venerdì 5 marzo 2021

LA FORZA DEL CARATTERE James Hillmann

 

LA FORZA DEL CARATTERE  
James Hillmann

PREFAZIONE PER IL LETTORE

Invecchiare non è un accidente. È una necessità della condizione umana; ed è l’anima a volerlo. L’invecchiamento è inscritto nella nostra fisiologia; eppure, il fatto che la vita umana duri a lungo dopo l’età feconda e ben oltre il periodo di funzionalità dei muscoli e di acuità dei sensi ci rende perplessi. Per questo motivo si sente il bisogno di idee immaginative capaci di aggraziare il diventare vecchi e di parlare alla vecchiaia con l’intelligenza che essa si merita. Nel presente libro troverete appunto questo tipo di visione. Esso offre la promessa di dare refrigerio alla mente del lettore con una pioggia di intuizioni che mirano a influire profondamente, addirittura indelebilmente, sulla transizione agli anni più tardi della vita.

Insomma, perché viviamo tanto a lungo? Gli altri mammiferi si danno per vinti, mentre noi andiamo avanti per quaranta, cinquanta, talvolta addirittura sessanta anni dopo la menopausa. A ottantotto anni, eccoci ancora qui, che tiriamo la carretta o indugiamo sulle nostre sdraio.

Io non mi sento di aderire alla teoria secondo la quale la longevità umana è il risultato artificiale della civiltà, della sua scienza e dei suoi servizi sociali, che sfornerebbero questa schiera di mummie viventi, paradossi sospesi in una zona crepuscolare. I vecchi come ritardatari.

Proviamo invece a carezzare l’idea che il carattere ha bisogno di quegli anni in più e che la lunga durata della vita non ci è imposta né dai geni né dalla medicina conservazionistica né da un accordo collusivo con la società. Gli ultimi anni della vita confermano e portano a compimento il carattere.

 

 

Ciò che la natura umana vuole soprattutto sapere circa la natura umana non è quale catena evolutiva conduca dalle più remote origini all’adesso immediato. Noi vogliamo capire che senso ha, al di là del logoramento e dell’esaurimento delle forze, il fatto di invecchiare. A che cosa serve? Che scopo ha?

Queste domande ci colgono all’improvviso, nel mezzo della vita, durante (ma non soltanto) la famosa «crisi della mezza età» (come sa di americano questa formula...). Quella crisi riassume due paure: Sto andando in là con gli anni; ma anche: Rispetto a ciò che realmente sono, a che punto mi trovo? Vecchiaia e carattere insieme. Questa diffusa sindrome riguarda non tanto la metà dell’arco della vita, quanto la crisi centrale della natura di una persona, non tanto il fatto di essere troppo vecchi, quanto il fatto di essere ancora troppo giovani. Non la perdita delle capacità; la perdita delle illusioni.

Scopriremo più cose sulla nostra crisi della mezza età guardando indietro in modo critico al prolungamento sentimentale dell’adolescenza, che non concentrando l’attenzione sulla casa di riposo che ci aspetta di qui a quarant’anni. È la proiezione dell’adolescenza a impedirci di essere nel mezzo della vita e a stendere un sudario di paura sulle affascinanti domande della sua ultima parte. Quarant’anni non è come averne ottanta, abbiamo davanti a noi più «tempo di veglia» di quanto non ne abbiamo alle spalle. L’incontro con la vecchiaia nel mezzo del cammino è prematuro. Ancora non si è sviluppata la capacità di percezione atta a scandagliarne le immagini; perciò le risposte che si trovano a metà della vita più che altro riflettono le nostre paure. Questo libro arrischierà risposte molto diverse.

Per spiegare la vecchiaia ci rivolgiamo di solito alla biologia, alla genetica e alla fisiologia geriatrica, ma per comprendere la vecchiaia abbiamo bisogno di qualcosa di più: dell’idea di carattere. La biologia non è il corpo, è soltanto un modo di descrivere il corpo. La vecchiaia è mediata dalle storie che si raccontano su di essa. La biologia racconta un tipo di storia, la psicologia un altro. O per meglio dire, la psicologia si sforza di comprendere le spiegazioni della biologia.

La nostra realtà di esseri viventi e pensanti precede le nostre spiegazioni su come viviamo e pensiamo. Un approccio psicologico alla vecchiaia deve attenersi a questa priorità. Se l’idea di anima (anche se non riusciamo a spiegarcela) ha il primo posto nella nostra scala dei valori, allora le nostre idee dovrebbero essere in accordo con il nostro effettivo sistema di valori. Ciò significa che dobbiamo psicologizzare la vecchiaia, scoprire l’anima che ha dentro.

Nel normale corso della vita, la vecchiaia termina nella morte, e il normale modo di pensare la vecchiaia salta alla medesima conclusione. Se l’invecchiare finisce sempre nel morire, questo significa forse che il fine dell’invecchiare è quello di morire? La biologia considera l’invecchiamento un processo che porta all’inutilità. Ma proviamo a considerare la vecchiaia una struttura, invece che un processo, una struttura che possiede una sua natura essenziale.

Proviamo a domandarci perché gli anni della vecchiaia assumono una certa forma e mostrano certe caratteristiche. Forse la «inutilità» va considerata esteticamente. Che l’anima, prima di andarsene, debba essere invecchiata al punto giusto? In tal caso, possiamo immaginarci l’invecchiamento come una trasformazione nella bellezza non meno che nella biologia. I vecchi sono come immagini in bella mostra che traspongono la vita biologica nell’immaginazione, nell’arte. I vecchi diventano qualcosa che colpisce la memoria, rappresentazioni ancestrali, personaggi della commedia della civiltà, ciascuno una figura unica, insostituibile, preziosa. Invecchiare: una forma d’arte?

 

 

Per dare un senso agli anni più tardi della vita e alle difficoltà spesso assurde e alle ridicole degradazioni che accompagnano la vecchiaia, conviene ritornare su una delle domande più profonde che il pensiero umano ha formulato: Che cosa è il carattere, e in che modo esso ci vincola nelle forme che viviamo?

Ciò che invecchia non sono soltanto le nostre funzioni e i nostri organi, ma tutta quanta la nostra natura, quella particolare persona che siamo diventati, e che siamo già da anni. Il carattere è andato plasmando la nostra faccia, le nostre abitudini, le nostre amicizie, le nostre peculiarità, il livello della nostra ambizione con il suo corso e i suoi errori. Il carattere influisce sul nostro modo di dare e di ricevere; sui nostri amori e sui nostri figli. Torna a casa con noi la sera e può tenerci svegli a lungo, la notte.

Io e voi non siamo i primi a trovarci ad affrontare la vecchiaia, anche se per noi è la prima volta. Da sempre gli esseri umani invecchiano; perché allora non attingere all’esperienza di altri, in altre epoche? Per la nostra cultura, questo sarebbe un modo nuovo di affrontare il problema. Il trarre le nostre idee dalle ricerche più recenti limita drasticamente ai dati più nuovi la nostra ottica: e gran parte dei nuovi dati sarà già obsoleta quando questa pagina sarà stata stampata e vi sarà arrivata in mano. Inoltre, gran parte dei nuovi dati scaturisce dalla negazione. Una delle motivazioni sottese alle ricerche sull’invecchiamento, infatti, è la pulsione a cancellare la vecchiaia, a debellarla quasi fosse un cancro.

Anch’io voglio debellare un’idea, o almeno voglio respingere la nozione monolitica che noi si sia fondamentalmente creature fisiologiche e che di conseguenza il nostro pensiero su di noi possa essere ridotto a pensiero sul nostro corpo. È una nozione che ci condanna a morte: ecco che diventiamo vittime dell’invecchiamento. Siamo convinti che la nostra intera esistenza sia soggiogata e governata (in un modo che acquista evidenza drammatica negli anni finali della vita) dalla fisiologia.

L’idea che voglio mettere al posto di questa dice invece che è al carattere che siamo in realtà soggiogati. «Il carattere» scriveva Eraclito agli albori del pensiero occidentale «è il destino». No, caro Napoleone, non la geografia; no, caro Freud, nemmeno l’anatomia: il carattere! È il carattere che governa: che governa anche la fisiologia. Sosterremo, con tutta l’autorevolezza e l’ostinazione che ancora ci restano, che l’eredità genetica è plasmata nella particolare forma che ci distingue dal carattere, da quella specifica configurazione di tratti, manie, predilezioni e adesioni ideali, da quella riconoscibile figura che porta il nostro nome, la nostra storia e una faccia che rispecchia un «me».

Allora saremo in grado di guardare al decadimento di corpo e mente come a qualcosa che non è soltanto un’afflizione. Lo riconnetteremo a una verità sottostante di cui già siamo convinti sul piano del sentimento: Esiste un qualcosa che plasma ciascuna vita umana in un’immagine globale, comprendente le sue contingenze casuali e i suoi momenti sprecati in attività inutili. Spesso gli ultimi anni sono dedicati a esplorare tali particolari insignificanti, ad avventurarsi negli errori passati per scoprirvi configurazioni comprensibili.

La comprensione che la mente invecchiata cerca di applicare al suo invecchiato corpo trasforma quel corpo in una metafora, aggiungendo ai processi biologici un livello ulteriore di significato. La vecchiaia deletteralizza la biologia proprio quando più ne siamo fatti schiavi. Gli anni della vecchiaia consentono una seconda lettura di quelli che erano sembrati soltanto problemi biomedici letterali. Altre culture parlano dell’apertura del «terzo occhio», del consolidarsi del «corpo sottile». Io questo lo interpreto nel senso che la prospettiva psicologica viene in primo piano, che il terreno fondante dell’essere si è spostato verso l’anima.

Il deletteralizzare la biologia non è un negare la biologia. Non possiamo negare l’esistenza di alcuno dei processi degenerativi, di alcuna delle influenze genetiche. Vogliamo semplicemente spostare questi arredi dal primo piano allo sfondo, riordinare le nostre priorità. Ciò che viene per primo nel tempo (batteri, mitocondri, muffe e brodi, composti chimici, cariche elettriche) non sta necessariamente al primo posto nel sistema di valori o nel pensiero. Inoltre (e a scriverlo è una biologa evoluzionista, Lynn Margulis),1 «il salto dalla più complessa mescolanza di elementi chimici organici alla cellula più elementare non è mai stato colmato. Mai, né teoricamente né in laboratorio, si è creata la vita a partire da sostanze chimiche, per quanto complesse».

La vita dipenderà pure da batteri, muffe e composti chimici, ma il pensiero arriva a complessità che non si possono ridurre a mattoni precedenti. Questo è uno dei grandi enigmi del pensiero: il pensiero è capace di dare origine alle proprie specie, di selezionare idee innaturali e di palesare la propria evoluzione; inoltre, un mucchio di pensieri assolutamente «inadatti» sopravvive.

Se la vecchiaia è necessaria per portare a compimento il carattere, che dire allora di coloro che non ci arrivano, che muoiono prima dei cinquant’anni? Forse ha ragione il modo di dire comune: «È morta troppo presto»; «La sua morte è stata prematura». Con ciò intendiamo dire che il loro carattere non è arrivato alla fine della gestazione. E tutti coloro, ed erano la stragrande maggioranza, che nei secoli passati sono arrivati soltanto ai trenta, quarant’anni? Forse che il loro carattere non era formato, rifinito?

Forse a quei tempi la vecchiaia era meno necessaria. Le culture antiche (come molte culture «arcaiche» di oggi) ritualizzavano la formazione del carattere con iniziazioni, feste pubbliche e funerali; e i più anziani istruivano la collettività. Benché i loro anziani possano essere stati più giovani per età dei nostri, la loro presenza si faceva ancora sentire nella società, dove vigilavano su ciascun membro del gruppo con un occhio costante al carattere.

Da quando la psicoanalisi ha descritto le «fissazioni» e gli «arresti» nello sviluppo del carattere e i «disturbi caratteriali» infantili, l’idea stessa di carattere si è fissata all’infanzia. Per studiare lo sviluppo del carattere, la psicologia si è rivolta al passato individuale, trascurando il dato evidente che in quasi tutti noi il carattere disvela appieno la propria forza formativa molto più tardi. Noi diventiamo tipici di ciò che siamo semplicemente durando nel tempo. Il nostro modo di invecchiare, i nostri abituali modelli di comportamento e lo stile della nostra immagine mostrano il carattere in corso d’opera. Così come il carattere guida l’invecchiamento, l’invecchiamento disvela il carattere.

 

 

La vecchiaia deve avere i suoi dèi, così come l’infanzia e la giovinezza hanno i loro protettori a ispirare le prodezze del primo amore e una spericolata avventurosità. La tarda età invita altri dèi, per conoscere i quali occorrono molti lenti anni. Le loro pretese e le loro ispirazioni potranno essere di un altro genere, ma non gli possiamo dire di no, né più né meno che agli dèi che chiamano in gioventù. Scoperte e promesse non appartengono soltanto alla giovinezza; la vecchiaia non è esclusa dalla rivelazione.

È indispensabile riconoscere come il nostro modo di pensare l’ultima parte della vita sia irrimediabilmente intrappolato nel disprezzo per la cosiddetta «terza età», un concetto classista, che relega tutte le persone anziane in una categoria con precisi, ineluttabili handicap dovuti al collasso dell’organismo e all’esaurimento delle sue riserve. Il modello occidentale è fondato sulla biologia e sull’economia. Le idee di anima, di carattere individuale e di influenza della consapevolezza sui processi vitali sono diventati accessori decorativi, buoni per alleviare la disperazione e camuffare «la verità vera» sulla vecchiaia.

Ciò che convenzionalmente si intende per terza età, questa «verità vera», ci fa sentire in trappola, e ci pone in conflitto. O precipitiamo nell’infelicità sempre più pessimistica, ossessionati già a cinquant’anni dal pensiero del declino fisico e mentale, o neghiamo ottimisticamente la «verità vera» con eroici programmi di crescita spirituale e di mantenimento della forma fisica.

Le due visioni, quella pessimistica e quella ottimistica, partono dalla medesima premessa: La vecchiaia è un’afflizione. Eccola, la «verità vera»: che tu la debelli o che vi soccomba, la vecchiaia è per sua natura inconfutabilmente solitaria, indigente, maligna e, soprattutto, troppo lunga. Ci sembra di vederci: paralizzati dalla povertà, scaricati in una squallida casa di riposo, matti, muti e maleodoranti, in attesa della fine.

Proviamo a immaginare che ottimisti e pessimisti abbiano ragione entrambi, e contemporaneamente. Sì, la vecchiaia è un’afflizione... in particolare, è afflitta dall’idea di afflizione. Finché consideriamo ogni tremore, ogni macchiolina epatica sulla pelle, ogni nome dimenticato esclusivamente come indizio di declino, ecco che affliggiamo la nostra mente tanto quanto la sta affliggendo la vecchiaia. Il ripetersi stesso, ogni volta che vediamo la nostra faccia allo specchio, di questa diagnosi negativa su ciò che ci sta accadendo dimostra la potenza dell’idea alla quale abbiamo imbrigliato l’ultima parte della nostra vita.

Alla mente piacciono le idee. Ne chiede di fresche, non importa se non sono cotte a puntino. La mente si tiene occupata rigirando idee. La mente è per natura curiosa, inventiva, trasgressiva. Agli anziani si consiglia appunto di mantenere la mente attiva per ritardare il declino delle funzioni cerebrali. Le ricerche dicono che il lavoro mentale ricostruisce le cellule cerebrali: se non le usi le perdi; e non ha importanza quello che pensi, purché la mente sia mantenuta in esercizio, come i muscoli. Ma le idee non sono semplicemente vitamine che servono a mantenere desta la mente; anche la mente serve alle idee. Rigirandole e smontandole, la mente mantiene vive le idee e impedisce che rimbambiscano.

Le idee che abbiamo sulla vecchiaia hanno bisogno di essere sostituite. Come un’anca che non sostiene più il peso o come un cristallino con la cataratta, che non ci consente più di vedere al di fuori della nostra testa, dobbiamo portarle in sala operatoria. Ma la sostituzione di abiti mentali logori richiede sia grinta sia capacità di resistenza.

Per rompere con le idee correnti sulla vecchiaia potrà essere necessario fare irruzione al loro interno. Allora magari scopriremo che tante idee convenzionali, che offrono rifugio dalla tirannia della vecchiaia, in realtà servono per nascondersi dalla forza del carattere.

È una bella consolazione credere che stiamo diventando più saggi, che il nostro giudizio si fa più lucido, che le modificazioni fisiologiche dell’apparato genitale sono, come diceva Sofocle, liberatorie. Sembrerà magari più facile essere vecchi, se si accettano i cliché sulla terza età e ci si convince che gli atteggiamenti che emergono con l’età non sono rivelazioni della nostra natura essenziale bensì soltanto gli effetti dell’invecchiamento. Per esempio, mi commuovo fino alle lacrime per una gentilezza ricevuta, oppure mi sento di offrire aiuto a qualcuno che ha problemi. Anziché accettare la mia mitezza come un tratto del carattere, preferisco glissare dicendo: «Invecchiando mi sono rammollito». Oppure mi racconto che è l’età, e non il mio carattere, a farmi pronunciare certi odiosi commenti razzisti, o lasciare mance striminzite, o spiare i miei vicini. «Sono soltanto una povera vittima dell’invecchiamento»: prima me la racconto e poi mi faccio condizionare dal mio racconto, ovvero è la coda che agita il cane.

Più a lungo rimaniamo attaccati a idee logore, più queste ci influenzano negativamente, agendo come patologie. La patologia principale della vecchiaia è l’idea che ne abbiamo. Sono la nostra giovinezza e una cultura che deriva le sue idee dalla giovinezza che possono renderci morbosa la vecchiaia. Arrivati ai cinquanta o sessant’anni, è ora di incominciare un altro tipo di terapia: la terapia delle idee.

 

 

L’invecchiamento è diventato la paura maggiore di tutta una generazione. Ciò che noi temiamo individualmente la società lo predice demograficamente. Somme immense vengono spese per estirpare le cause dell’invecchiamento e per ritardarne l’arrivo. Ciò nonostante, la vecchiaia avanza con il passo regolare della statistica. I prossimi decenni saranno sempre più dominati dalla popolazione anziana. Non sappiamo se il ventunesimo secolo sarà rinverdito o meno dalla consapevolezza ecologica, ma di sicuro sarà ingrigito da una popolazione sempre più vecchia. Le nazioni sviluppate stanno invecchiando rapidissimamente; alcune, con l’estendersi della longevità, non riescono neppure a compensare le morti con le nascite. L’imperitura lotta di classe tra ricchi e poveri diventerà, nel nuovo secolo, una lotta tra Vecchi e Giovani.

Nel suo stupendo libro, America the Wise, Theodore Roszak attende con gioia il trionfo dei vecchi. Il semplice fatto che siano così numerosi potrebbe rivoluzionare la società, aiutandola a passare dal nostro predatorio capitalismo e dallo sfruttamento ambientale a quella che Roszak definisce «la sopravvivenza del più mite».2 La sempre crescente percentuale di anziani nella popolazione fa pendere la bilancia in favore di valori che, secondo Roszak, stanno a cuore agli anziani: l’alleviamento delle sofferenze, la nonviolenza, la giustizia, l’accudimento e la conservazione «della salute e della bellezza del pianeta».3

Ciascuno di noi può contribuire a promuovere la visione di Roszak: innanzitutto, esorcizzando l’idea morbosa di vecchiaia che mantiene i cittadini anziani paralizzati nella depressione, immeschiniti dalla rabbia e alienati dalla loro vocazione di «antenati»; in secondo luogo, ripristinando l’idea di carattere, che rafforza la fede nell’unicità dell’individuo come forza strumentale capace di influire su ciò che ciascuno apporta al pianeta.

L’indagine approfondita del carattere che possiamo condurre invecchiando ci porta in una terra inesplorata. Le mappe correnti della vecchiaia, che non tengono conto del carattere, sono piene di dati oggettivi ma piatte, senza vette di ispirazione e profondità di anima; mentre gli scritti sul carattere si presentano non tanto come guide alle miniere e alle sorgenti della natura umana, quanto come manuali per educare, e reprimere, i giovani. Benché i moralisti cerchino di cooptarne l’idea nei loro programmi, prima che morale la forza del carattere è naturale. Prima di essere sottoposto alla disciplina morale, il carattere va indagato come idea.

 

 

T.S. Eliot ha scritto: «I vecchi dovrebbero essere esploratori»; per me questo significa: segui la curiosità, indaga idee importanti, rischia la trasgressione.4 Secondo l’acuto filosofo spagnolo José Ortega y Gasset, l’idea di «indagine» è l’equivalente più vicino a ciò che i greci intendevano con alétheia, l’attività della mente che ha dato il via a tutta la filosofia occidentale: «il tentativo ... di porci in contatto con la nuda realtà ... nascosta dietro il manto della falsità».5 Spesso la falsità indossa il manto di verità comunemente accettate, della inconscietà che condividiamo collettivamente. Una terapia delle idee potrebbe liberarci dalle convenzioni che impediscono alla nostra mente di compiere interessanti trasgressioni.

Per vedere la forza del carattere a distanza ravvicinata, dobbiamo lasciarci coinvolgere senza riserve negli eventi dell’invecchiare. E questo richiede, oltre che curiosità, anche coraggio. Per «coraggio» intendo la forza di abbandonare le idee vecchie per abbandonarsi alle idee strane, attuando uno slittamento del significato e dell’importanza degli eventi che temiamo. Intendo il coraggio di essere curiosi. La curiosità è una delle grandi pulsioni del genere umano e forse della vita animale in genere; è quel desiderio di esplorare il mondo che spinge la scimmia e il topo a uscire dalla tana per le loro rischiose avventure. Per noi esseri umani, l’avventura ha luogo sempre più dentro la mente. Questo coraggio della mente il grande filosofo Alfred North Whitehead lo ha chiamato «l’avventura delle idee». «Il pensiero» scrive Whitehead «è una straordinaria modalità di eccitamento».6

1. Lynn Margulis (con Dorian Sagan), Stamps and Small Steps: The Origin of Life and Our Cells, «Netview: Global Business News», 3 agosto 1997, p. 3.

PREFAZIONE DELL’AUTORE

Perché i vecchi diventano moralisti, sentimentali e radicali? Si incatenano agli alberi minacciati; marciano nelle manifestazioni; urlano slogan. Fanno la predica a orecchie con gli auricolari del walkman sul declino morale dell’Occidente. Noi vecchi ci indigniamo, ci arrabbiamo, ci vergogniamo.

Perché non ci basta uscire di scena in dissolvenza; lasciare che la nostra luce svanisca dietro le colline grigie?

Il crepuscolo non è l’immagine giusta, perché il tramonto del sole è segnato dal fuoco, un’ultima protesta, un richiamo alla bellezza. Noi vorremmo riaccendere il giorno, non lasciarlo affievolire nella serenità della sera. «Più luce» disse Goethe morendo. Non rondinelle cinguettanti al tramonto, ma vespri incessanti; campane che chiamano a raccolta; una vocazione a fare prediche. «Secondo Platone, la spoliazione degli Dei e la sovversione dello Stato sono crimini scusabili se commessi sotto l’influsso della vecchiaia avanzata».7 Sarà stato un impulso sovversivo a sollecitare questo libro?

Immaginiamoci di essere incalzati dal nostro tema, il Carattere, e anche da quella variazione sul tema che è il carattere dell’autore, il tutto mentre portiamo il bagaglio di moralismo, sentimentalismo e radicalismo che i vecchi hanno legato alla schiena. La scrittura come fardello; come avventura; come disvelamento.

Personalmente, non tengo davvero a leggere una parola di più su come rafforzare il carattere e acquisire la saggezza della vecchiaia. Jung, che pure è stato colui che per primo nominò l’archetipo del Vecchio saggio, e addirittura ci si era a volte identificato, scrisse: «Mi consolo con il pensiero che solo gli sciocchi si aspettano la saggezza».8 «E la saggezza dell’età avanzata?» domanda T.S. Eliot in Quattro quartetti. «Avevano ingannato noi / o ingannato se stessi, gli antenati dalla voce pacata, / lasciandoci in eredità nient’altro che una ricetta d’inganni?».9

Saggezza, compassione, comprensione e tutte le altre belle qualità assegnate agli anziani servono più che altro come tranquillizzanti idealizzazioni controfobiche di fronte alla forza impertinente del carattere che invecchia raggomitolato nella loro anima, pronto a scattare. Noi vecchi, a metà strada fra il ruolo spettrale dell’antenato e la nuda sensibilità del puro spirito, quando ci arrabbiamo siamo capaci di far guizzare la lingua letale di un cobra. Abbiamo la miccia corta. Quello che chiedo a un libro è quello che voglio scrivere: un libro che io stesso vorrei leggere.

Si direbbe che in età avanzata gli scrittori abbiano a disposizione soltanto una ristretta gamma di scelte: memorie della vita vissuta in precedenza, revisioni e ritrattazioni di opere scritte in precedenza, riepiloghi difensivi di pensieri pensati in precedenza. Non ci sarà un’alternativa?

Un libro sull’ultima parte della vita non può essere uno studio oggettivo, indifferente rispetto a colui che lo scrive. C’entra anche la sua vita, sicché la scrittura, se viene davvero dal cuore, dirà qualcosa anche del carattere dello scrittore. Gli scrittori sono personaggi delle loro stesse narrazioni. Che un libro si annunci come non di narrativa e si presenti come storia, scienza, ricerca o «libro verità», non basta a nascondere la sua qualità di opera dell’immaginazione. Mai, in nessuna cosa che scriviamo, ci possiamo liberare del nostro carattere.

I vecchi soldati non fanno che combattere sempre, in ogni nuova causa in cui si impegnano, la prima delle loro campagne. L’ultima parte della vita è piena di ripetizioni e di ritorni alle ossessioni di fondo. La mia guerra (e ho ancora da vincere la battaglia decisiva) è quella contro le modalità di pensiero e i sentimenti condizionati che predominano nella psicologia e di conseguenza anche nel modo in cui noi tutti pensiamo e viviamo il nostro essere. Di tali condizionamenti nessuno è più dispotico delle convinzioni che bloccano la mente e il cuore nella morsa della scienza positivistica (geneticismo e computerismo), dell’economia (capitalismo esasperato), delle fedi monomaniacali (fondamentalismi). L’idea di carattere è estranea a tutte queste cose e io me ne faccio paladino appunto perché essa è così fuori dallo scenario contemporaneo.

Parte del mio lavoro lo svolgerà l’idea stessa, perché le idee sono forze che si impossessano della mente e non mollano la presa finché non gli abbiamo dedicato qualche pensiero. L’idea di carattere chiama la scrittura; vuole finire sulla pagina stampata. La parola stessa deriva dal greco kharássein, «incidere, tratteggiare, iscrivere», e da kharaktér, che indica sia lo strumento che produce segni incisivi e affilati, sia i segni così prodotti, come le lettere di un sistema di scrittura. «Carattere» rimanda alle qualità distintive di un individuo e può anche indicare il personaggio di un’opera narrativa o teatrale. È una parola che avvolge insieme i tratti particolari dell’individualità dello scrittore, l’atto dello scrivere e il libro inteso come un teatro popolato dall’immaginazione.

Ma che tipo di scrittura scrive un vecchio, in che maniera scrive? «Non sempre è facile» disse Wallace Stevens «distinguere tra scrivere e guardare fuori dalla finestra».10 E come diceva Paul Valéry? «Pensare? ... Pensare! È perdere il filo». «Mettersi a scrivere è l’unica cosa che fa smettere di pensare, capisce?» disse al suo intervistatore David Mamet.11E come procede questo scrivere che fa smettere di pensare? Risponde Don DeLillo: « L’opera ... vien fuori da tutto il tempo che lo scrittore spreca. Gironzoli per la stanza, guardi dalla finestra, vai fino in fondo al corridoio, ritorni alla pagina...».12 Il passo lo stabilisce la tartaruga. Noi siamo trasportati sul suo dorso. L’esplorazione come un pensare lento, e il pensiero come uno scrivere ancora più lento: noi vecchi siamo grandi intenditori di fili perduti e di tempi morti, perché non ce la facciamo a tenere dietro al pensiero usuale.

Il modo usuale di pensare la vecchiaia si arresta di fronte alla morte. Ma la morte non è il punto di arrivo di questo libro, così come non è una prospettiva particolarmente audace da cui considerare la vecchiaia. Che cosa potrebbe essere più usuale delle allegorie tratte dalla natura? Alberi maestosi piantati su solidi tronchi, una tartaruga secolare sul fondo dell’oceano, il sapore pieno dei vini e dei formaggi invecchiati (davvero Ripeness is all, «l’importante è essere maturi»?).

La mia passione non può essere placata da ciò che è evidente, neppure se fosse probatorio. Finire nella morte non è certo un modo per addentrarsi in territori proibiti. Mi torna in mente l’esortazione di Maurice Blanchot: «Scrivere le cose che è proibito leggere».13 Tutti abbiamo la nostra opinione sulla morte. Come dice Woody Allen: «morire è una delle poche cose che si riesce a fare con facilità, basta sdraiarsi».14 I rabbini, i monaci, i filosofi dell’antichità, i predicatori puer e i veggenti televisivi possono riempirvi la testa di insegnamenti al riguardo. Una delle poche osservazioni empiriche che sembrano fondate dice che, se pure gli dèi amano chi muore giovane, la morte preferisce i molto vecchi.

La morte non è un soggetto adatto per il pensiero perché non può essere assoggettata al pensiero; la morte è al di là del pensiero, inattingibile con i suoi metodi. La logica, le dimostrazioni, la sperimentazione rimangono con un pugno di mosche. La morte non ha una psicologia, non ha altra fenomenologia se non i simbolismi, gli spiritualismi e le speculazioni metafisiche. Nessuno ne sa nulla. È avere Nulla su cui pensare. «L’uomo libero non pensa a niente meno che alla morte» disse Spinoza.15

È dunque fondamentale per la nostra indagine disfare la coppia morte-vecchiaia, ricostituendo invece l’antica connessione tra vecchiaia e unicità del carattere. L’idea di «vecchio» è presente in varia misura in molti fenomeni il cui carattere ammiriamo, come le vecchie navi, le vecchie case, le vecchie fotografie; in questi casi, l’aggettivo «vecchio» non rimanda né a qualcosa che ha passato la mezza età né a qualcosa che è avviato verso la morte.

Alla domanda: «Perché sono vecchio?» la risposta usuale è: «Perché sto morendo». I fatti tuttavia dimostrano che, invecchiando, io rivelo più carattere, non più morte. Non sto negando il fatto che alla fine morirò, ma non ho intenzione di passare gli ultimi anni della mia vita a scrivere di una cosa che non posso conoscere.

Ben più importante è considerare gli anni della vecchiaia alla stregua di uno stato dell’esistenza, e il fenomeno «vecchiaia» come un fenomeno archetipico, con i suoi miti e i suoi significati. È questa la sfida più audace: scoprire un valore nel diventare vecchi senza prenderlo in prestito dalle metafisiche e dalle teologie della morte. La vecchiaia in se stessa, una cosa a sé stante, liberata dal cadavere.

L’interesse appassionato per «la vecchiaia» come possibilità archetipica presente in tutte le cose, come qualcosa che è dato con la natura umana così come con la natura di tutte le cose esistenti, è appunto ciò che manca nella nostra società, ciò di cui sentono la mancanza e che anelano a scoprire, più di tutti, le persone anziane. Perché noi vecchi sappiamo che dovremo trascorrere i nostri giorni e le nostre notti sotto gli auspici dell’implacabile dio che governa gli ultimi anni della vita e che esige sacrifici. Lo stato di abbandono in cui versa quel dio si rispecchia nello stato di abbandono in cui sono lasciati gli anziani nelle nostre case di riposo, dove la routine ha preso il posto dei riti, santuari secolari privi di una visione trascendente, di un fondamento archetipico.

Il restauro del Tempio al Vecchio non richiede una costruzione letterale. Si potrebbe incominciare con una ricostruzione letteraria, una ricostruzione scritta, attraverso una scrittura costruttiva. Abbiamo dunque l’audacia di immaginarci la nostra indagine come un rito, e la speranza che i nostri pensieri e le nostre parole invochino la benedizione delle potenze che governano il nostro tema. Immaginiamoci che stia per avere inizio una consacrazione.

7. George Rosen, Madness in Society, Routledge & Kegan Paul, London, 1968, p. X.

8. C.G. Jung, Letters, a cura di G. Adler e A. Jaffé, vol. I, Princeton University Press, Princeton, N.J., 1973, p. 516.

9. Eliot, Four Quartets, cit., II.2.

10. Kathleen Woodward, At Last, the Real Distinguished Thing: The Late Poems of Eliot, Pound, Stevens, and Williams, Ohio State University Press, Columbus, 1980, p. 122.

11. David Mamet, citato in John Lahr, Fortress Mamet, «The New Yorker», 17 novembre 1997, p. 82.

12. Don DeLillo, citato in David Remnick, Exile on Main Street, «The New Yorker», 15 settembre 1997, p. 47.

13. Maurice Blanchot, The Writing of the Disaster, trad. ingl. di Anna Smock, University of Nebraska Press, Lincoln and London, 1995, p. 10.

14. Woody Allen, Without Feathers, Random House, New York, 1975, p. 102.

15. Baruch Spinoza, Ethics, IV, Everyman’s Library, London, 1910, p. 187 (trad. it. Etica, Bollati Boringhieri, Torino, 1992, p. 208).

2. Theodore Roszak, America the Wise: The Longevity Revolution and the True Wealth of Nation, Houghton and Mifflin, New York, 1998, p. 240.

3Ibid., p. 248.

4. T.S. Eliot, Four Quartets, Faber & Faber, London, 1944, II.5.

5. José Ortega y Gasset, The Origin of Philosophy, trad. ingl. di T. Talbot, W.W. Norton & Co., London-New York, 1967, pp. 62-63.

6. Alfred North Whitehead, Modes of Thought, Capricorn Books, New York, 1958, p. 50.

PREFAZIONE AL LIBRO

Questo libro è formato di tre parti principali, che seguono il tema del carattere attraverso tre fasi. Ma non sono le solite tre: infanzia, maturità, vecchiaia. Infatti, questo libro si diffonde, piuttosto, sui cambiamenti a cui va soggetto il carattere nell’ultima parte della vita. In primo luogo, il desiderio di durare il più a lungo possibile; poi, i cambiamenti che avvengono nel corpo e nell’anima man mano che la capacità di durare ci lascia e il carattere si espone e si conferma sempre più; infine, emerge una terza tessera del mosaico: ciò che resta quando ce ne siamo andati. Durare, Lasciare, Restare. Tre parti, tre idee portanti.

Ogni libro è costruito sulle idee, questo libro in particolare. La capacità di intrattenere idee provandone piacere è sempre stata una delle giustificazioni del fatto di scrivere e di leggere libri e di tenerceli cari. Il capitolo della prima parte intitolato «Longevità» esamina i significati più ampi sottintesi in questa idea, le aspirazioni che la accompagnano, come la si possa estendere al di là delle misure di efficienza biologica e delle aspettative statistiche. Nella prima parte viene inoltre esaminata l’idea di «vecchio» e perché tale connotazione sia essenziale a ciò che amiamo del carattere di una persona, di un luogo, di un oggetto.

La seconda parte analizza i sintomi fisici che la vita ci invia quando incominciamo a lasciarla, cercando di vedere il ruolo che tali sintomi svolgono nella formazione del carattere. Questa parte costituisce il cuore del libro, perché va dritta al cuore di ciascuna vita. «Lasciare» cerca di mostrare, in una dozzina di brevi capitoli, come le disfunzioni della vecchiaia si trasformino in funzioni del carattere. Gli acciacchi, gli impedimenti e i temuti sintomi degli ultimi anni della vita, nel trovare il loro scopo, cambiano significato. L’idea da intrattenere durante questa parte del libro, e della vita, è che il carattere impara dal corpo la saggezza.

«Lasciare» ricollega la psicologia alla sua prima patria storica, la filosofia. Il compito del filosofo, diceva Nietzsche, è quello di «creare valori». Oggi i valori sono spesso liquidati come mere opinioni personali e sono trasformati in dogmi o mercanzie per attirare convertiti o compratori; perciò, scoprendo nella vecchiaia valori duraturi, lo psicologo-filosofo si troverà, come diceva Nietzsche, «in contraddizione con il suo oggi».16 In questo senso, il presente libro è anche un libro di filosofia, dove i vecchi filosofi sono stati accolti con affetto perché ci aiutassero a creare valori.

Tra «Lasciare» e «Restare» ho inserito un breve interludio: «La forza della faccia». Questo excursus sostiene che le facce vecchie sono segnate dal carattere, che la loro bellezza rivela il carattere e che la loro perdurante forza come immagini di intelligenza, autorevolezza, tragedia, coraggio e profondità dell’anima è dovuta al carattere. L’assenza di queste qualità nella società contemporanea e nelle sue figure pubbliche è dovuta, sosterremo in questa sezione, alla falsificazione della faccia vecchia che ci viene pubblicamente proposta.

La terza parte, «Restare», cerca di venire a capo dell’antico detto: «Il carattere è il destino». Perché ciò che resta è la porzione di destino che il carattere unico e irripetibile di ciascuna persona incarna. Essere unici è essere strani, diversi, atipici, senza uguali in alcun luogo; le eccentricità, che per tutta la vita abbiamo cercato di smussare, di conformare alla norma, riemergono nell’ultima parte della vita per comporre l’immagine che resterà.

La terza parte mette in chiaro le differenze esistenti tra l’enigma del carattere e l’idea astratta del Sé tanto amata dagli psicologi, nonché tra il carattere e l’idea, più popolare, di personalità, che è più adatta, semmai, al fascino delle celebrità e agli interessi della giovinezza.

Un’ulteriore distinzione percorre tutto il libro: la distinzione tra il carattere inteso come struttura morale da inculcare per mezzo di precetti e da sostenere con la forza di volontà e la coercizione, e il carattere inteso come lo stile estetico di tratti durevoli, quale si esprime in gusti e comportamenti individualizzati. Perché ciò che resta dopo che abbiamo lasciato la scena è un’immagine caratteristica, in particolare quella presentata negli ultimi anni, e non già i precetti morali che abbiamo cercato di propugnare sotto l’erroneo nome di «carattere». L’immagine che rimane di noi, quel modo unico di essere e di fare che lasciamo nella mente di altri, continua ad agire su di loro, nell’aneddotica, nei ricordi, nei sogni; come modello ideale, come voce guida, come antenato protettivo: una forza potente all’opera in coloro che hanno ancora una vita da vivere.

Una prefazione dovrebbe spiegare di che cosa tratta il libro, dare un sunto dell’opera nel suo insieme. Ma se un libro è sia pure lontanamente psicologico, il tentativo è destinato a fallire. Perché? Perché la psicologia non tratta di un argomento, non sta al di fuori, non si presta a un riassunto, un estratto. Un libro che invita l’anima a partecipare alla sua indagine ci trascina dentro il labirinto dell’anima. La prefazione cercherà di svolgere il labirinto su una mappa in piano, ma non potrà rendere giustizia alle svolte e controsvolte e ai passaggi bui, o ai momenti in cui, all’improvviso, si sbuca alla luce. Forse, il massimo che questa prefazione possa fare è di augurare Buon viaggio al libro, di esprimere gratitudine per la sua esistenza, per il fatto che abbia trovato la mano e l’occhio, e forse anche la mente e il cuore, di qualcuno disposto a leggerlo.

16. Friedrich Nietzsche, Beyond Good and Evil, trad. ingl. di H. Zimmer, Foulis, Edinburgh, 1911, pp. 211-12 (trad. it. Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1977, p. 120).

PARTE PRIMA
DURARE

I LONGEVITÀ

 

 

 

 

Prosegue, ed è se stesso,

lento, e indiscusso,

e scompostamente presente, che stoico!

D.H. LAWRENCETortoise Family Connections

 

 

Nelle nostre società competitive, «durare» ha finito per significare «durare di più di». «Ho superato l’età di mio padre e di entrambi i miei nonni!». «Secondo i dottori, dovrei essere morto da tre anni». «Con me, le compagnie di assicurazione farebbero bancarotta. Ho già incassato di pensione molto più di quanto abbia versato». La fortuna e la misericordia del Signore sono sicuramente dalla mia parte, perché nel grafico della speranza di vita alla nascita ho oltrepassato la media.

Non soltanto ho battuto la mia eredità genetica, i miei compagni di infanzia e gli attuari, ho respinto la morte stessa. La vita: una competizione con tutti e con la morte, sicché il fatto di vivere più a lungo diventa una vittoria, che a ogni compleanno ripropone il famoso passo di san Paolo: «La morte è stata ingoiata per la vittoria ... O morte, dov’è il tuo pungiglione?».

La nostra esperienza dell’invecchiamento è talmente imbevuta delle cifre sugli anni che restano da vivere fornite dalle tabelle sulla longevità, che stentiamo a credere come per secoli l’età avanzata sia stata associata non già con la morte, bensì con la vitalità e il carattere. I vecchi non erano pensati principalmente come individui arrancanti con passo incerto verso la porta della morte, ma come saldi depositari delle usanze e delle leggende, come custodi dei valori locali, come esperti di arti e mestieri, come voci apprezzate del consiglio cittadino. Ciò che contava era la forza del carattere comprovata da una lunga vita. La mortalità era associata semmai alla giovinezza: nati morti e mortalità infantile, ferite in battaglia, duelli, rapine, condanne capitali, pirateria; i rischi professionali delle attività agricole, della miniera, della pesca; faide familiari e delitti passionali; epidemie e pestilenze che falcidiavano la popolazione nel fiore degli anni. I cimiteri erano punteggiati dalle corte tombe dei bambini.

L’intimo abbinamento di longevità e mortalità, quel nesso che lega in un matrimonio monogamo l’archetipo del vecchio e l’idea della morte, si impadronisce della nostra mente soltanto nel diciannovesimo secolo, con i progressi della demografia. In Francia, la filosofia positivista promuove lo studio statistico della popolazione, che sposterà la morte dalla sfera del privato e dello spirituale a quella della sociologia, della politica e della medicina. Le statistiche sulla durata della vita mostravano una caduta del tasso di mortalità letta come indice del progresso della civiltà. La società nel suo insieme poteva comprovare il proprio miglioramento spostando in avanti le cifre della longevità, e la longevità poteva essere spostata in avanti grazie a nuove metodiche mediche (vaccinazione, pastorizzazione, sterilizzazione) e a programmi di igiene pubblica (acqua potabile, trattamento dei liquami, impianti di aerazione).

La demografia rinsaldò ulteriormente la sua presa quando Émile Durkheim, uno dei padri della sociologia, analizzando le statistiche sui suicidi, dimostrò come ciascun distretto della Francia presentasse un tasso di suicidi praticamente invariato da un decennio all’altro. Ci si poteva attendere che nell’anno entrante un numero prevedibile di abitanti di ogni dato distretto si sarebbe suicidato. Quando l’incidenza del suicidio si stempera nella analisi per classe, occupazione, ereditarietà, religione, età, eccetera, allora l’atto del suicidio diventa un dato della sociologia del tutto indipendente dalla psicologia dell’individuo che lo compie. Il dato statistico diventa una forza societaria, che condanna una precisa percentuale di persone di ciascun distretto a darsi la morte con le proprie mani. Il dato che diventa il fato.

Il grafico della aspettativa di vita possiede una sua forza incontestabile. Se vai a collocarti sul grafico come, poniamo, femmina adolescente, avrai una speranza di vita di almeno settant’anni. A sessanta, scopri che la longevità presunta è aumentata; adesso sarà settantotto anni, forse di più. Una volta arrivata a settantotto, le tabelle statistiche situeranno la scadenza a ottantasei. E via aumentando. Perfino se arrivi a cento anni, i matematici attuariali parlano della «probabilità condizionata» che tu abbia davanti ancora qualche mese, o anno. Le statistiche confermano che, quanto più a lungo duri, tanto più a lungo durerai, sicché per ogni anno che invecchi puoi aspettarti un giorno in più sulla «curva tendente all’infinito della statistica attuariale». La curva non sa predire quando finirà la tua longevità; ma sembra piuttosto trasportarti sempre più avanti, all’infinito. Anziché condurti verso la morte, rivelando il nudo dato della tua mortalità, essa funge da annuncio statistico di immortalità!

Se «durare» significa qualcosa d’altro e di più che superare in durata le aspettative statistiche, allora che cos’è che «dura»? Che cos’è quel «qualcosa» che permane e tiene duro? Che cosa mai potrà durare attraverso tutte le vicende di una lunga vita, rimanendo costante dall’inizio alla fine? Né il nostro corpo né la nostra mente rimangono identici; corpo e mente non possono evitare il cambiamento. Ciò che invece sembra rimanere identico a se stesso per tutto il tempo e fino alla fine è una componente psicologica costante che ti segnala come un essere diverso da tutti gli altri: il tuo carattere individuale. Tu.

 

 

Identico: in che senso? Sono talmente cambiato, sono così diverso, eppure, a dispetto di tutti i cambiamenti, qualcosa continua ad assicurarmi che sono sempre lo stesso. Potrei perdere la mia identità sociale, la mia configurazione fisica e la mia storia personale, eppure qualcosa rimarrà identico, sopravviverà alle più profonde traversie. Questo libro sostiene che è l’idea di carattere a fornire tale nocciolo duraturo.

Se principio di identità è il termine usato dai filosofi per indicare ciò che noi percepiamo come il nostro carattere, ci toccherà scoprire qualcosa di più su di esso: che cosa è e come agisce? E non sarà un’impresa da poco, visto che i filosofi non hanno mai smesso di rifletterci sopra da quando Platone ha fatto di Identità e Diversità due delle categorie fondamentali che governano l’esistenza di tutte le cose, che conformano il nostro modo di pensarle, e addirittura che le rendono possibili.17

I filosofi giocano con il rompicapo dell’identità. Prendiamo, per esempio, il nostro paio di calzini di lana preferito. Si fa un buco in un tallone, e noi lo rammendiamo. Poi si fa un buco al posto dell’alluce, e rammendiamo anche quello. Rammenda oggi, rammenda domani, alla fine sono più i rammendi della lana originale e il nostro amato calzino è fatto di una lana completamente diversa. Eppure è sempre lo stesso calzino. In relazione all’aspetto e in relazione al suo compagno infilato nell’altro piede, è sempre lo stesso calzino. I due calzini vanno a spasso insieme, stanno ripiegati insieme nel cassetto; anzi, anche in relazione a se stesso, riguardo alla propria identità, si tratta sempre dello stesso calzino, benché sia diverso.

E qui i filosofi possono rifarsi a Platone, applicando le idee archetipiche di Identità e Diversità. Il calzino è completamente diverso dall’originale per quello che riguarda la lana, ma la sua forma è rimasta la stessa. Nonostante la radicale alterazione materiale, il mio calzino non diventa mai un «altro» calzino. La materia di cui è fatto è diversa; la sua forma è uguale.

Per «forma» i filosofi intendono l’aspetto del calzino, ciò per cui lo riconosciamo come un calzino. A questo punto, le calze tubolari sollevano problemi concettuali! Per esempio: quand’è che un calzino può non avere l’aspetto di un calzino pur rimanendo sempre un calzino? Per «forma» i filosofi intendono anche la funzione del calzino in quanto fa coppia con il suo compagno e in quanto calza perfettamente il mio piede (la forma che segue la funzione). C’è poi un terzo significato, che a noi interessa particolarmente: la forma come il principio attivo che governa il modo in cui la nuova lana si integra nel vecchio calzino. La forma, insomma, è la forma visibile e la forza formatrice del visibile. Lo vedete come ci stiamo avvicinando alla nozione di carattere?

Il corpo umano è simile al nostro calzino: si scrolla via le sue cellule, ricambia i fluidi, fa fermentare nuove colture di batteri per sostituire quelli morti. Con il passare del tempo, la materia di cui il nostro corpo è fatto diventa tutt’altra, ma noi siamo sempre noi, gli stessi. Non ho un centimetro quadrato di pelle visibile che sia uguale a prima, non un grammo di materia ossea uguale, eppure io non sono qualcun altro. Si direbbe che esista un’immagine innata che non dimentica il mio paradigma di base e mi mantiene fedele a me stesso, in carattere con me stesso. L’idea di DNA sembra troppo angusta per contenere le dimensioni psichiche della nostra immagine, unica e irripetibile. Per abbracciare la nostra complessità abbiamo bisogno di un’idea più ampia.

Alcuni filosofi greci e alcuni pensatori della Chiesa medioevale attribuivano questa coerenza nel mutamento all’idea di forma. Certuni arrivavano a sostenere che la forma individualizza: ciò che fa sì che ciascuna persona e ciascuna cosa siano diverse da ogni altra persona e cosa è la forza attiva della forma. Non esistono due forme uguali. Ciascuno di noi è mantenuto nella sua specifica immagine individuale dal principio della forma. Per usare una delle suggestive espressioni di William James, ciascuno di noi è «un ciascuno». In quanto «ciascuni» siamo unici, perché ciascuno di noi ha, o è, uno specifico carattere che rimane lo stesso.

È molto importante, a questo riguardo, afferrare bene che noi siamo unici dal punto di vista qualitativo. Tu hai il tuo stile, la tua storia, il tuo insieme di tratti, il tuo destino. Tu sei essenzialmente diverso da me, e io da te, in virtù della perdurante identità con se stesso di ciascuno dei rispettivi caratteri individualizzati.

Se la differenza tra me e tutti gli altri fosse definita dalla fisica, dalla logica, dalla politica, dall’economia e dal diritto, ciascuno di noi sarebbe un uno-numero, privo di caratteristiche necessarie. Il diritto dice: «Tutti sono uguali davanti alla legge»; la politica dice: «Ogni cittadino, un voto»; la fisica dice: «Due corpi non possono mai occupare lo stesso spazio nello stesso tempo»; l’economia inserisce tutti i ciascuni in categorie: consumatori, produttori, padroni, datori di lavoro. Quando ognuno è intercambiabile con chiunque altro, per segnalare l’individualità basta un diverso numero sulla carta di identità. Ma poiché l’unicità dipende dalle differenze qualitative che formano la coerente identità della nostra individualità, ecco che, per mantenerci diversi gli uni dagli altri e uguali a noi stessi, è necessaria l’idea di carattere.

Ma torniamo al nostro calzino. Se ciò che sopravvive alla lana è la forma, allora il preoccuparsi del deterioramento fisico (dei punti in cui il calzino si sta logorando) ci impedisce di cogliere un elemento decisivo. D’accordo, il calzino è pieno di buchi, e rammendarlo nei punti deboli lo mantiene funzionale. Ma sarebbe più proficuo per la nostra mente riflettere sull’enigma di questo principio formale che resiste intatto attraverso le sostituzioni materiali. Non mi si venga a dire che la duratura forza del carattere conta di meno della durabilità della lana!

A volte i punti e i rammendi non prendono. La medicina controlla attentamente che non si verifichino casi di rigetto dopo le trasfusioni, i trapianti d’organo e gli innesti ossei. Il principio formale che garantisce l’identità, nonostante l’introduzione di materiale estraneo, dalla medicina viene chiamato sistema immunitario. Il sistema immunitario accetta o rifiuta le sostituzioni in base al suo proprio codice innato. Il nuovo materiale va integrato nell’integrità della persona. Ovvero, come si sarebbe detto nove secoli fa nelle dispute teologiche, la materia va accomodata nella forma. Deve accordarsi con la mia immagine innata. La nuova parte (rene, anca, ginocchio) deve diventare la miaanca, il mio ginocchio, il mio rene. La lana nuova deve diventare me.

Che cos’è che trasforma quella «cosa» in un «me»?

 

 

La psicologia moderna, di qualsivoglia scuola, interpreta la assimilazione degli eventi in un «me» come una funzione del carattere. Solo che le varie scuole di psicologia usano parole differenti per indicare il carattere, per esempio «personalità», «l’Io», «il Sé», «organizzazione comportamentale», «struttura integrativa», «identità», «temperamento». Questi termini sostitutivi non riescono però a rappresentare con precisione gli stili di assimilazione che sono il marchio di fabbrica dell’individualità. Ciascuno di noi risponde al mondo in maniera diversa, gestendo la propria vita secondo uno stile particolare. Il termine «carattere» rimanda a un insieme di tratti e di qualità, di abitudini e di motivi ricorrenti; richiede un linguaggio descrittivo come quello usato nelle referenze, nelle lettere di raccomandazione, nei giudizi delle maestre delle elementari, nelle sceneggiature e nei romanzi, nelle recensioni sulla recitazione degli attori, nei necrologi. «L’Io», «il Sé», «la personalità» sono nude astrazioni, che non ci dicono niente sull’essere umano che si presume esse abitino e governino. Al massimo, queste parole rimandano alla identicità unificante delle persone, mentre ne trascurano le differenze uniche e irripetibili.

È una tale boccata di aria fresca scoprire come alcune delle più antiche e più fondamentali idee della filosofia – Identità e Diversità, Forma e Materia – siano all’opera nella nostra vita quotidiana, addirittura nel nostro corpo. Per me è una vera e propria gioia che questi princìpi un po’ vaghi e passati di moda abbiano un’applicazione pratica e se ne possa parlare come di fatti corporei. Che bisogno abbiamo di essere esortati a costruirci il carattere e a temprarlo, quando il carattere è già un dato, è la forza costante che ci mantiene quelli che siamo e mantiene il nostro corpo aderente alla sua forma? Immaginatevi il corpo come un antico filosofo, il corpo come un luogo di saggezza, secondo l’idea preannunciata già nel titolo di due libri scritti rispettivamente da Walter Cannon e da Sherwin Nuland, due medici specialisti.

Cannon negli anni Trenta e Nuland negli anni Novanta scrivono che la nostra fisiologia sa benissimo quello che fa. C’è all’opera una saggezza. Ecco: l’idea di carattere rende più comprensibile questa saggezza che ci governa. Inoltre, se consideriamo il carattere qualcosa di più di un insieme di tratti o di un’accumulazione di abitudini, virtù e vizi, e piuttosto come una forza in atto, allora il carattere potrebbe essere il principio informatore dell’invecchiamento del corpo. E l’invecchiamento diventa una rivelazione della saggezza del corpo.

Due sono le ragioni della mia insistenza sul ruolo della forma nell’organizzazione della materia. Innanzitutto, voglio controbattere gli spacciatori di materialismo, i quali tentano di venderci l’idea che noi siamo complicati pezzi di biotecnologia, paragonabili ai più avanzati chip di un computer. Qualsiasi forma mostriamo è l’effetto di sottostanti impulsi biogenetici. La forma è riducibile alla materia: ubbidisce alle sue leggi ed è plasmata da materiale genico. Visto che l’azione formatrice è compiuta dalla materia, non c’è bisogno di alcuna distinta idea di forma.

A rappresentare tutta una schiera di affermazioni analoghe in analoghi libri, citerò un brano sintetico, ben scritto, e pazzesco, di uno dei maggiori scienziati cognitivisti a livello mondiale.

«La mente è un sistema di organi di calcolo, predisposto dalla selezione naturale a risolvere i problemi che i nostri antenati affrontavano nella loro vita di cercatori di foraggio ... La mente è le operazioni del cervello; nella fattispecie, il cervello elabora le informazioni, e il pensiero è una sorta di calcolo ... I vari problemi dei nostri antenati erano casi particolari di un unico gigantesco problema dei loro geni: massimizzare il numero di copie che sarebbero passate nella generazione successiva».18

Perché ho definito pazzesco il passo citato? Perché questa descrizione di antenati cercatori di foraggio, di geni con problemi da risolvere e della selezione naturale come deus ex machina lascia senza risposta le domande di fondo. E anche perché essa è esposta in modo assiomatico, non come un mito o una semplificazione riduttiva, ma come verità evidente in sé, il che permette a Pinker di dichiarare bellamente, poco dopo, che la psicologia è una branca dell’ingegneria.

Il ridurre la psicologia a ingegneria fa violenza al significato della forma. La mia forma è ben più del modo in cui sono stato assemblato. Sappiamo tutti che per durare bisogna tenersi in forma, ma «tenersi in forma» non significa soltanto stare in allenamento. Forse che una alimentazione corretta, il fare moto e l’andare a letto prima di mezzanotte soddisfano tutti i bisogni della vostra forma? Il primo significato di «forma» rimanda a «creare», il che presuppone una forza la quale, pur essendo invisibile, rende ciascuna creatura visibile secondo il proprio stile. L’espressione generica «elaborazione delle informazioni» fa sparire tutta la storia di sottigliezze del pensiero che l’idea di forma trasmetteva.

La seconda ragione per cui insisto tanto sulla forma è perché, quando si trattano problemi che riguardano la psicologia, bisogna mantenere un punto di vista psicologico. Dopo tutto, la vita, per chi la vive, è piena di complicazioni psicologiche alle quali la biochimica e la fisiologia cerebrale offrono ben scarso conforto. Per queste scienze, interrogativi come: Perché viviamo? Perché viviamo a lungo e con la probabilità di deterioramento biologico? non sono pertinenti. Anche ammettendo che biochimica e scienze affini eliminino il deterioramento e prolunghino la durata della vita, spiegare il «come» non esaurisce il «perché?».

 

 

Per le domande antiche, forti, fondamentali, mi piace rivolgermi a pensatori antichi, forti, fondamentali, come Aristotele... in modo particolare Aristotele, il quale ha sviluppato l’idea di forma in relazione al corpo e all’anima. Ecco che cosa dice Aristotele. L’anima è la forma del corpo, «il principio del suo movimento», nonché la causa finale o scopo del corpo. In quanto «sostanza degli esseri viventi», tale forma, detta psyché, «influenza» e «comanda» il corpo ed è «parte dell’animale in senso più autentico che non il corpo», benché gli interessi dell’uno e dell’altra «siano i medesimi». L’anima dà forma al corpo, pur essendo di per sé incorporea e dunque non localizzabile in un organo, cellula o gene, così come la forma del calzino non è localizzabile nella lana. A causa della sua incorporeità, «la bellezza dell’anima è più difficile da vedere della bellezza del corpo».19

Millenni dopo, il premio Nobel per la fisica Richard Feynman descrisse a sua volta la forma che ci mantiene identici a noi stessi:

«Ciò che chiamo la mia individualità è soltanto una configurazione, una danza ... Gli atomi entrano nel mio cervello, danzano una danza, poi se ne escono: ci sono sempre nuovi atomi, che però eseguono la medesima danza, perché ricordano com’era la danza ieri».20

Per conferire maggiore precisione alla forma di Platone, all’anima di Aristotele o alla danza di Feynman, la tradizione ricorre sovente al linguaggio delle caratteristiche. All’anima interessano il bene e la bellezza, la giustizia e il coraggio, l’amicizia e la lealtà. Le analisi del carattere e le descrizioni dell’anima usano termini in comune, come «giudizioso», «sagace», «esperto», «mite», «pavido», «greve», «vacillante». Queste qualità sono l’anima in azione, in quanto disegnano le configurazioni ricorrenti dei nostri movimenti e disvelano la forza formativa dell’anima che influenza e addirittura provoca il nostro comportamento. L’anima è soltanto un’astrazione, finché non incontriamo la sua coraggiosa volontà di vivere, o le sue giudiziose decisioni o il suo senso dell’umorismo. Gli aggettivi rendono il nostro comportamento volta a volta profondo, tenero, pavido, modesto, premuroso, crudele o prudente. Determinano lo stile alla danza. Noi facciamo anima incarnando e mettendo in scena aggettivi che differenziano il prolifico potenziale dell’anima. Attraverso tali caratteristiche, arriviamo a conoscere la natura della nostra anima e siamo in grado di valutare l’anima altrui. Le qualità sono le sovrastrutture ultime, che conferiscono scopo e forma a ciò che accade al corpo. Sono la forza contenuta nel carattere. Il che mi fa pensare che il fatto di vivere una vita lunga serve al fare anima in quanto permette all’incredibile collezione di aggettivi della psiche di venire alla luce.

Quella di considerare l’anima come un’intelligenza attiva, che conforma il destino di ciascuna persona e ne traccia la trama, è un’idea utile. I traduttori dal greco antico rendono a volte con «trama» la parola myªthos. Le trame che ingarbugliano la nostra anima e fanno uscire allo scoperto il nostro carattere sono i grandi miti. Ecco perché, per capire dal di dentro le nostre epiche lotte, le nostre unioni infelici, le nostre tragedie, abbiamo bisogno di una sensibilità per il mito e della conoscenza delle varie mitologie. I miti mostrano la struttura immaginativa dei nostri grattacapi quotidiani, e grazie a ciò i nostri umani caratteri possono situarsi contro lo sfondo dei caratteri mitologici.

Questa idea dell’anima in generale (e di ciascuna anima particolare) che si richiama alla struttura, all’intenzionalità e all’intelligenza, che le attribuisce caratteristiche precise, è in netto contrasto con gli odierni cliché sull’anima. I discorsi che si sentono oggi sull’anima sono dieta liquida, senza fibra. «L’anima» è diventata un luogo di rifugio fatto di mistero e di nebbie, un paese delle fate di romanzi fantasy, di sensibilità, di sogni e fantasticherie e umori, una cosina graziosa e passiva, inafferrabile e vulnerabile come l’ala di una farfalla. L’idea di forma, invece, dà una struttura e un carattere all’anima, ed esige pensieri rigorosi.

La forma, inoltre, ci aiuta a spiegare l’incredibile energia dei vecchi. Secondo Aristotele, il corpo è governato dalla sua forma, la psiche. Il carattere della psiche non ha altra causa che se stesso, e si realizza facendo ciò che per natura è adatto a fare e che coincide con il suo piacere. Aristotele chiama questa naturale forza in atto enérgeia. L’energia precede la kínesis, il movimento, e si differenzia da questa e dalla dýnamis, capacità o forza in potenza. Nella vecchiaia, le nostre capacità mentali e la nostra vitalità fisica potranno bensì declinare, così come diminuisce la motilità, tuttavia, man mano che la nostra forma si attualizza, il nostro carattere mostra sempre maggiore energia.

Ma torniamo ai famosi calzini. È curioso che i filosofi usino i calzini come metafora della durata (lasting), perché uno dei significati di last, cioè «forma da scarpa», la forma di metallo o di legno che si usa per confezionare o per aggiustare e mantenere in forma le calzature, deriva dal norreno leistr, «piede» e «calza». Mantenersi in carattere è mantenersi nella propria forma per durare, come le scarpe.

C’è ancora un altro significato di last che riguarda il nostro tema della longevità. Last, «lasta», è una unità di misura della stazza di una nave, della sua capacità e, estensivamente, zavorra, peso, fardello.

Tutti questi significati (durare nel tempo, durare nella stessa forma, durare come capacità di portare un peso) messi insieme arricchiscono l’idea di longevità, ampliandola in direzione del carattere. Se «durare» significa rimanere fedeli alla propria forma, allora ciò che dura è il nostro carattere: ed esso può durare ben oltre la nostra vita, perché la sua influenza e la forza da cui trae origine precedono la vita del corpo e dunque non dipendono completamente da essa. Il carattere dura perché il carattere è la struttura portante che tanto spesso sentiamo come un peso. «Non posso cambiare; sono fatto così». Costruirsi il carattere aumenta la longevità perché rende più indelebile la propria immagine.

Ma, attenzione: benché, mantenendoci fedeli alla forma, duriamo più a lungo, non è detto che tale forma sia salda, giusta o vera. Un carattere strutturato non è necessariamente un carattere ricco di virtù morali; può darsi che il suo paradigma sia facilone, meschino, addirittura corrotto. Ma anche questo va a formare il destino. Integrità non significa onestà granitica. Anche la filigrana è un disegno; anche un castello di carte è una struttura. L’idea di integrità richiede soltanto che si sia quello che si è, niente di più e niente di diverso.

 

 

In Svizzera circola questa barzelletta sui banchieri. Un padre, proprietario di una piccola banca privata, sta dicendo ai suoi due figli che un giorno egli incomincerà a mostrare segni di senilità e il suo giudizio non sarà più lucido. E cita un proverbio russo: «Il pesce incomincia a puzzare dalla testa». Quando ciò avverrà, i figli dovranno dirgli in tutta franchezza che è ora di cedere il comando. Passano gli anni. Alla fine, i due figli, ubbidienti e rispettosi come sempre, si recano dal padre e gli dicono quello che lui stesso gli aveva raccomandato di dire. Il vecchio, alzando gli occhi da dietro una montagna di documenti, esclama, con un sorriso ebete: «Troppo tardi!».

Dietro questa storiella (come spesso succede e come Freud si divertiva a mostrare) si nasconde un secondo significato, la sua «ombra». Non soltanto il padre mantiene il comando quando è già fuori di testa, ma la domanda: «Chi dirigerà la banca?» rappresenta la lotta archetipica tra padri e figli e dà evidenza drammatica al ruolo svolto in essa dalla longevità. In talune culture, finché il padre non è defunto, i figli non possono assumere il potere. I tallensi del Ghana dicono: «Tuo figlio è il tuo rivale». L’innata forza vitale di ciascuno dei due vorrebbe distruggere la forza vitale dell’altro.21 Tra i pastori della Somalia «anche quando i figli ricevono dal padre terra e bestiame sufficienti a diventare capifamiglia autonomi, finché il padre rimane in vita, non assumono di fatto tale funzione». Non è tanto questione di controllo delle risorse e delle ricchezze, quanto di antagonismo archetipico tra due spiriti.

Anche le donne acquistano potere diventando vecchie. «I resoconti etnografici di molte zone diverse confermano l’ipotesi di un più ampio ruolo della donna nella vecchiaia». Non soltanto le donne anziane dirigono il lavoro delle donne più giovani, ma in molte società acquistano ascendente nella vita del villaggio in generale. In Melanesia, per esempio, le donne anziane «sono messe in una certa misura a parte dei segreti cultuali degli uomini, tenuti invece rigorosamente nascosti alle donne più giovani».22

Tenere duro o mollare: questo è il problema, per i vecchi. La terminologia medica ci consente di riformularlo come un problema di dosaggio. Che dose di comando dovremmo cedere di volta in volta? Dovremmo mollare regolarmente, a orari fissi, a piccole dosi diluite? O massicciamente, tutto in una volta, come un purgante? La scelta del momento è cruciale. Forse l’errore di re Lear è consistito nell’avere mollato troppo presto, prima di essere pronto a farlo con tutto se stesso. Non aveva riconosciuto le radici regali del proprio carattere: la regalità archetipica non può essere ceduta così presto. Per il banchiere svizzero, invece, questo è avvenuto troppo tardi.

Sarebbe facile ridurre la voglia di vivere a lungo alla volontà di potenza di Nietzsche o all’affermazione di Hobbes (nell’accezione scorretta che i darwinisti sociali ne danno): «L’autoconservazione è la prima legge della natura»; una distorsione che a sua volta riformula, trasformandola in meschino egoismo, la definizione filosofica che Spinoza diede di essenza: «Il tentativo di persistere nel proprio essere». Insomma, i vecchi non mollano facilmente.

Sarà questo il motivo per cui ai vecchi si continuano a predicare virtù come la misericordia, la giustizia, la carità e la magnanimità? Non si sente mai dire agli adolescenti: «Siate misericordiosi e caritatevoli». Agli adolescenti si insegna a fare valere i propri diritti e a tenere duro. «La pietà» dice Thomas Wolfe «è un’emozione che si deve apprendere. I bambini sono quelli che ce l’hanno di meno». Le parole d’ordine della gioventù sono: «Realizza i tuoi scopi», «Goditela», «Conquista il successo», «Vinci». È soltanto a noi vecchi che si raccomanda di dare via le nostre cose, che si ricorda l’ammonimento di Gesù: è difficile, se non impossibile, che un ricco entri nel regno dei cieli (con il sottinteso che ai ricchi rimane soltanto l’altra destinazione). Tutte queste nobili rimostranze, anche se non riescono a modificare di fatto l’avarizia dei vecchi, servono però a mantenerci coscienti di quell’avarizia, di quella presa che non vuole mollare che compare in molti di noi in età avanzata.

Per evitare che i vecchi si facciano in disparte «troppo tardi», molte società praticano il «gerontocidio». Delle novantacinque società studiate dai gerontologi Albert e Cattell, venti uccidevano i propri vecchi.23 Delle settantacinque che non praticavano il gerontocidio, soltanto diciassette applicavano sanzioni previste per legge. Altre si rapportavano con la longevità in modo violento, picchiando, seppellendo vivo, strangolando o pugnalando l’anziano diventato decrepito.

Questi omicidi non sono incompatibili con il rispetto per i vecchi: anzi spesso coesistono con misure a sostegno e a favore della popolazione anziana. Le «misure di accelerazione della morte», come sono state battezzate dalla sociologia queste procedure di soppressione, non hanno niente a che vedere con la negligenza né con il passaggio dei poteri. Poiché i riti che accompagnano il lutto possono iniziare quando la persona interessata è ancora in vita e fa parte della società, l’uccisione è un aspetto della coesione societaria. Gli antropologi fanno notare che, là dove esiste una forte identità di gruppo, il gerontocidio è meno frequente. Ed è meno frequente, inoltre, nelle culture dove vige la discendenza unilineare, vale a dire dove l’anziano coincide con l’antenato. Alcune società usano la stessa parola per dire «antenato» e per dire «nonno» o «nonna». E alcune usano la stessa parola per dire «morto» e per dire «debole, malato, decrepito».

Che cosa si intende per decrepitezza? In generale, l’aggettivo «decrepito» può applicarsi a coloro che non adempiono più la loro funzione nella società. Le società «primitive» ne danno una definizione sociale, più che fisiologica. Quando una donna non è più in grado di mungere la capra, accudire il fuoco o intrecciare canestri, allora è decrepita. Il fatto di essere ciechi, paralitici o deboli può contribuire all’attribuzione di decrepitezza, ma la fisiologia da sola non basta a definirla, perché quella medesima donna, cieca, paralitica e debole, potrebbe sempre svolgere la sua funzione di erborista guaritrice, poniamo, o di raccontatrice di storie. Oppure potrebbe incarnare un antenato totemico ed essere depositaria di «poteri», rimanendo così funzionale per la società con la sua mera presenza.

Il progresso moderno sminuisce il valore dei vecchi nel momento stesso in cui aggiunge anni alla loro vita. Più a lungo viviamo, meno valiamo e più a lungo vivremo! Inoltre, è opinione comune che le società relativamente tradizionali (Bangladesh, India, Nigeria) tengano in maggiore rispetto i loro vecchi che non le società relativamente moderne (Cile, Argentina, Israele). Dunque, l’importanza attribuita alla vecchiaia sarebbe inversamente proporzionale al livello di progresso. Ma questo cliché non vale per certe società molto tradizionali, «arcaiche» appunto, dove è d’uso il gerontocidio, così come non vale per alcune società moderne quali l’Irlanda e la Russia, dove i vecchi sono tenuti in grande considerazione.

Più che essere una funzione del processo di modernizzazione, la considerazione per i vecchi dipende dalla vitalità di tradizioni che mantengono legami con un altro mondo, invisibile, vuoi attraverso la religione, le usanze, la superstizione o il folklore, vuoi attraverso la popolarità del linguaggio poetico. In Irlanda e in Russia, la poesia è fiorente.

Il disprezzo per i valori generalmente associati alla vecchiaia (ingegnosità, abilità e competenza; conoscenza del folklore, delle canzoni, dei modi di dire e delle superstizioni locali; nonché la pura e semplice lentezza) diminuisce il valore della persona anziana. Nel contesto di questa sottrazione di valore, ci viene più facile giustificare il gerontocidio. Lo chiamiamo «liberarli delle loro pene» e lo copriamo con espressioni più asettiche, come «evitare l’accanimento terapeutico», eutanasia, accelerazione della morte e suicidio assistito. In famiglia, nelle case di riposo e negli ospedali, queste pratiche sono applicate con frequenza molto maggiore di quanto il pubblico non creda. Benché da noi non sia ammesso picchiare, pugnalare e strangolare i vecchi, nel cuore di alcuni la voglia di farlo si fa sentire spesso. Negli Stati Uniti la violenza sui vecchi è diventata una sindrome diffusa: troppe volte quella voglia si traduce in gesto. In generale, noi americani detestiamo l’invecchiamento, e odiamo i vecchi perché ne sono l’incarnazione.

A condannare la vecchiaia alla bruttezza non sono gli anni in sé, bensì l’abbandono dell’idea di carattere. Non riusciamo a immaginare la bellezza della vecchiaia, perché guardiamo soltanto con gli occhi della fisiologia. Come diceva Aristotele, «La bellezza dell’anima è più difficile da vedere della bellezza del corpo». Senza l’idea di carattere, i vecchi sono soltanto persone con qualcosa in meno e in peggio e la loro longevità è un fardello per la società. (Gli stanziamenti federali per la popolazione al di sopra dei sessantacinque anni sono cinque volte superiori a quelli per i minori di diciotto anni; gran parte di essi, oltretutto, è destinata a misure di repressione e prevenzione della delinquenza giovanile invece che ai bisogni di base dei minori, come cibo, scuole e case). L’idea di vecchio disabile impedisce di vedere il giovane diseredato. I vecchi sono diventati decrepiti nella nostra testa e nel senso sociale della parola molto prima di esserlo fisicamente.

Non sarà che, non mettendo in luce possibili ruoli tradizionali per loro, siamo noi a rendere «decrepiti» i vecchi? Forse i vecchi diventano disfunzionali perché non immaginiamo per loro alcuna funzione. La produttività è una misura troppo angusta dell’utilità, e quella di invalidità una nozione di incapacità troppo paralizzante. Una donna vecchia può essere utile semplicemente in quanto figura da apprezzare per il suo carattere. Come un ciottolo sul fondo di un fiume, può darsi che si limiti a stare lì, immobile, ma il fiume deve tenerne conto e, a causa della sua presenza, modificare la propria corrente. Con la sua mera presenza, un vecchio può recitare una parte come uno dei «caratteri» della commedia della famiglia e del quartiere. Bisogna prenderlo in considerazione e adattare le abitudini semplicemente perché c’è anche lui. Il suo carattere apporta a ciascuna scena qualità particolari, aumenta le complicazioni della trama e, rappresentando il passato e i morti, vi aggiunge profondità. Se tutte le persone anziane venissero trasferite in centri per pensionati, il fiume scorrerebbe più liscio. Niente scogli a ostacolarne la corrente. Sì, ma anche meno carattere.

La stessa idea di pensionamento contribuisce alla decrepitezza, perché esclude gli anziani dallo svolgere una funzione utile alla società. Il pensionamento tende a raggruppare i pensionati in comunità apposite isolandoli dalla società più ampia e incoraggiando in politica prese di posizione unilaterali a loro esclusiva protezione e beneficio. Beninteso, singolarmente ciascun anziano trova il modo di impegnarsi nella famiglia o nel sociale, ma l’idea di pensionamento tende a incoraggiare un atteggiamento di rivendicazione anziché un atteggiamento di servizio.

I dati in nostro possesso indicano che nelle persone molto vecchie la decrepitezza invalidante si protrae soltanto per circa tre mesi. Perfino in questo breve periodo, tuttavia, due «vecchi decrepiti» su tre mantengono la loro lucidità mentale, oltre la metà riceve più visite in questo lasso di tempo che per il passato, e la metà accusa solo dolori lievi e alcuni nessun dolore.24

Gli ultimi anni sono così preziosi per ripassare la propria vita e fare ammenda, per dedicarsi a speculazioni cosmologiche e per l’affabulazione dei ricordi in storie, per il godimento sensoriale delle immagini del mondo e per il contatto con le apparizioni e gli antenati: e tutti questi valori la nostra cultura li ha lasciati avvizzire! Se vuoi trovare la decrepitezza e porvi rimedio, cerca nella cultura e incomincia dal rigor mortis delle sue filosofie scettiche e analitiche e dall’isolamento e dalla demenza della sua immaginazione.

Se il valore di una lunga vita fosse affidato a un lungo curriculum, sappiamo bene come in età avanzata gran parte del passato sia distorta o dimenticata e non immediatamente disponibile quando occorre esercitare il giudizio: l’esempio adatto ci sfugge, non riusciamo a farci tornare in mente situazioni analoghe. Soltanto se il loro carattere ha affinato la propria intelligenza, ampliato la propria conoscenza ed è stato messo alla prova nelle crisi, i vecchi possono essere utili alla società. La società ha bisogno di qualità che trascendano la robustezza, la memoria pronta e l’accumulo di «esperienza». È per questo, infatti, che ci rivolgiamo alle storie, rivelatrici del carattere, di vecchi rabbini, vecchi monaci e maestri, alle interviste fatte a vecchi pittori, vecchi scrittori e poeti. Come testimoni del carattere, essi sono più veri del vero.

Gli anni del pensionamento sono spesso accompagnati dalla rassegnazione. La rassegnazione, che il dizionario definisce: «il sopportare le avversità senza lamentarsi» (e anche: «rinuncia a un incarico»), potrebbe essere un indicatore precoce di decrepitezza. Prima di rassegnarci-rassegnare le dimissioni, dovremmo chiederci che cosa verrà dopo. Sprofonderemo in una sopportazione senza (o con) lamenti? («Rassegnazione» deriva dal latino re-signare, «dissuggellare, svelare» – oltre che «restituire un incarico» –, e signum è «segno, marchio, sigillo»). Forse, allora, bisognerebbe intendere la rassegnazione come ri-significazione, un ripensare il significato della nostra posizione, una re-visione dell’idea di incarico per porla al servizio di valori che abbiamo capito essere importanti.

 

 

I fanatici della longevità trascurano di avvertire che anche i caratteri poco raccomandabili durano. E così pure i tipi non autosufficienti e i buoni a nulla e gli avari, che più sono vecchi più accumulano e mettono da parte, come scoiattoli febbrili. La crudeltà del sadico può farsi ancora più dispotica man mano che l’avanzare dell’età elimina altri canali di piacere, né l’ambizione si modera necessariamente con gli anni. Simone de Beauvoir dedica pagine al vetriolo al carattere del maresciallo Pétain, il capo del governo collaborazionista francese durante l’occupazione nazista, dimostrando come fosse meschino, maligno, egoista, vacuo, indifferente, prepotente, ambiguo, caparbio, pretenzioso, pruriginoso. Nessuno di questi tratti apparteneva alla sua vecchiaia in quanto tale; facevano tutti parte del suo carattere, che invecchiando traspariva più nettamente, come uno scheletro sotto l’uniforme e le medaglie. Pétain è un esempio di come il carattere determini la vecchiaia, e non il contrario. E questo gli osservatori antichi lo sapevano bene.

Il testo più letto di Platone, La repubblica, si apre con una conversazione che fa al caso nostro. Dopo avere premesso di essere «ben lieto di discutere con persone di veneranda età», Socrate così si rivolge al vecchio Cefalo: «... da te ascolterei volentieri un giudizio su questa età [la vecchiaia], se davvero essa è un periodo triste della vita, o se qualche altra cosa tu abbia da dirci». Cefalo fa con calma le sue divagazioni, poi viene al punto, le lagnanze dei vecchi, «il solito ritornello che vuole la vecchiaia responsabile dei loro mali», e conclude «... è vero che c’è un’unica causa per tutto questo ... ma essa non è la vecchiaia, bensì il carattere degli individui».25 La stessa distinzione opera Cicerone nel De senectute: «... i vecchi sono bisbetici, pieni di preoccupazioni, irascibili, difficili. Se andiamo a cercare, anche avari; questi però sono difetti del carattere, non della vecchiezza».26

Se le qualità ascritte alla vecchiaia non dipendono dall’età ma hanno le loro radici nel carattere, allora possono farsi notare in qualunque fase della vita. Un ragazzo del liceo chiuso in camera sua può sentirsi, come dice Cicerone, «ignorato, disprezzato e deriso da tutti». E una donna sui trent’anni, oppressa dai bambini, dai debiti e in più da un marito che pensa solo a se stesso, può ben diventare bisbetica, ansiosa, irascibile. La cosiddetta psicologia della vecchiaia può instaurarsi molto prima. Da un giorno all’altro può capitare che ci ammaliamo, e allora diventiamo lagnosi con gli amici, ansiosi circa il futuro e oppressi dal pensiero della morte che sentiamo incombente. L’autonomia stessa di questi attacchi dimostra come la loro origine non sia nel tempo ma in qualcosa che è senza tempo, nelle forze archetipiche che influenzano il carattere e lo dirigono. Nella tradizione classica, che è durata fino a non molto tempo fa, quelle forze erano personificate nei miti, sicché la condizione descritta da Cicerone, per esempio, sarebbe stata immediatamente riconosciuta come provocata da Saturno, il dio dell’avarizia e della depressione.

La tradizione classica non guardava la vecchiaia con gli occhiali della New Age. La vecchiaia non era un periodo allegro, coronamento del processo della crescita. Per la tradizione classica, la longevità, semmai, accentua il carattere, per cui, da vecchio, sei lo stesso di prima, solo molto di più. Anche il medico inglese Sir Thomas Browne (1605-1682) intona la solita litania di afflizioni:

«Ma l’età non raddrizza la nostra natura, bensì la incurva, trasformando le cattive inclinazioni in abitudini peggiori e aggiungendo vizi incurabili; infatti, di giorno in giorno, più ci indeboliamo per gli anni, più ci rinsaldiamo nei peccati ... Ciascun peccato via via che si sussegue nel tempo, allo stesso modo progredisce in cattiveria ... Come i numeri dell’Aritmetica, l’ultimo rappresenta una quantità maggiore di tutti i precedenti».27

L’ambizione può essere uno dei vizi incurabili che raramente si attenuano con l’età, ma anzi, come dice Browne, si rinsaldano. L’erudito vuole pubblicare la summa definitiva di tutto il sapere, l’architetto costruire la sua opera monumentale, il presidente di una società realizzare la più importante fusione: tutti sfruttano al massimo gli ultimi anni per realizzare un progetto che duri. A volte troviamo l’ambizione senza alcun progetto o scopo al di fuori della propria persona: «un’ambizione senile per tutto», come ebbe a dire del maresciallo Pétain il generale De Gaulle (che di ambizione se ne intendeva).28

Molti uomini di successo (per le donne, questo vale meno) lamentano, da vecchi, che la loro importanza non è stata sufficientemente riconosciuta. La gratitudine riceve un cenno distratto nel momento della gloria: la star del progetto ringrazia i collaboratori, chi ha ricevuto l’Oscar cita un elenco di nomi mandato a memoria. Ma, quando la Grandezza lascia le luci della ribalta, la Gratitudine le arranca dietro, senza mai raggiungerla del tutto. Nonostante tutte le onorificenze e i premi, la voce dell’ambizione continua a lamentarsi: «Nessuno ha mai fatto tanto, altrettanto bene e per così tanta gente ed è stato così poco apprezzato». L’ambizione è sempre viva e vegeta. Anche dopo l’ultimo commiato dal pubblico, essa continua a voler dirigere lo spettacolo, influenzare un successore, decidere della suddivisione del patrimonio familiare, sconfiggere un ultimo rivale (non importa chi, fosse pure un fratello). Non riusciamo a rinunciare del tutto né al trono né all’impulso che ce l’ha fatto conquistare.

A proposito della rinuncia all’ambizione, T.S. Eliot scrive:

 

Desiderando di questo il talento e dell’altro lo scopo

non posso più sforzarmi di raggiungere simili cose

(perché dovrebbe l’aquila vecchia spalancare le sue ali?).29

 

Eliot rammenta ai sentimentali a oltranza il rapace che abita i vecchi, la sete inestinguibile di avere e essere ancora di più. Scrive Robert Bly nella poesia «Mio padre a ottantacinque anni»:

 

Gli occhi azzurri, vigili,

delusi... sospettosi... È un uccello

in attesa di essere imboccato, –

tutto becco – un aquilotto

o un avvoltoio ... Un potente motore di desiderio

continua a girare dentro al corpo.30

 

Qui abbiamo oltrepassato il territorio della longevità, siamo entrati nel territorio del carattere. Essere il senatore più vecchio di tutti i tempi, il più vecchio giocatore di bridge, la madre di famiglia che non ha mai mancato di servire l’arrosto la domenica, neanche ridotta sulla sedia a rotelle. Non c’è rinuncia al desiderio, perché qui il desiderio si maschera da dedizione, prolungando così la durata dei giorni e conferendo ai giorni un senso duraturo.

Poiché non è l’età ma il carattere la causa dell’accentuarsi delle peculiarità negli ultimi anni, allora l’opera di prolungamento dovrebbe focalizzarsi sulla causa principale, la forza del carattere, invece che sulla «Aritmetica» della longevità. Obbligare la mente e il corpo alle acrobazie del prolungamento della vita ci distoglie dalla cosa che conta. La domanda che dovremmo porci, piuttosto, è la seguente: Che cosa preserva il carattere, che cosa lo aiuta a durare?

Per rispondere possiamo fare riferimento all’esempio dell’ambizione: l’ambizione dura perché ha uno sfondo mitico. Nelle sue pretese più che umane riconosciamo all’opera un mito che trascina l’essere umano a oltrepassare il proprio limite.

I miti agiscono nelle faccende umane, drammatizzando le nostre lotte e scompaginando il nostro carattere. Una volta aperta la mente al mito, possiamo leggere la mitologia nella vita e non soltanto nei libri. Come scrisse Jung: «Gli Dei sono diventati malattie». Gli schemi del mito e le potenze personificate dei miti rappresentano stili di esistenza archetipici ai quali non ci è dato sfuggire e dai quali non possiamo guarire.

Nelle culture fondate sul mito, gli dèi sono inumani ed eterni: hoi athánatoi, «gli immortali», li chiamavano i greci. In quanto forze presenti nel nostro carattere, essi rendono indelebili i tratti dai quali non possiamo liberarci e che non possiamo riportare del tutto sotto il controllo umano. Una chiave per capire quale sia la figura mitica che si cela nella «malattia» dell’ambizione è l’aquila.

Il dio Giove dei romani, come Zeus presso i greci, era sovente rappresentato in forma di aquila, e sotto il vessillo dell’aquila le legioni romane estesero il dominio di Roma a quasi tutto il mondo conosciuto. Alcuni degli epiteti latini usati per questo sommo tra gli dèi della classicità erano: domitor, magnus, fecundus, altus, domitor mundi, omnipotens, summus, supremus, rector, sator, rex: vincitore, grande, fecondo, eccelso, conquistatore del mondo, onnipotente, sommo, supremo, reggitore, creatore, re.

Durante la cremazione degli imperatori romani, veniva liberata un’aquila vicino alla pira funebre perché conducesse in cielo l’anima imperiale. Soltanto l’aquila, si diceva, poteva fissare il sole e rinnovarsi volando dritta dentro l’astro di fuoco. Il «temperamento» dell’aquila era «particolarmente caldo e secco», il suo appetito vorace. Inoltre, l’aquila compare sempre in contesti sacri: Giovanni, il quarto e il più «spirituale» degli evangelisti, è tradizionalmente rappresentato da un’aquila. L’aquila è portatrice dello spirito nella sua forma più alta, dell’ambizione nella sua massima estensione. Un istante dentro la luce splendente, ed essa rinasce, pronta a spiccare nuovamente il volo, con il futuro ancora davanti. (La lettera «A» nella scrittura geroglifica egizia è rappresentata dall’aquila).

Secondo la cultura zoologica antica, l’aquila muore a causa del «progressivo incurvarsi del rostro» che le impedisce di cibarsi e alla fine le perfora il collo. Bly riconosce questo becco ricurvo in suo padre da vecchio, e Browne dice che l’età «incurva la nostra natura». Niente può abbattere l’aquila tranne il suo stesso invecchiare. La sua storia insegna che l’invecchiamento è il sistema usato dalla mortalità per curare le immortali fonti del carattere, le quali spingono gli uomini oltre i loro limiti, a desiderare «di questo il talento e dell’altro le possibilità». Alla fine, l’ambizione divora se stessa e diventa un castigo, una tortura autoinflitta; Prometeo, che aveva voluto troppo e si era spinto troppo oltre i limiti, fu punito da un’aquila che, giorno dopo giorno, in eterno, gli dilaniava il fegato.

Su un vaso greco troviamo dipinto Eracle (Ercole) con Geras, figura personificata della vecchiaia, il cui nome è rimasto in parole come geriatria e gerontologia, rispettivamente la scienza che cura e che studia la vecchiaia. Eracle, vestito della sua pelle di leone con cinta e tracolla, torreggia di fronte a Geras, calvo e curvo, una figura emaciata dai genitali penduli e invertiti (pervertiti?), che si appoggia a un esile bastone ricurvo, mentre Eracle brandisce una enorme clava chiodata. È il classico confronto-scontro tra l’eroe archetipico e una miserevole immagine dell’uomo che invecchia. Questo motivo richiama i molti altri che rappresentano Eracle in lotta corpo a corpo con Thanatos (la Morte) e con Ade, il dio del mondo infero.

Il medesimo scontro era espresso, nella cultura dei nostri avi, nei lamenti funebri, nelle iscrizioni sepolcrali, nelle tragedie e nelle arti visive. Nel mondo odierno, lo scontro tra gli atteggiamenti eroici di sfida alla morte e il «problema» dell’invecchiamento si è interiorizzato e miniaturizzato, è diventato astratto. La metafora archetipica è diventata oggetto di ricerche e l’eroica opposizione all’invecchiamento ha luogo nei laboratori ed è incapsulata in flaconi di vitamine e integratori alimentari. Non è cambiata, tuttavia, l’essenza della lotta, perché questa è mitica, come se esistesse una inimicizia archetipica tra la mente muscolare della civiltà del progresso, che sgomina mostri, prosciuga paludi e costruisce mura, e il vecchierello alla fine del cammino. Benché le armi si siano rimpicciolite fino alle dimensioni più minuscole immaginabili, la retorica e la strategia della lotta sono tuttora quelle della battaglia, della guerra, dello scontro.

Oggi, in prima linea troviamo la biologia molecolare e le nanotecnologie, la manipolazione della materia vivente su scala infinitesimale. La ricerca sulla longevità mira innanzitutto ad affrontare le malattie a livelli sempre più microscopici. Benché le imprese di Ercole si svolgessero su un piano più... robusto che non la lotta contro virus e batteri (Ercole abbatté un toro selvaggio, strangolò un leone e recise le teste serpentine dell’Idra), la fantasia della distruzione dei predatori non è mutata.

Quello di sconfiggere la malattia è soltanto il primo passo. Il progetto successivo è il ringiovanimento: prolungare la vita rendendo reversibile il processo stesso di invecchiamento. «A noi interessa che si trovi un metodo per invertire l’invecchiamento, non semplicemente per arrestarlo» scrive un editoriale della rivista «Life Extension», dando voce al desiderio più diffuso tra i lettori: «Ci interessa un metodo che ci consenta di diventare sempre più giovani, più sani e più vigorosi; un metodo per rimettere indietro l’orologio, in modo che si possa andare in giro saltellando nel pieno splendore della giovinezza non per pochi decenni, ma per secoli».31

Lo strumento che potrà consentire di andare in giro saltellando a mo’ di satiri (come negli intermezzi satirici, fonte di risate per gli spettatori di teatro nell’antichità) è la nanotecnologia, un campo di ricerca dove i calcoli coinvolgono numeri sempre più piccoli e si applicano strumenti sempre più piccoli a sempre più piccoli pezzetti di materia. La nanotecnologia unisce insieme i regni dell’organico e dell’inorganico, i modelli della biologia e dell’ingegneria.

Al di là dello sconfiggere malattie come la tubercolosi e il cancro, al di là perfino del rallentare e del far regredire l’invecchiamento, il progetto erculeo finale prevede di affrontare niente meno che la morte. Dobbiamo ampliare anzi eliminare le categorie che pongono limiti alla vita tout court.

A un recente convegno di sostenitori del Foresight Institute (Istituto per la lungimiranza), il presidente ha fatto qualche esercizio di, appunto, lungimiranza:

«La nostra società ha le idee confuse riguardo la materia, lo spazio, il tempo e la mente. La materia: dicono che le risorse stanno per esaurirsi, ma la nanotecnologia modifica questo stato di cose. Lo spazio: dicono che siamo in troppi su questa terra, ma l’esplorazione spaziale rimuove questo limite. Il tempo: si dice che tutti dobbiamo morire, ma con la nanotecnologia riusciremo a mantenerci fisiologicamente giovani. La memoria è soprattutto struttura e noi possiamo mantenerla efficiente. La mente: con la nanotecnologia possiamo rendere i sistemi di intelligenza artificiale un milione di volte più veloci della nostra mente».32

Anche il direttore della ricerca tecnologica della Netscape guarda avanti:

«Quando saremo in grado di riconfigurare a nostro piacimento la materia, molti aspetti della nostra vita che siamo abituati a considerare necessari non lo saranno più ... Questo va a toccare gli aspetti più impensabili. Non esiste una vera ragione per cui la disgregazione della struttura cellulare debba essere inevitabile. Non c’è ragione perché la morte debba avvenire. Non c’è ragione perché il deterioramento non possa essere totalmente rimediabile, non c’è ragione perché voi non possiate progettarvi esattamente il corpo che volete».33

Su quale modello vorreste progettarvi esattamente il corpo che volete? Barbie? Rambo? Ercole? Perché non Socrate, con la sua testa calva e il naso a patata, o la corpulenta Amy Lowell, Toulouse-Lautrec, «minacciato dalla verticalità», o John Keats, che si disseccò i polmoni tubercolotici prima dei ventisei anni, Emily Brontë, morta a trenta, o Sylvia Plath, i cui tormenti ebbero fine a trentuno; o Franklin Roosevelt o l’astrofisico Stephen Hawking; o Nietzsche, Schubert, Schumann, Chopin, tutti in vario modo malati? Sono in tanti a essere durati alla grande benché privati di longevità dal loro corpo.

Ma è poi vero che «non c’è ragione perché la morte debba avvenire»? La longevità è soltanto un problema di ingegneria genetica, da affrontarsi con lo stile di Ercole? Per quanto arretrata la loro tecnologia, i greci, almeno, riconoscevano la follia del desiderare l’immortalità e si fermavano a riflettere sulla complessità di questo desiderio. Raccontavano la storia di Titone, colui che si vide esaudire il desiderio di vivere per sempre, ma che, essendosi dimenticato di precisare che voleva vivere per sempre all’età che aveva in quel momento, fu condannato a invecchiare in eterno.

Al di là dei didascalici racconti dell’orrore sulla stupidità umana nel chiedere agli dèi le cose sbagliate, ciò che merita di essere sottolineato è la fondamentale necessità della mortalità umana per il mondo antico. Infatti, se noi umani potessimo diventare immortali, allora diventeremmo uguali agli dèi: «i senza-morte», come li chiamava Omero. La loro essenza è immortale, la nostra mortale. Così come essi non possono morire, noi non possiamo non-morire; il confine deve essere mantenuto assolutamente netto. Diciamo, allora, che noi dobbiamo morire affinché essi possano essere immortali. La nostra mortalità garantisce la loro immortalità; altrimenti, non esisterebbe alcuna differenza assoluta tra gli uomini e gli dèi, e gli dèi potrebbero non essere altro che fantasie umane, figure inventate per riempire il vuoto celeste.

Eracle-Ercole ci offre un’altra lezione di greco. Egli non invecchia. Avendo sconfitto Geras/Ade/Thanatos, ormai può soltanto impazzire e perdere la sua forza eroica, cioè proprio la virtù che dalla culla era il nocciolo del suo carattere, la sua ghianda. L’antichità non ci tramanda alcuna immagine di Ercole come cittadino maggiorenne, come membro del consiglio o come mentore. Ercole non sa niente dell’invecchiamento. La visione che ne ha è condizionata dalla sua postura di antagonista: ai suoi occhi, la vecchiaia è calva, curva ed emaciata, «un mantello stracciato sopra uno stecco» (mentre agli occhi di Geras, Ercole sarà sembrato simile alle borchie della sua clava).

Oggi, alle scienze erculee che vorrebbero sopraffare Geras, vuoi pompandoci dentro ferro e a prezzo di fatiche immani, oppure compiendo infinitesimali manipolazioni sull’origine genica dell’invecchiamento, dobbiamo porre la seguente domanda: Questo atteggiamento eroico non contravviene forse all’essenza mortale del nostro essere uomini?

Più duriamo, più vogliamo durare – di solito. Conoscete la storiella del vecchietto di novantanove anni che non vuole assolutamente che l’assistente sociale gli riordini la stanza: «Chi se ne importa della qualità, è la quantità che voglio!»? Aggiungendo anche un solo giorno in più, dimostro che valgo. «Tua madre ha novantasette anni? Che brava!». La gente sorride, si congratula. Nessuno dice: «Oh poverina, che fatica!». La mera longevità numerica, diventando fine a se stessa, riesce a tenere a bada e nell’ombra gli altri significati della parola «fine». Inoltre, quando l’idea di durata può essere ridotta a numero di anni e giorni, allora la medicina può giustificare le sue drastiche terapie volte a prolungare qualcosa che forse non è più desiderato.

Naturalmente, la longevità ha anche dei meriti. Per esempio, è un vantaggio per i tuoi discendenti: può abbassare il premio dell’assicurazione sulla vita ed elevare la loro presunzione di vita. Puoi sperare di conoscere i tuoi pronipoti e contemplare altre ripetitive biforcazioni del tuo albero genealogico, oppure assistere a un campionato di calcio in più. Benché le statistiche non mentano, neppure raccontano tutta la verità. Non dicono niente su ciòche viene prolungato.

Invecchiando, ha luogo, senza bisogno di forzature, una curiosa forma di estensione della vita. Passati i cinquant’anni, ci troviamo a volte alleati, nel pensiero, nel sentimento, nel ricordo, con i nostri genitori, più che con i nostri figli. A settanta, sembriamo più affini a un nonno defunto da tempo che ad alcuno dei vivissimi nipoti che di tanto in tanto ci capitano in casa come alieni discesi da un’astronave. Si direbbe che gli antenati ci stiano ampliando l’anima attirandola nuovamente a sé. E mentre l’interiorità si espande, noi ci muoviamo più agevolmente nelle minuscole stanze della casa finale, occupando sempre meno spazio nel mondo.

Esiste una netta distinzione tra prolungamento statistico ed estensione psicologica. Il primo non ha niente da dire ai pensieri che ci occupano la mente circa la possibilità di una vita dopo la morte, agli scrupoli crescenti sul fare pulizia e il lasciare tutto in ordine, alla maggiore fragilità fisica, alla paura, all’amarezza, ai rimorsi e ai rimpianti che già da troppo tempo proviamo. Il fatto che una vita si allunghi non dice niente sul carattere di quei giorni e anni aggiunti. Può darsi che avranno un’unica qualità: la lunghezza. Lunghe notti, giornate lunghe. Mentre le nostre aspettative statistiche migliorano, la nostra anima declina, sommersa da ecografie, diete e vaccini.

Dunque non è la longevità che va estesa, se tale estensione si limita ad aggiungere ulteriori giorni di sofferenze, dolore e disabilità. Dobbiamo, piuttosto, estendere l’idea di estensione. Dobbiamo rendere più ampio e più profondo il nostro pensiero. Preoccupandoci di più di estendere l’idea di longevità, chissà che non si riesca, smentendo Matteo, ad aggiungere un cubito alla nostra statura.

In primo luogo, possiamo estenderci all’indietro. Come mai, nella nostra società, le persone anziane leggono biografie e seguono i programmi di Storia alla televisione? Come mai vanno a visitare le antiche rovine di civiltà sepolte, frequentano i musei, sostengono le iniziative di conservazione dei luoghi storici? Che cosa le induce a raccogliere e a riparare attrezzi di lavoro arrugginiti e macchinari antiquati, a trapiantare portainnesti di varietà dimenticate, a riprodurre decorazioni, punti e ricami che usavano duecento anni fa? Oppure a catalogare vecchie monete e a fare collezione di minerali? Come mai corrono a comprare medicinali pubblicizzati come antichi rimedi tradizionali, dall’amaranto all’iperico? I vecchi militari si immedesimano nelle rievocazioni della Guerra di indipendenza; le signore anziane vanno matte per i romanzi storici e i film in costume. Queste sono fantasie di longevità di tipo diverso da quelle proposte dalla statistica.

Più indietro riesci ad andare con l’immaginazione, più la tua vita si estende. Il tuo carattere con le sue stranezze trova echi in caratteri affini che percorrono le strade dell’immaginazione, mettendo in mostra qualità essenziali libere dai travestimenti indossati da familiari e amici in carne e ossa. L’anima si riempie della ricchezza delle immagini, anzi, di più, si lascia assorbire in un’altra immaginazione, che estende la tua vita oltre i confini della tua condizione contingente. Il vecchio, che davanti alla sua roulotte dispone in bella mostra i suoi nichelini con sopra il bufalo e i penny con la testa di capi indiani, mette in moto fantasie che sanno portarlo ben più lontano della sua gamba zoppa. Con l’immaginazione possiamo abitare in un gelido castello scozzese circondati affettuosamente dal nostro clan, possiamo aspettare il ritorno a Itaca di Ulisse, seguire in lutto il corteo funebre di Lincoln. Possiamo scoprire il paese, il secolo, i compagni adatti al nostro carattere, dove la nostra anima si sente a casa propria. La longevità diventa una sorta di osmosi, un fondersi con vite passate e cose passate in luoghi del passato. Sopravanziamo la nostra stessa vita. Non più foglia solitaria su un ramo secco e neppure frutto maturo di quel ramo, adesso affondiamo nella linfa stessa, abbiamo cento, mille anni, tanti quanti ne ha l’albero, e, davanti, una vita lunghissima, fatta di storie e di scene che non finiscono mai, di frammenti archeologici e di talismani che provocano sempre nuove fantasie.

Penetrando nelle radici della tradizione, allunghiamo la vita alle nostre spalle. Ma possiamo estenderla anche all’ingiù: nei discendenti; in apprendisti che vanno in cerca proprio dei nostri tratti di carattere. E anche all’esterno, nella famiglia di immagini incollate sull’album delle fotografie o buttate alla rinfusa nel cassetto degli oggetti dai quali non riusciamo a decidere di separarci. Io mi estendo per il tramite di quegli «altri» le cui immagini animano le mie cogitazioni solitarie, e non solo tramite gli «altri» quotidiani, che passano a trovarmi per vedere come sto.

La curiosità inquisitiva per la vita altrui estende la nostra vita. Non sto parlando di servizi di volontariato; ma dell’arte di ascoltare. L’altro è una fonte di linfa vitale, che trasfonde vitalità nella tua anima, se, prestandogli orecchio, riesci a provocarlo a uscire. Annusa nel sottobosco, fruga tra i piccoli scandali, cerca ghiotti bocconcini di pettegolezzi piccanti che stuzzicano l’appetito per la vita brulicante intorno a te: la curiosità allenta i cordoni angusti delle preoccupazioni private, personali. Il movimento all’indietro, all’ingiù e all’infuori estende la vita oltre i suoi confini e la libera dall’attaccamento all’identità personale, libera il carattere da quell’incontentabile bulletto che è il mio «io».

Più riesci a protenderti all’indietro, nel passato storico, e all’ingiù, verso ciò che è dopo di te e in basso, e all’infuori, verso l’altro da te, e più la tua vita si estende. La longevità si libera della capsula temporale. Questa è la vera longevità, un durare di più che dura per sempre, perché non c’è capolinea.

17. Plato, Sophist, in Plato’s Theory of Knowledge, trad. ingl. di F.M. Cornford, Kegan Paul, Trench, Trubner & Co., London, 1946, 245D-255E.

18. Steven Pinker, How the Mind Works, W.W. Norton, New York, 1997, p. 21.

19. Aristotle, The Works of Aristotle, trad. ingl. di J.A. Smith e W.D. Ross, Clarendon Press, Oxford. Cfr. Troy Wilson Organ, An Index to Aristotle, Gordian Press, New York, 1966, «Soul».

20. Richard Feynman, What Do You Care What Other People Think?, Bantam, New York, 1998, p. 244.

21. Steven M. Albert, Maria G. Cattell, Albert Cattell, Old Age in Global Perspective: Cross-Cultural and Cross-National Views, G.K. Hall & Co., New York, 1994, p. 161.

22Ibid., p. 163.

23Ibid., pp. 225-27.

24Ibid., p. 230.

25. Plato, Republic, trad. ingl. di P. Shorey, in PlatoThe Collected Dialogues, Bollingen Series 71, Pantheon, New York, 1961, 329d.

26. Cicero, De Senectute, trad. ingl. di W.A. Falconer, Wm. Heinemann, London, 1930, p. 17.

27. Thomas Browne, Religio Medici, Everyman, London, 1964, p. 47.

28. Simone de Beauvoir, The Coming of Age, trad. ingl. di P. O’Brian, G.P. Putnam’s Sons, New York, 1972, p. 454 (trad. it. La terza età, Einaudi, Torino, 1971, p. 417).

29. T.S. Eliot, Ash Wednesday, in Collected Poems of T.S. Eliot, Harcourt Brace & Co., New York, 1936.

30. Robert Bly, My Father at Eighty-Five, in Meditations on the Insatiable Soul, Harper Collins, New York, 1994, pp. 30-32.

31. Saul Kent, «Life Extension Magazine», agosto 1998, p. 7.

32Foresight Update 27:4, Foresight Institute, Palo Alto, Calif., 1996, p. 30.

33. «Fortune», 9 dicembre 1996, p. 3.

II
L’ULTIMA VOLTA

 

 

 

 

L’ultima volta che ho visto Chaplin, l’unica cosa che ha detto è stata: «Tieniti caldo. Tieniti caldo».

GROUCHO MARX A WOODY ALLEN

 

 

Ultima occasione, ultimo minuto, ultimo round, ultima uscita, ultima trincea, ultimo sangue, ultima spiaggia. Ultimi sacramenti, Ultima Cena, ultimi giorni, l’Ultimo Giorno. Ultime parole, ultimo respiro, chi ride ultimo, ultimo ballo, l’ultima rosa dell’estate, l’ultimo addio. Che parola ponderosa, «ultimo»! Come mai conferisce tanta importanza ai sostantivi che qualifica? E che relazione ha con il carattere? È quello che vogliamo scoprire.

Una cosa posso anticiparvi: la nostra indagine scaverà al di sotto del significato palese dell’espressione «l’ultima volta» intesa come la fine e cioè la morte. Se fosse tutto qui, l’indagine potrebbe fermarsi a questo punto, paga di questo banale risultato. Ma, se vi ricordate, abbiamo deciso di eludere la morte per tutto il libro, per cercare di impedirle di inghiottire nella sua oscurità impenetrabile la luce dell’indagine intelligente. La morte è il concetto generale più narcotizzante, arresta ogni pensiero sulla vita. L’idea di morte deruba l’indagine della sua passionale vitalità e svuota di ogni scopo gli sforzi, perché giunge a un’unica predestinata conclusione, la morte. Che senso ha indagare, se già si conosce la risposta?

Se nel capitolo precedente ci siamo fatti aiutare da un paio di calzini, in questo ricorreremo a un lui e una lei inventati.

«È salita in macchina, e se ne è andata. Quella è stata l’ultima volta che l’ho vista». Con quale indifferenza l’attimo passa, sfuocandosi nella quotidianità. Ma quando il gesto qualunque è contrassegnato da quell’aggettivo: «ultimo», l’evento diventa un’immagine indelebile. «Ultimo» rende avvenimento l’evento, lo eleva oltre il quotidiano, lascia un’impressione duratura. Le ultime parole diventano «famose», gli ultimi momenti diventano enigmatici emblemi sui quali riflettere per anni a venire.

Perché? Perché ciò che avviene alla fine di una sequenza ne bolla la chiusura, le conferisce finalità. Echi di destino. Gli eventi che avevano composto quel matrimonio, quella storia d’amore, quella convivenza diventano essenzializzati nell’ultima scena. Lei sale in macchina e se ne va. Dove? Incontro alla sua morte in un incidente? Verso un’altra città per ricominciare? Verso un altro amore? A casa da sua madre? A casa dal marito e dai figli? La sua destinazione fa parte della storia successiva più che dell’ultima scena di questo immaginato stralcio di vita a due.

Se, dopo, fosse ritornata come le altre volte, l’immagine di lei che sale in macchina non avrebbe alcun significato e dunque non durerebbe. Ma adesso fa trapelare il carattere: il carattere di fondo del rapporto, come sia impostato sulla contingenza; la sua apparente apertura che serve a nascondere la verità. Oppure rivela la ribelle indipendenza di lei; o il suo coraggio e avventurosità; o il fatto che le sono ceduti i nervi; o la sua freddezza e diffidenza... Dice qualcosa anche sul carattere di lui: i sentimenti non espressi; la sensibilità ottusa che non sa percepire e non vuole prevedere. I loro caratteri insieme, quello di lui, quello di lei, compressi ed espressi, finalmente, mentre lei si allontana in macchina.

Sicché l’ultima volta è qualcosa di più delle informazioni per un verbale di polizia. «Si attenga ai fatti». I fatti sono che lei è salita in macchina e se ne è andata. Punto. Ma l’ultima volta trasforma i fatti in un’immagine. L’impressione di lei lungo il marciapiede mentre avvia il motore dura perché è compressa in un’immagine pregnante, un momento poetico. Allora anche altre volte sono tenute prigioniere dall’ultima volta e da essa ricevono un significato imperituro.

La poesia fonda la sua potenza sulla compressione. Poeta in tedesco si dice Dichter, colui che rende le cose dicht (spesse, dense, compatte). L’immagine poetica comprime in un’istantanea un momento particolare caratteristico di un insieme più vasto, catturandone la profondità, la complessità, il senso e l’importanza. Portando a conclusione una serie di eventi che sarebbe altrimenti potuta continuare all’infinito, l’ultima volta si pone al di fuori del tempo seriale, è trascendente.

Momenti del genere sono difficili da sopportare e difficili da abbandonare. Nutrono la nostalgia, continuano a tornare in mente, come un ritornello ossessivo. La vecchiaia fa spazio alla «sera che si passa coll’album delle fotografie», come dice Eliot, istantanee che restituiscono tutto un mondo.34 La gerontologia chiama queste serate «passare in rassegna la vita» e sostiene che questa è la tipica vocazione degli ultimi anni. Dato che chiunque, a qualsiasi età, può scivolare in fantasticherie nostalgiche, possiamo prendere l’espressione «ultimi anni» in modo meno letterale, per indicare uno stato poetico dell’anima, prediletto dai vecchi ma non loro prerogativa.

L’ultima volta trasforma in poesia l’amore, il dolore, la disperazione e l’abitudine. Mette lo stop, arresta il moto in avanti, solleva la vita fuori da se stessa. La trascendenza è appunto questo. Ci sentiamo scossi fin dentro le ossa, come se gli dèi fossero discesi nel bel mezzo della nostra vita.

La trascendenza del quotidiano non avviene se non con l’epifania dell’ultima volta. Lei era salita in macchina ogni giorno. L’ultima volta tutto è diverso. Mai, in una successione di eventi, c’è un momento che immaginiamo essere l’ultimo: possiamo sempre ritornare un’altra volta, questa cosa la potremo rifare ancora. «L’ultima volta» dice che non ci sarà «un’altra volta». L’ultima volta è unica, singolare, fatale. I testi delle canzoni giocano su questo momento poetico: «Il tempo si riduce a pochi preziosi giorni, Settembre...» (Maxwell Anderson); «L’ultima volta che ti abbiamo vista...» (Leonard Cohen); «L’ultima volta che vidi Parigi» (Oscar Hammerstein); «L’ultima volta che l’ho visto» (Pamela Sawyer); «Potrebbe essere l’ultima volta...» (Jagger e Richards); «L’ultima volta che ho visto George da vivo...» (Rod Stewart); «Mai più, non accadrà mai più...»; eccetera, eccetera. Ciascuna scena della vita potrebbe essere l’ultima volta, come quella mattina, quando lei è salita in macchina e...

Dicendo che l’ultima volta è unica, singolare e fatale, si ha la sensazione di un qualcosa di inevitabile e necessario, come se quel giorno lei se ne fosse andata perché così aveva voluto il suo carattere. Se il carattere è il destino, come ha detto Eraclito, allora quello era il suo giorno per morire. Oppure ha dovuto rompere, perché «lei era fatta così, una menefreghista; dovevamo aspettarcelo». Ma potrebbe essere stato un impulso improvviso al quale il suo carattere aveva ceduto: «Basta. Me ne vado». Un capriccio, all’apparenza poco in carattere. Non sappiamo. Per noi la storia finisce quando la macchina si stacca dal marciapiede.

Ma attenzione, questo è un punto spinoso. Il carattere potrebbe diventare una legge ferrea e consentire soltanto gesti che siano «in carattere». In tal caso, l’idea di carattere provoca piccole onde di repressione. «Non è nel mio carattere comportarmi così, pensare cosà, volere questo, fare quello». Dunque non c’è spazio per gesti spontanei, per momenti in cui si dicono, pensano, provano cose che «non sono in carattere»? La risposta dipende da come intendiamo il carattere.

Per parte mia, direi che non esiste niente che non sia in carattere. Il carattere è ineludibile; se esistesse qualcosa che davvero non rientra nel carattere, quale ne sarebbe la fonte? Dietro un capriccio, che cosa c’è? Chi fa scattare l’urgenza e accende la miccia di un impulso? Di dove arrivano i pensieri peregrini? I capricci emergono dall’anima né più né meno delle scelte e fanno parte del mio carattere tanto quanto le abitudini. Quell’ultima volta apparteneva a lei tanto quanto tutte le volte precedenti. A lei? Quale «lei»?

Il suo carattere deve consistere di parecchi«caratteri»: «personalità parziali», come la psicologia chiama le figure che svegliano i tuoi impulsi e entrano nei tuoi sogni, le figure che osano quello che tu non oseresti mai, che ti spingono e ti attirano fuori dal sentiero battuto, la cui verità irrompe all’improvviso dopo una caraffa di vino in una città sconosciuta. Il carattere è caratteri; la nostra natura è una complessità pluralistica, una trama multifasica e polisemica, un fascio, un groviglio, una cartelletta piena di fogli. Ecco perché ci serve una vecchiaia lunga: per sbrogliare i fili e trovare i bandoli.

Mi piace immaginare la nostra psiche come una pensione piena di ospiti. Ci sono quelli che si presentano puntuali e seguono le regole della casa, e altri, anch’essi ospiti fissi, che se ne stanno chiusi in camera o si fanno vedere solo di notte; e può darsi che questi e quelli non si siano mai incrociati. Una soddisfacente teoria del carattere deve dare spazio a tutti, ai caratteristi, alle controfigure, agli addestratori di animali, alle comparse, agli attori che recitano soltanto una particina e si esibiscono in numeri inattesi. Spesso sono questi a dare allo spettacolo il suo tono tragico, o fatale, o demenziale.

Il processo di dare spazio a questi caratteri è chiamato dagli psicologi junghiani «integrazione dell’Ombra». Per poterli integrare però bisogna innanzitutto trovarli adatti, compatibili con l’idea che abbiamo del nostro carattere. L’ideale junghiano auspica un carattere più integrato, una pensione al completo, senza esclusi. A questo scopo, può rendersi necessaria la conversione dei tipi meno raccomandabili e più indisciplinati alla morale della maggioranza, l’integrazione deve condurre all’integrità di un carattere più maturo.

Questi nobili ideali sono più buoni nel libro di ricette che da servire in tavola, perché i vecchi, come ha scritto Yeats e come Pound ha dimostrato, sono spesso scomposti, intemperanti, capricciosi e più portati al caos che alla austera ben levigata saggezza suggerita dall’idea di integrazione. Probabilmente l’integrità del carattere non è una cosa così unitaria; assomiglia, piuttosto, a quando, alla fine dell’opera, l’intera compagnia si presenta in scena, e il coro, i ballerini, i protagonisti e il direttore d’orchestra fanno i loro inchini scoordinati. La vita vuole alla ribalta tutta la compagnia, in flagrante delitto. Anche i travestimenti fanno parte del carattere.

Lo studio di come c’entri ciascuno di questi caratteri rappresenta una delle attività principali della vecchiaia, quando la «rassegna della vita» consuma una parte sempre maggiore delle nostre giornate. Vuoi facendo passare pile di documenti e armadi interi di roba, vuoi dilettando i nipotini con aneddoti, oppure provando a scrivere l’autobiografia, il necrologio o la storia della famiglia, cerchiamo di comprimere i meandri e gli accidenti della vita in uno «studio dei caratteri». Ecco perché abbiamo bisogno di così tanti anni da vecchi e perché, con l’accorciarsi dei giorni, sempre più serate sono assorbite dall’album delle fotografie. Che siano il rimorso, la nostalgia o il rancore a colorare il nostro sentimento mentre lo sfogliamo, non ha importanza: siamo concentrati come se stessimo studiando per un esame finale.

Studiamo il nostro carattere e quello altrui in cerca di una rivelazione dell’essenza e leggiamo gesti, come il salire in macchina e partire, alla stregua di espressioni compresse di tale essenza. Lei, sul marciapiede, che apre la portiera della macchina, ci sale sopra e si allontana per l’ultima volta, è diventata un’immagine indelebile, l’istantanea precisa del suo carattere. Studiamo questo particolare poetico in cerca di predicati descrittivi che possano condurre a predizioni sul suo comportamento. Ci vengono alla mente altre immagini: altre volte in cui, mettendosi al volante, le si era accesa una luce esaltata negli occhi; occasionali parole di invidia per la libertà di un’amica; la collezione che aveva di scarpette leggere dalla suola sottile; l’aneddoto di un arrischiato autostop fatto da ragazzina. Questo grappolo di immagini espone qualità che costituiscono il suo carattere: libertà, rischio, voglia di movimento, sorpresa. Nella misura in cui appartengono al suo carattere, tali qualità possono essere previste. Che se ne sia andata così non dovrebbe sorprenderci... purché compattiamo il suo carattere soltanto in queste immagini compatibili, le arrangiamo in una storia coerente e omettiamo tutte le cose che non c’entrano.

Le cose che non c’entrano esigono un esame ancora più attento e una nozione di carattere sempre più ampia. Non è difficile: basta restare sull’immagine, permettere alle sue complicazioni di renderci perplessi e abbandonare certe idee superficiali di carattere, come abitudini, virtù, vizi, ideali. Si ha accesso al carattere attraverso lo studio delle immagini, non attraverso l’analisi degli atteggiamenti morali.

Il mondo quotidiano è notoriamente carente di studi di questo tipo. Il ragazzo che ha fatto una strage a scuola era un allievo così tranquillo; il serial killer era un tipo che non si faceva notare, anzi andava d’accordo con tutti; la baby sitter che brutalizzava i bambini era tanto ubbidiente, linda e ben educata. La nostra riduttiva nozione di carattere riduce ciò che riusciamo a vedere nelle persone. Se una persona è ubbidiente, educata e tranquilla; se non presenta vistose bizzarrie, ci aspettiamo che abbia un carattere altrettanto ammodo. Senza un occhio allenato a cogliere le discrepanze significative, le nostre previsioni saranno inevitabilmente sbagliate e il delitto arriva come una sorpresa scioccante, come un gesto assolutamente non in carattere. Una cultura cieca alle complessità del carattere consente allo psicopatico le sue orge di violenza. Nessuno aveva notato alcunché di strano perché nessuno aveva l’occhio per vederlo. Perciò, dopo la strage, lo psicopatico è spedito dallo psichiatra, il quale adesso, post factum, sapendo che cosa cercare, ovviamente lo trova.

Noi siamo quello che appariamo: vero, ma soltanto quando le apparenze sono lette in modo immaginativo, soltanto quando l’occhio che percepisce studia ciò che vede come se fosse un’immagine duratura. Questo occhio cerca nei dati il gesto significativo, lo stile caratteristico, il giro delle frasi, i ritmi delle parole. Questo occhio è addestrato dagli aspetti visibili della natura umana. Impara facendo «people watching», studiando i primi piani del film, le posture del ballo e le movenze alle feste, il linguaggio del corpo e la vita della strada. Vede sempre un’immagine, «la rappresentazione in una frazione di tempo di un complesso intellettuale ed emotivo» come l’ha definita Ezra Pound.35Soprattutto, aggiungerei io, in quella frazione di tempo che vediamo come «l’ultima volta». Più diventiamo vecchi, più a lungo ci fermiamo a guardare e più a lungo ci viene voglia di guardare.

Una donna del Nevada di centotré anni così spiegava il suo grande desiderio:

«Mi piacerebbe costruire una cappella per i matrimoni ... Assumerei qualcuno per fare il lavoro faticoso e io me ne starei seduta comodamente a guardare. La ragione per cui vorrei una cappella per i matrimoni è che così potrei studiare la gente. Potrei vedere che tipo di uomo lei si è scelta e che tipo di donna o ragazza è lei. Perché io lo capisco subito.»

Il pittore e caricaturista Al Hirschfeld dichiara, a novantacinque anni:

«Che cosa vuole che faccia? Che me ne stia seduto tutto il giorno su qualche spiaggia a rosolare al sole? A guardare le onde? O che giochi a golf? ... Io sono affascinato dagli esseri umani. Dalla gente. Il massimo del piacere per me era starmene davanti alla finestra dello Howard Johnson, tra la Quarantaseiesima e Broadway, a disegnare l’incessante sfilata della gente giù in strada ... Disegnavo una cravatta o un bastone da passeggio o buttavo giù una parola o uno schizzo che riassumevano un’intera scena».36

L’occhio addestrato alle immagini va dritto all’essenziale.

Nella nostra cultura iperpsicologizzante, i test psicologici sostituiscono questo occhio stagionato e ne impediscono lo sviluppo. Invece di guardare, somministriamo test; invece di usare la visione immaginativa, leggiamo rapporti; invece di colloqui, inventari di personalità; invece di racconti, punteggi ai test. La psicologia parte dal presupposto che si possa cogliere il carattere sondando motivazioni, reazioni, scelte e proiezioni. Per valutare l’anima usa concetti e numeri, invece di affidarsi all’occhio anomalo di un osservatore allenato.

L’occhio anomalo è l’occhio vecchio. L’anima vecchia, invecchiata nella propria peculiarità, è incapace, anzi, di vederci dritto; è sempre un po’ strabica e preferisce lo strambo. L’amore per ciò che è strambo può apparire anche a un’età precoce, come nei soprannomi affettuosi che i ragazzini si danno a vicenda e che isolano un aspetto o un tratto particolari del carattere. Ma di solito la giovinezza preferisce il conforme, e cerca di adattare o smussare gli spigoli. Da vecchi, diventati noi stessi esemplari di unicità, cerchiamo compagni che siano a loro modo strambi come noi lo siamo a modo nostro. Abitudini quotidiane simili, esperienze passate affini, sintomi analoghi, ambiente sociale in comune non sono abbastanza confortanti. Il piacere, l’amore ce lo danno i compagni di unicità. La strana coppia: una coppia di originali.

Il termine «gerontologia» dovrebbe a rigore riferirsi al tipo di studio che facciamo noi con il nostro occhio vecchio, più che allo studio della vecchiaia da parte di giovani psicologi. Il nostro tipo di studio non mira a scoprire perché lei sia salita in macchina e se ne sia andata. La causa è già data: era necessario perché rientrava nel suo carattere. Non occorre esporre per esteso il motivo: si sentiva in trappola; aveva un segreto; era venuto il momento; era diventata schizoide e non reggeva all’amore, o era paranoide e sfuggiva a fantasmatici persecutori, o era sociopatica e scappava con i soldi. Né ci interessano granché le cause a discolpa: sua madre, la sua infanzia, il suo oroscopo, il femminismo. Le generalizzazioni convenzionali non hanno niente da spiegare al vecchio osservatore. All’occhio anomalo piace semplicemente osservare, immergersi sempre più a fondo nel rompicapo del carattere umano che accresce la tolleranza per la umana bizzarria.

Invece di tirare fuori cause e diagnosi, noi studiamo l’immagine. La nostra curiosità si appunta sull’immagine dell’ultima volta, sul comportamento di lei in quanto fenomeno, sull’immagine in quanto epifania, giacché è l’immagine che dura e che può essere riflessa sempre di nuovo in un’infinità di racconti diversi a mostrare il carattere in azione. Lei stava recitando un dramma, e nel dramma, come dice Aristotele, il carattere si rivela attraverso l’azione.

L’ultima scena è, inoltre, come la scena di un sogno, un tableau: il bordo del marciapiede, l’automobile, la chiave nel blocco dell’accensione. Nei sogni non sappiamo mai i motivi delle azioni che vediamo svolgersi né la diagnosi dei problemi di questo o quel personaggio. La psicologia scatta al mattino. Non conosciamo le ragioni per cui le persone del sogno si comportano in un certo modo né come sono state trattate durante l’infanzia, anzi non sappiamo neppure perché stanno nel sogno. Quanto più un sogno ci colpisce come immagine (e ciascun sogno è un unicum, una «ultima volta»), tanto meno riusciamo a formularlo in parole, eppure tanto più spesso possiamo tornarci sopra e tante più cose possiamo attingervi. Guardiamo, e tutto sembra strano, come se visto per la prima volta, o per l’ultima. E succede qualcosa di catartico. «... da tutto siamo benedetti, / e tutto ciò che vediamo è benedetto» scrive Yeats negli ultimi, e indimenticabili, versi di una delle poesie di riflessione sulla vecchiaia pubblicate quando aveva sessantotto anni.37

Una benedizione è l’unico dono che vorremmo dai vecchi e l’unico vero dono che solo i vecchi possono offrire. Chiunque può applaudire prestazioni sopra la media e premiare l’eccellenza. I vecchi, però, sono capaci di riconoscere la bellezza che all’occhio normale rimane nascosta, e non perché essi ne abbiano viste così tante in vita loro, ma perché la lunga vita li ha obbligati allo sguardo eccentrico. Ciò che si vorrebbe vedere benedetto sono le eccentricità di carattere proprie della nostra solitaria unicità e perciò stesso così difficili da sopportare. Io posso benedire le mie virtù, ma per benedire le virtù celate nei miei vizi ho bisogno di un occhio allenato ed esperto di sofferenze.

I vecchi preservano la cultura. Questo cliché di solito significa che i vecchi sono i custodi di usi passati, di saperi passati, della storia passata; che sono saggi e danno consigli prudenti. Secondo me, invece, i vecchi preservano la cultura perché ai vecchi piace ciò che è strano, studiano il prossimo per scoprirvi il lato stravagante e localizzano l’essenza del carattere in ciò che è peculiare a ciascun fenomeno. Una cultura che non apprezza il carattere dei fenomeni eccentrici rispetto ai suoi modelli tende a omogeneizzare e a standardizzare la propria definizione del buon cittadino. I vecchi preservano la cultura grazie alla testarda immutabilità delle loro incompatibili peculiarità.

La sempre crescente importanza che l’eccentricità acquista via via che invecchiamo fa slittare l’idea di carattere dal centro costitutivo dell’individuo verso la periferia. Il carattere veracemente fedele a se stesso diventa eccentrico invece che rimanere irremovibilmente centrato come Emerson definiva il nobile carattere dell’eroe. Ai margini, la certezza dei confini vacilla. Si è più soggetti alle invasioni, meno in grado di mobilitare le difese, meno sicuri della nostra identità, nonostante gli altri ci possano percepire come persone di carattere. La dislocazione del sé dal centro verso margini indefiniti accentua la fusione tra noi e il mondo, e allora ci possiamo sentire «da tutto benedetti».

C.G. Jung spese i suoi ottanta e passa anni a seguire la massima delfica: «Conosci te stesso». Autoanalisi e indagine della psiche altrui costituirono l’opera di tutta la sua vita e diedero forma alle sue teorie. Eppure, sentite che cosa scrisse nell’ultima pagina della sua autobiografia:

«Sono stupito, deluso, contento di me; sono afflitto, depresso, entusiasta. Sono tutte queste cose insieme, e non so tirare le somme. Sono incapace di stabilire se alla fine valgo o non valgo, non ho un giudizio da dare su me stesso e sulla mia vita. Non c’è nulla di cui mi senta veramente sicuro ... Quando Lao-tzu dice: “Tutti sono chiari, io solo sono offuscato”, esprime quello che provo io ora, nella mia vecchiaia avanzata ... Eppure ci sono così tante cose che mi riempiono: le piante, gli animali, le nuvole, il giorno e la notte e l’eterno che è nell’uomo. Quanto più mi sono sentito insicuro di me stesso, tanto più è cresciuto in me un senso di affinità con tutte le cose. Anzi, è come se quel senso di alienazione, che per tanto tempo mi ha separato dal mondo, adesso si fosse trasferito nel mio mondo interiore, rivelandomi un’insospettata estraneità a me stesso».38

 

 

Ripassiamo per l’ultima volta la scena di lei che se ne va. Quell’immagine offre un’ulteriore metafora per immaginare il carattere. Il gesto di lei che sale in macchina e si allontana ha svelato una dimensione che lui, sulla porta di casa, non era mai stato capace di percepire a causa delle idee pre-concette che aveva sul suo carattere. Quello che prima non aveva saputo vedere adesso lo vede anche troppo chiaramente, nell’immaginazione. Ma forse, finché non ha girato la chiave dell’accensione, nemmeno lei era consapevole in tutta la sua estensione di questa possibilità, di questa eccentricità. E nessuno dei due aveva un presentimento di morte improvvisa (se era alla morte che lei stava andando incontro).

Ci rendiamo conto, ora, di come il carattere si dissolva in storie intorno al carattere, in racconti di cui noi diventiamo caratteri, personaggi; questo implica che l’idea di carattere diventa a sua volta opera di fantasia, e perciò stesso assume un’importanza enorme, perché genera immaginazione, un po’ come, in questo capitolo, l’immagine di lei che sale in macchina ha provocato la nostra immaginazione a inventare storie sul suo carattere e sull’idea di carattere.

Ecco perché l’idea di carattere è così necessaria in una cultura: perché nutre l’immaginazione. Senza quell’idea, ci viene a mancare una cornice durevole, comprensiva e capace di stimolare domande, entro la quale fare le nostre riflessioni; senza quell’idea, abbiamo soltanto insiemi di persone le cui stramberie mancano di profondità, le cui immagini non hanno risonanza, e che risultano distinguibili solamente in base a categorie collettive: occupazione, età, genere, religione, nazionalità, reddito, QI, diagnosi. La somma risultante non è un Ciascuno ricco di qualità, bensì un Nessuno senza volto. Senza l’idea di carattere, nessuna persona ha un valore che duri. Se ciascuno è sostituibile, ciascuno è anche un vuoto a perdere. L’ordine sociale diventa come un battaglione sotto il fuoco nemico; siamo tutti pezzi di ricambio, rimpiazzi per riempire i buchi.

Il carattere, in sé, si dissolve in opera di fantasia, come fa «lei» nelle nostre fantasie sul suo carattere, ma l’idea di carattere fa sì che l’invenzione continui. L’idea ci spinge a continuare l’indagine, ci fa guardare più da vicino le foto. L’immagine di lei che sale in macchina ci stimola l’immaginazione. Ci viene voglia di conoscerla meglio, di vedere chi è veramente. Eppure, «chi è lei veramente», il suo carattere letterale, è soltanto letteratura, una figura delle storie di cui è protagonista; ma è proprio questo che dura, anche dopo che «lei» se ne è andata.

Anche noi duriamo come immagini inventate, vuoi nei ricordi della famiglia, nei pettegolezzi dei detrattori o nelle parole dei necrologi. Il nostro carattere diventa fonte inesauribile di storie che aggiungono un’altra dimensione di vita alla nostra vita mentre già, come dati di realtà, stiamo sbiadendo. Di questa verità Jung si rese conto negli ultimissimi anni, quando scoprì di essere diventato estraneo al carattere che aveva creduto di essere. La sua realtà si era fatta porosa, imprecisa, penetrabile. Mentre egli finisce di sciogliersi nel mondo delle piante, degli animali, delle nuvole e viene assimilato dal mondo naturale, nell’immaginazione del mondo umano il suo carattere continua a durare e continua a generare storie su chi era veramente Jung.

34. T.S. Eliot, Four Quartets, cit., II.

35. Ezra Pound, in Imagist Poetry, a cura di P. Jones, Penguin, London, 1972, pp. 32-41.

36. Philip Hamburger, Al Hirschfeld Blows Out His Candles, «The New Yorker», 22/29 giugno 1998, p. 42.

37. W.B. Yeats, A Dialogue of Self and Soul, in The Collected Poems of W.B. Yeats, Macmillan, London, 1952, p. 267.

38. C.G. Jung, Memories, Dreams, Reflections, raccolti ed editi da A. Jaffé, trad. ingl. di Richard e Clara Winston, Collins & Routledge, London, 1963, p. 330.

III
VECCHIO

 

 

 

 

... logoranti maestri siamo dunque alle cose

mentre esse godono eterna fanciullezza.

RAINER MARIA RILKESonetti a Orfeo, II, 14

 

 

Voglio studiare l’idea di «vecchio» per se stessa, indipendentemente dall’invecchiamento. La distinzione tra Invecchiamento e Vecchio andrebbe stampata in grassetto (come avrebbero fatto in altre epoche, nei vecchi libri senza età), perché si tratta di una differenza altrettanto importante di quella tra invecchiamento e morte di cui si è parlato nella Prefazione per il lettore. Se si confondono questi termini, sfugge l’importanza di ciascuno di essi. Quella di «vecchio» infatti è una categoria a sé stante, che non implica necessariamente né il processo di invecchiamento né l’approssimarsi della morte.

Non appena incominciamo a indagare sull’idea di vecchio (dove «vecchio» sia liberato dalla zavorra della vecchiaia e dallo spauracchio della morte), la prima cosa che scopriamo è che ciò che più ci rende preziose le cose definite vecchie è appunto il loro carattere senza morte e senza età. Il Ponte Vecchio, i vecchi manoscritti, i vecchi giardini, le vecchie mura non richiamano l’idea di morte, anzi, al contrario, di semprevivo. Paleontologia, archeologia, geologia: lo studio di ciò che è vecchio. Andiamo a visitare vecchi insediamenti, ci piace passeggiare per la Città Vecchia, facciamo collezione di argenti e cristalli vecchi, di vecchie automobili, di vecchi utensili, di vecchi giocattoli. Questi oggetti e luoghi vecchi sembrano garantire un domani più efficacemente di quanto non facciano i giovani corpi di marines e di adolescenti, i quali, con tutta la loro speranza e freschezza, danno l’impressione di essere più suscettibili all’avvizzimento e alla morte della vecchietta che si affanna verso la fermata dell’autobus e dei reduci che si aggirano sulla sedia a rotelle nella casa di riposo.

«Vecchio» è una condizione visibile che non dipende dall’età. Ci sono bambini il cui sguardo da vecchi mette in mostra il loro carattere distintivo, non certo l’idea che siano vicini a morire; persone vecchie nell’anima che sembrano perennemente in attesa del momento per potersi finalmente realizzare. Con un’infanzia solitaria e una giovinezza infelice, sono sempre state vecchie nell’anima. Anzi «vecchio» e «anima» non possono stare separati. Ci sono vecchie parole così dense di connotazioni che, lungi dal diventare obsolete, acquistano col tempo sempre maggiore pregnanza. Ci sono vecchi testi, come quelli di Omero e di Ovidio, di Eraclito e di Sofocle, che a ogni generazione hanno bisogno di una nuova traduzione: le traduzioni invecchiano, il testo mai.

E i vecchi oggetti con i quali viviamo? Forse che invecchiano, stanno per morire? La vecchia poltrona che è la preferita dal gatto; il vecchio bicchiere per il whisky serale che la tua mano prova gusto a stringere. «Il mio amato coltello. Non potrei farne a meno». La parola «amore» ci viene più facile riguardo agli oggetti (utensili, scarpe, cappelli) che riguardo alle persone. «Vecchio» è una delle fonti di piacere più profonde che l’essere umano conosca. La tragedia di disastri come inondazioni e incendi riguarda anche, in parte, l’irrimediabile perdita delle vecchie cose, così come una delle cause della depressione (nonché dell’invecchiamento e delle morti) susseguente ai progetti di riqualificazione urbana è la perdita della vecchia casa in cambio di abitazioni nuove di zecca. I vecchi oggetti possiedono una vitalità che consola; la loro mancanza fa sembrare più faticoso vivere. Trasferite dal vecchio quartiere al nuovo, private delle loro vecchie cose, le persone anziane tendono più facilmente a lasciarsi andare. Ciò che è vecchio ha rallentato il loro invecchiamento e posticipato la loro morte. Abbiamo bisogno delle vecchie cose che ci danno piacere, che ricambiano il nostro amore con la loro maneggevolezza e disponibilità e la loro accomodante compatibilità.

Old, «vecchio», è a sua volta una parola molto vecchia, risalente con ogni probabilità a una radice indoeuropea che significa «nutrire» (si veda il latino alere). Seguendo la parola attraverso il gotico, il norreno e l’anglosassone, scopriamo che una cosa «old» è una cosa nutrita appieno, cresciuta appieno, matura al punto giusto. Per informarci sull’età di qualcuno, anche se si tratta di un bambino, chiediamo: How old is he?, «Quanto è vecchio?». E ci sentiamo rispondere: He is four years old, «È vecchio di quattro anni». A qualsiasi età, ci qualifichiamo con una specifica quantità di «vecchiezza».

I manoscritti in inglese antico hanno un debole per eald (old): è una delle cinquanta parole più ricorrenti nel corpus di testi giuridici, medici, religiosi e letterari e frammenti vari pervenutici. E perlopiù comunica un senso positivo. Su quarantanove parole composte in cui è incorporato eald, soltanto otto sono esplicitamente negative, per esempio: «vecchio diavolo». In genere l’includere eald in una parola composta apporta benefìci: affidabilità, venerabilità, sapienzialità, valore.

Una buona porzione della lingua inglese deriva dal poema epico dell’ottavo secolo Beowulf, che, a detta di alcuni studiosi, situa la «vecchiezza» tra virtù come la nobiltà, la misericordia, la stima e il potere.39Con la spregiudicata avventurosità e con la rivoluzione del pensiero del Rinascimento, tuttavia, inizia il declino di old. Shakespeare usava l’epiteto old in segno di insulto e di scherno, e spesso dimostrava il suo disprezzo per questa parola accoppiandola con compagni antipatici: old and foul(«vecchio sozzo»), old and wicked («vecchio maligno»), old and miserable («vecchio tapino»), old and deformed («vecchio deforme»). «L’uso di oldnell’inglese corrente moderno» scrive Ashley Crandell Amos «è un’esperienza umiliante, in netto contrasto con i modelli dell’anglosassone».40 Poiché «le parole non vivono nei dizionari; vivono nella mente», come disse Virginia Woolf,41 la mente vecchia è umiliata dall’umiliazione della parola oldnell’attuale, indesiderabile condizione: vecchia zitella, vecchia guardia, vecchi commilitoni, vecchia strega, vecchio barbogio, vecchio bacucco.

Tanto disprezzo dipende in parte da una mentalità superficiale, che sa cogliere i significati soltanto attraverso lo strumento della contrapposizione. Allora «vecchio» patisce il convenzionale confronto con «fresco», «giovane», «moderno», «futuro» e il suo significato si riduce a ciò che è stantio, logoro, moribondo, passato. Quando «vecchio» riceve la sua definizione soltanto per abbinamento, perde il suo valore. In una cultura come la nostra, che dai tempi di Cristoforo Colombo si è sempre identificata con il Nuovo, è inevitabile che nel confronto «il vecchio» ci perda sempre, perciò diventa sempre più difficile immaginare la vecchiezza come un fenomeno distinto dalle pigre semplificazioni della saggezza convenzionale. Per salvarti dalla negatività di «vecchio», non buttarti sul nuovo, sempre pronto a svillaneggiare il vecchio come suo contrario. Non cadere nel pensiero per opposti. Questo è un errore che continua a maledire il Nuovo Mondo del continente americano con la sua sindrome più radicata: tossicodipendenza dalla novità e dal futurismo, che rende retrò e superata («un secchio di ceneri» scriveva Carl Sandburg, il poeta americano-americano) qualsiasi cosa non sia nuova di zecca. Per sottrarti al maleficio che il nuovo getta sul vecchio, immergiti più che puoi in tutto ciò che è vecchio: vecchie idee, vecchi significati, vecchie facce, vecchi oggetti.

Vecchio è avventura. L’uscire dalla vasca da bagno, il correre a rispondere al telefono, o anche soltanto lo scendere le scale presentano altrettanti rischi della traversata del deserto del Gobi. Un tempo eravamo giù dalle scale e fuori dalla porta prima ancora delle nostre gambe. Adesso, chi lo sa quando quel ginocchio matto potrà cedere o il piede mancare il gradino? Un tempo, imparavamo dalla volpe e dal falco; adesso, i nostri mentori sono il tricheco, la tartaruga e l’alce degli acquitrini nebbiosi. L’avventura della lentezza.

 

 

L’apprezzamento di qualsiasi fenomeno richiede un metodo fenomenologico. Se vuoi conoscere tua madre, studia tua madre, non paragonarla a tuo padre, o a tua zia o alla madre di qualcun altro. Il nostro approccio cerca di penetrare il fenomeno per come è. Ci giriamo intorno per vederlo da molti lati (circumambulazione), ne estendiamo i contorni inseguendone risonanze ed echi (amplificazione), discriminiamo tra le sue varie occorrenze quotidiane (differenziazione). Vogliamo che il suo carattere venga sempre più alla luce; epifanie, rivelazioni. Il fatto di indagare l’idea di «vecchio» con la mente per metà sulla giovinezza e la freschezza e il futuro fa deviare l’indagine, trasformandola in uno studio dei contrari, anziché portarci più vicino alla sua natura: a quella qualità che avvertiamo negli oggetti e nei posti vecchi, nell’incontro con i vecchi amici, nel vedere vecchi film, nell’osservare un paio di vecchie mani al lavoro.

E quando sentiamo la sua vecchiezza, il mondo ci nutre. L’anima umana non ha molto da attingere dal Nuovo Mondo delle scoperte o dal futurismo di un Mondo Nuovo huxleyano, dove non si producono cose destinate a durare e dove le generazioni cadono in disuso e si ricambiano a un ritmo tanto più rapido di quello concesso a noi. No, non quei mondi, ma questo, questo vecchio mondo. Oltretutto, la parola world, «mondo», un tempo si scriveva werealdwereold: il mondo, questo posto nutriente così pieno di eald.

È come se old stesse nascosto dentro world, al modo in cui la Sophia degli gnostici e la Šekinah dei cabbalisti erano l’anima celata dentro il creato. Sophia e Šekinah sono figure della saggezza senza età, l’intelligenza dell’anima immanente in tutte le cose. Poiché l’anima del mondo è un’anima vecchia, non è possibile intendere l’anima senza una sensibilità per il vecchio, né il vecchio senza una sensibilità per l’anima.

Che cosa, se non il carattere delle vecchie parole, dei vecchi oggetti, dei vecchi luoghi, arreca conforto e consolazione alla nostra vita quotidiana? Le cose vecchie mostrano sempre più carattere. Quel bicchiere da whisky ha carattere anche perché trabocca di associazioni che vi si riversano da una moltitudine di ricordi. Come la madeleine di Proust, quel bicchiere è ricco di altre occasioni, talismano che fa scattare il ricordo, correlativo oggettivo di emozioni e pensieri. È il medesimo vecchio bicchiere, vecchio perché è il medesimo e medesimo perché è quello vecchio. L’ho tenuto nelle mie mani e ne sono stato tenuto per mano, tante volte mi ha calmato, mi ha fatto superare momenti difficili... e io lo tratto con cura: reciprocità. Con lui mi ritrovo e grazie a lui mi riconosco. Ci convivo a stretto contatto, e lui mi regala la sensazione, con la sua presenza, di avere una cosa che è veramente «mia». È un’anima esterna, come gli oggetti animati dei primitivi, senza i quali essi si sentono smarriti, si ammalano, impazziscono. In qualsiasi altro bicchiere il whisky sarebbe soltanto una bevanda.

Anche quando sono sbreccati, spuntati, logorati dall’uso, i vecchi oggetti sono pieni di carattere: per la loro familiarità, la loro utilità e a volte per la bellezza che gli viene dalla superficie lucida, dalla patina, dal modo come sono stati progettati. O, più semplicemente, dal fatto di essere vecchi, dalla vecchiezza essenziale. Senza questa percezione del vecchio come condizione essenziale che trascende la bellezza e l’utilità, non è facile il passaggio agli anni della vecchiaia. Invece di pensarlo come un simbolo di durata, della ricchezza di vita accumulata ripulita da ciò che non è essenziale, noi moderni interpretiamo «il vecchio» soltanto come il risultato dell’opera distruttrice del tempo, come una fase della vita connessa alla morte anziché alla vita.

L’aggettivo «vecchio» fa risaltare il carattere, conferisce carattere, a volte, nel comune sentire, sostituisce il carattere. «Quella vecchia casa» significa una casa con un suo carattere che si impone; «il mio vecchio cane» rimanda a tratti del carattere del mio cane che mi sono noti e cari. Non chiamo vecchia quella casa soltanto perché la sua costruzione risale al 1851, e vecchio il mio cane perché ha già quindici anni. I numeri sono imparziali, applicabili senza emozione, perciò piacciono tanto all’atteggiamento disimpegnato; mentre l’aggettivo «vecchio» comunica emozioni; perciò lo uso per le cose profondamente amate o, anche, profondamente disprezzate. Il meglio, e il peggio, che posso dire di una persona è che è vecchia.

La mia nipotina afferra un piatto e io dico: «Fai attenzione; era di mia nonna, la tua bis-bisnonna!». Le sto dicendo che quel piatto è caro, prezioso, raro, vulnerabile. Le sto chiedendo di adattare le sue giovani mani alla vecchiezza del piatto. Dovrà seguire il suo ritmo, maneggiarlo delicatamente, fargli attraversare adagio la stanza, sintonizzarsi sulla sua fragilità. Le sto dicendo che quel piatto è durato e che è prezioso perché è durato, comprovando con questo la sua attendibile robustezza e insieme la sua fragilità. La storia ha deposto su quel piatto strati su strati di tempo, ma non è il tempo da solo a suscitare questi sentimenti; è la vecchiezza intesa come carattere, il carattere come stratificazioni, una complessità che rende unico quel piatto e che esige rispetto da parte nostra.

L’invecchiamento dischiude la porta alla vecchiezza e la vecchiaia la apre ancora di più. Potrebbe essere questo lo scopo della vecchiaia. Potremmo conoscere la vecchiezza del mondo o penetrare il carattere delle cose, prima di essere diventati a nostra volta vecchi? Che i vecchi portino il fardello della saggezza significa che conoscono come va il mondo perché sono vecchi, vecchi come il mondo. Vecchio e mondo hanno la stessa essenza.

Oh sì, si assottiglia e si logora, e tuttavia «il vecchio» trattiene affettuosamente il tempo. Ama gli anni, i decenni, i secoli. Tiene lontano il cambiamento, avvicinando tutte le cose vecchie allo stato di permanenza.

Il tempo non è soltanto distruttivo; esso tempra, oltre che indebolire. Il tempo dura; continua ad andare avanti, avanti, avanti; perciò non è nemico della vecchiaia e del vecchio. Il tempo è distruttivo, semmai, per la giovinezza, che corrode e alla fine cancella. Perciò, quando sentiamo parlare del tempo che tutto corrompe, chi parla è la giovinezza, non la vecchiaia.

Gli eremiti del cristianesimo primitivo tenevano a distanza i giovani, additandone la pericolosità per il progetto dell’uomo anziano. La gioventù faceva entrare l’elemento demoniaco. Gli ammonimenti dei monaci non si appuntavano soltanto sulla condotta ribelle dei giovani, sull’attrazione sessuale e sulla mancanza di amore per lo studio. La pedofobia del monaco anziano dava riconoscimento al fatto che la prospettiva giovanile è di nocumento al compito della costruzione del carattere, un compito che richiede silenzio, contrizione, autocontrollo, capacità di sopportazione, vigilanza, pazienza e discrezione.42

Raramente la lingua inglese antica usava porre insieme nella medesima frase giovinezza e vecchiaia. Oggi, ci complimentiamo con i vecchi per la loro giovanilità, affiancando in tal modo le due archetipiche modalità di esistenza e consentendo che l’impero del «giovane» colonizzi il regno del «vecchio». Ma nell’antico inglese, vecchio e nuovo si troveranno raramente accostati. Tra i due va mantenuto un netto confine: «Non tentare di giudicare il vecchio e il giovane, il ricco e il povero, il malato e il sano o l’erudito e lo zotico in base alle medesime regole» ammonisce un testo di psicologia medioevale.43 Per capire come il vecchio sia una specie a parte, studia un vecchio elefante, o un vecchio cavallo, il tuo cane o il tuo gatto. Guardalo separatamente, come se i giovani della specie fossero di un’altra razza.

Che cosa ha da dire a un vecchio di oggi un vecchio eremita? Che per rimanere in carattere in quanto vecchi dobbiamo tenere a distanza gli atteggiamenti giovanili. E forse anche i giovani in carne e ossa: non per l’attrazione che i loro corpi freschi e le loro menti sgombre esercitano su di noi, ma perché investiremmo nella loro vita una quantità eccessiva della nostra sostanza spirituale. Se è vero che «i vecchi dovrebbero essere esploratori» giacché «il luogo e l’ora non importano», come dice T.S. Eliot, l’esplorazione sarà esplorazione della vecchiaia stessa, per disegnare la mappa di quel territorio ed entrare in quel regno.44

Dobbiamo occuparci della nostra azienda, che è enorme e con scarsi profitti. Quello di passare in rassegna la nostra vita per scoprirvi il suo carattere è un impegno più gravoso che trasmettere consigli gratuiti ai giovani in veste di presunti mentori. Mentori e antenati ottengono tale riconoscimento in virtù del loro carattere; hanno carattere, sono «caratteri». I vecchi «giovanili» sono un ibrido sterile, che precipita vecchio e giovane nella categoria del consumismo allegro.

La difficile condizione giovanile nella società contemporanea catalizza la nostra compassione. La miseria in cui versano i bambini e lo sfruttamento a cui sono sottoposti gli adolescenti ci chiamano a intrometterci e a partecipare, perché noi non siamo eremiti dell’antichità, ma cittadini viventi. Ma quale è la nostra parte? La nostra parte consiste nell’incarnare la vecchiezza, anziché adeguarci a una cultura ipocrita che, mentre esalta la giovanilità, trascura, banalizza, manipola e addirittura incarcera i giovani in carne e ossa. La nostra parte è quella che i vecchi hanno sempre svolto: la conservazione e la trasmissione della conoscenza e la proposizione di modelli di carattere a difesa della vita.

Soltanto se è giusto che ciascuno faccia ciò che gli pertiene diventa comprensibile la spaventosa pedofobia che si scatena istintivamente in me di fronte al baccano che fanno i ragazzi, alla loro pretesa di divertirsi sempre, di dormire fino a tardi, di avere sempre cose nuove di zecca; di fronte allo starnazzare di una comitiva di ragazze, alle loro urla, alla loro imbronciata mancanza di collaborazione; di fronte all’ignoranza dei giovani che passa per innocenza, di fronte al loro abbigliamento, alle loro maniere, alla loro musica. In un attimo, divento un vecchio bisbetico, crudele, meschino, pieno di veleno, e rovino in partenza qualsiasi rapporto diretto con i giovani. Se il compito degli anziani è di fare valere nella civiltà l’interesse dei giovani, perché mai l’anima vecchia cova questo grumo di odio? Non andrebbe eliminato?

No, andrebbe benedetto, dico io. Come per qualunque sintomo, occorre cercarne il possibile scopo. La pedofobia scatta come una reazione istintiva. La sua funzione è protettiva, serve a tenere a distanza la gioventù. Come dicono gli eremiti, la gioventù è una tentazione che distoglie noi vecchi dalla nostra occupazione principale: il carattere e il nostro destino che invecchia. Di fronte al pericolo di cancellare le distinzioni tra vecchio e giovane e di confondere i diversi compiti dell’uno e dell’altro, quell’odio improvviso segnala che, tranne in rari casi, la compagnia dei giovani non può essere la nostra vocazione e il livellamento non può essere la nostra modalità; la condivisione è soltanto illusoria. Nostro compito quotidiano non è tanto quello di curare lo sviluppo del carattere nei giovani, per importante che ciò sia, quanto quello di disvelare il nostro. La capacità di essere vecchi in modo pieno, di essere autentici nella nostra essenza e disponibili con la gravitas e l’eccentricità della nostra presenza, influisce indirettamente sul bene pubblico e quindi sul bene dei giovani. Questo fa della vecchiezza un lavoro a tempo pieno, che non prevede pensionamento.

«Vecchio»: questa parola, o idea, che noi vecchi attualizziamo è qualcosa di più di una parola o di un’idea. È un’immagine fatta di più strati. L’occhio della mente sa immaginare l’idea di vecchio nell’elefante, nell’albero nodoso, nella prozia Evelina con la coperta sulle ginocchia, nel vicolo dietro casa prima della riqualificazione del quartiere. Tante immagini salgono spontanee alla mente. Ecco perché «vecchio» è la parola giusta per le persone in età avanzata. Sono dette «vecchie» non solo perché sono invecchiate, ma per il valore che rivestono come immagini della vecchiezza.

Per un verso, la rassegna della vita è lo studio della propria biografia personale e del personaggio principale che l’ha vissuta; la racconta sotto forma di storia e adesso la rivede in qualità di recensore, perito, giudice, inquisitore e avvocato difensore. La rassegna della vita è un’attività che separa i vari fili dell’idea di vecchio: la sensibilità degli anni, i bei tempi andati, il corpo malfermo, l’accumulata ricchezza delle giornate, la testa canuta dell’anziano autorevole, la smemorata, imbranata balordaggine che scivola sempre nella fantasticheria. Tutti questi fili di complessità conferiscono a «vecchio» la sua sostanza e si presentano tutti insieme «in una frazione di tempo», realizzando la definizione che Pound ha dato di «immagine». Vecchiaia significa essere arrivati allo stato di immagine, a quell’immagine unica e irripetibile che è il mio carattere.

Anziché mettere a confronto l’idea di vecchio con idee estranee, come «fresco» e «giovane», meglio sarebbe sbrogliare l’intrico di idee stipate in quell’unica, breve parola. Alla Bibbia occorrono almeno nove diversi termini ebraici, più una serie di varianti, mentre l’inglese moderno li compatta tutti insieme.

Olam = i tempi antichi. Qedem = i tempi antichi, nel senso di prima del tempo. Rachoq = vecchio nel senso di remoto nel tempo e nello spazio. Per indicare le persone anziane come Sara e Giobbe e come gli anziani del consiglio, abbiamo zaqenZiqnah = vecchiaia. «Non mi respingere nella mia vecchiaia / ora che la mia forza langue non mi lasciare»: un tema ripreso oggi e ridotto ad amore personale nella canzone dei Beatles: «Will you still need me, will you still feed me, when I’m sixty-four?» («Mi vorrai ancora, mi nutrirai ancora quando avrò sessantaquattro anni?»).

C’è sebah, una buona vecchiaia, dai capelli grigi, ricca di giorni; e balah, la vecchiaia triste, logora come un vestito vecchio. E poi c’è atiq, essere lontani, avanti con gli anni : «Perché lunga vita agli empi? Perché arrivano alla vecchiaia e anche crescono di potenza e forze?». E inoltre yashish, diventare molto vecchio, e yashan, detto di cose come la frutta nei magazzini, i cancelli, i pozzi.45

Noi siamo percorsi da tutte queste idee di vecchio, e da altre ancora. Esse costituiscono i fili e i ritmi della complessità umana. Una mattina ci svegliamo e ci sembra di essere un vecchio mucchio di ossa, un «mantello stracciato sopra uno stecco»; un altro giorno apparteniamo al tempo prima dell’inizio del tempo, anacronistici, come Matusalemme. Certi giorni ci consideriamo semplici numeri: 76, 81, 91.

Sono un reietto dimenticato da tutti, un vecchio saggio dall’occhio acuto, ancora in piedi come un vecchio cancello, immerso in reminiscenze di tempi e luoghi remoti, che prova gusto nella malignità e nel potere, il trastullo di Dio, come Sara e Giobbe. Un altro giorno ancora mi sveglio nella pienezza del mio carattere e di tutti i giorni della mia vita, commosso, pieno di gratitudine, contento. La mia complessità non può essere ridotta a uno solo di questi fili. Essere soltanto un vecchiaccio maligno, o sempre una litania di malanni, o un centenario che batte tutti i record, o una testa di capelli canuti che elargisce interminabili e edificanti storie di vita significa ridurre l’unicità del carattere all’univocità della caricatura. La Bibbia non ammette un tale errore monista.

39. Ashley Crandell Amos, Old English Words for Old, in Aging and the Aged in Medioeval Europe, a cura di M.M. Sheehan, Pontifical Institute of Medioeval Studies, Toronto 1990, p. 103.

40Ibid., p. 104.

41. Virginia Woolf, The Death of the Moth and Other Essays, Harcourt Brace Jovanovich, New York, 1970, p. 204.

42. John T. Wortley, Aging and the Desert Fathers: The Process Reversed, in Aging and the Aged in Medioeval Europe, cit., pp. 63-74.

43. Amos, op. cit., p. 101.

44. Eliot, Four Quartets, cit., II.5.

45. Robert Young, Analytical Concordance to the Bible, Society for Promoting Christian Knowledge, London, s.d., pp. 713-14.

PARTE SECONDA
LASCIARE