giovedì 12 marzo 2020




TRISTAM SHANDY
Laurence Sterne
Parte 1
Capitoli 1-25
Recensione
Raramente ciò che l’editoria moderna definisce con la formula del best-seller ha suscitato più contrastanti dibattiti di Tristram Shandy che è stato riconosciuto a due secoli dalla sua pubblicazione un punto di svolta della narrativa moderna. Nessuno metterebbe più in discussione oggi un romanzo che Johnson liquidò come immorale, che scrittori settecenteschi quali Walpole (lo trovava «insipido e noioso») e Richardson (ci vedeva più elementi di biasimo che di lode) lasciarono cadere e che infine i vittoriani condannarono. In effetti Tristram Shandy appare al culmine di una straordinaria stagione del romanzo inglese, dalle “storie vere”, ossia dai paradigmi ideologico-realistici di Defoe allo spessore sanguigno e discorsivo di Fielding, alla sottile, persino crudele, analisi psicologica e comportamentale di Richardson, al tormentato moralismo di Goldsmith. L’ascesa della borghesia e la maturazione di una lingua media, comune, la koinè di cui giustamente Pier Paolo Pasolini lamentò l’assenza in Italia, avevano propiziato l’affermazione di un genere nuovo, la novel, in opposizione al sentimentalismo e all’aristocratico spaziare fantastico del romance (denunciato da Fielding in Tom Jones come «pieno di fantasmi»). Come Fielding sottolineava acutamente, il poema epico era ben morto ed era stato sostituito da un filone nuovo, dinamico, attento alla realtà o per lo meno a un progetto della realtà, pronto a sgretolare l’enfasi eroica con l’ironia del quotidiano, per sostituirvi appunto una mitologia borghese. E l’ironia, la satira sostenevano una parte decisiva nel romanzo, nella prosa creativa (con il vertice assoluto di Swift) in una battaglia delle idee che andava dalla predicazione liberaleggiante dei whigs all’acredine beffarda dei tories (ancora Swift) e al loro attacco senza quartiere alla rassicurante nozione di progresso, di benevolenza, di razionalità. Un apparente senso di equilibrio, di legittimazione delle facoltà rassicuranti della mente, sembrava in apparenza contrassegnare l’età chiamata a posteriori “augustea”, con il trionfo dell’Inghilterra cosmopolita, economicamente in ascesa, pronta a gettare le basi del suo impero coloniale, intellettualmente matura, quale la esaltava Joseph Addison, il grande saggista e giornalista, nelle pagine dedicate alla city. Pure, le contraddizioni e le incertezze non si potevano facilmente esorcizzare: lo confermavano la tragica conclusione di Clarissa di Richardson, gli inquietanti interrogativi del maggiore poeta del secolo, Alexander Pope e la stessa realtà storica per cui un teorico e sistematore dell’autorità di Edmund Burke era chiamato a pronunciarsi sui due sconvolgenti fenomeni della rivolta dei coloni americani e della rivoluzione francese ed Edward Gibbon produceva la poderosa opera sulla decadenza e la caduta dell’impero romano, punto di riferimento quasi proverbiale. Ma conviene rammentare che nella narrativa inglese del Settecento, che germinerà la nascita del romanzo storico con Walter Scott, la dialettica tra vicenda pubblica e storia privata, imperiosamente riaperta in termini di dibattito nel nostro tempo, costituisce una sorta di sezione aurea con accentuazioni estreme ai suoi poli. Non a caso Jane Austen apparirà del tutto complementare rispetto a Walter Scott. In Tristram Shandy tutti questi elementi confluiscono ed entrano, per così dire, in sospensione: vengono ripresi, rimescolati, messi in questione, parodiati, sofferti, dissolti portando alla creazione della prima, autentica “opera aperta” della letteratura moderna.
In che cosa Sterne si differenzia dai grandi esemplari narrativi del Settecento o procede oltre? Innanzitutto nel nocciolo del raccontare, cioè nella dimensione fattuale. I narratori inglesi del Settecento e quelli che vi si erano riferiti (in Francia Diderot, con il suo omaggio reso a Richardson) avevano coscientemente e spesso dichiaratamente seguito la via aperta da Cervantes e da Rabelais con lo smantellamento o, se si vuole, lo spiazzamento del poema cavalleresco, la sua assoluta demistificazione e la sua sostituzione con strutture e linguaggio nuovi. La concretezza e lo sviluppo fattuale, però, seguivano regole precise e — per usare un termine diffuso nel Settecento — verosimili. Ora, Sterne si attiene a una serie di fatti in Tristram Shandy, di vicende precise, sul piano individuale e su quello storico. Senonché, a parte la loro tenuità, essi vengono disposti in un ordine apparentemente capriccioso e del tutto irrispettoso della logicità delle sequenze temporali. Ciò significa che vicende accadute dopo vengono raccontate prima, a cominciare dalla storia dello stesso Tristram, nato molto più innanzi dell’inizio del libro, dove egli già parla in prima persona; che negli ultimi quaranta- cinque capitoli ci troviamo di fronte ad accadimenti anteriori di cinque anni alla sua nascita; che l’itinerario della fanciullezza e dell’adolescenza di Tristram vengono presentati, raccolti, lasciati cadere e ripresi più tardi.
A differenza di molti grandi romanzi inglesi del Settecento, che nel titolo parlavano di vita e avventure del protagonista, qui sappiamo della vita e delle opinioni di Tristram, il che ci porta a un’altra basilare differenziazione. Difatti Tristram parla di se stesso e da personaggio si trasforma così in scrittore, il quale dà ordine al libro, assiste al suo farsi e ne discute estesamente: Tristram Shandy è dunque un romanzo con al centro un personaggio che parla del romanzo e, raccontandolo, lo scrive, o ne propone la stesura, visto che tutte le vicende del romanzo sono raccontate direttamente o indirettamente da lui. Tristram è il punto di vista e lo strumento narrativo, in un immenso gioco condotto da lui e di cui egli sembra aver fissato le regole. Assistiamo allora alla genesi di una narrativa nella narrativa, che la critica moderna ha definito “metanarrativa” e di cui Joyce è il più cospicuo esempio contemporaneo. Se, al limite, qualche critico è arrivato a sostenere che Tristram Shandy va considerato un romanzo storico, bisognerà correggere questa affermazione in due modi: la storia rivela una contraddittoria molteplicità di significati, priva ormai di ogni provvidenzialità e di ogni giustificazionismo ideologico, onde la si può rappresentare in modo spezzato e cronologicamente aggrovigliato; la storia è probabilmente, come lo stesso Sterne dichiara, quella che passa nella mente dell’uomo. Sorge qui spontaneo l’aggancio alle dottrine filosofiche di John Locke, la cui influenza è stata spesso giudicata determinante, specie per ciò che attiene alla dottrina dell’associazione delle idee. Ma sembra più pertinente il rilievo di coloro i quali identificano in Tristram Shandy un solo, particolare influsso lockiano, la teoria della durata temporale, onde per Sterne il concetto di tempo (e dunque della realtà, della storia, dello stesso punto di vista) dipende dalla fantasia e dalla coscienza individuale della mente. Ecco chiarito il costante rimescolamento di carte e l’uso della digressione, eretta da Sterne quasi a divinità e che in definitiva sta a fondamento della struttura narrativa di Tristram Shandy. La mente è digressiva, la realtà stessa è digressiva e la narrazione non può essere altro che digressiva.
L’uso del linguaggio risulterà speculare? Non esiste un solo codice di linguaggio, ma infiniti codici, livelli espressivi e sintattici. La parola stessa dovrà venire rimessa in gioco a seconda delle situazioni, dei momenti e dei personaggi, spesso parodisticamente: soltanto i tradizionalisti, coloro i quali guardano al passato (eco distinta della grande querelle tra antichi e moderni) come Walter Shandy, credono nella parola “pesante”, fissa, che è poi la retorica classica ciceroniana, tale da ipnotizzarli e da ingabbiarli nella sua realtà ossificata. Altrettanto si dica della retorica dell’orazione, tanto diffusa nel Settecento e codice linguistico, oltre che ideologico, ferreo: basti rammentare i reperti del genere ne I promessi sposi. La parola serpentina di Sterne si libera, si abbandona alla citazione, si sblocca nelle proprie volute e graficamente, come appare dai riscontri proposti da Sterne, si avvia alle soglie del non figurativo: è gesto, segno, travestimento. S’intende che le strutture narrative di Sterne non distruggono affatto i personaggi, nella loro caratterizzazione, nei loro turbamenti — tra i quali l’insicurezza, il rinvio, la disposizione al sogno e la mancanza di spirito pratico sembrano ricorrenti e tradiscono aspetti autobiografici almeno negli uomini, laddove alle donne spetta una maggiore concretezza e determinazione accompagnata da minore fantasia e disponibilità — mantenendone vivi i tratti. Anche qui al vagabondaggio mentale e alla creatività, tipica di Tristram, si contrappongono la banalità, la quotidianità, che trova in Walter una verifica plausibile e si scandisce nella monotonia iterativa dei dialoghi, ai limiti dell’assurdità (l’incredibile colloquio tra i genitori di Tristram sul tipo di pantaloni da fargli indossare) e con forti connotazioni simboliche, prima fra tutte quella sessuale (la pratica del sesso assimilata in Walter alla carica dell’orologio; l’incidente della finestra che rischia di castrare il piccolo Tristram); all’opposto si situa la suprema e fantastica innocenza dello zio Toby.
Proprio in quanto personaggio-struttura, Tristram si sottrae ad ogni ipoteca autobiografica. Ma uno spazio autobiografico o, meglio, programmatico, esiste nel romanzo ed è occupato da Yorick. Questo diretto discendente dal buffone dell’Amleto racchiude in sé il messaggio centrale del romanzo e il gusto che Sterne ha trasmesso alle generazioni successive. Si è insistito forse troppo sulla sostanziale benevolenza della morale sterniana, sulla sua visione naturale e quasi prerousseauiana di un mondo positivo e gioioso, che fa lievitare la sua ironia in contrasto con l’humour nero di Swift. Una simile categoria non va necessariamente negata, ma assunta con opportune precisazioni. La visione aperta di Sterne e la sua indulgenza (filiazioni di una trattatistica morale benevola mutuata da Shaftesbury e passata attraverso il filtro di Fielding) stanno sicuramente alla radice del suo universo caleidoscopico e del potenziale di divertimento di Tristram Shandy, libro estremamente godibile, mentre lo collocano al di qua degli scoppi sovvertitori esplosi alla fine del secolo, negandogli una funzione rivoluzionaria fuorché in letteratura, ad onta di qualche tentativo di dimostrare il contrario. Peraltro Yorick va inteso come il segnale di una sorta di mal du siècle, di malinconia, di analisi dell’ipersensibile, di scacco o di condanna che il mondo rovescia sull’eccentrico e sul diverso. Non è questa una delle ultime ragioni della modernità di Tristram Shandy e dei suoi personaggi che vivono fuori della norma o che, per non subirla, si affidano alla libertà fantastica e consolante, ma nondimeno — come per Yorick — amara, dei cavalli a dondolo.

            TRISTAM SHANDY

Capitolo primo

Avrei desiderato che mio padre o mia madre, o invero tutti e due, poiché era parimente dovere di entrambi, avessero badato a quel che facevano quando mi generarono. Se avessero debitamente considerato tutto quanto dipendeva da quel che allora erano intenti a compiere, che cioè non solo la creazione di un essere razionale era in giuoco, ma presumibilmente che la felice formazione e costituzione del suo corpo, forse il suo genio, il vero e proprio stampo del suo spirito, anzi, per quanto ne sapessero loro, persino le fortune di tutta la sua casa avrebbero potuto dipendere dagli umori [2] e dalle disposizioni prevalenti in quel momento; se essi avessero debitamente soppesato e valutato tutto ciò e agito in conformità, sono fermamente convinto che nel mondo avrei fatto ben altra figura di quella in cui forse apparirò al lettore. Credetemi, brava gente, questo non è cosa di così poco conto come molti di voi potrebbero essere indotti a credere; voi tutti, suppongo, avrete sentito parlare degli spiriti animali [3], di come essi siano trasfusi di padre in figlio, ecc., ecc., e di un’infinità di altre cose al riguardo.
Ebbene, potete credermi sulla parola che nove parti su dieci della sensatezza o dell’insensatezza d’un uomo, dei suoi successi o insuccessi in questo mondo dipendono dai loro movimenti e dall’energia della loro azione, dai differenti ambienti e ordinamenti in cui li collocate, di modo che, una volta che vengono lasciati mettersi in moto, nella direzione giusta o sbagliata, — e non è una bazzecola, — se ne vanno disordinatamente come pazzi sfrenati; e a furia di battere e ribattere lo stesso percorso, in breve tempo se ne fanno una strada piana e liscia come un viale di giardino, dalla quale, una volta che vi siano avvezzi, neppure il Diavolo in persona sarà talvolta in grado di allontanarveli.
«Scusa, caro, — disse mia madre, — non hai per caso dimenticato di caricare l’orologio?
— Buon Dio! — gridò mio padre, sbottando in un’esclamazione, ma badando allo stesso tempo di moderare la voce.
— Ha mai donna, dalla creazione del mondo, interrotto un uomo con una domanda così sciocca?»
Scusate, che stava dicendo vostro padre?
Nulla.

Capitolo secondo

Beh, in verità, non mi sembra che vi sia nulla di buono o di cattivo nella domanda. Allora, signore, lasciatemi dirvi che fu per lo meno una domanda molto inopportuna, poiché sparpagliò e disperse gli spiriti animali, il cui compito era quello di scortare e di tener per mano l’HOMUNCULUS [4], per condurlo sano e salvo al posto destinato a riceverlo.
L’Homunculus, signore, per quanto vile e ridicola possa essere la luce in cui appare, in quest’epoca di superficialità, agli occhi della follia o del pregiudizio, è dichiaratamente, agli occhi della ragione impegnata nelle ricerche scientifiche, un Essere protetto e circoscritto da diritti. I filosofi più sottili, i quali, sia detto per inciso, hanno l’intelletto più aperto (la loro anima essendo inversamente proporzionale alle loro ricerche), ci dimostrano incontestabilmente che l’Homunculus è creato dalla stessa mano, generato nello stesso corso della natura, dotato delle stesse forze motorie e facoltà di noialtri; che consiste come noi di pelle, capelli, grasso, carne, vene, arterie, legamenti, nervi, cartilagini, ossa, midollo, cervello, ghiandole, genitali, umori e articolazioni; che è un Essere di altrettanta attività e, in tutte le accezioni del termine, altrettanto e così genuinamente nostro simile quanto il mio Lord Cancelliere d’Inghilterra. Può essere beneficiato, può essere offeso, può ottenere riparazione; in una parola, ha tutte le rivendicazioni e tutti i diritti dell’umanità che Tully, Puffendorf e i migliori scrittori d’etica [5] ammettono che promanino da questo stato e da questo rapporto.
Ora, caro signore, che ne sarebbe di lui se gli fosse capitato un accidente nel suo viaggio solitario! O se, per il terrore di questo, naturale in un così giovane viaggiatore, il mio signorino fosse giunto al termine del suo viaggio miserabilmente esausto, col suo vigore muscolare e la sua virilità ridotte a un filo, con i suoi stessi spiriti animali sconvolti oltre ogni dire, e se in questo triste e disordinato stato di nervi fosse rimasto, per nove lunghi, lunghi mesi successivi, preda d’improvvisi sussulti o di una sequela di sogni malinconici e di allucinazioni! Tremo al pensiero delle fondamenta che sarebbero state predisposte per mille infermità così del corpo come della mente, che nessuna abilità di medico o di filosofo avrebbe poi mai saputo guarire definitivamente.

Capitolo terzo

Debbo la conoscenza del precedente aneddoto a mio zio, il signor Tobia Shandy, col quale mio padre, che era un eccellente filosofo naturale e assai portato ai ragionamenti rigorosi sulle più piccole cose, si era spesso amaramente lagnato di quel torto; ma più particolarmente una volta, come ben ricordava lo zio Tobia, osservando una inconcepibilissima obliquità (com’egli la chiamò) nel mio modo di far girare la trottola e giustificando i principi secondo i quali l’avevo fatto, il buon vecchio scosse la testa e, in un tono che esprimeva più dolore che non rimprovero, disse che il suo cuore aveva sempre presentito, e ne aveva la conferma da questo e da mille altre osservazioni fatte su di me, che io non avrei né pensato né agito come nessun altro figlio d’uomo.
«Ma ahimè! — continuò scotendo ancora il capo e asciugando una lacrima che gli scorreva sulle guance, — le sventure del mio Tristram cominciarono nove mesi prima che venisse al mondo.»
Mia madre, che sedeva lì accanto, alzò gli occhi, ma non capì più di quanto aveva capito il suo deretano quel che intendesse dire mio padre; invece mio zio, il signor Tobia Shandy, che era stato informato più volte della faccenda, lo capì benissimo.

Capitolo quarto

So che ci sono al mondo lettori, oltre a tante altre brave persone che non sono affatto lettori, i quali si sentono a disagio se non sono subito messi a parte di ogni segreto, dal primo all’ultimo, intorno a tutto ciò che vi riguarda.
Per pura compiacenza verso questo loro capriccio e per una mia naturale ritrosia a deludere anima viva ho fatto sinora un racconto così particolareggiato. Siccome la mia vita e le mie opinioni faranno probabilmente un certo rumore nel mondo e, se le mie congetture sono esatte, avranno diffusione tra uomini di ogni ceto, professione e confessione, saranno non meno lette dello stesso Viaggio del pellegrino [6] e finiranno col diventare proprio quello che Montaigne [7] paventava per i suoi saggi, cioè un libro da salotto, reputo necessario sentire un po’ il parere a turno di ciascun lettore; e perciò debbo chiedere scusa se procedo ancora un poco allo stesso modo. Ecco perché sono davvero lieto di avere cominciato la storia di me stesso nel modo che ho seguito e d’essere in grado di andar oltre, risalendo per ogni fatto, come dice Orazio, ab ovo [8].
Orazio, lo so, non raccomanda affatto questa maniera: ma questo signore parla solo del poema epico o della tragedia (non ricordo quale); inoltre, se non fosse così, chiederei scusa al signor Orazio; poiché nella stesura di quanto ho iniziato, non mi sottoporrò né alle sue regole né a quelle di nessun altro uomo che sia mai vissuto.
Comunque sia, a coloro che non desiderano risalire tanto indietro in queste cose non posso dare miglior consiglio se non quello di saltare la rimanente parte di questo capitolo; poiché, lo dichiaro subito, è stato scritto solo per i curiosi e i ficcanaso.

------------ Chiudete la porta ------------

Io fui generato nella notte tra la prima domenica e il primo lunedì del mese di marzo nell’anno del Signore mille settecento diciotto. Ne ho la massima certezza; ma il fatto ch’io sia giunto a essere tanto informato sul mio conto d’una cosa avvenuta prima ch’io nascessi lo si deve a un altro piccolo aneddoto, noto soltanto nella nostra famiglia, ma che ora rendo di pubblico dominio per meglio chiarire questo punto.
Mio padre, dovete sapere, il quale a suo tempo commerciava con la Turchia, ma aveva smesso ogni attività da alcuni anni per ritirarsi a morire nei possedimenti paterni della contea di…, credo che fosse, in tutto ciò che faceva, si trattasse di affari o di divertimenti, una delle persone più metodiche che siano mai vissute. Citerò come piccolo saggio della sua estrema meticolosità, di cui egli fu in verità uno schiavo, il fatto che da molti anni si era fatta la regola alla prima domenica sera di ogni mese e per tutto l’anno, infallantemente come veniva la domenica sera, di caricare con le proprie mani un grande orologio a pendolo che tenevamo in cima alla scala di servizio. Ed essendo, al tempo di cui sto parlando, a un dipresso tra i cinquanta e i sessant’anni d’età, egli aveva parimente un poco alla volta finito col concentrare certe altre intime faccenduole di famiglia nello stesso periodo, allo scopo, come spesso soleva dire allo zio Tobia, di liberarsene in una sola volta e di non esserne più afflitto e ossessionato per il resto del mese.
E vi avrebbe sempre atteso, se non fosse stato per una disgrazia che, in gran parte, ricadde su di me, e della quale temo di dover portare con me le conseguenze fino alla tomba; accadde cioè che, alla lunga, per una infelice associazione di idee che non hanno nessuna connessione nella natura, quella poveretta di mia madre non potesse sentire caricare il suddetto orologio senza che inevitabilmente le saltassero in mente i pensieri di qualche altra cosa, e viceversa. Le quali strane combinazioni di idee, come afferma il sagace Locke, il quale certo capiva la natura di queste cose meglio della maggioranza degli uomini, hanno prodotto azioni peggiori che non qualsiasi altra fonte di pregiudizio [9].
Ma questo sia detto per inciso.
Ora, da una nota nel taccuino di mio padre, che adesso è qui sulla mia tavola, risulta che “Nel giorno dell’Annunziata, che era il 25 dello stesso mese nel quale io pongo la mia genitura, mio padre si mise in viaggio per Londra con mio fratello maggiore Bobby, per metterlo nella scuola di Westminster”; e, come appare dalla stessa fonte, “egli non tornò presso la moglie e la famiglia prima della seconda settimana del maggio successivo”. Ciò porta la cosa a una quasi certezza. Tuttavia, quel che segue all’inizio del prossimo capitolo la pone di là da ogni possibilità di dubbio.
— Ma scusate, signore, che stava facendo vostro padre per tutto dicembre, gennaio e febbraio?
— Beh, signora, per tutto quel tempo fu afflitto da una sciatica. —

Capitolo quinto

Nel quinto giorno del novembre 1718, che, rispetto al tempo fissato, era tanto vicino ai nove mesi di calendario quanto qualsiasi marito avrebbe potuto ragionevolmente aver previsto, fui io, Tristram Shandy [10], Gentiluomo, messo alla luce in questo spregevole e disastroso nostro mondo. Avrei voluto esser nato sulla Luna o su qualsiasi altro pianeta (eccetto Giove o Saturno, perché non ho potuto mai sopportare il freddo) poiché non sarebbe davvero potuto andare peggio per me su uno qualunque di essi (sebbene io non garantirei per Venere) di quanto sia andato in questo vile sporco nostro pianeta, che, in coscienza, con rispetto parlando, presumo sia stato fatto coi ritagli e gli avanzi degli altri. Non già che questo pianeta non vada abbastanza bene, purché un uomo possa nascervi con un gran titolo o un grande patrimonio, o possa in ogni modo escogitare d’essere chiamato a pubbliche cariche o a posti di dignità o potere; ma questo non è il mio caso; e perciò ognuno parlerà del mercato secondo come vi sono andati i propri affari; per il che torno ad affermare che questo è uno dei più vili mondi che mai siano stati creati. Infatti posso veramente dire che, dalla prima ora in cui vi trassi il mio respiro a questa, nella quale posso a stento trarlo per un’asma che mi buscai pattinando contro vento nelle Fiandre, sono stato continuamente lo zimbello di ciò che il mondo chiama Fortuna; e sebbene non le farò il torto di dire ch’ella mi abbia mai fatto sentire il peso di alcuna sciagura grave o notevole, tuttavia, con tutta la serenità di questo mondo, affermo questo di lei: che in ogni momento della mia vita, e a ogni svolta e a ogni angolo in cui appena poté agguantarmi, la scortese duchessa mi ha investito con una serie di miserandi guai e tribolazioni quali mai piccolo Eroe ha subìto.

Capitolo sesto

All’inizio dell’ultimo capitolo, vi ho informato esattamente di quando sono nato; ma non vi ho informato di come. No, questo particolare l’ho completamente riservato a un capitolo a sé; inoltre, signore, poiché voi e io siamo in un certo senso perfettamente estranei l’uno all’altro, non sarebbe stato opportuno introdurvi in troppe circostanze riferentisi a me tutte in una volta. Dovete avere un po’ di pazienza. Vedete, ho intrapreso a scrivere non soltanto la mia vita, ma anche le mie opinioni, augurandomi e sperando che la vostra conoscenza del mio carattere e del genere di mortale ch’io sono, vi farà in uno gustare maggiormente il resto. Man mano che procederete più oltre con me, la superficiale conoscenza che sta ora cominciando tra noi diventerà familiarità; e questa, a meno che uno di noi sia in difetto, finirà in amicizia.
O diem praeclarum! allora nulla di ciò che m’è toccato potrà sembrare di natura insignificante o tedioso da raccontare. Perciò, mio caro amico e compagno, se doveste giudicarmi un narratore un po’ riservato all’inizio, sopportatemi e lasciatemi proseguire a narrare la mia storia a modo mio; oppure, s’io dovessi sembrare di tanto in tanto perdermi in sciocchezze lungo la via, o a volte, per un momento o due, come procediamo oltre, mettermi il berretto a sonagli del buffone, non fuggite via, ma piuttosto fatemi cortesemente credito di un po’ più di saggezza di quanto io non sembri dalle apparenze; e man mano che lentamente avanzeremo ridete con me o di me o, per farla breve, fate qualsiasi cosa, soltanto mantenete la calma.

Capitolo settimo

Nello stesso villaggio in cui abitavano mio padre e mia madre abitava anche l’esile, diritta, materna, laboriosa, buona vecchia persona d’una levatrice che, con l’aiuto di un po’ di semplice buon senso e alcuni anni di piena attività nel suo lavoro, per il quale aveva sempre fatto poco assegnamento nei propri sforzi e moltissimi in quelli di dama Natura, si era guadagnata a suo modo un non piccolo grado di riputazione nel mondo. Con la cui parola mondo ho forse io bisogno a questo punto d’informare la signoria vostra che con essa non intendo significare nulla di più di un piccolo circolo descritto sopra il circolo del grande mondo, col diametro di quattro miglia inglesi o giù di li, nel centro del quale si deve supporre il casolare in cui viveva la buona vecchia donna? Sembra che fosse rimasta vedova in grande miseria, con tre o quattro bambini, quand’aveva quarantasette anni; e siccome era a quel tempo una persona di aspetto dignitoso e di portamento austero, una donna inoltre di poche parole e per di più oggetto di compassione, la cui miseria, tenuta sotto silenzio, invocava a gran voce un amichevole alleviamento, la moglie del pastore della parrocchia fu mossa a pietà. Questa aveva spesso deplorato un inconveniente a cui da molti anni era stato esposto il gregge di suo marito, in quanto non era possibile trovare qualcosa che assomigliasse a una levatrice, di qualunque specie o qualità, ammesso che il caso non fosse mai stato così urgente, a meno di sei o sette lunghe miglia a cavallo; queste sette lunghe miglia nelle notti buie e con strade spaventose (la regione intorno altro non essendo se non un profondo strato d’argilla) corrispondevano quasi a quattordici: il che in effetto era talvolta assai prossimo a non avere affatto levatrice. Le venne in mente che sarebbe stato compiere un’opportuna gentilezza, così all’intera parrocchia come a quella stessa povera creatura, istruendola un po’ in alcuni dei semplici principi del mestiere allo scopo di avviarla in esso. Siccome nessuna donna nel vicinato era meglio qualificata di quella per mettere in atto il disegno da lei concepito, la gentile signora molto caritatevolmente lo intraprese; e avendo grande autorità sulla parte femminile della parrocchia, non incontrò alcuna difficoltà nell’attuario pienamente secondo i suoi desideri. A onor del vero, il pastore unì il proprio interessamento a quello della moglie nell’intera faccenda; e allo scopo di compiere le cose a dovere e dare alla povera creatura un titolo legale per esercitare, valido quanto quello che la moglie le aveva dato con l’investitura, egli pagò allegramente in proprio le tasse per l’ordinaria licenza, ammontanti in tutto alla somma di diciotto scellini e quattro pence; cosicché, per mezzo di entrambi, la buona donna fu pienamente investita del possesso reale e corporale del suo ufficio, insieme con tutti i diritti, privilegi e qualsivoglia pertinenza connessa.
Dovete sapere che queste ultime parole non erano conformi al vecchio modulo in cui erano usualmente redatte simili licenze, autorizzazioni e permessi che in casi del genere erano stati sino ad allora concessi alla comunità delle donne; ma ciò era conforme a una graziosa Formula di Didio [11], sua propria trovata, il quale, avendo una particolare disposizione a smembrare e poi ricomporre a questo modo ogni onere di pubblici atti, non solo escogitò questa raffinatezza di emendamento, ma corteggiò molte matrone dei dintorni munite di vecchie licenze e le indusse a riesumarle per inserirvi questo suo ghiribizzo.
Ammetto di non essere mai riuscito a invidiare a Didio un tal genere di fantasie, ma ognuno ha i propri gusti. Quel grand’uomo del dr. Kunastrokius [12] non provava forse, nelle sue ore libere, la più grande gioia immaginabile a pettinare code d’asino e a strapparne i peli morti con i denti, pur avendo sempre in tasca un paio di pinze? Anzi, se tocchiamo questo argomento, signore, gli uomini più saggi di lutti i tempi, non eccettuando lo stesso Salomone, non hanno forse avuto il proprio dada [13]: i cavalli da corsa, le monete e le conchiglie, i tamburi e le trombette, i violini, le tavolozze, i grilli e le farfalle? E finché un uomo cavalca il suo dada pacificamente e tranquillamente per le regie strade maestre, senza costringere né voi né me a salire dietro a lui, ditemi, signore, che importa della cosa a voi o a me?

Capitolo ottavo

De gustibus non est disputandum; vale a dire che non si deve discutere contro i dada; e da parte mia raramente lo faccio, né saprei farlo con alcuna grazia, quand’anche in cuor mio ne fossi nemico, perché capita anche a me, a certi intervalli e cambiamenti della Luna, d’essere tanto violinista quanto pittore se mi salta il ticchio. Sappiate che anch’io ho un paio di ronzini sui quali, a turno (e non m’importa di chi lo venga a sapere), spesso esco a cavalcare per prendere aria; sebbene talvolta, sia detto a mia vergogna, io faccia dei viaggi più lunghi di quanto un savio considererebbe giusto compiere nel complesso. Ma vero è ch’io non sono un savio, e inoltre sono un mortale di così poco conto nel mondo, che non ha molta importanza quel che faccio; quindi di rado me la prendo o mi spazientisco minimamente al riguardo. Né turba molto il mio riposo il vedere quei gran signori e alti personaggi, come per esempio Lord A, B, C, D, E, F, G, H, I, K, L, M, N, O, P, Q, e così via, tutti in fila, montati sui loro diversi cavalli, alcuni a staffe larghe, procedere ad andatura più grave e moderata; altri invece imbacuccati fino al mento, con la frusta in bocca, galoppar via all’impazzata come tanti diavoletti multicolori a cavalcioni di un’ipoteca [14], e come se alcuni d’essi fossero determinati a rompersi il collo. “Tanto meglio, — dico tra me; — perché se dovesse accadere il peggio il mondo troverà il modo di fare splendidamente bene senza di loro; quanto agli altri, ebbene, che Iddio li aiuti, cavalchino pure senza opposizione da parte mia; tanto, se lorsignori venissero disarcionati stanotte stessa, scommetto dieci contro uno che molti d’essi sarebbero del cinquanta percento peggio montati prima di domattina.
Nessuno di questi fatti può quindi essere considerato tale da interrompere la mia quiete. Ma c’è un caso, lo ammetto, che mi fa perdere le staffe, ed è quando vedo una persona nata per le grandi azioni e, ciò che maggiormente va a suo onore, sempre incline per natura a quelle buone; quando osservo questa tal persona, mio signore, come voi, i cui principi e la cui condotta sono generosi e nobili come il suo sangue, e che, per ciò stesso, un mondo corrotto non può risparmiare un solo istante; quando vedo, mio signore, una tale persona in sella, sia pure per un sol minuto più in là del tempo che il mio amor patrio gli ha prescritto e la mia devozione per la sua gloria vorrebbe, allora, mio signore, smetto d’esser filosofo, e nel primo impeto di sincera impazienza mando al diavolo il dada e tutta la sua fratellanza.

«Mio signore,
«sostengo che questa è una dedica, nonostante la sua singolarità nei suoi tre grandi elementi essenziali della materia, della forma e del luogo. Vi prego perciò di volerla accettare come tale e di concedermi di deporla, con la più rispettosa umiltà, ai piedi della signoria vostra,  quando sarete sugli stessi,  il che potrà essere quando vi aggrada; ossia, mio signore, ogni volta che se ne presenti l’occasione e, vorrei aggiungere, anche in vista del migliore risultato.
Ho l’onore di essere,
«Mio signore,
«di vostra signoria l’obbedientissimo,
«il devotissimo,
«e l’umilissimo servitore,
TRISTRAM SHANDY

Capitolo nono

Dichiaro solennemente a tutto il genere umano che la dedica soprascritta non è stata fatta per alcun Principe, Prelato, Papa o Potentato, Duca, Marchese, Conte, Visconte o Barone, di questo o di qualsiasi altro Regno della Cristianità; né è stata mercanteggiata od offerta in pubblico o in privato, direttamente o indirettamente, a nessuna persona o personaggio, grande o piccolo; ma è in tutta onestà un’autentica Dedica Vergine, non provata addosso ad anima viva.
Elaboro tanto particolarmente questo punto semplice- mente per allontanare qualsiasi attacco od obiezione che potrebbe sorger contro di essa per la maniera in cui mi propongo di trarne il massimo profitto; cioè di porla imparzialmente in pubblica vendita. Il che è quanto faccio ora.
Ogni autore ha un proprio modo di far sorreggere i propri argomenti; per conto mio, siccome detesto mercanteggiare e patteggiare per poche ghinee in un’anticamera buia, mi sono risolto fin dal principio a trattare questo affare direttamente e apertamente con i vostri Grandi per vedere se con ciò mi possa andar meglio.
Se quindi vi è qualche Duca, Marchese, Conte, Visconte o Barone in questi domini di Sua Maestà che abbia bisogno di una dedica concisa ed elegante e al cui caso faccia quella mia soprascritta (perché, sia detto per inciso, a meno che essa non si attagli, io non me ne separo), è a sua completa disposizione per cinquanta ghinee; che, ne sono certissimo, sono venti ghinee meno di quanto dovrebbe chiedere un qualsiasi uomo di genio.
Mio signore, se la riesaminate, noterete com’essa è lungi dall’essere una grossa crosta come lo sono altre dediche. Come vostra signoria può vedere, la composizione è buona, il colore trasparente, il disegno per nulla male; o, per usare parole che siano più da uomo di scienza e misurare la mia opera con metro da pittore diviso in ventesimi, io credo, mio signore, che i contorni varranno dodici, la disposizione delle masse nove, il colore sei, l’espressione tredici e mezzo, e la composizione, — se mi è consentito, mio signore, saper apprezzare la mia propria composizione, e supponendo che l'assoluta perfezione nella composizione sia calcolata venti, — non credo affatto che possa scendere molto sotto il diciannove. In aggiunta a tutto ciò, in essa vi è armonia, e le pennellate scure del dada (che è una figura secondaria e una specie di sfondo all’intero quadro) danno grande forza alle luci principali della vostra figura e la fanno risaltare mirabilmente; inoltre, nel tout ensemble spira un’aria di originalità.
Abbiate la bontà, mio buon signore, di disporre che la somma sia versata nelle mani del signor Dodsley [15] a bene- In io dell’autore, e nella prossima edizione si avrà cura che i|iiesto capitolo venga espunto, e che i titoli, le distinzioni, le armi e le benemerenze di vostra signoria siano collocate m testa al capitolo precedente: il quale tutto, dalle parole De gustibus non est disputandum e quant’altro nel mio libro si riferisce ai dada, ma non di più, vi figurerà come dedica alla signoria vostra. Il resto lo dedico alla Luna, la quale, sia detto per inciso, tra tutti i Patroni o le Matrone ch’io possa immaginare ha maggior potere per lanciare il mio libro e far impazzire il mondo per esso.

Splendente Dea,
se non sei troppo affaccendata con gli affari di Candido e della signorina Cunegonda [16], prendi sotto la tua protezione anche quelli di Tristram Shandy.

Capitolo decimo

Quale che fosse il grado di piccolo merito che l’atto di benignità a favore della levatrice potesse giustamente rivendicare, o a chi questo merito sinceramente spettasse è argomento che a prima vista non sembra molto essenziale per questa storia; certo è, tuttavia, che la gentildonna, moglie del pastore, se lo prese interamente in quel momento. Ep- pure, sulla mia vita, non posso fare a meno di pensare che il pastore stesso, sebbene non avesse avuto la fortuna di concepire il piano per primo, tuttavia, avendolo egli approvato di cuore non appena gli fu sottoposto ed essendosi separato con entusiasmo dal suo denaro per attuarlo, avesse di ritto a una parte d’esso, se non proprio all’intera metà di qualsivoglia onore che ne venisse.
Il mondo a quel tempo si compiacque di decidere altrimenti.
Posate il libro, e io vi concederò mezza giornata per trovare una spiegazione plausibile delle ragioni di tale condotta.
Sappiate dunque che, nei cinque anni anteriori alla data della licenza della levatrice, della quale avete avuto un rendi! onto così circostanziato, il pastore col quale abbiamo che fare si era reso oggetto delle chiacchiere del villaggio per aver compromesso ogni decoro commettendo un atto contro la propria persona, il proprio stato e il proprio ufficio; e ciò era avvenuto col non apparire mai meglio o altrimenti montato che su un cavallo magro, malandato e balordo, del valore di circa una sterlina e quindici scellini, che, per tagliar corto a ogni sua descrizione, era fratello germano di Ronzinante [17], nella misura in cui la similitudine congeniale poteva farlo tale; e infatti egli corrispondeva alla sua descrizione in tutto e per tutto, tranne che io non ricordo che sia detto in alcun punto che Ronzinante fosse bolso e che per di più Ronzinante, come è felice sorte della maggior parte dei cavalli spagnuoli grassi o magri, fosse indubitatamente per ogni verso un cavallo. So benissimo che il cavallo dell’Eroe era un cavallo dalla condotta casta, il che avrebbe potuto dar motivo all’opinione contraria; ma è altrettanto contemporaneamente certo che la continenza di Ronzinante (come può esser dimostrato dall’avventura coi mulattieri janghesi [18]) non veniva da difetti fisici o da altre cause, ma da temperanza e da regolare circolazione del sangue. E permettetemi di dire, signora, che al mondo vi è moltissima genuina castità, a favore della quale voi non potreste assolutamente dire di più.
Ma sia come sia, poiché il mio scopo è quello di rendere piena giustizia a ogni creatura portata sulla scena di questo lavoro drammatico, non ho potuto tacere quella distinzione a favore del cavallo di don Chisciotte; per tutti gli altri punti il cavallo del pastore, dico, ne era la copia esatta, perché era una brenna così magra, rifinita e tapina, che la stessa Umiltà avrebbe potuto cavalcarla.
Secondo il parere qua e là di qualche uomo di debole giudizio, il pastore avrebbe potuto benissimo migliorare l’aspetto di questo suo cavallo, poiché possedeva una graziosissima sella con le punte non molto rilevate, ricoperta di felpa verde trapuntata e ornata con una doppia fila di borchie d’argento, e un magnifico paio di lucenti staffe d’ottone, insieme con un’elegante gualdrappa di tessuto grigio sopraffino, orlata di pizzo nero, che terminava in un’alta frangia di seta nera, poudré d’or; il tutto acquistato negli anni dell’orgogliosa giovinezza, insieme con una splendida briglia con ornamenti in rilievo secondo tutte le regole. Ma per non coprire la sua bestia di ridicolo, egli aveva appeso tutti i finimenti dietro la porta del suo studio, e invece che con essi l’aveva gravemente accomodata con una briglia e una sella che la figura e il valore di una simile rozza davvero potevano ben meritare.
Capirete facilmente come, nelle sue numerose sortite nell’ambito della sua parrocchia e nelle visite ravvicinate ai signorotti che vivevano nei dintorni, il pastore, equipaggiato a quel modo, ne vedesse e ne sentisse tante da preservare la sua filosofia dalla ruggine. Per essere esatti, egli non poteva mai entrare in un villaggio senza attirare l’attenzione di giovani e vecchi. Il lavoro si fermava al suo passaggio, la secchia restava sospesa a metà del pozzo, la ruota dell’arcolaio dimenticava di girare; persino i giocatori di buchetta e il cappelletto [19] rimanevano a bocca aperta finché non scompariva dalla vista; e poiché la sua andatura non era delle più veloci, egli aveva generalmente tutto il tempo di fare le proprie osservazioni, di udire i sospiri delle persone serie c le risate di quelle facete; il che egli sopportava con perfetta calma. Questo era il suo carattere, gradiva di cuore lo scherzo, e siccome egli stesso s’accorgeva del punto esatto del ridicolo, soleva dire di non poter serbar rancore agli altri, se lo vedevano nella stessa luce in cui si vedeva da sé così chiaramente. Cosicché con gli amici, che sapevano che il suo debole non era l’amore del denaro e che perciò non si facevano il minimo scrupolo di canzonare la stravaganza del suo capriccio, invece di dame giustificazione egli preferiva unirsi alle risa contro di lui; e poiché non aveva mai portato una sola oncia di carne sulle propria ossa, essendo nel complesso una figura sparuta come la sua bestia, talvolta insisteva sul fatto che il cavallo era esattamente quello che il cavaliere si meritava, e che loro due erano, come i centauri, un’unica cosa. Altre volte, e in stati d’animo diversi, quando il suo umore era di là dalla tentazione di fare dello spirito insincero, soleva dire di sentirsi avviato rapidamente alla consunzione; e, con molta serietà, faceva credere di non poter sopportare la vista di un cavallo grasso senza provare un colpo al cuore e avvertire un’alterazione sensibile del polso; e che aveva fatto la scelta di quello magro sul quale cavalcava per salvare non solo il contegno, ma anche il buon umore.
In circostanze diverse avrebbe dato una cinquantina di motivazioni spiritose e pertinenti del fatto di cavalcare un cavallo moscio e bolso piuttosto che uno focoso; perché su un cavallo di quel genere poteva sedere meccanicamente e meditare con la stessa piacevolezza de vanitate mundi et fuga saeculi che se avesse avuto un teschio davanti a sé; che poteva impiegare il suo tempo in tutti gli altri esercizi spirituali, procedendo lentamente a cavallo, con lo stesso profitto che se fosse stato nel suo studio; che poteva aggiustare un argomento del suo sermone o un buco delle sue brache con la stessa sicurezza nell’uno e nell’altro caso; che il trotto sostenuto e la meditazione lenta, come la vivacità dello spirito e il giudizio, erano due moti incompatibili; che invece, sul suo destriero, poteva combinare e conciliare ogni cosa: poteva buttar giù il suo sermone, poteva far andar giù la tosse e, nel caso che la natura l’avesse invitato, poteva altresì mettersi giù a dormire [20]. Per farla breve, il pastore in quegli incontri adduceva qualsiasi ragione tranne la ragione vera, e nascondeva quella vera soltanto per delicatezza d’animo, perché reputava ch’essa gli facesse onore.
Ma la verità della faccenda era la seguente: nei primi anni di vita di questo signore, e circa al tempo in cui furono da lui acquistate la magnifica sella e le briglie, era stato il suo gusto, o vanità, o chiamatelo come volete, a spingerlo all’estremo opposto. Secondo le voci che circolavano nella contea in cui abitava, gli erano piaciuti i bei cavalli, e nella sua scuderia generalmente aveva uno dei migliori cavalli dell’intera parrocchia sempre pronto a esser sellato. E siccome la più vicina levatrice, come vi ho detto, abitava a non meno di sette miglia dal villaggio e in un’orribile regione, accadeva così che il povero signore non potesse trascorrere un’intera settimana senza che gli fosse richiesta la sua bestia per qualche caso pietoso; e poiché egli non era un uomo scortese, e ogni caso era sempre più urgente e più disperato di quello precedente, per quanto egli amasse la sua bestia, non aveva cuore di rifiutarla, col risultato che il cavallo aveva regolarmente o le gambe gonfie, o i garretti scorticati, o le caviglie infiammate, o un tremito nervoso o la bolsaggine; per farla breve, gliene capitava sempre una che finiva col renderlo sparuto, cosicché ogni nove o dieci mesi egli aveva un cattivo cavallo di cui liberarsi e un buon cavallo da acquistare in sua vece.
A quanto potesse ammontare la perdita in un simile bilancio, communibus annis [21], lo lascerei stabilire da una speriate giuria di gente che ha patito lo stesso traffico; ma sia quel che sia, l’onest’uomo sopportò per molti anni senza fiatare; finché, dopo ripetuti brutti accidenti del genere, giudicò necessario prendere la cosa in considerazione; e, ponderato il tutto e fatti i debiti conti, si accorse che la spesa non solo era sproporzionata rispetto a tutte le altre, ma costituiva nel complesso di per sé una voce così gravosa da impedirgli ogni altro atto di generosità nella sua parrocchia. Inoltre, calcolava che con metà della somma ch’era così sparita al galoppo, avrebbe potuto fare del bene dieci volte maggiore; e ciò che gli pesava ancor più di tutte le altre considerazioni messe assieme era il fatto di aver convogliato tutta la sua carità nei limiti di un’unica particolare direzione, e dove, a suo avviso, ce n’era minor bisogno, cioè verso la parte della sua parrocchia che metteva al mondo e allevava bambini, nulla riservando agl’invalidi, nulla ai vecchi, nulla ai molti casi sconsolati ai quali era chiamato ogni ora ad assistere, dove coabitavano la miseria, la malattia e l’afflizione.
Per questi motivi risolse di sopprimere quella spesa; ed egli vide due sole possibili vie per uscirne sicuramente, e cioè o farsi una legge irrevocabile di non prestare più la sua cavalcatura, per qualsivoglia richiesta, oppure contentarsi di cavalcare l’ultima povera diavola di bestia, così come gliela avevano ridotta, con tutti i suoi acciacchi e i suoi malanni, sino alla vera e propria fine del capitolo.
Siccome dubitava della sua fermezza nel primo caso, egli molto allegramente si risolse per il secondo; e sebbene potesse benissimo spiegare la cosa, come ho detto, a suo onore, tuttavia, proprio per quella ragione si sentiva superiore e preferiva sopportare il disprezzo dei nemici e le risate degli amici piuttosto che sottoporsi all’imbarazzo di raccontare una storia che poteva sembrare il panegirico di sé stesso.
Io ho la massima stima dei sentimenti nobili e delicati di questo reverendo signore da questo semplice tratto del suo carattere, che giudico superiore a una qualunque delle più schiette delicatezze dell’impareggiabile Cavaliere della Mancia che, sia detto per inciso, con tutte le sue follie, amo più del più grande eroe dell’antichità e sarei davvero andato lontanissimo pur di visitarlo.
Ma non è questa la morale della mia storia: la cosa che avevo in vista era mostrare l’indole del mondo in questa intera faccenda. Dovete infatti sapere che, dal momento che tale spiegazione avrebbe dato credito al pastore, al diavolo se ci fu anima capace di scoprirla! suppongo che i suoi nemici non devono aver voluto, e che i suoi amici non devono aver saputo farlo. Ma non appena egli si mosse a favore della levatrice e pagò le spese della licenza ordinaria perché potesse esercitare, l’intero segreto si palesò; fu riconosciuto e perfettamente ricordato ogni cavallo ch’egli aveva perso, anzi due in più di quanti ne avesse mai perduti, con ogni particolare della loro fine. Il racconto si diffuse assai rapidamente. “Il pastore era stato preso da un nuovo accesso di vanità; s’accingeva a essere ben montato ancora una volta nella sua vita; e se le cose stavano così, era chiaro come il sole al meriggio ch’egli si sarebbe rifatto dieci volte della spesa della licenza nel giro di un solo anno. Cosicché tutti erano liberi di giudicare quali fossero le sue vedute in questo atto di carità.”
Quali fossero le sue vedute in questa e in ogni altra azione della sua vita, o piuttosto quali fossero le opinioni in proposito che fluttuavano nel cervello della gente, questo era un pensiero che troppo fluttuava nel suo e troppo spesso interrompeva il suo riposo quando avrebbe dovuto essere profondamente addormentato.
Circa dieci anni fa quel galantuomo ebbe la fortuna di riacquistare completamente la tranquillità al riguardo, tanto essendo il tempo trascorso dacché egli lasciò dietro di sé la sua parrocchia e contemporaneamente l’intero mondo. Ormai risponde della sua condotta a un Giudice del quale non avrà da lamentarsi.
Ma c’è una fatalità che accompagna le azioni di alcuni uomini: comunque siano indirizzate, esse passano attraverso un certo qualcosa che le distorce e le devia a tal punto dalle loro vere direzioni, che, con tutti i titoli alla lode che una rettitudine di cuore può dare, chi le compie è nondimeno costretto a vivere e a morire senza di essa.
Della verità di quanto sopra quel signore fu un doloroso esempio. Ma affinché sappiate per quali mezzi ciò accadde e affinché questa conoscenza sia a voi utile, insisto perché leggiate i due capitoli seguenti, che contengono un tale abbozzo della sua vita e del suo modo di discorrere, da farne trarre la morale insieme con esso. Quando ciò sarà fatto, se nulla ci fermerà lungo la nostra via, proseguiremo con la levatrice.

Capitolo undicesimo

Yorick [22] era il nome di questo pastore, e, cosa singolarissima (come risulta da un antichissimo documento di famiglia, scritto su robusta pergamena, tuttora in perfetto stato di conservazione), si era sempre scritto esattamente così per quasi… ero sul punto di dire novecento anni; ma non vorrei che il mio credito fosse scosso raccontandovi una verità poco probabile, ancorché incontestabile di per sé; m’accontenterò quindi di dirvi soltanto che s’era scritto esattamente così, senza la minima variazione o trasposizione di una singola lettera, da non so quanto tempo; il che è più di quanto m’avventurerei di dire di metà dei migliori cognomi del regno, i quali, nel corso degli anni, hanno generalmente subito tanti mutamenti quanti furono i loro possessori. Sarà stato per l’orgoglio o la vergogna dei rispettivi proprietari? A dire onestamente il vero, penso a volte all’uno, a volte all’altra, secondo come operi la tentazione. Ma è un maledetto affare, ed esso un giorno ci mescolerà e ci confonderà tutti a tal punto, che nessuno sarà più in grado di alzarsi per giurare: “che fu proprio il suo bisnonno l’uomo che fece la tal cosa o la tal altra”.
Contro tale disgrazia si era sufficientemente difesa la prudente cura degli Yorick e la loro religiosa conservazione delle testimonianze che io cito, le quali ci informano ulteriormente che la famiglia era d’origine danese e si era trapiantata in Inghilterra fin dal tempo del regno di Orvendillo, re di Danimarca [23], alla corte del quale sembra che un antenato di questo signor Yorick, da cui egli discendeva in linea diretta, occupasse una notevole carica fino al giorno della sua morte. Di che natura fosse questa notevole carica il documento non lo dice. Aggiunge soltanto che, da circa due secoli, essa è stata completamente abolita, perché del tutto inutile, non soltanto in quella corte, ma in ogni altra corte del mondo cristiano.
Spesso mi è venuto il sospetto che questa carica altro non poteva essere se non quella di capo buffone del re, e che lo Yorick dell’Amleto del nostro Shakespeare, molti dei cui lavori, com’è noto, sono fondati su fatti accertati, fosse senz’altro il nostro uomo.
Non ho il tempo di consultare la Storia della Danimarca di Saxo Grammaticus per appurarne la certezza; ma se ne avete il tempo e potete procurarvi il libro agevolmente, sarete in grado di farlo altrettanto bene voi stessi.
Ebbi appena il tempo, durante il viaggio in Danimarca col figlio maggiore del signor Noddy [24], che nel 1741 accompagnai come istitutore, cavalcando al suo fianco con stupefacente rapidità attraverso la maggior parte dell’Europa, e del quale originale viaggio effettuato da noi due una piacevolissima narrazione verrà data nella prosecuzione di questo lavoro [25]; ebbi appena il tempo, dicevo, e questo fu tutto, di costatare l’esattezza di un’osservazione fatta da un tale che soggiornò a lungo in quel paese, e cioè che “la natura non fu né molto prodiga né molto avara nei suoi doni di genio e di capacità ai suoi abitanti; ma, da prudente genitrice, fu moderatamente gentile con tutti, e osservando una tale equanimità nel sistema di distribuzione dei suoi favori da mettere tutti, per questi riguardi, a un livello pressocché identico; cosicché in questo regno incontrerete rari esempi di intelligenza brillante, ma una gran quantità di buono e semplice intelletto casalingo, in tutti i ceti della popolazione, di cui ognuno ha una parte”; il che mi sembra molto giusto.
Da noi, vedete, il caso è completamente differente; siamo tutti alti e bassi in questo campo: voi siete un gran genio o, cinquanta contro uno, signore, siete un gran somaro e uno sciocco. Non già che manchino completamente i gradi intermedi, no, la nostra irregolarità non arriva a tanto; ma i due estremi sono più comuni e di grado maggiore in quest’isola instabile, nella quale la natura, nei suoi doni e nelle sue inclinazioni di questo genere, è estremamente stravagante e capricciosa, e al suo confronto la fortuna non lo è di più quando largisce i suoi beni ed effetti.
Questo è quanto m’ha fatto vacillare la fede riguardo all’origine di Yorick, il quale, per quel che posso ricordarmi di lui e per tutte le informazioni che potei raccogliere sul suo conto, sembra non aver avuto una singola goccia di sangue danese nell’intera sua crasi; in novecento anni potrebbe anche essere sparita tutta. Non ho neppure per un momento l’intenzione di far della filosofia con voi al proposito; perché, sia quel che sia, il fatto era che invece della fredda flemma e del preciso equilibrio di senso e di umori che vi sareste aspettato in un uomo di tale origine, egli era al contrario d’una composizione così mercuriale e sublimata, era una creatura così eteroclita in tutte le sue deviazioni, così pieno di vitalità, ghiribizzo e gaité de coeur, quale solo il più benigno dei climi avrebbe potuto generare e combinare. Con una barca così fatta il povero Yorick non portava neppure un’oncia di zavorra; difettava al massimo di pratica di questo mondo e, a ventisei anni, sapeva a malapena governarvi la sua rotta come una ragazzina tredicenne giocherellona e fiduciosa. Cosicché, la prima volta che salpò, il fresco vento del suo spirito, come potete immaginare, lo spinse nel sartiame di qualcun altro dieci volte al giorno; e siccome c’era spessissimo gente grave e dall’andatura più lenta sulla sua rotta, potete parimente immaginare che proprio in quello egli aveva generalmente la disgrazia d’impigliarsi di più. Infatti, per quanto io sappia, nel fondo di tale Fracasso doveva esserci un miscuglio di brio sfortunato, perché, a dire il vero, Yorick aveva per natura un’invincibile avversione e opposizione per la gravità; non per la gravità come tale, perché quand’era richiesta la gravità sapeva essere il più grave e serio dei mortali per giorni e settimane di fila, ma era nemico dell’affettazione d’essa e le aveva dichiarato guerra aperta soltanto perché essa gli sembrava un mantello per l’ignoranza o per il peccato: perciò, quando gli capitava a tiro, per quanto fosse riparata e protetta, egli raramente le dava molto quartiere.
A volte, nel suo avventato modo di esprimersi, soleva dire che la gravità è una canaglia matricolata, e d’un genere tanto più pericoloso, aggiungeva, in quanto astuta; e ch’egli sinceramente credeva ch’essa nel giro di dodici mesi frodi più sostanze e danaro a gente onesta e dabbene che non i borsaiuoli e i taccheggiatori in sette. Nella gente di carattere aperto, palesato da cuore allegro, soleva dire, non v’era alcun pericolo, se non verso sé stessa; laddove l’essenza vera e propria della gravità era calcolo e perciò inganno; ch’era il solito trucco di farsi attribuire un buon senso e una cultura superiore alla realtà per guadagnarsi la stima della gente; e che, con tutte le sue pretese, la gravità non era migliore, ma spesso peggiore di quanto un Francese di spirito [26] aveva definito molto tempo fa, e cioè ”un misterioso travestimento del corpo per coprire i difetti dell’animo”, definizione della gravità che Yorick, con grande imprudenza, diceva che meritava d’essere scritta in lettere d’oro.
Però, a dire il vero, era un uomo originale e inesperto del mondo, ed era del tutto imprudente e avventato in ogni altro argomento di discorso in cui la diplomazia è solita imprimere un freno. Yorick si atteneva a una sola impressione, ed era quella che scaturiva dalla natura dell’oggetto di cui stava parlando; impressione ch’egli solitamente traduceva in parole chiare senza alcuna perifrasi, e troppo spesso senza riguardi eccessivi per le persone, il momento o il luogo. Cosicché, quando veniva fatta menzione di un’azione meschina o gretta, non dedicava mai un momento di riflessione per giudicare chi era il personaggio della faccenda, quale fosse la sua posizione sociale o fino a qual punto costui avrebbe avuto il potere di nuocergli in futuro; ma se si trattava di una sporca faccenda, senza tante storie l’uomo che l’aveva compiuta era un farabutto… e così via. E poiché i suoi commenti per mala sorte finivano di solito con un bon mot [27] o erano tutti animati da espressioni bizzarre o umoristiche, l’indiscrezione di Yorick metteva le ali. In una parola, sebbene egli non andasse mai a cercarla, tuttavia, allo stesso tempo, siccome ben di rado si lasciava sfuggire l’occasione di dire ciò che gli passava per la testa e senza tante cerimonie, egli era esposto a troppe tentazioni nella vita di spargere attorno a sé il suo spirito e il suo umorismo, i suoi sarcasmi e le sue facezie. I quali non andavano perduti per mancanza di chi li raccogliesse.
Leggerete nel capitolo seguente quali furono le conseguenze e quale fu la catastrofe di Yorick in proposito.

Capitolo dodicesimo

Il debitore e il creditore differiscono per capacità di borsa non più di quanto il beffatore e il beffato differiscono per capacità di memoria. Ma in ciò il paragone fra costoro corre, come dicono gli scoliasti, su quattro gambe; il che, sia detto per inciso, è su una o due gambe in più di quelle che possono vantare alcuni dei migliori paragoni di Omero; cioè che l’uno prende a prestito una somma, l’altro una risata a vostre spese, e non ci pensano più. Gli interessi però continuano a decorrere in entrambi i casi, e i pagamenti d’essi, periodici od occasionali, servono giusto a mantener viva la memoria della faccenda; finché alla lunga, in un certo malaugurato momento, improvvisamente compare il creditore davanti all’uno e all’altro e, reclamando sull’istante il capitale con tutti gli interessi fino all’ultimo giorno, fa sentire a entrambi tutto il peso delle loro obbligazioni.
Poiché il lettore (detesto infatti i vostri se) ha piena conoscenza della natura umana, non ho bisogno d’aggiunger altro per convincerlo che il mio Eroe non poteva continuare di questo passo senza fare qualche piccola esperienza di tali occasionali avvertimenti. A dire il vero, egli si era impegolato con leggerezza in un’infinità di debitucci di questa sorta e, nonostante i ripetuti avvertimenti di Eugenio [28], li trascurava un po’ troppo, pensando che, siccome nessuno di essi era stato contratto per malignità, ma al contrario per onestà di pensiero e schietta giocondità di spirito, sarebbero stati tutti cancellati coll’andar del tempo.
Eugenio escludeva una cosa simile; e spesso gli diceva che un giorno o l’altro gli sarebbe stato certamente presentato il conto e, soleva spesso aggiungere in tono di dolorosa apprensione, fino all’ultimo centesimo. Al che Yorick, con la sua consueta spensieratezza, soleva altrettanto spesso rispondere con un uff! e, se l’argomento veniva toccato nei campi, con un salto, un balzo, una piroetta alla fine del discorso; se invece era confinato nell’angolo del caminetto, dove il colpevole era asserragliato fra la tavola e un paio di poltrone e non poteva perciò tanto facilmente battersela per la tangente, Eugenio riprendeva allora la sua predica sulla discrezione con parole a questo fine, anche un po’ meglio congegnate:
«Credimi, caro Yorick, il tuo incauto modo di scherzare presto o tardi ti metterà in tali imbrogli e difficoltà da cui le risorse del tuo spirito non sapranno assolutamente districarti. In codeste facezie, capisco che troppo spesso capita che una persona derisa si consideri nella posizione d’una persona offesa, con tutti i diritti che gli vengono da una simile situazione; e se anche tu lo vedessi in questa luce e contassi i suoi amici, i suoi familiari, i suoi parenti e alleati, e passassi in rassegna le molte reclute che si arrolerebbero sotto di lui per un senso di pericolo comune, ti accorgeresti che non è aritmetica stravagante dire che per ogni dieci motteggi ti sei fatto cento nemici; e finché tu, continuando, non avrai suscitato attorno alle orecchie uno sciame di vespe e sarai mezzo morto per le loro punture, non sarai mai convinto che è proprio così.
«Non posso sospettare che nell’uomo ch’io stimo esista il minimo stimolo di astio o malevolenza d’intento a queste facezie; sono convinto e so ch’esse sono veramente innocenti e gioviali. Ma considera, mio caro ragazzo, che gli sciocchi non sanno fare questa distinzione, e i furfanti non la vogliono fare: e tu non sai che cosa significhi provocare gli uni o canzonare gli altri; ogni volta che faranno lega per reciproca difesa, sta’ pur certo che ti moveranno guerra, mio caro amico, e in modo tale da nauseartene sinceramente e da disgustarti anche della vita.
«La vendetta da qualche cantuccio avvelenato ti scaglierà contro una storia disonorante che né innocenza di cuore né integrità di condotta potranno fare scomparire. La prosperità della tua casa vacillerà; il tuo animo, che le ha guidato la strada, sanguinerà da ogni lato; la tua onestà sarà messa in dubbio; le tue azioni falsate; il tuo spirito dimenticato; la tua cultura calpestata. E per venire alla scena conclusiva della tua tragedia, la Crudeltà e la Codardia, gemine ribalde, assoldate e sobillate nelle tenebre dal Livore, unite colpiranno tutte le tue debolezze e tutti i tuoi errori. I migliori tra noi, mio caro ragazzo, hanno qui il loro punto vulnerabile. E credimi, credimi, Yorick, una volta che per soddisfare una brama segreta è stato risolto che sia sacrificata una creatura innocente e indifesa, è cosa facile raccogliere da ogni cespuglio dove essa si è aggirata sufficienti ramoscelli da farne un rogo su cui immolarla [29]
Raramente Yorick ascoltava questo triste vaticinio del suo destino che gli veniva ripetuto senza che scendesse furtivamente dai suoi occhi una lacrima, accompagnata da uno sguardo promettente ch’egli era risolto, per il tempo a venire, a cavalcare il suo cavallino con maggior moderazione. Ma, ahimè, troppo tardi! una grande coalizione, capeggiata da ***** e da *****, era già sorta avanti che venisse per la prima volta predetta. L’intero piano d’attacco, proprio come Eugenio aveva previsto, fu messo in atto all’improvviso, con così poca pietà da parte degli alleati e così scarso sospetto in Yorick di ciò che veniva tramato contro di lui, che quando egli pensò, uomo buono e semplice!, che con tutta certezza la sua promozione stava maturando, essi l’avevano colpito alla radice, ed egli allora cadde come molti degni uomini erano caduti prima di lui.
Yorick però si batté per un certo tempo con tutto il valore immaginabile finché, sopraffatto dal numero e alla lunga sfinito per le calamità della guerra, ma ancor più per l’ingeneroso modo in cui era stata condotta, gettò la spada; e sebbene apparentemente avesse conservato uno stato d’animo elevato fino all’ultimo, egli nondimeno morì, come generalmente si credette, proprio di crepacuore.
Ciò che fece propendere Eugenio per la stessa opinione fu quanto segue:
Poche ore prima che Yorick esalasse l’ultimo respiro, Eugenio entrò coll’intento di vederlo un’ultima volta e dargli l’ultimo addio. Mentre scostava le cortine di Yorick e gli domandava come si sentisse, Yorick, fissandolo in volto, gli prese la mano e, dopo averlo ringraziato delle molte prove d’amicizia verso di lui, delle quali, disse, se era loro destino incontrarsi nell’altro mondo, lo avrebbe ringraziato cento volte, gli disse che fra poche ore si sarebbe sottratto per sempre ai suoi nemici.
«Spero di no, — rispose Eugenio, con le lacrime che gli colavano giù per le guance e col più tenero accento che mai uomo proferì. — Spero di no, Yorick, — disse. Yorick rispose alzando lo sguardo e con una delicata stretta alla mano di Eugenio; e questo fu tutto, ma spezzò il cuore di Eugenio. — Su, su, Yorick, — disse Eugenio, asciugandosi gli occhi e facendosi forza, — animo, mio caro ragazzo, non lasciare che tutto il tuo coraggio e la tua fermezza ti abbandonino in questo momento di crisi, proprio ora che più ne hai bisogno; chi sa quante risorse ci sono e che cosa il potere di Dio può ancora fare per te? — Yorick si portò una mano al cuore e scosse dolcemente il capo. — Quanto a me, — continuò Eugenio, piangendo amaramente mentre pronunciava queste parole, — ti confesso, Yorick, di non esser capace di separarmi da te, e vorrei lietamente accarezzare la speranza, — aggiunse Eugenio con un tono incoraggiante nella voce, — che in te ci sia ancora forza sufficiente perché tu diventi vescovo e io possa vedere quel giorno.
— Ti supplico, Eugenio, — disse Yorick, togliendosi come meglio poté la berretta da notte con la mano sinistra, la destra essendo sempre strettamente serrata in quella di Eugenio, — ti supplico, da’ uno sguardo alla mia testa.
— Non vedo nulla che la faccia soffrire, — replicò Eugenio.
— Allora, ahimè! amico mio, — disse Yorick, — lascia ch’io ti dica ch’essa è così ammaccata e deformata dai colpi che ***** e *****, e alcuni altri mi hanno tanto indegnamente inferto nell’oscurità, che potrei ripetere con Sancio Panza [30] che, quand’anche riuscissi a guarire, e “fosse concesso lassù che le mitrie piovessero dal cielo fitte come grandine, nessuna d’esse potrebbe adattarvisi”.»
L’ultimo respiro di Yorick era sospeso sulle sue tremanti labbra, pronto a essere esalato com’egli pronunciò questo; tuttavia ciò fu pronunciato con un tono cervantesco, e mentre egli lo disse Eugenio poté intravvedere un guizzo di fuoco lambente accendersi per un attimo nei suoi occhi, pallida immagine di quei lampi del suo spirito che (come Shakespeare disse del suo antenato) solevano suscitare un tuono nella tavolata [31]!
Eugenio capi da questo che il cuore dell’amico s’era spezzato: gli strinse la mano e poi usci pian piano dalla camera, piangendo mentre camminava. Yorick seguì Eugenio con gli occhi fin sulla porta, poi li chiuse per non aprirli mai più.
Egli giace sepolto in un angolo del cimitero accanto alla chiesetta, nella parrocchia di ***, sotto una semplice lastra di marmo che l’amico Eugenio, col permesso dei suoi esecutori testamentari, ha posto sulla sua fossa, con l’iscrizione di non più di queste tre parole, che servono insieme da epitaffio e da elegia:

Ahimè, povero YORICK! [32]

Dieci volte al giorno lo spirito di Yorick ha la consolazione di sentire la sua iscrizione monumentale riletta in tale varietà di toni lamentosi, che esprimono la pietà e la stima generale per lui; e poiché un sentiero attraversa il cimitero vicino al lato della sua tomba, non c’è passante che lo percorra senza fermarsi per gettarvi sopra un’occhiata, e sospiri mentre prosegue,

Ahimè, povero Yorick!

Capitolo tredicesimo

È già trascorso tanto dacché il lettore di quest’opera rapsodica si è separato dalla levatrice, che è gran tempo di menzionargliela daccapo, se non altro per ricordargli che un così fatto essere è sempre al mondo, e che, secondo il miglior giudizio che in questo momento sono in grado di dare del mio piano, ho intenzione di presentargli in modo definitivo.
Ma siccome potrebbe scaturire un nuovo argomento e accadere tra il lettore e me qualcosa di molto inaspettato che potrebbe richiedere un sollecito disbrigo, era giusto badare che la povera donna non venisse perduta nel frattempo, perché quand’ella fosse richiesta non potremmo assolutamente fare senza di lei.
Credo di avervi detto che questa brava donna era persona di non poca distinzione e importanza in tutto il nostro villaggio e nella borgata; che la sua fama si era sparsa fino al limite estremo e alla circonferenza di quel cerchio d’importanza, del cui genere ogni anima viva, porti o non porti una camicia addosso, ne ha uno attorno a sé; il quale cerchio, sia detto per inciso, desidererei che, ogniqualvolta si afferma che un tale ha un gran peso e importanza nel mondo, potesse essere allargato o, contratto nella fantasia di vossignoria in proporzione alla condizione sociale, alla professione, alla conoscenza, al talento, all’altezza e alla profondità (misurando in tutt’e due i sensi) del personaggio portato davanti a voi.
Nel caso presente, se ben ricordo, avevo fissato questo cerchio a quattro o cinque miglia, che non solo comprendeva l’intera parrocchia, ma si estendeva a due o tre borgate adiacenti ai margini della parrocchia vicina, il che lo rendeva una cosa notevole. Debbo aggiungere che la levatrice era, inoltre, molto ben vista in una grossa fattoria e in qualche altra cascina e casolare entro due o tre miglia, come ho detto, dal fumo del proprio comignolo. Ma qui io debbo una volta per tutte informarvi che tutto ciò sarà più esattamente delineato e spiegato in una mappa, ora nelle mani dell’incisore, la quale, insieme con molte altre parti e appendici di quest’opera, verrà aggiunta al termine del ventesimo volume, non per aumentarne la mole, — detesto il pensiero di una simile cosa, — ma a mo’ di commentario, scolio, illustrazione e chiave di quei passi, episodi o allusioni che si reputeranno essere d’interpretazione particolare oppure di oscuro o dubbio significato dopo che la mia vita e le mie opinioni saranno state lette (non scordate il significato della parola) da tutto il mondo, del che, resti tra noi, e a dispetto di tutti i signori critici di Gran Bretagna e di tutto ciò che le vostre signorie vorranno scrivere o dire in contrario, sono convinto che sarà il caso. Non ho bisogno di dire a vossignoria che tutto questo è detto in confidenza.

Capitolo quattordicesimo

Nell’esaminare il contratto matrimoniale di mia madre, per persuadere me stesso e il lettore su un punto che esigeva d’essere chiarito prima di poter procedere oltre in questa storia, ho avuto la fortuna di azzeccare proprio la cosa che volevo dopo non più di un giorno e mezzo consecutivi di lettura, — la ricerca avrebbe potuto richiedermi un mese, — il che prova chiaramente che, quando uno si mette a scrivere una storia, fosse anche soltanto la storia di Jack Hickathrift [33] o di Pollicino, egli non sa più dei suoi calcagni quali ostacoli e maledetti intoppi incontrerà nel suo cammino, o a quale danza sarà costretto da una digressione o un’altra prima che tutto sia finito. Se uno storiografo potesse condurre la sua storia come un mulattiere conduce il suo mulo, sempre diritto, mettiamo da Roma sino a Loreto, senza neppure una volta volgere il capo da un lato a destra o a sinistra, egli potrebbe arrischiarsi a predirvi press’a poco l’ora in cui giungerebbe al termine del suo viaggio: ma la cosa, moralmente parlando, è impossibile; infatti, s’egli è un uomo che abbia un minimo di spirito subirà cinquanta deviazioni dalla linea retta per unirsi in cammino a questa o a quella compagnia, il che egli non può in nessun modo evitare. Egli avrà paesaggi e prospettive che perpetuamente gli solleciteranno lo sguardo, davanti ai quali egli non potrà fare a meno di sostare a guardare non più di quanto egli non possa volare; inoltre avrà vari
Racconti da conciliare;
Aneddoti da raccogliere;
Iscrizioni da decifrare;
Storie da intesservi;
Tradizioni da vagliare;
Personaggi da evocare;
Panegirici da appiccicare a questa porta;
Pasquinate a quell’altra; cose tutte da cui l’uomo e il suo mulo sono assolutamente esentati. Ricapitolando: vi sono archivi da consultare a ogni passo, registri, atti, documenti e genealogie interminabili, sui quali lo spirito di giustizia richiama di tanto in tanto lo storiografo a soffermarsi nella lettura. Insomma, non è mai finita; quanto a me, dichiaro d’essermici messo sotto in queste sei settimane, infondendovi tutta la fretta ch’era in mio potere, e non sono ancora nato: sono stato appena in grado, e questo è tutto, di dirvi quando ciò accadde, ma non come; cosicché vedete che la cosa è ancora lungi dall’essere compiuta.
Questi arresti impreveduti, di cui ammetto di non aver avuto alcuna idea quando all’inizio m’avviai, ma che, ormai ne sono convinto, aumenteranno piuttosto che diminuire man mano che procedo, mi hanno fatto balenare un suggerimento che sono risoluto a seguire; e cioè non aver fretta, ma andare con calma, scrivendo e pubblicando due volumi della mia vita ogni anno; il che, se mi sarà concesso di procedere tranquillamente, e se mi riuscirà di sottoscrivere un contratto passabile col mio libraio, continuerò a fare fin tanto ch’io vivo.

Capitolo quindicesimo

La clausola del contratto di matrimonio di mia madre, che, come dissi al lettore, mi presi la briga di cercare e che, ora che l’ho trovata, reputo sia bene sottoporgli, è così pienamente espressa nell’atto stesso come mai potrei presumere di fare, che sarebbe una barbarie sottrarlo alle mani del legale. Essa suona come segue “E questo strumento inoltre testifica, che il detto Walter Shandy, mercante, in considerazione di detto deliberato matrimonio da essere fatto e, con la benedizione di Dio, da essere giustamente e veritieramente solennizzato e consumato tra il detto Walter Shandy e la sunnominata Elisabetta Mollineux, e di diverse altre buone e valide cause e considerazioni che oltre a ciò specialmente lo muovono, concede, accorda, accondiscende, acconsente, conclude, contratta e pienamente conviene con i signori Giovanni Dixon e Giacomo Turner, soprannominati fiduciari, etc., etc., Vale a dire: Che nel caso in cui dovesse in futuro accadere, occorrere, avvenire o altrimenti succedere che il detto Walter Shandy, mercante, lasci gli affari prima del tempo o dei tempi, che la detta Elisabetta Mollineux cessi, giusta il corso della natura o altrimenti, di concepire o partorire figliuoli, e che, per effetto d’aver così lasciato gli affari il detto Walter Shandy, nonostante e contro la libera volontà, consenso e gradimento della detta Elisabetta Mollineux, parta dalla città di Londra allo scopo di ritirarsi e abitare nella sua tenuta di Shandy-Hall, nella contea di ***, o in qualunque altro domicilio di campagna, castello, villa, maniero, casa campestre o cascinale ora acquistato o da acquistarsi per il futuro, o in alcuna parte o porzione d’essi: che allora, e ogniqualvolta alla detta Elisa- betta Mollineux occorresse di rimanere gravida di figlio o figli separatamente e legittimamente concepiti o da concepirsi, in grembo della detta Elisabetta Mollineux, durante detto coniugio, egli, il detto Walter Shandy, con proprio dispendio e carico e col denaro suo proprio su equo e ragionevole preavviso, che è qui convenuto essere entro sei settimane dal pieno computo o tempo del presunto e calcolato parto della detta Elisabetta Mollineux, dovrà pagare o far pagare la somma di centoventi sterline in buona moneta legale ai signori Giovanni Dixon e Giacomo Turner, o ai loro aventi causa, in deposito fiduciario, e per e secondo l’uso e gli usi, intento, fine e scopo seguenti: Vale a dire: che la detta somma di centoventi sterline dovrà essere pagata nelle mani della detta Elisabetta Mollineux, o dovrà essere diversamente impiegata da loro, i detti fiduciari, per il noleggio giusto e veritiero di una carrozza, con validi e sufficienti cavalli, per portare e trasportare il corpo della detta Elisabetta Mollineux e il figlio o i figli di cui di volta in volta sarà incinta o gravida, alla città di Londra; e per l’ulteriore pagamento e copertura di ogni altro incidentale costo, carico e spesa qualsivoglia, pertinente, relativo, destinato e correlato con il di lei suddetto previsto parto e puerperio, in detta città o sobborghi di essa. E che la detta Elisabetta Mollineux dovrà e potrà, di volta in volta, e in quel tempo e tempi come qui stipulati e concordati, pacificamente e tranquillamente noleggiare detta carrozza e cavalli, e avere libero ingresso, egresso e regresso in e da detta carrozza durante il viaggio, secondo il tenore, il vero intento e significato di questo strumento, senza verun impedimento, insistenza, disturbo, noia, molestia, pagamento, ostacolo, penalità, evizione, vessazione, interruzione o gravame qualsivoglia. E che sarà inoltre legittimo a e per la detta Elisabetta Mollineux, di tanto in tanto e quanto spesso o sovente ella sarà giustamente e veritieramente in stato avanzato di detta sua gravidanza, fino al tempo qui sopra stipulato e convenuto, abitare e risiedere in tal luogo o luoghi, e presso tale famiglia o famiglie, e con tali parenti, amici o altre persone entro la detta città di Londra, come ella, di propria volontà e piacimento, nonostante il suo presente coniugio e come se fosse una femme sole e nubile, giudicherà opportuni. “E questo strumento inoltre testifica, che, per la più efficace esecuzione del detto accordo, il detto Walter Shandy, mercante, con questo mezzo concede, contratta, vende, cede e conferma ai detti signori Giovanni Dixon e Giacomo Turner, ai loro eredi, esecutori testamentari e aventi causa, ora il loro effettivo possesso in virtù di uno strumento di cessione o vendita per un anno a loro, i detti signori Giovanni Dixon e Giacomo Turner, da lui, il detto Walter Shandy, mercante, fatto al riguardo; la quale detta cessione o vendita per un anno porta come data il giorno immediatamente precedente la data di questo documento e, in forza e in virtù della legge concernente il passaggio dell’usufrutto in proprietà, Tutta la proprietà fondiaria e il feudo di Shandy, nella contea di ***, con tutti i relativi diritti, membri e pertinenze; tutte e ciascuna delle case campestri, case, costruzioni, granai, scuderie, frutteti, giardini, retroterra, piccole tenute e poderi, luoghi cintati, appezzamenti di terreno, terre, prati, terreni coltivi, pascoli, marcite, partecipante, boschi, sottoboschi, canali, vivai, acque e corsi d’acqua; insieme con tutte le rendite, reversioni, servizi, annualità, diritti di feudo, decime, diritti di convocare i membri delle comunità agricole [34], confische, esenzioni, miniere, cave, beni ed effetti di traditori e fuggiaschi, suicidi o contumaci, deodands [35], libere garenne e tutti gli altri poteri regi e signorili, diritti e facoltà, privilegi ed eredità di qualsivoglia genere. E anche il diritto di nomina, donazione, presentazione e libera disponibilità del rettorato o vicariato del sunnominato Shandy, e tutte e ciascuna delle decime, tributi, benefici dei terreni ecclesiastici.”
In tre parole: “Mia madre avrebbe partorito (se l’avesse gradito) a Londra”.
Ma allo scopo d’impedire l’attuazione di una qualsiasi azione sleale da parte di mia madre, cui una clausola matrimoniale di questa natura troppo palesemente dava adito e a cui invero nessuno avrebbe mai assolutamente pensato se non fosse stato per mio zio Tobia Shandy, fu aggiunta una clausola a protezione di mio padre, che sonava così: “che nel caso in cui mia madre in prosieguo di tempo avesse, in qualsiasi momento, indotto mio padre al fastidio e alla spesa di un viaggio a Londra per falsi lamenti e indizi; che per ciascuno di tali casi ella avrebbe perduto tutto il diritto e titolo che il contratto le conferiva per la volta seguente: ma non di più, e così via, toties quoties, e in un modo così valido, come se tale contratto tra di loro non fosse stato stipulato”. Questo, sia detto per inciso, non era più di quanto era ragionevole; eppure, per quanto ragionevole fosse, ho sempre pensato che fosse spietato che tutto il peso della clausola dovesse interamente ricadere, come infatti avvenne, su di me.
Ma io fui concepito e nacqui sotto una cattiva stella: infatti la mia povera madre, fosse aria o acqua, o un composto di entrambi, o nessuno dei due; o fosse semplicemente il mero gonfiore della sua immaginazione e fantasia; o che il forte desiderio e brama che così fosse avesse potuto ingannare il suo giudizio; insomma, fosse lei vittima o responsabile di questa faccenda, non spetta assolutamente a me stabilirlo. Il fatto avvenne così: nel tardo settembre 1717, ch’era l’anno precedente a quello della mia nascita, poiché mia madre aveva indotto mio padre a trasferirsi assai contro voglia in città, egli fece valere perentoriamente la clausola; cosicché io fui condannato, dal contratto di matrimonio, ad avere il naso così schiacciato sulla mia faccia come se le Parche m’avessero effettivamente filato senza.
Come questo evento sia accaduto e quale sequela di spiacevoli delusioni, in un periodo o nell’altro della mia vita, mi abbia perseguitato per la semplice perdita o piuttosto compressione di questo singolo mio membro, sarà esposto al lettore a tempo debito.

Capitolo sedicesimo

Mio padre, come ognuno può naturalmente immaginare, tornò con mia madre in campagna con un genere d’umore piuttosto stizzoso. Per le prime venti o venticinque miglia altro non fece se non affliggere e molestare sé stesso, e invero anche mia madre, per quella maledetta spesa che, sosteneva, avrebbe potuto essere risparmiata fino all’ultimo scellino; quel che poi lo irritava più d’ogni altra cosa era la stimolante stagione che, come vi dissi, volgeva verso la fine di settembre, quando i suoi frutti di spalliera e specialmente le susine claudie, di cui era molto geloso, erano pronti per la raccolta: “Fosse stato chiamato a Londra con un fischio per una commissione balorda in qualsiasi altro mese dell’anno, non avrebbe fiatato”.
Per le intere due tappe successive non trattò altro argomento se non quello del duro colpo ch’egli aveva subito per la perdita di un figlio, sul quale, a quanto sembra, faceva pieno assegnamento nella sua mente e che aveva registrato nel suo taccuino come un secondo bastone della vecchiaia, nel caso che Bobby gli fosse venuto a mancare. Una delusione come questa, diceva, era per un uomo saggio dieci volte maggiore di tutto il denaro che il viaggio, eccetera, messo insieme, gli era costato; al diavolo le centoventi sterline! non gliene importava un bel niente.
Per tutto il percorso da Stilton a Grantham, nulla dell'intera faccenda lo provocò quanto il pensiero delle condoglianze degli amici e della figura ridicola che entrambi avrebbero fatto in chiesa la prima domenica; del che, nella satirica veemenza della sua arguzia, ora un po’ affilata dalla contrarietà, egli volle dare tante descrizioni umoristiche e provocanti, e collocare la sua metà e sé stesso in tali tormentose luci e atteggiamenti di fronte all’intera congregazione, che mia madre dichiarò come quelle due tappe fossero state a tal punto veramente tragicomiche, ch’ella altro non avesse fatto se non ridere e piangere allo stesso tempo da un capo all’altro d’esse per tutta la strada.
Da Grantham fino a che non ebbero attraversato il Trent mio padre perdette ogni forma di sopportazione per il tiro infame e per l’imposizione che, così andava fantasticando, mia madre gli aveva fatto subire in questa faccenda. “Certo, — ripeteva continuamente a sé stesso, — non è possibile che una donna si sia ingannata; se così fosse, quale debolezza!” Tormentosa parola! che diede uno spinoso filo da torcere alla sua immaginazione e lo prostrò prima che tutto fosse finito. Infatti, non appena la parola “debolezza” fu pronunciata e gli s’impresse a fondo nel cervello, gli si mise in moto un flusso di distinzioni su quanti generi di debolezze esistessero: che ce n’era uno quale la debolezza del corpo, così come la debolezza della mente; e allora, per una o due tappe intere, altro non fece se non sillogizzare tra sé e sé, domandandosi fino a che punto la causa di tutti quei crucci avesse potuto o no essere venuta da lui.
Insomma, gli scaturirono da quest’unica faccenda tanti piccoli motivi d’inquietudine, tutti a rodergli successivamente il cervello man mano che gli si profilavano davanti, che mia madre, quale che fosse stato il suo viaggio d’andata, ebbe certamente un travagliato viaggio di ritorno. In una parola, come ella stessa ebbe a lagnarsi con lo zio Tobia, egli avrebbe fatto perdere la pazienza a qualsiasi creatura vivente.

Capitolo diciassettesimo

Sebbene avesse fatto il viaggio di ritorno a casa, come vi dissi, certamente non nel migliore degli umori, facendo uff! e puah! per tutta la via, nondimeno mio padre ebbe la compiacenza di tenere ancora per sé la peggior parte della storia, ch’era la risoluzione presa di farsi giustizia da sé, in forza della clausola fatta inserire dallo zio Tobia nel contratto di matrimonio. Ma mia madre non ebbe la minima indicazione di quel suo disegno prima della vera e propria notte in cui fui concepito, il che accadde tredici mesi dopo: quando cioè mio padre, trovandosi a essere, come voi ricordate, un po’ contrariato e irritato, colse l’occasione, — mentre dopo giacevano sul letto chiacchierando gravemente, discutendo sull’avvenire, — per comunicarle ch’ella doveva adattarsi come meglio poteva all’accordo fatto tra loro nel contratto di matrimonio; e cioè doveva partorire il prossimo figlio in campagna, per bilanciare il viaggio dell’anno precedente.
Mio padre era un uomo di molte virtù, ma nel suo carattere c’era una forte sfumatura di quella che potrebbe o non potrebbe aggiungersi al numero, nota col nome di perseveranza, se impiegata a buon fine, e di ostinazione, a un fine non buono. Mia madre ne aveva tale esperienza, da sapere che ogni rimostranza sarebbe stata superflua, perciò risolse di starsene tranquilla e di far buon viso a cattiva sorte.

Capitolo diciottesimo

Poiché quella notte fu convenuto, o piuttosto determinato, il punto che mia madre m’avrebbe dovuto partorire in campagna, ella prese le misure opportune. A tale scopo, dopo tre giorni o quasi di gravidanza sicura cominciò a mettere gli occhi sulla levatrice di cui mi avete sentito così spesso parlare; e, prima che fosse interamente trascorsa la settimana, siccome non si poteva avere il famoso dottor Manningham [36], ella dovette giungere a una determinazione finale, sebbene vi fosse ad appena otto miglia da casa nostra una scienza di chirurgo, che aveva, per di più, espressamente scritto un trattato di ostetricia da cinque scellini, nel quale aveva esposto non soltanto gli errori grossolani delle levatrici, ma aveva parimente aggiunto in più molti singolari miglioramenti per una più rapida estrazione del feto in caso di presentazione trasversale e in qualche altro caso di pericolo che ci inceppa nel venire al mondo [37]. Nonostante tutto questo, mia madre, dicevo, era assolutamente determinata ad affidare la sua vita, e insieme la mia, in nessun’altra mano d’essere vivente che non fosse quella di questa vecchia donna. Ora, io apprezzo questo: quando non possiamo ottenere proprio la cosa che desideriamo, non dobbiamo mai accontentarci di quella di qualità immediatamente inferiore; no, sarebbe oltremodo penoso. Non più di una settimana da questo preciso giorno in cui sto scrivendo questo libro per l’edificazione del mondo, ed esattamente il 9 marzo 1759, la mia cara, cara Jenny [38], osservando la mia espressione un po’ grave mentre lei contrattava un taglio di seta da venticinque scellini la yarda, disse al mercante d’esser dolente di avergli dato tanto disturbo; e immediatamente andò a comprarsi un taglio di stoffa alta una yarda, da dieci pence la yarda. Questo è un caso di duplicazione d’una stessa unica grandezza d’animo; solo che nel caso di mia madre ciò che ne diminuiva alquanto il merito era il fatto che il suo eroismo non poteva essere spinto a un estremo così violento e rischioso come si sarebbe potuto desiderare in una donna nella sua situazione, perché la vecchia levatrice meritava realmente un po’ di fiducia, almeno quel tanto che poteva venirle dal successo, dato che, nel corso della sua pratica quasi ventennale nella parrocchia, aveva fatto mettere al mondo ogni figlio di madre senza una svista o incidente che le si potesse onestamente addebitare.
Questi fatti, sebbene avessero il loro peso, non bastarono tuttavia a eliminare del tutto alcuni scrupoli e inquietudini da cui era assillato l’animo di mio padre in relazione a tale scelta. Per tacere del suo naturale senso di umanità e di giustizia o degli struggimenti d’amore paterno e coniugale, che tutti lo spingevano a lasciare il meno possibile al caso in una circostanza di questo genere, egli si sentiva interessato in modo particolare a che nel caso presente tutto andasse bene; e questo per il cumulo di dolori che gli si prospettava, se fosse successa qualche disgrazia alla moglie e al bambino durante il parto a Shandy Hall. Egli sapeva che il mondo giudica dai fatti, e gli avrebbe accresciuto il dolore in una simile sventura addossandogliene l’intera colpa.
“Giorno infausto! se la signora Shandy, povera gentildonna! fosse solo stata accontentata nel suo desiderio d’andare in città soltanto per il tempo di partorire e di tornare, per il che, si dice, ella pregò e supplicò in ginocchio, e che, secondo me, considerando la fortuna che portò in dote al signor Shandy, non era una faccenda di tale momento da non accondiscendervi, a quest’ora la signora e il suo bambino avrebbero potuto entrambi essere vivi.”
A questa esclamazione, mio padre lo sapeva, non si poteva trovare una risposta; eppure, non si doveva attribuire al solo desiderio di mettersi al riparo, e neppure al pensiero della sua progenie e di sua moglie il fatto ch’egli sembrava a tal punto estremamente ansioso in proposito; mio padre era di larghe vedute, ed era per di più, a suo giudizio, profondamente interessato alla cosa per il bene pubblico, nel timore dell’uso disonesto che si sarebbe potuto fare di un esempio sfortunato.
Egli era perfettamente consapevole che, sull’argomento, tutti gli scrittori politici avevano unanimemente concordato e lamentato, dal principio del regno della regina Elisabetta giù giù fino al suo tempo, che la corrente di uomini e di denaro fluente verso la metropoli, per un frivolo pretesto o un altro, avesse acquistato tale forza da diventare pericolosa per i nostri diritti civili, sebbene, incidentalmente una corrente non fosse l’immagine di cui egli più si compiacesse, una “disfunzione” era qui la sua metafora preferita; ed egli la sviluppava in una perfetta allegoria, sostenendo che avviene l’identico processo nel corpo di una nazione come nel corpo umano, quando il sangue e gli spiriti vitali affluiscono alla testa più rapidamente di quanto ne possano ridiscendere: un arresto della circolazione deve derivarne, ed è la morte in entrambi i casi.
C’era poco pericolo, soleva dire, di perdere le nostre libertà per le invasioni o le mene politiche francesi; né egli era tanto preoccupato di una consunzione determinata dalla massa di materia corrotta o di umori ulcerosi nella nostra costituzione, che egli sperava non fosse tanto cattiva quanto lo si immaginava; ma temeva realmente che per qualche urto violento potessimo tutt’a un tratto precipitare in un’apoplessia di stato; e allora soleva dire: «Il Signore abbia pietà di noi tutti».
Mio padre non era mai capace di fare la diagnosi di questa malattia senza dovervi aggiungere anche il rimedio.
«Se io fossi un principe assoluto, — soleva dire tirandosi su le brache con tutte e due le mani mentre si alzava dalla sua poltrona, — collocherei valenti giudici all’imbocco di ogni strada principale della mia metropoli col compito di informarsi degli affari di ogni tanghero in arrivo; e se, dopo un’udienza onesta e imparziale, non si accertasse l’esistenza di un motivo tale da giustificare l’abbandono della propria casa per venire in città, con armi e bagagli, con moglie e figli, famigli, ecc., ecc., al seguito, tutti dovrebbero essere rimandati indietro da un luogo di polizia all’altro, come vagabondi quali in realtà sarebbero, fino al luogo della loro residenza legale. In questo modo io mi preoccuperei che la mia metropoli non vacillasse sotto il suo stesso peso; che la testa non fosse troppo più grossa del corpo; e che le membra, ora deperite e paralizzate, riavessero la loro debita parte di nutrimento e riacquistassero con esso il loro naturale vigore e la loro bellezza. Provvederci efficacemente a che i prati e i campi di grano dei miei domini ridessero e cantassero; a che l’allegria e l’ospitalità rifiorissero ancora; e a che nelle mani dei proprietari terrieri del mio regno fosse messo al riguardo un tale peso e influsso da controbilanciare quelli che, come vedo, i miei nobili vanno loro sottraendo.
«Perché mai sono cosí pochi i palazzi e le residenza signorili, — domandava con un certo turbamento, camminando su e giù per la stanza, — da un capo all’altro di tante deliziose province della Francia? Donde viene che quei pochi Châteaux superstiti siano così smantellati, così privati dei loro arredi e così abbandonati alla desolazione e alla rovina?
«Perché, signore, — diceva, — in quel regno nessuno ha interessi cui attendere nelle campagne; il piccolo interesse di qualsiasi genere che qualunque uomo vi ha dove che sia è concentrato nella corte e nello sguardo del Gran Monarca [39]: secondo che sull’espressione del suo volto splenda il sole o lo attraversino le nuvole, ogni Francese vive o muore.»
V’era un’altra ragione di natura politica che spingeva così prepotentemente mio padre a premunirsi contro il più piccolo incidente nel parto campagnuolo di mia madre, e cioè che un tale precedente avrebbe fatto pendere infallantemente così nelle famiglie della borghesia campagnuola, come nella sua o in quelle di grado più elevato, la bilancia del potere a favore del sesso debole, già troppo grande; il che, insieme con i molti altri diritti usurpati che questa parte della costituzione andava continuamente stabilendo, avrebbe finito col risultare fatale al sistema monarchico di governo familiare stabilito da Dio fin dal primo momento della creazione.
Su questo punto egli condivideva pienamente l’opinione di Sir Robert Filmer [40], che cioè gli schemi e le istituzioni delle più grandi monarchie nelle parti orientali del mondo erano stati alle origini tutti ricalcati su quel mirabile modello e prototipo di governo familiare che è l’autorità patema; la quale da un secolo e forse più, diceva, è andata gradatamente degenerando in un governo misto, la cui forma, per quanto sia desiderabile in grandi combinazioni di specie, è fonte di grandi fastidi in quelle piccole, e raramente, a quanto gli era dato costatare, produce qualcosa che non sia dolore e confusione.
Per tutte queste ragioni private e pubbliche assommate, mio padre voleva un ostetrico a tutti i costi, mia madre a nessun costo. Mio padre pregava e supplicava ch’ella rinunciasse almeno per una volta alla sua prerogativa in questo campo, e gli consentisse di scegliere per lei; mia madre al contrario insisteva nel suo privilegio in questo campo di scegliere da sé, e non voleva nessun aiuto di mortale se non quello della vecchia. Che poteva fare mio padre? Aveva quasi esaurito ogni mezzo di persuasione: le aveva parlato in tutti i toni; le aveva sottoposto i suoi argomenti in tutti i possibili aspetti; aveva discusso la faccenda con lei da cristiano, da pagano, da marito, da padre, da patriota, da uomo. Mia madre aveva risposto punto per punto solo da donna; il che non le era stato tanto facile, perché, incapace com’era di assumere negli scontri una equivalente varietà di caratteri, era stata una lotta impari: sette contro uno. Che cosa poteva fare mia madre? Ella aveva il vantaggio (altrimenti sarebbe stata certamente sopraffatta) d’un piccolo rinforzo del fondo di risentimento personale che la sostenne e le permise di discutere la faccenda con mio padre con un vantaggio a tal punto pari, che entrambe le parti cantarono il Te Deum. In una parola, mia madre avrebbe avuto la vecchia, e l’ostetrico avrebbe avuto il permesso di bere una bottiglia di vino con mio padre e lo zio Tobia Shandy nel salotto, per il che sarebbe stato pagato cinque ghinee.
Debbo chieder licenza, prima di chiudere questo capitolo, di dare un avvertimento alla coscienza della mia gentile lettrice, ed è questo: non si deve concludere assolutamente, da una o due parole incaute ch’io vi ho lasciato cadere, “che io sono un uomo sposato”. Riconosco che il tenero appellativo di “mia cara, cara Jenny” e qualche altro indizio di scienza coniugale sparso qua e là potrebbero abbastanza naturalmente avere indotto il giudice più imparziale del mondo a emettere una tale sentenza contro di me. Tutto quello che imploro in questo caso, signora, è rigida giustizia, e che ne usiate tanta, verso di me così come verso di voi, da non giudicare prima del tempo o da non ricevere una così fatta impressione di me finché non avrete prove migliori di quelle che, ne sono certo, si possano presentemente produrre contro di me. Non già ch’io sia così vanitoso o irragionevole, signora, da desiderare che voi quindi pensiate che la mia cara, cara Jenny sia la mia mantenuta; no, questo lusingherebbe la mia persona per il motivo opposto e mi darebbe un’aria da libertino alla quale, forse, non ho diritto. Io faccio di tutto perché siate nell’assoluta impossibilità, ancora per qualche volume, voi o il più perspicace spirito di questa terra, di conoscere come stanno realmente le cose. Non è impossibile che la mia cara, cara Jenny, per quanto sia tenero l’appellativo, sia la mia bambina. Considerate: io sono nato nell’anno diciotto. Né vi sarebbe nulla di innaturale o di stravagante nel supporre che la mia cara Jenny possa essere mia amica.
— Amica!
— Certo, signora, mia amica, un’amicizia tra i due sessi può esistere e può conservarsi senza…
— Oibò! signor Shandy.
— Senza nessun’altra cosa, signora, se non quel tenero e squisito sentimento che sempre si accompagna all’amicizia quando vi è una differenza di sesso. Lasciate ch’io vi preghi di studiare le parti più pure e sentimentali dei migliori romanzi francesi; vi stupirete davvero, signora, nel vedere di quale varietà di espressioni caste questo squisito sentimento, di cui ho l’onore di parlare, si ammanti.

Capitolo diciannovesimo

Preferirei affrontare la spiegazione del più arduo problema di geometria, piuttosto che pretendere di spiegare come un signore di gran buon senso qual era mio padre, — colto, come il lettore avrà sicuramente osservato, e anche interessato alla filosofia, saggio nei ragionamenti politici, e nella dialettica (come il lettore avrà modo di vedere) nient’affatto ignorante, — fosse stato capace di ospitare nella sua testa un’idea così fuori della norma comune, ch’io temo che il lettore, quando arriverò a parlargliene, se è di carattere minimamente collerico, scaraventerà via immediatamente il libro; se mercuriale, ci farà sopra una bella risata di cuore; e se di stampo grave e saturnico [41], alla prima occhiata condannerà irrevocabilmente la cosa come fantastica e stravagante. E quell’idea riguardava la scelta e l’imposizione dei nomi di battesimo, da cui, a suo avviso, dipendono molte più cose di quante non sono capaci di immaginare menti superficiali.
Secondo la sua opinione al riguardo, esisterebbe uno strano genere d’influsso magico che i buoni o i cattivi nomi, com’egli li chiamava, esercitano irresistibilmente sulle nostre qualità e sulla nostra condotta.
L’eroe di Cervantes non discuteva questo punto con maggior serietà, né possedeva maggior fede o aveva da dire di più sui poteri della negromanzia di svilire le sue gesta, o sul nome di Dulcinea di illustrarle, di quanto facesse mio padre su quelli di Trimegisto [42] o Archimede da un lato, o di Niky e Simkin [43] dall’altro. Quanti sono i Cesare e i Pompeo, soleva dire, che per la semplice ispirazione del nome se ne sono resi degni? E quanti, aggiungeva, avrebbero potuto fare cose egregie nel mondo solo che le loro qualità e il loro spirito non fossero stati soffocati e nicodemizzati [44] nel nulla?
Vedo chiaramente, signore, dal vostro sguardo (o da altro, secondo il caso), diceva mio padre, che non sottoscrivete di cuore a questa mia opinione, la quale, aggiungeva per coloro che non l’abbiano accuratamente vagliata a fondo, devo ammettere che ha più l’aria di una stravaganza che non di un solido ragionamento; eppure, mio caro signore, se mi è consentita la presunzione di conoscere il vostro carattere, ho la certezza morale di potermi arrischiare a sottoporvi un caso, chiamandovi non come parte in causa, ma come giudice e facendo appello al vostro buon senso e alla vostra imparzialità di giudizio. Voi siete una persona libera dai meschini pregiudizi dell’educazione come la maggior parte degli uomini e, se mi è lecito presumere di penetrare più a fondo in voi, di una spregiudicatezza di vedute tale da non respingere un’opinione solo perché manca di sostenitori. Vostro figlio, il vostro caro figlio, dalla cui dolce e aperta indole voi avete tanto da aspettarvi, il vostro Billy, signore!, lo avreste forse per tutto l’oro del mondo chiamato Giuda? Avreste voi, caro signore, diceva portandosi la mano al petto nel più gentile dei modi e in quel morbido e irresistibile piano di voce che la natura dell’argomentum ad hominem [45] assolutamente richiede, avreste voi, signore, se un padrino ebreo avesse proposto quel nome per vostro figlio e nel contempo vi avesse offerto la sua borsa, avreste voi acconsentito a una tale sua profanazione? O mio Dio!, esclamava alzando gli occhi al cielo, se ben conosco il vostro carattere, signore, voi non ne siete capace; avreste calpestato la proposta; avreste rigettato con orrore l’offerta tentatrice sulla testa del tentatore.
La vostra grandezza d’animo in questa azione, ch’io ammiro, unita a quel generoso disprezzo del denaro di cui avete dato prova nell’intero negozio, è davvero nobile; e ciò che lo rende maggiormente tale è il suo principio: l’amore d’un padre che operi sulla verità e la convinzione di questa precisa ipotesi, e cioè che se vostro figlio fosse stato chiamato Giuda, la sordida e perfida idea, così inseparabile dal nome, lo avrebbe accompagnato per tutta la vita come la sua ombra e alla fine, a dispetto del vostro esempio, signore, avrebbe fatto di lui un avaro e un furfante.
Non ho mai conosciuto uomo capace di ribattere a questo argomento. Ma, per la verità, se vogliamo parlare di mio padre com’egli era, va detto che era davvero irresistibile, sia nelle orazioni sia nelle dispute: egli era un oratore nato, θεοδίδαχτος [46]. La Persuasione stessa parlava con le sue labbra, e gli elementi della Logica e della Retorica erano così fusi in lui e possedeva inoltre un intuito così sottile nell’indovinare le debolezze e le passioni del contraddittore, che la Natura avrebbe potuto alzarsi e dire: “Ecco un uomo eloquente” [47]. Per farla breve, sostenesse egli il punto debole o quello forte della questione, era rischioso nell’uno e nell’altro caso attaccarlo. Eppure stranamente non aveva mai letto Cicerone, né il De Oratore di Quintiliano, né Isocrate, né Aristotele, né Longino tra gli antichi; né Vossius, né Scioppius, né Ramus, né Farnaby [48] tra i moderni; e, cosa ancor più sorprendente, in tutta la sua vita la sua mente non era mai stata colpita dalla minima luce o scintilla di sottigliezza di una singola conferenza su Crackenthorp o Burgersdicius [49], o qualsiasi loico o commentatore olandese; non sapeva neppure in che cosa consistesse la differenza tra un argomento ad ignorantiam [50] e un argomento ad hominem; cosicché ricordo bene che, quando mi accompagnò per iscrivermi al Jesus College di *** [51], fu motivo di giusta meraviglia per il mio degno professore e per due o tre altri membri di quella dotta società che un uomo, il quale ignorava persino il nome dei ferri del mestiere, sapesse servirsene con tanta perizia con loro.
A servirsene nel migliore dei modi possibili mio padre era tuttavia perpetuamente costretto perché aveva migliaia di piccoli paradossi di genere comico da difendere, la maggior parte dei quali, sono realmente convinto, dapprima gli venivano come semplici ghiribizzi, alla maniera di Vive la Bagatelle; e in quanto tali egli ci si divertiva per una mezz’ora o circa, e, dopo avere aguzzato su di essi il suo ingegno, li licenziava per un’altra occasione.
Ne faccio cenno non solo per avanzare un’ipotesi o una congettura sullo svilupparsi e sul consolidarsi delle molte idee strane di mio padre, ma come ammonimento al lettore colto di non accogliere sconsideratamente tali ospiti i quali, se entrano liberi e indisturbati nel nostro cervello per alcuni anni, alla fine vi reclamano una specie di sistemazione operando a volte come lievito, ma più generalmente alla maniera della passione d’amore, che comincia per scherzo e finisce completamente sul serio.
Fosse ciò dovuto alla singolarità delle idee di mio padre o al fatto che il suo giudizio, alla lunga, diventava vittima del suo spirito, o sino a che punto, in molte delle sue idee, egli potesse, benché bizzarro, essere assolutamente nel giusto, lo giudicherà il lettore man mano che ne farà conoscenza. Io qui posso unicamente affermare che, in questa idea dell’influsso dei nomi di battesimo, comunque gli fosse venuta, mio padre era serio; era la coerenza e la sistematicità personificate e, come tutti i ragionatori sistematici, avrebbe smosso cielo e terra, avrebbe torto e torturato ogni cosa della natura pur di sostenere la propria ipotesi. In una parola, lo ripeto ancora, egli era serio; e, per effetto di ciò, perdeva completamente la pazienza quando vedeva persone, special- mente di buona condizione, che avrebbero dovuto essere più consapevoli, altrettanto incuranti e indifferenti, se non peggio, riguardo al nome imposto ai propri figli, che nella scelta del nome di Ponto o di Cupido per i loro cuccioli.
Ciò, soleva dire, dava una cattiva impressione, e aveva in sé, per giunta, questa particolare aggravante: cioè che una volta dato a torto e avventatamente un nome ignobile, non avveniva come nel caso della reputazione di una persona la quale, se mal giudicata, poteva successivamente essere discolpata e possibilmente, una volta o l’altra, se non in vita almeno dopo la morte, in un modo o nell’altro ricevere giustizia dal mondo. All’offesa di un nome indegno, invece, soggiungeva mio padre, non c’era assolutamente rimedio; anzi, dubitava perfino che una legge del parlamento potesse cambiare le cose. Egli sapeva quanto voi che la legislazione s’era arrogata il diritto di decidere sui cognomi; ma, per ragioni fondatissime ch’egli avrebbe potuto esporvi, essa non s’era mai finora arrischiata, soleva dire, a compiere un solo passo avanti.
Va osservato che sebbene mio padre, a causa di questa sua opinione, avesse, come vi ho detto, irriducibili simpatie e antipatie per certi nomi, c’erano tuttavia numerosi nomi ch’erano a tal punto in bilico sulla sua bilancia da essergli assolutamente indifferenti. Jack, Dick e Tom appartenevano a questa classe; mio padre li chiamava nomi neutri, affermando d’essi, senza intenzione satirica, che c’erano stati almeno altrettanti furfanti e sciocchi che saggi e galantuomini, dacché il mondo era cominciato, che li avevano indifferentemente portati; cosicché egli pensava che, come forze uguali che agiscono l’una contro l’altra in direzioni contrarie, essi distruggessero mutualmente gli effetti reciproci. Per questa ragione egli spesso dichiarava che non avrebbe dato un nocciolo di ciliegia per poter scegliere tra essi. Bob, ch’era il nome di mio fratello, era un altro di questi generi neutri di nomi di battesimo che operavano pochissimo in un senso o nell’altro; e siccome accadde che si trovasse a Epsom quando fu imposto, mio padre ringraziava spesso il cielo che non gliene avessero affibbiato uno peggiore. Andrew per lui era qualcosa come una quantità algebrica negativa; è peggio che niente, diceva. William era già meglio; con Numps [52] ritornava ad andar male; e Nick, diceva, era il Diavolo!
Ma fra tutti i nomi dell’universo nutriva la più invincibile avversione per Tristram [53]. Egli aveva d’esso la più bassa e la più spregevole opinione che fosse possibile per qualsiasi cosa al mondo, pensando che quel nome altro non avrebbe potuto. produrre in rerum natura, se non qualcosa di estremamente meschino e miserabile. Cosicché, nel bel mezzo di una disputa su tale argomento nella quale, sia detto per inciso, era di frequente invischiato, egli a volte scoppiava in un improvviso e focoso epifonema o piuttosto erotesi, alzava la voce di una terza e talvolta di una buona quinta sopra il tono del discorso ed esigeva categoricamente di sapere dal suo antagonista se se la sentiva di affermare d’aver mai ricordato, o d’aver mai letto, o persino d’aver mai sentito dire che un uomo chiamato Tristram avesse mai compiuto qualcosa di grande o degno di memoria. «No! — diceva, — Tristram! La cosa è impossibile.»
Che cosa poteva mancare a mio padre se non di scrivere un libro per divulgare questa sua idea nel mondo? Poco giova al sottile pensatore di starsene solo con le sue opinioni, se non dà loro libero corso. È quanto esattamente fece mio padre: infatti nell’anno ’16, cioè due anni prima ch’io nascessi, era intento a scrivere un’apposita dissertazione semplicemente intorno alla parola Tristram, per mostrare al mondo, con grande candore e modestia, le ragioni della sua profonda avversione per questo nome.
Quando tale storia sarà confrontata col frontespizio di questo libro, non avrà il lettore sensibile compassione di mio padre dal profondo dell’anima nel vedere un signore metodico e di buona volontà, dalle idee singolari ma inoffensive, così contrastato e beffato proprio in esse; osservando la scena dall’alto e vedendolo frustrato e rovinato in tutti i suoi piccoli sistemi e desideri; scorgendo una sequela di eventi perpetuamente accanirsi contro di lui in una maniera così critica e crudele come se fossero stati di proposito progettati e puntati contro di lui, solo per insultare le sue speculazioni? in una parola, nello scorgere una tale persona, nella sua tarda età, incapace di reggere alle pene, dieci volte al giorno patire dolore, dieci volte al giorno chiamare il figlio dei suoi sogni Tristram! Malinconico suono bisillabo! il quale, alle sue orecchie era un unisono di Scimunito o di ogni altro nome vituperativo sotto il cielo. Giuro sulle sue ceneri che, se mai uno spirito maligno s’è divertito o s’è dato da fare a ostacolare i propositi di un mortale, ciò dev’essere avvenuto in questo caso. E se non fosse stato necessario ch’io fossi nato prima d’essere battezzato, racconterei immediatamente al lettore come andarono i fatti.

Capitolo ventesimo

— Come avete potuto, signora, essere così disattenta nel leggere il capitolo precedente? In esso vi dicevo che mia madre non era papista.
— Papista! Non mi avete detto nulla di simile, signore.
— Signora, chiedo licenza di ripetere ancora d’avervelo detto almeno tanto chiaramente quanto le parole, per diretta deduzione, potevano dirvi una simile cosa.
— Allora, signore, devo aver saltato una pagina.
— No, signora, non avete saltato una parola.
— Allora dormivo, signore.
— Il mio orgoglio, signora, non può permettervi questo rifugio.
— Allora dichiaro di non saperne assolutamente nulla.
— Questa, signora, è proprio la colpa che vi faccio; e per punizione insisto che torniate indietro immediatamente, cioè non appena sarete arrivata al prossimo punto fermo, e che rileggiate l’intero capitolo.
Ho imposto questa penitenza alla signora non per capriccio o crudeltà, ma per il migliore dei motivi; non le farò quindi le mie scuse al suo ritorno. Intendevo biasimare quel vezzo malsano, insinuatosi in mille e mille altri oltre che in lei, di leggere tutto d’un fiato, alla ricerca più delle avventure che non della profonda erudizione e della sapienza che un’opera di questo genere, se letta a dovere, impartirebbe infallibilmente insieme con quelle. La mente dovrebbe abituarsi a fare sagge riflessioni e a trarre interessanti conclusioni col procedere della lettura; abitudine che fece affermare a Plinio il Giovane [54] che “non lesse mai un libro, per quanto fosse brutto, senza trarne un qualche profitto”. Affermo che le storie di Grecia e di Roma, scorse senza questa disposizione di mente e diligenza, giovano meno della storia di Parismo e Parismeno, o dei Sette Campioni d’Inghilterra [55], letta con questo criterio.
Ma ecco che arriva la mia bella signora.
— Avete riletto il capitolo, signora, come vi ho chiesto? Bene. E alla seconda lettura non avete notato il passo che comporta la deduzione?
— Non una parola a questo proposito!
— Allora, signora, abbiate la bontà di riflettere bene sulla penultima riga del capitolo, dove m’arrischio a dire: “Era necessario che fossi nato prima d’essere battezzato”. Se mia madre fosse stata papista, signora, quella conseguenza non sarebbe seguita.
È una terribile sventura per questo mio libro, ma ancor più per la Repubblica delle lettere, — la mia scompare completamente in considerazione dell’altra, — che proprio questa ignobile smania di nuove avventure in ogni cosa si sia tanto radicata nel nostro costume e nel nostro gusto, e che siamo a tal punto intenti a soddisfare l’impazienza della nostra concupiscenza al riguardo, da badare esclusivamente alle parti più grossolane e sensuali di un’opera. Le sottili allusioni e i nascosti insegnamenti scientifici svaniscono come spiriti verso l’alto; la grave morale sfugge in basso; gli uni e l’altra sono perduti per il mondo come se fossero ancora rimasti in fondo al calamaio.
Mi auguro che il lettore maschio non sia passato oltre su molti punti originali e curiosi come quello in cui il lettore femmina si è lasciato cogliere in fallo. Mi auguro che il fatto dia i suoi effetti, e che tutta la brava gente, maschi e femmine, dall’esempio di lei, impari a pensare oltre che a leggere [56].

MÉMOIRE PRÉSENTÉ À MESSIEURS LES DOCTEURS DE SORBONNE [57]
Un Chirurgien Accoucheur représente à Messieurs les Docteurs de Sorbonne, qu’il y a des cas, quoique très rares, où une mère ne sçauroit accoucher, & même où l’enfant est tellement renfermé dans le sein de sa mère, qu’il ne fait parôitre aucune partie de son corps, ce qui seroit un cas, suivant les Rituels, de lui conférer, du moins sous condition, le baptême. Le Chirurgien, qui consulte, prétend, par le moyen d’une petite canulle, de pouvoir baptiser immédiatement l’enfant, sans faire aucun tort à la mère.  Il demande si ce moyen, qu’il vient de proposer, est permis & légitimé, & s’il peut s’en servir dans les cas qu’il vient d’exposer.

RÉPONSE
Le Conseil estime, que la question proposée souffre de grandes difficultés. Les théologiens posent d’un côté pour principe, que le baptême, qui est une naissance spirituelle, suppose une première naissance; il faut être né dans le monde, pour renaître en Jésus-Christ, comme ils l’enseignent. S. Thomas, 3 part., quaest. 68, artic. II, suit cette doctrine comme une vérité constante; l’on ne peut, dit ce S. Docteur, baptiser les enfans qui sont renfermés dans le sein de leurs mères, & S. Thomas est fondé sur ce, que les enfans ne sont point nés, & ne peuvent être comptés parmi les autres hommes; d’où il conclud, qu’ils ne peuvent être l’objet d’une action extérieure, pour reçevoir par leur ministère, les sacremens nécessaires au salut: Pueri in maternis uteris existentes non- dum prodierunt in lucem ut cum aliis hominibus vitam ducant; unde non possunt subjici actioni humanae, ut per eorum ministerium sacramenta recipiant ad salutem. Les rituels ordonnent dans la pratique ce que les théologiens ont établi sur les mêmes matières, & ils deffendent tous d’une manière uniforme, de baptiser les enfans qui sont renfermés dans le sein de leurs mères, s’ils ne font paroître quelque partie de leurs corps. Le concours des théologiens, & des rituels, qui sont les règles des diocèses, paroit former une autorité qui termine la question présente; cependant le conseil de conscience considérant d’un côté, que le raisonnement des théologiens est uniquement fondé sur une raison de convenance, & que la deffense des rituels suppose que l’on ne peut baptiser immédiatement les enfans ainsi renfermés dans le sein de leurs mères, ce qui est contre la supposition présente; & d’un autre côté, considérant que les mêmes théologiens enseignent, que l’on peut risquer les sacremens que Jésus-Christ a établis comme des moyens faciles, mais nécessaires pour sanctifier les hommes; & d’ailleurs estimant, que les enfans renfermés dans le sein de leurs mères, pourraient être capables de salut, parcequ’ils sont capables de damnation;  pour ces considérations, & en égard à l’exposé, suivant lequel on assure avoir trouvé un moyen certain de baptiser ces enfans ainsi renfermés, sans faire aucun tort à la mère, le Conseil estime que l’on pourroit se servir du moyen proposé, dans la confiance qu’il a, que Dieu n’a point laissé ces sortes d’enfans sans aucuns secours, & supposant, comme il est exposé, que le moyen dont il s’agit est propre à leur procurer le baptême; cependant comme il s’agiroit, en autorisant la pratique proposée, de changer une règle universellement établie, le Conseil croît que celui qui consulte doit s’adresser à son évêque, & à qui il appartient de juger de l’utilité, & du danger du moyen proposé, & comme, sous le bon plaisir de l’êvêque, le Conseil estime qu’il faudroit recourir au Pape, qui a le droit d’expliquer les règles de l’église, & d’y déroger dans le cas, où la loi ne sçauroit obliger, quelque sage & quelque utile que paroisse la manière de baptiser dont il s’agit, le Conseil ne pourroit l’approuver sans le concours de ces deux autorités. On conseïle au moins à celui qui consulte, de s’adresser à son évêque, & de lui faire part de la présente décision, afin que, si le prélat entre dans les raisons sur lesquelles les docteurs soussignés s’appuyent, il puisse être autorisé dans le cas de nécessité, où il risqueroit trop d’attendre que la permission fût demandée & accordée d’employer le moyen qu’il propose si avantageux au salut de l’enfant. Au reste, le Conseil, en estimant que l’on pourroit s’en servir, croît cependant, que si les enfans dont il s’agit, venoient au monde, contre l’espérance de ceux qui se seroient servis du même moyen, il seroit nécessaire de les baptiser sous condition; & en cela le Conseil se conforme à tous les rituels, qui en autorisant le baptême d’un enfant qui fait paroître quelque partie de son corps, enjoignent néantmoins, & ordonnent de le baptiser sous condition, s’il vient heureusement au monde.
Déliberé en Sorbonne, le 10 Avril, 1733.
A. Le Moyne.
L. De Romigny.
De Marcilly. [58]

Felicitazioni ai signori Le Moyne, De Romigny, De Marcilly da parte del signor Tristram Shandy; il quale si augura che tutti abbiano riposato bene la notte dopo un consulto così faticoso. Egli prega di fargli conoscere se non sarebbe una soluzione ancor più spiccia e più sicura battezzare tutti gli Homunculi immediatamente e in gran fretta per iniezione dopo la cerimonia del matrimonio e prima di quella della consumazione; a condizione, come sopra, che se gli Homunculi dopo di ciò si comporteranno bene e verranno al mondo sani e salvi, ciascuno di loro sarà ribattezzato (sous condition); e a patto, in secondo luogo, che la cosa possa essere fatta, del che il signor Shandy è del parere affermativo, par le moyen d’une petite canulle, e sans faire aucun tort au pére.

Capitolo ventunesimo

«Vorrei sapere che cos’è tutto questo rumore e questo correre su e giù per le scale, — disse mio padre rivolgendosi, dopo un’ora e mezzo di silenzio, allo zio Tobia il quale, dovete sapere, era seduto al lato opposto del camino, fumando la sua pipa familiare per tutto il tempo, in muta contemplazione di un nuovo paio di brache di felpa nera che s’era messo. — Che mai stanno facendo, fratello? — disse mio padre, — possiamo a malapena sentire quel che diciamo.
— Credo, — rispose lo zio Tobia, togliendosi la pipa di bocca e battendone il fornello due o tre volte sull’unghia del pollice sinistro come cominciò la sua frase, — credo…», disse.
Ma per penetrare esattamente nei sentimenti dello zio Tobia al riguardo, dovete prima essere introdotti un poco nel suo carattere di cui vi darò subito i lineamenti, e allora il dialogo tra lui e mio padre potrà benissimo continuare.
Per favore, qual era il nome di quell’uomo, — perché sono in una tale fretta da non aver il tempo di ricordarmelo o di mettermi a cercarlo, — che per primo fece l’osservazione “che vi è una grande incostanza nella nostra aria e nel nostro clima”? Chiunque fosse, la sua fu un’osservazione giusta e saggia. Ma il corollario derivatone, cioè “che è stato ciò a fornirci di una simile varietà di caratteri strani e bizzarri”, non era suo; fu scoperto da un altro, almeno un secolo e mezzo dopo. Di contro, il fatto che “questo ricco emporio di materiali originali è la causa vera e naturale per cui le nostre commedie sono tanto migliori di quelle di Francia o di qualsiasi altra scritta o che possa essere scritta sul continente europeo” è una scoperta che non fu fatta integralmente se non verso la metà del regno di re Guglielmo [59], quando il grande Dryden, nello scrivere una delle sue lunghe prefazioni (se non sbaglio), ebbe la grandissima fortuna di imbattervisi. In verità, verso la fine del regno della regina Anna il grande Addison cominciò a patrocinare l’idea e la spiegò più compiutamente al mondo in uno o due dei suoi Spectators; ma la scoperta non fu sua. Infine, in quarto e ultimo luogo, ”il fatto che questa strana irregolarità del nostro clima, producendo una così strana irregolarità nei nostri caratteri, ci compensa con ciò in qualche modo dandoci di che rallegrarcene quando il tempo non ci permette di uscire” è un’osservazione mia; ed è scaturita in me in questo piovosissimo giorno, 26 marzo 1759, tra le ore nove e le dieci del mattino.
Così, così, o miei compagni di lavoro e associati in questa grande messe della nostra cultura, che ora sta maturando sotto i nostri occhi, così, per i lenti gradini di un occasionale accrescimento, le nostre cognizioni fisiche, metafisiche, fisiologiche, polemiche, nautiche, matematiche, enigmatiche, tecniche, biografiche, romantiche, chimiche e ostetriche, con altri cinquanta rami dello scibile (di cui la maggior parte, come questi, terminano in iche) si sono da due secoli e più progressivamente arrampicati verso quell’Аχμή [60] della loro perfezione dalla quale, se ci è dato fare una congettura dai progressi di questi ultimi sette anni, non possiamo esser troppo lontani.
Quando ciò accadrà, c’è da sperare che porrà fine a ogni genere di scritti qualsivoglia; la mancanza di ogni genere di scritti porrà fine a ogni genere di lettura; e col tempo, come la guerra genera la povertà e la povertà la pace, ciò dovrà por fine a ogni genere di conoscenza, e allora dovremo ricominciare tutto da capo o, in altre parole, saremo esattamente al punto di partenza.
Felici tempi, tre volte felici! Io avrei solo voluto che l’èra del mio concepimento così come il modo e la maniera d’esso fossero stati un po’ ritoccati; o che si fosse potuto ritardare, con tutto comodo di mio padre e di mia madre, di un venti o venticinque anni, quando cioè un uomo nel mondo letterario avesse potuto avere qualche possibilità.
Ma dimenticavo lo zio Tobia, che per tutto questo tempo abbiamo lasciato intento a battere la cenere fuori della sua pipa.
La sua indole era di quella particolare specie che fa onore alla nostra atmosfera; e non avrei il minimo scrupolo a schierarlo tra i suoi prodotti di prima qualità, se in tale indole non fossero apparsi troppi elementi tipici di famiglia che mostravano come egli derivasse la singolarità del suo temperamento più dal sangue che non dall’aria o dall’acqua o da qualsiasi loro modificazione o combinazione. Mi sono perciò spesso domandato come mai mio padre, sebbene io creda che avesse le sue buone ragioni, osservando alcuni segni di eccentricità nella mia condotta quand’ero ragazzo, non avesse tentato neppure una volta di darne la spiegazione a questo modo: che tutta la famiglia Shandy era di carattere assolutamente originale. Mi riferisco ai maschi: le femmine non avevano affatto carattere, tranne, in verità, la mia prozia Dina la quale, circa sessant’anni fa, sposò il cocchiere e ne ebbe un figlio, per il che mio padre, secondo la sua ipotesi sui nomi di battesimo, soleva spesso dire che “poteva ringraziare padrini e madrine [61]”.
Sembrerà molto strano, ma io preferirei mettere i lettori davanti a un indovinello, il che non ho interesse a fare, piuttosto che dar loro da indovinare come mai poté accadere che un evento di questo genere, tanti anni dopo ch’era avvenuto, potesse essere destinato a interrompere la pace e l’unione, per il resto così cordiale, tra mio padre e lo zio Tobia. Si sarebbe potuto pensare che tutto il vigore della disgrazia avesse dovuto sfogarsi e spegnersi subito in famiglia, com’è generalmente il caso. Ma nella nostra famiglia mai nulla si attuava secondo i modi ordinari. Può darsi che proprio al tempo in cui ciò accadde ci fosse qualcos’altro che l’affliggeva; e siccome le afflizioni sono mandate dal cielo per il nostro bene, ma questa non aveva portato alcun bene alla famiglia Shandy, probabilmente essa aspettava che tempi e circostanze adatti le dessero l’opportunità di adempiere il suo compito.
Si badi che io non voglio trarne nessuna conclusione. La mia condotta è sempre quella d’indicare al curioso differenti aree d’investigazione per giungere alle prime scaturigini degli eventi che racconto, non con una pedante bacchetta da lavagna né alla maniera risolutiva di Tacito, che mette nel sacco sé stesso e il suo lettore, ma con la servizievole umiltà di un cuore votato unicamente all’assistenza degli spiriti indagatori. Per questi io scrivo, e da questi sarò letto fino alla line del mondo, ammesso che una lettura di questo genere possa resistere tanto.
Il perché questa causa di dolore, quindi, fosse stata così riservata a mio padre e a mio zio non è stato da me determinato; ma sono in grado di spiegarvi con grande esattezza come e in quale direzione si sia esercitata, tanto da diventare la causa di malcontento tra loro dopo che cominciò a operare; e ciò avvenne come segue:
Lo zio Tobia Shandy, signora, era un gentiluomo il quale, insieme con le virtù che di solito costituiscono il carattere di un uomo d’onore e retto, ne possedeva in sommo grado una che raramente o mai è inclusa nel catalogo: un’estrema e un’impareggiabile pudicizia naturale; sebbene io debba correggere la parola naturale per la ragione che non posso pregiudicare un punto che deve essere tra breve discusso, e cioè se questa sua pudicizia fosse naturale o acquisita. Quale che fosse stato il modo in cui lo zio Tobia ne era stato dotato, essa era nondimeno pudicizia nel senso più vero della parola; cioè, signora, non riguardo alle parole, perché egli era tanto sfortunato da avere pochissima scelta d’esse, ma ai fatti; e questo genere di pudicizia lo dominava a tal punto e s’innalzava in lui a tale altezza, da eguagliare quasi, se ciò fosse possibile, perfino la pudicizia di una donna: quella delicatezza femminile, signora, e quell’intima lindezza di mente e d’immaginazione, propria del vostro sesso, che fa sì che ispiriate tanto timore reverenziale al nostro.
Voi immaginerete, signora, che lo zio Tobia avesse attinto tutto ciò direttamente alla sorgente; che avesse trascorso gran parte del suo tempo in dimestichezza con persone del vostro sesso; e che dalla completa conoscenza di voi donne, e per la forza di emulazione che esempi così belli rendono irresistibile, egli avesse acquisito questa piacevole tendenza. Vorrei poterlo affermare; ma tranne che con sua cognata, la moglie di mio padre e madre mia, lo zio Tobia aveva scambiato sì e no tre parole col gentil sesso in egual numero di anni; no, egli l’acquisì, signora, per un colpo.
— Un colpo!
— Si, signora, ciò accadde per effetto del colpo di una pietra che, divelta da una palla dal parapetto di un’opera a forma di corno all’assedio di Namur [62], colpì in pieno lo zio Tobia all’inguine.
— E come poté produrre un simile effetto?
— La storia di questo fatto, signora, è lunga e interessante; ma a narrarvela qui, si accumulerebbero troppe cose. Sarà per un episodio che seguirà; e ogni circostanza a esso inerente vi sarà fedelmente esposta nel luogo appropriato. Fino a quel momento non è in mio potere dare ulteriori lumi sull’argomento, o dire più di quanto abbia già detto, che cioè mio zio Tobia era un gentiluomo di impareggiabile pudicizia, alla quale accadeva d’essere alquanto decantata e rarefatta dal costante calore di un piccolo orgoglio di famiglia; l’una e l’altro operavano entro di lui in modo tale, ch'egli non poteva mai sopportare d’udire un accenno sulla faccenda della zia Dina, se non con il massimo turbamento. La minima allusione bastava a fargli affluire il sangue al viso. Ma quando mio padre indugiava su quella storia in mezzo a una compagnia promiscua, il che l’illustrazione della sua ipotesi frequentemente lo obbligava a fare, quella infausta macchia su uno dei più nobili rami della famiglia faceva sanguinare l’onore e la pudicizia dello zio Tobia, e spesso, in preda alla più forte inquietudine immaginabile, prendeva mio padre in disparte per far le sue rimostranze e per promettergli qualsiasi cosa di questo mondo purché smettesse di raccontare quella storia.
Credo che mio padre nutrisse per lo zio Tobia l’amore e la tenerezza più sinceri che mai fratello abbia avuto per fratello, e avrebbe compiuto qualsiasi cosa al mondo che un fratello avesse potuto ragionevolmente desiderare dal fratello, pur di tranquillizzare lo zio Tobia su questo o su un altro punto. Ma quel fatto esulava dal suo potere.
Mio padre, come vi ho già detto, era un filosofo nell’anima, speculativo, sistematico; e la faccenda della zia Dina era un fatto non meno importante per lui di quanto fosse per Copernico la retrogradazione dei pianeti. Le aberrazioni di Venere nella sua orbita rafforzarono il sistema copernicano, così chiamato dal suo nome; e le aberrazioni della zia Dina nella sua orbita resero lo stesso servizio nel consolidare il sistema di mio padre che, ne sono certo, sarà d’ora in avanti sempre chiamato sistema shandiano dal suo.
Per ogni altro disonore di famiglia, credo che mio padre provasse uno squisito senso di vergogna come qualsiasi altro uomo; e né lui né, oserei dire, Copernico avrebbero divulgato la faccenda nell’uno o nell’altro caso o ne avrebbero lasciato trapelare il minimo indizio nel mondo, se non fosse stato per l’obbligo ch’essi dovevano, così pensavano, alla verità.
«Amicus Plato, — soleva dire mio padre, adattando le parole per lo zio Tobia man mano che procedeva, — Amicus Plato, cioè: Dina era mia zia; sed magis amica veritas [63]: ma la Verità è mia sorella.»
Questa discordanza di umori tra mio padre e mio zio era la fonte di molti diverbi fraterni. L’uno non poteva sopportare che si ricordasse la storia della vergogna di famiglia, e l’altro si può dire non lasciava mai passare giorno senza farvi allusione.
«Per amor di Dio, — gridava lo zio Tobia, — e per amor mio, e per amore di tutti noi, caro fratello Shandy, lascia che questa storia di nostra zia e le sue ceneri riposino in pace. Come puoi, come puoi avere così poca sensibilità e compassione per la reputazione della nostra famiglia?
— Che cos’è la reputazione di una famiglia di fronte a un’ipotesi? — rispondeva mio padre. — Anzi, se arrivi a questo, che cos’è la vita di una famiglia?
— La vita di una famiglia! — replicava lo zio Tobia, buttandosi all’indietro nella sua poltrona e sollevando le braccia,, gli occhi e una gamba.
— Si, la vita! — ripeteva mio padre irremovibile. — Quante migliaia di vite vengono ogni anno gettate via (almeno in tutti i paesi civili) e considerate soltanto come semplice aria a paragone di un’ipotesi.
— Secondo il mio modesto modo di vedere, — ribatteva lo zio Tobia, — ogni caso del genere è un vero e proprio Assassinio, chiunque sia a commetterlo.
— Qui sta il tuo errore, — rimbeccava mio padre. — Infatti, in Foro Scientiae non esiste Assassinio, ma solo Morte, fratello.»
Lo zio Tobia non cercava mai di rispondere a questo con nessun altro genere d’argomento se non quello di fischiettare una mezza dozzina di battute del Lillabullero [64]. Dovete sapere che questo era il mezzo usuale col quale trovavano sfogo le sue passioni, quando una cosa qualsiasi lo urtava o lo stupiva, ma specialmente quando gli veniva esposto qualcosa ch’egli giudicava assurdissimo.
Siccome non uno dei nostri autori di logica né alcuno dei loro commentatori, ch’io ricordi, hanno giudicato opportuno dare un nome a questo particolare genere di argomento, mi prendo qui la libertà di farlo io stesso, per due ragioni. In primo luogo perché, allo scopo di evitare ogni possibile confusione nelle dispute, esso possa essere altrettanto definitivamente distinto da ogni altro genere d’argomento che l’Argumentum ad Verecundiam, ex Absurdo, ex Fortiori [65] o qualsiasi altro argomento. In secondo luogo perché, quando la mia testa giacerà nell’eterno riposo, i figli dei miei figli possano dire che la testa del loro dotto nonno si era affaccendata una volta su questo tema come quella di altre persone; che aveva inventato un nome e lo aveva generosamente gettato nel Tesoro dell’Ars Logica, come uno dei più irrefutabili argomenti dell’intera scienza; e, se il fine della disputa è più ridurre al silenzio che non convincere, potranno aggiungere, se piacerà loro: e per di più anche uno dei migliori argomenti.
Perciò con questo documento ordino e comando perentoriamente ch’esso sia noto e distinto col nome e titolo di Argumentum Fistulatorium, e nessun altro; e che d’ora in poi sia collocato accanto all’Argumentum Baculinum e all’Argumentum ad Crumenam, che sempre sia trattato in futuro nello stesso capitolo.
Quanto all’Argumentum Tripodium, che non è mai usato se non dalla donna contro l’uomo, e all’Argumentum ad Rem [66], di cui, al contrario, viene fatto uso dall’uomo soltanto contro la donna, poiché questi due sono in coscienza bastanti per un’unica lezione e, siccome l’uno è la migliore risposta all’altro, siano essi parimente tenuti a parte e siano trattati in un luogo a sé stante.

Capitolo ventiduesimo

Il dotto vescovo Hall [67], intendo dire il famoso dottor Joseph Hall che fu vescovo di Exeter durante il regno di Giacomo I, ci dice in una delle sue “Decadi”, al termine della sua Divina Arte della Meditazione, stampata a Londra nel 1610 da John Beal dimorante in Aldersgate Street, che “è cosa abominevole che un uomo lodi sé stesso”; e io realmente penso sia così.
D’altro canto però, quando una cosa è eseguita in modo magistrale ed è probabile che ciò non venga notato, reputo altrettanto abominevole che un uomo debba perderne la gloria e andarsene da questo mondo con quell’idea che gli marcisce in testa.
Questa è precisamente la mia posizione.
Infatti, in questa lunga digressione in cui sono stato incidentalmente trascinato, come in tutte le mie digressioni (eccetto soltanto una) vi è un tocco magistrale di abilità digressiva, il cui merito temo sia sfuggito sin dall’inizio al mio lettore, non già per mancanza di penetrazione in lui, ma perché si tratta di una perfezione che di rado si cerca o invero ci si aspetta in una digressione. Ed è questo: sebbene le mie digressioni, come potete osservare, siano tutte belle c sebbene io me ne voli via dal soggetto altrettanto lontano e anche altrettanto spesso di qualsiasi scrittore di Gran Bretagna, pure è mia costante preoccupazione di ordinare le cose in modo che la vicenda principale non ristagni in mia assenza.
Ero proprio sul punto, per esempio, di darvi le linee essenziali del carattere bizzarrissimo dello zio Tobia, quan- d’ecco che si intromettono la zia Dina e il cocchiere a condurci a ghiribizzare per milioni di miglia nel cuore stesso del sistema planetario. Nonostante tutto ciò, vi sarete accorti come lo schizzo del carattere dello zio Tobia sia andato avanti in tutto questo tempo con tocchi leggieri: non le sue linee principali, ciò era impossibile, ma alcuni tratti familiari e piccole indicazioni sono stati abbozzati qua e là cammin facendo, cosicché siete ora molto meglio a conoscenza dello zio Tobia di quanto non lo eravate prima.
Per questo ritrovato il meccanismo della mia opera costituisce un genere a sé; vi sono introdotti e conciliati due movimenti contrari che si credevano incompatibili l’uno con l’altro. In una parola, la mia opera è digressiva e anche progressiva nello stesso tempo.
Questa, signore, è una storia ben diversa da quella della terra che si muove intorno al suo asse nella rotazione giornaliera, col suo progredire nella propria orbita ellittica che ci dà l’anno e stabilisce la varietà e l’avvicendamento delle stagioni di cui godiamo, sebbene debba ammettere ch’essa me n’abbia suggerita l’idea, come credo che i più grandi dei nostri decantati progressi e scoperte siano venuti da spunti altrettanto insignificanti.
Le digressioni sono incontestabilmente il sole; sono la vita, l’anima della lettura! Sopprimetele da questo libro, per esempio: tanto varrebbe sopprimere insieme con esse il libro; un gelido e perenne inverno regnerebbe in ogni sua pagina; restituitele allo scrittore: egli avanza come uno sposo, profonde saluti a tutti, introduce la varietà e impedisce all’interesse di venir meno.
Tutta l’abilità sta nel saperle ben cucinare e maneggiare, in modo che ne venga un beneficio non solo al lettore, ma anche all’autore, la cui angustia al riguardo è davvero pietosa: infatti, s’egli comincia una digressione, da questo momento, faccio osservare, l’intera opera si blocca compieta- mente; e se procede con la vicenda principale, allora è la fine della sua digressione.
Questo è un lavoraccio. Perciò sin dal principio, vedete, ho costruito il corpo principale e le parti accessorie con tali inserimenti, e ho a tal punto complicato e intricato i movimenti digressivi e progressivi, facendo ingranare una ruota all’altra, che tutta la macchina nel suo complesso ha continuato a funzionare e, quel che è più, continuerà a funzionare per i prossimi quarant’ anni, se piacerà alla fonte della salute di felicemente concedermi così a lungo vita e buon umore.

Capitolo ventitreesimo

In me c’è un forte desiderio di cominciare questo capitolo in modo assai strampalato e non voglio ostacolare la mia fantasia. Perciò attaccherò così:
Se l’applicazione del vetro di Momo [68] sul petto umano, secondo la modificazione proposta da quell’arcicritico, fosse avvenuta, avremmo inevitabilmente avuto prima di tutto questa stupida conseguenza: che i più saggi e più seri di tutti noi avrebbero dovuto pagare con una moneta o con un’altra l’imposta sulle finestre [69] ogni giorno della loro vita.
In secondo luogo, se il detto vetro fosse stato allora applicato, per conoscere il carattere di un uomo d’altro non ci sarebbe stato bisogno se non di prendere una sedia e, come fareste in un alveare trasparente, di mettersi a guardare delicatamente, esaminare l’anima completamente nuda, osservarne tutti i moti, le macchinazioni, seguire il corso dei suoi capricci dal loro primo insorgere al loro strisciare in avanti, osservarla sfrenarsi nelle sue capriole, nei suoi salti, nei suoi scarti improvvisi; e dopo alcune osservazioni del suo contegno più solenne, successivo a tali capriole, ecc., prendere penna e calamaio e mettere sulla carta soltanto ciò che avreste visto e su cui avreste potuto giurare.
Ma questo è un vantaggio che il biografo non può avere su questo pianeta; sul pianeta Mercurio (forse) può essere così se non ancor meglio per lui; infatti, colà l’intensità del calore della regione, il che è comprovato dai calcolatori, per la sua vicinanza al sole deve essere superiore a quella del ferro rovente; penso che debba avere vetrificato da lungo tempo i corpi degli abitanti (come causa efficiente) per adattarli al clima (che è la causa finale); cosicché tra l’una e l’altra, tutte le dimore delle loro anime, da cima a fondo, altro non possono essere, salvo quel che la più saggia filosofia può dimostrare in contrario, se non un bel corpo trasparente di limpido vetro (tranne il nodo ombelicale). Perciò, fino a che gli abitanti invecchiano e diventano discretamente grinzosi, per il che i raggi di luce, attraversandoli, vengono così mostruosamente rifratti o tornano riflessi dalle loro superfici in linee così trasversali per l’occhio, da togliere a un uomo ogni trasparenza, tanto varrebbe che l’anima di questo, a meno che non sia per mera cerimonia o per l’insignificante vantaggio che il nodo ombelicale può offrirle, tutto sommato si sbizzarrisse nelle sue stranezze fuori come dentro casa.
Ma questo, come dissi sopra, non è il caso degli abitanti di questa terra. I nostri sentimenti non brillano attraverso il corpo, ma vi sono avvolti in un opaco involucro di carne e sangue non cristallizzati; cosicché, se vogliamo arrivare a conoscere lo specifico carattere di ciascuno d’essi, dobbiamo procedere in un altro modo.
Molte, in verità, sono le vie che l’intelligenza umana è stata costretta a imboccare per compiere questo lavoro con esattezza.
Alcuni, per esempio, delineano i caratteri ricorrendo a strumenti a fiato: Virgilio adotta questo mezzo nella faccenda di Didone ed Enea [70]; ma esso è ingannevole quanto il soffio della fama, e per di più rivela un talento limitato. Non ignoro che gli Italiani sostengono di delineare con esattezza matematica un tipo particolare di carattere comune tra loro, dal forte e dal piano [71] di un certo strumento a fiato che usano e che dicono infallibile. Non oso menzionare il nome dello strumento in questo luogo; basti dire che l’abbiamo anche noi, ma non ci passa per la mente di usarlo per quello scopo. Ciò che dico è enigmatico, ma lo faccio di proposito, almeno ad populum. E perciò, vi prego, signora, quando arriverete a questo punto, di procedere nella lettura quanto più rapidamente potrete senza mai fermarvi a fare indagini al riguardo [72].
Vi sono poi altri che vogliono trarre il carattere di un uomo avvalendosi unicamente delle sue evacuazioni; ma ciò vi darà spesso un profilo molto impreciso, a meno che voi non facciate lo schizzo anche delle sue replezioni; e correggendo un disegno con l’altro, potrete combinare da entrambi una buona raffigurazione.
Non avrei nulla da obiettare a questo metodo, se non pensassi che debba puzzare troppo di lucerna, e che sarebbe reso ancor più laborioso col costringervi ad aver un occhio al resto dei suoi non naturali [73]. Perché poi le azioni più naturali della vita d’un uomo debbano essere chiamate non naturali, questa è un’altra questione.
In quarto luogo, vi sono altri che disdegnano tutti questi espedienti, non per una qualunque propria fertilità d’ingegno, ma per i vari mezzi di compiere la cosa che hanno preso a prestito dall’onorevole talento che la Confraternita Pantografica [74] del pennello ha mostrato nel far copie. Questi, dovete saperlo, sono i vostri grandi storici.
Uno di essi lo vedrete disegnare un carattere a grandezza naturale, contro luce. Ciò è meschino, disonesto e spietato per il carattere dell’uomo che posa.
Altri, per rimediare, vi faranno il ritratto nella camera oscura [75]; questa è la cosa più sleale di tutte, perché là dentro potete esser certi d’essere rappresentati in alcuni dei vostri pili ridicoli atteggiamenti.
Per evitare tutti indistintamente questi errori nell’esporvi il carattere dello zio Tobia, sono risoluto a disegnarlo senza alcun aiuto meccanico; né la mia matita sarà guidata da alcuno strumento a fiato che mai fu sonato da questo o dall’altro lato delle Alpi; né prenderò in esame le sue reple- zioni o le sue scariche, né toccherò i suoi non naturali: ma, in una parola, disegnerò il carattere dello zio Tobia dal suo dada [76].

Capitolo ventiquattresimo

Se non fossi moralmente sicuro che il lettore muore dall’impazienza di conoscere il carattere dello zio Tobia, l’avrei innanzi tutto convinto che non esiste strumento più adatto alla bisogna di quello che ho trovato per caso.
Benché io non possa dire che un uomo e il suo dada agiscano e reagiscano esattamente allo stesso modo in cui l’anima e il corpo lo fanno reciprocamente, tuttavia non v’è dubbio che esiste un’intercomunicazione di un certo genere tra loro, e sono piuttosto del parere che in essa vi sia qualcosa di più di quanto avviene tra corpi elettrizzati, e cioè per mezzo delle parti riscaldate del cavaliere che sono a diretto contatto col dorso del dada; con i lunghi viaggi e il molto attrito, accade che il corpo del cavaliere alla lunga si saturi completamente di fluido dadaico, cosicché se voi riuscite a dare una chiara descrizione della natura dell’uno, potete farvi un’idea sufficientemente esatta del genio e del carattere dell’altro.
Ora, il dada che lo zio Tobia cavalcava sempre era a mio avviso un dada assai meritevole d’essere descritto, se non altro a causa della sua grande singolarità. Infatti, è probabile che abbiate viaggiato da York a Dover, da Dover a Penzance in Cornovaglia, e da Penzance di nuovo a York senza averne mai veduto uno simile sulla strada; oppure se ne aveste veduto uno simile, nonostante la vostra fretta vi sareste senza fallo fermati a contemplarlo. In verità, la sua andatura e il suo aspetto erano così strani e appariva così radicalmente dissimile dalla testa alla coda da tutti gli esemplari dell’intera specie, che offriva di tanto in tanto argomento di discussione se fosse realmente un dada oppure no. Ma come quel Filosofo, che non usò altro argomento con lo Scettico che gli contestava la realtà del moto se non quello di rizzarsi sulle gambe e camminare su e giù per la stanza [77], così lo zio Tobia, per dimostrare che il suo dada era realmente dada, ricorreva al solo argomento di montargli in groppa e cavalcarlo, lasciando che il mondo risolvesse poi la questione come meglio giudicava.
A dire il vero, lo zio Tobia lo montava con un tale piacere, ed esso portava lo zio Tobia così bene, ch’egli si preoccupava ben poco di quanto la gente dicesse o pensasse al riguardo.
È però ormai gran tempo che ve lo descriva. Ma per procedere senza intoppi, vi chiedo soltanto di darmi licenza d’informarvi prima come lo zio Tobia ne sia venuto in possesso.

Capitolo venticinquesimo

La ferita all’inguine che lo zio Tobia riportò all’assedio di Namur, rendendolo inabile al servizio militare, fu reputata motivo sufficiente per farlo tornare in Inghilterra affinché egli potesse rimettersi in sesto.
Per quattro anni fu totalmente confinato in parte a letto e sempre in camera sua; e durante la cura, che si protrasse per tutto quel tempo, egli patì indicibili sofferenze dovute a un succedersi di esfogliazioni dell’os pubis e del lato esterno di quella parte del coxendix chiamata os ilium. Queste due ossa erano state orribilmente fratturate sia dalla forma irregolare della pietra che, come vi dissi, era stata divelta dal parapetto, sia dalla sua mole (sebbene non fosse poi tanto grossa), il che aveva sempre indotto il chirurgo a pensare che la grave ferita riportata dallo zio Tobia all’inguine fosse dovuta più al peso della pietra che alla sua forza propulsiva, e ciò, come spesso gli diceva, era stata una grande fortuna.
Mio padre a quel tempo stava appunto cominciando il suo commercio a Londra e vi aveva preso una casa. E siccome tra i due fratelli esisteva l’amicizia e la cordialità più sincera, e poiché pensava che in nessun luogo lo zio Tobia sarebbe stato curato e assistito meglio che in casa sua, mio padre gli assegnò la camera migliore della propria casa. E, segno ancor più tangibile del suo affetto, non avrebbe mai tollerato che un amico o un conoscente entrasse in casa, in qualsiasi circostanza, senza prenderlo per mano e accompagnarlo di sopra a vedere suo fratello Tobia e a chiacchierare un’oretta al suo capezzale.
Un soldato che racconti la storia della propria ferita ne ha il dolore alleviato; per lo meno così pensavano i visitatori di mio zio. E quindi per la cortesia che derivava da questa credenza, nelle loro visite giornaliere portavano frequentemente il discorso su quell’argomento, e da questo il discorso scivolava generalmente sullo stesso assedio.
Queste conversazioni erano infinitamente cortesi; e lo zio Tobia ne traeva grande sollievo, e ne avrebbe tratto ancor di più, se esse non l’avessero messo in impreviste perplessità, che per tre mesi interi ritardarono molto la cura; e s’egli non avesse escogitato un espediente per districarsene, credo davvero che lo avrebbero portato alla tomba.
È impossibile che voi possiate immaginare quali fossero queste perplessità dello zio Tobia. Se lo poteste, arrossirei; non come parente, non come uomo e nemmeno come donna, ma arrossirei come autore: poiché è mio non piccolo vanto che fin qui il mio lettore non abbia saputo ancora indovinare nulla. E in ciò, signore, ho un temperamento così schizzinoso e singolare, che se pensassi che voi foste in grado di farvi la minima idea o di avanzare un’ipotesi plausibile su quanto accadrà nella prossima pagina, la strapperei dal mio libro.

LIBRO SECONDO

Capitolo primo

Ho cominciato un nuovo libro [78] con lo scopo d’avere sufficiente spazio da spiegare la natura delle perplessità in cui lo zio Tobia era implicato per i molti discorsi e per le molte domande sull’assedio di Namur, dov’era stato ferito.
Devo ricordare al lettore, nel caso che abbia letto la storia delle guerre di re Guglielmo, — ma se non l’ha letta lo informo qui, — che uno dei più memorabili attacchi di quell’assedio fu quello mosso dagli Inglesi e dagli Olandesi contro la punta della controscarpa avanzata davanti alla porta di San Nicola, che proteggeva la grande chiusa o cateratta, dove gl’inglesi furono terribilmente esposti al tiro della controguardia e del mezzo bastione di San Rocco. L’esito dell’infocata mischia, in tre parole, fu il seguente: gli Olandesi si insediarono sulla controguardia, e gli Inglesi si impadronirono del camminamento coperto davanti alla porta di San Nicola, nonostante il valore degli ufficiali francesi, che si esposero sullo spalto con le spade in pugno.
Siccome questo fu il principale attacco di cui lo zio Tobia fu testimone oculare a Namur, essendo l’armata degli assedianti, a causa della confluenza dei fiumi Mosa e Sambre, nell’impossibilità di seguire sufficientemente le reciproche operazioni, lo zio Tobia in genere si diffondeva in maggiori particolari nel racconto d’esso. E le molte perplessità in cui si trovava gli venivano dalle difficoltà quasi insormontabili che incontrava nel raccontare la sua storia in modo intelligibile e nel chiarire esattamente le differenze e le distinzioni tra scarpa e controscarpa, tra spalto e camminamento, tra mezzaluna e rivellino, sì da far ben capire agli interlocutori dove egli fosse e che cosa facesse.
Gli stessi scrittori sono sin troppo proclivi a confondere questi termini; cosicché vi meraviglierete meno se nei suoi sforzi di spiegarli e di opporsi a molti fraintendimenti, lo zio Tobia spesso disorientava i visitatori e talvolta anche sé stesso.
A dire il vero, a meno che le persone che mio padre conduceva di sopra fossero sufficientemente perspicaci oppure che lo zio Tobia si trovasse in uno dei suoi stati di facilità esplicativa, gli era difficile, per quanto facesse, mantenere il discorso privo d’oscurità.
Quel che rendeva ancor più complicato allo zio Tobia il racconto di quest’affare era il fatto che nell’attacco della controscarpa, davanti alla porta di San Nicola che si estendeva dalle sponde della Mosa su su fino alla grande chiusa, il terreno era tagliato e attraversato in tutti i sensi da una tale moltitudine di dighe, canali, ruscelli e chiuse, ed egli s’era trovato così tristemente disorientato e bloccato in mezzo a essi, che non di rado non riusciva più ad andare né avanti né indietro per trarsi in salvo; e spesso era costretto a sospendere l’attacco solo per questo motivo.
Questi imbarazzanti arresti provocavano nello zio Tobia Shandy un turbamento assai maggiore di quanto potreste immaginare; e poiché la gentilezza di mio padre per lui scovava sempre nuovi amici e nuovi interroganti, egli aveva un compito molto arduo.
Senza dubbio lo zio Tobia aveva una grande padronanza di sé, e credo che sapesse salvare le apparenze come la maggior parte degli uomini; tuttavia, quando non ce la faceva a ritirarsi dal rivellino senza incappare nella mezzaluna, o a uscir dal camminamento senza cader giù dalla controscarpa, o ad attraversare la diga senza rischiare di scivolare nel canale, chiunque può immaginare com’egli dovesse mordere il freno dentro di sé. E così avveniva. Queste piccole, ma continue irritazioni possono sembrare trascurabili ed insignificanti per chi non abbia letto Ippocrate; ma chi ha letto Ippocrate o il dottor James Mackenzie [79] e ha ben considerato gli effetti che le passioni e i turbamenti dell’animo producono sulla digestione (perché non gli effetti d’una ferita come quelli di un pranzo?), può facilmente concepire quali acuti parossismi ed esacerbazioni della ferita lo zio Tobia dovesse patire per quella sola ragione.
Lo zio Tobia non era in grado di farci su della filosofia; gli bastava sentire che avveniva così; e avendone sopportato le pene e le sofferenze per tre mesi filati, risolse di liberarsene in un modo o nell’altro.
Una mattina, mentre giaceva supino nel letto, non permettendogli il tormento e la natura della ferita all’inguine di stare in nessun’altra posizione, gli venne in mente il pensiero che se avesse potuto acquistare qualcosa come una grande mappa delle fortificazioni della città e della cittadella di Namur, con i suoi dintorni, e farla incollare su una tavola, ciò avrebbe potuto costituire un mezzo per dargli sollievo. Faccio notare il suo desiderio di avere i dintorni insieme con la città e la cittadella, per questa ragione: lo zio Tobia s’era buscato la ferita in una delle traverse, a circa trenta tese dall’angolo rientrante della trincea, di fronte al saliente del mezzo bastione di San Rocco, cosicché confidava alquanto di poter puntare uno spillo sul preciso punto del terreno in cui si trovava quando la pietra l’aveva colpito.
Tutto ciò andò secondo i suoi desideri, e non solo lo liberò da un sacco di mortificanti spiegazioni, ma alla fine si dimostrò il felice mezzo, come leggerete, di procurare allo zio Tobia il suo dada.

Capitolo secondo

Quando sostenete l’onere di organizzare un trattenimento di questo genere, nulla è tanto sciocco quanto il predisporre le cose così male da offrire ai vostri critici e alle persone di gusto raffinato il pretesto per stroncarlo. Né esiste cosa più adatta a provocare questa reazione quanto l’escluderli dalla festa o, il che è ancor più offensivo, il dedicare le vostre attenzioni agli altri ospiti in modo così esclusivo, come se a tavola non si trovasse nulla di quella cosa che è un critico (di professione).
Io sto in guardia contro entrambe le cose; infatti, in primo luogo, ho appositamente lasciato una mezza dozzina di posti liberi per loro; e in secondo luogo farò loro la massima corte: Signori, vi bacio le mani, e vi assicuro che nessuna compagnia potrebbe darmi metà del piacere della vostra; sull’anima mia sono felice di vedervi; vi prego soltanto di non sentirvi estranei, ma di sedervi senza cerimonie, e di satollarvi a piacere.
Ho detto di aver lasciato liberi sei posti, ed ero sul punto di spingere la mia compiacenza tanto lontano da riservarne loro un settimo, precisamente questo nel quale sto io; ma avendomi detto un critico (sebbene non di professione, ma per natura) che m’ero comportato abbastanza bene, voglio occuparlo difilato sperando allo stesso tempo d’essere in grado d’avere maggior spazio l’anno venturo.
— Ma, in nome di Dio! Come mai vostro zio Tobia che, a quanto sembra, era un militare, e che voi ci avete descritto come tutt’altro che sciocco, poteva essere allo stesso tempo confusionario, pasticcione e intontito… come…
— Andate a vedere.
Così, signor critico, avrei potuto rispondere; ma io sdegno tale linguaggio. Esso è inurbano e s’addice solo a chi non può dare una chiara e soddisfacente nozione delle cose o non sa penetrare a fondo nelle cause prime dell’umana ignoranza e della confusione. Questa è per giunta una risposta spavalda, e quindi la respingo, benché avrebbe potuto eccellentemente adattarsi alla natura soldatesca dello zio Tobia; e s’egli non si fosse abituato, in caso di simili attacchi, a fischiare il Lillabullero, poiché non mancava di coraggio, questa sarebbe stata l’esatta risposta che avrebbe dato; ma essa non avrebbe assolutamente fatto per me. Voi vedete con la massima chiarezza ch’io scrivo da erudito; che persino le mie similitudini, le mie allusioni, le mie spiegazioni, le mie metafore sono erudite, e che io devo sorreggere appropriatamente la mia personalità e metterla in contrasto altrettanto appropriatamente, altrimenti che ne sarebbe di me? Diamine, signore, sarei rovinato: in questo preciso istante in cui sto qui, occupando un posto tolto a un critico, creerei un’occasione favorevole per un paio d’essi.
Perciò rispondo come segue:
— Scusate, signore, in tutte le letture che voi avete fatto avete mai letto un libro quale il Saggio sull’intelletto Umano di Locke? Non rispondete affrettatamente, perché molti, lo so, citano il libro senza averlo mai letto, e molti di quelli che l’hanno letto non l’hanno capito. Se vi trovate in uno di questi due casi, poiché io scrivo per istruire vi dirò in tre parole di che tratta il libro: esso è una storia.
— Una storia! di chi? di che cosa? di dove? di quando?
— Non siate precipitoso. È un libro di storia, signore (il che può raccomandarlo al mondo) di ciò che passa nella mente dell’uomo; e se tanto saprete dire del libro, e niente di più, credetemi, farete una figura tutt’altro che disprezzabile in un circolo di metafisici.
Ma questo sia detto per inciso.
Ora, se volete avventurarvi con me a guardare nel fondo della questione, si scoprirà che la causa dell’oscurità e della confusione nella mente umana è triplice.
Organi torpidi, caro signore, innanzi tutto. In secondo luogo impressioni superficiali e fugaci prodotte dagli oggetti, quando i detti organi non sono torpidi. E, in terzo luogo, una memoria come un setaccio, incapace di trattenere quanto ha ricevuto.
Fate scendere Dolly, la vostra cameriera, e io sono pronto a darvi il mio berretto a sonagli se non renderò questa materia così chiara, che la stessa Dolly potrà capirla non meno bene di Malebranche [80]. Quando Dolly ha redatto la sua epistola a Robin e ha ficcato il braccio in fondo alla tasca che le pende al fianco destro, approfittatene per ricordarvi che gli organi e le facoltà percettive possono come null’altro al mondo essere così appropriatamente esemplificati e spiegati come ciò che la mano di Dolly sta cercando. I vostri organi non sono torpidi al punto che io debba informarvi, signore, che si tratta di un pezzo da un pollice di ceralacca rossa.
Quando questa è sciolta e lasciata cadere sulla lettera, se Dolly andrà frugando qua e là troppo a lungo in cerca del suo ditale, finché la cera si sarà troppo indurita, questa non potrà ricevere l’impronta del ditale con l’usuale pressione che solitamente era richiesta per imprimerlo. Benissimo. Se la ceralacca di Dolly, in mancanza di meglio, è cera d’ape o di tempra troppo molle, benché questa possa ricevere l’impronta, non la conserverà, per quanto forte Dolly prema su di essa. E finalmente, supponendo che la cera sia buona, e anche il ditale, ma applicati con sbadata frettolosità perché la padrona suona il campanello, in ognuno di questi tre casi l’impronta lasciata dal ditale sarà così dissimile dal prototipo come l’effigie del sovrano su una monetina consunta.
Ora, dovete capire che nessuna di queste tre era la vera causa della confusione nei discorsi dello zio Tobia; e proprio per questa ragione io, alla maniera dei grandi fisiologi, mi ci dilungo tanto sopra per dimostrare al mondo da che cosa essa non scaturiva.
Da che cosa scaturiva l’ho accennato in precedenza, e si tratta e si tratterà sempre d’una feconda sorgente d’oscurità, cioè dell’uso irregolare delle parole, che ha messo in imbarazzo le intelligenze più chiare e più elevate.
Scommetto dieci contro uno (dico a voi dell’Arthur’s Club [81]) che non avete mai letto le storie letterarie delle età passate; ma se le avete lette, quali terribili battaglie, appellate logomachie, hanno esse suscitato e perpetuato con tanto spandimento di bile e d’inchiostro, che una persona d’animo sensibile non può leggerne le relazioni senza aver le lacrime agli occhi.
Gentile critico! quando avrai soppesato tutto ciò e considerato in cuor tuo quanta parte della tua scienza, delle tue dissertazioni e delle tue conversazioni è stata tormentata e scombussolata, in un dato momento o in un altro, da ciò e soltanto da ciò; quale sia stato il rimestamento e lo schiamazzo nei Concili intorno a ούσία e πόστασις [82], e nelle Scuole dei dotti intorno a energia e intorno a spirito, intorno a essenze e intorno a quintessenze, intorno a sostanze e intorno a spazio; quale confusione ci sia stata nei maggiori Teatri a causa di parole di poco significato e di senso altrettanto indeterminato! quando considererai tutto ciò non ti meraviglierai più delle perplessità dello zio Tobia, verserai una lacrima di compassione sulla sua scarpa e sulla sua controscarpa, sul suo spalto e sul suo camminamento, sul suo rivellino e la sua mezzaluna. Non dalle idee, vivaddio!… la sua vita fu posta in pericolo dalle parole.