lunedì 30 marzo 2020


Il rifiuto ideologico di tutto quanto riguarda  l’industria e il progresso ci fa dimenticare quanto acqua, plastica, energia, petrolio siano determinanti anche in questi giorni di emergenza. 
Nel 1958, l’imprenditore e filantropo libertario americano Leonard Read scrisse un delizioso racconto, intitolato “I, Pencil”, nel quale una matita racconta il suo albero genealogico. La sua fabbricazione richiede la collaborazione inconsapevole di innumerevoli persone, dai boscaioli dell’Oregon alla segheria californiana dove i tronchi di cedro vengono lavorati, dai minatori dello Sri Lanka che estraggono la grafite per la mina fino ai raffinatori di olio per la laccatura esterna.


IO, LA MATITA 
di Leonard Read



Sono una matita – quella comune matita di legno nota a tutti i ragazzi, le ragazze e gli adulti che sanno leggere e scrivere.


Scrivere è sia la mia vocazione che la mia occupazione; è tutto quel che faccio.


Vi domanderete perché mai dovrei scrivere la mia genealogia. Beh, tanto per cominciare, la mia è una storia interessante. E, poi, in seconda battuta, io sono un mistero – ben più di quanto non lo siano un albero o un tramonto o anche un fulmine. Ma, purtroppo, chi mi usa dà per scontata la mia storia, come se fossi capitata per caso nelle loro mani e dietro di me non vi fosse alcun passato. Questo atteggiamento sprezzante mi relega tra le cose banali e senza interesse. È un esempio di un grave errore, nel quale l’umanità persevera non senza pericolo. Perché, osservò saggiamente G.K. Chesterton, “Non moriremo per mancanza di meraviglie, ma quando cesseremo di meravigliarci”.


Io, la matita, per quanto appaia un oggetto semplice, merito di suscitare la vostra meraviglia e il vostro sbigottimento e proverò a dimostrarvi il perché. Difatti, se riuscirete davvero a capirmi – anche se, in verità, sarebbe chiedere troppo a chiunque – se riuscirete ad afferrare il miracolo che simboleggio, potreste contribuire a salvare quella libertà che l’umanità sta perdendo tanto infelicemente. Ho una lezione importante per voi. E posso impartirvela meglio di quanto non possano un’auto o un aereo o una lavastoviglie, perché… beh, proprio perché la mia storia è apparentemente tanto semplice.


Semplice? Eppure non c’è una sola persona sulla terra che sappia come fabbricarmi. Sembra incredibile, no? Specialmente quando ci si rende conto che ci sono circa un miliardo e mezzo di miei simili prodotti ogni anno nei soli Stati Uniti.


Prendetemi in mano e osservatemi. Che cosa vedete? Non c’è molto che possa attirare la vostra attenzione: c’è il legno, la lacca, la marca, la mina, un poco di metallo e la gomma.


Innumerevoli antecedenti
Così come voi non potete risalire troppo indietro col vostro albero genealogico, allo stesso modo a me è impossibile nominare tutti i miei antenati. Ma vorrei suggerirvi qualche elemento per farvi intuire la ricchezza e la complessità della mia storia.



Il mio albero genealogico comincia, per l’appunto, con un albero, un cedro con una bella venatura diritta, di quelli che crescono nella California del Nord e in Oregon. Adesso pensate a tutte le motoseghe, ai camion, alle funi e agli innumerevoli altri attrezzi usati per abbattere e trasportare i tronchi di cedro fino ai binari della ferrovia. Pensate a tutte le persone e alle innumerevoli competenze che sono servite per l’estrazione del minerale, la fabbricazione dell’acciaio e la sua trasformazione in lame dentate, asce, motori; la coltivazione della canapa e i vari stadi che seguono fino all’ottenimento di una corda robusta; gli accampamenti nel bosco con i letti e le mense, la cucina e la preparazione delle vivande. Pensate solo alle migliaia di persone hanno avuto un qualche ruolo per produrre ognuna delle tazze di caffè bevute dai taglialegna!


Diciamo che i tronchi vengono spediti allo stabilimento di San Leandro, California. Riuscite a immaginare le persone che hanno prodotto i vagoni, i binari e i locomotori e hanno costruito e installato i sistemi di comunicazione necessari alle ferrovie? Quest’esercito di persone sta tutto nel mio albero genealogico.


Pensate ora alla segheria di San Leandro. I tronchi di cedro sono tagliati in asticelle piccole, lunghe proprio quanto una matita, poco più di mezzo centimetro di spessore. Queste asticelle vengono essiccate in un forno e poi tinteggiate, per la stessa ragione per cui le donne si truccano il viso. La gente vuole che io appaia carina e non mostri un colore scialbo. Le asticelle vengono incerate e passate di nuovo al forno per asciugarle. Quante sono le competenze che concorrono alla produzione di tinta e forni, alla fornitura del calore, della luce e dell’energia, delle cinghie, dei motori e di tutte le altre cose richieste da una segheria? Gli spazzini dello stabilimento figurano anch’essi tra i miei antenati? Sì, e così pure gli uomini che versarono il calcestruzzo per realizzare la diga della centrale idroelettrica della Pacific Gas & Electric Company che fornisce energia agli impianti.


Né vanno dimenticati gli avi vicini e lontani che hanno aiutato a trasportare sessanta vagoni di asticelle attraverso il paese.


Una volta entrate nella fabbrica di matite – 4 milioni di dollari di attrezzature ed edifici, tutto capitale accumulato da progenitori parsimoniosi e avveduti – in ogni asticella vengono intagliate otto scanalature grazie a un macchinario complesso, dopo di che un’altra macchina sistema la grafite nella metà delle asticelle, applica la colla e vi sovrappone un’altra asta – fa una specie di sandwich alla grafite. Poi un’altra macchina ritaglia me e sette miei fratelli da questo sandwich di legno.


Anche la grafite è l’esito di un processo complesso. il minerale viene estratto nello Sri Lanka. Pensate ai minatori e a chi ha fabbricato i tanti utensili di cui fanno uso, e i sacchi di carta in cui la grafite viene impacchettata e trasportata, e ancora a quanti hanno prodotto le corde usate per legare i sacchi e a chi li carica sulle navi e a chi ancora quelle navi le ha costruite. Anche il guardiano del faro lungo la rotta ha contribuito alla mia nascita – e così pure il timoniere del rimorchiatore.


La grafite viene mescolata con argilla del Mississippi di cui viene usato l’idrossido d’ammonio nel processo di rifinitura. In seguito viene aggiunto un agente inumidente, tipo il sego solfonato (si tratta di grassi animali fatti reagire con acido solforico). Dopo il passaggio attraverso diversi macchinari, la mistura si presenta infine come un‘interminabile estrusione – esattamente alla stregua di quanto avviene con una macchina per fare le salsicce – che viene tagliata su misura, seccata e cotta per molte ore a più di 1.000 gradi. Per rendere la grafite più robusta e levigata essa viene trattata con una miscela calda che comprende cera del Messico, paraffina e grassi naturali idrogenati.


Il mio cedro riceve sei strati di lacca. Conoscete gli ingredienti della lacca? Chi penserebbe che coltivatori di semi di ricino e raffinatori di olio di ricino contribuiscano a produrli? Eppure è proprio così: anche i processi attraverso cui la lacca assume quel suo bel color giallo abbisognano dei talenti di più persone di quante non ne possa ricordare!


Guardate infine le scritte impresse su di me. Si tratta di una pellicola ottenuta scaldando nerofumo misto a resine. Com’è che sono state ricavate le resine? E lo sapete cos’è il nerofumo?


Il mio pezzo di metallo – la ghiera – è d’ottone. Pensate a quante persone estraggono zinco e rame, e a quelle che sono capaci a ricavare lucidi fogli d’ottone da queste risorse naturali. Quegli anelli scuri sulla ghiera sono nickel nero. Cos’è il nickel nero e come viene applicato? Ci vorrebbero pagine per spiegare solo perché il centro della ghiera non è ricoperto di nickel nero.


Infine c’è la mia corona, che nel mestiere viene detta comunemente “gommino”, la parte che le persone usano per cancellare gli errori fatti utilizzandomi. Un ingrediente chiamato “fatturato” è ciò che consente di cancellare. È un prodotto simile alla gomma, creato dalla reazione di olio di ravizzone, prodotto in India, e di cloruro di zolfo. La gomma, contrariamente a quanto si crede, serve solo a tenere insieme il materiale. Poi ci sono ancora numerosi agenti di vulcanizzazione e accelerazione. La pietra pomice arriva dall’Italia; e il pigmento che dà il suo colore al “gommino” è il solfuro di cadmio.


Nessuno lo sa
C’è qualcuno che vuol mettere in dubbio quanto ho detto prima, ovvero che non c’è una singola persona sulla faccia della terra che saprebbe come costruirmi senza aiuto?



Effettivamente, milioni di esseri umani hanno partecipato alla mia creazione, e ciascuno di essi non conosce che una minima parte di quelli che hanno contribuito all’opera. Ora, potreste pensare che esagero, quando collego la mia creazione al raccoglitore di caffè in Brasile e ai coltivatori che in altre parti del mondo collaborano alla preparazione del cibo. Potreste dire che questa è una posizione estrema. Ma rimango fedele alla mia affermazione. Non c’è una singola persona, compreso il presidente della fabbrica di matite, che contribuisca per più di una piccola, infinitesima parte di competenza, alla mia costruzione. Dal punto di vista delle conoscenze concrete, la sola differenza tra il minatore di grafite dello Sri Lanka e il boscaiolo dell’Oregon è nel tipo di specializzazione tecnica. Non si può fare a meno né del minatore né del boscaiolo, né tanto meno del chimico industriale o dell’operaio del pozzo di petrolio (dal momento che la paraffina è un derivato del petrolio).


Ecco un fatto davvero sbalorditivo: né il lavoratore del settore petrolifero né il chimico né il minatore che estrae la grafite né gli armatori o i costruttori di navi o treni o camion né l’operatore della macchina che rifinisce la mia ghiera di metallo e neppure il presidente dell’azienda assolve il proprio compito perché vuole una matita. Costoro mi desiderano meno, forse, di un bambino che affronta i suoi primi giorni di scuola. In effetti, in questa vasta moltitudine vi sono tante persone non hanno mai visto una matita né saprebbero come usarla. Non fanno quello che fanno per causa mia, la loro motivazione è un’altra. Magari qualcosa tipo: ognuno di questi milioni di individui vede che così può scambiare il suo piccolo ”saper fare” con beni e servizi di cui abbisogna o che desidera. Non è detto che io rientri tra questi.


Nessun pianificatore
C’è un fatto ancor più sorprendente: è l’assenza di una mente superiore, di qualcuno che impone o che dirige con la forza quelle numerose azioni che mi portano a esistere. Non v’è traccia di una persona siffatta. Invece, troviamo al lavoro la Mano Invisibile. Questo è il mistero a cui mi riferivo prima.



È stato detto che “soltanto Dio può creare un albero”. Perché siamo d’accordo con questa affermazione? Non è forse perché comprendiamo che noi stessi non potremmo farlo? E, a dir il vero, siamo in grado anche solo di descriverlo, un albero? In realtà no, se non nei termini più superficiali. Possiamo dire, per esempio, che una certa configurazione molecolare si presenta come albero. Ma quale mente umana potrebbe registrare, o dirigere, i continui mutamenti molecolari che avvengono nel corso della vita di un albero? Questo è un fatto assolutamente impensabile!


Io, la matita, sono una complessa combinazione di miracoli: alberi, zinco, rame, grafite e così via. Ma a questi miracoli che si manifestano in natura s’aggiunge un miracolo ancora più straordinario: la configurazione delle energie creative umane – milioni di diversi “saper fare” che si ordinano naturalmente e spontaneamente in risposta a desideri e necessità umani e in assenza di ogni mente pianificatrice! Se solo Dio può fare un albero, insisto nel dire che solo Dio potrebbe crearmi. Nessun uomo può dirigere quei milioni di “saper fare” per darmi vita, così come non è in grado di mettere assieme una miriade di molecole per creare un albero.


Questo è quanto intendevo quando scrivevo: “se riuscirete ad afferrare il miracolo che simboleggio, potreste contribuire a salvare quella libertà che l’umanità sta perdendo tanto infelicemente”. Perché, se ci si rende conto che queste capacità si organizzano naturalmente, del tutto automaticamente, in modelli creativi e produttivi in risposta ai desideri e alle necessità delle persone – vale a dire, in assenza di qualsiasi intervento governativo o coercitivo – allora si finirà per possedere un ingrediente assolutamente essenziale per la libertà: la fede nelle persone libere. La libertà è impossibile in assenza di questa fede.


Una volta che un governo abbia ottenuto il monopolio di un’attività creativa come, per esempio, la consegna della posta, la maggior parte degli individui crederà che la posta non possa essere efficacemente gestita da uomini liberi. E questo è il motivo: ciascuno ammette di non sapere tutte le cose che servirebbero per fornire il servizio postale. Egli ammette pure che nessun altro singolo individuo abbia a disposizione tali conoscenze. L’una e l’altra cosa sono vere. Nessun singolo possiede conoscenze sufficienti per effettuare la distribuzione nazionale della posta, non più di quanto sappia abbastanza per produrre una matita. Ora, senza la fede nelle persone libere – nell’inconsapevolezza che milioni di piccoli “saper fare” si formerebbero naturalmente e collaborerebbero in modo miracoloso, per concorrere alla soddisfazione di questa necessità – l’individuo non può impedirsi di giungere all’errata conclusione che la posta possa essere consegnata solo da uno “spirito organizzatore” governativo.


Prove a profusione
Se io, la matita, fossi l’unico articolo a poter dare testimonianza di quel che donne e uomini possono fare quando siano lasciati liberi di mettersi alla prova, allora gli scettici avrebbero di che dubitare. C’è però una grande abbondanza di prove che va in questo senso; sono dovunque intorno a noi. La distribuzione della posta è estremamente semplice se paragonata, per esempio, alla produzione di un’automobile o di un computer o di un telefono cellulare o di una grande macchina industriale, e così pure a decine di migliaia di altre cose. Parliamo di consegna e di distribuzione di cose? Ebbene, laddove gli uomini sono stati lasciati liberi di fare i propri tentativi, essi diffondono la voce umana intorno al mondo in meno di un secondo; distribuiscono un avvenimento visivamente e in movimento in ogni casa in diretta; trasportano 300 passeggeri da Roma a Milano in poco più di tre ore; forniscono gas fino al fornello di casa a tariffe incredibilmente basse e senza sovvenzioni; e sono in grado di trasportare petrolio da un capo all’altro del mondo ad un costo pro capite che farebbe invidia a quello preteso dallo Stato per consegnare una lettera da una via all’altra di una stessa città.


  • La lezione che ci tengo a trasmettervi è questa: lasciate libere le energie creative. Limitatevi a organizzare la società affinché agisca in armonia con questa lezione. Fate in modo che l’apparato legale della società rimuova ogni ostacolo meglio che può. Permettete a questa conoscenza creativa di fluire liberamente. Abbiate fiducia, donne e uomini liberi sapranno affidarsi alla Mano Invisibile. Questa fiducia sarà ben riposta. Io, la matita, per quanto semplice appaia, offro il miracolo della mia creazione come prova tangibile di questa fede pratica, pratica come il sole, la pioggia, un cedro, la buona terra
















































































































































I, Pencil
Leonard Read
Introduction 
Eloquent. Extraordinary. Timeless. Paradigm-shifting. Classic. Six decades after it first appeared, Leonard Read’s I, Pencil still evokes such adjectives of praise. Rightfully so, for this little essay opens eyes and minds among people of all ages. Many first-time readers never see the world quite the same again. Ideas are most powerful when they’re wrapped in a compelling story. Leonard’s main point — economies can hardly be “planned” when not one soul possesses all the know-how and skills to produce a simple pencil — unfolds in the enchanting words of a pencil itself. Leonard could have written “I, Car” or “I, Airplane,” but choosing those more complex items would have muted the message. No one person — repeat, no one, no matter how smart or how many degrees follow his name — could create from scratch a small, everyday pencil, let alone a car or an airplane. This is a message that humbles the high and mighty. It pricks the inflated egos of those who think they know how to mind everybody else’s business. It explains in plain language why central planning is an exercise in arrogance and futility, or what Nobel laureate and Austrian economist F. A. Hayek aptly termed “the pretence of knowledge.” Indeed, a major influence on Read’s thinking in this regard was Hayek’s famous 1945 article, “The Use of Knowledge in Society.” In demolishing the spurious claims of the socialists of the day, Hayek wrote, “This is not a dispute about whether planning is to be done or not. It is a dispute as to whether planning is to be done centrally, by one authority for the whole economic system, or is to be divided among many individuals.” Maximilien Robespierre is said to have blessed the horrific French Revolution with this chilling declaration: “On ne saurait pas faire une omelette sans casser des oeufs.” Translation: “One can’t expect to make an omelet without breaking eggs.” A consummate statist who worked tirelessly to plan the lives of others, he would become the architect of the Revolution’s bloodiest phase — the Reign of Terror of 1793–94.