagliante del levarsi del sole sul Temae, che proprio in quel momento si presentava alla vista.

— Riposerò su Anarres questa notte — egli pensò. — Riposerò accanto a Takver. Mi piacerebbe aver portato la fotografia, la piccola pecora, per darla a Pilun.

Ma non aveva portato nulla. Le sue mani erano vuote, come sempre.

FINE