giovedì 18 marzo 2021

IL LAGO Ray Bradbury *Paese d'ottobre"

 


IL LAGO

Estratto da Ray Bradbury
"IL PAESE D'OTTOBRE"

L’onda mi escluse dal mondo: dagli uccelli del cielo, dai bambini della spiaggia, da mia madre sulla riva. Fu un attimo di silenzio verde. Poi l’onda mi restituì al cielo, alla sabbia, ai bambini strillanti. Uscii dal lago e il mondo, che non s’era quasi mosso da quando me n’ero andato, mi aspettava.

Risalii di corsa la spiaggia.

La mamma mi strofinò con una salvietta spugnosa. «Sta’ lì ad asciugarti»

disse.

Stetti lì, osservando le gocce d’acqua sul braccio, che venivano portate via dal sole. In cambio, mi venne la pelle d’oca.

«Che vento!» disse la mamma. «Mettiti la maglietta.»

«Aspetta che guardo la mia pelle d’oca» dissi.

«Harold!» disse la mamma.

Mi misi la maglietta e osservai le onde che si alzavano e ricadevano sulla spiaggia. Ricadevano, non goffamente bensì con deliberato proposito, con una specie di eleganza verde. Neanche un ubriaco sarebbe stato capace di crollare con l’eleganza di quelle onde.

Era settembre. Gli ultimi giorni del mese, quando, senza motivo, le cose diventano tristi. La spiaggia, sulla quale c’erano circa sei persone, appariva lunga, solitaria. I bambini smisero di far rimbalzare la palla perché il vento, fischiando a quel modo, aveva reso un po’ tristi anche loro; si sedettero e sentirono avanzare l’autunno lungo il lido sterminato.

Tutti i baracchini dei panini imbottiti erano incassati con dorati listelli di legno bianco, che serrava dentro tutti gli odori di senape, di cipolla, di carne, della lunga e gioconda estate. Era come averla inchiodata in una serie di bare. Uno dopo l’altro i locali calavano i battenti, mettevano il lucchetto alla porta, e il vento veniva a sfiorare la sabbia, per cancellare col suo soffio i milioni di orme di luglio e agosto: a tale punto che ora, in settembre, giù accanto alla curva dell’acqua, c’erano solo le impronte delle mie scarpette da tennis e dei piedi di Donald e Delaus Arnold.

Cortine di sabbia s’alzavano sulle passatoie e la giostra era nascosta sotto la cappa di tela, con tutti i cavallini impietriti a mezz’aria in pieno galoppo sulle loro sbarre d’ottone, mostrando i denti. E l’unica musica d’accompagnamento era il vento che s’infiltrava attraverso la tela.

Stavo lì. Tutti gli altri erano a scuola. Io no. Domani sarei stato in treno verso l’Ovest attraverso gli Stati Uniti. Eravamo scesi alla spiaggia, mamma ed io, solo per un ultimo breve momento.

Quella solitudine aveva qualcosa che mi fece desiderare di allontanarmi da solo. «Mamma, voglio correre lontano lungo la spiaggia» dissi.

«Va bene, ma torna presto, e non avvicinarti all’acqua.»

Corsi via. Sotto di me la sabbia filava e il vento mi sollevava. Sapete che effetto fa, correre a braccia aperte, così che dalle dita sembrano uscire, come ali, dei veli prodotti dal vento.

La mamma, seduta, rimpicciolì in distanza. Non tardò a essere un puntolino scuro e fui completamente solo.

Questa è una novità, per un dodicenne. È abituato ad avere sempre qualcuno in giro. L’unico modo in cui può essere solo, è nella propria mente.

Un ragazzino ha tanta gente in giro, a dirgli quel che deve e non deve fare, che per starsene per conto proprio e nel proprio mondo, deve scappare via lungo una spiaggia, sia pur solo mentalmente.

Adesso, ero solo realmente.

Scesi nell’acqua fredda, fino a quando non mi arrivò all’altezza dello stomaco. In precedenza, quando c’era folla, non avevo mai osato guardare, venire in quel punto, cercare in giro nell’acqua, chiamare un certo nome.

Ma adesso…

L’acqua è un prestigiatore che ti sega a metà. Sembra d’essere tagliati in due, e che una parte di te, l’inferiore, si sciolga come zucchero e sparisca.

L’acqua era fredda, ogni tanto c’era un’onda che inciampava con estrema eleganza e cadeva in uno svolazzo di trine. Chiamai il suo nome. Lo gridai.

Lo gridai una dozzina di volte.

«Tally! Tally! Oh, Tally!»

Da giovani ci aspettiamo realmente che ogni richiamo abbia una risposta. Riteniamo che basti pensare una cosa per farla diventar vera. Forse non ci sbagliamo di molto, qualche volta.

Pensavo alla piccola Tally, che il maggio scorso si era allontanata a nuoto nell’acqua, con le treccine bionde nella sua scia. Se ne andava ridendo, e sulle spalle esili di dodicenne c’era il sole. Pensavo all’acqua che si richiudeva, calma, e al bagnino che vi balzava dentro, e alla madre di Tally che urlava, e a Tally che non era mai più venuta fuori…

Il bagnino aveva cercato di persuaderla, ma lei non l’aveva fatto. Egli era tornato riportando fra le dita nodose soltanto dei pezzi d’erbe acquatiche.

Tally era scomparsa. Mai più sarebbe stata seduta in classe dall’altra parte del corridoio fra i banchi, né avrebbe rincorso la palla in cortile le sere d’estate. Era andata troppo al largo, e il lago non la lasciava tornare.

Ora, nella solitudine dell’autunno, col cielo diventato immenso, con l’acqua diventata immensa, con la spiaggia diventata lunga lunga, ero venuto lì, da solo, per l’ultima volta.

Chiamai il suo nome ancora, ripetutamente. Tally, oh Tally!

Il vento soffiava sulle mie orecchie, pianissimo, come soffia sulla bocca delle conchiglie per farle sussurrare. L’acqua alzandosi mi abbracciava il petto, poi le ginocchia, su e giù, nell’una e nell’altra direzione, facendo risucchio sotto i miei calcagni.

«Tally! Torna indietro, Tally!»

Avevo soltanto dodici anni. Ma so quanto l’amassi. Di quell’amore che precede qualsiasi significato fisico o morale. Di quell’amore incolpevole quanto l’eterno giacersi del vento col mare e con la sabbia. Era un amore fatto di tutti i giorni caldi e lunghi trascorsi insieme sulla spiaggia, e dei giorni ronzanti e quieti di monotono studio a scuola. Tutti i lunghi giorni dell’altro autunno, quando la riaccompagnavo a casa da scuola reggendole i libri.

Tally!

Gridai il suo nome per l’ultima volta. Rabbrividivo. Sentivo la faccia bagnata e non capivo di dove venisse quell’acqua. Gli schizzi delle onde non erano arrivati così in alto.

Voltatomi, mi ritirai fino alla sabbia e vi rimasi per mezz’ora, sperando di poter portare via come ricordo un’immagine fugace, un segno, una qualche cosina di Tally. Allora mi misi a costruire, in ginocchio, un castello di sabbia fatto bene, come ne avevamo costruiti tanti Tally ed io. Questa volta, però, ne costruii soltanto la metà, poi mi alzai in piedi:

«Tally, se m’odi, vieni a costruire il resto.»

Mi allontanai verso quel puntolino lontanissimo ch’era mia mamma.

Venne l’acqua, a mescolarsi col castello di sabbia, un cerchio dopo l’altro, fondendolo a poco a poco fino a lisciare tutto come prima.

In silenzio, me ne andai lungo la riva.

Lontano, una giostra tintinnava fiocamente; ma era soltanto il vento.

Il giorno dopo, partii in treno.

Un treno ha la memoria corta, si lascia in breve tutto alle spalle. Dimentica i campi di granoturco dell’Illinois, i fiumi della fanciullezza, i ponti, i laghi, le valli, le ville, le ferite e le gioie. Li sparpaglia dietro di sé e presto essi scompaiono di là da un orizzonte.

Io m’allungai d’ossa, misi su carne, sostituii alla mia mente infantile una più vecchia, scartai degli abiti che non mi stavano più addosso, passai dalle elementari alle medie, poi alle medie superiori, al college. Poi ci fu una giovane donna, a Sacramento. Dopo qualche tempo che la conoscevo, ci sposammo. E giunto ai ventidue anni, avevo ormai quasi dimenticato com’era l’Est.

Margaret propose che il nostro viaggio di nozze, troppo a lungo rimandato si facesse da quelle parti.

Al pari della memoria, un treno agisce in due direzioni. Può riportarti a precipizio tutte quelle cose che t’eri lasciato dietro tanti anni prima.

Lake Bluff, 10.000 abitanti, spuntò sullo sfondo del cielo. Margaret, nel suo abito nuovo, era bellissima. Rimase a guardarmi mentre io sentivo che il mio vecchio mondo riviveva. Fu al mio braccio, quando il treno entrò in stazione a Bluff e quando il nostro bagaglio fu portato fuori.

Tanti anni, quante cose fanno, ai visi e ai corpi delle persone! Nel camminare insieme per la città, non riconoscevo nessuno di quelli che vedevo.

Appena degli echi, in qualche viso. Risonanze di vagabondaggi per i sentieri dei burroni. Visi in cui era il riso sommesso di chiuse classi elementari, di voli sul dondolo dalle catenelle di metallo, di su e giù sull’altalena.

Ma io non parlavo. Camminavo, guardavo, mi colmavo di tutti quei ricordi, come foglie accatastate, da bruciare in autunno.

Ci trattenemmo due settimane in tutto, rivisitando insieme tutti i luoghi.

Furono giorni felici. Credevo d’amare Margaret. Almeno lo credevo.

Scendemmo alla riva uno degli ultimi giorni. La stagione non era avanzata quanto quel giorno di molti anni prima; tuttavia la spiaggia era già toccata dai primi indizi di diserzione. La gente si assottigliava, alcuni baracchini dei panini imbottiti erano stati chiusi con le imposte inchiodate.

Come sempre, il vento era lì ad aspettare di cantare per noi.

Quasi mi parve di vedere la mamma seduta, come soleva, sulla sabbia.

Provai di nuovo quella sensazione, il desiderio d’essere solo; ma non potei risolvermi a dirlo a Margaret. Mi limitai a stare con lei, e aspettare.

Si stava facendo tardi. La maggior parte dei bambini se n’era andata a casa e solo un po’ d’uomini e di donne rimanevano a crogiolarsi nel sole ventoso.

La barca del bagnino venne a terra. Ne uscì il bagnino, lentamente, con qualcosa fra le braccia.

Rimasi inchiodato. Trattenni il fiato, mi sentii piccino, di soli dodici anni, molto piccolo, infinitesimale, spaventato. Il vento ululava. Non vedevo Margaret. Vedevo soltanto la spiaggia, il bagnino che lentamente emergeva dalla barca con un sacco grigio, non molto pesante, tra le mani, e col viso quasi altrettanto grigio e segnato.

«Tu resta, qui, Margaret» dissi. Non so perché lo dissi.

«Ma, perché?»

«Sta’ qui, ecco tutto…»

Camminai lentamente sulla sabbia fin dove stava fermo il bagnino. Mi guardò.

«Che cos’è?» domandai.

Il bagnino continuò a guardarmi per un bel po’ senza poter parlare. Posò il sacco grigio sulla sabbia e l’acqua frusciò intorno ad esso, bagnandolo, e si ritirò.

«Che cos’è?» ripetei.

«Strano» disse il bagnino, quietamente.

Aspettai.

«Strano» egli disse, piano. «Il fatto più strano che abbia mai visto. È morta da molto tempo.»

Ripetei le sue parole.

Egli annuì. «Dieci anni, a mio parere. Nessun bambino s’è annegato qui, quest’anno. Dal 1933 se ne sono annegati dodici, qui; ma li abbiamo trovati tutti, prima che passassero molte ore. Tutti, ricordo, eccetto uno. Questo corpo, dev’essere rimasto nell’acqua dieci anni. Non è… piacevole.»

Guardai il sacco grigio. «Lo apra» dissi. Non so perché lo dissi. Il vento soffiava più forte.

Egli armeggiava col sacco, indugiando.

«Su svelto, lo apra!» esclamai.

«Non dovrei» egli disse. Poi forse vide l’aspetto che la mia faccia doveva avere. «Era una bambina così piccola…»

L’apri solo in parte. Bastava.

La spiaggia era deserta. Solo il cielo, il vento, l’acqua; e l’autunno solitario che avanzava. Io abbassai lo sguardo su di lei.

Dissi una cosa e continuai a ripeterla. Un nome. Il bagnino mi guardava.

Domandai: «Dove l’ha trovata?»

«Lungo la spiaggia da quella parte, nell’acqua poco profonda. C’è stata molto, molto tempo, vero?»

Scossi la testa.

«Sì, molto. Oh, mio Dio! Molto.»

Pensavo: la gente cresce. Io sono cresciuto. Ma lei non è cambiata. È ancora piccina. È ancora bambina. La morte non permette crescita né cambiamento. Lei ha ancora i capelli d’oro. Sarà giovane per sempre e io l’amerò per sempre, oh, mio Dio, l’amerò per sempre.

Il bagnino legò di nuovo il sacco.

Poco dopo, mi allontanavo tutto solo lungo la spiaggia. Mi fermai e abbassai lo sguardo su una cosa. Mi dissi: è qui che il bagnino l’ha trovata.

In bordo all’acqua, lì, c’era un castello di sabbia, costruito solo a metà.

Proprio come solevamo costruirli Tally ed io: lei una metà, io l’altra.

Lo guardai. M’inginocchiai accanto al castello di sabbia e vidi le piccole orme che venivano dal lago, che andavano di nuovo verso il lago, e non ne tornavano.

Allora… capii.

«Ti aiuterò a finirlo» dissi.

Così feci. Costruii il resto, molto lentamente; poi mi alzai, mi voltai e mi allontanai, per non vederlo crollare nell’acqua, come crollano tutte le cose.

Ripercorsi la spiaggia fino a dove una sconosciuta a nome Margaret mi aspettava, sorridente.

L’EMISSARIO

Martin seppe ch’era tornato l’autunno, perché entrando in casa di corsa Fido portò vento, brina e un sentore di mele inacidite sotto gli alberi. Nelle molle d’orologio del suo pelame, Fido raccoglieva il solidago, la polvere dell’astrea che dà l’addio all’estate, guscio di ghianda, pelo di scoiattolo, piuma di pettirosso partito, segatura di legna da ardere appena tagliata, e foglie, simili a tizzoni scrollati dalla vampata fulva degli aceri. Fido balzò.

Una pioggia di gracile felce, di pruno da more, d’erba di palude si riversò sul letto dove Martin strillava. Nessun dubbio, nessunissimo dubbio, quella bestia incredibile era ottobre!

«Qua, bravo, qua!»

E Fido si adagiò a riscaldare il corpo di Martin con tutti i falò e i fuochi misteriosi di stagione, e a riempire la camera degli odori tenui o forti, umidi o secchi di una lunga gita. In primavera, Fido odorava di lilla, d’iris, d’erba di prato falciata; in estate rientrava, cotto dal sole, mustacciuto di gelato alla crema, col piccante dei petardi, dei fuochi d’artificio, delle gi-randole. Ma in autunno… L’autunno!

«Fido, com’è, fuori?»

E Fido steso lì, al solito, glielo raccontava. Martin, steso lì, scopriva l’autunno come un tempo, prima che la malattia lo sbiancasse sul suo letto.

Quello era il mezzo, la carretta giardiniera, la parte mobile e veloce di sé, ch’egli, con un grido, mandava a correre e tornare, a girare e fiutare, a raccogliere e consegnare il tempo e il tessuto dei mondi di città e di campagna, andando per torrente, fiume e lago, giù in cantina e su in solaio, nel ripostiglio e nella carbonaia. Dieci volte al giorno riceveva in regalo seme di girasole, cenere di sentiero, asclepiade, ippocastano o l’odore fiammeggiante della zucca. Fido faceva la spola fra le viste dell’universo, ne teneva nascosto il disegno nella pelliccia. Bastava tendere la mano, ed era lì…

«E questa mattina, dove te ne sei andato!»

Ma, anche senza udirlo, sapeva che Fido aveva galoppato rumorosamente fino in fondo al pendio, nel luogo in cui l’autunno si posava nella friabi-lità dei cereali secchi, in cui i bambini deponevano in pire funerarie, in mucchi fruscianti, l’estate defunta ma vigile sepolta sotto le foglie, mentre Fido e il mondo passavano come una ventata. Le dita di Martin tremavano nel frugare fra il pelo folto per leggervi la lunga corsa attraverso campi di stoppie, oltre luccichii di torrentelli in fondo al burrone, per tutta l’esten-sione marmorea del cimitero, fin dentro i boschi. Per mezzo del suo emissario, Martin ora correva in giro e in ogni dove, nella grande stagione di spezie e d’incensi rari, e tornava a casa!

La porta della camera s’apri.

«Quel tuo cane è di nuovo nei guai.»

Mamma entrava portando un vassoio di macedonia di frutta, cacao e pa-ne abbrustolito e dando un’occhiataccia.

«Mamma…»

«Sempre a scavare dove non deve. Ha fatto una buca, stamane, nel giardino della signorina Tarkins. È arrabbiatissima, con la bava alla bocca. È la quarta buca che le ha scavato lì questa settimana.»

«Forse cerca qualcosa.»

«Bubbole, è troppo curioso. Se non si comporta bene, verrà chiuso.»

Martin guardò quella donna come se fosse una sconosciuta. «Oh, no, non farlo! Come potrei più sapere niente? Come scoprirei le cose, se Fido non me le raccontasse?»

La voce della mamma era più pacata. «Fa questo, lui? Ti racconta?»

«Non c’è cosa che io non sappia, quando esce in giro e torna, nulla ch’io non possa ricavare da lui!»

Entrambi rimasero a guardare Fido e le striature secche di muffa e di sementi sulla trapunta.

«Be’, se la smette di scavare dove non deve, può correre quanto vuole»

disse la mamma.

«Qua, bravo, qua!»

E Martin agganciò al collare del cane una targhetta di stagno: “Il mio padrone è Martin Smith - di anni dieci - infermo a letto - si gradiscono le visite”.

Fido abbaiò. La mamma aprì la porta per lasciarlo uscire.

Martin ascoltava.

Lontano lontano era possibile udire Fido mentre correva nella pioggerella autunnale che intanto s’era messa a cadere. Era possibile udirne il tintinnio e l’abbaiare, che svaniva, riappariva, svaniva ancora. Il cane tagliava per lo stradino, oltre un prato, andando a prendere il signor Holloway e l’odore metallico e oleato degli orologi delicati ch’egli riparava in bottega, a casa sua. Oppure avrebbe riportato con sé il signor Jacobs, ch’era il padrone del negozio di alimentari e i cui abiti erano impregnati di lattuga, sedano, pomodori e dell’odore segreto, dell’odore nascosto, in conserva, di quei diavoletti rossi stampati sulle scatole di prosciutto affumicato. Il signor Jacobs e i suoi invisibili diavoletti rosa carne gli facevano spesso un cenno di saluto dal cortile sottostante. Oppure Fido conduceva il signor Jackson, la signora Gillespie, il signor Smith, la signora Holmes, qualunque amico o conoscente in cui s’imbattesse, bloccandolo, supplicandolo, non dandogli tregua e infine intruppandolo verso casa, come un cane da pastore, per farlo restare a colazione, oppure a prendere il tè con i biscotti.

Ora, ascoltando, Martin udì dabbasso Fido, seguito da una pioggerella di passi. Il campanello d’ingresso squillò a pianterreno, la mamma aprì la porta, ci fu un mormorio leggero di voci. Martin, seduto, si sporse avanti, col viso illuminato di gioia. Gli scalini scricchiolarono. Una voce giovane e femminile rise piano. Era la signorina Haight, naturalmente, la maestra di scuola!

La porta della camera si spalancò.

Martin aveva visite.

La mattina, il pomeriggio, la sera, l’alba e il crepuscolo, il sole e la luna giravano con Fido, il quale riferiva fedelmente la temperatura della terra prativa e dell’aria, il colore del suolo e dell’albero, l’intensità della nebbia o della pioggia, ma soprattutto, e più importante di tutto, riportava a ripetizione, dai suoi giri, la signorina Haight.

Sabato, domenica e lunedì lei cuoceva per Martin le paste dolci al forno col ghiaccio di zucchero all’arancia e gli portava dalla biblioteca i libri sui dinosauri e sugli uomini delle caverne. Martedì, mercoledì e giovedì egli, chissà come, la batteva al domino, lei, chissà come, perdeva a dama ed e-sclamava che, di questo passo, egli ben presto l’avrebbe sconfitta agli scacchi. Venerdì, sabato e domenica parlavano e parlavano a non finire, e lei era così giovane, bella e ridente, aveva i capelli d’un marrone morbido e lucente come la stagione fuor della finestra, e camminava con passo netto, squillante, rapido: il palpito caldo d’un cuore, quando egli l’udiva nell’amarezza del pomeriggio. E poi, cosa impareggiabile, lei possedeva il segreto dei segni, sapeva leggere e interpretare Fido, attraverso i simboli che cercava e che traeva, con le sue dita miracolose, dal pelo del buon cane. A occhi chiusi, ridendo piano, con la voce di una zingara, divinava il mondo in base alle cose preziose che aveva in mano.

E lunedì pomeriggio, la signorina Haight era morta.

Martin, nel suo letto, si levò a sedere lentamente.

«Morta?» sussurrò.

Morta, sì, morta, disse sua madre. Uccisa in un incidente d’auto a due chilometri dalla città. Morta, sì, morta, e per Martin ciò significava freddo, significava silenzio, biancore, un inverno assai in anticipo. Morta, muta, fredda, bianca. I pensieri giravano su se stessi, si sgonfiavano, si riduceva-no a bisbigli.

Martin, abbracciato a Fido, pensava, con la faccia verso il muro. La signora dai capelli color dell’autunno. La signora dal riso che era dolce dolce e non prendeva mai in giro, e dagli occhi che non si staccavano dalle tue labbra per vedere tutto quel che dicevi. La signora ch’era l’altra metà dell’autunno e raccontava, del mondo, quel che Fido ometteva. Il palpito d’un cuore nel centro silenzioso del pomeriggio grigio. Un palpito che si spegneva…

«Mamma… Che cosa fanno al cimitero, sottoterra? Stanno lì e basta?»

«”Giacciono” lì.»

«Giacciono. Nient’altro? Non dev’essere molto divertente.»

«Per l’amor del cielo, non vuol essere divertente!»

«Se si stancano di giacere lì, perché, ogni tanto, non saltano su e non corrono in giro? Dio è davvero sciocco…»

«Martin!»

«Be’, potrebbe trattare la gente un po’ meglio che dicendole di giacere ferma per sempre. Non si può. Nessuno ne è capace! Una volta ho provato.

Fido prova. Gli dico: “Il morto, Fido!”. Per un po’ fa il morto, poi si stufa, muove la coda, apre un occhio, e mi guarda, annoiato. Accidenti, scommetto che a volte quelle gente al cimitero fa lo stesso, eh, Fido?»

Fido abbaiò.

«Smettila con questi discorsi!» disse la mamma.

Martin guardò lontano nello spazio.

«Scommetto che lo fa» disse.

L’autunno lasciò nudi gli alberi. Fido correva in giro ancora più lontano, guardando il torrente, aggirandosi nel cimitero, com’era suo costume, e tornando verso sera a sparare salve di abbaiate che facevano tremare i vetri da qualunque parte si voltasse.

Negli ultimi giorni d’ottobre, però, cominciò a comportarsi come se fosse cambiato il vento, e soffiasse da un paese sconosciuto. Stava abbasso pieno di brividi sul terrazzino coperto dell’ingresso. Uggiolava, con gli occhi fissi ai campi vuoti fuori città. Non portava persone in visita a Martin.

Ogni giorno rimaneva per ore come al guinzaglio, tremando, poi filava via dritto sparato come se qualcuno l’avesse chiamato. Ogni sera tornava più tardi, e nessuno lo seguiva. Ogni sera Martin affondava un po’ più nel guanciale.

«Sai, la gente è occupata,» diceva la mamma. «Non ha tempo di notare l’avviso che Fido porta in giro. Oppure ha intenzione di venire ma dimentica.»

Però c’era dell’altro. C’erano gli occhi lustri e febbrili di Fido, c’era il suo uggiolio a notte alta, in un sogno privato. Il suo brivido nelle tenebre sotto il letto. Il modo in cui stava in piedi metà della notte a guardare Martin come se conoscesse un grande, un impossibile segreto e non sapesse come fare a dirlo sbattendo selvaggiamente la coda o girando interminabilmente su se stesso in circoli, senza mai stendersi.

Il trenta ottobre, Fido corse fuori e non tornò, nemmeno quando dopo cena Martin udì che i suoi genitori lo chiamavano. Si fece tardi, le strade e i marciapiedi si vuotarono, l’aria che circolava in casa diventò fredda; ma niente, niente.

Molto oltre la mezzanotte Martin rimase steso a guardare il mondo oltre i vetri freddi e trasparenti della finestra. Adesso non c’era nemmeno l’autunno, perché non c’era Fido per andare a prenderlo. Né ci sarebbe stato inverno, poiché chi mai gli avrebbe portato la neve che poi si scioglieva fra le sue mani? Suo padre, sua madre? Non era la stessa cosa. Non erano capaci di partecipare al gioco con le sue regole e i suoi segreti particolari, con i suoi suoni e i suoi gesti. Niente più stagioni. Niente più tempo. L’in-termediario, l’emissario s’era smarrito nell’affollamento del vivere civile: avvelenato, rubato, investito da un’auto, abbandonato in qualche fogna…

Martin schiacciò il volto, singhiozzando, sul guanciale. Il mondo era diventato un quadro sotto vetro, intangibile. Il mondo era morto.

Martin si rigirava nel letto e in capo a tre giorni gli ultimi mascheroni di zucca d’Ognissanti marcivano negl’immondezzai, i crani e le streghe di cartapesta erano stati arsi sui falò e i fantasmi erano stati riposti sugli scaffali con l’altra biancheria, fino all’anno prossimo.

La vigilia d’Ognissanti, per Martin, era stata soltanto una sera in cui le trombette di latta gridavano sotto le stelle fredde d’autunno e i bambini come foglie o folletti spazzati dal vento lungo i marciapiedi, ficcavano la testa leguminosa nell’ingresso e scrivevano col sapone nomi o altri simboli magici analoghi sulle finestre. Tutte cose che erano rimaste remote, senza fondo, cose da incubo come uno spettacolo di burattini, veduto da tanti chilometri di distanza che risultava privo di suono e di significato.

Per tre giorni, in novembre, Martin osservò la luce e l’ombra che alterna-tivamente filtravano sul soffitto. Il carosello di fuochi era terminato per sempre, l’autunno era deposto in fredda cenere. Martin affondava sempre più profondamente negli strati bianchi e marmorei del letto, immobile, in ascolto, sempre in ascolto.

Il venerdì sera, i genitori vennero a dargli la buonanotte con un bacio e uscirono nel silenzio da cattedrale del clima per andare al cinema. La signorina Tarkins della casa accanto rimase in salotto finché Martin non le mandò giù una voce per dirle che stava per addormentarsi, e lei allora si riportò a casa il lavoro a maglia.

Martin giacque in silenzio, seguendo il grande moto delle stelle nel cielo limpido e lunare e ricordando sere come quella, quando egli scorazzava per la città in lungo e in largo, preceduto, seguito, affiancato da Fido; quando apriva sentieri nel velluto verde del burroncello, lambiva ruscelli dormienti e lattiginosi nel lume della luna piena, saltava oltre le lapidi del cimitero bisbigliando al tempo stesso i nomi incisi nel marmo; avanti, avanti, presto, attraverso prati rasati dove l’unico movimento era il tremolio lontanissimo delle stelle, fino a strade dove le ombre non si scostavano per darti il passo e affollavano invece i marciapiedi per chilometri. Corri, ora, corri! Inseguito accanitamente da fumo, caligine, foschia, vento, da fantasmi del pensiero, da spaventi della memoria; infine a casa, sano e salvo, ri-parato e caldo, addormentato…

Le nove.

Un rintocco. La pendola sonnacchiosa, abbasso, in fondo al pozzo delle scale. Un rintocco.

Fido, torna a casa e trascina il mondo con te! Fido, porta un cardo con su la brina, o magari non portare nient’altro che il vento. Fido, dove, dove sei?

Oh, ascolta, su! Chiamerò.

Martin trattenne il fiato.

Lontanissimo, da qualche parte… Un suono.

Martin si sollevò, tremante.

Ecco, di nuovo… Quel suono.

Un suono piccolissimo, come un’acuta punta che sfiorasse il cielo, lontano chilometri e chilometri.

L’eco sognante di un cane. Che abbaiava.

Il suono di un cane che attraversava campi e campagne, strade a fondo naturale e sentieri di conigli, in un gran corri corri, con un grande abbaiare che mandava nuvolette di vapori e che squarciava la notte. Era il suono di un cane che correva in cerchio. Andava e veniva, si alzava e svaniva, si apriva, si chiudeva, avanzava, indietreggiava, quasi che l’animale fosse tenuto da qualcuno a una catena di lunghezza fantastica. Quasi che il cane corresse via e qualcuno fischiasse camminando sotto i castagni, in un’ombra muscosa, un’ombra di pece, un’ombra lunare, e il cane, compiendo un cerchio tornasse indietro per balzare di nuovo in avanti verso casa.

Fido! pensava Martin. Oh, Fido, bravo cane, torna a casa! Ascolta, su, ascolta, dove, dove sei stato? Su, bravo, cerca!

Cinque minuti. Dieci, quindici. Vicino, vicinissimo. L’abbaiare. Il suono.

Martin, con un grido, gettò giù i piedi dal letto, si sporse verso la finestra.

Fido! Bravo cane. Fido, Fido! Lo diceva e lo ripeteva. Fido, Fido! Cattivo Fido, che sei scappato e sei rimasto via tanti giorni! Cattivo Fido, bravo cane, a casa, presto, e porta quel che puoi!

Era vicino, adesso, vicino, in cima alla strada, e abbaiava, faceva rimbalzare il suo rumore sulla facciata d’assi delle case di legno, faceva piroet-tare i galli delle banderuole di ferro in cima ai tetti, nella luna, sparando bordate a salve… Fido! Che era dabbasso, alla porta…

Martin rabbrividì.

Doveva correre giù, far entrare Fido, oppure aspettare che tornassero babbo e mamma? Aspettare? Oh, Dio, aspettare? E se Fido scappava di nuovo? No. Egli sarebbe sceso a pianterreno, avrebbe afferrato e spalanca-to la porta con un grido, avrebbe afferrato Fido, e sarebbe corso di sopra, presto presto, ridendo, piangendo, stringendo quel…

Fido smise di abbaiare.

Ehi! Martin quasi ruppe il vetro, nel gettarvisi.

Silenzio. Come se qualcuno avesse detto a Fido di stare zitto, adesso.

Zitto. Zitto.

Passò un minuto buono. Martin stringeva i pugni.

Dabbasso, un debole guaiolare.

Poi, adagio, s’apri la porta d’ingresso. Qualcuno aveva avuto la cortesia d’aprire la porta a Fido. Ma certo! Fido aveva portato il signor Jacobs o il signor Gillespie o la signorina Tarkins o…

La porta a pianterreno si chiuse.

Fido salì di corsa al primo piano, uggiolando, e si gettò sul letto.

«Fido, Fido, ma dove sei stato, che cosa hai fatto! Fido, Fido!»

E strinse Fido a sé, forte, a lungo, piangendo. Fido, Fido. Rideva e piangeva. Fido! Ma, dopo un momento, smise tutt’a un tratto di ridere e di piangere.

Si ritrasse. Tenne staccato l’animale e, guardandolo, i suoi occhi si spa-lancavano sempre più.

L’odore emanato da Fido era diverso.

Era un odore di terra sconosciuta. Era un odore di notte dentro la notte, un odore che veniva dall’avere scavato profondo, nell’ombra, dentro una terra ch’era stata a stretto contatto con cose rimaste nascoste lungamente, e putrefatte. Dal muso e dalle zampe di Fido cadeva un terriccio rancido e fetido, in zolle putrescenti. Aveva scavato profondo. Molto profondo davvero. Era così, no? No? Non era proprio così?

Che razza di messaggio era mai quello recato da Fido? Che cosa poteva voler dire, un messaggio simile? Il miasma della grassa e orribile terra ci-miteriale.

Fido era un cane cattivo, che andava a scavare dove non doveva. Fido era un bravo cane, che faceva amicizia con tutti. Fido amava le persone, Fido gliele portava a casa…

Ma, su per le scale nell’atrio buio, veniva a intervalli un rumore di passi, un piede trascinato dietro l’altro, penosamente, lentamente, lentamente.

Fido rabbrividì. Uno scroscio di sconosciuta terra notturna cadde sul letto.

Fido si voltò.

La porta della camera si aprì.

Martin aveva visite.