martedì 9 marzo 2021

TEORIA DELLA DITTATURA Michel Onfray




Teoria della dittatura. Preceduto da «Orwell e l'impero di Maastricht»

Michel Onfray

La nostra è una società libera? Le dittature che hanno caratterizzato così duramente il secolo scorso sono davvero e per sempre scomparse?Per rispondere a queste domande Onfray si basa sull'analisi di due straordinarie opere di George Orwell: "1984" e "La fattoria degli animali", testi capitali per comprendere i maggiori totalitarismi del Novecento, lo stalinismo e il nazionalsocialismo. Ma l'intento di Onfray è di utilizzarli come strumenti per l'interpretazione dell'oggi: a partire da essi, l'autore descrive sette «fasi» o «comandamenti» necessari e sufficienti a far sì che il pericolo di una dittatura si realizzi concretamente: distruggere la libertà; impoverire la lingua; abolire la verità; sopprimere la storia; negare la natura; propagare l'odio; aspirare all'Impero. Ciascun comandamento viene poi analizzato in dettaglio nelle sue implicazioni, che l'autore definisce «principi», trentatré in tutto; a titolo di esempio, Praticare una lingua nuova, Usare un linguaggio a doppia valenza, Distruggere parole, Piegare la lingua all'oralità, Parlare una lingua unica, Eliminare i classici sono i principi del «comandamento» Impoverire la lingua. Attraverso un'argomentazione lucida, mai pessimista ma brillante, Onfray dipinge il ritratto di un'epoca, la nostra, che sembra aver smarrito ogni saldo riferimento e procede senza apparenti ostacoli verso la dittatura prossima ventura.

TEORIA DELLA DITTATURA 

Michel Onfray

Capitolo primo

 

Orwell e l’impero di Maastricht

Considero il pensiero politico di George Orwell come uno dei più grandi, al pari di quello consegnato da Machiavelli nel Principe, da La Boétie nel Discorso sulla servitù volontaria, da Hobbes nel Leviatano e da Rousseau nel Contratto sociale. Orwell aiuta a pensare la politica partendo da un’ottica socialista e libertaria. Il fatto però di aver scelto di esprimere le proprie idee solo attraverso romanzi e favole a soggetto animale ha fatto sì che i pensatori istituzionali non gli prestassero alcuna attenzione: la letteratura lo lascia ai filosofi e i pensatori lo lasciano agli studiosi di letteratura. Il risultato è che nessuno se ne occupa veramente. Nel frattempo, nei paesi in cui la gente si trova privata delle proprie libertà, lo si legge sotto banco.

A parte Camus, sono pochissimi i pensatori del socialismo libertario che si smarcano con convinzione dalla versione autoritaria del socialismo. Bakunin e Kropotkin, per esempio, da bravi hegeliani di sinistra, continuano nonostante tutto a strizzare l’occhio a Marx, dal quale si differenziano certo sulla scelta dei mezzi con cui arrivare al potere, ma niente affatto sui fini. Per tutti quanti, in ogni caso, la realtà, più che come realtà, vale come idea. Ci volevano filosofi del calibro di Proudhon per mettere in moto, a sinistra, un pensiero che riuscisse a superare i paletti marxisti. In questo senso, anche 1984 e La fattoria degli animali offrono un loro contributo.

I due libri di Orwell, li ho letti molto tempo fa. La Russia era ancora sovietica e mio padre era ancora vivo, mio padre che nel suo paesino natale (che è anche il mio paesino natale) aveva conosciuto l’occupazione nazista e che, di questa occupazione, mi aveva parlato a lungo nei miei anni d’infanzia. I totalitarismi che erano serviti da referente per quei due libri, cioè quello nazionalsocialista e quello marxista-leninista, sono molto lontani dalla realtà dei nostri giorni. Anzi, oggi che quei due mostri sono ormai morti, può addirittura sembrare che le opere di Orwell abbiano perso la propria attualità. Che parlino di un tempo ormai defunto.

La peste, che Roland Barthes riteneva caricasse un po’ troppo il mulo bolscevico e non abbastanza l’asinello nazista, può apparire un libro antifascista datato perché troppo calcato sui particolari totalitarismi del proprio momento storico. Allo stesso modo, anche il valore dell’opera politica di Orwell sembrerebbe essere crollato assieme al muro di Berlino.

Sarebbe però dimenticare che proprio alla fine della Peste Camus ci spiega che quest’ultima non sparisce mai del tutto, dorme sempre con un occhio aperto e gli basta pochissimo per ripresentarsi, con il suo strascico di topi morti a segnare il ritorno dell’epidemia. La peste era un libro che spiegava quello che era successo ieri ma che aiutava (ed è questo il suo aspetto geniale) a decifrare non solo quello che succede oggi, ma anche quello che succederà domani, addirittura dopodomani. Anche Orwell è un autore di questo tipo: pensa un passato che potrebbe essere il futuro e che spesso si rivela essere anche il presente. Detta in altre parole: Orwell rientra in un campo universale perché quella che ci propone è una teoria della dittatura.

Da una parte, quindi, la teoria, che è etimologicamente contemplazione, osservazione, disamina; dall’altra, la dittatura, che va invece riformulata su nuove basi. Ai tempi della sua nascita a Roma, la dittatura era l’eccezionale concessione dei sommi poteri da parte del console, su mandato del Senato, a una singola persona per un tempo determinato, mai più di sei mesi, allo scopo di affrontare una situazione altrettanto eccezionale e a patto che tutti i mezzi offerti servissero a risolvere il problema che aveva portato a quella concessione del potere supremo. È così che, per esempio, Silla viene incaricato di restaurare la repubblica.

Anche se Gengis Khan nella Cina tra il XII e il XIII secolo, anche se Tamerlano nell’Uzbekistan e nel Kazakistan del Trecento e del Quattrocento e anche se Cromwell nell’Inghilterra del Seicento ci dimostrano che la dittatura appartiene a ogni epoca e a ogni continente, sono soprattutto le dittature del Novecento a contribuire alla definizione di una loro nuova tipologia.

Il secolo del nucleare è stato in effetti anche il secolo delle dittature, all’inizio nella sua formulazione marxista-leninista e in seguito, come reazione ma in maniera gemella, nella sua versione nazionalsocialista. La prova della loro gemellarità è fornita dal patto germano-sovietico che ha celebrato il matrimonio tra i due mostri totalitari dal 23 agosto del 1939 al 22 giugno del 1941. Una sottile analisi di questo fenomeno la dobbiamo a Hannah Arendt e al suo Le origini del totalitarismo, grosso lavoro in tre tomi pubblicato tra il 1951 e il 1983 – un’analisi in cui peraltro il nome di Orwell non compare mai, non più di quanto avvenga nella sua opera completa o nella sua corrispondenza.

In realtà, a me pare che neanche i nostri tempi post-totalitari riescano a impedire la formazione di un tipo nuovo di totalitarismo. Al contrario. La dittatura è una forma politica che continua a durare attraverso i secoli e che, grazie alla propria dialettica e alla propria plasticità, riesce ad assumere cadenze diverse secondo i tempi.

La Germania nazista è morta nel 1945, mentre la Russia sovietica esala l’ultimo respiro nel 1991, provocando a catena la scomparsa delle democrazie cosiddette popolari appartenenti al blocco orientale. In linea teorica, per quello che riguarda l’Europa, i due totalitarismi che Orwell aveva in mente non esistono più. In pratica, però, scavalcando i tempi storici, quella cui pensava era una forma pura di totalitarismo1984 e La fattoria degli animali offrono due occasioni per pensare appunto questa forma pura.

Riassumo le tesi costitutive di questa Teoria della dittatura.

Come si può instaurare oggi una dittatura di tipo nuovo? Ho messo a fuoco sette fasi principali: distruggere la libertà; impoverire la lingua; abolire la verità; sopprimere la storia; negare la natura; propagare l’odio; aspirare all’Impero. Ognuna di queste fasi è a sua volta composta da momenti particolari.

Per distruggere la libertà, bisogna: assicurare una sorveglianza continua; distruggere la vita personale; eliminare la solitudine; divertire con le feste comandate; uniformare l’opinione; denunciare i crimini di pensiero.

Per impoverire la lingua, bisogna: praticare una lingua nuova; usare un linguaggio a doppia valenza; distruggere parole; piegare la lingua all’oralità; parlare una lingua unica; eliminare i classici.

Per abolire la verità, bisogna: imporre l’ideologia; strumentalizzare la stampa; diffondere notizie false; creare la realtà.

Per sopprimere la storia, bisogna: cancellare il passato; riscrivere la storia; inventare la memoria; distruggere i libri; industrializzare la letteratura.

Per negare la natura, bisogna: distruggere la pulsione di vita; organizzare la frustrazione sessuale; imporre vincoli di norme igieniche; procreare per via medica.

Per propagare l’odio, bisogna: creare un nemico; fomentare guerre; ridurre il pensiero critico a problema psichiatrico; dare il colpo di grazia all’ultimo uomo.

Per aspirare all’Impero, bisogna: indottrinare i bambini; gestire l’opposizione; governare assieme alla classe dirigente; ridurre in schiavitù grazie al progresso; dissimulare il potere.

Chi oserà dire che non siamo arrivati a questo punto?

E, se è vero che ci siamo arrivati: quand’è successo? E come? Con chi? Dove?

*

Dopo la guerra, l’Occidente capitalista stabilisce un programma imperialista da imporre sul continente europeo. L’esistenza del blocco sovietico lo costringe però a venire a compromessi. La guerra fredda rappresenta, per un certo periodo, la forma assunta dalla battaglia fra questi diversi blocchi. Fino al 26 dicembre del 1991, data della caduta del marxismo-leninismo europeo, l’Occidente capitalista tende a contenersi perché sa che il contrattacco comunista è possibile in ogni momento. I due blocchi si lanciano minacce e accumulano armi nucleari.

Quello cui puntavano gli Stati Uniti, quello che il generale de Gaulle non aveva permesso nel 1945, vale a dire il governo militare alleato sui territori occupati (AMGOT), lo ha permesso invece l’Europa di Jean Monnet.

Troppo poco spesso è stato ricordato che il nome in codice dello sbarco alleato del 6 giugno del 1944 era Overlord e che la traduzione di questo termine è: «signore sovrano»! Ora, il concetto di «signore sovrano» implica etimologicamente una relazione di tipo feudale tra un sovrano che, appunto, comanda e un vassallo che invece è comandato. L’AMGOT sembra quindi palesemente indicare un rapporto tra un paese sovrano (gli Stati Uniti) e un paese vassallo (la Francia).

Il programma dell’AMGOT era di amministrare il paese riciclando i prefetti del governo di Vichy, anticomunisti e di conseguenza affidabili, e trasformare la Francia in una provincia governata dagli americani. A questo preciso scopo, vengono addirittura formati nelle università alcuni ufficiali americani e inglesi e coniate delle monete. Per de Gaulle, però, di lasciare che gli Stati Uniti amministrino la Francia non se ne parla neppure. Il generale vince il suo braccio di ferro il 23 ottobre del 1944, quando il Governo Provvisorio della Repubblica Francese viene riconosciuto de iure da Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica. La Francia vince una battaglia, ma non vince certo la guerra.

Per governarla, de Gaulle è costretto a creare un mito: quello della Francia in maggioranza resistente e solo in minima parte collaborazionista. Questa favola è il prezzo da pagare per evitare di doversela prendere con chi aveva collaborato con il governo di Vichy o con i tedeschi – come avevano fatto peraltro anche i comunisti nei primi quasi due anni della guerra, il tempo che è durato il patto germano-sovietico.

L’epurazione radicale di tutti coloro che avevano fiancheggiato il governo di Vichy avrebbe drasticamente ridotto il numero di magistrati, avvocati, giornalisti, intellettuali, artisti, attori, industriali, universitari, scrittori, editori, vescovi, banchieri, giuristi e militari che potevano essere frequentati…

Finché de Gaulle è rimasto alla guida della Francia, quindi fino al 1969, un gruppo di potere formato da gollisti e da comunisti si è spartito la torta francese. Alla sinistra comunista, la cultura, e alla destra gollista l’economia e le competenze statali. È l’epoca in cui il Partito Comunista Francese riesce a far dimenticare i suoi due anni di collaborazionismo creando una propria mitologia resistenziale e diventando il Partito dei settantacinquemila uomini fucilati e dei sedicenti eroi antinazisti sul modello di Guy Môquet.1

È grazie a questa favola che, nel dopoguerra, la sinistra comunista conquista il monopolio culturale.2 Il mondo della cultura aveva André Malraux come ministro a rue de Valois, mentre per le questioni più serie c’era de Gaulle alla presidenza della Repubblica. Il Partito Comunista è, per esempio, contrario alle richieste indipendentiste algerine in occasione del massacro di Sétif e Guelma nel 1945; lo sarà ancora votando i poteri speciali nel 1956 e continuerà a esserlo opponendosi al Manifesto dei 121 che, nel settembre del 1960, incita all’insubordinazione; diventerà partigiano del Fronte di Liberazione Nazionale solo dopo gli accordi di Évian del 1962… Il Partito Comunista è anche contrario all’aborto e alla contraccezione perché non vuole che la donna comunista possa condurre la stessa vita dissoluta delle borghesi! Ed è contro il Sessantotto, ridotto a un semplice problema riguardante i figli e le figlie della borghesia, se non addirittura a una serie di disordini provocati da un ebreo tedesco… Il tandem tra gollisti e comunisti difende la sovranità della nazione francese e rende impensabile l’idea stessa di un’Europa post-nazionale. A quei tempi, il sovranismo non era ancora un insulto ma il minimo requisito necessario per qualsiasi possibile azione politica. Finché il generale de Gaulle rimane in attività, il progetto americano di trasformare l’Europa in una provincia statunitense non sarà di grande attualità. Lo diventa però in seguito, dopo che nel 1969 il Generale si allontana dal potere.

Il Sessantotto segna la fine del dominio gollista-comunista e la sua sostituzione con il tandem liberal-libertario. Prima del Sessantotto, la filosofia era globalmente marxista; dopo il Sessantotto, diventerà strutturalista e decostruzionista. La formula marxista filosovietica viene insomma sostituita da una formula neoliberale e atlantista. Volendo parlare per personaggi: il Sartre normaliano che lasciava de Gaulle di stucco con la sua Critica della ragione dialettica (1962) cede il posto a un altro normaliano, Bernard-Henri Lévy, autore di un libro come La barbarie dal volto umano (1977) che così tanto rallegra Valéry Giscard d’Estaing…

Lo strutturalismo è una delle metamorfosi del platonismo, un pensiero cioè che considera l’idea più vera della realtà. Parliamo della tabula rasa di Barthes in materia di linguistica e di linguaggio, di quella di Lévi-Strauss in ambito antropologico, di quella di Lacan sul terreno della psicologia, di quella di Althusser nel settore della storia, di quella di Derrida nel campo della verità, di quella di Foucault nella sfera della sessualità, di quella di Deleuze per quanto riguarda la razionalità.

Il materialismo dialettico sfuma a favore di un nichilismo decostruzionista. Ecco che si scopre che la lingua è fascista, che la civiltà giudaico-cristiana viene messa ai margini, che il soggetto cosciente scompare sotto l’inconscio letterario, che le masse e il proletariato non fanno più la storia, che la verità di ognuno si trasforma nella verità tout court, che la marginalità sessuale diventa norma e che lo schizofrenico viene assunto a prototipo della ragion pura.

Sono, queste, alcune delle linee di forza del gauchismo culturale in cui viviamo grazie al post-Sessantotto. E quali sono gli articoli di fede di questo gauchismo? Distruggere il linguaggio, fallocratico portatore degli stereotipi di classe e di genere; accelerare il processo del crollo della civiltà giudaico-cristiana e celebrare qualsiasi cosa contribuisca alla sua perdita; negare la natura umana, la biologia, l’anatomia e la fisiologia in nome di un corpo concettuale che viene decretato più vero del corpo reale; abolire la libertà, la scelta e la responsabilità individuale in nome dei determinismi sociali e sociologici; offrire alle minoranze razziali, sessuali, culturali e religiose il ruolo di autori avanguardisti della Storia; smantellare una volta per tutte la verità una e unica a tutto vantaggio di un prospettivismo in cui ogni cosa vale qualsiasi altra cosa; mandare in frantumi l’immagine patriarcale della coppia monogama a profitto della meccanica raggelata di concatenazioni egotistiche; mettere in causa la ragione ragionevole e ragionante e ratificare il discorso del metodo del pazzo.

L’ideologia strutturalista soddisfa gli Stati Uniti. È del resto proprio negli USA che questo pensiero si trasforma in French Theory! Il pensiero sessantottino soddisfa lo Zio Tom perché è critico nei confronti del blocco sovietico – che comunque scompare nel 1991… Aureolato del prestigio ottenuto in un paio di campus oltreoceano, questo pensiero rientra in Francia dopo aver vinto una guerra ridicolmente inconsistente. A importare non sono tanto i giochi verbali della teoria francese, quanto il fatto che quest’ultima è capace di sviare dal marxismo culturale, dal comunismo politico, dalla rivoluzione proletaria e dalla minaccia sovietica: è tutto quello che le si chiede.

È per esempio tutto quello che Giscard d’Estaing le chiede quando comincia abilmente a far trapelare che i nouveaux philosophes lo interessano parecchio. Spalleggiati da un’incredibile copertura mediatica, nel settembre del 1978, dopo una famosa puntata del programma televisivo Apostrophes cui partecipano assieme agli autori del libro Contro i nuovi filosofi François Aubral e Xavier Delcourt, i tre nuovi filosofi Bernard-Henri Lévy, André Glucksmann e Maurice Clavel vengono invitati dal presidente della Repubblica francese a un pranzo all’Eliseo. Un’occasione che, ovviamente, decidono di non lasciarsi sfuggire.

Giscard ha ormai i suoi pensatori e il giscardismo i suoi ideologi. A parte una parentesi tra il 1981 e il 1983, il giscardismo è al potere dal 1974 – e ci avviciniamo al mezzo secolo… Trionfa ancora oggi con i difensori dello Stato di Maastricht, tra i quali non ci sorprenderà riconoscere parecchi ex gauchisti sessantottini: Daniel Cohn-Bendit, Alain Geismar, Serge July, Henri Weber, Romain Goupil, Lionel Jospin e Pierre Moscovici. A tenerli uniti è l’odio nei confronti del gollismo: è l’unica cosa cui sono rimasti fedeli.

Quest’ideologia è una forza che prende quindi la forma dello Stato di Maastricht. L’Europa in quanto tale è un’idea antica: voluta dal cristianesimo, voluta dalla Rivoluzione francese, voluta dall’Impero napoleonico, voluta dal marxismo-leninismo e voluta dal nazionalsocialismo. Ogni volta al prezzo di guerre che hanno fatto scorrere parecchio sangue.

Anche l’America l’ha voluta, e l’ha voluta, naturalmente, in chiave americana. Lo sbarco in Normandia, accompagnato dal progetto politico dell’AMGOT, era un cavallo di Troia predisposto dal generale Giraud e da Jean Monnet.3 Finché il generale de Gaulle è rimasto al potere, l’Europa è stata pensata come costituita da nazioni sovrane. Giscard d’Estaing, invece, è sempre stato antigollista e conseguentemente antisovranista. È a lui che dobbiamo, quando ancora era ministro delle finanze del Generale, la confessione che non avrebbe votato «Sì» al referendum del 1969 che de Gaulle aveva voluto trasformare in plebiscito. Con la sinistra che gli votava contro assieme a questa parte liberale, europeista e atlantista della destra, era scritto che il Generale avrebbe lasciato il potere ancora prima che i risultati venissero resi pubblici.

La sera stessa della sua elezione a presidente della Repubblica, Giscard pronuncia in piena consapevolezza di causa un discorso in inglese davanti alla stampa estera. Alla maniera americana e sull’esempio di Kennedy, comincia a desacralizzare la propria carica, mostrandosi per esempio a torso nudo in piscina, oppure intento a giocare a calcio o a sciare, oppure ancora davanti a un caminetto acceso in compagnia della moglie mentre fa gli auguri di fine anno. Lo si vede suonare la fisarmonica assieme a Danièle Gilbert, invitare con condiscendenza alcuni netturbini a colazione assieme a lui, o autoinvitarsi in casa del francese medio per condividerne la cena. Sempre davanti a parecchie telecamere.

È però soprattutto la sua politica che inaugura l’avvento dello Stato di Maastricht. Giscard d’Estaing pone in effetti le basi di quell’Europa liberale cui lo stesso François Mitterrand, preoccupato di far dimenticare la pillola del proprio tradimento del socialismo con un’ideologia sostitutiva, proporrà di aderire con il trattato di Maastricht del 1992.

Il giscardismo domina la vita politica senza discontinuità dal 1974, con l’unica eccezione, come ho detto, di quei pochi mesi in cui Mitterrand ha governato a sinistra, cioè dal suo arrivo all’Eliseo l’8 maggio del 1981 fino al 21 marzo del 1983, data della svolta del cosiddetto piano di rigore. In questo è sostenuto dall’avanguardia politica di alcuni ex gauchisti riconvertiti alla nuova religione di Stato: socialistifino a ieri, si autoproclamano oggi progressisti al solo scopo di convincersi di non aver tradito e di essere rimasti fedeli ai propri ideali. Un po’ come Don Giovanni quando passa dalle brune alle bionde prima di provare le rosse e di tornare nuovamente alle brune: sono stati fedeli, certo, ma soltanto a sé stessi.

In quasi un quarto di secolo, lo Stato di Maastricht è diventato altrettanto tossico dei regimi una volta sostenuti da questi stessi ex sessantottini: di certo, questi ultimi sono rimasti fedeli al proprio amore per le forme politiche capaci di tenere i popoli al guinzaglio.

Questa particolare forma politica è stata venduta con i metodi della pubblicità, addirittura con quelli della propaganda. Grazie all’appoggio dei media del servizio pubblico e di quelli privati, l’Europa di Maastricht è stata presentata come l’unica forma possibile di Europa; rifiutare l’Europa liberale perché era liberale e non perché era Europa significava rifiutare l’Europa, significava rifiutare tutte le forme possibili di Europa, significava rifiutare l’idea stessa di Europa. E soprattutto significava prendere le parti del nazionalismo, il che significava a sua volta parteggiare per la guerra, come ci ha ben illustrato lo stesso François Mitterrand al Bundestag tedesco, senza peraltro mai passare alla dimostrazione! Da quest’uomo, che era stato a suo tempo compagno di strada dell’organizzazione segreta della Cagoule, decorato dell’ordine della Francisque per mano del maresciallo Pétain, e che nel corso della sua ultima colazione ufficiale all’Eliseo aveva fustigato la lobby ebraica in presenza di Jean d’Ormesson, avremmo apprezzato una qualche spiegazione sulle ragioni e sugli argomenti che gli permettevano di affermare che sostenere l’idea delle nazioni significava sostenere il nazionalismo e che sostenere il nazionalismo significava sostenere la guerra! La Prima guerra mondiale non è stata una guerra tra nazioni ma un conflitto mondiale tra imperi, e non è la stessa cosa. Gli imperi implicano la guerra in maniera molto più decisa di quanto non facciano le nazioni.

La propaganda non si è limitata a presentare la Francia come una nazione che sarebbe dovuta morire prima di rinascere in un nuovo Stato dominato dalla Germania! L’intossicazione si è spinta fino a far credere che l’Europa di Maastricht avrebbe rappresentato la fine della disoccupazione, il pieno impiego, l’amicizia tra i popoli, la scomparsa delle guerre, la prosperità generale e l’armonia sociale organizzata dall’alto.

Un quarto di secolo più tardi, la promessa non è stata assolutamente mantenuta e si è anzi avverato il contrario: povertà galoppante, diffusione del razzismo e dell’antisemitismo, partecipazione alle guerre atlantiche in ogni angolo del globo, distruzione degli equilibri del Vicino e del Medio Oriente, crollo dei sistemi di protezione sociale e del servizio pubblico. Mai promessa fu a tal punto tradita.

Il «Sì» a Maastricht nel 1992 è passato di poco. Oggi sappiamo quanto il grande dibattito che il 3 settembre del 1992 oppose Mitterrand, sostenitore del «Sì», a Philippe Séguin, difensore del «No», abbia permesso a quel personaggio che veniva a volte soprannominato «il fiorentino» di mostrare la propria perfetta conoscenza del Principe machiavelliano. Pensiamo alla scena del grande anfiteatro della Sorbona trasmessa in televisione; e pensiamo ai retroscena di questo stesso enorme teatro. Il grande dibattito non si è svolto di fronte al pubblico, ma nel labirintico edificio in cui François Mitterrand, indebolito dal cancro, si era spostato con la sua équipe medica che, nascosta in una loggia e con la porta assai opportunamente aperta, si affaccendava attorno alla sua persona durante l’intervallo. Non mi si vorrà far credere che quello che è stato visto non è stato mostrato: la presidenza della Repubblica aveva a propria disposizione tutti i mezzi che voleva per rendere invisibili tutte quelle cose che sono invece state scientemente sfruttate a fini politici dal capo di Stato malato. Philippe Séguin ha assistito a questa scena dantesca e, qualche minuto più tardi, quando Mitterrand tardava a tornare in scena, è salito sul ring frastornato da quello che aveva intravisto e, proprio per questo motivo, incapace di affondare i propri colpi. Come più tardi ha spiegato lui stesso. Guillaume Durand, che animava il dibattito, dirà in seguito che Mitterrand «in quell’avventura [si è] in parte giocato la propria vita politica»…4

La sera del referendum, il 20 settembre del 1992, François Mitterrand, giudice e allo stesso tempo parte in causa di questa consultazione su cui aveva puntato molto, annuncia il risultato rompendo il silenzio che le agenzie di sondaggio stavano mantenendo dalle otto di sera! Dall’Eliseo, il presidente della Repubblica prende la parola e annuncia il risultato: la sua voce performante fa in modo che il «Sì» annunciato si trasformi in una decisione sovrana per la Storia… Chi altri avrebbe mai potuto offrire al pubblico questo computo finale, se non lui la cui vita testimoniava l’unica passione della fedeltà a sé stesso?

Congegnata da liberali atlantisti, venduta da esperti di comunicazione allattati con il biberon etico di Séguéla, subappaltata dai giornalisti e dagli intellettuali di regime a media di Stato o finanziati dallo Stato e appositamente predisposti, attaccata in un dibattito che ricordava lo scontro tra Orazi e Curiazi da un detrattore costretto a trattenere i propri colpi e difesa da un presidente della Repubblica che la morale non è mai riuscita a scalfire, l’Europa di Maastricht è stata inaugurata su un fonte battesimale riempito d’acqua sporca.

Per più di due decenni, questa Europa ebbe dalla propria parte tutti i poteri e tutti i media del sistema. E in effetti nel corso di questi quasi venticinque anni, la criminalizzazione di ogni pensiero critico non si è mai interrotta: chiunque non fosse d’accordo con il progetto d’abolizione della sovranità nazionale a favore di un ideale rivelatosi con il tempo solo una truffa veniva trattato sociologicamente da ignorante, da vecchio, da campagnolo, da sottoccupato, da poveraccio, da illetterato, e politicamente da nazionalista, da guerrafondaio, da razzista, da xenofobo e, più tardi, da omofobo e da populista. In ogni caso, sempre da sostenitore di Vichy, da pétainista e da nazista.

Il re dei volantinatori di questa parte politica è stato incontestabilmente Bernard-Henri Lévy, che non ha lesinato i propri sforzi, il proprio tempo, la propria energia e il proprio patrimonio. Il trionfo dello Stato di Maastricht è anche il trionfo dei nouveaux philosophes all’interno della linea politica liberale che si opponeva a una sinistra che volesse essere degna di questo nome, ed è il trionfo dello strutturalismo per quanto riguarda la linea nichilista. Questo fronte liberal-nichilista, più che liberal-libertario, rappresenta senz’ombra di dubbio la disfatta di Sartre.

Nonostante il martellamento ideologico da manuale a scuola, sui giornali, sui media, in editoria e in politica, se l’Europa di Maastricht non fa più sognare, un motivo c’è: non è più possibile prendere in giro un popolo che alla fine vede quello che c’è da vedere piuttosto che quello che ci si spertica a volergli far credere. A partire dal 1992 e per più di due decenni, a questo popolo era stato offerto il paradiso; oggi, in realtà, si rende perfettamente conto di vivere in un inferno.

La prima volta che gli è stato permesso di esprimere il proprio parere, è stato su proposta di Jacques Chirac con il referendum sul trattato costituzionale europeo del 29 maggio del 2005. La storia la conosciamo: il popolo si è espresso sovranamente e ha fatto sapere che rifiutava quel trattato con il risultato del 54,68%.

Nonostante questo, dopo che Chirac lascia il potere, Sarkozy, che lo sostituisce, fa approvare dall’Assemblea nazionale e dal Senato contro il voto popolare il trattato di Lisbona che, secondo le parole dello stesso Giscard d’Estaing, a parte qualche modifica ottenuta spostando alcuni paragrafi,5 è identico a quello rifiutato nel 2005… I sarkozisti, assieme al Partito Socialista guidato da un certo François Hollande, votano contro il popolo. Si tratta di un vero e proprio colpo di Stato degli eletti contro il popolo.

Innegabilmente, l’Europa di Maastricht non si tira indietro di fronte a nulla per essere e per durare: propaganda, menzogna, indottrinamento, calunnia, diffamazione, avvelenamento, tradimento, prevaricazione e, in ultimo, non senza rinunciare a nessuno di questi vizi, sfrontata repressione poliziesca e sfruttamento della presunzione di colpevolezza nei confronti di alcuni manifestanti.

Perché non c’è alcun dubbio che il movimento dei gilet gialli, nella sua origine e nell’essenza delle proprie rivendicazioni più palesi e chiaramente identificabili, rappresenta il ritorno del rimosso maastrichtiano.

Oggi come oggi, lo Stato di Maastricht esiste e ha una sua bandiera, una sua valuta, un suo inno, una sua costituzione, una sua compagine di eletti, un suo parlamento, un suo insieme di organi direttivi, un suo diritto, un suo complesso di leggi e una sua ideologia liberal-nichilista. Puntando alla propria posterità, questo Stato vorrebbe diventare un impero e progetta di ingrandirsi.

I gilet gialli non ne possono più di questo Stato che rende grama la loro vita. Vedono bene che questo Moloch è forte con i deboli, cioè loro, e debole con i forti. Per strada, ci scendono innanzitutto per esprimere la propria sofferenza e, di fronte alla risposta poliziesca che il potere maastrichtiano riserva loro da mesi, anche la propria collera. Una collera che minaccia di fare più danni di quelli che il potere sembrava immaginarsi.

L’analisi che Orwell propone della dittatura è utile per comprendere il nostro presente. Ed è utile per preparare il nostro futuro. Ci ricorda le parole di La Boétie, che ci ha mostrato l’unica strada possibile quando vogliamo porre fine a una dittatura: «Siate decisi a non servire più, ed eccovi liberi».

Capitolo secondo
Teorizzare la dittatura

«Si era stabilito che la Novalingua entrasse pienamente in vigore solo a partire dal 2050».309 6

Viviamo dentro a 1984 almeno dal 1983… Il romanzo di Orwell rappresenta una finzione vera, un sogno concreto, un’utopia realizzata. Detto in altri termini: un modello di società totalitaria che ha funzionato in passato ma che dimostrerà di riuscire a produrre effetti anche in futuro, essendo già attiva sul piano del nostro presente.

1984 trova ovviamente la propria ispirazione nelle dittature della prima metà del Novecento e sono parecchi i passaggi che fanno pensare al nazionalsocialismo e al marxismo-leninismo. Però questo libro gelido e raggelante si fa anche presago di quelli che potrebbero essere i regimi a venire. Ricordiamo che il romanzo propone il 2050 come orizzonte temporale per la realizzazione del proprio programma di asservimento delle masse e distruzione della civiltà. Nella finzione, proprio come nella realtà, ci troviamo quindi all’interno di un periodo che sembra puntare all’instaurazione di un impero. Avanzo l’ipotesi che l’Impero di Maastricht sia una delle forme assunte dalla società totalitaria descritta da Orwell in questo romanzo.

Dibattiti bizantini dividono da almeno mezzo secolo chi sostiene che il totalitarismo di marca bruna sia peggiore del totalitarismo di marca rossa da chi ritiene il contrario… I nazisti avrebbero voluto fin dall’inizio uno Stato della razza, uno Stato cioè assai meno difendibile dello Stato di classe cui aspiravano i marxisti-leninisti. In realtà, però, quale differenza potrà mai esserci tra chi è morto in un campo nazionalsocialista perché nato ebreo o perché diventato comunista, massone, laico, testimone di Geova, partigiano o omosessuale, e chi è morto perché nato nobile o ricco, proprietario terriero o ultimo rampollo di una stirpe militare al servizio del regime zarista? Che differenza può fare, per un cadavere, essere diventato cadavere perché nato ebreo o perché nato nobile? In entrambi i casi, l’«ebreo» e l’«aristocratico» sono condannati dalla nascita da uno o dall’altro di questi due regimi.

Anna Frank, quindici anni, è morta perché nataebrea; Aleksej Nikolaevič, tredici anni, e sua sorella, Anastasija, diciassette, sono stati uccisi su ordine diretto di Lenin a colpi di arma da fuoco e finiti con la baionetta, bruciati e sfigurati con l’acido solforico perché nati figli di zar. Potremmo ricordare come anche la Rivoluzione Francese abbia ucciso a fuoco lento anche Luigi XVII, colpevole di essere figlio dei suoi genitori. Dobbiamo davvero stabilire un ordine gerarchico delle abiezioni quando si tratta di persone uccise per il semplice fatto di essere nate?

Proprio come succede alla famosa Lettera rubata di Edgar Allan Poe, nascosta eppure in bella evidenza sotto lo sguardo di tutti, nemmeno noi riusciamo a distinguere e a riconoscere quello che si trova palesemente sotto i nostri occhi, e cioè che nazismo è un termine che mette assieme nazionale e socialismo. In verità, per essere più chiari, dovremmo usare un termine come natsoc, creandolo sul modello di quel radsoc che una volta, in francese, veniva impiegato per indicare i socialisti radicali. Il fatto è che, con il termine nazismo, dimentichiamo una parola importante e questa parola è proprio… socialismo! L’uso del termine nazismo permette di annegare questo socialismo facendolo scomparire nel suffisso. Come a dire che la volontà di distinguere i due totalitarismi si fonda sempre sul desiderio di salvarne almeno uno – quello dei bolscevichi.

L’intento del libertario George Orwell non era di salvare il totalitarismo bolscevico solo perché per natura si opponeva al totalitarismo nazionalsocialista. In tutta questa storia, poi, c’è anche un altro punto cieco: il nazionalsocialismo e il marxismo-leninismo hanno fatto causa comune stringendo il loro famoso patto dal 23 agosto del 1939 al 22 giugno del 1941, ossia per quasi due anni di una guerra che ne è durata cinque… Ricordiamo che tale patto non è stato assolutamente denunciato dai bolscevichi ma semplicemente rotto dalle colonne dei blindati nazisti che, con l’Operazione Barbarossa, hanno invaso l’Unione Sovietica. La collaborazione tra bolscevichi e nazisti si fondava su un programma comune che univa le due mostruose ideologie in un unico odio contro la plutocrazia ebraica e inglese, contro la resistenza gollista, contro il capitalismo americano, contro la democrazia parlamentare e contro la cosiddetta arte degenerata, solo per fare qualche esempio. Cui potremmo aggiungere il gusto condiviso per il potere dittatoriale di un solo uomo la cui parola diventa fondatrice del diritto.

Il mito del Partito Comunista resistente viene costruito dopo la guerra per volontà del generale de Gaulle, che si allea con lo stesso Partito Comunista allo scopo di cancellare il passato e rendere possibile un presente pieno di promesse per un avvenire di prosperità borghese e di progressi tecnologici. È stato il prezzo da pagare per il boom economico dei cosiddetti «trenta gloriosi» (1945-1973). Non essendoci stata una Norimberga per i crimini del bolscevismo, ci si è potuti mettere tranquillamente a lavorare ai progetti del nucleare, del Concorde, del TGV e così via…

Il romanzo 1984 rimanda spesso al totalitarismo marxista-leninista. Pensiamo ai grossi baffi neri del Grande Fratello, che ci ricordano ovviamente quelli di Stalin;5 pensiamo alla penuria dei generi di prima necessità come le lamette per il rasoio, i bottoni, i fili per i rammendi, i lacci per le scarpe,128 il tabacco, il cioccolato,42 lo zucchero, il pane, la marmellata, il latte e il caffè;62pensiamo alla mancanza di prodotti voluttuari come il vino,172 le sigarette61 e l’alcol; pensiamo alla creazione di un libretto delle razioni;265pensiamo alla cancellazione di qualsiasi traccia dei pensierocriminali, soppressi fisicamente;52pensiamo alla sostituzione del termine «signore» con «compagno»;22 pensiamo al «Nemico del Popolo», così somigliante sotto parecchi punti di vista a Trockij («una faccia magra, da ebreo, con una vaporosa aureola di capelli bianchi e il pizzetto», e «naso lungo e affilato, su cui pencolava un paio di occhiali»);15 pensiamo all’alterazione delle fotografie per eliminare questo o quel dignitario declassato al rango di persona indesiderata43 e all’invisibilità dei «cervelli direttivi» che imprimono le grandi direzioni dell’Impero;45 pensiamo al disprezzo nei confronti dei proletari mascherato dal lavoro in loro nome;55 pensiamo alla scomparsa della letteratura del passato;55 pensiamo alla proibizione del profumo e della moda;67pensiamo al divieto della prostituzione e alla sua contradditoria tolleranza politica;67 pensiamo al puritanesimo nel Partito;68 pensiamo alla messa in scena di processi pubblici con autocritiche, riabilitazioni e cadute in disgrazia;77 pensiamo alla liquidazione fisica delle grandi purghe;77pensiamo al riutilizzo profano delle chiese;99pensiamo al mercato nero e alla sua economia parallela;120 pensiamo al culto della morte e alla corsa all’arma atomica;194 pensiamo al ricorso alla tortura per estorcere confessioni;203pensiamo al trattamento psichiatrico degli oppositori;214 e pensiamo alla negazione delle leggi di natura247.

Il romanzo 1984 richiama altrettanto spesso anche il totalitarismo nazionalsocialista, senza che quest’ultimo debba escludere il primo: pensiamo alle esecuzioni pubbliche degli oppositori;25 pensiamo all’esaltazione dell’igiene e allo sport da praticare obbligatoriamente e in pubblico;33 pensiamo all’ideale del corpo sano;62pensiamo al matrimonio e alla procreazione gestita dallo Stato;67 pensiamo all’eugenetica e all’apologia dell’inseminazione artificiale che permette di controllare la riproduzione;68pensiamo all’educazione collettiva e comunitaria dei figli;68 pensiamo alla distruzione dei libri sovversivi;98 e pensiamo allo sfruttamento politico di Dio.262

Però il romanzo 1984 richiama anche i due totalitarismi messi assieme: pensiamo all’esibizione pubblica e permanente del volto del dittatore,5 alla sorveglianza poliziesca continua6e alla concentrazione del potere in edifici dalla struttura architettonica smisurata;7 pensiamo alla diffusione di slogan semplificatori;7 pensiamo alle condanne ai lavori forzati;10 pensiamo alla criminalizzazione del pensiero critico e dell’opposizione;214 pensiamo alla diffusione della musica militare per mezzo dei media di massa23 e alla propaganda attraverso le radio, i giornali e il cinema;203 pensiamo alla necessità di fomentare e alimentare le guerre;150 pensiamo all’invenzione di un nemico interno da combattere senza sosta;36 pensiamo alla riscrittura della storia;36 pensiamo all’odio spettacolarizzato grazie a tutta una serie di cerimonie;5 pensiamo al puritanesimo sessuale;13 pensiamo all’odio nei confronti dei singoli individui,17 alla proibizione della solitudine84 e al tempo libero da passare obbligatoriamente in comune;84 pensiamo agli arresti notturni dei colpevoli di pensierocrimini e alle incarcerazioni senza processo;47 pensiamo all’indottrinamento dei bambini fin dalla loro più tenera età;26 pensiamo alla diffusione generalizzata della denuncia, anche da parte dei più piccoli;26 pensiamo alla manifestazione di deferenza di fronte agli inni e alle bandiere imperiali; pensiamo all’esistenza dei buoni per l’abbigliamento,33 alla riscrittura dei giornali e degli archivi per cancellare gli errori passati42 e alla creazione di figure storiche inesistenti;48pensiamo alla diffusione di false notizie favorevoli al governo;60 pensiamo al ricorso all’uniformità;61 pensiamo all’impiego estremamente parsimonioso del divorzio;69pensiamo all’esistenza di una letteratura di propaganda,73 ai programmi ideali fissati dal Partito76 e alla caccia ai libri sovversivi;98pensiamo alla creazione di musei della Propaganda,100 alle pattuglie militari che controllano le singole persone119 e alle pratiche d’interrogatorio e di tortura;167 pensiamo alla concentrazione della proprietà nelle mani degli oligarchi,204 all’instaurazione di una diseguaglianza economica permanente;204pensiamo all’uniformazione linguistica sul territorio dell’Impero,206 allo sfruttamento degli intellettuali al servizio del Partito208 e alla deportazione in campi di lavoro in cui regna la legge della giungla;226 pensiamo alla rasatura delle teste dei prigionieri;240 e pensiamo alla rottura dei legami fra genitori e figli, fra uomo e uomo e fra uomo e donna.265

In ultimo, il romanzo 1984 richiama scene che oltrepassano addirittura l’orizzonte di questi stessi totalitarismi e che, oltre ai «grandi successi» di questi vecchi regimi dittatoriali, fanno pensare direttamente alla nostra epoca: pensiamo alle pattuglie di polizia sugli elicotteri;6 pensiamo allo sfruttamento politico della pornografia;45pensiamo all’impiego generalizzato dei teleschermi a fini di sorveglianza e di punizione167 e alla soppressione della privacy per mezzo di questi stessi teleschermi;203 pensiamo all’invisibilità del potere centrale,205all’interdizione ai proletari di accedere alle sfere del potere;207 pensiamo alla modifica della lingua con l’obiettivo di trasformare la realtà;211pensiamo all’abolizione della differenza tra ciò che è bello e ciò che è brutto,265 all’apologia dell’odio e delle passioni tristi284 e alla traduzione dei classici con la scusa di doverli far capire;309 e pensiamo all’eliminazione della cultura passata…309

*

E quindi: teoria della dittatura. Si potrebbe pensare che stiamo esagerando. Io però non lo penso, e tra poco anzi lo vedremo meglio! Innanzitutto, prima di proseguire, spieghiamo cosa sia una teoria. Abbiamo visto che, etimologicamente, la teoria è contemplazione. Del termine teoria, oltre a quello che già sappiamo, il dizionario Littré scrive che indica la speculazione a proposito di un oggetto, ma anche, in ambito di arte militare, «i princìpi della manovra». E, in effetti, chi oserà negare che alcune persone si dedichino a vere e proprie manovre per assestare e assicurare il proprio potere?

Quanto alla dittatura, lo stesso lessicografo di cui sopra (che ha completato il proprio dizionario prima dell’avvento dei totalitarismi del Novecento) ha potuto scrivere solo quello che si sapeva a proposito della cultura politica di Roma, e cioè che la dittatura consisteva nell’operazione di trasferimento di tutti i poteri a una persona sola allo scopo di portare a termine un compito specifico, risolto il quale tali poteri venivano restituiti e persi. Consideriamo anche quello che spiega Alain Rey nel suo Dizionario storico della lingua francese: «Concentrazione di tutti i poteri nelle mani di un individuo, di un’assemblea o di un partito; organizzazione politica caratterizzata da tale concentrazione di potere».


Capitolo terzo
Cosa racconta 1984

Con 1984, George Orwell ci propone un grande libro di filosofia politica in forma di romanzo. La trama è molto povera e schematica e funziona in realtà quasi solo da pretesto per l’esposizione del pensiero filosofico dell’autore. Siamo in Inghilterra nel 1984, ossia trent’anni dopo l’esplosione della bomba atomica e la fine della guerra dell’Est contro l’Ovest: sulle ceneri di questa catastrofe nucleare è sorto un regime totalitario. Il mondo si divide in tre grandi blocchi, strutturati attorno ad altrettante ideologie dittatoriali: in Oceania c’è il Socing, ossia il socialismo inglese; in Eurasia, il Neobolscevismo; e in Estasia, il Culto della Morte. Questi tre regimi, originariamente socialisti, si sono tutti trasformati in sistemi totalitari, arrivando a imporre, piuttosto che una dittatura del proletariato, una vera e propria dittatura sul proletariato. Accanto ai tre blocchi, ne esiste poi anche un quarto, oggetto delle mire dei primi tre.

Questo, il quadro generale della situazione.

Il protagonista del romanzo si chiama Winston Smith e abita a Londra. Ha trentanove anni, è iscritto al Partito e lavora al Ministero della Verità, un immenso edificio alto trecento metri. Il suo compito è riscrivere la storia in modo che il Partito possa sostenere di aver sempre raccontato la verità e di aver sempre annunciato quello che sarebbe veramente successo, senza mai essersi sbagliato e senza mai aver commesso errori. Qualunque atteggiamento negativo nei confronti del Partito viene bollato come pura e semplice propaganda menzognera diffusa dagli oppositori. Il lavoro di Winston consiste precisamente nell’eliminare ogni traccia di un passato che, a causa delle nuove politiche, delle nuove alleanze, e così via, non esiste più.

Winston sa quello che gli altri non devono sapere: è a conoscenza di quello che gli altri devono ignorare. Deve però lui stesso ignorare quello che sa, e riuscire addirittura a ignorare di ignorare quello che sa dopo esserne venuto a conoscenza e dopo aver proceduto alla sua cancellazione.

Forte di questo sapere, il 4 aprile del 1984 comincia a redigere un diario. In realtà, il governo è stato così efficace nell’abolire il tempo e nel governarne il flusso, che Winston non è più nemmeno sicuro che quella sia la vera data… In ogni caso, è perfettamente consapevole che l’iniziativa segnerà la sua fine perché tutti sono ininterrottamente sotto controllo e prima o poi qualcuno l’avrebbe scoperto e smascherato. Decide però che la cosa non gli importa e si compra anzi un quaderno, crimine punito con venticinque anni di lavori forzati. In ogni appartamento è presente un «teleschermo» che consente agli uomini del governo di vedere senza essere visti e di ascoltare senza essere ascoltati: nulla può sfuggire. In casa, c’è solo un angolo morto che lascia a Winston la sensazione di potersi sottrarre a quel controllo continuo. E, intanto, il teleschermo diffonde musica militare.

Winston si mette a scrivere ma non ci riesce; ha l’impressione di non sapersi esprimere, di non saper dire né raccontare le cose in maniera semplice; smarrisce le idee ed è turbato di fronte alla pagina bianca. Comincia descrivendo la scena «di una nave di rifugiati sotto le bombe in qualche punto del Mediterraneo».11 Il fuoco non risparmia nemmeno le donne e i bambini e tutti quelli che cercano di scappare buttandosi in acqua vengono falcidiati: il mare diventa rosso per il sangue delle vittime. C’è una madre che protegge il proprio figlio ma un elicottero sgancia una bomba e anche la barca esplode. Si tratta di una scena che Winston ha visto al cinema, in un cinegiornale. Lui semplicemente la racconta, la descrive, la mette nero su bianco.

A un certo punto, incontra una bella ragazza che gli incute un certo timore. La ragazza lavora al Dipartimento di Letteratura, dove Winston «l’aveva vista qualche volta con una chiave inglese in mano, e con le dita sporche di grasso», forse «era addetta al funzionamento di una delle macchine scriviromanzo».12 Ha meno di trent’anni, i capelli neri e le lentiggini e si muove con i gesti di una sportiva. Indossa la fascia della Lega Giovanile Antisesso.13 Lei lo ha guardato e lui ha avuto paura del suo sguardo: per Winston le donne sono i militanti più intransigenti verso la causa. E quella ragazza potrebbe addirittura essere un’«agente della Polizia del Pensiero».13

Winston incontra poi un altro personaggio, O’Brien,13che appartiene alle alte sfere del Partito Interno, di cui porta la tuta nera che funge da uniforme. È «un omone ben piantato, con un collo taurino e una faccia rozza, comica, brutale».13 Porta gli occhiali e, nonostante tutto, i suoi modi sono garbati e pieni di fascino. Istintivamente, però, Winston è portato a credere che la sua ortodossia politica non sia poi così limpida. Come esserne sicuro? E come fargli capire che lui è al corrente?

Winston e O’Brien partecipano ai «Due Minuti dell’Odio»14 consacrati a Emmanuel Goldstein, il «Nemico del Popolo»,14 la cui immagine viene mostrata sul grande schermo per essere fischiata e coperta di improperi e di insulti. Goldstein è infatti il traditore che ha rinnegato il Partito e lasciato il paese per andare in esilio a tessere le fila di tutta l’opposizione d’Oceania.

In Oceania, in effetti, girano voci sull’esistenza di un movimento clandestino d’opposizione chiamato «Fratellanza».16 Niente però permette di stabilire se la notizia sia vera o falsa. Si sa solo che alcuni oppositori vengono arrestati di prima mattina e spariscono senza processo: ogni loro traccia su questo pianeta viene cancellata.

Tornato al suo ufficio, Winston si mette a scrivere contro il Grande Fratello, il capo del Partito. I manifesti che mostrano il suo volto sono dappertutto ma nessuno sa dove si trovi veramente. Attraverso il teleschermo, il Grande Fratello controlla tutto e sa tutto. Pur sapendo che morirà per questo, pur sapendo che prima o poi qualcuno gli sparerà in testa, Winston comincia a scrivere contro il Grande Fratello: ma non gliene importa nulla.21

In quel momento, bussano alla porta… È una vicina che ha il lavandino otturato. Si tratta della moglie di un collega i cui figli, totalmente indottrinati, assistono alle esecuzioni capitali mensili, origliano alle porte e denunciano alla Polizia del Pensiero le persone su cui hanno dei sospetti. I genitori sono molto fieri che i loro figli si dedichino a queste denunce – anche se proprio a loro dovranno un giorno il loro stesso arresto…

Tramite un sogno, veniamo a sapere che Winston ha perso i genitori nelle purghe degli anni Cinquanta; gli affiorano alla memoria alcuni ricordi di quel periodo, assieme ad altri della sua infanzia e di sua sorella. Poi, viene svegliato dal teleschermo e si mette a fare ginnastica davanti all’apparecchio.

Al lavoro Winston distrugge i giornali e li riscrive in funzione degli interessi del Partito: modifica quello che il Partito ha sostenuto ma che poi la realtà dei fatti ha provveduto a smentire. Cancella quello che c’è scritto e lo sostituisce con l’informazione di quello che è successo davvero; in questo modo, non c’è più il rischio che il Partito possa aver sbagliato, perché quello che è successo è successo! Dal suo posto di lavoro passa di tutto: libri, giornali, archivi, volantini, periodici, opuscoli, manifesti, prospetti, film, registrazioni audio, cartoni animati, foto e poesie…

In Oceania mancano i prodotti di prima necessità e non c’è spazio per il lusso: tutto è sporco, imbrattato e sudicio. Anche il cibo e l’alcol sono di pessima qualità.

Le notizie che il teleschermo annuncia sulla battaglia della produzione vinta, sulla crescita del tenore di vita, sulla scomparsa della delinquenza, sull’aumento dei beni di consumo, sulla diminuzione delle malattie e sull’incremento della natalità, sono tutte notizie false. La gente però riceve razioni di tabacco e di cioccolato ed è quindi portata a manifestare la propria felicità. Sono tutti brutti e portano tutti l’uniforme blu.

Veniamo a sapere che Winston è stato sposato con Katharine e che aveva in orrore i rapporti sessuali con lei, perché l’unico scopo della moglie era mettere al mondo un figlio, un figlio che però non ha mai visto la luce. La verità è che le donne vengono spinte a non amare l’atto sessuale, perché il governo riduce quest’ultimo al puro e semplice meccanismo di riproduzione… Ogni privacy è vietata, la solitudine è impossibile, addirittura impensabile, e le ricreazioni collettive impongono un rapporto asettico con il proprio corpo.

Winston si avventura in alcuni quartieri periferici, lontano dal centro riservato alle classi dirigenti. Uno dei quartieri popolari è stato appena bombardato. In realtà, è proprio il governo che fa sganciare le bombe per indurre la gente a pensare di vivere in uno stato di guerra e per creare nemici utili a compattare la popolazione. Entra in un bar un po’ squallido, dove la gente gioca a tombola. In sala non c’è nemmeno un teleschermo. Winston chiede alle persone più anziane come fosse la vita prima, ma quelle che a loro rimangono sono solo briciole assolutamente inutili di ricordi personali. Entra allora da un rigattiere: solo mobili e anticaglie. Nelle vecchie chiese hanno costruito dei musei della Propaganda e gli vengono mostrate alcune incisioni dell’epoca passata… Incrocia un’altra volta la ragazza che lavora al Dipartimento di Letteratura e che lui teme essere una spia. Medita di ucciderla però alla fine non ne fa nulla, rientra a casa e si mette a bere gin di pessima qualità.

Quattro giorni più tardi, la incontra di nuovo con il braccio fasciato. Lei cade e lui si precipita per aiutarla a rialzarsi. Prima di andarsene, lei ha il tempo di passargli un bigliettino su cui ha scritto: «Ti amo». Winston impazzisce di desiderio, ma anche di paura. Essendo molto difficile darsi appuntamento in refettorio, decidono di vedersi in un boschetto, fanno l’amore e poi si separano. Lei si chiama Julia, ha ventisei anni e parlando del Partito usa solo parolacce; gli offre del vero cioccolato comprato al mercato nero e confessa di adorare il sesso e di fare spesso l’amore, e sempre con membri del Partito; lavora alla Lega Giovanile Antisesso, per la quale scrive romanzi pornografici uno dopo l’altro; sostiene di detestare il Partito e confessa di essere «corrotta fino al midollo».127 Si ritrovano regolarmente ed è sempre lei che prende l’iniziativa degli appuntamenti, scegliendo i posti, le circostanze e le occasioni.

Per incontrarla, Winston prende una stanza in affitto; comincia in effetti a nutrire qualche sentimento nei suoi confronti. Lei gli porta zucchero vero, pane vero, marmellata vera, latte vero, caffè vero e tè vero – ai membri del Partito Interno non manca niente. Si trucca, si mette il profumo, la gonna, i tacchi, le calze di seta e il rossetto. Intanto i topi sono dappertutto…

Winston incontra di nuovo anche O’Brien, lessicografo e quindi intellettuale, che lo invita a casa sua. Essendo un membro del Partito Interno, il suo appartamento è quello di un privilegiato: odori di cucina sopraffina, domestici in divisa bianca e vini pregiati. La cosa più sorprendente è che dispone di un interruttore che gli consente di spegnere il teleschermo: nessuno li vede o li sente… O’Brien serve un po’ di vino, una rarità nel regime, e propone un brindisi al Nemico Pubblico Emmanuel Goldstein. Winston si convince di avere di fronte un membro della Fratellanza, il movimento di opposizione al Grande Fratello. O’Brien gli offre delle sigarette, un’altra rarità. Gli regala poi i princìpi della Fratellanza assieme all’opera più famosa di Goldstein: Teoria e prassi del collettivismo oligarchico. Gli lascia quindici giorni per leggerlo. Quando Winston si vede con Julia nella stanza affittata, quest’ultima gli chiede di leggerle dei passaggi ad alta voce.

È a quel punto che una voce dal muro li dichiara morti. La casa è subito circondata e invasa dai poliziotti. Julia viene colpita e Winston portato in prigione.

Non ha idea di quanto tempo passi nella sua cella stretta, sudicia e maleodorante. Deve affrontare la promiscuità, la corruzione, i favoritismi, l’omosessualità, la prostituzione, le estorsioni e il contrabbando di alcolici. I posti di fiducia sono dati ai detenuti comuni e lui viene invece picchiato regolarmente. È malato, ha il cranio rasato e presenta tracce di punture su tutto il corpo. Oltretutto, a torturarlo, è proprio l’intellettuale O’Brien…

O’Brien: «Noi non sopportiamo che possa esistere da qualche parte un pensiero sbagliato, per quanto segreto e impotente».253 Poi chiarisce la propria idea di tortura: la confessione deve essere totale e sincera, e non di facciata o di convenienza. E spiega a Winston come lui stesso abbia contribuito alla redazione di quel libro di Emmanuel Goldstein. Questo perché il potere controlla persino l’opposizione…

Lo mettono davanti a uno specchio e Winston si trova prematuramente invecchiato, sporco e spelato: ha perso i capelli e i denti e piange. Il Partito lo ha distrutto e gli ha fatto perdere anche il senso del tempo. O’Brien gli spiega che lui è «l’ultimo uomo».268

A quel punto, lo portano nella stanza 101, una stanza che gode d’una triste reputazione. All’inizio non sa cosa succeda dentro, però poi finisce per scoprirlo: è la stanza in cui le persone vengono costrette ad affrontare le loro più grandi paure. Per qualcuno può essere il fatto di essere sepolto vivo, per qualcun altro l’essere bruciato vivo o l’annegare, per qualcun altro ancora l’essere impalato, e così via.

Nel suo caso, si tratta di un dispositivo particolare, perché la sua paura più grande sono i topi. O’Brien gli mostra una gabbia in cui si trovano dei roditori eccitati e affamati, ricordandogli che quei roditori sono carnivori. La gabbia gli viene fissata al volto, separato dai topi per mezzo di una griglia. O’Brien precisa: «La maschera aderirà alla parte superiore della tua testa, senza lasciare via d’uscita. Quando premerò quest’altra leva, lo sportello della gabbia si solleverà. Le bestiacce fameliche schizzeranno fuori come pallottole. Hai mai visto un ratto che balza? Ti salteranno in faccia e te la scaveranno. A volte attaccano per primi gli occhi. Altre volte rosicchiano le guance e divorano la lingua».283 A due dita dal supplizio, Winston chiede di essere risparmiato e lo supplica di far divorare il volto di Julia al posto del suo.

Il potere ha vinto, l’odio ha trionfato e l’amore è stato sconfitto. È la legge del totalitarismo. Winston è passato dall’altra parte. A questo punto, può essere liberato. Winston esce e qualche tempo dopo incontra Julia in un parco, ma non hanno più nulla da dirsi. Il potere gli ha trovato un lavoro e nessuno s’interessa più di lui: Winston comincia ad amare il Grande Fratello. Il Grande Fratello ha vinto. È solo a questo punto che gli sparano alla testa.

In sostanza, si tratta di una trama romanzesca molto semplice: in un regime totalitario, un uomo s’innamora di una donna ma, essendo l’amore bandito, così come i sentimenti o qualsiasi altra cosa renda umani, l’uomo viene arrestato, incarcerato e torturato mentalmente e fisicamente; alla fine è costretto a rinunciare all’amore e a scegliere il partito dell’odio; ossia, per riuscire a salvarsi, deve accettare i princìpi del sistema. A quel punto, però, l’uomo è perduto e il regime può sbarazzarsi di lui: la morte è il prezzo da pagare per continuare a esistere nel sistema.

Su questo intreccio romanzesco troviamo innestato un particolare discorso filosofico che ci porta a riflettere su quanto anche la nostra epoca sia un’epoca di dittatura intesa nel senso di tirannia di una minoranza. Orwell ci parla del potere, del totalitarismo, della natura umana, ma anche e soprattutto della nostra modernità: dell’ipocrisia del linguaggio, della polizia del pensiero, del ricorso al politicamente corretto, della costruzione dell’opinione pubblica attraverso i media di massa, del controllo della vita attraverso i teleschermi, dell’abolizione della privacy, della distruzione del linguaggio, della riscrittura della Storia, della fabbricazione dei nemici mediatici, della diffusione di notizie false, del governo delle élite, dell’estromissione del popolo dai centri di potere, dell’invisibilità del vero governo, dell’impoverimento linguistico, dell’invenzione di un corpo igienicamente normato, del ricorso alla procreazione assistita, dell’abolizione della verità, dell’eliminazione della solitudine, della messa in scena di momenti dedicati esclusivamente all’odio, dell’esultanza da dimostrare in occasione delle feste obbligate, della riassegnazione degli edifici ecclesiastici, della creazione dei musei della Propaganda, della distruzione dei libri, della relegazione dei poveri nelle periferie delle città, dell’organizzazione della frustrazione sessuale, dell’industrializzazione della produzione artistica, della gestione dell’opposizione, dello sfruttamento del progresso a scopo di dominazione, delle mire imperialistiche, dell’insegnamento di una lingua unica, dell’abbassamento del livello d’istruzione generale, della riduzione di qualsiasi pensiero critico a problema psichiatrico, dell’indottrinamento dei bambini, della distruzione della pulsione di vita, della negazione delle leggi della natura, della creazione di una realtà fittizia, della soppressione della bellezza, della pratica di un gergo generalizzato, dell’invisibilità del potere, dell’eliminazione dell’ultimo uomo.

Chi avrà il coraggio di dire che non siamo già arrivati a questo punto? Secondo Orwell, il termine ad quem di quest’impresa totalitaria è il 2050. Se il romanzo comincia negli anni Cinquanta del Novecento è perché, all’autore, un secolo sembrava ampiamente sufficiente per realizzare una profezia tanto funesta. Proviamo a pensarci. Quanto manca alla data finale? Alla velocità con cui stanno andando le cose, Orwell finirà per avere ragione e il 2050 non sarà più un’illusione riservata ai nichilisti che si autoproclamano progressisti…

*

Primo comandamento
Distruggere la libertà
«La libertà è schiavitù».7

Principio 1
Assicurare una sorveglianza continua

«L’invenzione della stampa [...] permise di influenzare
più facilmente il pensiero della gente, e il cinema
e la radio andarono anche più in là».203

Nella finzione politica di Orwell, ci sono degli elicotteri che sfrecciano nei cieli delle megalopoli6 e permettono alla polizia di spostarsi da un appartamento all’altro e di posizionarsi di fronte a ciascuno di essi per osservare quello che succede. Arrivano all’improvviso e sempre all’improvviso se ne ripartono. Sono imprevedibili e possono apparire in ogni momento: la sorveglianza non si concede pause.

La corrispondenza viene aperta prima di essere distribuita.112 Tutti sono a conoscenza del fatto che le lettere vengono aperte e vagliate dagli organi di controllo. D’altra parte, la gente, non essendo stata educata a scrivere, non ne è più capace e scrive sempre di meno.

Tra i vari metodi con cui il potere riesce ad assicurarsi il controllo, ci sono i teleschermi piazzati negli appartamenti. È grazie a questi apparecchi, ed è grazie soprattutto ai microfoni e alle videocamere in essi integrati, che il potere può entrare nella vita di ogni persona e sentire tutto quello che succede e tutto quello che viene detto in uno spazio che dovrebbe essere personale e privato.

Principio 2
Distruggere la vita personale

«Con lo sviluppo della televisione, e i progressi tecnici
che consentirono di ricevere e di trasmettere alternativamente
con il medesimo apparecchio, la vita privata cessò di esistere».203

Solo gli uomini del Partito al potere hanno il privilegio di poter spegnere il teleschermo nelle proprie case: cioè solo chi si occupa di consolidare il dominio ideologico può permettersi di sfuggire al controllo.171 In un regime simile, la vita privata si rivela evidentemente impossibile: tutto quello che viene fatto è visto, e tutto quello che viene detto è ascoltato.

Essendo il progetto del potere quello di entrare nel cervello di ogni singolo cittadino, a rimanere intatta alla fine è solo la parte più intima della propria coscienza, quella cioè che consente di ritrovarsi con sé stessi.

Principio 3
Eliminare la solitudine

«Qualunque occupazione suggerisse amore della solitudine,
anche solo una passeggiata, era parecchio pericolosa».84

Il potere è contrario a qualsiasi forma di «VITAPROPRIA».84 Ogni aspetto personale, individuale, singolare o soggettivo della vita viene assimilato a uno dei due vizi: «individualismo e stravaganza».84

In un contesto simile, l’amicizia non ha più motivo di esistere: intesa come sentimento elettivo e aristocratico che permette di scegliere un individuo all’interno di una comunità in base alla stima provata nei confronti innanzitutto delle sue qualità personali e delle sue virtù intrinseche, non può trovare posto in un regime in cui il sentimento personale non ha più diritto di cittadinanza. L’amico del vecchio mondo viene sostituito dal «compagno».51

Il concetto è espresso chiaramente da un membro del Partito: «L’individuo ha potere solo nel momento in cui comincia a non essere più tale [...]. Quando è solo, cioè libero, l’essere umano non può che perdere. È così per forza, perché ogni essere umano è destinato a morire, La sconfitta più grave di tutte. Ma se riesce a compiere un atto di sottomissione totale, se riesce a sottrarsi alla propria identità, se riesce a fondersi con il Partito fino a ESSERE il Partito, allora diventa onnipotente e immortale».262

Nessuno deve mai rimanere da solo se non nel proprio letto. In questa lotta per l’eliminazione della solitudine, il regime è arrivato persino a sopprimere i letti a due piazze.144 In quanto luogo deputato al sonno riparatore, il letto è l’unico posto in cui la solitudine sia possibile o pensabile. Il resto del tempo, la gente lavora in comune, mangia in comune, vive in comune, pensa in comune, agisce in comune e si diverte in comune.

Principio 4
Divertire con le feste obbligatorie

«Si dava per scontato che quando non lavorava, non mangiava e non dormiva, partecipasse a qualche attività ricreativa di gruppo».84

La festa è una delle modalità con cui il singolo individuo si integra nella comunità. Attraverso la festa l’individuo può dimostrare il proprio grado di partecipazione all’ideologia di Stato, mettendo alla prova la capacità di annegare la propria soggettività nella totalità e di sciogliere la propria individualità nella comunità. La festa consente di palesare la mancanza d’interesse nei confronti di godimenti di natura egotica, egocentrica o egoistica, e permette, al contempo, di manifestare il perfetto appagamento per momenti di divertimento e di festa che sono gli stessi per tutti. Scopo ultimo è arrivare a fondere tutte assieme le singole monadi nell’unità compatta di un gruppo.

Principio 5
Uniformare l’opinione

«Adesso per la prima volta lo Stato poteva ottenere non solo
obbedienza totale, ma la più completa omologazione delle menti riguardo a qualunque questione».204

Schiacciati in maniera permanente dal peso dell’ideologia e posti senza sosta sotto sorveglianza, impossibilitati a possedere una vita privata e condannati a non poter più rimanere da soli, costretti a godere del proprio tempo libero in maniera collettiva e comunitaria entro certi confini prestabiliti dallo Stato, gli esseri umani sono diventati intercambiabili. Grazie a questa trasformazione, il regime può forgiare senza alcuna difficoltà un uomo unidimensionale, un uomo cioè che pensa come tutti gli altri, agisce come tutti gli altri, gode come tutti gli altri e riflette come tutti gli altri.

Per arrivare a questo risultato, però, è necessario che un certo numero di persone si preoccupino di mantenere in funzione il particolare dispositivo in grado di assicurare il dominio di pochi sulla totalità delle persone. La macchina politica che tritura l’individuo e lo trasforma in una pasta ideologicamente uniforme è una macchina che ha bisogno d’ingranaggi.

Principio 6
Denunciare il crimine di pensiero

«Una faccia incredula [...] era di per sé un reato perseguibile».64

La costruzione dell’uomo nuovo voluto dal Socing ha bisogno di personale politico che possa dedicarsi a tale compito. Questo personale politico è quello della «Polizia del Pensiero»,6cioè della polizia che si occupa del pensiero. È questa polizia che controlla le immagini e che ascolta i documenti audio raccolti spiando dal teleschermo. Ed è sempre questa polizia che sceglie in maniera arbitraria il giorno e l’ora da passare al setaccio. Potenzialmente, il fatto che nessuno possa mai sapere con certezza se è controllato o meno, il fatto di poter essere tenuti d’occhio in qualsiasi momento del giorno o della notte, trasformano la sorveglianza in una sorveglianza continua di tutte le persone contemporaneamente: poter essere visti e ascoltati in qualsiasi momento, è come essere visti e ascoltati in qualsiasi momento.

E dunque: quand’è che si commette un crimine di pensiero? Si commette un crimine di pensiero quando ci si mette a pensare da soli, quando si comincia a guardare la realtà effettiva delle cose, quando si prende a osservare quello che va osservato, quando si decide di dare il nome giusto alle cose che vanno nominate. Si commette un crimine di pensiero quando si afferma che una realtà c’è ed esiste, quando si sostiene che questa realtà ha luogo, quando ci si convince che, per quanto ci ostiniamo a dire che 2 + 2 fa 5, la verità rimarrà sempre che 2 + 2 fa 4, a dispetto di tutto quello che ne possano pensare gli uomini al potere, i dirigenti del regime o gli psicopoliziotti. Semplicemente non vogliono che andiamo in giro a raccontare cose che siano vere e pretendono che ci limitiamo a dichiarare quella che il Partito decide essere la verità. Il crimine politico per definizione è non credere sulla parola a quello che viene detto dal governo.

«Il senso comune era l’eresia delle eresie».82 In altre parole, l’eresia delle eresie è il pensiero empirico che produce verità fondandosi sulla realtà: non bisogna cercare la verità nella realtà, perché quest’ultima è vera solo nella misura in cui il Partito lo consente. È il Partito la fonte della realtà e della verità, l’origine di quello che è reale e di quello che è vero.

Pensare che il reale sia tutto quello di cui possiamo constatare l’esistenza, che sia tutto quello che possiamo vedere e ascoltare, che sia tutto quello che possiamo misurare noi stessi dopo averlo percepito in maniera soggettiva e individuale, significa commettere un errore enorme, significa commettere appunto un crimine del pensiero.

Secondo comandamento
Impoverire la lingua
«La riduzione del vocabolario era un fine in sé».298

Principio 7
Praticare una lingua nuova

«La Novalingua non mira ad altro che a ridurre
la gamma dei pensieri».55

Non esiste rivoluzione nelle cose senza rivoluzione nelle parole. E viceversa. Allo stesso modo, anche nel regime orwelliano, il potere sulle cose passa per il potere sulle parole e il potere sulle parole genera il potere sulle cose. Dare o non dare un nome, darne uno sbagliato, darne uno impreciso, o anche solo darne uno inefficace significa fare in modo che la cosa cui dobbiamo dare un nome rimanga inafferrabile, mal compresa, addirittura compresa al contrario di come dovrebbe essere. L’articolazione tra il significante che indica la cosa e il significato, cioè la cosa indicata, è il cuore pulsante nella conquista del potere sul mondo: sul mondo delle cose e sulle cose del mondo.

Il modo di parlare caratteristico del vecchio mondo, la «Veterolingua»,54 e quello del nuovo, la «Novalingua»,55 rappresentano altrettante occasioni per formulare e, conseguentemente, creare la realtà di due mondi diversi.

La morte della lingua del vecchio mondo rende possibile l’avvento della lingua del nuovo mondo, e assieme a questa del nuovo mondo in quanto tale. Il concetto è espresso in maniera chiara da uno dei membri del Partito: «La Novalingua non mira ad altro che a ridurre la gamma dei pensieri».55 Ancora: «Arriveremo a distruggere la possibilità stessa del pensierocrimine, perché mancheranno le parole per esprimerlo. Basterà una sola parola, un solo significato rigidamente circoscritto, per esprimere ogni concetto necessario: tutti i significati sussidiari saranno stati cancellati e dimenticati».55 E per chiudere: «La Novalingua doveva servire non solo a esprimere la visione e le abitudini mentali del Socing, ma anche a rendere impossibile qualunque altra forma di pensiero. Si pretendeva che, quando la Novalingua fosse entrata nell’uso una volta per tutte e la Veterolingua fosse caduta nell’oblio, qualunque pensiero eretico – cioè estraneo ai principi del Socing – divenisse letteralmente impensabile».297

Grazie al Dizionario della Novalingua che si sta preparando, si potrà realizzare un programma assolutamente limpido: «Ogni anno sempre meno parole, e lo spazio della coscienza sempre un po’ più ristretto. Anche adesso, naturalmente, non c’è ragione o scusa per commettere un pensierocrimine. È solo questione di autodisciplina, di controllo della realtà. Ma alla fine non servirà neppure questo. La Rivoluzione sarà compiuta quando la lingua risulterà perfetta».55 In fin dei conti, ciò cui punta la nuova lingua è l’impossibilità del passato, della sua cultura e dei suoi libri, delle sue idee e della sua dialettica, della sua retorica e della sua logica, della sua arte argomentativa e di costruzione dei ragionamenti.

Principio 8
Usare un linguaggio a doppia valenza

«BIPENSARE indica la capacità di pensare due cose contrarie
allo stesso momento e di considerarle entrambe valide».211

L’operazione d’impoverimento della lingua non è solo una questione di parole, di ortografia, di grammatica, di neologismi o di abbreviazioni, ma anche di retorica. Quando l’intenzione è privare un individuo della sua cultura, sarà della massima importanza impedire qualsiasi cosa permetta di ragionare, riflettere, pensare, intendere o speculare.

Un’arte di organizzare in maniera corretta i propri pensieri esiste e ha beneficiato di più di due millenni di accomodamenti. La dialettica socratica, la logica aristotelica, la scuola retorica romana e la scolastica medievale sono, per esempio, tutti movimenti che hanno reso possibile la definizione di determinate regole di logica. Una su tutte, il principio di non contraddizione, in virtù del quale, se una cosa è vera, non può essere contemporaneamente vero anche il suo contrario. Se a una certa ora fa notte, non può contemporaneamente fare anche giorno. Chi pensa che contemporaneamente possa essere una formula logica possibile o pensabile rientra nel campo del nichilismo intellettuale.

Secondo Orwell, il bipensare e il linguaggio duplice sono la marca del totalitarismo. «Sapere e non sapere, avere piena coscienza di tutta la verità e raccontare menzogne costruite ad arte, sostenere a un tempo due opinioni che si negano a vicenda, sapere che si contraddicono e considerarle valide entrambe, usare la logica contro la logica, ripudiare la moralità e pretendere di praticarla, convincersi che la democrazia sia impossibile e al tempo stesso che il Partito sia il custode della democrazia, dimenticare quel che andava dimenticato, richiamarlo poi alla memoria se necessario, e dimenticarlo di nuovo come se niente fosse: e soprattutto, applicare il procedimento al procedimento. Ecco la raffinatezza massima: essere coscienti di provocare l’incoscienza, e poi, di nuovo, perdere coscienza dell’ipnosi che tu stesso hai appena procurato. Perfino capire la parola ‘bipensare’ richiedeva la pratica del bipensare».37

Il bipensare trova una sua perfetta illustrazione nell’esempio del «BIANCONERO».209 Seguendo la logica, se una cosa è nera non può essere bianca, e se è bianca non può essere nera. Nella logica illogica del Partito, invece, il nerobianco, «Come molti vocaboli della Novalingua, anche questo ha due significati opposti. Quando è riferito a un avversario, designa la sfrontata pratica di chiamare bianco il nero, negando l’evidenza. Quando è riferito a un membro del Partito, designa la ligia disponibilità a chiamare bianco il nero se la regola del Partito lo impone. Ma designa anche la capacità di CREDERE che il nero sia bianco, anzi, di SAPERE che il nero è bianco, e di dimenticare di aver mai pensato il contrario».209

Principio 9
Distruggere parole

«È una bella cosa la distruzione del lessico».54

Solo qualcuno che lavora alle edizioni successive di un dizionario che si è trasformato in uno strumento di epurazione linguistica può ragionare nei termini seguenti: «Stiamo dando alla lingua la forma finale – la forma che dovrà avere quando non si parlerà altro. Una volta finita l’opera, quelli come te dovranno reimpararla da zero. Tu credi, mi permetto di dire, che il nostro lavoro principale sia la creazione di parole. Neanche per idea! Noi distruggiamo le parole – enormi quantità, centinaia di parole, ogni giorno. Stiamo riducendo la lingua all’osso».53

Sono da sterminare i verbi, gli aggettivi e tutti quegli elementi che appaiono superflui nel contesto della lingua, come ad esempio i sinonimi e gli antonimi. Dato che già esiste la parola «buono», a cosa serve «cattivo» se possiamo avere «imbuono»? E quale utilità possono avere parole come «eccellente» o «splendido», che sono utili solo a precisare la natura del buono in questione, operando variazioni inutilmente sottili? Può bastare «magisbuono», o, in caso, se proprio ci teniamo, «maxibuono». Come precisa il lessicografo: «Da ultimo l’idea di buono e cattivo sarà resa con soli sei vocaboli – in effetti, da un solo vocabolo».54

Ancora: «la riduzione del vocabolario era un fine in sé; dunque, si negava la sopravvivenza a tutte le parole di cui si potesse fare a meno. Poiché la Novalingua serviva non ad ampliare ma a RESTRINGERE lo spazio del pensiero, si favoriva il raggiungimento di tale scopo riducendo al minimo la varietà verbale».298

Una parola diventa indispensabile quando evita l’ambiguità e la finezza, la sfumatura e la precisione, l’esattezza e il rigore; insomma, quando è il contrario della parola che si prediligeva una volta, prima della Rivoluzione socialista. Qual è lo scopo ultimo? Lo scopo ultimo è uno slogan ridotto a pochi termini, perfetto per essere gridato e urlato, o meglio ancora belato assieme alle pecore della fattoria degli animali…

Le parole vengono classificate in tre categorie. Il «lessico A» è la lingua della semplicità quotidiana e della vita di tutti i giorni, la lingua usata per indicare attività come il bere, il mangiare, il dormire o lo spostarsi, però purgata da qualsiasi tipo di ambiguità. Non la si può usare per la letteratura, per la politica o per la filosofia perché, ridotta com’è alla sua forma più semplice, riesce a esprimere solo le cose più elementari.

Nella Novalingua, non ci si preoccupa soltanto di ridurre il numero di parole, ma si attaccano anche le strutture grammaticali, rendendole intercambiabili. Per esempio, le parole rimangono invariabili sia che vengano usate come verbi, come sostantivi o come avverbi: «Il che, di regola, comportava la distruzione di molte forme arcaiche. La parola PENSIERO, per esempio, non esisteva in Novalingua. Al suo posto si usava PENSARE, che svolgeva la funzione sia di sostantivo sia di verbo».299 Se il pensiero non esiste più come termine, è assolutamente evidente che non esiste più nemmeno la cosa che questo stesso termine indica: la morte del significante assicura la scomparsa del significato. Con questa grammatica semplificata esiste ormai una sola e unica desinenza per i verbi al passato, e un solo plurale, formato usando sempre questo stesso sistema.

Alla scomparsa delle parole si accompagna l’impoverimento tecnico di quelle che rimangono. Per esempio, l’aggiunta dei suffissi -oni o -osoconsente di creare velocitoni e velocitoso e di eliminare velocemente e veloce. Possiamo anche ottenere il negativo delle parole aggiungendo il prefisso in-, oppure possiamo aggiungere più- o doppiopiù- quando si vuole insistere ulteriormente: infreddo permette di non dover più ricorrere a caldopiùffreddo di eliminare molto freddo e doppiopiùffreddo di fare a meno di freddissimo. Da questo è facile intuire come l’arte di creare neologismi, anziché valere come garanzia per un approccio filosofico, implica in realtà l’esatto contrario: più il neologismo si diffonde e meno si pensa… Le parole non vengono moltiplicate, come si potrebbe erroneamente credere in un primo momento. Al contrario, se ne accantonano molte che svolgevano benissimo il loro compito. In questo modo, «Era anche possibile [...] modificare il significato di quasi tutti i vocaboli per mezzo di prefissi [...]. Con tali sistemi si otteneva un enorme ridimensionamento del vocabolario. Dato il vocabolo BUONO, per esempio, non c’era bisogno di CATTIVO, poiché il significato richiesto si esprimeva altrettanto bene – anzi, anche meglio – con IMBUONO».300 Ecco come ci si ritrova al di là del bene e del male, intrappolati nell’ideologia del Socing, il socialismo inglese.

Tutte le parole difficili da pronunciare, o passibili di un qualche fraintendimento, e quindi oggettivamente fraintese, vengono emendate e semplificate aggiungendo ad esempio una lettera. Qual è il principio di questa logica? «[L’]amor[e] di rapidità e di semplificazione fonetica».301

La seconda categoria è il «LESSICO B»301 e riguarda «i vocaboli pensati per finalità politiche».301 Dopo le parole del quotidiano e di tutti giorni, ecco ora le parole dell’ideologia del potere. Questo vocabolario è costruito per «condizionare mentalmente coloro che l[o] utilizzavano».301 Essendo la facilità il principio guida di tutto il progetto, si tratterà di eliminare dalle parole del Socing qualsiasi tipo di complessità, creando ad esempio parole partendo da due termini facili da pronunciare. Per esempio, buonpensarebuonpensatobuonpensantebuonpensosobuonpensoni e buonpensatore, che qualificano il pensiero ortodosso, il pensatore ortodosso e la riflessione ortodossa.

Non è più l’etimologia che detta le regole. Il Vecchiopensare, per esempio, indica qualsiasi pensiero prodotto dalla vecchia modalità e, de facto, screditato dal proprio stesso affermare. Il significante viene associato a un significato, anche se entrambi obbediscono a una logica del senso. È in realtà proprio questa logica che occorre distruggere per riuscire a imporne un’altra. Le vecchie parole perdono tutto il loro credito per il semplice fatto di appartenere al vecchio ordine;303 a sostituirle ne arrivano di nuove in tutto e per tutto obbedienti all’ordine ideologico del Socing: «Innumerevoli altri termini, invece, avevano semplicemente smesso di esistere, come ONORE, GIUSTIZIA, MORALITÀ, INTERNAZIONALISMO, DEMOCRAZIA, SCIENZA, RELIGIONE. Il loro senso si fuse con quello di altri vocaboli tuttofare che, avvenuta la fusione, provvidero a cancellarli. Tutti i vocaboli che gravitavano nella sfera di concetti come libertà e uguaglianza, per esempio, si dissolsero nel senso del singolo vocabolo PENSARECRIMINE; e tutti i vocaboli che gravitavano nella sfera dei concetti di oggettività e razionalismo si dissolsero nel senso del singolo vocabolo VECCHIOPENSARE. Una maggiore precisione sarebbe stata pericolosa».303

Tutti i termini che appartengono al lessico B sono ideologicamente connotati perché devono significare esattamente il contrario di quanto promettono. Alcuni di loro sono ambivalenti: positivi quando riguardano il Partito e negativi in caso opposto.

Certe abbreviazioni vengono create sul principio di costruzione delle parole naziste o di parole come GestapoComintern o Agit-Prop: è il Ministero della Verità a coniare tutte queste collisioni intellettuali. Il Dipartimento dei Registri diventa così il DIPREG e il Dipartimento di Letteratura DIPLET. Il fatto di accorciare le parole o di abbreviarle modifica ovviamente il loro senso in maniera estremamente efficace. Per esempio, chi ricorda più la parola «socialismo» quando si passa dal termine «nazionalsocialismo» alla sua abbreviazione «nazismo»? Le parole nuove liberano dalla necessità di pensare e sono congegnate per funzionare come dei proiettili. Del resto, sono create corte proprio per uccidere l’intelligenza impattando come quelli.

L’intenzione è di trasformare la parola in una specie di logorrea grazie alla quale l’ideologia possa diffondersi in forma letteraria e linguistica semplificata. Non c’è più bisogno di pensare quando si parla o si profferisce parola: si espelle semplicemente fuori dal proprio corpo quello che si trova dentro perché è la Polizia del Pensiero ad avercelo messo. «Da ultimo, si mirava a raggiungere una condizione in cui il linguaggio articolato provenisse direttamente dalla laringe, senza il minimo coinvolgimento dei centri cerebrali superiori. Tale obiettivo appariva chiaramente nel vocabolo novalinguese PAPEROPARLARE, che significava ‘fare quaquà come una papera’».306

In ultimo, il «lessico C»307 raccoglie solo il vocabolario tecnico e scientifico. Anche in questo caso, le parole subiscono gli stessi trattamenti di quelle appartenenti alle due categorie precedenti. «Un termine per ‘Scienza’ non esisteva proprio, perché bastava già il termine SOCING a inglobarne qualunque significato possibile».307

La critica al regime diventa impossibile perché le parole che potrebbero permetterla semplicemente mancano… Se i significanti scompaiono, anche le cose significate evaporano. Per organizzare un discorso critico, si dovrebbe ricorrere a parole della vecchia lingua, che sono però scomparse! Cosa significhi essere liberi o avere una relazione di uguaglianza non è più né pensabile né concepibile per delle persone svezzate nella Novalingua. Essendo scomparse le parole per esprimere questi concetti, tutto quello che non viene più detto non esiste più… Le cose cui non possiamo più dare un nome non possono nemmeno più essere immaginate e il passato diventa assolutamente incomprensibile.

Principio 10
Piegare la lingua all’oralità

«Pochi, in effetti, scrivevano lettere».112

La scrittura non deriva più da un processo mentale, intellettuale o cerebrale, fondato su una tradizione plurimillenaria, ma dalla mediazione di una macchina chiamata il parlascrivi.922 Come indica il nome stesso, il parlascrivi è uno strumento che trasforma la parola in testo, l’orale in scritto, la logorrea in pagine cartacee. Non si tratta più, come nel vecchio mondo, di parlare come un libro, ossia di eccellere nell’arte dell’oralità, ma di fare in modo che siano i libri a essere scritti come si parla. Se l’archelingua affinava l’orale perché si avvicinasse il più possibile allo scritto, la Novalingua invece opera in senso contrario e lavora a riorganizzare la scrittura.

Si eliminano parole, se ne creano di nuove, si snellisce l’ortografia, si ricorre ad abbreviazioni, si costruiscono neologismi, si riduce la grammatica a poche regole semplificate, si spogliano le parole del loro senso, si cancellano le sfumature, si rimpicciolisce il vocabolario, si piega la lingua al codice dell’oralità. Ed ecco che un bel giorno, un giorno benedetto dal potere, la letteratura classica diventa illeggibile: come per incanto, sembra scritta in una lingua straniera.

Uno dei modi per uccidere lo scritto è tessere le lodi dell’orale. All’approssimazione di quest’ultimo corrisponde in effetti una certa precisione del primo. Prima della Rivoluzione socialista, si scrivevano delle lettere ed esistevano corrispondenze degne di questo nome, ci si prendeva il tempo per redigere, per formulare, per precisare e per sviluppare il proprio pensiero, si entrava nei dettagli, si commentava. Tutte queste operazioni dell’intelligenza e dello spirito rendevano a loro volta possibile l’intelligenza stessa che le rendeva possibili, in un eterno movimento di andata e ritorno. Dopo la Rivoluzione socialista, al contrario, le lettere vengono aperte prima di essere distribuite, e oltretutto non esistono più in quanto tali: «Per i messaggi che di tanto in tanto occorreva spedire esistevano le cartoline preconfezionate: bastava cancellare le espressioni che non servivano».112 Il modo migliore per eliminare qualsiasi pensiero soggettivo è quello di forzare l’espressione a rientrare in un quadro formale, quindi ideologico, stringente.

Principio 11
Parlare una lingua unica

«L’inglese [...] serve alla comunicazione».206

Nell’ottica di una semplificazione della lingua, la strategia migliore consiste nel procedere con le lingue nello stesso modo in cui si procede con le parole: attraverso la riduzione. Se l’abbondanza delle parole e la finezza della grammatica costituiscono la ricchezza di una lingua, a loro volta le lingue, grazie alla loro diversità, producono ricchezza del pensiero e assicurano la comprensibilità del mondo in modi diversi e molteplici. È in fin dei conti questo il motivo per cui «l’inglese [...] serve alla comunicazion»:206con una sola lingua, la prospettiva di un solo pensiero diventa più facile da realizzare.

Principio 12
Eliminare i classici

«Tutta la letteratura del passato sarà stata distrutta».55

Syme, uno dei lessicografi che lavorano a questa vasta impresa d’impoverimento della lingua, spiega chiaramente a Winston che «Per il 2050 – anche prima – qualunque conoscenza effettiva delle Veterolingua sarà sparita. Tutta la letteratura del passato sarà stata distrutta. Chaucer, Shakespeare, Milton, Byron: saranno disponibili solo in Novalingua, mutati non semplicemente in qualcosa di diverso, bensì in qualcosa di opposto a ciò che erano».55

Con la scusa di modernizzare, di rendere attuali e di adattare i classici, la neoversione porta de facto a compimento l’eliminazione degli autori sottoposti all’operazione. Riscrivere Shakespeare può sembrare un progetto degno di lode solo se l’argomento che si difende è quello della necessità di metterlo a disposizione di tutti. In realtà, Shakespeare non viene messo a disposizione di nessuno perché la nuova versione sostituisce e cancella quella vecchia. Facendo finta di democratizzare un classico (progetto di per sé onorevole), se ne decreta la vera e propria liquidazione (progetto invece funesto).

 

Terzo comandamento
Abolire la verità
«2 + 2 = 5».288

Principio 13
Imporre l’ideologia

«I sacri principi del Socing. Novalingua, bipensare,
trasformabilità del passato».28

Uno Stato si costituisce sempre attorno a un’ideologia che, a sua volta, presuppone un sistema di valori dotato di un suo proprio bene e un suo proprio male, di suoi propri vizi e di sue proprie virtù, di sue proprie figure di canaglie e di suoi propri eroi, di sue proprie leggende e di sue proprie verità, di suoi propri santi e di suoi propri eretici. Ogni visione del mondo presuppone, se mi si concede questo pleonasmo, un catechismo semplificato, un catechismo cioè in cui possiamo trovare quello che dobbiamo pensare se ci preoccupiamo di pensare in maniera corretta. Da questo catalogo di verità utili allo Stato deduciamo ovviamente anche quello che non dobbiamo pensare: se s’insegna il Bene, il Male è facile da dedurre.

Il Socing di Orwell è il socialismo inglese che si è imposto dopo una guerra nucleare che ha devastato e ridotto l’Inghilterra a un cumulo di macerie. L’ideologia ufficiale si declina ovviamente nel segno di una tendenza culturale di sinistra, i cui princìpi sono affissi e proclamati ovunque. Si tratta naturalmente di verità di Stato, ed è dunque naturale che lo Stato si preoccupi di promuoverle e di tenere nel proprio mirino chiunque cerchi di resistere.

In simili casi, non c’è dubbio che la libertà di pensare, di esprimersi, di scrivere, di pubblicare, di riunirsi e di dibattere si riduca a puro valore effimero. L’ideologia di Stato diventa verità di Stato e chiunque osi opporsi viene ridotto a nemico dello Stato. Per operare questa trasformazione, oltre al dispositivo poliziesco di sorveglianza, occorre anche poter contare su un massiccio dispositivo mediatico d’informazione.

Principio 14
Strumentalizzare la stampa

«La maggioranza dei materiali con cui avevi a che fare
non aveva alcun nesso con la realtà».43

Da quando esiste, più che strumento d’informazione, la stampa si è sempre comportata come dispositivo ideologico. Può naturalmente informare ma non lo fa mai in maniera neutra. I supporti mediatici obbediscono agli obiettivi di chi li possiede e puntano, proprio per questo motivo, a imporre le idee di quest’ultimo e a diffonderle il più possibile dopo averle presentate in maniera tendenziosa. In un regime totalitario, la stampa serve apertamente da strumento di propaganda.

Se il «Ministero della Verità»45 manipola ogni cosa, a stabilire la linea cui il giornale dovrà attenersi, sono solo poche persone nascoste nell’ombra. Anche se apparentemente rubriche come quella dello sport, della cronaca, dell’astrologia o della pornografia non sembrano avere alcun tipo di rapporto tra loro, si rivelano in realtà assolutamente omogenee perché il loro unico obiettivo è distogliere dall’essenziale, impedire l’analisi e rendere inutile qualsiasi tipo di riflessione, costringendo invece a restare nell’ambito del divertimento e a limitarsi al rispecchiamento della pura e semplice miseria morale e sessuale.

Nei vari servizi giornalistici, «La maggioranza dei materiale con cui avevi a che fare non aveva alcun nesso con la realtà»,43 come confessa uno dei protagonisti. Non c’è bisogno di informare sulla realtà, dal momento che scopo ultimo del giornalismo è formare attraverso l’ideologia con il pretesto di informare sul reale.

Si scrive una cosa, e poi la si riscrive eliminando quello che era stato annunciato prima che la realtà si presentasse a dare torto all’annuncio stesso. Perfettamente consapevoli di quello che è veramente successo, si dichiara che questa realtà, non annunciata per lasciare spazio al suo contrario, è in verità proprio quella prevista dal Partito. Il Partito non può avere torto e il Partito non può sbagliare.

Tutta questa gentaglia ha il potere di eliminare le fotografie, di modificarle o di crearne di nuove secondo i bisogni del governo. Non ci si può permettere di conservare tracce d’informazioni che lo potrebbero mettere in difficoltà. La realtà è sempre quella che il potere ha stabilito come tale, e i giornalisti sono solo gli attori di questa cancellazione del reale, o della creazione di un reale alternativo.

Principio 15
Diffondere notizie false

«Il Partito dice che la Terra è piatta».276

Il problema non è più quindi raccontare la verità ma far passare quello che è utile al Partito, cioè quello che, per questo stesso motivo, si trasforma in Verità. Se il regime ha bisogno di dire che la Terra è piatta, è perché ha le sue ragioni, e le sue ragioni sono sempre delle buone ragioni. Partendo da questo presupposto, non c’è bisogno di andare a cercare altro mobilitando i propri mezzi, la propria cultura, il proprio sapere, la propria intelligenza, la propria ragione, la propria capacità di pensare, discernere e giudicare se sia vero o meno: basta credere.

Allo stesso modo, se il Partito ha deciso che il nero è bianco, o che il bianco è nero, o addirittura se ha deciso che una cosa può essere bianca e nera allo stesso tempo, è perché è in suo potere farlo. Il bipensare è stato creato apposta per fornire i fondamenti logici a questo tipo di paralogismi che, in quanto tali, appartengono comunque al vecchio mondo e all’archelingua, ossia a un tempo ormai passato nonché deprecato. Se, in un certo senso, è vero che anche la logica della Novalingua potrebbe passare per un paralogismo, convalidare questo ragionamento significherebbe in realtà valutare secondo l’ordine e i princìpi dell’archelingua, il che renderebbe de facto l’obiezione immediatamente nulla e inesistente, perché politicamente e ideologicamente marcata dal segno dell’infamia.

Un altro esempio. Se il Partito sostiene che «il ghiaccio è più pesante dell’acqua»,276 a nulla serve provare che in realtà sia più leggero ricorrendo alla dimostrazione empirica del pezzo di ghiaccio che galleggia sull’acqua: è sempre l’esperienza che ha torto e il Partito che ha ragione. Se la realtà confuta una tesi del Partito, è la realtà che ha torto. I giornalisti e gli intellettuali al servizio del Partito hanno appunto il compito di fornire continuamente dimostrazioni. È questa la mansione per cui il regime li stipendia.

Il genere d’informazioni che i giornalisti possono annunciare sul teleschermo è di questo tipo: «Abbiamo notizie gloriose per voi. La battaglia per la produzione è vinta! Una stima finale di tutti beni di consumo prodotti dimostra che durante lo scorso anno il tenore di vita è salito almeno del 20 per cento».60 A seguire, comunicati stampa su manifestazioni spontanee, su folle entusiaste che scendono per strada e su striscioni pieni di fervore. Il tutto allo scopo di far capire che il popolo ringrazia il regime per la sua benevolenza, per l’efficienza della sua azione e per la sua generosità. La verità è però che i giornalisti diffondono dati contrari a quelli forniti dalla realtà, e che questi ultimi dati richiamano piuttosto la penuria in ogni campo, la cattiva qualità dei prodotti, i razionamenti sempre più severi e la scomparsa di un grande numero di articoli. È la realtà quotidiana dei cittadini che vivono in questo regime autoritario. Ma, ovviamente, è la realtà che ha torto…

E cosa dice il popolo di questo grande scarto tra realtà e ideologia? «Si sapeva solo che ogni trimestre si produceva sulla carta un numero astronomico di calzature, mentre metà della popolazione dell’Oceania, forse, andava a piedi nudi».44

A volte, le informazioni riguardano le alleanze politiche e i loro vari rovesciamenti, le battaglie ingaggiate e le guerre vinte, i considerevoli progressi ottenuti in ambito di alloggi, sanità e lotta contro l’analfabetismo, il miglioramento dei prodotti alimentari e di abbigliamento, l’offerta di passatempi qualitativamente superiori, l’aumento delle aspettative di vita, il progresso nel campo della medicina e della ricerca, la diminuzione della giornata lavorativa – tutti dati che nessuno è in grado di contraddire. Solo i giornalisti potrebbero farlo. Ma i giornalisti creano la realtà e allo stesso tempo ne privano l’uomo comune. Tutte le informazioni si rivelano delle disinformazioni. È in questo che consiste il mestiere del giornalista: intossicare con la scusa di informare e disinformare con la scusa di disintossicare.

Principio 16
Creare la realtà

«Niente esiste al di fuori della mente».264

Nel senso nobile del termine, la filosofia del totalitarismo è un solipsismo. La realtà cioè non ha un’esistenza autonoma e non è indipendente dal soggetto che, per mezzo della propria coscienza, le fornisce senso, vita e verità. Si rivela, al contrario, un puro prodotto proprio di questa coscienza: la realtà non è un’idea o un’illusione dei sensi, come vorrebbero i platonici, ma una semplice costruzione mentale.

Tale costruzione mentale non è né una finzione letteraria o psicologica, né una favola metapsicologica, né un’ipotesi ontologica di lavoro. Rimanda semplicemente al cervello e alla pura materialità di quest’ultimo. La coscienza è una secrezione dell’encefalo e la realtà trasuda dalla materia grigia come l’acqua dopo un’infiltrazione in casa.

Una metafisica di questo tipo è estremamente interessante dal punto di vista politico, perché non è solo la posizione di un idealista puro come il vescovo Berkeley ma è anche quella di un materialista altrettanto integrale come il medico Cabanis, o quella di qualcuno come Schopenhauer, a metà strada tra i due. Se la realtà è solo quello che la coscienza le permette di essere, basta agire sulle coscienze per produrre la realtà che si desidera. In ambito di realtà, ciò che è, è soltanto ciò che si trova dentro la coscienza, quindi dentro la testa del soggetto. Grazie all’educazione delle coscienze, il potere potrà allora produrre la realtà che più gli conviene. Appare evidente, a questo punto, l’importanza della stampa nella produzione di una realtà fittizia.

La prima cosa consiste nel non credere a quello che si vede o a quello che si sente; la seconda nel credere soltanto a quello che il Partito sostiene. «La loro filosofia negava tacitamente non solo la validità dell’esperienza, ma l’esistenza stessa della realtà esterna».82 E anche: «In fin dei conti, come possiamo esser certi che due più due fa quattro? O che la forza di gravità sia attiva? O che il passato sia immodificabile? Se tanto il passato quanto il mondo esterno esistono solo nella mente, e se la mente stessa è condizionabile, be’, allora...?»82 In quel caso, la realtà non ha luogo e ha luogo soltanto quello che il potere ha deciso essere la realtà – nient’altro. Se il Partito è la matrice di ogni realtà, è anche la matrice di ogni verità, quindi di ogni falsità. Solo quello che il Partito sostiene è vero, quindi è

Spiega O’Brien, l’intellettuale che tortura Winston: «Controlliamo la materia perché controlliamo la mente. La realtà è all’interno del cranio [...]. Non c’è nulla che non possiamo ottenere».263 Winston si appella alla storia, al passato, all’esistenza dei fossili, alle leggi dell’astronomia, alla verità e alla realtà delle stelle: sono tutte cose che esistono davvero… O no? O’Brien nega tutto. Sostiene che siano tutte menzogne, e rovescia la logica: quello che nel vecchio mondo era vero è diventato falso in quello nuovo, e viceversa. A Winston che continua a pensare «L’idea che niente esiste al di fuori della mente – doveva esserci un modo per dimostrare che era falsa...»264 ma che non riesce a ricordarsi come si sarebbe dimostrata una volta l’assurdità di una simile tesi, O’Brien spiega come stanno le cose: «Te lo ripeto, Winston, [...] la metafisica non è il tuo forte. La parola che stai cercando è ‘solipsismo’. Ma ti sbagli. Questo non è solipsismo. Semmai, solipsismo collettivo».264

Per vedere la realtà com’è, c’è bisogno di una cosa sola: obbedienza. L’umiltà e la disciplina devono guidare chiunque voglia conoscere quello che esiste e quello che è vero – che sono un’unica e identica cosa. O’Brien racconta a Winston: «Tu credi che la realtà sia oggettiva, esterna, che esista di per sé. Credi anche che la natura della realtà si riveli da sé. Quando ti convinci di vedere cose che non esistono, pensi che le vedano anche gli altri. Ma, Winston, ti assicuro che quella realtà non è esterna. La realtà abita nella mente, da nessun’altra parte. Non nella mente individuale, che può commettere errori, e ha vita breve: soltanto nella mente del Partito, che è collettiva e immortale. Ciò che il Partito considera la verità è la verità. Non si può vedere la realtà se non si guarda con gli occhi del Partito».247

Quarto comandamento
Sopprimere la storia
«[La] realtà non è esterna».247

Principio 17
Cancellare il passato

«Il passato veniva cancellato, la cancellazione veniva dimenticata,
la menzogna diventava verità».77

È ovvio che il passato deve essere soppresso, perché solo sopprimendolo si può impedire il ricorso a certi particolari argomenti per spiegare che la realtà esiste e ha un’esistenza autonoma e che il cervello non possiede la chiave di tutto quello che esiste; che c’è stato un passato, che ci sarà un avvenire, che il presente non è tutto, che il mondo non è cominciato con la Rivoluzione del socialismo inglese, e che prima di questa Rivoluzione si poteva pensare in maniera diversa, si poteva argomentare in maniera diversa, si poteva arrivare in maniera diversa alla conclusione che esistono altre certezze.

Il lavoro di Winston consiste appunto nel cancellare il passato. Per farlo, deve operare su piani diversi: distruggere prove, ricostruire discorsi, fabbricare menzogne, assicurarne la diffusione attraverso i media di massa e i giornali, i discorsi ufficiali, i proclami del Partito e le foto.

Il potere mobilita anche il cinema. Le immagini finte proiettate nel buio delle sale cinematografiche vengono spacciate per vere e autentiche e sfruttate in modo tale che la finzione possa prendere il posto della verità. La menzogna sostituisce la verità e fa in modo che, da una parte, quello che è successo non risulti mai successo e che, dall’altra, quello che non è mai successo sia presentato come passato. La propaganda di massa impone tutte queste versioni alternative della realtà fino a farle diventare le sue versioni ufficiali.

Principio 18
Riscrivere la storia

«Chi controlla il passato controlla il futuro:
chi controlla il presente controlla il passato».246

La cancellazione del passato ha come obiettivo quello di permettere il controllo del presente, e quindi di permettere il dominio sull’avvenire. Il compito del Ministero della Verità è precisamente quello di creare questa verità, in altre parole di raccontare cosa sia vero, cosa sia bene, cosa sia giusto e cosa sia bello – il che implica, ovviamente, anche raccontare cosa sia falso, cosa sia male e cosa sia brutto. Non è più la verità che detta legge, ma il Partito, e lui solo.

Nessuno sa più in che anno vive: non esiste più un passato e non esiste più un avvenire, esiste solo un eterno presente. Le cose che appartengono all’istante non hanno radici, e quindi non hanno cause: qualsiasi tipo di ricostruzione dell’esistente diventa impossibile perché si decide che quello che è stato non è mai esistito. Qualsiasi tipo di ricerca o qualsiasi tipo di ragionamento in termini di causalità si rivela impossibile.

La cancellazione del passato lascia un vuoto che occorre riempire con la sua stessa riscrittura. Quello che è stato non è stato e quello che non è stato è stato. È il risultato cui si punta ricostruendo un passato che non ha mai avuto luogo, ed è lo scopo cui si tende fabbricando la memoria di qualcosa che non è mai successo. Là dove è esistito qualcosa, non c’è ormai più niente; là dove non c’era niente, c’è ora qualcosa che esiste.

Principio 19
Inventare la memoria

«Curioso, puoi creare un uomo morto, ma non uno vivo».50

Il Partito può addirittura inventarsi una figura storica – il Compagno Ogilvy.48 Si tratta di un personaggio che non è mai esistito storicamente e che il Partito si crea di sana pianta: al fantoccio vengono attribuiti un nome, un volto e un comportamento eroico, vengono associate immagini, foto e persino film. Ecco un uomo eccezionale: già all’età di tre anni rifiuta ogni tipo di giocattolo e si svaga solo con tamburi, armi e altri passatempi connessi in qualche modo con l’attività bellica; a sei, con un anno d’anticipo rispetto alla norma e grazie a una deroga, entra nel gruppo delle Spie; a nove, è a capo di un plotone; a undici, denuncia proprio zio alla Polizia del Pensiero; a diciassette, organizza azioni della Lega Giovanile Antisesso, assumendosi grandi responsabilità; a diciannove, progetta una bomba a mano estremamente distruttiva che lo Stato maggiore adotta immediatamente; a ventitré, muore nel corso di un’operazione, suicidandosi per non consegnare alcuni documenti compromettenti. Tutta la sua vita è stata pura, retta e irreprensibile, totalmente votata alla causa del Partito; praticava l’astinenza sessuale, non fumava e faceva sport tutti i giorni; per rendersi ancora più disponibile per il Partito non si era nemmeno mai creato una famiglia; non teneva conversazione che non fosse strutturata sui princìpi del socialismo inglese e tutti gli avversari dello Stato e del Partito erano suoi nemici.

Questo personaggio concettuale totalmente fittizio prende forma per opera del Ministero della Verità, che sfrutta i giornalisti, gli scrittori e gli intellettuali come intermediari al servizio del Partito. Prima di passare dall’altra parte, Winston fa parte di questa schiera e contribuisce alla creazione del personaggio: quando la Storia scompare, ad apparire è la propaganda. Il Compagno Ogilvy è un puro prodotto del marketing politico: «Curioso, puoi creare un uomo morto, ma non uno vivo».50

Principio 20
Distruggere i libri

«Lo sterminio dei libri era stato condotto con metodo».98

Conosciamo il ruolo di primo piano che i libri giocano per il pensiero: insegnano a riflettere, ad argomentare, a dissertare, a sviluppare riflessioni, a ragionare, a giudicare, a esaminare, a concepire e a sviluppare uno spirito critico; permettono anche di prendere coscienza del passato non solo della propria cultura, ma anche di tutte le altre; rendono inoltre affrontabile la creazione di nuovi mondi e di futuri possibili. È per questo motivo che sono pericolosi.

Ed è per questo stesso motivo che vengono tutti distrutti: la loro scomparsa contribuisce alla cancellazione dei mondi che raccontavano il passato o che promettevano il futuro. Consegnavano la memoria di quello che è stato. Scomparendo, questa memoria finisce in fumo come le opere che la contenevano fra le loro pagine.

Principio 21
Industrializzare la letteratura

«I libri erano soltanto un prodotto di consumo».131

Alla distruzione dei vecchi libri si accompagna la produzione di nuovi su scala industriale. Dopo che i libri che permettono di costruirsi una cultura e uno spirito critico sono stati eliminati, il Partito crea una letteratura codificata di propaganda, sfruttandola per diffondere l’ideologia di Stato in forma di testi e di romanzi.

Il Dipartimento di letteratura di questo Stato totalitario è, per esempio, dotato di «macchine scriviromanzi».13 Tutte le opere prodotte da queste macchine, che appartengano alla letteratura romanzesca in generale o che siano semplici testi pornografici, servono sempre e comunque gli interessi del Partito. I libri sono costruiti seguendo un canovaccio ricorrente che consente di variare le forme ma di conservare allo stesso tempo un’identica base al servizio dell’ideologia ufficiale.

Le macchine scrivi-romanzi portano a compimento un lavoro che gli individui, con il tempo, hanno perso la capacità di affrontare. Grazie al sistema tecnico del parlascrivi,10 diventa possibile trasformare direttamente qualsiasi parola in testo: basta sedersi di fronte a un microfono, parlare ed ecco che sul supporto compare il testo.

Così, quando Winston decide di cominciare a scrivere un diario, è costretto a recuperare una vera penna, un po’ d’inchiostro e un calamaio, tutti prodotti rarissimi, finendo ovviamente per ritrovarsi di fronte alla pagina bianca senza più sapere come fare per tradurre i propri pensieri in forma scritta.

Quinto comandamento
Negare la natura
«Devi abbandonare quelle idee ottocentesche
sulle leggi naturali. Le leggi naturali le facciamo noi».263

Principio 22
Distruggere la pulsione di vita

«Il desiderio era pensierocrimine».70

L’organizzazione sociale contribuisce alla creazione dell’idea di un corpo docile, obbediente e sottomesso: in tale contesto, la pulsione del desiderio viene evidentemente considerata come pensierocrimine.70 L’alimentazione è pessima, rivoltante e standardizzata, mentre le bevande sono tutte adulterate; l’alcol, consumato in grandi quantità, è di cattiva qualità e serve soprattutto a ubriacare. La verità è che tutto quello che potrebbe dare un certo gusto alla vita viene accantonato: il cibo serve a placare la fame, le bevande a calmare la sete e l’alcol a dimenticare.

Un pensiero di Winston: «Le donne del Partito erano tutte uguali. I condizionamenti della prima ora, i giochi e l’acqua fredda, le scemenze che venivano loro continuamente ripetute a scuola e nelle Spie e nella Lega della Gioventù, le lezioni, le parate, i campi, gli slogan e la musica marziale le avevano private di qualunque affetto naturale».70

Questa degradazione del sentimento naturale parte dal principio formulato da uno dei membri del Partito: «Devi abbandonare quelle idee ottocentesche sulle leggi naturali. Le leggi naturali le facciamo noi».263 La natura non esiste in sé, in quanto tale, e non possiede leggi proprie, perché la cultura è tutto: quello che esiste non è causato dalla natura umana ma dalla volontà del Partito.

Questo è il motivo per cui desiderare, ossia riconoscere in sé la pulsione di vita in atto, rappresenta uno psicoreato. Il desiderio è criminale perché ricorda che un essere umano, un essere vivente, è innanzitutto un corpo desiderante in cerca di piacere. In un regime che impone obbedienza e sottomissione, l’edonismo finisce per assumere il ruolo di peccato originale. E ovviamente, la distruzione della pulsione di vita è sempre accompagnata da fenomeni accessori, come ad esempio la celebrazione della pulsione di morte con cui si costruisce l’odio e la guerra.

Principio 23
Organizzare la frustrazione sessuale

«Privare l’atto sessuale di qualunque piacere».68

In questo contesto dominato dalla durezza dell’ideale ascetico, possiamo capire quanto, «Praticato con soddisfazione, il sesso [rappresentasse] un atto di ribellione».70 In un regime governato dalla tirannia, i corpi sono costretti a rinunciare al piacere della carne, al godimento, al desiderio, alla seduzione e alla gioia.

È questo il motivo per cui, nonostante la prostituzione sia ufficialmente vietata, le prostitute continuano a esistere… Alcune di loro si possono addirittura pagare con una semplice bottiglia di alcol. «Sotto sotto il Partito incoraggiava la prostituzione, perché dava sfogo a istinti che non si sarebbero mai potuti sopprimere completamente. La dissolutezza di per sé non era un gran problema, purché fosse clandestina, non desse gioia e coinvolgesse solo le donne delle classi infime».67 Il vero obiettivo del regime è «privare l’atto sessuale di qualunque piacere. Il nemico non era tanto l’amore quanto l’erotismo, dentro e fuori dal matrimonio».68

Anche la pornografia viene promossa direttamente dal Partito, esattamente come la cronaca rosa, i romanzi trash, i «film erotici»45 e «i giornalacci».45 «Tutta una sottosezione – Pornosez in Novalingua – produceva un tipo scadente di pornografia, che veniva spedita in pacchi sigillati e che a nessun membro del Partito era consentito guardare, tranne quelli che se ne occupavano».46 Tutta questa produzione editoriale è destinata ai prolet e la sottosezione che li produce, «Quelli che ci lavoravano [...] l’avevano soprannominata il Merdaio».131

Il matrimonio serve quindi solo ad accoppiare corpi allo scopo di mettere al mondo figli che saranno utili al Partito: «Il rapporto sessuale andava considerato una disgustosa pratica di poco conto, come la somministrazione di un clistere».68

I gruppi della Lega Giovanile Antisesso lavorano a promuovere rapporti di castità assoluta tra i due sessi. La parola d’ordine è semplice: «uccidere l’istinto sessuale, o, se non si poteva ucciderlo, [...] distorcerlo e [...] insudiciarlo».68 L’ideale è raggiungere la frigidità totale al momento dell’atto sessuale e concentrarsi sull’unico scopo utile, cioè procreare, creare una famiglia, assicurare una discendenza e offrire allo Stato soggetti in grado di camminare.

Principio 24
Imporre vincoli di norme igieniche

«Il tipo fisico che il Partito aveva elevato a ideale».62

Lo Stato promuove la costruzione di un tipo particolare di corpo, un corpo in grado di trasformarsi in «una marionetta disarticolata».69Il tipo fisico ideale secondo il Partito è rappresentato dai «ragazzoni alti e muscolosi e [dalle] vergini pettorute, bionde, vitali, brunite dal sole, spensierate».62

Come si ottiene questo ideale omologato? Con l’esercizio fisico e con lo sport. Si comincia con il risveglio dei muscoli al terribile suono di un fischietto dal teleschermo con cui tutti vengono invitati ad alzarsi dal letto, poi ci s’infila una tuta sportiva – pantaloncini e maglietta – e si cominciano a praticare esercizi mentre una donna incalza i gruppi di diverse fasce d’età, indicando quello che si deve eseguire di fronte al teleschermo. Un’altra ragazza, magra, muscolosa, sui quarant’anni e madre di quattro figli, anche lei in tuta sportiva, tunica e scarpe da ginnastica, esorta a fare flessioni, estensioni e stiramenti, esigendo che i cittadini si tocchino i piedi con le mani senza piegare le gambe, contando e incitando gli ascoltatori a manifestare più nerbo e vigore. L’istruttrice si rivolge direttamente ad alcune delle persone, controllando sugli schermi quanto correttamente riproducano i gesti richiesti.

Principio 25
Procreare per via medica

«I bambini dovevano venire al mondo
per inseminazione artificiale».68

Il Partito ha snaturato le donne. Grazie all’annullamento della pulsione di vita, all’organizzazione della frustrazione sessuale, al ricorso alla prostituzione, all’impiego della pornografia, alla sottomissione a norme igieniche stringenti, alla promozione della castità, all’ideologia familiarista, alla criminalizzazione del desiderio, diventa ormai possibile dissociare la sessualità dalla procreazione: non solo si può ormai fare sesso senza che sia implicato alcun sentimento d’amore, ma ci si accoppia soltanto per procreare.

Lo stadio superiore verso la disumanizzazione è quello che permette di mettere al mondo i propri figli senza bisogno di copulare. Se ovviamente di bambini ci sarà sempre bisogno per continuare ad avere produttori, riproduttori, lavoratori, soldati, membri del Partito e soggetti sottomessi a questo stesso Partito, grazie alla procreazione assistita i rapporti sessuali per metterli al mondo non saranno nemmeno più necessari. Il Partito ritiene che «tutti i bambini [debbano] venire al mondo per inseminazione artificiale (SEMART in Novalingua)».68

Un simile progetto s’inscrive nella logica di una civiltà fondata su princìpi che è proprio un membro del Partito a spiegarci: «Le vecchie civiltà pretendevano di fondarsi sull’amore o sulla giustizia. La nostra si fonda sull’odio. Nel nostro mondo le sole emozioni saranno la paura, la rabbia, il senso di trionfo e l’abiezione. Tutto il resto, lo distruggeremo – tutto. Stiamo già demolendo le abitudini mentali che risalgono a prima della Rivoluzione»265 – nel caso specifico, quella del Socing. Prosegue: «Abbiamo troncato i legami tra figli e genitori, tra uomo e uomo, tra uomo e donna. Nessuno osa più fidarsi della moglie, del figlio o dell’amico. Ma in futuro non ci saranno mogli né amici. Porteremo via i figli alle madri al momento della nascita, come si portano via le uova alla gallina. Sopprimeremo l’istinto sessuale. La procreazione sarà una formalità annuale, come il rinnovo del libretto delle razioni. Aboliremo l’orgasmo. I nostri neurologi già ci stanno lavorando. Non ci sarà fedeltà, se non la fedeltà al Partito. Non ci sarà amore, se non l’amore per il Grande Fratello. Non si riderà, se non per aver trionfato sul nemico. Non ci sarà arte, né letteratura, né scienza. Quando saremo onnipotenti non avremo più bisogno della scienza. Non ci sarà distinzione tra bello e brutto. Non ci sarà curiosità, né gioia di vivere. Distruggeremo tutti i piaceri antagonisti».265 Alla fine, sempre rivolgendosi a Winston: «Se vuoi un’immagine del futuro, pensa a uno stivale che calpesta una faccia – per sempre».266

Sesto comandamento
Propagare l’odio
«La guerra è pace».7

Principio 26
Creare un nemico

«Il nemico del momento rappresentava sempre il male assoluto».36

Per esistere, la tirannia ha bisogno di un nemico, di un avversario. Non importa chi sia, perché in ogni caso può essere cambiato in corso d’opera e in base agli interessi del momento. Chi ieri era un nemico può oggi improvvisamente trasformarsi in un amico e altrettanto improvvisamente tornare a essere un nemico in qualsiasi altro momento, oggi stesso o domani, secondo i vari mutamenti di alleanze e le decisioni del Partito. Quello che importa è avere un capro espiatorio in grado di raccogliere su di sé tutto l’odio, il risentimento e le passioni tristi, e di attirare tutta l’aggressività della retorica e della sofistica del potere.

Diventa quindi fondamentale organizzare cerimonie dedicate all’odio nel corso delle quali il volto e il nome della persona che il potere presenta come proprio nemico numero uno possano venire fischiati, oltraggiati, insultati e denigrati. Non c’è soltanto la «Settimana dell’Odio»,5 ci sono anche i «Due Minuti dell’Odio»,14 durante i quali Goldstein, il nemico del popolo, viene vilipeso. «Ma la stranezza era che, sebbene Goldstein fosse odiato e disprezzato da tutti, sebbene ogni giorno e per migliaia di volte al giorno, sulle banchine, sul teleschermo, sui giornali, nei libri, le sue teorie fossero contestate, fatte a pezzi, ridicolizzate, additate come penose schifezze, nonostante tutto, la sua influenza non accennava a diminuire. C’era sempre qualche fesso disposto a cadere nella rete».16 Il proposito del Partito è di eliminare completamente e definitivamente il «goldsteinismo».56

La Settimana dell’Odio presuppone invece programmi televisivi, film, immagini di propaganda, notizie false, articoli diffamatori a mezzo stampa, canzoni (come la Canzone dell’Odio150), striscioni, manifesti, pennoni e bandierine. Si riesce a mettere in piedi anche «un raduno di protesta»151 in reazione a un’ondata di violenza scatenata in realtà dal potere stesso e strumentalmente attribuita ai sostenitori di Goldstein.

Rumore di passi cadenzati, musica militare, urla, fenomeni d’isteria collettiva e autoipnosi, annientamento della coscienza, delirio generale, pianti e insulti: ogni ragionevolezza è cancellata e le passioni tristi assumono il controllo della situazione. Odio, disprezzo, rancore, antipatia, repulsione, disgusto: la corteccia cerebrale ha perso i comandi mentre il cervello rettile è ormai rimasto l’unico a dettare legge.

Principio 27
Fomentare guerre

«L’isteria bellica è più acuta ai livelli più alti della scala sociale».212

Le guerre fomentate dal potere vengono attribuite ai partigiani di Goldstein e ai loro alleati. E intanto, in certi quartieri della Londra governata dal Partito, continuano a cadere missili e bombe. I proiettili arrivano da non si sa dove e piovono a caso. Noi in realtà sappiamo che è lo stesso potere a creare questo stato di terrore permanente solo per riuscire a tenere meglio il popolo sotto il proprio giogo.

Il Grande Fratello non si preoccupa di trovare soldi per la popolazione che non riesce a mangiare e a vestirsi, o per la gente che non è in grado di procurarsi prodotti di prima necessità o cibo degno di questo nome. In compenso, per preparare, lanciare e portare avanti le guerre e per finanziare le ricerche sugli armamenti i soldi si trovano sempre. La scienza, che passa per essere un’attività del vecchio mondo, trova legittimità solo quando si occupa di produrre nuovi strumenti di distruzione militare.

La gente non ama la guerra, e ne ha tutti i motivi: perché sono sempre loro che si trovano in prima linea e sono sempre loro che ne pagano le conseguenze. In compenso, la classe dirigente si rivela estremamente bellicosa: «Nella nostra società coloro che conoscono meglio di chiunque altro quel che accade nel mondo sono gli stessi che meno di chiunque altro vedono il mondo per quel che è. In generale, quanto più conoscono tanto più mentono a se stessi; quanto più sono intelligenti tanto meno usano la testa. Un esempio illuminante: l’isteria bellica è più acuta ai livelli più alti della scala sociale. Quelli che guardano alla guerra con atteggiamento più razionale sono i popoli asserviti dei territori contesi. Per individui del genere la guerra è solo una calamità infinita che li sballotta avanti e indietro come la corrente marina».212 Le persone sanno benissimo di non avere grandi possibilità di influenzare i cambiamenti del proprio stato, né come vincitori né come vinti: «Sanno che un cambio di reggenza significa semplicemente che faranno lo stesso lavoro di sempre, e che i nuovi padroni li tratteranno esattamente come i vecchi».212

Principio 28
Ridurre il pensiero critico a problema psichiatrico

«L’atto di sottomissione [...] è il prezzo della salute mentale».247

In un regime totalitario come questo, qualsiasi pensiero critico inopportuno viene considerato come una malattia da curare, come un morbo da cui si deve guarire. È escluso che si possa permettere la libertà di espressione, la libertà di coscienza, la libertà di parola e la libertà di associazione rivendicata da Goldstein, il nemico pubblico numero uno; ed è escluso che i dibattiti possano avere veramente luogo. Per il Partito, pensare al di sopra, a margine o in qualsiasi altro rapporto indipendente dall’ideologia dominante è qualcosa di assolutamente improponibile. Chiunque rivendichi una simile libertà è un pazzo, un malato, un caso patologico da rimettere nelle mani degli ideologi che lo rieducheranno e gli insegneranno a liberarsi delle proprie velleità libertarie e a riallinearsi con entusiasmo al catechismo del socialismo inglese, il Socing.

«Devi umiliarti se vuoi ritrovare la ragione»:248questo insegna l’intellettuale incaricato della rieducazione. Se si crede che «due più due fa quattro»248 mentre il Partito sostiene che due più due fa cinque, si deve avere l’umiltà di confessare che si sta sbagliando, perché il Partito ha sempre ragione. Questo stesso Partito non vuole che il refrattario accetti la versione del «due più due fa cinque» solo per essere lasciato in pace; vuole che il soggetto da rieducare sia intimamente persuaso, convinto e sicuro che due più due fa cinque.

È qui che nasce l’idea che difendere una tesi «vera» significa recare offesa al Partito, e che al contrario accettare un’opinione falsa ma convalidata dal Partito rappresenta un atto d’umiltà.

E cosa sostiene il Partito quando vuole rieducare un uomo che ha preferito la verità universale all’errore della partigianeria? «Hai rifiutato l’atto di sottomissione che è il prezzo della salute mentale. Hai preferito essere un pazzo, costituire una tua minoranza. Solo una mente disciplinata riesce a vedere la realtà».247La realtà non è quella che vediamo in quanto tale, la realtà è quella che il Partito ci dice che è. «Non è facile recuperare la ragione».249

Principio 29
Dare il colpo di grazia all’ultimo uomo

«Tu non esisti».257

Tutto quello che il potere vuole è farla finita con quanto di umano rimane nell’uomo, ossia con la sua «umanità» e tutti i suoi impliciti presupposti di empatia, simpatia, compassione, stima, amicizia, amore, affetto, sentimento, tenerezza, emozione, integrità, dignità e gioia di vivere. Il suo progetto è eliminare il legame che unisce un uomo a una donna che vogliono mettere al mondo un figlio; è trasformare la riproduzione in una questione medica, tecnica, fredda e, etimologicamente, inumana.

Quando questo potere rieduca, non cerca di ottenere una confessione solo formale, non punta a estorcere un pentimento con la semplice speranza della tranquillità finale. L’intellettuale che tortura chi resiste all’apparato di Stato ricorda come una volta la repressione producesse solo modelli ideali, solo martiri. Certo, uccideva persone ma queste persone morivano convinte della validità delle loro eresie.

Il Partito non vuole ripetere questi errori. Una volta si uccideva gente che persisteva nella propria ribellione e che moriva proprio per dimostrarlo: l’Inquisizione, il terrore nazionalsocialista, la dittatura marxista-leninista. Oggi, invece, il Partito vuole che chi si rivolta si convinca intimamente del proprio torto: vuole delle confessioni vere, non delle ammissioni estorte con la tortura.

Una volta ottenute queste confessioni vere, il Partito si preoccupa di cancellare anche il nome di chi ha confessato. Al rieducato, l’intellettuale rieducatore spiega: «Di te i posteri non sentiranno mai parlare. Uscirai completamente dal corso della storia. Noi ti trasformeremo in gas, disperdendoti nella stratosfera. Di te non rimarrà nulla, né il nome in qualche archivio né il ricordo nel cervello di qualcuno. Sarai dissolto sia nel passato sia nel futuro. Non sarai mai esistito».252Dopo essere riuscito a convertire il soggetto all’ideologia di Stato, lo Stato elimina chi si è convertito e qualsiasi sua traccia.

Settimo comandamento
Aspirare all’impero
«Il Partito ha due fini:
conquistare l’intera superficie terrestre
e sradicare una volta per tutte la libertà di pensiero».193

Principio 30
Indottrinare i bambini

«In ogni caso un complesso apprendistato mentale, impartito
nell’infanzia [...], lo privano della volontà e della capacità di avere pensieri troppo approfonditi su alcunché».208

Per imporre un’ideologia, si possono costringere gli adulti con la forza, l’intimidazione, la violenza, la prigione, il terrore, la sorveglianza o la tortura. Il che non esclude naturalmente la costrizione anche psicologica, ossia l’intimidazione e la persuasione tramite gli strumenti della sofistica o della retorica.

Con i bambini, l’indottrinamento è più semplice e, se opportunamente condotto, permette di evitare qualsiasi dissidenza futura grazie all’addestramento del cervello, cioè dell’organo addetto alla fabbricazione della realtà. Per attivare una formazione neuronale utile a evitare la necessità di correggere in futuro uno spirito ribelle e indipendente, basta cominciare ad agire sull’encefalo quando ancora il soggetto si trova in fasce.209

Condizionati dal Partito, i bambini diventano i suoi più zelanti propagatori, rivelandosi capaci di denunciare alla milizia qualunque persona sembri deviare dal retto pensiero, genitori compresi! Questi genitori che, pur ritrovandosi spesso mandati alla gogna dalla loro stessa progenie, rimangono ostinatamente gongolanti all’idea di aver messo al mondo tanti piccoli soldati del regime! Il padre che durante un sogno pronuncia una certa parola compromessa con un certo pensierocrimine, è talmente indottrinato che, pur sapendo che a denunciarlo alla polizia politica è stata la stessa figlia, nemmeno in cella può fare a meno di provare un sentimento d’orgoglio per la scaltrezza dimostrata dalla rampolla. Prima di confessare che si trova in carcere perché lo ha meritato davvero, spiega: «Significa che l’ho tirata su con i principi giusti».233

Non c’è migliore esempio di come, in questo stato di derelizione politica ed etica, la parola del bambino indottrinato possiede virtù e qualità più alte rispetto a quelle di un adulto che conserva anche solo un’oncia di libertà libera.

Principio 31
Gestire l’opposizione

«Il grande fratello ti sta guardando».285

In questo regime dittatoriale, un’opposizione sembra però esistere. Si tratta di un’opposizione segreta, di cui si sa solo che a tirarne le fila è Goldstein e che esiste un libro, il libro, contenente tutti i princìpi dell’invisibile Fratellanza. Capita, a volte, che alcune briciole di frasi, che alcuni graffiti destinati a scomparire in brevissimo tempo o che alcuni schizzi apparentemente tracciati a mano lascino credere che la Fratellanza non sia un mito ma una realtà. Ci s’immagina allora che il proprio vicino, il proprio collega, o addirittura il proprio compagno o la propria compagna, possano farne parte, ma senza esserne mai veramente sicuri.

Se non siamo però in grado di sapere se questa Fratellanza esiste o non esiste, come potremo mai trovare il modo di entrare a farne parte? Chi si assumerà il rischio di prendere contatti con persone che potrebbero rivelarsi agenti della polizia politica?

Per esempio, c’è questo O’Brien che contatta Winston e che Winston ritiene essere una fedele pedina del regime. In realtà, O’Brien lo invita nel suo appartamento di lusso assieme alla compagna Julia, gli offre delle sigarette (articolo normalmente introvabile), un po’ di vino (bevanda rara e preziosa) e gli spiega che la Fratellanza che si oppone al regime esiste davvero e che a partire da questo incontro ne fa parte anche lui.

O’Brien illustra tutti i princìpi della Fratellanza: si deve essere pronti a morire in suo nome, essere pronti a uccidere in caso di necessità, essere pronti a compiere atti di sabotaggio che potrebbero portare anche alla morte di centinaia di persone innocenti; si deve essere pronti a tradire la propria patria e favorire potenze straniere, pronti a manipolare, a falsificare, a ricattare, a drogare la gente e a incoraggiare la prostituzione; pronti a diffondere malattie sessualmente trasmissibili, a lanciare vetriolo in faccia ai bambini, a perdere la propria identità e a lavorare per tutta la vita a compiti assolutamente ingrati; si deve essere pronti a suicidarsi o a subire operazioni di chirurgia plastica per modificare le fattezze del proprio volto; in una parola: in suo nome, bisogna essere pronti a sacrificare ogni cosa.

Nessuno sa chi e quanti siano i membri di questa Fratellanza. Tra loro i contatti sono sempre radi, limitati e furtivi. Ognuno dei resistenti ne conosce due o tre, mai di più. Non ci si potrà quindi aspettare alcun tipo di cameratismo, d’incoraggiamento o di solidarietà pratica.

O’Brien dice che farà avere a Winston e a Julia il libro di Goldstein: Teoria e prassi del collettivismo oligarchico. In questo libro, a sua volta contenuto all’interno di 1984, si trovano esposti i princìpi della società totalitaria: organizzazione della società in tre classi; divisione del mondo in tre superstati in guerra fra loro; programmazione del livello d’ignoranza per ottenere il dominio sulle masse; esigenza di pianificare guerre per controllare meglio le popolazioni; lotta per l’eliminazione dell’empirismo nei ragionamenti; sfruttamento del progresso scientifico unicamente a vantaggio della dittatura; velleità imperialistiche; rimozione di ogni autonomia di pensiero; abbandono delle battaglie del socialismo in nome dell’uguaglianza e della libertà, in favore della pura e semplice sussistenza della classe padronale; ricorso alla stampa, alla radio e al cinema per cancellare ogni tipo di privacy; elaborazione di un uomo unidimensionale; rivendicazione della diseguaglianza economica e rinuncia ai progetti di collettivizzazione della proprietà privata; onnipotenza, infallibilità e invisibilità del Grande Fratello, in cima alla piramide; inesistenza di una capitale dello Stato; ricorso all’inglese come lingua ufficiale unica; estromissione dei proletari dall’aristocrazia di governo; inaridimento intellettuale e conseguente incapacità di rivolta; abbassamento del livello d’istruzione generale; diffusione delle logiche del pensiero politicamente corretto e rigidamente normato; indottrinamento dei bambini fin dalla più tenera età; disprezzo nei confronti dell’intelligenza popolare; princìpi del bipensare; annullamento e riscrittura del passato; controllo della produzione di verità; ricorso a una Novalingua; trasfigurazione delle menzogne in verità; interruzione della Storia; ambiguità delle parole; sfruttamento della mistica della guerra. C’è tutto.

In realtà, è proprio il Grande Fratello ad aver redatto l’opera della resistenza e a servirsi di questa stessa Fratellanza per attirare gli oppositori e farli cadere in trappola. Il famoso libro è opera di un collettivo di intellettuali organici al potere, tra i quali lo stesso O’Brien.260Comunque stiano le cose, soggiogato o in rivolta contro il governo e il potere, attore della dominazione o resistente alla tirannia, il Grande Fratello osserva sempre tutto, vede sempre tutto e sa sempre tutto. Assolutamente tutto.

Principio 32
Governare assieme alla classe dirigente

«La nuova aristocrazia includeva in massima parte burocrati,
scienziati, tecnici, sindacalisti, pubblicitari, sociologi, insegnanti, giornalisti e politici di professione».203

Gli uomini che scrivono questo libro, gli uomini che guidano la tirannia arrivando persino a pilotare la resistenza stessa alla tirannia, costituiscono un’oligarchia. E com’è composta, quest’oligarchia? «La nuova aristocrazia includeva in massima parte burocrati, scienziati, tecnici, sindacalisti, pubblicitari, sociologi, insegnanti, giornalisti e politici di professione».203

L’abbiamo visto con O’Brien: si tratta di una classe dirigente che abita in belle case e che vive in bei quartieri dove le bombe e i missili non cadono mai. Il contrario, insomma, di quello che succede nei quartieri poveri, sempre presi di mira; gli oligarchi ignorano cosa sia la crisi e cosa sia la penuria; non sanno cosa significhi mangiare cibo disgustoso, bere alcolici adulterati o fumare sigarette senza tabacco; camminano su tappeti soffici o su moquette spesse; abitano in grandi stanze piene di mobili di valore; usano ascensori rapidi, veloci e silenziosi e si fanno servire da domestici stranieri in livrea e riescono a estendere il sistema di controllo permanente a partire dalla propria casa.

«In qualche misura i gruppi dirigenti si lasciavano contagiare dalle idee liberali, e rifuggivano dall’intransigenza ideologica, limitandosi a giudicare solo le azioni manifeste, senza mostrare alcun interesse per i pensieri dei loro sottoposti».203

Questa casta, che viene descritta come costituita da individui «comunque condizionati, almeno fino a un certo punto, da idee liberali», ha ovviamente rinunciato al programma comunista di collettivizzazione delle terre e ha anche abbandonato l’idea di abolire la proprietà privata, mettendo in piedi al posto di questi progetti una logica nuova: «l’oligarchia si poteva reggere solo sul collettivismo»204 – un collettivismo però a unico uso e consumo dei suoi membri. La casta si divide tutto quello che riesce a confiscare al popolo in virtù del principio secondo il quale «La ricchezza e il privilegio si difendono più facilmente solo se li si possiede tutt’e due allo stesso tempo».204

La proprietà non si trova più in mano ai singoli individui ma a gruppi. La missione della classe dirigente costituita da giornalisti e da intellettuali, da pubblicitari e da sindacalisti, da burocrati e da politici, da sociologi e da professori, da tecnici e da scienziati, consiste nel rendere perenne la confisca dei beni, delle ricchezze e delle proprietà e nell’assicurare tutto quanto in mano a determinati gruppi che, in cambio, permettono ai membri dell’oligarchia di vivere una vita da nababbi in mezzo al lusso e ai domestici, ai vini prelibati e alle case sontuose, ai privilegi e alle agevolazioni. Ecco perché si era resa «permanente la diseguaglianza economica».294

Il torturatore che sottopone Winston a tali questioni dopo averlo attirato nella rete della falsa Fratellanza è anche lui un intellettuale appartenente a quest’aristocrazia che disprezza il popolo e allontana dal potere tutti i soggetti di qualità provenienti dal proletariato, arrivando persino a sopprimerli fisicamente nel timore che possano diventare nemici del regime…207

Principio 33
Ridurre in schiavitù grazie al progresso

«E il progresso tecnologico si dà solo perché possa servire a limitare in qualche modo la libertà degli individui».192

I dirigenti sono condizionati da idee liberali, però sfruttano la scienza sotto il profilo ideologico. Nel regime, quest’ultima non esiste apertamente, addirittura la parola stessa che la indica è scomparsa, o ricorda solo una testimonianza del vecchio mondo. Il fatto è che la scienza presuppone l’osservazione empirica, il metodo sperimentale, la moltiplicazione delle ipotesi e la loro successiva verifica allo scopo di assicurare la riproducibilità dei risultati ottenuti; in altre parole, la scienza cerca una verità e la sua dimostrazione, partendo dall’uso di una ragione ben condotta. Per l’ideologia, che vive solo di credenze e di supposizioni, di catechismi e di dottrine, di fede e di pregiudizi, di superstizioni e di devozione, si tratta sempre e comunque di una minaccia.

Quando però si tratta di costruire un aereo, i pregiudizi e le credenze non bastano. Se gli ingegneri affrontassero il problema della costruzione di un aeroplano impiegando una matematica che postula che 2 + 2 = 5 solo perché un giorno il Partito ha deciso che così doveva essere, diventerebbe altamente improbabile che la macchina possa mai uscire dai cantieri e spiccare il volo…

Il Partito però ha una risposta per tutto e ha, in effetti, messo in piedi una doppia scienza: la prima è assolutamente compatibile con l’ideologia, mentre la seconda mette da parte questa stessa ideologia perché convinta che la realtà sia qualcosa di più di quello che il Partito sostiene. Al contrario della prima, la seconda è una vera scienza.

Seguendo questo stesso modo di procedere, sulla falsariga di quello che succede con certi loschi commercianti e la loro doppia contabilità, in questo regime liberale, abbiamo un «doppio modello astronomico».264 In questo modo, conclude O’Brien: «Le stelle possono essere vicine o lontane, secondo i nostri bisogni».264

Ed ecco spiegati anche i motivi per cui «La filosofia, la religione, l’etica, la politica sanno ricavare cinque, sommando due con due. Invece quando si progetta un’arma o un aeroplano, il risultato deve dare quattro. Le nazioni poco avanzate finivano conquistate prima o poi, e la lotta per l’efficienza non lasciava spazio alle illusioni».197 Che è quello che si voleva dimostrare.

«E il progresso tecnologico si dà solo perché possa servire a limitare in qualche modo la libertà degli individui».192 Quando si tratta di costruire armi o di preparare guerre, di avere un’attività d’intelligence efficace o di assicurarsi il dominio e il controllo dei cittadini, è sempre la scienza sperimentale che detta legge, perché con l’ideologia da sola non si va molto lontano.

«Il Partito ha due fini: conquistare l’intera superficie terrestre e sradicare una volta per tutte la libertà di pensiero».193 Di modo che la vera ricerca scientifica, quella lontana da ogni fede nel Partito, deve puntare a due obiettivi: permettere lo sterminio di massa dei nemici ed entrare nel cervello delle persone. Un’impresa cui partecipano non solo chimici, psicologi, fisici, biologi, ma anche filosofi, sociologi e molti altri rappresentanti dell’intellighenzia.

Principio 34
Dissimulare il potere

«E da qualche parte c’erano i cervelli direttivi, anonimi,
che coordinavano l’impresa e stabilivano le procedure
secondo cui quel certo frammento di passato andava tenuto,
quell’altro falsificato, quell’altro ancora abraso».45

Non è possibile vedere la classe dirigente, l’aristocrazia o l’oligarchia all’opera, ma soltanto le sue piccole mani. Dove si trova il potere vero e proprio? Il potere dei poteri? Questo potere sta dappertutto senza che sia visibile da nessuna parte. Ovviamente, non è là dove crediamo di vederlo: non lo possiede l’intellettuale che tortura o l’operaio che stampa le opere di propaganda, non lo possiede l’addetto alla cancellazione e alla riscrittura della Storia, non lo possiede nemmeno il fotografo che ritocca le immagini, o il professore di ginnastica che si occupa di militarizzare i risvegli mattutini, non lo possiede la segretaria che organizza i dettagli della Settimana dell’Odio, non lo possiede la prostituta tollerata dal regime, o il prolet che si lascia bombardare e per dimenticare beve gin di pessima qualità in squallide taverne.

Tuttavia, «da qualche parte c’erano i cervelli direttivi, anonimi, che coordinavano l’impresa e stabilivano le procedure secondo cui quel certo frammento di passato andava tenuto, quell’altro falsificato, quell’altro ancora abraso».45

La domanda è se ci sia un cervello pensante che coordina tutti gli altri cervelli pensanti. Ci viene detto che «il suo capo ufficiale è un individuo che nessuno sa dove si trovi».206 Però questa persona esiste. È in uno dei due o tre bunker del governo planetario…

Capitolo quarto
Teorizzare la rivoluzione

«I prolet non sono esseri umani».55

Se con 1984 Orwell ci ha offerto una teoria della dittatura, quella che ci propone con La fattoria degli animali è una vera e propria teoria della Rivoluzione. In questa lunga favola in prosa rispettosa dello spirito di Esopo, di Fedro e di La Fontaine, il romanziere sviluppa una tesi molto semplice, e cioè che una rivoluzione segna un cambio totale di paradigma ma che a questo cambio di paradigma segue sempre il ritorno al punto di partenza.

Il termine rivoluzione appartiene al campo dell’astronomia. In Keplero e in Galileo, per esempio, prima che fosse recuperato in ambito politico, con «rivoluzione» s’intendeva l’intero movimento di un pianeta che si muove da un punto verso un altro punto, tornando alla casella di partenza al termine della corsa. In effetti, passando dal cielo degli astri alla terra degli uomini, non ci sono perdite di senso: la rivoluzione rappresenta un atto distruttivo che ha come scopo la ricostruzione di qualcosa che finisce per rivelarsi il puro e semplice ripristino di quanto era stato distrutto. È questa la tragica lezione di Orwell.

Tutta la Storia gli dà ragione, e nessuna rivoluzione torto. Pensiamo per esempio al 1789, cominciato con rivendicazioni semplicissime come il pane per la famiglia, il latte per i figli, il sapone per lavarsi, e così via. Erano queste le rivendicazioni di Jacques Roux, Claire Lacombe, Théophile Leclerc e Jean-François Varlet, che la Storia ricorda come gli Arrabbiati e che avrebbero voluto anche tassare le materie prime, requisire gli approvvigionamenti di grano e combattere gli aggiotatori e gli incettatori di borsa. Oltre a questo, hanno sostenuto la democrazia diretta e il principio della revoca degli eletti. Sono stati il sale della Rivoluzione francese: il suo sale e la sua scintilla. E a combatterli abbiamo avuto personaggi come Danton, Robespierre, Marat e Hébert, ossia l’olio della Rivoluzione francese. Robespierre li ha mandati alla ghigliottina, come ha fatto con tutti quelli che si opponevano al suo potere personale – girondini, dantonisti, hebertisti e tanti altri. Tirando le somme, cos’ha ottenuto la Rivoluzione per la gente semplice e modesta? Niente: la gente era povera e sfruttata sotto il regime monarchico, ed è rimasta povera e sfruttata sotto il regime repubblicano! Quando i beni confiscati al clero sono stati messi in vendita, chi si è potuto permettere di comprarli? Sicuramente non la gente che non aveva neppure un tozzo di pane e che implorava qualcosa da mangiare… In compenso, quelli che già avevano i soldi hanno avuto la possibilità di arricchirsi ancora di più – e stiamo naturalmente parlando dei borghesi. Che cosa poteva mai interessare ai poveri di essere «liberi e uguali in diritto», se continuavano comunque a morire di fame? A cosa poteva servire scrivere belle frasi come «Libertà, Uguaglianza, Fraternità» sui frontoni degli edifici pubblici? Libertà di non avere pane? Uguaglianza rispetto a chi non ha pane? La Rivoluzione francese ha rappresentato per il popolo l’occasione di cambiare padrone: dopo la Rivoluzione, il Dio cattolico dei monarchici si è ritrovato con molto meno potere perché il suo posto era stato preso dal Denaro dei borghesi. Nel corso della Rivoluzione francese, la fame degli operai ha alimentato la borghesia degli affari e la classe dei proprietari.

Dobbiamo forse guardare agli eventi del 1917 per trovare un controesempio? Non penso. Anzi. In Russia, i tumulti di strada non nascevano per instaurare il bolscevismo ma per porre un termine allo stato di penuria provocato dalla Prima guerra mondiale. Ancora una volta, il popolo aveva fame. Il 20 febbraio del 1917, è la notizia di un razionamento del pane che spinge la folla a passare all’azione. Una pancia piena non si mette a fare la rivoluzione per delle idee: è un pensiero, questo, che gli intellettuali, non conoscendo la realtà e muovendosi in un mondo di pure idee, non riusciranno mai a capire. La fame non è un’idea ma una realtà nuda e cruda. I russi che hanno bisogno di qualcosa con cui fare la minestra non aspirano né alla dittatura del proletariato né al materialismo dialettico, né alla negazione dell’empiriocriticismo né al superamento dell’hegelismo! Vogliono mangiare e sfamarsi… Lenin sequestra questo malcontento con un colpo di Stato: è l’ottobre del 1917 quando instaura la dittatura del partito unico e abolisce le libertà, quando vieta la stampa d’opposizione e crea i campi per la deportazione degli oppositori. Stalin, in realtà, non s’inventa niente: si accontenta semplicemente di consolidare nel tempo la dittatura. Quando nel 1921 i marinai di Kronštadt si rivoltano per ricordare che se hanno fatto la rivoluzione è per i soviet, cioè per la democrazia diretta, Lenin fa muovere contro di loro l’esercito dell’Armata rossa creata da Trockij. Con la Rivoluzione russa, la fame del proletariato russo nutre la nomenklatura sovietica.

Potremmo anche ricordare il 1968, se non fosse che il movimento di quell’anno è stato più una rivolta che una rivoluzione: quando gli operai raggiungono gli studenti che protestano contro le meschinità in ambito sessuale (una delle loro prime rivendicazioni è l’apertura dei campus universitari a entrambi i sessi…), non è certo per fare la rivoluzione in nome di Marx, di Lenin, di Mao, di Trockij o di Castro – ridotti a stuzzichini in bocca agli intellettuali –, ma per aumentare il proprio salario e vivere meglio la vita della gente semplice e modesta.

In realtà, il Sessantotto dà origine a una serie di eventi assolutamente inaspettati: l’esclusione dal potere del generale de Gaulle ordita da un fronte antigollista estremamente attivo che riesce a riunire non solo la destra liberale, da sempre attirata più dai soldi che dagli interessi nazionali, ma anche i socialisti di Mitterrand e i comunisti filostaliniani; le piccole avventure delle banche d’affari che prendono il posto dei grandi affreschi della Storia e l’inaugurazione della scomparsa di quest’ultima a opera di un normaliano abilitato all’insegnamento che si rivela capace di prendere di mira de Gaulle molto meglio di quanto avevano fatto gli attentatori del Petit-Clamart – e qui penso a Georges Pompidou; la messa in orbita di una destra antigollista liberale per cui il mercato rappresenta il valore supremo e che, quanto alla Storia, crede solo a quella dei capitali – qui invece parlo di Valéry Giscard d’Estaing, l’uomo incaricato di portare a compimento questo progetto; infine la salita al potere di un presidente che sostiene di essere socialista ma che ad appena due anni dalla propria elezione si riconverte all’inaggirabile orizzonte storico delle leggi del mercato e non risparmia alcuna energia pur di far crollare la Francia che aveva già deciso andava sciolta nell’acido liberale dell’Impero di Maastricht: un uomo che ha agito come l’imperatore Costantino e la cui conversione ha trascinato con sé tutta la sinistra socialista di Jean Jaurès e di Léon Blum, trasformata di colpo nel braccio armato di un capitale che non ha mai goduto di così tanta salute. I vecchi sessantottini, ex trotzkisti, ex lambertisti, ex maoisti, ex situazionisti ed ex guevaristi, si sono nella maggior parte dei casi rivenduti al capitale, trasformandosi nei suoi agenti più zelanti e arrivando a difendere lo spinello e l’euro, il sigaro e Maastricht, la morte della cravatta e il trionfo sovrano del denaro. L’eroe di tutti questi traditori è stato Bernard Tapie, il losco uomo d’affari della «sinistra».

Nemmeno il Sessantotto sfugge alla regola. Capita così, per esempio, che il regista Romain Goupil, una volta giovane, bello, in prima linea nel movimento e oggi sprofondato nella sua poltrona come un ministro dell’era Pompidou straripante dal completo troppo stretto (anche se in realtà non lo porta), possa trattare con condiscendenza i gilet gialli e addirittura arrivare a insultarli. Assieme a July, a Joffrin, a Cohn-Bendit, a Bernard-Henri Lévy e ad altri ancora, tutti questi ex lanciatori di sampietrini sono ormai passati dalla parte dei celerini… Da capo!

Anche se non salta subito agli occhi, 1984 non è un libro cupo come La fattoria degli animali. Per quanto infimo, in effetti, in parecchi passaggi del primo romanzo un lieve barlume di luce appare. Per quanto l’atmosfera sia oscura, cupa, lugubre, sinistra, meschina, viscida, pesante, sordida e abietta, ogni tanto si sente anche dire che dai proletari, cioè da quelli che nel testo vengono chiamati prolet e che costituiscono l’85% della popolazione, può sempre nascere una qualche speranza: «Potevano far saltare in aria il Partito l’indomani mattina, se decidevano».72 Oppure: «Se c’è una speranza […], la trovi fra i prolet».72 E anche: «[I prolet] Non si erano induriti nell’anima. Avevano conservato [le] emozioni primeve».166 O ancora: «Il futuro apparteneva ai prolet. [...] I prolet erano immortali [...]. Alla fine si sarebbero risvegliati. E fino a quel momento, fossero dovuti passare anche mille anni, avrebbero retto contro i pronostici più negativi, come gli uccelli, trasmettendosi fisicamente quella vitalità che il Partito non aveva e non era in grado di uccidere».217 Certo, si tratta di discorsi che Winston fa a sé stesso o che confida a Julia nei momenti di intimità: sono insomma le sue speranze. Speranze che la fine del romanzo dimostra puntualmente di non mantenere: dopo l’incarcerazione e le sofferenze della tortura, infatti, il ribelle Winston rientrerà nei ranghi e finirà per amare il Grande Fratello, lasciando che il regime lo uccida e addirittura approvando questa stessa decisione, totalmente conquistato dalla propria servitù volontaria.

Che farsene allora di questa speranza? È forse una lezione sulla scia del pensiero libertario di La Boétie quella che Orwell ci sta dando? Vuole far credere al proprio lettore che la dittatura esiste solo perché coloro sui quali si esercita la permettono? Che alla gente, ai prolet, basterebbe non acconsentire più alla dittatura per farla scomparire? Potrebbe anche essere.

Ma non sarebbe una pia illusione? In effetti, la lezione della Fattoria degli animali sembra essere tutt’altra. E non ci si trova nemmeno una scintilla di speranza: la Rivoluzione è tradita e a farne le spese è il popolo, punto e a capo. Possiamo addirittura arrivare a interpretare che il destino di qualsiasi rivoluzione sia proprio quello di essere tradita e che sia nell’ordine delle cose che sia sempre il popolo a pagarne il prezzo. È la tesi di questa favola…

Capitolo quinto
Cosa racconta La fattoria degli animali

La Fattoria Padronale appartiene al signor Jones e il signor Jones ha l’abitudine di alzare il gomito. Alla fattoria del signor Jones vivono parecchi animali. Ci sono maiali adulti come il vecchio Maggiore, Palla di Neve, Squillo, Minimus e Napoleone, e maiali più giovani come Occhiorosa; ci sono cani maschi come Pizzicotto e cani femmine come Campanula e Gelsomina; ci sono cavalli da tiro come Gondrano e come la compagna Trifoglio; ci sono Mollie, la giumenta bianca, e Muriel, la capra, anche lei bianca; e poi ci sono l’asino Beniamino e il corvo addomesticato Mosè. Seguono vari altri cani, tra cui uno di razza berkshire, e diversi comprimari come topi, lepri, galline, mucche, piccioni, anatroccoli e gatte. Ma soprattutto c’è l’anonima serie delle pecore… Ovviamente, nella logica della favola, ogni animale rappresenta qualcosa di più rispetto a sé stesso: un carattere, un temperamento, a volte persino un personaggio storico preciso. Quando sarà il momento, spiegherò chi sta per chi e per cosa.

Il Maggiore fa un sogno. Dopo una vita intera passata a meditare, sente che è arrivato il momento di lasciarla e vorrebbe condividere con tutti gli animali la saggezza acquisita nel corso degli anni. Per questo li chiama a raccolta in assemblea nel granaio: la vita è cosa povera e misera, il lavoro si prende tutto lo spazio e, una volta giunti a fine corsa, una volta diventati inutili, si viene mandati al macello. Lo svago e la felicità sono assolutamente sconosciuti. Invece, spiega il Maggiore, tutti dovrebbero avere una vita decente e degna di essere vissuta.

In linea teorica, questo sogno è un sogno realizzabile, perché il paese è prospero, il suolo fertile e il clima propizio. Dare abbondantemente da mangiare a tutti gli animali della fattoria rientra sicuramente nel campo del possibile. La miseria esiste solo perché il lavoro viene rubato dagli esseri umani. «È qui, compagni, la risposta a tutti i nostri problemi; si riassume in una sola parola: uomo. L’uomo è il nostro unico vero nemico. Eliminiamo l’uomo dalla scena, e la causa della fame e del troppo lavoro sarà abolita per sempre. L’uomo è la sola creatura che consuma senza produrre: non fa il latte, non depone le uova, è troppo debole per tirare l’aratro, non può correre abbastanza veloce per prendere i conigli. Eppure è il signore di tutti gli animali. Li fa lavorare, dà loro lo stretto indispensabile perché non muoiano di fame, e tiene tutto il resto per sé. Il nostro lavoro coltiva la terra, il nostro letame la fertilizza, e tuttavia non c’è uno di noi che possegga qualcosa oltre alla propria pelle».12

Che cosa si può fare per eliminare tutta questa miseria? È il Maggiore a spiegarlo: «Non è lampante, compagni, che tutti i mali di questa nostra esistenza derivano dalla tirannia degli esseri umani? Liberiamoci dell’uomo, e il frutto del nostro lavoro ci apparterrà. Già adesso potremmo diventare ricchi e liberi. Che fare, allora? Ecco: lavorare giorno e notte, anima e corpo, per abbattere la razza umana! È questo il mio messaggio per voi, compagni: Rivoluzione! Non so quando ci sarà la Rivoluzione, potrà essere fra una settimana o fra cent’anni, ma so, com’è certo che vedo questa paglia sotto i miei piedi, che prima o poi sarà fatta giustizia. Tenete fisso lo sguardo a questo obiettivo, compagni, per il breve tempo che vi rimane da vivere! E soprattutto, tramandate il mio messaggio a quelli che verranno dopo di voi, in modo che le future generazioni possono proseguire la lotta fino alla vittoria».13 Ancora un’altra cosa sarà necessario tenere bene a mente: «Tutti gli uomini sono nemici. Tutti gli animali sono compagni».14

Il discorso del Maggiore7 viene interrotto dal baccano provocato da quattro topi che, dopo essere usciti dalle proprie tane per ascoltare quello che si stava dicendo, si trovano inseguiti dai cani. La questione che s’impone è cruciale, perché i topi sono sì animali a quattro zampe ma sono allo stesso tempo anche «creature selvatiche»:14 andranno allora considerati come dei compagni o come dei nemici? Si passa alla votazione e, a dispetto della gatta che ha votato prima per una cosa e poi per il suo contrario, la maggioranza stabilisce che quelle bestie selvatiche dovranno essere considerate come compagni di lotta e di battaglia…

Il Maggiore riprende il filo del discorso: «Tutto ciò che cammina su due gambe è un nemico. Tutto ciò che cammina su quattro gambe, o ha delle ali, è un amico. E ricordatevi anche che combattendo contro l’uomo non dobbiamo finire per assomigliargli: anche quando lo avrete sconfitto, non imitatene i vizi. Nessun animale dovrà mai abitare in una casa, o dormire in un letto, o indossare abiti, o bere alcolici, o fumare tabacco, o maneggiare denaro, o darsi al commercio. Tutte le abitudini dell’uomo sono malvagie. E soprattutto, nessun animale dovrà mai esercitare la tirannide nei confronti del proprio simile. Deboli o forti, ingenui o scaltri, siamo tutti fratelli. Nessun animale dovrà mai uccidere un altro animale. Tutti gli animali sono uguali».14 B

Il maiale comincia a raccontare il sogno e spiega che la vita dopo la scomparsa degli uomini è una vita magnifica. Gli torna anche in mente, con tutte le parole, una canzone di quand’era un piccolo maialino. La canzone s’intitola Bestie d’Inghilterra e il Maggiore comincia a cantarla con quella sua voce rauca da vecchio maiale… Nella canzone si parla di animali di tutto il mondo, della promessa di un’età dell’oro, del giorno della liberazione, della soppressione di ogni giogo, della proprietà collettiva e della libertà per tutti. Vibrando all’unisono, gli animali la riprendono in coro e la imparano a memoria.

Il canto all’unisonoC degli animali della Fattoria Padronale sveglia il proprietario, che pensa subito a una volpe entrata in cortile. Prende quindi il fucile, ed esplode una scarica di pallottole in direzione del granaio. Gli animali s’impauriscono, tornano a rifugiarsi nei vari giacigli e alla fine si riaddormentano. Tutto rientra nell’ordine.

Tre giorni più tardi, il vecchio Maggiore muore serenamente e viene seppellito. È solo a quel punto che comincia un’«intensa attività clandestina».21 Una volta morto, il Maggiore viene trasformato in un profeta. Tutti sembrano convinti che le sue parole abbiano preannunciato quello che un giorno dovrà succedere. «Il compito di istruire e organizzare gli altri ricadde naturalmente sui maiali, da tutti ritenuti gli animali più intelligenti».21 Dentro il gruppo dei maiali, ci sono due giovani verri che si distinguono dagli altri: si tratta di Napoleone e di Palla di Neve. A loro si aggiunge Squillo, un porcellino dalla voce stridula e gli occhi maliziosi. Squillo è anche «un brillante oratore, e quando intuiva qualche difficoltà aveva un modo di saltellare da una zampa all’altra e di agitare la coda che, non si sa come, riusciva ad essere molto persuasivo. Gli altri dicevano di Squillo che era capace di far vedere bianco per nero».15

Questi tre rivoluzionariD «avevano sviluppato gli insegnamenti del vecchio Maggiore in un completo sistema di pensiero, al quale diedero il nome di Animalismo».22 E e, nel corso di alcune riunioni segrete, riescono a inculcare questi loro princìpi a tutti gli altri animali. Incontrano però l’opposizione di chi, dimenticando quanto mal retribuito sia il lavoro e rimarcando invece come Jones continui pur sempre a nutrirli, insiste a rimanere fedele al padrone; e trovano anche la resistenza di chi, pensando che non serva a niente battersi per un progetto che si sarebbe realizzato solo in un futuro molto lontano,Gspiega che se la sommossa è davvero inevitabile e destinata ad avvenire, sarebbe stato del tutto inutile cercare di affrettarla. L’indifferenza e la stupidità fanno il resto…

Mollie, la giumenta bianca, chiede se dopo l’insurrezione si sarebbe trovato lo zucchero e se lei avrebbe potuto portarsi i nastrini sulla criniera; le viene risposto in faccia che queste sue domande sullo zucchero e sui fronzoli sono domande del tutto inutili e fuori luogo: in regime animalista, risponde Palla di Neve, non ci sono più né zucchero né nastrini.H Non un fiato di risposta…

A questo punto, appare Mosè,I il corvo che Jones aveva addomesticato e che era diventato il suo animale da compagnia preferito. Mosè ha la lingua lunga e tutti pensano addirittura che sia una spia. «Pretendeva di essere a conoscenza di un misterioso paese chiamato Montagna di Zucchero Candito, dove andavano tutti gli animali dopo la loro morte. Si trovava da qualche parte nel cielo poco oltre le nuvole, diceva Mosè. Sulla Montagna di Zucchero Candito era domenica sette giorni su sette, il trifoglio era di stagione tutto l’anno, e sulle siepi crescevano grumi di zucchero e dolci di semi di lino».23 Gli animali non amano molto Mosè, perché non lavora come gli altri e se ne va tutto il tempo in giro a raccontare storielle, cui peraltro alcuni sembrano dare qualche credito…

In un primo tempo, diventano suoi seguaci i due cavalli da tiro Gondrano e Trifoglio, che sono incapaci di pensare da soli. Poi, quando i maiali prendono il potere, i due cavalli passano dalla parte dei nuovi padroni. Eccoli dunque assistere a tutte le riunioni, imparare e sciorinare tutto quello che c’è da imparare e da sciorinare e trasmettere agli altri con zelo e costanza il nuovo catechismo, cantando e facendo cantare il nuovo Inno.

Intanto, Jones, dopo aver perso un processo, è diventato alcolizzato e se ne rimane depresso a casa a leggere il giornale mentre i suoi operai lo derubano e non combinano più niente: la fattoria va a rotoli. Il giorno di San Giovanni Jones beve oltre ogni misura. Molti operai non si presentano nemmeno al lavoro e gli animali si ritrovano senza cibo. Una delle mucche sfonda allora la porta del magazzino per cercare qualcosa da mangiare, e molte altre la seguono e la imitano. Jones accorre con i lavoratori rimasti e tutti quanti assieme cominciano a frustare gli animali. Questi ultimi, «di comune accordo, benché non fosse una cosa pianificata in anticipo, si avventarono sopra i loro aguzzini».24 Gli animali cacciano così gli uomini dalla Fattoria… Jones raccoglie in fretta e furia le sue cose e si dà alla fuga, mentre Mosè accompagna il padrone in ritirata. «Così, ancor prima di rendersi conto di cosa fosse successo, la Rivoluzione si era attuata con successo: Jones era stato cacciato, e la Fattoria Padronale era loro».25 Gli animali non credono ai propri occhi e si lasciano andare a una gioia incontenibile, distruggendo e bruciando gli strumenti della propria servitù. Mentre Napoleone distribuisce razioni di cibo, si comincia a cantare appassionatamente e a ripetizione l’Inno. Dopodiché tutti quanti se ne vanno a dormire.

Il giorno dopo è il primo giorno della Rivoluzione e Napoleone e Palla di Neve decidono di entrare con precauzione in casa di Jones. Di fronte al lusso che trovano rimangono stupefatti. Mollie comincia subito a provarsi i nastrini della signora Jones, ma viene immediatamente riportata alla ragione. Le cose da mangiare degli uomini vengono distrutte: i prosciutti sepolti e i barilotti di birra svuotati. Gli animali procedono allora a una votazione per decidere cosa fare della casa e stabiliscono di trasformarla in un museo. «Concordarono tutti che nessun animale vi avrebbe mai abitato».27

Napoleone e Palla di Neve riuniscono gli animali in seduta plenaria, invitandoli a riprendere il lavoro e a raccogliere il fieno. Negli ultimi mesi, i maiali hanno imparato a leggere su un vecchio sillabario abbandonato dai figli di Jones tra i rifiuti. Palla di Neve può così cancellare la scritta «FATTORIA PADRONALE» e sostituirla con «FATTORIA DEGLI ANIMALI».

I maiali che hanno studiato sono riusciti a ridurre i princìpi dell’Animalismo a sette comandamenti, che vengono scritti a grandi lettere ben visibili su un muro posto a una trentina di metri. Certo, ci sono degli errori di ortografia, c’è una lettera rovesciata, ma non importa: i princìpi sono ormai scritti e non resta che impararli a memoria:

1. Tutto ciò che va su due gambe è un nemico.

2. Tutto ciò che va su quattro gambe, o ha ali, è un amico.

3. Nessun animale indosserà vestiti.

4. Nessun animale dormirà in un letto.

5. Nessun animale berrà alcolici.

6. Nessun animale ucciderà un altro animale.

7. Tutti gli animali sono uguali.28

Alcune mucche cominciano a lamentarsi per il fatto di non essere state ancora munte. Se ne occupano allora i maiali, che ricavano cinque secchi di latte cremoso. Il problema è cosa farsene. Gli animali fanno notare che, quando c’era Jones, parte di questo latte veniva messo nel pastone di tutti quanti. Napoleone però risolve altrimenti il problema e fa sparire i recipienti mentre gli altri se ne vanno a lavorare nei campi…

Gli animali sono costretti ad adoperare degli strumenti che gli uomini hanno costruito per sé e che quindi non sono adatti alla loro conformazione fisica. Nonostante questo, il raccolto che ottengono è buono. I maiali in realtà non lavorano e si limitano a distribuire i compiti da svolgere. Cioè, in pratica, comandano: «Con la loro cultura superiore era naturale che assumessero il comando».33 Gli altri animali, invece, faticano così tanto che la produzione finale risulta persino più alta di quella del passato: nessuno ruba più, i contenziosi sono spariti e così pure gli scansafatiche, anche se Mollie non sembra davvero appassionata ai compiti che le vengono assegnati, e la gatta scompare ogni volta che si tratta di andare a lavorare, ricomparendo solo quando è tutto finito.

Ma è soprattutto GondranoJ che si distingue in maniera particolare: lavora per tre, non si ferma mai, s’impegna sempre a fondo, non risparmia le proprie energie, si fa svegliare dal gallo prima di tutti gli altri e si offre volontario per tutti i compiti più urgenti. «La sua risposta a qualsiasi problema, a ogni intoppo, era ‘Lavorerò di più!’, che adottò come motto personale».34

Beniamino, invece, il vecchio asino,K1 è sempre lo stesso: «Lavorava alla stessa maniera lenta e ostinata come al tempo di Jones, non sottraendosi ma nemmeno offrendosi spontaneamente per lavori straordinari. Sulla Rivoluzione e sulle sue conseguenze non esprimeva alcuna opinione. Quando gli si chiedeva se non fosse più felice ora che Jones se ne era andato, Si limitava a dire: ‘Gli asini vivono a lungo. Nessuno di voi ha mai visto un asino morto’, e gli altri dovevano accontentarsi di questa risposta sibillina».35

Di domenica, che è giorno di festa, la colazione si fa un’ora più tardi. Si issa una bandiera verde con sopra dipinto un unicorno e uno zoccolo:K2«La bandiera era verde, spiegava Palla di Neve, per rappresentare i verdi campi inglesi, mentre lo zoccolo e il corno simboleggiavano la futura Repubblica degli Animali che sarebbe sorta una volta che la razza umana fosse stata finalmente sconfitta».35 Una volta salutata la bandiera, si va tutti al Consiglio,L cioè all’assemblea generale, dove si stabilisce il piano settimanale di lavoro. I maiali avanzano le proposte e gli altri animali le approvano; la verità è che, siccome le alternative scarseggiano, gli animali finiscono per accettare tutto quello che i maiali suggeriscono. In pratica, Napoleone e Palla di Neve decidono per tutti – e questo, anche se tra loro non vanno d’accordo. Alla fine della riunione, tutti quanti ritrovano l’apparente unità intonando l’Inno, e il pomeriggio, mentre il volgo si dedica allo svago, i maiali si tuffano nello studio delle arti e dei mestieri sui libri ritrovati nella biblioteca tecnica di Jones…

Palla di Neve organizza il popolo degli animali in commissioni:M «creò il Comitato Produzione Uova per le galline, la Lega Code Pulite per le mucche, il Comitato Riabilitazione Compagni Selvatici (il cui obiettivo era addomesticare topi e conigli), il Movimento Lana Più Bianca per le pecore, e vari altri, istituendo anche classi di lettura e scrittura».36

In realtà, «nell’insieme questi progetti si rivelarono un fallimento»:36 gli animali selvatici si rifiutano di lasciarsi addomesticare e tendono anzi ad approfittare come possono di tutte le occasioni che si presentano in momenti di generosità e di entusiasmo come questi. Per esempio, lo zelo tutto particolare che la gatta, emblematica figura dell’oziosità, dimostra nel presiedere il Comitato per la Rieducazione la spinge fino a salire in cima ai tetti per meglio arringare gli animali ma non riesce nonostante tutto a convincere gli uccelli che, compagni sulla carta, si tengono previdentemente stretti al proprio atavico buon senso, consapevoli che, alla fine, sono sempre i volatili a pagare le spese delle azioni dei gatti. Su questo la Rivoluzione non può farci niente!

L’analfabetismoN cala. I maiali leggono e scrivono alla perfezione ma i cani, anche se decifrano tutto correntemente, s’interessano solo ai Sette Comandamenti; se Muriel, la capra, dimostra un certo talento, Trifoglio, invece, la cavalla da tiro, ha imparato l’alfabeto senza riuscire a capire le parole e il suo compagno Gondrano non è neppure in grado di andare oltre una particolare lettera; la futile Mollie si rifiuta d’imparare l’alfabeto e memorizza solo le lettere che compongono il suo nome; gli altri animali della Fattoria non vanno al di là della lettera a, mentre quelli più ottusi come le pecore, le galline e le anatre, non riescono nemmeno a imparare a memoria i Sette Comandamenti e l’unica cosa che si dimostrano capaci di assimilare è un solo semplicissimo slogan che dovrebbe riassumere in maniera sufficiente tutta la teoria dell’Animalismo: «Quattro gambe buono, due gambe cattivo».38 E l’asino? «Beniamino poteva leggere bene quanto i maiali, ma non esercitava mai questa facoltà: a quanto ne sapeva lui, diceva, non c’era nulla che fosse degno di essere letto»...37

A questo punto, gli uccelli, dimostrando quanto si sbagliava chi li considerava, quanto a cervello, inferiori ai passeri, cominciano a far notare come quello slogan, limitandosi ad assimilare agli esseri umani tutti i Duezampe e a trasformarli in nemici dei Quattrozampe, inserisce a fortiorianche loro, cioè gli uccelli, nel campo degli avversari. Il che rappresenta evidentemente un problema…

Palla di Neve risolve la questione in un attimo: «‘Compagni,’ disse, ‘l’ala di un uccello è un organo di propulsione, non di manipolazione: dev’essere perciò considerato alla stregua di una gamba. O Il tratto distintivo dell’uomo è la mano, lo strumento con cui compie tutte le sue malefatte’. Gli uccelli non compresero i paroloni di Palla di Neve, ma accettarono questa spiegazione, e tutti gli animali più umili si sforzarono di imparare a memoria la nuova massima. QUATTRO GAMBE BUONO, DUE GAMBE CATTIVO fu scritto a caratteri cubitali sulla parete di fondo del granaio sopra i Sette Comandamenti».800 Anche le pecore lo imparano e si mettono a belarlo tutte quante in coro per ore.

Le due cagne, Campanula e Gelsomina, mettono al mondo nove piccoli. Dopo lo svezzamento, Napoleone fa sapere che provvederà personalmente alla loro educazione. Li sottrae quindi alle madri e li sistema in un angolo isolato, lontano da ogni sguardo, tanto che, non vedendoli più in giro, tutti quanti si dimenticano persino dell’esistenza di quei cagnetti…

E un giorno viene risolto anche il mistero del latte scomparso: sono i maiali che, in effetti, se lo tengono per sé.P E non solo il latte, anche le mele. Palla di Neve spiega che non è per egoismo e che non c’è nessuna diseguaglianza o trattamento di favore, nessun favoritismo, nessun privilegio: «Il latte e le mele (come è stato provato dalla Scienza, compagni) contengono sostanze assolutamente necessarie alla salute di un maiale. Noi maiali lavoriamo con la testa. Tutta la conduzione e organizzazione di questa fattoria dipendono da noi, che pensiamo al vostro benessere giorno e notte. È per il vostro bene che beviamo il latte e mangiamo quelle mele».39Chiude poi con una straordinaria argomentazione: «Sapete cosa succederebbe se noi maiali venissimo meno al nostro compito? Jones farebbe ritorno!»39 Ma nessuno vuole che Jones ritorni.

Alcuni piccioni viaggiatori s’incaricano di informare gli altri animali della zona che alla Fattoria Padronale c’è stata una Rivoluzione e che ora è diventata la Fattoria degli Animali.Q Lo scopo ultimo è riuscire a far sollevare anche questi animali.

Intanto, dall’altra parte della barricata, Jones fa sapere ai propri congeneri di essere stato cacciato dalla proprietà. Presi da orrore, i proprietari cominciano a temere per le loro stesse fattorie; vogliono soprattutto evitare che fra i loro greggi possa diffondersi la notizia che gli animali hanno fatto la rivoluzione. Il problema è che, odiandosi l’un l’altro, non sono in grado di costituire un fronte comune e si accontentano così di prendersi gioco dell’autogestione della Fattoria, preannunciandone prima la crisi alimentare e poi il tracollo. Dato che però delle cose che prevedono non se ne realizza nemmeno una, alla fine decidono di cambiare strategia e di passare dagli scherzi alla calunnia, facendo circolare la voce di scandali e di atrocità in corso: atti di cannibalismo, torture, donne messe in comune…

A controbilanciare queste voci, ne esistono comunque altre di segno opposto: girano, per esempio, indiscrezioni sui formidabili risultati ottenuti da questa Fattoria autogestita, e le indiscrezioni producono ondate d’insubordinazione. L’Inno si diffonde un po’ dovunque e, anche se gli animali che lo intonano vengono a volte malmenati, il contagio non sembra perdere di forza: la rivolta si estende e, assieme alla rivolta, anche la paura dei proprietari.

Jones e i suoi congeneri si decidono allora a marciare armati alla volta della Fattoria degli Animali. Ma «Palla di Neve […] aveva studiato le campagne di Giulio Cesare»45 e, grazie a questo sapere acquisito sui libri degli uomini, è in grado ora di preparare la battaglia. Gli animali attaccano: ci sono oche che caricano, uccelli che lanciano escrementi, pecore che avanzano in massa, capre che danno cornate e asini che scalciano… Palla di Neve ha organizzato una vera e propria strategia. Per ingannare il nemico e farlo avanzare, finge prima lo sbandamento e la ritirata, poi contrattacca dalle retrovie e coglie di sorpresa gli uomini che cominciano a rispondere a fucilate. Mentre Gondrano prende a zoccolate gli uomini, lo stesso Palla di Neve viene colpito e una pecora è addirittura abbattuta. Anche se ferito, Palla di Neve si scaglia con tutto il proprio peso sul nemico mentre la gatta tira graffi a destra e a sinistra. Alla fine gli uomini battono in ritirata e la battaglia è vinta.R Si celebra la vittoria, si issa la bandiera, si canta l’Inno, si istituiscono onorificenze speciali, si tributano esequie solenni per l’animale morto con tanto di discorso e di decorazione postuma, si sceglie un nome per ricordare la battaglia (la «Battaglia della Stalla»),48 si realizza un monumento ai piedi dell’asta della bandiera usando il fucile di Jones e si decide di commemorare l’evento ogni anno.

Mollie intanto si fa sempre più indisponente: si presenta costantemente in ritardo al lavoro e s’inventa scuse inverosimili, tirando in ballo certi dolori… La verità è che collabora con il nemico e che qualcuno l’ha vista lasciarsi accarezzare da un uomo della fattoria vicina e parlargli. Quando Trifoglio la rimprovera, Mollie nega tutto. Nella sua mangiatoia, però, la compagna di Gondrano ritrova un po’ di zucchero e alcuni nastrini nascosti sotto la paglia. Tre giorni dopo, Mollie scompare. Alcuni piccioni raccontano di averla vista superare la staccionataS e raggiungere l’accampamento degli uomini. Adesso tira uno dei loro calessi, mangia lo zucchero che gli dà il padrone e, naturalmente, ben pulita e tosata di fresco, mette in mostra i nastrini che amava tanto e che la Rivoluzione le aveva invece tolto.

L’eterna opposizione tra Palla di Neve e Napoleone trova un punto di cristallizzazione nel progetto di costruzione del Mulino a vento. Palla di Neve lavora all’aspetto tecnico e realizza i disegni: vorrebbe che fosse un mulino moderno, provvisto di elettricità, illuminazione e riscaldamento d’inverno; vorrebbe che ci fosse acqua calda per tutti e che venissero impiantate macchine che permettano agli animali di liberarsi dai lavori più pesanti e dedicarsi alla cultura e al tempo libero, alla lettura e alla conversazione. Tutti gli animali sono d’accordo, tranne Napoleone che manifesta la propria ostilità mettendosi a orinare sui disegni del progetto… Palla di Neve vuole la felicità degli animali, mentre Napoleone punta all’aumento della produttività dei generi alimentari.

Sulla questione, la Fattoria si divide. Chi dei due bisogna sostenere? Palla di Neve vuole la settimana lavorativa di tre giorni resa possibile dalla meccanizzazione; Napoleone, invece, punta alla mangiatoia piena per tutti. Anche sul problema della difesa del territorio e della minaccia rappresentata dai proprietari coalizzati contro la Fattoria degli Animali, i due continuano a litigare. Quale soluzione adottare? Militarizzare la società, sostiene Napoleone; internazionalizzare la Rivoluzione, risponde Palla di Neve. Gli animali sembrano tutti d’accordo con quest’ultimo, tranne il solito Beniamino che «si rifiutava di credere sia che il cibo sarebbe diventato più abbondante, sia che il mulino avrebbe fatto diminuire il lavoro. Mulino o non mulino, diceva, la vita sarebbe andata avanti come sempre: cioè male».55

Nel corso della discussione tra i due protagonisti, mentre ciascuno dei due sta difendendo la propria posizione sulla questione del Mulino a vento, ecco che all’improvviso Napoleone si mette a gridare. Al suo richiamo, compaiono i nove mastini che, abbaiando in maniera terribile contro Palla di Neve e attaccandolo, lo costringono a mettersi in salvo con la fuga. Nessuno lo vedrà mai più… Poi, affiancato da quei suoi grossi cani, Napoleone prende la parola sulla stessa pedana da cui il Maggiore aveva pronunciato il suo famoso discorso e abolisce le assemblee della domenica mattina; da quel momento in poi, a gestire la Fattoria ci penserà un comitato da lui stesso presieduto. Quattro giovani porcellini tentano di protestare, ma la guardia personale di Napoleone comincia a grugnire e a minacciare. La ribellione viene stroncata sul nascere: agli animali non resta che intonare l’Inno, e alle pecore belare i loro slogan…

L’incarico di spiegare agli animali della Fattoria le nuove disposizioni viene affidato a Squillo, che ricorre a una pesante retorica militante: l’esercizio del potere non è una gita di piacere, ma un compito pesante; tutti gli animali sono uguali e, naturalmente, Napoleone preferirebbe che fosse il popolo a decidere: «Ma potreste anche prendere delle decisioni sbagliate, compagni, e allora che ne sarebbe di noi?»58Questa l’argomentazione del despota…

Ormai espulso dalla Fattoria, Palla di Neve può ora essere presentato come un criminale.T A occuparsi di quest’operazione è sempre Squillo, l’intellettuale che imbastisce i miti del potere. Agli animali che se lo ricordano valoroso e audace nel corso della Battaglia della Stalla, Squillo spiega che il contributo di Palla di Neve è stato esagerato: la verità è che si è comportato in maniera sleale e che ha disobbedito. E spiega anche che la disciplina è la prima delle virtù, e che è proprio questa disciplina che è mancata a Palla di Neve… Reazione di Gondrano: «Se lo dice il Compagno Napoleone, dev’essere giusto».59 Il cavallo da tiro che sa essere solo un cavallo da tiro decide di contribuire ancora di più e aggiunge: «Napoleone ha sempre ragione».59

Passa il tempo. «Il teschio del vecchio Maggiore, ormai scarnificato, era stato dissotterrato dal frutteto e posto su un ceppo ai piedi del pennone, accanto al fucile. Dopo l’alzabandiera, prima di entrare nel granaio, gli animali dovevano sfilare in atteggiamento riverente davanti al teschio».U 59

Non è più il momento delle assemblee. Napoleone si presenta ormai sulla tribuna da solo, separato dai mastini rispetto al resto del pubblico e affiancato dai maiali Squillo e Minimus, che svolgono la funzione di poeti ufficiali. Dà lettura dei piani settimanali di lavoro in maniera burbera e marziale e le riunioni vengono sciolte rapidamente.

Alla fine, contro ogni attesa, Napoleone annuncia l’inizio della costruzione del Mulino a vento. Per farlo, sarà necessario incrementare ulteriormente il lavoro e ridurre le razioni alimentari. Il progetto concepito, pensato e voluto da Palla di Neve diventa così il progetto di Napoleone, che se ne impadronisce senza fornire alcun tipo di spiegazione…

Squillo chiarisce che Napoleone è stato il primo a volere questo progetto e che i disegni presentati da Palla di Neve erano in effetti stati rubati dalle sue carte. A chi fa notare che a suo tempo l’attuale capo si era detto contrario, viene risposto che «quella [...] era stata un’astuzia del Compagno Napoleone: egli aveva fatto finta di opporsi al mulino a vento solo come manovra per liberarsi di Palla di Neve, che aveva un carattere pericoloso e una pessima influenza [...] Questa, disse Squillo, era quel che si dice tattica. Ripete un mucchio di volte ‘Tattica compagni, tattica!’ saltellando in tondo e scuotendo la coda con un’allegra risata».60

Gli animali lavorano come schiavi per un anno: «Ma nel loro lavoro erano felici»...63 Tutti sperano di poter godere un giorno dei frutti di quest’investimento, per sé o per i propri figli. Nonostante la settimana lavorativa sia già di sessanta ore, Napoleone impone il lavoro di domenica pomeriggio, anche se solo su base volontaria. Contemporaneamente, le razioni vengono ridotte della metà. A causa dell’incapacità degli incaricati della pianificazione dei lavori alla Fattoria, il raccolto è pessimo e i lavori al mulino si complicano: c’è il problema di come estrarre la pietra e di come tagliarla ma anche di come utilizzare gli strumenti dell’uomo, non calibrati sulla morfologia animale. Il lavoro di fatica riporta gli animali sempre al punto di partenza; le cose si realizzano lentamente e non sono mai davvero risolutive. Il tutto, sotto la supervisione dei maiali…

Un giorno Napoleone annuncia «che aveva deciso di cambiar politica. Da quel momento la Fattoria degli Animali sarebbe entrata in affari con le fattorie vicine: non, ovviamente, a scopi commerciali, ma solo per ottenere certi materiali di primissima necessità».65 Vendere fieno, grano o uova agli esseri umani diventa improvvisamente cosa lecita. Gli animali però si ricordano: «Non aver nulla a che fare con gli umani, non mettersi in commercio, non fare uso di denaro: non erano state queste alcune delle primissime risoluzioni prese in quel primo, trionfante Consiglio dopo la cacciata di Jones? Tutti gli animali si ricordavano di averle approvate: o almeno credevano di ricordarsene».66 I quattro giovani porcelli che si erano già mostrati refrattari alla chiusura delle assemblee da parte di Napoleone manifestano ancora una volta la propria reticenza: ancora una volta sono minacciati dai mastini e ancora una volta si tirano indietro. Quando il coro di pecore ha finito di scandire i suoi slogan, Napoleone spiega agli animali che non avranno bisogno di entrare in contatto con gli esseri umani perché sarà lui stesso a incaricarsene.

Squillo continua il proprio lavoro e cerca di convincere tutti che mai e poi mai si è parlato di vietare il commercio con gli uomini e di impedire l’uso dei soldi alla Fattoria! Si tratta di pure menzogne e d’inganni: credere a tutte queste cose significa appoggiare l’opera di disinformazione ordita da Palla di Neve. Del resto, c’è forse qualcuno che ha tra le mani un qualsiasi documento che attesti queste presunte decisioni? Nessuno, quindi… È così che, alla fine, gli animali si convincono di essersi sbagliati!

Tutti i lunedì viene una persona e traffica con Napoleone. La realtà è che per molto tempo i Duezampe hanno creduto che la fattoria autogestita sarebbe crollata. Ora però hanno cambiato idea: continuano ovviamente a odiarla, ma, visto che ormai c’è e sopravvive, non si fanno troppi scrupoli a cercare di stabilire dei rapporti commerciali.

Nel frattempo, i maiali si trasferiscono a casa di Jones. Agli altri animali pare di ricordare che fosse proibito ma Squillo riattacca con l’abituale retorica: «Era assolutamente necessario, disse, che i maiali, i quali erano il cervello della fattoria, avessero un posto tranquillo dove lavorare. E certo si addiceva di più alla dignità di un Capo (perché ultimamente aveva incominciato a riferirsi a Napoleone con il titolo di ‘Capo’) vivere in una casa che in un semplice porcile».68 Ecco che ora i maiali mangiano in cucina, e dopo aver trasformato il salotto nella stanza per il tempo libero, se ne vanno a dormire sui letti! Gondrano non ci trova niente da ridire, seguendo, in questo, la propria massima secondo la quale «Napoleone ha sempre ragione».68 La sua compagna Trifoglio, però, va in fondo al granaio assieme alla capra Muriel per leggere quello che tempo prima era stato scritto nei Sette Comandamenti. Il quarto di questi comandamenti recita: «Nessun animale dormirà in un letto con lenzuola».68

Squillo spiega che nessun regolamento ha mai proibito che i maiali avessero dei letti, mai. Il divieto non riguardava il letto in quanto tale, perché anche un mucchio di paglia può essere considerato un letto, ma solo le lenzuola… E in effetti i maiali dormono tra due coperte ma senza lenzuola. I compagni maiali lavorano tanto duramente per la comunità e hanno bisogno di sonno riparatore: chi mai potrebbe rifiutarglielo? Se non riuscissero a riposare in maniera corretta, la Fattoria andrebbe in rovina e questo riporterebbe Jones sulle sue terre, cosa che ovviamente nessuno desidera! La questione è quindi chiusa. Qualche giorno dopo, i maiali decidono che si sarebbero svegliati un’ora più tardi di tutti gli altri.

Le cose al Mulino procedono bene e Gondrano si mette a lavorare anche di notte; gli animali sono tutti fieri di quanto sono riusciti a compiere, tutti tranne Beniamino, che «rifiutava di entusiasmarsi per il mulino, anzi, come al solito, si limitava a borbottare l’osservazione sibillina per cui gli asini vivono a lungo».70 Una notte, però, una tempesta distrugge il Mulino. Napoleone non trova di meglio da fare che accusare Palla di Neve di sabotaggio e decretare, assieme alla ricostruzione del Mulino, anche la condanna a morte del traditore.

Questa volta, però, il lavoro si rivela più complicato rispetto a prima, perché l’inverno è rigido e il freddo e la fame imperversano. Gelano persino le patate. Al mondo esterno, la Fattoria degli Animali continua a nascondere lo stato reale delle cose; quando un essere umano arriva per i suoi commerci, si fa opera di disinformazione raccontandogli che tutto va bene e che le razioni sono state aumentate, quando in realtà è vero esattamente il contrario, cioè che sono state diminuite… A diffondere le false informazioni vengono naturalmente chiamate le pecore. Napoleone ordina di riempire alcuni recipienti di sabbia e di ricoprirli con uno strato di granaglie e di farina, facendo poi finta di dimenticare tutto in bella vista in modo che l’essere umano se ne possa tornare a casa raccontando di avere le prove dell’abbondanza che regna alla Fattoria degli Animali e mettendo fine alle calunnie e alle malevolenze nei confronti di questi ultimi.W

Napoleone non esce più, e quando lo fa è solo in pompa magna e scortato dai propri mastini. Non tiene più discorsi e lascia il compito di comunicare agli altri maiali in generale, e a Squillo in particolare.

Con gli esseri umani ha stipulato un patto commerciale grazie al quale questi ultimi saranno pagati in uova. In questo modo, sottrae però alle galline i frutti delle loro deposizioni. Le galline si ribellano e sabotano la compravendita buttando a terra tutto quello che hanno prodotto. Napoleone reagisce con brutalità, sospendendo le loro razioni alimentari e decretando la pena di morte per chiunque dia loro da mangiare. A vegliare sull’applicazione di queste disposizioni sono ovviamente chiamati i cani. Alla fine, le galline che perdono la vita sono nove, e sulla loro morte il potere imbastisce tutta una serie di menzogne. Cinque giorni più tardi, la ribellione è soffocata e le uova sono finalmente consegnate.

Corre intanto voce che di notte Palla di Neve torni alla Fattoria: è lui il responsabile di tutto quello che non funziona; è lui che ruba il grano, è lui che rompe le uova, è lui che spacca le finestre, è lui che ostruisce i tubi di scarico ed è lui che nasconde le chiavi. Addirittura le mucche sostengono di essere state munte nottetempo a loro insaputa, mentre dormivano. Dei topi, si racconta che sono suoi complici. Si aggiunge anche che Palla di Neve sia in connivenza con gli esseri umani e che stia preparando assieme a loro un attacco in piena regola. Napoleone addossa ogni colpa al suo ex compagno, trasformandolo in una spia e in un traditore fin dal primo giorno. S’inventa l’esistenza di alcuni documenti che provano come Palla di Neve fosse schierato dalla parte dei Duezampe già ai tempi della Battaglia della Stalla. Gli animali hanno qualche dubbio, compreso Gondrano che ricorda bene il suo valore, il suo ardore in combattimento e le sue ferite. Squillo argomenta che tutto questo fa parte della macchinazione. E poi spiega che l’unico a essersi comportato da eroe è proprio Napoleone, mentre Palla di Neve lavorava solo per consegnare gli animali agli esseri umani. Per chiudere la discussione, Squillo decreta che è Napoleone che ha detto che è così: a quel punto tutti sono d’accordo…

Appare allora lo stesso Napoleone, affiancato dai mastini e in gran sfoggio di medaglie annuncia a tutti che, nascoste fra gli animali, ci sono delle spie che lavorano per Palla di Neve. A questo punto i cani aggrediscono quattro maiali e, a seguire, anche Gondrano.X Il cavallo però si difende scalciando e inchiodando al suolo sotto il proprio zoccolo uno dei cani da guardia. Lancia poi uno sguardo a Napoleone: lo devo uccidere o lo devo risparmiare? Il capo supremo gli intima di risparmiarlo. Gondrano esegue e il cane prende la fuga.

I quattro maiali ribelli sono annichiliti. «Napoleone allora li invitò a confessare i loro crimini».82 Viene chiesto loro di confessare e loro confessano: sì, sono proprio degli agenti segreti al servizio di Palla di Neve che cospira contro la Fattoria degli Animali. «Terminata la confessione, subito i cani squarciarono loro la gola».82Napoleone chiede se ci sono altre confessioni da fare. Le galline che avevano organizzato la rivolta delle uova si fanno avanti e confessano alcuni colpevoli sogni in cui Palla di Neve è apparso loro per istigarle a commettere cattive azioni. Anche le galline vengono massacrate. Poi è il turno prima di un’oca che confessa di aver rubato e mangiato l’anno prima sei spighe di grano e poi di due pecore che rivelano di aver ucciso un vecchio ariete seguace del capo supremo: tutte quante vengono massacrate, «finché ai piedi di Napoleone ci fu una montagna di cadaveri e l’aria divenne greve per l’odore del sangue, che nessuno più aveva sentito dai tempi della cacciata di Jones».83

Per Gondrano sono probabilmente tutti colpevoli di non aver lavorato abbastanza. La sua compagna Trifoglio, però, piange ricordandosi che non era questo l’ideale originario del Maggiore. Ha dei dubbi ma, dato che la cosa che bisogna a ogni costo evitare è il ritorno degli esseri umani, decide di continuare a difendere anche lei Napoleone e intona quindi l’Inno della ribellione riuscita, seguita a ruota dagli altri animali. Adesso però che il massacro dei traditori ha segnato un secondo tempo della Rivoluzione e che i nemici esterni e quelli interni sono stati debellati, ci vuole un Inno nuovo.Z

Trifoglio si ricorda che, agli inizi della Rivoluzione, c’era un comandamento che proibiva di uccidere: «Nessun animale ucciderà un altro animale».89 Dopo le stragi nella Fattoria, che cosa ne è rimasto di quell’imperativo? Volendo fugare ogni dubbio, va al muro su cui i comandamenti erano stati dipinti. E scopre allora una nuova formulazione: «Nessun animale ucciderà un altro animale senza motivo».89 Nessuno sembra aver memoria della presenza di queste due ultime parole in origine. Di fatto, il principio, così com’è formulato ora, non è mai stato infranto e le esecuzioni di massa non sono in contraddizione perché giustificate da motivi assolutamente validi come il tradimento delle spie al soldo di Palla di Neve…

I lavori al Mulino diventano ancora più spossanti perché le pareti dovranno essere molto più solide rispetto a prima. Il lavoro richiesto è quindi sempre di più. Squillo intanto continua ad annunciare aumenti delle cifre relative alla produzione, ma mai quelle relative alla diminuzione delle razioni…

Napoleone si è ormai stabilito in pianta stabile a casa di Jones: mangia da solo nei piatti di porcellana servito da due cani. Al suo servizio c’è Occhiorosa, un porcellino che assaggia le pietanze per sventare qualsiasi tentativo di avvelenamento. Si decide inoltre che anche il giorno del suo compleanno debba essere festeggiato. «Ora non si parlava più di Napoleone semplicemente come di ‘Napoleone’. Ci si riferiva a lui in stile formale, con espressioni come ‘il nostro Capo, il Compagno Napoleone’, e ai maiali piaceva inventare per lui titoli come Padre di Tutti di Animali, Terrore dell’Umanità, Protettore dell’Ovile, Amico degli Anatroccoli, eccetera».841 I discorsi ufficiali celebrano la sua bontà, la sua generosità e la sua grandezza. Viene considerato come il grande organizzatore e il grande coordinatore di ogni cosa: Napoleone propizia la produttività della deposizione delle uova e fornisce all’acqua il suo gusto piacevole. Ci sono poeti di corte che scrivono per lui canzoni in cui celebrano le sue virtù, che sono tra le più alte e le più nobili. I testi vengono poi trascritti sui muri accanto ai suoi ritratti.A1 Alcune galline confessano di aver ordito un complotto contro Napoleone e vengono condannate a morte.

Nelle sue relazioni commerciali con gli esseri umani, Napoleone mantiene rapporti con due persone in particolare: con una, le cose vanno benissimo; con l’altra, un po’ meno. Quest’ultima persona è Frederick. I maiali sostengono che Frederick voglia condurre una guerra contro la Fattoria degli Animali. In parallelo, corre sempre la voce che anche Palla di Neve stia fomentando un attacco. Si continua quindi a infangarlo. Lo slogan che recitava: «Morte all’Umanità!» lascia il posto a: «Morte a Frederick!» Non è più quindi il genere umano in quanto tale a essere il nemico, ma un uomo in particolare.

Quando finalmente i lavori al mulino sono conclusi, Napoleone annuncia che porterà il suo nome… Gli animali vengono poi informati che Napoleone ha addirittura venduto le scorte di legna… E proprio a Frederick! Squillo spiega come la controversia tra i due fosse fittizia e strategica. Napoleone lascia che tutti ammirino la sua tattica e la sua diplomazia e presenta i propri cambiamenti di alleanza come voluti e sapientemente pianificati. Salvo poi scoprire che la transazione è stata condotta con soldi falsi, e che di conseguenza Frederick è tornato a essere il nemico. Frederick decide allora di puntare sulla Fattoria per attaccare gli animali, i quali invece decidono di far saltare il Mulino. Grazie ai suoi mastini, Napoleone riesce ad aver ragione degli esseri umani. Squillo, invisibile durante la battaglia, ricompare subito dopo la vittoria, ribattezzata immediatamente «del Mulino a vento».100 A questa vittoria seguono una grandiosa cerimonia funebre, canti, discorsi, colpi a salve e distribuzione di onorificenze. Viene addirittura creata una nuova medaglia per l’occasione, una medaglia che Napoleone non esita ad attribuirsi personalmente…

I maiali ritrovano una cassa di whisky in cantina e si ubriacano. Li si sente strillare, gridare e cantare di tutto, persino l’Inno. Napoleone viene addirittura visto passeggiare con passo barcollante in cortile e con la bombetta di Jones. Il giorno dopo, si diffonde l’annuncio che sia moribondo. Alla Fattoria, sono tutti affranti e in lutto. La voce che circola è che Palla di Neve l’abbia avvelenato… Il giorno dopo ancora, il maiale è fuori pericolo ed emana una legge che punisce con la morte il consumo di alcol. Salvo poi documentarsi per sapere come si fabbrica la birra e, una settimana più tardi, piantare orzo.

Una notte di luna piena, ai piedi di una scala presso il muro del granaio, viene ritrovato Squillo completamente stordito. Attorno a lui ci sono delle macerie, un barattolo di vernice bianca, un pennello e una lampada. I cani lo riportano a casa. «Nessun animale riuscì a farsi un’idea di cosa ciò significasse, a eccezione del vecchio Beniamino, che scosse il muso con aria saputa, e parve aver capito: però non disse niente».101 Sul muro si può leggere: «Nessun animale berrà alcolici in eccesso».102 Solo i maligni hanno potuto credere che un giorno il primo comandamento fosse: «Nessun animale berrà alcolici».853

Ennesima mobilitazione di tutti per l’ennesima ricostruzione del Mulino. Gondrano è malato ed è costretto a curarsi. La nascente Rivoluzione aveva stabilito in realtà un’età per il pensionamento e per il versamento delle indennità ma nessuna di queste iniziative si era trasformata in realtà. L’inverno è rigido e i maiali decidono di ridurre tutte le razioni, tranne le loro e quelle dei cani. «Un’uguaglianza troppo rigida nelle razioni, spiegò Squillo, sarebbe andata contro i principi dell’Animalismo»,106 che rimane sempre un egualitarismo… Parlando di «riduzione»,106 il maiale addetto alla propaganda spiega anche che la parola non sembra molto appropriata e che sarebbe molto più indicato l’uso del termine «rettifica».106

Poi spiega, cifre alla mano, che gli animali mangiano di più, lavorano di meno e vivono più lungo, che la mortalità infantile è diminuita, che il livello d’igiene è migliorato e che anche il livello di benessere generale è migliorato. Gli animali, in realtà, sanno benissimo che stanno lavorando duramente, che hanno fame e sete, e anche freddo. Però credono di ricordarsi che prima fosse molto peggio e pensano che ora almeno non sono più schiavi come prima, ma liberi!

Napoleone è l’unico alla Fattoria a mangiare zucchero e a vietarlo agli altri perché fa ingrassare, e ingravida lui stesso le scrofe, isolando in seguito i porcellini per educarli personalmente. I maiali godono ormai di uno statuto a parte e vivono separati, mentre gli altri animali sono costretti, tra le altre cose, a cedere il passo. La domenica, sfoggiano un nastro verde attaccato alla coda. Tutto l’orzo viene messo da parte per loro e impiegato per fabbricare la birra che sono gli unici a consumare. A scatenare il fervore delle pecore ci pensano i festeggiamenti in onore della Fattoria, con tanto di parate militari, manifestazioni ispirate al culto della personalità, cerimonie per celebrare la produttività e fucilate a salve in aria. Anche se non hanno niente da mangiare, gli animali si divertono tutti.

Viene proclamata la Repubblica e viene eletto un presidente. In sostanza, si tratta di un plebiscito in favore di Napoleone, unico candidato. Riappare persino il corvo Mosè e riprende i suoi sermoni. Del tipo: «Là in alto, compagni, [...] là in alto, proprio dall’altra parte di quella nuvola scura che vedete, è là che sorge la Montagna di Zucchero Candito, il paese felice dove noi povere bestie ci riposeremo per sempre dalle nostre fatiche!»109 Sostiene di esserci andato lui stesso un giorno e «di aver visto i campi eterni di trifoglio e i dolci di semi di lino e i grumi di zucchero che crescevano sulle siepi».110Predica che la vita su questa terra è votata alla pena e alla sofferenza, ma che l’altra vita sarà fatta di felicità e di piacere, di abbondanza e di gioia. La relazione tra i maiali e Mosè è singolare, perché i maiali «dichiaravano [tutti] con disprezzo che i suoi racconti sulla Montagna di Zucchero Candito erano delle frottole, eppure gli permettevano di rimanere alla fattoria senza lavorare, e anzi gli concedevano un bicchierino di birra al giorno».110 C1

Arriva il giorno in cui, invecchiando, Gondrano comincia a dare segni di debolezza e di fatica. Poi si ammala. Trifoglio lo cura con tenerezza mentre Beniamino tiene lontano le mosche. Gondrano si dice che, una volta guarito, se ne andrà in pensione e avrà molto tempo a disposizione: si metterà a studiare e imparerà finalmente a leggere. Viene Squillo a spiegare che Napoleone ha deciso di mandarlo all’ospedale degli uomini per curarlo e farlo guarire e arriva il carro per accompagnarlo. Beniamino, in preda all’eccitazione, s’intromette per opporsi alla partenza, perché sulle pareti del veicolo ha letto che si tratta del calesse di un macellaio! Agli animali che si stringono tutti attorno al loro compagno per salutarlo, Beniamino spiega che «stanno portando Gondrano al macello!»113 Grida d’orrore da parte degli animali: l’uomo a cassetta frusta i cavalli e il carro parte al trotto. Trifoglio si precipita e Gondrano, alzandosi, affaccia il naso alla finestra. Tutti gli animali gli strillano che lo stanno portando a morire. Allora lui comincia a tirare calci contro l’abitacolo per farlo a pezzi. Gli animali della fattoria implorano anche i cavalli che stanno trainando il carro. Ma non serve a niente. Nessuno rivedrà più Gondrano. Squillo viene in seguito ad annunciare la sua morte raccontandone gli ultimi momenti, tutti dedicati alla gloria della Fattoria, del Mulino e di Napoleone. Poi smonta la diceria secondo la quale Gondrano sarebbe stato mandato al macello: il calesse del macellaio sarebbe stato comprato d’occasione dal veterinario che non aveva avuto il tempo di far scrivere la nuova destinazione d’uso e la nuova ragione sociale… Agli animali basta per essere convinti. La domenica successiva, anche se non si sono potuti riportare i suoi resti alla Fattoria per l’inumazione, viene pronunciato un discorso funebre e organizzato un banchetto d’onore con la partecipazione dei soli maiali, che per l’occasione fanno arrivare un’altra cassa di whisky.

Passa il tempo e alcuni animali muoiono. Palla di Neve è ormai dimenticato e gli altri animali sono invecchiati. Nessuno però è riuscito ad approfittare della pensione. In realtà, di questa pensione non si parla nemmeno più. Beniamino è rimasto lo stesso, magari un po’ ingrigito e, con il tempo, il suo carattere si è fatto sempre più scontroso e taciturno. Napoleone e Squillo sono diventati obesi. La Fattoria si è ingrandita e prospera così tanto che si è dovuto costruire un altro mulino. La Fattoria si è però arricchita senza che gli animali diventassero anche loro più ricchi, a parte i cani e i maiali che, anche se mangiano molto, non producono niente. La vita dei più semplici non è cambiata: durezza, austerità, frugalità, lavoro e sofferenze. Nessuno si ricorda più di com’era prima. Solo Beniamino, che «pretendeva di ricordare ogni dettaglio della sua lunga vita, e di sapere che le cose non erano mai andate, né sarebbero andate mai, né molto meglio, né molto peggio: la fame, le durezze e la delusione essendo, diceva, la legge inalterabile della vita».121 Gli animali sono sempre in attesa della felicità che è stata promessa ieri, addirittura l’altro ieri, per domani… E continuano a credere che gli animali siano tutti uguali! Squillo porta le pecore in disparte e, in segreto, insegna loro una nuova canzone.

A Trifoglio prende quasi un colpo quando vede un maiale camminare sulle zampe posteriori! Si tratta di Squillo. Certo, l’equilibrio è precario, però ormai i Quattrozampe sono arrivati a camminare come i Duezampe! Al primo, segue una fila di altri maiali che camminano tutti in piedi. E ad aprire il corteo c’è naturalmente Napoleone, con una frusta nella zampa. Acclamazione dei cani e del galletto nero. E delle pecore, che belano i loro slogan. Silenzio di tomba invece per gli altri animali. Intanto i maiali sfilano: «Era come se il mondo si fosse capovolto»…123

Trifoglio accompagna Beniamino in fondo al granaio e gli chiede di leggere i Sette Comandamenti. In realtà, sono spariti tutti per lasciare il posto a un nuovo e unico comandamento che recita: «TUTTI GLI ANIMALI SONO UGUALI MA ALCUNI ANIMALI SONO PIÙ UGUALI DEGLI ALTRI».124 A partire dal giorno successivo, i maiali dirigono i lavori con la frusta…

Gli animali scoprono che oltre a vivere in casa di Jones, oltre a mangiare nei suoi piatti e a dormire nei suoi letti, oltre a portare i suoi vestiti e a bersi le sue bottiglie, oltre a uccidere gli altri animali, oltre a trafficare con gli esseri umani e a impiegare i soldi, oltre a infrangere insomma tutti i comandamenti senza alcuna eccezione, i maiali ascoltano anche la radio, usano il telefono e leggono i giornali e i settimanali. Napoleone cammina su due zampe, porta il cappello, i pantaloni alla zuava, i gambali di cuoio, e si fuma la pipa di Jones. La sua scrofa favorita porta un cangiante abito di seta recuperato nell’armadio dei vestiti della domenica della signora Jones.

Alcuni esseri umani vengono a visitare la fattoria mentre gli animali stanno lavorando. La sera, nella casa di Jones, maiali ed esseri umani festeggiano, banchettano, bevono birra, giocano a carte e brindano alla riconciliazione tra maiali marxisti-leninisti ed esseri umani capitalisti. Da una parte e dall’altra si discute sui vecchi sospetti, sui timori infondati, sulle dicerie maligne e sulla necessità della disciplina; ci si rallegra però anche «per le reazioni scarse, il lungo orario lavorativo e la generale assenza di mollezze che aveva riscontrato nella Fattoria degli Animali».873L’uso del termine compagno viene abolito e la proprietà si ritrova concentrata nelle mani dei maiali. La sfilata davanti al cranio del vecchio Maggiore è abolita e dalla bandiera si eliminano anche il corno e lo zoccolo. La Fattoria degli Animali ridiventa la Fattoria Padronale.

Gli animali che osservano questo banchetto da fuori non riescono a credere ai loro occhi. I maiali assomigliano sempre di più fisicamente agli esseri umani e viceversa, tanto che tra i due non si distingue più. La serata tra maiali e uomini termina con un battibecco a proposito di una partita a carte. Gli animali vanno a dormire. Il domani non è un altro giorno: ha soltanto cambiato di padrone.

Questa favola ha ovviamente bisogno di essere decifrata. Si tratta dall’inizio alla fine di un testo antimarxista, antibolscevico e anticomunista, ma anche, in maniera più generale, di un testo antitotalitario, perché quello che funziona con Lenin, Stalin e Trockij funziona benissimo anche con Hitler, Mussolini, Franco e qualsiasi altro dittatore di qualunque colore – rosso, bruno o, oggi, addirittura verde.

A: C’è qualcuno cui sfugge che il sogno del Maggiore corrisponde punto per punto al pensiero di Karl Marx? Il discorso sulla lotta di classe consente di opporre gli esseri umani agli animali, esattamente come il filosofo tedesco opponeva i borghesi che detengono i mezzi di produzione (qui quelli della Fattoria) ai proletari che non possiedono nulla. Si tratta delle tesi esposte nel Manifesto del Partito comunista. Con questo discorso del maiale, Orwell critica lo sfruttamento capitalista e l’improduttività della classe borghese, l’appropriazione del plusvalore da parte dei padroni che vivono di rendita e non di lavoro, la divisione del lavoro e il salario calcolato per assicurare la nuda sopravvivenza del lavoratore ed evitare la spartizione dei benefici confiscati. Sono le analisi che in maniera rigorosa verranno poi sviluppate nel Capitale.

B: Con l’opposizione tra Quattrozampe e Duezampe, cioè tra animali ed esseri umani, ritroviamo le ben note basi del marxismo, anche nella sua variazione marxista-leninista: dualismo, essenzialismo, semplificazione indebita, profetismo e millenarismo. Spieghiamoci meglio. Tanto nel Capitale che nella Fattoria degli animalici troviamo di fronte a una lettura del mondo in bianco e nero: da una parte il bene e gli animali, e dall’altra il male e gli uomini. Ma ci troviamo anche di fronte all’essenzializzazione delle categorie: tutti gli animali sono dalla parte del bene anche quando fanno il male e tutti gli esseri umani sono dalla parte del male anche quando fanno il bene. Abbiamo inoltre la teoria del capro espiatorio, secondo la quale a spiegare il male non è una serie di cause ma una ragione unica, che è ovviamente l’uomo: solo l’uomo e ogni uomo, senza eccezioni. Alla semplificazione della catena causale si accompagna la semplificazione delle proposte risolutive: dato che il male ha una sola origine, cioè l’uomo, basterà eliminare il male, quindi l’uomo, per permettere l’avvento del bene. La promessa d’avvenire che segue questa epurazione antropica si apre su qualcosa di mirabile: felicità, libertà, abbondanza, prosperità, uguaglianza, dignità e giustizia sociale; siamo nel pieno di un’ennesima variazione sul tema del paradiso in terra: da Platone fino a Vaneigem, passando per More e Campanella, Cabet, Badiou e Žižek, e senza dimenticare la Celestopoli di Babar, le fantasticherie politiche su questo filone non mancano di certo. Un altro punto ancora è la presenza di un capo carismatico che assicura in ogni tempo, passato, presente o futuro, la veridicità e la validità del proprio discorso. Ultimo elemento: quello che deve succedere succederà senza che sia possibile sapere né come né quando. Si tratta del famoso senso della storia ereditato da Hegel. Le insurrezioni avverranno al momento opportuno, bisogna semplicemente lavorare per il domani, perché è domani che ci si farà la barba gratis… Il sogno del Maggiore è quindi il sogno di Marx e il racconto di Orwell, composto in un momento in cui il marxismo-leninismo si diffondeva tra gli intellettuali in maniera trionfale, assimila Marx a un maiale… Non è molto difficile immaginarsi come qualcuno potesse non trovare molto divertente tutta questa farsa. Ma torniamo alla Fattoria…

C: Con l’ingenuità rivoluzionaria del suo testo e il semplicismo della sua musica, a metà tra Amour toujours e La Cucaracha, la canzone Bestie d’Inghilterra rappresenta senza dubbio L’Internazionale, inno in nome del quale coloro che si considerano compagni (come invita a fare il Maiale) si riconoscono e si mobilitano, entrando in partecipazione estatica con le vibrazioni della folla. Associare l’Inno rivoluzionario a musiche dallo spirito così poco marziale appare incontestabilmente un’operazione ironica, assolutamente in linea con tutto il testo di Orwell.

Quando Jones viene svegliato dalle note di questa Internazionale degli Animali e si mette a sparare verso il granaio per riportare le bestie alla calma, è evidente che l’autore sta descrivendo in forma narrativa le reazioni di fronte alle prime manifestazioni unitarie degli oppressi: i padroni che ricorrono alla violenza senza veramente capire quello che sta succedendo. Proprio come Jones, che scambia per una volpe nel pollaio quella che in realtà è la prima scossa di una rivolta. Pensiamo al 1905 in Russia…

D: In questa favola, il triumvirato è composto da Napoleone, Palla di Neve e Squillo. Questi maiali fanno pensare a un collage di rivoluzionari russi: Napoleone sembra un misto tra Lenin e Stalin; Palla di Neve, che diventa il nemico pubblico numero uno dopo essere stato l’amico e il compagno di strada, ci ricorda ovviamente Trockij; e Squillo potrebbe essere Ždanov, l’intellettuale al servizio delle menzogne di Stato. I tre protagonisti confiscano la Rivoluzione a loro uso e consumo e, con il passare del tempo, riescono a deviare completamente i princìpi enunciati dal Maggiore, alias Marx.

E: La dottrina elaborata dal Maggiore è l’Animalismo – una dottrina dietro cui si nasconde ovviamente la filosofia marxista. Se si è potuto descrivere il Marx dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 come un filosofo sostanzialmente umanista, è invece grazie ai lavori di Althusser che abbiamo potuto riflettere in maniera più approfondita sulla rottura epistemologica e sulla natura dell’articolazione tra questo umanesimo giovanile di Marx e il maturo pensiero economicista del Capitale, un pensiero che nei nostri anni Settanta avrebbe permesso di aprire parecchie variazioni sul tema dello strutturalismo e dell’eliminazione dell’uomo – cioè di tutti gli uomini, e cioè dell’elemento umano in quanto tale…

F: Le riunioni segrete trovano il loro equivalente nelle riunioni delle cellule militanti in cui, grazie ai discorsi di qualche agguerrito attivista capace di comunicare gli elementi base della lingua rivoluzionaria, ci s’impregnava della buona parola sovversiva per andarla a diffondere oltre i limiti della loggia militante.

G: Nel corso di queste riunioni, alcuni animali chiedono perché mai si debba fare la rivoluzione se la teoria marxista insegna che è in maniera dialettica che la rivoluzione si trasforma in realtà. Marx spiega che la rivoluzione è inevitabile a causa della stessa dinamica della lotta di classe che produce l’impoverimento, una dinamica che non potrà non portare meccanicamente alla vittoria del proletariato, sempre più numeroso e quindi sempre più forte. Se la rivoluzione viene descritta come naturale e dialettica, perché mai la si deve presentare come culturale e ideologica? Si riassume qui tutta la questione della natura del materialismo dialettico marxista-leninista: se il materialismo non è dialettico, tutto l’edificio bolscevico frana…

H: Le futili e frivole rivendicazioni della giumenta Mollie sono le rivendicazioni delle borghesi e della borghesia. Dal punto di vista alimentare, in effetti, lo zucchero è un alimento inutile, legato soprattutto alle occasioni di festa, proprio come i nastrini, che servono solo a decorare e che per questo motivo incarnano il lusso. La Fattoria marxista dovrà quindi ignorare la dolcezza, che sia alimentare o metaforica, e il superfluo, che sia nell’abbigliamento o solo allegorico. Comunque, il fatto che Orwell faccia portare avanti la rivendicazione del lusso e del superfluo da un personaggio femminile gli varrebbe oggi un processo da parte delle nuove leghe della virtù!

I: Quanto al corvo Mosè e alle sue fandonie, alle sue storielle sulla vita dopo la morte e sulla felicità in un paese misterioso al di là del cielo, alle sue frottole sullo zucchero e sul trifoglio che crescono dappertutto e spontaneamente, tutti ci avranno facilmente riconosciuto la figura del prete, cioè qualcuno che vende retro-mondi e che non vive lavorando come tutti gli altri ma solo capitalizzando i propri sermoni! Perché il prete possa essere amico del padrone e degli amici del padrone, perché possa essergli permesso di collaborare con Jones e schiavizzare gli animali su questa terra con il pretesto che così possono ottenere il cielo dopo la morte, perché sia addomesticato e perché sia l’animale preferito del padrone, lo si intuisce fin troppo bene: il corvo è l’animale che legittima lo sfruttamento dell’uomo sui suoi simili. Il corvo Mosè porta il nome del profeta delle religioni del Libro ed è l’animale dell’oppio dei popoli.

J: Gondrano invece incarna Stachanov, il minatore russo che la propaganda marxista-leninista esaltava per aver estratto carbone in quantità quattordici volte superiore a quella di tutti gli altri. Stachanov è stato trasformato da Stalin in un eroe della produzione socialista: è stato decorato con parecchie medaglie, è stato celebrato, è diventato deputato del Soviet supremo e ha persino dato il proprio nome a una città. Quello che nessun capitalista sarebbe mai riuscito a ottenere senza la mediazione di un negriero o senza incorrere nella resistenza dei lavoratori e dei sindacalisti, il sistema marxista-leninista lo ottiene grazie all’ideologia. Lo stacanovismo è stato una servitù volontaria che ha permesso di rendere ancora più schiavi i lavoratori facendo credere che con la loro opera stessero ponendo le basi della libertà…

K1: L’asino Beniamino fa pensare allo stesso Orwell, o a un qualche altro intellettuale che rimanga su posizioni critiche. O anche semplicemente a una persona dotata di buon senso e capace di vedere quello che c’è da vedere senza sentirsi obbligato a supportare le sciocchezze dei propri padroni. Beniamino sa leggere e tiene tutto in memoria. Ci ricorda quella favola di La Fontaine intitolata Il vecchio e l’asino, in cui il somaro, quando il vecchio gli impedisce di rotolarsi nell’erba, ne conclude che «il padrone è un nemico certamente»… E ci fa anche pensare a quelle umili persone delle classi lavoratrici dotate, secondo Orwell, di una «decenza comune» che permette loro di vedere e di concepire il mondo, riflettendo e agendo in virtù di un buon senso che non si lascia ingannare da nessun discorso seduttore. È per eccellenza l’anti-Squillo, il suo antidoto, il suo anticorpo, il suo controveleno…

K2: La bandiera verde con il corno e lo zoccolo copia la bandiera rossa con la falce e il martello… Nell’antichità, il colore rosso indicava il potere e la sovranità perché era ottenuto dalla secrezione di un mollusco molto raro e quindi molto costoso. La porpora viene associata agli imperatori, ai senatori romani, e anche ai cardinali, cioè alle autorità più alte della gerarchia ecclesiastica. Associata alla falce del contadino e al martello dell’operaio, il rosso della porpora simboleggia il potere sovrano del proletariato.

L: Il «Consiglio»36 rappresenta il Soviet supremo. Sulla carta, si tratta di una soluzione ideale: un’assemblea che, attraverso i dibattiti, decide in maniera collettiva cosa sia meglio per la comunità. La realtà, invece, è che più che lasciare spazio al dibattito generale, il Consiglio diventa il luogo in cui si scontrano gli egocentrismi legati alle varie tendenze ideologiche e politiche avverse: l’opposizione tra Napoleone e Palla di Neve, maiali che l’appartenenza allo stesso genere dovrebbe mantenere uniti, mette in scena lo scontro tra i due temperamenti di Stalin-Napoleone e di Trockij-Palla di Neve. È abbastanza evidente che il silenzio dei membri del Consiglio rende possibile lo scontro pugilistico verbale tra i due, uno scontro di cui a fare le spese sono sempre gli altri animali, cioè il popolo. La posta in gioco di questo Consiglio, matrice del Soviet supremo, non è tanto l’efficienza dei consigli operai quanto la lotta per la guida della Rivoluzione. Quando nel 1921 i marinai di Kronštadt si rivoltano, è proprio perché i corrispettivi di Napoleone e di Palla di Neve si sono appropriati del potere – che non si trova più, se mai si era trovato, nelle mani dei lavoratori.

M: La creazione delle commissioni è uno dei primi segnali del tradimento della Rivoluzione, perché indica il momento preciso in cui la burocrazia comincia a mobilitarsi contro il meccanismo dei soviet. La burocrazia passa da strumento al servizio del proletariato a meccanismo operante contro gli stessi lavoratori. Se il soviet era il mezzo per arrivare alla democrazia diretta, cioè all’autentica democrazia e all’esercizio del potere da parte del popolo per il popolo, la burocrazia si trasforma invece nello strumento di una democrazia indiretta che priva il popolo del potere su sé stesso, affidandolo a funzionari senza scrupoli, a tecnici ottusi, a ingegneri ideologizzati, a commissari del popolo fanatici e ad altri collaboratori di quella che non può più essere definita come una dittatura delproletariato ma una dittatura sul proletariato.

N: Nessuno mette in dubbio che in Unione Sovietica e negli altri paesi comunisti l’indice di analfabetismo sia regredito. È questo anzi uno degli argomenti più sfruttati dai vari sostenitori… Però va anche detto che la lettura e la scrittura non venivano considerate in termini di strumenti di liberazione intellettuale, come accade in una democrazia degna di questo nome quando l’offerta intellettuale si fa ampia, diversificata, contraddittoria e molteplice, ma erano sfruttate come un mezzo efficace per l’asservimento ideologico. Testimoniano di questo fatto l’inesistenza, nelle biblioteche e nelle librerie dei paesi marxisti-leninisti, della letteratura universale e critica e, al contrario, la presenza di un’unica letteratura a carattere propagandistico. La lotta contro l’analfabetismo va pensata all’interno di una logica di propaganda. L’ignoranza non è una cosa positiva, ma se tutto quello che s’impara sono menzogne, finzioni, miti e sciocchezze la situazione non migliora di certo… Ricordiamoci come anche il cristianesimo abbia avuto interesse a insegnare alle folle, ad aprire scuole e università, ma solo allo scopo di meglio indottrinare i propri studenti e i propri scolari. E non dimentichiamoci nemmeno che anche nei regimi di tirannia liberale l’indottrinamento segue lo stesso percorso…

A proposito di educazione, insegnamento, cultura e cose dello spirito, Orwell solleva pure un altro problema: dopo la Rivoluzione che ha decretato l’uguaglianza di tutti e che offre a ognuno la stessa identica educazione, i fatti dimostrano che la diseguaglianza naturale rimane… Pur seguendo gli stessi corsi, pur applicandosi allo stesso metodo, pur affrontando lo stesso corpus di opere, pur contando sugli stessi insegnanti e sugli stessi insegnamenti, ognuno rimane identico a sé stesso: chi è futile rimane futile, chi è sciocco rimane sciocco, chi è ottuso rimane ottuso, chi è stupido rimane stupido e chi è furbo rimane furbo! Il fatto di decretare l’uguaglianza non la realizza ipso facto; e nemmeno il lavorarci. Dobbiamo fare i conti con l’irriducibilità della natura umana: chi è per natura un animale da tiro o una bestiola belante rimarrà sempre un animale da tiro o una bestiola belante! Non ci si può fare niente. È tutto il programma della sinistra rousseauiana, e quindi robespierrista, e quindi marxista, e quindi marxista-leninista, e quindi della sinistra culturale contemporanea, che con questo ragionamento crolla: non si possono negare i fatti e la natura, la cultura non è tutto, non può tutto e non mette in pratica tutto! L’uguaglianza delle condizioni, che dobbiamo naturalmente realizzare, non impedisce la diseguaglianza dei risultati. In più di mezzo secolo di cultura sovietica nei paesi del blocco dell’Est, dopo aver sottomesso centinaia di milioni di soggetti a questo ferreo trattamento ideologico, il regime pedagogico non ha prodotto nessun capolavoro universale, nessun genio che abbia offerto al mondo benefici planetari durevoli, nessuna invenzione veramente rivoluzionaria…

O: Palla di Neve è un grande parlatore, è un maestro di retorica e di sofistica – i marxisti-leninisti direbbero: di dialettica. Anche se, sottolineano i guardiani del tempio marxista, l’espressione «materialismo dialettico» non si trova in Marx ma in Engels, è pur sempre Stalin che ne fa la base del metodo del marxismo-leninismo. Si tratta di una scolastica di nuovo tipo che permette di richiamarsi alla dialettica hegeliana e di giustificare l’ingiustificabile attraverso i discorsi fumosi che qualsiasi bravo retore marxista è in grado di produrre.

Nella finzione di Orwell, a un certo punto, si presenta il seguente problema logico: siccome gli uomini sono dei Duezampe e sono dei nemici, tutti i Duezampe sono dei nemici; gli uccelli, però, pur essendo Duezampe, non sono esseri umani ma animali, e di conseguenza sono amici. Per risolvere la contraddizione, si mette in moto tutta una dimostrazione il cui cuore consiste nel seguente ragionamento: «Compagni, [...] l’ala di un uccello è un organo di propulsione, non di manipolazione: dev’essere perciò considerato alla stregua di una gamba. Il tratto distintivo dell’uomo è la mano, lo strumento con cui compie tutte le sue malefatte».38

In realtà, la cosa non è così automatica. Si tratta di un paralogismo che denuncia ironicamente quanto potente possa essere il materialismo dialettico nel dimostrare che la realtà non è la realtà. Le ali sono un organo di propulsione a tutti gli effetti e non dovrebbero essere considerate come delle zampe, perché le zampe, diversamente dalle ali, sono strumenti di manipolazione. In verità, anche se nessuno ha mai visto un uccello afferrare o prendere qualcosa usando le proprie ali come fossero delle zampe, è proprio questa la conclusione cui ci porta il paralogismo: ritenere che le ali siano delle zampe come le altre. Aveva ragione Mao: la dialettica può veramente spaccare i mattoni – sempre che siano fatti di carta…

P: Il latte e le mele confiscati dai maiali spogliando tutti gli altri animali della Fattoria simboleggiano l’atto di nascita della nomenklatura. Di fatto, all’interno di un regime che vorrebbe essere senza classi, nasce una classe che vive separata. Oltre a vivere separata, quest’aristocrazia governativa si riserva i vantaggi e i piaceri della vita edonistica che lei stessa pone sotto accusa. La nuova oligarchia crea a proprio vantaggio i privilegi che nega agli altri, si riserva le comodità esistenziali che vieta agli altri e gode del benessere di cui priva gli altri. Questo, ovviamente, in nome della felicità degli altri!

Q: I piccioni viaggiatori che vanno a portare la notizia della Rivoluzione oltre le frontiere della Fattoria degli Animali è un chiaro rimando all’internazionalismo di Trockij, che riteneva che la Rivoluzione non potesse limitarsi all’ambito nazionale e che, per evitare gli attacchi dei paesi capitalisti coalizzati e salvare le conquiste del 1917, bisognava proclamare la Rivoluzione contemporaneamente in tutti i paesi, costituendo un’internazionale proletaria in grado di rispondere agli attacchi dei padroni, capaci di organizzarsi in un fronte comune.

R: In quest’ottica, possiamo anche supporre che i proprietari mobilitati contro i proletari e la loro Rivoluzione sono i fascisti in generale e i nazisti in particolare. Di conseguenza, la Battaglia della Stalla, con la sventurata ritirata dei controrivoluzionari sconfitti in maniera molto pesante, corrisponderebbe alla battaglia di Stalingrado, la cui vittoria venne festeggiata dai sovietici con grande pompa. Nel 1942, venne addirittura coniata una medaglia per la Difesa di Stalingrado…

S: Il passaggio di Mollie dalla parte degli uomini fa pensare a tutti quei dissidenti che hanno attraversato la cortina di ferro per raggiungere il campo occidentale e ritrovare lo zucchero, l’oro e i nastrini – la società dei consumi, insomma. Notiamo al volo che Orwell non dà dell’Occidente cosiddetto libero un’immagine necessariamente allegra: il campo degli uomini, il campo del capitalismo, è anche il campo delle sciocchezze e delle cose frivole, dell’oro e dei soldi, dell’apparenza e dell’esteriorità. Come a dire che possiamo non amare la società tirannica del marxismo senza essere costretti ad apprezzare la futile società del capitalismo. I tiranni Napoleone e Palla di Neve, l’intellettuale Squillo al servizio del potere e lo stupido stacanovista Gondrano, non hanno nulla da invidiare alla giumenta Mollie, che adora tutto quello che brilla e si comporta da perfetta egoista narcisista che ama gli specchi e i fronzoli, le stoffe di seta e i mobili della signora Jones, e che è anche una devota di Mosè, il corvo addomesticato che vende finzioni religiose…

T: L’espulsione di Palla di Neve da parte dei mastini cresciuti di nascosto da Napoleone racconta quella di Trockij da parte di Stalin nel 1929. Si tratta, per Stalin, dell’occasione per prendere in mano il potere e far partire l’impresa di collettivizzazione delle terre. I molossi incaricati di far regnare la legge dell’unico despota fanno pensare alla Čeka, poi trasformatasi in GPU, in altre parole la polizia politica di Lenin.

Anche la criminalizzazione dell’ex compagno rivoluzionario si fonda su fatti storici: l’immagine di Trockij, che sia reale, simbolica o allegorica, viene cancellata, infangata, maltrattata e vilipesa. Trasformato nel nemico pubblico numero uno, il potere gli attribuisce tutta la negatività prodotta dal processo rivoluzionario in quanto tale: tutto quello che non ha funzionato o che non funziona, non ha funzionato o non funziona per colpa sua! Trockij è il capro espiatorio che permette al potere di liberarsi da tutti i suoi errori, da tutte le sue colpe e da tutti i suoi fallimenti.

U: Il culto delle reliquie del padre fondatore prende qui la forma della venerazione del cranio del vecchio Maggiore: a chi non viene da pensare al corpo mummificato di Lenin, collocato nel 1924 in un sarcofago di vetro ed esposto in un mausoleo di marmo rosso perché i comunisti di tutto il mondo potessero venire a rendergli onore?

V: L’incapacità del sistema comunista non ha più bisogno di essere dimostrata. Nella Fattoria, gli animali hanno fame e freddo e mancano di ogni cosa. Non considerando i casi in cui semplicemente non esistevano, gli oggetti costruiti in Unione Sovietica erano sempre di cattiva qualità. La produttività era pessima: lentezza sul lavoro, incompetenza degli ingegneri che pensavano in termini di pianificazione senza preoccuparsi della realtà più concreta, demotivazione dei lavoratori e disorganizzazione del lavoro. Il tutto ha prodotto penuria, fame nonché la parsimoniosa immissione sul mercato di prodotti incompleti e improponibili…

Da qui, la necessità, nel 1921, della NEP, la Nuova Politica Economica. Questa radicale svolta in campo economico e politico permette a Lenin, in spregio di qualsiasi progettualità socialista o comunista, di aprire una parentesi capitalista. All’inizio, l’aveva proposta Trockij e Lenin l’aveva rifiutata. Poi Lenin si convince a metterla comunque in piedi. Il marxismo-leninismo non è capace di produrre e rispondere alle necessità più elementari degli esseri umani: niente da mangiare, niente da vestirsi, niente con cui sopravvivere, niente che sia fatto con il rispetto della qualità. Perché la sua rivoluzione comunista non affondi, Lenin deve chiedere aiuto ai capitalisti! Per un periodo limitato a non più di un quarto di secolo, sceglie di restaurare la proprietà privata e di creare un mercato per l’agricoltura, accordando autonomia alle industrie nazionalizzate, autorizzando il commercio con l’estero e consentendo ai salariati di affittare di nuovo la propria forza lavoro…

W: La disinformazione che impera nei discorsi ufficiali della Fattoria degli Animali è un grande classico dei regimi marxisti-leninisti: bisogna nascondere la realtà che non si è in grado di vedere e produrne una alternativa che possa testimoniare dell’eccellenza del regime. Si prende come testimone un visitatore straniero e gli si dice, gli si racconta e gli si mostra quello che il potere vuole che venga raccontato e diffuso al resto del mondo. Il regime nazionalsocialista fa, per esempio, «visitare» un falso campo di concentramento in modo che le vittime di questa falsa informazione possano diffonderla al loro ritorno. Il regime marxista-leninista faceva la stessa cosa con alcuni ospiti di rilievo, in particolare con i numerosi intellettuali accorsi per decenni a godersela a spese del bolscevismo prima di trasformarsi in ardenti propagandisti del ritorno al mondo cosiddetto libero.

X: Il sangue versato dai maiali per far regnare il terrore fra gli animali ci ricorda quanto largamente il regime sovietico abbia praticato le purghe e il terrore, tormentando, perseguitando, picchiando, torturando, deportando e mandando a morte persino molti dei suoi stessi partigiani. Ora, perché il terrore possa essere efficace, non deve coinvolgere solo i colpevoli e, soprattutto, non deve risparmiare gli innocenti. Quando Gondrano, prototipo dell’operaio stupido e zelante, ottuso e produttivista, ligio e di basso profilo, cieco sostenitore del potere e devoto al proprio tiranno, si fa attaccare dalla polizia politica di Napoleone, non è evidentemente perché sia colpevole di qualcosa! In realtà, proprio il fatto di essere innocente lo rende una vittima ideale: se ognuno è consapevole di poter essere accusato di qualcosa anche senza avere nulla di particolare da rimproverarsi, cominceranno a preoccuparsi tutti quanti, non solo i colpevoli. Lo spettacolo della punizione dell’innocente terrorizza lo spettatore. È a quel punto che il governo terrorista ottiene il proprio scopo: sottomettere al proprio giogo tutti i soggetti e ottenerne la servitù volontaria. Il potere vuole essere temuto; per ottenere questo risultato, la tecnica migliore è punire chi è senza colpa. Le accuse rivolte a Gondrano ricordano moltissimo quelle rivolte a Kamenev, a Zinoviev, a Kirov e a tanti altri durante il periodo delle Grandi purghe staliniane degli anni Trenta – quasi un milione di morti…

Y: L’autocritica dei sudditi del potere è parte integrante del meccanismo del terrore. Di fronte allo schieramento dei giudici rivoluzionari, il sedicente colpevole, considerato nella maggior parte dei casi veramente colpevole, confessa pubblicamente i propri errori, veri o presunti che siano, con lo scopo di ottenere l’assoluzione del potere, che in questo modo potrebbe dare mostra non solo della propria grandezza e della propria magnanimità, ma anche del proprio rigore, della propria forza, della propria risolutezza e di conseguenza della propria potenza – meglio ancora: della propria onnipotenza. La confessione può portare a un’assoluzione o a una condanna. L’assoluzione però non cancella la possibilità di una condanna futura! Si tratta, in realtà, di umiliare, di scoraggiare, di mortificare e di avvilire per mostrare pubblicamente chi ha il potere di vita e di morte sui propri sudditi. Il Tribunale rivoluzionario del 1793 rappresenta l’archetipo del carattere ingiusto di questa giustizia rivoluzionaria.

Z: La sostituzione dell’inno Bestie d’Inghilterracon quello composto dal poeta Minimus ricorda la storia dell’Internazionale, canto rivoluzionario della Rivoluzione russa del 1917, rimpiazzato dall’Inno statale dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche il 15 marzo del 1944, dopo che le Grandi purghe degli anni Trenta avevano ripulito il paese dai suoi sedicenti nemici interni e che la vittoria di Stalingrado aveva debellato anche i nemici esterni – fascismo, nazionalsocialismo e capitalismo.

A1: Il culto della personalità è uno dei segnali del regime autoritario. Il potere può contare su poeti e artisti di corte, su intellettuali organici, su musicisti stipendiati e, naturalmente, su giornalisti prezzolati. La missione di tutte queste persone è celebrare il nome, il volto e la figura del dittatore, rendendolo onnipresente nella vita di tutti i giorni. Non si può sfuggire alla sua immagine, che minaccia e tiene tutti sotto controllo. Foto, film, riviste, giornali, quadri, romanzi, poesie, sinfonie, opere, libri, sculture e palazzi: tutto deve raccontare le favolose imprese dell’ideologia attraverso la figura di colui che è stato chiamato a incarnarla. Quest’arte ufficiale, il realismo socialista, si rivolge in maniera semplice alla gente semplice per arrivare a toccare il più grande numero di persone possibile. È ovvio che l’arte nazista, con il suo realismo nazionalsocialista, offre l’ennesima variazione su questo stesso tema. Ėjzenštejn ha rappresentato per il cinema bolscevico quello che Leni Riefenstahl ha rappresentato per il cinema nazista. Si tratta, in entrambi i casi, di due creatori di miti e di leggende che hanno saputo sfruttare immagini fittizie per congedare la Storia a tutto vantaggio delle favole e per rimpiazzare la verità dei fatti con la finzione della propaganda. In realtà, il ruolo di qualsiasi arte nella Storia è proprio quello di proporre un riflesso delle mitologie su cui è costruita la civiltà.

B1: Parlando di sorprendenti cambiamenti di alleanze, la palma va certamente attribuita a Stalin, che ha cominciato combattendo contro Hitler (il Frederick della Fattoria degli Animali) per poi diventare suo alleato siglando un patto germano-sovietico che, durante la Seconda guerra mondiale, ha tenuto legati i bolscevichi ai nazisti, i marxisti-leninisti ai nazionalsocialisti, per quasi due anni, dal 23 agosto del 1939 al 22 giugno del 1941. Questo patto è stato firmato da Molotov, da Ribbentrop e da Hitler in persona… Il Partito comunista francese ha seguito la linea collaborazionista per tutto il tempo che è durato il patto, entrando nella Resistenza solo dopo che Hitler lo ha denunciato unilateralmente invadendo con le sue truppe l’Unione Sovietica, appunto il 22 giugno del 1941. I pochi comunisti che si erano uniti alla Resistenza prima della fine del patto hanno agito disobbedendo al loro stesso partito. La mitologia comunista di un grande partito di partigiani resistenti è sempre stata dominante, molto più di quanto permettesse la realtà certificata dai documenti. Questo grande non-detto della storia di Francia è all’origine di parecchie sue patologie.

Quando Napoleone-Stalin si rende conto che Frederick-Hitler, stracciando personalmente il patto firmato, dimostra di avergli rifilato solo chiacchiere, l’amico della veglia si trasforma nel suo più acerrimo nemico. Con la Battaglia del Mulino a vento, Orwell ci racconta la battaglia di Stalingrado…

C1: Il ritorno in grazia del corvo Mosè permette a Orwell di affrontare il problema dei rapporti tra i religiosi cristiani ortodossi e lo stalinismo, rapporti molto diversi da quelli che la dottrina marxista potrebbe lasciar intendere. Partendo dalla celebre definizione di Marx, la religione è l’«oppio dei popoli», nella Russia bolscevica abbiamo assistito a diverse fasi. All’inizio, le chiese vengono distrutte oppure destinate ad attività pagane – diventando, per esempio, piscine municipali. I preti sono perseguitati, i seminari chiusi e, al contrario, vengono aperti vari musei dell’ateismo. Durante la guerra, però, Stalin sfrutta la religione come cemento nazionale. Torna dunque in odore di santità bolscevica nella misura in cui permette di tenere il popolo unito. Nel 1943, Stalin autorizza l’elezione di un patriarca a Mosca. Come contropartita, il dittatore pretende la collaborazione della Chiesa al regime, cosa che in effetti avvenne.

Attraverso la favola, Orwell analizza il marxismo-leninismo nella sua incarnazione totalitarista sovietica: il discorso teorico e generoso di Marx; l’esposizione del progetto rivoluzionario; il sogno di una società migliore; le rivolte che preparano la Rivoluzione; la loro feroce repressione da parte dei sostenitori del potere alleati ai padroni e ai loro interessi controrivoluzionari; la composizione dei canti rivoluzionari; la morte del profeta e la reincarnazione delle sue idee nel gruppo di rivoluzionari; la costruzione del sistema teorico; la convivenza tra religione e potere; la Rivoluzione che scaccia e confisca questo stesso potere; il recupero della Rivoluzione da parte di una sola persona; l’instaurazione di un catechismo rivoluzionario con i suoi dogmi e i suoi comandamenti; la collusione fra potere e intellettuali; l’improduttività economica di questi ultimi e l’elaborazione di elementi linguistici come arma in mano alla dittatura; le masse instupidite e rese docili al controllo proprio grazie a questi discorsi; gli operai stacanovisti che incarnano a testa bassa il piacere della servitù volontaria; l’esistenza di parassiti; l’attivazione di una simbologia rivoluzionaria: canti, inni, bandiere e immagini; la creazione di una dittatura del proletariato; la costituzione di una polizia politica; la scelta di un nemico come capro espiatorio per ogni tipo di negatività; l’uso della dialettica per dimostrare che quello che esiste non esiste e che quello che non esiste esiste; l’internazionalizzazione della Rivoluzione e i discorsi controrivoluzionari conseguenti; le modalità schematizzanti del discorso rivoluzionario; le alleanze e il loro rovesciamento sul modello del patto germano-sovietico; le guerre rivoluzionarie e controrivoluzionarie; le defezioni e la dissidenza; il produttivismo e l’industrializzazione forsennata; la robotica e la meccanizzazione rivoluzionaria; l’abbandono dei soviet a profitto del potere personale; il culto delle reliquie; il meccanismo delle menzogne di Stato; la penuria dei prodotti alimentari e di prima necessità; la rinuncia all’economia marxista-leninista a profitto della Nuova Politica Economica capitalistica; la riscrittura del passato; l’installazione di un Ministero della propaganda; la costruzione di un mito dell’efficienza della Rivoluzione esportato internazionalmente; il ricorso all’autocritica nei processi rivoluzionari e l’uso della confessione; l’eliminazione fisica degli oppositori; il governo attraverso il terrore; il sostegno interno dei comunisti critici; il culto della personalità; la trasformazione della nomenklatura in oligarchia; il collaborazionismo degli apparati religiosi; ma anche, nonostante tutto, la possibilità di un’intellettuale critico, di una figura come quella che nel libro viene incarnata dall’asino, cioè da un animale che non si attacca a nessun carro: il portavoce di Orwell, ovviamente.

La morale che si ricava da questa densa favola è semplice: la Rivoluzione è un cambiamento che dopo aver provocato parecchi danni torna al punto di partenza ma in condizioni peggiori. Una volta giunti al potere, gli sfruttati di ieri diventano gli sfruttatori di oggi e impongono un ordine peggiore di quello che è stato spazzato via. Con il capitalista Jones non erano probabilmente rose e fiori tutti i giorni, però con il marxista-leninista Napoleone è buio pesto ogni singolo secondo di ogni singolo giorno.

La conclusione di questa favola è che sono sempre gli umili e i sottomessi a pagare le spese delle rivoluzioni. Sono i poveri che sgobbano e che soffrono, che non mangiano quanto dovrebbero e che sono privati di tutto, che subiscono il terrore e gli stermini, che vengono offesi e insultati, disprezzati e inebetiti, dominati e sfruttati. La promessa di un mondo migliore domani va di pari passo con la certezza di un mondo immondo qui e ora.

La dinamica storica della Rivoluzione seguita da Orwell permette di ricavare una vera e propria teoria della Rivoluzione. All’inizio, c’è la bellezza della Rivoluzione con le sue promesse di felicità, uguaglianza e giustizia per tutti, con le sue buone intenzioni, con il suo desiderio di costruire un paradiso in terra, con la sua prospettiva di abbondanza e di prosperità, con la sua volontà di risolvere ogni negatività e ogni contraddizione e di realizzare l’armonia sociale: è il tempo del sogno e dei progetti, dei castelli in aria e dell’utopia. Il secondo momento è quello della trasformazione ideologica della Rivoluzione, della proposta e dell’elaborazione dei programmi, della composizione delle massime e della formulazione degli imperativi, delle regole e degli slogan: è il tempo delle assemblee e delle riunioni, dei dibattiti e delle discussioni, delle costituenti e dei soviet. Il terzo momento è quello della confisca della Rivoluzione, ed è il momento in cui i rivoluzionari, trasformatisi in professionisti della rivoluzione, cominciano a lavorare all’estromissione del popolo e alla conversione della democrazia diretta in un regime oligarchico di rappresentanti in cui questi ultimi si pongono come aristocrazia: è il tempo della metamorfosi del progetto della dittatura delproletariato nella realtà della dittatura sulproletariato. Il quarto momento è quello della trasformazione reazionaria della Rivoluzione; tutto quello che all’inizio veniva proposto come rottura e come cambiamento riattiva i vecchi schemi e riporta in circolo lo sfruttamento e la dialettica di dominazione e servitù: è il tempo degli sciacalli della Rivoluzione, degli aggiotatori e degli accaparratori, dei nuovi ricchi e degli arrivisti, è il tempo dell’emersione di una nuova borghesia di arricchiti che, lungi dal servire la Rivoluzione, in realtà se ne serve. Il quinto momento è quello dell’instaurazione della dittatura rivoluzionaria ed è il momento dei tribunali rivoluzionari e di tutto quello che ci ruota attorno, il momento del terrore che accompagna l’avvento del potere personale e del culto della personalità: è il tempo del sangue e del suo corteo di ghigliottine, fucilazioni, deportazioni, campi di prigionia e interrogatori della polizia. Il sesto momento è quello della cristallizzazione della Rivoluzione in reazione; la società rivoluzionaria ricrea le tare del regime capitalista: disuguaglianze sociali e sfruttamento di una classe di schiavi da parte di una classe di dominanti, lotta di classe tra chi possiede i mezzi di repressione e chi li subisce, arricchimento della nomenklatura e impoverimento del proletariato; è il tempo della disillusione. La situazione è ormai matura per una nuova Rivoluzione – che sarà però per forza controrivoluzionaria…

Quale lezione dobbiamo trarre da questa favola? La lezione è che la Rivoluzione è come Saturno e si mangia i propri figli; promette quello che non può mantenere, cioè felicità, pace, prosperità e fraternità; finisce sempre per produrre il contrario di quello che si era proposta all’inizio, e cioè infelicità, miseria, fame e guerra di tutti contro tutti. La lezione è che la realtà dà torto all’utopia sulle grandi linee e nei dettagli, ma che i rivoluzionari preferiscono le bugie del loro partito alle verità del partito opposto; che l’entusiasmo di partenza si trasforma alla fine in disperazione; che le menzogne, le verità propagandistiche, le mistificazioni e le leggende si moltiplicano all’unico scopo di far credere che la realtà non è quella che si vede, ma è il sogno che si realizza, anche se tutto prova il contrario; che bisogna fare i conti con la natura umana, perché l’uomo non è naturalmente buono; che non è la società che lo corrompe e che non basta quindi cambiare la società per tornare all’uomo naturalmente buono. L’uomo è un lupo per l’uomo; se fosse stato buono, dalle sue scelte, dalla sua volontà e dai suoi atti non sarebbe mai sorto il male.

Bisogna allora elaborare il lutto per qualsiasi tipo d’ideale? Dobbiamo acconsentire al peggio solo perché è inevitabile e ineluttabile? Dobbiamo farcene una ragione e tornare a essere pessimisti, misantropi, disfattisti e nemici del genere umano? Da nessuna parte Orwell ci dice qualcosa che possa portare a simili conclusioni. La sua stessa vita prova il contrario, e la sua battaglia contro il totalitarismo ce ne dà la perfetta illustrazione: Orwell è stato un vero uomo di sinistra.

La sinistra di Orwell è una sinistra tragica e libertaria. Orwell non vede né società radiose né domani votati alla felicità. I rivoluzionari di professione, tramutatisi in uomini di potere con i loro intellettuali e con i loro poeti, sono rappresentati dai maiali, dalle scrofe e dai porcellini, ma anche dai cani; gli uomini di religione che fanno il gioco del potere vendendo le proprie fanfaronate sono dei corvi; gli uomini comuni sono pecore che belano e si muovono sempre in gruppo, ma sono anche galline che fanno le uova, mucche che ruminano, piccioni che rilasciano i propri escrementi e portano messaggi senza preoccuparsi di cosa contengano; gli uomini laboriosi sono dei cavalli da tiro, non veramente cattivi ma capaci solo di obbedire ciecamente e di lavorare in maniera ostinata; stessa cosa per le donne futili, anch’esse rappresentate da cavalli da tiro, sciocche e disciplinate quanto i loro compagni di sfortuna, ma affascinate in più da tutto quello che brilla, dai nastrini, dai gingilli, dai vestiti di seta e dai gioielli scintillanti.

E poi, c’è l’asino Beniamino… L’asino rappresenta lo stesso Orwell in tutta la sua maestà. Che cosa ci viene detto di Beniamino? «Beniamino era l’animale più vecchio della fattoria, e quello con il carattere peggiore. Parlava di rado, ma di norma quando apriva bocca era per fare qualche osservazione tagliente: per esempio diceva che Dio gli aveva dato la coda per scacciare le mosche, ma che avrebbe preferito non avere né coda né mosche. Di tutti gli animali della fattoria era l’unico che non rideva mai: se gli si chiedeva perché, rispondeva che non trovava nulla di cui ridere».10 È amico di Gondrano, un tipo non proprio sveglio ma in compenso valoroso, coraggioso, instancabile, devoto e fedele.

A differenza di tutti gli altri, analfabeti incapaci di imparare a leggere, e quindi anche di scrivere e di pensare, Beniamino sa leggere… È lui che, dopo aver decifrato la parola «macellaio» sul furgone che viene a prendere Gondrano in fin di vita, capisce che Napoleone, il grande maiale dittatore marxista-leninista, ha deciso di far abbattere il cavallo da tiro, dimostrando di averlo sempre ingannato e di non prendere assolutamente in considerazione la devozione dimostrata da quest’ultimo alla sua stessa causa. È lui che invita gli animali della Fattoria a ribellarsi contro l’intenzione dei rivoluzionari di mandare a morte chiunque non sia, o non sia più, utile alla Rivoluzione. Beniamino fa quello che deve fare: osserva quello che sta succedendo, pensa quello che c’è da pensare, sa come sta la gente e come stanno le cose, conosce la natura umana e i ricorsi della storia, è consapevole di quella che è la vita e di come vada, e non si formalizza più di tanto: è un filosofo in tutti i sensi del termine. È l’unico a poter salvare la situazione in un mondo popolato da cani e da maiali, da pecore e da capre, da piccioni e da corvi. Non lo si riesce ad attaccare ai calessi, è refrattario alla cavezza e al giogo. L’asino salva l’umanità.

Conclusione
Il progressismo nichilista
Anche il male può progredire

Chi può dire, oggi come oggi, di non essere d’accordo sul fatto che il ritratto del totalitarismo abbozzato da Orwell sia quasi un affresco dei nostri anni? Anche oggi, in effetti, la libertà è difesa male, la lingua messa sotto attacco, la verità cassata, la storia strumentalizzata, la natura bypassata, l’odio incoraggiato e l’imperialismo in marcia.

Quello che a noi viene presentato come un progresso è, in realtà, una marcia verso il nichilismo, un’avanzata verso il nulla, un movimento verso la distruzione. È proprio come quando si parla del progresso di un tumore o di un’altra malattia che porta inesorabilmente alla morte. Il culto che oggi tutte le persone che rivendicano a sé la qualifica di progressista votano al progresso per il semplice fatto di essere progresso, sembra quasi una genuflessione di fronte all’abisso un attimo prima di precipitare nei flutti, come le pecore di Panurgo… Il progresso è diventato un feticcio e il progressismo si è trasformato nella religione di un’epoca priva di esperienze del sacro, è diventato la speranza di questi tempi disperati, la credenza di una civiltà senza fede. Noi però abbiamo la possibilità di non accettare questa nuova religione e di preferirle un tragico ateismo sociale che non s’inginocchia di fronte a nessuna trascendenza. È questo rifiuto della rassicurazione della fede a definire l’uomo libertario.

1.

Prima tesi: la libertà si rimpicciolisce come una pelle di zigrino. Siamo una società sottoposta a controlli di ogni tipo, una società in cui la parola, la presenza, l’espressione, il pensiero, le idee e gli spostamenti sono completamente tracciati e tracciabili. Le informazioni recuperate potranno essere tutte usate per istruire le pratiche destinate al tribunale del pensiero.

Noi siamo archiviati. Lo siamo grazie al nostro telefono portatile, strumento nomade per eccellenza della servitù volontaria, e lo siamo grazie al nostro computer, variazione connessa alla rete di questo primo strumento. Lo siamo grazie alle telecamere di sorveglianza presenti un po’ dappertutto: per strada, nei parcheggi, nei negozi, nei palazzi, nei dispositivi di schermatura come i videocitofoni e all’entrata delle case. Lo siamo grazie alla domotica interconnessa, tipo Alexa, che installa nelle abitazioni dei microfoni con cui diventa possibile ascoltare tutto. Lo siamo grazie alla limitazione prodotta da tutti questi strumenti nomadi e grazie agli orologi digitali che, connessi anche loro alla rete, auscultano il nostro corpo, annotano il tasso di zucchero e di grassi, contano i battiti cardiaci, si segnano le abitudini sportive, le ore di sonno, il numero di piani fatti e le consuetudini alimentari. Siamo archiviati grazie ai tracciamenti dei microchip nelle carte di credito, nelle tessere sanitarie e anche nelle carte fedeltà dei negozi. Lo siamo grazie ai radar e alle videocamere installate sulla rete stradale, lo siamo grazie alle apparecchiature degli indici di ascolto e grazie agli istituti di sondaggio. Lo siamo grazie alle piattaforme di telefonia e grazie ai social network, piaga delle piaghe, strumento della perfetta esposizione di sé in ogni campo. Siamo capaci di esibire senza ritegno i nostri acquisti alimentari e il modo in cui li cuciniamo, e siamo capaci di mettere senza vergogna in mostra il nostro corpo tatuato, abbronzato, ingrassato, allenato, raggrinzito, pettinato, rasato, pompato, truccato, vestito, denudato, ingravidato, malato e ferito. Non abbiamo nessun problema a sbandierare i nostri pensieri, i nostri giudizi, i nostri commenti, le nostre riflessioni, i nostri insulti, le nostre predilezioni e le nostre antipatie e non facciamo difficoltà a mettere in piazza tutte queste cose senza nemmeno sentire il bisogno di chiedere a quelli che incontriamo, in contesti pubblici o in contesti privati o addirittura intimi, la traccia o la prova di tutti questi incontri. Ci esprimiamo sull’arte contemporanea anche se non sappiamo chi sia Marcel Duchamp; commentiamo la politica anche se ignoriamo persino il nome del primo ministro; diamo giudizi sulla religione anche se non abbiamo mai aperto il Talmud, la Bibbia o il Corano; diamo valutazioni sulla cucina di un ristorante senza averci mai messo piede, su un film senza averlo mai visto, su un libro senza averlo mai letto, su un paese senza averlo mai visitato, su un concerto senza esserci mai stati, sul pensiero di un autore senza avere mai nemmeno sfogliato uno dei suoi libri; diffondiamo foto e selfie, ci filmiamo mentre facciamo sesso o mentre ce ne stiamo da soli, quando siamo in due o quando siamo in tanti, oppure ancora quando ce ne stiamo con il nostro canarino; carichiamo sui social gli scatti dei nostri animali domestici, cani, gatti, pitoni, topi, pesci rossi o conigli d’angora. Niente sfugge alla riduzione in immagine che noi stessi operiamo per riuscire a captare l’attenzione altrui.

Questo tipo di sorveglianza è il più compiuto che si possa immaginare. Nessun regime totalitario avrebbe mai potuto sperare di meglio di un soggetto che non solo, per narcisismo ed egocentrismo, si trasforma nella spia di sé stesso, ma che lo fa con gioia, trasporto, soddisfazione ed entusiasmo! Dopo Terenzio, che aveva teorizzato l’Heautontimorumenosnell’omonima commedia, e dopo Baudelaire, che ne aveva tratto un sublime testo poetico, è l’uomo postmoderno che comincia a incarnare questa logica dell’individuo che punisce sé stesso; ma è solo con l’avvento dell’informatica e della connettività che la logica del carnefice e della vittima allo stesso tempo, la logica del martello e dell’incudine, la logica della piaga e del coltello sulla propria carne, la logica del soffietto e della guancia e la logica delle membra e della ruota tocca la sua massima perfezione.

Tutte le informazioni che ci riguardano si trovano agglutinate dentro una nuvola, dentro quei famosi cloud che hanno sostituito gli angeli nel vuoto spazio celeste di competenza del Dio giudaico-cristiano. È quella la cassaforte in cui mettiamo la refurtiva che sottraiamo ai nostri stessi beni per poterla offrire a chi ci deruba. Siamo noi stessi che ci derubiamo di continuo perché chi ci spoglia possa sfruttarci meglio. Chiaramente sto parlando qui del mondo dei giganti del web: di Google, di Apple, di Facebook e di Amazon. Chi di noi non ha mai lasciato anche un solo dato a questo Behemoth che supera di gran lunga tutti i Leviatani del totalitarismo?

In realtà, il mondo dei giganti del web non nasconde il proprio progetto, che è quello di realizzare il postumano e superare una volta per tutte questa vecchia fissazione che è l’uomo. Riu­scirci porterebbe anche all’eliminazione delle civiltà e di quel Diverso tanto caro a Segalen, a tutto vantaggio di un mondo Uno, unico e unificato. I giganti del web riflettono l’ideologia propria di una classe dirigente che può contare su disponibilità economiche infinite e, conseguentemente, su un potere in sostanza assoluto. Ogni clic sul pianeta è una moneta d’oro che cade nel loro borsellino. Per realizzare questa loro chimera di unione del corpo biologico con la carne digitale, cercano di adescare gli scienziati, i ricercatori, gli ingegneri, gli informatici, i biologi, i chirurghi, gli specialisti dell’intelligenza umana e di quella artificiale, i programmatori, gli studiosi di cibernetica, gli astrofisici, i neurologi, i filosofi e i sociologi.

Il nostro capitale dormiente rappresenta una banca dati gigantesca. Arriverà un bel giorno in cui si riuscirà a costruire un computer quantico capace di trattare miliardi d’informazioni nell’infimo spazio di qualche nanosecondo. Questa velocità folgorante provocherà una vera e propria rivoluzione. Quando Bergson definiva il comico come il risultato dell’applicazione dell’elemento meccanico al vivente, non s’immaginava certo che una simile collisione intellettuale si sarebbe trasformata nel progetto del postumano.

Gli archivi sono tanti mattoncini ontologici con cui si possono costituire degli esseri nuovi. Già da ora, siamo in grado di immaginarci che arriveremo a impiantare teste su corpi acefali, o a innestare cervelli dentro tutte quelle teste e dentro tutti quei corpi, con i bypass neuronali che assicureranno di fatto la realizzabilità di queste chimere.

Costituito in questo modo, il cervello potrà essere «informato» in maniera artificiale. Esperimenti di laboratorio hanno già permesso di inoculare ad alcuni topi il ricordo di eventi che non hanno vissuto. Al controllo negativo sulla memoria di cose che non sono state vissute, si accompagnerà naturalmente il controllo positivo sulla memoria di cose realmente vissute. Se possiamo dare a un mammifero il ricordo di qualcosa che non ha vissuto, tanto più potremo cancellare il ricordo di qualcosa che è stato vissuto. La plasticità di un simile cervello sarà come quella della cera vergine su cui possiamo imprimere o raschiare quello che vogliamo.

È a questo punto che tornano utili gli archivi digitali di tutto quello che noi siamo stati, quegli archivi raccolti e prelevati sui cloud: le nostre conversazioni e i loro contenuti, i nostri giudizi e i loro meccanismi, le nostre preferenze, i nostri gusti e le nostre avversioni, la grana delle nostre voci, le inflessioni e i modi di impostare i nostri discorsi, la velocità delle nostre reazioni, i nostri tic di linguaggio e di pensiero. Sono tutte cose che fanno parte della memoria di qualcosa che è stato veramente vissuto e che potranno tranquillamente essere fissate come tanti engrammi su un encefalo sostitutivo, o azzerato. Il controllo non potrà mai essere più completo di così. E sottolineiamo: tutto, con la complicità del soggetto

In linea teorica, è ancora possibile sfuggire al controllo digitale semplicemente non usando il materiale che serve per il controllo! Quindi, niente telefonino, niente computer, niente carte con i microchip. Ma c’è qualcuno che davvero può farlo? Questi strumenti sono ormai diventati, da decenni, per prescrizione statale-amministrativa o per pressione sociale, fondamentali nel compiere la maggior parte delle nostre attività più indispensabili, come, ad esempio, comunicare, acquistare, vendere, spostarsi, nutrirsi, vestirsi, mangiare, dormire, curarsi, informarsi, dichiarare le proprie entrate e pagare le tasse… Possiamo magari evitare di iscriverci a questo o a quell’altro social; ma chi può viaggiare in treno o in aereo, chi può spostarsi in taxi, chi può pagarsi un pranzo al ristorante o comprarsi qualcosa in un negozio, chi può farsi ricoverare in ospedale o anche solo andare dal medico o dal farmacista senza aver attivato le proprie tessere da regime poliziesco? Nessuno.

Questa impresa di controllo generalizzato non viene ovviamente presentata come tale, perché un simile cinismo finirebbe per rivelarsi controproducente e creare resistenze. Viene invece proposta come un segnale di evoluzione, come progresso puro e semplice, come una prova di modernità, di contemporaneità. Chiunque resista si trova immediatamente stigmatizzato come persona obsoleta, vecchio stampo, retrograda, conservatrice e reazionaria. E, a parte i veri nemici del genere umano, nessuno vuole che gli altri pensino di lui che è arretrato…

Ovviamente, i ricercatori che lavorano a inoculare negli animali ricordi di cose non vissute non confesseranno mai di essere al servizio dell’avvento del postumano. Tendono anzi a presentare l’impresa usando la facciata di un umanesimo generoso, benevolo e filantropico: cercano di risolvere il problema della malattia di Alzheimer, oppure vogliono sradicare la malattia di Parkinson, oppure ancora si propongono di migliorare la qualità di vita degli anziani e di quelli che, come noi, diventeranno sempre più anziani; pensano ai nostri antenati, pensano ai nostri genitori, e pensano anche a noi quando saremo più in là nel tempo… Si tratta ovviamente di cose tutte lodevolissime!

Il problema rimane quello di decidere chi potrà beneficiare di questi «incrementi di essere». Secondo quali criteri? Chi approfitterà delle donazioni di organi? Chi sarà invece trasformato in una banca da cui prelevare organi, per poi conservarli, migliorarli e distribuirli? Chi sarà chiamato a essere il ricevente e chi il donatore? Chi dirigerà il progetto? In nome di quali ideali? Per quali profitti? Chi pagherà?

Non è solo la libertà, ma anche l’uguaglianza e la fraternità che si trasformano in una pelle di zigrino. È sotto gli occhi di tutti. In una società come quella che ci stanno preparando e di cui stiamo già vivendo i primi vagiti, il progetto è chiaramente elitario, esclusivo e aristocratico, in altre parole radicalmente opposto ai valori della democrazia e della repubblica, intesa letteralmente come cosa pubblica.

In nessuna società, forse soltanto in quelle delle tribù primitive, è mai esistita una simile organizzazione piramidale. Il che illustra perfettamente quanto il progresso sia in realtà un regresso. Finiremo per avere al vertice di questa piramide un pugno di esseri privilegiati che beneficeranno di questo postumanesimo mentre la moltitudine che costituisce la base potrà solo subire gli effetti di questa configurazione. Tale nuovo impoverimento trasformerà tutti questi nuovi schiavi, tutti questi nuovi plebei, tutti questi nuovi servi, tutti questi nuovi proletari in un’immensa riserva di pezzi ontologici di ricambio. Dell’intelligenza collettiva s’impadronirà una muta di animali che avrà a propria disposizione i pieni poteri.

Ci stiamo muovendo verso una società simile a quella dell’antico Egitto, con un’élite di scribi che saprà leggere, scrivere e far di conto e che opererà in perfetta simbiosi con la casta dei sacerdoti a loro volta al servizio dei nuovi faraoni, la cui religione pagana avrà per dio il postumano e per culto il transumanesimo. Da qui, l’utilità di distruggere la lingua e di riservarne l’uso e la conoscenza a una classe ristretta.

2.

Seconda tesi: l’attacco alla lingua. L’inizio della fine comincia quando, a scuola, nel cuore pulsante del santuario dell’apprendimento linguistico, si è cominciato a distruggere un metodo di lettura che aveva dato prova di tutta la propria qualità nel corso d’intere generazioni, per promuovere al suo posto altri sistemi patrocinati da sedicenti esperti di sedicenti nuove scienze dell’educazione, sistemi in realtà estremamente dannosi per gli allievi, trasformati per l’occasione in pure e semplici macchine per l’apprendimento.

All’abolizione di un metodo efficace a tutto vantaggio di un altro che, chiaramente, non lo è, segue la distruzione di tutti quei meccanismi che consentono a un cervello di strutturarsi come organo capace di leggere, scrivere, contare e pensare, e quindi di giudicare, comprendere e afferrare. Per esempio, si elimina l’acquisizione mnemonica, acquisizione che nonostante tutto rendeva efficiente la memoria, qualunque fosse il materiale su cui si applicava – quindi, basta con le poesie imparate a memoria, basta con le tabelline, basta con le date di storia, basta con le nozioni di geografia; si liquida l’analisi logica grazie alla quale si comprendevano il funzionamento interno di una frase, il suo meccanismo, la sua costruzione e quindi la sua logica; si rinuncia al dettato che permetteva di imparare l’ortografia; si trascura lo studio della grammatica in cui si manifestano il genio della lingua e soprattutto le sue finezze; si abbandona l’apprendimento della scrittura grafica, che rappresentava la sottile logica dell’organo della mano, per sostituirla con la tastiera e la sua logica sommaria realizzata a colpi di clic.

A questi elementi va aggiunta la trasformazione della lingua nel fenomeno fascista descritto da Roland Barthes nel corso della sua lezione inaugurale al Collège de France, una sciocchezza che ha prodotto sulla propria scia la politicizzazione di questa stessa lingua e le sterili polemiche sull’uso del maschile e del femminile, sulla declinazione al femminile delle professioni, sulla scrittura inclusiva, sulla riforma dell’ortografia, sulla necessità dell’apprendimento delle lingue straniere anche quando la lingua madre si trova strapazzata, sulla riscrittura dei classici nella lingua del politicamente corretto, sulla riduzione dei capolavori della letteratura a versioni minorate, edulcorate e trasformate.

Del resto, se osserviamo la cosiddetta «letteratura per ragazzi», possiamo notare come la sua sempre più grande diffusione dipenda e parta dal principio che il libro non è uno strumento per diventare adulti e accedere al mondo intellettuale, spirituale e culturale di questi ultimi, ma solo un’occasione per propagandare il catechismo postmoderno. Ecco allora l’iniziazione alla bellezza sociale delle famiglie allargate, delle coppie omosessuali, della raccolta differenziata, della difesa del pianeta, della procreazione assistita, del riscaldamento globale, del consumo eco-responsabile, del cibo bio e senza carne, delle virtù delle energie rinnovabili, delle macchine elettriche (anche se queste ultime in pratica continuano a funzionare sulla base dell’energia nucleare)… Si tratta di costruire degli esseri adulti vuoti e piatti, sterili e privi di profondità, del tutto compatibili con il progetto postumano.

È finita l’epoca in cui un bambino delle elementari imparava a leggere, a scrivere e a pensare sui testi di Lamartine e di La Fontaine, di Hugo e di George Sand, di Maupassant e di Chateaubriand. Per esempio, sotto gli occhi ho il manuale con cui mio padre, nato nel 1921, ha studiato nelle scuole della Repubblica. Mi basta dare un’occhiata all’indice…

La nostra epoca che si vuole all’avanguardia del progresso riscrive, per esempio, i libri pubblicati nella serie per bambini del Club dei cinque, sostituendo il passato remoto con il presente, impoverendo il vocabolario, accorciando le descrizioni e a volte facendole addirittura semplicemente sparire, e trasformando il «noi» nel «si» impersonale. Il libro intitolato Il Club dei cinque e i saltimbanchi è stato ribattezzato con l’acqua benedetta del politicamente corretto Il Club dei cinque e il circo dell’Étoile. Nella nuova versione, la ragazzina che prima piangeva ora non piange più, prima cucinava e ora non cucina più; gli ambulanti che diffidavano della polizia ora non ne diffidano più; il bambino che prima veniva picchiato dallo zio ora non è più assolutamente toccato da nessuno; l’anziana giostraia che recupera le scimmie scappate dal circo borbottando come una strega ora non borbotta più (in realtà lo stesso verbo «borbottare» è del tutto scomparso, troppo complicato); dove c’era scritto: «Resteremo qui per tutto il tempo che ne avremo voglia», ora si legge: «Si resterà qui per tutto il tempo che se ne avrà voglia»; lo zio che organizzava una rapina, ora non ne fa più nulla; l’informazione secondo la quale il bambino è stato cresciuto in cambio di soldi passa nel dimenticatoio, così come tutte le informazioni e le indicazioni che potrebbero farci pensare che la vita non è un lungo fiume tranquillo o che potrebbero renderci edotti sulla verità della natura umana. E, ovviamente, nella versione riscritta del racconto, i bambini hanno i loro bei telefonini. Ecco come si fa a insegnare nella maniera più rapida possibile la servitù volontaria…

Non solo si tagliano le pagine, ma va anche eliminato tutto quello che non rientra nei campi sociali alla moda. Gli editori aumentano per esempio i disegni nel libro: meno parole e parole meno ricche; meno frasi e frasi sempre più povere; meno senso e senso sempre più ideologicamente orientato; meno varietà narrativa e racconti sempre più poveri sul mondo. È questo il catechismo del progressismo.

È evidente come, in un regime decerebrato come questo, le statistiche sulla lettura possano rivelarsi assolutamente sconfortanti: gli analfabeti sono sempre più numerosi persino tra coloro che hanno superato l’insegnamento superiore; anche i professori e i loro studenti leggono sempre meno; il grande pubblico colto scompare senza che nessun’altra categoria arrivi a sostituirlo; la capacità di leggere testi dotati di una certa complessità crolla. Quando i professionisti del libro sciorinano le loro cifre facendole passare per cifre positive, parlano del libro in generale, ma nella categoria inseriscono anche manga e fumetti, testi destinati allo sviluppo personale e all’uso pratico come raccolte di ricette e guide sul bricolage, libri dedicati alla puericultura e al tempo libero, manuali tecnici e libri sulle diete alimentari… Se mettiamo da parte i testi che le varie celebrità (attori, comici, politici, sportivi, personaggi mediatici e protagonisti di fatti di cronaca) pubblicano a proprio nome anche se scritti in realtà da altri, il libro degno di questo nome se la passa davvero male…

Non c’è alcun bisogno di bruciare i libri come facevano san Paolo o Savonarola nella realtà, George Orwell o Ray Bradbury nella finzione, o Hitler e Lenin con le loro dittature: basta semplicemente rendere la figura del lettore impossibile.

Eppure, negli anni Settanta, Barthes e Foucault ci avevano insegnato con genuina curiosità che l’autore era decisamente morto – anche se mai i due si erano spinti fino a rifiutare i diritti d’autore versati per questo genere di succulente opere… E in effetti l’intellighenzia trovava la cosa geniale. Quella di vedere nell’autore una semplice escrescenza purulenta e nel lettore una vera e propria divinità era una civetteria che l’autore accordava a sé stesso nonché una concessione fatta alla demagogia dei tempi: Proust diventava un essere inferiore, mentre il lettore della Ricerca del tempo perduto si trasformava nel demiurgo che grazie alla propria lettura creava l’opera… Se non che, di sicuro nei due casi ricordati qui sopra, i diritti d’autore non venivano versati al lettore-demiurgo ma all’autore-brufolo… Ora, trovatemi l’inghippo! Uno sconto sul prezzo di vendita del libro pagato dall’autore (reso caduco) e versato al lettore (onnipotente) sarebbe stata la prova migliore che gli autori credevano alla verità delle loro finzioni. Ma, ovviamente, di sconti, non se ne sono mai visti…

Quest’avversione nei confronti del libro e della cosa scritta, nei confronti dell’autore, dell’ortografia, dello stile,8 della grammatica, della sintassi, della letteratura, dei capolavori, dei classici ma anche del vocabolario, ha permesso di formare a catena gente ignorante e senza istruzione, gente analfabeta e arretrata. Quanto fa bene andare a cercare tra questi militanti dell’ignoranza i pedagoghi per i bambini di oggi e per gli adulti di domani! Che cosa c’è di meglio della carriera di un solo cretino nella pubblica istruzione per costruire una, due, addirittura tre generazioni di cretini?

All’avversione nei confronti del testo, della pagina, del foglio, del libro e della carta si accompagna la venerazione della parola, dell’oralità, del verbo, della favella e della cosa detta – segno evidente di una regressione, perché è esattamente da lì che arriviamo. L’oralità aveva certo le sue virtù ma alla fine noi ne conserviamo solo i vizi. Che fine fanno virtù come la memoria, la mnemotecnica, la fedeltà, la trasmissione, la tradizione, il lignaggio? Nei suoi Immemoriali, Victor Segalen data l’inizio della fine di una civiltà nel momento in cui questa civiltà si rivela incapace di scandire le proprie linee genealogiche senza sbagliarsi. La morte dell’apprendimento a memoria segnala la morte della civiltà. È già da parecchio tempo che la nostra civiltà non sa più scandire le proprie linee genealogiche, né recitandole a memoria, né avvalendosi di qualsiasi altro supporto… Senza passato possibile, il futuro si rivela impensabile e nemmeno il presente è più immaginabile. È per questo motivo che la verità scompare.

3.

Terza tesi: l’abolizione della verità. Affermando l’esistenza di strutture noumeniche onnipotenti visibili solo alle intelligenze raffinate in zona Saint-Germain-des-Prés, lo strutturalismo parigino legittima sotto il profilo intellettuale la fine del metodo sillabico e l’avvento del metodo globale. Allo stesso modo e nello stesso tempo, abolendo l’analisi logica per lasciare spazio alla cosiddetta «grammatica generativa» (grazie Noam Chomsky!), si stabilisce come nuova e insormontabile verità il fatto che non esistono più verità ma solo prospettive. E guai a chi rifiuta la nuova verità sull’inesistenza delle verità!

Addirittura, in tutto questo sciocchezzaio, si è voluto coinvolgere anche Nietzsche, solo perché Nietzsche ci aveva spiegato che ogni cosa era approcciabile dal suo punto di vista e che la verità di questa cosa era data dalla somma degli angoli da cui può essere osservata.

Esprimiamo il concetto in termini visivi: una statua di Michelangelo possiamo guardarla da destra o da sinistra, da tre quarti da una parte o da tre quarti dall’altra, da davanti o da dietro, dall’alto o dal basso, insomma, da qualsiasi punto di vista. Ecco, il ragionamento di Nietzsche non pretende di stabilire che, moltiplicando i punti di vista sulla statua, la sua verità viene meno. Sostiene semplicemente che l’opera non è vera da un unico punto di vista ma lo diventa sommando assieme tutti questi punti di vista! Nietzsche non scrive da nessuna parte che la statua non sia vera. O che sia ontologicamente impossibile che possa essere vera! Partendo dal relativismo genealogico nietzschiano, al contrario, la casta dei decostruzionisti si è ricavata un nichilismo che si è trasformato a sua volta in… verità!

Questo nichilismo della verità consente di fare tabula rasa di qualsiasi certezza. Se non esiste niente di vero, perché allora la terra non dovrebbe essere piatta? Perché non dovrebbe essere il sole a girarle attorno? Perché Dio non avrebbe potuto creare il mondo in un solo colpo? Perché i vaccini dovrebbero essere efficaci? Perché l’omeopatia non dovrebbe curare, anche se i suoi granuli non contengono alcuna sostanza chimica al di fuori dell’eccipiente? Spingiamoci ancora più lontano. Che cosa ci prova che le camere a gas siano davvero esistite? O che sia Anna Frank ad aver scritto il suo diario? O che l’11 settembre non sia stato solo una messinscena organizzata dagli Stati Uniti? O che Bin Laden, o Michael Jackson, siano davvero morti? O che addirittura Hitler non sia morto in Argentina dopo essere fuggito dalla Germania in rovina a bordo di un sottomarino?

Come l’apprendista stregone, il decostruzionismo da cui nasce il pensiero del post-Sessantotto abbandona in mezzo alla natura alcune chimere che poi si diffondono. Se non esiste più una verità ma soltanto delle prospettive, allora tutto diventa possibile. Perché privarsi di qualcosa? Chiunque sarà incapace di provarmi che le camere a gas non sono esistite dimostrerà de facto che non sono mai esistite! Come riuscire a dimostrare che la realtà non è mai esistita quando i tempi che corrono s’impongono come punto d’onore quello di insegnare sciocchezze simili perché considerano la filosofia un gioco per bambini viziati e priva di qualsiasi conseguenza?

Una volta annunciata la morte della verità, la menzogna ha a propria disposizione un viale intero. Grazie Foucault! Grazie Deleuze! La generalizzazione operata dai social ha offerto la massima visibilità possibile alle menzogne, alle approssimazioni, alle contro-verità, alla propaganda, alle mistificazioni, alle leggende, alle favole e alle intossicazioni. Non è più la logica a dettare le regole. E nemmeno la ragione. È onere di colui che nega la menzogna dimostrare che non si tratta di una menzogna. Se non ci riesce, ecco che la menzogna diventa verità.

Mi permetto di andare in giro a raccontare di aver passato la serata con un unicorno che mi ha fatto delle confidenze sulla propria vita sessuale. Il mio interlocutore ha qualche dubbio. Gli chiedo allora di dimostrarmi che la mia affermazione, irragionevole a priori, sia anche falsa. Non ci riesce. Ne deduco quindi che io ho ragione, che lui ha torto e che, per questo stesso motivo, ho positivamente passato la mia serata con l’unicorno… Posso addirittura aggiungere che, dubitando, il mio interlocutore mi ha mancato di rispetto e mi ha insultato, cosa che richiede e giustifica una riparazione. Non avvenendo la quale, ho tutto il diritto di farmi giustizia da solo e di prendermela con chiunque abbia dubitato della veridicità della mia serata con l’unicorno… Ecco a che punto siamo arrivati in un paese che, da mezzo secolo, ha perso qualsiasi legittimità alla pretesa di definirsi cartesiano…

La confusione è tale che l’informazione e l’intossicazione, questa coppia eufonicamente costruita dai media, si trovano mutualmente contaminate: basta solo parlare del patto germano-sovietico, cioè di un evento storicamente appurato, per farsi considerare come qualcuno che cerca di «intossicare» la stampa comunista; anche i finanziamenti versati dalla CIA a Jean Monnet e al suo progetto di costruzione dell’Europa sono un fatto storicamente appurato, ma se si cerca di discuterne, si viene accusati di voler intossicare la stampa filo-Maastricht; illustrare il ruolo attivo svolto da Robespierre nel genocidio della Vandea, altro evento acclarato, significa mettere in piedi un tentativo di intossicare i sostenitori di Mélenchon; parlare delle camere a gas naziste, altro fatto assodato, vale come intossicazione nei confronti dei negazionisti…

In quest’ordine d’idee, possiamo facilmente comprendere come l’insegnamento della storia, molto prima di quello della filosofia (devo proprio ammetterlo), sia da considerare propriamente rivoluzionario. Sempre che si tratti davvero di storia e non d’indottrinamento. Perché la storia racconta la verità di tutto quello che è stato, mentre l’ideologia, rilanciata dai media di massa, non descrive la verità di quello che è stato ma il catechismo messo in piedi per giustificare la propaganda.

4.

Quarta tesi: la strumentalizzazione della storia. Potremmo ingenuamente immaginarci che la storia consista nell’insegnare i fatti che sono stati dimostrati veri (per esempio che la Bastiglia è stata presa il 14 luglio del 1789) e nel collocarli all’interno di un determinato contesto che li chiarisca: perché? Come? Con chi? A quale scopo? Quali sono le fonti? Chi sono gli autori di queste fonti? Quali sono le testimonianze? Qual è la loro natura, cioè sono dirette o indirette? chi le riporta? Rimandare alle fonti e procedere al loro esame critico dovrebbe essere il requisito minimo…

In realtà, però, non siamo già più a questo punto. La storia non si costruisce più grazie all’opera di studiosi che lavorano sugli archivi, sui documenti, sulle testimonianze, sulle cronache, sui libri e sugli oggetti per cercare di sapere come sono successe certe cose, ma con storici che pensano che la verità sia stata preconfezionata da alcune persone e che si sforzano di ritrovare cose che altri hanno già scoperto e postulato a monte.

È impossibile oggi affrontare serenamente argomenti come Bernardo di Chiaravalle e le Crociate, Robespierre e il Terrore, Pétain e il regime di Vichy, Hitler e la Shoah, Lenin e l’ottobre del 1917, ma anche l’Islam e il colonialismo, lo schiavismo e la guerra d’Algeria, o, più recentemente, giusto per prendere qualche esempio ancora caldo, l’origine dell’Europa di Maastricht. È impossibile affrontare tutte queste cose senza liberare un qualche flusso di morale moralizzatrice.

La genealogia cui ci invitava Nietzsche, e che dovrebbe rappresentare il senso fondamentale del lavoro e del metodo della storia e dello storico, non ha più modo di essere compresa e studiata. Al suo posto, detta legge un altro concetto, sempre di Nietzsche: la moralina. Stiamo cioè parlando di un concetto il cui nome rimanda, da una parte, alla morale e, dall’altra, grazie al suffisso impiegato, a tutte quelle sostanze che danno dipendenza, sostanze eccitanti e tossiche come l’anfetamina, la cocaina, la nicotina, la teina, la teobromina o la codeina. La genealogia che dovrebbe significare l’arte del cercare, del trovare e del segnalare le fonti, lascia così il posto al prodotto tossico della moralina, che contamina queste stesse fonti con un manicheismo capace solo di opporre il bene al male, i buoni ai cattivi, il vero al falso, l’informazione all’intossicazione, un manicheismo che trova il proprio modello nell’opposizione tra il Diavolo e il buon Dio (per dirla con Sartre).

La moda pedagogica ha cancellato la storia cronologica a tutto vantaggio di una storia tematica e astorica. È ormai impossibile che lo studente sia capace di collocarsi nel tempo, quindi nello spazio, tra il passato che l’ha preceduto, il presente in cui si trova e il futuro verso cui si muove. Una volta, lungo le pareti delle aule in cui si tenevano le lezioni, c’erano grandi affreschi che correvano nel senso delle lancette dell’orologio e che partivano dall’uomo delle caverne per arrivare, volendo usare i riferimenti odierni, fino alla presidenza di Emmanuel Macron… Oggi, invece, dobbiamo essere astorici e cosmopoliti: cittadini della terra e quindi del mondo. Pronipoti di Lucy l’Africana e futuri nonni del soggetto transumano.

Quando la storia non esiste più, la realtà può essere prodotta da chiunque. Quello che esistenon esiste perché esiste ma perché viene detto, mostrato ed esposto. E, dato che la moltiplicazione dei supporti mediatici arriva fino a comprendere chiunque decida di essere un supporto mediatico, tutto può essere detto da tutti. Se vale il principio decostruzionista e non esistono verità ma solo prospettive, se quindi ognuno ha diritto alla propria verità, perché allora non scegliere la verità di un ritardato mentale? Nulla in effetti impedisce a quest’ultimo di autorizzarsi da solo in base al principio di uguaglianza che vuole che ognuno valga esattamente come tutti gli altri – il che, tra l’altro, presupporrebbe che, parlando di matematica, Einstein sia allo stesso livello di un bambino delle elementari.

Non è forse la scuola il luogo in cui lo strutturalismo ci invita non tanto a imparare quanto a riconoscere dentro di noi le strutture che già vi si trovano magicamente inscritte? L’aula è il luogo in cui il genio basta a sé stesso, senza alcun bisogno della pazienza necessaria per l’apprendimento. A cosa serve imparare a disegnare una prospettiva in classe visto che, fin dalla più tenera età, il disegno dei bambini viene esaltato, sulla scorta delle opere dell’arte naif, dell’arte dei pazzi e degli schizofrenici, come la quintessenza della pratica estetica? Andiamo a leggere o a rileggere Asfissiante cultura di Dubuffet – che non era però poi tanto matto da regalare in giro le proprie opere d’arte al primo che passava.

Disconoscere la storia significa rimanere ignoranti in tutto, qualsiasi cosa si conosca. Non saper mettere in prospettiva le conoscenze di cui si dispone, è come non disporre di alcuna conoscenza. Ci si condanna alla generalità, all’essenzializzazione, al discorso vago, all’idealismo, all’ideologia, in una parola: alla moralina che frena qualsiasi lavoro genealogico.

Un esempio. L’espressione «estrema destra» può essere letta da un genealogista o da qualcuno intossicato dalla moralina.

Il genealogista rimanderà alla storia, quindi al passato, per spiegare che questa parola caratterizza una sensibilità politica che si è illustrata tra le due guerre con atteggiamenti antidemocratici, antiparlamentari, antisemiti, antimassonici, antirepubblicani, bellicisti e bellicosi; una sensibilità che, per accedere al potere, rifiutava di ricorrere al meccanismo delle elezioni perché troppo implicato con la logica della Repubblica, denunciata infatti come Sgualdrina; una sensibilità politica che, a questi metodi, preferiva il colpo di mano, il colpo d’arma da fuoco e il colpo di Stato. L’estrema destra va di pari passo con la milizia armata e con la violenza nelle strade, con la tortura e con l’olio di ricino, con il plotone d’esecuzione e con la deportazione. L’estrema destra ha una sua storia, una sua tradizione di pensatori, d’intellettuali, di opere e di nomi propri; la possiamo associare a certi particolari eventi, a certi particolari momenti e a certe particolari figure storiche.

L’intossicato di moralina, invece, si prende gioco di quello che la storia insegna e fa anzi, di questo concetto, un uso polemico e politicizzato. Sarà detta «estrema destra» ogni destra che si opporrà al progetto liberale di Maastricht, quindi ogni pensiero, anche di sinistra, che non si bagni nelle acque comunitarie dell’europeismo. Questa destra può benissimo non condividere i princìpi dell’estrema destra e rientrare nel quadro democratico e repubblicano; può giocare il gioco parlamentare e sostenere pubblicamente il proprio filosemitismo; può non parlare mai di massoneria; può testimoniare della propria natura pacifista e pacifica non promuovendo alcuna violenza di strada e anzi condannandole tutte; può acconsentire al metodo delle elezioni per accedere al potere; può accettare ogni verdetto di queste ultime e mai contestarne o rifiutarne alcuno; può non organizzare mai manifestazioni di piazza faziose e armate. Ma non importa, questa destra verrà definita sempre e comunque «estrema destra», e sarà quindi accostata a Vichy, a Pétain, al nazismo e ai milioni di morti della Shoah…

Il problema dell’uso improprio di questa parola è che, quando poi si affaccia una vera e propria estrema destra, per esempio in occasione dei recenti massacri suprematisti anglosassoni, i mezzi con cui combatterla veramente sono scomparsi, perché, quando l’estrema destra sta dappertutto, non sta da nessuna parte. Conosciamo tutti la storiella del pastore che, senza che ce ne sia veramente bisogno, grida al lupo al lupo così tante volte che, un giorno, di fronte al lupo vero, nessuno più gli crede e quindi nessuno più fa qualcosa per impedire che venga divorato.

La stessa cosa succede con la misoginia, con la fallocrazia, con il razzismo, con il sessismo e con l’antisemitismo, assolutamente scollati dai loro significati storici, quindi dal loro vero senso, e impiegati in maniera polemica nel quadro della politica politicante. Ricorrere a questi epiteti a mo’ d’insulto impedisce che la misoginia vera e propria, che la fallocrazia concreta, che il razzismo autentico, che il sessismo acclarato e che l’antisemitismo comprovato possano essere davvero identificati e combattuti. Assassinando il significato assassiniamo anche il significante e legittimiamo il proliferare di certi eventi. Appena le parole cominciano a voler dire qualsiasi cosa, le cose che vengono dette non significano più niente e la patogenicità della realtà può diffondersi come una macchia d’inchiostro. Quando la storia viene congedata, è la propaganda che può finalmente prendere il sopravvento.

5.

Quinta tesi: la cancellazione della natura. Con l’intellettuale da camera che si accontenta di manipolare tutto il giorno idee e concetti, il rischio è di credere che il mondo sia fatto soltanto d’idee e di concetti.

Quando scrive la sua Storia della follia nell’età classica, Michel Foucault non si azzarda a mettere piede fuori dagli archivi perché pensa che solo gli archivi possano raccontare il mondo. Per come la vede lui, se non ci fossero archivi che raccogliessero le testimonianze di quello che è successo, quello che è successo non sarebbe successo. Il che implica che gli archivi, se esistono, vanno a occupare lo spazio della verità anche quando sono archivi che raccolgono finzioni. È per questo motivo che, elaborando la propria teoria della follia, Foucault accorda una grande importanza a letterati come Hölderlin, Sade, Lautréamont, Nietzsche e Roussel. Foucault può non aver mai incontrato un solo pazzo in tutta la sua vita, ma sarà comunque in grado di formulare una teoria della follia. È il trionfo dei platonici e la disfatta dei pensatori empirici!

Il corpo dei decostruzionisti è un effetto del linguaggio o dell’inconscio, è un archivio storico, un’elaborazione concettuale. La stessa cosa vale per la natura, che è sempre e soltanto un soggetto d’analisi per grammatici, zoologi, geologi ed economisti, mai un’entità tangibile. Per rendercene conto, basta dare un’occhiata a Le parole e le cose dello stesso Foucault, il quale riassume la realtà nell’insieme dei discorsi che su di lei vengono prodotti. Una realtà priva di discorsi che la raccontino è una realtà che non esiste. La realtà è quello che della realtà viene detto: nient’altro.

Il rapporto con la natura viene disprezzato quando si tratta di un contadino o di un marinaio, di un cacciatore o di un montanaro, di qualcuno che cammina o di qualcuno che pesca, di un naturalista o di un botanico. In compenso, la natura si rivela improvvisamente interessante se la esaminiamo con il prisma della Fisica di Aristotele, dell’Etica di Spinoza o della Logica di Hegel.

L’uomo è preso in considerazione al di fuori dei cicli naturali, al di là dei cicli delle stagioni, dei cicli solari o lunari e dei cicli cosmici. L’uomo è figlio del calcestruzzo e dell’asfalto, un rampollo delle città e del cemento, un prodotto delle biblioteche e, da qualche tempo, anche dei flussi digitali.

La questione del sesso e del genere non si pone più in termini di natura ma di cultura. Si parla volentieri d’interferenti endocrini, li si possono addirittura usare come colonna portante di un progetto presidenziale nel Partito Socialista. Non si affronta però mai la questione di chi siano i soggetti perturbati a livello endocrino: quando e come sono stati perturbati? in che modo si manifesta questo perturbamento? cosa possiamo dire sul piano della sessualità? la questione del genere ha una qualche relazione con quello che ci viene presentato come un grande problema nazionale? oppure no? e, in caso, per quali ragioni?

Anche qui, ancora una volta qui, la moralina blocca l’analisi genealogica. Che la natura si opponga alla cultura è la prima sciocchezza che impedisce di pensare. Si dice che più una delle due è grande più l’altra si fa piccola: in questo modo, un essere naturale è soltanto un essere rozzo e semplice, addirittura semplicista e sempliciotto – salvo poi trasformarsi nel cannibale di Montaigne o nel buon selvaggio di Rousseau. L’essere coltivato si trova invece agghindato con tutte le più belle piume del pavone. La cultura non sta nella natura, non la si trova in campagna, ma nelle città. La cultura è urbana.

La cementificazione delle anime e della ragione e l’asfaltatura delle intelligenze contribuiscono a cancellare la natura, che viene presa in considerazione solo quando parliamo di ecologia urbana e solo dal punto di vista antropico: secondo questa visione urbano-centrica del mondo, l’uomo resta al centro della natura, ne è il padrone e il proprietario. Se il pianeta si riscalda, è unicamente per colpa sua. Lo storico potrà sgolarsi a spiegare che, da quando il mondo è mondo, quindi da molto prima che l’uomo comparisse, e soprattutto da prima che l’uomo cominciasse a organizzare i suoi interventi, ci sono sempre stati dei cicli di riscaldamento e di raffreddamento della terra, che erano in relazione però con il cosmo, non con l’uomo; subito questo storico verrà tacciato di scetticismo e ricollocato al campo dei cattivi.

Mettiamo quindi in credito all’ecologia urbana il fatto che sia riuscita a sensibilizzare l’uomo nei confronti della natura, che sia riuscita a pensare il pianeta nella sua fragilità e che abbia insegnato agli uomini la loro parte di responsabilità nel riscaldamento; ma, di grazia, facciamo ancora un piccolo sforzo per essere davvero ecologisti: collochiamo l’uomo nel suo vero contesto cosmico, che non è solo terrestre. E abituiamoci all’idea che, per quanto l’uomo possa fare, la terra è destinata a morire – nessun astrofisico è così stupido da insegnare il contrario…

All’oblio della natura e delle sue regole nell’infinitamente grande si accompagna l’oblio della natura nell’infinitamente piccolo. Penso all’irragionevole negazione dell’anatomia, della fisiologia, della genetica e dell’endocrinologia consustanziale all’ideologia post-strutturalista e decostruzionista. Il corpo non è più un dispositivo naturale e si è trasformato in un archivio culturale.

L’opzione culturalista porta dritti a una teoria dei generi che, per quanto negata dai suoi stessi partigiani probabilmente solo allo scopo di poterla meglio imporre, postula nondimeno che noi non nasciamo né di sesso maschile né di sesso femminile, ma neutri e che diventiamo ragazzi o ragazze solo per questioni di cultura, di civiltà, di società e d’indottrinamento, attraverso stereotipi che andrebbero decostruiti fin dalla scuola, che ne produce effettivamente in quantità.

Si tratta di un’interpretazione abbreviata del famoso «Donna non si nasce, lo si diventa» di Simone de Beauvoir che, nel suo Secondo sesso, passa un’enormità di tempo a spiegare che la fisiologia non rappresenta affatto un destino, pur chiarendo che è sempre in rapporto a questa stessa fisiologia che dobbiamo costruirci, sceglierci e volerci… La verità è che il nostro destino potrebbe essere paradossalmente quello di non poterci creare alcun destino se non in rapporto al destino stesso! Il libro della de Beauvoir, che ben pochi hanno veramente letto, non nega l’anatomia – per esempio, troviamo parecchie pagine consacrate alle mestruazioni e ai loro effetti sulla vita quotidiana delle donne. Se non si nasce Donna, si nasce comunque provvisti o di testicoli o di ovaie, tutte ghiandole endocrine le cui secrezioni determinano un gran numero di comportamenti. Basterebbe chiedere a un endocrinologo per evitare di divagare inutilmente sull’argomento…

Se gli interferenti endocrini possono perturbare le ghiandole endocrine, cosa del tutto incontestabile, è evidentemente perché un corpo non è soltanto una volontà culturale scolpita dai vari stereotipi ma anche una carne intrisa di ormoni in quantità più o meno variabile, in grado di produrre questo o quest’altro comportamento con le loro più o meno grandi verità.

Alcuni recenti studi israeliani dimostrano che anche dopo operazioni e trattamenti ormonali di transgender nati donne (tutti interventi culturali, quindi!), gli ormoni femminili continuano a compiere naturalmente il loro lavoro: dopo un anno d’iniezioni di testosterone, le donne transgender che sono diventate uomini possiedono ancora ovaie funzionanti e in grado di mettere al mondo dei figli.

La dissociazione del corpo naturale dalla natura produce un corpo artificiale che tende alla neutralità. Per riuscire ad arrivare a questo terzo stato culturale, si devono abbandonare tutti i dati che alla natura appartengono. Solo a quel punto si potrà eliminare il maschile e il femminile e annunciare la fine dei sessi senza incorrere nella contraddizione di combattere contro un sessismo che è discriminazione tra due concetti di sesso negati a parole. Stessa osservazione per l’antirazzismo che difende la tesi dell’inesistenza delle razze pur continuando a lottare contro la discriminazione tra le razze! Quando, partendo da «razzismo», si arriva a parlare di «vittime del razzismo» o di «razzialità» o ancora di «razzializzazione», bisognerà pure attestare il significante «razza» per riuscire a forgiare tutti questi neologismi.

Se i sessi e le razze non esistessero, nemmeno la lotta contro la discriminazione tra i sessi o tra le razze potrebbe esistere. La differenza sessuale, proprio come quella razziale, è naturale e non porta di fatto a diseguaglianze tra i sessi o tra le razze. La differenza naturale si trasforma in diseguaglianza sul registro culturale solo dopo che una discriminazione è stata stabilita tra due istanze separate e convalidate dall’empirismo.

Alcuni test genealogici ottenuti partendo da un prelievo sulle mucose del cavo orale consentono di stabilire l’albero genealogico di un individuo a partire dalla preistoria. È il sangue che parla: gli ematologi e i genetisti sono scienziati e la scienza non pensa, fornisce dati grazie ai quali è possibile pensare. La trasmissione genetica del diabete, dell’emofilia e di altre patologie conferma che noi siamo costituiti da qualcosa di diverso rispetto agli stereotipi ideologici.

Il corpo neutro voluto da chi pretende di essere progressista non considera la natura e prepara in realtà la strada alla costruzione del cyborg postumano. Sono i necessari preliminari ontologici per riuscire a costruire corpi neutri con cui produrre in serie esseri umani disumanizzati, umanoidi caratterizzati da identità e da supporti prodotti da altri.

6.

Sesta tesi: l’incoraggiamento dell’odio. L’odio è una variazione sul tema della pulsione di morte. Passione triste per eccellenza, l’odio è volontà di vedere scomparire gli altri e vive di sola negazione. Si tratta del perfetto contrario di quella tolleranza che la nostra epoca fa finta di volere ma che pratica soltanto nei confronti del simile. È l’odio che guida gli omicidi, i massacri, le stragi e i genocidi, ed è l’odio che arma la mano dei criminali, dei dittatori, dei tiranni e degli assassini.

L’amore esclusivo nei confronti di chi è simile e l’odio nei confronti di chi è diverso sono da mettere in relazione con la scomparsa di quella rete di protezione che è stata la religione, la quale, pur adattandosi benissimo alla coesistenza di questi due poli, ha comunque sempre insegnato almeno a non praticare l’odio e a preferire l’amore verso il prossimo. L’acclarata caducità di quest’ultima virtù evangelica, cui possiamo aggiungere il perdono delle offese subite e la politica dell’altra guancia tesa dopo lo schiaffo, lascia il campo libero alla trasformazione di questo vizio in virtù postmoderna.

Privato di contrappesi, l’odio si diffonde tanto più rapidamente quanto più il meccanismo dei social gli permette di manifestarsi in maniera semplice e anonima. L’uso dello pseudonimo consente a tutti di fare professione di odio. Anche la schizofrenia sembra funzionare a pieno regime, se consideriamo come certi giornalisti che lavorano per le testate del politicamente corretto9 abbiano potuto, per anni, sotto copertura di anonimato, rendersi con genuino trasporto colpevoli di molestie morali, sessismo, fallocrazia, misoginia, omofobia e antisemitismo.

Grazie al crollo della morale tradizionale e all’impunità dell’anonimato resa possibile dai social, l’odio è ormai moneta corrente. Permette, per esempio, di bloccare dibattiti, discussioni, scambi e contraddittori usando il discredito sulle persone. È la logica del capro espiatorio che prende il sopravvento.

Nell’ambito della cultura postmoderna, l’odio viene riservato a chi non si inginocchia davanti alle verità rivelate della religione che si autoproclama progressista. A mettere in circolo l’odio senza alcun ritegno non è solo la stampa di Stato, cioè la stampa sovvenzionata dai soldi pubblici; ci sono anche i media privati, che, per quanto privati, per vivere e sopravvivere sono ugualmente dipendenti dai finanziamenti dello stesso Stato di cui sopra. L’odio è davvero la base della loro impresa commerciale.

L’insulto, il disprezzo, l’ingiuria, l’oltraggio, l’invettiva e l’offesa dettano legge con il pretesto della libertà di stampa e, più in generale, della libertà di espressione – una libertà di espressione che si rivela spesso a senso unico. È meglio trovarsi sotto il vento cosiddetto progressista per poterne beneficiare, piuttosto che sotto quello del sovranismo – questo, tanto per prendere un esempio in cui l’odio si manifesta senza ritegno.

Potremmo anche elencare qui alcuni argomenti in grado di suscitare ondate immediate d’odio e impedire qualsiasi sereno dibattito: l’aborto, l’eutanasia, la pena di morte, il nucleare, il riscaldamento climatico, la natura dell’Islam, i matrimoni omosessuali, la maternità surrogata, l’identità nazionale, il partito di Marine Le Pen, il conflitto israelo-palestinese. Tutte questioni che consentirebbero di interrogare la natura del catechismo dell’Europa di Maastricht.

La liberazione della parola che le radio libere prima e le caratteristiche tecniche di Internet poi hanno reso possibile, il carattere anonimo e la totale impunità della rete planetaria nascosta dietro la maschera della potenzialità espressiva libertaria, sono tutti elementi che hanno trasformato uno spazio da cui il diritto etico è completamente assente in un modello per qualsiasi intersoggettività.

Prima del 1789, c’era il modello del salotto e della conversazione, il modello dei luoghi intellettuali della memoria. Poi, con la stampa contemporanea della Rivoluzione francese, cominciano a essere pubblicati giornali colmi d’odio che, più che preoccuparsi di sostenere una parola libera e illuminata, si concentrano sulle tecniche dell’infangamento – rivolte, nella maggior parte dei casi, alla famiglia reale e alla monarchia, ma in altri casi, anche se in numero inferiore, agli attori della stessa Rivoluzione. Lo spirito di questa stampa d’assalto è stato incrementato in maniera esponenziale nel XX secolo dal Web. Ormai gli scambi, da quelli che si hanno durante le ricreazioni in cortile fino ai dibattiti presidenziali, alle discussioni parlamentari e alle polemiche in televisione, non puntano più a costruire un dialogo ragionevole e razionale, ma a distruggere il proprio interlocutore, nemmeno più le sue tesi.

I media hanno bisogno di soldi e vendono solo sfruttando il buzz mediatico. Non si cercherà più di dibattere in maniera intelligente se si sa che un incontro esplosivo porterà davanti ai teleschermi molti più spettatori di un dibattito intelligente, argomentato e cordiale. Se a dettare legge sul Web è l’anonimato, sui supporti mediatici la situazione è gestita dall’inserzionista, assieme all’azionario in attesa dei dividendi. L’odio fa vendere più dei dibattiti. L’odio non ha bisogno che chi osserva abbia anche un cervello: gli basta semplicemente un soggetto provvisto di fegato per la bile.

L’odio produce un eterno stato di guerra civile destinato a sfociare in guerre vere e proprie. Quello che detta legge tra gli individui detta ormai legge anche tra i vari Stati. L’odio intersoggettivo tra le persone si allarga su scala internazionale.

Per esistere, il potere ha bisogno di nemici e questi nemici li possiamo andare a cercare anche tra le fila degli amici del giorno prima. Per esempio, per secoli, la Germania è stata la nemica tradizionale della Francia; di colpo, dopo il nazismo, è diventata la sua amica del cuore. La Libia e l’Iraq, una volta alleati della Francia e dei loro presidenti, che con loro dividevano grandi interessi, sono ormai diventati nemici emblematici, accusati di tutti i mali del mondo. Altri paesi, come la Turchia, l’Iran, la Russia, l’Ungheria, la Polonia, ma non solo, fanno scattare oggi un meccanismo di salivazione pavloviana in cui ovviamente l’odio occupa il ruolo principale.

La verità è che chiunque si trovi in preda all’odio, che sia un individuo o una persona, uno Stato o una nazione, non è più in grado di pensare. Sconnesso dal proprio sistema neuronale, si trova collegato direttamente al sistema neurovegetativo. La corteccia cerebrale è in pratica messa da parte e a condurre le danze resta solo il cervello rettile. La nostra epoca è l’epoca dell’odio.

7.

Settima tesi: l’Impero è in marcia. Ma quale Impero? La fine delle nazioni è stata voluta dagli attori dell’Europa di Maastricht. La scomparsa di quello che resta della sovranità nazionale francese è addirittura stata rivendicata da un deputato della maggioranza presidenziale come l’orizzonte politico del macronismo.10 Non è forse il concretizzarsi della speranza di François Mitterrand che, il 20 gennaio del 1983, aveva sostenuto al Bundestag che «nazionalismo significa guerra»? Aveva avuto ragione, però si sarebbe dovuto anche accorgere che l’Europa di Maastricht, proposta come una nazione che sostituiva le vecchie nazioni, rappresentava anche lei, anzi soprattutto lei, un’entità con le stesse caratteristiche!

Affermare che il capitalismo aspira a dominare il pianeta non è una paranoia da pensiero complottista: è il progetto confessato dai suoi stessi artefici… L’Europa di Maastricht, alimentata da nazioni antichissime, è stata pensata come una macchina da guerra del capitalismo, il cui cuore pulsante è il liberalismo. Il mercato deve imporre le proprie regole. E, in effetti, il primo gesto di questa Europa è stato proprio quello di creare una moneta unica. Come a dire: una confessione.

Gli uomini si ritrovano gettati in questa giungla, abbandonati come animali a combattere tra loro lasciando che sia la guerra a decidere della sopravvivenza dei più adatti e della scomparsa di tutti gli altri, incapaci di adeguarsi in maniera più efficace. I vittoriosi, i vincitori, la razza dei signori, i primi della cordata, pianteranno la loro bandiera blu stellata sulla schiena dei cadaveri delle vittime cadute lungo le diverse tappe di quella che i sostenitori di Maastricht chiamano l’ascensione verso il tetto del progresso.

Questa nuova forma di darwinismo sociale si presenta come la formula progressista su cui dobbiamo tutti quanti dirci d’accordo, pena la promozione a nemici del genere umano…

Che cos’è dunque questo progresso con cui i sedicenti progressisti ci riempiono le orecchie? La cosa è chiara: in un mondo in cui i progressisti hanno distrutto la libertà, il progresso è essere costantemente sorvegliati, spiati e pedinati; è non avere più una vita privata, una vita intima, una vita personale; è ignorare sempre di più la calma, la solitudine e il silenzio; è essere schedati, segnati, classificati e repertoriati per poter più efficacemente soddisfare le esigenze del mercato; è partecipare tutti assieme alle feste obbligate in cui il tempo libero viene misurato, organizzato, regolato, soppesato, sincronizzato, codificato e normalizzato; è trasformarsi in uomini unidimensionali con pensieri uniformati, piatti, standardizzati, regolarizzati e semplificati; è sussultare per i crimini denunciati dalla Polizia del Pensiero ed è forse anche trovare un po’ di piacere nel denunciarli, e poi nel giudicare, nell’indignarsi, nell’emettere condanne e nell’eseguire sentenze…

In un mondo in cui i progressisti hanno impoverito la lingua, il progresso consiste nel ridurre il proprio vocabolario, nello scrivere come si parla, nel parlare come si pensa e nel pensare come parla il proprio vicino; consiste nell’adottare tutte le pagliacciate della nuova lingua e nell’avallare con evidente gusto tutti i suoi tic verbali e verbosi; consiste nell’adottare la lingua dei dominatori e nel trovare un certo piacere nel padroneggiarne l’uso; consiste nell’anglicizzare la lingua, nel riempirla di significati creati dagli esperti di comunicazione e dai pubblicitari; consiste nel maltrattarla con la scusa di voler mettere al mondo dei bei figli mentre in realtà quelli che vengono fuori sono solo gli aborti della povertà verbale, e quindi della povertà mentale; il progresso consiste nel costruire una generazione di analfabeti incapaci di leggere i classici, inabili allo scrivere e incompetenti in fatto di grafia, sintassi, grammatica, ortografia e stile; consiste nel non saper più cosa significhi pianificare, elaborare paragrafi e parti, costruire ragionamenti o condurre dimostrazioni – quindi nel non sapere più pensare…

In un mondo in cui i progressisti hanno cancellato la verità, il progresso significa sostenere il catechismo dei dominatori e ingoiare tutti i princìpi della loro ideologia, significa non rimettere mai niente in questione e prendere per oro colato tutte le cose che si raccontano a scuola, sui giornali, in televisione o su Internet; significa pensare che tutte le cose si equivalgono e che niente vale quello che crediamo noi; significa pensare che quello che credono gli altri, se non è la stessa cosa che crediamo noi, è falsa; significa rinunciare al proprio spirito critico continuando a illuderci che duplicando le contro-verità stiamo in realtà facendo uso del nostro spirito critico…

In un mondo in cui i progressisti hanno soppresso la storia, il progresso equivale a ritenere di essere la misura di tutte le cose e a pensare che non esiste passato al di fuori di quello relativo alla nostra piccola persona; equivale a credere che quello che è stato, esattamente come quello che sarà, non conti nulla perché l’unica cosa che conta è quello che c’è adesso, e quello che c’è adesso è quello che succede lì dove siamo; il progresso equivale a voler vivere in un eterno presente senza preoccuparsi delle cose che ci hanno reso possibili e delle cose che noi rendiamo possibili, anche negativamente; equivale a riscrivere la storia in funzione di noi stessi e dei nostri propri interessi individuali, equivale a creare vittime, a instillare sensi di colpa, a sopraffare, a moralizzare, ad accusare e a giudicare; equivale a ritenere che i libri abbiano ben poca importanza, che siano solo testimonianze di un mondo antico, testimonianze del vecchio mondo, e a pensare che si debba preferire il Web, cioè la «ragnatela» – come se già il nome non illustrasse abbastanza chiaramente il meccanismo con cui le vittime vengono attirate; il progresso equivale a consumare prodotti culturali predefiniti e creati dal mercato; equivale a nobilitare l’industrializzazione della letteratura; equivale a calpestare i diritti d’autore con il pretesto che il consumatore ha ogni potere sul creatore.

In un mondo in cui i progressisti hanno negato la natura, il progresso consiste nel credersi progressisti perché vendiamo bambini comprati da donne povere che mettono il proprio utero in affitto;11 consiste nel pensare che la realtà della differenziazione sessuale e della differenziazione etnica sia tutta una favola e che raccontare la realtà voglia dire creare la cattiva interpretazione che se ne dà; il progresso consiste nel consumare prodotti realizzati da un complesso industriale che privilegia le coltivazioni idroponiche, gli introiti e le modificazioni genetiche; consiste nell’intossicarsi anche semplicemente respirando, bevendo acqua o curandosi; consiste nel trasformare la sessualità in una delle modalità del commercio e del consumismo; consiste nel rendere la relazione sessuale una relazione virtuale; consiste nell’organizzare la frustrazione libidica attraverso l’industria pornografica; consiste nel rendere asettica la vita continuando a favorire la pulsione di morte; il progresso consiste nel fare in modo che la procreazione assistita possa permettere anche agli uomini di rimanere gravidi, per questioni di uguaglianza; consiste, come è successo poco tempo fa, nel pretendere dallo stato civile di poter modificare la propria età perché ci si sente meno vecchi di quello che attesta la data di nascita;12 il progresso consiste nel distruggere la pulsione di vita, nel proibire il tabacco perché è nocivo per la salute, nell’etichettare anche le sigarette elettroniche perché distribuiscono la nicotina pericolosa per la salute e allo stesso tempo nel voler legalizzare la cannabis che necessita della stessa identica inalazione polmonare che si vuole proibire…

In un mondo in cui i progressisti hanno propagato l’odio, il progresso significa credere di pensare quando ci stiamo solo accontentando di detestare; significa andarsi a cercare un nemico senza il quale non sembra possibile vivere; significa alimentare le passioni tristi come proprio viatico; significa trasformare il pensiero critico in un problema psichiatrico e infangare chiunque non la pensi come noi o cerchi di criticare i nostri argomenti; significa giustificare le guerre e difenderle quando siamo noi a dichiararle ma condannarle quando sono gli altri a prenderne l’iniziativa; significa stupirsi che il terrorismo possa presentarsi come una reazione del più debole nei confronti del più forte; significa tessere le lodi della pace mentre si sta facendo commercio di armi e le si stanno usando su campi di battaglia cui ci autoinvitiamo o che siamo noi stessi a creare…

In un mondo che aspira all’Impero, il progresso consiste nell’indottrinare i bambini fin dalla più tenera età in modo da evitare di ritrovarsi più tardi con dei cittadini provvisti d’intelligenze acute; consiste nel mobilitare la scuola, i media, la cultura e il Web per fare propaganda; consiste nell’utilizzare le scoperte scientifiche per meglio asservire le masse; consiste nel controllare l’opposizione per essere sicuri che, al momento opportuno, non riuscirà a opporsi veramente; consiste nel nascondere il vero potere e nello sviare altrove l’attenzione facendo credere che la democrazia rappresentativa sia davvero in grado di permettere il libero esercizio del potere sovrano; consiste infine nel governare senza il popolo, contro il popolo e nonostante il popolo, assieme alle classi dirigenti: assieme ai giornalisti e ai politici, assieme agli economisti e ai sociologi, assieme ai sindacalisti, ai pubblicitari e agli esperti di comunicazione, assieme ai tecnici e ai burocrati. Non ci hanno contato?

Non sono tanto sicuro di voler essere progressista. E credo che nemmeno l’asino Beniamino della Fattoria degli animali lo fosse…

Note

1 Sull’argomento, gli storici Jean-Marc Berlière e Franck Liaigre mi hanno aperto gli occhi con il loro libro intitolato L’Affaire Guy Môquet. Enquête sur une mystification officielle (Larousse, Parigi, 2009) [L’affaire Guy Môquet. Inchiesta su una mistificazione ufficiale]. Da questo libro veniamo a sapere che, fedeli al patto tra Germania e Unione Sovietica, i due Môquet, padre e figlio, incoraggiano a collaborare con la Germania nazista in quanto quest’ultima combatterebbe l’imperialismo inglese, le banche, la City e gli ebrei. Per mettere in pratica questo incoraggiamento, distribuiscono volantini che esortano a fraternizzare con l’occupante (p. 27). Guy Môquet viene arrestato e imprigionato per quest’unico motivo. Verrà in seguito prelevato dalla sua cella come ostaggio e fucilato in rappresaglia per l’assassinio di un nazista. Guy Môquet non è quindi morto per questioni legate alla Resistenza, visto che, all’epoca, il suo partito collaborava…

2 Basti pensare, per esempio, ai poeti Aragon, Triolet, Breton, Éluard, Tzara, Char, Guillevic, Césaire, Cassou; ai filosofi Nizan, Politzer, Lefebvre, Sartre, de Beauvoir, Merleau-Ponty, Camus, Desanti, Garaudy, Kanapa, Benda, Étiemble, Queneau, Bataille, Simone Weil, Morin, Leiris, Althusser, Foucault, Glucskmann, Balibar, Rancière; agli scrittori Romain Rolland, Anatole France, Gide, Vailland, Malraux, Gracq, Duras, Guyotat, Sarraute, Butor, Sollers; ai pittori Picasso, Léger, Pignon, Fougeron, Lurçat; ai registi e attori teatrali Vitez, Vilar, Anne et Gérard Philipe; ai cantanti Lemarque, Gréco, Ferrat; agli attori Montand, Signoret, Roger Hanin; ai registi televisivi Bluwal, Lorenzi, Sangla, Daquin, Jean Prat; agli storici Soboul, Mathiez, Leroy-Ladurie, Ellenstein, Annie Kriegel, Vernant, Furet, Alexandre Adler; agli scienziati Joliot-Curie, Wallon, Langevin, Marcel Prenant; agli psicanalisti Dolto, Roudinesco, Leibovici. E così via.

3 Ricordiamo che Jean Monnet aveva costruito la propria fortuna a Saint-Pierre-et-Miquelon vendendo illegalmente cognac ai contrabbandieri americani e alla mafia, all’epoca del Proibizionismo. Questa fortuna gli ha permesso in seguito di creare la propria banca a Chicago nel 1929: la Bancamerica. Sostenitore del generale Giraud, durante la Seconda guerra mondiale progetta addirittura di sopprimere fisicamente il generale de Gaulle. La CIA ha finanziato questo personaggio e i suoi progetti: atlantismo, sviluppo del libero scambio, celebrazione del liberalismo, odio nei confronti del sovranismo e, ovviamente, la costruzione europea. Lo Stato maastrichtiano è una sua creatura. Le ceneri di quest’uomo sono state trasferite al Pantheon da François Mitterrand in occasione del centenario della sua nascita, il 9 novembre del 1988. Non si contano gli istituti scolastici che portano il suo nome…

4 www.youtube.com/watch?v=-W83VCq2DNA.

5 www.lemonde.fr/idees/….

6 In accordo con l’uso dell’Autore, facciamo seguire alle citazioni e ai rimandi ai due testi di George Orwell analizzati in quest’opera un numero in apice corrispondente alle pagine relative. Nel nostro caso, le edizioni di riferimento, recentissime e di facile accesso, sono 1984, nella nuova traduzione di Nicola Gardini (Mondadori, coll. Oscar Moderni Cult, Milano, 2019) e La fattoria degli animali, nella nuova traduzione di Michele Mari (Mondadori, coll. Oscar Moderni Cult, Milano, 2019). Segnaliamo, per quanto riguarda in particolare 1984, che molti termini ormai entrati nell’uso comune sono stati dal nuovo traduttore cambiati e riadattati: neolingua diventa Novalinguaarcheolingua diventa Veterolinguapsicoreatodiventa pensierocriminepsicocriminale diventa pensierocriminalepsicopolizia diventa Polizia delPensierobipensiero diventa bipensare ecc. [N.d.T.].

7 Le lettere maiuscole in apice rimandano alla parte successiva di quest’opera, in cui questi passaggi della favola sono spiegati.

8 Mi ricordo che, agli inizi degli anni Novanta, Michel Polac, grande acceleratore del nichilismo davanti a un Dio che non esiste, mi rimproverava su France Inter, diffuso media decadente, che i miei libri fossero «troppo scritti». Non ho mai ben capito che cosa volesse veramente intendere con questo rimprovero, se non forse celebrare i libri che non erano tecnicamente mai stati scritti… È vero che Polac giudicava in maniera altrettanto perentoria la qualità delle traduzioni in ogni lingua. Ma se riusciva a farlo, se riusciva a valutare in maniera onesta l’originale e la sua traduzione, era sicuramente perché era in grado di leggere non solo il finlandese e il serbo-croato, il coreano e il cinese, il giapponese e il turco, il portoghese e l’islandese, ma anche l’ungherese e il wolof.

9 https://fr.wikipedia.org/wiki/Ligue_du_LOL.

10 www.marianne.net/politique/….

11 Nell’edizione del 30 marzo 2019, il Daily Mailannuncia che in Nebraska, negli Stati Uniti, una donna di sessantuno anni ha messo al mondo una bambina concepita con lo sperma del proprio figlio e l’ovulo della sorella della moglie di quest’ultimo. La madre che ha portato questa bambina nel proprio grembo è quindi anche sua nonna e la piccola ha come madre la propria zia; in pratica ha quattro genitori. Ci troviamo all’interno di una perfetta logica incestuosa perché la madre è stata inseminata dallo sperma del figlio. Se anche la zia dovesse mettere al mondo dei figli, questi figli sarebbero contemporaneamente cugini e fratellastri. Se la logica dell’incesto deve essere il segnale del progressismo più avanzato, non è difficile capire come ci si possa voler distanziare da questo genere di progresso…

12 www.lefigaro.fr/vox/….