lunedì 9 marzo 2020


IL SILENZIO DEGLI OCCHI 
Giovanni Ricciardi

I edizione: giugno 2011
©2011 Fazi Editore srl 
Via Isonzo 42, Roma ISBN: 978-88-6411-253-4

Trama

Dicembre 2008. Roma è percorsa da un'ansia febbrile per l'eccezionale piena del Tevere, che mette in subbuglio l'intera città. Ma il commissario Ponzetti non ha tempo per occuparsene. 
Nella sua macchina è stato abbandonato un bambino di tre o quattro anni, scalzo e sordomuto, e nessuno si fa avanti per reclamarlo. Al mistero si aggiunge la sensazione, dettata da minimi indizi, che il piccolo sia in pericolo. Mentre il bimbo viene temporaneamente affidato all'inseparabile ispettore lannotta e la vita familiare del commissario, con la figlia Gisella prossima a partorire, si fa sempre più caotica, a Roma imperversa una misteriosa "banda dei suv",cheda diverse notti lascia la sua firma squarciando le gomme di decine di ingombranti fuoristrada. Una vicenda che all'inizio ha il tono della farsa assume presto le tinte di un insospettabile intrigo che porterà un esterrefatto Ponzetti a incrociare sul proprio cammino perfino i Servizi Segreti. Sotto una pioggia battente, mentre il Natale si avvicina, la fitta rete di indizi rischia di intrappolare il commissario, che ha solo le armi del buon senso, dell'acume e della sua umanità per contrastare 
chi sta pilotando un gioco più grande di lui, da cui dipendono la vita di un innocente e la salvez-
za della propria pace familiare .



Prima parte

1

La piena boriosa del Tevere assomigliava alla nostra inconfessabile inquietudine. Solo che stavolta era visibile, un disagio che cresceva d'ora in ora. Mi fermai con la macchina di servizio e la luce silenziosa, rispettosa del momento solenne, azzurra, intermittente, che sembrava voler rassicurare la città in preda all'ansia. All'altezza di Regina Coeli l'acqua ingrassata dalle piogge formava rapidi mulinelli e le luci dei lampioni si riflettevano sulla superficie di fango, ormai a pochi metri dalla sommità dell'argine. Feci due passi su ponte Mazzini. La gente era accalcata a guardare un barcone che aveva rotto gli ormeggi e si era incastrato sotto la campata centrale, continuando a spaccarsi nello sforzo di passare un pertugio ancora libero dall'acqua .
Fu allora che mi parve di rivederla, confusa tra la gente, come tanti anni prima. Andrea, si chiamava, un nome di donna maschile, una confusione di parole. Mi fissò per un attimo, poi si dileguò scivolando in mezzo a volti irregistrabili .
Tutto a Roma ha una forma visibile, e tutto ritorna, un giorno o l'altro. I novissimi: morte, giu-
dizio, inferno e paradiso; l'amore capriccioso degli amanti; il tempo che non si ferma e la nostalgia; lo spicciolo che si getta nella fontana per dire che ci sarà un domani; la consistenza sfacciata delle foglie di platano morte sui marciapiedi che si accartocciano ai tombini; la pioggia, che non è mai fina, anche se rara, ma in quei giorni di dicembre sembrava che non volesse più smettere e avere finalmente piena cittadinanza, infilarsi nei corpi accalcati sui bus attraverso 
le stecche degli ombrelli sgocciolanti, rigurgitare dai tombini, gonfiarsi nei sottopassi, salire dal fiume, abbracciare l'Isola Tiberina, sfidare gli argini e rovinare giù, come aveva già fatto tante volte, quando quei bastioni non c'erano ancora. Dare l'assalto a Roma, alla sua sciatta noncuranza, svegliare tutti, dire che può succedere, che non è vero che poi tutto passa e abbiamo scherza-
to anche stavolta .
Er sindaco, anche lui, pareva spaesato, e non era solo perché, come diceva Iannotta, si er fiume 
tracimava, lui era er Primo Cittadino a fini' sott'acqua, data la statura, ma perché anche la piog-
gia era colpa dei communisti che er giorno dopo la sua elezione aveveno fatto aprì tutti insieme 
centocinquanta cantieri, e piazzavano marciapiedi giganti lungo le strade, zone pedonali che 
materializzavano lattine di birra a ogni ora del giorno e della notte; gimcane polverose sopra i 
sampietrini sbancati di tutto il centro; una babele di tubi, scavi interrotti, strade sventrate, talpe 
che sfondavano carreggiate e provocavano file impressionanti; aiuole assediate da segnali di 
cantiere tipo "stiamo lavorando per voi: sorridete"; tassinari trionfanti che aspettavano i giappo-
nesi per truffarli e lasciavano a piedi i romani a Fiumicino, a Ciampino, alla stazione, alle fer-
mate dei bus; e poi la folla delle manifestazioni che si moltiplicavano, contro la Gelmini, contro 
il G8 dell'anno seguente, contro i tagli, contro le ronde reazionarie, contro la Roma penultima in 
classifica, contro l'amore che non basta mai per tutti, quel poco che c'è .
E allora, acqua sopra e acqua sotto, perché a un certo punto anche l'universo non ce la fa più, e vuole partorire una nuova epoca, come ai tempi di Noè .


2

Ma in attesa di un'arca capace di salvare almeno qualcuno oltre al sindaco e alla giunta comuna-
le, continuai per un tempo indefinito a guardare l'arcata del ponte, il pertugio, la barca che ten-
tava di passare come certi pantaloni attillati tra gambe ingrassate a nostra insaputa . 
L'appello del sindaco a restarsene a casa era stato accolto prontamente solo da quelli che non si 
erano mai mossi. Gli altri erano tutti fuori a filmare coi telefonini e a telefonare con gli stessi 
agli amici dispersi sul lungofiume. La parola più pronunciata in quelle ore era "anvedi", turgida 
come l'acqua del Tevere, con quel prefisso pleonastico che grondava di svaccato stupore . 
Anche le radio romane avevano eccezionalmente sospeso il tambureggiamento quotidiano su 
Totti e Zarate per raccontare in dettagliate cronache l'ansia febbrile per l'avvento dello tsunami 
capitolino, l'onda di piena che era passata a Orte e ora s'avventava sulla capitale per farla capi-
tolare. I commentatori si chiedevano se l'argine avrebbe retto, scrutando il cielo accigliato e 
ascoltando le telefonate che grandinavano nelle redazioni per raccontare in diretta quell'assedio 
d'altri tempi. Qualcuno incurante della gravità dell'ora, domandava se l'Olimpico sarebbe stato 
agibile di lì a domenica .
Ma io avevo negli occhi quegli occhi. Il fiume me li aveva riportati come un avvertimento sci-
voloso. O forse mi sbagliavo. Forse erano stati quel ponte e quell'acqua a restituirmi il ricordo di una strana notte di giugno di qualche anno prima .
Solo Iannotta poteva capire, ma esitavo a chiamarlo, che già l'ora era grave e rischiavo di aggra-
varla ancora. Prossimo padre, ora che la sua signora era già al nono mese, in quelle settimane Mario aveva raggiunto livelli di guardia. Nervoso e cupo nei giorni di pioggia, in quelli di sole riempiva lo spazio di luce propria, ed era ancora più insopportabile del solito. Quel sorriso fur-
besco, come se fosse stato in procinto di dare alla luce la sua battuta più folgorante, mi si pre-
sentava alle ore più impensate. Quella volta non disse neppure "pronto": «Quann'è che esonda su' fija, commissa'? La mia signora nun ne vole sapé de tracimà co' 'sto tempo da lupi. Dice che "bambino bagnato" nun vale come pe' le spose. E allora aspettamo de vedé che decide er fiume. O fa prima lui o famo prima noi. Ma insieme no. Ah, aspetti 'n attimi-no. Clara, che c'è?... Niente, nun tracima manco stanotte. Che me voleva dì?» .
«Te la ricordi la ragazza del fiume?» .
«Quella che stava a mezzanotte co' le gambe penzoloni sur ponte de Castel Sant'Angelo perché l'avevano bocciata a scola?» .
«Quella». «Embè?» .
«Niente. L'ho rivista. Almeno credo» .
«C'ho piacere. Speramo che poi a la maturità c'è ari-vata pure lei. Un diploma de 'sti tempi nun se nega più a nessuno» .
«Sì, ma non è per questo che ti ho chiamato» . «E allora perché?» .
«Questo tempo cambia le carte in tavola. Sembra tutto più gravido, Mario. Come se stesse per succedere qualcosa» .
«Che cosa?» .
«Non so. Un kairós. Stai in campana» . «Un kaché?» .
«Non ti preoccupare. Poi ti spiego. Ma stai in campana» .

3

Il ponte traboccava di curiosi. La Municipale, nelle sue mantelline fosforescenti, cercava di por-
re un argine alla folla pigiata sul marciapiede. Il rumore dei clacson era tutt'uno col vociare del-
la gente, come i cappucci fradici attaccati ai capelli. In pochi minuti fu tutto fermo, e mi sembrò 
che quella confusione equivalesse a un silenzio. Guardavo solo le gocce di pioggia brillare con-
tro i fari delle macchine bloccate, come gli archi dei violini si muovono assieme sotto le luci di 
una grande sala da concerto. Il kairós. Un attacco d'orchestra. L'istante sospeso prima che le 
corde inizino a far piovere la melodia. Poi mi risvegliai da quella specie di sogno .
Dal centro del ponte non vedevo più la luce della mia sirena. Cominciai a farmi strada in mezzo alla folla, ma passavo a fatica mentre la pioggia s'infittiva. Poi, un fulmine, e infine un tuono prolungato. Intravidi finalmente la volante nascosta da un furgone fermo a metà tra marciapiede e strada, coi lampeggianti che brillavano nel buio .
Mentre attraversavo il Lungotevere per raggiungerla mi accorsi che stava squillando il cellulare, attutito da chissà quale tasca della giacca. Mi fermai per cercarlo, ma appena lo ritrovai il furgo-
ne mise la marcia all'improvviso, mi colpì una spalla con lo specchio retrovisore e mi fece cade-
re di mano il telefono, che planò scivolando in mezzo alla strada e poi sotto le ruote di una mac-
china in sosta. Il furgone prese velocità, imboccò la discesa del carcere e scomparve tra i vicoli chiusi dall'ombra nera del Gianicolo, lasciandomi inebetito a contemplare la pubblicità della ce-
reria Di Giorgio, che da più di cent'anni regge i moccoli all'Urbe .
Rientrai in macchina, infastidito dall'acqua che mi grondava sui pantaloni e cercando di tratte-
nere nella memoria le cifre di quella targa insolente. Niente penna. Forse era caduta sotto i sedi-
li. Mi chinai a guardare. Il fondo della volante era illuminato quasi a giorno. Dal finestrino del 
passeggero entrava dritta la luce di un lampione, e dietro, in un taglio di nubi improvviso, la 
luna piena adocchiò teneramente la città bagnata, incustodita. Mi fermai a guardarla in quella 
posizione innaturale. Trascrissi velocemente i numeri, con la penna e il taccuino appoggiati sul 
tappetino del passeggero. Ma poi la luce si oscurò e comparve un'ombra che bussava insistente 
al finestrino .
«Il suo nome?» .
«Ottavio Ponzetti, commissario capo dei Parioli» .
Il vigile urbano aveva messo per metà la testa dentro, con l'acqua che grondava sul sedile dalla plastica del cappello: «E lei che ha risposto per radio all'emergenza?» .
«Quale emergenza?» .
«C'è qui il sindaco e non abbiamo una vettura per riportarlo in Campidoglio. L'auto blu è in panne. Abbiamo chiesto alla Polizia una volante di supporto. È la sua?» . 
Non feci in tempo a rappezzare un no: dietro la sagoma del vigile, scuro in volto e chiuso in un cappotto zuppo, comparve Lupomanno in persona. Chiese scusa del disturbo, aprì la portiera, sedette accanto a me e abbozzò un sorriso: «Grazie» .
«Si figuri. Dove la porto?» .
«In Campidoglio. Ho una certa fretta, mi scusi, ma sono giornate così. Però non accenda la sire-
na, ho un gran mal di testa. E poi non vorrei svegliare il bambino» .
«Quale bambino?» .
«Quello che dorme sul sedile posteriore» .
Mi voltai di scatto. Per fortuna l'urlo mi rimase quasi tutto in gola .

4

Il bambino non si svegliò, rimase immobile, lungo lungo disteso sul sedile. Era vestito di tutto punto, ma non aveva scarpe e portava i capelli rasati quasi a zero. Lo scossi due o tre volte: non rispondeva. E mo' da dove sbuca questo?, pensai .
«Scusi un secondo, partiamo subito», dissi al sindaco .
Riscesi dalla volante, mi guardai attorno, ma quella confusione di clacson, luci e pioggia era 
come un deserto. Aprii la portiera posteriore, mi accucciai su di lui per sentirlo respirare. Dor-
miva profondamente, incurante del rumore. Chiamo Gloria, pensai. No, chiamo Mario. No, non 
chiamo nessuno: il cellulare è finito sotto una macchina. E poi, come glielo dico al sindaco che 
questo bambino fino a dieci minuti fa non c'era, e che qualcuno me lo ha messo in una macchi-
na di servizio incustodita e aperta mentre ero a passeggio sul ponte? Meglio pensarci dopo. E se 
sta male? Il Bambin Gesù è a due passi. Ma poi devo spiegare tutto ar Lupomanno, che è come 
fare una figura da peracottaro e rischiare il posto. No, no, non se ne parla: porto il sindaco a de-
stinazione, poi si vede. Morto non è. Però non risponde. Forse è sedato. Forse è solo stanco. 
Forse non ho mai avuto a che fare con un bambino. Io ho due femmine, ora sono grandi, però 
ero impacciato anche con loro. Non le ho mai cambiate, quand'erano piccole. Non che non vo-
lessi, ma mia moglie Gloria aveva paura che le facessi cadere dal piano della lavatrice nella va-
sca, come quella volta che era successo a lei. Ma era successo a lei, non a me, con Gisella, 
quando aveva un mese, e il vicino l'aveva trovata a urlare, mentre io non c'ero, ero lontano, non 
ricordo dove, ma allora non esistevano i cellulari per avvisare. Quella volta arrivai all'ospedale 
che era tutto a posto, e il medico, per distrarre Gloria, ancora frastornata, guardava fisso il mio 
vicino, guardava la piccola Gisella e ripeteva che la bambina era tutta suo padre. E lui, orgo-
glioso,""a dire: «Sì, dottore, ha proprio ragione» .
Il sindaco non si scompose nei lunghi minuti che ci vollero per attraversare il ponte senza sire-
na. Evidentemente voleva riposarsi un po' da quelle ore convulse. Quando da vicolo della Mo-
retta sbucai di fronte alla Chiesa Nuova mi tornò in mente che Gloria mi aveva chiesto di anda-
re a prendere Gisella al Teatro dell'Orologio, dove seguiva un laboratorio teatrale, perché il suo 
Jorge era appena partito per Barcellona. E ora, chi le avrebbe sentite le mie donne? L'hai lascia-
ta lì, con quella pancia, tua figlia incinta, con tutta quell'acqua... ma che padre sei? Il corpo del 
bambino si scuoteva ai sobbalzi della volante sui sampietrini, ma non voleva saperne di sve-
gliarsi. Il sindaco mi guardava in tralice mentre spegneva il cellulare. Speravo che non facesse 
domande. Ma per fortuna sembrava immerso nei suoi pensieri, intontito dal moto uniforme dei 
tergicristalli. In breve fui a Largo Argentina, al Gesù, a piazza Venezia: da via dei Fori imboc-
cai la salita del Campidoglio e mi fermai proprio davanti al Marco Aurelio, che pareva ammo-
nire il fiume da lontano col suo braccio teso .
Il sindaco scese senza alcuna fretta: «Grazie, commissario. Sono in ritardo, ma non fa niente. 
Mi sono riposato un po'. Beato suo figlio! Lui non ha preoccupazioni. Noi purtroppo non riu-
sciamo più a dormire in mezzo alla bufera. Magari si potesse tornare bambini così, almeno per 
un momento» .
Anche filosofo, questo Lupomanno, pensai . «Arrivederci, signor sindaco» .
«Arrivederci. E comunque... complimenti. È tutto suo padre» .

5

La portiera si richiuse di scatto. Il bambino continuava a dormire. Le luci della piazza erano stranamente fioche. Davanti a me la bocca della scalinata, deserta di turisti, sembrava tuffarsi nel vuoto. Più in là, in mezzo al cielo, la notte iniziava a inghiottire le sagome degli attici, i co-
mignoli di quelle case ricche e riscaldate. Un umido chiarore si rifletteva ancora sul disegno mi-
chelangiolesco che fa da corona alla statua a cavallo. Le altre statue bianche e la fontana di mar-
mo alla base del palazzo del Comune ormai si confondevano con l'oscurità. Retromarcia, disce-
sa, di nuovo il percorso di prima, a ritroso. Prenderò Gisella, se c'è ancora. Poi vedrò il da farsi. Stavolta misi la sirena, per vedere se il piccolo passeggero si svegliava .
Alla Chiesa Nuova la campana suonò le dieci della sera mentre svoltavo in via dei Filippini, ri-
schiando di tamponare un altro furgone bianco sistemato proprio davanti al Teatro dell'Orolo-
gio. Parcheggiai nell'isola pedonale della piazza con l'idea di aver fatto un viaggio a vuoto. Ma 
mentre salivo sul marciapiede con le ruote davanti, vidi improvvisamente il bimbo sveglio, se-
duto al centro del sedile posteriore, che mi guardava negli occhi attraverso il riflesso dello spec-
chio retrovisore .
Inarcai gli angoli della bocca a comporre il sorriso più rassicurante che possa uscire dai muscoli 
facciali di un poliziotto preoccupato. Lui continuò a fissarmi da sotto in su. Aveva uno sguardo 
disciplinato, interrogativo, composto; le manine poggiate sul sedile, i piedi ciondolanti nel vuo-
to. Spensi la sirena .
«Ciao!» .
Si stropicciò gli occhi e non si mosse . «Io mi chiamo Ottavio, e tu?» .
Non rispose nulla. Aveva forse tre o quattro anni e un lungo naso poco italiano: gli occhi, due laghi di timore contenuto. Mi porse una figurina Panini. Era Totti, mansueto e simbolico. Poi un'altra: Julio Baptista, la Bestia, con gli occhi a palla che trapassavano l'obiettivo. Almeno gio-
chiamo in casa, pensai .
«Grazie. Sono bellissime. Proprio non vuoi dirmi come ti chiami?» .
Ne estrasse un'altra: stavolta era un Peter Pan, l'immagine della Disney, il bambino col cappello verde a punta che sorrideva, e sullo sfondo la luna piena; e poi una quarta: un astronauta, con il casco sotto il braccio e un sorriso vincente e aperto. E poi? Finito. Allargò le manine girando i polsi a far vedere che era tutto, tutto quello che aveva. «Pu?» .
Mi venne in mente che i bambini accompagnano quel gesto con un pu e uno sguardo accigliato 
e malinconico, ma a lui il sonoro non usciva per niente. Lo presi in braccio - non aveva scarpe 
per camminare - e ne sentii la consistenza leggera, ma pesava lo stesso, irrigidito nei suoi fagot-
ti. Non si abbandonava sulla spalla come avrei voluto fare io, o come faceva la mia Maria, da 
piccola, quando era stanca. Teneva la schiena dritta e continuava a guardarmi. Scesi le scale del 
teatro entrando di sbieco, come un bassorilievo dell'Ara Pacis, per via del furgone addossato al-
l'entrata. Quel teatro era un luogo fioco, in bianco e nero, per serietà d'impegno. Una grotta di 
parole attutite. Mi venne in mente Raimondo Vianel-lo che parodiava un laboratorio brechtiano 
in un vecchio varietà anni Settanta, con le calzamaglie nere attillate, e cantava improbabili ritor-
nelli in tedesco. Che strano juke-box, la memoria: mette i dischi senza darti il tempo di selezio-
nare .
«Chi cerca?» .
«Il laboratorio teatrale di Rosanna Cavalieri» .
«L'ultima sala a destra. L'ombrello però lo poggi all'ingresso» .
Entrai in uno spazio semibuio, sempre tenendo in braccio il bambino, che ora puntava il dito 
verso i faretti che illuminavano la scena. Gisella, in ginocchio al centro del palco, con la pancia
bene in vista, muoveva le mani come se stesse planando o cercando di tenersi a galla in un mare immaginario. In volto portava una maschera bianca, e guardava la luce. Poi chiuse le mani e si accoccolò in posizione fetale .
«Scusi, ma che è?» .
L'insegnante al mio fianco mise il dito alla bocca, con indolenza, senza neppure voltarsi a sop-
portarmi. Gli allievi non si mossero .
«Sono il padre di Gisella, volevo...» .
«Ssst. Non interrompere. Aria... acqua... terra... fuoco... ssst» . 
«Ah. E che sono venuto a prenderla, ma credevo...» . 
«Ssst. Non vedi che sta facendo l'esercizio? Aspetta» . 
Ma Gisella restò ferma tre minuti buoni . 
«Ma quanto dura ancora, scusi?» . 
«Adesso è terra... un seme della terra...» . 
«...» .
«Prima è stata acqua...» .
Il bimbo mi osservava in silenzio, appollaiato sulla mia gamba destra, stranamente quieto. L'e-
sercizio continuò per un po' e così lui cominciò a innervosirsi. Provai a trattenerlo, per evitare che poggiasse i piedi scalzi a terra, ma l'insegnante mi fece cenno di lasciarlo andare: «Non pre-
occuparti. Il piano del palco è riscaldato» .
Allora mollai la presa, e gli sorrisi, ma non si mosse subito. Mi guardò per qualche istante, in-
certo e sospettoso, e mi parve anche lui fioco e irreale, come il pozzo di silenzio in cui eravamo caduti. Poi finalmente scese dalla mia gamba, si assestò, si avvicinò spedito al centro della sce-
na e si mise in piedi davanti a Gisella, coprendola alla mia vista con la sua schiena diritta. Sem-
brava che lei non lo vedesse. Aveva chiuso il corpo intero, come un guscio d'uovo compatto, le mani sulle ginocchia, il capo basso .
«Ma che esercizio è?» .
«Ssst. Guarda...» .
Mi spostai di lato per osservarli tutti e due. Lei alzò il viso: quando lui la vide, si ritrasse, per via della maschera, che gli faceva paura. Allora lei la tolse, allargò le braccia e lui finì là dentro, nascosto in quell'abbraccio, come un seme .

6

«Lei è un pessimo poliziotto, Ponzetti» .
Tempesta in arrivo. Meno male che Mario aveva deciso di accompagnarmi. Il lunedì seguente,
15 dicembre 2008, tre giorni dopo l'avventura del fiume, ero stato convocato in fretta e furia a San Vitale dal grande capo, ma non riuscivo a immaginare il motivo. Il questore non poteva sa-
pere del bambino, di questo ero certo. E allora perché quella faccia scura e quel nervosismo malcelato? Restai in attesa che iniziasse a grandinare, ma lui guardava nervosamente le sue car-
te e nulla seguì a quell'esordio minaccioso .
Mario mi guardava preoccupato, ma gli feci cenno di stare tranquillo. Di sicuro non rischiava 
nulla, aveva soltanto tenuto il bambino per tre notti a casa sua perché la moglie s'era intenerita e 
lui era in ferie pre-parto. Poi aveva anche cercato di capire di che paese fosse, che lingua parlas-
se, se comprendesse qualcosa di quello che gli si diceva. A modo suo, si capisce: nella prima 
seduta aveva rispolverato le sue conoscenze linguistiche. Mentre il bimbo disegnava avidamen-
te coi pennarelli che Gisella gli aveva comprato, Mario si metteva alle sue spalle. Improvvisa-
mente, alzando il tono della voce diceva: Hasta la vista, oppure Je suis Catherine Deneuve, o 
What's your name? Ma quello continuava imperterrito a disegnare senza neppure spostarsi dalla 
sedia. Avendo escluso le principali lingue occidentali, ne aveva dedotto che fosse dell'Est. Ma 
biondo non era, a giudicare dalla radice dei capelli rasati, e questo lo metteva un po' in confu-
sione. Insomma, l'unica reazione del bambino si era registrata quando Mario aveva cominciato 
a dimenarsi cantando Prisencolinensinainciusol: allora aveva aperto gli angoli della bocca a un 
bellissimo sorriso. Ma questo non autorizzava a pensare che fosse nato in via Gluck .
Il questore comunque era molto arrabbiato. Avevo "sequestrato" il sindaco senza autorizzazio-
ne, sostituendomi alla macchina che aveva risposto alla chiamata via radio; e così avevo provo-
cato un quasi allarme nazionale per una buona mezz'ora. Avevo usato la volante per motivi per-
sonali fino a ora imprecisata, ero praticamente sparito per due giorni senza motivo, e adesso, a 
quanto apprendevo, il mio nome era finito anche sui giornali e additato come esempio di assen-
teismo brunettiano .
Quest'ultima nota mi riscosse: «Sui giornali?» .
«Senta, Ponzetti, lei non è obbligato a seguire le rassegne stampa, ma le denunce che arrivano nel  suo  commissariato  dovrebbe  forse  conoscerle  prima  che  qualcuno  monti  una campagna stampa contro di noi» .
«A dotto', ma che è successo?» intervenne Mario .
«Glielo dico io, ispettore, che è successo. Sono due settimane che qualcuno, in giro per i Pario-
li, si diverte a tagliare tutte e quattro le gomme a macchine di grossa cilindrata. Legga qua» . «"La banda dei SUV". È "Il Messaggero" di oggi?». «No, di ieri» .
«Ma non erano tutti SUV. Hanno bucato anche una Mercedes classe A». «Non divaghiamo. Uno di questi SUV è del direttore del giornale, un altro di un sottosegretario. E i tagli ormai si contano a decine. Ponzetti, vorrebbe farmi il favore di indagare su questi casi invece che andar-
sene in giro a trasportare sindaci?» .
«Ho affidato tutto a un mio collaboratore, Graziano Podestà. Lui conosce i Parioli come le sue 
tasche» .
«Vedo bene con quali risultati. Ponzetti, non mi capacito, quello che è successo ultimamente non è da lei. Questo Podestà è affidabile?». «Assolutamente, signor questore». «Vedremo. Ma stia in campana. E lei il responsabile. Attendo risultati. E in fretta. Qui c'è gente in alto che se-
gue la questione. Non le dico altro. Ci siamo capiti, spero. E tutto» .

7

Uscimmo dalla Questura percorrendo una via Nazionale gonfia di traffico e già in piena atmo-
sfera natalizia .
«Facciamo due passi a piedi», dissi a Mario . «Co' 'sta pioggia, dotto'?» .
«Voglio rivedere la panetteria di papà» .
Scendemmo per via dei Serpenti in silenzio, attenti solo alle pozzanghere e alle stecche degli ombrelli dei passanti .
Sapevo che mi avrebbe fatto male rivedere quel luogo, dove adesso campeggiava la vetrina di 
un negoziet-to di abiti vintage. L'estate sudavo dietro quel bancone, col camice bianco che mi 
stava largo, e tagliavo le fette di casereccio sempre con tanta fatica. Ancora oggi ricordo la sen-
sazione del polso indolenzito e la paura di ferirmi col coltello. Ogni tanto la voce di papà mi ri-
torna nella memoria confusa, con quel suo timbro regolare, pacato: «Sei ciriole, Ottavio, servi i 
signori. Ecco, ci pensa il ragazzo». Andavo orgoglioso di quell'appellativo: a nove o dieci anni 
mi faceva grande, come se mi avesse dato un po' della Peroni che ogni tanto mandava giù a sor-
si, calda anche d'estate, perché non teneva frigorifero a bottega, era troppo piccola, non c'era 
spazio. Ma poi non trovava mai il tempo di star dietro alle mie parole, mi zittiva, diceva: «Non 
distrarti, Ottavio, che ti tagli, parliamo dopo». E quel dopo si rimandava sempre all'indomani, al 
ritorno a casa, all'infinito .
«Starno ner kakòs?» . 
«Cosa?» .
«L'artra sera m'aveva detto che arrivava er kakòs. Mo', io nun è che pretendo de capì, ma a oc-
chio e croce nun me pareva 'na cosa bella. Poi ce se mette pure sta pioggia, e starno a posto» . «Katrós, non kakós» .
«Vabbè, quello che è. Comunque ce stanno alcune cose che nun capisco» . 
«Tipo?» .
«Tipo: perché ar questore non j'ha parlato de Romoletto?» . «E adesso chi è questo Romoletto?» .
«Er regazzino, dotto', mica potevo lasciallo senza nome» . «Non siamo in una commedia del Sistina» .
«No, però, siccome mi fijo nun lo posso chiamà così, che de 'sti tempi vanno de moda nomi lec-
cati, tipo Leonardo, Mirko, Christian... allora me so' levato la soddisfazione cor piccoletto» . 
«Non hai tutti i torti. Del resto l'ho trovato vicino al fiume. O meglio, è lui che ha trovato me» . 
«E dato che le cose nun arivano mai pe' caso, magari, se ce torna, ce trova pure Remo» . 
«Perché? Adesso le cose si mettono ad accadere come nelle leggende?» . 
«A vorte sì. Le cose fanno grandi giri, e poi ritornano, sennò perché 'ste storie restano appicci-
cate a un posto pe' dumila anni?» .
«Corsi e ricorsi. Giusto. Conosci Vico?» .
«Veramente stavo a cita Venditti. Chi è 'sto Vico? Uno novo?» . «Lasciamo stare. Piuttosto, dov'è, adesso, Romoletto?» . 
«All'ospedale, pe' fà i controlli, come m'ha detto lei» . 
«E chi ce l'ha portato?» .
«Ho chiesto a 'na collega brava, la Peruzzi, che è pure mezza psicologa. Insomma, coi regazzini ce sa fà. Però lei, dotto', nun m'ha ancora risposto» .
«Non ho parlato  col  questore perché  non abbiamo  seguito  uno straccio  di procedura.  Meno male che la cosa è rimasta fra noi, altro che SUV» .
«Che procedura?» .






«Be', la prima cosa da fare se si trova un bambino abbandonato è avvisare il Tribunale dei mi-
nori, che provvede ad assegnargli una casa-famiglia. L'ho fatto solo stamattina, prima di venire 
dal questore. Avrei aspettato ancora, ma non potevo metterti in difficoltà più di tanto. E poi tua 
moglie si stanca» .
«No, Clara è contenta. Er bambino è tanto caruccio. Certo, pe' esse strano è strano, nun piange mai, dove lo metti sta, magari me venisse 'n fijo così. Però quanno lo chiami nun risponne pro-
pio. Vedrà che ce dicono che è sordomuto» .
«Ecco perché non si svegliava, in macchina, con tutto quel rumore» .
«Ma perché nun ha seguito la procedura?». «Perché Romoletto è in pericolo». «E lei come lo sa?». «Per via delle scarpe» .

8

In realtà l'avevo sempre saputo, ma non sapevo di saperlo, almeno fino a quel momento. E inve-
ce, alla domanda di Mario la risposta mi era apparsa improvvisamente chiara e semplice. Fino 
ad allora avevo lasciato parlare la pancia, non riflettendo sul perché mi fossi tenuto Romoletto 
al caldo, in casa di Iannotta, al sicuro da sguardi indiscreti, senza avviare procedure prima di 
aver avuto qualche nozione positiva della mia inquietudine. La piena di quei giorni, l'apparire 
improvviso di un volto remoto, il colpo alla spalla dato dal furgone, il dormire quieto del bimbo 
e la sua schiena dritta mi avevano prodotto un'angoscia indefinita, una sospensione degli atti 
che non riuscivo a spiegarmi. Ma quel particolare ora emergeva netto, come un fascio di luce 
sottile, che non si allarga, non crea chiarore diffuso, eppure illumina con precisione uno spic-
chio di realtà .
La piazzetta del rione Monti era semivuota: all'angolo di via Cavour, Fabio, il libraio, si arroto-
lava una sigaretta. Mi salutò con un sorriso, poi rientrò, richiamato da una signora che cercava 
un buon giallo da regalare. Glielo avrei confezionato io, se fossi stato capace di dipanare da su-
bito quella matassa. Ma l'unica cosa evidente, per ora, era che un bimbo di quattro anni, in un 
giorno di pioggia, non lo si fa uscire senza scarpe. Qualcosa aveva interrotto una vestizione: 
una fretta improvvisa, un bisogno di uscire rapidamente, la fuga da un pericolo che si avverte in 
casa. Qualcosa di pressante, che fa prendere la decisione di lasciare il piccolo al sicuro, in una 
macchina della Polizia. Uno sguardo doveva avermi seguito, notando che non avevo chiuso le 
portiere della volante; era forse rimasto lì, dietro un ombrello o un cappuccio, ad aspettare che 
risalissi in macchina. Uno sguardo che mi ero sentito addosso, e forse non era quello della ra-
gazza del fiume, forse'quello me l'ero sognato. L'avevo rivista, sì, ma dentro di me, e quell'in-
quietudine provata fin dall'inizio era la sensazione di essere osservato da qualcuno che aveva 
paura, come io del fiume, come tutti, di essere abbandonato, o di abbandonare. Spiegai a Mario 
la faccenda delle scarpe .
«In pratica, pe' lei, quarcuno che era in fuga ha scaricato 'sto regazzino come in un cassonetto, solo che 'sto cassonetto era la machina sua» .
«Più o meno» .
«E seconno lei 'sto quarcuno chi è?» .
«Questo proprio non lo so. Piuttosto, hai controllato la lista delle denunce di scomparsa?» . «Negativo» .
«Nessuno che corrisponda a Romoletto?» . «Negativo» .
«Anche quelle degli ultimi giorni?» . «Negativo» .
«Mi rispondi "sì" o "no", per favore? Negativo, negativo, che vuol dire "negativo"? Che hai cer-
cato e non hai trovato niente o che non hai cercato?» .
«Veramente dotto', me dispiace, ma nun ho cercato tanto. Cioè...» .
«Ma sei matto? Ti avevo detto che era la prima cosa da fare, la più urgente!» .
«Sì, lo so, dotto', nun s'arrabbi, ma è pe' via de Clara... che ne so, s'è affezionata tanto che m'ha detto: "Aspetta, aspetta". Sa come so' le donne...» .
«Vuoi che non lo sappia?» .
«E poi ce s'è messa pure su fija...». «Chi, Gisella?» .
«Dice che er bambino è terra, e lei è acqua, ma che ne so? Da quanno fa teatro s'è messa a fà certi discorsi... insomma: so' tre giorni che nun se ne va da casa nostra... Mo' è annata pure lei co' la poliziotta a la visita de Romoletto...» .
«Co' 'sta pioggia? Col pancione?» .






«Acqua dentro, acqua fori... che problema c'è? Comunque ha detto che tornava pe' pranzo» .

9

Iannotta recuperò in fretta il tempo perduto. Quella mattina stessa verificò tutto e mi disse che non c'erano foto riconducibili a Romoletto, niente di niente. Ci mettemmo d'accordo per rive-
derci alle tre, a Sant'Andrea dèlia Valle, e da lì andare al Bambin Gesù, per parlare col medico. Poi, alle cinque, era fissato l'appuntamento col giudice del Tribunale. Non avrei fatto in tempo a ritornare in ufficio. Ne approfittai per passare a casa .
A pranzo Gisella era euforica. Nei giorni immediatamente precedenti il Natale, il suo laborato-
rio  di  teatro  aveva  organizzato  uno  spettacolo  di  beneficenza,  e  lei  sarebbe  stata  la 
protagonista .
«Se non partorisci prima», osservò Gloria .
«Mamma, il tempo finisce il 30 dicembre. Mancano due settimane. Io sto bene, di che ti preoc-
cupi?» .
«E di che commedia si tratta?» chiesi .
«La Suocera di Terenzio. Andiamo sul classico, papo, non sei contento?» . «Anch'io l'ho studiata», disse Maria. «So pure come va a finire» . 
«Ah sì? E come va a finire?» .
«Che la suocera ci fa una bella figura» . 
«Allora va bene per me», disse Gloria .
«Non per te, mamma, semmai per mia suocera! Per la mamma di Jorge. A proposito, Jorge ha invitato anche i suoi. La famiglia Gisbert al completo!» .
«Come, anche i suoi? Da Barcellona? E quando vengono?» . «La prossima settimana» .
«E adesso me lo dici? E dove vanno a stare? In albergo?» . «No, mamma, che bisogno c'è? Dormiranno da noi» .
«Come, da noi? Oddio, Gisella, ma la casa è un caos, bisogna pensare a un sacco di cose... e io come faccio adesso?» .
«Non mi sembrava carino farli spendere sotto le feste, che gli alberghi costano un occhio della testa... e poi Jorge ci teneva tanto a farti conoscere i suoi. Vedrai, ti piaceranno. Sono leggeri, mica come voi» .
«Certo, loro sono aria, il bambino è terra, tu sei acqua. .. andiamo di là prima che la mamma di-
venta fuoco» .
«A proposito del bambino, papà, dobbiamo scoprire dove vendono quel cappottino che ha in-
dosso. Hai visto che carino che è?» .
«Non è un cappotto normale?» .
«No, è una cosa spagnola, una stilista di Madrid che va per la maggiore. Una roba scicchettosa, sai? L'avevo vista a Barcellona, ma qui non è facile da trovare» .
«Davvero? Perché non ci facciamo un giro in centro più tardi?» .

10

Mario mi accolse all'appuntamento con un'aria ombrosa . «Che hai? È successo qualcosa?» gli chiesi .
«So' preoccupato, dotto'. Ma ce dobbiamo proprio annà da 'sto giudice?» .
«È inevitabile. E poi tua moglie fra qualche giorno partorisce: a chi lo lasci, Romoletto?» . «Sì, ma se è in pericolo, come dice lei, io nun me la sento de lasciallo a chicchessia» . «Senti che raffinatezza. Da quando in qua usi "chicchessia"?» .
«Me piace, è 'na parola che friccica in bocca, come l'aranciata amara» . «Dove hai messo la macchina?» .
«Qui in piazzetta, so' venuto co' la mia, ma c'è er posteggiatore che me conosce» . 
«Allora facciamo un giro qua dentro, abbiamo ancora un po' di tempo» . 
«Ma 'sta casa-famija, dico, nun l'abbiamo già trovata?» . 
«E quale sarebbe?» .
«Io c'ho casa, c'ho famija, ecco fatto. La stanza der bambino l'abbiamo finita un anno fa. Mo', vojo dì, nun è che mi fijo, appena nasce, già soffre de gelosia» .
«Mario, lo sai che non funziona così» .
«Ma lei, ar giudice, je spiegherà le cose come stanno?» .
«E come stanno? Una cosa è la realtà, un'altra quello che mi passa per la testa. Mica gli posso 
dire che, siccome non aveva le scarpe, allora dobbiamo far scattare un programma di protezio-
ne. E comunque, col giro di quella sera e le notti a casa tua, abbiamo disperso parecchie tracce»
A Sant'Andrea entro di rado. Mi fa impressione quell'enorme pavimento bianco, vuoto, e quel-
l'immagine muscolosa, a X, sul fondo. E un luogo che rimbomba, un tamburo su cui batti il rit-
mo contando i passi che fai. Sembra che ci sia solo aria. Mi montò dentro l'ansia per le parole che avrei dovuto dire. La solita impressione che, mentre tutti stavano per partorire davvero, io continuassi a partorire fantasie .
Il medico del Bambin Gesù fu chiaro. Il bimbo non ci sentiva, l'esame audiometrico non lascia-
va dubbi. Ma bisognava fare altre ricerche e studiare una terapia. Ci consigliarono di ricoverar-
lo per qualche giorno. Chiesi alla Peruzzi se poteva restare ancora un po' con Romoletto e orga-
nizzare dei turni di controllo, almeno fino alla decisione del giudice .
Il Lungotevere era sempre assiepato dai curiosi. L'acqua del fiume continuava a far paura, an-
che se le piogge cominciavano a battere in ritirata. Si erano fatte le quattro e mezza. Trovammo un parcheggio di fortuna, attraversammo il ponte a piedi e fummo presto sotto i portici del Tri-
bunale. Mario aveva recepito la mia preoccupazione, e si era incupito ancora di più. Entrò con me e rimase in silenzio ad ascoltare .
Il giudice era una giudicessa. Arrischiai il racconto dei miei dubbi e aggiunsi che la sordità po-
teva essere stata causata da un colpo di pistola, a detta del medico. Iannotta non fece motto, ma mi strinse furtivamente un braccio .
«Quand'è così, cercheremo un posto il più possibile sicuro e lontano da sguardi indiscreti. Le comunicherò la mia decisione entro pochi giorni. Per ora il bambino è in ospedale, quindi ab-
biamo un po' di tempo in più» .
A Iannotta quel rinvio provvisorio parve una vittoria. «Grazie, dotto'...», mormorò raggiante ap-
pena fummo fuori dalla stanza del magistrato .
«Ma che grazie e grazie, piuttosto portami verso piazza Navona, ho appuntamento con Gisella». 
Lui non badò al profilo basso della mia risposta: ormai era tornato su di giri, e gli sarebbe dura-
ta ancora per parecchio. Riprendemmo in fretta la macchina, partì rapido e deciso, rifece il pon-
te chiacchierando allegramente e subito imboccò corso Vittorio, incurante del divieto d'ingresso alle auto private sotto i nostri occhi. «Hai il permesso per entrare in centro? Guarda che questa non è la macchina di servizio» .
«Che c'entra er permesso? Se poteva passà, nun ha visto?» .
«Ma scherzi? Il cartello della ZTL dava divieto». «Ha letto male, dotto'. C'è scritto VARCO ATTIVO». «Appunto» .
«Ma che fa? Pija 'n giro? Si er varco è attivo, è attivo: vor dì che posso passa. O no?» . «Quante volte l'hai fatto, Mario?» .
«So' sette giorni che sto in ferie. So' venuto quasi tutte le mattine, per un motivo o pe' 'n artro... Perché 'sto sguardo preoccupato, dotto'?» .

11

Gisella si era fatta assai graziosa con i chili regalati dalla gravidanza. Il viso non era più così af-
filato e le guance quasi paffute le disegnavano addosso una dolcezza inconsueta. Ne approfittai per prenderla sottobraccio'e chiacchierare un po' .
«Come vanno le prove del teatro?» .
«Bene, papà. E la prima volta che me lo chiedi» .
«Ma che esercizio era, quello che facevi l'altra sera?» . «La maschera neutra» .
«E che significa?» .
«Mah, non lo so di preciso. So solo che, con quella maschera bianca in viso, non puoi parlare, non puoi usare l'espressione del volto, e quindi devi concentrarti sul corpo» . 
«E come fai a concentrarti sul corpo?» .
«Conta quello che senti. Gli elementi, il flusso che ti scorre dentro. Lo senti, e basta, lo afferri, 
poi lo esprimi col corpo, ma non è una cosa razionale, ti devi lasciar andare, capito?» . 
«No» .
«No cosa, papà?» .
«Se ti lasci andare, ti lasci andare, dev'essere una cosa naturale, spontanea. Mica te lo può ordi-
nare un insegnante: "Lasciati andare!" È come dire a uno: "Devi essere felice, devi volerti bene, devi, devi, devi". Queste cose io non le capisco» .
«Però, guarda caso, hai fatto il poliziotto, perché hai sempre bisogno che qualcuno ti dica quel-
lo che devi fare. Peccato, ti perdi il meglio della vita. Vedi Romoletto? Lui con me si lascia an-
dare, con te no. Ma io mica glielo ordino» .
«Che c'entra? Tu sei una donna» .
«Non vuol dire niente. Prendi Leo, per esempio» . «E chi è?» .
«Te ne ho già parlato, papà, ma tu non mi stai mai a sentire. Il cileno, non ti ricordi?» .
Il cileno l'avevo proprio rimosso. Erano forse due anni che non lo vedevo più: «Perché, tu l'hai incontrato di recente?» .
«Sei mesi fa ha ristrutturato il suo negozio di abiti usati per lo spettacolo, mi ha invitato all'i-
naugurazione, ha conosciuto Jorge e sono diventati amici. Ogni tanto ci vediamo» . 
«Sì, ma cosa c'entra con Romoletto?» .
«L'altro giorno dovevo andare da Leo a prendere il costume di scena per lo spettacolo e me lo sono portato. Si è divertito un mondo a provare i cappelli, le sciarpe, le parrucche: i costumi lo attirano. Leo è stato proprio carino, lo ha fatto giocare tutto il tempo e non ha detto "a". E dire che gli ha lasciato un disordine terribile...» .
«Stai dicendo che l'hai fatto uscire di casa?» .
«Sì, perché? Che problema c'è? Avrà pure bisogno di aria, ogni tanto» . «E Mario ti ha lasciato andare sola con lui?» .
«Mario non c'era, era andato in centro con la macchina. Ecco, papà, siamo arrivati» .
Il negozio aveva un'aria luccicante e morbida, come la ragazza bionda che ci ammiccò da den-
tro la vetrina. In via della Scrofa, fuori dalla confusione delle bancarelle di piazza Navona, con-
tinuavamo a camminare sotto un cielo grigio, ma il frastuono e la calca lasciavano il posto alla quiete dormiente di questa strada instabile e liquida .
«Il cappottino di Romoletto è quello, papà, lo vedi? È lo stesso, anche il colore» . «Ma sarà un negozio tra tanti» .
«No, per quella griffe hanno l'esclusiva su Roma. Ho cercato su Internet, c'è il sito della stilista con i punti vendita di tutta Europa» .Ma nessuno aveva visto Romoletto in quei giorni, né si ricordavano di lui nelle settimane passate. Le commesse potevano solo dire che di cappotti di quella taglia e a quel prezzo non se ne vendevano molti. Si ricordavano di un uomo che ne aveva preso uno, dieci giorni prima; aveva le misure scritte su un foglietto, l'aveva comprato senza neanche guardarlo e se n'era andato . 
«E com'era quest'uomo?» .
«Alto, capelli corvini, chiaro di carnagione, sembrava straniero, ma parlava poco. Se ha una fo-
tografia forse lo potrei riconoscere» .
«Si ricorda se aveva pagato in contanti o con carta di credito?» . «Non lo so, dovrei verificare» .
«Mi faccia la cortesia di guardare se altri, negli ultimi tempi, hanno fatto lo stesso acquisto e se 
si può risalire all'acquirente. Le lascio il mio numero, mi chiami appena sa qualcosa» . 
«Papà...» .
«Che c'è?» .
«Il tuo cellulare è inattivo da almeno due giorni» .






12

Lasciando che Gisella continuasse un lungo giro di negozi, me ne tornai a piedi al punto di par-
tenza, al luogo di quel primo incontro con Romoletto, sul Lungotevere davanti a Regina Coeli. 
Forse non ci avrei trovato Remo, come diceva Iannotta, ma potevo provare a vedere se il mio 
cellulare era ancora lì. Ricordavo bene il punto in cui era finito sotto la macchina in sosta, e per 
una volta fui fortunato. Era rimasto proprio lì dove immaginavo, addossato al gradino del mar-
ciapiede, seminascosto dalle foglie dei platani, il display spaccato, ma la SIM all'interno ancora 
intatta .
Più tardi, a casa, inserendo la scheda in un altro telefono, saltò fuori quello che speravo di tro-
vare: la chiamata senza risposta che avevo ricevuto subito prima che il furgone mi colpisse la spalla. Era di Andrea, la ragazza del fiume. Dunque non l'avevo immaginata: era comparsa dav-
vero, in quel minuto sorpreso tra la confusione della folla e della piena, e non solo nella mia memoria arruffata. E mi tornarono di nuovo in mente i lunghi minuti di quella notte di paura, con lei che minacciava di buttarsi dal ponte e io a supplicarla di scendere. Mi aveva così im-
pressionato che avevo continuato per due o tre mesi a chiamarla, di tanto in tanto, per sapere se stava bene. E lei doveva aver memorizzato il mio cellulare .
Richiamai  immediatamente,  ma  la  voce metallica  della  segreteria rispose che il numero  era spento o irraggiungibile. La cercai anche l'indomani, per tutto il giorno, poi mi decisi a chiedere informazioni alla sua scuola, non prima di aver pregato un amico di togliere a Mario le cinque multe che erano già sul punto di partire .
Di nuovo il Tevere, di nuovo la sponda di quella sera. Proprio all'altezza di ponte Mazzini, il Liceo Virgilio, da via Giulia, mi accolse in un cortile rumoroso, pieno di fumo e di freddo. Salii le strette scale dell'ingresso antico e chiesi di parlare con il preside, che mi indicò una segretaria bionda, intubata in una gonna stretta come le arcate del fiume in quei giorni di piena. Dalle car-
te emerse un cognome, Tutu, e quella via di Fiano Romano che ricordavo, con numero telefoni-
co e indirizzo. Si era diplomata tre anni prima, col minimo. Non doveva aver continuato gli stu-
di, non era mai venuta nemmeno a ritirare il diploma .
Sulla sua scheda impolverata occhieggiava una fototessera, nitida e imbronciata come solo le 
quindicenni sanno essere quando le si costringe a fare qualcosa controvoglia. Me ne feci dare 
una copia, la inserii nel taccuino, strinsi la mano alla bella bionda, ripresi il cellulare e provai di 
nuovo. Niente .
Mario mi chiamò per dire che Clara era ormai oltre il tempo, non si capiva perché, lui ricordava 
perfettamente il giorno del concepimento: insomma, il "quarto uomo" aveva segnalato parecchi 
minuti di recupero. E così era andato in ospedale da Romoletto a farlo disegnare, ma in quel 
momento c'erano i volontari clown, modello Patch Adams, e il bambino si era illuminato di gio-
ia a vederli giocare. Ce n'era anche uno sordomuto che l'aveva preso in simpatia. Poi fu la volta 
di Podestà, che mi rassicurò sulla banda dei SUV: quella notte non avevano tagliato gomme. Le 
denunce contro ignoti erano sette, tutte per lo stesso motivo, tutte di SUV. Solo il proprietario 
della Mercedes non si era fatto vivo per segnalare l'atto vandalico, e la sua macchina giaceva 
ancora sgonfia dove l'avevano trovata. Gli dissi di cercarlo, di farlo venire in commissariato . 
Subito dopo, Gloria mi trattenne venti minuti per dirmi che non ne poteva più di vedere Gisella 
così strapazzata, sempre a queste prove della Suocera, pomeriggio e sera, tutti i santi giorni, e 
senza il suo Jorge, che ufficialmente era partito per Barcellona a sistemare alcune pratiche del-
l'università, ma secondo Maria aveva una fidanzata di riserva in Catalogna e se la teneva come 
ruota di scorta quando tornava a casa. Le aveva viste lei, su Facebook, delle foto che... però in 
fondo non era sicura. Erano solo abbracci e commenti sulla sua bacheca, che capiva al 20 per 
cento. Si doveva dirlo a Gisella, che del resto lo trascurava con quella storia del teatro? Assolu-






tamente no, le risposi, non fare nulla, non è il caso di dar retta a Maria, non ci sono le prove, e 
poi la mettiamo in agitazione, meno male che non si sono sposati, mentre tu insistevi tanto . 
Il parlare concitato mi aveva immesso in piazza Farnese, vuota di turisti, percorsa solo da cara-
binieri sfaccendati. Al fontanone di sinistra mi si fece incontro un barbone logoro e logorroico, 
che cominciò a chiedere attenzione, guardandomi sfacciatamente negli occhi. Con la mano libe-
ra gli dissi di aspettare, mentre ripetevo rassicurazioni di rito e cercavo di non agitare Gloria 
inutilmente .
Appoggiai il cellulare tra orecchio e spalla, tirai fuori cinquanta centesimi e glieli misi in mano. Ma lui non se ne andava, voleva di più, voleva un euro, forse cinque, e continuò a seguirmi ver-
so Corso Vittorio e a blaterare frasi incomprensibili. Finalmente attaccai e riposi tutto in tasca, cellulare e portafoglio, gettando un occhio alla sua barba imbrigliata. Aggiunsi qualcosa a quel-
la mano tesa, che rimase aperta, e dolorosamente mi accorsi che cercava ancora il mio sguardo. Non ho tempo, pensai, non ho tempo e sono già stanco. Mentre mi voltavo per andarmene dav-
vero, alle mie spalle la sua voce scandiva ancora frasi rabbiose e aggrovigliate. Poi, improvvisa-
mente placato, con un timbro nitido, mi gridò: «L'amore non è amato!» .
Ma io avevo già girato l'angolo .






13

«Perché bisognerebbe occuparsi di questi SUV? Gli hanno tagliato le gomme, e allora? Che si trovino un garage: io non ho tempo per loro» .
«Con me sfonna 'na porta aperta, dotto'» .
« tanto più che usano le loro leve per buttarmi fango addosso» . «Ma davero c'entrano i centri sociali?» .
«Questo è quello che sostiene Podestà, sempre ammesso che sia una sua idea e non gliel'abbia messa in testa "Il Messaggero". Per lui i vandali vengono tutti da lì. Sono troppi anni che sta ai Parioli. Lo lascio fare, ma è difficile che possa cavare un ragno dal buco» . 
«Mentre loro, dar buco, ce cavano aria...» .
«Cioè?» .
«Ma, dico, lei c'andrebbe a cavà aria da quattro gomme de notte 'n giro pe' i Parioli? Col rischio d'esse preso e portato ar gabbio? E a rifallo pe' du' settimane de fila? Ma che storia è?» . 
«Podestà è dell'idea che ci sia qualcosa sotto. Io non ne sarei così sicuro. Ci sono più matti che gatti in giro per Roma» .
«Er fatto è... che sprecano tempo» . «Ma chi?» .
«Tutti, tutti sprecano tempo, anche mo', anche adesso, io e lei, che starno qua in macchina a chiacchiera de gnente, mentre Romoletto nun lo sa...» .
«Non sa cosa?» .
«Lo dovrebbe sapé che tutto er tempo der monno è sprecato si nun ce sta quarcuno che è dispo-
sto a pren-nelo 'n braccio, a faje sentì co' le mani quello che nun sente co' le orecchie» . 
«Ci stai arrivando» .
«A che cosa?» . 
«Al kairós» .
«No, no, nun me venga fori co' sta storia, che io nun la capisco se lei nun me la spiega...» .
«Invece, non lo sai, ma hai già capito tutto, secondo me. Eccoci, accosta» .
Ero io che non capivo quasi niente di quel tutto. Procedevo a tentoni, senza un disegno, e spera-
vo che gli eventi mi sorpassassero. E intanto l'inquietudine non accennava a sgonfiarsi, anzi, ora cominciava a tracimare, come il fiume sulla Tiberina: avevano aperto i bocchettoni di scarico per farlo respirare, perché non venisse a turbare la quiete degli uomini, si sfogasse là, in aperta campagna, come un cane qualunque, un animale tenuto troppo a lungo in casa . 
Intanto eravamo arrivati a Fiano Romano .
«E qui la casa, Mario, trova un posto» .
Iannotta parcheggiò in un angolo improbabile, bastava fosse vicino. Non aveva voglia di cam-
minare. Il cielo si tratteneva ancora, per dare un po' di tregua alla terra. Avevo fame, inspiega-
bilmente, in quel dopo pranzo sonnolento e ruvido. Salii le scalette di cemento grigio, bussai tre volte: mi rispose una voce vecchia, che non sapeva tenere i toni bassi .
«Cerco Andrea, sono un amico». Non mi andava di dire "Polizia". Non era la Polizia, era il pas-
sato che tornava .
«Andrea? Se n'è andata. Non c'è più». «E la signora? La signora c'è?». «Non c'è nessuno qui». «Ma dov'è andata?» .
«Tre anni, sono. Non c'è più. La signora pure se n'è andata via». «E il marito?» . «E chi" lo sa? Anche quello, meglio sotto terra che qui» .
«Perché?» .
«Chiedilo ai carabinieri, loro te lo sanno dire. E non venire più qui a cercare i morti» .






14

Il barlume dello spioncino si richiuse. Ma a me non serviva entrare. Sapevo cosa c'era in quella casa. Era piena di foto di calciatori, tutte con lui, sempre con lui che gli metteva una mano sulla spalla. A tutti. Sempre la stessa posa gongolante. La più grande era quella con Gullit, di tanti anni fa, sul prato di San Siro. Sembrava che avesse girato il mondo solo per questo. Poi si era fermato a Roma, o nei pressi, a lavorare, a metter su famiglia, a cucinare carne d'agnello su un balconcino che rimandava tutti gli odori di spezie dentro casa .
Andrea l'avevo riportata io quella notte di giugno, e lui m'aveva invitato a cena per ringraziare. 
Tutto a posto. Tutto perdonato. Quest'estate lavorerà, farà la cameriera, così capisce cosa vuol 
dire non avere un diploma. La ragazza era stata sorridente, servizievole, aveva detto: è giusto, è 
troppo giusto, ho capito la lezione. Una famiglia perfetta, questi rumeni non erano tutti delin-
quenti: c'era la parte sana, non credessi a tutte quelle brutte storie. Loro erano come noi. Del re-
sto il primo passo l'aveva fatto Traiano con quella colonna attorcigliata intorno alle sue vittorie: 
lui gli aveva tolto la libertà, ma gli aveva dato una civiltà, una lingua e un nome, che vuol dire 
che sono romani anche loro, e a Roma si sentono a casa. Infatti. Adesso però, per Iannotta, bi-
sognava chiamallo Fiano Rumeno, quer paese, vista la concentrazione de daci che ce s'era for-
mata .
Il problema di Andrea era stato quello della privacy. E qui devo digredire un attimino, come si dice adesso .
Prima, quand'ero ragazzo e la scuola finiva, si andava a giugno a vedere i quadri e c'era scritto: 
promosso o bocciato. Poi avevano cominciato a dire che i ragazzi si traumatizzavano, e avevano 
messo ammesso e non ammesso. Ammesso e non concesso che si traumatizzassero di meno, la 
cosa non poteva finire lì. Perché questi burocrati del corretto, dell'asettico, del politicamente 
ineccepibile, della sterilizzazione di ogni diversità in nome del rispetto, una volta raggiunto il 
potere non si fermano più. E così negli ultimi anni a-vevano deciso che il nome del bocciato 
non doveva neppure comparire sui quadri: era arrivata la privacy, questa donna algida e cortese 
come una commessa svizzera .
Così uno adesso va a vederli, i quadri, e al posto del bocciato e della sua sfilza di quattro c'è una strisciolina bianca. Lui, il bocciato, non esiste, è come una temperatura non pervenuta. Non c'è più stato, a un certo punto, ecco tutto. Ma sotto il velame di quel lenzuolo funebre di carta, viaggia una raccomandata, o un telegramma, perché la famiglia sappia, e si vergogni in silenzio, dalla muta bocca di una cassetta delle lettere .
Solo che quell'anno la supplente di storia dell'arte, incaricata per scaricabarile di redigere le 
missive, se n'era dimenticata, e nulla era partito dalle mani curate della segretaria dalla gonna 
stretta. Così, Andrea, man mano che i giorni passavano e la buca della posta non parlava, l'ave-
va sperato, pregustato, anticipato a casa, l'aveva detto a tutti che forse era andata bene. Forse, al 
massimo una o due materie, ma l'anno era sfangato: alla grande, scialla, e andiamo a vedere i 
quadri con le infradito e la borsa da mare sotto il braccio. Ma poi il velo si era squarciato tutto 
insieme .
Il resto era stato un lungo girovagare per il centro a cellulare staccato, poi la drammatizzazione 
estrema del "come glielo dico, adesso?". Il copione prevedeva il coup de théâtre - così avevo 
pensato io - perché i suoi si spaventassero e non la punissero più di tanto: perché il suo ragazzo 
era stato lì a supplicarla di scendere, perché la Polizia a sirene spiegate era venuta solo per lei, 
solo a salvare lei. Perché aveva un disperato bisogno che qualcuno la salvasse. E l'avevo salvata 
io, convincendola a scendere dal ponte, parlando col padre, che sono padre anch'io, che può 
succedere, che tutto si aggiusta e non serve prendersela troppo, di fronte a una bocciatura. Al-
meno lo speravo. A lei avevo detto: chiama se ti serve qualcosa, non esitare, non preoccuparti.






Mi aveva telefonato due o tre volte per assicurare che tutto andava bene, che aveva deciso di studiare arte all'università, e poi, si sa, ogni cosa trascorre e va al suo mare, come questo fiume immortale e neghittoso .
Ma il maresciallo disse: «Un attimino», andò nell'altra stanza a prendere una denuncia, una cosa di tre anni fa, e poi aggiunse che se la ricordava benissimo, quella faccia rotonda e un po' bam-
bina. Che la storia non era quella che mi aveva raccontato lei. Che la luna ha un'altra faccia, sempre, in faccende come questa .






15

La faccia nascosta della luna era quella arcinota delle violenze domestiche. Una notte, poco dopo la maturità, Andrea era venuta alla stazione dei carabinieri con la madre. L'aveva convinta a proteggersi, a non accettare più i soprusi che lui commetteva ogni volta che tornava a casa ubriaco. Ma poi la donna, al momento di firmare la deposizione, non se l'era sentita, pensando forse che non avrebbe avuto un posto dove andare, che lui non gliel'avrebbe perdonata, che l'ombrello della protezione è sempre stretto, quando la pioggia cade in casa .
Il padre quella volta con me aveva recitato la commedia, invitandomi a cena; e anche loro, stret-
te fra il timore e l'ennesima speranza che non capitasse più, erano state al gioco della famiglia felice. Anche dopo, rassicurarmi, ogni volta, per Andrea era stato il frutto della paura, ma forse anche la timida volontà di mantenere aperto un contatto. Era questo che mi lasciava un filo di perplessità. Poi, a un certo punto, lei se n'era andata via per sempre e non aveva più tenuto rap-
porti con nessuno. Almeno fino alla nuova apparizione sul ponte, a quella telefonata abortita . «E perché se ne sono andati anche i genitori, maresciallo?» .
«Il padre è stato beccato a spacciare e l'abbiamo espulso. La moglie nel frattempo si era già tro-
vata un altro uomo, ed è andata a vivere altrove, spero molto lontano. Qui non poteva più starci, se lui avesse trovato il modo di tornare, sarebbero stati dolori» .
«E la ragazza?» .
«A Fiano non ha mai più messo piede. Non saprei dirle dove sia» .
«Non aveva amici? A qualcuno si sarà pure rivolta, per sopravvivere» .
«Qui è inutile cercare. Vivevano isolati. Non frequentava nessuno. Anch'io ho chiesto in giro i primi tempi. Ma a Roma è diverso. Ci andava a scuola, e ci tornava pure la domenica» . 
«Perché la domenica?» .
«L'unica cosa che le ha trasmesso il padre era la passione per il calcio. Ma la reazione si è vista anche qui. Da bambina, la portava a vedere solo il Milan, le due volte all'anno che giocava al-
l'Olimpico. Lei invece, a un certo punto, ha cominciato a frequentare gli ultrà della Roma. Era un modo per stare lontana da casa il più possibile. O per sentirsi accettata, protetta. Quelli erano i suoi unici amici. Speriamo che non sia caduta in brutti giri» .
Tutto tornava al fiume. Risaliva la corrente del tempo, questa storia, fino a ponte Duca d'Aosta, alla lunga teoria  di celebrazioni  del Ventennio  che portano all'ingresso  protetto  dello  stadio Olimpico, alla folla che lo assiepa, ai coltelli e alle bestemmie, all'ago nel pagliaio dei diecimila tifosi della Sud. Come al solito, ero impantanato al pensiero delle infinite possibilità che quel-
l'imbroglio poteva aver generato. Sulla via del ritorno Mario intuì le ragioni del mio silenzio e ruppe il ghiaccio a modo suo: «Dica la verità, dotto': gnente gnente lei sta a pensà che questa Andrea potrebbe esse la madre de Romoletto?» .
«Che ti devo dire? Non lo posso escludere. Era lì, un minuto prima che trovassi il bimbo in 
macchina. Questo è un dato di fatto. Ma poi perché non mi ha più chiamato? Perché il suo cel-
lulare è diventato muto? E che cosa l'ha spinta ad andarsene di casa? Certo, come motivo sareb-
bero già sufficienti l'esasperazione, i ven-t'anni, la voglia di uscire dal recinto. Però i tempi del 
parto non sono incompatibili. Magari si era scoperta incinta, e ha voluto tenere il bambino... in 
quel caso, se aveva paura che il padre l'ammazzasse di botte per una bocciatura, tanto più per 
una gravidanza inaspettata» .
«E già...», e qui Mario non riuscì a nascondere un sorrisetto: «Lei de 'ste cose se ne intende...» . «Per favore, non ammucchiamo preoccupazioni. Certo, non è che quando Gisella è rimasta in-
cinta ho fatto i salti di gioia... ma poi... insomma... lo sai anche tu...» .
«Però ce resiste, a non fumà... 'na promessa è 'na promessa. Bravo! Quanti mesi so' passati dal-
l'ultima sigaretta? Quasi nove ormai, no? La sua gravidanza se l'è fatta tutta pure lei, dotto'. Mo'






però... che dice? Nun j'andrebbe 'na bella marboro all'autogrill, come ai vecchi tempi, tanto pe' 
rifiata?» .
«Bell'amico che sei! Proprio un fine psicologo... che fai, mi tenti adesso che mi sta per nascere il nipotino?» .
«A proposito, ma 'sto bambino de Gisella, è maschio o femmina?» .
«Jorge non ha voluto saperlo... la sorpressa... el destino. .. una cosa normale non riesce mica a 
farla. Prima  di partire si è messo a frequentare un altro dei suoi gruppi alternativi...». «Che 
gruppo?» .
«Lasciamo perdere, non mi va di parlarne». «Be', l'importante è che va tutto liscio er parto de Gisella. Poi Jorge magari s'aggiusta dopo. Certo, però, 'na cosa è certa: quer ragazzo nun è ter-
ra...». «Ma che dici?» .
«No, dicevo, terra nun è, semmai è tierra, però pe' me è più fuego... nun so si me spiego...». «Meglio che non ti spieghi» .
«...'sto viaggio ne la tierra del amor... Costa Brava, vecchie fiamme... ecco che la tierra prende fuego... no, dico, meno male che Gisella mo' sta fissata cor teatro... io ar posto suo nun lo face-
vo manco partì». «Non ti ci mettere pure tu, per favore...». «Ma almeno, la rumena escondida, c'assomija a Romoletto?» .
«Non mi sembra, a giudicare dalla foto. Non sono certo spiccicati, ma per fare un bimbo biso-
gna essere in due, potrebbe somigliare al padre. Certo, però, immagina che il padre di Andrea sia tornato in Italia e la stia cercando. Anche se non direttamente, la figlia ha avuto un ruolo nel suo arresto, ha messo lei la pulce nell'orecchio ai carabinieri. Da quant'è che la Romania è nel-
l'Unione Europea?». «Dar dumilaessette» .
«E allora lui potrebbe averne approfittato per rientrare, e si è messo in cerca di Andrea per far-
gliela pagare. Lei si è spaventata, ha abbandonato il bambino e ha cambiato cellulare» . 
«Pò esse pure, però me pare strano che 'n padre se possa incaponì co' 'na fija e arivà fino ar pun-
to de minaccia un regazzino... che ne so?» .
«Lei è un pessimo poliziotto, Iannotta. Ha il cuore tenero, non riesce a vedere l'iniquità allo sta-
to puro. E invece esiste. Non c'è sempre una ragione, purtroppo. O meglio, c'è. C'è il male. Ma ti capisco, sono anch'io come te» .
«Però allora me deve spiegà 'na cosa. Metti pure che la rumena è la madre de Romoletto: ma come faceva a sapé che quella sera lei passava proprio da quelle parti? Se je voleva lascià er bambino, dato che la conosceva, poteva cercallo e presentasse» .
«Sì, certo, e magari dire: "Commissario, lo so che è abbandono di minore, ma noi ci conoscia-
mo bene, io di lei mi fido. Non farebbe un'eccezione per me?"» .
Iannotta si strinse nelle spalle, un po' stizzito: «Vabbè, era tanto pe' dì. Mo' nun starno a guardà er capello...» .
«Comunque, in una cosa hai ragione: è molto improbabile che mi abbia incontrato per caso, che le sia venuta l'idea lì per lì. Ed è ancora più inverosimile che abbia scelto a caso una macchina della Polizia e abbia incrociato proprio me» .
«Però la coincidenza la stranisce lo stesso. Se vole, faccio quarche ricerca nell'ambiente de le curve. Quar-cuno conosco» .
«Vedi tu. Io non capisco perché questa cosa mi ossessiona. Forse è veramente soltanto  una coincidenza. Forse pensava solo di salutarmi, e il bambino non c'entra niente. Poi ha visto che non rispondevo e magari ha pensato che il numero non era più quello, o che non avevo voglia di sentirla. Ma allora perché il suo cellulare adesso è inattivo?» .
«Anche lei sta messo come i teppisti dei centri sociali». «Cioè?» .
«Sgonfia gomme a caso, e ce cava aria. Qua tocca aspettà, dotto'. Come pe' Clara. Le acque an-
cora nun se rompono. Inutile pensacce. Quanno succede, succede» .






16

Il problema è un altro: è che cosa succede. Succede che vai a trovare Romoletto e lo trovi nel 
suo lettino con un peluche in mano, che gioca tranquillo; e ti chiedi come faccia a non sentire il 
groppo delle lacrime, ad accontentarsi dei regalini della Peruzzi o a passare il suo tempo ad ac-
carezzare la pancia di Gisella con gli occhi pieni di una dolcezza curiosa, mentre i capelli, a 
poco a poco, s'infoltiscono su quella testa rasata, e lui non se ne accorge . 
Succede che, in bella mostra sul suo comodino, trovi un mazzetto di cartoline, sotto il bicchiere 
con Paperino. Succede che chiedi in giro chi gliele ha portate e nessuno ti sa rispondere. Succe-
de che sfogli queste cartoline e scopri che hanno delle tacche sui lati, come dei piccoli tagli fatti 
con una forbicina, o un coltellino .
Succede che non siano cartoline adatte a un bimbo. Hanno un'aria un po' antica, un leggero in-
giallimento sul retro ruvido e spesso. Succede che le porti via con te, e lui non protesta neppure. Poi scendi in strada, percorri il Lungotevere sgombro, in un giovedì mattina finalmente pieno di luce dopo tanta pioggia, attraversi il ponte e, mentre squilla il cellulare, alzi gli occhi e vedi una cosa nuova. Vedi delle maschere greche sul tetto di un edificio basso, ti fermi a osservarle, per-
ché è la prima volta che le noti, e davanti a te venti ragazzi neri come la pece, in fila da chissà quanto, si stanno chiedendo: "Ma che c'avrà da guardà?" .
Cinque maschere neutre di pietra bianca. Eccole lì, con la bocca aperta, che spiano il vuoto, 
anzi, no, sembra che guardino dall'altra parte del fiume, in alto, verso il Bambin Gesù, e pare 
che dicano: lasciati andare. Lasciati andare, Ottavio Ponzetti, non puoi sempre tenere tutto sotto 
controllo, torna in quell'ospedale e abbraccialo. Abbraccialo, quel bambino: è senza difesa, fini-
rà nelle mani di qualcuno prima che tu abbia giocato le catte dei tuoi poveri indizi . 
La porta dell'ambasciata del Senegal, proprio sotto le maschere neutre, si aprì all'improvviso: 
un impiegato cominciò ad agitare le mani facendo capire anche a me che non era orario di rice-
vimento; la fila si sbandò, tutti si accalcarono all'ingresso, si alzarono voci di protesta; poi il 
cancello fu chiuso, lasciandosi dietro un borbottio confuso, un gesticolare esagerato di mani, 
qualche imprecazione; qualcuno si rimise in spalla i soliti sacchi celesti pieni di borse finte, po-
vera mercanzia cinese da portare in giro tutto il giorno; due o tre attraversarono la strada incu-
ranti del semaforo; un altro imboccò vicolo del Cefalo, e io gli tenni dietro, per guardare anche 
le maschere che affacciavano sull'altro lato dell'edificio .
In capo a pochi giorni Romoletto avrebbe avuto la sua sistemazione. Me l'aveva detto il giudice, di concerto coi medici dell'ospedale. Mario doveva pur saperlo. Mi ripromisi di chiamarlo al più presto. Ma il cellulare intanto chiedeva attenzione .
«Notte brava, dottore», esordì Podestà .
«Di nuovo la banda dei SUV?» .
«Sì, ma stavolta la faccenda è grave» . «Che è successo?» .
«I tagli si allargano a macchia d'olio. Si vede che non si sentivano più sicuri di continuare ai Pa-
rioli. Sono sempre macchine di grossa cilindrata. Aspetti che prendo r appunto... ecco: una di fronte a Palazzo Barberini, due a piazza del Collegio Romano, la quarta a Trastevere» . 
«E che c'è di grave?» .
«Forse è meglio che venga in ufficio. Se vuole la mando a prendere» . «Non c'è bisogno, ci vediamo tra un'ora in commissariato» .
Sollevai lo sguardo, indispettito, come per chiedere lumi a quelle indisturbate divinità che mi guardavano con occhi vuoti. Ma non c'erano risposte alla mia indolenza. Podestà aveva le sue ragioni: stavo trascurando troppo quell'indagine .






Il Lungotevere era ancora bagnato dalle ultime piogge. Ogni tanto, mentre il tassì scorreva lento tra semafori e doppie file, sporgendomi dal finestrino riuscivo a vedere, oltre gli argini, il livel-
lo del fiume, gonfio ma meno preoccupante, guardato a vista da vigili del fuoco che comincia-
vano a godersi finalmente un po' d'asciutto. La radio tornava a parlare di calcio e a scaldare il prepartita con pronostici e analisi. In trasmissione si susseguivano telefonate, ed erano persone che chiamavano per commentare, salutare parenti e amici e fomentare l'atmosfera della vigilia . «Che radio è questa?» chiesi al tassinaro immerso in religioso ascolto .
«Ma che per caso lei è della Lazio?» .
«No, perché?» .
«Embè, perché se uno è della Roma, me pare strano che nun conosce Te la do io Tokyo». «Scu-
si la mia ignoranza, ma non sono al corrente...» .
«La trasmissione giallorossa più famosa al mondo» . «Al mondo, proprio?» .
«A dotto', chi è che nun conosce Marione o er Galopeira. Je telefonano pure dall'Australia...» . 
La conversazione s'interruppe subito, per dare voce ar Profeta, uno de Testaccio che doveva 
chiamare spesso Tokyo, data la confidenza con i conduttori: voleva dedicare l'inno di Venditti a 
un ragazzo di tredici anni, grande tifoso, che doveva affrontare un'operazione difficile. Marione 
rispose senza un filo di retorica, abbracciò via etere il ragazzo e passò a un'altra telefonata. Sta-
volta era Luigi, in vena di polemiche perché non ci mettono più il cuore, e ci vuole rispetto per i 
tifosi. All'altezza di piazzale delle Belle Arti, iniziò la diretta della conferenza stampa di Spal-
letti e ripresi in mano le cartoline che avevo trovato sul comodino di Romoletto. Erano quattro 
dipinti di Caravaggio. Lo capivo dallo stile, la storia dell'arte non è il mio forte, ma Caravaggio 
si riconosce a occhio, e mi venne in mente che l'arrivo dei futuri suoceri era questione di giorni, 
come la mia precettazione a cicerone prenatalizio. Da brividi. Mettermi una maschera bianca in 
viso, scartare acqua, terra e fuoco, e farmi aria: questo poteva essere un buon programma. Ma 
Gloria avrebbe fatto una faccia per niente neutra. No, non c'era scampo. I miei uomini mi salu-
tarono col tono del toh, chi si rivede, risposi a testa bassa, entrai in ufficio e Podestà mi rag-
giunse col piglio dell'ora x. C'erano sviluppi, seri, preoccupanti, contrariami. Era tempo di kai-
rós, e non di maschere .






17

Podestà mi illustrò uno scenario, a suo dire, impressionante. I suoi informatori avevano raccolto indizi appetitosi e succulenti, e lui aveva cucinato per tutti. Mi ringraziò della fiducia accordata-
gli: lui, in fondo, aveva sempre.pelato patate nella cambusa del commissariato, poco importava che gli avessi consegnato l'indagine per indolenza e disinteresse. Era la sua occasione, il mo-
mento per dimostrare un talento inespresso. Perciò mi disposi pazientemente ad ascoltare, di-
sturbato da un'improvvisa voglia di cercare a tutti i costi una sigaretta .
La sua ricostruzione cominciava nientemeno che da Berlino Est, la nuova frontiera trendy di tutta Europa. Il vecchio baluardo della stasi, la spina comunista nel fianco dell'Occidente si sta-
va trasformando in un laboratorio a cielo aperto. Gli architetti la ridisegnavano, nuovi ricchi ac-
quistavano case ancora a prezzi stracciati e le ristrutturavano secondo le mode del design più avanzato. Insomma, per farmi capire, aggiunse Podestà, era come il Pigneto, solo un po' più grande. Un'immensa Casilina delle neoavanguardie. Questo lo scenario .
Ora, in quelle strade, notando l'invadente presenza di SUV e veicoli assimilabili, l'estate scorsa 
un manipolo di anarcoidi nostalgici decideva di contrastare l'avanzata dei nuovi ricchi con una 
forma di resistenza attiva: tagliare di notte le gomme dei loro macchinoni per indurli a tornarse-
ne nelle tane capitalistiche dell'Ovest. Fin qui, la cronaca di qualche mese prima . 
«E quindi», dissi, «tu pensi che qualche buontempone abbia voluto imitare anche a Roma le ge-
sta di questi anarchici?» .
Magava, avrebbe detto Iannotta. Il quadro era più complesso. Vero era che nuclei di studenti universitari rientrati dall'Erasmus avevano diffuso tra i compagni romani il racconto dell'espe-
rienza berlinese, ma ciò non giustificava tout court una riedizione pariolina di questo taglieggia-
mento ideologico. Come in tutte le rivoluzioni, grandi o piccole, ci voleva una causa scatenante più esplosiva. E la causa, secondo Podestà, era la morte di Greta, avvenuta pochi giorni prima che tutta questa faccenda iniziasse .
«Vuoi dire quella ragazza che è stata investita da un SUV in pieno centro mentre andava in bi-
cicletta?» .
«Esatto, dottore. Tedesca, a Roma da qualche anno, attivista di Criticai Mass» . «E con questo?» .
«Il fatto è in sé tragico e odioso. Lei sa quanta rabbia provochi nell'opinione pubblica questo genere di episodi. Tanto più nei suoi amici, nei membri dell'organizzazione...» . 
«Sì, ma per quanto ne so, Criticai Mass è un gruppo pacifico, non ha una vera struttura organiz-
zativa, né agganci con nuclei politici di sinistra più o meno estrema .
Diffondono la pratica della bici nelle città, fanno queste passeggiate che rallentano il traffico il venerdì pomeriggio. Forse saranno un po' fissati, ma niente di più» .
«Non pensavo che fosse così bene informato. Comunque abbiamo ragione di credere - e qui tirò fuori e prese a leggere, con un po' d'imbarazzo, un foglietto zeppo di appunti - ecco, dicevo, ab-
biamo ragione di credere che un nucleo legato a questi "antagonisti del traffico", a questi fautori della bicicletta come simbolo di una città ecocompatibile, dopo la morte di Greta sia passato al-
l'azione, ispirandosi al metodo degli anarchici berlinesi» .
«Podestà, stammi a sentire: "Abbiamo ragione" chi? Cosa hai fatto, hai coinvolto tutto il com-
missariato per imbastire questa teoria del complotto internazionale delle due ruote?» . 
«No, dottore, si figuri, con tutto quello che c'è da fare. .. ma il questore mi ha fatto capire che ci 
teneva, che si poteva spendere per infiltrare qualcuno nei centri sociali e raccogliere informa-
zioni...» .
«Chi sono questi informatori? Perché non me ne hai parlato?» . 
«Be', ecco, a dire il vero, mi sono stati assegnati d'ufficio...» .






«Da chi?» .
«Gente della Questura, gente tosta, dicono. Anzi, a dire il vero, la faccenda sarebbe "secretata", non dovrei parlarne nemmeno con lei. Cioè, mi hanno proprio detto di non parlare con lei» . «E tu hai pensato: se il commissario lo viene a sapere, succede un casino e non mi guarda più in faccia. Grazie, sei fin troppo corretto, ma non era necessario» .
«Mi fa piacere sentirglielo dire però, dottore, dico la verità... quelli cominciano a dire delle cose di lei che... insomma, a me sentire certe parole è dispiaciuto. Lei è bravo, io lo so. Però, mi per-
metta, non dovrebbe disinteressarsi così di questa storia. In alto sono molto irritati... anche per-
ché quelli continuano a tagliare gomme indisturbati. E poi non le ho ancora detto la cosa più grave di tutte...». «Cioè?» .
«A quanto sembra, ci sarebbero contatti fra questo nucleo di tagliatori di gomme e gruppi di ecoterroristi pronti a cercare nuove leve. Roba seria» .
«E tu, tutte queste cose, come le sai?» .
«Gliel'ho detto, commissario, con gli infiltrati nei centri sociali...» .
«Podestà, ma ti rendi conto? Gli ecoterroristi, per quattro gomme afflosciate? Ma siamo la Poli-
zia o un branco di deficienti?!?» .
Avevo alzato la voce ed ero tutto rosso. Podestà si intimidì: «Dottore, mi scusi, ma io ho fatto del mio meglio...» .
«Podestà, non ce l'ho con te. Questi informatori te li hanno anche appioppati, ma ricordati che 
quelli dei centri sociali non sono scemi, non raccontano tutte queste storie al primo venuto. Se-
condo me, o gli infiltrati si stanno inventando tutto per giustificare il loro onorario e continuare 
a lavorare, o qualche zecca creativa si prepara a far fare brutta figura agli sbirri e poi ci scrive 
su un romanzo» .
«Sarà come dice lei. Intanto però, dicono che il contatto, la mente di quest'operazione, è uno 
studente universitario straniero, ma fisso a Roma, già noto per la sua adesione a gruppi estremi-
sti in patria e in Italia, e da tre mesi attivo organizzatore di Criticai Mass... Dicono che abbia su-
bodorato il fatto che lo stiamo tenendo d'occhio e sia partito per Barcellona qualche giorno fa» . 
«Per Barcellona?» .
«Sì... Perché ha fatto quella faccia, dottore? Ho detto qualcosa che non va?» .
«Niente succede per caso. Ha ragione Iannotta. Podestà, due sono le cose: o tu sei finito in una gabbia di matti, o ci sono finito io» .






18

Il colpo a effetto, il nome di mio genero estratto dal cilindro magico, l'avevo vibrato per impres-
sionare Podestà e strappargli la promessa che di questo Jorge Gi-sbert me ne sarei occupato per-
sonalmente. Non mi avrebbe tradito, ne ero sicuro, ma ora sapevo che non era il solo a giocare 
quella partita .
Uscendo dal commissariato, mi misi a vagare per le strade del quartiere, cercando di raccapez-
zare un senso a quella rivelazione .
Jorge Gisbert, il fidanzato di mia figlia, futuro padre, a quest'ora forse era già con le valigie in mano, pronto a sbarcare a Ciampino e a presentarmi i suoi. Per come lo conoscevo, era anche troppo zapatero, ma immaginarlo di notte a bucar gomme e poi in Catalogna a prendere accordi con l'internazionale anarchica era come leggere la trama di un giallo mal riuscito. Gli era venuta la passione per la bici, frequentava i raduni di Criticai Mass, e come in tutte le cose s'era fatto prendere dall'entusiasmo del giovane alternativo. Ma terrorista, no .
Il problema è che non sono dietrologo: non amo i salotti dei complottisti, mi stancano le loro 
voci saccenti e ambigue, il voler cercare a tutti i costi un senso globale alla minutaglia di cui è 
fatta la realtà. Ma questo era il parto di una mente perversa, roba da Blu notte. Già mi figuravo 
Carlo Lucarelli, con la sua mise nera d'ordinanza, a pontificare in tivù, tra qualche anno, con so-
lenne petulanza: «Il commissario Ponzetti, funzionario al di sopra di ogni sospetto, improvvisa-
mente viene meno al suo dovere di servitore dello Stato. E insabbia l'inchiesta. E mentre i suoi 
fidati collaboratori continuano a fornirgli evidenze lampanti, lui nicchia, prende tempo, mini-
mizza... sa già che il suo nemico si annida tra le mura domestiche. E sacrifica le indagini sull'al-
tare della convenienza familiare... Perché? Lo vedremo fra qualche minuto, subito dopo la pub-
blicità» .
"E allora, tra uno spot e l'altro, dovevo immaginare lo scenario in fretta, prima che qualcuno mi arrestasse il futuro genero a pochi giorni dal parto di mia figlia .
In realtà gli elementi che Podestà aveva raccolto non erano così peregrini, almeno per la parte che riguardava la Greta. Che la storia di quella ragazza tedesca, morta in bicicletta sotto le ruote di un SUV, potesse aver scatenato in qualcuno un desiderio di vendetta contro le gomme dei macchinoni pariolini poteva essere plausibile. E che in quest'operazione potessero entrarci gli attivisti di Criticai Mass non era poi così assurdo. Davanti a Podestà mi ero mostrato scettico per mettergli la pulce nell'orecchio, perché non considerasse oro colato le informazioni che ri-
ceveva. Ma il resto della storia - il reclutamento degli ecoterroristi - era talmente inverosimile da far calare un'ombra ambigua su tutta l'indagine .
Qualcuno stava gonfiando le acque del mio fiume per farle tracimare e usava al suo scopo un mio inesperto collaboratore? Podestà non era abbastanza in confidenza con me per sapere che Jorge era praticamente un membro della mia famiglia, ed era forse troppo ingenuo per essere parte di quel gioco. Ammesso che fosse un gioco .
Le cose erano due: o le informazioni erano tutte vere, e allora io non sapevo ancora che razza di mina mi vagasse in casa; o qualcuno, non Podestà, aveva inserito nella ricostruzione il nome di Jorge per un altro motivo .
Andiamo con ordine, pensavo: Podestà dice che gli è stato raccomandato di non parlarmi della faccenda. Se questo è vero, qualcuno sta tramando alle mie spalle, si prepara a far esplodere la bomba-Jorge, e vuole come minimo costringermi alle dimissioni. Forse il questore, o "chicches-
sia" - direbbe Iannotta - al di sopra di lui, ha bisogno di piazzare un nuovo commissario ai Pa-
rioli e vuole farmi la festa. Ma per far questo basterebbe trasferirmi di nuovo, magari a Torre Gaia, con una scusa qualunque .






Oppure Podestà fa parte del gioco suo malgrado, obbedisce alla "gente tosta" della Questura e 
gli è stato fatto capire che devo ricevere l'informazione su Jorge. Cos'è? Un messaggio? Un av-
vertimento? Che reazione si aspettano da me questi signori? Qualunque cosa faccia, cammino 
su un terreno minato. Se parlassi con Jorge, se lo mettessi sull'avviso, potrebbero usare la cosa 
contro di me, accusarmi di favoreggiamento. Se non facessi nulla, potrebbero comunque spin-
gersi fino ad arrestare mio genero e gettare il discredito su di me e sulla mia famiglia .
Ma sanno anche che non sono così ingenuo: probabilmente si aspettano che io cominci a con-
durre indagini parallele su Jorge, con prudenza, ma il più in fretta possibile, tralasciando tutto il 
resto. Infatti è quello che ho appena fatto, chiedendo a Podestà di lasciarmi campo su questa 
faccenda. E forse è proprio qui il punto. Forse vogliono farmi voltare la testa da un'altra parte, 
per non guardare più di tanto qualcosa che ho intravisto. Ma cosa? Non è difficile, a pensarci 
bene. In questa ubriacatura complottista, Podestà ha trascurato di seguire la sola indicazione che 
gli avevo dato: cercare l'uomo della "Mercedes, l'unico che non è ancora venuto a denunciare il 
taglio delle gomme .
A che gioco stavo giocando? A un gioco tosto. Quasi peggio che portare i consuoceri in giro per Roma. Ma al peggio non c'è mai argine: in questo caso fu la telefonata di Gloria, che prean-
nunciava tempesta in casa .






19

Al mio rientro, Gisella era in lacrime sul divano del salotto. Maria, trincerata in camera, mi urlò 
che stava facendo i compiti: il che, di giovedì alle due, già di per sé denunciava la gravità della 
situazione. Gloria puliva casa con una nube d'imbarazzo sugli occhi. Non trovò di meglio che 
scaricare la tensione su di me: «Almeno a pranzo, potresti arrivare in tempo...» . 
«Che succede?» .
«Non sei più profeta, Ottavio?» .
«Senti, sono già nervoso per conto mio: non ti ci mettere anche tu...» .
«Nervoso? Ah, il signore è nervoso! E magari hai anche fumato! Ci mancherebbe solo questa, guarda. Se ricominci con quella puzza sui vestiti, non ti lavo più un calzino» . 
«Annusa, se non ci credi!» .
Gloria mi passò una mano fra i capelli, avvicinando il viso, poi accostò la guancia alla mia tem-
pia come si fa per sentire la febbre ai bambini, e infine sorrise: «Mmm, no... devo dire che sei bravo... sono mesi che resisti. Dai, siediti in cucina che ti preparo. Andiamo di là». Era arrivata a percepire anche la smania di fumare che mi era presa poche ore prima? Niente da fare, ero ac-
cerchiato dalle intuizioni altrui .
La tavola era già spicciata. Gloria mi stese davanti una tovaglietta ikea, scodellò una lasagna or-
mai tiepida e si mise a riempire la lavastoviglie .
«Allora», dissi, «mi vuoi dire che succede?» .
«Abbassa la voce... non vedi come sta tua figlia? E stanca, per carità, con quel pancione, colla tensione. Certo, pure lei è una capocciona, per carità. Ma stavolta ha proprio ragione» . 
«Ragione di che?» .
«Tanto lo sai da solo qual è il problema» . «Da solo? E qual è?» .
«Jorge. Questa volta l'ha fatta davvero grossa» . «.. .e tu come lo sai?» .
«Come lo so? Che vuol dire: "Come lo so"? L'ho saputo da Gisella. È da un'ora che piange...» . «E a lei chi gliel'ha detto?» .
«Gliel'ha detto Jorge, e chi sennò? ! ? Ottavio, ma che razza di domande fai?» . «E ora che succede? Si lasciano?» .
«Be', adesso non esageriamo! Comunque non è un comportamento, questo» . «Ma mi vuoi dire quale?» .
«E fammi parlare! Domani arrivano i suoi genitori, e lui che fa? Se ne rimane a Barcellona...» . «Oddio. E perché?» .
«Perché dice che l'università non gli ha ancora dato un documento che gli serviva. E finché non glielo danno non può tornare...» .
«Starno ner kakòs più assoluto...» .
«E poi ci si è messa pure Maria a dire "lo sapevo io, sapevo" e Gisella a chiederle "che cosa sa-
pevi?", io a farle certe occhiatacce e lei a punzecchiare. E così hanno litigato e adesso quella 
piange in salotto e l'altra "studia", chiusa in camera. Lo sai che Maria si è messa in testa la sto-
ria che Jorge avrebbe un'altra donna in Spagna, eccetera eccetera, no?» . 
«Magari fosse questo...» .
«Ma che dici, maschilista che non sei altro? Tuo genero sarà padre, se lo deve mettere in testa, e tua figlia sarà mamma tra un po', altro che teatri. Ma la cosa più assurda è un'altra: lo sai qual è il vero motivo per cui Gisella piange?» .
«Perché lui non torna...» .
«No! Perché teme che lui non possa vedere la famosa "Suocera"» .






«Ma come? Non andavate d'amore e d'accordo?» .
«Ottavio, non è il momento di fare battute. Anzi, segnati queste date, perché sennò qui succede una tragedia. Domani, Ciampino ore 10, vai a prendere i genitori di Jorge, li porti qui, si man-
gia, e poi li scarrozzi tutto il giorno, anche se piove. Per sabato vediamo. Domenica sera, 21 di-
cembre, ore 21, c'è questa famosa recita natalizia al Teatro dell'Orologio. Con o senza Jorge. Anzi, dillo a un po' di amici, a Mario e Clara, mi raccomando, che Gisella ci tiene tanto... dillo ai tuoi colleghi, a chi ti pare insomma» .
«Sperando che Clara non sia già in sala parto» .
«Come Dio vuole. Ma a quanto pare non ne vuole sapere, questo bimbo, di venire al mondo. Se 
ritarda ancora una settimana, le indurranno le contrazioni. Ci ho parlato prima. A proposito, ti 
cercava anche Mario, gli ho detto che saresti tornato all'una. E che ore sono?» . 
«Ho capito: scusa, ti chiedo scusa. Sono in megaritardo. Ma lo sai com'è il mio lavoro. Dai, 
dammi un bacio» .
«Vabbè, in questi giorni ti tratto bene, ma tu non mi sparire, perché io non so come parlarci coi tuoi consuoceri» .
«Io invece ho fatto un corso accelerato di catalano, secondo te?» .
«Tu te la cavi sempre, in un modo o nell'altro. In questo sei come Jorge. Anche lui si fa sempre perdonare tutto, alla fine, non credi?» .
""«Speriamo...» .






20

Potevo fugare le ombre dagli occhi di mia figlia dicendole che un vero rivoluzionario non ha 
tempo per l'amore. Ma avrei dovuto spiegare la battuta, e poi Gisella era immersa nel suo mon-
do, e non sospettava minimamente che il suo uomo potesse trovarsi a Barcellona per motivi di-
versi da quelli dichiarati. Insomma, ciascuno aveva in testa il suo Jorge: Maria lo immaginava 
ammaliato da vecchie fiamme, Podestà lo vedeva implicato in trame internazionali, Gisella lo 
temeva assente troppo a lungo, io lo giudicavo immaturo per essere padre, Gloria lo guardava 
con un misto di premura e preoccupazione, ma in fondo gli aveva sempre voluto bene .
Mi limitai a promettere che sarebbe andato tutto liscio, ma sapevo che non dipendeva da me. E mi venne da pensare a quanto fosse diversa da me questa figlia, e a quanto poco potessi fare per arginare quella piena improvvisa e rapida che era diventata la sua vita, venuta a stravolgere il suo corpo magro e il soffio leggero dei suoi vent'anni. L'amore di un padre a volte è un groppo, che ti prende quando senti che il destino di tua figlia non è tuo. Che devi lasciarla andare, men-
tre tu, a lasciarti andare, non ci sei mai riuscito .
Alla fine, regalandomi un sorriso adorante, Gisella mi strappò la promessa che sarei andato nel pomeriggio dal famoso Leo per cambiarle l'abito di scena. Solo una settimana fa le stava perfet-
to, ma tra l'ottavo e il nono mese non ci si può fidare, e ora le fasciava la vita così stretta che avrebbe davvero rischiato di partorire sul palco, come sperava Maria .
«Mi porto tua sorella, però: almeno mi aiuterà a non fare errori» .
«Se vuoi, portatela, ma non c'è molto da sbagliare. Il vestito è lo stesso. Avevo già provato la taglia più grande, ma mi era sembrata troppo larga. Ho spiegato tutto a Leo. Prenditi il suo cel-
lulare, casomai ti perdessi. Ecco, ti ho scritto anche l'indirizzo. Lo sai dov'è?» . 
«Vicino a piazzale della Radio?» .
«Esatto. Vedrai che ti diverti pure, devi dare un'occhiata al magazzino di Leo, è troppo fico» . «Che c'è nel magazzino?» .
«Elementi di scena, le cose più strane, non puoi nemmeno immaginarti. Lui fa anche allesti-
menti per teatri importanti. Grazie, papo» .
Maria si lasciò convincere con poco, per fortuna. Averla tutta per me ormai era cosa rara, ma 
tutt'e due avevamo pensieri da scacciare e voglia di distrarci. E-videntemente quel gioco contro 
Jorge era una richiesta d'attenzione: Gloria in quei giorni aveva occhi solo per Gisella, il bambi-
no  in  arrivo,  la  casa  da  lustrare  per  la  calata  dei  barbari  da  Barcellona.  E  lei  si  sentiva 
trascurata .
«Un giorno, durante le vacanze, ti faccio guidare, ma non dirlo alla mamma», le dissi imboc-
cando il curvone del Colosseo .
«Grande papo! Magari a Capodanno!» .
«La mattina  di Capodanno  è perfetta,  non c'è anima viva,  però non devi tornare tardi dalla 
festa» .
Colpo riuscito. Maria divenne allegra e chiacchierina, proprio quello che mi serviva per non farmi ingolfare dal pensiero di Jorge .
La Piramide sembrava anche lei stufa di non essere mai notata da nessuno, stretta com'era fra le 
mura, il traffico e la sua stessa fuliggine. Pareva che rimproverasse Roma di non essere stata 
costruita al centro, fra il Pantheon e piazza Navona: allora sì che le avrebbero riservato molto 
più delle distratte occhiate di qualche turista che si è perso. La oltrepassammo anche noi, sob-
balzando su sampietrini sconnessi e imboccando via Ostiense, così grigia che vorrebbe perdersi 
anche lei in un altro tempo o chiamare una schiera di writers a salvarla. Il punto più cupo lo 
raggiunge quando passa sotto la ferrovia. Ma subito dopo, svoltando a destra, si apre un'altra 
Roma: uno spazio improvvisamente largo, impreciso, uno stradone costeggiato da muri vuoti,






senza insegne, dove non cammina mai nessuno. E poi arriva il "ponte di ferro", stretto, a doppio 
senso, e devi stare attento alle macchine che vengono dal lato opposto: ma a me viene sempre di 
rischiare il botto pur di buttare l'occhio giù a sinistra, perché là sotto il fiume è largo, solenne, 
ritrova le sue rive naturali, libero dalla camicia di forza dei bianchi argini della città storica. E 
mi piace da morire .
«A «Ma quell'enorme coso rotondo fatto coi tubi, che cos'è, papà?» . «È il Gazometro» .
«Sembra il Colosseo passato ai raggi X». «Più o meno». «E a che serve?» .
«A niente. Non funziona più da anni». «E a che serviva?». «Questo non lo sa nessuno». «Come, non lo sa nessuno?» .
«Trovami un romano che sappia a cosa serviva il Gazometro e ti do cento euro». «Dici sul se-
rio?». «Sul serio» .
«Guarda che ogni promessa è debito!» .






21

La decompressione di quel pomeriggio mi fece bene. Anzitutto perché Jorge, qualunque fosse il vero motivo, aveva avuto una grande idea a non tornare così presto. Questo mi dava tempo di prendere tempo. Cioè di fare un piano con Iannotta, anche se, per la prima volta nella vita, mi venne in mente che forse era meglio non raccontargli tutto .
Maria entrò nel negozio di Leo come si entra a una festa di carnevale: si provò centomila vesti-
ti, compreso un bellissimo abito da sposa che le stava troppo lungo. Gli lasciò un disordine epo-
cale, ma Leo non ci fece caso più di tanto. Non lo vedevo da parecchio e mi fece piacere saper-
lo realizzato in quel lavoro di rigattiere di abiti di scena .
Ci eravamo conosciuti qualche anno fa, quando lavoravo ancora all'Esquilino: Leo a quel tempo era responsabile del dormitorio dei poveri delle suore di Madre Teresa a via Rattazzi. Entrava in quel sottoscala alle quattro del pomeriggio e ne usciva alle nove del mattino dopo. Tutti i giorni, domeniche comprese .
Era sbarcato qualche mese prima a Fiumicino con 500 euro in tasca, che gli finirono in due set-
timane costringendolo presto a imparare la geografia dei ricoveri della carità. Ma aveva un van-
taggio: non era clandestino e non beveva. Così era riuscito in breve a passare da ospite a con-
trollore dei senzatetto. «Stanotte ha chiamato il cileno», mi dicevano ogni tanto in commissaria-
to: il che voleva dire che c'era stata baruffa al dormitorio e lui aveva seguito il protocollo, tele-
fonando alla Polizia. Ogni tanto, quando serviva, gli davo una mano in questioni burocratiche: 
tessera sanitaria, codice fiscale, cose così. Gisella provò anche a fargli qualche ora d'italiano, 
ma con scarsi risultati .
Quanto alla storia della sua vita, non perdeva occasione di raccontarmela in tono melodramma-
tico. Cominciava sempre dalla notte del golpe a La Moneda, quando i carri armati di Pinochet costrinsero Allende a spararsi un colpo in testa: in quella notte, sua madre, partidaria del presi-
dente, lo aveva buttato giù dal letto senza dare spiegazioni, perché lui era ancora un nino, ed era cominciata la sua fuga da Santiago verso la frontiera, preludio a un lungo esilio, alla precarietà dei giorni, a un vagare incerto. Finì per far rientro in Cile ormai adulto, al tramonto della ditta-
tura, con pochi studi regolari e mille lavori alle spalle .
Ma come Ulisse, che dopo vent'anni torna alla sua isola, era destinato a ripartire .
A Santiago, poco tempo dopo, aveva conosciuto la piccola Lisa, che, con un bambino di padre ignoto da mantenere, nessuno avrebbe mai sposato, diceva lui. Peccato, perché Lisa era la cosa più bella che avesse visto in tutta la sua vita. Leo se ne innamorò, la portò a casa dell'anziana madre, che l'accolse come una figlia. Vissero per un certo tempo tutti e quattro insieme, ma il suo lavoro non bastava e lui, dopo un po', senza dirle nulla, cominciò a pensare che poteva es-
serci un modo per darle una vita migliore .
Si ricordò di avere avuto un nonno ligure, di quel dialetto che aveva colorato la sua infanzia, del fatto che poteva far valere le sue origini per non dover ripartire da straniero. Risparmiò fino al-
l'osso per le pratiche d'ambasciata e il biglietto aereo, e alla fine riuscì a sbarcare a Roma con un passaporto italiano esibito come un trofeo. Era fiducioso, non aveva dubbi. Tutto sarebbe an-
dato bene: pochi mesi, e avrebbe avuto i soldi per portare qui anche Lisa, il bambino e l'anziana madre. Un vecchio avvocato di Spotorno, il paese natale di nonno Giacinto, con cui da qualche anno era in contatto, glielo garantiva: i compagni italiani l'avrebbero aiutato .
Saranno stati la distanza o i miti che portiamo in noi come un talismano: fatto sta che Leo era 
arrivato in Italia persuaso che esistessero ancora i comunisti e la solidarietà coi cileni persegui-
tati, cullando il sogno di essere accolto a braccia aperte come era successo negli anni Settanta 
agli IntiIllimani. Ma, corazón maldito, quando si accorse che in Italia i comunisti ormai esiste-
vano solo nella testa di Berlusconi, l'avvocato di Spotorno era già svanito nel nulla. E al suo po-






sto si era materializzata suor Patrizia, che aveva grandi occhi azzurri, pedigree irlandese, e un rosario consumato fra le dita: gli lasciava un letto per la notte, sapeva che quel cileno con pape-
les e la faccia da indio non dava problemi, metteva pace, sedava le risse, e così, in poco tempo, era diventato capo camerata, con posto fisso e un minimo di paga .
Ma un bel giorno, tre anni dopo, quando finalmente cominciava a risparmiare e carezzava l'av-
verarsi del suo sogno, ricevette dalla bella Lisa l'annuncio che aspettava un altro figlio da un 
certo Juan, e che era felice. Così era andata via, com'era venuta, con leggerezza, lasciando sola 
l'anziana madre, che poi morì laggiù, lontana da lui, come quella che Ulisse ritrovò nell'Ade . 
Fu allora che Leo si risvegliò, e gli venne voglia di riveder le stelle. Salutò con deferenza suor 
Patrizia, ringraziò, fece fagotto e si inventò un lavoro da assistente tuttofare all'Ambra Jovinelli. 
Poi cominciò a farsi dare vècchi vestiti di scena e piano piano, con tenacia, mise su un'attività 
quasi redditizia. Ora era davvero un uomo, perché aveva una storia da raccontare, diceva lui. E 
le storie cominciano quando ti accorgi che il ritorno è diventato impossibile .
Le cianfrusaglie del suo magazzino sembravano davvero la soffitta di nonna Wendy: c'erano bauli di tutte le taglie, scheletri in divisa da nazisti, statue di gesso, rocce finte di ogni specie e dimensione, una bocca di donna larga due metri, un'enorme mano rosa, con le dita rivolte verso l'alto e il palmo aperto a mo' di sedia .
Non mi fece pagare la differenza: il vestito buono per Gisella era già pronto e impacchettato. Leo mi salutò come si fa con un vecchio amico e uscì con noi verso la luce della strada . 
«Ti sei sistemato bene, vedo». «Se fa quello che se può, commissario» . 
«Tutto in regola, vero?» .
«Casi todo. No somos perfectos» .
«Lo dici in spagnolo, così la legge non intende» .
«La legge, en Italia, es corno un arbitro de serie a» «Cioè?» . «Depende de chi gioca la partida» .






22

Il presepe a casa di Mario era sempre particolarmente elaborato. Quell'anno, poi, in onore del primogenito  venturo, aveva  finalmente  comprato  la pompa elettrica per una fontana  che era quasi più grossa della "capanna. Allora aveva rifondato pure la capanna, ma il bambinello sem-
brava smarrito in quella grotta a quattro stelle. Insomma, c'era dibattito quel pomeriggio in casa Iannotta. Ci sarebbe voluto Jorge, che ha l'occhio dell'architetto, per sciogliere il nodo estetico, ma per fortuna non c'era. Quel pomeriggio il bicchierino di cherry chiuse la fase dei convenevo-
li e diede l'avvio all'ultimo summit pre-parto .
«Allora, hai scoperto qualcosa sulla ragazza del fiume?» . 
«Ha bazzicato la Curva Sud fino al 2005, poi è sparita» . 
«Io non mi raccapezzo più con le date, Mario. Quindi?» .
«Quindi niente. La frequentazione dello stadio s'interrompe poco tempo dopo la sua fuga da casa. Però, se ce pensa, è normale. Era l'unico posto dove er padre poteva trovalla. E poi nun c'avrà manco avuto più li sordi pe' pagasse er bijetto» .
«Oppure era incinta e non se la sentiva di andare alla partita» . «Pò esse» .
«Rimane il fatto che è tifosa, che i suoi amici erano quelli. Non hai saputo niente di più?» .
«Be', dotto', romanisti semo tutti, ma sa, gli ultrà, quanno sentono odore de Polizzia, nun è che je se scioje la lingua perché sotto la divisa batte 'n core giallorosso» .
«Comunque, è strano che una ragazza riesca ad andarsene di casa, a tagliare i ponti con tutto, così, da un giorno all'altro, e non tornare più. Doveva pur avere un punto d'appoggio, un letto per dormire. Avrà avuto un ragazzo, forse anche più grande di lei, magari uno che lavora. Avrà preparato in qualche modo la sua uscita di scena» .
«Devo continuà le ricerche?» .
«Per il momento no. Ho bisogno di un altro favore, molto più urgente. Lo so che sei in ferie e 
aspetti il grande giorno. Ma almeno una cosa devi provare a farla il più presto possibile. Devi 
rintracciare quel tizio della Mercedes che non ha denunciato il taglio delle gomme. Eccoti il nu-
mero di targa» .
«E poi?» .
«E poi che ne so? Cerca di capire chi è, di sapere che fa, che giri frequenta. Insomma, qualsiasi cosa, che poi da cosa nasce cosa» .
«Ma perché è così importante?» .
«Per  ora  non  posso  dirtelo.  Cioè,  è  solo  un'ipotesi,  devo  verificare,  poi  magari  ti  spiego meglio...» .
«A me me sembra che le cose so' due: o lei nun ce sta a capì gnente, o me sta a nasconde quar-
cosa» .
«La prima che hai detto» .
«Allora è la seconda. Vabbè, dotto', basta che non mi metta nei guai, che non è proprio il mo-
mento migliore» .
«Cosa sono questi sprazzi d'italiano, Mario?» .
«No, è che Clara dice che me devo abbituà, cioè mi devo abituare, che 'sto regazzino...» . «...questo bambino...» .
«Sì, volevo dire appunto... questo bambino deve parlare italiano quando nasce, altrimenti poi va male a scola» .
«Non ha tutti i torti» .
«Ma er liceo classico nun jelo faccio fà, sinnò è capace che me diventa come lei» .






«A proposito di bambini, i medici tra qualche giorno dimettono Romoletto. Lunedì 22 abbiamo l'incontro con i responsabili della casa-famiglia che gli sarà assegnata. Vuoi venire?» . 
«E me lo chiede? Certo che vengo. Però...» .
«Però?» .
«Però, se pure ce sta 'n urtimo dubbio che la madre sia 'sta rumena, io ce proverei a sentì ancora quarcuno, anche se nun c'ho proprio idea de dove annà a parà» .
«E chi altri potresti sentire? Quello di Tokyo, che parla alla radio, dev'essere uno che conosce mezzo mondo... come si chiama?» .
«Ma chi? Marione?» .
«Sì, quello. Ma dicevo per dire...» .
«Invece lo sa che nun è 'na cattiva idea?» .






23

Il mattino dopo, appena sbarcato a Ciampino, Joan Gisbert i Matamala, padre dell'ineffabile 
Jorge, esperto d'arte italiana, professore all'Università di Barcellona, membro della Real Acade-
mia di nonsocché, mi disse che aveva mandato il figlio a Roma perché già suo padre lo aveva 
fatto con lui e questo gli aveva portato fortuna. Solo che lui a Roma ci era stato tre anni e ci 
aveva fatto un dottorato, non un bambino, e in un certo senso si scusava col sottoscritto per l'in-
cidente di percorso, ma è pur vero che le generazioni cambiano, che ci vogliamo fare, commis-
sario? E poi passò il resto del tempo, dall'aeroporto a casa mia, a parlare in catalano con la mo-
glie Nuria .
In un italiano perfetto, a metà del pranzo, mentre Nuria si esprimeva a gesti con Gloria ed era sempre encantada di tutto, mi chiese se fossi anch'io un appassionato di Caravaggio . 
Rimasi un po' perplesso a cercare di capire da dove gli fosse uscita la domanda, ma lui prese dalla mensola del soggiorno le quattro cartoline che avevo trovato sul comodino di Romoletto e poi dimenticato la sera prima accanto alle chiavi di casa, me le mise sotto il naso e aggiunse: «Le ho notate prima. Scommetto che mi stava preparando un tour culturale. Una grande idea! Sono vent'anni che non rivedo queste opere» .
Io non sapevo neppure se fossero a Roma, ma Joan estrasse il suo iPhone e mi tracciò in breve una mappa del percorso da fare: «Il Riposo durante la fuga in Egitto e la Maddalena Renitente sono alla Galleria Doria Pamphilj, Giuditta e Oloferne è a Palazzo Barberini. Solo la Morte del-
la Vergine non si trova qui a Roma. Ma poi possiamo vedere tanti altri Caravaggio nelle chiese del centro. Io, per me, sono pronto: se vuole, andiamo pure subito» .
La cosa mi tolse d'impaccio. Due musei garantivano già una copertura sufficiente per un pome-
riggio e il tempo era tornato a farsi minaccioso. Quell'uomo gentilissimo aveva creduto di pre-
venire il mio desiderio, e voleva sicuramente scaricare la moglie da qualche parte. Nuria Prats i Arolas non se lo fece dire due volte: amava shopping e bar, ma in questo non andava d'accordo con Gloria, che preferì restare a casa. Gisella si offrì di accompagnarla a passeggio in centro, nonostante la stanchezza per le prove della sera prima .
A piazza Venezia la folla straripante s'incanalava lentamente verso il Corso, ma appena fummo 
dentro vicolo della Gatta rientrammo nel silenzio che Roma regala a chi sa scegliere i luoghi 
giusti .
Alla Galleria Doria Pamphilj, il professore, appena trovato il Riposo durante la fuga in Egitto, 
mi sciorinò tutte le sue conoscenze, illustrandomi l'arditezza del quadro, con quell'angelo nudo 
di spalle che suona il violino per rendere dolce il riposo di Maria, mentre san Giuseppe tiene lo 
spartito in mano. Mi disse anche che recentemente quello spartito era stato decifrato ed esegui-
to.
La parola "decifrato" mi mise dentro un'improvvisa inquietudine, e non stetti più a sentire le sue dotte parole sul Maestro della Candela e sui capolavori che si potevano ammirare nelle altre sale. C'era qualcosa che mi agitava la mente, ma non riuscivo a focalizzarla. Tornammo fuori, e solo allora mi resi conto che prima di entrare avevo posato l'occhio sulla targa di marmo col nome della piazza del Collegio Romano in cui ci trovavamo. Ecco cos'era: l'avevo già sentita di recente, ma non ricordavo dove. Poi, alla seconda tappa, a Palazzo Barberini, con un doppio caffè in corpo, mentre guardavo imbambolato la violenza e il ribrezzo con cui Giuditta taglia la testa di Oloferne, la memoria si fece chiara. Ma non potevo telefonare in pieno museo davanti a un Caravaggio. Accampai una scusa, lasciai da solo il professore a continuare il giro, gli diedi appuntamento fuori un quarto d'ora dopo e mi precipitai in strada .
«Scusa, eh ecciài d‘accènde ? », mi chiese all'uscita un vigilante annoiato che frugava invano le 
mille tasche della sua divisa blu. Non c'era momento peggiore per trovare la forza di resistere.






In effetti avevo un accendino in tasca. Allora trattenni un gran sospiro e pronunciai la frase ine-
luttabile: «Sì. Ma tu ce l'avresti una sigaretta per me?» .
Lo giuro, lo giuro, una sola volta, poi non lo faccio più, pensavo, col terrore che non fosse vero. Ma l'agitazione era troppo forte. Dovevo fugare quel dubbio il prima possibile . 
«Podestà, scusa se ti disturbo...», esordii in tono neutro, mentre la Marlboro appena accesa cele-
brava il suo trionfo umiliante sulla lunga fatica di tanti mesi, «ho bisogno di un'informazione. Ti ricordi dove hanno bucato quelle macchine l'altra notte, lontano dai Parioli?» . 
«Certo capo, aspetti che vado a riprendere l'appunto» .
Capo. Questo qui è andato, pensai. Io non lo sopporto nemmeno quando lo dicono ai conducen-
ti dell'atac, e lui mi chiama "capo" .
«Ecco... una davanti a Palazzo Barberini, due a piazza del Collegio Romano e la quarta a Tra-
stevere...» .
Mi venne il batticuore e cominciai a tossire. Ma non c'era altro da fare: questa conferma merita-
va una boccata solenne .
«Capo? E ancora in linea?» .
'«Senti: la quarta macchina, quella bucata a Trastevere, mi dici esattamente in che punto è stata trovata?» .
«In piazza di Santa Maria della Scala» .
«Grazie, Podestà. E ricordati che di quel catalano me ne occupo io». «L'ha individuato?» . «Non ancora, ma sto lavorando ai fianchi la famiglia» .
«Ok. Guardingo, mi raccomando» .
«Guardingo. Ciao». Ma che razza d'aggettivi usa questo?, pensai, assaporando avidamente la si-
garetta .
«Ah, eccoti qui! Non sapevo che fumassi...» .
Figuriamoci se non mi beccava il padre di Jorge . «Ogni tanto, così, occasionalmente» .
«E ora dove andiamo? Abbiamo finito il giro delle tue cartoline!» .
«Scusa, ma sei sicuro che questo quarto quadro non si trovi a Roma?». Gli mostrai di nuovo l'immagine .
«Sicuro. La Morte della Vergine sta in un museo di Londra, se non sbaglio. Però possiamo con-
trollare subito» .
L'iPhone si rimise in moto: «No, mi sbagliavo, è al Louvre. Comunque, di sicuro appartiene al periodo romano» .
«Cioè?» .
«Caravaggio l'ha dipinta qui. Vediamo la storia. Ecco, vedi? Era stata commissionata da una confraternita romana, ma poi fu rifiutata, perché il dipinto era stato giudicato troppo violento, e finì in una collezione privata» .
«E a chi era destinata all'inizio?» .
«Alla chiesa di Santa Maria della Scala, in Trastevere» . «Sei sicuro?» .
«Sicuro. Guarda qui» .
L'ultima boccata arrivò diretta fino al filtro .






24

Tutto a Roma ha una forma visibile, e tutto ritorna, un giorno o l'altro. Sull'autobus che ci porta-
va a casa la testa girava a mille. Era davvero incredibile: quei tagli di gomme lontano dai Pario-
li erano stati fatti proprio davanti ai luoghi dei quattro Caravaggio stampati sulle cartoline . 
Masticavo in continuazione gomme per l'alito fresco e rispondevo a monosillabi a quel fiume in 
piena del mio consuocero, che si lamentava perché avevamo gettato la spugna troppo presto: se 
non c'era la Morte della Vergine, saremmo potuti andare a piedi ancora a visitare la Madonna 
dei Pellegrini a Sant'Agostino o la Conversione di Saulo a Santa Maria del Popolo o la cappella 
di San Luigi dei Francesi. Ma, a parte i goccioloni che cominciavano a rigare i finestrini del 71, 
zeppo all'inverosimile, anche lui, a mezza bocca, si riconobbe stanco e infine tacque, immerso 
nella magia del suo iPhone .
Ci mancava poi anche la telefonata preoccupata di Clara, che mi disse che Mario teneva spento il cellulare da ore e ancora non tornava. Riportai il mio ospite in salvo a casa mentre in cielo co-
minciavano a scatenarsi lampi e tuoni, e la pioggia scrosciava sempre più pesante dalle gronda-
ie dell'Esquilino, svuotando strade e marciapiedi .
Riscendevo a spostare la macchina che Gisella aveva lasciato sulle strisce, quando saltò anche la luce dei lampioni. Sotto i portici umbertini calò di colpo una notte antica e mi ritrovai im-
provvisamente al buio. Dal cielo una parete d'acqua compatta si rovesciava sulle chiome degli alberi, che si agitavano come in preda a una folle volontà di sradicarsi .
Rimasi fermo sotto le volte dei portici ad aspettare che quella furia si placasse, poi adocchiai le forme del tavolino di un bar già sbaraccato, e mi sedetti in silenzio, provando a sbrogliare le im-
pressioni di quelle ore .
Chi mi aveva fatto trovare le cartoline di Caravaggio da Romoletto, il giorno prima? E come fa-
ceva a essere sicuro che le avrei notate? E chi aveva "sgonfiato" quelle macchine, lontano dai Parioli, di fronte ai due musei in cui erano custoditi proprio quei quadri, più una in Santa Maria della Scala, dove Caravaggio non c'era ma ci sarebbe dovuto essere? Qualcuno voleva farmi ca-
pire che c'era un legame tra il ritrovamento del bambino e la faccenda dei SUV. Era possibile, sì, ma era come accennare e non dire, dire implicitamente e non spiegare .
E se questo era il messaggio, perché inviarlo in modo così oscuro, correndo il rischio di non es-
sere capiti? Chi poteva scegliere una maniera così labile di comunicare, fidando solo e unica-
mente nel mio intuito, e col rischio che non badassi affatto a quei segnali? E perché non fari nn mi capire se si trattava di amico o nemico, suggerimento o minaccia? Mi aveva dimostrato che poteva avvicinarsi a Romoletto senza che nessuno lo notasse. E se avesse voluto fargli del male, l'avrebbe fatto. Dunque, un amico? Certo, un amico lontano, velato, come quel Nicodemo che era andato dal Maestro di notte, per paura dei giudei .
Poi, il rumore costante della pioggia prevalse e mi assopii, come un senzatetto, su quella umida 
sedia di metallo. Intorno a me non si vedeva nulla, si potevano solo immaginare i profili con-
sueti. Amai quel momento sospeso, come una remota notte di Natale, quella di sant'Alfonso, al 
freddo e al gelo, quella dei canti antichi, delle nenie struggenti, degli zampognari che arrivava-
no dall'Abruzzo, e mi prendeva un groppo a sentire per la strada il loro trillo tenero e prepoten-
te. Di qualcosa che veniva dalla terra, e aveva a che fare col desiderio di un grembo, di una cul-
la, di un letto morbido, di un abbraccio tenace, di un seno caldo di latte, di latte e lavanda, di la-
vanda e batuffoli, di una candela accesa, di un lucignolo fumigante, che poteva spegnersi, o for-
se resistere un po', ma ancora per poco, e poi la notte sarebbe arrivata davvero. E allora biso-
gnava fare in tempo: addormentarsi prima che tutto piombasse nel buio e riemergere,  come 
dopo un tuffo, nella luce dei sogni .






Ma più tardi, quella notte, ormai nel buio della mia stanza, il sogno fu spezzato due volte. Pri-
ma, una chiamata improvvisa di Clara, che si sentiva le doglie e l'angoscia perché Mario non ri-
spondeva più da ore. Poi, inatteso e nervoso, Ruggero Colasanti, un vecchio amico della DI-
GOS: «Ottavio, sei sveglio?» .
mi «Ruggero? A quest'ora? Sono le tre. Ma che succede?» . 
«Una cosa piuttosto grave, ma non ti agitare» . 
«Che cosa?» .
«Si tratta del tuo amico» . «Mario?» .
«Sì, lui» .
«Che è successo?» .
«L'hanno portato via» .
«Ma che stai dicendo? Chi? Dove? Perché?» .
«Al telefono meglio di no. E una faccenda complicata. Dobbiamo vederci. Domani sera. Poi ti 
faccio sapere dove e a che ora. Ma stai in campana. Te lo dico da amico. Tira una brutta aria» .






Seconda parte


Le scapole sono ali interrotte, l'anima assetata è al colmo degli occhi, un cuore tracimante di 
creatura, cuore che nulla sa e che tutto chiede e tutto quel che chiede è la tua cura, la carezza 
l'abbraccio ed il silenzio sui capelli contati e sulle lacrime che bagneranno gli anni brevi o lun-
ghi come perle sgranate di preghiera dal suo corpo sottile che non ha più le parole ma soltanto
sguardo per chiederti se resti questa sera .
Paolo Mattei, Leggera






1

L'uomo dispose il castello al centro del tavolo, cercando attentamente di non sbagliare la distan-
za fra il birillo rosso in mezzo e i quattro bianchi ai lati. Rifece quest'operazione con cura tre o quattro volte, poi estrasse due stecche di metallo dalle custodie nere che aveva con sé, ingessò attentamente la punta della sua, mi porse il gessetto azzurro e aspettò che facessi lo stesso . 
«Il suo amico della DIGOS non è potuto venire. Impegni improvvisi, sa com'è il nostro lavoro. Non le dispiace se lo sostituisco io?» .
«Dipende» .
Mi scoprii tranquillo, a dispetto dell'agitazione provata al suo apparire . 
L'uomo aprì una scatola rettangolare e me la mostrò: «Scelga pure» .
Presi istintivamente una palla giallognola, con qualche venatura scura, lasciai a lui quella per-
fettamente bianca. Il bianco non mi è mai piaciuto, sa di morte .
«Inizia lei?» .
Non dissi di no. L'uomo posizionò la sua palla sul puntino bianco vicino alla sponda, mise il boccino rosso nel punto equidistante fra la sponda e il castello, e con il gesto della mano aperta mi indicò di cominciare .
«I piedi, commissario, dietro il lato corto del tavolo, quando la palla è all'acchito» . «C'è proprio bisogno di questa pantomima?» .
«Nessuna pantomima. Sono un vecchio appassionato del biliardo all'italiana. E allora perché ri-
nunciare al piacere di una partita? Possiamo discutere dopo, con comodo» . 
«Il piacere sarà suo. Ho uno dei miei uomini nelle vostre mani. E non dovrei chiamarla panto-
mima, questa?» .
«Commissario, è stato lei a decidere di entrare nel gioco. Noi non l'avevamo invitata» .
Il tavolo di Marlo's, a Colli Albani, l'ultimo e il più interno della sala, era l'unico che avesse le 
buche adatte alla grandezza delle bocce per il gioco all'italiana. Ero letteralmente con le spalle 
al muro. Le finestrelle in alto davano su un cortile interno ed erano ancora bagnate di pioggia. 
Le guardai istintivamente come per adocchiare una possibilità di fuga. Le tre plafoniere d'ordi-
nanza spandevano una luce immobile sul panno verde del tavolo. Sembrava non chiedessero al-
tro che d'illuminare assonnate volute di fumo, alla faccia di Sirchia e dei benpensanti del benes-
sere .
A pensarci, mi venne da ridere, come si ride dell'assurdo che a volte la vita ci apparecchia: il sa-
bato sera della prova generale Gisella, a teatro fino a tardi, nessuno che potesse andare a pren-
derla, aveva dovuto chiedere un passaggio a Leo, che forniva due bauli e un letto di ferro per la scena; Gloria, da sola coi consuoceri, a colorare una serata inquieta; Clara, da sola in ospedale, a contare le contrazioni con l'angoscia di non sapere in che guaio si fosse cacciato Mario; Jorge, da solo a Barcellona, non sarebbe tornato neanche quella sera, e probabilmente nemmeno per lo spettacolo dell'indomani; Nuria e Joan, imbarazzatissimi, non sapevano spiegarselo. Io forse sì. Che Iannotta stesse bene, potevo solo sperarlo .
Quanto al gioco, mi sentivo totalmente arrugginito. Dovetti allungare il corpo sul tavolo per colpire la palla nel punto giusto. Mi uscì un colpo preciso ma debole: toccai la palla bianca al centro, la feci rimbalzare sulla sponda e risalire dritta sul boccino, che però prese una corsa troppo lenta, abbatté il primo birillo bianco, poi quello risso al centro, ma non riuscì a prosegui-
re, fermandosi poco oltre il centro del castello .
«Otto punti. Non male come inizio» .
«Pura fortuna. Mi succede spesso. Ora tocca a lei» .






L'uomo calcolò rapidamente con gli occhi una doppia sponda. La palla prese una velocità mo-
derata, accelerò dopo l'urto con l'angolo e indirizzò la mia verso il boccino, che fece aprire il ca-
stello come un fiore. 12 punti .
La partita prese ritmo nel giro di pochi minuti. Tre ragazzi stranieri vociavano sul tavolo a fian-
co e sbirciavano incuriositi quel gioco di rimando, di sponde e di silenzio . 
L'uomo era più sicuro di me, lo sguardo fermo di chi è abituato a vincere. Si animò solo un mo-
mento a rinfacciarmi la sorte di un filotto preso per puro caso. Im-pallava di continuo la mia 
boccia giallognola e mi costringeva a inseguire. Alla prima mezz'ora alzai gli occhi al tabellone:
74 a 56. Mi dava 18 punti di distacco. In genere, con Mario, era questo il momento in cui co-
minciava a sfottermi, e sapeva che avrei perso concentrazione. Lui no: era professionale, deci-
so, non mi guardava quasi mai, sembrava giocasse da solo .
Da quel momento mi limitai a rintuzzare senza guadagnare terreno, come faceva Gimondi con 
Merckx nei vecchi Giri d'Italia anni Settanta. Ero stanchissimo e mi sentivo in difficoltà per 
molti motivi. Se avessi perso subito, forse la conversazione sarebbe cominciata prima. Ma l'uo-
mo voleva sondare la tenuta dei miei nervi. Di certo non era romano, e ostentava un insopporta-
bile concetto cinematografico del proprio ruolo. A dispetto della sua sicumera, finii per aggrap-
parmi alla partita. Mi sembrava d'averlo già conosciuto. Forse a Firenze, quando seguivo un 
corso  di  specializzazione  nell'84  e  mi  toccò  guardarmi  Roma-Liverpool,  la finale  di Coppa 
Campioni, in mezzo a un covo di lombardi che stapparono lo champagne quando Ciccio-Gra-
zia-ni-Pelé-Bianco spedì sopra la traversa, in Curva Sud, il rigore decisivo. Quel ricordo impre-
visto mi mise addosso una rabbia che riuscii immediatamente a incanalare nella stecca. Sparai 
un colpo formidabile di sfaccio: la sua palla si mise a correre impazzita da una sponda all'altra, 
distrusse il castello attraversandolo tre volte e sparò il boccino in buca .
«Tutto calcolato, commissario?», ironizzò, in un lampo di disappunto . «Certo. Aveva qualche dubbio? Sono 14, se non sbaglio» .
«Giusto. Quasi raggiunto. 93 a 98. Ma, purtroppo per lei, mi ha lasciato un colpo facile» . «La partita finisce a 101. Bisogna arrivarci» .
In effetti, le due palle erano sulla traiettoria di una doppia sponda che si poteva prendere tran-
quillamente senza effetto. Gli bastavano tre punti, pochi per chiudere il gioco, troppi per mirare al boccino rosso che ne valeva solo due ed era facile da raggiungere, ma fuori dal giro dei biril-
li. Doveva scegliere. Naturalmente optò per saldare subito i conti .
Il colpo fu netto e preciso: secco, lo schiocco del contatto fra le bocce. La mia corse decisa al 
suo destino, colpì la prima sponda, poi la seconda, puntò dritta al centro del castello, travolse il 
birillo rosso - che cadendo da solo dava dieci punti tondi - e andò a fermarsi al lato opposto. Ma 
l'uomo non aveva messo il "colpo sotto" per evitare che anche la sua palla seguisse la mia nel 
giro: quella boccia bianca cominciò a correre veloce tra le sponde e alla fine spizzò uno dei bi-
rilli esterni. E la regola: se la palla di chi ha il tiro tocca il castello, i punti vanno tutti all'avver-
sario .
«Bevuti!» .
«Bene,  ora  che  ha  avuto  soddisfazione,  spero  che  vorrà  collaborare.  Vuole  seguirmi,  per 
favore?» .






2

Non avevo scelta.  L'uomo  mi  precedette  camminando  a falcate larghe. Una macchina scura s'accostò al margine della strada e io salii per primo .
«Dove avete portato l'ispettore Iannotta?» .
«Stiamo andando a prenderlo. Tutto in regola. Stia tranquillo. Non siamo la repubblica delle ba-
nane» .
«Ah no?» .
«Lei è un ottimo poliziotto, Ponzetti: è per questo che abbiamo optato per un contatto. Ma dob-
biamo essere prudenti. Anche perché ci sono delle circostanze che ci obbligano a metterla in 
guardia. E vengo subito al punto. Il bambino che le hanno consegnato non è un bambino qua-
lunque» .
«E cioè?» .
«Potrei raccontarle che si tratta del figlio del re del Portogallo in esilio. E non saremmo lontani dalla verità» .
«Del Portogallo?» .
«Forse no. Però si tratta di un Paese, diciamo, amico, per vari motivi, che non sto qui a elencar-
le. Ora, si dà il caso che il padre del bambino sia un uomo piuttosto potente in patria, e con buo-
ne entrature anche in Italia. Un Giugurta, insomma» .
«Scusi?» .
«Un Giugurta. Nel suo dossier si dicono di lei molte cose: una è che ha una robusta formazione classica. Devo cancellare la nota?» .
«Giugurta era un usurpatore del regno di Numidia. Se non ricordo male, aveva fatto fuori parec-
chi Romani ma godeva di appoggi consistenti nel Senato. E Roma fu piuttosto tiepida nel fargli guerra, almeno all'inizio» .
«Ecco, diciamo che la fase è quella tiepida. In politica, si sa, tutto cambia da un'ora all'altra, e l'amico può diventare nemico. Ma per ora le cose stanno così, la sua ascesa da qui è vista con favore e dobbiamo tenerne conto» .
«Si può spiegare meglio?» .
«Giugurta vuole il bambino. O la madre. O tutti e due. Per controllarli direttamente. E ci ha fat-
to intendere che gradirebbe la nostra collaborazione» .
«E perché li vuole?» «Finora non lo interessava il fatto che fossero in giro per il mondo. Ma un mese fa ha annunciato la candidatura alle presidenziali del suo Paese. Esibisce una famiglia fe-
lice, una first lady tutta casa e beneficenza, due figli dolci e commoventi. E non gradisce la pos-
sibilità che un suo vecchio "errore" possa trasformarsi in un boomerang. Prima e dopo la cam-
pagna elettorale. Anche perché le elezioni è già sicuro di vincerle» .
«Che cosa intende quando dice: "Per controllarli direttamente"?» .
«La domanda è oziosa. Io le racconto alcune cose unicamente per darle l'idea della delicatezza 
del caso. Finora avevamo pensato di tenerla fuori, anche se il suo amico della digos ha caldeg-
giato dall'inizio il suo coinvolgimento. Ci siamo limitati a controllare il bambino. Ma sembra 
che lei abbia deciso di entrare in questa faccenda con tutte le scarpe. E dunque, delle due l'una: 
o ne resta fuori, o collabora con noi. Non voglio immaginare altre possibilità. A lei la scelta» . 
«Io sarò tardo a capire... so solo che l'ispettore Iannotta doveva fare un controllo che gli avevo 
chiesto, e quando ha bussato alla porta di questa persona ha trovato i vostri che se lo sono cari-
cato di peso e lo hanno portato via. E sono passate ventiquattr'ore senza che abbia ottenuto una 
spiegazione» .
«Tempo al tempo. Primo: non potevamo permetterci, in ogni caso, di "bruciarvi". Secondo: c'e-
ra il rischio che la notizia filtrasse prima del dovuto» .






«La notizia di cosa?» .
«Dell'omicidio. Non faccia il finto tonto» . «Di quale omicidio sta parlando?» .
«Dell'uomo che il suo ispettore doveva cercare per suo conto. Quell'uomo è morto, e non di ma-
lattia, commissario. Non mi dica che non lo sapeva» .
Dunque era questo il motivo. L'uomo della Mercedes non era venuto a denunciare il taglio delle 
gomme perché era stato assassinato... «Pensi quello che vuole», dissi. «Non ne avevo la minima 
idea» .
«Era un loro agente. Non ci sono dubbi. In Italia da cinque anni, improvvisamente un mese fa ottiene un passaporto diplomatico. Per fare il lavoro sporco sotto copertura. Guarda caso, poco dopo il ritorno della donna in Italia e in coincidenza con l'annuncio della candidatura di Giugur-
ta. Ma gli è andata male» .
«E chi è stato?» .
«La madre del bambino, evidentemente. Deve aver capito il gioco. Altrimenti non avrebbe de-
ciso di abbandonare il piccolo e sparire. Abbiamo a che fare con un'assassina, che ha avuto i suoi motivi, sicuramente, ma comunque un'assassina. E dobbiamo trovarla. Anche perché, altri-
menti, prima o poi la trovano loro» .
«Come fate a sapere che è rientrata da qualche mese in Italia?» .
«Perché, dopo un periodo senza documenti, è "e-mersa dalla clandestinità", come si dice in que-
sti casi. Insomma, si è fatta fare un contratto da badante» .
«E quindi è dovuta tornare nel suo paese e da lì rientrare» . «Esatto. Ma facendo così, loro l'hanno intercettata» . 
«E chi è la persona che l'ha presa in carico?» .
«Una prestanome. Non so come sia andata, apparentemente è tutto in regola, ma la vecchietta è all'oscuro di tutto. Non mente. Qualcuno le ha preso i dati, ha falsificato le firme e ha provvedu-
to anche a pagare regolarmente i contributi» .
«E la donna, in Italia, cosa faceva?» .
«La spogliarellista, in vari locali della capitale» . «E dopo la regolarizzazione?» .
«Pure dopo, ma fino a un mese fa. Poi ha lasciato il lavoro. Ma era già entrata da tempo in con-
tatto con il dipendente dell'ambasciata. Si frequentavano. Una relazione intima, forse. Però non vivevano insieme. Fin qui arriviamo noi. Adesso tocca a lei» .
«A me?» .
«Tocca a lei dirci dove si trova la donna» . «Ma io non lo so» .
«Davvero? Questo è quello che il suo amico Iannotta ci ha ripetuto nelle ultime ventiquattr'ore. 
E devo dire che ho apprezzato il suo fegato. Anche se non ho gradito l'atteggiamento. Siamo i 
Servizi  e basta,  non  i "servizi  deviati",  come  dice  lui.  Ora però  vorremmo  sapere da lei  la 
verità» .
«Le ripeto che non so dove sia» .
«E allora chi le ha consegnato il bambino?» . 
«Me lo sono ritrovato in macchina» . 
«Interessante. E come ci sarebbe arrivato?» . 
«Se potesse parlare lo chiederei a lui» .
«E naturalmente nessuno può confermare questa versione...» . «Un testimone ce l'ho» .
«E chi è?» .
«Il sindaco di Roma» .
«Che fa? Si mette anche a scherzare, adesso?» . «Ma è la verità!» .






«La  verità?  E  allora  perché  ha  fatto  riemergere  il  bambino  solo  tre  giorni  dopo  il ritrovamento?» .
«Ho avuto la sensazione che fosse in pericolo» .
«Una sensazione... E come le sarebbe venuta questa "sensazione"?» . «Dal fatto che non aveva le scarpe» .
Ecco, pensai, adesso sbotta. L'uomo trattenne un accento di rabbia: «Commissario, forse lei non 
vuole capire una cosa. La faccenda è seria. Gli uomini di Giugurta qui in Italia non andranno 
tanto per il sottile. Se non troviamo prima noi una soluzione la troveranno loro. Bisogna stare 
attenti a come ci si muove. E lei si è mosso bene, all'inizio, perché è riuscito a proteggere il 
bambino e a farne perdere le tracce tenendolo tre giorni in casa del suo amico. Ma poi, a fare 
così, mandando l'ispettore a bussare in quella casa... questo mette in difficoltà sia noi che lei. 
L'avevo avvisata di stare attento» .
«In che senso?» .
«Non faccia il finto tonto. Lei ha capito benissimo a cosa mi riferisco» .
«Si riferisce alle minacce di arresto che coinvolgono un mio familiare?» .
«Non usiamo parole improprie, commissario. Ci sono delle indagini in corso. Abbiamo solo pensato di... informarla. Quando ci si muove in situazioni complesse, è bene tenere conto di tut-
ti i fattori in gioco, non crede? In ogni caso, ero sicuro che avrebbe colto il messaggio. E volevo vedere come avrebbe reagito» .
«E come avrei reagito?» .
«Mi sarei aspettato più prudenza. Però è stato bravo. È arrivato al cadavere in poco tempo. E questo ha convinto i nostri capi a proporre un coinvolgimento» .
«E cosa dovrei fare?» .
«Trovare la donna, visto che dice che non l'ha mai incontrata. E avvisarci. Ma credo che la so-
luzione migliore, per lei e per noi, sia che lavoriamo separatamente. Quando avrà degli elemen-
ti, chiami il suo amico della DIGOS per proporgli la rivincita. Stesso posto, stessa ora. Siamo 
arrivati» .
Il finestrino nero si aprì, lasciando cadere sui sedili qualche goccia di pioggia. Mario era in pie-
di, sul marciapiede, imbambolato. Dietro di lui, via Cavour scintillava di acqua e luminarie na-
talizie .
«Arrivederci, commissario. E buon lavoro» .
Scesi dalla macchina stringendomi addosso il cappotto. Una folata di vento gelido spazzò l'aria della notte. Ma prima di ripartire, l'uomo si avvicinò al finestrino semiaperto, facendo segno col dito di avvicinarmi: «Solo un suggerimento, commissario. La prossima volta, per favore, inven-
ti delle storie meno assurde» .
E ora? Mario aveva un'aria frastornata e scarica. Mi chiese di Clara: alla notizia che era già in 
ospedale, lo rischiarò un sorriso malinconico. Poi provò a telefonare. Non me lo immaginavo 
innamorato, nascondeva il cuore tra nuvole di sfrontatezza, ma quando il cellulare della moglie 
squillò a vuoto, lo invase un groppo di lacrime e mi abbracciò per un momento . 
«Andiamo, dai, prendiamo un tassì. Il Fatebenefratelli è qui vicino. Forse sei ancora in tempo» .








3

Il tassì scese la notte in fretta, dagli angoli bui di Monti al giallo chiarore dei Mercati di Traia-
no; girò a gimcana in piazza Venezia, accarezzò la scalinata dell'Ara Coeli, planò in libertà su 
via Petroselli, svoltò la tozza salitella dell'Anagrafe, continuò per qualche metro lungo l'argine 
del fiume e si fermò all'altezza dell'Isola Tiberina. Cinque minuti, tredici euro. Roma è anche 
questo .
Appoggiato al parapetto del ponte, sopra il fiume ancora gonfio, stava un uomo con le scarpe fradicie, rannicchiato sotto una coltre di plastica gialla, e un grande ombrello a fargli da tetto. Dormiva accucciato alla pietra, con la testa abbandonata da un lato. Gli gettai un'occhiata, lo ri-
conobbi per il barbone che mi aveva fermato qualche giorno prima a piazza Farnese. Mi venne-
ro in mente le sue parole ferite e la voce arrochita che le scandiva. Passai oltre anche stavolta, fino allo slargo della piazza buia. Ci accolsero le luci smorte dell'atrio dell'ospedale, dove un vi-
gilante sonnecchiava dietro il vetro dell'ufficio informazioni. Mario bussò discretamente, quello indicò la porta di un ascensore e si rimise a dormire .
«Che ti hanno detto? E in sala parto?» .
«Sì. Certo, però... che servizio m'hanno fatto 'sti Servizi...» . «Mario, mi dispiace tanto...» .
«E proprio nella notte che me nasceva er regazzino...» . «Dai, non te la prendere così...» .
«Nun m'è mai capitata 'na coincidenza così sfacciata...» . «Lo so. Che possiamo farci?» .
«Clara ce teneva tanto...» . «A cosa?» .
«Avevo fatto pure er corso...» . 
«Ma di che stai parlando?» .
«...Pe' annà in sala parto co' lei. Tu me tieni la mano, me diceva... pensa che bello, amo'» . «E purtroppo...» .
«Ma che purtroppo, dotto'! Io nun sapevo che scusa inventamme, ma c'avevo 'na paura ar pen-
siero de sta lì, co' tutti quegli urli, er sangue, i forbicioni! Svenivo sicuro dar primo minuto. Ma 
nun me la sentivo de dije de no. E invece, tracchete! M'hanno arestato i servizi deviati! Inattac-
cabile! Adesso nun me pò dì più gnente! Sala d'attesa, e basta, come ai tempi de mi padre! E 
vai! C'ho pure le sigarette, fanno tanto papà: che dice, se ne sparamo una insieme?» . 
«Sicuro» .
«Sicuro. Così stanotte, se Clara tarda, risolviamo er caso...» . «A proposito, ho saputo chi è Romoletto» .
«Davero? E chi è?» .
«Il figlio del re del Portogallo in esilio» .






4

Un'infermiera si affacciò alle due di notte per dire che tutto andava bene, ma che il travaglio si 
annunciava lungo, dato che Clara era una "primipara attempata". Mario non capì la definizione 
tecnica e attaccò la malcapitata con un "ma come se permette?" che dovetti smorzare usando 
toni concilianti .
Quando la donna fu rientrata in sala parto, toccò a me fare il palo al bagno mentre lui si chiude-
va ad accendersi la terza sigaretta. Non c'erano balconi, lungo quel corridoio. Bisognava per 
forza fare così. Meno male che eravamo soli. Il povero Iannotta, per amore di fedeltà, aveva rin-
tuzzato gl'interrogatori dei "servizi deviati" con un silenzio ostinato. Per la tensione accumulata, 
non aveva chiuso occhio la notte prima, e ormai era sveglio da trentasei ore . 
Gli raccontai del mio colloquio con l'Uomo dei Servizi e gli dissi che era stato bravo a non dire 
niente: ma ora non era più tempo di preoccuparsi, pensasse al suo momento, a Clara, al figlio 
che stava per nascere .
«Quindi, dotto', la ragazza der fiume nun c'entra gnente?» .
«Non lo so. Ma da come l'hanno messa, non mi sembra che possa essere lei la madre del bambi-
no» .
«Peccato. Perché 'na mezza traccia l'avevo trovata» . «E cioè?» .
«Marione» .
«Marione cosa?» .
«La ragazza,  come  se chiama,  Andrea, aveva telefonato  alla radio de Marione. Tante volte. Loro la conoscono. Hanno detto che se serve ce possono fa sentì i nastri registrati. Ma bisogna che annamo là» .
«Ottimo. Digli che ci andremo. Ma non adesso. Abbiamo altre urgenze, lo sai. E poi, un'altra 
cosa» .
«Che c'è?» .
«D'ora in poi, al cellulare, solo banalità. Niente di importante. Per le cose che contano, passia-
mo ai pizzini» .
«A che?» .
«Vabbè, era un modo di dire. Ne parliamo un'altra volta. Ora cerca di riposare un po'» .
Iannotta si accostò a una poltroncina di velluto scuro, chinò la testa sul petto, mormorò qualche 
frase senza senso, poi crollò come un bambino. Povero Mario, gli avevo ridotto le ferie pre-par-
to a un campo di battaglia. Ma non era stata solo colpa mia. Si era coinvolto lui, per eccesso di 
cuore: l'avrebbe davvero preso a casa, se avesse potuto, il piccolo Romoletto. Gli sfilai le siga-
rette dal cappotto e cominciai a passeggiare su e giù per il corridoio, cercando di mettere ordine 
nella testa. Intravidi un distributore di bevande calde, misi un euro nella fessura e spinsi "caffè 
corto".  La macchina  attese  qualche  secondo, poi  si produsse in  un rumore  sgangherato.  Lo 
schiocco del bicchiere di plastica imprigionato a mezz'aria nella finestrella sudicia, il tremore 
dei meccanismi messi in moto, il colpo di fine corsa, il tintinnio del resto nella fessura quadrata: 
tutto era amplificato in quella oscurità ovattata .
Mi andai a sedere accanto a Mario, posai le labbra sul caffè imbevibile e mi misi a riflettere sul 
colloquio con l'Uomo dei Servizi. Improvvisamente, tutto mi sembrò confusamente assurdo: il 
suo tono, le parole, la storia. Mi aveva fatto i complimenti per stuzzicarmi la vanità, poi una le-
zione di politica internazionale, poi aveva liquidato l'omicidio con qualche accenno, mi aveva 
rifilato il lavoro sporco, e alla fine mi aveva dato del bugiardo. Il tutto condito da minacce non 
tanto velate, giusto per farmi capire che mi tenevano d'occhio, che non dovevo scherzare, che 
era meglio fare il lavoro per loro e stare zitto, altrimenti... Altrimenti cosa? Ero davvero finito






in quell'ingranaggio? Che cosa avrei dovuto fare? Mettermi a cercare con tutte le forze la madre 
di quel bambino e dargliela in pronta consegna? O continuare il trantran quotidiano facendo fin-
ta che nulla fosse successo? E poi, se l'avessi trovata davvero? Era un'assassina, aveva detto 
l'uomo: potevo credergli, così, sulla fiducia? Magari era già tutto scritto: presa la donna, l'a-
vrebbero accusata di quel delitto, avrebbe subito un processo, sarebbe stata condannata, oppure 
avrebbe patteggiato il suo silenzio con uno sconto di pena. O forse si erano già accordati per 
un'estradizione indolore, lei e il bambino, e ci siamo tolti la patata bollente. "E un paese amico, 
dobbiamo tenerne conto..." .
Aveva ragione Mario. Sgonfiano gomme a caso, e ce cavano aria. E magari anche soldi, e pro-
tezioni, e ci costruiscono la carriera. "Lei è un ottimo poliziotto, Ponzetti: ci trovi quella donna, 
al resto ci pensiamo noi, e stia anche attento, che l'abbiamo avvertita: se non riga dritto, le arre-
stiamo il genero" .
Se davvero la storia era quella che mi aveva raccontato, non era meglio che Romoletto finisse 
altrove, fosse adottato, sparisse dalla circolazione per riemergere in una famiglia qualunque, 
con un altro cognome? La madre in fondo l'aveva abbandonato per questo, per proteggerlo così, 
separandolo dal suo destino. Per dargli almeno questa possibilità. Non dover fuggire tutta la 
vita, com'era capitato a Leo, per esempio. Perché negarglielo? Che male avrebbe fatto un bam-
bino sordomuto, incapace anche di pronunciare il nome di suo padre? Lo rividi all'improvviso, 
così, con i suoi occhi sgranati a guardare i giochi del volontario clown sordomuto che ogni tan-
to gli teneva compagnia. E poi chiusi i miei, mentre la mente cedeva poco a poco alla stanchez-
za, e tornarono in folla le impressioni di quei giorni: la povera Greta schiacciata dal SUV, i ter-
roristi in bici che si chinavano sulle ruote di quei macchinoni dormienti, il finto diplomatico che 
circuiva la bella spogliarellista, Giugurta che stringeva mani e baciava bambini mentre ordinava 
ai suoi di trovare quel figlio non amato, Romoletto che guardava e non sentiva, e intanto dise-
gnava coi pennarelli di Clara, Clara che urlava da dietro quella porta, Gisella che si agitava con 
la maschera neutra in viso, le palle da biliardo che correvano sul tappeto verde, le accuse a Jor-
ge che mascheravano un avvertimento, e poi il misterioso uomo della Mercedes, che si chinava 
su quella donna con lussuria, e lei che lo colpiva alla gola con un coltello, e gli tagliava la testa, 
e vedeva il sangue schizzarle sul vestito, e fuggiva a perdifiato, e poi un urlo, sempre più forte, 
sempre più invadente, che mi picchiava in testa, e un pianto dirotto, e porte che sbattevano, e un 
trillo acuto di ragazza nelle orecchie: «È nato! È nato! Signor Iannotta! Si svegli! E un bel ma-
schietto! Vedesse com'è bello!» .






5

Dopo gli stropicciati complimenti, preso congedo e cappotto, scesi da solo le scale dell'ospeda-
le. Il sabato notte ancora umido mi illuminava i passi, nel riflesso stanco di vecchi lampioni. Mi avviai rapidamente, attraversando il Ghetto, fino a Largo Argentina, per cercare un tassì. Le tre. Sulla piazza, così affollata di giorno, non passava nessuno. Soli, tra ombre di colonne e capitel-
li, giù in basso, nel buio cavo dell'area sacra, apparivano e sparivano occhi di gatti. Non mi sco-
raggiò la fermata deserta. L'aria gelida mi risvegliava e restituiva forza. Mi sedetti a fumare in quel freddo pungente. Un africano mi sbucò accanto all'improvviso, scuro come la notte, mi guardò un momento e proseguì. Lo seguii con lo sguardo, lo vidi svoltare in uno degli infiniti vicoli di cui da giovane ancora rammentavo il nome .
In fondo, era bello essere lì, ed era normale che tanti venissero a viverci, e rischiassero il mare 
sui barconi, anche solo per questo. Per questa bellezza, che avevo sempre avuto negli occhi, e in 
quel momento era solo mia, ma in realtà era di tutti. Maria deve venire qui, una volta o l'altra, 
con me, a quest'ora di notte: la farò guidare, prima di Capodanno, magari a Natale, magari in 
questa dolce solitudine, in questo teatro deserto, in questo palcoscenico di grazia, e bisogna che 
ci sia posto anche per lei .
Mi strinsi nel cappotto. A quest'ora Gloria era sicuramente agitata da un sonno inquieto. Le ave-
vo mandato un sms per dirle che avrei fatto tardi, per via di Mario e della sala parto, e ora ero incerto se seguire l'impulso di non andare più a dormire o chiamare un tassì per tornare subito a casa. Ma ormai il sonno era svanito. Iniziai a muovere rapidi passi lungo corso Vittorio e via del Plebiscito. Palazzo Grazioli era sorvegliato a vista come sempre. I carabinieri non fecero caso a me. Fumavano anche loro in silenzio, si guardavano annoiati la punta delle scarpe, forse in attesa di un cambio che tardava. Io invece non avevo nessuno da cui farmi sostituire e nessu-
no a cui raccontare i miei dubbi, per fare chiarezza nel suo specchio .
Tutta quella manfrina da Humphrey Bogart al biliardo, l'arresto di Mario, le accuse di non aver detto la verità, la minaccia di far uscire la storia di Jorge, erano fumo negli occhi: una recita, che serviva a mettermi sotto pressione. A spaventarmi, a far sì che lavorassi per loro, zitto, con il motore della paura. Certo. Ma era anche il segno della loro debolezza. Non sapevano dove fosse quella donna. Non sapevano che cosa farne se l'avessero trovata. Forse temevano di essere controllati anche loro, e allora avevano deciso di farmi fare il battistrada. E di seguirmi, da lon-
tano. Chissà cosa pensavano di me. Sicuramente erano convinti che nascondessi qualcosa: non riuscivano a spiegarsi come avessi fatto a scovare il nome della vittima .
L'unica ipotesi possibile per loro era che fossi entrato in contatto con la donna, che la stessi pro-
teggendo. Evidentemente non avevano scoperto che c'era un rapporto tra l'omicidio dell'uomo 
della Mercedes e il taglio delle gomme dei suv ai Parioli. Quello lo sapevo solo io, e per merito 
di  un  misterioso  informatore  che  non  parlava,  non  scriveva,  ma  agiva come  un sordomuto, 
come un Romoletto adulto. A gesti, a cartoline, a Caravaggi. Chissà, magari anche la madre era 
sordomuta, ed essendo straniera non poteva scrivermi in un italiano convincente. Magari era 
stata lei a fare tutto questo. Ma perché? Per mettermi sulle tracce di un uomo che lei stessa ave-
va ucciso? E poi faceva la spogliarellista, non la storica dell'arte. Quel misto di copertoni bucati 
e di quadri, quel pasticcio di messaggi però aveva sortito il suo effetto. In un modo insperato, 
quasi disperato, eppure lucido e accorto .
A piazza Venezia, sotto la colonna di Traiano, un tassista sonnecchiava ascoltando la radio. Po-
tevo ancora sfruttare le ore di quella notte inumidita. Ma come? Bussai al finestrino, e mentre mi accomodavo sul sedile posteriore mi venne un'idea. In fondo l'avevo battuto con un po' di fortuna, l'Uomo dei Servizi, ed era stato lui a sbagliare l'ultima palla. Non aveva saputo difen-
dere il vantaggio. Segno che, in fondo, era più nervoso di me .






6

«Dotto'! Ancora svejo?» .
«Sì. Non riesco a dormire» .
«Ma che è 'sta musica de sottofondo?» . «Niente. Ti spiego dopo» .
«Clara sta benone, grazie a Dio. Er pupo, poi, è 'n amore» . «Tutto suo padre?» .
«E che ne so? Io co' le somijanze nun c'ho mai capito gnente. Però è bello rotondo. Sapesse 
come strilla... Lo vojo battezza ai Santi Quattro, la chiesa de suor Grazia. E lei me deve fà da te-
stimone» .
«Da padrino, vuoi dire» .
«Vabbè, quello che è, a quest'ora der mattino nun se pò pretende. Comunque 'sta storia è co-
minciata là, e là devo tornà. Però je volevo pure dì 'na cosa che m'ero scordato...» . 
«Non adesso, non è il momento, te l'ho già detto. Ci vediamo domani. Se puoi, vieni allo spetta-
colo di Gisella. Così parliamo» .
«E magari magnamo pure. Pe' festeggià, e pure perché nun c'ho gnente in frigo. Sa com'è... allo spaccio dei Servizi nun m'hanno fatto entrà, 'sti bastardi» .
«Attento che ti sentono» .
«Nun sarà 'na novità. Lo sanno già» .
Dietro la tenda risuonò la voce squillante di una specie di presentatore, che invitò ad applaudire 
Lucy, la stella venuta dal Texas. Seguì uno scalcinato battito di mani. Le quattro e mezza. Lucy 
aveva finito il suo spettacolo, l'ultimo della notte. Otto o nove uomini uscirono a testa bassa, 
senza guardarsi l'uno con l'altro. La maschera mi assicurò che Mary era ancora in camerino, che 
adesso potevo passare, tanto aspettava ancora il suo boy. E il suo boy era uno che faceva spesso 
tardi .
Boia d'un boy. Speriamo che non sia lo stesso che l'aveva malmenata due anni fa, pensai. Come si fa a essere gelosi di una spogliarellista? Ma gli uomini sono una razza inacidita e torbida. E le donne a volte li vogliono così e non riescono a staccarsene. Però Mary quella notte se l'era vista brutta, e aveva detto: "Grazie, e se le serve qualcosa, commissario, non faccia il timido". Ora qualcosa mi serviva davvero. Il giro dei locali di striptease a Roma non è ampio: le poche stelle di quel cielo dovevano conoscersi un po' tutte fra loro. Con un po' di fortuna, Mary poteva dav-
vero ricambiare il favore di un anno prima .
Mentre percorrevo il lungo corridoio semibuio, mi imbattei in quella che doveva essere Lucy, 
ancora nuda nell'ombra delle quinte. D'istinto, si coprì il corpo con un asciugamano, in un gesto 
di pudore insospettato, e mi sorrise in silenzio quando le chiesi dove fosse Mary, indicando la 
porta azzurra in fondo, illuminata da un piccolo fascio di luce che proveniva dal camerino ac-
canto. Bussai discretamente, attesi una voce di risposta che tardò un poco ad arrivare. La porta 
di Lucy dietro di me si chiuse. Strabuzzai gli occhi in quel buio temporaneo. Dopo qualche se-
condo, riuscii a distinguere, di fianco al camerino di Mary, uno spazio ampio dov'erano accata-
state sedie rosso fuoco, letti a forma di bocca, pali lucidi per lo striptease, un grosso cuore di 
gommapiuma e altro di cui il tacere è bello. E polvere, così tanta polvere che, quando Mary 
aprì, mi riconobbe e mi gettò le braccia al collo, non riuscii a trattenere uno starnuto .
«Che bello rivederla. Non è cambiato, commissario. Ma che occhiaie! Si deve riposare un po'. La notte non è per tutti, sa?» .
«Ciao, Mary. Ti trovo bene» .
«Bisogna mantenersi. Con questo mestiere, poi... ti levano il sangue se non stai attenta» . «Già, proprio di questo ti volevo parlare. Del sangue» .






«Allora mi accompagna a casa? Tanto il mio boy, a quest'ora di notte, si è già scordato di venir-
mi a prendere» .
«Ma non è che poi ci vede e s'ingelosisce?» . 
«Dipende. Di che sangue mi voleva parlare?» . 
«Usciamo» .
«Mi fai la scorta personale?» . «Sei passata al tu?» .
«Be', se vogliamo farlo ingelosire, da qualche parte dobbiamo cominciare...» .






7

L'insegna del Blue Moon si spense proprio mentre uscivamo a prendere ancora qualche goccia 
di pioggia. Mary aprì l'ombrello e me lo porse, poi si strinse sottobraccio al mio corpo intirizzi-
to. Da via Paolina occhieggiavano le luci di Santa Maria Maggiore. Maria, Mary. Pensavo a 
questo nome, così dolce, che lei esibiva per farlo strascinare da lingue sciagurate. La macchina 
era ancora a piazza Vittorio. Ci arrivammo in pochi minuti. Accesi motore, riscaldamento e le 
aprii da dentro la portiera. Mary sprofondò esausta nel sedile accanto a me: «Porta Maggiore, 
buon uomo», disse tutta seria. Poi all'improvviso si mise a ridere, mettendo una mano alla boc-
ca, e mi guardò con aria curiosa: «Allora, che cosa vuoi sapere, commissario?» .
«Cerco una ragazza. Non conosco il nome, né il paese. E straniera, ma è del tuo giro. Ha un bambino di tre o quattro anni. Sordomuto» .
«Allora vuol dire che hai gusto. Cerchi la più bella . La più applaudita. Ma sei arrivato tardi. Non c'è più» . «Questo lo so» .
«Hai visto almeno i poster, all'entrata del locale?».» . «Non so nemmeno com'è fatta» .
«Tornaci, domani, a vederla. Almeno sai quello che ti sei perso. Si chiama Virginia» . «Nome d'arte, ovviamente. Appropriato» .
«Certo. E una commedia, ma gli uomini sono così, preferiscono non pensarci. Tu li fissi, fai l'occhiolino, gli fai capire che sono speciali, che ti hanno colpito, che vorresti stare sola con loro. E loro ci cascano. Così. Gli piace illudersi. A volte s'innamorano anche, sai?» . 
«E quelli che s'innamorano? Come sono? Pericolosi?» .
«Dipende. Virginia era brava a farli sognare, e a tenerli a distanza; a usarli, qualche volta» . «Tu li hai conosciuti, i suoi uomini?» .
«Alcuni. In questi anni ne sono andati e venuti parecchi. Ma per lei, alla fine, contava solo uno». «Chi?» .
«Il suo bambino. Il suo Re, come diceva lei. Di fronte a lui, gli altri erano meno di zero» .
«Ma ultimamente? Gli ronzava intorno qualcuno? Per esempio uno del suo paese?» .
«Quello dell'ambasciata? Non me ne parlare. Veniva tutte le sere. Era dolciastro, uno che non avrei toccato nemmeno con un dito. Ma lei ci stava. O almeno faceva finta di starci. Sicuramen-
te le faceva comodo il contatto, ma una volta mi disse che era un bastardo, perché al dunque non aveva voluto aiutarla nella cosa più importante» .
«Che cosa?» .
«Virginia non aveva il permesso di soggiorno. E da un po' di tempo, coi problemi del bambino, non poteva più permetterselo. Gli ospedali, le cure, sai come va l'Italia. Queste cose, ormai, se non sei in regola, diventano un problema. Ma lui le aveva detto che non poteva farci niente. Ti rendi conto? Uno che lavora in ambasciata! Ma sai a lui che gliene fregava del bambino...» . «Però Virginia l'ha avuto, il permesso, qualche mese fa...» .
«Allora perché mi fai le domande se le sai già, le cose?» . «E chi l'ha aiutata, se non è stato lui?» .
«A me ha detto che aveva fatto da sola» . «E come?» .
«Questo non lo so. Comunque sia, è partita, è stata qualche settimana al suo Paese, è tornata, ha lavorato ancora un po', e un bel giorno, a novembre, è sparita» .
«Così, all'improvviso?» .






«Dalla sera alla mattina. Per il locale è stato un problema. Aveva i suoi fan, parecchi venivano solo per lei. L'hanno cercata per mari e per monti. Ma non si è fatta più rintracciare. Cellulare, casa. Tutto muto» .
«E nemmeno tu sai dov'è?» .
«No, non ha detto niente a nessuno» .
«Quest'uomo dell'ambasciata è tornato a cercarla dopo che è sparita?» .
«No. Anche lui non si è fatto più vedere. E dire che veniva quasi tutte le sere, quando lei era in 
scena» .
«Ma ti è sembrata turbata negli ultimi tempi?» .
«No, non mi pare, sembrava normale. Però una sera è venuta da me, in camerino, e ci è rimasta parecchio tempo. Aveva voglia di chiacchierare, ma era tutta seria. Alla fine si è messa a farmi strane domande» .
«Che genere di domande?» «A un certo punto mi ha chiesto: "Mary, come si fa a capire se qual-
cuno ti sta dicendo davvero la verità?"» .
«E tu?» .
«Be', io non è che sono brava in queste cose. Ci ho girato un po' intorno, e alla fine le ho detto: "Guardalo dritto negli occhi, e vedi se li abbassa o se riesce a reggere il tuo sguardo". Che dici? Troppo da Baci Perugina?» .
«Te la sei cavata. E poi?» .
«E poi, mi ha fatto la domanda da un milione di dollari...». «Cioè?» . «Ha detto: "E per capire se uno ti vuole veramente bene?"» . 
«E tu, che hai risposto?» .
«E che dovevo dire? Che non lo so. Nemmeno io l'ho mai capito per me, figuriamoci per un'al-
tra. Sarà questo mestiere, che ti confonde la recita e la vita. Ma non mi andava di deluderla. E così, tanto per rispondere qualcosa, le ho detto: "Fai una prova. Se vedi che vuole bene a tuo fi-
glio, allora di sicuro vuole bene anche a te"» .
«E lei?» .
«Ci è rimasta di sasso. Ha detto grazie, mi ha abbracciata, e la settimana dopo non l'ho più vi-
sta» .
«E non ricordi nient'altro?» .
«No. Mica ci parlavo tutte le sere» . 
«E il bambino? L'hai mai visto?» .
«Una volta, di pomeriggio, a passeggio in centro. Ha gli stessi occhi. E poi quei capelli a ca-
schetto, folti, lunghi, neri neri. Bellissimi. Come i suoi» .
«I capelli?» .
«Sì, perché?» .
«No, niente. Una cosa che mi passava per la testa» .
«Lo sai solo tu quello che ti passa per la testa, commissario. Ma io sono discreta, non ti faccio domande. Siamo arrivati. Casa mia è qui, vicino al Bingo. Ferma la Rolls» . 
«Vuoi che ti accompagni fin dentro al portone?» .
«Scherzi? E se incontri il mio boy? Ti voglio rivedere, sai? Sei una garanzia. Con la vita che 
faccio, un poliziotto come te mi serve intero. A proposito, perché mi hai detto quella cosa, pri-
ma?» .
«Quale?» .
«Del sangue. Volevi parlarmi del sangue. E poi non me ne hai parlato» . «Un'altra volta...» .
«Non è per Virginia, vero? Se la cerchi, vuol dire che la cerchi viva, no?» .
«Lo spero. Ma non parlarne con nessuno. Fallo per lei. E un po' anche per me» . «Se è per questo, già fatto» .
«Fatto cosa?» .






«Non sei il primo. Qualche tempo fa, altri sono venuti a cercarla. Ma io le facce degli uomini le conosco bene. E quelle non mi piacevano proprio. Gli ho detto che la conoscevo solo di vista. E se ne sono andati» .
«Italiani?» .
«Non credo. Avevano lo stesso accento di quel tipo dell'ambasciata» . «E perché non me l'hai detto prima?» .
«Perché non me l'hai chiesto. Vai a dormire adesso, che sei distrutto. E poi, a quest'ora di notte, se ti vede qualcuno in macchina con una ragazza, che gli racconti a tua moglie?» . 
Non c'è che dire, pensai: la notte porta fortuna, oltre che consiglio. Mary sparì nell'ombra del viale d'ingresso. A Porta Maggiore, sulla via del ritorno, mi colse di sorpresa il primo accento dell'alba. Finalmente qualcosa cominciava a schiarire .






8

In cucina, Gloria si era appena alzata e preparava il caffè . «Dove sei stato fino a quest'ora?» .
«Al night. E poi con una spogliarellista» .
«Ti sembra questo il momento di scherzare, Ottavio? Non mi hai fatto sapere niente! Che è successo a Mario? Clara era disperata. E il bambino? E nato?» .
Questa vicenda mi aveva insegnato una cosa. Se vuoi essere sicuro che nessuno ti creda, rac-
conta sempre la verità: «È nato, è nato. Sano, grassottelle. Già strilla in romanesco. E Clara sta 
bene. Tutto risolto. O quasi. Ma non chiedermi di Mario. Non posso spiegarti adesso. Sarebbe 
lungo» .
«Bisogna che vada a trovarla. Oggi però non lasciarmi sola coi consuoceri. Io non ce la faccio più a sorridere e ripetere sempre le stesse cose» .
«Non sono in ferie, Gloria» .
«Ma oggi è domenica!» .
«Ah, giusto. Ma quando ripartono?» . «Domani» .
«Devi darmi ancora una mattinata» .
«Per quello non c'è problema. Si alzano a mezzogiorno» . «Ma Jorge che fa? Torna?» .
«E chi lo sa? Io non ci capisco più niente» . «Nemmeno io. Che ore sono?» .
«Le sei e mezza» .
«Allora vado. Ci vediamo a pranzo» . 
«Sei appena arrivato e già te ne vai?» . 
«Ho una cosa urgente da fare» .
«Ottavio, ascoltami bene: se stasera manchi alla recita di Gisella, prima te la vedi con lei, e poi 
con me» .
«La recita è cominciata da un pezzo. Ma non preoccuparti, non voglio perdermela per nessun 
motivo» .
«Ah, un'altra cosa. Maria ti aspettava, ieri sera. Dice che doveva dirti una cosa importante. È andata a letto tardissimo. Non so cosa volesse» .
La seconda colazione fu rituale e lunghissima. Gli occhi mi si chiudevano mentre sfogliavo 
meccanicamente le pagine del «Messaggero», seduto al bar, sorseggiando un caffè doppio. Ma 
quando arrivai alla cronaca di Roma, il cornetto alla crema di Cottini si fermò a metà tra bocca 
e stomaco .
Notizie brevi: "Omicidio ai Parioli. Assassinato dipendente d'ambasciata". Il delitto, avvenuto nei giorni scorsi, è stato scoperto sabato notte grazie alle telefonate dei vicini di casa, allarmati dall'odore che proveniva dall'appartamento della vittima, nel quartiere Parioli». Ma a colpirmi fu soprattutto il trafiletto che veniva subito dopo: «"Banda dei suv. La Polizia sulle tracce di un giovane catalano". Uno studente di architettura catalano, 23 anni, in Erasmus a Roma, è sospet-
tato di essere la mente di un gruppo anarco-insurrezio-nalista che la Polizia considera coinvolto nel taglio delle gomme dei suv ai Parioli della passata settimana. Dalle ultime indiscrezioni il giovane sarebbe attualmente rifugiato all'estero» .
La disposizione dei due articoletti non poteva essere casuale e il messaggio, fin troppo chiaro, 
sempre lo stesso: ricordati che lavori per noi, e stai attento che ti possiamo ricattare. Più che i 
servizi del «Messaggero», era «Il Messaggero» dei Servizi. Ma il gioco di parole non fu ester-






nato e rimase a snebbiarsi nella testa appesantita, finché la mia attenzione non fu attirata dal sentore di una presenza familiare .
Sui vetri esterni del bar, che cominciava ad animarsi, mentre sonno e pensieri combattevano tra 
loro, udivo un ticchettio insistente. Alzai gli occhi dal giornale. Le dita grassocce dell'avvocato 
Galloni continuavano a tamburellare senza sosta, ritmando il tempo in sorridente attesa. Gli feci 
cenno di entrare. Lui armeggiò per sistemare alla meglio il guinzaglio del suo cane cieco al gan-
cio del dog parking, tranquillizzandolo a carezze per fargli capire che non lo avrebbe abbando-
nato lì. Poi si diresse alla cassa, mi indicò al gestore, tirò fuori il portafoglio e alla fine sedette, 
preoccupandosi che Socrate rimanesse bene nel suo campo visivo. Lo salutò, da dietro il vetro, 
con un magico picchiettio in codice, a cui il cane rispose abbaiando e accucciandosi col muso 
sulle zampe .
«Lei e il suo Socrate v'intendete alla perfezione, avvocato» .
«Certo. Mi sente e in un certo modo, starei per dire, mi vede. Si accorge sempre di tutto, prima e meglio di me. La cecità conosce vie segrete, commissario, paradossali e sorprendenti. Al con-
trario, io, che di lui sarei la guida, mi rendo conto ogni giorno di più che la mia vera condizione è, come del resto norma vorrebbe in questo genere di coppie, assai più vicina alla sua di quanto non credessi. Ambisco quasi allo scambio, ovvero al ripristino dei ruoli. L'uomo cieco, il cane guida. Credo che finirei per guadagnarci. E sento che anche lui, nonostante la menomazione, è pronto a rivendicare il mio posto. Mi creda, già ora se la cava benissimo» .
«E lei, ci si sente, al posto di Socrate?» .
«Non mi ci sento. Ci sto. Brancolo. Ogni giorno. Un memento» . «Che momento?» .
«Un memento. Mi ricordo» . «Di cosa?» .
«D'essere uomo» . 
«Cioè?» .
«Cioè: in potentia vedente, ma spesso cieco in acto» . «Lei mi confonde, avvocato» .
«Non più che se davanti a lei sedesse una bella figliola. E invece ecco qua, questo stanco, gras-
soccio e ricurvo cascame d'uomo» .
«Non si butti giù così» .
«Ma io veramente parlavo di lei. Ha una pessima cera. Non si è accorto che il Natale è alle por-
te?» .
«Non ne ho avuto ancora il tempo, purtroppo» .
«Si sbaglia. Non ne ha avuto ancora gli occhi. Ha dunque bisogno che una stella sorga nel suo cielo, per muoversi incontro al Bambino che viene» .
«Il bambino, in un certo senso, è già venuto» .
«Può darsi. Ma se lei non alza gli occhi, non vede la stella, non fa fagotto, non si muove, resta tagliato fuori dalla scena. Cieco in acto. Bisogna che faccia una statuetta per lei nel mio prese-
pe. Questo potrebbe aiutarla» .
«Però questa notte ho visto una stella. Ma non so se vale» . «Perché?» .
«Viene dal Texas» .
«Dice davvero? Niente male. Il quarto dei Magi, inaspettato, che muove da Occidente, in solita-
ria. Una bella variatio. Cercherò di metterla sul lato destro del presepe, a simboleggiare il Te-
xas. Ma si affretti. Gli altri Re viaggiano da tempo, e sono già sulla buona strada. Gli resta or-
mai soltanto qualche giorno. Lei a che punto è? Non ardisco arrischiarmi, ma oserei dire che 
s'attarda, che teme i pericoli del viaggio. E chi troppo teme, è perché sopravvaluta il nemico. 
Erode alla fine è stupidamente banale. Non può competere. E cieco in acto. Se lo ricordi» .
«Ma anche noi lo siamo» .






«Sì, ma non abbiamo la presunzione di volerci vedere. E così cerchiamo delle guide. Lui no. Per questo siamo in vantaggio» .
«E se il nemico fosse veramente forte?» .
«Allora si ricordi la massima: "Mettiti d'accordo con il tuo avversario, mentre sei per via con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice, e il giudice alla guardia"» . 
«Sembra detta apposta per me» .
«Non sembra. È detta apposta per lei. Mi tenga informato. Un vecchio solo ha sempre piacere di ricevere notizie» .
«Lo farò, avvocato. E grazie» .
«Di nulla. Piacere, non dovere. Torno a sguinzagliare la mia guida. Oggi il passeggio è stato lu-
minoso. A proposito, mi sono permesso di offrirle la colazione. Lo prenda come viatico augura-
le. Ma non perda di vista la sua stella» .






9

«Un "gasometro" o "gazometro" è una struttura destinata a immagazzinare il gas a temperatura e pressione quasi naturali. Tale nome si deve all'ingegnere scozzese William Murdoch che lo coniò nel 1800. Il volume del serbatoio si adatta alla quantità di gas immagazzinata, mentre la pressione a cui il gas è sottoposto all'interno di esso deriva dal peso di un tetto mobile. Volumi tipici per gasometri di grandi dimensioni sono di cinquantamila metri cubi circa, con un diame-
tro della struttura di sessanta metri» .
I commensali tacquero stupiti, con il prosecco a mezz'aria . «Maria, scusa, ma adesso cosa c'entra?» .
«Aspetta, papo, non è finita. Il gasometro ha funzione di contenitore a pressione costante, non è 
quindi in grado di ospitare grandi quantità di gas, nonostante le dimensioni spesso ragguardevo-
li. Non si presta a un uso come serbatoio per lo stoccaggio a lungo termine di gas, ma più alla 
funzione di regolazione e immagazzinamento a breve termine tra produzione e consumo, per-
mettendo di rispondere ai picchi di richiesta, di sopperire a uno stop di produzione o a una pro-
duzione di tipo ciclico. I gasometri di Roma sono quattro: le strutture, risalenti agli inizi del No-
vecento, ormai non sono più utilizzate e rappresentano un monumento del passato della città. 
Ecco, è tutto» .
«E con questo?» .
«E con questo sono cento euro» . «Ma che dici?» .
«Non ti ricordi più, papà? Me l'hai promesso!» .
Tutti volsero gli occhi su di me. Maria sorrideva, trionfante, in attesa di un cenno. Alla fine, la madre di Jorge, che non aveva capito una parola e pensava a una poesia di Natale, spezzò il si-
lenzio con un applauso convinto .
«Qué chica encantadora. Una actriz fantàstica!» .
«Qui di attrice ce n'è una sola», fece Gisella, sfoderando un'acidità da suocera. Giusto in tema 
con lo spettacolo della sera. Maria si dispose a un affondo devastante. Glielo lessi negli occhi. 
Bisognava riportare bonaccia. Tirai fuori il portafoglio: «D'accordo, ogni promessa è debito» . 
Ero arrivato in tempo a pranzo, nonostante la sfiducia di Gloria, e avevo trovato anche Mario, 
invitato dell'ultimo minuto, al suo primo giorno da padre, pronto a tavola col tovagliolo al collo. 
Gisella, che non parlava con Jorge nemmeno più per telefono, era stanca e nervosa. Alla fine si 
alzò prima del dolce: «Io esco, mamma. Oggi dobbiamo stare in teatro alle tre. Il tuo bimbo, 
Mario, vengo a vederlo domani» .
«Se vuoi ti accompagno», feci io .
«No, papà, grazie: ho chiesto a Leo di venirmi a prendere» . «Ancora con questo Leo?» .
«Deve venire anche lui, per gli ultimi arredi di scena. E così ho approfittato. E poi, voi non do-
vete andare all'ospedale a trovare Clara e il bambino?» .
«Giusto. Allora ci si vede stasera» .
Gisella doveva aver perso la speranza che Jorge tornasse per assistere alla commedia, e uscì con un'aria cupa. La lunga assenza del catalano, a dire il vero, stava ormai inquietando un po' tutti, ma in cuor mio continuavo a sperare che si prolungasse .
Nel pomeriggio, tornando dalla visita in ospedale, chiesi a Mario di fare due passi con me. E gli 
raccontai di nuovo tutto dal principio, ma stavolta senza omissioni: le indagini di Podestà sui ta-
gli ai suv, la questione di Jorge é dei cicloterroristi, il motivo per cui mi ero interessato al pro-
prietario della Mercedes, le misteriose cartoline di Caravaggio e i tagli delle gomme in corri-
spondenza dei relativi musei, il colloquio al biliardo con l'Uomo dei Servizi, le parole di Mary,






la pagina del «Messaggero» che metteva insieme la notizia di Jorge e quella del delitto. E infi-
ne, l'ultimo tassello: «Stamattina ho preso la macchina, e ho buttato giù dal letto Andrea Occhi-
grossi» .
«Er tajapanze?» .
«Proprio lui». "Er tajapanze" nel lessico di Iannotta era il mio amico, medico legale dell'obito-
rio. «Mi sono presentato alle otto e mezza. Poveraccio, dormiva come un ghiro. Ho dovuto cito-
fonare quattro volte. Ma non me la sentivo di chiamarlo al telefono. I nostri numeri saranno si-
curamente controllati» .
«E perché c'è andato?» .
«Perché volevo sapere qualcosa di più su questo benedetto uomo della Mercedes, e sulla sua 
morte» .
«E che ha scoperto?» .
«Che l'hanno ucciso così...» .
Tirai fuori dalla tasca le quattro cartoline di Caravaggio che ormai portavo sempre con me. E gli mostrai l'immagine di Giuditta e Oloferne: la donna che tiene la sua vittima per i capelli e gli taglia la gola con un coltellaccio, mentre una vecchia, alle sue spalle, guarda la scena con cru-
dele compiacimento .
«Capisci? Aveva la gola squarciata da parte a parte, proprio come nel quadro. Io non so cosa 
pensare» .
Mario si fermò, dubbioso, rigirandosi l'immagine tra le mani. Poi, alla fine, sentenziò: «Qua tocca fà brei-stormi» .
«Che cosa?» .
«Vor dì "tempesta de cervelli". Quanno te metti a pensà tutti quanti insieme, e ognuno dice la 
prima cosa che je passa pe' la testa. E poi alla fine se capisce chi è stato» . 
«Capirai... negli ultimi tre giorni avremo fatto sì e no dieci ore di sonno in due. Sai che tempe-
sta...» .
«Ma secondo lei 'na donna è capace d'ammazzà 'n omo a 'sto modo? Je taja la gola e quello nun reagisce?» .
«Era legato a una sedia. L'hanno trovato così. E aveva un tasso alcolico nel sangue da schianta-
re un cavallo» .
«Quindi, secondo lei quello s'embriaca, se fa lega, e poi, stordito com'è se lascia tajà la gola?» . «Il medico non lo esclude. Se l'uomo era intontito dall'alcol fino a quel punto, è possibile che sia stata anche una donna» .
«Ma, a maggior ragione, potrebbero esse stati due, magari 'n omo e 'na donna, 'na donna e 'n omo, 'n omo e 'n omo. Pò esse stato chiunque» .
«Appunto, e quindi non serve fare brain storming. Comunque Occhigrossi è stato molto utile. Anche per altri particolari» .
«E cioè?» .
«La data e l'ora della morte. L'uomo è stato assassinato il 13 dicembre, non prima, ma dopo l'abbandono di Romoletto» .
«E quindi?» .
«Quindi, se l'assassina è davvero la madre, dovremmo supporre una premeditazione forte, deci-
sa. Virginia si disfa del figlio, uccide la vittima, poi scompare del tutto. Se è così, è probabile che non la troveremo mai. A quest'ora potrebbe essere già all'estero» .
«E perché i Servizi pensano che sta ancora qua in giro?» .
«Infatti. Non me lo spiego. Potrebbero aver segnalato il suo nome agli aeroporti. Ma ci sono molti modi di uscire dall'Italia senza farsi notare. Comunque Occhi-grossi mi ha anche dato una foto dell'uomo assassinato, quella del suo passaporto. Ora sai tutto. Tu invece? C'era una cosa che ti eri scordato di dirmi, mi pare» .
«Sì. Anch'io nun so' tornato a dormì stammatina» .






«E che hai fatto?» «So' annato da Marione a sentì i nastri registrati. M'aveva detto che stava in radio, e che la domenica mattina presto era er giorno più tranquillo pe' fà quer lavoro. Ce so' vo-
lute tre ore, ma è valsa la pena» .
«E che hai scoperto?» .
«Che Andrea è stata in giro pe' l'Europa, st'urtimi du' anni, a lavora in un circo. Lo dice in pa-
recchie telefonate. Ecco dov'era annata. Poi, ogni tanto chiamava la radio pe' sentisse a casa, vi-
sto che a casa nun poteva chiama: diceva che la Roma la seguiva ancora, pure se stava lontana. 
E mannava saluti a destra e a sinistra. Soprattutto a destra, devo dì, data l'aria che tira nelle cur-
ve. E nell'urtima, che è de sei mesi fa, fa un saluto molto particolare a un personaggio de nostra 
conoscenza» .
«E chi è?» .
«Er Tapparella» . 
«Non mi dire...» .
«Proprio lui in persona. E dice pure che nun s'è mai scordata tutto quello che ha fatto pe' lei in questi anni» .
«Le avrà trovato casa, alla maniera sua. Che fine ha fatto er Tapparella? Ancora esercita?» .
«Nun credo. Ha messo la testa a posto, a quanto pare. Ha aperto una bottega dove restaura mo-
bili, a Te-staccio. Proprio vicino ar Gazometro. A proposito, mica ho capito la tirata de su fija a 
pranzo» .
«Niente, uno scherzo fra me e lei» .
«Pure io e lei scherzamo. Però nun è che ogni vorta me passa cento euro...» . «Già. Però adesso alza gli occhi. Siamo arrivati» .
«E che è 'sto popò de roba? M'ha portato a vedé un locale de donne nude?» . «Omnia munda mundis. Guarda questo poster» .
«Mamma mia...» .
«Hai capito chi è?» .
«Oddio, dotto'! De faccia, so' du' gocce d'acqua, lei e Romoletto». «De faccia...» .
«...be', da la faccia in giù... che je devo dì... Mo' ho capito perché la cercano pure li Servizi» .






10

Forse Mario aveva ragione. Ci voleva un brain storming, ma di un genere particolare. Un luogo dove il flusso dei pensieri potesse riavvolgersi all'indietro, come un nastro, e scorrere daccapo, depurato dei suoi grumi, finalmente limpido. Nelle poche ore che mi separavano dallo spettaco-
lo di Gisella, decisi di tornare al kairós di quella sera in cui era cominciato tutto: a quel bambi-
no inconsapevole che muoveva, come marionette, gli altri protagonisti del dramma . 
Ricominciare, e magari cambiare il punto di partenza. Al Bambin Gesù, in quella stanza asetti-
ca, Romoletto giocava con il solito pupazzo di peluche. Incrociai la Peruzzi nei corridoi, le dissi che poteva andare, sarei rimasto io a controllare tutto .
Mi sedetti sul suo letto. Lo spostamento di peso sul materasso gli fece alzare gli occhi. Lui si 
accucciò, in posizione fetale, come aveva fatto Gisella quella sera a teatro. Poi aprì le braccia, si 
avvicinò, mi posò le manine sulle guance, e cominciò a toccarmi il viso, palmo a palmo, chiu-
dendo gli occhi. Ora era quasi completamente isolato: non vedeva, non sentiva, non parlava, 
usava solo il tatto. Un gioco cieco, muto e sordo. Sembrava l'esercizio della maschera neutra. 
Ma le labbra erano increspate a un sorriso birichino. Allora anch'io chiusi gli occhi, e gli misi le 
mani sulla testa .
Ecco il nuovo punto di partenza .
Mary aveva detto di aver visto il bambino per la strada, con una capigliatura folta, a caschetto. L'avevano colpita, quei capelli. Invece, quando l'avevo trovato in macchina, aveva la testa rasa-
ta a zero. A questo non avevo dato peso. Erano stati i piedi ad attirare la mia attenzione, non il capo. Perché quel taglio così netto? Poteva essere stato un nonnulla, un accenno di pidocchi. Ma anche il tentativo di rendere più difficoltoso il riconoscimento del bambino. Un sacrificio, in ogni caso, che non era segno di una fuga precipitosa, come nel caso delle scarpe che manca-
vano, ma che era stato deciso consapevolmente .
Gli misi in mano la foto con l'identikit dell'uomo assassinato, per sondare la sua reazione. La 
fissò un momento, poi la lasciò sul letto, disinteressandosene. Niente di strano, a pensarci bene. 
Certo non era uno a cui Virginia poteva pensare di affidare il bambino. Lui andava quasi tutte le 
sere a vedere il suo spettacolo. Uno spettacolo che durava fino alle quattro del mattino. Con chi 
rimaneva il bambino la notte? La madre doveva avere una compagna di appartamento, o una 
baby-sitter fissa che si fermava a dormire a casa sua. In ogni caso, qualcuno che non era quel-
l'uomo. E che forse era da qualche parte in giro per Roma, con molte storie da raccontare .
Per esempio, avrebbe potuto dirmi dove si era rifugiata Virginia nei trenta giorni trascorsi dal suo dileguarsi dal Blue Moon fino all'abbandono di Romoletto .
Fra le altre circostanze confuse, anche questo non tornava. Virginia era sparita due volte, per 
così dire. La prima volta, un mese fa, lascia il lavoro di punto in bianco, abbandona la sua casa 
e si rende irreperibile. La seconda volta, subito prima della morte di quell'uomo, abbandona il 
figlio e si eclissa .
Ma quell'uomo, prima di essere ucciso, che ruolo aveva svolto veramente? Stando a quel che di-
cevano i Servizi, un mese fa viene incaricato di trovare la donna e riportarla in patria. Lui, fino a quel momento, sa benissimo dove trovarla. Ma ecco che lei sparisce e anche lui non va più a cercarla al night. Perché? Evidentemente perché sapeva che sarebbe sparita. Altrimenti sarebbe tornato, si sarebbe meravigliato di non vederla più in scena, avrebbe chiesto informazioni. Inve-
ce, niente. Poi, un mese dopo, muore, sgozzato brutalmente con un coltellaccio. E poco prima di quest'esecuzione, la madre si separa dal suo bambino .
I Servizi avevano fatto un ragionamento troppo elementare: chi ha interesse a uccidere l'emissa-
rio di Giugurta? Virginia. Dunque è Virginia che l'ha ucciso. Ma perché allora non ha tentato la 
fuga insieme al figlio? Se è vero quello che dice Mary, che non aveva occhi che per il suo Re,






perché l'ha abbandonato? Disposi le cartoline di Caravaggio sul letto. Avevo davanti a me la 
scena dell'omicidio, raffigurata nella morte di Oloferne. Anche le altre cartoline avevano un si-
gnificato? Era probabile. Ma quale? Romoletto si mise a guardarle, stavolta con un certo inte-
resse. Ma più che le immagini in sé, sembrava che lo attirassero le tacche laterali, quelle che an-
ch'io avevo notato la prima volta: piccole incisioni fatte con un coltello, o con delle forbicine. Il 
bimbo passava e ripassava il ditino su quei piccoli tagli ordinati e di numero diverso su ogni 
cartolina. Poi tirò fuori le sue figurine e le mise accanto alle altre. Erano quelle quattro che ave-
vo già osservato in macchina, davanti al Teatro dell'Orologio: Totti, Baptista, Peter Pan e l'a-
stronauta. Ma stavolta rimasi di sasso: le ultime due avevano anch'esse delle tacche sui lati, del-
lo stesso tipo, eseguite con la medesima precisione .
Non feci in tempo a elaborare la sorpresa che Romoletto si mise di nuovo ad attirare la mia at-
tenzione con segnali confusi, a cui non ero abituato. Per non saper né leggere né scrivere in quella sua lingua muta, pensai che potesse voler dire pipì. Lo presi velocemente in braccio, ma quella mossa lo innervosì, e cominciò a dimenarsi, tanto che dovetti posarlo di nuovo sul letto . L'infermiera, che non mi conosceva, si allarmò, mi disse che avrei dovuto chiamarla, non fare di testa mia. Non poteva fidarsi di chiunque. Si trattava di bambini. Spiegai chi ero, mostrai il tesserino per tranquillizzarla. Poi restammo insieme, tutti e tre, davanti alla porta del bagno, in attesa che si liberasse. Dopo un paio di minuti ne uscì un altro bambino, che teneva la mano della mamma. Aveva anche lui i capelli rasati a zero .
Mentre l'infermiera era dentro con Romoletto, vidi passare lungo il corridoio un'altra piccola te-
sta rasata. Lei mi spiegò che erano pazienti del reparto oncologico. La chemio fa perdere i ca-
pelli, disse, così le madri li rasano per non vederglieli cadere. Le chiesi se Romoletto poteva aver avuto un problema del genere. Mi rispose che le analisi lo escludevano nel modo più asso-
luto. A parte il sistema uditivo, il bimbo era perfettamente sano .
Raccolsi pensoso le cartoline e lo salutai, abbracciandolo forte: «Domani verranno a prenderti. 
Avrai una casa e nuovi amici, ma tornerò a trovarti, sai? E verranno anche Mario, e Gisella, e la 
Peruzzi. Hai capito? Stai tranquillo, non preoccuparti. Nessuno ti abbandonerà» . 
Lui restò imbambolato a cercare di decifrare l'indecifrabile, sorrise, poi riprese il suo peluche e 
se lo strinse al petto. Sembrava che volesse rassicurarmi, con quella sua insondabile serenità. E 
invece mi mise addosso un'inquietudine che non sapevo da dove venisse, ma in quel momento 
era solo mia .
Mi vennero in mente le parole del sindaco: «Magari si potesse tornare bambini così, almeno per un momento». Forse anche Romoletto faceva con me lo stesso gioco che Socrate giocava con Galloni. Scambio di ruoli. Magari il vero sordo, fra noi due, ero io, e lui capiva molto di più di quello che potessi immaginare .
Si stava facendo tardi. Infilai il cappotto, lo salutai ancora una volta, da lontano. Ma Romoletto aveva già smesso di guardarmi, immerso totalmente nel suo mondo .






11

Mancavano ancora un paio d'ore all'appuntamento davanti al teatro. Gloria mi chiamò per dirmi 
che sarebbero venuti in autobus. Meglio così. Avrei evitato la titanica impresa di cercare par-
cheggio in centro in periodo natalizio. Alla pancia di Gisella, al ritorno, ci avrebbe pensato un 
tassì .
Camminavo lungo via dei Banchi Vecchi. Il freddo della sera e il sonno accumulato mi misero addosso la voglia di un po' di rosso. A piazza Pasquino mi sedetti da solo a un romantico tavolo già munito di candela. Un sontuoso Brunello, qualche spizzico di formaggio, le quattro cartoli-
ne disposte a semicerchio e il quadernetto degli appunti, sempre più inutilizzato. Chiesi una penna al gestore e, incoraggiato dal vino, iniziai a scribacchiare una mappa concettuale, come quelle che avevo visto sui libri di storia di Maria .
21 dicembre 2008. breinstormi solitario = Nun ce starno a capì gnente = Tanto vale provà .
Domanda: Uno dei quadri ci ha raccontato un pezzo di questa storia. Che cosa vogliono dire gli altri tre? Primo quadro, con quattro tacche: Giuditta e Oloferne .
Oloferne = uomo della Mercedes, taglio di gola. Già successo. Archiviato .
Giuditta = assassina = Virginia. È un'ipotesi dei Servizi, ma per ora è l'unica . Secondo quadro, con tre tacche: Maddalena penitente .
Ipotesi. Virginia, che ha fatto vita da Maddalena, vuole pentirsi, oppure si è già pentita.  Di 
cosa? 1. Di aver ucciso l'uomo della Mercedes; 2. Di aver fatto vita da Maddalena. Già succes-
so? Boh .
Terzo quadro, con otto tacche: Morte della Vergine .
Ipotesi. Maria = la Madre = Virginia. Ipotesi 1: Virginia è morta, perciò qualcuno ha abbando-
nato il bambino per salvare almeno lui. Ipotesi 2: il quadro c'è e non c'è. E stato dipinto per una chiesa di Roma, ma adesso è al Louvre. Quindi Virginia non è morta, ma potrebbe morire. Az-
zardato, ma è l'unica cosa che mi viene in mente .
Quarto quadro, con sette tacche: Riposo durante la fuga in Egitto .
Ipotesi: quadro politico. Reminiscenze di catechismo, rinfrescate da Galloni: Erode, fuori qua-
dro, vuole il bambino, perché gli insidia il regno .
Dunque: Erode = je rode = Giugurta . 
Bambino in pericolo = Romoletto . 
Maria = la Madre = Virginia .
Ipotesi. Virginia e Romoletto stanno scappando da Giugurta. Ora sono in pausa di riflessione, ma intendono continuare la fuga .
Problema: Giuseppe = ??? Chi è Giuseppe? Non è l'uomo della Mercedes, perché è morto. Ipo-
tesi. C'è un altro uomo? E l'angelo = ??? Chi è l'angelo? Storia risultante: Virginia, la madre di Romoletto, capisce che l'uomo della Mercedes insidia il bambino per conto di Giugurta e che lei stessa è in pericolo .
Abbandona il bambino .
Uccide l'uomo della Mercedes .
Decide di darsi alla fuga, forse con l'aiuto di un altro uomo, ma questa fuga non si è conclusa . Controindicazioni:
1. .La Madre e il Bambino non sono insieme;
2. .Due personaggi, Giuseppe e l'angelo, non sono identificati;
3. .Virginia è contemporaneamente Giuditta, Maddalena e Maria . Voto finale: INSUFFICIENTE. Debito formativo . 
Indicazioni per il recupero del debito:
1. .Tornare alla realtà .






2. .Non bere Brunello durante il breistormi .
Rimisi notes e cartoline nella tasca interna del cappotto, pagai e mi avviai a sfiorare Pasquino, 
piazza Navona, i vicoli che la corteggiano senza toccarla, immerso in una folla ondeggiante e 
rumorosa .
Le prime luci della sera erano già scese da un pezzo. Caravaggi in tasca, vino in corpo, stan-
chezza negli occhi. A via della Scrofa intravidi la commessa bionda da cui ero andato con Gi-
sella per avere informazioni sul cappotto scicchettoso che Romoletto indossava il giorno del kairós. Pensai che ora potevo farle vedere l'identikit dell'uomo della Mercedes . 
Non era lui, ne era sicura. Non avrebbe più saputo descrivermi bene quel volto, ma riconoscerlo sì. Si scusò, aveva poco tempo, il negozio affollato non concedeva tregua. Ma un'indicazione preziosa me l'aveva data. Quel cappotto era stato comprato da qualcun altro. Forse esisteva dav-
vero questo "Giuseppe", che voleva offrirle una possibilità di fuga .
Mentre mi avviavo verso il Teatro dell'Orologio, mi tornarono in mente le due domande che 
Virginia aveva fatto a Mary: «Come fai a sapere se qualcuno ti dice la verità?». Questa doman-
da, sospettosa e fredda, si adattava bene all'uomo della Mercedes. Ma l'altra, quella "da un mi-
lione di dollari" - «E per capire se uno ti vuole veramente bene?» - poteva invece riferirsi a 
qualcun altro. Mary le aveva risposto: «Vedi se vuole bene a tuo figlio». E lei era rimasta colpi-
ta .
Quel cappottino lussuoso forse non ne era stata la prova provata, ma una piccola lama di luce 
nel buio disperato di una donna braccata. Cercava un padre per suo figlio, non un amante. Uno 
che la proteggesse, non un "protettore". Uno che potesse salvare davvero lei e il bambino. E poi 
magari non era stata la prima volta che quest'uomo, se davvero esisteva, l'aveva aiutata . 
A pensarci bene, il colloquio con Mary si rivelava sempre più prezioso. Per esempio, era diffi-
cile credere che Virginia fosse riuscita da sola a ottenere il permesso di soggiorno. L'Uomo dei 
Servizi mi aveva detto che la donna a nome della quale era stata fatta la pratica per dare a Virgi-
nia un posto fittizio da badante era all'oscuro di tutto. Ma per districarsi negli uffici, nelle do-
mande, nella burocrazia dellÌNPS, per pagare regolarmente tasse e contributi al posto dell'igna-
ra vecchietta, ci voleva qualcuno che conoscesse bene le procedure. E questo qualcuno non po-
teva essere lei, straniera, con orari di lavoro impossibili, sempre in giro. Ci doveva essere un 
aiutante, magari italiano, esperto di queste cose, o con le conoscenze giuste. Magari uno dei 
suoi innamorati. Uno disposto a fare molto per Virginia, a trovare il modo per regolarizzarla, a 
prendersi cura del bambino. Forse anche a uccidere .






12

La voce di Rosanna Cavalieri risuonò nel buio della piccola sala, quella di Gloria nell'incavo del mio orecchio ronzante: «Ti vuoi svegliare, Ottavio? Non farmi fare questa figura. I consuo-
ceri ci guardano...» .
«Buonasera  a  tutti,  signore  e  signori,  e  benvenuti  allo  spettacolo  della  Fabbrica  delle Illusioni.» .
Un applauso marcò l'apparizione dell'insegnante di laboratorio . 
«.. .sono venti minuti che dormi. Vedi almeno di non russare!» . 
Una musica vagamente orientale si produsse in sottofondo .
«Un classico del teatro. Un ritorno alle origini. Ma anche un testo profondamente moderno...» . 
Gloria bisbigliava e mi dava strattoni, ma erano quarantott'ore che non dormivo, c'è un limite a 
tutto .
«.. .uno spettacolo in cui l'amore si fa terra, nella rotonda figura di Sostrata, la suocera, interpre-
tata da Brunella Silvestrini...» .
«Parla di te, mamma, dice che sei terra terra» . «Zitta, Maria!» .
«...aria, nelle vesti del giovane Panfilo, diviso tra l'amore coniugale e il suo passato libertino, interpretato da Giuseppe Arnone...» .
«E questo sarebbe il desaparecido Jorge» . «Zitta, Maria! Ti sentono!» .
«...fuoco, nella sensualità di Bacchide, la cortigiana dal cuore buono... che oggi per noi assume le morbide forme di Eugenia Cortese...» .
«La donna segreta di Jorge!» .
«Vuoi stare zitta, cretina?» .
«...e infine acqua, nelle dolci e pazienti movenze di Filumena, che sta per dare alla luce il bam-
bino di Panfilo, ma è in una situazione molto, molto delicata... insomma, non posso certo antici-
parvi tutto... ecco a voi Gisella Ponzetti e il suo piccolo ospite, Zapatero Gi-sbert...» . 
Maria saltò sulla sedia: «Ma davvero lo vuole chiamare Zapatero? Ma non si può sentire! E poi non sa nemmeno se è maschio o femmina!» .
«Speriamo che sia femmina» .
«Zapatera Gisbert?» .
«Tranquilla, Maria. Appena torna Jorge, se insiste con quel nome, lo faccio arrestare» . «Ottavio, non scherzare. Dimmi la verità! Veramente vogliono chiamarlo così?» . 
«Te l'ho detto, Gloria. Lo faccio arrestare. Questo qui ha proprio passato il segno» . «...Buon divertimento a tutti! E buone feste!» .
Applausi. Sipario. Musica. Le luci del palco, che non era sopraelevato, illuminavano anche un 
po' il pubblico in platea. Maria, al mio fianco, scattava foto con la sua nuova digitale. Sotto di 
noi, i consuoceri, elegantissimi, si parlavano a bassa voce. Joan ascoltava e faceva alla moglie 
un resumen in simultanea sottovoce. Iniziò un lungo balletto mezzo romano, mezzo arabo. In-
terminabile .
Mi volto, per vedere se c'è Mario. Eccolo qui, proprio dietro di me, che dorme. Ma non è questo che mi stupisce: due file più in alto, poco sopra di me, c'è il commissariato Parioli al completo. Gisella si era data da fare. Ecco Podestà, che armeggia col cellulare, guardingo. E poi gli agenti Mancini, Bianchi, Berdini e infine Mattei, con la fondina della pistola in evidenza sul fianco, accanto all'entrata. Questi sono matti. Mattei che viene armato a teatro? Certo però, Gisella po-
teva pure dirmelo che aveva invitato i miei colleghi .
«Papà?» .






«Zitta, Maria!» .
«Lo sai che Gisella non dice nemmeno una battuta per tutta la recita?» . «Non dire sciocchezze. E poi tu che ne sai?» .
«Me l'ha detto il contacuentos, che ha visto le prove. Dice che passa tutto il tempo legata a un letto di ferro, con la panza nuda all'aria e una maschera bianca in faccia» . 
«E chi è questo contacuentos?» .
«Lo vedi quel tipo coi capelli rasta in prima fila?» . «E allora?» .
«E un amico di Jorge. Uno strano, però un gran fico. Uno dei centri sociali» . «E tu come lo conosci?» .
«...lo conosco, e basta» .
«Ci sei andata pure tu, ai centri sociali?» .
«Ma no, cioè... grezza... vabbè, dai, una volta sola...» .
«Poi facciamo i conti a casa. E perché lo chiamano il contacuentos?» .
«Perché è mezzo spagnolo pure lui. E poi perché si inventa sempre un sacco di storie. Fa il can-
tastorie, capito? È un mago delle parole, si mette a raccontare una cosa, qualsiasi cosa, e tutti restano a bocca aperta» .
«Va bene, però adesso stai zitta, il balletto sta per finire» . «E meno male...» .
Il contacuentos aveva ragione. Gisella stava veramente in silenzio tutto il tempo, e ogni tanto accennava dei movimenti con la maschera neutra. Allora l'occhio di bue dal fondo della sala la illuminava mentre il resto della scena piombava nel buio. Non nel silenzio, perché Nuria ap-
plaudiva da sola ogni apparizione della nuora .
Però Gisella faceva veramente effetto, così distesa, coi polsi legati a quella testiera di ferro, a 
mimare movimenti acquatici. Anche gli altri attori erano bravi, e i battimani scattavano fre-
quenti.  Solo i miei  colleghi  non applaudivano.  Podestà si guardava in giro, ogni tanto dava 
un'occhiata alla tenda d'ingresso, poi continuava ad armeggiare col telefono . 
Intanto la storia scorreva sul palcoscenico e illuminava sprazzi di memoria liceale.. . 
La povera Filumena si era trovata incinta prima del matrimonio. Panfilo era partito per un lungo 
viaggio poco dopo le nozze, e al suo ritorno rischiava di trovaria con un bel pancione ingiustifi-
cabile. E così la ragazza se n'era tornata dai genitori, per nascondere la gravidanza. Ma Filume-
na non aveva colpe. Era stata violentata da un giovane a una festa, di notte, poco prima di spo-
sarsi. Non aveva visto in faccia il suo aggressore, che per giunta, nel pieno della bravata, le ave-
va pure strappato un anello dal dito. Inutile dire che il giovane era proprio Panfilo. E che l'anel-
lo alla fine salta fuori, per sciogliere la vicenda in lieto fine. Nessuna parola su come ci si senta 
ad aver sposato il proprio violentatore. Ma tant'è. L'importante era che il bambino fosse del ma-
rito, e l'onore salvo. Merito àz\Yagnizione, diceva il mio vecchio professore di latino . 
Ma al momento della scena finale, in cui tutto torna al proprio posto e il cerchio si chiude, Gi-
sella cominciò a mugolare in modo così realistico che la gente si alzò in piedi ad applaudire 
solo lei. Strattonava i legacci del letto, sempre più forte, finché ne strappò uno e si alzò a sedere 
sul letto, provocando un silenzio improvviso. Gli attori si misero a fissarla, sorpresi. Allora lei 
tolse la maschera e liberò i capelli. Ma al momento di alzarsi in piedi ricadde sul letto, si piegò 
su se stessa e cacciò un urlo ferino. Sulla scena tutti si fermarono impietriti . 
Altro applauso scrosciante. «Che fico, papà!» .
«Ottavio, qua mi sa che Gisella sta male sul serio...», fece Gloria .
«Ma no, è una finzione scenica, sta' tranquilla». «Vuoi che non conosca mia figlia?». «Aspetta, è quasi finita...» .
Ma Gisella si mise a gridare: «Mamma! Mamma! Aiutami!» .
Gloria non se lo fece ripetere due volte. Scattò in piedi e corse sul palco per soccorrerla. Nuria 
cominciò ad applaudire, pensando a una trovata della regia. Dietro di lei scrosciò un nuovo ap-
plauso .






Ma quando, dal fondo della sala, comparve all'improvviso l'ineffabile Jorge, anche la catalana encantada cominciò a capire che la cosa non era preparata. Maria cacciò un gridolino e restò a guardarlo a bocca aperta mentre lui gettava sulla scena un gran mazzo di fiori. Ma Gisella era troppo stravolta per badargli. A quel punto anche Jorge capì, e salì a sua volta sul palco per aiu-
tarla a tornare in camerino .
Il gruppetto stava già scomparendo dietro le quinte e gli attori riprendevano il filo delle battute, 
quando si alzarono in piedi anche i miei  colleghi,  dirigendosi verso il palco con Podestà in 
coda. Circospetto e lento, si guardava intorno come se ci fosse stato un modo per non farsi nota-
re. All'altezza della mia fila, mi riconobbe, strabuzzò gli occhi e balbettò: «Commissario, che ci 
fa lei qui?!?» .
Allora mi fu tutto spaventosamente chiaro. Gli feci un cenno concitato di fermarsi. Ma l'agente 
Mattei a quel punto era già addosso a Jorge. Gli prese il braccio, gli disse una parola all'orec-
chio. Lui si voltò, rispose qualcosa di secco, cercò di divincolarsi, poi cacciò un urlo . 
Il contacuentos, agitando i suoi capelli rasta, fece per saltare anche lui in scena, ma Berdini, che 
sapeva di judo, lo intercettò e lo fece ruzzolare a terra. Allora Mattei, per spezzare la resistenza 
di Jorge, tirò fuori la pistola. Maria non credeva ai suoi occhi: «Papà, ma che fai? Lo arresti per 
davvero?» .
«Tranquilla. E un equivoco. Adesso sistemo tutto» .
Ma in realtà non sapevo cosa fare. Cercai con gli occhi Iannotta, che incredibilmente continua-
va a dormire, lassù in alto. Allora mi diressi anch'io verso il palco. Podestà mi fermò con tono 
deciso: «Dottore, torni al suo posto, per favore. Mi dispiace, eseguo ordini superiori» . 
La Cavalieri, dal fondo della sala, in cabina di regia, assisteva incredula al fuoriprogramma. Gi-
sella e Gloria intanto erano sparite dietro le quinte. Jorge risalì il corridoio di platea, ammanet-
tato, con un'aria smarrita, in mezzo a una fila di poliziotti. Joan non capiva più niente e sorreg-
geva Nuria, che sembrava svenuta. Il contacuentos si liberò dalla stretta di Berdini e corse fuori 
come un matto. Nella sala era piombato un silenzio irreale. Maria si mise a piangere sommessa-
mente, con la testa sulla mia spalla, supplicandomi di spiegarle che cosa stesse succedendo . 
Sul palco gli attori si guardarono incerti, poi la regista decise di chiudere così, e chi s'è visto s'è 
visto. A un suo cenno, partì una musica sfrenata e tutti cominciarono a ballare sulle note della 
canzone finale .
Qualcuno vicino a me commentò che la trovata era stata proprio di pessimo gusto. «Giusto per-
ché è Natale», fece l'altro .
«Basta che se sbrigamo», disse un terzo, abbozzando un applauso ironico per accompagnare la chiusura del sipario .
«La prossima volta Giuseppe nun me ce frega più, co' 'sto teatro alternativo». «Neanche a me» . «C'hanno spillato pure dieci euri» .
«Nun me ce fà pensà...» .
«Annamo fori, va', che me manca l'aria» .






13

Ci sono momenti in cui benedico l'inventore del Ta-vor. Mi capita di rado, ma l'alternativa 
quella domenica era un'altra notte in bianco. Non potevo permettermelo. La situazione in casa 
era esplosiva. Nuria era scioccata, Joan voleva credere che fossi estraneo a quello che era suc-
cesso, ma chiedeva spiegazioni che non potevo dargli per intero. Alla fine promisi e assicurai 
l'imponderabile, li pregai di andare a letto, che le cose si sarebbero sistemate, e chiamai Gloria 
per sapere come stava Gisella. Erano le prime contrazioni, ma tutto andava bene, a sentire i me-
dici. Lei preferì comunque passare la notte al Fatebenefratelli. Per fortuna, nell'agitazione della 
scena finale, Gisella non aveva capito che Jorge era stato arrestato. Le facemmo credere che gli 
addetti alla sicurezza del teatro lo avessero portato via perché aveva interrotto lo spettacolo. 
Sperando che la balla reggesse almeno per un po' .
Prima di addormentarmi, mi tornarono in mente le parole dell'avvocato: "Mettiti d'accordo con 
il tuo avversario, mentre sei per via con lui, perché non ti consegni al giudice, e il giudice alla 
guardia". Benedetto Galloni. Chissà cosa mi avrebbe suggerito se avesse saputo tutta la storia. 
Nel  dormiveglia  fantasticai  di una doppia sponda con  break sul castello,  palla  e boccino  in 
buca. E mi risvegliai con la stessa immagine nella testa. Mi serviva davvero una sponda, ma 
non avrei saputo dire quale .
E invece la sponda me la trovai sotto il portone di casa, che mi aspettava da un pezzo, a giudi-
care dagli occhi abbottati di sonno. Una sponda coi capelli rasta e l'aria intirizzita . 
«E tu che ci fai qui?» .
«Commissario, le devo parlare» .
«E come lo sai che sono commissario?» .
«Sono amico di Jorge. Conosco bene anche Gisella. Qualche volta l'ho accompagnata a casa» . «Sali in macchina» .
Il contacuentos sprofondò nel sedile del passeggero: «Mi sa che stavolta ho combinato un casi-
no» .
«Quale casino?» .
«Per via della casta» .
«Che casta? Ragazzo, parla chiaro. Hai qualcosa da dirmi su Jorge?» .
«Un paio di mesi fa, al centro sociale, mi sono messo a sfottere Jorge dicendo che lui ci stava comodo, a fare il rivoluzionario, tanto aveva le spalle coperte» .
«In che senso?» .
«Nel senso che il lupo non mangia la carne del lupo. Che i poliziotti sono una casta e non si toc-
cano l'uno con l'altro. E che siccome lui si era sistemato nella famiglia di un commissario, in caso di guai io avrei avuto un trattamento e lui un altro. Jorge si arrabbiò e mi disse che potevo tenermi le mie belle teorie, e che i poliziotti non sono tutti uguali» .
«E allora?» .
«E allora, quando l'occasione è capitata, il contacuentos si è divertito. Insomma, ho giocato un po' con le parole, ma non pensavo che le parole potessero produrre "effetti collaterali", e che le cose sarebbero andate a finire così» .
«E come sono andate a finire?» .
«Una sera è arrivato al centro sociale un tipo che conoscevo da qualche tempo, ma si vedeva lontano un miglio che era un poliziotto in cerca d'informazioni. Ha cominciato a sondare il ter-
reno, si è bevuto un po' di chiacchiere, e poi il discorso è finito sui tagliatori di gomme ai Pario-
li. Così, io mi sono inventato tutta una storia di complotti internazionali per prenderlo in giro, ma vedevo che lui era tutt'orecchi e così mi sono gasato» .
«Sei tu che ti sei inventato gli ecoterroristi?» .






«E lei come lo sa?» .
«Ripetimi la storia per filo e per segno» .
Il contacuentos raccontò nei dettagli tutto quello che Podestà aveva preso come oro colato. Ed era stupefacente la sua capacità di colorire quella storia in modo così realistico che anche a me veniva da credergli davvero. Lo feci parlare a lungo: mi serviva quella ricchezza di particolari, quella precisione nei dettagli, per essere sicuro che fosse proprio lui la fonte d'informazione de-
gli uomini della Questura. La sua concitazione di poco prima si era sciolta in un timbro sonoro, suadente, in gesti ampi e rotondi, da vero artista .
Accostai la macchina prima di arrivare in commissariato. Avevo fatto un giro largo, per permet-
tergli di spiegare tutto senza fretta. Sedemmo al tavolino di un piccolo bar, all'aperto, nonostan-
te il freddo .
«Sei stato imprudente» gli dissi: «Mai azzardare un racconto per confermare una teoria. Ti pia-
ce inventare storie? Ma una storia è una storia. Bisogna lasciarla lì, contenti d'averla creata, d'a-
verla fatta bella. Ma tu hai voluto strafare» .
«E infatti l'ho fatta bella. Ma non ho strafatto. Ero strafatto» .
«E alla fine, hai fatto il nome di Jorge, così, solo per vedere se era vero quello che pensavi sulla parzialità dei poliziotti?» .
«Mi sono immaginato le loro facce. E stato più forte di me. Ho pensato: quando si troveranno davanti Jorge, e scopriranno che è mezzo parente di un commissario, sicuro che insabbiano tut-
to. E invece ieri sera quel tipo era in seconda fila, dietro di me, a guardarsi la scena. Ma io non credevo ai miei occhi: si sono bevuti la mia storia fino in fondo...» .
C'era una sorta di soddisfazione nelle sue parole, quasi un orgoglio, mescolato alla paura: come quando si augura a qualcuno una brutta fine, tanto per dire, ma poi, a quello, qualcosa di brutto succede veramente. «E adesso cosa vuoi da me?» .
«Vengo a testimoniare che mi sono inventato tutto. E così lei può rilasciare Jorge». «E tu pensi che questo basti?». «Perché non dovrebbe bastare? Tutto coincide» .
«Appunto». «Come appunto?» .
«Magari coincide perché la storia è vera, e sei coinvolto anche tu. Oppure non sei coinvolto, ma è vera lo stesso. Oppure non è vera, ma plausibile. E allora può far comodo crederla vera e non credere ai pentimenti di chi l'ha inventata» .
«Commissario, ma sta scherzando?» .
«Il tuo è un racconto ben congegnato. È questo il problema. Regge. Il punto è che ora non è più 
tuo. Non se lo sono bevuto, come pensi tu: gli è piaciuto così tanto che se ne sono appropriati 
senza chiederti il permesso. Capace che se ti metti a spiattellarlo così, lo prendono per una con-
fessione e mettono nei guai anche te. In questo momento, la verità può essere pericolosa come 
la finzione» .
«E allora cosa dovrei fare?» . «La sponda» .
«In che senso?» .
«Adesso ti spiego» .








14

Rischiare, bisognava rischiare, e giocare d'anticipo. L'idea mi era venuta lì per lì, sperando che fosse la mossa giusta. Il contacuentos si entusiasmò che quella proposta venisse da un poliziot-
to. Certo, conteneva una carica d'ingenuità che poteva essere pericolosa. Ma non potevo andare tanto per il sottile. Era una cosa che lo salvava da un confronto diretto con le forze dell'ordine, lo ributtava nel suo mondo, aveva a suo modo un taglio alternativo .
Prima le radio. Ne scegliesse una molto ascoltata, andasse a raccontare tutto, facesse partire un 
tam-tam il più in fretta possibile. Poi, i giornali di sinistra e i circoli di Criticai Mass. E magari 
anche Internet, i blog, quelle cose lì, ma lui sapeva meglio di me come muoversi. Rapidamente, 
senza fare il mio nome, per carità. E passare a trovare Gisella in ospedale, se aveva da dirmi 
qualcosa. Mi assicurò che non avrebbe pensato ad altro finché Jorge non fosse uscito da quella 
vicenda .
Mi serviva pubblicità. Mi serviva che l'arresto di Jorge non passasse attraverso il silenzio dei trafiletti di cronaca, che qualcuno se ne accorgesse presto e si mettesse a fare pressione . 
Podestà in commissariato non c'era. Come volevasi dimostrare. E Jorge era tornato al fiume, proprio nel punto in cui avevo trovato Romoletto. Non sulla strada però, ma in una cella di Re-
gina Coeli. Gli agenti svicolavano, tenevano gli occhi bassi, facevano mostra di avere molto da fare. Li lasciai stare, e chiusi la porta del mio ufficio sbattendola violentemente . 
La rivelazione del contacuentos non cambiava di molto le carte in tavola. Certo, poteva dimo-
strare, se ce ne fosse stato ancora bisogno, che Jorge era innocente. Ma quello lo sapevo già: i tagli alle gomme avevano a che fare con Romoletto, con Virginia, con la morte dell'uomo della Mercedes, non con gli ecoterroristi e con Criticai Mass .
Ora però avevo un tassello in più. Ero certo di una cosa: i Servizi non avevano inventato la sto-
ria di Jorge, l'avevano solo "adottata". Saputo che avevo in mano il bambino, dovevano aver fatto qualche ricerca su di me e, incrociando un po' di informazioni, avevano trovato in quella bufala l'unico appiglio per ricattarmi. E l'avevano valorizzata. L'arresto poi aveva un significato chiaro: non ti crediamo, tu sai dov'è la donna, e continui a proteggerla. O la consegni a noi, o gettiamo la chiave di quella cella .
Ma a pensarci bene, c'erano altri particolari su cui non avevo riflettuto. Come avevano avuto 
l'informazione che Romoletto era finito nella mia macchina e che era proprio lui il figlio di Vir-
ginia? E soprattutto, come facevano a sapere che avevo tenuto nascosto il bambino per tre gior-
ni, prima di denunciarlo al Tribunale dei minori? Questa circostanza l'avevo tenuta nascosta a 
tutti: non ne avevo parlato col questore, perché temevo che mi accusasse di irregolarità; non ne 
avevo fatto cenno nemmeno al giudice, per lo stesso motivo. L'avevo detto solo a Mario, e in 
famiglia, per forza di cose. Ma loro potevano aver fatto parola a qualcuno, inavvertitamente, 
delle circostanze del ritrovamento? Non era impossibile: la storia era curiosa, e anche a me sa-
rebbe venuta voglia di raccontarla in giro .
E così mi venne in mente che Iannotta, quando si era trattato di accompagnare il bambino in ospedale, non ci era andato di persona: aveva incaricato la Peruzzi. E insieme alla Peruzzi, c'era andata anche Gisella. E Gisella è una che chiacchiera. E la Peruzzi un tipo che conosco poco. C'era stata anche troppo, a controllare il bambino, da quel giorno in poi. Le avevo detto di orga-
nizzare dei turni, ma tutte le volte che c'ero andato avevo visto solo lei .
Non feci in tempo a soffermarmi su queste riflessioni che arrivò, solo tre ore dopo il mio collo-
quio col contacuentos,, la telefonata del questore in persona: «Ponzet-ti, bando ai saluti. Vorrei






farle i complimenti per la brillante operazione di ieri sera, ma so che lei non ci ha messo molto 
mano» .
«Le  avevo  indicato  un  ottimo  collaboratore.  Mi  pare  che  sia  andato  molto  più  in  là  delle 
attese» .
«Esatto. E allora mi complimento con lei per avermelo suggerito» . «Almeno questo, signor questore» .
«Ora però, visto che non ci ha messo mano, bisogna che ci metta un po' la faccia» .
«In che senso?».«Quei diavoli dei centri sociali hanno già mangiato la foglia. Dieci minuti fa è uscita una notizia ANSA sull'arresto di Jorge Gisbert» .
«Davvero?» .
«E alcune radio romane hanno iniziato a montare una cagnara che non sta passando inosservata. 
La informo che probabilmente arriveranno dei giornalisti a chiederle notizie. E lei il commissa-
rio. E lei che si assume le responsabilità e che rende conto di quest'operazione. Non possiamo 
chiedere a Podestà di entrare da solo nella fossa dei leoni, questo lo capisce. Ha fatto un ottimo 
lavoro, ed è provato. E poi non è abituato a stare sotto i riflettori. Quindi i rapporti con la stam-
pa li gestisce lei. D'accordo?» .
«D'accordo» .
Meglio di così non poteva andare. La partita era cominciata. Il contacuentos era stato di parola. Ora toccava a me. Chiusi gli occhi per un momento, li riaprii. Ero ancora lì. Volo a vista, par-
tenza, via. Chiamai subito Mattei .
«Convoca una conferenza stampa. Caso Gisbert» . «Parla lei?» .
«E chi sennò?» . 
«Commissario...» . 
«Che c'è?» .
«Non tirerà fuori la storia della pistola, vero?» .
«Però tu, la pistola, l'hai tirata fuori, ieri sera...» .
«E stato un gesto istintivo, mi ero innervosito» .
«Appunto. Allora magari diremo così: un gesto istintivo» .






15

E invece tirai fuori tutto il possibile, e anche di più. Non risparmiai nemmeno un particolare, dai tagliatori berlinesi agli ecoterroristi, dal complotto internazionale a Criticai Mass: una per-
formance da vero contacuentos. Elogiando tutti, naturalmente, a partire da Podestà. La piccola folla di giornalisti che si era radunata in commissariato si sparpagliò in fretta. Non c'era bisogno di domande, il piatto era stato consumato in un'unica portata. Ma le facce degli agenti, mentre parlavo e descrivevo i retroscena dell'operazione, si erano fatte via via sorridenti, poi curiose, interrogative, perplesse, incredule, nervose, e infine cupe. Uscii con la sensazione che avrebbe-
ro chiesto tutti il trasferimento in capo a due giorni .
O il loro o il mio .
Un po' di apnea, con sigaretta annessa, e via a prendere un caffè corretto. Non feci in tempo a infilare la giacca che Iannotta entrò trafelato nella mia stanza: «Dotto', ho sentito i commenti dei giornalisti mentre uscivano. Altro che breistormi. A 'sta botta se arza 'na ca-ciara che er que-
store se la ricorda pe' vent'anni» .
«Speriamo. Come mai qui?» .
«Nun se ricorda? Er Bambin Gesù, l'appuntamento pe' la casa-famija de Romoletto. Annamo, che poi me tocca pure a me porta mi fijo a casa» .
Il traffico del lunedì prenatalizio ci fece arrivare con mezz'ora di ritardo. Mi tormentava l'idea che Jorge fosse lì, in carcere, a due passi dal Bambin Gesù. Ma per ora non potevo fare di più . Non avevo mai visto tanta gente entrare e uscire dall'ospedale. Il Natale portava visite e regali, e mamme che firmavano per far passare le feste a casa ai figli, quando i medici lo permetteva-
no. La responsabile della casa-famiglia ci aspettava all'ingresso del reparto. Scambiammo con-
venevoli, un paio di battute, qualche spiegazione sullo stato di salute del bambino, raccomanda-
zioni di sorvegliarlo per bene. Era una donna dall'aspetto ruvido, pratico, abituata a non perdersi in chiacchiere. Ci raggiunse il medico, che proseguì nel dettaglio le informazioni cliniche e ci accompagnò per il corridoio. Non vidi nessuno a piantonare la stanza. La Peruzzi, mi disse Ma-
rio, era andata in ferie e i turni di sorveglianza si erano chiusi la sera prima. Meglio così. I so-
spetti che nutrivo su di lei non mi avrebbero reso cordiale .
Entrammo in fila, scorgendo subito il letto del bambino, ma Romoletto non c'era. Uscii per cer-
care la caposala, faticai a trovarla, impegnata in mille rivoli di conversazioni con infermiere, 
medici, genitori. Mi chiese la cortesia di aspettare un momento. Alla fine, dopo cinque minuti, 
mi si accostò, tornammo insieme nella stanza, poi andammo a controllare al bagno, ma lo tro-
vammo vuoto. Ebbe un moto di nervosismo, si mise a girare per corridoi e stanze, chiese alle 
colleghe: nessuna sapeva dare una risposta. Forse era stato portato da qualche parte per una vi-
sita, mi disse, ma doveva trattarsi di un fuori programma. Mario si mise anche lui a fare un giro. 
Dopo dieci minuti, la caposala tornò, con una voce spaventata e affranta. Iannotta si mise le 
mani nei capelli. Io non avevo il coraggio di parlare. Se quella era la reazione dei Servizi alla 
mia conferenza stampa, avevo sbagliato tutto .
Un'ora dopo, i responsabili dell'ospedale erano davanti a me, con gli occhi bassi, a comunicarmi ufficialmente la scomparsa del bambino. Confusi e pieni d'imbarazzo, non riuscivano a darsi spiegazioni. Telefonammo! al cellulare della Peruzzi: era staccato. Mario non si dava pace, la responsabile della casa-famiglia si mise in contatto col Tribunale del minori. Ne seguì una con-
versazione rotta e concitata. Che fosse andato via da solo, era impossibile. Ma nessuno osava pronunciare la parola odiosa e temuta: rapimento .
In tutto quel concerto di costernazioni, tra voci che si alzavano e cenni d'isteria, mi sentivo stra-
namente calmo e lucido. Avevo fissa nella mente la scena del giorno prima. Romoletto mi co-
nosceva, per lui non ero propriamente un estraneo. Ma poi, quando avevo cercato di prenderlo






in braccio all'improvviso per portarlo al bagno, aveva opposto resistenza. Pensai che se qualcu-
no avesse cercato di trascinarlo via a forza, lui avrebbe avuto un moto di ribellione, si sarebbe potuto notare un minimo  trambusto. Invece sembrava svanito nel nulla. Poteva aver seguito qualcuno con cui aveva confidenza. Forse la madre era riuscita a individuarlo e se l'era ripreso. Sperai con tutte le forze che la mia idea non fosse campata in aria .
Mi misi a interrogare, uno per uno, le infermiere e i medici, ma non cavai un ragno dal buco. 
Certo, dal momento dell'apertura del reparto al pubblico, l'attenzione su chi entra ed esce si ab-
bassa, e molte persone potevano essersi intrufolate senza destare particolari sospetti. Ma alcune 
mamme presenti nella stanza mi dissero che Romoletto non era più nel suo letto già dall'inizio 
del turno di visita. I bambini del reparto non parlavano, o parlavano male. Ma uno di loro dove-
va aver capito che cosa cercavamo: mi indicò il letto vuoto, e poi mimò una boccaccia, con le 
dita sui lati ad allargare l'effetto. La madre non seppe dirmi se la cosa potesse avere un senso . 
Esaminai il letto vuoto. Tutto sembrava in ordine, tranne un particolare: era scomparso anche il 
peluche. Aprii i cassetti, rovesciai il materasso. Niente. Perché non ci avevo fatto attenzione? Il 
peluche. Le cartoline di Caravaggio. Qualcuno, in tutti questi giorni si era materializzato accan-
to al bambino, riuscendo a passare inosservato, e forse aveva conquistato la sua fiducia con pic-
coli regali. Ma possibile che nessuno l'avesse notato? Il personale non sapeva da dove provenis-
se quel pupazzo e anche Mario confermò di non essere stato lui a regalarglielo. Chiamai Gisella 
al telefono, con l'imbarazzo a mille, le chiesi di avere pazienza, sarei venuto a trovarla il prima 
possibile, insieme a Jorge, avvalorando la balla del secolo, ma avevo assolutamente bisogno di 
sapere se era stata lei a comprargli quell'orsacchiotto. Scartata anche mia figlia, restava solo la 
Peruzzi, col cellulare ostinatamente spento. Poteva essere un'informatrice dei Servizi, ma arri-
vare a rapire il bambino mi sembrava un'assurdità. In più, quella mattina non aveva messo piede 
in ospedale. E poi la conoscevano tutti. Troppo rischioso. C'era qualcosa che mi sfuggiva, ma 
non riuscivo ancora a focalizzarla chiaramente .
Uscii un momento dal reparto, per cercare da solo di sciogliere quel dubbio nebuloso. E all'im-
provviso, alzando gli occhi, intravidi la risposta in corridoio. Una risposta mascherata e gioco-
sa. Ecco perché quel bambino, pochi minuti prima, indicando il letto vuoto, aveva fatto la boc-
caccia.. .
Il volontario clown! Lui sì che era in confidenza con Romoletto. E ora era lì, in piedi, a conver-
sare con alcune mamme. Ma no, non poteva essere proprio lui. Quello che veniva a giocare con Romoletto era sordomuto. Mi avvicinai lo stesso e gli chiesi se avesse visto il suo collega . 
«Quale collega?», mi disse .
«Quello sordomuto» .
«Qui non lavora nessun clown sordomuto» . «Ne è sicuro?» .
«Sì, certo, siamo una decina in tutto l'ospedale. Alcuni li conosco bene, altri di vista. Ma hanno tutti la lingua sciolta, gliel'assicuro» .
«Forse faceva finta di essere sordomuto quando lavorava nel reparto degli audiolesi...» . «Provi a chiedere alle infermiere» .
Lo pregai di non allontanarsi. Feci per tornare indietro e frugai nella tasca per cercare il pac-
chetto delle sigarette. Intravidi un balcone, aprii la finestra e m'investì, da non so quale stanza 
attigua, la voce di una radio. Quella voce, che parlava, come sempre, di calcio, materializzò im-
mediatamente un sospetto assurdo: che l'avessi avuta sempre sotto gli occhi. Che la maschera 
neutra improvvisata davanti a me e ai miei colleghi fosse una copertura. Che servisse a prepara-
re quello che era successo. Che era stata sordomuta solo in mia presenza. Che era lei. Proprio 
lei, ma io non l'avevo riconosciuta, conciata così, mascherata e silente. Estrassi la fototessera 
che conservavo nel taccuino. Gettai la sigaretta a metà, tornai di corsa dal clown che stazionava 
ancora in corridoio. Gli feci vedere quella faccia. Annuì, distrattamente, come a dire che non 
c'erano dubbi .
«Da quanto tempo lavora in quest'ospedale?» .






«Da pochi mesi. E l'ultima arrivata» . 
«Si chiama Andrea, vero?» . 
«Sì, è rumena. Ma non so altro» . 
«L'ha vista stamattina?». «Sì» . 
«Quando?» .
«Un'ora fa, più o meno» . «Era sola?» .
«No. Teneva per mano un bambino» . «E il bambino, com'era?» .
«Non lo so. Non ho potuto vederlo in viso» . «E perché?» .
«Perché era vestito da clown anche lui. E indossava una maschera bianca» .








16

La confusione nel reparto, lo sconcerto dei medici, l'agitazione della responsabile della casa-fa-
miglia, tutto sfumò in secondo piano. Anche la ricomparsa inquietante di^quella maschera . 
Nella mia testa, insieme alla sorpresa, insieme all'angoscia, ora brillava anche un'inconfessabile 
luce di sollievo. La ragazza del fiume era tornata a visitarmi. Era stata lei a portarlo via. E allo-
ra, forse, era stata anche lei ad abbandonarlo, quella sera, vicino al ponte, nella confusione della 
piena e della pioggia .
Meglio lei di altri, pensavo. Se a rapire Romoletto fossero stati i Servizi, o peggio, gli emissari di Giugurta che erano andati a cercare Virginia al Blue Moon, eravamo al capolinea. E invece si tornava a giocare in casa, e c'era una speranza che il rapimento fosse di mano amica. Certamen-
te la stessa che mi aveva fatto trovare le cartoline, e messo sulle tracce dell'omicidio dell'uomo della Mercedes. In tutto questo, però, non c'era uno straccio di logica. Che cosa c'entrava An-
drea con Romoletto e con sua madre? Come potevano essere entrati in contatto? Ma così ri-
schiavo di moltiplicare le domande all'infinito. Ora bisognava tornare velocemente sulle tracce della rumena, scoprire tutto il possibile su di lei .
Presi Mario da parte e gli chiesi di andare di corsa a cercare er Tapparella, il personaggio che la ragazza citava più volte nelle sue telefonate .
Iannotta, come sempre, era stato fondamentale. Andando a trovare Marione alla radio, ascoltan-
do quelle chiamate, mi aveva dato, senza saperlo, l'informazione chiave. La ragazza del fiume 
aveva lavorato per due anni in un circo. Dunque aveva imparato il mestiere. Tornando a Roma, 
in qualche modo era riuscita a sfruttare l'esperienza e a entrare come clown al Bambin Gesù . 
Mi spiegarono che questi volontari in realtà venivano pagati, e facevano parte di una cooperati-
va che prestava servizio "a progetto" presso l'ospedale. Feci chiamare subito il presidente, che 
venisse il prima possibile. Arrivò trafelato, mezz'ora dopo, portando con sé un faldone con i 
nomi dei soci e lo stato del personale .
La fototessera di Andrea era identica a quella che avevo avuto dalla segreteria della scuola. La residenza, ancora quella di Fiano Romano. Numeri di casa, non indicati. Cellulare, quello che avevo io, cancellato con un tratto di penna e sostituito da un nuovo numero . 
«Quando vi ha comunicato la sostituzione del numero?» . 
«Non più di quindici giorni fa. Ma era il numero di un'amica» .
«Ovviamente. Inutile chiamare. Fatica sprecata. Come ha conosciuto Andrea Tutu?» . 
«In realtà non era una conoscenza diretta. Me l'hanno segnalata, diciamo così» . 
«Chi?» .
«La direzione del Bambin Gesù. Mi hanno pregato di prenderla in prova. Non potevo dirgli di no. Comunque aveva un buon curriculum e si è dimostrata all'altezza» .
«Da chi era raccomandata?» .
«Da chi in particolare non lo so. Se vuole m'informo» .
«Sì, mi faccia questo favore. Intanto posso vedere il curriculum?» . 
«Certo, dev'essere qui, con la domanda di assunzione. Eccolo» .
Questo sì che era interessante. Citava una generica competenza nel restauro dei mobili che a 
quel lavoro in ospedale non serviva granché. Poi si parlava dei due anni al circo, del suo impie-
go come clown, e di ampia esperienza come baby-sitter. Magari quest'ultima nota poteva averla 
caricata un po', per aumentare le chances di essere assunta. Ma suggeriva una possibilità: che 
avesse conosciuto Romoletto proprio facendogli da baby-sitter. E che fosse stata effettivamente






lei, quella sera, sul ponte, a metterlo nella mia macchina. L'ultima riga del curriculum mi risultò incomprensibile: «E questo cos'è?», chiesi al presidente .
«Questo cosa?» .
«Legga qui. "Esperienza di volontariato presso l'associazione Peter Pan". Che cos'è questo Peter 
Pan?» .
«La casa d'accoglienza» .
«Ne so quanto prima. Si spieghi meglio» .
«Da qualche anno esiste un'associazione, legata all'ospedale, che si occupa di ospitare le fami-
glie e i bambini malati di tumore per il tempo necessario alle cure. Prima, molte famiglie che 
venivano da fuori Roma si rovinavano economicamente perché erano costrette a fermarsi mesi 
e mesi in città, con spese d'affitto insostenibili, insieme al fatto che in qualche caso erano co-
strette anche a lasciare il lavoro. Questa associazione offre loro un alloggio in una palazzina qui 
vicino, oltre a un sostegno psicologico. Ci vivono parecchie famiglie, e ci sono i volontari per 
l'accoglienza e tutto il resto» .
«E dov'è?» .
«Se vuole l'accompagno. Sta vicino al carcere di Regina Coeli» .
Mi vennero in mente quei piccoli con le teste rasate che avevo visto solo il giorno prima. Forse 
stavolta la traccia era solida e concreta. Romoletto coi capelli tagliati, Romoletto che mi viene 
lasciato in macchina proprio in quel punto, Romoletto che, tra le sue quattro figurine con le tac-
che sui lati, ne possiede una che raffigura Peter Pan, con il cappello a punta e la luna sullo sfon-
do .
Mentre ci avviavamo in fretta e furia verso la casa d'accoglienza, lo squillo minaccioso del tele-
fono mi riportò all'altra faccia della luna. Era la Questura centrale. Mi venne l'istinto di riattac-
care, ma le sbarre di Regina Coeli mi sconsigliarono il rinvio .
«Dottore, ha un minuto?» .
«No. Chi è?» .
«Sono Podestà. Credo che dovrebbe trovarlo» . «Che cosa?» .
«Il minuto. Ho bisogno di parlarle urgentemente» .






17

Chiesi a Podestà di raggiungermi all'indirizzo di "Peter Pan". Questa casa celestina, appartata, in fondo a via di San Francesco di Sales, traboccava di un dolore composto, abbracciato, inve-
stito di tenerezza .
Appena chiesi di Andrea, la giovane volontaria di turno mi accennò una stanzetta a sinistra del-
l'ingresso, dove si poteva parlare senza disturbare la quiete della casa, e con le porte a vetri che le permettevano di gettare ogni tanto un'occhiata sul salone centrale .
Congedai il presidente della cooperativa e mi disposi ad ascoltarla .
«Conosciamo Andrea da parecchio tempo» mi disse: «Viene regolarmente, ogni tanto dà anche una mano, non si può dire che sia una volontaria di "Peter Pan". Ci frequenta, è molto affezio-
nata, ma fondamentalmente lei è l'attuale postina di nonna Wendy» .
«Scusi?» .
«È una storia un po' lunga. Nonna Wendy è una vecchia signora, che nessuno di noi ha mai vi-
sto. E lei che si fa chiamare così. Non sappiamo neanche il suo vero nome. Ma è come se fosse di casa, tra queste mura. Ha cominciato a interessarsi di "Peter Pan" qualche anno fa, tramite la sua più cara amica, Adora Arpino, una donna meravigliosa, una delle fondatrici dell'associazio-
ne, che ora non c'è più. Dopo la morte di Adora, nonna Wendy è come se ci avesse adottato. Ma da lontano, senza apparire mai. Se nei momenti di difficoltà economica non ci fosse stata lei, oggi probabilmente quest'opera non esisterebbe più» .
«Perciò Andrea Tutu è l'intermediaria tra voi e quest'anonima benefattrice» .
«Sì. Aveva cominciato tre anni fa, poi è partita per lavorare in un circo, ma ora sono sei mesi che ha ripreso a venire. Porta offerte, regali per i bambini, s'informa se c'è bisogno di qualcosa. Si fa raccontare la vita della casa nei minimi dettagli. Poi torna da nonna Wendy e le riferisce tutto. Qui è di famiglia. È una ragazza molto spiritosa, intelligente. A volte organizza anche dei piccoli spettacoli per i bambini della casa, vestita da clown. Sono piaciuti così tanto che il presi-
dente dell'associazione, sapendo che cercava lavoro, si è interessato per farla entrare tra i "Patch Adams" dell'ospedale. E questo è tutto» .
Forse era tutto sulla ragazza del fiume. Ma non su quello che avevo già intuito mentre la volon-
taria mi parlava, pensando ai folti capelli di Romoletto che Mary aveva ammirato, e alla rasatu-
ra a zero che esibiva quando me l'ero ritrovato in macchina. Le dissi: «Voi ospitate solo bambi-
ni malati di tumore?» .
«E la regola» .
«Ma a questa regola un mese fa avete fatto un'eccezione. O mi sbaglio?» .
«È stata nonna Wendy a chiedercelo. Ha insistito molto. Non potevamo dirle di no» . «Sempre tramite Andrea?» .
«Certo. Madre e bimbo sordomuto» . «Che cosa sa di loro?» .
«Non molto. Hanno vissuto qui quasi un mese. Ma non ne troverà traccia sui registri. Erano ospiti straordinari. Ci hanno chiesto riservatezza. Li abbiamo fatti passare come parenti di una famiglia che Andrea conosceva bene. Per gli altri, finché è stato qui, il bimbo era il fratello di Claude. Si assomigliavano anche un po'» .
Aveva ragione Iannotta. Me l'aveva detto, che se fossi tornato accanto al fiume, insieme a Ro-
moletto ci avrei trovato pure Remo .
«Come si comportavano?» .
«Erano molto gentili, ma stavano per conto loro» . «Uscivano?» .
«Raramente. Il bambino ogni tanto andava a fare un giro con Andrea, mai con la madre» .






«E la madre?» .
«Qualche volta spariva per un pomeriggio intero» . «E poi è sparita per sempre» .
«Dopo un fatto strano» . «Mi racconti» .
«Un pomeriggio che la madre era fuori e il bambino in casa, sono venuti degli uomini a cercar-
la. Avevano con sé una foto di lei, che hanno mostrato alla volontaria di turno. Ma lei si è inso-
spettita, e così l'ha tirata per le lunghe. Ha messo in campo questioni di privacy, dicendo che non poteva far passare chiunque. Allora sono entrati a forza, hanno aperto tutte le stanze, hanno rovesciato un po' di cose, e poi se ne sono andati. Molti ospiti si sono spaventati» . 
«Cercavano anche il bambino?» .
«Forse sì, ma non l'hanno riconosciuto. Era con la madre di Claude» . «I capelli tagliati...» .
«Già.  E  comunque  avevano  solo  la  foto  della  madre.  Poi  la  volontaria  ha  telefonato  ad 
Andrea» .
«E perché non alla madre?» .
«La madre non aveva cellulare, per quanto ne so. Comunque Andrea è arrivata poco dopo, spa-
ventatissima, ha vestito il bimbo in fretta e furia e se l'è portato via» .
«Dimenticando le scarpe» .
«Non ho capito» .
«Niente, un particolare. Saprebbe dirmi esattamente in che giorno sono successe queste cose?» . «Aspetti, devo controllare l'agenda... ecco, sì, era il venerdì 12 dicembre» . 
«Il giorno del kairós...» .
«Come ha detto, scusi?» .
«Non ha importanza. E sicura che la data sia quella?» .
«Sì, perché sabato 13 ero di turno, e ricordo che mi hanno raccontato tutto quello che era suc-
cesso il giorno prima» .
«Dunque, se ho capito bene, il 12 dicembre questi uomini fanno irruzione nella casa, non trova-
no la madre, che è uscita, non riconoscono il figlio e se ne vanno. Andrea viene avvisata per te-
lefono, arriva di corsa e altrettanto di corsa porta via il bambino. Esatto?» . 
«Sì, è così» .
«E la madre?» .
«La madre è rientrata quella sera stessa, dopo cena. Era all'oscuro di tutto. Quando le hanno 
raccontato il fatto, ha cominciato a tremare. Era terrorizzata. Si è chiusa nella sua stanza, non ha 
voluto chiamare nessuno, e ha aspettato un giorno intero il bambino, pensando che potesse tor-
nare con Andrea» .
«E quanto tempo è rimasta nella casa?» «Fino a domenica, cioè al 14. Dopo pranzo, ha raccolto le sue cose ed è andata via» .
«Dunque è rimasta in casa tutto il sabato 13 e parte della domenica? Ne è proprio sicura?» .
«Sì, sono stata qui di turno tutto il fine settimana». «In questo arco di tempo non si è mai allon-
tanata dalla casa?» .
«No. Ne sono certissima» .
«E da quel giorno non si è fatta più viva?» . 
«No. Né lei, né il bambino, né Andrea» .






18

Finalmente avevo chiara una cosa fondamentale: Virginia non poteva essere l'assassina dell'uo-
mo della Mercedes. Il medico legale mi aveva detto che era stato ucciso il 13 dicembre. Quel 
giorno, la donna lo aveva passato tutto intero nella casa di Peter Pan, fino all'ora di pranzo del 
14 .
Podestà era già sulla porta della casa "Peter Pan" quando uscii assaporando il silenzio di quella via deserta. Le falde del Gianicolo, i vecchi palazzi sotto la luce del primo pomeriggio, il vago odore dell'erba lontana e il luccichio dei sampietrini ancora bagnati invitavano alla sonnolenta allegria delle vigilie. Mancavano solo tre giorni al Natale, ma il mio viaggio da ovest verso la capanna si annunciava ancora lungo. Il traffico vorace degli acquisti si sarebbe placato la sera del 24, mentre il filo dei miei pensieri sembrava destinato ad allungarsi all'infinito. Era il tempo della dispersione, il contrario del kairós .
Eppure ero lì, di nuovo al punto di partenza, a contemplare, stavolta dal basso, la pubblicità del-
la cereria Di Giorgio alla mia sinistra, il Lungotevere sopra di me, e il carcere di Regina Coeli alla mia destra. Forse Jorge sarebbe riuscito a vedermi, da qualche grata lassù, se si fosse affac-
ciato in quel momento preciso .
Podestà era scosso, e non sapeva da dove cominciare. Ruppi il ghiaccio, a mio modo, tanto per non perdere troppo tempo: «Che cos'hai? Paura? Rabbia? Confusione? Qualunque cosa sia, sap-
pi che non sei il solo. Ho più responsabilità di te. Alla fine, se se la prenderanno con qualcuno, sarò io a pagarne le conseguenze» .
«Le cose che le avevo raccontato dovevano restare segrete. Perché è andato a spiattellarle alla stampa?» .
«Sei tu che hai rotto il patto per primo. Ti avevo detto che di quel ragazzo me ne sarei occupato io. Me l'avevi promesso» .
«Ma io sono l'ultima ruota del carro. E poi lei non mi aveva detto che Jorge Gisbert...». «...be', adesso lo sai. E allora?». «Comunque io non c'entro, dottore. Sono stati quelli dell'antiterrori-
smo. Hanno controllato i voli da Barcellona. E quando il ragazzo è tornato, mi hanno detto di seguirlo e di portarlo via senza fare rumore» .
«E tu, per non fare rumore, hai scelto il palcoscenico di un teatro. Complimenti» .
«Volevo fermarlo all'uscita, dopo lo spettacolo, in piena notte. Invece durante la recita si è di-
retto verso le quinte e ho pensato che avesse mangiato la foglia e volesse scappare dal retro» . 
«E adesso ti hanno fatto una lavata di capo coi fiocchi perché mi avevi raccontato tutto» . 
«Dopo la sua conferenza stampa è scoppiato un putiferio. Mi hanno fatto a pezzi» . 
«Tu non c'entri. Loro volevano che tu me le riferissi quelle cose, dammi retta. Ma tu non potevi 
capirlo. Il loro obiettivo sono io, non tu. Non posso spiegarti tutto, ma adesso m'interessa il pu-
tiferio. Che sta succedendo?» .
«Domani i giornali di sinistra usciranno con un attacco diretto alla Polizia. Ovviamente mette-
ranno in mezzo lei e me» .
«Dobbiamo metterlo in conto. E poi?» .
«Il questore ha pensato anche di far rilasciare il ragazzo, metterlo ai domiciliari, per placare gli 
animi, ma l'antiterrorismo si è opposto. Criticai Mass nel frattempo sta invitando tutti i suoi 
simpatizzanti a un grande raduno di protesta a Roma. Insomma, non si capisce più niente. Vo-
gliono bloccare le strade, come fanno loro, pedalando a passo d'uomo sulle carreggiate per ral-
lentare il traffico. Sembra che già domani arriveranno i primi gruppi: se l'immagina lei che cosa 
può accadere, con tutto il caos di questi giorni? La Questura vorrebbe impedirlo, ma non sono 
tutti d'accordo» .
«Hanno paura di aumentare la tensione. Bel problema» .






«Sì. Ma il problema non è solo questo. Il padre del ragazzo è un pezzo grosso, un professorone 
dell'università. E poi viene da una famiglia antifranchista, sono membri del Partito Socialista. 
Ed è amico intimo del ministro dei Beni Culturali del governo spagnolo. La cosa è già arrivata 
alle orecchie di Madrid. L'ambasciatore a Roma ha telefonato alla Farnesina, per chiedere spie-
gazioni» .
«Hai capito, il vecchio Joan. Ecco perché vogliono chiamarlo Zapatero, il nipotino» .
«Io non ci capisco più niente. Non conto niente io, dottore. Hanno fatto fare il lavoro a me, e adesso, se qualcosa va storto, mi scaricano di sicuro. Che devo fare, secondo lei?» . 
«Assolutamente niente. Non hai ammazzato nessuno, stai tranquillo. Te lo ripeto, il loro obietti-
vo sono io. Torna al tuo lavoro solito e aspetta» .
«Ci proverò. Ma c'è un'ultima cosa che devo dirle. Poco prima di uscire dalla Questura mi si è avvicinato un tipo e mi ha chiesto di riferirle una cosa» .
«Che cosa?» .
«Che ancora aspetta una telefonata, per quella rivincita a biliardo. E ha detto anche che lei sta-
volta deve venire con tutte e due le stecche, se vuole indietro la sua» .
«.. .Ora devo andare. Cerca di stare tranquillo. Ci sentiamo per gli auguri?» . «Non ce l'ha con me?» .
«Sono troppo stanco per avercela anche con te» .






19

Dunque, i Servizi volevano lo scambio. Due stecche in cambio di una. Volevano la donna e il 
bambino, altrimenti Jorge rischiava di marcire in una cella per un bel po'. A meno che Zapatero 
a Roma non contasse più di Giugurta. C'era da sperarlo. Il consuocero si era mosso anche lui, e 
alla grande. Meglio così. In politica non si sa mai, l'amico può diventare nemico e viceversa . 
Poco dopo il colloquio con Podestà, Mario mi telefonò per dire che aveva "fatto il fatto", cioè 
aveva contattato er Tapparella. Ma ormai al cellulare era diventato prudente e sospettoso come 
un milanese a Napoli e non aggiunse altro. Alle cinque avrebbero dimesso Clara e il bambino 
dal Fatebenefratelli. Mi disse che sarebbe passato prima a trovare Gisella: «Ci vediamo lì?». Mi 
sembrò un'ottima idea, riuniva e semplificava molte cose. Ci avrei trovato anche Gloria e Ma-
ria, che avevo un'improvvisa voglia di abbracciare. Ma il difficile era continuare a tenere in pie-
di la balla su Jorge .
Avevo un'ora di tempo prima dell'appuntamento. La panchina dell'Orto dei Semplici nel Giardi-
no botanico si sarebbe riempita di mozziconi di sigaretta in breve tempo. Ma era un posto fanta-
stico per starsene da soli a pensare. E poi non ci possono entrare nemmeno i cani, che mi fanno sempre un po' paura, quando sono grossi .
Finalmente mi era chiara una cosa fondamentale: Virginia non poteva essere l'assassina dell'uo-
mo della Mercedes. Il medico legale mi aveva detto che era stato ucciso il 13 dicembre. Quel 
giorno, la donna lo aveva passato tutto intero nella casa di Peter Pan, fino all'ora di pranzo del
14. Questo cambiava la prospettiva, e mi spinse a cercare una diversa ricostruzione dei fatti.
Per quell'uomo che era stato sgozzato così ferocemente, Virginia non era solo una spogliarelli-
sta. Era una donna bellissima e seducente. Andava tutte le sere al suo spettacolo: certamente ne 
era affascinato, sedotto, se non innamorato. Da un certo punto in poi cominciano a frequentarsi, 
forse diventano anche amanti. Ma Virginia gli concede le sue grazie solo per un motivo: ha bi-
sogno di un permesso di soggiorno, fondamentale per offrire a Romoletto tutte le cure di cui ha 
bisogno .
L'uomo però la delude. Allora Virginia lo scarica, e si rivolge a qualcun altro. Magari non a uno 
dei viziosi avventori del suo night, gente inaffidabile, ambigua. Ha bisogno di un cavallo sicuro 
su cui puntare. E questo misterioso qualcuno l'accontenta, prepara le carte, trova la vecchietta 
da usare come prestanome e rispedisce la donna in patria, perché rientri in Italia non più da 
clandestina .
Come reagisce l'uomo della Mercedes? Probabilmente si sente messo da parte, non accetta di essere stato usato solo per un secondo fine e poi gettato via come un panno sporco. E può pro-
vare il desiderio di vendicarsi .
Ora, secondo i Servizi, è lui che riceve l'incarico di trovare la donna per conto di Giugurta. Il che sembra logico: è lui il soggetto migliore per svolgere quel compito. Sa dove Virginia lavo-
ra, forse anche dove abita. Un gioco semplice, in apparenza .
Invece no. Succede tutt'altro: la donna sparisce all'improvviso, senza dire niente a nessuno, eli-
mina addirittura il suo cellulare per rendersi irrintracciabile, e grazie alla ragazza del fiume o a nonna Wendy, trova rifugio nella casa "Peter Pan". Se lo fa, è perché ha avuto un'informazione chiara del pericolo che corre .
Chi gliela fornisce, quest'informazione? Chi le dice: «Alzati, vattene, scappa, lascia casa e lavo-
ro, perché tu e il tuo bambino siete in pericolo?». Tornavo alle parole di Mary: quell'uomo, dal 
giorno in cui Virginia era sparita dal Blue Moon, non aveva più messo piede nel locale, mentre 
prima ci veniva quasi tutte le sere. Dunque l'uomo sapeva bene che lei se n'era andata . 
Le possibilità erano due: o lei lo aveva avvertito della sua decisione di eclissarsi, o era stato lui 
a metterla sull'avviso e a suggerirle di far perdere le sue tracce. La prima ipotesi mi sembrava






improbabile. Il loro rapporto si era raffreddato, lo considerava un "bastardo" per via di quel per-
messo di soggiorno non ottenuto: perché confidare proprio a lui quello che aveva taciuto a tutti? La seconda chiariva meglio la dinamica dei fatti. E poteva spiegare chi e perché avesse com-
messo quel brutale omicidio, visto che non era stata Virginia .
Perché un amante rifiutato può provare il desiderio di vendicarsi. Ma anche quello di riconqui-
stare, di trovare un altro laccio che leghi a sé la persona desiderata .
Non è necessario che sia proprio lui a ricevere l'incarico di trovare la donna. Può anche solo aver letto un dispaccio riservato, ed essere venuto a sapere il motivo per cui Virginia e il bambi-
no sono in pericolo. Può aver sfruttato l'informazione, per riconquistare la fiducia di Virginia, per far vedere che aveva il potere di proteggerla e così continuare la relazione con lei. E così le passa l'informazione e forse, per essere creduto, le rivela anche di sapere chi è il padre di Ro-
moletto. Perciò Virginia gli crede, è costretta a credergli. Ed è così spaventata da abbandonare casa e lavoro e cercare rifugio altrove .
E poi, magari, al suo paese arrivano dispacci in cui si dice eh® la ragazza si è resa irreperibile. Giugurta si arrabbia, contatta i suoi amici a Roma, se ce ne sono, e manda i suoi uomini: gente tosta, decisa a far bene il lavoro sporco, in un modo o nell'altro. Vanno al night-club, e forse è l'uomo stesso a indicargli il luogo in cui Virginia lavora, per mostrarsi collaborativo, ma anche perché sa che lì non la troveranno. Fa il doppio gioco, insomma. Cerca di tenersi buoni gli emissari di Giugurta, ma poi ha un canale di comunicazione con Virginia. Forse per questo Vir-
ginia esce ogni tanto dal suo rifugio: per chiamare l'uomo da una cabina telefonica, oppure per-
ché hanno concordato dei giorni e dei luoghi per incontrarsi. Fatto sta che gli emissari di Giu-
gurta mangiano la foglia, scoprono che l'uomo della Mercedes sa più di quello che dice e lo co-
stringono con le cattive a rivelare il rifugio segreto della donna .
Il 12 dicembre si presentano alla casa "Peter Pan" ed entrano a forza. Ma ancora una volta non la trovano, e questo li fa imbestialire. Pensano che l'uomo li abbia ingannati di nuovo. Perdono il controllo, tornano da lui, che non sa più cosa dire, e alla fine compiono un'esecuzione in gran-
de stile. E fanno credere ai Servizi - o ai Servizi fa comodo credere - che l'assassina sia lei . 
Le mie potevano essere fantasie, me ne rendevo conto. Ma in ogni caso, chiunque fosse stato a uccidere quell'uomo, se Virginia era solo vittima e non carnefice, avrei dovuto augurarmi che fosse già ricongiunta col bambino, in fuga verso qualche luogo sicuro. Cercando un altro Egitto, come cantava De Gregori. Ma non potevo. Ero incatenato allo scambio. Costretto a trovarla e a consegnarla, se volevo salvare Jorge. Inseguire le maschere neutre che ancora ingombravano la scena: Andrea e nonna Wendy innanzitutto. Se c'era una possibilità di ritrovare Virginia e Ro-
moletto, poteva passare solo da lì. E dalle misteriose cartoline .
Quei segnali mi avevano guidato, come la stella i Re Magi: l'omicidio, nella scena della morte 
di Oloferne; la Maddalena penitente, che poteva forse significare la decisione di Virginia di 
cambiare  vita;  il Riposo durante la fuga in Egitto, che simboleggiava la situazione centrale: 
Giugurta come Erode, Virginia come Maria, Romoletto come il bambinello che vuole evitare la 
strage degli innocenti .
Restava la Morte della Vergine: quella figura gonfia, con i piedi e le mani abbandonate in una 
morte compianta, tragica, teatrale. Quella figura ancora non aveva avanzato pretese di corri-
spondenza .
Le cartoline in verità sembravano più chiarire e confermare a posteriori le mie scoperte, che in-
dirizzare l'indagine. Come un sipario che a un certo punto si apre su una scena già immaginata . 
Così era avvenuto per la figurina di Peter Pan: corrispondeva a un luogo ben preciso, dove la 
donna e il bambino erano vissuti per un mese. Non potevo permettermi di trascurare l'altra, che 
portava le stesse tacche. Ma quell'astronauta sorridente, con il casco sottobraccio, per il mo-
mento non mi diceva nulla .
In più, restavo sospeso a una domanda a cui non sapevo assolutamente rispondere: quale volto e 
quali intenzioni aveva l'ideatore di quel rompicapo di immagini? Ed era la stessa persona che 
aveva tagliato le gomme, prima ai Parioli, poi davanti ai musei? Come sempre, troppi dubbi ir-






risolti arrivavano in folla e in folla danzavano nella mia povera testa confusa. Per fortuna ero 
già sulla strada del Fatebenefratelli, con la speranza che Mario avesse raccolto informazioni de-
cisive .






20

Er Tapparella aveva parlato. Mario lo conosceva bene, io un po' meno. Ma a Testaccio era una 
star. Vita da strada, delinquenza precoce, romanista duro e puro, ultrà della prima ora, dopo una 
trafila da ladro d'appartamenti, s'era convertito alla questione sociale. E questo me lo rendeva 
simpatico, anche se i metodi erano discutibili per un tutore dell'ordine. Raggiunta l'età della ra-
gione e dei ripensamenti, aveva abbandonato la propensione al furto, e si era messo a riparare 
torti. Se una famiglia del quartiere era sfrattata e rischiava di finire sulla strada, lui individuava 
un appartamento sfitto, meglio se la casa di un ente, l'apriva alla maniera sua, dava una sistema-
ta, cambiava la serratura e la consegnava alla famiglia in difficoltà. Zero euri, chiavi in mano. 
Un mito. Per questo lo chiamavano pure il Robin Hood di Testaccio, ma il suo nome d'arte più 
citato era Tapparella, perché marcava il suo passaggio togliendo una stecca di persiana per ogni 
casa che visitava .
Ora che era in pensione anche da quel genere d'attività, sposato con prole, l'avresti creduto un 
normalissimo padre di famiglia, come il signor Mario Iannotta o come me. Di Andrea però si ri-
cordava molto bene: la rumena romanista gli aveva chiesto asilo, in quei tempi cupi che tanto 
s'addicevano a una lupacchiotta smarrita come lei. E lui non le aveva trovato casa, ma famiglia: 
o meglio, l'aveva abbinata, diciamo così, a una tenera vecchietta che anni prima aveva perso il 
lavoro per questioni di salute, e non aveva più potuto pagarsi l'affitto. Bingo. Non poteva che 
trattarsi di nonna Wendy .
Spiccai un bacio sulla guancia di Mario: «Due piccioni con una fava. Grandioso. Andiamo» . «Andiamo dove?» .
«A casa di Andrea e di nonna Wendy!» .
«Primo, devo riportare Clara a casa col bambino, e parlo italiano già da ora, sennò poi davanti a lei mi confondo.-Secondo, un salutino a Gisella glielo dobbiamo pure fare. Terzo: er Tapparella non sa più dove abita la nonnina» .
«Come? Non lo sa? Non è lui che le ha trovato casa?» .
«Nel momento del bisogno, sì. Ma poi lei ha ereditato da una sorella zitella ricca sfondata - che magari ce ne fossero di più - e si è trasferita fuori Testaccio. Ma lui non sa dove. Quindi stiamo punto e a capo» .
«E non ti ha detto nient'altro?» . «E che doveva dirmi?» .
«Qual è il suo vero nome, se è sposata, se ha figli, che lavoro faceva, perché lo ha perso, quanti anni ha, se Andrea vive ancora con lei, se almeno conosce qualcuno che la conosce. Mario, non abbiamo molto tempo!» .
«No, è che mentre er Tapparella parlava, a me è venuta in mente un'altra cosa che non c'entra niente. Però secondo me è più importante» .
«Cosa?» .
«Lei prima mi ha spiegato come sono andati i fatti. Andrea era la baby-sitter di Romoletto. Si è messa paura e ha abbandonato il bambino, giusto?» .
«Giusto» .
«Però non poteva essere sicura di ritrovarlo al Bambin Gesù» . «No, certo» .
«Quindi l'idea di riprenderselo le è venuta dopo» . «In effetti, non ci avevo pensato» .
«Allora bisogna capire una cosa: come ha fatto a sapere che il bambino era in ospedale?» . «Ci lavora, l'avrà incontrato nei suoi giri» .
«Giusto, anche se ci vuole un po' di fortuna. Però ci sta qualcosa che non torna lo stesso» .






«Che cosa?» .
«I tempi. Lo ha rapito proprio un'ora prima che lo consegnavamo alla casa-famiglia. E siamo arrivati pure in ritardo. Se aspettava un'ora in più, era sfumato tutto» .
«Non ti seguo» .
«E sempre stata lì, per dieci giorni. Poteva rapirlo prima, no? Invece ha aspettato l'ultimo minu-
to. E ha rischiato di rovinare tutto. E io mi sono chiesto: perché?» .
«Non capisco, Mario, spiegati meglio» .
«Facciamo così. Io sono la ragazza rumena, ok? Ho abbandonato Romoletto. Senso di colpa a mille. La madre è disperata, diventa matta all'idea di perdere suo figlio. Io lo ritrovo per puro caso due giorni dopo nell'ospedale dove lavoro. Sorpresa. Ho l'occasione per rimediare. Mi vie-
ne in mente che me lo posso riprendere e riportarlo alla madre. Ma non lo faccio subito, non lo faccio il giorno dopo il suo ricovero. E perché?» .
«Non lo so. Perché?» .
«Perché tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. Perché ho vent'anni, perché ho una paura fottuta che mi scoprono, che mi arrestano. Tanto più che c'è la Polizia a sorvegliare il bambino. E quin-
di esito. Aspetto. Traccheggio. E poi, solo alla fine mi decido, quando capisco che non c'è più tempo, che ormai stanno per mandarlo via» .
«D'accordo. E con questo?» .
«Il problema è: come ha fatto a sapere che lo dimettevano proprio stamattina?» .
«Mario, fai un ragionamento assurdo. Quella ci lavora in ospedale. Si sarà informata» .
«E no! È questo il punto! Primo, sono un clown, non un medico o un'infermiera. Non è che mi 
fanno vedere le cartelle cliniche. Secondo: se io voglio rapire un bambino da un ospedale, e fac-
cio pure finta di essere sordomuto davanti alla Polizia, poi vado a chiedere in giro informazioni 
su di lui? Con la paura che ho di essere scoperta? Vado dalla caposala e dico: "Senti, per favore, 
fammi sapere quando dimettono quel bambino"? Commissario, lei ha interrogato tutti quelli che 
lavorano nel reparto. Può essere che dopo il rapimento a nessuno gli è venuto in testa di dire: 
"Adesso che ci penso, il clown mi aveva chiesto di lui, si era interessato al bambino"?» .
«Non hai tutti i torti. Ma può darsi pure che, senza farsi notare, abbia sentito una conversazione in cui si parlava di questo» .
«Può anche darsi. Però io almeno lo chiederei di nuovo in giro, per sapere se ne avevano parlato in sua presenza» .
«Vabbè, ma tu che cosa vuoi dimostrare?». «Che c'è una talpa da qualche parte, secondo me. Qualcuno che passava informazioni alla rumena. C'ho questa sensazione. Però forse ha ragione lei. Mi sono incartato da solo. Che dice, torno dal Tapparella?» .
«Magari ci torniamo insieme dopo. Questa dev'essere la stanza di Gisella. Mi raccomando: non una parola sull'arresto di Jorge. Lei non sa niente» .
«E come lo giustifica che non è venuto a trovarla?». «Non lo so, Mario, non me lo chiedere» . «Forse è meglio dirglielo. Di questo passo, dotto', finisce che si lasciano» .






21

«Che è successo, Mario? Qualcosa di grave?», disse subito Gisella dopo i primi convenevoli . «No, perché?» .
«Stai parlando in italiano...» .
Iannotta  scoppiò  in  una  risata  sonora:  «No,  no,  è  solo  un  gioco,  una  scommessa  con  tuo 
padre...» .
«Ah, be', allora la vincerai di sicuro. L'ultima gli è costata cara» .
Maria sorrise soddisfatta e si mise a scherzare. Gloria mi lanciò un'occhiata allusiva: «Quanto aveva di febbre, Jorge, quando l'hai lasciato, caro?» .
«Un febbrone. Secondo me non si riprende prima di Natale...» .
«Sì, lo so, che sfortuna», aggiunse Gisella: «Però è proprio un tesoro. Prima per telefono è stato dolcissimo...» .
«Per telefono?» .
«Mi ha chiamato un'ora fa. Mi manca troppo» .
Maria annuì, da dietro le spalle di Gisella, roteando il dito, come a dire: "Ti spiego dopo in pri-
vato" .
«Come stai?» .
«Bene. Dicono che forse nasce a Natale. E lo spettacolo, papà, che ti è sembrato?» . «Pieno di sorprese. E tu sei bravissima» .
«Macché, io facevo quella parte muta perché se partorivo prima non sapevano come sostituir-
mi...» .
«No, guarda, mi sono emozionato a vederti con quel vestito, la maschera e tutto il resto...» .
«A proposito, papà, per fortuna che me lo hai ricordato. .. me lo faresti un favore? Ieri io e mamma siamo scappate via senza prendere niente. Ho lasciato tutto in camerino. Bisognerebbe almeno riportare a Leo il vestito» .
«Ma non l'avevi comprato?» .
«No. E che ci faccio poi? L'avevo preso a noleggio. Non è che ci faresti un salto?» .
«Gisella», intervenne Mario, «tuo padre e io dobbiamo riportare a casa Clara e il mio bambino, e poi abbiamo un appuntamento di lavoro. Magari domani, eh?» .
Ma a me era tornata in mente una cosa. E così dissi: «No, ci vado io. Stai tranquillo, Mario. Ci passo mentre tu vai via con Clara. Prendi pure tu la macchina» .
«E poi lei, dottore, come fa a venire da me?» .
«Chiamerò un tassì. Anzi, mi muovo subito, così faccio prima» . 
«Papà?» .
«Che c'è, Maria?» .
«Posso venire con te?». E con le mani giunte faceva segno di supplica urgente .
«Ok. Però andiamo subito, che sennò non faccio in tempo a fare niente» .
Sapevo già perché avevo deciso di andare di persona al teatro e mi sentivo dentro la smania del-
l'ora decisiva, come se ci fosse stato un treno da prendere all'improvviso, una lunga banchina da 
percorrere e un capostazione frettoloso che già fischiava, sbatteva porte e sbracciava perché si 
partisse lasciandomi a terra, senza curarsi del mio affannoso e goffo inseguimento . 
Ma quel tratto andava fatto con Maria e solo dopo avrei capito il perché. Attraversando corso 
Vittorio, cominciavo a vedere gruppetti di biciclette minacciose, che ogni tanto rallentavano pe-
ricolosamente, disponendosi a cuneo lungo la carreggiata, scatenando nervosismi e clacson e 
apostrofi colorite che i romani conoscono bene. Erano in tre, in cinque, talora in otto, ma sem-
bravano ancora poca cosa rispetto a quello che la Questura temeva. Forse il„gran raduno sareb-
be sfumato, o forse erano piccole nubi che già annunciavano tempesta .






«Davvero Jorge ha telefonato?» .
«No, papà, è stato il contacuentos, da un telefono pubblico. Vedessi come fa l'imitazione di Jor-
ge. E poi l'ha fatta proprio sciogliere... parevano Romeo e Giulietta» .
«Gliel'hai chiesto tu, di fare questa cosa?» .
«È stata una cattiva idea?» .
«No. Però non si potrà andare avanti all'infinito con questa commedia. La situazione non è buo-
na» .
«Ma perché non ci vuoi spiegare che cosa è successo?» .
«Lo hanno scambiato per un altro. Ma tutto dovrebbe sistemarsi. La burocrazia, sai come vanno queste cose» .
«Posso fare qualcosa per aiutarti?» .
Stavo per rispondere una banale frase di circostanza, come "non fare arrabbiare la mamma" o "stai vicino a tua sorella", ma poi mi venne un'idea .
«Dimmi una cosa: quella storia del Gazometro, dove l'hai trovata?» .
«Su Internet. Non era molto difficile. Ho cercato "gazometro" e ho imparato a memoria la pagi-
na di Wikipedia. Sai com'è Internet: basta mettere una parola e il motore di ricerca ti trova tutto quello che ti serve» .
«E se io ti do un'immagine e non una parola? Mi puoi trovare lo stesso qualcosa?» . «Ci posso provare. Che cos'è?» .
Tirai fuori la figurina dell'astronauta. La guardò un momento e la mise nel portafoglio: «Stavol-
ta non voglio niente, papà. Non è che non mi serve, ma voglio fare un fioretto per Jorge» . 
La risposta mi fece sentire il profumo del Natale: «Se trovi quello che cerco, papà ti fa un rega-
lo coi fiocchi». Poi arrischiai, con qualche incertezza, ma non potevo più perdere tempo: «Il contacuentos ha detto che torna, vero?» .
«E tu come fai a saperlo? Sì, torna domani mattina, ma prima va a fare un giro alle dieci e mez-
za a Sant'Andrea della Valle. Non ho mica capito perché, l'ha ripetuto due o tre volte. E ha detto pure che se a qualcuno della famiglia faceva piacere accompagnarlo, sarebbe stato contento» . «Ma non è che è innamorato di Gisella?» .
«Be', insomma, l'ha fatto per il suo amico. Però secondo me quelle frasi Jorge non è capace di trovarle nemmeno se fa un corso intensivo di poesia» .
«Ecco qua: ci mancava anche Cyrano, in questa storia» .






22

Tutto a Roma ha una forma visibile, e tutto ritorna, un giorno o l'altro. Ma il ritorno di questa volta, che veniva in punta di piedi, come un presagio intravisto mentre Gisella mi chiedeva di riconsegnarle il vestito, si trasformò in un sospetto sbalordito e confuso, allorché entrai in quel-
la sala vuota, notando che erano già stati portati via i due bauli e il letto di ferro; quando salii sul palcoscenico, mi diressi verso i camerini, li ispezionai uno per uno e trovai finalmente quel-
lo in cui si era cambiata mia figlia .
Il vestito c'era, ancora lì, per terra, sgualcito e appallottolato, così come l'aveva lasciato per la 
fretta. Ma la maschera no. Qualcuno l'aveva presa e portata via. E il pensiero che fosse la stessa 
che indossava Romoletto nel suo travestimento improvvisato non mi sembrò più il frutto di una 
momentanea suggestione. Poi mi pentii di nuovo, come di un'ingenuità pacchiana. Poteva aver-
la presa chiunque, magari uno degli attori, o la regista, per restituirla a Gisella . 
Ma allora perché la maschera sì e il vestito no? Ora, quella maschera non era mai arrivata in ca-
merino. Ed era logico: Gisella se l'era tolta in scena, lasciandola sul letto, e non era certo tornata 
a riprenderla .
E allora, magari, l'aveva notata la persona che quella scena l'aveva smontata, pensando che po-
tesse servirgli. Ma io sapevo bene chi era quella persona. E se le cose stavano così... la talpa di 
cui parlava Mario, il misterioso informatore che aveva passato ad Andrea la notizia che Romo-
letto sarebbe stato dimesso il 22 mattina, era molto più vicina a me di quanto credessi . 
Quella talpa era Gisella .
Non che l'avesse voluto, o se ne fosse resa conto. Era solo che non dettiamo noi le prossimità, 
ma ci vengono incontro, a volte, senza che ci rendiamo conto del perché . 
Naturalmente, se quello che immaginavo era vero, mi servivano delle verifiche. Uscii dal teatro, 
col fagotto del vestito impacchettato sotto il braccio, e mi diressi al negozio di via della Scrofa 
in cui era stato comprato il cappottino di Romoletto. Durai qualche fatica a tracciare un disegno 
verosimile del suo volto, perché non avevo con me una foto: mi riuscì alla bell'e meglio, non 
proprio un Caravaggio, ma l'effetto l'avevo reso. La ragazza disse di sì, che non c'erano dubbi, 
quella faccia la riconosceva di sicuro. Poi allungai verso Largo Argentina, dove stavolta i tassì 
brulicavano, e il conducente che mi aprì la porta cominciò a imprecare contro queste biciclette 
che spuntavano come funghi dappertutto e senza un perché, e avevano il vizio della lumaca che 
si piazza proprio al centro della strada, e ci mancava pure questa, come se non bastassero le ma-
nifestazioni, il Vaticano, i regali di Natale e le auto blu. Ma non avevo tempo di dargli retta, 
perché intanto tutto si ricomponeva come uno di quei puzzle per bambini, a dieci o dodici pezzi 
grandi e grossi, fatalmente disegnati per essere incastrati senza indugio . 
Ora mancava il tassello finale. Il Blue Moon, già in piena attività, lanciava promozioni per un 
Natale diverso. Scesi dal tassì senza dire neanche grazie. I poster all'ingresso del locale indossa-
vano soltanto cappelli rossi da babbo Natale e promettevano una luna esagerata quanto la soli-
tudine di chi sotto le feste è solo. Il direttore si profuse in convenevoli untuosi e rispose di sì, 
che in effetti la persona di cui gli parlavo era nota nell'ambiente, e aveva lavorato con loro . 
Poi raggiunsi Mario, facendomi precedere da una telefonata in cui gli chiedevo di farsi trovare 
sotto casa con il motore acceso .
«Eccoci», disse, finalmente libero. «Nun jela facevo più a parlà a quer modo. Meno male che cor Tapparella ce se intende anche così» .
«Non andiamo più dal Tapparella» . «No? E dove sennò?» .
«Prima passiamo dal cileno» . 
«Dal cileno. E perché?» .






«Non ti ricordi? Devo restituire il vestito di Gisella... e soprattutto fargli qualche domanda» . «Contento lei. E l'indirizzo?» .
«Via del Porto Fluviale» . 
«No, dotto', se sbaja» .
«Non mi sbaglio. Ce l'ho scritto qui, sul taccuino» .
«Nun pò esse, dotto', me dia retta. Avrà preso male er nome» . «Ma se ti dico che è questo, è questo!» .
«E io je dico de no. Controlli mejo!» . «Ma perché no?» .
«Perché questo è l'indirizzo der Tapparella, no der cileno» . «Ma che stai dicendo?» .
«A dotto', nun me faccia perde la pazienza. Ce so' stato du' ore fa, lo saprò 'ndove so' annato, 
no?» .
«Oddio, Mario! Dimmi che non è vero!» . «Che non è vero che? ! ?» .
«Due deficienti, siamo! Lo capisci?!? Perché non ci siamo mai andati insieme?!? Perché?!? Per-
ché non ci sono venuto con te dal Tapparella?!? A quest'ora avevamo risolto tutto! ! !» . 
«Perché... perché... dotto', nun faccia così, che io già nun ce sto a capì gnente! Mo' c'annamo, 
c'annamo, però se me continua a gridà ne 'sta 'recchia, divento sordo peggio de Romoletto! ! ! E 
poi magari se dà 'na calmata e me spiega quarcosa pure a me, che so' 'n povero cristo e nun c'a-
rivo mai» .






23

Al nostro arrivo, il battibecco si risolse nella più netta e semplice delle evidenze. Il laboratorio 
in cui er Tapparella restaurava mobili era giusto accanto al magazzino di Leo, che ora era chiu-
so a chiave, sprangato con un grosso lucchetto. Ma c'era di più: il cileno era passato la mattina 
presto e gli aveva lasciato anche le chiavi. Non si sa mai. I ladri, un incendio, un'ispezione. Sa-
rebbe partito, aveva detto al vicino, per un lungo viaggio. Forse a quest'ora era già lontano . 
Er Tapparella ci confermò che Leo e Andrea si erano conosciuti tre anni prima, al tempo in cui 
la ragazza era venuta a chiedergli aiuto e aveva lavorato da apprendista fino alla partenza con il 
circo. Poi, al suo ritorno, Leo le aveva offerto un lavoro da baby-sitter a tempo pieno, per il fi-
glio di un'amica. Per Romoletto insomma .
Er Tapparella sapeva anche di me, mi conosceva "di fama": una fama ottima, disse, grazie a 
loro. Andrea si era sorpresa, un giorno, mentre Leo le narrava la sua vita, a sentire che anche lui 
mi aveva incrociato qui a Roma. E così aveva raccontato, a sua volta, la storia della sua avven-
turosa bocciatura e la scena di quella notte sul ponte, quando minacciava di buttarsi nel fiume . 
Ormai non c'erano più dubbi. Era il cileno il misterioso aiuto che si era offerto a Virginia nel 
momento del bisogno. Era stato lui ad acquistare quel cappotto per il bambino. E quelle strane 
sedie a forma di bocca che mi avevano impressionato nel suo magazzino, così simili agli arredi 
che giacevano impolverati sul retro del night, non erano una somiglianza casuale: era lui il prin-
cipale fornitore del Blue Moon. Era lui che aveva messo in contatto Virginia e la ragazza del 
fiume .
Quella maschera era servita come una miccia che accende il fuoco, e aveva illuminato tutto. E 
ora anche altre cose mi apparvero nella giusta luce. Tutto quell'improvviso ronzare del cileno 
intorno a Gisella, quella disponibilità ad accompagnarla e a riportarla: quante chiacchiere, quan-
te informazioni raccolte, quasi un diario quotidiano... Leo sapeva tutto dall'inizio: Gisella si era 
addirittura portata il bambino con sé al suo magazzino, ancora prima che fosse ricoverato al 
Bambin Gesù .
Dunque la mia macchina, quella sera, non era stata scelta a caso. Mi avevano trovato, in qual-
che modo, e avevano lasciato Romoletto proprio a me, proprio perché mi conoscevano, perché si fidavano. Poi Andrea mi aveva chiamato, forse per raccontarmi tutto, ma il mio cellulare non le rispondeva, ed era rimasto muto per due giorni .
E questo silenzio aveva cambiato le carte, sparigliando il gioco: un tempo per riflettere, uno per 
incontrare la madre, uno per spiegarsi, giustificare quella sera di paura, quel gesto estremo di 
lasciare il bambino a un poliziotto, perché nessuno potesse avvicinarsi a lui e fargli del male . 
Ma la madre doveva aver fatto fuoco e fiamme. Morire, piuttosto che perdere il suo Re. E così, 
i due si erano decisi a sondare il terreno, di nascosto, senza apparire. Leo aveva chiamato Gisel-
la, si era messo alle sue costole, e lei le aveva spiattellato tutto, giorno per giorno, tanto per 
chiacchierare: movimenti, ricoveri, diagnosi, dimissioni. Andrea, col suo lavoro da clown, pote-
va controllarlo tutti i giorni. Le cose si erano messe bene: Romoletto al Bambin Gesù, una pos-
sibilità di fuga, una settimana per preparare il rapimento. E il colpo decisivo .
Questo fu ciò che spiegai a Mario. Il quale chiese a er Tapparella se poteva farci entrare a dare un'occhiata al magazzino. Ma mentre lui armeggiava per aprire, arrivò perentorio lo squillo di Maria: «Papà?» .
«Che c'è?» .
«È Michael Collins» . 
«Non ho capito» .
«L'astronauta della figurina. È uno dei tre che parteciparono al primo sbarco sulla Luna» . «E poi? Nient'altro?» .






«Questo Collins, dei tre, è l'unico che non ha messo piede sulla Luna, a differenza di Armstrong 
e Aldrin. E rimasto sull'astronave ad aspettarli. Pensa che sfiga. Però c'è un particolare che mi 
ha colpito» .
«E cioè?» .
«E nato a Roma» .
«Veramente? Leggimi tutto, dai» .
«Però poi mi fai una ricarica, sennò così spreco tutti i soldi» . «D'accordo, ma sbrigati adesso» .
«Ecco, ecco: "Michael Collins (Roma, 31 ottobre 1930) è un astronauta statunitense che prese parte ai programmi Gemini e Apollo. Collins nacque al numero 16 di via Tevere a Roma, dato che il padre aveva un impiego militare all'ambasciata statunitense in Italia» . 
«A che numero hai detto?!?» .
«Al numero 16 di via Tevere» .
«Ti amo, Maria! Di' alla mamma che faccio tardi, stasera» . «E la ricar...?». Clic .
La ricarica era terminata .






24

Er Tapparella nel frattempo aveva aperto, acceso luci, fatto strada, e Mario era già dentro con lui. Per una volta che non doveva scassinare un posto per entrarci, bisognava dargli soddisfazio-
ne. Scesi anch'io, guardandomi intorno, per vedere se non ci fossero indizi da raccogliere. In ve-
rità, seguivo come una fantasia: il sospetto che Leo fosse cosciente di commettere un errore rac-
cogliendo quella maschera. Ma che avesse voluto farlo perché era uno che amava farsi ascolta-
re, e ci teneva, inconsapevolmente, che capissi da lontano quello che stava succedendo. Diceva sempre che uno non può dirsi uomo finché non ha una storia da raccontare .
E in effetti c'era qualcosa che non tornava, rispetto alla mia precedente visita, ma avevo la men-
te ingombra della fretta di andare a via Tevere, a quella strada dal nome fatale, a quella casa che 
univa inestricabilmente il fiume e la luna, lo scorrere del tempo e la riflessa luce che lo rassere-
na .
E così chiudemmo e salutammo e riprendemmo una torbida corrente di strade ingolfate dal traf-
fico, risalendo viale Aventino, il colle Oppio, l'Esquilino e la stazione Termini, per parcheggia-
re, come destino volle, in piazza Fiume. Davanti al fatidico portone, Mario mi guardò perples-
so: «E mo' che famo, dotto'? Citofonarne a tutti?» .
«Fatti venire un'idea» .
Iannotta spinse il citofono al numero 1, piano terra. «Chi è?» . «Signo', semo la RAI» .
«C'è posta per tei» .
«No, quello è Canale 5. Noi semo quelli der canone, dovemo controlla si c'avete la tivù e si ave-
te pagato er bollettino» .
Il citofono si richiuse .
«Ma sei cretino? Il canone RAI è la tassa più evasa dell' universo. Adesso questa telefona a tutti i vicini e non ci apre più nessuno» .
«Dotto', me scusi, è la prima cosa che m'è venuta 'n mente. 'Sti giorni in tivù ce stanno a fà 'na capoccia tanta su 'sto canone, che m'è 'scito spontaneo...» .
«Però mi hai fatto venire in mente una cosa» . Spinsi a caso il numero 4. «Chi è?» .
«Signora, buonasera, siamo la RAI. Stiamo preparando uno speciale per i 40 anni dallo sbarco sulla Luna. Sappiamo che nel suo appartamento è nato l'astronauta Michael Collins. Vorremmo fare delle riprese» .
«Peccato, m'avrebbe fatto tanto piacere, sa? Ma Collins è nato al numero 9, dove abita la signo-
ra Brutti. Buon Natale e buon lavoro. Se poi volete passare per un caffè...». E subito aprì il por-
tone, lieta di aver fatto da damigella a mamma RAI .
«E te credo che, co' 'sto cognome che se ritrova, ha scelto de chiamasse nonna Wendy» . «Mario, hai la pistola?» .
«No, perché?» .
«Non so, forse sarebbe meglio essere prudenti» .
«A dotto', mo' nun esaggeramo. A la fine starno a 'nseguì 'na figurina. Io è perché de lei me 
fido, ma se lo vado a raccontà in giro come starno a fà 'st'indaggine, finimo su Scherzi a parte» . 
E così Mario mi convinse a prendere l'ascensore, per non essere spiati dagli altri inquilini, e a 
premere direttamente il campanello. Seguì un lungo silenzio, che mi parve un concitato coro di 
fruscii, poi qualche parola, un secco schiocco, dei passi morbidi e decisi, un disserrarsi di'serra-
ture a più mandate, finché la porta si aprì e mi apparve, stagliata a bassorilievo, nell'ombra, la 
ragazza del fiume .






Epilogo


Coltiva il riflesso della pioggia sul selciato tiepido che fuma d'estate mentre gli Eldoradi in cielo ridono, e campane vicine stillano sei gocce d'argento e una [preghiera, e ancora si deve camminare, ancora, ché durerà la vita intera .
Paolo Mattei, Strada






1

Io e Andrea ci guardammo a lungo senza dire nulla. Mi sbarrava il passo, dritta e ferma sulla 
porta, con i suoi occhi azzurri e decisi, i ricci capelli in disordine, e un groppo alla gola che alla 
fine si risolse in pianto. La casa era immersa nel buio, come se temesse un assedio imminente. 
Nelle sue lacrime si mescolavano paura e sollievo. Rientrò, costringendomi a fare i primi passi 
nell'oscurità dell'ingresso, finché trovai col tatto un interruttore accanto alla porta del salotto . 
«Come ha fatto a trovarmi?» .
«Stai tranquilla. Non voglio farti del male» .
«Nonna Wendy lo diceva che non avrei dovuto farlo. Ma io a loro non potevo dirgli di no. Non potevo proprio» .
«Dov'è nonna Wendy?» .
«Di là, in camera da letto. Dorme. Ora non me la sento di svegliarla» . «Tu sai chi è il bambino, vero?» .
«So tutto. Tutto. È per questo che non potevo dirgli di no» . «Dove sono adesso, Leo e Virginia?» .
«Non si chiama Virginia. Quello è il nome d'arte» . «Va bene lo stesso. Sono qui?» .
«Non più. Se ne sono andati. Sono andati via» . «E dove?» .
«Non glielo posso dire. Ho promesso di non dirlo a nessuno» . «Ascolta, sei sicura che siano partiti?» .
«E dove sarebbero andati, sennò? Sono usciti con le valigie, hanno chiamato un tassì. Tre ore 
fa» .
Chiesi a Mario di andare di corsa a verificare i voli e le prenotazioni a Fiumicino. Cominciando dalle tratte Roma-Santiago del Cile, ovviamente. Iannotta uscì in punta di piedi, com'era entra-
to, e chiuse la porta che era rimasta aperta sul pianerottolo .
«Senti, io so molte cose su di te. Non c'è bisogno che mi racconti tutto. So che hai agito per il bambino, perché volevi aiutare a salvarlo. Ma ho bisogno di capirne altre. Anche se tu avessi dei guai con la giustizia, quello che dirai ora potrebbe aiutarti. Ti fidi ancora di me?» . 
«Che cosa vuole sapere?» .
«Perché hai messo il bambino nella mia macchina, quella sera?» .
«Perché li ho visti, quei tipi. Ho visto che erano ancora lì, sulla strada. Almeno ho creduto che 
fossero loro. Sono entrata dall'ingresso principale della casa, ho preso il bambino in fretta e fu-
ria e sono scappata dal retro, che dà sull'altra via. Mi sono messa a correre, ma avevo il bambi-
no in braccio e non ce la facevo. Dormiva e pesava. Avevo le gambe che mi tremavano. Non ce 
la facevo» .
«Non hai pensato di telefonare a qualcuno?» .
«Virginia non aveva cellulare. E Leo era al magazzino. L'ho chiamato, gli ho detto di fare in fretta, di venire subito. Ma c'era un traffico pazzesco. Le strade erano bloccate. E mi sembrava di vederli dappertutto, quelli...» .
«Ti è preso il panico» .
«...e poi, con tutta quella pioggia, non si vedeva niente. Sono arrivata sul Lungotevere, ma ero stanchissima. Poi ho visto una macchina della Polizia che si fermava. Ed è sceso lei. Era pro-
prio lei, non ci potevo credere» .
«E perché non mi hai fermato?» .
«Io ero sul marciapiede, avevo le braccia spaccate dal peso, non riuscivo nemmeno a parlare. Il 
bambino non sentiva niente, non si svegliava. Lei ha attraversato subito la strada. E così ho






aperto la portiera della macchina e l'ho messo dentro. Poi ho alzato gli occhi, ma lei era sparito. Ho attraversato anch'io, per raggiungerla, ma mi sono fermata subito. Non volevo perdere di vi-
sta il bambino. Allora mi sono ricordata che avevo il suo numero. Ho provato a chiamarla, ma lei non rispondeva. E poi, all'improvviso, l'ho vista riattraversare, e ho visto anche un furgone che è partito di botto e l'ha colpita. Alla fine lei è entrato in macchina e si è subito avvicinata gente, c'era confusione. Poi lei ha caricato un uomo ed è partito subito» .
«E poi?» .
«E poi, dopo un po', è arrivato Leo, che mi ha portata qui a casa. Siamo rimasti la notte e tutto il giorno dopo. Non sapevamo cosa fare» .
«Potevate cercarmi» .
«Era quello che gli dicevo io, l'ho supplicato, ma Leo non ha voluto. Aveva già proposto a Vir-
ginia di fuggire all'estero, di nascosto, e lei gli aveva detto di sì, anche se alla fine non si deci-
deva mai. Se andavamo alla Polizia ci avrebbero fatto mille domande, e alla fine, o c'inventava-
mo una bugia, oppure dovevamo raccontare la verità. Ma la verità era peggio di una bugia. Nes-
suno ci avrebbe creduto, nemmeno lei, commissario» .
«Io forse sì. Vi conoscevo» .
«No, non credo. Lo dice adesso perché conosce la storia. Ma se l'immagina un cileno e una ru-
mena che entrano in un commissariato e dicono: "Scusate, abbiamo abbandonato un bambino in una vostra volante ieri sera. Ce lo ridate, per favore?". E quelli: "E voi chi siete?". E noi: "Io sono la baby-sitter e lui è un amico della mamma". E loro: "E perché l'avete abbandonato?". E noi: "Perché il padre lo vuole ammazzare". E loro: "E chi è il padre?". E noi: "E quell'uomo po-
tente, che ogni tanto si vede in tivù, e adesso è candidato alla presidenza del suo paese". Ci met-
tevano in galera per abbandono di minore e poi chiamavano subito un ospedale psichiatrico» . «Va bene, d'accordo: non hai tutti i torti. Ma Virginia? Io so che è rimasta chiusa alla casa "Pe-
ter Pan" per più di un giorno. Non vi ha cercato?» .
«No. Lei era sicura che il bambino fosse con me. Aveva paura per se stessa. Voleva capire per-
ché il suo rifugio era stato scoperto. Voleva prima parlare con l'uomo che la proteggeva» . 
«L'uomo dell'ambasciata?» .
«Era lui che l'aveva avvisata del pericolo. Lei usciva ogni due giorni, per telefonargli da una ca-
bina a non so quale numero di un bar. Avevano un appuntamento fisso a una certa ora del po-
meriggio. Si dovevano sentire il 14 dicembre. Ma lui quel giorno non ha risposto. E allora Vir-
ginia si è fatta coraggio ed è andata a casa sua. Aveva le chiavi dell'appartamento perché per un 
periodo erano stati insieme. E quando è entrata, ha visto quel tipo legato a una sedia, con la gola 
tagliata, in un lago di sangue. Poi è venuta qui, sconvolta, e abbiamo pure dovuto dirle del bam-
bino. Non ho mai visto una persona così disperata. Ci ha supplicato di aiutarla a ritrovarlo».
«E così Leo ha sondato il terreno chiamando mia figlia Gisella, poi ha saputo che il bambino 
era stato ricoverato all'ospedale dove lavori. E ti hanno chiesto di salvarlo. Ma salvarlo voleva 
dire rapirlo. Tu gli hai detto di sì, però avevi paura. Poi, quando lo stavano per dimettere, ti sei 
decisa» .
«Veramente, ho anche sperato che lei arrivasse prima di me» . «In che senso?» .
«Io voglio bene a quel bambino. A lui. Alla madre, non lo so. Ma non posso giudicare. Tutti commettiamo errori. Leo se n'è innamorato, buon per lui, è troppo buono. Si era deciso a salvar-
la a tutti i costi. Ma è fatto così, sogna sempre a occhi aperti. E comunque non potevo rifiutar-
mi. Perché sapevo che rischiava anche il piccolo. Io lo so cosa vuol dire aver paura di un padre. Ma a lei queste cose non le ho mai raccontate» .
«Ti ho visto anch'io, quella sera, su quel ponte. E ti ho cercata, in tutti questi giorni. Purtroppo ora conosco bene la tua storia» .
Andrea ricominciò a piangere, timidamente. Poi alzò di nuovo gli occhi: «Ma il fatto è che 
quella donna non mi ha mai convinto. Non ero sicura che per il bambino stare con la madre fos-






se la cosa migliore. In cuor mio speravo che qualcuno lo adottasse, qui, in Italia. Stare con i propri genitori non è sempre la cosa migliore» .
«E per questo hai lasciato dei segnali. Le cartoline, la maschera» .
«La maschera l'ha presa Leo, ieri sera al teatro. Io non c'entro niente. Gliel'ho anche detto che poteva essere rischioso, col fatto che lei era presente allo spettacolo. Ma gli era venuto in mente che il travestimento da clown potesse non bastare. Era anche troppo grande per il suo viso. Ab-
biamo dovuto adattarla un po'» .
«E le cartoline? E i tagli alle macchine?» .
«Questa è un'altra storia di sogni e sognatori» . 
«Però è quella che mi ha portato fino a qui» .
«Allora è vero... è così che è arrivato a me. Non posso crederci» . «A cosa?» .
«Che gli occhi dei ciechi, a volte, vedono meglio dei nostri» .






2

Andrea mi condusse verso la camera da letto. Aprì lentamente la porta. Scorsi una figura esile, che gonfiava solo un poco le coperte di un grande letto d'ottone jn cui sembrava smarrita. La ra-
gazza mi fece segno di parlare a bassa voce. Poi però accese subito la luce . 
«Commissario, ecco mia madre» .
«Ma così si sveglia» .
«No. Ormai non ci vede più per niente» . «Tua madre?» .
«È la donna più buona che abbia mai conosciuto. Mi ha accolto come una figlia quando sapeva a malapena il mio nome» .
«Ed è cieca?» .
«Ora completamente. Tre anni fa, quando ci siamo incontrate, ci vedeva ancora. Poco, ma ci ve-
deva» .
«Il Tapparella mi ha detto che aveva perso il lavoro per motivi di salute, ma non mi ha spiegato i dettagli» .
«Questa donna aveva gli occhi e le mani d'oro. Per anni, soltanto lei ha avuto il privilegio di po-
ter toccare un Caravaggio, quando si trattava di restaurarlo» .
«Dunque era questo il suo lavoro» .
«Sì. Ma qualche anno fa le è venuta una malattia degenerativa della vista, che l'ha costretta a ri-
tirarsi dall'attività. Ha perso il lavoro, ha speso molto denaro in spese mediche, è andata anche 
in America per curarsi. Ma non c'era niente da fare. Alla fine non ha più potuto pagarsi neanche 
l'affitto della casa a Testaccio. E così è intervenuto er Tapparella. Che poi ci ha fatto conoscere. 
Io non avevo una lira, mi serviva un posto per dormire. Lei cominciava ad avere bisogno di aiu-
to. E sono andata a vivere con lei, per quasi un anno. Poi sono partita con il circo, mi ha sosti-
tuito un'amica. Ma sei mesi fa sono tornata. Per lei. Voleva fare l'ultimo tratto di strada con me. 
Ora non credo che le manchi molto da vivere, e ha bisogno di tutto. Passa quasi tutta la giornata 
a letto. E debolissima» .
«E questo cosa c'entra con le cartoline?» .
«Quando ha cominciato a vederci di meno, e ormai non usciva più di casa, le era presa la sma-
nia di raccogliere cartoline di tutte le opere d'arte possibili e immaginabili, per averle sempre 
con sé. Ovunque andassi, gliene compravo qualcuna. Soprattutto di Caravaggio. In questi ultimi 
mesi, poi, di cecità completa, diceva che stava perdendo anche la memoria di quei quadri. Allo-
ra ha voluto numerare le immagini che amava di più, con delle tacche, così sapeva che cosa 
aveva in mano quando le prendeva da sola nel cassetto. Quella con sei tacche, per esempio, è la 
Vocazione di San Matteo. Ho passato serate intere a descriverle i particolari, mentre lei teneva 
in mano la figura: come è fatta la mano di Gesù, quanti denari si possono contare sul banco del-
le imposte, da che parte entra la luce... ma queste descrizioni in realtà non le servono quasi a 
nulla: non riesce più a figurarsi l'immagine nella mente. Sta svanendo tutto. Anzi, non tutto, 
dice lei: perché i quadri del Maestro, come dice sempre nonna Wendy, sono fatti anche di buio, 
e lei ora sta entrando in quel buio, che non è fatto per essere guardato, ma per far cadere l'oc-
chio da un'altra parte. Però lei sta lì, quello è il suo posto, e va bene lo stesso».
«Ma se sta nel buio, perché ti chiede di raccontarle queste immagini in modo così dettagliato?». «Perché poi le sogna» .
«In che senso?» .
«Quando è diventata completamente cieca, all'inizio aveva ancora vivo il ricordo della luce, e di 
come sono fatte le cose. Dopo un po', però, ha cominciato a perdere la memoria degli oggetti, e 
soprattutto dei colori: non sapeva più cosa volesse dire rosso, verde, o giallo. Ma non nei sogni.






Quando si addormenta, e sogna, allora vede di nuovo le immagini. E lei si addormenta sempre con la speranza di sognare» .
«E succede?» .
«Sì, succede ancora adesso. E quando succede si sveglia felice, come se le avessero restituito l'universo» .
«Ma ancora non mi hai spiegato perché hai messo quelle cartoline sul comodino di Romoletto». «È iniziato tutto con la lettura del giornale» .
«Che c'entra il giornale?» .
«Io mi confidavo con lei. Conosceva la storia del bambino, della madre e di Leo nei minimi 
dettagli. Le ho chiesto io il permesso di far restare Virginia con noi dopo la morte di quell'uo-
mo. Loro però non sapevano che nonna Wendy sapeva. Pensavano che fosse una vecchietta 
rimbambita. Invece è più intelligente di tutti noi messi insieme. E così, ogni giorno, dalla morte 
di quell'uomo in poi, mi ha chiesto di leggerle la cronaca di Roma. Ma il fatto dell'omicidio non 
usciva. Uscivano solo le notizie sui tagli delle macchine ai Parioli. Che parlavano male di lei, 
commissario.  La  accusavano di non fare niente per scovare questi teppisti.  E nonna Wendy 
commentava: "Per forza, il commissario si sta occupando del bambino, non ha tempo per queste 
stupidaggini"» .
«Però!» .
«E così qualche giorno dopo mi ha detto: "Chiedi a Virginia se sa dov'è la macchina di quell'uo-
mo che è morto". Virginia mi disse che era una Mercedes grigio chiaro, che l'aveva vista par-
cheggiata sotto casa sua, lì ai Parioli, in una certa via, e aveva anche una foto con lui su quella 
macchina. Si leggeva il numero di targa. Allora nonna Wendy sorride e mi fa: "Dobbiamo aiu-
tare il commissario a trovare il cadavere, così magari riesce ad arrestare quegli uomini che vo-
gliono fare del male al bambino". E mi dice di andare a tagliare le gomme di quella macchina» . 
«E tu?» .
«Io ho pensato che si fosse ammattita. Però l'ho fatto, non so perché, in realtà perché ci speravo. 
E mi sono sempre fidata. Ma la notizia non usciva lo stesso, nei giorni seguenti» . 
«E poi?» .
«E poi le ho detto che avevo accettato di rapire il bambino. Nonna Wendy si è spaventata, mi ha chiesto di pensarci bene, mi sarei messa nei guai. Ma io non volevo tirarmi indietro. Lei si è chiusa per un po', non mi voleva più parlare. Ma alla fine mi ha supplicato di portare quelle car-
toline al bambino. E di fare in modo che lei le notasse. E poi di bucare altre gomme, in altri punti della città. Così, diceva, il commissario avrebbe capito. Non pretendeva che tradissi la mia parola. Forse aveva anche paura della reazione di Leo se mi fossi rifiutata. Ma ha detto: "Dammi retta almeno in questo". A me sembrava una follia, mi sono arrabbiata, le ho risposto che mi faceva rischiare grosso anche lei» .
«Però l'hai fatto» .
«Sì, l'ho fatto. Di notte, come una matta, col cuore in gola. E comunque non credevo che lei riu-
scisse a decifrare il messaggio» .
«Ma non avevi notato che le tacche stavano anche sulle figurine» . «Su quali figurine?» .
«Su quella di Collins e su quella di Peter Pan. Il bambino le aveva con sé quando me l'hai con-
segnato» .
«Certo che le aveva. Non se ne separava mai. Lei gli diceva sempre: "Queste, piccolo, sono le 
due case di nonna Wendy.  E quando sarai grande saranno tue". E lui rideva.  Si adoravano. 
Quando lo portavo qui, era felice. Si intendevano alla perfezione. Solo toccandosi. Solo tenen-
dosi stretti. Lui non la poteva sentire, eppure la sentiva. E lei non lo vedeva, ma era come se lo 
vedesse» .
Mi venne in mente il gioco che Romoletto aveva fatto con me, e le parole di Galloni sul suo po-
vero Socrate. Mi venne in mente che anch'io, cieco in acto, mi ero fatto guidare da una donna 
con gli occhi chiusi, che ci vedeva meglio di me. Eppure, ancora non sapevo chi diavolo avesse






fatto quei tagli ai Parioli, a parte la Mercedes. E mi chiesi se nella storia di Jorge non potesse esserci qualcosa di vero. Ma fu un attimo di disturbo in quella sospensione dei sensi . 
Mi avvicinai a nonna Wendy, le accarezzai i capelli col dorso della mano. Non si svegliò ma si girò sull'altro fianco e mi mostrò il viso. Ecco: la Morte della Vergine, l'ultima cartolina che non avevo ancora decifrato, quell'immagine era lì, in quella stanza .
Mi venne in mente che l'aveva condotto così, il suo strano gioco, perché quello era tutto il suo 
mondo, racchiuso nei sogni di una bambina che non poteva salvare se stessa, costretta in quel 
letto e in quel buio, ma che avrebbe fatto di tutto perché Romoletto si salvasse, e perché Andrea 
non dovesse correre quel rischio così grave, di rapirlo e cacciarsi in un mare di guai, pur di sal-
varlo .
Iannotta ruppe a modo suo quell'incantesimo, citofonando poco dopo e chiedendomi di scende-
re subito: «Dotto', c'ho i tabulati. Ma 'sto cileno, 'sto Leo, sta pe' Leonardo,vero?» . 
«E già partito?» .
«Fa Carletti de cognome?» . «Mi pare di sì» .
«Allora parte il 24 all'ora de pranzo» .
«Dopodomani?  E perché  così tardi?»  «Nun  se capisce.  I  voli de oggi e de domani  nun so' 
pieni».
«Allora c'è ancora speranza di trovarli. Ma lei c'è, sulla lista?» .
«Be', se sapessi er nome vero, oltre a Virginia, magari jelo saprei dì. Però sullo stesso volo ce 
ne stanno due, madre e fijo de tre anni, co' lo stesso cognome. Ma dice che so' argentini» . 
«Allora sono loro. Bravo Leo: si è fatto fare pure i passaporti falsi per Virginia e Romoletto» . 
«Ma che dovemo fà? Li annamo a prende all'aeroporto o li famo partì?» . 
Eccoci alla resa dei conti: «Non lo so, Mario. Non posso lasciare Jorge al suo destino. Ma mi 
viene una rabbia a pensare che devo consegnarli a quelli là... Se solo potessimo sapere dove 
sono, e trovare una soluzione. ..» .
«Tornamo ar magazzino? Magari dormono là» .
«Ma no. Non ti ricordi che hanno dato la chiave ar Tapparella? Però, ora che ci penso... andia-
moci, sì, devo rivedere una cosa che non so» .
«Un'altra figurina?» .
«No, quelle sono finite. Muoviamoci, così per strada ti racconto» .






3

Il fiume era sceso, e così il traffico. Chissà dov'erano finiti i miei consuoceri. A cena con l'am-
basciatore, mi rispose Gloria, preoccupatissima per la situazione. Gisella si preparava al parto, loro avevano le chiavi di casa, più di così non si poteva fare. Le assicurai che stavo facendo di tutto per far uscire Jorge di galera. La notizia della cena mi sollevò: speravo che il pallido Joan potesse davvero smuovere qualche pedina in alto loco .
Ma in basso loco, dove sguazzano le miserie e i sogni degli uomini, occorreva ancora cammina-
re. E mentre aggiornavo Iannotta sul colloquio con Andrea, senza lasciarmi andare alla commo-
zione provata poco prima dinanzi alla purezza magra di quel volto inerme, mi accorsi che era 
già scesa la notte .
Il magazzino di Leo era immerso nel silenzio. Si poteva cogliere solo l'inquieto scorrere del fiu-
me non ancora placato, dopo i turbinosi giorni della piena .
«Solo un controllo rapido. Apri» .
«Nun c'ho le chiavi» .
«Dobbiamo andare a svegliare er Tapparella?» .
«Ho capito: poliziotto, ladro, una faccia, una razza. Lucchetto, m'hai provocato e mo'...» .
«A proposito, non senti anche tu odore di carbonara, da qualche parte?» .
«No. Le suggestioni so' pericolose, dotto'. E solo che oggi se semo scordati der pranzo. Poi la 
porto io qua vicino, alla Piramide. Conosco 'n posto bono. Basta che 'sto lucchetto se sbriga a 
saltà» .
Iannotta si dimostrò non da meno der Tapparella. Ispezionai tutto con calma, cercando di ricor-
dare come e dove erano disposte le cose al momento della mia prima visita con Maria. Ripensa-
vo a che cosa aveva fatto mia figlia in quella mezz'ora, provando e riprovando i vestiti-più cu-
riosi. Andai a controllare nel settore degli abiti da donna. Li passai in rassegna due o tre volte, 
per essere sicuro di non sbagliare, mentre Mario si guardava intorno senza sapere bene come 
rendersi utile .
Alla fine, andai a sedermi accanto a lui e mi misi a canticchiargli sotto il naso una canzone di De Gregori: «Ma un bravo poliziotto che sa fare il suo mestiere, sa che ogni uomo ha un vizio, che lo farà cadere...» .
«Questa la so. C'entra con la faccenda delle biciclette, vero?» «No, c'entra col vizio di Leo» . «E quale sarebbe questo vizio?» .
«Il vizio di sognare» .
«Sognare cosa?» .
«Il ritorno del tempo perduto. Il rimpianto che si trasforma in una nuova occasione. Pericolosis-
simo. Altro che suggestioni. Stavolta sta giocando col fuoco, e rischia grosso. Ma è più forte di lui: la sua vita non è solo vita. E un racconto da raccontare. Non è riuscito a rinunciare a una parte del copione. Domani ti toccherà alzarti presto e correre in Campidoglio» . 
«In Campidoglio? A fare che?» .
«A controllare le pubblicazioni di matrimonio» . «Ma è sicuro di quello che dice?» .
«Io non sono mai sicuro di niente. Però una cosa è certa ed evidente» . 
«Cioè?» .
«Qui è tutto a posto, tutto in ordine. Manca una sola cosa» . «Che cosa?» .
«L'abito da sposa» .






4

Non potevo sbagliarmi: Maria, durante la nostra prima visita, l'aveva provato e riprovato, quel bellissimo vestito bianco. E il fatto che mancasse spiegava perché i tre fuggiaschi avessero ri-
tardato la partenza di due giorni, dopo il rapimento .
A pensarci, non era poi così irragionevole: Leo aveva il doppio passaporto, italiano e cileno. 
Sposando Virginia le avrebbe dato la possibilità di restare in Cile da cittadina, senza correre il 
rischio che tornasse a fare vita clandestina. E questa era la cosa più importante per una fuga du-
ratura. Per Virginia, che lo amasse o no, quel romantico d'un cileno era una vera provvidenza. 
Ma non c'era solo questo in gioco. Leo si portava dentro una ferita: il rimpianto di non aver sa-
puto offrire al suo primo amore, la piccola Lisa, una vita diversa. Guarda caso, anche lei ragaz-
za madre, anche lei in difficoltà. Per questo era venuto in Italia, in cerca di fortuna, ma gli era 
andata male. Lisa alla fine aveva scelto un altro uomo, meno sognatore e forse più ricco, e lui se 
n'era fatto una colpa. Ora però poteva rimediare. Trasformarsi in salvatore di una donna bellis-
sima da redimere e di un bimbo sfortunato da curare. Come un cavaliere antico. O un illuso .
Quella notte non riuscii a prendere sonno: la carbonara, il vino, la stanchezza, l'incertezza del-
l'indomani, il pensiero di Jorge, l'ombra dei Servizi. Ma non volevo ricorrere un'altra volta al Tavor. Uscii di casa alle due di notte per cercare i giornali del mattino in qualche edicola not-
turna. «Il manifesto» picchiava duro sui metodi della Polizia, chiamando a raccolta il popolo dei disobbedienti. La notizia del temuto raduno di Criticai Mass era riportata un po' dappertutto. Il mio nome non era mai stato citato tanto come quella volta .
Il mattino seguente Mario confermò la mia intuizione: carte preparate in Comune già da tempo:
24 dicembre, ore 10, matrimonio civile, piazza del Campidoglio. Il programma era chiaro: ceri-
monia, tassì, aeroporto. Si avvicinava l'ora della decisione. Dovevo chiedere la rivincita all'Uo-
mo dei Servizi? Non mi reggeva il cuore a pensare e ripensare a quella faccia marcia . 
Nello sfilacciarsi di ipotesi e ragionamenti, mi sentivo un animale in gabbia. Vinsi la mia stan-
chezza e trascinai le gambe verso il centro, per distrarre la mente. Attrasse la mia attenzione un 
folto gruppo di ciclisti fermi intorno all'aiuola di piazza Venezia. La carreggiata era ristretta, gli 
autobus s'ingolfavano, costretti a passare in coda l'uno all'altro. Erano oramai le dieci e mezza. 
Il giorno prima, Maria mi aveva detto che il contacuentos avrebbe fatto una visita a Sant'Andra 
della Valle alle undici. Per uno come lui, visitare una chiesa era una cosa troppo strana. Eviden-
temente aveva indicato quel luogo perché io capissi senza ombra di dubbio, come ci eravamo 
detti dopo l'arresto di Jorge, che voleva parlare con me .
Nella navata vuota della basilica qualcuno stava disponendo le sedie per la messa di mezzanot-
te. Mi fermai un poco a contemplare il presepe: una cometa enorme, proiettata da non so dove, 
veleggiava in un cielo di carta trapunto di stelle tutte uguali. I Magi, sapientemente disposti in 
lontananza, erano comunque in vista della grotta. Io ancora in navigazione sull'Atlantico, col 
cammello nella stiva .
Il contacuentos era seduto davanti al tabernacolo, con un'espressione contrita e i capelli quasi composti. Mi sedetti accanto a lui e guardai in alto. La grande tela che sovrastava l'altare non era certo all'altezza di un Caravaggio, ma l'immagine inconsueta mi colpì: Maria non teneva il Bambino propriamente in braccio; lo sbilanciava, tendendolo verso una figura nera di santo, che apriva le braccia per riceverlo da lei, e intanto la guardava, rapito dalla sua bellezza. E quasi sembrava che il gesto di prendere Gesù fosse inconsapevolmente incerto, e il corpo del bambi-
no, in quel misterioso scambio di consegne, corresse il rischio di cadere .
«Commissario, i miei complimenti» .
«Grazie, anche tu sei stato molto bravo» .
«Adesso però ce l'hanno tutti con lei. Stampa, Polizia, ciclisti. Tutti» .






«L'avevo messo in conto. Non ti preoccupare» .
«Abbiamo in programma una grande manifestazione per domani mattina. Appuntamento alla Piramide. Ma la Questura ha negato il permesso» .
«E cosa intendete fare?» .
«Terremo un'assemblea, nel pomeriggio: ma credo che decideremo di marciare lo stesso» .
«Non vi conviene. Se il questore ha scelto la linea dura, sarà uno scontro di piazza. E questo 
nuocerà all'immagine di Criticai Mass. E forse anche a Jorge. Passerà l'idea che siete pacifisti 
solo a parole» .
«E qual è l'alternativa?» .
«Senti, ma tu che rapporti hai con Criticai Mass? Pensi di essere in grado di convincerli a fare una cosa che ti chiedo?» .
«Nessun problema. Se lei convince me, io convinco loro» .
Rischiare, avevo rischiato già una volta. Ma la proposta mi salì alle labbra come se mi fosse sta-
ta suggerita. Ed era un rischio ancora più grosso. Chiusi gli occhi, mi figurai la scena nella mente e mi fece paura. Eppure non potevo consegnare quei due ai Servizi senza tentare qualco-
sa. Né potevo farli partire senza correre il pericolo di ingolfare Jorge in una faccenda troppo do-
lorosa, da cui la mia famiglia sarebbe uscita a pezzi .
Del resto, il contacuentos era l'unica sponda che forse i Servizi non consideravano. E così gli 
raccontai che la salvezza di Jorge era legata a uno scambio che non volevo fare. Parlammo a 
lungo, gli spiegai l'intoppo, e la sua fantasia prese il volo, come e più della mia . 
Concordammo un piano prevedendo tutte le variabili possibili. E ci demmo un appuntamento 
per quella sera, in piazza della Chiesa Nuova, per avere l'ok reciproco e darci le ultime conse-
gne. Uscì fomentatissimo, mentre il cuore mi batteva a mille. Restai per una buona mezz'ora a 
pentirmi di quello che avevo fatto. Ma non c'era altra scelta, o perlomeno non ero riuscito a im-
maginarne un'altra. Prima di alzarmi, guardai un'ultima volta quella tela. Il bambino era effetti-
vamente sbilanciato. Allora mi venne di imitare il gesto del santo, con le braccia aperte, e dissi: 
«Ce l'hai ancora in mano tu. Aspetta un po'. Non lo lasciare adesso. Io non mi sento pronto» .






5

All' appuntamento ci arrivai con la stessa inconfessabile inquietudine del giorno in cui era inco-
minciata questa storia. Maria, placida e dolce come quando era bambina, insistette per accom-
pagnarmi. Portava in mano un fagotto e il nécessaire di Gisella, che voleva il pigiama pesante per una notte che si annunciava ancora incerta e umida. Ci saremmo passati più tardi. Non volle nemmeno chiedere perché fosse così importante il contacuentos in quel frangente. Le bastò sa-
pere che era per Jorge, perché potesse finalmente uscire e attraversare il fiume prima di Natale . «Che mi dici di questo ragazzo? Davvero l'hai visto una volta sola?» .
«Sì, papà. Non è cattivo, ma un po' strano. Ha avuto una brutta storia quest'anno» . «Che storia?» .
«La sua ragazza è morta, qualche mese fa» . «E come?» .
«Investita da una macchina, mentre andava in bicicletta» .
Fu come se mi avessero dato uno schiaffo. Non potevo crederci. Quel racconto sui tagli dei SUV non l'aveva inventato. L'aveva fatto davvero. Poi l'aveva raccontato all'informatore, per sfida, per vendetta, per gioco. E per gioco aveva messo il nome di Jorge al suo posto. Per gioco, e per odio a quella giustizia che non si era mossa abbastanza davanti alla morte di Greta. Della sua Greta. Dunque era stato lui a tagliare le prime gomme ai Parioli. L'aveva confessato a me, facendo finta che fosse una fantasia ben congegnata. Io gli avevo risposto che la realtà poteva essere pericolosa come la finzione. E ora andavo a concordare con lui una finzione che poteva essere pericolosa come la realtà. Ma non avevo scelta. O meglio, avrei voluto avere un alleato più affidabile, ma non potevo tirarmi indietro all'ultimo momento .
Il colloquio in piazza fu rapido e rassicurante. Tutto era pronto per l'indomani, parola di conta-
cuentos. Il dado era tratto. E così, prima di riprendere la macchina, composi il numero del mio amico della DIGOS .
«Ciao, Ottavio» .
«Ciao, Ruggero, ascoltami bene. La rivincita a biliardo si gioca domani alle 10,30 in piazza del Campidoglio. Io porto due stecche, se loro non portano la mia non se ne fa nulla. Non accetto controproposte» .
Mi assalì un desiderio di fuggire, pensando all'azzardo che andavamo a correre il mattino dopo, 
al fatto che in realtà potevo prevedere ben poco di quello che sarebbe successo. Ripresi la mac-
china in un silenzio che durò a lungo. Maria, seduta al mio fianco, alla fine mi disse: «Che pen-
si?» .
«Non penso nulla. Spero» . «E cosa speri?» .
«Che il fioretto che hai fatto per Jorge basti a proteggerci tutti» .
«Se non basta, fanne uno anche tu. Io ho già rinunciato al regalo. Tu a cosa rinunci?». «Hai un'idea?» .
«Rinuncia a non farmi il regalo!». «Non vale» .
«Allora non lo so. Ci verrà in mente mentre andiamo all'ospedale» .
Appena fummo sul ponte dell'Isola Tiberina, di ritorno dalla consegna del pigiama di Gisella, il fioretto si materializzò come una cosa facile. Il mio barbone era lì, al solito posto, malamente protetto da un ombrello, rannicchiato come la notte in cui Clara aveva partorito. Mi avvicinai. La mia apparizione lo fece trasalire. Imprecò farfugliando. Poi disse: «Che vuoi?». Gli chiesi se avesse bisogno di qualcosa. «Un paio di scarpe». «Che numero porti?». «Quarantadue» . 
«Domani pomeriggio te ne compro un paio». «Domani è tardi, nonnetto» .






«Ma  adesso  come  faccio?  I  negozi  sono  chiusi».  «Domani  è  tardi,  bello.  E  sempre  troppo 
tardi». Guardai Maria, come per cercare consiglio. «Per quando ti serve il fioretto, papà?». «Per 
domani mattina». «Allora bisogna farlo adesso». «Adesso?». «Adesso» . 
Non so se Maria ricordasse che il quarantadue era anche il mio numero. Ma forse intuì quello 
che mi passava per la testa, e così sorrise e si voltò, allontanandosi di qualche passo. Del resto, 
lei, il suo fioretto, l'aveva fatto per Jorge. A me spettava quello per Romoletto. E mi venne la 
folle idea che fosse proprio lui a chiedermelo, lui che in quella storia ci era entrato senza scarpe. 
Me le sfilai di soppiatto, e gliele misi accanto. L'uomo mi guardò sorpreso, poi le provò, le al-
lacciò, vide che gli andavano bene, non disse grazie, si girò su un fianco e si rimise a dormire, 
mentre l'umidità del selciato m'impregava le calze, e mi guardavo intorno per controllare che 
nessuno mi notasse .
La macchina era a due passi. Raggiunsi Maria, che si mise a ridere e mi strinse forte . «Guidi tu?» .
«Un'altra volta, papo. Ho rinunciato al regalo. Se mi fai guidare adesso, non vale più» .






6

Alle 10 di mattina del 24 dicembre, vigilia di Natale, sotto un cielo finalmente terso, piazza del 
Campidoglio brulicava di turisti. Una macchina coi vetri scuri stazionava già sul lato della piaz-
za opposto a quello dove si svolgevano i matrimoni civili. Io e Iannotta, a piedi, in giacca e cra-
vatta nere e occhiali scuri, sembravamo una copia taroccata dei Blues Brothers . 
L'apparire di Virginia nella luce del mattino mi colse impreparato. Non la riconobbi subito, ma 
dietro di lei trotterellava Romoletto tenendo la mano di Leo. Dalla macchina scura non si mosse 
nessuno. Sicuramente non badavano alle spose di quel giorno, o erano troppo lontani per veder-
la bene in quella folla .
Gli orari furono perfettamente rispettati. Alle 10,30 i due sposini vennero chiamati dentro. Dissi a Mario di restare fuori a controllare quello che succedeva ed entrai nella sala, alle spalle della coppia, piuttosto in fondo. La luce non era abbondante e dovetti togliere gli occhiali. Ma allora mi trovai davanti a una cosa che non avevo assolutamente previsto .
Dalla stanza attigua, con la fascia tricolore e il vestito scuro entrò il sindaco in persona. Un suo 
collaboratore disse che in occasione del Natale er Lupomanno aveva deciso di celebrare perso-
nalmente alcuni matrimoni. Il sindaco lesse i nomi, guardò in giro, strinse le mani alla coppia e 
al bambino e si apprestò a iniziare. Ma poi, alzando gli occhi, mi vide e mi riconobbe. Iniziò 
con due parole di circostanza, lodando le nuove coppie multietniche che arricchiscono la nostra 
cittadinanza col patrimonio di cultura e tradizione del loro paese, poi li dichiarò marito e mo-
glie, e alla fine disse: «Ma vedo qui anche il commissario Ponzetti, che ho conosciuto in una 
circostanza particolare. E dev'essere un amico intimo della coppia, dato che il suo bambino è 
qui a portare gli anelli nuziali. Vuole dire due parole anche lei, commissario?» .
Leo si girò con aria terrorizzata ma non disse nulla. Allora io mi avvicinai, incerto, strinsi la 
mano al sindaco, salutai la coppia, mi girai verso il pubblico che era entrato soprattutto per 
guardare la sposa, e subito mi salirono alle labbra queste parole: «Conosco Leo da parecchi 
anni, e Virginia da poco. Non potrei raccontarvi nei dettagli la storia del loro amore, e non sa-
prei giudicare, onestamente, se siano fatti davvero, come si dice, l'uno per l'altra. Ma, alla fine, 
non è poi così importante. Il fatto è che, forse, solo un uomo molto saggio, magari al termine 
della sua vita, potrebbe esprimere un giudizio equo su quale persona, fra tutte quelle che ha in-
contrato, avrebbe fatto meglio a sposare. Quasi tutti i matrimoni, anche quelli felici, sono erro-
ri...», e qui la platea dei curiosi mormorò scandalizzata, costringendomi a fare una pausa. «.. 
.Errori, nel senso che quasi certamente, in un mondo migliore, o anche in questo, ma con un po' 
più di attenzione, tutti noi avremmo potuto trovare compagni molto più adatti. Ma alla fine, la 
vera anima gemella, caro Leo e cara Virginia, è quella che hai sposato» .
Seguì un silenzio imbarazzato, poi un timido applauso che morì subito tra gli sguardi corruccia-
ti di chi non aveva gradito la mia uscita estemporanea. Mario occhieggiava dal fondo della sala facendo cenni con le mani. Fuori si cominciava a sentire un certo brusio, e anch'io vidi, in con-
troluce, quello che mi aspettavo di vedere. Il sindaco mi fece i complimenti, salutò gli sposi, fece una carezza a Romoletto e chiamò la coppia successiva. Allora mi accostai ai due, col cuo-
re in gola, abbracciai Leo, strinsi la mano a Virginia, e a bassa voce dissi: «State tranquilli. Quello che farò non potrete capirlo ora, ma lo capirete dopo. Buona fortuna». Poi presi per mano Romoletto e mi avviai deciso verso l'uscita .
Appena fummo sotto il portico, nonostante fossi preparato a quella scena, ebbi un sussulto: la piazza era gremita all'inverosimile di biciclette. Saranno state più di cinquecento. Erano tutti fermi, seduti sul sellino, e ingombravano il passaggio fra noi e la macchina scura. Mario si ac-
costò a Virginia, la prese sottobraccio e le disse a voce alta: «Signora, siamo della Polizia. Fa-
vorisca di venire con noi un momento» .






La donna lo guardò spaesata: «Che cosa vuole da me?» .
«Solo un controllo di routine. Prego, da questa parte». Virginia si avviò con lui, incerta, cercan-
do con gli occhi quelli del bambino. Leo mi guardava inebetito. Trattenni il respiro, presi Ro-
moletto in braccio e mi misi a camminare deciso verso la macchina dei Servizi, in mezzo alla folla dei ciclisti, ma facevo fatica a farmi strada e dovevo zigzagare in continuazione. Mario mi seguiva da vicino con Virginia. Ma poi qualcuno tra la folla dei ciclisti gridò: «È il commissario Ponzetti. E una provocazione. Bastardo!» .
«Bastardo! Bastardo!». Il grido echeggiò per tutta la piazza .
«Non facciamo sceneggiate, signora, mantenga la calma», le disse Mario, di nuovo a voce alta. 
Poi, all'orecchio, aggiunse: «Ma al mio segnale si metta a urlare, g cerchi di liberarsi dalla mia 
stretta» .
L'Uomo dei Servizi, vedendo la situazione, scese dalla macchina, con Jorge che occhieggiava intimorito dal finestrino semiaperto .
«Devono avermi seguito, mi dispiace», gli dissi . «Capisco, commissario. Facciamo in fretta» . «Prima il ragazzo» .
L'Uomo, intimorito dalla folla, lo liberò immediatamente. Jorge uscì dalla macchina, mi guardò 
un momento con occhi spiritati, poi si dileguò in pochi secondi. Feci il gesto di consegnare il 
bambino al mio avversario, ma senza lasciarlo andare. A quel punto la madre iniziò a urlare e a 
divincolarsi. Mario la tratteneva con violenza, esagerando il gesto, e la trascinò verso la mac-
china .
Allora, rispondendo al segnale di un fischietto, i ciclisti si mossero tutti insieme e iniziarono a girare in tondo e a circondarci, continuando a gridarmi "bastardo". L'Uomo dei Servizi estrasse la pistola, fece per sparare un colpo in aria, ma un altro agente gli gridò: «Il sindaco! C'è il sin-
daco! Non facciamo casino!» .
Un gruppetto di ciclisti mi strinse, isolandomi dagli altri. Romoletto, spaventatissimo, mi si era 
abbarbicato  al corpo. Un altro  gruppo circondò  Iannotta,  che opponeva resistenza,  tanto  per 
strafare. Si prese due calci, poi lasciò andare Virginia. Il contacuentos, uscendo all'improvviso 
dalla folla mi si avvicinò solennemente, mi mollò uno spintone, strappò il bambino dalle mie 
braccia e lo restituì alla madre. Riuniti i tre nel mezzo, proprio sotto il Marco Aurelio, decise di 
strafare anche lui, alla maniera sua: cominciò a sfilarle il vestito da sposa, mentre i ciclisti con-
tinuavano a girare tutti in tondo alla scena che si consumava lentamente. Ma quando Virginia 
rimase in scarpe, mutande e reggiseno, lanciarono un urlo di gioia e si misero a cantare Bella 
ciao .
L'Uomo dei Servizi guardava incredulo quella pantomima. Io scorsi Virginia solo un momento, 
tra la folla dei ciclisti, da lontano, meravigliosamente bella, come nel poster che avevo visto 
qualche giorno prima. Allora anche Leo capì. Si tolse giacca e cravatta, le gettò per terra e in-
forcò una bicicletta che qualcuno gli aveva offerto. Romoletto fu sistemato in un marsupio e af-
fidato alle spalle di un ciclista possente. Virginia mise addosso una tuta che spuntò dalle maglie 
serrate della "massa critica" e anche lei ebbe la sua bici. Poi mossero tutti pedalando verso la di-
scesa .
La macchina rombò al seguito del gruppone, ma non poteva superarli senza provocare una stra-
ge. Da quel che seppi poi, quei cinquecento fecero la discesa che portava ai Fori, svoltarono su via Cavour e lasciarono che i tre si dileguassero nel ventre della metropolitana. Poi si dispersero su per i vicoli di Monti .
Io e Mario rimanemmo soli, a guardarci, in compagnia di un gruppo di giapponesi sconcertati. 
Ero esausto. Mi sedetti sul bordo della fontana, con le mani tra i capelli. Iannotta mi si accostò, 
imbarazzato, mi aggiustò la giacca e commentò: «Non se la bevono, vero?» . 
«Temo di no. Abbiamo fatto una follia, Mario. E invece se la bevvero, ma non tanto per la sce-
neggiata che avevamo imbastito. Il giorno dopo i giornali amplificarono la vicenda, ci fu un'in-
terrogazione parlamentare, si sussurrava che Zapatero avesse fatto una telefonata a chi di dove-






re, e alla fine Jorge fu riabilitato con qualche imbarazzo e poche scuse. Ma questo accadde dopo un po' di tempo. Il Natale non portò quiete completa. Gisella doveva aspettare ancora qualche giorno prima di dare alla luce una bella femminuccia di tre chili. Io andai alla messa di mezza-
notte da solo, chiedendo che il Bambino proteggesse me, la mia famiglia e l'Italia intera, dando magari uno sguardo anche alla politica internazionale .
A Capodanno il piccolo Luigi Iannotta fece il suo primo ingresso a casa Ponzetti, due giorni prima della mia nipotina, Serena Gisbert, che era nata proprio il 30 dicembre, il giorno in cui Gisella finiva il tempo. La conversazione fu di quelle indolenti e manierose dei giorni di festa. Gloria portava i segni di quella stanchezza pacata che vede finalmente il sereno, ma teme anco-
ra che non sia duraturo. Jorge se ne stava in un angolo, al computer, anche lui silenzioso. Del carcere non voleva parlare, aveva accompagnato il giorno prima i genitori all'aeroporto, e ora pensava soltanto a stare il più possibile vicino a Gisella .
Mario, nonostante la gioia del figlio tanto atteso, non aveva il coraggio di mostrarsi scanzonato come suo solito. Intuiva bene quello che avevo dentro: la domanda a cui non sapevo rispondere. Continuavo a sentire come un disagio, perché in fondo quella famiglia che si era trasferita in Cile senza valigie e senza un soldo rischiava di non avere avanti a sé un grande futuro. Da molti giorni continuavo ad avere negli occhi lo sguardo terrorizzato di Romoletto, e sentivo ancora la stretta delle sue mani attaccate al mio collo. Soprattutto, mi addolorava l'idea che l'ultima im-
magine rimasta di me nella mente di quel bambino sarebbe stata legata per sempre alla paura di essere perduto un'altra volta. Ma questo, magari, era solo orgoglio ferito .
Poi, però, Iannotta trovò un momento per portarmi in disparte, mi mostrò una stampata di com-
puter e disse: «Se jela recito a memoria, me dà cento euri pure a me?» .
«Dipende» .
«Ce l'avevo in testa da un bel po', questa cosa. Ma volevo vedé se ho capito bene, dato che lei nun me l'ha mai spiegata» .
«Sentiamo» .
«Kairós - leggo qui - è una parola che nell'antica Grecia significava 'momento giusto o opportu-
no'. Gli antichi greci avevano due parole per indicare il tempo, chrónos e kairós. Mentre la pri-
ma si riferisce al tempo logico e sequenziale, la seconda significa 'un tempo nel mezzo', un mo-
mento di un periodo di tempo indeterminato nel quale "qualcosa" di speciale accade. Ciò che è 
la cosa speciale dipende da chi usa la parola. Chi usa la parola definisce la cosa, l'essere della 
cosa» .
«Mi sembra chiaro, no?» .
«No. Cioè, pe' esse chiaro, è abbastanza chiaro. Però ce sta 'na cosa su cui nun so' d'accordo» . «E sarebbe?» .
«La parte finale. Perché a me me pare che nun è questione de chi usa la parola. A noi 'sti giorni 
ce so' successi mille kairós, e nun era perché lo dicevamo. Anzi, a dì la verità, nun riuscivamo 
manco a staje appresso colle parole. Era perché succedevano, e basta». Come al solito, aveva 
ragione, o meglio, aveva occhi, come avrebbe detto l'avvocato Galloni. Ma questo non bastò a 
restituirmi la pace .
Poi, però, qualche mese dopo, mi arrivò una cartolina dal Cile, senza saluti, soltanto col franco-
bollo. Rappresentava una via dorata di Santiago durante le feste natalizie. E proprio nella stessa 
settimana mi chiamò, inaspettatamente, Andrea, per dirmi che nonna Wendy avrebbe voluto co-
noscermi. Ci andai, con qualche resistenza, che si sciolse prontamente nel suo abbraccio . 
Mi raccontò a lungo di sé e della sua vita, volle sapere di mia moglie, delle mie figlie e della 
piccola Serena. Si complimentò per la scelta del nome: non era un caso, disse. Niente succede 
per caso. E aggiunse che non dovevo preoccuparmi più. Mi aveva sognato, qualche giorno pri-
ma, così com'ero veramente. Ne era sicura, aveva visto il mio volto nella luce giusta, quella del 
Maestro che tanto amava. Quella che io, per quanti sforzi facessi, non ero ancora capace di 
guardare .






Ringraziamenti

Sono debitore a J.R.R. Tolkien di una riflessione arguta e spiazzante sul matrimonio che Pon-
zetti fa sua alla fine di questo romanzo. Chi la volesse leggere in originale può trovarla nella 
raccolta delle sue lettere, edita da Bompiani, una vera miniera di preziosità, a cominciare dal ti-
tolo, La realtà in trasparenza, che volentieri avrei rubato per uno dei miei libri. Devo invece al-
l'avvocato Gianluca Arrighi, e al suo delizioso libretto Crimina romana, edito da Gaffi, l'inven-
tio di uno dei personaggi di questa storia: "er Tapparella". Il professor Fabio Bellisario, colonna
- in senso letterale - del liceo Giulio Cesare e custode di infiniti aneddoti su Roma, è stato il mio suggeritore per la vicenda di Michael Collins e della sua infanzia "capitolina" . 
Ai miei "lettori esperti" e sempre generosi di consigli e osservazioni - Ombretta Cozza, Cristia-
na Lardo, Paolo Mat-tei e Michela Nocita - va un sincero grazie per il tempo e la competenza che dedicano alle mie pagine in fase di stesura .