giovedì 25 marzo 2021


LA STRADA
 Cormac McCarthy
Einaudi
Traduzione Martina Testa

Scrive Massimo Recalcati nel suo saggio "A libro aperto ":"La strada descrive un mondo traumatizzato senza però descrivere la natura del trauma.L' evento del trauma resta misterioso; ne conosciamo solo gli effetti. Il mondo è sopravvissuto a una catastrofe ecologica senza precedenti. È un mondo grigio ,senza colori ,spento,"defunto ", avvolto in un' oscurità  implacabile .Il sole esiliato ,come "una madre in lutto con una lanterna in mano" gira insensatamente attorno a una terra perduta".

LA STRADA
Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l'inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava a ogni prezioso respiro. Si tolse di dosso il tela di plastica, si tirò su avvolto nei vestiti e nelle coperte puzzolenti e guardò verso est in cerca di luce ma non ce n'era. Nel sogno da cui si era svegliato vagava in una caverna con il bambino che lo guidava tenendolo per mano. Il fascio di luce della torcia danzava sulle pareti umide piene di concrezioni calcaree. Come viandanti di una favola inghiottiti e persi nelle viscere di una bestia di granito. Profonde gole di pietra dove l'acqua sgocciolava e mormorava. I minuti della terra scanditi nel silenzio, le sue ore, i giorni, gli anni senza sosta. Poi si ritrovavano in una grande sala di pietra dove si apriva un lago nero e antico. E sulla sponda opposta una creatura che alzava le fauci grondanti da quel pozzo carsico e fissava la luce della torcia con occhi bianchissimi e ciechi come le uova dei ragni. Dondolava la testa appena sopra il pelo dell'acqua come per annusare ciò che non riusciva a vedere. Rannicchiata lì, pallida, nuda e traslucida, con le ossa opalescenti che proiettavano la loro ombra sulle rocce dietro di lei. Le sue viscere, il suo cuore vivo. Il cervello che pulsava in una campana di vetro opaco. Dondolava la testa da una parte all'altra, emetteva un mugolio profondo, si voltava e si allontanava fluida e silenziosa nell'oscurità. 
Con la prima luce grigiastra l'uomo si alzò, lasciò il bambino addormentato e usci sulla strada, si accovacciò e studiò il territorio a sud. Arido, muto, senza dio. Gli pareva che fosse ottobre ma non ne era sicuro. Erano anni che non possedeva un calendario. Si stavano spostando verso sud. Lì non sarebbero sopravvissuti a un altro inverno. 
Quando ci fu luce a sufficienza per usare il binocolo ispezionò la valle sottostante. Tutto sfumava nell'oscurità. La cenere si sollevava leggera in lenti mulinelli sopra l'asfalto. Studiò quel poco che riusciva a vedere. I tratti di strada laggiù fra gli alberi morti. In cerca di qualche traccia di colore. Un movimento. Un filo di fumo. Abbassò il binocolo e si tirò giù la mascherina di cotone dal viso, si asciugò il naso con il polso e riprese a scrutare la zona circostante. Poi rimase seduto lì con il binocolo in mano a guardare la luce cinerea del giorno che si rapprendeva sopra la terra. Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato. 
Quando tornò dal bambino lo trovò che dormiva ancora. Gli tolse di dosso il telo azzurro, lo ripiegò e lo portò fino al carrello del supermercato, ce lo infilò e tornò con i piatti, qualche focaccina di mais dentro una busta e una bottiglietta di plastica piena di sciroppo. Stese a terra il piccolo telo impermeabile che usavano come tavolo e apparecchiò, si sfilò la pistola dalla cintura, la posò sul telo e restò a guardare il bambino che dormiva. Nel sonno si era tolto la mascherina, che era sepolta da qualche parte in mezzo alle coperte. Posò lo sguardo sul bambino e poi lo lasciò vagare fra gli alberi verso la strada. Quello non era un posto sicuro. Adesso che era giorno dalla strada li si poteva vedere. Il bambino si rigirò nelle coperte. Poi aprì gli occhi. Ciao papà, disse. 
Sono qui.
Lo so.
Un'ora dopo erano sulla strada. Lui spingeva il carrello e avevano entrambi uno zaino in spalla. Negli zaini c'erano le cose essenziali. Casomai avessero dovuto abbandonare il carrello e fuggire. Alla maniglia del carrello era attaccato un retrovisore da motocicletta cromato che l'uomo usava per tenere d'occhio la strada dietro di loro. Si risistemò lo zaino sulle spalle e scrutò la terra devastata in lontananza. La strada era deserta. Sotto di loro, nella piccola valle, la serpentina grigia e quieta di un fiume. Precisa e immobile. Lungo la riva un ammasso di canne morte. Tutto bene?, chiese l'uomo. Il bambino annuì. Poi si incamminarono sull' asfalto in una luce di piombo, strusciando i piedi nella cenere, l'uno il mondo intero dell'altro.

Attraversarono il fiume su un vecchio ponte di cemento e dopo qualche chilometro arrivarono a una stazione di servizio. Si fermarono a osservarla dalla strada. Penso che dovremmo andare a vedere, disse l'uomo. giusto un' occhiata. Si aprirono un varco fra le erbacce che si sbriciolavano alloro passaggio. Attraversarono il piazzale di asfalto crepato e trovarono il serbatoio dei distributori. Il coperchio non c'era più e l'uomo si buttò a terra puntellandosi sui gomiti per annusare il condotto, ma l'odore di benzina era solo un accenno, vago e stantio. Si rialzò e studiò il fabbricato. Le pompe erano ancora in piedi, con i tubi di gomma stranamente alloro posto. Le vetrate intatte. La porta che dava sull'officina era aperta e lui entrò. Appoggiato a una parete c'era un armadietto di metallo per gli attrezzi. Rovistò nei cassetti ma non ci trovò niente di utile. Alcune bussole da mezzo pollice in buone condizioni. Un cricchetto. Rimase nel garage a guardarsi intorno. Un fusto di metallo pieno di spazzatura. Passò nell'ufficio. Polvere e cenere ovunque. Il bambino era in piedi sulla soglia. Una scrivania metallica, un registratore di cassa. Vecchi manuali automobilistici, zuppi e gonfi d'acqua. Il linoleum era macchiato e ondulato per via delle infiltrazioni dal tetto. L'uomo andò alla scrivania ed esitò. Poi alzò la cornetta del telefono e fece il numero di casa di suo padre di tanto tempo prima. Il bambino lo osservava. Cosa stai facendo?, disse.

Cinquecento metri più avanti l'uomo si fermò in mezzo alla strada e si voltò a guardare. Che stupidi, disse. Dobbiamo tornare indietro. Spinse il carrello oltre il bordo della strada e lo coricò su un fianco in un punto dove non si vedeva, posarono gli zaini e tornarono alla stazione di servizio. Nell'officina prese il fusto di metallo, lo inclinò e tirò fuori tutti i flaconi d'olio da un litro. Poi si sedettero sul pavimento a svuotarli dei sedimenti uno per uno, e li lasciarono sgocciolare a testa in giù dentro una bacinella finché si ritrovarono con poco meno di mezzo litro d'olio per motori. L'uomo avvitò il tappo di plastica, asciugò la bottiglia con uno straccio e la soppesò con una mano. Olio da usare per quella maledetta lampada, che rischiarasse i lunghi crepuscoli lividi, le lunghe albe grigie. Così puoi leggermi una storia, disse il bambino. Non è vero, papà? Certo, disse lui. Certo che te la leggo. 

Sul versante opposto della valle la strada attraversava un terreno incendiato nero e spoglio. Tronchi carbonizzati e senza rami che si susseguivano a perdita d'occhio. Cenere che aleggiava sopra la strada e grappoli di cavi ciechi che penzolavano dai pali della luce anneriti gemendo piano nel vento. Una casa bruciata in una radura e più in là una distesa di praterie livide e desolate e una montagnola fangosa di terra rossa grezza con dei lavori stradali lasciati a metà. più avanti, cartelloni pubblicitari di motel. Tutto come una volta, solo sbiadito e sciupato dalle intemperie. In cima alla collina si fermarono nel freddo e nel vento a riprendere fiato. L'uomo guardò il bambino. Sto bene, disse lui. L'uomo gli mise una mano sulla spalla e fece un cenno verso la campagna che si stendeva ai loro piedi. Pescò il binocolo nel carrello e dalla strada osservò la pianura là sotto, dove i contorni di una città emergevano nel grigiore come i tratti di un disegno a carboncino su un paesaggio desolato. Niente da vedere. Niente fumo. Posso guardare?, disse il bambino. Si. Certo che puoi. Il bambino si appoggiò al carrello e regolò il binocolo. Che cosa vedi?, disse l'uomo. Niente. Il bambino abbassò il binocolo. Sta piovendo. Si, disse l'uomo. Lo so. 

Lasciarono il carrello in un fosso, coperto dal telo di plastica, e risalirono il pendio fra i tronchi scuri degli alberi fino a un punto dove lui aveva scorto un lungo cornicione di roccia. Si sedettero al riparo della sporgenza e guardarono gli scrosci di pioggia grigia abbattersi sulla valle. Faceva molto freddo. Sedevano stretti l'uno all'altro, entrambi avvolti in una coperta sopra il giaccone, e dopo un po' la pioggia cessò e rimase soltanto lo sgocciolio nei boschi.

Quando l'acquazzone fu passato scesero al carrello, tolsero il telo di plastica e recuperarono le coperte e l'occorrente per la notte. Salirono di nuovo sulla collina e si accamparono sulla terra asciutta sotto le rocce; l'uomo si sedette e abbracciò il bambino nel tentativo di scaldarlo. Avvolti nelle coperte aspettarono che quell'oscurità senza nome li coprisse col suo manto. Al calar della notte la sagoma grigia della città svanì come un fantasma e lui accese la piccola lampada e la sistemò al riparo dal vento. Poi si rimisero in marcia e tenendosi per mano raggiunsero la sommità della collina, il punto più alto della strada da dove potevano spaziare sul territorio a sud che imbruniva, in piedi nel vento, avvolti nelle coperte, in cerca di qualche traccia di falò o di luci. Non c'era niente. La loro lampada fra le rocce sul fianco della collina era poco più di una pagliuzza di luce, e dopo un po' tornarono indietro. Era tutto troppo umido per accendere un fuoco. Consumarono il loro misero pasto senza scaldarlo e si stesero ciascuno nel proprio giaciglio con la lampada nel mezzo. L'uomo si era portato dietro il libro del bambino, ma il bambino era troppo stanco per ascoltarlo leggere. Possiamo lasciare la lampada accesa finché non mi addormento?, disse. Si. Certo che possiamo. 

Prima di prendere sonno rimase sveglio a lungo. Dopo un po' si girò a guardare l'uomo. Il suo volto rigato di nero dalla pioggia alla debole luce della lampada, come certi teatranti del vecchio mondo. Ti posso chiedere una cosa?, disse.
Si. Certo.
Noi moriremo?
Prima o poi si. Ma non adesso.
E stiamo sempre andando a sud.
Si.
Per stare più caldi.
Si.
Ok.
Ok cosa?
Niente. Così. 
Adesso dormi.
Ok.
Ora spengo la lampada. Va bene?
Si. Va bene.
E dopo un altro po', nel buio: Ti posso chiedere una cosa?
Si, certo che puoi.
Tu cosa faresti se io morissi?
Se tu morissi vorrei morire anch'io.
Per poter stare con me?
Si. Per poter stare con te.
Ok.

Rimase ad ascoltare lo sgocciolio dell'acqua nei boschi.
Era roccia fresca, quella. Freddo e silenzio. Le ceneri del mondo defunto trasportate qua e là nel nulla da lugubri venti terreni. Trascinate, sparpagliate e trascinate di nuovo. Ogni cosa sganciata dal proprio ancoraggio. Sospesa nell'aria cinerea. Sostenuta da un respiro, breve e tremante. Se solo il mio cuore fosse pietra.

Si svegliò prima dell'alba e guardò sorgere il giorno livido. Lento e quasi opaco. Si alzò che il bambino dormiva ancora, si infilò le scarpe e si strinse nella coperta e si incamminò in mezzo agli alberi. Scese in una fenditura tra le rocce e lì si accucciò a terra tossendo e tossi per un bel pezzo. Poi si inginocchiò nella cenere. Alzò il viso verso il pallore del giorno. Ci sei?, sussurrò. Riuscirò a vederti prima o poi? Ce l'hai un collo per poterti strangolare? Ce l'hai un cuore? Sii stramaledetto per l'eternità, ce l'hai un'anima? Oh Dio, sussurrò. Oh Dio. 

Attraversarono la città a mezzogiorno dell'indomani.
L'uomo aveva la pistola a portata di mano, sopra il telo di plastica piegato in cima al carrello. Si teneva il bambino stretto al fianco. La città era quasi completamente bruciata. Nessun segno di vita. Per le strade automobili incrostate di cenere, ogni cosa coperta da cenere e polvere. Impronte fossili nel fango secco. In un androne un cadavere ridotto a cuoio. Con una smorfia di scherno rivolta al giorno. Si strinse ancora di più al bambino. Ricordati che le cose che ti entrano in testa poi ci restano per sempre, gli disse. Forse dovresti rifletterci.
Però certe cose uno se le dimentica, no?
Sì. Ci dimentichiamo le cose che vorremmo ricordare e ricordiamo quelle che vorremmo dimenticare. 

A un paio di chilometri di distanza dalla fattoria di suo zio c'era un lago dove in autunno lui e lo zio andavano sempre a fare legna. Lui si metteva seduto a poppa della barchetta con una mano abbandonata nella scia fredda, mentre lo zio si piegava sui remi. I piedi del vecchio dentro le scarpe nere da ragazzino puntate contro i montanti. Il suo cappello di paglia. La pipa di pannocchia che teneva fra i denti e un filino di saliva che colava dal fornello. Lo zio si voltò per dare un' occhiata alla sponda opposta, tenendosi in grembo le impugnature dei remi e togliendosi la pipa di bocca per asciugarsi il mento con il dorso della mano. La sponda era costeggiata da betulle che si stagliavano pallide come ossa contro il colore scuro dei sempreverdi alle loro spalle. La riva del lago era un conglomerato di ceppi ritorti, grigi e slavati, residui lasciati da un uragano anni prima. Gli alberi invece erano stati segati e portati via da un pezzo per farne legna da ardere. Lo zio girò la barca e tirò dentro i remi e si lasciarono trasportare dalla corrente verso le secche, finché la poppa non sfregò sulla sabbia. Un pesce persico morto fluttuava a pancia in su nell'acqua limpida. Foglie ingiallite. Lasciarono le scarpe sulle tiepide assi dipinte, trascinarono la barca sulla spiaggia e gettarono l'ancora. Un barattolo di strutto riempito di cemento con un anello di ferro piantato nel mezzo. Camminarono lungo la riva e lo zio esaminava i ceppi tirando boccate di fumo, una corda di canapa arrotolata in spalla. Ne scelse uno e lo fecero rotolare appoggiandosi alle radici finché non prese a galleggiare nell'acqua. Nonostante i calzoni arrotolati alle ginocchia si bagnarono lo stesso. Legarono la corda a un gancio sulla parte posteriore della barca e riattraversarono il lago con il ceppo che li seguiva lentamente, a scossoni. Ormai si era fatta sera. Solo il lento e regolare cigolio strascicato degli scalmi. Lo specchio scuro del lago e le finestre che si illuminavano lungo la riva. Da qualche parte una radio. Nessuno dei due aveva aperto bocca. Quella era stata la giornata ideale della sua infanzia. La giornata su cui modellare tutte le giornate a venire.

Nei giorni e nelle settimane seguenti proseguirono verso sud. Solitari e ostinati. Una regione scabra e collinosa. Case di lamiera. A tratti sotto di loro intravedevano la superstrada in mezzo alle nude macchie di foresta secondaria. Freddo, sempre più freddo. Appena superato il profondo avvallamento fra le montagne si fermarono e spinsero lo sguardo oltre quella vasta gola verso sud, dove non c'era che terra mangiata dal fuoco a perdita d'occhio, con le sagome annerite delle rocce che spiccavano fra i banchi di cenere e i pennacchi di cenere che si alzavano e venivano sospinti lungo la distesa brulla. La traccia di un sole smorto che si muoveva invisibile oltre le tenebre.

Impiegarono interi giorni per attraversare quella piana cauterizzata. Il bambino si era dipinto delle zanne sulla mascherina con dei pastelli che aveva trovato e andava avanti senza lamentarsi. Una delle ruote anteriori del carrello si era mezzo scassata. Che ci potevano fare? Niente. Poiché davanti a loro tutto era ridotto in cenere, accendere fuochi era impossibile e le notti erano lunghe, buie e fredde come mai prima. Un freddo che spaccava le pietre. Un freddo assassino. L'uomo teneva stretto a sé il bambino tremante e contava ogni suo fragile respiro nell'oscurità.

Fu svegliato dal brontolio di un tuono in lontananza e si mise a sedere. La luce fioca tutto intorno, tremolante e senza una fonte precisa, si rifrangeva nella pioggia di fuliggine portata dal vento. Coprì se stesso e il bambino con il telo di plastica e rimase a lungo in ascolto. Se si fossero bagnati non ci sarebbe stato nessun fuoco ad asciugarli. Se si fossero bagnati probabilmente sarebbero morti. 

L'oscurità in cui si svegliava in quelle notti era cieca e impenetrabile. Un' oscurità che faceva male alle orecchie a forza di ascoltare. Spesso non poteva fare a meno di alzarsi. Non un suono oltre al vento fra gli alberi nudi e anneriti. Si alzò in piedi e rimase lì, vacillante in quel buio freddo e autistico, le braccia tese per mantenersi in equilibrio mentre i calcoli vestibolari in corso nel suo cervello sfornavano risultati. Una vecchia storia. Inseguire la verticalità. Non c'è caduta che non vada per gradi. Si addentrò nel nulla a lunghi passi di marcia, contandoli per riuscire poi a tornare. Occhi chiusi, remate di braccia. Verticalità rispetto a cosa? Un'entità senza nome nella notte, vena o matrice. Attorno alla quale lui e le stelle giravano come un unico satellite. Come il grande pendolo nella sua rotonda che segna i lunghi moti giornalieri dell'universo di cui sembrerebbe che non sappia nulla e tuttavia non può non sapere. 

Ci vollero due giorni per attraversare quella crosta di terra livida. più avanti la strada correva lungo un crinale, con i boschi inariditi che digradavano da una parte e dall'altra. Nevica, disse il bambino. Guardò il cielo. Un unico fiocco grigio che planava leggero. Lo prese in mano e lo guardò disfarsi come se fosse l'ultimo esercito della cristianità.

Proseguirono con determinazione, il telo di plastica sopra la testa. I fiocchi bagnati e grigi vorticavano precipitando dal nulla. Sui bordi della strada una fanghiglia grigiastra. Acqua nera che colava da sotto i cumuli di cenere fradicia. Niente più roghi sui crinali in lontananza. L'uomo pensò che le sette sanguinarie dovevano essersi sterminate a vicenda. Nessuno batteva quella strada. Né banditi né predoni. Dopo un po' arrivarono a un'autofficina e in piedi nel vano della porta guardarono il nevischio grigio che scendeva a raffiche dai monti.

Raccolsero qualche vecchio scatolone e accesero un fuoco sul pavimento, lui trovò alcuni attrezzi, svuotò il carrello e si mise seduto a riparare la ruota. Tolse il bullone, allargò il foro della bussola con un trapano manuale e lo rivesti con un pezzo di tubo che aveva tagliato a misura con un seghetto. Poi riavvitò il tutto, rimise in piedi il carrello e lo fece girare di qua e di là per la stanza. Si muoveva abbastanza bene. Il bambino stava seduto e osservava la scena.

Il mattino dopo proseguirono. Terra desolata. Una pelle di cinghiale inchiodata alla porta di un granaio. Logora. Un codino striminzito. Nel granaio tre corpi appesi alle travi del tetto, rinsecchiti e polverosi fra pallide lame di luce. Magari qui dentro c'è qualcosa, disse il bambino. Magari del granturco o roba del genere. Andiamo, disse l'uomo.

Più che altro era preoccupato per le scarpe. Quelle e il cibo. Sempre il cibo. In un vecchio affumicatoio di legno trovarono un prosciutto appeso a un gancio di ferro in un angolo. Sembrava dissotterrato da una tomba, tanto era secco e tirato. L'uomo lo tagliò con il coltello. Dentro, la carne era rosso scuro e salata. Buona e saporita. Quella notte la fecero friggere sul fuoco, fette belle spesse, e poi misero le fette a cuocere insieme a dei fagioli in scatola. più tardi l'uomo si svegliò nel buio con l'impressione di aver sentito dei tamburi battere da qualche parte sulle basse colline scure. Poi il vento cambiò e rimase solo il silenzio.

La sua pallida sposa venne a fargli visita in sogno da sotto un pergolato verde e frondoso. Coi capezzoli incrostati di argilla chiara e le costole dipinte di bianco. Portava un vestito di mussola e i capelli scuri erano tenuti su da pettini d'avorio, pettini di tartaruga. Quel sorriso, quegli occhi sempre bassi. Al mattino nevicava di nuovo. Sopra di loro i fili della luce erano costellati di perline di ghiaccio grigio.

Lui era diffidente. Si diceva che i sogni giusti per un uomo in pericolo erano sogni di pericolo, e tutto il resto era il richiamo languido della morte. Dormiva poco e male. Sognò di passeggiare in un bosco fiorito con gli uccelli che volavano davanti a loro, a lui e al bambino, e il cielo era di un azzurro doloroso, ma ormai stava imparando a ridestarsi da quei mondi ingannevoli. Sdraiato lì al buio con l'inquietante sapore di una pesca proveniente da qualche frutteto fantasma che gli moriva in bocca. Pensò che se fosse sopravvissuto abbastanza a lungo, del mondo alla fine non sarebbe rimasto più nulla. Come il mondo morente abitato dai nuovi ciechi, che lentamente si cancellava dalla memoria. 

Dai sogni a occhi aperti che faceva lungo la strada non c'era modo di risvegliarsi. Continuava ad andare avanti. Di lei ricordava tutto tranne il profumo. Seduto in un teatro con lei accanto che si protendeva per meglio sentire la musica. Arabeschi dorati e candelabri a muro e le lunghe pieghe del sipario come colonne ai lati del palco. Lei teneva la sua mano in grembo e lui sentiva l'orlo delle calze sotto la stoffa leggera del vestito estivo. Fermate quest'immagine. E adesso fate venire giù tutto il buio e tutto il freddo del mondo e andate all'inferno.

Fabbricò delle spazzole con due vecchie scope che aveva trovato e le assicurò al carrello con del fil di ferro per spazzare via i rami dalla strada, issò il bambino a bordo, si mise in piedi appoggiato alla sbarra posteriore come un musher dietro una slitta e iniziarono a scendere giù per le colline, assecondando le curve con il peso del corpo alla maniera dei campioni di bob. Era la prima volta dopo tanto tempo che vedeva il bambino sorridere.

In cima alla collina la strada curvava e si apriva una diramazione. Un vecchio sentiero che si inoltrava nel bosco. Ne percorsero un tratto e si sedettero su una panca a guardare giù verso la valle, dove la terra si perdeva nella nebbia grumosa. Là sotto c'era un lago. Freddo, grigio e pesante nella conca ripulita della campagna.
Papà, cos'è quello?
Una diga.
A cosa serve?
Ha fatto si che si formasse il lago. Prima che costruissero la diga laggiù c'era solo un fiume. La diga usava l'acqua che la attraversava per far girare delle grosse pale chiamate turbine e generare elettricità.
Per fare le luci.
Si. Per fare le luci.
Possiamo scendere a vederla?
Mi sa che è troppo lontana.
La diga resterà lì per molto tempo? 
Credo di si. É fatta di cemento. Probabilmente rimarrà lì per centinaia di anni. Perfino migliaia. 
Pensi che ci potrebbero essere dei pesci nel lago?
No. In quel lago non c'è niente.

All'epoca, da qualche parte non lontano da lì, aveva visto un falco scendere a piombo lungo la parete azzurra della montagna e spaccare con la carena dello sterno il cuore di uno stormo di gru, ghermirne una e trascinarla fino al fiume sottostante, tutta scomposta e sconquassata e seguita da una scia di piume sparse e arruffate nell'aria immobile dell'autunno. 

L'aria granulosa. Quel sapore in bocca che non se ne andava mai. Erano fermi sotto la pioggia come animali da fattoria. Poi proseguirono, tenendosi il telo sopra la testa per ripararsi da quella noiosa acquerugiola. Avevano i piedi fradici e gelati e le scarpe che cominciavano a consumarsi. Sui fianchi delle colline, vecchie messi secche e appiattite. Lungo l'arido crinale, alberi scorticati e neri sotto la pioggia.

Quanto colore invece nei sogni. In che altro modo poteva chiamarti a sé la morte? Poi ti svegliavi in un' alba fredda e tutto si riduceva immediatamente in cenere.
Come certi antichi affreschi rimasti sepolti per secoli e improvvisamente esposti alla luce del giorno.

Il tempo migliorò e il freddo allentò la sua morsa e alla fine raggiunsero l 'ampia e pianeggiante vallata del fiume, con la scacchiera degli appezzamenti di terra ancora visibile, una piana deserta dove tutto era morto fino alle radici. Proseguirono lungo la strada asfaltata. Case alte rivestite di assi. Tetti di lamiera. Un fienile di legno in mezzo a un campo con una pubblicità a lettere sbiadite alte tre metri da una falda all'altra del tetto. Visitate il Giardino delle Rocce. 

Le siepi ai bordi della strada avevano ceduto a file di rovi neri e ritorti. Nessun segno di vita. L'uomo lasciò il bambino in mezzo alla strada con la pistola in mano, sali una vecchia gradinata in pietra porosa e fece qualche passo sulla veranda della fattoria, riparandosi gli occhi con la mano e sbirciando dalle finestre. Entrò passando dalla cucina. Rifiuti per terra, vecchi giornali. Stoviglie di porcellana su una credenza, tazze appese ai ganci. Percorse il corridoio e si fermò sulla porta del salottino. In un angolo c'era un antiquato organo a pedali. Un televisore. Poltrone e divani da quattro soldi e un vecchio armadio di ciliegio fatto a mano. Sali al piano di sopra e girò per le stanze da letto. Era tutto coperto di cenere. Una cameretta da bambini con un cane di pezza sul davanzale, affacciato a guardare il giardino. Rovistò negli armadi. Disfece i letti e ne ricavò due belle coperte di lana, poi ridiscese al piano di sotto. Nella dispensa c'erano tre barattoli di pomodori in conserva fatti in casa. Soffiò via la polvere dai coperchi e li esaminò. Qualcuno passato di lì prima di lui non si era fidato, e alla fine non si fidò neanche lui; usci con le coperte in spalla e ripresero la strada. 

Alla periferia della città si imbatterono in un supermercato. Qualche vecchia macchina nel parcheggio coperto di immondizia. Lasciarono il carrello nel parcheggio e girarono fra le corsie sudice. Nel reparto frutta e verdura, sul fondo delle cassette, trovarono un po' di fagioli di Spagna vecchi di chissà quanto e quelle che un tempo dovevano essere state albicocche, ormai ridotte allo spettro avvizzito di se stesse. Il bambino lo seguiva. Uscirono dalla porta di sicurezza sul retro. Nella stradina alle spalle del supermercato c'erano alcuni carrelli, tutti molto arrugginiti. Riattraversarono il negozio in cerca di un altro carrello ma non ne trovarono. Vicino alla porta c'erano due distributori automatici di bibite che erano stati rovesciati a terra e aperti con un piede di porco. Monetine sparse nella cenere. L'uomo si sedette, passò la mano fra gli ingranaggi delle macchine sventrate e nella seconda riuscì ad afferrare un freddo cilindro di metallo. Ritirò lentamente la mano e si ritrovò a guardare una lattina di Coca-Cola. 
Papà, che cos'è?
É un regalo. Per te. 
Ma che cos'è?
Vieni. Siediti.
Gli tolse lo zaino dalle spalle e se lo sistemò accanto, sul pavimento, poi infilò il pollice sotto la linguetta di alluminio e aprì la lattina. Avvicinò il naso al leggero sfrigolio che ne usciva e la passò al bambino. Forza, bevi, disse. 
Il bambino prese la lattina. Fa le bollicine, disse.
Forza.
Guardò il padre, poi inclinò la lattina e bevve. Rimase lì a pensarci per un attimo. É proprio buona, disse. 
Si. Infatti.
Bevine un po' anche tu, papà.
Voglio che la bevi tu.
Solo un po'.
L'uomo prese la lattina, bevve un sorso e gliela restituì. Bevila tu, disse. Stiamocene seduti qui per un po'.
É perché non ne potrò bere mai più, vero? 
Mai è un sacco di tempo.
Ok, disse il bambino.

Al crepuscolo del giorno seguente erano in città. Le lunghe volute di cemento dei raccordi autostradali come rovine di un immenso luna park sullo sfondo dell'oscurità in lontananza. L'uomo teneva la rivoltella in vita sul davanti e la lampo del parka aperta. Ovunque cadaveri mummificati. La carne spaccata lungo le ossa, i legamenti secchi come funi e tesi come fili d'acciaio. Raggrinziti e contratti come i corpi dei primitivi conservati nelle torbiere, il volto di tela bollita, i paletti ingialliti dei denti. Erano tutti quanti scalzi come pellegrini di una stessa chiesa, perché le loro scarpe erano state rubate da un pezzo.

Proseguirono. Lui si guardava costantemente alle spalle tenendo d'occhio lo specchietto. Nelle strade l'unica cosa
 che si muoveva erano le folate di cenere. Attraversarono l'alto ponte di cemento sul fiume. Sotto il ponte, un molo. Piccole barche da diporto mezzo affondate nell'acqua grigia. più a valle, alte ciminiere offuscate dalla fuliggine.   Il giorno dopo, qualche altro chilometro a sud della città, all'altezza di una curva e mezzo coperta dai rovi secchi, trovarono una vecchia casa in legno e mattoni, con tanto di comignoli, frontoni e muro di cinta. L'uomo si fermò. Poi cominciò a spingere il carrello su per il vialetto d'ingresso. Papà, cos'è questo posto? È la casa dove sono cresciuto. Il bambino si fermò a guardarla. Le assi di legno scrostate sulla parte inferiore dei muri erano state quasi tutte staccate per farne legna da ardere, e i chiodi e il rivestimento isolante rimanevano a vista. Le zanzariere marce della veranda posteriore giacevano sul pavimento di calcestruzzo. Dobbiamo entrare? Perché no? Ho paura. Non ti va di vedere dove abitavo una volta? No. Andrà tutto bene. Dentro potrebbe esserci qualcuno. Non credo proprio. E se poi c'è? L'uomo rimase a guardare la finestra della mansarda che era stata la sua stanza. Guardò il bambino. Vuoi aspettarmi qua?  No. Dici sempre così .    Mi dispiace. Lo so. Ma lo dici sempre.   Si tolsero gli zaini, li lasciarono sulla veranda e facendosi largo a calci tra i rifiuti entrarono in cucina. Il bambino gli teneva la mano. Era tutto più o meno come se lo ricordava. Le stanze vuote. Nella cameretta accanto alla sala da pranzo c'era una nuda branda di ferro, un tavolino di metallo pieghevole. Lo stesso braciere di ghisa nel piccolo caminetto. I pannelli di legno di pino alle pareti erano spariti, restavano solo i listelli su cui erano fissati. Rimase lì in piedi. Toccò con il pollice i forellini lasciati nel legno dipinto della cappa dai gancetti a cui si appendevano le calze quarant'anni prima. Qui festeggiavamo il Natale quando ero piccolo. Si voltò a guardare il giardino in rovina. Un groviglio di lillà morti. La sagoma di una siepe. Nelle fredde notti invernali, quando il temporale faceva andare via la luce, io e le mie sorelle stavamo seduti qui davanti al fuoco a fare i compiti. Il bambino lo guardava. Lo guardava seguire il richiamo di spettri che lui non poteva vedere. Papà, adesso è meglio che andiamo, disse.  Si, disse l'uomo, Ma non si mosse.      Attraversarono la sala da pranzo, dove i mattoni all'interno del camino erano gialli come il giorno in cui era stato costruito, perché sua madre non sopportava di vederli anneriti. L'acqua piovana aveva gonfiato il pavimento. Nel salotto, le ossa ammucchiate di un piccolo animale smembrato. Forse un gatto. Un bicchiere di vetro vicino alla porta. Il bambino gli stringeva la mano. Salirono le scale, girarono l'angolo e percorsero il corridoio. Mucchietti di intonaco umido sul pavimento. L'incannicciatura esposta del soffitto. Indugiò sulla soglia della sua stanza. Un piccolo spazio nel sottotetto. lo dormivo qui. In un lettino contro questa parete. Migliaia di notti a sognare i sogni della fantasia di un bambino, mondi di volta in volta generosi o terrificanti ma mai il mondo che sarebbe stato davvero. Aprì la porta del ripostiglio quasi aspettandosi di trovarci le sue cose di un tempo. Dal tetto pioveva la cruda e fredda luce del giorno. Grigia come il suo cuore.    Papà, adesso è meglio che andiamo. Possiamo andare? Si .  Possiamo andare.    Ho paura. Lo so. Mi dispiace. Ho tanta paura. Stai tranquillo. Non ci saremmo dovuti venire qui.   Tre notti più tardi, ai piedi delle montagne orientali, si svegliò nelle tenebre e sentì qualcosa che si avvicinava. Rimase sdraiato con le braccia lungo i fianchi. La terra tremava. La cosa veniva verso di loro.    Papà?, disse il bambino. Papà? Shh. Va tutto bene. Papà, che cos'è? La cosa veniva avanti, sempre più rumorosa. Tremava tutto. Poi passò sotto di loro come un convoglio della metropolitana e si allontanò nella notte e scomparve. Il bambino gli si aggrappò piangendo, la testa nascosta contro il suo petto. Shh. Non è niente. Ho una gran paura. , Lo so. Non è niente. É passato.    Ma cos'era, papà? Era un terremoto. Adesso è passato. Non è successo niente. Shh.   In quei primi anni le strade erano affollate di profughi imbacuccati dalla testa ai piedi. Protetti da maschere e occhialoni, seduti fra gli stracci sul bordo della strada come aviatori in rovina. Carriole piene di cianfrusaglie. Carri e carretti al seguito. Gli occhi spiritati in mezzo al cranio. Gusci di uomini senza fede che avanzavano barcollanti sul selciato come nomadi in una terra febbricitante. La rivelazione finale della fragilità di ogni cosa. Vecchie e spinose questioni si erano risolte in tenebre e nulla. L'ultimo esemplare di una data cosa si porta con sé la categoria. Spegne la luce e scompare. Guardati intorno. Mai è un sacco di tempo. Ma il bambino la sapeva lunga. E sapeva che mai è l'assenza di qualsiasi tempo.   L'uomo era seduto a una finestra grigia nella grigia luce di una casa abbandonata, nel tardo pomeriggio, e leggeva vecchi giornali mentre il bambino dormiva. Curiosità. Interessi di altri tempi. La primula si chiude alle otto di sera. Guardò il bambino addormentato. Ce la farai? Quando sarà il momento? Ce la farai?   Si accovacciarono sulla strada e mangiarono riso e fagioli freddi che avevano cucinato giorni prima. Cominciavano già a fermentare. Non c'era un posto dove accendere il fuoco senza essere visti. Dormirono l'uno contro l'altro fra le trapunte puzzolenti nel buio e nel freddo. Lui teneva il bambino stretto a sé. Così magro. Angelo mio, disse. Angelo mio. Ma ammesso che fosse un buon padre sapeva che le cose potevano stare proprio come aveva detto lei. Che il bambino era l'unica cosa che lo separava dalla morte.      Era verso la fine dell'anno. Che mese di preciso non avrebbe saputo dire. A occhio avevano da mangiare a sufficienza per superare le montagne ma non c'era modo di esserne certi. Il valico dello spartiacque era a millecinquecento metri di altitudine, e avrebbe fatto molto freddo. Diceva che l'importante era raggiungere la costa, ma quando si svegliava in piena notte sapeva che una frase del genere era priva di senso e di sostanza. Era assolutamente probabile che sarebbero morti sulle montagne e fine della storia.   Attraversarono i resti di una località di villeggiatura e presero la strada verso sud. Chilometri di foresta bruciata lungo i pendii e neve prima di quanto avesse previsto. Sulla strada non un'impronta, niente di vivo da nessuna parte. I massi anneriti dal fuoco come sagome di orsi sugli aspri declivi punteggiati di tronchi. Si fermò su un ponte di pietra dove le acque si raccoglievano in una pozza e formavano lenti gorghi di schiuma grigia. Dove un tempo aveva guardato le trote guizzare nella corrente, seguito le loro ombre perfette sui ciottoli del fondo. Proseguirono, con il bambino che arrancava dietro di lui. Piegato sul carrello, l'uomo saliva piano, un tornante dopo l'altro. In alto sulle montagne ardevano ancora alcuni incendi e di notte ne vedevano il bagliore arancio cupo nella pioggia di fuliggine. Faceva sempre più freddo ma loro tenevano il fuoco acceso tutta la notte e lo lasciavano là a bruciare quando al mattino si rimettevano in marcia. L'uomo aveva avvolto i propri piedi e quelli del bambino in pezzi di tela di sacco legati con dello spago, e per ora lo strato di neve era alto solo pochi centimetri; ma sapeva che se la neve fosse aumentata avrebbero dovuto rinunciare al carrello. Già così andare avanti era difficile e spesso doveva fermarsi a riposare. Si trascinava fino al bordo della strada dando le spalle al bambino e stava lì piegato in avanti con le mani sulle ginocchia, tossendo. Poi si tirava su e indugiava con le lacrime agli occhi. Sulla  neve grigia un leggero schizzo di sangue.      Si accamparono a ridosso di un macigno e con dei pali e il telo di plastica lui costruì un riparo. Accese un fuoco e si misero a raccogliere una fascina di legna abbastanza grossa da durare tutta la notte. Quando ebbero ammucchiato sulla neve una catasta di rami morti di abete si sedettero a guardare il fuoco avvolti nelle coperte e a bere quello che restava della cioccolata che avevano scovato da qualche parte settimane prima. Aveva ripreso a nevicare, morbidi fiocchi scendevano piano dall'oscurità. L'uomo sonnecchiava in quel tepore miracoloso. L'ombra del bambino gli passò sopra. Con un carico di legna tra le braccia. Lo guardò attizzare il fuoco. Un drago sputafiamme mandato da Dio. Le scintille sprizzavano in alto e morivano nell'oscurità senza stelle. Non tutte le parole pronunciate in punto di morte sono vere, e questa benedizione non è certo meno reale solo perché priva di fondamento.      Si svegliò che era quasi mattina, il fuoco ridotto a un mucchio di brace, e usci sulla strada. Tutto era illuminato. Come se finalmente il sole perduto stesse tornando a splendere. La neve arancio ne e tremula. Nel bosco un incendio avanzava verso le creste della polveriera sopra di loro, sfavillando e luccicando contro il cielo coperto come un' aurora boreale. Rimase lì a lungo, nonostante il freddo. Il colore del fuoco gli smuoveva qualcosa dentro che aveva dimenticato da tempo. Fai un elenco. Recita una litania. Ricorda.      Il freddo era aumentato. In quel mondo ad alta quota non si muoveva nulla. Un intenso odore di fumo di legna aleggiava sopra la strada. Lui spingeva il carrello in mezzo alla neve. Pochi chilometri al giorno. Non aveva idea di quanto fosse distante la vetta. Mangiavano poco e avevano sempre fame. Si fermò a guardare il panorama. Un fiume, laggiù in lontananza. Quanta strada avevano fatto?   Nel sogno lei era malata e lui la curava. Il sogno faceva pensare a un sacrificio ma lui la vedeva diversamente. Non si era preso cura di lei e lei era morta da sola da qualche parte nel buio e non esiste nessun altro sogno né mondo reale e non c'è nessun' altra storia da raccontare.   Su questa strada non c'è benedetta anima viva. Sono scomparsi tutti tranne me e si sono portati via il mondo. Domanda: che differenza c'è fra ciò che non sarà mai e ciò che non è mai stato?   Oscurità della luna invisibile. Le notti ora solo leggermente meno nere. Di giorno il sole esiliato gira intorno alla terra come una madre in lutto con una lanterna in mano.   Gente seduta sul marciapiede all' alba, mezzo immolata e con i vestiti fumanti. Come suicidi mancati in una setta. Altri venivano in loro aiuto. Nel giro di un anno c'erano roghi sulle creste dei monti e allucinate litanie nell'aria. Le urla degli assassinati. Di giorno i morti impalati lungo la strada. Che cosa avevano fatto? Arrivò a credere che nella storia del mondo forse c'era più castigo che delitto, ma non ne trasse grande conforto.   L'aria si fece più leggera e lui pensò che la vetta non doveva essere lontana. Magari il giorno dopo. Il giorno dopo passò. Non aveva più nevicato ma sulla strada c'erano quindici centimetri di neve e spingere il carrello su per quelle chine era una fatica estenuante. Pensò che lo dovevano abbandonare. Quanta roba potevano portarsi in spalla? Si fermò e guardò i pendii nudi in lontananza. La cenere cadeva sulla neve fino a tingerla quasi completamente di nero.   A ogni curva sembrava che il valico fosse lì a un passo da loro, poi una sera l'uomo si fermò e si guardò intorno e lo riconobbe. Si slacciò il colletto del parka, si tolse il cappuccio e rimase in ascolto. Il vento fra gli abeti neri e morti. Il parcheggio vuoto del belvedere. Il bambino era fermo al suo fianco. Nel punto in cui l'uomo si era fermato con suo padre un inverno di tanti anni prima. Che cos'è, papà ?, disse il bambino.    É il passo. Ci siamo.      Al mattino si rimisero in viaggio. Faceva un gran freddo. Nel pomeriggio ricominciò a nevicare, perciò si accamparono presto, rannicchiati al riparo del telo di plastica a guardare la neve cadere nel fuoco. Il mattino seguente c'erano diversi centimetri di neve fresca ma dal cielo non scendeva più nulla e il silenzio era tale che quasi riuscivano a sentire i battiti del loro cuore. L'uomo accatastò un po' di legna sulle braci e sventagliando riattizzò il fuoco, poi si avviò a recuperare il carrello in mezzo ai cumuli di neve. Passò in rassegna lo scatolame, tornò indietro e si sedettero accanto al fuoco a mangiare gli ultimi cracker e una scatoletta di salsicce. In una tasca dello zaino aveva scoperto un ultimo mezzo pacchetto di cacao in polvere e ci preparò la cioccolata per il bambino, poi versò dell'acqua calda per sé e si mise a soffiare da sopra il bordo della tazza. Mi avevi promesso che non l'avresti più fatto, disse il bambino. Cosa? Lo sai cosa, papà. Lui svuotò la tazza nel tegame, prese quella del bambino, travasò un po' di cioccolata nella propria e gliela restituì.    Devo tenerti d'occhio tutto il tempo, disse il bambino. Lo so. Se uno non mantiene le promesse piccole va a finire che non mantiene neanche quelle grandi. Me l'hai detto tu. Lo so. Ma io vedrai che le mantengo.   Per l'intera giornata scesero a fatica lungo il versante meridionale dello spartiacque. Ogni tanto il carrello si incagliava in un cumulo di neve più alto degli altri e l'uomo era  costretto a trascinarselo dietro mentre si apriva la strada coi piedi. In qualunque altro posto che non fosse in montagna sarebbero riusciti a trovare qualcosa da usare come slitta. Una vecchia insegna di metallo o un foglio di lamiera staccato dal rivestimento di un tetto. La tela con cui si erano fasciati i piedi era ormai fradicia e pativano il freddo e l'umidità tutto il giorno. L'uomo si appoggiò al carrello per riprendere fiato mentre il bambino aspettava. Da qualche parte sulla montagna ci fu un forte schianto. Poi un altro. É solo un albero che cade, disse l'uomo. Non ti preoccupare. Il bambino stava guardando gli alberi morti sul bordo della strada. Non ti preoccupare, ripeté l'uomo. Prima o poi tutti gli alberi del mondo cadranno. Ma non addosso a noi.    E tu come lo sai? Lo so e basta.   Fatto sta che incontrarono degli alberi caduti di traverso sulla strada e furono costretti a svuotare il carrello, portare a braccio tutta la roba dall'altra parte dei tronchi e poi ricaricarla sul carrello. Il bambino trovò dei giocattoli che si era scordato di avere. Tenne fuori un camion giallo e andarono avanti con il giocattolo poggiato sul telo di plastica.   Si accamparono su uno spiazzo di terra al di là di un torrente ghiacciato che correva parallelo alla strada. Il vento aveva spazzato via la cenere dal ghiaccio e il ghiaccio era nero e il torrente sembrava un nastro di basalto che si snodava fra i boschi. Raccolsero legna da ardere sul lato settentrionale del pendio, dove era meno umido, abbatterono a spintoni alberi interi e li trascinarono fino all'accampamento. Accesero il fuoco, stesero il telo e appesero su dei paletti i vestiti bagnati perché asciugassero e perdessero il cattivo odore e rimasero seduti lì ,  avvolti nelle trapunte senza niente addosso, l'uomo che si teneva i piedi del bambino sulla pancia per scaldarli.      Nella notte il bambino si svegliò piagnucolando e l'uomo lo abbracciò. Shh, disse. Shh. Va tutto bene. Ho fatto un brutto sogno. Lo so. Te lo dico cos'ho sognato? Se vuoi. Avevo un pinguino a molla che si caricava e sbatteva le ali e muoveva le zampette. Ed eravamo in quella casa dove abitavamo prima e me lo vedevo sbucare da dietro un angolo ma nessuno gli aveva dato la carica e faceva veramente paura. Ho capito. Nel sogno faceva molta più paura. Lo so. Certe volte i sogni fanno veramente paura. Perché ho fatto questo brutto sogno? Non lo so. Ma adesso è passato. Vado ad aggiungere un po' di legna nel fuoco. Tu rimettiti a dormire. Il bambino non rispose. Poi disse: La chiavetta non girava.   Per lasciarsi alle spalle la zona innevata ci vollero altri quattro giorni, e anche dopo continuarono a trovare chiazze di neve in corrispondenza di certe curve e più avanti ancora la strada restò comunque nera e bagnata per il deflusso delle acque da monte. Sbucarono sull'orlo di una profonda gola in fondo alla quale, nell'oscurità, si intravedeva un fiume. Rimasero ad ascoltarne il rumore.   Sul versante opposto del canyon alti speroni di roccia con alberi esili e neri abbarbicati al dirupo. Il rumore della corrente si attenuò. Poi riprese. Un vento freddo soffiava dal fondovalle. Ci misero tutto il giorno per arrivare al fiume.   Lasciarono il carrello in un parcheggio e si incamminarono nel bosco. Dal fiume proveniva un rombo sommesso. Era una cascata, si gettava da un' alta piattaforma di roccia attraverso un velo di bruma grigia per poi raccogliersi in una conchetta una trentina di metri più in basso. Sentivano l'odore dell'acqua e il freddo che ne emanava. Un banco di ghiaia umida. L'uomo si fermò e guardò il bambino. Wow, fece il bambino. Non riusciva a staccare gli occhi da lì.   Lui si accovacciò e raccolse una manciata di sassi, li annusò e li lasciò ricadere tintinnando. Rotondi, levigati e lisci come biglie o pillole di pietra venate e screziate. Dischetti neri e schegge di quarzo lucido, resi luminosi dalla nebbiolina che si alzava dal fiume. Il bambino fece qualche passo avanti, si accovacciò e immerse le mani nell'acqua scura.   La cascata finiva quasi al centro del laghetto. Circondata da un coagulo di melma grigia. I due stavano in piedi uno, accanto all'altro e gridavano per superare il fragore. É fredda?    Si ,  è gelata. Vuoi entrare? Non lo so.    Si che lo sai. Posso? Dai, andiamo. L'uomo si aprì il parka e lo lasciò cadere sulla ghiaia, il bambino si rialzò, si spogliarono ed entrarono in acqua. Cadaverici e tremanti. Il bambino così magro che gli si strinse il cuore. Si tuffò di testa e riemerse ansimando, si girò e rimase lì a galla, agitando le braccia.    Ma io tocco?, gridò il bambino. Sì. Dai, vieni. L'uomo si voltò, nuotò fino alla cascata e lasciò che il getto gli scrosciasse addosso. Il bambino era in piedi nel laghetto con l'acqua che gli arrivava alla vita, si teneva le spalle e saltellava su e giù. L'uomo tornò indietro e lo raggiunse. Lo sorresse e lo aiutò a stare a galla, mentre lui boccheggiava e schiaffeggiava l'acqua. Bravo, così ,  gli diceva. Stai andando benissimo.      Si rivestirono tremando e si inerpicarono sul sentiero che portava al corso superiore del fiume. Camminarono lungo le rocce fino a un punto in cui il fiume sembrava scomparire nel nulla e tenendo per mano il bambino l'uomo si spinse fino alla cornice più esterna. Il fiume si gettava oltre il ciglio con un risucchio e cadeva a perpendicolo nel laghetto sottostante. L'intero fiume. Il bambino si aggrappava alla mano dell'uomo. É alto, eh, disse.    Abbastanza, sì. Se uno cade da qui, muore? Be', si fa male. É un bel salto.    Fa veramente paura.   Si addentrarono ancora di più nel bosco. La luce stava calando. Seguirono le secche lungo il corso superiore del fiume tra enormi alberi morti. Un pregiato legno del Sud che un tempo era ricoperto di erbe officinali. Di ginseng. I rami secchi e scorticati dei rododendri ritorti, nodosi e neri. L'uomo si fermò. C'era qualcosa in mezzo al terriccio e alla cenere. Si chinò e spazzò via la terra tutto intorno. Una piccola colonia di affarini rattrappiti, secchi e grinzosi. Ne raccolse uno e lo annusò. Ne addentò il bordo e cominciò a masticare. Papà, che cos'è? Spugnole. Sono spugnole. Cosa sono le spugnole? Un tipo di fungo. Si possono mangiare? Sì. Assaggia. Sono buone? Assaggia. Il bambino annusò il fungo, gli diede un morso e si mise a masticare. Sollevò lo sguardo. Non sono cattive, disse.   Raccolsero le spugnole, esserini dall'aria aliena che l'uomo ammucchiò dentro il cappuccio del parka del bambino. Tornarono sulla strada e poi al punto in cui avevano lasciato il carrello, si accamparono vicino al laghetto con la cascata e pulirono le spugnole dalla terra e dalla cenere e le misero a mollo in una pentola d'acqua. L'uomo accese il fuoco che era ormai buio, affettò su un ceppo una manciata di funghi per la cena e li versò in padella insieme allo strutto conservato in una latta di fagioli, poi passò tutto sulla brace. Il bambino lo guardava. Questo è un bel posto, papà, disse.   Mangiarono i funghi insieme ai fagioli, bevvero un po' di tè e per dessert aprirono una scatoletta di pere sciroppate. L'uomo rincalzò il fuoco contro lo zoccolo di roccia dove l'aveva acceso, appese il telo di plastica dietro di loro perché riflettesse il calore e mentre stavano seduti al calduccio nel rifugio raccontò delle storie al bambino. Vecchie storie di coraggio e giustizia, per quel poco che ne ricordava, finché il bambino si addormentò fra le coperte e allora lui riattizzò il fuoco, si distese sazio e riscaldato e rimase ad ascoltare il brontolio sommesso della cascata alle loro spalle in quel bosco nero e spoglio.   Al mattino usci e prese il sentiero che seguiva il fiume verso valle. Il bambino aveva ragione a dire che era un bel posto e lui voleva controllare se c'erano tracce di altri visitatori. Non ne trovò. Si fermò a guardare il fiume in un punto in cui curvava bruscamente formando una pozza, fra piccole rapide e mulinelli. Gettò una pietra bianca nell'acqua, che scomparve subito come se fosse stata inghiottita. Una volta si era fermato sulla riva di un fiume simile a quello e aveva intravisto il guizzo delle trote in fondo a una pozza, quasi impossibili da riconoscere in quell'acqua color tè tranne quando si piegavano su un fianco per nutrirsi. Riflettendo i raggi del sole nell'oscurità profonda come un bagliore di lame di coltello dentro una caverna.   Non possiamo restare qui, disse l'uomo. Fa ogni giorno più freddo. E la cascata attira l'attenzione. Ha attirato la nostra e attirerà quella di altri, e questi, altri non sappiamo chi saranno, né li sentiremo arrivare. É troppo rischioso.    Potremmo fermarci ancora un giorno. É troppo rischioso.    Allora magari potremmo trovare qualche altro posto lungo il fiume. Dobbiamo spostarci. Dobbiamo proseguire verso sud. E il fiume non va a sud? No. Me lo fai vedere sulla cartina? Si. Aspetta che la prendo. Un tempo la cartina stradale della compagnia petrolifera era tenuta insieme con lo scotch, ma adesso era tutta strappata e divisa in tanti foglietti numerati a matita in un angolo per riuscire a rimetterli insieme. L'uomo sfogliò i pezzi di carta mollicci e aprì quelli che corrispondevano alla loro posizione.      Arrivati qui dobbiamo attraversare un ponte. A occhio e croce saranno una dozzina di chilometri. Questo è il fiume. Scorre verso est. Noi dobbiamo seguire la strada da questa parte, lungo il versante orientale delle montagne. Le nostre strade sono queste qui, segnate in nero. Le strade statali. Perché si chiamano statali? Perché una volta erano di proprietà degli stati. Di quelli che all'epoca si chiamavano stati. E adesso di stati non ce ne sono più? No. Che fine hanno fatto? Non lo so di preciso. È una bella domanda. Ma le strade ci sono ancora. Si. Almeno per un po'. Per un po' quanto? Non lo so. Magari per un bel pezzo. Quelle è impossibile sradicarle, quindi dovrebbero restare alloro posto per un bel pezzo. Ma non ci passeranno più le macchine e i camion. No. Ok. Sei pronto? Il bambino annuì. Si asciugò il naso sulla manica e si mise in spalla il piccolo zaino, l'uomo ripiegò i pezzi di cartina e si alzò e il bambino lo seguì fra gli spuntoni grigi degli alberi fino alla strada.      Quando sotto di loro comparve il ponte videro che c'era un autoarticolato piegato in due su un fianco e incastrato di traverso nei guardrail sfondati. Aveva ricominciato a piovere e rimasero lì in piedi con la pioggia che batteva leggera sul telo. A guardar fuori dalla penombra azzurrognola che si creava sotto la plastica.    Non possiamo girarci intorno?, disse il bambino. Non credo. Ma probabilmente possiamo passarci sotto. Forse ci toccherà svuotare il carrello.   Il ponte scavalcava il fiume in corrispondenza di una rapida. Ne sentirono il rumore sbucando da una curva della strada. Lungo la gola tirava vento, si strinsero addosso gli angoli del telo e spinsero il carrello sul ponte. Attraverso le sbarre di ferro intravedevano il fiume. A valle della rapida c'era un ponte ferroviario costruito su dei piloni di pietra calcarea. Le pareti dei piloni erano macchiate ben oltre il livello dell'acqua per via delle piene passate, e l'ansa del fiume era intasata da grossi mucchi di rami neri e sterpaglia e tronchi d'albero.   Il camion era lì da anni, le gomme a terra e accartocciate sotto i cerchioni. Il muso era schiacciato contro il parapetto del ponte e il rimorchio era scivolato in avanti staccandosi dalla piastra del gancio per finire contro il retro della cabina di guida. La coda del rimorchio era schizzata da un lato sfondando il parapetto dall'altra parte del ponte e adesso sporgeva di qualche metro sopra la gola del fiume. L'uomo provò a spingere il carrello sotto il rimorchio ma la maniglia era troppo alta. Per farlo passare avrebbero dovuto coricarlo su un fianco. Lo mollarono lì sotto la pioggia coperto dal telo di plastica e strisciarono sotto il rimorchio, dove lui lasciò il bambino all'asciutto prima di salire sul predellino del serbatoio della benzina, pulire il vetro dall'acqua e sbirciare nell'abitacolo. Poi ridiscese, allungò il braccio, aprì la portiera e si issò a bordo chiudendosela alle spalle. Rimase seduto lì a guardarsi intorno. Una vecchia brandina per cani dietro i sedili. Cartacce sul pavimento. Il cassettino del cruscotto aperto ma vuoto. Scavalcò i sedili e passò nel piccolo vano posteriore. C'erano un materasso lacero e umido sulla cuccetta e un frigobar aperto. Un tavolino pieghevole. Vecchie riviste per terra. Frugò negli armadietti pensili di compensato ma erano vuoti. Sotto la cuccetta c'erano dei cassetti, li aprì e rovistò fra il ciarpame. Scavalcò di nuovo i sedili e si sistemò al volante e guardò il fiume là sotto attraverso il lento sgocciolio sul vetro. Il  leggero tamburellìo della pioggia sul tetto di metallo e il buio che scendeva piano su ogni cosa.      Quella notte dormirono nel camion e al mattino aveva smesso di piovere, svuotarono il carrello e portarono tutta la roba dall'altra parte facendola passare sotto il rimorchio, poi ricaricarono il carrello. Una trentina di metri dopo il ponte c'erano i resti anneriti di alcuni pneumatici di cui si era fatto un falò. L'uomo rimase a guardare il camion. Secondo te cosa c'è li dentro?, disse. Non lo so. Qualcuno è arrivato qui prima di noi. Perciò probabilmente non c'è nulla. Non c'è modo di entrare. L'uomo appoggiò l'orecchio alla fiancata e batté sulla lamiera con il palmo della mano. Suona vuoto, disse. Probabilmente si può entrare dal tetto. A quest'ora qualcuno ci avrà fatto un buco. E con che cosa? Non lo so, qualcosa avranno trovato. Si tolse il parka e lo stese sopra il carrello, montò sul paraurti anteriore del camion e si issò sul cofano, da dove raggiunse il tetto dell'abitacolo arrampicandosi sul parabrezza. Si raddrizzò e si voltò a guardare il fiume. Metallo bagnato sotto i piedi. Guardò il bambino giù in basso. Aveva l'aria preoccupata. Si girò, tese le braccia, afferrò stretta la parte anteriore del rimorchio e lentamente si tirò su. Non poteva fare altrimenti, e comunque ormai pesava davvero poco. Riuscì a issare una gamba oltre il bordo e rimase appeso così a riprendere fiato. Poi tirò su il resto del corpo, rotolò sulla schiena e si mise a sedere.      A un terzo della lunghezza del tetto c'era una finestrella che raggiunse camminando chino in avanti. Il vetro era sparito e all'interno del rimorchio c'era puzza di compensato fradicio e quell'odore rancido che ormai conosceva bene. Nella tasca posteriore dei pantaloni aveva una rivista, la tirò fuori, ne strappò alcune pagine e le appallottolò, prese l'accendino, diede fuoco alla carta e la gettò nel buio. Un leggero sibilo. Sventagliò via il fumo e guardò dentro il rimorchio. Il fuocherello che ardeva sul pavimento sembrava lontanissimo. Si riparò dal bagliore con una mano e così facendo riuscì a vedere fin quasi in fondo al vano di carico. Corpi umani. Accasciati alla rinfusa. Rinsecchiti e accartocciati dentro abiti decomposti. La palla di fuoco si ridusse a una fiammella filiforme e poi si spense disegnando per un attimo un leggero motivo incandescente a forma di fiore, come una rosa liquefatta. Poi tutto tornò buio.      Quella notte si accamparono nei boschi su un' altura che dominava la vasta pianura pedemontana, estesa a perdita d'occhio verso sud. L'uomo preparò un fuoco a ridosso di una roccia e mangiarono i funghi rimasti e una scatoletta di spinaci. Durante la notte sulle montagne sopra di loro si scatenò un temporale che fra tuoni e schianti avanzò cannoneggiando verso valle, mentre il mondo livido e nudo riemergeva a sprazzi dal buio della notte nel chiarore velato dei fulmini. Il bambino si strinse a lui. E tutto passò. Una breve scarica di grandine e poi la pioggia monotona e fredda.   Quando si svegliò di nuovo era ancora buio ma aveva smesso di piovere. Una luce fumosa giù nella vallata. Si alzò e si allontanò lungo la cresta della collina. Una foschia d'incendio che si estendeva per chilometri e chilometri. Si accovacciò e osservò meglio. C'era odore di fumo. Si inumi di un dito e lo tenne alzato contro il vento. Quando si risollevò e si voltò per tornare indietro il telo di plastica era illuminato dall'interno; il bambino si era svegliato. Lì nel buio, la fragile sagoma azzurra del telo sembrava la tenda di qualche spedizione avventurosa ai confini del mondo. Qualcosa di quasi inspiegabile. E così era.      Per tutto il giorno successivo avanzarono in mezzo a banchi di foschia prodotta dal legno bruciato. Nei canaloni il fumo saliva dal suolo come nebbia e sui pendii gli esili alberi neri bruciavano come selve di candele pagane. In serata arrivarono a un punto in cui l'incendio aveva attraversato la strada e l'asfalto era ancora caldo, e un po' più avanti cominciò a cedere sotto i loro piedi. Il mastice nero e bollente si appiccicava alle scarpe in un risucchio, formando sottili filamenti a ogni passo. Si fermarono. Dobbiamo aspettare, disse l'uomo.   Tornarono un po' indietro e si accamparono lì sulla strada, e quando la mattina si rimisero in cammino l'asfalto si era raffreddato. Poco dopo si imbatterono in una serie di orme impresse nel catrame. Apparse di punto in bianco. L'uomo si accovacciò a studiarle. Qualcuno durante la notte era sbucato dal bosco e aveva proseguito lungo la strada squagliata.    Chi è?, chiese il bambino. Non lo so. Non lo so di nessuno. Lo raggiunsero mentre arrancava lungo la strada davanti a loro, trascinando leggermente una gamba e fermandosi di tanto in tanto, ingobbito e malfermo, per poi riprendere il cammino. Papà, cosa facciamo? Tutto a posto. Lo seguiamo e lo teniamo d'occhio. giusto un'occhiata, disse il bambino. Sí. giusto un' occhiata.   Lo seguirono per un buon tratto ma a quella velocità stavano perdendo la giornata. Alla fine lo sconosciuto si sedette in mezzo alla strada e lì rimase. Il bambino si aggrappò al giaccone del padre. Nessuno parlò. Il tizio sembrava riarso come la terra circostante, aveva i vestiti bruciacchiati e neri. Un occhio chiuso da un'ustione e i capelli ridotti a una pidocchiosa parrucca di cenere appoggiata sul cranio annerito. Quando gli passarono accanto abbassò lo sguardo. Come se avesse fatto qualcosa di male. Aveva le scarpe tenute insieme col fil di ferro e ricoperte di catrame e se ne stava lì seduto in  silenzio, chino sui propri stracci. Il bambino continuava a guardarsi indietro. Papà?, sussurrò. Che cos'ha quel signore?    É stato colpito da un fulmine.    Non lo possiamo aiutare, papà? No. Non lo possiamo aiutare. Il bambino continuava a tirargli la giacca. Papà?, disse. Piantala. Non lo possiamo aiutare, papà? No. Non lo possiamo aiutare. Non c'è niente da fare per lui.   Proseguirono. Il bambino piangeva. Si voltava in continuazione. Quando arrivarono ai piedi della collina l'uomo si fermò e lo guardò e poi si girò verso la strada alle loro spalle. L'ustionato si era accasciato a terra e da quella distanza non si capiva neanche cosa fosse. Mi dispiace, disse al bambino. Ma non abbiamo niente da dargli. Non abbiamo modo di aiutarlo. Mi dispiace per quello che gli è successo ma non possiamo farci niente. Lo capisci questo, vero? Il bambino teneva lo sguardo basso. Annuì. Poi si rimisero in cammino e lui non si voltò più.   La sera, una debole luce sulfurea prodotta dagli incendi. Acqua stagnante nei fossi lungo la strada, nera di detriti. Le montagne nascoste alla vista. Attraversarono un ponte di cemento sopra un fiume dove strie di cenere e melma si muovevano piano nella corrente. Pezzi di legno carbonizzato. Alla fine si fermarono, fecero dietrofront e si accamparono sotto il ponte.   Si era portato appresso il portafoglio finché non gli aveva aperto un taglio ad angolo retto nella tasca dei pantaloni. Poi un giorno si era seduto sul bordo della strada, l'aveva tirato fuori e aveva controllato cosa c'era dentro. Un po' di soldi, carte di credito. La patente di guida. Una foto della moglie. Aveva disposto tutto sull'asfalto. Come un mazzo di carte da gioco. Aveva lanciato nel bosco il pezzo di cuoio annerito dal sudore ed era rimasto lì con la foto in mano. Poi aveva posato sulla strada anche quella, si era alzato e avevano ripreso il cammino.   Al mattino rimase disteso a guardare i nidi di argilla che le rondini avevano costruito negli angoli sotto il ponte. Guardò il bambino, ma il bambino si era voltato dall'altra parte e fissava il fiume. Non potevamo fare niente. Il bambino non rispose. Lui morirà. Non possiamo dividere con lui quello che abbiamo, altrimenti moriamo pure noi. Lo so. Allora, quand'è che ricominci a parlarmi? Ti sto già parlando. Sei sicuro? Si. Ok. Ok.   Erano ferme sulla sponda opposta di un fiume e lo chiamavano. Divinità lacere che si trascinavano coi loro stracci attraverso quella terra desolata. Sul fondo asciutto di un oceano minerale, crepato e spaccato come un piatto caduto a terra. Tracce di fiamme funeste tra le sabbie coagulate. Le figure svanivano in lontananza. Si svegliò e rimase steso nel buio.   Gli orologi si fermarono all'una e diciassette. Una lunga lama di luce e poi una serie di scosse profonde. Lui si alzò e andò alla finestra. Cosa c'è?, disse lei. Lui non rispose. Andò in bagno e premette l'interruttore ma la corrente era già andata via. Un debole bagliore rosato alla finestra. Lui si chinò su un ginocchio e alzò la levetta per bloccare lo scarico della vasca e aprì al massimo tutti e due i rubinetti. Lei era ferma sulla porta in camicia da notte, aggrappata allo stipite, una mano a sostenere il pancione. Cosa c'è? Che succede?    Non lo so. Perché ti fai il bagno? Non mi faccio il bagno.   Una volta, in quei primi anni, si era svegliato in un bosco spoglio ed era rimasto ad ascoltare gli stormi di uccelli migra tori sopra di lui in quell'oscurità feroce. I loro stridii smorzati a chilometri di altezza, là dove volavano insensatamente intorno alla terra come insetti sul bordo di una ciotola. Gli augurò buon viaggio e poi scomparvero. Non li sentì mai più.      Aveva un mazzo di carte trovate nel cassetto di una scrivania in una casa. Le carte erano logore e consunte e mancava il due di fiori, ma a volte ci giocavano lo stesso, avvolti nelle coperte alla luce del fuoco. Lui cercava di ricordarsi le regole dei giochi che faceva da bambino. Rubamazzo. Una versione particolare di scala quaranta. Era sicuro di fare un sacco di errori e allora inventava giochi nuovi cui dava nomi inventati. Fuscello Gigante o Vomito di Gatto. A volte il. bambino gli faceva domande sul mondo, che per lui non era nemmeno un ricordo. L'uomo rifletteva a lungo su come rispondere. Non c'è nessun passato. A te come piacerebbe? Ma poi smise di inventarsi le cose perché neanche quelle erano vere e raccontarle lo faceva star male. Il bambino aveva le sue fantasie. Come sarebbe stato nel Sud. Altri bambini. Lui cercava di tenerle a freno ma senza troppa convinzione. E chi al posto suo?   Nessuna lista di cose da fare. Ogni giornata sufficiente a se stessa. Ogni ora. Non c'è un dopo. Il dopo è già qui. Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un'origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri. Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te.   Ripensò alla foto della moglie sulla strada e si disse che avrebbe dovuto tentare di farla restare nelle loro vite, ma non sapeva come. Si svegliò tossendo e si allontanò dal telo per non svegliare il bambino. Lungo una parete di roccia nel buio, avvolto nella coperta, inginocchiato nella cenere come un penitente. Tossì fino a sentire il sapore del sangue e disse il nome di lei a voce alta. Pensò che forse l 'aveva pronunciato anche nel sonno. Al suo ritorno il bambino era sveglio. Scusa, gli disse. Non fa niente. Rimettiti a dormire. Vorrei essere con la mamma. Lui non rispose. Si sedette accanto al corpicino avvolto nelle trapunte e nelle coperte. Dopo un po' disse: Nel senso che vorresti essere morto? Si. Non devi dire così.    Però è vero. Non lo dire. È una cosa che non si deve dire mai. Non lo faccio apposta. Lo so. Però devi trattenerti. E come faccio? Non lo so.   Siamo dei sopravvissuti, le disse, guardandola oltre la fiamma della lampada. Sopravvissuti?, disse lei. Si. Dio mio, ma cosa stai dicendo? Non siamo dei sopravvissuti. Siamo dei morti viventi in un film dell'orrore. Ti prego. Non me ne importa. Non m'importa se piangi. Mi lascia del tutto indifferente. Per favore. Piantala. Ti supplico. Farò qualunque cosa. Tipo cosa? Avrei dovuto farlo tanto tempo fa. Quando nella pistola c'erano tre pallottole invece di due. Sono stata una stupida. Ne abbiamo parlato in abbondanza. Non mi ci sono cacciata io in questa situazione. Mi ci hanno cacciata. Adesso però basta. Ho perfino pensato di non dirtelo proprio. Probabilmente sarebbe stato meglio. Hai due pallottole, e poi? Non puoi proteggerci. Dici che per noi daresti la vita, ma a che servirebbe? Non fosse per te mi porterei dietro anche lui. Sai che lo farei. Sarebbe la cosa più giusta. Stai farneticando. No, sto dicendo la verità. Prima o poi ci prenderanno e ci ammazzeranno. Mi  stupreranno. Stupreranno anche lui. Ci stupreranno, ci ammazzeranno e ci mangeranno e tu non vuoi affrontare questa verità. Preferisci aspettare che succeda. Ma io non posso. Non ce la faccio. Era seduta lì e fumava un rametto secco di vite come se fosse un sigaro pregiato. Lo reggeva con una certa eleganza, mentre con l'altra mano si teneva le ginocchia strette al petto. Lo guardò attraverso la piccola fiamma. Un tempo parlavamo della morte, disse. Adesso non ne parliamo più. Come mai?    Non lo so. Perché adesso è qui. Non c'è più niente di cui parlare. Io non ti abbandonerei mai. Non me ne importa. Non ha senso. Se vuoi considerami pure una puttana infedele. Mi sono fatta un nuovo amante. Mi dà quello che tu non puoi darmi. La morte non è un amante. Sí che lo è. Per favore, non farlo. Mi dispiace. Io non ce la faccio da solo. E allora pazienza. Io non ti posso aiutare. Dicono che le donne sognano i propri cari in pericolo mentre gli uomini sognano di essere in pericolo loro. Ma io non sogno per niente. Dici che non ce la fai? E allora lascia perdere. Punto e basta. Perché io ho chiuso con questo mio cuore di puttana, e da parecchio. Tu parli di resistere, ma resistere per cosa? Il mio cuore si è spezzato la notte che è nato lui, quindi adesso non chiedermi di provare dolore. Non ne provo. Magari tu te la caverai bene. Ne dubito, ma non si sa mai. L'unica cosa che posso dirti è che non sopravviverai per te stesso. Lo so perché io non sarei mai arrivata fino a qui. Le persone che non hanno nessuno farebbero bene a imbastirsi qualche fantasma decente. Dargli il soffio della vita e convincerlo a proseguire con parole d'amore. Offrirgli ogni minima briciola e proteggerlo dal male con il proprio corpo. Quanto a me, spero solo di raggiungere il nulla eterno, e lo spero con tutto il cuore. Lui non rispose. Non hai argomenti perché non ce ne sono. Non lo saluti nemmeno? No. Almeno aspetta fino a domattina. Ti prego. Devo andare. Era già in piedi. Per l'amor di Dio, donna. E io che cosa gli dico? Non ti posso aiutare. Dove andrai? Non ci vedi nemmeno. Non ho bisogno di vederci. L'uomo si alzò. Ti prego, le disse. No. Non insistere. Non posso.   Se ne andò e la freddezza di quel commiato fu il suo ultimo dono. L'avrebbe fatto con  una scheggia di ossidiana. Gliel'aveva insegnato lui stesso. Più affilata dell'acciaio. Il taglio dello spessore di un atomo. E aveva ragione lei. Non c'erano argomenti. Quel centinaio di notti che avevano passato svegli a discutere sui pro e i contro dell'autodistruzione con il fervore dei filosofi incatenati alle pareti di un manicomio. L'indomani il bambino non disse una parola e quando furono pronti a rimettersi in marcia si voltò a guardare il punto in cui si erano accampati per la notte e disse: Se n'è andata, vero? E lui rispose: Sí ,  se n'è andata..

Un temperamento così riflessivo, gli eventi più grotteschi la sfioravano appena. Una creatura perfettamente studiata per andare incontro alla propria fine. Erano seduti davanti alla finestra e consumavano una cena di mezzanotte in vestaglia, a lume di candela, guardando città lontane bruciare. Qualche sera dopo partorì nel loro letto alla luce di una torcia elettrica. Guanti di quelli per lavare i piatti. L'improbabile apparizione del cocuzzolo della testolina. Striata di sangue e di capelli neri e flosci. L'odore rancido del meconio. Le grida di lei per lui non significavano nulla. Oltre la finestra solo il freddo crescente, gli incendi all'orizzonte. Sollevò il corpicino rosso e scarno, così vulnerabile e nudo, tagliò il cordone con un paio di forbici da cucina e avvolse suo figlio in un asciugamano.

Avevi degli amici?
Sí, ne avevo.
Tanti?
Sí.
Te li ricordi?
Sí. Me li ricordo.
Che fine hanno fatto?
Sono morti.
Tutti?
Sí. Tutti.
E ti mancano?
Sí.
Dove stiamo andando?
Stiamo andando a sud.
Ok.

Passarono l'intera giornata sulla lunga strada nera, fermandosi nel pomeriggio per fare un misero spuntino con le loro magre provviste. Il bambino tirò fuori il camion dallo zaino e disegnò strade nella cenere con un bastoncino. Il camion procedeva lentamente. Lui faceva i rumori del motore. La giornata sembrava quasi tiepida e dormirono in mezzo alle foglie con gli zaini sotto la testa.

Qualcosa lo svegliò. Si girò su un fianco e tese l'orecchio. Alzò lentamente la testa, con la pistola in mano. Abbassò gli occhi sul bambino e quando tornò a guardare verso la strada già si vedevano arrivare i primi. addio, mormorò. Allungò il braccio e scrollò il bambino senza distogliere gli occhi dalla strada. Avanzavano strusciando i piedi nella cenere e dondolando le teste incappucciate. Alcuni portavano maschere antigas. Uno aveva una tuta antiradiazioni. Macchiata e lurida. Camminavano ingobbiti con delle mazze in mano, dei pezzi di tubo. Tossivano. Poi sulla strada dietro di loro sentì quello che sembrava un camioncino diesel. Presto, bisbigliò. Presto. Si infilò la pistola alla cintura, afferrò la mano del bambino e trascinò il carrello in mezzo agli alberi, lasciandolo coricato in un punto dove non era facile vederlo. Il bambino era impietrito dalla paura. Lo strinse a sé. Stai tranquillo, disse. Adesso dobbiamo scappare. Non ti voltare. Andiamo.

Si buttò in spalla tutti e due gli zaini e presero a correre tra le felci mezzo sbriciolate. Il bambino era terrorizzato. Corri, gli sussurrava l'uomo. Corri. Si voltò. Il camioncino rombante ora era visibile. Sul cassone degli uomini che si guardavano attorno. Il bambino cadde e lui lo tirò su. Non è niente, disse. Andiamo.

Fra gli alberi scorse un intervallo che poteva corrispondere a un fosso o a una fenditura nel terreno; si aprirono un varco tra le erbacce e sbucarono sui resti di una vecchia strada. Sotto i cumuli di cenere si intravedevano tratti di asfalto spaccato. Fece accucciare a terra il bambino e rimasero acquattati in ascolto sotto il terrapieno, ansimanti. Sentivano il motore diesel che avanzava lungo la strada, alimentato da Dio sa cosa. Quando l'uomo si tirò su vide solo la parte superiore del camioncino che si spostava fra gli alberi. E uomini in piedi sul cassone, alcuni armati di fucile. Il camioncino passò e le volute di fumo nero si dispersero nel bosco. Il motore sembrava malandato. Perdeva colpi e sputacchiava. Poi cessò.

L'uomo si riabbassò e si coprì la testa con una mano. Oddio, disse. Sentirono il veicolo sferragliare e sbatacchiare e infine fermarsi. Poi solo silenzio. Lui aveva la pistola in mano e non si ricordava nemmeno di essersela sfilata dalla cintura. Sentivano gli uomini parlare. Li sentirono sbloccare la serratura e aprire il cofano. Lui stava seduto lì con il bambino tra le braccia. Shh, gli disse. Shh. Dopo un po' sentirono il camioncino che si rimetteva in moto. Lento e cigolante come una nave. Non avevano altro modo per farlo ripartire se non a spinta, ma su quel falsopiano non riuscivano a fargli prendere velocità sufficiente. Dopo qualche minuto il motore rantolò, si inceppò e si spense di nuovo. L'uomo alzò la testa e in mezzo alle erbacce, a cinque o sei metri di distanza, vide uno del gruppo che veniva avanti slacciandosi la cintura. Rimasero tutti e due impietriti.

Armò la pistola e la puntò contro l'altro, che rimase fermo con una mano aperta all'altezza del fianco e la mascherina da imbianchino sporca e spiegazzata che si gonfiava e sgonfiava a ogni respiro.
Vieni avanti.
L'altro lanciò un' occhiata verso la strada.
Non voltarti. Guarda me. Se li chiami sei morto.
Il tizio venne avanti, tenendosi la cintura con una mano. I buchi della cintura testimoniavano il suo progressivo dimagrimento e su un fianco il cuoio appariva levigato, nel punto in cui lo usava per affilare la lama del coltello. Fece un passo avanti uscendo dai cespugli, guardò la pistola e guardò il bambino. Occhi cerchiati di sporcizia e profondamente incavati. Come un animale nascosto dentro un cranio che guarda fuori attraverso le orbite. Aveva una barba quadrata che era stata mozzata via con le forbici e la figura di un uccello tatuata sul collo, opera di qualcuno che degli uccelli aveva un'idea molto approssimativa.
Era emaciato, tutto nervi, rachitico. Indossava una tuta blu lercia e un berretto nero a visiera con il logo di una qualche azienda scomparsa ricamato sul davanti.
Dove stavi andando?
Stavo andando a cacare.
Con il camioncino, intendo.
Non lo so.
Cosa vuol dire non lo so? Togliti la mascherina.
L'uomo si sfilò la mascherina dalla testa e la tenne in mano.
Vuol dire che non lo so, disse. Non sai dove stavate andando?
No.
A cosa va quel camioncino?
Va a gasolio.
Quanto ne avete?
Ci sono cinquantacinque taniche da tre litri nel cassone.
Avete le munizioni per quei fucili?
L'uomo guardò verso la strada.
Ti ho detto di non voltarti.
Sí. Ce le abbiamo le munizioni.
Dove le avete prese?
Le abbiamo trovate.
Bugiardo. E che cosa mangiate?
Quello che troviamo.
Quello che trovate.
Già. Guardò il bambino. Tanto non mi sparerai, disse.
Questo lo dici tu.
Hai solo due pallottole. Magari una. E poi gli altri sentiranno lo sparo.
Gli altri. Ma tu no.
E tu che ne sai?
Perché la pallottola viaggia più veloce del suono. Entrerà nel tuo cervello prima che tu la senta. Per sentirla ti servirebbero il lobo frontale e degli affari chiamati collicolo e giro temporale, che tu non avrai più. Saranno ridotti in poltiglia.
Sei un medico?
Non sono un bel niente.
Uno dei nostri è ferito. Potrebbe convenirti.
Ti sembro un idiota?
Non lo so cosa mi sembri.
Perché guardi lui?
Posso guardare dove mi pare.
No che non puoi. Se lo guardi un'altra volta ti sparo. Il bambino stava seduto con le mani sulla testa e sbirciava da sotto gli avambracci.
Scommetto che il ragazzino è affamato. Perché non venite tutti e due al camioncino? Vi diamo qualcosa da mangiare. Non c'è bisogno che fai tanto il duro.
Voi non avete niente da mangiare. Andiamo.
Andiamo dove?
Andiamo.
lo non vado da nessuna parte.
Ah no?
No.
Tu pensi che non sono pronto a ucciderti, ma ti sbagli. Anche se preferirei portarti un paio di chilometri più avanti su questa strada e poi lasciarti libero. É tutto il vantaggio che ci serve. Non ci troverete. Non capirete neanche da che parte siamo andati.
Sai cosa penso? Cosa pensi?
Penso che sei un cacasotto.
E lasciò andare la cintura, che cadde a terra con tutto l'armamentario che c'era attaccato. Una borraccia. Un vecchio tascapane militare. Il fodero di cuoio di un coltello. Quando l'uomo rialzò gli occhi, quel ratto di strada aveva il coltello in mano. Aveva fatto solo due passi ma era quasi a metà strada
fra lui e il bambino.
E con quello cosa pensi di fare?
L'altro non rispose. Era alto ma molto veloce. Si avventò sul bambino, rotolò a terra e si tirò su stringendoselo al petto e puntandogli il coltello alla gola. L'uomo a quel punto era già a terra e seguì il movimento dell'altro e ben piantato sulle ginocchia, reggendo la pistola con due mani, prese la mira e sparò, a meno di due metri di distanza. Il tizio cadde istantaneamente all'indietro e rimase a terra con il sangue che sgorgava spumeggiando dal foro sulla fronte. Il bambino gli giaceva in grembo con il viso completamente privo di espressione. Lui si infilò la pistola alla cintura, si buttò lo zaino in spalla, tirò su il bambino, lo fece voltare, lo sollevò, se lo mise sulle spalle e parti di corsa su per la vecchia strada, stringendo le ginocchia del bambino che a sua volta gli si aggrappava alla fronte, coperto di sangue e muto come un sasso.

Arrivarono a un vecchio ponte di ferro in mezzo ai boschi, dove un tempo la strada scomparsa attraversava un torrente ormai quasi invisibile. L'uomo stava cominciando a tossire ma non gli restava il fiato per farlo. Abbandonò la strada e si addentrò nel bosco. Si voltò e rimase fermo ad ansimare, cercando di cogliere qualche rumore. Non sentì nulla. Proseguì barcollando per altri sette, ottocento metri, poi si inginocchiò e posò il bambino sulle foglie e la cenere. Gli ripulì il viso dal sangue e lo abbracciò. Va tutto bene, disse. Va tutto bene.

Nella sera lunga e fredda con l'oscurità che scendeva tutto intorno li sentì una sola volta. Strinse a sé il bambino. In gola aveva una tosse che non si decideva a passare. Da sotto il giaccone sentiva quanto il bambino fosse fragile e magro, tremante come un cane. I passi sulle foglie si fermarono. Poi li superarono. Quegli uomini non parlavano né si chiamavano mai fra loro, e questo li rendeva ancora più inquietanti. Quando furono definitivamente assediati dalle tenebre la morsa del freddo si strinse; il bambino ormai era scosso dai brividi. Oltre l'oscurità non si alzò nessuna luna, e non c'era nessun posto dove andare. Nello zaino avevano una sola coperta, l'uomo la tirò fuori e ci avvolse il bambino, poi se lo strinse al petto sotto il giaccone aperto. Rimasero lì sdraiati per un sacco di tempo, ma stavano congelando e alla fine lui si mise a sedere. Dobbiamo muoverci, disse. Non possiamo starcene stesi qui. Si guardò intorno ma non c'era nulla da vedere. Parlava rivolto a un' oscurità che non aveva profondità né dimensioni.

Si trascinava attraverso il bosco con il bambino per mano. L'altra tesa davanti a sé. Era come andare avanti a occhi chiusi. Il bambino era avvolto nella coperta e l'uomo gli raccomandò di non lasciarla cadere perché non l'avrebbero più ritrovata. Voleva farsi prendere in braccio ma lui gli disse che doveva continuare a muoversi. Proseguirono per tutta la notte incespicando e cadendo fra gli alberi e parecchio prima dell'alba il bambino cadde e non ci fu verso di farlo rialzare. L'uomo lo avvolse nel proprio parka e nella coperta e si sedette a terra stringendolo e cullandolo fra le braccia. Nella rivoltella restava un solo colpo. Tu non vuoi affrontare la verità. Non vuoi.

In quella luce avara che chiamavano giorno l'uomo posò il bambino tra le foglie e seduto dov'era cominciò a esaminare il bosco. Quando fu un po' più chiaro si alzò e fece un giro nei paraggi descrivendo un perimetro attorno al rudimentale accampamento in cerca di tracce, ma a parte le loro impronte leggere nella cenere non vide niente. Tornò indietro e tirò su il bambino. Dobbiamo andare, disse. Il bambino restò seduto ciondoloni, lo sguardo assente. La sporcizia gli incrostava i capelli e gli striava la faccia. Parlami, gli disse l'uomo, ma lui non ne voleva sapere.

Proseguirono verso est in mezzo agli alberi morti. Passarono davanti a una vecchia casa di legno e mattoni e attraversarono una strada sterrata. Un pezzo di terreno sgombro che un tempo forse era un orto. Ogni tanto si fermavano ad ascoltare. Il sole invisibile non proiettava ombre. Improvvisamente si ritrovarono sulla strada, l'uomo trattenne il bambino con una mano e si acquattarono nel fosso lì accanto come due lebbrosi, in ascolto. Neanche una bava di vento. Silenzio di tomba. Dopo un po' l'uomo si alzò e usci sulla strada. Si voltò verso il bambino. Andiamo, disse. Il bambino sbucò dal fosso e lui gli indicò i solchi nella cenere lasciati dal camioncino. Il bambino rimase a guardare la strada avvolto nella coperta.

Non aveva modo di sapere se fossero riusciti a riavviare il camioncino. Né quanto tempo sarebbero stati disposti a rimanere in agguato. Passò i pollici sotto gli spallacci, si sfilò lo zaino, si sedette e lo aprì. Dobbiamo mangiare, disse. Hai fame?
Il bambino scosse la testa.
No. Certo che no. L'uomo tirò fuori la bottiglia di plastica con l'acqua, svitò il tappo e la porse al bambino, che bevve senza mettersi seduto. Abbassò la bottiglia per riprendere fiato, si sedette in mezzo alla strada a gambe incrociate e bevve di nuovo. Ripassò la bottiglia all'uomo che bevve a sua volta, riavvitò il tappo e cominciò a frugare nello zaino. Mangiarono una scatoletta di fagioli bianchi passandosela l'un l'altro e quando fu vuota l'uomo la lanciò tra gli alberi. Poi si rimisero in cammino.

Quelli del camioncino si erano accampati direttamente sulla strada. Avevano acceso un fuoco e nel catrame squagliato erano rimasti incastrati dei frammenti di legno carbonizzato mescolati a cenere e ossa. L'uomo si accovacciò e passò una mano sopra l'asfalto. Emanava ancora un leggero tepore. Si alzò e guardò avanti lungo la strada. Poi prese il bambino e lo portò fra gli alberi. V 0glio che aspetti qui. lo non vado lontano. Se mi chiami, ti sento.
Portami con te, disse il bambino. Sembrava sul punto di scoppiare a piangere.
No. Voglio che aspetti qui.
Ti prego, papà.
Smettila. Fa' come ti dico. Prendi la pistola.
Non la voglio la pistola.
Non ti ho chiesto se la vuoi. Prendila e basta.

Riattraversò il bosco fino al punto in cui avevano lasciato il carrello. Era ancora lì ma era stato saccheggiato. Le poche cose che non avevano preso erano sparse tra le foglie. Qualche libro e qualche giocattolo del bambino. Le sue vecchie scarpe e alcuni vestiti sbrindellati. Raddrizzò il carrello, ci rimise dentro le cose del bambino e lo riportò sulla strada. Poi tornò sui suoi passi. Non c'era altro. Sangue secco e scuro sulle foglie. Lo zaino del bambino era scomparso. Sulla via del ritorno trovò le ossa e la pelle del morto ammucchiate sotto dei sassi. Una pozza di viscere. Toccò le ossa con la punta della scarpa. Sembrava che fossero state bollite. Niente vestiti. Si stava di nuovo facendo buio ed era già molto freddo, l'uomo si voltò e andò a raggiungere il bambino, si inginocchiò, lo abbracciò e lo tenne stretto.

Spinsero il carrello tra gli alberi fino alla vecchia strada, lo lasciarono lì e si diressero a sud lungo la carreggiata, affrettandosi prima che facesse notte. Il bambino non si reggeva in piedi per la stanchezza, l'uomo se lo caricò in spalla e proseguirono. Quando arrivarono al ponte non c'era quasi più luce. Rimise il bambino a terra e scesero a tastoni lungo l'argine. Sotto il ponte tirò fuori l'accendino, lo accese e passò la fiammella tremolante sopra il terreno. Sabbia e ghiaia depositate lì dal torrente. Si tolse lo zaino, mise via l'accendino e afferrò il bambino per le spalle. Nell'oscurità lo vedeva a malapena. Voglio che aspetti qui, gli disse. Vado a cercare della legna. Dobbiamo fare un fuoco.
Ho paura.
Lo so. Ma sto via poco e comunque ti sento, quindi se ti spaventi chiamami e arrivo subito.
Ho tanta paura.
Prima vado e prima torno, poi accendiamo il fuoco e vedrai che la paura ti passa. Non sdraiarti. Se ti sdrai ti addormenti e allora se ti chiamo non mi sentirai e io non riuscirò a trovarti. Capisci?
Il bambino non rispose. L'uomo stava per perdere la pazienza ma poi si rese conto che annuiva nel buio. Ok, disse,ok.

Si arrampicò su per l'argine e si addentrò nel bosco, tenendo le mani tese davanti a sé. C'era legna ovunque, rami morti e ramoscelli sparsi al suolo. Li radunò strisciando i piedi per terra e quando ne ebbe messi insieme un bel mucchio si chinò, li raccolse fra le braccia e chiamò il bambino, che con il suono della sua voce lo guidò fino al ponte. Rimasero seduti nel buio mentre lui raschiava i rami con il coltello, formava una catasta di bastoncini e spaccava i ramoscelli più piccoli con le mani. Poi prese l'accendino dalla tasca e azionò la rotellina col pollice. Era un accendino a benzina, e produsse una fiammella azzurra; l'uomo si chinò e diede fuoco alla legna e guardò le fiamme salire in mezzo al viluppo di sterpi. Ci ammucchiò sopra altra legna, si avvicinò e soffiò leggermente sulla base del piccolo falò, sistemando con le mani i pezzi di legno finché il fuoco non fu perfetto.

Fece altri due viaggi nel bosco, trasportando bracciate di sterpi e rami fino al ponte e buttandoli giù dal parapetto. Anche se riusciva a scorgere il chiarore del fuoco da abbastanza lontano era convinto che dalla strada non fosse visibile. Sotto il ponte si intravedeva una pozza scura di acqua ferma tra le rocce. Un orlo di ghiaccio che digradava. In piedi sul ponte lanciò l'ultimo mucchio di legna oltre il parapetto, il suo fiato bianco nel riverbero delle fiamme.

Si sedette sulla sabbia e passò in rassegna il contenuto dello zaino. Il binocolo. Un flacone di benzina quasi pieno. La bottiglia d'acqua. Delle pinze. Due cucchiai. Dispose tutti gli oggetti in fila. C'erano cinque latte di cibo, ne scelse una di salsicce e una di mais e le aprì con il piccolo apriscatole dell'esercito; le appoggiò al margine del fuoco e guardò le etichette annerirsi e arricciarsi. Quando il mais cominciò a fumare tolse le scatolette dal fuoco con le pinze e si misero a mangiare piano, a cucchiaiate, seduti con la schiena curva. Il bambino cascava dal sonno.

Dopo mangiato portò il bambino fino alletto di ghiaia sotto il ponte, rimosse con un bastone il sottile strato di ghiaccio dalla sponda e si inginocchiò a lavargli il viso e i capelli. L'acqua era così fredda che il bambino piangeva. Si spostarono un po' più giù per trovare altra acqua pulita e di nuovo lui gli lavò i capelli meglio che poté. Alla fine si fermò perché il bambino gemeva per il freddo. Lo asciugò con la coperta, in ginocchio alla luce delle fiamme, con l'ombra della struttura del ponte che spezzava la palizzata di tronchi d'albero lungo il torrente. Questo è mio figlio, disse. Gli lavo via dai capelli le cervella di un uomo. É questo il mio compito. Poi lo avvolse nella coperta e lo portò vicino al fuoco.

Il bambino stava lì seduto e ciondolava. L'uomo lo teneva d'occhio per evitare che ruzzolasse tra le fiamme. Scavò coi piedi delle piccole buche nella sabbia per le spalle e i fianchi del bambino, dove si sarebbe coricato, e gli si sedette accanto abbracciandolo e scompigliandogli i capelli davanti al fuoco perché asciugassero. Tutto questo come un rituale antico. Così sia. Evoca le forme. Quando non ti resta nient' altro imbastisci cerimoniali sul nulla e soffiaci sopra.

Si svegliò in piena notte per il freddo, si alzò e spezzò altra legna per il fuoco. Fra le braci le sagome dei rametti brillavano di incandescenza arancione. Ci soffiò sopra per rianimarle, ammucchiò la legna e si mise seduto a gambe incrociate, la schiena appoggiata al pilone di pietra del ponte. Pesanti blocchi di calcare impilati l'uno sull'altro senza malta. Sopra la sua testa la struttura di ferro brunita dalla ruggine, i rivetti conficcati a martellate, le assicelle e le tavole di legno. La sabbia su cui stava seduto era tiepida al tatto ma al di là del fuoco c'era il freddo pungente della notte. Si alzò e trascinò altra legna sotto il ponte. Rimase in piedi ad ascoltare. Il bambino non si muoveva. Gli si sedette accanto e gli accarezzò i capelli chiarì e aggrovigliati. Calice d'oro, buono per ospitare un dio. Ti prego non raccontarmi come va a finire. Quando si voltò di nuovo a guardare l'oscurità oltre il ponte stava nevicando.

Da bruciare avevano solo legna di piccole dimensioni e il fuoco sarebbe durato al massimo un' ora, o poco più. Trascinò sotto il ponte i rami restanti e li spezzò salendoci in piedi e riducendoli alla lunghezza giusta. Temeva che il rumore avrebbe svegliato il bambino, ma non fu così. La legna bagnata sibilava tra le fiamme, la neve continuava a cadere. Al mattino avrebbero visto se sulla strada c'erano delle tracce. Quello era stato il primo essere umano a parte il bambino con cui aveva parlato nell'arco di oltre un anno. Un fratello, finalmente. I calcoli del rettile dietro quegli occhi freddi e sfuggenti. I denti grigi e marci. Impastati di carne umana. Uno che ha fatto del mondo una menzogna fino all'ultima parola. Quando si svegliò di nuovo non nevicava più e l'alba granulosa modellava i boschi nudi oltre il ponte, gli alberi neri contro la neve. L'uomo era sdraiato in posizione fetale con le mani fra le ginocchia, si alzò a sedere, riattizzò il fuoco e mise una scatoletta di rape rosse sulla brace. Il bambino stava raggomitolato a terra e lo seguiva con lo sguardo.

Il bosco era coperto da una leggera coltre di neve fresca, lungo i rami e sulle foglie, a mucchietti, già interamente grigia di cenere. Risalirono fino al punto dove avevano lasciato il carrello, l'uomo ci posò lo zaino e lo spinse sulla strada. Niente impronte. Rimasero in ascolto nel più completo silenzio. Poi si misero in marcia fianco a fianco nella poltiglia grigiastra, il bambino con le mani in tasca.

Camminarono faticosamente per tutta la giornata, e il bambino non disse una parola. A fine mattina la neve ormai si era sciolta e a sera la strada era asciutta. Non si fermarono. Quanti chilometri? Quindici, venti. Un tempo giocavano al tiro al paletto con quattro grosse rondelle d'acciaio che avevano trovato in un negozio di ferramenta, ma ora gliele avevano portate via insieme a tutto il resto. Quella notte si accamparono sul fondo di un dirupo, fecero un fuoco contro una piccola sporgenza di roccia e consumarono l'ultima scatoletta di cibo. L'uomo l'aveva tenuta da parte perché era la pietanza preferita del bambino, maiale con fagioli. Guardarono la loro cena sobbollire lentamente sulla brace, poi l'uomo la tolse dal fuoco con le pinze e mangiarono in silenzio. Sciacquò la latta vuota, diede da bere al bambino, e quello fu tutto. Avrei dovuto fare più attenzione, disse.
Il bambino non rispose.
Però mi devi parlare.
Ok.
Volevi sapere com'erano fatti i cattivi. Adesso lo sai. Potrebbe succedere di nuovo. lo ho il dovere di proteggerti. Dio mi ha assegnato questo compito. Chiunque ti tocchi, io lo ammazzo. Hai capito?
Sí.
Il bambino se ne stava lì intabarrato nella coperta. Dopo un po' alzò gli occhi. Siamo ancora noi i buoni?, disse.
Sí. Siamo ancora noi i buoni.
E lo saremo sempre.
Sí. Lo sarmo sempre.
Ok.

Al mattino risalirono dal dirupo e ripresero la strada. L'uomo aveva fabbricato un flauto per il bambino intagliando un pezzo di giunco raccolto al bordo della strada, lo tirò fuori dal giaccone e glielo diede. Il bambino lo prese senza dire una parola. Dopo un po' cominciò a rimanere indietro e dopo un altro po' l'uomo lo sentì suonare. Una musica senza forma per i tempi a venire. O forse l'ultima musica della terra evocata dalle sue stesse ceneri. L'uomo si voltò a guardarlo. Era completamente assorto. Gli sembrò un orfanello triste e solitario che annuncia l' arrivo di uno spettacolo itinerante in una contea o in un villaggio senza sapere che dietro di lui gli attori sono stati portati via dai lupi.

Stava seduto a gambe incrociate sulle foglie in cima a un'altura e osservava la valle sotto stante con il binocolo. Il corso immobile di un fiume. Le scure ciminiere di mattoni di una fabbrica. Tetti di ardesia. Un vecchio serbatoio d'acqua in legno, tenuto insieme da cerchi di ferro. Niente fumo, non un segno di vita. Abbassò il binocolo e rimase a guardare.
Che cosa vedi?, disse il bambino.
Niente.
Gli porse il binocolo. Il bambino si passò la cinghia attorno al collo, se lo avvicinò agli occhi e fece scorrere la rotella. Intorno a loro tutto era immobile.
Vedo del fumo, disse.
Dove?
Oltre quei palazzi.
Quali palazzi?
Il bambino gli restituì il binocolo e lui rimise a fuoco. Un filo sottilissimo. Si, disse. Lo vedo.
Cosa facciamo, papà?
Secondo me ci conviene scendere a dare un' occhiata.
Però dobbiamo stare attenti. Se è una comune avranno costruito delle barricate. Ma forse sono solo dei profughi.
Come noi.
Si. Come noi.
E se sono i cattivi?
Bisogna rischiare. Dobbiamo trovare da mangiare.

Lasciarono il carrello nei boschi e attraversarono i binari di una ferrovia, poi scesero lungo una ripida scarpata in mezzo a tralci di edera nera e morta. L'uomo teneva la pistola in mano. Stammi vicino, disse. Il bambino obbedì. Girarono per le strade come sminatori. Un isolato alla volta. Nell'aria un leggero odore di legna bruciata. Si fermarono in un negozio a sorvegliare la strada ma non si muoveva niente. Vagarono in mezzo all'immondizia e alle macerie. Cassetti rovesciati a terra, carta, scatoloni fradici. Non trovarono nulla. Tutti i negozi erano stati saccheggiati anni prima, delle vetrine restava solo qualche scheggia. Dentro era quasi troppo buio per vedere qualcosa. Salirono i gradini di acciaio nervato di una scala mobile, il bambino aggrappato alla sua mano. Qualche completo polveroso appeso alle stampelle. Cercarono delle scarpe, ma non ce n'erano. Si aggirarono in un mare di rifiuti ma non c'era nulla che potesse servire. Quando tornarono indietro l'uomo sfilò le giacche dalle stampelle, le scosse e se le appoggiò ripiegate su un braccio. Andiamo, disse.

Era convinto che qualcosa doveva pur essere sfuggito alla razzia, e invece niente. Si fecero strada in mezzo all'immondizia lungo gli scaffali di un alimentari. Vecchie confezioni di plastica, cartacce e la solita cenere. Lui setacciò i ripiani in cerca di vitamine. Aprì la porta di una cella frigorifera ma dal buio usci un forte odore acre di morte e si affrettò a richiuderla. Si fermarono in mezzo alla strada. L'uomo guardò il cielo livido. Lo sbuffo leggero del loro fiato. Il bambino era esausto. Lo prese per mano. Dobbiamo cercare un altro po', disse. Dobbiamo continuare a cercare.

Le casette ai margini della città non offrivano molto di più. Salirono gli scalini sul retro, entrarono in una cucina e si misero a rovistare negli armadietti. Le ante erano tutte aperte. Un barattolo di lievito. L'uomo si soffermò a guardarlo. Frugarono nei cassetti di una credenza della sala da pranzo. Passarono in salotto. Rotoli di carta da parati caduti a terra come documenti antichi. Lasciò il bambino seduto sulle scale con le giacche e salì al piano di sopra.
Puzzava tutto di umido e di marcio. Nella prima camera da letto un cadavere secco con le coperte tirate su fino al collo. Resti di capelli decomposti sul cuscino. Afferrò l'orlo inferiore della coperta e la tirò via dal letto, la scosse e se la ripiegò sotto il braccio. Passò al setaccio i comò e gli armadi. Un vestito estivo appeso a una stampella. Niente. Ridiscese le scale. Si stava facendo buio. Prese il bambino per mano e uscirono in strada dalla porta sul davanti.

In cima alla collina si voltò a studiare la città. La notte stava scendendo in fretta. La notte e il freddo. Sistemò due giacche sulle spalle del bambino che scomparve completamente, parka compreso.
Papà, ho tanta fame.
Lo so.
Riusciremo a ritrovare la nostra roba?
Sí. So io dove l'abbiamo lasciata.
E se la trova qualcun altro?
Non la troveranno.
Speriamo.
Non la troveranno. Forza.
Cos'è stato?
Io non ho sentito niente.
Ascolta.
Non sento niente.
Rimasero in ascolto. Poi l'uomo sentì un cane abbaiar,e in lontananza. Si voltò verso la città sempre più buia. É un cane, disse.
Un cane?
Sí.
E da dove è uscito?
Non lo so.
Non è che lo ammazziamo, vero, papà?
No. Non lo ammazziamo.
Abbassò gli occhi sul bambino. Tremante sotto le giacche. Si chinò e gli diede un bacio sulla fronte incrostata. Non gli faremo niente, disse. Te lo prometto.

Dormirono dentro una macchina parcheggiata sotto un viadotto, le giacche e la coperta ammucchiate addosso. Nell'oscurità e nel silenzio riuscivano a scorgere dei puntini luminosi che si accendevano qua e là sul pannello della notte. I piani più alti dei palazzi erano tutti bui. Voleva dire portare l'acqua fin lassù. E poi rischiare di essere stanati col fuoco. Che cosa mangiava quella gente? Lo sa Dio. Rimasero avvolti nelle giacche a guardare fuori dal finestrino. Chi sono, papà?
Non lo so.

Durante la notte si svegliò e tese l'orecchio. Non si ricordava più dov'era. Il pensiero gli strappò un sorriso. Dove siamo?, disse.
Cosa c'è, papà ?
Niente. É tutto a posto. Dormi.
Ce la caveremo, vero, papà?
Sí. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Si. Perché noi portiamo il fuoco.

Al mattino cadeva una pioggia fredda. Arrivava a raffiche fin sotto il viadotto, investiva la macchina e danzava nella strada davanti a loro. Rimasero seduti a guardare fuori, oltre l'acqua sul parabrezza. Quando cominciò a spiovere buona parte della giornata era trascorsa. Lasciarono le giacche e la coperta dietro i sedili anteriori e si incamminarono lungo la strada per frugare in altre case. Fumo di legna nell'aria umida. Il cane non lo sentirono più.

Trovarono degli utensili e qualche vestito. Una felpa. Plastica da usare come telo impermeabile. L'uomo era sicuro che qualcuno li spiava ma non videro nessuno. In una dispensa si imbatterono nei resti di un sacco di farina gialla dove molto tempo prima erano passati i topi. Lui la setacciò usando un pezzo di zanzariera e ne tolse un pugno di escrementi secchi, poi accesero un fuoco sulla veranda di cemento della casa, impastarono delle focaccine e le misero a cuocere su un pezzo di latta. Le mangiarono lentamente a una a una. Avvolsero le poche che avanzavano in un foglio di carta e le misero nello zaino.

Mentre il bambino era seduto sui gradini della veranda vide qualcosa muoversi sul retro della casa, dall' altro lato della strada. Una faccia che lo guardava. Un bambino, più o meno della sua età, infagottato in un cappotto di lana troppo grande con le maniche arrotolate. Si alzò in piedi. Attraversò la strada e risalì il vialetto di corsa. Nessuno. Guardò verso la casa e poi corse in fondo al giardino tra le erbacce morte, fino a un ruscelletto dall'acqua nera e stagnante. Torna qui, gridò. Non ti faccio niente. Era lì che strillava quando suo padre accorse dall'altro lato della strada e lo afferrò per un braccio.
Cosa stai facendo?, sibilò. Cosa stai facendo?
C'è un bambino, papà. C'è un bambino.
Non c'è nessun bambino. Cosa stai facendo?
Sì che c'è. L'ho visto.
Ti avevo detto di stare nascosto. Te l'avevo detto o no? Adesso ce ne dobbiamo andare. Forza.
Volevo solo vederlo, papà. Volevo solo vederlo.
L'uomo lo prese per un braccio e riattraversarono il giardino. Il bambino non la smetteva di piangere e di voltarsi indietro. Forza, disse. Dobbiamo andare.
Papà, io lo voglio vedere. ,
Non c'è nessuno da vedere. Vuoi morire? É questo che vuoi?
Non me ne importa, disse il bambino fra i singhiozzi. Non me ne importa niente.
L'uomo si fermò. Si fermò, si accovacciò e lo strinse a sé. Mi dispiace, disse. Non dire così. Non devi dire così.

Ripercorsero le strade bagnate fino al viadotto e presero le giacche e la coperta dalla macchina, poi proseguirono fino alla scarpata della ferrovia, la risalirono, attraversarono i binari e si addentrarono nel bosco, dove recuperarono il carrello e si diressero verso la strada maestra.
E se quel bambino non ha nessuno che si prende cura di lui?, disse. Se lui non ce l'ha un papà?
C'era della gente lì. Solo che stava nascosta.
Spinsero il carrello fino alla strada e si fermarono. L'uomo riusciva a distinguere i solchi lasciati dal camioncino in mezzo alla cenere bagnata; leggeri e semicancellati, ma c'erano. Gli sembrò di sentire l'odore degli uomini. Il bambino lo tirava per il giaccone. Papà, disse.
Cosa c'è?
Ho paura per quel bambino.
Lo so. Ma vedrai che se la caverà.
Papà, dovremmo tornare a prenderlo. Potremmo prenderlo e portarlo con noi. Potremmo portarci dietro lui e anche il cane. Il cane potrebbe catturare qualcosa da mangiare.
Non possiamo.
E io dividerei con quel bambino tutte le mie provviste.
Smettila. Non possiamo.
Stava di nuovo piangendo. Ma quel bambino?, singhiozzava. Ma quel bambino?

Arrivati a un incrocio si sedettero nella penombra del crepuscolo, l'uomo stese a terra i pezzi della cartina e li studiò. Ci puntò sopra il dito. Questi siamo noi, disse. Siamo esattamente qui. Il bambino si ostinava a non guardare. L'uomo continuò a studiare l'intricata matrice di strade in rosso e nero, tenendo il dito sull'incrocio dove gli sembrava che potessero trovarsi. Come se lì accucciate vedesse le loro due figure in miniatura. Potremmo tornare indietro, disse piano il bambino. Non è così lontano. Non è troppo tardi.

Si accamparono all'asciutto su un terreno alberato non lontano dalla strada. Non riuscivano a trovare un posto riparato dove accendere il fuoco e così ne fecero a meno. Mangiarono due focaccine a testa e dormirono per terra stretti l'uno all'altro fra giacche e coperte. L'uomo teneva fra le braccia il bambino, che dopo un po' smise di tremare e dopo un altro po' prese sonno.

Il cane che ricorda lui ci ha seguiti per due giorni. lo cercavo di attirarlo con delle moine ma quello non si fidava. Ho costruito anche un cappio di fil di ferro per catturarlo. Nella pistola c'erano tre cartucce. Non potevamo sprecarne neanche una. Lei si è allontanata lungo la strada. Il bambino l'ha guardata allontanarsi e ha cominciato a implorarla di non ammazzare il cane e io gli ho promesso che non gli avrebbe fatto niente. Quel cane era un intreccio di ossa con la pelle stesa sopra. Il giorno dopo era sparito. Questo è il cane che si ricorda. Di bambini non ne ricorda nessuno.

L'uomo si era messo in tasca una manciata di uva passa avvolta in un pezzo di stoffa e a mezzogiorno si sedettero nell'erba morta a lato della strada e la mangiarono. Il bambino lo guardò. Non c'è nient'altro, vero?, disse.
No.
Adesso moriremo?
No.
Allora cosa facciamo?
Prima beviamo un po' d'acqua. Poi riprendiamo la strada.
Ok.

La sera vagarono per un campo in cerca di un posto dove accendere un fuoco senza essere visti. Trascinandosi dietro il carrello. Quella terra era davvero poco promettente.
Il giorno dopo avrebbero trovato qualcosa da mangiare. La notte li raggiunse su una strada fangosa. Presero per un campo e arrancarono verso un gruppetto di alberi che si stagliavano nudi e neri in lontananza contro quel poco che ancora si intravedeva del mondo. Quando ci arrivarono erano calate le tenebre. Tenendo il bambino per mano, l'uomo radunò a pedate un po' di rami e di sterpi e accese il fuoco. La legna era umida ma lui raschiò via con il coltello la corteccia morta e affastellò sterpi e rametti tutto intorno al fuoco per farli asciugare. Poi stese a terra il telo di plastica, prese le giacche e le coperte dal carrello, tolse le sue scarpe e quelle del bambino, zuppe e infangate, e rimasero seduti in silenzio con le mani tese verso le fiamme. Cercò di pensare a qualcosa da dire ma non gli venne in mente nulla. Aveva già provato quella sensazione, qualcosa che andava oltre l'intorpidimento e la disperazione sorda. Il mondo che si riduceva a un nocciolo nudo di entità analizzabili. I nomi delle cose che seguivano lentamente le cose stesse nell'oblio. I colori. I nomi degli uccelli. Le cose da mangiare. E infine i nomi di ciò in cui uno credeva. più fragili di quanto avesse mai pensato. Quanto di tutto questo era già scomparso? Il sacro idioma privato dei suoi referenti e quindi della sua realtà. Ripiegato su se stesso come un essere che cerca di preservare il calore. Prima di chiudere gli occhi per sempre.

Erano così esausti che dormirono tutta la notte senza svegliarsi e al mattino il fuoco era spento e nero sul terreno. L'uomo si infilò le scarpe infangate e andò a raccogliere legna, soffiandosi nelle mani a coppa. Un freddo. Poteva essere novembre. O addirittura inverno pieno. Riaccese il fuoco, si incamminò verso i margini del boschetto e si fermò a osservare la pianura. I campi morti. Un granaio in lontananza.

Si incamminarono per la strada sterrata e lungo una collina dove una volta sorgeva una casa. Bruciata tanto tempo prima. Lo scheletro arrugginito di una caldaia nell'acqua nera della cantina. Lamiere del tetto annerite e accartocciate qua e là nel campo, dove le aveva scaraventate il vento. Nel granaio, sul fondo polveroso di una tramoggia, racimolarono qualche manciata di un cereale che non seppe riconoscere e lo mangiarono là per là, in piedi, insieme alla polvere e tutto. Poi ripresero la via dei campi verso la strada.

Seguirono un muro di pietra che fiancheggiava i resti di un frutteto. File ordinate di alberi ritorti e neri e un fitto strato di rami caduti a terra. L'uomo si fermò a guardare i campi. Vento da est. La cenere che si muoveva leggera nei solchi. Si posava. Riprendeva a muoversi. Una scena già vista. Tracce di sangue secco nell'erba ispida e spirali di interiora grigiastre dove i corpi massacrati erano stati ricomposti alla meglio e portati via. Poco più avanti c'era un muro con un fregio di teste umane; i volti si somigliavano tutti, secchi e scavati, la bocca contratta in un ghigno e gli occhi infossati. Le orecchie incartapecorite erano ornate da cerchietti d'oro, e il vento strapazzava i capelli radi e sciupati che avevano attaccati al cranio. I denti nei loro alveoli come calchi da laboratorio, i tatuaggi grossolani realizzati con qualche tintura casalinga, scoloriti da un sole esangue. Ragni, spade, scudi. Un drago. Iscrizioni runiche, massime piene di errori ortografici. Vecchie cicatrici con antichi motivi ricamati lungo i bordi. Le teste che non erano state deformate dai colpi di mazza erano state scuoiate, i teschi dipinti e firmati con uno scarabocchio sulla fronte, e uno di questi, bianchissimo, aveva le suture fra le placche ripassate accuratamente con l'inchiostro, come in uno schema di montaggio. Si voltò a guardare il bambino. Era fermo nel vento accanto al carrello. Guardò le onde di erba secca e le file di alberi scuri e contorti. Qualche brandello di vestito che il vento sbatacchiava contro il muro, ogni cosa grigia di cenere. Osservò un'ultima volta le maschere costeggiando il muro, oltrepassò un tornello e raggiunse il bambino che lo aspettava. Gli mise un braccio intorno alle spalle. Ok, disse. Andiamo.

In quel genere di testimonianze della storia recente ormai ci vedeva un messaggio, un messaggio e un avvertimento, e quella composizione di esseri trucidati e straziati in effetti si dimostrò tale. Al mattino si svegliò, si rigirò nella coperta e guardò fra gli alberi verso la strada nella direzione da cui erano venuti appena in tempo per veder comparire una schiera di persone che avanzavano in fila per quattro. Indossavano vestiti di ogni tipo, ma tutti portavano una sciarpa rossa al collo. Rossa o arancione, quanto di più vicino al rosso erano riusciti a trovare. Poggiò la mano sulla testa del bambino. Shh, disse.
Papà, cosa c'è?
Gente che passa sulla strada. Tu stai giù. Non guardare. Niente fumo dal fuoco ormai spento. Il carrello ben nascosto. L'uomo si appiattì al suolo e rimase a spiare da sopra gli avambraccio Un esercito in scarpe da ginnastica che avanzava incespicando. In mano pezzi di tubo lunghi un metro avvolti in strisce di cuoio, assicurati al polso con un cordoncino. Dentro alcuni di questi tubi scorrevano catene che avevano all'estremità corpi contundenti di ogni tipo. Passarono sferragliando, con l'andatura dondolante dei giocattoli a molla. Barbuti, l'alito che evaporava attraverso le mascherine. Shh, disse l'uomo. Shh. La falange che seguiva i primi era armata di aste o lance guarnite di nastri, le lunghe lame ricavate da sospensioni di camion rimodellate sull'incudine di qualche rozza fucina più a nord. Il bambino era steso con la testa fra le braccia, terrorizzato. Passarono a poco più di cinquanta metri di distanza da loro facendo vibrare il terreno. Pestando forte i piedi. Di seguito venivano una serie di carri trainati da schiavi in catene, carichi del bottino di guerra, e dopo ancora le donne, forse una dozzina, alcune incinte, e infine, di scorta, un gruppetto di catamiti, troppo poco coperti per quel freddo, dotati di collare e aggiogati insieme. Sfilarono gli uni dopo gli altri. Loro due rimasero in ascolto.
Papà, se ne sono andati?
Sí, se ne sono andati.
Li hai visti?
Sí.
Erano i cattivi?
Sí, erano i cattivi.
Ce ne sono tanti di questi cattivi.
Si, infatti. Ma se ne sono andati.
Si alzarono e si ripulirono, ascoltando il silenzio tutto intorno.
Dove vanno, papà?
Non lo so. Ma si stanno spostando. Non è un buon segno.
Perché non è un buon segno?
Non è un buon segno, punto e basta. Dobbiamo dare un' occhiata alla cartina.

Tirarono fuori il carrello dal mucchio di sterpi con cui l'avevano coperto, lui lo rimise in piedi, ci impilò coperte e giacche e lo spinsero di nuovo sulla strada, dove rimasero a guardare l'immagine residua di quell'orda cenciosa che sembrava aleggiare nell'aria sconvolta.

Nel pomeriggio riprese a nevicare. Si fermarono a guardare i pallidi fiocchi grigi che filtravano dall'oscurità nebulosa. Poi si rimisero in marcia. Sulla superficie scura della strada si formava una leggera fanghiglia. Il bambino rimaneva continuamente indietro e l'uomo si fermava ad aspettarlo. Resta vicino a me, gli disse.
Cammini troppo in fretta.
Adesso vado più piano.
Proseguirono.
Hai di nuovo smesso di parlare.
Ora sto parlando.
Ti vuoi fermare?
lo mi voglio sempre fermare.
Dobbiamo stare più attenti. Devo stare più attento.
Lo so.
Fra poco ci fermiamo. Ok?
Ok.
Dobbiamo solo trovare un posto.
Ok.

La nevicata li avvolgeva in un velo. Sui lati della strada non c'era verso di vedere alcunché. L'uomo aveva ricominciato a tossire e il bambino tremava, camminavano fianco a fianco sotto il telo di plastica, spingendo il carrello sulla neve. A un certo punto l'uomo si fermò. Il bambino era scosso da brividi incontrollabili.
Ci dobbiamo fermare, disse.
Fa tanto freddo.
Lo so.
Dove siamo?
Dove siamo?
Eh.
Non lo so.
Se stessimo per morire me lo diresti?
Non lo so. Ma non stiamo per morire.

Lasciarono il carrello rovesciato in un prato di carici, l'uomo prese le giacche e i cappotti avvolti nel telo di plastica e si incamminarono. Aggrappati al mio giaccone, disse al bambino. Non mollarlo. Si fecero strada fra i cespugli fino a un recinto che scavalcarono tenendosi abbassato il fil di ferro a vicenda. Il filo era gelato e cigolava nei ganci. Si stava rapidamente facendo buio. Continuarono. Arrivarono in un bosco di cedri, alberi morti e neri ma ancora provvisti di rami tanto da trattenere la neve. Sotto ogni albero, un prezioso cerchio di terra scura e detriti vegetali.

Si sistemarono sotto un cedro, accatastarono coperte e giacche e lui avvolse il bambino in una delle trapunte e cominciò a rastrellare il terreno formando un mucchietto di aghi caduti. Sgombrò dalla neve uno spiazzo di terra, in un punto dove il fuoco non avrebbe incendiato l'albero, e ci affastellò della legna presa dagli altri cedri, spezzando i rami e scuotendo via la neve. Non appena avvicinò la fiamma dell'accendino a quell'ottimo legno si sentì uno scoppiettio e capì che il fuoco non sarebbe durato a lungo. Guardò il bambino. Devo andare a raccogliere altra legna, disse. Resto nei paraggi. Ok?
Quali sarebbero i paraggi?
Voglio solo dire che non mi allontano.
Ok.

Ormai la neve superava i dieci centimetri. L'uomo si muoveva impacciato tra gli alberi tirando su i rami caduti che sbucavano dalla neve, e quando si ritrovò con le braccia piene e fece ritorno all'accampamento il falò era ridotto a un cumulo di braci tremolanti. Gettò i rami sul fuoco e riparti. Era difficile tenere il ritmo. Nel bosco si stava facendo buio e la luce del fuoco non arrivava tanto lontano. Ogni volta che cercava di affrettare il passo si sentiva svenire. Quando si guardò alle spalle vide che il bambino arrancava nella neve che gli arrivava ai polpacci, raccogliendo rami e ammucchiandoseli fra le braccia.

La neve cadeva e non smise di cadere. L'uomo vegliò per tutta la notte, alzandosi di tanto in tanto per ravvivare il fuoco. Aveva srotolato il telo di plastica e ne aveva assicurato un lembo al tronco dell'albero, nella speranza che riflettesse il calore del fuoco. Guardò il viso del bambino addormentato nella luce arancione. Le guance scavate e rigate di nero. Represse un moto di rabbia. Era inutile. Il bambino non ce l'avrebbe fatta ad andare avanti ancora per molto. Anche se avesse smesso di nevicare la strada sarebbe stata praticabile a stento. La neve cadeva mormorando nel silenzio e le scintille si alzavano e si affievolivano e morivano in quella notte eterna.

Era mezzo addormentato quando sentì uno schianto fra gli alberi. Poi un altro. Si tirò su a sedere. Del fuoco restava solo qualche fiammella qua e là fra le braci. Tese l'orecchio. Lo scrocchio secco e prolungato dei rami che si spezzavano. Poi un altro schianto. Allungò il braccio e scrollò il bambino. Svegliati, disse. Dobbiamo andare.
Il bambino si strofinò via il sonno dagli occhi con il dorso delle mani. Cosa c'è?, disse. Cosa c'è, papà?
Vieni. Dobbiamo andarcene da qui.
Cosa c'è?
Gli alberi. Stanno cadendo.
Il bambino si tirò su e si guardò intorno smarrito.
Non è niente, disse l'uomo. Dobbiamo solo sbrigarci.

Raccolse le giacche e le coperte, le ripiegò e ci avvolse intorno il telo. Alzò lo sguardo. Fiocchi di neve gli finirono negli occhi. Il fuoco era poco più che un mucchietto di carbone e non mandava alcuna luce, la legna era praticamente finita e gli alberi cadevano tutto intorno a loro nel buio. Il bambino gli si aggrappò. Si allontanarono e l'uomo tentò di trovare uno spazio sgombro nell'oscurità ma alla fine gettò semplicemente il telo a terra, ci si sedettero sopra, si sistemarono addosso le coperte e lui strinse il bambino a sé. Il tonfo degli alberi che cadevano e il sordo boato dei cumuli di neve che esplodevano nell'impatto facevano tremare l'intero bosco. L'uomo abbracciò forte il bambino e gli disse di stare tranquillo che presto sarebbe finito tutto, e dopo un po' tutto finì. Il frastuono si spegneva in lontananza. E ancora uno schianto, solitario e remoto. Poi più nulla. Ecco, disse l'uomo. Mi sa che questo era l'ultimo. Scavò un cunicolo sotto uno degli alberi caduti spalando la neve con le braccia, le mani gelate ripiegate come artigli nelle maniche. Ci trascinarono le coperte, le giacche e il telo e nonostante il freddo pungente dopo un po' si riaddormentarono.

Allo spuntare del giorno l'uomo sgusciò fuori dal rifugio, il telo pesante di neve. Si alzò in piedi e si guardò intorno. Aveva smesso di nevicare e i cedri giacevano tra montagnole di neve e rami spezzati e i pochi tronchi ancora in piedi, scorticati e bruciati in un paesaggio sempre più grigio. Avanzò a fatica in mezzo ai cumuli, mentre il bambino dormiva sotto l'albero come un animale in letargo. La neve gli arrivava quasi alle ginocchia. Nel prato le carici morte erano quasi sepolte, la neve, una lama di rasoio sul fil di ferro del recinto e il silenzio assoluto, neanche un alito di vento. Si appoggiò a un paletto e cominciò a tossire. Non sapeva bene dove fosse il carrello e pensò che stava perdendo la lucidità e che la testa andava per conto suo. Concentrati, disse. Devi pensare. Quando si girò per tornare indietro il bambino lo stava chiamando.
Dobbiamo andare, disse. Non possiamo stare qui.
Il bambino guardò con occhi spenti i cumuli grigi.
Forza.
Arrivarono fino al recinto.
Dove andiamo?, chiese il bambino.
Dobbiamo trovare il carrello.
Il bambino se ne stava lì avvolto nel parka, le mani sotto le ascelle.
Forza, disse l'uomo. Devi darti una mossa.

Si fece strada fra i campi ammantati di neve. Uno strato spesso e grigio, già coperto da una patina di cenere fresca. Arrancò ancora per qualche metro poi si voltò a guardare. Il bambino era caduto. Gettò a terra il mucchio di coperte e il telo che teneva fra le braccia, tornò da lui e lo tirò su. Stava già tremando. Lo tirò su e lo strinse forte. Mi dispiace, disse. Mi dispiace.

Impiegarono tanto tempo a trovare il carrello. L'uomo lo disseppellì dalla neve, lo raddrizzò, ripescò lo zaino, lo sbatacchiò, lo aprì e ci ficcò una delle coperte. Rimise lo zaino, le altre coperte e le giacche nel carrello, prese in braccio il bambino, ce lo sistemò sopra, gli slacciò le scarpe e gliele tolse. Poi tirò fuori il coltello e cominciò a tagliare una delle giacche per fasciarci i piedi del bambino. Usò una giacca intera, poi ricavò grossi rettangoli dal telo di plastica e glieli avvolse ai piedi, partendo da sotto e legandoglieli alle caviglie con la fodera delle maniche della giacca. Fece un passo indietro. Il bambino abbassò gli occhi. Adesso tu, papà, disse. L'uomo lo coprì con un' altra giacca, si sedette sul telo in mezzo alla neve e si fasciò anche lui i piedi. Si rialzò e si scaldò le mani dentro il parka, poi infilò le due paia di scarpe nello zaino insieme al binocolo e al camion del bambino. Scosse il telo, lo ripiegò e lo legò con le altre coperte in cima allo zaino, si caricò lo zaino in spalla e diede un'ultima occhiata al carrello, ma nulla di più. Andiamo, disse. Il bambino lanciò anche lui uno sguardo al carrello e poi seguì l'uomo verso la strada.

Era ancora più difficile di quanto avesse immaginato. In un' ora avevano fatto sí e no un chilometro e mezzo. Si fermò e si voltò a guardare il bambino. Che si fermò titubante.
Tu pensi che stiamo per morire, vero?
Non lo so.
Ti dico che non stiamo per morire.
Ok.
Però non mi credi.
Non lo so.
Perché pensi che stiamo per morire? Non lo so.
Piantala con questo non lo so. Ok.
Perché pensi che stiamo per morire?
Non abbiamo niente da mangiare.
Qualcosa troveremo.
Ok.
Secondo te per quanto tempo si può stare senza mangiare?
Non lo so.
Ma secondo te per quanto?
Forse qualche giorno.
E poi cosa succede? Si cade per terra morti stecchiti?
Sí.
E invece non è così. Ci vuole un sacco di tempo. L'acqua ce l'abbiamo. É quella la cosa più importante. Senza acqua non si va molto lontano.
Ok.
Però tu non mi credi.
Non lo so.
L'uomo lo studiò. Se ne stava lì con le mani nelle tasche della giacca gessata troppo grande.
Pensi che ti dica le bugie?
No.
Però pensi che potrei dirti delle bugie su questa storia del morire.
Sí.
Ok, magari potrei. Però adesso non stiamo per morire.
Ok.

Osservò il cielo. C'erano giorni in cui la coltre di cenere si assottigliava, e adesso gli alberi ancora in piedi lungo la strada proiettavano una debolissima ombra sulla neve. Andarono avanti. Il bambino era in difficoltà. L'uomo si fermò, gli controllò i piedi e gli rifissò la plastica. Quando la neve avesse cominciato a sciogliersi sarebbe stato difficile mantenere i piedi asciutti. Si fermavano spesso a riposare. Lui non aveva la forza di portare in braccio il figlio. Si sedettero sullo zaino e mangiarono manciate di neve sporca. Nel pomeriggio la neve cominciò a sciogliersi. Passarono accanto a una casa incendiata di cui restava in piedi solo il camino di mattoni in mezzo al cortile. Camminarono per tutto il giorno, o quel poco di giorno che c'era. Quelle poche ore di luce. Non avevano percorso neanche cinque chilometri.

Pensava che su una strada in quelle condizioni non ci sarebbe stato nessuno ma si sbagliava. Si accamparono a un passo dalla strada stessa e fecero un enorme falò, recuperando i rami morti sepolti dalla neve e ammucchiandoli sulle fiamme tra sibili e sbuffi di vapore. Non c'era altro da fare. Le poche coperte che avevano non li avrebbero tenuti al caldo. Si sforzò di non addormentarsi. Ma ogni tanto si svegliava di soprassalto e tastava alla cieca tutto intorno in cerca della pistola. Il bambino era così magro. Lo guardò mentre dormiva. Faccia tirata e occhi infossati. Una strana forma di bellezza. Si alzò e andò a buttare altra legna sul fuoco.

Uscirono sulla strada e si fermarono. Dei solchi sulla neve. Un carro. Qualche tipo di veicolo con le ruote. Qualcosa che aveva le gomme, a giudicare dalle tracce lasciate dallo stretto battistrada. Tra queste, orme di scarponi. Qualcuno era passato di lì, diretto a sud, durante la notte. O al più tardi nelle prime ore del mattino. In viaggio nell' oscurità. L'uomo ci pensò su per un po'. Seguì le tracce con attenzione. Erano passati a meno di una quindicina di metri da loro e non avevano neanche rallentato per dare un' occhiata. Rimase a guardarsi indietro lungo la strada. Il bambino lo osservava.
Dobbiamo allontanarci dalla strada.
Perché, papà?
Sta arrivando qualcuno.
Sono i cattivi?
Sí. Temo di sí.
Però potrebbero anche essere i buoni, no?
L'uomo non rispose. Per abitudine guardò il cielo, ma lassù non c'era niente da vedere.
Papà, cosa facciamo?
Andiamo.
Non possiamo tornare al falò?
No. Su, forza. Mi sa che non ci resta molto tempo.
Ho tanta fame.
Lo so.
Cosa facciamo?
Dobbiamo nasconderci. Abbandonare la strada.
Ma non vedranno le nostre impronte?
Sí.
E come possiamo fare per evitarlo?
Non lo so.
Capiranno chi siamo?
Cosa?
Se vedono le nostre impronte, lo capiranno chi siamo?
L'uomo si voltò a guardare le loro enormi orme rotonde nella neve.
Ci arriveranno, disse lui.
Poi si fermò.
Dobbiamo rifletterci bene. Torniamo al falò.

In un primo tempo aveva deciso di trovare un punto della strada dove la neve si fosse sciolta del tutto, ma poi pensò che dal momento che le loro orme non sarebbero ricomparse sul tratto di strada successivo l'espediente non sarebbe servito a nulla. Coprirono il fuoco a pedate con la neve e continuarono a camminare nel bosco, fecero un giro in tondo e tornarono al punto di partenza. Corsero di qua e di là lasciando un labirinto di impronte e poi ripresero il cammino verso nord in mezzo al bosco senza perdere di vista la strada.

Il punto che scelsero per accamparsi era semplicemente il più alto cui fossero arrivati, e garantiva una buona visuale sulla strada verso nord e sul tragitto che avevano appena percorso. L'uomo stese il telo sulla neve bagnata e avvolse il bambino nelle coperte. Avrai freddo, disse. Ma forse qui ci stiamo per poco. Nel giro di un'ora due uomini passarono quasi correndo lungo la strada. Quando furono lontani lui si tirò su per osservarli. In quell'istante i due si fermarono e uno di loro si voltò a guardare. Lui rimase impietrito. Aveva addosso una delle coperte grigie e scorgerlo sarebbe stato difficile, ma non impossibile. Tuttavia pensò che probabilmente avevano sentito l'odore del fumo. I due rimasero fermi a parlare. Poi proseguirono. Lui si sedette. É tutto a posto, disse. Dobbiamo solo aspettare. Ma penso che sia tutto a posto.

Negli ultimi cinque giorni non avevano mangiato nulla e dormito pochissimo, e in queste condizioni, alla periferia· di una cittadina, si imbatterono in quella che un tempo era stata una villa imponente, su un dosso sovrastante la strada. Il bambino lo teneva per mano. Sull'asfalto e sui campi e nei boschi esposti a sud la neve si era sciolta quasi del tutto. Restarono lì per un po'. Le buste di plastica che portavano a mo' di galosce si erano consumate da un pezzo e avevano i piedi freddi e zuppi. La villa si ergeva alta e maestosa, con una fila di colonne doriche bianche lungo la facciata. Un portico per le carrozze su un lato. Un viale d'accesso coperto di ghiaia che serpeggiava in mezzo a un prato di erba morta. Le finestre erano stranamente intatte.
Papà, che cos'è questo posto?
Shh. Fermiamoci qui ad ascoltare.
Non si sentiva niente. Il vento che stormiva tra le felci morte a lato della strada. Un cigolio lontano. Una porta o un' anta.
Credo che dovremmo dare un' occhiata.
Papà, non andiamoci lassù.
Stai tranquillo.
Secondo me non ci dobbiamo andare.
Tranquillo. Diamo solo un'occhiata.

Risalirono lentamente il viale. Sulle rade chiazze di neve semisciolta nessuna traccia. Un'alta siepe di ligustro morto. Un nido vecchio di chissà quanto incastrato nell'intrico scuro dei rami. Si fermarono nel cortile a osservare la facciata. I mattoni artigianali erano stati ricavati dalla stessa terra su cui si ergeva la villa. La vernice scrostata penzolava in lunghe bave secche dalle colonne e dagli architravi incurvati. Un lampadario appeso a una lunga catena. Sali le scale della veranda con il bambino aggrappato a sé. Una delle finestre era socchiusa e dall' apertura usciva uno spago che tagliava la veranda e scompariva nell' erba. L'uomo prese il bambino per mano e attraversarono la veranda. Un tempo gli schiavi della casa avevano calpestato quelle assi con cibo e bevande su vassoi d'argento. Si avvicinarono alla finestra e l'uomo guardò all'interno.
Papà, e se c'è qualcuno?
Non c'è nessuno qui.
É meglio che andiamo via, papà.
Dobbiamo trovare qualcosa da mangiare. Non abbiamo scelta.
Magari troviamo qualcosa da qualche altra parte.
Andrà tutto bene. Muoviamoci.

Si sfilò la pistola dalla cintura e provò ad aprire la porta, che ruotò lentamente sui grossi cardini di ottone. Rimasero in ascolto. Poi entrarono in un ampio vestibolo con una scacchiera di piastrelle di marmo bianche e nere sul pavimento. Una larga scalinata che portava al piano di sopra. Raffinata tappezzeria Marris alle pareti, cascante e gonfia di umidità. L'intonaco del soffitto era disseminato di grosse bolle panciute e la modanatura dentellata in cima alle pareti, ormai gialla, sporgeva in fuori tutta ricurva. Sulla sinistra, oltre una porta, si intravedeva una grande credenza di noce in quella che doveva essere stata la sala da pranzo. Le ante e i cassetti erano spariti, ma il resto del mobile era troppo massiccio per farci legna da ardere. Rimasero sulla soglia. In un angolo della stanza c'era un enorme mucchio di vestiti. Abiti e scarpe. Cinture. Cappotti. Coperte e vecchi sacchi a pelo. In seguito ci sarebbe stato tutto il tempo per pensarci su. Il bambino era appeso alla sua mano. Terrorizzato. Attraversarono l'ingresso fino alla stanza sull' altro lato, entrarono e si fermarono. Una grande sala con i soffitti alti il doppio delle porte. Un caminetto con i mattoni grezzi a nudo nei punti in cui la mensola e la cornice erano state staccate per alimentarci il fuoco. A terra, davanti al focolare, erano disposti materassi e coperte. Papà, sussurrò il bambino. Shh, fece lui.

Le ceneri erano fredde. Lì intorno alcune pentole annerite. L'uomo si accovacciò sui talloni, ne raccolse una, la annusò e la rimise dov' era. Si alzò e guardò fuori dalla finestra. Erba grigia calpestata. Neve grigia. Lo spago che entrava dalla finestra era legato a una campana di ottone e la campana era attaccata a una rozza mascherina di legno inchiodata alla cornice della finestra. Sempre tenendosi per mano percorsero un corridoietto di servizio che portava alla cucina. Montagne di rifiuti ovunque. Un lavandino incrostato di ruggine. Tanfo di muffa e di escrementi. Passarono nella stanzetta adiacente, forse una dispensa.

Sul pavimento della stanza c'era una porta, o meglio una botola, chiusa con un grosso lucchetto fatto di piastre d'acciaio impilate l'una sull'altra. L'uomo rimase a guardarlo.
Papà, disse il bambino. Papà, adesso è meglio che andiamo.
Se questa è chiusa ci sarà un motivo.
Il bambino gli strattonò la mano. Stava per mettersi a piangere. Papà?, disse.
Dobbiamo mangiare.
Non ho fame, papà. Davvero.
Dobbiamo trovare un piede di porco o qualcosa del genere.

Uscí dalla porta sul retro con il bambino che ancora gli stava attaccato. Si ficcò la pistola alla cintura e diede un' occhiata in giro. C'era un vialetto di mattoni, e la sagoma ritorta e rigida di quella che un tempo era stata una siepe di bosso. Nel cortile c'era un vecchio erpice di ferro appoggiato su pile di mattoni fra i cui denti qualcuno aveva incastrato un calderone di ferro battuto da centocinquanta litri, di quelli che un tempo si usavano per sciogliere il grasso di maiale. Sotto c'erano le ceneri di un fuoco e qualche pezzo di legno annerito. Poco più in là, un carretto con le ruote di gomma. Tutte queste cose l'uomo le vide e non le vide. All'altro capo del cortile c'erano un vecchio affumicato io di legno e un capanno per gli attrezzi. Si diresse da quella parte, trascinandosi il bambino quasi di peso, e frugò in mezzo agli attrezzi dentro un barile sotto il tetto del capanno. Tirò fuori una vanga e se la soppesò fra le mani. Andiamo, disse.

Tornati in casa, l'uomo cominciò a sferrare colpi al legno tutto intorno alla cerniera della botola finché non riuscì a infilare la lama sotto la staffa della serratura e a forzarla. Era imbullonata al legno e il pezzo venne via tutto insieme, compreso il lucchetto. Battendoci sopra col piede, l'uomo fece scivolare la lama della vanga nell'interstizio fra le assi, si fermò e tirò fuori l'accendino. Poi sali sul codolo della vanga e forzò la botola, si chinò e afferrò lo sportello con le mani.
Papà, sussurrò il bambino.
L'uomo si interruppe. Senti, disse. Devi smetterla. Stiamo morendo di fame. Lo capisci? Poi sollevò lo sportello della botola, lo spalancò e lo appoggiò sul pavimento.
Tu aspetta qui, disse.
Vengo con te.
Pensavo che avessi paura.
Infatti ho paura.
Ok. Vienimi dietro e stammi vicino.

Cominciò a scendere gli scalini di legno grezzo. Chinò la testa poi accese l 'accendino e protese la fiammella verso il buio come un'offerta. Freddo e umidità. Un puzzo inumano. Il bambino gli si aggrappava al giaccone. Intravedeva una parete di pietra. Un pavimento di argilla. Un vecchio materasso macchiato di scuro. Si chinò, scese un altro gradino e illuminò lo spazio davanti a sé. Rannicchiate contro la parete opposta c'erano delle persone nude, maschi e femmine, che cercavano di nascondersi, riparandosi il viso con le mani. Sul materasso era steso un individuo con le gambe amputate fino ai fianchi e i moncherini anneriti e bruciati. L'odore era micidiale.
Gesti, sussurrò l'uomo.
Uno dopo l'altro i prigionieri si voltarono, battendo le palpebre per quel barlume di luce. Aiuto, mormorarono. La prego, ci aiuti.
Cristo, disse lui. Oh Cristo.
Si voltò e afferrò il bambino. Svelto, disse. Svelto. L'accendino gli era caduto. Non c'era tempo per cercarlo. Spinse il bambino su per le scale. Aiuto, imploravano quelli.
Svelto.
Ai piedi delle scale apparve un volto barbuto. Ti prego, gridò battendo le palpebre. Ti prego.
Svelto. Svelto, per l'amor di Dio.
Spinse il bambino fuori dalla botola facendolo cadere a terra. Usci, afferrò lo sportello, lo richiuse brutalmente e si voltò per raccogliere il bambino, che però si era già rialzato e stava facendo il suo solito balletto del terrore.
Per l'amor di Dio, muoviti, gli sibilò. Ma il bambino stava puntando il dito verso la finestra e quando l'uomo guardò fuori si sentì gelare il sangue. Quattro individui barbuti e due donne stavano attraversando il prato diretti verso la casa. Afferrò la mano del bambino. Cristo, disse. Corri. Corri.

Attraversarono di corsa la casa fino alla porta d'ingresso e si precipitarono giù dalle scale. A metà del viale l'uomo trascinò il bambino nel prato. Si guardò alle spalle. Erano parzialmente nascosti dai resti del ligustro ma sapeva che avevano a disposizione solo qualche minuto, forse neanche quello. In fondo al prato si infilarono in un boschetto di canne morte, sbucarono sulla strada e tagliarono per il bosco dall'altra parte. Strinse più forte il polso del bambino. Corri, disse. Dobbiamo correre. Guardò verso la casa ma non riusciva a vedere nulla. Se quelli fossero scesi lungo il viale li avrebbero visti scappare in mezzo agli alberi. Questo è il momento. Questo è il momento. Si buttò a terra e tirò a sé il bambino. Shh, gli disse. Shh.
Ci ammazzeranno, papà?
Shh.

Rimasero stesi in mezzo alle foglie e alla cenere con il cuore che batteva all'impazzata. Lui stava per cominciare a tossire. Avrebbe voluto mettersi la mano davanti alla bocca, ma una gliela stringeva il bambino, e non l'avrebbe mollata, nell' altra teneva la pistola. Doveva concentrarsi per trattenere la tosse e al tempo stesso cercava di tendere l'orecchio. Ruotò il mento tra le foglie, tentando di vedere qualcosa. Sta' giù con la testa, sussurrò.
Stanno arrivando?
No

Strisciarono lentamente verso quello che sembrava un avvallamento. L'uomo rimase in ascolto stringendo a sé il bambino. Li sentiva parlare, sulla strada. La voce di una donna. Poi li sentì passare sulle foglie secche. Afferrò la mano del bambino e ci ficcò la pistola. Prendila, sussurrò. Prendila. Il bambino era terrorizzato. Lui lo abbracciò e lo tenne stretto. Era così magro. Non aver paura, gli disse. Se ti trovano lo devi fare. Hai capito? Shh. Non piangere. Mi ascolti? Lo sai come si fa. Te la metti in bocca e la punti in su. Veloce e deciso. Hai capito? Smettila di piangere. Hai capito?
Penso di sí.
No. Hai capito?
Sí.
Di' sí papà ho capito.
Sì papà ho capito.
Lui abbassò gli occhi e lo guardò. Vide solo terrore. Gli tolse la pistola. No che non hai capito, disse.
Non so cosa fare, papà. Non so cosa fare. Tu dove sarai? Stai tranquillo.
Non so cosa fare.
Shh. lo sono qui. Non ti lascio.
Me lo prometti?
Sí. Te lo prometto. Volevo scappare. Per cercare di distrarli. Ma non ti posso lasciare.
Papà?
Shh. Sta' giu.
Ho tanta paura.
Shh.

Rimasero a terra, in ascolto. Ce la farai? Quando sarà il momento? Quando sarà il momento non ci sarà tempo. È questo il momento. Bestemmia Dio e muori. E se si inceppa? Non può incepparsi. Ma se si inceppa? Saresti capace di fracassare quel cranio adorato con un sasso? C'è un essere simile, dentro di te? Di cui tu non sai nulla? Ci può essere? Tienilo stretto. Ecco, così. L'anima è un soffio. Abbraccialo. Bacialo. Svelto.

Aspettò. Con la piccola rivoltella nichelata in mano. Gli veniva da tossire. Si concentrò con tutto se stesso per trattenersi. Cercò di ascoltare ma non sentiva nulla. Non ti lascio, sussurrò. Non ti lascerò mai. Capito? Rimase steso sulle foglie, abbracciato al bambino tremante. Con la rivoltella stretta in mano. Per l'intera durata di quel lungo crepuscolo e anche quando fece buio. Notte fredda e senza stelle. Grazie a Dio. Cominciò a credere che avevano qualche chance. Dobbiamo solo aspettare, sussurrò. Un freddo. Cercava di pensare ma la mente non lo seguiva. Era così debole. Aveva parlato di scappare. Non era in grado di scappare. Quando l'oscurità fu assoluta aprì lo zaino e tirò fuori le coperte, le stese sopra il bambino e di lì a poco il bambino si addormentò.

Durante la notte sentì delle urla agghiaccianti che provenivano dalla casa e cercò di tappare le orecchie al bambino e dopo un po' le urla cessarono. Rimase sdraiato lì in ascolto. Mentre attraversavano il canneto, poco prima di sbucare sulla strada, aveva visto un riparo. Una specie di casetta da bambini. Capì che era dove si appostavano a sorvegliare la strada. Aspettavano stesi a terra e quando vedevano qualcuno facevano suonare la campana dentro la casa per chiamare i compagni. Si assopì e si risvegliò. Cos'è questo rumore? Passi sulle foglie. No. Solo il vento. Niente. Si alzò a sedere e guardò verso la casa ma vide soltanto buio. Svegliò il bambino. Forza, disse. Dobbiamo andare. Il bambino non rispose ma lui capì che era sveglio. Gli tolse le coperte e le assicurò allo zaino. Forza, sussurrò.
Si misero in cammino nel bosco buio. La luna era da qualche parte, sopra la coltre di cenere, e riuscivano appena a intravedere gli alberi. Barcollavano come ubriachi. Se ci trovano ci ammazzano, vero papà?
Shh. Basta parlare.
Vero, papà?
Shh. Sí. Sí, ci ammazzano.

Non aveva idea di dove stessero andando e la sua paura era che finissero per girare in tondo e tornare verso la casa. Cercò di ricordarsi se ne aveva sentito parlare o se era solo una leggenda. Da che parte tende a deviare chi si perde? Forse dipende dall'emisfero in cui ci si trova. O dall'essere destri o mancini. Alla fine se lo levò dalla testa. Il pensiero che ci potesse essere qualcosa da correggere. La sua testa lo stava tradendo. Fantasmi svaniti da millenni si destavano lentamente dal sonno. Ecco, prova a correggere questo. Il bambino non si reggeva più in piedi. Chiese di essere preso in braccio, incespicando e biascicando le parole, e appena lo tirò su si addormentò sulla sua spalla. Ma lui sapeva che non sarebbe riuscito a portarlo a lungo.

Si svegliò nel buio del bosco, in mezzo alle foglie, scosso dai brividi. Si mise a sedere e cercò il bambino a tastoni. Gli posò la mano sulle costole magre. Calore e movimento. Il cuore batteva.

Quando si svegliò di nuovo era quasi abbastanza chiaro da veder ci qualcosa. Si tolse la coperta di dosso, si alzò in piedi e per poco non cadde. Recuperò l'equilibrio e cercò di guardarsi intorno nel grigiore del bosco. Quanta strada avevano fatto? Arrivò in cima a una salita, si accovacciò e guardò nascere il giorno. L'alba timida, il mondo freddo e opaco. In lontananza, quella che sembrava una pineta, scorticata e nera. Un mondo incolore di fil di ferro e carta crespa. Tornò indietro, svegliò il bambino e lo fece sedere. La testa gli cascava continuamente in avanti. Dobbiamo andare, disse. Dobbiamo andare.

Lo prese in braccio e lo portò dall'altra parte del campo, fermandosi a riposarsi ogni cinquanta passi contati. Quando arrivò ai pini si inginocchiò e lo stese sul terriccio ghiaioso, lo avvolse nelle coperte e rimase seduto a guardarlo. Sembrava uscito da un campo di concentramento. Affamato, esausto, sconvolto dalla paura. Si chinò a dargli un bacio, si alzò e arrivò fino al margine opposto del boschetto e ne percorse l'intero perimetro per accertarsi che fossero al sicuro.

Al di là dei campi, verso sud, scorse il profilo di una casa e di una stalla. Oltre gli alberi, la curva di una strada. Un lungo vialetto di erba riarsa. Edera secca lungo un muro di pietra, una cassetta delle lettere e una staccionata lungo la strada, e oltre ancora, gli alberi morti. Gelidi e silenziosi. Avvolti in una nebbia di carbone. Tornò indietro e si mise a sedere accanto al bambino. Era stata la disperazione a indurlo a un gesto così sconsiderato, e sapeva che non poteva permettersi di rifarlo. Per nulla al mondo.

Il bambino non si sarebbe svegliato per ore. D'altra parte, in caso contrario si sarebbe spaventato a morte. Era successo altre volte. Pensò di svegliarlo lui, ma sapeva che se anche l'avesse fatto non se ne sarebbe ricordato. L'aveva abituato a restarsene acquattato nei boschi come un animale selvatico. Ma per quanto tempo? Alla fine si tolse la pistola dalla cintura, gliela posò accanto sotto le coperte, si alzò e si allontanò.

Raggiunse la stalla dalla collina sovrastante, fermandosi spesso a osservare e ascoltare. Scese in mezzo ai resti di un vecchio frutteto, ceppi di meli neri e deformi, erba secca alta fino al ginocchio. Indugiò sulla porta della stalla e tese l 'orecchio. Pallide lame di luce. Passò davanti ai box polverosi. Si fermò in ascolto al centro del locale ma non sentì nessun rumore. Sali la scala a pioli che portava al granaio ed era così debole che non sapeva se sarebbe arrivato in cima. Andò al finestrone che si apriva sul fondo e guardò la campagna sottostante, gli appezzamenti di terra morta e grigia, la staccionata, la strada.

Sul pavimento del granaio c'erano diverse balle di fieno; si accovacciò, raccolse una manciata di semi e cominciò a masticarli. Erano ruvidi, secchi e polverosi. Sicuramente contenevano qualche sostanza nutritiva. Si alzò e fece rotolare due balle fino al bordo del soppalco, poi le lasciò cadere di sotto. Due tonfi sordi e una nuvola di polvere. Tornò alla finestra e rimase lì in piedi a studiare la porzione di casa che riusciva a vedere oltre l 'angolo della stalla. Poi ridiscese la scala.

Sul prato fra la casa e la stalla non c'erano tracce di passaggio. Lo attraversò fino alla veranda. La zanzariera marcia e cascante. Una bicicletta da bambini. La porta della cucina era aperta. Attraversò la veranda e si fermò sulla soglia. Pannelli di compensato da quattro soldi curvati dall'umidità e penzolanti. Un tavolo di formica rosso. Andò ad aprire il frigorifero. Su uno dei ripiani c'era una cosa ricoperta da uno strato di npelo grigio. Richiuse la porta. Immondizia ovunque. Prese una scopa appoggiata nell'angolo e usò il manico per tastare tutto intorno. Salì in piedi sul bancone centrale e frugò alla cieca in mezzo alla polvere sopra gli armadietti. Una trappola per topi. Un pacchetto di qualcosa. Soffiò via la sporcizia. Era una polverina al gusto d'uva per farci le bibite. Se la infilò nella tasca del giaccone.  K
Perlustrò la casa stanza per stanza. Non trovò nulla. Un cucchiaio in un cassetto del comodino. Se lo mise in tasca. Sperava che ci fosse qualche vestito in un armadio o qualche coperta, invece niente. Tornò fuori e passò al garage. Rovistò fra gli attrezzi. Rastrelli. Una vanga. Su uno scaffale, barattoli di chiodi e bulloni. Un taglierino. Lo alzò verso la luce, vide che aveva la lama arrugginita e lo rimise a posto. Poi lo prese di nuovo. Tirò fuori un cacciavite da una latta di caffè e aprì il manico del taglierino. Dentro c'erano quattro lame di ricambio. Tolse quella vecchia e la posò sullo scaffale, la sostituì con una di quelle nuove e riavvitò il manico, ritrasse la lama e si infilò il taglierino in tasca. Poi riprese il cacciavite e si mise in tasca anche quello.

Tornò verso la stalla. Aveva un pezzo di stoffa e voleva raccoglierci i semi caduti dalle balle di fieno, ma quando arrivò sulla soglia si fermò ad ascoltare il vento. Un cigolio di latta da qualche parte sopra il tetto. Nella stalla aleggiava ancora l'odore delle vacche; pensò alle vacche e si ricordò che erano estinte. Ma era vero? Da qualche parte magari ne era rimasta una, che qualcuno nutriva e curava. Possibile? E cosa le davano da mangiare? E perché la tenevano in vita? Fuori dalla porta aperta l'erba secca frusciava nel vento. Usci e guardò oltre i campi, verso la pineta dove aveva lasciato il bambino addormentato. Cominciò a risalire il frutteto e poi si fermò di nuovo. Aveva calpestato qualcosa. Fece un passo indietro, si inginocchiò e separò i ciuffi d'erba con le mani. Era una mela. La raccolse e la guardò meglio. Dura, marrone e avvizzita. La pulì con il pezzo di stoffa e le diede un morso. Asciutta e quasi senza sapore. Ma pur sempre una mela. La mangiò tutta, semi compresi. Gli rimase il picciolo fra pollice e indice e lo buttò a terra. Poi proseguì cauto in mezzo all'erba. Aveva ancora i piedi avvolti nei brandelli di giacca e nei ritagli di plastica, si sedette e lì sbendò, si cacciò la fascia tura in tasca e costeggiò i filari a piedi nudi. Quando arrivò in fondo al frutteto aveva altre quattro mele, se le ficcò in tasca e fece dietrofront. Proseguì filare dopo filare finché non ebbe disegnato una specie di puzzle sull'erba. Aveva più mele di quante ne riuscisse a portare. Tastò con le mani tutto intorno ai tronchi e si riempi le tasche, ammucchiò mele nel cappuccio del parka e altre ancora se le portò in braccio, appoggiandosele al petto. Le rovesciò a terra sulla porta della stalla, si sedette e si fasciò di nuovo i piedi indolenziti.

Nello stanzino attaccato alla cucina aveva visto un vecchio cesto di vimini pieno di barattoli di vetro. Trascinò il cesto sul pavimento, tolse i barattoli e rovesciò fuori la sporcizia. Poi si interruppe. Cosa aveva visto? Il tubo della grondaia. Un graticcio. Il ghirigoro scuro di un rampicante morto che ci correva sopra come il grafico dell' andamento di un' azienda. Si rialzò, usci in cortile dalla porta della cucina e rimase lì a guardare la casa. Le finestre restituivano la luce grigia e anonima del giorno. Il tubo della grondaia scendeva lungo lo spigolo della veranda. Aveva ancora in mano il cesto, lo posò sull'erba e risalì i gradini. Il tubo era attaccato alla colonnina d'angolo e finiva in un serbatoio di cemento. Liberò il coperchio dall'immondizia e dai pezzi di zanzariera marcia. Rientrò in cucina a prendere la scopa, tornò fuori, spazzò il coperchio per bene, appoggiò la scopa nell'angolo e aprì il serbatoio. Dentro c'era una vaschetta piena di una fanghiglia umida e grigia scesa dal tetto, mescolata a foglie secche e ramoscelli. La tirò su e la posò a terra. Sotto c'era della ghiaia bianca. La spalò via con le mani. La vasca che emerse era piena di legna carbonizzata, interi rami e ramoscelli che rievocavano gli alberi stessi. Tolse anche quella. Sul fondo c'era una maniglia ad anello di ottone verdastro. Si allungò a prendere la scopa e spazzò via la cenere. Si vedevano le fessure dove le assi erano state segate. Spazzò ancora fino a pulirle per bene, si inginocchiò, infilò le dita nell'anello, sollevò il coperchio della botola e la spalancò. Là sotto, nell'oscurità, c'era una cisterna piena d'acqua così dolce che ne sentiva l'odore. Si stese a pancia in giù sul pavimento e allungò un braccio. Riusciva appena a toccarla. Si fece più avanti, si allungò a raccoglierne una manata, la annusò, la assaggiò e poi bevve. Rimase lì per un bel pezzo, portandosi l'acqua alla bocca una manata alla volta. Non ricordava di aver mai assaporato niente di più buono in vita sua.

Rientrò nello stanzino e tornò con due dei barattoli e un vecchio tegame di smalto azzurro. Pulì il tegame con il pezzo di stoffa, lo riempi d'acqua e ci lavò i barattoli. Poi ne immerse uno nella cisterna e lo tirò su, pieno e sgocciolante. L'acqua era limpidissima. Sollevò il barattolo per guardarlo in controluce. Solo un granello di sedimento che si muoveva in lente volute secondo qualche asse idraulico. Inclinò il barattolo e bevve, bevve lentamente ma nonostante ciò lo vuotò quasi del tutto. Rimase seduto lì con la pancia gonfia. Avrebbe potuto bere ancora, ma non lo fece. Versò l'acqua che restava dentro l'altro barattolo e lo sciacquò, poi li riempi entrambi, riabbassò il coperchio di legno della cisterna, si alzò e con le tasche piene di mele e i barattoli d'acqua si allontanò nei campi diretto alla pineta.

Era stato via più del previsto e fece del suo meglio per affrettare il passo, con l'acqua che sciabordava e gorgogliava nella sacca rattrappita del suo stomaco. Si fermò a riposare e riprese il cammino. Quando arrivò nel bosco sembrava che il bambino non si fosse neanche mosso; si inginocchiò, appoggiò con cautela i barattoli nel terriccio, raccolse la pistola, se la infilò alla cintura e rimase seduto a guardarlo.

Passarono il pomeriggio avvolti nelle coperte a mangiare mele. E a bere acqua dai barattoli. L'uomo tirò fuori il pacchetto di polverina al gusto d'uva, lo aprì, lo versò nel barattolo, mescolò e lo diede al bambino, che gli disse: Sei stato bravo, papà. Poi si mise a dormire mentre il bambino montava la guardia. Verso sera tirarono fuori le scarpe, se le infilarono e scesero alla fattoria a raccogliere le mele restanti. Riempirono d'acqua tre barattoli e li chiusero con dei coperchi che trovarono in una delle scatole recuperate dallo stanzino. Poi l'uomo avvolse tutto in una delle coperte, infilò il fagotto nello zaino e se lo caricò in spalla con le altre coperte legate sopra. Rimasero in piedi sulla porta a guardare la luce che calava sul mondo a ovest. Poi imboccarono il vialetto e si rimisero in viaggio lungo la strada.

Il bambino gli stava aggrappato al giaccone mentre lui si teneva sul bordo della strada e nel buio tastava l'asfalto con i piedi. In lontananza sentiva dei tuoni e dopo un po' davanti a loro apparvero anche dei deboli tremolii di luce. Tirò fuori il telo di plastica dallo zaino ma quel poco che ne rimaneva bastava appena a coprirli, e presto cominciò a piovere. Camminavano vicini, incespicando. Non c'era nessun posto dove andare. Si erano tirati su i cappucci ma i giacconi cominciavano a essere zuppi e pesanti. L'uomo si fermò in mezzo alla strada e cercò di sistemare meglio il telo. Il bambino tremava forte.
Tu stai gelando, vero?Sí.
Ma se ci fermiamo avremo ancora più freddo.
Io ho tantissimo freddo già adesso.
Cosa vuoi fare?
Ci possiamo fermare?
Sí. Va bene. Fermiamoci.

Fu la notte più lunga che riuscisse a ricordare in una serie infinita di notti simili. Si stesero sotto le coperte sul terreno bagnato al bordo della strada, con la pioggia che batteva sul telo di plastica, e lui tenne abbracciato il bambino che dopo un po' smise di tremare e si addormentò. I tuoni si allontanarono verso nord e poi tacquero e rimase solo la pioggia. Si addormentava a intermittenza; la pioggia diminuì e poi cessò. Pensò che non doveva essere neanche mezzanotte. Gli era tornata la tosse, che peggiorò fino a svegliare il bambino. L'alba non arrivava mai. Di tanto in tanto lui si alzava per guardare verso est e alla fine si fece giorno.

Uno dopo l 'altro attorcigliò i giacconi attorno al tronco di un alberello e li strizzò. Fece spogliare il bambino, lo avvolse in una coperta e mentre se ne stava lì tutto tremante strizzò anche i suoi vestiti e glieli restituì. Il suolo su cui avevano dormito era asciutto e si sedettero lì con la coperta sulle spalle a mangiare mele e bere acqua. Poi si rimisero in cammino lungo la strada, curvi, incappucciati e tremanti nei loro stracci come due frati mendicanti mandati a cercare elemosine.

Se non altro prima di sera erano asciutti. Studiarono i pezzi di cartina senza riuscire bene a capire dove fossero. Giunti in cima a una salita l'uomo tentò di orientarsi nella penombra del crepuscolo. Poi lasciarono la strada per un viottolo che si inoltrava nella campagna fino a un ponte sopra un torrente in secca. Scesero sul letto del torrente e si rannicchiarono sotto il ponte.
Possiamo accendere il fuoco?, disse il bambino.
Non abbiamo l'accendino.
Il bambino distolse lo sguardo.
Mi dispiace. Mi è caduto. Non te lo volevo dire.
Non fa niente.
Vedrai che trovo qualche pezzo di selce. Mi sto guardando attorno. E abbiamo ancora la bottiglietta di benzina.
Ok.
Hai tanto freddo?
Sto bene.
Il bambino si stese e gli appoggiò la testa in grembo. Dopo un po' disse: Quella gente la ammazzeranno, vero?
Sí.
Ma perché lo fanno?
Non lo so.
Se li mangeranno?
Non lo so.
Se li mangeranno, vero?
Sí.
E noi non li potevamo aiutare altrimenti avrebbero mangiato pure noi.
Sí.
Per questo non li potevamo aiutare.
Sí.
Ok.

Attraversarono cittadine dove i cartelloni pubblicitari erano scarabocchiati di messaggi che avvertivano di tenersi alla larga. I cartelloni erano stati imbiancati con sottili strati di vernice per poterci scrivere sopra, e sotto la vernice si intravedeva ancora la pubblicità sbiadita di prodotti che non esistevano più. Si sedettero al bordo della strada e mangiarono le ultime mele.
Cosa c'è?, disse l'uomo.
Niente.
Vedrai che troveremo qualcosa da mangiare. Lo troviamo sempre.
Il bambino non rispose. L'uomo lo guardò.
C'è dell'altro, vero?
Non importa.
Dimmelo.
Il bambino si voltò verso la strada.
Voglio che me lo dici. Non c'è niente di male.
Il bambino scosse la testa.
Guardami, disse.
Il bambino si voltò a guardarlo. Sembrava che avesse pianto.
Dimmelo, forza.
Noi non mangeremmo mai nessuno, vero?
No. Certo che no.
Neanche se stessimo morendo di fame?
Stiamo già morendo di fame.
Hai detto che non era così.
Ho detto che non stavamo morendo. Non che non stavamo morendo di fame.
Ma comunque non mangeremmo le persone.
No. Non le mangeremmo.
Per niente al mondo.
No. Per niente al mondo.
Perché noi siamo i buoni.
Sí.
E portiamo il fuoco.
E portiamo il fuoco. Sí.
Ok.

In un fosso trovò dei pezzi di selce, ma alla fine si rivelò più facile sfregare le pinze sul bordo di un sasso alla cui base aveva ammucchiato un po' di legnetti imbevuti di benzina. Altri due giorni. Poi tre. Stavano veramente morendo di fame. La campagna era stata ripulita, saccheggiata, devastata. Depredata fino all'ultima briciola. Di notte faceva un freddo senza pari ed era buio come dentro una bara, e il lento arrivo del mattino era accompagnato da un silenzio terribile. Come un'alba prima della battaglia. La pelle cerea del bambino ormai era quasi trasparente. Gli occhioni grigi e sbarrati gli davano un' aria da alieno.
 L'uomo cominciava a pensare che fossero a un passo dalla morte e che avrebbero dovuto cercarsi un posto dove nessuno li potesse trovare. A volte, mentre guardava il bambino dormire, gli capitava di scoppiare in un pianto incontrollabile, ma non era il pensiero della morte. Non sapeva bene cosa fosse però gli sembrava che avesse a che fare con la bellezza o la bontà. Cose a cui non aveva più modo di pensare. Si acquattarono in un bosco lugubre e bevvero l'acqua di uno stagno filtrata con uno straccio. In sogno vide il bambino steso su un tavolo di obitorio e si svegliò inorridito. Quello che riusciva a sopportare di giorno di notte diventava insopportabile, e rimase sveglio per paura che l'incubo si ripresentasse.

Rovistarono fra le rovine carbonizzate di case in cui un tempo non avrebbero messo piede. Un cadavere che galleggiava nell'acqua nera di una cantina in mezzo ai rifiuti e alle tubature arrugginite. L'uomo si fermò dentro un salotto parzialmente incenerito e aperto al cielo. Le assi deformate dall'acqua inclinate verso il giardino. Volumi fradici sugli scaffali di una libreria. Ne prese uno, lo aprì e lo rimise a posto. Tutto era umido. Marcescente. In un cassetto trovò una candela. Non c'era modo di accenderla. Se la mise in tasca. Usci fuori nella luce livida, rimase lì in piedi e per un attimo vide l'assoluta verità del mondo. Il moto gelido e spietato della terra morta senza testamento. L'oscurità implacabile. I cani del sole nella loro corsa cieca. Il vuoto nero e schiacciante dell'universo. E da qualche parte due animali braccati che tremavano come volpacchiotti nella tana. Un tempo e un mondo presi in prestito e occhi presi in prestito con cui piangerli.

Ai margini di una cittadina si sedettero a riposare nell'abitacolo di un camion, lo sguardo oltre il parabrezza lavato dalle piogge recenti. Un leggero velo di cenere. Esausti. Sul bordo della strada un altro cartello che metteva in guardia contro il pericolo di morte, le lettere sbiadite dagli anni. L'uomo quasi sorrise. Riesci a leggere quel che c'è scritto lì?, disse.
Sí.
Non farci caso. Qui non c'è nessuno.
Sono tutti morti?
Mi sa di sí.
Vorrei che quel bambino fosse qui con noi.
Andiamo, disse l'uomo.

Adesso faceva sogni floridi da cui detestava svegliarsi. Cose che il mondo non conosceva più. Il freddo lo spingeva ad alzarsi per riattizzare il fuoco. Ricordi di lei che attraversava il giardino diretta alla casa di prima mattina, con una sottile camicia da notte rosa che le aderiva al seno. Pensava che ogni ricordo evocato non poteva che violare le proprie origini. Come in un gioco di società. Di' una parola e passala al vicino. Quindi bisognava essere parsimoniosi. Ciò che si altera ricordando ha comunque una sua realtà, che la si conosca o meno.

Vagarono per le strade avvolti nelle coperte luride. L'uomo teneva la pistola alla vita e il bambino per mano. All'estrema periferia della città si imbatterono in una casa isolata in mezzo a un campo; la raggiunsero, entrarono e passarono da una stanza all'altra. Si videro riflessi in uno specchio e lui quasi alzò la pistola. Papà, siamo noi, disse il bambino. Siamo noi.

Affacciato alla porta sul retro l'uomo guardò i campi e la strada oltre i campi e lo squallore della campagna oltre la strada. Nel patio c'era un grosso barbecue costruito con un barile di latta da duecento litri tagliato longitudinalmente con la fiamma ossidrica e fissato a una struttura di ferro fuso. Nel giardino qualche albero morto. Una staccionata. Un casotto di lamiera per gli attrezzi. Si scosse di dosso la coperta e ci avvolse le spalle del bambino.
Voglio che mi aspetti qui.
Voglio venire con te.
Vado solo fin lì a dare un' occhiata. Tu stai seduto qua. Farò in modo di rimanere in vista, te lo prometto.

Attraversò il giardino e aprì la porta, sempre con la pistola in mano. Era una specie di rimessa per il giardinaggio. Pavimento in terra battuta. Scaffali di metallo con qualche vaso di plastica. Il tutto coperto di cenere. In un angolo c'erano vari attrezzi. Un tosaerba. Sotto la finestra una panca di legno e accanto un armadietto di metallo. Aprì l'armadietto. Vecchi cataloghi. Pacchetti di semi. Begonie. Campanule. Se li ficcò in tasca. Per cosa? Sull'ultimo scaffale c'erano due confezioni di olio per motori; si infilò la pistola alla cintura, si allungò a prenderle e le posò sulla panca. Erano molto vecchie, fatte di cartone con le estremità di metallo. Il cartone era imbevuto d'olio ma sembravano ancora piene. Fece un passo indietro e guardò fuori dalla porta. Il bambino era seduto sui gradini della veranda avvolto nelle coperte e lo teneva d'occhio. Quando si girò vide una tanica di benzina nell'angolo dietro la porta. Sapeva che dentro non poteva esserci della benzina, tuttavia quando la inclinò con un piede e la riportò in posizione verticale si sentì un leggero sciacquio. La sollevò, la portò fino alla panca e tentò senza riuscirci di svitare il tappo. Tirò fuori le pinze dalla tasca del giaccone, aprì le ganasce e fece un tentativo. Il tappo ci entrava giusto giusto. Lo svitò, lo appoggiò sulla panca e annusò la tanica. Odore acre. Roba vecchia di anni. Ma era benzina, e sarebbe bruciata. Riavvitò il tappo e si rimise le pinze in tasca. Si guardò intorno in cerca di un recipiente più piccolo ma non ce n'erano. Aveva fatto male a buttare via la bottiglia. Controlla in casa.

Mentre attraversava il prato si sentì svenire e dovette fermarsi. Si chiese se fosse perché aveva annusato la benzina. Il bambino lo stava guardando. Quanti giorni mancavano alla morte? Dieci? Non molti di più. Non riusciva a pensare. Perché si era fermato? Si girò e abbassò gli occhi sull'erba. Fece dietrofront. Sondando il terreno coi piedi. Si fermò e si voltò di nuovo. Poi tornò alla rimessa. Ne usci con una vanga che piantò nel terreno nel punto in cui si era fermato. La lama sprofondò per metà e si bloccò con un suono sordo, di legno. L'uomo cominciò a spalare via la terra.

Andava lento. Dio, quanto era stanco. Si appoggiò alla vanga. Alzò la testa e guardò il bambino. Era seduto come prima. Tornò al suo lavoro. Di lì a poco fu costretto a fare una pausa a ogni palata. Alla fine quello che venne fuori era un pezzo di compensato coperto di cartonfeltro isolante. L'uomo spalò lungo i bordi. Una botola suppergiù di un metro per due. A un'estremità c'era una serratura con un lucchetto avvolto in una busta di plastica chiusa con lo scotch. Si fermò a riposare appoggiato al manico della vanga, con la fronte nella piega del braccio. Quando rialzò gli occhi il bambino era in piedi nell'erba, a pochi passi da lui. Era molto spaventato. Papà, non aprirla, sussurrò.
É tutto a posto.
Ti prego, papà. Ti prego.
É tutto a posto.
Non è vero.
Il bambino si teneva i pugni chiusi al petto e saltellava per la tensione. L'uomo lasciò la vanga e lo prese tra le braccia. Vieni, gli disse. Andiamoci a sedere sulla veranda e riposiamoci un attimo.
Poi possiamo andarcene ?
Intanto riposiamoci un attimo.
Ok.
Si sedettero a guardare il giardino avvolti nelle coperte. Rimasero così a lungo. L'uomo cercò di spiegare al bambino che non c'era nessuno sepolto là sotto ma lui si mise a piangere. Tanto da indurlo a pensare che forse aveva ragione.
Stiamo seduti qui e basta, disse. Non c'è neanche bisogno che parliamo.
Ok.

Fecero di nuovo il giro della casa. L'uomo trovò una bottiglia di birra e una vecchia tenda stracciata, strappò un pezzo di stoffa e lo ficcò dentro il collo della bottiglia aiutandosi con una stampella di fil di ferro. Questa è la nostra nuova lampada, disse.
E come facciamo ad accenderla?
Nella rimessa ho trovato un po' di benzina. E un po' d'olio. Ti faccio vedere.
Ok.
Vieni qui, disse l'uomo. È tutto sotto controllo. Fidati.
Ma quando si chinò a guardarlo in faccia sotto il cappuccio formato dalla coperta temette seriamente che qualcosa fosse andato perso, e che sarebbe stato impossibile riparare il danno.

Uscirono e attraversarono il giardino fino alla rimessa. L'uomo posò la bottiglia sulla panca, prese un cacciavite e bucò una delle confezioni d'olio, poi ci fece un secondo foro più piccolo in modo da poterla svuotare più rapidamente. Tirò fuori lo stoppino dalla bottiglia e la riempi più o meno per metà di quell'olio vecchio e senza additivi, denso e gelido per il freddo, che ci mise un sacco di tempo a scendere. Svitò il tappo della tanica di benzina e con uno dei pacchetti dei semi fabbricò un piccolo imbuto di carta, versò un po' di benzina nella bottiglia, chiuse l'imboccatura con il pollice e agitò. Poi ne versò qualche altra goccia su un piatto di ceramica, prese il brandello di stoffa e lo ficcò di nuovo dentro la bottiglia con il cacciavite. Tirò fuori dalla tasca un pezzo di selce, prese la pinza e batté la selce contro la ganascia zigrinata. Fece un paio di tentativi, poi smise e versò altra benzina nel piatto. Può darsi che faccia una fiammata, disse. Il bambino annuì. A forza di sfregare qualche scintilla finì nel piatto e le fiamme divamparono con un sibilo sommesso. L'uomo afferrò la bottiglia, la inclinò, accese lo stoppino e spense il fuoco soffiandoci sopra. Poi passò la bottiglia fumante al bambino. Ecco, disse. Reggi questa.
Cosa facciamo?
Tieni la mano davanti alla fiamma. Non farla spegnere. Si rialzò in piedi e sfilò la pistola dalla cintura. Questa botola sembra uguale a quell'altra, disse. E invece non lo è. Lo so che hai paura. Ma va tutto bene. Secondo me là sotto potrebbero esserci delle cose e dobbiamo dare un'occhiata. Non abbiamo un altro posto dove andare. Questo è quanto. Voglio che mi aiuti. Se non ti va di reggere la lampada dovrai tenere la pistola.
Reggo la lampada.
Ok. É così che fanno i buoni. Continuano a provarci. Non si arrendono mai.
Ok.
Condusse il bambino nel prato seguendo il fumo nero della lampada. Si infilò la pistola alla cintura, raccolse la vanga e cominciò a battere sulla serratura per scardinarla. Ci infilò un angolo della lama e riuscì a sollevarla appena, poi si inginocchiò, la prese con le mani, la tirò e la torse fino a staccarla e la buttò nell'erba. Incuneò la vanga sotto lo sportello della botola, ci infilò le dita, si alzò in piedi e lo sollevò. Il terriccio rotolò giù per le assi. Lanciò un' occhiata al bambino. Tutto bene?, disse. Il bambino annuì senza aprire bocca, sempre tenendo la lampada davanti a sé. L'uomo spalancò lo sportello della botola e lo lasciò cadere sull'erba. Delle scale rudimentali costruite con pannelli cinque per venti scendevano nell'oscurità. Tolse la lampada al bambino, cominciò a scendere ma poi si voltò e si chinò a baciarlo sulla fronte.
 Le pareti del bunker erano fatte di blocchi di calcestruzzo. A terra, una colata di cemento coperta di piastrelle da cucina. Contro le pareti c'erano due brandine di ferro con le molle a vista, il materassino arrotolato ai piedi di ciascuna come si usa nell' esercito. L'uomo si voltò a guardare il bambino rannicchiato sopra di lui, che batteva le palpebre per il fumo della lampada, poi fece gli ultimi scalini, si accovacciò e rischiarò lo spazio davanti a sé. Oh mio Dio, sussurrò. Oh mio Dio.
Papà, cosa c'è?
Vieni. Oh mio Dio. Vieni qui.

Casse su casse di cibo in scatola. Pomodori, pesche, fagioli, albicocche. Salumi in scatola. Carne affumicata. Centinaia di litri d'acqua in taniche da quaranta litri. Tovaglioli, carta igienica, piatti di carta. Sacchi dell'immondizia pieni di coperte. Si portò una mano alla fronte. Oh mio Dio, disse. Si voltò verso il bambino. Va tutto bene, disse. Vieni qui.
Papà?
Vieni qui. Vieni a vedere.
Posò la lampada sulle scale, tornò di sopra e prese il bambino per mano. Avanti, disse. É tutto a posto.
Cos'hai trovato?
Ho trovato tutto. Tutto. Non puoi immaginare. Lo guidò giù per le scale, recuperò la bottiglia e tenne la fiamma bene in alto. Ci vedi?, disse. Ci vedi?
Cos'è tutta questa roba, papà?
E roba da mangiare. Riesci a leggere?
Pere. Quella lì dice pere.
Sí. Sí, infatti. Proprio così.

Il soffitto era alto quel tanto che bastava per poterci stare in piedi. Si chinò per passare sotto una lampada con un paralume di metallo verde appesa a un gancio. Tenendosi per mano costeggiarono le file di scatoloni con le scritte pantografate. Chili, mais, stufato, minestra, sugo per la pasta. La ricchezza di un mondo scomparso. Perché sta qui questa roba?, chiese il bambino. É vera?
Oh sì. É tutta vera.
L'uomo tirò giù uno degli scatoloni, lo aprì con le mani e ne estrasse una scatoletta di pesche. Sta qui perché delle persone hanno pensato che forse ne avrebbero avuto bisogno.
Ma non hanno fatto in tempo a usarla.
No, infatti.
Sono morti prima.
Sí.
E va bene che la prendiamo noi?
Sí, va bene. Loro sarebbero contenti. Proprio come noi al posto loro.
Erano buoni?
Si, erano buoni.
Come noi.
Come noi. Esatto.
Quindi va bene.
Si. Va bene.

In una cassetta c'erano coltelli e utensili di plastica, argenteria e cose per la cucina. Un apriscatole. Varie torce elettriche che non funzionavano. Trovò una scatola di batterie e pile e le esaminò con attenzione. Erano quasi tutte corrose e impiastricciate di acido ma alcune sembravano a posto. Alla fine riuscì ad accendere una delle torce, la mise sul tavolo e con un soffio spense la fiamma fumosa della lampada. Strappò un'aletta dello scatolone aperto e la usò per sventolare via il fumo, poi salì le scale, chiuse la botola e si voltò a guardare il bambino. Cosa ti andrebbe per cena?, disse.
Pere.
Ottima scelta. E pere siano.
Prese due ciotole di carta da una pila imballata nella plastica e le posò sul tavolo. Srotolò i materassini e li stese sulle brandine in modo da potercisi sedere, aprì il cartone delle pere, ne tirò fuori una scatoletta e la posò sul tavolo, bucò il coperchio con l 'apriscatole e cominciò a girare la rotella. Guardò il bambino. Era seduto in silenzio sulla brandina, ancora avvolto nella coperta, e osservava la scena. L'uomo pensò che probabilmente non ci credeva ancora del tutto. Da un momento all'altro si sarebbero potuti risvegliare nel bosco buio e umido. Queste saranno le pere migliori che tu abbia mai assaggiato, disse. Le migliori. Adesso sentirai.

Seduti l'uno di fianco all'altro mangiarono la scatoletta di pere. Poi ne mangiarono una di pesche. Leccarono il cucchiaino, inclinarono le ciotole e bevvero quello sciroppo denso e zuccheroso. Si guardarono.
Un'altra.
Non vorrei che poi stessi male.
Non starò male.
È da tanto che non mangi.
Lo so.
Ok.

Mise il bambino a dormire sulla brandina, gli accarezzò i capelli lerci sul cuscino e gli rimboccò le coperte. Quando sali le scale e aprì la botola fuori era quasi buio. Andò in garage, prese lo zaino e tornò indietro; diede un'ultima occhiata in giro, scese qualche gradino, richiuse la botola e incastrò una delle branche d'acciaio delle pinze dentro il massiccio occhiello della serratura. La luce della torcia elettrica già cominciava ad affievolirsi e lui cercò fra le provviste finché non trovò delle casse di nafta in latte da tre litri. Tirò fuori una latta, la appoggiò sul tavolo, svitò il tappo e ruppe il sigillo di metallo con un cacciavite. Poi staccò la lampada dal gancio sul soffitto e la riempi. Aveva già trovato una scatola di plastica piena di accendini, ne usò uno per accendere la lampada, regolò la fiamma e la riappese. Poi si sedette sulla sua brandina.

Mentre il bambino dormiva cominciò a ispezionare metodicamente le scorte. Vestiti, maglioni, calzini. Un catino di acciaio inossidabile e alcune saponette. Dentifricio e spazzolini. In fondo a un grosso contenitore di plastica pieno di bulloni, viti e ferraglia di vario tipo trovò due manciate di krugerrand d'oro in un sacchetto di stoffa. Le tirò fuori e se le rigirò fra le dita, le guardò, poi le rimise a posto e ripose il contenitore sullo scaffale.

Frugò dappertutto, spostando scatoloni e casse da un lato all'altro della stanza. C'era una porticina di metallo che dava in un secondo ambiente dove erano conservate le taniche di benzina. In un angolo c'era un gabinetto chimico. Nel muro si aprivano condotti di aerazione coperti da grate metalliche, e a terra correvano delle canaline di scolo. Nel bunker faceva sempre più caldo e lui si era tolto il giaccone. Ispezionò ogni cosa. Trovò una scatola di cartucce .45 ACP e tre scatole di pallottole da fucile .30-30. Ma niente armi. Prese la torcia a batteria e percorse tutta la stanza in cerca di qualche scomparto segreto nei muri. Dopodiché si sedette sul letto a mangiare un pezzo di cioccolata. Lì di pistole non ce n'erano e non ne sarebbero saltate fuori.

Quando si svegliò la lampada a petrolio sul soffitto sibilava leggermente. La luce illuminava le pareti del bunker, gli scatoloni e le casse. Là per là non capì dove fosse. Era steso con il giaccone buttato addosso. Si alzò a sedere e guardò il bambino che dormiva sull'altra brandina. Si era tolto le scarpe ma non ricordava neppure questo, le raccolse da sotto il letto, se le infilò, salì le scale, tolse le pinze dalla serratura, sollevò il coperchio della botola e sbirciò fuori. Prima mattina. Guardò la casa e poi verso la strada e stava per riabbassare lo sportello ma si fermò. La luce, livida e indistinta, proveniva da ovest. Avevano dormito per tutta la notte e gran parte del giorno dopo. Richiuse la botola, la bloccò di nuovo, scese le scale e si sedette sulla brandina. Guardò le provviste che lo circondavano. Si era preparato a morire e ora che non sarebbe più morto ci doveva riflettere su. Chiunque avrebbe potuto vedere la botola in mezzo al prato e capire immediatamente che cos'era. Doveva pensare al da farsi. Adesso non si trattava di nascondersi nei boschi. Era tutta un' altra faccenda. Alla fine si alzò, andò al tavolo e collegò a una bombola il fornelletto da campo a due fuochi, tirò fuori una padella e una teiera e aprì la cassetta con gli utensili da cucina.

Il bambino fu svegliato dal rumore di lui che macinava il caffè con un piccolo macinino a manovella. Si alzò a sedere e si guardò intorno. Papà?, disse.
Ciao. Hai fame?
Devo andare al bagno. Mi scappa la pipì.
L'uomo indicò con la spatola la bassa porta di metallo. Non sapeva come si usasse quel gabinetto ma lo avrebbero usato ugualmente. Lì non ci sarebbero rimasti a lungo, e comunque non aveva intenzione di aprire e chiudere la botola più dello stretto necessario. Il bambino gli passò accanto, coi capelli appiccicosi di sudore. E lì che c'è?, disse.
Caffè. Prosciutto. Focaccine.
Wow, fece il bambino.

Trascinò un armadietto basso sul pavimento e lo piazzò fra le due brandine, lo coprì con un tovagliolo e ci dispose sopra piatti, tazze e posate di plastica. Portò in tavola una ciotola di focaccine coperte con uno strofinaccio, un piatto di burro e una confezione di latte condensato. Sale e pepe. Guardò il bambino: sembrava sotto l'effetto di qualche droga. Tolse la padella dal fuoco e gli mise nel piatto una forchettata di prosciutto abbrustolito, ci aggiunse qualche cucchiaio di uova strapazzate, una bella porzione di fagioli in scatola e versò il caffè nelle tazze. Il bambino lo guardò.
Forza, gli disse lui. Che sennò si fredda.
Cosa devo mangiare per primo?
Quello che ti pare.
Questo è caffè?
Sí. Tieni. Spalmati il burro sulle focaccine. Così.
Ok.
Va tutto bene?
Non lo so.
Ti senti bene?
Si.
Allora cosa c'è?
Secondo te dovremmo ringraziare questi signori?
Quali signori?
I signori che ci hanno regalato tutte queste cose.
Be'. In effetti potremmo ringraziarli.
Lo fai tu?
E perché non tu? Non so come si fa.
Si che lo sai. Lo sai come si fa a dire grazie.
Il bambino rimase seduto a fissare il piatto. Sembrava smarrito. L'uomo stava per parlare quando il bambino disse: Cari signori, grazie per le cose da mangiare e tutto il resto. Sappiamo che le avevate messe da parte per voi, e se voi ci foste ancora noi non mangeremmo niente, neanche se stessimo morendo di fame, e ci dispiace che non siate riusciti a mangiare queste cose ma speriamo che siate sani e salvi in Paradiso vicino a Dio.
Alzò gli occhi. Così va bene
Sì. Direi che va bene.

Il bambino da solo nel bunker non ci voleva restare. Fece avanti e indietro sul prato seguendo l'uomo che portava le taniche di plastica piene d'acqua fino al bagno sul retro della casa. Presero anche il fornelletto e un paio di pentole, l'uomo scaldò l'acqua, la versò nella vasca e ci aggiunse altra acqua direttamente dalle taniche. Impiegò un sacco di tempo, ma voleva che fosse bella calda. Quando la vasca fu quasi piena il bambino si spogliò, entrò nell'acqua tremando e si mise seduto. Scheletrico, lercio e indifeso. Si teneva le spalle. L'unica luce che c'era proveniva dal cerchio di dentini blu del fornello acceso. Che te ne pare?, disse l'uomo.
Finalmente un po' di tepore.
Finalmente un po' di tepore?
Sí.
E questa dove l'hai sentita?
Non lo so.
Ok. Finalmente un po' di tepore.

Gli lavò i capelli sporchi e aggrovigliati e lo strofinò con il sapone e le spugne. Aprì lo scarico per far defluire l'acqua lurida, lo sciacquò con acqua pulita riscaldata nella pentola, lo avvolse tremante in un asciugamano e poi in una coperta. Gli pettinò i capelli e lo guardò. Fumava di vapore. Ti senti bene?, gli chiese.
Ho freddo ai piedi.
Devi aspettare che mi lavo io.
Sbrigati.
L'uomo si lavò, poi usci dalla vasca e versò del detersivo nell' acqua del bagno e ci immerse i jeans puzzolenti suoi e del bambino, aiutandosi con uno sturalavandini. Sei pronto? disse.
Sí.
Abbassò la fiamma del fornello finché non si spense sputacchiando, poi accese la torcia e la appoggiò per terra. Si sedettero sul bordo della vasca e si rimisero le scarpe. L'uomo passò al bambino la pentola e il sapone, prese il fornello e la bombola del gas e la pistola e avvolti nelle coperte riattraversarono il giardino fino al bunker.

Si sedettero su una brandina e si misero a giocare a scacchi, con indosso maglioni e calzini nuovi e infagottati nelle nuove coperte. L'uomo aveva acceso una stufetta a gas e bevvero Coca-Cola in tazze di plastica, e dopo un po' lui tornò nella casa, strizzò i jeans, li riportò di sotto e li stese ad asciugare.
Papà, per quanto tempo possiamo restare qui?
Non tanto.
Cioè quanto?
Non lo so. Magari ancora un giorno. Al massimo due.
Perché è pericoloso.
Si.
Tu credi che ci troveranno?
No. Non ci troveranno.
Però potrebbero trovarci.
No invece. Non ci troveranno.

Più tardi, quando il bambino si fu addormentato, l'uomo tornò alla casa e trascinò alcuni mobili sul prato. Poi trascinò fuori anche un materasso e lo stese sopra la botola e da dentro lo tirò bene sopra il compensato e riabbassò con attenzione lo sportello, in modo che il materasso lo coprisse del tutto. Come trovata non era granché, ma sempre meglio di niente. Mentre il bambino dormiva si mise seduto sulla brandina e alla luce della lampada tagliuzzò e limò un rametto con il coltello fino a ottenere delle pallottole finte, provò a infilarle nei fori vuoti del tamburo e le limò ancora. Ne appuntò le estremità e le levigò con del sale, poi le ricoprì di fuliggine finché non assunsero il colore del piombo. Quando ebbe finito con tutte e cinque le infilò nel tamburo, lo richiuse, girò la pistola e la guardò. Anche da così vicino sembrava proprio che fosse carica. La mise da parte e si alzò per tastare le gambe dei jeans fumanti sopra la stufetta.

Aveva conservato il pugno di bossoli vuoti della pistola ma erano spariti insieme a tutto il resto. Se li sarebbe dovuti tenere in tasca. Aveva perfino perso l'ultimo. Pensò che forse avrebbe potuto ricaricarli con le cartucce ·45. Probabilmente gli inneschi ci sarebbero entrati, se fosse riuscito a tirarli fuori senza rovinarli. Avrebbe potuto raschiare le pallottole e ridurle a misura con il taglierina. Si alzò e fece un'ultima ispezione delle scorte. Poi abbassò la fiamma fino a spegnerla, diede un bacio al bambino e si infilò nella propria brandina sotto le coperte pulite; lanciò un ultimo sguardo a quel minuscolo paradiso che tremolava nella luce arancio ne della stufetta e si addormentò.

La città era abbandonata da anni ma ne percorsero le strade ingombre di rifiuti con grande circospezione, tenendosi per mano. Superarono un cassonetto in cui un tempo qualcuno aveva cercato di bruciare dei cadaveri. Non fosse stato per la forma dei crani, la carne e le ossa carbonizzate sotto la cenere umida sarebbero potute passare inosservate. Non si sentiva più nessun odore. In fondo alla strada c'era un supermercato e in una delle corsie ingombre di scatoloni vuoti trovarono tre carrelli. L'uomo li esaminò e ne staccò uno dagli altri, si accovacciò e fece girare le ruote, poi si rialzò e lo spinse avanti e indietro tra gli scaffali.
Ne potremmo prendere due, disse il bambino.
No.
Uno lo posso spingere io.
Tu sei l'esploratore. Quello che deve stare sempre all'erta.
E come facciamo con tutta la roba?
Dovremo prendere solo quello che riusciamo a trasportare.
Secondo te arriverà qualcuno?
Sì. Prima o poi.
Avevi detto che non sarebbe arrivato nessuno.
Non intendevo mai.
Mi piacerebbe vivere qui.
Lo so.
Potremmo stare all'erta.
Già ci stiamo, all'erta.
E se quelli che arrivano sono dei buoni?
Be', non mi sembra molto probabile che sulla strada circolino dei buoni.
Anche noi siamo sulla strada.
Lo so.
Se uno sta all'erta tutto il tempo significa che ha sempre paura?
Mah. Direi che all'inizio bisogna avere paura per mettersi all'erta. Per decidere di essere prudenti. Guardinghi.
Ma per il resto del tempo non si ha paura? Per il resto del tempo?
Eh.
Non lo so. Forse bisognerebbe sempre stare all'erta. Visto che i guai capitano quando meno te li aspetti, forse sarebbe bene aspettarseli sempre.
Tu te li aspetti sempre, papà?
Sì. Anche se qualche volta magari mi dimentico di stare all'erta.

Fece sedere il bambino sull'armadietto, sotto la lampada a petrolio, e con un pettine di plastica e un paio di forbici cominciò a tagliargli i capelli. Cercò di fare un bel lavoro e gli ci volle parecchio tempo. Quando ebbe finito gli levò di dosso l'asciugamano, raccolse da terra i capelli dorati, gli pulì il viso e le spalle con un panno umido e gli porse uno specchio per guardarsi.
Hai fatto un bel lavoro, papà.
Bene.
Sembro proprio magro.
Sei proprio magro.
Poi si tagliò anche i suoi di capelli, ma non vennero altrettanto bene. Si accorciò la barba con le forbici mentre l'acqua era a scaldare sul fuoco e completò l'opera con un rasoio di sicurezza. Il bambino stava a guardare. Quando ebbe finito si studiò allo specchio. Sembrava che non avesse più il mento. Si voltò verso il bambino. Come sto? Il bambino piegò la testa da un lato. Non lo so, disse. Non avrai freddo?
 Consumarono una lussuosa cena a lume di candela. Prosciutto, fagioli verdi e purè di patate con focaccine e sugo di carne. L'uomo aveva trovato quattro bottiglie di whiskey sigillate, ancora nei sacchetti di carta del negozio, e ne bevve un po' allungandolo con l'acqua. Gli fece girare la testa dopo pochi sorsi e non finì neppure il bicchiere. Per dessert mangiarono biscotti con sopra panna e pesche sciroppate e bevvero del caffè. I piatti e le posate di carta li buttò in un sacchetto per la spazzatura. Poi giocarono un po' a scacchi e per finire mise a letto il bambino.

Durante la notte fu svegliato dal ticchettio smorzato della pioggia sul materasso sopra lo sportello della botola. Pensò che doveva piovere forte se riusciva addirittura a sentire il rumore. Si alzò e sali le scale munito di torcia, aprì la botola e illuminò ogni angolo del giardino. Il prato era già allagato e pioveva a catinelle. Richiuse la botola. Era entrata un po' d'acqua e ora sgocciolava lungo le scale, ma il bunker in sé sembrava a tenuta stagna. Andò a vedere come stava il bambino. Era madido di sudore, gli tolse una coperta e gli fece vento sul viso, poi abbassò la stufetta e tornò a letto.

Quando si svegliò di nuovo gli sembrò che non piovesse più. Ma non era stato quello a svegliarlo. In sogno gli erano apparse delle creature che non aveva mai visto prima. Non parlavano. Gli sembrava che si fossero acquattate accanto alla brandina mentre dormiva e che al suo risveglio si fossero dileguate. Si voltò a guardare il bambino. Forse per la prima volta, capì che ai suoi occhi lui era un alieno. Un essere venuto da un pianeta che non esisteva più. Le storie che raccontava erano sospette. Non poteva ricostruire il mondo perduto per compiacerlo senza trasmettergli anche il dolore della perdita, e pensò che forse il bambino lo sapeva meglio di lui. Cercò di mettere a fuoco il sogno ma non ci riuscì. Ne conservava solo la sensazione. Forse quelle creature erano venute a metterlo in guardia. Su cosa? Sul fatto che non poteva riaccendere nel cuore del bambino ciò che era ormai cenere nel suo. Anche ora, una parte di lui rimpiangeva di aver trovato quel rifugio. Una parte di lui continuava a desiderare la fine.

Controllò che la valvola della bombola fosse chiusa, piazzò il fornello da campo sull'armadietto, si sedette e cominciò a smantellarlo. Svitò il pannello inferiore, smontò le piastre dei fuochi e con una piccola chiave a mezzaluna staccò i due beccucci del gas. Rovesciò il contenitore di plastica coi bulloni, ne scelse uno che entrasse nella filettatura alla base del beccuccio e ce lo avvitò ben bene. Lo collegò al flessibile della bombola e tenne il piccolo beccuccio in lega sul palmo della mano, minuscolo e leggero. Appoggiò il pezzo sull'armadietto e andò a buttare il resto del fornello nell'immondizia, poi sali le scale per vedere che tempo faceva. Il materasso sopra la botola aveva assorbito una gran quantità di acqua e lo sportello era difficile da sollevare. Reggendolo con le spalle, guardò fuori. Una giornata piovigginosa. Impossibile stabilire che ora fosse. Guardò la casa e poi la campagna grondante, richiuse la botola, scese le scale e si mise a preparare la colazione.

Passarono la giornata a mangiare e dormire. Aveva pianificato di mettersi in viaggio ma la pioggia fu una buona scusa per restare. Il carrello della spesa era parcheggiato nella rimessa. Con quel tempo era improbabile che qualcuno fosse per strada. Passarono in rassegna le scorte e misero da parte quello che potevano portarsi dietro, ammucchiando tutto in un cubo non troppo grosso in un angolo del rifugio. La giornata fu breve, brevissima. Quando fece buio aveva ormai smesso di piovere, aprirono la botola e cominciarono a fare avanti e indietro sull'erba bagnata portando scatole, pacchi e buste di plastica fino alla rimessa, dove caricarono il carrello. La botola debolmente illuminata in mezzo al prato sembrava una tomba spalancata nel giorno del giudizio in qualche antico dipinto apocalittico. Quando il carrello fu pieno di tutto ciò che poteva contenere l'uomo ci legò sopra un telo di plastica e assicurò gli occhielli alle aste di metallo con delle corte funi elastiche, poi fecero un passo indietro e lo guardarono alla luce della torcia. Gli venne in mente che avrebbe dovuto prendere due paia di ruote di riserva dai carrelli del supermercato, ma ormai era troppo tardi. Avrebbe anche dovuto conservare lo specchietto retrovisore che aveva attaccato al vecchio carrello. Cenarono e dormirono fino alla mattina dopo, poi si fecero un altro bagno con le spugne e si lavarono i capelli in un catino d'acqua calda. Fecero colazione e alle prime luci del giorno si misero in strada, muniti di nuove mascherine ritagliate dalle lenzuola, il bambino davanti che spazzava via rami e sterpi con una scopa, l'uomo curvo sulla maniglia del carrello che guardava la strada scorrere sotto i loro piedi.

Il carrello era troppo pesante per spingerlo nel bosco bagnato, perciò pranzarono in mezzo alla strada, si fecero un tè caldo e mangiarono le ultime porzioni di prosciutto in scatola con cracker, mostarda e salsa di mele. Seduti schiena contro schiena e sorvegliando la strada. Papà, tu lo sai dove siamo?, chiese il bambino.
Più o meno.
Come, più o meno?
Be'. Dovremmo essere suppergiù a trecento chilometri dalla costa, in linea d'aria.
In linea d'aria?
Si. Significa in linea retta.
E ci arriveremo presto?
Non tanto presto. Abbastanza presto. Noi non viaggiamo in linea d'aria come gli uccelli.
Perché gli uccelli non devono per forza seguire le strade, giusto?
Giusto.
Possono andare dove gli pare.
Esatto.
Tu credi che ce ne saranno di uccelli, da qualche parte?
Non lo so.
Ma secondo te?
Mi sembra improbabile.
Non potrebbero essere volati su Marte o in qualche altro posto?
No. Non ci riuscirebbero.
Perché è troppo lontano?
Sì.
Anche volendo.
Anche volendo.
E se ci avessero provato e fossero arrivati a metà strada e poi fossero stati troppo stanchi? A quel punto sarebbero ricaduti sulla terra?
Be'. Non ci sarebbero potuti arrivare a metà strada, perché allora sarebbero stati nello spazio ma nello spazio non c'è aria e quindi non si riesce a volare, e oltre tutto fa troppo freddo e ci si congela.
Ah.
E comunque gli uccelli non sanno dov'è Marte. Mentre noi lo sappiamo?
Più o meno.
Se avessimo un' astronave ci potremmo andare?
Be'. Se uno avesse un' astronave molto potente e delle persone che lo aiutano immagino che sì, ci potrebbe andare.
E lì poi troverebbe da mangiare e roba del genere?
Eh no. Su Marte non c'è niente.
Ah.
Rimasero seduti per un bel pezzo. Seduti sulle coperte ripiegate a guardare la strada in entrambe le direzioni. Neanche una bava di vento. Niente. Dopo un po' il bambino disse: Di uccelli non ce ne sono più. Vero?
No.
Solo nei libri.
Sí. Solo nei libri. L'avevo immaginato.
Sei pronto?
Sí.
Si alzarono, misero via i bicchieri e il resto dei cracker.
L'uomo ammucchiò le coperte sul carrello, assicurò bene il telo di plastica e rimase a guardare il bambino. Cosa c'è? , disse il bambino.
Lo so che pensavi che stessimo per morire.
Infatti.
E invece non siamo morti.
No.
Bene.
Ti posso chiedere una cosa?
Certo.
Se fossi un uccello, potrei volare abbastanza in alto da vedere il sole?
Sí.
Lo sapevo. Sarebbe uno sballo.
Eh sí. Sei pronto?
Sí.
L'uomo si fermò. Che fine ha fatto il flauto?
L'ho buttato via.
L'hai buttato via?
Sì.
Ok.
Ok.

Nel lungo crepuscolo livido attraversarono un fiume, si fermarono e si sporsero dal parapetto di calcestruzzo a guardare l'acqua che scorreva lenta e senza vita sotto di loro. A valle, sopra la cappa di fuliggine, si disegnavano i contorni di una città bruciata, come un fondale di garza nera. La videro di nuovo appena fece buio, mentre spingevano il pesante carrello su per una lunga china e si fermarono a riposare e l'uomo girò il carrello di traverso per evitare che rotolasse giù. Avevano gli occhi cerchiati di nero, e in corrispondenza della bocca le mascherine erano già grigie. Si sedettero nella cenere sul bordo della strada e spinsero lo sguardo verso est, dove la sagoma della città si offuscava man mano che scendeva la notte. Luci non se ne vedevano.
Papà, secondo te c'è qualcuno laggiù?
Non lo so.
Fra quanto ci possiamo fermare?
Anche adesso.
Qui sulla collina?
Possiamo portare il carrello fino a quelle rocce laggiù e nasconderlo coi rami.
Ma è un buon posto per fermarsi?
Be', in genere la gente non si ferma sulle colline. E noi non vogliamo che la gente si fermi.
Quindi per noi è un buon posto.
Secondo me si.
Perché noi siamo furbi.
Sì, però stiamo attenti a non crederci troppo furbi.
Ok.
Sei pronto?
Sì.
Il bambino si alzò, impugnò la scopa e se la mise in spalla. Poi lo guardò. Quali sono i nostri obiettivi a lungo termine?, disse.
Come?
I nostri obiettivi a lungo termine.
E questa dove l'hai sentita?
Non lo so.
Dai, dimmi dove.
L'hai detto tu.
Quando?
Tanto tempo fa.
E la risposta qual era?
Non lo so.
Be'. Non lo so neanch'io. Forza, che si fa buio.
Il giorno dopo, sul tardi, sbucando da dietro una curva, il bambino si fermò e mise una mano sul carrello. Papà, sussurrò. L'uomo alzò gli occhi. Una piccola figura in lontananza sulla strada, che avanzava curva e a passo strascicato.
L'uomo si appoggiò alla maniglia del carrello. Be', disse, e quello chi è?
Cosa facciamo, papà?
Potrebbe essere un' esca.
Cosa facciamo?
Proviamo a seguirlo. Vediamo se si volta.
Ok.

Il viandante non era tipo da voltarsi. Lo seguirono per un po' e poi lo raggiunsero. Un vecchio, minuto e gobbo. Aveva in spalla uno zaino militare logoro con una coperta arrotolata e legata in cima e sondava il terreno con un ramo scorticato che usava a mo' di bastone. Quando li vide deviò verso il bordo della strada, si voltò e si fermò con aria circospetta. Portava un asciugamano lercio annodato sotto il mento, come se avesse mal di denti, e anche rispetto agli standard del nuovo mondo puzzava da morire.
Non ho niente, disse. Potete controllare, se volete.
Non siamo ladri.
Il viandante protese un orecchio. Come?, gridò.
Ho detto che non siamo ladri.
E allora cosa siete?
Non c'era modo di rispondere alla domanda. Il vecchio si asciugò il naso con il dorso della mano e rimase in attesa. Non portava scarpe e aveva i piedi avvolti in stracci e pezzi di cartone legati con dello spago verde, e sotto gli strappi e i buchi si intravedevano vari strati di una stoffa schifosa. Tutt'a un tratto sembrò che avvizzisse ancora di più. Si appoggiò al bastone e si abbassò fino a sedersi sulla strada in mezzo alla cenere, con una mano sulla testa. Aveva l'aria di un mucchio di stracci caduto da un carretto. L'uomo e il bambino si avvicinarono e lo guardarono. Senta, disse l'uomo. Scusi?
Il bambino si accucciò e gli mise una mano sulla spalla. Ha paura, papà. Questo signore ha paura.
L'uomo guardò da una parte e dall'altra della strada. Se questa è un'imboscata lui è il primo a lasciarci la pelle, disse.
Ha soltanto paura, papà.
Digli che non gli faremo niente.
Il vecchio scosse la testa, le dita incastrate nei capelli luridi. Il bambino cercò gli occhi del padre.
Forse non crede che siamo persone in carne e ossa.
E cosa crede che siamo?
Non lo so.
Non possiamo fermarci qui. Dobbiamo andare.
Ha paura, papà.
Forse è meglio che non lo tocchi.
Magari potremmo dargli qualcosa da mangiare.
L'uomo rimase a osservare la strada. Maledizione, mormorò. Guardò il vecchio. Forse si sarebbe trasformato in un dio, e loro in alberi. E va bene, disse.

Slegò il telo di plastica e lo sollevò dal carrello, frugò tra lo scatolame, tirò fuori della macedonia, si sfilò di tasca l'apriscatole, la aprì, piegò all'indietro il coperchio di latta, si avvicinò, si chinò e la diede al bambino.
É un cucchiaio no?
Niente cucchiaio.
Il bambino prese la scatoletta e la porse al vecchio. Tenga, disse piano. Ecco.
Il vecchio alzò gli occhi e guardò il bambino, che gliela avvicinò. Sembrava che stesse cercando di dar da mangiare a un avvoltoio ferito caduto in mezzo alla strada. Va tutto bene, disse.
Il vecchio si tolse la mano dalla testa. Batté le palpebre. Occhi grigio azzurri sepolti dalle pieghe sottili e fuligginose della pelle.
Tenga, disse il bambino.
Il vecchio allungò gli artigli ossuti, prese la scatoletta e se la strinse al petto.
Mangi, disse il bambino. É buono. Fece un gesto per indicargli di inclinare il recipiente. Il vecchio abbassò gli occhi sulla scatoletta. Aggiustò la presa e la sollevò, arricciando il naso. Le lunghe dita adunche e ingiallite grattarono il metallo. Poi inclinò la scatoletta e bevve. Il succo gli colò giù per la barba lercia. La posò e masticò a fatica. Quando ingoiò fece uno scatto con la testa. Guarda, papà, sussurrò il bambino.
Lo vedo, disse l'uomo.
Il bambino si voltò verso di lui.
Lo so cosa mi stai per chiedere, disse l'uomo. La risposta è no.
Cosa ti sto per chiedere?
Se possiamo tenerlo con noi. Non possiamo.
Lo so.
Lo sai.
Sí.
Bene.
Gli possiamo dare qualcos'altro?
Vediamo come se la cava con questa roba qui.
Lo guardarono mangiare. Quando ebbe finito rimase a fissare la scatoletta vuota che aveva in mano come se potesse comparirci altro cibo.
Che cosa gli vuoi dare?
Secondo te cosa gli dovremmo dare?
Secondo me non dovremmo dargli niente. Tu cosa gli vuoi dare?
Potremmo cucinare qualcosa sul fornello. Potrebbe mangiare con noi.
Vuoi dire che dovremmo fermarci qui. Per tutta la notte.
Sí.
L'uomo guardò il vecchio e poi la strada. E va bene, disse. Ma domattina proseguiamo.
Il bambino non rispose.
Più di questo non ti posso concedere.
Ok.
Ok significa ok. Non che domattina ricominciamo a contrattare.
Cosa vuol dire contrattare?
Vuol dire riparlarne, e arrivare a nuovi accordi. Niente nuovi accordi, intesi? È cosí e basta.
Ok.
Ok.

Aiutarono il vecchio a rimettersi in piedi e gli porsero il bastone. Non pesava neanche cinquanta chili. Rimase lì a guardarsi intorno, frastornato. L'uomo gli tolse di mano la scatoletta e la lanciò nel bosco. Il vecchio cercò di passargli anche il bastone ma lui lo scansò. Quand'è stata l'ultima volta che ha mangiato?
Non lo so.
Non se lo ricorda.
Ho mangiato un minuto fa.
Le va di mangiare con noi?
Non lo so.
Non lo sa?
Mangiare cosa?
Magari dello stufato di carne. Con dei cracker. E del caffè.
E in cambio cosa devo fare?
Spiegarci cosa è successo al mondo.
Come?
Non deve fare niente. Ce la fa a camminare?
Ce la faccio.
Poi il vecchio abbassò gli occhi e guardò il bambino. Tu sei un bambino?, disse.
Il bambino guardò il padre.
Perché, che cosa le sembra?, disse lui.
Non lo so. Non ci vedo bene.
Me mi vede?
Vedo che ho qualcuno davanti.
Bene. Dobbiamo rimetterci in marcia. Guardò il bambino. Non dargli la mano, disse.
Ma non ci vede.
Non dargli la mano. Andiamo.
Andiamo dove?, disse il vecchio.
A mangiare.
Il vecchio annuì, allungò il bastone e lo batté un po' esitante sulla strada.
Quanti anni ha? Novanta.
Non ci credo.
Pazienza.
È questo che racconta alla gente?
Quale gente?
A chiunque.
Direi di sì.
Per evitare che le facciano del male?
Sí.
E funziona?
No.
Cos'ha nello zaino?
Niente. Può controllare.
Lo so che posso controllare. Che cosa c'è lì dentro?
Niente. Due o tre cose.
Niente da mangiare.
No.
Come si chiama?
Ely.
Ely come?
Perché, non va bene Ely?
Ely va benissimo. Andiamo.

Bivaccarono nel bosco, molto più vicino alla strada di quanto l'uomo avrebbe voluto. Dovette trascinare il carrello mentre il bambino lo manovrava da dietro e accesero un fuoco perché il vecchio si scaldasse, anche se non mostrò di gradire particolarmente neanche quello. Mangiarono, con il vecchio avvolto nella sua unica trapunta che impugnava il cucchiaio come un bambino piccolo. Avevano solo due tazze, perciò il vecchio bevve il caffè dalla stessa ciotola in cui aveva mangiato, afferrando il bordo coi pollici. Seduto a fissare le braci come un buddha denutrito e consunto.
Non può venire con noi, capisce?, disse l'uomo.
Il vecchio annuì.
Da quanto tempo è in viaggio?
Sono in viaggio da sempre. Non si può stare fermi in un posto.
Come fa a sopravvivere?
Vado avanti e basta. Sapevo che sarebbe successo.
Sapeva che sarebbe successo?
Sí. Questo o qualcosa del genere. Ne sono sempre stato convinto.
E ha cercato di prepararsi?
No. Lei che cosa avrebbe fatto?
Non lo so.
La gente si preparava sempre al domani. A me sembrava assurdo. Il domani non si stava certo preparando per loro. Non sapeva neppure che esistessero.
Già.
Anche se uno sapesse cosa fare, non saprebbe cosa fare comunque. Non saprebbe se lo vuole fare o no. Cosa farebbe lei se fosse l'ultimo rimasto? Cosa farebbe se la colpa fosse sua?
Lei vorrebbe morire?
No. Ma forse vorrei essere già morto. Quando uno è vivo la morte ce l'ha sempre di fronte.
Oppure potrebbe desiderare di non essere mai nato.
Be'. A caval donato non si guarda in bocca.
Crede che sarebbe chiedere troppo.
Quello che è fatto è fatto. E comunque, sarebbe stupido pretendere certi lussi in un momento come questo.
In effetti.
Nessuno ha voglia di stare qui e nessuno ha voglia di andarsene. Alzò la testa e guardò il bambino dall'altra parte del fuoco. Poi guardò l'uomo. L'uomo vedeva gli occhietti che lo fissavano nella luce delle fiamme. Sa Dio che cosa avevano visto quegli occhi. Si alzò per ammucchiare altra legna sul fuoco e rastrellò la brace allontanandola dalle foglie secche. Le scintille rosse si alzarono in un fremito e morirono nell'oscurità sovrastante. Il vecchio finì il caffè, appoggiò la tazza davanti a sé e si allungò verso il fuoco con le mani protese. L'uomo lo guardava. Ma se uno fosse l'ultimo uomo sulla faccia della terra, come farebbe a saperlo?, disse.
Be', suppongo che non lo saprebbe. Lo sarebbe e basta.
Non lo saprebbe nessuno.
Non cambierebbe nulla. Quando si muore è come se morissero anche tutti gli altri.
Immagino che Dio lo saprebbe. Dico bene?
Non c'è nessun Dio.
Ah no?
Non c'è nessun Dio e noi siamo i suoi profeti.
Non capisco lei come faccia a essere ancora vivo. Cosa mangia?
Non lo so.
Non lo sa?
La gente ti dà della roba.
La gente ti dà della roba.
Sí.
Da mangiare.
Da mangiare, sí.
Non è vero.
Lei l'ha fatto.
Non sono stato io. È stato il bambino.
Sulla strada c'è anche altra gente. Non siete mica i soli.
E lei è solo?
Il vecchio lo guardò con sospetto. Cosa intende?, disse.
C'è qualcun altro con lei?
E chi altro?
Chiunque altro.
Non c'è nessun altro. Di cosa sta parlando?
Sto parlando di lei. Del tipo di lavoro che potrebbe fare.
Il vecchio non rispose.
Immagino che vorrà venire con noi. Venire con voi.
Sí.
Lei non mi porterà con voi.
E lei non ci vuole venire.
Non sarei venuto nemmeno fin qui ma avevo fame.
La gente che le dà da mangiare. Dov'è questa gente?
Non esiste. Me la sono inventata.
Cos'altro si è inventato?
Sono in viaggio esattamente come voi. Non c'è nessuna differenza.
Si chiama veramente Ely?
No.
Non vuole dirmi il suo vero nome.
Non glielo voglio dire.
Perché?
Non mi fido. Ho paura che ci faccia qualcosa. Non voglio che si parli di me. Che si dica dove sono stato o che cosa ho detto mentre ero in un certo posto. Voglio dire, lei potrebbe anche parlare di me. Ma nessuno avrà la certezza che sono io. Potrei essere chiunque. Penso che di questi tempi meno si dice e meglio è. Se fosse successo qualcosa e fossimo sopravvissuti e ci fossimo incontrati per la strada avremmo di che parlare. Ma non è così, quindi non abbiamo niente da dirci.
Forse no.
È solo che non lo vuole ammettere di fronte al bambino.
Quindi lei non è in combutta con qualche banda di predoni?
Non sono un bel niente. Se vuole me ne vado. So trovare la strada da solo.
Non le sto dicendo di andarsene.
È che non vedevo un fuoco da tanto tempo. Vivo come un animale. Lei non ha idea delle cose che ho mangiato. Quando ho visto quel bambino ho creduto di essere morto.
Ha pensato che fosse un angelo?
Non sapevo che cosa fosse. Non avrei mai pensato di rivedere un bambino. Non immaginavo che sarebbe successo.
E se le dicessi che è un dio?
Il vecchio scosse la testa. Ormai certe cose me le sono lasciate alle spalle. Da anni. Dove gli uomini non riescono a vivere gli dèi non se la cavano certo meglio. Vedrà. Stare soli è il minore dei mali. Quindi spero che quello che ha appena detto non sia vero, perché essere in viaggio con l'ultimo degli dei sarebbe terribile; spero proprio che non sia vero. Le cose andranno meglio quando non ci sarà più nessuno.
Davvero? Certo.
Meglio per chi?
Per tutti.
Per tutti.
Certo. Staremo tutti meglio. Respireremo più facilmente.
Buono a sapersi.
Sì, infatti. Quando ce ne saremo andati tutti qui resterà solo la morte, e anche lei avrà i giorni contati. Vagherà per la strada senza niente da fare e nessuno a cui farlo. Dirà: Dove sono finiti tutti? Ecco come andrà. E che c'è di male?

Al mattino tornarono sulla strada e l'uomo e il bambino discussero su cosa lasciare al vecchio. Alla fine non gli diedero granché. Qualche scatoletta di verdura e di frutta. Poi il bambino andò a sedersi nella cenere al bordo della strada. Il vecchio si infilò il cibo nello zaino e strinse le cinghie. Dovrebbe ringraziare lui, sa, disse l'uomo. Fosse per me non le avrei dato niente.
Forse dovrei e forse no.
E perché no?
Io la mia roba non gliel'avrei data.
E non le importa se ci resta male?
Ci resterà male?
No. Non l'ha fatto per questo.
Perché l'ha fatto?
L'uomo guardò il bambino e poi guardò il vecchio. Lei non lo capirebbe, disse. Non sono sicuro di capirlo neanche io.
Forse crede in Dio.
Non so in che cosa crede.
Gli passerà.
No, non gli passerà.
Il vecchio non rispose. Guardò la giornata intorno a sé. Non ci augura nemmeno buona fortuna?, disse l'uomo.
Non so neanche che cosa significhi. Com'è fatta la fortuna? Chi può dirlo?
Poi si avviarono. Quando l'uomo si voltò a guardare il vecchio si era messo in cammino facendosi strada con il suo bastone, e rimpiccioliva lentamente alle loro spalle come un venditore ambulante uscito da un vecchio libro di fiabe, nero, curvo, secco come un ragno e prossimo a scomparire per sempre. Il bambino non si voltò mai indietro.
Nel primo pomeriggio stesero il telo di plastica sulla strada, si sedettero e consumarono un pranzo freddo. L'uomo guardò il bambino. Parli?, disse.
Sí.
Ma non sei contento.
Boh.
Quando resteremo senza niente da mangiare avrai tutto il tempo per pensarci.
Il bambino non rispose e continuarono a mangiare. Guardava la strada dietro di sé. Dopo un po' disse: Lo so. Ma non me lo ricorderò come te lo ricorderai tu.
Probabilmente no.
Non ho detto che hai sbagliato.
Però l'hai pensato.
Va bene così.
Già, disse l'uomo. Be'. Di questi tempi sulla strada non capitano cose granché esaltanti.
Non dovresti prenderlo in giro.
Ok.
Morirà.
Lo so.
Adesso possiamo andare?
Si, disse l'uomo. Possiamo andare.Durante la notte si svegliò tossendo nell'oscurità gelata e tossi fino a scorticarsi il petto. Si protese verso il fuoco e soffiò sulle braci, aggiunse legna, si alzò e si allontanò dall'accampamento quanto glielo permetteva la luce. Si inginocchiò sulle foglie morte e sulla cenere con la coperta attorno alle spalle e dopo un po' la tosse cominciò a calmarsi. Pensò al vecchio là fuori da qualche parte. Si voltò a guardare l'accampamento oltre la palizzata nera dei tronchi. Sperava che il bambino si fosse riaddormentato. Rimase lì a terra ansimando piano, le mani sulle ginocchia. Sto morendo, disse. Dimmi come devo fare.

Il giorno dopo continuarono a camminare quasi fino al calar della notte. L'uomo non riusciva a trovare un posto sicuro dove accendere il fuoco. Quando tirò su la bombola del gas dal carrello gli sembrò leggera. Si sedette e fece per aprire la valvola, ma la valvola era già aperta. Girò la manopolina del beccuccio. Niente. Avvicinò l'orecchio. Provò di nuovo tutte e due le valvole, in ogni combinazione possibile. La bombola era vuota. Rimase accovacciato lì con le mani a pugno contro la fronte, gli occhi chiusi. Dopo un po' alzò la testa e si mise a fissare il bosco gelido e sempre più buio.

Mangiarono una cena fredda, pane di mais, fagioli e salsicce in scatola. Il bambino chiese come mai la bombola fosse finita così presto ma lui disse che era finita e basta.
Avevi detto che sarebbe durata per diverse settimane.
Lo so.
E invece sono passati solo pochi giorni.
Mi ero sbagliato.
Mangiarono in silenzio. Dopo un po' il bambino disse: Mi sono scordato di chiudere la valvola, vero?
Non è colpa tua. Avrei dovuto controllare.
Il bambino posò il piatto sul telo di plastica. Distolse lo sguardo.
Non è colpa tua. Bisognava chiudere tutte e due le valvole. L'attaccatura del tubo andava sigillata con del nastro adesivo per evitare che perdesse e non l'ho fatto. É colpa mia. Non te l'ho detto.
Ma di nastro adesivo non ce n'era, no?
Non è colpa tua.

Si rimisero faticosamente in cammino, magri e lerci come drogati randagi. Tutti infagottati nelle coperte per ripararsi dal freddo, col fiato fumante, strascicando i piedi tra i cumuli soffici e neri. Stavano attraversando la vasta pianura costiera dove i venti di terra li investivano con nubi di cenere mugghianti costringendoli a trovare riparo dove potevano. Case o granai o fossi lungo la strada, con le coperte tirate sopra la testa e il cielo di mezzogiorno nero come le cantine dell'inferno. L'uomo stringeva a sé il bambino, gelato fino al midollo. Tieni duro, gli diceva. Vedrai che ce la caveremo.

La terra era sterile, erosa, sventrata. Acquitrini disseminati di ossa di creature morte. Mucchi di rifiuti indistinti. Fattorie scalcinate in mezzo ai campi con le assi delle pareti ricurve e schiodate. Tutto senza ombra né contorni precisi. La strada scendeva in una giungla di rampicanti avvizziti. Una palude ricoperta da uno strato di canne morte. All'orizzonte una foschia cupa che permeava terra e cielo. Nel tardo pomeriggio cominciò a piovere e proseguirono tenendosi il telo sopra la testa, con la neve bagnata che sibilava contro la plastica.

Nelle ultime settimane aveva dormito poco o niente. Quando si svegliò al mattino il bambino non c'era; si tirò su a sedere con la pistola in mano, poi si alzò in piedi e si guardò intorno ma non lo vide. Si infilò le scarpe e si incamminò fino al margine del bosco. A est, un'alba pallida. Il sole alieno che intraprendeva il suo freddo percorso. Vide il bambino venirgli incontro di corsa attraverso i campi. Papà, gridava. C'è un treno in mezzo al bosco.
Un treno?
Sí.
Un treno vero?
Sí. Vieni.
Non ci sarai mica salito?
No. Solo un attimo. Dai, vieni.
E sopra non c'è nessuno?
No. Non credo. Sono venuto a prenderti.
C'è una locomotiva?
Sí. Una grossa locomotiva diesel.

Attraversarono il campo e si addentrarono nel bosco dalla parte opposta. I binari arrivavano dalla campagna su un terrapieno e si infilavano fra gli alberi. La locomotiva era una diesel elettrica e dietro aveva otto carrozze passeggeri in acciaio inossidabile. L'uomo prese il bambino per mano. Sediamoci un po' qui a guardare, disse.

Si sedettero sulla massicciata e aspettarono. Non si muoveva nulla. L'uomo passò la pistola al bambino. Papà, tienila tu, disse lui.
No. Niente da fare. La tieni tu.
Il bambino prese la pistola e se la tenne in grembo, l'uomo si incamminò lungo le rotaie e si fermò a osservare il treno. Attraversò i binari e costeggiò i vagoni dall'altro lato. Quando sbucò da dietro l'ultima carrozza agitò un braccio per chiamare il bambino, che si alzò e si infilò la pistola alla cintura.

Era tutto coperto di cenere. I corridoi disseminati di rifiuti. Le valigie aperte sui sedili, dov'erano rimaste da tanto tempo prima, quando erano state tirate giù dai portabagagli e saccheggiate. Nel vagone ristorante l'uomo trovò una pila di piatti di carta, ci soffiò sopra per togliere la polvere e se li infilò nel parka. Nient' altro.
Papà, come ci è arrivato qui questo treno?
Non lo so. Probabilmente qualcuno lo stava portando a sud. Un gruppo di persone. E questo dev'essere il punto in cui hanno finito il carburante.
È tanto tempo che sta qui?
Sí, credo di sí. Un bel po' di tempo.

Arrivarono all'ultimo vagone, poi scesero e camminarono lungo le rotaie fino alla locomotiva e salirono sul predellino. Ruggine e vernice scrostata. Aprirono la porta che dava nella cabina di guida e l'uomo soffiò via la polvere dal sedile del macchinista e piazzò il bambino ai comandi. I comandi erano molto semplici. In pratica si trattava solo di spingere la leva dell'acceleratore. Si mise a fare rumori sferraglianti e fischi, ma non era sicuro che per il bambino avessero un senso. Dopo un po' rimasero semplicemente a guardare fuori dal pannello di vetro incrostato verso il punto in cui i binari scomparivano oltre una curva, in mezzo alle erbacce. Anche se vedevano mondi diversi sapevano la stessa cosa. Che quel treno sarebbe rimasto lì a decomporsi lentamente per l'eternità, e che nessun treno avrebbe mai più viaggiato.
Possiamo andare, papà?
Si. Certo che possiamo andare.

Qua e là cominciavano a imbattersi in mucchietti di sassi al bordo della strada. Erano segnali in un qualche linguaggio zingaro, codici di cui si era persa la memoria. Non ne vedeva da parecchio tempo. Erano diffusi su al Nord, alla periferia delle città razziate ed esauste, messaggi disperati ai propri cari perduti o morti. Già allora tutte le riserve di cibo erano esaurite, e la terra era sconvolta dai massacri. In breve tempo il mondo sarebbe stato popolato da gente pronta a mangiarti i figli sotto gli occhi, e le città dominate da manipoli di predoni anneriti che scavavano gallerie in mezzo alle rovine e strisciavano fuori dalle macerie in un biancheggiare di occhi e denti, reggendo reti di nylon piene di scatolame bruciacchiato, come avventori negli spacci dell'inferno. Il soffice talco nero si spandeva a sbuffi per le strade come inchiostro di seppia sul fondo del mare, il freddo scendeva lento e faceva buio sempre più presto, e i disperati che frugavano alla luce delle torce sul fondo dei dirupi lasciavano nello strato di cenere ombre morbide che si richiudevano dietro di loro silenziose come occhi. Per le strade i pellegrini sprofondavano, cadevano e morivano e la terra avvolta nel suo lugubre velo continuava ad arrancare intorno al sole, ignota e smarrita come qualsiasi altro pianeta sconosciuto nella remota oscurità circostante.

La costa era ancora lontana e le loro scorte erano quasi finite. La regione era stata spogliata e ripulita anni prima, e nelle case e negli edifici lungo la strada non restava più nulla. In una stazione di servizio l'uomo trovò un elenco del telefono e si appuntò a matita il nome della città sulla cartina. Si sedettero a mangiare cracker sul marciapiede davanti al distributore e cercarono la città senza riuscire a trovarla. L'uomo sfogliò i vari pezzi della mappa e guardò meglio. Poi la mostrò al bambino. Erano un'ottantina di chilometri più a ovest di quanto credesse. Disegnò degli omini stilizzati sulla cartina. Questi siamo noi, disse. Il bambino tracciò col dito la strada fino al mare. Quanto ci vorrà per arrivare qui?, chiese.
Due settimane, tre.
É blu?
Il mare? Non lo so. Una volta lo era.
Il bambino annuí. Rimase a studiare la cartina. L'uomo lo guardava. Gli sembrava di capire come si sentiva. Da piccolo anche lui rimaneva incantato davanti alle cartine, con un dito sulla città in cui abitava. Così come gli piaceva cercare i parenti sull'elenco del telefono. Loro in mezzo agli altri, ogni cosa al suo posto. Giustificati nel mondo. Forza, disse. E meglio che andiamo.

Nel tardo pomeriggio si mise a piovere. Lasciarono la strada e imboccarono un vialetto sterrato che attraversava un campo e passarono la notte in un capanno. Aveva il pavimento di calcestruzzo e in fondo c'erano dei barili di metallo vuoti. L'uomo sbarrò le porte con i barili, accese un fuoco per terra e improvvisò due letti con alcuni scatoloni appiattiti. La pioggia tamburellò tutta la notte sul tetto di lamiera. Quando si svegliò il fuoco si era spento e faceva un gran freddo. Il bambino era seduto, avvolto nella coperta.
Cosa c'è?
Niente. Ho fatto un brutto sogno.
Cos'hai sognato?
Niente.
Adesso stai bene? No.
L'uomo lo abbracciò e lo tenne stretto. È tutto passato, disse.
Io piangevo forte. Ma tu non ti svegliavi.
Mi dispiace. Ero tanto stanco.
No, dico nel sogno.

Al mattino quando si svegliò aveva smesso di piovere. Ascoltò lo sgocciolio lento dell' acqua. Ruotò i fianchi sul cemento duro e guardò la campagna grigia da una fessura fra le assi. Il bambino dormiva ancora. L'acqua sgocciolava dal tetto formando delle pozze sul pavimento. Compariva qualche bollicina, scivolava sulla superficie e scompariva di nuovo. In una città ai piedi delle montagne avevano già dormito in un posto simile e ascoltato il rumore della pioggia. Là c'era un emporio vecchio stile con il bancone di marmo nero e gli sgabelli di metallo cromato, i sedili di plastica strappata e rattoppata col nastro isolante. Il reparto farmacia era stato saccheggiato ma il negozio in sé era stranamente intatto. Gli scaffali erano pieni di elettrodomestici costosi mai toccati. Si era fermato a guardarsi intorno. Oggetti vari. Chincaglieria. Quelli cosa sono? Aveva preso per mano il bambino e l'aveva portato fuori, ma ormai l'aveva vista. Una testa umana sotto una campana di vetro per dolci in fondo al bancone. Essiccata. Un berretto da baseball in testa. Gli occhi secchi rivolti tristemente all'indentro. Se l'era sognata? No. Si alzò, si inginocchiò, soffiò sulle braci, ci sistemò sopra i resti della tavola bruciata e riattizzò il fuoco.

Di buoni ce ne sono anche altri. L'hai detto tu.
Sí.
E allora dove sono?
Stanno nascosti.
Da chi si nascondono?
Gli uni dagli altri.
E ce ne sono tanti?
Non lo sappiamo.
Però qualcuno ce n'è.
Qualcuno. Sí.
È vero?
Sì che è vero.
Però potrebbe anche non essere vero.
Penso che sia vero.
Ok.
Tu non mi credi.
Sí che ti credo.
Ok.
Ti credo sempre.
Non mi pare proprio.
Sí invece. Ti devo credere per forza.

Ridiscesero fino alla strada maestra arrancando nel fango. Odore di terra e di cenere bagnata dalla pioggia. Acqua scura nel fosso al bordo della strada. Fuoriusciva da un condotto di ferro e si accumulava in una pozza. Un cervo di plastica in un giardino. Il giorno dopo, sul tardi, entrarono in una cittadina e tre uomini sbucarono da dietro un camion e si pararono davanti a loro in mezzo alla strada. Emaciati, vestiti di stracci. Con dei tubi di ferro in mano. Che cosa avete nel carrello? Lui spianò la pistola. Quelli si immobilizzarono. Il bambino gli si era aggrappato al giaccone. Nessuno parlava. L'uomo ricominciò a spingere il carrello e i tre si spostarono sul bordo della strada. Affidò il carrello al bambino e prese a camminare all'indietro senza perderli di mira. Cercò di sembrare un qualunque killer vagabondo ma il cuore gli batteva all'impazzata e sentiva che di lì a poco avrebbe cominciato a tossire. Si infilò la pistola alla cintura, si girò e prese il carrello. Quando in cima alla salita si voltò a guardare, i tre erano ancora lì. Disse al bambino di spingere il carrello e usci su un prato da dove poteva vedere la strada più in basso, ma i tre ormai se ne erano andati. Il bambino era molto spaventato. L'uomo appoggiò la pistola sul telo di plastica, prese il carrello e proseguirono.

Si acquattarono in un campo e tennero d'occhio la strada fino a che non scese la sera, ma non venne nessuno. Faceva un gran freddo. Quando fu troppo buio per vedere qualcosa presero il carrello e tornarono incespicando sulla strada, l'uomo tirò fuori le coperte, se le misero addosso e continuarono a camminare. Alla cieca, tastando l'asfalto coi piedi. Una ruota del carrello aveva cominciato a cigolare a intervalli ma non ci si poteva fare niente. Tirarono avanti per qualche ora, poi si buttarono in mezzo ai cespugli a lato della strada, si stesero tremanti e sfiniti sulla terra fredda e dormirono finché non fece giorno. Quando l'uomo si svegliò era ammalato.

Gli era venuta la febbre e rimasero lì in mezzo al bosco come fuggiaschi. Non c'era dove accendere il fuoco. Non c'era un posto sicuro. Il bambino stava seduto tra le foglie e lo guardava. Con gli occhi umidi. Papà, stai per morire?, disse. Stai per morire?
No. Sono solo malato.
Ho tanta paura.
Lo so. Non ti preoccupare. Tra poco mi passa. Vedrai.

I suoi sogni si rischiararono. Il mondo scomparso tornò. Parenti morti da tempo riemergevano e gli lanciavano strani sguardi in tralice. Nessuno parlava. Lui pensava alla propria vita. Tanto tempo prima. Una giornata grigia in una città straniera in cui si era affacciato a una finestra a guardare la strada. Dietro di lui, su un tavolo di legno, una piccola lampada accesa. Sul tavolo, libri e carte. Aveva cominciato a piovere e all'angolo della strada un gatto si era girato, aveva attraversato il marciapiede e si era accucciato sotto il tendone del bar. Seduta a un tavolino c'era una donna con la testa fra le mani. Anni dopo si era ritrovato in mezzo alle rovine di una biblioteca incendiata, coi libri anneriti nelle pozzanghere. Scaffali ribaltati. Un moto di rabbia di fronte a quelle migliaia di menzogne allineate rigo su rigo. Aveva raccolto uno dei libri e sfogliato le pagine pesanti e gonfie. Non avrebbe mai immaginato quanto valore potesse avere anche la più piccola affermazione sul mondo a venire. Era rimasto sorpreso. All'idea che anche lo spazio occupato da quelle affermazioni rappresentasse di per sé un'aspettativa. Aveva lasciato cadere il libro, dato un'ultima occhiata in giro, poi si era avviato fuori nella luce fredda e livida.
 Tre giorni. Quattro. Dormiva male. Continuamente svegliato da quella tosse tormentosa. Dal raschio del respiro. Scusa, diceva rivolto all'oscurità spietata. Non fa niente, diceva il bambino.

Accese la piccola lampada a petrolio e la appoggiò su una roccia, si alzò e si allontanò avvolto nelle coperte strascicando i piedi tra le foglie. Il bambino gli sussurrò di non andare. Non vado via, disse lui. Resto qui vicino. Così se mi chiami ti sento. Se la lampada si fosse spenta non avrebbe saputo ritrovare la strada. Si sedette tra le foglie in cima alla collina e guardò nel buio. Niente da vedere. Non una bava di vento. In passato, quando si allontanava come ora e si sedeva a guardare la campagna, a malapena visibile nei punti in cui una luna spaesata solcava quella caustica desolazione, gli capitava di scorgere una luce. Fioca e indistinta nell'oscurità. Dall'altra parte di un fiume, o sprofondata in qualche zona annerita di una città distrutta dalle fiamme. Al mattino a volte tornava armato di binocolo e ispezionava la campagna in cerca di segni di fumo, ma non ne vedeva mai.

Fermo sul bordo di un campo, d'inverno, circondato da uomini duri. Aveva l'età del bambino. O poco di più. Li aveva guardati aprire il terreno roccioso della collina a colpi di zappa e piccozza e portare alla luce un grosso bolo di serpenti, forse un centinaio. Avviluppati così per tenersi caldo a vicenda. Tubi opachi che cominciavano pigramente a muoversi nella luce fredda e aspra. Come le interiora di un'enorme bestia esposte alla luce del giorno. Gli uomini ci avevano versato sopra della benzina e li avevano bruciati vivi, non avendo alcun rimedio per il male ma solo per ciò che identificavano come l'immagine del male. I serpenti in fiamme si contorcevano in maniera raccapricciante e alcuni strisciarono divampando dentro la grotta, illuminando ne i recessi più oscuri. Poiché erano muti non si sentivano grida di dolore, e gli uomini li avevano guardati bruciare e torcersi e affumicarsi ugualmente in silenzio, e in silenzio si erano dispersi nel crepuscolo invernale, ciascuno coi propri pensieri, diretti a casa per cena.
 Una notte il bambino si svegliò da un sogno e non volle raccontarglielo.
Non sei obbligato a dirmelo se non ti va, disse l'uomo.
Non ti preoccupare.
Ho paura.
Va tutto bene.
No, invece.
Era solo un sogno.
Ho tanta paura.
Lo so.
Il bambino distolse lo sguardo. L'uomo lo abbracciò. Ascoltami, disse.
Cosa.
Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso. Capisci? E tu non ti puoi arrendere. Io non te lo permetterò.

Quando si rimisero in viaggio l'uomo era molto debole, e nonostante tutti i suoi discorsi era più scoraggiato di quanto non si sentisse da anni. Lercio per la diarrea, curvo sulla maniglia del carrello. Guardava il bambino con occhi infossati e spauriti. Fra loro c'era una distanza nuova. Lo sentiva. Nel giro di due giorni arrivarono in una regione dove le tempeste di fuoco si erano lasciate alle spalle chilometri e chilometri di terra bruciata. Sulla strada, una crosta di cenere spessa diversi centimetri e difficile da affrontare con il carrello. L'asfalto sottostante aveva ceduto per il calore e poi si era risolidificato. L'uomo si appoggiò alla maniglia e guardò il lungo tratto di strada che aveva di fronte. Gli esili alberi caduti. La fanghiglia grigia dei canali. Una terra annerita ridotta a un mucchietto di shangai.

Si addentrarono in quel deserto e dopo un incrocio cominciarono a imbattersi nella roba che i vi andanti avevano abbandonato sulla strada anni prima. Bauli e borsoni. Tutto nero e squagliato. Vecchie valigie di plastica accartocciate e deformate dal calore. Qua e là l'impronta di cose staccate dal catrame e portate via da chi era venuto dopo. Un altro paio di chilometri e cominciarono a trovare i morti. Cadaveri imprigionati nell'asfalto, le braccia strette attorno al corpo, la bocca urlante. L'uomo strinse la spalla del bambino. Dammi la mano, disse. Non le dovresti vedere certe cose.
Le cose che ti entrano in testa poi ci restano per sempre?
Sí.
Stai tranquillo, papà.
Come stai tranquillo?
Ormai ci sono già entrate.
Non voglio che guardi.
Ci rimarranno lo stesso.
L'uomo si fermò e si appoggiò al carrello. Guardò la strada e poi il bambino. Così stranamente sereno.
Perché non proseguiamo?, disse il bambino.
Sí. D'accordo.
Stavano cercando di scappare, vero papà?
Sí, infatti.
Perché non si sono allontanati dall'asfalto?
Non potevano. Era tutto in fiamme.

Si fecero strada tra i corpi mummificati. La pelle nera tesa sulle ossa, i volti spaccati e rattrappiti sul cranio. Come vittime di uno spaventoso risucchio verso l'interno. Li superarono in silenzio, lungo quel muto corridoio spazzato dalla cenere dove loro sarebbero rimasti a dibattersi in eterno nel freddo coagulo dell'asfalto.

Attraversarono quello che era stato un piccolo villaggio lungo la strada, raso al suolo dalle fiamme. Alcuni serbatoi di metallo, qualche camino di mattoni annerito. Nei fossi c'erano pozze grigie di vetro fuso, e matasse arrugginite di fili della luce scoperti lungo il bordo della strada. L'uomo tossiva a ogni passo. Vide che il bambino lo guardava. Era lui il chiodo fisso del bambino. E ne aveva ben donde.