venerdì 13 marzo 2020


FAVOLA
Estratto da "Una bellezza russa e altri racconti"
Vladimir Nabokov

1

Fantasia, il fremito, l'estasi della fantasia! Erwin li conosceva bene. In tram occupava sempre un sedile sul lato destro per essere più vicino al marciapiede. Due volte al giorno, sul tram che prendeva per recarsi in ufficio e ritorno, Erwin guardava fuori del finestrino e sceglieva il proprio harem. Beato, beato Erwin che risiedeva in una città tedesca così confacente, così magica!
Ispezionava un marciapiede al mattino, andando al lavoro, e l'altro nel pomeriggio, ritornando a casa. Prima l'uno, poi l'altro erano inondati di voluttuosa luce solare, perché anche il sole andava e tornava. Dobbiamo tenere presente che Erwin era morbosamente timido, al punto che una sola volta nella vita, schernito da quelle canaglie dei compagni, aveva avvicinato una donna, la quale gli aveva detto tranquilla: «Dovresti vergognarti. Lasciami in pace». Da allora rifuggiva dal conversare con giovani sconosciute. In compenso, separato dalla strada da una lastra di vetro, una cartella nera stretta al petto, con indosso un paio di consunti pantaloni gessati e una gamba allungata sotto il sedile davanti (se libero), Erwin guardava audacemente e apertamente le ragazze che passavano, e poi si mordeva all'improvviso il labbro inferiore: quel gesto significava la cattura di una nuova concubina; dopo di che la metteva, per così dire, da parte, e lo sguardo penetrante e rapido, scattando come l'ago di una bussola, era già alla ricerca della successiva. Quelle bellezze erano lontane da lui e pertanto nessuna cupa timidezza offuscava il soave piacere della scelta in piena libertà. Ma se per caso una ragazza gli si sedeva di fronte, e una certa fitta lancinante gli diceva che era graziosa, ritirava la gamba da sotto il sedile manifestando una sgarbatezza insolita in una persona così giovane, incapace di costringersi a studiarla: le ossa della fronte – proprio lì, sulle sopracciglia – gli dolevano dalla timidezza, come se un elmetto di ferro gli stringesse le tempie e gli impedisse di sollevare gli occhi; e quale sollievo quando la ragazza si alzava e si dirigeva verso l'uscita. Allora, ostentando un'aria distratta e indifferente, guardava – l'impudente Erwin guardava, e come! Seguiva con lo sguardo la schiena di lei che si allontanava inghiottendo in una volta sola la nuca adorabile e le caviglie velate di seta, e finiva per aggiungerla al suo harem favoloso! La gamba si allungava di nuovo, di nuovo il marciapiede luminoso scorreva al di là del finestrino, e di nuovo, orientando verso la strada il pallido naso sottile con una depressione marcata in punta, Erwin riprendeva a collezionare le sue giovani schiave. E questa è fantasia, il fremito, l'estasi della fantasia!

2

Un sabato sera, una frivola sera di maggio, Erwin se ne stava seduto al tavolino di un caffè all'aperto. Osservava la folla che passava svelta per il viale, e di quando in quando si mordeva il labbro con un alacre incisivo. Il cielo era tutto tinto di rosa e i lampioni e le lampadine delle insegne dei negozi brillavano di un bagliore quasi irreale nel crepuscolo che avanzava. Una ragazza anemica ma graziosa vendeva per strada i primi lillà. Il fonografo del caffè suonava una musica molto appropriata, il Valzer dei fiori del Faust.
Una signora di mezz'età, alta, vestita di un tailleur grigio scuro di buon taglio, si fece strada fra i tavolini ancheggiando con movimenti marcati, seppure non privi di grazia. Non c'erano tavolini liberi. Alla fine, posò la mano guantata di lucida pelle nera sullo schienale di una sedia vuota davanti a Erwin.
«Posso?» chiesero i suoi occhi severi da sotto la corta veletta del cappellino di velluto.
«Certo, prego» rispose Erwin, sollevandosi appena dalla sedia e accennando un inchino. Donne di quel genere, dalla corporatura forte e dalle mascelle quasi mascoline, assai incipriate, non lo intimorivano.
Con un tonfo, la borsa voluminosa della signora finì dritta sul tavolino. Ella ordinò una tazza di caffè e una fetta di torta di mele. La sua voce profonda era piuttosto rauca ma gradevole.
La vasta distesa del cielo, soffusa di un rosa smorto, andava scurendosi. Un tram passò stridendo e inondò l'asfalto delle lacrime fulgide delle sue luci. Bocconcini di ragazze dalle gonne corte sfilavano davanti ai tavolini. Lo sguardo di Erwin le seguiva.
Voglio questa, pensava, mordendosi il labbro inferiore. E anche quella.
«Penso che si potrebbe organizzare» disse la sua dirimpettaia con lo stesso tono di voce calmo e roco con cui si era rivolta al cameriere.
Poco mancò che Erwin cadesse dalla sedia. La signora lo guardava intensamente sfilandosi il guanto per prendere la tazza di caffè. Gli occhi truccati brillavano gelidi e duri come vistosi gioielli falsi; al di sotto si gonfiavano borse scure e – come di rado accade alle donne, perfino a quelle più vecchie – dalle narici simili a quelle di un felino spuntavano dei peli. Senza guanto, la mano si rivelò grande e rugosa, con bellissime unghie lunghe e convesse.
«Non stupirti» disse sorridendo ironica. Smorzò uno sbadiglio e aggiunse: «In realtà, sono il Diavolo».
Il timido e innocente Erwin lo prese come un modo di dire, ma la signora, abbassando la voce, continuò:
«Quelli che mi immaginano con le corna e una grossa coda si sbagliano di grosso. Una sola volta sono apparso in quella forma a un imbecille bizantino, e non riesco proprio a capire come la cosa abbia avuto un tale dannato successo. Nasco tre o quattro volte ogni due secoli. Negli anni Settanta dell'Ottocento, circa cinquant'anni fa, sono stato sepolto, con cerimonie suggestive e grande spargimento di sangue, in cima a una collina che sovrastava un grappolo di villaggi africani su cui avevo regnato. Quell'incarico laggiù aveva rappresentato una pausa dopo incarnazioni più impegnative. Al momento sono una donna tedesca il cui ultimo marito – mi pare di averne avuti tre in tutto – era di origine francese, un certo professor Monde. Negli ultimi anni ho indotto numerosi giovani al suicidio, ho convinto un artista molto noto a copiare e riprodurre senza economie il disegno dell'Abbazia di Westminster che compare sulle banconote da una sterlina, ho incitato un virtuoso padre di famiglia… Bah! In realtà non c'è niente di cui vantarsi. Quell'avatara è stato assai banale e ne ho fin sopra i capelli».
Ingollò un boccone di torta ed Erwin, borbottando qualche cosa, si chinò a raccogliere il cappello che era caduto sotto il tavolino.
«No, aspetta ad andartene» disse Frau Monde, facendo contemporaneamente cenno al cameriere. «Ti offro qualcosa. Ti offro un harem. E se sei ancora scettico nei confronti del mio potere… Vedi quel signore anziano con gli occhiali cerchiati di tartaruga che sta attraversando la strada? Facciamolo urtare da un tram».
Guardando di sottecchi, Erwin si girò verso la strada. Quando arrivò alle rotaie il vecchio prese dalla tasca il fazzoletto e fece per starnutirvi dentro. In quel preciso momento un tram scattò in avanti, stridette e passò oltre. La gente si precipitò verso i binari da entrambi i lati della strada. L'anziano signore, senza più né occhiali né fazzoletto, era seduto sull'asfalto. Qualcuno lo aiutò ad alzarsi. Fermo in piedi, egli scuoteva confuso la testa, spazzolandosi le maniche della giacca con il palmo delle mani e dimenando una gamba per controllare in che stato fosse.
«Ho detto "urtare da un tram", non "andare sotto un tram" come avrei anche potuto» precisò Frau Monde imperturbabile, infilando una grossa sigaretta in un bocchino smaltato. «E comunque, è solo un esempio».
Soffiò due spirali di fumo grigio dalle narici e fissò di nuovo lo sguardo lucente e duro su Erwin.
«Mi sei piaciuto subito. La tua timidezza, la tua immaginazione audace. Mi hai rammentato un giovane monaco innocente, ma enormemente dotato, che conobbi in Toscana. Questa è la mia penultima notte. Essere una donna ha i suoi vantaggi, ma essere una donna di una certa età è un inferno, se mi permetti l'espressione. Inoltre, l'altro giorno ho fatto un tale malestro – lo leggerai presto su tutti i giornali – che è meglio che esca da questa vita. Lunedì prossimo ho in programma di nascere da qualche altra parte. La prostituta siberiana che ho scelto genererà un meraviglioso mostro d'uomo».
«Capisco» disse Erwin.
«Bene, ragazzo mio,» continuò Frau Monde, divorando un altro boccone di dolce «prima di andarmene intendo concedermi un po' di innocente divertimento. Ecco che cosa propongo. Domani, tra mezzogiorno e mezzanotte, tu scegli, seguendo il tuo solito metodo» (con pesante umorismo Frau Monde si succhiò il labbro inferiore con un sibilo succoso) «tutte le ragazze che desideri. Prima di andarmene, io le raggrupperò e le metterò a tua completa disposizione. Le terrai finché non le avrai godute tutte. Cosa ne pensi,amico?».
Erwin abbassò gli occhi e disse sottovoce: «Se fosse tutto vero, sarebbe una grande gioia».
«D'accordo, allora» disse la signora e leccò la panna montata rimasta sul cucchiaio. «D'accordo. A una condizione, però. No, non quello che pensi. Come ti ho detto, ho già preparato la mia prossima incarnazione. Non pretendo la tuaanima. Ecco la condizione: il totale delle scelte che farai tra mezzogiorno e mezzanotte deve essere un numero dispari. É una condizione fondamentale e irrevocabile. Altrimenti non posso fare niente per te».
Erwin si schiarì la gola e chiese quasi in un sussurro: «Ma… come posso saperlo? Diciamo che ne scelga una… cosa devo fare in quel caso?».
«Niente» rispose Frau Monde. «Ciò che senti, il tuo desiderio, sono di per se stessi un ordine. Tuttavia, per darti la certezza che il patto sussiste, farò in modo di mandare ogni volta un segnale: un sorriso, non necessariamente rivolto a te, una parola casuale nella folla, una improvvisa nota di colore, roba del genere. Non temere, lo capirai».
«E… e…» borbottò Erwin, strisciando i piedi sotto il tavolino: «… e dove dovrebbe… uhm… accadere? Non ho che una stanzetta».
«Non ti devi preoccupare neppure di questo» rispose Frau Monde, e il suo corsetto scricchiolò mentre si alzava. «Adesso è ora che tu vada a casa. Una buona notte di sonno non guasta. Ti do un passaggio».
Nel tassì aperto, con il vento buio che correva fra il cielo stellato e l'asfalto luccicante, il povero Erwin si sentiva stralli ordinariamente euforico. Frau Monde sedeva eretta, con le gambe incrociate che formavano un angolo acuto, e le luci della città dardeggiavano nei suoi occhi simili a gemme.
«Eccoti arrivato» disse toccando Erwin sulla spalla. «Au revoir».

3

Sono tanti i sogni che può procurare un boccale di birra scura corretta al brandy. Così rifletteva Erwin svegliandosi la mattina dopo: doveva essersi ubriacato e la conversazione con quella femmina buffa era solo frutto dell'immaginazione. É uno sviluppo retorico che compare spesso nelle favole e, proprio come accade nelle favole, il nostro giovanotto si rese ben presto conto di essere in errore.
Uscì nell'istante in cui l'orologio della chiesa si apprestava al faticoso compito di battere il mezzogiorno. Le campane festive partecipavano eccitate e una brezza vivace scompigliava i lillà attorno alla latrina nel giardinetto vicino a casa. I piccioni si posavano su un vecchio Herzog di pietra o incedevano dondolando lungo le buche piene di sabbia dove alcuni bambini – i culetti di flanella puntati verso l'alto – scavavano con le palette e giocavano con i trenini di legno. Il vento agitava le lucide foglie dei tigli; gli assi di picche delle loro ombre tremolavano sul sentiero di ghiaia e come uno stormo etereo si levavano lungo i pantaloni e le gonne dei passanti, sparpagliandosi veloci sulle spalle e sui visi, per poi scivolare di nuovo, tutti insieme, al suolo dove, muovendosi appena, stavano in agguato del prossimo passante. In quello scenario variegato Erwin notò una ragazza vestita di bianco che, accoccolata, arruffava con due dita il pelo ispido di un cucciolo grasso dal ventre bitorzoluto. L'inclinazione del capo le scopriva la nuca, rivelava l'ondulazione delle vertebre, la peluria bionda, l'infossatura delicata fra le scapole, e il sole, filtrando tra le foglie, scovava fili color di fiamma tra i capelli castani. Senza interrompere il gioco, si sollevò per metà e batté le mani in aria, sopra il cucciolo. Il grasso cagnolino si rigirò sulla ghiaia, si allontanò di corsa per qualche metro e capitombolò sul fianco. Erwin si sedette su una panchina e gettò un'occhiata timida e avida al volto della ragazza.
La vide con tale chiarezza, con un'intensità percettiva così penetrante e assoluta che, pensò, neppure anni di precedente intimità avrebbero potuto svelare alcunché di nuovo nei suoi lineamenti. Le labbra pallide si contraevano come a ripetere ogni minima, morbida mossa del cucciolo; le ciglia battevano così luminose da sembrare piccoli raggi dei suoi occhi splendenti; ma forse la cosa più incantevole era la curva della gota, ora leggermente volta di profilo; quella linea discendente che nessuna parola, è ovvio, sarebbe stata in grado di descrivere. Si mise a correre, rivelando gambe attraenti, e il cucciolo le ruzzolava dietro come una palla lanuginosa. Rendendosi conto all'improvviso del suo potere miracoloso, Erwin trattenne il respiro e attese il segnale promesso. In quel momento la giovane, sempre correndo, voltò il capo e lanciò un sorriso al piccolo animale grassoccio che stentava a tenerle dietro.
«Numero uno» si disse Erwin con insolito compiacimento e si alzò dalla panchina.
Percorse il sentiero facendo scricchiolare la ghiaia sotto le vistose scarpe giallorossastre della festa. Uscì dall'oasi dei giardinetti e attraversò la strada alla volta dell'Amadeus Boulevard. Se i suoi occhi scrutavano in giro? Oh, sì, certo. Ma, forse perché era come se la ragazza in bianco avesse lasciato un'impronta più solare di qualsiasi altra sensazione precedente, un'invisibile macchia danzante davanti agli occhi gli impediva di individuare un'altra innamorata. Tuttavia ben presto la macchia si dissolse e vicino a una colonna di vetro che esponeva l'orario dei tram il nostro amico vide due signorine – due sorelle, o fors'anche gemelle, data la straordinaria somiglianza – che discutevano sul tragitto di un tram a voce alta, con toni concitati. Erano entrambe minute e snelle, vestite di seta nera, con occhi impertinenti e labbra dipinte.
«É proprio quello il tram che devi prendere» continuava a ripetere una.
«Gradirei tutt'e due» si affrettò a richiedere Erwin.
«Certo, naturalmente» rispose l'altra alle parole della sorella.
Erwin proseguì lungo il viale. Sapeva quali erano le strade eleganti che offrivano le migliori possibilità.
«Tre» si disse. «Numero dispari. Fin qui, tutto bene. E se fosse adesso mezzanotte…».
Dondolando la borsetta scendeva i gradini del Leilla, uno dei migliori alberghi della città. Il suo robusto compagno dal mento turchino la seguiva a qualche passo di distanza, avendo rallentato per accendersi un sigaro. La signora era deliziosa, a capo scoperto, i capelli alla maschietta con una frangia sulla fronte che la faceva sembrare un attore adolescente nella parte di una donzella. Nell'incrociarla, ora scortata da vicino dal nostro ridicolo rivale, Erwin notò contemporaneamente sia la rosa finta color carminio al bavero della giacca sia la pubblicità di un cartellone su cui compariva un turco dai baffi biondi e, a grandi lettere, la parola «sì!», con sotto, in caratteri più piccoli: «fumo soltanto la rosa d'oriente».
E facevano quattro, divisibile per due, ed Erwin divenne impaziente di ripristinare senza indugio il nonsenso del numero dispari. In una viuzza laterale c'era un ristorante economico dov'egli si recava qualche volta la domenica, quando era stanco del vitto della sua padrona di casa. Tra le ragazze che aveva notato, c'era una servetta che lavorava lì. Entrò e ordinò il suo piatto preferito: sanguinaccio e crauti. Il tavolo era vicino al telefono. Un uomo con la bombetta chiamò un numero e cominciò a ciarlare con l'entusiasmo di un cane da caccia che abbia sentito l'odore della lepre. Lo sguardo di Erwin vagò in direzione del bar… ed eccola, la ragazza che aveva già visto tre o quattro volte. Era bella, di una bellezza sciatta, lentigginosa, se la bellezza può essere sciattamente rossiccia. Quando alzò le braccia nude per riporre i boccali da birra lavati, egli vide i ciuffi fulvi delle ascelle.
«Va bene, va bene!» abbaiò l'uomo nel ricevitore.
Con un sospiro di sollievo arricchito da un rutto, Erwin uscì dal ristorante. Si sentiva pesante e aveva bisogno di schiacciare un pisolino. A essere sinceri, le scarpe nuove lo pinzavano come le chele di un granchio. Il tempo era cambiato. L'aria si era fatta afosa. Nel cielo caldo si formavano e si accalcavano i cumuli. Le strade erano quasi deserte. Sembrava che il russare del pomeriggio domenicale saturasse le case. Erwin salì su un tram.
Il tram si avviò. Erwin girò il viso pallido, lucido di sudore, verso il finestrino, ma non c'erano ragazze per la strada.
Nel pagare il biglietto notò, sul lato opposto della vettura, una donna seduta che gli volgeva le spalle. Indossava un cappello di velluto nero e un abito leggero con un motivo di crisantemi intrecciati su un fondo malva, semitrasparente, che lasciava intravedere la spallina della sottoveste. La figura statuaria della signora solleticò la curiosità di Erwin che volle dare un'occhiata al suo viso. Quando il cappello si mosse e, simile a una nave tenebrosa, cominciò a girarsi, dapprima egli distolse lo sguardo come faceva di solito, concentrandolo con fare distratto su un giovane che gli sedeva di fronte, sulle proprie unghie, su un vecchio dalle guance rubizze che sonnecchiava in fondo alla carrozza e, avendo in tal modo stabilito un punto di partenza che giustificasse altre occhiate all'intorno, Erwin spostò lo sguardo distratto sulla signora che ora guardava nella sua direzione. Era Frau Monde. Il viso pieno, non più giovane, era chiazzato di macchie rosse per il caldo, le sopracciglia mascoline si drizzavano ispide sui penetranti occhi prismatici, un lieve sorriso sardonico incurvava gli angoli delle labbra serrate.
«Buongiorno» disse con quella sua voce sommessa e roca. «Vieni a sederti qui. Adesso possiamo fare quattro chiacchiere. Come procedono le cose?».
«Cinque soltanto» rispose Erwin con qualche imbarazzo.
«Ottimo. Numero dispari. Ti consiglierei di fermarti qui. E a mezzanotte… ah, sì, non credo di avertelo detto… a mezzanotte devi venire in via Hoffmann. Sai dov'è? Guarda tra il numero 12 e il 14. Al posto di quell'appezzamento di terreno libero ci sarà una villa con un giardino circondato da un muro. Le ragazze che hai scelto saranno lì ad attenderti sdraiate su cuscini e tappeti. Ti aspetterò al cancello del giardino. Ma sia ben chiaro» aggiunse con un sorriso d'intesa «che io non m'intrometterò. Ricorderai l'indirizzo? Davanti al cancello ci sarà un lampione nuovo di zecca».
«Oh, una cosa» disse Erwin chiamando a raccolta tutto il suo coraggio. «Che in un primo momento siano vestite… voglio dire che siano proprio come quando le ho scelte… e che siano molto allegre e affettuose».
«Ma certo, naturalmente!» rispose Frau Monde. «Tutto sarà proprio come desideri, senza che tu debba dirmelo. Altrimenti non c'era alcuna ragione di cominciare questa storia, n'est-ce pas?Ma confessa, su, ragazzo mio… stavi per iscrivermi nell'harem. No, no, non temere, sto solo scherzando.
Allora, ecco la tua fermata. Molto saggio chiuderla qui. Cinque va benissimo. Ci vediamo qualche secondo dopo mezzanotte, ah! ah!».

4

Entrato che fu nella sua stanza, Erwin si tolse le scarpe e si stese sul letto. Si svegliò verso sera. La voce melata di un tenore fluiva a pieno volume dal fonografo di un vicino: I vant to be happee…
Erwin ripensò alle sue scelte: la numero uno, la Donzella in Bianco, la più semplice di tutte. Forse sono stato troppo precipitoso. Oh, be', insomma, niente di male. Poi le gemelle vicino alla colonna di vetro. Due tipe allegre, truccate. Con loro mi divertirò di sicuro. Poi la numero quattro, Leilla la Rosa, simile a un ragazzo. Forse la migliore. E poi la Volpe della birreria. Anche lei niente male. Ma soltanto cinque. Non sono tantissime!
Rimase disteso per un po', con le mani dietro la testa, ascoltando il tenore che continuava a voler essere felice. Cinque. No, è assurdo. Che peccato che non sia lunedì mattina: quelle tre commesse dell'altro giorno… oh, ci sono tante belle donne che non desiderano altro che di essere trovate! E posso sempre aggiungere una donna di strada all'ultimo momento.
Erwin calzò le scarpe di tutti i giorni, si spazzolò i capelli e si affrettò a uscire.
Per le nove ne aveva collezionate altre due. Aveva notato la prima in un caffè dove si era fermato per un panino e un paio di cicchetti – gin olandese. La ragazza, che stava parlando animatamente con il proprio compagno, uno straniero che si tormentava la barba, in una lingua incomprensibile – polacco o russo – aveva occhi grigi dal taglio appena allungato, un sottile naso aquilino che si arricciava quando rideva, e gambe eleganti scoperte fino al ginocchio. Mentre Erwin ne osservava il gesticolare nervoso, la noncuranza con cui scuoteva la cenere della sigaretta spargendola ovunque sul tavolo, una parola tedesca spalancò di colpo una finestra illuminante su quel linguaggio slavo, e la parola fortuita (offenbar)altro non era che il segnale «evidente». L'altra ragazza, la numero sette della lista, saltò fuori all'ingresso in stile cinese di un piccolo luna park. Indossava una blusa scarlatta e una gonna di un verde vivace, il collo nudo le si gonfiava mentre strillava allegra respingendo un paio di zotici giovanotti su di giri che, afferratala per i fianchi, cercavano di costringerla ad andare con loro.
«Ci vengo, ci vengo!» gridò infine, e fu trascinata via.
Lanterne di carta variopinte ravvivavano il luogo. Un aggeggio simile a una slitta, occupato da passeggeri gementi, precipitava con fracasso giù per un condotto serpentino e scompariva tra le arcate di uno scenario medioevale per tuffarsi in un ulteriore abisso tra ripetuti ululati. Dentro un capannone, quattro ragazze in maglietta e pantaloncini – rossi, blu, verdi, gialli – pedalavano a tutta forza con le gambe nude, sedute su quattro sellini (mancavano le ruote, c'erano soltanto i telai, i pedali e i manubri). Sopra di loro era appeso un quadrante sul quale si muovevano quattro lancette: rossa, blu, verde e gialla. All'inizio la blu era in testa, poi quella verde la superò. Un uomo munito di fischietto, in piedi lì accanto, raccoglieva le monete dei pochi sempliciotti che desideravano piazzare le scommesse. Erwin fissò lo sguardo sulle splendide gambe, nude fin quasi all'inguine, che pedalavano con impeto travolgente.
Devono essere delle ballerine formidabili, pensò; mi ci vorrebbero tutte e quattro.
Le lancette si riunirono ubbidienti una sull'altra e si fermarono.
«Parità!» gridò l'uomo con il fischietto. «Un finale fantastico!».
Erwin bevve un bicchiere di limonata, controllò l'orologio e si avviò all'uscita.
Ore undici e undici donne. Bastano, penso.
Socchiuse gli occhi nell'immaginare i piaceri che lo aspettavano. Si rallegrò per essersi ricordato di indossare biancheria pulita.
Con quanta scaltrezza sorniona Frau Monde aveva presentato la cosa, rifletté Erwin sorridendo. É certo che mi spierà, e perché non dovrebbe? Renderà la cosa più stuzzicante.
Camminava con lo sguardo rivolto a terra, scuotendo la testa tutto contento e alzando gli occhi solo di quando in quando per controllare il nome delle strade. Sapeva che la via Hoffmann era molto lontana, ma aveva ancora un'ora davanti a sé e quindi non c'era alcun bisogno di affrettarsi. Anche quella sera, come la notte precedente, il cielo brulicava di stelle e l'asfalto riluceva come un'acqua tranquilla, assorbendo e dilatando le luci magiche della città. Oltrepassò un grande cinema che inondava del suo fulgore il marciapiede, e all'angolo di strada successivo un breve scroscio di risa infantili gli fece alzare gli occhi.
Davanti a sé vide un uomo anziano, alto, in abito da sera, insieme con una ragazzina che camminava al suo fianco – una fanciulla di circa quattordici anni con un vestito nero elegante dalla scollatura profonda. Tutta la città conosceva l'uomo anziano grazie ai suoi ritratti. Era un poeta famoso, un bardo attempato che viveva tutto solo in un lontano quartiere periferico. Incedeva a grandi passi con una sorta di grazia greve; i capelli, di una tonalità che ricordava l'ovatta sudicia, scendevano fin sulle orecchie da sotto le falde di un cappello floscio. Un bottoncino dello sparato inamidato catturò il luccichio di un lampione e il lungo naso ossuto proiettò un cuneo d'ombra su un angolo della bocca sottile. Nel medesimo tremulo istante Erwin gettò uno sguardo al viso della bambina che camminava a passetti leziosi accanto al vecchio poeta; quel viso aveva qualche cosa di singolare, singolare era lo sguardo che aleggiava negli occhi troppo lucenti, e se non fosse stata che una ragazzina – senza dubbio la nipote del vecchio – si sarebbe potuto credere che le labbra fossero state ritoccate con il rossetto. Camminava oscillando appena i fianchi, e intanto chiedeva qualche cosa al compagno con voce squillante… ed Erwin, pur non avendo impartito alcun ordine mentale, seppe che il suo subitaneo desiderio segreto era stato esaudito.
«Ma certo, certo» rispose il vecchio con tono suadente chinandosi verso la bambina.
Incrociandoli, Erwin percepì una zaffata di profumo. Volse il capo all'indietro, poi proseguì per la propria strada.
«Ehi, attenzione» borbottò all'improvviso, rendendosi conto che era arrivato a dodici, un numero pari: devo trovarne un'altra, entro mezz'ora.
Continuare la ricerca lo seccava un po', ma al tempo stesso era contento di avere un'ulteriore possibilità.
Ne troverò una per strada, si disse, per placare un accenno di panico. Sono sicuro che una la troverò!
«Forse, chissà, la più graziosa di tutte» commentò ad alta voce scrutando dentro la notte lucente.
E pochi minuti dopo avvertì la contrazione deliziosa a lui ben nota – quel senso di gelo dentro il plesso solare. Una donna camminava davanti a lui a passi rapidi e leggeri. Le vedeva soltanto la schiena e non avrebbe saputo dire per quale ragione bramasse tanto raggiungere proprio lei e guardarla in viso. Naturalmente sarebbe possibile descriverne il portamento, il modo di muovere le spalle, la silhouette del cappello… ma a che scopo? Qualche cosa al di là dei tratti visibili, una specie di atmosfera speciale, un'eccitazione impalpabile lo spingeva a proseguire. Camminava velocemente eppure non riusciva a raggiungerla; davanti a lui guizzavano umidi riflessi luminosi; la donna incedeva a passo svelto e regolare e la sua ombra di tenebra si ritraeva entrando nel cerchio di luce di un lampione, scivolava silenziosa lungo un muro, svoltava l'angolo e svaniva.
«Santo cielo! Devo vederla in viso» borbottò Erwin. «E il tempo vola».
Ma subito si dimenticò del tempo. Quello strano inseguimento silenzioso nella notte lo inebriava. Infine riuscì a superarla e proseguì, distanziandola, senza trovare il coraggio di girarsi a guardarla; si limitò a rallentare l'andatura, ed ella a sua volta lo superò tanto rapidamente che egli non ebbe il tempo di alzare gli occhi. Di nuovo la seguiva, a dieci passi di distanza, e a quel punto si rese conto, senza averla vista in viso, che era lei il premio più ambito. Le strade esplosero in una girandola di luci colorate, si spensero lentamente, brillarono di nuovo; una piazza da attraversare, un'area di tenebra lucente, ed ecco che di nuovo, con un rapido schiocco delle scarpe dal tacco alto, la donna saliva su un marciapiede, seguita da Erwin, disorientato, incorporeo, stordito dalle luci sfocate, dalla notte umida, dall'inseguimento.
Che cosa lo attirava? Non il suo portamento, non la sua figura, ma qualcosa d'altro, un che di ammaliante e irresistibile, come se la donna fosse circondata da un bagliore intenso; pura fantasia, forse, il fremito, l'estasi dell'immaginazione, o fors'anche si trattava di ciò che trasforma la vita intera di un uomo con un solo gesto divino. Erwin non si curava di saperlo, la seguiva e basta, a passo veloce sull'asfalto e sui sassi che parevano anch'essi smaterializzati nella notte iridescente.
Poi alla caccia si unirono gli alberi, i tigli primaverili: avanzavano sussurrando da entrambi i lati, sopra di lui, tutt'attorno a lui; i minuscoli cuori neri delle loro ombre si fondevano ai piedi di ogni lampione, e il loro delicato aroma appiccicoso lo incitava.
Erwin si era di nuovo avvicinato. Un passo ancora e l'avrebbe superata. Ella si fermò all'improvviso davanti a un cancelletto di ferro e tirò fuori le chiavi dalla borsetta. Mancò poco che Erwin sullo slancio del passo le finisse addòsso. Ella girò il viso verso di lui e alla luce di un lampione che filtrava attraverso le foglie color smeraldo, egli riconobbe la ragazza che quel mattino giocava con un lanoso cucciolo nero su un sentiero ghiaioso, e di colpo ricordò, di colpo comprese tutto il suo fascino, il suo dolce calore, il suo splendore inestimabile.
La fissava immobile, con un sorriso infelice.
«Dovrebbe vergognarsi» ella disse a bassa voce. «Mi lasci in pace».
Il cancelletto si chiuse rumorosamente. Erwin rimase fermo sotto i tigli tornati silenziosi. Si guardò attorno, incerto sulla direzione da prendere. Ad alcuni passi di distanza vide due bolle fiammeggianti: un'automobile ferma accanto al marciapiede. Si avvicinò e toccò la spalla dell'autista, immobile come un manichino.
«Può dirmi che via è questa? Mi sono perso».
«Via Hoffmann» rispose asciutto il manichino.
Ed ecco che una voce conosciuta, bassa e roca, si alzò dalle profondità dell'automobile.
«Ciao. Sono io».
Erwin appoggiò una mano sulla portiera dell'automobile e ricambiò debolmente il saluto.
«Sono annoiata da morire» riprese la voce. «Sto aspettando il mio ragazzo. Porterà il veleno. Moriremo assieme all'alba. E tu, come stai?».
«Numero pari» disse Erwin facendo scorrere il dito sulla portiera polverosa.
«Sì, lo so» ribatté calma Frau Monde. «La numero tredici non era altro che la numero uno. Hai combinato un gran bel pasticcio».
«Peccato» disse Erwin.
«Peccato» gli fece eco Frau Monde, e sbadigliò.
Erwin s'inchinò, baciò il grande guanto nero, teso sulle cinque dita allargate, e con un colpetto di tosse si allontanò nel buio. Camminava con passo pesante, le gambe gli dolevano, e l'opprimeva il pensiero che il giorno seguente era lunedì e sarebbe stato duro alzarsi.